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Facebook: addio alla vecchia interfaccia per PC

La conferma arriva direttamente da Facebook. Gli utenti che in questi giorni richiedono di tornare al vecchio look del social, vengono avvisati tramite un allert dedicato, che li informa dell’imminente passaggio alla nuova interfaccia e li invita a segnalare eventuali criticità riscontrate nell’utilizzo della nuova versione.

La nuova interfaccia Facebook è molto più ordinata, semplice, e immersiva rispetto alla versione classica. La novità più grande è la dark mode, l’ormai conosciutissima modalità scura presente in varie app, tra cui Twitter, YouTube, Telegram, Messenger e Instagram, utile per affaticare meno la vista e ridurre il consumo di batteria del proprio laptop.

Mentre uno dei principali cambiamenti che sicuramente destabilizzerà gli utenti abituati alla scorsa versione è l’addio al classico banner blu, presente su Facebook dal 2004.

Combattere il tumore al pancreas con l’immunoterapia

Uno studio, pubblicato su Journal of Experimental Medicine, realizzato dai gruppi di Teresa Manzo e Luigi Nezi, del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia dimostra che è possibile creare un’immunoterapia contro il tumore del pancreas modificando il metabolismo delle cellule immunitarie affinché possano combatterlo.

risultati terapeutici sono stati eterogenei, con esiti migliori generalmente correlati alla capacità delle cellule T specifiche del tumore di infiltrarsi nel tumore, persistere e mantenere le funzioni effettrici. Risposte cliniche complete e durature sono state ottenute in pazienti i cui tumori erano resistenti ai trattamenti standard disponibili ( Mellman et al., 2011 ). 

Tuttavia, la procedura ha riscontrato un successo limitato nella maggior parte dei pazienti con tumori solidi, compreso l’adenocarcinoma duttale pancreatico.

Quello del pancreas è ancora oggi il più letale fra tutti i tipi di cancro.

La battaglia per il No va oltre il quesito referendario

Nell’omelia al Meeting di Rimini il card. Bassetti ha ricordato che «oggi più che mai è richiesta ai cristiani la forza di scrutare i segni dei tempi e di dire parole profetiche, con le labbra e, contemporaneamente, con la testimonianza di vita». Se, come cattolici impegnati in politica aspettiamo di ricevere il permesso per elaborare un progetto che tenti di superare le contraddizioni che si manifestano nel nostro presente, non saremo certo il lievito del mondo né, temo, potremo più dare alcun contributo significativo al Paese.
Se i cattolici degli Anni Trenta avessero atteso dal cinegiornale o dall’allora fascistissimo Corriere, dei segnali per potersi attivare non avrebbero potuto esercitare il ruolo che hanno avuto nella nascita della Repubblica e nel dopoguerra.
Credo che non ci si possa accontentare del fatto che la critica alla deriva austeritaria dell’Europa, esercitata anche fra i cattolici democratici in tutti gli Anni Dieci (che spesso venivano sommariamente liquidati come cripto-euroscettici quando invece esprimevano con lungimiranza una linea atta a prevenire e limitare i populismi e a rafforzare l’integrazione europea) sia stata ora sdoganata e addirittura fatta propria da Gentiloni o da Draghi.
Questo tempo ci chiede di più. Mentre ci stiamo mobilitando nei comitati per il No, per sventare un nuovo attacco alla rappresentanza politica e un ulteriore stravolgimento della Costituzione, non meno deleterio di quello tentato da Renzi e dalla Boschi nel 2016, costituito dal referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari, non ci si può dimenticare del fatto che si è giunti a un punto di svolta per quel che riguarda l’ordine e l’equilibrio mondiale. È auspicabile che si colga l’occasione di questa campagna elettorale per domandarci cosa ne sarà dell’istituto parlamentare qualora le spinte in corso verso un modello autoritario dovessero prendere il sopravvento.
Tale modello presenta almeno tre principali aspetti. Il transumanesimo, il tentativo di ridurre le masse ad automi a servizio delle élites, attraverso l’uso delle tecnologie.
Il neofeudalesimo, lo sterminio della classe media, il lasciare che la stragrande maggioranza della popolazione anche in Occidente ripiombi in uno stato di endemica precarietà e necessità in modo da esser più agevolmente sfruttata. A ben vedere lo sproporzionato allarmismo verso il coronavirus e i protocolli sbagliati dati per la cura del virus, che la inqualificabile Oms ha diffuso, trascinando, nella fase iniziale, scientemente i sistemi sanitari nazionali di mezzo mondo nel caos, hanno contribuito a dare un’altra picconata enorme alla classe media. Le restrizioni e l’incertezza, prolungati ben oltre ogni limite di buon senso, hanno finito per far fallire altri segmenti di classe media, mentre gli speculatori hanno tratto ulteriori vantaggi dalla conseguente recessione; molti piccoli sono stati schiacciati col pretesto dell’emergenza sanitaria per salvare i soliti pochi grandi, che temono come la peste l’aumento dei tassi d’interesse, dal quale aumento sono stati salvati dal “provvidenziale” arrivo del virus. Questo azzardo sta creando una depressione globale da cui sarà estremamente difficile uscire in modo incruento.
Il terzo aspetto su cui si basa l’attuale svolta autoritaria è quello della sorveglianza oltre le normali necessità. Se il gruppo di potere attorno a Bill Gates (che non è tanto il mago dei computer quanto il consulente, da tre generazioni, dei Rockefeller per l’eugenetica e la riduzione della popolazione) riuscirà, come spera, a far vaccinare buona parte della popolazione mondiale con la scusa del covid 19, inoculando un “vaccino” che produce, per la prima volta usato sugli esseri umani, modifiche genetiche nel recettore e che imprime un inchiostro digitale leggibile da appositi dispositivi, un passo enorme sarà compiuto verso un regime mai conosciuto prima nella storia dell’umanità. Tutto di tutti sarà spiato e controllato, sempre e in ogni istante (stato di salute, spostamenti, incontri, transazioni economiche, ecc.).
Mi paiono osservazioni sufficienti, seppur molto sommarie, per poter dire che la difesa del numero dei componenti delle Camere ha un senso, se si ha la capacità di orientare il dibattito sui fattori che stanno determinando lo svuotamento del ruolo dei parlamenti.
E più in generale lo scrutare i segni dei tempi in questa epoca significa capire i rischi dell’avvento di un modello totalitario reso possibile dalle nuove tecnologie al cui confronto la cittadinanza a punti cinese parrà una vetta di democrazia. Allorquando un apparato, se va bene pubblico o addirittura privato, può disporre tutto con un click, e ti sanziona o ti esclude in tempo reale in base ai tuoi movimenti, alle relazioni, all’uso del denaro, alle opinioni che esprimi, la dittatura è già instaurata anche se formalmente si eleggono ancora i rappresentanti del popolo. Contro questi pericoli dobbiamo saper utilizzare le armi che ci vengono dall’umanesimo cristiano e dal personalismo, la nostra tradizione popolare che sa che senza coinvolgimento e sviluppo della classe media non può esservi vera democrazia, e il ricordo e l’assoluta certezza, soprattutto per ragioni ontologiche e metafisiche, ma anche storiche, che i progetti totalitari sono destinati al fallimento. Ma in ogni epoca occorre saper intervenire per prevenirli o almeno per ridurre i disastri che possono provocare.

Il coraggio di costruire e di sperare

Nel recente articolo comparso su Avvenire il 19 agosto, Lucio D’Ubaldo ripropone la vexata quaestio del “che fare?” per chi si riconosce nella cultura politica di ispirazione cristiana. Problema di nuovo attuale dopo un’estate di inquieto letargo e stagnazione politica, oltre che economica e alle soglie di un intervento pubblico epocale da parte dell’Europa, tutto da gestire ed organizzare nei prossimi mesi. Mettendo a fuoco il problema, cioè la crisi della classe dirigente, della sua rappresentanza e della rappresentazione che se ne è fatta e che domina l’immaginario collettivo, si intuisce anche la direzione verso cui muoversi.

La difesa della democrazia non può che passare, presto o tardi che sia, attraverso la reinvenzione di un nuovo riformismo all’altezza delle nuove sfide europee, globali e locali. La traiettoria che la storia dell’Occidente traccia passando per la svolta decisiva della politica di De Gasperi, ci interpella, e perfino suggerisce la possibilità di una convergenza attorno a un ideale “partito di De Gasperi”. Di fronte alla crisi peggiore dal dopoguerra, c’è bisogno di una responsabilità commisurata a quelle pagine di storia. Come allora, ci è richiesta, come paese, una nuova consapevolezza collettiva.

E per questo, come allora, abbiamo urgente bisogno di un orizzonte, di una speranza condivisa che ci muova e unisca nelle differenze, al di là delle ottusità ideologiche (in Italia tragicamente sopravvissute alla morte delle ideologie, nelle narrazioni populista e sovranista). Animare questa speranza è il ruolo di una cultura politica cattolica per vocazione lungimirante, tesa alla concreta realizzazione, sempre in fieri, di giustizia sociale e libertà personale.

La nostra comunità politica troverà coesione solo costruendo una casa comune in vista dell’uragano in arrivo. La nostra missione, è mostrare la possibilità di una speranza condivisa.

Una generazione da risarcire

Se mai esistesse sulla faccia della terra un tribunale competente ad accoglierla, credo che la “class action del secolo”  sarebbe promossa dalla generazione dei giovani del nostro tempo.

Naturalmente toccherebbe a noi adulti e alla società che abbiamo via via codificato, pur con tutte le attenuanti del caso,  di salire sul banco degli imputati.

E insieme a noi – come dice una canzone – “ tutte le promesse, tutte le speranze per un mondo  migliore”: i luoghi comuni della crescita illimitata, i retaggi ideologici, il relativismo etico, la teoria della vita piena che tutto possiede, consuma e brucia nei ritmi incalzanti, vertiginosi, scanditi dalla tirannia del tempo breve.

Che cosa accomuna la crisi della nostra epoca a quelle, cicliche e periodiche, del passato?

La teoria del “tutto illimitato”, il desiderio di migliori condizioni di vita legate all’espansione economica, la ricerca esasperata del progresso e del nuovo ad ogni costo.

Che cosa distingue, invece, questa crisi da quelle apprese dalla storia?

La teoria – altrettanto implicita e scontata – del “tutto subito”, una diversa percezione del tempo utile e di quello necessario, l’egoismo individualista tipico del capitalismo più deteriore, la corsa ad accaparrare e possedere tutto il possibile per l’immediato presente, una scarsa percezione di una qualunque idea logica intorno ad un futuro sostenibile.

Immaginando di edificare “il migliore dei mondi possibili” – come lo chiamerebbe Voltaire – non ci siamo accorti che la nostra ingombrante presenza (per avere tutto, fare tutto, ottenere tutto) sottraeva a poco a poco spazi vitali alle giovani generazioni.

Certo, ai nostri figli abbiamo sempre pensato ma con una sorta di ragionamento cumulativo: garantire loro il benessere più elevato, la più estesa dotazione di beni materiali, i prodotti più sofisticati dell’evoluzione tecnologica.

Ma sottraendo loro gli spazi vitali per una crescita fisiologica, i tempi necessari per la formazione della loro identità, una concezione moderata e modulata della vita, dove ogni conquista non è preceduta o accompagnata da rinunce e sacrifici, dove il verbo “accontentarsi” non si declina più al tempo presente, dove diritti e doveri non sempre marciano di pari passo.

Succede allora che – volendoli crescere in fretta e rendendoli adulti precocemente –  è come se avessimo vissuto al posto loro la parte iniziale e propedeutica della loro stessa vita, pensando di riuscire ad ‘incasellarli’ al posto giusto nel momento giusto.

Ma in questa società del progresso tout-court, che abbatte ogni barriera e supera ogni difficoltà ormai non c’è più posto neanche per noi.

Il ciclico avvicendamento generazionale non trova spazi, il momento di entrare in scena tarda, rallenta a dismisura in rapporto alle mutate condizioni oggettive del contesto.

La pandemia da Coronavirus che sta mietendo vittime e sconquassa il mondo, diventa un ulteriore discrimine tra il prima e il dopo, subentra strisciante il problema della sostenibilità generazionale..

Se c’è una condizione antropologica deprivata di certezze e sostenuta da speranze effimere questa è proprio il futuro: i condizionamenti del virus non riguardano solo la salute o l’economia ma i destini stessi di un’umanità impreparata.

Il contagio ci ha penetrato nel profondo, oltre il dato patologico, la mutazione genetica comporta alterazioni imprevedibili.

Quando con il coraggio della consapevolezza del problema e l’umiltà di ammettere di non possedere soluzioni precostituite, il Presidente Draghi ha posto la questione della centralità dei giovani rispetto a istruzione, formazione, lavoro, qualità della vita, ha toccato un nervo scoperto la cui cura è stata finora sempre rimandata.

Riapriranno le scuole? La società si chiuderà nel controllo dell’esistente e nel tamponare l’intrusione del male o vivremo una stagione di ripresa e di crescita che possa garantire modelli esistenziali e sociali sostenibili?

 

Già prima del Covid, al termine della scuola, dopo l’università, dopo i master, dopo lunghi  tirocini di apprendistato veniva meno una fisiologica e organica capacità ricettiva da parte di un mercato del lavoro caratterizzato da regole sempre meno garantiste, da una accentuata precarizzazione sui modi e sui tempi, da una forte contrazione della durata contrattuale, dalla concorrenza sleale di una manodopera assoggettata ai ricatti della delocalizzazione e dell’economia globalizzata.

Se prima del Covid 19 la disoccupazione giovanile in Italia aveva raggiunto e superato il 40% si profila ora una situazione più estesa e drammatica, che sta investendo le giovani generazioni delle economie mondiali e che rischia di collocarle ai margini della vita sociale e produttiva, in una condizione di incertezza sistemica quasi a caratterizzare un’epoca indefinita e non calcolabile di dolorosa transizione, mutilata di vibranti potenzialità inespresse.

 

Estate, Coldiretti: “Spesa media crolla del 25%, 588 euro a persona”

La spesa media destinata dagli italiani alle vacanze estive crolla a 588 euro per persona con un calo del 25% rispetto allo scorso anno per effetto di ferie piu’ brevi, meno lontane e dedicate soprattutto al relax familiare. E’ quanto emerge dal bilancio tracciato dall’analisi Coldiretti/Ixè in occasione del grande controesodo di agosto segnato dal bollino rosso con quasi tre italiani su quattro (73%) che hanno scelto di andare in vacanza nell’estate 2020 anche se non mancano quanti sono in partenza per fine agosto e settembre.

Sono 34 milioni gli italiani che hanno deciso di non rinunciare alle vacanze per almeno qualche giorno nell’estate 2020 che fa comunque registrare un calo del 13% rispetto allo scorso anno per effetto dell’emergenza Covid 19 che ha pero’ anche tagliato anche i budget disponibili. Per la metà dei viaggiatori (50%) – precisa la Coldiretti – la spesa per persona è al di sotto dei 500 euro, per il 34% tra i 500 ed i 1000 euro, per il 12 % tra i 1000 ed i 2000 euro mentre percentuali più ridotte supereranno questo limite.

Alla riduzione della spesa degli italiani si aggiunge una estate praticamente senza stranieri in vacanza nel Belpaese a causa dalle preoccupazioni crescenti e dei vincoli alle frontiere resi necessari per affrontate l’emergenza coronavirus. Una situazione che pesa soprattutto sulle città d’arte che risentono più notevolmente della loro mancanza ma – sottolinea la Coldiretti – gli stranieri prestano anche particolare attenzione alla qualità dell’alimentazione per la quale destinano una quota elevata della spesa durante la vacanza.

A favorire il contenimento delle spese degli italiani è stato tra l’altro l’accorciamento del periodo di vacanza sceso in media sotto i dieci giorni ma la novità di quest’estate sta anche nel fatto che – sottolinea la Coldiretti – 1 italiano su 4 (25%) ha preferito una destinazione vicino casa, all’interno della propria regione di residenza. Inoltre la maggioranza degli italiani in viaggio – continua la Coldiretti – ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche campeggi con i camper molto gettonati mentre sono in sofferenza gli alberghi. Anche in vista di settembre, segnali positivi nonostante le difficoltà ci sono sicuramente – precisa la Coldiretti – per le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che offrono un ottimo rapporto qualità prezzo secondo Terranostra.

Tra gli svaghi preferiti accanto ad arte, tradizione, relax e puro divertimento, la ricerca del cibo e il vino locali è diventata il vero valore aggiunto delle vacanze Made in Italy nel 2020 con circa 1/3 del budget destinato proprio all’alimentazione per consumi al ristorante o per l’acquisto di souvenir, secondo la Coldiretti. La ricerca dei prodotti tipici è diventata un ingrediente importante – spiega Coldiretti – delle vacanze in un Paese come l’Italia che è leader mondiale del turismo enogastronomico potendo contare sull’agricoltura più green d’Europa con 305 specialità ad indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 524 vini Dop/Igp, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie di Campagna Amica, oltre alle numerose iniziative di valorizzazione come le strade del vino o dell’olio.

Dove comprare casa a 1 euro

Sembra impossibile invece, grazie ad una particolare iniziativa che sta prendendo piede poco a poco, tutto questo può divenire realtà. Il progetto Case a 1 euro è partito da alcuni comuni italiani, con l’intento di contrastare l’abbandono da parte della popolazione e far rivivere le aree in difficoltà.

Però ci sono alcuni vincoli.

Infati gli immobili vengono ceduti in donazione ai Comuni che tramite procedura pubblica vendono alla cifra simbolica di 1 euro. In altri casi sono le amministrazioni comunali che si fanno garanti per i proprietari di tali immobili. Naturalmente ci sono degli impegni che chi acquista con progetto Case a 1 Euro, che deve garantire:

  • Prevedere un progetto di ristrutturazione e rivalutazione della stessa entro 365 giorni dall’acquisto.
  • Sostenere le spese notarili per la registrazione, le volture e l’accatastamento.
  • Due mesi di tempo per far partire i lavori nel momento in cui si hanno tutti i permessi.
  • A garanzia della sicurezza dell’acquisto da parte del compratore il Comune chiede di stipulare una polizza fideiussoria di 5mila euro della durata di tre anni cha a scadenza viene poi rimborsata.

Sono molti i comuni che hanno aderito al progetto avviato quattro anni fa tra questi ricordiamo:

TARANTO, Puglia. Nell’area della Città vecchia, chimata Isola perché collegata alla terraferma con due ponti, si può comprare casa a 1€. La città pugliese punta in questo modo a recuperare una zona abbandonata.

SALEMI, Sicilia. Il primo paese a lanciare questa iniziativa è stato Salemi, comune in provincia di Trapani di 10mila abitanti. L’idea innovativa fu ben accolta ma la condizione degli stabili fece fallire il progetto.

ZUNGOLI, Campania. Situata su un piccolo colle, è  circondato da tre monti diversi – Molara, Monticelli e Toppo dell’Anno – e l’antico tratturo Pescasseroli-Candela attraversa il paese. È stato il primo borgo dell’Irpinia a ricevere la bandiera arancione del Touring Club Italiano.

CARREGA LIGURE, Piemonte. In provincia di Alessandria si trova questo comune della Val Borbera di soli 85 abitanti. Il progetto Casa ad 1 euro era nato per fermare l’abbandono delle minuscole frazioni, ma è stato ostacolato dalla burocrazia.

PATRICA, Lazio. Paesino a pochi chilometri da Frosinone, ha aderito al progetto Case a 1 euro nel 2019. Attualmente sono stati censiti 38 immobili in stato di abbandono che il Comune ha deciso di recuperare e valorizzare.

VERGEMOLI, Toscana. Insieme a Fabbriche di Vallicoli si trova in Garfagnana. Il territorio in provincia di Lucca, nel 2021 sarà interessato da un investimento intorno ai 4 milioni di euro grazie a circa 40 cantieri che verranno aperti dagli acquirenti degli immobili dei due borghi fantasma aderenti al progetto Case a 1 euro.

OLLOLAI, Sardegna. Anche il comune di poco più di mille abitanti in provincia di Nuoro ha l’obiettivo di restaurare, ristrutturare e riutilizzare il patrimonio edilizio per ripopolare le abitazioni abbandonate.

SAMBUCA, Sicilia. Dopo il successo del primo bando Case a 1 euro il comune in Provincia di Trapani eletto nel 2016 “Borgo dei Borghi”, lancia un nuovo bando intitolato Case a 2 euro. Il Municipio di Sambuca metterà il vendita circa 15 o 16 case di proprietà del comune col metodo dell’asta, il prezzo di partenza sarà 2 euro.

LECCE NEI MARSI, Abruzzo. Il piccolo paese si trova nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Abitato da circa 1700 abitanti nella provincia dell’Aquila, ha accettato la donazione di privati di vari immobili vecchie case, a volte diroccate e senza più mercato. Al momento non ci sono notizie di immobili disponibili.

CANTIANO, Marche. Un piccolo paese di origini medievali, inserito in un contesto naturalistico e paesaggistico di grande bellezza, alle pendici del Monte Catria riconosciuto dal Touring Club Italiano con la Bandiera Arancione, ha aderito al progetto per recuperare e valorizzare il patrimonio immobiliare esistente

Confcommercio: “Le spese obbligate incidono per quasi il 44% sul totale dei consumi delle famiglie”.

La crisi del 2020 e gli effetti dell’emergenza Covid si fanno sentire sui bilanci familiari con una compressione delle spese libere e un aumento di quelle obbligate che incidono per quasi il 44% sul totale dei consumi delle famiglie (il livello più alto dal 1995) arrivando a pesare per oltre 7.000 euro l’anno pro capite.

Tra le spese obbligate, la voce abitazione è quella che incide maggiormente arrivando a ‘mangiarsi’ tra affitti, manutenzioni, bollette, e smaltimento rifiuti oltre 4.000 euro pro capite; all’interno dei consumi commercializzabili (9.095 euro pro capite nel 2020) la componente principale è rappresentata dai beni con una quota sul totale consumi in lieve aumento (dal 38,4% del 2019 al 40,6%), mentre i servizi interrompono la costante crescita dal 1995 con un brusco calo nell’ultimo anno dal 21% al 15,6%; per la prima volta dal 2007, si spende più per gli alimentari che per i servizi. Questi, in sintesi, i principali risultati che emergono da un’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio sulle spese obbligate delle famiglie tra il 1995 e il 2020.

Il tradizionale aggiornamento al 2020 della scomposizione dei consumi delle famiglie tra spese obbligate e spese commercializzabili è largamente influenzato da quanto accaduto negli ultimi mesi. La profonda crisi del 2020 ha amplificato la tendenza di lungo periodo ad una compressione delle spese determinate dai gusti e dai desideri delle famiglie consumatrici a vantaggio delle spese per le quali si ha poca, o nessuna, libertà di scelta. Allo stesso tempo ha interrotto la progressiva terziarizzazione dei consumi.

I servizi commercializzabili, che tra il 1995 ed il 2019 avevano registrato una costante e significativa espansione della quota di spesa, stanno conoscendo in questi mesi un brusco regresso. Si stima che in un solo anno la quota di consumi ad essi destinata sia scesa dal 21% al 15,6%. Da questi servizi passa la maggior parte dei consumi su cui si costruisce il proprio benessere economico.

I beni commercializzabili, al cui interno rientrano gli alimentari ed i prodotti per la comunicazione che in molti casi sono stati funzionali allo svolgimento dell’attività lavorativa ed al mantenimento di rapporti sociali ed hanno conosciuto un aumento dei volumi acquistati, hanno sperimentato un incremento dell’incidenza salita al 40,6%. Dato che è peraltro rappresentativo di situazioni molto articolate, come segnala la forte compressione per gli acquisti di autovetture e per l’abbigliamento e le calzature.

In termini di spesa pro capite, espressa a prezzi 2020, le famiglie destinano 7.070 euro per sostenere le spese incluse nell’area dei consumi obbligati. Il dato, ovviamente inferiore a quello del 2019, è rappresentativo di una riduzione meno accentuata rispetto alle altre spese. Questo elemento, prosegue Confcommercio, ha portato ad una incidenza di questi consumi sul totale delle spese al 43,7%, tre punti percentuali in più rispetto allo scorso anno.

Per quanto riguarda molte delle spese obbligate, i relativi prezzi si formano sovente in regimi regolamentati e, comunque, in mercati scarsamente liberalizzati. Ciò si è riflesso in una perdurante pressione inflazionistica che toglie risorse ai consumi più genuinamente oggetto di scelta.

Pd e 5 stelle, la coalizione merita di più.

Sull’alleanza organica, storica o strutturale tra il Partito democratico e i 5 stelle si sono già dette molte cose. Certo, siamo ormai abituati alle piroette dei 5 stelle e ai cambiamenti repentini e senza alcun approfondimento politico della loro prospettiva politica. Ma, del resto, questo fa parte della loro natura populista e demagogica. Del resto, è curioso che dalla piattaforma Rousseau si ratifica un cambiamento radicale del progetto politico – mi riferisco, soprattutto, alla volontà di stringere alleanze definitive ed irreversibili e nel caso specificità con il Pd – e, al contempo, a livello locale e regionale si continua a correre da soli in virtù di una purezza ormai del tutto anacronistica e singolare. Ma tant’è.

Francamente stupisce molto di più il comportamento del Pd, o perlomeno della stragrande maggioranza di quel partito. Ovvero, la piena ed immediata adesione alle indicazioni emerse da una piattaforma privata e dopo una consultazione che avviene alla vigilia di Ferragosto.

Una adesione, e una condivisione, che nell’arco di pochi giorni viene
immediatamente messa in discussione dagli stessi proponenti attraverso ragionamenti – si fa per dire -, interviste e prese di posizione dove non si capisce mai dove inizia la
convenienza e dove finisce il tatticismo di giornata. Ma anche qui, è inutile approfondire
ulteriormente la questione, visto e considerato che la politica contemporanea non è più
sintonizzata lungo i canoni della prospettiva e della progettualità a lunga scadenza ma vive e si nutre di tatticismo, di contingenza quotidiana e, soprattutto, di convenienza
momentanea. Ecco perchè dopo una simpatica e del tutto casuale consultazione
ferragostana sulle alleanze del futuro di un partito di governo, seppur radicalmente priva di alcuna discussione, di confronto, di dibattito e di approfondimento politico, culturale e
programmatico, difficilmente può decollare una vera, autentica e credibile strategia delle
alleanze a lungo termine.

Altro tema riguarda, invece, il Partito democratico. Un partito che, almeno sulla carta,
dovrebbe costruire la sua cultura delle alleanze attraverso un percorso politico e di
contenuti fondato sul confronto, sul coinvolgimento popolare e sul dibattito tra le diverse
componenti. Purtroppo, e forse in ossequio al verbo populista e demagogico dei 5 stelle,
tutto ciò non è stato possibile. Ma, comunque sia, una seria e credibile cultura delle
alleanze non può prescindere da un serio dibattito politico e culturale.

È sufficiente scorrere le varie fasi politiche e storiche che hanno caratterizzato e scandito la vita politica italiana per rendersi conto che sul capitolo delle alleanze le casualità e le improvvisazioni, di norma, rappresentano una eccezione e non la regola. Perchè è proprio su questo versante che entrano in gioco i valori, le culture politiche, i programmi, i contenuti e quindi le prospettive politiche dei vari soggetti campo. Per dirla con una sola parola, entra in gioco la credibilità e la serietà della politica. C’è da augurarsi che da parte delle forze politiche che non sono ispirate dal solo populismo da un lato e che non rispondono solo e soltanto alla cifra di un partito personale e del capo dall’altro, ci sia un ravvedimento su questo terreno. Anche perchè risponde alla natura dei partiti democratici, costituzionali e che non si rassegnano alla deriva populista, demagogica e autoritaria.

Ma c’è anche un altro aspetto che merita di essere ricordato quando si parla di alleanze e di cultura delle alleanze. E cioè, come evitare che la cifra del trasformismo diventi la nuova stella polare che orienta e disciplina il comportamento delle forze politiche italiane. Del resto, abbiamo la controprova che proprio il trasformismo è diventato l’elemento decisivo che giustifica le piroette, i cambiamenti, le capriole improvvise e la smentita più radicale di tutto ciò che, nel caso specifico, si era detto e giurato e sollennemente proclamato sino a pochi giorni prima.

È per questo semplice motivo che la politica delle alleanze, per dirla con i grandi statisti
del pensiero cattolico democratico, merita di non essere scambiata e contrabbandata
come una semplice variante del tatticismo e posizionamento quotidiano. Costruire le
alleanze è un’altra cosa. Almeno per quei politici, per quei partiti e per quelle comunità
politiche che non si fanno incantare dalle sirene di una maldestra modernità e del tutto
effimere.

La sfida di Draghi

Linguaggio semplice, schematico, insistente sui punti cardini della sua comunicazione: si è svolta così la magistrale comunicazione di Mario Draghi al consueto Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini. Ha dato dimostrazione che le persone che hanno una grande preparazione scientifica, con ampia esperienza, ed autonomia delle grandi personalità, possono comunicare efficacemente senza retorica, senza diffondersi nel sostenersi nella comunicazione con nozioni tecniche, sostanzialmente comunicando in modo asciutto.

Alcuni commentatori hanno detto che la sua relazione è stata efficace ma banale nelle indicazioni, ma non è così. Mario Draghi al meeting è riuscito ad esprimere il meglio della cultura economica e politica, legata saldamente a quell’umanesimo che fa del pensiero sociale europeo un riferimento indispensabile per combattere il populismo e l’economia non governata dalle esigenze di progresso utile al destino dell’uomo. Insomma con il suo discorso, più che dare degli avvertimenti al governo come scrivono taluni giornali, ha voluto appellarsi a favore di tutti i governanti e soggetti sociali che hanno intenzione di accettare le sfide odierne mondiali, europee, italiane. Innanzitutto ha spiegano che i cambiamenti veri avvengono con la individuazione di una idea che matura prima dello sviluppo dei problemi, o almeno concomitante, con una filosofia di fondo sorretta dal coraggio indispensabile per saperla piegare agli eventi.

Non per caso ha ricordato De Gasperi, Adenauer, Schuman, quali soggetti attivi nella ricostruzione del dopoguerra e nella edificazione dell’Europa, che oggi soprattutto alla luce della esperienza della pandemia, deve progredire riscrivendo i patti sinora utilizzati ed affrontando l’ultimo nodo rimasto per far progredire il vecchio continente: un autonomo bilancio autonomo reso stabile da una propria fiscalità. Altro caposaldo del ragionamento ha riguardato la riscrittura di un nuovo ordine giuridico mondiale che recuperi il terreno perso sull’ambiente, sul rispetto della dignità dell’uomo, delle regolazioni della finanza. Giustamente ha indicato proprio nei paesi più potenti del mondo, USA e Cina, i responsabili dei passi indietro fatti rispetto i trattati internazionali, sui temi cruciali della protezione dell’ambiente, sulle regolazioni dei commerci internazionali, sulle regolazioni sul potere finanziario che vanno aggiornate e riscritte. Poi, sulle questioni di casa nostra, ha insistito su due punti delicati e decisivi per la ripresa dello sviluppo: concepire il debito solo come occasione di investimento capace nel ciclo del suo impiego e resa di ammortizzare il debito stesso, con l’aggiunta di guadagni utili a rimettere in moto il regolare svolgersi dello sviluppo economico; la istruzione e formazione quali ambiti, i più potenti, per dare gambe e fiato alla corsa per conquistare mete necessarie per rilanciare con la qualità le produzioni industriali e dei servizi italiani nella competizione globale.

Giustamente ha più volte messo l’accento sul ‘debito buono’ che prenda il posto dal ‘debito cattivo’, quale presupposto decisivo per risparmiare al paese il baratro. Certo, non ha dato ne pagelle, ne indicato esperienze negative in particolare; ma tutti sappiamo che i debiti cattivi, anche se in questi ultimi tempi sono cresciuti sensibilmente, sono stati imposti da politiche elettoralistiche, almeno da più di vent’anni. Credo che le parole pronunciate da Mario Draghi lasceranno il segno, almeno per quelle realtà culturali di buona volontà, che intendono dare battaglia per riportare la nostra comunità nel sentiero della solidarietà e della buona economia, della buona politica perché orientata al dialogo e non alla contrapposizione, dell’amore verso il prossimo nel tendergli la mano nel bisogno facendogli posto a tavola, per chi crede che l’Europa, nella propria costruzione finale, possa offrire prospettive di benessere agli europei, ma anche agli altri popoli che invocano democrazia e libertà , soggetti come sono a regimi dittatoriali.

Un messaggio per ieri e per oggi

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Fernando Chica Arellano

Dal 22 al 25 agosto 1968 Paolo VI realizzò una visita in Colombia in occasione della celebrazione del XXXIX Congresso eucaristico internazionale a Bogotá e della seconda Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano che si tenne a Medellín, dopo essere stata inaugurata dal Santo Padre a Bogotá.

Il benefico apporto di Montini nel suo pellegrinaggio in questa nobile nazione latinoamericana rappresenta una bussola per la comprensione del suo magistero sociale. In effetti, le sue parole sono un’applicazione della sua enciclica Populorum progressio (26 marzo 1967) e, al tempo stesso, una preparazione all’insegnamento successivo del Pontefice espresso in scritti tanto significativi come l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (8 dicembre 1975).

La lettura distesa degli interventi dal Papa in Colombia offre chiavi di discernimento e di azione che hanno conservato tutta la loro rilevanza e luminosità. Mi sembra importante ricordare qui alcuni punti del ponderato pensiero di questo insigne pastore espressi in quel viaggio apostolico. Sebbene siano trascorsi più di cinquant’anni da quando le ha pronunciate, le sue parole non sono state scalfite né dal tempo né dalla distanza. Sono lezioni valide e opportune per il momento presente.

No alla forza delle armi e alla corsa agli armamenti

Sull’aereo appena decollato da Roma, all’alba del 22 agosto, il Papa fece riferimento all’occupazione di Praga (Cecoslovacchia) da parte delle truppe dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati del Patto di Varsavia, ad eccezione della Romania. Affrontò il tema anche nel messaggio agli inviati della stampa, radio e televisione (23 agosto), occasione in cui chiese ai governi di fare il necessario per arrestare la corsa agli armamenti e destinare i fondi erogati ad alleviare i grandi problemi che affliggono i popoli. E durante la messa per i campesinos, i lavoratori della terra, (23 agosto) non omise di dire chiaramente che ogni forma di violenza è contraria allo spirito cristiano e ritarda il compimento delle aspirazioni di giustizia.

Paolo VI riteneva che lui stesso, i pastori della Chiesa e ogni battezzato devono essere sempre apostoli della pace e promotori del dialogo e dell’intesa reciproca. Non si stancava di esortare tutti a lottare instancabilmente per instaurare la concordia nel mondo. Si può dire che questa fu una delle convinzioni più profonde del santo Pontefice, che espresse in molteplici modi durante il suo ministero petrino.

Purtroppo l’anelito di Montini non è restato circoscritto all’epoca in cui ha vissuto. Ancora oggi la fabbricazione e il commercio delle armi continuano a seminare il panico, ritardando lo sviluppo dei popoli e condannando le nazioni alla prostrazione e alla schiavitù. Per questo non sorprende che Papa Francesco non smetta di levare la sua voce esortando ad arrestare la corsa agli armamenti e a investire invece sulla pace e sulla solidarietà, finanziando non un’industria che genera morte, ma quei bisogni elementari che tanti nostri fratelli, per la loro povertà, non possono soddisfare.

Trasformare il mondo con la forza del Vangelo

Paolo VI affrontò il tema dello sviluppo dei popoli soprattutto nella sua omelia del 23 agosto, durante la messa celebrata in occasione della Giornata dello sviluppo. Nel ricordare che bisogna trasformare l’amore nel principio di rinnovamento morale e di rigenerazione sociale dell’America latina, il Papa invitò a tradurre “concretamente” questo amore in ogni attività atta a favorire la promozione integrale dell’uomo e dei popoli: alfabetizzazione, educazione, formazione professionale, formazione della coscienza civile e politica.

Sottolineò che il dinamismo della fede, tradizionale e rinnovata, deve risvegliare sempre più il senso di fraternità e di collaborazione armoniosa per una costante convivenza pacifica, e promuovere e consolidare gli sforzi per il progresso ordinato e l’equità, conformemente ai principi di giustizia e di carità cristiane (cfr., Discorso nell’incontro con il presidente della Repubblica, 22 agosto).

Parimenti, nel discorso pronunciato nella residenza del capo dello Stato (23 agosto), il Papa parlò della missione della Chiesa nella formazione dei cittadini, nell’insegnamento dell’etica e della morale, nella tutela dei diritti di libertà e di giustizia e nel costante invito alla responsabilità sociale di tutti.

Ancora più esplicito fu nel discorso in occasione dell’inaugurazione della seconda Conferenza dell’episcopato latinoamericano, dove fece riferimento alla dimensione sociale dell’evangelizzazione che esige la formazione di sacerdoti, religiose e laici nelle principali linee della dottrina sociale della Chiesa, ed esortò a un compito evangelizzatore più deciso e coraggioso di fronte ai grandi problemi che affliggevano — e continuano ancora a straziare — i popoli latinoamericani.

Anche oggi è necessario promuovere il rinnovamento della fede, affinché ci sia chiara consapevolezza che l’impegno dei cattolici deve includere i più svariati ambiti della vita umana e delle culture. La Chiesa non può in alcun modo sottrarsi al suo impegno con le realtà temporali, poiché esso è parte irrinunciabile dell’annuncio del Vangelo.

Adoperarsi con coraggio per l’equità sociale

La vicinanza del Papa ai più bisognosi, alle popolazioni rurali e agli operai si espresse in modo evidente in diversi momenti del suo pellegrinaggio in Colombia; le sue parole per loro sono forse le più energiche e incoraggianti. Rivolgendosi ai campesinos (23 agosto) ribadì che la Chiesa sta dalla parte degli indigeni e che non può smettere di ascoltare le loro afflizioni e sofferenze, perché rappresentano Cristo stesso. Aggiunse che il compito della Chiesa consiste nel consolidare i principi dai quali dipendono le azioni per porre rimedio alla miseria di tanti, annunciando così sempre la dignità umana e cristiana dei più bisognosi. La Chiesa non può rinunciare alla denuncia delle disuguaglianze economiche tra ricchi e poveri e, di conseguenza, deve promuovere iniziative e programmi per lo sviluppo integrale e il bene di tutti.

Montini esortò i governi dell’America latina e di tutti i Paesi ad affrontare con prospettive ampie e coraggiose le riforme atte a garantire ai loro popoli un ordine sociale più efficiente. In particolare, ricordò l’imperativo di accelerare una riforma agraria per far sì che i più negletti possano godere dei beni produttivi, ridistribuendo il possesso e l’uso delle terre.

Ma pure in questo ambito Paolo VI invocò la solidarietà tra le nazioni, anche con proposte concrete. Chiese, per esempio, di aprire al commercio internazionale vie più facili, al fine di favorire i Paesi ancora privi di sufficienza economica. A tale proposito, indicò come principio fondamentale il fatto che la ricchezza deve stare al servizio dell’uomo (cfr. Omelia della Santa Messa per i campesinos, 23 agosto).

Quanta urgenza e quanto bisogno abbiamo oggi di globalizzare la solidarietà! Ascoltare questi moniti e metterli in pratica diventerebbe l’antidoto contro il consumismo egoista e la cultura dello scarto che privano i più bisognosi di cibo, di acqua e dell’essenziale per sopravvivere e godere di condizioni di vita dignitose.

Durante il suo soggiorno in Colombia, il Pontefice prese le difese dei diseredati, dei più sfortunati, di quanti aspirano alla giustizia, a una vita dignitosa, alla libertà, al benessere e al progresso. Mostrò così alla Chiesa e al mondo che quanti vengono colpiti dal dolore e dalla mancanza di risorse non possono essere esclusi dalle loro preoccupazioni e sollecitudini. Se Cristo fu particolarmente vicino ai più bisognosi, i suoi discepoli devono imitarlo andando incontro agli esclusi della terra, a quanti conoscono solo la solitudine, la penuria e le lacrime.

Nell’attuale congiuntura, tanto segnata dalla crisi, la disoccupazione, la fame e altri iniqui flagelli, i discorsi pronunciati dal Papa in quel viaggio appaiono particolarmente attuali. Sono davvero uno sprone a mostrare che la solidarietà è virtù obbligata nel momento presente. Sono un ricco vivaio di suggerimenti pratici, iniziative effettive e inviti alla fraternità, per non farci cadere nell’indifferenza se ci lasciamo trascinare dall’incuranza. Al contrario, scuotono la nostra coscienza affinché, anche ai nostri giorni, uniamo forze, sommiamo idee e forgiamo alleanze per soccorrere gli ultimi, quanti non incontrano nel loro cammino una mano tesa per aiutarli, motivo per cui restano indietro, accantonati in un amaro presente e senza possibilità di affrontare il futuro con fiducia. In tal senso, il pensiero montiniano è sempre un valido collirio per rigenerare i nostri occhi perché non restino velati dinanzi ai problemi altrui. Senza questa visione d’insieme, generosa e incoraggiante, cresce l’autoreferenzialità e si spegne la speranza dei più deboli e bisognosi. Seguendo questi insegnamenti del Papa, invece, è possibile scoprire modelli incisivi affinché la Chiesa continui, a partire dall’amore di Dio, a compiere la sua missione di redenzione delle persone e dei popoli, specialmente di quelli più dimenticati. È quindi prioritario che oggi interiorizziamo e accogliamo nuovamente il messaggio sociale di Paolo VI. Il suo contenuto è un faro di luce in un tempo così difficile e convulso com’è il nostro.

 

Controesodo, vacanze finite per 3 italiani su 4

Con il controesodo si concludono le vacanze estive per quasi tre italiani su quattro (73%) che hanno scelto di andare in vacanza nell’estate 2020 anche se non mancano quanti sono in partenza per fine agosto e settembre. E’ quanto emerge dal bilancio stilato da Coldiretti/Ixe’ in occasione del weekend di controesodo estivo da bollino rosso secondo l’Anas.

Sono 21,1 milioni gli italiani che – sottolinea la Coldiretti – hanno deciso di concedersi almeno un giorno di vacanza fuori casa nel mese di agosto dell’estate 2020, con un calo dell’11% rispetto allo scorso anno a causa dell’emergenza coronavirus. Con l’emergenza sanitaria quest’anno si è rafforzata l’abitudine tutta nazionale a concentrare le partenze nel mese di agosto che è stato di gran lunga il più gettonato dell’estate ma anche quello che ha fatto segnare il calo minore delle presenze nazionali dopo il crollo del 54% a giugno e del 23% a luglio.

Il timore del virus e la volontà di attendere un miglioramento della situazione ha portato, infatti, molti turisti a rimandare il più possibile la partenza. L’Italia quest’anno è di gran lunga la destinazione preferita che – continua la Coldiretti – è scelta come meta dal 93% rispetto all’86% dello scorso anno. Un incremento significativo che non compensa tuttavia un mese di agosto praticamente senza gli 8 milioni di viaggiatori stranieri in Italia che lo scorso anno secondo elaborazioni Coldiretti su dati Bankitalia avevano pernottato Italia, a causa dalle preoccupazioni crescenti e dei vincoli alle frontiere resi necessari per affrontate l’emergenza coronavirus. L’assenza di stranieri in vacanza in Italia pesa soprattutto sulle città d’arte che risentono più notevolmente della loro mancanza ma – sottolinea la Coldiretti – gli stranieri prestano anche particolare attenzione alla qualità dell’alimentazione per la quale destinano una quota elevata della spesa durante la vacanza.

Se la spiaggia – spiega Coldiretti – resta la meta preferita, tiene il turismo in montagna e quello di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori nelle campagne italiane, in alternativa alle destinazioni turistiche più battute, mentre crollano le presenze nelle città. Tra gli svaghi preferiti accanto ad arte, tradizione, relax e puro divertimento, la ricerca del cibo e il vino locali è diventata il vero valore aggiunto delle vacanze Made in Italy nel 2020 con circa 1/3 del budget destinato proprio all’alimentazione per consumi al ristorante o per l’acquisto di souvenir, secondo la Coldiretti.

La maggioranza degli italiani per le vacanze – continua la Coldiretti – ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche campeggi con i camper molto gettonati mentre sono in sofferenza gli alberghi. Anche in vista di settembre, segnali positivi nonostante le difficoltà ci sono sicuramente – precisa la Coldiretti – per le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che, spesso situate in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza secondo Terranostra e Campagna Amica.

Lesbo, Medici senza frontiere: “Condanniamo gli attacchi contro strutture mediche a Moria”

Violente proteste anti-migranti sono esplose, nei giorni scorsi, davanti al campo di Moria in occasione della visita del presidente greco, sull’isola per inaugurare una nuova struttura medica governativa per il Covid-19. Gli scontri hanno coinvolto anche la clinica pediatrica di Medici Senza Frontiere.

Questa la dichiarazione di Marco Sandrone, capo progetto a Lesbo:

Condanniamo con forza i violenti attacchi di ieri alla propria clinica pediatrica e la nuova struttura governativa per il Covid-19 davanti al campo di Moria, dove un gruppo di contestatori anti-migranti manifestava contro la visita del presidente greco per inaugurare la struttura per il Covid-19.

Durante le proteste, è stato appiccato un incendio davanti alla clinica pediatrica di MSF, spento poi dal nostro personale, mentre un piccolo gruppo di contestatori urlava e minacciava le nostre équipe, lanciando pietre contro la clinica dove circa 50 membri del nostro staff erano al lavoro per curare donne e bambini del campo di Moria. Per fortuna nessuno è rimasto ferito, ma sia il nostro personale che i pazienti hanno corso seri rischi e le nostre cure sono state ostacolate dal caos che ne è seguito.

In che mondo viviamo, se vengono tirate pietre contro bambini e donne incinte mentre ricevono cure mediche? Le nostre équipe sono state costrette a lasciare l’area a bordo di bus; è assolutamente inconcepibile che attacchi del genere possano verificarsi in qualunque contesto.

Da qualche tempo assistiamo all’aumento di comportamenti aggressivi nei confronti di richiedenti asilo e rifugiati, mentre organizzazioni umanitarie e volontari vengono ripetutamente presi di mira semplicemente per aver cercato di fornire assistenza a gruppi vulnerabili a Lesbo. Questo incidente è un sintomo maligno che deve essere affrontato subito.

Chiediamo alle autorità di prendere tutte le misure necessarie contro la sempre più diffusa retorica anti-migranti, le aggressioni e la violenza che circolano a Lesbo, e di agire immediatamente per fermare chiunque attacchi gli attori umanitari impunemente.

Il lato green del festival di Spoleto

l Festival ha adottato per questa edizione una serie di misure finalizzate a intraprendere azioni concrete per la tutela dell´ambiente e la sostenibilità della manifestazione.

Oltre ad una maggior responsabilizzazione rispetto all’assunzione generale di comportamenti virtuosi per la riduzione degli sprechi e dei rifiuti prodotti, sono state introdotte alcune novità per un Festival sempre più eco-sostenibile: energia elettrica green 100% per la messa in scena degli spettacoli; vendita di gadget sostenibili, quali le borracce e le mug in alluminio, e di gadget prodotti con materiali riciclati; utilizzo di mascherine lavabili; collocazione, presso Palazzo Mauri, punto info e vendita del merchandising della manifestazione, di un erogatore Mabi di Acqua Si, che spilla acqua microfiltrata naturale e frizzante, riducendo così il ricorso alla plastica e favorendo il riuso di bottiglie e contenitori.

Inoltre le scuole partecipanti al progetto scolastico “Il Festival Siamo Noi” saranno premiate con i giochi della linea play bio di Quercetti.

Covid, Bassetti: “Tocilizumab e cortisone funzionano”

“E’ stata pubblicata l’esperienza dell’ospedale Policlinico San Martino di Genova e del gruppo GeCovid sull’uso precoce del tocilizumab e del cortisone nel trattamento del Covid-19.

Questi farmaci sono stati in grado di ridurre la mortalità e migliorare la prognosi”.

Lo scrive su Facebook Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive dell’ospedale San Martino.

“Sono veramente orgoglioso di questo gruppo di ricerca fantastico, che ha prodotto ad oggi oltre 20 articoli scientifici su vari aspetti della patologia da Sars-CoV-2, pubblicati su riviste peer-reviewed. A Genova curiamo i malati, facciamo ricerca e pubblichiamo ad altissimo livello. Fatti e non parole”, conclude l’infettivologo.

Cartabia e Draghi, le radici e le ali

Il 18 agosto u.s. in due consessi diversi, la Prof.ssa Marta Cartabia, Presidente della Corte Costituzionale e il Prof Mario Draghi ex Governatore della Banca d’Italia ed ex Presidente della BCE , hanno dato prova della loro autorevolezza istituzionale ,esprimendosi su due tematiche di alto profilo culturale e lo hanno fatto con rara competenza e pertinenza di trattazione: nell’anno in cui si ricorda un secolo dalla scomparsa del filosofo e sociologo Max Weber si potrebbe senza piaggeria affermare che hanno saputo interpretare al meglio il concetto di  “lavoro intellettuale come professione”, quel Beruf weberiano, appunto, che è sintesi di capacità, motivazione e vocazione.

Ciò che in gergo attuale potrebbe esprimersi come know how, un mix vincente di “essere, sapere e saper fare”.

La Presidente Marta Cartabia ha tenuto la lectio magistralis all’annuale convegno di Pieve Tesino della Fondazione Alcide De Gasperi, Presieduta dal Prof. Giuseppe Tognon, sulla figura dell’illustre statista trentino, la cui grandezza è testimoniata dalla autorevolezza della sua guida politica e dalla rettitudine morale che lo caratterizzava, che vengono rinnovate e raccolte continuamente con nuovi studi che alimentano una già sterminata bibliografia.

“Costituzione e ricostruzione”: il titolo della relazione ma anche il senso di un percorso di coerenza e continuità di cui De Gasperi fu indiscusso protagonista, non “un “ politico ma “il” politico a cui l’Italia affidò la ripartenza del Paese dopo la seconda guerra mondiale e la sua riedificazione dopo le macerie, restituendogli senso e dignità, non dimentichiamolo, anche nel consesso europeo a partire dal famoso discorso alla Conferenza dei Parigi del 10 agosto 1946.

Una lectio magistralis esposta senza concedere mai una parola alla retorica, legata a doppio filo agli avvenimenti  della Storia e alla personalità dello statista, in un intreccio che lo rendeva un “tutt’uno”, come politico, cattolico, uomo di cultura nella vita pubblica e privata, testimoniando – non dobbiamo dimenticarlo – una assoluta coerenza con la sua vita anche quando questo gli era costato molto, compreso il carcere. Uno statista umile e coraggioso, che immedesimava nel suo agire l’idea del bene comune, l’interesse del Paese, con una visione lungimirante e dalle prospettive foriere di speranza, che solo il declino politico e morale del Paese e della politica dopo di lui hanno potuto, nonostante le sue illuminanti premesse,  travisare.

Confrontando la sua esperienza politica e il suo senso dello Stato con le irrilevanti pochezze del recente passato e del presente, riusciamo a capire quanto una guida retta, competente e responsabile  sia determinante per le sorti del Paese: trovo significativo che una altissima carica della magistratura , qual è la Presidente della Corte Costituzionale, abbia reso omaggio alla figura e all’opera di un uomo politico di siffatta statura morale, tanto sarebbe impossibile e imparagonabile il poterlo fare oggi, per qualsiasi uomo politico del presente, senza cadere nelle contraddizioni degli sconfinamenti e dei torbidi intrecci che legano giustizia e politica e tracciano una immagine deleteria del concetto di potere. Un forte richiamo all’uomo e al suo esempio, quello della Presidente Cartabia, che segnando un confine etico con un presente fondato sul servilismo, il doppiogiochismo, la selezione clientelare della classe dirigente del Paese, rilancia il coraggio di un uomo che seppe unire e coniugare la competenza non ostentata con l’esercizio della responsabilità intesa come servigio reso al Paese.

E come a dimostrare che la coerenza esprime una virtù che unisce le riflessioni “alte” (quelle che vanno lette, ascoltate e custodite come scrigni preziosi cui attingere insegnamenti per la vita) , ecco che quel coraggio Degasperiano diventa – nella sua relazione al Meeting di Rimini, lo stesso giorno, un passaggio cruciale per Mario Draghi, che cita lo statista quando nel 1943 “scriveva la sua visione della futura democrazia italiana”. Richiamando i cardini dell’azione politica e dei decisori delle sorti dell’umanità, che aveva esposto all’Università Cattolica di Milano, il giorno del conferimento della laurea honoris causa: “conoscenza, coraggio e umiltà”: “la conoscenza per cui le decisioni sono basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; l’umiltà di capire che il potere che hanno è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato”.

Guardando al presente e al futuro, alla crisi e alle speranze, sempre orientato ai valori etici dell’esempio che rendono la vita una lezione degna di essere appresa e resa di giorno in giorno migliore, ecco che dal cilindro di Mario Draghi spunta la centralità del tema generazionale: forse nessuno come lui ha maturato una esperienza così significativa nel consesso europeo da autorizzarlo a sfrondare tentennamenti e paure, incertezze e lusinghe demagogiche e populiste, mirando dritto al cuore del tema dominante della sua relazione: i giovani e il mondo che troveranno domani, che dovrà essere sostenibile, compatibile con l’ambiente, capace di utilizzare le risorse umane e finanziarie secondo un principio di moltiplicazione delle occasioni e delle possibilità di trovare lavoro, partecipare alla promozione del bene comune, crescere senza discriminare o dar luogo ad ingiustizie palesemente rinvenibili nel passato e rinnovate nel presente.

Ciò senza bypassare le angosce dell’oggi, legate al Covid 19,  che tormentano l’umanità e spingono verso lo sconforto e l’abbandono, in attesa di una sconfitta del virus ma senza dimenticare che si tratta di una storia che può ripetersi, visti i conflitti, i dubbi, le debolezze della scienza stessa di fronte ai destini imperscrutabili del mondo impreparato.

Per questo diventa centrale la scelta di mettere i giovani al primo posto di ogni scelta perseguibile.

Richiamando la centralità dei temi economici e l’imperativo della crescita, Draghi non ha disgiunto questi aspetti dal significato e dal fondamento etico che deve caratterizzare ogni azione umana.

Senza forse nominare questa parola, Marta Cartabia e Mario Draghi , hanno ricalibrato attorno al termine “valore” il senso della narrazione che unisce passato e presente e conferisce continuità alle azioni dell’uomo.

Le lezioni dei due autorevoli relatori non esprimono il luogo comune della retorica di Stato ma vanno assunte come “sintesi alte” di riflessioni di lunga deriva, meditate e significative.

 

Referendum, la vera posta in gioco

Tra un mese esatto avremo i risultati del referendum sul taglio del numero dei parlamentari, in cui pare scontata vittoria dei Sì.

Per parlarne ritengo utile fare un balzo indietro nel tempo. Quando Mariotto Segni propose il referendum per abolire le preferenze multiple e intercettò la voglia di cambiamento del popolo italiano, stanco di un sistema politico logorato dai tira e molla di potere che avevano trovato la loro sintesi nel famigerato CAF (Craxi, Andreotti, Forlani).

Eravamo nel 1991. L’opposizione comunista con la segreteria Occhetto stava compiendo i primi passi di un faticoso cambiamento – dal PCI al PDS –, necessitato dalla svolta epocale della caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, mentre la Lega Nord di Bossi cominciava a rappresentare un punto di riferimento per coloro che, nella parte più ricca e produttiva del Paese, ritenevano necessario “dare il giro al tavolo” del sistema. Solo nel successivo febbraio 1992 sarebbe scoppiato il bubbone di Tangentopoli, e il malessere dell’elettorato trovò proprio nel referendum l’opportunità di esprimersi. Oltre il 95% del corpo elettorale (62% degli aventi diritto, malgrado – o proprio per – l’invito di Craxi di disertare le urne e “andare al mare”) fece trionfare il quesito referendario, che aprì di fatto la porta all’epoca del maggioritario e della cosiddetta Seconda Repubblica.

Ovviamente non fu l’inconsistente Mariotto a beneficiare del risultato: sarebbe stato Berlusconi a raccogliere i frutti di quella crisi politica e a caratterizzare il successivo ventennio. Va sottolineato il consenso bulgaro ottenuto da una proposta che, paradossalmente, toglieva al cittadino elettore un pezzo importante di potere e responsabilità: la scelta diretta dei propri rappresentanti. Poche voci allora si levarono per il No, paventando i rischi di una progressiva perdita di democrazia (lo feci in un intervento sul giornale per cui scrivevo da anni: l’editore però era folgorato dal “nuovismo” di Segni e venni messo alla porta…).

Da allora sistemi maggioritari sempre più tendenti alla Legge Acerbo (Porcellum e Italicum) e liste sempre più bloccate, con “nominati” al posto degli “eletti”. Ne è conseguito che deputati e senatori hanno perso il contatto con gli elettori, perché per il proprio destino politico è molto più importante la fedeltà al capo, che decide le liste, piuttosto che il consenso delle persone. Il servilismo fa premio rispetto al merito. Non stupiamoci quindi né dell’aumento costante dell’astensionismo né del progressivo scadimento delle istituzioni rappresentative. Fino a toccare il fondo con quei “miserabili” che hanno richiesto i 600 euro di bonus-Covid pur percependo lo stipendio da parlamentare.

In questa situazione, come non capire il punto di vista di chi intende votare Sì “perché fanno tutti schifo, ma se non altro ne manteniamo di meno”?

Qui sta la forza del Sì al taglio del numero dei parlamentari. Un Sì che pare destinato a vincere a mani basse, malgrado le buone ragioni per votare NO. Ne abbiamo già pubblicate tante, a partire dal nostro presidente emerito Guido Bodrato (“il taglio dei parlamentari è una minaccia per il pluralismo, garanzia di democrazia; è una minaccia per la democrazia liberale”), a quelle del quotidiano on-line Linkiesta (“Il No al referendum è un No al populismo, è un No ai demagoghi e ai sovranisti con le peggiori intenzioni”) e di Lorenzo Dellai (“se vinci con il populismo, è il populismo che vince”); da quelle espresse nella scheda critica dei giuristi del Centro Studi Livatino e dal costituzionalista Andrea Piraino (“il Sì favorirebbe ulteriori fenomeni di verticalizzazione del sistema politico-istituzionale e di consolidamento di una classe politica già di per sé ampiamente autoreferenziale”), alla presa di posizione delle Sardine, che dimostrano di essere un soggetto capace di autonoma analisi politica.

Non aggiungerò altre mie motivazioni, ritrovandomi in quelle espresse. Ma dovrebbe essere chiaro a tutti che il numero dei parlamentari è un falso problema.

Detto che ci pare preferibile una rappresentanza più diffusa (meglio un deputato ogni 100mila abitanti che uno ogni 160mila, come sarebbe se vincesse il Sì), ribadiamo che nessuno pone una pregiudiziale sui numeri, ma sulla qualità. In un Parlamento di nominati, non i 915 attuali, non i 600 che rimarranno con la vittoria del Sì, ma persino fossero ridotti a 60 sarebbero troppi. Per formare governi e prendere decisioni basterebbe il vertice dei capi partito: come in una riunione di condominio, ognuno portatore di tanti millesimi in rapporto ai voti ricevuti.

Questa non è una provocazione, ma il logico punto d’arrivo di una recessione antidemocratica determinata da leggi elettorali oltre il limite della costituzionalità, da partiti del capo, liste bloccate, nominati e conseguente svalutazione del Parlamento, svuotato di funzioni dall’abuso di decreti legge; e ora dal taglio dei parlamentari. Il prossimo passo di questa deriva sarà l’introduzione del vincolo di mandato e l’abolizione del voto segreto (con la motivazione di evitare il deprecabile trasformismo dei singoli deputati: è solo ammesso il trasformismo dei capi partito…). A questo punto, per alzare la mano a comando e convertire in legge i decreti, anche pochissimi parlamentari saranno una spesa inutile. Tanto, con questo simulacro di democrazia, basta che il corpo elettorale (anche una minoranza, peggio per chi si astiene…) si esprima ogni 5 anni votando (o televotando, magari sulla piattaforma Rousseau…) il proprio leader preferito nel teatrino mediatico.

Noi Popolari abbiamo una idea diversa di democrazia, quella plasmata nella Carta costituzionale da coloro che avevano combattuto per la libertà. Diffidiamo di chi predica il nuovo all’insegna del decisionismo, del primato dell’esecutivo, del presidenzialismo plebiscitario. Guarda caso Stefano Ceccanti, rappresentante principe di queste idee nel PD, si è esposto per il Sì al taglio dei parlamentari. Dopo la batosta al referendum Renzi-Boschi, di cui fu uno degli ispiratori, cerca adesso una facile rivincita sull’onda del populismo anticasta. Paradossale situazione, in cui l’esponente di una concezione elitaria di democrazia si sposa con il populismo della destra sovranista e antielitaria e con la demagogia anticasta dei 5 Stelle. Anche se questi ultimi, che paiono incapaci di mettere insieme un progetto organico, perseguono – scrive Domenico Galbiati – “una sostanziale umiliazione della democrazia rappresentativa per liberare il campo all’avanzata della cosiddetta democrazia diretta”, di fatto una pseudo-democrazia digitale guidata da una élite: come definire diversamente la Casaleggio & Associati?

E abbiamo un altro paradosso: i partiti populisti che hanno portato in Parlamento i rappresentanti più inetti e “miserabili” (leghisti e grillini quelli che hanno richiesto il bonus-Covid), e che quindi più hanno svalutato le Istituzioni, sono quelli che più si battono per il taglio dei parlamentari.

Penso di aver chiarito che c’entra poco il numero. Il vero nodo è la qualità dei rappresentanti del popolo. E la qualità si migliora solo con un taglio netto rispetto al recente passato e con il rilancio del fondamento democratico secondo cui sono i cittadini – e non i capi partito – a eleggere con le loro scelte i rappresentanti parlamentari. Allora sistema proporzionale, per garantire rappresentanza e reale inclusione dell’elettore, con scelta delle persone attraverso le preferenze.

Già alcuni anni fa scrivemmo che era necessario ridare slancio alla nostra democrazia malata attraverso un “lavacro del proporzionale”: trascorse altre stagioni politiche all’insegna del leaderismo mediatico e della demagogia, che hanno portato la credibilità della politica sotto il fondo del barile, il sistema rappresentativo incentrato sui partiti può rigenerarsi solo affidando la responsabilità delle scelte ai cittadini, “con rappresentanza proporzionale e preferenze. Senza trucchi e senza inganni”. Togliendo così la principale ragione dell’astensionismo crescente: la convinzione di non contare nulla.

La decisiva battaglia politica per salvare la democrazia rappresentativa disegnata dalla nostra Costituzione sarà quella per una legge elettorale che permetta al cittadino di avere rappresentanza scegliendo un partito e all’interno di quello le persone ritenute più meritevoli. Quindi proporzionale e preferenze. Rispetto al sistema in vigore nella Prima Repubblica si possono prevedere miglioramenti come circoscrizioni elettorali più piccole, per contenere le spese di propaganda dei candidati, e correttivi per favorire la governabilità come una ragionevole soglia di sbarramento (3-5%) e l’introduzione della “sfiducia costruttiva”. Questo è il cambiamento da perseguire, malgrado le resistenze di chi pensa di lucrare ancora rendite di posizione nei carrozzoni elettorali del maggioritario e dei partiti di volta in volta con il vento in poppa che, forti di neppure il 20% di consensi reali nel Paese, puntano ad accaparrarsi la maggioranza dei seggi in Parlamento grazie ad abnormi premi elettorali.

Adesso però c’è da affrontare un passaggio meno rilevante ma più insidioso per la tenuta della democrazia rappresentativa. Non mi faccio illusioni sul risultato. Malgrado le buone ragioni del NO credo che preverranno largamente i Sì. Rispetto alla vittoriosa battaglia referendaria del 2016 contro la riforma Renzi, che ribaltò in un mese sondaggi sfavorevoli, oggi le condizioni sono diverse. Allora al NO di chi, come noi, difendeva la democrazia rappresentativa disegnata dalla Costituzione si sommarono i voti dei partiti di opposizione che volevano far perdere al capo PD una battaglia decisiva. I sondaggi post elettorali svelarono che il 60% dei NO era composto da due terzi di voto politico antirenziano, grillino e leghista, e da un terzo (6 milioni) di “difensori della Costituzione”.

Questa volta invece c’è un fronte compatto dei partiti per il Sì: anche nel PD coloro che, in fondo in fondo, ammettono le ragioni del No si limitano a sussurrarle, per non disturbare troppo il manovratore, restio a legare il partito a una posizione politica “impopolare” e probabilmente perdente.

Noi, come Dellai, pensiamo invece che “ci sono buone battaglie che devono essere combattute”.

Chi vuole passare da un Parlamento di lacché a un Parlamento di “liberi e forti” cominci a votare NO al referendum populista sul taglio dei parlamentari. Sapendo che sarà solo l’inizio di una decisiva fase politica tutta da giocare. Anche mettendo in campo un nuovo soggetto politico.

Guida al discernimento nel cambiamento d’epoca

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

La scelta di un buon libro deve essere sempre oculata. Non può prescindere dal titolo, possibilmente accattivante, dal nome dell’autore, dai contenuti trattati e dalla notorietà acclarata di chi firma la prefazione, qualora rientrasse nella scelta editoriale. Ebbene, nel caso di «Una nuova innocenza», Oltre la pandemia. Per un mondo possibile, uscito da poco nelle librerie per i tipi di Intermedia Edizioni, queste condizioni sono ampiamente soddisfatte. Anzitutto per l’esplicito riferimento alla pandemia ancora in corso che ha sconvolto intere nazioni, non solo dal punto di vista sanitario, ma anche per i suoi drammatici effetti collaterali.

Ma la penna di Raffaele Luise, firma certamente ben accreditata nei circoli culturali e religiosi dell’Urbe e autore del commento pubblicato in questa stessa pagina, si spinge ben oltre la narrazione di quanto è avvenuto nel tempo della reclusione, quando, in Italia, le circostanze erano tali per cui era impedita ogni genere di relazione. Egli infatti ha il merito di aver sviluppato, con un linguaggio coinvolgente, a tratti addirittura in versi, poetico e comunque sempre armonioso, numerose considerazioni per sviluppare un’efficace ermeneutica di quanto sta ancora avvenendo sul palcoscenico della storia.

Siamo, in effetti, sulla linea di faglia tra un “prima” e un “poi”, non foss’altro perché il mondo, inteso come società globalizzata, sarà molto diverso da come lo abbiamo lasciato alla vigilia del coronavirus. Lo stesso Papa Francesco aveva prefigurato questo scenario: la nostra non è un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca. Si tratta di un nuovo corso che impone un cambiamento di mentalità, dunque una conversione interiore, nella consapevolezza che fin quando il “primo mondo” — quello di cui, nel bene e nel male, siamo parte integrante — era distante dalle periferie geografiche, quelle dei cosiddetti bassifondi della Storia, tutto era riconducibile a un’architettura del pensiero che legittimava le diseguaglianze.

Ma ora in cui un po’ tutti abbiamo appreso, per forza o con la ragione, che la caducità umana, nelle sue molteplici declinazioni, è trasversale nel perimetro della globalizzazione, sarebbe auspicabile andare al di là dei luoghi comuni, degli stereotipi, dei pregiudizi o più in generale di quegli atteggiamenti di chiusura che hanno sempre marcato le distanze tra i popoli. Non solo: ciò che l’umanità ha vissuto, un po’ a tutte le latitudini, in questi sconvolgenti mesi del 2020, non lascerà più nulla come prima.

Il messaggio è diretto e preannunciato con grande chiarezza nell’incipit della prefazione. Per inciso, non è frequente che un saggio sia accompagnato da un simile proemio a quattro mani di due illustri porporati: i cardinali Francesco Coccopalmerio e Walter Kasper. Facendo eco alle parole dell’autore, essi auspicano una decisa assunzione di responsabilità da parte di tutti, credenti e non credenti. E sì perché il covid-19 è stato e continua ad essere un segnale delle crescenti discrasie che attanagliano il nostro pianeta. Mentre una quota significativa della popolazione mondiale, soprattutto nei Paesi industrializzati, era reclusa nelle proprie abitazioni, la Nasa, attraverso i suoi satelliti, ha misurato un calo “significativo” dei livelli di inquinamento un po’ dappertutto: dalla Cina all’Europa. In molte località, grazie alle restrizioni imposte dalle autorità per contrastare la pandemia, sono crollati gli indici di inquinamento ambientale, soprattutto nei grandi centri abitati, per non parlare delle acque dei mari e dei fiumi che sono tornate ad essere limpide e cristalline come mai.

Certamente dobbiamo prendere sul serio la minaccia che viene dallo sfruttamento indiscriminato della natura, giudicando su questa base i comportamenti individuali e collettivi, compresa l’offerta politica. Urge un’economia radicalmente diversa da quella che continua a mettere in pericolo le bellezze del Creato. Servono modelli che affermino a chiare lettere le priorità dei diritti e delle tutele del lavoro sugli interessi di produzione e la sfrenata corsa alla massimizzazione dei profitti.

Soprattutto è necessario mettere in discussione il nostro modus vivendi, condizionato costantemente da pseudo bisogni indotti per moltiplicare in modo dissennato i consumi. Concetti che Papa Francesco, nel suo illuminato magistero, ha ben espresso nell’enciclica Laudato si’. Anche perché la natura, inutile nasconderselo, presenta il conto. Quello salatissimo che già paghiamo dovrebbe ammonirci perché è sempre più evidente che se non cambieremo registro il pianeta potrebbe tranquillamente fare a meno dell’uomo. Dovremmo tutti avere l’onestà intellettuale di comprendere che abbiamo un destino comune e che dunque non possiamo prescindere dai bisogni di ogni genere di alterità.

Una sfida che prim’ancora che essere sociale, politica o economica, è innanzitutto e soprattutto spirituale. Luise ha il merito, non solo di aiutare il lettore a volare alto nella comprensione di questo scenario inedito della pandemia, ma offre anche dei criteri per operare sano discernimento.

 

Google Duo si aggiorna.

Come annunciato dallo stesso colosso di Mountain View in un tweet pubblicato sull’account ufficiale @madebygoogle, sulle applicazioni mobile del servizio di videochiamate del colosso arriverà presto una nuova funzione che permetterà di sottotitolare in tempo reale i messaggi audio e video. La novità, svelata nelle stringhe di codice dell’app dalla sviluppatrice Jane Manchun Wong già lo scorso febbraio, si chiama Caption Messages (Sottotitoli) e potrà essere attivata direttamente dalle Impostazioni dell’app.

Ad ora la funzione non è ancora disponibile in Italia. Probabilmente verrà rilasciata nei prossimi giorni tramite un aggiornamento dedicato o un updati lato server. Un portavoce di Big G ha confermato ad Android Police che la nuova funzione sarà distribuita sia sui dispositivi con sistema operativo Android, che iOS.

I sottotitoli, come svelato negli scorsi mesi dagli sviluppatori di XDA, potranno essere utilizzati unicamente con i video e gli audio ricevuti e disponibili nella sezione segreteria telefonica.

Covid: scoperta rara complicanza neurologica

Tra le complicanze neurologiche che possono colpire alcuni pazienti contagiati dal coronavirus Sars-CoV-2 c’è anche la Miastenia gravis, una patologia che causa debolezza muscolare e affaticamento. I

Il rapporto, pubblicato sugli ‘Annals of Internal Medicine’ e segnalato anche su ‘Covid Reference International’ tra i Top 10 nel giorno della pubblicazione, descrive il caso di tre pazienti ricoverati tra Catania e Padova. Dopo essere stati colpiti da Covid-19, hanno cominciato ad avvertire sintomi di debolezza muscolare e disturbi nel movimento degli occhi. Le indagini neurologiche hanno portato alla diagnosi di Miastenia gravis. “Si tratta di una patologia autoimmune piuttosto rara nella quale l’organismo crea anticorpi che vanno a colpire la giunzione neuromuscolare, il punto di contatto dove i segnali elettrici dei neuroni vengono trasmessi alle fibre muscolari.

Il risultato è un difetto nella trasmissione nervosa, con conseguente debolezza a carico di uno o più gruppi di muscoli.

Il “non detto” di Mario Draghi.

L’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, a Rimini, martedì 18 agosto, ha inaugurato il meeting estivo di Comunione e Liberazione con un accorato discorso, applaudito nei giorni successivi in maniera pressoché unanime dal mondo della politica, dell’economia e del giornalismo italiani: “I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale (…) La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione. Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario (…) Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo (…).

Vengono in mente le parole della “preghiera per la serenità ”, di Reinhold Niebuhr che chiede al Signore: Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare (…). Un discorso importante, quello di Draghi, come importante è stata la narrazione di tutta la sua carriera. Da ragazzo studiò al Liceo Massimo dei Gesuiti, a Roma. Figlio d’arte (il padre Carlo lavorò in Banca d’Italia, nel 1922, poi per all’ Istituto per la Ricostruzione Industriale, ed infine alla Banca Nazionale del Lavoro) si laureò alla Sapienza (suo relatore di tesi fu Federico Caffè, a cui poi intitoleranno il dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre).

Un anno dopo la laurea entrò al Massachusetts Institute of Technology (USA) grazie alla mediazione del prof. Franco Modigliani, di illustre famiglia ebraica, poi Nobel per l’economia. Dopo il dottorato iniziò la carriera accademica, che lo portò ad ottenere importanti collaborazioni sia con il governo italiano, sia con importanti istituti economici, pubblici e privati. Membro del G 30, gruppo di finanzieri e accademici impegnati nello studio delle conseguenze economiche sulle dinamiche mondiali, Mario Draghi è stato da sempre vicino al mondo religioso, sia dal tempo in cui studiò presso la Compagnia di Gesù, sia nelle sue amicizie con importanti membri di Comunione e Liberazione (movimento cattolico laico fondato dal sacerdote Luigi Giussani nel 1954 nell’ambiente studentesco milanese) sia ebraico internazionale.

Draghi, inoltre, è stato insignito il 10 luglio 2020 da Papa Francesco del titolo di “membro” della Pontificia Accademia di Scienze Sociali. Per quanto l’accorato discorso a sfondo etico di Draghi sia apparso superlativo, paragonato al suo imponente vissuto non può  riflettere tutto ciò che avrebbe voluto e potuto dire. Lungi da me ipotizzare cosa una persona pensi, né strumentalizzare le sue parole. Tuttavia credo che Draghi, come anche Mario Monti o la tanto vituperata Fornero, al tempo, nei loro discorsi non abbiano potuto narrare una realtà di fondo che anima la crisi del nostro Paese. L’Italia, ed in senso più ampio l’Occidente (tenendo conto tutte le sfumature e le differenze fra Paese e Paese) hanno subito la prima, grande crisi della globalizzazione. A questa crisi economica è seguita una crisi della sicurezza (Isis) e una crisi sanitaria (Covid-19). Il nostro Paese in particolare si è caricato di una recessione costante, composta da molti fattori, tra i quali primeggia una spesa pubblica di grandi proporzioni. Masse oceaniche di immigrati entrano nel nostro Paese ma le aziende, sfruttando i vantaggi della globalizzazione, de localizzano all’estero, per pagare meno tasse. In tutto questo, in Italia, milioni di lavoratori sono sempre più precari. Il lavoro nero e le pensioni retributive sono parte di questa grande spesa pubblica.

Ma quello che personaggi come Draghi non possono dire – e non certo in pubblico – è che in Italia si è prodotto un cambiamento antropologico causato dall’eco degli anni ’50. L’illusione che saremmo vissuti per sempre in una società in cui tutti avrebbero avuto un posto fisso, di poca fatica, magari a 7 ore giornaliere, casa al mare e in montagna per le vacanze, ed una in città, tutte, naturalmente, di proprietà. Un boom economico post-guerra che ha illuso un po’ tutti, e che ha prodotto una classe giovanile ineducata al lavoro. Di lavoro ce n’è per tutti: ma non il lavoro che tutti desiderano. I lavoratori più giovani, non educati all’impegno, al sacrificio, al lavoro “in sé”, restano in casa dei genitori, non perché non possano permettersi un affitto o un mutuo, ma perché non hanno alcuna voglia di faticare per ottenerlo.

Stanno troppo bene. Coccolati e vezzeggiati, in ampia parte, da quei genitori che li discolpano di tutto, che li accompagnano all’università, ai colloqui di lavoro, che gli preparano il pranzo, gli rifanno il letto la mattina, gli pagano le vacanze (da cosa?) e li apostrofano come “poverini” quando vanno a lavoro, i giovani si trovano ad agognare un “posto” pubblico, sperando di passare dal parcheggio domestico a quello lavorativo. Milioni di ragazzi non ce la fanno a fare i camerieri, le badanti, i vigilantes, i lavapiatti, mentre altri loro coetanei che di voglia ne hanno (soprattutto quelli provenienti dalla provincia) ancora reggono, lavorando il doppio e dimostrando una lena non comune. Ma sono l’eccezione. Poi ci sono gli immigrati. Nel frattempo la filiera del lavoro privato, sia dipendente, sia imprenditoriale, è stato preso da lavoratori stranieri: arabi, indiani, ed altri che, dopo quindici, vent’anni di lavoro a 12 ore al giorno, oggi hanno non una ma due edicole, non uno ma tre bar, non una ma sei lavanderie. Sono imprenditori, perfettamente inseriti nella società economica italiana. E i ragazzi italiani?

I ragazzi, semplicemente, hanno fatica di lavorare. Non hanno più ambizioni, non hanno “fame”; quella fame che portò i loro nonni e bisnonni a costruirsi un avvenire. I figli non si fanno, non perché costino denaro, ma tempo. Senza lavoro, senza casa, senza figli. Questo è il quadro dei giovani italiani, completamente demotivati, impegnati nel cercare la colpa in “qualcun altro”, illusi di trovare un avvenire in Germania o in Inghilterra, come se un posto da cameriere non lo si trovi anche in Italia.

E infatti spesso tornano qui. I giovani e le giovani del nostro Paese non sono portati al lavoro, poiché, da un lato, hanno chi li foraggia (genitori e nonni); dall’altro lato, non sono pressati dal “ricatto morale” dei figli, di dover lavorare senza guardare l’orologio per campare tre, quattro, sei figli, come i loro predecessori. Se non c’è il ricatto di un prestito, di un mutuo, di un figlio, un posto fisso non serve, gli straordinari non si fanno, e alle ferie non si può rinunciare. Questo è un problema per l’economia. Ma questo Mario Draghi non può dirlo.

Modello una parola impegnativa da pronunciare

Modello ponte Morandi e …modello Mose, o Tav. Occorre spiegare di quali modelli si vuol discutere. Il vocabolo è una parola comune di genere maschile, che può essere accompagnata da aggettivi qualificativi, positivi o negativi.

Le parole impegnano molto quando vengono pronunciate: per esempio “frugali” i Paesi del Nord Europa, perché? Olanda è un paradiso fiscale e forse sarà bene non utilizzare più una espressione che sembra attribuire particolari virtù a quel Paese.

Peccato, perché l’Olanda è tra i fondatori dell’Europa e Rutte non è un modello rispetto ai suoi storici predecessori. Modelle sono tre donne al vertice dell’Europa: Christine Lagarde, Ursula von der Leyen e Angela Merkel. Quest’ultima e Macron sulle orme di
Adenauer e Schumann.

Conte, purtroppo non ha alle spalle un Paese coeso che lo faccia emulo di De Gasperi. Ma il modello dei Padri fondatori non è rispecchiato nell’eccesso di consumo di espressioni iperboliche per cui tutto è epocale, tutto è storico! Prudenza nel trionfalismo perché abbiamo già verificato come siano diventate poi fonte di marcasmo le fasi successive alle dichiarazioni entusiaste dal balcone di Palazzo Chigi o in Piazza
Montecitorio con forbicione e striscioni….

In Puglia un bonus matrimonio da 1.500 euro

Un bonus di 1.500 euro per chi deciderà di sposarsi in Puglia entro il 31 dicembre del 2020, sfidando la crisi generata dall’emergenza Coronavirus. È l’iniziativa di PugliaPromozione, agenzia regionale pugliese per lo sviluppo del turismo ed eventi.

Il bonus regionale è in favore delle sale ricevimenti e imprese del wedding, anche se a richiederlo dovranno essere gli sposi,

l bando, pubblicato il 17 agosto, può essere chiesto anche retroattivamente ed è valido per tutte le feste di matrimonio organizzate dal primo luglio al 31 dicembre 2020. Le domande possono essere presentate a partire dal 18 agosto fino al 10 dicembre e il budget complessivo del bonus si implementerà  in base al numero delle richieste.

 

 

Museo Diocesano ”San Matteo”: Le Madonne di Raffaello

Il Museo ha sede nello storico Seminario Arcivescovile, ultima sede della prestigiosa scuola medica salernitana, e accoglie al suo interno anche la Biblioteca e l’Archivio diocesani. L’impianto attuale rispecchia una fisionomia rigorosamente neoclassica assunta all’incirca dopo gli ultimi interventi del XIX secolo.

Il piano terra ospita una serie di sale che seguono lo sviluppo dell’ampio e luminoso quadriportico, che lo rendono fruibile per ogni tipo di evento e manifestazione.

Ora il Museo ospita, in occasione del cinquecentenario della morte di Raffaello, le celebri ”Madonne con bambino” ad opera di quattro artisti campani: Pertini Alfonso, Andrea Aliberti, Alessandro Granata, Antonio Gesualdi.

Una mostra omaggio con pregevoli riproduzioni delle opere a soggetto mariano di Raffaello, il quale dipinse capolavori assoluti come ”La Madonna del Cardellino”, dipinti in cui la figura della Vergine si erge monumentale davanti al paesaggio, dominandolo con leggiadria ed eleganza mentre di rivolge con gesti affettuosi al bambino.

Nel corso della mostra i visitatori potranno esprimere la loro preferenza in merito al dipinto più bello, sia visitando il Museo, sia attraverso il profilo Facebook del MudiSa, per poter decretare il vincitore rispettivamente del Premio visitatori e del Premio Social, a cui si aggiungerà il Premio Esperti assegnato da una giuria interna.

Food and Drug Administration sospende l’approvazione della terapia del plasma per Covid-19.

Negli Usa è in sospeso l’approvazione d’emergenza da parte della Food and Drug Administration (Fda) alla terapia del plasma per Covid-19. Alti funzionari sanitari a livello federale, fra cui top scientist come l’immunologo Anthony Fauci e il genetista Francis Collins, sono intervenuti invocando cautela, proprio mentre la scorsa settimana la Fda si stava preparando a rilasciare l’autorizzazione, secondo quanto riferisce il ‘New York Times’. Gli esperti sostengono che i dati che emergono dal più ampio studio del Paese sono al momento “troppo deboli”, è la ricostruzione riportata online dalla testata a stelle e strisce.

Il plasma ricco di anticorpi donato da persone guarite dalla malattia è considerato sicuro e il presidente Usa, Donald Trump, lo ha definito un “ingrediente meraviglioso” che scorre nelle vene dei convalescenti. Ma, dicono gli esperti, gli studi clinici non hanno dimostrato se il plasma può aiutare le persone a combattere il coronavirus.

Il quadro va ulteriormente approfondito per fugare ogni dubbio adombrato (alcuni studi non hanno rilevato benefici significativi). In questo momento, quindi, statistici dell’Fda stanno esaminando i dati per capire meglio quali fattori diversi dal trattamento potrebbero aver influenzato le risposte dei pazienti, come ad esempio un’assistenza di qualità superiore in ospedale.

L’ex consigliere di Trump Steve Bannon è stato arrestato con l’accusa di frode

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L’ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon è stato arrestato giovedì dopo essere stato accusato di aver frodato centinaia di migliaia di donatori attraverso la sua campagna di raccolta fondi “We Build the Wall”.

Bannon e tre dei suoi collaboratori sono stati incriminati dagli investigatori nel distretto meridionale di New York. I pubblici ministeri affermano che il gruppo di conservatori ha frodato i donatori, raccogliendo “più di 25 milioni di dollari per costruire un muro lungo il confine meridionale degli Stati Uniti”’.

Gli altri menzionati nell’atto di accusa sono Timothy Shea, Brian Kolfage, un veterano della guerra in Iraq e Andrew Badolato.

La campagna aveva lo scopo di raccogliere fondi per aiutare il presidente Donald Trump a mantenere la promessa della campagna di costruire un muro di confine mentre. secondo l’accusa,  ognuno degli imputati ha utilizzato in modo incompatibile con le rappresentazioni pubbliche dell’organizzazione” il denaro.

“Gli imputati hanno truffato centinaia di migliaia di donatori, capitalizzando il loro interesse nel finanziare un muro di confine per raccogliere milioni di dollari, con la falsa pretesa che tutti quei soldi sarebbero stati spesi per la costruzione”, ha detto in una nota il procuratore degli Stati Uniti Audrey Strauss.  “Pur assicurando ripetutamente ai donatori che Brian Kolfage, il fondatore e volto pubblico di We Build the Wall, non sarebbe stato pagato un centesimo, gli imputati hanno segretamente tramato per passare centinaia di migliaia di dollari a Kolfage, che ha usato per finanziare il suo sontuoso stile di vita.

La Casa Bianca non ha rilasciato commenti.

 

Cattolici democratici e il No, serve una regia politica.

Tutti sappiamo, come ovvio, che il vento del populismo continua a soffiare nel nostro
paese. Al di là dello strame della coerenza dimostrata, in modo persin plateale, dai suoi
alfieri e protagonisti in questi ultimi anni nella concreta azione politica e di governo, il
populismo è ancora forte e potente. È bastato lo scandalo, squallido ma ben orchestrato e pianificato a livello politico e mediatico dalle forze e dagli sponsor del populismo nostrano, del bonus da 600 euro per rialimentare un clima antipolitico, antiparlamentare e, soprattutto, anti istituzionale – nel caso specifico contro l’istituto della democrazia
rappresentativa a livello parlamentare – che spinge al Sì al referendum in modo
convincente e persuasivo.

Ma, come ben sappiamo, il populismo non lo si combatte con le stesse armi di questa
deriva ma solo e soltanto attraverso la forza della politica o, per dirla con Ciriaco De Mita, con la “categoria del pensiero”. E il prossimo referendum sul taglio dei parlamentari
fortemente voluto e gettonato dai 5 stelle, e al di là e al di fuori della qualità scadente e
mediocre della stragrande maggioranza dell’attuale rappresentanza parlamentare, ci offre anche l’opportunità per spiegare e motivare le ragioni fondanti del No a difesa di un
caposaldo del nostro ordinamento democratico e costituzionale. Un No che non risponde a ragioni pregiudiziali, a rivendicazioni nostalgiche o a motivazioni dettate da un puro
conservatorismo istituzionale.

In gioco, come molti sanno anche se non osano ancora sfidare il conformismo dominante, è la difesa della democrazia rappresentativa contro la potenziale e progressiva riduzione degli spazi democratici. Perchè quando si introduce il
tema che la democrazia e i suoi istituti sono un mero costo per la comunità, è del tutto
naturale che lo slogan di fondo diventa sempre di più “meno siamo e meglio stiamo”. Un
meccanismo pericoloso e nefasto perchè, se perseguito con coerenza e tenacia, non può
che portare ad un progressivo restringimento della democrazia a tutti i suoi livelli.
E proprio la cultura cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale,
storicamente e fortemente ancorata ai principi costituzionali e alla difesa del ruolo del
Parlamento e delle sue prerogative e delle sue funzioni, non può non battere un colpo in
vista della prossima contesa referendaria.

Ma lo può e lo deve fare attraverso una regia politica ed organizzativa il più possibile unitaria e condivisa. Solo con una rinnovata unità politica ed organizzativa di un mondo culturale frammentato e composito ma pur sempre unito attorno ai cosiddetti “fondamentali”, sarà possibile affrontare la marea populista nel prossimo dibattito referendario. Anche se sarà, per motivazioni facilmente comprensibili, un dibattito e un confronto alquanto monco e silenzioso, noi abbiamo il dovere di esserci.

Politicamente, culturalmente ed organizzativamente.

Pellegrino dell’Assoluto al servizio dei fratelli

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Donato Ogliari
Abate ordinario dell’abbazia territoriale di Montecassino

Entrato a 21 anni, nel 1111, nel monastero di Citeaux — da poco fondato e impegnato in una opera di riforma che si proponeva di recuperare la freschezza originaria della Regola benedettina — Bernardo diventerà ben presto abate della nuova fondazione di Clairvaux che, sotto la sua guida, assurgerà al rango di centro propulsivo della cristianità. Per ottenere un appoggio decisivo alle proprie iniziative, vescovi e Papi, principi, re e imperatori si rivolgeranno a lui che, pur dedito alla diuturna ricerca di Dio, si dimostrerà non meno attento ai problemi del suo tempo. In Bernardo, infatti, l’ardente contemplativo si fonderà naturalmente col formidabile uomo d’azione, tanto che egli stesso finì con l’autodefinirsi ironicamente «la chimera del secolo, il monaco contemplativo che è sempre sulle strade del mondo». Siamo dunque di fronte a una personalità complessa e poliedrica, che — grazie alla sua profonda esperienza di Cristo e della Chiesa — ha segnato profondamente il XII secolo, sia dal punto di vista ecclesiastico che civile.

Nella lettera enciclica Doctor mellifluus, Pio XII aveva definito Bernardo «l’ultimo dei Padri e non inferiore ai primi», in quanto — sulla scia dei grandi padri della Chiesa — l’abate di Clairvaux non aveva mai dissociato la scienza cristiana dall’esperienza di fede. Il “sapere” era per lui intimamente connesso col “gustare”, e nello scrutare il mistero di Dio, accanto all’intelletto, giocavano in lui un ruolo decisivo l’affetto e il desiderio. Di fatto, sono soprattutto questi ultimi a veicolare la ricerca del vero Bene, il Dio-Amore, nel quale il credente può trovare appagamento, e il commento di Bernardo al Cantico dei Cantici, il poema del desiderio e della ricerca amorosa di Dio, va proprio in questa direzione. Questa fusione di teologia, mistica e vita, dove l’elemento raziocinante, accompagnato dai moti del cuore e dello spirito, non si discosta mai dalla percezione del mistero di Dio presente in ogni ambito dell’esistenza — del pensare come dell’operare — ha ancora molto da dire a noi, oggi.

Visione antropologica

Su questo sfondo, desidero soffermarmi — tra i tanti — su tre aspetti che attraversano il pensiero e l’azione di Bernardo. Il primo riguarda la sua visione antropologica, che si rifà fondamentalmente a quella cristiana, secondo la quale in ogni essere umano è impressa l’immagine di Dio. Tuttavia, per far emergere questa immagine e preservarla dalle deformazioni causate dal peccato, il credente deve intraprendere un cammino di conoscenza di sé alla luce del Cristo, il quale, con la sua incarnazione, ha reso visibile il volto di Dio Padre. È dunque grazie all’adesione amorosa a Cristo Gesù che l’essere umano può entrare in contatto con la bellezza trasparente della Grazia, riscoprire la propria somiglianza con Dio e — indipendentemente dal proprio stato di vita — sentirsi spronato a fecondare il tempo e la storia con la forza luminosa del Vangelo. Il senso profondo dell’esistenza umana consiste, dunque, nel suo essere orientata, col concorso della libera volontà, verso l’Amore di Dio concretizzatosi in Cristo Gesù. Di qui l’affermazione di Bernardo: «Consentire ed essere salvi sono la stessa cosa», che ci conferma come la sua sia un’antropologia esistenziale profondamente teologica e cristocentrica, costruita a partire da Dio e attorno a Dio, il quale ha reso visibile e concreto il suo amore nel Figlio suo Gesù. A questo amore incarnato, gratuito e senza misura, il credente è chiamato a corrispondere con un amore che — per quanto imperfetto — ne imiti la gratuità: «Amo perché amo — scrive Bernardo —, amo per amare». Dalla genuinità di questo amore dipende la capacità di contrastare ogni forma di chiusura egoistica e di aprirsi alla rettitudine e alla ricerca del bene attraverso la carità.

Di fronte al creato

Un secondo aspetto riguarda l’approccio al creato. Bernardo lo considerava una “seconda Bibbia”, un luogo, cioè, nel quale Dio, anziché con le parole della rivelazione scritta, comunica tramite gli elementi della natura, frutto della sua mano creatrice. Scrive: «Troverai di più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà». Chiaramente non si tratta di ecologismo ante litteram, ma della profonda consapevolezza che anche il creato ha una sua precisa collocazione nel disegno divino di salvezza. Ora, nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, sempre più tecnologizzato, controllato e sterilizzato, nel quale la realtà virtuale rischia di prendere il sopravvento, l’esortazione di Bernardo ci rammenta che ogni essere vivente — in particolare quella “canna pensante” che è l’essere umano — è chiamato a occupare in maniera armonica il proprio posto all’interno del creato, e più specificamente in quella “casa comune” che è la Terra. Di qui la necessità di liberare il nostro rapporto con la natura da una logica meramente egocentrica ed utilitaristica — il più delle volte dettata dal solo profitto — e di considerare in maniera olistica il creato del quale siamo parte. Non in senso panteistico, ovviamente, ma sull’onda della viva consapevolezza che esiste una profonda connessione tra tutte le creature, un legame che va salvaguardato per il bene del nostro pianeta e della stessa umanità.

Amore alla Madonna

Un terzo aspetto su cui è d’obbligo soffermarsi quando si parla di Bernardo, è il singolare amore di devozione che egli nutriva per la Vergine Maria. Infatti, si riconduce a lui il famoso assioma: «De Maria numquam satis – Di Maria non si dirà mai abbastanza». In particolare, Bernardo amava rivolgersi a lei con l’appellativo “Madre di misericordia”, convinto che «l’affettuoso amore del Cristo si è trasfuso nelle viscere di Maria, nelle quali la stessa Carità, che è Dio, ha dimorato corporalmente». E proprio perché Maria è irradiazione dell’amore di Cristo per noi, non vi è nulla che riceviamo dal Signore che non sia veicolato dall’intercessione della sua e nostra Madre. Celebre, in proposito, è la preghiera di Bernardo con cui desideriamo concludere queste brevi note: «Chiunque tu sia, tu che avverti che nel flusso di questo mondo stai ondeggiando tra burrasche e tempeste invece di camminare sicuro sulla terra, non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella, se non vuoi essere sopraffatto dalle tempeste! Se si alzano i venti della tentazione, se t’imbatti negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sbattuto dalle onde della superbia, dell’ambizione, della calunnia, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria. Se l’ira o l’avarizia o le lusinghe della carne hanno scosso la navicella del tuo animo, guarda Maria. Se turbato dall’enormità dei peccati, confuso dalla indegnità della coscienza, impaurito dall’orrore del giudizio, tu cominci ad essere inghiottito nel baratro della tristezza, nell’abisso della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. Non s’allontani dalla tua bocca, non s’allontani dal tuo cuore. (…) Seguendo Lei non ti smarrisci, pregando Lei non ti disperi, pensando a Lei non sbagli. Se Lei ti tiene, non cadi; se Lei ti protegge, non temi; se Lei ti guida, non ti stanchi».

Papa Francesco: “Il vaccino sia per tutti”.

Agire ora per cambiare le “strutture sociali malate” e “far crescere un’economia di sviluppo integrale dei poveri e non di assistenzialismo”. Perché il rischio, sottolineato dal Papa, è che nel vaccino per il Covid-19 si dia “la priorità ai più ricchi”. E sarebbe scandaloso se tutta l’assistenza economica prevista, soprattutto con denaro pubblico “si concentrasse a riscattare industrie che non contribuiscono all’inclusione degli esclusi, alla promozione degli ultimi, al bene comune o alla cura del creato”.

“La risposta alla pandemia è quindi duplice  da un lato, è indispensabile trovare la cura per un virus piccolo ma tremendo, che mette in ginocchio il mondo intero”. Dall’altro, “dobbiamo curare un grande virus, quello dell’ingiustizia sociale, della disuguaglianza di opportunità, della emarginazione e della mancanza di protezione dei più deboli”.

“Sarebbe triste se nel vaccino per il Covid-19 si desse la priorità ai più ricchi. Sarebbe triste se questo vaccino diventasse proprietà di tale o talaltra nazione e non fosse universale per tutti”.

Il 2020 anno più bollente mai registrato.

Il 2020 si classifica fino ad ora come il più bollente mai registrato in Europa da 112 anni con un anomalia di addirittura 2,1 gradi rispetto alla media. È quanto emerge dalle elaborazioni Coldiretti sulla base degli ultimi dati del National Climatic Data Centre (Noaa) relativi ai primi sette mesi dell’anno, dai quali si evidenzia peraltro che è anche il secondo più caldo sul pianeta facendo registrare una temperatura media sulla superficie della Terra e degli oceani superiore di 1,05 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo.

Anche in Italia si accentua la tendenza al surriscaldamento con il 2020 che è stato fino ad ora di oltre un grado (+1,01 gradi) l’anno più caldo della media storica, al quarto posto dal 1800, sulla base dell’analisi Coldiretti su dati Isac Cnr.
Gli effetti – sottolinea la Coldiretti – si fanno sentire a livello globale e nazionale con una drastica riduzione dei ghiacciai e il divampare degli incendi favoriti dalle alte temperature.

Una tendenza ormai strutturale anche in Italia e che ha cambiato nel tempo la distribuzione delle coltivazioni e le loro caratteristiche con l’ulivo, tipicamente mediterraneo, che in Italia si è spostato a ridosso delle Alpi mentre in Sicilia ed in Calabria sono arrivate le piante di banane, avocado e di altri frutti esotici Made in Italy. E il vino italiano con il caldo – continua Coldiretti – è aumentato di un grado negli ultimi 30 anni, ma si è verificato nel tempo un anticipo della vendemmia anche di un mese rispetto alla tradizionale partenza di settembre.

Il riscaldamento provoca poi – precisa Coldiretti – il cambiamento delle condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, per l’affinamento dei formaggi o l’invecchiamento dei vini.

Cartelle fiscali, stop fino al 15 ottobre: vademecum dell’Agenzia delle Entrate

Il “Decreto Agosto” (DL n. 104/2020), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 203 del 14 agosto 2020, recante “Misure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia” ha differito al 15 ottobre 2020 il termine “finale” di sospensione dell’attività di riscossione, precedentemente fissato al 31 agosto 2020 dal “Decreto Rilancio”.
Vediamo nel dettaglio le misure già introdotte dai provvedimenti normativi emanati nel periodo di emergenza sanitaria in materia di riscossione (DL n. 18/2020 “Decreto Cura Italia” e DL n. 34/2020 “Decreto Rilancio”), aggiornate con i nuovi termini definiti nel “Decreto Agosto”.Stop alle cartelle fiscali fino al 15 ottobre e, come già previsto, le rate della rottamazione ter e il saldo stralcio potranno essere pagate entro il 10 dicembre. Lo ricorda l’Agenzia delle Entrate-Riscossione che fornisce sul suo sito un vademecum sulle novità fiscali del Decreto Agosto. Più tempo anche per i pagamenti derivanti dalle cartelle, dagli avvisi di addebito e dagli avvisi di accertamento esecutivi affidati all’agente della riscossione.

Pagamento cartelle, avvisi di addebito e accertamento

Differimento al 15 ottobre 2020 del termine di sospensione del versamento di tutte le entrate tributarie e non tributarie derivanti da cartelle di pagamento, avvisi di addebito e avvisi di accertamento affidati all’Agente della riscossione.

Sono, pertanto, sospesi i pagamenti in scadenza dall’8 marzo (*) al 15 ottobre 2020 che dovranno essere effettuati entro il mese successivo alla scadenza del periodo di sospensione e, dunque, entro il 30 novembre 2020.

(*) per i soggetti con residenza, sede legale o la sede operativa nei comuni della c.d. “zona rossa” (allegato 1 del DPCM 1° marzo 2020), la sospensione decorre dal 21 febbraio 2020.

Rateizzazioni

Per i piani di dilazione già in essere alla data dell’8 marzo 2020 e per i provvedimenti di accoglimento delle richieste presentate fino al 15 ottobre 2020, la decadenza del debitore dalle rateizzazioni accordate viene determinata nel caso di mancato pagamento di dieci rate, anche non consecutive, invece delle cinque rate ordinariamente previste.

Per i contribuenti decaduti dai benefici della Definizione agevolata (“Rottamazione-ter”, “Saldo e stralcio” e “Definizione agevolata delle risorse UE”), per mancato, insufficiente o tardivo versamento delle rate scadute nel 2019, rimane in vigore la possibilità, introdotta dal DL 34/2020, di chiedere la dilazione del pagamento (ai sensi dell’art. 19 del DPR 602/1973) per le somme ancora dovute.

Sospensione attività di notifica e pignoramenti

Differimento al 15 ottobre 2020 del termine di sospensione delle attività di notifica di nuove cartelle e degli altri atti di riscossione. Sospensione fino al 15 ottobre 2020 degli obblighi derivanti dai pignoramenti presso terzi effettuati, prima della data di entrata in vigore del decreto Rilancio (19/5/2020), su stipendi, salari, altre indennità relative al rapporto di lavoro o impiego, nonché a titolo di pensioni e trattamenti assimilati; a partire dalla data di entrata in vigore del citato decreto legge e fino al 15 ottobre 2020, le somme oggetto di pignoramento non devono essere sottoposte ad alcun vincolo di indisponibilità ed il soggetto terzo pignorato deve renderle fruibili al debitore; ciò anche in presenza  di assegnazione già disposta dal giudice dell’esecuzione.

Cessati gli effetti della sospensione, e quindi a decorrere dal 16 ottobre 2020, riprenderanno ad operare gli obblighi imposti al soggetto terzo debitore (e quindi la necessità di rendere indisponibili le somme oggetto di pignoramento e di versamento all’Agente della riscossione fino alla concorrenza del debito).

Pagamenti delle Pubbliche Amministrazioni (ex art. 48 bis del DPR n. 602/1973) superiori ad euro 5.000,00

Sospensione dall’8 marzo al 15 ottobre 2020, delle verifiche di inadempienza da parte delle Pubbliche Amministrazioni e delle società a prevalente partecipazione pubblica, da effettuarsi, ai sensi dell’art. 48 bis del DPR 602/1973, prima di disporre pagamenti – a qualunque titolo – di importo superiore a cinquemila euro. La sospensione decorre dal 21 febbraio 2020 per i soli contribuenti che, alla medesima data, avevano la residenza, la sede legale o la sede operativa nei comuni della c.d. “zona rossa” (allegato 1 del DPCM 1° marzo 2020).

Le verifiche già effettuate restano prive di qualunque effetto se, alla data di entrata in vigore del decreto legge n. 34/2020 (e quindi dal 19/5/2020) che aveva introdotto tale previsione normativa, l’Agente della riscossione non aveva notificato il pignoramento ai sensi dell’art. 72 bis del DPR n. 602/1973; per le somme oggetto di tali verifiche, le Pubbliche Amministrazioni e le società a prevalente partecipazione pubblica, possono quindi procedere al pagamento in favore del beneficiario.

 

 

Aspettando il Cisterna Film Festival

Sabato 22 agosto, a partire dalle ore 21:00, la città di Cori ospiterà la serata di introduzione e inaugurale della VI edizione del Cisterna Film Festival. Nella suggestiva cornice medievale di piazza Sant’Oliva verranno riproposti alcuni dei cortometraggi internazionali che hanno fatto innamorare il pubblico o che si sono guadagnati dei riconoscimenti nelle passate edizioni del CFF:

● The boy by the sea (Olanda, 2016, 7’) di Vasily Chuprina – Premio Next Generation CFF2017;

● Clac! (Francia, 2017, 19’) di Fabien Ara – CFF2018;

● The death of Don Quixote (Regno Unito, 2018, 13’) di Miguel Faus – CFF2019;

● Fantasia (Finlandia, 2016, 10’) di Teemu Nikki – Premio del Pubblico CFF2017;

● Fantassút/Rain on the borders (Italia, 2016, 15’) di Federica Foglia – CFF2017;

● A father’s day (Regno Unito, 2016, 10’) di Mat Johns – CFF2018;

● Fauve (Canada, 2018, 16’) di Jeremy Comte – Miglior Film CFF2019;

● El inicio de Fabrizio (Argentina, 2015, 14’) di Mariano Biasin – Menzione Speciale per la Regia CFF2017;

● Marlon (Francia, 2015, 21’) di Jessica Palud – Menzione Speciale per l’attrice protagonista

● Flavie Delangle CFF2017.

Ospite del prefestival sarà Clara Galante, attrice, autrice e cantante, tra i cinque giurati scelti a valutare e votare i corti iscritti al concorso 2020. L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti: pertanto si consiglia la prenotazione al numero 3281139370. Nel rispetto delle norme vigenti, i posti saranno distanziati e non sarà consentito l’accesso a chi si presenterà privo di mascherina.

Il Cisterna Film Festival è organizzato dall’Associazione Culturale Mobilitazioni Artistiche con la direzione artistica di Cristian Scardigno. Gode del sostegno della Regione Lazio e del patrocinio della Provincia di Latina, del Comune di Cisterna, della Proloco di Cisterna e del Comune di Cori, oltre a quello dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania e di German FilmsFilm4Life è media partner dell’evento fin dalla sua fondazione.

Al concorso quest’anno si sono iscritti 37 corti, in rappresentanza di 15 Paesi, tra cui un’anteprima mondiale, un’anteprima europea e cinque anteprime italiane; alcuni provenienti da festival noti come Cannes, Venezia, Berlino, Sundance, Toronto, Locarno, Rotterdam, Torino, Annecy, Giffoni, Sitges, Londra, Clermont-Ferrand; altri vincitori di premi che ne attestano l’eccellenza nel campo cinematografico, come gli Oscar, i David di Donatello, i Goya, i Bafta, i Nastri d’Argento.

Dopo l’anteprima di Cori, il CFF si svolgerà, come di consueto, a Cisterna di Latina, dal 27 al 30 agosto, con la proiezione in prima serata dei corti finalisti del CFF 2020, nella Corte di Palazzo Caetani, e repliche nella biblioteca comunale “Adriana Marsella”, compresa una mostra fotografica allestita nella Galleria di Palazzo Caetani. Per il programma completo della manifestazione consultare il sito www.cisternafilmfestival.com

L’acrobazia di Draghi

Lo dico da estimatore di Draghi, unico possibile sostituto di Conte e futuro presidente della Repubblica in pectore: a Rimini, egli ha fatto una disinvolta acrobazia, denunciando gli effetti nefasti delle politiche europee dello scorso decennio, periodo nel quale lui non stava certo su Marte, che hanno prodotto un decennio perduto e una generazione di giovani perduta.

Tuttavia come presidente Bce gli va riconosciuto di aver cercato di mitigare il rigore ordoliberista e di aver gestito al meglio una situazione che volge al peggio a causa delle mancate riforme al sistema finanziario internazionale dopo la crisi del 2008. Mancate riforme denunciate anche da Papa Francesco già nel 2015 al n. 189 della Laudato Si’, denuncia lasciata cadere dai cattolici in politica: «La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo».

La cruda realtà è che per impedire il collasso del sistema si sta assistendo ad una riforma all’incontrario, che sta togliendo a chi aveva già poco (precari, stagionali, piccole attività dei servizi, del turismo e della ristorazione) per salvare chi ha accumulato ricchezze sconfinate con la speculazione finanziaria. La recessione prodotta dal provvidenziale virus è ossigeno per quanti fondano le loro smisurate fortune sulla certezza di assenza di inflazione e di tassi di interesse negativi. Più la recessione dura a lungo e più a lungo il loro “gioco” può continuare. Ma per quanto potrà essere sostenibile una tale risposta alla crisi che per riuscire implica il deterioramento dell’economia reale e dei legami sociali?

Le porte girevoli dei cinque stelle

Le più recenti sortite in casa ‘5stelle’ sembrano esprimere un disconoscimento di paternità: non più il pedagogista ginevrino J.J. Rousseau nume tutelare della omonima piattaforma, metaforicamente rimpiazzato dal parigino Georges Feydeau, noto commediografo, abile regista e drammaturgo, nonché ironico fustigatore dell’ipocrisia borghese, passato alla storia per la scenografia delle “porte girevoli”, con spiragli, finestre, angolature, coni d’ombra e di luce ad effetto sorpresa, mutando trama e palcoscenico.

Ciò che porta peraltro a ripensare al rapporto tra Casaleggio jr e un Movimento che sta diventando partito.

La periodica consultazione on line della base sortisce un effetto moltiplicatore sempre sorprendente negli esiti del consenso, poiché legittima e sancisce come deriva popolare le preventive intuizioni dei proponenti.

L’insieme dell’evoluzione della specie grillina, dalle origini ai giorni nostri, ha le sembianza di una mutazione genetica: dall’assalto al potere e l’apertura della scatola del tonno parlamentare, dallo streaming in diretta per scoperchiare le nefandezze del sistema, al no alle interviste in TV , all’impeachment presidenziale contro Mattarella, dal no vax, no tap, no ILVA, no alle grandi opere, no all’euro e all’Europa il movimento esprimeva al meglio la contestazione globale al sistema e la rabbia popolare, cogliendo al volo la più recente delusione per la narrazione renziana, senza parlare di tutta la storica allegoria della casta, da Prodi a Berlusconi, al fallimento del maggioritario, agli scandali e alle corruzioni cicliche e ricorrenti.

Dal governo con la Lega a quello con il PD (un tempo odiato rappresentate della demagogia becera al potere, ”il partito di  Bibbiano”,  forse il peggior nemico da battere): adesso si sta dipanando una strategia per allargare l’esperienza del consociativismo di governo alle elezioni e alle realtà locali.

Una volta le alleanze erano ideologiche e basate sulla compatibilità, adesso tutto sembra diventato una gigantesca partita a scacchi: interscambiabilità dei ruoli, passaggi di casacca, trasmigrazione dei parlamentari (il maggior numero in uscita proprio dai 5 stelle) : un palcoscenico di Feydeau, appunto.

Il trasformismo storico di Depretis giustificava il principio di cooptazione (“ Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo? – A. Depretis, 1882) quello in atto nella 2° e 3° repubblica (se mai esistono) diventa una commedia all’italiana, un riposizionamento continuo in nome della stabilità.

Nel frattempo l’ascesa di Conte, lanciato una sera in TV come uno dei possibili componenti di un nuovo esecutivo portavoce del popolo (delle cui istanze e per le cui difese Conte stesso, una volta divenuto premier si è autodefinito avvocato) è stato un primo segnale dai molteplici significati.

Il più evidente? E’ uno di noi, venuto dal popolo, come per anni abbiamo chiesto contro le logiche della casta. Forse non è così?

L’improvvisa mossa di Salvini di un anno fa, motivata come denuncia delle contraddizioni intrinseche nelle due e più anime del movimento, la successiva alleanza di governo fino ad allora impensabile (ma quanti tra i politici hanno letto fino in fondo Macchiavelli?) hanno reso tutto pragmatico, spegnendo la deriva di una lenta erosione dei 5 stelle e riaprendo i giochi a 360°.

Anche il Covid ha avuto un ruolo non secondario, con il lockdown mandato avanti a suon di DPCM: il tempo che passa impegna il Governo e lo sovraespone in responsabilità ma erode le opposizioni e sottrae loro argomenti: l’ordine sociale, l’emigrazione, le libertà personali, la burocrazia , le tasse. La pazienza popolare è messa a dura prova ma ci sono stati anche quelli che hanno gioito per una gita fuori porta, il bonus vacanze e la movida: forse siamo gente ingovernabile, ascolto molti refrain demagogici ma noto poca onestà intellettuale: a settembre tutti aspettano la resa dei conti. Il trasformismo 4.0 riguarda il potere e in parte tutti noi: una politica che l’asseconda porta verso il baratro del dire e del disdire, al buio della ragione.

Così si giunge all’ultima trovata della democrazia virtuale: un tempo si diceva “carta canta e villan dorme”, oggi con 300 voti on line si apre ad un autosedicente “politico del nuovo” la via del Parlamento e magari quella di un Ministero. Un pentastellato di rango ha affermato in TV che la riduzione del numero dei parlamentari non conta tanto per il risparmio dei 100 milioni di euro l’anno, quanto per il fatto che seleziona i migliori. Confesso che invidio la sua certezza: evidentemente si sente parte di questa schiera, ma i veri meritevoli non si esprimono essendo sempre alla ricerca di conferme su se stessi.

Che il risparmio sia ininfluente sono d’accordo ma vedo –se passa il Referendum– un parlamento depotenziato in termini di rappresentatività: sempre più precluso ai capaci e ai talentuosi e sempre più blindato dalle cordate degli amici degli amici. E qui i 5 stelle calano un duplice asso: “introduciamo il mandato zero”, così – dico io – salta il patto giurato d’onore del doppio giro parlamentare. Due o tre non fa differenza: ma si inizia una partita per creare di volta in volta nuovi alibi che consentano di avere politici a vita. Mutatis mutandis: la giustificazione a tutto, partendo dal suo opposto logico, il trionfo del possibilismo e del relativismo etico.

Si comincia dagli enti locali e si sale fino ai vertici delle istituzioni.

Un potere sempre più concentrato nelle mani di pochi: ‘basta che ci sia il posto per ‘quelli che valgono’.

Ma chi decide ‘chi vale’ se le liste saranno bloccate con candidati di provata fedeltà prona e supina? Deciderà la base? Con quali proporzioni di rappresentatività? Per combattere la casta se ne crea una che le sia alternativa, facendo leva sui luoghi comuni: la tattica si fa strategia per autocollocarsi al crocevia dell’ accesso al potere. Il comodo surrogato di una politica di incerto profilo etico e culturale.

La seconda invenzione del sondaggio che transita dalla democrazia virtuale (quella che non si vede, non si sente e non si tocca) getta alle ortiche l’isolazionismo dei puri, la fede costi quel che costi: d’ora in poi si faranno alleanze per vincere. Il potere logora chi non ce l’ha e giustifica ogni mezzo.

Il disegno che i 5 stelle vanno delineando sembra abbandonare l’icona movimentista per assumere le sembianze di un partito, ciò che comporta la scelta di una guida politica interna in grado di gestire una strategia di lunga durata, se il futuro prevede la stabilizzazione delle alleanze. Questo non depone certo a favore di un limite al numero dei mandati parlamentari, per evitare alternanze, abbandoni forzati, cambi di direzione. Insomma, un partito vero e proprio come quelli finora ripudiati e avversati come il male assoluto.

Usa, Trump: al via le trivellazioni nell’area protetta dell’Arctic National Wildlife Refuge

L’amministrazione Trump ha dato il via libera alle trivellazioni nell’Arctic National Wildlife Refuge, un’area naturale protetta nella zona nord-orientale dell’Alaska. La misura consentirà di vendere all’asta i diritti per il gas e il petrolio in una delle aree selvagge più iconiche del Paese. L’area, rimasta inviolata per oltre 30 anni, ospita orsi, volpi e caribù, oltre ad altri animali selvaggi.

Questa che è una delle grandi aree selvagge incontaminate e in gran parte indisturbate del Nord America  è stata oggetto, già negli anni scorsi, di molte controversie a causa delle potenziali riserve di idrocarburi al suo interno.

Poiché l’Arctic National Wildlife Refuge è così vasta, e incontaminata contiene anche un’ampia varietà di fragili ecosistemi.

Inoltre l’area è stata a lungo sotto esame per numerosi sudi sul cambiamento climatico . Nel corso del tempo, sono state identificate diverse tendenze associate al riscaldamento globale , rappresentative delle condizioni osservate in tutta la regione artica. 

I più evidenti sono stati i cambiamenti in banchisa nel Mare di Beaufort , che, nel tempo, si è assottigliata e si è estesa ogni anno su un’area progressivamente più piccola e si è formata più tardi ogni autunno .

La ciclabile dei Trabocchi

Una ciclovia che percorre uno dei tratti di costa più suggestivi del Mediterraneo, a pochi metri dal mare, immersi nella natura della costa dei trabocchi. Parte a sud di Pescara, dove inizia la provincia di Chieti (il progetto infatti è della provincia di Chieti), da Francavilla al mare fino a Vasto. 42 km di ciclabile. Un’infrastruttura dedicata alla mobilità sostenibile, a ciclisti e camminatori, che offre testimonianze storiche e riserve naturali, insieme alla ricettività di hotel, campeggi, bed&breakfast e agli affascinanti ristoranti sui trabocchi.

La pista ciclabile della costa dei trabocchi corre infatti lungo l’ex tracciato della ferrovia adriatica, dismessa dallo Stato diversi anni fa e comprata dalla provincia di Chieti. Il percorso – davvero unico nel suo genere – corre lungo il mare, attraverso panorami mozzafiato e angoli di natura incontaminati, dove le automobili non riescono ad arrivare. La vicinanza del mare ha però causato negli anni diversi inconvenienti come piccole frane, erosioni e smottamenti del terreno. Problemi strutturali che non sono stati ancora del tutto risolti.

La buona notizia è che a marzo 2021 la pista sarà pronta e inaugurata “in toto”, gallerie comprese.

La parodontite potrebbe favorire il tumore del colon

La parodontite potrebbe favorire l’insorgenza del tumore del colon. Un nuovo studio condotto da Mingyang Song, epidemiologo della prestigiosa Harvard T.H. Chan School of Public Health Clinical and Translational Epidemiology Unit presso il Mass General Hospital e la Harvard Medical School di Boston potrebbe condurre a questo risultato.

La ricerca ha coinvolto 42.486 individui di entrambi i sessi, monitorati per diverse decadi fornendo periodicamente informazioni sul proprio stato di salute e la propria alimentazione, incluse informazioni su problemi dentali come gengiviti e perdita di denti.

I ricercatori hanno studiato i referti delle colonscopie eseguite sul campione, documentando l’incidenza di due tipi di lesioni intestinali che sono precursori del cancro del colon: i polipi dentellati (Serrated Polyps) e gli adenomi convenzionali.

Sostengono che il 75% dei tumori del colon provenga dagli adenomi convenzionali, derivanti da cellule ghiandolari che si trovano nel colon stesso, ma che dai polipi dentellati derivi invece il 25% delle malattie. La loro rimozione, infatti, riduce sostanzialmente il rischio di tumore.

Mario Draghi: “La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza”.

12 anni fa la crisi finanziaria provocò la più grande distruzione economica mai vista in periodo di pace. Abbiamo poi avuto in Europa una seconda recessione e un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Si sono succedute la crisi dell’euro e la pesante minaccia della depressione e della deflazione. Superammo tutto ciò.

Quando la fiducia tornava a consolidarsi e con essa la ripresa economica, siamo stati colpiti ancor più duramente dall’esplosione della pandemia: essa minaccia non solo l’economia, ma anche il tessuto della nostra società, così come l’abbiamo finora conosciuta; diffonde incertezza, penalizza l’occupazione, paralizza i consumi e gli investimenti.

In questo susseguirsi di crisi i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a coloro che sono più colpiti, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri.

La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione.

Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. Non sappiamo quando sarà scoperto un vaccino, né tantomeno come sarà la realtà allora. Le opinioni sono divise: alcuni ritengono che tutto tornerà come prima, altri vedono l’inizio di un profondo cambiamento. Probabilmente la realtà starà nel mezzo: in alcuni settori i cambiamenti non saranno sostanziali; in altri le tecnologie esistenti potranno essere rapidamente adattate. Altri ancora si espanderanno e cresceranno adattandosi alla nuova domanda e ai nuovi comportamenti imposti dalla pandemia. Ma per altri, un ritorno agli stessi livelli operativi che avevano nel periodo prima della pandemia, è improbabile.

Dobbiamo accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principii. Dalla politica economica ci si aspetta che non aggiunga incertezza a quella provocata dalla pandemia e dal cambiamento. Altrimenti finiremo per essere controllati dall’incertezza invece di esser noi a controllarla. Perderemmo la strada.

Vengono in mente le parole della ‘preghiera per la serenità’ di Reinhold Niebuhr che chiede al Signore:

Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare,

Il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare,

E la saggezza di capire la differenza

Non voglio fare oggi una lezione di politica economica ma darvi un messaggio più di natura etica per affrontare insieme le sfide che ci pone la ricostruzione e insieme affermare i valori e gli obiettivi su cui vogliamo ricostruire le nostre società, le nostre economie in Italia e in Europa.

Nel secondo trimestre del 2020 l’economia si è contratta a un tasso paragonabile a quello registrato dai maggiori Paesi durante la seconda guerra mondiale. La nostra libertà di circolazione, la nostra stessa interazione umana fisica e psicologica sono state sacrificate, interi settori delle nostre economie sono stati chiusi o messi in condizione di non operare. L’aumento drammatico nel numero delle persone private del lavoro che, secondo le prime stime, sarà difficile riassorbire velocemente, la chiusura delle scuole e di altri luoghi di apprendimento hanno interrotto percorsi professionali ed educativi, hanno approfondito le diseguaglianze.

Alla distruzione del capitale fisico che caratterizzò l’evento bellico molti accostano oggi il timore di una distruzione del capitale umano di proporzioni senza precedenti dagli anni del conflitto mondiale.

I governi sono intervenuti con misure straordinarie a sostegno dell’occupazione e del reddito. Il pagamento delle imposte è stato sospeso o differito. Il settore bancario è stato mobilizzato affinché continuasse a fornire il credito a imprese e famiglie. Il deficit e il debito pubblico sono cresciuti a livelli mai visti prima in tempo di pace.

Aldilà delle singole agende nazionali, la direzione della risposta è stata corretta. Molte delle regole che avevano disciplinato le nostre economie fino all’inizio della pandemia sono state sospese per far spazio a un pragmatismo che meglio rispondesse alle mutate condizioni.

Una citazione attribuita a John Maynard Keynes, l’economista più influente del XX secolo ci ricorda “When facts change, I change my mind. What do you do sir?’’

Tutte le risorse disponibili sono state mobilizzate per proteggere i lavoratori e le imprese che costituiscono il tessuto delle nostre economie. Si è evitato che la recessione si trasformasse in una prolungata depressione.

Ma l’emergenza e i provvedimenti da essa giustificati non dureranno per sempre. Ora è il momento della saggezza nella scelta del futuro che vogliamo costruire.

Il fatto che occorra flessibilità e pragmatismo nel governare oggi non può farci dimenticare l’importanza dei principii che ci hanno sin qui accompagnato. Il subitaneo abbandono di ogni schema di riferimento sia nazionale, sia internazionale è fonte di disorientamento. L’erosione di alcuni principii considerati fino ad allora fondamentali, era già iniziata con la grande crisi finanziaria; la giurisdizione del WTO, e con essa l’impianto del multilateralismo che aveva disciplinato le relazioni internazionali fin dalla fine della seconda guerra mondiale venivano messi in discussione dagli stessi Paesi che li avevano disegnati, gli Stati Uniti, o che ne avevano maggiormente beneficiato, la Cina; mai dall’Europa, che attraverso il proprio ordinamento di protezione sociale aveva attenuato alcune delle conseguenze più severe e più ingiuste della globalizzazione; l’impossibilità di giungere a un accordo mondiale sul clima, con le conseguenze che ciò ha sul riscaldamento globale; e in Europa, alle voci critiche della stessa costruzione europea, si accompagnava un crescente scetticismo, soprattutto dopo la crisi del debito sovrano e dell’euro, nei confronti di alcune regole, ritenute essenziali per il suo funzionamento, concernenti: il patto di stabilità, la disciplina del mercato unico, della concorrenza e degli aiuti di stato; regole successivamente sospese o attenuate, a seguito dell’emergenza causata dall’esplosione della pandemia.

L’inadeguatezza di alcuni di questi assetti era da tempo evidente. Ma, piuttosto che procedere celermente a una loro correzione, cosa che fu fatta, parzialmente, solo per il settore finanziario, si lasciò, per inerzia, timidezza e interesse, che questa critica precisa e giustificata divenisse, nel messaggio populista, una protesta contro tutto l’ordine esistente.

Questa incertezza, caratteristica dei percorsi verso nuovi ordinamenti, è stata poi amplificata dalla pandemia. Il distanziamento sociale è una necessità e una responsabilità collettiva. Ma è fondamentalmente innaturale per le nostre società che vivono sullo scambio, sulla comunicazione interpersonale e sulla condivisione. È ancora incerto quando un vaccino sarà disponibile, quando potremo recuperare la normalità delle nostre relazioni. Tutto ciò è profondamente destabilizzante.

Dobbiamo ora pensare a riformare l’esistente senza abbandonare i principi generali che ci hanno guidato in questi anni: l’adesione all’Europa con le sue regole di responsabilità, ma anche di interdipendenza comune e di solidarietà; il multilateralismo con l’adesione a un ordine giuridico mondiale. Il futuro non è in una realtà senza più punti di riferimento, che porterebbe, come è successo in passato, si pensi agli anni 70 del secolo scorso, a politiche erratiche e certamente meno efficaci, a minor sicurezza interna ed esterna, a maggiore disoccupazione, ma il futuro è nelle riforme anche profonde dell’esistente. Occorre pensarci subito. Ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale, si pensi a De Gasperi, che nel 1943 scriveva la sua visione della futura democrazia italiana e a tanti altri che in Italia, in Europa, nel mondo immaginavano e preparavano il dopoguerra. La loro riflessione sul futuro iniziò ben prima che la guerra finisse, e produsse nei suoi principi fondamentali l’ordinamento mondiale ed europeo che abbiamo conosciuto. È probabile che le nostre regole europee non vengano riattivate per molto tempo e certamente non lo saranno nella loro forma attuale. La ricerca di un senso di direzione richiede che una riflessione sul loro futuro inizi subito.

Proprio perché oggi la politica economica è più pragmatica e i leader che la dirigono possono usare maggiore discrezionalità, occorre essere molto chiari sugli obiettivi che ci poniamo.

La ricostruzione di questo quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè “debito buono”. La sua sostenibilità verrà meno se invece verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato “debito cattivo”. I bassi tassi di interesse non sono di per sé una garanzia di sostenibilità: la percezione della qualità del debito contratto è altrettanto importante. Quanto più questa percezione si deteriora tanto più incerto diviene il quadro di riferimento con effetti sull’occupazione, l’investimento e i consumi.

Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri, per rafforzare una coesione sociale resa fragile dall’esperienza della pandemia e dalle difficoltà che l’uscita dalla recessione comporterà nei mesi a venire, per costruire un futuro di cui le nostre società oggi intravedono i contorni.

L’obiettivo è impegnativo ma non irraggiungibile se riusciremo a disperdere l’incertezza che oggi aleggia sui nostri Paesi. Stiamo ora assistendo a un rimbalzo nell’attività economica con la riapertura delle nostre economie. Vi sarà un recupero dal crollo del commercio internazionale e dei consumi interni, si pensi che il risparmio delle famiglie nell’area dell’euro è arrivato al 17% dal 13% dello scorso anno. Potrà esservi una ripresa degli investimenti privati e del prodotto interno lordo che nel secondo trimestre del 2020 in qualche Paese era tornato a livelli di metà anni 90. Ma una vera ripresa dei consumi e degli investimenti si avrà solo col dissolversi dell’incertezza che oggi osserviamo e con politiche economiche che siano allo stesso tempo efficaci nell’assicurare il sostegno delle famiglie e delle imprese e credibili, perché sostenibili nel tempo.

Il ritorno alla crescita e la sostenibilità delle politiche economiche sono essenziali per rispondere al cambiamento nei desideri delle nostre società; a cominciare da un sistema sanitario dove l’efficienza si misuri anche nella preparazione alle catastrofi di massa. La protezione dell’ambiente, con la riconversione delle nostre industrie e dei nostri stili di vita, è considerata dal 75% delle persone nei 16 maggiori Paesi al primo posto nella risposta dei governi a quello che può essere considerato il più grande disastro sanitario dei nostri tempi. La digitalizzazione, imposta dal cambiamento delle nostre abitudini di lavoro, accelerata dalla pandemia, è destinata a rimanere una caratteristica permanente delle nostre società. È divenuta necessità: negli Stati Uniti la stima di uno spostamento permanente del lavoro dagli uffici alle abitazioni è oggi del 20% del totale dei giorni lavorati.

Vi è però un settore, essenziale per la crescita e quindi per tutte le trasformazioni che ho appena elencato, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione e, più in generale, l’investimento nei giovani.

Questo è stato sempre vero ma la situazione presente rende imperativo e urgente un massiccio investimento di intelligenza e di risorse finanziarie in questo settore. La partecipazione alla società del futuro richiederà ai giovani di oggi ancor più grandi capacità di discernimento e di adattamento.

Se guardiamo alle culture e alle nazioni che meglio hanno gestito l’incertezza e la necessità del cambiamento, hanno tutte assegnato all’educazione il ruolo fondamentale nel preparare i giovani a gestire il cambiamento e l’incertezza nei loro percorsi di vita, con saggezza e indipendenza di giudizio.

Ma c’è anche una ragione morale che deve spingerci a questa scelta e a farlo bene: il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.

Alcuni giorni prima di lasciare la presidenza della Banca centrale europea lo scorso anno, ho avuto il privilegio di rivolgermi agli studenti e ai professori dell’Università Cattolica a Milano. Lo scopo della mia esposizione in quell’occasione era cercar di descrivere quelle che considero le tre qualità indispensabili a coloro che sono in posizioni di potere: la conoscenza per cui le decisioni sono basate sui fatti, non soltanto sulle convinzioni; il coraggio che richiedono le decisioni specialmente quando non si conoscono con certezza tutte le loro conseguenze, poiché l’inazione ha essa stessa conseguenze e non esonera dalla responsabilità; l’umiltà di capire che il potere che hanno è stato affidato loro non per un uso arbitrario, ma per raggiungere gli obiettivi che il legislatore ha loro assegnato nell’ambito di un preciso mandato.

Riflettevo allora sulle lezioni apprese nel corso della mia carriera: non avrei certo potuto immaginare quanto velocemente e quanto tragicamente i nostri leader sarebbero stati chiamati a mostrare di possedere queste qualità. La situazione di oggi richiede però un impegno speciale: come già osservato, l’emergenza ha richiesto maggiore discrezionalità nella risposta dei governi, che non nei tempi ordinari: maggiore del solito dovrà allora essere la trasparenza delle loro azioni, la spiegazione della loro coerenza con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato.

La costruzione del futuro, perché le sue fondazioni non poggino sulla sabbia, non può che vedere coinvolta tutta la società che deve riconoscersi nelle scelte fatte perché non siano in futuro facilmente reversibili.

Trasparenza e condivisione sono sempre state essenziali per la credibilità dell’azione di governo; lo sono specialmente oggi quando la discrezionalità che spesso caratterizza l’emergenza si accompagna a scelte destinate a proiettare i loro effetti negli anni a venire.

Questa affermazione collettiva dei valori che ci tengono insieme, questa visione comune del futuro che vogliamo costruire si deve ritrovare sia a livello nazionale, sia a livello europeo.

La pandemia ha severamente provato la coesione sociale a livello globale e resuscitato tensioni anche tra i Paesi europei.

Da questa crisi l’Europa può uscire rafforzata. L’azione dei governi poggia su un terreno reso solido dalla politica monetaria. Il fondo per la generazione futura (Next Generation EU) arricchisce gli strumenti della politica europea. Il riconoscimento del ruolo che un bilancio europeo può avere nello stabilizzare le nostre economie, l’inizio di emissioni di debito comune, sono importanti e possono diventare il principio di un disegno che porterà a un Ministero del Tesoro comunitario la cui funzione nel conferire stabilità all’area dell’euro è stata affermata da tempo.

Dopo decenni che hanno visto nelle decisioni europee il prevalere della volontà dei governi, il cosiddetto metodo intergovernativo, la Commissione è ritornata al centro dell’azione.

In futuro speriamo che il processo decisionale torni così a essere meno difficile, che rifletta la convinzione, sentita dai più, della necessità di un’Europa forte e stabile, in un mondo che sembra dubitare del sistema di relazioni internazionali che ci ha dato il più lungo periodo di pace della nostra storia.

Ma non dobbiamo dimenticare le circostanze che sono state all’origine di questo passo avanti per l’Europa: la solidarietà che sarebbe dovuta essere spontanea, è stata il frutto di negoziati. Né dobbiamo dimenticare che nell’Europa forte e stabile che tutti vogliamo, la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà.

Perciò questo passo avanti dovrà essere cementato dalla credibilità delle politiche economiche a livello europeo e nazionale. Allora non si potrà più, come sostenuto da taluni, dire che i mutamenti avvenuti a causa della pandemia sono temporanei.

Potremo bensì considerare la ricostruzione delle economie europee veramente come un’impresa condivisa da tutti gli europei, un’occasione per disegnare un futuro comune, come abbiamo fatto tante volte in passato.

È nella natura del progetto europeo evolversi gradualmente e prevedibilmente, con la creazione di nuove regole e di nuove istituzioni: l’introduzione dell’euro seguì logicamente la creazione del mercato unico; la condivisione europea di una disciplina dei bilanci nazionali, prima, l’unione bancaria, dopo, furono conseguenze necessarie della moneta unica. La creazione di un bilancio europeo, anch’essa prevedibile nell’evoluzione della nostra architettura istituzionale, un giorno correggerà questo difetto che ancora permane.

Questo è tempo di incertezza, di ansia, ma anche di riflessione, di azione comune. La strada si ritrova certamente e non siamo soli nella sua ricerca.

Dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro.

Se vinci con il populismo, vince il populismo.

Il 20 e 21 settembre si voterà anche per il Referendum Costituzionale: dovremo dire SI o NO alla Legge che ha ridotto il numero dei Parlamentari previsto dalla Costituzione.

Io voterò NO senza nessuna esitazione.
So bene che la “casta degli anti casta” riuscirà – con ogni probabilità – a far prevalere il SI.

Ma ci sono buone battaglie che devono essere combattute.
Il mio NO è innanzitutto nel merito della questione.
Certo che la democrazia italiana potrebbe funzionare anche, se non meglio, con un terzo in meno degli attuali Deputati e Senatori.

Ma ciò a condizione che nello stesso tempo siano riviste le funzioni di Camera e Senato (oggi, come sappiamo, del tutto identiche) e che siano adeguate a tale scelta sia la Legge elettorale, sia le regole di garanzia e di equilibrio del sistema.
Nulla di tutto ciò è compreso nella abborracciata riforma oggetto di Referendum, che si limita a fissare il nuovo numero dei Parlamentari, senza minimamente occuparsi dei veri punti critici del funzionamento delle Istituzioni. Mentre sulla Legge Elettorale è nebbia fitta.

Ciò provocherà effetti distorsivi e pericolosi sulla rappresentanza dei territori e delle formazioni politiche meno grandi. La democrazia non è solo quantità, ci avevano insegnato invece i Padri Fondatori.

Il mio NO è, nel contempo, un NO alla cultura anti politica e anti parlamentare che ha ispirato questa decisione e che viene sbandierata per promuoverla.
È un vento che tira forte da anni in Italia: frutto – certo – degli errori delle classi dirigenti e della incapacità del sistema di rinnovarsi e di recuperare credibilità, efficienza, semplicità e autorevolezza. Ma deriva, anche, da una campagna pervasiva che, ad ogni livello politico e mediatico, punta non ad ammodernare, come sarebbe giusto ed urgente, ma a svuotare i principi della democrazia rappresentativa.

Vi è – sottostante ed insidiosa come un virus per ora senza vaccino – l’idea di corrispondere alla crescente individualizzazione dei bisogni sociali non già con la ricostruzione di uno spirito di comunità democraticamente organizzata, ma con un rapporto diretto e non mediato tra individuo e potere. Un individuo sempre più solo ed un potere sempre più concentrato, che si nutre di demagogia più che di consenso responsabile.
Il mio NO, infine, è anche una reazione alla ormai insopportabile banalizzazione imperante nella vita pubblica italiana e nel suo attuale gruppo dirigente, con le sue mancate verità e comode mezze bugie.

Il Paese, così, va incontro ad un pericoloso declino civile, sociale ed economico.
Ha scritto in questi giorni Marco Bentivogli, rivolgendosi a chi ritiene inesorabile la vittoria del SI: “Avete ragione, si vince se si è tiepidi sull’obbligatorietà dei vaccini, le assunzioni degli insegnanti senza concorso, se si tollera un po’ di lavoro nero, di evasione fiscale, di furbate varie, su assistenzialismo, statalismo e sussidi. Se si è cauti a dire ad un terrapiattista che è un demente. Se si promette a chi è in un’azienda in crisi di essere comprati dallo Stato. E’ vero, le persone preferiscono essere ingannate un po’. Ma si vince il fallimento di un paese.”
Sono pienamente d’accordo.

Il populismo demagogico non si può assumere a dosi omeopatiche. Se lo accetti, ne diventi prigioniero.
Parafrasando le parole di Valdes, storico dirigente della DC cilena, peraltro ancora oggi piuttosto indovinate (“se vinci con la destra, è la destra che vince”), possiamo dire che “se vinci col populismo, è il populismo che vince”.

È tempo di farcene una ragione e di reagire. Come non dirlo proprio oggi, sessantaseiesimo anniversario della morte di Alcide Degasperi, l’anti populista per eccellenza?

Avanti, anche se in pochi.

Studioso di Sturzo e F. L. Ferrari, in questa breve nota Ignesti manifesta la sua propensione o il suo interesse intellettuale a lavorare per un nuovo partito di ispirazione democratico cristiana.  Formalmente la nota fa da sponda a un commento di Sandro Comola (rappresentante di “Politica Insieme”) apparso ieri, a seguito dell’intervista di De Mita sul Corriere della Sera, tra i vari interventi che quotidianamente animano la pagina di discussione del gruppo “Rete Bianca”. Il tono, come si può notare, è colloquiale ma impegnativo.

Caro Alessandro, da qualche tempo, sulle orme di don Sturzo, sono giunto anch’io sulle tue stesse posizioni politiche.

Credo cioè che sia più che utile per la nostra tradizione politica “una presenza anche minoritaria, non di mera manovra strumentale ma al servizio di idee e progetti, per portare a casa cose utili e buone per il Paese”.

Dobbiamo cioè, come tu dici, non farci condizionare da quel che siamo stati, ma di metterci nella prospettiva sturziana del primo dopoguerra, quando si lanciò con coraggio il messaggio dei liberi e forti, senza “aver più paura di d’esser soli o minima minoranza”.

Forse che anche “senza la Balena Bianca non si riesca ad incidere”? Allora Sturzo e i suoi, abbandonando la prospettiva di perpetuare la grande Opera dei Congressi, non scelsero anch’essi la scommessa di dar vita a un piccolo partito politico, al punto che il risultato che ottennero non solo non era nelle loro aspettative, ma preoccupò non poco lo stesso don Luigino?

Avanti dunque con coraggio!

De Gasperi, un messaggio europeo

La vasta eco di cordoglio e di compianto, che la morte di Alcide De Gasperi ha suscitato in tutto il mondo, conferma che l’eredità della sua politica non interessa soltanto l’Italia, ma tutto il mondo occidentale, tutta l’Europa libera. “Egli è stato uno dei grandi uomini della nostra epoca – ha scritto il Presidente Eisenhower – ed ha ispirato non solo l’Italia ma tutto il mondo che spero si ispirerà a sua volta al suo esempio nell’avvenire”.

Particolarmente, l’eco drammatica della sua scomparsa è risuonata nelle grandi sale del Ministero degli Esteri belga, in quella conferenza dei ministri degli esteri di Bruxelles alla quale egli avrebbe voluto portare la sua parola incitatrice, il suo messaggio di speranza per dissipare tutti i dubbi, per fugare tutte le ombre, per superare tutte le riserve di quella casistica che non può ignorare le esigenze del domani, per le realtà parlamentari di oggi.

Da dove traeva forza quell’ “europeismo” che rappresentava quasi una seconda natura dell’antico presidente del Consiglio? Quali erano le segrete, le potenti radici di quello spirito federalistico che si è imposto perfino ai più tenaci fautori dell’autonomismo nazionale che ha ispirato a Bruxelles i commossi accenti dello stesso Mendès-France?

La molla più intima e più profonda era rappresentata indubbiamente dal suo odio verso la guerra. Da buon cattolico De Gasperi vedeva nella guerra la conseguenza del peccato, l’ombra del male che si protende sui campi della Storia. Ma particolarmente la sua avversione era volta alla guerra moderna alla guerra rivoluzionaria e ideologica che trascende tutti gli schemi degli antichi conflitti di potenza che spezza tutte le regole, che infrange tutti i limiti del diritto e della tradizione.

Di fronte al conflitto del ’14, la sua posizione fu quella del cattolico conseguente che intuì la “inutile strage” la profondità della parola di Benedetto XV che nella condanna della guerra risalì alle radici filosofiche e ideologiche della conflagrazione “all’altra furibonda guerra che rode le viscere dell’odierna società”. Fermo e consapevole patriota egli difese i diritti delle popolazioni italiane nell’ambito dell’ “impero” mosso – come ricordò Gobetti – “dall’amore caldo per i suoi umili coltivatori del Trentino che correva a difendere sotto l’Austria durante la guerra, nei campi di concentramento a costo di gravi pericoli”. Ma il suo irredentismo non fu e non poteva essere quello di chi esaltava nella guerra la risoluzione di tutti i problemi, lo scioglimento di tutti i drammi, il placamento di tutte le ansie.

Nulla in lui dell’irrazionalismo dannunziano che corruppe i motivi più genuini del nostro patriottismo. Nulla in lui di quello spirito attivistico di quel senso della “lotta per la lotta” che doveva sboccare nell’ultimo conflitto mondiale, generare gli stravolgimenti e gli smarrimenti della guerra del ’39-’45.

Fu proprio l’ultima esperienza bellica che accentuò in De Gasperi la convinzione della necessità della federazione europea come estrema alternativa allo spirito di divisione e di odio alimentato dalle filosofie moderne, ultimo compendio di una visione della vita che escludeva i valori della carità e del perdono e annullava l’intuizione evangelica del mondo.

Di qui quella difesa struggente della CED che ha affrettato la sua morte; di qui quel dramma interiore che presenta perfino qualche analogia – mutati i tempi e le proporzioni – con le ultime fasi della vita di Pio X e in cui il politico cede al credente, lo statista si annulla di fronte allo spirito in cui la lotta contro il male prevale su tutti i calcoli di opportunità e di convenienza. Quanto di quell’europeismo sottintendeva l’antica polemica antinazionalista mai spenta nel pensiero cattolico? E quanto l’antica critica dello Stato nazionale che si era identificato per tanta parte con lo Stato liberale laico e in fine anticattolico? È una indagine che appassionerà gli studiosi di domani ma che non limita minimamente, oggi, il fatto che in quella polemica contro lo spirito nazionalista, pure di origine così schiettamente cattolico, egli finì per incontrarsi con gli spiriti più eletti della tradizione liberale e socialista, con le anime più nobili di quel mondo laico che pure agli ideali nazionali si era formato e nutrito.

Cosa vuol dire tutto ciò? Vuol dire che De Gasperi interpretò un atteggiamento profondo dello spirito del dopoguerra una vocazione degli animi che rifuggivano dalla antica volontà di sopraffazione e di dominio e chiedevano una parola di pace e di fraternità (non a caso Bidault lo ha definito “uno dei fratelli più liberi e coraggiosi”)

La sua polemica contro la degenerazione del nazionalismo si accompagnò sempre in lui ad un fermo rifiuto della deificazione dello Stato, della divinizzazione del potere. Cattolico coerentissimo come pochi altri (chi poté accusarlo di tiepida fede?) antepose la società allo Stato e non trascurò mai le esigenze dei corpi e delle comunità organiche a vantaggio di quelle del centralismo burocratico.

Il suo cattolicesimo era largamente venato in questo senso da inclinazioni neo guelfe, respirava nell’aura dei Manzoni e dei Tommaseo. Qualche volta nelle private conversazioni a noi che gli esprimevano i nostri dubbi e le nostri inquietudini sulla possibilità di conciliare a fondo l’antica opposizione cattolica con la logica dello Stato risorgimentale e liberale, il Presidente ci rispondeva con un nome: Gioberti. Ed era chiaro che la sua mente si rivolgeva più al Gioberti del “Rinnovamento” che a quello del “Primato”, che nell’abate torinese egli sentiva più il patriota moderno, l’apostolo dell’incontro tra Patria e plebe, il sognatore di un’Europa cristiana e democratica che non il vagheggiare di una restaurazione teocratica ed archeologica. Polemizzando con Croce per la “Storia d’Europa” non volle mai giustificare i cattolici che anche nel secolo XIX si erano chiusi “nelle trincee della reazione” e si preoccupò solo di esaltare magari oltre i limiti della verità storica la resistenza della Chiesa all’assolutismo, la sua lotta contro il cesarismo in qualunque forma.

Né l’unione europea gli apparve mai sotto un profilo esclusivamente politico. La sua funzione sociale, anzi, gli sembrò preminente. Consapevole delle insufficienze e delle contraddizioni storiche dello Stato italiano particolarmente sul terreno sociale De Gasperi pensò che solo una prospettiva federalistica avrebbe consentito, con la libertà dei mercati e della mano d’opera, di dare una risposta ai tanti assillanti problemi che angosciavano il Paese. La democrazia sociale di De Gasperi era – come osservò acutamente Gobetti – di “fondo originario” “lotta in difesa dei ceti più derelitti che non chiedono protezione ma giustizia e indipendenza e non vogliono umiliarsi a nessuna sopraffazione”.

In questo senso De Gasperi si muove nella migliore tradizione del “socialismo cristiano” fuori da tutte le utopie medievalistiche e da tutti i fantasmi corporativi. La sua era un’ansia profonda quasi elementare di giustizia su cui influiva la sua stessa natura di montanaro; una concezione profonda e istintiva di democrazia sociale che muoveva da una profonda ripugnanza verso il privilegio da un amore dei semplici nel quale risplendeva come ha ricordato Einaudi una vena evangelica. La sua stessa politica interna non si discostò mai da quelle che erano le caratteristiche dominanti del suo “spirito europeo”. Consapevole che l’Europa unita aveva il suo fondamento negli stati nazionali non si preoccupò minimamente di indulgere, una volta arrivato al governo, ai motivi dell’ “autonomismo” così forti nel suo partito. Forse non è illegittimo attribuire a De Gasperi il merito della liquidazione del regionalismo. L’antico amico e compagno di don Sturzo, il cattolico che si era formato in una atmosfera tipicamente federale, avvertì i pericoli di una dissoluzione regionalista e rinsaldò l’autorità del potere centrale come solo uno statista liberale avrebbe potuto fare.

Pur partendo da ferme pregiudiziali cattoliche che non temono confronti, De Gasperi non rifiutò i dati costitutivi dello Stato italiano e si preoccupò di fonderli con l’esperienza democratica dei cattolico. Egli sapeva che quell’innesto non sarebbe stato perfetto fuori da una cornice europea, egli sapeva che nel quadro nazionale esistevano ed esistono sempre i pericoli di quella che in privato amava chiamare “la tramontana giacobina”, magari al servizio dei partiti marxisti pur derisori e denigratori dell’antico laicismo borghese. Da cattolico liberale come era nel fondo, De Gasperi si propose sempre di evitare che in futuro potessero ricrearsi le condizioni d’una lacerazione tra Chiesa e Stato, di una antitesi tra la coscienza del credente e quella del patriota. Perciò fu avverso ad ogni forma di intolleranza confessionale e propugnò fino in fondo con vigore inesausto la collaborazione con i partiti laici.

Nella crisi del gennaio 1950 qualcuno si stupì della sua tenacia nel tentativo purtroppo fallito di conservare la collaborazione liberale al governo. De Gasperi ricorse allora anche all’autorità e al prestigio di Benedetto Croce. Ma quella tenacia quasi caparbia e irriducibile, attingeva ad una coscienza della storia italiana che era in lui maga segreta talvolta perfino inconscia ma egualmente ferma: che in nessun caso si dovesse riaprire l’antica ferita tra il cattolicesimo e la tradizione nazionale che era per tanta parte la tradizione liberale. Ai suoi occhi la “Res pubblica christiana” che egli vagheggiava con disciplina di credente e con fervore democratico, doveva sintetizzare le esperienze della scuola cattolica e le tradizioni dello Stato democratico liberale un piano che annullasse antiche pregiudiziali del laicismo ma salvaguardasse le conquiste fondamentali della libertà sia politica che religiosa. In questo senso, la “comunità europea” rappresentava il coronamento della sua politica, il culmine della sua visione della vita. Senza l’Europa unita egli sapeva che in Italia la conciliazione tra cattolicesimo e tradizione liberale non sarebbe stata definitiva. E la lotta contro il comunismo infinitamente più difficile.

Giovanni Spadolini

Bielorussia: “Giustizia e Pace Europa” contro il regime di Lukashenko

L’associazione “Giustizia e Pace Europa” guidata dal vescovo nord irlandese, mons. Noel Treanor scende in campo per sostenere il popolo Bielorusso.
In un comunicato inviato alla stampa si legge: “Denunciamo qualsiasi forma di violenza. Condanniamo fermamente l’uso della tortura da parte delle autorità bielorusse contro i manifestanti detenuti. Chiediamo inoltre l’immediato rilascio di tutti coloro che sono stati arrestati senza alcuna giustificazione”

Secondo i rapporti  “la violenza sproporzionata dispiegata dalle autorità bielorusse è costata almeno due vite e ha causato centinaia di feriti. Circa 6.000 manifestanti sono stati arrestati e molti di quelli successivamente rilasciati portano i segni della tortura. Inoltre, la repressione dei diritti civili e delle libertà si è intensificata. Questa situazione allarmante rappresenta una seria minaccia per la giustizia e la pace non solo in Bielorussia ma in tutta la regione”.

Giustizia e Pace esprime inoltre il suo “sostegno agli sforzi dell’Ue per lavorare su misure mirate contro le persone responsabili di gravi violazioni dei diritti umani”. “Ci uniamo ai vescovi cattolici della Bielorussia e al loro appello alla ricerca della verità sulla base di un dialogo pacifico e inclusivo tra la leadership politica bielorussa e la società civile per evitare ulteriori violenze”.

Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini: “Il sogno di un uomo ridicolo”

Gli spettacoli del Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini, ogni sera dalle 22, prenderanno il via nella giornata inaugurale di oggi con la possibilità per il pubblico di seguire ogni evento anche in streaming su www.meetingrimini.org .

Si comincia con “Il sogno di un uomo ridicolo” di Fedor Dostoevskij, nell’adattamento a cura di Fausto Malcovati e Mario Sala, con regia di Lorenzo Loris e Stefano Sgarella. Una produzione video Meeting per l’amicizia fra i popoli, tratto dall’omonimo spettacolo per il Teatro Out Off di Milano.

Un racconto fantastico, che riesce a parlarci ancora oggi della necessità dell’utopia proprio in un momento in cui il futuro, più che un sogno fantastico, è un incubo. Per Dostoevskij l’uomo deve porsi degli obiettivi positivi perché la felicità sulla Terra può esistere e cercarla non solo ha senso, ma è forse l’unica cosa che abbia senso fare.

Il sogno di un uomo ridicolo è forse la più sconcertante opera di Dostoevskij. Narra la situazione paradossale del protagonista, un uomo che, decidendo di suicidarsi, si addormenta davanti la rivoltella e sogna il suicidio e la vita dopo la morte.

Il personaggio è un uomo che si sente inadeguato alla vita e alle relazioni con le altre persone che gli sono, con il tempo, divenute assolutamente indifferenti, come, del resto, tutto ciò che lo circonda. Il protagonista  ripercorre le ragioni per cui si è sempre sentito estraneo alla società deciso a uccidersi. Una bambina in lacrime lo accosta chiedendo aiuto per la mamma, ma lui la scaccia.

A casa, con accanto la rivoltella, riflette sulla sua indifferenza e sul fatto che per quella bambina invece ha provato dolore e vergogna per la sua reazione. Si addormenta davanti alla pistola carica e inizia un sogno straordinario: approda in un altro pianeta, dove gli abitanti sono puri e innocenti, e per la prima volta non viene preso in giro. Il suo arrivo però contamina la popolazione che in poco tempo acquista tutti i difetti “umani”. Si sveglia e decide di andare per il mondo a predicare la verità che ha visto in sogno e per prima troverà la bambina incontrata la sera prima.

È un racconto all’apparenza estremamente pessimista, che nasconde in realtà una velata speranza totalizzante. Si  mette in scena un’umanità spiritualmente oppressa che cerca la salvezza individuale e sociale.

Si tratta di un testo complesso, affascinante, intimo e brutale, la rappresentazione filosofica e ideologica di ciò che l’uomo è, di ciò che è stato, e che potrebbe diventare, in cui ciascuno può ritrovare pezzi della propria vita, se non l’essenza stessa del proprio precario essere al mondo.

È un racconto per una voce sola, quella  di Mario Sala.

Secondo l’attore: “lo spirito dei tempi non vede di buon occhio l’utopia. Siamo tutti orgogliosamente pieni di concretezza, di cose da fare, di fatti-non-parole. L’idea che ogni cosa possa davvero cambiare, che il mondo possa diventare molto migliore, che si possa trovare infine la felicità su questa Terra, ci appare perfino ridicola. Forse le cose stavano già così ai tempi di Dostoevskij, o forse no. Sta di fatto che in questo racconto non c’è un tempo e non c’è uno spazio, non siamo necessariamente in Russia, nessun dettaglio la richiama al di fuori del nome dell’autore, e non si percepisce sullo sfondo una precisa epoca storica. L’uomo ridicolo potrebbe abitare ovunque e in qualunque tempo: per questo mi piace, e ci è piaciuto, pensare a lui come a qualcuno che giri tra noi, con il suo carico di sconfitta e umiliazione e il suo sogno da raccontare”.

“Il sogno di un’umanità felice, in pace, senza conflitti, il sogno di una natura intatta, di un’armonia che abbraccia tutto il creato. E in questo sogno affiora il grande tema dell’amore: l’uomo, ci dice Dostoevskij, è nato per amare, per dividere con i propri simili affetto, tenerezza, comprensione. E se siamo circondati da violenze, delitti, perversioni, guerre cerchiamo anche noi di far affiorare il sogno (forse, appunto, il sogno di un uomo ridicolo) di un’altra possibilità più umana, per noi umani. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, travolti dal nostro quotidiano affanno: ma è così semplice un gesto d’amore verso chi ci sta vicino. Ecco quello che l’uomo ridicolo vuole predicare: amatevi. E lo prendono per pazzo. La bellezza salverà il mondo, ci dice Dostoevskij ne “L’idiota”: non è la bellezza esteriore, è una bellezza interiore che nasce dall’amore. Facciamo gesti d’amore e saremo belli” ci dice Fausto Malcovati.

La pièce sarà introdotta da Tat’jana Kasatkina, direttrice del Centro di ricerca “Dostoevskij e la Cultura mondiale” presso l’Istituto di letteratura mondiale dell’Accademia russa delle Scienze.

“Questo racconto, in uno spazio piccolissimo – ha sottolineato la Kasatkina – enuncia tutti i temi fondamentali dell’ultimo Dostoevskij. Un racconto sulla malattia dell’uomo contemporaneo, che per Dostoevskij è l’isolamento, il separarsi da tutti gli altri, e quale sia la possibilità di curarla. Uno dei sintomi più importanti ed evidenti di questa malattia è il fatto che tutto gli sia diventato uguale, che tutto è indifferente, che non distinguiamo più i volti, l’essenza del mondo. Ciò annichilisce tutte le domande che si possono fare su Dio, sull’uomo e sul mondo, e che si possono fare solo quando si prova meraviglia. Infatti la parola russa che indica meraviglia è “удивление”, che ha la stessa radice di “divino” e può significare letteralmente l’avverarsi del divino in ciò che ci sta davanti e che ci fa meravigliare. È ciò che spacca i confini invalicabili dell’isolamento, perché quando ci meravigliamo si rivela lo strato più profondo che è in noi, che parla direttamente al divino che c’è in noi”.

Chiuderanno  questa video produzione interventi raccolti tra gli studenti di Modena e Mosca che hanno partecipato in questi anni ai seminari di lavoro sul testo organizzati dall’associazione “Il mondo parla”.

Dadone: “Lavoro agile Pa al 50% da qui a fine anno”

Gli uffici pubblici hanno già previsto dei reingressi con delle turnazioni e con delle fasi di accesso che sono scaglionate per tutelare la sicurezza sia per chi accede agli uffici pubblici che dei lavoratori, che devono comunque continuare a mantenere il distanziamento”.

Lo sottolinea la ministra della Pa, Fabiana Dadone, in un’intervista a ‘L’Aria che tira’ su La7.

”Durante la fase del lockdown per continuare a garantire i servizi siamo passati dalla sperimentazione del lavoro agile ad un lavoro agile a regime – spiega Dadone – Ora si tratta, invece, di portare il lavoro agile, come il co-working o come la rotazione all’interno degli uffici, tra qui e fine anno al 50%”.

Covid: l’Europa chiede di tenere aperte le frontiere

Di fronte all’aumento dei casi di coronavirus in molti Paesi europei, la Commissione Ue ha esortato a mantenere le frontiere aperte e ad agire in modo coordinato, diversamente da quanto successo a marzo con l’esplosione della pandemia.

La lettera è stata inviata il 7 agosto, ma è stata resa noto solo ora e nel testo si legge: “Dobbiamo assicurarci che la Ue sia pronta per i nuovi focolai, ma allo stesso tempo evitare una seconda ondata di azione scoordinate alle frontiere interne”.

Secondo la Commissione, “il ristabilimento di restrizioni inefficaci e controlli ai confini deve essere evitato, la risposta deve essere proporzionata, coordinata e basata su prove scientifiche”. La lettera è stata inviata agli ambasciatori dei 27 Paesi Ue dalla direttrice generale della Giustizia, Salla Saastamoinen, e dalla sua omologa dell’Interno, Monique Pariat.

Covid: tutte le nuove misure del Governo

Non solo discoteche chiuse in tutta Italia ma anche obbligo delle mascherine dalle ore 18 alle 6 del mattino, su tutto il territorio nazionale, anche nei luoghi all’aperto.
Nei luoghi della movida sarà quindi obbligatorio indossare la mascherina.

In realtà le discoteche non avevano ancora avuto il via libera alla riapertura ma molte Regioni si erano attrezzate in autonomia.

Ora si prevede una grossa perdita economica per gli esercizi commerciali legati al ballo.  Anche se si sta già ipotizzando degli aiuti a fondo perduto, come già erogato ad altre categorie di lavoratori.

Il sindacato dei locali da ballo (il Silb), intanto, parla di 4 miliardi di fatturato a rischio con almeno il 70% dei locali che da febbraio non ha mai riaperto.

Nuovo anno scolastico. Le linee guida per le scuole dell’infanzia

Ad un mese dall’inizio del nuovo anno scolastico il Ministero dell’istruzione ha emanato il “Documento di indirizzo e orientamento per la ripresa delle attività in presenza dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia”, in un clima di incertezza rispetto alla data di avvio delle attività educative (le Regioni reclamano la loro autonomia decisionale) e con riguardo all’assegnazione di dotazioni organiche aggiuntive.
Si parte con le direttive dunque e il Ministero ha ritenuto di cominciare dal segmento scolastico più delicato per le responsabilità organizzative connesse all’età dell’utenza scolastica.

In prossimità di Ferragosto molti Dirigenti scolastici hanno ritenuto doveroso riunire in videoconferenza i collegi dei docenti del proprio istituto al fine di leggere e commentare il testo ministeriale elaborato dalla commissione degli esperti per programmarne l’applicazione in vista dell’imminente riapertura delle scuole.

L’impressione è che ci si trovi a ridosso di una ripresa a settembre densa di incognite e di nodi concreti e calati nelle singole realtà da risolvere. I Dirigenti scolastici hanno avanzato le richieste di poter disporre di dotazioni aggiuntive di personale (docenti e collaboratori scolastici) ma al momento non ci sono risposte certe dall’Amministrazione: all’atto pratico si devono fare i conti con gli organici dell’anno precedente, a fronte delle ribadite esigenze di profilassi, distanziamento, uso di tutte le cautele possibili rispetto a tempi e spazi della giornata scolastica. Le indicazioni ministeriali sono rigorose e in linea con gli indirizzi del comitato degli esperti sanitari della protezione civile: un solo accompagnatore per ogni bambino, i genitori o parenti non potranno sostare nei locali scolastici, i bambini saranno presi in consegna dai docenti di sezione (in realtà uno dei due, visto che l’altro presterà servizio pomeridiano), dovranno essere usati banchi che consentano il distanziamento, si potranno utilizzare gli spazi esterni della scuole (se ci sono), ma sempre mantenendo la rigidità dei raggruppamenti precostituiti per sezione. Non potranno essere usati giochi e materiale didattico in comune: ogni sezione avrà i suoi, i bambini non potranno portare oggetti da casa, i docenti resteranno vincolati al gruppo di alunni assegnati, salterà l’uso del dormitorio per i più piccoli, refezione e bagni saranno usati in modo alternato previa accurata pulizia di locali e oggetti da parte dei collaboratori. Le docenti saranno dotate di mascherine e visiere (resta da stabilire un acquisto congruo di queste protezioni nel caso di nomine di supplenti: ogni dotazione è personale, ma dove sarà custodita se per far spazio ai nuovi banchi (molte scuole ne sono ancora sprovviste) dovranno essere accantonati armadi e suppellettili? Non competerà al personale scolastico la misurazione della temperatura corporea dei bambini ma dovrà essere previsto uno spazio per “isolare” i casi sospetti: il documento parla di “patto di corresponsabilità educativa” tra scuola e famiglie. L’impressione è che ci saranno difficoltà quotidiane: una mamma che deve andare al lavoro potrebbe lasciare il figlio a scuola anche se “gli cola il naso, ha mal di gola e qualche linea di febbre”. Nemmeno la presenza di un ufficiale dell’esercito potrebbe garantire il rispetto delle norme del buon senso comune da parte di tutti.

Figuriamoci un dirigente scolastico iper-responsabilizzato. Figuriamoci un docente con 20 e più alunni.
Molte di queste incognite rischiano di creare un clima di incertezze e paure: negli insegnanti che devono respingere le “intrusioni” dei genitori, mettere le pantofole ai piccoli, accoglierli in aula o nel salone, ma in aule e saloni diversi, poi coprirli e portarli in giardino (ma lo sanno al Ministero che a volte piove e d’inverno i nostri bambini anche se coperti rischiano una bronchite?). Certi momenti come l’accoglienza e la mensa (niente panini da casa!) diventeranno ai limiti della gestibilità: lo sanno gli “esperti” che i bambini di tre anni che entrano per la prima volta in una scuola vogliono la presenza rassicurante della mamma a volte anche per mezz’ora o più? Che piangono se la mamma si allontana?

Questa prassi didattica consolidata si chiama “inserimento” e finora per il primo mese di scuola è sempre stata applicata. Immagino che ci saranno genitori riottosi all’ordine di uscire da scuola lasciando il pargoletto ad una maestra con il viso coperto da visiera e mascherina che la renderanno più simile ad un marziano che ad un umano , a sua volta impegnata ad accogliere altri alunni e a respingere altri genitori, contenendo la mobilità di bambini che non potranno essere certo legati alle sedioline del banchetto monoposto o esagonale (sempre se ci sarà).

Si chiede quindi un patto scuola-famiglia in contesti molto spesso difficili dal punto di vista comunicativo, visto che ci sono sezioni con l’80% e più di bambini provenienti da altre realtà culturali e di diversa etnia.

Dovranno essere evitate attività di intersezione, per evitare rischi di contagi, gli oggetti – abbiamo visto- non potranno essere scambiati tra un gruppo e l’altro di bambini, niente recite, festicciole, travestimenti, costumi: le istruzioni sono rigorose, peccato che la realtà da gestire sarà realisticamente diversa, a cominciare dal fatto che un bambino può avere un fratellino o una sorellina in un’altra sezione o nella scuola primaria, che finite le lezioni si ritrovino a casa insieme e prima ancora, all’uscita da scuola si formino capannelli di mamme e bambini totalmente promiscui. Che ci sono piccoli ai quali “scappa la pipì” mentre il bagno è occupato da “intangibili e inavvicinabili” alunni di un’altra sezione. Questa organizzazione scolastica rigidissima e penso insostenibile sul piano fisico, emotivo e della tensione nervosa, rischia in pratica di essere vanificata dalla naturale promiscuità degli ambienti extrascolastici: casa, supermercato, giardini pubblici, presenze di parenti, di estranei, giochi tra bambini (di sezioni diverse) fuori dalla scuola, persone ammalate in famiglia ecc.

Si ha l’impressione che linee guida così severe siano state emanate per poter dire “abbiamo scritto ciò che va fatto” ma senza tenere conto della complessità esistenziale dei contesti di vita dei bambini e delle loro frequentazioni fuori dalla scuola. Ci vuole il certificato medico del pediatra per essere riammessi dopo tre gg di assenza ma tutti i genitori saranno così responsabili (o se lo sono, potranno materialmente farlo, se lavorano?) da tenere il figlio a casa ai primi segni di un’influenza?. Il patto di “corresponsabilità educativa” funziona se i due contraenti rispettano le regole: ciò che avverrà a scuola avrà un’impronta militaresca più che didattica, si può dire altrettanto per la vita dei bambini “altrove”?

Certo il documento usa con maestria un linguaggio suadente e pedagogese … “nei limiti del possibile”… “laddove necessario”…. “usando il buon senso” e lo fa onestamente per rasserenare un clima già teso prima della ripartenza. Ma se i banchi non sono ancora stati consegnati, se le dotazioni organiche aggiuntive non ancora assegnate, tutto rischia di assumere le sembianze di un teatro dell’assurdo.
Ci sono dirigenti scolastici pessimisti su nuove assegnazioni di docenti in tempo utile, che stanno organizzando eroicamente l’esistente sfidando il principio dell’impenetrabilità dei corpi. Senza contare che tra gli insegnanti presenti ci sono alcuni “lavoratori fragili” (art.83 del Decreto Legge 19 maggio 2020, n. 34) che vanno tutelati: ma non ci sono ancora istruzioni ministeriali al riguardo.

L’applicazione letterale delle linee guida farà “virare” l’attenzione e l’impegno degli addetti ai lavori più sugli aspetti sanitari e di profilassi, subordinando ad essi la progettualità didattica. Va ricordato tuttavia – e qualche parola di buon senso per rasserenare gli animi andrebbe detta dal Ministero in giù- che una scuola è soprattutto sede di istruzione-formazione- educazione, non luogo di assistenza custodiale o un ambulatorio medico. A scuola si va per imparare oltre che per evitare contagi.

Siamo rientrati nel mondo bipolare.

Che sia ormai tramontata l’idea di un campo diviso in tre, è cosa assicurata. Da più di dieci anni assistevamo a una tripartizione della sfera politica e ieri, tale idea, è stata ghigliottinata. Siamo rientrati nel mondo bipolare.

L’anomalia era tutta imputabile alla stranezza del movimento 5Stelle, ma ieri è stata decretata la sua definitiva archiviazione. I 5Stelle si possono schierare, mentre prima vivevano in un mondo di totale purezza: con nessuno, non siamo né di destra, né di sinistra.

Chiuso il sipario, si ritorna alle abitudini che avevano preceduto quella estemporanea svirgolata posizione politica.

Bene. Semplificare le regole del gioco è sempre un atto positivo. Almeno si sa quale sia il destino delle parti: vince il centro destra o vince il centro sinistra.

Le stranezze di questi due anni e mezzo sono state da tutti ampiamente colte; i 5Stelle con la Lega; i 5Stelle col Pd. D’ora in poi, l’elettore saprà che le opportunità non sono più tre o quattro, ma due. O vince A o vince B. Non c’è più una serie di possibili subordinate.

Normalizzazione.

Il paradosso è che la piattaforma Roussao ha sfornato la sua ultima chance. Le prossime elezioni, tranne qualche caso, vedranno il battezzo della nuova griglia di partenza.

Non entro nel merito delle decisioni assunte dai grillini, sono fatti loro. Trovo solo, e c’era da aspettarselo, che i movimenti politici hanno di norma durate limitate. Anzi, il caso dei 5Stelle è sembrato piuttosto fuori dalle regole. Più di dieci anni è un fatto fuori misura.

Manterranno ancora qualche stile fuori rigo, ma è indubbio che ormai faranno parte della famiglia dei partiti politici. Cosa comporterà questo? Non solo so. Il banco di prova sarà il riscontro elettorale del 20 e 21 settembre.

Se devo dare un parere personale, riaffermo il concetto precedente in cui trovo che una geometria regolare, per il Paese, sia da preferirsi a una geometria variabile. Come avete visto mi sono solo attenuto a dei pareri formali senza esprimere giudizi di sostanza.

Una cosa alla volta.

Papa Francesco e l’idea del progresso

l contesto dell’articolo. La parola «progresso» è una di quelle più comunemente usate. È praticamente sinonimo di miglio­ramento, perfezionamento, evolu­zione, e la sua correlativa, «regres­so», indica involuzione, decadenza, ritorno a uno stadio meno avanza­to o primitivo. Accanto a questo significato ge­nerico di progresso, la modernità ha introdotto il mito del progresso in­definito, che postula la vittoria finale e totale dell’umanità sul dolore, sul male e sulla morte.

Perché l’articolo è importante?

L’articolo enuclea dall’enciclica Laudato si’ il tema del progresso indefinito che, dal Settecento in poi, è una delle categorie portanti della cultura moderna. Si nota infatti che il Concilio parla del progresso nella sua accezione più comune e corrente. E quasi sempre fanno altrettanto altri documenti ec­clesiastici, così come la predicazione ordinaria. Quindi, a livello di Magistero, sembra essere la prima volta che compaiono, e sono espli­citamente e chiaramente citati e di­scussi, l’idea, il significato, il mito del progresso indefinito.

Secondo l’autore, che cita e commenta alcuni passaggi del testo, la Laudato Si’ tratta questo tema con una critica serrata, che mette in rilievo, nel quadro della valutazione positiva del progresso dell’umanità nella tecnoscienza, i rischi ai quali esso espone l’uomo e la natura, quando non è eticamente regolato.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • Che fondamento e che conferme empiriche ha il mito moderno del «progresso indefinito»?
  • In che termini l’idea di progresso viene trattata all’interno dell’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco?

     

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La casta degli anticasta

Con il superamento dei vincolo del terzo mandato si chiude il cerchio della trasformazione del M5S : l’ anticasta si fa casta!!
L’ indicatore è inoppugnabile, la morale vale per gli altri non per sé stessi. Si tagliano i vitalizi per le vedove degli ex parlamentari, non i propri. Nemmeno il taglio degli stipendi degli onorevoli, sparito dal calendario, dopo essere stato pomposamente promesso come l’ oggetto della prima delibera, del primo consiglio dei ministri, della prima legislatura della ( inesistente ) terza repubblica.

Gradino su gradino siamo precipitati nel casino. Ebbene sì, perché ci ritroviamo una feccia di classe dirigente nel peggior momento della storia della Repubblica Italiana.
Senza essere dotati di anticorpi, e con la nuova Casta che si comporta come il Covid, si adatta e si trasforma riuscendo a cavalcare a furor di popolo anche le conseguenze delle sue nefandezze. Come nel caso dei bonus riscossi dai parlamentari, e da altre centinaia di migliaia di italiani, che han potuto godere delle regalie di una legge votata dai moralisti di professione.

Perché senza anticorpi? Perché la Casta dell’ anticasta è il prodotto del suicidio della Politica sull’ asse del bipolarismo della ( presunta) seconda repubblica.

Della ( finta) rivoluzione liberale del ceto politico Berlusconiano selezionato ad hoc, in odio ai professionisti della politica, sulla base dei gusti del capobanda. Della ( finta) trasformazione dell’ ex partito comunista in un partito camaleonte, cerniera della gestione dei poteri dello stato, e consegnato a una casta dei magistrati e di giornalisti che non si sono fatti scrupolo di cavalcare ( finti) scandali per liquidare gli avversari politici.

Dalle ( finte) riforme dello Stato, della pubblica amministrazione, del welfare, e del mercato del lavoro, che ci consegnano il triste primato di essere l’ unico paese sviluppato ad avere una popolazione che lavora numericamente inferiore a quella che viene, a diverso titolo, mantenuta.

Tutto questo offre una spiegazione, anche sociologica, all’affermazione del populismo sovranista fondato sull’idea dominante dello stato assistenziale, e che permea la domanda e l’ offerta politica, ben oltre i tradizionali confini politici tra destra e sinistra.
L’ essenza di questa politica è la mera gestione del potere, anche tramite una comunicazione priva di scrupoli e della emanazione di leggi dissennate a colpi di nuova spesa pubblica.

E che pensa di trovare nelle risorse provenienti dalla UE il metadone per continuare questa sciagurata fase politica.
Questa lettura, per fortuna, comincia ad emergere in molti esponenti della sinistra e della destra politica, nella parte migliore degli amministratori locali, negli esponenti che hanno svolto o continuano a svolgere un ruolo rilevante nelle istituzioni europee e internazionali.

Allo stato attuale non costituiscono una massa critica sufficiente per favorire una vera inversione di rotta. In modo tale da mettere basi per un disegno di rinascita basato su una forte convergenza di fondo tra le istituzioni e le forze produttive.
Ma lo potrebbe diventare con l’aggravarsi di una crisi economica destinata a scavare solchi nel tessuto connettivo della Comunità nazionale.