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LA LITANIA SUL “RITORNO DEL FASCISMO” FINO A QUANTO PUÒ DURARE?

Si corre il rischio che le “svolte illiberali” o le “derive dittatoriali” diventino argomenti che si affrontano a giorni alterni perchè, di fatto, nessuno ne percepisce il pericolo.

Il tema è indubbiamente serio e non si può continuare a ridicolizzarlo per motivazioni puramente e platealmente strumentali. Dopo la netta vittoria politica ed elettorale di Giorgia Meloni e la conseguente affermazione della coalizione di centrodestra, è nuovamente ripartita la solita litania sul possibile “ritorno della minaccia fascista”, sui “rischi per la democrazia”, su potenziali “svolte illiberali” e su una gamma di cianfrusaglie che ormai conosciamo a memoria. Da molti pulpiti giornalistici ed editoriali – per motivazioni puramente ideologiche e di potere, come ovvio e scontato -, dai soliti radical chic della sinistra salottiera, aristocratica e alto borghese partono strali quotidiani contro l’ormai prossimo oscurantismo della nostra democrazia e il vicolo cieco in cui ci stiamo incamminando.

Ora, personalmente provengo dalla tradizione politica e culturale del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Per capirci, dal filone ideale che si riconosceva in uomini come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini. Una tradizione politica popolare e sociale, appunto, che non ha mai avuto particolare dimestichezza con i valori, la politica e la storia della destra italiana.

Detto questo, però, è francamente stucchevole che continui questo noiosissimo dibattito – alimentato per motivazioni squisitamente strumentali se non addirittura grottesche e ridicole – sulla presunta matrice “post fascista” e quindi potenzialmente antidemocratica della nuova vincitrice delle recenti elezioni. E questo lo dico per un semplice motivo. Non c’è cosa peggiore nella dialettica politica concreta che alimentare un pericolo o creare una paura quando le medesime suggestioni non corrispondono a ciò che capita realmente e tangibilmente nelle dinamiche stesse della società in cui si vive quotidianamente. È appena sufficiente ascoltare, seppur distrattamente, i simpatici soloni di molti talk televisivi o leggere, seppur distrattamente, i loro editoriali per rendersi conto concretamente la distanza siderale tra ciò che caratterizza i bisogni, le istanze, i drammi e le domande dei cittadini italiani e l’elaborazione e le “sentenze” di opinionisti e commentatori che affrontano temi che sono e restano estranei per la stragrande maggioranza dei cittadini e della stessa pubblica opinione. 

Del resto, cosa significano concretamente la “svolta illiberale”, “la deriva autoritaria”, la “compressione dei diritti e della libertà di pensiero” e “la minaccia di ridurre la democrazia” nella società contemporanea con un governo di centro destra? Francamente nulla, almeno a prova contraria. Sono asserzioni, convincimenti ed opinioni legati a cliché ideologici e a dogmi di un passato triste e storicizzato che non appartengono al dibattito politico contemporaneo, se non per motivazioni dettate solo ed esclusivamente da ragioni propagandistiche e demagogiche.

Certo, nessuno ridimensiona il rischio di una “deriva autoritaria” o le ragioni di una “crisi della democrazia”. E i primi che lo fanno sono proprio quelli che provengono da una cristallina e riconosciuta cultura democratica e liberale. Purchè questi rischi ci siano:  quando vengono inventati a tavolino si rischia di fare la fine del segretario del Pd Letta che alimenta i rischi di un “allarme democratico” a giorni alterni per arrivare poi alla conclusione, a fine campagna elettorale, che “l’allarme democratico” è sostanzialmente scomparso dall’agenda della stessa propaganda del partito. Un flop comunicativo e una caduta di stile a livello politico che poi sono stati puntualmente pagati nelle urne proprio dal partito che le alimentava politicamente, cioè il Partito democratico a guida Letta.

Ecco perchè quando si alimentano paure che non esistono, rischi che non sono percepibili neanche all’orizzonte e tentazioni che non hanno cittadinanza nel tessuto culturale del paese, non si può che incamminarsi in un vicolo cieco. Forse è opportuno che quando si affrontano temi delicati che attengono al profilo, all’identità e alla natura della nostra democrazia, si capiscano sino in fondo anche le dinamiche concrete che caratterizzano la nostra società contemporanea. Altrimenti si corre il rischio che le “svolte illiberali” o le “derive dittatoriali” diventino argomenti che si affrontano a giorni alterni perchè, di fatto, nessuno ne percepisce il pericolo. Con la speranza, al contempo, che tutti dimentichino in fretta chi le ha alimentate goffamente ed irresponsabilmente.

 

ASTENSIONISMO E DESTRA I VERI VINCITORI. E ORA, CHE FARANNO LE OPPOSIZIONI? IL PD È A UN BIVIO.

La riflessione che si deve aprire all’interno del centrosinistra, e del Partito Democratico in particolare, dovrà essere profonda e vera. Sarà essenziale capire se si potrà continuare a parlare di centrosinistra o se ci si dovrà rassegnare ad andare in ordine sparso, creando un evidente vantaggio per il centrodestra.

Il voto politico di domenica segna una inequivocabile svolta a destra del Paese, peraltro abbondantemente annunciata e prevista, con ripercussioni che per il momento non è possibile prevedere con esattezza. La reazione pacata della Meloni ci dice che anche in lei c’è la preoccupazione per una situazione che potrebbe complicarsi nei prossimi mesi a causa di una complessa congiuntura politica ed economica.

Non va altresì sottovalutato il dato che segnala l’assenza dalle urne di un abbondante 35% di elettori; un forte astensionismo che lede fortemente la rappresentatività di tutti gli eletti, anche degli appartenenti allo schieramento vincente. Con queste percentuali le forze politiche si trovano infatti a rappresentare poco più della metà della totalità dei cittadini. C’è una fetta crescente di popolazione che non cerca più nella politica e nelle istituzioni una risposta ai propri problemi quotidiani e questa è una oggettiva difficoltà per la nostra democrazia nel suo complesso.

Chi da domani avrà l’onore e l’onere di governare il Paese dovrà fare i conti con un dissenso e con una sfiducia di fondo che prescinderanno dal merito delle scelte fatte; e anche questa, alla lunga, non è una buona notizia per la tenuta del nostro sistema democratico. È necessario ritrovare delle modalità di comunicazione con la società e con i corpi intermedi, sapendo che viviamo in un’epoca di semplificazione nella quale non c’è spazio per i messaggi complessi ed articolati che aspirano a dare risposte a tutti. Oggi passa il messaggio che non richiede una decodifica e che non impegna l’interlocutore a fare approfondimenti. Lo slogan o la “parola d’ordine” sono meno impegnativi e quindi molto più efficaci. 

Molto più facile e conveniente evocare i blocchi navali anziché parlare di regolazione dei flussi migratori e di integrazione; peccato se poi non sono attuabili, l’importante è vincere le elezioni! Molto più facile e conveniente sventolare la bandiera del reddito di cittadinanza, anziché fare un ragionamento sulla possibilità di migliorare le reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro; peccato se poi il meccanismo non produce i risultati sperati, l’importante è vincere le elezioni!

Per la comunicazione può andare bene anche così. Ma l’attività politica e di governo che segue è invece molto più complessa e non sempre semplificabile a proprio piacimento. La riflessione che si deve aprire all’interno del centrosinistra e del Partito Democratico in particolare dovrà essere profonda e vera. Sarà essenziale capire se si potrà continuare a parlare di centrosinistra o se ci si dovrà rassegnare ad andare in ordine sparso, creando un evidente vantaggio per il centrodestra; bisognerà capirlo anche per definire meglio l’area democratica e riformista che si dovrà riorganizzare in vista dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali.

E SE IL PROBLEMA DIVENTASSE L’ASIA CENTRALE? 

L’invasione dell’Ucraina ha portato a Putin più guai che vantaggi. Ora, il tramonto del sogno di ricostituire uno “spazio russo” in Asia, a tutto vantaggio della Cina, che in questi ultimi giorni prende le distanze dal leader russo, non è qualcosa di  fantasioso.

Spesso da queste pagine abbiamo seguito il dramma ucraino dovuto all’invasione russa. Abbiamo segretamente sentito un piccolo sentimento di felicità per la liberazione di alcune città e siamo rimasti a guardare come il Cremlino stesse lapidando le sue sicurezze di super potenza agli occhi degli occidentali.

Ma da osservatori lontani non abbiamo rivolto spesso il nostro sguardo ai popoli dell’Asia Centrale che per primo hanno registrato le debolezze russe. Abbiamo assistito increduli all’Azerbaigian, che scatena le proprie artiglierie contro l’Armenia. E abbiamo visto come la Russia capofila dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) abbia lasciato sola l’Armenia che ospita sul proprio territorio due basi militari delle Forze armate russe.

Un chiaro segnale di un’esilità mentale del Cremlino che ha portato il 15 e 16 settembre i presidenti di  Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan a mantenere, durante il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), un atteggiamento molto freddo nei confronti di Putin. Secondo gli esperti, non solo i funzionari dell’Asia centrale sono preoccupati per il precedente stabilito dall’attacco di Mosca a un paese ex sovietico, ma stanno anche usando l’influenza in declino della Russia per riorientare le loro economie. 

Uno dei casi più eclatanti è quello del presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev che ha respinto gli appelli russi a riconoscere i separatisti filo-mosca dell’Ucraina orientale a giugno e che in seguito durante i finti referendum, ha dichiarato: L’integrità territoriale degli stati deve essere incrollabile. Questo è un principio chiave”, Sempre Tokayev, in queste ore di difficoltà con l’arruolamento, ha detto che: “Il Kazakistan garantirà la cura e la sicurezza dei russi in fuga da una situazione senza speranza”. “Recentemente vi sono state  molte persone russe  che sono venute qui, la maggior parte di loro è costretta ad andarsene a causa della situazione disperata. Dobbiamo prenderci cura di loro e garantire la loro sicurezza”.

Secondo il ministero dell’Interno del Kazakistan, circa 98.000 russi sono entrati nel Paese da quando è stata annunciata la mobilitazione il 21 settembre, mentre poco più di 64.000 se ne sono andati, secondo l’agenzia di stampa RIA Novosti. Comunque molti. Inoltre le banche kazake, kirghise e uzbeke questa settimana hanno sospeso il sistema di pagamento russo Mir, che Mosca propone come alternativa a Visa e Mastercard. Debacle russa che viene confermata anche dai dati commerciali.

Secondo Bloomberg , la più grande economia dell’UE, la Germania, ha incrementato il commercio con il Kazakistan dell’80% nella prima metà del 2022 e del 111% con l’Uzbekistan. “Il Kazakistan sta gradualmente iniziando ad allontanarsi dalla Russia”, ha affermato Venediktov. L’Uzbekistan, la seconda economia dell’Asia centrale, ha firmato alla SCO accordi commerciali e di investimento per un valore di 15 miliardi di dollari con la Cina. Allo stesso tempo, la regione ha ampiamente rispettato le sanzioni occidentali imposte alla Russia per il suo attacco all’Ucraina. 

Quindi è logico affermare che l’invasione ha portato a Putin più guai che vantaggi e non solo con l’occidente. Infatti il possibile tramonto del sogno di ricostituire uno “spazio russo” in Asia, a tutto vantaggio della Cina, che in questi ultimi giorni prende le distanze dal leader russo, non è qualcosa di fantasioso. Tant’è vero che a settembre  è iniziata la costruzione della grande linea ferroviaria Pechino-Biškek-Taškent, per una spesa di oltre 8 miliardi di dollari e una lunghezza di 4.380 chilometri.

CARD. ZUPPI, “COMINCIARE DAI PIÙ DEBOLI E MENO GARANTITI. PREOCCUPAZIONE PER L’ASTENSIONISMO”.

“La Chiesa non farà mancare il suo contributo, dice il Presidente della CEI, per la promozione di una società più giusta e inclusiva”. Sembra, con il garbo che circonda il discorso di un alto prelato, il monito preventivo a riguardo di una destra non incline a politiche di solidarietà.

 

“Agli eletti chiediamo di svolgere il loro mandato come ‘un’alta esponsabilità’, al servizio di tutti, a cominciare dai più deboli e meno garantiti”. Lo dichiara il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, dopo le elezioni politiche di domenica 25 settembre 2022. 

 

Richiamando l’appello del Consiglio episcopale permanente diffuso alla vigilia dell’appuntamento elettorale, il cardinale ricorda che “l’agenda dei problemi del nostro Paese è fitta: le povertà in aumento costante e preoccupante, l’inverno demografico, la protezione degli anziani, i divari tra i territori, la transizione ecologica e la crisi energetica, la difesa dei posti di lavoro, soprattutto per i giovani, l’accoglienza, la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti, il superamento delle lungaggini burocratiche, le riforme dell’espressione democratica dello Stato e della legge elettorale”. 

 

“Sono alcune delle sfide che il Paese è chiamato ad affrontare fin da subito”, precisa il presidente della Cei: “Senza dimenticare che la guerra in corso e le sue pesanti conseguenze richiedono un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa”. Quindi la “preoccupazione” per il crescente astensionismo che ha raggiunto livelli mai visti in passato: “È il sintomo di un disagio che non può essere archiviato con superficialità e che deve invece essere ascoltato”. 

 

La Chiesa, conclude Zuppi sulla scorta del documento, “continuerà a indicare, con severità se occorre, il bene comune e non l’interesse personale, la difesa dei diritti inviolabili della persona e della comunità”. “Da parte sua, nel rispetto delle dinamiche democratiche e nella distinzione dei ruoli, non farà mancare il proprio contributo per la promozione di una società più giusta e inclusiva”, conclude il presidente della Cei.

RIGENERARE LA DEMOCRAZIA. CONVEGNO A NOVEMBRE DELLA RETE DEI CATTOLICI DEMOCRATICI.

La rete dei cattolici democratici C3Dem (Costituzione, Concilio, Cittadinanza) intende promuovere, il prossimo 26 novembre, un convegno sul futuro della democrazia. In vista dell’appuntamento, la redazione di c3dem.it provvede a mettere in rete i vari contributi dei partecipanti. Di seguito riportiamo la nota (“Democrazia e governo del popolo”) del prof. Prenna, autore di un recente saggio dal titolo Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco, edizioni Il Mulino.

  1. Una rete di cattolici democratici, che voglia proporre una riflessione pubblica sullo stato attuale in cui versa la nostra democrazia, non può non partire dalla cultura politica alla quale si ispira, cioè il cattolicesimo democratico.

 

  1. Dunque, oggetto del convegno dovrebbe essere: in che modo questa cultura politica, che noi riteniamo dotata di un potenziale di attualità, può contribuire a rigenerare la democrazia, nella convinzione che, oggi, la “questione cattolica” non è più la rivendicazione di spazi o la ricerca di visibilità, ma si identifica con la “questione democratica”, cioè con il processo di compimento della democrazia e, per i cattolici, di piena riconciliazione con la modernità, di cui la democrazia è la forma politica.

 

  1. La democrazia è, per definizione, “governo del popolo”. Perciò, rigenerare la democrazia vorrà dire “ricostruire il popolo”! “Costruire il popolo” è espressione cara a papa Francesco, che ha anche tracciato i sentieri che la politica dovrebbe percorrere, esercitando la sua arte di costruire la città,nella responsabile consapevolezza che la città si costruisce, costruendo un popolo!

 

  1. L’obiettivo di un siffatto progetto è “tornare al popolo”, favorendo la saldatura di quelle che la Gaudium et spes chiama “comunità civile” e “comunità politica” e concepisce questa in funzione di quella.

 

  1. “Ricostruire il popolo” vuol dire anche restituirlo alla sua sovranità, sottraendolo alla tentazione del sovranismo, secondo un progetto popolare, non populista.

 

  1. Che la politica sia lontana dal popolo e il popolo suggestionato dall’antipolitica è davanti agli occhi di tutti. Basti ricordare che il primo “partito”, in Italia, è l’astensionismo, fenomeno che restringe la platea decisionale e favorisce la formazione di gruppi elitari e oligarchici.

 

  1. Concretamente, noi riteniamo che la rigenerazione della democrazia o ricostruzione del popolo passi attraverso: le riforme istituzionali, in particolare della legge elettorale e dei partiti; la formazione, cioè l’educazione alla e della democrazia.

 

  1. Un passaggio necessario che la rete deve affrontare è il confronto con i partiti e, in particolare. col Partito democratico, nel cui progetto originario confluì, come componente strutturale, la tradizione del cattolicesimo democratico.

 

  1. L’educazione democratica o popolare può costituire l’ambito di impegno dell’associazionismo politico e, per la rete, può diventare l’espressione del proprio compito informativo.

 

Lino Prenna, coordinatore di Agire Politicamente

IL TERZO POLO E IL BARDO DI ASTERIX. LA LEZIONE DEL 25 SETTEMBRE. UNA CRITICA ALLA PROPOSTA DI CALENDA 

L’operazione tutta ideologica di rappresentazione delle forze moderate e responsabili, veicolata attraverso la coalizione di liste fatta da Italia Viva-Azione (due forze politiche che nel nome vorrebbero rappresentare il “fare” nella politica) è stata letta dall’elettorato come una battaglia ideologica.

 

Mentre sulle tv seguo le conferenze stampa, mi viene in mente il Bardo di Asterix quando parla Calenda. Questa competizione elettorale ci insegna qualcosa, in modo netto e forse pure brutale, ma certamente chiaro: l’offerta politica dev’essere chiara e orientata ai contenuti e non ai posizionamenti politici delle forze politiche. 

 

Le forze politiche che hanno rappresentato i propri avversari come nemici sul piano ideologico assurgendo esse stesse come baluardo sono state “punite” dalle urne dal voto o ancor meglio dal “non-voto”. Significa che altri due milioni di persone non hanno trovato rappresentazione oppure non l’hanno neanche più cercata. 

 

L’operazione tutta ideologica di rappresentazione delle forze moderate e responsabili, veicolata attraverso la coalizione di liste fatta da Italia Viva-Azione (due forze politiche che nel nome vorrebbero rappresentare il “fare” nella politica) è stata letta dall’elettorato come andava letta: una battaglia ideologica, quasi un fronte di uomini probi, argine contro la marea avanzante (l’ignoto fa sempre paura), che andava rafforzato con il voto degli italiani. I quali, però non parlano e non intendono più questo linguaggio, come se ora noi pur comprendendo le parole usate da un poeta medioevale ne perdessimo inevitabilmente il senso perché non contemporaneo. 

 

Allo stesso modo, questa modalità di rappresentazione non ha parlato un linguaggio contemporaneo all’elettorato ma il suo “medioevale” della contrapposizione ideologica. Chi parla un linguaggio desueto è condannato all’indifferenza degli altri perché la sua contemporaneità non è più contemporanea e oltre ai naturali “aficionados” debba annoverare tra i suoi solo pochi curiosi o distratti passanti.  

 

Così la sperimentazione detta “Terzo Polo” nel pur lodevole tentativo di sparigliare una competizione a due già definita e giocare il ruolo del “terzo incomodo”, abbia di fatto giocato il ruolo di quello che non è mai entrato nella partita vera, nell’indifferenza degli elettori, che come spettatori sugli spalti hanno tifato e premiato il contendente che hanno ritenuto loro più vicino, non necessariamente quello che le ha “date di più” per restare nella metafora degli stadi. Un po’ tristemente come il bardo Assurancetourix della Serie Asterix, condannato a cantare il suo poema sull’albero, mentre a terra i Galli festeggiano l’ennesima vittoria sui Romani.

TOKYO: I FUNERALI DI STATO PER ABE TRA ONORI E PROTESTE.

Nonostante le contestazioni delle ultime settimane,  ieri prima dell’apertura dei cancelli c’era già una coda di persone lunga 600 metri per dare l’ultimo saluto all’ex premier ucciso a luglio. L’omaggio di Kishida. Circa 4.300 gli invitati di cui 700 provenienti dall’estero. Le esequie sono costate ai contribuenti 11 milioni di dollari.

Guido Alberto Casanova

In un’atmosfera tesa dalle moltissime polemiche che hanno infiammato le ultime settimane, nel pomeriggio [di ieri, ndr] di Tokyo si è tenuto il tanto atteso funerale di Stato per l’ex premier Shinzo Abe, assassinato lo scorso luglio durante gli ultimi giorni della campagna elettorale. La cerimonia ha avuto luogo all’arena Nippon Budokan della capitale, con la partecipazione di 4.300 invitati di cui 700 provenienti dall’estero: tra questi Kamala Harris, Narendra Modi, Matteo Renzi, Nicolas Sarkozy e il presidente del comitato olimpico Thomas Bach. Si tratta del primo funerale di Stato tenutosi in Giappone dal 1967.

L’attuale premier Fumio Kishida, compagno di partito di lunga data di Abe, ha pronunciato un discorso molto toccante: “È uno dei traguardi di cui vado più fiero nella mia vita quello di aver avuto il privilegio di aver fatto parte del tuo governo, come ministro degli Affari esteri e come tuo stretto amico” ha detto Kishida rivolgendosi all’urna delle ceneri di Abe. Dopo di lui hanno reso omaggio altri esponenti del governo giapponese e i dignitari stranieri. L’imperatore, che per neutralità politica non era presente, ha comunque mandato un proprio messaggio.

Nonostante le esequie di Stato, il governo giapponese non ha imposto la giornata di lutto nazionale, permettendo alle attività private e pubbliche di continuare indisturbate. Per molti cittadini giapponesi infatti la figura di Abe rimane estremamente controversa. Lo stesso funerale, costato ai contribuenti circa 11 milioni di dollari, ha diviso il Paese tra una maggioranza di contrari e una minoranza di favorevoli.

Per settimane nelle strade dei quartieri governativi di Tokyo si sono svolte manifestazioni di protesta (anche numericamente significative per il Giappone) per chiedere la cancellazione dei funerali. Secondo i presenti, la scelta di onorare Abe con un funerale di Stato evidenzia l’indebolimento della democrazia giapponese dal momento che il governo ha preso questa decisione senza consultare il parlamento o la volontà popolare. Appena una settimana fa un uomo ha tentato di suicidarsi dandosi fuoco per protesta vicino all’ufficio del primo ministro.

Oltre ai contestatori, però, ieri a Tokyo erano presenti anche moltissimi giapponesi che hanno voluto esprimere il proprio cordoglio per la scomparsa dell’ex premier. Nel parco a fianco all’arena le autorità hanno organizzato un piccolo altare commemorativo dove i cittadini potessero depositare un mazzo di fiori. All’orario di apertura dei cancelli c’era già una coda di persone lunga 600 metri. Molte le motivazioni che hanno spinto i giapponesi a venire a onorare l’ex premier: intervistati dal Nikkei Asia, alcuni dei presenti hanno detto di approvare la volontà di Abe di rafforzare la difesa del Paese e proteggere il Giappone. Altri invece hanno espresso soddisfazione per i risultati raggiunti da Abenomics, che avrebbe ravvivato l’economia e diminuito la disoccupazione.

BISOGNA TORNARE A PENSARE. I CATTOLICI DEMOCRATICI NON POSSONO SOTTRARSI A UNA FUNZIONE DI STIMOLO.

Per la prima volta gli eredi del MSI, un partito legato alla tradizione fascista, prendono in mano le redini del potere. È un dato politico che rivela l’usura dello spirito democratico. Sono stati fatti molti errori. Dice De Rita che gli “uomini dello spirito” hanno il dovere di ritessere un disegno d’insieme della società e dello Stato. La crisi del Pd esige questo invito alla riflessione “alta”. 

Con la vittoria della Destra bisogna fare i conti sul serio. Ciò riguarda gli stessi cattolici democratici, chiamati a riflettere sulle ragioni e le difficoltà della politica. Siamo giunti, infatti, a un punto critico della vicenda democratica del Paese: un terzo degli elettori non si è recato alle urne. Basta questo a evidenziare lo smottamento delle tradizionali basi di consenso. Per la prima volta gli eredi del MSI, un partito legato alla tradizione fascista, prendono in mano le redini del potere (complice una legge elettorale a impianto maggioritario). I riformisti, dal canto loro, hanno dato prova di un grande malessere, con il Pd incapace di tenere la barra: a parole si è lodato l’operato di Draghi, nei fatti si è subito dematerializzato il contenuto più vero della sua azione di governo. 

Con l’eccezione di Calenda, è sembrato ai più conveniente ridurre la solidarietà nazionale a una parentesi da chiudere in fretta. Anche questo ha finito per mettere in moto la giostra di un’alleanza a misura di tutti gli equivoci, come se la Destra avesse l’impunità per accreditarsi secondo parametri di coerenza malgrado la divisione, negli ultimi diciotto mesi, tra partiti di governo (Lega e Forza Italia) e di opposizione (Fratelli d’Italia). Un’alleanza, poi, che sorvola persino sul fatto che la Meloni non ha votato per la rielezione di Mattarella e considera, stando alle battute di fine campagna elettorale, una questione di maggioranza il passaggio a un sistema presidenziale. Ciò nondimeno, per lungo tratto, a sinistra si è giocato alla rappresentazione del bipolarismo maturo, anche inscenando carezzevoli attenzioni nei dialoghi pubblici con la Meloni.

Ora, la crisi del Pd s’inscrive in questa generale mancanza di rigore, anche minimo. Sostiene De Rita, molto lucido nel cogliere le ragioni profonde della crisi, che “è mancata la cultura politica, come la cultura religiosa”.  Che fare, allora? Aggiunge, sempre lui, nell’intervista di domenica scorsa ad Avvenire: “Come diceva Paolo VI, occorre tornare a pensare. Disse, a conclusione del Concilio, rivolgendosi «agli uomini di pensiero e di scienza» […]: «I vostri sentieri non sono mai estranei ai nostri. Noi siamo gli amici della vostra vocazione di ricercatori, gli alleati delle vostre fatiche, gli ammiratori delle vostre conquiste». Invece si continua a parlare di singoli diritti, al buio, in maniera astratta”. E dunque conclude così: “È chiaro che gli uomini dello “spirito”, ossia gli uomini di fede e gli uomini della politica dovranno riprendere in mano, insieme, una capacità di progettualità, di composizione degli interessi […]. Ma occorre che quelli che hanno una capacità progettuale, tornino ad applicarsi oltre i tanti particolarismi, allo sviluppo d’insieme, in una nuova alleanza – che io definisco “dello spirito” – fra fede e cultura”. 

Sono parole che meritano particolare attenzione. C’è materia per obbligare le culture del riformismo a fuoriuscire dalle loro frammentate e impoverite verità. Dentro il Pd, o anche ai suoi lati, i cattolici democratici devono adempiere a questa funzione di stimolo, evitando di accrescere la quota dei tanti “particolarismi” che frenano l’azione della politica democratica, ingolfandola di motivazioni scoordinate ed eccentriche, senza un disegno organico. Chi ha coscienza e memoria del contributo offerto dal “popolarismo”, ha qualche titolo per invitare al recupero di un “legame di popolo” che viva nel sentimento e nel concetto di un nuovo umanesimo democratico. In alternativa alla Destra.

NELLE MANI DI GIORGIA. DOVE VA IL PAESE? DA OGGI SI APRE UNA NUOVA FASE PER I DEMOCRATICI DI MATRICE CRISTIANA.

La vittoria della Destra deve indurre ognuno di noi a una riflessione severa. Si può rilanciare, per quanto ci riguarda, un progetto politico di ispirazione cristiana? Il nostro compito l’abbiamo svolto nella lunga stagione della diaspora che, con questo voto, è giunta al suo epilogo. Molto, se non tutto, è stato sbagliato e tutto è da rifare. 

 

 

L’Italia vira a destra e ha deciso di mettersi nelle mani di Giorgia Meloni. Gli elettori italiani, con una partecipazione al voto, seppure quella peggiore alle elezioni politiche ( 64%), è risultata  superiore a quella prevista, bocciano Draghi e scelgono la destra, affidando il governo alla leader più estremista della storia nazionale dopo Benito Mussolini. Vince, infatti, il partito di estrema destra e quello della protesta a corrente alternata di Conte; escono sconfitti pesantemente PD e Lega, col terzo polo che non sfonda. Anche Forza Italia sconta le perdita d’appeal del Cavaliere, finendo con l’assumere il volto della fotocopia della Lega in netto calo di consensi. Fallimentare l’investimento di Tabacci su Di Maio, che termina la sua corsa parlamentare insieme ai fedelissimi che l’hanno seguito nella scissione del movimento grillino e di Forza Italia. 

 

Ha nettamente prevalso il voto di protesta contro la lunga stagione del PD al governo e contro le scelte dello stesso Draghi, che gli elettori hanno considerato una criticità anziché una risorsa.

 

Cambia pelle il centro destra italiano che, dalla guida del Cavaliere prima e di Salvini per una breve stagione poi, diventa a tutti gli effetti la destra a egemonia della “ sora Giorgia”, non a caso immediatamente acclamata dagli euroscettici ungheresi di Orban e dal partito spagnolo dell’estrema destra. Con la vittoria della destra anche in Svezia, cambia profondamente la composizione del Consiglio europeo, sin qui basato sull’asse competitivo-collaborativo popolari-socialisti.

 

Si apre una stagione completamente nuova e diversa della politica italiana, in attesa delle reazioni dei nostri alleati euro atlantici e dei mercati finanziari, termometri sensibilissimi e influenti nell’età della supremazia della finanza sull’economia reale, sulla politica e sui suoi esponenti più rilevanti. Molto dipenderà dalla formazione del nuovo governo e dalle principali scelte che lo stesso assumerà verso l’Unione europea e nei rapporti con gli USA e la NATO. Assai pesanti sono i problemi che la destra di governo dovrà immediatamente affrontare: debito pubblico, pensioni, fisco e concorrenza, sono le questioni più urgenti alle quali sono collegati i fondi previsti dal PNRR, la cui disponibilità è nelle mani dell’esecutivo europeo.  Ad essi si aggiungono la posizione dell’Italia sulla guerra di invasione russa all’Ucraina, l’inflazione, la crisi energetica e quella di tante piccole e medie industrie italiane. Tutti fattori che annunciano un autunno caldissimo per l’occupazione e la stessa tenuta del sistema sociale. Alla Meloni, futura leader di governo, spetterà trovare soluzioni coerenti e compatibili dopo le strambate più volte espresse da Salvini, leader azzoppato di una Lega il cui elettorato si è trasferito in gran numero a Fratelli d’Italia, specie nelle realtà regionali del suo più importante insediamento al Nord del Paese. Toccherà a Lei decidere se restare coerente alle precedenti ondivaghe dichiarazioni o prendere atto del realismo che la guida di governo comporterà. Il Sud ha scelto la strada dell’assistenzialismo assicurato e ha votato Conte e il M5S, terzo partito italiano col suo leader, avvocato d’ufficio del reddito di cittadinanza, che brandirà come una clava contro ogni tentativo di modifica e/o di annullamento.

 

La sinistra, e il PD in particolare, paga la lunga stagione di permanenza al governo, senza più identità e l’incapacità di costruire un’alleanza forte che, visti i risultati, avrebbe potuto meglio sostenere il confronto con la destra. Si apre nel partito il congresso che deciderà la leadership nella nuova fase di principale partito di opposizione.

 

Il Terzo Polo non è riuscito a sfondare, ma, in ogni caso, penso sia anche con loro che DC e Popolari dovranno tentare di ricomporre il centro nuovo della politica italiana. Un centro, oggi scomparso dopo il voto di ieri. Il velleitario tentativo di Calenda di presentarsi come l’erede della nobile storia del partito d’azione, ha confermato che quella cultura politica era e rimane un elemento minoritario ed elitario della politica italiana.

 

Noi DC e Popolari, privati del nostro simbolo e di candidati di nostra diretta rappresentanza, eravamo liberi di votare secondo scienza e coscienza, per cui nello scontro destra-sinistra, è mancato l’apporto della componente cattolico democratica e cristiano sociale che ha svolto un ruolo decisivo in molti momenti decisivi della lunga storia nazionale e repubblicana in particolare. Quanti dell’area cattolico moderata, e sono stati molti, hanno scelto di votare a destra dovranno sperimentare l’aforisma di un grande leader della DC cilena di Rodomiro Tomic, Gabriel Valdés: “Se vinci con la destra, è la destra che vince”.

 

Anche quelli fra di noi, come l’amico Cuffaro, che, alle regionali siciliane, ha deciso di cambiare alleanza, passando dal terzo polo a destra, se, da un lato, porterà alcuni suoi fidati amici nel consiglio regionale, dall’altro  verificherà che, a destra, non ci sarà prospettiva strategica per la DC. Una seria riflessione si imporrà anche al nostro interno, squassato da divisioni che, soprattutto, nelle elezioni siciliane, sono state particolarmente forti. Una cosa è certa: da soli non siamo riusciti nemmeno a presentare una nostra lista, e continuando così non avremo futuro. La ricomposizione della nostra area sociale, culturale e politica, sarà un’opera di grande impegno e di lungo tempo, da avviarsi a partire da un progetto di formazione pre politico che compete a quanti, dopo di noi della quarta e ultima generazione democratico cristiana, intendono battersi per un progetto di ispirazione popolare in grado di saldare gli interessi dei ceti medi produttivi con quelli delle classi popolari.

 

Noi il nostro compito l’abbiamo svolto nella lunga stagione della diaspora che, con questo voto, è giunta al suo epilogo. Molto, se non tutto, è stato sbagliato e tutto è da rifare. Mondo cattolico nella sua multiforme espressione, categorie sociali di ispirazione cattolica, movimenti e gruppi di area, dovranno ricostruire dal basso l’unità possibile che è drammaticamente mancata per questo ennesimo appuntamento politico.

 

È tempo di concordare un progetto politico fondato sui valori e i principi della dottrina sociale cristiana, come nella migliore storia dei Popolari sturziani prima e del democratici cristiani per oltre quarant’anni di egemonia nella politica italiana. Le risorse dottrinali non ci mancano, se, rileggendo le ultime encicliche sociali della Chiesa, ci si impegnerà a proporne le concrete traduzioni nella “ città dell’uomo” di oggi. Dopo, solo dopo, si porrà la questione del progetto organizzativo per l’unità possibile, che, inseguita per quasi vent’anni (1993-2022) col voto di ieri si è dimostrato errato e drammaticamente fallito.

SI RIPARTE ANCHE DAL CENTRO

Si tratta di una scommessa politica – quella del centro – che adesso va rafforzata e affinata. Un lavoro impegnativo, a cominciare dalla cultura cattolico popolare e cattolico sociale che in questi ultimi anni è stata sostanzialmente sacrificata sull’altare di un bipolarismo bislacco e maldestro.

Il risultato ottenuto dal cosiddetto “terzo polo” è positivo ed incoraggiante ai fini del rilancio della cultura e della “politica di centro” nel nostro paese. Uno spazio politico che era quasi del tutto scomparso in questi lunghi anni dominati da un “bipolarismo selvaggio” e che aveva come principale se non esclusivo obiettivo quello di radicalizzare il conflitto politico da un lato e, di conseguenza, annientare/distruggere il nemico politico dall’altro. Una modalità che adesso è stata pagata in modo molto salato dalla sinistra e dal suo principale partito di riferimento, e cioè il Partito democratico. Del resto, la disastrosa gestione politica della segreteria Letta era sotto gli occhi di tutti da tempo. L’incapacità di costruire una coalizione, un approccio – come noto – dettato dal rancore politico e dalla vendetta personale e, soprattutto uno sbandamento pauroso sul progetto, sulla identità e sulla prospettiva futura del partito, non poteva che portare ad un epilogo politicamente fallimentare. E così è stato. Altrochè il Pd come partito di “centro sinistra”.

Sul versante del centro destra è ormai abbastanza consolidata la tesi che si tratta di una coalizione, del tutto legittimamente, di destra. Al netto della bravura e delle stesse capacità politiche di Giorgia Meloni che ha saputo trascinare un partito residuale dal 4% ad oltre il 26% in appena 4 anni. E la stessa parabola di Forza Italia, com’è evidente a tutti e senza alcuna polemica, si avvia al suo lento ma irreversibile declino politico ed elettorale.

In un contesto del genere è ovvio che una forza di “Centro” riformista, innovativa, democratica e di governo ha uno spazio politico forte e significativo. Certo, si tratta di una scommessa politica che adesso va rafforzata e affinata. E dopo un risultato elettorale così significativo – anche e soprattutto in molte regioni del Nord, a cominciare dal Piemonte con punte del 10-11% – lo spazio politico del centro adesso può realmente decollare. Si tratta di uno spazio politico che non potrà che essere culturalmente plurale dove la presenza delle tradizionali e sempre moderne e contemporanee culture politiche di matrice riformista e costituzionale dovrà essere incisiva e visibile. A cominciare dalla cultura cattolico popolare e cattolico sociale che in questi ultimi anni è stata sostanzialmente sacrificata sull’altare di un bipolarismo bislacco e maldestro. Una cultura che proprio nel futuro cantiere del “centro” può ritrovare la sua casa politica di riferimento attraverso un percorso culturale, politico e programmatico definito e comprensibile. Del resto, parliamo di una tradizione culturale che proprio con una attenta ed intelligente “politica di centro” può ritrovare le ragioni per una rinnovata presenza nello scenario pubblico italiano. Com’è stato per moltissimi anni, e non solo durante la straordinaria ed originale esperienza politica, culturale e di governo interpretata dalla Democrazia Cristiana e poi dal Partito Popolare Italiano e dalla Margherita. 

Questo voto politico ha confermato anche che esiste una classe dirigente disseminata in tutto il paese e che dev’essere valorizzata e promossa sempre più a ruoli politici importanti e qualificanti. Certo, poi abbiamo i leader di questo nuovo partito. E cioè Matteo Renzi e Carlo Calenda. E con loro molti uomini e donne che possono ambire a svolgere un ruolo decisivo e determinante per la costruzione di questo nuovo e rinnovato progetto politico e di governo. A cominciare dalle Ministre Elena Bonetti, Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini.

Partire da un piedistallo dell’8% circa dei consensi degli italiani significa dar voce ad una fetta consistente della pubblica opinione degli italiani che non si riconoscevano più in questo bipolarismo bislacco e che adesso chiedono a gran voce una nuova rappresentanza politica da un lato e un progetto politico che sia in grado, soprattutto, di parlare a moltissimi altri italiani dall’altro. Perchè il futuro partito di centro non può non allargarsi e contemplare al suo interno altre tradizioni, altri mondi vitali e altri interessi sociali, culturali e professionali.

Per questi motivi adesso, accanto all’opposizione ad un futuro governo di destra e senza alcuna polemica, al contempo, di natura ideologica o tardo novecentesca come quella praticata e urlata dal Partito democratico, è necessario avviare una “costituente” politica, culturale, programmatica e manche organizzativa di questa forza di “Centro”. E questo non solo per il bene e il futuro del “Centro” ma anche, e soprattutto, per la qualità della nostra democrazia, per il rinnovamento della politica italiana e, infine, per la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

L’ITALIA DEGLI ASTENSIONISTI SCODELLA IL PRIMO GOVERNO A GUIDA DI UN PARTITO POST-FASCISTA.

È il trionfo della Meloni. Tuttavia i numeri indicano che la maggioranza uscita dalle urne non è quella dei giorni fosforescenti del berlusconismo. Gli sconfitti, invece, hanno tutti qualcosa da farsi perdonare. Il Pd può reggere a questa sconfitta storica?

Si poteva sperare in un soprassalto di partecipazione come ultimo baluardo all’ondata di destra, altrimenti irrefrenabile per la disarticolazione dello schieramento dei riformisti di centro sinistra. Invece l’Italia del disincanto e della frustrazione ha preferito disertare le urne regalando all’astensionismo un terzo dell’elettorato, ma soprattutto assecondando, con questo suo volo in parapendio verso il nulla della politica, la vittoria della Meloni. Il risultato, per effetto del Rosatellum, determina l’annuncio di un nuovo governo, per la prima volta a guida dei post-fascisti. Non deve sorprendere, allora, che lungo l’asse Parigi-Bruxelles-Berlino si manifesti l’immediato irrigidimento dell’Europa: il voto degli italiani cancella l’esperienza di Draghi, facendo venire meno un supporto di autorevolezza e competenza all’azione di coordinamento dei principali partner dell’Unione.

I numeri indicano che la maggioranza uscita dalle urne non è quella dei giorni fosforescenti del berlusconismo. La sua minire consistenza è mascherata dall’effetto prodotto dal sistema elettorale. La redistribuzione dei consensi nella stessa area – di questo fondamentalmente si tratta analizzando le percentuali di ciascun partito – premia Fratelli d’Italia a tutto svantaggio di Lega e Forza Italia. Nelle elezioni europee del 2019, utili come punto di riferimento per la sostanziale corrispondenza del risultato ottenuto allora dal M5S a confronto con il dato odierno, l’insieme del centro destra raggiungeva all’incirca il 50 per cento dei voti. In tre anni la coalizione ha perso quasi sei punti e nondimeno ha stravinto le elezioni di questo 25 settembre. Tuttavia, sul piano strettamente politico, i problemi non mancano. Ora la Meloni si ritrova al fianco due alleati difficili, entrambi indotti, per ragioni diverse ma convergenti, ad esercitare un ruolo dialettico, se non conflittuale: Salvini in ragione dell’inevitabile ricerca di un riposizionamento strategico della Lega, anche a prezzo della sua sostituzione alla guida del partito; Berlusconi, invece, per una patente d’insostituibilità nei rapporti con l’establishment europeo (ammesso che la sua credibilità, già scarsa in passato, sia adesso effettivamente apprezzata).

Che dire degli sconfitti? Ognuno di loro si aggrappa a una verità secondaria, chi rivendicando una tenuta elettorale inaspettata (Conte), chi facendo leva sulla novità del progetto accolto da una minoranza qualificata degli italiani (Calenda), chi dando mostra di residua potenza per essere comunque il rappresentante più forte dell’opposizione (Letta). In realtà, manca all’appello qualcosa che la politica non concede mai agli avventurosi: il riconoscimento, anche dopo la sconfitta, della bontà di un’azione spericolata. Dalle elezioni esce a pezzi soprattutto il Pd, tanto che la sua fisionomia di “partito unico del riformismo” risulta decisamente compromessa. C’è da chiedersi se il gruppo dirigente, chiusa la parentesi Letta, saprà riprendersi da questa brutta capitolazione che mette in evidenza l’inadeguatezza di una proposta accentrata sul mito di una sinistra risorgente dalle ceneri di un passato illeggibile, fuori da una lezione coerente con il riformismo storico. Dopo la sconfitta ci può essere l’implosione, con ulteriore danno per la nostra democrazia.            

ELEZIONI 2022 FI E’ IL PRIMO PARTITO MALE IL PD

Fratelli d’Italia è il primo partito, con la maggioranza alla Camera e al Senato che va al Centrodestra che però vede arretrare la Lega sotto il 9% con Salvini che dichiara: Il risultato al 9%? «Non mi soddisfa, non è quello per cui ho lavorato. Ma con il 9% siamo in un governo di centrodestra in cui saremo protagonisti».

Oltre alla Lega il risultato non premia il Centrosinistra grande sconfitto con il PD sotto il 20%.

Il M5s fa bene e supera il 15%, mentre il Terzo Polo di Azione e Italia Viva “rosicchia” oltre il 7%. L’affluenza definitiva si attesta al 63,91%, circa il 9% in meno rispetto alle politiche del 2018.

SENTORE DI NERVOSISMO E DI INQUIETUDINE. FOLLINI TIRA LE SOMME DELLA CAMPAGNA ELETTORALE.

Da stamane alle 7.00 sono aperti i seggi, si vota fino alle 23.00. Come suol dirsi, la parola è agli elettori. Scritto qualche giorno fa, e pubblicato su “La Voce del popolo”, settimanale della diocesi di Brescia, l’articolo non appare…invecchiato. Negli ultimi giorni si sono consolidati alcuni tratti negativi della campagna elettorale. L’onda di piena della demagogia – questa la conclusione –  sembra salire ancora. 

 

I pronostici e i sondaggi della vigilia dicono destra e dicono Meloni. E in effetti la campagna elettorale dell’altra metà della politica non ha brillato né per tempra né per originalità, finendo così per dare qualche argomento in più a quella parte di elettorato che tende a schierarsi con il candidato più in forze. 

Eppure c’è più di una nota stonata nel coro dei favoriti. Quelle parole sempre sopra le righe di Salvini. Quelle ripetizioni ormai stucchevoli di Berlusconi. Quella difficoltà   a mettere in campo candidati più originali e idee meno logore delle tradizionali parole d’ordine. Tutte cose alle quali la Meloni sembrava voler ovviare con una condotta prudente e circospetta, salvo qualche scivolone. 

Negli ultimi giorni però gli scivoloni sono diventati di più, e più significativi. La posizione presa a favore di Orbán. La rivendicazione del primato del diritto nazionale su quello europeo. I toni più aspri verso gli avversari e più ancora verso i contestatori. E in generale un sentore di nervosismo e di inquietudine che stride con la calma quasi olimpica che ci si aspetterebbe da chi corre in testa con largo margine, per giunta. 

Di contro, dalle contrade del sud arrivano gli echi di una campagna molto sopra le righe che sta svolgendo [ha svolto, per chi legge, ndr] il M5S versione Conte. Quasi a voler rinverdire i fasti del grillismo prima maniera. Tutti segni che l’onda di piena della demagogia rischia di salire ancora di più, rompendo quegli argini di buonsenso che dovrebbero riparare la nostra malandata democrazia rappresentativa.

Fonte: La Voce del popolo – 22 settembre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale. Il titolo scelto differisce dall’originale).

ESPRIT, NOVANT’ANNI DALLA “PARTE GIUSTA”. 

Fondata nel 1932 da Emmanuel Mounier, filosofo personalista francese, prematuramente scomparso nel 1950, ed impegnata fino ad oggi in un dialogo serrato con le questioni della modernità, “negli anni recenti la rivista ha continuato a prendere posizione sui grandi eventi della contemporaneità, addirittura trovandosi nel 2017 con un membro del comitato di redazione – tale Emmanuel Macron… – promosso alla più alta carica dello Stato”. Qui proponiamo un ampio stralcio dell’articolo apparso su “Vita e Pensiero”, prestigiosa rivista dell’Università Cattolica di Milano.  

Raffaele Alberto Ventura

Fondata nel 1932 dal filosofo cattolico Emmanuel Mounier, la rivista francese Esprit festeggia i suoi novant’anni. Non una rivista cristiana, ma una rivista che fin dalla sua fondazione ha fatto da ponte tra cristiani e socialisti, progressisti e conservatori. Non una rivista politica, ma una rivista che ha incessantemente interrogato i valori e le convinzioni che fanno da sfondo alla politica, attraversando i grandi eventi del Novecento, a partire dalla Seconda Guerra mondiale, dal Sessantotto e dalla guerra in Jugoslavia. 

 

Non sono tante le riviste che arrivano a tagliare un simile traguardo e sono ancora di meno quelle che lo fanno essendo state per gran parte della loro esistenza dal “lato giusto” della storia. Antifascista quando la borghesia francese si faceva sedurre da Mussolini, Hitler e Franco, antitotalitaria quando le sirene invece erano quelle del marxismo-leninismo, Esprit non ha mai rinunciato a denunciare innanzitutto il “disordine stabilito” della società liberale: nella sua prima incarnazione, anteguerra, promuovendo la filosofia comunitarista del personalismo contro l’individualismo trionfante; nella seconda, denunciando la brutalità della modernizzazione senza rinunciare a un afflato progressista e universalista.

 

In controtendenza con la visione disimpegnata delle riviste letterarie fondate nei decenni precedenti in Francia, in primis la Nouvelle Revue Française, all’origine di Esprit c’era l’idea di accompagnare la nascita di una “terza forza” politica, oltre destra e sinistra, ispirandosi alla filosofia neotomista di Jacques Maritain, alla lezione anarchica di Proudhon e all’antimodernismo di Péguy. Riferimenti associati a filoni più marcatamente conservatori, che invece Esprit nella sua storia rivisiterà “da sinistra”, in netta opposizione al cattolicesimo reazionario dell’Action Française fresco della scomunica di Pio XI.

Le due prime fasi della storia della rivista – che all’epoca è anche un movimento – sono caratterizzate dalla direzione di Emmanuel Mounier, che nella filosofia personalista vede il simultaneo superamento dell’individualismo e del collettivismo. Tra il 1932 e il 1941 Esprit è una rivista di giovani idealisti, “non conformisti”, che sognano di rimettere la modernità sui binari dai quali – complice il crack del 1929 – stava palesemente deragliando. Sospesa dal governo di Vichy, la rivista rinasce dalle sue ceneri nel 1945, assieme a una collana editoriale presso le edizioni Seuil: in questa nuova fase Esprit, reduce dall’esperienza resistenziale, si mostra più chiaramente sensibile alle promesse del socialismo, ma in una prospettiva antiburocratica, antistatalista e evidentemente antistalinista. Le riflessioni in seno a Esprit sul rapporto tra Chiesa e popolo influenzeranno il concilio Vaticano II.

 

La morte prematura di Mounier nel 1950, a quarantacinque anni, ribalta tutte le carte: venuta a mancare una guida carismatica, le diverse anime della rivista faticano a trovare una linea comune. Ma questa molteplicità sarà la forza di Esprit negli anni successivi, sotto la direzione di Albert Béguin (1950-57) e soprattutto di Jean-Marie Domenach (1957-1977). Erede designato di Mounier e cattolico come lui, Domenach orchestrerà con discrezione l’influenza centrale di Esprit sul dibattito degli anni Sessanta e Settanta, a partire dal sostegno alla decolonizzazione dell’Algeria. Così Esprit sopravviverà al tramonto del personalismo. Lontana dai “marxisti immaginari” seguaci di Sartre ma anche dall’ideale tecnocratico portato dalla nuova generazione degli scienziati sociali strutturalisti, la rivista di quegli anni unirà l’impegno alla responsabilità, accogliendo assieme a firme storiche come Paul Ricoeur nuovi pensatori come Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, reduci dall’esperienza di un’altra storica rivista francese, portabandiera dell’estrema sinistra anticomunista, Socialisme ou Barbarie. I lettori francesi riconosceranno a Esprit una particolare lungimiranza sulla questione del totalitarismo, e la rivista apparirà chiaramente come uno dei laboratori della “nuova sinistra” post-marxista.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-esprit-novantanni-dalla-parte-giusta-5960.html

 

PIAZZE VUOTE, URNE PIENE? LA PARTECIPAZIONE, SCARSA NEI COMIZI, PUÒ MANIFESTARSI AI SEGGI E METTERE ALL’ANGOLO LA DESTRA.

Di fronte ai cittadini si addensano i problemi della crisi:  la guerra, il carovita, la contrazione dell’economia obbligano a riflettere sulle scelte da compiere domani, domenica 25 settembre, attraverso la scheda elettorale. Deve essere chiara la posta in gioco: l’Italia che dava la linea in Europa, grazie al prestigio di Draghi, può essere risospinta ai margini di un declassamento senza via d’uscita, inevitabile prodotto del sovran-populismo di Meloni, Salvini e Berlusconi.

Tra Roma e Napoli, osservando i reportage televisivi, le immagini delle piazze non hanno dato quel riscontro di partecipazione che pure avrebbe richiesto la mobilitazione dei partiti a chiusura di questa tesissima campagna elettorale, senz’altro decisiva per il futuro del Paese. È un segno ulteriore della scivolosità di una politica mediatizzata dove la scenografia si riduce alla personificazione del messaggio agli elettori, senza più l’intelaiatura della tradizionale lotta per il voto. Rimangono gli slogan, le vecchie parole d’ordine, gli appelli di una volta; spariscono, invece, i legami di massa per i quali la propaganda era la fisica rappresentazione di un corpo a corpo con le istanze popolari. Avviene persino che molti degli eletti siano identificati al momento della formazione delle liste, sicché le  trattative e le decisioni in seno ai partiti e alle coalizioni si antepongono alla volontà degli elettori, svuotando d’interesse e di passione la battaglia nei collegi.       

Si è andati troppo oltre nell’ambigua pretesa di purificare la politica. Da quel lontano referendum sulla preferenza unica, ideato in risposta alla tentacolarità della partitocrazia, si è  arrivati alla inaugurazione di un modello ancora più accentrato di organizzazione del potere. Questo ci consegna platealmente, essendo sotto i nostri occhi come  espressione di un irrefrenabile tendenza all’oligarchismo, la desertificazione del “paesaggio democratico”. Non possiamo far finta che il proposito della Destra di cambiare la Costituzione, quale che sia l’atteggiamento dell’opposizione, non rientri in questa logica di semplificazione dei meccanismi di governo, con una implicita forzatura cesaristica. 

Di fronte ai cittadini si addensano i problemi della crisi:  la guerra, il carovita, la contrazione dell’economia – e l’elenco potrebbe continuare – obbligano a riflettere sulle scelte da compiere domani, domenica 25 settembre, attraverso la scheda elettorale. Può darsi, allora, che la posta in gioco motivi comunque gli italiani a non disertare l’appuntamento con le urne. Sarebbe quanto mai auspicabile non solo per la cosa in sé, ovvero per l’importanza connessa alla riduzione dell’astensionismo, tanto necessaria ai fini della rivitalizzazione della democrazia, quanto per la presumibile “entrata in campo” di quegli indecisi che nelle ultime ore stanno prendendo coscienza del rischio rappresentato da un governo della Destra. L’Italia che dava la linea in Europa, grazie al prestigio di Draghi, può essere risospinta ai margini di un declassamento senza via d’uscita, inevitabile prodotto del sovran-populismo di Meloni, Salvini e Berlusconi. È uno scenario che merita un sussulto di consapevolezza, anche un’assunzione di responsabilità, perché il Paese non ha futuro con il disordinato e aggressivo programma della Destra.

 

DA DRAGHI COL CAPPELLO IN MANO. CONSIDERAZIONI SULLA CAMPAGNA ELETTORALE E SUL FUTURO GOVERNO.

Un’occasione sprecata sotto il profilo della discussione sulle questioni cruciali: la campagna elettorale si chiude senza un colpo d’ala. E dopo il voto? Una volta archiviato il capitolo elettorale e falliti i tentativi di formare governi diversi, non resterà che tornare da Draghi, con merito per quanti lo hanno sempre sostenuto, come il Pd e i centristi, e con il cappello in mano per tutti gli altri.

Si è chiusa una campagna elettorale non certo memorabile né per la qualità del confronto politico né per la capacità di coinvolgimento degli elettori. In particolare appare un’occasione sprecata sotto due profili. Quello riguardante una discussione sulla qualità della nostra democrazia, sui meccanismi della rappresentanza e dell’effettivo esercizio della sovranità in una ottica di sussidiarietà che gli specialisti della dottrina sociale della Chiesa definirebbero orizzontale e verticale, vale a dire fra corpi intermedi e stato e fra i vari livelli di governo. E un’occasione sprecata sotto il profilo della discussione sulle questioni cruciali per la nostra epoca come la stabilità internazionale, l’energia, la transizione ecologica e digitale.

Sul piano dei meccanismi istituzionali, durante questa campagna elettorale, sono emersi tutti i limiti causati dalla stratificazione di scelte sbagliate compiute nel passato. Le riforme che si sono susseguite dalla fine della prima repubblica avrebbero dovuto rendere il cittadino arbitro, come lo intendeva Ruffilli, e invece lo hanno reso quasi del tutto ininfluente. È pur vero che il sistema proporzionale con preferenze presentasse delle criticità. Ma a queste si sarebbe dovuto ovviare ad esempio con collegi più piccoli o con altri possibili accorgimenti. Invece si è scelta la strada del maggioritario senza rigidissime procedure, imposte per legge visto che ci manca la maturità dei Paesi anglosassoni, di selezione democratica dei candidati nei collegi uninominali e nei listini proporzionali. In tal modo si è ottenuto il risultato di una partitocrazia senza più partiti, in cui un numero di persone che si può contare sulle dita delle mani, ha in concreto già scelto almeno il 90% del nuovo parlamento, lasciando la definizione del restante decimo, non più di qualche decina di parlamentari, alle scelte degli elettori indecisi e alle bizzarrie del Rosatellum. 

A rendere l’autoreferenzialità dei candidati ancora più vistosa ha contribuito la riduzione del numero dei parlamentari, facendo in modo che nei posti sicuri di elezione andassero di norma candidati meno capaci di rappresentanza e slegati dal territorio (non di rado paracadutati in posti a loro estranei e, per sicurezza, candidati in più collegi, una cosa questa la pluricandidatura inconcepibile nei sistemi democratici più avanzati), ma in compenso i più fedeli ai leaders che li hanno nominati.

Anche sotto il profilo dei contenuti la campagna elettorale non sembra aver fornito prove convincenti rispetto a quell’«urgenza di visioni ampie» richiamata dai vescovi italiani. L’agenda, come sempre ormai, l’ha dettata il giornale unico, ovvero un sistema informativo che appare sempre più lontano da un effettivo pluralismo. Ciò ha fatto sì che agli elettori arrivasse prevalentemente un unico messaggio: che il ceto medio si deve impoverire ulteriormente, che le aziende devono sopportare la crescita esorbitante dei costi dei materiali e dell’energia per far fronte alla presunta minaccia identificata ossessivamente nella Russia, perché questo, far capitolare la Russia anche mettendo a repentaglio la pace mondiale, corrisponde agli interessi, e ai deliri, di chi controlla il circo mediatico occidentale. È mancata da parte dei leader politici la capacità di pensare e agire in autonomia, di spiegare il momento, la difficile fase storica che stiamo attraversando, di immaginare come sarà il mondo dopo la guerra, e quali possibilità restano di evitarne le estreme conseguenze per dirimere lo scontro mondiale in atto fra i fautori di un assetto mondiale unipolare e i fautori di un assetto mondiale multipolare (e non multilaterale, i due termini non sono affatto sinonimi). È mancata la capacità di fare politica. 

E per questo ritengo, ma è un’opinione personalissima, che in un tal desolante contesto la proposta politica della lista Renzi-Calenda, al di là dei suoi stessi interpreti, quella di una riconferma di Mario Draghi a premier, meriti una seria considerazione in chiave elettorale. Nell’eclissi della rappresentanza popolare, e in attesa che rinasca una grande capacità di protagonismo politico dei ceti medi, le opzioni si riducono essenzialmente a due. O assistere passivamente agli irresponsabili tentativi di realizzazione della distopia dell’élite transumanista, malthusiana e post-democratica oppure scegliere e sostenere la parte più sana e realista fra le élite che, dietro la parvenza della democrazia,  esercitano nei fatti la sovranità nell’Occidente. La seconda opzione è quella che per forza di cose (l’orientamento al bene comune delle vicende umane) e alla prova dei fatti, degli ottimi risultati ottenuti dal governo Draghi, si sta imponendo. Al punto che, una volta archiviato il capitolo elettorale e falliti i tentativi di formare governi diversi, non resterà che tornare da Draghi, con merito per quanti lo hanno sempre sostenuto, come il Pd e i centristi, e con il cappello in mano per tutti gli altri, per chiedergli di rimanere al timone dell’Italia anche per la prossima legislatura.

PUTIN ADESSO ARRANCA. LO STALLO DELLA GUERRA GENERA UN DUBBIO: QUANTO PUÒ REGGERE LA RUSSIA?

Meno forte sul piano internazionale, ora il Capo del Cremlino rischia di trovarsi meno forte anche su quello interno. Ora, se il conflitto dovesse proseguire – come purtroppo è probabile, magari con un rallentamento nel corso del lungo inverno – per diverso tempo ancora, quanto reggerà la capacità della Russia nel sopportare le sanzioni occidentali?

Putin è in condizioni di estrema difficoltà e quindi alza la posta ricordando al mondo di possedere l’arma nucleare e di essere pronto ad usarla (“non è un bluff”). La mobilitazione parziale e la chiamata alle armi di 300.000 riservisti è una palese ammissione che la cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina sta andando male e che senza urgenti correttivi andrà pure peggio. Questa, in sintesi, è la valutazione prevalente presso le cancellerie occidentali e le redazioni dei grandi organi di stampa americani ed europei.

Ma quanto essa è fondata su dati di fatto reali? O quanto piuttosto è il frutto di un nostro diffuso wishful thinking? Non è dato sapere cosa sta accadendo all’interno del Cremlino e cosa si sta muovendo, o meno, fra le élite russe. Ma qualche interpretazione è desumibile dall’osservazione dei più recenti avvenimenti. 

L’avanzata verso est dell’esercito ucraino nel corso degli ultimi due mesi, con la riconquista di porzioni significative di territorio, ha confermato la debolezza complessiva della campagna militare russa. Non solo essa ha fallito – da subito – i suoi obiettivi originari, inclusivi naturalmente della capitale ucraina oltre che di tutta la costa del Mar Nero; ma non è riuscita neppure a consolidare definitivamente le conquiste territoriali effettuate, ora tutte a rischio. La decisione di sottoporre a un referendum frettoloso e palesemente farsesco l’annessione delle due province autonome di Donetsk e Lugansk, della regione di Zaporizhzhia (quella della centrale nucleare) e della città di Kherson vuole proprio esorcizzare il pericolo di perderle militarmente (eventualità non probabile ma nemmeno impossibile, alla luce di quanto si è visto nelle ultime settimane). Divenendo formalmente russe – pur a fronte del certo non riconoscimento da parte della gran parte della comunità internazionale – esse potranno venire difese come territorio russo e dunque “ad ogni costo e con qualsiasi mezzo”.

Si mormora che questa ulteriore radicalizzazione di una situazione già molto complicata sia stata voluta dall’ala più intransigente e dura della cerchia di potere che gravita intorno a Putin, il quale si è visto costretto ad avallarla (segnale di un’iniziale perdita di forza interna dell’autocrate). Si sussurra pure, d’altro canto, che l’isolamento fisico cui il Presidente russo è ormai sottoposto dall’Occidente (paradigmatico è stato il mancato invito ai funerali planetari della Regina Elisabetta) abbia instillato in lui altro fiele che si aggiunge a quello accumulato sin qui.

Anche sul piano dei rapporti internazionali sui quali ha investito di più le cose paiono procedere meno bene del previsto. Ne è stata dimostrazione il vertice della Shangai Cooperation Organisation (SCO) tenuto a Samarcanda settimana scorsa. Un foro di dialogo politico imperniato sulla cooperazione economica e infrastrutturale che raduna 9 Paesi che insieme hanno il 40% della popolazione mondiale e il 25/30% del PIL globale. La speranza dell’uomo del Cremlino era che esso definisse una sorta di “patto” fra i leader di un mondo baricentrato sull’Asia “alternativo” a quello occidentale. Con forti tratti antiamericani, testimoniati dalla firma del memorandum di adesione alla SCO del presidente iraniano Ebrahim Raisi; e dalla ambigua partecipazione ad esso, forse ancora più inquietante per Washington, di alleati riottosi ma non per questo meno strategici come Turchia (nella NATO) e India (nel QUAD).

L’incontro di Samarcanda ha invece evidenziato il crescente disagio della Cina nel mantenere un atteggiamento amichevole nei confronti della Russia in costanza di una guerra che ad essa crea solamente problemi in quanto impoverisce la sua marcia di avvicinamento economico ai ricchi mercati occidentali attraverso la sua imponente ed ambiziosa Nuova Via della Seta (la Belt & Road Initiative). Un disagio che si trasforma in possibile ostilità nel momento in cui avvisa Mosca che il Kazakistan è un Paese sovrano al quale non è associabile alcuna filosofia anche solo vagamente pan-russa (come per estensione qualche ideologo moscovita ha ipotizzato). Ma messaggi precisi sono giunti a Putin pure dal Presidente indiano Modi, con il suo fermo monito contro la guerra, e dall’autocrate turco Erdogan (l’unico peraltro che riesce a tentare qualche mediazione fra i contendenti russi e ucraini), che ha invitato Putin a ritirare le truppe dal territorio ucraino.

Meno forte sul piano internazionale, ora il Capo del Cremlino rischia di trovarsi meno forte anche su quello interno. Questa è, ovviamente, una valutazione che sarà tutta da verificare. Resta il fatto, però, che all’indomani della comunicazione con la quale si è annunciata la “mobilitazione parziale” numerose proteste si sono sollevate non solo a Mosca e a San Pietroburgo e moltissimi giovani hanno preso il primo volo utile per espatriare. Sfidando rischi certi migliaia di persone hanno trovato la forza e la volontà per manifestare e contestare le scelte dell’autorità costituita: ciò dimostra che qualcosa sta covando sotto la patina di quell’ufficioso 70% di sostegno popolare al Presidente e alla sua politica. Certamente il consenso nei confronti della guerra in Ucraina viaggia su percentuali minori. Anche nelle periferie orientali dello sterminato Paese. 

Ora, se il conflitto dovesse proseguire – come purtroppo è probabile, magari con un rallentamento nel corso del lungo inverno – per diverso tempo ancora, quanto reggerà la capacità nel sopportare le sanzioni occidentali? Il fatto che in più circostanze sia Putin sia il Ministro degli Esteri Lavrov abbiano collegato l’ipotesi di un qualsiasi negoziato alla fine delle medesime significa senza dubbio che esse stanno colpendo – in maniera più o meno dura, questo non lo sappiamo ancora – il sistema-Paese nel suo complesso. Sembrerebbe pure il suo comparto militare nei suoi sistemi d’arma più sofisticati, il che non sarebbe davvero cosa di poco conto.

Le guerre, dovrebbe essere noto anche a Putin, si sa quando e come si cominciano ma non quando e come si finiscono. Un vecchio detto che si sta rivelando veritiero anche questa volta. Accade spesso che chi le inizia poi non le finisce. Potrebbe essere questo, ora, il dubbio atroce di Vladimir Vladimirovic.

NON POSSIAMO STARE CON LA DESTRA. PESA PURTROPPO LA DIVISIONE TRA CENTRO-SINISTRA E TERZO POLO. 

La Democrazia che ci propone la Destra non è la nostra Democrazia. Alcide Degasperi – che i sedicenti “centristi”, utili idioti della Destra, cercano di utilizzare in modo blasfemo – ha sempre affermato il “confine a destra”, anche quando era in conflitto di sistema con i comunisti. Il “Centro” è tutto ciò che può evitare al Paese e all’Europa il declino della Democrazia. Ma nessuno oggi lo rappresenta da solo.

Ciò che accade in Europa e nel Mondo dovrebbe farci capire che non esiste futuro per la Democrazia – come la concepiamo noi cristiano democratici – nella prospettiva della Destra. Non è “fascismo” in senso stretto, certo. Ma non è la “nostra” Democrazia.

Non è la Democrazia che si fonda su un patto di comunità e di solidarietà. Non è la Democrazia evocata da Aldo Moro quando parlava di “Stato, che nella sua essenza, è il divenire della società nella storia, secondo il suo ideale di giustizia”. Non è la Democrazia intesa come costruzione faticosa di una trama umana e sociale, piuttosto che mera corrispondenza tra istanze sempre più individualistiche ed un Potere sempre più solo e destinatario di mandati fideistici tanto generici, quanto effimeri. Non è la Democrazia che vede nell’Europa la nostra casa comune.

Al di là di ogni incongruità delle attuali forme rappresentative della politica e di ogni astrusità delle leggi elettorali, noi non possiamo stare con la Destra.

Non è questione di “voto utile” per chi si candida, ma di “voto utile” per la Democrazia come i nostri Padri ce l’hanno insegnata e consegnata. In Italia ed in Europa. Alcide Degasperi – che i sedicenti “centristi”, utili idioti della Destra, cercano di utilizzare in modo blasfemo – ha sempre affermato il “confine a destra”, anche quando era in conflitto di sistema con i comunisti.

E Gabriel Valdes – grande leader della DC cilena – ammoniva che “se vinci con la Destra, è la Destra che vince”.

Non so cosa sarà il “Centro” in futuro. So che Moro, nel suo memorabile discorso del 28 febbraio 78, diceva: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà”.

Il “Centro”, oggi, in questo passaggio drammatico, è tutto ciò che può evitare al Paese e all’Europa il declino della Democrazia che la Destra ha in programma. Nessuno oggi lo rappresenta da solo. Ed infatti stiamo giocando a briscola in un torneo di scopone. Giochiamo al proporzionale in un sistema in gran parte maggioritario. Il danno derivante dalla divisione tra Centro Sinistra e Terzo Polo appare enorme ed irreversibile in queste elezioni. Un gioco a somma irresponsabilmente negativa.

Lavoriamo almeno per ridurre il danno immediato e per immaginare scenari nuovi e più adeguati per il dopo.

AUGURI, ITALIA! MERITIAMO QUALCOSA DI MEGLIO RISPETTO A QUELLO CHE PUÒ ACCADERE CON LA VITTORIA DELLA MELONI. 

L’affidabilità in politica non è un dettaglio secondario. Aver bruscamente interrotto, per meri calcoli elettorali, il lavoro del Governo Draghi ha già danneggiato le fasce più deboli della popolazione. Una robusta presenza democratica e progressista è l’unica possibilità che abbiamo per rafforzare la posizione dell’Italia in Europa.

Alla vigilia dell’importante appuntamento elettorale di domenica 25 settembre è doveroso fare gli auguri al nostro amato Paese e a tutti i concittadini. L’augurio, a l’Italia e agli italiani, di non fare dei salti nel passato che vanificherebbero la crescita e gli sforzi fatti in questi pur difficili anni segnati da populismi, pandemia e guerra in Europa. Quello che ci dobbiamo augurare è che prosegua ancora più spedito il processo di integrazione europea e che l’Italia sia tra i paesi che guidano e indirizzano questo percorso.

Fuor di metafora e lontani da un inutile e fastidioso “politichese” è necessario che l’Italia si affidi a chi ha sempre creduto nell’Europa e nella necessità di affrontare le nuove sfide globali con la forza d’impatto che solo l’Unione Europea può avere rispetto ai colossi presenti nel resto del mondo. Oggi più che mai l’Europa è garanzia di democrazia e di pace nel rispetto della libertà di autodeterminazione di ciascun paese.

Le conversioni tardive sono guidate da valutazioni opportunistiche e come tali non sono credibili; nel libro che ha pubblicato nel 2021 Giorgia Meloni ha confermato tutta la sua contrarietà rispetto all’Europa ed alle scelte conseguenti; gli euro-scettici utilizzano sempre gli stessi puerili argomenti ad effetto per denigrare le istituzioni europee che, come perfide matrigne, ci vorrebbero obbligare (secondo la banalizzazione degli euro-scettici) a mangiare insetti o a cambiare il modo di produrre e cucinare i nostri prodotti alimentari tipici; sciocchezze in libera uscita!

Gli “europeisti o atlantisti da campagna elettorale” non hanno la sufficiente affidabilità per sostenere la ragioni dell’Italia in ambito europeo ed internazionale; un governo di destra genererebbe un contenzioso con l’UE con ricadute negative (in parte già descritte nella precedente nota “RIECCOLI, DA DESTRA CON VECCHIE IDEE E NUOVI RISCHI”) su quelle famiglie ed imprese che, tutelate durante l’emergenza Covid, non meritano di pagare ora altri prezzi a causa di sgangherate ideologie anti-europeiste. Quella fiamma tricolore (nefasta eredità del vecchio e nostalgico MSI) – che la Meloni non vuole abbandonare – rischia di bruciare del tutto la nostra credibilità e i passi in avanti fatti in questi anni sul piano di diritti civili, garanzie costituzionali e sviluppo economico.

Aver bruscamente interrotto, per meri calcoli elettorali, il lavoro del Governo Draghi (premiato peraltro come miglior premier dell’anno) ha già danneggiato le fasce più deboli della popolazione per le quali l’agenda governativa prevedeva una serie di interventi che ora difficilmente potranno avere seguito.

Una robusta presenza democratica e progressista è l’unica possibilità che abbiamo per rafforzare la posizione dell’Italia, consentendo di proseguire nel percorso di riforme avviato, non sprecando la storica occasione fornita dalle risorse del PNRR che per il 70% devono essere impegnate su specifici progetti entro il 2022 per poi essere spese entro il 2023. Dunque, Auguri Italia: auguri perché meritiamo sicuramente qualcosa di meglio rispetto ai rischi che stiamo correndo in queste ore.

 

LE ELEZIONI, L’OMBRA DI PUTIN E LA MINACCIA NUCLEARE. 

Putin, Medvedev e Peskov hanno dichiarato che non escludono il ricorso all’uso delle armi nucleari. Il voto di domenica in Italia è inevitabilmente legato a doppio filo a queste vicende: siamo alla vigilia di eventi potenzialmente catastrofici. Le parole di Draghi, a Washington, sono state forti e decise: “L’invasione russa rischia di aprire una nuova era di polarizzazione. Evitiamo ambiguità, per non pentircene in seguito”.

Per comprendere al meglio il significato vero dell’operazione militare speciale – in realtà una spietata e crudele guerra di conquista dell’Ucraina e di annientamento del suo popolo, di cancellazione della sua storia e rimozione della sua cultura – sarebbe utile rileggere un numero di aprile del media russo Ria Novosti. 

Cosa si legge nelle sue pagine? Viene descritta minuziosamente in quale modo e con quali azioni dovrà essere compiuta l’opera di denazificazione del popolo ucraino. Il programma è illustrato in modo chiaro e inequivocabile e comprende l’intervento bellico e la punizione dei civili che si sono resi complici del sostegno ai vertici politici di Kijv, oltre ai quali è colpevole anche una parte significativa “delle masse, che sono naziste passive, complici del nazismo. Sostennero e assecondarono il potere nazista. La giusta punizione di questa parte della popolazione è possibile solo sopportando le inevitabili fatiche di una giusta guerra contro il sistema nazista, svolto con la massima cura e discrezione nei confronti dei civili. Un’ulteriore denazificazione di questa massa di popolazione consiste nella rieducazione, che si realizza attraverso la repressione ideologica degli atteggiamenti nazisti e una severa censura: non solo nell’ambito politico, ma anche necessariamente nell’ambito della cultura e dell’istruzione. Fu attraverso la cultura e l’educazione che si preparò e si realizzò una profonda nazificazione di massa della popolazione, assicurata dalla promessa dei dividendi della vittoria del regime nazista sulla Russia che si ribellò al nazismo ucraino” .

Settantatre volte sono citate nel testo le parole nazismo e denazificazione: per la durezza delle affermazioni e l’opera criminale che viene illustrata può essere considerato il mein kampf dei rascisti. Ne consiglierei la lettura agli indecisi sul voto di domenica 25 p.v., a coloro su cui incombe la minaccia nucleare di Putin e ai movimenti politici e agli opinionisti su cui pesano i troppi silenzi sulle atrocità commesse per ordine del Cremlino nei confronti dei civili e della popolazione massacrata, comprese le donne, gli anziani e i bambini. Su queste cose non si scherza e non si va incontro al buio di un’avventura che potrebbe essere senza ritorno.

Putin, Medvedev e Peskov hanno dichiarato che non escludono il ricorso all’uso delle armi nucleari, anche a protezione dei referendum-farsa di annessione di Donbass, Lugansk e Donetsk – già riconosciute indipendenti da Vladimir Putin alla vigilia dell’invasione – e dell’oblast di Kherson e Zaporizhzhia, “in nome della giustizia storica” come affermato dal ministro degli Esteri Lavrov. Intanto sono stati chiamati alle armi 300 mila riservisti per una nuova offensiva a seguito della riconquista dei territori da parte dell’esercito ucraino, mentre  monta la protesta del popolo russo: oltre mille fermati e arrestati a Mosca per aver manifestato contro il regime e Novaya Gazeta dal suo esilio in Lettonia, dopo la chiusura della testata giornalistica diretta da Dmitru Muratov per opera del regime, riferisce della imminente, possibile mobilitazione di un milione di persone.

Non sono bastati 60 mila soldati lasciati sul campo per l’invasione armata dell’Ucraina: la diserzione dei chiamati alle armi sarà punita fino a dieci anni di reclusione. Intanto siamo al sold out all’aeroporto di Mosca: la gente fugge verso destinazioni che non richiedono il visto all’ingresso, i biglietti per queste mete (non certo turistiche) si vendono anche a 3-4 mila euro, mentre alla frontiera della Finlandia si formano code di 30 km di auto guidate da fuggitivi che portano in quel Paese confinante le loro famiglie e ciò che hanno potuto mettere nel bagagliaio. Asseragliato nel Cremlino e forte della fedeltà dell’esercito, del FSB (ex KGB), il regime degli oligarchi dell’autarchia putiniana dispiega tutte le sue forze per riabilitare un’operazione militare che, pur avendo raso al suolo città e villaggi, ha dovuto battere in ritirata, abbandonando armi, carrarmati e munizioni all’esercito ucraino nella sua controffensiva.

Monta la tensione, si alza la posta in gioco e cresce la paura, la preoccupazione è ora palpabile anche negli scettici, nei giustificazionisti e nelle forze politiche che invocano il ritiro delle sanzioni a cominciare dalla Lega che non risulta finora aver revocato il patto con ‘Russia unita’, il partito di Putin. Il voto di domenica in Italia è inevitabilmente legato a doppio filo a queste vicende: siamo alla vigilia di eventi potenzialmente catastrofici, ce lo ha ricordato il premier Draghi parlando all’assemblea generale dell’ONU, dopo aver ricevuto da Henry Kissinger a nome dall’Appeal of Conscience Foundation. l’attestato quale statista dell’anno. “L’invasione russa rischia di aprire una nuova era di polarizzazione. Evitiamo ambiguità, per non pentircene in seguito”. Sono parole che francamente pesano come macigni.    

 

L’UNICO VOTO UTILE È QUELLO PER IL PROPRIO PARTITO.

È inaccettabile la discriminazione che proviene a monte da un pregiudizio ideologico. Ciò avviene quando il concorrente politico non è mai un avversario da combattere, ma è sempre un nemico da distruggere ed annientare. Riflettere allora su chi invoca il “voto utile” non è una perdita di tempo o un semplice dettaglio nella nostra vita politica. È, invece, una riflessione importante perchè evidenzia chi ha una concezione liberale e garantista della democrazia e delle istituzioni.

C’è un solo “voto utile” nella democrazia: ed è quello che il cittadino/elettore consegna al proprio partito. È una regola banale e persin elementare dove non vale neanche la pena di approfondirla in termini scientifici o politologici talmente è scontata. Eppure ogni giorno continuiamo ad ascoltare appelli e commenti ridicoli, se non addirittura grotteschi nonchè ipocriti, che indicano come “voto utile” quello che solo e soltanto che viene dato al proprio partito e, soprattutto, “contro” gli altri partiti. Il caso più eclatante nel merito riguarda, come da copione, il comportamento concreto del Partito democratico. Non passa giorno dove non solo la sinistra indica nell’attuale centro destra – nel caso in cui vinca le elezioni – un pericolo mortale per la nostra democrazia e per continuare a conservarla inventando il solito e ormai collaudatissimo rischio del ritorno del fascismo con l’irruzione di svolte illiberali e governi autoritari. No, in questa occasione il “voto utile” per la sinistra è anche quello dato contro il “Terzo polo” di Renzi e di Calenda e, naturalmente, contro tutti quelli che mettono in discussione la vittoria della sinistra. O meglio, per essere più precisi, contro tutti quelli che possono causare la disfatta politica ed elettorale della sinistra e dei suoi pochi compagni di viaggio.

Ora, ci sono almeno due condizioni di fondo che spiegano questa strana concezione della democrazia. E cioè, da un lato persiste la presunzione che l’unica strada possibile per garantire la democrazia nel nostro paese e dare efficacia all’azione di governo consiste nel dare il voto alla sinistra e, nello specifico, al Partito democratico. Dall’altro lato rimane intatta la concezione tardo comunista della cosiddetta “superiorità morale” della sinistra rispetto a tutti gli altri attori politici. Una “superiorità morale” che nel corso della storia democratica del nostro paese è stata scagliata contro gli avversari politici di turno. Per molti decenni contro la Democrazia Cristiana e quasi tutti gli statisti e i leader di quella straordinaria stagione politica e di governo e poi, come da copione, contro tutti quei partiti e quei leader che attraverso il libero voto dei cittadini mettevano in discussione il ruolo, la funzione e il potere della sinistra nelle sue multiformi espressioni. 

Una prassi e una deriva che sono strettamente connaturate alla storia politica e culturale della sinistra italiana e che, malgrado lo scorrere delle stagioni storiche, il cambiamento dei partiti e delle stesse classi dirigenti, regge nella sua integrità e nel suo nucleo essenziale. Pertanto, e di conseguenza, chiunque ambisca ad un ruolo di governo e che soprattutto riscuota consensi massicci nella pubblica opinione, è destinato ad entrare nel mirino della sinistra e ad essere oggetto di scherno e di dura contestazione sui “fondamentali” del nostro impianto democratico. Così è stato per la lunga e seppur contraddittoria stagione berlusconiana; così è stato per Salvini; così è stato paradossalmente per Renzi e così è – e non poteva essere altrimenti – per Giorgia Meloni. In altre parole, il concorrente politico non è mai un avversario da combattere ma è sempre un nemico da distruggere ed annientare.

Da questa concezione deriva la semplice conseguenza del cosiddetto “voto utile”. Un voto, cioè, che ha un senso solo se viene dato al proprio partito. E chiunque lo metta in discussione – centro destra o Terzo Polo che sia non fa alcuna differenza – diventa necessariamente un avversario/nemico che si fa portatore di un voto inutile se non addirittura nocivo per la democrazia, le istituzioni e quindi anche per l’azione di governo. Ecco perchè riflettere su chi invoca il “voto utile” non è una perdita di tempo o un semplice dettaglio nella nostra vita politica. È, invece, una riflessione importante perchè, ancora una volta, evidenzia chi ha una concezione liberale e garantista della democrazia e delle istituzioni e chi, al contrario, conserva un impianto egemonico, arrogante e moralistico della stessa democrazia e delle medesime istituzioni.

 

 

 

ELEZIONI A PRAGA. LA REPUBBLICA CECA, L’EUROPA, L’ORIZZONTE DELLA DEMOCRAZIA. INTERVISTA A HELENA LEISZTNER.

La Repubblica Ceca fa parte dell’Unione europea e della NATO. L’organo legislativo del Paese si compone di due camere, entrambe elette a suffragio popolare diretto. Il Parlamento è bicamerale. La camera bassa, la Camera dei deputati (Poslanecká sněmovna), è composta da 200 rappresentanti eletti per 4 anni con un sistema proporzionale basato su una suddivisione in quattordici circoscrizioni con soglia di sbarramento al 5% dei voti validi. La camera alta, il Senato (Senát), è composta da 81 senatori, eletti con sistema maggioritario uninominale a doppio turno: il primo turno richiede la maggioranza assoluta, il secondo richiede la maggioranza semplice tra i primi due candidati. Il Senato, con funzioni consultive, viene rinnovato ogni due anni di un terzo dei suoi membri. Le elezioni amministrative comunali e quelle per un terzo dei seggi del Senato ceco si terranno domani e dopodomani (23 e 24 settembre).  Per l’occasione abbiamo intervistato Helena Leisztner, importante esponente della cultura ceca, che ha deciso di “scendere in campo” per una politica e società migliore, non solo ceca ma anche europea. L’intervista che segue è in due versioni, italiana ed inglese, per garantirne il massimo della diffusione .

INTERVISTA

Helena sei una personalità della cultura ceca. La tua creatività spazia nei campi del design, della moda e dell’arte visiva. Perché hai scelto di impegnarti attivamente nella politica?

Anni fa la polizia di Praga ha scoperto molti casi di corruzione.  A quel tempo, ho iniziato a parlare attivamente contro gli abusi politici e la corruzione.  L’ultimo impulso è stato quando ho presentato al comune di Praga idee e modelli di abbigliamento per la presentazione, gratuita, della Repubblica Ceca a un grande evento internazionale.  Questa mio progetto è stato successivamente utilizzato con un nome diverso, ottenendo un ricavato di 2 milioni di corone. Cominciai allora, però, a scoprire l’esistenza d’intrighi inaccettabili.

La Cultura è una grande fonte di democrazia e pace.  Cosa ne pensi a proposito e, secondo te, la Cultura può essere uno strumento per migliorare la società?

Sì, la Cultura è e deve essere parte integrante della vita.  Rafforza la nostra prospettiva, accresce le emozioni e riunisce molte persone.  Ma questo non è il momento perché ci sono questioni ancora più urgenti. Nella Repubblica Ceca, ad esempio, il governo non sta affrontando i problemi di una inflazione galoppante. L’elettricità ha il prezzo più alto dell’UE: gas, cibo e carburante sono costosissimi. La maggior parte delle famiglie lotta per sopravvivere, pensando ad un inverno freddo.  A questo punto, la Cultura è un argomento poco importante per la stragrande maggioranza della popolazione.

Quali sono gli obiettivi fondamentali che speri possano essere attuati per avere una vita migliore?

A breve, nel periodo 2022-2023 occorre garantire energia sufficiente per la Repubblica Ceca e per l’Europa, imponendo un prezzo dell’energia ragionevole. Serve fare pressione sul governo. I politici devono svolgere il loro lavoro, compito degli Stati è garantire condizioni di mercato ottimali, far vivere e lavorare tanto i cittadini quanto le imprese. Ciò non mi sembra garantito nell’UE e nella Repubblica Ceca.

Negli ultimi 15 anni in Europa ha prevalso un modello estremo, particolarmente invasivo: vogliono controllare la vita dei cittadini, il progresso e le forme di produzione delle aziende. Ci sono “ordini” difficili da seguire, come tenere il riscaldamento in casa a un livello di gradazione basso, fare la doccia una volta al giorno, usare solo auto elettriche, ecc, ecc. Una congerie di nterventi e regolamenti ha già “avvelenato” le nostre vite, spesso non ci accorgiamo nemmeno dell’assurdità e, sullo sfondo, finanche dell’interesse economico. E poi, si torna a parlare di corruzione.

La domanda in tutta l’UE è più o meno costante. Dal lato dell’offerta, tuttavia, da anni l’UE ha ridotto significativamente la quantità, chiudendo centrali nucleari e a carbone, liquidando le auto senza motore elettrico, innescando una speculazione di mercato. Ma il disastro sta nel fissare il prezzo di tutta l’elettricità in base al prezzo della produzione più costosa. Avviene così per le auto con l’allineamento di Škoda, Fiat, ecc…, al prezzo delle più costose Mercedes, BMW, VW. Questo è assurdo, tant’è che sono scattati i controlli, anche da parte dell’Interpol.

Cosa ha motivato la tua scelta di entrare a far parte di un partito politico centrista?

All’inizio questo partito era l’unico con un chiaro impegno anticorruzione. Ora, in virtù di argomentazioni ragionevoli, basate sempre sui fatti, stiamo cercando di spingere il governo ad affrontare i problemi più gravi ed urgenti, in primis la crisi energetica.

Quali sono i principi su cui si basa la politica di ANO (sigla che in italiano significa SÌ, ndr)?

L’orientamento centrista del partito ha molto a cuore la condizione sociale dei cittadini, per sostenere le fasce più deboli. Si tiene comunque conto degli equilibri di bilancio dello Stato. In realtà, il 2019 si era chiuso con un saldo attivo. Gli anni del Covid 2020 e 2021 non lo hanno più reso possibile. Con ANO al governo, le pensioni e gli stipendi degli insegnanti sono aumentati, i lavori pubblici – si pensi alle autostrade – hanno avuto maggiore impulso, concrete misura sociali sono state adottate. Non sono parole, i fatti lo documentano.

In quale gruppo del Parlamento europeo sei e cosa rappresenta per te l’Europa?

Sono in “Rinnova l’Europa” (Renew Europe). Per me l’Europa rappresenta il dinamismo del mercato, la libera circolazione dei cittadini, l’offerta circolare del lavoro. All’opposto, le agende degli ultimi anni stanno progressivamente e lentamente distruggendo l’Europa. Ci sono provvedimenti che vanno combattuti, come quelli riguardanti i sussidi impropri, l’eccessiva regolamentazione dei mercati, alcuni divieti insensati: tutto ciò comporta una lenta “deformazione” dell’UE.

Come sappiamo, Bruxelles ha basato l’intera agenda del Green Deal sulle importazioni di gas dalla Russia. Questo errore è stato riconosciuto in modo esplicito, con le dovute scuse pubbliche? No, al contrario. Ma tutto questo, per il sovraccarico di divieti e limitazioni, non ha più nulla a che fare con la scienza, l’economia o la protezione dell’ambiente.

Quale scenario immagina per la politica ceca?

Auguro, non solo alla Repubblica Ceca ma a tutti i Paesi europei, la fortuna di avere nel governo e nei parlamenti uomini politici assennati, con un uno sguardo internazionale. Mi piacerebbero dotati di conoscenze linguistiche, in grado di esibire e valorizzare, a beneficio di tutti, la loro esperienza professionale e i loro successi.  Politici non gravati da ideologie, senza interessi collaterali,  al servizio di cittadini, aziende e istituzioni .

Che progetto ha il partito ANO per il futuro della Repubblica Ceca?

ANO ha quasi lo stesso numero di voti di quelli che la coalizione INSIEME-SPOLU aveva quando ha ottenuto la maggioranza. Ora, l’attuale governo pentapartito ha affermato, in questo agosto 2022, che i cittadini non hanno bisogno di aiuto, supereranno comunque l’inverno ed impareranno a risparmiare senza bisogno di sostegno. La pressione del nostro partito, le manifestazioni in piazza, la “disperazione” dei politici e il coraggio di un solo ministro – il ministro della Giustizia – sono riusciti a cambiare almeno in parte questo atteggiamento incomprensibile. Ora il governo ha già in parte ceduto, anche se ancora poco rispetto agli altri membri dell’UE.

Cosa ne pensi di Orbán?

Ogni Paese ha il diritto di eleggere i suoi rappresentanti e l’UE deve rispettare le singole scelte. L’UE è stata creata come un “contenitore” di opinioni, esperienze storiche, popoli e culture differenti.

Orbán favorisce chiaramente gli interessi del suo Paese, dando priorità alle esigenze dei suoi cittadini. Certo, sarebbe opportuna una sua maggiore aderenza alla politica europea. C’è da chiedersi però se non sia più vantaggioso per tutti che l’UE abbia posizioni diverse all’interno e possa quindi esprimere opinioni differenti, per poi trovare le soluzioni più giuste.

La Gran Bretagna non ha lasciato l’UE solo per capriccio.  Forse è necessario un esame di coscienza da entrambe le parti e sarebbe importante che l’UE analizzi la Brexit e le ragioni che l’hanno provocata. Esiste già questa analisi?

Immagini un ruolo della Repubblica Ceca nella questione balcanica, tenendo conto che la stabilità dell’area potrebbe essere importante anche per la Repubblica Ceca?

La stabilità dell’intera UE e del mondo è importante. Stiamo vivendo tragedie che fino a poco tempo fa nemmeno avremmo potuto immaginare. Ricordo come abbiamo accolto l’anno 2000, quando ci abbandonammo all’ottimismo per l’inizio di una nuova era di prosperità e di pace, all’insegna della solidarietà universale. Ebbene, nessun cittadino, nessuna madre, nessuna famiglia vuole conflitti, guerre, miseria. Nessuno si rassegna a un domani di pura sussistenza.

Cosa prevedi sugli sviluppi dell’intervento militare di Putin in Ucraina e sul coinvolgimento della NATO?

In questo caso, chi è l’aggressore e chi l’aggredito appare ben definito. La posizione della NATO è corretta. La Repubblica Ceca ha vissuto un’analoga tragedia nel 1968. L’invasione russa ha stravolto le nostre vite, ha cambiato tutti noi per 20 anni. Nessuno ci ha aiutato, quella volta. La nazione ne porta ancora i segni.

Come si dice “buona fortuna” per le elezioni politiche?

“Mnoho štěstí”. Consentimi tuttavia di ripetere che la fortuna è di avere a tutti i livelli – nel governo, nei parlamenti, nei senati –  buoni politici: aperti al mondo, dotati di competenze linguistiche, forti della loro esperienza di lavoro e dei loro successi. Politici legati solo a un interesse, quello di servire con scrupolo e diligenza il loro Paese.

 “Mnoho štěstí”, Helena!

 

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VERSIONE INGLESE

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Helena you are a personality of Czech culture. Your creativity ranges in the fields of design, fashion and visual art. Why did you choose to actively get involved in politics?

 

Many years ago, the police in Prague uncovered many corruption cases. At that time, I began to actively speak out against political abuse and corruption. The last impulse was when I submitted to the municipality a complete concept and clothing designs for the presentation of the Czech Republic for free at a large international event, and this concept was subsequently used under a different name for 2 million crowns. That’s when I discovered the real existence of political machinations.

 

The culture is a great source of democracy and peace. What do you think about it and do you think Culture can be an instrument for improving society? 

 

Yes, culture is and must be an integral part of life. It strengthens our outlook, heightens emotions and brings many people together. But at the moment it will be difficult. In the Czech Republic, the government has not yet applied a valid price cap. We have the most expensive electricity in the EU – despite the fact that we have a surplus of it and export it. We have almost the most expensive gas, food and fuel. Most households struggle to survive the winter. At this point, culture is a meme topic for the vast majority of the population.

 

Which are the fundamental objectives that you hope can be implemented for having a better life? 

 

In year 2022 a 23 to ensure enough energy for the Czech Republic and for Europe, to force a reasonable energy price for the Czech Republic by putting pressure on the government. Politicians must do their job, the duty of states is to ensure objective and optimal market conditions and let citizens, companies live and work. This market in EU and Czech Republic not exist anymore.

For the last 15 years, extreme engagement has prevailed in the EU, they want to control the lives of citizens, the progress and production forms of companies. Itś an order how we have to turn on the heating at some degrees, shower only once a day, use only electric cars, etc., etc. . Interventions and regulations have already poisoned our lives, we often don’t even notice the absurdity and financial interest in the background. We are talking about corruption again.

Demand across the EU is more or less constant.

On the supply side, however, the EU has been significantly reducing the quantity for years – closing nuclear and coal-fired power plants, liquidating cars without electric drive, enabling a speculative emission market. But the biggest crime is setting the price of all electricity based on the price of the most expensive production. This is similar to setting the price of all other cars – Škoda, Fiat, etc. – based on the most expensive Mercedes, BMW, VW. This is already absurd, and work for Interpol.

 

What motivated your choice to join a centrist political party? 

 

At the beginning, this party was the only one with a clear anti-corruption commitment. Now, with the effort of reasonable arguments, based on facts, we are trying to solve and convince the government and the necessity of a vigorous entry into the energy crisis

 

What are the principles on which ANO”s policy is based? 

 

It is a centrist orientation, with an emphasis on trying to ensure the social satisfaction of citizens. Of course, taking into account the balance of the state budget. In 2019, the budget was already in surplus. The years of Covid 2020 and 2021 no longer made it possible. During the period of the ANO government, pensions and teachers’ salaries increased the most, highways were built, and there are countless positive outcomes. All the facts are presented in books with clear chapters.

 

In which group of the European Parliament you are and what does Europe represent for you? 

 

I’m in “Renew Europe”.

For me, Europe is an ideal for free trade, free movement of citizens, unlimited destination for work.

On the completely opposite side are the agendas of recent years that are gradually and slowly destroying Europe and must be fought against: artificial subsidies, artificial markets for administrative papers, senseless bans, dubious central limits, regulation, slow deformation of the EU.

Brussels based the entire Green Deal agenda on gas imports from Russia. Has anyone registered an apology and admission of mistake? No, on the contrary, it is completely pointless to try to shorten the timetable and tighten the artificial restrictions even more. This no longer has anything to do with science, basic economic knowledge or environmental protection.

 

What scenario do you imagine for Czech politics? 

 

I wish the same for every country. To be lucky enough to have sensible politicians in the government and parlaiments, with an international perspective, with language skills, with experience from own business or from a successful work career. Politicians who are not burdened by ideologies, without side interests and whose only goal is to ensure good conditions for citizens, companies and institutions.

 

What project does the ANO party has with regards to the Czech Republic? 

 

ANO has almost the same number of votes, the TOGETHER-SPOLU coalition won the majority when 3 parties joined. The 5-party government claimed 3 weeks ago – in August 2022-  that the citizens do not need help, they will survive the winter and at least learn to save. Also, that there is a lack of companies and overemployment in the Czech Republic, they will survive and do not need help. The pressure of ANO, demonstrations in the streets, the desperation of regional politicians and the courage of one single minister – the Minister of Justice – managed to change this incomprehensible attitude at least partially. Now the government has already partially relented, although still definably little compared to all other EU states.

 

What do you think about Orbán? 

 

Every country has the right to elect its representatives and the EU must respect that. The EU has just been created as a conglomerate of different opinions, historical experiences, peoples and cultures.

Orbán clearly favors the interests of his country, prioritizing his citizens.

We can say that it would be appropriate to adapt more to the European central opinion. The question is whether it is not appropriate for the EU to have different positions inside – not only One and Only – and given opinions, to discuss, discuss and find the right solutions.

Great Britain didn’t just leave the EU on a whim either once in the morning. Perhaps some self-reflection is needed on both sides and it would be important for the EU to analyze Brexit and the reasons. Does this analysis already exist?

 

Do you imagine a role of Czech Republic in the Balkan question, taking into account that the stability of the area might be important also for the Czech Republic? 

 

The stability of the entire EU, the entire region and the world is important. We are experiencing tragedies that we could not even imagine. I remember how we welcomed the year 2000, full of optimism as the beginning of a new era of prosperity, peace and togetherness. Politicians – it is necessary to remember! No citizen, no mother, no family wants conflict, war, misery and livelihood.

 

What do you foresee about the developments of Putin’s military intervention in Ukraine and the NATO involvement? 

 

In this case, the aggressor and attacker is defined and clear. NATO’s position is correct. The Czech Republic had this historical tragedy to experience in 1968. It changed our lives and us for 20 years. No one helped us that time. The  nation is still marked.

 

How do you say “good luck” for political elections? 

 

“Mnoho štěstí”, but I have to repeat: To be lucky enough to have sensible politicians in the government, parliaments, senates, with an international perspective, with language skills, with experience from own business or from a successful work career. Politicians who are not burdened by ideologies, without side interests and whose only goal is to ensure good conditions for citizens, companies and institutions.

 

“Mnoho štěstí”, Helena!

 

CON IL CENTRO SI PUÒ RIPARTIRE.

La radicalizzazione violenta del conflitto politico non può essere la stella polare della dialettica democratica. Urge pertanto un cambiamento. In questa prospettiva s’inserisce, già nell’imminente passaggio delle elezioni, il potenziale e decisivo ruolo del Centro; sicuramente un Centro che per molti decenni è stato interpretato dalla tradizione del cattolicesimo popolare, democratico e sociale. Da qui è necessario ripartire. Dunque, una nuova stagione politica di annuncia.

Al di là del risultato elettorale, ormai imminente, è indubbio che lo spazio politico del Centro e al Centro quasi si impone per il futuro politico del nostro paese. E questo non solo perchè le rispettive coalizioni maggioritarie – e cioè la destra e la sinistra – subiranno profonde modificazioni dopo il voto del 25 settembre. Ma anche per la semplice ragione che le motivazioni che supportano il “bipolarismo selvaggio” difficilmente potranno ancora reggere a lungo. Anche se la vittoria politica ed elettorale del centro destra è quasi certa – vedremo con quale consistenza numerica – è altrettanto evidente che la radicalizzazione violenta del conflitto politico non può essere la stella polare a cui ci si deve aggrappare per disciplinare le regole della stessa dialettica politica. E, di conseguenza, l’obiettivo della distruzione e dell’annientamento del nemico/avversario politico diventa un’anomalia che si dovrà rimuovere quanto prima. Altrochè proseguire con una prassi che ha provocato una profonda dequalificazione della politica, una decadenza dell’autorevolezza della classe dirigente e, soprattutto, una secca perdita di credibilità delle nostre istituzioni e di qualità della nostra democrazia.

Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il potenziale e decisivo ruolo del Centro. Un Centro che, subito dopo il responso delle urne, dovrà avviare un processo costituente affinchè il “Terzo polo” che si è presentato sotto la guida di Calenda e di Renzi si trasformi in un vero e proprio partito. Democratico, plurale, riformista, di governo e autenticamente di governo. Un partito che sappia intrecciare non solo le domande e le istanze che provengono dai ceti popolari e dal ceto medio sempre più impoverito per trasformarli in un progetto politico e di governo, ma anche e soprattutto che sappia incarnare quella “politica di centro” e quella “cultura di centro” che storicamente hanno contrassegnato e caratterizzato le migliori stagioni della politica italiana.

Un Centro che, va pur detto, è stato interpretato per molti decenni da quella tradizione del cattolicesimo popolare, democratico e sociale che poi è stato quasi cancellato dopo l’irruzione di un becero populismo coinciso con la vittoria dei 5 stelle di Grillo e di Conte. Ma il Centro e la politica di Centro hanno un ruolo da giocare nella misura in cui riescono a fare trionfare, e a far ritornare, le ragioni della politica contro la subcultura populista, anti politica, qualunquista, demagogica e manettara. Cioè contro la deriva di quel populismo grillino, con cui non è possibile alcuna alleanza e convergenza per motivazioni quasi di natura antropologica.

Per questi semplici motivi l’area cattolico popolare, cattolico sociale e cattolico democratica è alla vigilia di un rinnovato protagonismo. Sotto il profilo politico e culturale ma anche sul versante organizzativo. Si aprirà quasi sicuramente una nuova stagione politica. E il progetto politico, culturale, programmatico e di governo del Centro non potrà che essere importante, qualificante e forse anche decisivo ai fini del rinnovamento della politica, dell’efficacia dell’azione di governo e per la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

ADDIO A ‘GINGIO’ ROGNONI, CI HA DATO UN ESEMPIO DI GRANDE FEDELTÀ ALLE ISTITUZIONI E ALLA DEMOCRAZIA.

In Lombardia, insieme ad Albertino Marcora tirava le fila della Base (sinistra Dc)). Fu più volte ministro. Aveva un portamento nobile, “da professore”. Cattolico rigoroso, ma intransigente nella difesa della laicità dello Stato, durante la sua lunga carriera parlamentare mostrò più volte quella libertà di coscienza che lo contraddistingueva.

In via Mercato a Milano c’era la sede della Base e l’ufficio politico di Giovanni ‘Albertino’ – nome di battaglia – Marcora. Il Capo ci radunava con sistematicità per affrontare insieme ai Senior i temi di politica interna ed europea. Al tavolo della presidenza con lui sedevano sempre Rognoni e Granelli: ‘Gingio’ e Luigi, quasi gemelli. Luigi Granelli, un tribuno appassionato, e Gingio, pacato giurista che “interpretava” Albertino, Luigi, Vincenzo di Lavagna, e i giovani basisti, nel loro “corpo a corpo” con la legislazione che di volta in volta coinvolgeva le scelte parlamentari del gruppo. Noi basisti non eravamo mai ribelli in Parlamento, ma da via Mercato partivano analisi e proposte che sollecitavano, anche fortemente, i gruppi della Dc alla Camera e al Senato.

Rognoni veniva  eletto nel collegio Milano-Pavia, quello in cui ero candidata anch’io: per quattro legislature siamo andati in tandem nei comizi. Gli devo un sostegno fondamentale. Nell’Oltrepò, il nostro comune collegio elettorale, frequentavamo i viticultori e partecipavamo alle Fiere in cui era obbligatorio assaggiare vini…Eravamo complementari: Gingio mi portava le preferenze pavesi mentre io, piu forte a Milano, trascinavo lui in città. Sempre eletti.

Vale ricordare, in vista di quanto diranno altri con più approfondimento, che egli ha servito il Paese con grande scrupolo personale e istituzionale. È stato ministro dell’Interno in momenti drammatici, essendo subentrato a Cossiga dopo la tragedia di Moro. Ha affrontato la durezza della lotta al terrorismo e ha lasciato un segno nella lotta alla mafia. Da ministro della Giustizia ha promosso la legge nota come “Rognoni-La Torre”, in attuazione di una fondamentale indicazione di Giovanni Falcone, quella relativa al controllo del percorso dei soldi della mafia. Ricordo, per altro, di aver seguito in Commissione giustizia il dibattito su quella legge e di essere stata nominata conseguentemente nella prima commissione antimafia presieduta dal comunista Alinovi.

Gingio andò poi alla Difesa, voluto da Andreotti dopo le dimissioni di cinque ministri della sinistra democristiana: Calogero Mannino (Agricoltura), Carlo Fracanzani (Partecipazioni statali), Riccardo Misasi (Mezzogiorno), Sergio Mattarella (Pubblica istruzione) e Mino Martinazzoli (Difesa). Era stata posta, com’è noto, la fiducia sul provvedimento che riguardava l’emittenza radiotelevisiva. Andreotti, difendendo il lavoro del “pazientissimo ministro Mammì”, rivendicava la mediazione operata dall’esecutivo: al  gruppo privato televisivo più consistente (la Fininvest di Berlusconi) erano imposti vari limiti, diversamente da quanto  previsto per la RAI, libera da vincoli e sostenuta dal canone. Ci fu rottura, anche con Gingio. Per qualche tempo s’interruppe il rapporto con gli amici della Base, ma alla lunga tanto la sintonia culturale, quanto la passione civile e politica, portarono gli amici a ritrovarsi. 

Amavo ripetergli sempre che aveva un portamento nobile, “da professore”. Cattolico rigoroso, ma intransigente nella difesa della laicità dello Stato, durante la sua lunga carriera parlamentare mostrò più volte quella libertà di coscienza che lo contraddistingueva. D’altronde la Base era una corrente sui generis, una squadra dove ciascuno giocava il un ruolo proprio. Ormai anziano, non ha mai rinunciato ad intervenire su quotidiani nazionali o a raduni locali per testimoniare con fermezza i valori per i quali aveva impegnato la vita.

Voglio ricordare, come segno riassuntivo della sua appartenenza ad una storia di fedeltà alla democrazia, la commozione che accompagnò il suo discorso di Milano per il 25 aprile del 2006: “Non dobbiamo consentire – disse in quella circostanza – che si svilisca sottilmente il ruolo della guerra partigiana attraverso l’inaccettabile parificazione del soldato di Salò con il partigiano della montagna”. E sulla Costituzione aggiunse: “Ha garantito e garantisce la democrazia italiana”. Ecco chi era Gingio, un padre della Repubblica, cui dobbiamo onore e gratitudine. Lo chiamavamo con quel nomignolo – Gingio –  che sembrava sconveniente per una persona della sua statura, ma era piuttosto la manifestazione di un grande affetto mescolato a stima.

 

A Torino il XXXIV Congresso Nazionale Sipps dal 22 al 25 settembre.

“Il titolo di quest’anno, ‘Dagli albori della vita, un cammino insieme‘ è la sintesi massima della nostra mission. Il pediatra deve interessarsi del bambino prima che nasca, dal momento in cui avviene la fecondazione, durante la gravidanza e nei primi anni di vita, i famosi primi mille giorni”. Lo spiega alla Dire il presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, Giuseppe Di Mauro, a pochi giorni dal via del XXXIV Congresso nazionale Sipps, di scena presso lo Star Hotel Majestic di Torino dal 22 al 25 settembre.
Anche quest’anno sono davvero numerosi gli argomenti al centro della quattro giorni di lavoro. A cominciare dai documenti scientifici e dalle Consensus interoscietarie.
“Il primo giorno sono previsti tre ‘Percorsi’ importantissimi- afferma Di Mauro- quello sul ‘Vaccinare in sicurezza nell’ambulatorio del pediatra‘, durante il quale sarà presentata l’omonima Guida pratica, quello su ‘La genitorialità responsiva e il pediatra‘, argomento a cuore non solo della Sipps ma anche delle famiglie e delle giovani coppie che, purtroppo, fanno sempre meno figli, e, infine, quello sulle ‘Strategie preventive delle Infezioni Respiratorie Ricorrenti‘ (IRR)”.
Dopo l’inaugurazione, due interessantissime letture magistrali: una su ‘Auto e Torino‘ e una dal titolo ‘Dagli albori della vita…un cammino insieme‘, l’affascinante percorso dello sviluppo fisico, psicologico e neurocognitivo.
Arriviamo poi ai giorni nostri con il supporto alla pratica clinica dei pediatri ed i suggerimenti rivolti alle famiglie. “Una sessione- prosegue il presidente Sipps- è dedicata alla ‘Guida pratica intersocietaria sulla diagnostica nello studio del pediatra di famiglia’, per una diagnosi e una terapia sempre più mirate anche nell’ambito della pratica ambulatoriale. È una Guida sui test effettuati in prossimità del sito di cura e di assistenza del paziente, durante le visite ambulatoriali, ma anche a domicilio (Point of Care Test, POCT). L’implementazione di questa offerta assistenziale negli ambulatori dei PdF e dei MMG può ridurre gli accessi in ospedale, quelli in Pronto Soccorso e può evitare lunghe attese“.
Altra problematica presente in Italia, ma anche in tutta Europa, è quella relativa al preoccupante uso inappropriato degli antibiotici. “Affronteremo il tema attraverso una ‘Consensus intersocietaria sull’impiego giudizioso della terapia antibiotica nelle infezioni delle vie aeree in età evolutiva’, un documento che, partendo da una rigorosa revisione sistematica della letteratura, offre ai pediatri italiani un supporto per la prescrizione appropriata di questi farmaci anche quando non ci sono evidenze scientifiche di riferimento, grazie al prezioso lavoro di un panel multidisciplinare composto dai maggiori esperti in pediatria, infettivologia, farmacologia,microbiologia, allergologia, otorinolaringoiatria”.
Non poteva mancare,inoltre, una parte dedicata al coronavirus, in particolare ai vaccini e alle problematiche del Long Covid. “Non siamo ancora usciti dalla pandemia- ammonisce il presidente Sipps- il Covid ci accompagnerà ancora e dovremo imparare a conviverci. È dunque opportuno che si parli ancora delle sue eventuali complicanze e dell’impatto da un punto di vista del pediatra territoriale, ospedaliero e universitario”.
Durante i lavori torinesi riflettori accesi, poi, su una nuova Guida, quella di ‘Ginecologia pediatrica in ambulatorio – Guida pratica’.
Ancora, nel capoluogo piemontese non possono mancare le letture sulla nutrizione. “Quest’anno abbiamo la fortuna di avere il professor Francesco Branca, che si soffermerà sulle raccomandazioni dell’OMS. Raccomandazioni che saranno confrontate con quelle del nostro documento intersocietario. La nutrizione è uno dei più importanti strumenti di prevenzione primaria, di cui il pediatra deve avere sicure e aggiornate conoscenze, alla pari di un vaccino o più: infatti, mentre un vaccino previene una malattia, corretti stili nutrizionali possono prevenire una serie di patologie, a distanza di tanti anni. È dunque importantissimo fare prevenzione primaria attraverso una corretta alimentazione sin dai primi mesi di vita o, addirittura, dalla gravidanza”.
Si discuterà poi della ‘Consensus intersocietaria il bambino e l’adolescente che praticano sport‘ e, una novità, della ‘Guida pratica sulla prevenzione degli incidenti’, quelli domestici e quelli che si verificano in strada. “Sono ancora di una mortalità altissima- rende noto Di Mauro- tra le principali cause di morte in età pediatrica e adolescenziale. Bisogna rendere sicura la propria casa. Dal trauma cranico alle fratture, questa Guida sarà davvero di aiuto ai pediatri e ai genitori”.
Ci sono poi numerose esperienze sul vaccino, siamo infatti in periodo di campagna antinfluenzale. “L’influenza non è una malattia banale, può diventare pericolosa sia in età pediatrica che in età adulta, nei fragili, negli anziani. Già da qualche anno disponiamo di un vaccino antinfluenzale in forma di spray nasale. Da 6 mesi a 6 anni andrebbe vaccinata la stragrande maggioranza dei bambini, non solo quelli a rischio”.
Durante il XXXIV Congresso Nazionale Sipps sarà inoltre presentata una nuova ‘Guida di Otorinolaringoiatria‘, saranno trattate le principali problematiche nella gestione della febbre, con un aggiornamento su nuovi approcci. “Proporremo ancora la Guida sulla disabilità- afferma con orgoglio il pediatra- che si pone l’obiettivo di stare accanto alle famiglie in cui è presente una persona con disabilità, supportandole per i vari problemi che possono incontrare nella quotidianità, sanitari ma anche scolastici, burocratici,legali, fiscali, assicurativi”.
Tra gli altri temi, ecco il ‘Progetto Tandem‘, un rivoluzionario progetto con cui il pediatra ed i genitori individuano, affrontano e spesso possono risolvere una serie di problemi della sfera neuropsichiatrica, evitando l’invio allo specialista; ancora, si parlerà di nuovi farmaci contro le Infezioni Respiratorie Ricorrenti, in allergologia, oltre all’importanza della luteina nel primo anno di vita.
I quattro giorni di lavoro terminano con la sessione dedicata alla Oncologia pediatrica.
Il congresso nazionale, insieme all’altro evento Sipps “Napule è”, è la vetrina del lavoro svolto dalla Società, ma già sono stati approvati e si stanno approntando nuovi progetti per l’anno prossimo, tutti intersocietari: l’aggiornamento della Guida pratica intersocietaria ‘Le Immunodeficienze nell’ambulatorio del pediatra’, la Guida pratica di Oncoematologia pediatrica, la Guida pratica per la Prevenzione, diagnosi e terapia di primo livello per i Disturbi del Comportamento Alimentare, la Consensus Intersocietaria sugli effetti extrascheletrici della vitamina D, l’organizzazione di un gruppo di lavoro su Igiene e Disturbi del sonno, nonchè, insieme alla Fimp, la traduzione autorizzata del POCKET BOOK of Primary health care for children and adolescents dell’OMS.
“Il pediatra dà sempre quel valore aggiunto alle famiglie- dichiara inoltre Di Mauro- che vogliono rivolgersi a lui anche in età adolescenziale e vogliono che sia il loro medico di riferimento. È un fatto che ci onora, che ci dà orgoglio e che dà riscontro dell’impatto, e dell’importanza, nel nostro Paese, della presenza, della funzione, della professionalità del pediatra”.
“È un messaggio che dobbiamo comunicare sempre di più anche alle istituzioni: tutti i giorni, a tutti i livelli, dal territorio all’ospedale fino alle università, rivestiamo un ruolo delicato ed eccezionale al tempo stesso e ci mettiamo sempre a disposizione dei nostri bambini e delle loro famiglie”.
“Il pediatra non è lo specialista di un organo, di un apparato- conclude- è lo specialista del bambino nella sua globalità. Rispetto agli altri Paesi europei, ogni bambino che nasce in Italia ha la fortuna di essere seguito da un pediatra. Dobbiamo essere fieri e orgogliosi della Pediatria italiana”.

TRE CONSIDERAZIONI SULLA CAMPAGNA ELETTORALE: NON SI POSSONO TACERE ELEMENTI GRAVI DI DISTORSIONE.

La funzione dei sondaggi, il lavoro di scrutinio nei seggi, la questione dei regolamenti parlamentari, sono tutti nodi politici che i partiti non hanno saputo o voluto affrontare nel corso della battaglia elettorale, ormai giunta al suo epilogo.

 

Condividendo la necessità di una presenza costante de Il Domani d’Italia nel dibattito politico, vorrei svolgere tre considerazioni sulla campagna elettorale ormai alla conclusione. Esse riguardano i sondaggi, i seggi elettorali e i regolamenti parlamentari.

 

I sondaggi. Il ruolo proprio dello strumento dei sondaggi è quello di registrare gli orientamenti dell’opinione pubblica. A tale fine sono soggetti a una specifica disciplina dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che ne ha stabilito i criteri scientifici, le modalità di esecuzione e le modalità di diffusione. Sulla parola sondaggio c’è dunque una precisa riserva di significato e di utilizzo. 

Da anni assistiamo invece a una torsione dell’impiego di questo strumento che ne stravolge la finalità e che in questa campagna elettorale, secondo me in un acquiescente silenzio dell’Autorità delle comunicazioni, ha raggiunto livelli paradossali. Invece che registrare orientamenti, i sondaggi sono diventati sempre più lo spregiudicato strumento attraverso il quale si cerca di indurre comportamenti. Se avete fatto caso, omettendo quasi sistematicamente ormai il corredo d’obbligo che va fornito su chi ha commissionato il sondaggio, quanti soggetti sono stati avvicinati, con quale metodo di casualità, quale è stata la effettiva percentuale dei rispondenti, etc.. 

Nei mesi scorsi i sondaggi sono stati una specie di alluvione continua, come le piogge che si auto rigenerano e danno vita ai disastri ambientali ai quali abbiano appena assistito nuovamente. Negli ultimi quindici giorni prima del voto è opportunamente vietata la loro diffusione, ma si continua a dare notizia degli ultimi disponibili, perpetuando il tentativo di indurre comportamenti dandoli per acquisiti. Nessuna forza politica ha messo in evidenza questo punto di fronte agli elettori.  

 

Seggi elettorali. Il tema non è nuovo se alle elezioni del 1909, proprio per questo motivo, Giovanni Giolitti meritò da parte di Gaetano Salvemini l’appellativo di “ministro della malavita”. Chi controlla quanto avviene nei seggi elettorali al momento dello scrutinio del voto? La letteratura politica in materia è gustosa, e poco edificante. All’inizio  del secolo scorso, Vilfredo Pareto scriveva che in questo campo si era formato un gergo speciale. Si aveva il “blocco” quando l’intero contenuto di un seggio elettorale veniva assegnato a un singolo candidato. Si aveva la “pastetta” quando gli veniva attribuita solo una parte delle schede. Nessun termine era stato ancora coniato per indicare i voti degli assenti, dei morti e degli elettori di fantasia.

Il padre di Benito Mussolini denunciò una volta che a Predappio erano stati registrati per le elezioni i nomi di cinquanta mucche. Un’altra volta il sindaco di un paese si scusò con Giolitti perché alcuni voti erano sfuggiti al controllo, ma i votanti erano stati puniti al punto da costringerli a emigrare. Giolitti commentò che forse era un po’ troppo. 

Io ricordo nei decenni scorsi come i partiti si premunivano contro i rischi di brogli, formando i propri rappresentanti di lista nei seggi. Oggi come funziona? Che cosa succederà nei seggi la notte e la mattina successiva del 25 settembre? Di questo elemento di garanzia non ho trovato traccia nel dibattito elettorale.

 

Regolamenti parlamentari. Si è parlato molto, e male, in campagna elettorale delle riforme istituzionali, in particolare della elezione diretta del Presidente della Repubblica. Un tema di tale rilievo si doveva proporlo con motivazioni più che documentate, invece di enunciarlo e basta. Tanto vale però per evitare che nei due rami del prossimo parlamento nessun raggiunga quella maggioranza dei due terzi che, nel caso, renderebbe possibile una tale riforma senza il ricorso al referendum confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione. 

Un tema completamente disatteso dai partiti in campagna elettorale è stato invece quello di come modificare i regolamenti di Camera e Senato per adeguare il funzionamento dei due rami del parlamento, e l’indispensabile raccordo fra di loro, al taglio di 230 deputati e 115 senatori che avremo nella prossima legislatura. Il Senato ha già predisposto di ridurre a dieci le attuali quattordici commissioni permanenti, accorpando per esempio la commissione difesa e quella degli affari esteri. 

C’è una qualche regia politica in tutto questo, si stanno ulteriormente gettando le basi per un monocameralismo di fatto, che poi lo diventerà di diritto? E’ una questione democratica di importanza vitale dietro la cortina fumogena della montagna di promesse  elettorali non mantenibili fatte ai cittadini. 

Ecco, cari amici, ce n’è materia di attenzione per Il Domani d’Italia, a proposito del dibattito, che condivido, avviato sulla funzione del nostro giornale.

DONNE PER LA POLITICA E POLITICHE PER LE DONNE: NO ALLE INGANNEVOLI SUGGESTIONI DELLA DESTRA.

La destra italiana è storicamente animata da un “familismo conservatore” che vede la donna al centro dell’attività domestica, dedicata a procreare e crescere figli, anziché spendersi in attività esterne di tipo professionale, lavorativo e sociale.

La presenza in questa competizione elettorale di una donna come leader di Fratelli d’Italia sta creando degli equivoci su cosa significhi fare delle scelte politiche che vanno effettivamente incontro alle giuste aspettative delle donne nei diversi contesti sociali, familiari e lavorativi. Vale la pena chiarirlo, altrimenti si rimane vittime di una suggestione che si rivela però assolutamente priva di effetti concreti in termini di leggi e norme che possono migliorare la condizione di vita delle donne nei diversi ambiti di azione. Una valutazione sbrigativa potrebbe portare a fare una equivalenza tra la presenza di una o più donne in posizioni di responsabilità e la realizzazione di politiche che migliorano davvero la condizione della donna nel mondo del lavoro, della famiglia o della società più in generale. Purtroppo si tratta, per l’appunto, di niente di più che suggestioni o analisi troppo superficiali.

Infatti nella sua attività parlamentare Giorgia Meloni, unitamente alle altre forze di destra, si è “distinta” per aver votato contro la norma per combattere le discriminazioni di genere, contro la norma che ha ampliato anche ai padri la possibilità di usufruire di congedi parentali per prendersi cura dei figli (facendo recuperare opportunità di lavoro alle madri), contro l’istituzione delle “quote rosa” per agevolare l’ingresso di donne in posti di responsabilità politica ed amministrativa, contro la legge che sanziona le cosiddette “dimissioni in bianco” che mortificano e umiliano quasi sempre donne che vorrebbero costruire una famiglia, contro la legge sul “dopo di noi” per aiutare le famiglie che hanno a carico persone con disabilità (e quindi anche le donne, anzi purtroppo soprattutto le donne!), contro la legge sulle unioni civili che ha regolamentato i tanti casi di coppie non sposate tutelando anche tante donne in termini civilistici e patrimoniali.

Sono solo alcuni esempi che dimostrano come la bontà delle scelte politiche non dipenda necessariamente dal sesso di chi le compie, ma dall’impostazione politica che anima l’azione politica.

E la destra italiana è storicamente animata da un “familismo conservatore” che vede la donna al centro dell’attività domestica, dedicata a procreare e crescere figli, anziché spendersi in attività esterne di tipo professionale, lavorativo e sociale. Intendiamoci, il “mestiere” di genitore è bellissimo, ma deve essere una scelta e non il frutto di un’impostazione culturale, magari anche da barattare con altre legittime aspirazioni di tipo lavorativo. Questo vale per tutti ma soprattutto per le donne, che non hanno avuto quella “solidarietà di genere” da altre donne che hanno utilizzato la loro responsabilità politica per ubbidire all’impostazione ideologica e conservatrice della destra che non ha mai sostenuto o favorito la condizione di vita al femminile.

È opportuno che le donne (ma anche gli uomini saggi) non lo dimentichino domenica 25 settembre!

CASA WINDSOR INSEGNA ANCHE A NOI ITALIANI

Noi ci siamo lasciati alle spalle un’altra famiglia reale e ne abbiamo avuto ben donde. Ora, il ruolo del Quirinale  richiama un’esigenza di equilibrio dei poteri. Il presidente della Repubblica, infatti, si colloca al di sopra della mischia. È perciò prematuro parlare di riforme istituzionali.

Alla scomparsa della regina Elisabetta il suo portavoce ha rivelato come tutta la famiglia Windsor si sia sempre fatta un punto d’onore di non tradire mai i propri sentimenti e le proprie emozioni in pubblico. Quasi fosse “una ferita nella propria armatura”. Così la monarchia inglese ha attraversato le vicissitudini di tutti questi anni, navigando tra Churchill e Boris Johnson, adattandosi al culto di lady D e facendo baronetti i Beatles ed Elton John. 

Scelte qualche volta più convinte, altre volte forse un po’ meno, ma sempre conformi al modello di un paese abituato da molti anni a separare la responsabilità di regnare dalla discrezionalità di governare. Ora, noi ci siamo lasciati a suo tempo alle spalle un’altra famiglia reale e ne abbiamo avuto ben donde. Ma il ruolo del Quirinale nel nostro sistema istituzionale richiama, sia pure da lontano, quella stessa esigenza di equilibrio dei poteri. 

Nel nostro ordinamento infatti il capo dello Stato non è un asettico notaio chiamato a controfirmare decisioni altrui. E non è – altrettanto – un controverso leader politico che si cimenta nello scontro tra i partiti prendendovi parte in qualche modo. Egli è semmai lo snodo istituzionale che consente agli uni e agli altri di riconoscere che c’è qualcosa al di sopra della mischia nella quale essi si trovano impegnati. 

Per questo sarebbe consigliabile evitare discussioni premature sulle riforme istituzionali e sul destino futuro del capo dello Stato. Tanto più quando infuria il vento delle elezioni. Casa Windsor insegna.

 

Fonte: La Voce del popolo – 15 settembre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione)

LA CAMPAGNA ELETTORALE VOLGE AL SUO EPILOGO. ELEMENTI DI SCONFORTO? SÌ, MA VOTARE È UN DOVERE.

La riduzione del numero dei parlamentari da eleggere ha favorito una gestione verticale e personalistica delle candidature. Per altro, la frammentazione del quadro politico è evidente e non favorisce una scelta convinta. La sfiducia generalizzata è percepibile tra la gente. Votare tuttavia è un dovere.

Si trascina stancamente verso il D-Day una campagna elettorale caratterizzata dalle invettive e dalle accuse incrociate e sbiadita nei contenuti, probabilmente la più scialba degli ultimi decenni, dall’esito condizionato dai sondaggi e largamente previsto. Una guerra lampo dopo la caduta del governo Draghi, dove le tattiche hanno prevalso sulle strategie, decisamente autoreferenziale nella rappresentazione di scenari apocalittici, con molte comparse e qualche primattore, condizionata da eventi internazionali come la guerra in Ucraina e la crisi energetica, priva di programmi di breve e medio termine, in conflitto con se stessa tra governo delle larghe intese e rimasugli di retaggi ideologici, sostanzialmente e decisamente molto confusa.

Il tema veramente prioritario della crisi climatica è stato solo sfiorato, purtroppo l’alluvione nelle Marche ha messo le forze politiche al cospetto della propria latitanza. Il timore è che il gap che separa ormai da tempo il paese legale e della rappresentanza nelle istituzioni da quello reale della società civile finisca per radicarsi nell’astensionismo: l’indecisione degli scettici è certamente miscelata con l’indifferenza e la delusione dei potenziali elettori. La riduzione del numero dei parlamentari da eleggere ha favorito una gestione verticale e personalistica delle candidature: pochi i chiamati, scarsa la rappresentanza della società civile, alcune conferme e altrettante rinunce o mancate nomination anche per il timore dell’esito incerto, una legge elettorale criticata da tutti ma che rafforza le leadership dei partiti, vedremo solo dopo la qualità degli eletti.

Ci sono stati sbandamenti e ripensamenti iniziali o tardivi, le sfumature e le pregiudiziali hanno configurato gli schieramenti a metà della breve contesa e non vi è chi possa dire che quelle che si presentano all’elettore siano alleanze stabili. La frammentazione del quadro politico è evidente e non favorisce una scelta convinta, la partitocrazia genera mostriciattoli da zero virgola, ognuno corre per sé e non è certo che tutti arrivino al traguardo. La predica del voto utile non sembra aver fatto proseliti, tra chi andrà a votare ci saranno i fedelissimi, gli aficionados, chi si turerà il naso per evitare che vinca l’avversario di sempre, le antipatie prevarranno sulle scelte convinte – nessuno ha fatto niente per alzare i toni delle motivazioni abbassando le altezze delle presunzioni – e in tanti saranno coloro che decideranno all’ultimo minuto, magari nel segreto della cabina elettorale.

Non vedo tanto entusiasmo quanto palese è la rassegnazione, sono passati i tempi in cui i partiti contavano milioni di iscritti e nelle sezioni la gente discuteva di politica e di ideologie, l’epoca dei capi carismatici a cui affidare i destini della nazione ma anche quella in cui i congressi favorivano il confronto e caratterizzavano una proposta: le scelte ora sono estemporanee e pragmatiche, forse un malinteso concetto di democrazia ha premiato la parcellizzazione dell’insieme, una sorta di polverizzazione con molte sfumature identitarie, dove finisce un’opinione ne comincia un’altra, entrambi labili e cangianti.

Vedo molta coreografia ma poche spiegazioni convincenti, molti dubbi non chiariti: alcuni verranno rubricati nella cronaca, altri saranno palesati dalla Storia. Le incognite sono molte e il fare tribunizio della retorica non ci aiuta a comprendere che cosa ci attende dietro l’angolo, i comizi facilitano le promesse ma governare è altra cosa. La parola crisi è sottesa ma si percepisce come comun denominatore, c’è infatti chi adombra che il voto non servirà a restituire quella stabilità che consente di realizzare programmi chiari e lungimiranti se le diatribe interne alle coalizioni non saranno sopite in nome del bene comune. Siamo in crisi con tutto: con l’ambiente, con il lavoro, con la sostenibilità generazionale, con le poche certezze di cui disponiamo e che non ci vengono certo elargite dalla demagogia politica.

Alle origini delle crisi politiche del tempo della post-modernità ci sono deficit di tipo culturale, la banalità prende il sopravvento e i luoghi comuni sostituiscono la ragionevolezza e il buon senso comune, le opinioni subentrano alle idee. La sfiducia generalizzata è percepibile tra la gente e nulla risulta meno convincente di una classe politica complessivamente inadeguata, incapace di coniugare competenza e responsabilità. Votare tuttavia è un dovere, anche se le incognite prevalgono sulle certezze.

GOVERNO, L’IPOTESI DI RENZI NON È AFFATTO PEREGRINA. 

Il quadro politico non è affatto stabile. E non sarà altrettanto solido. Anche con sondaggi che danno il centro destra largamente avvantaggiato. Si profila dunque la necessità di un governo che prescinda – ed è la tesi di Renzi – dagli attuali principali schieramenti. L’unica cosa certa è che questa ennesima transizione politica andrà seriamente governata.

È inutile girarci attorno. Nessuno è così sicuro che chi vincerà le elezioni il prossimo 25 settembre governerà poi il paese. E questo non solo perchè se vince il centro destra partirà, come da copione, il bombardamento mediatico della sinistra politica, giornalistica ed editoriale italiana nelle sue multiformi espressioni. Una prassi ormai conosciuta e soprattutto collaudata nel nostro sistema politico e che non richiede neanche di essere ulteriormente approfondita. L’abbiamo sperimentata ai tempi del protagonismo politico di Berlusconi ma la potenza di fuoco – mediatica e di potere – dell’imprenditore di Arcore riuscì, seppur tra mille difficoltà e problemi, a reggere l’urto. E non del tutto. Difficilmente, però, una eventuale vittoria di Giorgia Meloni e della sua coalizione sarà in grado, oggi, di fare fronte ad una contestazione che, come ovvio e scontato, decollerà il giorno dopo l’insediamento di un governo a trazione centro destra. 

È da settimane, del resto, che il tema del potenziale “ritorno del fascismo” da un lato e di un “governo con tendenze illiberali e sovversive” dall’altro è al centro del dibattito politico e culturale sui principali organi di informazione del nostro paese. Che sono riconducibili, come tutti sanno, al campo della sinistra culturale e politica del nostro paese. Un copione, ripeto, che si ripeterà puntualmente e che non richiede alcun commento al riguardo.

Ora, fatta questa riflessione scontata ed oggettiva, è altrettanto evidente – e questo, però, è l’aspetto più importante – che il quadro politico non è affatto stabile. E non sarà altrettanto solido. Anche con sondaggi che danno il centro destra largamente avvantaggiato rispetto alla sinistra per le ormai note criticità riconducibili alla guida politica del segretario nazionale del Pd.

Al riguardo, credo che lo scenario delineato ripetutamente in queste settimane da Matteo Renzi sia tutt’altro che peregrino. E cioè della necessità di un governo che prescinde dagli attuali principali schieramenti. Del resto fortemente divisi al proprio interno con ricette politiche dissimili se non addirittura alternative. Anzi, si fa sempre più strada quella soluzione nel momento in cui il centro destra sarà al centro di un attacco mediatico senza precedenti – e forse anche di altro genere… – e la sinistra, com’è altrettanto ovvio, non sarà in grado di fornire soluzioni politiche e programmatiche adeguate e realisticamente percorribili. Anche perchè non è una gran novità il fatto che il giorno dopo il responso delle urne partirà come un mantra il tema dell’alleanza tra le sinistre. Quella massimalista del Pd e quella assistenzialista, anti politica, populista e giustizialista dei 5 stelle di Conte e di Grillo. Anche su questo versante si tratta di un copione abbastanza semplice da prevedere.

Ecco perchè la proposta di una continuazione di un governo che sia in grado di mettere insieme le migliori risorse del paese non è affatto scontata, nè fuori luogo. Seppur nel rispetto del responso delle urne e delle scelte concrete che farà il Presidente della Repubblica. L’unica cosa certa, comunque sia, è che questa ennesima transizione politica andrà seriamente governata. Ben sapendo che in Italia la dialettica e la stessa evoluzione politica sono fortemente condizionate da fenomeni esterni e da poteri che prescindono dalla stessa volontà dei cittadini. Come l’esperienza concreta e tangibile ha platealmente confermato nel nostro paese dopo il tramonto della cosiddetta prima repubblica.

 

 

Giorgio Merlo, sindaco di Pragelato, è candidato per “Azione-Italia Viva” nel collegio plurinominale della Camera Torino 1.

 

 

CRISTIANI E CITTADINI

Elezioni, un’occasione propizia per riflettere sull’impegno costituente dei cattolici italiani. Già all’indomani della fine del regime, molti intellettuali cattolici avvertirono come per costruire un’etica civile condivisa fosse prioritaria la rieducazione del popolo italiano al valore del gioco democratico. Oggi la responsabilità chiama i credenti a esprimere col proprio voto consapevole l’amore per la casa comune, così da difendere le frontiere più a rischio e più deboli di quella medesima casa. Il testo qui riproposto, per gentile concessione dell’autore, è stato pubblicato su settimananews.it (in fondo il link per la lettura dell’originale completo).

 

La campagna promossa dal Movimento Laudato sì per il Tempo del Creato 2022, con un intenso richiamo alla responsabilità e alla partecipazione consapevole al voto nelle imminenti elezioni politiche, è un’occasione propizia per riflettere sull’impegno costituente dei cattolici italiani. Si tratta di un argomento particolarmente vasto e complesso, sul quale la storiografia si è a lungo e a fondo interrogata.

Attingendo alla messe di studi sul tema, vorrei offrire soltanto alcuni rapidi spunti di riflessione che aiutino a sottolineare le motivazioni dell’impegno dei cattolici italiani nella fase di destrutturazione e di ristrutturazione del sistema politico italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale. In un momento decisivo della storia del Paese, tra la crisi del regime fascista e la fase di elaborazione della carta costituzionale, essi sprigionarono una forza creativa e costruttiva al servizio delle istituzioni di grande significato.

Cattolici e politica

Preparato da una lenta e feconda gestazione di idee nel corso degli anni Trenta, questo lungo itinerario di riflessione e di impegno si era accelerato nel pieno della guerra. Nel radiomessaggio natalizio del 1942 Pio XII dettò lo stile e indicò l’orizzonte: non lamento ma azione era il precetto dell’ora. Lo sguardo e i passi andavano indirizzati non più al passato, a una civiltà perduta, ma al futuro, a un mondo nuovo da costruire.

Questo appello suscitò un diffuso fervore nella cultura cattolica. Si moltiplicarono conciliaboli e cenacoli, da casa Padovani a Milano a casa Paronetto a Roma, sino alla celebre vicenda del cosiddetto Codice di Camaldoli. La riflessione ruotava attorno alla possibilità di conciliare il pensiero cattolico con la democrazia politica e con il regime capitalistico e sull’ipotesi di fondare su queste basi, con le necessarie distinzioni e correzioni, il sistema civile ed economico ormai in cantiere.

Nel frattempo, la partecipazione di tanti giovani cattolici alla Resistenza, pur nella diversità delle scelte personali e delle espressioni della lotta partigiana, era ispirata da un condiviso e profondo senso di partecipazione al destino della patria. Dinanzi allo sfascio della nazione, quella presenza indicava un impegno irreversibile, assunto in piena coscienza come laici credenti, assolvendo il quale, per citare la testimonianza di Ezio Franceschini, i cattolici impararono ad amare, più della vita, la libertà e la giustizia.

Conclusa la guerra, il mondo cattolico si immergeva così da protagonista in un tempo nuovo, difficile e appassionante. Al suo interno le sensibilità, le tensioni, le differenze erano molteplici ma su alcuni aspetti la riflessione e l’azione dei cattolici riuscirono a convergere verso una meta comune, a vantaggio del bene di tutto il Paese. Vorrei provare a richiamare questi aspetti, in rapidi cenni.

Partecipare allo spazio pubblico

Si fece anzitutto strada la crescente consapevolezza della necessaria distinzione tra la sfera religiosa e quella politica dell’impegno dei credenti nel mondo. Certo, è ben noto che la tenzone tra un approccio laico e liberale alla politica e uno più integralista e totalizzante fu molto lenta a scemare e inferse delle ferite affatto superficiali nel tessuto connettivo del movimento cattolico.

Ma, fuori del fuoco della controversia, emerge un progressivo rispetto della natura “altra” della politica, nella convinzione di dover realizzare insieme una comunità civile fondata su principi e su valori riconosciuti e condivisi anche da quanti non appartengono al cattolicesimo.

Da ciò conseguiva il compito, per i cattolici, di porsi nell’arena pubblica alla pari con gli altri, di tessere relazioni, di articolare un dialogo con altre culture e altri orientamenti, secondo la logica evangelica del lievito.

È, in questo, molto eloquente la lettera che Aldo Moro, giovane costituente sottoposto a pesanti pressioni della gerarchia per la difesa di quelli che, in un gergo fortunatamente caduto in disuso, si sarebbero definiti valori “non negoziabili”, inviò il 16 novembre 1946 al presidente dell’Azione cattolica italiana Vittorino Veronese, spiegando l’ardua fatica della mediazione e l’impossibilità di riprodurre nella Costituzione esclusivamente il punto di vista dei cattolici.

Un orizzonte internazionale

Un altro elemento significativo che gli studi hanno permesso di meglio comprendere è il valore del dialogo intergenerazionale nel mondo cattolico durante l’età costituente. Esistevano radicali differenze di vedute tra la generazione degli ex-popolari e la seconda generazione cresciuta durante gli anni del fascismo: il primato assegnato alla politica dai primi e al lavoro culturale dai secondi; l’interpretazione del fascismo come parentesi oppure come risposta sbagliata a problemi vivi e veri; il riferimento ai “liberi e ai forti” dei più anziani e la vivace percezione dei problemi della società di massa dei più giovani; la dialettica tra il dovere dell’agitazione antifascista e la robustezza del vincolo patriottico; tra democrazia liberale e democrazia economica; tra logica partitica e animazione della società civile.

La trasformazione di questi punti di attrito, sotto la sapiente regia di Alcide De Gasperi, da un potenziale motivo di frattura in una risorsa per orientare meglio il percorso verso l’obiettivo di una democrazia sostanziale e partecipata, fu un altro passaggio saliente compiuto dal cattolicesimo politico.

Il pensiero cattolico fu inoltre sensibile al rischio che poteva comportare il cristallizzarsi del confronto politico entro i confini della sola dialettica partitica e dello scontro identitario, che si rivelerà sempre più forte con l’approssimarsi delle logiche della guerra fredda.

Già all’indomani della fine del regime, molti intellettuali cattolici avvertirono infatti come per costruire un’etica civile condivisa grazie alla nuova democrazia rappresentativa, fosse prioritaria non già la distinzione delle identità partitiche, ma la rieducazione del popolo italiano al valore del gioco democratico, la formazione di una coscienza diffusa, capillare della cittadinanza e dei diritti e dei doveri che da essa scaturiscono, il mantenimento della mobilitazione spontanea che segnò i mesi tra il crollo del regime e la liberazione e che però, come noto, non riuscì ad esprimersi nella consapevolezza compiuta di una cittadinanza comune, superiore alle singole appartenenze.

 

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LE ELEZIONI POSSONO FORGIARE IL NUOVO CENTRO

Il Pd non è più quel partito di centrosinistra che avevamo conosciuto e sperimentato all’inizio della sua esperienza. C’è oggi la necessità di costruire un partito di centro autenticamente riformista, democratico e di governo. Il risultato delle urne sarà il primo tassello di questo processo, in attesa, comunque vada a finire, che si chiariscano le contraddizioni che per troppo tempo hanno caratterizzato il cammino della politica italiana.

A pochi giorni dalla elezioni politiche alcuni trend emergono in tutta la loro evidenza. Tra gli altri, la natura e il profilo delle coalizioni in competizione. In particolare quelle più variegate e multiformi al proprio interno, cioè la sinistra e la destra. Per soffermarsi sull’alleanza progressista, possiamo tranquillamente dire che si tratta di una coalizione di sinistra dove l’apporto del Centro, delle sue componenti centriste e moderate è ormai assai ridotto se non addirittura azzerato. Un’alleanza che risente, del resto, del profondo cambiamento politico del Partito democratico. Su questo versante le interpretazioni sono ovviamente diverse ma, tuttavia, accomunate da un filo rosso: e cioè, il Pd non è più quel partito di centrosinistra che avevamo conosciuto e sperimentato all’inizio della sua esperienza dopo il tramonto e la confluenza della Margherita e dei Ds. 

Da un lato c’è chi parla di una sorta di “partito radicale di massa”; dall’altro chi la definisce come l’ultima esperienza della filiera della lunga e gloriosa tradizione della sinistra italiana: dal Pci al PDS, dai Ds al Pd. Ovvero, e comunque sia, un vero ed autentico partito di sinistra. Ma, com’è altrettanto ovvio, un partito di sinistra nel nostro paese e nel nostro attuale contesto politico, non può oltrepassare ragionevolmente una percentuale che si aggira sul 20% dei consensi. E questa è, del resto, la cifra indicata da quasi tutti i sondaggisti.

Ed è proprio alla luce di queste considerazioni che si inserisce la necessità di costruire, radicare e rafforzare un partito di centro autenticamente riformista, democratico e di governo. E con la sfida politica, coraggiosa e tenace, lanciata da Renzi tempo fa si può centrare questo obiettivo solo se viene perseguito questo progetto senza tentennamenti e senza farsi condizionare dalla propaganda interessata che mira a indebolire quella prospettiva e quell’orizzonte politico, culturale e programmatico.

Un Centro, cioè, che recupera sino in fondo quella “politica di centro” che in questi anni è stata sacrificata se non addirittura cancellata dalla sub cultura populista e qualunquista interpretata magistralmente dal partito populista per eccellenza, cioè dai 5 stelle. Un luogo politico, però, che è sempre stato decisivo nella storia democratica del nostro paese e che ha contribuito a sciogliere quei nodi politici che di volta in volta rallentavano la stessa azione di governo. È del tutto normale, quindi, che ritorni – seppur in forma nuova ed aggiornata – una politica di centro nel nostro paese ispirata ad una spiccata cultura di governo e accompagnata da quel buon senso che in epoca di populismo trionfante è stato spazzato via.

Ecco perchè il ritorno del Centro da un lato e il consolidamento di un partito di sinistra dall’altro, contribuiscono entrambi a chiarire le stesse dinamiche della politica italiana. E il risultato delle urne sarà il primo tassello di questo processo in attesa, comunque vada a finire, che si chiariscano una volta per tutte le contraddizioni che per troppo tempo hanno caratterizzato il cammino della politica italiana. A cominciare, per tornare all’inizio di questa riflessione, dal fatto che oggi il Pd è il partito della sinistra italiana. E il Centro, ormai, volge da un’altra parte.

 

Giorgio Merlo, sindaco di Pragelato, è candidato per “Azione-Italia Viva” nel collegio plurinominale della Camera Torino 1.

LA DESTRA È DIVISA MA PRETENDE DI GOVERNARE: CON QUALI NUMERI? E DOPO IL VOTO, OGNI PARTITO TORNA SOLO?

Il direttore di Repubblica alza il velo sulla risorgente solitudine dei partiti. In base agli ultimi sondaggi disponibili, lo schieramento guidato dalla Meloni non raggiunge la maggioranza assoluta dei consensi. Per altro, la pura consistenza numerica non identifica automaticamente la credibilità di una prospettiva di governo. Il voto utile, semmai, rimanda alla centralità della rappresentanza effettiva delle forze in campo, ciascuna per la propria parte.

Un’arguta osservazione del direttore di Repubblica, formulata ieri sera a chiusura del dibattito con Renzi su La7, ha messo in evidenza un dato incontrovertibile, e cioè la fragilità delle coalizioni e l’esigenza, dopo il responso delle urne, di concentrare l’attenzione sui singoli partiti, obbligati un po’ tutti a misurarsi con la loro solitudine. Alle parole di Maurizio Molinari si può aggiungere una chiosa, molto semplice, sulla necessità di restituire il giusto primato alla rappresentanza proporzionale. Tutto quello che sappiamo, in base agli ultimi sondaggi disponibili, è che lo schieramento guidato dalla Meloni non raggiunge la maggioranza assoluta dei consensi. Per i seggi è un’altra storia.  

Una maggioranza puramente numerica non identifica automaticamente una reale prospettiva di governo. La Destra è divisa su punti sostanziali, in particolare sui rapporti con la Russia e sul ruolo dell’Italia in Europa. Guido Crosetto, co-fondatore di Fratelli d’Italia, appena adombrate le possibili connivenze della Lega con Putin, ha parlato di “Alto tradimento”; Berlusconi, invece, si è detto pronto a farsi da parte se gli “alleati” dovessero incrinare pericolosamente i rapporti con Bruxelles. La stessa Meloni, a dispetto del suo atteggiarsi a leader affidabile, capace di rassicurare i mercati, ha messo a verbale la volontà di rivedere il Pnrr (con ciò provocando l’allarme dei partner europei). Quale sia il grado di coerenza e compostezza della coalizione è difficile ricavarlo da queste evidenze gravemente problematiche. In queste condizioni, la proposta di governo si configura come un vero e proprio inganno.

Spetta doverosamente al Pd, in asse con il Terzo Polo, portare alla luce le contraddizioni della Destra. Non serve che Letta polemizzi su questioni secondarie. Gli ultimi giorni di campagna elettorale richiedono uno sforzo di  concentrazione per evitare che l’elettorato si lasci fuorviare dalla presunta compattezza dell’alleanza conservatrice: essa, al contrario, tutto è meno che unita. 

Da ciò deriva il suggerimento a considerare come e quanto gli equilibri nel futuro Parlamento dipendano dalla effettiva consistenza elettorale dei vari partiti, ovunque collocati. Di fronte alle sconnessioni che si registrano sul campo, la quota proporzionale finisce per inghiottire le coalizioni, costringendo ogni forza politica a specchiarsi con se stessa. Dunque, il voto utile riporta alla centralità della rappresentanza effettiva delle forze in campo, ciascuna per la propria parte. Bisogna prendere atto che l’Italia bipolare non esiste, né può esistere – la realtà pesa più della fantasia – un polo che si pretende affidabile nonostante l’incongruenza del suo profilo di coalizione. E nonostante l’assenza, più ancora, di un credibile progetto di governo.

APPALTI, ANCORA SERPEGGIA IL RICORSO AL MASSIMO RIBASSO: INVECE VA PRIVILEGIATA LA QUALITÀ.

Gli appalti in Italia muovono 200 miliardi. C’è una grande responsabilità nel modo in cui si spendono cifre così rilevanti. I bandi di gara possono essere confezionati in modo da sospingere le aziende verso scelte virtuose. Bisogna chiedersi che tipo di economia vogliamo. Se vogliamo costruire un mondo del lavoro più dignitoso e a misura d’uomo, la politica non può non tenere a mente una prospettiva che leghi i bandi a precisa clausole sociali.

Le elezioni si avvicinano, presto dalla campagna elettorale bisognerà passare all’attività di Governo. Vorrei suggerire a chi si candida a guidare il Paese di tenere in considerazione la necessità di una riforma ambiziosa degli appalti pubblici. Secondo gli ultimi dati Anac nel 2021 nel nostro Paese gli appalti hanno raggiunto il valore complessivo di 200 miliardi di euro. Le regole attraverso le quali si dà indirizzo alla spesa pubblica possono orientare il mercato in modo determinante, favorendo atteggiamenti più virtuosi da parte delle imprese e sospingendo la ripresa economica. 

C’è una grande responsabilità nel modo in cui si spendono cifre così rilevanti, le regole per le aggiudicazioni delle commesse pubbliche sono cruciali nell’indirizzare le politiche delle aziende. Troppo spesso ancora oggi vediamo appalti vinti da chi pratica i ribassi più forti sul prezzo. Il rischio è che a rimetterci sia la qualità dell’opera o del servizio realizzato. Quando poi ad essere aggiudicate sono attività nelle quali la componente della manodopera è prevalente (pensiamo ai servizi alla persona) il rischio è che a venire pregiudicato sia anche il lavoro: le imprese, costrette a competere sul prezzo, non potranno che contenere i costi della manodopera. 

Facciamo chiarezza: per le attività a manodopera prevalente il criterio del massimo ribasso è stato superato dal criterio dell’Offerta Economicamente più Vantaggiosa (OEV), che all’elemento del prezzo unisce componenti qualitative. Notiamo però che, malgrado le intenzioni del legislatore, troppo spesso il prezzo fa premio sulla qualità. Ci vorrebbe il coraggio di una scelta radicale: per i servizi alle persone non competere più sul prezzo, ma solo sulla qualità. Il codice unico degli appalti, già ora prevede la possibilità per la stazione appaltante di bloccare il prezzo della base d’asta e di far competere le aziende solo su elementi qualitativi, organizzativi, progettuali. Una scelta di questo tipo spingerebbe le imprese a valorizzare la qualità e l’efficienza, piuttosto che a fare tutto il possibile per abbassare il prezzo. 

I bandi di gara possono essere confezionati in modo da sospingere le aziende verso scelte virtuose oppure in direzione opposta. Bisogna chiedersi che tipo di economia vogliamo. Nel rispondere a questa domanda il tema degli appalti pubblici è centrale: ancor più che spendere poco, è necessario spendere bene. A Bologna nel 2019 le parti sociali hanno firmato con Comune e Città metropolitana il Protocollo Appalti, fortemente voluto dal mondo cooperativo. In tale documento si prevede espressamente “l’utilizzazione di formule che facciano prevalere in modo significativo la qualità sul solo prezzo”. Purtroppo però troppo spesso l’elemento del prezzo continua di fatto a prevalere. Quanto il mondo cooperativo propone qui a Bologna è di espungere il prezzo dai criteri di aggiudicazione degli appalti per i servizi alle persone. In questo modo, il prezzo verrebbe deciso dalla stazione appaltante e la competizione tra le offerte delle aziende si limiterebbe alla sola qualità. Continuiamo poi a chiedere di limitare al minimo l’applicazione del criterio del massimo ribasso in tutte le gare.

Per valorizzare il lavoro poi auspichiamo l’introduzione nei bandi di gara di clausole sociali, che favoriscano quelle imprese che, come le cooperative sociali, praticano l’inclusione lavorativa di soggetti fragili, lavoratori svantaggiati per i quali sarebbe difficile trovare una collocazione sul mercato del lavoro, ma che nell’adeguato contesto lavorativo possono avviare percorsi di emancipazione e di autonomia altrimenti inimmaginabili. Se vogliamo costruire un mondo del lavoro più dignitoso e a misura d’uomo, la politica non può non tenere a mente questa prospettiva. Le buone pratiche e le sensibilità che provengono dai territori possono aiutare a questo scopo.

 

Daniele Ravaglia 

Presidente di Confcooperative Bologna e di Alleanza Cooperative Bologna (unione delle tre grandi realtà cooperative: Agci, Confcooperative e Legacoop), nonché Direttore Generale della “Emil Banca-Credito Cooperativo”.

EL PUEBLO UNIDO. MONDA RACCONTA LA “TEOLOGIA DEL POPOLO” CHE BERGOGLIO HA POSTO A BASE DEL SUO PONTIFICATO. 

Papa Francesco – scrive Gabriele Papini – respinge in toto qualsiasi ideologia, sia quelle sovraniste che quelle individualiste, che in fondo sono la stessa cosa: l’ideologia dell’auto-referenzialità. Insomma, finché non si esce fuori dal proprio orizzonte per incontrare l’altro, non vi potrà essere una vera democrazia. […] Occorre dunque smarcarsi dall’alternativa tra individualismo e omologazione, per puntare alla vera sfida di oggi: rifondare i legami sociali, rivitalizzare le relazioni (personali e strutturali) della società, dare nuova vita alle nostre democrazie

Nell’avvicinarsi al pensiero sociale di Bergoglio è utile sgombrare il terreno da alcuni possibili equivoci. Da un lato, quello di “appiattirlo” sul suo tempo, sulle vicende travagliate del suo Paese e della Chiesa argentina. Dall’altro quello di neutralizzarlo e renderlo un Papa “piacevole”. Invece, considerando nel complesso la sua figura e il suo pensiero (ricostruito da Dante Monda nel volume Papa Francesco e il ‘popolo’: una sfida per la Chiesa e la democrazia, edito da Morcelliana), si ha il quadro di un personaggio complesso, in cui la semplicità è solo apparente. 

Come scrive nella prefazione al volume il direttore de “La Civiltà Cattolica”, padre Antonio Spadaro, “si ha la sensazione che nel libro avvenga una sorta di passaggio di testimone che attraversa l’inquietudine del giovane ricercatore nell’incontro con le parole del Santo Padre. Insomma, c’è un patto biografico (…) tra un uomo la cui formazione intellettuale, teologica e filosofica – attenta al concreto e aperta alla trascendenza considerati come elementi polarmente opposti ma non contraddittori – fonda il suo pensiero politico; e un giovane che è appassionato del discorso politico e vive la sua riflessione a contatto con alunni più giovani di lui (è docente di Filosofia e Storia alle superiori)”.

Per capire il pensiero di Bergoglio un buon punto di partenza è rappresentato dalla “teologia del popolo”, versione argentina della sudamericana “teologia della liberazione”. In quella regione del mondo latino-americano, marcata da forti disuguaglianze economiche e sociali, il seme piantato dal Concilio sembra germogliare in anticipo rispetto all’Europa, e con qualche frutto acerbo (le derive marxiste). La “teologia del popolo” è dunque una sorta di riscatto sociale e di ripensamento del popolo come “soggetto storico autonomo”. La forza che proviene dalla “teologia del popolo” è il fatto che lo Spirito feconda le culture dei popoli con la forza del Vangelo: il Vangelo, dunque, trasforma le culture. Come si può vedere nella storia della Chiesa, il cristianesimo non risponde a un modello culturale unico, ma riporta il volto dei tanti popoli in cui si è radicato. Quindi i popoli sono “soggetti collettivi attivi”, operatori dell’evangelizzazione.

Come ricorda Dante Monda, Bergoglio “pensa il pueblo in questi termini originali, o meglio originari. Ritorna alle fonti evangeliche e propriamente antropologiche del mito del popolo. Ritorna alle basi, ai fondamenti del vivere insieme, rifiutando qualsiasi costruzione ideologica ‘preconfezionata’, compreso il clericalismo. Da qui deriva la novità, nel risalire agli elementi fondamentali della comunità umana, e all’elemento fondamentale: la carità che spinge alla prossimità e dunque all’unità nelle differenze”.

La critica di Bergoglio alla crisi della democrazia è puntuale e lucida. Le democrazie sono “atrofizzate”, “a bassa intensità”, a causa (spiega l’autore) di un “divorzio fra le élite, perse in astratti nominalismi, e le masse anonime, sradicate, al contempo omologate e disintegrate da un dilagante individualismo di soggetti atomizzati, soli e impotenti”. In questa situazione ha gioco facile l’idea di un popolo omogeneo ed escludente l’altro e il diverso, il cosiddetto “populismo”. Francesco respinge in toto qualsiasi ideologia, sia quelle sovraniste che quelle individualiste, che in fondo sono la stessa cosa: l’ideologia dell’auto-referenzialità. Insomma, finché non si esce fuori dal proprio orizzonte per incontrare l’altro, non vi potrà essere una vera democrazia.

La vera democrazia (a ben vedere, la proposta di Francesco) è dunque nel segno della “cultura dell’incontro”. Si tratta dell’appello a una nuova partecipazione e coinvolgimento delle fasce popolari, che rianimino dal basso le democrazie intese unicamente come “macchine elettorali” senz’anima. Il popolo gioca un ruolo fondamentale, è il protagonista, il solo soggetto che ha l’autorità di decidere del proprio destino. Occorre dunque smarcarsi dall’alternativa tra individualismo e omologazione, per puntare alla vera sfida di oggi: rifondare i legami sociali, rivitalizzare le relazioni (personali e strutturali) della società, dare nuova vita alle nostre democrazie

Come scrive lo storico Andrea Riccardi nella postfazione, questo libro è un contributo “originale”, che pone Papa Francesco “come un interlocutore per tutti, cioè per chi voglia pensare il futuro in modo aperto e per chi senta che stiamo andando verso il domani un po’ come ciechi che hanno l’illusione di vedere o come persone (governi, popoli, decisori) troppo trascinate da processi incontrollati”.

Dante Monda, Papa Francesco e il ‘popolo’: una sfida per la Chiesa e la democrazia, Morcelliana, Brescia, 2022.

ORBAN, L’EUROPA E LA DEMOCRAZIA

Gettano la maschera i “democratici occasionali”. Bene ha fatto il Parlamento europeo a sanzionare l’Ungheria

Il voto con il quale il Parlamento europeo ha dichiarato “non democratico” l’attuale assetto politico ed istituzionale ungherese è stata l’occasione per definire il campo delle forze che si riconoscono nei valori delle moderne e liberali democrazie occidentali. Fratelli d’Italia e Lega si sono schierati a difesa del regime autocratico e “non democratico” di Orban.

Ma quel documento fornisce anche l’opportunità di chiarire ulteriormente che affinché si possa parlare di “democrazia” non è affatto sufficiente che in un paese si svolgano delle periodiche consultazioni elettorali. In altre parole le elezioni, ben lungi dall’essere la garanzia di una conduzione effettivamente democratica di un paese e del suo apparato statale, rappresentano solo un “indizio di democrazia”.

La storia, sia passata che recente, è ricca di esempi di regimi autoritari e dittatoriali nati a seguito di consultazioni elettorali che hanno premiato personaggi rivelatisi poi degli spietati tiranni. Nel 1932 Hitler venne eletto con il suo partito nazista (Nsdap) nel parlamento tedesco e l’anno successivo andò al governo, prendendo una serie di provvedimenti illiberali e persecutori nei confronti degli avversari politici pretestuosamente accusati di ostacolare la sua azione a favore del popolo tedesco; il resto della storia lo conosciamo. Nel 1921 Mussolini entra in parlamento con una pattuglia di suoi fedelissimi e nel 1922 – approfittando della debolezza e della fragilità della monarchia italiana e speculando sui disagi causati dalla crisi economia – realizza la marcia su Roma che segna di fatto l’avvento del fascismo; nel 1924 i fascisti uccidono Matteotti, nel 1938 arrivano le leggi raziali e anche in questo caso conosciamo il tragico seguito della storia.

Ma anche nell’attuale millennio e nel nostro continente ci sono paesi (vedi per esempio Russia, Bielorussia, Ungheria, Turchia) guidati da personaggi che sono stati eletti, ma che non garantiscono neanche le fondamentali libertà di tipo politico, sociale e personale, incarcerando e perseguitando giornalisti, oppositori e minoranze di ogni genere.

Per questo (come si diceva) le elezioni sono solo un “indizio di democrazia”. Perché si possa parlare di sistemi effettivamente democratici è necessario che – oltre a delle libere consultazioni elettorali – ci sia anche una reale divisione dei poteri tra i diversi organismi statali con funzioni di controllo sull’operato di tutti, rispettando le reciproche autonomie; è indispensabile che ci sia una concreta libertà di espressione del dissenso unitamente alla tutela delle minoranze e di tutto ciò che si caratterizza per essere diverso rispetto alla cultura prevalente; è necessario che lo Stato non decida di normare (ovvero “normalizzare”) le questioni di tipo etico-morale che attengono esclusivamente alla sfera dell’agire personale dell’individuo.

Se non ricorrono queste condizioni la “democrazia” diventa una parola vuota e priva di significato.

Bene ha fatto il Parlamento europeo a sanzionare l’Ungheria, ribadendo peraltro quanto già espresso nel 2019 con la Risoluzione contro tutti i totalitarismi per la quale si spese molto autorevolmente anche il Presidente David Sassoli.

Ed è altrettanto bene non dimenticarci di chi come Salvini ha scommesso fino a poco tempo fa su Putin (con degli improbabili paragoni con Mattarella) o di chi come Meloni la mattina si dichiara europeista e la sera minaccia l’Europa (“Per l’UE è finita la pacchia…”) dimenticando che è proprio l’Unione Europea che sta aiutando noi e non il contrario.

IN NOME DI DIO E PER L’UMANITÀ: PACE! L’APPELLO DI PAPA FRANCESCO A NUR-SULTAN.

Nel pomeriggio di ieri, giovedì 15 settembre, Papa Francesco ha raggiunto dalla nunziatura di Nur-Sultan il Palazzo dell’indipendenza per partecipare alla Chiusura del settimo Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali. Dopo la lettura della Dichiarazione finale dei partecipanti, il Pontefice ha pronunciato l’ultimo discorso in terra kazaka, precedendo quello del presidente della Repubblica. Ecco le parole del vescovo di Roma.

 

Papa Francesco

 

Cari fratelli e sorelle!

 

Abbiamo camminato insieme. Grazie per esser venuti da diverse parti del mondo, portando qui la ricchezza dei vostri credo e delle vostre culture. Grazie per aver vissuto intensamente questi giorni di condivisione, lavoro e impegno nel segno del dialogo, ancora più preziosi in un periodo tanto difficile, su cui grava, oltre alla pandemia, l’insensata follia della guerra. Ci sono troppi odi e divisioni, troppa mancanza di dialogo e comprensione dell’altro: questo, nel mondo globalizzato, è ancora più pericoloso e scandaloso. Non possiamo andare avanti collegati e separati, connessi e lacerati da troppe disuguaglianze. Grazie, dunque, per gli sforzi tesi alla pace e all’unità. Grazie alle Autorità del luogo, che ci hanno ospitato, preparando e allestendo con grande cura questo Congresso, e alla popolazione del Kazakhstan, amichevole e coraggiosa, capace di abbracciare le altre culture preservando la sua nobile storia e le sue preziose tradizioni. Kiop raqmet! Bolshoe spasibo! Thank you very much!

 

La mia visita, che volge ormai alla conclusione, ha come motto Messaggeri di pace e di unità. È al plurale, perché il cammino è comune. E questo settimo Congresso, che l’Altissimo ci ha dato la grazia di vivere, ha segnato una tappa importante. Fin dalla sua nascita nel 2003, l’evento ha avuto come modello la Giornata di Preghiera per la pace nel mondo convocata nel 2002 da Giovanni Paolo II ad Assisi, per riaffermare il contributo positivo delle tradizioni religiose al dialogo e alla concordia tra i popoli. Dopo quanto accaduto l’11 settembre 2001, era necessario reagire, e reagire insieme, al clima incendiario a cui la violenza terroristica voleva incitare e che rischiava di fare della religione un fattore di conflitto. Ma il terrorismo di matrice pseudo-religiosa, l’estremismo, il radicalismo, il nazionalismo ammantato di sacralità fomentano ancora timori e preoccupazioni nei riguardi della religione. Così in questi giorni è stato provvidenziale ritrovarci e riaffermarne l’essenza vera e irrinunciabile.

 

In proposito, la Dichiarazione del nostro Congresso afferma che l’estremismo, il radicalismo, il terrorismo e ogni altro incentivo all’odio, all’ostilità, alla violenza e alla guerra, qualsiasi motivazione od obiettivo si pongano, non hanno nulla a che fare con l’autentico spirito religioso e devono essere respinti nei termini più decisi possibili (cfr. n. 5): condannati, senza “se” e senza “ma”. Inoltre, in base al fatto che l’Onnipotente ha creato tutte le persone uguali, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa, etnica o sociale, abbiamo convenuto nell’affermare che il mutuo rispetto e la comprensione devono essere considerati essenziali e imprescindibili nell’insegnamento religioso (cfr. n. 13).

 

Il Kazakhstan, nel cuore del grande e decisivo continente asiatico, è stato il luogo naturale per incontrarci. La sua bandiera ci ha rammentato la necessità di custodire un sano rapporto tra politica e religione. Infatti, se l’aquila dorata, presente nel vessillo, ricorda l’autorità terrena, richiamando imperi antichi, lo sfondo blu evoca il colore del cielo, la trascendenza. C’è dunque un legame sano tra politica e trascendenza, una sana coesistenza che tenga distinti gli ambiti. Distinzione, non confusione né separazione. “No” alla confusione, per il bene dell’essere umano, che ha bisogno, come l’aquila, di un cielo libero per volare, di uno spazio libero e aperto all’infinito che non sia limitato dal potere terreno. Una trascendenza che, d’altro canto, non deve cedere alla tentazione di trasformarsi in potere, altrimenti il cielo precipiterebbe sulla terra, l’oltre divino verrebbe imprigionato nell’oggi terreno, l’amore per il prossimo in scelte di parte. “No” alla confusione, dunque. Ma “no” anche alla separazione tra politica e trascendenza, in quanto le più alte aspirazioni umane non possono venire escluse dalla vita pubblica e relegate al solo ambito privato. Perciò, sia sempre e ovunque tutelato chi desidera esprimere in modo legittimo il proprio credo. Quante persone, invece, ancora oggi sono perseguitate e discriminate per la loro fede! Abbiamo chiesto con forza ai governi e alle organizzazioni internazionali competenti di assistere i gruppi religiosi e le comunità etniche che hanno subito violazioni dei loro diritti umani e delle loro libertà fondamentali, e violenze da parte di estremisti e terroristi, anche come conseguenze di guerre e conflitti militari (cfr. n. 6). Occorre soprattutto impegnarsi perché la libertà religiosa non sia un concetto astratto, ma un diritto concreto. Difendiamo per tutti il diritto alla religione, alla speranza, alla bellezza: al Cielo. Perché non solo il Kazakhstan, come proclama il suo inno, è un «dorato sole nel cielo», ma ogni essere umano: ciascun uomo e donna, nella sua irripetibile unicità, se a contatto con il divino, può irradiare una luce particolare sulla terra.

 

Perciò la Chiesa cattolica, che non si stanca di annunciare la dignità inviolabile di ogni persona, creata “a immagine di Dio” (cfr.  Gen 1, 26), crede anche nell’unità della famiglia umana. Crede che «tutti i popoli costituiscono una sola comunità, hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra» ( CONC. ECUM. VAT. II , Dich. Nostra aetate, 1). Per questo, sin dagli inizi di questo Congresso, la Santa Sede, specialmente attraverso il Dicastero per il Dialogo Interreligioso, vi ha partecipato attivamente. E vuole continuare così: la via del dialogo interreligioso è una via comune di pace e per la pace, e come tale è necessaria e senza ritorno. Il dialogo interreligioso non è più solo un’opportunità, è un servizio urgente e insostituibile all’umanità, a lode e gloria del Creatore di tutti.

 

Fratelli, sorelle, pensando a questo cammino comune, mi domando: qual è il nostro punto di convergenza? Giovanni Paolo ii — che ventun anni fa in questo stesso mese visitò il Kazakhstan — aveva affermato che «tutte le vie della Chiesa conducono all’uomo» e che l’uomo è «la via della Chiesa» (Lett. enc. Redemptor hominis, 14). Vorrei dire oggi che l’uomo è anche la via di tutte le religioni. Sì, l’essere umano concreto, indebolito dalla pandemia, prostrato dalla guerra, ferito dall’indifferenza! L’uomo, creatura fragile e meravigliosa, che «senza il Creatore svanisce» (CONC. ECUM. VAT. II , Cost. past. Gaudium et spes, 36) e senza gli altri non sussiste! Si guardi al bene dell’essere umano più che agli obiettivi strategici ed economici, agli interessi nazionali, energetici e militari, prima di prendere decisioni importanti. Per compiere scelte che siano davvero grandi si guardi ai bambini, ai giovani e al loro futuro, agli anziani e alla loro saggezza, alla gente comune e ai suoi bisogni reali. E noi leviamo la voce per gridare che la persona umana non si riduce a ciò che produce e guadagna; che va accolta e mai scartata; che la famiglia, in lingua kazaka “nido dell’anima e dell’amore”, è l’alveo naturale e insostituibile da proteggere e promuovere perché crescano e maturino gli uomini e le donne di domani.

 

Per tutti gli esseri umani le grandi sapienze e religioni sono chiamate a testimoniare l’esistenza di un patrimonio spirituale e morale comune, che si fonda su due cardini: la trascendenza e la fratellanza. La trascendenza, l’Oltre, l’adorazione. È bello che ogni giorno milioni e milioni di uomini e di donne, di varie età, culture e condizioni sociali, si riuniscono in preghiera in innumerevoli luoghi di culto. È la forza nascosta che fa andare avanti il mondo. E poi la fratellanza, l’altro, la prossimità: perché non può professare vera adesione al Creatore chi non ama le sue creature. Questo è l’animo che pervade la Dichiarazione del nostro Congresso, di cui, in conclusione, vorrei sottolineare tre parole.

 

La prima è la sintesi di tutto, l’espressione di un grido accorato, il sogno e la meta del nostro cammino: la pace! Beybitşilik, mir, peace! La pace è urgente perché qualsiasi conflitto militare o focolaio di tensione e di scontro oggi non può che avere un nefasto “effetto domino” e compromette seriamente il sistema di relazioni internazionali (cfr. n. 4). Ma la pace «non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; non è effetto di una dispotica dominazione», ma è «opera della giustizia» (Gaudium et spes, 78). Scaturisce dunque dalla fraternità, cresce attraverso la lotta all’ingiustizia e alle disuguaglianze, si costruisce tendendo la mano agli altri. Noi, che crediamo nel Creatore di tutti, dobbiamo essere in prima linea nel diffondere la convivenza pacifica. La dobbiamo testimoniare, predicare, implorare. Perciò la Dichiarazione esorta i leader mondiali ad arrestare ovunque conflitti e spargimenti di sangue, e ad abbandonare retoriche aggressive e distruttive (cfr. n. 7). Vi preghiamo, in nome di Dio e per il bene dell’umanità: impegnatevi per la pace, non per gli armamenti! Solo servendo la pace il vostro nome rimarrà grande nella storia.

Se manca la pace è perché mancano attenzione, tenerezza, capacità di generare vita. E dunque essa va ricercata coinvolgendo maggiormente — seconda parola — la donna. Perché la donna dà cura e vita al mondo: è via verso la pace. Abbiamo perciò sostenuto la necessità di proteggerne la dignità, e di migliorarne lo status sociale in quanto membro di pari diritto della famiglia e della società (cfr. n. 23). Alle donne vanno anche affidati ruoli e responsabilità maggiori. Quante scelte di morte sarebbero evitate se proprio le donne fossero al centro delle decisioni! Impegniamoci perché siano più rispettate, riconosciute e coinvolte.

 

Infine, la terza parola: i giovani. Sono loro i messaggeri di pace e di unità di oggi e di domani. Sono loro che, più di altri, invocano la pace e il rispetto per la casa comune del creato. Invece, le logiche di dominio e di sfruttamento, l’accaparramento delle risorse, i nazionalismi, le guerre e le zone di influenza disegnano un mondo vecchio, che i giovani rifiutano, un mondo chiuso ai loro sogni e alle loro speranze. Così pure religiosità rigide e soffocanti non appartengono al futuro, ma al passato. Pensando alle nuove generazioni, qui si è affermata l’importanza dell’istruzione, che rafforza la reciproca accoglienza e la convivenza rispettosa tra religioni e culture (cfr. n. 21). Diamo in mano ai giovani opportunità di istruzione, non armi di distruzione! E ascoltiamoli, senza paura di lasciarci interrogare da loro. Soprattutto, costruiamo un mondo pensando a loro!

 

Fratelli, sorelle, la popolazione del Kazakhstan, aperta al domani e testimone di tante sofferenze passate, con le sue straordinarie multireligiosità e multiculturalità ci offre un esempio di futuro. Ci invita a edificarlo senza dimenticare la trascendenza e la fratellanza, l’adorazione dell’Altissimo e l’accoglienza dell’altro. Andiamo avanti così, camminando insieme in terra come figli del Cielo, tessitori di speranza e artigiani di concordia, messaggeri di pace e di unità!

DIBATTERE LE QUESTIONI CRUCIALI DEL NOSTRO TEMPO. RISPOSTA A PAPINI SUL RUOLO DE “IL DOMANI D’ITALIA”.

La demolizione dei partiti, avviata con Tangentopoli e proseguita con l’introduzione di sistemi elettorali maggioritari senza più partiti di massa e incapaci di democrazia interna e di legami con territorio, ci ha consegnato un preoccupante quadro di inadeguatezza del sistema dei partiti. In un tale contesto di democrazia leggera o residuale, appare prezioso il contributo al dibattito che offre “Il Domani d’Italia” e non solo, come hanno evidenziato gli amici Armando Dicone e Giorgio Merlo, in funzione della costruzione di una nuova area di centro.

 

Il dibattito aperto da Massimo Papini sul ruolo che la testata Il Domani d’Italia può esercitare per il futuro del Paese a partire dalle proprie radici, collocate nella seconda metà degli anni settanta, appare quanto mai opportuno. 

A cominciare dal suo riferimento agli anni della solidarietà nazionale (e alla strategia di Aldo Moro), che ci può aiutare a focalizzare le nette differenze tra il contesto di quell’epoca storica e quello presente. In quel tempo remoto già si potevano cogliere i primi sintomi di sfaldamento del compromesso fra capitalismo e democrazia, compromesso impostosi di fatto nel dopoguerra più in funzione del contenimento dell’espansione del blocco comunista nel mondo che per un comune accordo fra poteri e fra classi. E, da una prospettiva solidarista e progressista, ci si poteva permettere ancora di pensare in grande, nonostante i piani in atto di destabilizzazione del Paese ricordassero, talvolta con la crudezza dei fatti, quali fossero i limiti invalicabili per l’Italia sia in campo sociale che in quello internazionale. 

 

Ma esistevano i partiti, soprattutto i due grandi partiti di massa, la Dc e il Pci, strutturati capillarmente nella società non solo come poderose macchine organizzative ma anche come agenzie educative e formative, popolari e interclassiste, alla politica e alla democrazia. Il pluralismo, politico e informativo, era esercizio comune e quotidiano; nei gruppi dirigenti del Partito Comunista era ancora viva la coscienza della critica gramsciana alla stampa borghese. Il grado di manipolazione dell’opinione pubblica in favore degli interessi dei più forti, che già aveva conosciuto un relativo periodo d’oro all’epoca dei grandi totalitarismo del Novecento, non era paragonabile, anche per la limitatezza tecnologica, a quello attuale. Esisteva, infine ma non per ultimo, la sinistra, una sinistra prevalentemente legata al popolo, al lavoro, alla giustizia e ai diritti sociali, con la quale una larga parte del mondo cattolico, anche per effetto del vento conciliare e della stagione di riforme intrapresa dai precedenti governi di centrosinistra, era determinata ad interloquire.

 

Ai nostri giorni quell’orizzonte è scomparso. Sul piano interno, la demolizione dei partiti, avviata con Tangentopoli e proseguita con l’introduzione di sistemi elettorali maggioritari senza più partiti di massa e incapaci di democrazia interna e di legami con territorio, ci ha consegnato un preoccupante quadro di inadeguatezza del sistema dei partiti che ormai selezionano la loro classe dirigente in base alla assoluta fedeltà al capo, con capi a loro volta più o meno direttamente cooptati da poteri superiori.

 

Sul piano internazionale sono andati avanti processi difficili da fermare o quantomeno da ricondurre in breve tempo in una logica di pace, di democrazia e di equità sociale. Nel nostro Occidente il potere economico-finanziario pare aver soppiantato quello politico, annullando ogni reale disputa democratica, ogni confronto aperto fra prospettive diverse, cose che avvengono ormai solo più, lontano da occhi indiscreti, al livello delle élites le quali nei fatti, anche se quasi mai di diritto, esercitano la sovranità.

 

In un tale contesto di democrazia leggera o residuale, appare prezioso il contributo al dibattito che offre “Il Domani d’Italia” e non solo, come hanno evidenziato gli amici Armando Dicone e Giorgio Merlo, in funzione della costruzione di una nuova area di centro. Credo che sarebbe stato altrettanto utile come strumento, se avessimo avuto un Partito Democratico degno di questo nome, ovvero un partito a vocazione maggioritaria vera, dove i candidati li decidono i territori, dove l’uninominale maggioritario non conosce paracadute o escamotage di alcun genere. In ogni caso il nodo di un’area di riferimento per la Testata nella politica attiva appare una questione non secondaria proprio per dare incisività al lavoro culturale.

 

Tre su tutte mi paiono le questioni da affrontare nella nostra epoca per cercare di incidere sul futuro del Paese anche attraverso lo strumento di questa rivista politica. La prima è quella relativa al modo di intendere il ruolo dell’Occidente nel mondo. Credo sia estremamente rischioso per il nostro futuro lasciare la diatriba fra fautori dell’unilateralismo e quelli del multipolarismo interamente in mano alle élites. Se crediamo che il miliardo d’oro, il 15% dell’umanità, debba continuare a dettare le regole della politica mondiale, dobbiamo preparare il popolo a una lunga stagione di guerre, carestia, arretramento delle condizioni di vita. Perché l’altro 85% non è più disposto ad accettarlo e dispone dei mezzi per affermare il proprio punto di vista. In caso contrario si devono trattare e spiegare le ragioni del multipolarismo e del suo profondo intreccio con la pace e il diritto.

 

La seconda questione cruciale è quella dell’energia e della transizione ambientale. La ricerca di un approccio più equilibrato, integrale all’ecologia, come auspicato dalla Laudato Si’, deve poterci aiutare a correggere gli errori sin qui compiuti, a contrastare i fondamentalismi, a rivedere, verificare e quando è il caso, rimettere in discussione acquisizioni fatte passare per scientifiche ma che in realtà sono servite solo a avvantaggiare pochissimi e a peggiorare le condizioni di vita della classe media.

 

Infine, il terzo grande tema è costituito dal rapporto tra tecnica, scienza e politica. Il ritmo delle innovazioni tecnologiche è tale da offuscare la definizione di un nuovo umanesimo della modernità, in cui non si perda mai di vista che il fine rimane l’uomo e che tutto ciò che è possibile fare attraverso le nuove possibilità dischiuse dal progresso scientifico e tecnologico non è detto che sia conveniente o saggio farlo, pur attribuendo un valore molto positivo all’innovazione.

 

In conclusione, credo che il miglior servizio che potrà fare al Paese Il Domani d’Italia sia quello di recuperare uno spirito di autentica discussione, capace di considerare e soppesare i vari aspetti che inevitabilmente comportano le decisioni politiche anche quelle che sembrano votate alle più nobili cause, rompendo finalmente quell’asfissiante clima di unanimismo, di visione a senso unico, che sta purtroppo caratterizzando il discorso pubblico in Occidente sulle questioni che veramente contano.

PENSARE POLITICAMENTE. UNA SFIDA PER IL FUTURO DEMOCRATICO DEL PAESE.

La riduzione del numero dei parlamentari, voluto e sostenuto con forza dal Movimento Cinque Stelle con il beneplacito del Pd, si configura come lo specchietto per le allodole. In realtà si è instaurato una sorta di autocrazia. Guido Bodrato ha sostenuto che “una democrazia senza popolo è destinata a tramontare.” In effetti, una democrazia senza popolo non esiste, così come non esistono i partiti che non hanno il proprio popolo. Riappropriarsi del ruolo decisionale, ossia del ruolo di popolo, è la sfida che sta davanti a quanti pensano ancora politicamente.

Pensare politicamente è certamente un’arte forse la più difficile, ma che pone al centro della vita civile i problemi reali legati al funzionamento della democrazia. In questi giorni di campagna elettorale, una riflessione meritano soprattutto alcuni provvedimenti adottati nel corso di questa legislatura che volge al termine.

 

Il più importante è costituito sicuramente dalla riduzione del numero dei parlamentari voluto e sostenuto con forza dal Movimento Cinque Stelle con il beneplacito di un Pd che in quel particolare momento mirava a rientrare all’interno della compagine di Governo. È stato, questo provvedimento, propagandato a dovere tra il popolo con la motivazione principale che questa riduzione dei deputati da seicentotrenta a quattrocento e dei senatori da trecentoquindici a duecento costituisse innanzitutto un risparmio in termini di denaro ed in secondo luogo anche una sorta di miglior funzionamento dell’istituto parlamentare.

 

Inutile dire che si è trattato di uno specchietto per le allodole. Vedremo nel corso della prossima legislatura quanto si risparmierà in termini economici con tale riduzione e se il Parlamento sarà in grado di funzionare meglio. Ed allora, proprio per tornare al concetto iniziale di pensare politicamente, e non in modo populista, occorre rilevare alcune questioni di fondamentale importanza per il funzionamento della democrazia.

 

Chi ha la fortuna di saper pensare politicamente non può non riconoscere che la riduzione del numero dei parlamentari insieme alla legge elettorale (senza preferenze e con liste bloccate) hanno instaurato una sorta di autocrazia. I parlamentari non sono altro che dei nominati dai rispettivi segretari di Partito; il popolo ne ratifica solo la nomina nel momento del voto. Va da sé che, conseguentemente, i parlamentari non rispondono più al popolo, ma ai propri segretari di Partito, con una personalizzazione della politica che in questi giorni di campagna elettorale è sotto gli occhi di tutti.

 

Possiamo dire che oggi la nostra democrazia è una democrazia senza popolo o, meglio, una oligarchia dove tutte le decisioni passano per la volontà del capo Partito di turno. Qualche settimana fa, Guido Bodrato ha sostenuto che “una democrazia senza popolo è destinata a tramontare.” In effetti, una democrazia senza popolo non esiste, così come non esistono i partiti che non hanno il proprio popolo. Tutto questo sta accadendo oggi e le conseguenze le stiamo già pagando in termini di riduzione degli spazi di libertà ed in termini di potere decisionale sulle scelte politiche importanti che riguardano il futuro di questo Paese e delle nuove generazioni.

 

Riappropriarsi del ruolo decisionale, ossia del ruolo di popolo, è la sfida che sta davanti a quanti pensano ancora politicamente e che oggi sono chiamati a tornare in trincea per salvare questa democrazia dalle lobby e dagli attacchi populisti ed oligarchici.

DOPO ELISABETTA. IL REGNO UNITO RIMARRÀ…UNITO?

Carlo dovrà saper costruire un messaggio capace di contemperare tradizione e innovazione. La Corona britannica non potrà assumere quei tratti iper-popolari che caratterizzano le case regnanti scandinave o quella olandese, in quanto perderebbe agli occhi dei sudditi quel “tono” che la rende unica al mondo. Liz Truss, invece, dopo la Brexit dovrà affrontare quella che lei stessa ha definito una “tempesta”. Sarà l’insieme combinato di quanto queste due persone sapranno fare nei prossimi mesi che segnerà il futuro della Gran Bretagna.

 

Lunedì i funerali solenni della amatissima Regina Elisabetta II fermeranno per un’ultima giornata un Paese che da quando la sovrana è deceduta ha inevitabilmente concentrato la propria attenzione intorno al sentimento di dolore e di riconoscenza verso una persona che lo ha rappresentato al meglio per 70 anni. Quando la sterminata folla che farà da corona popolare alle esequie lentamente defluirà da Londra verso i propri luoghi di provenienza e i Capi di Stato arrivati da tutto il mondo torneranno alle loro capitali comincerà davvero il dopo. Un “after” che sarà tutt’altro che facile per il Regno Unito.

 

Per quei singolari casi della Storia che talvolta si verificano saranno due persone appena insediate nel loro ruolo istituzionale ad affrontarlo in prima linea. Il Re Carlo III e la premier Liz Truss. In modo diverso, per strade ovviamente ben differenti entrambi si stanno preparando da tempo all’esercizio dei nuovi doveri.

 

Carlo, in realtà, da una vita. Sapendo che il suo sarà un regno di transizione, che però risulterà decisivo per il futuro della Corona. Persona colta e intelligente, gli è ben chiaro che la perenne soap opera dei Windsor ha destato per lustri l’interesse dei tabloid e della pubblica opinione popolare britannica ma non ha distrutto l’istituto monarchico solo perché al vertice di essa stava una personalità eccezionale dedita totalmente alla causa: della nazione, del regno, della famiglia.

 

Nessuno potrà mai più rappresentare quello che Elisabetta II ha saputo incarnare con tanta capacità, e Carlo ne è pienamente consapevole. Sa però che, con gli opportuni accorgimenti, la Casa Reale potrà ancora costituire un punto di ancoraggio saldo per l’intera Gran Bretagna e anzi solo essa, stante la crisi profonda nelle relazioni interne fra le nazioni del Regno, potrà garantirne l’unità. Un’impresa difficile, ma non impossibile. Elisabetta lascia il trono con una percentuale straordinariamente elevata di cittadini favorevoli alla permanenza della monarchia. Ai quali Carlo ha promesso da subito “di servirvi con lealtà e dedizione come a suo tempo fece mia madre”. Il Re sa che dovrà riuscire a preservare un’eredità enormemente impegnativa che sarà poi il figlio William a dover gestire e proiettare verso il futuro.

 

Impresa complicata non solo per le difficoltà politiche ma pure per il difficile “dosaggio” fra tradizione e novità che il nuovo Sovrano dovrà calibrare con estrema attenzione. E’ infatti evidente che il reame non potrà più avere quel tono “imperiale” che Elisabetta ha saputo assicurargli pur contaminandolo di cultura pop con grande intelligenza e sagacia, sin dai tempi dei Beatles nominati baronetti. Una dimostrazione di grande capacità nel cogliere lo spirito dei tempi e di saperlo coniugare con un passato facilmente considerabile come vetusto retaggio di un mondo tramontato da tempo. Una lucidità intellettuale e sociologica conservata sino alla fine, se pensiamo al video con James Bond girato per le Olimpiadi del 2012 o al più recente jingle con l’orsetto Paddington. Anche perché associata ad una dedizione assoluta al lavoro rappresentata plasticamente ed eternamente dalla foto che ritrae la Regina ricevere la neo premier, solo due giorni prima del decesso. L’ultima foto.

 

Carlo dunque dovrà saper costruire un messaggio capace di contemperare tradizione e innovazione. La Corona britannica non potrà assumere quei tratti iper-popolari che caratterizzano le case regnanti scandinave o quella olandese, in quanto perderebbe agli occhi dei sudditi quel “tono” che la rende unica al mondo. Al tempo stesso dovrà riuscire a divenire più “vicina” alla gente comune in un modo assai concreto, nei comportamenti, nella riduzione delle spese, nella drastica eliminazione degli scandali a corte. Tutto quello che riusciva a fare Elisabetta dall’alto della sua personalità così rispettata e riconosciuta, della sua autorevolezza acquisita in decadi di regno, non potrà in nessun modo riuscire a Carlo con le stesse modalità della madre. Egli sarà chiamato al difficile compito fin da subito, dall’alba di martedì quando appunto saranno concluse le esequie della Regina e si riprenderà anche in Gran Bretagna ad affrontare la quotidianità, a gestire i problemi – non soltanto politici – che emergeranno in tutta la loro preoccupante consistenza.

 

E qui entrerà in gioco l’altra nuova protagonista di questa nuova fase. Pure Liz Truss si è preparata nel tempo al ruolo: nel suo caso certo non per diritto divino bensì attraverso un percorso politico spericolato e spietato, sempre molto deciso e determinato, che ha condotto la ragazza antimonarchica e radicale degli esordi sino al numero 10 di Downing Street cambiando completamente idee e crescendo negli spazi di occupazione del potere, ricoprendo ruoli ministeriali sempre più rilevanti nei gabinetti conservatori di Cameron, May, Johnson avendo in mente l’ambizione, esagerata, di divenire la nuova Thatcher.

 

Ora però, come per chiunque oggi in Europa giunga al governo, e in Gran Bretagna ancor di più a causa dei problemi ogni giorno più giganteschi provocati da Brexit, Liz Truss dovrà affrontare quella che lei stessa ha definito una “tempesta”: inflazione mai così alta da decenni, caro bollette devastante in un paese con le temperature invernali che si registrano a quelle latitudini, diminuzione dei consumi e del PIL, recessione industriale che produce disoccupazione e scioperi. Il tutto nell’ambito della crisi più generale ora provocata dalla guerra in Ucraina e prima dalla pandemia da Covid-19. E, come se non bastasse, il problema non risolto e forse irrisolvibile del Protocollo per l’Irlanda del Nord. Un effetto-Brexit ampiamente previsto che la stessa Truss riconosceva ai tempi del referendum, essendosi schierata per il Remain. Ma che poi ha rinnegato, essendo prontamente salita sul carro dei vincitori ottenendo in cambio un ministero di gran prestigio nel governo di Boris Johnson.

 

Sarà l’insieme combinato di quanto queste due persone sapranno fare nei prossimi mesi, al massimo nei prossimi due anni, che segnerà il futuro della Gran Bretagna. Ovvero del Regno (Unito?).

UNA TARGA PER PASOLINI SULLA STESSA VIA DOVE ABITAVA L’EX MINISTRO GUI: ECCO LE RAGIONI PER COMMEMORARE ENTRAMBI.

Fonte: Flickr
Fonte: Flickr

 

L’invettiva del Poeta contro la DC. Moro reagì, nel 1977, con durezza: “Non ci lasceremo processare sulle piazze”. Gui fu coinvolto ingiustamente, per essere poi assolto, nello scandalo Lockheed. La logica del processo – di quel tipo di processo politico – alimentò anche il terrorismo. Se Pasolini aveva ragione a protestare contro il disordine del potere, anche Gui si poteva fregiare di un’analoga ragione per aver servito con onore le istituzioni democratiche, piegando il potere alla compostezza e al rigore della politica, secondo la limpida lezione morotea. Avevano ragione entrambi, dunque entrambi, sulla stessa via, andrebbero ricordati.

 

Lucio D’Ubaldo

 

Dietro la basilica dei Santi Pietro e Paolo, imponente edificio sacro dell’Eur, che offre lo spettacolo della cupola più alta di Roma dopo quella vaticana di San Pietro e quella dei teatini di Sant’Andrea della Valle, si diparte in rettilineo una strada residenziale lunga qualche centinaio di metri sul lato ovest della chiesa, e proprio sul bordo alto dell’ampio vallone della Magliana attraversato dal Tevere, denominata per un intreccio biblico della toponomastica del luogo via Eufrate (in pratica si congiunge con via Tiberiade e via del Giordano). Qui nel pomeriggio di oggi una pubblica cerimonia organizzata dal Municipio IX, guidato dall’ex deputata ed ex sindacalista (Cgil) Titti Di Salvo, farà da corona alla posa in opera di una targa in ricordo di Pier Paolo Pasolini, per anni residente al civico n. 9, in una sobria ed elegante palazzina del quartiere “ripensato” negli anni ‘50 dal segretario generale dell’Ente Eur, Virgilio Testa.

 

L’iniziativa del Municipio IX rende onore alla figura del più grande poeta civile che l’Italia abbia conosciuto dopo Giosué Carducci. Friulano di nascita, visse a lungo con la madre nella casa di Via Eufrate, fino alla sua tragica morte nel 1975 a seguito di una selvaggia aggressione all’idroscalo di Ostia. Un suo conterraneo, don David Maria Turoldo, padre servita ed egli stesso poeta, ne parlava come di “uno degli uomini più tormentati che siano mai esistiti, aveva la rabbia di non poter credere nella Chiesa, era un cattolico con la rabbia addosso, la sua matrice era cattolica; sua madre, la sua fede, la sua cultura erano cattoliche. E soprattutto, oltre che essere di cultura cattolica, era uomo di tremenda fede, inquietudine, implacabilità. Lo stesso modo di accusare: soltanto un furioso credente come lui poteva arrivare a quello”. E la sua invettiva, a un certo punto, si condensò nell’attacco virulento alla DC, per la quale chiese il processo sulle piazze.

 

Non fu la pagina più bella della sua sterminata pubblicistica, essendo stato per altro, da giovane, un estimatore della sinistra democristiana. Ma non è questo ciò che conta. L’aspetto critico sta nel fatto che l’invocazione del processo dette modo alla sinistra più radicale e violenta, formata al dogmatismo rivoluzionario del post sessantotto, di rafforzarsi nelle ragioni etiche di un attacco al partito cardine della democrazia italiana. Al culmine di quella stagione, impregnata di odio e connivenze misteriose, ci fu il rapimento e l’uccisione del leader indiscusso della DC: Aldo Moro. Un anno prima della tragedia, nel 1977, fu lui ad alzarsi nell’Aula di Montecitorio  e pronunciare un memorabile discorso in risposta alla propaganda avversa, prendendo di petto la teoria della liquidazione della DC per via pseudo giudiziaria: “Noi – disse Moro quasi in tono di sfida – non ci lasceremo processare sulle pubbliche piazze”.

 

Ora, la storia ci ricorda che quel discorso aveva ad oggetto la difesa di Luigi Gui, eminente figura della DC, ministro della Pubblica Istruzione nei momenti caldi del ’68, da sempre vicino ad Aldo Moro, messo nel mirino della contestazione sul “caso Lokheed” insieme al socialdemocratico Mario Tanassi. L’ipotesi di reato riguardava il pagamento di tangenti a seguito dell’acquisto di alcuni aerei Hercules-130. La vittima più illustre dello scandalo fu Giovanni Leone, costretto il 15 giugno del 1978 alle dimissioni da Presidente della Repubblica: era estraneo ai fatti e molti anni dopo gli furono tributate le scuse da parte dei Radicali, artefici principali, in concorso con il PCI, della battaglia contro la DC. Rinviato a giudizio, anche Gui fu scagionato dagli addebiti con sentenza della Corte costituzionale del 15 marzo 1979.

 

Perché questo excursus sulla vicenda Lockheed? Perché Luigi Gui, per ironia della sorte, abitava a pochi passi da Pasolini, sulla stessa via Eufrate, al civico 33. Quando tutto si concluse, portando a piena luce l’innocenza di Gui, Pasolini era scomparso da tre anni e mezzo. Non sappiamo, né possiamo immaginarlo, cosa avrebbe potuto dire il Poeta su quella sentenza di assoluzione che restituiva Gui alla dignità della sua lunga ed intensa opera di politico. Certo è però che oggi, a distanza di vari decenni, con alle spalle gli errori e gli orrori di un moralismo inquisitorio che finì per alimentare la violenza terroristica, l’opportunità di una seria riflessione fa capolino tra le pieghe di una cerimonia in onore di Pasolini, sulla stessa via dove appunto abitava Gui. Ebbene, approfittando di questa felice casualità di geografia urbana, non sarebbe giusto ricordare entrambi, con una targa capace di rimettere a posto i tasselli della memoria e suscitare, in sintesi, un dato evocativo di una buona istanza di riconciliazione?

 

Nel tempo ci si è adoperati, atttreverso opportune scelte simboliche, affinché fossero ricomposte le fratture del periodo più angoscioso dell’Italia delle stragi e del terrorismo. Non sono mancati i gesti che dovrebbero destare, guardando a ritroso, il desiderio di riconciliazione tra “rossi e neri”, sciaguratamente affratellati nelle opposte movenze di una hibrys rivoluzionaria. Avevano torto entrambi. Invece, se Pasolini aveva ragione a protestare contro il disordine del potere, anche Gui si poteva fregiare di un’analoga ragione per aver servito con onore le istituzioni democratiche, piegando il potere alla compostezza e al rigore della politica, secondo la limpida lezione morotea. Avevano ragione entrambi, dunque entrambi, sulla stessa via, andrebbero ricordati. Quale altra migliore riconciliazione?

L’OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA DI DIVENTARE HUB DEL GAS EUROPEO. L’ANALISI DE “LAVOCE.INFO”.

 

Da anni si dibatte sul potenziale ruolo dellItalia quale collettore e via di trasporto del gas dal Mediterraneo allEuropa. La crisi ucraina potrebbe accelerare questo processo, favorendo lo sviluppo economico del nostro paese e laffrancamento dellEuropa dal gas russo.

 

Stefano Castriota e Roberto Gambini

 

Per la conformazione geografica dell’Italia quale ponte naturale tra il Centro Europa e l’Africa Mediterranea, è stato auspicato più volte che il nostro paese possa diventare il collettore e la via di trasporto del gas verso l’Europa fungendo da vero e proprio hub. Tenendo presente l’attuale quadro geopolitico è lecito chiedersi se la crisi dell’Ucraina stia accelerando questo processo e se esistano le condizioni per influire significativamente sul processo di indipendenza dal gas russo. Le informazioni apparse sulla stampa nazionale sembrano indicare concretamente che ci stiamo incamminando verso questa direzione. Un esempio è la notizia della firma del protocollo d’intesa tra la Commissione europea e l’Azerbaijan che prevede l’estensione e l’utilizzo del gasdotto Tap per il trasporto di gas azero verso l’Unione europea attraverso l’Italia. Se veramente l’Italia diventasse il collettore del gas per l’Europa, acquisterebbe un ruolo strategico che potrebbe portare notevoli vantaggi al nostro paese, come l’impulso alle imprese coinvolte ed il prezzo più basso del gas per gli utenti finali.

 

Il sistema italiano di approvvigionamento del gas

Il sistema di approvvigionamento del gas può essere suddiviso in base alla forma di trasporto, ossia tramite gasdotti o tramite trasporto via nave di gas liquefatto (Lng) e successiva rigassificazione. Entrambi i sistemi presentano vantaggi e svantaggi. La costruzione di gasdotti richiede investimenti enormi che possono essere ammortizzati solo mediante trasporto pluriennale di enormi quantità di gas; da un lato ciò costituisce – nel bene e nel male – un vincolo sia per il paese esportatore che per quello importatore, dall’altro le enormi economie di scala garantiscono bassi costi medi di trasporto. L’acquisto di gas liquefatto comporta, al contrario, costi medi più elevati dovuti al trasporto ed alla rigassificazione, ma garantisce anche maggiore flessibilità nella scelta dei fornitori. Ne consegue che si fa ricorso ai gasdotti per garantire il grosso delle forniture stabili ed al gas liquefatto per rispondere a picchi improvvisi o stagionali della domanda o a shock dell’offerta (come nel caso dell’interruzione delle forniture russe).

 

Gasdotti

I sistemi che collegano l’Italia con l’estero sono cinque (si veda la mappa): due con l’Europa, due con il nord Africa ed uno con l’Azerbaijan. I collegamenti con la Svizzera (Passo Gries) e l’Austria (Tarvisio) sono stati originariamente pensati rispettivamente per trasportare in Italia il gas dal Nord Europa e dalla Russia, ma da alcuni anni entrambi sono stati modificati per permettere flussi in entrambe le direzioni. Ciò potrebbe consentire all’Italia di esportare in Europa il gas importato.

 

In entrata dal Nord Africa il sistema principale è il TransMed che collega l’Algeria all’Italia ed ha una capacità massima di 30 miliardi di metri cubi annui (Billion Cubic Meters – Bcm). Il secondo sistema è il Green Stream che collega la Libia all’Italia ed è caratterizzato da una capacità di 8 Bcm. Il gas dell’Azerbaijan arriva in Italia tramite Trans Adriatic Pipeline (Tap) ed ha una capacità di 10 Bcm annui. Nel 2021, l’autorità italiana Arera ne ha approvato l’espansione comunemente stimata in ulteriori 10 Bcm e dovrebbe essere completata entro il 2026. Al contrario, l’espansione del TransMed e/o del Greenstream è incerta se non improbabile, vista l’assenza di ulteriori riserve certificate che possano giustificare economicamente l’ingente investimento necessario a potenziare la rete di gasdotti.

 

Le recenti notevoli scoperte di gas nel mediterraneo orientale – ed in particolare nelle acque al largo di Israele, Cipro ed Egitto – sono, invece, tali da giustificare la creazione di un nuovo sistema di trasporto. Nelle intenzioni del consorzio che lo propone, questa nuova infrastruttura dovrebbe portare il gas in Italia passando per Cipro, Creta e Grecia continentale. Il progetto, conosciuto come EastMed, costituisce probabilmente la più grande opportunità di creare realmente un hub in Italia, incidendo significativamente sul quadro degli approvvigionamenti europei. La capacità di trasporto dei gasdotti non è stata ancora definita; il consorzio proponente parla di 10-20 Bcm annui anche se alcune fonti stimano una potenzialità di produzione del bacino superiore a 30 Bcm annui. Allo sviluppo di questo progetto, riconosciuto dall’Unione europea come di interesse prioritario, si oppone la Turchia che reclama dei diritti su gran parte delle aree dove dovrebbe essere realizzato, ritenendole aree di proprio Esclusivo Interesse Economico. Ad ogni modo, l’entrata in funzione dell’EastMed non è prevista prima di 4-6 anni.

 

Rigassificatori

La capacità massima attuale dei rigassificatori in Italia è di 15,25 Bcm annui di cui 3,5 a Borgo Panigaglia, 8 a Rovigo e 3,75 a Livorno. Con il recente acquisto da parte della Snam di due navi-rigassificatori la capacità nominale italiana di rigassificazione salirà a 25 Bcm annui. Queste nuove navi dovrebbero entrare in funzione in tempi relativamente brevi (1-2 anni).

 

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https://www.lavoce.info/archives/97286/lopportunita-per-litalia-di-diventare-hub-del-gas-europeo/

 

CHI HA TRESCATO CON PUTIN È COLPEVOLE DI ALTO TRADIMENTO. DUNQUE, PUÒ ESSERE PARTE DI UN FUTURO GOVERNO?

 

Dagli USA giungono informazioni allarmanti. È inevitabile pensare al coinvolgimento di Salvini: il patto con Russia Unita, siglato dalla Lega nel 2017, pesa come un macigno. Guido Crosetto (FdI), a seguito di tali rivelazioni veicolate dal Washington Post, evoca il reato di alto tradimento. E allora, se ciò fosse, come potrebbe il Presidente della Repubblica,  anche nel caso di vittoria della Destra, firmare la nomina di ministri leghisti? Di fatto, con questi interrogativi pesanti, si sono riaperti i giochi della campagna elettorale.

 

Cristian Coriolano

 

La notizia è esplosa come una bomba, a veicolarla è stato l’autorevole Washington Post: dal 2014 la Russia avrebbe speso oltre 300 milioni nel tentativo di condizionare politici e funzionari in una ventina di paesi. È il quadro delineato in un documento del Dipartimento di Stato americano, come riferisce il quotidiano statunitense. L’informativa, firmata dal segretario di Stato Antony Blinken, si basa su informazioni di intelligence in ordine a un disegno dalla Russia mirante alla creazione di una rete di consenso attorno a Mosca. Il documento non cita espressamente gli obiettivi di Mosca, ma precisa – ed è la cosa più importante – che gli Stati Uniti stanno fornendo informazioni classificate ai diversi paesi interessati.

 

La rete allestita da Mosca per sostenere soggetti e cause avrebbe coinvolto think tank in Europa e aziende pubbliche in America Centrale, Asia, Medio Oriente e Nord Africa. Un membro dell’amministrazione Usa ha fatto intendere che il presidente russo Vladimir Putin appare responsabile dell’impiego d’ingenti somme utilizzate “nel tentativo di manipolare le democrazie dall’interno”. Nelle prossime ore i nomi dei Paesi coinvolti dalla pressione di Mosca potrebbero venire fuori e, forse, anche i nomi dei politici a “libro paga”.

 

Interessante, al riguardo, la dichiarazione di Guido Crosetto, co-fondatore di Fratelli d’Italia: “Dicono che la Russia –   ha scritto in serata su Twitter – abbia finanziato partiti in 20 nazioni, dal 2014, con oltre 300 milioni di dollari. La cosa non mi stupisce perché c’era una tradizione antica da parte loro. Però vorrei sapere i nomi, se esistono, di eventuali beneficiati italiani. Perché è alto tradimento”.

 

L’attacco di Crosetto va letto in profondità. Forse sfugge la pregnanza dell’argomento evocato, giacché va tenuto presente che l’articolo 90 della Costituzione recita testualmente: “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla costituzione”. Ora è del tutto evidente che in presenza di riscontri attendibili un partito oggettivamente coinvolto nelle trame di Mosca, quindi con responsabilità riconducibili alla denuncia di alto tradimento, renderebbe impossibile al Presidente della Repubblica la nomina di ministri indicati proprio da quel partito. Per giunta, l’inquilino del Quirinale si chiama Sergio Mattarella e gli italiani ne conoscono le specchiate virtù di statista profondamente rispettoso dei principi, dei valori e delle regole costituzionali.

 

Il la questione è seria. Il sospetto è che la Lega, avendo firmato il patto di mutua collaborazione a Mosca, il 6 marzo 2017, con Russia Unita (il partito di Putin), sia davvero nell’occhio del ciclone (ammesso che ne sia fuori Berlusconi, fino ad avantieri in felici rapporti con Putin). Ebbene, nel caso di vittoria della Destra, a quale titolo potrebbe entrare Salvini, e con lui gli altri leghisti, in un governo presumibilmente guidato dalla Meloni? E come potrebbe formarsi un governo “organico” allo schieramento maggioritario, dal momento che la presumibile, se non obbligata estromissione della Lega amputerebbe la coalizione dell’apporto necessario a garantire il controllo delle Camere?

 

Di fatto gli interrogativi sulle prospettive del dopo voto introducono gravi fattori di preoccupazione nella fase odierna, ormai prossima alla stretta finale, della campagna elettorale. I giochi, per molti aspetti, si sono riaperti. Se prima l’appello a non disertare le urne poteva suonare retorico, adesso si configura come un richiamo ineludibile al dovere di ogni singolo cittadino di fronte all’interesse superiore della nazione. Non si può lasciare al sospetto e alle minacce, palesi ed occulte, il destino democratico dell’Italia.

IL PAPA IN KAZAKHSTAN: «NO AI POPULISMI, RISCOPRIAMO LO SPIRITO DI HELSINKI». IL RESOCONTO DI “FAMIGLIA CRISTIANA”.

 

Nel suo primo discorso in Kazakhstan Francesco loda l’impegno del Paese per rafforzare la democrazia e chiede più giustizia sociale e meno corruzione. Ambiente, economia, lavoro, disarmo, tutela della dignità di tutti, dialogo nella terra che sta facendo tesoro dell’unità nella diversità: tanti i temi toccati.

 

Annachiara Valle

 

È una distesa di alberi e minareti che porta il Papa, dallaeroporto, al palazzo presidenziale. Dopo un viaggio di sette ore che, a differenza di quello del 2001 di Giovanni Paolo II, non ha sorvolato né lUcraina né la Russia, Francesco incontro le autorità, la società civile e il corpo diplomatico. Arriva in sedie a rotelle e poi si alza brevemente salutato dai massimi onori civili e militari. Visibilmente provato dalla stanchezza e dal dolore del ginocchio ascolta l’inno nazionale accanto al presidente della Repubblica del Kazakhstan, Kassym-Jomart K.Tokayev, che lo aveva già accolto all’arrivo.

 

Parla di democrazia e di pace, il Pontefice. Consapevole degli sforzi che il Paese sta facendo contro le guerre. Non a caso proprio il presidente Tokayev è stato rappresentante personale del segretario generale delle Nazioni unite alla conferenza sul disarmo. «In questa terra tanto estesa quanto antica», ha subito detto il Papa, «vengo come pellegrino di pace, in cerca di dialogo e di unità». Prende a prestito lo strumento musicale tipico di queste zone, la dombra, della famiglia dei liuti, per dire della continuità che lega le diverse generazioni e le diverse stagioni storiche. In questa che Giovanni Paolo II definì «terra di martiri e di credenti, terra di deportati e di eroi, terra di pensatori e di artisti», la dombra è, secondo Francesco, un «simbolo di continuità nella diversità» che «ritma la memoria del Paese, e richiama così all’importanza, di fronte ai rapidi cambiamenti economici e sociali in corso, di non trascurare i legami con la vita di chi ci ha preceduto, anche attraverso quelle tradizioni che permettono di fare tesoro del passato e di valorizzare quanto si è ereditato».

 

Nur Sultan, un tempo Astana, capitale dello Stato, è un intreccio di palazzoni e costruzioni futuristiche. Nata in mezzo al deserto in luoghi che conoscevano solo la deportazione degli oppositori politici da parte dei sovietici, il terrore dei gulag, le torture, oggi diventa simbolo di riscatto e riconciliazione. Il Papa li ricorda quei «campi di prigionia» e «l‘oppressione di tante popolazioni» nelle «città e nelle sconfinate steppe di queste regioni». Invita a ricordare i «grandi spostamenti di popoli», la «sofferenza» e a usare questo bagaglio «per incamminarsi verso l’avvenire mettendo al primo posto la dignità delluomo, di ogni uomo, e di ogni gruppo etnico, sociale, religioso».

 

Torna ancora alla dombra per dire che anche il Kazakhstan, come essa, suona su due corde: «temperature tanto rigide in inverno quanto elevate in estate; tradizione e progresso, ben simboleggiate dall’incontro di città storiche con altre moderne, come questa capitale. Soprattutto, risuonano nel Paese le note di due anime, quella asiatica e quella europea, che ne fanno una permanente “missione di collegamento tra due continenti”».

 

Parla al Kazakhstan, ma anche alla vicina Cina, alla Russia, all’Europa, agli Stati Uniti quando chiede di ricordare il proverbio locale – «La fonte del successo è lunità» – per invitare all’armonia. In questo Paese «i circa centocinquanta gruppi etnici e le più di ottanta lingue presenti nel Paese, con storie, tradizioni culturali e religiose variegate, compongono una sinfonia straordinaria e fanno del Kazakhstan un laboratorio multi-etnico, multi-culturale e multi- religioso unico, rivelandone la peculiare vocazione, quella di essere Paese dell’incontro». Il principio «dell’unità nella diversità», d’altra parte era stato sottolineato anche dal presidente nel suo indirizzo di saluto. Insieme con la constatazione che i cristiani, dice sempre il presiendente, insieme con gli altri credenti, «contribuiscono fortemente alla costruzione di un Kazakhstan nuovi e giusto». Un Paese laico, a maggioranza musulmano, ma che riconosce la libertà religiosa di tutti e che promuove dal 2003 gli incontri tra i leader delle religioni mondiali. «La tutela della libertà, aspirazione scritta nel cuore di ogni uomo, unica condizione perché lincontro tra le persone e i gruppi sia reale e non artificiale, si traduce nella società civile principalmente attraverso il riconoscimento dei diritti, accompagnati dai doveri», sottolinea il Papa.

 

E poi loda il Paese per aver abolito la pena di morte e lo incoraggia a rafforzare la democrazia «che costituisce la forma più adatta perché il potere si traduca in servizio a favore dell’intero popolo e non soltanto di pochi». In uno Stato che ha avviato un processo per rafforzare le competenze del Parlamento e delle Autorità locali e una maggiore distribuzione dei poteri, Francesco ribadisce che «la fiducia in chi governa aumenta quando le promesse non risultano strumentali, ma vengono effettivamente attuate. Ovunque occorre che la democrazia e la modernizzazione non siano relegati a proclami, ma confluiscano in un concreto servizio al popolo: una buona politica fatta di ascolto della gente e di risposte ai suoi legittimi bisogni, di costante coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni non governative e umanitarie, di particolare attenzione nei riguardi dei lavoratori, dei giovani e delle fasce più deboli. E anche – ogni Paese al mondo ne ha bisogno – di misure di contrasto alla corruzione. Questo stile politico realmente democratico è la risposta più efficace a possibili estremismi, personalismi e populismi, che minacciano la stabilità e il benessere dei popoli».

 

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https://www.famigliacristiana.it/articolo/no-ai-populismi-riscopriamo-lo-spirito-di-helsinki.aspx

NON SI È VOLUTO ASCOLTARE LA VOCE DEI LAVORATORI FRAGILI. LE TUTELE SONO RIMASTE…MEZZE TUTELE.

 

Approvato al Senato l’emendamento sulle tutele, ma per i lavoratori fragili è mancato l’accoglimento di richieste fondamentali. Infatti l’emendamento approvato non risolve il problema: in molti resteranno scoperti. Ed è probabile che si tratti dei casi più gravi o di coloro che non potranno accedere al lavoro agile. La delusione è profonda. Ora il provvedimento passa alla Camera ed è l’ultima possibilità di correggere il testo.

 

Francesco Provinciali

 

Il Senato ha approvato il Decreto aiuti bis e con esso lo smart working per i lavoratori fragili fino al 31 dicembre p.v.

Il Ministro Orlando dice: “Promessa mantenuta”, parlando per se e per il Partito democratico. Adesso si attenderanno il “voto utile”. Ma non tutti i fragili possono lavorare in smart working. Questo lo sapevano il Ministro, l’intero Governo e il Parlamento. Peccato che abbia dimenticato gli altri: niente equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero. Tutela non rinnovata: niente rinnovo del comma 2 – art. 26 del DL 17/3/2020 n.° 18 e successive proroghe.

 

Si teme per coloro a cui non sarà possibile accedere al lavoro agile, vale a dire, nell’ordine: esaurimento del congedo per salute, delle ferie e licenziamento. Soprattutto si  temono il contagio e le conseguenze del diritto di “malattia protetta”, con l’equiparazione al ricovero ospedaliero,  e invece negata. Eppure il Ministro e i senatori Nannicini e Manca – da lui delegati al deposito dell’emendamento – sapevano tutto, per filo e per segno. La situazione e la necessità delle due tutele (smart working ed equiparazione della malattia al ricovero ospedaliero) era stata rappresentata caldamente e in modo dettagliato e circostanziato. In molti hanno scritto al Ministero, sono intervenuti parlamentari, associazioni, sindacati: niente da fare. Se ne deduce che il dimezzamento delle tutele è un atto di volontà, non un errore.

 

Che dire? Complimenti! Adesso i Ministri del Lavoro, della Salute, della Funzione Pubblica, delle Disabilità (e, per la scuola, dell’Istruzione) dovranno spiegare a quei lavoratori fragili a cui fosse preclusa la possibilità dello smart working…che cosa dovranno fare. Dovranno spiegarlo anche ai loro datori di lavoro su cui ricadranno le responsabilità di un sì o di un no. Potrebbero essere i più fragili, quelli che devono fare cicli di chemioterapia o assumere farmaci salvavita. A quale Santo dovranno vocarsi? Se non è previsto per loro il lavoro agile e considerato il mancato rinnovo del comma 2 – art. 26 del DL 17/3/2022 n.° 18, i fragili che ne sono esclusi dovranno dunque recarsi al lavoro? Quando – ad esempio- si sottopongono alle terapie per le patologie da cui sono affetti. Con il rischio di una sovraesposizione al contagio da Covid  in tutte le sue varianti, anche se vaccinati. Oppure dovranno usufruire del congedo contrattuale per malattia, fino alla sua estinzione, poi chiedere ferie e infine subire la punizione del licenziamento, magari dopo essere stati a casa senza stipendio.

 

Tutte possibilità ed evenienze arcinote a chi ha scritto il testo dell’emendamento approvato al Senato. Eppure non è stata cambiata una virgola. Ora il provvedimento passa alla Camera ed è l’ultima possibilità di correggere il testo includendovi anche il comma 2 art 26 del DL 18/2020 citato,  ora assente. Dopo di che si salvi chi può.

AREA CATTOLICA: SPUNTI PER UN DISCERNIMENTO POLITICO. ALLE ELEZIONI CON RESPONSABILITÀ E ISTANZA PROFETICA.

 

Cinquanta personalità cattoliche sottoscrivono un documento a forte qualificazione politica che indica priorità e obiettivi strategici in vista del voto del 25 settembre. Emerge, tra l’altro, il timore che l’ordinamento civile e democratico possa subire lesioni per effetto di scelte tese alla verticalizzazione del potere (presidenzialismo) e alla oggettiva espansione del divario tra Nord e Sud del Paese (autonomia differenziata).

Di seguito il testo integrale con l’elenco dei firmatari.

 

Redazione

 

Alla vigilia delle imminenti elezioni si è riaperta una vecchia disputa intorno al peso/rilevanza dei cattolici nella politica italiana. Non ci è dato qui di tematizzare la questione. Ci limitiamo a marcare le distanze da due opposti approcci: quello di chi coltiva una sterile nostalgia per un tempo rappresentato (assai approssimativamente) come segnato dalla “egemonia cattolica” e comunque da una sostanziale unità politica dei cattolici, oggi non più riproponibile; o quello di chi, all’opposto, teorizza la pratica insignificanza di una ispirazione cristiana nell’azione politica. Ci riconosciamo semmai nel cenno riservato alla questione da parte del cardinale Parolin, secondo il quale la politica vanta una sua autonomia che va onorata e dunque i cattolici, come singoli o come gruppi, possono e devono liberamente e laicamente aggregarsi su base politica (non confessionale) senza tuttavia rinunciare – così Parolin – a una loro originale istanza profetica. La quale, sia chiaro, può generare orientamenti politici e militanze diverse. A ben vedere non tutti compatibili con una pregnante ispirazione cristiana. Quanto segue, dunque, non vanta pretese di esclusività, ma riflette solo il punto di vista dei soggetti sottoscrittori.

 

Può darsi che si esageri quando si stabilisce un paragone tra la portata della contesa elettorale imminente e quella del 1948. Taluni paventano minacce alla nostra democrazia. Di sicuro un serio problema per la salute della democrazia è rappresentato dalle dimensioni dell’astensionismo a contrastare il quale certo non contribuisce lo spettacolo avvilente offerto dai partiti nel compilare le liste dei “nominati”. All’insegna dei “paracadutati” e dell’affannosa corsa ai posti garantiti. Partiti ridotti a oligarchie autoreferenziali, ricettacolo di un ceto politico proteso a perpetuare se stesso. Dunque, non è priva di fondamento la preoccupazione per le sorti del nostro paese. Almeno sotto tre profili: talune pulsioni illiberali, la collocazione geopolitica dell’Italia, la prospettazione di ricette demagogiche che condurrebbero il paese al default. L’opposto della sobria raccomandazione del Papa circa le elezioni italiane condensata in una parola: responsabilità! Giusto perciò iscrivere il giudizio politico nel quadro di tali motivate preoccupazioni. Senza però trascurare priorità programmatiche che ci permettiamo di segnalare.

 

In primo luogo, i tre grandi scenari, tra loro strettamente intrecciati, della pace, della giustizia sociale e della salvaguardia della biosfera, che rivestono una priorità assoluta sul piano globale, continentale e locale, ma per nulla centrali nei programmi elettorali. Difetta una visione del futuro; difettano, insieme, la speranza e la responsabilità.

 

La questione sociale in senso lato, secondo tutti gli analisti, già nei prossimi mesi, assumerà dimensioni drammatiche: povertà, precarietà, disoccupazione, redditi più bassi per i lavoratori, disuguaglianze. A fronte di questo scenario vanno stigmatizzate tutte le offerte politiche che da un lato disegnano politiche fiscali insostenibili e inique, per altro in contrasto con il principio costituzionale della progressività, oltre a sanatorie e condoni che minano senso civico e di giustizia; dall’altro che vorrebbero abolire (e non semmai rimodulare) lo strumento di contrasto alla povertà del reddito di cittadinanza. In sostanza un depotenziamento del welfare in una congiuntura che semmai prescriverebbe al contrario una sua estensione.

 

La questione ambientale e del contrasto al cambiamento climatico. Dai più solo retoricamente evocata, nonostante la sua portata epocale e urgente attestata sia dalla comunità scientifica sia dalla comune esperienza di eventi estremi sempre più frequenti e sconvolgenti. Bisogna evitare che l’emergenza energetica attuale blocchi ancora una volta la transizione verde necessaria. Trattasi di una sfida cui sono particolarmente sensibili i giovani di ogni latitudine e da inscrivere, a tutti gli effetti, nell’orizzonte della giustizia tra le generazioni. Il nesso tra questione sociale e questione ambientale è la tesi cardine del magistero di Francesco, sotto il titolo di “ecologia integrale”, svolto nella Laudato si’ e nella Fratelli tutti.

 

La guerra, quasi scomparsa nel confronto elettorale. L’inequivoco giudizio sulla responsabilità di essa e sul diritto alla legittima difesa non ci esonera dalla ricerca incessante e tenace di vie negoziali e dal dovere di non avallare una concezione del conflitto che punti irrealisticamente all’annientamento dell’avversario (come nelle guerre totali novecentesche) o addirittura a una escalation bellica. Le alleanze politico-militari, nel nostro caso la Nato, non ci devono impedire di fare valere il nostro punto di vista (trattandosi appunto di alleanze). Nel quadro di un’Occidente di cui riconosciamo i valori, ma che non possiamo intendere come un blocco contrapposto al resto dell’umanità in sviluppo, il nostro ruolo è costruire un autonomo protagonismo dell’Europa i cui interessi e i cui valori non sempre né necessariamente coincidono con quelli degli Usa. Abbiamo bisogno di più Europa, e di un’Europa più solidale, che renda stabile l’intuizione di NextGenEu. La prospettiva epocale di civiltà, per la quale dobbiamo cercare un più forte impegno di razionalità collettive politiche, deve assumere come orizzonte il rilancio della cooperazione multilaterale internazionale nel quadro dell’Onu, la riforma dei processi di globalizzazione, il superamento della guerra, il disarmo e la smilitarizzazione, la comprensione internazionale, il contrasto alla produzione e al commercio delle armi.

 

Tale orizzonte decisivo, che lega insieme pace, giustizia sociale e salvaguardia dell’ambiente, richiama ulteriori questioni di fondo.

 

L’immigrazione. Trattasi di questione epocale, non di un’emergenza, che dunque esige visione di lungo periodo e cooperazione internazionale. Da gestire con realismo e senso di responsabilità, ma senza infondati allarmismi. Mirando a una immigrazione regolare grazie a flussi programmati e alla salvaguardia del diritto d’asilo, così come prescrive la Costituzione, collaborando con le ONG impegnate nei salvataggi delle vite umane in mare. Va stigmatizzata l’azione di chi cavalca il problema in chiave elettoralistica facendo leva su paura e pregiudizi. Sono per converso da apprezzare quanti si impegnano in politiche di integrazione articolate sul territorio. Gli economisti sono concordi nel sostenere che, specie a causa del trend demografico, una immigrazione ben gestita rappresenta una indispensabile risorsa per la nostra economia e per il nostro Welfare. A cominciare dal sistema previdenziale e dalla sua sostenibilità nel lungo periodo.

 

L’investimento su volontariato e terzo settore. Mai come oggi si richiede di preservare il carattere universalistico del nostro Welfare. Il che prescrive un assetto dei grandi servizi volti a soddisfare fondamentali bisogni-diritti – esemplarmente la sanità, l’istruzione, l’assistenza – imperniato su un ben inteso primato del pubblico. Un primato che tuttavia non si deve tradurre in un monopolio statale nella gestione dei servizi. I complementari principi di solidarietà e sussidiarietà prescrivono una cordiale collaborazione tra pubblico e privato-sociale. Solo così è possibile scongiurare la burocratizzazione della rete dei servizi e dare corpo a un welfare comunitario integrato da pratiche mutualistiche di reciproco aiuto.

 

La famiglia. Essa abbisogna di un complesso organico di politiche mirate a mettere in condizione i giovani di farsi una famiglia. Misure che attengono alla formazione, al lavoro, alla casa, al sostegno alla maternità, agli asili nido, alla difficile conciliazione tra famiglia e lavoro che scontano soprattutto le donne. Notoriamente la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, con cospicui riflessi negativi sulla crescita, è una delle non invidiabili peculiarità italiane.

 

La legalità e la lotta alle mafie che affliggono ormai l’intero territorio nazionale. L’impressione è che, al netto dei rituali, si sia sensibilmente abbassata la soglia della vigilanza da parte di politica e istituzioni. Sia nella concreta azione di contrasto ad esse, sia nella attiva promozione di una cultura della legalità a tutti i livelli. Solo due esempi: candidature borderline e la sfacciata proposta di sanatorie e condoni, un colpo mortale al dovere morale e civile della fedeltà fiscale.

 

Infine, si richiede di vigilare sui capisaldi della nostra democrazia costituzionale. Sarebbe contraddittorio, nel mentre si rivendica la differenza tra i nostri regimi liberali e le autocrazie, cedere alla spinta alla verticalizzazione del potere, al depotenziamento degli istituti di garanzia, alla terzietà del supremo organo arbitrale rappresentato dalla presidenza della Repubblica. L’istituzione che, più di ogni altra, ha preservato una fiducia presso l’opinione pubblica. Così pure sarebbe un errore assecondare disegni di riforma ordinamentale che, sotto la voce “autonomia differenziata”, concorrano a dilatare il divario economico-sociale tra nord e sud del paese. Un vulnus inferto al principio dell’uguaglianza dei diritti in capo ai cittadini ovunque essi risiedano nel territorio nazionale in coerenza con il dettato dell’art. 3 della Costituzione.

 

Trattasi solo di alcune priorità. Altre se ne dovrebbero aggiungere. Priorità tutte da inscrivere nell’orizzonte programmatico-valoriale da assumere quale fondamento e obiettivo di un’azione politica adeguata alle sfide del XXI secolo: l’europeismo e la scelta prioritaria per il sostegno e lo sviluppo della cultura, dell’istruzione, della scuola (dalla scuola dell’infanzia all’istruzione superiore, universitaria e post-universitaria). In questa duplice priorità – Europa e cultura – sta il cuore della nostra stessa identità, del nostro umanesimo, secondo un principio di fraternità, aperto a tutti e a tutte.

 

Sono solo spunti per un discernimento politico in vista di un appuntamento politico-elettorale che non possiamo disertare e che non ci è concesso di affrontare con leggerezza.

 

 

 

Firmatari:

 

Maurizio Ambrosini, Celestina Antonacci, Enzo Balboni, Maria Cristina Bartolomei, Rosy Bindi, Maria Pia Bozzo, Luisa Broli, Luigino Bruni, Luciano Caimi, Fabio Caneri, Alessandro Castegnaro, Vannino Chiti, don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, Giovanni Colombo, Paolo Corsini, Matteo Cosulich, Fulvio De Giorgi, Gian Candido De Martin, Giuseppe Elia, Guido Formigoni, Piero Grasso, Antonio Greco, Alberto Guariso, Martino Liva, Ivo Lizzola, Mimmo Lucà, Emiliano Manfredonia, Luigi Mapelli, David Mattiello, Eugenio Mazzarella, Pierluigi Mele, Margherita Miotto, Daniela Mazzuconi, Massimo Minelli, Franco Monaco, Sergio Parazzini, Savino Pezzotta, Giancarlo Piccinni, Luigi Pizzolato, Maurizio Portaluri, Franco Prandi, Franco Riboldi, Daniele Rocchetti, Emanuele Rossi, Laura Rozza Giuntella, Lucio Romano, Renata Storari, Maria Grazia Tanara, Chiara Tintori, Livia Turco, Roberto Zaccaria.

 

LA DISAFFEZIONE COLPISCE LARGHE FASCE DI ELETTORATO: LA POLITICA PUÒ IGNORARNE LE CAUSE?  

 

Gli astenuti delle passate votazioni potrebbero aggiungersi molti cittadini che non si sentono rappresentati. Lassenteismo denuncia la distanza fra la proposta politica e le risposte mancanti alle domande dei cittadini. Tocca ai politici dare voce agli invisibili del nostro tempo. Se il 25 settembre dovremo registrare che il partito maggioritario è quello degli astenuti, non sarà festa ma lutto democratico. Dunque, per dirla con Montanelli, è necessario esprimere il proprio voto, anche a costo di…turarsi il naso.

 

Mariapia Garavaglia

 

Confesso che ho nostalgia delle campagne elettorali con lettere, volantini, manifesti murali ma soprattutto incontri – faccia a faccia – non solo con i militanti ma anche con gli avversari. Vorrei dire che erano anche divertenti e le tribune politiche non erano battibecchi di parole in libertà, con sovrapposizioni e interruzioni… mi piacciono anche i nuovi mezzi di comunicazione che, purtroppo, diffondono e divulgano, senza controparti, anche insolenze e volgarità ‘contro’ gli avversari politici. Una caduta di stile da parte di chi dovrebbe essere modello per la gente.

 

Modello e guida per interpretare non solo i bisogni dei cittadini italiani ma anche il contesto in cui viviamo che, prima la pandemia e poi la guerra in Ucraina, ci insegnano che sono “affari nostri” anche quelli dei cittadini del mondo.

Sono noti i dati statistici che indicano minoritarie le porzioni di elettorato che leggono almeno un quotidiano al giorno, come pure lo share di tutti i telegiornali sommati – Rai e altri – per cui le informazioni chiare e corrette che aiutano ad una scelta critica ragionata e consapevole è affidata alla generosità dei candidati che – per favore! – spieghino come si comporteranno una volta eletti. La legislatura che si conclude ha registrato oltre 300 cambi di casacca, per convenienza o per coerenza e lealtà con la propria coscienza?

 

Cittadini del mondo e soprattutto sostanzialmente europei, abbiamo visto all’opera quella UE che alcuni partiti italiani hanno spesso considerato un inciampo ai loro programmi, ma hanno constatato durante la pandemia e col PNRR quanto sia indispensabile un quadro comunitario che ci garantisce di fronte ai big internazionali (USA, Cina, Russia). Anzi, ci siamo anche accorti quanto ci manchi una difesa europea comune e, data la moneta unica, quanto servirebbe un fisco armonizzato. Manca nella propaganda dei partiti il sogno europeo dei nostri padri fondatori.

 

Manca la forza di idee chiave. Si torna ad antichi e frusti ritornelli da parte di chi, quando governava, non ha fatto quello che propaganda: la riffa dell’abbassamento delle tasse. Perché, invece, non promettere sul serio la lotta senza quartiere alla evasione: pagare tutti per pagare meno! E pagare come la Costituzione detta, secondo proporzionalità per realizzare una doverosa solidarietà: chi paga le tasse (sono una minoranza della popolazione!) finanzia la scuola, la sanità, i servizi pubblici, le strade, ecc., anche per chi – parassita e sleale – ne gode comunque l’uso.

 

Mantenere la credibilità conquistata da Draghi (in questo consiste l’agenda Draghi) per realizzare il PNRR e per continuare le scelte imposte dalla transizione climatica. Qualcuno può negare le difficoltà della siccità che stiamo sperimentando! Attenti a coloro che faranno propaganda censurando i comportamenti che doverosamente dovremo assumere riguardo lo smaltimento dei rifiuti, i risparmi energetici (con conseguente occhio alle bollette).

 

Dobbiamo preoccuparci della modernizzazione del Paese, non delle modeste proposte per oggi e al massimo per domani. Chi pensa ai giovani (ma anche agli anziani)? Le risposte di politica interna non saranno mai del tutto e per sempre garantite se non nella cornice della politica estera. Questo è un argomento non facile da armonizzare coi problemi quotidiani, ma la guerra e le nostre scelte chiedono chiarezza nel continuare a sostenere gli Ucraini e mantenere compattezza e solidarietà con gli alleati (si può sempre avere bisogno del loro fiancheggiamento).

 

Ho il timore che agli astenuti delle passate votazioni potrebbero aggiungersi molti cittadini che non si sentono rappresentati. L’assenteismo denuncia la distanza fra la proposta politica e le risposte mancanti alle domande dei cittadini. Tocca ai politici dare voce agli invisibili del nostro tempo: diciottenni diplomati in Italia e senza cittadinanza (non votano), famiglie cariche di problemi per assenza di reddito e oberate da compiti di cura per anziani o invalidi cronici, ecc. Le forze politiche che non evocano nemmeno la volontà di rappresentare questi cittadini, si crogiolano nella loro autoreferenzialità e si accontentano dei posti.

 

Chi mi conosce sa quale è la mia intenzione di voto, perché non ho mai cambiato casacca, e sa anche che mi permetto di suggerire altre scelte per chi non condivide le mie scelte, perché penso alla politica come dialogo e confronto, per poi creare la sintesi. Il ‘centro’ si realizza al governo, non esiste un centro partitico, altrimenti c’è grigio e appiattimento nelle proposte programmatiche.

 

Pertanto, se il 25 settembre dovremo registrare che il partito maggioritario è quello degli astenuti, non sarà festa ma lutto democratico. Desidero sperare che non accada e invito tutti, proprio tutti, a darsi da fare. Votare per chi si sceglie, magari a malincuore perché non c’è stata la trasparenza desiderata nelle liste, ma votare e far votare, perché siamo cittadini!

 

In una occasione Indro Montanelli (i giovani sanno chi era?!) suggerì di votare “turandosi il naso”, ma di votare. In quel caso per sostenere il partito garante di una centralità governativa. Siamo ancora là…

ABBIAMO UN ORIENTAMENTO COMUNE SUL FUTURO DE “IL DOMANI D’ITALIA”? PROVIAMO A DEFINIRNE I TRATTI.

 

Alcune domande, qui poste in modo succinto, indicano la necessità di un confronto rigoroso. Continua, attraverso questo contributo, il ragionamento collettivo sulle prospettive del nostro blog.

 

Armando Dicone

 

Ho letto con grande attenzione ed entusiasmo la lettera di Massimo Papini (https://ildomaniditalia.eu/cattolici-popolari-e-sociali-il-ruolo-decisivo-de-il-domani-ditalia-una-prima-risposta-a-massimo-papini/) al giornale online diretto da Lucio D’Ubalbo.

 

Condivido lo spirito di Papini, grazie al quale si rileggono le esperienze del passato – purtroppo per questioni anagrafiche non le ho vissute – stimolando tutta la nostra comunità, e nella fattispecie la redazione che generosamente ci ospita, ad avere un ruolo da protagonista nel dibattito pubblico e nel rilancio della nostra cultura politica. “È tempo di aprire un dibattito” dovrebbe essere il punto di partenza comune per chi come noi vuole capire, condividere, decidere ed agire.

 

Una prima risposta positiva alla lettera sopracitata, è arrivata da Giorgio Merlo, che con la visione politica che lo contraddistingue pone correttamente, almeno secondo me, un punto fermo sul posizionamento presente e futuro del possibile progetto culturale e politico: “La vera sfida politica sarà nel campo del Centro riformista, democratico e innovatore”. (https://ildomaniditalia.eu/cattolici-popolari-e-sociali-il-ruolo-decisivo-de-il-domani-ditalia-una-prima-risposta-a-massimo-papini/).

 

Nel mio piccolo, vorrei dare un umile contributo a questo interessante dibattito aperto su queste pagine ponendo a tutti noi, me compreso, alcune domande:

  • La necessità di giocare insieme un ruolo attivo nel dibattito pubblico e per un nuovo progetto culturale-politico, nasce dall’idea che esista una questione Popolare? (Non cattolica);
  • Riteniamo tutti conclusa la stagione della “polverizzazione” della nostra area politica? Non mi importa dire o sapere se la consideriamo positiva o negativa, mi basta sapere che la consideriamo definitivamente chiusa;
  • Siamo d’accordo cON Merlo circa il giusto (almeno per me) posizionamento al centro?
  • Siamo davvero tutti convinti, e quindi motivati, che sia utile all’Italia una nuova presenza organizzata dei Popolari? Costruendo un nuovo partito o partecipando ai partiti centristi esistenti?
  • Siamo tutti pronti a dare il nostro “contributo disinteressato” alla questione Popolare?

 

Queste sono, a mio avviso, le domande a cui dovremmo tutti insieme dare le giuste risposte per essere davvero protagonisti e non spettatori. Ringrazio ancora Massimo Papini per aver proposto a tutti noi lettori questo entusiasmante dibattito, Giorgio Merlo per aver indicato una via possibile d’impegno, la redazione de “Il Domani d’Italia” e il sempre disponibile ed instancabile direttore D’Ubalbo.

LE SFIDE DEL FUTURO: LA RICERCA PURA E APPLICATA ESIGE L’ISTITUZIONE DI UN MINISTERO SPECIFICO.

 

Oggi appare decisamente superata una concezione solo pedagogico-scolastica della ricerca. Essa va infatti applicata in una società aperta dove temi come la salute, la sicurezza sociale, il lavoro, la produttività delle imprese, l’ambiente, le fonti energetiche, i trasporti, la logistica, la demografia, la sostenibilità generazionale, la comunicazione postulano uno stretto legame tra studio e sue ricadute operative.

 

Francesco Provinciali

 

Possiamo agevolmente risalire al pregevole volume La società scientifica di Saverio Avveduto – edizioni Etas Kompass, 1968, per inquadrare il tema della ricerca nel contesto culturale, antropologico e istituzionale di una società italiana in rapida e profonda trasformazione. L’autore di questa opera – che all’epoca rappresentava una significativa novità sul piano epistemologico e scientifico, ma anche nel contesto delle tematiche formative di cui iniziava ad occuparsi l’allora Ministero della Pubblica Istruzione di cui era Direttore Generale, prima per l’educazione popolare e poi per gli scambi culturali – insegnò dal 1966 al 1996 Sociologia dell’educazione all’Università La Sapienza di Roma, contribuendo a sistematizzare i contenuti metodologici e didattici di questa nuova disciplina emergente.

 

La lettura di questo saggio è fondamentale per comprendere come mai il tema della ricerca, studiato in forma sistematica e introducendo per la prima volta nei compiti di cui il Ministero si occupava la logica dell’analisi comparativa tra il nostro sistema scolastico e quello degli altri Paesi, fosse un argomento di pertinenza dell’ambito formativo e dell’istruzione. Ma questo spiega anche come in quel contesto istituzionale la tematica della ricerca e dell’istruzione universitaria spingeva per muoversi in uno spazio autonomo, slegato dall’ordinamento per ordini e gradi di studi che andava dalla scuola materna statale (istituita proprio nel 1968 dal Governo Moro) fino alla scuola media superiore. Per questo il Ministero della pubblica istruzione divenne MIUR (l’acronimo sta per Ministero istruzione università e ricerca) per poi dividersi in due Dicasteri separati, per poi ricompattarsi e infine dividersi di nuovo, come è attualmente.

 

Il tema della ricerca – nella duplice forma di ricerca pura e applicata – era centrale nell’analisi di Avveduto ed evidenziava il ‘gap’ sempre più divaricato e quasi incolmabile tra il sistema formativo italiano ed europeo e quello americano: la sottostima dell’importanza della ricerca da noi e in parte nel resto del nostro continente si evidenziava a fronte della sua centralità nelle scuole e soprattutto nelle università americane, fino a diventare un formidabile vettore di sviluppo sul piano scientifico, dell’innovazione, tecnologico e finanche del progresso in senso lato, riverberandosi nella società civile degli USA. Ancora oggi peraltro il brain drain, cioè la ‘fuga di cervelli’ verso il mondo americano in particolare, è un fenomeno socialmente rilevante a livello universitario, dei master e delle opportunità lavorative ad alto livello di conoscenza e di know how.

 

Negli USA la formazione riguarda il sapere ma soprattutto il saper fare.

 

I nostri ‘decreti delegati’ del 1974 legittimarono il tema della ricerca come un ambito di pertinenza formativa, tanto che fu legato all’area della sperimentazione didattica, sempre all’interno dell’ottica del sistema scolastico e solo per iniziativa dei singoli Atenei esteso al mondo delle università.

La ricerca era focus pedagogico: questo spiega il successivo proliferare persino pletorico di istituti ed enti sulla cui concreta utilità converrebbe interrogarsi a ritroso: Biblioteca di documentazione pedagogica, IRRSAE (istituti regionali di ricerca educativa), INVALSI, INDIRE ecc. Istituzioni spesso autoreferenziali che non sempre hanno contribuito a migliorare la qualità del pubblico servizio scolastico, più di quanto abbiano invece implementato una certa “autonomia a latere” del sistema formativo.

 

Nel frattempo le nostre università hanno prodotto ricerca e innovazione soprattutto per merito dell’autorevolezza e della competenza dei propri cattedratici, specie in ambito scientifico: sarebbe interessante chiedere al Premio Nobel Giorgio Parisi – uno per tutti – quanto sia stato di sprone per le sue scoperte nel campo della fisica l’insegnamento e le metodiche universitarie, quanto la propria intuizione, quanto il tempo dedicato alla personale ricerca e alla continua sperimentazione, quanto una genialità che ha trovato spazio e ascolto, con autorevolezza.

 

Oggi appare decisamente superata una concezione solo pedagogico-scolastica della ricerca. Essa va infatti applicata in una società aperta dove temi come la salute, la sicurezza sociale, il lavoro, la produttività delle imprese, l’ambiente, le fonti energetiche, i trasporti, la logistica, la demografia, la sostenibilità generazionale, la comunicazione postulano uno stretto legame tra studio e sue ricadute operative. La società complessa e post-moderna, le sue potenzialità e le sue criticità, necessitano di investimenti nell’ambito della ricerca pura e di quella applicata. E’ un vecchio sogno di Giuseppe De Rita e del CENSIS quello di un legame più stretto tra scuola e mondo del lavoro. Ma proprio un’analisi comparativa di come il tema viene impostato nei Paesi più evoluti, richiede uno step successivo.

 

Per questo – ma sarebbe il caso di farne oggetto di programmazione politico-istituzionale- l’area della ricerca va oltre l’ambito per lungo tempo affidato al MIUR e poi ancillare al ministero dell’università.

 

Serve, occorre una visione nuova che estenda il senso del fare ricerca ad una pluralità di soggetti, enti, istituzioni, imprese in un’ottica di ‘rete’ e di ‘sistema’, per la promozione del bene comune e l’ottimizzazione delle risorse umane e materiali. Per far questo è necessario svincolare la ricerca dall’ambito strettamente scolastico: intruppata e sottostimata come sub-argomento dell’ istruzione-formazione, essa si  identifica in una concezione riduttiva con potenzialità limitate.

 

Occorre un Ministero che se ne occupi miratamente e con obiettivi programmabili, con il sostegno della scienza ed un rigido codice etico, una visione che abbracci orizzonti più ampi e con prospettive concrete e tangibili, attribuzioni di promozione, guida, facilitazione, mettendo sempre la “persona” al centro dei propri interessi e dei compiti da perseguire, con la consapevolezza che l’umanità deve oggi, non domani, affrontare sfide decisive per il proprio futuro.

ELEZIONI DIFFICILI. I CATTOLICI ESPRIMANO IL MEGLIO DELLA LORO CULTURA DEMOCRATICA. DOCUMENTO DI “NOI SIAMO CHIESA”.

 

Lo scorso 8 settembre il movimento Noi siamo chiesa ha reso pubblica la sua posizione sull’imminente scadenza elettorale. Riportiamo del documento, la cui versione integrale è disponibile cliccando sul link a fondo pagina, la parte più interessante (e condivisibile) sul piano politico.

 

Redazione

 

[…]

 

Una brutta campagna elettorale

L’imprevista campagna elettorale ha creato vasto sconcerto in relazione alla situazione del Paese. Una pandemia ancora strisciante che lascia tutti col fiato sospeso, una riduzione del potere d’acquisto che non si verifica negli altri paesi d’Europa ed una occupazione più di prima precaria, è quanto abbiamo di fronte.

 

[…]

 

Un sistema politico in difficoltà

Nel nostro paese questo insieme di gravi questioni, in buona parte nuove, mettono a nudo – ci sembra – la mancanza di solidità del sistema politico nei cui confronti cresce, in generale, la disaffezione, il disimpegno anche elettorale, la scarsa convinzione su quanto pure si cerca di fare per affrontare i problemi più urgenti (pandemia e crisi energetica). Il c.d. sovranismo privo di comprensione generale di dove va il mondo, è chiuso nella sua logica identitaria ed è la conseguenza della chiusura nel proprio ego di milioni di italiani. La debolezza del consenso e della partecipazione alla vita dei partiti, necessari per una democrazia attiva vengono a ruota. La personalizzazione della politica portata all’eccesso, lo scarso e mediocre ricambio del personale politico sono tutti elementi compresenti che destano forti preoccupazioni in chi ha uno sguardo dall’alto sulla nostra convivenza e sulle nostre istituzioni.

 

Non c’è solo il buio

Ma non c’è solo il buio; tanti remano contro questa deriva e alimentano la nostra speranza. Anzitutto dalla cattedra di Pietro il nostro papa Francesco che dice quello che bisogna dire sulle disuguaglianze crescenti nel mondo, sulla corsa al riarmo, sulla crisi ambientale che egli ha così ben definito nella “Laudato Si’”. Nell’udienza del 23 agosto ha usato parole “violente”: “La guerra una follia, la guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione… coloro che guadagnano con il commercio delle armi sono delinquenti che ammazzano l’umanità”. E altro di altrettanto pesante. Giudizi che la grande stampa ha boicottato.

 

Nel nostro paese esiste una società civile con movimenti di solidarietà consolidati (spesso interni alle strutture della Chiesa), esiste un movimento pacifista (di cui Noi Siamo Chiesa fa pienamente parte) che in modo permanente denuncia la guerra e propone le politiche della pace, esiste la vita politica nelle amministrazioni locali, a volte con caratteristiche preziose di diversità o addirittura di controtendenza rispetto alla politica nazionale, esistono associazioni ambientaliste che contribuiscono a creare un’opinione pubblica attenta e attiva; esiste un movimento antimafia che cerca di contrastare i poteri criminali che non sparano più ma che sono facilitati nei momenti di crisi (nessuno parla della mafia in campagna elettorale). Nell’eccessivo conformismo dei media il quotidiano cattolico “Avvenire” ha ora un orientamento più positivo, che lo differenzia abbastanza dalle gestioni passate.

 

È questo il tessuto sano e attivo del nostro Paese insieme ai tanti che ovunque, senza essere attivi, partecipano con onestà e passione (e spesso con sofferenza) perché il Paese ce la faccia, non sentono alcuna necessità di modificare la nostra Costituzione repubblicana, contrastando, in particolare, ogni tentativo di superare le regole del governo parlamentare attraverso l’introduzione di forme di presidenzialismo e di minare l’unità del paese attraverso la c.d. autonomia differenziata.

 

Noi Siamo Chiesa ovviamente non dà indicazioni di voto, ma conferma la sua piena appartenenza al filone dei cattolici democratici che dopo essere stati emarginati pesantemente dall’antimodernismo dell’inizio del secolo scorso e dal fascismo, hanno poi saputo contribuire alla vita della nazione partecipando alla Resistenza, facendo tesoro della lezione del Concilio, tenendo una posizione critica anche nei confronti dei vescovi, deplorando i loro interventi a gamba tesa e a senso unico nella politica e le campagne a difesa dei “principi non negoziabili” rispetto a cui Noi Siamo Chiesa ha sempre preso posizioni molto nette.

 

[…]

 

Per leggere il testo integrale del documento

http://www.noisiamochiesa.org/?p=8770