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Follini non crede ai partitini, ma nemmeno ai partitoni.

L’articolo di Alberto Melloni ha lasciato il segno. La politica dei cristiani si rivela per tutti una questione che esige pazienza e rigore: non è tempo di buone intenzioni, ma di sano realismo. Indubbiamente, sulla spinta di una crisi molto complicata, per la quale non valgono gli schemi del passato, la coscienza dei credenti avverte il bisogno di superare la classica contrapposizione tra destra e sinistra. Si rumina la volontà del riscatto. L’obiettivo può avere una sua consistenza e validità, a patto che non ci ceda alla illusione del “ritorno al centro” grazie alla riproposizione di formule consumate. La figura del partito d’ispirazione cristiana appartiene alla stagione dell’ideale storico concreto di matrice maritainiana e al faticoso processo di laicizzazione dell’impegno politico dei cattolici, con il “salto” poi nella esperienza in sé formidabile della Democrazia cristiana, nella seconda metà del Novecento, con esiti fecondi specialmente in Europa e in America Latina.

Insomma, Melloni ha dato una scossa. Infatti prosegue il dibattito sul “Domani”, il nuovo quotidiano voluto da De Benedetti, con l’intervento di ieri a firma Marco Follini. Il quale, come è noto, unisce alle doti politiche la malia di una scrittura elegante e sobria, con uno stile originale. Ha pubblicato più libri sulla Dc, dopo averne conosciuto le dinamiche interne – lui ancora giovane – negli anni della tragedia di Moro, fino alla decadenza e alla fatale dissoluzione del partito. Follini accennna solitamente alla mancata elaborazione del lutto per la fine dello scudo crociato. Anzi, per aver osservato da vicino le frivole esaltazioni del “d-day” della sua distruzione, semina qualche dubbio sulla qualità politica di tale moto scomposto che avrebbe dovuto significare la liberazione di nuove e fresche energie. Dirlo con eloquio soffuso, come nel format folliniano, non diminuisce comunque la gravità di una malcelata disapprovazione.

Fin qui tutto bene, se ci si pone dal lato di una possibile controstoria sulla fine della Dc e se poi, soprattutto, insieme a questa necessaria opera di rivisitazione critica s’intenda ricavare dai fatti una spiegazione degna, sostanzialmente irriducibile alla pur giustificata apologetica. E qui Follini si ritrae, quasi a certificare l’inanità di un processo interpretativo, più facile da evocare che non da promuovere e vivere. Non spiega, appunto, perché a suo giudizio il Novecento italiano abbia chiuso i battenti con la condanna dei vincitori, mettendo cioè la Dc, e con essa i suoi alleati  tradizionali, sul banco degli imputati. Non spiega la dissoluzione di una classe dirigente di tutto rispetto, sebbene la bufera di Tangentopoli permetta, in un certo senso, d’inquadrare a occhio nudo la virulenza di quanto accaduto sotto il cielo di un prolungato e dissimulato colpo di Stato.

Follini non ammonisce, almeno stavolta, coloro che si sforzano di riattivare un percorso politico. Il suo giudizio è benevolo o perlomeno comprensivo, se non altro perché il fastidio di doversi misurare con un fenomeno disastroso di entropia politica, tale perciò da favorire l’esplosione dell’antipolitica, autorizza a vincere la naturale propensione al disincanto filosofico dei saggi. Nelle sue parole c’è un di più, forse una speranza, che si coglie nel doppio rifiuto dei “partitini”, da un lato, ma anche, dall’altro, dei “partitoni”.  In questa intersezione, meritevole di arricchimento teorico, tra opposte soluzioni caduche, opera potenzialmente la dialettica sulla formazione di “nuove forme politiche che oggi è difficile da immaginare”.  La cautela resta fortissima, ma perlomeno con Follini si ragiona o si può ragionare, così pare, sulla costruzione di uno schema dai contorni meno labili e fumosi. Il “profumo d’incenso” in Chiesa va bene, ma in politica crea confusione.    

La paura del no-deal fa volare l’export italiano

Con il rischio del no deal volano le esportazioni italiane di cibo e bevande Made in Italy in Gran Bretagna dove fanno registrare un balzo record del 5,2%, in netta controtendenza con l’andamento stagnante del commercio estero. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nei primi otto mesi del 2020 in occasione del colloquio tra il premier Giuseppe Conte e la Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

La corsa agli acquisti è spinta dal fatto che a pesare sui rapporti commerciali in caso di No Deal è soprattutto – sottolinea la Coldiretti il rischio dell’arrivo di dazi e ostacoli amministrativi e doganali alle esportazioni, che scatterebbero con il nuovo status di Paese Terzo rispetto all’Unione Europea. L’Italia – precisa la Coldiretti – ha importanti relazioni nell’agroalimentare con forniture che nel 2019 hanno raggiunto i 3,4 miliardi di euro e classificano la Gran Bretagna la quarto posto tra i partner commerciali del Belpaese nell’agroalimentare.

A preoccupare – continua Coldiretti – è anche la tutela giuridica dei prodotti a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp) che incidono per circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare Made in Italy e che, senza protezione europea, rischiavano di subire la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione da Paesi extracomunitari. Con l’uscita dall’Unione Europea si teme anche che si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane come ad esempio l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti, che si sta già diffondendo in gran parte dei supermercati inglesi e che – precisa la Coldiretti – boccia ingiustamente quasi l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop).

Dopo il vino, che complessivamente ha fatturato nel 2019 sul mercato inglese quasi 771 milioni di euro, spinto dal Prosecco Dop, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna ci sono – conclude la Coldiretti – i derivati del pomodoro, ma rilevante è anche il ruolo della pasta, dei formaggi e dell’olio d’oliva. Importante anche il flusso di Grana Padano e Parmigiano Reggiano per un valore attorno ai 85 milioni di euro.

Il bonus asilo nido sarà prorogato anche nel 2021

Fino a 3mila euro per le famiglie per il pagamento di rette per la frequenza di asili nido pubblici e privati di forme di assistenza domiciliare in favore di bambini con meno di tre anni affetti da gravi patologie croniche. Lo prevede il cosiddetto bonus asilo nido che secondo quanto prevede una bozza del Documento programmatico di bilancio è stato esteso anche al 2021.

Per le famiglie con un Isee compreso tra 25mila e 40mila euro il bonus asilo nido ammonterà a 2.500 euro.

Spetta infine un contributo di 1.500 euro annui alle famiglie con Isee superiore a 40mila euro

Sui terreni confiscati alla mafia torna a vincere la legalità

E’ in corso la vendemmia di circa 90 quintali uva a bacca nera, del genere nero d’avola, in un feudo confiscato alla mafia in Contrada Mulinello, in agro di Montedoro, a Caltanissetta. Le attività di raccolta sono effettuate dalla cooperativa sociale Verbumcaudo, formata da giovani del territorio, che sta valorizzando l’omonimo feudo confiscato alla mafia attraverso la messa in produzione di 151 ettari di terreni che vengono coltivati ad origano, pomodori e cereali.

Le storie delle ragazze e dei ragazzi della cooperativa sono storie di giovani che stanno scegliendo di investire nell’entroterra siciliano: ci sono ingegneri, geologi, guide naturalistiche, agronomi, commercialisti e addetti alle lavorazioni agricole qualificati.

Il prefetto di Caltanissetta Cosima Di Stani, intervenuta all’evento, ha ribadito come tale iniziativa rimarca e veicola l’idea di come sia sempre possibile trasformare un luogo, già nella disponibilità della criminalità, in un avamposto di legalità. Si torna al lavoro regolare, allo sviluppo economico del territorio, con la destinazione della produzione viticola a finalità sociali essendo gestita da associazioni ed enti della provincia nissena che si occupano di assistenza a soggetti meno abbienti.

I terreni facevano parte del patrimonio dei fratelli della famiglia mafiosa di Montedoro (CL), Gaetano Falcone, di 75 anni, e Nicolò, deceduto il 15 giugno 2019. Complessivamente il patrimonio confiscato è costituito da 5 aziende agricole e 87 immobili (tra fabbricati e terreni), nonché da numerosi rapporti bancari, per un valore complessivo di oltre 2 milioni e mezzo di euro.

Presenti all’evento anche il colonnello dell’Arma dei carabinieri Baldassare Daidone, il colonnello della Direzione investigativa antimafia Emanuele Licari, i sindaci di Montedoro, Bompensiere, Marianopoli, Milena e Acquaviva Platani, i rappresentanti dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia sede di Reggio Calabria ed il coadiutore dell’Agenzia stessa, Labarbera, il presidente delle Confcooperative Maurizio Nicosia (insieme a numerosi rappresentanti dell’assoociazione) e il presidente della cooperativa sociale Verbumcaudo.

Il Plasma Freddo per combattere il Covid

Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e virologia all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Irccs ospedale San Raffaele con un analisi molto curata apre le porte ad una nuova tecnologia che si chiama Plasma freddo.

E’ una tecnologia molto innovativa e interessante che arriva dallo spazio. E’ basata sul fenomeno della ionizzazione che riesce ad abbattere il coronavirus negli ambienti chiusi fino al 99,9% in mezz’ora.

Un fenomeno fisico generato a temperatura ambiente utilizza l’aria trasformandola in un gas ionizzato (plasma freddo) costituito da varie particelle caricate elettricamente: elettroni, ioni, atomi e molecole che scontrandosi tra loro producono specie ossidanti in grado di disaggregare i composti organici volatili, come batteri e virus.

Papa Francesco: “Gli omosessuali sono figli di Dio, hanno diritto a una famiglia”.

“Le persone omosessuali hanno il diritto di essere una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

Queste sono le parole del Pontefice in un documentario in uscita oggi alla Festa di Roma a firma di Evgeny Afineevsky.

E’ la prima volta che un pontefice si dice favorevole alle unioni civili omosessuali.

Tra i momenti più toccanti del film, la telefonata del Papa a una coppia di omosessuali, con tre figli piccoli a carico, in risposta ad una loro lettera in cui mostravano il loro grande imbarazzo nel portare i loro bambini in parrocchia. Il consiglio di Bergoglio al signor Rubera è quello di portare i bambini comunque in parrocchia al di là degli eventuali giudizi.

Rubera, nel film, dice di aver, poi, effettivamente fatto frequentare ai figli la parrocchia, e di essere felice della scelta compiuta.

Molto bella poi la testimonianza di Juan Carlos Cruz: “Quando ho incontrato Papa Francesco mi ha detto Juan, è Dio che ti ha fatto gay e comunque ti ama. Dio ti ama e anche il Papa poi ti ama”.

A favore del riconoscimento delle unioni civili, tra gli altri, si sono pronunciati in questi anni i cardinali Walter Kaspere Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, e il vescovo Marcello Semeraro, molto vicino a Francesco, di recente nominato a capo della Congregazione dei Santi al posto del cardinale Becciu.

 

Cattolici, la provocazione di Melloni e le nostre ragioni.

Alberto Melloni è uno studioso di rango. E non solo per l’arcipelago cattolico italiano. La sua  profondità di analisi, la sua vasta e raffinata cultura accompagnata dalla sua consueta ironia,  meritano sempre attenzione e rispetto. Come la sua ultima analisi sulla presenza politica e  pubblica dei cattolici nella società contemporanea. 

Ora, per evitare confusione e fraintendimenti, dobbiamo fare almeno una doppia valutazione in  merito alle recenti osservazioni di Melloni sul “Domani” ma anche, e soprattutto, sulla realtà che si  presenta davanti a noi e come noi, cattolici democratici e popolari, possiamo reagire.  

Innanzitutto, come si può dissentire da Melloni quando evidenzia la coriandolizzazione della  presenza politica dei cattolici? Anzi, nella sua analisi è stato ancora troppo parco di giudizi. Se  doveva citare gli esperimenti decollati almeno negli ultimi due anni, serviva un pallottoliere più che  un articolo. Sarebbe sufficiente scorrere l’elenco, un po’ patetico e un po’ comico, per rendersi  conto che qualcosa non funziona. Senza nulla togliere alla generosità, alla passionalità di  tantissimi e alla voglia, di alcuni, di strappare comprensibilmente e finalmente uno straccio di  candidatura per approdare in Parlamento dopo tanto peregrinare. Ma, al di là dei singoli casi, è  indubbio che una multiforme e variegata presenza, e quindi politicamente virtuale ed  organizzativamente quasi inesistente, è destinata ad essere oggetto di derisione all’interno e di  oggettiva debolezza all’esterno. Sia per la qualità della proposta e sia, soprattutto, per la credibilità  del progetto.  

Ma, ed è la seconda considerazione, Melloni esagera quando esprime una sprofonda sfiducia nella  possibilità che il cattolicesimo politico contemporaneo, seppur articolato e molto variegato al suo  interno, possa ancora organizzarsi nello scacchiere politico italiano. Perchè, al di là delle fasi  storiche che si susseguono, lo storico richiamo di Pietro Scoppola continua ad avere una bruciante  attualità. E cioè, la “cultura del comportamento e la cultura del progetto” per i cattolici democratici e  popolari richiedono ed invocano una presenza pubblica organizzata.

Certo, compatibile con le  dinamiche politiche, culturali e storiche del momento ma anche consapevoli che le potenzialità  programmatiche, ideali e politiche di quest’area non possono essere ulteriormente compresse. Ma  il nodo di fondo, e qui Melloni coglie nel segno e non era neanche tanto difficile – sempre detto fra  di noi – non può essere la semplice e banale riproposizione di sigle per lo più virtuali e funzionali, il  più delle volte, al bisogno di visibilità dei singoli proponenti. Ma la fecondità, la specificità e  l’originalità dell’esperienza storica del cattolicesimo politico italiano non è la presenza nel campo  della prepolitica nè, d’altro canto, l’offerta parcellizzata e molecolare. Continua ad essere,  comunque sia, quella di una presenza politicamente autorevole e organizzativamente autonoma. Il  problema da risolvere è come non ridurre questa doppia sfida in una operetta macchiettistica che  poi viene sbertucciata, e forse anche giustamente, da uno studioso preparato anche se un po’  prevenuto come il prof. Melloni.  

Nel Bundestag si rema contro Trump

Norbert Röttgen, presidente della commissione per gli affari esteri del Bundestag, ha dichiarato che la cooperazione tra Stati Uniti ed Europa sarebbe in pericolo se Trump vincesse le elezioni del 3 novembre.

“L’attuale amministrazione americana è guidata da una logica di punizione ogni volta che gli altri non si attengono ai loro desideri” “Non è possibile costruire una partnership su questa base.”

Da decenni un portabandiera dell’alleanza transatlantica e alleato dei repubblicani americani  Norbert Röttgen non risparmia nulla al presidente americano e alla sua politica basata sulla dottrina America first.

“gli Stati Uniti vedrebbero erodersi ulteriormente la loro capacità di avere una leadership internazionale”. “Un paese che è diviso internamente e pieno di acrimonia ad un certo punto perderà la capacità di plasmare gli affari esteri, quindi vedremmo continuare il ritiro americano dalla politica internazionale, creando un vuoto che altri sarebbero più che felici di riempire”.

“Se Joe Biden vincesse, mi aspetto che il suo governo ritorni ad una partnership basata sulla cooperazione”

Comunque chiunque arrivi alla Casa Bianca questo sarebbe il momento, per l’Europa, di assumersi maggiori responsabilità dentro e fuori i suoi confini, di “prendere il mano il proprio destino” come dichiarò Angela Merkel dopo l’infelice esordio di Trump al G7 di Taormina del 2017.

Chiari è la Capitale italiana del libro per il 2020

Chiari è la “Capitale italiana del libro” per il 2020. Il Consiglio dei Ministri ha approvato la proposta del Ministro per i Beni e per le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, di conferire al Comune di Chiari in provincia di Brescia, uno dei più colpiti dalla epidemia da Covid-19, il titolo di “Capitale italiana del libro” per l’anno 2020”.

Ai sensi della legge, legge 13 febbraio 2020, n. 15, Disposizioni per la promozione e il sostegno della lettura, “Chiari – Capitale italiana del libro 2020”riceverà un finanziamento di 500.000 euro per la realizzazione di progetti, iniziative e attività per la promozione della lettura.

“Così come è accaduto per il titolo di Capitale Italiana della Cultura – che ha tratto ispirazione da quello di Capitale Europea –, anche la “Capitale italiana del Libro” genererà meccanismi virtuosi capaci di sviluppare progetti culturali, coinvolgenti e innovativi” ha dichiarato il ministro Franceschini.” “Conferire il titolo a Chiari è inoltre il giusto riconoscimento alla microeditoria e alla produzione degli editori indipendenti che in questa città trovano da 18 anni una importante Rassegna di scambio e promozione che sarà organizzata anche quest’anno, dal 13 al 15 novembre, in una edizione rispettosa dei protocolli sanitari.
Questo riconoscimento – ha concluso  il ministro – arriva in un anno particolare e in un territorio fortemente colpito dalla pandemia in cui, ora più che mai, è giusto rafforzare il sostegno al settore del libro. Nei mesi più duri del lockdown, Chiari ha trovato proprio nella lettura, compiuta attraverso i canali social dell’amministrazione, uno degli strumenti per sostenere la comunità. Ora questa esperienza può diventare un modello”.

Il titolo di Capitale del libro, che in questa prima edizione è stato attribuito per legge dal Cdm su proposta del Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, dal prossimo anno sarà conferito all’esito di un’apposita selezione in cui una commissione di esperti valuterà i progetti presentati.

La prima rete 4G sulla Luna

Nokia installerà il primo sistema di comunicazione Lte/4G nello spazio. Aiuterà così a spianare la strada verso una presenza umana sostenibile sulla superficie lunare, parte essenziale del programma Artemis della Nasa.

La rete fornirà capacità di comunicazione per diverse applicazioni di trasmissione dati, comprese funzioni vitali di comando e controllo, controllo remoto dei rover lunari, navigazione in tempo reale e streaming di video ad alta definizione. Queste applicazioni di comunicazione sono tutte vitali per la presenza umana a lungo termine sulla superficie lunare.

La rete LTE di Nokia, il precursore del 5G, è ideale per fornire connettività wireless per qualsiasi attività che gli astronauti devono svolgere, abilitando funzionalità di comunicazione vocale e video, telemetria e scambio di dati biometrici e distribuzione e controllo di carichi utili di robotici e sensori.

L’osteoporosi

Con la parola osteoporosi si intende una condizione in cui lo scheletro è soggetto a perdita di massa ossea e resistenza causata da fattori nutrizionali, metabolici o patologici. Lo scheletro è quindi soggetto a un maggiore rischio di fratture patologiche, in seguito alla diminuzione di densità ossea e alle modificazioni della microarchitettura delle ossa.

Generalmente l’osteoporosi viene considerata una patologia a carico delle ossa, ma secondo alcuni si tratterebbe di un processo parafisiologico nel soggetto anziano, la cui presenza predispone comunque a un maggior sviluppo di fratture patologiche, una conseguente diminuzione della qualità e della speranza di vita e di complicanze dovute alle fratture, se non adeguatamente trattata.

Poiché viene considerata troppo facilmente malattia (e non causa della vera malattia o espressione manifesta di osteoporosi, ovvero la frattura da fragilità), il British Medical Journal l’ha inclusa in un elenco di “non-malattie”.

L’osteoporosi si manifesta inizialmente con una diminuzione del tono calcico nella massa ossea (osteopenia). Le ossa più facilmente interessate dalla diminuzione del tono calcico sono le vertebre dorso-lombari, il femore e il polso.

Inizialmente asintomatico, rimane tale per 2/3 delle persone. Le prime manifestazioni compaiono con le fratture; il dolore alle ossa e alla muscolatura ad esempio è tipico della presenza di fratture, ma esse possono anche non essere avvertite dall’individuo e facilmente possono avvenire anche al minimo evento traumatico. Solitamente il dolore è localizzato alla schiena o al bacino, ma è possibile che si manifesti ovunque sia la sede della frattura ed è di tipo acuto e si aggrava in presenza di sforzi e carico. Con il progredire dell’osteopenia si può manifestare un crollo vertebrale, una frattura dell’avambraccio (polso) o una frattura femorale.

La fratture possono portare ipercifosi dorsale e iperlordosi cervicale.

Nella terapia trovano impiego farmaci bisfosfonati e anticorpi monoclonali, volti ad aumentare la massa ossea e la resistenza agli urti e alle fratture.

Melloni sferra l’attacco ai partitini d’ispirazione cristiana, ma non affronta il problema della nuova questione cattolica.

Stamane Alberto Melloni, storico delle religioni, sul “Domani” di De Benedetti assesta un colpo durissimo all’incongruo proliferare di partitini cattolici. Passa in rassegna le varie iniziative e ne ravvede l’insufficienza. Si nota immediatamente, fin dalle prime battute del suo articolo al vetriolo, che non ama la riproposizione del discorso sull’impegno politico organizzato del mondo cattolico. Piuttosto preferirebbe osservare una ripresa di tono spirituale e pastorale della Chiesa italiana, specie in questo tempo di crisi che prende origine dalla pandemia da Covid-19 e pesantemente investe l’economia globale.

Le conclusioni sono drastiche: “Infatti – scrive Melloni – o il cattolicesimo saprà riprendere un dialogo interno, o alla fine, là fuori, ci saranno dieci partitini e correntine al profumo d’incenso, ciascuna capace di vantare entrature e batter cassa politica in proporzione alla propria sicumera o al proprio bluff”. Non è il viatico giusto, a suo giudizio, per ridare slancio alla presenza pubblica dei cristiani, sapendo che sulle macerie di questa guerra anti pandemica spunterà quanto prima il bisogno di appellarsi a “una passione morale inesauribile e un infrangibile senso dello stato”. Altrimenti, parrebbe dire Melloni, nessuna rinascita civile o morale avrà modo di palesarsi credibilmente.

In sostanza, quel che sostiene l’editorialista, alla luce di un’aggiornata lettura post conciliare del rapporto tra Chiesa e mondo, è l’improponibilità della figura stessa del cattolicesimo politico. Nel suo dossettismo radicale – perché della scuola dossettiana di Bologna Melloni è oggi l’interprete più autorevole – opera la pregiudiziale verso ogni forma di ricomposizione dell’iniziativa politica dei credenti (più o meno praticanti), essendo proprio questa ricomposizione l’incunabolo del pre-partito che tende a farsi partito. Da questa impostazione polemica, in verità così ostica da non risparmiare neppure una personalià del rango del Card. Re, colpevole di aver celebrato messa in uno di questi convegni dedicati alla costruzione di un nuovo soggetto politico d’ispirazione cristiana, si ricava una  vivida espressione di volontà che mira a tenere la Chiesa al riparo da lotte e fratture politiche del nostro tempo, con ciò sperando di restituirle una maggiore forza di rappresentanza dell’Italia nel suo complesso.

In effetti la nascita di un nuovo partito, nelle intenzioni più accogliente per i cattolici, non può avvenire sulla base di un proposito integralistico, come se all’improvviso la grande lezione degli ultimi cinquant’anni sulla laicità della politica fosse gravata da un istinto di rimozione. Indubbiamente, su questo punto la critica di Melloni ha gioco facile. Disconoscere tuttavia che la perdita di coscienza politica del Paese e la perdita di rilevanza politica dei cattolici vadano di pari passo, sicché una qualche correlazione si debba evincere per forza e conseguentemente assumere come problema, costituisce la zona d’ombra di un ragionamento che porta a disincarnare il cristianesimo e insieme ad impoverire la nazione. A dispetto di Melloni, questo eccesso di sfiducia nella mediazione storico temporale, quale categoria invisa alla mentalità radicalmente post democristiana, se non furiosamente anti democristiana, consegna il cattolicesimo italiano a una condizione di evanescenza e spaesamento. Esiste, vuoi o non vuoi, una nuova questione cattolica.

Un Fondo globale per sconfiggere definitivamente la fame.

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista “Orbisphera”
«Occorrono politiche e azioni concrete per sradicare la fame nel mondo».
«Una decisione coraggiosa sarebbe costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri».
Lo ha detto il 16 ottobre Papa Francesco in un videomessaggio alla FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) inviato in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020.
«In tal modo – ha sottolineato il Pontefice – si eviterebbero molte guerre e l’emigrazione di tanti nostri fratelli e delle loro famiglie, che si vedono costretti ad abbandonare la propria casa e il proprio Paese per cercare una vita più dignitosa».
Dopo aver elogiato la FAO per il suo 75° anniversario e averne magnificato la missione perché «bella e importante, con l’obiettivo di sconfiggere la fame, l’insicurezza alimentare e la malnutrizione», il Papa ha condiviso il tema della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020: “Coltivare, nutrire, preservare. Insieme. Le nostre azioni sono il nostro futuro”.
Francesco ha sottolineato la necessità di iniziative che migliorino l’ambiente e promuovano la speranza di molte persone e di molti popoli, precisando che «non basta produrre cibo, ma che è anche importante garantire che i sistemi alimentari siano sostenibili e offrano diete salutari e accessibili a tutti».
Il Papa ha proposto di adottare soluzioni innovative che possano trasformare le modalità di produzione e consumo degli alimenti e rafforzare la capacità di recupero e la sostenibilità a lungo termine.
In tempi di Covid – ha spiegato il Pontefice – è necessario che la FAO, il Programma Alimentare Mondiale (Pam) e il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad) promuovano un’agricoltura sostenibile e diversificata, sostengano le piccole comunità agricole e cooperino allo sviluppo rurale dei Paesi più poveri.
Bergoglio ha rilevato che viviamo in un’epoca piena di contraddizioni: «da un lato siamo testimoni di un progresso senza precedenti nei diversi campi della scienza; dall’altro, il mondo ha di fronte molteplici crisi umanitarie».
Così, secondo le statistiche più recenti della FAO, nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi decenni, il numero delle persone che lottano contro la fame e l’insicurezza alimentare sta crescendo, e l’attuale pandemia aggraverà ancora di più queste cifre.
In merito alla scarsità alimentare papa Francesco ha sostenuto che «per l’umanità la fame non è solo una tragedia ma anche una vergogna» perché è «provocata, in gran parte, da una distribuzione diseguale dei frutti della terra, a cui si aggiungono la mancanza di investimenti nel settore agricolo, le conseguenze del cambiamento climatico e l’aumento dei conflitti in diverse zone del pianeta».
Il Papa ha concluso invocando la benedizione di Dio sul direttore della FAO e su quanti cooperano nella missione di «coltivare la terra, nutrire gli affamati e salvaguardare le risorse naturali, di modo che tutti possiamo vivere dignitosamente, con rispetto e con amore».

Crisi della famiglia e declino della figura paterna

Articolo già pubblicato sulla rivista “Diritto Penale e Uomo – DPU”

Possiamo ancora chiamare famiglia quel nucleo di persone che si ritrova a cena  la sera, solitamente senza parlarsi, per poi appartarsi ciascuno per conto proprio a smanettare lo smartphone, consultare internet, giocare con la play station, leggere la Gazzetta dello sport o portare il cane a fare pipì? Un tempo i figli sapevano cosa chiedere e aspettarsi distintamente dal padre e dalla madre, c’erano regole di convivenza, il regime domestico imponeva diritti e doveri più certi. Riprendendo il siparietto del dopo cena consideriamo gli adolescenti che escono di casa salutando furtivamente per dirigersi verso luoghi imprecisati: “esco con gli amici”, “vado a fare un giro”, “mi fermo a dormire dal tale”. 

Laconica e rassegnata la risposta dei genitori ”mi raccomando…!” Ma dove vanno i nostri ragazzi, chi frequentano, come trascorrono il tempo fuori casa, cosa bevono, fumano, assumono sostanze? 

Solitamente se accade qualcosa di negativo lo si viene a sapere per vie traverse, tempo dopo: in famiglia non ci si parla più, il papà e la mamma sono riferimenti indistinti, in genere ci si accoda a chi dei due è più concessivo. Sempre ammesso che ci siano entrambi.

Ci sono nuclei familiari che si compongono e si scompongono con una mutevolezza che fissa fotogrammi diversi: “vivo con mia madre, il suo nuovo compagno e mia sorella. Il sabato e la domenica vengono i figli del compagno di mamma, tocca a lui, è il suo turno”. 

“Di solito sto con papà che però, avendo due figli del precedente matrimonio, va a trovarli quando la loro madre passa il w.e. con il fidanzato dal quale aspetta un bambino”.

“I nonni vorrebbero incontrarci ma la mamma è contraria perché dice che ficcano il naso nelle nostre faccende, allora loro hanno fatto ricorso al tribunale per vederci almeno una volta al mese”. 

Sono situazioni che si riscontrano con una frequenza crescente. Quale stabilità emotiva possono ricavarne i minori? Come possono avere buoni risultati a scuola? Perché spesso sono inadempienti e perdono interi anni scolastici? Perché – quando escono di sera stanno fuori fino alle 4 del mattino ed esprimono la mimica facciale e i tic di chi sniffa? Perché nei bagni della scuola si fotografano e poi si mettono in rete? 

Da una ricerca della Bicocca risulta che il 23% dei ragazzi usa il cellulare in classe, durante le lezioni. 

Perché compiono atti di bullismo, gesti estremi, giochi azzardati, insultano e offendono gli insegnanti, navigano in rete senza controlli fino a perdersi in quel buco nero del web da cui ritornano spesso malconci e rovinati?

Quanto ai genitori ci sono coppie che si uniscono e si separano con una rapidità sconcertante, altre che mettono al mondo figli senza consapevolezza dei propri doveri, che riversano sulla scuola una valanga di rivendicazioni rispetto ad adempimenti che competerebbero a loro ma che non sono in grado di portare a termine.

La vita in generale, quella domestica ‘intramoenia’ in particolare, assomiglia ad una sorta di casting mediatico, ci sono dissolvenze incrociate, controfigure di se stessi, pietose menzogne, giochi di simulazione e dissimulazione: sospesi a due spanne da terra si perde il contatto con la realtà, si passa con una disinvoltura sconcertante dalla minimizzazione di tutto all’iperbole dei superlativi assoluti.

Oltre alle difficoltà oggettive: economiche, di lavoro, il  “non farcela più”.

Ci sono anche famiglie che si dicono felici ma, ricordando il celebre incipit di Lev Tolstoj in Anna Karenina – “Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” – sovviene il dubbio guardandosi attorno che si tratti di una diceria che copre molte bugie, poiché l’infelicità è una malcelata sensazione dai mille volti, imperscrutabili.

Il vero focus della vita sono gli affetti, questo lo si scopre quando è troppo tardi, perché siamo tendenzialmente evasivi, cerchiamo “altrove” la realizzazione del bisogno di comunicare, salvo cadere in siderali e inesplorabili solitudini.

Oggettivamente, impietosamente stiamo assistendo ad una lenta e progressiva disgregazione del nucleo familiare tradizionale. Fermo restando che l’obiettivo principale da perseguire per tutti coloro che istituzionalmente se ne occupano deve essere il mantenimento dell’unità della famiglia, con il supporto della mediazione e interventi di sostegno e assistenza sociale, non la sua dissoluzione, cresce il numero dei bambini e degli adolescenti collocati in comunità o presso famiglie affidatarie, previo rigoroso e necessario accertamento del loro preminente interesse, al netto di vicende vergognose di mercimonio dei minori che stanno emergendo e che descrivono squallide distorsioni della realtà e lavaggio dei cervelli. Si allarga e diversifica, esprimendo competenze articolate e complesse, il welfare sulle nuove generazioni.  Un tempo i figli vivevano in casa fino al servizio militare o al matrimonio: era una prassi, un passaggio di consegne. Adesso stanno a casa per indolenza, molti non terminano gli studi, altri rifiutano lavori che giudicano pesanti: come sostiene Pupi Avati …’Li abbiamo nutriti di “risultati” senza costringerli al faticoso e doveroso percorso che avrebbero dovuto fare per ottenerli’. Il Rapporto ISTAT 2019 certifica che il 56,7 % dei giovani tra i 20 e i 34 anni vive in casa di almeno un genitore.

E’ la cd. generazione dei ragazzi “NEET”( Not engaged in Education, Employment or Training): non studiano, non lavorano non cercano un’occupazione. Ma non sempre per colpa loro.

Nelle famiglie dove le relazioni primarie non funzionano bambini e ragazzi hanno un rapporto rapsodico, regolamentato, calendarizzato con i loro genitori in crisi di rapporto, siano essi inadempienti per carenze affettive o conflittuali nel rapporto di coppia che si va sgretolando. Li vedono, li incontrano per poco tempo, a volte in spazio neutro, in modo osservato, sotto tutela. Dalla autoregolamentazione consapevole dei rapporti affettivi si passa a poco a poco alla loro eterodirezione, non di rado sotto la guida dei servizi sociali. 

Si creano buchi neri, vuoti sentimentali, nostalgie che si dissolvono nel limbo sociale, svuotate di valori e riempite di rinunce, giustificazioni o rinvii.

In particolare si assiste ad un lento declino del ruolo genitoriale del padre: nei casi di conflitti di coppia di solito è lui la parte perdente rispetto alla gestione dei figli. Espunto dal nucleo, cacciato di casa anche se ne paga il mutuo, obbligato a versare una quota di mantenimento che a volte supera le effettive possibilità, capro espiatorio dei conflitti di coppia pur se tradito.

Si nota una decadenza del ruolo paterno secondo tre profili di considerazione: sotto l’aspetto della presenza fisica, se rapportato a quello della madre spesso individuata come collocataria dei figli anche in regime di affido condiviso, inoltre un’assenza simbolica intesa come “ruolo naturale, biologico” privato di uno status domestico e sociale e infine un’assenza del principio normativo di autorità ed autorevolezza, a volte per non apparire autoritario, altre per demerito (sniffa, beve, si droga, spende i risparmi alle slot, cerca altre donne, è violento, si sottrae ai sui doveri genitoriali) altre ancora per un pregiudizio radicato nella società. Ci sono anche situazioni dove le donne vivono la sindrome dell’ape regina: l’uomo è un “fuco” pro-tempore, da distruggere dopo la nascita di un figlio che diventa possesso esclusivo della madre. 

A volte il padre paga il fio di uno stigma sociale non vero, poiché vi sono invece padri responsabili che ingiustamente espiano colpe che non hanno.

Poi c’è il rovescio di questa medaglia, il fenomeno sociale spaventoso del femminicidio, anch’esso originato da una distorsione della figura maschile, nella quale prevalgono i tratti della violenza e della sopraffazione, del possesso del corpo e dell’anima della donna, fino alla sua distruzione fisica. 

Cresce anche il numero dei minoricidi: un tempo esisteva il reato di “infanticidio per cause d’onore”.

Ora che l’onore va scarseggiando prevalgono droga e alcol come fattori scatenanti.

Il maggior numero di queste distorsioni degli archetipi dell’uomo, del compagno e del padre nasce ed esplode tra le mura domestiche.

Assistiamo ad una escalation delle violenze sulle donne, dalla più tenera età fino a quella adulta: di  pseudo-amore che diventa egoismo e sopraffazione, attraversando tutti i target sociali, infatti si tratta di una violenza di genere a prescindere dallo status di appartenenza, una caienna sociale infame ormai quotidiana.

Urge una decisa ribellione del mondo femminile contro gli abusi e le violenze di ogni genere: denunciare, interrompere un rapporto che diventa sopruso e possesso, avere il coraggio di chiudere subito e di lasciare, senza cadere nei tranelli del pentitismo ingannatore. 

Servono pene certe e severe, sentenze esemplari, un femminicidio non può ammettere sconti di pena.

Ma prima bisogna ripartire dalla buona educazione sentimentale, a casa e a scuola.

Il mondo è cambiato anche sotto il profilo dei rapporti di coppia, degli amori fugaci e ingannatori: un segno dei tempi quanto mai brutale che richiede l’assunzione di una diffusa coscienza collettiva.

Un progetto verde per salvare il pianeta.

I grandi territori boschivi delle Highland scozzesi hanno un amico in più. Mi riferisco alla Highland Titles, in Italia rappresentata da Carlo Cozzetto, che ne promuove la missione e l’operato, attraverso il recupero e la tutela dei boschi di Scozia, l’acquisto dei terreni, utilizzati per lo sfruttamento commerciale, convertendoli in una riserva, attraverso la piantumazione di alberi autoctoni.

Fondata nel 2006 da Peter Bevis e da sua figlia, la “Highland Titles” riserve naturali ha iniziato a ripristinare le terre scozzesi danneggiate dalla silvicoltura commerciale. Il progetto si è espanso, ed oggi nella riserva naturale, il tasso, il riccio, la volpe, gli uccelli palustri, vivono tranquilli, ed il gatto selvatico scozzese, a lungo latitante, è tornato a fare capolino, come si vede dalle numerose telecamere che, come occhi discreti, monitorano piante ed animali.

Attraverso un’incessante attività di crowdfunding, a cui tutti possono partecipare, Highland Titles gestisce e tutela gli ettari di riserva naturale scozzese, permettendo a questo polmone verde di vivere sano e forte. Lasciandolo ai nostri figli e ai nostri nipoti come contributo biologico per la loro salute e per il futuro del nostro mondo. Questo fa di Peter Bevis un “concreto visionario”, un piccolo, grande eroe del nostro tempo.

Auditel-Censis: sono 3,5 milioni le famiglie senza internet

In Italia nel 2019 quasi tre milioni e mezzo di famiglie non disponevano di collegamento ad internet. Tra i nuclei famigliari con almeno un occupato o uno studente il numero scende a 300mila.

Questi sono solo alcuni dei dati emersi dal terzo rapporto Auditel-Censis “L’Italia post-lockdown: la nuova normalità digitale delle famiglie italiane”, presentato al Senato ieri.

Il documento illustra come sono cambiate le dotazioni tecnologiche, le abitudini di fruizione e le relazioni familiari dopo il lockdown.

Durante il lockdown, il 48,6% delle famiglie italiane ha svolto almeno un’attività online, tra smart working, lezioni a distanza o acquisti su internet.

Per 8 milioni e 200.000 famiglie è stata la prima volta.

In quei mesi, inoltre, è cresciuto di circa tre punti percentuale il numero delle famiglie con collegamento ad internet: dall’85,9% del totale del 2019 all’88,4% del luglio 2020. Nello stesso periodo, le famiglie che possiedono il collegamento a banda larga su rete fissa sono passate dal 55,0% al 56,0%.

Comunque anche dopo il lockdown sono aumentati sia gli italiani che si collegano ad intenet, 47 milioni e 200.000 (pari all’80,6% della popolazione con più di quattro anni), sia la frequenza dei collegamenti (si collegano tutti i giorni 42 milioni e 200.000 italiani, ovvero il 72,1% della popolazione con più di quattro anni). È incrementato anche  il numero dei device utilizzati.

ItaliAmbiente e la ripresa, le best practice del Sistema Nazionale

Lo stato dell’Ambiente in Italia regione per regione, visto dalla prospettiva delle ARPA e delle APPA, le agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente e dall’ISPRA nell’ottica di Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’Ambiente. Saranno presentate le esperienze, i controlli sul territorio, l’attività capillare di prevenzione e protezione che le Agenzie svolgono giorno per giorno al fine di monitorare l’inquinamento e le situazioni complesse dal punto di vista dell’ecosistema e delle azioni dell’uomo. Le Best practices saranno discusse nell’incontro online  che vedrà la partecipazione dei Direttori Generali del SNPA  e delle Istituzioni locali e nazionali.
Un Sistema, quello di SNPA, nato nel 2016 (ma che raccoglie e rilancia le competenze del sistema delle agenzie ambientali, nate dopo la metà degli anni 90), che svolge il proprio lavoro a livello locale, ben presente sul territorio, ma che si coordina a livello tecnico nazionale con la guida di ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, in un’ottica di rete integrata e di scambio di informazioni, al fine di garantire identiche prestazioni ambientali e una sempre maggiore omogeneizzazione dei criteri, essenziali in tutto il Paese.

Il 21 ottobre, in videoconferenza, viene presentato al pubblico il Rapporto Ambiente SNPA, che illustrerà ai partecipanti collegati le “best practices” svolte dal Sistema nazionale delle Agenzie.

Sito SNPA

Segui la diretta sul canale Youtube dell’Ispra

La sindrome del piriforme

La sindrome del piriforme è un disturbo neuromuscolare che insorge quando il muscolo piriforme, situato nella regione del gluteo, comprime od irrita il nervo sciatico.

Le cause della sindrome del piriforme sono:

  • contrattura e tensione del muscolo piriforme e del tendine come risposta di adattamento
  • anomalie anatomiche ossee, muscolari e nervose
  • trauma diretto e lesione muscolare
  • ipersollecitazione del muscolo causata da attività fisica costante e intensa.

Un esempio di trauma ripetuto è la posizione seduta in auto che costringe il piriforme a una tensione continua con conseguenze sulla circolazione e, infine, sulla parte nervosa.

Il trattamento può includere evitare attività che causano sintomi, stretching , fisioterapia e farmaci come i FANS . La chirurgia non è generalmente raccomandata.

La maggior parte dei professionisti concorda sul fatto che spasmo, tensione o dolore in qualsiasi muscolo possono spesso essere trattati con un regolare esercizio di stretching  indipendentemente dalla causa del dolore. Lo stretching è quindi sempre consigliato.

 

 

Non azzardiamo letture politiche facili dell’enciclica “Fratelli Tutti”.

Nell’ultima enciclica di papa Francesco, Fratelli Tutti, appare netta la critica di ogni forma di chiusura e di pregiudizio, e l’opzione per una cultura del dialogo e della solidarietà. Tuttavia credo che occorra una certa cautela nel valutarne l’impatto sulla politica, soprattutto da parte di quanti continuano ad intenderla in termini di mero bipolarismo. Perché l’impegno per il superamento dei limiti che ostacolano un vero e pieno dialogo sociale, è una questione che riguarda non solo tutti gli schieramenti politici manche tutti i gruppi sociali. È questo che impedisce che “i vari settori si posizionino comodi e autosufficienti nel loro modo di vedere le cose e nei loro interessi limitati” (203).

Rischio che invece si è materializzato nell’economia. La Fratelli Tutti ripropone la medesima denuncia formulata nella Laudato Si’ sulla mancata risposta alle distorsioni che determinarono la crisi finanziaria del 2008. Non solo la reazione della politica è stata inadeguata di fronte alla necessità di riforma del sistema economico e finanziario globale, ma, constata il Pontefice, “pare che le effettive strategie sviluppatesi successivamente [alla suddetta crisi, ndr] nel mondo siano state orientate a maggiore individualismo, minore integrazione, maggiore libertà per i veri potenti, che trovano sempre il modo di uscire indenni”(170).

Proprio questo mi pare costituisca il messaggio principale dell’enciclica, che suona essenzialmente come un ammonimento di impatto universale, che rischia di essere più chiaramente compreso solo alla luce degli avvenimenti che potrebbero accadere nei prossimi anni a causa dello smarrimento del senso della fraternità fra le persone, le categorie sociali e le nazioni. La Fratelli Tutti esprime una visione molto meno irenica, direi quasi lacerante come fu del resto la vita spirituale di San Francesco, tormentata e ben diversa dagli armoniosi stereotipi da cui è stata ricoperta. Solo l’impegno di ciascuna persona di buona volontà può aiutare a costruire insieme un mondo dove siano tangibili i frutti della fraternità.

La Morgia, il piccolo patriarca della DC romana

La scomparsa di Giorgio La Morgia, avvenuta venerdì 16 ottobre, evoca momenti significativi di storia e cronaca della Dc romana. Il 23 giugno aveva festeggiato con la figlia Maria Grazia il suo novantacinquesimo compleanno. Da tempo viveva ritirato nella sua abitazione al quartiere Talenti, lontano da frequentazioni che inesorabilmente erano andate affievolendosi, mantenendo però vivo fino all’ultimo il rapporto con le vicende politiche. Era sempre informato, lucido nel cogliere l’essenziale, intimamente coinvolto. Tuttavia serbava il ritegno e la sobrietà delle persone intelligenti, consapevole che la sua testimonianza apparteneva a un ciclo ormai lontano, definitivamente chiuso.

Da giovane aveva preso parte alla lotta di liberazione ed era entrato in contatto con il gruppo dei cattolici repubblicani, raccolto attorno al quindicinale “Politica d’oggi” di Domenico Ravajoli e Alberto Canaletti Gaudenti. Con altri, fu espulso dalla Dc proprio perché in quel frangente De Gasperi – sicuramente repubblicano – non intendeva esporre il partito su una linea di netta contrapposizione ai monarchici. 

Si racconta che al primo congresso nazionale, svoltosi nella primavera del 1946, riuscì comunque ad entrare nell’Aula Magna della Sapienza, dove si svolgeva l’assise democristiana. Quando nel bel mezzo della maratona congressuale risuonò il grido “No all’agnosticismo, viva la Repubblica”, feroci sguardi di riprovazione si appuntarono su di lui. Anzi, non solo gli sguardi ma l’intervento fisico, non proprio dolce, di un responsabile dell’organizzazione, il quale, anche per legami incipienti di parentela, nonostante la “scomunica” lo aveva fatto entrare. Si dichiarò sempre, in famiglia e con gli amici, incolpevole dell’incidente (forse causato…da un prete).

Il suo impegno nella Dc romana passa all’inizio per la sezione Monti-Macao. Qui diventa delegato giovanile e successivamente segretario del partito. A ventiquattro anni entra a far parte del Comitato romano e quindi, di lì a breve, della giunta esecutiva. Dirigente organizzativo, responsabile dell’Ufficio Studi e Propaganda (Spes), vice-segretario del Comitato Romano: fino a metà degli anni ‘50 avanza di gradino in gradino nelle responsabilità di partito.

Fulgida anche l’esperienza amministrativa. Nel 1956 è eletto in Consiglio provinciale, diventando poi assessore, così avviando un percorso che lo vedrà molto dopo, nel quadriennio 1972-1976, alla guida dell’Ente. Ciò nondimeno, fra un prima e un dopo a Palazzo Valentini, La Morgia ha modo di irrobustire il suo curriculum di amministratore pubblico grazie alla nomina a Presidente dell’Atac nel 1963. 

È però nel partito che si gioca la sua attitudine all’esercizio di funzioni eminentemente politiche. Siamo in pieno ‘68, fra la rivolta degli studenti (scontri di Valle Giulia) e le prime marce contro la guerra del Vietnam. A maggio si sarebbero tenute le elezioni e Nicola Signorello, da tre anni alla guida del partito, in base allo statuto si dimetteva per essere candidato al Senato. All’inizio dell’anno era esplosa la bomba: Americo Petrucci, anche lui intenzionato a presentarsi alle elezioni, aveva rassegnato le dimissioni da Sindaco, ma soprattutto era stato raggiunto da un provvedimento giudiziario che ne aveva fatto, agli occhi della pubblica opinione, l’emblema della corruzione democristiana. In quella circostanza, la mitica Anna Magnani dichiarò di sentirsi “profondamente sconcertata”, augurandosi  che in sede di processo si potesse dimostrare come le accuse fossero “prive di ogni fondamento”. In effetti, dopo anni di tormento, Petrucci fu assolto.

A caldo le polemiche furono molto aspre. A dirigere la federazione regionale del Pci era stato chiamato Enrico Berlinguer. Questi, con linguaggio d’inusitata durezza, agitò per la prima volta la bandiera della diversità comunista. “Un attacco a fondo – dichiarò nell’incontro dell’attivo romano – deve essere portato a tutta la classe dirigente romana che fa capo ad Andreotti e a Petrucci. Di fronte all’avvilente spettacolo di un ex Sindaco dc arrestato per una serie di reati, dobbiamo contrapporre l’onestà dei comunisti: anche ai numerosi cattolici indignati in questo momento per il miserabile spettacolo fornito dai loro dirigenti dobbiamo far comprendere che il Partito comunista è il partito degli uomini con le mani pulite” (L’Unità, 23 gennaio 1968, p. 6). Insomma, si potrebbe dire che fatti e misfatti, con retorica annessa, non sono nati nel 1992 con l’operazione Mani Pulite della Procura di Milano.

Con La Morgia a via dei Somaschi, sede della Dc romana fino allo scioglimento (e oltre come Ppi), arriva un gruppo di giovani (Rolando Rocchi, Elio Mensurati, Raniero e Ruggero Benedetto) che si costituirà come architrave della struttura di partito, avviando perciò la sua apertura ad energie nuove.

A La Morgia spetta il compito di gestire le liste e la mobilitazione del partito. La sua preoccupazione consiste anzitutto nel contribuire alla difesa della formula del centro-sinistra. In apertura di campagna elettorale al Supercinema, il giorno stesso del ventennale della storica vittoria scudocrociata del 18 aprile, di fronte al segretario nazionale Mariano Rumor e al Presidente del Consiglio Aldo Moro esprimerà nel discorso introduttivo un concetto cardine della filosofia sociale e politica di matrice democristiana: “Ogni progetto economico, anche notevole, è vano se non si sviluppa con una tensione morale che ponga la persona umana nella sua interezza a cardine della costruzione sociale“. 

Uomo arguto, pronto alla battuta sapida e persino irriverente, saprà sintetizzare un giudizio severo sulle attitudini manovriere e opportunistiche dei suoi colleghi con una metafora, destinata a rimanere nella memoria collettiva, fissando con parole da antico fescennino romano il contrasto tra la fissità dei paracarri e la mobilità dei furbi. Era il suo modo di distinguersi, anche nella spicciola gergalità che dominava la vita interna del Comitato Romano, come d’altronde aveva cura di preservare, nella sostanza degli atti politici, una sua identità politica nel complicato articolarsi delle correnti e dei gruppi democristiani.

Dunque, con questa sua originalità di espressione e posizionamento, La Morgia attraversa per lungo tratto il mondo andreottiano romano. Tuttavia, passaggio dopo passaggio, all’apice del suo impegno amministrativo in qualità di Presidente della Provincia, matura il convincimento di dover sostenere il cambiamento predicato e voluto da Aldo Moro. Per questo nel congresso del 1976 voterà a favore di Benigno Zaccagnini, il segretario del “rinnovamento” (interno) e del “confronto” (con il Pci). 

È il gesto che conclude sostanzialmente una lunga carriera politica, anche se l’addio alla politica attiva avverrà soltanto nel 1981. Dopo seguirà un’altra stagione di vita, con un silenzio prolungato fino agli ultimi giorni, senza prebende e senza onori, a riprova di una disciplina morale che ha forgiato nell’intimo una generazione di democratici cristiani. In fondo è lasciato questa terra come un piccolo patriarca, se solo si pensa alla sua famiglia allargata, con “eredi” destinati ad incarichi prestigiosi nell’amministrazione locale e in Parlamento, ma anche con l’arrabbiato censore del congresso di Roma del 1946, che nel tempo sarebbe diventato il massimo funzionario di Piazza del Gesù, ovvero suo cognato Orlando Milana.

Se ne è andato in punta di piedi, senza temere la solitudine, con levità e contegno. Penso gli si debba un saluto rispettoso e sincero. L’umiltà non offusca le doti di un uomo, in specie di un uomo politico, bensì le rafforza ed esalta. La Morgia merita di essere, anche per questo, tra le figure più degne della esperienza democristiana di Roma. 

 

L’impavido Calenda rompe gli ormeggi mentre Zingaretti appare di colpo indebolito. I cattolici…tornano di moda?

Alla vigilia qualcuno nutriva dubbi sulla determinazione di Calenda a lanciarsi nell’avventura amministrativa romana del prossimo anno. I boatos riportavano mezze notizie o mezze verità sulla ricerca di un’intesa preventiva con i vertici del Pd. Secondo queste interpretazioni, nello studio di Che tempo che fa Calenda avrebbe sfumato il messaggio, dando così una tregua ai suoi più diretti interlocutori. In realtà, la sfumatura ha riguardato i toni, non la sostanza. La decisione è stata presa, adesso revocarla sarebbe perlomeno azzardato. Ecco la sua lapidaria dichiarazione: “Mi candiderò a sindaco di Roma: un dovere e una grande avventura”. Più chiaro non poteva essere.

A questo punto la patata bollente passa nelle mani di Zingaretti. “Il Pd dovrebbe appoggiare la mia candidatura – ha detto l’ex Ministro – se pensano sia la persona adatta a governare Roma. Il Pd diceva mai con i Cinque Stelle e hanno cambiato idea, io sono ancora là. Ma con Raggi è peggiorato tutto”. Poi ha aggiunto: “Fare le primarie oggi sarebbe complicato, farle più avanti significherebbe parlarci addosso per mesi. Io ho fatto anche lo scrutatore alle primarie del Pd, ma credo che dobbiamo cercare di allargare il campo il più possibile. E poi c’è un piccolo dettaglio, c’è un’emergenza sanitaria. Come possiamo pensare che la gente esca di casa?”.

Calenda, inoltre, ha voluto chiarire la sua posizione politica. “Io di destra o sinistra? Sono un socialdemocratico liberale”. Al dato biografico ha voluto collegare un giudizio più ampio: “La politica è diventato un grande scontro ideologico, una lotta tra tribù. Ma così cade tutto, cade l’attualità dell’azione amministrativa, della fiducia dello Stato. Poi arriva un’epidemia e ci si accorge dell’importanza dello Stato, che decide la vita delle persone. La politica è l’arte di governo, sennò è solo rumore di sotto fondo…”.

Ora cosa farà il segretario del Pd? O meglio, visti i ridotti margini di manovra, cosa effettivamente potrà fare? Zingaretti, indebolito, subisce i contraccolpi di un dilemma pressoché insolubile. La previsione che il Pd riesca a bloccare l’iniziativa di Calenda è un vagheggiamento improduttivo; ma appare anche fantasioso, del resto, lo scenario di uno scivolamento nel deliquio della controffensiva di una sinistra al tempo stesso intransigente e inclusiva, decisamente anti-Calenda, come sollecitato da Paolo Cento a nome di Sinistra Italiana. In verità, non si vede l’ombra di una linea politica. Neanche l’uscita di scena della Raggi, qualora fosse realmente determinata da un accordo di vertice, risolverebbe il problema: all’orizzonte già s’intravvede, infatti, l’alternativa di un Di Battista, pronto a rilevare la staffetta di candidato a nome degli “irriducibili” del grillismo prima maniera. 

Sta di fatto che il “socialdemocratico liberale”, quale si definisce da ieri sera l’impavido Calenda, scuote brutalmente l’albero della sinistra. Bisognerà capire se questo rilancio in veste “lib-lab” – un rilancio dominato dal senso di autosufficienza – è sufficiente a rimotivare una Roma stanca e sfiduciata, ma non assente. Troppa sicurezza si traduce spesso in sicumera. Senza una proposta organica, la battaglia per una nuova e feconda stagione amministrativa potrebbe risolversi in una dolorosa sconfitta. D’altronde, le periferie suggestionate dal messaggio nazional-sovranista non si recuperano con una rappresentazione di volontà in algido stile manageriale, seppur brillante. Di colpo tornano “di moda” i cattolici, perché laddove c’è sofferenza e disagio essi rappresentano comunque una presenza sensibile. Certo, i cattolici non sono un soggetto politico per l’evidenza di un motivo post-democristiano molto simile a cesura o pregiudiziale anti-democristiana. Tuttavia un soggetto politico di nuovo conio, anche soltanto a dimensione locale, capace di guidare l’ambizione della scalata al Campidoglio, non può fare a meno di un’analisi attenta della rinata “questione cattolica”, specie in rapporto alla specialissima condizione romana. Il progetto di Calenda passa anche attraverso la cruna di questo ago simbolico e concreto.

Covid: Nemo propheta in patria

Fino a qualche ora fa noi medici eravamo, a detta di molti, troppo allarmisti ed esagerati nell’invitare le persone ad essere maggiormente prudenti nei propri atteggiamenti e nel dire che, per quanto stava ricominciando ad accadere negli ospedali, sarebbe stato opportuno adottare misure più restrittive perché la situazione avrebbe rischiato di precipitare a breve. Oggi, all’alba di un nuovo DPCM, i numeri ci danno una ragione che, vi assicuro, avremmo preferito non avere.

La seconda ondata potrebbe, in teoria, avere una portata anche maggiore della prima in cui il lockdown aveva permesso di “risparmiare” almeno in parte il centro e il sud del Paese. Dopo un’estate di grandi spostamenti, questo non sarà più possibile.
L’amarezza è constatare che nei mesi di relativa tranquillità, in cui sarebbe stato opportuno provvedere a colmare le carenze che la pandemia aveva portato alla luce, ben poco è stato fatto per riempire queste lacune e fornire al Servizio Sanitario Nazionale gli strumenti idonei per affrontare un nuovo momento di crisi. Le necessità sono rimaste le stesse già evidenziate: manca il personale sanitario, mancano i posti letto di terapia intensiva e subintensiva, manca un approvvigionamento di materiale e strumentazioni adeguati, manca la continuità assistenziale sul territorio che consenta agli ospedali di far defluire pazienti dimissibili per accoglierne altri in condizioni cliniche peggiori.

E noi, lavoratori del settore, ci rimboccheremo le maniche, come abbiamo già fatto, per fornire tutto l’aiuto che è nelle nostre possibilità e, permettetemi di dirlo, anche oltre.
Sarebbe magnifico, in un mondo a quanto pare solo utopistico, che i richiami degli addetti ai lavori e degli esperti in materia (quelli che sono ogni giorno presenti sul campo, più che in televisione), fossero ascoltati più delle lamentele di chi minimizza ogni aspetto per non rinunciare ai suoi piccoli vizi o di chi millanta conoscenze inesistenti per dire a tutti i costi la sua.

Sarebbe stupendo che le persone capissero che certi limiti possono essere anche autoimposti con un po’ di buon senso e raziocinio senza per forza dover aspettare di vederli scritti in un decreto.

Sarebbe fantastico poter lavorare in un Paese serio che rispettasse i suoi professionisti e mettesse a tacere le voci insensate di negazionisti e propagandisti di turno.
Sarebbe bello esser messi nelle condizioni di compiere il proprio dovere senza sentirsi quasi stupidi agli occhi degli altri.
Sarebbe.
Solo questo. Nessuno di noi ha mai chiesto di essere considerato un eroe, solo di essere ascoltato. #nemoprophetainpatria

Le prospettive politiche dei cattolici impegnati in politica

Stiamo vivendo una fase politica di destrutturazione  dello Stato liberale, a favore di uno stato privo di ogni orientamento progettuale, ma impostato solo sul disfacimento per modificarlo in uno stato diverso e sicuramente peggiore di quello attuale.

La Democrazia corre il rischio di essere travolta, senza che ci sia, allo stato attuale, una corrente di pensiero che ponga fine a questo modo di porre le questioni, con accento populista e sovranista, che propongono la fine della Democrazia per fare nascere un sistema a pieno regime oligarchico.

Stiamo attraversando un periodo buio delle nostre istituzioni, ma la cosa che maggiormente  ci preoccupa è che nessuna delle forze politiche proponga una corretta analisi del problema, dunque, una soluzione concreta delle vicende, ove a maggior ragione la Questione Meridionale, viene addirittura pensata come una palla al piede per un organico sviluppo del Paese.

E’ inverosimile ed opinabile, tutto questo, perché espone il Paese ad un rischio grave di non ritorno, che riuscirebbe a complicare la vita ancora di più a tutti proprio per la sua mancata attuazione di una fase di sviluppo e di ripresa economica, che dovrebbe porre il Paese ad un miglioramento delle condizioni economiche.

Le vicende che ci occupano, vanno ricercate nella storia del Paese, che in modo chiaro hanno attraversato il nostro passato, ma che impongono alle forze politiche una nuova fase della politica  che in prospettiva deve essere presa in seria considerazione per capire le nuove esigenze del Paese e la soluzione ai vari problemi che lo stanno interessando.

La fase politica che oggi stiamo vivendo, nasce con la disgregazione dei partiti tradizionali, che per effetto di tanta cause e concause, ne hanno determinato la loro fine.  Con la fine dei partiti storici, si apre un nuovo periodo che è stato supportato da una legge elettorale maggioritaria, la quale  ha influito negativamente sullo sviluppo del Paese, perché le divergenze politiche sono emerse proprio da una forte disgregazione sociale e politica, risalente al sistema pre-unitario, che ha portato il Paese in una maggiore divisione, addirittura con la nascita di nuove formazioni politiche, che sono state rette a titolo personale.

La legge maggioritaria è fortemente opinabile, nel nostro paese, proprio per queste ragioni, poiché non vi è  una cultura omogenea  nel pensare del Paese, dunque, rimane diviso e non riesce ad  aggregarsi in due soli partiti, è stato un grave errore pensare di volere uniformare con la legge elettorale gli elettori a due grandi partiti, infatti il paese non si è affatto uniformato ai due schieramenti, ma si è frazionato in modo ancora più evidente, in pratica è successo l’atomizzazione delle forze politiche.

Siamo convinti che il sistema elettorale, debba ritornare al proporzionale puro, con una certa aliquota di sbarramento, per permettere agli elettori di scegliere i loro rappresentanti. Questo permetterebbe alle forze politiche una propria rappresentanza, e i cittadini sarebbero tutti rappresentati in Parlamento, mentre con il maggioritario, chi perde non viene rappresentato.

Sturzo sul sistema elettorale proporzionale si era espresso favorevole, sistema elettorale poi adottato in Italia, che ha contribuito a portare il Paese tra i maggiori  Stati  industriali, anche perché  fu guidato da un grande partito come la D.C.

Occorre soffermarci su alcuni punti, che si ritengono fondamentali per lo sviluppo della democrazia.

Ancora prima di noi Sturzo aveva espresso alcune idee su questi argomenti, che ci deve porre ad una attenta riflessione ad ognuno di noi.

L’evoluzione democratica del Paese, al tempo di Sturzo era ancora bloccata, perché la partecipazione alla vita pubblica era ancora molto limitata. In effetti vi era tutta l’organizzazione dello Stato centralizzata; i parlamentari erano ancora sottomessi dalle riforme che erano state attuate da Depretis a Giolitti, e lo stesso Sturzo considerava tutto ciò come risvolto della cultura germanica di quel tempo, cioè una cultura statocentrica, quella di avere posto il concetto di  Stato-persona, modello introdotto in Italia dalla  Scuola giuridica nazionale di Vittorio Emanuele Orlando, per il quale dallo Stato a sistema piramidale, discendeva tutto l’ordinamento giuridico, al quale si uniformava tutto l’ordinamento sociale. Lo stesso Sturzo evidenziò la libertà negativa dello Stato liberale, proprio per l’intromissione della Stato negli interessi individuali. Egli evidenziò che “ il liberalismo sorse dalla concezione negativa della libertà, ma ha negato la giustizia”, cioè il bene comune come carattere distintivo del sistema democratico.

Dalla negazione della giustizia operata dai liberali, si andò delineando un socialismo che si poneva come un monopolio politico sulle masse contadine ed operaie. Sturzo già a quell’epoca evidenziò che anche il socialismo, pur avendo idee diverse dal liberalismo, si fondava su una ideologia statalista, che affidava allo Stato di salvaguardare  i principi di uguaglianza e di  giustizia. Nel liberalismo nel primo politico lo stato diventa il primo etico; nel socialismo il primo economico, stato proletario, diventa il primo etico; nell’uno e nell’altro caso lo stato diventa il tutto.

Le riflessioni di Sturzo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento,era ancora conflittuale, tra lo statocentrismo (liberale e socialista), e quello sociocentrismo cattolico, per cui si veniva a trovare nella impossibilità di trovare una soluzione a queste visioni di correnti di pensiero. Sturzo ispiratosi alle idee del Rosmini, riformulava il concetto di società che non era statico, ma dinamico, dati tutti i rapporti interpersonali, per cui Sturzo formulò l’idea che lo Stato era una particolare forma sociale, cioè lo Stato non crea un ordine ex-nihilo, ma lo Stato riconosce un ordine etico-sociale, che gli  uomini  liberamente si sono creati.

Appare evidente che sia nell’uno che nell’altro caso, (liberalismo e socialismo),  siamo nell’Impossibile attuazione della concezione democratica.

Alla luce di queste profonde riflessioni di Don Luigi Sturzo, ci siamo chiesti come mai nella fase attuale, non si possa pensare di porre in seria riflessione le attuali questioni che sono fondamentali per lo sviluppo del Paese, con uno sguardo rivolto  alla classe dirigente, che formano i partiti attuali. La riflessione a cui siamo stati portati, ha evidenziato una carenza di soggetti capaci di svolgere  con capacità lo sviluppo della politica in senso positivo, perché la mancanza dei partiti tradizionali,ha portato a fare emergere solo i gruppi di potere, con evidente allontanarsi di molte persone, che anche se animate dalla passione politica, sono stati messi in disparte, proprio perché intralciavano lo svolgimento di questi propositi ai gruppi di potere.

Nel corso di questa fase politica, i gruppi di potere che si erano inseriti all’interno delle varie formazioni politiche hanno determinato, una profonda cristallizzazione delle posizioni di potere e un certo malumore nell’elettorato. Si è venuta a creare solo confusione, corruzione e disfunzione degli organi istituzionali, a  questo malcontento hanno fatto ricorso due forze politiche, nate sull’onda della contestazione, da una parte i sovranisti e dall’altra parte i populisti, che hanno evidenziato con due movimenti le deficienze della stato creando due forze politiche che hanno acuito le diversità del paese.

Alla luce di queste divergenze politiche e del fatto che ormai mancano i partiti tradizionali, si è  pensato di formare il M.P.F.E., ( Movimento Popolare Federalista Europeo), per avere un punto di riferimento certo sul quale contare, vista la confusione che si è venuta a creare, lontano dai centri di potere.

Questo soggetto politico, affonda le sue radici nel popolarismo di Sturzo, nella visione del federalismo,  inteso come decentramento amministrativo, nella Dottrina sociale della Chiesa, dove il bene comune è principio basilare della democrazia.

Considerando l’attuale fase della politica, si evidenzia una costante incapacità della gestione della cosa pubblica, con una disfunzione delle  varie istituzioni, che hanno determinato un caos profondo ed uno scoraggiamento dei cittadini verso le stesse istituzioni, che ha avuto come riflesso l’astensione nelle competizioni elettorali. Oggi l’astensione dell’elettorato è di circa il cinquanta per cento, proprio per la inconsistenza della politica a risolvere i problemi della società, oltre al fatto che l’Italia ha un grave debito pubblico,che condiziona tutte le scelte di sviluppo del nostro paese.

In questi ultimi anni  la politica ha apportato alcune  modifiche alle istituzioni, operando in modo di accentrare in maniera più evidente, per poterle meglio gestire come controllo di potere, e cercando di attuare quella forma di Stato che abbiamo detto prima con la verticalizzazione piramidale, in sostanza si sta cercando di creare lo Stato etico di vecchia concezione dove tutto viene considerato accentrato. E’ tutto l’opposto della concezione dello Stato che hanno avuto prima Sturzo, poi De Gasperi e Moro, nella gestione degli Enti autarchici.

La questione, dunque, che emerge è quella di uno Stato in piena decadenza, dove la corruzione, la criminalità, gode di questa posizione infelice della gestione  della varia istituzioni.

La confusione è aumentata anche perché alcune forze politiche, nella fattispecie il M5S, fa la  propaganda alla democrazia diretta, al solo fine di rovesciare le istituzioni. La democrazia diretta è una falsa democrazia, che va nella direzione della postdemocrazia,dunque, verso una oligarchia con deriva autoritaria e statalista.

Il M.P.F.E. si prefigge, quindi, di operare per cercare di correggere questa visione statocentrica della Stato, e di contribuire secondo la visione della democrazia e del decentramento ad una maggiore applicazioni delle funzioni istituzionali.

Per certi aspetti siamo in un periodo storico, che in via analogica, può essere paragonato al periodo storico sopra richiamato, perché a sinistra vi è una forza politica populista  che preferisce lo statalismo, ed a destra vi sono forze politiche sovranisti che preferiscono lo statalismo, questo succede perché manca un riferimento politico espressione del cattolicesimo politico, con le tutele della dignità della persone, basato sulla dottrina sociale della chiesa, con chiara vocazione aconfessionale, popolare e interclassista, che abbia come riferimento il bene comune che costituisce un principio basilare della democrazia.

Il M.P.F.E., va inquadrato nella visione Europea, voluta dai padri fondatori, dove viene auspicata la realizzazione dell’Europa come Stati Uniti d’Europa, in modo da potere avere maggiore incidenza nelle decisioni politiche oggi dominate dalla globalizzazione, per cui pensare di volere uscire dall’Europa è solo una utopia e quindi non  è  realizzabile.

L’appartenenza dell’Italia alla NATO non è messa in discussione, come fanno alcune componenti politiche, perché non esistono queste previsioni né vi è la possibilità di poterle attuare.

Siamo consapevoli che potrebbero cambiare alcuni trattati all’interno dell’Europa, per migliorare le condizioni di vita europea e dei singoli stati, creando investimenti per potere uguagliare le diversità dei territori, in questa ottica la Questione Meridionale, va risolta con un forte investimento che possa rendere più basso il divario tra nord e sud.

In quello che si è detto, siamo consapevoli del ruolo insostituibile dei partiti e delle loro funzioni per lo svolgimento di ogni azione in Italia. Siamo, dunque, consapevoli che sono necessarie delle riforme che possano favorire il regolare svolgimento delle azioni della nostra società. Tra queste la prima riforma da proporre vi è quella di abolire i Tribunali Amministrativi, TAR e CGA, perché sono stati concepiti da una visione dello Stato  statocentrico, dove il cittadino non viene considerato  allo stesso livello davanti alla legge, per cui ci si deve affidare all’Autorità Giudiziara Ordinaria,  creando  una  sezione del Diritto amministrativo.

Le riforme sono necessarie per rendere questo Paese ancora più democratico ed attuare una maggiore giustizia sociale, al fine di garantire e tutelare la dignità  della persona, del bene comune e dei diritti umani che sono alla base dei diritti fondamentali dell’uomo.

Il M.P.F.E., si muove per attuare uno Stato, ponendo il principio della laicità dello Stato, che per il cattolicesimo politico è fondamentale perseguire, abbandonando in modo distaccato e inopinatamente lo Stato laico, perseguito da alcune forze politiche.

Una voce libera contro Mussolini

Articolo pubblicato sulle pagine de “L’Osservatore Romano” a firma di Francesco Malgeri

La documentazione archivistica relativa alla nunziatura di Francesco Borgongini Duca in Italia aveva trovato nel 2010 un primo approfondito inventario, affidato alla cura di Giovanni Castaldo e Giuseppe Lo Bianco, che riguardava gli anni 1929-1939 (L’Archivio della Nunziatura Apostolica in Italia,  i . 1929-1939 Cenni storici e Inventario , Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2010). Ora vede la luce il secondo volume, in due tomi, dell’inventario dell’Archivio della Nunziatura (L’Archivio della Nunziatura apostolica in Italia,  ii . 1939-1953. Inventario , a cura di Giovanni Castaldo, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2020, pagine xx -1703, euro 65).

Castaldo ha il merito di guidare gli studiosi nei meandri di centinaia di titoli, fascicoli, carte, offrendo ampi stralci di documenti che trasformano l’inventario nella preziosa raccolta di una documentazione di particolare interesse, offrendo indicazioni e molti spunti per far luce sugli eventi che attraversano la storia di quegli anni.

Le vicende che fanno da sfondo a questa documentazione sono ben note e qui, per ragioni di spazio, siamo costretti a scegliere limitatissimi temi. Comincerò proprio dal giornale vaticano che ci ospita.

Le carte della Nunziatura ci aiutano a ricostruire la vicenda che vide coinvolto «L’Osservatore Romano» al momento dell’entrata in guerra dell’Italia. Già nel luglio 1939 Ciano aveva segnalato al nunzio l’attenzione che da parte fascista e di Mussolini in particolare, veniva riservata al giornale.
Secondo il ministro degli Esteri, Mussolini era «fuori dalla grazia di Dio» per gli articoli di Gonella nella rubrica «Acta diurna», che giudicava ostile all’alleanza tra Italia e Germania, minacciando di non permettere più la distribuzione in Italia del quotidiano del Vaticano.

L’organo vaticano aveva assunto una linea ispirata alla ricerca di soluzioni pacifiche del conflitto: la sua autonomia di giudizio aveva provocato il 3 settembre 1939, all’indomani dell’attacco tedesco alla Polonia, l’arresto di Guido Gonella. Il 26 aprile 1940, il nunzio, ricevendo Giuseppe Bottai, ministro dell’educazione nazionale, volle chiarire che «L’Osservatore Romano» non poteva appoggiare la politica fascista e non poteva non parlare della pace. Pur convenendo con il nunzio, Bottai invitò alla prudenza: «Bisogna che facciate attenzione all’Osservatore». Nel maggio 1940, l’aggressione tedesca al Belgio aveva suscitato nel giornale vaticano una reazione molto decisa. Agli occhi del regime fascista, il quotidiano della Santa Sede rappresentava un elemento di intralcio nel quadro della preparazione all’intervento italiano. I toni dell’Osservatore e la sua cura nel fornire ai lettori una informazione corretta avevano favorito un’ampia diffusione del quotidiano, suscitando reazioni sempre più pesanti da parte fascista, sino ad arrivare, proprio nel mese di maggio, ad una vera e propria persecuzione nei confronti di chi distribuiva e di chi osava acquistare il giornale del Vaticano.

Dire dei tramiti ecclesiali e politici che seppe abilmente mantenere il nunzio in Italia è impossibile; fermiamoci al solo Alcide De Gasperi, ed anche lui colto per fugaci cenni.
Nel nuovo contesto politico postbellico uno degli interlocutori privilegiati per Borgongini Duca fu De Gasperi, ministro degli Esteri dal 1944 al 1946 e dal 1951 al 1953, e presidente del Consiglio dal 1946 al 1953. Il referendum istituzionale e i lavori della Costituente sono argomenti ricorrenti nelle conversazioni tra il nunzio e De Gasperi, che non mancò di informare circa l’orientamento del suo partito favorevole alla Repubblica. Un orientamento che, secondo De Gasperi, consentiva alla Democrazia cristiana di presentarsi alla Costituente — che prevedeva con una «netta maggioranza repubblicana» — con un ruolo propositivo «e ciò sarà un bene per la nazione».

Il 4 giugno 1946, dopo i primi risultati favorevoli alla Repubblica, De Gasperi informò il nunzio di aver incontrato Umberto ii , prospettando l’ipotesi di una partenza del re con tutta la sua famiglia. Lo stesso nunzio, il 6 giugno si recò, su invito del Papa, presso Umberto,  che definì «pallido e addolorato ma calmo», ma anche risentito e convinto che i due milioni di voti di maggioranza per la Repubblica erano, in realtà, divisi e suddivisi «in tante fazioni di partiti», giungendo ad una singolare conclusione: «Si deve concludere che chi ha vinto il referendum è la monarchia la cui massa di elettori è tutta compatta». Dal suo lato De Gasperi, che doveva tener conto delle pressioni del Consiglio dei ministri, che insisteva per una rapida proclamazione della Repubblica, illustrò al nunzio, il 13 giugno, le notevoli difficoltà incontrate di fronte alle resistenze del re e al suo tergiversare prima di accettare l’esito delle urne.

Borgongini Duca lasciò la carica di nunzio apostolico il 12 gennaio 1953, sostituito da Giuseppe Fietta. Creato cardinale da Pio xii , morì a Roma il 4 ottobre 1954.

Nuove rivelazioni su Piazza Fontana. Ma quello che si sapeva basta e avanza.

È comprensibile che ogni desecretazione, parziale, totale, semiparziale, ecc. ecc., faccia pensare al tassello mancante per una difficile, difficilissima verità. Però insieme alla desecretazione (la Cia, etc.; ti pareva…) bisogna continuare a considerare quello che non è secretato perché ormai è innegabile, da tempo.

Nel 2019 ci sono stati due anniversari ‘pesanti’: i 30 anni del Muro di Berlino e i 50 anni di Piazza Fontana. Per quest’ultimo i media hanno avuto molte iniziative documentaristiche. In editoria, poi, è aumentata la letteratura su questa vicenda.

L’11 Febbraio scorso la Procura Generale di Bologna ha chiuso l’inchiesta sui mandanti della Strage di Bologna del 1980, indicando tra i mandanti il Prefetto Umberto Federico D’Amato in persona (non ha delegato qualcuno, voglio dire che si è impegnato lui). Circa il 12 Dicembre la tesi (una delle tesi, che sono molte e svariate e tutte attorcigliate) che si volessero/non si volessero fare i morti è nota notissima.

Si fa il paragone con gli attentati a Roma dello stesso giorno: all’Altare della Patria ci fu solo lo scoppio, ma presso la Banca Nazionale del Lavoro ci furono quattordici feriti. Proprio petardi, evidentemente, non erano e non si volevano tirare. Neanche a Bologna l’ineffabile Umberto Federico D’Amato, il gran capo dell’UAR – Ufficio Affari Riservati del Viminale nel 1969, e appunto rimosso da Taviani nel 1974, due giorni dopo la Strage di Piazza della Loggia, a Brescia, 28 Maggio, 8 morti e 102 feriti, voleva fare dei morti?
Nelle indagini per la Strage di Piazza della Loggia ci finisce anche il Generale dei Carabinieri Francesco Delfino, insieme al mandante Carlo Maria Maggi. Delfino: che la gente conosce in TV perché coinvolto in uno strano tentativo di estorsione verso i Soffiantini (rapimento Soffiantini).

Per Piazza della Loggia il Generale Delfino è stato assolto per non aver commesso il fatto nel 2012; la sentenza è diventata definitiva. Ma nel 2001 per il caso Soffiantini (ricatto) è stato condannato in via definitiva. Andato in congedo come generale di divisione, in sede disciplinare – poi – è stato ridotto a soldato semplice.

Non si se D’Amato (Ministro era Restivo) avesse o meno un’idea di cosa sarebbe successo/doveva succedere/era successo la sera del 12 Dicembre a Piazza Fontana, con quelle valigie tedesche acquistate da Franco Freda in un negozio di Padova poco tempo prima (accertato).
A Maria Grazia Pradella, che oggi si occupa dell’indagine sulla Caserma dei Carabinieri, di Piacenza, nell’Aprile del 1995 fu affidata una nuova inchiesta sulla strage di Piazza Fontana. Di lì a poco divenne il pg più scortato d’Italia per le incessanti minacce di morte. In una intervista a “Famiglia Cristiana” del 7 Maggio del 2000 dice al settimanale dei Paolini: «Fu sicuramente una strage di Stato, perché si volevano eliminare i cardini fondamentali della democrazia e perché erano coinvolti elementi che a questo Stato appartenevano e che lo hanno tradito. Il mio stato d’animo è molto sereno, ma duro nei confronti di chi si è reso responsabile del tradimento».

Meno diretti ma altrettanto allusivi sono stati due Presidenti della Repubblica, Napolitano e Mattarella, mentre incontravano Licia Rognini, vedova Pinelli, e Gemma Capra, vedova Calabresi.
Il primo magistrato a mettere piede nel cortile della Questura di Milano fu Gerardp D’Ambrosio anni dopo, indagava sulla caduta di Giuseppe ‘Pino’ Pinelli (si sentì in obbligo di scusarsi con la vedova dell’anarchico: ‘purtroppo signora solo ora siamo ora a verificare queste cose’).

Ma Silvano Russomanno, braccio destro del Prefetto D’Amato (Russomanno verrà successivamente condannato per il famoso doppio archivio sull’Appia), il 13 Dicembre 1969 con una propria squadra era già a Milano a ‘prendere possesso’ della Questura. Gli fu piazzata una scrivania nella stanza del Dott. Antonino Allegra, capo dell’Ufficio Politico della Questura (che fra gli altri annoverava il ‘lasciato solo dallo Stato’ Luigi Calabresi). Il Questore era Marcello Guida, già direttore del Carcere di Ventotene (Pertini fu un ospite di Guida).

Come Russomanno (già SS italiane, visto che decise di rimanere con Salò e non finire prigioniero militare in Germania) ha più volte detto – ma non andando oltre davanti a nessun magistrato -, la squadra venuta dal Viminale ‘diresse’ in quei giorni in Questura tutto quello che c’era da dirigere. Finché non si fu sicuri che la pista anarchica fosse ben imbastita ed apparisse incontrovertibile. Ma come nel caso Kennedy, non tutte le ciambelle riescono col buco. In quel caso la vicenda che filava liscia su Lee Harvey Oswald (e si sarebbe chiusa sul pazzo sparatore) fu ‘rovinata’ dalle pistolettate di Jack Ruby, tenutario di un semibordello, che gli tappò la bocca (e quando anni dopo la voleva aprire lui, in una notte ‘si sentì male’ e morì in carcere; vedi intervista di Bisiach al medico del carcere).

Nel caso di Piazza Fontana, l’incidente Pinelli non ci voleva (non fu buttato; né si buttò al grido “È la fine dell’anarchia!”, come disse in fretta e furia quella notte il Questore Guida, con una faccia da chi ha del potere e non può che essere creduto d’ufficio).
Ma questo è solo un antipasto.

Roma e Torino, 1 o 7 candidati?

Seppur sommersi, purtroppo, da un ritorno devastante della pandemia che colpisce  orizzontalmente tutto il paese, la politica sta riproponendo uno spettacolo antico se non  addirittura a volte un po’ grottesco. E la vicenda del rinnovo dell’amministrazione  capitolina, come quella del capoluogo torinese, offrono una chiave di lettura alquanto  anacronistica e singolare.  

Dunque, accanto all’ennesimo ricorso alle primarie individuate pilatescamente come la  soluzione dogmatica di tutti i problemi, noi assistiamo anche ad una strana procedura per  la scelta del candidato a Sindaco in una grande città come Roma. Per non parlare del  capoluogo torinese. E questo lo dico per una ragione semplice, anzi addirittura  semplicissima. E cioè, se il dato politico centrale è quello di ridare vigore, slancio,  prospettiva ad una grande città dopo essere stata governata all’insegna della grigia ed  incolore ordinaria amministrazione – per usare un eufemismo – è giocoforza che chi vuole  ricostruire una alternativa politica e programmatica non può non partire anche da chi deve  incarnare quel progetto e quella visione di cambiamento e di profonda inversione di rotta.  Se, per arrivare al nocciolo, c’è un candidato che potrebbe incarnare quella prospettiva ed  incrociare quella domanda di profondo cambiamento, ma per quale motivo misterioso  quella candidatura, se è largamente condivisa come ovvio, deve essere accompagnata da  uno stuolo di altri candidati – tutti rispettabili, per carità – ma che hanno come unico  obiettivo quello di indebolire la miglior carta vincente?  

Un tempo era la cosiddetta politica, cioè la qualità, il coraggio e l’autorevolezza dei gruppi  dirigenti di un partito, a sciogliere il nodo di fondo – cioè la selezione della classe dirigente  politica ed amministrativa – senza ricorrere a stratagemmi organizzativistici e senza  nascondersi dietro astruse e sempre più ridicole liturgie regolamentari. Perchè il continuo  confronto politico e mediatico tra un candidato – per svariati motivi ritenuto il più  competitivo nella corsa amministrativa – e altri 5 o 6 o 7 altri candidati non solo indebolisce  il campo politico che somma tutte queste candidature ma, addirittura, rischia di rafforzare i  competitor che, su questo terreno, sono meno farraginosi e più scaltri.  

Ecco perchè quando si parla, o si strapparla, di primarie come dogma a cui tutti devono  continuare ad inchinarsi per risolvere i nodi che si devono sciogliere invece in sede politica  – semprechè la politica esista ancora – si rischia solo di creare ulteriore confusione.  

Ma, comunque sia, siamo fiduciosi che, ad un certo punto, prevarranno il buonsenso e  soprattutto la professionalità politica dei gruppi dirigenti dei partiti. Di quelli che rimangono,  come ovvio.  

Le elezioni americane secondo Pechino

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista “Atlante” di Treccani a firma di Barbara Onnis

Le elezioni americane sono, da sempre, uno degli eventi internazionali maggiormente oggetto di osservazione e di dibattito a Zhongnanhai (sede del Partito comunista e del governo della Repubblica Popolare Cinese, RPC). Per quanto le relazioni sino-americane non siano mai assurte al rango di “partnership strategica”, costituiscono innegabilmente una delle priorità (forse la priorità) della politica estera cinese, al di là dell’andamento altalenante che le caratterizza, fin dall’avvio di relazioni diplomatiche ufficiali, nel gennaio 1979. Gli Stati Uniti rappresentano, infatti, una variabile determinante per molti capitoli dell’agenda politica, sia interna sia esterna, di Pechino (diritti umani, TaiwanMar Cinese Meridionale, tanto per citarne alcuni). Ben si comprende, pertanto, l’attenzione riposta dalla leadership di Pechino ai due candidati che si confrontano per le imminenti elezioni americane, in un periodo in cui le relazioni tra le due parti hanno raggiunto i “minimi storici”, complice la pandemia da Covid-19, che si è inserita in un contesto già stressato da una guerra commerciale che va avanti dal 2018, e che ha portato alcuni osservatori a parlare di un clima da “guerra fredda”. «Il confronto sta diventando conflitto e può finire in un esito disastroso per l’umanità», ammoniva Henry Kissinger – segretario di Stato americano fra il 1973 e il 1976, durante le presidenze di Richard Nixon e Gerald Ford, fautore dell’avvicinamento sino-americano e grande conoscitore e amico della Cina popolare – lo scorso mese di novembre, in un discorso tenuto a Pechino, e rivolto ad entrambe le amministrazioni.

Dietro un clima di calma apparente, c’è un acceso dibattito in corso all’interno dell’establishment della politica estera cinese su quale tra i due candidati possa rappresentare il classico “male minore” per la RPC. Sia Donald Trump che John Biden hanno, infatti, definito la Cina una minaccia centrale per gli interessi degli Stati Uniti, al di là delle connessioni personali di entrambi con il leader cinese Xi Jinping, delle quali si sono spesso vantati in passato, per poi prenderne le distanze via via che la pandemia rivelava tutta la sua gravità, ed emergevano le responsabilità di Pechino relativamente alle omissioni iniziali sul virus, prospettando tempi duri per il governo comunista cinese. Ciò detto, laddove la retorica trumpiana è ben nota a Pechino, quella di Biden è oggetto di maggiore riflessione. Per quanto la campagna di quest’ultimo sia percepita, anche in Cina, come un’offerta agli elettori americani di un “ritorno alla normalità”, questo stesso ritorno non si prospetta tale nell’ambito delle relazioni con la RPC; in altre parole, è probabile che Pechino si aspetti cambiamenti nello stile, ma non nella sostanza della politica statunitense nei prossimi quattro anni.

Non a caso, a dispetto di quanto va affermando il presidente Trump, secondo il quale Pechino starebbe facendo il tifo per Biden per continuare ad affossare l’economia statunitense attraverso pratiche commerciali scorrette, le posizioni in Cina sono assai meno nette. Al contrario, alcuni studiosi riportano come molti cinesi comuni auspichino una vittoria di Trump, in quanto funzionale alla continua ascesa del loro Paese. Come è noto, la Cina punta, nel lungo periodo, a sostituirsi agli Stati Uniti nel ruolo di superpotenza egemone a livello globale e ambisce a rifondare l’ordine mondiale – lo stesso nei confronti del quale Trump è andato mostrando una crescente insofferenza – secondo caratteristiche proprie (le cosiddette “caratteristiche cinesi”, zhongguo tese). Le scelte dell’amministrazione Trump hanno, infatti, contribuito a minare il sistema di alleanze di Washington, in Occidente come in Oriente, dando agli alleati l’impressione che gli Stati Uniti non siano più una potenza responsabile e affidabile, rafforzando al contempo lo spirito di coesione dei cinesi e dando alla Cina la possibilità di guadagnare terreno, come rivelato dai discorsi pronunciati da Xi Jinping in diversi consessi, a partire dal World Economic Forum di Davos, nel gennaio del 2017, che hanno ricevuto il plauso della comunità internazionale. Una conferma della preferenza di Pechino per Trump risiederebbe, secondo alcuni osservatori, nel rispetto della tregua commerciale siglata il 15 gennaio 2020 – l’accordo sulla cosiddetta “Fase uno”.

Il fatto che la Cina stia cercando di sostenere l’accordo con gli Stati Uniti, con l’acquisto di soia e cereali, sarebbe una chiara dimostrazione dell’interesse a sostenere Trump; l’impegno cinese è assai significativo per il presidente degli Stati Uniti, in termini di risultati da esibire nei confronti degli agricoltori americani, duramente colpiti dalla guerra commerciale, che rappresentano un segmento elettorale fondamentale. Paradossalmente, secondo un articolo di Cnn Business dell’agosto scorso, pur essendo il commercio la causa principale degli attriti tra i due Paesi negli ultimi anni, di fatto è l’unica cosa che funziona nel rapporto bilaterale. Viceversa, una nuova amministrazione democratica potrebbe lavorare nel tentativo di ripristinare una politica estera “tradizionale” in grado di riportare gli Stati Uniti al loro ruolo di guida della comunità internazionale e di difensore del sistema internazionale, il che rende Joe Biden un candidato meno desiderabile per Pechino.

La maggioranza degli americani non vuole cancellare l’Obamacare

Secondo un nuovo sondaggio della Kaiser Family Foundation, la maggioranza degli americani non vuole che la Corte Suprema rovesci le protezioni della riforma sanitaria nota come “Obamacare” per le persone con condizioni preesistenti.

Anche tra i repubblicani, il 66 per cento degli intervistati ha dichiarato di non voler vedere rovesciate le protezioni per le condizioni preesistenti. Nel complesso, il sondaggio ha mostrato che il 79 per cento del pubblico non vuole che la corte annulli le protezioni di copertura per gli americani con condizioni preesistenti.

Anche se solo il 58 per cento degli intervistati ha detto di volere che il tribunale mantenga la legge sulla salute nella sua interezza, con un grande divario di parte tra democratici e repubblicani.

 

Con il balzo dei prezzi del cibo (+5%) avanza la fame

Spinti dall’emergenza coronavirus i prezzi mondiali dei prodotti alimentari raggiungono il valore massimo da inizio pandemia per effetto di quattro rincari mensili consecutivi che riducono le possibilità di acquisto e fanno sprofondare nella fame nuove fasce della popolazione. E’ quanto emerge da una analisi di Coldiretti sulla base dei dati Fao che rilevano un rincaro del 5% del prezzo del cibo nel mondo a settembre 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

La “bolletta alimentare globale” ha raggiunto il valore record degli ultimi sette mesi, da quando è esplosa la pandemia, per effetto soprattutto dei prezzi dei cereali come grano e mais che – evidenzia la Coldiretti – hanno fatto segnare aumenti del 13,6% nell’ultimo anno. Anche le quotazioni internazionali del mais rincarano ma sotto pressione al rialzo sono anche – precisa la Coldiretti – i prezzi mondiali del burro e dei formaggi e anche le quotazioni della carne di pollo.

Con l’avanzare della pandemia la disponibilità delle produzioni agricole è diventata strategica – continua la Coldiretti – per la necessità di garantire le forniture alimentari alla popolazione che ha portato in qualche caso a limiti all’export imposti dai paesi produttori per difendere le proprie riserve di cibo. Una preoccupazione che – precisa la Coldiretti –per esempio nei giorni più bui del lockdown ha spinto molti Paesi ad adottare misure protezionistiche con corsa agli accaparramenti e guerre commerciali che hanno alimentato tensioni e nuove povertà. Nel mondo – sottolinea la Coldiretti – si stima che quasi 690 milioni di persone abbiano sofferto la fame nel 2019 ma il numero è destinato a crescere per effetto dell’emergenza coronavirus che ha sconvolto i sistemi economici e cancellato milioni di posti di lavoro. La pandemia di Covid-19 potrebbe far sprofondare nella fame cronica ulteriori 130 milioni di persone entro la fine del 2020 con la mancanza di cibo che colpisce nuove fasce della popolazione sia nei paesi ricchi che in quelli meno sviluppati secondo l’analisi della Coldiretti sulla base del Rapporto Annuale delle Nazioni Unite.

L’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che in uno scenario di questo tipo “l’Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, ne potrà trarre certamente beneficio ma occorre invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale”.

L’Italia – evidenzia la Coldiretti – è il primo produttore UE di riso, grano duro e vino e di molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e pere fresche, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne. Il Belpaese è poi autosufficiente per quanto riguarda la produzione di carni avicole con oltre 1,3 milioni di tonnellate e di uova con quasi 13 miliardi pezzi, ma resta in deficit su alimenti base come carne, latte e cereali.

“Ci sono le condizioni per rispondere alle domanda dei consumatori ed investire sull’agricoltura nazionale che è in grado di offrire produzione di qualità realizzando rapporti di filiera virtuosi con accordi che – precisa Prandini – valorizzino i primati del Made in Italy e garantiscano la sostenibilità della produzione in Italia con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi sostenuti”. Anche perché oggi in Italia gli agricoltori devono vendere ben 5 chili di grano tenero per potersi pagare un caffè e per questo nell’ultimo decennio – conclude la Coldiretti – è scomparso un campo di grano su cinque con la perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati ed effetti dirompenti sull’economia, sull’occupazione e sull’ambiente.

20 milioni di euro per gli spostamenti casa-scuola

Venti milioni di euro – suddivisi equamente tra il 2020 e il 2021 – per la promozione del trasporto scolastico su mezzi di trasporto ibridi o elettrici, in alternativa all’autovettura privata per gli spostamenti casa-scuola. Li prevede il decreto del ministro dell’Ambiente, approvato ieri nella seduta straordinaria della Conferenza Stato-città e autonomie locali.

Il provvedimento del ministero dell’Ambiente, sentiti i ministeri dell’Istruzione e dell’Economia e la Conferenza Stato-città e autonomie locali, regolamenta le modalità di presentazione delle domande e delle spese ammissibili per il finanziamento di progetti sperimentali per la realizzazione o l’implementazione di un servizio di trasporto scolastico sostenibile. I progetti potranno essere presentati dai Comuni con popolazione superiore a 50 mila abitanti interessati dalle procedure di infrazione comunitaria per PM10 e N02 in materia di qualità dell’aria.

Il ministero nominerà una Commissione per la valutazione dei progetti e l’approvazione della graduatoria. Una prima quota di finanziamento sarà data come anticipazione, il resto a saldo. E’ previsto un monitoraggio del programma.

“Ho sempre sostenuto – afferma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – che la mobilità sostenibile vada incentivata, tanto più in questo periodo delicato dal punto di vista sanitario: è fondamentale tutelare la salute dei cittadini italiani, partendo da quella dei più giovani. Questo decreto attuativo della legge clima, che segue quello sulla riforestazione urbana approvato recentemente, va in questa direzione. Perché vivere in città dall’aria più pulita tutela tutti noi e tutela l’ambiente”.

Covid: ” Il vaccino sarà disponibile, se tutto va bene, in primavera”.

“Vaccino in novembre? Attenzione, dipende da cosa si intende. Se che per fine novembre un vaccino possa, con procedure di emergenza, essere registrato, allora molto probabilmente sì. Se che a novembre saremo vaccinati e quindi tutto tornerà alla normalità, ovviamente no. Se anche, come sembra, ci sarà la registrazione, poi dovrà iniziare la produzione, la distribuzione, la scelta dei primi gruppi da vaccinare. Il vaccino sarà disponibile, se tutto va bene, in primavera”. Ci tiene a precisarlo Antonella Viola, immunologa dell’università di Padova, dopo l’annuncio di Pfizer c

“Gli studi clinici stanno analizzando l’efficacia del vaccino nel ridurre il numero di sintomatici – spiega – Ma poiché solo una piccola parte dei sintomatici sviluppa una forma grave o muore, non sapremo se il vaccino è efficace anche in questi casi. Servirebbe molto più tempo per analizzare questo aspetto, che però è fondamentale. Così come non sapremo quanto è efficace nelle persone molto anziane, perché pochi sono stati reclutati negli studi di fase 3. Inoltre, al momento non ci sono studi sui bambini, quindi il vaccino non sarà a disposizione per i più giovani. Infine, non sapremo quanto durerà la protezione. Quindi – raccomanda Viola – per il momento dobbiamo concentrarci sul rispetto delle regole (noi) e su misure attive di contenimento (Stato e Regioni)”.

La difficoltà dell’essere eredi…

C’è un tema che, nel passaggio dalla stagione dei grandi leader e dei raffinati statisti a  quella dei parvenu della politica e dei leader per caso, merita di essere approfondito ed  indagato. E cioè, la difficoltà, se non l’impossibilità, di essere eredi di quei grandi leader.  Certo, lo sappiamo tutti. Ogni leader e ciascun statista non è affatto replicabile. O per  l’intelligenza che li ha contraddistinti negli anni o, il più delle volte, per la personalità che  hanno sprigionato durante il loro magistero pubblico, politico ed istituzionale.  

Ora, per fermarsi ai soli grandi leader della Democrazia Cristiana, è indubbio che al loro  nobile magistero si ispirano politici, amministratori e uomini di cultura che sono però  impegnati su fronti avversi se non alternativi nella società. È appena sufficiente guardare  l’esperienza concreta della “sinistra sociale” e della “sinistra politica” della Democrazia  Cristiana dopo la scomparsa dei suoi principali protagonisti politici e dopo la stessa fine  della Dc. Ci troviamo di fronte ad una situazione dove, senza rinnegare affatto il magistero  di quei leader e dichiarando di proseguirlo, ci sono animatori e protagonisti di quella storia  collocati su fronti opposti della politica della cosiddetta seconda repubblica. Chi teorizza la  necessità di militare convintamente nel centro destra e chi, in alternativa, sostiene la  necessità – sempre in virtù della coerenza con il proprio passato – di rifondare un nuovo e  rinnovato centro sinistra. E qui parliamo delle esperienze che nella Dc si sono sempre  contraddistinte per la loro serietà e coerenza politica e, soprattutto, per la raffinatezza  culturale dei loro protagonisti. Altro discorso riguarda, senza alcuna polemica, le  componenti Dorotee e della destra conservatrice e moderata di quel glorioso ed  importante partito. Ma lo stesso divario e la stessa contraddizione coinvolgono altre  esperienze politiche, come quella della sinistra italiana. Dal Pci al Psi ai gruppi della  sinistra extraparlamentare dove non mancavano anche lì, come ovvio, i leader e alcuni  statisti. E dove la collocazione postuma dei cosiddetti eredi – almeno di tutti coloro che  continuano, legittimamente, a rifarsi ai padri fondatori di quella corrente o di quel partito – è  quasi alternativa.  

Ora, senza fare nessun processo alle intenzioni e senza entrare nel merito della  collocazione dei singoli esperenti o leader contemporanei, è indubbio che l’eredità politica,  culturale e forse anche programmatica del passato ha gemmato una pluralità di opzioni  politiche e di presenza politica nei vari partiti contemporanei. O meglio, nei vari cartelli  elettorali. E questo può anche essere un bene visto la profonda trasformazione della  società italiana e, di conseguenza, dei suoi attori politici. 

Resta, in ultimo, una sola domanda. Al di là delle molte considerazioni di ordine politico e  personale che si potrebbero fare. Ovvero, è ancora possibile rifarsi al magistero politico,  culturale, sociale e di governo dei grandi leader della prima repubblica – espressione, al  contempo, delle grandi tradizioni storiche ed ideali del nostro paese – senza entrare in  contraddizione? Io credo di sì. Ad una condizione, però. Nessuno può o potrà ergersi ad  essere l’erede unico. Non lo consente la storia, non lo ammette la politica e, soprattutto,  sarebbe incompatibile con la stessa onestà intellettuale. 

Brexit: prepariamoci al no deal.

Il tempo per definire le future relazioni tra i ventisette e Londra è ormai poco: dal 1° gennaio prossimo il Regno Unito sarà un “Paese terzo”. Ma restano molti aspetti da definire in questo “divorzio” deciso dagli inglesi: i diritti dei cittadini, la protezione della pace in Irlanda, il mercato interno, la governance e i diritti di pesca.

Non sembra che però si possa arrivare ad un accordo soddisfacente. E anche se il Consiglio invita il capo negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, “a proseguire i negoziati nelle prossime settimane e chiede al Regno Unito di compiere i passi necessari per rendere possibile un accordo” le parole del Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron dicono chiaramente “No all’accordo ad ogni costo, siamo pronti al no deal”.

Ma gli inglesi fanno, ancora la voce dura, chiedendo all’Europa di ammorbidirsi, pur se, da una analisi il prezzo da pagare per un eventuale No Deal è destinato a raggiungere a lungo termine un meno 8% del Pil nel Regno, pari a 160 miliardi di sterline o a 2.400 sterline pro capite. Stime nettamente superiori a quelle dell’impatto della pandemia di Covid-19 sul Paese che, stando alle previsioni della Bank of England, si fermano a un meno 1,7% del Pil nel 2022, dopo un presumibile rimbalzo positivo parziale.

 

Case a 1 euro per lo smart working

Sono diversi i comuni che si stanno attivando per attrarre il turismo di lungo termine e, magari, anche nuovi abitanti.

Una strategia utilizzata da diverse amministrazioni del nostro Paese è quella di regalare al prezzo simbolico di un euro abitazioni che sarebbero destinate all’abbandono. Si tratta non solo di case, ma anche villaggi, bed and breakfast o alberghi da trasformare in residenze di lungo termine per gli smartworkers.

A Otranto, per esempio, nel mese di ottobre è stata promossa la campagna “smart working Otranto” per invitare gli italiani e gli stranieri a spostarsi nel cuore del Salento e lavorare fronte mare. Un altro esempio arriva dal Comune di Santa Fiora sul Monte Amiata, in provincia di Grosseto, che ha lanciato il progetto “Santa Fiora smart village”, un bando da 30mila euro per coprire il 50% dell’affitto di chi desidera vivere nel comune toscano lavorando da remoto.

 

Strategia nazionale per le competenze digitali, in corso la consultazione pubblica

Partita la consultazione pubblica online sull’attuazione della Strategia nazionale per le competenze digitali, l’iniziativa del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nata nell’ambito di Repubblica Digitale, per contrastare il digital divide culturale tra le diverse aree del territorio nazionale, stimolare una maggiore inclusione digitale e favorire l’educazione sulle tecnologie che sono cruciali per il futuro sociale ed economico del nostro Paese.

La Strategia, approvata a luglio, è stata elaborata con un approccio a più fasi che ha riunito intorno allo stesso tavolo un Comitato Tecnico Guida composto da Ministeri, Regioni, Province, Comuni, Università, enti pubblici di ricerca, imprese, professionisti, Rai, associazioni e varie articolazioni del settore pubblico. Nell’ambito di Repubblica Digitale è stata costituita anche la Coalizione Nazionale per le competenze digitali, con oltre 140 iniziative promosse da più di 130 organizzazioni.

Coerentemente con lo spirito collaborativo che caratterizza l’iniziativa, viene avviata sulla piattaforma ParteciPa una consultazione aperta a tutti i cittadini per raccogliere indicazioni utili per la prima stesura del Piano Operativo e, successivamente, per la sua evoluzione e per l’aggiornamento periodico della Strategia. Quest’ultima – insieme al Piano Operativo correlato – sarà infatti sottoposta a una prima verifica da parte del Comitato Tecnico Guida, sulla base dell’analisi dei dati e delle esperienze relative al 2020 e conseguentemente aggiornata, per poi seguire un percorso annuale di verifica e revisione.

L’iniziativa è stata lanciata con un webinar il 15 ottobreallo scopo di presentare nel dettaglio gli assi di intervento previsti dalla Strategia nazionale per le competenze digitali e far conoscere la piattaforma attraverso cui contribuire concretamente al progetto. Per una vera inclusione digitale che non lasci indietro nessuno.

Oms: “Senza misure, entro gennaio 5 volte più morti di aprile”

Le proiezioni sulla corsa del virus in Europa che arrivano da modelli epidemiologici “affidabili non sono ottimistiche. Questi modelli indicano che politiche rilassate prolungate potrebbero spingere, entro gennaio 2021, la mortalità giornaliera a livelli da 4 a 5 volte superiori a quanto registrato ad aprile”.

L’allarme arriva dal direttore della Regione europea dell’Organizzazione mondiale della sanità Hans Kluge, che però aggiunge: “Gli stessi modelli mostrano che misure semplici come, ad esempio, indossare mascherine in modo sistematico (ad un tasso del 95%, contro meno del 60% che vediamo oggi) insieme allo stretto controllo degli assembramenti, sia in spazi pubblici che privati, può salvare fino a 281.000 vite entro il 1 febbraio nei nostri 53 Stati membri”.

L’attacco della Cirinnà e la prudenza di Calenda: comunque la nave deve salpare.

Sulle primarie, a Roma, si gioca una partita cruciale. Da giorni Calenda scalda i muscoli a bordo campo, senza atteggiarsi a giocatore capriccioso che brandisce inopinatamente il rifiuto di alcune regole del gioco. Non vuole apparire, come ha confessato a Francesco Merlo su Repubblica, né instabile e né buonista. Di rimando l’offensiva diplomatica di Zingaretti continua a girare attorno all’accoglimento di un metodo d’investitura, quello appunto delle consultazioni nei gazebo, che preclude lo spazio alle forzature più o meno mediatiche  Piccoli segnali di apertura sembrano avvicinare le rispettive posizioni. Gli ottimisti ritengono infatti che Calenda sia pronto a mitigare il rifiuto finora opposto, dato che considera (o considerava) le primarie alla stregua di un diversivo, se non di una trappola.

In questo quadro s’inserisce il rilancio di Monica Cirinnà (“Caro Calenda, se vuoi Roma sfidiamoci alle primarie”) che trova oggi ospitalità sulle colonne del “Domani” di De Benedetti. È una sfida al ‘neoliberismo’, generatore di ineguaglianze e distorsioni sociali, economiche e culturali; una sfida che mette in risalto lo sforzo di una sinistra libera e creativa, specie sul versante dell’ecologia, nel farsi alternativa al modello delle privatizzazioni, dell’efficienza a colpi di tagli ai servizi, e quindi della modernità incomprensiva dei bisogni popolari. “Chiamiamo le cittadine e i cittadini – dice la Senatrice che ha legato il suo nome alla riforma del diritto di famiglia mediante la regolarizzazione delle Unioni civili -, le associazioni, il mondo del volontariato, le organizzazioni sindacali e professionali, la presenza sociale della chiesa nelle parrocchie e sui territori a decidere tra due punti di vista oggettivamente diversi”. Ora se questa è la sinistra, con il suo sprint riformatore antiliberista, va da sé che l’immagine del contendente principale, anzi del più accreditato vincitore delle ipotetiche consultazioni, finisca per essere fatalmente schiacciata a destra: le si applica, in sostanza, la maschera di un aggiornato conservatorismo modernizzatore sulla falsariga di quello adottato negli anni’80 del secolo scorso dalla Thatcher o da Reagan.

Allora, ciò che sopra abbiamo definito ‘rilancio’ nasce e si propone nel segno di una certa spontaneità e autonomia individuale, secondo il tratto distintivo dell’operato politico della Cirinnà, oppure si configura nei termini di una  resistenza, persino involontaria, del gruppo dirigente zingarettiano? Ovviamente non è facile rispondere a un quesito che sconta la sfrontatezza e la vacuità di tanta politica odierna. In ogni caso, il macigno dell’incertezza pesa per intero sulle spalle di Calenda. È intuibile la sua difficoltà. Da un lato, sottrarsi al confronto non può; dall’altro, nemmeno può assecondare l’identitarismo della sinistra, con quel che segue sotto l’aspetto della cosiddetta vocazione all’egemonia. Certamente a lui non conviene apparire troppo invischiato nelle vicende interne al Pd. Al contrario, più dimostra di essere se stesso, senza complessi d’inferiorità o premure reverenziali verso sinistra, più rafforza il suo profilo di leader. Ormai Calenda è il vero candidato a Sindaco di Roma, talché l’indugio o il rinvio non corrispondono al criterio di una efficace, seppur  equilibrata azione politica. 

La nave deve salpare.

In un covo di covid

Siamo come avviluppati in una storia senza fine, di cui conserviamo la pallida memoria dell’inizio mentre non disponiamo di alcuna certezza circa la parola fine: eppure da quando il mondo è stato inondato dalla pandemia abbiamo letto e ascoltato altalenanti analisi e incerte profezie.

Sembra che la voglia di esprimersi, a torto o a ragione, che fa parte della natura umana ma in questa vicenda ha assunto toni parossistici, abbia superato di gran lunga la ragionevolezza della riflessione e il senso della misura nel rispetto delle regole. Molto tempo è trascorso addebitando colpe e scrivendo monografie infinite sul controllo di tutte le potenziali azioni umane: abbiamo vissuto la stagione delle chiusure, poi quella delle aperture, esprimendo l’incertezza antropologica di una umanità disorientata e impreparata. Perdendo il senso del normale, del logico, del lecito e del peggio.

Ne abbiamo sentito di tutti i colori e non solo dal metaforico “uomo della strada”, epifenomeno di una specie umana oscillante tra negazionismo e ‘cupio dissolvi’: dal “poco più di una influenza”, al bere candeggina come antidoto, all’immunità di gregge, all’invito ai vicini di casa (che poi è la rappresentazione simbolica del tutti contro tutti) a compiere gesti di delazione nel nuovo gioco di quartiere, la caccia all’untore. Eppure conciliare lavoro (quando c’è) e figli a casa, ci ha messi a dura prova, fino al tollerabile.

Alla fine siamo diventati più cattivi e diffidenti, dopo aver pagato lo scotto della fiducia e del ‘ce la faremo’.

Qualcuno dice che siamo stati bravi come popolo e ben guidati: rabbrividisco al pensiero di certi dissennati comportamenti sociali, delle movide libere, dei forzati dello spritz delle notti folli, delle spiagge affollate, dei bonus vacanze e della diffusione dei monopattini come antidoto agli assembramenti ma ho ben presenti le “grida” governative di DPCM reiterati e sovrapposti fino alla contraddizione in termini, vere monografie autoreferenziali sulla preponderanza asfissiante della burocrazia più miniaturizzata e inapplicabile.

Spostandoci in auto a volte per ragioni di umanissima necessità abbiamo temuto tutti il controllo della pattuglia stradale e delle multe elevate per comportamenti che di fronte al più truce militare nessuno avrebbe saputo spiegare, neppure con ragioni invece limpidamente evidenti in tempo di pace sociale.

Qualcuno ha misurato la portata emotiva e psicologica del Covid 19: si parla di un 63% di persone affette da disturbi mentali, che si aggiungono ai contagiati, agli asintomatici, ai morti e ai feriti lasciati sul campo.

Abbiamo tenuto le scuole chiuse da febbraio a fine giugno e in quel periodo tutti, a cominciare dal Ministro P.I elogiavano la didattica a distanza: ora che le scuole sono state riaperte lo stesso Ministro aborrisce la DAD e la rinnega. Forse avendo scoperto che il 30% delle famiglie del Sud non hanno un PC in casa, molti hanno recuperato le ragioni pedagogiche delle lezioni in presenza. Ma in quei mesi di chiusura qualcuno ha pensato ad ordinare i banchi, a mettere a posto i locali fatiscenti , gli edifici non a norma, a ordinare presìdi sanitari a marchio UE, a regolamentare l’assunzione di personale docente, a prevedere tempi e modi della riapertura?  Pudicamente nessuno ha citato il ritorno dell’educazione civica eppure un minimo di pedagogia sociale e di invito al civismo – anche applicato a e stesso- avrebbero giovato alla scuola e al Paese.

Disponiamo della migliore sanità, dei medici e degli infermieri più preparati, professionisti che si sono immolati sull’altare dell’insipienza altrui, di immunologi e virologi di fama mondiale ma le pastoie burocratiche dei tavoli di concertazione e le primazie della politica hanno finito per creare confusione curando i corollari e perdendo di vista i fondamentali. Ora, solo ora, qualcuno si è accorto che molti alunni delle scuole secondarie utilizzano un mezzo pubblico di trasporto per recarsi a scuola: possibile che nessuno, tra Ministri plenipotenziari e burocrati figli dello spoil system ci abbia pensato prima? Ognuno ha pontificato sul da farsi, senza alcuna umiltà e spirito di collaborazione: se c’era una cosa da dimostrare in politica era che quando un Paese è in crisi epidemica ed economica con risvolti drammatici, ci si compatta in nome del bene comune. Il Presidente Mattarella ce lo ricorda ogni giorno.

Quanto al popolo occorre essere onesti, oltre le più retoriche dietrologie: in moltissimi hanno rispettato le regole mentre nello stesso tempo altrettanti le eludevano. Ma il buonismo acchiappavoti ha fatto fare più retromarce che progressi, più digressioni che coraggiose decisioni, eppure gli scienziati non hanno taciuto ma hanno finito per essere soverchiati dal populismo tout-court: al primo accenno di un miglioramento generale dopo una cura da cavallo che ci ha inebetiti e portati tutti a genufletterci al confessionale laico del giudizio civico con penitenze da espiare, siamo passati dalla caienna infame al paese dei balocchi: spiagge aperte, discoteche non stop, movide senza controllo, bonus monopattini e bonus vacanze.

Va sottolineato al riguardo che il populismo di governo è assai più pericoloso di quello di opposizione.

Ci sono cicli epidemiologici planetari che riguardano tutti e questa può essere una attenuante prevalente.

Chi evidenziava una contraddizione nel passare dal ‘tutti a casa’ al ‘liberi tutti’ è stato zittito come bieco menagramo e torbida figura di liberticida. Perciò – dall’assioma che la politica la esprime la gente e ben la rappresenta, si può dire che ci sono stati comportamenti collettivi dissennati e colpevoli. Ma in un Paese che nonostante le evidenze drammatiche di un ritorno mondiale del virus omicida in una delle sue mutevoli cangianze pensa a chi condurrà il prossimo Festival di Sanremo, che organizza grigliate e bisbocce a volto scoperto, che ha dimenticato il significato di parole come prudenza, rinuncia e rispetto degli altri, la ruota della Storia gira più veloce e ci riconduce ad una sorta di ricerca del tempo perduto. Purtroppo l’incompetenza di certa politica e la tracotanza dei suoi rappresentanti che assumono le sembianze di “riformatori del mondo” , come direbbe Thomas Bernhard, non ci illumina di speranza.

Trasformare il sistema Italia

Il nostro Paese è arrivato ad un “punto di non ritorno”: va, dunque, presa con fermezza la strada della trasformazione del “sistema Italia”. Ed è qui che il Governo attuale non sembra all’altezza. Non tiene nel dovuto conto che per distribuire ricchezza è necessario produrla; un procedimento non certo sostituibile con l’indebitamento internazionale, né con i sussidi a fondo perduto, che possono essere una terribile droga. Ha ragione chi sostiene che se una persona ha fame, bisogna darle da mangiare. Ma è anche vero che costui è destinato comunque a morire di fame, se l’aiuto non è appropriato ad una logica produttiva di reddito a medio-lungo termine.

La politica di trasformazione deve tenere conto, in particolare, che il benessere nell’attuale società non è dato solo dalla elevata e crescente quantità di beni, ma anche dalla quantità e qualità dei beni consumati.
Da questo punto fermo discende l’opportunità di una coerente politica di redistribuzione del reddito, che abbia ben presente che l’offerta tradizionale del” welfare state” è ormai non solo obsoleta, ma anche economicamente non più sostenibile dalle economie nazionali.

Bisogna partire, in altri termini, da innovative politiche del lavoro, perchè il digitale ha cambiato il lavoro nell’impresa, secondo modalità molto innovative rispetto alla tradizionale impresa fordista.
Questi mutamenti, tra le altre cose, fanno crescere la domanda di una più evoluta professionalità nei lavoratori. Infatti, ai robot vengono delegati i lavori ripetitivi ed a basso costo, che nel modello fordista venivano invece svolti dagli operai. La risposta va, appunto, cercata in nuovi investimenti immateriali per un welfare che venga dalla società e non discenda dallo Stato. E’ bene che lo Stato venga affiancato e progressivamente sostituito da nuove forze sociali, perché la burocrazia statale non è certo di aiuto nel nuovo scenario digitale.

Dunque, chi può essere un soggetto idoneo a promuovere nuove forme di questa “welfare society”?
Questo ruolo potrebbe essere ricoperto con maggiore successo da forze sociali come i sindacati dei lavoratori e della cooperazione, mediante la costituzione e la gestione di un fondo, alimentato da contributi deducibili ed agevolati, che investa prioritariamente nelle imprese sociali, perché operino con investimenti a medio-lungo termine nel mondo della produzione, per una nuova qualità digitale del lavoro.

A proposito di responsabilità sociale dell’impresa, sicuramente il risultato attuale dell’evoluzione della “corporation” (che sembra essere oggi la forma d’impresa più diffusa) è molto distante da un modello d’impresa che persegua una significativa responsabilità sociale. Nel tempo si è persa del tutto la dimensione civica dell’attività economica, e qualsiasi riferimento alla Comunità. Alla dimensione sociale si è sostituita la massimizzazione dell’utilità individuale, ovvero il profitto degli azionisti. Si punta a una efficienza di tipo egoistico, mentre il reddito andrebbe distribuito in funzione di una massimizzazione del principio di equità.

Per ridare slancio alle forze sociali serve una rotta, chiara e trasparente, sapendo dove andare, tenendo conto che il sistema produttivo italiano è inserito ed integrato nella produzione globale. Va sottolineato che ,alla base della crescita economica, c’è l’innovazione tecnologica, che è diventata il vero motore della società: su questo terreno il sistema produttivo italiano è in grave ritardo.

A tal fine, a nostro modesto avviso , le ricette congiunturali servono ben poco. Su questi temi, a dire il vero, la difficoltà non è tanto nel trovare buone soluzioni di gestione della ricerca e/o delle opere pubbliche , ma nel “non fare” della politica attuale, in preda alla paralisi, incapace di darsi un’agenda economica che possa ripristinare seriamente un processo di crescita, ad iniziare dall’innovazione tecnologica. Va detto, con franchezza, il voler dare un sussidio a tutti può servire a rastrellare voti in funzione elettorale, ma certo non consente di gestire la transizione dall’economia industrializzata a quella dell’innovazione, costruendo anche, a medio termine, protezione sociale.

A nostro avviso, nel “che fare” di oggi è indispensabile una inversione di rotta rispetto al passato, ripartendo innanzi tutto da una diversa gestione delle attuali spese di ricerca e di sviluppo. Sappiamo che lo Stato eroga oggi, annualmente, somme destinate alle attività di ricerca sia nelle Università che negli istituti di ricerca pubblici. E’ un’attività svolta tra professori e ricercatori, spesso anche valida, ma sostanzialmente libera da vincoli tematici, e non sempre al servizio delle forti ragioni del bene comune. Data anche la scarsità delle risorse finanziarie disponibili, ci sembra auspicabile un radicale cambiamento nella direzione di una programmazione della ricerca finalizzata decisamente ad una attività di interesse pubblico.

In merito a questo tema ,non tutti sembrano consapevoli di come la vera fonte del benessere di una società sia imprescindibile dalla conoscenza e dall’attività tecnologica. Solo operando in tal senso avremo una società più aperta alle idee e alle persone, e la sicurezza di un benessere diffuso e duraturo a medio e lungo termine.
Va ricordato che il riformismo dei governi di centro sinistra, negli anni sessanta, si era prefissato l’attuazione di un radicale cambiamento amministrativo a supporto delle nuove metodologie di programmazione e di controllo della spesa pubblica.
Si evidenzia la comune consapevolezza che, senza una profonda trasformazione della pubblica amministrazione, non sarebbe realizzabile una efficace gestione della spesa pubblica.

Senza questi presupposti, gli investimenti sono destinati a fallire. Questo accadde e in passato contribuì ad esaurire la spinta riformatrice degli anni sessanta nella Pubblica Amministrazione, e portò alla conclusione della esperienza di programmazione economica degli anni sessanta/settanta.

E’ indubbio che la P.A. sta oggi vivendo un periodo di grande difficoltà anche per gli effetti delle dinamiche dei nuovi sviluppi economici. Per i paesi europei, il quadro politico è radicalmente cambiato: chi detiene il potere non è più in Europa, ma negli USA, in Cina, altrove. E’ emersa una nuova classe globale, cosmopolita, transnazionale, ricca, molto potente. Un piccolo gruppo di capitalisti esprime la nuova forza della produzione mondiale, cavalcando l’onda della tecnologia digitale del “5G”, delle tecnologie verdi ecc.
Il nodo del problema, a mio parere, non è, come si pensa comunemente, un eccesso di burocrazia: al contrario, abbiamo una notevole carenza di burocrati all’altezza dei nuovi compiti che si affacciano su uno scenario sempre più esteso, ben oltre i modesti confini nazionali. Lo si è potuto constatare anche recentemente nella gestione degli aiuti ai vari ceti produttivi e sociali messi in ginocchio dalla pandemia: parlare di “inefficienza” sembra un eufemismo. Il quadro è aggravato dalla debolezza del sistema dei partiti che dovrebbero dare l’indirizzo politico alla amministrazione pubblica. Non c’è una leadership politica che sappia tenere insieme i molteplici interessi economici sociali, con il risultato di indebolire ulteriormente lo Stato: l’Amministrazione Pubblica sembra affondare nelle sabbie mobili dei vari decreti, norme, regolamenti sfornati a pioggia dagli uffici legislativi dei vari Ministeri.

E’ questo un tema di attualita’ ,oggi, che il Parlamento esamina il programma nazionale di ripresa, che dovrebbe essere alla base dei finanziamenti del “recovery fund”. Le relative politiche governative paiono indirizzate a sostenere l’economia in una congiuntura ancora debole, che mette in discussione la capacità del sistema produttivo di crescere a ritmi sostenuti. La crescita non è un risultato scontato , soprattutto in un contesto difficile come l’attuale.

I “cluster di intervento”, previsti nelle linee guida del programma, riguardano sette aree: dall’innovazione tecnologica alla rivoluzione verde , dalla competitività del sistema produttivo alla equità sociale e territoriale, dalla salute all’istruzione.
E’ un programma correttamente centrato sui temi oggi strategici per la crescita . Tuttavia , non è di facile lettura, almeno per ora, la concretezza attuativa delle proposte. Si può ritenere , dunque, fondato il timore di un’ennesima prova di inefficienza del sistema.

Inoltre, va tenuto nel debito conto che i finanziamenti UE dovranno essere restituiti . anche se con scadenze molto lunghe. E qui ritorna quanto scritto più volte in questo Magazine ;cioè, bisogna investire nella capacità di produrre valore aggiunto a medio-lungo termine , in un quadro di forte competizione internazionale.

Il lockdown natalizio è un incubo da 4,1 mld

Il lockdown a Natale è incubo da 4,1 miliardi per il turismo solo per le mancate spese degli oltre 10 milioni di italiani che lo scorso anno sono andati in vacanza nel periodo delle feste. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè in riferimento all’allarme lanciato dal virologo dell’Università di Padova Andrea Crisanti sullo sviluppo della pandemia in Italia nei prossimi mesi.

Un duro colpo per il sistema economico già duramente provato da una estate che – sottolinea la Coldiretti – ha lasciato un buco da 23 miliardi nei conti turistici nazionali per il calo delle presenze italiane e l’assenza praticamente totale degli stranieri. A pagare il prezzo più salato sono le strutture impegnate nell’alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir secondo l’analisi della Coldiretti.

Si stima peraltro – precisa la Coldiretti – che 1/3 della spesa turistica di italiani e stranieri in Italia sia destinata all’alimentazione. In gioco c’è un sistema turistico Made in Italy che si compone di 612mila imprese e rappresenta – conclude la Coldiretti – il 10,1% del sistema produttivo nazionale, superando il settore manifatturiero, con 2,7 milioni di lavoratori, il 12,6% dell’occupazione nazionale secondo Unioncamere.

 

Bologna, il Festival della Cultura tecnica 2020 è dedicato a sviluppo sostenibile e resilienza

Giunto alla settima edizione nella città metropolitana di Bologna e alla terza a livello regionale, il Festival della Cultura tecnica propone a studenti e studentesse, famiglie, cittadini e cittadine, imprese e rappresentanti istituzionali due mesi di iniziative, fino a sabato 19 dicembre, da seguire in presenza e da remoto, per promuovere e diffondere valori e opportunità legati alla cultura tecnico-scientifica.

L’edizione 2020 si presenta con un calendario di iniziative focalizzate sulla resilienza, intesa come filosofia capace di agire positivamente sullo sviluppo sostenibile, e allo stesso tempo fattore chiave per il superamento della crisi provocata dal covid-19. Lo sviluppo sostenibile rimarrà nucleo tematico anche delle prossime edizioni del Festival, in forte connessione con l’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo sostenibile e i suoi 17 obiettivi, oltre che con l’Agenda metropolitana per lo Sviluppo sostenibile in capo alla Città metropolitana di Bologna.
Contemporaneamente, il Festival continua a porre l’accento sul contrasto ai gap di genere, attraverso iniziative ed eventi contro gli stereotipi e gli altri fattori sociali e culturali che ostacolano le ragazze nella scelta di percorsi scolastici, formativi e professionali dell’area STEAM (Science, Technology, Engineering, Arts and Mathematics).

Il Festival della Cultura tecnica, promosso dalla Città metropolitana di Bologna e parte integrante del Piano Strategico Metropolitano di Bologna, è realizzato in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, che co-finanzia il progetto tramite il Fondo Sociale Europeo P.O. 2014-2020, con il Comune di Bologna e con altri numerosi partner pubblici e privati.

Tutte le novità e gli aggiornamenti sul Festival e sul programma delle iniziative sono disponibili su festivalculturatecnica.it e su er.festivalculturatecnica.it oltre che sui canali social della manifestazione.

Una doppia cura contro i tumori

La combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, riduce il rischio di progressione della malattia del 20%, di morte del 13% e incrementa le risposte del 60% rispetto alla monoterapia. Lo dimostra una metanalisi, coordinata dall’Università La Sapienza di Roma, che ha considerato 8 studi, condotti fra il 2010 e il 2020, su 2.440 pazienti con diversi tipi di tumore.

Per la prima volta in 30 anni, questo approccio ha evidenziato un miglioramento significativo della sopravvivenza globale in una neoplasia molto difficile da trattare come il mesotelioma. Nel melanoma metastatico, che ha fatto da apripista a questo approccio di cura, a 5 anni il 52% dei pazienti trattati con la combinazione è vivo. Un risultato eccezionale, se si considera che, prima dell’introduzione dell’immuno-oncologia, questa percentuale non superava il 5%.

E la combinazione sta aprendo nuove strade anche nel trattamento del tumore del polmone, in associazione con basse dosi di chemioterapia, con il 63% dei pazienti vivi a un anno.

Nel carcinoma renale, la combinazione di nivolumab con la terapia mirata porta a una riduzione del rischio di morte del 40%, rispetto alla terapia standard.

Nel tumore gastrico avanzato e dell’esofago, la combinazione di nivolumab con la chemioterapia ha migliorato sia la sopravvivenza globale che la sopravvivenza libera da progressione. È la prima volta in 10 anni che, in questa neoplasia, si osservano benefici così importanti.

Meroni, un “mito” che ci accompagna.

Sono passati 53 anni ma la notizia e sempre li, fresca e drammatica, incredibile e indimenticabile. Gigi Meroni non c’è più da quel crudele 15 ottobre 1967, travolto da un’automobile dopo aver, per l’ennesima volta, galvanizzato i tifosi e contribuito a battere la Sampdoria al Vecchio Comunale.

Gigi Meroni è una pietra miliare nella centenaria storia granata. Un punto di riferimento che racchiude estro e tragedia, gioia e dolore, fantasia e destino. Insomma, attorno a Gigi Meroni si riassume la vicenda granata in tutta la sua interezza.

E non si può dimenticare perché questo ragazzo, scomparso ad appena 24 anni dopo essersi imposto – con semplicità e rara correttezza – come leader in campo e fuori del campo, era già un “mito”. Certo, la tragedia di quel terribile 15/10/1967 ha trasformato la “farfalla granata” in un mito incancellabile e irripetibile.

Perché Meroni, forse anzi quasi inconsapevolmente, era destinato a diventare un leader. Un leader che ha anticipato i tempi. Nel campo attraverso il suo estro e la sua fantasia ineguagliabili e, soprattutto, fuori dal campo. Anticipatore nel costume, nella sua vita privata cosi’ travagliata e rocambolesca, nel rapporto con la tifoseria e l’opinione pubblica sportiva e non solo, nello stile di vita semplice e anticonformista. Insomma, Gigi era destinato a segnare in profondità la storia granata e quella del calcio italiano. Una sorta di George Best del calcio italiano per il suo gioco e il suo talento e, al contempo, un calciatore che anticipava i fermenti del ’68 e gli anni della contestazione e del grande cambiamento della società italiana.

E la stessa vasta pubblicistica che ha accompagnato in questi lunghi 48 anni anni la vita di Gigi Meroni è la conferma che la sua esperienza è più viva che mai non solo nella vicenda granata ma anche in quella del calcio italiano e nella stessa storia del nostro paese.

Per questo Gigi continua a vivere nei nostro cuori. Ed è per questo che, per chi abita a Torino, quel corso Re Umberto all’altezza dell’ormai triste luogo del Bar Zambon, continua ad essere meta di un pellegrinaggio silenzioso e composto. Un luogo che ha strappato alla vita la farfalla granata ma anche un luogo destinato a ricordare, per sempre, un talento del calcio e della vita di tutti di giorni.

Ricomposizione dell’area cattolica. Un ritorno di fiamma.

1) Un nuovo partito cattolico 

I miei auguri non sono formali . Ma…!  Con questa  avversativa, appunto. Che non esprime contrarietà di principio sulle finalità dell’idea. Bensì moltissime riserve sulle possibili  semplificazioni  del lavoro che si intende fare,  e sul come si è  iniziato a farlo.
Il mio dubbio è molto semplice . Riguarda la  metodologia che si sta seguendo il progetto gia varato , di una nuova “Ricomposizione dell’area  cattolica in Italia” sotto forma di partito,  nell’anno del Signore “Covid 2020”. Da far proseguire, ovviamente, nell’ incerto e nebuloso  tempo “post-Covid” individuato da Bergoglio “…non come epoca di cambiamenti, quanto di cambiamento d’epoca”. Un’epoca che, come suggerisce “Fratelli Tutti”,  richiede anche per la politica, fraternità, coraggiose sintesi , unità di intenti e possibilmente di percorsi programmatici.

Si ricorderà  che questo tema è stato un cruccio di padre Sorge di circa 40 anni fa. Approfondito prima su  un libro, e subito dopo con un dibattito a più voci. Ai nostri giorni,  come ricorda Lucio d’Ubaldo  su “il Domani“,  padre Sorge e’ molto scettico e non crede più a una nuova

Ricomposizione.

È questione del passato da abbandonare, dice.  Ripetendo, assieme a papa Francesco, che per lui i cattolici devono aiutare la ” buona politica…formando uomini di buona volontà”.

Giàformando! 

2)Padre Sorge 

Paradossalmente, quando nel lontano 1979 padre Sorge si poneva questo problema, la DC con cui si identificava il  cattolicesimo politico e culturale italiano di quei tempi, risultava  il primo partito del Paese. Aveva appena vinto  le elezioni con il 38% di voti e con una affluenza al voto da primato quasi storico : il 91% !  Eppure nonostante i risultati e la quantità di votanti, una volta abbandonati  i “Comitati Civici” geddiani, e benché in quegli anni continuavano ad essere presenti nell’agone elettorale della Dc,  parrocchie e diocesi, assieme a  tutto lo storico associazionismo cattolico, culturale e sindacale,  in quegli anni robusto e frequentato, c’era qualcosa che non convinceva  padre Sorge. Ancorato fortemente al Concilio, aveva alle spalle oltre al fatidico ’68 , il famoso Convegno ecclesiale di Roma “Evangelizzazione e promozione umana “, l’ Ac.  di Vittorio Bachelet con la sua “Scelta religiosa”,  Comunione e Liberazione  che  batteva i piedi e scalpitava col suo tradizionalismo. Nasceva dopo il Referendum sul Divorzio la Lega Democratica, espressione avanzata del cattolicesimo democratico , e si annunciava quella temuta secolarizzazione , se non proprio  la temuta ” Eclissi del sacro ” che  preoccupava tutto il mondo cattolico, laico e religioso.

3) La nuova ricomposizione  e la lezione di Sturzo                             

Se ne parlava da parecchio.  Anche prima della  tragica pandemia . E sono scesi in campo  un nutrito gruppo di studiosi, uomini politici, sindacalisti, e personalità dell’intellettualità cattolica, assieme a giovani preparati sparsi in diverse città  italiane , sul cui profilo etico e culturale ci sarebbe poco da dire.

Il progetto è  quello di una Nuova ricomposizione  di un’area politica cattolica,  da convogliare e rappresentare attraverso un nuovo partito politico. Si è  iniziato con qualche sondaggio.  sentendo anche il parere di alti vertici ecclesiali. E si è individuato  il nome: “Insieme“. Ma qualè il punto. Come sanno meglio di me gli enologi, prima di fare un buon vino è  sempre raccomandabile accertarsi di avere un  terreno adatto e fertile, caso mai preparandolo prima per un poco di tempo. E  piantando  solo  dopo il vitigno di qualità che si intende  piantare.  Guardare, osservare e seguire  costantemente la lenta maturazione dell’uva. Pigiarla come si deve. Conservare per bene  il mosto.

E infine assaggiare il vino prima di lanciarlo sul mercato o di berlo. Raccomandazione  e metafora questa, da non confondere con i sondaggi a campione. Perché  fa evitare  un fatale errore  di metodo e rimuove un  fondamentale  suggerimento del sociologo Luigi Sturzo, e non solo suo . Sturzo col suo storicismo metodologico, raccomandava di osservare bene la “…società in concreto ” prima di “…agire politicamente”  come avrebbe detto molti anni dopo Lazzati.

Il quale ha sempre pensato anche alla educazione e alla formazione permanente all’impegno sociale e politico dei laici cristiani. La tesi di Sturzo era semplice. Sosteneva che prima di avviare un discorso politico o sociale, o di intraprendere una qualunque azione che interessa  il bene comune, era necessario e indispensabile  studiare bene e osservare  la società reale storicamente definita e determinata. Questa scelta metodologica che non concedeva niente sia alla improvvisazione, quanto alla  prigione del determinismo , era la lezione della sociologia politica che si stava proponendo anche fra i sociologi  cattolici  del primo Novecento, portati a superare  quel  positivismo ingenuo ottocentesco che stabiliva leggi indiscutibili, e che non teneva conto della libertà della persona umana collocata  nello spazio e nel tempo dei suoi mondi vitali plurali.

Prima di ogni cosa, dunque,  studiare ed osservare bene la società. Ai nostri giorni non  più  composta da una massa di contadini  e non  più gestita dai grandi latifondisti e  padroni aristocratici della terra come ai tempi di Sturzo. Ma da lavoratori liberati  da tempo dalle strettoie di essere definiti  classe operaia o proletariato. Le cui catene di montaggio sono state sostituite dai computer e dall’intelligenza artificiale che lasciano sul tappeto nuova disoccupazione e nuove povertà.  Una società  che ha  fatto volatilizzare la borghesia – come ci hanno ricordato De Rita , Bonomi e Cacciari –  tolto di mezzo i  c.d. moderati  del vecchio centrismo storico, e oggi  governata da quell’1%  di ultraricchi. Da quelle forze economiche e finanziarie sovranazionali e da quel capitalismo globale , insomma, che guardano solo allo  sviluppo e alla crescita ad ogni costo disinteressati  delle  tragiche conseguenze climatiche frutto  di un’etica  ultraprotestante chiusa sull’individuo  e sul mercato.

4) Le mie due convinzioni .
È  allora piu che giusto che, pur  nel gioco delle probabilità e degli errori, io espliciti due miei convincimenti.

Il  primo è che se non si hanno i piedi ben piantati  sulla  terra della  società e sul futuro che ci attende,  ogni pur legittimo desiderio di partito cattolico, riemerso,  da  quanto si evince, solo  perché si è  in presenza e  si scommette su una mera e momentanea legge elettorale proporzionale, è campato per aria e si risolve con qualche dispiacere.
Il secondo riguarda l’errore grossolano  che  si fa, quando si pensa  agli astensionisti,  in progressiva crescita, valutandoli come un potenziale voto cattolico  che rimarrebbe in pantofole a casa , anche in assenza di Covid, e  non si esprimerebbe  per l’assenza  di una specifica offerta politica .

5) Le  tre domande .                 

A) È mai possibile che una legge elettorale – da sola –   possa  miracolosamente far nascere un nuovo partito politico, e  favorire una tale nuova“..ricomposizione”?   

B) E non è per caso fuori  da ogni ragionevole buon senso supporre che le alte quote di astensionismo,  che si registrano ormai da anni, appartengano solo  al voto di un centro cattolico,  da qualcuno definito  moderato, da costruire ?

C) Infine , partito centrale e centralizzato  nelle mani di un  leader, partecipato con qualche inedita piattaforma Rousseau2 ?Oppure un partito presente su tutti i territori italiani  con sezioni e circoli, quotidiano, rivista, sedi, e quant’altro utile. E, oltre ai social- mi allargo – radio, televisioni locali,  case editrici, ecc. ?          Per  quel 20% previsto da Zamagni, faccio i miei auguri.

Il nuovo umanesimo di cui abbiamo bisogno ha una matrice esistenziale da comprendere. Ovunque.

Diverse risposte del Dott. Antonio Migliardi, Direttore dello Sviluppo organizzativo di Invitalia, nell’intervista pubblicata dall’Osservatore Romano di Roberto Cetera, sono assai datate. Anche il (ri)tirare fuori adesso la suggestione di questo ‘nuovo umanesimo’ è cosa già utilizzata e spremuta senza troppo impegno reale, e senza una traduzione per i tempi nostri, sia in politica sia in letteratura manageriale già circa quindici/venti anni fa. Allora si parlò pure di ‘nuovo rinascimento’. Tutte mode mediatiche a cui si piegarono un po’ tutti, e poi trascurate.

Anche il coniugare profitto ed etica è roba da Dottrina Sociale della Chiesa, e relativa convegnistica, degli Anni ’80 del Secolo scorso (cfr. Convegno Nazionale “Uomini, nuove tecnologie, solidarietà: il servizio della Chiesa Italiana”, Roma 17-21 Novembre 1987).

Allora si era agli albori di certe contese, e quindi si andava un tanto al chilo: più Stato o più mercato? Più società o più Stato?

Nella conversazione del pur preparato super manager di Invitalia, dire che le cose nuove si fanno perché si è intelligenti e non ‘buoni’ vuol presentare il lato razionale del ‘direttore illuminato’ che si usava negli Anni ’90, quando si accettava una certa cotaminazione dei ruoli di top management con elementi spurî presi da altre discipline, ma subito si correva a ribadire che ciò confermava la propria iscrizione alla casta dei pragmatici seriosi. Assumere poi laureati in filosofia e sbandierarlo come a sembrare degli originali è comica, perché affermazioni ed azioni simili sono state dette, ridette, fatte e rifatte da managers in cerca di anticonformismo pop già da vent’anni a questa parte. Sono peraltro d’accordo che un ‘generalista’ spesso funziona meglio di uno specialista, ma che uno che ricopre una job position come Migliardi si compiaccia nello stupirci come si trattasse di chissà quale originalità è roba surreale.

La gestione delle molto ma molto cosiddette ‘risorse umane’ (che il sottoscritto insisteva nel chiamarle ‘Persone’ ai Corsi in IPSOA e in SDA-Bocconi frequentati a Milano, anche in Hewlett-Packard, dall’inizio degli Anni Novanta causa ruoli lavorativi ricoperti [quantunque sia di formazione umanistica, Classico, Lettere e Filosofia]), ebbene tale gestione delle HU è  ormai assai – molto assai – diversa da quella presentata come ‘novità’ da Migliardi. Le cose sono purtroppo molto più complesse, ingarbugliate, oso dire indefinibili e irrisolvobili. Molta letteratura manageriale, in scioltezza dieci e passa anni fa, è da tempo muta e disorientata (vedi ormai la caduta a picco dei corsi sulla motivazione del personale, una mission impossible che ha fatto arrendere tutti; c’è chi ha provato anche con la Regola di San Benedetto).

Migliardi sembra sicuro delle sue pur nobili intenzioni ed affermazioni. Apprezzabili, per carità. Ma la Crisi è da tempo che morde le relazioni e i legàmi sociali. Si scrive, come diceva Luigino Bruni qualche anno fa su “Avvenire”, con la ‘C’ maiuscola. È educativa, è antropologica ed è Crisi Spirituale. Schemi, moduli e procedure non ce ne sono. Non abbiamo al momento soluzioni. Poi, se qualcuno nel mondo cattolico, pensa che le cose che dice Migliardi siano la chiave etica non ancora scoperta, vuol dire che ci possiamo permettere ancora notevoli perdite di tempo e vagheggiare una supremazia di visione che è gia stata più prosaicamente tentata e ritentata e che oggi è patrimonio (inutilizzato, peraltro) anche di un qualsiasi Consiglio Pastorale Parrocchiale.

Invitalia è a questi punti? Mah,…

Nell’intervista si avverte un autocompiacimento per quanto viene presentato, ma forse ciò accade perché chi si ha davanti ama poter scrivere di managers (l’impresite e l’aziendalese che seduce anche la Chiesa, evidentemente in cerca di patenti di adeguatezza ai tempi) sensibili a temi ecclesiastici e religiosi. La Chiesa un tempo rabboniva i Re, oggi anche uomini del Mercato le rendono omaggio, difficile resistere. Ma sono entrambi soggetti della Crisi, che oggi è ben oltre la coniugazione un po’ sempliciotta tra profitto e solidarietà.

C’è sempre nei nostri ambienti la seduzione di non andare solo alla Messa domenicale e dire il Rosario come una signora Maria qualsiasi ma di vedersi riconosciuti colti, intelligenti, politicamente sofisticati. Dispiace per questa impronta di gestore delle risorse umane, ma abbiamo seguito troppo l’intelligenza e l’intellighentia; si tratta invece, e proprio, di essere più buoni, più altruisti, più umili, più pazienti, e più gioiosi.

A costo di passare da ingenui, da fragili, da indecisi. Anche al lordo delle proprie contraddizioni. Abbiamo già visto l’in-sostenibilità cui ci hanno condotto i decisi, i ‘rigadritti’. È questo il tempo per un nuovo umanesimo? Lo scopriremo solo vivendo. 

 

Annullate le tutele sanitarie per i lavoratori fragili

E’ assai dibattuta e desta polemiche e giustificate proteste la situazione che si è determinata per i cd. “lavoratori fragili”, del settore pubblico e privato, con la reiterazione con modifiche del “DECRETO AGOSTO”, approvato il 6 ottobre in Senato e confermato definitivamente il 12 ottobre alla Camera.

Di fatto il nuovo provvedimento legislativo annulla a decorrere dal 16 ottobre p.v. le tutele previste per i lavoratori fragili in possesso della certificazione di “inidoneità temporanea al servizio fino al termine dello stato di emergenza decretato dal DPCM Conte”.

Mentre prima si poteva beneficiare dell’art. 26 comma 2 che prevedeva per questa categoria di lavoratori (chemioterapici, immunodepressi, affetti da patologie che li sovraespongono al rischio di contrarre il Covid-19, anche perchè quasi sempre portatori di invalidità importanti e fruitori della legge 104/92 sulle disabilità) di essere esonerati d’ufficio dal servizio, equiparando la patologia al ricovero ospedaliero, adesso con il nuovo testo approvato dal Parlamento queste tutele sono annullate.

Pertanto i lavoratori possono chiedere di essere utilizzati in compiti diversi ma sempre in ambienti lavorativi esposti al rischio del contagio e per lo svolgimento di mansioni diverse dal proprio profilo professionale, (a volte non accessibili ai portatori di disabilità, – ad es. uso del PC o di macchinari, sollevamento di pesi, la stessa tolleranza ai presidi tipo mascherine che rendono difficoltoso il respiro se indossate continuativamente in ambiente chiuso ecc..) spesso con orario di lavoro superiore a quello contrattuale.
Oppure – in alternativa – “di mettersi in congedo per malattia”, nell’ambito del periodo di comporto, il che significa di correre il rischio di avere decurtazioni dallo stipendio fino ad azzerarlo, in concomitanza con il protrarsi dello stato di emergenza che impedisce loro di svolgere il proprio abituale lavoro.

Va sottolineato che molti medici si rifiutano di certificare uno stato di malattia che non esiste: la norma infatti confonde lo stato di “lavoratore fragile” (immunodepresso ed esposto potenzialmente al contagio pandemico, ma in situazione di patologie croniche e invalidanti) con la condizione di “malattia” che presuppone l’esistenza di una patologia diversa e temporanea.

Infatti i “lavoratori fragili” in periodo di non-emergenza , svolgono abitualmente il proprio lavoro anche continuativamente , fatti salvi i gg di assenza per cure specifiche (chemioterapie, somministrazione di specifici farmaci per l’immunodepressione, a volte salva-vita ecc).

Costringerli o invitarli a “mettersi in malattia” crea una difficoltà oggettiva al medico curante che deve certificare una patologia diversa, di fatto non esistente.
Non è infatti la loro patologia che li rende ammalati al punto da chiedere congedo per salute, quanto il fatto di essere sovresposti al rischio contagio a motivo della loro immunodepressione e fragilità.
E’ il contesto oggettivo che crea una situazione di pericolo, in una condizione di soggettiva fragilità.

Credo che questa fattispecie configuri in via generale una situazione anomala che finisce con il punire un soggetto definito “fragile” dall’autorità sanitaria competente: costretto a svolgere una mansione non attinente al proprio profilo professionale ( ci sono casi di invalidità superiore al 75% e portatori dei diritti ex legge 104/92) ovvero costretto per evitare contagi e contiguità lavorative a rischio con altre persone , ad usufruire del proprio congedo personale per malattia, magari fino al suo esaurimento senza emolumenti.

Fino ad oggi , anzi fino al 15 ottobre p.v. questa situazione di fragilità era tutelata dal legislatore, dal 16 ottobre non lo sarà più e ‘i fragili’ saranno abbandonati ad un destino privo di protezioni giuridiche.

Mi viene da pensare – per una sorta di teoria del contrappasso- ai navigator e ai percettori del reddito di cittadinanza che stanno a casa senza che nessuno si ponga il problema di un controllo sul loro operato.
E’ infatti noto (Ricerca della Sapienza di Roma- Prof. GB Sgritta) che i navigator in due anni di “lavoro” hanno procurato l’impiego ai percettori del reddito di cittadinanza in misura inferiore al 3% del loro totale potenziale. Qui l’articolo pubblicato su IL DOMANI d’ITALIA:

Un paradosso inaccettabile se comparato alla situazione di lavoratori fragili privati delle preesistenti tutele della propria incolumità, che prima evitavano la sovraesposizione al contagio pandemico e dal 16 ottobre non lo faranno più.
Queste situazioni determinate dal nuovo provvedimento legislativo del 12 ottobre u.s. non sembrano conciliabili con le prerogative di un Paese che voglia essere e dirsi civile.

La Spagna è il Paese che ha ridotto maggiormente le proprie emissioni di CO₂ durante la prima ondata di pandemia

Durante i giorni peggiori della pandemia, le emissioni di anidride carbonica (CO₂) sono state ridotte in tutto il mondo. Neanche le riduzioni causate dalle più grandi crisi degli ultimi 100 anni , sarebbero uguali a quelle prodotte nei primi sei mesi del 2020.

Un gruppo di ricercatori del progetto Carbon Monitor ha misurato l’impatto della pandemia sulla generazione di questo gas serra. Hanno calcolato, ad esempio, quelli emessi dalla produzione oraria di elettricità in 31 paesi, quelli del traffico giornaliero in 416 città o quelli dei passeggeri e la distanza percorsa ogni giorno da tutti i voli. Hanno fatto lo stesso per le emissioni degli edifici pubblici e commerciali in 206 paesi o della produzione industriale in 62 paesi.

I risultati di tutti questi calcoli, pubblicati su Nature Communications , mostrano una riduzione di 1.551 milioni di tonnellate di CO₂ tra il 1 gennaio e il 1 luglio di quest’anno. In percentuale si tratta di un calo dell’8,8% rispetto allo stesso periodo del 2019. Per avere un’idea delle dimensioni, il calo nei primi sei mesi del 2020 è quadruplicato rispetto a quello prodotto dopo la prima guerra mondiale ed è stato Il 60% in più rispetto a quanto accaduto nei tre anni successivi al crollo del 1929.

Anche sommando le riduzioni di due cataclismi come la seconda guerra mondiale e la crisi finanziaria del 2008, non ci avvicineremmo ai cali di quest’anno.

Il calo è stato parallelo alle misure di contenimento adottate da ciascun paese. Ad aprile, quando la maggior parte dei paesi occidentali ha eliminato quasi tutta la propria vita sociale e rallentato la propria economia, le emissioni sono diminuite del 16,9%.

In termini assoluti, i paesi che hanno abbassato maggiormente le proprie emissioni sono stati, nell’ordine, Stati Uniti, India e Cina. Ma sono anche quelli che emettono più gas. 

Tuttavia, come percentuale della sua produzione locale, il Paese che ha ridotto di più la produzione di CO₂ è stata la Spagna, seguita da India e Germania.

Comunque tutte queste riduzioni sono una goccia nell’oceano del cambiamento climatico. Ci vorrebbero decenni con cifre come queste per ridurre la CO₂ accumulata dagli esseri umani nell’atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale.

Corte dei Conti: ci vorrà un triennio per tornare ai livelli pre-crisi.

Il percorso di recupero disegnato nel quadro macroeconomico dalla Nota di aggiornamento al DEF – pur considerando le incognite legate all’incertezza del quadro economico nazionale e internazionale gravato dall’emergenza sanitaria – è condivisibile: il ritorno del Pil, nel triennio di previsione, sui livelli pre-crisi appare compatibile con gli andamenti rilevati fino ad ora, anche se soggetti nel breve termine a rischi più pronunciati”. E’ quanto emerge dal testo della Memoria sulla Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2020 che le Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei conti hanno depositato alle Commissioni congiunte Bilancio della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

“Proprio l’incertezza che deriva dalle condizioni epidemiologiche richiede, tuttavia, che le azioni poste alla base del disegno programmatico (sia quelle volte ad avviare il programma comunitario sia quelle che devono accompagnarne l’avvio sin dal 2021) siano tali da dispiegare i propri effetti al di là del solo perimetro pubblico, svolgendo quel ruolo di attivazione delle scelte private, che sono indispensabili per la ripresa di un duraturo processo di crescita. Sotto questo aspetto, come è stato da più parti osservato, tempestività e qualità della spesa per investimenti risultano cruciali in questo quadro”.

Si tratta, quindi, “di porre a disposizione dell’operatore pubblico non solo un adeguato ammontare di risorse, ma anche di capacità tecniche che rendano efficaci le scelte da assumere nei diversi contesti. Ma, allo stesso tempo, la ripresa del processo di accumulazione non può identificarsi solo con il pur importante rilancio delle infrastrutture pubbliche. Decisiva è anche, nello scenario delineato, l’inversione di tendenza degli investimenti delle imprese. Un’inversione di rotta che richiede la realizzazione di un contesto sociale ed economico del quale la disponibilità di ampie risorse finanziarie costituisce solo un elemento”.

Sulle prospettive di ripresa la Corte osserva: “Se il DEF dello scorso aprile aveva potuto dare solo una prima valutazione dell’incremento del debito pubblico conseguente agli interventi per contrastare la crisi con la Nota da un lato si precisa la dimensione dello sforzo programmato, dall’altro si delinea un possibile percorso di rientro con la piena estensione dell’analisi al biennio 2022-23 (periodo che in ragione della situazione emergenziale non era stato considerato nelle valutazioni di primavera) e grazie a stime aggiuntive offerte nella forma di proiezioni di più lungo periodo. Il rapporto debito/Pil, che in base alle più recenti informazioni di ISTAT e Banca d’Italia nel 2019 è risultato pari al 134,6% (2 decimi di punto al di sotto delle precedenti stime), salirebbe nell’anno in corso al 158, circa 2,5 punti in più rispetto a quanto prospettato nel DEF (155,7%) sia a motivo del maggiore deficit creato con il “decreto Agosto”, sia e soprattutto a ragione del più sostenuto calo del Pil nominale (-8% contro -7,1% previsto)”.

Viene invece confermata l’inversione di tendenza prevista a partire dal prossimo anno, un’inversione che si prospetta sia nello scenario tendenziale che, in misura maggiore, in quello programmatico. “In assenza di ulteriori interventi rispetto a quelli varati a partire dallo scorso marzo, il rapporto si collocherebbe alla fine del periodo di previsione al 154,1%; viceversa, considerando le correzioni previste per il triennio 2021-23 l’indicatore dovrebbe flettere di 6,5 punti complessivi nel triennio 2021-23 e scendere quindi fino al 151,5% a fine periodo”, continua la Corte.

La Nota di aggiornamento ribadisce, quindi, l’obiettivo enunciato nel DEF di aprile di ricondurre il rapporto debito/Pil, nel corso del prossimo decennio, verso il livello prevalente nella media dei Paesi dell’Area dell’euro. “Il proposito è, ad avviso della Corte, tanto importante quanto ambizioso. Nel quinquennio che ha preceduto lo scoppio della pandemia, l’indicatore si è mediamente collocato sul 135% in Italia e sull’88% nell’Eurozona, con un differenziale di 47 punti di Pil. Con la crisi, l’incremento del rapporto è stato pari nell’Area dell’euro a circa 2/3 di quello conosciuto in Italia (15 contro 24 punti, circa) con un conseguente allargamento del divario”.

Nel disegnare un equilibrato processo di graduale rientro, non dovrà, inoltre, “Venir meno la consapevolezza che la finanza pubblica italiana resta esposta al rischio di tasso di interesse. Le eccezionali condizioni accomodanti della politica monetaria unica fanno sì che, attualmente, il costo marginale a cui il nostro Paese è in grado di collocare i titoli del debito pubblico sia, largamente al di sotto dell’onere medio implicito dello stock di debito”.

“In una prospettiva di medio termine, l’inevitabile e fisiologico rialzo dei tassi, potrà avvenire, almeno per un certo periodo, in un contesto di continuazione della discesa del costo medio” – conclude la Corte – “È questo, del resto, il quadro prospettato nella Nota, con il costo medio che passa dal 2,4% del 2020 al 2,1% del 2023. In uno scenario di ripresa della crescita potranno dunque determinarsi condizioni molto favorevoli in termini di differenziale tra costo medio e crescita nominale, un differenziale che prima della crisi solo in Italia era stato di segno positivo e che in prospettiva resterebbe invece negativo per molti anni. Tale circostanza dipende soprattutto dalle prospettive di crescita. Ove, quelle delineate nella Nota, dovessero effettivamente concretizzarsi, si tratterà di valutare in che misura il nostro sistema economico possa essere in grado di accelerare il sentiero di rientro del debito ora prospettato”.

Le condizioni meteo possono incidere sulla crescita della diffusione del coronavirus.

E’ quanto emerge da uno studio pubblicato su ‘Pnas’ a firma dell’Università di Oslo. I modelli statistici “suggeriscono che alti livelli di luce ultravioletta sono correlati con una ridotta crescita” del virus. I ricercatori hanno previsto che “la crescita massima del Covid-19 sarebbe diminuita in estate, ma avrebbe avuto una accelerazione durante l’autunno e, prevedibilmente, un picco in inverno”.

Secondo la ricerca “probabilmente saranno necessari interventi continui per contrastare il coronavirus fino a quando non sarà disponibile un vaccino”. I ricercatori norvegesi hanno preso in esame “i dati meteorologici attuali, le proiezioni su scala e le segnalazioni a livello globale, e hanno sviluppato un modello che spiega come il 36% della variazione del picco massimo di crescita del Covid-19 è legato al clima; il 17% alle condizioni demografiche del Paese colpito; e il 19% ad effetti specifici della nazione.

Perchè Calenda

Chi di noi ha visto con simpatia la disponibilità di Calenda a mettersi in gioco per la partita delle amministrative del prossimo anno, può anche ammettere che l’avvio di questo percorso esige uno sforzo di comunicazione più impegnativo, per far crescere un serio disegno politico per la città di Roma. In rapida successione si sono manifestati, nell’opinione pubblica, sentimenti di curiosità e diffidenza, se non qualche principio di ostilità. Tuttavia, nella fase attuale, conta già molto che la discussione si svolga al riparo da pregiudiziali e incomprensioni. Con buona volontà andrebbe chiarita l’intenzione che guida un’ipotesi di candidatura a Sindaco. A giorni, comunque, se ne saprà di più.

A mio parere, non credo che Calenda scelga di presentarsi per un capriccio, né voglia ridurre l’arco delle aspettative suscitate dal suo accennato proposito, comunque destinato a sciogliersi entro la settimana, secondo i bene informati, in annuncio ufficiale. Siamo in presenza di un terremoto che prende origine dal voto referendario di qualche settimana fa, segnato a Roma e in tutte le grandi città da una maggiore consistenza dei No rispetto alla media nazionale del Si, attestatasi intorno al 30 per cento. Gli analisti delle dinamiche elettorali indicano che quest’ultimo risultato dipende dal contributo di ceti medi e medio-alti, da giovani con buona formazione universitaria, quindi da gruppi e strati sociali, insomma, tutt’altro che marginali o ininfluenti. È un blocco sociale, nel complesso, che esprime il netto rifiuto della politica populista.

Se il fenomeno si prende per la coda, immaginando di anestetizzare l’effetto anche doloroso di questo sommovimento, è probabile che per un attimo si possa catturare una sensazione di apparente sicurezza. Invece la domanda di novità, insita nella reazione al declino della città e del Paese, può deragliare verso una vera e propria contestazione politica a danno di tutte le forze di governo, e del PD in primis. Non ha senso mostrare i muscoli, perché in alcuni casi – e siamo esattamente in questa condizione – la forza non garantisce la ‘verità’ di un processo evolutivo, ovvero la costruzione di equilibri adeguati alla richiesta di mutamento che proviene dalla società civile.

Bisogna essere coraggiosi. Invece che dalla coda, il fenomeno va affrontato e governato dalla testa, senza indugi paralizzanti o esclusioni a priori. I riformisti hanno questa responsabilità, a maggior ragione ce l’hanno i più giovani tra di essi, quelli che sono del resto più vicini, esistenzialmente e politicamente, a questa dinamica di trasformazione che investe in prima battuta e in maniera diretta la Capitale del Paese. Pertanto a Calenda va richiesta una presenza all’interno del dibattito odierno, e più in generale una apertura mentale nei confronti di uno schema di coalizione. Noi democratici, dal canto nostro, abbiamo invece l’obbligo, ora più di prima, di farci promotori di un processo in cui Calenda venga incluso e considerato come uno tra gli elementi predominanti della ripartenza di Roma.  Solo così, confermando la sua predisposizione a giocare controcorrente, potrebbe essere in grado di trascinare un ampio schieramento di forze sul terreno di una bella e feconda rigenerazione della politica democratica. Processo all’interno del quale il PD deve obbligatoriamente far parte, e giocare un ruolo di costruzione.

È una partita da giocare tutta all’attacco, se non vogliamo che l’ansia di novità si traduca in un paradossale rilancio di un mix di astiosità e immoderazione di cui la destra di Salvini e Meloni, a Roma più forte che altrove, è ampiamente tributaria.