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domenica, 8 Novembre, 2026
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Ogni sovranismo produce effetti negativi

Sembra quasi che non appena ci si immagina che l’universo si espanda, che, subito dopo, ci si fa l’idea che deve invece contrarsi, rimpicciolirsi. Un’altalena tra diventare più grande e ritornare più piccoli.

Ubriacatura sulla mondializzazione: tutto il mondo è un mercato, magari limitando sempre più regole comportamentali, e a stagione finita, sentire il desiderio di ricostruire palizzate di confine: ciascuno dentro il proprio orticello.

Trumph squilla la tromba in modo più deciso di tanti altri, per dire “torniamo indietro!”. I dazi che imporrà sono ad oggi, i muri più alti che si possano costruire. Fanno più male di quanto ci si possa immaginare. Certe guerre, ormai, si combattono secondo queste modalità. Ricordo ancora gli anni novanta in cui tutti quanti, americani compresi, brindavano felicemente all’apertura di un unico mercato mondiale. Sembrava che uomini, merci e denaro, potessero scivolare bellamente lungo tutti i pendii del mappamondo senza più trovare ostacoli.

Ogni visione parziale veniva cancellata con una perentoria decisione globalizzante.

Adesso, invece, una doccia così fredda che nemmeno gli scozzesi saprebbero sopportare. Le merci non potranno viaggiare né in prima né in terza classe, relegate a soggiornare laddove sono inizialmente zampillate. Il nostro parmigiano reggiano e il grana padano non troveranno accoglienza nei palati statunitensi; stessa sorte ai nostri prelibati prosciutti e questa fila sarà ingrossata persino dal nostro delizioso pecorino romano e chissà da quali altri prodotti nostrani.

Una sonora batosta alla nostra economia. Trumph non è andato per il sottile e adesso questa morsa schiaccerà ulteriormente la nostra economia. Il nostro Governo non credo possa fare alcunché. Sia il primo Ministro che il Ministro degli Esteri sono già stati smentiti dalle misure prese.

Il guaio non è solo riconducibile a quanto stiamo verificando in queste ore, ma trova la sua genesi nella faciloneria con cui si sono fatti i passi per decretare la globalizzazione alla fine degli anni ottanta e lungo il decennio successivo.

Ogni sovranismo produce effetti negativi, ma ne ha prodotti anche una sciagurata tendenza opposta.

Da sempre ho sostenuto le tesi di passaggi moderati, tanto in un verso quanto nel suo opposto.

Diffidiamo, pertanto, dai comportamenti estremisti. Sono sempre pronti a rovesciarci addosso gli aspetti deteriori che all’inizio non sanno scorgere o volutamente nascondono.

Questi sono tempi piuttosto burrascosi e se la saggezza sembra essere andata in vacanza, a farne le spese sono quelli che non hanno saputo, in tempo utile, opporsi ai costumi più scriteriati che la politica via via ci ha consegnato in questi ultimi trent’anni di storia.

La destra che non c’e’ ancora

La destra italiana durante il periodo della democrazia bloccata della cd. Prima Repubblica, viveva di sfumature nostalgiche in cui esauriva il suo collocarsi: figure retoriche di stile come la triade Dio-Patria-Famiglia erano eredi di una visione della società e dello Stato legata all’ordine, alla disciplina, alle rigide gerarchie, ai dogmi culturali mutuati dal regime. Da quando, dopo la rottura dello stallo centrista, emerse il bipolarismo come espressione della democrazia dell’alternanza né destra ne’ sinistra hanno saputo esprimere modelli economici e sociali sostenibili ma neppure definiti per identità, proprietà, differenza, tipicità.

Nessuna forza politica ha saputo immaginare un archetipo di società proponibile, dal presente verso il futuro, così come in Europa l’assenza di valori fondativi condivisi, di una Costituzione comune, di istituzioni in cui i cittadini comunitari potessero riconoscersi con spiccato senso di appartenenza, ha reso l’UE un’entità ibrida, fragile e indefinita. La fase storica del dopo-tangentopoli reca i tratti somatici del trasformismo parlamentare del primo 900. In particolare in un Paese fondamentalmente conservatore come l’Italia colpisce l’assenza di una destra popolare, liberale, conservatrice ed europea. Le elezioni del 4 marzo u.s. sono il discrimine tra una destra ideologica minoritaria e l’esplosione, sincrona ad altri paesi europei, di movimenti capaci di rompere gli schemi del passato: nazionalismo, difesa delle frontiere, declino della globalizzazione, sovranismo, svincolo dai lacci economici imposti dall’Europa a costo di uscirne, difesa della cultura e dell’identità legate alla tradizione sono tratti connotativi di forme di rappresentanza politica slegate dalle radici e dai legami del conformismo che rende schiavi i popoli, non sapendo spiegare le ragioni della legittimazione istituzionale dell’UE e la capacità negoziale e di rappresentanza dei governi nazionali.

Cosa è l’Europa oggi se non un sogno infranto, un rassemblement di interessi contrapposti, di egoismi nazionalistici, di veti, distinguo, lacci e vincoli? In via generale si assiste ad un ritorno delle forze nazionaliste ed antieuropee: il pericolo del fondamentalismo e dell’ipoteca culturale dell’islamismo sulla cosmopolita società europea , il prevalere dei poteri economici come deterrente alla libera determinazione di modelli nazionali, l’allargamento confuso di Paesi aderenti all’UE, senza una matrice identitaria, l’esplosione di fenomeni di criminalità comune legati all’immigrazione clandestina hanno reso fragile l’Europa, tra la deriva populista dell’accoglienza indiscriminata e senza regole e l’altrettanto populista reazione xenofoba. Questo spiega l’enorme consenso delle forze politiche oggi al governo e dovrebbe suscitare più di un mea culpa in chi ha eluso la difesa delle libertà individuali e sociali, ha confuso il bisogno di sicurezza come un fantasma evocato in modo strumentale, senza capire le paure della gente, non ha saputo realizzare politiche di welfare ne’ far ripartire l’ascensore della crescita economica e sociale.

Tuttavia sarebbe colpevolmente conformista restare indifferenti ai nuovi, disinvolti, demagogici stili di governo del Paese. Ci sono troppe distonie implicite, a cominciare dal dualismo velatamente collaborativo ma sostanzialmente concorrenziale e per certi aspetti antitetico delle due forze che compongono il governo: hanno sottoscritto un contratto ma pensano ad un riposizionamento diverso ed egemone.
Prevale la logica della colpevolizzazione preconcetta: del passato, dell’opposizione, del dissenso, delle stesse istituzioni, di una burocrazia disprezzata, la forte personalizzazione in capo ai leader dei due schieramenti, modalità comportamentali ed espressive francamente sbrigative e fuori dalle righe specie tra i pentastellati Prevale una scelta di imposizione dogmatica e preconcetta, preclusa al dialogo interno e con le opposizioni. E dubito, mi sia consentito, che ciò avvenga in nome del preminente interesse dello Stato quanto piuttosto in ragione di logiche di appartenenza come mai era accaduto nel passato della vita democratica e parlamentare del nostro Paese.

Sorprende che forze politiche che fanno proprie alcune matrici ideologiche caratterizzanti della destra sociale (nazionalismo, difesa dei confini, autarchia, sovranismo, populismo assistenziale, lotta all’immigrazione, uscita dall’Europa … siano empaticamente più legate alle logiche e alle tattiche proprie dell’opposizione che a quelle del governo e della stabilità. Il pericolo del debito fuori controllo per realizzare politiche di consenso elettorale e non di investimento e sviluppo per il lavoro potrà generare un effetto moltiplicatore per gli anni a venire, alzando la soglia del conflitto sociale fino all’ombra del default.
Il reddito di cittadinanza rischia di legittimare modelli assistenzialistici e clientelari, del do ut des, per trovare i quali bisogna risalire alla lunga deriva di finanziare in deficit la crescita del Paese, tipica della Prima repubblica. Non punta allo sviluppo ma ad una concezione della vita intesa come fonte di diritti, al mantenimento in carico allo Stato, al consumo senza produzione. Alla rendita senza lavoro.

Affidando il procacciamento di occupazione ad un manipolo di “navigator” a loro volta reclutati senza un vaglio selettivo, delegati alla negoziazione senza una verifica delle competenze e senza una metodologia operativa che consenta di esercitare su di loro le azioni proprie del controllo interno, di quello esterno e persino di quello sociale.
Chi si rivolge alla gente vantando di far piazza pulita dei parassiti del regime altro non vuole che sostituire questi ultimi con nuovi, fedeli servitori, proni e supini ai voleri del capo politico di turno.
Mi pare si avverta l’assenza di una destra riformatrice e moderata, che abbia il coraggio di definirsi conservatrice di fronte ai pericoli del default economico, sociale e morale, che non usi strumentalmente il bilancio dello Stato per realizzare interessi di parte e per acquisire demagogicamente nuovi consensi.
Una destra che non c’è e che manca al Paese, perché sostanzierebbe il principio dell’alternanza con motivazioni culturalmente e storicamente fondate. Una destra ancora lontana dal prender forma e identità.

Una destra della moderazione e non del moderatismo – (ricordo ne’ potrei dimenticare quanto mi disse Mino Martinazzoli: “in politica, a destra o a sinistra che sia, il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza sta alla castità”) – coraggiosa nella tutela dei ceti sociali più deboli, dunque una destra sociale, intransigente sui valori di identità e appartenenza affatto sdolcinata rispetto al buonismo qualunquista, severa nell’applicazione di leggi giuste, ispirata – perché no, una volta per tutte- ai principi fondativi della Costituzione Repubblicana in cui tutti dobbiamo riconoscerci, sdoganandoli dalle appartenenze ideologiche.

Questa destra, scaltrita e moderna, pur essendo radicata in una consistente parte del sentire comune, non appartiene forse alla cultura politica del nostro Paese, soprattutto per l’assenza di una nuova classe dirigente che sappia esprimerne i valori storicamente consolidati ma in un’ottica di confronto pulito, aperto, leale, che gioverebbe persino alla sinistra oltre che al Paese.
Eppure il fatto stessa di immaginarla sarebbe una conquista e una novità, per mirare al perseguimento di un’alternativa democratica al presente.

Paure e fantasmi in tempo di spaesamento

Articolo già apparso sulle pagine di Civiltà Cattolica

Il contesto dell’articolo. L’articolo riprende il tema della fine della civiltà occidentale, già presente nella grande saggistica del Novecento, anche alla luce di alcune pubblicazioni di anni recenti.

Perché l’articolo è importante?

L’articolo innanzi tutto rileva che alla contemporanea esperienza della precarietà e dell’impotenza contribuisce, per la sua parte, l’incertezza diffusa degli equilibri sociali e politici, interni e internazionali. Secondo l’autore questo è il terreno sul quale fiorisce la cosiddetta «cul­tura apocalittica»: Anticristo, fine della civiltà, prossima epoca di bar­barie, fine del mondo.

Successivamente l’autore si concentra in particolare sul tema della «fine della civiltà». Illustri storici e pensatori se ne sono occupati specifi­camente, senza riferirsi a concezio­ni apocalittiche, della fine, vera o presunta, della civiltà occidentale. E considera, mettendolo a confronto, il diverso pensiero di tre di essi: Oswald Spengler, Benedetto Croce e Johan Huizinga; ossia, in estrema sintesi, il pessimismo, l’ottimismo e la spe­ranza.

Nel rilevare che appare più vicina al nostro sentire, alla nostra espe­rienza, l’analisi di Huizinga – che immaginava tra l’altro un ruolo nuovo e positivo delle religioni, in tempo di crisi dell’Occidente –, l’articolo sottolinea però che il pensiero dei tre autori mo­stra comunque due limiti evidenti. Si tratta di pensatori e scrittori eurocentrici e di un eurocentrismo ferito e corrotto dalle piaghe delle dittature, del militari­smo, delle guerre.

Insomma, la civiltà che abbiamo conosciuta tramonta e, attraverso le sue crisi, si trasforma, senza poter morire. Come dice il Papa alla luce della fede cristiana, non esiste ca­sualità, non ci sarà il caos.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • È davvero finita la civiltà occidentale?
  • Se finisce una civiltà, un’epoca, siamo destinati al caos?

Qui l’articolo completo 

Caritas: Voci dall’Amazzonia, terra, popoli e religioni

Alla vigilia dell’evento sinodale, la conferenza è una occasione per porgere ascolto alla voce dell’Amazzonia, che si esprime nel grido della terra violata dall’attività estrattiva, portata avanti in maniera selvaggia da soggetti incuranti del grido dei poveri, nel racconto di popoli che si lasciano educare dall’abbraccio fraterno tra fiumi e foreste e nel canto riconoscente di comunità che coltivano la bellezza.
La conferenza, dopo uno spazio introduttivo con saluti istituzionali, descriverà lo spirito dell’Amazzonia tramite le prospettive dei governi locali, testimonianze dirette di rappresentanti delle popolazioni indigene e rappresentanti della chiesa sinodale.
I diversi relatori accompagneranno la propria testimonianza con l’espressione di un impegno ad accompagnare un cammino che dall’Amazzonia vuole ripartire verso un orizzonte di fraternità umana universale. Tra i relatori: Mons. Miguel Cabrejos, OFM, presidente Consiglio Episcopale Latinoamericano; Fr. Michael Perry, ministro generale dei Francescani (Ordine dei Frati Minori) e Patricia Gualinga, leader Sarayaku, Ecuador.

Miglioramento della stabilizzazione macroeconomica nell’area dell’euro

Un decennio dopo la crisi finanziaria globale, il livello di attività economica nell’area dell’euro rimane deludentemente basso. Il PIL pro capite reale ha impiegato nove anni per superare il livello del 2007. Allo stesso modo, l’inflazione nell’area dell’euro è rimasta ostinatamente al di sotto dell’obiettivo della BCE per gran parte dell’ultimo decennio.

Durante tutto questo periodo, la BCE ha agito in modo decisivo per sostenere la domanda nell’area dell’euro e aumentare l’inflazione su un percorso sostenibile verso il nostro obiettivo di sotto, ma vicino al 2% a medio termine. Ciò ha incluso l’abbassamento dei tassi chiave della BCE per registrare livelli bassi e l’adozione di un’ampia gamma di misure di politica monetaria non standard.

Al contrario, il contributo della politica fiscale alla stabilizzazione macroeconomica nel periodo post-crisi è stato ridotto al minimo. Dal 2010 al 2012, le economie che rappresentano circa un terzo del PIL dell’area dell’euro hanno effettuato un inasprimento fiscale prociclico per ripristinare la fiducia nel loro debito pubblico, che ha contribuito in modo significativo alla seconda recessione in quel periodo. Da allora, la politica fiscale è stata sostanzialmente neutrale.

Alla nostra ultima riunione, il Consiglio direttivo ha risposto al perdurare dell’inflazione rispetto al nostro obiettivo. I recenti dati economici indicano una debolezza più prolungata nell’economia dell’area dell’euro. Rimangono importanti rischi di ribasso e le pressioni inflazionistiche vengono silenziate. Abbiamo introdotto un pacchetto di misure volte a sostenere l’espansione dell’area dell’euro, l’accumulo continuo di pressioni sui prezzi nazionali e, quindi, la costante convergenza dell’inflazione al nostro obiettivo a medio termine.

Abbiamo anche notato la necessità che i paesi con spazi fiscali agiscano in modo tempestivo ed efficace e che tutti i paesi intensifichino i loro sforzi per ottenere una composizione più favorevole alla crescita delle finanze pubbliche.

Nelle mie osservazioni di oggi, mi concentrerò sui ruoli della politica monetaria e fiscale nel sostenere la stabilizzazione macroeconomica nell’area dell’euro. In particolare, spiegherò perché ora è un momento particolarmente appropriato per lo stimolo fiscale. Offrirò anche alcune riflessioni su come migliorare l’attuale quadro fiscale.

Stabilizzazione macroeconomica in un’unione monetaria
La letteratura sulle aree valutarie ottimali sottolinea la necessità di contrastare due tipi di shock: quelli comuni a tutti i paesi e quelli asimmetrici che colpiscono un sottoinsieme di paesi.

Per shock comuni, la politica monetaria può agire per stabilizzare l’economia.

Ma per gli shock idiosincratici, la stabilizzazione diventa più complicata. La politica monetaria non può colpire i singoli paesi e le persone colpite non possono più adeguare il loro tasso di cambio per attenuare gli effetti dello shock. Quindi la letteratura sottolinea la necessità di far convergere i cicli economici, in modo da dominare generalmente gli shock comuni. Per gli shock asimmetrici, la stabilizzazione viene ex ante da una maggiore condivisione transfrontaliera dei rischi per migliorare la resilienza, ed ex post dalla politica fiscale.

Ma alla luce della recente esperienza, vale la pena rivisitare questa classica separazione tra l’uso della politica monetaria per shock comuni e la politica fiscale per shock asimmetrici. La politica fiscale a livello nazionale nell’area dell’euro non è stata in grado di contrastare completamente gli shock asimmetrici durante la crisi. E a livello aggregato, la stabilizzazione può beneficiare della politica monetaria e fiscale che funziona in tandem, dato l’attuale contesto di bassi tassi di interesse.

I tassi di interesse nominali sono in calo nelle economie avanzate dagli anni ’80. In gran parte, questo calo è attribuibile al calo dell’inflazione media in quel periodo. Gli investitori richiedono una compensazione inferiore per l’inflazione futura attesa e anche la caduta della volatilità dell’inflazione ha ridotto il premio al rischio di inflazione. Il declino è anche il risultato di un calo secolare del tasso di interesse naturale, che è il tasso che bilancia il risparmio desiderato e gli investimenti nell’economia. Mentre il tasso naturale non può essere misurato con precisione, un intervallo di stime indica il suo declino.

Ci sono una serie di fattori che contribuiscono a questo declino, il principale tra i quali è una crescita potenziale inferiore. Una minore crescita potenziale riduce il tasso atteso di rendimento del capitale, quindi riduce il tasso al quale le imprese sono disposte a prendere in prestito per investire.

Altri fattori che si ritiene abbiano ulteriormente pesato sul tasso di interesse naturale includono l’invecchiamento della popolazione in Europa, il ruolo della distribuzione del reddito, l’aumento del risparmio nei mercati emergenti e un aumento generale dell’avversione al rischio.

Questo calo del tasso di interesse naturale ha importanti implicazioni per il mix ottimale di politiche nell’area dell’euro. Il tasso di interesse al quale la politica monetaria diventa accomodante è direttamente in linea con il tasso naturale, quindi l’effettivo limite inferiore ai tassi nominali è diventato una considerazione molto più importante quando si imposta la politica. Prima della crisi, è stato stimato che i tassi di interesse nell’area dell’euro potrebbero raggiungere lo zero solo una volta ogni 50 anni. Al tasso naturale attuale, è probabile che tassi di zero o inferiori si verifichino molto più frequentemente.

Come ha dimostrato l’esperienza dell’ultimo decennio, il declino del tasso naturale non è un ostacolo alla politica monetaria che fornisce alloggio all’economia. Ciò significa che la politica monetaria deve rimanere più accomodante più a lungo e fare un maggiore uso di misure non convenzionali. Tali fattori comportano un aumento del rischio di effetti collaterali indesiderati.

In una tale situazione, la teoria economica ci dice che la politica fiscale dovrebbe svolgere un ruolo molto più sostanziale nella stabilizzazione del ciclo economico di quanto non farebbe normalmente.  La ragione di ciò è semplice.

In tempi normali, quando la produzione è vicina al potenziale e l’inflazione è vicina al suo obiettivo, un’espansione fiscale minaccia di spingere l’inflazione al di sopra dell’obiettivo della banca centrale. Le banche centrali rispondono aumentando i loro tassi ufficiali e l’aumento dei tassi di interesse in parte affolla la domanda del settore privato. Tuttavia, quando l’economia opera al di sotto del potenziale, la banca centrale non ha motivo di combattere un’espansione fiscale. I tassi politici non aumenterebbero e la domanda del settore privato sarebbe affollata, portando a un effetto positivo molto più ampio sulla domanda aggregata e sull’inflazione.

In altre parole, quando i tassi politici sono vicini al limite inferiore, la politica fiscale diventa più efficace nello stimolare la domanda aggregata.

Inoltre, mentre la politica monetaria deve prendere il tasso di interesse naturale dato, la politica fiscale – se attuata in modo appropriato – può contribuire ad aumentarla, a sua volta rendendo più potente la politica monetaria. Le politiche per incoraggiare più persone, in particolare i lavoratori più anziani, a partecipare alla forza lavoro possono aiutare ad aumentare i tassi. L’aumento della spesa per l’istruzione e gli investimenti pubblici può sostenere la produttività e aumentare sia la crescita potenziale che gli investimenti privati .

Ogni politica implica compromessi, ovviamente. Gli effetti collaterali di una politica monetaria molto accomodante possono diventare indebitamente tangibili quando l’economia opera a lungo sotto il potenziale. In effetti, mentre riteniamo che, nel complesso, i benefici siano superiori ai costi, riconosciamo le sfide che un ambiente a basso tasso di interesse sostenuto rappresenta per le banche.

Riforma del quadro fiscale
Pertanto, la politica fiscale deve svolgere un ruolo nel contribuire a contrastare gli shock comuni a livello europeo. Nella misura in cui gli Stati membri hanno creato uno spazio fiscale, sarebbe pertanto auspicabile che la politica fiscale nell’area dell’euro sostenga più attivamente la stabilizzazione del ciclo economico. La nostra valutazione attuale è che la posizione fiscale è solo leggermente espansiva a livello aggregato.

Ma l’attuale quadro istituzionale non è sufficiente a fornire lo stimolo richiesto.

La politica fiscale rimane una responsabilità nazionale nell’Unione economica e monetaria (UEM), con alcune regole comuni applicabili ai singoli paesi. Nella sua prima incarnazione, il patto di stabilità e crescita si è concentrato quasi esclusivamente sulla sostenibilità fiscale, con scarsa enfasi sulla stabilizzazione fiscale. Negli ultimi anni ha subito diverse riforme, alcune delle quali allo scopo esplicito di dare maggiore risalto alle considerazioni di stabilizzazione, sia a livello di paese che a livello dell’area dell’euro. Il risultato sono state regole che sono ora considerate complesse e opache, con poche prove del fatto che abbiano adottato una posizione di politica fiscale più anticiclica nell’area dell’euro.

Il patto di stabilità e crescita ha una flessibilità limitata e non si presta a integrare elementi di stabilizzazione a livello di area. Le norme fiscali nazionali, con particolare attenzione alle questioni interne, tendono a trascurare gli spillover transfrontalieri positivi. Non riconoscono i vantaggi della condivisione del rischio tra paesi e il ruolo vitale svolto dal settore pubblico nel sostenerlo.

In altre parole, le regole basate esclusivamente a livello nazionale, o persino le regole che coordinano una posizione di bilancio tra paesi, non sono sufficienti da sole. Le prove empiriche suggeriscono che le ripercussioni da un’espansione fiscale in un paese dell’area dell’euro ad altre sono positive, ma piccole. Pertanto, sebbene sia importante per quei paesi con spazio fiscale disponibile utilizzarlo a livello nazionale per sostenere la stabilizzazione generale, una capacità di bilancio centrale con la capacità di allocare le spese tra i paesi sarebbe più potente.

Una capacità fiscale centralizzata dedicata non interferirebbe con la politica interna. Concentrandosi sulla stabilizzazione a livello di area comune non è necessario influire sullo spazio fiscale nazionale ma piuttosto fornire un livello aggiuntivo. Questa attenzione contribuirebbe inoltre a garantire che le aree di spesa essenziali per la crescita a lungo termine non vengano ridotte durante una recessione, contribuendo a preservare lo spazio fiscale futuro e sostenere i tassi di interesse reali a lungo termine.

Una capacità fiscale centrale di questo tipo dovrebbe chiaramente essere attentamente progettata per mitigare qualsiasi rischio di rischio morale. Ma, soprattutto, dovrebbe avere una potenza di fuoco sufficiente per contribuire efficacemente alla stabilizzazione macroeconomica. Deve essere sufficientemente ampio e agile per reagire rapidamente alle minacce emergenti.

Ma la stabilizzazione macroeconomica nell’area dell’euro può funzionare correttamente solo quando le altre caratteristiche e istituzioni dell’UEM sono adeguatamente progettate e operative.

Innanzitutto, l’unione bancaria deve essere completata. La vigilanza bancaria unificata e il Fondo unico di risoluzione delle crisi (SRF) hanno fornito una maggiore fiducia nel fatto che le banche che operano in altri paesi dell’area dell’euro devono affrontare le stesse condizioni del loro mercato interno. Ma l’unione bancaria rimarrà incompleta fino a quando non verrà introdotto un sistema comune di assicurazione dei depositi e le dimensioni del backstop fiscale dell’SRF saranno aumentate. Sebbene vi sia un accordo politico sul backstop dell’SRF e sul suo mandato, non esiste ancora un accordo sul sistema europeo di assicurazione dei depositi.

In secondo luogo, è indispensabile accelerare i progressi nell’unione dei mercati dei capitali. Questo è ambizioso. Implica una razionalizzazione degli aspetti fondamentali delle politiche nazionali, come i regimi fiscali e di insolvenza, che sono essenziali per l’integrazione delle basi giuridiche dei mercati transfrontalieri. I mercati dei capitali possono attenuare gli shock specifici per paese fornendo un pool più ampio di attività finanziarie che possono essere condivise oltre confine. Ciò aiuta a dissociare ricchezza e reddito – e quindi i consumi – dalla produzione.

Conclusione
Vorrei concludere.

Le prospettive di rischio nell’area dell’euro sono nuovamente inclinate al ribasso. Questa è una preoccupazione congiunturale. Il declino globale del tasso di interesse naturale nell’ultimo quarto di secolo, tuttavia, pone sfide strutturali. I tassi ufficiali rimarranno probabilmente bassi, secondo gli standard storici, e potrebbero raggiungere i limiti inferiori più frequentemente rispetto al passato.  Dall’esperienza in Giappone abbiamo appreso che è possibile rimanere intrappolati in un circolo vizioso di calo delle aspettative di inflazione, calo dell’inflazione e un limite inferiore vincolante sui tassi di interesse nominali da cui è difficile sfuggire.

È quindi della massima importanza rafforzare la potenza di fuoco della politica di stabilizzazione dell’area dell’euro mediante un mix di politiche che, pur continuando a sfruttare appieno la politica monetaria, assegna un ruolo più sostanziale alla politica di stabilizzazione fiscale. Porre le basi istituzionali per una capacità fiscale europea sarebbe un passo importante in questa direzione.

Brescia: Carlo Cattaneo, il contemporaneo

Fonte Associazione Popolari

Nel 2019, oltre al Centenario del Partito popolare italiano e al 60° anniversario della scomparsa del suo fondatore Luigi Sturzo, si commemora anche il 150° della morte di Carlo Cattaneo (Milano 1801 – Lugano 1869).

Spirito concreto e programmatico, Cattaneo ha elaborato le tesi per un rigoroso e serio federalismo, ed è stato, insieme proprio a Luigi Sturzo, uno dei grandi cantori del ruolo fondamentale dei Comuni (“le patrie singolari”). Fu lui a insistere sull’importanza delle città nello sviluppo socio-economico. Su questo tema specifico si terrà a Brescia il prossimo 8 ottobre un convegno nazionale (qui il programma) che riproporrà l’attualità del pensiero di Cattaneo, che per molti aspetti può essere considerato un contemporaneo.

Idee che meritano ascolto in Italia, paese stretto da una evidente schizofrenia tra un neocentralismo pericoloso e tendenze regionaliste separatiste che con il federalismo e le autonomie di Cattaneo non hanno alcuna parentela. Schizofrenia che porta a sacrificare proprio l’importanza del Comune che è, invece, in crescita, ideale e pratica, in tutto il mondo.

Occorre riflettere sulle parole che recentemente il Presidente della Repubblica ha formulato nella prefazione del libro che ricorda uno degli importanti sindaci bresciani, Pietro Padula, non a caso esponente dei democratici popolari di ispirazione cristiana che affondano le loro radici culturali in quel pensiero delle Autonomie e dei corpi intermedi che parte da Tocqueville e Cattaneo per riassumersi nel municipalismo sturziano. Scrive Mattarella: “La consapevolezza che il Comune è l’istituzione della Repubblica più vicina ai bisogni delle persone ha sempre accompagnato la riflessione di Padula. La sua visione, in coerenza con il dettato costituzionale è sempre stata quella di una Repubblica delle Autonomie, antitetica rispetto ai disegni neo-centralisti e opposta a un modello di regionalismi ingigantiti, suscettibili di mortificarle”.

Banda Ultra Larga: trecento cantieri aperti in Piemonte

Sono 223 i cantieri aperti per la posa della banda ultra larga (Bul) in fibra e 78 per onde radio in Piemonte. Questi gli ultimi dati relativi al piano per l’infrastrutturazione digitale in Regione, diffusi dall’assessore all’Innovazione Matteo Marnati a Gattinara (VC) nel corso del Roadshow per la rappresentazione dello stato dell’arte dell’agenda digitale e del piano Bul per la Regione Piemonte e per i territori delle province di Novara e Vercelli. Ne dà conto una nota dell’ufficio stampa della giunta regionale. Nonostante i problemi burocratici, il piano per la posa della banda larga va avanti.

«La banda ultra larga – ha detto l’assessore Matteo Marnati – non è soltanto utile, ma fondamentale per lo sviluppo tecnologico ed economico regionale soprattutto a sostegno del mondo imprenditoriale. Porteremo tutti i servizi regionali in digitale con lo scopo di semplificare ed agevolare le pratiche sia per i cittadini che per le aziende».

L’agenda digitale della Regione Piemonte procede spedita con il piano di finanziamenti previsto dal Programma operativo regionale (Por), del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) Por 2014-2020. Si registra l’implementazione dello Spid, il Sistema pubblico di identità digitale, che ha una dote finanziaria di 1 milione e 620 mila euro; la realizzazione del Polo regionale dei pagamenti (PagoPa) Piemonte pay, integrato con la piattaforma nazionale, al fine di offrire ai cittadini il Fascicolo del contribuente, con dotazione di 2 milioni 880 mila euro. Da segnalare anche il fascicolo sanitario elettronico e i relativi servizi online: informatizzazione dell’area clinico-sanitaria, dematerializzazione dei documenti, accessibilità, ritiro referti online o cambio medico, con 17 milioni e 900 mila euro a disposizione; i servizi per l’agricoltura digitale attraverso il Siap, sistema informativo agricolo piemontese, con 1 milione 800 mila euro; il supporto agli enti intermediati dalla Regione Piemonte aderenti a Piemonte pay per 1 milione e 500 mila euro. C’è poi il “Bip 4 Maas”, biglietto integrato piemonte per Mobility as a service, ovvero l’accesso tramite smartphone ai servizi di mobilità, per 950 mila euro. E ancora, la dematerializzazione dei procedimenti territoriali, come ad esempio delle concessioni e delle riscossioni dei canoni del demanio idrico, della rilevazione delle istanze per la trasformazione del bosco in altra destinazione d’uso, con 700 mila euro disponibili; il cloud computing per la Pa piemontese, per 5 milioni di euro, e la valorizzazione dei dati pubblici attraverso gli open data, con una dotazione di 4 milioni 100 mila euro.

Lazio: il mese della prevenzione sul tumore al seno.

Parte nel Lazio ‘OTTOBRE ROSA’, il mese della prevenzione sul tumore al seno. L’iniziativa è stata presentata oggi alla Regione Lazio dall’assessore alla sanità, Alessio D’Amato. Una campagna con iniziative di prevenzione e informazione con un fitto programma di iniziative e percorsi di prevenzione interamente dedicati alle donne. I progressi nella ricerca hanno determinato negli anni una crescita continua delle percentuali di sopravvivenza, evidenziando in particolare l’importanza di una diagnosi precoce. Per questo motivo la sensibilizzazione rappresenta un aspetto fondamentale nel processo di cura.

La sede della Regione di Via Rosa Raimondi Garibaldi, si tingerà del colore che è diventato il simbolo della lotta contro il tumore mammario.

I Programmi di Screening consistono in percorsi organizzati di prevenzione e diagnosi precoce e sono attivi tutto l’anno. La Regione Lazio, attraverso le sue ASL, offre 3 percorsi di prevenzione gratuiti alle persone comprese nelle seguenti fasce d’età: donne 25-64 anni per la prevenzione del tumore del collo dell’utero; donne 50-69 (volontario fino a 74 anni) anni per la prevenzione del tumore della mammella; donne e uomini 50-74 anni per la prevenzione del tumore del colon retto. Viene spedita a casa una lettera d’invito con un appuntamento prefissato dalla ASL di appartenenza per effettuare il test di screening; l’appuntamento può essere modificato telefonando al numero verde indicato nella lettera.

«Riforme, restituire poteri ai sindaci», De Mita: ripartire da don Sturzo.

Articolo già apparso sulle pagine del giornale Nuova Irpinia

«Restituire poteri ai sindaci, offrendo loro risorse per dare risposte alle comunità, espropriate nel tempo di diritti e rappresentanza». Ciriaco De Mita ha indicato nella lezione di don Sturzo la premessa per riprendere il tema della riforme in Parlamento. Affrontando il tema dei continui tagli alle risorse degli enti locali, il Presidente dell’Area Pilota dell’Alta Irpinia è stato tra i protagonisti a Telese dell’ottava edizione del Piccolo festival della Politica. De Mita è intervenuto al panel moderato da Francesca Martelli di Open – La7, che ha messo a confronto le esperienze politiche e amministrative di generazioni diverse. Con il Presidente De Mita si sono confrontati giovani sindaci e deputati quali Diego Giusti, Josi Della Ragione, Angela Raffa, Mino Mortaruolo. Ciriaco De Mita si è soffermato sulla centralità della comunità nel rapporto tra la politica e il cittadino.

«TOLTI I POTERI AI SINDACI, PENALIZZATE LE COMUNITÀ LOCALI».

Progressivamente emarginata dal processo di selezione della classe parlamentare, allontanata dalla formazione dei governi, ora la comunità locale viene penalizzata anche dal taglio sistematico delle risorse alle amministrazioni sui territori. Ricordando che è la «prima istituzione democratica della vita», la comunità ora è rimasta un riferimento solo nel pagamento delle imposte, che in misura crescente finiscono per essere centralizzate, mentre al territorio resta sempre meno in termini di risorse da impiegare in servizi e investimenti, ha spiegato nella sostanza. Per questo ha evocato la necessità di una ‘rivoluzione’ su questo punto per ridare i poteri ai sindaci. Per De Mita le riforme in Parlamento dovrebbero mirare a ridare risorse ai Comuni per amministrare, favorendo in particolare gli enti locali piccoli. Una visione che si infrange di fronte ad una considerazione pessimistica dell’ex Premier. «La mancanza di pensiero è il difetto enorme della politica», ha osservato, criticando i movimenti perché duplicano su questo punto l’inefficienza dei partiti. Senza una analisi non c’è soluzione reale al problema, ha spiegato De Mita, che ha garbatamente contestato la politica degli slogan, delle formule prive di contenuti. Rivendicando il proprio democristiano retaggio politico, De Mita ha evocato la lezione di don Sturzo, per il quale la politica partiva dagli enti locali, considerando la libertà di azione del sindaco come la premessa alla soluzione dei problemi. Dare potere ai sindaci rappresenta nella sua analisi l’inizio della soluzione. La posizione espressa da Ciriaco De Mita si è sovrapposta perfettamente al tema dell’intera tre giorni di dibattiti, incentrata sulla politica che sfugge i problemi: «La polvere sotto il tappeto – palingenesi senza catarsi», l’eloquente titolo del Festival. I tanti ospiti intervenuti si sono confrontati sul «fenomeno diffuso del rapido rigenerarsi di partiti e movimenti politici in assenza di analisi critica ed autocritica». Appunto, politica senza pensiero, soluzioni annunciate senza analisi e approfondimento.

 

Sopravvivere, tra attesa e rinvio

“Trascorriamo la nostra vita dedicando più tempo a preparare che a fare”: in questo aforisma de “Il riformatore del mondo” di Thomas Bernhard sta una chiave di lettura per capire il dilemma dell’esistenza umana che oscilla tra la ricerca di una soluzione ai mali del mondo, e l’eterna insoddisfazione dei risultati raggiunti. L’uomo finisce per concepire la vita stessa come perenne attesa di una condizione migliore, relegando la quotidianità ad una mera alternanza di abitudini, tra eterno presente da definire e incerto e indefinito futuro da perseguire.

Così è in molti aspetti della realtà e della nostra condizione di viaggiatori che ondeggiano tra bisogno di approdi e pericolo di naufragi, in una vita di affetti e relazioni, assenze e presenze che recano ansie ed effimere certezze. Tra il tempo che scorre implacabile e il nostro bisogno di realizzare la pienezza esistenziale del presente c’è sempre un dettaglio da definire, un impegno da assolvere e un altro da accantonare. Il tempo dell’attesa è il luogo della preparazione e dell’incompiutezza, a volte della sofferenza interiore. Mi disse Reinhold Messner, confrontando il desiderio di scoperta di Ulisse alla paziente tessitura della tela di Penelope: “si guarda all’eroe che parte e non si considera la sofferenza di chi, restando, ne aspetta il ritorno. Le dimensioni umane nascoste sono più interessanti di quelle trionfalistiche”.

Nella nostra vita è così: per una madre che aspetta, un padre che non sa dov’è il figlio, uno che attende il ritorno di chi è partito. Lo notiamo ogni giorno, se distogliamo lo sguardo dal nostro smartphone e incontriamo quello di chi ci sta accanto, di cui spesso cogliamo solo indefinibili apparenze.

Ciascuno di noi è un tenente Drogo che aspetta nella fortezza Bastiani gli attacchi di un pericolo ignoto: dobbiamo difenderci, essere guardinghi. Non è forse la comunicazione autentica il convitato di pietra del nostro tempo? Ricordo le parole di Umberto Galimberti: “Oggi vedo persone che si accostano agli altri come se fossero dei muri. Amore e gratuità sono le due cose che possono dare un minimo di speranza a questa civiltà, ormai assediata solamente dagli interessi, dalla velocità del tempo”.

Pensiamo la globalizzazione come una conquista e ci accorgiamo di quanto finisca col dilatare le nostre insicurezze: nulla è mai definito per vivere il presente, tutto è perfettibile ma labile, vicino ma irraggiungibile. Restiamo impantanati nel luoghi comuni, ci soddisfiamo di apparenze, ci rifugiamo nel  mondo virtuale dove troviamo nicchie di solitudine, altre di complicità, altre ancora di malcelati inganni: eppure, sapendolo, permettiamo ai nostri figli di girovagare in quei meandri reconditi e imperscrutabili, di viaggiare nel buio di un universo nascosto e sconosciuto, fatto di simbologie e linguaggi  spesso indecifrabili, finendo per perdere il contatto basato sulle relazioni primarie: l’affetto, il dialogo, la conoscenza, il tempo “dedicato” alle intimità domestiche che lentamente vanno scomparendo dagli orizzonti della nostra quotidianità, fino a renderci estranei in famiglia.

Degli interessi dei nostri ragazzi conosciamo spesso solo le apparenze imposte da un circuito mediatico che prende il sopravvento sui valori solidi e antichi, tramandati, sulla nostra necessaria autorevolezza, siamo quasi inerti e impotenti di fronte ad un abbaglio effimero e breve che può accecarli rispetto al vero:  molte solitudini trovano conforto nella casualità delle conoscenze in rete ma in quel limbo torbido e fugace circolano figure inquietanti e occasioni per perdersi nel mare magnum degli inganni e delle doppiezze.

Manca al nostro tempo una estesa visione del futuro. Ci si satura nel presente o ci si avventura nell’ignoto fino a perdersi, senza attribuire importanza a ciò che potrebbe rasserenarci.

“Il desiderio di qualcosa che ci manca è una parte indispensabile della felicità” : ce lo insegna Bertrand Russel ma è un invito ad accettare la vita come un dono accontentandosi di ciò che abbiamo e potremmo valorizzare.

Che cosa potrebbe renderci felici? Ricordo l’interpretazione che mi diede Raffaele Morelli quando discutevamo di presente, passato e futuro, di ciò che potrebbe renderci più sereni e appagati: era il tema di un suo libro.

“Scrivendolo mi sono ispirato a Werner, un pittore del ’600: dipingeva gli interni, i gesti qualunque della vita quotidiana, specie quelli domestici delle donne e li inondava di luce. Non ci sono nella vita azioni importanti e azioni secondarie: in ogni cosa la mente si riempie di coscienza. Bisogna imparare a stare nel presente, valorizzarlo, viverlo.

Sono proprio le azioni ‘minime’ quelle importanti, sono le piccole cose che fanno piena la vita”.

Dovremmo forse guardare con più benevolenza alle “piccole cose” intorno a noi, valorizzare ciò che si ha, accontentarsi, coltivare affetti, cogliere l’attimo fuggente? Liberarci dall’ansia anticipatoria, dal collasso dei sentimenti, dal pensiero calcolante, dalle nevrosi del nostro tempo e recuperare una dimensione più serena, gratuita e libera del vivere? E invece aspettiamo Godot (“Già è vero/Cosa?/Che lo dobbiamo aspettare”) perché questo è il senso dell’esistere: vivere è sopravvivere – come spiega Samuel Beckett- attendendo “giorni felici” mentre sprofondiamo nella melma dell’esistere la cui vera tragedia è di aspettare la fine. Giostriamo tra attesa e rinvio, non è facile uscire da una incessante ricerca di stabilità.

Trovo che questa sia una condizione individuale ma anche una categoria sociale: basti riflettere su cosa significhi essere giovani, oggi. La precarietà è la cifra esistenziale della condizione giovanile, tra sconfitte, rinunce, umiliazioni: al lavoro, alla casa, alla famiglia. Una nuova, devastante antropologia che annichilisce e si esaurisce in una mera sopravvivenza senza sbocchi, una condanna alla irrilevanza: realtà che turba le coscienze ma non scuote la politica, relegata alla superficiale gestione dell’ovvio mentre i problemi della vita vera restano insoluti.

La politica ci offre oggi solo un mercimonio di basso profilo, è incapace di proporci soluzioni.

Litigi, distinguo, primazie, divisioni, inganni: circolano torbide figure di demagoghi.

Mancano anche i buoni esempi: come potrebbero essere i nostri figli migliori di noi se siamo pessimi maestri di noi stessi?

Scriveva Seneca: “La vita è lunga se è piena”. Possiamo dire che sia cosi, oggi? Non credo, se ci viene rubata la speranza, se ci viene sottratta la possibilità di realizzare una pur minima, personale felicità.

Oggi tutto si spiega nella narrazione autoreferenziale che nulla risolve e tutto rimanda.

Attesa e rinvio coniugano un passato rimuovibile, un presente ingovernabile, un futuro indecifrabile: è dunque la precarietà la condizione antropologica prevalente del nostro tempo.

Lo è per l’ambiente, per il lavoro, per la famiglia in crisi di resilienza, per chi emigra, per chi parte e per chi resta.

Ancora Seneca: “Dum differtur, vita transcurrit”. Mentre discutiamo su tutto la vita passa e va. Parlare senza fare: questa, sopra ogni altra cosa, rapportata al tempo di vivere che spetta a ciascuno, è la più autoreferenziale e inutile risposta che si possa ricevere.

Pedro Sanchez vuole gestire la sfida degli indipendentisti in Catalogna

Il presidente ad interim del governo spagnolo, Pedro Sanchez, è al lavoro su un piano per gestire la sfida degli indipendentisti in Catalogna.

Questo dopo che a pochi giorni dall’annuncio del verdetto sui leader catalani accusati di ribellione e in occasione del secondo anniversario del referendum sull’indipendenza della Catalogna, i separatisti sono scesi in piazza  per dimostrare la propria unità e per presentare un manifesto in cui si invitano i catalani a dare ai giudici “una risposta di massa, attraverso la lotta non violenta e la disobbedienza civile.

Lo riferisce il quotidiano spagnolo “El Mundo”, spiegando che la notizia è stata confermata da fonti vicine alla Moncloa, così come da importanti imprenditori catalani, secondo cui il leader socialista avrebbe assicurato la sua piena disponibilità ad emanare un decreto presidenziale per prendere il controllo della situazione che, sulla base dell’articolo 15 della legge sulla sicurezza nazionale, permette l’immediata entrata in vigore della misura, senza neanche passare per il Consiglio dei ministri.”

 

Gorizia in campo contro la violenza di genere

Nella città giuliana è stato siglato il 30 settembre un accordo per coordinare sull’intero territorio provinciale le iniziative di contrasto alla violenza domestica e di genere. Parte così una rete di servizi integrati tesi a contrastare i fenomeni di vessazione e maltrattamento. Ne fanno parte 17 membri e altri 19 soggetti già attivi in riferimento al tema, che hanno messo a disposizione il loro sostegno, rappresentanti del mondo delle istituzioni e dell’associazionismo. La rete è volta a promuovere iniziative di prevenzione, sensibilizzazione e informazione sul fenomeno della violenza domestica e di genere.

Il prefetto Massimo Marchesiello ha presentato il protocollo d’intesa nel corso di una conferenza stampa: il risultato di una strategia che, grazie alla collaborazione tra settore pubblico e privato, è riuscita a dotare il territorio di uno strumento vitale per la prevenzione, in grado di connettere servizi sanitari e sociali, istituzioni giudiziarie, istituti scolastici, forze dell’ordine e realtà associative. Apprezzamenti per il nuovo progetto sono state espresse dal Sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna, e dal procuratore capo della Repubblica, Massimo Lia.

Dai dati dell’indagine Istat del 2014 sul fenomeno della violenza di genere, il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di aggressione fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila). Ha subìto maltrattamenti fisici o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa degli atti subiti (68,6%). In particolare, per il 41,7% le aggressioni sono state la causa principale per interrompere la relazione, mentre per il 26,8% sono state un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro. Molte le donne che subiscono minacce (12,3%), esse vengono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Meno frequenti le forme più gravi come il tentato strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).

Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti). Una percentuale rilevante di donne ha subito anche atti persecutori (stalking). L’Istat stima che il 21,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni (pari a 2 milioni 151 mila) abbia subito comportamenti persecutori da parte di un ex partner nell’arco della propria vita. Se si considerano le donne che hanno subito più volte gli atti persecutori queste sono il 15,3%.

Lo stalking è stato subito anche da altre persone, nel 10,3% dei casi per un totale di circa 2 milioni 229mila donne. Complessivamente, sono circa 3 milioni 466 mila le donne che hanno subìto stalking da parte di un qualsiasi autore, pari al 16,1% delle donne. Passando ai casi con esito infausto, i dati Istat ci dicono come le donne vittime di omicidio volontario nell’anno 2017 in Italia siano state 123, lo 0,40 per 100.000. Malgrado le cautele che le comparazioni internazionali richiedono, è possibile affermare che tale incidenza sia contenuta in rapporto al contesto del vecchio continente: tra i 23 Paesi dell’Unione europea per i quali si hanno a disposizione dati recenti si osservano infatti valori inferiori solo nel caso di Grecia, Polonia, Paesi Bassi e Slovenia (0,47, 0,36, 0,35, 0,19 omicidi per 100.000 donne, rispettivamente).

Roma: Musei civici, la prima domenica d’ottobre ingresso gratuito ai residenti

L’iniziativa, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, consente di visitare, oltre al grande patrimonio di collezioni permanenti, le numerose esposizioni, anche queste (salvo la mostra Claudio Imperatore al Museo dell’Ara Pacis) a ingresso gratuito.

Dagli Etruschi all’antica Cina, fino alla mitologia greca e a Roma, e poi le testimonianze dagli scavi nei siti dell’antico Egitto, o quelle che raccontano arte e storia nei secoli attraverso reperti recuperati grazie alla costante attività dell’Arma dei Carabinieri. Avanti nel tempo, attraverso l’opera di Luca Signorelli, fino alle foto dei giorni nostri che ritraggono i pescatori al lavoro alcune delle zone marine protette più suggestive d’Europa, o a quelle che compongono la raccolta dedicata alle meraviglie del Gran Paradiso.

Ecco dunque Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte ai Musei Capitolini, nelle sale di Palazzo Caffarelli, omaggio a uno dei più grandi protagonisti del Rinascimento italiano con una selezione di opere di grande prestigio provenienti da collezioni italiane e straniere.

Nelle sale al piano terra di Palazzo dei Conservatori continua L’Arte Ritrovata, un mosaico di testimonianze archeologiche e storico artistiche, dall’VIII secolo a.C. all’Età moderna, rappresentativo della pluridecennale azione di salvaguardia operata dall’Arma dei Carabinieri.

Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta alla Centrale Montemartini propone una selezione di lastre parietali figurate e decorazioni architettoniche a stampo in terracotta policroma, provenienti dal territorio di Cerveteri (l’antica città di Caere) e in parte inedite. Sono esposti reperti archeologici di fondamentale importanza per la storia della pittura etrusca, recentemente rientrati in Italia grazie a un’operazione di contrasto del traffico illegale.

Ai Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali prosegue fino al 18 ottobre Mortali Immortali, tesori del Sichuan nell’antica Cina, un percorso attraverso la vita sociale e il mondo spirituale dell’antico popolo Shu, che proprio su questa terra nel sud-ovest della Cina ha creato una civiltà unica. Sono esposti reperti in bronzo, oro, giada e terracotta, databili dall’Età del bronzo (II millennio a.C.) fino all’Epoca Han (II secolo d.C.) e provenienti da importanti istituzioni cinesi.

Alla Galleria d’Arte Moderna, Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione, propone una riflessione sulla figura femminile attraverso artisti di diverse correnti artistiche e temperie culturali tra fine Ottocento, lungo tutto il Novecento e fino ai giorni nostri. Inoltre, nel chiostro della Galleria, Wechselspiel: le installazioni di Paolo Bielli e Susanne Kessler costituiscono un doppio percorso che si collega alla mostra oltre che alle sculture del chiostro.

Al Museo di Roma in Trastevere, domenica è l’ultimo giorno per visitare la mostra Emiliano Mancuso. Una diversa bellezza. Italia 2003 – 2018, dedicata al lavoro del fotografo, scomparso prematuramente lo scorso anno. Inoltre, è visibile Cittadini del mare: ritratti e paesaggi di Carlo Gianferro, che illustrano i luoghi di vita dei pescatori, il loro lavoro, la loro relazione con l’ambiente e la famiglia.

Al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco, Il Leone e la Montagna: reperti provenienti dalla Missione Archeologica Italiana in Sudan, attiva da quasi cinquanta anni nel sito del Jebel Barkal, patrimonio mondiale Unesco.

Due mostre da visitare nei musei di Villa Torlonia: al Casino dei Principi: Luigi Boille. Luoghi di luce, scrittura del silenzio, curata da Claudia Terenzi e Bruno Aller, con il sostegno dell’Archivio Luigi Boille. Una panoramica di più di ottanta opere che raccontano il percorso artistico del Maestro dal 1958 al 2015. Al Casino Nobile, Rifrazioni dell’Antico, l’opera di Sergio Monari incontra l’architettura del Casino Nobile e la collezione d’arte della famiglia Torlonia: un dialogo fra passato e presente che porta all’attenzione del pubblico l’attualità della mitologia greca.

Al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese con la mostra Frank Holliday in Rome ha fatto il suo primo ingresso in un’istituzione museale italiana uno degli artisti del Club 57 – lo storico locale dell’East Village al quale recentemente il MoMA di New York ha dedicato una grande mostra – attraverso 36 opere dipinte nel suo studio vicino a piazza Navona, dove Holliday ha lavorato avendo come ispirazione le opere dei maestri della storia dell’arte. Il percorso espositivo comprende anche la proiezione del film inedito di Anney Bonney “Roman Holliday”. Poco distante, al Museo Civico di Zoologia, è in corso In Paradiso, un progetto fotografico portato avanti all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, che mette in evidenza sfumature differenti di un patrimonio naturale e culturale straordinario e offre nuovi spunti per conoscere la ricchezza e l’unicità del luogo.

 

 

Policlinico Gemelli: un nuovo anticorpo per la fibrosi polmonare idiopatica

Al Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma si aprono nuove prospettive per la cura della fibrosi polmonare idiopatica.

Un anticorpo monoclonale, rallenta la progressione della malattia bloccando una molecola chiave, il connective tissue growth factor. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “The Lancet Respiratory Medicine” ed è stato coordinato a livello globale da Luca Richeldi, direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia del Policlinico Universitario A.

Il trial clinico ha arruolato 103 pazienti affetti da fibrosi in 7 Paesi e ha mostrato che il trattamento con una dose (30 mg per chilo di peso del paziente) di Pamrevlumab per via endovenosa ogni 3 settimane per la durata di un anno rallenta la perdita di funzione respiratoria di circa il 60%, rispetto a una sostanza placebo. Inoltre, il farmaco sembra avere effetti positivi sulla qualità di vita dei pazienti.

Il governo alla prova dei suoi elettori

Articolo già apparso sulla rivista il Mulino a firma di Davide Angelucci Pierangelo Isernia Gianluca Piccolino Andrea Scavo

La prima coalizione di governo genuinamente populista e sovranista in Europa occidentale si è dissolta dopo circa un anno dalla sua formazione. Sebbene sia ancora presto per valutare la solidità della nuova ‘strana coppia’ democratico-populista, la partenza del secondo governo Conte si prospetta in salita per almeno quattro ragioni.

La prima è la diversa composizione ideologica dei due partiti di governo. Mentre la Lega e il M5S superavano le profonde differenze ideologiche con un comune tratto populista, in questo caso i collanti di fondo sembrano mancare. Non solo, come mostrato nella Figura 1, nessun partito italiano presenta una composizione ideologica così variegata come il M5S, mentre gli elettori Pd sono saldamente ancorati ad una tradizione di sinistra. Ma soprattutto i due partiti si divaricano proprio sul giudizio circa gli orientamenti populisti. Mentre due terzi degli elettori Pd nell’autunno 2018 pensavano che il populismo facesse “molti danni,” solo il 6% dei leghisti e il 10% dei grillini dava un analogo giudizio.

Una seconda ragione è il peso del passato. Le “pietre” che i due partiti si sono lanciati in passato hanno lasciato cicatrici profonde, in particolare sull’elettorato del Pd. Due tipi di evidenze lo confermano. Da un lato, vi è l’attrattiva che ogni partito esercita sull’elettorato dell’altro partner della coalizione (Figura 2). Il precedente governo Lega-M5S traeva forza da una fase di “luna di miele” tra l’elettorato dei due partiti che ha resistito sino al maggio 2019 -sebbene i pentastellati siano sempre stati più vicini alla Lega rispetto al contrario. Negli ultimi due mesi il trend è ovviamente cambiato, ma non si è (ancora?) creato lo stesso clima tra gli elettori delle due forze di governo attuali, Pd e M5S. È chiara l’impennata d’attrazione dei grillini verso il Pd. Ma questa non è corrisposta nell’elettorato democratico. Mentre tra aprile e settembre del 2019 la quota di elettorato grillino che ritiene il Pd una opzione realistica è passata dal 7% al 21%, ciò non è avvenuto tra gli elettori dem. Solo il 2% degli elettori Pd considera la possibilità di votare per il Movimento in futuro.

Dall’altro lato, anche la fiducia nei leader dei partiti alleati (Figura 3) resta bassa. Durante il primo governo Conte, per il M5S la fiducia in Salvini era seconda solo a quella in Di Maio e Conte, mentre la simpatia per i due leader del Pd in questo periodo (Martina e Zingaretti) è sempre stata minima. Questo senso di avversione era ben ricambiato dagli elettori del Pd. Solo il 5% degli elettori dem, infatti, aveva fiducia in Di Maio. Nel corso degli ultimi due mesi lo scenario è solo parzialmente mutato. Da una parte registriamo una crescita importante della fiducia in Zingaretti tra gli elettori del M5S. Tuttavia, la maggiore fiducia nel leader del Pd tra i pentastellati non è ricambiata dagli elettori dem: a settembre solo il 10% degli elettori del Partito democratico dichiara di aver fiducia in Di Maio.

Una terza ragione di potenziale instabilità per la nuova coalizione M5S-Pd è la struttura valoriale su cui poggiano i rispettivi elettorati. Questo è quanto emerge dalla tabella seguente.

Tab. 1. Preferenze degli elettori su macro-tematiche  Pd M5S Lega
L’ antifascismo è un valore 78% 47% 15%
Il capitalismo dovrebbe essere completamente cambiato/dovrebbe essere riformato 86% 81% 78%
La globalizzazione ha un effetto negativo 25% 59% 58%

Fonte: Dati Swg. Domanda su antifascismo (luglio 2019), su globalizzazione e capitalismo (agosto 2019)

Le differenze più rilevanti tra gli elettori del Pd e del M5S emergono in relazione agli atteggiamenti sull’antifascismo e sulla globalizzazione. Il primo rappresenta un valore irrinunciabile per gli elettori del Pd, mentre la questione è decisamente più divisiva per il M5S e un ricordo del passato per gli elettori della Lega. Per quanto riguarda la globalizzazione, gli elettori del M5S e del Pd sono chiaramente distanti: il 59% degli elettori M5S pensa che la globalizzazione abbia portato più svantaggi che vantaggi, mentre gli elettori Pd sono meno preoccupati. Più vicine sono invece le posizioni sul capitalismo e sulla possibilità di cambiarlo. Circa l’80% degli elettori dei tre partiti ritiene che sia necessaria una sua riforma. Tuttavia, mentre un terzo dell’elettorato M5S ritiene che il capitalismo debba essere completamente modificato, solo il 16% e il 15% degli elettori del Pd e della Lega condividono questa opinione.

Le politiche sono la quarta fonte di attrito tra gli elettori del Pd e del M5S (Tabelle 2 e 3). Immigrazione, economia e politica estera sono i dossier più divisivi all’interno dei due elettorati. Se poco meno del 50% dell’elettorato Pd si dice preoccupato dell’immigrazione verso l’Italia, tra i pentastellati questa quota sale di quasi venti punti. Il reddito di cittadinanza, inoltre, continua a trovare l’elettorato del Pd decisamente freddo (così come quello della Lega), a fronte di un chiaro supporto pentastellato. Senza dimenticare le grandi opere, con supporto plebiscitario tra Pd e Lega (attorno al 90%) ed elettorato M5S più freddo (62%), e la riforma delle pensioni con il mantenimento di quota 100, che trova ampi consensi tra M5S e Lega e netta opposizione nel Pd. L’elettorato del M5S e della Lega vedono positivamente i rapporti con la Russia, mentre la proporzione scende all’8% tra gli elettori del Pd. Altri temi potenziali di scontro sono l’Ue e la moneta unica, dove si registrano timidi accenni di convergenza con una moderazione degli elettori pentastellati (Tabella 2). Se nell’ottobre 2018 il 39% e il 34% degli elettori del M5S ritenevano che l’Italia avrebbe dovuto lasciare l’euro e l’Unione, le proporzioni sono scese nel settembre 2019 al 25% e 20% rispettivamente. Gli elettori Pd rimangono comunque decisamente più eurofili, con percentuali irrisorie di supporto per un’Italexit.

Tab. 2. Preferenze degli elettori sull’Ue e sull’euro (sett. 19  vs. ott. 18)  
Pd M5S Lega Pd M5S Lega
L’Italia dovrebbe uscire dall’euro 5% 25% 56% 2% 39% 35%
L’Italia dovrebbe uscire dall’Unione europea 2% 20% 50% 6% 34% 37%

Fonte: Dati Swg.

I due elettorati sono invece più in sintonia sui temi legati all’ambiente e ai diritti civili e sociali. Entrambi i partner di governo (e in maggior misura il M5S) inglobano all’interno del proprio elettorato una forte componente “green” e maggioranze forti sostengono una maggiore libertà di espressione per la comunità Lgbt. Inoltre, una maggioranza assoluta dei due elettorati (più entusiasti gli elettori del Pd, meno i grillini) supporta il pieno riconoscimento di diverse forme di famiglia.

Tab. 3. Preferenze degli elettori su varie tematiche Pd M5S Lega
Preoccupazione per immigrazione verso l’Italia 49% 69% 90%
Supporto per relazioni più strette con la Russia 8% 36% 48%
Supporto per Reddito di cittadinanza 21% 65% 25%
Supporto per riforma pensioni con quota 100 29% 75% 79%
Rafforzare lo stato sociale invece di abbassare le tasse 76% 68% 51%
Supporto per maggiore spesa pubblica nell’economia ‘Green’ 25% 31% 17%
Supporto per grandi opere anche a costo alto impatto ambientale 90% 62% 81%
Supporto per il pieno riconoscimento di diverse tipologie di famiglia 81% 64% 42%
Supporto per la libertà di espressione della comunità Lgbt 84% 78% 54%

Fonte: Dati Swg. Welfare (giugno 2019); pensioni, libertà di espressione sessuale, green economy, accettazione ogni tipo di famiglia, Russia (luglio 2019); immigrazione, reddito di cittadinanza e grandi opere (settembre 2019).

Qui l’articolo completo 

Cultura: un mix di tradizione e nuovi saperi

C’è chi sostiene che la scuola debba essere un luogo separato dalla realtà, sede di trasmissione di un sapere consolidato e resistente alla massa d’urto dell’interfaccia quotidiano con il sociale, tabernacolo delle tradizioni culturali dove la formazione ha radici lontane e si conserva gelosamente il senso di appartenenza e un certo imprintig specifico e caratterizzante

Chi la sceglie sa che tipo di educazione viene impartita, quali sono le basi su cui poggia il corso di studi.

C’è invece – e la scuola pubblica è il prototipo più attuale di questo orientamento- chi pensa che la scuola debba essere più luogo di vita che di rappresentazione della vita, un contesto dove accanto ai saperi codificati dalla tradizione e trasmessi alle giovani generazioni, possano trovare collocazione anche l’apertura al nuovo e l’attenzione alle derive sociali come mix vincente di una cultura fluente e inclusiva.

Chi sceglie il primo tipo di modello formativo si affida alla rassicurante sine cura della tradizione, chi si indirizza  verso il secondo sa che l’innovazione può arricchire o contaminare i saperi consolidati trasmessi e che occorre comunque una lunga e quotidiana opera di mediazione tra il vecchio e il nuovo, tra l’interno (inteso come programmi, indirizzi, norme, discipline) e l’esterno (influenze e tendenze derivanti dal contesto di appartenenza e dalla domanda sociale: famiglie, enti, associazioni, altre agenzie formative, mass media).

Nell’uno e nell’altro caso la scuola è sempre e comunque luogo di produzione e di elaborazione simbolica ma certamente il secondo tipo di scuola è caratterizzato da un’offerta formativa in continuo divenire, soggetta a processi di socializzazione e confronto, dinamica, aperta, democratica, stimolante.

Di questo modello formativo e di istruzione risulta interessante un aspetto: il rapporto tra la tradizione culturale che va conservata e tramandata, pena la negazione delle proprie radici culturali e del senso della continuità e della storia, e la spinta al cambiamento che ha collocato, con alterne fortune, la scuola in quel coacervo di rimescolamenti, ribaltamenti (di ruoli, di senso e di funzioni) e frizioni confuse che hanno fatto saltare la stabilità sociale, intesa come contesto di vita dove ci si riconosce.

Occorre sfatare uno dei luoghi comuni del nostro tempo: la crisi della scuola (come quella delle istituzioni, a cominciare dalla famiglia) non è stata dovuta al fatto di non essersi rinnovata e adeguata agli input sociali, ma- al contrario – di averlo fatto troppo in fretta e in modo confuso.

La scuola ha resistito con dignità e lo ha fatto bene, più per il senso del dovere e la dedizione silente dei suoi operatori che per l’ondivaga e disorientante miopia dei suoi riformatori.

A volte, curando i corollari si sono persi di vista i fondamentali: il compito della scuola non è quello di intrattenere, socializzare, far posto senza un minimo vaglio critico a tutte le sirene del nuovo.

La formazione non è un’opinione ma la storia di un processo, la descrizione di un percorso: quello che tratta dei rapporti tra l’insegnamento (come offerta colta e competente) e l’apprendimento( come formazione basilare dell’intelligenza, del sentimento e del carattere).

La cultura è selezione critica di contenuti e il termine “critica” è la chiave di accesso alla spiegazione di tutto: si impara non per ingolfamento del contenitore ma per vaglio, riflessione, ragionamento, discernimento, uso sapiente di un metodo che occorre apprendere, possedere.

La scuola non è un sacco informe da ingolfare di nuovismo, non è lo scaffale di un supermercato dove esibire mirabolanti (tanto effimeri e transeunti) progetti e progettini: c’è uno zoccolo duro che va conosciuto, appreso e rispettato ed è quello delle regole, delle competenze, dei ruoli, delle radici del passato che sono linfa vitale del presente, dei valori condivisi che ci rendono civili e ci permettono di comunicare con un linguaggio alto e nobile, universale.

Si impara con calma, con gusto, si metabolizza lentamente: questo è lo specifico didattico della scuola, ed è diverso da tutte le altre forme di apprendimento.

Chi minimizza e riduce i problemi della scuola di oggi alla sola carenza di fondi e di risorse o è male informato o dice bugie, chi pensa che nelle aule debba entrare di tutto e di più compie un madornale errore pedagogico, chi ritiene di modernizzare e adeguare al nuovo la didattica presentando progettini che durano uno sbadiglio  dimostra poca lungimiranza ma anche poca concretezza.

Sulla scuola si è riversato uno tsunami di intemperie sociali: in epoca di crisi di tutto (valori, idee, sentimenti, affetti, intelligenze, libertà) ci si rivolge alla scuola come camera di compensazione delle derive critiche che provengono dall’esterno, si spera di ripartire da lì.

La scuola però non può onestamente far tutto da sola: occorre un nuovo patto educativo con la famiglia e la società.

Inutile che i genitori reclamino a gran voce i corsi di musica e di teatro, le uscite didattiche, le gite (6 ore di viaggio e mezz’ora di visita al museo) se poi loro stessi lasciano i figli pomeriggio e sera davanti alla Tv o connessi ad internet senza un minimo controllo: queste frivole e demagogiche rivendicazioni a buon mercato vanno confutate.

Così come non è pensabile aggiornare il personale docente con corsi e corsetti di poche ore, prevalentemente tenuti da fanfaroni che strombazzano teorie spicciole o enfatizzano l’autovalutazione, senza aver messo piede in una scuola da almeno vent’anni.

Occorre una solida preparazione professionale che si acquisisce in anni e anni di studio e di letture: sono convinto che ci siano più argomenti pedagogici di viva attualità in una pagina di Dostoevskij o di Pirandello che nei manualetti della pedagogia pronto uso o nelle lezioni di qualche esperto delle dinamiche di gruppo.

Il problema della pletora dei precari non si risolve con la demagogia politica, per acquisire voti in prossimità delle elezioni: c’erano i concorsi, non se ne fanno più da anni. Perchè?

L’unica forma di reclutamento che garantisce un minimo di selezione è quella del vaglio concorsuale: è in quella sede che capita di leggere dei temi che non prenderebbero la sufficienza neanche in quinta elementare.

Quanto a considerare tutte le aree, gli ambiti, i temi e i sottotemi cui la scuola avrebbe dovuto por mano, diciamo da un ventennio a questa parte (per non andare troppo lontano nel tempo) ce n’è per tutti i gusti, naturalmente senza considerare i programmi didattici ministeriali peraltro spesse volte messi in secondo piano di fronte alla folgorazione di certe intuizioni nuoviste.

Sono molti gli input esterni e le iniziative programmate all’interno della scuola per rendere più vivo il rapporto con il territorio, valorizzare l’offerta formativa e tutte le potenzialità che l’introduzione di temi e argomenti innovativi possono generare.

Occorre tuttavia trovare sempre un punto di equilibrio per evitare di legare ad un singolo, specifico progetto l’attività didattica di un intero anno, riducendo o cancellando intere pagine di programmi nazionali, bypassando gli obiettivi educativi previsti per quel grado di scuola e dimenticando che esistono standard e requisiti minimi essenziali.

Tra la scuola del nozionismo e quella ‘giovani marmotte’ può esistere una dignitosa via di mezzo.

Lampedusa: domani una cerimonia notturna con i migranti superstiti del naufragio di sei anni fa

a Lampedusa per il 3 ottobre, sesto anniversario di quella che viene ricordata come una delle più gravi stragi di migranti del Mediterraneo, vi sarà una cerimonia notturna alle 3.30 in piazza, nell’orario in cui è avvenuto il naufragio, con l’inaugurazione del memoriale “Nuova Speranza”.

E poi, alle 9, da piazza Castello, la marcia verso la Porta d’Europa dove si terrà un momento di raccoglimento con i migranti superstiti del naufragio, gli studenti, la comunità locale, rappresentanti dell’amministrazione comunale, delle istituzioni, della Chiesa, delle Forze dell’Ordine e delle associazioni.

E proprio in quello specchio d’acqua in cui è avvenuto il naufragio, al termine della marcia, sarà deposta una corona di fiori. Mentre alle 16,30, in piazza Piave, sarà inaugurata una targa dedicata ai “Giusti”. Le iniziative sono organizzate nell’ambito del progetto comunitario “Snapshots from the Borders”, di cui il Comune di Lampedusa e Linosa è ente capofila.

Quest’anno, oltre alle iniziative che si svolgeranno a Lampedusa e a Palermo, nell’ambito del progetto Snapshots sono stati organizzati eventi in 30 capitali e città europee (appuntamenti culturali, proiezione di documentari, dibattiti, mostre, flash-mob, concerti per sensibilizzare i cittadini sui differenti temi e aspetti legati alle migrazioni e per sostenere la petizione che ha come obiettivo la richiesta alle istituzioni dell’Ue di proclamare il 3 ottobre “Giornata europea della memoria e dell’accoglienza”. Presenti in questi giorni a Lampedusa anche 500 studenti provenienti da diverse città italiane e d’Europa insieme con i superstiti e i familiari delle vittime dei naufragi del Mediterraneo. Saranno coinvolti in quattro giornate di dibattiti, workshop, eventi formativi, visite guidate, eventi musicali. Il progetto “P(r)onti per l’accoglienza” è promosso dall’amministrazione comunale di Lampedusa e Linosa e dal Comitato 3 Ottobre.

Cie, anche i cittadini italiani residenti all’estero potranno richiederla con un click

Ad oggi ciascun cittadino che lo desideri può prenotare un appuntamento per il rilascio del documento, in funzione alle disponibilità del proprio Comune, utilizzando il sistema “Agenda Cie” a cui è possibile accedere mediante il tasto “Prenotati” dell’apposito portale, oppure andando, sempre online, sul sistema “Agenda Cie”. Ma coloro che non risiedono in Italia come possono fare?

A riguardo sta per partire la sperimentazione che nella prima fase vedrà tra i consolati antesignani quello di Vienna, Nizza ed Atene.

Entro il prossimo anno saranno poi interessati altri 49 Uffici consolari italiani, in 32 diversi Paesi nei quali è consentito viaggiare con la sola carta di identità.

I diversi step per ottenere il documento prevedono che la persona richiedente iscritta all’Anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero (Aire) in una delle circoscrizioni consolari coinvolte nella fase sperimentale, possa effettuare la propria prenotazione online, sulla piattaforma dedicata. A questo punto, i dati dell’utente verranno trasmessi dal consolato di appartenenza al centro di produzione nazionale dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato che, a sua volta, produrrà materialmente la Cie. La stessa verrà, infine, recapitata all’indirizzo indicato dal cittadino entro 15 giorni dalla rilevazione dei dati biometrici.

Parte SPIN, il programma che fa crescere le startup innovative del Sud

Parte SPIN (Scaleup Program Invitalia Network), il programma promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico, nell’ambito del Pon Imprese e competitività 2014-2020, e gestito da Invitalia in partnership con ELITE, London Stock Exchange Group. Tre gli obiettivi: favorire l’incontro fra le startup innovative del Mezzogiorno con le piccole medie e grandi imprese nazionali e internazionali; facilitare i processi di open innovation e accedere a nuove forme di finanza alternativa per la crescita.

Con SPIN, per la prima volta, spinoff universitari, PMI e startup innovative di Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, potranno accedere ai servizi offerti da ELITE attraverso una piattaforma online personalizzata.

Il percorso prevede due fasi: nella prima, 250 realtà parteciperanno a un innovativo programma di sviluppo imprenditoriale digitale con l’assegnazione di un tutor, l’accesso ad una piattaforma di servizi, l’utilizzo di un tool di self-assessment, un report sul posizionamento competitivo, l’accesso a iniziative di networking e di Open Innovation. Nella seconda fase le migliori 50 imprese selezionate da Invitalia accederanno a un’edizione dedicata del percorso ELITE, con una serie di servizi per strutturarsi sui temi di strategia e business planning, organizzazione e governance, funding.

“SPIN rappresenta un tassello importante della strategia del Ministero dello Sviluppo Economico volta a favorire, nel Sud del nostro Paese, la nascita e il rafforzamento di ecosistemi di impresa innovativi, sostenibili e competitivi anche a livello internazionale – dichiara il Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli. Sosteniamo pertanto con grande interesse la collaborazione tra Invitalia ed Elite ELITE focalizzata sulle Startup, gli Spin-off universitari e le PMI del Mezzogiorno in un percorso di consolidamento delle competenze imprenditoriali, che ha l’obiettivo di aprire nuove opportunità di mercato alle tante promettenti realtà che vorranno partecipare alla selezione”.

“Con questo progetto – dichiara l’Amministratore Delegato di Invitalia, Domenico Arcuri – l’Agenzia non solo contribuisce alla nascita delle startup innovative del Sud con i finanziamenti gestiti per conto del Governo, ma amplia il suo raggio d’azione preoccupandosi anche di consolidare e far crescere il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno”.

Per accedere al programma, la domanda si presenta esclusivamente online sul sito di Invitalia.

La celiachia

La celiachia è una infiammazione cronica dell’intestino tenue, scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti; può manifestarsi in individui di tutte le età a partire dallo svezzamento. Tra i sintomi vi sono diarrea cronica, dolore addominale, gonfiore addominale, ritardo della crescita nei bambini e astenia. In certi casi (forme atipiche) questi sintomi possono essere assenti e possono esservi sintomi extraintestinali, tra cui sintomi neurologici e correlati al malassorbimento; in questi casi la diagnosi è spesso fatta in età adulta.

Si ritiene che la malattia possa interessare da 1 su 1750 a 1 su 105 persone negli Stati Uniti. La celiachia è causata da una reazione alla gliadina, una prolammina (proteina del glutine) presente nel grano e da proteine simili che si trovano nelle tribù di Triticeae, che comprendono altri cereali comuni, come orzo e segale.

L’esposizione alla gliadina causa una reazione infiammatoria. Ciò porta ad una progressiva riduzione dei villi che rivestono l’intestino tenue (atrofia dei villi) fino alla loro completa scomparsa. Ciò interferisce con l’assorbimento delle sostanze nutritive, in quanto i villi intestinali ne sono responsabili. L’unico trattamento efficace conosciuto è una permanente dieta priva di glutine.

Il termine “celiaco” è stato introdotto nel XIX secolo da quella che viene generalmente considerata come una delle prime descrizioni in greco antico della malattia da parte di Areteo di Cappadocia.

Disturbi simili come sintomatologia sono i cosiddetti disturbi glutine-correlati, come l’allergia al frumento e la sensibilità al glutine. La prima è una reazione allergica tipica, la seconda è simile alla malattia celiaca ma senza danni ai villi intestinali e spesso senza presenza di marcatori specifici per la celiachia nel sangue.

Per diagnosticare la celiachia sono necessari esami del sangue (anticorpi) e la gastroscopia con biopsia (non sempre necessaria in età pediatrica ma obbligatoria per gli adulti). Gli esami vanno effettuati senza aver eliminato il glutine, altrimenti si otterebbe un risultato falsato. Il danno intestinale comincia a guarire in poche settimane, dopo che il glutine è stato rimosso dalla dieta, mentre la diminuzione dei livelli di anticorpi avviene nel corso di alcuni mesi. Per coloro che hanno già cominciato una dieta priva di glutine, può essere necessario eseguire una nuova serie di esami dopo aver consumato alcuni alimenti con glutine in un pasto al giorno per 2-6 settimane.

Le categorie di anticorpi attualmente in uso nella diagnostica sono:

Anticorpi anti-gliadina (AGA)
Autoanticorpi anti-endomisio (EMA)
Autoanticorpi antitransglutaminasi (tTGA).

I risultati degli esami vengono utilizzati per determinare se vi sia o meno la necessità di ricorrere alla biopsia endoscopica.

La prognosi è generalmente fausta. Seguendo scrupolosamente la dieta senza glutine si evita la comparsa di nuovi sintomi e si ha la remissione dei sintomi presenti. La mortalità dei celiaci diagnosticati in età pediatrica e che seguono una rigorosa dieta priva di glutine è infatti analoga a quella della popolazione generale.

ANCI Piemonte, adesso parta il dibattito sul futuro dell’Anci nazionale.

Il congresso regionale piemontese dell’Anci e, a maggior ragione, il congresso nazionale non possono ridursi ad un semplice momento di ratifica degli incarichi accompagnato da un dibattito stanco, burocratico e protocollare. E, in secondo luogo, al vertice dell’Anci piemontese – seppur nel pieno rispetto delle scelte fatte e frutto estenuante delle trattative tra i vari partiti – sarebbe stato opportuno investire politicamente sul Sindaco di Torino. A prescindere da chi ricopre pro tempore quell’incarico. Come, del resto, avveniva nel passato. 

Queste le due osservazioni, sostanzialmente di metodo, che ho avanzato durante il mio intervento al congresso piemontese dell’Anci in qualità di Sindaco di Pragelato. 

Ora, se la richiesta di riavere il Sindaco di Torino alla guida dell’Anci subalpina rispondeva più alla esigenza di ridare autorevolezza e prestigio alla stessa Associazione in una fase storica e politica che prevede anche il riordino dell’architettura istituzionale del nostro paese con il rischio di riproporre un nuovo centralismo regionale a scapito del ruolo, della funzione e della stessa “mission” dei comuni italiani, la necessità di riaprire un forte dibattito all’interno dell’Associazione risponde, invece, ad una domanda di partecipazione e di approfondimento politico, culturale e istituzionale che non è più rinviabile. E questo, a maggior ragione, come ho evidenziato al congresso piemontese, perché la potenziale pluralità di candidature alla Presidenza nazionale dell’Anci richiede un confronto preventivo, ed approfondito, tra gli attori principali, cioè i sindaci.

Del resto, qualsiasi organizzazione democratica, sociale, radicata nel territorio e di massa – e l’Anci lo è sin dalle sue origini – non può rinunciare pregiudizialmente alla sua vocazione storica. Che resta quella di essere uno strumento politico, e non solo tecnico, legato alla cultura della sussidiarietà, alla difesa delle centrali della democrazia – cioè dei comuni – e, soprattutto, ancorato alla difesa del valore cardine della autonomia. Di qui la necessità, direi quasi l’obbligo morale, di continuare a fare dell’Anci una grande palestra democratica, civile e di difesa dei territori. A partire dai piccoli comuni che restano l’ultimo e vero presidio democratico del nostro paese. 

Il mercato e l’uguaglianza, gli equilibri da ritrovare

Articolo già apparso sulle pagine Italia Informa

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un significativo spostamento dei redditi dai salari dei cittadini ai profitti finanziari e di produzione, con scarsissima attenzione al crescente impoverimento dei ceti sociali medio-bassi e alle conseguenti disuguaglianze nel mondo del lavoro.
Eppure, fino a non molto tempo fa vigeva l’”inoppugnabile” teorizzazione dell’equalitarismo a tutti i costi da parte di una consistente componente politica e sindacale.
Sicuramente l’Italia di allora, come quella di adesso, richiede una maggiore efficienza soprattutto nell’erogazione dei servizi pubblici. Meritocrazia e competizione sociale sono indispensabili nel riconoscere la diversità degli apporti al bene comune. Occorre che ci sia una incentivazione al premio per le attività utili alla società.
Tutto ciò non giustifica le disuguaglianze ingiuste ed eccessive; va privilegiata, invece la redistribuzione delle risorse che fanno la qualità della vita: dall’istruzione al primo posto, alle dignitose condizioni abitative ed ambientali, ecc.

Approfondendo il ragionamento, è più corretto parlare, più che di uguaglianza e disuguaglianza, di inclusione e di esclusione nel godimento dei diritti della cittadinanza sociale, tra cui il lavoro è prioritario. Non si tratta solo di benessere economico. E’ vitale la possibilità di dare a tutti un effettivo sviluppo intellettivo e di acquisizione dei saperi, in particolare a chi è svantaggiato per doti naturali e/o per provenienza sociale.
Negli ultimi anni, dunque, la politica attuata è stata di delegare al libero mercato la distribuzione, spesso  iniqua, di quote crescenti di servizi, escludendo i ceti più deboli e poveri.
L’alternativa alle politiche liberiste è nella ricerca dell›uguaglianza, parola in forte disuso, come ci ha ricordato Ermanno Gorrieri, già nel 1999, (Università di Trento lectio brevis). E’ saltato il compromesso sociale che è stato alla base dello sviluppo delle economie occidentali dopo la seconda guerra mondiale. Le democrazie europee si sono date allora un contesto di norme per fare sì che i benefici della crescita affluissero in misura significativa a chi stava peggio, ottenendo il risultato molto positivo di modificare gli equilibri politici, sociali ed economici ereditati dalla guerra.

Il patto sociale che è stato alla base degli anni della crescita si è basato sul principio della solidarietà internazionale e della cooperazione, ridimensionando le logiche del “laisser faire”. E’ stata data priorità agli investimenti produttivi rispetto a quelli speculativi. I paesi in surplus si erano impegnati ad aggiustare gli squilibri con i paesi in deficit, come sosteneva con vigore J.M. Keynes. E’ importante sottolineare la consapevolezza politica che c’era in quegli anni sull’uso del surplus che doveva servire a favorire la ripresa dei paesi più deboli. Si è già detto che, invece, negli ultimi decenni, si è affermata una visione strettamente liberista, sottovalutando il ruolo svolto dallo Stato, nella ricostruzione postbellica soprattutto in Italia, dove la redistribuzione del reddito è stata una politica prioritaria e socialmente condivisa. Negli anni recenti si è, invece, andata affermando la convinzione che l’intervento pubblico è dannoso, diversamente dal mercato che è sempre in grado di autoregolarsi per il meglio anche dal punto di vista sociale.
La conseguenza è che nelle economie sviluppate la crescita dei redditi si polarizza nei ceti sociali alti. Sono loro a beneficiare maggiormente della liberalizzazione e della deregolamentazione. La regola virtuosa dei più ricchi è la massimizzazione dei profitti nel breve periodo, secondo logiche speculative, favorite da un sistema di mercato integrato e connesso.

In altri termini, c’è chi vede nell’estensione dei mercati (globalizzazione)e con essi della logica dell’efficienza la soluzione a tutte le esigenze di giustizia sociale. I mercati operano sempre e comunque per il bene comune.
In antitesi a questa visione il mercato è inteso come luogo di sfruttamento del più forte sul più debole. A questo proposito, in “Economia civile” di L. Bruni e S. Zamagni (ed. il Mulino) si dà una prospettiva diversa molto interessante.
Si sostiene che non si può continuare a ritenere che la redistribuzione delle ricchezze sia compito o del mercato o dello Stato. Occorre, invece, intervenire nel momento della produzione del profitto. All’impresa è chiesto, cioè, di diventare “sociale” nella normalità della sua attività economica.Parlare di disuguaglianza vuol dire anche pensare alle sofferenze di tante persone; e alla mente vengono le parole di Papa Francesco (“La mia porta è sempre aperta”, Ed. Rizzoli).

Papa Francesco, ricordandoci la solidarietà umana, dice che “vede la santità nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti e le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta, nei deboli e nei poveri che hanno la costanza di andare avanti, giorno dopo giorno”.
Papa Francesco ci sollecita ad “essere capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte senza perdersi, saper dialogare con il prossimo senza perdersi nella notte”.
L’invito di Papa Francesco, quindi, agli uomini di oggi è “Avere una storia di fecondità”.

La diplomazia della speranza

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Bonfrate

«Nella tua luce vediamo la luce» (Salmo 36, 10). Questo riferimento della Scrittura — potenza unitiva del frammento — apre il testamento del cardinale Achille Silvestrini, redatto con minuta grafia il 25 ottobre 2010, giorno del suo ottantasettesimo compleanno. Nell’essenzialità di quel versetto biblico, traspare il ministero del grande porporato, giunto dalla Romagna nel 1948, e dopo gli studi giuridici all’Apollinare e il passaggio nell’Accademia ecclesiastica, dal 1953 diplomatico della Santa Sede. Lo volle nell’immaginetta che riproduceva il quadro della Madonna delle Grazie venerato nella Collegiata di Brisighella, a ricordo dell’ordinazione presbiterale e di quella episcopale, nel segno di un radicamento fedele alle sue origini, che non gli impedì nei suoi impegni di muovere lo sguardo su orizzonti sempre più grandi, secondo la convinzione di Theodor Mommsen, che non si potrebbe stare a Roma «senza un’idea universale». La sua terra gli aveva trasmesso l’insegnamento che la parola data, occhi negli occhi, non poteva valere meno di un contratto bollato, e che bisognava sempre rispettare l’avversario: il prete, soprattutto, fedele nelle sue convinzioni, alla fine d’ogni eventuale controversia o battaglia, doveva credibilmente risultare l’uomo di tutti, nella diaconia dello Spirito che «soffia dove vuole» (Gv 3,8).

Il salmo 36 pone a tema due diversi umanesimi. Nella prima parte si descrive quello succube del peccato che seduce e impressiona tutta l’esistenza, incatenando la vita al proprio io che prende il posto di Dio. La giustizia e l’amore non troverebbero spazio nell’avanzare opposto dell’iniquità che ben si serve dell’animo corruttibile, della disposizione a barattare i valori con le convenienze, di servirsi degli altri, specie i più deboli, anziché servirli. Solo quando, invece, decidendosi a lottare per emanciparsi dalla tirannia della vanità, foriera di pensieri infami e azioni scellerate, si potrà finalmente disporre la svolta, vuote le mani, consegnandosi a quel Dio che può veramente salvare. L’altro umanesimo è nel segno della gravità e, insieme, levità dell’essere: allo sguardo reso limpido dall’abbandono di chi si affida, si aprono finalmente i cieli, come accadde al principe Andréj in Guerra e pace di Tolstoj, più volte evocato dai suoi amici Alberto Cavallari e Claudio Magris. In quel frangente, per quelle agoniche e pacificanti disposizioni, appare, allora, la luminosa misericordia, non i fuochi fatui della ormai lontana mondanità, ma la vera Luce-Cristo, venuto a illuminare-salvare il mondo (Giovanni 3, 19).

Nella trama sapienziale del tema della Luce, la salvezza prevale sulla condanna, e non poche volte sorprende che la scia luminosa possa misteriosamente avvolgere quei “retti di cuore” presenti nel mondo anche dove non ce lo saremmo aspettati. E questa fu sempre l’invincibile speranza di don Achille (come preferiva farsi chiamare). Tale convinzione sostanziava la sua fede e la sua laicità. A proposito di quest’ultima, anche Federico Fellini, tra gli altri, si sorprese di quanto quel “cardinalone” potesse essere spiritualmente autorevole e, insieme, laico, per la sua capacità di entrare direttamente in contatto (un vero e proprio talento delle relazioni), senza le maniere oblique tipicamente clericali, autentico, libero da pregiudizi, sinceramente interessato e subito empatico, sempre accogliente e discreto. Di quella laicità che bandisce l’istinto manicheo di chi si sente dalla parte giusta delle cose della terra e del cielo. Ma chi potrebbe presumerlo? Rispondendo a un politico famoso per le sue battaglie di libertà, che salutandolo esclamò: «Eccoci, il diavolo e l’acqua santa», si schernì immediatamente affermando con ironia che non sarebbe stato semplice distinguere chi dei due fosse veramente il diavolo.

Dopo la morte del cardinale Agostino Casaroli s’impegnò a convincere l’editore Giulio Einaudi ad accogliere la pubblicazione del racconto del dialogo tra la Santa Sede e regimi dell’Est. Per la scelta del titolo, dal testo emergevano due possibilità: Voglio destare l’aurora, dal Salmo 57 (56), e Il martirio della pazienza, su cui cadde la scelta. Silvestrini nell’introduzione spiega il senso teologico dell’Ostpolitik vaticana nel riconoscimento dell’azione della Grazia/Luce: si domandava, a proposito del suo antico superiore, nell’esperienza condivisa e per l’eredità che accoglieva, quale fosse lo stile conseguente le parole mormorate da Giovanni XXIII, che la Chiesa può avere molti nemici, ma non è nemica di nessuno: «nasceva da una fede saldissima coniugata con una rara finezza intellettuale. Dalla prima gli veniva il coraggio biblico di operare, anche nelle situazioni più ardue, contra spem in spem e di sopportare il peso e la solitudine; dalla seconda una capacità di analisi che gli dava il senso delle cose possibili […]. Fiducioso che anche quando gli uomini apparivano chiusi nelle corazze di posizioni pregiudiziali, c’era sempre qualche spiraglio per arrivare al cuore delle persone. Aveva fiducia che nella coscienza degli uomini esiste una luce misteriosa, che non può essere spenta neppure nella morsa della più spietata delle istituzioni». In una prima versione il periodo si concludeva con il riconoscimento della peculiarità dell’azione della Santa Sede come diplomazia della speranza, nel senso del realismo cristiano di questa virtù, per piccoli passi e cose oneste e possibili.

La fiducia realista in quella Luce lo ha sostenuto nel paziente lavoro di tessitura che è sempre la diplomazia. Più volte provocato da alcuni dei suoi ragazzi di Villa Nazareth sul senso/non senso per la Chiesa di avere una sua diplomazia, pazientemente spiegava che non si poteva comprenderla senza passare dalla storia, e dall’affinamento purificatore di certi avvenimenti. Uno tra tutti, la breccia di Porta Pia. Ricordava le parole pronunciate in Campidoglio nel 1962 dall’allora cardinale Montini che confidò di «non avere alcun rimpianto, né alcuna nostalgia, né tantomeno alcuna segreta velleità rivendicativa» per la perduta sovranità temporale dell’ex Stato pontificio, spingendosi a «ringraziare la Divina Provvidenza» per i cambiamenti avvenuti in seguito ai fatti del 1870.

Cos’era cambiato? La Chiesa poteva liberarsi dalla necessità del contendere e riscoprire la sua missione universale, senza nulla chiedere per sé e operare per il bene di tutti. Spogliata di ciò che la rendeva simile agli altri Stati, si rimodellava evangelicamente, nel segno nudo, povero, fedele, di quel misterioso personaggio del Vangelo di Marco (14, 51), la notte del Getsemani, che mentre tutti abbandonando Gesù fuggirono, «lo seguiva un ragazzo, rivestito soltanto di un lenzuolo».

Nella sua genealogia diplomatica fonte di ispirazione era l’impegno profuso dal cardinale Rampolla del Tindaro (1843-1913), in tempi non ancora maturi per riconoscerne la grandezza, nell’allargare le relazioni diplomatiche internazionali della Santa Sede. Esse vengono rifondate come strumento di tutela dell’alto indirizzo morale del papato, a garanzia della sua libertà, a tutela dell’indipendenza funzionale da qualsiasi principe temporale, per non ridurre il vescovo di Roma a cittadino di uno Stato qualsiasi.

Chi dopo di lui aveva continuato ad approfondirne il solco, vi aggiungeva la dimensione spirituale. Ci sono le note di monsignor Tardini al funerale di Pio XI, che intravede la fine di un mondo non più necessario, di una Chiesa che non può più essere trattenuta dalle esigenze di corte, con la sua dimensione popolare che doveva ritrovare parola: «Ho sempre sognato nello scegliere lo stato ecclesiastico», scriveva nel suo diario, «di gettarmi a capofitto nel sacro ministero, in mezzo al popolo. Quando mi riesce di essere a contatto con le anime sono proprio soddisfatto». Quasi tutto il suo tempo era assorbito dal lavoro d’ufficio — analisi dei problemi, penetrazione delle cause, previsioni delle conseguenze — che, però, non rinnegava la sua indole, intravedendo dietro ciascun foglio un volto, una storia, germinando quella sua esclamazione divenuta ormai proverbiale, che «anche le carte sono anime». Divenuto segretario di Stato, fu incaricato da Giovanni XXIIIdi presiedere, non senza turbamento, la Commissione antepreparatoria del concilio Vaticano IIche avrebbe indirizzato il passaggio da una Chiesa di corte a una Chiesa di popolo, da una Chiesa arroccata a una Chiesa liberata dalla paura. Preoccupato per l’integrità della tradizione e della dottrina, entrando in concilio, sarebbe capitato anche a lui, se non fosse prematuramente morto, quello che accadde ad altri: avrebbe scoperto per la sua genuina fede, che il nome di Dio non è solo una rivelazione del passato, ma è una realtà vivente, che si declina pure al futuro.

Nel Novecento si assistette al cambiamento della base teologica del rapporto Chiesa-Stato, abbandonando a proposito di libertà religiosa, l’articolazione conseguente tra verità (l’unica vera religione è quella cattolica) e libertà. Se ci fosse stato errore (altre religioni) conseguentemente non ci sarebbe stato il riconoscimento di diritti, se non per evitare mali peggiori. Di più c’era il criterio della maggioranza: se essa è costituita di cattolici, lo Stato — e questo sostanziava le attese di ogni Concordato — avrebbe, di conseguenza, fatto di tutto per tutelare e promuovere la Chiesa. Il gesuita padre Murray, negli anni ’50, aveva indicato la necessità di superare questa dottrina, esortando a valorizzare inclusivamente la questione della libertà religiosa. Le sue idee vennero non poco avversate, ma con la Pacem in terris e il concilio Vaticano II, soprattutto con Gaudium et spes e Dignitatis humanae, con il riconoscimento del diritto ad adorare Dio «secondo il dettame della retta coscienza», si affermò la sua linea. Gli Stati non sarebbero stati tenuti a tutelare una religione tra le altre, ma il diritto alla trascendenza, collegato al rispetto del diritto degli altri e del bene comune. Da sempre la Chiesa aveva sostenuto che l’atto di fede per essere autentico, deve essere schietto e libero, e mai imposto. Di conseguenza, la libertà di seguire la propria coscienza in ambito religioso doveva essere riconosciuta come diritto di tutti, e non solo dei cattolici.

Da questo momento in poi la Chiesa scoprì la sua missione di lottare per la libertà e la dignità umana in campo civile e religioso — «avvocata dell’uomo» era l’espressione coniata da Paolo VI — che si coronò con il contributo della Santa Sede sui diritti umani, con un ruolo primario svolto da Silvestrini nella Conferenza di Helsinki (1975), negli impegni di Vienna (1986-1989) dove si formula la nozione più chiara, più estesa ed efficace di libertà religiosa, e a Parigi (1990) dove vennero poste le basi per la creazione dell’Osce (1995), quale organo di garanzia per l’applicazione di tutti i principi a garanzia di una coesistenza pacifica, con l’affermazione del ruolo positivo delle religioni per la pace.

Questo sfondo alimentò la simpatia di Silvestrini per l’iniziativa avviata ad Assisi nel 1986 della Giornata mondiale di preghiera per la Pace, e sostanziò l’incoraggiamento a sottoscrivere il coraggioso documento conclusivo dell’Assemblea ecumenica di Basilea (1989), che tra l’altro affermava: «Noi non siamo nella posizione di poter parlare come se fossimo in completo possesso della verità ultima. Le chiese e i cristiani hanno fallito sotto molti aspetti e non hanno vissuto sempre all’altezza delle esigenze della chiamata di Dio. […] Per troppo tempo siamo stati ciechi riguardo alle implicazioni e alle esigenze del Vangelo relative alla giustizia, alla pace e alla salvaguardia del creato. Insieme con gli altri abbiamo bisogno di un nuovo inizio».

Quando si preparava alle missioni, non si preoccupava di cosa mettere in valigia, ma studiava e ristudiava le carte d’archivio, compulsava voracemente le biografie e le memorie dei grandi che si erano seduti ai tavoli delle trattative internazionali, che nel male e nel bene avevano segnato i destini delle nazioni. Prendeva nota con quella sua stilografica, che per chi lo conosceva sembrava pronta a correggere anche quanto ormai stampato da secoli. Lo faceva con l’attenzione, la gravità e il coraggio di chi non sottovalutava mai nulla. In questo stile si avvertiva anche l’influenza del grande erudito, per molti anni rettore del seminario di Faenza, monsignor Lanzoni: il suo magistero educativo si riassume nell’ammonimento rivolto alla Chiesa di non cedere mai alla paura della storia e della sua propria storia, ma di alimentare il coraggio di guardarsi dentro, scrutare dentro gli archivi, esaminare le fonti, i documenti, per trarre anche dalle più piccole vicende locali le ragioni di ogni sua scelta. Per i suoi studi incappò nelle censure del Sant’Uffizio, ingiustamente accusato di contiguità al modernismo, disposto sempre all’obbedienza, rifiutò di ritrattare spontaneamente quel che reputava incontestabile, anche se c’era in ballo un’eventuale promozione. La sua testimonianza restava un’indelebile lezione di fedeltà e libertà.

Riferiva queste vicende unendovi il racconto di quanto accadde a De Gasperi con Pio XIInel 1952, quando per le amministrative a Roma e in altri comuni, preoccupati della possibile vittoria delle sinistre, Gedda e monsignor Ronca sostennero l’ipotesi, convincendo il Papa, di un’alleanza della Democrazia cristiana con i monarchici e i neofascisti del Movimento sociale italiano. De Gasperi si oppose al disegno, consapevole di scontentare il Pontefice. Egli era cattolico, ma credeva nell’autonomia di giudizio. Venne punito con il rifiuto dell’udienza richiesta per sé e la sua famiglia in occasione del trentesimo anniversario di matrimonio. Scrisse all’ambasciatore italiano presso la Santa Sede: «Come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla; come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e di cui non mi posso spogliare, anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere stupore». Mesi dopo, da un appunto di monsignor Pavan, scoperto dal professor Andrea Riccardi, c’è l’integrazione più intima, in cui confida che se si fosse trovato ancora con il Papa contro, si sarebbe ritirato dalla vita politica, «non potendo svolgere un’azione politica in coscienza ritenuta svantaggiosa alla patria e alla stessa Chiesa».

La Chiesa, chiosava Silvestrini, si serve con la parresìa, passaggio nel fuoco di ogni coscienza libera, secondo quella che Fonsegrive e Mazzolari chiamavano «obbedienza in piedi». E si tratta di un servizio disinteressato al proprio tornaconto: «Al Papa si deve dire, sempre e chiara, la verità» ribadiva don Achille, con quelle frasi ascoltate dal cardinale Tardini, «tanti chiedono? Io non chiedo niente, anzi chiedo di aver niente». Libertà, franchezza, gratuità, sono necessarie all’autentica fedeltà.

Questi temi frequentemente accaloravano le conversazioni con il professor Pietro Scoppola, con il quale convergeva, dopo il Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, nel ritenere necessario spronare i credenti ad agire contro la barbarie della vanità, dei trasformismi e contrattualismi senza anima, per il recupero della «moralità intrinseca della politica». E bisognava rendersi disponibili «a rischiare quotidianamente il consenso, nella scelta coerente dei mezzi adeguati ai fini dichiarati». Il cristianesimo avrebbe dovuto abbandonare la tentazione identitaria e maturare una “spiritualità del conflitto”, di fronte all’evidente pluriformità delle convinzioni morali e degli assetti culturali. La sintesi doveva essere ricercata nella convinzione che il bene individuale non avrebbe avuto fondamento senza il desiderio d’essere bene comune. A questo proposito era persuaso dell’utilità di riportare la Teologia nelle facoltà laiche per favorire una ricerca affinata dal confronto delle differenze.

Quando nel 1994 si palesarono gli effetti della crisi morale dei partiti, e della Democrazia Cristiana in particolare, nella sua convinzione questi dovevano essere interpretati come effetto, soprattutto, della perdita di visione e delle sue corrispondenze interiori e testimoniali, come già aveva manifestato il Convegno sui mali di Roma vent’anni prima, chiedendo ai credenti di non rassegnarsi al male nel mondo e di interrogarsi, invece, sulla vocazione a trasformarlo. In questo frangente germinò quella frase rivolta ai cronisti che cercavano di rilevare il suo rimpianto per la fine del partito che aveva sempre spalleggiato le esigenze della Chiesa: «l’unità dei cattolici in politica non è un dogma». C’erano la fiducia nell’autonomia responsabile del laicato-lievito che sarebbe maturata più efficacemente nella pluralità, e il desiderio di liberare la Chiesa da un condizionamento che mentre sembrava agevolare l’assolvimento di richieste, di fatto poteva limitarne la libertà di annuncio, trattenendola nell’ostaggio di convenienze identitarie, e non solo. E qui citava il biblico «piatto di lenticchie» che non mancò di provocare l’olfatto, anche durante le trattative che portarono alla revisione del Concordato del 1984.

L’inizio del suo servizio diplomatico lo aveva visto occuparsi di varie questioni che riguardavano il Vietnam, la Cina e il Sud-est asiatico, e gli aveva svelato un’esperienza di fede provata finanche al martirio. Ma è l’incontro con Tardini a fissare la svolta che indirizzò le future esperienze, trasformando anche la percezione del proprio ministero. Fu suo collaboratore in ufficio, ma la cosa più determinante fu la richiesta di occuparsi dei suoi “orfanelli” a Villa Nazareth, fondata nel 1946, che è anche l’anno in cui l’Assemblea costituente comincia a riunirsi per elaborare la Costituzione della Repubblica italiana.

L’Italia era appena uscita dalla seconda Guerra mondiale, il paese era distrutto in molte sue parti, piegato dalle lacerazioni interiori, e viveva con la speranza di una rinascita e la paura di non farcela. A poca cosa erano ridotti i diritti e le tutele sociali. A monsignor Domenico Tardini, allora segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, bastava raggiungere il Gianicolo per vedere gli effetti della guerra. Vi era un brefotrofio dove i bambini si presentavano affamati e infreddoliti, icone di quello che chiamava “povero popolo”. Anche lui si decide a fare qualcosa, e il 12 aprile 1946 apre il cancello di via della Pineta Sacchetti numero 29 ai primi bambini provenienti da varie regioni d’Italia. Sono poveri, ma tra i poveri sceglie gli «intelligenti». Ad essi offre istruzione e formazione extracurriculare quasi a inseguire un’utopia rinascimentale volendoli educare alla cura dell’umano, alla sensibilità estetica, al plurilinguismo. Per quanto ambigua sia l’espressione, la sua ambizione è quella di formare dei leader. Ma, è lui stesso a specificarlo, leader significa «che vengono educati a far del bene agli altri».

La missione di Villa Nazareth, però, non si limita all’offerta di opportunità, ma è anche una visione che nutre l’inclinazione a pensare, disciplinati e ascetici per evitare le insidie della vanità intellettuale, con la disposizione a farsi carico degli altri. Il nome «Nazareth» rinvia al tempo trascorso in modo nascosto da Gesù; il luogo in cui avviene la sua crescita e la sua formazione in attesa della sua missione pubblica. Quel luogo, ora, indica anche il significato di un collegio universitario per studentesse e studenti, che mette al centro la parabola dei talenti (Mt 25, 14-30), il cui frutto non avrebbe significato cristiano se ridotto all’affermazione anche eccellente di sé stessi senza, o peggio, contro gli altri. Il talento fruttifica solo quando si declina in servizio-diaconia, e richiede persone che non si spaventino di faticare per coltivare un pensiero sulle cose della vita, che usino l’immaginazione come strumento di ricerca, e che siano amiche dell’umano, dialoganti, educate alla libertà e alla responsabilità. Nelle sue note Tardini, pensando al senso di questa istituzione, scriveva: «Abbiamo scelto i bambini più poveri e tra loro i più intelligenti, per una educazione completa e ben fatta […]. Il popolo ha bisogno di apostoli, cioè di persone intelligenti, colte, virtuose, disinteressate, ricche di iniziative e di spirito di sacrificio, che sentano il desiderio di fare del bene agli altri». La funzione di questo desiderio è quella di essere la sentinella che valuta la qualità del risultato in ogni passaggio di crescita. Essere a servizio, sempre, disposti ad arrischiarsi avendo nel cuore e nella testa la convinzione che non si possa perseguire il proprio bene senza preoccuparsi di quello degli altri, soprattutto i più piccoli. La comunità che accoglie una generazione dopo l’altra, educa all’ontologia della pluralità di ogni scelta individuale, non avendo timore dei conflitti, sempre nel rispetto della persona, dei suoi tempi e della sua libertà. E chi, a sua volta, sceglierà d’impegnarsi a formare, non potrà farlo senza quelle necessarie disposizioni che sono l’umiltà che dispone allo stupore, e la speranza che trattiene l’istinto di liquidare gli inciampi, i rallentamenti, gli errori come definitivo fallimento.

Il giovane Silvestrini appare nelle fotografie dei primi anni con quella sua faccia bella, intelligente, curiosa, e l’abito talare non pare una corazza in cui ripararsi. I bambini sono divenuti ragazzi, poi uomini adulti, e lui era orgoglioso di averne favorito la crescita, maturando con loro la consapevolezza che il sacerdozio è paternità, sostegno nelle prove, compagnia rispettosa, autenticamente partecipe nel pianto e nella gioia di ogni stagione. Per ognuno c’era sempre ascolto, un aiuto, un consiglio, una preghiera, e talvolta il silenzio che aveva il sapore dell’attesa fiduciosa. Questa era la sua vera casa, che proteggeva, e dove invitava tutte le persone che riteneva interessanti per le sue studentesse e per i suoi studenti. E spesso quei passaggi veicolavano future e fedeli amicizie. La Luce ha continuato a illuminare i suoi passi, anche quelli di stagioni difficili, quando ha dovuto accettare la marginalità, subire l’emarginazione, affrontare ingiusti giudizi e la solitudine delle decisioni difficili. Quando il corpo invecchiato ne ha rallentato il passo e spezzato la voce, gli incontri e i dialoghi si sono trasformati in essenza, trasfigurando in sguardi e sorrisi, la cui intensità ognuno, ora, potrà distillare: «nella tua luce vediamo la luce».

L’infinito di Leopardi compie 200 anni

Scritta tra il 1818 e il 1819 e pubblicata nel 1826 la poesia ‘L’infinito’ di Leopardi (in realtà un ’idillio’ come lo titolò l’autore) compie 200 anni ma non li dimostra, potrebbe essere stata composta prima o dopo, non ha età perché esprime sentimenti, stati d’animo ed emozioni universali che appartengono al patrimonio dell’umanità.
Si tratta in effetti di una delle poesie più famose della letteratura italiana e mondiale.
Sui 15 endecasillabi sciolti di cui è composta la critica letteraria si è lungamente esercitata nell’esegesi e nella parafrasi del testo, soprattutto per facilitarne la comprensione più fedele delle intenzioni dell’autore agli studenti che dovevano impararla a memoria e recitarla.
Ma anche per coglierne in tutti i suoi aspetti più reconditi un filo conduttore, un significato, un messaggio che non smette di affascinare e commuovere chi si accinge o si esercita nella lettura.

In realtà occorrerebbe avvicinarsi al testo con pudore e stupore per rispetto alla interiorità soggettiva del poeta-filosofo, senza la pretesa di estrapolarne significati riduttivi o a volte banali.
Osservando il manoscritto conservato presso la Biblioteca nazionale di Napoli, se ne intuisce la stesura in un’unica soluzione, una sorta di trasposizione grafica di una riflessione intima e personale che il giovane Leopardi espresse come una rappresentazione ‘istantanea’ illuminata dal suo genio e dalla sua specialissima sensibilità. Si osserva inoltre che tra le altre correzioni visibili nel manoscritto, Leopardi – di suo pugno- cancellò a penna nella penultima riga della poesia la parola “immensità”(che invece è rimasta nella versione ufficiale) con “infinità”: forse un ripensamento, una limatura, la ricerca di un’espressione più coerente con l’interezza e lo sviluppo del testo.

Quasi un segno di ricerca della perfezione e di vocaboli adeguati ad esprimere e decodificare stati d’animo e sentimenti interiori ma comunicabili.
In genere le opere d’arte e gli artisti sono destinati a subire l’incomprensione della loro contemporaneità, sovente infatti i riconoscimenti e gli apprezzamenti sono postumi e giungono quando se ne riscopre l’intrinseco valore: così fu per il “giovane favoloso” , come l’ha definito nella trasposizione cinematografica della sua vita il regista Mario Martone, specie nel periodo della sua permanenza a Napoli, dove fu incompreso, deriso, persino dileggiato. Di lui e di questo “idillio” Bertrand Russell ebbe a scrivere: ”L’infinito esprime più di qualsiasi altra poesia il mio pensiero riguardo l’universo e le passioni… al punto che la considero la più bella espressione di ciò che dovrebbe essere il ‘credo’ di uno scienziato”.
Dotato di una intelligenza straordinaria e poliedrica ma soprattutto di una sensibilità dolente e raffinata, Leopardi conobbe una lunga malattia fin dalla giovane età che portò ad una graduale e inesorabile deformazione fisica ed oltre a questa una indicibile sofferenza interiore, un disagio che oggi chiameremmo emotivo e psicologico, infine le ristrettezze economiche nell’ultima parte della sua vita.

Eppure tutto ciò che potrebbe – agli occhi poco caritatevoli del suo e del nostro tempo – apparire una limitazione e un condizionamento interiore furono – insieme alle doti native e ad un patrimonio culturale frutto di letture, scritti, impegno, studio, approfondimento, la matrice generativa della sua genialità.
Al punto che il senso del limite e insieme lo sforzo di coglierne “l’andare oltre” (la siepe, l’orizzonte, la presente e viva stagione, lo sguardo immaginifico) sono a lungo stati interpretati come manifestazione di un pessimismo interiore che sovente è solo incompiutezza nello stato di grazia dell’estasi, ma suo desiderio e, insieme, amore smisurato per la vita.
Animo insoddisfatto per natura, perfezionista, depresso, solitario, incompreso, disadattato ed emarginato per superiore, inspiegabile dote nativa: segnali di un disagio interiore che se avesse curato come patologia o superato con le effimere lusinghe della vita (come oggi ci viene proposto) non ci avrebbe donato quel capolavoro di intensità emotiva e visione ineguagliata che è “L’infinito”.

Poesia che tutto contiene: il vicino e il lontano, il dentro e il fuori, il passato, il presente, il futuro. Una sorta di ricapitolazione di tutte le cose, come direbbe San Paolo: degli enigmi, dei turbamenti, delle sofferenze, dei desideri, delle gioie , dei dolori, delle speranze, degli abbandoni, delle similitudini, delle differenze, delle intuizioni, della natura umana e della tensione al suo superamento.
Un’allegoria complessa, unica e irripetibile che compendia l’immaginazione di un genio in un messaggio fortemente intimista che anticipa l’intuizione di Mozart quando scrisse, anni dopo, distinguendo la musica dagli spartiti…”tutto è stato composto ma non ancora trascritto”.

Una lettura quanto mai attuale se meditata e assaporata come un dono prezioso per aiutare a capire la vita, nostra e degli altri, in questo mondo precluso e insofferente che spesso fa rima con indifferente.

Lavoro: Istat, ad agosto il tasso di disoccupazione scende al 9,5%.

Ad agosto 2019 la stima degli occupati risulta sostanzialmente stabile rispetto a luglio; il tasso di occupazione si attesta al 59,2%.

L’occupazione risulta stabile per entrambe le componenti di genere; aumenta per gli ultracinquantenni (+34 mila) mentre cala nelle altre classi d’età. Dopo la flessione del mese scorso, tornano a crescere i dipendenti, sia permanenti sia a termine (+32 mila nel complesso); diminuiscono invece gli indipendenti (-33 mila).

Le persone in cerca di occupazione sono in forte calo (-3,4%, pari a -87 mila unità nell’ultimo mese). La diminuzione riguarda entrambe le componenti di genere e coinvolge tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione scende al 9,5% (-0,3 punti percentuali).

La stima complessiva degli inattivi tra i 15 e i 64 anni ad agosto è in aumento (+0,6%, pari a +73 mila unità) per entrambe le componenti di genere. Il tasso di inattività sale al 34,5% (+0,2 punti percentuali).

Nel trimestre giugno-agosto 2019 l’occupazione è in crescita rispetto ai tre mesi precedenti (+0,2%, pari a +45 mila unità) per entrambi i generi. Nello stesso periodo aumentano sia i dipendenti permanenti (+0,5%, +79 mila) sia quelli a termine (+0,4%, +12 mila) mentre risultano in calo gli indipendenti (-0,8%, -45 mila); si registrano segnali positivi in tutte le classi di età, ad eccezione dei 35-49enni.

Space economy: 100 mln per progetti di ricerca e sviluppo

Dal 15 di ottobre le imprese in possesso dei requisiti previsti dal Programma Mirror GovSatCom potranno presentare domanda per il sostegno a progetti di ricerca industriale e di sviluppo sperimentale. Un’iniziativa che rientra nell’ambito del Piano strategico nazionale e degli accordi di innovazione per la Space Economy. E in questo senso è appena stato pubblicato il decreto del Ministero dello Sviluppo economico che disciplina le modalità e i termini per la presentazione delle domande di agevolazione. Le risorse finanziare disponibili sono pari a 100 milioni di euro, di cui circa 42 milioni provenienti dal Mise. I restanti 58 milioni di euro sono a valere sulle risorse messe a disposizione da Regioni e Province autonome. L’agevolazione verrà concessa sulla base di una procedura negoziale, secondo quanto previsto dagli Accordi per l’innovazione.

Il Programma Mirror GovSatCom ha come obiettivo la realizzazione di un sistema satellitare innovativo, denominato Ital-GovSatCom, per l’erogazione di servizi di telecomunicazioni con caratteristiche di sicurezza, resilienza e affidabilità tali da consentirne l’utilizzo per finalità istituzionali. Tra queste rientrano la protezione civile, la sicurezza e difesa, l’aiuto umanitario, la telemedicina, la sorveglianza marittima, in linea con quanto promosso dall’iniziativa europea denominata, appunto, Mirror GovSatCom. Oggi l’economia spaziale cresce e si sviluppa anche grazie alle imprese. Se una volta erano solo le agenzie spaziali di governi e consorzi governativi a occupare la scena, con progetti a volte di alto valore anche sociale come accade per i satelliti per le telecomunicazioni e per quelli che garantiscono la possibilità di muoversi con i navigatori, oggi anche le aziende private giocano un ruolo rilevante. Con il Programma Mirror GovSatCom, infatti, potranno beneficiare delle agevolazioni le imprese di qualsiasi dimensione, con almeno due bilanci approvati, che esercitino attività industriali, agroindustriali, artigiane o di servizi all’industria,  nonché attività di ricerca.

Consumi, conserve “sovraniste” per 1 italiano su 4

In quasi una famiglia italiana su quattro (23%) con l’arrivo dell’autunno ci si mette quest’anno al lavoro tra pentole e vasetti nella preparazione di conserve “sovraniste” fatte in casa per garantirsi un’alimentazione più genuina, naturale, 100% nazionale e ridurre gli sprechi. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ presentata al Villaggio contadino a Bologna con il primo Cooking Show sovranista con gli agrichef per svelare i trucchi del mestiere nella preparazione, dalla passata di pomodoro alle marmellate di frutta fino ai sottolii e ai sottaceti.

La preparazione delle conserve in casa secondo una tradizione del passato – sottolinea la Coldiretti – sembrava destinata a perdersi ed è invece tornata di grande attualità di fronte ai ripetuti scandali alimentari e all’esigenza di garantire la qualità e la naturalità dell’alimentazione. Il risultato – continua la Coldiretti – è il ritorno di comportamenti virtuosi che si esprimono anche nei riti settembrini della preparazione delle conserve fai da te, con intere giornate trascorse per recuperare il prodotto, pulirlo, lavorarlo, cucinarlo e metterlo in vaso. Una maggiore attenzione rispetto al passato viene riservata alla scelta delle materie prime che spesso vengono acquistate direttamente dai produttori agricoli in azienda, nelle botteghe o nei mercati degli agricoltori a chilometro zero di Campagna Amica.

L’attività di trasformatori “fai da te”, comunque – puntualizza la Coldiretti –, comporta l’osservanza di precise regole in quanto la sicurezza degli alimenti conservati parte dalla qualità e sanità dei prodotti utilizzati, ma non può prescindere da precise norme di lavorazione che valgono per il settore agroindustriale, ma anche per i consumatori casalinghi, soprattutto nella fase della sterilizzazione. La grande differenza – continua la Coldiretti – è che nelle conserve casalinghe si possono utilizzare frutta e ortaggi di stagione provenienti dall’Italia che ha conquistato il primato in Europa e nel mondo della sicurezza alimentare. L’ultimo report del ministero della Salute sul “Controllo ufficiale sui residui di prodotti fitosanitari negli alimenti” pubblicato in agosto 2019 ha evidenziato la presenza di residui di prodotti fitosanitari superiore alla norma in appena lo 0,9% dei campioni di origine nazionale – sottolinea la Coldiretti – ma la percentuale sale al 2% se si considerano solo gli alimenti di importazione e tra questi il record negativo è fatto segnare dagli ortaggi dall’estero con il 5,9%.

Nei prodotti industriali inoltre – continua la Coldiretti – è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza della materie prime agricole solo per i derivati del pomodoro, ma non per quelli della frutta e degli altri ortaggi ed è facile mettere inconsapevolmente nel carrello della spesa marmellate o sciroppati con frutta proveniente dall’Europa dell’est e sottoli realizzati con ortaggi africani o cinesi. L’agricoltura nazionale è la più green d’Europa con l’Italia che può fare da apripista nella Ue sulla trasparenza dell’informazione ai consumatori estendendo a tutti i prodotti l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti e superare l’atteggiamento incerto e contradditorio dell’Unione Europea che obbliga a indicare l’origine in etichetta per le uova ma non per gli ovoprodotti, per la carne fresca ma non per i salumi, per la frutta fresca ma non per i succhi e le marmellate, per il miele ma non per lo zucchero. “L’Italia – denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – grazie al pressing della Coldiretti è all’avanguardia in Europa per la trasparenza delle informazioni sulle etichette degli alimenti ma questo primato rischia di essere cancellato dall’entrata in vigore nell’aprile 2020 delle norme europee fortemente ingannevoli per i consumatori”.

Sindrome dell’ovaio policistico

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) causa importanti effetti sulla salute della donna di tipo estetico, metabolico e riproduttivo. È caratterizzata dall’ingrossamento delle ovaie, dalla presenza di cisti ovariche multiple e da alterazioni endocrinologiche e metaboliche (iperandrogenismo, resistenza all’insulina e conseguente iperinsulinemia).

La PCOS colpisce il 5-10% delle donne, origina nel periodo puberale ed è considerata l’alterazione endocrina più comune in età fertile.

L’eziologia è ancora oggi controversa. Si può dire che l’ovaio policistico è espressione di una complessa alterazione funzionale del sistema riproduttivo data dall’aumento degli ormoni maschili (androgeni).

 

I sintomi di sindrome dell’ovaio policistico iniziano tipicamente alla pubertà e peggiorano con il tempo. L’adrenarca precoce, caratterizzato da un eccesso di solfato deidroepiandrosterone e spesso dalla crescita precoce dei peli ascellari, dal cattivo odore del corpo, e da acne microcomedonica, è frequente.

I sintomi tipici comprendono obesità lieve, lieve irsutismo e irregolarità mestruali o amenorrea. Tuttavia, in più della metà delle donne con sindrome ovarica policistica, il peso è normale, e alcune donne sono sottopeso. I peli corporei possono crescere in modo simile agli uomini . Alcune donne hanno altri segni di virilizzazione, come acne e assottigliamento dei capelli temporale.

Altri sintomi possono comprendere aumento di peso (a volte apparentemente difficile da controllare), affaticamento, scarsa energia, problemi legati al sonno (tra cui apnea durante il sonno), sbalzi d’umore, depressione, ansia e mal di testa. In alcune donne, la fertilità è compromessa. I sintomi variano da donna a donna.

La diagnosi può essere difficoltosa ma il medico, sospettata una PCOS, potrà indicare gli esami specifici per la diagnosi (esami ormonali, glicemia, insulinemia, ecografia pelvica etc.), consigliare una terapia mirata, uno stile di vita corretto e la perdita di peso.

 

Suicidio assistito: non dobbiamo arrenderci alla cultura della morte.

Si sovrappongono voci discordanti. Qualsiasi girotondo di parole, per alleggerire la potenza del dilemma, suona male. Si è fatto sentire anche il Presidente del Consiglio, chiarendo che non è competenza del governo intervenire sulla regolamentazione di procedure a ridosso, per così dire. dell’eutanasia. Non esiste un diritto alla morte: Conte l’ha detto da giurista e da cattolico. Bisogna andare avanti con i piedi di piombo.

Ora serve una legge che disciplini il ricorso a questa pratica estrema. Voci autorevoli della Chiesa sollecitano una presa di coscienza per evitare che si scivoli nell’accettazione più o meno nascosta dell’eutanasia.

È sbagliato attribuire alla gerarchia una posizione d’irrazionale rigidità, dal momento che la condanna dell’eutanasia non rientra in un canone di incomprensione della sofferenza umana. “L’eutanasia non va confusa – ha detto il Card. Bassetti –  con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure”. Un conto è lenire il dolore ed escludere l’insistenza su trattamenti medici oltremodo invasivi, al di là d‘ogni soglia di ragionevolezza, altro è accogliere come normale la scelta, svincolata da principi morali e procedure legali, per l’interruzione volontaria della vita.

Credo si debba convenire, credenti e non credenti, sulla bontà di un richiamo alla cultura della vita, e non della morte. Ciò nondimeno, le risorse della scienza e della tecnologia  assegnano alle cure mediche un potenziale d’intervento mai prima conosciuto, fino a prolungare la vita in uno stato di meccanica e penosa sopravvivenza. La Corte costituzionale non dà il via libera all’eutanasia, bensì circoscrive la depenalizzazione a casi estremi, laddove cioè sia evidenziata l’inutilità delle terapie e sia chiaramente espressa la volontà della persona malata a porre fine alle sue sofferenze fisiche. Ora la legge deve fissare i criteri necessari e conseguenti, per impedire lo stravolgimento della non punibilità dell’assistenza al suicidio.

Siamo di fronte a una questione delicatissima su cui il Parlamento finora non è riuscito a legiferare. D’altronde avanza da tempo una propensione ingiustificata a fare del Parlamento la sede di regolamentazione – fino a che punto e con quali garanzie morali? – in ordine a materie complesse, che riconducono a grovigli di interrogativi e controindicazioni. Quanto più la regolamentazione si fa penetrante, tanto più mette in gioco, rischiosamente, principi di responsabilità e di tutela. Pensiamo solo alla condizione del medico e, per altri versi, a quella dei familiari della persona  gravemente malata. Se non vogliamo accreditare, nostro malgrado, la terribile scelta della “cultura di morte” dobbiamo  percorrere con saggezza ed equilibrio un percorso particolarmente stretto, non privo di insidie sul piano etico e politico.

Il radicalismo delle opposte visioni non aiuta in questi casi a individuare proposte ragionevoli, rispettose dei valori fondamentali della nostra condizione umana e civile.

Perché siamo d’accordo con il cardinale Bassetti sul “no” al partito cattolico

Il Cardinale Bassetti ritorna a parlare dell’impegno dei cattolici nelle cose del mondo e, quindi, anche in politica ( CLICCA QUI  ). Lo fa ripetendo il suo noto concetto dell’unità da realizzare attorno “ai principi irrinunciabili del Vangelo” e ricordando il rischio di continuare ad essere insignificanti.

Il titolo con cui è stato presentato l’ennesimo intervento in materia del Presidente della Cei è stato il seguente: “ No al partito cattolico”. In realtà, non è del tutto esatto rispetto a quanto dichiarato dal cardinale Bassetti. Egli non parla di “ partito cattolico”, ma genericamente della formazione di “ un altro partito” che potrebbe aumentare il rischio di creare divisione.

Anche noi, che crediamo nella necessità di dare vita ad una forza politica nuova d’ispirazione cristiana, sottoscriviamo il “ no” all’idea del partito “ cattolico”. Questa denominazione e, soprattutto, la sua eventuale sostanza, sono sempre state fuori e distanti dalla tradizione popolare sturziana o di quella democratico cristiana d’impronta degasperiana e morotea.

Una possibile formazione politica d’ispirazione cristiana non può che essere pienamente laica, libera e non integralista. Aperta, invece, all’apporto e alla partecipazione di credenti, ma anche di quanti si collegano ad altre visioni religiose o filosofiche. Lo è stato per la Democrazia cristiana, non certamente sostenuta e  votata solamente da cattolici. 

Viene immediatamente da riflettere su come una nuova proposta politica, non animata da alcuna volontà di rappresentanza esclusiva, possa contribuire a creare una ” casa”, non certamente maggioritaria e dal successo tale da richiamarli tutti, per i tanti che non hanno più un ” tetto politico” sotto cui ripararsi e che sono finiti all’addiaccio dell’astensionismo o sanno sempre di più ” come sa di sale lo pane altrui”.

Il riferimento di cui parla il cardinale Bassetti a “ un pensiero cristiano, un metodo cristiano” portati in politica significa infatti inclusione, accettazione della prassi del confronto e della mediazione. L’interclassismo dei popolari e dei democristiani del ‘900 conserva intatte la propria forza e una precisa attualità. Anzi, la sua valenza è ancora più necessaria, oggi, nella società occidentale caratterizzata da un articolarsi ben più ampio delle stratificazioni sociali, dal trasformarsi delle forme in cui prende corpo il lavoro e il complessivo mondo del lavoro ( azienda, sistema della produzione e dei servizi, rappresentanza di interessi e di categorie )e delle relazioni tra gli esseri umani e tra questi e le istituzioni.

Partiamo allora dall’inizio di un ragionamento possibile.

La partecipazione alla vita politica presuppone il richiamo a un’idea, a un pensiero di riferimento. Avere qualcosa da dire, insomma. Noi parliamo di “ bene comune”.

Altrimenti, siamo nell’improvvisazione e nella strumentalità della partecipazione alla vita pubblica. Lo abbiamo già potuto constatare con l’ascesa e la fine di partiti “ padronali” o di quelli inventati di sana pianta all’interno della logica dei giochi parlamentari. Oppure, con numerosi tentativi di dare vita a una semplice aggregazione di interessi mancante di ogni riferimento sociale o di un collante ideale e strategico emergente dalle dinamiche reali che riguardano la vita della gente in carne e ossa.

La nostra Stella Polare è una stella“ binaria”, dalla luce in buona parte coincidente: la Dottrina sociale della Chiesa e la Costituzione. Due collimanti visioni dell’uomo e delle sue relazioni pubbliche che si ritrovano attorno ai quattro pilastri del Pensiero sociale cattolico (  solidarietà, sussidiarietà, difesa della dignità umana, giustizia sociale).

Nessuna delle forze politiche attualmente presenti ha mai definito una linea politica, parlamentare, di governo in grado di prefigurare una presenza organica e coerente sulla base di tali riferimenti.

Non è un caso che il cardinale Bassetti parli del fatto che i cattolici stiano “ stretti” nell’attuale quadro politico, sia a destra, sia a sinistra. Adesso dovrà aggiungere anche il “ centro” che si sta affollando vistosamente. Noi, così, ci limitiamo a chiosare e a ripetere che nessun partito ci rappresenta.

La necessità di dare vita ad una presenza organizzata dei cattolici democratici, sulla base di laicità, autonomia e libertà, e dall’intento di sollecitare una radicale trasformazione del Paese,  dunque, è sospinta dal riconoscimento che la partecipazione alla “ politica” ha delle leggi non scritte, ma non per questo meno forti e vincolanti.

Ho già fatto riferimento alla prima: avere qualcosa da dire. Ve n’è poi una seconda: la naturale tendenza a veder mettere insieme chi ha un comune sentire, coloro che subiscono l’ineluttabilità di dare forma a una identità precisa. Invitabile riflettere sulla ricerca del consenso e, quindi, su una presenza strutturata. Altrimenti si resta sul piano della disquisizione, non della partecipazione.

E’ certo che gli aspetti dell’organizzazione e della comunicazione pongono sfide nuove, alla luce dell’evolversi delle forme di aggregazione civile e sociale; dell’ampliarsi degli strumenti di socializzazione, che hanno finito per mettere in discussione le tradizioni “ forme” partito; della tendenza a creare entità più fluide, che prendono più il nome di movimento.

Non si scappa, però, dal problema principale: chi la pensa in un modo, chi ha degli obiettivi condivisibili, chi ha la stessa visione del mondo, della vita e della morte, delle istituzioni e dei processi economici e sociali, tende naturalmente ad aggregarsi con altri che tutto ciò hanno in comune e, tutti insieme, ricercano il consenso.

Uscire da questa logica significa occuparsi d’altro. Lodevole come possono essere la formazione, l’impegno sociale, la politologia, ecc ecc. Si tratta però d’altro che fa parte più delle attese che dell’intervento nella concretezza delle cose, così come è necessario. Con la fine della Democrazia cristiana, con l’imporsi del bipolarismo esasperato, con il sistema maggioritario imperante, abbiamo visto concretizzarsi esattamente l’opposto: “ un pensiero e un metodo cristiano” di cui parla il cardinale Bassetti sono stati travolti dall’imporsi della logica dell’opposizione radicale tra due sole prospettive presentate al Paese per decenni.

Non è una legge scientificamente dimostrabile, ma il realismo e l’esperienza concreta ce lo dicono: l’idea che parlamentari con la stessa formazione alle spalle riescano a concludere qualcosa, sparsi come sono però in partiti non solo diversi, ma ferocemente contrapposti, vedi anche quelli attuali, rischia davvero di restare nel campo degli auspici e non in quella dell’operosità concreta.

Dopo le elezioni del 4 marzo del 2018, la presenza di parlamentari di estrazione cattolica si è davvero ridotta al lumicino. Ma non è che in precedenza, quando invece, rappresentavano nelle due camere un numero persino maggioritario, le cose siano andate in modo diverso. Abbiamo visto promulgare leggi del tutto incoerenti, se non addirittura ostili ai quattro principi presenti nella Costituzione e nel Pensiero sociale sopra menzionati.

La realtà europea ci dice che numerosi e importanti sono i partiti popolari e democratici cristiani. Il Ppe è complessivamente il più grande in Europa. Parliamo di paesi e di una Unione europea che certamente non sono definibili clericali. Tutt’altro.

E’ chiaro che tocchi ai laici darsi una eventuale organizzazione politica. Noi crediamo in una concettualmente nuova che dall’ispirazione cristiana, da una visione cristiana dell’uomo, della vita, della storia sappia trarre quei valori condivisi anche da chi cristiano non è.

Si tratta di darle vita in modo da recepire la spinta che in tal senso viene dal basso. Con l’intento di creare un “ recinto” largo, estensibile, non destinato solo “ ai nostri” e, quindi, capace di formulare proposte programmatiche valide  per tutti gli italiani che, in esse, possano riscoprire le ragioni per una rinnovata partecipazione alla vita pubblica.

La strada dello “Ius culturae”

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Alessandro Rosina

Le migrazioni internazionali sono tra le sfide più complesse e delicate di questo secolo. Ma costituiscono — come risulta ben evidente nel dibattito pubblico sia in Europa che negli Stati Uniti — anche una delle questioni più spinose e difficili da trattare dal punto di vista politico, con forti tentazioni di strumentalizzazione ai fini di un consenso elettorale.

L’Italia è uno dei paesi in cui il tema è più sentito, perché si trova al centro del Mediterraneo e perché la presenza straniera è cresciuta in modo particolarmente rapido nel passaggio al nuovo secolo. È quindi uno dei paesi chiave non solo per la gestione dei flussi verso l’Europa, ma di tutto ciò che mette in relazione interdipendente le dinamiche del vecchio continente e lo sviluppo dell’Africa.

La sfida che l’immigrazione pone non ha soluzioni semplici, ma ciò che è certo è che va affrontata con un coordinamento internazionale e con strumenti e misure che vadano oltre la logica dell’emergenza. Questa consapevolezza, dopo molte contraddizioni e incertezze del recente passato, sembra oggi trovare maggior terreno favorevole sia nei nuovi vertici europei che nel nuovo governo italiano.

Nell’opinione pubblica, non solo italiana, è molto sentita la preoccupazione verso la parte irregolare del fenomeno, che risulta nella percezione comune anche enfatizzata rispetto ai numeri reali. Esiste invece un ampio riconoscimento che gli stranieri bene integrati forniscano un contributo alla crescita del paese in cui vivono. Questo vale ancor più per i loro figli: per il potenziale impatto positivo sul lato sia quantitativo, compensando la bassa natalità (particolarmente accentuata in molti stati europei), sia qualitativo, convergendo con i coetanei autoctoni nel fornire vivaci energie e intelligenze per lo sviluppo futuro delle economie mature avanzate.

L’Unione europea ha tra gli obiettivi quello di favorire livelli uniformi di diritti e doveri tra immigrati regolari e cittadini comunitari. L’Italia, in particolare, è uno dei paesi occidentali con criteri più rigidi per l’ottenimento della cittadinanza. La legge sul cosiddetto “Ius soli” è naufragata nella precedente legislatura, prima del voto del 4 marzo 2018, non solo perché osteggiata dai partiti di destra, ma anche per i timori nel centrosinistra di perdere consenso con l’approssimarsi delle elezioni.

Se l’idea di concedere la cittadinanza a chi è nato in Italia ed è già residente da anni, all’interno di un processo di integrazione della famiglia, è considerata largamente condivisa, più controversa è invece l’applicazione dell’automatismo a chiunque e in qualsiasi modo arrivi sulla penisola. Più consenso potrebbe allora trovare lo “Ius culturae”, che condiziona la richiesta di cittadinanza all’aver superato con successo almeno un ciclo scolastico. Ha alla base un principio che trova forte consenso nelle nuove generazioni, ovvero che ciò che si riconosce a un giovane deve dipendere dal suo percorso e dal suo impegno, non tanto dalle caratteristiche dei genitori e dalla loro provenienza.

L’atteggiamento dei giovani è stato sondato all’interno di una indagine promossa dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo e condotta da Ipsos ad aprile 2019 su un campione rappresentativo di duemila giovani tra i 20 e i 34 anni. I risultati oggi disponibili ci dicono che oltre due intervistati su tre sarebbero “molto” o “abbastanza” d’accordo con l’introduzione dello “Ius culturae”. Poco meno di uno su quattro è poco concorde, mentre chi ha un atteggiamento di completa chiusura è meno del 10 percento.

Ci sono quindi le condizioni favorevoli, sia politiche che di opinione pubblica, per ripartire da questa proposta, che potrebbe essere ancor meglio accolta e dar frutti positivi se attivata in concomitanza con un rilancio dell’insegnamento nelle scuole dell’educazione alla cittadinanza. Scoprire e coltivare assieme il senso e il valore di una comune appartenenza, tra coetanei di diversa provenienza, aiuta a formare italiani consapevoli e a farli sentire parte attiva del miglioramento del paese in cui vivono.

 

“Il narcisismo ha creato un esercito di perdenti. Educate i figli a fare quello che amano”

Articolo già pubblicato sulle pagine dell’huffingtonpost a firma di Nicola Mirenzi

A vent’anni, non aveva dubbi: “Liberando se stessa, la classe operaia libererà il mondo intero. Ripetevo in continuazione frasi come questa. Ero un piccolo bolscevico, imbevuto del catechismo marxista. Per ogni domanda, avevo una risposta pronta. Preparavo la rivoluzione sociale in Italia, andando ogni giorno a San Basilio, nella periferia di Roma, tra sottoproletari, delinquenti, poveri cristi. Avevo la missione di agitare le masse e organizzarle. Perché, da un momento all’altro, poteva scattare l’ora della sollevazione”. A sessantasette anni, Fillippo la Porta è un critico letterario e un saggista militante, come si sarebbe detto una volta, uno di quelli capaci di prendere una pagina di narrativa e riscriverla nella trama della società, della politica, dell’esistenza, della mitologia contemporanea: “Leggere è un atto rischioso, un’avventura che mette in gioco innanzitutto noi stessi, la nostra identità, le nostre credenze, le verità che crediamo di conoscere. La cultura non è un accumulo di informazioni che servono a possedere la realtà. È una forza critica, il più possibile vicina all’enigma del mondo e della condizione umana. Non dovrebbe tranquillizzare: al contrario, dovrebbe disturbare”.

Ai ragazzi che scioperano per il clima consiglierebbe di leggere Nicola Chiaromonte: “Il mio eroe culturale”, dice, appoggiando sul tavolo di un bar poco distante dall’ingresso del Parlamento un quadernone a righe fitto fitto di appunti, che gli sono serviti per scrivere ”Eretico controvoglia” (Bompiani), un libro che racconta la figura di questo intellettuale irregolare, fondatore della migliore rivista che l’Italia abbia avuto – Tempo Presente – anti fascista, anti totalitario, super critico della modernità senza però essere passatista, uno che dialogava a tu per tu con Albert Camus, Hannah Arendt, Mary McCarthy e che oggi, in Italia, nessuno conosce più: “Ai giovani ribelli, Chiaromonte insegnerebbe in cosa consiste la rivolta giusta. Li aiuterebbe a distinguere il confine oltre il quale un’idea vera diventa falsa. Un fine giusto si trasforma in un sopruso. Una battaglia sacrosanta diventa dispotica. Prenda la rivoluzione. Io rimpiango di non aver letto Chiaromonte quando avevo vent’anni. Forse avrei scoperto prima che, dopo un certo punto, anche l’idea della liberazione diventa un crimine. Ecco cosa fa un maestro: aiuta a non tradire se stessi”.

Lo definisce eretico. Ma se non ci sono più Chiese come si può essere eretici?

Oggi, sebbene non esista alcuna ortodossia, tutti vogliono essere eretici. Le collane editoriali vanno contro mano, le rubriche giornalistiche proclamano di essere controcorrente, le trasmissioni televisive si dicono fuori dal coro. Tutti vogliono distinguersi. Manifestare la propria indipendenza intellettuale. Dar prova della propria libertà. Però lo fanno tutti insieme, nello stesso momento. È lo snobismo di massa, la nuova forma del conformismo. Chiaromonte era eretico quando c’erano sia la chiesa della Dc sia la chiesa del Pci. Eppure, non ambiva a essere diverso da tutti. Al contrario, voleva vivere la vita di tutti: andava al cinema di sabato sera, amava mescolarsi con la folla, andava a pranzo a Ostia.

Senza più ortodossie, siamo più liberi?

In realtà, un’ortodossia esiste. Ma è molto diversa da quelle che abbiamo conosciuto fin qui. Non è un modo di concepire il mondo. È un racconto della realtà, uno storytelling delle cose. O sei di qua, o sei di là. O sei con i migranti, allora sei buono; oppure sei contro, allora sei cattivo, intollerante, razzista. Non esiste la possibilità della sfumatura. È vietato dire: “Attenzione che nelle periferie c’è una situazione pericolosa ”. Diventi subito un fascista.

L’ha appena detto.

A qualcuno verrà il dubbio che sono fascista, forse. Io, invece, sto solo ragionando sulla pervasività degli idoli sociali. Sulla fede, piuttosto inconsapevole, nelle nuove religioni.

Quali sarebbero?

Qualsiasi cosa uno faccia, immediatamente scatta la domanda: “Ma ti pagano?”. Come se nulla si potesse fare, se non per denaro. Oppure: “Funziona?”. Pare che a nessuno importi più se una cosa sia giusta o sbagliata, vera o falsa. L’importante è che funzioni. Chiaromonte invitava a non educare i figli al successo. Subito allora ti obiettano: “Allora li educhi al fallimento?”. O bianco o nero.

Invece?

Invece, si potrebbero educare i figli a fare una cosa perché la amano. Solo questo conta, per Chiaromonte. L’imperativo della realizzazione di sé ha creato un esercito di frustrati e di perdenti. C’era anche nel marxismo degli anni settanta, nella versione dell’auto-realizzazione. In entrambi i casi, devi essere ricco, possedere la maggior quantità di beni, esaudire ogni tuo desiderio. E visto che pochissimi riescono a farlo, tutti gli altri si percepiscono come dei falliti. Ecco l’ego-mania di cui Chiaromonte parlava già nel 68.

Siete voi sessantottini i padri fondatori del narcisismo di oggi?

Quando uscì La cultura del narcisismo di Christopher Lasch, per la mia generazione, fu una rivelazione. Parlava di noi, della nostra vanità. La mia generazione ha usato anche la cultura narcisisticamente. Come uno strumento di conferma e di potere. Molti di noi sono diventati ministri, direttori di giornale, capi di rete, oppure di grandi case editrici. Sono bravissimi. Sanno tutto. Non c’è una citazione che gli sfugga. Potrebbero improvvisare un discorso su qualsiasi tema. Sanno parlare il linguaggio del comando, così come il linguaggio della rivolta. Dipende da cosa gli serve. Il sapere, per loro, è al servizio della carriera. Non un modo per mettersi in discussione. I giovani l’annusano. E per questo, sbagliando, insieme al potere, rifiutano anche la cultura.

Ha ragione quindi Salvini quando parla di intellettualoni?

Sia Salvini, sia, prima di lui, Renzi, hanno intercettato la rivolta contro quest’idea strumentale della cultura, il gergo che difende i privilegi e le rendite di posizione, riproducendo solo se stesso. Anche Goffredo Parise, trent’anni fa, se la prese con gli intellettuali. Però in bocca a Salvini la stessa critica ne esce stravolta. Poiché, a sua volta, si trasforma in un’arma di potere.

Ma il potere è sempre male o può servire a cambiare la realtà?

Anche sul potere Chiaromonte invitava alla misura. Attenzione però all’idea di cambiare il mondo. La realtà è mutevole ma non è facilmente modificabile da noi. Nel senso che ha un suo ritmo interno, e cambia in base a una grande quantità di fattori. Io posso mettere la mia causa all’interno di questo gioco, ma devo sapere che il fondo delle cose rimarrà ingovernabile.

Non si rischia il fatalismo così?

Al contrario, è una lezione di misura. Tu devi fare la tua parte, agendo secondo la tua coscienza, ma sapendo che qualcosa del mondo ti sfuggirà sempre.

Lei quando ha capito che era così?

Quando ho smesso di fare politica, intorno ai 25 anni. Sono stato un simpatizzante di Potere Operaio, poi ho militato nel collettivo del Manifesto. In periferia, andavo casa per casa a distribuire volantini. Siccome gli uomini lavoravano, mi aprivano sempre le donne. Mi facevano accomodare e mi offrivano un bicchierino di Vov. Alla fine della giornata ne avevo bevuti una quindicina e tornavo a casa completamente ubriaco. Infatti, i miei, che abitavano ai Parioli, mi dicevano: “Ma dove cazzo sei stato?”.

Era un “pariolino”?

La metta come vuole. Erano i sensi di colpa della borghesia? Non lo so. So che grazie alla politica ho conosciuto i sottoproletari romani, che erano tutti di estrema sinistra. Ero amico di tutti. Quelli che si spaccavano la schiena, i criminaloidi, i marchettari, anche i tiburtaros, che erano una banda di ladroni.

Ora sono tutti amici dei militanti di estrema destra.

E lo sa che vorrei molto parlare con loro? A volte penso che sarebbe il caso di scrivergli una lettera.

Cosa gli vorrebbe dire?

Che sbagliano su una cosa fondamentale, che riguarda la natura umana. Amano citare quella frase di Ezra Pound che dice: ”Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui″. Non è così. Ognuno di noi può essere un eroe, oppure un vigliacco: dipende dalle circostanze della vita. In ogni caso, l’uomo è fragile, precario, non autosufficiente, esposto. Persino i soldati d’acciaio tedeschi, dopo due mesi nella neve del fronte russo, piangevano e invocavano l’aiuto della mamma. Questo è l’essere umano: un debole. Il mito della forza propagandato dalla destra è una colossale bugia, rimuove completamente l’infermità dell’essere umano. Questo gli vorrei dire.

Lei smise con la politica perché le dissero qualcosa del genere?

No, smisi perché a un certo punto sentii la necessità di fermarmi a riflettere su quello che avevo fatto. Fu lì che cominciai a leggere i classici della letteratura, Flaubert, Dostojevski, Stendhal, dentro il cui studio ero immerso, quando mi chiamò a fare il critico letterario di Linea d’ombra Goffredo Fofi.

Ma è vero, come dice Antoine Compagnon che, in fondo, la letteratura è sempre di destra?

No, non direi che è così. Ma, battuta per battuta, si può dire un’altra cosa: cioè, che Dio – se esiste – è senz’altro di destra. Perché ha distribuito il talento letterario in maniera fortemente diseguale. Infatti, ci può essere il diritto all’istruzione, il diritto a una vita dignitosa, il diritto al reddito di cittadinanza. Non ci sarà mai il diritto alla creatività. La stoffa, mi spiace, sarà sempre riservata riservato a pochissimi.

Gregori (PD) dalla Giunta Raggi il gioco delle tre scimmiette

Fonte Agenpress.

Nessun confronto è mai stato possibile, sempre negato dal Socio Roma Capitale e dai due incontri che si sono svolti questa settimana tra il Direttore Generale Giampaoletti e le Organizzazioni Sindacali è emerso che Roma Capitale è orientata a liquidare la Partecipata Roma Metropolitane.

Questa intenzione dovrebbe essere manifestata attraverso un atto di Giunta che sarà presentato lunedì 30 nel corso della prevista Assemblea dei Soci: 4 bilanci non approvati ed un previsionale in perdita. 3 anni di richieste da parte dei lavoratori non ascoltate e di insistenti istanze da parte dei sindacati affinché venisse aperto un tavolo di confronto. E invece, nessun confronto è mai stato possibile, sempre negato dal Socio Roma Capitale.

Se Roma Metropolitane dovesse essere liquidata, al dramma dei lavoratori dovrebbe aggiungersi il dramma della Capitale d’Italia allo sbando, che perderebbe l’unico strumento tecnico di progettazione, attuazione ed ammodernamento delle infrastrutture di Mobilità. La Sindaca e la sua Giunta hanno lasciato morire la partecipata, indifferenti alle grida di allarme dei lavoratori e delle opposizioni, senza avere costruito uno strumento alternativo. Tra piani industriali che avrebbero tagliato un terzo del personale e il previsto scorporo di un pezzo dell’azienda in Roma Servizi per la Mobilità, mai nessuna decisione è stata veramente presa e nessuna attenzione è emersa dalla maggioranza in Capidoglio, su come preservare le infrastrutture in attuazione (Linea C), utilizzare gli investimenti già stanziati (ammodernamento Linea A e B), e restare capaci di progettare il futuro e quindi lo sviluppo di Roma.

A cosa stiamo giocando?

Roma Metropolitane è una società “piccola” 150 lavoratori di altissima competenza e grande esperienza, capace di movimentare un volume ingentissimo di risorse economiche per la città. La Linea C è finanziata prevalentemente dallo Stato Italiano e dalla Regione Lazio; se elimina Roma Metropolitane la Sindaca dovrà spiegare agli enti cofinanziatori cosa ne sarà dell’infrastruttura. La Sindaca dovrà spiegare ai cittadini romani che aspettano da tempo un ammodernamento delle Linee A e B perché dovranno aspettare ancora, visto che i 425 milioni stanziati dal Ministro Delrio alla fine del 2017 non sono stati ancora spesi e lei sta uccidendo la Stazione Appaltante che avrebbe potuto trasformarli in maggiore qualità, efficienza e sicurezza del servizio.

La liquidazione di Roma Metropolitane è pericolosa.

Mi chiedo se la Sindaca abbia fatto almeno sviluppare un’analisi tecnico-giuridica dei rischi a cui espone Roma Capitale ponendo in liquidazione la società, titolare dei contratti con le imprese e che gestisce i contenziosi.

Licenziare i lavoratori o scorporare un pezzo dell’azienda in un’altra che non gode di buona salute e che ha una mission statutaria diversa di certo non rappresentano soluzioni accettabili a tutela del patrimonio pubblico.

La Sindaca e la Giunta, su questa vicenda si sono chiusi in un assordante silenzio, irrispettoso per la Città.

Lunedì 30, quindi domani, i lavoratori, insieme alle organizzazioni sindacali si riuniranno in presidio a difesa dell’azienda e del lavoro che essa può sviluppare per Roma. Dobbiamo stare al loro fianco, a sostenere le loro giuste rivendicazioni e a chiedere un futuro di sviluppo per la città, che questa Sindaca ha abbandonato. L’ascolto e il confronto devono essere valori principi dell’azione politica giornaliera di ogni amministratore, la Sindaca riapra il tavolo su Roma Metropolitane e trovi una soluzione condivisa, che veda protagonista l’azienda nel rilancio e nella gestione delle infrastrutture che occorrono a Roma e non solo, per il rilancio della Capitale d’Italia.

Quanto afferma Augusto Gregori, della Segreteria del PD Lazio.

Il Papa: non possiamo restare indifferenti di fronte alla miseria di tanti

“Dobbiamo avere un’attenzione particolare verso i forestieri, come pure per le vedove, gli orfani e tutti gli scartati dei nostri giorni”. Così Papa Francesco, nella messa per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, ha parlato di chi si trova in situazioni di difficoltà. “Non si tratta solo di forestieri – ha specificato il Pontefice – ma di tutti gli abitanti delle periferie esistenziali che assieme ai migranti e ai rifugiati sono vittime della cultura dello scarto”. Bergoglio ha ricordato che “il Signore ci chiede di mettere in pratica la carità nei loro confronti” e “restaurare la loro umanità, assieme alla nostra, senza escludere nessuno, senza lasciare fuori nessuno”. Un pensiero è stato poi rivolto a tutti i discriminati e a chi si trova in situazioni di povertà.

Le parole del Pontefice sono rivolte a tutelare gli “esclusi” con un invito ai presenti a “riflettere sulle ingiustizie che generano esclusione, in particolare sui privilegi di pochi che, per essere conservati, vanno a scapito di molti”. Per Bergoglio bisogna fare attenzione perché “il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele” con chi ha meno possibilità.

Integrazione: Milano, oggi “Living Together”

Sarà un pomeriggio di festa quello che si vivrà oggi, in piazza Gabrio Rosa, nel quartiere Corvetto, a Milano. Alle 15.30, infatti, prenderà il via “Living Together”, iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e alla quale parteciperà l’assessore alle Politiche sociali e abitative del Comune di Milano, Gabriele Rabaiotti.

In programma musiche, danze, giochi, laboratori per i più piccoli, ciclo-bookcrossing con cantastorie. Inoltre una parata di bambini si recherà alla vicina Rsa Virgilio Ferrari per accompagnare gli anziani in piazza Gabrio Rosa. A loro si uniranno tanti abitanti del quartiere, tra cui i bambini e gli adolescenti delle Scuole della pace, i Giovani per la pace, gli anziani del quartiere, i “nuovi europei” del movimento Genti di pace (formato da immigrati di differenti Paesi, culture e tradizioni religiose, che vivono insieme a Sant’Egidio l’impegno per la città), famiglie rom.

Sant’Egidio è presente nel quartiere Corvetto dall’inizio degli anni Novanta: “Vediamo da un lato caseggiati segnati da tensioni, solitudini, povertà e ‘recinti separati’; dall’altro un quartiere vivace, arricchito dall’impegno solidale di associazioni e singoli. Sono due Corvetti opposti, paradossalmente entrambi veri: con la festa ‘Living Together’ – spiegano – uniamo i tanti, vecchi e nuovi abitanti del Corvetto, che vogliono contribuire a far crescere il Corvetto dei ponti e non dei muri”. La Comunità di Sant’Egidio, proprio al Corvetto (via dei Cinquecento 7), sta ristrutturando lo Spazio Living Together dove, in collaborazione con tante realtà del quartiere, nasce uno spazio amicizia e incontro.

Horizon 2020, 1.5 mln ai progetti vincitori del programma di ricerca e innovazione

Premiati a Bruxelles tre idee innovative volte a migliorare la vita degli anziani con problemi di mobilità. Il primo premio, del valore di un milione di euro è andato all’impresa danese Walk with Path, per aver sviluppato un dispositivo che si aggancia alle scarpe, denominato Path finder, che aiuta a stabilizzare l’andatura precaria e irregolare. Il secondo e il terzo riconoscimento, del valore di 250.000 euro ciascuno, sono stati assegnati al Comune di Tolosa (Francia) per il progetto denominato Mob4Seniors, un sistema teso ad accrescere la partecipazione dei cittadini più anziani alle attività della comunità e, l’altro, all’impresa svizzera MyoSwiss ideatrice dei “muscoli indossabili”. Quest’ultimo è un completo eso-muscolare che grazie a una combinazione di robotica e tessuti, aggiunge alle gambe un rivestimento muscolare per aiutare la coordinazione delle persone che hanno difficoltà motorie.

Tre innovazioni importanti quelle appena premiate che, favorendo l’inclusione sociale, contribuiranno a migliorare la qualità di vita delle persone anziane e più fragili. Il contest cercava progetti e soluzioni non necessariamente riguardanti questioni tecniche (relative a infrastrutture, veicoli, software-applicazioni.), ma anche altri aspetti quali, ad esempio, servizi di comunicazione o i servizi integrati personalizzati.

I cosiddetti “Inducement prizes” della Commissione europea hanno offerto importanti riconoscimenti a seguito di soluzioni di mobilità innovative, sostenibili e replicabili che consentono di preservare l’autonomia personale e di partecipare attivamente alla vita socio-economica. Le soluzioni proposte potranno determinare, infatti, vantaggi significativi a medio-lungo termine per gli anziani che vivono in aree isolate oppure per coloro che pur vivendo nelle città presentano difficoltà e mobilità ridotta. L’impatto delle soluzioni proposte inoltre aprirà nuove opportunità nel mercato del lavoro, ad esempio per piccole imprese innovative, operatori del settore dei trasporti, start-up di economia sociale, nonchè Ong a livello locale, regionale o nazionale.

Il commissario per la Ricerca, la scienza e l’innovazione, Carlos Moedas, che ha consegnato i premi a Bruxelles, il 24 settembre, in occasione delle Giornate europee della ricerca e dell’innovazione ha dichiarato: “Queste innovazioni fanno davvero la differenza per i nostri cittadini anziani, perché li aiutano a mantenere la loro autonomia e una vita sociale attiva. I progetti premiati dimostrano anche che il sostegno dell’Ue apre la strada a nuove imprese innovative e ispira la cooperazione tra innovatori e organizzazioni della società civile e i settori pubblico e privato, a beneficio di tutti”.

A Roma il 10° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Medici Oculisti

Si svolgerà a Roma il 3 e 4 ottobre, presso l’Ergife Palace Hotel, il 10° Congresso nazionale dell’AIMO – Associazione italiana medici Oculisti, a cui sono attesi circa 800 medici oculisti provenienti da tutta Italia. Durante le due giornate si svolgeranno incontri, dibattiti e corsi di formazione sui principali argomenti dell’oculistica italiana ma anche internazionale.

Dall’occhio secco al glaucoma e alle maculopatie, fino allo strabismo, all’ipovisione e all’ergoftalmologia, saranno tanti gli argomenti trattati nel corso di sessioni che lavoreranno in modo parallelo.

Uno spazio particolare sarà dedicato all’etica medica e alla comunicazione medico-paziente, con un corso tenuto dal dottor Marco Gusmeroli, che ha l’obiettivo di approfondire la gestione degli episodi di violenza nei confronti degli operatori sanitari. I giovani chirurghi di AIMO Academy, inoltre, si metteranno a disposizione di altrettanti giovani specialisti con un corso istruttivo per facilitare la loro crescita in ambito chirurgico e clinico.

Tra gli eventi più attesi, infine, il programma di chirurgia in diretta, in particolare con interventi sul segmento anteriore (cornea, cataratta e glaucoma) e chirurgia vitreo-retinica, che saranno eseguiti all’ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano, diretto dal dottor Antonio Scialdone, da esperti medici chirurghi italiani per dare dimostrazione delle tecniche chirurgiche e delle più avanzate tecnologie.

29 Settembre: a 75 anni dalla strage di Marzabotto occorre ricordare!

Esistono episodi e vicende, che non si possono dimenticare, ma che debbono anche essere conosciute, perché la memoria – di quanto accaduto 75 anni fa, nel nostro Paese – deve essere ricordata e tramandata, attraverso le narrazioni, le testimonianze, le foto, le lapidi e tutte quelle  tecniche che la tecnologia oggi offre.

Esiste un grande masso di pietra, con una scritta significativa: “ Monte Sole. Si piegano la querce come salici, sul cuore delle rocce a Monte Sole. Hanno memoria le querce. Hanno memoria.” 

Perché queste parole così profonde e sibilline, per chi non conosce il passato?

 Sono il richiamo a una triste storia, drammaticamente vissuta,  sofferta, e pagata con il sangue di centinaia e centinaia di innocenti, nell’autunno del 1944. Ecco perché deve essere ricordata con rispetto, facendone memoria anche per le giovani generazioni.

La strage di Marzabotto, è uno dei più gravi crimini di guerra contro la popolazione civile perpetrati dalle forze armate tedesche e fascisti italiani in Europa occidentale, durante la Seconda guerra mondiale. Dopo il massacro di Sant’Anna di Stazzema, nell’Alta Versilia (in provincia di Lucca) commesso il 12 agosto 1944, ( con fucilazioni di massa: 560 morti, di cui 130 bambini) gli eccidi nazifascisti contro i civili sembravano essersi momentaneamente fermati, anche nell’Appennino bolognese nei pressi della “Linea Gotica”.

Ma questa illusione durò 38 giorni, poi il dramma che si manifestò L’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto, che prese il nome dal maggiore dei comuni colpiti) fu un insieme di stragi compiute dalle truppe nazi-fasciste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nel territorio dei comuni di Marzabotto, Grizzana, Morandi e Monzuno che comprendono le pendici del Monte Sole, in provincia di Bologna. Gli eccidi compiuti per azioni di rastrellamento contro le formazioni partigiane causarono la morte di 955 persone e in particolare 770, nella settimana di fine settembre inizio ottobre, oltre a 721 morti per cause varie di guerra. Il dato complessivo accertato, dal Comitato per le Onoranze ai Caduti di Marzabotto insieme  agli uffici anagrafici comunali, registrò 1676 decessi per mano di nazisti e fascisti, e per cause di guerra.

Perché proprio Marzabotto? Il feldmaresciallo von Kesselring ( che era a capo del Comando supremo di tutte le forze tedesche in Italia) aveva scoperto che a Marzabotto agiva con successo una brigata partigiana, e voleva dare un duro colpo a questa organizzazione e ai civili che l’appoggiavano. Già in precedenza Marzabotto aveva subito rappresaglie, ma mai così gravi come quella dell’autunno del 1944.

La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, al comando del maggiore Reder, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area del territorio, compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. “Quindi – ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi – dalle frazioni di Panico, di Vado, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e dalla periferia del capoluogo, le truppe si mossero all’assalto del abitazioni, delle cascine, delle scuole, e fecero la terra bruciata di tutto e di tutti.” 

Nella frazione di Casaglia di Monte Sole la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa di Santa Maria Assunta, raccogliendosi in preghiera. Irruppero i tedeschi, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone raccolte nel cimitero, furono mitragliate: 195 vittime, di 28 famiglie diverse, tra le quali 50 bambini.

 Fu l’inizio della strage. Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. La violenza dell’eccidio fu inusitata: alla fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco Giovanni Fornasini. Il numero delle vittime civili si rivelò spaventoso e subito le voci e le informazioni -scarse per la verità – che immediatamente cominciarono a circolare relative all’eccidio furono negata dalle autorità fasciste della zona e dalla stampa locale (Il Resto del Carlino), indicandole come diffamatorie, solo dopo la Liberazione lentamente cominciò a delinearsi l’entità del massacro.

Fra le diverse lapidi presenti in quella zona, che ricordano i caduti e i tragici eventi, c’è ne è una, a ricordo dei sacerdoti uccisi nell’eccidio, con questa scritta: “ Qui il 22 aprile 1945 fu trovato il corpo straziato dell’eroico parroco di Sperticano Don Giovanni Fornasini – Medaglia d’Oro V.M. con Lui uniti nel martirio Don Ubaldo Marchioni, Don Ferdinando Casagrande, Don Elia Comini, Padre Martino Capelli e centinaia di vittime innocenti”.

Don Fornarini, visse in tempi in cui la speranza sembrava perduta per sempre. Invece, proprio in quel periodo “oscuro”, un faro luminoso lo offrì l’esempio di fedeltà di pastore di don Giovanni, denominato l’angelo di Marzabotto, difendendo dalle angherie dei nazisti, come poteva, la sua popolazione e riuscendo a salvare diversi parrocchiani. Si è impegnato nella resistenza, è stato vicino alla brigata partigiana “Stella Rossa”, viene ucciso da un ufficiale tedesco, accusato apertamente da don Giovanni dei delitti compiuti a Marzabotto, aveva 29 anni.

E’ aperto il processo di beatificazione per don Fornarini, assieme ad altri due sacerdoti Ferdinando Casagrande e Ubaldo Marchioni, considerati “ martiri di Monte Sole.” 

Salvatore Quasimodo ha scritto una epigrafe, che è alla base del faro monumentale che sorge sulla collina di Miana, sovrastante Marzabotto: “Questa è  memoria di sangue, di fuoco, di martirio,del più vile sterminio di popolo, voluto dai nazisti di von Kesselring, e dei loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana.” 

Al termine della seconda guerra mondiale, Walter Reder fu processato e condannato, nel 1951, all’ergastolo. Nel 1980, il Tribunale militare di Bari gli concesse la libertà condizionale e nel 1985, il presidente del consiglio Craxi decise di liberare anticipatamente Reder, ( su pressione dei governi  austriaco e tedesco) che morì a Vienna nel 1991.

 Il 13 gennaio 2007, il Tribunale militare di La Spezia ha condannato all’ergastolo dieci imputati (ufficiali e sottoufficiali della SS ) in contumacia, per l’eccidio di Monte Sole, ritenuti colpevoli di violenza pluriaggravata e continuata con omicidio. Non ci sono commenti.

Esistono libri, film, fondazioni e associazioni, anche con il sostegno degli Enti Locali, per mantenere viva la memoria su questa drammatica vicenda, che ancora fa inorridire.

Giuseppe Dossetti, uno dei personaggi più influenti della nostra Repubblica: politico, costituente, uomo che sfidò De Gasperi, poi sacerdote , tra i principali ispiratori del Concilio Vaticano II, morì il 15 dicembre 1996. E’ sepolto, insieme ai martiri dell’eccidio di Marzabotto, nel piccolo cimitero di Casaglia di Monte Sole, per scelta personale.

Anche la memoria ci ricorda, spesso, la coerenza e la testimonianza che si lascia.

Una nuova cultura

Articolo già pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Rosario Capomasi

Un dossier in cui si analizzano, con statistiche e riflessioni, «le tendenze più aggiornate in tema di mobilità umana a livello mondiale ed europeo» che «introducono al contesto italiano, nei diversi ambiti di vita relativi ai cittadini stranieri accanto a quelli italiani: il lavoro, la famiglia, la scuola, la salute, la devianza, l’appartenenza religiosa». È questo in sostanza il 28° Rapporto sull’immigrazione 2018-2019, dal titolo «Non si tratta solo di migranti», presentato venerdì 27 settembre a Roma da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes in vista della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che si celebra domenica 29.

In base agli ultimi dati Onu disponibili, si legge nel documento, sono 257,7 milioni le persone che nel mondo vivono in un Paese diverso da quello di origine, con un aumento del 49 per cento di coloro che, dal 2000 al 2017, hanno lasciato la terra natale: attualmente i migranti rappresentano il 3,4% dell’intera popolazione mondiale, rispetto al 2,9% del 1990. Per quanto riguarda più da vicino la situazione italiana, prosegue il rapporto, sono 5.255.503 gli immigrati regolarmente residenti nel nostro Paese secondo dati Istat, l’8,7% della popolazione totale residente, al terzo posto nell’Unione europea. Diminuiti gli ingressi per motivi di lavoro, si è registrato invece l’aumento di quelli per motivi di asilo e protezione umanitaria. Al 1° gennaio 2019 le comunità straniere più numerose sono quella romena (1.206.938 persone), pari al 23% degli immigrati), seguita da quella albanese (441.027, 8,4%) e marocchina (422.980, 8%). La popolazione immigrata nel territorio italiano, inoltre, risiede prevalentemente nelle regioni più sviluppate del nord (57,5%) e in quelle del centro (25,4%), mentre nel Mezzogiorno (12,2%) e nelle isole (4,9%) appare decisamente più contenuta, sebbene in crescita.

Le cifre 2018 sulle acquisizioni di cittadinanza, 112.523 e riguardanti stranieri residenti, indicano una flessione rispetto all’anno precedente (-23,2%) mentre al 1° gennaio 2019 i cittadini stranieri musulmani residenti in Italia risultano un milione e 580 mila (+2% rispetto al 2018). Nonostante un piccolo calo (2 milioni e 815 mila, -4% rispetto al 2018), i migranti cristiani nel territorio italiano sono ancora la prima appartenenza religiosa tra i migranti residenti in Italia rispetto a ortodossi (un milione e 560 mila), cattolici (977.000), evangelici (183.000), copti (16.000) e fedeli di altre confessioni cristiane (80.000). 

Ricca la casistica presentata anche su famiglia, scuola e lavoro. Nel corso del 2017 sono stati celebrati 27.744 matrimoni con almeno uno dei coniugi straniero (+14,5% del totale delle unioni), in aumento rispetto al 2016 (+8,3%): nel 55,7% dei casi si tratta di matrimoni di uomini italiani con immigrate. Sono 65.444 invece i bambini nati nel 2018 da genitori entrambi stranieri (14,9% del totale delle nascite), in calo rispetto al 2017 (-3,7%). I dati relativi all’istruzione rivelano un aumento degli alunni stranieri nelle scuole italiane (841.719, il 9,7% della popolazione scolastica totale) rispetto all’anno scolastico 2017-2018, sottolineando inoltre come ben il 63,1% degli alunni non avente cittadinanza italiana sia nato in Italia. L’occupazione lavorativa si attesta invece al 64,3 % per i cittadini stranieri comunitari mentre scende al 58,7% per quelli provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione europea.

Devianza e povertà del migrante sono le altre tematiche affrontate nel rapporto. Al 31 dicembre 2018 i detenuti stranieri presenti negli istituti penitenziari italiani risultano 20.255, su un totale di 59.655 reclusi, in maggioranza marocchini, albanesi e romeni, parte anch’essi di quella povertà diffusa che cerca sollievo nei centri di ascolto Caritas: nel 2017, hanno incontrato 197.332 persone, il 57,8% delle quali con cittadinanza straniera a fronte di un restante 42,2% di italiani. A tale riguardo, è ben evidenziato, sottolinea il documento, che «l’allarme criminalità non sussiste: l’incidenza dei cittadini stranieri nelle statistiche giudiziarie si mantiene inalterata da quasi 20 anni, e, in ogni caso, il tema non può essere affrontato attraverso pericolose generalizzazioni», che portano a fake news e a discorsi d’odio. 

«I migranti sono oggi divenuti il simbolo di tutti gli scartati della società dell’indifferenza globalizzata — scrive nella prefazione del rapporto il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana — e da questo punto di vista, il perpetuarsi della distinzione fra “loro” e “noi” non ha più senso». Per questo, aggiunge, è necessario, tenendo sempre presente che il migrante è anzitutto una persona umana, respingere senza esitazioni la cultura dello scarto e del rifiuto per dare vita «a una cultura “nuova” fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà».

Conte a Coldiretti: “Vi voglio alleati del governo per un green new deal”

Il patto del Parmigiano Reggiano ha sancito l’accordo per un Green new deal che vede come protagonista l’agricoltura nazionale nel rendere l’Italia più verde, proposto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al villaggio Coldiretti con il Presidente Ettore Prandini e l’intera dirigenza della più grande organizzazione agricola europea. “Un riconoscimento del ruolo del settore agricolo come modello di sviluppo sostenibile” ha affermato Prandini nell’esprimere apprezzamento per le parole del Premier che si è impegnato a non intervenire sul gasolio agricolo e sulla fiscalità in agricoltura accogliendo di fatto le sollecitazioni della Coldiretti.

Un provvedimento – ha ricordato Prandini – che non porterebbe alcun beneficio immediato in termini di utilizzo di energie alternative ma determinerebbe solo aumento dei costi che peserebbe sulla competitività dell’agroalimentare nazionale e costringerebbe semplicemente molti pescatori, agricoltori e allevatori a chiudere la propria attività con un devastante impatto ambientale soprattutto nelle aree interne più difficili.

Strategica – ha precisato Prandini – anche la volontà di investire sulle energie rinnovabili come il biometano agricolo, la nuova frontiera dell’economia circolare e dello sviluppo sostenibile. Apprezziamo anche – ha continuato Prandini –  l’impegno del Premier per l’emanazione dei decreti applicativi per l’etichettatura di origine degli alimenti, per dare la possibilità ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli, a sostegno della quale la Coldiretti ha realizzato una vasta campagna a livello nazionale ed europeo.

Nell’intervento del Premier – ha sostenuto Prandini –  è importante anche la volontà di dare priorità alla tutela del Made in Italy con tre principi da difendere in tutte le sedi: tracciabilità, sicurezza e qualità, a partire dagli accordi di libero scambio dove bisogna lavorare sulla reciprocità per ottenere sempre il rispetto della parità di condizioni e controlli efficaci per quanto riguarda le norme sull’impatto ambientale, economico e sociale. A sancire il patto del Parmigiano Reggiano è infine particolarmente rilevante – ha concluso Prandini –  l’annuncio del Premier di voler rafforzare la disciplina dei reati agroalimentare di tutela il Made in Italy, riconoscendo il grande lavoro fatto dal Dott. Gian Carlo Caselli, responsabile dell’Osservatorio Agromafie di Coldiretti.

Dai giovani arriva una nuova speranza per tutti noi

Non so quanto siano coscienti, però quel mare di ragazzi ha dimostrato che il mondo può risvegliarsi. Da diverso tempo li abbiamo conosciuti piuttosto abulici, distanti, chiusi nel loro mondo. Un mondo a sé, fragile. È vero, pieno di opportunità, di divertimenti e di cose che la mia generazione se le sognava.

Sembravano smarriti in un oceano di facilità, invece, come un terremoto, hanno dimostrato che covavano un malessere via via crescente. Un bel risveglio. È piacevole vedere i ragazzi vinti da passioni che non siano totalmente espressione di comodità, di spazi virtuali e di vuotezze.

Potrei dire che è sorto uno spirito religioso. Non è propriamente politico, è qualcosa di più grande. Una marea di ragazzi in tutto il mondo ha invaso le strade e le piazze come in nessun altro momento mai. Dall’Africa all’Oceania, dall’Europa all’Amarica e anche al grande continente Asiatico.

Vedere adolescenti di Seul, di New York, di Parigi nello stesso istante gridare un appello all’unisono, è, in effetti, un fenomeno mai visto in precedenza. Sono del tutto stupide quelle vuote considerazioni che intendono ridurre questi gesti a un tornaconto cieco e stupido: approfittare per non andare a scuola. Invece, questo fatto resterà impresso positivamente nella mente di tutti quei ragazzi. E si tratta di milioni e milioni di persone.

La speranza è che si sia risvegliata un’attenzione per una idea che non si accontenti del pensare ai propri estemporanei comodi e piaceri. Il messaggio è proprio questo, i ragazzi si occupano di una sfera totale e non di piccole parzialità.

Stamattina ho postato su Facebook un messaggio brevissimo, volutamente stringato, mi è sembrato che riassumesse lo spirito di quello che sta accadendo. Scrivevo: “Ambiente: da noi i bambini fanno politica e i politici si occupano di merendine“, a dimostrazione di quanto siano strabici i politici della mia età, rispetto a questo fiorire di nuove speranze per il nostro pianeta.

Hanno alzato la voce per rappresentare i ghiacciai, l’aria, gli orsi, le foreste, le superfici delle terre e i fondali marini. Non vi sembra una gran bella maniera di far parlare quelli che non possono farlo?

Per il mondo spira, adesso, un’insperata speranza per noi tutti.

Protezione Civile: “Io non rischio” torna in piazza il 12 e 13 ottobre

La campagna “Io non rischio” torna nelle piazze di tutta Italia per promuovere le buone pratiche di protezione civile e sensibilizzare in maniera capillare i cittadini sui rischi del territorio e i comportamenti da mantenere in caso di eventi calamitosi.

Quest’anno la campagna promossa e realizzata dal Dipartimento della Protezione Civile, Anpas, Ingv, ReLuis e Fondazione Cima si terrà il 12 e 13 ottobre in occasione dell’apertura della Settimana della Protezione civile: 7 giorni di eventi ed iniziative a livello nazionale e locale in cui i cittadini italiani potranno entrare a contatto con le donne e gli uomini del Servizio nazionale della protezione civile.

Ormai giunta alla sua nona edizione, “Io non rischio” vedrà la presenza di gazebo informativi in più di 850 piazze in tutta Italia con i volontari delle associazioni nazionali e locali di protezione civile che racconteranno nel dettaglio i rischi terremoto, alluvione, maremoto e – novità dell’edizione 2019 – anche il rischio vulcanico in occasione dell’esercitazione nazionale Exe Flegrei 2019.

“Io non rischio” non è solo lo slogan della campagna ma è un proposito, è la pacifica battaglia che ciascuno di noi è chiamato a condurre per la diffusione di una consapevolezza che può contribuire a farci stare più sicuri. Maggiori dettagli sulla campagna Io non rischio 2019 sul sito www.iononrischio.it

 

Enogastronomia italiana, fascino irresistibile e occasione per i giovani

Musei, moda, arte? Sì, certo. Ma soprattutto mangiare e bere divinamente. Ecco cosa cercano gli stranieri quando visitano il nostro Paese. Lo sapevamo già, ma adesso lo certificano i numeri: il turismo in Italia vale 100 miliardi di euro (Fonte: Iriss-Cnr), nel mondo siamo a circa 9mila miliardi; nel 2018 ben 94milioni di turisti hanno speso nel Belpaese poco meno di 42miliardi di euro (Fonte: Enit), nello stesso periodo noi italiani ne abbiamo spesi 25 all’estero. Fiore all’occhiello, l’enogastronomia.

Un fascino intramontabile e irresistibile. Al punto che la spesa media per un’esperienza Food & Wine rigorosamente Made in Italy supera quella rivolta al mare e alla montagna. Non è finita. L’Organizzazione Mondiale del Lavoro ha previsto per il settore “ospitalità e ristorazione” una crescita economica significativa nei prossimi 5 anni. Non occorre la palla di vetro per suggerire ai nostri giovani di puntarvi con convinzione. E con la necessaria tenacia.

Un farmaco ‘jolly’ che può colpire 29 tipi diversi di tumore

Assorted pills

Gli ultimi risultati sull’efficacia della molecola (larotrectinib) sono stati presentati al Congresso europeo di oncologia Esmo e sono definiti “eccezionali” dalla comunita’ scientifica: si e’ infatti registrata una riduzione del 30% della massa tumorale nel 79% dei pazienti valutati (su un campione di 153) e nel 75% di quelli con metastasi cerebrali, e la sopravvivenza media e’ superiore ai 3 anni.

Il farmaco – definito tecnicamente ‘agnostico’ perché non ha come bersaglio un organo particolare, agendo indipendentemente dalla localizzazione del tumore – è il primo del suo genere ad aver ottenuto, pochi giorni fa, il via libera della Commissione Ue per la commercializzazione in Europa. La molecola agisce sui tumori solidi in stadio avanzato o metastatico nei pazienti adulti e pediatrici per i quali l’intervento chirurgico sarebbe troppo rischioso e che presentano una particolare alterazione genica definita fusione genica di Ntrk.

Si tratta di un’alterazione rara ma che in Italia interessa circa 4mila pazienti ogni anno.

Il “popolo di Greta” e il richiamo alla realtà

“Una ragazzina con un volto difficile da decifrare, non molto sviluppata fisicamente, che non esibisce i comportamenti convenzionali degli adolescenti, t-shirt, scarpe da ginnastica di marca, tatuaggi. Bastava vederla quando parlava sui cambiamenti climatici alle Nazioni Unite, una lunga treccia sulla spalla sinistra, una foggia antiquata che nessuna ragazza della sua età si sognerebbe di mostrare e una camicia rossa a piegoline, anche questa un po’ démodé”. Massimo Ammaniti, che di mestiere fa lo psicanalista, descrive bene sul “Corriere della Sera” l’essenza della protagonista dei Fridays for Future. Ha ragione Greta: il nostro Pianeta non sta vivendo “un’ottima annata”. Fortuna, però, che il progresso ha portato la luce elettrica, altrimenti la sera ceneremmo tutti a lume di candela. E senza l’elettricità, neanche Greta avrebbe avuto a disposizione il microfono delle Nazioni Unite da cui ha lanciato il suo grido di allarme davanti ai potenti del mondo. Greta si è arrabbiata perché chi l’ha preceduta non avrebbe generato che “catastrofi e dolore”, “rubando” la sua giovinezza e il suo futuro. Questo non è vero, perché il progresso ha consentito a molti coetanei meno fortunati di Greta (che proviene pur sempre da una benestante famiglia svedese) di avercelo, un futuro, semplicemente perché sono sopravvissuti alla miseria che in passato ha mietuto un numero impressionante di vittime.

Certo, a una sedicenne (tanto più in un Paese come il nostro, dove si è “ragazzi” fino a 40 anni) si possono perdonare estremismi, ingenuità e qualche eccesso di retorica. Chi però ha qualche anno in più (cioè tutti noi) dovrebbe restare perplesso di fronte a letture così grossolane dei benefici del progresso, che ha permesso (bene o male) a milioni di esseri umani di migliorare il proprio tenore di vita a livelli un tempo consentiti solo agli abitanti più ricchi della Terra. È diminuito drasticamente, anche grazie al progresso, il numero di bambini decimati dalla fame e dalle malattie nel Terzo Mondo. La disponibilità di acqua potabile è cresciuta enormemente, anche nei Paesi più afflitti dalla sete, grazie al progresso. La piaga della denutrizione, grazie al progresso, è in netto calo. C’è ancora troppa fame, in misura intollerabile e umanamente inconcepibile, ma ogni giorno che passa ci sono bambini che riescono a liberarsene. Il progresso scientifico, spinto dalla libertà di ricerca, ha messo a punto farmaci che hanno debellato malattie che erano una continua ecatombe. I vaccini (tanto scioccamente ostracizzati) hanno liberato i continenti da terribili epidemie. 

Occorre ribadirlo: il “popolo di Greta”, gli adolescenti che ieri hanno saltato un giorno di scuola a favore della salvezza del Pianeta hanno perso un’occasione utile per leggere e approfondire la questione. Un modo maturo di guardare le cose è capire qual è la causa e quale l’effetto di questi cambiamenti. Il progresso scientifico, tecnico e sociale non ha “rubato” il futuro ai giovani, ma ne ha promosso uno nettamente migliore. Anche l’aeroplano così platealmente ripudiato da Greta (che ha raggiunto New York in barca a vela, a differenza del suo staff che ha viaggiato in aereo) ha migliorato nettamente la vita delle persone. Migliora la conoscenza del mondo, della sua varietà, dell’arte, della cultura e anche il contatto con la diversità. Acuisce la sensibilità, perché consente a milioni di persone ogni anno di vedere cose che nel recinto di casa propria non possono vedere. Vuol dire che dobbiamo cadere in un silenzio estatico di fronte alle conquiste del progresso? No, non dobbiamo minimizzare i pericoli. Non dobbiamo assolvere una visione violenta del progresso che nel suo sforzo prometeico ( e anche con un’avidità talvolta incontenibile) ha combinato disastri, ha ignorato limiti, ha devastato immensi patrimoni naturali e culturali, non ha avuto alcun rispetto per gli equilibri ambientali. Ma l’esaurirsi del progressismo “ingenuo”, non può essere sostituito da un “regressismo” cupo e rabbioso che ignora il valore dei cambiamenti storici ed è indifferente alla sorte di chi nel mondo è stato liberato dalla miseria e dall’umiliazione di vite brevi e dolorose. Senza contare, inoltre, che i luoghi più inquinati del mondo sono quelli delle società più arretrate, del tutto prive di sensibilità ambientale. Un approccio progressista è per definizione riformista, pragmatico, concreto, intelligente dal punto di vista ambientale. Le declamazioni regressiste, invece, vellicano gli istinti e si abbandonano alla retorica catastrofista. Un disastro, non solo ambientale.

Referendum: Un salto nel buio

Provo quasi scandaloso che passi così violentemente, senza alcuna seria analisi e discussione della cosa, l’estrema idea di ghigliottinare la parte proporzionale e dar corpo a una legge elettorale esclusivamente maggioritaria.

Se questa presa di posizione può essere in qualche modo compresa solo dal versante delle bandiere estreme, trovo del tutto atipico che il segmento moderato del centro destra si sia piegato a questa volontà.

In effetti, Berlusconi, sembrava essere contrario alla decisione, poi, piegato a ragioni non proprio nobili, ha ceduto di schianto e i suoi rappresentanti nelle sei Regioni interessate all’evento, hanno ammainato l’incertezza, per votare il provvedimento dietro l’emblema di coloro i quali sposavano in pieno quella visione estrema.

Da noi non c’è mai stato, in tutte le espressioni, tranne forse nelle elezioni provinciali, ma compensato da un rimedio che metteva il proporzionale comunque in prima fila, un sistema così concepito, né mai attuato.

Non so che cosa adesso capiterà, non è in alcun modo detto che si giunga al referendum. E nel caso in cui si arrivasse, ho la vaga sensazione che l’Italia non sposerà questa manovra a gomito secco. Comunque sia, il quesito deve prima passare al vaglio della Corte Costituzionale e la formulazione del quesito deve trovare concordanze con quando scrive la Costituzione, ma soprattutto con lo spirito costituzionale.

Non mi soffermo sull’iter che le leggi elettorali avranno all’interno del Parlamento. Anche questo, però, è un elemento da non trascurare. E da qui a gennaio, visto che il 7 di ottobre, almeno così leggiamo, dovrebbe compiersi l’iter del quarto passaggio della diminuzione dei 345 parlamentari, le forze di maggioranza saranno necessariamente costrette a rivedere la legge elettorale. Nel caso in cui trovassero una convergenza, un modello tale da superare l’attuale rosatellum e approdassero in aula con un disegno da sottoporre ai due rami, il gesto politico avrebbe la forza di svuotare l’azione compiuta dalle sei Regioni in questi giorni.

In ogni caso, sono convinto che la società civile moderata e sostanzialmente estranea alle dinamiche estremiste della politica nazionale, guarderà con sospetto una proposta così algida e avanzata per il solo scopo di mantenere alta la tensione politica e offrire così al perdente Salvini agostano, un terreno che consenta a lui di stare costantemente sotto i riflettori.

Nel caso in cui passasse tutti gli scogli intermedi e alla fine, nella primavera del 2020 fossimo chiamati al referendum, non credo di sbagliarmi eccessivamente nel pensare che questa potrebbe essere una Caporetto per gli estremisti. Confido, infatti, che un buon sistema elettorale possa contemperare, come da diversi decenni si fa, un modello che preveda una quota proporzionale con un modello squisitamente maggioritario.

Certo è che la legge vigente non è una soluzione accettabile, il rosatellum fa acqua da tutte le parti, ma nonostante questo, un sistema secco maggioritario non credo sia la soluzione migliore. Auspico, pertanto, che con più saggezza, con un tempo adeguato e con la buona volontà, i due rami del parlamento si dotino di una legge elettorale più adatta alle nostre necessità.

Aleggia sulla Brexit lo spirito di Montesquieu

Dopo che la Presidente della Corte Suprema Brenda Hale – con voto unanime dei 12 componenti – ha dichiarato “nulla, illegale e priva di effetti” la chiusura del Parlamento e la conseguente sospensione della sua attività per 5 settimane disposta fino al 14 ottobre dal premier Boris Johnson, ratificata il 28 agosto dalla Regina Elisabetta e confermata il 6 settembre dai Giudici dell’Alta Corte Britannica di Londra, le porte della Camera si sono riaperte e il focoso BoJo (precipitosamente rientrato da New York dove partecipava all’assemblea generale dell’ONU) ha dovuto affrontare l’attacco scontato di Corbyn e dei laburisti.

“Per il bene del Paese se ne vada”, ha chiesto senza mezzi termini il capo dei labour ma ciò ha sortito l’effetto di irrigidire ancor più la ferma decisione di Johnson: “Il Paese uscirà dall’U.E. entro il 31 ottobre”. Siamo al muro contro muro e il tempo scorre spietato. La scadenza si avvicina e nel tourbillon dei colpi di scena e di una coreografia degna di una corrida le opzioni si restringono, le prese di posizione si affastellano, i rumors si sovrappongono e la piazza si scalda. Lo scopo del premier era di evitare interferenze parlamentari alla sua manovra di uscita dall’U.E. , prima della scadenza del 31 ottobre, anche mediante la via spiccia del ‘no deal’, per la quale sono state preconizzate conseguenze disastrose di tipo politico, istituzionale, economico e sociale. Abituati a criticare le faccende di casa nostra ora con distacco ora con sospetto, restiamo a bocca aperta nell’osservare la deriva confusa della lunga querelle inglese che forse fa impazzire i bookmakers ma che non promette nulla di buono. Per il Paese che conserva ancora alcuni principi giuridici basilari della Magna Charta Libertatum del 1215, la più antica Costituzione al mondo e che aveva retto la sconfitta alla “guerra dei cent’anni” (in realtà 116) con la Francia, la sovraesposizione mediatica mondiale della querelle Brexit si- Brexit no, rimessa di fatto in piedi dagli ultimi sviluppi che hanno visto il premier inanellare una serie di sconfitte anche personali (si pensi alle dimissioni del fratello Jo, viceministro) , si sta rivelando rovinosa.

Mentre il biondo Boris giura che sta negoziando con Bruxelles le condizioni di uscita, i laburisti lo attaccano dentro e fuori il Parlamento, pur timorosi di fronte all’ipotesi di elezioni anticipate, precedute dall’invito-sfida ad una mozione di sfiducia, che il premier getterebbe sul tavolo della partita a poker come spauracchio per una ripresa dei pieni poteri e l’obiettivo di condurre in porto la Brexit senza più impicci, spingendo all’angolo del ring Corbyn e i suoi. La situazione è confusa e grottesca: larga parte del Paese sembra aver mutato opinione e ciò che Boris teme è soprattutto una ripetizione del referendum exit/remain. Mentre l’artefice primo di questa lunga partita a scacchi, il mite Camerun scrive un libro dove tenta una sorta di autodifesa rispetto al pasticcio che si è venuto a creare, Boris è stato chiaro nel primo intervento dopo la riapertura del Parlamento: trattative con Bruxelles, i deputati si facciano da parte e lascino le mani libere al Governo di pilotare l’uscita entro il 31 ottobre, con o senza condizioni.

Intanto la vicenda del pronunciamento della Corte Suprema ha lasciato il segno: quello di una primazia della Corte Costituzionale come garante della legalità. In effetti la chiusura delle Camere aveva il sapore di un colpo di mano: togliere al potere legislativo le sue prerogative costituzionali.

La tripartizione del potere (legislativo, esecutivo e giudiziario) concepita da Montesquieu nel suo “L’esprit de lois” nel 1748, ritorna ed aleggia su tutti gli Stati moderni come perno intorno a cui ruota il concetto stesso di democrazia. E insieme ad esso la terzietà di un organo di controllo che garantisca la netta separazione dei poteri.
C’erano voluti 14 anni al filosofo francese per scriverla, non sono bastate poche settimane al leader britannico per cancellarne i principi fondativi. Si riparte da capo e la sfida si fa grottesca e drammatica.
Non resta agli inglesi che invocare l’inno nazionale: “God save the Quenn”.

“Sovranismo” del XXI secolo: panzana o esasperazione? Basta (ri)leggere Carlo Magno

In quest’epoca di imbarbarimento ed estemporanee rivendicazioni sovraniste “dè noantri”, è un dovere ricordare che il primo in assoluto a ricostruire e ricostituire lo stato di diritto in Italia fu uno straniero: Carlo Magno. Probabilmente, coloro che oggi inneggiano al “sovranismo” ignorano che tredici secoli fa (parliamo del Settecento d.C.) erano state le dinastie franche dei Merovingi, dei Pipìnidi e dei Carolingi a riunificare il paese e restituirgli l’autonomia sottrattale dalle invasioni. La sottile differenza è che allora la sovranità geopolitica e la difesa dei confini erano un istituto imprescindibile circa la stabilità, le relazioni tra i popoli e i rapporti tra gli stati ancora in embrione (costantemente in guerra). Stati che si stavano costruendo o si stavano lentamente autodeterminando avviandosi verso l’età moderna, compresa quella delle scoperte e dei lumi. La grandezza del personaggio consistette nel saper cogliere i cambiamenti sociali, le aspirazioni della gente, nel far rispettare la libertà di culto e preservare le identità a scapito degli abusi e dell’impoverimento che determinarono l’arrivo delle tribù nordiche nell’area del Mediterraneo.

Detto in spiccioli, negli anni Duemila l’espressione “sovranismo” è un neologismo vecchio e decrepito (inevitabile l’ossimoro) sia dal punto di vista semantico che sotto l’aspetto politico in senso stretto. Fermo restando che il termine è ben diverso dall’aggettivo “sovranità”, nell’era dell’apertura delle barriere (se non altro monetarie e commerciali) l’invocazione alle misure sovraniste, in Italia, si è trasformata in un conflitto diplomatico-istituzionale secondo cui l’Europa è il nemico da abbattere. Di fatto, tale contrapposizione altro scopo non ha se non quello di “andare contro” (ergo scontrarsi) gli altri partners europei e in misura più estrema, verso lo straniero in senso astratto. In realtà, sono proprio alcune politiche interne intavolate oggi a risultare più obsolete e oscurantiste di altre messe in atto più di mille anni fa. Ha senso oggi parlare di militarizzazione dei confini in assenza di attacchi armati?

A suo tempo Carlo Magno ripristinò la legalità intuendo che in un’epoca di scontri etnici e di conquiste, oltre alla difesa, l’arma più micidiale che potesse essere usata contro le guerre era un nuovo corso civico e civilizzatore, oltre che politicamente progressista. I valori estinti in Italia dopo il 476 vennero di fatto restituiti – almeno per buona parte – ricorrendo agli investimenti nelle scuole, nelle associazioni di volontariato e salvaguardando l’indipendenza della Chiesa di Roma (il suo fu un ruolo fondamentale nella lotta all’analfabetismo e all’ignoranza), di gran lunga l’istituzione più importante del territorio. Chiesa che ricambiò durante la Pasqua del 774 – nella persona di Papa Adriano I – riconoscendo al re franco il titolo di nuovo imperatore dei romani a seguito di una cerimonia avvenuta sulle scalinate di San Pietro.

E così Carlo Magno, figlio di Pipino il Breve (primo re dei Carolingi), riunificò quelle regioni che alcuni decenni prima i suoi avi avevano contribuito a sottrarre al dominio dei barbari : si trattava di un’area compresa da Milano a Roma, la quale fu inglobata in un’unica amministrazione, denominata Regno Italico. Il modello politico, sociale e pedagogico carolingio fu adottato in tutta Europa, che riconobbe al sovrano d’oltralpe un ruolo istituzionale di primissimo piano e del tutto innovativo. Al punto che è da attribuire a lui l’inizio della diffusione delle traduzioni dei testi (in primo luogo quelli Sacri) dal latino all’anglosassone. Una svolta epocale. A fine Settecento, Carlo, una volta affidato il settore dell’istruzione allo scholasticus e al magisterum scholarum, insigniti di un ruolo giuridico-legale estremamente importante, rese obbligatorio e gratuito l’insegnamento presso tutti i territori a lui sottoposti, elemento che fece registrare una forte crescita del numero e della qualità delle materie di studio (compresa la lingua latina).

Ne conviene tuttavia che è sacrosanto mantenere la centralità dello Stato nazionale evitando di trasferire poteri a terzi, specie riguardo ai movimenti dei capitali, ma per questo occorre la politica e non il protezionismo o l’invocazione al reticolato militare. Proteggere le nostre frontiere da un’immigrazione incontrollata, da potenziali fuorilegge e da speculazioni è d’obbligo, ma con iniziative adeguate e chiamando le cose con il loro nome, senza scomodare il valore del patriottismo o storpiare terminologie riferite a un istituto fondante come quello della sovranità nazionale. Che è ben diverso, come ripete Papa Francesco, dal rifiutare un tozzo di pane a tante famiglie di poveracci che scappano dalle bombe e dalla schiavitù.

Tv2000: “Corridoi di vita”

Tv2000, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, trasmette domenica 29 settembre ore 23 il docufilm “Corridoi di vita”. Un progetto umanitario finanziato dalla Conferenza episcopale italiana che in due anni ha fatto arrivare in Italia – in modo legale e sicuro – cinquecento persone provenienti dai campi profughi dell’Etiopia. È un racconto giornalistico prodotto da Tv2000, che inizia a Lampedusa dove il 3 ottobre del 2013 circa 400 giovani eritrei persero la vita a causa di un naufragio. Proprio per evitare tragedie simili, il 12 gennaio 2017 la Chiesa italiana ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Interno per “favorire l’arrivo in Italia in modo legale e sicuro di 500 migranti che si trovano in condizione di comprovata vulnerabilità”.

Le telecamere di Tv2000 con l’inviato Vito D’Ettore hanno seguito per due anni le storie di tre rifugiati eritrei: dal campo profughi nel deserto dell’Etiopia fino all’accoglienza nelle diocesi italiane. E poi, l’integrazione: un cammino pieno di speranza e di solidarietà ma talvolta difficile e mai scontato. Persone, non solo migranti come più volte ha ripetuto Papa Francesco.

La prima storia raccontata è quella di Abresh, un rifugiato eritreo cieco dall’età di 5 anni a causa di un’esplosione di una mina. È fuggito a piedi dall’Eritrea a causa della sua fede cristiana. Il regime di Asmara, infatti, è ateo e non prevede una piena libertà di religione. Negli ultimi mesi il regime ha requisito centinaia di scuole e ospedali di ispirazione cattolica. Abresh è arrivato in Italia il 27 giugno scorso grazie ai corridoi umanitari della Chiesa italiana. Adesso studia all’ Università per stranieri di Perugia. È un ragazzo amato da tutti e nonostante per lui sia doloroso ha raccontato la sua storia di in più di un’occasione. È stato anche alla Camera dei deputati dove è intervenuto durante un convegno dedicato ai corridoi umanitari.
La seconda storia è quella di Nebiat. È fuggita dall’Eritrea, come fanno tanti giovani suoi connazionali, a causa del servizio militare obbligatorio e illimitato. Molti osservatori internazionali lo hanno definito come una vera e propria schiavitù di Stato. Oggi ha trovato lavoro ad Assisi presso un albergo.

La terza storia ha come protagonista Tesfalem che in Eritrea faceva il veterinario. È fuggito perché considerato non allineato al regime di Asmara. È rimasto nel campo profughi in Etiopia per nove anni e oggi è stato accolto nella diocesi di Terni Narni Amelia. Il suo sogno di vedere i suoi cinque figli studiare, finalmente è diventato realtà.

Londra-Sydney in sole 4 ore

L’agenzia spaziale britannica ha annunciato che lavorerà più da vicino con l’Agenzia spaziale australiana in un accordo chiamato “Il primo ponte spaziale nel mondo”. Il motore SABRE (Synergetic Air-Breathing Rocket Engine), costruito da Reaction Engines con sede nell’Oxfordshire, è supersonico e può raggiungere Mach 5 (5 volte la velocità del suono) nell’atmosfera terrestre e Mach 25 nello spazio.

“Quando il motore SABRE sarà completo, ci darà l’opportunità di viaggiare dal Regno Unito all’Australia in meno di 4 ore”, ha dichiarato Graham Turnock, capo della British Space Agency. “Stiamo parlando dell’anno 2030 per il servizio operativo ”, ha affermato. I fan dei voli supersonici sognano una nuova tecnologia che supererà la barriera del suono da quando Concorde ha smesso di volare nel 2003.

L’interesse per questa tecnologia è così grande che Reaction Engines ha ricevuto finanziamenti per oltre 140 milioni di euro negli ultimi 4 anni da importanti attori del mercato come BAE Systems, Rolls-Royce e Boeing HorizonX.