Home Blog Pagina 675

Alleanze, il nodo sono i 5 stelle.

Dunque, tutto procede secondo copione. Il Sindaco di Torino Chiara Appendino si ritira  dalla futura competizione elettorale mentre l’ex capo dei 5 stelle invita a non fossilizzarsi  sui nomi. Penso si riferisse alla ricandidatura di Virginia Raggi a Sindaco di Roma. Nel  frattempo, i vertici dei 5 stelle e del Pd insistono ripetutamente, e comprensibilmente, a  riproporre l’alleanza di governo in tutte le grandi città italiane che andranno al voto  nell’ormai prossima primavera.  

Ora, è a tutti evidente che nel campo dell’ex centro sinistra si pone il tema, non più  evitabile ed eludibile, del rapporto con il movimento di Grillo. Un partito che, al di là dei  giudizi e dei commenti che ognuno di noi può riservare al tema, resta aggrappato a due  alternative. O ritorna allo schema originario con cui ha incassato massicci consensi  elettorali nelle consultazioni politiche generali del 2013 e del 2018 – ovvero un partito  populista, anti politico, antiparlamentare, demagogico e qualunquista – oppure si  caratterizza, secondo l’ultima versione, come un banale partito governista che, prima di  tutto e su tutto, antepone il potere, la conservazione del seggio parlamentare e qualsiasi  escamotage e cambiamento di opinione che allontani il più possibile la data del voto per  non misurarsi con l’elettorato correndo il rischio, tutt’altro che infondato, di tornare a casa e  cercarsi di conseguenza un lavoro per molti degli attuali parlamentari.  

Ma, al di là del giudizio politico su questo strano partito, adesso al centro dell’attenzione  c’è appunto l’alleanza, o meno, con il partito di Grillo alle prossime elezioni comunali. È  inutile continuare a parlare di primarie o di centralità dei territori. Tutti sanno, tranne i  gonzi, che quando i vertici nazionali dei partiti di governo – tranne forse il partitino di Renzi  sempre più irrilevante e ininfluente ai fini della vittoria in qualsiasi consultazione –  coltivano l’obiettivo di estendere il quadro nazionale a livello locale e periferico, è del tutto  naturale che questo diventa l’obiettivo politico centrale da perseguire. Al di là e al di fuori  delle macroscopiche difficoltà, ed incoerenze, che su questo versante si registrano e che  sono sotto gli occhi di tutti.  

Ecco perchè, allora, la scelta dei vari candidati a Sindaco, almeno nel campo del centro  sinistra, assume questa volta una importanza decisiva. Non solo per la qualità e il profilo  del candidato a Sindaco nelle varie città ma anche, e soprattutto, per capire come sarà la  futura guida politica di una grande città se dovesse verificarsi una alleanza organica e  strutturale con un partito come quello dei 5 stelle. Perchè se a livello nazionale questa  alleanza è decollata per la paura e il terrore dei 5 stelle di andare al voto anticipato e  perdere, di conseguenza, incarichi, prebende e relativo stipendio, sul livello locale questi  elementi sono molto meno evidenti e concreti. E quindi, di conseguenza, sarà proprio la  piattaforma politica e programmatica a farla da padrone e ad essere decisiva per la stessa  qualità dei governi delle grandi città. E il rapporto con i 5 stelle, al riguardo, non è una  variabile indipendente ai fini dello stesso futuro dell’alleanza di centro sinistra.

Sostiene Calenda

In un saggio per il progetto di ricerca “Le conseguenze del futuro”,  patrocinato dalla Fondazione Feltrinelli e dall’ENI, il Prof. Ermanno Bencivenga, Docente di Filosofia all’Università della California, ha evidenziato come in una società complessa, attraversata dall’esigenza del conoscere quale requisito indispensabile per ogni progettualità futura, occorra distinguere tra la conoscenza che circola nel web, per sua natura fondamentalmente transeunte, veloce, mutevole e per ciò stesso finta, sfuggente e ingannevole e quella che si sedimenta negli apprendimenti tradizionali, che richiedono pazienza, ascolto, studio e sacrificio. 

La prima è una forma di conoscenza proposizionale che potremmo definire know-that mentre la seconda conduce ad una tipologia di apprendimenti consolidati che si traducono in abilità e competenze, ciò che siamo soliti definire come know how.

Inutile dire che per chi voglia incidere nei mutamenti e nelle trasformazioni della nostra realtà esistenziale, a cominciare dal livello che pertiene alla politica , risulta assai più interessante la seconda della prima.

Non per tutti ad onor del vero: c’è infatti chi sostiene che la democrazia del futuro non avrà più bisogno delle istituzioni tradizionali per funzionare poiché sarà sostituita gradualmente da forme di partecipazione virtuali, dove si dissolveranno i corpi intermedi di rappresentanza per consentire al cittadino di intervenire in modo diretto sulla realtà. Senza preoccuparsi del fatto che le relazioni personali, la sedimentazione di una cultura ricevuta, consolidata e tramandata, appresa e insegnata, lo stesso corpo sociale potrebbero essere sgretolati  da una congerie di dissolvenze incrociate, senza centro e senza periferie, dove si  assisterebbe probabilmente ad un trionfo del relativo e di soggettività solipsistiche, un universo globalizzato nel quale gli individui sarebbero monadi isolate tra solitudini incomunicabili.

Il tema della conoscenza risulta dunque fondamentale in una società complessa, attraversata da una pluralità di interpretazioni, specialmente se rapportato all’esigenza della politica di definire modelli istituzionali e sociali in cui posizionare e ricomporre le molteplici contraddizioni del presente, in una deriva di transizione che richiede chiarezza di intenti e lungimiranza progettuale.

Dalla mutevolezza e dalle incertezze dell’hic et nunc  (che il Prof. De Rita liquida tout court come “presentismo asfissiante”) emerge una duplice esigenza per qualsivoglia ipotesi di gestione della società del futuro e – al suo interno- degli stili di vita e dei comportamenti individuali: quella della competenza e quella della responsabilità. Senza questa coesistenza intrinseca potremmo avere demiurghi caricati di responsabilità ma privi delle necessarie competenze originate dalla conoscenza o – viceversa – esperti saturi di competenze ma deprivati del saper fare, del saper agire , del saper gestire.

Alla politica del nostro tempo, spesso ricca di parole, frasi a effetto, promesse ed effetti speciali  ma orfana di ‘competenze utili’ spendibili in ‘responsabilità necessarie’, sarebbe utile ripercorrere l’intera tassonomia di Benjamin Bloom, solitamente applicata nell’ambito degli apprendimenti: conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi e valutazione.

I professionisti della politica dovrebbero farlo per imparare ed utilizzare un metodo collaudato che riesca a sostanziare di senso un progetto di governance e un modello di società: obiettivi che vanno spiegati con chiarezza per non cadere nell’improvvisazione dannosa o nel limbo incerto dell’indefinito sistematicamente emendabile o rinviabile.

Carlo Calenda, persona di notevole spessore culturale ed emergente politico di rango, sembra aver compreso questa necessità, che diventa compito e impegno da realizzare poiché a suo dire questa “sfida si giocherà da oggi al 2030”. Nel suo “manifesto politico” pubblicato tempo fa dal quotidiano  ‘Il foglio’, l’ex Ministro descrive la realtà del presente ed individua cinque punti da cui ripartire per ripensare il sociale far ripartire il Paese, ancora fermo nelle secche ben descritte dai recenti rapporti ISTAT e CENSIS. 

Idee chiare, formulate in modo sintetico e riassuntivo, comprensive delle esigenze colte dalla lettura della realtà e possibili basi di partenza per un riposizionamento politico che si ponga come alternativa concreta ed esperibile ai populismi e ai sovranismi emergenti, pena l’inazione lungo un lasso di tempo insostenibile per un radicale cambiamento nella direzione della ripresa e dello sviluppo.

In realtà una voce finora isolata in un coacervo di confusione, indecisioni, retromarce, in un contesto orfano di piglio decisionista e di competenze nuove, scaltrite e moderne, spendibili nel  confronto tra le forze politiche decise ad imprimere un cambio di direzione, ma ancora prigioniero di primazie, veti, personalismi e rendite di posizione.

Calenda ha ben compreso, infatti, che l’alternativa al presente può realizzarsi solo attraverso un deciso ricambio della classe dirigente: per questo nel suo manifesto politico sostiene che la conoscenza debba essere utilizzata come principale agente di cambiamento.

La definizione è necessariamente succinta e sintetica ma decisamente nuova, carica di ulteriorità e rielaborazioni che meglio possano spiegarne il senso ed aprire il Paese verso prospettive cariche di innovazione’sostenibile’.
Così si esprime l’ex Ministro: “Conoscere. Piano shock contro analfabetismo funzionale. Partendo dalla definizione di aree di crisi sociale complessa dove un’intera generazione rischia l’esclusione sociale. Estensione del tempo pieno a tutte le scuole. Programmi di avvio alla lettura, lingue, educazione civica, sport per bambini e ragazzi. Utilizzo del patrimonio culturale per introdurre i bambini e i ragazzi all’idea, non solo estetica, di bellezza e cultura. E’ nostra ferma convinzione che una liberal democrazia non può convivere con l’attuale livello di cultura e conoscenza. L’idea di libertà come progetto collettivo deve essere posta nuovamente al centro del progetto di rifondazione dei progressisti”.

Un passaggio del suo “manifesto” da cui si evince la consapevolezza di un diffuso analfabetismo culturale e funzionale – inteso come carenza di know-how, abilità e competenze – la necessità di un rilancio della cultura, negli investimenti e nei contenuti, in una revisione dei programmi di studio, nella coesistenza tra la nostra tradizione umanistica e la spinta dell’innovazione tecnologica.

Introdurre il tema della “conoscenza” in un progetto di crescita e sviluppo del Paese significa acquisire un metodo basato sull’uso del pensiero critico. Non è poco per un Paese abituato ai luoghi comuni, dove la politica da tempo gioca al ribasso.

Puntare infine sulle persone in un caravanserraglio di relativismo etico, progettuale, di visioni e di confuse e velleitarie utopie pare essere la scelta migliore: siamo ad un punto di non ritorno (ogni esperimento politico degli ultimi venti anni si è infranto sugli scogli della realtà a motivo dell’incompetenza dei suoi timonieri). Speriamo che diventi almeno un punto di svolta. La ruota gira, la storia non finisce qua, non esiste un anno zero ma c’è sempre una possibilità di ripartire con idee e uomini nuovi che sappiano interpretare al meglio le ansie e le speranze del nostro tempo. In un mondo di incertezze e confusione, sul piano antropologico e sociale, avvertiamo un disperato bisogno di normalità.

Giulio Alfano: Democrazia della partecipazione

Per gentile concessione dell’Autore – Giulio Alfano – proponiamo, di seguito, un piccolo abstract di uno dei capitoli del libro democrazia della partecipazione edito da solfanelli.

Il testo partendo dall’analisi della crisi delle democrazie europee approfondisce la disamina della “democrazia della partecipazione” — soprattutto statunitense — alla luce delle riflessioni su metodi, strutture e programmi filosofico-politici dei principali pensatori occidentali.

Il testo nasce grazie ad un approfondimento dell’esperienza statunitense, soprattutto quella successiva al “New Deal” roosveltiano, e rappresenta una vera evoluzione rispetto alla tradizionale “democrazia del consenso” di antica ascendenza e conseguente alla rottura rivoluzionaria francese

 

LAICITÀ E POLITICA

Quando si parla cli ”laicità” si intende comunemente l’atteggiamento “neutro” dello Stato rispetto alle diverse Chiese, dalle quali prende le distanze attraverso una separazione che può apparire indifferente, ostile o cooperativa, tutelando nel contempo la libertà religiosa.

Il tema della laicità è stato introdotto nel dibattito filosofico-politico da Jules Feny, annoverato tra i fondatori della scuola pubblica francese degli ultimi decenni del XIX secolo, ed il concetto di “repubblica laica” è stato introdotto nella Costituzione francese nel secondo dopoguerra attraverso una premessa di imparzialità verso tutte le confessioni religiose.

In Italia negli ultimi due secoli si è realizzata una condizione di base favorevole ad una laicità pacifica, evitando le stragi che si sono consumate in Spagna durante la guerra civile del 1936-38; il personale politico italiano risorgimentale, dopo il fallimento delle teorie di Vincenzo Gioberti nel 1848, assunse idee liberali nell’ambito legislativo ed anche amministrativo ostile agli interessi del mondo cattolico, relativamente all’istituzione del matrimonio civile, all’espropriazione dei beni ecclesiastici e alla laicizzazione della scuoia.

La legge delle Guarentigie, approvata dal parlamento italiano dopo la presa violenta di Roma, fu assai riguardosa per l’esercizio della conservazione dell’indipendenza del potere del Pontefice Romano.

Tuttavia il decreto pontificio Non Expedit non si estendeva automaticamente al divieto di partecipazione al voto dei cattolici nelle elezioni amministrative e l’insegnamento della religione era svolto sotto il controllo delle amministrazioni comunali, che non cli rado erano guidate da esponenti del notabilato cattolico.

Come si rinnova il Reddito di Cittadinanza?

Con il Messaggio n. 3627 dell’8 ottobre 2020, dopo aver ricordato che la normativa prevede che il Rdc possa essere rinnovato previa sospensione dell’erogazione del beneficio per un periodo di un mese prima di ciascun rinnovo, l’INPS fornisce le istruzioni operative della procedura per il rinnovo del Reddito di Cittadinanza. In particolare, i nuclei familiari che hanno beneficiato della prestazione senza soluzione di continuità fin dalla prima erogazione (aprile 2019), che hanno ricevuto la diciottesima mensilità e, pertanto, si trovano la domanda “terminata”, potranno (a partire dal mese di ottobre 2020) presentare la domanda di rinnovo di Rdc. Dal mese seguente la presentazione della domanda riceveranno il beneficio per ulteriori 18 mesi sulla stessa Carta di pagamento, a condizione che i requisiti risultino rispettati.

Si evidenzia che, ai sensi dell’art. 4, comma 8, lett. b), punto 5), del D.L. n. 4/2019, “in caso di rinnovo del beneficio ai sensi dell’articolo 3, comma 6, deve essere accettata, a pena di decadenza dal beneficio, la prima offerta utile di lavoro congrua ai sensi del comma 9”. Il Messaggio, inoltre, fornisce anche indicazioni operative relativamente al computo della completa fruizione (18 mensilità) del Rdc, nel caso il periodo massimo sia raggiunto con la fruizione di due o più domande successive. La procedura di presentazione delle domande di rinnovo è la stessa utilizzata per le prime domande. Per la presentazione delle prime e delle nuove domande, sono operativi i seguenti canali telematici:

– tramite il gestore del servizio integrato di cui all’art. 81, comma 35, lettera b), del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 (Poste Italiane S.p.A.);
– accedendo in via telematica, tramite SPID, al sito www.redditodicittadinanza.gov.it;
– presso i centri di assistenza fiscale di cui all’art. 32 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241;
– presso gli istituti di patronato di cui alla legge 30 marzo 2001, n. 152;
– tramite il sito www.INPS.it, con PIN dispositivo, SPID, Carta Nazionale dei Servizi e Carta di Identità Elettronica. Si ricorda che a decorrere dal 1° ottobre 2020 l’Istituto non rilascia più PIN.

Covid: nuovi dati positivi su Remdesivir

Assorted pills

Nuovi dati positivi sull’antivirale Remdesivir contro Covid-19.

I risultati finali del trial di fase 3 Actt-1, costruiti sui risultati preliminari pubblicati sul Nejm a maggio 2020, dimostrano che, rispetto al placebo, nei pazienti con Covid il trattamento con Remdesivir ha ottenuto “miglioramenti continuativi e clinicamente significativi su diversi parametri di valutazione”. I dati provano, inoltre, che l’uso dell’antivirale “ha determinato un tempo di recupero più rapido rispetto a quanto già comunicato in precedenza”.

I pazienti che hanno ricevuto l’antivirale hanno avuto il 50% di probabilità in più di migliorare entro 15 giorni rispetto a quelli che avevano ricevuto placebo, e l’effetto è stato mantenuto per circa un mese. Il beneficio di Remdesivir è stato maggiore quando il farmaco è stato somministrato entro 10 giorni dall’insorgenza dei sintomi. Infine, si è verificata la tendenza a una riduzione della mortalità dopo 15 e 29 giorni nei pazienti trattati con Remdesivir rispetto al placebo.

 

Il programma di un nuovo umanesimo. Conversazione con Antonio Migliardi, direttore dello Sviluppo organizzativo di Invitalia.

3d people - human character , person and empty speech bubble . 3d render illustration

Articolo pubblicato sulle pagine de “L’Osservatore Romano” a firma di Roberto Cetera

Tante sono le iniziative che ogni giorno ci vengono segnalate di realizzazione pratica degli orientamenti che l’enciclica Laudato si’  ha indicato per uno sviluppo economico improntato alla sostenibilità ambientale.  Vengono da tutti i continenti e, in non pochi casi, si riferiscono già nell’intestazione al titolo del  documento pontificio.  Nell’agricoltura e non solo.  E di molte cercheremo di raccontare la storia nelle prossime settimane su queste pagine.

Sono iniziative spesso improntate alla spontaneità e generosità ma che  per lo più riguardano  piccole nicchie di mercato.  Comunque importanti perché contribuiscono a costruire una cultura diffusa di attenzione all’ambiente, inteso come dono creaturale di Dio, e poi, come si dice, tante gocce fanno un oceano.

Ma vogliamo dare uno sguardo anche a come Laudato si’  ha eventualmente influenzato  le politiche dei grandi gruppi economici, e anche gli uomini che spingono i bottoni del pannello di controllo delle grandi scelte  economiche, che infine condizionano il nostro vivere quotidiano.

Cominciamo con un manager che di pannelli di controllo ne ha visti tanti, e che ora è nel team di executive  che  avranno un ruolo importante nella gestione delle risorse destinate all’Italia dal  Recovery fundRecovery fundeuropeo.  Antonio Migliardi, 62 anni, ha cavalcato per quasi 40 anni le onde spesso turbolente dell’impresa pubblica italiana: dalla Sip-Stet, alle Fs, all’Alitalia, a Vitrociset, a Telecom Italia, è ora direttore dello Sviluppo organizzativo di Invitalia, che è l’agenzia governativa per lo sviluppo delle imprese e gli investimenti. «Avevo letto Laudato si’  — spiega — quando venne pubblicata ormai 5 anni fa. Ma è stato giocoforza riprenderla in mano in queste ultime settimane, quando è risultato evidente che i progetti di rilancio e sostegno dell’economia dopo la pandemia costituiranno un’occasione unica, forse irripetibile, per gettare le basi di un sistema economico che faccia della sostenibilità ambientale un valore fondante. Non possiamo più guardare soltanto all’aspetto del  mero profitto. O meglio,  dobbiamo comprendere che sul lungo termine anche l’aspetto della redditualità sarà inficiato dai danni ambientali irreversibili e dalle fratture sociali che rischiamo di produrre.  Insomma è la vecchia storia dell’uovo oggi e della gallina domani: non si tratta di essere buoni ma di essere intelligenti.  Non c’è più spazio per i “furbi”.  Non tutta la classe imprenditrice italiana lo ha capito, devo ammetterlo.   Per questo penso che la battaglia più importante e difficile sia quella culturale.  Molto più della scelta tecnica dei progetti e delle priorità.  Dobbiamo formare una nuova classe di imprenditori e di manager che abbiano diversi fondamenti valoriali.  Io personalmente mi occupo soprattutto di questo: selezionare nuove figure professionali che possano essere agenti di questo cambiamento.  Le confido un piccolo segreto: quando devo scegliere, mi affido oggi più volentieri ad un giovane laureato in filosofia che ad un aspirante tecnocrate.  Ho conosciuto degli ottimi giovani che studiando filosofia avevano acquisito un’apertura mentale, una vision ,  che li ha poi resi ottimi manager.  Anche perché il depauperamento culturale che è sotto gli occhi di tutti, in tutto l’Occidente, non rende un buon servizio neanche alle imprese.  Un’impresa di successo non è solo “tecnica e grana”. Un’azienda di successo è un’azienda che ha un’anima».

Mi diceva della sua rilettura di «Laudato si’».

Sì. E ad uno sguardo più attento l’ho trovata straordinaria. Non penso di esagerare dicendo che è la fondazione di un nuovo umanesimo cristiano. Anche se Papa Francesco per umiltà non usa la parafrasi direi che veramente indica “una via, una verità e una vita”. C’è la rivoluzione copernicana del superamento di quella visione antropocentrica per la quale il Creato  è solo strumentale e al servizio dell’uomo. Che non è solo un problema teologico (materia da cui faccio meglio a rimanere fuori (dice sorridendo, ndr ) ma che investe quasi  tutta la filosofia moderna, anche per il razionalismo illuminista e l’idealismo la natura mantiene un ruolo subordinato e sussidiario. Ma colgo anche una qualche linea di continuità con quanto (in verità poco) i pontificati precedenti avevano dichiarato sul tema. Vorrei aggiungere una sensazione che provo spesso nel leggere o vedere Papa Francesco.  Quella di una somiglianza intima con san Paolo vi . Nel senso di una sorta di solitudine di entrambi nel porsi sulle proprie spalle i problemi e dolori del mondo. Penso a quelle immagini del 27 marzo scorso, che rimarranno nella storia.  Una sintonia drammatica e compassionevole con le tragedie, le vulnerabilità, i limiti di questo mondo, così fragile e anche presuntuosamente autosufficiente. Per Papa Francesco non c’è una natura felice corrotta dall’uomo, ma una natura che è nelle mani dell’uomo. Mi colpisce anche l’esortazione a sapersi porre in ascolto davanti alla scienza: un’umiltà non consueta.  Ma l’aspetto secondo me più importante è l’insistenza sul tema dell’interdipendenza, cioè della necessità di ricercare comportamenti connettivi e solidali nel rapporto con la natura.  A tutelare la terra non  basta la politica di una sola parte del mondo. Ricordo che il primo a parlarne fu anni fa Gorbačëv con Reagan ad Helsinki. La tutela del creato non può prescindere dalla ricerca della pace e del dialogo tra le nazioni e tra i popoli. L’agenda dell’Onu 2030  sulla sostenibilità è ad oggi in grave ritardo, a causa della pandemia ma non solo. Ma vi è anche un’altra accezione del termine “interdipendenza”. Cioè il legame necessario e condizionante che esiste tra i vari elementi che costituiscono la sostenibilità. Mi spiego con un esempio:  durante i mesi del lockdown la qualità dell’aria e dell’ambiente naturale sono migliorati, ma la povertà, l’esclusione sociale, la violenza, la disoccupazione, la dispersione scolastica sono aumentati. È sostenibilità questa? Vi sono nel testo  delle indicazioni nette e vincolanti: non asservire l’economia alla tecnocrazia e non asservire la politica all’economia.   Mi rinviene quanto scriveva Heidegger: «Solo un Dio ci può salvare, perché la tecnica ha vinto».

Quindi una battaglia innanzitutto culturale, come diceva prima.

Assolutamente sì. Sa che le dico? Fosse per me, adotterei senza esitazione, nella rinata ora di educazione civica a scuola, Laudato si ’ come libro di testo. Lo ripeto: è il programma di un nuovo umanesimo.

Ma torniamo al mondo dell’economia e delle imprese . . .

Le dico la verità, le grandi corporation , secondo me, sul piano dell’ecologia integrale esibiscono molto più di quello che fanno. Il green  si è rivelato un marketing tool  formidabile, ma non sempre corrisponde a strategie coerenti. Uscire dalla logica del mero conto economico per molti è difficile. Per noi di Invitalia, in qualche modo è più facile, perché ci dà forza lo scopo per cui siamo nati.  Noi siamo, come dire, il braccio armato del Governo sulle politiche industriali. Siamo un’agenzia di sviluppo il cui compito è aiutare le imprese a nascere e svilupparsi, specie nel Meridione. È un modello di intervento indiretto, a differenza di quelle che una volta erano le partecipazioni statali, ma non meno efficace se ben orientato,  anche in senso ambientale. Finanziamo start up  e progetti di sviluppo, aiutiamo i processi di ristrutturazione da crisi e riconversione, sosteniamo l’impresa giovanile, gestiamo grandi bonifiche ambientali,  aiutiamo gli enti pubblici a ben spendere le risorse comunitarie, siamo dei facilitatori, non dei player .  E tutto questo lo facciamo operando delle selezioni in base a una scala di valori, in cima alla quale c’è appunto la sostenibilità.  Il nostro obiettivo è sociale prima che economico. Il nostro orgoglio è cercare di fare qualcosa di buono per la comunità a cui apparteniamo.

*     *     *

Ci incuriosisce conoscere dal vivo questo “qualcosa di buono” e sostenibile, e così si unisce alla conversazione un altro executive  di Invitalia, Ernesto Somma, che ci sciorina una sequela di casi che meriterebbero di essere raccontati ciascuno. La storia dell’Idealstandard, che si riconverte alla produzione dei “sampietrini”, i cubetti di porfido, e che mette insieme, come vantaggi ambientali, l’abbandono degli scavi dalla roccia viva e il riutilizzo delle ceneri prodotte dai termovalorizzatori, ma soprattutto il salvataggio di 200 posti di lavoro. O la chiusura e la bonifica dell’area a caldo dell’acciaieria di Trieste. Ma anche il sostegno a tante microimprese che inventano iniziative originali, come per esempio quella della stilista che lascia il glamour del mondo dell’alta moda, e mette su un laboratorio che riutilizza i materiali scartati dalle grandi griffe per farne abiti originali, ed impiegando soprattutto soggetti deboli. «Interveniamo spesso — ci dice Somma — dove la causa della crisi è proprio nella non-sostenibilità, come a Taranto, ma anche in casi dove l’impresa, a causa della non-sostenibilità, non c’è proprio più». Le ingenti risorse che presto arriveranno col Recovery fund, — aggiunge Migliardi — saranno un’occasione formidabile per cambiare il modello a venire di sviluppo di questo paese, dando priorità a sostenibilità ambientale e lavoro». «Su questo — conclude — c’è un percorso aderente alla Laudato si’  che mi piacerebbe verificare. Spesso quando incontro uomini di Chiesa impegnati nel sociale mi dicono “non bastano le nostre minestre calde delle nostre mense e i nostri empori, la vera necessità è creare lavoro, restituire dignità”.  Ecco sarebbe interessante se riuscissimo a trovare delle forme di collaborazione con i vescovi italiani per provare a creare lavoro e non solo assistenza. Ma un lavoro nuovo, che viva nell’ambiente e che l’ambiente faccia vivere».

Nancy Pelosi dice no al piano economico di Trump

La presidente democratica della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, ha inviato una lettera ai suoi colleghi di partito, definendo “del tutto insufficiente” l’ultima proposta della Casa Bianca per un nuovo piano di stimolo dell’economia statunitense, piegata dalla pandemia di coronavirus.

Nel fine settimana la Casa Bianca aveva presentato un piano contenente misure di stimolo per 1.800 miliardi di dollari: una cifra ritenuta troppo alta dai senatori repubblicani, che però hanno ceduto, accettando di sostenere il piano dell’amministrazione Trump.

Il piano prevede sostegno al reddito delle famiglie, soccorsi alle aziende e in particolare alle piccole imprese e fondi per le compagnie aeree, particolarmente martoriate dalla recessione e al centro di pesanti licenziamenti di decine di migliaia di dipendenti.

I Democratici, invece, chiedono misure di spesa ancor più consistenti, circa 2200 miliardi, che includano il salvataggio degli Stati e delle amministrazioni in dissesto finanziario.

 

 

Beni confiscati, prorogato al 15 dicembre il termine per il bando riservato al Terzo settore

È stato prorogato alle ore 12,00 del 15 dicembre 2020 il termine per la presentazione delle domande di partecipazione al Bando per l’assegnazione ai soggetti del Terzo settore di beni definitivamente confiscati alla criminalità organizzata per il reimpiego per finalità sociali. Il provvedimento è stato disposto dal direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) prefetto Bruno Corda.

La proroga si è resa necessaria a seguito dell’ampio interesse manifestato per l’iniziativa e che ha comportato l’esigenza di prevedere un più ampio termine per lo svolgimento dei numerosissimi sopralluoghi e per la predisposizione, da parte degli organismi interessati, delle progettualità mirate all’utilizzo dei beni confiscati, che saranno oggetto di valutazione per le successive assegnazioni.

Sarà possibile effettuare i sopralluoghi sino al 30 novembre 2020, avendone fatto richiesta entro il 20 novembre 2020.

Coronavirus: Francia e Gran Bretagna sono ad un punto critico

Più del 17% dei test per il coronavirus nell’Ile-de-France, la regione di Parigi, “risultano positivi, è un dato che non avevamo mai raggiunto. Lo ha detto il direttore dell’Agenzia regionale di Salute, Aurélien Rousseau do po che il Premier francese Jean Castex aveva dichiarato: “Siamo in una seconda ondata forte. Se vediamo che gli indicatori sanitari peggiorano parecchio, potremo adottare misure supplementari”.

Infatti il Covid-19 si sta diffondendo rapidamente tra i giovani. A Parigi, il tasso di incidenza nelle persone tra i 20 e i 30 anni ha superato gli 800 casi positivi ogni 100mila abitanti, ha spiegato Rousseau. “E soprattutto, da tre giorni, queste cifre sono aumentate molto rapidamente tra gli anziani”, ha aggiunto, sottolineando che “473 pazienti si trovano in terapia intensiva”.

Mentre in Gran Bretagna che è a “un punto critico” nella gestione della pandemia, c’è attesa per l’annuncio da parte del premier Boris Johnson di un nuovo sistema di allerta su tre livelli per l’Inghilterra.

Nel livello 1, in cui verranno applicate soltanto le regole nazionali di contenimento, come la regola dei sei (cioè il numero massimo di persone riunite o a tavola), la chiusura alle 22 per pub e ristoranti e le norme sulle mascherine e il distanziamento sociale.

Il livello 2 includerà anche divieti di visite a casa e riunioni al chiuso.

Al terzo livello, quello più alto di allerta, in cui saranno inserite le aree di Merseyside, Manchester e Newcastle, i bar e i pub saranno costretti a chiudere totalmente, i ristoranti dovranno chiudere entro le 22, mentre totale stop a palestre e locali di scommesse.

 

Ora bastano due farmaci per tenere sotto controllo l’Hiv

Buone notizie dal Congresso Hiv di Glasgow per il regime a due farmaci (2Dr) composto da dolutegravir e lamivudina: sono stati presentati i risultati di alcuni studi che confermano l’efficacia, la sicurezza e la soppressione virale a lungo termine non inferiori al regime a 3 farmaci.

“A livello globale, il numero di persone che vivono con l’Hiv di età pari o superiore a 50 anni è in aumento e ciò testimonia il successo della terapia antiretrovirale, che ha trasformato l’Hiv in una condizione cronica – ha ricordato Kimberly Smith, Head of Research & Development a ViiV Healthcare, l’azienda farmaceutica che produce il farmaco – Tuttavia, vivere più a lungo con il virus può significare assumere più farmaci per molti anni e sappiamo che molte persone che convivono con l’Hiv preferiscono prendere il minor numero di medicinali possibile, purché la loro infezione rimanga sotto controllo”.

Il regime orale a due farmaci va proprio in questa direzione. Nessuno dei partecipanti ai trial ha sviluppato mutazioni emergenti da resistenze al trattamento; si sono verificati 4 decessi considerati non correlati al regime farmacologico in studio.

Il nuovo partito di Zamagni non arretri dinanzi all’ipotesi Calenda

Si può capire una certa titubanza che segna le reazioni di vari ambienti cattolici alla candidatura di Calenda. Del resto, in più interviste, Zamagni ha indicato nell’appuntamento elettorale amministrativo del prossimo anno la prova generale del nuovo partito d’ispirazione cristiana, appena costituito a Roma con legittime aspettative e ambizioni. Ciò non toglie che la prova, specie se considerata decisiva, abbia modo di esprimersi con formule diverse.

È necessario, insomma, vagheggiare una stretta appartenenza identitaria per i futuri candidati sindaci? Secondo le parole di Zamagni non si ipotizza un partito chiuso in se stesso, bensì una formula in grado di associare, alla luce di programmi condivisi, credenti e non credenti. L’importante è garantire, sul piano politico, il recupero di autonomia delle forze sociali e culturali che possono identicarsi con il “centro”, sebbene si tratti di una scarna categoria di classificazione.

Calenda è un battitore libero, insieme liberista e solidarista, certamente anti-populista. Non incarna la storia, se questo è il punto di discrimine, del Codice di Camaldoli. Ma oggi dove stanno e chi sono i cultori di questa eredità? Solo tra le pieghe del mondo cattolico, e non oltre, è possibile rintracciarne la presenza. Bisogna dunque guardare all’essenziale. Calenda sta provocando un piccolo terremoto: le vecchie dinamiche politiche si mostrano di colpo fuori sincrono al cospetto di un annuncio di rimobilitazione dell’elettorato intermedio, non assimilabile, cioè, né alla destra e né alla sinistra.

Per questo varrebbe la pena che ci fosse un’apertura di credito, anche se non al buio. Si usi il massimo di prudenza, ma non si sprechi un’occasione irripetibile. C’ê spazio per tentare, assieme al leader di Azione, l’avvio di un processo di grande cambiamento. Non solo a Roma.

Calenda, la competenza e gli equilibri.

Al di là del suo percorso politico e del suo modo d’essere nella politica contemporanea,  non c’è alcun dubbio che la candidatura di Calenda a Sindaco di Roma rappresenta un  aspetto politico di non secondaria importanza per l’attuale scenario pubblico italiano. A  cominciare proprio dalle prossime elezioni amministrative, in particolare nelle grandi città  italiane e, soprattutto, dalla capitale Roma. 

Ci sono almeno 3 aspetti che non possono non essere presi in seria considerazione dopo  questa candidatura, più o meno reale. 

Innanzitutto la messa in discussione, sin dall’inizio, dei caposaldi che in questi ultimi anni  hanno imperato nella scelta della classe dirigente politica. E cioè, i dogmi attorno ai quali  ruotava la propaganda e l’ideologia grillina. Ovvero, elevare l’inesperienza,  l’incompetenza, l’improvvisazione e la casualità a criteri decisivi e discriminanti per la  futura classe dirigente. La potenziale candidatura di Calenda – come, e molto più  autorevoli su questo versante, di altri esponenti politici ed istituzionali che sono circolati su  molti organi di informazione nelle settimane scorse ma che hanno già rinunciato, a  cominciare dal Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli – mette in discussione,  appunto, i dogmi, dell’impalcatura pentastellata che, invece dominavano in modo  incontrastato nella procedente tornata comunale del 2016. Ma era, appunto, un’altra  epoca storica.  

In secondo luogo il nome di Calenda esce dai tradizionali, e ormai un po’ logori, canoni  delle candidature a Sindaco nelle grandi e meno grandi città italiane. Ovvero, o essere  espressione dell’apparato grigio e asfittico di partito – come molti dei candidati che si  apprestano a celebrare le primarie per la città di Roma, ma la stessa cosa, ad esempio,  sta avvenendo a Torino – oppure la ricerca spasmodica di qualche figura della mitica e  troppo sovrastimata “società civile”. Una alternativa politicamente sterile perchè non  destinata ad esprimere alcuna novità rispetto alla tanto declamata ed annunciata  discontinuità nella selezione della classe dirigente rispetto alla fallimentare esperienza dei  5 stelle. Una figura come Calenda, al di là di come si giudichi il suo concreto percorso  politico, avrebbe il merito di incrinare questa sterile alternativa per immettere una iniezione  di fiducia e, auspicabilmente, di rinnovamento e di cambiamento del ceto politico nelle  amministrazioni locali. 

In ultimo, e forse è l’aspetto più importante e più rilevante, la necessità del progetto politico  ed amministrativo della città. Da troppo tempo, del resto, si invoca l’urgenza di compiere  un salto di qualità sul versante della selezione della classe dirigente da un lato e di evitare  di consegnare il futuro delle grandi città ad improvvisatori e a persone che prescindono da  qualsiasi esperienza politica e amministrativa. 

Certo, adesso tocca ai partiti e ai movimenti rispondere a questa candidatura/ provocazione di Calenda. Ma un dato è abbastanza scontato: o si ha il coraggio di fare un  passo in avanti oppure ci si limita, ancora una volta, all’ordinaria amministrazione e a  rincorrere le mode passeggere. Che poi, come quasi sempre capita, sono destinate a  sgonfiarsi nell’arco di poco tempo. Cioè appena si esce dalla propaganda, dagli insulti e  dagli slogan e si passa alla fase del governo, del progetto e della costruzione. Come  insegna la triste e decadente stagione del partito pentastellato di Grillo. A Roma come a  Torino come altrove.

Trump sceglie la negazione e l’incoscienza

Mentre il presidente Donald Trump si trovava, sabato, su un balcone della Casa Bianca  – vomitando menzogne sul piano per la polizia del suo avversario e sostenendo che il coronavirus sta “scomparendo” – era chiaro che la sua malattia gli aveva insegnato molto poco e che continuerà a mettere in pericolo gli americani fino al giorno delle elezioni.

Dopo aver appreso molto sul coronavirus, come ha affermato durante la sua permanenza al Walter Reed National Military Medical Center, avrebbe potuto scegliere un percorso di responsabilità utilizzando la sua piattaforma per educare il pubblico sui rischi del virus in un momento in cui i casi statunitensi sono in aumento e i medici temono che la nazione stia entrando in una seconda ondata.

Ma, nove giorni dopo aver annunciato la sua diagnosi di coronavirus – e ore prima che il suo medico dicesse che non è più considerato “un rischio di trasmissione per gli altri” – Trump ha scelto la sua tattica di negazione, rischio e ignoranza.

Due settimane dopo l’evento Covid al Rose Garden della Casa Bianca, ci si aspettava più attenzione.

Ma, piuttosto che mitigare il rischio, Trump sta pianificando almeno tre manifestazioni elettorali la prossima settimana in Florida, Pennsylvania e Iowa gettando la cautela al vento.

Nel suo discorso dal balcone della Casa Bianca e durante le sue interviste con organi di destra come il programma radiofonico Rush Limbaugh di venerdì, ha abbracciato l’unica strategia politica che conosce, fatta di menzogne.

Sembra ancora riluttante o incapace di vedere l’enorme peso che la mancanza di fiducia del pubblico nella sua gestione della pandemia sta avendo sulle sue prospettive elettorali.

Un sondaggio Reuters / Ipsos pubblicato questa settimana ha mostrato che solo il 37% degli americani approvava la gestione della pandemia da parte di Trump, mentre il 59% disapprovava.

E il Pew Research Center ha scoperto che Biden aveva un vantaggio di 17 punti su Trump quando è stato chiesto agli elettori registrati chi poteva gestire meglio l’impatto sulla salute pubblica dell’epidemia di coronavirus.

Ma questo non cambia nulla per Trump, che continua  a minimizzare il Covid-19, riferendosi ad esso con un linguaggio razzista come il “virus cinese” e sostenendo che gli Stati Uniti lo “sconfiggeranno”; dichiarando falsamente che il cocktail sperimentale di anticorpi monoclonali che ha ricevuto da Regeneron era “una cura.”

A 23 anni dalla scomparsa di Don Luigi Di Liegro Il “prete dei poveri” può andare verso la gloria degli altari?

E’ ormai lontano il triste 12 ottobre 1997, giorno della morte di Don Luigi Di Liegro. Il sacerdote di Gaeta, romano d’adozione, viene ricordato ogni anno con una Celebrazione Eucaristica nella Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma, in memoria del fondatore e primo Direttore della Caritas  di Roma. Lo scorso anno la celebrazione è avvenuta nella Basilica di San Giovanni, contestualmente ai 40 anni della costituzione della Caritas Diocesana.  Sono passati 23 anni dalla dipartita di Don Luigi, avvenuta al San Raffaele di Milano, ma la sua opera e la sua testimonianza sono ancora attuali, per il grande valore  profetico del suo apostolato. Ha saputo, con grande lungimiranza, vedere, capire, discernere e interpretare i grandi cambiamenti del nostro tempo, testimoniando con grande umanità il Vangelo.

E’ sempre necessario ed opportuno, in queste occasioni, e non solo, che si fa memoria di un sacerdote che, a Roma veniva definito anche “il prete degli ultimi” o “il prete della carità”, per la traccia di vita che ha lasciato.  Leggere e approfondire i suoi scritti, conoscere le sue opere caritatevoli e il suo impegno nei confronti del prossimo, che viveva in uno stato di profondo disagio, significa comprendere la visione che Don Luigi aveva dei poveri, degli ultimi, e come si dice oggi, utilizzando le parole di Papa Francesco, degli “ scartati” della società. 

L’impegno sul come riuscì ad affrontare le questioni che fino all’inizio delle attività della Caritas non avevano trovato un approdo concreto, per iniziare a  dare risposte, e purtroppo ancora oggi rappresentano spesso motivo di tensione nelle grandi aree urbane. Si tratta di barboni, di immigrati, di senza fissa dimora, di malati terminali di aids, di usurati, di persone prive di alloggio e di poveri senza lavoro, quindi di persone esposte, alle quali l’impegno pastorale e caritatevole di Don Luigi, profuse le sue energie per trovare soluzioni e ridare speranza e dignità, a chi stava nel bisogno e nella disperazione.

L’apprezzamento per il lavoro pastorale, nella Diocesi di Roma, a Don Di Liegro non è mai mancato, anche se era considerato in qualche ambiente romano  “un prete scomodo”, ma per il suo impegno aveva la stima dei due Papi che l’hanno conosciuto: Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II. Oggi sono Santi entrambi. Una citazione particolare riguarda Papa Francesco, perchè in diverse occasioni pubbliche ha citato Don Luigi, forse la  più significativa è stata quella avvenuta dopo il rito dell’apertura della “Porta Santa della Carità” all’Ostello di Roma Termini, (struttura di accoglienza fortemente voluta da Don Luigi). all’inizio del Giubileo Straordinario della Carità, il 18 dicembre 2015. 

Infatti Papa Francesco ha reso omaggio alla memoria di Don Luigi Di Liegro, nel corso di un incontro con i dirigenti  e i dipendenti delle Ferrovie dello Stato, in Vaticano. Il Santo Padre ha ricordato come: “Il 15 ottobre 1997, quando la Diocesi di Roma rese onore a Don Luigi Di Liegro con i funerali grandiosi che ricordano quelli di Madre Teresa, celebrati un mese prima a Calcutta, al saluto dei poveri, che erano in prima fila nella Basilica Lateranense, si aggiunse simbolicamente quello di tutta la Nazione, attraverso il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e il Presidente del Consiglio Romano Prodi, venuti anche loro a rendere omaggio al feretro. Un riconoscimento certo tardivo dopo la solitudine in cui fu lasciato il sacerdote nelle sua battaglie a  difesa degli ultimi.”

Papa Francesco dopo aver ricordato la vita di Don Luigi, in maniera dettagliata e con riferimenti che richiamano il percorso umano e religioso, ha citato alcuni concetti cari al “prete degli ultimi”, come: “Una carità che tende a liberare le persone dal bisogno e quindi a renderle protagoniste della propria vita”, e ancora: “Un prete non è tale senza comunità da servire e a cui appartenere.” In quest’omaggio, un riconoscimento a Don Luigi, che di fatto aveva immaginato, diversi anni prima, la visione di Chiesa di Papa Francesco.      

L’opera e la testimonianza di Don Luigi è raccontata in tanti libri e biografie, che sottolineano la grande personalità di questo sacerdote che la comunità romana ha avuto fra i protagonisti di un periodo difficile della nostra storia contemporanea. Oggi, tuttavia, il ricordo di Don Luigi è presente non solo nella Caritas di Roma e nella Fondazione Internazionale chiamata con il suo nome, costituita venti anni fa, per mantenere vivi la memoria e il suo pensiero, attraverso lo svolgimento di attività sociali, ma delle tante persone, laici e religiosi, che hanno avuto la possibilità di  conoscere direttamente Don Luigi, e indirettamente di quelle che attraverso le strutture come scuole, ospedali, vie, ecc., che portano il nome del fondatore della Caritas di Roma.

Nel giorno che si fa memoria di Don Luigi Di Liegro, tanti amici e conoscenti, si domandano sommessamente: “ Ma Don Luigi può andare verso la gloria degli altari?” Sono passati  i momenti dell’emozione dopo la morte, e forse oggi è possibile con equilibrio e obiettività, valutare questa situazione. Si tratta di avviare, se possibile, la procedura canonica delle Cause di Beatificazione e di Canonizzazione, perché certamente “il prete dei poveri” può essere fra coloro che “sono degni di speciale considerazione ed onore”.  Questi i sentimenti e la speranza a 23 anni dalla morte di Don Luigi.

 

Papa Francesco ripensare il rapporto con il denaro

Per gentile concessione dell’autore, direttore di Orbisphera.

«Come ho scritto nell’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium”, ritengo necessario ripensare il nostro rapporto con il denaro».
Lo ha detto l’8 ottobre Papa Francesco ricevendo il Comitato di Esperti del Consiglio d’Europa (Moneyval), giunti in Vaticano per la valutazione periodica delle misure contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo.
Il Papa ha detto di avere particolarmente a cuore il lavoro del Comitato di Moneyval perché è strettamente connesso con la tutela della vita, con la pacifica convivenza del genere umano e con una finanza che non opprima i più deboli e bisognosi.
Francesco ha sottolineato che è necessario ripensare il nostro rapporto con il denaro, perché in gran parte del mondo il denaro sembra avere il predominio sull’uomo.
«Talora – ha spiegato Bergoglio – pur di accumulare ricchezza, non si bada alla sua provenienza, alle attività più o meno lecite che l’abbiano originata e alle logiche di sfruttamento che possono soggiacervi».
Addirittura si arriva al punto – ha aggiunto – che in alcuni ambiti «per avere il denaro ci si sporchi le mani del sangue dei fratelli. Può succedere che risorse finanziarie vengano destinate a seminare il terrore, per affermare l’egemonia del più forte, del più prepotente, di chi senza scrupoli sacrifica la vita del fratello per affermare il proprio potere».
Come esempio di corretto uso del denaro, Bergoglio ha ricordato San Paolo VI, il quale propose che, con il denaro impiegato nelle armi e in altre spese militari, si costituisse un Fondo mondiale per venire in aiuto ai diseredati.
Questa proposta Francesco l’ha ripresa nell’Enciclica “Fratelli tutti”, chiedendo che, piuttosto che investire sulla paura e sulle minacce nucleari, chimiche e biologiche, si usino tali risorse «per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa».
Il Pontefice ha fatto anche riferimento all’Enciclica “Quadragesimo anno” promulgata da Pio XI, nella quale si afferma che «il Magistero sociale della Chiesa ha sottolineato l’erroneità del “dogma” neoliberista secondo cui l’ordine economico e l’ordine morale sarebbero così estranei l’uno all’altro, che il primo in nessun modo dipenderebbe dal secondo».
Rileggendo tale affermazione alla luce dei tempi attuali – ha spiegato Francesco – si può constatare che «l’adorazione dell’antico “vitello d’oro” ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano».
L’Enciclica “Fratelli tutti” ribadisce che «la speculazione finanziaria, con il guadagno facile come scopo fondamentale, continua a fare stragi».
Dopo aver ripetuto che «il denaro deve servire e non governare», Francesco ha sostenuto che con la speculazione «l’economia perde il suo volto umano» e «non ci si serve del denaro, ma si serve il denaro».
Si tratta di una forma di idolatria a cui il Papa chiede di reagire riproponendo l’ordine razionale delle cose, che riconduce al bene comune.
Per questo motivo «Gesù ha scacciato dal tempio i mercanti» ed ha insegnato che «non si può servire Dio e la ricchezza».
Per questi motivi l’Ordinamento vaticano ha intrapreso, anche recentemente, alcune misure sulla trasparenza nella gestione del denaro e per contrastare il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo.
Francesco ha ricordato che il 1° giugno scorso è stato promulgato un “Motu Proprio” per una più efficace gestione delle risorse e per favorire la trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici.
Inoltre, il 19 agosto scorso, un’ordinanza del Presidente del Governatorato ha sottoposto le Organizzazioni di volontariato e le Persone Giuridiche dello Stato della Città del Vaticano all’obbligo di segnalazione di attività sospette all’Autorità di Informazione Finanziaria.
In conclusione, Papa Francesco ha rinnovato la sua gratitudine al Comitato di Esperti del Consiglio d’Europa per il servizio che svolgono.
«I presìdi sui quali voi vigilate – ha detto – si pongono a tutela di una “finanza pulita”, nell’ambito della quale ai “mercanti” è impedito di speculare in quel sacro tempio che è l’umanità, secondo il disegno d’amore del Creatore».
Testo completo del discorso di Papa Francesco al Comitato di esperti del Consiglio d’Europa (MoneyVal): http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2020/october/documents/papa-francesco_20201008_comitato-moneyval.html

Fondo affitti: 160 milioni per sostenere famiglie a basso reddito e studenti fuori sede

Via libera al Decreto proposto dalla Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli che incrementa il Fondo di Sostegno alle Locazioni con uno stanziamento di ulteriori 140 milioni di euro per le famiglie a basso reddito che vivono in affitto e di 20 milioni di euro per gli studenti fuori sede residenti in luogo diverso rispetto a quello dove è ubicato l’immobile locato. Risorse che sono ripartite tra le Regioni e immediatamente spendibili dai Comuni grazie a quanto stabilito con il decreto ‘Cura Italia’.

Si tratta dello stanziamento più alto degli ultimi dieci anni, dal 2010 ad oggi e che servirà ad intervenire concretamente sui contesti sociali più fragili per alleggerire e supportare tante persone e tante famiglie che, con la pandemia, hanno vissuto e vivono tutt’ora una situazione economica di grande disagio e incertezza. Ma l’obiettivo sarà anche quello di ripartire da questa prima iniezione di risorse per rilanciare più in generale l’edilizia residenziale pubblica e l’housing sociale, avviando la costruzione di nuovi edifici e intervenendo sulla manutenzione di quelli meno recenti.

Con le risorse messe in campo oggi, è stato possibile ampliare la platea dei beneficiari: per quello che attiene il Fondo Morosità Incolpevoli, non solo i destinatari dei provvedimenti di sfratto, ma anche coloro che presentano un’autocertificazione nella quale attestano di aver subito, in ragione dell’emergenza Covid-19, una perdita del proprio reddito Irpef superiore al 30% nel periodo marzo-maggio 2020 rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente e di non disporre di sufficiente liquidità per far fronte al pagamento del canone di locazione e degli oneri accessori; per quello che riguarda il Fondo Sostegno Affitti, l’estensione riguarda tutti coloro con ISEE non superiore a 35 mila euro e che dichiarano una perdita superiore al 20% nel periodo marzo-maggio 2020 rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente.

Saranno le Regioni a fissare i criteri e a verificare che i beneficiari siano effettivamente in regola con i requisiti richiesti dal decreto. E saranno sempre le Regioni a poter liberamente stabilire di integrare queste risorse con quelle assimilabili e riconducibili all’emergenza Covid.

Da parte sua, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti avrà il compito di effettuare il monitoraggio sulla gestione dei fondi attraverso un format al quale le Regioni dovranno attenersi per fornire un resoconto, in linea con le disposizioni in materia della Corte dei conti.

Maltempo: è boom di funghi

Non solo danni, l’arrivo della abbondanti piogge di autunno ha creato le condizioni favorevoli alla crescita dei funghi facendo scattare la corsa a porcini, finferli, trombette, chiodini neglii 11,4 milioni di ettari di boschi italiani. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che le precipitazioni erano attese dagli appassionati come manna dal cielo in una stagione iniziata male soprattutto nel centro sud a causa della siccità.

L’arrivo dell’autunno – sottolinea la Coldiretti – è stato segnato dal maltempo che ha favorito raccolte abbondanti a valle sulle Alpi ma lungo tutta la dorsale appenninica da nord a sud, isole comprese. Il brusco cambiamento climatico è arrivato dopo un periodo caratterizzato da temperature insolitamente alte in un anno che è stato fino adesso di oltre un grado (+1,05 gradi) superiore alla media storica classificandosi in Italia al secondo posto tra i più bollenti dal 1800, sulla base dell’analisi Coldiretti su dati Isac Cnr relativi ai primi otto mesi dai quali si evidenzia anche la caduta di circa il 25% di pioggia in meno nonostante il moltiplicarsi di eventi violenti.

La nascita dei funghi – sottolinea la Coldiretti – per essere rigogliosa richiede come condizioni ottimali terreni umidi senza piogge torrenziali, una buona dose di sole e 18-20 gradi di temperatura all’interno del bosco.

I funghi sono risorsa importante per un Paese come l’Italia dove i boschi coprono il 40% della superficie totale anche se sono segnati spesso purtroppo – precisa la Coldiretti – dall’abbandono, incuria e dall’azione criminale dei piromani.

L’attività di ricerca – continua la Coldiretti – non ha solo una natura hobbistica che coinvolge moltissimi vacanzieri e svolge anche una funzione economica a sostegno delle aree interne boschive dove rappresenta un’importante integrazione di reddito per migliaia di “professionisti” impegnati a rifornire negozi e ristoranti di prodotti tipici locali, con effetti positivi sugli afflussi turistici.

E’ necessario tuttavia evitare le improvvisazioni e seguire alcune importanti regole che – conclude la Coldiretti – vanno dal rispetto di norme e vincoli specifici presenti nei diversi territori, alla raccolta solo di funghi di cui si sia sicuri e non fidarsi assolutamente dei detti e dei luoghi comuni, ma anche rivolgersi sempre, in caso di incertezza, per controlli ai Comuni o alle Unioni micologiche e utilizzare cestini di vimini ed evitare le buste di plastica.

Roberto Speranza: “Dobbiamo resistere fino a metà 2021”.

“La scienza in un tempo congruo ci darà risposte incoraggianti, importanti. Sono ottimista: il vaccino, le cure arriveranno. Presto avremo notizie incoraggianti, ma con tutta probabilità non prima della prima parte del 2021”. E’ la previsione del ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha fatto il punto sulla situazione Covid nel nostro Paese, intervenendo alla manifestazione ‘Sanità: pubblica e per tutti!’, promossa da Cgil e Funzione Pubblica Cgil in piazza del Popolo a Roma.

Fino alla prossima primavera, “dobbiamo resistere e convivere con il virus: in questi mesi i comportamenti delle persone – sottolinea il ministro – sono la chiave essenziale, sono le armi che abbiamo” per piegare la curva dei contagi di Covid-19.

La candidatura di Calenda rappresenta una cartina di tornasole: si vuol vincere davvero a roma?

La Candidatura di Carlo Calenda, se sarà confermata, ha il pregio di far fare un salto di qualità al dibattito sulle candidature a Sindaco di Roma.
La candidatura – oggettivamente, al di là della personalità e dello stile mediatico, di cui espressione “Cult” è la avvincente parodia -imitazione di Crozza- è comunque autorevole e pone anche la questione delle alleanze da costruire per vincere una scommessa realmente progressista e di centrosinistra nella città che invevitabilmente, come Capitale d’Italia, sarà al centro delle attenzioni elettorali e mediatiche del 2021.

Finora la danza era stata furbescamente guidata dalla Sindaca uscente che con una mossa sorprendente, ma poi non tanto, aveva annunciato la sua ricandidatura “ad oltranza” (cioè al di là di ciò che il Movimento cinque stelle voglia decidere al riguardo).
A fronte di questa ricandidatura, non molto supportata dal lavoro fatto (diciamo così….non mi piace maramaldeggiare…) e mentre sul Pd da un lato (il partito che vinse le elezioni precedenti con Ignazio Marino e che ne è stato protagonista anche della sua caduta anzitempo), così come sulla destra incombente, continuavano a volteggiare le nubi dell’ incertezza, una miriade di consiglieri comunali, municipali e regionali oltrechè qualche deputata o senatrice hanno autocertificato la propria disponibilità a misurarsi in primarie convocabili entro la fine dell’anno. Piuttosto anzitempo rispetto alle necessità, e dunque più per “calmierare” il mercato delle autocandidature, piuttosto che per una scelta “vera”.

Occorre allora, per essere corretti e puntuali, precisare alcune cose prima che il prossimo “step” abbia luogo, come ormai accade, più sui media che tra la popolazione cittadina.
Che Virginia Raggi si ricandidi, va riconosciuto, è innanzitutto cosa buona in un panorama degli enti locali e regionali dove è insorta – non spesso, ma è divenuto comunque non infrequente- l’abitudine a non misurarsi col proprio possibile consenso dopo un primo mandato: non pochi Presidenti di regione e Sindaci passano ad altra carica prima di finire il mandato ed evitano così il giudizio popolare sul loro operato.
Va detto che ci sono anche casi in cui il buon operato non ha garantito il Sindaco o il Presidente uscente, sulla base di un voto elettorale spesso condizionato da fattori “esterni” come i trends di voto nazionali o avvenimenti eccezionali di natura politica o più spesso mediatica, ma almeno in questo caso essi non si sottraggono al realismo (ed agli insegnamenti) di una sconfitta immeritata.

Su questa scelta di Virginia Raggi pesa certo anche l’oscurità del suo “dopo”; una oscurità che fa tutt’uno con la mentalità del movimento Cinque Stelle che finora ha rifiutato di farsi “partito” e di stabilire un “cursus honorum” come se fosse un’onta imparare a fare i conti con l’amministrazione della “Res Publica” e utilizzare le capacità acquisite nell’impegno che dovrebbe essere di servizio al bene comune.
Virginia Raggi sente che non ha molte chances in altri impegni futuri e conosce la “macchina” comunale romana. Ritiene perciò di farsi “misurare” e semmai di utilizzare le sue capacità (o meno) in questo campo politico. E’ una scommessa che potrebbe vederla impegnata in territori (coalizioni, alleanze, scontri tra partiti) sconosciuti a lei e al M5S, e questo va detto.

Poiché sia Salvini che la Meloni guardano alle prossime elezioni politiche nella speranza di succedere alla leadership di Berlusconi, hanno per ora annunciato che non si impegneranno direttamente, il che fa prevedere, ad oggi, che con una Sindaca uscente in terza posizione saranno centrodestra e centrosinistra senza “pesi massimi”, a confrontarsi ed i due schieramenti potrebbero prevalere, l’uno sull’altro, sulla base di un confronto risaputo e già visto (e qui si vedrà di che capacità politiche future dispone Virginia Raggi…).

Questo ha generato la spinta a candidarsi di molti, soprattutto nel Pd, invocando le primarie e scommettendo almeno sulla sicurezza di avere un posto privilegiato di “osservatore diretto” ( ed una sorta di “diritto di tribuna”) anche in caso di sconfitta alle primarie.

Non avrebbe altro senso la candidatura di personalità politiche rispettabili ma oggettivamente senza alcuno “standing” (spiccata personalità riconosciuta a Roma e in Italia visto il ruolo della Capitale e forse – se si riesce a recuperare – anche in campo internazionale) per aspirare davvero al ruolo di Sindaco.
Ecco perché la candidatura di un ex Ministro della Repubblica che ha fatto bene il Ministro e che comunque ha riconosciute capacità organizzative e manageriali; riconosciute dal campo avverso, riconosciute dal mondo imprenditoriale e sindacale e capace di una visione generale sul piano del Paese, oggettivamente è una buona notizia. Per la competizione in sé.

Qui vengono i nodi al pettine di due questioni che circolano e che Lucio D’Ubaldo ha riassunto nella sua riflessione: come costruire una alleanza di centrosinistra che vinca a Roma e con quale programma, prima di eventuali primarie, prima che gli annunci colmino i vuoti della politica.

Sull’alleanza, non c’è dubbio che un fuoriuscito dal Pd non possa suscitare grande calore in chi è rimasto; ma Calenda non sta forse nell’area di centro del centrosinistra, che proprio Goffredo Bettini indica come un’area da riorganizzare per vincere?
E d’altronde se c’è un Pd che più di tutti ha pagato la fine del sogno veltroniano dell’inclusione, che dette vita al Pd nel 2007, è quello di Roma: la vicenda Marino, con il sì a luglio 2012 e poi il no di Zingaretti (ancora da spiegare bene…), la candidatura del medico-senatore e la sua vittoria nelle primarie su Sassoli e Gentiloni (in ordine di.Apparizioni televisive dell’epoca…); infine la vicenda della Sindacatura Marino con una fine “extra Aula Giulio Cesare”) ha reso il Pd romano attuale abbastanza afono ed acefalo anche in presenza degli organi ricostituiti dopo il commissariamento Orfini (che certo non è stato “ricompattante” per il Pd romano, tutt’altro).

Pare chiaro che al di là di ogni polemica il Pd ha un marchio che, a Roma, da solo non può funzionare…dunque se non è Calenda, sarebbe qualcun altro, ma difficilmente si può fare a meno di altre forze politiche per quanto minoritarie o “antipatiche” (e la politica non si fa con le simpatie e senza fare i conti sulle alleanze).

C’è poi la questione del programma. Un programma politico, non una sequela infinita delle necessità di Roma che sarebbero troppe da elencare e che con la disgraziata Sindacatura Raggi sono aumentate di numero.
Un programma politico deve porsi questioni che anche le pur benemerite Giunte Rutelli o Veltroni non affrontarono sino in fondo, forse preparando così il cammino alla inopinata sconfitta con Alemanno. In primis la decentralizzazione: ogni aspirante Sindaco la promette ed una volta eletto la sconfessa pensando di governare tutto dall’Arx Capitolina. Bisogna fare davvero e trasferire poteri comunali, bilanci e personale ai Municipi. In secondo luogo, e deriva da questo appena detto, la riorganizzazione delle decine di migliaia di dipendenti comunali o paracomunali, specie in tempi di crisi economica pre e post pandemia. In terzo luogo, una razionalizzazione delle circa 80 aziende comunali, in termini economici, gestionali e di direzione politica (si va dalla beneficienza ad aziende quotate in borsa….così non si può continuare). E a seguire tutto il resto dei problemi sociali (il paradosso di abitazioni sfitte e decine di migliaia di senza casa, per esempio) economici e culturali di una città che dovrebbe essere all’avanguardia della innovazione tecnologica e del “green deal” e potrebbe esserlo vista la rete di servizi e di aziende di servizi anche innovativi; che ha e che negli anni novanta dello scorso secolo la portò a superare perfino Milano e Torino in innovazione e crescita.
Ci sarà tempo per parlare di programma ma ciò che Lucio D’Ubaldo segnala correttamente e mi preme cogliere e sottolineare è che programma politico (priorità) e alleanze, di per sé sono buona parte dell’identikit di un candidato possibile proposto alla coalizione di centrosinistra per vincere a Roma.

In questo senso anche la candidatura di Calenda – sempre se confermata – è partita male, come tante scelte politiche di questi anni confusi (e infelici) ma perlomeno ha il pregio di fornire automaticamente un obbligo a confrontarsi con un pensiero sistemico e metodico sulle necessità della politica e sulla necessità di dibattere di alleanze. E tutto questo prima di primarie, che debbono essere della coalizione, non di un solo partito (se si punta a vincere, certo).

Non sono tra quelli che sa cosa si deve fare ad ogni costo a Roma. Non ho obblighi di partito dal 2018. Ma da cittadino romano che un po’ ha masticato, negli anni, di politica credo che siamo arrivati ad un punto in cui questa città ha bisogno di un cambio vero di paradigma perché o si riprende oppure il declino sarà irreversibile per anni e anni.
Di certo non possiamo permetterci un’altra Raggi o una gestione alla Alemanno. Perciò mettiamo da parte i fastidi e lavoriamo sul materiale che oggi la situazione ci offre. Si può solo migliorare.

Compiti Estremi

È probabile che i dati di questo tardo pomeriggio e anche quelli di lunedì, siano meno crudi. Che si ritocchi al ribasso il numero dei contagiati. Effetto di una diminuzione di controllo. Siamo giunti ai valori che si attestavano nel cupo periodo della primavera.

Il massimo registrato sei mesi fa, è stato di circa 6.100 contagiati. Va comunque considerato che allora si facevano un numero ridotto di tamponi.

Quello che conta è il valore di contagiosità. Se supera l’uno, è pericoloso; se oltrepassa l’uno virgola cinque, è allarme. Attualmente abbiamo superato l’uno.

Possiamo dire che la cospicua differenza tra i dati primaverili e questi d’inizio autunno, è data dal numero dei decessi: allora erano centinaia, raggiunsero anche la quota di ottocento al giorno; oggi, si attestano sui valori di qualche decina.

Questo ha un alto significato: le terapie sono di gran lunga migliorate, gli interventi son o più efficaci e non è da escludere che il virus abbia attenuato la sua aggressività.

Di fronte a tutto ciò, come già ho scritto una settimana fa, tutto passa dal comportamento di singoli soggetti e delle singole persone. Ormai sappiamo che un vaccino, potrà metterci al riparo, solo nel 2021. Per i prossimi cinque, sei mesi dobbiamo cavarcela con il RIGORE degli stili di ciascuno di noi. Nessuna trascuratezza. Liquidato ogni comportamento superficiale. Dobbiamo sempre fare attenzione. Ovunque ci si trovi. Persino in famiglia.

Dobbiamo fare in modo che non ci si trovi nella caustica situazione di dover chiudere tutto. L’economia subirebbe un colpo micidiale. Queste prossime settimane, riveleranno se, la maturità dimostrata in tempi passati, potrà ancor oggi reggere la nostra sorte.

Il compito non è quindi solo affidato alle autorità Statali, Regionali o Comunali ma è prima di tutto, un compito che dovremo sentire individualmente come compito etico.

Ciascuno quindi, faccia la sua parte. Ne va della nostra salute, ne va della nostra economia, ne va della nostra sicurezza sociale e della nostra serenità.

Cinquant’anni dopo De Gaulle, un gigante della storia

Il 4 aprile 2005, durante una trasmissione TV di ‘France2’, Charles de Gaulle era stato designato dai telespettatori come «il più grande francese di tutti i tempi», superando anche Louis Pasteur, l’Abbé PierreMarie CurieVictor Hugo

Nel novembre 2010, in occasione del 40º anniversario della sua scomparsa, da un sondaggio di TNS (Taylor Nelson Sofres) una delle più prestigiose aziende internazionali specializzata in ricerche di mercato e opinione, emerse che De Gaulle fu considerato  il  «personaggio  più importante della storia di Francia» per il 44% degli interpellati, davanti a Napoleone (14%), Carlo Magno(14%), Jean Jaurès (12%), Luigi XIV (7%).

A questo incipit retrospettivo si aggiunga che nel 1958, anno della fondazione della Quinta Repubblica di cui divenne poi il primo Presidente,  il generale fu nominato personaggio dell’anno dalla rivista americana Time, ultimo francese a ricevere questo riconoscimento.

A 50 anni dalla sua scomparsa basterebbero queste tre citazioni che di solito si mettono a piè di pagina, nei titoli di coda, per far anche solo intuire la grandezza del politico di formazione militare, uomo di profonda cultura, scrittore, mente dotata di una capacità intuitiva folgorante, di un’ironia raffinatissima che lo poneva di una spanna al di sopra dei suoi interlocutori, una delle più importanti e influenti personalità della Storia francese e mondiale del 900, incardinando in sé la grandeur che propugnò e cercò per il suo Paese.

Al punto che risulta imprescindibile passare attraverso la sua figura, il suo pensiero, le sue visioni e le sue scelte se si vuole comprendere quanto fu determinante l’azione di governo e soprattutto la Presidenza della V° Repubblica francese per il suo Paese, con una influenza diretta e personale che possiamo ritrovare almeno in termini carismatici in poche altre figure del secolo scorso, da Churchill a Kennedy a Gorbaciov, per citare nomi altrettanto rievocativi di sentimenti e passioni popolari, seppur diversi.

Dobbiamo soprattutto agli studi di Gaetano Quagliariello (“De Gaulle e il gollismo” ed. Il Mulino), studioso e politico italiano, gli approfondimenti storiografici più ampi, recenti, ricchi di citazioni ed aneddotica intorno alla persona del Generale De Gaulle: la sua lunga militanza nella politica francese ha lasciato il segno più di quanto altrove siano riusciti a fare gli statisti a lui contemporanei.

Protagonista della Resistenza, fondò e guidò dal 1947 al 1955 il RPF (Rassemblement du peuple francais) con lo scopo di combattere il regime “esclusivo” dei partiti, di opporsi all’avanzata del comunismo e di promuovere una riforma costituzionale che privilegiasse il potere esecutivo mentre in politica estera avversò iniziative come la creazione del Consiglio d’Europa, il piano Schumann, la CECA e il CED, in nome dell’indipendenza nazionale, fu ostile alla evoluzione delle relazioni transatlantiche preconizzando un’Europa confederata. Conclusa l’esperienza dell’RPF De Gaulle, forte di un ampio consenso popolare  per la sua figura carismatica (che della formazione militare aveva ereditato l’attitudine al comando) , nel 1958 fu capo del governo (durante il periodo della cd.”crisi algerina”) Presidente della Repubblica dal 8 gennaio 1959 al 28 aprile 1969. Fu dunque il primo presidente della quinta Repubblica francese e artefice della riforma costituzionale, caratterizzata da una svolta accentratrice e semi-presidenziale, fondatore del ‘gollismo’, un fenomeno politico tutto francese e ispirato al carisma del Generale che appare ancora oggi come uno degli ultimi grandi uomini capaci di fare la storia, lui che aveva saputo spesso muovere gli eventi invece di lasciarsi muovere da essi, protagonista indiscusso e riferimento ‘disallineato’ nella politica europea del Novecento. Accentratore, insofferente verso l’assemblearismo, amato e odiato,  secondo la critica di Roberto Colozza  “De Gaulle aveva annichilito il parlamento e neutralizzato il governo, investendo la figura del capo di Stato di un potere debordante”, e fu accusato da più parti di propugnare una deriva autoritaria ma ebbe in Fanfani e La Pira (ma anche in Pacciardi) i più convinti estimatori tra i politici italiani. Ma Charles de Gaulle è stato anche un precursore dell’uso delle metafore e degli aneddoti,  molti aspetti della sua personalità, la sua figura ieratica, la sua statura imponente avevano generato la simpatia dei francesi che amavano il suo vocabolario non convenzionale, le sue battute spiritose  – “Perché volete che a 67 anni io cominci una carriera di dittatore?” –  o il dono di aver sempre l’ultima parola. Celebre la risposta a un giornalista che durante una conferenza stampa gli chiedeva candidamente “Come state?”…..replicò “Non sto male, ma rassicuratevi: un giorno non mancherò di morire”.  Molto rievocata anche la freddura con cui zittì un suo collaboratore ai tempi dell’avvento della Quinta Repubblica che infervorato dall’impresa urlò : “E adesso, generale, a morte tutti i coglioni!” . Si narra che De Gaulle avesse replicato: “Caro amico il suo vasto programma mi sembra troppo ambizioso”.

Non nascose mai il suo disprezzo per i partiti politici di destra e di sinistra sentendo di incarnare una politica di centro (ma calibrata su se stesso) ispirata al cattolicesimo sociale, capace di guidare i processi di modernizzazione della Francia e dell’occidente europeo, attraverso una svolta moderata e centralista degli assetti dello Stato e della P.A.

Consapevole della complessità della gestione politica di un Paese avviato verso traguardi ambiziosi – rimase celebre la sua battuta “Come si può governare un Paese che ha una varietà di 246 tipi di formaggio?” – guardava al centro moderato nella politica interna, caricando su di sé il fardello di convivere con una congerie di uomini che considerava mediocri, nella speranza di farne a meno nei momenti topici e cruciali delle scelte e individuando presto in George Pompidou il delfino candidato alla successione (abilità che guardando dal dopoguerra ad oggi nelle segrete stanze del potere altri capi carismatici non hanno avuto, anche in casa nostra) elaborò a lungo un’idea precisa sulla politica estera, guardando – come detto- ad una Europa delle Nazioni, dove ciascun Paese mantenesse la propria identità fatta di cultura tramandata e sovranità politica. Una visione fortemente nazionalista e franco-centrica, ‘superiorista’.

Una concezione ben diversa sa quella che sta tentando di prender corpo nell’U.E. e che palesa tutte le sue intrinseche difficoltà rispetto ad una guida unitaria, coesa e capace di una visione condivisa nelle relazioni interne e internazionali.

De Gaulle e il gollismo hanno rappresentato in ogni caso una linea politica unica ed originale nel panorama politico europeo e transnazionale del 900.

Come più volte sottolineato il Generale esprimeva una forza carismatica e accentratrice capace di galvanizzare consensi e di costituire un riferimento rassicurante in termini di stabilità istituzionale, per innescare il volano della ripresa economico-finanziaria e costituire solide basi per una duratura riforma dello Stato: per questo il gollismo è sopravvissuto al suo fondatore come sintesi delle esigenze sopra richiamate e sponda politica e sociale per i processi di ‘cetomedizzazione’ del Paese.

Poi arrivò il vento destabilizzatore del ‘68 in Francia e in Europa e le sue folate finirono per travolgere e spingere nell’angolo anche il grande Presidente-Generale.

Ma per dimostrare che la ‘grandeur’ francese –  una sorta di condizione di grazia, uno status sempre invocato e conclamato da De Gaulle per indicare una missione da compiere e insieme un’investitura, una vocazione del presente ed un destino sancito dalla Storia – se non è incardinata in grandi uomini capaci di esprimerla diventa una boutade di cugini malpensanti e altezzosi,  non possiamo dimenticare una battuta al veleno che ci riguarda e che sembra aver fatto molti proseliti anche tra i suoi succedanei connazionali fino ai giorni nostri, in politica o nella società civile,  quando parlando di noi raggrinziscono le labbra per sospirare “Ah, les italiens….!”, guardandoci dall’alto in basso in senso dispregiativo.

“L’Italia – pare abbia detto un giorno di noi De Gaulle – non è un Paese povero ma un povero Paese” e questa – che allora era una battuta e oggi ha le sembianze di una profezia –  nonostante Brigitte Bardot, i formaggi e lo champagne, gliela possiamo perdonare?

La gestione circolare dei rifiuti nel centro Italia Una fotografia delle città e delle cinque Regioni

Scattata la fotografia alle Regioni e alle città del centro Italia sulla gestione circolare dei rifiuti urbani La produzione di rifiuti è restata stabile nel complesso, con Marche, Emilia Romagna e Toscana che registrano un incremento e Lazio ed Umbria una diminuzione.; la raccolta differenziata è passata dal 41% al 58% tra il 2013 e il 2018( +17%), le Marche si confermano le più virtuose con il 69% di RD e una città, Ferrara, svetta con l’86%; il tasso di riciclo, 45%, è uguale al dato nazionale. La gestione dei rifiuti urbani nelle città italiane ha operato grandi cambiamenti nei decenni trascorsi con lo sviluppo delle raccolte differenziate, il sistema dei Consorzi, l’affermazione di attività industriali di riciclo, ora le città per raggiungere gli obiettivi fissati dall’ Unione Europea si trovano di fronte nuove sfide.

Per approfondire la gestione circolare dei rifiuti in 5 Regioni dell’Italia centrale (Emilia
Per la redazione del Rapporto, il Green City Network ha svolto un’indagine qualitativa a campione fra le città Capoluogo di provincia e tra quelle medie e piccole (tra i 50.000 e i 15.000 abitanti). Dal Rapporto emerge che la produzione dei Rifiuti Urbani (RU) nel corso degli ultimi anni (2013-2018) è cresciuta: a livello nazionale, nelle Regioni studiate invece è restata pressoché stabile.

Le Marche registrano il maggior incremento (+39 kg/ab/anno), seguite da Emilia Romagna (+37) e Toscana (+17), Lazio e Umbria registrano una riduzione dei rifiuti rispettivamente di -24 e -2 kg/ab/anno.

Per la raccolta differenziata 2 Regioni, Lazio e Toscana, hanno una RD inferiore alla media nazionale (58%), Marche, Emilia Romagna ed Umbria superano la media nazionale con rispettivamente 69%, 67%, 63%. Tra le città, 15 hanno RD superiore alla media nazionale, con Ferrara che arriva all’ 86%, seguita da Parma e Lucca all’ 81%, mentre 9 città, tra cui Roma, hanno la RD minore del 50%, con Latina ferma al 23%. .Per quanto riguarda la raccolta differenziata delle plastica 18 Capoluoghi (su 31) hanno una performance superiore alla media nazionale (24 kg/ab) con il testa Ferrara con 53 kg/ab, seguita da Terni (43) e da Pesaro e Rimini (42). In coda c’è Rieti con 0. Rispetto alla RD pro capite ella plastica, tra il 2013 e il 2018, l’incremento maggiore si registra a Viterbo, dove la raccolta cresce di 9 volte. Il tasso di riciclo dei rifiuti urbani nel Centro Italiai è uguale a quello nazionale:45%. Solo le Marche con il 56% hanno raggiunto l’obiettivo previsto per il 2025 (55%), vicino al target l’ Emilia Romagna con il 54%. In coda il Lazio con il 34% che dovrà compiere lo sforzo maggiore per raggiungere l’obiettivo. Lo smaltimento in discarica è pari al 20%, con punte del 40% in Umbria.

Le coltivazioni bio in Italia volano verso i 2 milioni di ettari

Le coltivazioni bio in Italia volano verso i 2 milioni di ettari con il record storico di sempre con una crescita ininterrotta nei 30 anni dalla nascita della normativa europea in materia, per un settore in espansione da nord a sud della penisola, dalla Lombardia al Lazio, dal Veneto alla Calabria, dal Trentino alla Puglia. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Sinab in occasione del Sana Restart, il salone del biologico alla Fiera di Bologna fino a domenica 11 Ottobre, che si sviluppa su tre aree tematiche: Food, Care & Beauty e Green Lifestyle.

Sul piano produttivo l’Italia – sottolinea la Coldiretti – è nel 2019 il primo Paese europeo per numero di aziende agricole impegnate nel biologico dove sono saliti a ben a 80643 gli operatori coinvolti (+2%) mentre anche le superfici coltivate a biologico sono arrivate a sfiorare i 2 milioni di ettari (+2%) con percentuali a due cifre per la Provincia di Trento (+31,3%) e il Veneto (+25,4%). Ma è il Mezzogiorno – spiega la Coldiretti – a guidare la classifica delle superfici con il record della Sicilia su oltre 370mila ettari, a seguire la Puglia con 266mila ettari e la Calabria che sfiora i 208mila ettari. Al centro le prime tre regioni per superfici a bio sono il Lazio con 144mila ettari, la Toscana con oltre 143mila e le Marche con più di 104mila. Mentre al nord la classifica è guidata dall’Emilia Romagna con 166mila ettari, dalla Lombardia con 56mila ettari e dal Piemonte con quasi 51mila.

L’incidenza della superficie biologica nel nostro Paese ha raggiunto nel 2019 il 15,8% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) a livello nazionale, e questo posiziona l’Italia di gran lunga al di sopra della media UE, che nel 2018 si attestava all’8%, e a quella dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%). A livello regionale – evidenzia la Coldiretti – in Calabria più 1 campo su 3 è bio (36,4%) mentre in Sicilia si sfiora il 26% del totale, ma percentuali a due cifre al Sud si registrano anche in Puglia (20,7%), Basilicata (21%), Campania (13,1%), Abruzzo (11,4%) e Sardegna (10,2%). Valori alti anche nelle regioni del centro Italia con il Lazio (23,2%), le Marche (22,2%), la Toscana (21,7%) e l’Umbria (13,9%). Al Nord la maggior incidenza del bio si rileva in Emilia Romagna con il 15,4% e in Liguria con il 11,2% mentre Friuli, Trentino Alto Adige e Piemonte sono ampiamente sopra il 5%, la Lombardia sfiora il 6% e Valle d’Aosta e Veneto sono al 6,2%.

Da sottolineare però – continua la Coldiretti – l’aumento delle importazioni di prodotti biologici da Paesi extracomunitari con un incremento complessivo del 13,1% delle quantità totali nel 2019 rispetto all’anno precedente. I cereali, le colture industriali e la frutta fresca e secca sono le categorie di prodotto biologico più importate, con un’incidenza rispettivamente del 30,2%, 19,5% e 17,0%. I tassi di crescita delle importazioni bio piu’ rilevanti si sono avuti per la categoria di colture industriali (+35,2%), di cereali (16,9%) e per la categoria che raggruppa caffè, cacao, zuccheri, tè e spezie (+22,8%).

“L’Italia è uno dei maggiori importatori di alimenti biologici da Paesi extracomunitari da dove nel 2019 ne sono arrivati ben 210 milioni di chili di cui quasi 1/3 dall’ Asia” ha affermato la leader dei giovani Coldiretti Veronica Barbati nel precisare che “occorre dare al più presto seguito alla raccomandazione della Corte dei Conti europea che invita a rafforzare i controlli sui prodotti biologici importati che non rispettano gli stessi standard di sicurezza di quelli Europei. Promuovere i prodotti bio italiani riducendo i volumi delle importazioni – conclude la Coldiretti – oltre a rispondere ai bisogni dei consumatori fornisce una spinta al raggiungimento degli obiettivi della strategia Farm to Fork del New Green Deal che punta ad avere in futuro almeno 1 campo su 4 (25%) coltivato a bio in Italia.

L’edizione 2020 del Festival Tuttestorie

Presentata a Cagliari la quindicesima edizione del Festival Tuttestorie di letterattura per ragazzi che si svolgerà negli spazi di Sa Manifattura dal 21 al 25 ottobre e dal 14 al 30 ottobre nelle scuole di Gonnesa, Iglesias, Pabillonis, Ruinas, Sanluri, Monserrato, dei Sistemi Bibliotecari Interurbano del Sulcis e del Sarcidano Barbagia di Seulo e di altri trenta comuni dell’isola.

Ideata e organizzata dalla Libreria per Ragazzi Tuttestorie, con il contributo di idee e testi di Bruno Tognolini, questa del 2020 sarà un’edizione speciale, diversa da tutte le altre. Dedicata al tema del CORPO, in un momento in cui il corpo è travolto da un’emergenza sanitaria che ne rivela la sua vulnerabilità, ma anche la sua centralità. Quattrocento gli appuntamenti in programma, di questi 238 si svolgeranno in presenza, anche con formula ibrida (dal vivo e da remoto) e 162 su piattaforma. Ai circa 6600 studenti coinvolti, dall’infanzia alla secondaria di 1° grado, sono destinati 243 appuntamenti, 81 in presenza, fra parchi, giardini, spazi scolastici e comunali e 162 su piattaforma.

Tra gli ospiti di quest’anno, Lorenzo Mattotti e Nadia Terranova, Katy Couprie, Albertine e Germano Zullo, Benjamin Chaud, Annette Herzog, Maja Celija, Cristina Bellemo, Fabrizio Silei, Annet Schaap, Stefano Bordiglioni

Siamo ad un passo da una nuova emergenza.

Si è ormai concretizzato un passaggio di fase epidemico in Italia con aumento consecutivo di casi da 10 settimane. Inoltre si osserva un notevole carico dei servizi territoriali che va monitorato per i suoi potenziali riflessi sui servizi assistenziali.

È necessario – raccomandano Iss e Ministero – evitare eventi e iniziative a rischio aggregazione in luoghi pubblici e privati. È obbligatorio adottare con consapevolezza comportamenti individuali rigorosi (in particolare il distanziamento fisico e l’uso delle mascherine) al fine di limitare il rischio di trasmissione per evitare un ulteriore e più rapido peggioramento dell’epidemia.

Infatti, a livello nazionale continua a salire il numero di persone ricoverate e, conseguentemente, aumentano i tassi di occupazione delle degenze in area medica e in terapia intensiva.

Tra le Regioni con la più alta percentuale di occupazione di posti letto in terapia intensiva e area medica da parte di pazienti Covid si segnalano: Campania con il 6% di terapie intensive occupate e 13% dei posti di area medica, il Lazio con il 6% e il 16%, la Liguria con l’11% di terapie intensive occupate e il 9% di letti di area medica, la Puglia con il 4% di Ti e il 10% di area medica, la Sardegna (12 e 8%) e la Sicilia (4 e 11%).

Scommettiamo su Calenda

Non vorrei che fosse equivocato il giudizio sulla candidatura, non ancora ufficiale, di Carlo Calenda a Sindaco di Roma. Per chiarezza esprimo subito consenso. Si tratta di una ipotesi che apre un varco alla speranza: infatti, l’esperienza ricca e feconda dell’ex ministro può dare una spallata al pessimismo di romani e non romani sul futuro della Capitale. A questo riguardo non ci sono dubbi. Il problema semmai sta nella ‘logica’ di un annuncio che adombra l’ennesimo scivolamento nella personalizzazione della lotta politica. Prima viene la candidatura, poi i programmi e le alleanze.

Non risponde, questa logica, al nostro modo di pensare. Ad  ogni buon conto, Pierluigi Castagnetti sostiene che l’ingresso in scena di Calenda rappresenta una vera benedizione per Roma. Lo dice, evidentemente, per scuotere il Pd dall’incertezza. È una premura comprensibile, a patto che non si riduca alla dialettica tutta interna ai Democratici. Serve uno sguardo più ampio, anche per rendere effettivamente, come forse tutti conveniamo, più ampio lo schema di riferimento della candidatura in pectore. Calenda, d’altronde, ha la possibilità di abbattere le paratie che separano artificialmente molti elettori di centro, privi oramai di adeguata e conforme rappresentanza.

Un’osservazione comunque va messa a verbale. Era preferibile invertire l’operazione e fare, dunque, della riorganizzazione dell’area liberal-popolare il perno della possibile proposta. Però a che vale,  giunti a questo punto, la precisazione? Bisogna prendere di petto la scommessa di un grande rilancio, ciascuno con le proprie idee, a vantaggio di una Roma desiderosa di riscatto. Vedrei volentieri in questa impresa un valido apporto dei Popolari. Sulla scorta dell’insegnamento di Sturzo, il programma non può essere sganciato da una formula d’ingaggio. Non siamo, appunto, per la politica a misura di leader; anzi, ci ostiniamo a credere da sempre che il leader è piuttosto l’interprete di una politica.

Siamo di fronte a una novità interessante. Il popolarismo non ristagna nelle acque morte della ricognizione dei problemi e delle aspettative. Nella lotta democratica c’è l’esigenza di una reale capacità d’iniziativa. È lodevole, ma non basta, l’appello a riscoprire la propria identità. Ora, se Stefano Zamagni sollecita un nuovo impegno dei cattolici, specie a partire dalle realtà amministrative locali, dovremmo ragionare tutti insieme  sul  modo di forgiare, attorno all’ipotesi Calenda, questa dichiarata volontà di rimobilitazione, nel segno, appunto, di una nuova politica d’ispirazione cristiana. Il tempo, almeno a Roma, adesso stringe.

Che fine farà il traffico aereo?

L’elenco 2019 degli aeroporti più trafficati del mondo, pubblicato giovedì da Airports Council International, ha mostrato un aumento del 3,5% del numero di passeggeri – arrivando a oltre 9,1 miliardi – rispetto al 2018.

Ma per la prima volta, il rapporto guarda avanti, verificando quanto successo nella prima metà del 2020 quando l’epidemia di Covid-19 ha decimato il traffico passeggeri e proiettandosi nel futuro prossimo.

Il numero di passeggeri è diminuito del 58,4% in tutto il mondo nella prima metà del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, con il traffico passeggeri internazionale colpito più duramente, con un calo del 64,5%.

Gli aeroporti di Atlanta e Pechino hanno tenuto i primi due posti nel 2019, rispettivamente con oltre 110 milioni e 100 milioni di passeggeri. Ma quegli aeroporti hanno registrato un calo del traffico passeggeri del 56,6% e del 73,6% nella prima metà del 2020.

L’aeroporto internazionale di Los Angeles è salito di un posto nel 2019 diventando il terzo aeroporto più trafficato per traffico passeggeri, con oltre 88 milioni di passeggeri nel 2019. Il traffico passeggeri è diminuito del 58,9% nella prima metà del 2020.

Ma questo non è un dramma solo per le compagnie aeree.

Circa il 60% dei turisti arriva in aereo, quindi tutto ciò che è connesso ai turisti – i ristoranti e l’ospitalità – sta sopportando un grosso trauma.
I viaggi aerei hanno iniziato a crescere dai giorni più bui di aprile, quando sono stati registrati cali di traffico di oltre il 90%, ma è probabile che una piena ripresa sia lontana diversi anni.

Infatti, l’Airports Council International,  ha anche evidenziato un livello significativo di incertezza sulla ripresa, prevedendo che, entro dicembre, il traffico mensile potrebbe migliorare, ma a livello globale, si prevede che i volumi di traffico passeggeri non torneranno ai livelli del 2019 prima del 2023 e i mercati con un traffico internazionale significativo non si riprenderanno fino al 2024.

Euronext acquisisce il Gruppo Borsa Italiana

Euronext  si aggiudica Borsa Italiana, con una operazione che dovrebbe superare i 4 miliardi di euro.

L’aggregazione creerà un’infrastruttura di mercato europea leader nell’Ue, il cui ruolo centrale volto a collegare le economie locali ai mercati globali, verrà rafforzato attraverso la creazione della sede numero uno per le quotazioni e dei mercati secondari per il finanziamento del debito e del capitale in Europa.

Stéphane Boujnah, amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione di Euronext, ha dichiarato: “L’acquisizione del Gruppo Borsa Italiana segna un traguardo significativo nel piano strategico ‘Let’s Grow Together 2022’ di Euronext e un punto di svolta nella storia del nostro Gruppo. Grazie a questa operazione, Euronext diversificherà in modo significativo il proprio mix di ricavi e la propria impronta geografica accogliendo l’infrastruttura di mercato dell’Italia, Paese del G7 e terza economia d’Europa.

La combinazione di Euronext e del Gruppo Borsa Italiana, con il supporto strategico di investitori a lungo termine come Cdp, offre l’ambizione di costruire la principale infrastruttura di mercato paneuropea, collegando le economie locali ai mercati dei capitali globali. Questa operazione rafforzerà la posizione del Gruppo Borsa Italiana sui mercati dei capitali dell’Europa continentale. La combinazione proposta creerà la spina dorsale dell’Unione dei mercati dei capitali in Europa. Il Gruppo Borsa Italiana manterrà la propria identità e integrità all’interno del modello federale di Euronext, beneficiando al contempo di una governance migliorata, dell’offerta e della tecnologia migliori della categoria, per servire meglio i mercati dei capitali italiani”.

40 milioni in più per i musei non statali e le sale cinematografiche

“Le risorse per il sostegno alle sale cinematografiche aumentano di 20 milioni di euro, arrivando così a un totale di 60 milioni di euro destinati a ristorare i mancati introiti da bigliettazione”.

Così il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, al momento della firma del decreto con cui è stata incrementata di ulteriori 20 milioni di euro la quota parte di 40 milioni di euro del fondo emergenza spettacolo e cinema, istituito dal Decreto Legge Cura Italia, destinate con i DM del 5 giugno e 10 luglio 2020 al ristoro per i mancati introiti da bigliettazione delle sale cinematografiche. Viene elevato così a 20.000 euro il contributo fisso a ciascuna sala, ai quali si aggiungerà il contributo variabile in base ai mancati introiti.

“Le risorse per il ristoro dei musei non statali sono aumentate di 20 milioni di euro, portando così il totale disponibile per sopperire ai mancati introiti da bigliettazione a 70 milioni di euro”.

Lo ha detto il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, alla firma del decreto con cui è stata incrementata di ulteriori 20 milioni la quota parte di 50 milioni di euro delle risorse del fondo emergenza imprese e istituzioni culturali, istituito dal Decreto Legge Rilancio, destinate con DM del 26 giugno 2020 al ristoro per i mancati introiti da bigliettazione dei musei e dei luoghi della cultura non statali.

“In questo modo – ha aggiunto il Ministro – si potranno sostenere quasi integralmente le esigenze manifestate e permettere a queste istituzioni culturali di poter proseguire nella loro fondamentale attività”.

Gli endocrinologi Ame si formano online.

Stop ai convegni in presenza: interattiva e a distanza è la formazione scelta dagli endocrinologi dell’Associazione Medici Endocrinologi (Ame). Il convegno G·AME del 10 ottobre degli under 40, per la prima volta interamente digitale, farà da apripista al futuro congresso nazionale AME di novembre e agli eventi a seguire.

“In questo periodo di incertezze e continue rivoluzioni della socialità, conseguenti alla pandemia da Sars-CoV-2, – dichiara Vincenzo Di Donna, coordinatore Ame giovani – l’aggiornamento scientifico sta sempre più trasformandosi, passando dai congressi in presenza all’interazione online. Il limite imposto dal coronavirus può trasformarsi in opportunità che dà benefici logistici e finanziari nella formazione. Il gruppo giovani dell’Associazione Medici Endocrinologi (G·AME) vuole fornire il suo contributo abbracciando le nuove tecnologie e inaugurando per l’Ame la nuova modalità di aggiornamento scientifico a distanza. Questo nuovo tipo di interazione sarà, verosimilmente, lo standard negli anni a venire ed Ame vuole essere in prima linea”.

Immigrazione, conoscere per comprendere.

Articolo pubblicato sulle pagine de “L’Osservatore Romano” a firma di Rosario Capomasi

Sono  in numero minore rispetto agli altri anni, la maggior parte di religione cristiana, in maggioranza ortodossi, e con un lavoro perlopiù poco qualificato, tantissimi hanno fatto ricorso ai centri  Caritas per un aumento di povertà dovuto al covid  ma senza che questo abbia portato a un parallelo aumento dei reati che sono invece diminuiti negli ultimi anni. Sono solo alcuni tratti dell’identikit dei migranti che emerge dai consistenti dati contenuti nel 29º «Rapporto immigrazione 2020 – Conoscere per comprendere» elaborato congiuntamente da Caritas italiana e Fondazione Migrantes, e presentato questa mattina  a Roma. All’evento sono intervenuti, tra gli altri, il responsabile dell’Ufficio politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas italiana, Oliviero Forti, e   il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Stefano Russo che nell’introduzione al documento spiega come esso rappresenti «un  segno  di  speranza  per  il  nostro  mondo,  poiché  contribuisce  alla  crescita  di una cultura più matura e meno guidata da  preconcetti,  meno  incline  a  difendersi  e più aperta».

Nel dettaglio relativo alla situazione italiana, dopo aver espresso soddisfazione per il via libera del Consiglio dei ministri al decreto legge contenente disposizioni urgenti in materia di immigrazione che modificano i cosiddetti decreti sicurezza, si  precisa che a fronte di una crescita  mondiale dei movimenti  migratori aumentata a dismisura negli ultimi cinquant’anni, costituita da 272 milioni di persone   pari al 3,5 per cento della popolazione del pianeta, nella Penisola si è registrata un’inversione di tendenza con minori arrivi, nascite e e acquisizioni di cittadinanza. I cittadini  stranieri residenti, compresi quelli comunitari, sono 5.306.548,  la maggior parte dei quali è di nazionalità romena. Quasi tre milioni e mezzo invece i permessi di soggiorno rilasciati in maggior numero, circa 400 mila, a  originari del Marocco, i cui  motivi   confermano  la  tendenza  all’inserimento stabile, in quanto, in relazione alla durata, la maggior parte di questi documenti, il 62,3 per cento del totale,  è a lunga scadenza. Ciononostante, precisa il rapporto, lo  scivolamento  nell’infrazione  è sempre in agguato. Diversi studi infatti hanno fornito stime circa la consistenza della  componente  irregolare  in Italia,  oltre 650.000 persone, sottolineando inoltre come i provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale  continuano  a  dimostrare  di  essere strumenti  insufficienti  e  dispendiosi  per la gestione  di questo fenomeno.

Per ciò che concerne l’apporto  economico dei migranti, il dossier specifica come   in  Italia  nel  2018  il loro contributo al Pil sia stato di 139 miliardi di euro, pari al 9 per cento  del totale. Nel mercato del lavoro si era  registrata una crescita di occupazione dei cittadini stranieri — due milioni e mezzo circa,  che  rappresentano  il 10,7 per cento  degli  occupati  totali  nel   Paese — prima del drammatico impatto rappresentato dalla diffusione del covid-19 che ha provocato una contrazione di impieghi e un sensibile aumento di coloro che non hanno né cercano un lavoro. E qui si lega strettamente il discorso che verte sulla povertà, soprattutto quella assoluta,  la quale, affligge circa un milione e quattrocentomila non italiani fortemente penalizzati dalle conseguenze del lockdown: in soli tre mesi  Caritas italiana ha aiutato, in diverse forme, 445.585 indigenti, in media quasi tremila assistiti per diocesi. Un numero certamente preoccupante, è scritto nel rapporto,   se pensiamo  che in  situazione  di normalità  i  centri  di  ascolto  dell’organizzazione ecclesiale aiutano, nel corso di un intero anno,  circa  200  mila persone. Qui hanno ricevuto quel calore e quell’aiuto insegnato dal Vangelo che loro ben conoscono dato che la maggioranza, il 54,1 per cento, riferiscono le cifre, è di religione cristiana (il 29,3 per cento ortodossi). Stabili gli stranieri musulmani residenti in Italia mentre sono  174 mila quelli buddisti.

Il flagello della pandemia non ha però comportato gravi  ripercussioni a livello medico-sanitario sui migranti: nell’aprile 2020 in Italia su 179.200 diagnosticati tra quelli con nazionalità conosciuta,  il 69,3 per cento, solo il 5,1 per cento ha riguardato soggetti di nazionalità  straniera. Non solo: secondo uno studio condotto dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà, tra i casi di positività al coronavirus fra gli  stranieri  presenti  nel  sistema  di accoglienza  per  richiedenti  asilo  in  un periodo che va dall’11 maggio  al 12 giugno 2020, su 59.648 immigrati accolti solo 239 sono stati confermati   positivi  al  covid-19,   lo  0,4 per cento, escludendo qualsiasi allarme sanitario.

Qui l’articolo completo

 

Fratelli tutti

Articolo pubblicato sulla rivista “Il Mulino” a firma di Marcello Neri

Ci sono testi che si impongono per la loro novità, lasciando assaporare il gusto di parole e pensieri che portano con sé la freschezza della prima volta. Diverso è il registro della nuova enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti, dedicata alla fratellanza e all’amicizia sociale, in cui riecheggiano temi centrali già disseminati lungo l’arco di tutto il suo pontificato. Ben organizzati in questo testo, essi vanno sicuramente a toccare il sancta sanctorum dell’ordinamento neoliberale – con le sue incrollabili certezze e il dogmatismo che lo custodisce nella sua esclusività senza alternative. Anche adesso, quando l’umanità intera sta passando attraverso il crogiuolo della pandemia.

I suoi discepoli fedeli sono prontamente scesi in campo a difenderlo, ridicolizzando l’enciclica che, a loro dire, non sarebbe altro che un cumulo di errori in materia di economia di mercato, globalizzazione, finanza e proprietà privata.

Fino a qui, però, nulla di nuovo. L’eresia di Francesco davanti all’ordinamento imperante è nota da tempo. Presto su questa scia si raccoglieranno anche gli accoliti ecclesiali, offrendo la loro devozione al sistema tecno-finanziario in cui trovano una sponda per incrementare la loro aggressività contro Francesco. Soprattutto ora che ha abilmente spuntato nelle loro mani la lancia di guerra dei valori non negoziabili, ridefinendoli in una maniera che non risulterà certo gradita a questo ceto del cattolicesimo odierno (cf. FT 212). L’opposizione all’enciclica interna alla Chiesa rimarrà, come lo è da tempo ormai, subalterna alle argomentazioni delle potenze mondane. Magari cercherà una qualche legittimità ecclesiale marcando il fatto della mancanza di ogni riferimento diretto a questioni come quelle dell’aborto o dell’omosessualità, oppure avanzando dei distinguo in materia di politiche migratorie o accoglienza dello straniero.

Una monotona ripetizione dell’identico che ha offerto, su un piatto d’argento, una giustificazione cattolica della polarizzazione che sta lacerando il tessuto delle nostre società – che è invece la preoccupazione che muove tutta l’enciclica di Francesco. La risposta agli avversari ecclesiali è chiara: ci sono urgenze più impellenti che devono impegnare la coscienza cristiana in questo momento. Ed è qui che, tra le pagine del testo, vibra una forza che ci coglie quasi di sorpresa: quella di un’inedita passione civile della Chiesa per il legame che ci tiene insieme come umanità comune a tutti, e per una coesione e stabilità di fondo di un tessuto sociale plurale e multiforme. Un appello pressante rivolto non solo al cattolicesimo, ma più ampiamente a tutta la comunità umana.

Attraversato dall’urgenza di chi sente che ci stiamo approssimando a un punto di non ritorno, dove il governo del mondo e la regia delle relazioni umane rischia di cadere in balia di eventi non più controllabili – a detrimento di tutti. Davanti a questo stato delle cose, Francesco assume su di sé a favore di tutta l’umanità quello che è il compito della sentinella nella Bibbia: guardare dritto in faccia la realtà della notte che tutto circonda, affinché nessuno venga sopraffatto dall’oscurità e dalle tenebre.

Compito ingrato, perché dietro di lei nell’accampamento tutti vorrebbero sentirsi dire che il mattino è oramai prossimo, che si può andare avanti come se la notte non fosse mai stata. Ma la sentinella sa bene che la sua ragion d’essere è esattamente quella di resistere alla tentazione di accondiscendere le attese per compiacere le illusioni di un’alba oramai imminente, e di dover invece guardare alla realtà delle cose chiamandola per nome senza fronzoli o abbellimenti. Quando fa questo la sentinella non è mai amata, perché non cerca consensi ma aspira a garantire un domani che possa essere degnamente abitato da tutti – e non solo da una ristretta cerchia di eletti. Ed è per questo che essa è necessaria a tutti quelli che dietro di lei premono per fare come se la notte fosse la luce di un giorno nuovo.

Qui l’articolo completo

Tutti al centro

Grande è il movimento al centro e, soprattutto, nella nostra area politica di riferimento. Si è mosso per primo il movimento raccolto attorno al “Manifesto  Zamagni” che il 4 ottobre, si è costituito in partito, assumendo il nome di INSIEME, corrispondente a quanto, da socio fondatore, suggerii al gruppo guidato da Tarolli, “Costruire Insieme”, ricordando l’associazione politico culturale veneta, INSIEME, nata nel 2008 a Venezia, il cui sito: www.insiemeweb.net è da me diretto. Ho augurato un sincero benvenuto a questo partito, considerato che: “tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale va salutato positivamente”.

Oggi il convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) dove Gianfranco Rotondi, commentando l’avvio di INSIEME, ha dichiarato:” Cercheremo di dialogare, ma il nostro progetto a Saint Vincent,  si darà un orizzonte più ampio del segmento neo dc che fin qui abbiamo rappresentato. Serve una nuova iniziativa politica capace di dare compimento alle domande che il Santo Padre pone a laici e cattolici“. Quello che partirà da Saint Vincent “è un percorso che inizia e non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di contendere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche – prosegue Rotondi – Se il tentativo nascerà’ e crescerà, naturalmente Zamagni sarà un interlocutore ma allo stato non sappiamo che accoglienza avranno le nostre ipotesi“.

La preoccupazione espressa dall’amico Lucio D’Ubaldo su Il Domani d’Italia (www.ildomaniditalia.eu – “ Il Centro, tra Conte e Zamagni”)  per l’annunciata partecipazione a St Vincent del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, foriera “dell’ennesima invenzione di un partito personale” espressione del peggior trasformismo politico rispetto a quello stesso depretisiano avviato nel 1861, mi sembra eccessiva. Considero da qualche tempo Conte una risorsa e non una criticità e tanto più emergerà il collegamento della sua formazione culturale e sensibilità politica alla nostra, ogni passo compiuto nel segno della collaborazione io credo sarà positivo.

Il 20 Ottobre, terzo tassello, è convocata l’assemblea generale della Federazione Popolare dei DC, coordinata dall’On Giuseppe Gargani, per decidere la sua trasformazione in partito, nel quale confluiranno i soci delle oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi che hanno condiviso il patto federativo.

All’interno di Rete Bianca (una delle parti raccolte attorno al manifesto Zamagni), poi,va ricordata l’esperienza di “Base Italia”, evocatrice di quella che fu per decenni la corrente di sinistra politica della DC, mentre continua, dopo quasi dieci anni, l’impegno dei “DC non pentiti”, sotto la guida di Renato Grassi nel tentativo di ricostruzione politica della DC (www.democraziacristiana.cloud), partito “mai sciolto giuridicamente”. Un percorso ricco di passione e, ahimè, lastricato di infelici e sciagurate controversie giudiziarie che hanno attraversato tutta la lunga stagione della diaspora DC, da me ampiamente analizzata nel recente libro: DEMODISSEA.

Giustamente Giorgio Merlo, nel suo ultimo editoriale su “ Il Domani d’Italia” (“ Cattolici, serve un federatore”) (www.ildomaniditalia.eu), scrivendo che finalmente qualcosa si muove nell’area politica cattolica, auspica l’avvento di un “federatore”, capace di condurre all’unità questo vasto fermento presente al centro. Ovviamente la conditio sine qua non perché il progetto possa avanzare è l’adozione per le prossime elezioni politiche di una legge elettorale proporzionale, senza la quale, permanendo il “rosatellum” o un’altra legge maggioritaria, nessuna unione al centro sarebbe possibile. Va, in ogni caso, tenuto presente il ruolo frenante, se non distruttivo, di quella stupida italica regola aurea per la quale: tutti vogliono coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato. Personalmente, democristiano da sempre e che resterà tale sino alla fine, vedo con molto interesse il progetto di una più vasta unione al centro ipotizzata da Rotondi, e mi auguro che, dopo St Vincent, si possa avviare un dialogo per federare le diverse iniziative e, soprattutto, che qualcosa di nuovo si muova anche a livello parlamentare dove, come ha scritto anche la sen. Paola Binetti è in atto “ un grande fermento”. Si tratta di concorrere tutti insieme a ricomporre in un grande mosaico i diversi tasselli che si stanno organizzando in quest’autunno ricco di interessanti cantieri politico culturali. E’ importante rammentare che la nuova leadership cattolico democratica e cristiano sociale del soggetto politico nuovo di centro in costruzione, non si potrà decidere dall’alto (metodo top down), ma seguendo un corretta procedura bottom up, dal basso verso l’alto; dopo che, anche grazie alla spinta di un gruppo parlamentare coeso in fieri, partendo dalle realtà territoriali locali, si potrà organizzare una grande assemblea costituente di un vasto movimento ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano capace di rappresentare, come nella migliore storia della DC, e con una rinnovata classe dirigente, gli interessi del terzo stato produttivo e delle classi popolari, oggi prive di una rappresentanza politica e largamente rifugiatesi nell’astensionismo e nel rifiuto dei riti del tristissimo teatrino di questa ormai esausta terza repubblica.

Quarant’anni di Solidarnosc

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore la prima parte dell’articolo che appare sul sito https://www.geopolitica.info/

In quel periodo il nostro sguardo era rivolto alle grandi fabbriche del Nord Italia, alle lotte operaie di fine anni ’60 e degli anni ’70; anche per me e per altri amici impegnati nel cattolicesimo sociale, quello era il movimento operaio. Pur non essendo organici alla storia della sinistra italiana, per molti di noi il fascino della fabbrica, dell’autogoverno operaio e di un modello solidale di società, fu molto forte. Nelle partecipate assemblee scolastiche, negli incontri nelle sezioni di partito o nei circoli di quartiere, la questione operaia era spesso al centro dei dibattiti. Il distinguo tra le libertà democratiche dell’Occidente e i regimi comunisti era netto, ma il tema del rapporto tra il capitale, l’impresa e i salariati; del coniugare democrazia e giustizia fu in quegli anni una delle questioni etiche trasversalmente più sentite nella politica. Per anni, pur nella certezza dell’importanza fondamentale dei principi di democrazia e libertà, propri delle comunità occidentali, si soffrì spesso il peso dell’equazione, libero mercato uguale sfruttamento. Per decenni, i programmi dei partiti comunisti del mondo occidentale (e non soltanto) e le Organizzazioni Sindacali ad essi collegate, indicarono nella socializzazione dei mezzi di produzione, la soluzione a cui approdare per superare questo nodo economico e sociale: un modello statalista centralizzato dell’economia che, secondo quell’area politica, avrebbe risolto il dilemma del superamento dei ruoli sociali imposti da una società capitalistica. Di contro, le socialdemocrazie nord europee, i partiti democratico-cristiani e le libere confederazioni sindacali (in Italia CISL e UIL), accettando l’economia di mercato, contrapposero modelli partecipativi (cogestione tedesca e scandinava) e negoziali (modello italiano).

Danzica pertanto fu una svolta epocale sul piano politico, sindacale e storico: le rivendicazioni del movimento spontaneo dei lavoratori dei cantieri navali (orari di lavoro, salario, qualifiche professionali, libertà di associazione e di assemblea) evidenziarono che la questione dello sfruttamento operaio era ben presente anche nelle aziende statali dei Paesi del socialismo reale nell’est europeo. Già nel 1976 ci furono dei movimenti di protesta (repressi attraverso la violenza) nei confronti dell’aumento generale dei prezzi imposti dal governo comunista polacco, ma non ebbero una risonanza diffusa in Occidente. L’agosto 1980 aprì invece una stagione nuova, che si rivelò determinante anche per il superamento stesso dei regimi comunisti oltre “cortina”. Lo sciopero del 14 agosto del 1980 ai cantieri Lenin fu la vittoria del movimento degli operai polacchi; un movimento che portò ad un’inversione dei rapporti di forza dentro la fabbrica polacca, dapprima con l’accordo sindacale del 31 agosto presso i cantieri e successivamente con la nascita ufficiale il 17 settembre 1980 di Solidarność, il primo sindacato libero in un Paese del blocco comunista; fatto senza precedenti e fino a quel momento impensabile.

Per la lettura integrale del testo

Unione Europea: 1,7 miliardi di euro per sanità e ripresa economica

La Commissione europea ha approvato la modifica di tre programmi operativi della politica di coesione per l’Italia mobilitando circa 1,7 miliardi di euro per sanità e ripresa economica. Lo annuncia l’Esecutivo comunitario in una nota.

Le modifiche ai programmi sono state possibili grazie alla flessibilità offerta eccezionalmente dalla Coronavirus Response Investment Initiative e dalla Coronavirus Response Investment Initiative Plus che permettono agli Stati membri di usare i fondi strutturali della Politica di coesione per finanziare e sostenere i settori economici più esposti alla pandemia.

In particolare le modifiche riguardano due programmi nazionali (‘Imprese e Concorrenza’ e ‘Network e infrastrutture’) oltre al programma regionale Piemonte. Assieme ad un sostegno al sistema sanitario della Regione Piemonte, la maggior parte dei finanziamenti dei tre programmi sarà destinato al capitale operativo per le Piccole e medie imprese , soprattutto con garanzie sui prestiti attraverso il Fondo di garanzia nazionale. Le modifiche di questi piani operativi permettono anche un aumento temporaneo dell’aliquota di co-finanziamento al 100%, aiutando così a superare la mancanza di liquidità.

Le parole della crisi, le politiche dopo la pandemia

“Le parole della crisi, le politiche dopo la pandemia” è un libro di divulgazione scientifica scritto per aiutare i lettori ad analizzare meglio la pandemia e le sue conseguenze, riflettendo su come sarà il futuro che ci aspetta. Un futuro tanto meno problematico quanto più sapremo cogliere ciò che una pandemia arrivata all’improvviso può insegnarci.

Le 5 sezioni del libro guidano il lettore in una riflessione a 360 gradi sul Covid, le sue conseguenze e le prospettive per il mondo spaziando dall’ambito giuridico-istituzionale a quello politico e internazionale; da temi medico e tecnico-scientifici a quelli economico-finanziari ma anche sociali e culturali.

Ogni capitolo affronta il tema da un differente punto di vista. Si parla delle sfide tecniche del vaccino con Peter Doherty, Premio Nobel per la medicina; di tracciamento e mascherine con l’epidemiologo Carlo La Vecchia; di scienza e politica con il filosofo Massimo Cacciari; del ruolo delle assicurazioni con il CEO di Zurich Mario Greco…

La formula di dialogo proposta dal libro è interessante: un grande personaggio accademico e un giovane studioso sono co-autori di ogni capitolo; perché se c’è una cosa che la pandemia ha aiutato a capire è che unendo le idee e confrontando i punti di vista si può arrivare più velocemente alle soluzioni.

Gli autori arrivano dalle più famose Università del mondo – Oxford, Hardvard, Yale, Princeton, ETH Zürich –  ma anche da Enti di Policy e Organizzazioni internazionali – Corte Costituzionale, Parlamento Europeo, Ocse – e coprono una grande vastità di temi, dal diritto penale alla politica monetaria, dagli aspetti epidemiologici al teatro, dalla simulazione informatica alla musica, dai modelli matematici al sexworking, dal welfare al management sanitario.

Quello che emerge è un quadro semplice, chiaro, che aiuta a comprendere e mettere a sistema parole e concetti che spesso emergono, negli articoli, nei servizi televisivi e nei talk show, che arrivano in tutte le case ma non sempre con il dovuto approfondimento: recovery fund, contact tracing, numero di riproduzione di base (R0), test molecolari e test sierologici, bilanciamento di diritti costituzionali.

Il messaggio alla base del libro, fortemente sentito dai tre curatori Massimiliano Malvicini, Tommaso Portaluri, Alberto Martinengo è anche alla base del CEST – Centro per l’Eccellenza degli Studi Transdisciplinari, Associazione della quale fanno parte i giovani autori: la ricerca è un’occasione per tutti; per il pubblico innamorato della cultura, per i divulgatori che la trasmettono, per gli studenti che la incontrano nelle università, per gli studiosi che ne hanno fatto una professione.

In un periodo storico caratterizzato da caos informativo e fake news, il ruolo degli accademici diventa fondamentale, perché soltanto attraverso un’informazione responsabile e inclusiva sarà possibile dotare le istituzioni e i cittadini degli strumenti opportuni per affrontare le molteplici sfide imposte dalla convivenza con il Covid-19.

Il progetto è promosso dal CEST con il contributo della Fondazione CRT e della Fondazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro.

Editore Editoriale Scientifica Pag. 599 – Anno di pubblicazione 2020 Versione ebook disponibile gratuitamente online: http://bit.ly/CestCovid19

Probabili lockdown a livello locale

Il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri ai microfoni di Radio Cusano Campus ha dichiarato che “Più che impennata, la chiamerei una salita controllata dei contagi. Nelle prossime settimane dobbiamo aspettarci che i casi salgano ulteriormente. Avere 3500 casi non è una notevole circolazione del virus, ma bisogna continuare a rispettare le regole per far sì che la circolazione non aumenti”.

”La mascherina protegge se stessi e gli altri, se qualcuno crede che questa sia una dittatura sanitaria sbaglia ed ha poco rispetto per gli altri. Se negazionisti e faziosi dovessero togliersi la mascherina ci ritroveremmo nella situazione di febbraio-marzo. Se tutti rispetteranno le regole, un secondo lockdown nazionale lo vedo molto improbabile, è più probabile che ci siano lockdown chirurgici a livello locale”.

”Test rapidi? Dobbiamo cercare di utilizzare tutti i mezzi che abbiamo e migliorare la diagnostica semplice, economica e che possa fare uno screening a più ampia scala”. Quanto ai Trasporti, bisogna ”incrementare le corse nelle ore di punta. Non serve essere né terroristi né negazionisti. Rispettiamo i protocolli e continuiamo a conviverci”.

Com’è andato il duello tv tra Mike Pence e Kamala Harris

E’ stato un dibattito senza esclusione di colpi quello tra il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence e la candidata allo stesso posto nella corsa alla Casa Bianca per i Democratici Kamala Harris. In particolare i due sfidanti, divisi da un doppio vetro di plexiglass (misura legata alla positività del presidente Donald Trump al coronavirus) si sono scontrati duramente sulla pandemia di Covid-19.

Per Harris si è trattato “del più grande fallimento di qualsiasi amministrazione presidenziale americana nella storia del nostro Paese”. Pence, invece, ha accusato il candidato Joe Biden di aver presentato un piano anti-pandemia “plagiando” quello attuale della Casa Bianca.

Nei circa 90 minuti di dibattito, l’unico che ci sarà fino al 3 novembre, data delle presidenziali, tra i due vicepresidenti si è discusso del vaccino e Kamala Harris ha dichiarato che non autorizzerebbe mai un farmaco prima del voto senza l’approvazione di professionisti.

“Il fatto che lei continui a minare la fiducia pubblica nel vaccino, se si trovasse un vaccino nel corso dell’amministrazione Trump, è immorale”, ha attaccato Pence.

Nel corso del dibattito, nonostante i 3,6 metri di distanza tra i due candidati alla vicepresidenza, gli scontri accesi non sono mancati anche se i toni sono rimasti civili. Sullo sfondo di tutto gli oltre 200mila morti causati da coronavirus.

Qui l’articolo completo

La responsabilità dei “liberal-popolari” per Roma 2021

Le prossime elezioni amministrative della primavera 2021, in particolare la sfida che riguarderà la scelta del nuovo Sindaco di Roma, saranno un appuntamento fondamentale per capire dove andrà la politica nazionale nei prossimi anni.  Considerando la centralità delle elezioni capitoline, ad oggi gli schieramenti politici (salvo l’annunciata ricandidatura della Sindaca Raggi), non hanno ancora definito una loro posizione. Sono stati proposti una serie di nomi quasi esclusivamente nell’area del centrosinistra (troppi!….), senza però aver individuato una personalità di equilibrio. Nello schieramento di centrodestra, ad oggi, riscontriamo il vuoto assoluto. Questa condizione denota un’assenza di “progettazione” politica, un’assenza di idee sulla città Capitale da parte delle forze politiche, un’assenza di un gruppo dirigente autorevole e credibile in grado di affrontare con determinazione il degrado oggettivo della Città.

Imputo alla mia generazione, ultima cresciuta nell’impegnativa selezione a cui si veniva sottoposti dai partiti nella tanto vituperata Prima Repubblica, la responsabilità di non aver speso energie intellettuali ed organizzative per la crescita di una nuova classe dirigente romana: una generazione di trentenni e quarantenni all’altezza del ruolo che Roma merita a livello nazionale ed internazionale.

La frattura e il dislivello apertisi tra alcune aree metropolitane italiane, non soltanto del Nord, e Roma, è ormai un dato oggettivo; il decadimento dei servizi pubblici, un’urbanistica lasciata all’improvvisazione, l’aumento progressivo delle disuguaglianze sociali e l’inesistenza di una programmazione economica, sono le evidenze di maggior preoccupazione, che fanno della Città di Roma un problema di tutto il Paese.

Tutto ciò dovrebbe far emergere la volontà da parte di una comunità di donne e uomini di buona volontà, di assumersi la responsabilità di rilanciare un progetto per la Capitale d’Italia, che guardi ai prossimi dieci anni e che possa attrarre investimenti pubblici e privati, valorizzare l’immenso patrimonio storico e culturale e definire una strategia di coesione sociale, fondamentale per una ripresa organica complessiva di tutta l’area metropolitana capitolina.

Pertanto colgo con favore l’invito promosso dall’amico Lucio D’Ubaldo nei confronti del Direttore de Il Foglio, a farsi promotore di un’iniziativa per un’aggregazione di un’area liberal-popolare nella città di Roma, che possa identificare una candidatura autorevole, sulla scorta dell’esperienza dei primi del Novecento, quando il quotidiano Il Messaggero prese l’iniziativa che portò all’elezione di Ernesto Nathan a Sindaco della città.

E’ un invito affascinante e che riporterebbe la politica al centro del dibattito capitolino.

Una risposta positiva da parte del Direttore Cerasa sono certo favorirebbe il risveglio della politica romana da un assopimento generale.

Roma merita risposte programmatiche di qualità e l’autorevolezza politica necessaria per uscire sulle difficili condizioni di governo in cui versa e che la caratterizzi nuovamente a livello nazionale ed internazionale, quale laboratorio politico, culturale e di integrazione sociale.

Alfredo Trifogli, sindaco “maritainiano” dal piglio anticomunista. Un’analisi storica.

Un metodo non sempre coltivato dagli storici è quello di studiare, di comprendere e, al limite, di identificare un movimento o un partito politico soprattutto nel suo rapporto con il suo principale antagonista. Certo non è un angolo visuale da cui si ricava uno sguardo totale ed esaustivo, ma certo offre spunti per la comprensione dell’oggetto di studio.

Se, per esempio, si prende la Democrazia cristiana può apparire scontato il suo anticomunismo e quindi non apparire elemento di tale portata da meritare un’attenzione privilegiata. Eppure questa costante non solo è risultata decisiva nei successi elettorali e ha provocato giustificata reticenza a essere attutita, ma si è rivelata nodale specie quando si è usciti dagli anni della guerra fredda e ci si è avviati in quelli della distensione.

Scendendo nello specifico che qui ci interessa, si prenda il caso di Alfredo Trifogli, sindaco di Ancona nella prima metà degli anni settanta (nel periodo del terremoto) e successivamente senatore ed esponente della Dc di sinistra a livello nazionale. Su di lui si è tenuto un convegno ad Ancona nel 2016 (Alfredo Trifogli tra vocazione culturale e responsabilità politica, a cura di G. Galeazzi, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche, 2018) ora è stato pubblicato un volume con interviste ad amici che lo hanno conosciuto e hanno collaborato con lui (V. Varagona, L’anima del bene comune, Ecra 2020). 

In queste due occasioni si sono esaltati i meriti indiscussi dell’amministratore e dell’operatore culturale. A essi si rimanda per non disperderci, in questo poco spazio riservatomi, in un lungo elenco di iniziative per la città, da quelle politico amministrative a quelle “ideali”. Eppure alcuni degli aspetti caratterizzanti il suo lungo e apprezzabile protagonismo meritano un supplemento di riflessione.

Si può e si deve mettere l’accento, per esempio, sul fatto che Trifogli, per quasi tutta la vita, è stato in Italia uno dei massimi sostenitori del pensiero filosofico, e soprattutto politico, di Jacques Maritain, contribuendo non tanto a studi specifici, quanto soprattutto alla diffusione delle sue opere e delle sue idee con iniziative culturali di grande impatto. Quello che manca, e magari uno studio specifico potrebbe risultare rivelatore, è l’approfondimento del suo “maritainismo” e quanto questo abbia poi inciso nelle scelte della sua lunga vita politica.

Si potrebbe risalire agli anni cinquanta allorché Trifogli è un giovane dirigente dell’Azione cattolica e si mette in evidenza come antagonista del pensiero laico e di quello comunista in particolare. Non si mettono qui in discussione le sue buone ragioni anche di fronte a una certa rozzezza anticlericale soprattutto delle sinistre locali. Si intende solo mettere in luce i cardini della sua “ideologia”.

E’ in questa occasione che scopre e legge Maritain e si ritrova grande ammiratore del cattolicesimo francese. Scrive in proposito alcuni articoli nei quali si azzardano riflessioni anche controcorrente rispetto alle chiusure della chiesa pacelliana, ma resta un nodo, quello dell’integralismo, che neanche il giovane Trifogli percepisce come un problema. La società cristiana è la città terrena per eccellenza. Al di fuori di essa se proprio non ci sono le tenebre, certo si brancola nell’errore.

Trifogli però trova sponde importanti nel cattolicesimo sociale, quello più progressista, delle Acli, del sindacato, ecc., che si batte per una Dc poco liberale e “capitalista”, e sempre più attenta ai “bisogni della povera gente”. Anche perché è su questo terreno, questa prima linea, che si affrontano e si sconfiggono i nemici più irriducibili e cioè i comunisti. 

Questa visione di fondo non lo abbandonerà mai, neppure nei decenni successivi, quando lo scontro col nemico non sarà più frontale, ma ben più fluido e tattico, con margini di reciproca attenzione e persino forme di collaborazione.

Eppure Trifogli è sempre stato considerato moroteo, anche per una vecchia amicizia con il leader della Dc, che risale al periodo della sua presidenza della Fuci, cementata in occasione del matrimonio con una marchigiana e con conseguenti frequenti visite ad Ancona. Ma davvero può essere definito moroteo? Non è facile rispondere anche perché una delle lacune che risaltano nelle testimonianze riportate in entrambi i volumi è proprio la sua militanza nella Dc, il rapporto con il partito e, in definitiva, la definizione per lui di democristiano. 

Mancando un’analisi di questo tipo e riflettendo al contempo sulle costanti delle sue scelte politiche, e sull’ideologia a loro sottesa, si ha però l’impressione di avere a che fare con un esponente di Forze nuove, senza la capacità di comprensione dei tempi nuovi propri del moroteismo. Certo con l’intelligenza e il coraggio del cavallo di razza, ma con qualche nodo ancora da districare, specie nel superamento dell’integralismo ereditato dalla formazione giovanile. 

Non è qui possibile approfondire questo aspetto, ma si può accennare a un caso significativo e collocarci nel biennio 1975-1976, l’anno del temuto sorpasso e dei “due vincitori”. Nelle Marche si apre la stagione delle “larghe intese”. Il maceratese Adriano Ciaffi guida la giunta regionale grazie all’appoggio esterno del Pci. E’ un caso di grande rilevanza anche nazionale su cui tutta la Dc sembra acconsentire (anche se per i forlaniani solo temporaneamente e senza alcun compromesso “storico”). 

Anche nella sinistra democristiana, pur unita nel portare Zaccagnini alla segreteria, emergono delle diversità e sono proprio Trifogli e Ciaffi a dare due interpretazioni diverse delle novità congressuali. Intervengono entrambi alla tribuna, ma mentre il secondo esprime apprezzamento per il revisionismo in atto nel Pci (a cui avrebbero contribuito le stesse aperture della Dc), per il primo c’è la richiesta di un rinnovamento morale e dell’abbandono del moderatismo (conseguenza del riferimento al Concilio e a Maritain) ma non vi sono affatto cenni di aperture all’esterno.

Così quando, pochi mesi dopo, ad Ancona si presenterà l’occasione di replicare su base cittadina l’esperienza regionale, non solo la Dc, ma lo stesso Trifogli in prima linea, esprimeranno un no secco e definitivo. Perderà così la carica di sindaco e gli alleati classici si rivolgeranno al Pci per dar vita a una giunta di sinistra con un sindaco repubblicano.

Non è qui il caso di dare giudizi, si deve però rimarcare come l’anticomunismo torni a essere la cartina di tornasole per comprendere la politica di molti democristiani, soprattutto se intriso di integralismo. E forse non sarà un caso che Trifogli sarà in prima linea nei referendum per osteggiare le leggi sul divorzio e sull’aborto e, addirittura, si rifiuterà di votare per Pertini nell’elezione del Presidente della Repubblica.

Sic parva licet…come Togliatti provò a esprimere un giudizio equanime su De Gasperi (celando però opportunisticamente i motivi di ammirazione che pure non mancavano), così uno storico dovrebbe provare a scrivere una biografia equanime di un personaggio locale, ma di grande spessore, come Trifogli. Rimandando ai volumi citati la declinazione degli innumerevoli motivi di ammirazione, si sono accennati in questa sede alcuni spunti che possono contribuire a inquadrare il personaggio nella sua complessità.  

La Cina ha bisogno di una rivoluzione economica per realizzare l’ambiziosa agenda climatica di Xi

Non c’è soluzione alla crisi climatica senza la Cina. E finora, il presidente Xi Jinping ha solo dato la speranza di poter realizzare una rivoluzione ambientale.

Il suo impegno a rendere il suo paese a impatto zero entro 40 anni – consegnato alla fine del mese scorso alle Nazioni Unite – richiederà una vera e propria rivoluzione per il più grande inquinatore del mondo .

Il problema è che la vasta economia cinese non è costruita per una svolta decisiva verso la politica verde. Ha trascorso decenni puntando la sua ascesa su enormi progetti infrastrutturali e manifatturieri, costruendo un motore economico che ora dipende fortemente da fonti energetiche non rinnovabili.

Il Paese brucia miliardi di tonnellate di carbone ogni anno e utilizza centinaia di milioni di barili di petrolio – e gli analisti affermano che le pressioni economiche causate dal Covid-19 e le tensioni con l’Occidente stanno spingendo la Cina a spendere di più per quelle fonti energetiche, non di meno.

E mentre il governo cinese ha emanato politiche volte a ridurre le emissioni, molte ricerche ha dimostrato che non hanno davvero spostato l’ago.

La Cina rimane il più grande mercato automobilistico del pianeta e l’industria fa ancora molto affidamento sui veicoli a benzina e diesel. Pechino ha fissato obiettivi ambiziosi per promuovere lo sviluppo e l’uso di auto elettriche, ma la loro quota di mercato rimane scarsa.

È vero che la Cina sta promuovendo alcune politiche climatiche positive, secondo il Climate Action Tracker (CAT) , un’organizzazione con sede a Berlino che segue l’azione del governo. Il gruppo ha lodato la Cina per il suo impegno, ad esempio, per le energie rinnovabili e le auto elettriche.

Ma CAT ha, anche, avvertito che le attività che alimentano la ripresa economica della Cina sono ancora in gran parte ad alta intensità di carbonio.

Turismo 5.0 – In viaggio verso il futuro

La parola crisi viene dal greco antico, in cui krìsis voleva dire scelta o decisione. La stessa parola crisi è una delle più presenti nei nostri discorsi ormai da oltre 10 anni, sin da quando vedemmo migliaia di dipendenti di una delle banche d’affari più importanti al mondo (Lehman Brothers) uscire dalle porte a vetri di un grattacielo, portando via con loro, insieme alle foto di famiglia che tenevano sulla scrivania, speranze e prospettive.

Però all’epoca, la crisi non ci toglieva la possibilità di spostarci, di muoverci, di vivere in mezzo alle persone.

Soprattutto, questa volta si è abbattuta su di noi in modo improvviso e senza che nessuno potesse fare nulla sino alla fine dell’emergenza sanitaria, se non lo Stato e le Regioni con i loro aiuti, sussidi e misure per agevolare la ripresa.

A soffrire di più sono settori come quelli del turismo, della ristorazione, dell’edilizia, del commercio al dettaglio e dell’artigianato.

Questo porta ad una diversa distribuzione delle conseguenze della crisi, dato che i settori appena detti sono particolarmente rilevanti nelle regioni del centro-sud, in cui gli imprenditori stanno affrontando l’emergenza con coraggio, ma anche con grande e comprensibile sofferenza. Soprattutto il comparto del turismo

Dicevamo prima che la crisi, o meglio krìsis, è anche scelta o decisione. La scelta di andare avanti e ripensare il modello di industria turistica che vogliamo avere nel futuro è necessario.

Per prima cosa va capito che il modello di sviluppo del turismo passa per il modo di intendere la crescita dell’immagine e del decoro di tutte le nostre città e dei nostri borghi.

Poi dobbiamo ricordare che i luoghi da visitare devono essere raggiungibili, sicuri e tutelati come meritano.

Non possiamo più permetterci di avere meraviglie scollegate dal resto del paese, soggette al rischio idrogeologico, minacciate da problemi stagionali noti (su questo il Mose a Venezia è emblematico), oppure poco sicure anche per chi le visita (non possiamo dimenticare il crollo avvenuto a Pompei).

Infine non ci deve sfuggire che la comunicazione è il solo modo per far conoscere tutto quello che di bello abbiamo e quindi farlo esistere per chi è lontano, che altrimenti non ne saprebbe nulla.

Tutto questo però non si costruisce in poco tempo ed ha bisogno di politiche di ampio respiro, che sappiano accompagnare il processo di conversione a cui è chiamato il Turismo, il quale da servizio deve trasformarsi in vera e propria industria, nel paese che vanta il numero più alto al mondo di siti tutelati dall’Unesco.

La grande responsabilità non sta quindi soltanto nel conservare i lasciti del passato, ma anche nel rendere accessibili i luoghi e creare dei percorsi ed esperienze, attraverso le quali chi visita il nostro paese venga accompagnato in un cammino che è fatto di viaggi, servizi e crescita culturale.

Insomma proporre al turista, anche italiano, tutto il meglio che abbiamo. Ed è molto.

Del resto, tutto quello che di bello possiamo lasciare ai nostri figli appartiene al settore del turismo: l’arte, la cultura, il patrimonio naturalistico storico ed enogastronomico..

In questa grande sfida la regione di cui ho il piacere di occuparmi anche del turismo, dalla segreteria regionale del Partito Democratico, il Lazio, può avere un ruolo fondamentale.

Per fare questo però servono strategie e incentivi ed una vera e propria “cultura della promozione” del Turismo Interno e di Prossimità regionale, che ha bisogno di un giusto sostegno.

Da mesi abbiamo scelto di occuparci di questo settore tanto in difficoltà quanto prezioso per la nostra economia regionale e non solo. Infatti come Pd Lazio abbiamo avviato da tempo il progetto Turismo 5.0, nel quale abbiamo svolto incontri, organizzati dalle Federazioni Provinciali del PD Lazio alla presenza di rappresentanti delle istituzioni locali e territoriali, che hanno dato voce alle associazioni e agli operatori del comparto turistico.

In questo modo facciamo e riceviamo proposte, in un dialogo continuo con chi vive i problemi quotidiani dell’imprenditoria nel settore.

Inoltre la Regione Lazio è stata al fianco dei tanti operatori, imprenditori e lavoratori, mettendo a disposizione molte risorse per la ripartenza del turismo, tra le quali i 20 milioni con un primo bando, cui recentemente se ne sono aggiunti altri 10, erogati a fondo perduto alle imprese del settore.

E’ ancora un inizio, perché dovremo occuparci, anzi scegliere di occuparci, del modo di affrontare il viaggio verso un futuro incerto e pieno di incognite. Le istituzioni hanno mutato il loro compito negli ultimi mesi, dovendosi occupare principalmente dell’emergenza sanitaria e dell’erogazione dei necessari sussidi per fare in modo che la vita proseguisse.

Però tra breve entreremo nella fase più dura, in cui le conseguenze economiche del Covid-19 si scaricheranno sui cittadini con violenza.

Uno dei temi fondamentali è decidere come allocare le risorse del Recovery Fund, perché abbiamo visto come tante cose sono cambiate nella mobilità delle persone delle merci, dei servizi, dei capitali e delle idee. E ora non possiamo solo fare la ricognizione di quanto avevamo nei cassetti ma va attuata una strategia di interventi che vada a stabilire le priorità che portino lavoro sviluppo e benessere per il nostro Paese.

La crisi è certamente fonte di difficoltà, ma non deve trovarci impreparati e senza un’idea su cosa fare.

Abbiamo già iniziato un percorso e stiamo mettendo in campo le proposte per far fronte a quello che stiamo vivendo.

Il viaggio più difficile è quello che inizia ora e ci porta nel domani. Quel domani che deve essere fatto di investimenti nel turismo, nella digitalizzazione, nella semplificazione amministrativa, nell’innovazione e nelle infrastrutture.

E’ il momento di scegliere se restare nell’eterna ripetizione di oggi o capire cosa fare del domani, iniziando a dare una nuova forma al presente per scrivere il futuro.

Dalla Ue 937 mln all’Italia per il clima

Dall’Unione europea previsti altri fondi per l’Italia. In particolare, il nostro Paese dovrebbe ricevere 937 milioni dal Just Transition Fund (Fondo per la transizione equa) per il periodo 2021-2027. Lo affermano fonti autorevoli al margine dei negoziati a Bruxelles sul Next Generation Eu (Recovery Fund) e il prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Ue (Qfp). Le risorse stanziate si suddividono in 535 milioni dal Recovery Fund e 401 milioni sotto lo strumento Invest EU, secondo braccio del Just Transition Fund. In base ai calcoli fatti dai tecnici, aumenterebbe così di 36,4 milioni (passando da 364,3 a 401 mln) la quota proposta inizialmente dalla Commissione nel Fondo a gennaio.

Pensato per garantire una transizione ecologica equa a tutti gli Stati membri, il Fondo servirà ai Governi nazionali per cofinanziare i progetti ‘green’ necessari a raggiungere la neutralità climatica. A beneficiarne sono soprattutto i Paesi dell’Europa orientale, che necessitano di maggiori investimenti per attuare il processo di decarbonizzazione industriale. In Italia questi fondi dovrebbero essere utilizzati per la riconversione d’impianti industriali come l’ex Ilva di Taranto. Più risorse in assoluto andranno alla Polonia, con 3,5 miliardi (20% del totale), seguono la Germania con 2,2 mld (12,9%), la Romania con 1,9 mld (11,1%), la Repubblica Ceca con 1,5 mld (8,5%), e la Bulgaria con 1,2 mld (6,7%). Sesta l’Italia (con una quota del 5,4%), appaiata alla Francia (937 milioni, 5,4%).

Rapporto Immigrazione 2020: oggi la presentazione

Si terrà oggi la presentazione del XXIX Rapporto Immigrazione 2020 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes. L’evento si svolgerà a partire dalle ore 11.00 presso il “Centro Congressi Auditorium Aurelia” in via Aurelia 796, Roma.

L’appuntamento si terrà in presenza e avrà luogo nel pieno rispetto della normativa sanitaria. Per questo motivo è consigliabile raggiungere l’Auditorium almeno 30 minuti prima dell’inizio dei lavori e l’accesso sarà garantito fino all’esaurimento dei posti debitamente distanziati. Sarà comunque possibile seguire la conferenza anche via streaming sui canali YouTube e Facebook della Conferenza Episcopale Italiana:
youtube.com/ChiesaCattolicaItaliana
facebook.com/conferenzaepiscopaleitaliana

Durante la presentazione interverranno, tra gli altri, S.E. Mons. Stefano Russo, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, e il Sen. Stanislao Di Piazza, sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali con delega all’immigrazione e alle Politiche di integrazione. Come di consueto, anche questa edizione del Rapporto Immigrazione riprende uno dei temi indicati dal Santo Padre per la recente Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: “Conoscere per comprendere”.

Ai partecipanti verrà consegnata una copia del Rapporto.

Modera
Oliviero Forti, Caritas Italiana
Intervengono
S.E. Mons. Stefano Russo, segretario generale della CEI
Manuela De Marco, Caritas Italiana
Sen. Stanislao Di Piazza, sottosegretario di Stato del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali
Igiaba Scego, scrittrice
Conclude
Simone M. Varisco, Fondazione Migrantes

L’importanza del latte materno

Da un’ora dopo il parto e per almeno sei mesi. E se si può, meglio fino ai due anni del bambino. Allattare un neonato al seno è un gesto che, oltre a creare le basi del suo rapporto con la mamma, rappresenta un’opportunità per difendere la sua salute.

Per un neonato non c’è alimento migliore del latte della sua mamma, all’interno del quale ci sono tutte le sostanze essenziali per assicurargli la crescita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità invita le donne a portare avanti l’allattamento anche fino ai due anni (o comunque fino a quando la mamma e il figlio lo desiderano). Più ragionevolmente, andrebbe bene arrivare quanto meno al primo compleanno del bambino.

Così facendo, come documentato da uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, si garantirebbe una protezione contro le infezioni che andrebbe ben oltre il periodo di allattamento e durerebbe in molti casi per tutta la vita. Merito del trasferimento di cellule del sistema immunitario in grado di «educare» i più piccoli nei confronti delle infezioni avute dalle mamme. Un motivo in più, dunque, per incoraggiarle a non rinunciare a questa abitudine.

Ad aiutarle, secondo gli esperti, potrebbero essere innanzitutto le donne già passate da questa esperienza. Come? Attraverso il counseling telefonico, che secondo uno studio pubblicato sulla rivista EClinicalMedicine può far crescere la quota di mamme che allattano esclusivamente al seno nei primi sei mesi di vita.

Alleanze e trasformismo.

Al di là degli innumerevoli partiti e soggetti politici cattolici che nascono come funghi  all’orizzonte – in sè un fatto comunque sia positivo ed incoraggiante per quest’area  culturale e storica – vale la pena anche richiamare l’attenzione sull’importanza della  “cultura delle alleanze” contro ogni degenerazione trasformistica. Perché dietro il  potenziale, anche se nobilmente giustificato e argomentato, rifiuto della cultura delle  alleanze si nasconde sempre la tentazione e la prassi trasformistica. Una tentazione e una  passi, appunto, antiche nel nostro paese e che hanno accompagnato e caratterizzato le  stagioni dove la politica era oggettivamente in crisi e destinata a giocare un ruolo del tutto  marginale e periferico.

Riconoscere, invece, la centralità della “cultura delle alleanze” non  significa soltanto recuperare un postulato essenziale della tradizione cattolico democratica  – diceva Mino Martinazzoli che in “Italia la politica è sinonimo di politica delle alleanze” –  ma anche, e soprattutto, battere la “cultura della convenienza” che poi si traduce in  opportunismo e, appunto, nella deriva trasformistica. Una prassi che, anche se la vulgata  corrente racconta una narrazione avulsa dalla realtà, non è affatto riconducibile alla  cinquantennale esperienza politica e di governo della Democrazia Cristiana. Il vero rischio  che caratterizza la prassi trasformistica, invece, è racchiusa in quei partiti/movimenti che  rifiutano pregiudizialmente le alleanze in nome di una purezza e di una verginità politica e  programmatica non riconducibile a nessun partito schieramento in campo. Un modo come  un altro per riaffermare in modo subdolo le ragioni del trasformismo e dell’opportunismo  nel momento in cui si formano maggioranze di governo. 

Ecco perché, riattualizzare e riscoprire oggi la “cultura delle alleanze” non è solo un modo  per recuperare un tassello costitutivo della stessa esperienza democratico cristiana ma,  soprattutto, è un gesto concreto per battere la decadenza morale ed etica della politica  che negli ultimi anni si è semplicemente trasformata in merce di scambio dominata dalla  prassi e dalla deviazione trasformistica. Una lezione, e un modello, che non possono non  essere vissuti e interpretati innanzitutto dai cattolici impegnati in politica. Seppur divisi,  come oggi, in centinaia di sigle e in decine e decine di partiti e movimenti.  

La lezione di Max Weber

A 100 anni dalla sua scomparsa corre l’obbligo di ricordare l’importanza dell’eredità culturale ricevuta dal grande sociologo e politologo tedesco Max Weber.

Parafrasando un pensiero di Marguerite Yourcenar e usandolo come metafora calzante, addentrarsi nel ‘granaio’ della sterminata produzione del grande pensatore “è come mettere da parte riserve contro l’inverno dello spirito, che da molti indizi mio malgrado vedo arrivare.“

Ci ha pensato recentemente il filosofo Massimo Cacciari a rievocare questa figura carismatica con la sua opera “Il lavoro dello spirito”, che implicitamente risponde al timore della scrittrice francese.

Più modestamente qui basterebbe richiamare – nella mole densa e feconda delle sue riflessioni– le due conferenze tenute dal Weber tra il 1917 e il 1919 all’Università di Monaco : “La scienza come professione” e “La politica come professione” , accorpate – nell’edizione a mie mani del 1971 –  con la pregevole e insuperata traduzione di Antonio Giolitti e la prefazione di Delio Cantimori , in un libro che le riassume sotto il titolo de “Il  lavoro intellettuale come professione”. Come acutamente osservato da Cacciari il senso delle due lezioni weberiane, oltre ad offrire fermenti di pensiero importanti alla Germania uscita sconfitta dalla 1° guerra mondiale e a tracciare il profilo dello scienziato e del politico secondo categorie concettuali utili a tracciarne le caratteristiche del ‘ lavoro professionale’, si esprime nella visione del processo di parlamentarizzazione-democratizzazione come dell’unica forma possibile di governo delle potenze del Gestell  (“impianto, sistema”) tecnico-economico-finanziario. In sostanza la sociologia di Max Weber è il tentativo di dare un’analisi della formazione sociale – storicamente definita e determinata ma aperta all’astrazione di una sociologia formale – dell’età moderna in Europa. Gettando le basi teoriche del pensiero scientifico e politico moderno come modalità di espressione e di elaborazione della loro dimensione di esercizio di una professione intellettuale.

Con tutti i codici etici, deontologici, esperienziali, di competenza che stanno alla base della costituzione di un modello di Stato, giunto spurio e inquinato dai fatti della Storia, dai conflitti intrinseci al capitalismo e all’influenza delle religioni,  oltre che dagli accomodamenti contingenti del relativismo, fino ai nostri giorni.

Rileggere Max Weber e questo suo imponente tentativo di sintesi e di definizione ci riporta alle radici della sua fondativa e paradigmatica elaborazione teorica. In questa sede – dissimulando l’arduo compito di una “ricapitolazione” complessiva del pensiero weberiano –  piace soffermarsi brevemente su alcune intuizioni che dovrebbero riproporsi sul piano culturale ma che appaiono ribaltate sul piano pragmatico e prassico da alcune prevalenti e distorsive visioni della scienza e della politica che ci sono contemporanee.

Colpisce l’idea centrale di quel Beruf più volte evocato nelle due conferenze e che vale tanto per la scienza che per la politica: Beruf come professione ma anche come vocazione (nella duplice traduzione letterale), che non si chiarisce nella prassi se non è sorretta da una forte e rigorosa motivazione etica.

Inutile dire che i concetti di democrazia e bene comune dovrebbero derivare da una intima convinzione, ciò che potremmo definire come Erlebnis, esperienza interiormente vissuta più che mercenario mestiere assoldato dagli interessi della convenienza.

Basterebbero questi brevi cenni per misurare il declino e le degenerazioni di una concezione disinvolta del potere e della politica e dei suoi modelli sociali, unite al travisamento della democrazia parlamentare del nostro tempo per comprendere il decadimento della politica da “professione” a “mestiere”, nel senso deteriore del termine e dei politici a mestieranti, non di nobile professione ma di facili, disinvolte carriere.

Si aggiunga il concetto di razionalizzazione come progressivo disincantamento del mondo: non conoscenza totalizzante e pervasiva della condizioni di vita che ci circondano, bensì inteso come prevalenza della ragione e dell’uso del pensiero critico in ogni approccio esperienziale con la realtà.

Siamo agli antipodi della globalizzazione, dell’omologazione culturale, dell’uso della tecnica e delle macchine come surrogati esterni che sostituiscono i processi di emancipazione interiore.

Siamo anche agli antipodi dello sviluppo delle potenzialità creative che sono generate dalla libertà del pensiero pensante a favore degli stereotipi e dei luoghi comuni. Per non parlare – a proposito dei vizi del politico- della vanità, dell’istinto di potenza come oggetto dell’autoesaltazione individuale che ci ricordano le derive di personalizzazione della politica che generano oligarchie alternative alla democrazia come processo autenticamente “aperto” al progresso e al bene comune se premia il merito certificato all’apparire del vero. 

Ricordando il valore che Weber attribuiva alla burocrazia come impianto solido di un sistema istituzionale efficiente, non possiamo esimerci dal constatare l’odierna degenerazione oppressiva della burocrazia come apparato costoso, inutile ed autoreferenziale, strumento in mano alla politica o da essa delegato ad azioni di supplenza che non gli appartengono.

Senza dimenticare – per concludere queste breve rivisitazione- il valore dell’ethos della politica e della ricerca della verità, della ‘giustificazione dei mezzi’ per il raggiungimento dei fini, della compresenza tra etica della convinzione ed etica della responsabilità.

La “politica si fa con il cervello ma non solo”, affermava Max Weber in ciò richiamando le regole del rigore morale: “Non posso far diversamente e da qui non mi muovo. Non importa, continuiamo”.

“Solo un uomo siffatto ha la vocazione (Beruf) per la politica”.

La conclusione della sua seconda conferenza è premonitrice e non difetta di lungimiranza: “Ebbene cari amici, su questi punti vorrei riparlare con voi da qui a dieci anni”.

Ne sono passati cento – non solo dieci-  e si ha la sensazione che su molti aspetti di come oggi sono intese e praticate scienza e politica, bisognerebbe avere il coraggio di ripartire dalla lezione di Max Weber.

La depressione del calciomercato riflette la prima grande crisi globale nel settore del calcio dopo mezzo secolo di crescita.

Il primo grande calciomercato dell’era del coronavirus si è chiuso lunedì notte con tagli fino a oltre il 50% del volume delle transazioni nei principali campionati europei. La mancanza di liquidità dei club ha colpito con particolare virulenza Spagna, Italia e Germania, ma anche la Premier ha abbassato le spese di trasferimento ai livelli del 2014.

Ralf Rangnick, il direttore sportivo che ha guidato il Lipsia dalla quarta divisione tedesca nel 2012 alla Champions League nel 2019, ritiene che la contrazione durerà almeno altre due stagioni. Rangnick, sostiene che: “Non credo che torneremo indietro a un’epoca completamente uguale all’era precovid. Non riesco a immaginare stadi pieni per i prossimi due anni. E se ciò non accadrà, influenzerà il modo in cui i club costruiscono le loro squadre: avranno bisogno di accademie per i nuovi talenti. La crisi può avere effetti positivi se interpretata in modo corretto. È importante che i club considerino come il successo si possa costruire in casa.

Comunque a mercato concluso è ormai arrivato il tempo dei bilanci. La Liga ha investito 411 milioni di euro in trasferimenti. Scendendo, così, sotto i 450 dal 2012. L’Italia non ha raggiunto gli 800 per la prima volta dal 2015. In Premier hanno speso 1.280 milioni, scendendo sotto la quota 1.400 per la prima volta dal 2014. E la Germania ha appena superato i 300, livello al quale non è era mai scesa dal 2014, quando il settore si stava riprendendo dalla voragine lasciata dalla crisi finanziaria del 2008.

Così anche se la crisi chiuderà molte porte altre se ne apriranno. E riusciremo, sicuramente, a vedere molti ragazzi giovani che avranno una possibilità.

La città di Milano e Sea lanciano “Fly to Milano”

Terza notte gratis in albergo per chi vola e soggiorna in città, anche durante le feste di Natale e Capodanno.

La città di Milano e Sea, gestore degli aeroporti, lanciano attraverso l’agenzia Milano&Partners l’iniziativa Fly to Milano, per promuovere il sistema dell’ospitalità milanese: fino al 31 gennaio del 2021, chi atterra negli scali di Linate e Malpensa e soggiorna negli hotel cittadini che aderiscono all’iniziativa avrà in omaggio la terza notte.

“Dopo gli accordi con Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova per promuovere il turismo di prossimità – spiega l’assessora al Turismo Roberta Guaineri -, lanciamo un’iniziativa per richiamare turisti da lontano, offrendo loro un’opportunità unica per visitare Milano e godere con calma della sua offerta, che nel mese di dicembre si arricchisce delle luci e dell’atmosfera delle festività di Sant’Ambrogio, Natale e Capodanno”.

Un giorno in più regalato ai turisti per dare loro la possibilità di scoprire quartieri come Nolo e i Navigli, visitare le grandi mostre di Monet agli Arcimboldi, Frida Kahlo alla Fabbrica del Vapore, del Museo del 900 o per dare un ultimo sguardo alla Sala delle Asse di Leonardo da Vinci al Castello Sforzesco, prima della chiusura.

“L’iniziativa è frutto della collaborazione tra SEA, Milano&Partners e le Associazioni degli Albergatori per promuovere la destinazione Milano e stimolare la voglia di ritornare a viaggiare – afferma Armando Brunini, Amministratore Delegato di SEA – I nostri aeroporti sono dotati di tutte le misure di sicurezza per garantire la salute e il benessere dei propri passeggeri, come ci viene certificato dalle principali associazioni nazionali ed europee. Abbiamo partecipato all’iniziativa di Fly To Milano perché crediamo che in questo momento sia necessario uno sforzo straordinario e di sistema per rilanciare Milano e i suoi aeroporti.”
Sul sito yesmilano.it è possibile consultare la lista degli hotel partecipanti, conoscere le modalità di prenotazione e visitare i relativi siti delle strutture. Tutti gli hotel milanesi hanno adottato il protocollo di sicurezza stilato dalle associazioni di categoria insieme al Comitato tecnico scientifico.

Per poter usufruire della promozione il visitatore deve essere in possesso di un biglietto aereo con destinazione Milano Malpensa o Milano Linate con data di arrivo coincidente con la prima notte in hotel. La prenotazione può essere effettuata solo direttamente all’hotel o tramite agenzie di viaggio, secondo i termini eventualmente indicati da ogni albergo in fase di adesione all’iniziativa. La terza notte potrà essere usufruita subito o in un secondo tempo, attraverso una nuova prenotazione.

Il Covid non attacca solo i polmoni e il cuore

Il virus non attacca solo i polmoni e il cuore. A subire i colpi del Sars-Cov-2 sono anche i reni, fegato, la milza e il midollo osseo. E’ quanto ha scoperto uno studio dell’Inmi Spallanzani di Roma, in collaborazione con il Dipartimento di malattie infettive dello University College di Londra, che ha analizzato gli esiti delle autopsie condotte su 22 pazienti deceduti a causa del Covid-19.

Diciotto dei pazienti sottoposti ad esame post-mortem, di età media 76 anni (minima 27, massima 92) presentavano una o più comorbilità, come ipertensione, patologie cardiache, diabete, tumore, malattie respiratorie o renali; i rimanenti quattro pazienti, di età mediana pari a 48 anni e mezzo (minima 35, massima 65) non presentavano invece alcuna malattia sottostante.

Dall’autopsia e dai successivi esami microscopici dei campioni sono emerse numerose alterazioni a carico degli organi analizzati. I polmoni di tutti i pazienti si presentavano aumentati di volume, edematosi e congestionati, con ispessimento pleurico diffuso e versamento pleurico. Nei campioni polmonari è stata inoltre dimostrata una significativa sovraregolazione del recettore delle citochine CXCR3, il che porta ad individuare proprio in questa citochina un potenziale bersaglio terapeutico per i futuri trattamenti.

L’analisi condotta sul cuore dei pazienti ha evidenziato “un incremento delle dimensioni e del peso del cuore, ipertrofia e dilatazione degli atri e dei ventricoli, sia destri che sinistri”. La letteratura scientifica disponibile ha evidenziato “che i problemi cardiaci pre-esistenti sono un fattore di rischio per i pazienti Covid-19”, ma la ricerca ha evidenziato “nei quattro pazienti senza fattori di rischio pre-esistenti una accentuata pericardite e infiltrazioni di cellule infiammatorie, indicando che la malattia può compromettere la funzione cardiaca anche nei soggetti sani”, emerge dal lavoro dell’Inmi.

“Circa il 30% dei pazienti esaminati ha evidenziato lesioni ai reni, in prevalenza tra i pazienti con comorbilità. Lo stesso fenomeno è stato osservato nell’analisi del fegato: anche in questo caso i pazienti che avevano fattori di rischio pre-esistenti hanno evidenziato lesioni epatiche più pronunciate. Saranno tuttavia necessari ulteriori studi – rimarcano gli infettivologi – per verificare se le lesioni renali ed epatiche siano effetto diretto dell’azione del virus, oppure dell’eccessiva e anormale risposta infiammatoria innescata dal sistema immunitario”.

“L’analisi della milza ha evidenziato in tutti i pazienti una riduzione del volume e delle dimensioni, mentre l’analisi al microscopio del midollo osseo ha evidenziato, in particolare nei pazienti con comorbilità, una prevalenza del midollo giallo ricco di adipociti sul midollo rosso ematopoietico”.