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Violenze a Santiago. Perché il golpe? Utopismo eccessivo secondo Peña González.

La marcia per le strade della capitale, diretta al cimitero generale che ospita un monumento alle vittime del brutale regime di Pinochet, si è fermata brevemente davanti al palazzo presidenziale, La Moneda, dove l’11 settembre 1973 fu rovesciato l’allora presidente Salvador Allende. Il presidente di sinistra Gabriel Boric si è unito al corteo di circa 5.000 persone, diventando il primo leader del Cile dalla fine della dittatura nel 1990 a farlo.

A un certo punto, un piccolo gruppo di uomini in felpa ha lanciato pietre contro il palazzo presidenziale e la polizia che lo sorvegliava, sfondando le barriere di sicurezza e danneggiando parte dell’accesso a un centro culturale nei sotterranei dell’edificio. Ci sono stati scontri con la polizia anche in altri punti della marcia, con alcuni marciatori che hanno lanciato molotov e eretto barricate in fiamme. All’interno del cimitero sono stati danneggiati alcuni mausolei, tra cui quello di un senatore di destra ucciso nel 1991. Tre persone sono state arrestate.

Il grosso dei partecipanti, che portavano bandiere cilene e scandivano slogan come “Verità e giustizia ora!” o “Allende vive”, ha marciato pacificamente. “L’11 settembre è una data che ci riempie di ricordi, ma anche di angoscia, perché invece di progredire siamo regrediti”, ha dichiarato all’Afp Patricia Garzon, 76 anni, ex prigioniera politica, lungo il percorso. “Con questa marcia ricordiamo che nel 1973 la democrazia in Cile è stata spezzata, e ora continuiamo a lottare per mantenerla e rafforzarla”, ha aggiunto Luis Pontigo, 72 anni, insegnante in pensione.

In mattinata, Boric aveva inaugurato alla Moneda una mostra dedicata alla memoria di Allende, alla presenza dei familiari del defunto leader marxista. Più di 3.200 persone sono state uccise o “scomparse” – rapite e presumibilmente uccise – dalle forze di sicurezza di Pinochet, e circa 38.000 sono state torturate. Il generale è morto di infarto il 10 dicembre 2006, all’età di 91 anni, senza aver mai messo piede in un tribunale.

Intanto, intervistato dal quotidiano La Tercera, il prof. Carlos Peña González, rettore dellUniversità Diego Portales (UDP), ha messo sotto le lenti dellanalisi storico culturale le dinamiche che portarono alla dittatura di Pinochet. Un eccesso di utopismo, coinvolgente la Dc oltre che la sinistra, fu alla base della rottura dellequilibrio democratico. Da ciò deriva, secondo la sua ricostruzione, che il ruolo della Dc è la chiave per capire cosa è successo. Continua il rettore: Arturo Valenzuela ha insistito molto su questo: la Dc va per la sua strada, non è un partito di centro. È un “centro eccentrico”, come dice Giovanni Sartori, che si nutre degli estremi, ma da cui gli estremi fuggono appena vedono l’opportunità. Ed è quello che è successo: tutti si sono radicalizzati. Prima alcuni a sinistra, con il Mapu e la Izquierda Cristiana, poi gli altri a destra. Troviamo che anche la Chiesa si radicalizza, ricordiamolo. E ciò priva il sistema politico di quel centro mediatore che era la chiave dello Stato del compromesso.

Ebbene, la scissione a sinistra della Dc contribuì a deteriorare il quadro politico. Allende era contrario allingresso in maggioranza del Mapu e di Izquierda Cristiana, consapevole del fatto che questa novità avrebbe indotto la Dc a reagire negativamente. E così conclude: In altre parole, Allende sapeva in anticipo che radicalizzare così tanto il sistema non avrebbe funzionato. Ma ha esitato fino alla fine. E questo lo possono fare gli intellettuali, perché non influenzano la vita di nessuno con i loro dubbi. I politici devono decidere.

Don Gastone Simoni, l’amore per la teologia e l’impegno civile.

La tentazione cera, non stava soltanto nella splendida pagina di A Diogneto, del secondo secolo: I cristiani vivono nella loro patria, ma come forestieri, dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo. Come lanima è nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. Lanima abita nel corpo ma non è del corpo. I cristiani abitano nel mondo ma non sono del mondo …”. Anche Tertulliano, lapologeta, indicava questa prospettiva. E prima di loro Paolo, nella lettera ai filippesi, 3,20, appare una sorta di caposcuola di una tale, possibile concezione di estraneità, di ascetismo, di distacco dalle miserie terrene: Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli.

In questo senso la tentazione cera. Colto conoscitore della letteratura sacra, fine teologo, chi più del vescovo Simoni avrebbe potuto mettere in pratica un simile modello di vita religiosa. Con quanto desiderio di conoscenza poteva rifugiarsi nella sua straordinaria biblioteca, le migliaia di volumi che per sua volontà arricchiscono oggi il Semiario di Fiesole. Consultare, studiare, riflettere. Ma poi? Don Gastone conosceva lImitazione di Cristo: Sapessi io tutte le cose che sono nel mondo, e non fossi nella carità, che mi gioverebbe dinnanzi a Dio, che mi giudicherà su quel che ho fatto?

È il brano dellImitazione intitolato Lumile sentire di sé” nella traduzione di don Giuseppe De Luca, altro straordinario testimone, la cui conoscenza don Gastone voleva approfondire negli ultimi anni, e chiedeva anche a chi scrive dove poter leggere su di lui. La carità il centro di tutto, essere nella carità, lamore per gli altri, la relazione con gli altri e dunque, ecco il passaggio allimpegno civile e politico, il concorso alla soluzione dei problemi della comunità, la necessaria partecipazione a questo impegno. Pur amando A Diogneto, Tertulliano, Paolo, faceva sua laffermazione di Dietrich Bonhoeffer, il teologo protestante ucciso dai nazisti perché sospettato di avere cospirato contro Hitler: I cristiani che stanno con un solo piede sulla terra, staranno con un solo piede in paradiso.

Ecco il vescovo Simoni che ci consegnano le pagine di Nel mondo, da cristiani edito da Toscana Oggi, in questi giorni in libreria a un anno esatto dalla scomparsa del protagonista. Riferimento culturale e pastorale, ma anche instancabile  sostenitore della ripresa di un impegno politico organizzato in nome dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Nessuna confusione di ruoli tra politica e religione: distinzione degli ambiti ma non separazione. Don Gastone aveva chiara la lezione di laicità di don Luigi Sturzo, il padre del popolarismo: la politica a misura della persona, non la persona a misura della politica.  

Nel mondo, da cristiani è un racconto, il racconto di un uomo di fede che voleva vivere pienamente nella realtà che lo circondava, attraverso le testimonianze dagli associati al Collegamento Sociale Cristiano Amici di Supplemento dAnima: le due iniziative prese negli anni da monsignor Simoni, riunite adesso in una unica associazione. Il tentativo di restituire qualcosa del tanto ricevuto da don Gastone nelle forme più varie in cui sapeva dare: lesempio, la fiducia, il consiglio, la generosità, la preghiera. La sua teologia politica, che ricavava da Antonio Rosmini: ciò che la politica deve essere, prima di ciò che la politica deve fare. 

C’è una istantanea di don Gastone, che sorride mentre dà il calcio a un pallone. Era in qualche oratorio, forse si trovava a passare per caso mentre dei ragazzi giocavano, ma per un attimo si immedesima in loro. Non era il vescovo al quale bisognava dire eccellenza, era latmosfera leggera del luogo di riunione concepito da San Filippo Neri, insieme occasione di svago e palestra per ciò che di impegnativo sarà la vita.

Il maggiore rimpianto di don Gastone riguarda i giovani: saper entrare in relazione con loro, vederli presenti alle iniziative che prendeva. Se un compito la sua storia ci assegna, è quello di riuscire a coinvolgerli in una visione della società luminosa, libera dai condizionamenti, daglisbandamenti, dagli eccessi, e talvolta gli orrori che riempiono le cronache. Ogni progetto educativo e di partecipazione giovanile non può che partire da qui.  

Sarà una festa la sera di giovedì 14 settembre a Prato, la presentazione nel Chiostro di San Domenico del libro su don Gastone, con il vescovo Giovanni Nerbini, il sindaco Matteo Biffoni, Marco Tarquinio. Ci saremo a ricordarlo, tanti di noi.

[Testo qui riproposto per gentile concessione dellautore e di Toscana Oggi]

Centro, una feconda esplorazione oltre la destra e la sinistra.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Adesso è necessario ed indispensabile ricostruire il Centro. O meglio, un Centro politico che esplori assiduamente nuove vie e lo faccia in modo fecondo. Dopo troppi anni caratterizzati dal populismo anti politico, demagogico e qualunquista dei 5 stelle; dopo la persistenza di un bipolarismo selvaggioinnaturale ed anacronistico che non centra nulla con la democrazia dellalternanza e dopo una pesante ed insopportabile radicalizzazione della lotta politica e polarizzazione ideologica, un Centro quasi si impone. E bene ha fatto Matteo Renzi a lanciare in mare aperto la zattera del Centro in vista delle ormai prossime elezioni europee.

Un Centro che, come già abbiamo evidenziato e sottolineato più volte, dovrà essere necessariamente plurale, autenticamente democratico, sinceramente riformista e veramente di governo. Ma, soprattutto, dovrà essere un Centro che non guarda, almeno per il momento, nè a destra e nè a sinistra. Ma, semmai, un Centro che – sempre per il momento – guarda al Centro. E questo per una motivazione persin troppo semplice da ricordare. E cioè, sia lattuale destra, ancora fortemente e marcatamente sovranista e sia lattuale sinistra, smaccatamente populista, massimalista e radicale, non possono essere gli schieramenti naturali per stringere accordi politici e programmatici con il Centro. E il decollo del Centro deve coltivare proprio lobiettivo di scardinare questo bipolarismo che è sempre più simile ad una sorta di opposti estremismi.

Solo in quel momento, come credo sostiene anche lo stesso Renzi, sarà possibile verificare la possibilità di affrontare seriamente il capitolo delle alleanze in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Perché la vera scommessa del Centro, della politica di centroe di una sfida autenticamente riformista e democratica, è proprio quella di scardinare questo assetto politico. Una operazione indubbiamente difficile ma che resta affascinante e del tutto percorribile e praticabile per la semplice ragione che la politica in Italia, a prescindere dalla composizione dei vari schieramenti in campo, si è sempre giocata al Centro. Detto con altre parole, si è sempre governato dal centroe al centro. Come, puntualmente, sta capitando con il Governo a guida Giorgia Meloni.

Un Centro che in questi ultimi anni, dopo la fine del Ppi, della Margherita, dellUdc e della prima esperienza di Forza Italia, non ha più avuto una reale rappresentanza politica, culturale ed istituzionale. E, non a caso, segmenti sempre più massicci di elettorato non si sono più recati alle urne per la semplice ragione che non si riconoscevano più nellattuale assetto politico italiano.

Ecco perché lofferta, oggi, di una politica di centropuò cogliere nel segno e centrare lobiettivo. Purché, rispetto anche ad un passato da rispettare e, comunque sia, da cui dobbiamo sempre imparare, non si schieri supinamente sullattuale destra e sullattuale sinistra. E questo perchè, nellun come nellaltro caso, andrebbe dritto verso il suo ennesimo fallimento politico, culturale, programmatico e anche elettorale.

Italiano, una lingua viva grazie in particolare a Papa Francesco.

Per la diffusione dellitaliano dobbiamo ringraziare il Santo Padre, che di lingua madre è spagnolo. Potrebbe usare , in qualità di Capo di Stato di uno Stato sovrano la lingua ufficiale dello Stato cioè il latino ma indubbiamente il latino parlato avrebbe una qualche difficoltà ad avere esperti di traduzione simultanea e forse nessun giornalista accreditato in questa lingua. Anche se una possibile scenetta di conferenza stampa in latino desterebbe un interesse straordinario sui social e chissà come riflesso anche un rinnovato interesse per questa lingua  morta (e non lo è fintanto che uno Stato riconosciuto la usa come lingua ufficiale).

Dunque a Papa Francesco dobbiamo dire un doppio grazie: per aver mantenuto in vita la nostra lingua nonna e per continuare ostinatamente in direzione contraria, direbbe il poeta, ad usare litaliano in tutte le occasioni pubbliche. E questo per noi italiani che ormai utilizziamo nelle nostre conversazioni una sorta ital-english che su una struttura lessicale italiana mette vocaboli inglesi, è uno smacco bello forte. Primo perché Papa Francesco parla italiano e non ital-english come fanno molti nostri politici, giornalisti, professionisti e financo insegnanti, e così facendo resta talvolta difficile pure a noi di madre lingua italiana capire le Sue omelie. Il perché è presto detto: abbiamo in testa nellarea del linguaggio , una tale confusione di vocaboli che fare una frase completa nella tua lingua madre diventa impresa ardua se non ti ricordi più i vocaboli italiani e ricorri a i vocaboli english che pensi siano tuoi ma non lo sono. Il guazzabuglio che ne viene fuori non solo può essere divertente da sentire ma confonde la proprietà di linguaggio a tal punto che mentre parli non sai più in che lingua stai parlando. Che dire poi dellinsegnamento della lingua a scuola; siccome non è più la lingua parlata, litaliano con tutto il suo bagaglio di grammatica e lessico è ora la lingua morta che si insegna a scuola. Se portassimo, giusto per giocare un poe anche per riflettere, la domenica mattina in Piazza San Pietro, anche la breve omelia del Santo Padre non sarebbe facile da comprendere per i giovanissimi. Lasciamo il compito ai familiari per la traduzione simultanea.

Secondo punto a favore del Santo Padre. Costringe i media a conoscere litaliano, mentre tutti sulla scena mondiale si esprimono in inglese qualunque sia la lingua madre, ad eccezione dei cinesi e dei russi che per linglese hanno una certa avversione. È non è cosa di poco conto, perché litaliano non è un lingua facile da imparare. Per noi è facile quasi non c’è ne accorgiamo ma è una selva di coniugazioni, preposizioni, tempi verbali, lessico e sintassi, costruzione delle frasi,  che richiede un certo impegno anche solo per arrivare al livello A2 (1.000 vocaboli e conversazione di base). Con sconforto è anche vero che i nostri giovanissimi ci arrivano con difficoltà a questo livello A2  e la colpa è anche del non uso pubblico della lingua madre.

Perché dunque difronte ad un così alto esempio, i rappresentanti delle nostre Istituzioni si ostinano a parlare in inglese, quale gesto di cortesia verso linterlocutore e dimostrare una internazionalità che invero va dimostrata con altri modi (per esempio conoscendo bene i trattati internazionali e la storia mondiale) e non unicamente conoscendo la lingua più diffusa? Sta anche a loro la responsabilità è lonere di parlare italiano. Questo risentire pubblicamente parlare italiano non solo ci dovrebbe inorgoglire ma anche spronare a riprendere lattenzione per la lingua con la quale pensiamo e argomentiamo le nostre idee e comunichiamo i nostri sentimenti, nonché con un grande salto anche la nostra letteratura, togliendola in parte dalla teca degli insegnamenti della scuola e riportandola tra di noi, nel quotidiano, perché la cultura di un popolo si vede anche dalla cura che lo stesso dedica alla sua lingua madre. Il grazie al Santo Padre vale doppio.

Torri Gemelle, altri due nomi alle vittime dell’11 settembre.

Foto di WikiImages da Pixabay

A 22 anni dagli attacchi jihadisti dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, i resti di due vittime uccise nelle torri del World Trade Center a New York potrebbero essere identificati utilizzando il test del dna. Lo hanno annunciato le autorità in vista di una nuova commemorazione.

Le identità delle due vittime, un uomo e una donna, non sono state rese pubbliche su richiesta delle famiglie. Portano a 1.649 il numero delle persone i cui resti sono stati identificati, su un totale di 2.753 morti dopo che un commando di al Qaida lanciò due aerei di linea contro le Torri Gemelle di Manhattan: lo ha reso noto l’ufficio medico legale di New York (Ocme).

“Ci auguriamo che queste nuove identificazioni portino un po’ di conforto alle famiglie delle vittime, e che gli sforzi dell’Ufficio del capo medico legale dimostrino l’incrollabile impegno della città nel riunire tutte le vittime del World Trade Center con i loro cari”, ha affermato il sindaco della città, il democratico Eric Adams, ha detto in una dichiarazione.

Non è stato ancora possibile identificare 1.104 vittime, e le ultime due identificazioni risalgono al 2021. Quando la torre sud, poi quella nord, del World Trade Center, crollarono dopo l’attacco, la violenza del diluvio di fuoco, di acciaio e polvere fu tale che non fu mai trovata alcuna traccia di dna per centinaia di morti.

Le due nuove identificazioni sono state rese possibili grazie alla “tecnologia di sequenziamento di nuova generazione recentemente adottata, più sensibile e più veloce delle tecniche convenzionali del dna” e utilizzata in particolare dalle forze armate statunitensi, ha spiegato l’Ocme.

Gli attentati sono commemorati ogni anno a New York con cerimonie ufficiali, come avverrà lunedì. In totale, i jihadisti hanno dirottato quattro aerei, due dei quali hanno colpito le torri del World Trade Center, uno ha fatto a pezzi una parte del Pentagono vicino a Washington e un altro si è schiantato in una zona boschiva di Shanksville, in Pennsylvania. Questi attacchi, i più mortali della storia, hanno provocato la morte di 2.977 persone.

Fonte: Askanews

Nel blu dipinto di blu, dove aleggia Azione e la politica di Calenda.

A leggere Calenda simpara a capire Calenda. Oggi sul Foglio inanella velocemente idee, propositi, congetture, ma anche spropositi. Gli piace, ad esempio, disonorare il prossimo evocando Forlani, perché s’è capito che a lui Forlani non piace. Per farlo capire, e forse anche per acquisire meriti di fronte alla giuria per il Gran Premio dellintelligenza sprecata, non bada a un obbligo di misura, se così si può dire, come pure esigerebbe lonesto confronto delle idee. Allora lo sproposito consiste nel vagheggiare una somiglianza della prudente Meloni di governo, ben diversa dallagitata leader dellopposizione radicale di destra, con il politico democristiano scomparso proprio di recente, identificato con il male assoluto della prudenza secondo la teologia repubblicana di Calenda.

In realtà, lo stile delluomo è nel suo essere spiacente anche a se stesso. Costruisce monumenti alla serietà, ma poi scivola sulla mancanza di serietà: cosaltro significa candidarsi a Sindaco di Roma e subito dopo, a scorno di un obbligo di serietà di fronte allelettorato, fuggire dal Campidoglio per una evidente mancanza damore verso la propria città? Meglio dedicarsi al qualunquistico gioco della esagerazione nella dialettica tra politica senza qualità e lampeggianti scenari di bene. Per questo tra lui e Renzi non c’è partita: vince per automatico riconoscimento della propria aderenza alla politica di qualità, ovvero a quella politica che normalmente si colloca altrove, lontano da noi, nel blu dipinto di blu. Calenda è il monumento a se stesso.

Ecco pertanto la formula che illumina tutto. Cosa propone al popolo italiano? Risposta: Un grande partito repubblicano, non banalmente centrista ma riformatore, che compete nellarea afferente a Renew insieme, spero, agli amici liberaldemocratici e a quelli di +Europa. E finalmente dai radar di questo progetto spariscono i popolari, evidentemente rialloccati nellambito del centrismo banale o  di scarsa fedeltà al riformismo à la Calendà.

Rimane il discorso su Draghi. Qui si va sul velluto, perché Draghi val bene una messa, anzi due, forse anche tre. Può fare tutto e Calenda, diligentemente, lo candida a tutto. In Italia può prendere il posto di Mattarella, in Europa quello di Ursula von der Leyen. È un menù variegato, basta che il popolo si decida una volta per tutte, dando a Calenda la bacchetta del direttore dorchestra. Bisogna solo affidarsi, anche a dispetto della realtà e del buon senso, perché Calendabisogna capirlo. Questa è la vera parola dordine, questa la scommessa vincente.

P.S. Evviva Forlani

Giuseppe Castellano, una vita tra il 25 Luglio e l’8 Settembre.

Mercoledì 8 Settembre di 80 anni fa 1943 alle 18,30 ora italiana, da Radio Algeri Dwight David Eisenhower, detto Ike, allora Comandante in capo delle Forze Americane in Europa, comunica in inglese che lItalia aveva raggiunto con le Forze Alleate larmistizio (in linguaggio americano: resa incondizionata; come da documenti firmati).

Alle 19,42 Badoglio lo comunica agli italiani dai microfoni dellEIAR. La resa incondizionata era stata firmata il 3 Settembre dal Generale Giuseppe Castellano per lItalia e da Eisenhower per le Forze Alleate. Gli Alleati poi, dopo la firma, trattenneroin Sicilia Castellano, mentre permisero agli altri della delegazione italiana di tornare a casa. Castellano fu poi inviato ad Algeri in una sorta di capo della missione italianapresso il Comando Alleato del Mediterraneo, e gli fu concesso di rientrare in Italia solo a metà Agosto del 1944.

Castellano era stato il promotore dellorganizzazione dellarresto di Mussolini a Villa Savoia la sera del 25 Luglio, con una autoambulanza e cinquanta carabinieri.

Dallorganizzazione dellarresto (il Re era pronto con una pistola nascosta; hai visto mai), alle decisioni di contattare, trattare e risolversi con gli Alleati, la condizione in cui operarono Sovrano, Generali e diplomatici intorno a Badoglio richiederebbe il racconto di un secondo Manzoni e un promessi sposi 2.

Già cera disaccordo nei vertici Alleati; alcuni volevano una capitolazione militare e non concedere nulla allItalia. Ma naturalmente si tratta di una sottolineatura insignificante rispetto al modo rocambolesco in cui gestirono (gestirono? tirarono avanti, ecco) le cose i vertici che si rapportavano ognuno per quel che sapeva e poteva a Badoglio.

Castellano non parlava neanche mezza parola di inglese ma gli fu delegata (dal Consiglio della Corona e da amici in armi, sia veri sia invidiosi) la trattativa con gli Alleati, che iniziò ad Agosto a Lisbona con lAmbasciatore britannico. Lì Castellano aveva anche linterprete, che poi portò con sé a Cassibile.  Ci andò in treno e ci mise tre giorni ad andare e tre a tornare. Il tempo passò anche così… . Visto che poi non si sapeva se stava arrivando o meno a Lisbona , e gli Alleati fremevano, lItalia inviò in successione altri due emissari e così gli Anglo-Americani se ne trovarono tre.

Nelle trattative lItalia chiese un appoggio di rinforzo alleato per la difesa di Roma, appunto per l8 Settembre, temendo reazioni tedesche; in pratica si sarebbero dovuti paracadutare gli americani dell82ma Divisione, gli _All Americans_. Loperazione venne però annullata quando il Generale Maxwell Taylor, che allora era il Vicecomandante della Divisione, inviato in missione a Roma nella notte dal 7 all8 Settembre, si trovò dinnanzi la disorganizzazione italiana. (Il Generale Carboni gli aveva detto c’è tempo, tanto la comunicazione è per il 12 Settembre, e il Capo di Stato Maggiore dellEsercito, il Generale Ambrosio, era irreperibile [era in visita al figlio a Pinerolo].)

Taylor chiese di vedere Badoglio, il quale dopo averlo fatto attendere lungamente in anticamera della sua abitazione personale (Badoglio era restio a farsi svegliare la notte) lo scongiurò di rimandare larmistizio ma soprattutto sintese di ridiscutere lì per lì in vestaglia i luoghi dellaviosbarco.

Era ormai da Agosto che gli Alleati, su questo compatti, avevano accresciuto e di molto le loro iniziali riserve sullaffidabilità italiana nel rappresentare con un margine stabile di serietà la posizione del Paese sull’armistizio (figuriamoci trovare Badoglio a dormire…).

Daltra parte tutta la trattativa di Castellano fu autorizzata in svariato modo, in parte per iscritto in parte con dialoghi di diversi poteri ed altalenanti concordanze, a cui lui dovette porre rimedio mettendoci tutta la sua buona volontà, e prendendosi anche rischiose responsabilità.

Ma Castellano, pratese di origini siciliane, veniva dallarresto di Mussolini dentro la Casa del Re, e quindi alla fine si prese, anche in durevoli rapporti amicali post bellici, tutta la comprensione e la stima (possibile) di Eisenhower.

Per avere presente da dove viene in maniera decisiva il Paese.

G20 India, specchio del mondo che cambia: lo storico ingresso dell’Unione Africana

Il G20 che si è aperto oggi in India è il primo ospitato in questo immenso Paese che i nazionalisti hindù del Partito del Popolo (Bharatiya Janata Party) del premier Narendra Modi vorrebbero ribattezzare Bharat, il nome dell’India in diverse lingue parlate nel subcontinente indiano.

Sul summit in corso a Nuova Delhi si rispecchiano le principali questioni aperte dell’agenda internazionale. Esso cade in una fase in cui si può notare un certo contrasto fra l’attivismo economico e diplomatico del gruppo BRICS e le fisiologiche difficoltà delle democrazie americana e dell’Unione Europea, che si trovano nell’anno finale dei mandati dei rispettivi organismi elettivi, a definire adeguate strategie verso le nuove sfide globali.

Il G20 è di fatto diventato il principale formato di dialogo fra i protagonisti del nuovo ordine multipolare. Al suo interno l’Occidente continua ad esser ben rappresentato con dieci membri a pieno titolo – i Paesi G7 più Australia, Corea del Sud e Unione Europea – ma è cresciuto il peso dei BRICS. In seguito all’allargamento del Coordinamento ad Argentina ed Arabia Saudita, deciso il mese scoso a Johannesburg, infatti, i Paesi BRICS in seno al G20 sono passati da cinque a sette. E dei restanti tre membri del G20, Indonesia e Messico sono Paesi interessati a una futura adesione ai BRICS e la Turchia pur essendo nella Nato, è maestra di multiallineamento.

Un siffatto equilibrio ha impedito agli Stati Uniti e loro alleati, di ottenere che l’Ucraina fosse invitata al vertice di Nuova Delhi. Non solo, ma l’assenza del presidente cinese Xi Jinping sembra quasi solidarizzare con l’assenza forzata del presidente russo Putin, cui è stata inflitta l’umiliazione, una volta riservata a dittatorelli balcanici o africani, del mandato di cattura della Corte Penale Internazionale,

Per il Paese ospitante il vertice G20 cade in una fase in cui all’India nulla sembra precluso. Potenza spaziale, con il recente successo della missione dell’ISRO sulla Luna, già terza economia al mondo per Pil a parità di potere d’acquisto e proiettata a diventarlo per Pil verso fine decennio. Il Paese più popoloso del mondo, un nuovo grande attore globale, come rilevava su queste colonne Enrico Farinone il 4 settembre scorso, vuole dimostrare al mondo di esser maturo per ottenere un posto come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che per ragioni oggettive appare difficilmente negabile nel quadro di un più ampio aggiornamento delle istituzioni globali alla mutata realtà globale.

Ma questo vertice che appare bloccato sulle questioni della sicurezza globale, ha trovato l’unanimità sul riconoscimento del ruolo dell’Africa, in verità più per la spinta esercitata dai Paesi BRICS e da alcuni Paesi G7, tra cui il nostro. È atteso per oggi, infatti, lo storico annuncio dell’ingresso dell’Unione Africana come membro permanente a pieno titolo nel G20. Come l’Unione Europea, sinora l’unica organizzazione regionale che ne faceva parte, mentre le altre partecipano al livello di invitate. Una decisione che certifica il riconoscimento del continente africano come grande protagonista della politica globale, al quale va riconosciuta una rapprentanza adeguata anche negli altri organismi internazionali. Una ragione in più per il nostro Paese, e per l’Ue, per proseguire nel rafforzamento delle relazioni con l’Africa, sui dossier bilaterali come su quelli globali.

 

La Voce del Popolo | Ustica, la democrazia convive con il mistero?

Alcuni anni fa, rispondendo a uninterrogazione parlamentare su uno dei tanti (sanguinosi) misteri italiani, Giuliano Amato commentò che in questi casi le domande sono sempre più affascinanti delle risposte. È probabile che a maggior ragione se lo sia ripetuto in questi giorni, dopo aver puntato il dito contro la Francia rievocando la strage di Ustica. Unuscita che ha sollevato una piccola onda di sospetti nei suoi confronti inducendolo poi a minimizzare le sue stesse rivelazioni.

Ora, chi scrive non ha elementi né per suffragare la tesi di Amato né per contestare la sua ricostruzione. La gran parte degli indizi punta effettivamente in quella direzione, ma se a 43 anni di distanza non s’è ancora raggiunta una certezza è segno che la controversia è destinata a proseguire. E con essa un certo alone di mistero, lennesimo, che vela la ricerca della verità sui nostri anni più torbidi e più sanguinosi.

La domanda che dobbiamo porci è se una democrazia degna del nome può convivere con quel mistero. E la risposta, purtroppo, è meno ovvia di quel che si vorrebbe. Dato che col passare degli anni le cose si ingarbugliano, e se una risposta non si trova sulle prime diventa sempre più difficile trovarla dopo.

Non possiamo rassegnarci a non sapere, è ovvio. Ma il processo che conduce verso verità incontrovertibili è sempre lastricato di sospetti, doppiezze e tentativi di de- pistaggio. Così, continuiamo a indagare le ombre della nostra storia repubblicana. Sapendo che una Repubblica ha soprattutto bisogno di luce.

Fonte: La Voce del Popolo – 7 settembre 2023

[Articolo riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

Il Centro faccia tesoro della visione di Draghi

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

L’ultimo intervento pubblico di Mario Draghi, questa volta sulle colonne dell’Economist, esprime una visione lucida e puntuale su ciò che l’Unione Europea deve affrontare, se vuole mantenere in futuro il livello di sviluppo raggiunto e esercitare un ruolo significativo a livello globale.

Un contributo, quello di Draghi, tanto più importante, perché cade in una fase di fine mandato delle istituzioni europee, purtroppo segnata da tentazioni di un illusorio ritorno all’Europa ordoliberista pre-Covid, sul versante economico, e pre-guerra sul versante geopolitico, e in generale segnata da una tendenza a fare come se tempi nuovi non fossero arrivati.

Perché l’articolo di Draghi dell’altro ieri, come già i suoi due ultimi interventi dagli Stati Uniti, ruota attorno al tema di quali siano le misure più idonee e necessarie per garantire la tenuta del sistema Europa nell’attuale nuovo contesto geopolitico.. E la sua proposta costituisce un invito a fare insieme, secondo il più genuino principio di sussidiarietà, caro alla tradizione del popolarismo, ciò che fatto da soli, da ogni singolo Paese europeo, sarebbe inadeguato alle sfide dell’ambiente, dell’innovazione, della sicurezza e di rendere l’Ue uno dei poli del mondo multipolare. In questa prospettiva rientra il superamento del tabù dei trasferimenti fiscali all’interno della zona Euro, addirittura come condizione per il futuro della moneta comune.

E rientra la presa di coscienza,  necessaria e urgente, che quelli che sono stati i pilastri della prosperità e della sicurezza per l’Europa non si possono ora dare più per scontati, nel campo della sicurezza, del commercio internazionale, dell’energia. E che pertanto serve una iniziativa comune e unitaria come UE e non più solo come singoli stati, la sola che garantisca la massa critica necessaria all’Europa a stare al livello di giganti del nostro tempo come l’Unione Africana, l’India insieme a Stati Uniti, Russia, Cina..

Ora, il Centro che si sta organizzando come lista unitaria per le prossime elezioni europee, proprio perché intrinsecamente si pone oltre la sterile contrapposizione destra-sinistra, è l’area politica che sembra più attrezzata a elaborare una proposta, capace di affrontare le questioni cruciali attinenti al futuro e alla stessa sopravvivenza dell’Europa, che Mario Draghi va ponendo nel dibattito internazionale. Una prova di ciò la si è avuta anche da come il leader del Centro – benché non certo unica sua espressione – Matteo Renzi, ha posto il tema dell’Europa in occasione della recente presentazione della sua candidatura al parlamento europeo: l’Ue o cambia o rischia di saltare. E con il linguaggio diretto che lo contraddistingue, ha richiamato come monito per l’Europa il detto secondo cui in geopolitica chi non è seduto al tavolo, finisce nel menù.

Allora, il compito che si pone per tutte le forze che stanno concorrendo alla formazione della lista Il Centro, tra cui Popolari Uniti – Tempi Nuovi, credo sia quello di saper passare dai suddetti slogan, usati da Renzi, a una diversa narrazione, capace di parlare ai vari strati sociali, (specialmente a quelli medio-bassi, che più sperimentano il declino dell’Europa), incentrata sulla necessità di una nuova strategia per l’Europa, di un suo nuovo modo di porsi al suo interno e nei confronti del mondo, nella consapevolezza che i principali fattori che hanno permesso i livelli di benessere degli scorsi decenni stanno venendo meno e che serve  mettere in campo un’iniziativa adeguata in questo passaggio storico, per definire le condizioni di una possibile nuova fase di sviluppo.

Campidoglio, assessore Onorato contro ministra Santanchè sulla giungla degli affitti turistici.

Foto di Andrea Spallanzani da Pixabay
Foto di Andrea Spallanzani da Pixabay

Il Ddl della Santanchè non risolve nulla. È gravissimo che il Governo si ostini a non riconoscere alle amministrazioni comunali democraticamente elette il diritto di decidere in quali zone limitare le nuove aperture. È sotto gli occhi di tutti che i centri storici siano diventati sempre più dei villaggi vacanze senza regole e senza anima. Con i residenti costretti a trasferirsi altrove e i visitatori italiani e stranieri che non hanno certezze sulla qualità e sulla regolarità delle strutture ricettive.

Così si è espresso a caldo Alessandro Onorato, Assessore di Roma Capitale a Grandi eventi, Sport, Turismo e Moda. Noto per aver fronteggiato quasi bullescamente la dura reprimenda dalla sovrintendente Alfonsina Russo a seguito del concerto in piena estate di Trevis Scott al Circo Massimo, per il quale non sarebbero state rispettate le prescrizioni in materia di decibel e comportamento del pubblico, stavolta lassessore civicoha deciso di fare la faccia feroce contro la ministra del Turismo.

Il limite minimo delle due notti – secondo Onorato – non cambia nulla per Roma dove la permanenza media è di 2,4 notti. Manca inoltre il collegamento con gli esiti dell’istruttoria delle CIA e delle SCIA effettuata dai Comuni, che sono ad oggi gli unici enti pubblici che rilasciano le autorizzazioni e fanno i controlli. Il codice unico nazionale Cin che il Governo Meloni vuole istituire è inadeguato e rischia di innescare un corto circuito con i comuni. Non è chiaro infatti con quali criteri il Ministero provvederà all’assegnazione, vista soprattutto l’assenza di un confronto diretto con le amministrazioni comunali.

La polemica potrebbe avere risvolti interessanti qualora riuscisse ad innescare un confronto più serrato sulla salvaguardia della cosiddettà città storica, per evitarne la trasformazione in un caotico albergo diffuso. Il Campidoglio deve fare la sua parte, dando il profilo adeguato a una politica che invece è apparsa finora timida e contraddittoria, senza lausilio di una strategia urbanistica coerente.  

Italiani sereni e consapevoli ma più poveri nei dati della Coop.

I futuri possibili sono molti, tanti. È un futuro multiplo quello che abbiamo davanti in cui una innumerevole quantità di varianti si possono mescolare e deviare il corso della storia di ciascuno di noi, di un Paese e di tutto il mondo. Albino Russo, direttore generale di Coop Italia, apre così la presentazione del Rapporto Coop 2023, uno squarcio sulle prospettive e le aspettative degli italiani sul futuro, a cominciare dai consumi.

Esaurita l’esuberante crescita postpandemica del 2021 e del 2022, l`economia italiana perde la spinta dei consumi che, a dispetto dell`inflazione e solo grazie al sostegno dei risparmi e del credito al consumo (dopo 11 anni tornano a calare i depositi e sale il ricorso al credito al consumo), hanno sostenuto il Pil nella prima parte dell`anno. Ma nei prossimi mesi le intenzioni di spesa degli italiani fanno segnare una brusca inversione di rotta: il 36% intendono ridurre i consumi al netto dell’inflazione. “È vero che l’11% pensa di aumentarli – osserva Russo – ma il saldo è drammatico.

Anche i segnali che arrivano dallo scenario internazionale, dalla produzione industriale e dal mercato del lavoro fanno prevedere un Pil 2023 solo marginalmente positivo (+0,6% per i manager intervistati). Una debole intonazione positiva che si potrà protrarre anche nel 2024, e scongiurare invece una possibile recessione, solo a patto, avverte il Rapporto, di una manovra di bilancio equilibrata e soprattutto di compiuto utilizzo dei fondi Pnrr: la più grande iniezione di risorse nella nostra economia dagli anni Ottanta tale da impattare sul Pil per oltre 3 punti percentuali da qui al 2026.

Le prospettive sono poi appesantite dall`eccezionale crescita dell`inflazione che solo negli ultimi 2 anni ha abbattuto il potere d`acquisto in una misura pari a 6.700 euro procapite e, secondo l`80% dei manager intervistati, bisognerà aspettare almeno il 2025 prima che la crescita dei prezzi torni ai livelli pre-pandemici.

Il quadro economico globale è molto difficile e incerto – ha avvertito Marco Pedroni, presidente di Ancc Coop – non si tratta di superare la nottata ma è uno scenario che rimanda a mutamenti molto profondi. Ai prezzi di prima non torneremo perché alcuni trend avranno un andamento duraturo ma possiamo lavorare per abbassarli, però non torneremo ai prezzi del 2019.

E se gli italiani si dicono sereni e consapevoli, certamente sono più poveri. Lo dimostra il calo delle compravendite immobiliari (-14,5% 2023 su 2022 e in prospettiva sul 2024 -4%), la riduzione degli acquisti di auto nuove, la caduta degli acquisti di beni tecnologici. Un dato per tutti: negli ultimi 12 mesi le vendite di smartphone nuovi si sono ridotte del 10%, parliamo di oltre 1,3 mln di telefoni venduti in meno. In uno sforzo di sopravvivenza – e forse di sostenibilità – l`usato o il ricondizionato sostituiscono il nuovo (sono 33 milioni gli italiani che nell`anno passato hanno venduto o acquistato beni usati). E, dopo aver riguadagnato nel primo semestre i livelli prepandemici, gli italiani si sono ancora concessi pranzi e cene con estrema oculatezza durante lestate, ma, passeranno nuovamente l`autunno in casa (il 51% dichiara di ridurre il numero di occasioni conviviali fuori casa nei prossimi 12/18 mesi).

Questo impone un cambiamento nella scelte d’acquisto degli italiani: si vira sempre di più verso la marca del distributore che interpreta meglio lesigenza del mercato, coglie lo sforzo del Paese di difendere la qualità trovando compatibilità con le proprie disponibilità economiche ha sottolineato Russo, e soprattutto si opta per il discount che ha visto crescere più del resto della gdo (Grande Distribuzione Organizzata) i prezzi e oggi si candida a dare la risposta più forte al pezzo dell’Italia che ha bisogno di trovare nuove soluzioni per arrivare a fine mese. Cinque milioni di famiglie hanno ridotto gli sprechi, hanno scelto la marca del distributore, hanno cambiato canale di vendita – ha ribadito Maura Latini, presidente di Coop Italia – è vero che linflazione è stata più alta per discount ma noi siamo molto preoccupati perché un dato significativo degli ultimi 2 mesi è che i discount hanno arrestato la perdita di volumi: il solo mese di agosto ha visto un -0,2% totale di volumi contro un +1,7% del discount. Sul fronte della mdd (Marca del Distributore) anche Coop registra una crescita: Noi siamo cresciuti tra i 4-5 punti a volume – ha detto – ormai siamo al 70% dei prodotti a mdd che porteremo nei nostri punti vendita e i riscontri sono positivi: laddove ci sono nel mercato categorie che vanno male noi registriamo una tenuta o una crescita.

Fonte: Askanews

La politica incontra il movimento, il Centro è dentro questa novità.

È inutile nasconderci dietro un dito. Il progetto lanciato da Matteo Renzi è destinato a smuovere, e pesantemente, le acque della e nella politica italiana. E non solo perché copre un segmento sociale, culturale e valoriale da ormai troppo tempo senza una adeguata e pertinente rappresentanza politica, organizzativa ed istituzionale. Ma anche perché la stagione della radicalizzazione della lotta politica e della polarizzazione ideologica – entrambe categorie molto care al nuovo corso del Pd di Elly Schlein e della Lega di Salvini – non può diventare la cornice migliore entro la quale si articola il dibattito politico nel nostro paese. Era inevitabile che, prima o poi, questa stanca rendita di posizione da un lato, e la volontà di conservare lo status quo dallaltro, doveva saltare. E le reazioni sguaiate dei vari Gasparri al decollo del progetto politico di Centro, conferma, appunto, questo assunto.

Ora, è di tutta evidenza che il Centro non può continuare ad essere interpretato e gestito da chi culturalmente, politicamente e storicamente è distinto e distante da quel metodo e da quella sensibilità. Perché, prima o poi, viene semplicemente smascherato dalla realtà. Cosa che, puntualmente, sta capitando nellattuale fase politica italiana. E, dallaltro, è altrettanto evidente che il nuovo Centro non potrà che essere effettivamente ed organicamente plurale. Cioè deve ritornare ad essere un luogo politico, e culturale, dove trovano casa e cittadinanza tutti quei filoni ideali e quelle esperienze politiche che sono riconducibili alla prassi e al mondo centrista.

Ed è lungo questo solco che molti, e giustamente, parlano di un progetto simil Margherita. Cioè di un partito che, seppur aggiornato e profondamente rivisto rispetto alla vecchia esperienza della Margherita, ne sappia però recuperare il profilo politico, la vocazione riformista e anche e soprattutto il modello organizzativo. Ovvero, una leadership politica nazionale riconosciuta ma affiancata, al contempo, da una leadership diffusa a livello territoriale e culturale che sia in grado di rappresentare autenticamente i diversi filoni ideali che storicamente sono distinti e distanti da qualsiasi radicalizzazione politica e polarizzazione ideologica e che ha una predisposizione naturale a praticare la cosiddetta politica di centro.

È persin inutile ricordare, infine, che il progetto del Centro segna un potenziale ritorno politico, e protagonistico, dellintera area popolare, cattolico democratico e cattolico sociale del nostro paese. Unarea che ha, oggi, la concreta possibilità per uscire definitivamente da quellanonimato e da quel gregariato in cui ormai da troppo tempo è confinata. Tra la sterile ed improduttiva testimonianza di chi immagina di dar vita a partiti e partitini destinati, come da copione, ad essere una galleria di fallimenti politici ed elettorali a chi continua a nascondersi in partiti che hanno nel frattempo modificato la propria ragione socialecome il Pd della Schlein, forse è decisamente più utile, ed indispensabile, prendere atto che si apre – finalmente – una nuova fase politica nel nostro paese. Anche e soprattutto per larea popolare e cattolico sociale. Certo, molto dipende dai suoi protagonisti e dalla rete diffusa, radicata e ramificata a livello territoriale. E un movimento come Tempi Nuovi-Popolari unitipuò, al riguardo, svolgere un ruolo determinante, ed itinerante, anche per altri soggetti e realtà che coltivano lobiettivo di ricostruire un Centro dinamico, riformista, plurale e di governo.

Per una risposta positiva all’invito di Renzi

Con alcuni amici di area democratico cristiana e popolare è da tempo che perseguiamo il progetto di un centro nuovo della politica italiana che intendevamo dovesse essere: ampio, plurale, democratico, popolare, liberale, riformista, euro-atlantista, alternativo alla destra nazionalista e sovranista e distinto e distante dalla sinistra che, con la segreteria Schlein, ha assunto il carattere di un partito radicale di massa.

Era questo lobiettivo specifico della Federazione dei DC e Popolari che, guidata con grande passione dallOn.Giuseppe Gargani, non è riuscita a realizzarlo, per il venir meno delladesione di alcuni autorevoli amici; chi, per la più sicura collocazione nellarea della destra, come lOn.Rotondi, chi, più legato alla propria realtà organizzativa della DC, come lamico Grassi che, alla fine, ha consegnato la guida di quel partito al più attrezzato Totò Cuffaro, con lo spostamento definitivo a destra anche di quellesperienza politica avviata insieme agli Onn. Silvio Lega, Luciano Faraguti, Clelio Darida e altri nel 2012.

È continuata, così, la lunga Demodissea della diaspora democratico cristiana esplosa dopo la fine del partito storico dello scudo crociato, che era stato larchitrave per quasi cinquantanni della democrazia italiana. Edi questi giorni lannuncio del sen Matteo Renzi di avviare il progetto di una lista di Centro, alternativa alla destra e alla sinistra, per chiedere il consenso alle prossime elezioni europee.

Confesso che in questi anni sono state molte le ragioni di dissenso con il giovane leader di Rignano sullArno. La più importante, quella che ci portò a organizzare il Comitato dei Popolari per il NO alla deforma costituzionale; comitato con il quale offrimmo un buon contributo alla difesa della nostra Costituzione. Ora, però, ci troviamo di fronte a un fatto nuovo e interessante della vita politica italiana. Consumata lunità di Italia Viva con Azione, un aggregato che avrebbe dovuto tenere insieme il partito di Renzi con quello di Calenda, entrambi caratterizzati da mutevoli e disinvolti atteggiamenti politico programmatici, Renzi ha annunciato un nuovo inizio. Lunità del duo Calenda-Renzi non poteva durare, stante le diverse culture politiche di provenienza. Il primo, Renzi, figlio di una tradizione cattolico democratica, sostenuta da una giovanile esperienza ciellina, mentre il secondo, Calenda, aspirante interprete di un azionismo dantan che, con le sue disinvolte piroette, aveva finito con lassumere piuttosto il carattere di un azionismo de noantri, impregnato di una sistematica velleitaria idiosincrasia democristiana. Unalleanza, insomma che, al di là degli immediati interessi organizzativo parlamentari, si è conclusa con un fallimento.

Alle elezioni europee varrà la legge elettorale proporzionale, una condizione che permette, da un lato, alle diverse culture politiche presenti nella realtà italiana di contarsi, e, dallaltra, con lo sbarramento al 4%, di favorire liste ampie di candidati che possano ragionevolmente concorrere al superamento di quel traguardo.

Allannuncio di Renzi dellavvio del suo centro, ho espresso il mio interesse al progetto che, tuttavia, richiede alcuni chiarimenti di fondo, tenendo presente che noi DC e Popolari siamo interessati a collegarci alla migliore tradizione storico politica dei padri fondatori Dc dellUnione europea: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman, oggi tenuta in vita, seppur con qualche contraddizione, dai partiti di ispirazione Dc in Europa, tra i quali, essenziali la CDU e la CSU di Germania.

Con questi partiti vogliamo, come anche ha sostenuto Renzi, portare avanti un progetto di riforma dellUnione europea da declinare meglio sui principi della dottrina sociale cristiana, quali quelli della solidarietà, fraternità e sussidiarietà e per la costruzione di unEuropa federale nella quale debbano prevalere i valori democratici e popolari su quelli della finanza propri del turbo-capitalismo dominante.

Certo il Centro nuovo della politica italiana dovrà essere in grado di intercettare nel modo più ampio quanto esiste nellelettorato del Paese, sia in quello attivo, e, ancor di più, in quello sin qui renitente al voto. Lelettorato, cioè, di area democristiana, popolare, liberale, riformista socialista e repubblicana, e per far questo si richiede che debba essere applicato integralmente nel partito quanto indicato dallart.49 della Costituzione. Il sistema delle regole democratiche dovrà essere alla base della sua vita interna, così come sul piano programmatico dovremo saper indicare soluzioni rivolte al bene comune nel rispetto dei principi fondamentali della Costituzione repubblicana.

Se Renzi fosse disponibile a sviluppare la propria azione nel rispetto di questi orientamenti credo che dalla composita area politica cattolico democratica, liberale e cristiano sociale, dovrebbe giungere una risposta positiva al suo invito.

L’amore di Benedetto XVI per Montecassino: aspetti inediti del Papa recentemente scomparso.

Foto di Valter Cirillo da Pixabay
Foto di Valter Cirillo da Pixabay

“Le preghiere all’abbazia di Montecassino, Joseph Ratzinger inedito”. È un Benedetto XVI tutto da scoprire quello che sarà al centro del convegno in programma oggi, giovedì 7 settembre, a Castelforte (Latina), dedicato ad un aspetto quasi del tutto sconosciuto al grande pubblico. Vale a dire, lo stretto legame che Joseph Ratzinger ha avuto, sia da cardinale che da Pontefice con Montecassino, dove tante volte si è recato per pregare sulla tomba di S. Benedetto posta ai piedi dell’altare Maggiore della storica abbazia benedettina di Cassino, in provincia di Frosinone.

Incontri pubblici e privati che Benedetto XVI, scomparso la mattina del 31 dicembre scorso all’età di 95 anni, ha tenuto “per respirare la spiritualità benedettina”, nel corso di eventi legati al suo ruolo di cardinale Prefetto della Congregazione della Dottrina delle Fede e di Papa. Ma anche privatamente, lontano dalle attenzioni mediatiche, in forma anonima, come un pellegrino “qualsiasi”. A ricordarlo con un velo di commozione è padre Fabio-Bernardo D’Onorio, l’abate emerito di Montecassino che lo ha accolto durante quelle visite, sia istituzionali che strettamente personali, veri e propri pellegrinaggi che Joseph Ratzinger ha sempre vissuto per trascorrere “con grande passione momenti di preghiere, silenzi e contemplazioni” immerso nella fraternità benedettina che ha sempre amato, al punto da essere “uno dei tratti caratterizzanti del suo Pontificato”.

Al convegno di oggi se ne parla per la prima volta in una tavola rotonda organizzata dall’associazione “Castelforte Produce” presieduta da Giuseppe Ambroselli, presso le terme di Forma di Suio (Castelforte), in piazza Santa Madre Teresa di Calcutta a partire dalle ore 20,45. Relatori, il giornalista Orazio La Rocca, da anni vaticanista di Repubblica e di Famiglia Cristiana, e Luca Caruso, scrittore, segretario della Fondazione vaticana “Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, l’istituzione della Santa Sede che sovrintende alla tutela delle opere (teologiche, letterarie, spirituali…) e della memoria storico-culturale e pastorale legata al servizio alla Chiesa svolto da Ratzinger da vescovo, cardinale, Pontefice e, soprattutto, nella sua veste di teologo massimo del Ventesimo e Ventunesimo secolo. Condurrà il dibattito, il giornalista Domenico Tibaldi dell’associazione “Castelforte Produce”. Sono previsti interventi delle autorità civili e religiose, di don Cristoforo Adriano, amministratore della parrocchia di S. Maria del Buon Rimedio, e di monsignor Mariano Parisella, vicario del vescovo della diocesi di Gaeta Luigi Vari.

Le rivelazioni dei pellegrinaggi di Joseph Ratzinger all’abbazia di Montecassino saranno l’ideale cornice della presentazione dell’ultimo libro di Orazio La Rocca dedicato ai dieci anni del Papa Emerito, “Ratzinger, la scelta: non sono scappato”, del quale l’autore anticiperà il contenuto dell’ultimo capitolo relativo alla morte, ai funerali ed al lascito di Benedetto XVI che sarà pubblicato nella seconda edizione del prossimo mese di dicembre, in occasione del primo anniversario della sua scomparsa.

Suggestive le parole con cui, anche a tanti anni di distanza, l’abate emerito di Montecassino D’Onorio è solito evocare le visite, specialmente quelle riservate, di Ratzinger. “Quando per breve spazio di tempo si allontanava dai suoi impegni, lo si poteva vedere passeggiare nei giardini dell’abbazia oppure camminare con passi lenti sulla Loggia del Paradiso: qui si fermava spesso a gettare lo sguardo verso la valle sottostante, oppure sul vicino cimitero polacco e il suo ricordo, unito alla preghiera, andava ai caduti di tutte le guerre”. “Ci confidava questi momenti di riflessione quando al termine del pranzo comunitario, il cardinale si intratteneva con l’intera comunità nella sala dell’appartamento dell’abate e il più delle volte il discorso ricadeva sulla storia secolare e gloriosa di Montecassino, sulle distruzioni subite e sulle relative ricostruzioni. Quando poi – sottolinea D’Onorio – ci soffermavamo a parlare dell’ultima tragedia subita dal monastero, divenuto un cumulo di macerie a causa dei bombardamenti avvenuti nella seconda guerra mondiale, il sorriso scompariva del suo volto…”.

Indimenticabili per l’abate emerito i momenti di preghiera dell’intera giornata scanditi dal motto benedettino Ora ed Labora. In questi momenti “coglievo in lui il vero spirito del monaco al quale – conclude D’ Onorio – San Benedetto chiede di ‘nulla anteporre all’amore di Dio’ e di farlo con gioia”. Una scelta di vita che Joseph Ratzinger ha onorato fino alla fine dei suoi giorni terreni.

Fonte: Askanews

Francia e Germania a confronto su IA: prossimo tête à tête tra Scholz e Macron.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il presidente francese Emmanuel Macron discuterà di intelligenza artificiale con il cancelliere tedesco Olaf Scholz durante la sua visita alla città tedesca di Amburgo nel mese di ottobre. Lo ha riferito il quotidiano Politico, citando una fonte anonima dell’Eliseo.

I due leader si incontreranno ad Amburgo dal 9 al 10 ottobre. Durante la visita si terrà anche una sessione congiunta dei consigli dei ministri di Francia e Germania. Si prevede che Macron e Scholz discuteranno anche di una vasta gamma di questioni, tra cui l’industria e gli interessi strategici a lungo termine di entrambe le parti, l’energia e la migrazione.

Nell’ultimo anno sono sorte tensioni nelle relazioni tra Parigi e Berlino a causa di contrasti su una serie di questioni chiave, tra cui l’energia e la difesa. Le tensioni si sono ulteriormente acuite dopo che la riunione dei gabinetti francese e tedesco, prevista per lo scorso ottobre, è stata rinviata a causa dei “tempi stretti dei partecipanti”, come aveva dichiarato all’epoca il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire. Berlino, a sua volta, ha osservato che “non è stato ancora raggiunto un accordo su una serie di questioni”.

Macron ha ripetutamente invitato la Germania a rafforzare la partnership strategica in materia di difesa. La Germania, tuttavia, continua a portare avanti la propria iniziativa Scudo del Cielo Europeo, sostenuta da 14 alleati della Nato, mentre la Francia, insieme all’Italia, sta lavorando all’innovativo sistema missilistico di difesa aerea terrestre sviluppato dal produttore europeo di missili antiaerei Eurosam.

Inoltre, Berlino e Parigi sono in disaccordo sul progetto congiunto Future Combat Air System che stanno realizzando insieme alla Spagna, nonché sul progetto congiunto Main Ground Combat System per carri armati.

Fonte: Askanews

Ustica, Amato eversivo? Formica va giù duro come nel fatidico 1993.

Foto di G.C. da Pixabay

Non ci siamo proprio!. A Rino Formica non piacque 30 anni fa il discorso di Giuliano Amato in Parlamento. Oggi come allora? In effetti ritorna la medesima preoccupazione o meglio il medesimo ripudio di una logica, sottile e pericolosa, sostanzialmente a un dipresso dalla eversione dellimpianto storico della Repubblica. La differenza è che nel 1993, agli atti del Parlamento, restò solo una interruzione di quel tenore, mentre oggi lattacco di Formica, attraverso un ragionamento che avvolge le responsabilità di Amato, è più strutturato e intellegibile nel quadro di una intervista pubblicata ieri sul Domani.

Andiamo per ordine. Cosa avvenne 30 anni fa? Il pomeriggio del 21 aprile 1993 il Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, traeva le conclusioni davanti alla Camera dei Deputati, riunita sotto la presidenza di Giorgio Napolitano, dal voto referendario sullabolizione del sistema elettorale a preferenza multipla e, in parallelo, del finanziamento pubblico dei partiti. Colpisce ancora il tono delle dichiarazioni che andavano ben oltre la presa datto della necessità di dimissioni del governo, dopo un anno di tormentata esistenza. Ecco lo stralcio del resoconto stenografico: Cerchiamo – dice Amato – di esserne consapevoli: l’abolizione del finanziamento statale non è fine a se stessa, esprime qualcosa di più, il ripudio del partito parificato agli organi pubblici e collocato fra di essi. È perciò un autentico cambiamento di regime, che fa morire dopo settantanni quel modello di partito-Stato che fu introdotto in Italia dal fascismo e che la Repubblica aveva finito per ereditare, limitandosi a trasformare un singolare in plurale (Vivi commenti)…” e qui sinserisce linterruzione di Rino Formica: Non ci siamo proprio. Quindi, di seguito, riprende Amato: Con assonanze profonde, che investono la crisi di rappresentatività da cui oggi sono afflitti non soltanto i tradizionali partiti…(Vivi commenti). Per l’amor di Dio, colleghi, cerchiamo di capirci! È l’idea del partito legato prevalentemente agli organi dello Stato (Applausi dei deputati dei gruppi della lega nord e federalista europeo Vivi commenti). (A.P. 1993, 12841-42).

Il giorno dopo piovvero le critiche, anche sui giornali di partito. A firma di Pio Cerocchi, apparve sul Popolo lo sgomento del gruppo dirigente della Dc. Il titolo era più che eloquente: Non si può riscrivere la storia. In più si lesse sempre Formica parlare di discorso pessimo, mentre Sergio Mattarella confessò di essere rimasto persino sorpreso. Quel tentativo di schiacciare la democrazia nata dalla Resistenza sulla continuità del partito di regime – con la trasformazione, appunto, in partiti di regime – imposto dal fascismo, aveva qualcosa di profondamente equivoco. Fu la lucida e corrosiva introduzione alla retorica e alla prassi della cosiddetta seconda repubblica.

Ora, venendo al Formica di oggi, il commento alla clamorosa intervista di Amato su Ustica ripropone ed aggraverà le considerazioni critiche di un tempo. A Marco Damilano consegna infatti un giudizio lapidario: È un intervento che va inquadrato nel clima di questi ultimi mesi. Si vuole chiudere la stagione della Repubblica anti-fascista. Si vuole spingere il paese a prendere atto che un assetto si è definitivamente concluso e che se ne deve aprire un altro. C’è il cedimento della struttura istituzionale che vede un governo parlamentare e un’opposizione parlamentare, entrambi rispettosi della rappresentanza politica del paese, nata l’8 settembre 1943.

Siamo di fronte a un interrogativo nientaffatto superficiale o pretestuoso. È solo un caso che sinciampi a distanza di un trentennio in una visione di rottura – dallalto e non dal basso – che vede protagonista lo stesso uomo politico, sicuramente una delle personalità che più hanno segnato in questo lungo periodo la scena pubblica italiana? È una domanda che sfiora, in fin dei conti, la complessa figura di Giuliano Amato, forse anche il suo bordeggiare una elegante condizione di enigmaticità. Almeno in alcuni passaggi fondamentali della vita democratica italiana.

Il Centro, Renzi, l’Europa e i Popolari

Il duplice annuncio dato lunedi scorso da Matteo Renzi della sua candidatura alle prossime elezioni europee nel collegio del Nord-Ovest e dell’avvio della costruzione della lista “il Centro” in cui confluirà il suo partito Italia Viva, insieme ad altri soggetti politici, alcuni dei quali provenienti dalla galassia del popolarismo, rappresenta un fatto politico rilevante.

Ora attorno a questa intuizione occorre sviluppare un progetto politico e organizzativo ben strutturato. Il leader c’è. La chiarezza dell’offerta politica pure. Si tratta di una proposta originale e di mediazione, alternativa sia al populismo di sinistra del Pd di Elly Schlein che al sovranismo di Fratelli d’Italia e della Lega sul piano interno, senza trascurare di rivolgersi ai delusi del Pd e di Forza Italia oltre che al vasto mondo dell’astensione, e di una proposta che mira a rafforzare l’intesa tra Popolari e Socialisti e centristi liberaldemocratici sul piano europeo, escludendo le formazioni di estrema destra.

Ma perché il progetto della lista Il Centro possa assumere le caratteristiche di un progetto di ampio respiro, politico e culturale, e non esser solo un brand da adottare per l’occasione, occorre che il processo di costruzione del nuovo soggetto politico sia il più possibile plurale e partecipato, con una democrazia interna affermata e praticata, giusto per non ripetere gli errori che si sono visti fare nella costruzione del Partito Democratico.

In particolare vorrei sottolineare un aspetto di questo progetto, che se ben affrontato, può permettere alla proposta della lista Il Centro di condizionare il dibattito politico nazionale di qui al giugno prossimo. Si tratta di declinare in modo appropriato ciò che Renzi ha indicato come obiettivo principale della lista di centro alle Europee, ovvero l’obiettivo di dare una sveglia all’Europa, per farla uscire da un troppo lungo letargo, perché il mondo sta cambiando molto velocemente,  se essa non vuole ritrovarsi penalizzata o addirittura tagliarla fuori dai nuovi assetti globali che si vanno definendo. Credo abbia profondamente ragione in questo Matteo Renzi. Non deve però rimanere uno slogan. E’ una posizione coraggiosa che  necessita di una declinazione adeguata e coerente, pena il rischio di non esser capiti dall’elettorato. Significa, ad esempio, attualizzare le ambizioni dell’Europa nella nostra epoca, senza le quali, come ci ha ricordato il presidente della repubblica Sergio Mattarella qualche giorno fa da Torre Pellice,  lEuropa non potrebbe esistere. Significa volere che l’Unione Europea non svolga un ruolo subalterno nell’Alleanza Atlantica, ma abbia un ruolo originale e specifico nel definire una nuova architettura per la sicurezza in Europa. Significa discutere di come l’Ue, culla più che parte integrante dell’Occidente, possa muoversi autonomamente nel nuovo scenario internazionale multipolare.

In questa direzione chi, come i Popolari, attinge all’eredità di padri dell’Europa come De Gasperi o all’attenzione profonda ai cambiamenti epocali, che ci ha insegnato Aldo Moro, credo possa dare un contributo significativo a rendere solido e credibile il processo politico che Renzi ha concorso ad avviare.

Putin, Prigozhin e Anna Karenina: al Cremlino comanda sempre lo Zar.

Di Anna Karenina, il capolavoro di Tolstoj, accanto allincipit Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, non può essere dimenticata lepigrafe, un versetto biblico ripreso nella Lettera ai Romani, che ricorda ai lettori: Mihi vindicta: ego  retribuam, ovvero A me la vendetta: io renderò il dovuto. Putin, sicuramente, conosce bene Tolstoj e nellesercizio del suo potere di autocrate avrà tenuto sempre ben presente lepigrafe di Anna Karenina e così, dopo due mesi esatti dallammutinamento del capo della Wagner, ha servito, pur tra mille ambiguità ed incertezze, il suo piatto freddo ristabilendo in maniera decisa il suo potere.

Putin, fra laltro, non poteva ulteriormente tollerare che in unoperazione militare di de-nazificazione dellUcraina un ruolo significativo potesse ancora essere svolto dal braccio destro di Prigozhin, Dimitri Utkin che col suo corpo tatuato ostentava il simbolo delle S.S essendo un fervente ammiratore di Hitler. Lo stesso nome della Compagnia dei mercenari è riconducibile alla particolare predilezione di Utkin del grande  compositore preferito  da Hitler, appunto Richard Wagner. Sullaereo caduto accanto a Evgenij Prigozhin viaggiava anche Dimitry Utkin. Una coincidenza fortuita, forse strana  ma irripetibile!

Per capire bene il senso della caduta dellaereobisogna ritornare con la memoria al 24 Giugno ed esaminare gli accadimenti registrati dalla cronaca di quei giorni, quando sembrò che Prigozhin e le sue milizie potessero mettere in discussione il  potere assoluto  di Putin. Le vicende di allora, cui si legavano  anche  gli sviluppi della guerra tra la Russia e lUcraina, avevano prodotto un profluvio di interpretazioni, di analisi storico-politiche e di previsioni tra loro, talvolta, contrastanti che rendevano difficile la comprensione dei fatti accaduti. Gli esperti di geo-politica, talvolta se non spesso, ti disorientano!

Ma c’è chi tentava di semplificare il tutto ricorrendo ad affermazioni che pretendevano di mostrare conoscenza approfondita dei fatti anche in ragione del particolare osservatorio dal quale emettevano i giudizi. Un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio non esitò ad affermare, in unintervista al Corriere, dopo la tentata marcia su Mosca, testualmente: La Russia sembra la Libia del post Gheddafi.

Churchill aveva da molto tempo avvertito che la Russia “è un rebus avvolto in un mistero ricompreso in un enigma. Con lultimo Zar, il mistero si è allargato perché, come ci ricordava Carlo De Benedetti in un Talk Show, Putin è “un uomo con gli occhi senza sguardo. È di ghiaccio con unemotività nulla. Se lo sguardo è lo specchio dellanima, con Putin non funziona.

Ma, cosa ci raccontano alcuni fatti significativi della giornata di scontro tra Putin e Prigozhin, il capo delle milizie mercenarie  Wagner ? Alle 10 di mattina, poco dopo la minaccia della marcia della giustiziasu Mosca  da parte di Prigozhin, Putin appare in TV, lancia un appello alla nazione e afferma testualmente: Quello che stiamo affrontando non è altro che un tradimento causato dalle eccessive ambizioni. Non manca di sottolineare come lintera macchina militare, economica e informativa dellOccidente è schierata contro la Russia e, infine, assicura che “Difenderemo il nostro popolo e il nostro Stato da ogni tradimento internoe cheQuesto colpo è stato dato al popolo russo anche nel 1917 quando combatteva la prima guerra mondiale, quando la vittoria gli è stata praticamente rubata. La guerra civile, i russi uccidevano altri russi, i fratelli uccidevano altri fratelli. I vari avventurieri politici hanno tratto vantaggio da questa situazione. Noi non permetteremo la ripetizione di una situazione del genere.

Segue sempre in TV un accorato sermone del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill che, accentuando il sostegno della Chiesa Ortodossa alla guerra contro lUcraina ritenuta una guerra metafisicaper la difesa dei valori della tradizione russa contro la corruzione occidentale, maledice i traditori e richiama il Vangelo: Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.

Dopo un giorno di riflessione Putin, sventato il pericolo, riappare in pubblico e sottolinea come lo spirito patriottico dei cittadini abbia consentito di superare il grave momento di difficoltà. Le confessioni religiose e lintera società russa hanno determinato  per Putin la conclusione positiva degli eventi senza che prevalesseil fratricidio auspicato dai neonazisti di Kiev e dai loro patroni occidentali. È evidente il richiamo allo spirito della grande guerra patriottica contro i nazisti di Hitler e ai fatti della prima guerra mondiale del 1917 quando il tradimento interno ha prodotto la sconfitta della Russia.

Putin prende le distanze dalla Rivoluzione del 1917 e, volendo proteggere il popolo russo e la statualità”, esalta la coscienza nazionale condivisa. Quella rivoluzione rappresenta, sotto questo profilo, un grave momento di frattura interna che destabilizzando lo Stato ha causato una lunga e cruenta guerra civile e  linevitabile sconfitta militare della Russia nel secondo conflitto mondiale. Putin, con il  richiamo agli eventi del 1917, ha voluto assicurare che non sarebbe stata tollerata la riproposizione di uno scontro fraticida nel momento in cui lesercito è impegnato nelloperazione speciale in Ucraina. Quanto alle confessioni religiose cui Putin riconosce linnegabile contributo al mantenimento di una coesione nazionale, la Chiesa Ortodossa già dal 2000 aveva di fatto condannato gli eccessi della Rivoluzione ed aveva canonizzato Nicola II e la sua famiglia.

Sul piano dei rapporti con la Chiesa Ortodossa occorre sottolineare alcuni fatti significativi per il valore simbolico che essi assumono. In occasione della Festa della Pentecoste (4 giugno), Putin firma  un decreto con il quale ordina alla Galleria Tretjakov di Mosca di cedere al Patriarcato la storica Icona della Santissima Trinità di Rublev che raffigura i tre angeli che visitarono Abramo. Questa Icona è senzaltro la più famosa della Russia ed era stata acquisita nel 1929 dalle autorità sovietiche  per essere esposta in una Galleria di Mosca. Putin ne ha deciso la donazione alla Chiesa Ortodossa perché la riporti nella Lavra della Santissima Trinità di San Sergio a 70 km da Mosca, che è ritenuta il Vaticano russo.

In questa sorta di misticismo patriotticosi inserisce, dopo lammutinamento, lultima visita al fronte da parte di Putin. Il Nuovo Zar non ha portato con sé armi e munizioni ma  a Lugansk ha regalato copie di icone una delle quali – ha dichiarato lo stesso Putin appartenente ad un glorioso ministro della Difesa dellimpero Russo. Ma c’è di più. Putin non si è fermato alla Icona della Santissima Trinità. Con un suo provvedimento di giugno 2023 ha trasferito dallErmitage alla proprietà del Patriarcato il Sarcofago di Alexander Newskyj, che contiene le reliquie del grande guerriero, proclamato Santo dalla Chiesa Ortodossa. Newskyj è il simbolo della resistenza russa allinvasione degli eserciti europei e lartefice della vittoria dei russi sugli svedesi. Questi atti di donazione e il costante richiamo al simbolismo delle icone, mostrano se ce ne fosse ancora bisogno, il particolare legame di Putin con la Chiesa Ortodossa.

I rapporti con il Patriarca Ortodosso restano ben solidi anche perché Putin ha ripreso lantica alleanza di tradizione bizantina tra Sacerdotium ed Imperium. In un certo senso la totale adesione allOrtodossia è la fonte di legittimazione politica del nuovo autocrate. Se il misticismo patriotticoalimenta la nuova autocrazia, la forza espressiva dellepigrafe di Anna Karenina può rendere credibile la versione diffusa dalle autorità moscovite circa lassoluta estraneità di Putin rispetto alla morte del comandante della Wagner. Se è,appunto, indiscutibile che Prigozhyn ha tradito i suoi fratelli, la caduta dellaereo” è il castigo divino.

Sul versante del conflitto, gli scarsi risultati conseguiti dalla controffensiva ucraina sono destinati, salvo sbocchi imprevedibili, a produrre una sorta di logoramento delle forze in campo. Biden non può arrivare alla vigilia delle Presidenziali Usa senza conseguire un risultato aprrezzabile. Lassenza di uno sbocco positivo per una delle forze in campo ed il sostanziale stallo delle operazioni militari potrebbe, paradossalmente, favorire la ricerca di una piattaforma condivisa per la cessazione dello scontro armato o per portare avanti operazioni militari a bassa intensità. In questo contesto chi riteneva che il potere di Putin si fosse logorato ed indebolito, deve prendere atto che, pur con tutte le cautele consigliate dagli insegnamenti di Churchill, il Cremlino non è stato scosso dallinsubordinazione dellex cuoco di Vladimir Vladimirovic Putin.

MentePolitica | La vita democratica perde linfa vitale e si trasforma in oligocrazia

[] Le elezioni del 2022 ci hanno fatti entrare in una terza fase, quella che potremmo definire dell'”oligocrazia” nella quale quattro o cinque leader controllano i principali partiti del Paese e la premier ha in pugno contemporaneamente il governo, la sua coalizione, il suo partito, le nomine nelle partecipate di Stato e soprattutto alla Rai (un potere che Berlusconi ebbe, in effetti, ma che non impedì alla Lega di far cadere il governo nel ’94, ai centristi di fare altrettanto nel 2005 e alla crisi economica – oltre che alla defezione dei finiani – di provocare la fine dell’ultimo governo del Cavaliere nel 2011).

Oggi la Meloni è il prototipo della disintermediazione assoluta: non si concede quasi mai alle conferenze stampa (almeno Berlusconi lo faceva), usa gli “appunti di Giorgia” per imporre la sua “narrazione”, gestisce il potere nel Paese, nel governo e nel suo partito dimostrando di non avere cedimenti o debolezze (peraltro, non ha un passato o un presente che la rendano ricattabile o indagabile, mentre il Cavaliere passava molto tempo a difendersi dai processi). La comunicazione della Meloni è unidirezionale, non c’è contraddittorio, è direttamente calata dall’alto. È come se avessimo già attuato l’elezione diretta del premier (a costituzione invariata, segno che il sistema è molto più flessibile di quanto sembri) perché se un provvedimento come la tassazione degli extraprofitti delle banche passa senza che un vicepresidente del Consiglio ne sappia qualcosa e con un ministro dell’Economia più o meno coinvolto nella scelta, è evidente che abbiamo una persona sola al comando (e Salvini che lo sa, ne soffre).

Berlusconi e Renzi, che attuarono anch’essi un misto di disintermediazione e di “partito del capo”, sapevano però confrontarsi con la stampa e talvolta anche con i followers (al fiorentino Twitter piaceva e non si risparmiava quando si trattava di rispondere ad alcuni utenti critici); ciò nonostante, finirono entrambi male: il Cavaliere perse nel 2018 la leadership (in voti) del centrodestra, dovendo persino vedere il nuovo capo Salvini fare un governo senza FI e FdI (senza poter dire nulla in contrario, perché la Lega era il primo partito dell’ex Cdl) mentre il fiorentino, dopo il successo alle europee, perse di fila il referendum costituzionale, la presidenza del Consiglio e (pesantemente) le elezioni del 2018, uscendo dal Pd per fondare un partitino personale. Tutta archeologia, ormai. Il presente è il potere “monarchico” della Meloni, ma anche l’impossibilità del M5s di avere una linea senza Conte o la ferrea presa di Salvini su una Lega più – a tratti – mugugnante che realmente riottosa, per finire con un Pd ormai in mano alla Schlein (ne sanno qualcosa i presidenti di regione che cercano un terzo mandato ma dipendono dal suo volere).

Tutti questi protagonisti della scena, più Calenda e Renzi nei propri partiti centristi, hanno il controllo ferreo dei soggetti politici principali del Paese. Sono leader che hanno solo followers: ascoltano spesso – almeno pare – più i sondaggi che la voce della “base”, forse perché è più facile e non comporta contestazioni od obiezioni. La nuova Repubblica è fatta di “cerchi magici”, di leader assoluti, di accentramento del potere in pochissime mani, di disintermediazione: in sintesi, è un’oligocrazia. Che però, dal punto di vista formale e in parte anche materiale, rispetta tutti i canoni democratici.

Fonte: MentePolitica – 2 settembre 2023

Titolo originale: Dalla partitocrazia all’oligocrazia

Sito: mentepolitica.it

Non ridurre la Russia al conflitto ucraino concorre a fare più Europa

La narrazione dominante in Occidente ha focalizzato in modo pressoché esclusivo l’attenzione sulla Russia solo sull’evento dell’aggressione all’Ucraina come se non vi fosse stato un prima – dei nodi irrisolti, dei mancati  accordi tra Est e Ovest, che hanno spalancato la porta della guerra – e come se non ci fosse un dopo, come se la causa ucraina fosse un qualcosa di assoluto, che prescinde da ogni altra preoccupazione e da considerazioni circa la tenuta sociale ed economica dell’Europa e circa la ricostruzione di un quadro di sicurezza in Europa.

Se questo è esattamente il tipo di scenario perseguito con tenacia da alcuni ambienti della classe dirigente americana, non sembra essere però sostenibile a lungo non solo in relazione alle sorti del conflitto ma anche in relazione alla necessità dell’Europa di sapersi definire in modo autonomo e indipendente come parte dell’Occidente. Sempre più si avverte la necessità per l’Unione Europea di mostrarsi capace di comportarsi da protagonista rispetto ai nuovi equilibri che si stanno definendo a livello internazionale. Lo si sarebbe dovuto fare già molto prima, ad esempio durante i decenni delle guerre degli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente. Invasioni e occupazioni fatte da un Paese lontano a territori vicini all’Europa che, come si può constatare adesso, hanno sortito gli effetti opposti a quelli voluti, e stanno spingendo praticamente l’intera sponda Sud del Mediterraneo verso i BRICS. In questa prospettiva appare strategico l’ingente investimento annunciato nei giorni scorsi dall’Eni in Egitto, che sarà il primo Paese mediterraneo ad aderire al Coordinamento BRICS a partire dal prossimo primo gennaio, consolidando come non mai le relazioni tra Roma e il Cairo.

Una analoga capacità di iniziativa serve però anche verso la Russia. Sarà sicuramente un puro caso, ma nello stesso giorno in cui la ministra degli esteri francese Catherine Colonna su Le Monde poneva la questione all’Unione Europea di saper guardare oltre il conflitto in Ucraina, perché la Russia è stata e sarà una parte significativa dellEuropa, partiva la bordata di Repubblica sulle relazioni italo-francesi con l’intervista di Amato su Ustica.

Nonostante il fatto che la ministra degli esteri di Macron non abbia fatto altro che ricordare due cose ovvie: che la Russia continuerà ad esistere dopo la fine della guerra in Ucraina e che la storia e la geografia mostrano che gran parte della Russia si trova in Europa. E ieri Papa Francesco nella conferenza stampa di ritorno dalla Mongolia  ha anche ricordato all’opinione pubblica internazionale il valore della cultura russa in funzione del dialogo, una grandezza che non si può cancellare per problemi politici.

E anche, in termini di sicurezza in Europa, l’argomento Russia è ineludibile per l’Unione Europea. Il fatto che il capo di quella che è pur sempre la più grande potenza diplomatica europea, inviti a trovare le modalità per collaborare con la Russia per ripristinare una forte architettura di sicurezza in Europa, costituisce un segnale politico forte, rivelatore della spinta ad affermare un’Europa capace di esprimere una propria originale sintesi nell’interpretare le ragioni e gli obiettivi dell’alleanza atlantica, anche per non lasciare ancora alla Polonia e ai Baltici la guida della politica estera europea. Ma soprattutto una visione europea della Russia che sappia anche guardare oltre il conflitto in corso e oltre il fatto che in questa circostanza la Russia è il Paese invasore, riconoscendo che la Russia, come qualsiasi altro grande stato, è più dei suoi errori contingenti, contribuisce a creare le condizioni di una Europa capace di autonoma iniziativa nel nuovo quadro internazionale multipolare.

Lo stretto rapporto tra i partiti e le istituzioni. Quella battuta di Donat-Cattin…

Nella lunga esperienza della prima repubblica, era abbastanza regolare sottolineare che cera un stretta relazione tra ciò capitava nei partiti e ciò che si diceva in merito alla riforma delle istituzioni democratiche. Ricordo una bella espressione di Carlo Donat-Cattin, leader politico e statista della Democrazia Cristiana ad un corso di formazione dei giovani della sua corrente, la sinistra sociale di ispirazione cristiana, alla fine degli anni 80. Diceva Donat-Cattin che quando vuoi capire come pensa un partito di cambiare o riformare le istituzioni, è appena sufficiente verificare come quel partito pratica la democrazia al suo interno.

Una riflessione semplice ma che contiene una verità politica oggettiva, ieri come oggi. Perché, in effetti, un partito che rinnega sistematicamente la democrazia al suo interno, difficilmente può ambire a cambiare in senso democratico – e nel pieno rispetto della Costituzione e dei suoi principi e valori di fondo – lassetto istituzionale del nostro paese. E, al netto delle chiacchiere e delle polemiche sul rischio di una regressione autoritaria o, peggio ancora, di marca fascista delle istituzioni italiane, è indubbio che una riforma istituzionale e quindi di natura costituzionale, implica la salvaguardia e la valorizzazione di alcuni tasselli di fondo se si vuole conservare un vero ed autentico impianto democratico. E i tasselli sono semplici ma essenziali: e cioè, centralità del Parlamento; distinzione ed autonomia dei diversi livelli istituzionali; restituzione al cittadino del potere di scelta della classe dirigente e di chi ci governa; garantire il pieno rispetto delle minoranze; evitare la prassi e la deriva trasformistica e, in ultimo ma non per ordine di importanza, salvaguardare la possibilità di governare quando uno schieramento vince le elezioni. Il tutto per ridare credibilità allintero sistema politico.

È evidente a tutti, di conseguenza, che la riforma dei partiti e quella delle istituzioni sono strettamente legati e intrecciati. E cioè, per essere ancora più chiari e trasparenti, com’è pensabile garantire piena valenza democratica e costituzionale al nostro impianto istituzionale quando viene gestita e pianificata da leader o capi politici dove allinterno dei loro partiti la democrazia o è sospesa o semplicemente non esiste? Com’è pensabile che partiti personali, partiti del capo, partiti padronali, partiti proprietari o partiti familiari possano costruire o ridefinire istituzioni realmente democratiche, partecipative e collegiali? Perchè quando nei partiti prevale solo il verbo del capo e la strategia e la stessa prospettiva politica del partito dipendono esclusivamente da ciò che il capo dice pubblicamente e in solitaria, è abbastanza naturale che in quel partito la democrazia è solo un richiamo ornamentale o banalmente retorico. Con tanti saluti al ruolo delle minoranze, alla collegialità democratica e alla stessa funzionalità democratica del soggetto politico.

Per questi motivi persiste uno stretto legame tra la garanzia della vita democratica allinterno dei partiti e la proposta per avere istituzioni di governo autenticamente democratiche e partecipative. E la riflessione antica, ma moderna, di Carlo Donat-Cattin continua a cogliere nel segno perchè non esiste una vera democrazia dei partitisenza una vera e credibile democrazia nei partiti. E quindi, e di conseguenza, una vera democrazia delle istituzionie nelle istituzioni.

Amarena, la capretta e lo zoo di vetro.

Il male è antico e ci vorrà tempo per non perdere contro di esso altre posizioni. Si è perso il senso della morte con tutte le conseguenze del caso. Morte viene dalla radice sanscrita marche non è il nostro amare ma di cui è stata vittima Amarena, lorsa uccisa in questi giorni in Abruzzo da un uomo determinato a difendere, sembra di capire, intrusioni indesiderate nella sua proprietà e nello specifico nel suo pollaio.

È sceso di casa con il suo fucile, impeto non da tutti; spaventato, alla vista dellanimale, ha fatto fuoco uccidendolo. Amarena è rimasta con lamaro in bocca ed i polmoni trafitti dal proiettile, la comunità ha protestato con amarezza passando alle minacce verso luomo che ora avrebbe bisogno di una scorta. Di nuovo lidea di violenza e di morte, da una parte e dallaltra, continua a incombere, costantemente chiamata in causa, come fosse qualcosa da prendere a volo ad ogni occasione, nulla di sconvolgente per cui scandalizzarsi.

Giorni prima ad Anagni una anonima capretta è stata uccisa gratuitamente, per gioco, da un gruppo di balordi, lordi di stupidità e cattiveria. Al netto di tutto resta una bavosa stria del male che non sembra arrestarsi. La bestia non aveva un nome ma ha fatto fede alla sua storia prestandosi ad essere il capro espiatorio di una violenza che non sapeva come sfogarsi. La comunità ha reagito mettendo alla pubblica gogna i nomi dei responsabili che così dovrebbero provare un podi vergogna. La capretta ha patito, maciullata di calci, lagonia che è langoscia che precede la morte, che forse agognava perché il suo martirio si risolvesse in fretta.

Così continuando il nostro zoo resterà privo di presenze.Resta una certezza: ci si mobilita, per protesta, con una positiva vivezza che poi purtroppo tracima addirittura nella cruenza. Non si ricorda una pari emotività suscitata dalle centinaia di morti su un barcone zeppo di emigranti lasciato senza soccorso dalla Grecia non troppo tempo fa. Non si sono registrate consistenti mobilitazioni di sdegno per il fatto accaduto. Qualcosa, almeno tenuto conto delle proporzioni, non gira.

Per Epicuro il male è per mano dalluomo o proviene dalla casualità degli eventi. Socrate lo riconduce alla ignoranza ed alla assenza di principi etici. Molto dopo Don Milani diceva che la povertà più grave è la mancanza di cultura. Siamo vicini alla cecità morale del male e della sua banalità sottolineata dalla Harendt. Ancor prima Hegel non ci ricama tanto su e sentenzia che luomo e cattivo di natura e quindi, così stando le cose, occorra rassegnarsi. SantAgostino propende invece a credere che il male sia la conseguenza dellallontanamento dallordine divino.

Ce ne sarebbe da dire ed a proposito sono stati scritti trattati che purtroppo non interessano se non sparuti addetti ai lavori piuttosto che essere la domanda quotidiana su cui accanirsi. Intanto che ci si abitua alla quotidianità, giorni addietro, per futili motivi di viabilità, un ragazzo è stato ucciso da un colpo di fiocina sparato da uno scellerato. Del resto fiocine, al plurale, sta a significare anche feccia ed è questa la coerenza che è intervenuta nel fatto. Sembra che lassassino non si sia reso conto di aver tolto la vita ad un uomo, come se sparare con una fiocina sia qualcosa tutto sommato di tollerabile, dalle conseguenze sopportabili.

A Napoli uno studente del Conservatorio, che per mantenersi faceva il cameriere in un pub, è stato freddato da un ragazzo di sedici anni che in compagnia di altri bravi ha fatto fuori, a seguito di un diverbio, con colpi di pistola il povero giovane. La sua vita è stata instabile come il sogno, un giorno, di poter suonare in una orchestra stabile della sua città. Suonava il corno nellOrchestra Scarlatti Young ma il suo killer non ha avuto scuornoa toglierlo di mezzo da questo mondo. Nello Zoo di vetrodi Tennessee Williams, Jim, uno dei personaggi, ballando con Laura, fa cadere inavvertitamente un unicorno di vetro della collezione di lei. Ela fragilità della condizione umana che andrebbe maneggiata piuttosto con cura assoluta.

Cadono nel vuoto le parole severe del Sommo Poeta quando scriveva sì che le pecorelle, che non sanno, tornano dal pasco pasciute di vento. È questa dunque la cifra della nostra contemporaneità. Gente che va in giro nutrendosi di nulla se non lesta ad ammazzare il prossimo.

Leopardi, uno che di queste cose ci capiva scriveva rivolto a Dio: Ora vo da speme a speme/ Tutto il giorno errando e mi scordo di te/ Benché sempre deluso/ Tempo verrà chio non restandomi/ Altra luce di speranza/ Altro stato a cui ricorrere/ Porrò tutta la mia speranza nella morte/ E allora ricorrerò a te/ Abbi allora misericordia.

Non resta che sperare in una nuova era glaciale, che raffreddi gli animi di tanti, costringendoli al laborioso esercizio del pensiero.

A Trieste un convegno della Banca d’Italia sulle prospettive dell’economia italiana

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Le molteplici trasformazioni che stanno interessando il mercato del lavoro, tra spinte demografiche, innovazione tecnologica e mutamenti delle politiche pubbliche sono stati i temi al centro del confronto, nel pomeriggio di ieri, per il secondo appuntamento di In viaggio con la Banca dItaliaa Trieste.

Ha aperto i lavori lAssessore a lavoro, formazione, istruzione, ricerca, università e famiglia della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Alessia Rosolen, che secondo quanto riporta una nota ha tratteggiato le caratteristiche del mercato del lavoro nella regione, contraddistinta da una delle età medie più alte d`Italia, e ha sottolineato come nel contesto attuale sia fondamentale investire in formazione, competenze e politiche sociali: Non ci sono scorciatoie, tutti gli attori coinvolti devono intervenire.

Il dialogo è proseguito con le parole di Pierluigi Medeot della Camera del Commercio del Friuli Venezia Giulia, che ha posto l`accento sul disallineamento tra la domanda di competenze delle imprese e le figure professionali disponibili nel mercato. Il Direttore della Sede di Trieste della Banca d`Italia, Marco Martella, ha quindi evidenziato l`impatto della demografia sul mercato del lavoro come ulteriore fattore di cambiamento oltre a quelli legati all`innovazione tecnologica e all`intelligenza artificiale, al tempo stesso sfide e opportunità che richiedono importanti investimenti in ricerca e capitale umano.

È quindi intervenuto il Vice Capo Dipartimento Economia e statistica della Banca dItalia, Andrea Brandolini, che ha ricordato come – nonostante l`economia italiana abbia mostrato negli ultimi anni uneccezionale reattività a fronte dei shock globali dovuti a pandemia e guerra in Ucraina – persistano alcuni elementi di fragilità: per questo, occorre migliorare la qualità delloccupazione e dei salari, investire in formazione e trarre vantaggio dai progressi tecnologici in campo di automazione e intelligenza artificiale. La tecnologia deve aiutare a creare lavoro. È stata quindi la volta di Marina Brollo, Docente di Diritto del lavoro dell`Università di Udine, che ha invitato a pensare politiche del lavoro capaci di fornire risposte differenziate in uno scenario come quello attuale, caratterizzato da elementi di complessità e contraddittorietà: Assisteremo a una radicale trasformazione della morfologia del lavoro, che non sarà di meno ma sarà diverso. Il Pnrr con le grandi risorse che metterà a disposizione comporterà anche grandi responsabilità per tutti.

È quindi intervenuto Nicola Manfren, Direttore centrale Lavoro, formazione, istruzione e famiglia della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia che è tornato sul tema della natalità, evidenziando come sia necessario intervenire non solo sul tema della natalità con politiche mirate, ma anche aumentando le capacità di attrazione di capitale umano qualificato: Che lavoro e demografia siano così interconnessi lo stiamo vedendo in questi anni. Ad esempio, sebbene si stiano attuando politiche a favore della natalità, gli effetti sul mercato del lavoro si vedranno tra 20-25 anni. Ma le imprese i problemi ce li hanno oggi. Ha chiuso l`evento Andrea Romanino, direttore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste.

Fonte: Askanews

Questione di date? Craxi avvisò Gheddafi nel 1986: parola di Fabio Martini.

Le dichiarazioni di Giuliano Amato sulla tragedia di Ustica del 27 giugno 1980 hanno suscitato molte reazioni. Nellintervista a Repubblica, lex Presidente del Consiglio ha voluto ricordare tutta la complessa dinamica dellepisodio costato la vita a 81 passeggeri in volo sul DC-9 dellItavia. Laereo, decollato da Bologna e diretto a Palermo, fu abbattuto alle 2059’’ in un tratto del Mar Tirreno tra Ponza e Ustica. Le conseguenti inchieste giudiziarie furono sistematicamente contrastate, mettendo in ombra le responsabilità che, oggi nelle parole di Amato e ieri in quelle di Cossiga, devono riportare con assoluta attendibilità allintervento militare della Francia nellambito di unoperazione volta ad eliminare Gheddafi. In realtà, il missile che colpì il DC-9 doveva abbattere laereo che quella sera, secondo le informazioni di intelligence, doveva trasportare il colonnello libico.  

In quella circostanza Bettino Craxi avrebbe messo Gheddafi in condizione di sventare il pericolo, provvedendo ad avvertirlo con un messaggio diretto. Si trattò di un gesto che dava la misura della trasgressivadeterminazione del leader socialista, anche a costo di provocare il disappunto o lirritazione degli alleati, anzitutto quelli dOltreoceano. Senonché, nei commenti successivi allintervista, sia Bobo che Stefania Craxi hanno contestato questa ricostruzione dei fatti. Amato, dicono i figli, ha confuso le date: Craxi operò in quel modo anni dopo, esattamente nel 1986, in altre circostanze. Losservazione è divenuta virale, come si dice oggi, dando a orgogliosi testimoni il merito di rastrellare dalla memoria la convalida dello scambio di date. Tuttavia, la memoria poteva restare a disposizione per questioni e circostanze più appropriate, visto che la posizione di Craxi era già stata illustrata dai biografi.

Cosa scriveva infatti Fabio Martini, autorevole firma de La Stampa, nel suo Controvento. La vera storia di Bettino Craxi (Rubettino, 2020)? Ecco lo stralcio che chiarisce i termini della vicenda: Nellaprile del 1986, subito dopo un attentato ad una discoteca di Berlino, gli USA decisero di dare una lezione al colonnello Gheddafi, bombardando senza preavviso il quartier generale a Tripoli. Chiesero il permesso di sorvolo a Francia e Italia che lo negarono ma Craxi fece qualcosa di più: fece avvertire Gheddafidellattacco degli F111 alla caserma Bab Al Azizya: il colonnello riuscì a salvarsi. A tanti anni di distanza uno dei più stretti collaboratori di Bettino Craxi, uno dei pochi veramente addentro a tutti i suoi segreti e che preferisce restare nellombra, spiega: Nellostilità americana verso Craxi, Sigonella non ebbe peso. Più irritati furono con Bettino quando fece sapere in anticipo a Gheddafi che gli americani volevano ucciderlo…”.

Con un podi attenzione, solo consultando la bella e documentata biografia di Martini, si sarebbe potuto accertare quale fosse la data giusta. E si sarebbe evitato di alzare un polverone su un dettaglio che non può sminuire la gravità di una denuncia come quella di Amato. Dire che le sue non sono altro che le parole di un privato cittadino” è stato un errore. Non si liquida in questo modo il jaccuse di un personaggio che nella storia recente della nazione ha rappresentato il lato algido e sofisticato del potere. Più utile sarebbe scandagliare le ragioni di questa intervista a dir poco sorprendente. Bisogna superare quanto prima lo stadio della superficiale reazione a caldo.

Studio Ambrosetti, luci e ombre nel programma di spesa del Pnrr.

LOsservatorio Pnrr, promosso da The European House Ambrosetti, ha stimato che gli investimenti previsti dal Piano con impatti diretti sulle disuguaglianze ammontano a 24 miliardi di euro (il 12,5% del totale). Considerando anche gli investimenti che potrebbero, indirettamente, incidere sulle disuguaglianze (ad esempio l’Alta Velocità al Sud, che potrebbe incidere sulle disuguaglianze territoriali), il totale sale a 39 miliardi (20,3%). Alcune fra le principali misure hanno in realtà effetti peggiorativi: con riferimento alle disuguaglianze di reddito, la proposta revisione dell’Irpef danneggia i lavoratori con reddito fra 15 e 30mila euro. L’estensione della flat tax invece amplia ulteriormente il divario fiscale fra lavoratori dipendenti e autonomi agendo su una fascia molto ristretta della popolazione (il 4,9% delle partite Iva).

Su altri fronti, invece, il Piano potrebbe avere degli impatti positivi: il potenziamento dei centri per l’impiego consentirebbe l`attivazione di oltre 240.000 posti di lavoro.

Intanto, si legge ancora nello studio, il tasso di avanzamento della spesa del Pnrr a giugno è pari al 13,4% del totale, significativamente eterogeneo fra missioni. Escludendo le spese relative agli incentivi fiscali (Ecobonus-Sismabonus, Transizione 4.0 e tax credit per il miglioramento delle infrastrutture di ricettività), che configurandosi come crediti d’imposta non richiedono un intervento attivo della PA, la spesa sostenuta a inizio 2023 ammonta 10,5 miliardi, con un tasso di progresso nell’attuazione finanziaria del Piano pari a 6,4%.

La prima necessità per garantire lefficace implementazione del Pnrr e risolvere le lentezze amministrative è combattere la cosiddetta “paura della firma”, un fenomeno particolarmente diffuso nella pubblica amministrazione italiana, in particolare tra i piccoli enti locali. Il timore di azioni di responsabilità, legato alla gestione di progetti strategici di grande rilevanza economica, può paralizzare l’azione amministrativa e rallentare l’attuazione del PNRR.Per contrastare questo fenomeno, Ambrosetti Club auspica un ruolo della Corte dei Conti come organo consultivo e di controllo preventivo, con l’idea di creare un ambiente di certezza giuridica in cui gli enti locali possano chiedere un parere preventivo, al fine di consentire una maggiore sicurezza e tempestività nell’adozione delle decisioni.

Fonte: Askanews

India, un nuovo grande attore della geopolitica mondiale.

Autore: COP26 | Ringraziamenti: Doug Peters/ UK Government
Autore: COP26 | Ringraziamenti: Doug Peters/ UK Government

Lallargamento a sette nuovi paesi dellacronimo BRICS è stata una delle notizie principali di questa torrida estate. La logica avanzante del Sud Globaleche gli sta dietro è già ora motivo di analisi e discussioni, concettuali e politiche. Però, come spesso accade, dietro i proclami non sempre c’è quella unità dintenti che i primi si sforzano di presentare.

Prendiamo lIndia, nazione che presiederà il G20 il prossimo fine settimana a New Delhi. Paese centrale sin dalle origini del progetto BRICS così come pure del QUAD, lalleanza nellIndo-Pacifico fra USA, Australia, Giappone e, appunto, India costituita per controllare e contenere la crescente assertività cinese in quellarea oceanica.

Apparentemente alla guida del percorso di riscatto anti-occidentale del Global South è al tempo stesso perno di unalleanza strategica guidata dagli Stati Uniti. Non solo. La presenza assai attiva nel G20 testimonia la volontà di stare comunque nel gruppo di testadel pianeta e competere/collaborare con le potenze occidentali che di esso fanno parte; ma al contempo la decisione di non invitare a Delhi il presidente ucraino conferma una postura filo-russa già mostrata col voto di astensione allONU sulla condanna dellaggressione di Mosca a Kiev.

Novello surfista della politica internazionale il premier indiano Narendra Modi in realtà sta proseguendo certo in termini innovativi e con il peso crescente di un paese in grande sviluppo quella che tradizionalmente, sin dai tempi dellindipendenza acquisita nel 1947, è stata la politica di non allineamento nei confronti dei blocchi geopolitici internazionali. Oggi lIndia è divenuto il paese più popoloso al mondo: 1,5 miliardi di persone, il 19% della popolazione terrestre (per inciso: aggiungendo 1,4 miliardi di cinesi si arriva al 36%, e questo è un dato che obiettivamente non può non essere considerato, soprattutto dagli occidentali). Ed è la nazione che sta crescendo di più in termini economici: questanno il PIL si incrementerà del 6,1% e le previsioni proiettano questo dato sino all8% da qui al 2030.

Modi, che si accinge a correre per un terzo mandato (lIndia ha un regime democratico, anche se nel corso degli anni il premier ha parzialmente piegatoil sistema verso una concezione più autocratica del potere) ha promesso di condurre il paese a divenire entro il decennio una delle prime tre economie al mondo, e non pare solo una boutade propagandistica. Il neo-nazionalismo indù di Narendra Modi in definitiva si propone di aumentare il peso geopolitico indiano allinsegna di un complicato equilibrio nei rapporti con gli ingombranti vicini cinesi e russi (soprattutto badando a contenere la volontà egemone dei primi, con i quali fra laltro permangono alcuni storici attriti in zone di frontiera comune) e con il semi-alleato americano (che da parte sua ha compreso, come dimostrato nellultimo incontro fra Biden e Modi a Washington, che al nuovo gigante della demografia e delleconomia bisogna garantire un certo margine dazione se lo si vuole tenere comunque agganciatoal treno occidentale, che per la Casa Bianca è quello della democrazia). Con un unico, vero, effettivo, e agli occhi di Modi ben chiaro obiettivo: la tutela e la promozione degli interessi nazionali indiani. Tutto il resto è al loro esclusivo servizio.

Ha vinto la Schlein, ora il Pd è un altro partito.

Premetto subito che non condivido affatto la tesi di coloro che individuano nel progetto politico della Schlein una sorta di tradimentorispetto alle ragioni originarie del Partito democratico. Per la semplice ragione che la piattaforma politica con la quale la Schlein si è presentata alle primarie per guidare il Pd era radicalmente diversa, se non addirittura alternativa, rispetto al Pd nato con Veltroni, Marini, DAlema, Rutelli, Parisi e molti altri leader di quella nuova formazione che superava e inglobava le esperienze politiche della Margherita e dei Ds. E, non a caso, la Schlein ha dato immediatamente una sterzata decisiva rispetto a quella intuizione originaria.

Il Pd, oggi, è un partito con una netta, precisa e forte identità politica e culturale, al di là delle chiacchiere e della propaganda. Si tratta, cioè, di un partito dichiaratamente e autenticamente di sinistra. Una sinistra, come dice la sua segretaria, radicale, con una fronte impronta massimalista, estremista e libertaria. Un partito con una predisposizione, quasi naturale, a giocare un ruolo minoritario e di opposizione nel paese. E, infatti, oggi il Pd è un partito che raccoglie le istanze e le esigenze di quasi tutte le minoranze. Una strategia, di conseguenza, che ha scarsa cultura di governo perchè è destinato a declinare un ruolo di marcata e forte opposizione anche rispetto a ciò che il Pd ha rappresentato sin dalla sua nascita, e cioè, il partito per eccellenza dellestablishment e del potere costituito. Inoltre, il profilo del partito della Schlein è anche dichiaratamente movimentistacon una conseguente e fisiologica predisposizione alla piazza e a tutto ciò che invoca e richiede la piazza.

Insomma, un partito che sotto questo versante si sposa perfettamente con il rampante populismo antico politico ed qualunquista dei 5 Stelle e con una strategia sindacale, quella della Cgil, votata alla permanente protesta di piazza e pregiudizialmente destinata a coltivare una opposizione barricadera e urlata con una cifra politica marcatamente estremista e massimalista. È persin ovvio ricordare che in un contesto del genere le correnti e gli infiniti gruppi di potere allinterno del Pd – che cerano, ci sono e ci saranno a prescindere – sono destinati ad avere un altro ruolo rispetto alle stagioni politiche che hanno preceduto lavvento della Schlein alla segreteria del partito. E, non a caso, per il momento sono tramontati i caminetti, le riunioni fra gli innumerevoli capi corrente e la gestione oligarchica del partito. Certo, è quasi inutile ricordare che – essendo nota e collaudata lesperienza del Pd – saranno solo i risultati delle europee a dirci se la Schlein può continuare tranquillamente la sua navigazione alla guida del partito, dopo le ripetute batoste elettorali registrate in tutte le ultime consultazioni amministrative.

Comunque sia e al di là di ciò che capiterà nel futuro, è indubbio che il nuovo Pd è radicalmente diverso da quello del passato e va dato atto alla Schlein di avere modificato la sua ragione socialee di aver cambiato profondamente la sua stessa identità politico e culturale. Piaccia o non piaccia, è una semplice verità che emerge da fatti oggettivi e non dalle opinioni.

Certo, è di tutta evidenza che si tratta di un partito che ha archiviato, almeno per il momento, lantica prassi di una convergenza tra le diverse culture riformiste del paese. A cominciare dalla presenza della cultura cattolico popolare e cattolico sociale. Solo gli eletti nelle varie istituzioni, per ragioni umanamente comprensibili, e tutti gli amici che continuano – del tutto legittimamente – ad auspicare che prima o poi si possa tornare a ciò che il Pd era prima della Schlein, possono continuare a militare e a riconoscersi in un partito autenticamente di sinistra. E di una sinistra libertaria, massimalista ed estremista. Ma è chiaro che chi crede in un Centro dinamico, riformista e plurale; chi persegue una politica di centro; chi non rinuncia a declinare anche nellattuale contesto politico italiano le ragioni e i valori del cattolicesimo popolare, democratico e sociale e chi non si riconosce in un partito che ha riscoperto la sua natura movimentista, radicale e populista, difficilmente è compatibile con il nuovo corsodel Pd della Schlein. Anche se, lo ripeto, va dato atto alla Schlein di aver dato un profilo molto chiaro, molto netto e molto preciso al principale partito della sinistra italiana che ha recuperato un patrimonio culturale alternativo al riformismo ma perfettamente in linea con le pulsioni di una strategia estremista, libertaria, di opposizione e populista.

Una Europa indebolita s’incammina verso elezioni che la potrebbero ulteriormente indebolire

Unfinished European Union Flag puzzle

Qualcuno ricorda la Conferenza sul futuro dellEuropa? Quali proposte ha sortito? Lanciata in pompa magna e poi azzoppata organizzativamente dalla pandemia è arrivata infine al traguardo avviluppata nel complicato iter procedurale che sin dallinizio aveva fatto inarcare il sopracciglio agli europeisti più esperti e soprattutto meno propensi a farsi irretire dai nomi, dai proclami, dalla patina comunicativa priva di reale sostanza politica.  

Insomma lennesima occasione sprecata da unEuropa che del resto dichiara al mondo la propria debolezza nellaffrontare le nuove questioni che levoluzione geopolitica le paventa innanzi (ultima, ora, il Sud Globale) quando non riesce e non ci riesce da sempre ad elevare il proprio bilancio comune da quel misero 1% del PIL dei suoi stati membri, rinunciando ad ogni velleità, ad esempio in termini di difesa comune ma anche, per dire, di cooperazione allo sviluppo, un settore di intervento nel quale la UE ha dedicato indubbiamente risorse cospicue ma insufficienti ad affrancarla da quel retaggio coloniale che lAfrica avverte nei suoi confronti ancora oggi.

In questo scenario puntuali arrivano le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e come al solito esse si annunciano come un grande sondaggio a uso interno dei singoli paesi membri. Basterebbe leggere le cronache della politica italiana per rendersene conto. Ma non è che altrove vada diversamente. Anzi.

La semestrale presidenza di turno, sino a dicembre in carico alla Spagna, è sostanzialmente bloccata nellazione a causa della concomitante situazione di stallo post-elettorale nel paese iberico. Il presidente Sanchez è evidentemente impegnato full time nelle trattative per la costituzione del nuovo governo dopo esserlo stato per una fulminea campagna elettorale giusto allavvio dellimpegno europeo. Ci si è messa così anche la sorte o meglio la coincidenza, ma il fatto è che il rischio reale se non addirittura la certezza è che altri sei mesi trascorreranno senza alcuna decisione rilevante ai fini del futuro europeo.  

E del resto come potrebbe essere altrimenti? Prendiamo la Francia, nazione principale dellUnione. Sottoposta da anni a un fuoco di fila di proteste interne assai violente più o meno manipolate, più o meno corporative viene ora letteralmente cacciata dai suoi residuati africani post-coloniali (Le Figaro scrive che è ormai tempo di liquidare ostentatamente la franciafrica) e al tempo stesso non è in grado di comprendere che le partite dapprima giocate in autonomia, come appunto quella africana, ma ancor di più quella nucleare e quella del seggio permanente allONU dovrebbero essere ora disputate insieme ai partner continentali, quindi come UE e non come singolo stato nazionale. Oppure la Germania, laltra nazione leader del continente. Dopo gli anni dominati dalla sua Cancelliera Angela Merkel sembra ora essere in discesa strutturale, politica e soprattutto economica, con un riflesso elettorale che i sondaggi registrano con un incremento importante, sino addirittura al 20%, del partito di estrema destra AfD e con la bocciatura della mal assemblata coalizione di governo fra socialisti, liberali e verdi.

Non sondaggi ma voti verranno invece contati il prossimo ottobre in Polonia, grande paese assai ambizioso e pure assai critico con lUnione nel quale lasse nazionalista al potere pare avere dalla propria parte tutte le previsioni del pronostico. Subito dopo si voterà in Olanda, paese capofila dei cosiddetti frugali, dove il rischio, reale, è di uno spostamento dal centro ancorché troppo rigoroso di Mark Rutte (che lascia carica e impegno politico) a una destra incentrata sul partito dei contadini ostile al Green Deal di Bruxelles, vissuto come un cedimento alla moda ambientalista delle élites cittadine che minaccia di impoverire i lavoratori dei campi e non come un impegno serio contro un cambiamento climatico che viene sostanzialmente negato.

Una situazione insomma che presenta diverse incognite e che non promette nulla di buono per lUnione Europea. Un guaio. Visto che leconomia in declino e la guerra ai confini orientali richiederebbero un protagonismo europeo che invece rischia di volgersi in subalternità non solo allalleato americano ma anche alle evoluzioni geopolitiche che potrebbero delinearsi nel prossimo futuro, delle quali lannunciato (ma tutto da verificare nel concreto) allargamento dello standard Brics potrebbe essere una prima concretizzazione.

Putin sale in cattedra per insegnare la pedagogia del regime

Linizio dellanno scolastico in Russia ha registrato una presenza diretta e attiva di Putin che rivolgendosi alle scolaresche ha trasmesso in videoconferenza, ma anche in presenza, un saluto non di circostanza ma basato su alcune nozioni che dovranno essere sviluppate in corso danno attraverso lintroduzione dellora di conversazioni speciali, che altro non sono che la didattica ideologica della pura propaganda di regime.

Qui ci si lamenta se il Ministero dirama sempre più sporadiche circolari di indirizzo sui programmi nazionali, le iscrizioni degli alunni, lorganizzazione delle lezioni o sulleducazione civica che vengono viste come tentativi di lesa maestà dellautonomia scolastica.  Lo zar non va tanto per il sottile e mescola apprendimento e formazione secondo gli standard di istruzione voluti dal Cremlino.

Ciò accade nelle scuole russe e nelle zone dellUcraina occupate dai russi, anche attraverso linvio di docenti da Mosca per irregimentare le scolaresche secondo le direttive del regime. La giornalista Anna Zafesova in un incisivo report per il quotidiano La Stampa riferisce di un bambino ucraino che, circondato da militari in uniforme che lo aiutano a leggere un fervorino già preparato, ringrazia Vladimir Vladimirovic per ciò che ha fatto per la sua città, Mariupol: un esempio di indottrinamento speciale figlio delloperazione militare speciale, visto che Mariupol è stata forse lesempio calzante del martirio civile e del massacro urbano: praticamente rasa al suolo.

Altri alunni si dispongono formando una Z in aula, con magliette rigorosamente siglate Z e sono pronti ad usare i quaderni con in copertina la foto dello Zar, per le superiori è pronto il manuale unico di storia contemporanea riscritto per ordine del Presidente che riporta gli avvenimenti anche più recenti, ovviamente visti dagli estensori fedeli al regime. Mentre in Russia le lezioni hanno luogo nelle scuole tradizionali, in Ucraina si svolgono nei rifugi antiaerei o come a Kharkivnelle aule create nelle stazioni della metropolitana. Molti alunni ucraini non possono andare a scuola perché non ci sono spazi: il governo di Kyiv organizza con suoi programmi e i suoi insegnanti le lezioni laddove è possibile farlo. I ragazzi ucraini dei territori occupati dai russi sono entrati di fatto in unorganizzazione di sistematico indottrinamento ideologico che ricorda il regime sovietico comunista dopo la rivoluzione del 1917: il pedagogista del regime era allora Anton Semenovic Makarenko, la cui didattica seguiva ideali e valori marxisti. Certamente accade in misura ancor più rigorosa oggi per le migliaia di bambini deportati in Siberia e sottratti alle loro famiglie dorigine.

La scuola diventa parte integrante, piedistallo formativo della politica del regime e nel suo augurio di inizio danno Putin non manca di evocare aneddoti personali come quello di suo nonno che scriveva a suo zio al fronte incitandolo a fare a pezzi quei bastardi. E la Zafesova collega la guerra sovietica contro la Germania con quella attuale contro lUcraina, poiché la prima e la seconda sono accomunate dalla similitudine del nazismo da sconfiggere che Putin vede in entrambi i contesti.

Molti Presidi hanno fatto indossare agli alunni le uniformi e li hanno fatti marciare con passo militare: la scuola è la via più diretta per indottrinare le giovani generazioni, irregimentarle e prepararle alla difesa della Patria, ai gesti di eroismo, allodio verso la nazione ucraina che è una pura invenzione in quanto storicamente mai esistita, ci penserà poi il Patriarca Kirill a completare la dottrina con la catechesi religiosa e la promessa del paradiso per i martiri che daranno la vita per il proprio Paese.

Anche le materie e le discipline di insegnamento cambiano: scrive la Zafesova non più ecologia, economia e diritto ma basi della cultura russa, attività fisiche e manuali e preparazione militare. Quanto sono lontani Tolstoj e Dostoevskij con le loro pagine ineguagliabili nella letteratura di ogni tempo e nella loro diatriba semantica sulla ricerca della parola nuova! Non la troviamo certo nel vocabolario dello Zar Vladimir Vladimirovic.

Francesco dona alla Mongolia la lettera del Gran Khan a Innocenzo IV

La fortezza di Dio, l’imperatore di tutti gli uomini, manda al grande papa questa lettera del tutto autentica e vera.

Tenuto consiglio sul modo di avere pace fra noi e te papa e tutti i Cristiani, tu ci hai mandato un tuo ambasciatore, come abbiamo sentito dalle sue parole e come è risultato dalla tua lettera.

Se dunque, tu papa e tutti re e governanti, desiderate avere pace con noi, non indugiate in alcun modo a venire da me per stabilire la pace, e allora sentirete la nostra risposta, insieme alla nostra volontà.

Nel testo della tua lettera è detto che noi dovremmo essere battezzati e diventare Cristiani. Al che ti rispondiamo, con poche parole, che non capiamo proprio perché dovremmo farlo.

Riguardo all’altro punto di cui parlavi nella tua lettera, cioè che ti meravigli di tanta strage di uomini, soprattutto Cristiani, in particolare di Polacchi, Moravi e Ungheresi, ti rispondiamo nello stesso modo di non capire nemmeno questo.

Tuttavia, perché non sembri che noi si voglia trascurare completamente la cosa, diciamo che ti si deve rispondere in questo modo: poiché non ubbidirono né alla parola di Dio, né al comandamento di Gengis Khan, né di Khan (Ogodei); e, tenendo grande consiglio, uccisero i nostri ambasciatori, per questo Dio ordinò di annientarli e li consegnò nelle nostre mani.

Del resto, se non l’avesse fatto Dio stesso, cosa avrebbe potuto fare un uomo a un altro uomo? Ma voi, uomini dell’Occidente credete di essere solo voi Cristiani e disprezzate gli altri. Ma come potete conoscere a chi Dio concede il suo favore? Noi adoriamo Dio, abbiamo con la fortezza di Dio devastato ogni terra dall’Oriente all’Occidente.

E se questa non fosse stata la fortezza di Dio, che cosa avrebbero potuto fare gli uomini? Ma se voi scegliete la pace e intendete consegnare a noi le vostre forze, tu, papa insieme coi potenti fra i Cristiani non tardare in alcun modo a venire da me per fare pace; e allora sapremo che volete la pace con noi.

Se però non credete a questa missiva di Dio e nostra e non ascoltate il consiglio di venire da noi, allora sapremo per certo che vorrete avere guerra con noi. Dopo di che ciò che avverrà noi non sappiamo, solo Dio lo sa.

 

 

Güyük  Khan, terzo imperatore.

Bisogna difendere la Costituzione: Bodrato non mancava di ripeterlo con forza.

Il 22 dicembre del 1947, l’Assemblea costituente, eletta un anno prima nello stesso giorno del referendum istituzionale, approva la Costituzione della Repubblica. I partiti che hanno votato quella Carta con una maggioranza che oggi sarebbe definita “bulgara” non siedono più nel parlamento. Ma i principi ed i valori sanciti dalla “Costituzione più bella del mondo”, che affonda le sue radici nella Resistenza, continuano ad essere un sicuro riferimento per il popolo italiano. Tuttavia siamo consapevoli che le grandi

trasformazioni verificatesi in pochi anni – in qualche caso impreviste e spesso irreversibili – stanno mettendo alla prova molte antiche convinzioni e fanno discutere anche l’ordinamento costituzionale.

 

 

 

Per questa ragione è bene partire dalla riflessione di alcuni politologi occidentali, secondo i quali  in tutto il mondo “stiamo assistendo al declino della democrazia ed al dilagare del populismo autoritario…”.  La globalizzazione e le straordinarie innovazioni che stanno mutando il mondo dell’economia e del lavoro, e lo stesso costume delle ultime generazioni, sarebbero all’origine della regressione della democrazia liberale; e tuttavia l’idea di recuperare sovranità con un ritorno al nazionalismo ed all’uomo forte sta diventando l’illusione da cui la democrazia – anche quella italiana – deve difendersi.

 

In realtà l’affermarsi del populismo autoritario nella Russia di Putin e nella Turchia di Erdogan ha una spiegazione: in paesi senza tradizioni democratiche, senza una vera opinione pubblica, con le elezioni i leader consolidano il loro potere personale; il plebiscito è uno strumento post-democratico, apre le porte alla dittatura ed è usato per confermarla.

 

Altri sono i pericoli che corre la democrazia nei paesi democratici dell’Occidente. Negli Stati Uniti gli elettori colpiti dalla crisi finanziaria del 2007 e “dimenticati” dai Democratici hanno votato Trump, e la destra repubblicana ha conquistato la Casa Bianca… Questa “rabbia popolare” non era del tutto imprevedibile. Sin dagli anni ’90, un autorevole editorialista aveva invitato i politici di Washington a riflettere sul solco che si stava approfondendo tra l’uomo della strada e l’establishment, ed aveva concluso mettendo in guardia sul rischio che correva la democrazia:“Un popolo che odia chi lo rappresenta rischia di perdere la libertà”.

 

Non solo in America, l’avversario diventa un nemico da distruggere, con il quale è impossibile dialogare. Anche nei paesi dell’Unione europea i movimenti populisti soffiano sulla paura dell’ondata migratoria, accusano i governi di impotenza nei confronti delle diseguaglianze prodotte dal liberismo, cavalcano in ogni occasione il giustizialismo; e propongono il ritorno ad un passato caratterizzato dalla “guerra civile” europea, nella illusione di recuperare una sovranità che è stata perduta proprio dagli stati nazionali…

 

Sinora i maggiori paesi della “Vecchia Europa” sono riusciti a reagire a questa regressione. In Francia l’onda lepenista, che ha conquistato la maggioranza dei voti operai, è stata fermata da un candidato “imprevisto”. Emmanuel Macron ha avuto il coraggio di andare contro corrente sulla questione più difficile: Europa. Aiutato dalla fortuna (che “aiuta gli audaci”) e da un sistema elettorale che ha giocato a suo favore, ha conquistato l’Eliseo. Ma in Austria, dove la destra estrema ha radici profonde, i conservatori sono stati costretti a governare con i nostalgici del nazismo: una alleanza che colpisce al cuore il progetto europeo. E riapre una contesa sui confini con l’Italia, come se non si fosse ancora conclusa la guerra del ’15/18.

 

E nei paesi dell’Est, già membri del Patto di Varsavia, si consolidano governi di destra che, con le loro politiche, mettono in discussione valori fondanti dell’Unione europea. L’Italia, dopo un referendum che ha diviso gli italiani su una proposta di riforma costituzionale che è stata respinta, è rimasta in attesa. L’incertezza, l’attesa, alimentano le paure, l’arma più efficace del populismo… In realtà nel populismo italiano si confondono tensioni anarchiche e tentazioni autoritarie. Il populismo è ciò che rimane della politica dopo il tramonto dei partiti di massa, partiti che avevano perduto credibilità e radicamento sociale ed avevano lasciato il campo all’indifferenza e all’antipolitica. Può vivere la democrazia senza partiti?

 

Il fatto su cui dobbiamo comunque riflettere riguarda la vitalità di una Costituzione che in occasione del referendum del 4 dicembre del 2016 è stata difesa anche da populisti  (penso in particolare ai 5Stelle) che fondano la loro strategia soprattutto sulla demolizione del passato della Repubblica. C’è una contraddizione nella posizione di quanti esaltano il sovranismo contro l’europeismo, ma riconoscono che il nazionalismo svolta fatalmente a destra e non dà risposte alle attese dei giovani; c’è una contraddizione in quanti si schierano per l’elezione diretta del premier contro la democrazia parlamentare, ma riconoscono che “un uomo solo al comando” è una minaccia per la democrazia; c’è una contraddizione in quanti propongono di vincolare i parlamentari al mandato, per impedire il dilagare del trasformismo, ignorando che l’art. 67 della Costituzione ha radici negli stessi valori costituzionali su cui si fondano l’indipendenza dei magistrati e la separazione dei poteri. Non si combattono i voltagabbana trasformando un parlamento di cittadini in un’assemblea di sudditi.

 

Un’ultima riflessione sulla crisi della nostra democrazia riguarda un tema caro alla tradizione dei cattolici democratici che hanno contribuito alla stesura della Carta del ’48 e sono stati educati a considerare l’azione politica “un servizio finalizzato al bene comune”. Sono incoraggianti le parole che papa Francesco ha dedicato al dovere dei laici cristiani di non restare indifferenti alla cosa pubblica, di mobilitarsi “per riabilitare la dignità della politica”, di incamminarsi “verso democrazie mature, partecipate, senza le piaghe della corruzione e delle colonizzazioni ideologiche”.

 

 

 

L’articolo è stato pubblicato sul settimanale della diocesi di Torino “La Voce e Il Tempo” (che dal 2014 ha unito i due precedenti giornali diocesani, “La Voce del Popolo” e “il nostro tempo”)

Le amicizie di Franco Rodano nella testimonianza del figlio Giorgio

[…] Ma c’è un altro tipo di testimonianza che posso invocare, quella delle amicizie. Il campo degli affetti è, come è ovvio, assai ampio; ma qui mi riferisco alle sole amicizie legate in qualche modo alla politica. Non sorprende certo che gli amici che militavano nel Pci fossero numerosi, in posizioni di vertice ma anche in posizioni di base. E non sorprende neppure che molti provenissero dal mondo cattolico, laici ed ecclesiastici, politici (anche esponenti della Democrazia cristiana) e persone impegnate in altre attività (mi piace qui ricordare almeno un nome, quello di

Piero Pratesi, grande giornalista e grande persona).

 

 

 

Ma c’erano amici che non appartenevano a nessuno di quei due mondi e provenivano invece da ambienti laici, in teoria molto lontani dagli ambienti dei comunisti e da quelli dei cattolici. Mi limito a due soli nomi, entrambi molto significativi. Il primo è quello di Ugo La Malfa, esponente di primo piano della politica italiana della seconda metà del secolo scorso. La Malfa frequentava casa Rodano e apprezzava il confronto e la discussione politica con mio padre. Ricordo che la nostra collaboratrice domestica di quegli anni lontani (si chiamava Norma) era capace di farne una gustosa imitazione che divertiva molto noi ragazzi.

 

L’altro nome è quello del grande banchiere Raffaele Mattioli, il più prestigioso esponente della finanza laica italiana del dopoguerra. Con Franco si erano conosciuti nel 1945, perché Mattioli aveva letto alcuni articoli di mio padre sull’industria pubblica e aveva voluto conoscerlo. Iniziò allora un rapporto molto stretto (ogni volta che Mattioli veniva a Roma si vedevano presso il ristorante “Il Buco” in via del Collegio Romano; ma non sono mancate le occasioni in cui Mattioli veniva a cena a casa nostra, magari per incontrare qualche esponente del Pci); un rapporto che è continuato fino alla morte di Mattioli (luglio 1973).

 

Oltre che come grande banchiere, Mattioli è noto per essere stato un generoso mecenate. E mio padre usufruì in più di un’occasione del suo aiuto. Questo fin dall’inizio, quando Mattioli gli trovò un lavoro all’Ufficio Studi della Banca Commerciale (mi hanno raccontato – non so se sia vero – che quando io nacqui mio padre era a Milano, e che tornò in fretta a Roma grazie all’intervento di Mattioli che gli aveva trovato un posto su un aereo militare). Anche in seguito, l’aiuto di Mattioli fu importante per la vita di mio padre. Lo fece collaborare allo Spettatore Italiano, un’importante rivista di cultura politica dei primi anni cinquanta (che lui finanziava) e soprattutto, negli anni sessanta, sostenne generosamente La Rivista Trimestrale, l’influente periodico di ricerca in politica ed economia diretto da Franco Rodano e Claudio Napoleoni. I lavori di mio padre comparsi su quella rivista sono densi e di impegnativa lettura, ma rappresentano la fonte più corretta e istruttiva del suo pensiero, soprattutto nella fase più matura della sua vita.

 

 

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Studio Ambrosetti, l’abbondanza di acqua è fondamentale per il PIL italiano.

Il 18% del pil Italiano, pari a 320 miliardi di euro l’anno, è generato grazie al contributo della disponibilità abbondante di acqua. È quanto emerge da un rapporto ‘Acqua: azioni e investimenti per l’energia, le persone e i territori’ realizzato da The European House – Ambrosetti in collaborazione con A2A, presentato oggi nell’ambito del Forum di Cernobbio “Senz’acqua non c’è futuro. Ma in futuro avremo sempre meno acqua. I cambiamenti climatici, gli sprechi e una gestione poco oculata hanno messo a rischio questa risorsa”, ha detto l’ad di A2A, Renato Mazzoncini.

 

 

Secondo lo studio in Italia sono necessari 48 miliardi di investimenti in 10 anni per la salvaguardia del ciclo idrico e della produzione di energia idroelettrica. “Il 2022 – ha aggiunto Mazzoncini – è stato un annus horribilis, abbiamoavuto la più grave siccità di sempre e abbiamo perso 36 miliardi di metri cubi d’acqua, con una rete di acquedotti che continua a perdere il 42% dell’acqua, contro una media europea del 25%”.

 

Nello studio, spiega Mazzoncini, “abbiamo stimato che una grande abbondanza acqua consente di fare attività economiche che valgono il 18 per cento del pil italiano”. Ma non solo: secondo le stime, “qualora ci fosse carenza d’acqua e non si facessero investimenti necessari a recuperarla almeno la metà”, l’Italia rischia di perdere “il 9-9,5 per cento” di pil nei prossimi anni ci vorranno 10 anni: “Vuol dire 1 per cento all’anno legato a scarsità d’acqua”.

 

Per Lorenzo Tavazzi, Partner di The European House – Ambrosetti, “gli effetti del cambiamento climatico si aggiungono ad alcune criticità strutturali che segnano la gestione idrica in Italia e che vanno opportunatamente e prontamente attenzionate”. Investire in adattamento e mitigazione del cambiamento climatico, ha chiosato, “è quindi cruciale, in un contesto in cui il cambiamento climatico sta già impattando significativamente il nostro Paese: nel 2022 le temperature sono aumentate fino a 2,0° C, mentre le precipitazioni cumulate si sono ridotte del 23,2%”.

 

Fonte: Askanews

L’Osservatore Romano | La dottrina sociale della Chiesa non trascura il benessere degli animali

Erminio Trevisi e Giuseppe Bertoni

 

La parola benessere deriva da ben-essere cioè “stare bene” o “esistere bene” e consiste in uno stato di equilibrio momentaneo e dinamico dal punto di vista biologico, psichico e sociale dell’essere umano (Organizzazione mondiale della sanità, 1948). Le evidenze scientifiche suggeriscono che tale condizione è percepita anche dagli animali, coinvolgendo la sfera psicologica e consentendo loro di esprimere i comportamenti tipici. Pertanto:

 

 

– La percezione del benessere è del singolo animale. L’uomo può interpretarla più o meno correttamente, basandosi su risposte oggettive, ma dovrebbe astenersi da valutazioni
antropomorfe.

– La percezione di ogni animale è influenzata da tante componenti che coinvolgono il sistema nervoso centrale. Così un animale selvatico risponderà in maniera totalmente differente rispetto a uno domestico, assuefatto alla presenza dell’uomo e alle condizioni di allevamento, pur in presenza delle medesime limitazioni.

– Nelle specie animali da tempo addomesticate, le reazioni dei soggetti sono diverse da quelle dei selvatici. La selezione genetica ha favorito la maggiore aderenza ai caratteri desiderati dall’uomo, tra cui la mansuetudine (si pensi alle razze canine selezionate per aggressività o docilità). Dunque i comportamenti degli animali domesticati — e le loro reazioni nei confronti dell’ambiente di allevamento — sono mutati e diversi da quelli originali.

– L’uomo-allevatore è motivato a favorire un elevato stato di benessere degli animali, poiché da ciò dipende strettamente la produttività immediata e futura (longevità). Il livello di benessere è importante per qualsiasi attitudine animale, dall’equitazione al lavoro di trasporto.

– Per definire il livello di benessere è cruciale individuare indicatori oggettivi e misurabili sugli animali. Se ne conoscono molti ma nessuno, da solo, può valutarlo pienamente.

– Solo la misura di più indicatori può quantificare il livello di benessere e suggerire come migliorarlo (evitando l’uso di pratiche che provocano sofferenza).

– Allevamenti razionali non causano sofferenza a priori, o non più di quanto avvenga nelle condizioni naturali dove ogni animale deve contrastare vari eventi che ne limitano le libertà e causano sofferenza e morte precoce.

– Elevati standard di benessere degli animali allevati hanno vantaggi per la salute umana (più alimenti nobili e salubri), gli animali e il pianeta (meno allevamenti e minore impatto ambientale), in sintonia col paradigma One Health e con il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (n°. 456) che richiama all’uso responsabile di tutte le risorse naturali (animali inclusi).

Erminio Trevisi *
e Giuseppe Beroni **
*Docente di zootecnia speciale all’Università Cattolica del Sacro Cuore
**Docente emerito di fisiologia animale

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 1 settembre 2023

Titolo originale: Il benessere degli animali

Mattarella, “sprovvista delle sue autentiche ambizioni, l’Europa non avrebbe ragione di esistere”.

Desidero innanzitutto ringraziare il Sindaco per avere esortato tutti noi presenti a un minuto di raccoglimento per il dolore per la morte di questi cinque lavoratori di questa notte. Tutti quanti – come il Presidente della Regione, il Sindaco di Torino che si sono recati questa mattina sul luogo, come tutti i Sindaci presenti, tutti i presenti – abbiamo pensato come morire sul lavoro sia un oltraggio ai valori della convivenza.

Grazie Sindaco per questa iniziativa, che richiama quanto sia importante la tutela del lavoro e della sua sicurezza.

Rivolgo un saluto molto cordiale a tutti i presenti.

E vorrei sottolineare quanto sia lieto, questa mattina, di rendere omaggio a una delle piccole Patrie che arricchiscono l’identità del nostro Paese e alle comunità che le abitano. Ciascuna di esse è essenziale per definirne i caratteri. Lo ha ricordato poc’anzi il Sindaco Cogno, citando la targa appena scoperta, con una scritta particolarmente felice: “Passa dai piccoli luoghi la grande storia e la speranza di pace che nutre l’Unione europea”.

 

Torre Pellice non è, certamente, un luogo remoto della Repubblica e non soltanto per il contributo fornito alla causa della libertà e a quella dell’Europa. Tra i tanti aspetti, assume significato che da qui provengono le origini dello stemma della Repubblica Italiana, disegnato da Paolo Paschetto, nato a Torre Pellice, e qui morto sessanta anni fa. Non fu un compito facile quello dell’artista valdese, sino al giorno in cui l’Assemblea Costituente approvò, nella seduta del 31 gennaio 1948, la versione definitiva che unisce la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia, simboli della volontà di pace della nazione, della forza e dignità del popolo italiano, del valore del lavoro nella vita della nostra democrazia. Mentre la stella rappresenta la continuità con il Risorgimento e, ancora oggi, indica l’appartenenza alle Forze Armate e quindi il loro legame di lealtà alla Repubblica.

 

La Repubblica volle già essere presente qui, con il Presidente Cossiga e con il Presidente Scalfaro, a testimoniare l’apprezzamento per le virtù civiche espresse in queste contrade sul terreno delle libertà e dei diritti. Perché fra le contrade in cui si è fatta la storia d’Italia, si inseriscono, a pieno titolo, queste vallate. Luoghi anche simbolici, in cui è possibile rintracciare i valori che la Repubblica ha saputo fare propri. Idealmente un filo lega fra posti apparentemente così lontani come l’isola di Ventotene e le Alpi. Lì un carcere dove vennero rinchiusi patrioti e qui gli spazi aperti della libertà. Il filo che li unisce è appunto la libertà.

 

A ricordarcelo sono due nomi che qui evochiamo con riconoscenza: Mario Alberto Rollier e Altiero Spinelli. A Spinelli, con il manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita”, dobbiamo quello che, severamente, definì non un sogno ma “un invito a operare”. A Rollier, nella cui casa di Milano prese forma, a fine agosto del 1943, il Movimento Federalista Europeo, dobbiamo la proposta di uno “schema di costituzione dell’Unione Federale europea”. Un contributo ispiratore di riflessioni per la Assemblea Costituente. In Piemonte, un altro ne venne recato da Duccio Galimberti e Antonio Repaci.

 

Piemonte, una Regione decisiva per la Liberazione dell’Italia e aperta alla causa dell’integrazione europea: e penso anche alle attività promosse dalla Consulta europea voluta dal Consiglio regionale. Vorrei ricordare, ancora, a questo riguardo, la Carta di Chivasso, del dicembre 1943, Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine, luogo di incontro tra i partigiani di queste vallate e quelli della Val d’Aosta, manifesto dell’autonomia e del pluralismo. Dopo la liberazione dal carcere di Ventotene e l’incontro di Milano, sulla strada verso la Svizzera, Spinelli è ospite della famiglia Rollier qui a Torre Pellice e pronuncia quello che viene ricordato come il suo primo discorso pubblico, come ha ricordato il Prof. Giordano, definendolo “Seme di una coscienza europea”. Da quel giorno partirà il percorso che, di lì a poco, porterà queste contrade alla scelta della Resistenza, quella contro l’invasore nazista e contro la reincarnazione del regime fascista che ne era al servizio.

 

Sono anche i giorni, in quel settembre 1943, della conclusione dei lavori del Sinodo valdese, che coincise con l’annuncio dell’avvenuto armistizio con le potenze Alleate. Siamo cioè, nel pieno di quella fase di transizione, convulsa e ambigua, che portò tante sciagure alla nostra popolazione. Fu una rottura nella storia dell’Italia, anche della stessa unità del Paese, con il Regno del Sud, da una parte, e il regime collaborazionista di Salò al Nord. L’8 settembre 1943 fu, però, anche l’ora del riscatto. Dei militari italiani che si batterono, a Porta San Paolo, a Roma, così come nelle isole del Mediterraneo, nei Balcani, pagando a caro prezzo la loro fedeltà alla Patria. Dei cittadini che da tempo avevano abbandonato ogni fiducia nei confronti degli stentorei e vacui proclami della dittatura di Mussolini.

 

Si fece strada, nel Paese, la coscienza di un nuovo inizio. La lotta di Liberazione, poi la Repubblica e la Costituzione, corroborano la riconquistata unità nazionale, la libertà e la piena partecipazione democratica, con il voto finalmente riconosciuto alle donne. Dopo la contraffazione operata dal fascismo, si comprese come il valore della Patria non si esaurisca nella aspirazione a una storia comune ma come rilevi la capacità di costruire il futuro del nostro popolo, di una comunità responsabile, espressione autentica dei valori dei cittadini del nostro Paese. Da qui, da Torre Pellice, accanto al “Pioniere”, furono stampati periodici come “La baita” e “La forgia” e i nuovi Quaderni di Giustizia e Libertà. E desidero anch’io salutare Giulio Giordano, giovanissimo partigiano di quegli anni e protagonista di quelle imprese.

 

Il 1944 è anche l’anno della prima edizione di “Stati Uniti d’Europa” di Mario Alberto Rollier. Alla sua figura ho fatto riferimento a proposito dello “Schema di Costituzione dell’Unione federale europea”, da lui proposta con l’idea di convocare un’apposita Convenzione per dotare l’Europa federale di un proprio Statuto. Un’iniziativa ripresa, all’inizio di questo millennio, con il tentativo – purtroppo fallito a causa dell’opposizione dei referendum francese e olandese – di dar vita a una vera e propria Costituzione d’Europa. Quanta lungimiranza in quegli anni della lunga vigilia che doveva portare alla conquista della pace in Europa! Consideriamo anzitutto il preambolo che, secondo Rollier, avrebbe dovuto caratterizzarla. Leggiamo: “Garantire a ogni uomo e donna i benefici di un’uguale libertà”; “perpetuare il governo del popolo, per il popolo, attraverso il popolo, nel nome dell’uguale diritto di ogni uomo di contribuire al governo di tutti”…Ancora, con una acuta sensibilità, interprete anche della storia di queste valli, all’art.1 “la libertà di coscienza e di culto, la libertà di opinione, la libertà di parola e la libertà di stampa sono garantite”. Con ulteriore visione preveggente e concreta, l’art.11: “Tutti i cittadini nati o naturalizzati negli Stati autogovernantesi dell’Unione sono contemporaneamente cittadini dell’Unione e dello Stato in cui risiedono e possono circolare liberamente in tutto il territorio dell’Unione federale”.

 

Da cosa nasceva questa spinta? Ricordiamo – dalla raccolta rieditata dalla citata Consulta europea – la frase posta sotto la testata del primo numero di quella che sarà poi, a lungo, voce del Movimento Federalista Europeo, pubblicato clandestinamente in Piemonte nel maggio del 1943. Ben prima, dunque, del Gran Consiglio che sfiduciò Mussolini e del successivo armistizio. Quel foglio, “L’Unità europea”, scriveva: “Alla fine di questa guerra l’unificazione d’Europa rappresenterà un compito possibile ed essenziale. La divisione in Stati nazionali dell’Europa è oggi il nemico più grave della impostazione e soluzione umana dei nostri problemi: la minaccia esterna, fantastica o reale, turba tutti i processi e apre la via a tutte le forze reazionarie, all’assurda marcia verso l’assurdo, verso la guerra, degli ultimi settant’anni”. Una causa promossa con vocazione di ampia trasversalità, come ci conferma la pluralità delle personalità che parteciparono alla fondazione del Movimento Federalista Europeo.

 

Ebbene, oggi parliamo – vivendole concretamente – di cittadinanza “europea”, di libera circolazione delle persone negli Stati di quella che, nel frattempo, è divenuta “L’Unione”. Parliamo dei valori di libertà e democrazia che contraddistinguono i suoi membri. Sembra di rileggere quanto veniva scritto allora. Un primo segno fu il Trattato di Londra del 1949 che diede vita al Consiglio d’Europa con sede a Strasburgo. Seguirono poi le iniziative dell’accidentato percorso di integrazione europea, evidenziate poc’anzi dall’on. Valdo Spini. Un cantiere permanente quello che caratterizza il percorso verso una “unione sempre più stretta” tra i popoli europei, come recita il preambolo della Carta dei diritti fondamentale della Unione europea. Veniamo da una stagione che ha visto l’Unione fortemente sollecitata a saper proporre soluzione politiche a questioni centrali per il futuro.

 

Guardiamo per un momento alle crisi attraversate o a quelle in corso: la pandemia, la crisi finanziaria, la guerra. Si ritiene forse possibile affrontarle fuori dall’Unione europea o con una Unione debole? È noto come nel processo di unificazione europea si sia, a lungo, dibattuto fra due prospettive o meglio, forse, fra due percorsi con la medesima prospettiva: la piena integrazione d’Europa. Quella federalista di Spinelli e quella funzionalista di Jean Monnet, messe in campo dal Ministro degli esteri francese, Robert Schuman. Certo, si è sovente presentata anche l’interpretazione, riduttiva, di una mera cornice di collaborazione economica, tuttora fatta propria da alcuni Stati membri. La battaglia di Spinelli si sviluppò poi nel Parlamento europeo, verso una vera e propria Costituzione europea. La sfida di fronte alla quale ci si è sempre trovati è quella della capacità di passare, coerentemente, dalle politiche adottate in sede comunitaria, alla loro traduzione in istituzioni. Si colgono qui sia i limiti dell’approccio funzionalista sia i passi concreti che ha permesso di fare. Nel tempo presente, si pensi al ruolo fondamentale e prezioso espresso dall’Unione su temi come quelli della salute durante il Covid (che pure non appartengono, strettamente, alla competenza comunitaria) e del rilancio delle economie, con i programmi del NGEU e del SURE, che permettono, anche al nostro Paese, di promuovere, fra gli altri, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

 

Contemporaneamente va osservato che passi avanti sul terreno federalista si riscontrano sin dal sorgere della prima importante tappa che apre al cammino europeo: la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio, lanciata da Schuman, in cui, con grande significato, si dà vita a un’autorità internazionale “indipendente dai governi”. Credo che sia evidente a tutti – o quantomeno a molti – come l’espressione di Spinelli “l’Europa sogno o invito a operare” si sia trasformata oggi in un dovere. Ho ricordato la questione della guerra portata dalla Federazione Russa all’Ucraina come la sfida di fronte alla quale si trovano oggi i popoli europei. Spesso la drammatica sofferenza delle guerre ha spinto verso nuovi equilibri e ordini internazionali.

Per restare al Novecento, è stato così con il Primo conflitto mondiale e la nascita della Società delle Nazioni. Così con il Secondo conflitto, con le Nazioni Unite e l’avvio del processo di integrazione europea.

 

In entrambi i casi, l’aspirazione era porre fine alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie, come recita la nostra Costituzione. E, a lungo, prima sul crinale della “guerra fredda”, poi della caduta della “cortina di ferro”, la stabilità è prevalsa. La nostra Costituzione, agli art. 10 e, soprattutto, 11, impegna l’Italia a promuovere e favorire le organizzazioni internazionali rivolte ad assicurare pace e giustizia fra le Nazioni. La pretesa che siano le guerre a disegnare gli equilibri corrisponde alla logica del prevalere del più forte sul più debole. La logica che ha condotto alle nefandezze del Novecento. Per uscire dalle quali sono state necessarie tenacia e risolutezza.

 

Alcide De Gasperi, ritenuto, a ragione, uno di Padri fondatori oltre che della nostra Repubblica anche del processo di integrazione europea, forte della sua esperienza di uomo di frontiera, osservava che “la principale virtù della democrazia è la pazienza. Bisogna attendere alle cose con tenacia e vigilanza, con la coscienza che le cose debbano sempre maturarsi”. La pazienza “di fronte alle lentezze dell’uomo”. L’unità europea è un’impresa in salita, dove alle difficoltà e alle visioni anguste si devono contrapporre fattori ideali e politici. L’unità europea è l’ambizione di completare uno storico percorso di innegabile successo. Sprovvista delle sue autentiche ambizioni, l’Europa non avrebbe ragione di esistere. Non potrebbe esistere. L’ambizione, in tempi di guerra, di conseguire presto la pace per un ordine internazionale rispettoso delle persone e dei popoli. L’ambizione, in tempi di pace, di preparare la pace del futuro, il suo consolidamento per la giustizia tra le nazioni e fra i popoli. È questa la permanente attualità dell’invito a operare di Spinelli.

 

Da raccogliere, in ogni stagione.

La Voce del Popolo | Centrodestra, troppa litigiosità in famiglia?

Prima o poi, potrebbe scoppiare la guerra civile nel centro-destra. O almeno, aprirsi una seria disputa sul da farsi. Se fosse, sarebbe una novità di non poco conto. Da quelle parti infatti vige una disciplina, o almeno una consuetudine, che tende a ricomporre i dissensi che pure esistono e ad offrire per quanto possibile un profilo di unità a beneficio dei propri elettori e dei propri interessi di governo.

 

Ora, però, si avverte qualche scricchiolio. Salvini è nel pieno di una campagna elettorale molto identitaria, tutta spostata verso la frontiera di destra. Il mondo che fu di Berlusconi è in discreto, silenzioso subbuglio. La Meloni tende a chiudersi nel fortilizio dei propri cari. E soprattutto la legge di bilancio che si profila non consente più di armonizzare le differenze contando sul favore della finanza pubblica.

 

Il fatto è che in tutte le coalizioni che si sono formate negli ultimi anni dalle nostre parti l’omogeneità è stata sempre piuttosto fittizia. E per quanto la retorica del gioco di

squadra si ostini a promettere alleanze ferree e discipline ordinate, le cronache segnalano piuttosto un certo disordine sotto il cielo delle maggioranze.

 

Finora il governo Meloni ha fatto eccezione (anche in virtù della forte spinta elettorale di un anno fa). Ma la regola della litigiosità in famiglia potrebbe prima o poi riprendere il sopravvento. Soprattutto se ci si continuasse a illudere che i temi controversi di questa stagione possano essere risolti senza averli elaborati. Insomma, per governare in pace servirà un chiarimento vero. Che per l’appunto non sarà tanto pacifico.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo – 31 agosto 2023.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’impegno dei cattolici popolari e democratici di fronte alla questione sociale

Non c’è alcun dubbio che esiste nel nostro paese una nuova, e persistente, “questione sociale”. Una “questione sociale”, come quasi sempre capita, che rischia di trasformarsi rapidamente in una questione di ordine pubblico. E, come da copione, le prime avvisaglie si sono già manifestate e non solo a Napoli e a Palermo. I tasselli principali, e più mediatici, su cui viene richiamata la maggior attenzione sono da un lato l’azzeramento del reddito e di cittadinanza e, dall’altro, la misura dei super bonus. Due misure che non hanno nulla a che vedere con la crescita, l’occupazione, lo sviluppo, l’equità sociale e il contrasto alla povertà ma solo e soltanto con la riaffermazione di una concezione selvaggiamente assistenziale e pauperista. Di norma, si tratta di escamotage legislativi e scelte politiche che rispondono ad una precisa strategia: ovvero, la piena affermazione del populismo antipolitico, demagogico e qualunquista. E, non a caso, si tratta di scelte patrocinate, pianificate e gestite dal partito leader del populismo anti politico per eccellenza: il partito di Grillo e di Conte.

Ora, il nodo politico di fondo non è quello di continuare a polemizzare con i populisti o con tutti coloro che hanno una concezione estremista e massimalista della politica. E, purtroppo, con chi teorizza la strategia politica del “tanto peggio tanto meglio”, come è platealmente evidente dalle ultime dichiarazioni di Conte e della Schlein. Semmai, e al contrario, si tratta di capire come è possibile affrontare seriamente e costruttivamente i temi – veri e tangibili – che emergono dalla società e che noi riassumiamo con il termine di “questione sociale”. E, traendo spunto dalla miglior tradizione del cattolicesimo sociale italiano e dalla cifra riformista che la caratterizzava – basti pensare alla cinquantennale esperienza della sinistra sociale di ispirazione cristiana della Dc – occorre far sì che il “dato sociale” diventi un elemento strutturale della stessa iniziativa politica.

 

La politica sociale, cioè, non può e non deve diventare un elemento secondario o un semplice orpello del progetto politico complessivo di un partito o di uno schieramento ma un asset centrale delle stesse politiche di sviluppo e di crescita di un paese. Perché l’alternativa a questo metodo e a questa impostazione politica è una sola: ed è quella praticata dai populisti da un lato e dai liberisti dall’altro. Ovvero, ridurre la “questione sociale” ad un fatto meramente e brutalmente assistenziale con tanti saluti a qualsiasi logica di sviluppo e di crescita complessiva di un paese. Perché se dovesse prevalere questa concezione e questa deriva inesorabilmente si trasformerebbe lo Stato in un ente di beneficenza e di assistenza per molti, se non per tutti i settori della società.

 

Una prassi radicalmente e strutturalmente antipolitica che unisce la logica “del tanto peggio tanto meglio” con la strategia della “mancia” generale ed indistinta. La strategia riformista, seppur attenta e vigile attorno ai temi che pone una rinnovata “questione sociale”, è esattamente l’opposto. E quindi, da un lato l’assistenzialismo e il pauperismo e, dall’altro, la crescita e lo sviluppo. O meglio ancora, da un lato le mance e i sussidi e, dall’altro, politiche concrete e mirate che riducono le sacche di povertà e contribuiscono, al contempo, a far partecipare anche e soprattutto i ceti popolari e meno abbienti alla crescita complessiva del sistema paese.

 

In ultimo, e per riassumere, in un campo i riformisti e nell’altro campo i populismi, in tutte le sfumature con cui si manifesta. Ecco perché i populisti quando governano creano disastri e generano le premesse per una progressiva ed irreversibile bancarotta dello Stato. Tocca, però, anche ai cattolici popolari e sociali farsi carico di una proposta politica che recuperi sino in fondo la cifra riformista e, soprattutto, la capacità di saper riscoprire quella cultura e quello stile della ‘sinistra sociale’ del passato che su questo versante conservano una straordinaria modernità ed attualità.

Inglese lingua universale? Eppure c’è spazio per la lingua degli italici.

Il 20 agosto La Lettura, inserto settimanale sempre interessante del Corriere della Sera, ha dedicato una pagina al tema della conoscenza delle lingue straniere da parte dei cittadini europei. Lo ha fatto pubblicando una rappresentazione grafica (c.d. visual data) dello stato di fatto in ordine al tema citato, dotata di note, richiami, citazione di fonti etc., ma incapace per sua natura di guidare il lettore verso una conoscenza del tema, efficace dal punto di vista della percezione visiva-conoscitiva

sintetica, ma priva di ogni inquadramento di contesto, di note di supporto storico e geografico, di avvertenze metodologiche, di raffronti tra dati percentuali e dati assoluti. Sarebbe stato opportuno anche aggiungere un benché fugace raffronto tra dati europei e mondiali, essendo le lingue, soprattutto in presenza di una sempre più accentuata mobilità degli esseri umani e delle merci e dellutilizzo perfino invasivo di strumenti e tecnologie di comunicazione, obbligate a favorire la conoscenza globale che trascende i confini fisici ed i rapporti istituzionali tra gli Stati ancorché federati in una aggregazione regionale.

Il tema indubbiamente interessa e sfida la nostra Associazione Svegliamoci Italici, di cui Piero Bassetti è Presidente ed io vice, poiché la nostra ambizione di creare progressivamente una Italica Global Community che raggruppi i circa 250 milioni di Italici sparsi nel mondo, accomunati dalla condivisione di conoscenza ed ammirazione per la civiltà italica, necessariamente fa i conti con il problema linguistico. Pensiamo infatti che il nostro obiettivo si potrà raggiungere offrendo come strumento di interconnessione, approfondimento, integrazione, una piattaforma telematica multilingue, capace di diffondere la cultura italica e valorizzare ulteriormente luso della lingua italiana, già oggi tra le lingue più parlate nel mondo tra quelle non obbligate per territorio di residenza o necessità di rapporti commerciali, ma scelte.

Cerchiamo per prima cosa di capire i dati riportati anziché limitarci a guardarli. Una media del 64,6% dei cittadini europei conosce almeno una lingua straniera, ed i nostri concittadini italiani se la cavano discretamente collocandosi sopra tale media, al 66,1%, prima dei francesi (60,1%), degli spagnoli (54,3%), e di altri 7 popoli ancora, ed infine degli inglesi (34,6%). Il raffronto statistico con lintera platea dei 34 popoli europei, vede lItalia molto penalizzata poiché superata da ben 24 di essi, tra i quali brilla la Lettonia dove il 95,7% degli abitanti parla una lingua straniera, con grande spazio per la lingua russa.

Ora, conoscere questo dato può interessare chi sta compiendo uno studio specifico sulla Lettonia, ma sicuramente poco incide sul conteggio di quante persone in Europa parlano una lingua straniera, poiché stiamo parlando di una popolazione di 1 milione ed 800 mila abitanti in tutto, ed identica o simile valutazione vale per molti altri Paesi considerati nella tabella (Lituania, Estonia, Cipro, Slovacchia, Slovenia, Macedonia del Nord, Lussemburgo, Croazia, Serbia, Malta, Finlandia) ognuno con un numero di abitanti che va dai 500mila ad un massimo di 5 milioni. Né viene fatto un cenno alla particolare situazione, che indubbiamente si riflette nei dati rilevati, di Paesi legalmente multilingue quali Svizzera e Belgio.  

Un raffronto inutile e fuorviante a fronte del quesito di base, rispetto al quale è da memorizzare solo il dato medio complessivo europeo: il 64,6% dei cittadini parla almeno una lingua straniera. Interessante è certamente sapere che la lingua straniera più parlata dagli europei è quella inglese, con la notazione maliziosamente ma utilmente aggiunta sulla pagina in questione, tramite larticolo sottostante la tabella ed intitolato Gli inglesi parlano solo linglese: pare infatti che solo il 34,6% dei cittadini del Regno Unito parli una lingua straniera, atteggiamento comprensibile, poiché essendo la loro lingua veicolo principale nei rapporti commerciali internazionali e strumento di servizioper una immediata comprensione nei rapporti interpersonali a livello mondiale, gli inglesi non vedono la necessità di impararne unaltra.  

Al di là delle impressioni ricavate dai visual data, esiste effettivamente una questione linguistica per noi europei, e lUE ha codificato da tempo dei principi base e delle regole di comportamento. I Trattati istitutivi del 1958 prevedevano 4 lingue ufficiali: francese, tedesco, italiano, olandese; dal 1973 entra poi come lingua ufficiale anche linglese, che diventa progressivamente egemone nonostante, o forse anche per questo, le lingue ufficiali siano ormai 24, ed ufficiale resta anche dopo la Brexit. Il tutto a fronte delle solenni dichiarazioni ufficiali dellUE ed i congrui stanziamenti destinati a favorire la progressiva adozione del multilinguismo, con vari strumenti, a partire dal programma Erasmus. Un processo, quello che rende linglese lingua predominante, che avviene gradualmente, prima sostituendola alla lingua italiana tra le c.d. lingue essenzialiper il lavoro interno delle Istituzioni Europee, e soprattutto con la adozione di fatto dellinglese come lingua di servizionel lavoro quotidiano della burocrazia europea.

Daltra parte, da parte dellUE che tutto regolamenta, neppure è stata tentata ladozione obbligatoria del multilinguismo nella comunicazione via web, o almeno una regolamentazione della stessa, lasciando alla casualità selvaggia la scelta di quali e quante lingue utilizzare. A chi assegnare la responsabilità di tale declassamento, se non allincuria dei nostri Rappresentanti negli Organismi Istituzionali dellU.E. ed ai funzionari italiani facenti parte del corpo burocratico dellUnione? Tutto ciò è avvenuto nonostante le periodiche esibizioni muscolaridel nostro Governo, e non solo a Bruxelles: basterà ricordare che, pur essendo lItalia (dato arcinoto e periodicamente sbandierato) il Paese con il maggior numero di Siti dichiarati Patrimoni dellUmanità, lelenco delle lingue ufficiali dellUNESCO comprende arabo, cinese, francese, inglese, russo, spagnolo, ma non litaliano. Nessuna contromisura ad un fenomeno sempre più evidente è stata messa in atto ed anzi è stata affossata velocemente la proposta a suo tempo (1982) avanzata dallallora Ministro dei Beni Culturali, on. Enzo Scotti, che puntava a creare un Raggruppamento istituzionale dei Paesi di lingua romanza-neolatina (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Romania) quale strumento attivo di promozione culturale e difensivo nelle sedi istituzionali multilaterali. Occorre pure aggiungere che lindubbia preponderanza delluso della lingua inglese, che diviene pressoché totalizzante nei linguaggi tecnici, scientifici, mercantili, non comporta che chi la utilizza venga a contatto con la cultura anglosassone e tanto meno che ne diventi conoscitore ed estimatore, condizione che fortunatamente si verifica per i c.d. cervelli italiani in movimento attivi negli ambienti delle Università, della ricerca scientifica, del management internazionale.

Dalle analisi che gli Istituti di ricerca hanno prodotto sul rapporto tra italiani e lingua inglese, parrebbe poi emergere una carenza qualitativa nelluso di tale lingua, cosa che andrebbe verificata e corretta, anche con una maggiore qualificazione dei docenti, dai Responsabili dellIstruzione Pubblica, visto che ormai dal 1970 le cattedre di lingua inglese nelle Scuole italiane sono numericamente maggioritarie, contrariamente al periodo precedente che le vedeva minoritarie rispetto a quelle di lingua francese, tedesca e spagnola. Comunque, indubbiamente, linglese è ormai lingua straniera predominante, in Italia come altrove, anche se sopravvivono significativi spazi per altre lingue, in ambiti specialistici.

Una predominanza, quella della lingua inglese che, per forza dinerzia e per pigrizia dei vertici istituzionali e dei burocrati, come sopra evidenziato, rischia di diventare egemonia assoluta senza peraltro che essa sia accompagnata da una contestuale crescita di conoscenza della cultura anglosassone. La risposta a ciò non può essere di tipo sovranista: la difesa della lingua nazionale da parte dei singoli Stati è una risposta illusoria se lobiettivo è contrastare la diffusione dellinglese come lingua di servizio; è invece corretta, anche se talvolta insufficiente e in prospettiva futura in parte inefficace, se come avviene nel caso del nostro Paese, le azioni messe in atto dagli Istituti Italiani di cultura allestero, dalla Dante Alighieri, da Entità pubbliche o private, per rispondere alla richiesta di conoscenza della nostra lingua mediante il suo insegnamento, sono rafforzate se collegate con qualcuna tra le varie espressioni della cultura italiana, sia antica che contemporanea e del nostro modo di vivere.

A questo principio è pure ancorata la politica linguistica adottata dallUnione Europea, nella consapevolezza che la costruzione dellEuropa unita dipende sicuramente anche dalle conoscenze linguistiche dei suoi abitanti; infatti, se vogliamo che i nostri futuri cittadini sappiano vivere in una Europa multilingue ed apprezzare la grande diversità linguistica e quindi culturale, è necessario che conoscano più lingue. LUE sulla base delle conclusioni del Vertice di Göteborg del 2017, raccomanda che entro il 2025, tutti i giovani europei che concludono un ciclo di studi superiori, dovranno avere una buona conoscenza di due lingue oltre la propria; allo stesso tempo dovrà essere garantita la sopravvivenza delle lingue locali e dialettali, testimonianze significative di culture e storie antiche.

Questo lo stato di fatto in Europa. Per lo più riscontrabile anche a livello mondiale, con qualche peggioramento dove non giungono le cautele normative che lUE si è data ed il campo è libero per ogni scorrettezza da parte dei grandi gestori dei nuovi media, delle nuove tecnologie, per la conquista dei mercati globali. Quindi ancora inglese, basico, elementare, di servizio, senza alcun riferimento culturale. Sovrastante una realtà linguistica mondiale che vede coesistere gli effetti della crescita demografica cinese ed indiana con le realtà di aree post-coloniali, più o meno consolidate (spagnolo, francese, portoghese), e che prima o poi subirà un radicale cambio a seguito della prevedibile convergenza verso una lingua scelta come veicolo comune, da parte delle popolazioni di vaste aree in Africa e Asia che tuttora usano lingue tribali, oppure poco radicate e prive di tradizioni culturali, tendenza di cui possiamo scorgere un preannuncio nel frequente ricorso alluso dellinglese in India, per superare la frammentazione degli idiomi locali.

Un contesto mondiale, confuso ed in sommovimento, nel quale la lingua italiana continua a mantenere una posizione significativa grazie al forte e tenace rapporto con essa e con le sue diversificazioni dialettali, da parte degli italicisparsi nel mondo, e grazie alle peculiari caratteristiche che hanno permesso alla lingua italiana di esistere per due millenni, prima quale unico elemento di continuità diretta, assieme al diritto, dallImpero romano dopo il suo disfacimento, poi quale lingua comune e simbolo del Rinascimento, e poi  in seguito  come essenziale carsico legame, nonostante il frazionamento istituzionale del territorio, e di conseguenza delle leggi, delle consuetudini amministrative, dei dialetti, tra i tanti popoli convissuti nella Penisola fino al 1870. Due millenni nei quali la civiltà italicaè stata lelemento talvolta inconsapevole di caratterizzazione ed unione degli abitanti della Penisola, abituandoli al riuso di tradizioni, usi ed invenzioni del passato, allaccoglimento nel sentire comunedi apporti innovativi da parte di nuovi abitanti, anche se invasori, e dellibridazione con culture differenti, il tutto sostenuto dalla condivisione della religione cattolica. E così la Penisola è riuscita ad apparire pur sempre unitaria nellimmaginario collettivo, ed essere patria vocativa di una comunità culturale diffusa in tutta Europa, sorretta dalla forza della parola e della letteratura, del modo di essere e di porsi, dellarte e delle invenzioni, della assimilazione del nuovo.

Lunità linguistica degli italiani, da latente si è trasformata in effettiva e visibile, in due tappe. La prima, subito dopo lunificazione, con la scelta lungimirante della Monarchia Sabauda di tollerare la sopravvivenza dei tanti dialetti locali, assegnando il ruolo di lingua progressivamente unitaria e caratterizzante a quella parlata in Toscana, rinunciando in questo caso allimposizione del modello piemonteseadottato per la pubblica amministrazione, le leggi e lesercito. La seconda, nellItalia repubblicana dopo la Seconda guerra mondiale, con concrete politiche di sostegno alla alfabetizzazione generale ed alla scuola dellobbligo, nonché attraverso le potenzialità offerte dallavvento dello strumento televisivo, attuate prima con la Telescuola(1958) a favore dei giovani residenti in località sprovviste di Scuole secondarie, e poi con il programma Non è mai troppo tardi (1960) indirizzato agli adulti analfabeti. Il resto lhanno fatto la musica, le telecronache degli eventi sportivi, la Messa domenicale in italiano a partire dal 1970, le Tribune politiche seguitissime, i programmi di intrattenimento. E nel frattempo, in maniera spesso spontanea, è continuata la scelta emotiva e culturaledella lingua italiana da parte di milioni di stranieri affascinati dalla più varie espressioni della cultura/civiltà italica, compensando il minor uso della lingua (per la verità soprattutto dialetti) degli antenati da parte delle nuove generazioni di italo discendenti residenti allestero e progressivamente integrati nei contesti locali.

Occorre aggiungere che laccentuata mobilità favorisce sempre più un massiccio afflusso nella Penisola di turisti desiderosi di avvicinarsi, visitandola, alle sue bellezze e cultura, ma né i turisti sono attrezzati dal punto di vista linguistico, né lo siamo ancora abbastanza noi per accoglierli; né il problema sarebbe risolto da una generale interlocuzione in inglese basico, che, se anche avvenisse per la soluzione dei problemi essenziali, non fornirebbe certo lopportunità di un avvicinamento del turista alla nostra cultura. Noi italiani, infatti, abbiamo altri valori ed obiettivi da salvare attraverso la nostra lingua, al di là del facile accesso alle transazioni internazionali e la comunicazione interpersonale resa più semplice con ladozione di un linguaggio semplificato ed essenzialmente tecnico.

La terza tappa o terza fase che dir si voglia, di cui lesempio della accoglienza turistica è il preannuncio, è quella che riguarda il futuro, della nostra lingua in rapporto al domani dellEuropa e del mondo. Un futuro da immaginare e preparare dimenticando i confini fisici dello Stato italiano ed assumendo unottica italica. Il tema italicità è un grandangolo nella cui visione può stare tutto, tutte le particolari visuali, addirittura sia del passato che del futuro, e può comprendere tutte le discipline sia umanistiche che scientifiche, toccando e qualificando tutti quei variegati settori che concorrono a formare il soft power italicoapprezzato e riconosciuto in ogni continente. È tuttora valida la lezione insita nel discorso del Presidente Mattarella agli Stati Generali della Lingua italiana nel mondodel 23 ottobre 2018:

“…Valorizzare la propria cultura, di cui la lingua è espressione, non è esercizio statico e conservativo. Non si tratta soltanto di tutelare una ricchezza incastonata nella storia, ma di far vivere un patrimonio vivo, pratico, multiforme, con articolazioni che spaziano dai registri più alti agli usi più quotidiani e comuni. La sfida oggi è, esattamente, come far fiorire la nostra lingua e cultura nel tempo della mobilità, in cui cioè, accanto alle comunità territoriali, sorgono comunità globali, talora solo virtuali, legate da linguaggi peculiari. Le reti dellitaliano nel mondo vanno dunque certamente al di là di accezioni consuete ed includono italiani, italofoni ed italofili: quella grande comunità di italici ai quali Piero Bassetti, non da oggi, chiede di rivolgere i nostri sforzi e la nostra attenzione. A chi appartengono lingua e cultura italiane? Per definizione ogni cultura ha natura e vocazione universale, dunque non ha confini. La civiltà italica ha influenzato ed è alla base di numerose altre civiltà. E poiché ciascuna lingua è veicolo di rapporti sociali, di arte, di diplomazia, di affari, di identità, lintensità di rapporti raggiunta ormai a livello internazionale, suscita, per quanto riguarda la civiltà italica, un crescente interesse ed una vera e propria fame di Italia.…”.

La terza fase che si intravvede quindi per la lingua italiana, è coerente con la necessaria prospettiva, a livello globale, di un generalizzato multilinguismo funzionale, dove c’è spazio per linglese come lingua di servizio, per lo spagnolo, il francese, il cinese, litaliano, come lingue aggreganti di macroaree geoculturali, e di molte altre lingue identitarie più o meno diffuse: una innovazione impegnativa anche dal punto di vista economico, se come auspicabile, comporterà modifiche significative nei percorsi scolasticiad ogni livello, innovazione già autonomamente messa in atto dai tantissimi giovani italiani che hanno inserito la mobilità accentuata, soprattutto intraeuropea, nel loro modello di vita, innovazione che con laffievolimento delle barriere linguistiche creerà più consapevolezza di Europa, anche grazie al ricongiungimento linguistico/culturale con i3 milioni di italiani residenti (AIRE) allestero ed i milioni di italo discendenti che stabilmente vivono in Europa, creando anche le condizioni, utili già in occasione delle imminenti elezioni del Parlamento Europeo, per lidentificazione e riconoscibilità di un vasto bacino di elettorato transnazionale italico.

Quale spazio, in conclusione, resta per una ulteriore espansione della lingua italiana? Un grande spazio, se oltre a proseguire e rafforzare le azioni di sostegno già in atto nei vari Continenti, e ad approntare una efficace politica di formazione linguistica e civica dei futuri nuovi italianigiunti in Italia per scelta o per necessità, si avrà laccortezza di accompagnare, con una sorta di kit multilingueche oltre a tradurre il testo italiano, riesca a dare sinteticamente una immagine dellItalia, ogni espressione ed ogni manifestazione del nostro soft powernei più vari ambiti culturali e produttivi, liberandoci di ogni possibile presunzione di autosufficienza.  

I 100 giorni sono diventati 200 e Cleopatra Meloni naviga sola

LI 100 giorni con i quali avevamo dato appuntamento alla regina Cleopatra Meloni per vedere come va sono diventati 200 in attesa di vedere qualcosa di nuovo allorizzonte. E niente, la navigazione del bastimento Cleopatra ha proceduto stancamente tra secce e mare aperto, secondo una rotta già conosciuta e battuta da altri bastimenti.  Certo una condotta prudente è sempre consigliabile e se si è alle prime armi non conviene davvero prendere rischi inutili; molto meglio smussare ogni possibile ostacolo che si presenti limitando i danni, aggirandolo se si può.

Però, e c’è un però anche in questa lenta stanca navigazione, i sostenitori a terra (ricordate? sono quelli festanti alla partenza ma altrettanto scaltri da non salire a bordo) hanno iniziato a lamentarsi a voce alta, così alta che quando il bastimento costeggia la costa le grida iniziano a sentirsi. Sono gli scontenti di sempre, di ogni governo, si dirà; certo ogni governo ha il suo codazzo di scontenti, ma costoro in questo specifico caso sono i pretoriani di quel Cesare che ha armato il bastimento della Regina Cleopatra e hanno un valido motivo per lamentarsi dei mancati risultati.

Diverso il caso di quelli che sdegnati per la scelta di Cesare, si sono voltati dallaltra parte pronti al minimo ostacolo ad ingigantire a proprio vantaggio le inezie della difficile navigazione. Questo atteggiamento alla lunga non ha giovato perché, come recita la favola di Esopo , a forza di gridare al lupo al lupoe sulla fine che fanno coloro che poi non vengono presi sul serio, si cominciò a pensare che tutto sommato la Regina Cleopatra non stava navigando male e le sue politiche in ogni modo erano lunica soluzione possibile in un momento difficile e di crisi.

Di questo orientamento, non palese ma sotterraneo, la Regina Cleopatra, scaltra e fine politica, ne carpì lessenza facendone un suo mantra: da lo abbiamo ereditatoal non possiamo fare di più” è tutto un susseguirsi di probabili giustificativi, vicini molto vicini alla verità, su cui come mosche cieche si sono gettati i suoi nemici, confutando ogni affermazione e rimanendo così attaccati alla carta moschicida della trappola predisposta.

La navigazione per questi lunghi 200 giorni si è così svolta serenamente tra il lancio di un foglio di carta moschicidadal bordo del bastimento e una zuffa senza pari tra mosche alla ricerca della confutazione più corretta delle politiche della Regina Cleopatra. La verità dei fatti non interessando nessuno, poteva benissimo essere ignorata. Perché questo bastimento la Regina Cleopatra Meloni lo governa bene, ma certo non può nascondere i colpi allo scafo che hanno prodotto i banchi di sabbia incontrati lungo la costa né le onde forti in mare aperto. Nella navigazione di costa (in casa propria per così dire) e in mare aperto (con le altre regioni dellimpero) il bastimento non sempre ha retto i colpi, ed è venuto il momento di una riparazione al fasciame se non si vuole arrivare alla falla.

E la falla si chiama, cambusa vuota equipaggio affamato e approdo sicuro ancora lontano. Vengono strane notizie dal bastimento; il cambusiere lamenta la carenza di cibo fresco e la esiguità delle scorte che i pretoriani di Cesare leggono come ci servono più soldi per comprare il cibo fresco e riempire la cambusa e quindi per ora le vostre richieste stanno al palo; lettura giusta ma che può far infuriare più di un pretoriano. Gli ufficiali di bordo avanzano le loro richieste ciascuno guardando ai propri interessi, il che non è un male di per sé, ma lo diventa se non vi è una visione comune sulla rotta da seguire. Lequipaggio non si nutre bene da settimane e presto si ammalerà di pellagra, se non si ammutina prima. Significa cercare un porto il più presto possibile e rinunciare per adesso al porto sicurodisegnato sulle mappe.

Alla la Regina Cleopatra, da sola nella sua cabina di capitano, conviene inviare un messaggero che consegni a Cesare un messaggio semplice e conciso, sul da farsi, prima ancora che le onde del mare aperto aprano una falla nello scafo e mandino in malora il suo viaggio e pure il nostro. Sulla rocca della Gallia, il bardo di Asterix (lo ricordate a ottobre 2022, con il suo siamo qui se ti serve una mano?) guarda in lontananza la nave e canta.

Gabon, un nuovo golpe in Africa francofona: incalza l’alternativa al neocolonialismo.

Nella giornata di ieri, 30 agosto, si è infranta la coltre di silenzio sul Gabon, che perdurava dallo scorso 26 agosto, giorno in cui si sono tenute le elezioni presidenziali, svoltesi in un contesto di chiusura e di isolamento verso l’esterno, e di cui solo ieri sono stati resi noti ufficialmente i risultati, favorevoli al presidente uscente Ali Bongo Ondimba che però è stato deposto immediatamente dopo l’annuncio dell’esito delle elezioni, che sono state annullate, da un colpo di stato militare e messo agli arresti domiciliari. Subito dopo è stata ripristinata internet e hanno ripreso a fluire le informazioni. Non si segnalano episodi di violenza nonostante la forte tensione e le accuse di brogli rivolte a Ali Bongo da parte del suo principale sfidante Albert Ondo

La famiglia Bongo detiene la presidenza del Gabon da 56 anni ininterrottamente, dal 1967 al 2009, con Omar Bongo, padre del presidente deposto Ali Bongo il quale ha governato nei 14 anni successivi. I presidenti Bongo hanno garantito relazioni piuttosto amichevoli tra Gabon e Francia. Quest’ultima è molto presente nello sfruttamento delle ingenti risorse naturali di cui dispone il Paese africano.

Il Gabon è situato sulla costa atlantica dell’Africa centrale, ha una superficie poco più grande di quella della Romania ma ha appena 2 milioni e mezzo di abitanti. Il suo territorio interno, quasi interamente ricoperto da una fitta vegetazione equatoriale, rimane ancora tra i più inaccessibili dell’Africa. Ma è ricchissimo di materie prime come petrolio, gas, carbone, uranio, manganese. Il Gabon è il quinto paese produttore di petrolio in Africa, con il settore petrolifero che rappresenta circa il 50% del suo Pil e l80% delle esportazioni. Eppure nonostante una popolazione esigua e ingentissime ricchezze naturali, superiori addirittura nel complesso a quelle delle petro-monarchie del Golgo Persico, la gran parte del popolo gabonese non è ancora riuscita ad uscire dalla povertà.

Le reazioni internazionali al golpe militare in Gabon, capeggiato dal generale  Brice Oligui Nguema, a capo del “Comitato per la transizione e il ripristino delle istituzioni”, che sostiene di rappresentare unitariamente le forze di difesa e di sicurezza, sono accomunate dalla richiesta di evitare ogni spargimento di sangue e di tornare al più presto a una situazione di normalità istituzionale. Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina sembrano convergere, inoltre, nell’esprimere preoccupazione per la stabilità dell’Africa sub-sahariana e dell’Africa centrale. Con il golpe avvenuto ieri a Libreville, dopo appena un mese da quello in Niger, sono saliti a dieci i colpi di stato negli ultimi tre anni in quell’area.

A testimonianza del fatto che l’aspirazione di molti popoli africani a superare le forme ancora esistenti di neocolonialismo e a riapproppriarsi delle loro risorse si diffonde in un tempo in cui l’Africa sta ritrovando un suo protagonismo politico e in cui nuovi equilibri geopolitici globali consetono anche a stati di medie o piccole dimensioni di far valere il loro diritto allo sviluppo attraverso rapporti economici e finanziari più equi e rispettosi delle identità e delle culture locali.

Anche attraverso questi vari traumatici cambi di regime, pur in sé deprecabili,  passa una esigenza di cambiameto che l’Italia e l’Ue devono saper interpretare, al di là di nuove anacronistiche logiche di blocchi. Molti stati africani cercano alleanze a geometrie variabili, multi-allineamenti in funzione di un percorso di sviluppo di cui loro vogliono definire le tappe e i modi. Quello che non è più pensabile nel mondo attuale è l’idea di poter mantenere rapporti così sfavorevoli, come nel caso del Gabon, verso la parte africana, già contrastati al suo tempo da Enrico Mattei, che non sono più tollerabili da questa generazione di africani e non lo devono essere anche da noi occidentali.

Smart working, cosa possono fare i docenti certificati come lavoratori fragili?

La legge 3 luglio 2023, n. 85 – “Proroga dei termini in materia di lavoro agilediniziativa del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha rinnovato il lavoro agileper i lavoratori pubblici e privati, fino al 30 /09/2023. È stato inoltre prorogato al 31 dicembre 2023 il diritto di svolgere la prestazione lavorativa in tale modalità per:

i lavoratori dipendenti del settore privato che abbiano almeno un figlio, minore di anni 14, a condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito, in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa e che non vi sia genitore non lavoratore;

  i lavoratori dipendenti che, sulla base delle valutazioni dei medici competenti sono più esposti a rischio di contagio dal virus SARS-CoV-2, in ragione dell’età o della condizione di rischio derivante da immunodepressione, da esiti di patologie oncologiche o dallo svolgimento di terapiesalvavita o comunque da comorbilità che possano caratterizzare una situazione di maggiore rischio, accertata dal medico competente.

In ogni contesto lavorativopubblico o privato laccordo tra datore di lavoro e dipendente non incontra difficoltà oggettive. Allinizio dellanno scolastico si pone invece ancora una volta per i docenti della scuola dellinfanzia e per i collaboratori scolastici una situazione particolare finora irrisolta: quale tipo di lavoro agile possono svolgere a domicilio nel periodo assegnato dal medico competente? Questi che citiamo ad esempio sono profili di lavoro allatto pratico non convertibili nella stessa mansione lavorativa domestica.  

Per i primi non si può parlare di DAD data letà dei loro alunni, per i secondi ci si chiede se nel loro mansionario si rinvenga un qualche lavoro che possano effettuare da casa.

Solo il Governo Conte va dato atto – aveva istituito la tutela dellequiparazione dello stato di malattia in condizione di fragilità accertata al cd. ricovero ospedaliero: lonere di tale soluzione era equivalente a quello patrocinato dal Ministro del lavoro ora in carica.

Infatti, in condizione di assenza del titolare si deve provvedere alla nomina di un supplente, quale che sia la fattispecie giuridica dellassenza, se per fare smart workingo per essere posto in stato di malattia. Stiamo naturalmente parlando dei lavoratori fragili certificati tali in quanto le loro patologie sono comprese nel DM Salute del 4/2/2022. Poiché durante lo scorso anno scolastico si erano verificate situazioni diverse da istituto ad istituto, per la maggior parte dettate dal buon senso comune che ispirava laccordo tra le parti alla ratio della legge, che poi altro non è che la considerazione della condizione di fragilità certificata, in altre ma in misura minoritaria, fino allassegnazione di incarichi gravosi, come il trascorrere ore ed ore in connessione con la scuola o i promotori dei corsi di formazione previsti dal PNRR, che si accavallano tra di loro in quanto ad orario e calendario di svolgimento fino a creare contesti spazio-temporali incompatibili, verificandosi per questo incomprensioni, attriti e contenziosi.

Dato che la spesa pubblica non cambierebbe ci vuole tanto a capire che applicare il metodo-Conte risolverebbe ogni situazione problematica senza aggravio per le casse dello Stato? Non si può costringere i Dirigenti scolastici al ruolo di organi inquirenti di polizia né tantomeno si può obbligare un immunodepresso ad ore continuative di connessione fino allo svenimento davanti alla tastiera del PC. Siamo curiosi di sapere se la soluzione sperimentata dal Governo Conte potrà essere adottata in via di autotutela con senso pratico e celerità.

Il cuore batte al centro: la politica della CDU nel futuro della Germania.

La CDU è una delle ultime esperienze in Europa riconducibili al genere di partito popolare di matrice cristiano democratica. Negli ultimi tre decenni, caratterizzati dallo storico cambiamento del nostro continente – dalla fine della cortina di ferro fino alla matura progressione dell’unità europea – molti partiti fratelli sono scivolati nellinsignificanza o si sono completamente dissolti; invece, nellarco di questi stessi decenni, Helmut Kohl e Angela Merkel hanno assicurato alla CDU il profilo di forza di governo e di maggioranza grazie a una scelta di

modernità, con una politica di centro e quindi di equilibrio. Ciò dovrebbe contraddistinguere lorientamento programmatico della CDU.

Per quel che ci riguarda, un eccellente punto di partenza è dato dalla visione cristiana dell’uomo. I principi fondamentali – personalità, sussidiarietà, solidarietà e tutela della creato – non hanno perso nulla della loro attualità. Forniscono le basi per rispondere alle grandi domande del nostro tempo.

La democrazia cristiana pensa la politica a partire dalle persone. Ogni uomo merita di essere riconosciuto nella sua dignità, ogni uomo porta con sé abilità e talenti su cui possiamo fare leva. Crediamo che la politica, leconomia e la società esistano per l’uomo, non il contrario. La CDU è forte quando tende ad amalgamare gli opposti, a superarele divisioni e a trovare il giusto punto di equilibrio. Quindi, ilrispetto nei riguardi delle persone deve manifestarsi appieno nella concretezza dellagire politico, talché le decisioni devono prendere le mosse dalle condizioni di vita reale. E in politica abbiamo bisogno di un po’ più di umiltà.

Mettere i bambini al centro dell’attenzione

Un partito popolare di matrice democratico cristiana deve aver presente i bambini in quanto tali. Non conta da dove venga un bambino, che colore abbia la sua pelle, a quale religione appartengano i suoi genitori. Sono tutti nostri figli, da qui viene la formula del family first. Per i bambini la famiglia è lo spazio di vita e di apprendimento più importante. Ecco perché dobbiamo assumere le nostre decisioni prima di tutto con le famiglie, rafforzandole ovunque possiamo.

È necessario che questa scelta si applichi a vari livelli, ad esempio nella conciliazione tra famiglia e lavoro, negli sgravi per gli assegni familiari e le indennità fiscali, nella riduzione del carico burocratico ai fini dei benefici familiari, nellacquisto di unità immobiari che abbiano spazi adeguatiper i figli.

Tuttavia le condizioni di vita stanno cambiando, sono più diversificate. Oggi in Germania vivono 1,6 milioni di genitori single, per lo più donne, con figli sotto i 18 anni. Spesso anche per le famiglie dove sono presenti entrambi i genitori è abbastanza difficile conciliare tutto. In ogni caso, per i genitori single l’equilibrio quotidiano è una sfida ancora più grande. Molti single – sempre con le donne in prima filadevono sbarcare il lunario senza che l’altro genitore contribuisca. Questi genitori single hanno bisogno di una buona e affidabile assistenza per la cura dei bambini, possibilmente vicino a casa. Dunque, in quanto partito della famiglia, la CDU mette al centro proprio i genitori single dobbiamo essere noi il loro avvocato politico.

Politica delleducazione finalizzata a uno scenario di promozione sociale

In Germania siamo noi il partito dell’educazione perché abbiamo un orientamento che fa i conti con la realtà, non è legato al capriccio di rappresentazioni a sfondo ideologico. Prendere di petto la realtà può portare ad alcune scoperte molto amare. Innanzi tutto, a livello di istruzione la Germania versa in uno stato ben peggiore di quanto molti si aspettino. Se nella scuola primaria un bambino non riesce a seguire le sue maestre o i suoi maestri, allora l’azione educativa è finita prima ancora di iniziare. Insomma, dobbiamo prenderci davvero cura dei bambini che hanno difficoltà nei primi anni di scuola. Saper leggere, scrivere e far di calcolo non deve tradursi nella nostra società infattore di disuguaglianza.

Seconda scoperta: per rappresentare correttamente le condizioni in cui vivono questi bambini, dobbiamo anche rompere come CDU con lastrazione di un quadro onirico. Quando si tratta di pari opportunità nell’istruzione e nel lavoro, per molti bambini la sola famiglia di appartenenzanon basta a garantire laiuto necessario.

Subentra dunque lesigenza di sostegni statali, di assistenza e di istruzione. In tutti questi ambiti, volendo adempiere con lattività di formazione alla promessa di crescita sociale, è richiesto lintervento dello Stato.

La sussidiarietà come nucleo della nostra politica economica

La politica cristiano democratica vuole garantire alle persone lo sviluppo integrale alla luce dei diversi talenti e delle diverse capacità. Per questo è necessario che in parte lo Stato e la politica facciano un passo indietro, per intervenire ancor più risolutamente laddove le persone si misurano con i propri limiti e non possono far conto solo su se stesse.

Del resto, la priorità è assegnata allauto-organizzazione e allentità sociale possibilmente più piccola quale condizione per affrontare i problemi e assumersi le proprie responsabilità. Dobbiamo nuovamente prendere sul serio, come cristiano democratici, questo aspetto fondamentale della nostra posizione politica, tanto nelleconomia quanto nella pubblica amministrazione.

Il nostro paese possiede una struttura economica robusta. Nutriamo fiducia nell’inventiva e nel senso di responsabilità sociale delle aziende, specie quelle a conduzione familiare, le PMI e le imprese artigianali. L’eccessiva regolamentazione e la burocrazia dilagante sono segni di uno Stato apprensivo e arrogante, sospettoso e invadente.

Incentivi fiscali alle imprese

Anche qui abbiamo bisogno di più fiducia nelle persone: inchiniamoci di fronte alle loro capacità, alle loro esperienze di vita e ai loro risultati. Al momento di tassare le imprese, lo Stato deve usare nel suo stesso interesse un podi prudenza. Il capitale per l’innovazione è necessario alleaziende, tant’è che gli incentivi fiscali costituiscono una leva per investimenti a ciò finalizzati.

La promozione sociale attraverso la politica scolastica, la coesione sociale, la sicurezza nelle città e nelle zone rurali, un clima più apprezzabile – e perciò la protezione dell’ambiente: ecco, la base per realizzare tutto questo è sempre un’economia stabile con posti di lavoro ben pagati. Qui si materializza l’economia sociale di mercato, ed è quello che la CDU rappresenta. Leconomia sociale di mercato è il modello giusto per sviluppare nuove tecnologie e portare rapidamente le innovazioni sul mercato.

Il dinamismo economico nasce dalla concorrenza, non dalla pianificazione statale. Pensare a una politica che muova dal basso verso l’alto porta a una maggiore vicinanza con icittadini. Per questo abbiamo bisogno che saffermi la rinascita dellautogoverno nellambito dei comuni, delleconomia e della scienza. Sono ambiti istituzionali prossimi alla vita quotidiana delle persone e dunque possono orientarne le decisioni in misura consona alla realtà.

La nostra componente social-sindacale: indispensabile

È chiaro che una società non può funzionare senza laiuto e il sostegno reciproco. La società civile fa molto per aiutare i singoli, tuttavia spetta allo Stato garantire l’equilibrio sociale.

La politica sociale della CDU è e rimane caratterizzata dalla dottrina sociale cattolica e dall’etica sociale protestante, nonché dalla sensibilità della nostra componente social-sindacale (Arbeitnehmerflügel). È indispensabile e ne abbiamo bisogno più che mai. Non deve più ripetersi nelle prossime elezioni federali che gli elettori non abbiano fiducia nella CDU come partito popolare di matrice solidarista. Tra i partiti della Repubblica Federale la CDU deve incarnare il momento della sensibilità sociale.

Chiunque voglia mantenere e proteggere lattuale rete di sicurezza sociale deve anche riformarla con cura, per poterla integrare. Dobbiamo anche essere solidali con quanti rendono possibili, grazie al loro lavoro, le prestazioni sociali a favore degli altri. Il principio del promuovere ed esigere (Fördern und Fordern) deve essere più forte che mai. Chi riceve benefici sociali deve accettare un lavoro dignitoso.

Con la previdenza supplementare estesa a tutti e la cosiddetta pensione attiva(prosieguo oltre letà pensionabile dellattività lavorativa, ndr) possiamo prevenire il rischio povertà in età avanzata e contenere la carenza di lavoratori qualificati.

Il mondo del lavoro e dell’industria sta cambiando rapidamente, sicché l’impatto sulla coesione sociale nel nostro paese non è ancora prevedibile. Di fronte a grandi mutamenti sta a noi come CDU ripensare il sociale e favorire la partecipazione economica alla vita delle aziende, agli utili, ai processi di trasformazione. Le persone affronteranno in modo più positivo i cambiamenti epocali se potranno ricavare vantaggio dalle loro dinamiche. Trasformazione e partecipazione devono essere interconnesse .

I modi migliori per proteggere il clima

La protezione del clima e la conservazione del creato sono tra le più grandi sfide del nostro tempo. La CDU possiedegli strumenti per gestirle, essendo sempre stata, negli ultimi cinque decenni, anche un forte partito ambientalista. Non abbiamo bisogno di nasconderci dietro nessuno.

Già nella nostra Piattaforma programmatica del 1978 – cioè due anni prima della fondazione dei Verdi – ci siamo espressi sulla omissione di misure come possibile causa di cambiamento climatico e abbiamo chiesto la definizione di convenzioni internazionali per la protezione dellambiente. Lantefatto della legge sulle energie rinnovabili, la legge sulla produzione di elettricità del 1991, fu un’invenzione dei cristiano democratici tedeschi. Nel 2010 il governo Merkel presentava infatti la prima organica strategia per il futuro approvigionamento energetico della Germania.

Dovremmo accogliere con coraggio e fiducia in noi stessi la competizione sui modi e i mezzi migliori per garantire la protezione del clima, dimostrando che abbiamo le soluzioni più adatte a combinare ecologia e prosperità economica. Grande è anche lopportunità per conciliare e compensare i conflitti sociali sulla protezione del clima, giacché il suo successo passa per la cooperazione piuttosto che per la contrapposizione.

Per una Germania impegnata a migliorarsi

In Germania supereremo le grandi sfide del tempo solo se saremo pronti, come paese e società, a migliorarci. Perché la trasformazione e innovazione sono associate a sforzi, impegni e difficoltà. Questo sarà ancora più importante nei prossimi anni quando la generazione dei baby boomer, che in Germania ha superato ormai vari decenni, andrà in pensione.

Gli anni passati hanno dimostrato che lo Stato è riuscito a sostenere le persone, alleviandone i disagi, nei momenti piùdifficili proprio perché, in tempi favorevoli, ha operato secondo regole solide. Proprio per questo è importante che lo Stato impari di nuovo a cavarsela con i soldi che gli vengono messi a disposizione.

La Germania deve anche disporsi ad affrontare la questione dei migranti. È tutto molto difficile per coloro che abbiamo bisogno urgente di accogliere nel nostro paese, per far sì che restino. Allo stesso tempo, per molti che non hanno diritto all’asilo è comunque troppo facile continuare a rimanere qui.

Noi come CDU siamo aperti al contributo di arricchimento proveniente da altre culture, ma chiediamo anche l’integrazione. Siamo il partito che sostiene i valori di umanità e ordine nellimmigrazione.

Partito popolare a base plurale

La sicurezza interna è la competenza principale e la funzione essenziale dello Stato. Siamo gli unici a lavorare,per la sicurezza, in città e nelle zone rurali, su norme e personale che riguardino le forze dellordine.

Una Germania che vuole migliorarsi può esistere solo se anche la politica è pronta a dare lesempio. La CDU lo fa nei Länder, dove ha responsabilità di governo, ma ancheattraverso lo sviluppo della nuova Piattaforma programmatica.

Questo nuovo programma deve essere chiaro su un punto fondamentale: la CDU è il partito che si fida della gente. La mediazione degli interessi appartiene saldamente all’identità della CDU, come pure la visione cristiana dell’uomo. Siamo noi che possiamo garantire nel miglior modo possibile l’equilibrio sociale. In quanto partito popolare a base plurale, siamo un incubatore di decisioni politiche che possono essere largamente accettate.

Costruiamo soluzioni politiche per il centro della società.Tuttavia è unaffermazione, questa, che non ci esonera dalla fatica di creare anche ulteriori opportunità didentificazione con il partito attraverso la nostra Piattaforma programmatica.

La politica con il cuore che batte al centro

Per 30 anni non pochi politologi tedeschi avevano predettoche la CDU sarebbe andata incontro alla stessa fine della maggior parte dei grandi partiti fratelli democristiani in Europa. No, noi siamo l’eccezione.

Il segreto del successo consiste nel rimanere fedeli ai nostri principi, senza chiudere le porte al cambiamento. Al contrario, sosteniamo il progresso per preservare ciò che esiste di buono.

Un partito popolare moderno nasce e sindirizza allo spazio politico di centro. Con questo leitmotiv Helmut Kohl e Angela Merkel hanno guidato il paese e il nostro partito.

Dovremmo essere l’ancora di stabilità del centro anche in futuro. La bellezza di una dottrina chiara dovrebbe essere patrimonio di tanti altri. Noi adottiamo una politica pragmatica per affrontare i problemi del tempo. Chi cerca di cavarsela a buon mercato e corre dietro ai populisti, scagliala scure contro le sue stesse radici e così precipita nel caos. Basta guardare i conservatori negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Italia. Lalternativa esiste.

Contro il dilagante culto dellimmediato

In Europa i partiti borghesi hanno avuto e continuano ad avere molto successo in virtù di un loro percorso chiaramente di centro, che sindirizza a una politica di equilibrio e quindi si rivolge ad ampi settori, anche di estrazione elettorale liberale, attenti alle questioni sociali eorientati ai temi dellecologia. Ciò vale per l’Unione di CDU e CSU in Germania, ma il discorso può estendersi ben oltre. Ora, questa elementare osservazione della realtà dovrebbe costituire una lezione per noi.

La CDU rifiuta il dilagante culto dellimmediato (Sofortismus), il desiderio elitario di riforme radicali e il populismo divisivo. Facciamo politica con il cuore che batte al centro.

Ma l’attuale impennata dei populisti di destra nei sondaggi mette in evidenza come neppure il programma migliore – quello più cristallino – sia daiuto quando lattività governativa risulti scadente. Tuttavia, questa responsabilità ricade sulla coalizione che governa a livello federale (SPD-Verdi-FDP, ndr) e solo in seconda battuta sulla democrazia cristiana per le proposte migliorative legate a precise alternative. Per questo sarà fondamentale la nuovaPiattaforma programmatica della CDU.

L’autore è il Presidente del Nord Reno-Westfalia e il Presidente della CDU regionale.

Titolo originale – Hendrik Wüst über die CDU: Das Herz schlägt in der Mitte (Frankfurte Allegmeine Zeitung – 15 giugno 2023)

Traduzione della redazione de Il Domani dItalia

Carlo Calenda, la velleità di una politica altalenante.

Certo, un dato è quasi oggettivo. E cioè, seguire le piroette politiche quotidiane del capo di Azione, Carlo Calenda, è sempre più difficile. Ed è anche difficile riassumerle in uno scritto necessariamente breve e stringato.

 

Dunque, prima il Centro fa schifo, e quindi e di conseguenza anche i centristi; poi si costruisce il terzo polo, cioè un campo centrista lontano dalla destra e dalla sinistra; poi si manda allaria il terzo polo; dopodichè si propone un fantomatico fronte repubblicano; nel frattempo si sostiene che in questo singolare ed anacronistico campo repubblicano faranno parte i popolari, i liberal democratici e i riformisti; però, e nello stesso momento, si sostiene in modo intransigente – a proposito dei cattolici democratici e dei popolari – la candidatura del turbo laicista Cappato al collegio senatoriale di Monza; e in ultimo, anche se la galleria del tutto e del contrario di tuttopotrebbe continuare ancora a lungo, si predica linadeguatezza strutturale dellattuale bipolarismo e il suo superamento senza alcuna attenuante e al contempo si va damore e daccordo con i populisti dei 5 stelle e con la sinistra radicale e massimalista della Schlein sui temi più scottanti dellagenda politica italiana. Per non parlare, come postilla finale, del cambiamento – nuovamente radicale e opposto – in materia di riforma istituzionale. Nello specifico, sul cosiddetto premierato.

Ora, senza infierire e, men che meno, senza alcun pregiudizio politico o personale, una domanda non possiamo non farla. Anche perchè Calenda, seppur a giorni alterni, sostiene di volere ricostruire una sorta di campo centrista, riformista, moderata e repubblicana. E quindi: ma gli elettori, gli eletti e i dirigenti nazionali e locali di Azione come fanno a condividere sempre e comunque questa sequela infinita di piroette politiche luna diversa dallaltra se non addirittura alternative? Delle due luna: o Azione è un partito strutturalmente – e forse anche statutariamente – personale e quindi il suo capo può sostenere, del tutto legittimamente, una tesi politica e il suo esatto contrario nellarco di pochi giorni oppure ci troviamo di fronte ad un partito che contribuisce, forse inconsapevolmente, a ridicolizzare la politica, il suo ruolo, la sua funzione, il suo prestigio e la sua autorevolezza. Perchè il nodo di fondo, parlando di Calenda e del suo partito personale, non è la deriva trasformistica ma, molto più semplicemente, la natura macchiettistica e carnevalesca della politica stessa.

Ecco perchè, essendo molto interessati al riguardo come cattolici democratici e popolari, ci permettiamo di sottolineare che chi vuole ricostruire il Centro, la politica di centroe un polo riformista lontano dalla sinistra massimalista e radicale del Pd e da alcuni settori sovranisti della destra, lunica strada che non deve percorrere e praticare è quella di inseguire le simpatiche, ma sterili, piroette politiche del capo incontrastato di Azione. Per la credibilità e il futuro politico e culturale del Centro, come ovvio, e non per altre motivazioni legate alla prospettiva altalenante è mutevole perseguita da Calenda.

Centro Euro Umanista, una lista nel solco di Draghi.

Il 25 settembre 2022, più di 2 milioni di italiani (7,8%) hanno votato per la lista unitaria del cosiddetto Terzo Polo. Un risultato incoraggiante, che tutti noi centristi abbiamo colto come un ottimo punto di partenza. Poi ci siamo persi, ma era inevitabile. Il partito unico non poteva nascere da una lista elettorale, ma dalla necessaria condivisione di cultura politica e valori.

Quello che non si può nascondere, al di là della cronaca politica, è la “domanda di centro” che nel Paese è sempre più forte. Mancano pochi mesi al voto per il rinnovo del parlamento europeo, nelle prossime settimane si dovrà procedere alla costruzione della lista europeista e umanista, seguendo lo stile Draghi.

 

Per stile Draghi intendo poche parole, promesse che si possono realizzare, programmi credibili. Non avremo un leader con la sua autorevolezza, ma potremo mettere in campo una squadra credibile che abbia tre qualità: competenza, coerenza e coraggio. Tra le poche parole, pronunciate da Mario Draghi, vorrei ricordare le seguenti: “Il populismo spesso è insoddisfazione, isolamento, alienazione. Questi temi si sconfiggono con un’azione di governo che risponde ai bisogni dei cittadini, ai bisogni degli italiani”.

Noi centristi non dobbiamo sottovalutare il rischio di emarginazione, dobbiamo elaborare proposte realizzabili per combatterla. Ogni persona è il nostro centro, ogni persona ha il diritto/dovere di essere lavoratore e cittadino, due qualità imprescindibili per il nostro progetto di “umanesimo civile 5.0*. Nelle prossime settimane si dovrà procedere all’istituzione di una commissione di saggi, individuati dai partiti, movimenti e associazioni, che intendono aderire al progetto, con lo scopo di redigere il programma elettorale per le elezioni europee e per avviare il cantiere della futura federazione/alleanza di Centro.

Un programma che abbia come faro l’Europeismo dei padri fondatori. Una serie di tasselli e passaggi temporali, che riducano la distanza tra l’Italia e l’Europa, con un impegno chiaro e concreto verso la federazione degli Stati Uniti d’Europa. È il momento delle scelte, quale migliore occasione delle elezioni europee, con legge elettorale proporzionale, per costruire insieme il centro.

* Lumanesimo civile 5.0 è un progetto di società che valorizza la persona, la comunità, la natura e la tecnologia, promuovendo libertà, emancipazione, solidarietà, responsabilità e partecipazione, in armonia con i valori europei e costituzionali.

Lucia non entra nella Guardia di Finanza, vittima di mancato  oblio oncologico.

Lucia Palermo ha dato luce, oltre al suo nome, alla faccenda in cui è incappata, un faro acceso su norme dal sentore di ingiustizia. La donna, per come si comprende da notizie di stampa, ha ambito lavorare in una delle forze dellordine dello Stato. Ha superato le prove previste di carattere medico, psicoattitudinali e fisiche con relative dichiarazioni di oncologi a certificare che fosse pienamente in salute e in condizioni di svolgere ogni tipo di attività.Eppure questo non è bastato ed è stata ritenuta inidonea per partecipare ad un concorso pubblico nel ruolo di Psicologonella Guardia di Finanza. La legge ne ha previsto lesclusione ritenendo il post cancro incompatibile con la vita militare. Lucia ha avuto il cancro, questo lo stigma che porta appresso.

Del resto finanzain una delle sue accezioni sta anche per fine e cessazione; così è finito senza troppi fronzoli il sogno di Lucia. Ora si potrebbe argomentare che sarebbe stata inutile anche la partecipazione, a monte, alle prove già sostenute, se poi vietata quella decisiva al concorso in questione. Si potrebbe commentare che, pur daccordo sul requisito di sana e robusta costituzione, ad uno psicologo non sono richiesti ruoli operativi dove è richiesta una speciale preparazione fisica. Loggetto dellattenzione, di cui si discute anche in questi giorni, è nella sostanza una proposta di legge in materia di oblio oncologicoche prevede un periodo di dieci anni dalla fine della malattia. Con tale durata può accadere che così non si rientri nel limite di età richiesto per i concorsi pubblici.

Chi ha avuto il cancro sembra in questo modo non possa o non debba liberarsene. Se vi riuscisse, denuncerebbe un fisico che ti dà per guarito, a dispetto della mente che deve stare sempre sul chi vive, sui carboni accesi di una perenne sospensione su un baratro, che non emette mai la sua sentenza, costantemente riunita in camera di consiglio. Nel De Naturalibus Facultatibus si apprende che il cancro assume nome da vene che, compromesse dalla malattia, richiamano la forma delle zampe di un granchio che ti resta con le chele aggrappato addosso, anche se ti scuoti per anni come un dissennato per estirparlo dalla memoria pubblica.

Lucia è andato fuori concorso e non perché in precedenza abbia già vinto premi speciali ad omaggiarne le capacità.Konkurs in tedesco indica invece un fallimento che comporta il risarcimento verso un insieme di creditori. Nel nostro caso Lucia ha fallito nel perseguire il suo progetto, affidandosi oggi solo alloblio. Non le sarebbe restato che ritirarsi in buon ordine obbedendo ai versi del Tasso:

Ma l sonno, che demiseri mortali

Eco l suo dolce oblio posa e quiete,

Sopì cosensi i suoi dolori.

Invece si è ribellata e reclama il diritto alloblio, alla cancellazione del proprio passato, come se aver avuto il cancro sia una infamia al pari nei secoli scorsi della peste.Astor Piazzolla con la sua celebre composizione Oblivion” è stato tra gli iniziatori del  tango nuevo che si distingue da quello tradizionale anche per il modo della coppia di abbracciarsi. Nel primo è prevista la perdita ed il successivo recupero dellabbraccio che nel secondo è invece sempre costantemente mantenuto.

Lucia vorrebbe con ogni forza liberarsi dalla stretta della sua storia oncologica per poi riabbracciarla, vittoriosa, se finalmente affrancata da ogni pregiudizio. Il Parlamento potrebbe dare bel segno di sé portando una ventata di civiltà e di giustizia, riducendo drasticamente i tempi delloblio o, per spietata democrazia, estendendolo a tante altre malattie che affliggono uomini e donne del nostro Paese e che hanno tempi di guarigione altrettanto lunghi ed incerti.

Lucia, oltre a lottare per il suo futuro, deve sapere che un giorno felice potrà contare su un lavoro per la quale possa provvedere a se stessa. Altrimenti si aggiungerà altra tormentata prova in aggiunta a quella già sopportata. Siamo obbligati a sperare che questa volta non resteremo delusi. Vorremmo sorprenderci e rivedere la vita di Lucia come un vecchio film Lux, da cineteca, dove tutto è passato perché ora non è più così.

Un equivoco culturale rovina l’impianto della nostra autonomia scolastica

In un articolo comparso su Il Messaggero del 27/8 u.s., il presidente della Consob Giuseppe Vegas esordisce con un breve escursus storico che, partendo dalla legge Casati del 1859 e passando attraverso la Costituzione Repubblicana del 1948 fino a giungere allistituzione della Scuola media unica nel 1963, intende rendere ragione dei progressi che il sistema scolastico italiano ha registrato in tema di estensione a tutta la popolazione in età scolastica del diritto allaccesso agli studi e linnalzamento dellobbligo, come grandi conquiste sociali che hanno accompagnato la crescita del Paese.

La sintesi è efficace: mancano tuttavia almeno la Riforma Gentile, i programmi della scuola elementare del 1955, la legge 820/1971 sul tempo pieno, i decreti delegati del 1974 (che compiranno 50 anni lanno prossimo), la legge 517/1977 sul diritto allo studio e lintegrazione degli alunni disabili e con difficoltà, il DPR 275/1999 sulla cd autonomia scolastica. Per soffermarsi brevemente sui passaggi più significativi che ci hanno portato al presente. Non volendo scrivere un trattato sulla storia del sistema scolastico nazionale lanalisi di Vegas si sofferma tuttavia con particolare efficacia sulla crescente discrasia tra programmi scolastici e loro attualità, nonostante (e forse anzi a cagione) della crescente e pervasiva introduzione delle nuove tecnologie nelle metodologie dellinsegnamento-apprendimento, anche a motivo di una non corrispondente preparazione da parte del corpo docente.

Ma anche alla concorrenza sleale dei social che indirizzano verso una cultura dellomologazione e del riduzionismo, proponendo temi e linguaggi e purtroppo anche modelli etici che con la buona educazione nulla hanno a che fare. Particolarmente interessante è la riflessione che lautorevole estensore dellarticolo fa quando rileva ad esempio il progressivo ed ingiustificato decadimento di insegnamenti fondamentali come la storia e la geografia, indispensabili per consolidare una consapevolezza spazio-temporale che metta ordine agli altri apprendimenti, per inquadrarli in un contesto localizzato e cronologico dei fatti e dellevoluzione della cultura. Ciò per far posto a discipline nuove, estemporanee e spesso non sorrette da un adeguato supporto epistemologico: è la scuola dei progettifici, effimeri e transeunti che radicano nel vuoto della cultura trasmessa e vivono di neologismi, anglicismi, sigle, formule che si confondono in un mare magnum di apprendimenti posticci e subito obsoleti.

Resta fondamentale il radicamento agli apprendimenti tradizionali: molti alunni escono dai vari gradi scolastici senza saper localizzare un evento, distinguere lopera darte di un autore, senza aver letto i classici della letteratura mentre lingolfamento nozionistico prevale sul metodo delluso del pensiero critico. Sovente anche alle superiori abbiamo alunni che commettono errori madornali di tipo ortografico, grammaticale, sintattico, non sanno leggere un testo e attribuirgli un senso, non sanno scrivere un tema che renda loro merito della capacità espositivo-narrativa, del riuscire a restituire un componimento che abbia capo e coda e un senso compiuto. Già il compianto Tullio De Mauro aveva evidenziato come questo impoverimento culturale finisse per inglobare la società adulta dove il 70% delle persone non è in grado di padroneggiare i meccanismi della letto-scrittura. Vegas attribuisce a tale confusione culturale la sovrabbondanza dei controlli sui risultati in termini di apprendimento: che ci sia unenfasi irrituale sulluso e labuso dei test è di tutta evidenza.

Tuttavia chi lavora nella scuola sa bene che non vi è qualità senza controllo. La cultura della verifica viene meno e si finisce per legittimare tutto ciò che si fa sulla base di un giudizio sommario ed autoreferenziale. Controllo non significa imposizione o negazione dellautonomia ma rispetto dellortodossia. Va di moda scimmiottare in questi anni i sistemi scolastici di cultura anglosassone, nelluso della lingua, nei metodi, nella formazione. Non mi stancherò mai di ribadire che ciò risponde più ad una moda passeggera (legata anche alla terminologia delle nuove tecnologie): chi studia sistematicamente la pedagogia comparativa sa che in quei Paesi ci si sta muovendo nella direzione di un curricolo comune, il cd. common core, e che le scuole gestite a livello locale hanno mostrato tutti i limiti di modelli organizzativi e formativi dellautonomia portata agli eccessi.

Il Presidente Vegas sa che le scuole autonome fanno campagna acquisti di iscrizione di studenti e propone che esse siano messe in concorrenza tra loro per verificare quale istituto offre allutenza un servizio formativo migliore. Dimenticando tuttavia che senza un organismo di controllo interno ogni risultato diventa opinabile. Leccesso di autonomia nel sistema scolastico paradossalmente non stimola ma limita libertà di insegnamento, creatività, apprendimenti solidi e convincenti. Essendo svincolata da un sistema nazionale di istruzione-formazione che eviti diseguaglianze e disparità di trattamento, legate alla capacità e competenza della dirigenza scolastica, lautonomia diventa riduttivo localismo.

Quanto allabolizione dei titoli di studio citando Einaudi come primo propugnatore- non farebbe altro che rinviare il controllo dei livelli di istruzione raggiunti: meglio che sia la scuola a selezionare, indirizzare, emendarsi, correggersi nel quadro di un indirizzo programmatico nazionale. Il contrario sarebbe come dire: promossi dalla scuola ma bocciati nella vita.

Italia senza partiti, Meloni senza squadra, democratici senza coraggio: noi veniamo da un’altra storia.

Il Presidente della Repubblica, concludendo il meeting di Rimini dì Comunione e Liberazione, ha inviato sostanzialmente un messaggio alla maggioranza di governo, in cui le riserve per le progettate riforme costituzionali non sono nascoste. La elezione diretta del capo del governo, un Parlamento afono diroccato, regioni trasformate in staterelli (il disegno bossiano della secessione) il ruolo del Presidente della Repubblica ridimensionato nelle prerogative di garante e un sistema elettorale, che ha annullato il rapporto tra elettorato ed eletti, non sono solo aspetti di una riforma della Costituzione, ma un suo sovvertimento attraverso una nuova Forma di Stato e di governo.

La vicenda del generale Vannacci su cui la Presidente del Consiglio non si è espressa, ma ha lasciato che i suoi fedelissimi bacchettassero il Ministro della Difesa Crosetto per aver consentito la rimozione del generale da direttore dellIstituto Geografico di Firenze, è un sintomo grave di un’area di governo rabberciata. Uno scenario disarmonico, dunque, dalle prospettive non chiare su cui il Capo dello Stato ha approfittato dellAssise del meeting per paventare ulteriori involuzioni democratiche.

Il Presidente Mattarella per sua indiscussa onestà morale ritengo abbia consapevolezza che il sistema democratico, andato in crisi sin dalla metà degli anni 90 con il golpe di alcuni procuratori e di realtà della sinistra che prosciugò la politica e liquidò i partiti, oggi è in una fase terminale, dove avventurismo, incultura e supponenza sono la cifra degli errori del passato. Infatti la riforma elettorale che introdusse la nomina dei parlamentari ha sottratto al corpo elettorale la scelta dei propri rappresentanti. La democrazia partecipata è stata sostituita da quella dei laeder, degli eroi, delle signorie: solo monologhi, assemblee festose senza confronti e senza idee. Non c’è la fitta rete dei partiti, dellassociazionismo. Invocare la responsabilità in un sistema che ha esaltato e realizzato la deresponsabilità è un auspicio, solo un auspicio.

Uno Stato arlecchino con un pulviscolo di poteri che operano senza controlli. Autorità indipendenti da tutto che incidono sulle regole e sulle risorse sono aree di extraterritorialità dove il diritto è sospeso: copertura per i governi che operano senza subire i controlli del Parlamento: un regime. Il Capo dello Stato fa bene a preoccuparsi oggi più che mai. I contraccolpi nel passato erano mitigati da Forza Italia, partito formato da esponenti provenienti dai partiti democratici; oggi con il prevalere di una polarizzazione degli estremismi, con un Parlamento umiliato anche con la complicità della sinistra, responsabile anche della brutta riforma costituzionale del 2001 fatta in accordo con la Lega, senza sindacati, senza associazioni di categorie ormai funzionali al sistema di governo di qualunque colore, ci proietta in un futuro nebuloso. E landamento delleconomia? E il Pnrr? Un mistero!!

Il ministro della Economia Giorgetti farfuglia nel suo intervento registrato per Rimini posizioni divergenti dal resto del governo, ma poi resta dov’è: ricorda personaggi del passato di manzoniana memoria senza il dono del coraggio e della responsabilità. La Presidente del Consiglio,Giorgia Meloni, è attiva e si muove a passo bersaglieresco. Qualcuno dovrebbe dirle che bisogna fermarsi a volte per pensare e operare. Si può essere decisionisti dopo un confronto o per imposizioni in cui trovano spazio gli organigrammi. Noi veniamo da altre culture, da altre storie,ecco perché le improvvisazioni non ci hanno mai esaltato. Mattarella ha fatto la sua parte con serietà. Le scorciatoie non aiutano.

Negli anni 90 si vagheggiava una democrazia compiuta con il bipolarismo e lalternanza e ci troviamo oggi con i poli estremi. Sono santuari di formalismi e di supponenze mentre le decisioni sono declinate dai poteri che occupano glI spazi lasciati liberi dalla politica che non c’è! Poteri non investiti da nessun voto popolare ma dalla cerchia ristretta delle oligarchie!

[Tratto dal profilo Fb dellautore]

Anche Etiopia e Egitto fanno prevalere la visione dei BRICS sulle loro divisioni

Cosa avranno mai da dirci gli ultimi sviluppi di una annosa controversia per una diga sul Nilo che vede coinvolti tre grandi stati africani, l’Etiopia da una parte e Sudan ed Egitto dall’altra? Probabilmente assai più di quanto a prima vista può sembrare.

Gli aggiornamenti consistono nel fatto che Etiopia ed Egitto, che sono entrambi in procinto di divenire membri dei BRICS+, si sono dati quattro mesi, a partire dallo scorso luglio, per raggiungere un accordo sulla gestione della nuova diga sul Nilo Azzurro, che ad Addis Abeba chiamano Grandiosa Diga del Rinascimento Etiope (GERD). E a meno di una settimana dal Vertice BRICS di Johannesburg, durante il quale è stata accolta la richiesta di adesione dei due Paesi, l’altro ieri è arrivato dal Cairo l’annuncio di un nuovo round di colloqui per superare i problemi ancora irrisolti.

Uno sviluppo tutt’altro che scontato, poiché sin dallinizio della costruzione della GERD nel 2011, il Cairo la ha considerata come una minaccia vitale per la stabilità egiziana e regionale, in quanto questa diga consente all’Etiopia di controllare il flusso del Nilo Azzurro che, a differenza dell’altro ramo del grande fiume, il Nilo Bianco, presenta una forte irregolarità nella portata a seconda delle stagioni.

Ora però, dopo anni di aspro confronto nelle relazioni tra i due Paesi e seppur con l’incognita costituita dall’instabilità del terzo Paese coinvolto, il Sudan sconvolto dalla guerra civile, si prospetta una possibile intesa complessiva.

La vicenda della diga sul Nilo appare come una nuova conferma di come ciò che fa da collante a una collaborazione fra Paesi che aspirano a riformare l’ordine internazionale in senso multipolare, risulti più forte di ciò che li divide. I BRICS – sin dall’inizio, con la rivalità fra Cina e India, e ancor più dopo l’allargamento, con la presenza di Paesi come Arabia Saudita e Iran, fino a ieri su fronti opposti – sembrano configurarsi come un insieme di diversità accomunate dall’obiettivo che considerano superiore ad ogni possibile divergenza fra di loro, di costruire insieme a tutti, anche con l’Occidente e i Paesi non allineati, un mondo più inclusivo e giusto.

L’opinione pubblica in Italia sembra evidenziare soprattutto gli oggettivi limiti dei Paesi BRICS, e relegarli in un ruolo velleitario di antagonisti, in campo monetario o geopolitico, al quale essi non sembrano aspirare, e che comunque non sta in cima alle loro priorità, piuttosto che a individuare elementi che aiutino a cogliere la reale portata della loro iniziativa. Il dato con il quale la politica si deve confrontare è invece l’emergere di una visione e di una proposta politica comune di governo globale, che viene avanzata unitariamente da un gruppo significativo, che rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale, di Paesi non occidentali e che detiene una quota considerevole di materie prime e di risorse energetiche necessarie al mondo intero. Potrebbe rivelarsi un grave errore sottovalutarlo e continuare a ragionare e ad agire come se nulla stesse cambiando.

Occorre invece sviluppare maggiormente il dibattito nella direzione del ruolo specifico che l’Italia e l’Ue possono assumere e del contributo che possono dare nel nuovo scenario globale, certi che gli Stati Uniti saranno più decisi, rapidi e più incisivi di noi europei nel farlo. Minimizzare i processi in corso nel Sud Globale, pensando che questo in qualche modo possa rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti, rischia di essere solo un modo per giustificare la tentazione del nostro immobilismo.

Addio Brigata Wagner: cosa accadrà adesso in Africa? E in Russia?

Le domande principali restano due. Chi ha ucciso Yevgeny Prigozhyn decapitando il gruppo di comando della famigerata Brigata Wagner? Che ne sarà di questultima? Interrogativi fondamentali per comprendere cosa potrà accadere nel futuro non solo in Russia ma anche nella fascia saheliana dellAfrica, alla luce delle attività qui imbastite dal gruppo mercenario negli ultimi dieci anni per conto di Mosca e per proprio profitto.

Una considerazione di fondo dordine generale può essere espressa sin dora, e cioè che la colpevole decisione assunta da Putin di invadere lUcraina e il suo successivo sostanziale fallimento (senzaltro non previsto dalloligarca del Cremlino) ha attivato una serie di movimenti tellurici allinterno della cittadella del potere moscovita che dopo aver provocato dissesti interni alla catena di comando delle Forze Armate (e conseguente indebolimento delle truppe sul campo di battaglia) ora hanno raggiunto la superficie dapprima con la fallita marcia su Mosca due mesi fa proprio della Brigata Wagner e ora con il probabile attentato (ma se ne avranno mai le prove?) allaereo Embraer sul quale viaggiava il fondatore e capo della medesima.

Nel breve periodo temporale trascorso dalla rivolta contro il governo russo poi improvvisamente ritratta (con quella decisione, a detta di molti, Prigozhyn ha firmato la sua condanna a morte: ma nessuno ancora oggi conosce i veri motivi per i quali egli avviò quella improvvida iniziativa né il perché della sua repentina interruzione) i movimenti dellex cuoco di Putinsono stati alquanto oscuri e solo due giorni prima della sua morte lo si era visto in Africa a rivendicare i risultati colà conseguiti nel tempo dalla sua organizzazione e a rinnovare il proprio impegno nel continente ad esclusivo interesse della Russia. Unaffermazione intervenuta non per caso dopo il colpo di stato in Niger, che secondo molte fonti di intelligence è stato proprio dalla Wagner favorito se non addirittura pilotato. Come se Prigozhyn dopo essere stato tagliato fuori dalle operazioni in Ucraina volesse riprendere a tempo pieno il ruolo che aveva ricoperto per anni nel continente africano. E infatti aveva rivolto una sorta di invito agli investitori russi ad apportare capitali nella Repubblica Centrafricana, ove Wagner ha avuto di fatto in questi anni la propria sede operativa continentale.

La decapitazione della struttura di vertice del Gruppo Wagner (oltre a Prigozhyn è deceduto Dmitry Utkin, una delle figure chiave sin dai tempi delle operazioni in Siria, decisive ai fini della sopravvivenza del regime sanguinario di Assad), ne segna anche la fine. O quantomeno la fine di quello che esso è stato in questi anni. Molti suoi uomini di stanza in Bielorussia in questi ultimi due mesi stanno già lasciando le loro basi in quel paese, chi abbandonando il Gruppo chi ritornando nelle basi africane. Dove però, a questo punto, è difficile capire come potranno tornare ad essere operativi, salvo divenire forza assoldata di qualcuno dei dittatori locali che però, essendo tutti di matrice militare, difficilmente vedrebbero con grande favore un insediamento permanente sui propri territori di mercenari privi ormai di un referente, di un capo. Perché era direttamente Prigozhyn a gestire i rapporti con i signori della guerra, i capi militari, i politici corrotti, gli uomini daffari locali.

Difficile dunque che Wagner esista ancora in futuro. E in ogni caso Putin ha detto con chiarezza che ogni suo associato dovrà giurare fedeltà allo stato e allesercito russo. Una condizione che non lascia margini per una mera riproposizione della Brigata così come è stata organizzata in passato. Ora, posto che difficilmente si saprà mai la verità sullincidente aereo e ancor meno sulleventuale mandante delleventuale (probabile) attentato, e posto che naturalmente la Russia ha negato ogni coinvolgimento in esso (e ciò nondimeno quasi tutti gli osservatori internazionali ritengono che è al Cremlino che bisogna guardare per dare una soluzione al mistero) la seconda delle due domande iniziali cosa ne sarà del gruppo mercenario rimane aperta con tutto il suo estremo interesse geopolitico. Cosa ha in mente Putin per sostituire Wagner senza perdere i benefici ottenuti sul campo, nellAfrica saheliana soprattutto? Unarea geografica sulla quale Mosca ha scommesso molto, divenuta lepicentro del suo impegno in Africa.

Ma non è tutto. Chi ritiene che dietro la fine del capo della Wagner ci sia davvero Putin ritiene altresì che oltre agli effetti esterni leliminazione di Prigozhyn sia un messaggio tutto interno al sistema di potere russo: il terrore che esso genererà quali conseguenze produrrà sul conflitto in corso, proprio mentre gli attacchi ucraini condotti con i droni sui cieli di Russia e addirittura di Mosca cominciano a far paura?

È una lotta mortale. In Russia e in Ucraina. Che al momento non prevede una conclusione. Né un pareggio. Ma se continua così il rischio di un suo elevamento oltre il limite di guardia aumenta pericolosamente.