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La Dc dei detrattori pronti a farsi adulatori

Sandro Fontana, l’indimenticabile storico, saggista e politico della Dc e uno dei maggiori teorici della sinistra sociale di ispirazione cristiana, li avrebbe definiti semplicemente “cattivi maestri”. E penso, citando queste parole, agli straordinari corsivi a firma Bertoldo che hanno deliziato per un po’ di tempo il sempre un po’ dormiente quotidiano della Dc, “Il Popolo”. Certo, si trattava di una penna ricca di contenuti e di cultura politica ma anche, e soprattutto, carica di sferzanti battute contro tutti coloro che coltivavano, ieri come oggi, l’ipocrisia, la doppia morale, il moralismo, il trasformismo e la mai sopita superiorità etica.

Mi è tornato in mente Sandro Fontana e con Fontana i corsivi di Bertoldo ascoltando i simpatici e goliardici adulatori contemporanei della Democrazia Cristiana. Insomma, da strenui ed intransigenti, se non addirittura violenti – in tutti i sensi – detrattori della esperienza politica, culturale ed istituzionale della Democrazia Cristiana a misurati ed equilibrati adulatori. Tutto ciò, almeno credo, capita per un motivo molto semplice. Fingendo che ormai tutti abbiano dimenticato il passato dopo varie rottamazioni e il potente vento populista grillino che ha dissacrato e criminalizzato tutto ciò che non appartiene alla contemporaneità, anche gli storici detrattori della Dc rialzano la testa – che peraltro non hanno mai abbassato forti della loro indole trasformistica ed opportunistica – e dispensano pagelle a destra e a manca. Anche perché hanno la scientifica certezza che quella esperienza – sempre la Dc – è consegnata agli archivi storici definitivamente.

Per ragioni storiche e politiche certamente ma anche, e soprattutto, per una strutturale insipienza e gracilità di chi ha continuato a riconoscersi in quel patrimonio politico e culturale ma non ha avuto il coraggio di riproporlo seppur con una veste aggiornata e rivista.

Ora, per non soffermarsi sui singoli convegni o sugli articoli falsamente entusiasti e celebrativi, è evidente che per tutti costoro la Dc continua ad essere un “inciampo della storia” o, nella migliore delle ipotesi, un partito che non poteva avere futuro perchè appartenente ad una fase politica italiana ormai definitivamente ed irreversibilmente storicizzata. A differenza, come da copione, della sinistra che invece può riproporre tranquillamente un neo “Fronte Popolare” con Schlein, Fratoianni/Bonelli e Conte perchè la sua cultura e il suo universo valoriale continuano ad essere di straordinaria attualità e modernità. Come ci spiegano ogni giorno i loro gazzettieri dalle colonne dei noti quotidiani e dai talk de La 7.

Ecco perché, anche di fronte ad una rivisitazione/rilettura storico politica della Democrazia Cristiana ad 80 anni dalla nascita e a 30 anni dalla sua fine, i “cattivi maestri”, per tornare a Sandro Fontana, non cessano mai di esistere. Lo erano ai tempi del “né con lo Stato e né con le Br”, lo erano ai tempi dei vari “appelli” – dal commissario Calabresi in poi – e lo sono tutt’oggi. E, guarda caso, prevengono quasi sempre – salvo rarissime eccezioni – dalla medesima parte politica. Quella che pensa, ieri come oggi, che la verità politica appartiene sempre e solo ad una parte. Dall’altra c’erano, ci sono e ci saranno sempre e solo la barbarie e l’inciviltà.

Asianews | Putin in Asia gioca la carta della tensione permanente

Stefano Caprio

 

Con il viaggio di questi giorni in Corea del nord e in Vietnam, Vladimir Putin ha superato ogni barriera nel degrado della reputazione della Russia. Secondo un’espressione che si attribuisce alla poetessa Anna Achmatova, sono terminati in Russia i “tempi vegetariani”, come la grande dissidente dei tempi staliniani scriveva nei suoi diari degli anni Cinquanta del secolo scorso. Confrontando gli anni Venti leniniani dopo la rivoluzione, con gli anni Trenta del terrore staliniano, ella diceva che dal “periodo relativamente vegetariano”, con le repressioni più spaventose l’Unione Sovietica era sprofondata nel “pieno cannibalismo”.

La Achmatova andava oltre la sua stessa tragedia familiare, che aveva travolto il marito Nikolaj Gumilev, altro grande protagonista della letteratura russa di inizio Novecento, finito nelle prime ondate dei lager insieme ad altri 96 rappresentanti dell’intelligentsija di San Pietroburgo (ormai diventata Leningrado), accusati di partecipazione alla cosiddetta “rivolta militare” del professor Tagantsev (un analogo delle “azioni di discredito delle forze armate” della Russia putiniana), e furono tutti destinati alla fucilazione. Come racconta la Achmatova, i “tempi vegetariani” finirono a dicembre del 1934 con l’assassinio di Sergej Kirov, l’astro nascente del comunismo leningradese, che faceva ombra al dittatore georgiano, inaugurando gli anni del “Grande Terrore”. Con la morte in lager del principale oppositore di Putin, il martire delle proteste di piazza Aleksej Naval’nyj, siamo tornati ai sentimenti dello stalinismo più trionfante, celebrato in questi giorni da Kim Yong-un e Nguyễn Phú Trọng.

Una storia simbolica illumina proprio questa dimensione del putinismo più estremo, come si sta evidenziando sempre più dopo la rielezione plebiscitaria e l’incoronazione dei mesi scorsi. Un criminale tristemente famoso, il satanista e cannibale Nikolaj “il Duca” Ogolobjak, si era riscattato nella guerra in Ucraina, ma tornando a casa è stato nuovamente arrestato per narcotraffico. Nel 2010 era stato condannato a venti anni di lager per un omicidio rituale di quattro persone, ma lo scorso anno si era arruolato nel cosiddetto Štorm Z, il battaglione dei detenuti per l’Ucraina, per poi essere ricompensato con la grazia presidenziale. Il “duca” era il leader di una banda di satanisti, che si dilettavano a smembrare gli adolescenti fin dal 2008, con diversi riti sanguinari in cui sacrificavano gatti, cani e giovani uomini saziandosi della loro carne e sangue; Ogolobjak era l’unico maggiorenne del gruppo, e gli fu comminata la pena più severa.

In Ucraina, Nikolaj ha combattuto soltanto sei mesi, tornando trionfante e libero a casa, ma al fronte non hanno intenzione di riprenderlo dopo i nuovi crimini, visti i suoi comportamenti piuttosto spaventosi anche tra i commilitoni, per cui vive tranquillo a casa con la madre, difeso dalla fama di “eroe della patria”. Un caso ancora più paradossale in questi giorni è quello di Andrej Orlov, un mite cittadino russo della regione di Tomsk in Siberia che ha sparato con un fucile al suo migliore amico, colpendolo al fianco dopo una bevuta comune di vodka per finire in lager, da cui finalmente può andare a guadagnare soldi in guerra, visto che non era stato accettato come volontario per problemi burocratici. Al processo ha raccontato che “se non fossi stato ubriaco lo avrei fatto fuori, ma almeno mi sono guadagnato il biglietto per l’Ucraina”.

I cannibali della guerra russa guardano quindi con entusiasmo alle parate del loro grande leader a Pyongyang e Hanoi, dove Putin si è recato in primo luogo per fare scorte di armi e munizioni, e magari per progettare altre minacce nucleari un po’ più efficaci delle navi da guerra inviate a Cuba, che si sono disfatte all’arrivo al porto dell’Avana. Oltre all’amicizia “eterna e strategica” con Pyongyang, la visita ad Hanoi ha riportato la Russia ai fasti novecenteschi del riconoscimento della repubblica socialista in guerra con la Francia e gli Stati Uniti, quando Mosca protesse il Vietnam anche dagli assalti della Cina, che ora guarda con molto dispetto alle parate di Putin intorno al suo regno. Se la Corea del nord può aiutare la Russia con le forniture militari, Putin assicura ai vietnamiti le attrezzature belliche che costituiscono il 70% del suo arsenale difensivo, anche se le preoccupazioni per le sanzioni internazionali stanno spingendo Hanoi verso altri fornitori come la Corea del sud, il Giappone, l’India e la Cechia. Ma ora la fratellanza con la Russia dovrebbe ricostituire un fronte sicuro contro i “grandi colonizzatori” del mondo occidentale, senza scordare che i russi contano molto sulle materie prime dei vietnamiti, e sul fascino del sud-est asiatico per i turisti russi, ormai esclusi dall’Europa e da tutto l’Occidente.

Nell’incontro con Kim Yong-un, Putin ha nuovamente ribadito che “la Russia sta lottando con il gegemon”, il diavolo egemonico statunitense, e apprezza molto l’appoggio della Corea del nord alla sua guerra santa. “Sto parlando della nostra lotta con la politica colonizzatrice ed egemonica che ci viene imposta da molti decenni dall’imperialismo americano e dai suoi satelliti, soprattutto contro la Federazione Russa”, ha precisato il capo del Cremlino. In effetti il responsabile delle sanzioni americane in Europa, David O’Sullivan, ha insistito sul fatto che “bisogna trovare nuove forme di pressione contro la Russia, per riuscire a fermare la guerra in Ucraina”, che finirà soltanto quando si costringerà Putin a ritirare le truppe.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Putin-in-Corea-e-Vietnam-e-il-cannibalismo-della-guerra-russa-60999.html

La realtà smentisce il mito: perchè parliamo di Italiani brava gente?

Italiani brava gente? Forse non tutti. Un mito del novecento, frutto di uno spirito religioso poco esigente e di un carattere civile ancora precario. Un mito del secolo scorso messo di recente in crisi da storici intelligenti (come Angelo Del Boca, o i giovani Valeria Deplano e Alessandro Pes) che hanno fatto emergere tutte le atrocità commesse nel novecento dagli italiani per rubare le terre di altri popoli in Africa, ma anche per consegnare ebrei e militanti antifascisti ai nazisti per essere giustiziati subito o con l’internamento, o anche nel trattamento riservato ai prigionieri di guerra nel primo e nel secondo conflitto.

La morte tragica di Satnam Singh, il giovane lavoratore indiano sfruttato, maciullato e gettato a pezzi come un rifiuto, fa emergere una faccia che non piace guardare del popolo italiano. Giorgia Meloni si è affrettata a gridare che questi comportamenti non corrispondono alle tradizioni e ai valori degli italiani: “atti disumani che non appartengono al popolo italiano”.

Purtroppo non è così. La premier ha bisogno di proiettare una immaginetta edulcorata, come uno specchio riflettente e deformante, per dire agli elettori: non vi preoccupate, lo so che siete tutti buoni. Altri sono i veri cattivi. I sindacalisti impegnati, gli agenti delle tasse, le forze dell’ordine democratiche, i bravi insegnanti, i medici che fanno con coscienza il loro dovere, i volontari dei servizi civili, gli amministratori locali che operano con passione, tutti quelli che si impegnano a rafforzare e migliorare la casa comune europea.

Spiace fotografare una situazione reale differente: ci sono in Italia diverse migliaia di piccoli imprenditori che inpunemente e rapacemente sfruttano la fame altrui, il bisogno drammatico di uomini e donne che la vita ha ridotto in schiavitù per sopravvivere. “Scarti”, li ha chiamati Papa Francesco. Non solo nell’agricoltura (dove il cognato ministro tace e inneggia alle virtù degli uomini rurali come faceva il duce), nell’edilizia, ma anche nella meccanica e in tutti i settori dei servizi.

Il numero elevato di morti e feriti gravi sul lavoro ci dice che il bacino di cattivi comportamenti è assai ampio, e non basta colpire i singoli casi che emergono drammaticamente ma bisogna intervenire in profondità. I prefetti hanno le mani legate dal ministero e dal potere politico del governo. Non basta incaricare un maggior numero di ispettori del lavoro per fare più controlli. Il nostro è anzitutto un problema culturale, sociale e politico.

Prendiamo ad esempio la pianura pontina dove il giovane indiano ha vissuto il suo martirio (e che ne sarà della sua giovane moglie Sony?): è un territorio ricco, storicamente fascista, ancora assai legato al partito che non vuole spegnere la fiamma nel simbolo. Un territorio dove i nonni furono così ferocemente fascisti da sparare contro gli anglo-americani sbarcati ad Anzio nel ‘44 per liberare l’Italia, perché gli era stato detto che gli alleati arrivavano per prendersi le loro terre.

La raccolta dei pomodori, delle fragole, dei prodotti agricoli di migliaia di serre, la cura delle centinaia di bufale che danno latte per le mozzarelle: queste ed altre attività fruttano ingenti guadagni per tanti piccoli imprenditori che si avvalgono di migliaia di lavoratori stranieri invisibili. Faticano 10-12 ore al giorno, vivono in baracche e casupole affittate da altri sfruttatori. Non hanno diritti né servizi.

Ora si getta tutta la responsabilità sul caporalato, che pure esiste e va estirpato, per coprire chi soprattutto dei caporali si avvale e si appropria del maggior guadagno dello sfruttamento. I caporali, come gli scafisti, (tutta gente che non vota si direbbe) sono additati come i veri responsabili, mentre si tace su chi fonda i suoi profitti sulla pratica del lavoro nero, precario e sottopagato. Come diceva Falcone, per spezzare queste catene paramafiose, bisogna indagare e colpire lì dove si formano i maggiori guadagli.

Se ci fosse la volontà politica non ci vorrebbe molto a modificare questo stato di cose, anche con un lavoro graduale che parta dalle condizioni più gravi. C’è questa volontà politica? Oppure l’agro pontino è una riserva protetta di voti della destra meloniana, e dunque si farà finta di colpire un caso, l’ultimo caso di cronaca, per poi lasciare tutto come prima? A Latina e in altre aree del paese.

Bisogna porsi subito queste domande e bisogna avere delle risposte. Dal tenore di queste ultime si capirà se si vuole modificare una situazione ormai insostenibile sul piano civile, morale e politico, oppure si vuole fare la commedia e dire in un orecchio ai piccoli imprenditori pontini “state buoni, non vi preoccupate, fra poco la buriana si calma e si torna a sfruttare in pace”.

Sarà affidata al vescovo Ivan Maffeis la Lectio degasperiana 2024.

A vent’anni dalla sua prima edizione, torna domenica 18 agosto 2024, alle 1700, il tradizionale appuntamento di Pieve Tesino. Una Lectio degasperiana dai risvolti originali, in cui l’analisi storica incontra le suggestioni della sapienza biblica nel delineare il carattere quasi profetico dell’esperienza degasperiana. La figura di De Gasperi non cessa di essere da stimolo per il nostro tempo. A 70 anni dalla sua scomparsa, il suo pensiero e la sua opera di statista appartengano ad un momento speciale della storia del Novecento. Le scelte del decennio di governo degasperiano hanno affrontato o anticipato tutte le difficoltà e tutte le aspirazioni della politica contemporanea, definendo i tratti quasi biblici di una marcia attraverso il deserto della democrazia e della miseria in cui si trovava l’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale.

Con passo sicuro, attraverso sentieri mai battuti prima e coinvolgendo tutte le forze antifasciste e democratiche, De Gasperi ha guidato il Paese verso una nuova stagione della democrazia. Garantiti all’Italia un quadro economico e una collocazione internazionale favorevoli alla ricostruzione, dal 1948, una volta approvata la Carta costituzionale, per la politica italiana si apriva la strada del confronto politico e della militanza che ha consentito di dare identità e diritti a un popolo e di immaginare l’approdo europeo come una vera e propria “terra promessa” di pace e prosperità. Come accadde a Mosè, anche lo statista trentino morirà prima di raggiungerla con il suo popolo.

Per ripercorrere questo cammino, declinando il senso della profezia degasperiana alla luce delle sfide attuali della politica, la Fondazione è onorata di accogliere il prossimo 18 agosto a Pieve Tesino don Ivan Maffeis, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, un trentino che, come De Gasperi, ha dentro di sé lo spirito della sua terra e lo sguardo universale della fede. Purché il «profeta» non venda illusioni, ma parli con parole di verità, anche a costo di dire cose scomode e scoprirsi incompreso. Un leader politico, capace di annullarsi nel servizio al bene comune, non può essere né vanitoso né accomodante: così fu De Gasperi, un democristiano «a modo suo», un cattolico libero, che visse fino in fondo l’inquietudine e il tormento di un compito magnifico: difendere la democrazia con il metodo della libertà.

Le modalità di prenotazione e di partecipazione all’evento, che si terrà come da tradizione nel centro polifunzionale di Pieve Tesino, paese natale di Alcide De Gasperi e sede del Museo a lui dedicato, saranno comunicate nelle prossime settimane.

 

Il relatore

Nato a Pinzolo nel 1963, Ivan Maffeis dopo aver conseguito il dottorato in Scienze delle comunicazioni sociali, ha diretto il settimanale diocesano “Vita Trentina” dal 2000 al 2009. Parroco a Ravina e Romagnano, nel gennaio del 2010 ha lasciato i suoi incarichi in diocesi per prestare servizio nella Conferenza episcopale italiana, dove gli sono stati attribuiti vari incarichi, fino a quello di Sottosegretario dal 2015 al 2020. Tornato in diocesi, è stato parroco a Rovereto, prima che Papa Francesco lo nominasse Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve (2022). È membro del Dicastero per la Comunicazione (2017) e di quello delle Cause dei Santi (2024).

Virginio Rognoni, un modello di uomo e di politico.

Ci siamo conosciuti a Pavia nel 1957. Avevamo solo undici anni di differenza, lui nato il cinque agosto 1924, io il primo agosto 1935; lui ghisleriano negli anni 1946-47; io negli anni

1955-59. Ma, nel 1957, io ero un giovane studente universitario mentre lui era già docente di procedura civile, un giovane ma già autorevole docente, allievo del famoso Enrico Tullio Liebman. Devo anche al buon voto che meritai all’esame di procedura civile con il professor Rognoni se riuscii a riportare la media dei miei voti al livello richiesto per non essere cacciato dal Ghislieri, che era stata pregiudicata da un pessimo e ingiusto ventuno in diritto civile. Si aggiunse così un sentimento di riconoscenza alla stima e ammirazione che già avevo per la sua figura, per il suo stile, il suo equilibrio, il suo iniziale ma già ben visibile impegno pubblico che faceva seguito alle prime attività antifasciste realizzate prima della fine della guerra e del regime. Era per me un modello.

Dopo la laurea (1959) io lasciai Pavia per Monaco di Baviera, Roma, Milano, non senza mai recidere i legami con Pavia alla quale mi ero molto affezionato e con i magnifici quattro anni trascorsi nella sua Università e nel Ghislieri. Pavia aveva segnato il mio primo distacco da Brescia ma anche la contestuale scoperta di una per me nuova città lombarda che divenne rapidamente assai importante per me. Fu amore a prima vista con questa “città fluviale” e del “silenzio”, “incavernata in fondo alla Lombardia”, come la definì il suo massimo cantore, il sacerdote poeta Cesare Angelini, che mi aprì gli occhi anche alla comprensione del grande fascino, naturalistico ma anche culturale della pianura. Quante volte, nei decenni successivi, vissuti a Milano, ho sentito il bisogno di prendere la macchina e di calarmi a Pavia, solo per la gioia di passeggiare, da solo, lungo le sue viuzze medioevali e sul lungo Ticino, soffermandomi davanti a San Michele, ai collegi storici Ghislieri e Borromeo e all’antica Università, grandi testimonianze del tempo profondo e della continuità, pur nella capacità di evolvere.

Mi soffermo su Pavia anche perché Virginio Rognoni amava profondamente Pavia e, pur attratto dai crescenti doveri politici a Roma, mai pensò di lasciare Pavia. Anzi il suo legame con Pavia divenne ancora più profondo quando con la moglie Giancarla ricuperò una casa-cascina a Cà della Terra, trasformandola in una tipica dimora della campagna pavese, al limite della città ma già campagna. Una dimora moderna ma classica, dolcissima, accogliente. A onor del vero fu la moglie Giancarla, bresciana, la creatrice della dimora di Cà della Terra. Fu lei a donarle lo spirito e lo stile e a dotarla di un bellissimo e commovente giardino. È stato Rognoni insieme ad Angelini ed a Cà della Terra a farmi capire a fondo la bellezza intima di Pavia e la profondità della sua civiltà.

Rognoni, dopo un lungo impegno pubblico al Comune di Pavia dal 1964 al 1967, fu attratto dalla politica nazionale venendo eletto deputato alla Camera nel 1968 dove rimase per 7 legislature sino al 1994 e assumendo responsabilità governative sempre più importanti. Per questo nel decennio ‘68-‘78 le nostre frequentazioni non furono intense ma rimasero vive grazie ai rapporti con la famiglia e con i figli che crescevano parallelamente con i nostri. E fu proprio grazie ad una vicenda legata a suo figlio Vincenzo, coetaneo di mio figlio Luca, che io riconobbi veramente chi era Virginio Rognoni. L’evento avvenne in un campetto di calcio di un oratorio alla periferia di Pavia nel giugno 1978. Entrambi appassionati di calcio avevamo organizzato una partita tra le squadrette delle classi medie dei rispettivi figli. Noi scendemmo da Milano con un pulmino, loro giocavano in casa. Era in corso l’accanita partita quando Rognoni venne chiamato al telefono. Quando ritornò poco dopo mi sembrò cambiato, con uno sguardo profondo, lontano, deciso, impegnato. “Mi hanno chiesto di assumere la responsabilità di Ministro degli Interni”, mi disse a mezza voce.

Dopo le dimissioni di Francesco Cossiga da Ministro degli Interni come conseguenza dell’assassinio di Aldo Moro, la carica di Ministro degli Interni spaventava. Eravamo al culmine della lotta armata e della violenza terrorista (i cosiddetti anni di piombo). Toccava a lui, vicepresidente della Camera dal 1976. Fu in quel preciso momento che capii veramente chi era Rognoni. Dietro la sua cortesia e quasi bonomia c’era un uomo d’acciaio, dal coraggio e dalla determinazione straordinari. Un combattente che non si faceva spaventare dalla lotta ma che avrebbe condotto la sua battaglia con grande determinazione, con una fedeltà assoluta con i suoi principi che erano quelli della democrazia e della Costituzione.

E così è stato nei cinque anni in cui è stato Ministro degli Interni (1978-1983). In quei cinque anni terribili, nonostante il suo crescente impegno, le nostre frequentazioni, a Cà della Terra, aumentarono ed ebbi così modo di apprezzare da vicino la sua grande e lucida forza d’animo, il suo grande impegno. Allora in Italia al Ministero degli Interni contavano più di 200 organizzazioni terroristiche attive e nel 1979 fu registrata la cifra record di 659 attentati.

E ciò può spiegare perché, allora, molti uomini politici importanti (tra i quali ricordo Ugo La Malfa) chiedevano misure di contrasto al terrorismo eccezionali, anche in deroga alle norme ed alla tutela giudicate ordinarie. Rognoni prese misure e ottenne risultati importanti ma si rifiutò di prendere misure eccezionali. Fu sua l’idea di un gruppo interforze specificamente dedicato alla lotta al terrorismo alla cui guida chiamò il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che, nella qualità di “coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo”, rispondeva direttamente al ministro Rognoni. Fu sua, tra le riforme più significative, quella della smilitarizzazione della Polizia di Stato nel 1981 della quale si pose in risalto l’“organicità globale della Amministrazione della Pubblica Sicurezza alle dipendenze dirette dell’autorità politica, al di fuori, quindi, di ogni sospetto di corpo separato”. E quando l’attenzione si rivolse maggiormente al contrasto della criminalità organizzata, fu Rognoni nel 1982, il promotore, insieme a Pio La Torre, della fondamentale legge Rognoni-La Torre del 13 settembre 1982. La Torre fu assassinato dalla mafia nell’aprile 1982 e Dalla Chiesa cadde vittima della mafia, insieme alla giovane moglie, cento giorni dopo la sua nomina da Rognoni a Prefetto di Palermo, nel quadro dei programmi di contrasto alla mafia.

Furono passaggi e vicende difficili e dolorosissime e posso testimoniare la sua grande tristezza, ma mai vidi Rognoni vacillare nella sua fede nella democrazia e nella sua profonda fiducia che la democrazia, il diritto, il popolo italiano, le forze dell’ordine, la magistratura ordinaria, la Costituzione, avevano la forza di resistere e battere sul campo sia il terrorismo che la criminalità organizzata. Fu questa fede e questa fiducia e la serena forza che da esse emanava il segreto della sua e della nostra resistenza in quegli anni terribili.

Dopo la cessazione delle responsabilità come Ministro degli Interni, Rognoni ebbe altri importanti incarichi tra i quali: Ministro di Grazia e Giustizia (1986-87), Ministro della Difesa (1990-92), componente del Consiglio superiore della magistratura e vice-presidente della stessa (2002-2006). In ognuna di queste attività ha fatto cose sempre significative, ben riassunte nelle condoglianze e nel commiato che dopo la sua morte (notte del 20 settembre 2022) il vice presidente del Consiglio Superiore della magistratura, David Ermini, pronunciò con parole che meritano di essere ricordate: “Un galantuomo, un democratico, un europeista, un uomo delle istituzioni. È stato studioso e giurista insigne e politico appassionato e autorevole. Rognoni è stato un uomo dall’altissimo senso dello Stato che ha saputo guidare il CSM con equilibrio e saggezza in anni di forte tensione tra politica e magistratura. La sua è stata una figura pubblica di primissimo piano nella storia repubblicana, e il suo nome sarà per sempre ricordato grazie alla legge, firmata con Pio La Torre, che introdusse il reato di associazione di tipo mafioso e il sequestro e la confisca dei beni delle organizzazioni criminali”.

Ma il suo lascito più importante, il suo imperituro monumento restano la sua fede e la sua fiducia nella democrazia e nella Costituzione. Non democrazia e Costituzione generiche ma quelle che scaturivano dalle sofferenze e dalle lotte per la libertà del popolo italiano.

Giustamente la motivazione del premio Ghislieri alla carriera che gli fu assegnato nell’ottobre 2015 ricorda che: “L’impegno politico di Rognoni non si è però esaurito nel solo agone parlamentare e governativo. Si è anzi distinto peer un continuo richiamo a valori che l’esperienza antifascista giovanile aveva fortemente radicato in lui. Pochissimi mesi fa, intervenendo a una celebrazione locale peer il 25 aprile, dinanzi a una platea di giovani aveva ribadito che “l’antifascismo che noi celebriamo oggi è la democrazia”, la democrazia trova nell’antifascismo un sostegno, una sorta di ossigeno”. Fra i suoi numerosi interventi riguardo all’attualità politica e giuridica dell’Italia, segnaliamo una interessante considerazione riguardo all’autonomia della magistratura ospitata, come molti suoi scritti, dal “Corriere della Sera”.

Quando nel 2006 cessò la sua ultima attività pubblica al CSM, la sua maggior presenza riattivò Cà della Terra come luogo di incontri e di riflessioni, incontri animati dalla sua sempre lucidissima ed informata intelligenza e frequentata da persone per bene e di grande qualità. Negli ultimi anni quando non ci furono più incontri di gruppo e lui rimase solo fui io che cercavo di incontrarlo a Cà della Terra in incontri personali, perché avevo bisogno più di sempre del suo pensiero sulle difficili vicende politiche del nostro paese, avevo bisogno della sua guida intellettuale. Ma anche in questi colloqui personali, con i quali cercavamo di

capire cosa stesse succedendo nel nostro Paese, Rognoni cercava di essere positivo, vedere il bicchiere mezzo pieno e di domandarsi che cosa potessimo fare per contribuire a riempirlo.

Aveva pensato di poter contribuire all’Ulivo come uno dei dodici saggi chiamati a scrivere il Manifesto del Partito Democratico e come Presidente del Collegio dei garanti del Partito Democratico ha affermato che “La storia dei cattolici democratici è legata, con i suoi valori alla comprensione della laicità della politica, al gioco della libertà e al dovere della giustizia. Questa coscienza i cattolici l’hanno trovata nel PD” (Corriere della Sera 7 novembre 2009). E questo fu,

forse, il suo unico errore politico in tanti anni di colloqui. Riponeva molte speranze nel PD e credeva nel conferimento nel PD dei grandi principi cattolici di stampo sturziano che Martinazzoli aveva cercato di rievocare nel 1994 con il nuovo Partito Popolare Italiano al quale Rognoni aveva aderito. Ma si sbagliava.

Nel suo commovente funerale del 23 settembre 2022 nella Chiesa di Santa Maria del Carmine notai che al di là dei meritati omaggi istituzionali e degli amici di sempre, premeva il popolo pavese che non aveva nessun motivo di essere presente se non quello di testimoniare il suo affetto e la sua riconoscenza ad un grande leader politico e civile che aveva tanto fatto per la sua città e per l’Italia tutta. Ed ho rivolto un ringraziamento a chi lo aveva chiamato dolcemente a sé, nella notte del 20 settembre in piena lucidità e senza sofferenze, chiamandolo in tempo per impedirgli di vedere il dissesto in atto dei valori democratici e costituzionali che sono stati, per tutta la vita, la sua bussola, la sua speranza e il suo lascito per noi più importante.

Elezioni francesi, l’ultimo sondaggio conferma l’avanzata di Marine Le Pen.

Sylvain Courage

 

Secondo il sondaggio condotto dall’istituto Odoxa per “Le Nouvel Obs”, il Rassemblement National, largamente in testa alle intenzioni di voto (33%), è in grado di ottenere una maggioranza assoluta (da 250 a 300 seggi). Il Nuovo Fronte Popolare (28%) dovrebbe costituire la principale forza di opposizione (da 160 a 210 seggi), molto più avanti dell’attuale maggioranza (19% di intenzioni di voto e 70-120 seggi).

I francesi hanno capito la sfida rappresentata dalle elezioni legislative anticipate del prossimo 30 giugno e 7 luglio. Secondo il nostro sondaggio Odoxa – “Le Nouvel Obs”, si annuncia una partecipazione eccezionale: il 64% delle 2000 persone intervistate afferma di essere pronto ad andare a votare. Un livello molto superiore ai tassi di partecipazione delle elezioni legislative del 2017 (48,7%) e 2022 (47,5%), e mai più raggiunto da più di vent’anni (64,4% nel 2002).

 

Verso una partecipazione record

La prevista mobilitazione eccezionale ricorda quella registrata nelle elezioni legislative anticipate del 1997, tenute a seguito dello scioglimento deciso dal presidente Jacques Chirac. All’epoca, al primo turno votò il 68% degli elettori. Il prossimo 30 giugno, la partecipazione potrebbe avvicinarsi a questo record, o addirittura superarlo.

Tuttavia, rimangono discrepanze nella mobilitazione. Il 77% degli anziani mostra l’intenzione di partecipare alle elezioni contro il 54% dei giovani. Gli uomini (67% di loro intendono andare a votare) sopravanzano le donne (62%), i dirigenti (68%) gli operai (49%) e i francesi più benestanti (72%) quelli più modesti (57%).

Comunque, è tra le categorie più astensioniste che si osserva la crescita più forte: l’intenzione di andare a votare aumenta tra le donne (+17 punti rispetto alle europee del 9 giugno 2024), tra i giovani (+21 punti) e, infine, tra le famiglie più modeste (+21 punti).

 

La RN domina, la NFP progredisce

Se si svolgesse domenica prossima, il primo turno delle elezioni legislative vedrebbe la RN vincere con il 33% dei voti. Questo punteggio consacrerebbe un incremento di quasi 15 punti rispetto al risultato delle ultime elezioni legislative del 2022 (18,7%).

Con il 28% di intenzioni di voto, il Nuovo Fronte Popolare appare come l’altro probabile vincitore delle elezioni legislative: se questo punteggio dovesse essere confermato nelle urne, l’NFP progredirebbe sensibilmente rispetto alle elezioni legislative del 2022 (25,6% dei voti). Il giorno dopo l’annuncio dello scioglimento, quando l’alleanza elettorale tra sinistra e ambientalisti non era ancora formalizzata, le prime rilevazioni accreditavano lo schieramento di sinistra solo attorno al 22% al 23% dei voti. Quindi, a una decina di giorni dal primo turno, l’NFP può ancora sperare di avanzare.

Secondo lo studio Odoxa – “le Nouvel Obs”, il grande perdente delle future elezioni legislative dovrebbe essere Ensemble, il raggruppamento dei partiti dell’attuale maggioranza presidenziale (LREM, Horizon, MoDem). Un punteggio del 19%, come risulta dal nostro sondaggio, rappresenterebbe un calo di 7 punti rispetto al risultato di Renaissance e dei suoi alleati alle elezioni legislative del 2022.

Un altro perdente: i repubblicani. Dopo la scissione provocata da Eric Ciotti e dalla sua trentina di candidati, con l’intesa raggiungerà con RN, la formazione storica della destra si attesta sul 7% delle intenzioni di voto, ovvero 3,5 punti al di sotto del risultato ottenuto nelle elezioni legislative del 2022.

 

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https://www.nouvelobs.com/politique/20240621.OBS90068/sondage-exclusif-odoxa-le-nouvel-obs-le-rn-33-a-portee-de-la-majorite-absolue-le-nouveau-front-populaire-en-dynamique-28-et-ensemble-en-grand-peril-19.html

 

(Traduzione della redazione)

Satnam, lo strazio di morte nell’agro pontino.

Ci sono fatti che hanno il vizio di lasciarti di stucco, talmente tanto stucchevoli che, per legge fatale degli opposti, ti ci abitui subito. Quindi te li lasci cadere di dosso perché il male oggi è morto, lascia segni di qualche minuto e non oltre, ha smarrito la sua identità, non fa chiasso e si chiede che senso abbia e cosa ci stia a fare al mondo, tanto che forse sta per abbandonare il campo. Si spera sia un trucco degli uomini per farlo fuori definitivamente.

Satnam vuol dire “la vera identità”, così si chiama l’uomo indiano che nei campi dell’agro pontino ci ha rimesso un arto, maneggiando un macchinario agricolo e poi, per le conseguenze dell’incidente, anche la vita. Sembra che il responsabile dell’azienda abbia fatto “l’indiano” scaricando la vittima, al pari di una cassetta di ortaggi, nella sua bicocca per poi darsela a gambe.

Satnam non è stato un diavolo da cui guardarsi e neanche l’invincibile Batman che alla fine la spunta sempre in ogni scazzottata. La sua vera identità e la sua sorte è stata di essere un bracciante, di quelli che, a schiena piegata, lavorano nei campi senza che qualcuno controlli davvero su condizioni di lavoro da inaccettabile sfruttamento. Sono reclutati da caporali, gente di testa fine che sanno scegliere quelli dal fisico robusto che possano dare la miglior resa. Sembra quasi un anagramma. Caporale si traduce nella lingua inglese in “corporal”, qualcuno comunque che si preoccupa di fisicità, pezzo più pezzo meno.

Al momento del fattaccio per il nostro bracciante d’Oriente nessuno si è sbracciato o si è adoperato più di tanto. È stato abbandonato nel mentre, sembra, si siano chiamati i soccorsi. Si potrebbe dire che, per lo schifo, c’è da farsi cadere le braccia per terra. Forse Satnam ha urlato di dolore e di terrore ma è stato come predicasse a braccio o a vento e nessuno lo ha accompagnato d’urgenza al primo soccorso sanitario possibile. Il suo capo non gli ha offerto il braccio per un immediato aiuto, forse perché non ha saputo recitare a braccio, improvvisando una parte imprevista. In questo caso non si potrà dire di braccia rubate all’agricoltura ma semmai il contrario e il responsabile sarà raggiunto dal braccio della giustizia ma a Satnam nessuno restituirà la vita.

Siamo di fronte al braccio violento di una mancanza di umanità. Ciò che è certo che da quelle parti Dante non sia stato letto: ”La bontà infinita ha sì gran braccia…” perché ci sono campi di lavoro troppo simili al braccio della morte. Prima o poi qualcuno deve lasciarci la pelle.

Questa volta è stato il turno di Satnam ma sarà materia anche per altri. Resterà il dubbio se sarà sepolto insieme al suo braccio o ne approfitteranno per un carico più leggero.   Resterà il dubbio se dalle paludi pontine emergerà una speranza a cui di nuovo aggrapparsi o se, dal loro fondo, un braccio la tratterrà per altro tempo ancora, fino ad annegarla per sempre.

La voce del Popolo | Europa: l’auspicabile ruolo dell’Italia.

La voce del Popolo | Europa: l’auspicabile ruolo dell’Italia.

 

In questa circostanza occorrerebbe essere un po’ patriottici e sperare che l’Italia “meloniana” abbia un ruolo importante nella nuova commissione. Ma la premier fa di tutto per renderlo difficoltoso.

 

Marco Follini

 

È presto per dire come si risolverà la querelle europea. Si intrecciano troppe criticità e troppe differenze e, solo il supplemento di tempo che i leader si sono concessi l’altro giorno a Bruxelles, consentirà di dipanare la matassa ingarbugliata delle nomine. Quello che è chiaro però è che per l’Italia governata da Giorgia Meloni non ci sarà un pareggio. Potrà capitare di vincere, entrando a pieno titolo sulla tolda di comando. Oppure di perdere, venendo ricacciati nel girone degli esclusi.

La via di mezzo, paradossalmente, resta la più improbabile. In questa circostanza occorrerebbe essere un po’ patriottici e sperare che l’Italia “meloniana” abbia un ruolo importante nella nuova commissione. Sentimento che probabilmente scavalca le linee di partito. Ma che la premier fa di tutto per rendere difficoltoso almeno ai suoi critici. Infatti la scelta delle alleanze e la rivendicazione dei ruoli vengono

presentate come un affare interno della maggioranza. Senza neppure cercare il conforto di un consiglio fuori dalle mura di Palazzo Chigi. Non si vuole certo evocare lo spiritello malizioso del consociativismo. Non ci sono posti da spartire tra maggioranza e opposizione. Ma sarebbe saggio che su temi di questa portata e di questa delicatezza almeno ci si parlasse.

Mentre invece si resta tutti paralizzati dai muri innalzati in nome della campagna elettorale, delle riforme a maggioranza, delle (reciproche) faziosità. Meloni oggi appare più forte. Ma appunto per questo dovrebbe usare la sua forza anche presso se stessa, domando certi suoi istinti troppo bellicosi e correggendo gli eccessi della sua stessa maggioranza.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 20 giugno 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

È una svolta illiberale o solo frastuono propagandistico?

Se non vogliamo buttarla in caciara, come si suol dire, adesso forse è arrivato il momento per chiederci seriamente se siamo in un contesto che prelude ad una “svolta illiberale”, ad un “cambio di regime”, ad una “torsione autoritaria” o una “semi dittatura” nel nostro paese. Lo chiedo perchè dopo l’approvazione alla Camera del progetto sull’autonomia differenziata e al Senato della riforma che introduce il premierato, si sprecano le accuse e le minacce che partono dal nuovo ed inedito “Fronte Popolare” sul ritorno del fascismo, seppur in una versione aggiornata e rivista. Accuse e minacce che vengono puntualmente amplificate dai quotidiani di sinistra e d’opposizione, dai soliti talk televisivi de La 7 e dal tradizionale e ben noto arcipelago editoriale, artistico, accademico, intellettuale e cinematografico della sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni.

Ora, e al di là del rispetto rigoroso delle singole opinioni, è quantomai importante chiedersi se tutto ciò risponde al vero o se, al contrario, appartiene solo e soltanto al campo della propaganda spicciola. Un elemento, questo, decisivo perché quando la polemica politica – in sè legittima e scontata – assume questi toni è di tutta evidenza che se il pericolo non è reale e percepito, ci troviamo di fronte ad una burla che se viene ripetuta ossessivamente rischia anche di trasformarsi In una farsa. Perché se si è veramente alla vigilia di una svolta illiberale o ad un cambio di regime non ci può essere un attimo di tregua. Non può valere, cioè, quella gag del teatro comico napoletano che “rinvia la rivoluzione all’autunno perchè d’estate fa troppo caldo”… E poi, forse, per tornare all’oggi, adesso ci prendiamo anche una pausa sul “rischio fascista” perché ci sono gli Europei di calcio che sono, come ovvio, ben più importanti e nazional-popolari.

Insomma, per evitare di girarci attorno, anche il neo Fronte Popolare deve chiarirsi le idee.

Scendere in piazza una volta o due al mese per denunciare l’arrivo di un regime dispotico, illiberale e strutturalmente anti democratico è una operazione del tutto legittima ma che alla fine rischia di diventare ridicola se poi questo regime non si materializza concretamente. Si corre, cioè, il rischio di replicare la narrazione dei “martiri dell’informazione”. Cioè di professionisti dell’informazione che confondono la libertà di pensiero e di espressione con i loro contratti milionari. E che il circo mediatico cosiddetto progressista eleva a guru intoccabili e dogmatici a difesa delle libertà democratiche di tutti noi e che per questi motivi ci invita nuovamente alla mobilitazione permanente in piazza…

Ecco perché la sinistra – quella radicale e massimalista della Schlein, quella estremista e fondamentalista del duo Fratoianni/Bonelli e quella populista, demagogica e antipolitica dei 5 Stelle – adesso deve sciogliere, e definitivamente, questo nodo. E cioè, o la situazione complessiva richiede una nuova, inedita e permanente Resistenza – allora non c’è pausa temporale o stagionale che tenga – oppure, e al contrario, si tratta del solito copione a tutti ben noto da svariati decenni. E cioè, dai governi di Alcide De Gasperi dal secondo dopoguerra in poi, ogniqualvolta la sinistra non è al potere c’è un concreto rischio di “deriva fascista” nel nostro paese. Ma questo, detto fra di noi, appartiene solo al frastuono e allo schiamazzo propagandistico di un campo politico che ha scarsi argomenti da mettere in campo per essere una vera e credibile alternativa. Solo il tempo, comunque sia, ci dirà da che parte sta la ragione.

L’apostolato dei medici nelle parole di Giulio Andreotti

Nel rimettere in ordine alcune scartoffie, mi sono imbattuto casualmente in un testo autografo che ha catturato la mia attenzione. Sui fogli fotocopiati si staglia, da me aggiunta a penna solo una parola identificativa del materiale: Andreotti.

Incuriosito, ho cercato, non senza fatica, di decifrarne il contenuto. La calligrafia è la sua, precisa, ordinata, con correzioni, cancellature e aggiunte.

Con uno sforzo ancora maggiore, sono riuscito a identificarne la collocazione temporale. Infine, con una piccola ricerca di archivio ho verificato che il testo, vergato davvero dalla mano di Giulio Andreotti, era già stato pubblicato nel 1985 e ho potuto ricostruire da questa prima pubblicazione il contesto nel quale il discorso dell’allora Ministro degli Esteri fu pronunciato.

A distanza di quasi 40 anni ho ritenuto opportuno riproporlo quale elemento conoscitivo della visione e testimonianza della sensibilità e dei valori di una personalità politica che ha segnato un lungo tratto della nostra storia e che resta incompresa, spesso intenzionalmente distorta, talora caricaturalizzata, sempre comunque complessa e controversa. Ho rispettato integralmente lo scritto, anche per quanto riguarda le sottolineature e la punteggiatura. Le mie interpolazioni sono indentificate con l’indicazione NdR: Nota del Redattore).

L’occasione del discorso fu un meeting internazionale tenutosi in data 28 maggio 1985, pochi mesi dopo l’istituzione della Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari. Alcuni degli interventi tenuti nel corso della riunione furono poche settimane dopo pubblicati nel numero 5-6 (Maggio-Giugno) di Orizzonte Medico, il mensile dell’Associazione dei Medici Cattolici Italiani (AMCI). Per comprendere il senso della riunione, è necessario richiamare alcuni antefatti. Il 13 maggio 1981, il mondo aveva vissuto in diretta l’attentato a Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, per mano di Alì Agca. Il Papa rischiò la morte e attribuì il miracolo della sua sopravvivenza alla protezione della Madonna di Fatima, della quale ricorreva quel giorno la festa. Da allora incominciò per il Papa un lungo calvario di sofferenza, complicazioni, interventi, nuove malattie, che lo portarono a soggiornare così spesso in ospedale da arrivare a definire il Policlinico Gemelli come un secondo Vaticano.

Un anno dopo si tenne a Roma, organizzato dall’AMCI, il XV Congresso Mondiale della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC), della quale sarei divenuto Segretario Generale nel 1998 e successivamente, dal 1996 al 2002, Presidente. In modo eccezionale per l’epoca, non furono i 3500 Congressisti a recarsi in udienza dal Papa, ma fu il Pontefice a fare loro visita nell’Auditorium di via Conciliazione, straripante di persone entusiaste.

 

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Ucraina e Gaza, la politica non scioglie i nodi della guerra.

Nei giorni passati chi scrive ha cercato su queste pagine di individuare alcuni pur flebili “spiragli di luce” che lasciano intravvedere un possibile avvio di una nuova fase, destinata a far cessare le violenze nei due principali – e purtroppo non unici – conflitti in atto nel mondo.

Sono “spiragli” che effettivamente un osservatore molto attento può cogliere, ma solo se motivato da una esigente ricerca della pace. Spiragli che una diplomazia come quella vaticana, ad esempio, potrebbe esplorare nel dettaglio. E chissà che non lo stia facendo.

Ciò premesso, resta che negli ultimi due/tre giorni i segnali pervenuti, per così dire, dal “campo” vanno in tutt’altra direzione. In Israele lo scontro emerso fra i militari e il governo ha confermato una volta di più la truce determinazione del premier Netanyahu, volta a proseguire la guerra a Gaza sino alla completa distruzione – a questo punto – di ogni struttura esistente nella Striscia e ora fors’anche tesa ad aprire un nuovo fronte, a nord, contro l’altro gruppo islamico radicale alleato dell’Iran, Hezbollah. Sappiamo ormai tutti che il capo del governo di Gerusalemme può sperare di rimanere al potere e di non precipitare molto in basso nel suo paese solo proseguendo a tempo indeterminato le operazioni militari.   In Ucraina continua l’offensiva russa, sempre più aggressiva, ma al tempo stesso la nuova dotazione di armi difensive e offensive in arrivo dagli USA lascia a Zelensky la esplicita speranza di poter continuare la lotta ancora per lungo tempo. I venti di guerra dunque non hanno cessato di soffiare.

Poi c’è la politica. E questa, la grande assente dagli scenari anzidetti, in quanto capacità di volgere lo scontro in confronto prima e in mediazione successivamente, pare a sua volta orientata nel senso del conflitto.

A occidente si vive in attesa delle elezioni americane. La diplomazia di Biden e Blinken, per quanto assai attiva, non può non soffrire della sua possibile – alcuni giudicano probabile – eclissi: si spiega anche così l’atteggiamento del governo israeliano verso il suo potente, e decisivo, alleato e ora anche le dure parole rivolte da Netanyahu nei confronti di Washington. Confidente, quest’ultimo, in un ritorno di Trump, l’artefice degli Accordi di Abramo e avversario giurato del nemico iraniano.

L’Unione Europea, da parte sua, non è certo uscita rafforzata dalla recentissima competizione elettorale. Divisa più che mai e indebolita nei suoi “fondamentali” dall’avanzata imperiosa delle destre anti-federaliste soprattutto nei suoi due paesi principali, quelli che da sempre ne hanno orientato l’azione. E quindi se già prima il suo peso nei conflitti in corso era pressoché nullo tanto più lo sarà nei prossimi mesi, o anni.

A oriente, le autocrazie/dittature si organizzano fra loro senza l’impaccio di un confronto democratico con le proprie opinioni pubbliche, as usual. E così Putin rinsalda gli accordi militari con il feroce satrapo nordcoreano, accordi che consentono alla Russia un rifornimento in armamenti molto importante, fors’anche decisivo. Pagandolo con l’impegno ad un soccorso militare in caso di attacco subìto, timore sempre presente nella mente contorta del dittatore di Pyongyang. Inoltre, sia pure al prezzo di esserne uno junior partner, rafforza i legami col cinese Xi Jinping, pronto a utilizzare la guerra ucraina in funzione anti-americana, il fronte che a lui interessa davvero.

Tutti costoro, e questa è la novità di maggior interesse emersa nell’ultimo biennio, stanno giocando la carta del Sud Globale attraverso il club BRICS+. La mancata sottoscrizione del documento di Lucerna sulla guerra in Ucraina da parte di alcuni suoi paesi membri ne è buona testimonianza. Ora, l’ambiguità di quel club è gigantesca, ove si pensi ad esempio alla recente partecipazione in Puglia al G7 allargato di Brasile e India o all’alleanza militare e non solo fra Arabia Saudita e Stati Uniti. Paesi impegnati in un difficile e rischioso equilibrismo fra occidente e oriente che però ha un obiettivo, sul quale non si può non riflettere, ovvero riequilibrare i rapporti di forza fra nord e sud del mondo. Alla luce dei nuovi e consolidati diversi pesi demografici e di una questione ambientale che essi non vogliono affrontare secondo i canoni ritenuti iper-ecologisti e nemici del loro appena avviato sviluppo economico che l’occidente pare aver abbracciato. Per essi, in fondo, l’indebolimento dell’Europa del Green Deal e il possibile come-back di Trump sono notizie da apprendere con indubbio piacere. Proprio come per Putin.

AgenSIR | Curata da Rosina, un’ampia ricerca dell’Istituto Toniolo sui giovani.

Lorenzo Garbarino

 

Anche se alle ultime elezioni europee è aumentato il tasso di astensione elettorale, l’interesse dei giovani nei confronti della politica resta saldo. A sostenerlo è l’ultima ricerca dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo su giovani, democrazia, partecipazione politica e visione dell’Europa. I numeri dello studio sono stati presentati martedì 18 giugno all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e hanno evidenziato come sia presente tra i ragazzi una maggiore domanda di partecipazione, di spazi e modalità di espressione.

Fiducia nella Presidenza della Repubblica e nellUe. Per analizzare la fiducia nelle istituzioni, la ricerca ha suddiviso i consensi anche in base ai titoli di studio di laurea, diploma superiore e inferiore. Per la maggioranza delle istituzioni si è osservata una progressiva erosione a fronte di una minore scolarizzazione dell’intervistato. L’unico dato dove il paradigma si ribalta è nei social network, più alta tra chi ha meno titoli di studio. Saldamente in cima alla classifica resta la presidenza della Repubblica, che ottiene il 61,8% del consenso dei laureati, il 56,4% dei diplomi di scuola superiore e il 46% del diploma inferiore. Il secondo posto è riservato all’Unione europea, che raccoglie il 54,5%, confermando in sostanza il livello pre-elezioni europee del 2019 (quando era al 54,2%). Il consenso resta alto anche nelle istituzioni non di parte. “La ricerca scientifica e il volontariato restano realtà solide per i giovani – ha dichiarato Alessandro Rosina, coordinatore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo -. I dati positivi li vediamo tra i ventenni, che sentono più spazio di partecipazione nella politica. Con l’avanzare dell’età media, tuttavia, la sfiducia e la disillusione aumentano.

I giovani non pensano che i partiti siano tutti uguali, e riconoscono il loro ruolo fondamentale per la democrazia, ma non li considerano all’altezza e di sapersi mettere in discussione.

Di fronte a un sistema bloccato, aumenta la richiesta di un leader decisionista e forte per il 72% degli intervistati”. A confermare questa tesi sono i livelli di fiducia nei partiti. Seppur in costante crescita (nel 2013 all’8,5%), oggi restano molto indietro rispetto alle istituzioni più accreditate, mantenendosi sul 31,6%.

Poco spazio riservato ai giovani. Una richiesta che non lascia emergere il rischio di una dittatura, ma il timore che la democrazia si svuoti. “Per i giovani la democrazia è malata, ma recuperabile – ha affermato Cristina Pasqualini, ricercatrice di sociologia dell’Università Cattolica e componente del Comitato scientifico -. Dalle loro parole emerge una democrazia come un concetto denso, che si sintetizza nelle parole di partecipazione, popolo e libertà. Il parlamento italiano invece risulta come un circo, delegittimato rispetto al suo glorioso passato. Per loro produce più problemi che soluzioni. Per questo le manifestazioni di piazza sono un’occasione per far sentire la voce, ma le sentono come il sintomo di un problema, come se fosse l’ultima spiaggia”. Un primo effetto di questi rischi, secondo la ricerca, è l’attuale calo della partecipazione elettorale, anche se emerge un’elevata domanda di impegno per il bene comune, che mobiliti anche dal basso.

Per quasi 3 giovani su 4, seppur complesso, è ancora possibile impegnarsi in prima persona per migliorare il Paese. Più elevata è la percentuale di chi afferma che, se la politica italiana offrisse spazio di partecipazione per i giovani, si avvicinerebbe all’impegno politico.

 

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https://www.agensir.it/chiesa/2024/06/19/istituto-toniolo-i-giovani-restano-interessati-alla-politica-nonostante-tutto/

Adultizzazione, ovvero il vulnus dei diritti di bambini e ragazzi.

Il fenomeno della adultizzazione precoce oltre ad essere la causa di molte distonie comportamentali la cui soglia di accesso si abbassa sempre di più quasi a lambire la stessa infanzia, finisce per comprimere, ridurre, e svuotare della loro spontaneità le prime esperienze di formazione e socializzazione dei bambini e degli adolescenti. La famiglia cd. “patriarcale” di un tempo (che non abbiamo motivo di rimpiangere ma che aveva le sue regole) induceva ad un prolungamento di quella fascia di età che i pedagogisti chiamano “statu pupillari”: una condizione di graduale emancipazione pilotata dagli adulti, genitori o educatori che fossero. Da questo punto di vista l’abbassamento del livello di accesso e fruizione al mondo dei social ha determinato una dirompente precocità di esperienze sul piano comportamentale, sotto l’aspetto individuale e sociale. In linea di massima ogni generazione guardando a ritroso e ricordando i giochi, i passatempi, le frequentazioni amicali, le libertà concesse e quelle proibite dei primi dieci-dodici anni della propria vita, coglie sempre una differenza comparandoli con il presente e spesso prevale una ineffabile nostalgia.

I segreti e le fantasie di un tempo conservavano una certa innocenza, oltre le apparenti malizie: ‘dire, fare, baciare, lettera e testamento’ erano approcci di conoscenza della realtà e delle relazioni amicali che esprimevano una non ingannevole trasgressione. Tuttavia la deriva del presente sta velocemente assumendo i tratti di una esponenziale anticipazione: in questo l’uso delle tecnologie, la Tv, il libero accesso all’universo sconosciuto del web, senza limiti, senza controlli, senza facoltà di discernimento e criteri etici a fronte di un potenziale di offerta praticamente illimitato non considerano certo l’età come discrimine della loro fruizione. Se l’infanzia delle favole, del gioco libero e creativo, della manualità come forma di conoscenza materica degli oggetti e della realtà e dello scorrere gratuito del tempo sparisce e l’adolescenza scompare inghiottita nello schermo di uno smartphone ecco che viene a mancare una fascia temporale essenziale per la formazione e la costruzione della propria identità.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e costituiscono un fondato motivo di preoccupazione in famiglia e a scuola, laddove ve ne sia consapevolezza. Di fatto questa concezione meramente strumentale, consumistica e commerciale dei primi anni di vita produce una serie di cascami e conseguenze negative che sovraespongono bambini e ragazzini ai pericoli del fuori controllo. Trovo che l’omologazione imposta dai media, la digitazione compulsiva, la ripetitività, il transfert degli accessi al “tutto”, gli azzardi in rete, la molteplicità dei canali spesso disinformativi e diseducativi sono la fase prodromica di azioni dissociative: la stessa esplosione di manifestazione di aggressività e violenza tra pari, l’agire in gruppo socializzando una concezione distruttiva della realtà e lesiva dei valori di rispetto della dignità umana producono una sorta di montante emulazione nel superarsi verso il peggio. Bullismo, cyberbullismo, revenge porn, violenze di genere nascono da qui.

Forse il termine “baby gang” è inappropriato ed eccessivo (tuttavia suscita l’attenzione dei tribunali minorili per l’emergenza dei casi, pur nell’ottica di una ‘giustizia riparativa’) perché paradossalmente la violenza agìta è l’emulazione dei cattivi esempi o delle omissioni degli adulti. Esprime invece – sembra inverosimile- una debolezza nel controllo delle pulsioni proprio a motivo di quella deriva anticipatoria e di adultizzazione precoce che ha di fatto bypassato l’infanzia e la prima adolescenza. Ciò produce un fenomeno di disconnessione dalla realtà che è la speculare conseguenza dell’iperconnessione tecnologica: connessi e digitalizzati nel mondo virtuale e disconnessi e fondamentalmente soli e abbandonati in quello reale.

Sotto questo profilo di considerazione non condivido affatto la scelta della scuola di rendersi strutturalmente “ipertecnologica” a scapito di un decadimento delle relazioni empatiche e affettive. Paradossalmente l’autonomia scolastica si è ammalata di ipertrofia burocratica ed ha imposto l’uso delle tecnologie con risultati scadenti sotto il profilo formativo: nella scuola primaria i tablet sostituiscono il corsivo, nelle superiori vengono trascurati i grandi capolavori della letteratura per far posto agli esperimenti di intelligenza artificiale, ai test, agli web-quest, alle flipped class room e alla gamification. Già nel 2020 in una intervista che realizzai con lui, Umberto Galimberti puntava senza indugi l’indice su questa intrapresa fuorviante: “Anche la scuola ha perso i suoi scopi fondamentali: è diventata luogo di apprendimento-istruzione più che di educazione: i contenuti intellettuali – come ci insegna Platone – passano attraverso categorie emotive. Qui passa la differenza tra istruzione ed educazione, i sentimenti si acquisiscono come le nozioni, si imparano: il luogo privilegiato per insegnarli è la letteratura che ci dà i paradigmi per collocare i nostri stati d’animo – l’amore, il dolore, la noia, l’amicizia ecc. – in una narrazione che ho acquisito leggendo. I ragazzi, interrogati sul perché stanno male non sanno nemmeno nominare il luogo del loro disagio e qui subentra la disperazione”. Concetti ribaditi durante l’evento “G-talk: Riflessioni: famiglia e figli nell’era digitale” ripreso in un servizio di Orizzonte Scuola del 7 giugno 2024: “La scuola italiana istruisce ma non educa. Stiamo assistendo alla morte dell’homo sapiens. Bisogna riempire le scuole di libri, non di computer”.

Ciò che manca alla scuola di oggi non è dunque qualche aggiuntivo armamentario digitale ma una buona, efficace e motivante educazione sentimentale. Ai giovani alunni che essa riceve, spesso afasici e incerti nel comunicare, carenti di relazioni affettive primarie e amicali non si possono offrire solo tablet, algoritmi, cloud computing e STEM: sovente essi provengono da nuclei familiari inadeguati e necessiterebbero di alfabetizzazione e di affinamento dei sentimenti. Se i contesti esistenziali umani, fin dall’infanzia, sono forgiati e regolamentati dalle tecnologie esse finiscono per diventare preponderanti, specie se famiglia e scuola non sono in grado di preparare anticorpi e alternative centrate sui valori. Ricordo che – sempre nel 2020 –  Vittorino Andreoli mi disse che “il comportamento dipende anche dalla modalità con cui noi abbiamo vissuto il nostro passato e in particolare da come abbiamo vissuto l’infanzia, importantissimi sono i primi tre anni di vita”….”La più grande terapia è il legame, è l’amore”…Allora io penso che la scuola debba cambiare per aiutare i ragazzi a vivere in un mondo difficile e la scuola non deve diventare parte della difficoltà del mondo”.

Riannodando le fila di questa riflessione non posso esimermi dal citare quanto detto da Paolo Crepet al Riformista e ripreso da Tecnica della Scuola del 22/11/2023. “Non c’è nessuna voglia di ascoltare i figli, non ci interessa, è tutto un delegare, la famiglia delega alla scuola, la scuola delega non si sa a chi, il ministero pensa di risolvere non si sa come. Se vogliamo veramente cambiare le cose, come dicono i rivoluzionari da salotto, cominciamo dai bambini non a diciotto anni quando ormai è troppo tardi. Finanziamo le scuole dell’infanzia, iniziamo a togliere tutta questa tecnologia dalle scuole per i piccoli, le mie parole sono rivoluzionarie perché io dico una cosa che nessuno vuol fare, che nessuno vuole sentire, perché quando si toccano degli interessi nessuno vuole sentire. La Svezia ha detto di sì a questa proposta di diminuire la tecnologia nelle scuole, il ministero italico invece ha detto che ci deve pensare”.

Ho citato tre autorevoli esperti che seguo da tempo: inutile sottolineare – per quel che conta – che sono in totale sintonia con le loro valutazioni che io stesso – nel mio piccolo – scrivo e sostengo da anni in decine di articoli e nel mio libro “Scuola e dintorni” (2017) con la prefazione del Presidente del Censis Giuseppe De Rita.

Famiglia e scuola sono definite “istituzioni in crisi” perché hanno perduto da tempo il senso dei loro compiti formativi della singola persona e nel contesto sociale in cui agiscono. Bisogna ripartire dai fondamentali, restituendo all’infanzia e all’adolescenza creatività, motivazioni, interessi, gioia di vivere e di crescere. Ciò può avvenire solo se si rispettano i diritti della loro età. A cominciare dal gioco: perché i nostri bambini non giocano più ma emulano gli adulti? E poi responsabilizzando i genitori: famiglia è chi ti chiama, chi ti cerca, chi ti ascolta chi ti sostiene. Per finire con la scuola: trovo che l’urgenza più avvertita e pressante sia di valorizzare la libertà di insegnamento costituzionalmente garantita ma oggi prigioniera di un modello organizzativo iperburocratico e irregimentato. Non sempre autonomia fa rima con democrazia.

Libri | La tecnologia sta modificando la fisionomia della cura medica

Nel 1976 Jerrold S. Maxmen sosteneva e prevedeva la scomparsa della figura del medico nel ventunesimo secolo. Un’era in cui questa figura sarebbe diventata obsoleta per motivi tecnologici, politici, economici e sociali, un’era in cui si sarebbe instaurato un modello di erogazione delle cure gestito dal computer e da una nuova figura professionale. Già allora si poteva prevedere come le funzioni cliniche e non cliniche dei dottori avrebbero potuto essere gestite da un computer. Per l’autore, con le conoscenze e la tecnologia, già allora a disposizione, la necessità del medico era solo un mito. Maxmen ha fatto previsioni fino al 2025 e buona parte di queste si sono realizzate sia nel campo delle comunicazioni che in quello della tecnologia così come molte in quello biomedico.

Come è cambiata la medicina dall’inizio del secolo scorso e come sta cambiando nel ventunesimo secolo?

I mutamenti sono stati sostanziali e rapidi come mai è avvenuto nei secoli precedenti. Possiamo distinguere grossolanamente quattro fasi. Nella prima fase, dall’inizio del novecento fino agli anni ’50, il medico acquisiva finalmente strumenti per curare e guarire malattie acute e infettive. Le vaccinazioni di massa, la scoperta degli antibiotici e di altri farmaci efficaci cambiavano radicalmente le condizioni di salute della popolazione nel mondo occidentale. Il medico aveva un ruolo importante e definito nella società e gestiva la cura in modo autoritario e paternalistico. La seconda fase fino agli anni ’80 è stata caratterizzata dalla esaltazione delle specializzazioni nate dallo sviluppo della tecnologia prevalentemente diagnostica.

Questo ha portato ad una frammentazione delle conoscenze e delle abilità mediche, ha mutato la formazione accademica e ha portato la maggior parte dei medici ad occuparsi in maniera quasi esclusiva di un organo, di un apparato o di una apparecchiatura diagnostica o terapeutica complessa. La terza fase inizia alle soglie del 2000, la tecnologia permette di curare molte malattie e di modificarne la storia naturale. Permette di cambiare la demografia dei continenti. Cambiano le aspettative dei pazienti e la domanda di prestazioni sanitarie.

Con la globalizzazione la tecnologia non ha più confini, la figura del medico muta geograficamente solo perché viene disegnata dai sistemi di erogazione delle cure decisi dalla politica. In questa fase la medicina si interessa anche di ambiti estranei alla sua tradizione. Fecondazione assistita, manipolazioni genetiche, chirurgia estetica, protesi meccaniche, trapianti di organi, clonazione, transessualità, sopravvivenza di soggetti ridotti a una vita vegetativa ed eutanasia sono tutte nuove prestazioni mediche. La quarta fase è quella in cui siamo immersi, è quella dell’inflazione di informazioni, quella degli algoritmi, delle piattaforme di rete, dell’IA e della genetica.

 

[Il testo è tratto dal primo capitolo del volume pubblicato da Gabrielli editore]

 

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/narrazioni/politica-e-societa/giuseppe-maso-dopo-ippocrate/

I morti del Mediterraneo non contano sui tavoli di Bruxelles

C’è da giocarsi i numeri al lotto e forse recuperare un pizzico di fortuna da un fatto andato per storto. Sembra siano partiti in 78. La solita ciurmaglia di gente che vaga per mare in cerca di Europa. Se ne sono salvati 12 mentre sarebbero 66 i dispersi, una parola delicata per non richiamare direttamente la morte, per sfumarne o disperderne gli effetti di quando, se va bene si finisce in una bara e se va male letteralmente in bocca ai pesci ed alle onde che ti spugnano pian piano anche le ossa.

È accaduto nel mare Ionio che già dal nome racconta di una vicenda travagliata. Ionio fu una fanciulla amata da Zeus in forma di nube. Per sfuggire alla rabbia della Dea Era riparò in mare dando il nome a quelle acque. Già dalla nascita le acque si fanno torbide e confuse. Per altri, infatti, Ionio sarebbe il figlio del re Durazzo che, aggredito dai fratelli per prenderne il regno, riuscì a prevalere, grazie al figlio che strinse amicizia con l’invincibile Ercole. Ancora per la cabala ed all’amore per i numeri si legge che lo Ionio 3 è l’isotopo radioattivo del torio, di numero atomico 90 e numero di massa 230, appartenente alla famiglia radioattiva dell’uranio. Qualcosa di complicato da maneggiare.

Ad oggi sarebbero, per quanto risulta, circa 800 le vittime dall’inizio dell’anno. Con la bella stagione aumenteranno senz’altro di numero. La morte in questi giorni emigra verso un clima caldo, ama la brezza del mare. Si stuzzica l’appetito non appena vede un barcone in difficoltà e affonda nel gusto non appena vede annegamenti ammucchiarsi nel suo palato. Annusa i venti e si lascia trasportare andando alla loro deriva. Dove la porteranno ci sarà certamente per rifocillarla in un banchetto niente male. Nel canale di Sicilia nello stesso giorno se n’è mangiati un’altra decina, ma fanno meno notizia, si è trattato solo di un antipasto su un menù assai più ricco di proposte.

I 78 erano partiti su una barca a vela, nessun rischio di un motore che potesse imballarsi o di crepare nella stiva tra fumi tossici ed ustioni. In genere in questi casi ci si affida ad uno skipper, ad un comandante in grado di seguire una rotta. Non c’è l’hanno fatta neanche per rotta di collo. Del resto “skip” è una parola ambigua. Vuol dire troppe cose tutte insieme. Oltre al comando, significa anche saltare oppure omettere. I profughi hanno saltato l’appuntamento con la salvezza perché il destino ha omesso di offrirgli un futuro. I telegiornali insistono sui bambini scomparsi tra le onde, come se gli adulti fossero invece morti tutto sommato sopportabili.

È tempo di villeggiatura: chi può, andrà a riposarsi dagli affanni invernali in alberghi o villaggi attrezzati di invitanti piscine. Lì non ci sarà il rischio, tra una nuotata e l’altra, di sbracciare inavvertitamente su un cadavere a pelo d’acqua o intravedendo una sagoma scheletrica mentre si va sott’acqua a caccia di polipi con cui banchettare la cena. I bagnini sono muniti di occhiali e dovranno vigilare sul traffico a pelo d’acqua; all’incrocio delle onde sia precedenza ai vivi e dopo i morti. Dovranno essere attenti ed osservare, concentrati, la linea di galleggiamento del loro tratto di mare. Da un po’ sono allenati anche ad intuire ciò che appena affiora, timidamente, e che non ha l’ardire di mostrarsi del tutto. I morti hanno una loro riservatezza pur non disprezzando il sole, che proprio non riescono a rinnegare.

È ora di calare la vela e stenderla sull’acqua per coprire carni inammissibili al cospetto umano, piante solo dalle onde che ne urlano ancora la speranza, malgrado tutto sia già finito. Il Mediterraneo non è una medicina ma una medusa urticante che ti fa fuori appena ti ci accosti. Intanto in Europa si dibatte di grandi accordi per il nuovo assetto da darsi. Anche lì si danno cinicamente i numeri, contare il peso di ogni partito per spostare il baricentro della politica, tirare la corrente dalla propria parte. Sul tavolo delle trattative croci, preghiere e lamenti non hanno spazio. Dal mare si è salvata una bambina che ha perduto tutta la sua famiglia. Che ne sarà di lei è una risposta che i potenti non sono in gradi di darsi. Non è questo quello che conta.

L’astensionismo si combatte creando luoghi e occasioni di confronto

È doveroso preoccuparsi ed indagare sul fenomeno dell’astensionismo elettorale. Francesco Provinciali ha pubblicato una analisi interessante e condivisibile in tutto, specialmente laddove parla dell’idea sostanzialmente proprietaria che alcuni leader si sono fatti del loro partito. C’è un punto però che può essere ulteriormente indagato per capire il fenomeno ed ha due facce: i media e la formazione dell’opinione pubblica e la partecipazione attiva dei cittadini alla vita associativa dei partiti.

Giorgio Gaber cantava che la libertà è partecipazione. In anticipo di qualche decennio aveva capito la natura della crisi politica che poi sarebbe esplosa all’inizio degli anni ’90 e che si è andata aggravando fino ad oggi. E in questa linea i due aspetti – opinione pubblica e partecipazione – possono essere considerati insieme. Si vuole far credere e molti lo credono che seguire passivamente la politica sui media equivalga alla partecipazione attiva nella vita dei partiti e nella formazione del loro indirizzo politico. Evidentemente assistere alle tante discussioni tra i politici e gli opinionisti sulle reti televisive, non esaurisce lo spazio della formazione e della condivisione di una idea politica. Tanto più poi quando questi dibattiti sottintendono la riduzione della complessità socio-politica ad uno schema semplificatorio bipolare all’interno del quale basta dire sì oppure no, come se altro non esistesse. Insomma l’applicazione autoritaria del principio aristotelico “tertium non datur” che ha valore nel campo della logica, ma non certo in quello della politica.

Nelle ultime elezioni europee abbiamo assistito agli esiziali esiti ottenuti dal mancato accordo tra Calenda e Renzi che in termini elettorali ha significato 1.654.812 voti buttati al vento, mentre con meno voti il partito che candidava la Salis ha ottenuto, godendo di un forte effetto mediatico, ben sei europarlamentari. E il problema è proprio dipendere dai media se è vero – come è stato detto – che nelle urne si raccoglie quello che è apparso sui media. Una questione complicatissima alla quale non c’è una risposta univoca e semplice.

Nella corsa dei leader ad apparire i partiti hanno finito per trascurare il loro radicamento sul territorio e con la base tanto che perfino le recenti elezioni regionali in Sardegna e Basilicata sono state vissute come drammatici eventi nazionali. Di questo passo accadrà che anche la più modesta prova elettorale finirà per divenire un caso nazionale umiliando il residuale tessuto organizzativo dei partiti sul territorio il cui governo sarà anch’esso espropriato alle competenze locali (buone o mediocri poco importa) e attribuito secondo lo schema semplificatorio del potere mediatico.

Anche queste ultime elezioni ci hanno insegnato l’insindacabilità del potere da remoto dei media (pubblici o privati), i quali pur in polemica tra loro, a danno delle tante particolarità del’Italia degli oltre ottomila comuni, vogliono imporre un bipolarismo che non è nella nostra tradizione politica e neppure nella mentalità popolare. Destra e Sinistra sono presentate come i due territori possibili ed esclusivi delle scelte politiche restando entrambe per rendita di posizione nel cerchio delle loro contrapposte (ed ideologiche) visioni. La differenza che poi determina il risultato la faranno i media con i loro intrecci opachi di potere coperti dalla presenza dei soliti noti scelti non si sa come, con il compito di persuasori per l’una o l’altra sponda, con il privilegio di parlare a una platea di milioni di isolati che spesso si convincono “per principio” anche contro i propri interessi. È necessario rompere questo isolamento. È il primo passo per una riconquista della sovranità politica del popolo. Occorre perciò creare luoghi e occasioni di confronto e di dialogo dove le persone possano liberamente esporre le proprie ragioni ed ascoltare quelle altrui. Confronti nei quali l’opinione politica si plasma senza filtri dal basso creando così maggiore consapevolezza e, soprattutto, l’emersione di figure rappresentative e come tali riconosciute. Occorrono fantasia e coraggio, ma non si vedono altre vie d’uscita. Fantasia nell’individuazione dei luoghi e delle occasioni; coraggio nell’affrontare i problemi e i nodi da sciogliere.

Vedersi magari anche in pochi, ma cominciare creando di fatto una tendenza e una nuova cultura politica nella quale l’intelligenza creativa possa avere il suo luogo di espressione e di verifica. Quell’intelligenza della storia che è nella corde di chi si accosta alla politica e vuole dare a quella il sassolino del proprio originale e sincero contributo. Credo che si possa cominciare e certo male non farà, ma se si vuole dare un senso politico al centro sociale penso che non ci sia altra strada. Per adesso quella del leaderismo ha fatto buttare al macero 1.654.812 voti liberamente espressi. Calenda e Renzi evidentemente sono attesi a questi confronti dai quali dovrebbe prendere figura un embrione di nuova classe politica e dirigente.

Premierato, Calenda: “La riforma del governo è pasticciata e confusa”.

Signor Presidente, noi siamo fermamente contrari a questa riforma per tre ordini di ragioni: nel merito, nel metodo e per le conseguenze politiche che avrà.

Nel merito, di cui credo si sia parlato molto, in linea di principio mi sembra che questa riforma dica che, se un Governo va male e perde il consenso dei cittadini, il Premier è comunque blindato, nonostante tutto, qualunque cosa accada al Paese. All’inefficacia della politica si risponde, cioè, non con una politica più efficace, ma blindando la politica anche quando è inefficace. Potrei dire che basta guardarsi intorno: o siamo i più intelligenti di tutti – cosa su cui, dal punto di vista istituzionale, ho un dubbio – o forse ci dovrebbe sorgere qualche perplessità per il fatto che intorno a noi nessuno lo usa.

Si potrebbe dire che la legge elettorale che verrà associata avrà e porterà squilibri che probabilmente la renderanno anche non costituzionale, o comunque che questo è un punto delicato. Si può dire tutto questo, ma nel merito anche voi sapete che questa riforma non funziona. Sapete anche voi – o almeno una grande parte delle persone che sono in quest’Aula – che è pasticciata e confusa. Tuttavia, a mio avviso, il punto non è questo; non è questo che interessa ed forse non è il fatto più negativo.

Quello che interessa è il metodo: arrivare a un confronto frontale, sempre e comunque. Ne conoscete rischi e sapete che questo – lo abbiamo già vissuto – può portare a dolorose sconfitte. Ma il punto non è questo, a mio avviso. Il punto è spostare l’attenzione. Se 120.000 giovani se ne vanno dall’Italia; se 4 milioni di cittadini sono sotto la soglia di povertà; se si ha una situazione per la quale la scuola oggi prepara molto meno che in tutti gli altri Paesi europei, questi sono punti rilevanti, difficili e complessi da affrontare. Allora si pensa di uscirne come ne siamo usciti negli ultimi trent’anni: con una grande ordalia tra il bene e il male. Possiamo già dire cosa succederà i prossimi mesi, perché l’abbiamo già visto: diremo che, da un lato, c’è la pulsione verso tragici passati e, dall’altro lato, ci sono i traditori della volontà popolare e andremo avanti così, finché a votare rimarrà il 30 o il 35 per cento degli italiani.

Dopo le elezioni europee non mi sento di dare a nessuno consigli su come prendere il consenso. Ma mi sento di dire che il prossimo anno noi segheremo un altro pezzo del ramo su cui siamo seduti tutti insieme, cioè le istituzioni repubblicane. Lo faremo con un conflitto continuo, costante, su tutto, che non produrrà niente e al termine di tutto questo saremo tutti più deboli. Io non so se vincerete voi o se vinceremo noi, non ne ho idea; è tutto molto imprevedibile ed effimero. So, però, che più cittadini si allontaneranno dalla politica e se ne allontaneranno talmente tanti che, alla fine, il pericolo democratico sarà non la riforma in sé, ma ciò che essa provoca, ciò che il modo di portarla avanti provoca, ciò che questo modo di discutere della Costituzione provoca.

Quello che provoca è la sensazione nel Paese che in queste Aule discutiamo di cose lunari, perché sappiamo perfettamente che i poteri del Presidente del Consiglio sono enormi e le cose che non funzionano sono la pubblica amministrazione, il federalismo e la giustizia. Di questo, però, non parleremo, perché da trent’anni siamo abituati a questa ordalia, è un riflesso condizionato. Quindi, ci si insulta, faremo scene come quelle che sono successe e ne succederanno altre, che i cittadini giudicheranno riprovevoli e non ce ne importerà niente, perché il punto non è riportare i cittadini al voto. Il punto è che a votare rimangano solo le curve perché, se a votare rimangono solo le curve, quello che fai o non fai, quello che produci o non produci diventa irrilevante, perché l’unica cosa che diventa rilevante è il tifo. Il problema è che i tifosi saranno sempre meno dei cittadini e a un certo punto i cittadini ci lasceranno del tutto. (Applausi).

 

Il testo del premierato approvato ieri al Senato

https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/437617.pdf

Cos’è stata la Dc e quale traccia ha lasciato nel Paese?

Il “Corriere della Sera” di lunedì scorso, 17 giugno, ha dedicato due pagine alla Democrazia cristiana. Due intere pagine, con ricostruzioni, commenti e titoli lusinghieri. Un fatto inaspettato, da anni non accadeva una simile attenzione su un giornale, per di più il “Corriere”, e per questo tanto più gradito. Persuasivo in particolare il titolo di apertura: “Al centro della storia”.

L’occasione è stata la presentazione del convegno che avrà luogo a Roma domani, giovedì 20, al teatro Quirino, come inizio di un programma triennale rievocativo degli ottanta anni dalla nascita di questo partito nel tumultuoso passaggio del dopoguerra dal fascismo alla democrazia, e dalla monarchia alla repubblica.

Perché la cronaca diventi storia è necessario che il tempo scorra, liberando la ricostruzione dei fatti dalle passioni e dalle polemiche del momento che ne alterano la visione. Perciò a ottanta anni dalla nascita, e trenta dalla sua fine, può iniziare un’analisi più obiettiva sulla Dc, superando quella fortunata, ma altrettanto ingiusta battuta di Luigi Pintor, uno dei fondatori del “Manifesto”, che si augurava di “non morire democristiano”.

Nei mesi scorsi un saggio del Mulino, Storia della Democrazia Cristiana, di Guido Formigoni, Paolo Pombeni e Giorgio Vecchio, ha in qualche modo aperto questa nuova fase facendo seguito, e iniziando a sistematizzare, una grande massa di scritti, biografie, memoriali che in questi anni hanno rievocato spontaneamente – dando vita a un inedito e prezioso “scaffale bianco” – circostanze e protagonisti della Dc.

Il convegno del Quirino ha una particolarità: sarà un dibattito fra “esterni”, come si sarebbe detto ai tempi della Democrazia cristiana. A guidarlo sarà Paolo Mieli, e ad animarlo saranno Ernesto Galli della Loggia, Agostino Giovagnoli, Aldo Schiavone, Alberto Melloni e Francesco Bonini. La presentazione del programma triennale di studi sarà di Ortensio Zecchino, la personalità alla quale si deve l’ideazione del progetto e la sua concretizzazione grazie al sostegno delle istituzioni governative che ne hanno riconosciuto la validità.

Non sarà una commemorazione, un volgere lo sguardo al passato, quanto piuttosto un tentativo di comprendere come la Democrazia cristiana sia riuscita per più decenni a costituire il baricentro politico istituzionale del Paese, mantenendone senza incertezze il fondamento democratico. Una lezione tanto più valida per l’oggi.

Con i piedi in tre scarpe, così la Meloni in Europa.

La Meloni insiste nelle sue ambiguità e paga dazio per voler essere la leader delle destre europee. Può suonare antipatico, ma questa sua collocazione non giova ad accreditarla nel circuito dell’Europa che conta, quello della collaborazione privilegiata tra Francia e Germania. Tuttavia può usare il grimaldello di una iniziativa politica intelligente, per contrattare una presenza significativa nell’esecutivo europeo, dove oggi per l’Italia c’è Gentiloni, e soprattutto per garantire ad abundantiam (senza entrare in maggioranza) la rielezione della sua “amica” Ursula, magari sbanderiando…l’interesse dell’Italia.

Spetta a lei agire con lungimiranza, per vincere le diffidenze ancora molto robuste. Probabilmente, in una prospettiva larga, per la quale conta essenzialmente il futuro dell’Europa come spazio di libertà e solidarietà tra le diverse nazioni, può crescere nei partner dell’Unione, a certe condizioni, la fiducia nella sua estraneità alla logica disgregante dei sovranismi. Deve però convincersi, la nostra Premier, che non può stare con i piedi in tre scarpe: l’Europa federale del futuro, quella confederale degli stati nazionali, quella di estrema destra con rigurgiti fascisti e nazisti.

Vale la pena ricordare che in Europa la sua leadership è sotto osservazione speciale per le controverse riforme istituzionali del governo da lei presieduto. Il premierato elettivo, infatti, è molto più grave degli abusi di Orbán – non a caso sotto procedura di infrazione – perché, cancellando l’equilibrio costituzionale vigente, determina un “abuso di potere” strutturale per mancanza di pesi e contrappesi nell’ordinamento.

Altrettanto grave è l’autonomia differenziata delle Regioni, considerando gli squilibri territoriali che potrà determinare a discapito soprattutto del nostro Meridione. Non è una polemica artificiale. Guarda caso, il voto del Sud ha penalizzato proprio Fratelli d’Italia. Eppure, anche contro i propri interessi la Meloni è obbligata a continuare su questa strada, pena la dissoluzione dell’alleanza con Salvini.

Ovviamente queste contraddizioni in Europa sono note e certo non rafforzano l’immagine dell’Italia. Il mix di centralismo e localismo – tutto il potere al capo del governo ma con ampio decentramento della spesa pubblica – costituisce fonte di preoccupazione per l’impatto concreto sulla governabilità del sistema e anche per i rischi di contagio rispetto ad altri ambiti nazionali, dove la questione del decentramento assume un carattere dirompente.

Da oggi, a Bruxelles, si entra nella fase più intensa delle trattative, dopo che ieri sono stati avviati i primi colloqui informali nella cena a 27. L’intenzione è quella di chiudere entro fine mese, prima delle elezioni legislative in Francia. Non sarà facile per la Meloni scansare tutti gli ostacoli che si frappongono sulla strada del suo (ancora) anomalo percorso europeistico. Dalla sua ha la forza del consenso, ma non è sufficiente a rompere l’assedio delle pregiudiziali o anche solo delle esitazioni che affollano i pensieri degli interlocutori, taluni pronti a non fare il minimo sconto.

I partiti personali e l’ipocrisia dei passi indietro

Il voto europeo ha rimesso in circolazione una strana teoria politica. Strana e singolare perché, entrando nel merito, si pensa e si auspica che i leader e i capi dei partiti personali si facciano da parte dopo le sconfitte politiche ed elettorali. È il caso, nello specifico, di Renzi e di Calenda che dopo avere dissipato un enorme patrimonio politico e soprattutto elettorale scaturito dal voto del settembre 2022, sono di nuovo incappati in una sonora batosta elettorale nella recente consultazione europea. Frutto, questa volta, di una manifesta volontà di spaccare un progetto politico per reiterate questioni personali e caratteriali.

Ora, al di là del comportamento e delle concrete scelte politiche di questi due partiti, Italia Viva e Azione, il nodo politico di fondo è un altro. E cioè, i partiti personali non possono fare a meno del loro leader/capo, pena la dissoluzione e il tramonto immediati dei medesimi partiti. È un tema, questo, talmente scontato che non richiede neanche un minimo di riflessione. Ed hanno profondamente ragione, al riguardo, sia Renzi che Calenda che hanno già annunciato – il giorno dopo la sconfitta elettorale – due “congressi costituenti dal basso” dei rispettivi partiti. Dopodichè, par di capire, per la scelta dei vertici vinca il migliore. Ma, e sempre nel caso specifico, il risultato è già scritto alla vigilia perché quel cartello elettorale o quel partito personale esistono nella misura in cui li guidano e li comandano il capo. Punto.

Detto questo, e senza alcuna polemica politica, perché è un fatto semplicemente oggettivo e anche scontato, il nodo si pone nel momento in cui quei partiti personali si inseriscono in un progetto più largo e articolato. In questo caso nella ricostruzione del campo del Centro. Sempre più indispensabile e necessario da un lato ma ancora difficile da delinearne il profilo, la mission e lo stesso progetto. Quando si parla del Centro che guarda all’attuale sinistra di Schlein, Fratoianni/Bonelli/Salis e Conte. Perché, e per fermarsi al nodo dei partiti personali, credo sia importante sottolineare un aspetto non irrilevante. Qualunque sia il profilo e il progetto del nuovo e futuro Centro che guarda a questa sinistra, l’apporto dei partiti personali rischia sempre di minarne la sua unità e, soprattutto, rischia di bloccarne il suo decollo. E questo per la ragione che il leader/capo del partito personale è portato, quasi naturalmente, a condizionare il cammino di un agglomerato più grande attraverso il suo carisma o la sua leadership. Che, detto fra di noi, può rallentarne il suo cammino se il progetto non coincide con le sue aspettative.

Ecco perché è inutile parlare del decollo di un progetto politico, che dovrebbe essere plurale e collegiale, se al suo interno si contempla anche, e soprattutto, la presenza di partiti personali o del capo. Perché al di là delle seppur buone intenzioni, l’eccessiva e brutale personalizzazione della politica non può favorire la realizzazione di una buona politica. È bene saperlo prima che sia, di nuovo, troppo tardi.

Il Mulino | La Corte costituzionale lavora con un membro in meno.

Ugo Adamo

 

La Corte costituzionale è (dovrebbe essere) composta da 15 giudici designati in maniera paritaria dai tre poteri: giudici supremi, Parlamento in seduta comune e presidente della Repubblica. Da sette mesi, però, la Corte costituzionale risulta composta da soli 14 membri, e ciò perché il Parlamento continua a non adempiere a un preciso e chiaro dovere costituzionale: eleggere un giudice costituzionale «entro un mese» dalla scadenza del mandato del giudice uscente. D’altronde, quando spetta al Parlamento eleggere il nuovo giudice, la probabilità che il plenum della Corte rimanga incompleto per un tempo assai lungo è più una regola che un’eccezione.

La ragione per cui non si è ancora proceduto all’elezione del giudice in sostituzione della presidente Silvana Sciarra risiede nel fatto che i tempi del Parlamento non coincidono con quelli previsti dalla Costituzione. Il che significa che il termine del mese a disposizione non è considerato come un tempo congruo al fine di assicurare un patto compromissorio per logiche spartitorie fra le stesse forze politiche. La conseguenza è lapalissiana: la scadenza è difficilmente rispettata. D’altronde, non essendovi alcuna sanzione, il termine è ordinatorio e non già perentorio.

Col passare dei mesi, appare sempre più plausibile che i partiti che sostengono l’attuale maggioranza vogliano posticipare il più possibile l’elezione del nuovo giudice, estendendo il termine fino a 13 mesi, almeno fino al 16 dicembre 2024, quando scadranno i mandati dei giudici Barbera, Modugno e Prosperetti. In quel momento, il Parlamento dovrà eleggere tutti e quattro i giudici, poiché quelli in scadenza sono stati eletti tutti dal Parlamento. E non era mai accaduto che a uno stesso organo spettasse il rinnovo quasi completo di un terzo della composizione della Corte.

È plausibile ritenere che, nei sette mesi già trascorsi, i vari scrutini siano stati condotti non tanto per trovare una convergenza su una figura autorevole da eleggere, quanto per abbassare il quorum necessario per l’elezione

Che il ritardo con cui il Parlamento in seduta comune procede nell’elezione dei giudici costituzionali rappresenti una costante non vuol dire che tutto ciò debba essere accettato come prassi e debba avvenire nell’indifferenza generale delle istituzioni, in particolare del Parlamento in seduta comune e del suo presidente, che è il presidente della Camera dei deputati.

È evidente che la politica non può piegare il testo costituzionale ai propri fini e alle proprie esigenze. Ciò vale a maggior ragione se si considera che la situazione in cui la Corte è costretta a lavorare a ranghi ridotti non è certamente meno grave rispetto a quella in cui non riesce del tutto a farlo nell’ipotesi di stallo. Un collegio incompleto (anche per una sola cessazione non seguita da una rapida elezione) viola il valore fondamentale alla base del quorum strutturale che è di 11 giudici: tale numero indica la soglia di funzionamento minima in grado di garantire la presenza di almeno un componente di tutte e tre le estrazioni. La Corte, così composta, non è in grado di svolgere pienamente la sua funzione, mancando dell’apporto completo di tutte le competenze, esperienze tecniche, sensibilità culturali e ideali che convergono nella predisposizione della decisione elaborata in camera di consiglio.

La violazione continuativa del principio di completezza può causare una serie di problemi: sovraccarico di lavoro, rischio di accumulo di arretrati e possibili divisioni interne alla Corte. Queste divisioni possono derivare da una presidenzializzazione delle decisioni, poiché una Corte composta da 14 giudici può arrivare a una decisione risolutiva solo grazie al voto del presidente, che si esprime per ultimo con un voto decisivo in caso di parità.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/l-incompletezza-della-corte-costituzionale

Qual è la spiegazione dell’astensionismo elettorale?

Le recenti elezioni europee, ma anche le precedenti regionali e poi quelle amministrative fino a risalire alle politiche hanno espresso un dato vistoso che nessun analista e gli stessi partiti potrebbero eludere, pena l’essere tacciati di indifferenza ovvero di abituarsi ad una deriva che di fatto falsifica l’esito del voto: senza ombra di dubbio l’astensionismo costituisce un fenomeno che meriterebbe di essere studiato con urgenza perché ormai è stata superata la soglia del 50% di coloro che hanno rinunciato ad esprimere una scelta. Innanzitutto bisognerebbe capire se questa tendenza ormai sedimentata, tanto da far dire che viviamo una sorta di democrazia minoritaria, possa essere ascritta ad un deficit partecipativo, imputabile ai cittadini-elettori.

In parte potrebbe essere così, tuttavia credo che le attenuanti generiche stiano compensando le ‘aggravanti’ contestabili alla politica e ai suoi protagonisti. Occorrerebbe scandagliare più a fondo per comprendere le ragioni di una disaffezione così vistosa. Più volte il Censis e il suo Presidente Giuseppe De Rita hanno posto il problema della progressiva disintermediazione sociale in una società senza centro e periferia e inoltre la crescita del divario che separa la gente dalle istituzioni. Si tratta forse di una sorta di “indifferenza reciproca e ricambiata”, anche se vale ancora la triste ma veritiera descrizione di Massimiliano Valerii quando afferma che assistiamo alla “ritrazione silenziosa dei cittadini dimenticati dalla Repubblica”. Chi confidava che il dimezzamento dei parlamenti avrebbe ridato slancio alla partecipazione democratica e sfoltito la burocrazia ha fallito: in realtà è accaduto il contrario fino al superamento della soglia psicologica del 50% degli astenuti tra gli aventi diritto al voto.

Tra i motivi che potrebbero in parte spiegare questo abbandono crescente del diritto-dovere di votare va certamente ascritta la tendenza alla personalizzazione della politica. I partiti raramente celebrano congressi dove – come nella ‘famigerata’ Prima Repubblica – la linea di un partito scaturiva dal dibattito e dal confronto su temi di indirizzo politico, attraverso tesi o mozioni. Prevale ora invece una sorta di costruzione piramidale e verticistica interna la cui prima preoccupazione è il consolidamento della leadership del capo fondatore o della guida a connotazione proprietaria degli organismi del partito: un tempo i simboli elettorali erano la sintesi di idee o di programmi, l’imprimatur di un indirizzo e di un modello di orientamento sociale. Aveva persino più corrispondenza ideologica l’ispirazione del posizionamento: centro, destra e sinistra.

Adesso diventa centrale e prevalente il nome del capo a cui si attribuisce una connotazione che finisce per diventare carismatica: il tutto rafforzato da un sistema elettorale – mi riferisco alle elezioni parlamentari- dove sono abolite le preferenze e la scelta e l’ordine delle candidature sono imposte in maniera verticistica. Certamente ciò induce i cittadini a pensare che i giochi siano pilotati e tutto sia già stato deciso: alzi la mano chi può affermare il contrario senza essere sbugiardato dai fatti. Questo è un vulnus rilevante che non stimola certamente il recarsi alle urne non potendo esprimere un voto personale fiduciario sullcandidature. La personalizzazione della politica, oltre a generare una concezione proprietaria dei partiti (si pensi al fenomeno marginale ma significativo e trasversale dei coniugi e parenti parlamentari) impone la scelta di candidati non per meriti acquisiti ma rappresentanza e impersonificazioni di fatti di cronaca eclatanti, se non di collusioni o viceversa conflitti con la magistratura: giudici e imputati che sono messi in lista per ragioni che poco hanno a che fare con la linea di un movimento politico.

La risonanza mediatica di certe candidature assume un valore simbolico che non ricorda certo la vocazione, il beruf direbbe Max Weber, di una scelta o il riconoscimento di un talento. Cambi di casacca, alleanze tattiche che non diventano strategiche, divergenze di vedute anche su aspetti marginali che trasmutano in pretesti per dividere piuttosto che per unire: si pensi alla grande occasione perduta dai partiti e partitini di centro, un’area moderata che meriterebbe una più consistente rappresentanza e che forse resta malcelata in larga parte delle astensioni. Ragioni personali e di primazia e visibilità hanno impedito di accorpare queste forze politiche e l’elemento divisivo va ascritto in prevalenza a fattori soggettivi e rivalità personali. Viene spontaneo chiedersi quali ragioni ancestrali costituiscano ‘impedimenti dirimenti’ e ostativi a compattare l’area centrista che subisce erosioni sulle due sponde del bipolarismo e non stimola l’elettorato moderato a recarsi alle urne.

In questo modo una larga fetta di opinione pubblica resta senza rappresentanza. Anche perché è finita l’epoca della sovrapposizione tra ceto medio e forze cd. moderate. Lo scontento sociale, il senso di insicurezza, i timori, le ansie, le paure e – come sottolinea il Censis – una certa malinconia post-populista spingono gli elettori a rinunciare: manca la motivazione ideologica stemperata nell’assenza di modelli sociali rappresentativi di scelte orientate e coraggiose.

È anche vero che molte delle cause della “ritrazione” vanno cercate oltre che nella delusione suscitata dalla politica anche nello stesso corpo elettorale. Se non c’è persuasione e orientamento verso questo o quel partito ciò può essere spiegato dai sentimenti prevalenti nel corpo sociale Indifferenza, scarso senso civico, diffidenza verso i propri pari, disimpegno, egoismo: se nessuno è in grado di rappresentarci in un contesto socio-culturale dove l’omologazione e le comunicazioni dei social media sostituiscono le relazioni personali allora tanto vale non scegliere per non sbagliare. I partiti non sanno attingere dal contesto sociale persone di valore che pure ci sono, non interessa tanto cercare talenti e competenze quanto piuttosto fedeltà e obbedienza: ecco che la politica diventa un hortus conclusus per soli iniziati.

Questo stato di latenza erode progressivamente i consensi da una democrazia partecipata verso un’oligarchia che si esprime attraverso cordate di amici e cenacoli per soli invitati. Ci sono anche persone che hanno vissuto una vita di lavoro, di studio, di rinunce e sacrifici e raccolgono solo vessazioni e fregature: più di uno si interroga e si arrende di fronte a cooptazioni e candidature scaturite da effetti speciali, echi di cronaca, successi editoriali, visibilità mediatica. Potrebbero essere utili – questi esponenti di una maggioranza silenziosa che non trova spazi di agibilità politica – ma restano anonimi e dimenticati nel corpaccione sociale dell’uno vale uno.

Un vero peccato questo scoramento generalizzato che sta diventando preponderante: le troppe promesse e le troppe illusioni sono due versanti speculari di un isolamento prevalente. Sarebbe interessante una ricerca sociologica che cercasse di approfondire il fenomeno dell’astensionismo: si fanno sondaggi ed exit poll ma ad urne chiuse si conferma questo lento scivolamento dell’affluenza al voto. Superata la soglia del 50% il timore è che il non voto diventi il movimento di opinione prevalente. Una sconfitta per la democrazia ed un’incognita per il futuro.

Le Pen prova a rassicurare i moderati

Marine Le Pen non chiederà le dimissioni di Emmanuel Macron in caso di vittoria. La promessa è comparsa ieri su Le Figaro. E ovviamente il tutto in caso di vittoria di Rassemblement National alle elezioni legislative, convocate da Macron stesso dopo i risultati delle europee.

“Io sono rispettosa delle istituzioni, non chiedo il caos istituzionale, ci sarà semplicemente la convivenza”, promette Le Pen che definisce il Nuovo Fronte Popolare “un abominio per il Paese”, evidentemente riconoscendo per lei e per il suo partito il primo vero ostacolo che si è trovata davanti negli ultimi mesi di crescita nei sondaggi. Infatti di fronte all’ondata dell‘estrema destra, i partiti di sinistra francesi in poche ore hanno composto quella che non sono riusciti a fare per anni: una nuova alleanza con cui presentarsi alle legislative anticipate del 30 giugno e 7 luglio indette dal presidente Macron.

“È ovvio che l’abominio per il Paese è Nupes 2 che è peggio di Nupes 1”, attacca Le Pen deputata uscente del Pas-de-Calais (che sebbene sia stato la culla del socialismo francese, l’ha votata in questi anni) ed ex candidata alla presidenza per Rn, sempre sconfitta sinora.

Quanto al neonato Fronte popolare, risorge proprio dalle ceneri della Nupes, l’unione con cui gli stessi partiti progressisti si erano presentati alle urne nel 2022. Una coalizione finita poi in frantumi a causa di profonde divergenze sorte in particolare a causa del controverso leader della più radicale France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che è però tornato alla ribalta proponendosi come candidato premier.

Infine, Le Pen attacca tutto il fronte   parlando di “islamo-sinistrismo” che “sostiene quasi senza remore la scomparsa di tutte le nostre libertà. La prima tra tutte è quella di essere francese e di trarne qualche vantaggio”.

Uno spiraglio di pace tra Kiev e Mosca?

Ci sono due modalità per commentare l’uscita di Putin dell’altro giorno, da un lato, e l’avvio della Conferenza di Pace a Burgenstock/Lucerna, dall’altro. La prima è quella più ovvia, immediata e oggettivamente incontrovertibile: una trovata propagandistica – e nemmeno fra le più riuscite – delle due parti, posto che se il capo del Cremlino ha messo in campo una proposta di pace palesemente irricevibile degli ucraini e dai loro alleati occidentali, dall’altro l’incontro ospitato in Svizzera dalla Presidente della Confederazione elvetica è alquanto curioso, non prevedendo la partecipazione ad esso di una delle due parti in conflitto. Perfetto. Ma, ciò detto, la domanda è: che senso ha tutto ciò? O un senso – citando Vasco – questa storia non ce l’ha?

Guardando le cose in controluce, e con una discreta dose di ottimismo, in verità, e pure con un naturale senso di disgusto per la guerra e le sue devastazioni fisiche e morali, si può adottare invece una seconda modalità interpretativa. E con essa, forse, intravvedere un timido, cauto tentativo di individuazione delle pre-condizioni necessarie per l’apertura di una trattativa vera.

Del resto, le parole di Andriy Yermak – responsabile dell’amministrazione presidenziale ucraina – vanno in quella direzione: alla fine della Conferenza, ha detto, Kyiv consegnerà a Mosca un piano ivi definito e concordato per porre fine al conflitto e dunque per avviare una vera trattativa di pace. Certo, impresa non facile dal momento che sempre Yermak ha subito precisato che l’Ucraina non è disponibile ad alcuna concessione territoriale, ovvero proprio ciò che aveva proposto Putin nella sua sortita alla vigilia della Conferenza: la sovranità di Mosca sulle quattro regioni oggi parzialmente occupate dai russi (Donetsk, Lugansk, Kherson, Zaporizhzia).

Però proprio dall’intervento di Putin possiamo trarre due possibili indicazioni: sostanzialmente lo zar lascia all’Ucraina Kharkiv e soprattutto Odessa, due città strategiche che egli considera russe dal punto di vista storico e che erano i principali obiettivi della “operazione militare speciale” avviata due anni fa. Un modo per far intendere che in una trattativa di pace si potrebbe discutere anche di altri oblast? (certamente non della Crimea, né di Donetsk e Lugansk).

E ancora: la rinuncia formale ucraina di partecipazione alla NATO, altra linea rossa putiniana, può essere un possibile risultato finale da “vendere” in patria come eccellente, ben sapendo che Washington giocherà quella carta esattamente ai fini del raggiungimento di un compromesso finale.

Dal lato di Zelensky la proposta che esce dal documento sottoscritto dalla maggior parte – ma non da tutti – dei partecipanti a questa anomala Conferenza si presta essa pure ad un suo duplice utilizzo. Perché le tematiche in esso sottolineate lasciano ampi margini per individuare in un tempo successivo compromessi prodromici alla trattativa finale, quella sui territori e sulle garanzie per il futuro: dal ritorno in patria dei bambini deportati in Russia allo scambio di prigionieri, dall’esportazione del grano alla sicurezza della centrale nucleare di Zhaporizhzia. Ma soprattutto perché proprio la mancata firma del documento conclusivo da parte di paesi importanti come Brasile, India, Sudafrica, Arabia, Messico – per lo più appartenenti al nuovo club BRICS+ del quale fanno parte come è noto anche Cina e Russia – potrebbe consentire al presidente ucraino la ricerca di una qualche mediazione, di un qualche compromesso anche territoriale motivato dalla capacità persuasiva (naturalmente tutta da dimostrare, a oggi) di questi partner del Sud Globale nei confronti di Mosca, che potrebbe essere a sua volta fortemente sollecitata proprio da questi ultimi a ricercare una soluzione concordata con il nemico ucraino.

Tutte supposizioni, naturalmente. E con la certezza che fino al prossimo inverno la guerra proseguirà di certo. Ma dicendosi latori di una proposta, al di là del merito della stessa, i due avversari – Putin e Zelensky – implicitamente si sono legittimati a vicenda in quanto capi di stato. È già qualcosa. Una flebile luce nella notte ancora cupa.

InTerris | L’attualità del messaggio di Padre Pio. Intervista a Padre Lotti.

Milena Castigli

 

‘Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero’. Queste parole di Gesù ai discepoli sono una magnifica sintesi dell’intera esistenza di Padre Pio da Pietrelcina. L’immagine evangelica del ‘giogo’ evoca le tante prove che l’umile cappuccino di San Giovanni Rotondo si trovò ad affrontare. Oggi contempliamo in lui quanto sia dolce il giogo di Cristo e davvero leggero il suo carico quando lo si porta con amore fedele. La vita e la missione di Padre Pio testimoniano che difficoltà e dolori, se accettati per amore, si trasformano in un cammino privilegiato di santità, che apre verso prospettive di un bene più grande, noto soltanto al Signore”: con queste parole, la domenica del 16 giugno del 2002, Papa Giovanni Paolo II proclamava santo Padre Pio.

 

Lintervista a Padre Luciano Lotti

A 22 anni dalla canonizzazione, l’affetto dei fedeli verso il santo si è trasformato in una devozione che ispira scelte di vita significative. Padre Luciano Lotti, Segretario Nazionale dei Gruppi di Preghiera San Padre Pio, rivela a Interris.it come il santo abbia influenzato generazioni di fedeli con i suoi doni mistici, con un particolare risalto al dono delle stimmate come segno tangibile del suo legame con Dio. In un mondo segnato da conflitti, il messaggio di Padre Pio continua a essere attuale, invitando alla preghiera e alla pace comunitaria, senza tralasciare l’importanza di un’autentica visione ecclesiale.

 

22 anni fa Giovanni Paolo II proclamò padre Pio santo dinanzi a una folla gremita. Come è cambiato in questi anni laffetto dei fedeli verso la figura del santo?

“Possiamo dire che l’affetto verso Padre Pio è diventato sempre più una devozione che impegna le scelte di vita. Inizialmente infatti era legata soprattutto a una ricerca di protezione, di intercessione, di aiuto. Oggi, le scelte di vita della gente diventano sempre più importanti. Padre Pio è diventato negli anni un punto di riferimento per intraprendere un cammino di conversione e autenticità”.

 

Tra i tanti doni mistici del santo (la taumaturgia, la bilocazione, la profezia, la lettura del cuore etc.) qual è quello che maggiormente lo caratterizza e perché?

“Padre Pio è stato il primo sacerdote stigmatizzato: non è possibile prescindere da questo fatto miracoloso. Dal mio punto di vista, Padre Pio viveva un fenomeno di sofferenza stigmatica già dal 1910, anche se esternamente non si vedeva. A un certo punto queste stimmate (o stigmate) sono diventate visibili. È chiaro che quando parliamo di fenomeni stigmatici c’è chi può crederci, chi non ci crede, quindi rispettiamo un po’ tutti. Però, da credenti, possiamo cogliere in questo fenomeno straordinario la scelta di Dio di comunicarci qualcosa attraverso le ferite del santo. Ma comunicare cosa? Che padre Pio colpisce e ‘conquista’ il prossimo proprio grazie al suo corpo ferito: lui dà senso alla sofferenza. Direi dunque che questo è il fenomeno più evidente”.

 

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Le mosse di Giorgia Meloni nel risiko europeo

Sull’eventuale bis di Ursula von der Leyen l’Italia “valuterà”, ma a Bruxelles deve essere recepito il “chiaro messaggio” arrivato dalle elezioni, riconoscendo a Roma “il ruolo che le spetta”. Chiuso il G7 Giorgia Meloni sposta la sua attenzione sulla partita dei ‘top jobs’ europei: la premier sarà lunedì nella capitale belga per il primo round della trattativa. I leader del Consiglio europeo sentiranno prima la presidente della Commissione uscente (che aspira alla conferma) e poi si riuniranno per una cena informale per avviare il confronto.

La maggioranza resterà Ppe-Pse-Liberali (potrebbe essere allargata ai Verdi) e del resto i numeri dicono che non ci sono altre possibilità. La trattativa di Meloni sarà dunque sulle deleghe del commissario italiano e sulla possibilità di inserire alcune priorità nell’agenda europea. Nella conferenza stampa finale a Borgo Egnazia, la presidente del Consiglio non esclude il sostegno a von der Leyen ma fa capire abbastanza chiaramente che un eventuale sì non sarebbe ‘gratis’. Lunedì il Ppe, in quanto primo partito, presenterà la sua proposta, che a questo punto dovrebbe vedere la conferma di von der Leyen per la Commissione, mentre in pole per la guida del Consiglio ci sarebbe il socialista portoghese Antonio Costa. A quel punto, spiega la premier, sul ‘pacchetto’ complessivo “faremo le nostre valutazioni”. Per avere il via libera del suo governo, Meloni pone due condizioni. In primo luogo all’Italia deve essere “riconosciuto il ruolo che le spetta, in termini di competenze”.

Dunque la premier vuole un commissario con deleghe di peso, non una seconda fila. Legato a questo punto, per Meloni l’Europa deve comprendere “il messaggio che è arrivato dai cittadini europei” che chiedono “pragmatismo e un approccio molto meno ideologico”.

Un messaggio per lei “chiaro” che ha visto in Italia premiare la coalizione di governo e in particolare il suo partito e nell’Unione l’avanzare delle destre. Nella sostanza, come aveva detto nei giorni scorsi, il suo è il governo “più forte” e questo ruolo deve trovare un riscontro, in qualche modo deve essere ‘monetizzato’.

Anche per questo, per sfruttare la debolezza dell”odiato’ Emmanuel Macron, uno dei ‘big’ europei, il governo italiano accarezza l’idea di rinviare tutte le decisioni sui vertici comunitari a dopo le elezioni legislative francesi. Lo aveva ipotizzato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Antonio Tajani e oggi lo ribadisce lei: sarebbe una proposta “di buon senso” anche se “non pregiudiziale”, anche perchè comunque vada il voto l’interlocutore resterà sempre il presidente francese. Una seconda sconfitta nell’arco di un mese, però, renderebbe la sua posizione ancora meno forte. Attendere il 7 luglio, data del ballottaggio, però comporterebbero un rallentamento dell’iter che la maggior parte dei Paesi (e dei partiti di maggioranza) difficilmente potrebbero accettare, consapevoli che tenere la pratica aperta è sempre un rischio.

Rischio che in particolare Macron e Olaf Scholz non sembrano intenzionati a correre: entrambi in difficoltà sul fronte interno sono tornati a stringere il loro rapporto. La lite dell’inquilino dell’Eliseo con la premier italiana al G7 è un segnale, le parole del cancelliere tedesco (Meloni è “all’estrema destra dello spettro politico”) la conferma.

Berlinguer e Berlusconi insieme…malgrado tutto.

È di questi giorni l’anniversario di due leader politici che hanno segnato la storia politica nazionale come ben altri pochi. Per singolare combinazione il capo del PCI, Enrico Berlinguer, nella morte, ha preceduto di un giorno dello stesso mese, Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia scomparso il 12 giugno. Hanno dato l’addio alla vita in anni diversi, ma quanto al mese, sembra proprio andati sotto braccio.

Sobrio il primo e scanzonato l’altro. Differenze abissali di stile personale, politico e di interpretazione del ruolo. Entrambi coraggiosi all’inverosimile. Enrico che chiama l’autonomia del suo partito dal PCUS e Silvio che conquista la Presidenza del Consiglio, sbaragliando il campo della comatosa Prima Repubblica per dare inizio ad una sua seconda stagione.

Avevano in comune un dato che forse nessun altro politico può vantare. Sarà forse perché avevano nel cognome una stessa radice. Berl-inguer e Berl-usconi avevano un marchio che sopravanzava chiunque altro volesse mettersi con loro in competizione. Si tratta di una comunanza emersa proprio con la loro morte e che piaccia o no li destina insieme nel ricordo emotivo. Per loro vanno scomodati i sentimenti del dolore e del senso di abbandono di una società che, senza i due personaggi, ha registrato un vuoto che altri, fuori da espressioni di retorica, difficilmente potranno colmare.

Alle esequie di Berlinguer, a cui diede omaggio persino anche Giorgio Almirante, l’allora Segretario del vecchio MSI, migliaia di persone con il braccio alzato ed il pugno chiuso gli resero onore. Molti piansero, intimamente feriti per un compagno che avevano stimato e ancor più amato. Al funerale di Berlusconi, il popolo di Forza Italia ha patito la stessa tristezza e costernazione. Se ne andava un amico vero, capace di lanciarsi impavidamente nella avventura e di strapparti un sorriso anche se quel giorno ti girava male.

I due “Berl” hanno tirato, ciascuno con il suo modo, sberle pesanti alle regole del mondo in cui si muovevano. Hanno fatto sberleffi a quanti li contrastavano, non conoscendo forme di intimorimento. Al primo è andato sempre ogni forma di rispetto anche dei partiti che gli si opponevano. Quanto al secondo, hanno sempre provato a metterlo alla berlina ma è andato dritto per la sua strada, forte di un super io che non si lasciava intimidare dal prossimo che lo avversava. Per molti è stato Berlicche, il diavolo del celebre racconto di Lewis, per altri l’uomo della libertà.

Enrico e Silvio sono stati sinceramente amati. Questa è la caratteristica che non sembra possa appuntarsi ad altre figure politiche, tanto meno di questi tempi. “Amor ergo sum”, sono amato e quindi ha avuto significato il mio vivere, è quanto entrambi potrebbero dirsi raccontando il loro passaggio terreno. C’è un popolo in attesa di innamorarsi ancora ma non sa a chi rivolgere il proprio afflato. Per molto tempo ancora l’orizzonte non proporrà altro che rimpianto.

Vita e Pensiero | Moltmann: “L’amore dei nemici è come la luce del sole”.

 

Jürgen Moltmann

 

La violenza si presenta come un fenomeno molteplice: c’è quella quotidiana nelle relazioni reciproche fra gli uomini e le creature più deboli, quella contro i bambini, contro le donne, contro i disabili, contro gli animali; ci sono le molestie sul posto di lavoro, le brutalità fisiche, le crudeltà psichiche e molte altre ancora.

Mi limito qui a quella violenza che nasce dalla domanda “guerra o pace”. Distinguo fra “violenza” e “potere” o “forza”.

Con il termine violenza intendo l’impiego ingiustificato della coercizione. Parliamo in questo senso anche di violenza bruta, violenza fuori legge e tirannia. Con il termine potere intendiamo la minaccia legittima e l’uso della coercizione attraverso il diritto e la giustizia. Intendiamo però con il potere molto più che il superamento non violento dei conflitti: il potere della comprensione, della riconciliazione, dell’amore, della vita.

La vita stessa si distingue fra violenza e forza. La violenza ha a che fare con l’offesa alla vita e in fondo sempre con la morte. La forza della vita al contrario consiste nella vita e nelle forze dell’affermazione della vita. Il potere è buono, come potremmo altrimenti affermare che Dio è onnipotente? La violenza è quindi la perversione della forza vitale attraverso la pulsione alla morte. Può esistere, questa è la nostra domanda fondamentale, una conversione della violenza della morte al potere della vita?

Che cosa ha a che fare il cristianesimo con la forza e la violenza in questo senso? Se entriamo in una chiesa, per esempio la chiesa collegiale di Tubinga, vi ascoltiamo il vangelo della pace e siamo salutati e benedetti con la pace di Dio. «Beati i pacifici» dice Gesù nel sermone della montagna «perché sarete chiamati figli di Dio». Che ha a che fare Gesù con la violenza? «Rimetti la tua spada nel fodero» dice a Pietro «perché chi di spada ferisce di spada perisce» (Mt 26,52). Non troviamo forse nel sermone della montagna le indica- zioni per una vita non violenta e per servire la pace? Non sta forse al centro dell’adorazione cristiana di Dio l’inerme bambino nella mangiatoia e l’impotente uomo sulla croce? Non c’è forse una radicale messa in questione ed il rifiuto di ogni violenza in questo mondo con la fede nella presenza di Dio in Gesù? O abbiamo forse tralasciato qualcosa?

Poi, quando usciamo dalla chiesa collegiale di Tubinga, ci troviamo sulla piazza del mercato davanti ad una colonna: rappresenta San Giorgio che uccide il drago con la sua lancia. Davanti a tutte le chiese di San Giorgio e di San Michele Arcangelo della cristianità ci sono questi uccisori di draghi; o è San Giorgio che uccide il drago terrestre o è l’arcangelo Michele che schiaccia nel cielo il drago apocalittico, l’antico serpente, il Satana, il Principe di questo mondo (Ap 12,7-9). A differenza della Cina, il drago nell’Occidente è il simbolo del male, della brutalità, del veleno puzzolente e dell’intollerabile ripugnanza. Nel Sacro Romano Impero, dopo gli imperatori cristiani Teodosio e Giustiniano, il drago viene definito come nemico di Dio e nemico dell’Impero. I nemici della fede sono nemici dello Stato e devono essere uccisi come il drago. San Giorgio da martire cristiano è diventato il difensore del Sacro Impero, e l’arcangelo Michele l’angelo protettore del Regno Santo. ll primo uccide il male terreno, l’altro il male ultraterreno. Uccidono spietati e con grande violenza. Ottone I vinse i pagani ungheresi nel 955 ad Asburgo sotto la bandiera di Michele uccisore del drago celeste. Dai confini del Sacro Impero, dal Mont Saint-Michel in Normandia fino al Monte Sant’Angelo nel Gargano nell’Italia meridionale, erano questi i luoghi di pellegrinaggio dell’Impero cristiano.

Come si è arrivati a questa contraddizione fra il messaggio di pace di Gesù e la cristiana battaglia di draghi in cielo e in terra?

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-il-terrorismo-la-pace-e-i-draghi-del-xxi-secolo-6512.html

Al G7 di Borgo Egnazia prove di sana politica

Si sapeva  che sul vertice G7 di Borgo Egnazia si sarebbero riversate tensioni legate tanto alla situazione internazionale che alle campagne elettorali negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Francia, unite ai postumi del voto europeo. Così nelle opinioni pubbliche interne dei Paesi membri ha dominato un clima di accesa propaganda. L’Italia non ha fatto eccezione. Si è andati dall’esaltazione della presidente Meloni come unica leader dell’Occidente uscita rafforzata dal voto alla narrazione opposta e offensiva, di qualche grande network straniero della terra “in stile -mafia” prescelta per l’evento e, compiendo salti mortali a livello di logica, alla contemporanea denuncia di una maggioranza parlamentare facinorosa sul caso dell’on.Donno.

Ma oltre il brodo della propaganda nei due sensi antitetici, emerge anche l’osso di una qualche sostanza politica, non scontata alla vigilia, e alla quale, occorre purtroppo constatare, il sistema dell’informazione sembra avere riservato una attenzione insufficiente. Come le parole pronunciate all’apertura dei lavori dalla presidente del Consiglio, che non sono (solo) l’opinione della Meloni ma la posizione del Paese, condivisa dalle massime autorità dello stato, secondo cui il G7 non è fortezza chiusa in se stessa, che deve difendersi da qualcuno, ma è un’offerta di valori, aperti al mondo, per uno sviluppo condiviso.

Una apertura che non è passata inosservata nel Resto Del Mondo al punto che vedendo che a questo G7 sono stati invitati oltre ai Paesi membri anche altri 13 stati, tra i quali Brasile, India, Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Ucraina, Argentina, il presidente dell’Unione Africana, qualcuno ha ironizzato che scorgendo la lista degli invitati, si poteva pensare che si trattasse di un incontro tra Brics and friends!

A suggello di questo spirito di apertura pur in tempi di guerra, in una terra come la Puglia accogliente e protesa storicamente come ponte di dialogo e di pace fra Ovest ed Est, è arrivato ieri, per la prima volta nella storia del G7, l’intervento del Papa, che ha partecipato alla sessione dedicata all’intelligenza artificiale. Papa Francesco ha colto l’occasione anche per ribadire la sua condanna della guerra e per lanciare un appello a una “sana politica”, capace di guidare le trasformazioni  profonde della nostra epoca e di comporle in “un’economia integrata, in un progetto politico, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune”.

Nonostante le questioni contingenti sul tappeto come i nuovi aiuti all’Ucraina e le relazioni non prive di difficoltà con la Cina, si fa strada l’impressione che il G7 in Italia sia riuscito a imprimere al club dei più importanti Paesi occidentali uno spirito di apertura, tanto nuovo quanto tanto antico per la cultura dell’Occidente. Un messaggio decisamente positivo, un ramoscello d’ulivo, di Puglia, teso in vista del vertice Brics a 10 di Kazan in programma dal 22 al 24 ottobre prossimi e per il G20 brasiliano che si terrà a Rio de Janeiro il 18 e 19 novembre, subito dopo le elezioni americane. Oltre agli eserciti in questi tempi difficili anche la politica è in movimento, e questa è la bella notizia per il popolo su cui ricadono le conseguenze delle scelte dei potenti della terra. Forse però manca la consapevolezza che dibattere e analizzare gli sforzi della politica per evitare che si imponga la politica della forza, è importante.E così anche un vertice di rilevanza mondiale che si chiude oggi in casa nostra rischia di finire nel tritacarne di una militanza politica partigiana esercitata nelle sedi proprie e purtroppo anche in quelle improprie.

Centro, un desiderio o un progetto? Di sicuro una necessità.

Dunque, la vulgata che va per la maggiore è ormai chiara dopo il recente voto europeo. E la possiamo riassumere così. Serve un Centro sia alla coalizione guidata da Giorgia Meloni che a quella coordinata da Elly Schlein. Anche perché, come tutti sanno, non solo in Italia si governa “dal centro” e “al centro” ma, sempre in Italia, le elezioni si vincono al centro. Occorre, cioè, saper intercettare quel segmento della pubblica opinione – da tempo nascosto per lo più nell’astensionismo – che non è riconducibile alle tifoserie organizzate da un lato e agli “opposti estremismi” dall’altro. Ora, alla luce di queste banali e persin scontate considerazioni, è di tutta evidenza che ci si deve attrezzare in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Locali e nazionali. Ma per poterlo fare è indispensabile, nonchè necessario, che il Centro e “la politica di centro” non siano strutturalmente esterni ed estranei alle coalizioni che li dovrebbero ospitare. E questo era, e resta, il vero nodo politico da sciogliere.

E, per entrare nello specifico, si tratta di capire quindi come viene costruito e concretamente declinato questo Centro. Sul versante della sinistra si prospetta un ostacolo che non è affatto secondario ai fini di un tale progetto. Ovvero, il blocco sociale costituito dalla sinistra radicale e massimalista della Schlein, dalla sinistra estremista e fondamentalista di Fratoianni/Bonelli /Salis e dal populismo dei 5 Stelle, è sostanzialmente estraneo a tutto ciò che è riconducibile al Centro, alla sua prassi, alla sua cultura, alla sua tradizione e al suo pensiero politico. E, non a caso, emerge la necessità a tavolino di dar vita ad una sorta di “gamba centrista” coordinata da qualche professionista della politica – ovviamente organico al Pd e alla sinistra – che dia almeno l’impressione di saper intercettare quel mondo. Con il rischio, più che concreto, che pensare di sommare elettoralmente tutte le attuali opposizioni al governo Meloni per ottenere maggior consenso è una pia illusione. C’è chi lo pensa, ovviamente. Ma il risultato non sarebbe quello auspicato dagli strateghi di questa operazione perché, da sempre, non si sommano le pere con le mele.

Sul versante opposto, invece, il Centro già c’è. Ed è quello interpretato e rappresentato da Forza Italia. Si tratta, al riguardo, di capire adesso come avviene un potenziale processo di allargamento politico del partito e come si intende rafforzare il profilo e l’identità culturale di quella formazione politica. Una iniziativa che si rende semplicemente necessaria ed indispensabile, se si vuole radicare la cultura politica di Centro all’interno del partito e, soprattutto, come farla pesare maggiormente nella coalizione di riferimento.

In mezzo, almeno per il momento, restano i cocci di una ambizione politica miseramente fallita e su cui è meglio stendere un velo pietoso dopo l’ultima ed incommentabile performance elettorale. Quella, cioè, rappresentata dai due partitini personali di Renzi e di Calenda. Ecco perché, in conclusione, il Centro indubbiamente risorgerà. Ma non a prescindere dal profilo politico e culturale, e quindi dall’identità programmatica delle rispettive coalizioni. Questa non sarà una variabile indipendente ai fini della compatibilità del Centro e del suo ruolo concreto nella politica contemporanea.

CittàNuova | Malinconia, per Kafka una potente fonte di immaginazione creatrice.

Ichele Genisio

Franz Kafka è morto cento anni fa, il 3 giugno del 1924, intorno a mezzogiorno. È morto giovane, prima di compiere 41 anni. Dopo mesi di agonia, è morto di tubercolosi in una stanza del sanatorio di Kierling, non lontano da Vienna, nella clinica del dottor Hoffmann: oggi è un piccolo museo dedicato allo scrittore boemo.

Accanto a Kafka c’erano l’amico di sempre, Max Brod, e la sua ultima fidanzata – forse la più devota – la polacca Dora Diamant. La loro relazione era fresca, non aveva neppure un anno. Kafka, disteso sul letto, era in condizioni pietose: Max Brod dice che nonostante il suo metro e ottanta di altezza, era pelle e ossa, pesava circa 50 kg, vestiti compresi. Durante l’ultimo periodo di malattia Kafka non riusciva più a parlare, comunicava con i suoi amici scrivendo su pezzi di carta i suoi pensieri, le sue preoccupazioni, i suoi ricordi. Alcuni di questi fogli, che non sono mai stati pubblicati, si trovano nella Libreria Nazionale di Israele, a Gerusalemme.

Kafka, che fino ad allora aveva pubblicato pochissimo, chiese a Dora Diamant e Max Brod di distruggere tutti i suoi lavori letterari. Dissero di sì, ma non gli obbedirono: è grazie a loro che ancora oggi possiamo leggere quelle opere straordinarie. La vita di Kafka è stata tormentata. È stata una vita fortemente permeata dalla malinconia. Quel sentimento che Romano Guardini, nel suo bellissimo Ritratto della Malinconia, vede tutt’altro che negativo e definisce “nostalgia dell’infinito”. Lui vedeva la malinconia come una potente fonte di immaginazione creatrice.

Eugenio Borgna, il grande psichiatra, precisa: “la malinconia può sconfinare nella depressione, sebbene l’una sia radicalmente diversa dall’altra”. La depressione è una patologia che va curata; la malinconia porta spesso a uno sguardo penetrante, lucido, nell’oscurità della realtà. La malinconia di Kafka, in parte derivava dal suo innato carattere, in parte dalla tormentata relazione con il padre Herman. A lui scrisse una lettera, dura, spietata, che mai gli recapitò. La fece leggere solo alla madre, che gli consigliò di tenerla per sé. Da questa lettera appare chiara l’ambivalenza della sua relazione con il padre. Che era segnata, da un lato, da un’ammirazione smisurata e dalla voglia di essere come lui; dall’altro, dalla rabbia di non riuscirci e sentirsi sempre umiliato.

Kafka cercava spesso di compiacere il padre, ma era un tentativo vano, perché facendo così non era se stesso, e si sentiva ancora più frustrato. Cercava rifugio in sua madre Julie, una donna riservata e affettuosa, che si occupava della gestione della casa e della famiglia, ma che era totalmente oscurata dalla predominanza del padre. Padre e figlio, così vicini, così lontani. Non sono mai riusciti a incontrarsi. Questo ha avuto una grande impatto nella vita emotiva e affettiva di Franz Kafka. Che descriveva il padre come un uomo sicuro di sé, dotato di «forza, salute, appetito, potenza di voce, capacità oratoria, autosufficienza, senso di superiorità, tenacia, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, irascibilità».

 

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https://www.cittanuova.it/kafka-e-la-nostalgia-dellinfinito/?ms=005&se=007

AsiaNews | In Malaysia un convento si trasforma in scuola internazionale.

Joseph Masilamany

 

Il Convent Light Street di George Town, Penang, più antico convento missionario del sud-est asiatico, fondato nel 1852, continuerà a servire come centro di apprendimento internazionale dopo aver operato per 172 anni come scuola femminile missionaria. Istituito dalle suore cattoliche francesi della Missione del Santo Bambino Gesù, su invito del vescovo Jean-Baptiste MEP, servendo dapprima come orfanotrofio, ha chiuso i battenti nel marzo dello scorso anno, lasciando dietro di sé un’esemplare storia di dedizione all’istruzione delle ragazze della regione settentrionale della vecchia Malesia.

L’edificio, che comprende un’iconica cappella, ha ospitato un collegio destinato alle alunne di ogni estrazione sociale: tra queste principesse della casa reale della Thailandia, figlie di sultani e aristocratici malesi e ragazze di ricche famiglie cinesi. Nel 1852 tre suore pioniere del Santo Bambino Gesù, note come Dame di San Mauro, si stabilirono in una capanna di legno vicino alla Chiesa dell’Assunzione, in Church Street a George Town. Questo fu l’umile inizio del Convent Light Street. Le suore insegnavano durante il giorno e la notte cucivano vestiti per raccogliere fondi per acquistare beni di prima necessità. Inoltre, dovettero adattarsi al rigido clima tropicale e imparare le lingue locali. Con l’aumento del numero di bambini affidati alle loro cure e il conseguente sovraffollamento delle strutture in legno, emerse la necessità di trovare una nuova struttura. Sr. St Mathilde si mise alla ricerca di un luogo adatto, finché non trovò la Government House abbandonata di Light Street, già residenza del capitano Francis Light, esploratore inglese, dopo la fondazione di Penang nel 1786. Nel 1859 le suore acquistarono l’edificio in stile anglo-indiano e il complesso circostante di sette acri per 50.000 franchi francesi. Per questo il convento prese il nome di “Convent Light Street”.

La Casa fu trasformata in un noviziato, mentre le strutture circostanti in legno furono utilizzate come dormitori, cucine e aule. Da questo momento in poi, le suore continuarono ad accogliere orfani, sia maschi che femmine, indipendentemente dall’etnia e dalla provenienza. L’accoglienza era prevista fino ai loro 11 anni, quando sarebbero usciti per entrare nel vicino istituto di San Saverio, fondato nel 1786 dal sacerdote cattolico francese Padre Arnaud-Antoine Garnault. Dopo 80 anni dalla sua fondazione, il convento continuò ad espandersi. L’attuale Old Hall, i chiostri e le aule furono costruiti nel 1882. L’edificio fa parte della “Categoria 1” della Zona del Patrimonio Mondiale di George Town. Altri ampliamenti ultimati entro il 1934 composero il Convent Light Street com’è oggi.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Convento-missionario-più-antico-del-sud-est-asiatico-diventa-scuola-internazionale-60949.html

La Voce del Popolo | L’aria che tira in Europa è di grande scontento.

Inutile girarci intorno. Il voto ha premiato Meloni, anzi “Giorgia”. In un’Europa densa di umori e sentimenti antigovernisti la premier di casa nostra ha mietuto un successo che è doveroso riconoscere e che non era affatto scontato. Onore al merito, dunque (detto da un oppositore). Il problema però è quale lettura Meloni darà di tutti questi numeri. E se il consenso che ha mietuto servirà a inasprire gli animi ovvero a distenderli. Dilemma non solo italiano, come s’e appena visto. Poiché l’aria che tira in tutta Europa è di grande scontento.

E lo scontento spinge appunto verso la radicalità, se non anche verso l’estremismo. C’è una carica antisistema che ha colpito al cuore i governi di Francia e Germania. E che lascia ora al governo italiano e alla sua leader un dilemma in più. Nelle nostre contrade l’esecutivo infatti se l’è cavata, e non è stato un successo da poco. Ma domenica scorsa per la prima volta le astensioni dal voto hanno superato l’asticella del 51%, cosa che non era mai successa. Segno che il malumore antipolitico ha raggiunto un punto ancora più critico, destinato a inseguire come un malefico fantasma chiunque abbia in animo di occuparsi della cosa pubblica. 

Per questo sarà importante capire come Meloni intende attraversare il bivio che ha davanti a sé. Nei numeri elettorali la premier potrà leggere il resoconto di un diffuso scontento che spinge ancora più a destra oppure una domanda di politiche più inclusive che indica la direzione opposta. Starà a lei sciogliere questo dilemma. Senza troppe prediche da parte di chi, come il sottoscritto, si trova ai ferri corti con il sentimento politico che va per la maggiore.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 13 giugno 2024.

Testo qui riproposto per gentile concessone del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia.

Montecitorio, il Var e la parola al confino.

Montecitorio è diventata una palestra, un modo per scaldare i muscoli visto che le menti sono rattrappite in un definitivo riposo dal pensiero. Ci sono state scene da pugilato, che i parlamentari sono riusciti a declassare da nobile arte a rissa di strada. Una politica orba che vanta una visione dandosi botte da orbi.

C’è chi avrà appreso lezioni di scenografia dalle tifoserie di calcio su come si mette in piedi uno spettacolo con i fiocchi, con tanto di bandiere nazionali da sventolare e da far indossare per sfottò agli avversari politici. 

Nel contesto, altri a sgolarsi sull’inno nazionale per darsi coraggio e poi il via ad una baruffa che segna forse il punto più basso di episodi avvilenti a cominciare, anni fa, dai cappi ostentati nell’aula delle votazioni come segno di protesta contro la parte avversa. 

Sarà stato di struggente il richiamo alla ostentazione delle fette di mortadella e altre folcloristiche iniziative del passato. Forte, probabilmente, anche l’invidia per il Festival di Sanremo e quindi via a cantare ad ogni buona occasione, tutto purché non si parli.

Si comincia con tollerare il minimo, che sembra solo un eccesso di ricorso alla fantasia od un’eccezione, per arrivare al gran finale, dandosele di santa ragione, insegnando plasticamente agli italiani i fondamenti della convivenza tra diversi. 

Ci vorrà il Var per stabilire le responsabilità dei fatti. Di sicuro si è varcata la soglia minima di decenza e si è ulteriormente divaricata la distanza tra l’accettabile e l’inconcepibile. La Camera dei Deputati, mutuando dallo spagnolo, si è messa nelle vare, cioè in secca. 

È mancato poco, oltre alle mani, che si sia usata anche la vara, una antica pertica di legno, per bastonare quelli che non sopporti.

Solo la Schlein si è lamentata per l’astensionismo registrato in sede di votazioni del Parlamento europeo. Un sussulto di vergogna che altri non hanno avuto, si sono evidentemente risparmiati il fiato per conservarlo appena c’è da scontrarsi in Parlamento. 

Il cittadino della strada è sdraiato sul lettino dello psicologo per chiedere da che parte stare: se essere tra quelli che ormai se ne fregano o tra quelli che inorridiscono. Mancano all’appello quelli che condividono pugni e cazzotti; prima o poi, così continuando, ci saranno anche quelli. È solo questione di tempo. 

Per fortuna non c’è troppo da preoccuparsi. Il Parlamento non conta più nulla o comunque assai poco. Le leggi sono per la maggior parte in mano al Governo di turno, che si muove con la decretazione d’urgenza. 

Si schiacciano i bottoni all’ordine dei segretari di partito, residuale un briciolo di autonomia personale. Sembra che pensare sia vietato, come è abrogato il dibattito all’interno di partiti che sono espressi dal leader di turno e non viceversa. 

È questo il contesto in cui i diritti sostanziali di ciascuno perdono posizione. Si parla di sanità e di salute, un tempo il fiore all’occhiello del nostro paese. Il medico condotto era come il padre confessore e cuciva, con rammendi continui, malattie e storie di persone costruendo la rete essenziale delle relazioni di una comunità. 

Pian piano le cose si sono ingarbugliate fino a piegarsi al mito della efficienza e del fatturato. Si è giocato di sigle: da ospedali si è passati alle Usl fino alle Asl. 

Oggi abbiamo le Aziende sanitarie a dare conforto ai nostri acciacchi. Azienda è uno strano modo di intendere la cura di una malattia. Rammenta piuttosto un profitto, un imprescindibile risultato con segno positivo, almeno di cassa se non di guarigione. Il medico di base fatica a rispondere l’esercito dei suoi assistiti. Il suo studio è piuttosto una produzione di ricette, spesso rimandandosi ad uno specialista. Tutto va bene, ma la parola latita. Non per cattiva volontà ma perché il tempo è un valore che ci ha preso la mano.

Negli Ospedali i Direttori Generali assegnano ai propri medici un tempo di visita che non deve eccederne una certa stringata quantità. Qualcosa di simile al richiamo del Papa ai sacerdoti quando ha indicato che una omelia non deve superare orientativamente gli otto minuti.

La tecnologia terrà sempre più banco, tutto supporta lasciando al medico appena la sentenza finale. Chi sta nei ranghi, nel rispetto delle previste sequenze di visite, riceve persino un premio. Si sbandiera il progresso della telemedicina e così la parola si ammalerà e per lei non ci sarà salvezza. Nessuno che possa e voglia curarla. 

Nessuno dei camici bianchi che in futuro siano autorizzati ad ascoltare, magari segnando sul diario di bordo la tua storia di malanni ma anche di inquietudini e di apprensioni. Nessuno che possa rispondere con la sapienza posseduta solo da chi ha potuto conoscerti.

Al Parlamento sono molti più avanti. Hanno dato un segno di anticipo al paese. Del resto, sono i rappresentanti del popolo quelli che dovrebbero indicare la rotta e loro non si sono fatti pregare. I gesti e non le parole sono oggi la testimonianza di come si sta al mondo.

Parlare è un esercizio fuori moda e soprattutto improduttivo. È più semplice cambiare i connotati al politico della parte opposta che consumare un vocabolario per argomentargli le proprie ragioni. Se l’alfabeto verrà messo in pensione, la cassa sarà più piena e la democrazia conoscerà una nuova inaudita stupefacente stagione di gloria e smobilitazione.

Il Centro non lo si trova con Google Maps

Dopo il fallimento dei dioscuri incompatibili, Renzi e Calenda, alle recenti elezioni europee si è aperto un ampio dibattito, specie a sinistra, alla ricerca del centro perduto, da molti considerato fattore importante per costruire un’alternativa reale alla destra di governo. Premetto che, sino a quando varrà questo sistema elettorale pseudo maggioritario, la scelta sarà inevitabilmente di tipo bipolare e il centro si collocherà,  come è avvenuto in larga parte anche alle europee, in quella maggioranza di elettori renitenti al voto. Ringraziamo Mariotto Segni per averci portato a questa disgraziata situazione con l’aver favorito la legge elettorale del mattarellum prima e le versioni peggiorative successive; quelle del porcellum, rosatellum et similia.

Una situazione vieppiù garantita, quella del bipolarismo, se passasse la “deforma costituzionale” del premierato voluta dalla Meloni. Solo un sistema di cancellierato alla tedesca (legge elettorale proporzionale con sbarramento e istituto della sfiducia costruttiva) potrà garantire, con la stabilità dell’esecutivo, la repubblica di tipo parlamentare e la sopravvivenza del centro nella politica, in Italia come avviene da sempre in Germania. Ecco perché per concorrere alla costruzione del centro nuovo della politica italiana bisognerà sollecitare l’unità di tutti i partiti e i movimenti che intendono difendere la repubblica parlamentare con la difesa della Costituzione repubblicana da attuarsi integralmente in tutti i suoi principi e indicazioni politico istituzionali. Sul piano dei contenuti si tratterà di partire dai bisogni reali e dalle attese dei cittadini italiani ai quali vanno offerte risposte efficaci ed efficienti insieme a una rinnovata speranza, contro la sfiducia che alimenta da molto, troppo tempo, la disaffezione elettorale con la fuga maggioritaria dal voto.

Con una ricerca condotta da Brunswick, società internazionale di consulenza strategica, guidata in Italia da Alessandro Iozzia e Hokuto, network di consulenza sull’uso strategico di dati, si sono somministrati ad un campione della popolazione maggiorenne residente in Italia alcuni quesititi i cui risultati sono stati presentati nel corso del convegno “L’economia che fa il Bene”. Una platea di mille soggetti, diversi per sesso, età e provenienza geografica ha risposto a sei domande nel periodo fra il 9 e il 23 ottobre scorsi mediante web panel. Le priorità emerse sono quelle per lo sviluppo, il clima e le integrazioni, come quelle di interesse prevalente oggi tra gli italiani. Di qui si dovrebbe ripartire.

Per quasi cinquant’anni il centro in Italia è stato rappresentato dalla Democrazia Cristiana, il partito che ha saputo coniugare politicamente gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari italiani, precondizione essenziale per garantire l’equilibrio del sistema politico istituzionale. Con la fine della prima Repubblica e della storica alleanza repubblicana tra le componenti cattolico popolari, liberali e socialiste, si è rotto quell’equilibrio e dopo il tentativo fallito di Berlusconi di rappresentare la continuità innovativa di quella esperienza, sono emersi i fenomeni populisti della Lega prima e del M5S poi, sino all’attuale situazione di prevalenza della destra sovranista e nazionalista, espressione, però, della maggioranza relativa della minoranza degli elettori. Una condizione precaria e instabile, se non si ristabilisce l’equilibrio di sistema di cui sopra, che può nascere solo da una rinnovata alleanza tra le componenti storiche repubblicane: cattolico democratiche, liberali e socialiste, che sappiano dare risposte efficaci ed efficienti alle priorità indicate dagli italiani.

Ciò comporta la necessità di scelte non più rinviabili tra le diverse formazioni di partiti, movimenti e gruppi di area Dc e popolare, la frammentazione dei quali ha favorito l’astensionismo mancando un centro politico espressione di quell’alleanza che storicamente ha sempre garantito il sistema. Molti degli ex Dc e Popolari si sono certamente astenuti, altri hanno votato per i partiti della destra; altri, infine, per il Pd insieme a quanti avevano sperato nella soluzione tatticamente più semplice di appoggio alle liste di Italia Viva o di Azione.

A destra il centro c’è con Forza Italia e ha avuto un buon risultato anche riutilizzando la figura e le televisioni amiche del Cavaliere. Piaccia o no, quel partito è parte importante del Ppe grazie alle scelte che Berlusconi fece, sollecitato da un democristiano doc come Sandro Fontana e da uno d’antan come Don Gianni Baget Bozzo. Avevamo sollecitato i vertici di quel partito per l’apertura della loro lista a candidati di area Dc e Popolare, quale premessa per l’avvio di una sezione italiana del Ppe aperta a tutte le componenti interessate/bili, a partire da quelle degli eredi dei padri fondatori del Ppe. È prevalsa la chiusura autosufficiente alla ricerca di una legittimazione dei vertici post-berlusconiani. È evidente, però, che il tema della formazione di una sezione italiana del Ppe si imporrà, anche alla luce degli sviluppi che interverranno a Strasburgo e a Bruxelles tra i partiti europei e gli orientamenti strategici che il Ppe assumerà con il Pse e i liberali di Renew Europe. Di una cosa siamo certi, come anche sta emergendo tra molti amici della sinistra: senza l’avvio di un centro nuovo della politica italiana non si costruisce un’alternativa forte e credibile al governo della destra. 

Ma il Centro non lo si trova con Google Maps. Ci vuole la politica. Perciò importante avviare sin d’ora, come stiamo facendo con il tavolo dei Dc e Popolari organizzato dagli amici di Iniziativa Popolare, il progetto della nostra ricomposizione politica partendo dal No alla “deforma costituzionale meloniana” e definendo in una prossima Camaldoli 2024 il nostro programma per l’Italia dei nostri tempi.

Uscita rafforzata, Elly Schlein può vincere in Europa candidando Draghi.

Il puntuale e lucido commento alle Europee di Romano Prodi ci consente di sviluppare un ragionamento sulle potenzialità di una situazione per tanti altri versi preoccupante. In primo luogo, qual è stato il punto di forza del successo del Pd a guida Elly Schlein? A me pare che sia da rintracciare nella operazione caparbiamente indirizzata al salvataggio del Pd dalla forma delirante del partito personale. 

In aggiunta, tornando con la mente alle primarie, va riconosciuta la forza di una intuizione che ha riplasmato il Pd come partito dei diritti. Aver ripreso il modello di Pannella, con battaglie di libertà che hanno trascinato la pubblica opinione, si è tradotto in un rifacimento dell’immagine del Pd, rendendolo comunque più attraente per alcune fasce dell’elettorato. Con Elly Schlein è tornata a mobilitarsi una borghesia che tradizionalmente oscilla tra disincanto e avventura, dove l’avventura vuol dire spirito di innovazione. 

In ultimo, ma non per importanza, è il richiamo alla militanza sul territorio o, come suol dirsi, tra la gente. In un certo senso, è stato rivalutato il rapporto con la dimensione reale della vita, con lo spazio della comunità, con la forza delle autonomie locali, avendo i sindaci in prima linea. Da tutto questo può nascere la spinta per rinnovare dal basso l’esperienza dell’Europa, finalmente sottratta alla sua raffigurazione di entità burocratica, lontana e distante dagli interessi concreti delle persone. 

Ecco, a proposito di Europa non è di minor rilievo la crescita del Pd nella famiglia dei socialisti e democratici, essendo quelo della Schelein il secondo partito dopo il Psoe di Sanchez. La domanda è molto semplice: cosa fare di questa rappresentanza così consistente? Qui farò una proposta che non vuole essere eccentrica, ma intimamente connessa al cambiamento di passo che tutti dicono di auspicare nel momento in cui s’avverte l’esigenza di rilancio del Vecchio continente. La proposta riguarda il recupero della candidatura di Draghi, lasciando l’individuazione del ruolo effettivo ad una trattativa ancora alle battute iniziali. Draghi, che qualcuno vedrebbe bene come federatore di un nuovo centrosinistra, merita in effetti l’investitura più consona alla sua statura di servitore delle istituzioni (italiane ed europee). Penso che Elly Schlein dovrebbe avere il coraggio di intestarsi la scelta di un candidato eccezionale, l’unico in grado di trasformare Bruxelles in una grande capitale mondiale.

L’Unione Europea e l’Europa delle Nazioni

Un fiume di parole ha fatto seguito ai risultati delle elezioni europee: c’è chi si sente rassicurato dalla possibile riedizione di una Commissione a guida Ursula Von Der Leyen e imperniata sul Ppe e le alleanze che saranno fattibili, chi è rimasto scioccato dai risultati in Francia e in Germania dove rispettivamente Macron è stato surclassato dal Rassemblement National e Scholz è rimasto annichilito dalla duplice avanzata della Cdu (e fin qui il dato ha un prevalente significato di politica interna) e da Alternative für Deutschland (Afd), partito di estrema destra e xenofobo, ora alla ricerca di intese con analoghi movimenti più o meno emergenti in altri Paesi. 

Due schiaffoni ai quali chi “le ha prese” ha reagito in modo diverso: Macron ha sciolto l’Assemblea Nazionale e indetto nuove elezioni a breve termine, pur ribadendo di non essere intenzionato a dimettersi da Capo dello Stato. Certamente non basteranno i voti di Mélenchon (che ha rotto con Putin) né quelli del movimento centrista emergente – quel Place publique di Raphael Glucksmann, anche perché il movimento gollista dei Républicains guidato da Eric Ciotti (che non è parente del nostro Don Luigi, fondatore di Libera) ha clamorosamente anticipato l’appoggio al Rassemblement della Le Pen (da cui sembra invece voler prendere le distanze Marion Maréchal,  che di Marine Le Pen è la nipote oltre che capolista del partito di Eric Zemmour, Reconquète). 

Inutile sottolineare che lo sconquasso provocato dai risultati elettorali citati – stavolta l’Italia ne è fuori perché il Governo è stato rinsaldato dal voto –  a cui vanno almeno aggiunti gli 8 punti percentuali persi da Orbán e l’avanzata galoppante delle destre in Austria, creano una situazione confusa e piena di contraddizioni. Ne sarà ben lieto il Cremlino che ha fatto tutto il possibile per condizionare il voto attraverso infiltrazioni di disinformazione e fake news giornalistiche e informatiche mirate a disorientare gli elettori, oltre al libro paga sempre aperto per chi vuole creare scompiglio e indebolimento rispetto alla lontana prospettiva di un’Europa unita per davvero. 

Vorrei brevemente soffermarmi su due punti: il primo riguarda l’astensionismo la cui percentuale ha superato quella dei votanti. Ci si interroga sulle motivazioni, questa volta il dato non è solo italiano, ma le risposte sono quelle di sempre: sfiducia nei partiti e nelle istituzioni, incapaci di gestire i problemi latenti, come economia, lavoro, immigrazione, casa, difesa. La disaffezione verso la politica è speculare alla gravità della situazione internazionale, con particolare riferimento ai conflitti bellici in atto, in particolare Ucraina e Palestina: il mondo è una polveriera e tutto sembra allargarsi a macchia d’olio, il contesto non coinvolge solo il futuro dell’Europa, sullo sfondo ci sono le presidenziali Usa di novembre, la Cina sorniona ma con i cannoni puntati su Taiwan, l’India che non aderisce alla transizione ecologica ed energetica, l’Africa che Putin sta colonizzando a partire dal Niger. 

Girando il mappamondo tra le mani si comprende quanto il pianeta sia afflitto da una deriva più ricca di incognite che di certezze. Tutte le forze politiche elette nel Parlamento Europeo hanno mire, obiettivi e strategie difficilmente ricomponibili in una prospettiva unitaria e convincente. L’impressione è che se la metà degli elettori è stata a casa, il futuro sarà incertissimo e il vecchio continente diventerà sempre più concretamente un boccone ghiotto per lupi mannari. In nome di pace, libertà e democrazia anche molti di coloro che sono andati al voto da protagonisti attivi, oltre che da semplici elettori, non abbiano la minima cognizione dell’esistente e dei suoi pericoli. Salvo aver fatto patti con il diavolo. Per questo temo che il nuovo Parlamento europeo si occuperà più di veti, divieti e obblighi burocratici, di canne fumarie, risanamenti edilizi, conformità degli autovelox, validità delle patenti e carne sintetica. 

Sullo sfondo resta dunque il secondo aspetto che colgo dal voto. Quello di una Europa dove si rafforzeranno i nazionalismi perché inevitabilmente per una Nazione l’esser parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (con diritto di veto) e ventilare l’ipotesi di scioglimento della Nato sono due temi che implicano scelte dirimenti. Le menti sono confuse e per chi voleva un rafforzamento della politica unitarie dell’Ue, si è persa l’occasione di salire sui mezzi in transito: il treno, l’autobus e pure il tramvai. Con la Francia e la Germania – i due pilastri storici dell’Europa – l’Ue e il suo parlamento conteranno meno di quello che in questi contesti nazionali verrà deciso. Insomma un’Europa debole e indebolita: disatteso il pericolo della via della seta, ora s’avanza il cirillico.                                                                                                                

 

Elezioni, non è tutto oro quel che brilla attorno alla Meloni.

Le recenti elezioni europee saranno ricordate in Italia come la prima consultazione politica nella quale più della metà degli aventi diritto ha deciso di non votare. Un dato che era nell’aria e che è stato confermato da questa competizione che, inoltre, ha fatto registrare un’ulteriore bipolarizzazione del quadro politico nazionale, nonostante si votasse con un sistema elettorale proporzionale. Sono due importanti temi di riflessione per la politica nel suo complesso.

Il risultato – rispetto alle elezioni politiche del settembre 2022 – ha premiato prevalentemente i due principali partiti (Fratelli d’Italia +2,8% e Partito Democratico +5,07%), senza sottacere il buon risultato di Alleanza Verdi e Sinistra che ha segnato un aumento del 3,22%. C’è da sottolineare che per raggiungere il risultato i partiti di governo (la Meloni in particolare) hanno spinto molto su promesse che non potranno essere mantenute; bonus, condoni, pensionamenti anticipati, cuneo fiscale ed eliminazione delle liste di attesa per la sanità, ovvero un pacchetto (o meglio un “pacco”) di misure che cubano non meno di quaranta miliardi di euro. 

Nella considerazione sul gradimento degli italiani nei confronti del governo va inserita la valutazione non secondaria del numero assoluto di voti raccolti. La bassa partecipazione al voto ha infatti determinato per i partiti di governo un aumento della percentuale di consensi, ma ciò è avvenuto contestualmente alla perdita di un grande numero di voti in termini assoluti. Rispetto al 2022 Fratelli d’Italia ha perso 596.000 elettori, la Lega ne ha persi 375.000 e Forza Italia 41.000 (per un totale di oltre un milione di voti); per completezza il Partito Democratico ha invece guadagnato 255.000 elettori, mentre Alleanza Verdi e Sinistra ne ha acquisiti 544.000. Lo spostamento degli elettori in numeri assoluti ci dice che si è esaurita la fase espansiva e crescente del consenso a favore del governo. Meloni e che la destra è battibile. 

Dalla competizione europea esce indiscutibilmente sconfitto (con due milioni di voti in meno rispetto al 2022) il Movimento 5 Stelle o ciò che rimane di quella formazione che è sempre più il partito personale di Giuseppe Conte. Con Conte esce sconfitta la linea politica da lui incarnata in questi due anni di governo-Meloni, ovvero quella postura politica con la quale lo stesso Conte ha dato spesso l’impressione di non avere ben chiaro chi fossero gli avversari e chi i compagni di strada; il risultato (un 9,99% che ricorda i prezzi del supermercato) dimostra che l’elettorato pentastellato non ha capito e non ha gradito.

Il mancato raggiungimento della soglia di sbarramento del 4% dovrebbe suggerire anche a Renzi e Calenda di rivedere alcune valutazioni su una presunta autosufficienza che è stata smentita dal risultato elettorale. I numeri che contano sono quelli che escono dalle urne, non quelli che si raccontano nei comizi.

È possibile che dopo il risultato europeo ci sia bisogno di un ulteriore tempo di maturazione per arrivare ad una consapevolezza più diffusa sul fatto che ancora oggi l’elemento di maggiore forza per il governo è dato proprio dalla divisione che persiste tra le forze politiche di opposizione. Gli elettori probabilmente lo hanno molto più chiaro di alcuni dirigenti politici affetti da un incurabile narcisismo.

Sinistra più forte? Vana cosa, senza alleanze al centro.

La domanda è: in quel 50% di italiani che hanno deciso di non andare a votare per il rinnovo del Parlamento Europeo (sul tema dell’astensionismo ha scritto qui ieri molto bene Alberto Mattioli) quanti sono quelli che lo hanno fatto in contestazione alla politica urlata e maleducata che contraddistingue la fase attuale e quanti in opposizione a un bipolarismo che amplifica lo scontro invece di favorire il confronto e la mediazione?

Perché è sulla consistenza di questo sconosciuto numero di italiani (posto che gli altri astensionisti sono strutturali menefreghisti o incattiviti odiatori della politica) che si gioca la possibilità di costruire una forza di Centro, della quale su questo giornale si è discusso molto negli ultimi due anni. Il disastro assoluto e imperdonabile combinato dalla coppia di narcisi ormai nota a chiunque ha affossato al momento ogni possibilità in tal senso, favorendo così il bipolarismo fortemente voluto da Giorgia Meloni e Elly Schlein, i cui partiti dalla radicalizzazione della contesa non possono che venire beneficiati, come si è visto. 

Tutta la strada è in salita, dunque, per un ipotetico nuovo Centro. Tutto da inventare. Non solo. Il Centro ha un problema di posizionamento imposto dal bipolarismo ora confermato addirittura in elezioni proporzionali e quindi a maggior ragione insuperabile in elezioni con sistema maggioritario quali sono quelle che per il Parlamento nazionale. Come è stato osservato, la Destra ha un alleato moderato in Forza Italia, partito che – pareva impossibile solo un anno fa ed è invece accaduto – sta rafforzandosi dopo la scomparsa di Berlusconi giocando anche sulla sua qualifica di membro del Ppe: per molti è questo il Centro italiano e la cosa ha una sua consistenza, inutile negarlo. Il punto però è che esso è organicamente alleato della Destra. Ma questo è un problema per i moderati che preferiscono una collaborazione con la Sinistra riformista o che sono più nettamente centristi. Un dato che non si può sottovalutare e che anzi va attentamente considerato.

Sul fronte della Sinistra, questo partito (ovvero ciò che per un breve periodo fu la Margherita) non c’è. E questa assenza penalizza un centro-sinistra oggi divenuto solo sinistra, dopo il netto spostamento in quella direzione del Pd a guida Schlein. Un Partito Democratico peraltro che elegge molti riformisti che non avevano votato la segretaria, tutti con una caratteristica: quella d’essere stati ottimi amministratori locali. Dunque radicati sui loro territori, presenti nella società, meritevoli di consenso. Ma al momento decisamente minoritari nell’attuale gruppo dirigente del partito. Senza il loro contributo difficilmente il Pd avrebbe conseguito questo buon risultato. Ma avranno ora un peso adeguato nella conduzione del partito? O rimarranno confinati a Strasburgo, ben lontani dal Nazareno?

In questo scenario sono pressoché scomparsi i cattolici democratici. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Pochi di loro, naturalmente, stanno in Forza Italia. Alcuni hanno aderito ai due partiti personali che si sono suicidati. I più sono nel Pd, dove però non contano più molto, in verità. Alle Europee i loro pochi candidati in quel partito non sono stati premiati (con l’eccezione di Pina Picierno; Marco Tarquinio è un caso a parte, mi sentirei di affermare).

Anche qui, domande scomode. Ma ci sono ancora, in termini di significativa consistenza numerica, i cattolici democratici? Ci sono fra le giovani generazioni? Oppure patiscono essi pure il declino della presenza cattolica nella società sempre più laicizzata (o forse, purtroppo, addirittura sempre più laicista)? Si tratta di domande dolorose per noi, ma lecite, indifferibili, per come si sono messe le cose.

Ma se i cattolici democratici, anche solo come minoranza, ci sono ancora hanno il dovere di mettersi alla stanga e inventarsi qualcosa. Rimanere quale marginale minoranza nel Pd? O provare a costruire una “nuova Margherita” con quanti in buona fede hanno creduto nel fu Terzo Polo e sono stati travolti dagli errori della coppia autoreferenziale?

Una “nuova Margherita” significa alleanza di centro-sinistra, certo. Come fu l’Ulivo. Del resto oggi schierarsi da una parte è obbligatorio, ce lo hanno ricordato gli elettori, domenica scorsa. Significa però anche autonomia dal PD sinistrizzato e radicalizzato, sponda per i riformisti dem, rinnovato protagonismo, forse anche ritorno di fiamma verso la politica da parte di alcuni che in questi anni se ne sono allontanati e magari pure ritorno di qualche elettore oggi rimasto a casa in quanto non attratto da alcuna delle proposte in campo. Significa, ancora, contribuire alla costruzione di un fronte non solo alternativo bensì anche, e soprattutto, competitivo con il destra-centro che governerà l’Italia per il resto della legislatura. 

Lo spazio politico c’è, il tempo pure. Adesso occorre verificare se ci sono la voglia e la determinazione conseguente. I prossimi mesi ce lo diranno.

Un’analisi più realistica del voto osservando i risultati delle amministrative.

L’esito del voto europeo (tanto rumore per nulla, o quasi) ha del tutto messo in secondo piano l’attenzione al voto amministrativo che ha interessato ben 3.698 comuni. In questo caso la percentuale dei votanti è stata del 67,6%, con punte oltre il 70% nel Lazio e in Umbria.

Basterebbero questi dati a vanificare milioni di parole sulla presunta disaffezione al voto: quando il confronto democratico verte su questioni concrete e comprensibili i cittadini italiani partecipano al voto. Quando, come nella recente campagna elettorale europea, invece di presentare concrete proposte per il governo della casa comune continentale, ci si è battuti soprattutto per misurare il proprio consenso interno, allora l’interesse crolla.

Ciò detto è proprio il voto amministrativo che offre invece una rappresentazione più reale e ampia delle opinioni nel paese. Nei commenti sommari si è messo in luce quanto è avvenuto nei 29 capoluoghi di provincia: 10 al centrosinistra, 6 al centrodestra e 13 al ballottaggio. È assai probabile che al secondo turno la vittoria del centrosinistra risulti ancor più ampia, non solo nei centri maggiori ma sul totale di circa 101 comuni maggiori di 15 mila abitanti che vanno al ballottaggio. Per quanto concerne i comuni più piccoli, dove soprattutto si è votato con liste civiche contrapposte, il Ministero dell’Interno, purtroppo indebolito nelle sue capacità di analisi, non ha saputo fornire una sommaria classificazione di queste liste. Probabilmente le prefetture non fanno più questo lavoro, o forse i dati ci sono ma non vengono comunicati.

In ogni caso si è diffusa una interpretazione secondo la quale il centrosinistra avrebbe vinto nei centri maggiori, mentre nell’Italia minore, rurale e lontana, vincerebbe il centro destra.

Consultando i dati disponibili, questa interpretazione non trova un reale fondamento. Abbiamo fatto una ricerca a campione su numerose province e il risultato mette in crisi questa vulgata giornalistica. Basti considerare, ad esempio, i nuovi sindaci eletti dal centrosinistra nei comuni medio-picoli, e cioè a: Mesagne (Brindisi), Rutigliano (Bari), Torremaggiore (Foggia); Bacoli, Casoria e Castellammare di Stabia (Napoli); Corigliano (Cosenza); Cassino e Veroli (Frosinone); Monterotondo (Roma); Montepulciano (Siena); Stradella (Pavia); Arluno, Busto Garolfo, Cesano Boscone, Paullo, Rescaldina (Milano); Martinengo, Osio sotto, Scanzorosciate (Bergamo); Agrate Brianza, Triuggio (Monza); Marmirolo, Suzzara (Mantova); Rezzato, Salo, Villa Carcina (Brescia). Per non parlare poi dei ballottaggi significativi a Legnago, Bassano del Grappa, Lainate, Peschiera Borromeo, Putignano, Sant’Eramo in Colle Manfredonia, San Severo, San Giovanni Rotondo, Tarquinia, Poggibonsi.

Abbiamo fatto poi una rapida ricerca fra i dati dei comuni più piccoli, per scoprire che sono centinaia le liste civiche dei comuni minori dove il centrosinistra ha sconfitto il centrodestra.

Se il Ministero dell’Interno fosse meno intorpidito farebbe uno sforzo di analisi più organico ed emergerebbe una realtà molto più articolata e interessante. Non facendo nulla, avvalora una vulgata generica che di certo giova alla destra. Ma al di là di questa necessaria polemica, vi è un dato da sottolineare ancora una volta.

La forza del vento meloniano è abbastanza priva di radicamento, non è molto diversa dal volume di consenso che la Lega di Salvini ha avuto nel 2019, o anche in parte dalla massa di voti che lo stesso Berlusconi in certe fasi ha mietuto. Sono in larga parte gli stessi voti della destra conservatrice che fluttuano dietro alla bandiera del capitano di ventura pro-tempore.

Il processo democratico nel nostro paese si costruisce con il buon governo dal basso e sui problemi dei diversi territori. Il Partito democratico si porta dietro ancora dei vizi di origine, puntando al consenso mediatico per slogan. Bisogna riconoscere alla segretaria Schlein di aver fatto una dignitosa e vincente campagna su temi specifici come la sanità o il lavoro povero e precario. Per crescere ancora bisogna però tornare a radicarsi nei piccoli e medi comuni, in tutti i quartieri urbani e metropolitani, bisogna avere un circolo ovunque, capace di dialogare e di ascoltare.

Solo lavorando così si potrà battere la destra fra tre anni, facendo crescere la classe dirigente nei comuni, perché gli eletti nazionali rappresentino realmente qualcuno e siano in capaci di affrontare i compiti di governo generale del paese.

L’astensionismo è maggioranza ma nessuno l’ha visto arrivare

Aiuto, si restringe la democrazia. Questo è il grido d’allarme uscito dalle urne per le elezioni europee. Ma mentre i partiti valutano le proprie performance tra peana e mea culpa nel perimetro della minoranza elettorale che si è espressa, poca attenzione viene data all’enorme dato dell’astensione dal voto che segnala il grave malessere della società. A questi milioni di cittadini che sono rimasti a casa sarebbe dovuto andare il primo pensiero dei leader, se tali sono. L’affluenza in Italia si è fermata al 49,69% mentre alle europee del 2019 era al 54,5% e nel 2014 al 57,22%: insomma, una disaffezione crescente. 

L’astensionismo pari al 50,31% (cioè 23 milioni di italiani circa) è il partito maggioritario vincente che segna una sconfitta della democrazia, della fiducia nelle istituzioni, nei partiti e nella cooperazione solidale. Una voragine si sta aprendo sempre più tra la politica e tanti cittadini che da tempo abdicano alle proprie libertà politiche rifugiandosi nel non voto. Cittadini rassegnati, indifferenti, passivi o disponibili anche a cedere a un “capo” parte della loro sovranità. Milioni di persone sono arrabbiate, spaesate, spaventate da trasformazioni veloci che non capiscono, spesso basate su informazioni sommarie o false. La paura delle guerre che ogni giorno entrano nelle nostre case con immagini devastanti alimenta la nostra destabilizzazione psicologica. Viene chiesta una difesa più efficace da fenomeni invasivi e destabilizzanti: migranti, crisi economiche, disuguaglianze, terrorismo, e criminalità. Essendo venuti a mancare riferimenti e confini certi, non necessariamente giusti ma rassicuranti, si cercano politici forti che riportino l’orologio indietro a un passato meno caotico. Disposti anche a rinunciare ad alcune libertà in cambio di un raddrizzamento di un mondo che sembra loro muoversi al contrario. La democrazia, con i suoi meccanismi complessi e inclusivi di ogni diversità, sembra a molti una utopia che non protegge nell’immediato.  

Anche la crisi della democrazia statunitense è emblematica, caratterizzata da slogan che inneggiano a un passato migliore. Già nel 1966 Robert F. Kennedy avvertiva dai rischi derivanti da una globalizzazione troppo accelerata rispetto al passo dell’uomo. 

Certo il risultato complessivo delle elezioni europee consegna un parlamento ove le forze europeiste mantengono la maggioranza. Ma la forte crescita della destra in Germania e in particolare in Francia, ove Macron reagisce con la terapia d’urto delle elezioni anticipatissime, certamente provocano notevoli scosse telluriche. Giorgia Meloni in Europa è ora a un bivio, gli spetta la non facile scelta politica riguardo a come collocarsi e a quale ruolo giocare. 

Se le democrazie rappresentative hanno perso appeal e non sono in grado di comprendere e dare risposte alle frustrazioni, alle condizioni di precarietà e alle diseguaglianze che gonfiano le vele dell’astensionismo e dei populismi, la situazione è grave. Chi ha ancora la testa sul collo deve prendersi la responsabilità di organizzare risposte  per evitare involuzioni che, attraverso percorsi di personalizzazione del potere, possano condurre a soluzioni autocratiche. O forse fa comodo così?

In Ue occorre una forma di governo più rapida ed efficace perché con 27 paesi aderenti (8 in lista di attesa per l’ingresso) gli attuali processi sono troppo lenti soprattutto per quanto riguarda la difesa comune e i servizi pubblici sanitari, ove la cannibalizzazione del personale, carente ovunque, rischia di creare tensioni tra i paesi. La risposta ai salari esigui poi è esiziale. Occorre che il servizio pubblico televisivo italiano porti l’Europa nelle case degli italiani per farla diventare più familiare e comprensibile. Fatta l’Europa rimane da fare gli europei. Nel nostro paese occorre una rivitalizzazione dei momenti di partecipazione attiva alla vita civile delle comunità. Stiano attenti i leader vincenti a non brindare troppo, rimangano sobri e lucidi perché altrimenti rischiano di non vedere arrivare la fine della democrazia che, come sappiamo, non é mai acquisita per sempre.

Siamo alle prese con la tela di Penelope. Eppure…

Il 1° aprile scorso ho scritto “Se non ora, dopo il voto, ritessiamo la tela”. Il voto di giugno ha evidenziato quello che era previsto: orfani di una lista di area, i Dc e i Popolari si sono frantumati nel voto e/o nell’astensione, mentre si è rafforzato il bipolarismo Fratelli d’Italia-Partito Democratico. Abbiamo assistito al fallimento clamoroso, da un lato, dei due fasulli dioscuri del centro, Renzi e Calenda, e  dall’altro, del M5S. Accanto a questi dati oggettivi, ancora una volta assistiamo alla renitenza al voto di oltre la metà dell’elettorato italiano e Giorgia Meloni, ora come alle politiche  dell’autunno del 2022 e con un incremento del 3%, conquista la maggioranza relativa della minoranza dell’elettorato italiano. La Lega, grazie al generale Vannacci, tiene nonostante il sorpasso di Forza Italia, finendo col diventare un partito più a destra dello stesso partito della Meloni. Uno spostamento destinato a forti contrasti interni, a partire dal Veneto. Il Pd si rafforza ed assume il ruolo di polo di attrazione dell’alternativa di sinistra.

L’amico Giorgio Merlo che, alla vigilia del voto, aveva caldamente sostenuto la linea di Tempi Nuovi a favore della lista Calenda collegata al raggruppamento macroniano di Renew Europe, riconosce onestamente il fallimento di questa strategia, insieme all’evidente risultato positivo di Forza Italia, che assume sempre di più il ruolo di centro moderato di ispirazione popolare nella maggioranza di destra.

È da questi dati oggettivi che bisogna ripartire, tenendo presente che, se non avviamo un serio ripensamento della nostra strategia, rischiamo di far tacere per molto tempo la voce in politica dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali. E non fa storia l’elezione dell’amico Tarquinio tra i deputati europei del Pd, timorosi che non si ripeta anche per lui l’aforisma alla Donat-Cattin, secondo cui nel Pd, come nel Pci “è sempre il cane che muove la coda”.

Se l’obiettivo che intendiamo perseguire consiste nel voler concorrere alla costruzione del centro nuovo della politica italiana, ampio e plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra destinata a riunificarsi su posizioni sempre più radicali, è evidente che dobbiamo partire dalla volontà di ricomporre innanzi tutto le permanenti divisioni della diaspora Dc, le quali, col prevalere di non più accettabili velleitarismi personalistici, sono una delle cause della disaffezione del nostro potenziale elettorato, una parte del quale o si è disperso nel voto a destra o a sinistra, o, probabilmente in grande misura, si è rifugiato nel non voto.

Dovremo proprio ripartire da questa realtà presente nelle diverse parti del Paese, al fine di comprendere i bisogni e i valori di queste elettrici ed elettori renitenti al voto. In una nota ricevuta, l’amico Efisio Pinna mi scrive: “Caro Ettore, la sconfitta è su tutti i fronti. La pochezza culturale, progettuale, identitaria, di Sogno da condividere, di Valori Laici e sopra le parti, di una Leadership che avesse e la capacità di traguardare un “un Isola che non c’è”  ed un orizzonte che coinvolgesse proprio gli…abbandonati – quel famoso 51% a cui nessuno pensa – e altri temi su cui si può e si deve “unire” un Paese spaccato e frammentato, con logiche egoistiche e che non ha più una direzione chiara, racchiuso in se stesso e totalmente privo di uno slancio verso il Futuro, rappresenta la fotografia impietosa dell’Italia.

Solo una “nuova ed entusiasmante” Idea potrà smuovere il declino ormai inevitabile”.

Questa è la partita da giocare: come dare risposte e speranza alle attese dei cittadini italiani. Avevo scritto che la frase “o la va o la spacca” pronunciata dalla presidente Meloni, diventerà stringente se e quando saremo chiamati al referendum per il SI o per il NO al progetto del premierato elettivo, autentica “deforma costituzionale” indicata dal governo di centro destra. Con la riforma della giustizia e l’autonomia differenziata, insieme alle scelte imminenti sui vertici del governo dell’Unione Europea, la maggioranza dovrà affrontare alcune prove decisive per la sua tenuta, dopo l’obiettivo consolidamento emerso dal voto europeo, ma sarà proprio sul progetto presidenzialista che, anche noi, dovremo ripartire consolidando l’unità tra tutte le componenti di area Dc e Popolare, e potremo verificare se e con quali forze saremo impegnati nella difesa della Repubblica parlamentare e della Costituzione italiana.

Attanagliati all’entropia della Cosa bianca perdiamo di vista il futuro.

Tre anni senza elezioni ci consegnerebbero – se lo volessimo – un ruolo di costruzione politica di tutta la coalizione alternativa alle destre. Potremmo essere essenziali per costruire il centro, riformare il Pd e orientare perfino la sinistra populista….Ci vogliamo provare ?

Sul ruolo politico dei cattolici sposo in pieno l’articolo di Ardigò del 1994, ri-segnalato molto opportunamente su una delle nostre chat da Antonio Payar (1), e su cui intendo esercitarmi in futuro perché ormai a tanti anni dalla fine della Dc ed anche del Ppi, e sulla scorta di questi ultimi anni, urge prendere atto di un cammino che ha preso strade definite (nel bene, nel male ed anche nel limbo dell’ignavia) e su cui è possibile una programmazione culturale e formativa per le prossime generazioni solo se cominciamo adesso, e definitivamente archiviando illusioni e protagonismi.

Ma oggi vorrei stare all’oggi. Per lodare l’impegno e la coerenza di Lucio D’Ubaldo nel ricercare una via per il centro che troppe illusioni ottiche (terze vie e piani B compresi), e chiaramente questioni personali individuali, hanno precluso. Anche perché Calenda è antidemocristiano costituzionalmente, al di là della simpatia umana, la Bonino cerca disperatamente e giustamente di salvaguardare una corrente culturale ed etica del radicalismo liberale post crociano di Pannella. E Renzi…beh Renzi non è mai stato se non giovane dc fiorentino; oggi forse un mago della tattica democristiana deteriore, ma degli ideali e dei valori Dc non ha mai fatto esperienza (forse il padre, lui certamente no): nella prima candidatura alla segreteria Pd, dei cinque candidati perfino Bersani citò De Gasperi nel suo personale Pantheon, lui no (ecome sapete io sono per De Gasperi se si cita pure Dossetti, ma è una opinione personale).

Bisogna ripartire daccapo, dice Lucio. Non saprei. Perché i miei dubbi sul “centrismo” io li ho manifestati sin da quando ero nella Dc, figurarsi. Ma capisco il ragionamento e quindi vorrei dare un contributo di riflessione dopo qualche mese di silenzio costruttivo (costruttivo e talvolta ricostruttivo per me stesso, sia chiaro).

Sarò di parte e tranchant. Perdonatemi. Dunque, alla luce anche dei risultati delle europee e con tutti i “caveat” necessari, io credo che dopo il voto in Francia e quello in Gran Bretagna (che spero un giorno torni nell’ UE) la sinistra, più in generale i progressisti, riequilibreranno un po’ le cose, perché i laburisti di Starmer, che è più moderato e scialbo come figura di Blair, ma nello stesso solco, vinceranno credo a mani basse e perché Macron costringerà -aiutato dal sistema elettorale francese – gli elettori a creare un Parlamento di centrosinistra (Macron più socialisti) che potrebbe spazzare le velleità della Le Pen (e Bardella), ma anche quelle del populista di sinistra Mélenchon.

In questo scenario la Meloni non potrà che essere la più moderata dei suoi e credo che questo, per darne atto a Crosetto, renderà più normale la destra italiana. La nostra democrazia avrà anche questo merito dopo ottanta anni, ovvero di avere fatto governare tutti, senza più “fattore K” né “arco costituzionale” e nessuno potrà più fare la vittima (manco Sangiuliano…).

Detto ciò, la destra al governo è un “pianto”, dal punto di vista istituzionale ed amministrativo. L’opposizione, invece di fare campagne ideologiche, dovrebbe limitarsi a raccontare il pessimo governo quotidiano, la sanità tagliata, i servizi promessi e mai realizzati, lo sviluppo inesistente, il lavoro non incrementato né difeso realmente, senza contare autonomia e premierato inguardabili. Basta ed avanza.

Per tre anni non ci saranno elezioni. Quindi per vincere le prossime politiche bisogna costruire una coalizione. A me interessa quella di centrosinistra e, finite le chiacchiere, io la vedrei razionalmente così: una coalizione con un partito riformista progressista (ricorderei a Schlein e soci che senza la componente riformista e degli amministratori locali il 24 per cento se lo sognava e che in Inghilterra vince Starmer non Corbyn) che deve stare oltre il 25 per cento e magari tendere al 30 per cento. Quindi basta con i diritti individuali e via invece al dibattito sull’Ilva o sullo sviluppo o sul mercato del lavoro o sulla sanità etc….

Alla sua sinistra un partito di raccolta delle pulsioni varie della sinistra (ambientalismo, centri sociali, pulsioni populiste di sinistra etc…) dove far confluire anche ciò che resta dei Cinquestelle per arrivare al 10 per cento. Infine un robusto centro dell’8-10 per cento per cui serve un federatore/federatrice nuovo e dialogante. Inviamo all’Onu in qualche compito di Commissario mondiale Renzi, mandiamo Calenda al Cnel o a fare il Commissario dell’Ilva, assicuriamo la storia radicale della Bonino e si costruisca un alveo moderato che guarda al progresso della nazione e non alla sua conservazione. Solo una coalizione così composta (con inevitabili discussioni e polemiche, ma siamo sopravvissuti all’Ulivo e pure a Rino Piscitello, quindi…) può giocarsela sul filo del voto.

Poi serve un candidato/a federatore. Ovviamente il candidato Premier non può essere né la Schlein né un esponente percepito di parte. Lucio una volta mi disse che dalla riflessione del mio ultimo libro “Un’altra storia  …se quaranta anni di Thatcher e Reagan vi sembran pochi” veniva fuori che insomma tutto era nelle mani dei cattolici democratici. Confermo! Io penso che questa coalizione vada pensata, organizzata ed animata dai cattolici democratici che devono esprimere il candidato premier ma anche costruire il centro ed organizzare perfino la sinistra.

“Vaste Programme”, si dirà! Certamente un programma enorme, ma che ridarebbe a tutti noi l’impressione di non lavorare solo per le commemorazioni, l’associazione combattenti e reduci o la ridotta ugonotta…..

Io credo fermamente che si debba fare formazione nella società civile non solo per avere più votanti e meno astensionismo ma anche per chiarire le idee a chi ha idee diverse dalle nostre. Per riaprire i canali della politica in generale. E per costruire un’alternativa alle destre italiane che sono davvero poca cosa sul piano del Governo della società.

Per fare questo, tempo fa dissi che mi sarebbe piaciuto riavere il Ppi operativo come un moderno partito radicale (per metodo) in cui sia possibile avere la doppia tessera (e non necessariamente presentarsi alle urne): sto nel Ppi, faccio politica, promuovo referendum, raccolgo firme, propongo leggi, faccio pressione, cerco di costruire una differente agenda politica. Poi porto queste idee ovunque io sia (Pd, centristi, talvolta nei centri sociali e comunità di base). E contribuisco a far nascere e crescere una coalizione governativa sfidante. Un programma per l’Italia, faticoso da costruire in tre anni, con queste differenti forze ma che proprio nel processo costruttivo porta lo stigma della democrazia che si realizza e che è, appunto, fatica idee e persuasione.

Troppo idealista? Può essere. Ma l’alternativa dell’entropia “bianca” la viviamo ormai da troppo tempo. Io ne sono stanco. E voi?

 

(1) Di seguito il link per leggere o rileggere il testo di Achille Ardigò, pubblicato sulle nostre pagine il 23 maggio del 2021.

https://ildomaniditalia.eu/i-quattro-limiti-dei-cattolici-italiani

Gaza, forse comincia a intravedersi uno spiraglio di luce.

A otto mesi dalla mattanza del 7 ottobre e dopo sette mesi di attacco a Gaza si può trarre un provvisorio bilancio politico di questa immane distruzione di vite umane? Forse sì, anche se una analisi di questo tipo rischia di apparire cinica e fuorviante, a fronte delle sofferenze patite da così tante persone, da così tante famiglie.

Ma per arrivare al momento nel quale le parti in guerra e i rispettivi alleati più o meno impegnati con essa arriveranno alla consapevolezza necessaria per decidere uno stop alla guerra è necessario che ciascuna sia in grado di valutare con freddezza lo stato delle cose. È la logica, perversa ma inesorabile, di ogni umana follia, quale la guerra è.

Lo stato ebraico è riuscito nell’impresa di passare agli occhi del mondo dalla parte del torto dopo aver subito l’attacco alla propria popolazione più feroce dai tempi dell’Olocausto. La decisione del governo Netanyahu di stanare Hamas dai tunnel di Gaza distruggendo infrastrutture e abitazioni della Striscia e uccidendo migliaia di civili ha posto Gerusalemme sotto una luce negativa finanche agli occhi degli alleati più fedeli e tradizionali. La sconfitta, anche sul piano mediatico (con tutto quello che ciò significa nella moderna società della comunicazione) è da questo punto di vista netta e foriera di gravi problemi futuri perché con la sua scellerata azione militare Israele si è pregiudicato il sostegno, le simpatie delle giovani generazioni occidentali.

Da un punto di vista più specificamente militare occorre distinguere il piano immediato, quello relativo all’invasione di Gaza, dal piano strategico più generale. A Gaza non si sa ancora quando finirà ma si può fin d’ora sostenere che Hamas ha subìto pesanti perdite e tuttavia non è stato sconfitto (diversamente, come vedremo, che sul piano politico). E nemmeno sono stati liberati tutti gli ostaggi, alcuni tuttora detenuti dai loro rapitori e altri ormai deceduti. 

Allargando l’orizzonte allo scontro per procura con l’Iran (che è il vero problema di fondo, sul quale varrà la pena di concentrarsi in futuro) occorre rilevare che la superiorità israeliana è ancora indiscutibile. Anche se pagata al caro prezzo di una esistenza vissuta in perenne stato d’allerta, su ogni lato dei propri confini geografici.

Non solo. Il mondo arabo sunnita teme i persiani sciiti ancor più degli ebrei. E dunque, se si osservano con attenzione le posizioni assunte dagli stati musulmani della regione, sia quelli mediterranei sia quelli del Golfo, dietro le accuse di facciata a Gerusalemme si cela una qual certa volontà di non smantellare i famosi Accordi di Abramo sino anzi ad allargarli a Riad. Ci vorrà tempo, è ovvio. Ma il mix composto dall’avversione verso la rivoluzione islamica iraniana, così sovversiva nei confronti del sunnismo e dei regimi ad esso collegati, e dalla consapevolezza della devastante forza distruttiva di Israele, suggerisce ai regnanti dell’area una comprensibile prudenza. Il principale dei quali, Mohammed bin Salman, è impegnato in un progetto di sviluppo del proprio paese talmente ambizioso da imporre necessariamente una condizione di relativa calma nell’area, ragion per cui stava lavorando, prima del 7 ottobre, pur con tutte le cautele del caso e con il discreto e interessato supporto di Washington, al compromesso necessario per siglare anch’esso gli Accordi. Tutto lascia intendere che quel progetto non sia stato abbandonato, anche se inevitabilmente i tempi si sono dilatati.

E proprio qui sta la sconfitta politica di Hamas: non tanto sul territorio, quanto in termici strategici. Perché il sabotaggio degli Accordi di Abramo era il principale degli obiettivi del 7 ottobre. Hamas non ha valutato adeguatamente, pur essendo un movimento sunnita, quanta diffidenza (per usare un elegante eufemismo) ci sia nel mondo arabo verso l’Iran degli ayatollah, quanto timore di un suo possibile raggiungimento dello status di potenza atomica, quanto terrore di una minacciata invasione sciita vagheggiata a Teheran con il disegno geopolitico della famosa “mezzaluna sciita”, il corridoio che da Teheran raggiunge il Mediterraneo siriano.

Il sostegno persiano a Hamas è da questo punto di vista un handicap per il movimento terrorista palestinese. Che non è riuscito neppure, nonostante il massacro di Gaza, a mobilitare alla guerra i “fratelli” palestinesi di Cisgiordania i quali prediligono tuttora la soluzione dei “due Stati”, invece negata da Hamas, per la quale statutariamente vale solo la distruzione totale di Israele.

La sconfitta mediatica di Israele e quella strategica di Hamas dovrebbero, si spera fra non molto, aprire lo spazio per una trattativa che, guidata da americani, egiziani e stati del Golfo, conduca in un primo tempo alla fine dei combattimenti. Per poi avviare una seconda fase, nella quale attraverso l’ampliamento degli Accordi di Abramo si possa arrivare alla soluzione ipotizzata da (quasi) tutti gli attori in gioco: i due Stati. A quel punto Israele dovrà decidere. Ma non potrà, realisticamente, decidere di isolarsi dal resto del mondo.

Tra Meloni e Schlein lo spazio per una nuova aggregazione politica

Purtroppo hanno ragione le due signore della politica italiana quando rivendicano la polarizzazione dei consensi – della minoranza di elettori che ha votato – attorno ai partiti che guidano. Fratelli d’Italia e Partito Democratico escono rafforzati dal voto europeo e confermati nel ruolo di perno delle rispettive coalizioni. Nel contempo però nel Paese sta crescendo anche una domanda, per ora in gran parte insoddisfatta, di una politica più pragmatica ed equilibrata, legata ai problemi dei cittadini, fuori dalle estremizzazioni ideologiche dei neo onorevoli Vannacci e Salis, dei pasdaran del green e del gender, di nazionalisti e populisti.

Come ha osservato Lucio D’Ubaldo, l’esito del voto europeo costringe l’area di centro a ricominciare tutto daccapo. E qui, come è del tutto naturale che sia, si confrontano nell’arcipelago cattolico democratico almeno tre diverse opzioni. La prima è quella dei cattolici nel Pd, con tutte le difficoltà, come spesso ci ricorda Giorgio Merlo, di incidere in un partito ormai mutato nel dna rispetto alle sue origini, divenuto con la segreteria Schlein un partito non più plurale ma solo della sinistra libertaria e delle Ztl.

La seconda opzione è quella di organizzare il centro in un nuovo centrosinistra dopo la tabula rasa fatta dal voto europeo con l’esclusione dall’attribuzione dei seggi di Italia Viva e Azione. Appare scontato che per le prossime politiche vi sarà in ogni caso una sedicente gamba moderata della coalizione progressista. Resta da capire come potrebbero fare le varie formazioni minori di centro a raggiungere un accordo di programma di governo che rassicuri l’elettorato dei ceti popolari e produttivi, sul fatto che un eventuale governo Schlein-Bonelli non imboccherebbe la via verso una deriva massimalista come quella intrapresa in Germania dalla coalizione-semaforo guidata dal cancelliere Scholz.

La terza opzione sulla quale, a mio parere, vale la pena di discutere, è quella di riflettere su come costruire una iniziativa politica adeguata a fronteggiare la vasta crisi di partecipazione e di rappresentanza, testimoniata anche da una astensione che in Italia ha raggiunto il 50%, capace di organizzare in modo autonomo l’ampia area politica di mezzo, che sta tra Meloni e Schlein. Senza genuflettersi al bipolarismo destra-sinistra ma puntando innanzitutto a costruire una propria proposta politica e una propria organizzazione. In tempi di partiti personali e effimere liste di scopo, il solo fatto di proporre di articolare il centro in una forma partito, nel quale si pratichi la democrazia interna, il rispetto per le scelte espresse dagli organismi territoriali anche per le candidature, sarebbe già un grande risultato. Che potrebbe rivelarsi un antidoto alla frammentazione alla cui base quasi sempre non vi sono reali incompatibilità politiche bensì preoccupazioni individuali.

Il voto europeo ci ha detto, credo piuttosto chiaramente, che un tale progetto non potrebbe prescindere da Forza Italia, che nonostante tutto, ha saputo proporsi come una forza rassicurante. Ma allo stesso tempo dovrà saper guardare oltre il partito fondato da Berlusconi, per ambire a quel 20% che al momento rimane solo nei desideri di Antonio Tajani. A fare da collante tra i molteplici tasselli di un centro possibile, dovrebbe essere il Partito Popolare Europeo, confermato a livello comunitario come forza centrale dell’Europa. Come Pd e FdI appartengono a due importanti famiglie politiche europee, così una forza unitaria di centro dovrebbe sapersi proporre come la componente italiana del Partito Popolare Europeo che svolgerà un ruolo decisivo nell’avviare le riforme di cui l’Ue necessita per avere un futuro, nella direzione indicata da Mario Draghi.

Credo valga la pena verificare se una tale prospettiva sia perseguibile per rendere feconda nel presente la cultura politica popolare e cattolico democratica. Per due motivi in particolare. Per non arrivare nuovamente impreparati alle prossime politiche e finire per accettare cosa passa il convento dei due poli maggioritari, senza avere i numeri per imporre le priorità del centro. E per incidere o sulla formazione di nuove alleanze pre-elettorali che escludano le estreme, oppure, consci di poter conseguire comunque un risultato significativo, per incidere dopo il voto nel formare maggioranze parlamentari diverse da quelle proposte agli elettori dai poli di destra e di sinistra. In sostanza la scommessa, e la necessità per la nostra democrazia, di un centro autonomo, ma tutt’altro che equidistante o indifferente al merito delle questioni.

Che fare? Calenda e Renzi hanno frantumato il sogno neo-centrista.

Il fallimento politico, clamoroso e adesso definitivo dei partiti personali di Renzi e di Calenda, segna anche il tramonto di una ipotesi centrista che partiva dal ruolo decisivo di quei due leader politici da un lato e, dall’altro, da una maldestra e dubbia equidistanza dagli schieramenti maggioritari.

Ora, è di tutta evidenza che ci troviamo di fronte a due fatti politici inoppugnabili ed oggettivi. Sul fronte del centro destra, il massiccio consolidamento del ruolo di Giorgia Meloni e del suo partito, Fratelli d’Italia. E accanto a questo risultato, la crescita lenta ma progressiva di Forza Italia che ormai sta diventando un classico e moderno partito di centro. Un partito che, paradossalmente, proprio dopo la scomparsa di Berlusconi e con la leadership di Tajani e di Moratti, sta assumendo un profilo sempre più moderato, liberale e popolare. Sul versante della sinistra il risultato è altrettanto chiaro. La leadership di Elly Schlein si è ulteriormente rafforzata e, lo possiamo dire tranquillamente, anche consolidata. Un partito espressione di una sinistra radicale, massimalista e libertaria che, non a caso, ritrova una perfetta convergenza valoriale, politica e programmatica con l’estremismo di Fratoianni e Bonelli e il populismo antipolitico e demagogico dei 5 Stelle. Un blocco sociale e un agglomerato politico che si sono ulteriormente rafforzati – come emerge in modo persin plateale dal voto europeo – e che si pongono come vera alternativa politica all’attuale maggioranza di governo.

E poi c’è il risultato di Calenda da un lato e di Renzi e dei radicali dall’altro. Di fronte a questo risultato, del tutto fallimentare, si può fare una sola considerazione. E senza alcuna polemica politica e men che meno personale. Non nasce più da quelle due forze, perennemente litigiose e che hanno disperso uno straordinario patrimonio politico ed elettorale decollato con il voto delle elezioni politiche del 2022, un progetto di ricostruzione di un Centro politico, credibile, plurale e riformista. Non nasce più da due inappellabili fallimenti elettorali un rinnovato progetto politico. Mi pare, questo, un fatto sufficientemente oggettivo per essere ancora messo in discussione.

Semmai, e questo resta il vero tema in discussione, si tratta di ricostruire e, soprattutto, di rafforzare una “politica di centro” ma dove questo Centro esiste. Sarebbe francamente singolare pensare di ritessere una ‘politica di centro’ in una coalizione politicamente dominata da Schlein, il trio Bonelli-Fratoianni-Salis e il populismo grillino di Conte. Probabilmente, per chi continua ad avere ancora a cuore la tradizione, la cultura e il pensiero centrista e senza rincorrere illusioni e virtualismi, sa qual è la strada che non si può più percorrere. Né, d’altro canto, si può pensare di rafforzare un progetto e una posizione ritirandosi dall’agone politico contemporaneo. La dimensione testimoniale non rientra nella categoria della progettualità politica. E non vale neanche per il progetto del Centro.

Ecco perché proprio da questo voto emergono alcune dinamiche concrete da cui non possiamo più prescindere. Anche per chi, come noi cattolici popolari e sociali, storicamente ci riconosciamo in quel campo politico, culturale, sociale e valoriale.

Dibattito | La Premier al bivio di un nuovo europeismo. Un azzardo?

Bruciano i successi dei sovranisti in Europa, ma il senso delle proporzioni dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo se importnnti segnali sono arrivati – mi riferisco al distinguo netto della Le Pen rispetto ai filonazisti tedeschi – a riprova della necessità di ricordare che ci sono limiti invalicabili tracciati da fiumi di sangue. Tuttavia questo impone che si favorisca un clima di confronto più attento alla dinamiche e alle inadempienze interne che hanno consentito la vittoria sovranista in Francia e in Germania. Nel nome della Francia ma in realtà dell’orgoglio personale, Macron ha scelto la strada della rivincita immediata con elezioni a stretto giro: forse un cambio di rotta come risposta al disagio sociale avrebbe consentito quell’allargamento del campo democratico di cui la Francia ha bisogno. 

È pur vero che il sistema francese induce in tentazione perché, se anche dovesse subire un’altra sconfitta, il sistema  consentirebbe a Macron di rimanere al suo posto di combattimento accetttando la coabitation con il Premier di un governo avverso. Mi risuona nella mente la frase classica della Meloni: “Se dovessi perdere sul premierato, la madre di tutte le battaglie, io comunque non me ne andrò!” Possibile allora che il suo stile “à la Macron” non la induca all’abbandono del premierato elettivo per entrare nell’orbita dei modelli sperimentati in Europa, tra i quali appunto il modello francese? 

A differenza del premierato, il semi-presidenzialismo garantisce l’equilibrio dei poteri dal momento che il Parlamento è riscattato dal servilismo indotto dalla raffica dei voti di fiducia, l’arma che permette al governo di imbrigliare tanto la maggioranza quanto la minoranza. Un cambio di rotta, anche alla luce di questa annotazione, farebbe un gran bene alla Meloni in Europa. Sa molto bene, infatti, di stare sotto osservazione non solo per i suoi rapporti con l’estrema destra, ma perché il suo premierato è considerato attrattivo per le democrature alla Orbán, suo sodale, per altro uscito malconcio dalle europee con un calo dell’otto per cento.

Con l’adozione del modello francese, la Meloni maturerebbe un credito tra gli europeisti a tutto tondo. E potrebbe far valere fino in fondo il suo appoggio alla von der Leyen, posto che la candidata del Ppe riesca a superare i veti espressi alla vigilia delle elezioni da socialisti e liberali. Questo è il quadro che si prospetta. Ora scatta la mia similitudine, azzardata ma non ironica. Nello sport, specie in atletica leggera, l’Italia ha conseguito molte medaglie grazie agli italiani acquisiti attraverso l’immigrazione, spesso italiani dalla nascita e riconosciuti tali molto tempo dopo. Ora, perché non includere tra gli europeisti di nuova generazione la Meloni, dandole in questo modo un medaglia di riconoscimento come parte integrante della maggioranza di Bruxelles? A mio giudizio sarebbe un gesto generoso, non privo di implicazioni positive, plausibilmente in linea con la politica democratica e inclusiva dei padri fondatori.

Cesare tra le due regine, Cleopatra/Meloni e Marine dei Galli.

Le due regine, Cleopatra e Marine, si riuniscono e Cesare si ritrova stretto nel mezzo. Non proprio una sorpresa ma una conferma che le uniche due regine dell’Impero, l’egizia Cleopatra/Meloni e Marine dei Galli si conquistano ciascuna a piene mani il consenso dei propri sostenitori. Grandi sorrisi e saluti a braccia aperte, promesse di conquistare quel potere che ancora manca alla felicità del popolo tutto, ovvero l’ascesa di entrambe al vertice dello Stato: uniche sovrane dei territori che Cesare ha affidato loro, dando una pedata non troppo metaforica ai due uomini che per ora ne reggono le sorti. Raccolgono folle plaudenti e alleati sorridenti (non entusiasti perché le regine si sa hanno entrambe brutto carattere) e gettano nello sgomento Cesare che si ritrova con le due “blonde girls”, come dicono quelli dell’Anglia, insospettatamente alleate e con lo sguardo rivolto verso di lui. Non promette bene.

La Regina Cleopatra/Meloni raccoglie secondo i pronti contabili di Cesare circa 6 milioni e mezzo di voti e sono numeri che a Roma danno da pensare. I suoi due ufficiali, tenenti di vascello, hanno rinsaldato le loro posizioni con la rispettiva truppa e possono garantire che gli uomini ai remi per continuare la navigazione ci saranno, con più o meno 2 milioni e mezzo di voti per ciascuno. La sua antagonista diretta, Schlein degli svizzeri, a capo dei gruppo che scende dalle Alpi verso Roma, si è guadagnata 5 milioni e mezzo di sostenitori e non era scontato visto che i suoi da sempre sono ondivaghi e riottosi nelle alleanze. Si avvicina alla Regina Cleopatra ma ancora non la vede all’orizzonte. Se mantiene il passo, e gli svizzeri sono dei gran camminatori, forse forse…

Suonati come tamburi di guerra, quelli del “stiamo alla finestra e facciamo il gruppo nostro”, che due anni fa era partiti speranzosi, adesso sono arrivati con i viveri rancidi (pessimo sistema di conservazione) e debbono aspettare le truppe di rifornimento mandate da Cesare.

Soli se ne vanno come sempre quelli che hanno messo la stella Centauri sulle bandiere. La Regina Marine invece è in gran spolvero. Ha preso il 32% dei voti dei Galli che sono andati a votare, cioè più di 7, 5 milioni di voti, che è un numero stratosferico per lei e il suo gruppo. Ma il merito va anche al giovanissimo che ha messo al suo fianco, scaltra, in posizione avanti alla sua e che sapendoci fare come un vero “enfant prodige” della scuola gallica, senza fatica ha convinto molti a sceglierlo, lasciando al palo l’uomo di mezza età e i suoi stanchi supporter. E sia il giovane grintoso che la finalmente addolcita regina Marine sono determinati a sedersi sulla sedia del potere e a scalzare gli uomini di Cesare il più presto possibile. Gli altri Galli si sono dispersi tra mille rivoli e non sono mai giunti allo stesso fiume, illusi di contare anche solo per le loro “piccole gocce” nel grande fiume che ora attraversa la Gallia tutta.

Le due Regine che il caso ha voluto vincenti, non si somigliano e si frequentano lo stretto necessario come da protocollo per i regnanti, ma in verità poco o nulla vorrebbero condividere. Gioco forza stavolta, si sono guardate intorno e subito alla mente è venuto ad entrambe il solitario Cesare che lì a Roma, riflette ansioso su destino suo accorgendosi solo ora di esser finito come la noce tra le pinze.

L’Italia dei sonnambuli premia il bipolarismo e mortifica l’area di centro

Il sospetto può esserci, la scarsa affluenza ai seggi un effetto distorsivo sui risultati l’ha prodotto. Il Paese dei sonnambuli – copyright del Censis – ha scelto di non scegliere, forse per marcare il dissenso o forse per esprimere indifferenza. Nulla è fisiologico in questo disarmo morale che la nazione ha messo allo scoperto. Al di là delle cause, su cui occorrerà applicare qualche seria riflessione, resta l’evidenza del triste record di sabato e domenica, con la percentuale dei votanti che scivola, seppur di poco, sotto la soglia del 50 per cento. In genere l’Italia superava (abbondantemente) la media europea, stavolta invece fa peggio del 51 per cento registrato nell’insieme dei 27 membri dell’Unione.

Chi ha vinto e chi ha perso ce lo dicono i numeri, inequivocabilmente. Fratelli d’Italia allunga il passo e si consolida sulla destra dello schieramento politico. A sinistra il Pd consegue un successo che va oltre qualsiasi aspettativa della vigilia, ponendo fine alla competizione con un M5S in caduta libera. Meloni e Schlein, presidiando i rispettivi campi, ridanno forza al bipolarismo. La differenza è che l’area di governo è abbastanza coesa mentre, sul lato opposto, le opposizioni restano divise. Ecco dunque una doppia stabilità, intanto per la maggioranza parlamentare, grazie anche alla tenuta di Forza Italia e Lega; e poi per la ristabilita dialettica destra-sinistra che spezza le ambizioni del cosiddetto centro riformista.

Al riguardo, mancando l’obiettivo del quorum, Renzi e Calenda si ritrovano abbracciati nella più cocente delle sconfitte. Si sapeva che il 4 per cento non era facile da scalare per Azione. Si pensava, al contrario, che la formula escogitata assieme alla Bonino – un misto di profezia e opportunismo – consentisse all’ex Premier di scavalcare agevolmente la fatidica soglia dello sbarramento. È una débâcle generale, senza attenuanti, che obbliga a rivedere la linea di condotta di un esercito in sé diviso e scollegato, ma soprattutto prigioniero di una visione della politica come ars combinatoria (salvo la capacità, che va riconosciuta soprattutto a Calenda, di enucleare coerenti indicazioni programmatiche).

Il bilancio elettorale, in definitiva, lascia sul campo i segni della mortificazione per un mondo che vorrebbe rispecchiarsi in una nuova modalità di collaborazione tra forze di orientamento progressista, ma non per questo radicale, possibilmente con un di più di elaborazione culturale. Sul deficit di idealità devono riflettere in particolare i cattolici democratici. Non si va lontano se l’appello alla rimobilitazione della “Italia di mezzo”, quella che oggi resta muta tra Meloni e Schlein, cade sul terreno arido del pragmatismo, seppur brillante e immaginifico. Bisogna ricominciare tutto daccapo.

 

Weber (Ppe) invita socialisti e liberali a confermare Ursula von der Leyen

Il presidente del Ppe, Manfred Weber, commentando i risultati delle elezioni europee stasera (ieri sera, ndr)  a Bruxelles, vinte dal suo gruppo politico, ha “invitato” i Socialdemocratici del gruppo S&D e i Liberali del gruppo Renew al Parlamento europeo, che sono rimasti il secondo e terzo partito dell’Assemblea, a formare “trovare una maggioranza ragionevole” formando un’alleanza per sostenere la candidata guida dei Popolari, Ursula von der Layen, come presidente della prossima Commissione Ue.

Weber ha detto anche di aspettarsi ora, “per rispettare il risultato delle elezioni e la democrazia”, che von der Leyen sia sostenuta anche dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, socialdemocratico, e dal presidente francese Emmanuel Macron, liberale, nell’ambito del Consiglio europeo, dove, ha ricordato, il Ppe è presente in 13 governi degli Stati membri.

“Von der Leyen ha condotto una grande campagna”, ha detto il presidente del Ppe, intervenendo nell’emiciclo del Parlamento europeo trasformato in una grande sala stampa per la notte elettorale. “Abbiamo vinto le elezioni, e questa per ora è la nostra richiesta: uniamoci (‘come together’, ndr) per conseguire la stabilità per l’Europa”, ha concluso Weber.

Il Parlamento europeo [in serata, ndr] ha pubblicato la seconda proiezione dei seggi dell’Assemblea dopo le elezioni europee, basato sui risultati provvisori risultati di 17 paesi e su exit poll o stile degli altri 10 Stati membri (Cipro, Francia, Italia, Malta, Polonia, Ungheria, Irlanda, Belgio, Slovacchia e Slovenia).Le proiezioni danno i seggi che verranno assegnati ai gruppi di appartenenza dei partiti nel nuovo emiciclo. I gruppi sono: Ppe (centrodestra), gruppo S&D (Centrosinistra), gruppo liberale Renew Europe, gruppo Ecr (Conservatori e Riformisti, destra), gruppo ID (Identità e Democrazia, estrema destra), Verdi/ALE, Sinistra, Non Iscritti (non affiliati a nessun gruppo ma presenti nell’ultima legislatura), Altri (partiti non affiliati e non presenti nell’ultima legislatura) Ecco le stime dei seggi per ciascun gruppo, seguite (tra parentesi) dal numero di seggi del 2019 e da quelli del parlamento uscente, dopo la Brexit. I seggi dell’emiciclo erano in totale 751 nel 2019, ma erano poi diminuiti a 705 nel dopo l’uscita dei 73 eurodeputati britannici, mentre i seggi della nuova Assemblea saranno 720.Totale 720 seggi: Ppe 189 (182 nel 219, poi 176), S&D 135 (154 nel 2019, poi 139), Renew 80 (108 nel 2019, poi 102), Verdi 52 (74 nel 2019, poi 71), Ecr 72 (62 nel 2019, poi 69), ID 58 (73 nel 2019, poi 49), Sinistra 36 (41 nel 2019, poi 37), Non Iscritti 50 (57 nel 2019, poi 62), Altri 50 seggi (non erano presenti nel Parlamento uscente).Da notare che il partito tedesco Afd di estrema destra (che aveva 11 seggi) era nel gruppo ID nel Parlamento uscente, ma è ora tra i Non iscritti.Da notare anche che tengono i tre gruppi maggiori, che formavano insieme la vecchia alleanza “Ursula”. I tre gruppi, Ppe, S&D e Renew, hanno insieme una forte maggioranza europeista (404 seggi), ben al di là della soglia della maggioranza assoluta di 361 seggi.