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Metsola confermata presidente dell’Europarlamento

L’Europa sognata dai padri fondatori, che riprende a narrarsi come ambizione di un futuro migliore, un’Europa della speranza da lasciare alle generazioni future, in cui tutti i cittadini si possano riconoscere e siano a loro agio, un’Europa del bene comune, che sa difendersi e che difende la libertà, la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto, la pace. Un’Europa che si oppone alla polarizzazione e alle risposte semplicistiche che non risolvono i problemi. Sono alcuni dei concetti che Roberta Metsola ha messo al centro del suo lungo discorso d’insediamento, dopo essere stata rieletta presidente del Parlamento europeo da una larghissima maggioranza trasversale di eurodeputati, oggi a Strasburgo.

‘La nostra – ha esordito Metsola – deve essere un’Europa che ricorda, che impara dal passato e riconosce la lotta di tanti nel difendere ideali che a volte diamo per scontati. Per tutti coloro che sono stati mandati via dalla loro terra, che sono scomparsi, per coloro che si sono eretti davanti ai carri armati e ai proiettili per uscire dal totalitarismo che ha dominato gran parte dell’Europa per così tanto tempo. Per tutti coloro che hanno creduto nel miglioramento e hanno osato sognare. La nostra deve essere un’Europa di cui Adenauer, Mitterand, Walęsa, Fenech Adami, Havel, Veil, Falcone, Borsellino sarebbero tutti orgogliosi’.

‘La polarizzazione nelle nostre società – ha osservato la presidente del Parlamento europeo – ha portato a politiche più conflittuali, persino alla violenza politica, alle risposte facili che dividono le nostre comunità in ‘noi’ e ‘loro’.

Dobbiamo andare oltre questo pensiero a somma zero che ha escluso le persone, che le allontana. Che fomenta rabbia e odio, piuttosto che costruire speranza e convinzione. Una politica così semplicistica non offre soluzioni reali’.

‘Quest’Aula – ha rilevato Metsola – sta dalla parte opposta, vuole costruire anziché distruggere. Non ha paura di intraprendere la strada più difficile. È in grado di trovare e usare la sua voce per il bene comune, contrasta l’autocrazia, rilancia la necessità di lottare per lo stato di diritto, capisce che dobbiamo davvero essere tutti uguali in Europa’.

‘Condividiamo la responsabilità di lasciare un’Europa migliore di quella che abbiamo trovato. E lo faremo – ha annunciato – creando un nuovo quadro di sicurezza e difesa che mantenga le persone al sicuro e respinga i sogni espansionistici dei dittatori del nostro vicinato. Che sconfigga le minacce ibride che stiamo ancora affrontando. Che protegga l’Europa. Che difenda la nostra autonomia strategica. Che mantenga la pace. Che comprenda come la minaccia che abbiamo di fonte sia molto reale’.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha continuato la presidente del Parlamento europeo – rafforzando la sua competitività, approfondendo il mercato unico, garantendo posti di lavoro di qualità, concludendo accordi commerciali globali, completando la nostra Unione bancaria e l’Unione dei mercati dei capitali; e fissando obiettivi per l’industria che – ha sottolineato – siano attuabili.

È questo che mantiene le imprese europee in Europa, e ci dà la capacità di investire nei nostri giovani, nella ricerca, nell’istruzione, nella cultura, nelle nostre comunità e nel resto del mondo’.

Per Metsola è importante poi ‘la semplificazione’, ovvero la ‘riduzione della burocrazia superflua che allontana le persone e i posti di lavoro dall’Europa. I successi che i nostri cittadini ricordano di più – ha indicato – sono quelli in cui l’Europa ha semplificato la loro vita’.

Clima e ambiente, competitività economica, politiche sociali, immigrazione, parità di genere, sono gli altri temi menzionati brevemente dalla presidente del Parlamento europeo.

‘Lasceremo un’Europa migliore fornendo soluzioni reali sul clima’, e su uno sviluppo sostenibile che vada di pari passo con la protezione del nostro ambiente e del nostro patrimonio naturale. ‘Possiamo ottenerli entrambi’, ha affermato Metsola.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha aggiunto – se saremo in grado di rafforzare il pilastro sociale dell’Europa. Se diamo alle persone speranza e dignità. Se le pensioni e i salari soddisfano le aspettative sociali. Non possiamo andare avanti se i nostri giovani non sono in grado di affittare e tanto meno di acquistare un posto che possano chiamare casa’.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha rilevato ancora – se riusciremo finalmente ad attuare un’adeguata legislazione sull’immigrazione e sull’asilo. Questo comporta la necessaria gestione delle frontiere, con una politica di rimpatrio e, soprattutto, che sia umana (‘human centric’, ndr). Bisogna garantire che a nessun’altra madre venga più data altra scelta se non quella di mettere il proprio figlio su un’imbarcazione precaria nelle mani delle reti criminali del traffico’ di migranti.

‘Non possiamo lasciare un’Europa migliore – ha affermato a questo punto Metsola – se le persone non sono ancora in grado di essere chi desiderano essere, e amare chi desiderano amare, ovunque in Europa. Se non rimuoveremo le barriere per i disabili e non daremo loro le stesse opportunità nella vita che ha chiunque altro. Se non saremo in grado di combattere la discriminazione o arginare il crescente antisemitismo o l’islamofobia. Se l’odio e la violenza continuano a essere la forza trainante di gran parte dei nostri discorsi politici’.

‘Troppe donne – ha ricordato la presidente del Parlamento europeo – vengono ancora maltrattate, picchiate, uccise nella nostra Europa. Troppe donne lottano ancora per i diritti. Troppe donne guadagnano ancora meno degli uomini per lo stesso lavoro. Troppe donne hanno ancora paura. Questa deve diventare anche la loro Europa. Possiamo costruire l’Europa sognata da Simone Veil e Nicole Fontaine (ex presidenti del Parlamento europeo, ndr).

L’Europa che Marie Sklodowska-Curie non è riuscita a sfruttare appieno. L’Europa che Giulia, Pelin, Ana Vanessa, Daphne e tante altre donne non potranno mai vedere. Lo faremo per loro, per tutte quelle che non possono parlare, e per tutte quelle che verranno dopo’.

L’italiana Giulia Cecchettin, la turca Pelin Kaja (trovata morta a Malta), la spagnola Ana Vanessa Séren Penas sono tutte vittime di femminicidi nell’ultimo anno. Daphne Caruana Galizia è la giornalista maltese che ha pagato con la vita per il coraggio delle sue inchieste.

 

‘Abbiamo imparato – ha detto ancora Metsola – che non possiamo mai dare per scontata la democrazia. Abbiamo visto che i nostri valori europei sono considerati da troppi come una minaccia.

Questo è un distintivo donatoci dagli autocrati, che continueremo a indossare con orgoglio’. ‘La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina sovrana rimane in cima alla nostra agenda. Sono andata a Kiev – ha ricordato – a nome di questo Parlamento, allo scoppio della guerra. È stata una visita che ha dato nuovo slancio alla nostra Assemblea, nuova visibilità e influenza. Quest’Assemblea ha contribuito a puntare i riflettori politici sulla necessità di stare al fianco dell’Ucraina, e le persone fanno ora affidamento su di noi per continuare a essere visibili nel modo più chiaro possibile’.

‘Saremo chiamati a fare di più’, ha avvertito a questo punto Metsola: ‘Dobbiamo essere pronti ad andare oltre ciò che è comodo e a fare ciò che è necessario. Lo facciamo perché l’Europa deve difendere la libertà. Per la pace: una pace reale, con giustizia, dignità e libertà. Perché in Europa sappiamo come sanare divisioni apparentemente impossibili’.

‘Questa – ha aggiunto – deve essere anche la filosofia guida della nostra reazione al conflitto in Medio Oriente, dove anche nella nebbia della guerra la nostra deve continuare a essere la voce dell’umanità, che spinge per la fine del ciclo intergenerazionale di violenza, per la ‘soluzione a due Stati’, una pace sostenibile e il ritorno degli ostaggi ancora prigionieri’.

‘Per rinnovare il nostro impegno per l’Europa dobbiamo ‘non avere paura’, secondo le parole del grande santo europeo di Cracovia, Karol Wojtyla. Non aver paura di affrontare gli autocrati. Non aver paura di mantenere la nostra promessa. Non aver paura di difendere l’Europa. Non aver paura di continuare a costruire un’Unione che funzioni per tutti noi’, ha indicato Metsola.

Bisogna rivedere ‘la narrazione di questa nostra grande Unione. Possiamo ispirare le nuove generazioni di europei. Perché l’Europa è speranza, l’Europa è fede, l’Europa siamo tutti noi. L’Europa rimane la risposta’, ha concluso la presidente del parlamento europeo.

Alla Convention repubblicana anche Haley e DeSantis appoggiano Trump

Nikki Haley e Ron DeSantis, i principali rivali di Donald Trump per la candidatura Repubblicana alla Casa Bianca, hanno dato il loro pieno appoggio all’ex Presidente in occasione della convention del Gop in corso a Milwaukee.

“Voglio essere chiara: Donald Trump ha il mio endorsement. Non dovete essere d’accordo con Trump il 100% delle volte per votare per lui” ha esordito Haley, che he elencato quelli che considera i successi in politica estera dell’ex Presidente.

“Quando Donald Trump è stato presidente, Putin non ha fatto nulla: nessuna invasione, nessuna guerra. Non è stata una coincidenza: Putin non ha attaccato l’Ucraina perché sapeva che Trump era un duro. Un presidente forte non scatena una guerra, la previene”, ha concluso.

Anche DeSantis ha espresso il proprio endorsement nei confronti dell’ex rivale: “Rimandiamo Joe Biden in cantina e Donald Trump alla Casa Bianca”.

Né Haley né Desantis erano previsti nella lista degli oratori alla convention ma sono stati inseriti dopo il fallito attentato contro Trump per tramettere un messaggio di unità all’interno del partito.

Una scelta non casuale dato che fino a pochi mesi fa i due erano fra i due più acerrimi critici di Trump, con Haley che lo aveva definito “tossico” per il Paese.

È ora di dire basta alla radicalizzazione della lotta politica

Dopo il dramma americano è ripartito, ed a maggior ragione e con sicuro fondamento, il tema della violenza della e nella politica. Violenza politica che, almeno nel nostro paese, si manifesta – per fortuna, almeno per il momento – più sul versante verbale che non su quello fisico. Ma,comunque sia, è un argomento che ritorna a fare capolino nel dibattito politico e giornalistico.

Ora, al di là delle varie interpretazioni e delle legittime opinioni attorno al tema della violenza nella e della politica, è indubbio che la decadenza del linguaggio nella vita pubblica italiana ha un inizio ben preciso. Accompagnato, come ovvio, da una precisa matrice culturale e prassi politica.

Ovvero, il disvalore della radicalizzazione politica, della delegittimazione morale dell’avversario/nemico e del suo irreversibile annientamento politico risponde ad una precisa concezione sub culturale. E cioè, la concezione della politica come distruzione sistematica del nemico. Se questo è il filo rosso che lega l’aggressione verbale contro il nemico irriducibile con la potenziale e pur sempre devastante violenza politica, è doveroso ed anche urgente porre fine alla deriva della radicalizzazione per rilanciare le ragioni fondanti della democrazia. Oltreché ai valori e ai principi scolpiti nella Costituzione.

Per queste semplici ragioni credo sia del tutto inutile invocare la buona educazione, la qualità della democrazia, il rispetto delle regole basilari della civiltà democratica e lo stesso buon senso e poi, al contempo, scaraventarsi con rara violenza contro il nemico giurato, in virtù di un odio ideologico e politico senza tregua e senza limiti. Una concezione, questa, che mina alla radice qualsiasi dichiarazione di buoni intenti e di distensione. E allora, fuor di metafora, come è possibile che nel nostro paese – senza, come ovvio, tracciare confronti con ciò che capita oltre oceano – attorno ad una riforma istituzionale o ad un provvedimento che ridisegna il campo delle responsabilità delle autonomie locali, si scateni un putiferio che rischia di creare un caos indescrivibile nella società italiana? Com’è pensabile che attorno ad un tema squisitamente politico e di riassetto delle nostre istituzioni si corra il rischio concreto di dar vita ad un clima ingestibile nelle piazze e nella stessa opinione pubblica? Come si può invertire la rotta e ripristinare una corretta e credibile democrazia dell’alternanza quando l’unico e vero obiettivo è quello di demolire moralmente, culturalmente e politicamente il nemico ideologico?

Ecco perché, e senza scivolare in una ipocrisia ridicola e grottesca, adesso si tratta di verificare chi crede realmente in una politica basata sul dialogo, sul confronto e anche ed ovviamente sullo scontro politico e chi, al contrario, opta per una permanente, strutturale, organica e pregiudiziale contrapposizione ideologica contro l’avversario/nemico. Al riguardo, sono e saranno solo i comportamenti concreti a confermarci, o meno, chi crede nei principi e nei valori della democrazia e chi li viola sistematicamente anche se sostiene l’esatto contrario. Delle due l’una, quindi: o “la cultura del comportamento” e la “cultura del progetto” procedono parallelamente, come ammoniva molti anni fa Pietro Scoppola, oppure il progetto vira in una direzione e il comportamento in tutt’altra strada. Tutto il resto è solo propaganda.

Quale progresso? Crepet rimette al centro ciò che è giusto e bello.

Per capire la metafora con cui Paolo Crepet ha intitolato il libro bisogna cogliere e spiegare le ragioni di quelle contraddizioni esistenziali a cui abbiamo dato il nome di ‘complessità’ per connotare il presente: un limbo indeterminato che contiene il tutto e il suo contrario, dal negazionismo, all’indifferenza, dalle incertezze, alle paure, al rancore, all’ignavia che ci rendono isolati e simili alle monadi di leibniziana memoria. L’omologazione culturale spinge verso i luoghi comuni: è più facile usare il pensiero pensato da altri che fare appello alla ragionevolezza e al pensiero pensante. Dovrebbe essere questo il tabernacolo che racchiude le nostre irripetibili identità, ma risulta più facile affidarsi alle idee e ai modelli già in circolazione. Questo risparmio di fatica può costarci una involuzione irreversibile. Sarà un refrain ricorrente ma è indubbio che l’utilizzo sempre più intensivo delle tecnologie ha provocato una sorta di anestesia dell’anima e della mente mentre dai codici semantici, simbolici ed espressivi utili per comunicare va gradatamente scomparendo l’alfabeto del cuore e dei sentimenti.

Crepet non nega l’utilità del progresso scientifico ma ad una condizione: che sia sempre l’uomo ad impugnare il timone della vita e a orientarne la rotta. Osservando il futuro non è difficile preconizzare – ne aveva già scritto Heidegger – che ci troveremo di fronte ad una realtà distopica, “sdraiati su un divano ricevendo pasti da un drone, gli occhi coperti da visori, i sensi convertiti da algoritmi”. Non si tratta di una immaginifica visione catastrofica. ma di una deriva già innescata nel presente: essa potrà alterare ruoli e violentare le età, quelle coordinate spazio-temporali che costituivano un tempo la speranza di orizzonti rassicuranti.

Si capisce leggendo perché le conferenze di Crepet registrino sempre il sold out: egli si fa interprete e portavoce di una distorsione esistenziale che indistintamente percepiamo senza averne sovente consapevolezza. A cominciare dall’età infantile: leggendo il libro si coglie un’attenzione particolarmente avvertita verso i bambini e le bambine. Privati della libertà di giocare in modo fantasioso e creativo, orfani delle fiabe (alle quali viene da tempo attribuito un secondo fine recondito, una trama del male e dei soprusi, secondo il politicamente corretto), adultizzati in fretta – perché tutto si deve avere presto, anzi subito- strumentalizzati dal mercato e dalle logiche commerciali e del profitto ma anche prime vittime delle distorsioni epocali e delle violenze emergenti.

Crepet si riferisce senza mezzi termini alle guerre in atto di cui i minori sono le prime, più esposte vittime, ai loro corpi martoriati, all’innocenza rubata, al furto della loro identità nativa, all’essere immersi in una realtà brutale di cui percepiscono solo le paure e le angosce, le privazioni degli affetti, della casa, della spensieratezza tipica dell’età, terrorizzati e brutalizzati dagli orrori di una violenza inaudita e criminale che non si riesce a fermare. Il mio primo giorno di lettura del libro ha coinciso con il bombardamento dell’ospedale pediatrico di Kyiv, un atto spietato che ha raggelato il mondo. Ebbene con grande sorpresa nelle pagine del libro ho trovato – come una sorta di intuita e sensibile predizione – il riferimento alla ferocia rappresentata dal “bombardamento di un ospedale pediatrico”.

Una straordinaria premonizione che si è avverata mentre la leggevo. Ma non manca il nostro autore di rimarcare la discrasia, il gap, la frattura tra una cultura delle parole, delle narrazioni retoriche e dei documenti istituzionali che enfatizzano la primazia dell’infanzia e la realtà di un mondo che sta conculcando nei fatti il loro opposto e disapplicando queste roboanti affermazioni di principio. Bambine e bambini sono i protagonisti sottesi dello svolgersi delle pagine del libro. Ma ne sono anche gli interpreti principali, a cui Crepet presta la sua attenzione di psichiatra, sociologo ed educatore. Senza dimenticare la decadenza dei ruoli genitoriali e della famiglia, la strada intrapresa dalla scuola  – già a partire da quella dell’infanzia – dove tecnologie, burocrazia, organizzazione soffocante e irregimentata svuotano il senso della funzione educativa. Dobbiamo anteporre ai tablet e agli smartphone una sana e necessaria educazione sentimentale che non consiste in una materia o in una disciplina calendarizzata, ma in un approccio che privilegi la graduale maturazione dell’identità di ciascuno in un contesto dove l’empatia sia la chiave di accesso all’apertura verso gli altri, alla promozione delle relazioni umane e del rispetto, dove si vada a scuola volentieri (alunni e docenti) per riorientare la pedagogia e l’educazione verso ciò che è giusto e bello.

 

 

Conosco Crepet per essere uno dei più onesti, sinceri e spietati critici verso la pervasività tecnologica nella formazione delle menti e dei cuori: ricorda l’esempio della Svezia (ma- aggiungo- ancor prima la Finlandia) dove le autorità politiche e scolastiche hanno deciso per una radicale inversione di rotta dopo aver verificato i danni provocati dall’abbandono del corsivo: via i tablet e ritorno alla penna e al cartaceo. È doveroso rimarcare che la deriva intrapresa nel sistema scolastico italiano sta gradualmente abbandonando la tradizione educativa ereditata per abbracciare la palingenesi delle tecnologie e il loro precoce utilizzo fin dal primo livello di scolarizzazione. Crepet – e sommessamente, per esperienza professionale, il suo occasionale e modesto recensore – ne hanno radicata contezza.

Ricordo un proverbio persiano che ben si attaglia alla metafora usata dall’autore per intitolare il suo libro: “Se posi storta una pianta nel terreno essa crescerà storta fino al cielo”. L’elogio della lentezza, il valore del silenzio e della riflessione non sono disgiunti dal moto di ribellione verso vite inconsapevoli o storie già scritte, verso quella sorta di violenza simbolica che tutto appiattisce, che spegne ogni speranza, che rende eterodiretta la vita e le sue scelte, per dirla in due parole che diventa “anestesia dell’anima”. “Mordere il cielo” è una metafora che satura il bisogno di recuperare l’empatia come fonte di conoscenza degli altri e come ispirazione che muove verso la promozione delle relazioni umane.

Troppo spesso, oggi, alla fatica di vivere si unisce la paura di amare: è un’amara riflessione che chi scrive questa modesta riflessione matura da tempo. Se la vita viene deprivata dai sentimenti e depotenziata nell’uso del pensiero critico ci attende un futuro denso di incognite di cui già oggi cogliamo i segni. Atarassia come “monumento dell’immobilismo emotivo” e “anestesia delle emozioni” sono derive prodromiche ad un declino cognitivo e all’impoverimento dei sentimenti. Paradossalmente incontriamo persone più soddisfatte della sofferenza altrui che del proprio personale benessere. Per questo Crepet spinge ad un moto di ribellione contro l’appiattimento nell’indifferenza, contro la rinuncia a cercare la bellezza anche dentro le alterne vicende esistenziali, perché la vita non sia solo mera sopravvivenza.

Una insofferenza avvertita dall’autore e trasmessa ai lettori. Parafrasando l’esempio delle costruzioni di Renzo Piano, Crepet ci stimola a edificare un personale cantiere per la vita. E non è vero che si tratti di un cantiere progettato solo con e sulle parole. Per vincere il cinismo e l’insensibilità che – mi piace ricordarlo- da anni lo stesso Censis riscontra nelle macro derive del corpaccione sociale, occorre dare il via ad una radicale inversione di tendenza: “mordere il cielo”, vuol dire guardare in alto e lontano, vivificare la nostra umanità, riappropriarci di quell’alfabeto dei sentimenti che da tempo stiamo abbandonando per far posto agli interessi personali, agli egoismi, alle vuote nicchie di sopravvivenza, alle abitudini, al copia e incolla degli affabulatori e degli influencer. Perché anche le parole che accompagnano la narrazione della vita valgono e spiegano se hanno un senso e ci orientano alla ricerca della verità e del bene.

Trump, Berlusconi, Malpensa e una politica fuori pista.

Che sia amato od odiato, a Trump deve riconoscersi di avere il senso di una capacità comunicativa in ogni circostanza. Gli hanno sparato, per fortuna prendendogli solo un’orecchia di striscio. Gli uomini addetti alla sua sicurezza gli sono andati addosso per proteggerlo. Si ha la sensazione che Trump si sia quasi svincolato, abbia cercato una luce di visibilità tra i corpulenti che lo circondavano per mostrarsi ancora in gamba, intanto che urlava il suo singolare messaggio di pace: “fight, fight”, mentre alzava il pugno verso l’alto.

Il suo istinto gli avrà suggerito che quella era una inattesa circostanza per guadagnare punti in percentuale per la vittoria della Casa Bianca. È stato un attentato verso un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, non proprio giovanotto ma ancora ricco di energie. È attempato ma non se ne cura. ”Tu dai ombra alla notte, al giorno i rai. Tu il mondo attempi, e il paradiso eterni” scriveva nelle sue Rime, il buon Anton Maria Salvini, uomo di lettere e grecista del 1700, non il Matteo nostrano che pure nutre forti simpatie per Trump. Alla fine gli uomini del Secret Service hanno fatto fuori il cecchino che voleva togliere di mezzo l’impetuoso candidato, questa volta comprensibilmente dai capelli scomposti.

Cecchino sarebbe il nome dato dai nostri soldati a Cecco Beppe, l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, durante la Prima Guerra mondiale. Le sue milizie si appostavano e facevano fuori le nostre truppe con tiri di precisione. Altri dicono che per ben mirare occorreva chiudere un occhio e quindi si era “ciechini”. Fatto sta che la pace latita e gli istinti rissaioli sono presenti anche nella politica del nostro paese, pronta a condannare quanto accaduto in terra americana.

“Check in” è una procedura di ammissione in un aeroporto, un controllo a cui segue contestualmente una registrazione di ingresso in un determinato spazio. Si legge come, nel linguaggio alberghiero, indichi il tempo in cui un cliente arriva, consegna i documenti per la registrazione e prende possesso della stanza.

A Berlusconi si è intitolato tra infinite polemiche l’Aeroporto di Malpensa ma c’è una parte che inveisce perché invece non alloggi in zona. Tutto il laborioso alveare della Sinistra, compreso i Five Stars, ha urlato allo scandalo. Per loro il Cavaliere resta iconicamente una figura estremamente divisiva. Per i protestatari prevale il ricordo delle sue vicende giudiziarie piuttosto che gli incarichi istituzionali ricoperti nel corso della sua attività politica. Sala, il Sindaco di Milano, ha scritto a Marina Berlusconi sulla opportunità di un certo procedere, sottolineando come meglio sarebbe stato attendere che gli animi si distendessero in attesa che la storia stemperasse i giudizi sulla figura paterna.

Insomma era inevitabile che ci si schierasse da una parte o dall’altra, trattandosi di vicenda di rilevanza planetaria, forse perché volando si raggiunge ogni parte pur sparuta del mondo. Tra le critiche è quella anche di aver mancato di “garbo istituzionale” come se rivolgersi agli avvocati e mobilitare i Comuni di quel territorio per studiare un ricorso al TAR, contro l’ordinanza di Enac, sia invece da intendere come un atto di gentilezza.

Eppure c’è in questi giorni un fondamentale momento di coesione nazionale, da scolpire su tavola di marmo. Una partita di calcio della squadra dei Politici contro la squadra nazionale dei Cantanti, a scopo di beneficenza.  La Schlein, Conte, Giorgietti e La Russa ed altri, tutti insieme, potrebbero urlare, mutuando da “I have a dream” un sonoro un “I have a team”. Ogni tanto occorre dare un calcio alle diatribe e mettersi sottobraccio per qualcosa di buono. Poi, subito prima o dopo, riprendere a darsele di santa ragione.

L’aeroporto di Malpensa è, almeno per adesso, ormai intitolato a Berlusconi. Grazie all’adoperarsi dell’opposizione politica, potrebbe corrersi il rischio di ribaltare il senso del proverbio che recita: “Chi si battezza savio s’intitola matto”.  Così la squadra della Sinistra produrrebbe l’inverso effetto per cui “chi si intitola matto, si battezza savio”, riabilitando in questo modo il Cavaliere, malgrado l’intento fosse esattamente contrario.

Vale la pena rammentarlo. Berlusconi è morto. Ora è dove i suoi simpatizzanti e i suoi nemici non gli fanno più effetto. Gli sono estranei. A proposito di rispetto, non va tirato in ballo da nessuno per vantare posizioni di bandiera ed acquisire consensi. Ci sono urgenze maggiori che accapigliarsi in merito alla intestazione di un aeroporto, posto che ogni personalità all’uopo scelta, anche la più nobile al mondo, offre comunque motivi di critica ad eventuali detrattori.

Mettersi in testa ai rivoltosi è un esercizio politico che va scomodato per fatti che ne meritino l’attenzione. La testa, anticamente, era il coccio di terracotta. Ancora una volta è andata in frantumi la politica seria a cui andrebbe ricordato il monito dello scrittore Mino Maccari quando diceva: «Io non le chiedo di perdere la testa per me, ma semplicemente di trovarla». Per l’intanto, da Malpensa, la politica provi a volare alto, se ci riuscisse.

Francesco Fabbri, un politico stimato e ancora oggi nel cuore di molti.

Fondazione Francesco Fabbri

Il 20 gennaio 1977, a soli 55 anni di età, si spegneva per malattia lo statista Francesco Fabbri, nato il 15 agosto 1921 a Solighetto di Pieve di Soligo (Treviso): egli era allora Ministro della Marina Mercantile in carica nel terzo governo Andreotti.

Un ricordo che non muore mai

Che cosa dire, oggi, di Francescoi Fabbri, che possa essere memoria feconda e insieme riferimento importante per il presente e il futuro della nostra comunità civile? Innanzitutto, serve proprio l’impegno a ricordare, con la memoria che lo scrittore Alessandro D’Avenia interpreta come la vittoria della vita sul tempo. Coloro che non sono più tra noi vivono soltanto nel momento in cui li ricordiamo, altrimenti rischiano di morire per sempre nell’oblio colpevole di chi non riconosce onore e non riserva gratitudine per quello che è stato.

Francesco Fabbri, per parte sua, non è mai stato dimenticato e continua ad essere compianto ma, soprattutto, rimpianto. Vive nel commosso ricordo di chi gli è stato amico nella vita politica, che ha imposto il nome di Francesco o Francesca ai figli in onore a Fabbri, che lo volle partecipe di importanti vicende familiari, che ha ancora la sua fotografia esposta in casa insieme a quelle degli affetti più cari.

E nella memoria riconoscente di tutti coloro che hanno voluto anche di recente convegni e pubblicazioni, e l’intitolazione del nuovo palazzetto dello sport di Pieve di Soligo proprio a Francesco Fabbri, a lui dedicando una struttura polivalente che dal maggio 2023 si chiama ufficialmente PalaFabbri.

Tutto conferma che il ricordo è vivissimo in tante generazioni della Marca Trevigiana, e non solo, sempre alimentato del resto in tutti gli anni seguiti al tristissimo 1977, e che la profonda riconoscenza per la figura e l’opera esemplare di Francesco Fabbri si è come tramutata in un sentimento di nostalgia e di ammirazione senza tempo, quasi in un sentire laico di devozione per uno statista che ha manifestato in concreto il senso autentico del servizio disinteressato a lungimirante alla società e alle istituzioni.                                                                                                    Un grande politico cristianamente ispirato, nella società e nelle istituzioni

Prigioniero nei lager nazisti durante la Seconda guerra mondiale, l’allora sottotenente di artiglieria alpina Francesco Fabbri aveva maturato la sua decisione di dedicarsi al servizio politico, ispirato ai più alti valori umani e cristiani.  Già sindaco di Pieve di Soligo e vicepresidente della Provincia di Treviso, deputato e senatore, Fabbri aveva rivestito l’incarico di Sottosegretario di Stato al Tesoro nel secondo governo Andreotti  nel 1972, e quindi nel quarto e quinto governo Rumor e nel quarto e quinto Governo Moro, prima di diventare Ministro della Marina Mercantile nel luglio 1976.

Insegnante elementare, direttore didattico, laurea in scienze agrarie, giovanissimo in Azione Cattolica e poi nei Maestri Cattolici, dirigente della Cisl sindacato scuola, impegnato per le Comunità Emigranti con la rivista Il Campanile, presidente dell’ospedale civile Balbi Valier, membro del collegio sindacale in Banca Piva e consigliere nazionale UNCEM, Francesco Fabbri stabilì e coltivò sempre relazioni profonde con il territorio di Marca in tutte le dimensioni sociali, economiche e istituzionali.

Basti citare, per tutte,  la fondazione del Consorzio BIM Piave Treviso per l’avvio dell’opera di metanizzazione, con straordinaria intraprendenza e lungimiranza, insieme a molti altri incarichi e attività nell’ambito della cooperazione e delle realtà consortili.

Egli fu infatti tra i fondatori dell’Associazione dei Comuni della Marca Trevigiana, tra gli iniziatori e poi presidente della Cantina Sociale Colli del Soligo, e anche dirigente e presidente della Federazione Provinciale delle Cooperative Mutue di Treviso.

 

Un modello e un messaggio attuale, per servire il bene comune                                                         

La sua fu una vita spesa per la politica, di esempio per i giovani. Fabbri va ricordato per la saldezza dei suoi valori e per la rettitudine dimostrata in tutto il suo percorso. Animato da profonda fede cristiana, egli aveva maturato proprio nei campi di concentramento la scelta definitiva e totale di impegnarsi per la libertà e la democrazia e di dedicarsi senza riserve alla politica come “forma esigente di carità” verso tutti, e in particolare verso i più bisognosi.

Nel pensiero e nell’azione competente, concreta e di amore alle persone e al territorio fu un vero leader democratico cristiano, allievo di fatto del grande economista e sociologo cattolico concittadino di Pieve di Soligo, Giuseppe Toniolo, come lui “riformatore sociale che prima di tutto è riformatore di se stesso”.

Egli svolse tutti i ruoli istituzionali in una sintesi completa e vitale dei principi della sussidiarietà, del protagonismo dei corpi intermedi, della buona amministrazione, del rigoroso rispetto delle istituzioni. Oggi abbiamo nostalgia per Fabbri, dicevamo sopra, e per il suo sguardo lungo di statista che è artefice di sviluppo e pensa e agisce per le nuove generazioni. Il reticolato nudo e spinoso s’è destato al sole daprile e ha germogliato il fiore della libertà”: così Francesco Fabbri il 13 aprile 1945 nel suo diario di guerra.

Oggi, a quasi 103 anni dalla nascita, a 47 anni dalla morte, la sua lezione è intatta, i suoi insegnamenti di straordinaria attualità: la sua fede nella libertà ci aiuta a rinnovare l’impegno per il bene comune, a cercare di vincere l’assedio del reticolato delle gravi difficoltà del nostro tempo. Ecco Francesco Fabbri, un bene autentico che appartiene all’intera comunità, un simbolo vero di rinascita morale e civile per tutto il Paese.

Prospettive del postumanesimo che salvi dal declino dell’umano.

“Il Domani d’Italia” ha pubblicato il 14 cm, e prima il 12, due articoli molto belli e molto densi di Giovanni Federico e di don Massimo Naro in tema di attualità del postumanesimo. Proprio oggi in un tempo in cui l’intelligenza artificiale viene facilmente veicolata come un sistema infiltrante l’uomo e che minaccia di spogliarlo delle sue proprietà umane, i due interessanti editoriali si addentrano in un oceano estesissimo, dalle acque agitate da correnti sconosciute e da abissi senza fine, dove incrociano Leviatani mai visti.

Una questione di fondo è l’ibridazione: un essere umano ibridato dalla tecnologia. È un potenziamento od un vero e proprio cambio di specie?

Naro dice che per chi ci crede il primo ‘innesto’ avviene con il Battesimo (e che innesto, altro che tecnologia!). Viene conferita la vita divina ad un mortale, si viene congiunti a Dio. Si è così ‘più’ uomini o invece semi-dei? Per cui le difettosità umane non vengono superate in sembianze nuove, superiori, ma espulse e basta,  essendo il resto della persona già compiuto. Un bell’ibrido, no?

Cioè: un essere umano senza battesimo è pienamente umano o no? Da qui: “aggiungere” vuol dire valorizzare quel che c’è, o trasformarlo in altro, o limitarlo, o ancora? Insomma: la compiutezza dell’umano sta in un diverso concetto di umano da quello cui siamo soliti comunemente riferirci? Alla fine: postumano è – o può essere – di più o di meno dell’umano? Vuol dire che ciò che è propriamente umano deve ancora evolvere? Ma per diventare che cosa? E come potrebbe avvenire questo?

Naturalmente il postumanesimo non è il ben più radicale transumanesimo, che è il superamento definitivo del problema uomo, equiparandolo ad una qualsiasi delle entità presenti nell’universo, alla stregua di un armadillo o un geode (quindi insulsità dell’antropologia), ma anche – allora – dotandolo di una mente compatibile con l’hardware di un computer e che proprio attraverso la tecnologia possa accedere al superamento di ogni limite in cui la natura lo ha costretto, morte compresa.

Ci sarà quindi una “intelligenza superiore” che sarà oltre l’intelligenza artificiale e quella umana, intelligenza superiore che si autoalimenterà da sola, sbarazzandosi definitivamente dell’essere umano. Ma al rischio che la condizione umana possa essere classificata dalla nuova etica tecnologica come cronicamente inguaribile (e quindi non funzionale) ci era già arrivata la letteratura, basta pensare a Kafka o a Camon (La malattia chiamata uomo, 1981) o ancora a Karl Kraus (Essere uomini è uno sbaglio, Einaudi 2012), per non parlare di Cioran.

Il tema dei limiti dell’essere umano era già stato affrontato dal famoso etologo austriaco Konrad Lorenz, Nobel per la Medicina nel 1973, e conosciuto soprattutto per l’immagine dei piccoli anatroccoli selvatici che lo seguono credendolo la madre (fu lui a definire il concetto di imprinting, il portato che non è modificabile). Nel 1984 esce per Mondadori una delle sue ultime opere, dal titolo eloquente: Il declino dell’uomo. Similmente al tema di Federico e Naro del superamento della finitezza e dell’evoluzione verso un essere umano radicalmente nuovo, Lorenz vede nell’affacciarsi di un nuovo sapiens – che lui individua in un “sapiens sapiens sapiens”- la possibilità (l’unica, secondo lui) che l’uomo non scompaia dalla faccia della terra, insomma che la specie umana non si estingua (cosa per Lorenz possibilissima).

In fondo gli esseri umani – dice Lorenz – sono presenti sul pianeta da relativamente poco tempo – 300.000 anni, lasciando perdere gli autralopiteci – e quindi non si capisce perché non ci si debbano aspettare ulteriori stadi evolutivi, come peraltro già avvenuto. Ma se questo – dice sempre Lorenz – non è più di tanto certificabile è però invece dimostrabile come oggi i limiti del “sapiens sapiens” appaiano in tutta la loro virulenza, a cui sembra non ci siano antidoti.  Lo si vede dal declino, fino alla scomparsa, di proprietà specifiche della razza umana quali la solidarietà, la compassione, la tolleranza, la creazione di rapporti di mutuo scambio, di cooperazione, di condivisione. Tutte cose – afferma Lorenz – che contraddistinguono la nostra specie, e che oggi si sono fatte sempre più labili e ininfluenti.

E quando sono in declino le specificità di una razza, che l’hanno fin’allora resa distinguibile da ogni altra (insomma: come se i felini andassero perdendo i canini), vuol dire che è in declino la razza, o che almeno un suo ciclo biologico si è concluso. Questo non significa che sparirà, ma significa invece che un suo ulteriore stadio si appresta a prenderne il posto.

“Gli uomini vivono oggi dentro una camicia di forza culturale che ogni giorno si fa sempre più stretta”. Per Lorenz l’uomo di oggi soffre di una “distorsione della realtà”: avendo a che fare solo con cose inanimate, che si possono fabbricare e distruggere, l’uomo di oggi pensa che si possa fabbricare tutto. Questo delirio, secondo l’etologo austriaco, porta a trattare l’ambiente naturale, ed anche gli altri, con incredibile miopia; come se l’aria, una volta resa venefica e puzzolente, la si potesse cambiare con un colpo di tecnicalità.

Lorenz era allora pessimista; secondo il padre dell’etologia moderna questa “traslazione del reale” l’uomo moderno l’avrebbe pagata cara: innanzitutto con una nevrosi diventata endemica (ben altre epidemie – come si sa – hanno preceduto il coronavirus). Soprattutto, per Lorenz, la vera realtà si sarebbe vendicata ed avrebbe alla fine colpito in maniera drammatica proprio “gli uomini in posizione di potere, che dovrebbero essere responsabili delle sorti dell’umanità. Costoro considerano reali soltanto due cose, sulle quali agiscono e che a loro volta li influenzano: il “denaro” e il “potere”.

La cosa, diceva, aveva nel “sistema tecnocratico” la sua sponda e la sua legge, perché veicolava un beota e “incoercibile ottimismo”, derubricando a poesiole infantili ogni tentativo di lettura difforme o peggio alternativa.  Allora, se un postumanesimo ci può attendere questo non può essere altro che una resurrezione che comincia nell’aldiquà, un postimmaginario che abbia e che soprattutto viva un’altra idea dell’essere umano, delle sue relazioni, delle sue possibilità.

La Corea del Sud contro le manovre spregiudicate di Putin

(Askanews) La Corea del Sud non sarà più in grado di mantenere normali relazioni con la Russia a causa della firma di un nuovo accordo tra Mosca e Pyongyang. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri sudcoreano Cho Tae-yul.

“Nell’attuale situazione internazionale, non possiamo mantenere normali relazioni con la Russia come se nulla fosse. La dura realtà è che le relazioni tra Corea del Sud e Russia erano già limitate a causa della guerra in Ucraina e sono diventate ancora più complicate a causa del trattato di partenariato strategico globale recentemente concluso tra Corea del Nord e Russia”, ha dichiarato Cho in occasione di un forum sulla politica estera e la sicurezza globale presso il Parlamento sudcoreano.

La Corea del Sud continuerà a partecipare agli “sforzi della comunità internazionale riguardo alla guerra in Ucraina” e a rispondere alle minacce alla sicurezza, ha detto Cho. Ha aggiunto che dopo l’istituzione della Nato, la Corea del Nord “ha invaso il Sud” l’anno successivo, indicando che la cooperazione militare tra Mosca e Pyongyang “minaccia” la sicurezza della Corea del Sud.

L’alto diplomatico sudcoreano ha affermato che il futuro delle relazioni bilaterali dipende dalle azioni della Russia, ribadendo l’intenzione di “continuare la necessaria comunicazione” e di “gestire strategicamente” i legami per proteggere i suoi cittadini e le sue imprese nel mercato russo. Il trattato sul partenariato strategico globale è stato firmato il 19 giugno durante la visita del presidente russo Vladimir Putin in Corea del Nord. Le parti si sono impegnate, tra l’altro, a fornire assistenza militare e di altro tipo a tutti i Paesi della Corea del Nord.

Così violenta, l’America non può che farci preoccupare.

Nella polveriera attuale, quello che è accaduto negli Stati Uniti è un ulteriore gravissima ferita nei precari equilibri di questo folle mondo. Una follia come quella attuale non la si registrava da moltissimo tempo. 

Il millennio è iniziato con il gesto più eclatante che si potesse immaginare, l’abbattimento delle torri gemelle, ma dopo un quarto di secolo, la situazione intende pareggiare i calcoli: sommando Ucraina, Gaza, tensioni a Taiwan, vespaio in Iran, secondo mondo in rapida ascesa e ieri pure, l’attentato a Trump, si può considerare la sommatoria pari alla ferita a New York. 

Già gli Stati Uniti stavano attraversando difficoltà interne, la competizione tra due anziane figure non è certamente un ottimo biglietto da visita per la salute del più grande Paese del mondo, ma con il gesto squilibrato di un giovane statunitense, c’è il fondato rischio che la campagna elettorale subisca una brutta sbandata e si mostri più aggressiva rispetto a quello che già trapelava in questi ultimi periodi.

Ci attenderanno pertanto, strane giornate, all’insegna di fragili equilibri. Per nulla piacevoli. Stiamo cercando da qualche anno, quasi disperatamente, un equilibrio che sembra ormai del tutto smarrito e l’attentato consumato ieri butta benzina sul fuoco.

Essere preoccupati è pertanto del tutto legittimo e ampiamente giustificato; almeno si calmasse qualche fronte, ma così non è. Recrudescenze si notano sul campo della striscia di Gaza e venti negativi spirano tra Mosca e Kiev. Bisogna vedere adesso quale linea di condotta terranno tanto i repubblicani, quanto i democratici. Dovrebbero abbassare i toni ed escludere qualsiasi accelerazione sul versante dell’aggressività politica. 

Gran brutto momento. Non possiamo che prenderne atto. Attendiamo da quel grande Paese che sono gli Stati Uniti qualche ventata di saggezza di cui tutti sentiamo il gran bisogno. Da domani, capiremo meglio che cosa attenderci.

 

[Tratto dal blog dell’autore]

Ancora con i martiri dell’informazione?

Ma la liturgia sui “martiri dell’informazione” prima o poi finirà? La domanda non è retorica o burocratica ma semplicemente attuale perchè risponde alla realtà. La Dunque, e per essere sintetici, il copione è quasi sempre lo stesso e riguarda prevalentemente il rapporto con il servizio pubblico radiotelevisivo, cioè la Rai, da parte di alcuni professionisti del settore. Parliamo di professionisti dell’informazione, prevalentemente televisivi ma non solo, di norma ricchissimi e accompagnati da una grande popolarità grazie al lavoro che svolgono da anni.

E quindi, e rapidamente, la sequela dei vari passaggi è sempre questa. Quando non c’è un governo di sinistra di norma si urla al bavaglio prima ancora che accada qualche incidente concreto. Dopodichè, si passa all’attacco personale e politico nei confronti di esponenti, o partiti, della maggioranza di governo politicamente alternativa a questi professionisti nelle varie trasmissioni. Di conseguenza scatta il dibattito e il confronto politico, anche ruvido, e parte la polemica. E, puntuale come l’arrivo di una stagione meteorologica, si grida immediatamente al “golpe” e al “bavaglio della libera informazione” e la sinistra, di norma, evidenzia che in Italia siamo di fronte ad una sostanziale sospensione della libertà di espressione. Cori di solidarietà da parte dei partiti della sinistra, dei quotidiani fiancheggiatori e dei vari talk schierati politicamente prima che il professionista al centro dell’attenzione, e della polemica, manifesti la sua volontà di andare via dalla Rai. In ultimo, ma non per ordine di importanza, il professionista cerca un’altra sistemazione professionale e veniamo puntualmente a scoprire l’entità del nuovo contatto. Che, di

norma e come da prassi, è quasi sempre milionario.

Ecco, questo è il copione dei “martiri dell’informazione” nella società contemporanea. E cioè, per sintetizzare e chiudere, professionisti dell’informazione, milionari, grande popolarità nella pubblica opinione e politicamente schierati e sempre “vittime” del potere.

Una sola domanda finale: sino a quando dovremmo assistere a questa squallida ed incresciosa parodia e ad una sceneggiata che, francamente, oltrechè squallida è anche poco rispettosa dei cittadini comuni e dei loro problemi quotidiani? Sino a quando il caravanserraglio della sinistra politica, accademica, giornalistica, televisiva, editoriale, artistica ed intellettuale pensa di proporre questo spettacolo? Visto che è sempre e solo una finzione, prima finisce questa sceneggiata e meglio è per tutti. Serietà e credibilità delle persone compresi.

Ritratti dc: l’intelligenza e la passione di Maria Eletta Martini.

[…] Maria Eletta, insieme alle sorelle, raccontò la sua storia perché i nipoti ‘sapessero’. Un racconto pieno di fatti e sentimenti che nel 2003, a cinquant’anni dalla morte, prese forma nel libro edito dalla Maria Pacini Fazzi con il titolo di Nonno Nando . La stessa casa editrice, nel 1997, ha stampato anche l’ultimo libro della Martini, Anche in politica cristiani esigenti, che ritrae in copertina una giovanissima Maria Eletta durante una comizio tenuto a Camaiore nell’aprile 1948.

Più volte ha ben precisato cosa volesse davvero dire fare  politica in modo maiuscolo, coniugando ispirazione ed azione: “Fare politica non è essere soci di un circolo culturale. La politica è progettazione, richiede studio, competenze, conoscenza dei meccanismi del potere”, che Maria Eletta sapeva padroneggiare con sobrietà, senso del limite e senza orpelli. Non bastano virtù e onestà dei singoli, premessa indispensabile ma non sufficiente, conta fare riforme necessarie per promuovere dignità e diritti.” 

“Con Maria Eletta Martini se ne va una parte pezzo della nostra storia”. Sono queste le  prime parole di cordoglio  con cui l’ ex Ministro e padre della protezione civile moderna, Giuseppe Zamberletti ricordò Maria Eletta. Per poi proseguire: “ …era una donna estremamente sensibile ai temi del volontariato. La sua storia è stata segnata dalla forte passione civile e sociale. Già organizzando i primi convegni nazionali aveva voluto fare di Lucca la capitale del volontariato italiano. Ma non è tutto. Perché se consideriamo le sue radici valoriali, possiamo riconoscere nel volontariato il centro e l’origine della sua cultura, che non ha trascurato neppure nelle sue attività parlamentari. Al volontariato si è sempre dedicata con grande impegno. Ed è grazie alla sua attenzione che si deve la nascita non solo del Cnv, ma anche di grandi progetti. A Maria Eletta va inoltre il merito di aver saputo cogliere le sfide della contemporaneità”.

 

Per leggere il testo completo

https://www.ilpopolo.cloud/politica/1493-maria-eletta-martini-anche-in-politica-cristiani-esigenti.html

Poesia: consolazione o condanna? Il dilemma di Fondane con Baudelaire.

(Askanews) Che cos`è la poesia, che senso ha? Deve confermare le nostre certezze, la poesia, con carezzevoli endecasillabi, oppure annunciare il disastro, la dislocazione della morale, calandoci in un implacabile ring di contraddizioni, di scelte allucinate, di inadempiuti voti? Cosa vuol dire «votarsi» alla poesia, convocando gli aspetti ferini del verbo, tra lupanare e licaone?

Benjamin Fondane, pensatore anomalo, dal linguaggio selvaggio, confidente di Emil Cioran, scrive il suo capolavoro, Baudelaire e l`esperienza dell`abisso, in corsa, nell`estro della fuga («Non ho creato io quest`epoca e le sue miserie»), certo del suo valore, per così dire, testamentario e violento. Viola i sacrari della critica, Fondane, osa mettere in crisi i sistemi lirici – accomodanti, in fondo – di Paul Valéry e di Thomas S. Eliot, setaccia tutti i paradigmi e straccia tutti i veli per giungere nelle segrete della poesia, lì dove l`uomo, la creatura che scrive, non è che un filatterio di cenere. 

«La poesia pretende il diritto di essere dissennata e frivola, seria e profonda, profetica e visionaria; di non essere ridotta alla vergogna, quando all`improvviso le accade di dire quello che muore dalla voglia di dire». Baudelaire non è il fondatore della «poesia moderna» ma il suo esecutore, il poeta che ha avuto il coraggio di uccidere la poesia per vagliarne il veleno. Verità inaccettabile: continuiamo, impuniti, a poetare. Pensatore dal fascino ustorio, che guarda le cose nel loro ultimo istante, Fondane corre il rischio dell`azzardo. Arrestato nel 1944, deportato ad Auschwitz, morì in una camera a gas. Aveva il volto di un vogatore, ricordano alcuni amici, di uno che sapeva attraversare a nuoto i fiumi.

 

Benjamin Fondane (il cui cognome originario era Wechsler), nacque a Iasi, in Moldavia, nel 1898, da una famiglia ebraico-tedesca e si trasferì a Parigi nel 1923. Pensatore versatile e indipendente da ogni scuola e da ogni schieramento artistico e letterario, Fondane fu poeta, filosofo, critico e cineasta. Tra le sue numerose opere capitali – oltre al Baudelaire et l`expérience du gouffre (1947, opera postuma), si segnalano: Rimbaud le voyou (1933), La conscience malheureuse (1936), il Faux Traité d`esthétique (1938), Rencontres avec Léon Chestov (1982, opera postuma).

Il postumanesimo di don Naro ed Eta Beta: un’azzardata combinazione.

Su Il Domani d’Italia si legge di uno stimolante contributo di Don Massimo Naro, uno dei teologi di punta della Chiesa italiana, sul tema della condizione dell’uomo e del postumanesimo. Lo scritto porta come titolo: ”Un possibile umanesimo non umano?”. È tutto da leggere ed è un estratto di un contributo più vasto su ” L’aldilà algoritmico e la metempsicosi digitale: in cosa sperare sull’avvento della IA”.

Se ben si comprende, l’autore osserva come il desiderio dell’uomo sia quello di oltrepassarsi e nel contempo corre il rischio di rinunciare alla relazione con l’altro, dimenticando e rifiutando se stessi. Un atteggiamento nichilista, un pensiero negativo che non ha mancato di dare segno nel corso del secolo passato. Da qui, per sintesi, l’affermazione di Emil Cioran: «L’uomo non va più di moda e va disormeggiato con tutta la sua storia». 

Naro ci interroga se abbia ragione Pascal a dire che «l’uomo sorpassa infinitamente l’uomo», oppure Heidegger, quando dichiarava che «l’uomo è qualcosa che deve essere superato» criticando l’umanesimo dal XV secolo in poi per non aver posto l’uomo ad un livello abbastanza alto. Naro sintetizza il suo pensiero con una nota degna di ogni attenzione: “Se le rivendicazioni di chi oggi auspica l’inaugurazione ufficiale del postumano hanno un senso, questo va rintracciato in direzione del più-umano e non del più-che-umano”.

A fronte di queste riflessioni forse potrebbe anche commentarsi come segue. L’uomo (cfr. Sisifo) è condannato non tanto a superarsi, a travalicarsi o a rinunciarsi quanto piuttosto a rincorrersi. Sono in campo una sua verità ed una sua dimensione che si pongono come una meta da scoprire e da raggiungere e che, dalla creazione ad oggi, ancora sfugge. C’è una pienezza ancora da conquistare. C’è uno svelarsi a cui pervenire, con tutto il coraggio che occorre per ammettere che si è assai di più di quanto non appaia o si sia adesso solo manifestato.

Insomma, l’uomo ancora non si è compiuto. Alla stregua del cervello, del quale sembra utilizziamo solo una percentuale assai ridotta delle sue capacità, così l’uomo deve ancora svilupparsi per arrivare alla sua interezza di pensiero e di sentimenti. Più che scavalcarsi o abrogarsi deve ancora definirsi e descrivere la sua esatta fisionomia.

Se volessimo condire il ragionamento anche con la presenza di Dio ed alla quota divina che in qualche modo appartiene ai credenti, potrebbe dirsi che un giorno, quando l’uomo si sarà finalmente raggiunto, allora sarà matura la fine del mondo, perché altro non sarebbe più da accadere e realizzarsi.

Eta Beta è un personaggio dei fumetti di Topolino che ha più nomi, nella specifica versione italiana: Luigi Salomone Calibano Sallustio Semiramide. Forse perché, essendo un personaggio del futuro, precisamente dell’anno 2447, ha messo a fuoco tutta la propria ampiezza ed il suo confine.  Tra le sue caratteristiche è quella di non avere ombra. Viene da credere che non soffre crisi di identità e neppure deve ricordare a se stesso di esserci. Non ha l’ansia di confermarsi e neppure una coscienza che lo inquieti, non avendo ormai più confusioni ad angustiarlo. 

Può predire il futuro non avendo tema di conoscerlo e probabilmente una serenità nel cuore che non gli assegna ansie allorché sapesse ciò che sarà. Si esprime premettendo ad ogni parola la consonante “P” perché i robot hanno portato la gente ad una totale indolenza. Così, a contrasto riparatorio, l’uomo del futuro è costretto ad anteporre la “p” per sforzarsi almeno nel parlare e per impegnarsi nella comunicazione con l’altro.

Eta Beta è allergico al denaro ed ha come fedele amico Flip, un animale dall’aspetto singolare, un misto di più specie, che quando è affetto da malattia costringe chi gli è da presso a dire la verità.  In più ha una coda arricciata sempre a forma di punto interrogativo non rinunciando a domandarsi del mondo che lo circonda o forse ancora per una istintiva diffidenza verso il prossimo. Potrebbe dirsi che, Flip, in quanto animale, non ha raggiunto lo stadio di consapevolezza del suo padrone ma costituisce la memoria del percorso compiuto dall’uomo del futuro per giungere all’attuale conoscenza. Torna comunque utile la sua presenza.

Da Eta Beta forse abbiamo qualcosa da imparare, a meno che non si prediliga per un’altra versione, per nulla lusinghiera, per cui viene fuori da antri oscure della terra ed a quella tutti si debba un giorno tornare. Sul nostro futuro, si accettano scommesse.

Vacanze in Puglia: arriva il treno notturno Roma-Lecce.

Il Gruppo FS premia la Puglia e le sue spiagge in quanto meta turistica di forte richiamo con un nuovo collegamento notturno Roma-Lecce offerto dall`Espresso Salento di FS Treni Turistici Italiani. Un treno straordinario che avrà 4 corse a luglio e 4 ad agosto e che fermerà a Bari Centrale, Polignano a Mare, Monopoli, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi e Lecce. Però, diversamente da quanto annunciato in precedenza, il Lecce-Roma del 19 e 26 luglio e del 14 e 23 agosto e il Roma-Lecce del 13 e del 22 agosto fermeranno anche a Foggia, che rimane esclusa solo dalle circolazioni Roma-Lecce del 18 e 25 luglio.

 

“Si tratta di un servizio a mercato, la cui istituzione non ha interessato direttamente la Regione Puglia – spiega l`assessore ai Trasporti, Debora Ciliento -, ma non possiamo che essere soddisfatti perché FS Treni Turistici Italiani e Trenitalia hanno colto subito il malcontento del territorio alla notizia che dopo Caserta la prima fermata in Puglia sarebbe stata Bari, saltando la Capitanata e la Bat. Il treno fermerà quindi a Foggia e confidiamo che si stia valutando anche l`ipotesi di una fermata a Trani o Barletta”.

Nei giorni scorsi, in effetti, l`assessore Ciliento aveva scritto ai vertici della due società del Gruppo FS evidenziando che la proposta, che vedeva Bari come prima fermata pugliese, “avrebbe privato totalmente le province di Foggia e BAT di un`importante possibilità di ricezione di flussi turistici, a maggior ragione in virtù delle eccellenze che i territori potrebbero offrire sia dal punto di vista turistico (si pensi alla costa di Vieste) che da quello culturale”. Il riscontro è arrivato immediato. “E

questo è davvero importante, perché sono decisioni che hanno rilevanti ricadute sul territorio. Infatti, pur trattandosi di lunga percorrenza e di servizi a mercato, stiamo cercando di rendere costante l`interlocuzione e il confronto con il Gruppo FS, al fine di evitare improvvisi disservizi o soluzioni che non rispecchino realmente le esigenze della Puglia”.

“Un risultato di grande importanza per la destinazione Puglia – commenta l`assessore regionale al Turismo, Gianfranco Lopane -. Ringrazio la collega Debora Ciliento per questo primo obiettivo centrato grazie all’interlocuzione tra la Regione Puglia e FS Treni Turistici Italiani. La decisione di includere Foggia tra le fermate del treno turistico Roma-Lecce è un importante passo avanti per la nostra regione: conferma la sua attrattività come meta turistica di primo piano, con particolare riferimento al periodo estivo quando, come sappiamo, la necessità di maggiori collegamenti è dirimente per le performance che registriamo. Questo nuovo servizio notturno, che si aggiunge alle già numerose iniziative a sostegno del turismo pugliese, rappresenta un’opportunità significativa per incrementare i flussi turistici verso le nostre meravigliose località.” “Il nostro impegno, tuttavia, non si ferma qui – continua Lopane -. Continueremo a lavorare affinché anche le altre zone della Puglia, come la BAT, ma anche Taranto – per il capoluogo ionico attendiamo una proposta di collegamento veloce con Bari da parte di Trenitalia Puglia – possano beneficiare di questi collegamenti, ampliando ulteriormente l’offerta turistica e valorizzando il nostro straordinario patrimonio culturale e naturale. L`iniziativa dimostra quanto sia fondamentale mantenere un dialogo costante e costruttivo con le società del Gruppo FS, per garantire soluzioni che rispondano efficacemente alle esigenze del nostro territorio, delle nostre amministrazioni, di residenti e turisti”.

AsiaNews | Le bellezze della Russia: Putin si autocelebra e bombarda.

Mentre era in corso il bombardamento russo sull’ospedale oncologico per bambini Okhmatdet di Kiev, lo scorso 8 luglio, si è finalmente conclusa a Mosca nella fiera Vdnk l’esposizione della mostra “Russia: i successi dell’epoca di Putin”, che aveva aperto fin dallo scorso 4 novembre la campagna elettorale delle nuove elezioni presidenziali di marzo, con un concerto davanti alla fontana dell’Amicizia dei Popoli dei cantanti russi più “patriottici”: il lirico Grigorij Leps e il sovietico Oleg Gazmanov, il rocker Šaman e il rapper ST. La mostra è tanto piaciuta al presidente da diventare un “mausoleo permanente” col titolo “La Russia non finisce mai”, come ha annunciato la direttrice Natalia Virtuozova. La manifestazione doveva chiudersi in aprile, ma dopo la sua ri-consacrazione Putin ha deciso che “rimanesse aperta fino all’estate, per permettere a milioni di visitatori di apprezzare le bellezze della Russia”.

Verrà quindi costruito sulle rive della Moscova, accanto ai padiglioni di quella che era la grande parata delle conquiste sovietiche, un nuovo grandioso edificio per “la conservazione dell’eredità della Russia di oggi”, sul lungofiume Krasnopresnenskij. In esso avranno spazio le espressioni delle oltre cento regioni della Russia maturate nel quarto di secolo putiniano, sotto la regia del gran consigliere Sergej Kirienko. Uno dei presentatori dell’evento conclusivo, lo showman di origine lettone e fama sovietica Valdis Pelšs, aveva infatti spiegato con entusiasmo che “molti visitatori della mostra sono pronti a rimanere ancora per giorni interi, purché non si perdano questi tesori… non capita tutti i giorni la fortuna di vedere la bellezza unica del nostro Paese, da Vladivostok a Kaliningrad, tutta in un solo posto”. La “Russia senza fine” è proprio la definizione plastica dell’idea di “mondo russo” che oltrepassa ogni confine e unisce tutti i popoli.

Lo stesso Putin non era presente al concerto finale, ma il giorno dopo ha voluto incontrare tutti i collaboratori, che gli hanno consegnato “tre scatoloni di ringraziamenti” da parte dei visitatori, e si è congratulato con i vincitori dei concorsi “Le nostre cose di famiglia” e “La forza della famiglia”, assicurando che “per lo Stato non ci può essere nulla di più importante”. Durante la campagna elettorale e anche dopo, Putin ha comunque visitato più volte la mostra, esprimendo ogni volta la sua grande soddisfazione, invitando a vederla anche tutti i diplomatici stranieri residenti in Russia: “Così potrete rendervi conto di persona di come il nostro Paese cresce e si sviluppa, e non avrete più voglia di andarvene via”. Secondo i dati ufficiali, la mostra è stata visitata da oltre 17 milioni di persone, oltre il 10% dell’intera popolazione della Federazione russa.

Un posto speciale hanno avuto le nuove risorse pensate per la zona dell’Artico, con uno speciale “autobus artico elettrico” e piani per le nuove città che verranno costruite sopra il Circolo polare. In ogni stand regionale si potevano effettuare passeggiate virtuali in tutti i luoghi più esclusivi, tra monumenti, castelli e industrie, e ognuno offriva fiere di artigianato e specialità locali, con la degustazione di prodotti delle varie zone. Tutti i principali propagandisti e molti politici sono intervenuti con incontri e discorsi pubblici, da Vladimir Solov’ev a Margarita Simonyan, il premier Mikhail Mišustin con tanti ministri e alti funzionari, per esaltare il “mondo speciale” creato da Putin enunciando le cifre di tutti i record da lui raggiunti. Ogni centomila visitatori si premiava l’ultimo arrivato, tanto che qualcuno ha maliziosamente osservato che molti sono tornati parecchie volte, per centrare il “numero perfetto”. Del resto il parco Vdnk è uno dei luoghi preferiti del passeggio moscovita.

Uno dei padiglioni più apprezzati è stato quello della Zar-bomba, la bomba termonucleare AN602 che fu prodotta in Unione Sovietica, tra il 1956 e il 1961, da un gruppo di fisici nucleari guidati dal leggendario scienziato Igor Kurčatov. Fu la dimostrazione della capacità dei sovietici di competere nella guerra atomica, e viene considerata l’arma esplosiva più potente di tutta la storia dell’umanità, tanto da essere classificata perfino nel Guinness dei primati. Molti visitatori si sono soffermati sui paragoni tra gli stand delle regioni confinanti, per vedere chi fosse più capace di esaltare le proprie caratteristiche, artistiche o tecnologiche, e i bambini si sono accalcati a quello dell’Esercito dell’Infanzia, dove si poteva partecipare in video-gioco all’operazione speciale in Ucraina e ad altre guerre del passato e del presente. Molte regioni hanno investito nella mostra cifre enormi, sottratte alle necessità di bilancio per i propri cittadini; quella di Krasnodar ha speso 146 milioni di rubli (un milione e mezzo di euro), 50 milioni quella di Vladimir e 23 milioni quella del Kuzbass. Molti hanno ricordato ironicamente i “villaggi Potemkin”, le facciate ridipinte per le visite della zarina Caterina II a fine Settecento.

Lo scopo della mostra è quello di tutta la propaganda interna nella vita della Russia: mostrare soltanto la parte positiva e “i grandi passi avanti” in tutti gli angoli del Paese. Si poteva girare tutta la fiera con il “forum turistico” Viaggia con noi, gustare i piatti della cucina ciuvascia o buriata, prendere parte ai concorsi sportivi, tutto quello che ormai è impossibile provare al di fuori della Russia, in un mondo esterno soltanto da disprezzare. È il compito di “portare avanti le nostre tradizioni verso il futuro”, come si è ripetuto in centinaia di tavole rotonde su temi patriottici e sulla “politica giovanile”. Ora il nuovo mausoleo verrà chiamato il centro Russia, aprendo delle filiali in ogni regione, e molti lo hanno soprannominato Putin-Centr, o anche “la nuova infrastruttura del blocco di Kirienko”, dove sarà possibile avere accesso a finanziamenti sterminati per chi guarda all’eredità della Russia anche come eredità dello stesso Putin, in un futuro per ora impossibile da calcolare.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-mausoleo-dell’epoca-di-Putin-e-l’ospedale-pediatrico-di-Kiev-61141.html

World Farmers Markets Coalition: raddoppiamo i mercati contadini nel mondo.

Promuovere rete di mercati contadini in ogni Paese del mondo per contrastare la fame e l`insicurezza alimentare che colpiscono ben 735 milioni di persone sul pianeta, con un fenomeno in crescita che mina alle fondamenta i principi di democraticità del cibo. E` l`obiettivo con il quale si è chiusa l`assemblea mondiale dei mercati contadini, la World Farmers Markets Coalition, che per due giorni ha radunato a Roma agricoltori provenienti da ogni angolo del globo per rivendicare il diritto globale a una sana alimentazione, messa oggi in discussione dalle grandi multinazionali che impongono omologazione e cibi ultraprocessati.

Alla giornata conclusiva hanno preso parte, tra gli altri, il ministro dell`agricoltura e della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, il presidente della Wfmc Richard Mc Carthy e il direttore della WorldFMC e di Fondazione Campagna Amica Carmelo Troccoli. Al mercato del Circo Massimo a Roma è stata allestita una grande mostra dei prodotti della biodiversità, salvati dall`estinzione grazie all`impegno degli agricoltori del pianeta.

All`origine dell`insicurezza alimentare ci sono gli squilibri nella distribuzione delle risorse legati al venir meno di sistemi del cibo costruiti “dal basso” e fondati sull`agricoltura familiare che vanno sostenuti e rilanciati. In molti Paesi tali sistemi non sono più in grado di produrre e distribuire cibo sufficiente a sfamare una popolazione globale in crescita, di soddisfare le esigenze nutrizionali, di garantire un accesso equo e di operare in modo sostenibile. Meno di un terzo delle terre agricole e delle risorse globali è oggi nelle mani di piccoli produttori e reti di agricoltori.

La World Farmers Markets Coalition è un`organizzazione non-profit che fa parte dei dieci progetti selezionati nell`ambito del Programma Food Coalition della Food and Agriculture Organization. Nata tre anni fa su iniziativa di Coldiretti e Campagna Amica con il coinvolgimento di sette associazioni sparse nei vari continenti, è arrivata a coinvolgere oltre settanta realtà rappresentative da 60 paesi, 20.000 mercati coinvolti, 200.000 famiglie agricole e oltre 300 milioni di consumatori. E l`obiettivo è quello di far crescere ulteriormente un network capace di promuovere la diffusione di un modello di sviluppo economico ambientale e sociale sostenibile, tramite la filiera corta con il supporto all`agricoltura familiare, la promozione del cibo locale e l`emancipazione degli agricoltori, in particolare delle donne e dei giovani. Alcuni punti rilevanti dell`azione associativa sono la conservazione della biodiversità, la lotta ai cambiamenti climatici e facilitare l`accesso al cibo nei Paesi più in difficoltà.

Napoli, Palazzo Reale si allarga: annessa la srupenda Villa Pignatelli

Villa Pignatelli, la dimora storica sulla Riviera di Chiaia, che ospita il museo Diego Aragona Pignatelli Cortes e l’annesso museo delle carrozze, oltre a un piccolo parco, passa sotto la direzione di Palazzo Reale di Napoli. E’ stato firmato, infatti, il verbale di consegna in base al quale Villa Pignatelli non dipende più dalla Direzione regionale Musei della Campania, ma dal museo di Palazzo Reale diretto da Mario Epifani, come previsto dal decreto ministeriale dello scorso febbraio.

La villa, costruita nel 1826 come residenza del baronetto sir Ferdinand Richard Acton, fu successivamente acquistata dal banchiere Carl Mayer von Rothschild nel 1841. Con l’Unità d’Italia fu venduta al principe Diego Aragona Pignatelli Cortes, che la rese uno dei luoghi simbolo della Belle Époque napoletana; nel 1955 fu donata allo Stato Italiano dalla principessa Rosina Pignatelli, erede della famiglia reale, a condizione di farne una casa-museo in cui esporre il patrimonio storico-artistico dei Pignatelli.

Villa Pignatelli è una delle più belle case-museo d’Italia, restaurata e ampliata negli anni `40 dell’Ottocento da Gaetano Genovese, lo stesso architetto al quale furono affidati i lavori di Palazzo Reale dopo l’incendio del 1837.

La villa è circondata da un piccolo parco con specie rare come il ficus macrophylla (due esemplari centenari di quest’albero sono presenti anche nel Giardino Romantico di Palazzo Reale) e una imponente magnolia grandiflora nel prato alle spalle dell’edificio. Un’oasi di verde liberamente accessibile dai cittadini. Annesso alla villa, oltre al Museo delle carrozze, anche una serra nella quale si sta pensando di organizzare eventi e piccole mostre. 

Un sito storico, ma anche molto attivo nel quale vengono organizzate numerose rassegne musicali e mostre fotografiche che saranno implementate dalla nuova direzione. Uno dei pochi siti in cui la presenza di personale è sufficiente per la regolare apertura al pubblico del museo, con 14 addetti all’accoglienza e alla sorveglianza, tre amministrativi e un funzionario, Giuseppe Dragotti, responsabile del sito museale fino ad oggi.

“Ripercorreremo in piccolo l’iter del Palazzo Reale che al momento del mio insediamento ha acquisito l’autonomia – ha affermato il direttore Mario Epifani – Proseguiremo nei rapporti già instaurati dalla Direzione regionale, confermando i protocolli d’intesa già attivi e lavorando sull’identità storica della Villa. Sono già in programma numerosi interventi che miglioreranno la fruizione degli spazi, sia relativamente ai servizi di sorveglianza e di sicurezza, sia a quelli di accoglienza”.

Già prevista l’installazione di panchine nel parco e di una nursery nell’area dei servizi del museo; dopo l’estate sarà anche disponibile un biglietto unico per la visita di Palazzo Reale e Villa Pignatelli che, lo scorso anno, ha fatto registrare quasi 24mila ingressi, lo stesso numero del 2019 (in fase pre-Covid), mentre nel 2021 e 2022 ha subìto un calo delle presenze superiore alla media dei musei napoletani.

Settimana sociale, un invito alla politica ma ancora…senza partito.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

A distanza di alcuni giorni dal suo svolgimento si possono (e si debbono) valutare gli elementi più importanti e incisivi e anche i limiti della cinquantesima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Trieste. “Al cuore della democrazia” il suo ambizioso (e forse troppo ampio) tema di discussione ha sicuramente alimentato grandi attese sulle decisive motivazioni della partecipazione politica dei cattolici alla vita della Repubblica come magistralmente spiegato da Mattarella nel suo discorso introduttivo dell’evento, poi chiuso dall’intervento del Papa l’ultimo giorno.

Sullo sfondo la consapevolezza di una storia importante come ha ben riassunto Francesco. “In Italia – queste le sue parole – è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo”. Un invito esplicito all’impegno dei cattolici nello spazio pubblico. All’impegno politico declinato anche come “amore politico”. “A questa carità politica – così ancora il Papa – è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi. Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Dobbiamo riprendere la passione civile, questo, dei grandi politici che noi abbiamo conosciuto. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte”. E a tale proposito è significativo un punto di coincidenza tra i discorsi di Matterella e Francesco che senza mai citarsi (e mi pare giusto sottolinearlo) hanno insistito entrambi sul dovere della partecipazione senza accontentarsi di parteggiare o fare il tifo.

Ad inviti così espliciti è seguita una immediata reazione da parte di un consistente gruppo di delegati (un’ottantina) tra amministratori locali e responsabili e militanti di associazioni e movimenti costituitisi sotto la dicitura “Rete di Trieste”. E difatti nel documento scaturito da questo confronto i sottoscrittori affermano: «Siamo pronti a fare un passo in avanti rispetto a maggio (alcuni si erano già incontrati, ndr), siamo consapevoli della responsabilità di costruire dal basso nuovi spazi di buona socialità e innovativi strumenti di democrazia che superino la stanchezza di una partecipazione che è oggi davvero ai minimi storici». C’è la consapevolezza, così si legge ancora nel documento, che questo tempo aspetta dai cattolici impegnati in politica «parole e opere di Speranza», nel solco di una tradizione da rinnovare. Queste le priorità: «giustizia sociale e innovazione del welfare, sostenibilità ambientale, centralità delle famiglie e della scuola, accoglienza e integrazione, cura e valorizzazione degli strumenti di partecipazione alla vita democratica». Il tutto ricompreso nell’affermazione di «fare del magistero sociale di papa Francesco l’elemento unificante per l’impegno dei cattolici in politica».

E qui si arriva al fondo del problema, non di oggi certamente, ma ricorrente nella vicenda centenaria dei cattolici in politica, da Sturzo in poi: la laicità come valore irrinunciabile per l’impegno politico dei credenti. Anche perché nell’entusiasmo di una ventilata ripresa di iniziativa dei cattolici, manca una parola essenziale per la politica: il partito. Cioè l’organizzazione e l’apertura alla partecipazione di ogni cittadino che condivida un programma indipendentemente dalla declamazione della propria fede religiosa che inevitabilmente dovrebbe essere registrata al massimo (ma non necessariamente) con il termine di “ispirazione cristiana”. Insomma laicità nell’autonomia del temporale e dall’altra “clericalismo” (sia pure declinato con il linguaggio moderno comunemente accettato)

L’impressione (ma si tratta di una prima impressione) è che la Settimana Sociale abbia lasciato irrisolto il tema che pure si era proposta di affrontare. Certo è importante che si sia convenuto di porsi a confronto con gli argomenti della “democrazia sostanziale” come ha ben detto all’inizio Mattarella, ma allo stesso tempo o almeno immediatamente dopo non si può non mettere a tema la questione del partito. E qui c’è un terreno enorme da esplorare e sul quale esercitare quella “creatività” invocata da Francesco. Le domande a cui rispondere sono numerose e vanno dalla valutazione se in una società decisamente post-cristiana ci sia spazio per un partito ispirato cristianamente e, quindi, se sia opportuno dichiararlo anche nel nome, oppure cercare di allargare un possibile consenso con formule meno identitarie e comunque “sostanziali”. E viceversa ragionare insieme se il ruolo dei cattolici pure richiamato dal Papa, debba (o possa) svolgersi solo nella testimonianza individuale partecipando “uti singuli” nelle diverse forze politiche, in una diaspora reale con il rischio della insignificanza. Con altre domande conclusive: può esserci una democrazia senza partiti? E perché, proprio perché ormai minoranza, non può esserci un partito di “ispirazione cristiana”?

Ma non è più tempo di discussioni accademiche, la storia a partire dalle guerre, dalle ingiustizie e dalle crisi climatiche e migratorie, non concede proroghe e si deve scegliere immaginando anche soluzioni diverse ed inclusive. Risposte che non si potevano chiedere solo a una Settimana Sociale di quattro giorni con mille delegati. Servono altre convocazioni e più partecipate nei territori.

Il Centro deve risorgere come forza autonoma

Dopo il voto europeo e, soprattutto, dopo l’esito elettorale francese ed inglese, è del tutto evidente che il Centro e la ‘politica di centro’ non possono più venire rimossi quasi per legge dallo scacchiere politico. E questo per svariate motivazioni ma ce n’è una che svetta rispetto a tutte le altre. Ovvero, qualsiasi sistema politico ed elettorale non può reggere a lungo una violenta ed eccessiva radicalizzazione della lotta politica. Una radicalizzazione che, com’è altrettanto evidente, è destinata a sfociare ben presto in una inesorabile ed irreversibile deriva degli “opposti estremismi”. Come avviene puntualmente in tutti i paesi in cui si rinnega per ragioni pregiudiziali e dogmatiche la presenza del Centro. Dopodiché, ci si accorge che si può governare solo ed esclusivamente “dal Centro” e “al Centro”. Una prassi che è presente storicamente in Italia e in molti altri paesi europei ma che ormai si sta estendendo progressivamente in quasi tutto il vecchio continente.

Per questa semplice motivazione, prima o poi, il Centro è destinato a ritornare. La modalità organizzativa, invece, è legata alle dinamiche concrete del contesto politico nei vari paesi. Ma un dato è sufficientemente certo. E cioè, non possono essere i partiti caratterizzati da una ricetta politica massimalista, radicale, fondamentalista e, men che meno, populista a farsi carico di questa cultura, di questa sensibilità, di questa prassi e di questo metodo. Per forza di cose devono essere partiti e movimenti che incarnano realmente e seriamente la cultura politica di centro ad avanzare un progetto politico riconducibile a quella tradizione e a quel pensiero.

Ovviamente all’interno di una coalizione e di una alleanza di governo. Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce una considerazione di fondo per non dire dirimente. Detto con parole semplici, una coalizione è credibile se al suo interno è presente una forza centrista capace di giocare un ruolo politico decisivo e determinante ai fini della stessa azione di governo. Per assolvere a questo ruolo, però, il partito/soggetto politico di centro non può essere paragonato ai “partiti contadini” di comunista memoria. Cioè a partiti che vengono creati a tavolino dall’azionista di maggioranza della coalizione e che, di conseguenza, non hanno alcuna dignità politica e rappresentatività sociale se non quella di occupare un ruolo per confermare la natura plurale della coalizione stessa.

Ecco purché il Centro e la ‘politica di centro’, sempre più richiesti e gettonati, possono e devono avere un ruolo solo se non si riducono ad essere pregiudizialmente ad organicamente dei semplici e banali “partiti contadini” o, nella migliore delle ipotesi, insignificanti cartelli elettorali per

riequilibrare fintamente l’alleanza. Il Centro ha un senso, e un ruolo, se è in grado di declinare un progetto politico e di governo da confrontare, come ovvio e scontato, con altri partiti e movimenti politici. Questa, oggi, è la vera scommessa politica di chi si dichiara centrista, riformista e con una spiccata cultura di governo. L’esatto opposto, quindi, di chi si aggrega supinamente agli azionisti di maggioranza in cambio di una piccola manciata di seggi parlamentari o di chi, invece, non è in grado di differenziarsi da chi coltiva disegni politici incompatibili con la ‘politica di centro’.

Autorità, diventa libro la voce curata da Del Noce per la Treccani.

“L`eclissi dell`idea di autorità è tra i tratti essenziali del mondo contemporaneo: ne è anzi, certamente, il tratto più immediatamente percepibile”. Con questa considerazione iniziava la voce Autorità redatta dal filosofo e politologo Augusto Del Noce nel 1975 per l`Enciclopedia del Novecento, una delle opere più importanti dell`Istituto della Enciclopedia Italiana, riproposta in questi giorni per Treccani Libri con una prefazione del Direttore Generale Massimo Bray.

Una voce quanto mai attuale che, come scriveva Del Noce, richiama l`attenzione su quel vuoto di autorità intesa come guida o “direzione”, secondo l`origine etimologica di auctoritas che deriva da augere, far crescere, che include l`idea che “nell`uomo si realizza l`humanitas, quando un principio di natura non empirica lo libera dallo stato di soggezione e lo porta al fine che è suo, di essere razionale e morale”.

Ma oggi – un oggi di cinquant`anni fa che sembra adesso – per Del Noce “la sensibilità corrente associa per lo più l`idea di autorità a quella di repressione, la fa coincidere, al contrario di ciò che l`etimo esprime, con ciò che arresta la crescita, che vi si oppone”.

Il libro Autorità contiene una riflessione sul mondo contemporaneo occidentale, strettamente connessa con la crisi della tradizione e con l`affermazione del primato del benessere e della libertà, con l`ausilio del pensiero di molti filosofi otto-novecenteschi come Weber, Guènon, Arendt, Weil o Adorno e declinata nei fenomeni storici più importanti degli ultimi secoli: rivoluzioni, guerre mondiali, totalitarismi.

Il venir meno di autorità come guida ha finito per toccare, come ricorda Bray nella sua prefazione – “alcune delle strutture fondamentali della vita collettiva, purtroppo oggetto negli ultimi decenni di processi di delegittimazione e privazione di autorevolezza: famiglia, scuola e istituzioni politiche, pur continuando a svolgere un ruolo imprescindibile appaiono oggi indebolite e sempre più in affanno nell`adempiere al loro tradizionale compito di indirizzo e guida nel percorso di partecipazione degli individui alla vita di comunità”.

In questo senso, conclude Bray, “la rilettura della voce redatta da Augusto Del Noce potrà certamente rappresentare un`esperienza ricca di riferimenti e spunti di riflessione più che mai attuali”.

La Voce del Popolo | È pronta la Meloni a smarcarsi dall’ultradestra?

La sconfitta della Le Pen in Francia può diventare l’occasione per il riscatto della Meloni in Europa. A patto di comprenderla, s’intende. E di farla propria. La destra estrema, polarizzata e radicale, che si va proponendo in diversi Paesi dell’unione è stata la brutta sirena che ha ammaliato fin qui il governo italiano. Spingendolo verso il baratro del suo stesso isolamento. 

Ora però quell’intreccio di destini e di complicità sembra almeno in parte sciogliersi. Così, i neofranchisti di Vox lasciano il partito europeo capeggiato dalla Meloni. E gli elettori francesi a loro volta relegano all’opposizione il Rassemblement national di Le Pen e del suo giovane scudiero. Apparentemente, due brutte notizie per la nostra premier. In realtà, due occasioni per correggere una rotta che la stava portando dentro la sua maggiore difficoltà. 

Naturalmente, non è affatto detto che Meloni la pensi allo stesso modo. Anzi, all’apparenze ella ostenta dispiacere per l’addio del suo amico spagnolo e delusione per il mancato successo della sua omologa francese. Può darsi che la veda davvero così, e che la sua scommessa di voler spostare sempre più a destra l’asse politico europeo stia ancora in piedi. Se così fosse, vorrebbe dire che sta apparecchiando la sua maggiore difficoltà.

Proprio l’esperienza di queste prime settimane dopo il voto europeo dovrebbe suggerire, infatti, alla Meloni una linea di condotta più prudente, meno nervosa, di quella adottata in prima battuta. Se così fosse, sarebbe una buona notizia anche per i suoi avversari. Ma quel “se” è grande come una casa. E qui appunto sta l’incognita, per lei e per tutti noi.

 

Titolo originale: La sconfitta di Marine Le Pen, il riscatto di Meloni?

Fonte: La Voce del Popolo – 11 luglio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dopo la 50ª Settimana sociale e in preparazione di Camaldoli 2.0

Conclusa la 50^ Settimana sociale dei cattolici italiani svoltasi a Trieste ( 3-7 Luglio 2024), serve riflettere sulle principali indicazioni emerse, da intendersi come stimoli per un nuovo avvio dell’impegno dei cattolici italiani sul piano etico, culturale, sociale e politico. La nascita della “Rete di Trieste degli amministratori” e “ La Lettera delle associazioni al Paese”, il documento dei diversi movimenti (Ac, Acli, Agesci, Sant’Egidio, Rinnovamento, Focolari, Movimento cristiani lavoratori, Comunione e liberazione) della variegata realtà socioculturale cattolica italiana, costituiscono due elementi interessanti da cui ripartire, in preparazione dell’auspicata Camaldoli 2.0, momento di confronto e di condivisione della nuova proposta politico programmatica ispirata ai valori della dottrina sociale cristiana.

Ritengo quanto mai interessante la nota editata su Il Popolo il 17 Marzo scorso: https://www.ilpopolo.cloud/editoriali/186-l-impegno-dei-cattolici-in-politica.html che evidenzia i limiti e le caratteristiche qualificanti di impegno dei cattolici in politica, alla luce dell’Umanesimo Cristiano. È un testo che andrebbe letto con molta attenzione, perché contiene alcune indicazioni essenziali per l’impegno dei cattolici, coerente con i valori di riferimento della dottrina sociale e dell’Umanesimo cristiano. Così come credo sarebbe opportuno avviare in tutte le realtà locali un momento di dialogo e di confronto tra le diverse espressioni organizzative sociali, culturali e politiche presenti, per discutere dalla base i problemi e le attese delle elettrici e degli elettori, dei giovani e degli anziani, in una fase delicatissima della politica nazionale, europea e internazionale.

Approfondiremo in tal modo i megatrends presenti a livello territoriale, là dove si attivano concretamente i processi del pensare globale e dell’agire locale, acquisendo le istanze e i bisogni presenti tra le diverse categorie, gli interessi e i valori della cui sintesi è il compito principale della politica. 

Siamo una delle poche realtà sociali e culturali che hanno alle spalle il patrimonio straordinario delle encicliche sociali degli ultimi Papi, interpreti delle più importanti trasformazioni epocali a livello geopolitico, etico, culturale, economico e sociale; siamo cioè in condizione di utilizzare il grande lavoro preparatorio riconoscibile nei documenti raccolti alla vigilia della 50^ Settimana sociale di Trieste (https://www.settimanesociali.it/). Un lavoro sviluppato sui temi: Ambiente, agricoltura e territorio; Convivenza, cittadinanza e stili di vita; Cultura e informazione; Giovani, educazione, formazione; Lavoro, impresa, innovazione; Pace, diritti, legalità; Welfare e inclusione sociale. 

Tutto questo potrà favorire la partecipazione e il dialogo della base e dalle diverse realtà territoriali potranno scaturire documenti e proposte da sottoporre al confronto e al dibattito della Camaldoli 2.0. Questa dovrà essere la traduzione nella città dell’uomo degli orientamenti emersi da Trieste e dalle diverse realtà di base, premessa per l’auspicata ricomposizione politica dei cattolici italiani, con l’intento di superare la lunga diaspora post democristiana (1993-2024) che ha ridotto alla subordinazione e all’irrilevanza una delle culture politiche a cui si lega storicamente la formazione del patto costituzionale. Al populismo dilagante in Italia e in Europa, andrà opposta la sfida di noi dc e popolari, affinché da Camaldoli 2.0 possa uscire il programma dei “Popolari per l’Italia” ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana e in perfetta sintonia con quelli della Costituzione repubblicana. Valori che intendiamo difendere e attuare integralmente insieme a tutte le forze politiche disposte a impegnarsi per questo obiettivo fondamentale.

Un possibile umanesimo non umano?

[…] Tutti questi cambiamenti confermano la tendenza e la tensione umana verso la trascendenza: l’essere umano desidera oltrepassarsi, superare i propri limiti, anche se – ormai, nel nostro tempo – spesso senza più desiderare di entrare in relazione con qualcun altro al di là di sé. Tuttavia, superarsi senza aprirsi a qualcun altro, significa alla lunga divenire dimentichi di sé stessi, persino rifiutare sé stessi. Difatti, l’inclinazione al nichilismo di tante concezioni antropologiche novecentesche – non solo filosofiche o scientifiche, ma anche letterarie e artistiche – ha dato adito a quello che viene comunemente chiamato il «pensiero negativo», intriso di pessimismo riguardo all’uomo e a tutto ciò che è umano. Si sono imposte alla coscienza collettiva la rinuncia all’essere umano e la svalutazione della sua esistenza, dato che questa è stata considerata come inevitabilmente proiettata verso la morte e inesorabilmente a essa associata – Heidegger docet – e perciò come una fatica superflua o quasi alla stregua di un’insopportabile patologia, da prevenire se possibile sin dall’inizio o da estinguere drasticamente nella sua fase terminale (si pensi ad alcune motivazioni delle opzioni abortistiche ed eutanasiche).

Da qui alcuni gravi contraccolpi culturali che hanno innescato importanti mutamenti nel nostro modo di concepire e di vivere l’esistenza e le sue emergenze più spigolose, come la malattia, la sofferenza, la morte stessa. In tal senso, la moderna svolta antropologica – nonostante i suoi vantaggi e i suoi guadagni – ha dato talvolta l’impressione di risolversi in una deriva. Emil Cioran, col suo stile aforistico, ha sintetizzato tutto ciò con questa affermazione: «Luomo non va più di moda e va disormeggiato con tutta la sua storia».

Se l’uomo non va più di moda, se la sua storia non interessa più e il suo carico può essere abbandonato alla deriva come fosse una zattera funeraria egizia, se la sua vicenda è giunta al capolinea, ridotta a calcolo e decifrata più come biologia che come biografia, dovremmo allora rassegnarci a essere noi stessi quegli «ultimi uomini» di cui leggiamo nelle primissime pagine di Così parlò Zarathustra? Non possiamo rassegnarci a considerare ormai inutili e privi di senso interrogativi radicali come quelli colti da Nietzsche sulle labbra dell’«ultimo uomo»: «Che cos’è l’amore? Che cos’è la creazione? Che cos’è il desiderio? Che cos’è la stella?» Occorre porsi ancora queste domande e chiedersi altresì se aveva ragione Pascal ad affermare che «l’uomo sorpassa infinitamente l’uomo», oppure il filosofo tedesco quando dichiarava che «l’uomo è qualcosa che deve essere superato». Queste due ultime affermazioni, difatti, disegnano tutto l’arco della modernità ed esprimono rispettivamente la speranza di giungere a una più alta statura dell’uomo oppure un senso di penosa insoddisfazione riguardo all’uomo stesso, una sfiducia che culmina nel decretarne l’abolizione.

Conviene lasciarsi ancora provocare seriamente da ciò che Heidegger, nella sua Lettera sull’umanismo, spiegava circa la critica filosofica – elaborata nel Novecento anche col suo contributo – «contro l’umanesimo», così come s’era realizzato a partire dal XV secolo: «Ma questa opposizione non significa che tale pensiero […] propugni l’inumano, difenda la disumanità e abbassi la dignità dell’uomo. Si pensa contro l’umanesimo perché esso non pone l’humanitas dell’uomo a un livello abbastanza alto». Pur senza reputare infallibile questa riflessione di Heidegger, dobbiamo ammettere che occorre ricollocare l’umano, l’umanità dell’uomo a un livello alto.

Del resto, è peculiarmente umana l’aspirazione degli uomini a essere sempre più umani. E se le rivendicazioni di chi oggi auspica l’inaugurazione ufficiale del postumano hanno un senso, questo va rintracciato in direzione del più-umano e non del più-che-umano. Una considerazione cristianamente ispirata di tale problematica può servire per ricordare che non bisogna avere paura di un futuro che si proietta in direzione del cosiddetto post o transumano, a condizione che ci si attenga appunto all’obiettivo del più-umano prima che del più-che-umano. D’altra parte, la tradizione cristiana stessa da sempre tende a migliorare e a potenziare l’umano dell’uomo, non solo con pratiche ascetiche spesso condivise con altre tradizioni religiose ma anche e soprattutto «innestandogli» – a partire dal battesimo, col sacramento dell’iniziazione – lo Spirito di Dio e addirittura «introducendolo» nella comunione agapico-trinitaria.

Tutto ciò è stato indicato già dalla tradizione patristica di lingua greca come «divinizzazione» dell’uomo: Karl Rahner, in tale prospettiva, ha parlato di un «umanesimo non umano».

 

Fonte: Orientamenti pastorali – 4/24 – Il postumanesimo (EDB) – 

Stralcio: Massimo Naro, L’aldilà algoritmico e la metempsicosi digitale: in cosa sperare con l’avvento dell’IA? – Paragrafo 2.

[Testo qui riproposto per gentile concessione dell’autore]

Esistono i Popolari di Centro? Sono dispersi, invece devono unirsi.

Vorrei rivolgere una domanda semplice, forse banale, a tutti i Popolari di Centro: Chi aspettiamo? Sembra come se aspettassimo tutti, da diverse fermate del bus, chi più avanti e chi più indietro, il conducente giusto e vincente. Il conducente non passerà. Non abbiamo formato una nuova classe dirigente, quindi è inutile aspettare il nuovo Sturzo, De Gasperi o Moro.

Dovremmo riprendere le attività di formazione e informazione, lasciate per troppi anni nelle mani del bipopulismo. Altri amici Popolari aspettano le decisioni del PD e di Forza Italia, che dovrebbero decidere cosa fare da grandi, altri aspettano le “mosse” di Italia Viva e Azione, loro invece dovrebbero diventare grandi. Altre inutili attese. Ma per tornare ad essere un Paese europeista e atlantista, i Popolari di Centro dovrebbero nascere e crescere, senza attendere che qualcosa accada per puro caso.

Dalla 50esima edizione delle “Settimane Sociali” è emersa una diffusa voglia di Partecipazione: “Tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità; nessuno deve sentirsi inutile. Certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone sono ipocrisia sociale. E l’indifferenza è un cancro della democrazia”. (Papa Francesco, Settimane Sociali 2024, Trieste). Persona, Popolo e Partecipazione: 3P da cui partire.

Ora bisognerà lavorare all’offerta culturale e politica.

Dovremmo “Moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani” (Papa Francesco, Settimane Sociali 2024, Trieste). I Popolari di Centro devono essere protagonisti della ricostruzione dell’Italia. Dopo la stagione del bipopulismo, servirà l’impegno di chi ancora crede nel bene comune.

Come e con chi? Guardiamo a ciò che accade in Francia, in Polonia, al Parlamento europeo. “Ensemble” è una coalizione centrista francese tra riformisti, liberali e popolari, stesso discorso vale per la coalizione civica polacca e, a Bruxelles, per la “maggioranza Ursula”.

accade al Parlamento europeo, in Polonia e in Francia. “Ensemble” è una coalizione centrista francese tra riformisti, liberali e popolari, stesso discorso per la “maggioranza Ursula” e per la coalizione civica polacca. Non un partito unico, ma una coalizione/federazione/lista, dipende dalla legge elettorale, tra centristi. I Popolari di Centro devono esserci, anche in Italia!

Come colmare il deficit di governance globale

La consapevolezza della irreversibilità dei cambiamenti intervenuti negli equilibri globali che attualmente non sono più quelli del periodo successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E la necessità di considerare il fatto che in politica tutto si tiene e che aspetti interni, come il tenore di vita della classe media e la capacità delle istituzioni di rispondere in modi diversi alle domande dei cittadini, possono condizionare la politica internazionale. Sono, questi, due fra i principali argomenti di discussione affrontati in occasione della presentazione del libro “Il Nuovo Ordine Globale. I protagonisti del multilateralismo nelle aree continentali. Le principali istituzioni di riferimento in Africa, Americhe, Artico, Asia, Europa” (AA.VV. a cura di Marco Ricceri, pag.490, Armando  Editore), svoltasi ieri alla Sioi (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale).

Il senso di questo libro, secondo Riccardo Sessa, presidente della Sioi, che ne ha scritto l’introduzione, “è quello di aiutare a capire come è organizzata la comunità internazionale e quali sono le crisi profonde a cui deve rispondere”. Il mondo di oggi, ha aggiunto l’ambasciatore Sessa, è caratterizzato da un deficit di governance internazionale, e da un deficit di leadership. Ed ha rilevato come nel mondo attuale l’ambito dei Paesi G7, non sia più sufficiente per risolvere le principali questioni globali. Va perciò messo nel conto il confronto e il dialogo con le altre organizzazioni internazionali che sono sorte o che si sono riattivare in questo primo quarto di XXI Secolo.

Sullo sfondo dei vari interventi è risuonato ancora l’eco delle parole pronunciate, nei rispettivi ambiti, dal Capo dello Stato Sergio Mattarella e da Papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste sulla crisi della democrazia. A giudizio del professor Giovanni Barbieri, dell’Università Cattolica, autore di uno dei saggi di cui è composto il volume, oggi sta avvenendo un tipo di confronto fra sistemi politici che sono in grado di soddisfare la domanda interna della popolazione e sistemi politici che hanno sempre maggiori problemi a soddisfare questa richiesta politica. Per la nostra parte di mondo, quella delle democrazie occidentali, ciò rappresenta un problema perché mette a rischio il mantenimento di quello che è lo scheletro della liberaldemocrazia, costituito dalla “l’esistenza di un ceto medio” economicamente solido.

Parafrasando Montaigne, il quale negli Essais affermava che “insegnare, non è riempire un vaso, ma è accendere un fuoco”, Marco Ricceri, segretario generale dell’Eurispes e curatore del volume, ha detto che questo libro vuole essere uno strumento che serve non tanto a riempire un vuoto, quando ad accendere un fuoco, quello dell’interesse su come si sta organizzando il Resto del Mondo. “Siamo entrati in una fase – ha osservato il prof. Ricceri – in cui vecchie istituzioni di coordinamento si stanno rivitalizzando, oppure ne nascono di nuove”. Stanno insomma, sorgendo nuovi protagonisti nella vita internazionale, in aggiunta a quelli affermatisi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia.

Nell’incontro è riemerso più volte anche il ruolo negativo esercitato da interessi particolari nel far sorgere e alimentare i conflitti in corso, a scapito di sempre possibili soluzioni diplomatiche, e nel generare squilibri economici e sociali che hanno delle implicazioni geopolitiche. In particolare Giulio Tremonti, attuale presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, ha puntato il dito contro l’eccessivo ruolo esercitato dalla finanza speculativa durante gli anni di avvio dei processi di globalizzazione.

Il libro, in cui chi scrive ha curato il saggio sulla Nato, si presenta come una guida. In effetti, è il  risultato di una riflessione fra gruppi di esperti che per anni si è incontrato per analizzare processi a livello internazionale, scoprendo la realtà di un mondo che cambia, a cui cerca di introdurre i lettori interessati.

Quale modello per la sinistra italiana?

Diciamoci la verità. L’attuale sinistra italiana è arrivata ad un bivio. Deve, cioè, decidere se in vista delle prossime consultazioni elettorali – tanto a livello locale quanto a livello nazionale – prevale il modello inglese o quello francese. Al netto, come ovvio, delle profonde e radicali differenze politiche ed elettorali dei tre paesi. Ma almeno su un punto c’è una convergenza di fondo e che interpella direttamente il progetto politico e programmatico della sinistra in questi tre paesi del vecchio continente. Ovvero, si vuole costruire un’alleanza politica e di governo con una chiara e netta cifra riformista oppure, e al contrario, si punta a dar vita ad un cartello elettorale unicamente cementato dall’odio nei confronti del nemico implacabile di turno? Che, nel caso specifico, è sempre e solo il fascismo. Dopodiché, che esista o meno questo rischio è un puro dettaglio.

Ma, per restare alla domanda originale, sciogliere questo nodo resta il vero fatto politico che riguarda e che investe l’intera sinistra italiana, seppur nelle sue multiformi e variegate espressioni.

E questo perché con il modello Starmer, anche se in Inghilterra esiste un sistema elettorale del tutto alternativo rispetto a quello italiano, è indubbio che la cultura e il metodo di governo hanno avuto il sopravvento su tutto il resto. E su quel paradigma ha chiesto ed ottenuto il consenso dei cittadini britannici cambiando decisamente la rotta rispetto al profilo del vecchio Labour party, il Partito laburista inglese.

Decisamente diverso il modello francese. Lì è prevalso, ancora una volta, ma adesso con maggior forza e sfidando anche l’incognita del voto popolare, la logica della sommatoria elettorale contro il “nemico”. A prescindere, com’è ormai evidente a tutti gli osservatori, da qualsiasi considerazione in merito alla convergenza programmatica dei vari partiti, alla cultura di governo degli stessi e alla volontà di dar vita ad un progetto politico condiviso di medio/lungo termine. No, l’unico elemento unificante è stato quello di battere il nemico. Poi si vedrà. A costo di convivere con il caos e la confusione istituzionale per anni.

Ora, alla luce di questa situazione, è altrettanto evidente che la sinistra Italia – quella radicale della Schlein, quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella populista e demagogica dei 5 Stelle – dovrà scegliere. E delle due l’una. O si privilegia il cartello elettorale contro il fascismo ricorrente, la dittatura, la svolta illiberale, la torsione autoritaria, la negazione delle libertà democratiche da parte della destra italiana e via discorrendo oppure, e al contrario, si inizia a tratteggiare e a costruire un progetto riformista e di governo che non è funzionale a creare un’ammucchiata elettorale ma a dar vita ad una coalizione di governo e a lungo termine.

Dal come si scioglierà questo nodo politico, culturale e programmatico capiremo anche la volontà – o meno – di aprirsi alle forze centriste, moderate e riformiste e non solo ai “partiti contadini” di comunista memoria. Ancora una volta, quindi, tutto è demandato alla politica e alle scelte concrete della sua classe dirigente.

AgenSir | Passa il ddl Nordio, abolito il reato d’abuso d’ufficio.

Stefano De Martis

La Camera ha approvato in via definitiva il disegno di legge (noto come ddl Nordio dal nome del ministro della Giustizia) che tra le misure principali prevede l’abolizione del reato d’abuso d’ufficio. Oltre che i gruppi di maggioranza hanno votato a favore Italia Viva e Azione.
Con l’abrogazione dell’articolo 323 del codice penale, quello che appunto riguarda l’abuso d’ufficio, è stato modificato anche il 346-bis che disciplina il reato di traffico d’influenze. Questo reato punisce chi intenzionalmente ed effettivamente utilizza le relazioni esistenti con un pubblico ufficiale (o soggetti analoghi) e “indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altra utilità economica” per remunerare il pubblico ufficiale “in relazione all’esercizio delle sue funzioni” o per realizzare altre mediazioni illecite, come indurlo a compiere atti contrari ai suoi doveri d’ufficio.
La nuova legge interviene inoltre sulla materia delle intercettazioni. In particolare introduce il divieto di pubblicazione, anche parziale, del contenuto delle intercettazioni in tutti i casi in cui quest’ultimo non sia riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento. Viene inoltre escluso il rilascio di copia delle intercettazioni di cui è vietata la pubblicazione quando la richiesta è presentata da un soggetto diverso dalle parti e dai loro difensori.
Per tutelare la segretezza delle interlocuzioni tra imputato e difensore, le nuove norme estendono il divieto di acquisizione da parte dell’autorità giudiziaria a ogni forma di comunicazione, salvo che la stessa autorità giudiziaria abbia fondato motivo di ritenere che si tratti di corpo del reato, e prevedendo l’obbligo per l’autorità giudiziaria o per gli organi ausiliari delegati di interrompere immediatamente le operazioni di intercettazione, quando risulta che la conversazione o la comunicazione rientrano tra quelle vietate.
Altre novità rilevanti riguardano le misure cautelari, che dovranno essere decise da un organo collegiale (non da un giudice singolo) e precedute da un interrogatorio dell’indagato. L’avviso di garanzia dovrà essere emesso con modalità che tutelino l’interessato e contenere una descrizione sommaria del fatto. Sul piano procedurale si elimina la possibilità dei pm di proporre appello contro sentenze di proscioglimento per reati di contenuta gravità.
L’abolizione dell’abuso d’ufficio farà venir meno le condanne relative a questo reato, in virtù del principio del favor rei. In molti casi, tuttavia, l’abuso d’ufficio è stato contestato insieme ad altre fattispecie più gravi, come la corruzione, che non sono coinvolte nell’abrogazione e quindi restano in piedi con tutte le loro conseguenze, con il rischio che paradossalmente aumenti il ricorso a tali fattispecie da parte dei magistrati.

 

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https://www.agensir.it/italia/2024/07/10/la-camera-ha-approvato-in-via-definitiva-il-ddl-nordio/

Maserati, il rilancio di un marchio iconico del Made in Italy.

“La straordinaria qualità delle vetture Maserati è un motivo in più per chiedere a Stellantis un rilancio di questo marchio iconico dell`Italia, di cui Modena è il cuore. Oggi per la fabbrica Modena ci hanno confermato la realizzazione del così detto atelier che prevede una verniciatura personalizzata dalle vetture e che darà occupazione a 140 addetti, ma crediamo che per un effettivo rilancio occorrerebbe ampliare anche la gamma di vetture assegnate”. Lo affermano con un comunicato congiunto Fim, Uilm, Fismic, Uglm, Aqcfr, riferendo che oggi [ieri per chi legge, ndr] al centro sperimentale di Balocco si è tenuto un incontro con Stellantis dedicato specificamente a Maserati.

La direzione aziendale, si legge, ha dichiarato che il lavoro svolto negli ultimi cinque anni inizia a dare primi risultati e che siamo ora in una fase delicata di transizione. Più in particolare nel 2019, a fronte di un marchio molto forte, si scontavano però conti in rosso e soprattuto la mancanza di nuovi modelli da lanciare negli anni successivi; la situazione era molto complessa poiché si usciva da una fase espansiva, che però si era andata velocemente esaurendo. Oggi Maserati è tornata a una redditività positiva e sta costruendo una nuova gamma prodotti.

Gli attuali modelli, sia le sportive MC20 e Granturismo sia la Grecale, sono o saranno a breve disponibili nelle versioni benzina ed elettrica; per la Grecale inoltre è prevista una versione ibrida. Sono in gestazione l`erede della Quattroporte e l`erede della Levante, i cui lanci però sono previsti molto in là nel tempo, prevedibilmente non prima del 2028. Quanto alle strategie commerciali, Maserati sta debuttando in Corea, che rappresenta il quinto mercato del lusso al mondo, e sta puntando sulla crescita in Giappone anche per compensare i cali o comunque la debolezza dei mercati cinese e americano.

“Grazie anche a delle prove in pista abbiamo avuto modo di constatare direttamente le altissime prestazioni dei modelli a trazione endotermica e soprattuto dei nuovi modelli folgore full electric. La straordinaria qualità delle vetture Maserati è un motivo in più per chiedere a Stellantis un rilancio di questo marchio iconico dell`Italia, di cui Modena è il cuore. Oggi per la fabbrica Modena ci hanno confermato la realizzazione del così detto atelier che prevede una verniciatura personalizzata dalle vetture e che darà occupazione a 140 addetti, ma crediamo che per un effettivo rilancio occorrerebbe ampliare anche la gamma di vetture assegnate. Speriamo – concludono i sindacati – che Stellantis voglia anche sulle Maserati puntare di più sulle trazioni ibride, poiché siamo in una fase di transizione fra benzina ed elettrico destinata a durare ancora a lungo”.

Una intelligenza “artigiana” per reinventare l’appartenere e il partecipare

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“Amiamo l’Italia e, per questo, ci facciamo artigiani di democrazia, servitori del bene comune.” Quest’espressione del Card. Zuppi con cui si è aperta la 50ma Settimana Sociale di Trieste indica in un approccio, una prassi, una cultura ‘artigiana’ la cifra dell’impegno per rigenerare la democrazia. Per dimostrare un modo radicalmente nuovo di agìre la democrazia.

Qui il termine ‘artigiano’ non rimanda né a dei mestieri né tanto meno ad un fare approssimativo e dilettantesco: rimanda invece ad un’arte, ad una téchne che può anche servirsi dell’algoritmo ma che è guidata da uno Spirito Artigiano, che è ispirazione, e maneggiata da una Intelligenza “artigiana”, che è genio.

L’intelligenza “artigiana”, a differenza di quella artificiale, che è proceduralistica, è anarchica, usa l’ampio spettro di irrazionalità che pervade la mente umana – soprattutto quella di geni e visionari -, sfida le certezze acquisite, innesca di continuo la scintilla da cui si propaga il fuoco dell’innovazione.

Creatività come procedere fuori dagli schemi per un tempo nuovo in rotta con il tempo vecchio. Per differire da ciò che c’è e creare uno scarto, come dice Jullien, perché avvengano “i possibili”.

È artigiano chi de-coincide con il suo tempo, chi si stacca dal fatto, anche da una sua opera, ed è sempre in viaggio dal noto all’ignoto.

È artigiano chi inventa e crea. È artigiano chi è aperto a ciò che non sa di non sapere. Come ha sottolineato recentemente Padre Spadaro, “la creatività artistica oggi è una condizione per restare umani, e non solo un’attività umana.”.

Se democrazia è partecipazione, partecipazione è appartenenza. 

E il segno di una Intelligenza “Artigiana” è una disponibilità libera ad appartenere a Relazioni che ci accompagnano in quella pienezza che, come diceva De Beers, è il più grande desiderio di ogni uomo.

 

Il documento di Confartigianato

Una mostra per il 70° anniversario della scomparsa di De Gasperi

Servus inutilis. Alcide De Gasperi e la politica come servizio”. Questo è il titolo della mostra su cui la Fondazione De Gasperi sta lavorando in occasione del 70° anniversario della scomparsa dello statista democristiano (1954-2024).

L’idea è quella di raccogliere materiali inediti e di indagare nuovi aspetti della politica e del pensiero di De Gasperi per riscoprire con ancor maggior forza quanto le sue idee siano attuali e possano essere ancora oggi un punto di riferimento valoriale.

Nell’ambito di questo progetto, abbiamo deciso di inaugurare la campagna Memorie di carta, una sorta di raccolta collettiva che ha l’obiettivo di recuperare fotografie, manifesti, cartoline e lettere da poter inserire all’interno del percorso espositivo, proponendo contenuti originali o poco conosciuti.

Se dunque conservi materiali legati ad Alcide De Gasperi, al Partito Popolare Italiano (1919 – 1926) o alla Democrazia Cristiana (1942 – 1954) e volessi condividerli con noi, puoi rispondere a questa mail, scrivere all’indirizzo comunicazione@fondazionedegasperi.org o chiamare il numero 066833592.

È possibile aderire a questa raccolta di materiali sia donando o prestando gli originali, sia fornendo gratuitamente copie digitali ad alta risoluzione.

Successivamente alla raccolta, la Fondazione De Gasperi selezionerà alcuni di questi documenti che verranno inseriti nella mostra e nel catalogo, che riporterà nei ringraziamenti i nomi delle persone che hanno partecipato alla raccolta.

La mostra sarà inaugurata al Meeting per l’Amicizia dei Popoli, che si svolgerà a Rimini dal 20 al 25 agosto, per poi arrivare entro la fine dell’anno a Roma.

Partecipa anche tu a questa raccolta collettiva nell’Anno Degasperiano 

 

Puoi contattare la Fondaziobe scrivendo a: 

info@fondazionedegasperi.org

 

Fondazione De Gasperi

Via del Governo Vecchio 3

Roma, Rm 00186

Anche a Gaza un ospedale entra nel mirino della guerra

Nelle stesse ore in cui il mondo piange e condanna (giustamente) l’attacco russo all’ospedale pediatrico oncologico di Kiev, un altro ospedale è stato forzatamente chiuso per un’azione di guerra nella Striscia di Gaza. L’esercito israeliano ha infatti imposto lo sgombero dell’al-Ahli Arab Hospital, noto come “l’ospedale della convivenza”, essendo promosso e sostenuto dalla Chiesa anglicana. Già nelle prime fasi della guerra l’al-Alhi Hospital era stato vittima di un durissimo attacco, che aveva causato un massacro con la perdita di vite innocenti. 

Ora l’ennesima operazione dell’esercito israeliano in corso a Gaza City ha provocato parole di forte condanna da parte del primate anglicano Justin Welby, che ricorda come “secondo il diritto internazionale umanitario” i nosocomi e le cliniche “devono essere protetti”. L’arcivescovo di Canterbury protesta “contro la chiusura e l’evacuazione” forzata della struttura e “l’attacco a un’ambulanza” nella “misura più forte possibile”.

L’ospedale si trova nella stessa zona della Striscia dove è stata colpita in queste ore anche la scuola della parrocchia latina della Sacra Famiglia

Ferita di guerra che anche papa Francesco ha voluto oggi accostare a quella dell’ospedale pediatrico oncologico di Kiev, in prima pagina sui notiziari di tutto il mondo. “Il Santo Padre – si legge in un comunicato diffuso dalla Sala stampa vaticana – ha appreso con grave dolore le notizie circa gli attacchi contro due centri medici a Kiev, tra cui il più grande ospedale pediatrico ucraino, nonché contro una scuola a Gaza. Il Papa manifesta il suo profondo turbamento per l’accrescersi della violenza. Mentre esprime vicinanza alle vittime e ai feriti innocenti, auspica e prega che si possano presto identificare percorsi concreti che mettano termine ai conflitti in corso”.

[…] La decisione [di chiudere l’ospedale, ndr]  è giunta dopo una serie di attacchi con droni sferrati nelle vicinanze, come conferma una dichiarazione diffusa ieri dalla diocesi anglicana di Gerusalemme, che gestisce la struttura sanitaria.

“Di fronte all’intenso bombardamento israeliano, questa chiusura – prosegue il primate anglicano – mette in pericolo ancora maggiore i feriti e i malati. Mi unisco all’appello dell’arcivescovo Hosam verso le forze di difesa israeliane per consentire all’ospedale di continuare il suo sacro e coraggioso lavoro di prendersi cura delle persone in disperato bisogno. Per alleviare l’immensa sofferenza in Terra Santa, continuo a pregare e a chiedere un cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi e un aiuto senza restrizioni – conclude – al popolo di Gaza”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Non-solo-Kiev:-l’ospedale-anglicano-a-Gaza-chiuso-dall’offensiva-israeliana-61113.html

Lazio, il governatore Rocca difende il suo operato sulla sanità.

“Leggo con stupore la nota inviata alle agenzie di stampa da alcune sigle sindacali dove si evoca addirittura un totale disinteresse della Regione per la sanità pubblica. Ragionamenti contraddittori visto che, proprio nel testo, le stesse sigle rimarcano un dialogo avviato sin dall’inizio del mio mandato. Peraltro, ho ricevuto le stesse proprio pochi giorni fa. Val la pena ricordare, e ci tengo a chiarire punto per punto la questione, che questa Giunta in un solo anno di lavoro ha dimostrato con i fatti, e non con le chiacchiere, la considerazione e l’interesse nei riguardi del personale sanitario delle strutture pubbliche del Lazio. Partiamo dalle 14 mila nuove assunzioni, per cui dai 49 mila dipendenti siamo passati ad un organico di circa 63 mila operatori sanitari.

Cosa che non si vedeva da vent’anni a questa parte. Abbiamo stabilizzato 1700 operatori precari del SSR e prorogato i contratti degli altri, affinché possano maturare i requisiti per l’assunzione a tempo indeterminato. Stiamo affrontando e risolvendo questioni letteralmente “sepolte” da anni: dai fondi INAIL per l’infortunistica per pagare i medici che emettono i certificati di infortunio (un problema che si trascinava dal 2019), fino alla certificazione dei fondi contrattuali (cosa che non veniva fatta dal 2021). Abbiamo avviato una scrupolosa operazione di pulizia e di riordino dei bilanci 2022 di Asl e aziende ospedaliere anche alla luce della nota inchiesta della Corte dei Conti e della Procura e stiamo terminando proprio in questi giorni la chiusura dei bilanci 2023. Abbiamo stanziato ulteriori risorse per premiare l’operosità dei medici dei reparti di emergenza, consapevoli dei loro grandi sacrifici. Cosa che non mi sembra sia stata fatta dalla precedente amministrazione.

Rispetto alla questione dei commissariamenti delle aziende sanitarie, gli stessi si sono resi necessari nelle more della predisposizione del nuovo Albo dei direttori generali il cui iter istruttorio verrà avviato domani [oggi per chi legge, ndr] in Giunta. Infine, ci tengo a sottolineare che, chi è fautore della condizione indegna che ci siamo trovati dinanzi al nostro insediamento, farebbe meglio a tacere: Alessio D’Amato, l’uomo del disastro dei conti della sanità laziale che ha reso necessario l’intervento della Procura della Repubblica e della Corte dei conti, colui che ha permesso ai privati accreditati di fare e disfare a loro piacimento, senza controllo alcuno. L’uomo che ci ha portato ad attese nei pronto soccorso indegne di un paese civile. 

Voglio rassicurare tutti i lavoratori e le sigle sindacali, con le quali a breve ci sarà un incontro per affrontare insieme ogni aspetto, sul fatto che la Regione sta lavorando per una vera e propria rinascita della sanità pubblica”.

La Ragione | Ucraina, ignobile bombardamento russo su un ospedale pediatrico.

[…] Il bilancio provvisorio alla consegna di questo articolo è di 22 morti e 96 feriti (fra cui almeno una decina sono bambini piccoli) ma, stando a quanto hanno riferito alcuni colleghi della prima emittente televisiva ucraina, almeno due dei feriti gravi che sono stati trasportati d’urgenza in un altro ospedale di Kyiv sarebbero morti. Almeno 56 persone sono state trasferite per ricevere ulteriori cure, mentre le rimanenti sono state medicate sul posto. Mentre ciò avveniva, altre esplosioni hanno continuato a susseguirsi tanto da lasciar intendere un devastante double tap, che avrebbe comportato altre centinaia di vittime. Nonostante ciò, i soccorritori hanno proseguito nel loro lavoro supportati da una quantità impressionante di civili e militari accorsi sul posto.

L’obiettivo era salvare più vite possibile, noncuranti del fatto che essi stessi di lì a poco avrebbero potuto rimanere vittime d’un secondo attacco russo (come molte altre volte è accaduto).

Nell’attacco i russi hanno gravemente danneggiato o completamente distrutto altre tre sottostazioni energetiche del gruppo “Dtek” , situate nei distretti di Holosiivskyj e Shevchenkivskyj della Capitale. Fra gli altri bersagli di quei missili c’erano la popolazione civile ucraina della città di Dnipro (dove i russi hanno parzialmente distrutto un grattacielo, un’impresa commerciale e una stazione di servizio uccidendo almeno un uomo e ferendone sei), di Kryvyj Rih (dove un violento attacco contro le infrastrutture amministrative ha provocato almeno 12 morti e 47 feriti) e poi di Sloviansk, Kramatorsk e Pokrovsk, dove si parla d’almeno tre morti.

Il numero complessivo – largamente provvisorio – di questo inizio settimana intriso di sangue innocente è di oltre duecento vittime.

Dopo aver visto sparare così barbaramente contro bambini già abbastanza colpiti dalla vita, dopo averne visti decine senza capelli finire il ciclo di chemioterapia con la flebo al braccio mentre i russi continuavano a sparargli contro e dopo aver visto così tanto sangue scorrere fra le macerie da intridere i camici degli operatori sanitari disperati che tentavano di strappare anime innocenti alla morte, vien da chiedersi quante volte ancora dovremo sentir soffocati gli appelli di questo popolo e del suo presidente (l’ultimo nelle scorse ore, con la richiesta di convocare il Consiglio di sicurezza dell’Onu) da quel ‘timore di un’escalation’ di cui francamente s’inizia a non comprendere più il significato.

 

Titolo originale: Bambini bersaglio

Fonte: “La Ragione” – Martedì 9 luglio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del direttore del quotidiano] 

Viterbo, più che sulla politica la convergenza è sui concorsi.

Già la composizione della coalizione è sui generis, per dirla con un afflato politologico. Parliamo della Provincia di Viterbo che vede come Presidente un esponente storico di Forza Italia dopo aver fatto il sindaco per 15 anni del Comune di Bassano in Teverina. La maggioranza che lo sostiene, però, non è il tradizionale centro destra unito ma è composta, oltreché da Forza Italia, addirittura dal Partito democratico e dai Civici della Sindaca dai Viterbo. E sin qui tutto bene, si fa per dire.

Quello che colpisce in questi ultimi tempi da quelle parti è l’esito dei sette concorsi indetti dall’amministrazione provinciale di Viterbo per un totale di 11 posti. Dopodiché, a seguito gli esiti delle selezioni, sono anche spuntate fuori simpatiche graduatorie con un numero stratosferico di idonei. Insomma, assunti in Provincia e idonei che possono essere chiamati dagli altri enti. Come ovvio, tutto lecito. Almeno per ora.

Ma la notizia vera emerge, come di norma, dai dettagli. Il numero degli idonei è composto in buona parte da politici e i loro cari, cioè parenti e amici. L’elenco, lungo, è già stato pubblicato su alcuni organi di informazione e non vale neanche la pena di essere riproposto.

La morale della favola, almeno per noi, però è una sola. Quello che non riesce sempre con la politica trova la sua sublime perfezione nei concorsi. E qui la convergenza è ottima. E la conferma arriva, appunto, dalla Provincia di Viterbo.

Gioventù nazionale, Mons. Viganò e una partita a poker.

C’è in filo invisibile che tiene insieme, sia pure per vie impervie, le recenti dichiarazioni di alcuni esponenti di Gioventù Nazionale, la scomunica di Mons. Viganò ed il gioco del poker.

Qualche giorno fa hanno fatto scalpore alcune riflessioni di membri della migliore gioventù di Fratelli d’Italia che, non immaginando di essere registrati da Fanpage, hanno tirato fuori il più becero bagaglio culturale della Destra di un tempo. 

Si è così potuto apprezzare un campionario di idee antisemite, inneggiamenti al nazismo condito da saluti romani a chiarire, per chi ancora avesse qualche dubbio, circa la messa a fuoco identitaria dei protagonisti.

A seguito della vicenda si è dimessa per “motivi personali” tal Flaminia Pace, responsabile del circolo “Pinciano” di GN che se l’è presa anche con la Senatrice Ester Mieli, peraltro del suo stesso partito, confessando agli amici come siano state una presa in giro le parole di solidarietà rivolte poco prima al suo indirizzo.

A sua volta, ignara di essere ripresa, Elisa Segnini diceva di non aver mai smesso di essere razzista e fascista. La ragazza è stata peraltro capo della segreteria dell’On. Ylenia Lucaselli. Anche lei ha lasciato la sua piccola poltroncina. Resta oscuro con quale criterio l’On. Lucaselli abbia saputo scegliere i suoi collaboratori. Anche Ilaria Partipilo, presidente di GN di Bari e collaboratrice dell’On. Donzelli ha dato sfoggio delle sue idee. 

Altri baldanzosi e baldanzose ce ne saranno stati che quel giorno non hanno fiatato, ma in comunanza di sentimenti con quanto sbandierato dalle orgogliose ragazze di cui si commenta. Sul fondo, il biasimo e le censure dei dirigenti di livello di Fratelli d’Italia non appena l’episodio è venuto alla luce. Ci sono stati e seguiranno provvedimenti di sospensione e di espulsione o di allontanamenti. Resta il dovere dei vertici del partito di selezionare con maggiore attenzione e severità le fresche generazioni chiamate a dare una mano a supporto dell’attività politica nelle istituzioni. 

Alice nel Paese delle meraviglie è una spiegazione che regge in modo traballante. Oggi Fratelli d’Italia, un partito che esprime il Presidente del Consiglio del paese, ha un dovere di ripulisti che non può trascurare.  La Meloni ha probabilmente bisogno di tempo per sostituire progressivamente la sua base elettorale, emarginando i nostalgici del tempo che fu, con l’adesione di nuovi simpatizzanti conservatori e democratici che nulla hanno a che fare con l’inconcepibile fanatismo di quando c’erano Mussolini ed Hitler!

Oltre il ridicolo e lo sconcerto di certe idee, in troppi appare latitante un filo di coerenza per non sprofondare nella ambiguità, nella ipocrisia o nella falsità. Questi elementi sarebbero semmai più ad uso di vecchi consumati politici che di nuovi militanti che dovrebbero distinguersi per innocenza e passione. Ciascuno abbia semplicemente il coraggio di dire ciò che pensa e di pagarne positivamente o negativamente le conseguenze. 

Non è legittimo e tanto più condivisibile mangiare in un piatto in cui si sputa. Fratelli d’Italia per bocca dei suoi massimi livelli ha più volte chiamato le distanze dalle idee a cui sono ispirate queste spigliate “giovanotte”, che hanno mancato di prendere atto del nuovo corso e quindi semplicemente cambiare casa e casacca. Nello specifico, nel dire il proprio pensiero, non si è intravista nessuna esibizione di carattere e di fierezza fascista, invece mascherandosi con doppia faccia o esponendosi solo quando protette all’interno delle mura domestiche.

Dovrebbero e potrebbero imparare da Mons. Carlo Maria Viganò che in questi giorni è stato scomunicato latae sententiae, cioè d’ufficio. L’arcivescovo è conosciuto per alcune sue posizioni antiscientiste, omofobe, no-vax e anti-bergogliane.  Mons. Viganò, nella sua coerenza, non hai mai giocato nell’ombra, rifiutandosi di sottomettersi al Papa, da lui definito un cancro e dalla parte di Satana. Non è mai pubblicamente arretrato di un solo passo rispetto al suo giudizio sul Vaticano. Ora ne ha buscato una dolorosa scomunica, la cui ipotesi non ha mai intimidito l’arcivescovo fino a fargli attenuare le critiche verso il Pontefice. Che sia nel torto o nella ragione, gli va riconosciuto una linearità di comportamenti e di coraggio che altri nella Chiesa non hanno.

Troppi, pur essendo in profondo disaccordo con Francesco, sono in opportunistica attesa solo di un futuro migliore e diverso, cioè più aderente al proprio intimo pensiero. C’è un eccesso di persone che in questo mondo giocano a poker nascondendo le proprie carte, senza considerare che alla fine dovranno comunque dichiarare il proprio punto e rendersi, piaccia o no, evidenti. Coerenza sta per essere strettamente uniti almeno a se stessi o al proprio credo. Chi in Fratelli d’Italia non si è accorto che le cose sono cambiate ne prenda atto e per dignità personale trovi altra accoglienza e collocazione.

Su come procedere, potranno sempre chiedere consiglio a Mons. Viganò o perlomeno vedere il film “Il coraggio di Blanche”, della regista francese Donzelli. A volte i nomi…

Dibattito | L’impasse post elettorale può radicalizzare la politica francese

Nessuno obbligava Macron a sciogliere l’Assemblée subito dopo l’esito delle elezioni europee. Il voto a favore del RN ottenuto con il proporzionale, non modifica di per sé in alcun modo il Parlamento di Parigi. Solo la ferita apportata al suo smisurato ego e la speranza di arrestare la crescita ulteriore della destra lo hanno indotto a un simile azzardo. Subito dopo l’improvviso scioglimento dell’Assemblea, il panico prese corpo in tutte le cancellerie e sulla stampa mainstream: il pericolo nero era alle porte e le critiche abbondarono per il giocatore d’azzardo che, con un colpo di testa, stava facendo correre enormi rischi alla Francia e all’Europa intera. Paura più che giustificata, nel timore che la destra crescesse ancora dopo il già ragguardevole 31% ottenuto al primo turno. Paura ulteriormente alimentata, seppure ad arte, in vista del secondo turno. Paura tuttavia ingiustificata dopo il positivo esito degli accordi di desistenza. La conventio ad excludendum della diga repubblicana non avrebbe mai consentito al RN di ottenere la maggioranza dei seggi.

Ora che tutto è andato secondo le previsioni, molti commentatori e uomini politici tornano a valutare positivamente la valutazione del rischio fatta dal Presidente.

Ma è davvero così?

Certamente, Bardella non diventerà primo ministro, ma cosa aspetta la Francia? Il minimo che si può dire è che l’attende un prolungato periodo di instabilità, se non – peggio – di ingovernabilità.

Non credo che la France Insoumise di Mélenchon possa entrare in un governo di unità nazionale. Troppo profondo è il disprezzo della Gauche per Macron. Ancora la sera dello scrutinio, il grido elevatosi più forte dalla Place de la République era Macron/Démissions.

Ammesso pure che un governo si riesca a comporre, mettendo insieme macroniani, socialisti e gollisti, ciò che ne uscirebbe è comunque un’alleanza difficile, con obiettivi, aspettative e ambizioni profondamente diverse e tali da rendere inefficace e impotente l’azione di governo. Non solo, alla risicata maggioranza parlamentare che così si costituirebbe corrisponderebbe l’ostilità (forse l’odio) di una forte maggioranza di votanti. Occorre infatti non dimenticare che un tale esito governativo avrebbe contro non solo il 40% dei voti andati a destra al secondo turno (Dati Ministero Interni Francese) ma anche il 15-20 % del Front Populaire proveniente da France Insoumise. A sinistra il sentimento sarebbe quello del tradimento, a destra quello della frode.

Potrà reggere così il sistema fino alle prossime presidenziali, mentre i venti di guerra soffiano sull’Europa e sul Mediterraneo? È un lusso che possiamo permetterci? Non sarebbe meglio che Macron stesso si facesse da parte e che un centro più credibile e meno riconducibile all’élite degli ENArchi uscisse rafforzato dalle elezioni dopo la dimostrazione dell’impasse prodotta dall’azzardo? Tergiversare rischia solo di rafforzare le forze antisistema. Arrivati al 40 % nulla può escludere che la maggioranza assoluta non sia raggiungibile per il giovane Bardella, nonostante il sistema elettorale a doppio turno.

Hazard, mon amour: Macron ha vinto la sua partita. E ora?

Il risultato del secondo turno delle legislative francesi consegna tre chiari responsi. Il primo, molto positivo per la democrazia, e in controtendenza rispetto ad altri Paesi europei, è l’aumento consistente dell’affluenza al voto.

Il secondo è costituito dal fatto che la netta sconfitta dell’estrema destra del Rassemblement National (RN), è stata determinata dal funzionamento degli accordi di desistenza fra il blocco di centro di Macron e il blocco delle sinistre del Nouveau Front populaire (NFP), nei due sensi, cosa che non era affatto scontata. In generale gli elettori del fronte delle sinistre hanno votato il candidato centrista nei collegi dove si era ritirato il loro, e viceversa. In questo dato vi si può scorgere anche l’elemento della tenuta e della ripresa di vitalità delle forze centriste, nonostante le lacerazioni prodottesi in seno ai Républicains (LR) in seguito allo strappo del suo presidente Éric Ciotti al primo turno per accordi con il RN, e nonostante l’appannamento sul piano interno dell’immagine di Macron. Il quale invece, esce indiscutibilmente rafforzato da queste elezioni anticipate. Una mossa azzardata quella dell’Inquilino dell’Eliseo che pare aver dato, almeno in parte, i risultati sperati. Bloccare, e anche in qualche modo sgonfiare il RN, e riaffermare l’insostituibilità del centro negli equilibri politici transalpini.

Non altrettanto positivo per Macron e per la Francia risulta il terzo responso uscito dalle urne di questo turno di ballottaggio, quello costituito dal fatto che nessuno dei tre schieramenti dispone dei numeri per governare. Non a caso la prima reazione al voto di Macron è stata all’insegna della prudenza. Occorrerà lasciar decantare la situazione, lasciar calmare gli animi, aspettare che si plachi la baldanza di Mélenchon nel chiedere comunque un governo delle sinistre, per capire che tipo di maggioranza potrà emergere nella nuova Assemblée Nationale.

L’esito del voto spinge la Francia in territori inesplorati. Quelli di un possibile esecutivo, se non di unità nazionale – che appare impraticabile a fronte di una così forte polarizzazione – almeno di carattere tecnico, come alternativa all’impasse creato dai numeri insufficienti a ciascuno dei tre blocchi per raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. Una strada questa che riaffermerebbe il ruolo del centro nell’attrarre attorno a una soluzione di governo tutte le forze meno inclini all’estremismo.

In ogni caso, ciò che succederà dopo questo voto in Francia, avrà con ogni probabilità forti ripercussioni anche sulla ricerca dei nuovi equilibri europei dopo il voto del giugno scorso. Ma mentre la Francia rischia di faticare a trovare una personalità con le caratteristiche giuste per un inedito ruolo di “tecnico” alla guida dell’esecutivo, in ambito Ue invece, nel caso dovessero presentarsi difficoltà insormontabili per la riconferma della von der Leyen, questa figura esiste. Ed è pure italiana.

Il Fronte Popolare e la coppia Fratoianni-Piccolotti

Finalmente il neo “Fronte Popolare” inizia a dare i suoi frutti. Leggiamo con gioia e soddisfazione che i paladini dell’occupazione abusiva delle case, cioè l’ineffabile trio Fratoianni/Bonelli/Salis, avanzano come possibile candidatura della compagna del capo di Avs, Nicola Fratoianni, alla guida della Regione Umbria in vista delle prossime elezioni. La suddetta compagna, Elisabetta Piccolotti, attualmente è Deputata ma si sacrificherebbe per il bene dell’inedito Fronte Popolare a sfidare il centro destra per condurre gli umbri verso il sol dell’avvenire. E sin qui tutto bene.

Ma c’è un aspetto che non si può trascurare come segno indelebile ed indiscutibile del cambiamento che il Fronte Popolare di togliattiana memoria ci consegna. E cioè, una intera famiglia – seppur di fatto in rispetto della modernità – che si dedica al bene degli altri. Prima come parlamentari e poi, eventualmente, come Deputato lui e Presidente di Regione lei. Un modello di altruismo, generosità e dedizione per tutti. Laici e cattolici, democratici e non, riformisti e conservatori, sovranisti ed europeisti.

Con una postilla finale. Anche il fatturato della famiglia di fatto ne esce bene. Il tutto, come ovvio, in nome del cambiamento, del rinnovamento e, soprattutto, contro la barbarie e l’inciviltà dei nemici che stanno minando la nostra democrazia e abbattendo la nostra Costituzione. Verrebbe da dire: ma chi sta meglio di loro…

 

P.S. A scrivere dell’ipotesi Piccolotti è stato “Il Tempo” nell’edizione di ieri (a p. 2). Titolo: “Spunta l’idea Lady Fratoianni per conquistare l’Umbria”.

Il messaggio che viene da Trieste non si può archiviare allegramente

Una prima annotazione è d’obbligo. A Trieste hanno parlato i massimi rappresentanti della Chiesa e della Repubblica e, nel solco della reciproca autonomia, si sono trovati concordi nella difesa della democrazia o meglio nel rilancio dei suoi valori. Sono due preziosi contributi che, in ambito strettamente politico, si aggiungono al patrimonio inestimabile del cattolicesimo democratico. Il discorso del Papa, a riguardo, segna un punto di svolta: “In Italia è maturato l’ordinamento democratico – ha detto – dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia […] e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento”. Siamo lontani anni luce dalla liquidazione frettolosa dell’esperienza democristiana avvenuta 30 anni fa da parte della Gerarchia. Oggi si parla un’altra lingua. La Dc non è più negletta, semplice storia da dimenticare, ma un esempio che merita di essere apprezzato, con intelligenza.  

Mattarella ha messo in guardia da un eccesso di accentramento, con l’abbandono dei necessari equilibri tra i poteri dell’ordinamento repubblicano, perché la democrazia è viva e forte quando mantiene integro il pluralismo e forte, di conseguenza, il rispetto delle minoranze. Cosa ha prodotto – ahinoi – il berlusconismo? Siamo passati dagli eletti ai cooptati secondo una logica destinata a scatenare la rivolta contro la casta. E abbiamo pagato il conto di quella follia. Non capisco allora perché, secondo Salvini, da ciò possa derivare un alto riconoscimento simbolico con l’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa al Cavaliere.

Recidere in un regime parlamentare il necessario rapporto diretto tra eletti ed elettori è come tagliare le radici a un albero. Purtroppo nessuno vi ha messo riparo, nemmeno Prodi, quando ha vinto per la seconda volta, se l’è ripromesso come obbiettivo prioritario. È chiaro che finisce con l’intervento di Mattarella una sorta di acquiescenza alla neutralità passiva: in capo al Presidente della Repubblica  permangono alcune fondamentali prerogative, come il rinvio alle Camere di leggi mal congegnate o l’esercizio della moral suasion in caso di forzature nel processo legislativo. Insomma, niente più terzietà pilatesca perché rappresenterebbe preferire Barabba. 

Tutte queste motivazioni sono state anticipate nell’intervento del Cardinale Zuppi, Presidente della CEI, che ha rivendicato la piena autonomia della Chiesa da qualunque altro potere, lanciando altresì un monito ai tanti fedeli rinunciatari perché onorino l’impegno civile e politico, storica conquista dei cattolici democratici. Da Trieste, insomma, viene un messaggio importante. Non si può pensare che vada archiviato allegramente.

 

Il discorso di Papa Francesco

https://ildomaniditalia.eu/trieste-settimana-sociale-il-discorso-integrale-di-papa-francesco/

 

Il discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

https://www.quirinale.it/elementi/116451

Legge elettorale, due modelli per un cittadino protagonista.

Era così un tempo e resta così oggi. E sarà così anche domani. Ovvero, la legge elettorale – per quanto riguarda le dinamiche politiche – resta ”la madre di tutte le riforme”. Lo ricordava già Carlo Donat-Cattin in tempi non sospetti durante la lunga stagione della Prima Repubblica. Non si stancava di ripetere, lo statista piemontese, che “la presenza politica e culturale organizzata ed autonoma dei cattolici era nata con la proporzionale e sarebbe definitivamente finita con l’abolizione e il superamento della proporzionale”. E così è stato, quando ormai Donat-Cattin non era più tra di noi. 

Lo ha ricordato, per chi lo avesse dimenticato, nei giorni scorsi l’ineffabile Achille Occhetto in una intervista al Corriere della Sera. Dice l’ex leader comunista che la stagione post tangentopoli è stata molto importante, nonché decisiva, perché ha segnato “la fine dell’unità politica dei cattolici” e quindi della Democrazia cristiana e, al contempo, ha certificato l’avvio “del bipolarismo tra destra e sinistra nel nostro paese cancellando definitivamente il centro”. Due risultati che gli ex e i post comunisti attendevano da decenni e che, finalmente, dopo il 1994 si sono concretamente avverati.

Ma, per non ripercorrere un passato persin troppo noto e conosciuto per essere ulteriormente approfondito, almeno su due elementi possiamo quasi tutti concordare, se vogliamo restituire un giusto protagonismo ai cittadini/elettori nella scelta della classe dirigente politica. E questo lo possiamo dire a maggior ragione proprio adesso quando si discute, al di là del furore ideologico del neo “Fronte Popolare”, del futuro assetto istituzionale del nostro paese. E, al riguardo, sono due le soluzioni concrete che permettono ai cittadini un rinnovato protagonismo, al di là della intera cornice della legge elettorale. E cioè, o le preferenze multiple come avveniva nella prima repubblica – perché la preferenza unica ha introdotto una pesante corruzione elettorale da un lato e ha innescato una violenta e spietata conflittualità all’interno dei rispettivi partiti dall’altro – oppure il ritorno dei collegi uninominali come prevedeva il cosiddetto “mattarellum”, ma senza alcuna lista bloccata. 

Sono questi, concretamente, i due modelli che garantiscono ai cittadini di potersi scegliere la classe dirigente parlamentare senza limitarsi a ratificare decisioni assunte da altri. Cioè dai capi partito. E questo, per tornare alle riflessioni di Donat-Cattin, è anche l’unico modo per cercare di fermare l’onda dei “partiti personali” e “dei partiti del capo”. Perché quando la classe dirigente non viene più “nominata” ma “eletta”, i partiti personali cessano d’incanto per ridare spazio e manovra ai partiti democratici, collegiali e liberali al proprio interno.

Ecco perché il dibattito sul sistema elettorale, al di là delle tante chiacchiere sul modello istituzionale, non può più tardare. Perché, e lo ripetiamo ancora una volta, dietro alla elezione dei futuri parlamentari in discussione c’è anche e soprattutto il radicale cambiamento del profilo organizzativo dei partiti. Ovvero, da partiti personali e del capo come sono oggi a partiti democratici e costituzionali. Com’erano, semplicemente e senza tante rivoluzioni frontiste, nella prima repubblica. E lo dico senza tentazioni o regressioni nostalgiche ma solo per un atto di realismo e di onestà intellettuale.

Trieste, Settimana sociale: il discorso integrale di Papa Francesco

cari fratelli Vescovi,
Signori Cardinali,
fratelli e sorelle, buongiorno!

 

Ringrazio il Cardinale Zuppi e Monsignor Baturi per avermi invitato a condividere con voi questa sessione conclusiva. Saluto Monsignor Renna e il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali. A nome di tutti esprimo gratitudine a Monsignor Trevisi per l’accoglienza della Diocesi di Trieste.

La prima volta che ho sentito parlare di Trieste è stato da mio nonno che aveva fatto il ‛14 sul Piave. Lui ci insegnava tante canzoni e una era su Trieste: “Il general Cadorna scrisse alla regina: ‘Se vuol guardare Trieste, che la guardi in cartolina’”. E questa è la prima volta che ho sentito nominare la città.

Questa è stata la 50.ma Settimana Sociale. La storia delle “Settimane” si intreccia con la storia dell’Italia, e questo dice già molto: dice di una Chiesa sensibile alle trasformazioni della società e protesa a contribuire al bene comune. Forti di questa esperienza, avete voluto approfondire un tema di grande attualità: “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”.

Il Beato Giuseppe Toniolo, che ha dato avvio a questa iniziativa nel 1907, affermava che la democrazia si può definire «quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori»[1]. Così diceva Toniolo. Alla luce di questa definizione, è evidente che nel mondo di oggi la democrazia, diciamo la verità, non gode di buona salute. Questo ci interessa e ci preoccupa, perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo[2].

In Italia è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamentof per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo. Questo atteggiamento si ritrova nella Nota pastorale con cui nel 1988 l’Episcopato italiano ha ripristinato le Settimane Sociali. Cito le finalità: «Dare senso all’impegno di tutti per la trasformazione della società; dare attenzione alla gente che resta fuori o ai margini dei processi e dei meccanismi economici vincenti; dare spazio alla solidarietà sociale in tutte le sue forme; dare sostegno al ritorno di un’etica sollecita del bene comune […]; dare significato allo sviluppo del Paese, inteso […] come globale miglioramento della qualità della vita, della convivenza collettiva, della partecipazione democratica, dell’autentica libertà»[3]. Fine citazione.

Questa visione, radicata nella Dottrina Sociale della Chiesa, abbraccia alcune dimensioni dell’impegno cristiano e una lettura evangelica dei fenomeni sociali che non valgono soltanto per il contesto italiano, ma rappresentano un monito per l’intera società umana e per il cammino di tutti i popoli. Infatti, così come la crisi della democrazia è trasversale a diverse realtà e Nazioni, allo stesso modo l’atteggiamento della responsabilità nei confronti delle trasformazioni sociali è una chiamata rivolta a tutti i cristiani, ovunque essi si trovino a vivere e ad operare, in ogni parte del mondo.

C’è un’immagine che riassume tutto ciò e che voi avete scelto come simbolo di questo appuntamento: il cuore. A partire da questa immagine, vi propongo due riflessioni per alimentare il percorso futuro.

Nella prima possiamo immaginare la crisi della democrazia come un cuore ferito. Ciò che limita la partecipazione è sotto i nostri occhi. Se la costruzione e l’intelligenza mostrano un cuore “infartuato”, devono preoccupare anche le diverse forme di esclusione sociale. Ogni volta che qualcuno è emarginato, tutto il corpo sociale soffre. La cultura dello scarto disegna una città dove non c’è posto per i poveri, i nascituri, le persone fragili, i malati, i bambini, le donne, i giovani, i vecchi. Questo è la cultura dello scarto. Il potere diventa autoreferenziale – è una malattia brutta questa –, incapace di ascolto e di servizio alle persone. Aldo Moro ricordava che «uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità»[4]. La parola stessa “democrazia” non coincide semplicemente con il voto del popolo; nel frattempo a me preoccupa il numero ridotto della gente che è andata a votare. Cosa significa quello? Non è il voto del popolo solamente, ma esige che si creino le condizioni perché tutti si possano esprimere e possano partecipare. E la partecipazione non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va “allenata”, anche al senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populistiche. In questa prospettiva, come ho avuto modo di ricordare anni fa visitando il Parlamento Europeo e il Consiglio d’Europa, è importante far emergere «l’apporto che il cristianesimo può fornire oggi allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società»[5], promuovendo un dialogo fecondo con la comunità civile e con le istituzioni politiche perché, illuminandoci a vicenda e liberandoci dalle scorie dell’ideologia, possiamo avviare una riflessione comune in special modo sui temi legati alla vita umana e alla dignità della persona. 

Le ideologie sono seduttrici. Qualcuno le comparava a quello che a Hamelin suonava il flauto; seducono, ma ti portano a annegarti.

A tale scopo rimangono fecondi i principi di solidarietà e sussidiarietà. Infatti un popolo si tiene insieme per i legami che lo costituiscono, e i legami si rafforzano quando ciascuno è valorizzato. Ogni persona ha un valore; ogni persona è importante. La democrazia richiede sempre il passaggio dal parteggiare al partecipare, dal “fare il tifo” al dialogare. «Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale. Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se la loro efficienza sarà poco rilevante»[6].Tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità; nessuno deve sentirsi inutile. Certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone … Mi fermo alla parola assistenzialismo. L’assistenzialismo, soltanto così, è nemico della democrazia, è nemico dell’amore al prossimo. E certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone sono ipocrisia sociale. Non dimentichiamo questo. E cosa c’è dietro questo prendere distanze dalla realtà sociale? C’è l’indifferenza, e l’indifferenza è un cancro della democrazia, un non partecipare.

La seconda riflessione è un incoraggiamento a partecipare, affinché la democrazia assomigli a un cuore risanato. È questo: a me piace pensare che nella vita sociale è necessario tanto risanare i cuori, risanare i cuori. Un cuore risanato. E per questo occorre esercitare la creatività. Se ci guardiamo attorno, vediamo tanti segni dell’azione dello Spirito Santo nella vita delle famiglie e delle comunità. Persino nei campi dell’economia, della ideologia, della politica, della società. Pensiamo a chi ha fatto spazio all’interno di un’attività economica a persone con disabilità; ai lavoratori che hanno rinunciato a un loro diritto per impedire il licenziamento di altri; alle comunità energetiche rinnovabili che promuovono l’ecologia integrale, facendosi carico anche delle famiglie in povertà energetica; agli amministratori che favoriscono la natalità, il lavoro, la scuola, i servizi educativi, le case accessibili, la mobilità per tutti, l’integrazione dei migranti. Tutte queste cose non entrano in una politica senza partecipazione. Il cuore della politica è fare partecipe. E queste sono le cose che fa la partecipazione, un prendersi cura del tutto; non solo la beneficenza, prendersi cura di questo …, no: del tutto!

La fraternità fa fiorire i rapporti sociali; e d’altra parte il prendersi cura gli uni degli altri richiede il coraggio di pensarsi come popolo. Ci vuole coraggio per pensarsi come popolo e non come io o il mio clan, la mia famiglia, i miei amici. Purtroppo questa categoria – “popolo” – spesso è male interpretata e, «potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”). Ciò nonostante, per affermare che la società è di più della mera somma degli individui, è necessario il termine “popolo”»[7], che non è populismo. No, è un’altra cosa: il popolo. In effetti, «è molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo» [8]. Una democrazia dal cuore risanato continua a coltivare sogni per il futuro, mette in gioco, chiama al coinvolgimento personale e comunitario. Sognare il futuro. Non avere paura.

Non lasciamoci ingannare dalle soluzioni facili. Appassioniamoci invece al bene comune. Ci spetta il compito di non manipolare la parola democrazia né di deformarla con titoli vuoti di contenuto, capaci di giustificare qualsiasi azione. La democrazia non è una scatola vuota, ma è legata ai valori della persona, della fraternità e anche dell’ecologia integrale.

Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi. No. Dobbiamo essere voce, voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Tanti, tanti non hanno voce. Tanti. Questo è l’amore politico[9], che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause. Questo è l’amore politico. È una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni, queste polarizzazioni che immiseriscono e non aiutano a capire e affrontare le sfide. A questa carità politica è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi. Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Dobbiamo riprendere la passione civile, questo, dei grandi politici che noi abbiamo conosciuto. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte. E questa è una cosa importante nel nostro agire politico, anche dei pastori nostri: conoscere il popolo, avvicinarsi al popolo. Un politico può essere come un pastore che va davanti al popolo, in mezzo al popolo e dietro al popolo. Davanti al popolo per segnalare un po’ il cammino; in mezzo al popolo, per avere il fiuto del popolo; dietro al popolo per aiutare i ritardatari. Un politico che non abbia il fiuto del popolo, è un teorico. Gli manca il principale.

Giorgio La Pira aveva pensato al protagonismo delle città, che non hanno il potere di fare le guerre ma che ad esse pagano il prezzo più alto. Così immaginava un sistema di “ponti” tra le città del mondo per creare occasioni di unità e di dialogo. Sull’esempio di La Pira, non manchi al laicato cattolico italiano questa capacità “organizzare la speranza”. Questo è un compito vostro, di organizzare. Organizzare anche la pace e i progetti di buona politica che possono nascere dal basso. Perché non rilanciare, sostenere e moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani? Perché non condividere la ricchezza dell’insegnamento sociale della Chiesa? Possiamo prevedere luoghi di confronto e di dialogo e favorire sinergie per il bene comune. Se il processo sinodale ci ha allenati al discernimento comunitario, l’orizzonte del Giubileo ci veda attivi, pellegrini di speranza, per l’Italia di domani. Da discepoli del Risorto, non smettiamo mai di alimentare la fiducia, certi che il tempo è superiore allo spazio. Non dimentichiamo questo. Tante volte pensiamo che il lavoro politico è prendere spazi: no! È scommettere sul tempo, avviare processi, non prendere luoghi. Il tempo è superiore allo spazio e non dimentichiamo che avviare processi è più saggio di occupare spazi. Io mi raccomando che voi, nella vostra vita sociale, abbiate il coraggio di avviare processi, sempre. È la creatività e anche è la legge della vita. Una donna, quando fa nascere un figlio, incomincia a avviare un processo e lo accompagna. Anche noi nella politica dobbiamo fare lo stesso.

Questo è il ruolo della Chiesa: coinvolgere nella speranza, perché senza di essa si amministra il presente ma non si costruisce il futuro. Senza speranza, saremmo amministratori, equilibristi del presente e non profeti e costruttori del futuro.

Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro impegno. Vi benedico e vi auguro di essere artigiani di democrazia e testimoni contagiosi di partecipazione. E per favore vi chiedo di pregare per me, perché questo lavoro non è facile. Grazie.

Adesso, preghiamo insieme e vi darò la benedizione.

[Recita del Padre Nostro]

_________________________

[1] G. Toniolo, Democrazia cristiana. Concetti e indirizzi, I, Città del Vaticano 1949, 29.
[2] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1.
[3] Conferenza Episcopale Italiana, Ripristino e rinnovamento delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, 20 novembre 1988, n. 4.
[4] A. Moro, Il fine è l’uomo, Edizioni di Comunità, Roma 2018, 25.
[5] Discorso al Consiglio d’Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014
[6] Lett. enc. Fratelli tutti, 110.
[7] Ivi, 157.
[8] Ibid.
[9] Ivi, 180-182.

[01149-IT.02] [Testo originale: Italiano]

[B0556-XX.02]

 

AgenSir | Settimana sociale, Becchetti: pensare al lavoro nella transizione digitale.

Alberto Baviera

 

“Non ci deve più essere la concorrenza al ribasso, prodotti ottenuti con lo sfruttamento del lavoro o per il quale l’ambiente non è tutelato. Serve creare incentivi rivolti al lavoro degno”. Ne è convinto Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia politica presso l’Università di Roma Tor Vergata, con il quale il Sir ha voluto approfondire la tematica del lavoro – diritto a fondamento della convivenza civile e sociale – nell’ambito della 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia che si sta svolgendo a Trieste sul tema “Al cuore della democrazia”.

“La Costituzione ci porta al cuore della democrazia: fonda la Repubblica sul lavoro, non sul voto”, ha ricordato ieri mattina Filippo Pizzolato aprendo la sua relazione proposta ai delegati. Oggi però il lavoro è sempre meno considerato come fattore decisivo alla costruzione della vita economico-sociale del Paese. Professore, dalla Settimana sociale di Cagliari (nella quale di parlò di lavoro “libero, creativo, partecipativo, solidale”) a quella di Trieste è cambiato qualcosa nel Paese?
Il problema è sempre molto variegato, ci sono fattori di ostacolo che sono molto forti. Il mercato del lavoro è polarizzato, ci sono lavoratori high-skilled (con competenze specifiche, ndr) e low-skilled (con competenze basiche, ndr), ci sono tantissimi lavoratori poveri… E le cause sono profonde: la concorrenza è verso il basso. Oggi ci sono alcune risposte che possono cominciare ad essere interessanti: innanzitutto le buone pratiche, perché

le filiere non sono tutte uguali e dal 2026 l’Europa introdurrà il passaporto digitale del prodotto, che è una cosa molto importante: vuol dire col QR Code – che ormai usiamo tutti – potremo sapere da dove viene il prodotto, con quale qualità di lavoro e se è stato fatto sfruttando lavoro minorile.

Questo sarà un fattore molto importante sia per il “voto con il portafoglio” dei cittadini ma anche per stabilire delle regole. Poi è fondamentale, lo chiedemmo anche a Cagliari, spingere sui cosiddetti meccanismi di adeguamento alla frontiera (il Cbam), che adesso sono stati introdotti dall’Unione europea, ma solo per le questioni ambientali.

[Segue intervista]

 

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https://www.agensir.it/50a-settimana-sociale/2024/07/06/settimana-sociale-becchetti-creare-incentivi-rivolti-al-lavoro-degno-per-premiare-chi-produce-nel-rispetto-delluomo-e-dellambiente/

Korazym | Sul Times l’appello a sostegno della messa in latino.

Vik van Brantegem

 

La straordinaria notizia di due lettere al Direttore del The Times, a sostegno della Messa tradizionale da parte di esponenti di spicco dell’establishment britannico, pubblicate il 3 luglio 2024 a pagina 22 dell’autorevole quotidiano londinese, è stata preannunciata e poi riferita in una serie di post su X da Damian Thompson. Riportiamo di seguito la sintesi del contenuto delle due lettere seguita dalla nostra traduzione italiana dall’inglese. 

Le lettere accorate, che chiedono alla Santa Sede di non imporre ulteriori restrizioni “inutili e insensibili” alla Messa tradizionale, “gioiello che deve essere custodito gelosamente”, sono state pubblicate più o meno nello stesso periodo in cui il 6 luglio 1971 venne pubblicata, sempre su The Times, la lettera – a cui viene fatto espresso riferimento – firmata da artisti e scrittori tra cui il romanziere Graham Greene, il violinista Yehudi Menuhin e dall’autrice di gialli Agatha Christie, per chiedere a Papa Paolo VI di non proibire in Inghilterra e nel Galles la Messa tradizionale a seguito del Concilio Vaticano II [QUI].

Si dice che nel 1971, leggendo l’appello, Papa Paolo VI abbia esclamato: “Ah, Agatha Christie!”. In seguito il Papa firmò un documento che consentiva ai vescovi di Inghilterra e Galles di concedere il permesso di celebrare Messe tradizionali in occasioni speciali. Perciò, il provvedimento è noto come l’”indulto di Agatha Christie”.

A distanza di oltre mezzo secolo, la storia si ripete. Personalità britannici di spicco nel campo dell’arte, dell’economia, del giornalismo e della politica, allarmati dalle “preoccupanti notizie in arrivo da Roma secondo cui la Messa tradizionale verrà bandita da quasi tutte le Chiese Cattoliche” [QUI], chiedono alla Santa Sede di non imporre nuove restrizioni al rito romano vetus ordo.

Le lettere implorano la Santa Sede di riconsiderare qualsiasi ulteriore “insensibili” restrizione all’accesso “a questo magnifico patrimonio spirituale e culturale”, definendo la liturgia tradizionale “una cattedrale di testi e gesti che, come quegli edifici venerabili, si è sviluppata nel corso di molti secoli”, che deve essere preservata per il suo significato culturale e storico, che appartiene alla “cultura universale” avendo “ispirato una serie di risultati inestimabili nelle arti”, non solo nel campo della mistica, ma in “opere di poeti, filosofi, musicisti, architetti, pittori e scultori di tutti i paesi e di tutte le epoche”. I firmatari scrivono che “non tutti ne apprezzano il valore e va bene così; ma distruggerlo sembra un atto inutile e insensibile in un mondo in cui la storia può facilmente scivolare via, dimenticata”. Inoltre, “la capacità del rito antico di incoraggiare il silenzio e la contemplazione è un tesoro difficilmente replicabile e, una volta perduto, impossibile da ricostruire”.

 

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https://www.korazym.org/104873/lettere-di-esponenti-di-spicco-dellestablishment-britannico-su-the-times-a-sostegno-della-messa-tradizionale/

NouvelObs | I laburisti non avranno diritto all’errore. Intervista a Gillissen.

Uriel Demirdjian

 

L’esperto di Regno Unito, Christophe Gillissen, ragiona sulla débâcle dei conservatori nelle elezioni legislative e su cosa potrebbe cambiare con l’arrivo al potere del partito laburista.

Una vittoria storica, quella registrata oltre Manica. Il Partito Conservatore, al potere da quattordici anni, è stato ampiamente sconfitto dal Labour nelle elezioni parlamentari britanniche del 4 luglio. La sinistra, il cui leader Keir Starmer è un ex avvocato per i diritti umani, guadagna così la maggioranza assoluta nel Parlamento britannico, con 412 seggi su 650, cosa mai vista prima del maremoto di Tony Blair nel 1997. I conservatori, guidati da Rishi Sunak, si piazzano al secondo posto, con soli 121 seggi, accusando perciò una perdita di 250 deputati rispetto alle ultime elezioni del 2019.

Un altro segnale importante che viene dal voto: il partito di estrema destra anti-immigrazione e pro-Brexit, il Reform UK di Nigel Farage, fa il suo ingresso per la prima volta alla Camera dei Comuni. 

Intervista a Christophe Gillissen, professore di civiltà britannica e irlandese all’Università di Caen.

 

Quali sono i principali insegnamenti che si possono trarre da queste elezioni parlamentari?

I conservatori hanno subito una battuta d’arresto assolutamente senza precedenti. Mai nella loro lunga storia di quasi due secoli – e forse anche di trecento anni secondo alcuni storici – avevano subito una sconfitta così dura. Hanno profondamente deluso gli inglesi. Questo a causa della Brexit, un progetto portato avanti dai conservatori – in particolare dall’ex primo ministro Boris Johnson -, che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi. Infatti, doveva essere l’inizio di una nuova età dell’oro nel Regno Unito, ma è stato l’esatto contrario: difficoltà economiche, restrizione delle libertà di movimento in Europa, perdita di influenza britannica nel mondo…

E poi è esplosa anche una crisi all’interno del partito stesso. Tra dirigenti e quadri, molti conservatori poco favorevoli alla Brexit sono stati esclusi. Ci si è ritrovati con dirigenti che non disponevano di adeguate capacità nella gestione degli affari pubblici. L’esempio più eclatante? Liz Truss, primo ministro per meno di cinquanta giorni nell’autunno 2022, ha devastato l’economia britannica. Una serie di scandali hanno fatto il resto. Boris Johnson è finito sotto accusa della giustizia britannica a causa delle feste organizzate a Downing Street durante il lockdown. È stata la prima volta per un primo ministro in carica. L’ora del conto è arrivata, ed è severa.

Quale futuro si può immaginare per i Tories?

La prima fase sarà di estrema brutalità, di resa dei conti, di tentativi di prendere il potere, di tensioni abbastanza forti così da imporre una svolta a destra, con una maggiore radicalità, o al contrario per andare più verso il centro. È in gioco il futuro dei conservatori. Se il periodo di introspezione va male, la fine dei Tories potrebbe essere inevitabile. Bisogna anche considerare che si ritrovano con 120 deputati, un numero straordinariamente basso. Già nel 1997, dopo essere stati al potere per diciotto anni, avevano subito una terribile sconfitta e quindi erano rimasti all’opposizione fino al 2013. Adesso rischiano di rimanere all’opposizione per almeno un decennio.

È anche una vittoria storica per il Labour?

È certamente un risultato eccezionale in termini di maggioranza parlamentare. Solo Tony Blair nel 1997 aveva fatto meglio. Ma bisogna valutare tutti i risvolti. I laburisti hanno raccolto solo il 34% dei voti, il che è molto poco. Non avranno diritto all’errore. Quello che alla fine è successo è che gli elettori conservatori sono fuggiti dal loro partito. Tony Blair era un leader con un carisma per molti aspetti eccezionale, invece Keir Starmer non possiede carisma e il suo programma non ha suscitato entusiasmo.

Il risultato di Reform UK costituisce una sorpresa?

Sì e no. Il dato è colossale, visto che parliamo di più del 14% dei voti. Ma nel sistema elettorale britannico, i piccoli partiti hanno difficoltà a sfondare in Parlamento. Si ritrovano con quattro posti. Non è molto chiaro quale sia il progetto di Nigel Farage, poiché si concentra unicamente sulla denuncia del fenomeno immigrazione. Ciò non avrà necessariamente influenza sul futuro, ma intanto per i conservatori sarà un fattore di complicazione.

[Traduzione a cura della redazione]

 

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https://www.nouvelobs.com/monde/20240706.OBS90747/elections-britanniques-les-travaillistes-veulent-ameliorer-leurs-relations-avec-leurs-voisins-europeens.html#

Libri | Confronto a più voci su “Umanesimo e digitalizzazione”.

Umanesimo e digitalizzazione, due termini che fanno capo a realtà complesse e a prima vista discordanti: da un lato il millenario percorso di scoperta da parte dell’uomo delle proprie risorse spirituali e cognitive, consolidatosi nell’autoconsapevolezza della propria specificità, dall’altro una rivoluzione tecnologica – opera anch’essa umana – che incide a tal punto sulle coordinate spazio-temporali dell’esperienza naturale da sovvertire l’umana autocoscienza e la percezione della realtà nel suo complesso. Se pure così distanti, umanesimo e digitalizzazione sembrano oggi avanzare un’incalzante pretesa di complementarità. 

Il sintomo più evidente, ma non certo l’unico, di questo processo in atto sono i nuovi percorsi disciplinari compresi nelle Digital Humanities e addirittura il formarsi di una nuova disciplina, il cui nome – Informatica umanistica – non lascia dubbi circa l’ordine di priorità fra i due termini. Ma in base a quali criteri tale priorità andrebbe accertata? Se uno dei tratti distintivi dell’umanesimo consiste nel far precedere la prassi da adeguata riflessione, allora è molto importante riflettere sia sulle implicanze della nuova simbiosi sia sulle sue diverse applicazioni.
I contributi raccolti nel presente volume, affidati a studiosi di fama internazionale, intendono offrire un agile strumento non solo per orientarsi fra le applicazioni più significative della digitalizzazione nell’ambito delle discipline umanistiche, ma anche per formarsi un’opinione più circostanziata su un fenomeno sociale già ampiamente diffuso ma dai contorni ancora vaghi.
In occasione di un convegno interdisciplinare dedicato a Humanism and Digitization e svoltosi nella sede milanese dell’Università Cattolica il 4-5 maggio 2022, furono invitati a esporre le rispettive posizioni e a dialogare fra loro: Giorgio Buccellati, archeologo e assirologo presso la UCLA e direttore del programma di archeologia digitale Cybernetica mesopotamica; Vittorio Hösle, professore di Filosofia alla Notre Dame University e studioso del rapporto fra ermeneutica e scienze dello spirito nel contesto contemporaneo; Marco Passarotti, professore di Linguistica computazionale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore ed estensore dell’Index Thomisticus Treebank; Smail Rapic, professore di Filosofia pratica presso la Bergische Universität di Wuppertal, afferente alla linea di tradizione francofortese; Gerhard Lauer, esponente di punta delle Digital Humanities e Gutenberg Professor for Book and Reading Studies all’Università di Mainz; Maryanne Wolf, neuroscienziata e direttrice del Center for Dyslexia, Diverse Learners, and Social Justice presso la UCLA. Un confronto tra gli archeologi Marco Sannazaro, Giorgio Buccellati, Marilyn Kelly-Buccellati, Giorgio Baratti e Enrico Giannichedda concluse il Convegno.

 

[Il testo qui raccolto è la sinossi del volume presente sul sito di Vita e Pensiero]

 

Per saperne di più

https://www.vitaepensiero.it/scheda-libro_contenitore/autori-vari/umanesimo-e-digitalizzazione-9788834352595-396069.html

Cosa serve ai cattolici? “Uno spartito più che un partito”.

Più che un nuovo partito dei cattolici italiani, serve uno spartito”. È questo il messaggio lanciato da monsignor Luigi Renna, vescovo di Catania e presidente del comitato organizzatore della Settimana sociale dei cattolici, nel corso dell’incontro organizzato dal vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Russo, assieme ai consiglieri Carlo Bolzonello e Carlo Grilli, e ospitato oggi nell’aula del Consiglio regionale.

A Renna, in rappresentanza degli organizzatori dell’evento che in questi giorni anima piazze e strade di Trieste e che si concluderà domenica con la visita di Papa Francesco, il vicepresidente Russo ha consegnato il sigillo del Consiglio regionale portandogli i saluti del presidente Mauro Bordin, impossibilitato a partecipare in quanto impegnato in un concomitante incontro sul territorio.

Gli scranni normalmente occupati dai consiglieri dei vari gruppi politici sono stati occupati per quasi due ore dagli amministratori locali ai quali è stato affidato il ruolo di delegati nell’ambito della Settimana sociale. Si tratta di sindaci, assessori, consiglieri regionali e comunali, dirigenti dell’associazionismo cattolico provenienti da ogni angolo del Paese, molti dei quali sono intervenuti, esprimendo tutti l’auspicio di creare una rete di confronto e dialogo stabile nel tempo.

È stato il vescovo Renna, nella sua introduzione, a proporre una prima riflessione, sulla scia del tema della democrazia posto al centro della Settimana sociale. “Il presidente Mattarella – ha detto – ci mostra che le istituzioni possono essere abitate dai cattolici, anche se su tanti temi oggi i cattolici sembrano divisi e a volte ostaggio delle ideologie. Ma bisogna costruire uno spartito comune più che un partito, altrimenti non si sa quale musica suonare. In questi giorni – ha aggiunto Renna – Trieste è diventato un luogo di crocevia e di dialogo, e a chi ci rimprovera chiedendo dove siano i cattolici abbiamo dimostrato, con una narrazione al positivo, che i laici sono presenti. La Settimana sociale è al servizio del bene comune e di tutto il Paese, e lo stile dev’essere sempre il primato della carità”.

Temi ripresi dal vicepresidente Russo nel suo intervento. Dopo aver osservato che “a Trieste in questi giorni si respira una bella aria di democrazia che diventa contagiosa”, il consigliere ha auspicato che “le diverse appartenenze politiche non diventino un ostacolo insormontabile in vista di un dialogo che riteniamo utile e necessario”. Russo ha poi ricordato “le diverse stagioni del cattolicesimo sociale e politico, da don Sturzo a De Gasperi a Moro”, convinto che “si debba tornare a dirsi orgogliosi di questa eredità”. Ha quindi messo l’accento sugli auspici portati al meeting triestino dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e dal cardinale Matteo Zuppi rispetto alla necessità “di uno spirito costituente nelle grandi riforme che si prospettano a livello nazionale”.

Un invito che è stato messo nero su bianco nel documento finale, preparato e letto da Russo al termine dell’incontro e incaricato di sintetizzare il confronto. Nel testo si esprime anche l’obiettivo di “riavvicinare i cittadini al voto consapevole” e si prendono tre impegni: quello alla condivisione di esperienze in vista di un nuovo incontro nazionale ad autunno, quello di declinare i principi emersi nella Settimana sociale nella propria esperienza amministrativa e, infine, quello “a fare del magistero sociale di Papa Francesco l’elemento unificante per l’impegno dei cattolici in politica”.

Nel suo intervento, Carlo Grilli ha voluto porre l’accento “sulle persone fragili, quelle che ci stanno più a cuore e alle quali vogliamo dire che sono necessarie, perché ciascuno di noi porta con sé un valore. I cattolici in politica – ha aggiunto il consigliere regionale – a volte sono silenziosi, ma hanno il comune denominatore di provare a migliorare la nostra comunità, con garbo ed educazione. Io e Russo siamo in schieramenti diversi, ma abbiamo sempre guardato alle cose che ci univano”.

Carlo Bolzonello ha invece parlato della sua esperienza personale con la fede, raccontando alcuni spezzoni della sua vita “in cui ogni dieci anni è cambiato qualcosa di importante. Sono passato dai lupetti agli scout, poi per un certo periodo volevo fare il rivoluzionario, quindi ho fatto un’esperienza di cooperazione in Bolivia e mi sono ritrovato a vivere nella foresta amazzonica assieme a sette sacerdoti. E mai avrei pensato di arrivare in Consiglio regionale”. “Noi dobbiamo confrontarci col quotidiano – ha aggiunto Bolzonello – perché essere cattolici significa fare le piccole cose, quella è la politica vera. La vera sfida è dare un senso a quello che fai, che tu sia di destra o di sinistra non c’entra”.

Elena Granata, vicepresidente del comitato organizzatore della Settimana, ha riassunto l’incontro con una considerazione: “In un’ora e tre quarti ci avete fatto esclamare: se il Paese fosse questo perché è questo il Paese che sogniamo”.

Partiti, le dimissioni dei leader non esistono più.

C’è un elemento, tra i molti che si potrebbero citare, che separa radicalmente la politica contemporanea rispetto a quella che viene ricordata come “la democrazia dei partiti”. E questo elemento lo si può sintetizzare con una sola parola: dimissioni. Ovvero, nei grandi partiti popolari e di massa del passato, ma anche nei partiti di minor dimensione elettorale, quando si perdevano le elezioni, e non ancora ripetutamente, il segretario nazionale si dimetteva. In attesa di cosa decidevano poi e in un secondo momento gli organismi democratici e collegiali del partito stesso.

Certo, c’è una differenza di fondo tra il contesto contemporaneo e quella stagione. Oggi ci sono i partiti personali e quindi anche le sconfitte elettorali, e quindi politiche, vengono prontamente ed immediatamente archiviate per la semplice ragione che se si dimette il capo il partito si scioglie nell’arco di poche ore. Per cui assistiamo ad una strana e singolare situazione. Per fermarsi, ad esempio, al campo di Azione e Italia Viva qualunque risultato elettorale non mette affatto in discussione la guida dei rispettivi partiti personali perché tutto inizia e finisce con la loro leadership. Come, per fare un altro esempio, quello che capita concretamente nel partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle. E cioè, le ripetute e continue sconfitte politico ed elettorali di questi ultimi tempi non hanno affatto scalfito la leadership dell’attuale capo partito. Ma lo stesso tema riguarda la Lega e sino a poco tempo fa la stessa Forza Italia. Ma, al di là dei singoli casi, è abbastanza evidente che nella nuova stagione politica le sconfitte, come le vittorie, non rappresentano un momento per riflettere sulla guida dei rispettivi partiti ma solo e soltanto una tappa per ricominciare come se nulla fosse.

Per questi semplici motivi, che poi non sono affatto secondari ai fini di una corretta e trasparente vita democratica, la questione della democrazia all’interno dei partiti non può più essere considerata una variabile indipendente ai fini della stessa conservazione della democrazia nel nostro paese. Perché è perfettamente inutile continuare a blaterare di ‘svolta illiberale’, di ‘torsione

autoritaria’ e di ‘deriva fascista’ e poi continuare a gestire i propri partiti come affari privati o, al massimo, come cartelli elettorali funzionali agli interessi di una piccola e circoscritta consorteria.

Perché, al di là della propaganda spicciola ed interessata, il vecchio monito di Carlo Donat-Cattin continua ad essere di una straordinaria attualità. E cioè, “se vuoi capire come pensa un partito di riformare le istituzioni, è appena sufficiente verificare come quel partito pratica la democrazia al suo interno”.

E i partiti personali che si scagliano violentemente contro l’elezione diretta del Premier sono semplicemente ridicoli e patetici. Proprio perché Donat-Cattin aveva già ragione nella prima repubblica e, a maggior ragione, quelle parole continuano ad essere un monito severo anche e soprattutto per questa bislacca e sempre più contraddittoria seconda repubblica.

Bisogna reagire al degrado, il decoro non è un optional.

Suvvia un po’ di decoro! Un incitamento di mia nonna: una espressione un po’ antica che, tuttavia, mi è balenata in mente quando mi sono fermata a riflettere su alcune situazioni che mi hanno fatto esclamare “un po’ di decoro per favore!” E le racconto.

Decoro etimologicamente deriva dal latino decus, ma mi fa piacere pensare che si tratti di un fonema che contiene ‘cor’, cuore. Ma anche ‘de-coro’, un de che indica allontanarsi da…Mi sono soffermata su questo esercizio linguistico (non hai altro Garavaglia da pensare?) osservando lo stato del decoro che mi aspetto nella realtà che ci circonda. Decoro della città, la casa delle nostre case. Non è percepita così, altrimenti non sarebbe sporca, trascurata, abbandonata. Perfino finite le feste natalizie rimangono fino all’estate, se non oltre, le vestigia delle feste passate. Tutti i mozziconi finiscono per terra; lo faremmo a casa nostra? Sarebbe chic servirsi di un posacenere personale tascabile. Il vicolo della Guardiola, una stradina che fa angolo con via Uffici del Vicario a Roma, in pratica di fianco alla Camera dei Deputati, è letteralmente tappezzato di ‘cicche’ e davanti alla famosa gelateria che in quella via attrae migliaia di turisti al giorno rimangono per terra tovagliolini, gelati spiaccicati. Non parliamo dei famosi ingombranti dehors! Per…decorare la città dovrebbero avere una precisa collocazione e tipologia e magari pagare adeguatamente l’occupazione di suolo pubblico, visto che i cittadini pagano una salata tassa per i rifiuti urbani! 

E il decoro delle Istituzioni e delle persone? Se l’abito non fa il monaco, certamente non si riconoscerebbe il monaco senza la sua ‘divisa’. Soprattutto la divisa, il portamento, il linguaggio sono essi stessi messaggio per riconoscere status e ruolo. La politica, anzi i politici, non tutti, danno un pessimo esempio in questo ambito. Insulti personali, giudizi malevoli, pregiudizi diffusi senza pudore che, poi il più delle volte, vengono ritrattati perché “non sono stato capito” oppure è stato uno sfogo goliardico.

Le cafonate non si addicono a nessuna persona e certamente, ancora meno, a chi ha un ruolo pubblico. I Parlamentari, i Sindaci, i Ministri, il primo Ministro rappresentano non solo i loro elettori ma l’intera comunità nazionale che merita rispetto. Chi più di un rappresentante democratico deve sentire il peso della dignità di ciascuno e di tutti per onorarla degnamente? Ognuno, ancorché offeso, deve ricordarsi del proprio ruolo e status e non replicare mai alle offese, anzi dando esempio di superiorità morale, perché questo è il vero esempio che deve venire dalle istituzioni.

Queste sono lo scudo di tutti i cittadini e non appartengono a nessuna parte politica. Querelare non aumenta la dignità del denunciante. La fazione e la partigianeria confliggono con il cuore della politica che è partecipazione. Questa si può riconquistare (non preoccupa l’astensionismo?), riconoscendo il protagonismo dei cittadini, facendosi sentire vicini alle preoccupazioni, ai bisogni e anche alle richieste di attenzione. La composizione sociale attuale del nostro Paese offre dati da considerare per governare in modo da essere compresi e apprezzati.

L’invecchiamento della popolazione con il corredo delle necessità che comporta per rendere disponibili i servizi indispensabili; il deserto demografico che pretende una attenzione speciale per favorire la maternità; il lavoro sottopagato o in nero; i suicidi nelle carceri; le inaccettabili morti sul lavoro; è un doloroso elenco di mancata programmazione strategica che non può conquistare l’empatia da parte dei cittadini. Incomincio a pensare che l’astensionismo non sia solo disaffezione ai partirti ma indignazione o peggio oramai assuefazione passiva alle “ingiustizie” che il cittadino sente su di sé. E cosa dire di una burocrazia che non agevola le pratiche legate a servizi essenziali? Call center per ogni esigenza e in compenso un assedio inaccettabile da parte di chi propone continuamente offerte e…frodi. Per accelerare il rinnovo dei passaporti si è trovato il rimedio affidando l’iter alle Poste Italiane; è così difficile inventare soluzioni così efficaci e immediate per molte altre necessarie risposte ai cittadini? La “stuffagine” (rieccheggia qualcosa?) per le persone più dotate rimane solo un fastidio, ma per le persone più deprivate rappresenta un danno, una offesa e una grave ingiustizia. Per non farci mancare nulla registriamo gli indecorosi commenti al Presidente Mattarella per il suo bellissimo discorso tenuto alla apertura del la 50esima settimana sociale dei cattolici italiani, a Trieste. È stata una altissima lezione sul senso, i significati, letterali e morali, della nostra Costituzione. Dal basso in alto la più alta autorità è l’esempio. Mi permetto di suggerirne la lettura.

La Croix | Francia, è l’ora della verità.

Anne Ponce

Eccoci alla vigilia del secondo turno delle elezioni legislative. Un momento di verità. Il verdetto delle urne arriverà al termine di una campagna elettorale breve, tutta concentrata in varie ricomposizioni politiche, sia a sinistra che a destra, che lasciano ancora molti cittadini perplessi. Ma possiamo anche considerare che queste elezioni rientrano in arco di tempo scandito dalle elezioni presidenziali del 2002, con lo scontro tra Jean-Marie Le Pen e Jacques Chirac, poi con il faccia a faccia tra Marine Le Pen e Emmanuel Macron nel 2017 e nel 2022. Questa volta, però, la situazione è inedita.

Perché la posta in gioco è se il Rassemblement National (RN) avrà o meno la maggioranza assoluta e se questo secondo turno gli permetterà di arrivare al potere attraverso la porta grande del suffragio universale. Non è quindi più possibile classificare la scelta del Rassemblement National come “voto di protesta”: per alcuni è un voto di rassegnazione, alimentato in particolare dalla delusione per Emmanuel Macron o dalla paura di LFI (La France Insoumise); per altri, stavolta, è un voto di convinzione, quanto meno per il desiderio di affidare le chiavi di Matignon a Jordan Bardella.

Tuttavia, c’è indubbiamente molta vaghezza nel programma elettorale del Rassemblement National, in particolare in materia economica, ma c’è anche un punto di assoluto rilievo: la cosiddetta preferenza nazionale [la riserva a favore dei ‘veri’ francesi di alcuni posti chiave dell’Amministrazione, ndr] e, contestualmente, la connotazione degli stranieri come capri espiatori. E questo, in nome dei valori che appartengono a La Croix, in nome di convinzioni radicate nella nostra tradizione cristiana, non possiamo accettarlo. Non possumus.

Che gli elettori siano preoccupati per se stessi e per il paese, che desiderino anzitutto uno status adeguato, aspirino a vivere degnamente del loro lavoro, auspichino il rilancio dei servizi pubblici, tutto questo è legittimo. Che tali aspettative giustifichino il rifiuto dell’altro, no. Si aggiunga poi che rimaniamo animati da uno slancio europeo e da uno sguardo aperto sul mondo. Pensiamo particolarmente ai nostri amici ucraini, che non vorremmo vedere abbandonati. Le derive del nazionalismo e quelle del populismo le abbiamo già testate.

 

[Traduzione a cura della redazione]

 

Il testo originale

https://www.la-croix.com/a-vif/legislatives-2024-l-heure-de-verite-20240704

La Voce del Popolo | La trappola in cui cadono i leader più avveduti.

C’è un filo sottile, quasi invisibile, che lega i destini delle classi dirigenti occidentali. L’azzardo di Macron, che sembra avviarsi a un mesto tramonto elettorale di qui alle prossime ore. E la tenacia di Biden, che intende proseguire lungo il cammino delle presidenziali di novembre, anche rischiando di avvantaggiare involontariamente Trump. Quasi a descrivere una trappola nella quale sono caduti i leader più avveduti, quelli che rappresentano meglio e con più talento i caratteri più tipici delle nostre democrazie. 

Naturalmente, spero di sbagliare. Mi spaventa l’idea che la Le Pen prenda il largo e si affermi in Francia per interposto Bardella. E mi spaventa altrettanto che Trump porti alla Casa Bianca quel suo carattere ferino che sembra smentire alla radice i valori di un’America che pure ha saputo essere per decenni il faro più luminoso dell’occidente liberal-democratico. Sono due idee di destra così lontane dalle nostre tradizioni, anche quelle più conservatrici, da farci temere il peggio. 

Ma chi avverte questo rischio non può fermarsi alla denuncia o all’allarme. Deve anche interrogarsi su quello che non ha corrisposto alle attese. E soprattutto cominciare a mettere in campo idee e figure intorno alle quali si possa ricostruire un tessuto civile che in questi ultimi tempi si è sbrindellato e quasi consumato. L’onda populista ci sta portando fuori strada. O almeno, fuori dalla strada che credevamo più giusta. Ora si tratta di cercare un altro percorso. Sapendo che non ci basterà il malinconico rimpianto di quel che eravamo.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 luglio 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]