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Cinque anni con la Laudato si’

Editoriale a firma di Padre Costa S.I., direttore di “Aggiornamenti Sociali”, la rivista della Comunità di San Fedele (Milano).

L’enciclica Laudato si’ (LS) porta la data del 24 maggio 2015, anche se è stata resa pubblica qualche settimana dopo: sono quindi cinque anni che “viviamo” con la LS. Fin da subito alcune sue espressioni hanno conquistato l’attenzione, come «ecologia integrale» (a cui è dedicato tutto il cap IV), «Tutto è connesso» (LS, nn. 117 e 138), oppure «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS, n. 139). Sono diventate anche slogan di moda, con il rischio di una rapida banalizzazione del loro contenuto: anche una enciclica può rimanere vittima della cultura dell’usa e getta e della smania del sensazionalismo.

Ma fortunatamente non è stato questo l’approccio all’enciclica prevalente nella comunità cristiana e nella società: l’abbiamo approfondita, ci siamo confrontati con il paradigma dell’ecologia integrale che è al suo cuore, lasciandoci mettere in discussione e provando ad assimilarlo. Abbiamo così scoperto che la LS non è un testo da imparare, perché non è la trattazione compiuta e definitiva di un tema, ma è la fonte di ispirazione e il quadro orientativo di un progetto che si chiarisce via via che lo si mette in atto.

In questi cinque anni la LS ci ha profondamente influenzato, cambiando il nostro sguardo sulla realtà e il nostro stile di vita, aiutandoci a fare attenzione a dimensioni che prima forse nemmeno vedevamo e spingendoci a intraprendere nuovi percorsi e a dare il via a nuovi processi. A sua volta, tutto questo lavoro ci ha consentito di approfondirne sempre di più il messaggio, scoprendone una ricchezza e una vitalità insospettate alla prima lettura.

Qui l’articolo completo

Quale avvenire per il nostro Servizio Sanitario Nazionale?

La Legge 833 del 1978 (1) istituiva il Servizio Sanitario Nazionale ( SSN ) dando in questo modo piena attuazione giuridica all’ art. 32 della Costituzione (2) che designa la salute come bene primario da tutelare in maniera equa ed universalistica per tutti i cittadini  . Peraltro l’ art. 32 scaturisce dalla concezione personalistica della nostra Costituzione che mira a tutelare il pieno sviluppo dei cittadini sia dal punto di vista individuale che nelle varie aggregazioni comunitarie . Sul concetto stesso di salute molto  si discute circa la definizione più appropriata ; definire la salute come assenza di malattie e disabilità appare notevolmente riduttivo ; salute è la risultante di politiche di sanità pubblica , di pratiche clinico-assistenziali e sociosanitarie; l’ outcome combinato dei predetti fattori deve essere valutato in ordine al raggiungimento del benessere fisico , mentale , relazionale dei cittadini .

Da meno di 2 anni il nostro SSN ha compiuto 40 anni di vita ed è stato a lungo considerato come uno dei migliori del mondo  .  Ma da almeno dieci/ quindici  anni dà evidenti segni di scricchiolio . In questo lavoro intendo interrogarmi sul perché di ciò che sta accadendo  , su come sta evolvendo la spesa sanitaria , su quali sono gli attori principali in gioco e su quale  sia la possibile strategia da imboccare per il futuro. 

Sicuramente esistono delle cause oggettive che hanno determinato un aumento delle pressioni sul SSN :

  • Invecchiamento della popolazione per un aumento progressivo dell’ aspettativa di vita ( 3 ) con conseguente aumento della patologia cronica e della spesa sanitaria per le classi avanzate di età ; gli uomini hanno una aspettativa di vita media di 80,8 anni , le donne di 85,2 anni; il fenomeno è particolarmente grave nel nostro paese dove il tasso di natalità è tra i più bassi del mondo e in continuo decremento , dal 2008 al 2018 siamo passati da 439 mila nuovi nati a 140 mila nuovi nati e in assenza di immigrazione stanziale la prospettiva di calo demografico sarebbe stata anche peggiore  ( 3 )
  • L’ esplosione di innovazioni tecnologiche soprattutto farmaceutiche sia per la diagnosi che per la cura
  • La mutazione del rapporto del paziente rispetto al curante e alla malattia con continue crescenti richieste di prestazioni spesso a basso valore aggiunto o totalmente inefficaci indotte dall’ uso improprio di Internet e/o dal passaparola 

Per quanto riguarda i fattori inerenti la politica , la sanità pubblica è stata quasi sempre considerata un fardello piuttosto che un dovere costituzionale e un investimento con ovvie positive ricadute socioeconomiche ; la politica sanitaria è stata inoltre sviluppata in maniera staccata dalle altre politiche pubbliche strettamente connesse : industriale , ambientale , fiscale etc ; si è preferito procedere sull’ onda delle contingenti necessità di bilancio o elettorali del momento ( reddito di cittadinanza , quota 100 etc . ) piuttosto che privilegiare piani coordinati di ampio respiro improntati a criteri di efficienza ed equità peraltro difficili da perseguire da parte di Governi di breve durata composti da forze parlamentari non omogenee o francamente eterogenee . Un altro grosso handicap rivelatosi tale in maniera chiara con il passare dei lustri è stata la pressocchè totale gestione delle politiche sanitarie da parte delle Regioni , evento indotto dalla modifica del Titolo 5° della Costituzione ( 4 ) ; i poteri di coordinamento ed indirizzo da parte dello Stato si sono gradualmente appannati determinandosi di fatto la creazione di tanti SS regionali (SSR) con differenti risorse , obbiettivi , legislazione , nomenclatori,  addirittura tariffe molto diverse per la stessa prestazione . Peraltro le decisioni maturate nell’ ambito della Conferenza Stato-Regioni non sono state sempre rispettate in maniera puntuale e leale dalle parti. Il proliferare di tanti SSR ha portato a modelli di erogazione molto differenti anche tra le stesse Regioni del Nord ( sanità quasi completamente pubblica in Emilia,  modello ampiamente privatistico in Lombardia ).

Ma al momento , rispetto agli altri Paesi industrializzati , come si configura la nostra spesa sanitaria ? e come è ripartita la spesa sanitaria tra i vari stakeholder ?

Un recente Rapporto OCSE mostra che per la sanità, sia pubblica sia privata, i Paesi   spendono in media 3.992 dollari pro-capite, mentre in Italia ci fermiamo a 3.428 dollari. In questa classifica gli Stati Uniti sono primi con una spesa sanitaria pari a 10.586 dollari e il Messico ultimo con 1.138 dollari pro-capite (5, 6 )( Fig. 1 ) . Il medesimo Rapporto analizza il valore assoluto , cioè il valore monetario corretto per il potere d’ acquisto e il tasso di crescita annuo della spesa pubblica per i vari paesi ; L’ Italia ha una spesa pubblica del 74,2 % contro una media OCSE del 73,8 % ma se si tiene conto del potere d’ acquisto l’ Italia spende 2.545 dollari contro una media di 3.038 dei paesi OCSE ( 7  )  ; se consideriamo i tassi incrementali annui l’ Italia è agli ultimissimi posti della classifica con un + 0,2 %  nell’ ultimo anno considerato e un  + 0,8 % nel quinquennio 2013-2018 (Fig. 2 ) . Per la spesa out of pocket cioè sostenuta in prima persona dai cittadini il valore in Italia è di 791 dollari vs 716 della media OCSE (7 ).  In realtà la spesa privata è costituita anche da un Terzo pilastro ( Fondi Sanitari , Welfare aziendale , Assicurazioni private ) . La Fig. 3 mostra le due componenti della spesa privata in Italia ( out-of pocket ) e in alcuni tra i più importanti Paesi OCSE .

Fig. 1 : Spesa totale procapite nei vari paesi OCSE divisa in spesa pubblica e spesa out of pocket

Fig. 2 : Andamento del tasso incrementale annuo della spesa pro-capite corretta per il potere di acquisto

Fig. 3 : Il rapporto OECD 2016 mostra la spesa out of pocket e la spesa intermediata in Italia e in altri importanti paesi OECD

 

Gli stakeholder della spesa intermediata sono sostanzialmente di tre  tipologie :

  1. Fondi Sanitari Integrativi (FSI) che appartengono al settore non-profit e che forniscono prestazioni teoricamente non previste nei LEA  ; nel 2015 erano ben 305 , di questi solo 8 realmente integrativi, cioè fornivano solo prestazioni non previste dai LEA ; la maggior parte delle prestazioni erogate dai FSI  sono   già previste dai LEA costituendo pertanto un inutile duplicato spesso a basso valore aggiunto ; frequentemente  i Fondi investono i ricavati riassicurandosi con assicurazioni private   per ottenere più ampie coperture assicurative .
  2. Welfare aziendale ; in questa modalità le imprese offrono direttamente ai dipendenti particolari prestazioni p.e. quelle odontoiatriche .
  3. Imprese private di assicurazione che a fronte del pagamento di un premio assicurativo erogano un panel di prestazioni ai propri clienti 

I FSI  godono della deducibilità dei contributi sino ad un massimo di 3695,20 € (8) .

A questo punto dobbiamo chiederci come l’ attuale andamento della spesa sanitaria pubblica e privata possa essere interpretata e quali  proposte è possibile avanzare per gli anni immediatamente prossimi venturi . La nostra spesa sanitaria pubblica è veramente superiore a quella degli altri Paesi OCSE ? Non è assolutamente vero ( vedi la Figura 1 prima citata ) e se consideriamo il valore corretto per il poter d’ acquisto  (Fig. 4 ) la posizione dell’ Italia precipita ancora più in basso con 2545 dollari pro-capite a fronte di una media di 3038 per i paesi OCSE. Ma il dato che più colpisce è che siamo agli ultimi posti in termini di tasso incrementale annuale e ciò nonostante le innovazioni tecnologiche , farmacologiche , l’ invecchiamento della popolazione , le sempre più incalzanti aspettative di salute dei cittadini  . Nella Fig. 5 (9) vediamo come i vari fattori di produzione concorrono alla spesa sanitaria con il passare degli anni ; è immediatamente evidente che la componente costi del personale ha segnato un declino progressivo  e importante . Ma davvero pensiamo di poter continuare a difendere l’ universalità , l’ equità , l’ accessibilità del nostro SSN   demotivando e riducendo drasticamente la componente che dovrebbe fare la differenza , che dovrebbe condurre la nave in porto ? .

Fig. 4 ; spesa pubblica procapite corretta per i prezzi sanitari , Rapporto OECD 2016

Fig. 5 : Andamento negli anni dal 2000 al 2017 dei vari fattori di produzione (9)

 

A chiarire ulteriormente la situazione  citiamo i dati dell’ ultimo Rapporto SVIMEZ (10) del 2019 in cui si sottolinea come la spesa procapite sia di 1600 euro al Sud e 2000 euro al Centro-Nord ; nelle regioni meridionali il 10 % della popolazione migra verso il Centro-Nord per interventi chirurgici acuti ; i posti letto per mille abitanti sono 3,18 nella media italiana ma 3.37 nel Centro Nord e solo 2,82 nel Sud (11) ; il rapporto fornisce molti altri dati ma credo bastino quelli citati per concludere su un SSN spaccato in 2 . Recentemente su Quotidiano Sanità Filippo Anelli Presidente della FNOMCEO rivolgeva un accorato appello chiedendo , dopo il COVID19 , un piano Marshall per la sanità italiana in cui si appronti una strategia complessiva di ri-sanitarizzazione del Sud con controlli stringenti sugli investimenti ex-post  ( 12 ) .

Ma come è giudicato nel mondo il nostro SSN ? Io credo che esista un lag temporale tra le analisi dei vari Osservatori e la realtà come la viviamo quotidianamente con uno scivolamento sempre più accentuato verso un privatismo out of pocket dove prevalgono logiche perverse di disease mongering ( espansione della nosografia e della prevenzione  secondaria della malattia a fine di trarne profitto ) da parte degli stakeholders erogatori interessati in combinazione con una sempre crescente domanda di medicalizzazione da parte dei ceti più abbienti e acculturati . A febbraio 2019, Bloomberg News – ha reso noto il Bloomberg Global Health Index, che valuta la salute della popolazione in 169 Paesi membri dell’Organizzazione mondiale della sanità, sulla base di diversi fattori come la speranza di vita, l’accesso alle cure, i fattori comportamentali della popolazione e quelli ambientali ; l’ Italia si colloca al 2° posto (13) . Un’ altro indice elaborato con criteri più stringenti dalla prestigiosa rivista mondiale  The Lancet e denominato Healthcare Quality and Access Index  colloca l’ italia al 9° posto (14) . La verità è che queste classifiche si basano su necessarie semplificazioni dei criteri da considerare e soprattutto non valorizzano con modelli adeguati gli outcome clinici e i possibili sviluppi nel tempo dello scenario sanitario .

 

Conclusioni

Dal quadro complessivo che ho tracciato emerge una realtà con notevolissimi squilibri territoriali , con un grave problema di governance   a livello statale , con una costante riduzione della spesa pubblica , con la mancanza di una visione politica strategica di ampio respiro , con allarmanti fenomeni di migrazione sanitaria (15) tra regioni e con un significativo sviluppo del secondo e terzo pilastro della spesa sanitaria (16) . Non si possono ignorare le lunghe liste d’ attesa , i ticket onerosi , le difficoltà relazionali con erogatori spesso condizionati dal disease mongering . Inoltre l’ espansione facilitata e fiscalmente premiata dei FSI non sembra aver portato alcuna reale utilità in termini di riduzione della spesa complessiva , di abbattimento delle liste , di copertura di aree non previste nei LEA . Interesse del secondo e terzo pilastro è invece allargare la spesa sanitaria complessiva . Occorre insomma un disegno politico coraggioso pluriennale che metta il SSN al centro dello sviluppo e programmi il recupero delle disuguaglianze tra le regioni e , nell’ ambito delle stesse aree geografiche , tra classi con differenti redditi . Ciò potrà essere fatto solo se la politica recupera la sua missione più alta , perseguire il bene comune con mezzi e tempi idonei utilizzando le migliori capacità professionali e manageriali (17) . Mi piace concludere con una frase del Rapporto Romanow del 2002 ( Sanità Canadese ) : un SSN è sostenibile tanto quanto lo si vuole che sia ; credo che tutti gli operatori, i corpi intermedi e le istituzioni debbano operare perché la sostenibilità vada di pari passo con la qualità e con l’ equità ; abbiamo un grande tesoro di famiglia , lo dobbiamo difendere con tutti gli sforzi possibili .

Bibliografia

  1. Legge 833 del 1978 pubblicata sulla GU n. 360 del 28-12-1978 , Legge           Istitutiva del Sistema Sanitario Nazionale
  2. Costituzione della Repubblica Italia entrata in vigore il 1° Gennaio del 1948
  3. Rapporto annuale ISTAT 2019 Capitolo 3
  4. Legge Costituzionale 3/2001 modificante il Titolo V della Costituzione
  5. OECD (2019), Health at a Glance 2019: OECD Indicators, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/4dd50c09-en.  , Chapter 7
  6. StatLink 2 https://doi.org/10.1787/88893401687Quotidiano Sanità 7 novembre 2019
  7. http://www.clusteralisei.it/secondo-i-dati-ocse-2019-la-spesa-sanitaria-italiana-e-al-di-sotto-della-media-degli-altri-paesi/
  8. Rete Sostenibilità e Salute 2017 ; I Fondi Sanitari integrativi e sostitutivi e le Assicurazioni Sanitarie
  9. Ministero dell’Economia e delle Finanze. Dipartimento della Ragioneria   Generale dello Stato. Il monitoraggio della spesasanitaria. Rapporto n° 5. Roma, novembre 2018. Disponibile a: http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit–i/Spesa-soci/Attivit-monitoraggio-RGS/2018/IMDSS-RS2018.pdf.
  10. Rapporto SVIMEZ 2019 p.29 e seguenti
  11. Ufficio Parlamentare di Bilancio Aggiornamento di Dicembre 2019
  12. Quotidiano Sanità 4 Novembre 2019
  13. https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-02-24/spain-tops-italy-as-world-s-healthiest-nation-while-u-s-slips
  14. Measuring performance on the Healthcare Access and Quality Index for 195 countries and territories and selected subnational locations: a systematic analysis from the Global Burden of Disease Study 2016 ; The Lancet , Vol 391 2 June 2018
  15. Ad Alta voce  I tumori in Italia . Ibisogni e le aspettative dei pazienti e delle famiglie ; Indagine F.A.V.O. Censis del 2011
  16. Rapporto GIMBE 2019
  17. APPELLO DELLA RETE SOSTENIBILITÀ E SALUTE: I Fondi Sanitari “integrativi” e sostitutivi minacciano la salute del Servizio Sanitario Nazionale 28 Novembre 2017
  18. Building on Values The Future of Health in Canada , Rapporto Romanovw November 2002

 

Giornali e politica

I giornali celebrano il potere. Quando lo fanno, dimostrano di svolgere male il loro compito. Dovrebbero, secondo me, mettere in rilievo le condizioni di chi gestisce il potere e, se lo strumento utilizzato si struttura in domande e risposte, le domande devono essere sempre scomode. Ripeto, sempre scomode.

Il servizio del giornale sarà maiuscolo se avrà fino in fondo, svolto questo servizio. Solo così il governante potrà dimostrare le sue qualità. Se invece, come purtroppo sovente leggo, il giornalista si limita a fare degli assist, allora dimostra due cose: si essere mediocre e di inchinarsi al potere. Di esempi ne abbiamo fin sopra i capelli. Ma ci sono anche espressioni maiuscole.

A volte, ho letto dialoghi fulminei, densi di bellezza, tanto in chi incalzava, quanto in chi rispondeva. Ripeto, rari casi, ma ci sono.

Qualcuno, sull’onda di una ingiustificata armonizzazione, si auto celebra. Magari stabilisce anche la proporzione dell’immagine; dove inserirla, e come riquadrarla. In questi ultimi giorni, riferendomi alla stampa locale, l’esempio è stato eclatante. I temi trattati non hanno mostrato in alcun modo le fragilità del politico. Questo si è riferito a una riforma svolta, blandendola. Il giornalista lo ha lasciato fare. Mentre quella riforma ha rivelato dubbi a non finire, inconfessabili fragilità e oggi, richiede un pronto intervento per rigirarla.

Nell’esempio che prendo in esame, sempre sulla scorta della divinizzazione di chi si esprime, non ha in alcun modo affrontato alcune carenze di fondo, relativamente alla situazione del corona virus; mi riferisco soprattutto, ma potrei facilmente allargare lo sguardo, al problema della nave e dei costi della stessa che, nel totale silenzio, sembra ormai un fantasma.

Circa le vicende dei cosiddetti sciacallaggi, per quanto io non sia assolutamente d’accordo con i 5Stelle, per quanto mi siano indigesti, e li abbia sempre abbondantemente criticati, credo il politico non abbia ascoltato l’intervento in parlamento. Ma si sia mosso per sentito dire e seguendo slogan giornalistici e qualche parata, di cattivo gusto, messa in scena a Montecitorio.

A conti fatti, c’è una sorta di mania che perseguita qualche politico regionale. Si metta il cuore in pace le distanze con alcuni predecessori sono abissali. Non c’è confronto. Capisco le aspirazioni, ma alla fine un cipresso rimane sempre un cipresso e, difficilmente, potrà apparire ed essere una sequoia.

Oggi riprendono i voli dalla Romania per l’Italia

La compagnia aerea di bandiera della Romania, Tarom, riprenderà oggi i voli da e per l’Italia con due destinazioni: Roma e Milano.

I voli si svolgeranno in condizioni speciali, ovvero osservando le regole imposte dall’emergenza coronavirus. Secondo Tarom, dalla Romania verso l’Italia possono viaggiare cittadini italiani, lavoratori stagionali con contratti di lavoro e lavoratori del settore trasporti.

Per viaggiare dall’Italia verso la Romania saranno accettati esclusivamente i cittadini romeni che desiderano essere rimpatriati. Un biglietto aereo da Bucarest a Roma costa 208 euro; mentre uno da Bucarest a Milano 200 euro.

Coldiretti: “Manca la manodopera straniera, la frutta è a rischio”

Addio ad un frutto su tre con il crollo del raccolto di frutta estiva in Italia, dalle albicocche alle ciliegie, dalle pesche alle nettarine, che è destinato ad avere effetti sui prezzi al consumo. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle previsioni sul raccolto di frutta in tutta Europa di Europech per il 2020.

A livello nazionale si stima una produzione di pesche e nettarine ridotta del 28% per un raccolto di quasi 820mila tonnellate che colloca l’Italia in Europa dopo la Spagna mentre il Belpaese – sottolinea la Coldiretti – resta primo produttore di albicocche con 136mila tonnellate, un quantitativo che è però più che dimezzato rispetto allo scorso anno (-56%).

Una situazione drammatica nelle campagne che destinata ad avere ulteriori e pesanti effetti anche sull’andamento dei prezzi per i consumatori che hanno fatto già registrare sugli scaffali incrementi che vanno dal +8,4% frutta al +5% per la verdura ad aprile secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat che rileva aumenti anche per pesce surgelato (+4,2%), latte (+4,1%), salumi (+3,4%) pasta (+3,7%), burro (+2,5%), carni (+2,5%) e formaggi (+2,4%) per effetto dello sconvolgimento in atto sul mercato per le limitazioni ai mercati al dettaglio e ai consumi fuori casa con l’emergenza coronavirus.

E a peggiorare la situazione è – continua la Coldiretti – la previsione complessiva per la produzione di frutta nell’intero vecchio continente con una contrazione europea del raccolto del 37% per le albicocche e del 19% per pesche e nettarine rispetto al 2019.

A pesare è la situazione climatica avversa che – sottolinea la Coldiretti – ha tagliato le produzioni sulle quali gravano peraltro le preoccupazioni per la carenza di lavoratori per le raccolte che potrebbe comportare ulteriori perdite a carico dell’offerta nazionale.  Per gli agricoltori italiani – sottolinea la Coldiretti – al danno si aggiunge la beffa di essere costretti a lasciare i già scarsi raccolti nei campi per la mancanza di manodopera a seguito della pandemia Covid 19 che ha portato alla chiusura delle frontiere ai lavoratori stranieri che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale in agricoltura per poi tornare nel proprio Paese.

Per questo si attende l’annunciata apertura dei confini il 3 giugno ma serve anche subito – precisa la Coldiretti – una radicale semplificazione del voucher “agricolo” che possa ridurre la burocrazia e consentire anche a percettori di ammortizzatori sociali, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università e molte attività economiche sono rallentate e tanti lavoratori sono in cassa integrazione.

Il rischio  — precisa la Coldiretti – è che una ridotta diponibilità di frutta nazionale provochi un deciso aumento delle importazioni dall’estero da spacciare come Made in Italy. Di fronte al pericolo dell’inganno la Coldiretti consiglia di verificare su cartellini ed etichette obbligatori per legge l’origine nazionale, di preferire le produzioni locali che non essendo soggette a lunghi tempi di trasporto garantiscono maggiore freschezza, privilegiare gli acquisti diretti dagli agricoltori, nei mercati di campagna amica e nei punti vendita specializzati anche della grande distribuzione dove è più facile individuare l’origine e la genuinità dei prodotti.

L’Italia – riferisce la Coldiretti – è il primo produttore UE di gran parte di verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta l’Italia primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e pere fresche, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne. La Penisola risulta poi il secondo produttore dell’Unione Europea di lattughe, cavolfiori e broccoli, spinaci, zucchine, aglio, ceci, lenticchie e altri legumi freschi. È altresì seconda per la produzione di pesche, nettarine, meloni, limoni, arance, clementine, fragole (coltivate in serra), mandorle e castagne. Infine, l’Italia – conclude la Coldiretti – detiene il terzo posto in Europa per quanto riguarda asparagi, ravanelli, peperoni e peperoncini, fagioli freschi, angurie, fichi, prugne e olive da tavola, secondo la Fondazione Edison.

Legalità e risanamento finanziario negli enti sciolti per mafia

63 comuni e 2 aziende sanitarie provinciali in gestione straordinaria per infiltrazione o condizionamento di tipo mafioso nel 2019. La relazione annuale, trasmessa dal ministro Luciana Lamorgese ai presidenti di Senato e Camera dei Deputati e al presidente della Commissione parlamentare antimafia, traccia il bilancio delle attività svolte per il ripristino della legalità e per il risanamento finanziario dalle 65 Commissioni straordinarie impegnate negli enti.

Le 65 gestioni commissariali comprendono anche gli enti sciolti in precedenza, la cui gestione è terminata nel corso del 2019 con l’elezione dei nuovi organi e delle gestioni prorogate. In particolare, gli scioglimenti di consigli comunali disposti nell’anno 2019 sono stati 19: 7 in Sicilia, 6 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Campania e 1 in Basilicata. Il 28,6% dei comuni commissariati è risultato essere in condizioni di deficit finanziario e ha di conseguenza dichiarato il dissesto o adottato un piano di riequilibrio pluriennale.

Sono stati poi sciolti gli organi di direzione generale dell’A.S.P. di Reggio Calabria (bacino di utenza: 553.861 abitanti) e dell’A.S.P di Catanzaro (bacino di utenza: 370.000 abitanti).

Nella relazione sono contenuti, inoltre, una sintesi dei principi enunciati dalla giurisprudenza nei casi di contenzioso sui provvedimenti di scioglimento per infiltrazioni mafiose e i principali interventi effettuati dalle Commissioni straordinarie per il ripristino delle regole nella complessiva gestione degli enti.

Si tratta di un intenso impegno per il miglioramento delle condizioni finanziarie, per la riorganizzazione dell’apparato burocratico, per il potenziamento dei servizi, oltre che nel settore edilizio e delle opere pubbliche, nell’utilizzo dei beni confiscati alle mafie e nei rapporti con la cittadinanza.

Coronavirus: è partita l’indagine di sieroprevalenza

Il Ministero della Salute e Istat, con la collaborazione della Croce Rossa Italiana, a partire da ieri, hanno avviato un’indagine di sieroprevalenza dell’infezione da virus SarsCoV2 per capire quante persone nel nostro Paese abbiano sviluppato gli anticorpi al nuovo coronavirus, anche in assenza di sintomi.

Il test verrà eseguito su un campione di 150mila persone residenti in duemila Comuni, distribuite per sesso, attività e sei classi di età. Gli esiti dell’indagine, diffusi in forma anonima e aggregata, potranno essere utilizzati anche per altri studi scientifici e per l’analisi comparata con altri Paesi europei. Per ottenere risultati affidabili e utili è fondamentale che le persone selezionate per il campione aderiscano. Partecipare non è obbligatorio, ma conoscere la situazione epidemiologica nel nostro Paese serve a ognuno di noi.

Le persone selezionate saranno contattate al telefono dai centri regionali della Croce Rossa Italiana per fissare, in uno dei laboratori selezionati, un appuntamento per il prelievo del sangue. Il prelievo potrà essere eseguito anche a domicilio se il soggetto è fragile o vulnerabile.

Una ‘piattaforma Popolare’.

Al di là della formazione di nuovi partiti e nuovi soggetti politici, è indubbio che l’area Popolare nel nostro paese merita di più. Non sotto il profilo organizzativo e logistico ma proprio sul versante squisitamente politico e culturale. Un’area che produce incessantemente una vasta, larga e plurale elaborazione politica, culturale e programmatica. Un’area che, attraverso i suoi esponenti più o meno significativi, commenta e interviene incessantemente sui temi che dettano l’agenda politica, e non solo, nel nostro paese. Ma tutta questa produzione politica, culturale, programmatica e anche accompagnata da un serio rigore morale della sua classe dirigente, rischia di disperdersi in mille rivoli e senza un punto di riferimento. Che non deve necessariamente essere confuso con una forza politica. Soprattutto quando ne mancano radicalmente le condizioni politiche. Anche perchè i tentativi messi in campo, seppur legittimi e generosi – circa una sessantina negli ultimi 20 anni – sono tutti puntualmente naufragati appena venivano annunciati pomposamente e con grande frastuono. Una prassi che continua tuttora, senza interruzione e senza pause. 

Ora, molto più umilmente ma realisticamente, si tratta di attivare un’iniziativa che sia in grado di riunire ed accentrare questa poderosa e significativa elaborazione politica con uno strumento che, quotidianamente, possa offrire ‘il punto di vista Popolare’ su ciò che caratterizza e contraddistingue la politica italiana. 

Certo, un tempo – e forse lo si potrebbe pensare anche oggi malgrado i costi siano sempre più esosi – si sarebbe detto un giornale. Cioè un quotidiano. E questo anche perchè l’area Popolare e cattolico democratica dispone ancora della testata ‘Il Popolo’, la storica denominazione dell’organo della Democrazia Cristiana. Ma oggi, senza riproporre il ‘quotidiano’, si tratta di creare uno strumento più accessibile e meno oneroso. La potremmo definire una sorta di “piattaforma Popolare”, cioè una voce che sintetizza la proposta politica, e il dibattito, di un’area che resta variegata e composita, plurale ma autorevole. Un’area che continua ad essere autorevole e qualificata nel panorama politico nazionale. Ed evocata, misteriosamente e stranamente, soprattutto dai suoi storici detrattori. E non solo per il suo glorioso passato ma anche per la modernità e l’attualità del suo pensiero politico e della sua cultura di riferimento. E questo anche per il rispetto della sua classe dirigente, così diffusa e così radicata nel tessuto vivo del nostro paese. E in tutti i settori, non solo nel dibattito politico. Perchè nella cultura come nel volontariato, nell’associazionismo cattolico come nel sociale la presenza di una classe dirigente cristianamente ispirata continua ad essere significativa e capillarmente diffusa. 

Ecco perchè una “piattaforma Popolare” oggi può essere uno strumento utile. A disposizione di tutti e a vantaggio di una cultura e di una politica che conservano, lo ripeto, una bruciante attualità. Tutto ciò per la qualità della democrazia italiana e non per la conservazione di un gruppo dirigente o per la mera nostalgia di un passato ormai improponibile. 

Vincenzo Cappelletti, una vita spesa con autorevolezza al servizio della cultura italiana

La storia dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani è molto meno nota degli effetti, dati per scontati, della funzione che le sue opere esercitarono nella formazione e nel nutrimento della cultura nazionale, in due ben diverse fasi del Novecento, quella segnata dal fascismo, e quella repubblicana. Sulla storia della Treccani durante il fascismo, si conoscono pochi ma notevoli studi; la storia dell’Istituto nella seconda metà del secolo scorso non ha ancora ricevuto una ricostruzione d’insieme o approfondite indagini, con la eccezione della rappresentazione offerta dai meritori cataloghi delle mostre documentarie organizzate dall’Istituto medesimo per celebrare importanti ricorrenze della sua storia, fra i quali si distingue per ricchezza di materiali 1925-1995. La Treccani compie 70 anni, edito durante la presidenza di Rita Levi-Montalcini; preziose sono certo le non poche voci che nelle opere Treccani si sono venute dedicando nel tempo a figure capitali della sua storia, e i lemmi consacrati alla Enciclopedia come Istituto. 

Nella storia della Treccani nel secondo Novecento ha avuto parte fondamentale Vincenzo Cappelletti, scomparso a Roma, a 89 anni, lo scorso 21 maggio. La sua biografia, ora tutta da fare, è in gran parte intessuta con quella storia, anch’essa da scrivere, e che egli ha contribuito come pochissimi a scandire. 

Studente universitario a Roma, e tra i giovani della FUCI, laureatosi in medicina, e poi in filosofia, sotto la guida di Franco Lombardi, Cappelletti diventò libero docente di storia della scienza (1967), e poi ordinario della stessa disciplina nella romana Sapienza (1980). Entrò nell’Istituto della allora Piazza Paganica nel 1956, e fu stretto collaboratore del suo Presidente, Aldo Ferrabino, con cui nello stesso anno fondò la rivista “Il Veltro”. Alla presidenza Ferrabino (1954-1972) spettò il principale onere della prosecuzione della missione Treccani negli anni del rinnovamento democratico, della ricostruzione e dello sviluppo, ossia di riorientare una istituzione nata prima della guerra, e in un regime illiberale, nella società traversata da un movimento economico e morale nuovo e intensissimo, da spinte e conflitti inediti, nella più ricca dialettica tra forze intellettuali e sociali, sullo sfondo dei grandi mutamenti europei e mondiali, assumendo il compito di accompagnare e restituire nelle categorie del sapere quel processo storico. 

In quegli anni l’Enciclopedia ridisegnò la sua funzione, e la sua produzione, e il contributo di Vincenzo Cappelletti fu decisivo. Vice direttore generale nel 1969, direttore generale dal 1970, egli seppe offrire continuità lucida e operosissima alla transizione verso la successiva presidenza di Giuseppe Alessi (1972-1992). Durante la presidenza Levi-Montalcini (1993-1998), nominato vicepresidente e direttore scientifico, che era stata la carica di Giovanni Gentile, Cappelletti assolse quel ruolo fino al 2002, prestando ancora una volta continuità nella nuova presidenza di Francesco Paolo Casavola. Ma è qui soprattutto la fase relativa agli anni di Ferrabino che occorre particolarmente ricordare, una fase caratterizzata per un verso dalla esecuzione reimpostata di alcuni progetti già in parte della Treccani gentiliana (Dizionario enciclopedico italiano, Dizionario Biografico degli Italiani, la terza Appendice alla Enciclopedia Italiana), e per un altro dalla elaborazione di imprese come la Enciclopedia dell’Arte antica, la Enciclopedia Dantesca, e soprattutto, la Enciclopedia del Novecento come lessico dei massimi problemi, al cui disegno e alla cui realizzazione Cappelletti recò fondante contributo. Negli anni seguenti, avrebbero visto la nascita altre opere capaci di estendere il sapere in molteplici direzioni, dalla Enciclopedia Virgiliana alla Oraziana, dalla Enciclopedia delle scienze fisiche alla Enciclopedia delle scienze sociali.

La Treccani si caratterizzò come grande laboratorio interdisciplinare, impresa economica partecipante del nuovo slancio della ricostruzione e dello sviluppo, comunità di studiosi nazionali, di ogni orientamento culturale, capaci di vitali connessioni con la comunità scientifica internazionale. Nella vita dell’Istituto – che si giovò di figure del valore, fra i tanti, di Ignazio Baldelli, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Umberto Bosco, Tullio Gregory, Massimiliano Pavan, Giuseppe Montalenti, Giorgio Petrocchi, Giovanni Pugliese Carratelli -, Cappelletti offrì più di una virtù: la comprensione degli orizzonti verso i quali la produzione editoriale dovesse procedere; la padronanza delle prospettive e dei metodi sia della cultura umanistica, che di quella scientifica; uno spirito di ‘realizzatore’, condiviso con altra storica figura Treccani, scomparsa appena un anno fa, Tullio Gregory; l’attitudine al coordinamento competente di ampie squadre di ricercatori in diverse discipline; la capacità di integrare la comunità enciclopedica con una larga rete di relazioni istituzionali e culturali, e di prestarsi fuori della Treccani a ruoli spesso di grande rilievo; l’affabile e serena signorilità nella conduzione dei rapporti, preziosa nella guida delle comunità.

In una lettera inviata il 15 aprile 1986 a Aldo Duro, direttore del Vocabolario della Lingua Italiana, cui univa la voce Enciclopedia, che aveva per quell’opera scritto, Cappelletti precisò che aveva desiderato che quella sua voce “rispecchiasse l’Istituto, le premesse a ciò che siamo ma anche la realtà di soggetto che ha conferito significato al termine”. La Treccani seppe appunto conferire significato a quella parola antica; fu capace di ridarle senso, nel secondo Novecento, facendosi l’Istituto coscienza critica e sistematizzante, nella custodia del passato, dei cambiamenti e delle sfide nuove, processi non affrontabili, senza amore del bene comune, profondo impegno morale, vasta consapevolezza storica, fondata capacità scientifica. 

 

Giulio Maira: “Il cervello è più grande del cielo”

Prof. Maira nella Sua lunga esperienza professionale di neuroscienziato e di Docente Universitario Lei si è occupato del cervello. Nel Suo affascinante libro “Il cervello è più grande del cielo” Lei fornisce alcuni dati che suscitano enorme interesse e danno una descrizione della complessità di questo organo del corpo umano. Tanto per cominciare la cosiddetta “materia grigia” è composta da quasi cento miliardi di neuroni a loro volta in grado di creare ulteriori miliardi di connessioni possibili.  In questo modo il cervello guida ogni azione del corpo umano ma soprattutto è dunque la sede di generazione del pensiero in tutte le sue manifestazioni: la logica, la riflessione, il ragionamento, gli stessi sentimenti che la letteratura divulgativa affida impropriamente al cuore?

Il titolo del libro si ispira a una bellissima poesia della grande poetessa americana Emily Dickinson. Questo, innanzitutto perché il nostro cervello ha un numero di cellule pari alle stelle della via lattea, quasi cento miliardi di neuroni. Poi perché la nostra mente, con la fantasia, può racchiudere al suo interno tutto il firmamento e avere ancora spazio per immaginare altre cose. Infine perché da medico che si occupa di pazienti con malattie spesso molto gravi, vedo nelle stelle e nel cielo un segnale di speranza e di prospettiva positiva per il futuro.

La grandezza dell’uomo sta proprio nelle qualità straordinarie del cervello, nella capacità di pensare, di riflettere su se stesso e sul mondo che ci circonda, di progettare il futuro andando al di là delle mere necessità della sopravvivenza. Tutto quel che facciamo è opera del cervello

Nel mio libro ho voluto raccontare il mistero di quest’organo straordinario come se raccontassi una favola, come se fosse un racconto, il racconto della nostra mente. E poiché tutto quello che facciamo è opera della nostra mente, questo libro è la storia dell’uomo, la storia della nostra vita.

Lei definisce il cervello “una rete…un punto cruciale di tutto questo si realizza alla giunzione tra due cellule, là dove avviene la trasmissione dell’informazione. Questa giunzione tra due cellule, in cui le terminazioni dei due neuroni si affrontano, è detta sinapsi…”.In un cervello umano adulto ci sono più di 150mila miliardi di sinapsi e gli assoni, le lunghe fibre di connessione tra le cellule, le superstrade del cervello, la sostanza bianca, coprono una lunghezza di circa 160mila chilometri”… Messi in fila sono pari ad un terzo della distanza che separa la Terra dalla Luna. Ma non credo sia solo questo il motivo che ispira il titolo del Suo libro: non si tratta solo di una complessità neurologica che genera una dimensione di potenzialità e di grandezza. Il cervello è “più grande del cielo” per l’infinita possibilità di generare conoscenza, memoria, comprensione, analisi, sintesi, problem solving. E’ questa la vera potenziale dimensione di una “grandezza”   incommensurabile? Per dirla con Kant il cervello assomma in se’: “il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”…

La grandezza più straordinaria del nostro cervello sta nel mistero della coscienza, che nessun altro essere vivente conosciuto ha in misura così sviluppata. “La coscienza è la forma della conoscenza” scrive il neurologo Giulio Tononi. Senza la coscienza non esisterebbe nulla: è la capacità di ognuno di noi di percepire e di sperimentare il mondo che ci circonda e di sentircene parte, è la soggettività, l’esigenza profonda di capire noi stessi, è la capacità di riflettere sui nostri pensieri, il cervello della riflessione. Se il termine mente è comunemente usato per descrivere l’insieme delle funzioni cognitive del cervello, quali il pensiero, l’intuizione, la ragione, la memoria, e tante altre, la coscienza è lo stato di consapevolezza raggiunto dall’attività della mente, la consapevolezza di essere coscienti, il miracolo dell’uomo che indaga se stesso. Ad essa è anche legata una visione morale del proprio agire, che ci eleva alla trascendenza, alle bellezze astratte, alla legge morale che Kant sente dentro sé.

La coscienza, il pensiero, la mente, ciò che ci spinge sempre avanti e ci regala la meraviglia del sapere e della conoscenza, sono un mistero che ancora ci sfugge, ci portano in un mondo che ancora non riusciamo a cogliere, richiedono un passaggio dal materiale al concettuale che il nostro cervello non è in grado di capire. 

Sul piano clinico quali sono i principali motivi per cui un neurochirurgo interviene sul cervello? Quali risvolti umani a volte drammatici sono impliciti nelle cause che originano una operazione al cervello ma anche nella risoluzione di problemi neurologici non altrimenti esperibili? Ci sono stati esperienze di interventi particolarmente complicati che ricorda in modo particolare? Rifletto su queste Sue parole” da come si muoveranno le mani del chirurgo dipenderà se la psiche o l’integrità fisica di quella persona, in pratica ciò che la caratterizza come persona, verranno preservate, se sarà come prima o no. ”Una responsabilità enorme.

Devo confessare che la Neurochirurgia è la passione che mi accompagna da più di quarant’anni, per il fascino e la complessità di lavorare sull’organo più misterioso che ci sia, per il numero e la complessità delle malattie di cui si occupa, per quanto ancora c’è da scoprire e per gli infiniti campi di ricerca che offre. La Neurochirurgia è la continua esplorazione di un mondo straordinario in cui tanto è ancora avvolto nel mistero e nell’incertezza; e il neurochirurgo ha il privilegio di indagare questo mistero e di coglierne la bellezza.

Certamente ogni intervento è una responsabilità enorme dietro cui si nasconde un mondo di speranze e di dolore. Per questo, ogni volta che sfioro un’area cerebrale o debbo rimuovere una porzione di tessuto per asportare una malattia, non posso non chiedermi quale funzione abbia quell’insieme di decine di migliaia o di milioni di cellule che sarò costretto a sacrificare, quali ricordi o collegamenti, da cui può scaturire un’emozione o un ricordo, verranno eliminati con la rimozione di un semplice grumo di cellule. Un paziente che deve essere operato al cervello sa che affida al chirurgo la parte più importante di sé stesso. Per questo la neurochirurgia richiede un impegno estremo, una preparazione perfetta, perché in nessun’altra chirurgia un minimo errore può avere conseguenze così incommensurabili nella vita futura del paziente. 

Penso al cervello come centrale di comando di operazioni apparentemente semplici che riguardano la nostra quotidianità, come il parlare, l’ascoltare, il muovere gli arti. E’ già affascinante in se’ conoscere i meccanismi in base ai quali il cervello ordina alla gambe di camminare oppure di correre, alle mani di afferrare un oggetto, agli occhi di leggere, al corpo di adattarsi alla sequenza sonno-veglia, per citare solo alcuni esempi. Poi penso al cervello capace di generare sinapsi più complesse: come uno diventa musicista o poeta, pittore, ingegnere, rifletto su quali sono le scintille generative di un pensiero analitico, di una attitudine, di una manifestazione caratteriologica, dei meccanismi di comprensione e delle tassonomie dei vari gradi di pensiero. Come nasce e si concretizza l’intuizione di un’opera d’arte? Esiste una correlazione tra la morfologia del cervello e l’essere un genio? Sotto questo profilo la mente umana come sede che organizza la vita e la presenza dell’uomo sulla Terra assorbe ed amplia le facoltà cerebrali, si identifica in esse fino a diventare un termine che compendia ed esaurisce tutte le funzioni generate dal cervello, al punto di essere “una cosa sola”? L’intelligenza può essere definita come l’indicatore più adatto per definire le potenzialità del cervello? O dobbiamo considerare una accezione più ampia che consideri anche il pensiero divergente, la sfera emotiva verso una visone olistica della mente umana?

Quando noi esseri umani nasciamo, al contrario di quasi tutti gli altri animali, siamo ancora impotenti. Passiamo un anno senza essere in grado di camminare o di parlare, e ne passiamo altri due prima di cominciare ad elaborare pensieri compiuti, e molti altri ancora prima di portare a compimento la lenta maturazione che ci permetterà di creare il cervello più evoluto che si conosca. Sarà anche il tempo necessario perché ognuno di noi possa imprimere allo sviluppo della propria mente un’impronta personale che risenta, oltre che di una predisposizione genetica, delle esperienze e dell’ambiente in cui vive. Saranno le esperienze della vita a plasmare i più piccoli dettagli del nostro cervello, sarà la cultura che ognuno di noi accumulerà a contribuire a sviluppare le reti neurali che costituiranno il cervello di ogni singola persona, facendo così di ogni cervello un’entità unica, differente da qualunque altra. “In questo senso, noi siamo molto più che i nostri geni, noi siamo l’attività dei nostri neuroni”, scrive Sebastian Seung nel suo libro Connectome. E sarà questa combinazione tra le informazioni del nostro DNA, che costituiscono la struttura base del nostro cervello e sono frutto dell’evoluzione, e l’insieme delle reti neurali che sviluppandosi nel corso della vita costituiranno l’insieme delle nostre conoscenze, a determinare ciò che ci caratterizzerà e da cui scaturirà la razionalità oppure la creatività, o la genialità di ognuno di noi.  

Il genio è più legato alla creatività che all’intelligenza. L’intelligenza, legata alla logica, è la capacità di risolvere problemi nuovi e adattarsi all’ambiente, di progettare e realizzare fini complessi. La creatività, utilizzando la curiosità, l’immaginazione, la fantasia e il cosiddetto pensiero divergente,   è la capacità di intuire il nuovo, di organizzare conoscenze intorno a una visione inedita, di creare e inventare immagini e realizzarle. Diceva Einstein: “La logica può portarti dal punto A al punto B, ma l’immaginazione può portarti ovunque”. Certamente, senza la  creatività, l’intelligenza non sarebbe andata oltre la semplice rappresentazione logica della realtà e non avrebbe immaginato le opere d’arte, di architettura e di fantasia di tutti i tempi, le scoperte scientifiche che hanno fatto progredire la nostra società, non avrebbe esplorato le profondità del cosmo e delle infinitamente piccole parti della materia e, infine, non si sarebbe addentrata nei segreti della nostra mente.

Quali sono le frontiere dell’intelligenza artificiale? In teoria dovrebbe trattarsi di una scienza che amplifica le potenzialità del cervello, codifica luoghi di sedimentazione esterna della memoria per conservare una quantità pressochè illimitata di dati e funzioni, elabora procedure suppletive e di supporto alla mente umana per ricevere da essa input e deleghe a compiere determinate operazioni computazionali, semplifica e organizza l’uso della tecnologia nel creare apparati e meccanismi che integrino il ragionamento e il compiersi di una operazione complessa evitando di ripartire ogni volta da capo.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli invita a tenere sempre ferma la distinzione tra il cervello che abbiamo in testa e quello che abbiamo in tasca (o nei laboratori, nei centri di elaborazione dei dati, a partire dal semplice smartphone o dal tablet). Richiama in pratica la primazia del pensiero critico e pensante sul pensiero già codificato in sequenze o algoritmi. Ho in mente due domande al riguardo. Fino a che punto l’uomo può delegare agli apparati tecnologici funzioni  umane, e questo da un punto di vista di fattibilità? La seconda domanda: esistono dei limiti etici a questo transfert di operazioni-funzioni? Il filosofo Giorello ritiene la scienza e la tecnica ancillari al pensiero e al progresso. Il Suo collega Galimberti è preoccupato di una invadenza della tecnologia -e ora della digitalizzazione- nella nostra vita, fino al rischio di una sorta di mutazione ontologica e antropologica. Lei cosa pensa al riguardo?

L’intelligenza artificiale (IA) non appartiene più a un futuro da fantascienza: è già qui e sta cambiando il mondo. La nostra vita, come la viviamo oggi, non sarebbe più possibile senza di essa: ci aiuta nelle diagnosi mediche, ci fornisce strumenti di apprendimento e di comunicazione straordinari, ci procura salute e benessere, ci permette di inviare i nostri astronauti nelle stazioni spaziali. Le macchine ci battono in tutto ciò che riguarda velocità di operazioni e numero di elementi computazionali, oltre che nella velocità dei cambiamenti. Si calcola che oggi l’umanità produca in due giorni la stessa quantità di dati generata dall’alba della civiltà fino al 2003.

Sono dati impressionanti. Ma questo vuol dire che dobbiamo considerare definitivamente in disuso il nostro cervello? Per fortuna no. Nella mente umana vi sono elementi caratterizzanti che le macchine non riescono a riprodurre. Ne cito solo tre. Il primo è la capacità del nostro cervello di emozionarsi; le emozioni non sono solo sentimenti, ma elementi determinanti per qualunque processo decisionale, per la scelta del bene e del male. Una seconda caratteristica umana è la creatività, cioè il prodotto dalla libera associazione di idee, pensieri ed emozioni, cosa che una rigida serie di algoritmi non potrà mai esprimere. E poi c’è la coscienza, una caratteristica così complessa che difficilmente potrà emergere da una materia grezza.

Ma allora, siamo sicuri di poter chiamare “intelligenti” macchine incapaci di costruire una rappresentazione del mondo e di dare vita a processi creativi? Non sarebbe più appropriato definirle, almeno per ora, semplicemente “supertecnologie”?

Il sogno di chi fa ricerca sull’IA non è quello di fermarsi ad una supertecnologia bensì di costruire una macchina con un’intelligenza della massima ampiezza, in grado di realizzare qualunque fine, compreso l’apprendimento, al pari di un essere umano. Tutto ciò, come si capisce, solleva problemi, non solo tecnologici e filosofici, ma anche di sicurezza per il genere umano. Probabilmente questo è tra i dibattiti più importanti del nostro tempo. La scommessa è che la scienza ci possa dare gli strumenti per gestire il processo nel modo giusto prevenendone i rischi, e che i governanti del mondo ci dotino di leggi sagge che permettano di preservare l’equilibrio complessivo del mondo insieme alla dignità e alla libertà dell’uomo.

Se tutto ciò avverrà, e se avverrà nel modo giusto, allora una superintelligenza artificiale potrà rivelarsi una delle trovate più geniali nella storia dell’umanità.

In una recente intervista a questa Rivista il Prof Arnaldo Benini considera l’eziopatogenesi del COVID-19 e la riconduce a diversi fattori che legano l’uomo alla sua presenza sulla Terra, ai livelli di sostenibilità ambientale, all’espansione massiva dell’umanità (ad oggi 7 miliardi e mezzo di persone) ricordando che il biologo Edward O. Wilson fissa un semaforo di sostenibilità uomo-natura a 6 miliardi di esseri umani, pena l’incompatibilità ecosistemica. Inoltre rammenta l’opera distruttiva nei cfr dell’ambiente che può provocare mutazioni genetiche, In sintesi riferisce di una umanità impreparata alla pandemia, con comportamenti dissennati che ne sono anzi concausa. In Sua recente intervista al Corriere della Sera a Sua volta Lei, Prof. Maira, considera i rischi derivanti da  un approccio immediato emotivo e “troppo veloce”, fondato sulla paura, invocando il ragionamento e l’adozione di procedure frutto di riflessione e ponderazione dei problemi in atto: dalla conoscenza del virus alle misure profilattiche da adottare, ai comportamenti quotidiani da modificare fino all’organizzazione di un modello sanitario basato sulla prevenzione e su misure idonee, a cominciare dalla formazione del personale sanitario. Riusciremo a procedere in questa direzione e a stabilire un coordinamento sovranazionale che eviti approcci differenziati ove non diametralmente opposti? Quale dovrebbe essere la cabina di regia, viste le discordanze tra OMS, IIS, scienziati, esperti, decisori politici nazionali e locali? Lei parla di un “pensiero lento che generi decisioni razionali e consapevoli”: cosa va imputato al SSN e cosa va ricondotto alla pedagogia sociale dei comportamenti umani individuali e collettivi?

Sono molto d’accordo con le argomentazioni del prof. Benini. Il pianeta si trova alla possibile sesta catastrofe della sua storia, e questa volta per colpa dell’uomo e del suo progresso tecnologico. L’alterazione violenta dell’ecosistema sembra essere una delle cause delle mutazioni degli agenti patogeni, cosa che da tempo aveva fatto temere agli scienziati lo sviluppo di una pandemia.

Ma voglio dare una breve descrizione dei meccanismi grazie ai quali l’uomo prende le sue decisioni. Nel corso di tanti anni il nostro cervello ha selezionato due modalità principali di comportamento. La prima è il pensiero veloce, l’intuito, che opera in fretta e automaticamente, basandosi su scorciatoie mentali. Si attiva quando, di fronte a una situazione particolarmente grave e inattesa, della quale abbiamo conoscenze incomplete, è essenziale avere una risposta rapida. 

La seconda modalità è il pensiero lento, quello della logica e delle attività mentali più impegnative che coinvolgono un ragionamento più complesso e più affidabile; si attiva quando più elementi del problema sono noti ed è quindi più logico prendere decisioni maggiormente ragionate e consapevoli. 

Penso che nella vicenda, oramai abbastanza lunga, dell’infezione da coronavirus, sia a livello individuale che politico ci si sia trovati troppe volte, per necessità, per mancanza di informazioni certe o di elementi su cui basare decisioni ponderate, a impostare i comportamenti su reazioni emotive e su pensieri rapidi, quasi intuitivi. 

Adesso, pur mantenendo ancora alto il grado di preoccupazione, è il momento che la ragione riprenda il suo primato e si passi a comportamenti razionali, ad azioni governate dal pensiero lento. E il pensiero razionale deve portarci ad imparare molto dalle vicende da cui siamo stati colpiti in questi mesi.

In una altrettanto recente intervista a Il Foglio Lei elenca alcune misure per adeguare la Sanità italiana alle esigenze e alle emergenze di questa epoca, in cui si alzano i livelli di competenza e l’organizzazione del sistema sanitario anche a motivo dell’elevarsi dei rischi generalizzati di virosi sempre più complessi, mutevoli e sofisticate e nell’ordine Lei indica quattro azioni da intraprendere: tamponi sistematici per tutti i lavoratori a rischio, ospedali attrezzati per le pandemie, nuovi metodi di selezione nelle scuole di specializzazione e borse di studio (immagino per la Ricerca). All’avvio della cd. fase 2 alcuni esperti scientifici hanno ipotizzato un rischio di 150 mila nuovi contagiati in cura nei reparti di terapie intensive a fronte di una disponibilità nazionale di 8370  posti letto. Lo “spread” sanitario , il gap con la Germania che di posti letto ad hoc ne ha 28mila è evidente. Perché questo ritardo in una Europa a due velocità?

Purtroppo, in tanti anni ci siamo cullati dietro il convincimento di avere una sanità di eccellenza e 

abbiamo basato le nostre certezza sulla falsa idea di essere invulnerabili e di avere una soluzione tecnica per ogni problema. In realtà ci siamo accorti di avere tra i più bassi numeri di letti di terapia intensiva in Europa, che il fatto di avere dedicato alla sanità e alla ricerca una quota troppo bassa del PIL ci ha esposti a non avere una valida medicina del territorio e ad avere uno squilibrio troppo alto tra sanità del nord e del sud. Ma, soprattutto, siamo giunti totalmente impreparati di fronte ad una pandemia che molti scienziati avevano presentato come possibile, con dipartimenti dedicati alla prevenzione incapaci di cogliere immediatamente l’entità del problema e di contrastarlo efficacemente.

Ma adesso è il momento di recuperare. Il decreto legge Rilancio, tra le tante cose, prevede investimenti cospicui per rafforzare il sistema sanitario ospedaliero e territoriale, con miliardi di euro per nuovi posti di terapia intensiva e respiratori, con realizzazione di nuovi Covid-Hospital destinati solo a pazienti infetti per evitare, come successo nel corso dell’emergenza, che gli ospedali diventino moltiplicatori dell’epidemia (ancora oggi valuterei molto seriamente la possibilità di realizzare, a Roma, un polo Covid di alta specializzazione all’Ospedale Forlanini, vicino allo Spallanzani), investimenti sulla medicina territoriale,  assunzione di 9.000 paramedici, e, importantissimo, un finanziamento per un aumento di oltre 4.000 nuove borse di studio per la formazione specialistica dei neolaureati.  Probabilmente cominciano a farsi sentire gli effetti del pensiero lento, quello che affronta razionalmente e con lungimiranza le decisioni da prendere.

Credo che in nessun ambito come quello sanitario sia necessaria una competenza aggiornata del personale medico e infermieristico. Quale importanza attribuisce ad una formazione in itinere del personale sanitario? L’emergenza COVID-19 ha evidenziato il nervo scoperto di anni di assunzioni bloccate e di tagli alle spese in ricerca pura e applicata, nell’aggiornamento, nelle strutture ospedaliere. Facendo anche  ricorso ai medici specializzandi per carenza di personale. Come recuperare questo gap?

L’esperienza che stiamo ancora vivendo ci ha dimostrato chiaramente, e con orgoglio, che abbiamo tra i più bravi medici e paramedici del mondo, capaci di sacrificare i loro affetti e le loro vite per dedicarsi agli altri. Abbiamo ricercatori straordinari che con stipendi veramente bassi passano le giornate e le notti nei laboratori per farci avere presto una cura o un vaccino contro il virus. La formazione continua è importante per l’aggiornamento delle competenze. Ma ancora più importante è considerare la professione dei medici, dei ricercatori e degli operatori sanitari in genere, una risorsa essenziale e importante per il paese. Rendiamoli medici e ricercatori soddisfatti e gratificati del loro lavoro, anche perché da loro dipenderà la salute futura di ognuno di noi.

Un’ultima domanda riguarda le conseguenze che l’uso di sostanze tossiche, di droghe naturali e chimiche e della loro dipendenza provocano sul cervello. Immagino si tratti di danni irreversibili. Vuole parlarne, specie rivolgendosi a quei giovani che imboccano una strada senza ritorno? E da dove cominciare a riflettere in modo serio e senza remore su questi problemi? Forse la scuola può dare una mano in questo senso?

Gli studi del cervello con Risonanza Magnetica ci permettono di vedere i danni che le droghe e l’alcol provocano a quest’organo. L’abuso protratto può provocare devastazioni cerebrali molto simili a quelle che si vedono nelle persone anziane o a quelle che si associano alla più grave demenza senile, la malattia di Alzheimer. Questo spiega i deficit comportamentali (apatia, rallentamento motorio) e cognitivi (smemoratezza, rallentamento del pensiero), riscontrati in chi fa uso di queste sostanze. In certi casi, tuttavia, anche una minima assunzione di cocaina o ecstasy può avere effetti deleteri, provocando danni devastanti al cuore e al cervello, come se ci si sottoponesse a una forte scarica di adrenalina. 

Negli ultimi decenni l’abuso di alcol e droghe, anche da parte dei ragazzi più giovani, è diventato una vera e propria malattia sociale; nella ricerca del divertimento, è entrata prepotentemente la cultura dello sballo, non ci si diverte se non si sballa. Far sapere ai giovani quali sono le possibili gravi conseguenze che, drogandosi o ubriacandosi, rischiano di portarsi dietro per tutta la vita, può servire a far capire a qualcuno di loro che questi comportamenti non sono un gioco o un divertimento fine a se stesso: drogandosi o ubriacandosi ci si può giocare la vita. 

La prima battaglia contro droga e abuso di alcol deve essere combattuta nelle famiglie e nelle scuole, seguendo un semplice slogan: “Attenzione e informazione”. E’ una battaglia difficile perché il mondo delle droghe è in continuo cambiamento, e per contrastarlo ci vogliono strategie serie. 

La Fondazione Atena Onlus, che ho fondato venti anni fa, da tanti anni, con la collaborazione del prof. Antonio Rebuzzi, cardiologo di fama internazionale e vice presidente della fondazione, fa un’opera di informazione verso i giovani andando nelle scuole d’Italia per spiegare a ragazzi di tutte le età quali siano i danni che l’assunzione di alcol e droghe provoca al cervello. Nel novembre del 2019 ho partecipato ad una manifestazione internazionale, il WE Day di Nottingham, proprio per spiegare questi pericoli a migliaia di ragazzini.

Alesina, l’economista critico degli automatismi, anche quando utilizzati per l’unione monetaria europea.

L’improvvisa fine della vita terrena dell’economista Alberto Alesina ha riacceso la discussione sulle sue tesi. Si ricordano la sua apologia dell’austerità, il suo sostegno post litteram all’Euro. Le sue opinioni al proposito non lasciano spazio ad equivoci. Alesina però fu anche un grande critico della moneta unica negli anni in cui essa veniva costruita. In particolare gli argomenti che Egli espresse in un editoriale sul Corriere della Sera del 15 dicembre 1997 dal titolo “I quattro grandi bluff dell’unione monetaria” lasciano, riletti adesso, sbalorditi per profondità d’analisi e lungimiranza. Sia chiaro, il ricordare una precisa fase del Suo pensiero, non significa in alcun modo provare a coinvolgerLo in cause a Lui estranee, ma solo attingere a dei frutti del Suo ingegno di economista, per capire meglio il nostro presente.

Nel suddetto editoriale Alesina smonta una ad una le ragioni addotte in favore della moneta unica, in un dibattito in quegli anni a senso unico al posto “di una pacata discussione sui costi dell’Unione monetaria”. E le previsioni contenute nelle sue quattro critiche, ahinoi, a distanza di 23 anni si sono rivelate tutte vere con incredibile precisione.

Se la sua prima critica, non serve un’unione monetaria per il mercato comune europeo, può apparire addirittura ovvia, essa fa da sfondo alle successive.

Alla campagna di stampa allora orchestrata contro i cambi flessibili come ostacolo al commercio, Alesina ribatte, controcorrente, con la sua seconda critica che “Non esiste alcuna evidenza che la flessibilità dei tassi di cambio riduca la crescita del commercio internazionale”.

Dopo aver liquidato come una stupidaggine l’argomento che la moneta unica fa risparmiare le spese di cambio fra le valute, perché ciò non ha “alcun significato macroeconomico”, Alesina aggredisce la sostanza della questione. Con i cambi fissi, richiesti da quello che sarebbe stato chiamato Euro, “qualcosa deve essere mobile e flessibile: o i salari monetari, o la forza lavoro o i tassi di cambio”. Da qui la Sua previsione, purtroppo confermata, guardando ai dati pre-covid, che “l’Unione monetaria che fissa i tassi di cambio rende l’aggiustamento agli choc molto difficile e renderà la disoccupazione ancora più permanente”.

Al parametro del rapporto deficit/Pil inferiore al 3 %, Alesina riserva la sua terza critica: considerare come un beneficio per l’Italia l’avere tale rapporto “del 3% del Pil invece che del 5% del Pil nel 1998 fa sorridere, soprattutto al di là delle Alpi. Un nuovo sistema di cambio che dovrebbe durare per decenni va giudicato per i suoi meriti intrinseci e globali”.

Infine, in un crescendo Alesina assesta la quarta e decisiva critica all’Unione monetaria europea, mettendo in discussione il fatto che essa costituisca “un passo verso la vera meta che è una forma di unione politica”. Senza esitazioni afferma che “La realtà però è l’opposto. Con ogni probabilità i contrasti tra Paesi europei aumenteranno al crescere della tendenza a coordinare politiche monetarie, fiscali, di welfare eccetera. Costringere Paesi con culture e tradizioni diverse ad uniformare politiche di vario genere, soprattutto quando la necessità economica del coordinamento è alquanto dubbia, è un’operazione inutile e potenzialmente molto pericolosa”. Purtroppo un’altra previsione azzeccatissima: l’Euro si è rivelato un fattore di aumento delle divergenze fra i Paesi e i ceti sociali e il rimedio delle politiche di austerità per ridurre tale divario, si è dimostrato peggiore del male. I blocchi da virus hanno poi impresso un’accelerazione inattesa e improvvisa al processo di deterioramento sociale ed economico nell’Eurozona dovuto principalmente a politiche macroeconomiche errate e miopi, antitetiche all’auspicabile e urgente traguardo dell’unità politica europea. Ormai resta poco tempo in Europa per evitare che i pericoli indicati quasi 23 anni fa in uno straordinario editoriale di Alberto Alesina, si materializzino in modo irreparabile. Comunque la si pensi, anche di questo Gli dobbiamo essere grati.

Prima la persona, poi il lavoro

Il provvedimento voluto e proposto dalla Ministra Teresa Bellanova per regolarizzare la presenza dei lavoratori stranieri delle nostre campagne ha fornito l’occasione per misurare l’approccio valoriale con il tema dell’integrazione e del rispetto dei diritti umani di quelle persone che qualcuno si ostina a voler considerare solo come semplici braccianti utili a far arrivare nelle nostre case i prodotti della terra, di quella terra dove – nonostante il progresso e le innovazioni tecnologiche – ancora oggi il lavoro è duro e faticoso. Una regolarizzazione richiesta anche da tante imprese sane che sentono l’esigenza di lavorare in trasparenza e nel rispetto della normativa sul lavoro e sulla sicurezza. La storia personale della Ministra Bellanova garantisce l’autenticità dell’iniziativa, che rende strumentale la funzione lavorativa rispetto all’obiettivo principale di riconoscere i diritti fondamentali ai lavoratori stranieri che operano nel nostro Paese.

Dobbiamo a tal proposito fare un chiarimento per capire ciò che consideriamo uno strumento e ciò che consideriamo un fine nelle scelte politiche sull’immigrazione, perché ciò equivale a chiarire se guardiamo a questi lavoratori come persone o soltanto come braccia utili per delle fatiche che altri non vogliono fare. Vale ricordare che nella nostra Costituzione (frutto anche del fecondo contributo dei cattolici democratici) il lavoro è individuato come strumento affinché l’uomo possa essere effettivamente persona, con una sua dignità ed una sua funzione sociale.

In fondo è proprio su questa interpretazione che il provvedimento ha rischiato di arenarsi per l’ansia dei pentastellati, presi dalla paura di perdere consensi su quel fronte destro del movimento che ancora rimpiange la nefasta stagione di governo con la Lega. In questi casi è sempre il chiarimento culturale che precede e genera quello di carattere politico. Chi fa riferimento alla cultura della persona umana, del rispetto della sua dignità e dei suoi diritti, non si può infatti accontentare di una sostanziale sanatoria delle posizioni lavorative, peraltro a termine pur in presenza di crescenti esigenze da parte delle aziende di diversi settori produttivi. 

Ma la gerarchia dei valori ci riporta sempre ad un’attenzione prioritaria alla persona umana

 e poi alla sua funzione di lavoratore. Papa Francesco con il suo Magistero non perde occasione per rimettere l’uomo al centro della storia, come ragione dell’impegno politico per il bene comune e per un nuovo umanesimo.

Torna alla mente anche il discorso noto con il titolo di “Tempi nuovi si annunciano…” nel quale Aldo Moro parla dell’intollerabilità di ingiustizie, zone d’ombra e condizioni d’insufficiente dignità e della necessità quindi di “una visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio”. Era il 21 novembre del 1968, ma il discorso è di drammatica attualità e ci impegna ad una riflessione ulteriore sul modello di società che vogliamo costruire.

 

Abbazia di Montecassino, un “open day” il 1° giugno.

Il 31 maggio l’Abbazia di Montecassino ritornerà alla quotidianità, dopo la chiusura dovuta alla emergenza sanitaria ancora in atto.

Per festeggiare, la comunità monastica ha pensato a una novità: lunedì, 1° giugno, sarà dedicato a un ‘open day’, un intero giorno in cui i servizi all’interno dell’Abbazia, a partire dal parcheggio fino all’ingresso al museo, saranno offerti in maniera gratuita. Una opportunità per quanti abbiano voglia di scoprire o riscoprire ambienti noti e meno noti dell’Abbazia.

A partire dalle 10 e fino alle 17.30 si susseguiranno visite guidate gratuite negli spazi aperti al pubblico; si tratta di un’esperienza che si potrà vivere prenotandola sul sito, selezionando “open day” del 1° giugno e scegliendo l’orario.

Questa modalità di prenotazione permette di conoscere in anticipo il numero di persone presenti all’interno del monastero e di gestire così in tranquillità la loro permanenza dall’ingresso fino all’uscita. La partecipazione ad ogni tour è riservata a un numero ristretto di visitatori, che si muoveranno in spazi adeguati, e in molti casi all’aperto.

Nelle campagne solo lo 0,06% dei contagi

Delle 43.399 denunce di infortunio da Covid-19 al lavoro registrate dall’Inail appena lo 0,06% riguarda l’agricoltura dove nelle 730mila imprese italiane non si è peraltro mai smesso di lavorare per garantire le forniture alimentari alla popolazione. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio pervenute all’Inail tra fine febbraio e il 15 maggio 2020.

Un risultato che – sottolinea la Coldiretti – dimostra il maggior livello di sicurezza nelle campagne dove si lavora spesso all’aria aperta ed è più facile mantenere le distanze grazie ai grandi spazi disponibili. Si tratta di una buona notizia sia per quanti lavorano nelle campagne di raccolta estiva in agricoltura che per chi sceglie di passare le vacanze a contatto con la natura nei 24mila agriturismi italiani.

Gli agriturismi, spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse – sottolinea la Coldiretti – i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche e con l’arrivo della bella stagione sostenere il turismo in campagna significa evitare il pericoloso rischio di affollamenti al mare o nelle città.

I dati dell’Inail – continua la Coldiretti – aprono anche la strada alla disciplina della quarantena attiva per consentire ai lavoratori provenienti dall’estero di collaborare immediatamente in azienda tenendosi separati dagli altri dipendenti. Una soluzione che – conclude la Coldiretti – consente di garantire professionalità ed esperienza alle imprese agricole italiane grazie al coinvolgimento temporaneo delle medesime persone che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale per poi tornare nel proprio Paese.

Coronavirus: l’antivirale remdesivir accorcia i tempi di guarigione

Assorted pills

L’analisi preliminare si basa sui dati del trial terapeutico adattivo Covid-19 (Actt) sponsorizzato dal National institute of allergy and infectious diseases (Niaid), guidato da Anthony Fauci. Lo studio randomizzato e controllato ha arruolato adulti ricoverati con Covid-19 con evidenza di coinvolgimento del tratto respiratorio inferiore (malattia generalmente da moderata a grave).

Gli studiosi hanno scoperto che remdesivir è stato benefico soprattutto per i pazienti ospedalizzati con forma grave di Covid-19 che avevano bisogno di ossigeno supplementare.

Lo studio è iniziato il 21 febbraio 2020 e ha arruolato 1.063 partecipanti in 10 Paesi in 58 giorni, rileva che i pazienti che hanno ricevuto remdesivir hanno giovato di un tempo di recupero più breve rispetto a quelli che hanno ricevuto placebo.

Galli Della Loggia e Ruini: nostalgici della Chiesa d’ordine. Intervista a Guido Formigoni.

Nell’opinione pubblica cattolica italiana hanno fatto discutere gli interventi, nei giorni scorsi, di Ernesto Galli Della Loggia e di Camillo Ruini. Rispettivamente storico, Galli della Loggia, ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini. Due interventi che hanno toccato il postconcilio e l’attuale pontificato. Cerchiamo, in questa intervista, con il professor Guido Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea  all’Università IULM di Milano, di approfondire il significato di queste prese di posizione.

 

Guido​ Formigoni (Augusto Casasoli/A3/Contrasto)

Professor Formigoni, la Chiesa Cattolica ha appena celebrato i cento anni della nascita di Giovanni Paolo II. Un centenario che ha proiettato, da parte di qualche alto prelato, anche giudizi sugli ultimi cinquant’anni della storia della Chiesa contemporanea. Ma andiamo con ordine. Chiedo a lei, come storico, un giudizio sintetico su Karol Wojtyla. Al di là dell’apologia, e in questi giorni se n’è vista troppa, qual è la cifra del pontificato di Giovanni Paolo II?

Beh, difficile ridurre a una cifra semplice e sintetica un pontificato tra i più lunghi della storia recente e senz’altro complesso come quello di Giovanni Paolo II. A mio modo di vedere (e anche nei limiti della mia conoscenza), senz’altro il quadro iniziale del pontificato è stato collegato alla ripresa e alla valorizzazione del concilio (che si era chiuso da meno di quindici anni), ma con la caratteristica originale di attribuirvi un nuovo timbro “istituzionale”. Il senso del messaggio del papa era un rinsaldamento della Chiesa come struttura centralizzata e autorevole, come forza sociale in grado di esprimere una visione forte del mondo e della storia, sia nell’Occidente secolarizzato che nell’Oriente comunista e anche nel cuore delle nuove esperienze dei popoli extraeuropei e del loro rigoglio di sviluppo religioso. In questo senso l’esperienza polacca della Chiesa storicamente concepita come guida della nazione indubbiamente contava. Per cui, in alcune realtà come quella italiana dove il cammino postconciliare aveva seguito uno sviluppo proprio, centrato sulle chiese locali, la valorizzazione del laicato, il pluralismo teologico, il dialogo con l’esterno, questa logica apparve e fu piuttosto impositiva, provocando una crisi indubbia (si ricordi l’approccio del papa al convegno ecclesiale di Loreto). Oppure si ricordi il senso di una stretta sulle esperienze di comunità di base in America Latina, con la connessa riaffermazione dell’autorità episcopale oltre che i limiti rigidi imposti alla teologia della liberazione. Il papa pensava tutto ciò come un “tradimento del concilio” (titolo di un libro polemico che uscì in quegli anni)? Io direi di no, anche se la sua sensibilità e il suo approccio deciso e volitivo aprivano uno scontro multiforme ma visibilissimo su come intendere alcune delle conseguenze nella recezione del Vaticano II. Il sinodo del 1985 non a caso rilanciò l’idea del concilio come “grande grazia di questo secolo”: tutt’altro rispetto alla sua rilettura come causa di tutti i mali contemporanei, che era propria della destra cattolica. E che il papa restasse nel solco del Vaticano II lo si vide poi da alcuni gesti e parole importanti: la tenuta sulla riforma liturgica; la critica estesa anche al capitalismo dopo il crollo del comunismo europeo nel 1989; il deciso impegno per la pace e contro ogni giustificazione religiosa della guerra, partito dalla grande preghiera interreligiosa del 1986; l’apertura al ripensamento del ruolo papale nella “Ut Unum Sint”; la richiesta di perdono per i peccati della Chiesa connessa al grande Giubileo del 2000.

 Dicevano all’inizio che il centenario ha offerto l’occasione, a qualche autorevole prelato, in questo caso ad un  cardinale italiano, Camillo Ruini, già Presidente della Conferenza episcopale italiana sotto Wojtyla, di esprimere un giudizio su una stagione complessa, quella del post concilio. Secondo Ruini con Giovanni Paolo II “la Chiesa è uscita da quella posizione difensiva sulla quale era stata a lungo costretta dalla crisi del dopo Concilio e ha potuto riprendere l’iniziativa, soprattutto nell’ambito dell’evangelizzazione”. Un giudizio che tocca in pieno il pontificato di Paolo VI. Al di là della modalità espressiva assai poco felice e sbrigativa, è difficile pensare con Papa Montini, uomo dotato di grande cultura e di raffinata visione “politica” del cattolicesimo, ad una Chiesa difensiva come quella dell’immediato postconcilio. Mi sembra che il “dottor sottile” dell’episcopato italiano qui voglia colpire il Concilio e la sua visione di Chiesa sulla frontiera del dialogo con la modernità. Eppure Wojtyla, con i suoi limiti  ermeneutici, ha confermato su diversi punti (il dialogo est-ovest,  il dialogo interreligioso, ecumenico, la critica al modello di sviluppo economico) il Pontificato di Paolo VI. Qualcosa non torna nel giudizio di Ruini. E’ così Professore?

 Il giudizio di Ruini mi pare vada oltre Giovanni Paolo II stesso. Allude a un ruolo del concilio del causare una situazione di crisi nella Chiesa che è concetto frutto di una lettura storica non neutrale e ricca di conseguenze: molto diverso naturalmente è vedere invece sotto i cosiddetti “anni dell’onnipotenza” fermentare una crisi del cattolicesimo contemporaneo, cui il concilio provò a rispondere. L’ipotesi per cui Paolo VI si ridusse a una posizione difensiva è smentita dalle ultime ricerche storiche, che hanno messo in luce come indubbiamente il papa attraversò una fase di incertezze, dubbi e sconforto nell’immediato post-concilio, venendo molto turbato dalla violenta ondata anti-istituzionale che dalla società investiva la Chiesa. Ma è ormai chiaro che negli ultimi anni di pontificato il suo approccio divenne molto più saldo, sereno e fiducioso, fino a quegli interventi come l’«Evangeli nuntiandi» del 1975 che erano attraversati da una logica tutt’altro che difensiva, ma innovativa e propositiva, sul nocciolo stesso della questione dell’evangelizzazione.

 Veniamo, ora, al secondo fatto, non direttamente legato al centenario di papa Wojtyla, ma dato il personaggio coinvolto, forse un qualche legame c’è. Mi riferisco a  Ernesto Galli della Loggia. Un personaggio assai controverso nella sua “competenza” ecclesiale. Lo storico si è reso protagonista, con ben due articoli apparsi sul “Corriere della Sera”, di un duro attacco a Papa  Francesco. Nel primo, in estrema sintesi, si “accusa” la Chiesa guidata da Bergoglio di non avere alcun impatto politico in quanto, il “discorso pubblico” del Papa, sarebbe ridotto a ideologia (perché perde ogni specificità religiosa).  Non solo ideologia ma anche i suoi destinatari, dei discorsi, sarebbero non più gli uomini di buona volontà ma i poveri e i movimenti. Sociali. Affermazioni, queste, facilmente smontabili. Nel secondo articolo, poi, si accusa il Papa nel suo annuncio in favore dei poveri di mettere in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio è anche per questo che diventa un discorso ideologico e quindi, inevitabilmente, la conseguenza è che la Chiesa diventi come un “partito”. Le accuse sono assai pesanti.  Professore che idea si è fatto di questi attacchi? Perché questa virulenza, da un “maestro” (si fa per dire) del moderatismo italiano?

Non scopriamo oggi la preferenza di Galli Della Loggia per una Chiesa che porti un contributo d’ordine sul modello della «religione civile», in un mondo governato dalla logica individualistica del liberalismo moderato. Questo lo porta a criticare un pontificato che non sta proprio nelle sue corde, per l’acquisizione di un modello post-cristianità totalmente diverso da quello da lui auspicato, in cui l’influenza della Chiesa è affidata alla coscienza delle persone, in un orizzonte di libertà che ha dismesso ogni sogno di potere mondano. Al di là di questa divergenza di opinione, quello che spicca nei suoi editoriali è un approccio per così dire «fissista» alla teologia e alla Chiesa, quasi che un certo modello del passato (impostazione filosofica veritativa, autorità centralizzata, dottrina della Chiesa centrista, istanze di conversione del mondo esterno…) sia dato per ovvio ed eterno. Per cui di fronte a un papa che sposta il tiro sulla predicazione di un’esperienza del divino centrata sulla misericordia di Dio rivelata nel vangelo di Gesù, egli si trova spiazzato e reagisce in modo francamente un po’ eccessivo, giudicando queste posizioni prive di originalità religiosa e lontane dal vangelo: che cosa sia propriamente religioso lo potrà decidere chi è dentro nella Chiesa, più che un osservatore intellettuale esterno, per quanto partecipe? Quello che poi Galli nota correttamente è invece che il papa ha preso un indirizzo molto più universalista nell’indirizzare il suo messaggio, oltre le mura dell’Occidente: naturalmente ancora una volta la sua lettura è di segno negativo, ma qui egli coglie nel segno.

 Di fronte a questi attacchi “brilla” l’assenza di una qualche reazione cattolica…E’ così?

 Non saprei dire se ci sia stata totale passività… Una certa mancanza di reazione fa parte probabilmente di un approccio ecclesiastico generale che non ama la polemica intellettuale pubblica (a torto o a ragione). Ma è anche forse da attribuire in parte a un approccio generale della Chiesa italiana che mi pare un po’ statico: mi sorprende sempre quanto la parte di questa comunità cristiana che dovrebbe essere più in sintonia con le novità del pontificato di Francesco – dopo anni di incertezze e difficoltà vissute nel corpo ecclesiale – in realtà sia come timorosa e prudente, semplicemente in ottica di ripetizione del magistero papale, più che non nell’assunzione di una propria funzione trainante nella Chiesa per far fecondare e rilanciare quanto il papa suggerisce.

Eppure nel mondo post-covid19 il ruolo della Chiesa sarà fondamentale. Non solo nell’ambito delle opere di carità ma anche nella ricostruzione morale del Paese.  Le sfide sono davvero enormi, e il papa Francesco, con buona pace di Galli Della Loggia, ha detto parole chiare in questo tempo di Pandemia.  In questo senso il discorso “politico” dei cattolici potrà giocare un ruolo fondamentale.   Vede spazi per un protagonismo dei laici cattolici?

 A questo proposito le cose sono complesse: non credo ci sia niente di scontato. Francesco ha computo gesti e detto parole di alto livello, soprattutto nella invocazione a Dio, solo in piazza San Pietro. Siamo tutti nella tempesta, nella stessa barca: nessuno è autosufficiente e padrone di sé stesso. Un messaggio forte, che dalla vulnerabilità non trae discorsi vecchio stile sul castigo divino o inviti alla flagellazione e all’ulteriore depressione, ma una invocazione allo Spirito perché aiuti coloro che stanno reagendo, in modo comunitario, mettendosi assieme, ai danni della tragedia cosmica. Questo messaggio a me appare forte e forse può mettere in carreggiata un modello per la pedagogia religiosa e per la risposta cristiana ai problemi del nostro tempo. Potremmo sicuramente anche dire che ci sono elementi di antropologia e di umanità tali da basare anche una prospettiva politica nuova. È però palesemente solo un inizio. Da qui a maturare una capacità politica di tradurre questo atteggiamento in scelte e consapevolezze acute e prudenti, ce ne passa. Far nascere un progetto politico all’altezza dell’«epoca di cambiamento» che stiamo vivendo non è cosa cui basti buona volontà ed entusiasmo, né ricchezza di principi. Non sono sicuro che nel cattolicesimo italiano si stiano muovendo oggi risorse all’altezza di questa sfida, difficilissima per quanto entusiasmante.

Senza corruzione si potrebbero risolvere tutte le maggiori emergenze sociali italiane.

L’Italia galleggia nelle acque putride e melmose della corruzione? Questo è un tema che dovrebbe essere più indagato e più considerato per i molteplici risvolti che comporta per la salute in generale del nostro paese. Infatti riguarda la Democrazia, la libertà delle persone ed il contesto di civiltà in cui vivono, riguarda la libertà d’impresa, l’efficienza del regime di concorrenza, riguarda la destinazione corretta delle risorse pubbliche.

Si pensi: se i cittadini italiani potessero riprendersi tutti i soldi delle tangenti in politica e di quelle pagate per ottenere atti amministrativi pubblici di favore, e poi quelli del pizzo contro le imprese, si potrebbero risolvere tutte le maggiori emergenze sociali italiane, tanto esteso è il fenomeno. Infatti le stime più attendibili indicano la cifra di circa 250 miliardi. Un pugno nello stomaco per gli italiani più impoveriti nell’ultimo ventennio, aggravato dall’ultimo colpo inferto dalla pandemia, che ha messo ancora più a nudo le urgenze occupazionali, di welfare e dell’economia.

Il volume delle somme dirottate nel malaffare sfiorano il 14% del prodotto interno lordo, con la cifra media divisa per abitante di quasi 4.000 di euro. Anche altri paesi europei subiscono il medesimo fenomeno che toglie aria ai polmoni dello sviluppo, ma pur significative, le loro cifre si attestano molto al di sotto di noi. Prendiamo ad esempio i paesi più industrializzati d’Europa come Germania e Francia, e vediamo che per la prima la corruzione costa circa 100 miliardi di euro, e i nostri cugini francesi arrivano a 120 miliardi.

Ma come dovremmo sapere, calcolare solo cifre non basta per valutare il danno tremendo a cui è sottoposta una comunità assediata dalla corruzione. Prendiamo ad esempio gli effetti altamente venefici del sistema tangenti sul funzionamento della Democrazia. Lo Stato perde considerazione agli occhi dei cittadini, con ricadute pesanti sulla coesione comunitaria, in quanto servizi, sovvenzioni, ed investimenti vengono piegati ad interessi estranei allo sviluppo generale, favorendo la malversazione.

Anche le sovvenzioni illegali, hanno la funzione di distorcere il normale funzionamento delle decisioni dei vari gangli dello Stato e della Democrazia: centrali o locali che siano; come finanziamenti occulti delle imprese a favore dei partiti o finanziamenti di paesi stranieri a favore dei partiti politici italiani. L’altro punto, riguarda il funzionamento del sistema di concorrenza tra imprese, fortemente compromesso dal ricorso alla corruzione da parte di chi offre sostegni in denaro per ottenere appalti, sovvenzioni, convenzioni, concessioni, a scapito di altre imprese.

Queste diverse attività illegali, oggettivamente favoriscono le organizzazioni criminali organizzate come la mafia, la Ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita ed altre ancora minori, che stringono in una morsa micidiale l’Italia.

Questa piovra che avvolge il paese, infatti, si nutre di ogni distorsione della legalità per organizzare il riciclaggio dei proventi della droga, traffico delle armi, della prostituzione, nelle innumerevoli attività economiche che sono pericolose per la concorrenza nel mercato italiano contro le imprese pulite, per l’alternativa in cui si pone contro il potere dei cittadini, per la distorsione che provoca in ogni attività civile.

Usciamo dalla gabbia destra-sinistra

Quando riflettiamo sulla attuale difficile situazione politica del nostro Paese, siamo portati a considerarla come causata dalla presenza dei partiti politici della destra portatori di istanze fortemente radicali.

E si sente dire che il sostegno reale più consistente all’attuale governo viene proprio da una siffatta opposizione di destra. Si vorrebbe quasi una opposizione forgiata a proprio uso, cioè una opposizione di comodo, meno radicale.

Nel condurre questa riflessione si dimentica un fatto, che cioè questa analisi pecca di non essere completa, cioè di non considerare la natura e la composizione della stessa attuale maggioranza, cioè di non aprirsi all’esame dell’insieme della attuale sistema politico in atto.

L’opposizione attuale si presenta nei suoi problemi interni né più né meno come si presenta la cd attuale maggioranza di governo nei suoi enormi problemi interni. Se vogliamo sciogliere il nodo assurdo della nostra situazione politica attuale, dobbiamo modificare noi stessi la visione di fondo della nostra azione politica.

Dobbiamo cioè abbandonare la visione bipolare del tutto falsa e pericolosa che spesso abbiamo considerato fondamentale per la nostra democrazia e volgerci a considerare come più idonea e praticabile una lotta politica con più polarità. Solo in questo modo potremmo favorire il dialogo tra forze diverse e impedire quella nefasta radicalizzazione delle idee e dei programmi che oggi mette in pericolo la vita democratica nel nostro Paese. Forse il momento è ancora utile per una proposta politica di tale respiro.

Merkel: “Per l’Ue è il momento di rimanere forti insieme”

Il cancelliere tedesco Angela Merkel, in un messaggio diffuso ieri sul proprio profilo Twitter in occasione della Giornata della Costituzione (Verfassungstag) dichiara che: “questo è il momento per l’Europa di dimostrare la volontà di “rimanere forti insieme”.

Come osservato dal cancelliere tedesco, la pandemia del coronavirus colpisce tutti gli Stati membri dell’Ue per cui “Faremo in modo che l’Europa emerga da questa crisi in modo tale da poter continuare a lottare per la pace e la prosperità insieme”.

Parlando poi della Germania ha aggiunto che: in questi momenti di crisi ciò che è importante è la dignità umana che è inviolabile e “ciò include anche impedire che il nostro sistema sanitario venga sopraffatto..

I ventilatori russi regalati a Trump non erano stati autorizzati dalla Fda

I 45 ventilatori Aventa-M inviati dai russi negli Stati Uniti dopo che il presidente Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin hanno discusso della spedizione in una telefonata del 30 marzo scorso non erano stati autorizzati dalle autorità sanitarie statunitensi.

L’attrezzatura è stata ricevuta dagli agenti della Federal Emergency Management Agency (Fema) a New York il 1° aprile. Il Cremlino e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno salutato la consegna come esempio di collaborazione per combattere un nemico comune. Per aiutare a far fronte alla rapida pandemia Covid-19, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti aveva introdotto un protocollo di emergenza per consentire la distribuzione dei respiratori senza il processo di approvazione dell’agenzia, dispendioso in termini di tempo.

I respiratori russi, tuttavia, non hanno nemmeno ricevuto l’autorizzazione rapida di emergenza della Food and Drugs Administration prima di essere consegnati negli ospedali statunitensi.

Inoltre tali respiratori non sono mai stati forniti agli ospedali locali, che alla fine non ne hanno avuto bisogno avendo necessità, per funzionare, di una tensione elettrica non compatibile negli Stati Uniti.

Dal Mit 380 mln alle Regioni per nuovi bus

Il decreto ministeriale, proposto dalla Ministra Paola De Micheli,  prevede l’erogazione, dal 2018 al 2033, di risorse complessive per 380 milioni di euro da destinare all’acquisto di autobus del trasporto pubblico locale e regionale, a valere sul Fondo Investimento 2018 e 2019.

Si tratta di risorse immediatamente disponibili per 170 milioni da utilizzarsi entro il 2021 e di altri 130 milioni da utilizzarsi entro il 2025. Il decreto stabilisce una riserva pari al 10% delle risorse complessive da destinare alle regioni del sisma (Marche, Umbria, Abbruzzo e Lazio) e una riserva pari alla quota del 5% delle risorse complessive per le regioni ‘ a domanda debole’ (Basilicata, Molise e Sardegna).

Le Regioni non dovranno stipulare alcuna Convenzione con il Mit e potranno procedere all’acquisto dei bus senza obbligo di cofinanziamento e scegliendo la tipologia di alimentazione che riterranno più opportuna, fatto salvo che si tratti di mezzi con emissione nei gas di scarico di classe più recente.  Trattandosi di nuove forniture, i bus dovranno essere tecnologicamente all’avanguardia ed è previsto che siano corredati da idonee attrezzature per l’accesso ed il trasporto di persone a mobilità ridotta, conta-passeggeri, dispositivi per la localizzazione e predisposizione per la validazione elettronica. Le spese potranno riguardare anche  l’allestimento di protezioni e predisposizioni utili a contrastare l’epidemia Covid 19.

Inoltre, i nuovi bus consentiranno alle aziende del tpl di poter rispettare i criteri di sicurezza adottati in seguito al Covid19. Per le stesse finalità anche il Dl Rilancio ha autorizzato l’acquisito di autobus tramite la convenzione Consip al fine di consentire un utilizzo più rapido delle risorse.

Questo il decreto ministeriale di 380 milioni

Record di trapianti all’Ismett di Palermo

Record di trapianti all’Ismett di Palermo, dove in appena 48 sono stati eseguiti 11 interventi, dieci da donatore cadavere ed uno da vivente. In particolare, 3 di fegato da donatori siciliani, 5 di reni grazie alla donazione di un siciliano e 4 toscani, 1 trapianto di polmone da un donatore di Agrigento ed 1 di cuore da donatore di Catania.

A questi si aggiunge un trapianto di fegato da vivente su un neonato, il fegato è stato donato dal papà. Padre e bimbo, provenienti da Cosenza, ora stanno bene, al momento in terapia intensiva in condizioni definite buone dai medici.

Mattarella: “Ragazzi, siate fieri dell’esempio di Falcone e Borsellino e ricordatelo sempre”.

A ventotto anni dalla strage di Capaci invio un saluto caloroso a tutti i giovani delle scuole coinvolti nel progetto “La nave della legalità”, che ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E, con loro, Francesca Morvillo e gli agenti Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Claudio Traina.

I due attentati di quel 1992 segnarono il punto più alto della sfida della mafia nei confronti dello Stato e colpirono magistrati di grande prestigio e professionalità che, con coraggio e con determinazione, le avevano inferto durissimi colpi, svelandone organizzazione, legami, attività illecite.

I mafiosi, nel progettare l’assassinio dei due magistrati, non avevano previsto un aspetto decisivo: quel che avrebbe provocato nella società. Nella loro mentalità criminale, non avevano previsto che l’insegnamento di Falcone e di Borsellino, il loro esempio, i valori da loro manifestati, sarebbero sopravvissuti, rafforzandosi, oltre la loro morte: diffondendosi, trasmettendo aspirazione di libertà dal crimine, radicandosi nella coscienza e nell’affetto delle tante persone oneste.

La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre, infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando volontà di giustizia e di legalità.

I giovani sono stati tra i primi a comprendere il senso del sacrificio di Falcone e di Borsellino, e ne sono divenuti i depositari, in qualche modo anche gli eredi.

Dal 1992, anno dopo anno, nuove generazioni di giovani si avvicinano a queste figure esemplari e si appassionano alla loro opera e alla dedizione alla giustizia che hanno manifestato.

Cari ragazzi, il significato della vostra partecipazione, in questa giornata, è il passaggio a voi del loro testimone.

Siate fieri del loro esempio e ricordatelo sempre

Parole per Paolo Giuntella

Ricordo il mio amico Paolo Giuntella a dodici anni dalla sua morte. Sulle ceneri del ’68 pensammo un comune impegno in politica con i valori cattolici. In seguito prendemmo strade vicine, ma non uguali non senza qualche incomprensione tra noi. Rimase però la grande amicizia e, al di là delle differenze, il reciproco interesse per le nostre scritture (la sua era un vero e proprio dono).

Poi per dedicargli una raccolta di poesie, scrissi queste “Parole per Paolo” e mi piace ricordarlo ancora così (la foto è una elaborazione di Fortunato Zoppè):

Un battito
lento e lontano
adesso riconosco

Non si è fermato
il tuo cuore
nella cuna di nebbie
alta nel cielo

Ed io ricordo
le tue parole graffite
sulla vena del mondo

come oggi per sempre

 

[dal profilo Fb dell’autore]

Giovanni Falcone: “Alla fine, vedrai, la ragione prevarrà”

Ormai si è arrivati alla ventottesima ricorrenza della morte di Giovanni Falcone, ma l’attentato sembra avvenuto ieri, tanto profondo resta quell’evento nella coscienza del paese con il dramma della sua morte. Ho conosciuto Falcone a Palermo già prima che diventasse noto, e poi l’ho frequentato ancora fino a quando fu trasferito, nel febbraio del 1991, presso il Ministero della giustizia, anno in cui anche io arrivai a Roma a dirigere il Sindacato nazionale dei lavoratori delle costruzioni. Un uomo che innovo’ immediatamente la iniziativa antimafia, non limitandosi a indagare sugli affari loschi e cupi della piovra Siciliana, ma che coraggiosamente e tenacemente, e per primo, indagò sulle piste criminali di oltreoceano, in collaborazione con i giudici americani, fin dove arrivavano i suoi tentacoli.

Dunque, non si limitò a perseguire i manovali della organizzazione criminale; gran parte parte della sua fruttuosa attività, fu rivolta a scoprire le piste più intricate che portavano ai piani alti: i ‘colletti bianchi’; quelli che comandavano davvero il traffico di droga e di armi.
Ormai era troppo esperto per non sapere che spesso era la stessa organizzazione criminale a scaricare i piccoli mafiosi ritenuti bruciati o traditori.

La pista principale che uso per incastrare i mafiosi, era dunque quella del crimine di cosa nostra degli ‘States’, che riteneva il punto di vera triangolazione tra i produttori degli stupefacenti, la gestione del mercato illegale nordamericano e quello europeo, che i criminali siciliani sostenevano con approdi sotto il loro controllo della merce da distribuire per l’Europa. La sua pista per arrivare a stringere nella rete ‘cosa nostra’ fu una strategia all’epoca del tutto inusuale. La sua cultura di operatore di giustizia , garante (nel senso più autentico) dello Stato di diritto, e la grande popolarità ed autorevolezza presto raggiunta, ben presto suscitò risentimenti di varia natura contro di lui.

Infatti, era lontano da certa antimafia, troppo intrisa di speculazione politica. Infatti va ricordato che in più di un caso, con le sue analisi fatte in pubblico, sconfessò alcuni di quei teoremi confezionati ad arte per interessi oscuri o politici, che in qualche caso, più che colpire la mafia, colpivano anche servitori dello Stato, che hanno impiegato decenni per dimostrarsi innocenti.

Ma proprio per la sua limpida azione autonoma di Giudice a tutto tondo, libero dalla politica e da ogni altro interesse, gli procurò delle amarezze ed attacchi diretti ed indiretti, le cui finalità tutt’ora non sono state ancora chiarite. Infatti accettò la proposta del Ministro di Giustizia dell’epoca Claudio Martelli, proprio perché, nonostante i suoi successi contro la mafia, fu palesemente ostacolato a dirigere la Procura della Repubblica di Palermo, città che amava tantissimo. La sua opera, più passa il tempo, più splende come esempio di servitore dello Stato nella realtà della giustizia.

Tant’è che ha dimostrato come un giudice può esercitare limpidamente l’autonomia in ossequio al principio costituzionale, come un magistrato si può impegnare rifuggendo le esposizioni mediatiche, come si può lottare la mafia con una opera di coordinazione intelligente tra polizie e giudici a livello internazionale.

Rivolta sociale e classe dirigente.

Le misure concrete del Governo, che restano al centro di molte polemiche perchè oggetto di inspiegabili e misteriosi ritardi, non cancellano i potenziali rischi di contestazione e di “rivolta” sociale che qua e là cominciano a manifestarsi. Sono troppe le categorie professionali a rischio e, purtroppo, sono troppi i potenziali cittadini che vedono il proprio lavoro a fortissimo rischio. Per non parlare di migliaia e migliaia di piccole e medie aziende che andranno sicuramente incontro ad una situazione che innescherà un meccanismo di crisi, disoccupazione, fallimenti e via discorrendo. Le rassicurazioni da talk show non sono più sufficienti. Piaccia o non piaccia è così. Del resto, lo diciamo da tempo. La cosiddetta ‘fase 2’ sarà molto, molto più difficile da affrontare e da gestire che non la ‘fase 1’ dove era semplicemente ridotta all’invito diretto e senza appelli a “stare a casa”. Ora si tratta di di far ripartire “il sistema Italia”. E le chiacchiere, purtroppo, stanno a zero, come si suol dire. 

Ecco perchè adesso stiamo arrivando al bivio. E cioè, o si è in grado di governare questa unica e del tutto inedita fase storica rilanciando lo sviluppo economico e aiutando, al contempo, chi è maggiormente in difficoltà, oppure si corre dritti verso il baratro. Non si risolve il drammatico problema che abbiamo di fronte fingendo che, tutto sommato, chi grida alla crisi e soffia sulla potenziale rivolta sociale non fa altro che un’operazione politica e di speculazione politica. Il tema vero, accanto al progetto politico, economico e sociale da individuare accanto ai sussidi, sempre più necessari ed indispensabili nei confronti di chi non riesce a sopravvivere, resta quello di avere, in questa fase politica e storica, una classe dirigente autorevole e capace che sia in grado di reggere l’urto. 

Certo, tutti sanno che non c’è ad oggi una maggioranza politica alternativa a questo governo. Come tutti sanno che non si può andare al voto anticipato nelle condizioni attuali. Ma tutto ciò non è sufficiente per dare tranquillità e garantire quella “pace sociale” che era e resta necessaria non solo per la stabilità del nostro sistema politico ma anche, e soprattutto, per il nostro equilibrio economico e sociale. E l’autorevolezza della classe dirigente politica, in situazioni complesse e difficili come quella che stiamo attualmente vivendo, è l’elemento decisivo. Classe dirigente autorevole e preparata, però. Perchè l’autorevolezza è tale se è accompagnata da preparazione, competenza, conoscenza e scelte conseguenti . Un solo esempio, per essere ancora più chiari. In questi giorni abbiamo ricordato i 50 anni dello Statuto dei Lavoratori. Una conquista politica e un atto legislativo che possiamo tranquillamente definire “storici”. I protagonisti di quella straordinaria conquista politica furono molteplici. Ma chi, poi, tradusse concretamente quella intuizione e quella domanda sociale fu la politica. E la classe dirigente del tempo. Un nome su tutti, il “ministro dei lavoratori” Carlo Donat-Cattin. Quella era una classe dirigente preparata, competente e autorevole. E oggi, al netto di una diversa e per certi aspetti drammatica fase storica, è indispensabile avere una classe dirigente politica – di governo o non è poco rilevante – che sia all’altezza della situazione. Se, invece, dovessero prevalere, ancora una volta, i caposaldi che hanno fatto la fortuna politica ed elettorale dei 5 stelle – e cioè, improvvisazione, pressapochismo, inesperienza e incompetenza per marcare la discontinuità verso il tanto odiato passato – c’è poco da essere ottimisti. Su questo versante si gioca la vera partita politica, sociale, economica e civile del nostro paese. Saranno solo i fatti, le scelte e i comportamenti concreti a dirci se abbiamo, oggi, una vera classe dirigente politica in grado di guidare il paese o solo dei semplici occupanti di posti di potere. 

Fenomenologia dei call center

Con tutto il dovuto rispetto per chi ci lavora, con turni, orari, retribuzioni che sarebbe opportuno approfondire, i call center sono forse la rappresentazione plastica dell’incomunicabilità, nell’universo simbolico praticabile delle relazioni umane contemporanee.

Se si telefona per chiedere informazioni bisogna dire tutto di sé, pur nel rispetto della tutela dei dati sensibili e personali, resa assai più severa dalla normativa europea di cui al DGPR 679/2016, entrato in vigore due anni dopo. 

Si capisce bene questa modalità di autodifesa che mette al riparo da perditempo, maleducati, pedanti, ansiosi cittadini che pretendono di risolvere un problema o di acquisire tutte le informazioni possibili da una semplice telefonata.

La distanza dell’interlocutore induce ai comportamenti più disparati, ai quesiti più tendenziosi, alle richieste più assurde.

Di converso capita che sia il cittadino ad essere bersagliato da una raffica di contatti telefonici intrusivi a scopo commerciale o pubblicitario per carpire informazioni private, tendenze, abitudini, comportamenti, debolezze, per appioppare contratti o prodotti o servizi nella più assoluta inconsapevolezza del malcapitato che – suo malgrado – è stato contattato e non sa che basta un sì o un laconico messaggio di richiesta di ripensamento per attirarsi una congerie di persecuzioni future alle quali sarà poi difficile sottrarsi.

Eppure c’è una disparità evidente tra chiamante e chiamato, se è l’azienda che cerca di procacciare clienti o contratti.

Ma anche nel contatto specularmente inverso: tra chi chiede una semplice informazione su un servizio che ha già pagato e di cui lamenta il malfunzionamento e chi risponde – se va bene – con un codice alfanumerico pronunciato in modo talmente veloce da non consentirne l’annotazione e se va invece male da una persona che si qualifica con il nome di battesimo (ma potrebbe essere un nickname) mentre una vocina avverte che la telefonata potrebbe essere registrata “ai soli fini del controllo della qualità del servizio”.

Poi- a raffica – ti chiede cognome e nome, luogo e data di nascita, residenza e codice fiscale: praticamente tutto ciò che consente all’azienda di risalire a te, cosa impossibile per chi si deve accontentare di un semplice Giuseppe o Maria.

L’informatizzazione aiuta in via teorica a velocizzare un servizio: molto però dipende dalla cortesia, dalla lealtà, dalla correttezza del servigio reso.

Non è problema da poco. Molta parte delle nostre frustrazioni quotidiane, molta parte delle solitudini senza risposte (pensiamo agli anziani), molto di quanto ci rovina la giornata o ci rende più sfiduciati del rapporto con enti e istituzioni che usano la lancia dell’intrusione e lo scudo della risposta laconica o evasiva, passano da questa modalità di rapporti.

Magari condite da musichette infinite di sottofondo, da risposte automatizzate che non consentono di fatto di esprimere il motivo per cui ci siamo rivolti al call center: i percorsi e le opzioni che si incontrano nel corso della telefonata sono programmati senza possibilità di interlocuzione.

Per raggiungere un operatore bisogna seguire vie tortuose, digitare numeri, percorrere sequenze obbligate.

E’ un sistema che così non funziona, che va profondamente rivisto perché la trasparenza e la privacy sono  valori e l’interlocutore è una persona (da un capo e dall’altro del telefono) che merita rispetto.

Credo che farebbe piacere a tutti poter recuperare una dimensione dialogica nella conversazione, parlare, spiegare, capire. Il telefono è un mezzo non un fine, la qualità del servizio non si esprime solo con un voto.

Un po’ di umanità non guasta anche nei meandri più reconditi e imperscrutabili delle comunicazioni guidate dalla tecnologia e condizionate in modo evidente dal prevalente interesse commerciale.

Per un’azienda è importante la crescita del fatturato mentre per una persona sarebbe gratificante avvertire che la tecnologia è uno strumento per facilitare i rapporti e non una forca caudina sotto cui passare per ottenere una risposta che non sempre riesce a saturare  il nostro bisogno di ottenere una informazione certa e di essere soddisfatti sotto il profilo non secondario della rassicurazione emotiva.

23 Maggio: Ricordando Giovanni Falcone nella Giornata Nazionale della Legalità

Ogni anno, viene celebrata il 23 maggio “ La Giornata nazionale della Legalità”,  data in cui si verificò nel 1992,   la strage di Capaci (Palermo),  nel tragitto tra lo Scalo di Punta Raisi e la città, in cui furono uccisi dalla mafia, il giudice Giovanni Falcone, sua moglie il magistrato Francesca Morvillo e i tre giovani agenti di scorta della Polizia di Stato: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Dopo 28 anni, ci sono ancora incertezze e sospetti sulle complicità che hanno favorito la strage di stampo terroristico – mafioso.

L’indignazione e la condanna per l’attentato di Capaci ebbe risonanza non solo in Italia, ma anche all’estero; il Presidente Scalfaro eletto il 25 maggio 1992, Capo dello Stato, si recò sul luogo della strage due giorni dopo – prima del giuramento al Parlamento – per manifestare la partecipazione e  la solidarietà degli italiani ai famigliari delle vittime e onorare i caduti. 

I processi celebrati, alla Corte d’Assise di Caltanissetta, hanno condannato all’ergastolo 24 imputati, personaggi di spicco di Cosa Nostra, che ha svolto un ruolo esclusivo in questa tragedia.

Le rivelazioni di nuovi pentiti e in particolare di due  “collaboratori di giustizia”, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, hanno indotto il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta a riaprire l’inchiesta su Capaci e su quella della strage di Via D’Amelio dove morì il giudice Piero Borsellino e i cinque agenti della scorta.

Sull’attentato di Capaci rimangono ombre e dubbi sul possibile ruolo di concorrenti esterni e un  probabile secondo livello sul quale occorre ancora indagare.

La delicata e insoluta vicenda della presunta trattativa, fra mafia e pezzi dello Stato è un grande  interrogativo da sciogliere, anche se le 24 condanne deliberate su Cosa Nostra, in Corte d’Assise, mantengono integra tutta la loro validità e  legittimità.

La ricerca della verità è sempre l’obiettivo che l’opinione pubblica richiede sempre con insistenza. Non a caso nel 2012, l’allora  Procuratore di Caltanissetta Lari  dichiarò che il nostro “è un Paese in cui diversamente dagli altri, la questione criminale e la questione giustizia non sono aspetti secondari, ma s’intrecciano alla storia nazionale. Ed anche se oggi il contesto è molto mutato rispetto al ’92, occorre avere consapevolezza che le stragi hanno pesantemente condizionato la vita del nostro Paese.”

Quindi, malgrado le 24 condanne all’ergastolo, la ricerca della verità completa è ancora da individuare, il lavoro investigativo che è in essere, è complesso, perché in “questi delicati settori, occorre una grande professionalità, un grande rispetto delle regole e avere sempre a mente la Costituzione – affermava Lari – perché l’esigenza di avvicinarsi sempre di più, nelle indagini, all’accertamento della verità con modestia e senza voli pindarici”.

Chi era Giovanni Falcone, magistrato ucciso dalla mafia ?

Nel 2007 venne conferita alla memoria la medaglia d’oro al valor civile, vero e proprio eroe nazionale, è stato – con il collega Paolo Borsellino – rappresentante di punta del “pool antimafia”, gruppo innovativo di magistrati che si sono dedicati a tempo pieno alle indagini di mafia nel corso degli anni ottanta.

Al loro lavoro si devono, tra gli altri successi, la collaborazione del boss Tommaso Buscetta con la giustizia e il clamoroso maxiprocesso a Cosa Nostra, conclusosi con 360 condanne.

 La sua fama e il suo metodo facevano il giro del mondo, anche se in Italia registrava anche sconfitte e difficoltà : i corvi, le gelosie, poteri più o meno opachi vedevano in Falcone, il paladino della legalità, che rappresenta – anche ai giorni nostri – un viatico per la crescita e lo sviluppo.

Probabilmente una delle cause, che hanno affrettato l’attentato di Capaci, anche fra tante perplessità e dubbi, sia stata la notizia che il Consiglio Superiore della  Magistratura si stava orientando per conferire a Giovanni Falcone l’incarico di Procuratore Nazionale Antimafia : bisognava bloccarlo

e fu eliminato con cinque quintali di tritolo, posizionati sotto una galleria sulla strada per Palermo.

“ La mafia non è affatto invincibile – sosteneva Falcone – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio, una sua evoluzione e avrà quindi una anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte la forze migliori delle Istituzioni”.

La lezione di Giovanni Falcone ci ricorda che :”Gli uomini passano, le idee rimangono” e citava spesso una frase di J. F. Kennedy :” Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali siano le conseguenze personali, quali siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.”

Oggi a 28 anni dalla strage di Capaci, ,la “Giornata nazionale della Legalità”,  a causa

dell’emergenza sanitaria,  viene  ricordata con celebrazioni simboliche, come quelle nei Comuni del nostro Paese, con l’esposizione di un lenzuolo bianco nel Palazzo comunale, alle 17,57 (ora dell’attentato) un minuto di silenzio, indossando la sciarpa tricolore, da parte dei Sindaci, simbolo dell’unità nazionale. Questa ricorrenza,è sempre bene ricordare, che è dedicata a tutte le vittime di mafia, uccise e sacrificate per la legalità del nostro Paese. Le scuole, insegnanti e studenti, negli anni passati in sono stati sempre in prima fila, per l’educazione alla legalità, in questa giornata simbolica per progredire cultura ed etica ai nuovi cittadini. 

Inoltre la TV e la Radio hanno programmato trasmissioni mirate a far conoscere l’impegno civile di questo “Grande servitore dello Stato”, e dei “Servitori dello Stato” meno noti, ma uniti nello stesso sacrificio della vita.  Sono stati stampati molti libri, anche a fumetti, e  va ricordato quello di Maria Falcone – sorella del giudice ucciso – con la giornalista Francesca Barra dal titolo “ Giovanni Falcone. Un eroe solo”.

Infine è opportuno ricordare che nell’Accademia dell’FBI di Quantico, in Virginia, negli Stati Uniti d’America,  ha come motto: Fedeltà, Coraggio e Integrità, valori condivisi e praticati da Falcone e determinanti nella missione di contrasto a Cosa Nostra, ci sono due busti, uno è dedicato al Grande giudice italiano, quale riconoscimento degli investigatori americani impegnati contro la criminalità e il traffico di stupefacenti.

Ecco perché Giovanni Falcone,  ucciso per la legalità, è considerato un eroe del nostro tempo e tanti italiani lo riconoscono come tale, e il 23 maggio si fa memoria collettiva, ricordando le centinaia e centinaia di persone alle quali, la mafia e le organizzazioni malavitose, hanno tolto la vita.

 

la riapertura dei ristoranti salva la flotta dei pescherecci

Con oltre la metà del pescato in Italia (55%) che viene consumato fuori casa la riapertura dei ristoranti è una speranza per la flotta italiana con 12mila pescherecci e 28mila posti di lavoro. E’ quanto afferma la Coldiretti in occasione del primo week end della Fase 2 con il ritorno al piacere di mangiare fuori e le spiagge finalmente accessibili in molte località di mare. Lo stop forzato alla ristorazione fino alla vigilia dell’estate è stato un duro colpo per il settore che a cascata ha coinvolto anche – sottolinea la Coldiretti – le pescherie e i mercati all’ingrosso e alla produzione.

Ad aggravare la paralisi del settore sono stati anche i limiti agli spostamenti che – spiega Coldiretti – hanno causato anche il crollo della domanda di pesce fresco a vantaggio di conservati e surgelati. In difficoltà anche gli oltre 800 allevamenti ittici diffusi lungo tutta la Penisola. Il consumo di pesci, molluschi e crostacei in Italia è di circa 30 chili all’anno a testa con la preferenza accordata fuori casa – rileva la Coldiretti – a polpo, vongole veraci, cozze da allevamento, seppia, tonno, astice, branzino, pesce spada e orata. Con la riapertura dei ristoranti ci sono le condizioni per gustare pesce fresco e sostenere un settore sul quale pesa anche una forte dipendenza dall’estero.

Nei mari italiani si pescano ogni anno circa 180 milioni di chili di pesce cui vanno aggiunti gli oltre 140 milioni di chili prodotti in acquacoltura – continua Coldiretti – mentre le importazioni dall’estero hanno ormai superato il miliardo di chili e anche per questo la Coldiretti ha elaborato un articolato piano di sostegno post Covid alla pesca che prevede anche l’obbligo di indicare l’origine del pescato nei menu.

Secondo la Coldiretti durante i giorni feriali della prima settimana di apertura si è verificato un crollo dei consumi in ristoranti, pizzerie, trattorie e agriturismi pari a quasi l’80% per effetto delle mancate riaperture ma anche per il ridotto afflusso della clientela. A pesare sul calo delle ordinazioni di cibo e bevande – sottolinea la Coldiretti – è stata in molti casi la decisione di non riaprire ma anche il calo delle presenze per la chiusura degli uffici con lo smart working e l’assenza totale dei turisti italiani e stranieri.

Il fine settimana rappresenta dunque un appuntamento importante per la ristorazione italiana con la spesa per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa che prima dell’emergenza coronavirus – conclude la Coldiretti – era pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani per un valore di 84 miliardi di euro.

Arrivano 455 mln per le strade

La conferenza Stato – Città e autonomie locali ha approvato il decreto che rende disponibili a Province e Città Metropolitane delle Regioni a Statuto ordinario e delle Regioni Sardegna e Sicilia, circa 455 milioni di euro per programmi straordinari di manutenzione della rete viaria, da utilizzarsi negli anni dal 2019 al 2033. A partire da giugno verrà erogato il 50% delle risorse in acconto, reperite nel bilancio del Mit sul Fondo Investimenti 2019: un’iniezione di liquidità che servirà a sostenere le casse degli enti locali per un settore importante che riguarda la sicurezza dei cittadini e, più in generale, del territorio. Frutto di un’intesa raggiunta con l’ANCI e con l’UPI, le risorse sono attribuite utilizzando i criteri della consistenza della rete viaria, del tasso d’incidentalità e della vulnerabilità del territorio rispetto al dissesto idrogeologico. In particolare, la città metropolitana di Roma potrà beneficiare di una somma aggiuntiva di 4 milioni di euro da ripartirsi nelle annualità dal 2020 al 2023.

Attualmente, tutte le risorse che il Mit aveva precedentemente stanziato e attribuito per l’anno 2018 nello stesso settore della sicurezza viaria, sono state effettivamente spese entro il giugno 2019, dando così prova dell’efficacia di questa misura. Ed è in corso, inoltre, il  monitoraggio di quelle relative al 2019. Intanto, dall’inizio dell’anno sono stati già ripartiti complessivamente 11 milioni di euro per il periodo 2020-2024.

Clorochina e altri farmaci “anti-Covid”, i Nas oscurano 14 siti

Assorted pills

I carabinieri della sezione Analisi del Reparto operativo e dei Nas di Torino e Udine hanno oscurato 14 siti web collocati su server esteri e con riferimenti fittizi, sui quale venivano effettuate la pubblicità e l’offerta in vendita, anche in lingua italiana, di medicinali sottoposti a particolari restrizioni all’utilizzo clinico.

Sono stati trovati, infatti, anche medicinali a base di clorochina e di idrossiclorochina, antimalarici il cui impiego è stato temporaneamente autorizzato dall’Agenzia italiana del farmaco per il trattamento (e non la profilassi) dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2. Possono essere dispensati esclusivamente a livello ospedaliero, a causa nelle rigorose condizioni d’impiego ancora sottoposte a sperimentazioni e studi clinici.

Analogamente, è stata riscontrata l’offerta in vendita anche di farmaci contenenti lopinavir e ritonavir, nonché a base di darunavir e cobicistat, sostanze ad azione antivirale anch’esse impiegabili in procedure off label consentite solo in ambienti ospedalieri operanti in emergenza Covid-19. Presenti anche medicinali contenenti colchicina, sostanza utilizzata principalmente per la cura della gotta e per la quale è stato autorizzato uno studio sperimentale nel trattamento del Covid-19.

Scoperti anche l’antitumorale ruxolitinib, inserito dall’Aifa nel “programma di uso compassionevole” per pazienti con diagnosi di Covid-19 e con patologie polmonari gravi/molto gravi, su approvazione del comitato etico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”, e l’antibiotico azitromicina, su cui l’Aifa, nel fornire ai clinici elementi utili a orientare la prescrizione e a definire un rapporto fra i benefici e i rischi sul singolo paziente, ha recentemente evidenziato le possibili, pericolose interazioni con altri farmaci utilizzati contro la Sars-Cov-2.

Inail: “Più di 43mila contagi da coronavirus sui posti di lavoro”. Nove decessi su 10 tra i lavoratori con più di 50 anni.

I contagi da nuovo Coronavirus di origine professionale denunciati all’Inail tra la fine di febbraio e il 15 maggio sono 43.399, circa seimila in più rispetto ai 37.352 della rilevazione del 4 maggio. I casi di infezione con esito mortale registrati nello stesso periodo sono 171, 42 in più rispetto al monitoraggio precedente, e circa la metà riguarda il personale sanitario e socio-assistenziale, con i tecnici della salute e i medici al primo posto tra le categorie più colpite.

Nove decessi su 10 tra i lavoratori con più di 50 anni. Come evidenziato dal terzo report sui contagi sul lavoro da Covid-19 elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto, con la collaborazione della Direzione centrale organizzazione digitale, l’età media dei lavoratori che hanno contratto il virus è di 47 anni per entrambi i sessi, ma sale a 59 anni (58 per le donne e 59 per gli uomini) per i casi mortali. Nove decessi su 10, in particolare, sono concentrati nelle fasce di età 50-64 anni (70,8%) e over 64 anni (19,3%). Il 71,7% dei lavoratori contagiati sono donne e il 28,3% uomini, ma il rapporto tra i generi si inverte nei casi mortali. I decessi degli uomini, infatti, sono pari all’82,5% del totale.

Il 72,8% delle denunce nel settore della Sanità e assistenza sociale. L’analisi territoriale conferma il primato negativo del Nord-Ovest, con oltre la metà delle denunce complessive (55,2%) e il 57,9% dei casi mortali. Tra le regioni, invece, più di un’infezione di origine professionale su tre (34,9%) e il 43,9% dei decessi sono avvenuti in Lombardia. Rispetto alle attività produttive, il settore della Sanità e assistenza sociale, che comprende ospedali, case di cura e case di riposo, registra il 72,8% delle denunce (e il 32,3% dei casi mortali), seguito con il 9,2% dall’amministrazione pubblica, con le attività degli organi legislativi ed esecutivi centrali e locali.

Perché bisogna tifare Merkel

La gestione dell’epidemia ha rafforzato Angela Merkel alla guida della Germania. Mai era stata così debole come dopo le dimissioni dalla guida della CDU della sua prescelta Annegret Kramp-Karrenbauer, Cancelliera di un governo di Grosse Koalition nel quale lo junior partner socialdemocratico aveva appena individuato una nuova leadership avente il grave compito di salvare il partito da un declino incombente. Sono bastate queste drammatiche settimane affrontate col piglio del politico che ha pure un bagaglio scientifico (è restata famosa e ipercliccata la sua spiegazione sulle probabilità statistiche di diffusione del virus) e risultati lusinghieri – per quanto drammatici – sul fronte sanitario per confermare la sua leadership nel Paese. Probabilmente terrà fede alla sua decisione di ritirarsi dalla vita politica alla fine della legislatura, ma per il momento la Cancelliera rimane lei. Senza se e senza ma, come usa dire adesso.

Perché questa introduzione? Perché la proposta di un Recovery Fund di 500 miliardi in prestiti agevolati e contributi a fondo perduto in favore dei Paesi europei più colpiti dall’epidemia basati sul bilancio settennale dell’Unione se alla fine verrà approvata lo dovrà proprio al cambio di posizione tedesco attivato da Frau Merkel nonostante la contrarietà di tanti suoi concittadini e membri del suo partito.

Non è qui lo spazio e il tempo per ricordare la centralità della Germania nella lenta e complicata costruzione europea. E non è certo solo Berlino a definire il successo o l’insuccesso dell’Europa. Una cosa però è sicura: indipendentemente dalla simpatia o dalla antipatia che ciascuno di noi, europei, può nutrire nei confronti della Germania, senza di essa l’UE non potrà realizzarsi e, al tempo stesso, con la Germania l’Unione può divenire uno dei tre/quattro giganti del mondo.

La pandemia pone tutti di fronte a scelte di fondo, per il futuro. E’ un turning point, purtroppo tragico, come una guerra, per la storia dell’umanità. Questo lo sanno anche i tedeschi più avvertiti. Ora è tempo che lo capiscano anche gli altri, inclusi i lettori della Bild Zeitung. Ed è qui che entra in gioco, di forza, la Merkel. Perché nei momenti di crisi e difficoltà alle leadership politiche è richiesto di tracciare la via, dimostrando così di essere tali.

Sarebbe stato più facile seguire la linea conservatrice della Corte Costituzionale di Karlsruhe, ostile alla UE e alla stessa BCE. Espressione di un animus forte in Germania, non solo nella sua parte meno sviluppata (quella orientale, e le cause ben le conosciamo). Val la pena di approfondire, sia pur qui in poche righe, la scelta della Corte, perché di enorme valenza politica. Come è noto, essa ha chiesto alla Banca Centrale Europea alcuni chiarimenti relativi alla “proporzionalità” nella gestione del Quantitative easing nel tempo pre-pandemia. Ma soprattutto – e questo è il vero punto grave – essa ha contestato la Corte di Giustizia Europea, ovvero il perno sul quale ruota il primato del diritto europeo rispetto a quello di ogni singolo Stato membro. Le sentenze della Corte sono valide in tutto il territorio dell’Unione in ragione del suo essere l’esclusiva interprete delle norme comunitarie. Si è trattato dunque di un attacco molto violento, studiato da tempo e portato a segno con lucida determinazione. Il segnale che una parte rilevante della classe dirigente tedesca tollera sempre meno l’Unione (e alcuni suoi membri in particolare).

Vista sotto questa luce interpretativa la presa di posizione della Cancelliera è ancora più importante. Scegliendo di aiutare l’alleanza fra gli altri tre grandi d’Europa (Spagna, Francia e Italia) Merkel ha messo in difficoltà i Paesi del Nord e ha dato concretezza a quanto per la verità ha sempre affermato (da ultimo, al Bundestag lo scorso 23 aprile: “per noi in Germania riconoscersi nell’Europa unita fa parte della ragione di stato”). Certo, inevitabilmente l’accordo lo ha sancito con la Francia, ribadendo quell’alleanza carolingia che è alla base della costruzione comunitaria. Ma il dato da considerare preminentemente è che lo ha stipulato e ora lo dovrà difendere.

Intendiamoci bene: la Merkel non è una sprovveduta. Tutt’altro. Sa bene che l’Unione e la moneta unica si sono rivelati una fonte di ricchezza per la Germania. Promuovendo la UE difende al contempo gli interessi nazionali tedeschi. E’ ben consapevole di quanto un’Europa intergovernativa come l’attuale è molto più conveniente per questi ultimi di una Europa tendenzialmente federale. Vive nel suo tempo e sa quanto alcuni pregiudizi nei confronti degli europei “meridionali” allignino fra i suoi connazionali (e magari qualcuno lo nutre pure lei) e quindi è perfettamente in grado di valutare quanto alcune scelte possano rivelarsi rischiose in termini di consenso elettorale. Al tempo stesso, però, ha compreso che la “taglia” del suo Paese, per quanto importante, non è sufficiente in un mondo che ormai deve fare i conti col gigante asiatico (che non è solo la Cina, è l’insieme delle economie orientali). E quindi che, se vuole lasciare un segno indelebile del suo lungo passaggio al Cancellierato di Berlino, deve favorire quel progetto europeo che il suo mentore, Helmut Kohl, aveva indicato già quella sera di trent’anni fa, quando i mattoni del Muro venivano abbattuti da un popolo finalmente libero.

Riflessioni sulla “classe dirigente”

Lo sguardo prevalente del Paese è spesso rivolto al passato. Nella costante dilatazione del presente, il futuro sembra quasi non esistere. Se ne avessimo qualche idea, ad esempio, ci saremmo preoccupati per tempo del debito pubblico, lasciato a se stesso negli ultimi decenni. Siamo prigionieri del passato nella convinzione, ingannevole, che al termine dell’emergenza sanitaria vi sia una torta da dividere, ci siano risorse aggiuntive da distribuire a tutti, senza costi reali. Si fa credere agli italiani che il loro welfare universale (pensioni e servizio sanitario) sia sostenibile all’infinito in una società che invecchia rapidamente, con un crescente “esercito industriale di riserva”. Si fa credere agli italiani che il Paese abbia la capacità di chiudersi in se stesso pur rimanendo, per merito, un grande esportatore mondiale. E soprattutto che sia nelle condizioni di scegliere solo ciò che può fargli comodo. Una globalizzazione “a la carte”. Come se potessimo fare a meno di un bilancio pubblico sano e continuare a indebitarci restando ipoteticamente ai margini dell’Unione Europea. Chi porta la responsabilità di questo mancato discorso di verità sulle reali condizioni finanziarie del Paese e sulla sua (incerta) traiettoria futura?

Inutile prendersela solo con i “sovranisti” di varia gradazione. L’informazione può avere senz’altro le sue responsabilità. Ma c’è una parte consistente della classe dirigente (o supposta tale), una elite industriale e finanziaria, che tace, assiste, ma soprattutto preferisce tessere relazioni vecchie e nuove senza avere il coraggio di dire in pubblico ciò che sostiene in privato. 

Per esempio, esprimersi con chiarezza sulla pericolosità di alcune “ricette” e non soltanto limitarsi a vaghe dichiarazioni di principio. Poteri forti solo nella loro arroganza e nel loro distacco, che giustificano prudenza e ipocrisia con la scusa degli interessi dei propri azionisti o stakeholders che poi sarebbero, in ultima analisi, anche cittadini italiani. Mostrano nei confronti dei partiti politici una falsa neutralità in attesa di capire chi vincerà, quando si andrà a votare. Disegnano, in numerosi incontri a porte chiuse, scenari di vario tipo incidendo anche (spesso in negativo) sulle aspettative di osservatori e investitori stranieri. Sono italiani “a corrente alternata”, solo quando fa loro comodo nel proteggere relazioni e “cospicue” (come direbbe il premier Conte) rendite di posizione. Altrimenti sono cittadini del mondo, dunque esentati o non tenuti al coraggio nazionale delle proprie idee. Si lamentano, ovviamente, della dilatazione della spesa pubblica ma sarebbero i primi a protestare se il taglio dei sussidi toccasse il loro tornaconto economico. 

Tutti hanno un osservatorio privilegiato sulle dinamiche future dei Paesi industrializzati e dovrebbero sentire il dovere di condividere analisi e conoscenze con l’opinione pubblica. Sanno quello che conterà in futuro, da che cosa dipenderanno lavoro e benessere, nel mezzo di una emergenza sanitaria che sta cambiando rapidamente le condizioni di vita e di lavoro. Quanto sarà essenziale, ad esempio, il mondo “digitale” e il patrimonio immateriale. La centralità di cultura, istruzione, formazione, preparazione anche e soprattutto tecnica. Buone scuole e buone università italiane? Tutti d’accordo. Ma tanto i figli dei ricchi studiano all’estero e quelli delle famiglie meno abbienti (che non hanno neppure la banda larga) si arrangiano. Bisogna puntare massicciamente sulla qualità del capitale umano, sulla sua mobilità, sul lavoro femminile, favorire investimenti in infrastrutture fisiche e immateriali per garantire a tutti un futuro decente.

La storia del nostro Paese insegna che i temi del capitale umano e della formazione della classe dirigente sono sempre stati al centro del discorso pubblico. Ferruccio De Bortoli, sul “Corriere della Sera” di qualche giorno fa, ricorda che De Gasperi propose a Raffaele Mattioli di entrare a far parte del Governo. Il banchiere umanista scartò il dicastero del Tesoro e chiese l’Istruzione (con budget aumentato) perché “il capitale umano contava più del capitale finanziario”. Non se ne fece nulla.

Def e decreto “rilancio”: quale strategia

La lettura combinata del DEF, in uno con gli ultimi DPCM ed il decreto “Rilancio” conferma la situazione drammatica in cui si trova il Paese. Il Governo aveva – con grande scelta di civiltà – puntato con il lockdown totale alla tutela assoluta della salute, mettendo in conto una perdita significativa di PIL (di redditi per i cittadini), nella prospettiva di recuperare velocemente una volta debellata la pandemia. Senonché gli effetti sul PIL sono stati immediati mentre la pandemia continua a correre! Da qui la decisione di rischiare una apertura seppure prudente, nella consapevolezza che il Paese può reggere solo una ulteriore contenuta contrazione del PIL rispetto a quanto già previsto dal DEF, utilizzando tutte le risorse ritenute compatibili con una equilibrata gestione del forte processo di indebitamento in atto. Ricapitoliamo. 

Nel DEF, sulla base di una significativa ripresa delle attività a maggio, da completare a giugno, è stata stimata una contrazione del PIL nazionale da 1.788 miliardi di euro del 2019 a 1.661 miliardi di euro del 2020 con una contrazione assoluta di 126 miliardi di euro (-7,1%). Sulla base della perdita di entrate fiscali connesse e dell’originario deficit previsto per il 2020, in uno con la manovra da 25 miliardi di euro dei decreti “Cura Italia” e “Liquidità”, il deficit complessivo è stato stimato in 118 miliardi di euro. 

Ciò, in un contesto nel quale la BCE ha annunciato acquisti di titoli, al netto dei rinnovi, per 189 miliardi di euro, pari al 16,988% del potenziale di fuoco di 1.100 miliardi di euro messo in campo. 

L’ulteriore manovra in deficit di 55 miliardi di euro prevista dal decreto “Rilancio” è dunque compatibile con le risorse acquisibili (189 miliardi di euro), atteso che il deficit assommerebbe a 173 miliardi di euro (118 miliardi + 55 miliardi) lasciando un ulteriore margine di 16 miliardi di euro

Ma lo stesso DEF, ipotizzando una “ripartenza” più lenta, come – di fatto – si sta verificando stima la perdita di PIL nominale complessivo pari al 10,4% del PIL 2019 (cioè 186 miliardi di euro rispetto ai 126 miliardi) con una contrazione assoluta di 60 miliardi equivalenti a -24 miliardi di euro di ulteriori minori entrate fiscali- che più che annullerebbero il margine residuo di 16 miliardi di euro. 

Se consideriamo che l’autorevole ufficio studi di Unicredit stima molto probabile una perdita del 15% (cioè ulteriori 82 miliardi di euro di PIL nominale per minore entrate finali di 32 miliardi di euro) appare di tutta evidenza che immaginare ulteriori manovre di sostegno oltre quelle previste nel presento decreto “Rilancio” è poco realistico. 

A meno che non si voglia ricorrere al MES in attesa di una piena operatività dei Recovery Fund (per l’Italia 17% di 500 miliardi di euro pari 85 miliardi di euro) realisticamente prevedibile per l’inizio del 2021. 

Dunque sorge spontanea la domanda: le disposizioni complessive di sostegno previste in particolare nel decreto “Rilancio” appaiono sufficienti a traghettare il Paese fuori dall’emergenza? 

Tralasciando di esprimerci sulla dimensione quantitativa (chi non auspicherebbe maggiori risorse!) ci preme richiamare una riflessione sulle modalità operative, che va ben oltre la polemica non priva di fondamento sulle “richieste” manifestate da grandi gruppi industriali anche con sedi fiscali fuori l’Italia. Intendiamo riferirci alla “assicurazione” pressoché totale – da parte dello Stato – del credito di emergenza che il sistema bancario dovrebbe erogare. Intanto prendiamo atto che la roboante manovra da 750 miliardi di euro a fronte di 5 miliardi di euro di maggiori garanzie era una bufala, come più volte richiamato. Lo confermano i nuovi stanziamenti, previsti dall’articolo 31 del decreto “Rilancio” (laddove sembrerebbe, per altro, esserci un refuso significativo nel comma 1), a favore dei fondi di garanzia che – di contro – rendono ora possibile la manovra a suo tempo annunciata e da qualche giorno attivata seppure molto lentamente. 

Dunque – senza dibattito politico – lo Stato Italiano ha scelto come via maestra per gestire la crisi la concessione di una garanzia pressoché totale a favore delle banche per un ammontare di almeno 600 miliardi di euro a fronte di un monte complessivo di crediti in bonis al 31 dicembre 2019 di 1.681 miliardi di euro (fonte ABI rapporto mensile gennaio 2020); ciò nel drammatico realistico presupposto che il “sistema bancario”, per quote significative in mani estere o private, non avrebbe assunto un ruolo positivo se non adeguatamente garantito. Dimenticando una considerazione. Se le “cose” “andranno” male saranno le banche a privatizzare lo Stato italiano chiamato a risponde di alcune centinaia di miliardi di euro di credito deteriorato! E così invertendo la naturale dinamica economica secondo la quale se l’economia va male le banche soffrono e lo Stato nazionalizza, con il paradosso che in questa crisi pandemica tutti stanno perdendo o rischiano di perdere qualcosa ad esclusione del sistema bancario a conferma, haimé, del dominio della Finanza sullo Stato.

Anche per questa consapevolezza si pone l’esigenza di riflettere sulla logica complessiva delle manovre economiche in atto, che vedono “azionati” una molteplicità di strumenti/obiettivi: spesa pubblica strategica, sostegno al reddito e all’occupazione, fondo perduto alle imprese, liquidità. Non sarebbe più conducente, per la gestione della drammatica crisi, focalizzarsi – soprattutto nei prossimi provvedimenti ove dovessero risultare, haimé, necessari – su un unico (massimo 2) strumento/obiettivo? Più esplicitamente parrebbe più opportuno concentrarsi su un’unica misura sulla quale “investire” le ulteriori limitate risorse eventualmente disponibili, come una “rimodulazione” del reddito di cittadinanza” in “reddito universale” di sopravvivenza che scongiuri la miseria ma renda chiaro a tutti che oltre non si potrà più andare. Nessun scontro ideologico, solo una riflessione corale per cercare soluzioni nuove a difficoltà inedite. Ciò anche in considerazione di una ulteriore constatazione. Siamo diventati tutti macroeconomisti ed epidemiologi ma nessuno parla di futuro, nessuno ha avviato un’analisi serie su cosa è veramente successo. 

Nessuno ha il coraggio – diciamo meglio: nessuno che “conta” ha l’interesse- di denunciare la verità inedita: il coronavirus mette in radicale discussione la logica intima del capitalismo finanziario: le concentrazioni

Concentrazioni di uomini e donne nelle Città-Stato; concentrazione di “vecchi” in case di riposo; concentrazione delle produzioni agricole e degli allevamenti; concentrazione delle produzioni industriali; concentrazione dei sistemi distributivi. Già perché più il sistema si concentra più il capitale astratto (quello finanziario e della comunicazione virtuale) può controllare. 

E’ questa la verità scomoda per il capitale e inedita per l’umanità che ci consegna questa epidemia: occorre impostare una colossale strategia di “de-concentrazione”, nella consapevolezza che ciò è necessario per la sopravvivenza dell’uomo/ambiente ma anche economicamente possibile a cominciare dalla produzione delle energie rinnovabili e dall’ampia introduzione dello smart working. 

Non decrescita ma de-concentrazione. Una strategia, un grande processo schumpeteriano di distruzione/creazione di nuove realtà e opportunità di lavoro che deve essere agevolato senza – tuttavia – distruggere la vita delle persone garantendo loro una forma universale di sostegno. Dunque tutto in discussione. Per questo occorre un nuovo pensiero collettivo che dia voce ad una visione inedita ma sostenibile del bene comune.

Il pericolo di tornare a scuola

L’Europa nel suo insieme, al momento, vive diverse problematiche dovute al virus. Una di queste è la riapertura delle scuole.

Tutti i paesi, in questa fase, sembrano essersi regolamentati in modi diversi.
La Germania ha iniziato a riaprire le scuole ad aprile, con gli studenti più grandi che sono tornati per primi. In Inghilterra, è il contrario, con le scuole elementari in procinto di riaprire a giugno.
In Belgio, questa settimana, quelli degli ultimi anni della scuola primaria e secondaria hanno iniziato a tornare a scuola. Italia e Spagna, d’altra parte, stanno camminando molto più cautamente e riapriranno le scuole solo a settembre.

McKee, alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, ritiene che sia “prematuro” riaprire le scuole nel Regno Unito poiché il sistema di test del paese è “problematico” ed il suo sistema di tracciamento dei contatti “non testato”.

Sicuramente, i diversi approcci sono dovuti anche ad una diversa penetrazione del virus nei territori, ma non avere un quadro europeo di insieme sulla materia scuola non aiuta.

Ma perché all’inizio si sono chiuse le scuole ancor prima che iniziasse il lock-down?

I responsabili politici dei vari paesi non si sono tanto preoccupati dell’ammalarsi dei ragazzi, ma di quanto facilmente essi potessero diffondere il virus – una paura ragionevole visto che i bambini sono super-diffusori di malattie come l’influenza e il morbillo.

“Questa è la mia più grande paura”, dichiarò al New York Times Michael Hoelscher, capo delle malattie infettive e della medicina tropicale presso il Munich University Hospital.

Ma quanto è dannoso escludere i bambini e i ragazzi dalla vita sociale e privarli ​​della struttura che la scuola offre loro?

La socialità è un bisogno primario che nessun dispositivo può sostituire.

La scuola è fondamentale per ogni bambino e ragazzo, non solo in termini di apprendimento, ma anche in termini di socialità, legami, relazioni. Chiaramente bisognerà fare i conti con le distanze di sicurezza e i protocolli sanitari, ma è necessario per i nostri ragazzi continuare a mantenere un contatto con la vita normale anche in periodi di difficoltà.

E se questo tema è stato bypassato per i più grandi grazie all’uso di strumenti tecnologicamente avanzati per seguire le lezioni, il problema sorge per i ragazzi e i bambini delle scuole elementari e dell’infanzia, perché è lì che i bimbi maturano il senso della socialità e del rapportarsi con gli altri.

Inoltre, non dobbiamo dimenticare che la gita al museo, il viaggio studio, l’educazione fisica, i corsi di musica e tante altre attività ludico/didattiche, non sono solo dei corollari ai quali poter rinunciare ma, bensì importanti momenti di crescita.
Senza queste attività rischiamo di catapultare i nostri figli in un silenzio emotivo e non dare voce al loro disagio.

Inoltre dobbiamo ricordare che per gli 8 milioni e mezzo di studenti che torneranno a scuola a settembre, una scuola diversa che includerà con molta probabilità almeno in parte la didattica a distanza, sarà necessario istituire un sistema che possa sconfiggere il digital divide, vero fattore di esclusione sociale del nostro tempo.

Trieste: la nave che non arriva

C’è fermezza e fermezza. Poi, c’è l’enfasi. È facile passare dall’una all’altra, per chi svolge certe funzioni. Magari ai più, fuggirà il salto, ma non è detto che questo capiti a tutti.

In questo inqualificabile e terribile periodo dominato dal coronavirus, abbiamo assistito tanto la prima, quanto la seconda forma.

A dir il vero, è prevalsa all’inizio la fermezza, da qualche tempo, sembra invece prevalere l’enfasi.

Vorremmo tutti mantenerci sul terreno della qualificazione iniziale, ma inevitabilmente il tempo, per diverse ragioni, fa sdrucciolare il terreno e si giunge sfortunatamente alla seconda. Tutto parte da una decisione non proprio cristallina. Far giungere una nave a Trieste, per quello scopo, è sembrato anche alla stragrande maggioranza dei commentatori una bizzarra decisione.

Adesso, tutti si sono convertiti sula inutilità di quel possibile provvedimento. Qualcosa è capitato anche sulle forniture delle mascherine, ma è più un affare da addetti ai lavori; per questo, non intendo marcare troppo il giudizio.

La nave, invece, ha segnato lo spartiacque tra ciò che ho chiamato fermezza e ciò che ho definito enfasi. Qualcuno si è ostinato anche ieri, a redarguire i critici che su quel tema si sono fatti sentire. Come se, pur in presenza di condizioni straordinarie, non fosse lecito dire che le cretinate sono cretinate. Sono rimasto colpito, ieri sera, all’ascolto del telegiornale regionale, circa la dichiarazione di un membro del governo regionale, in riferimento alle spese sostenute per quella possibile, triste, avventura.

Dichiarazione: “nessun costo per la Regione”. Preciso che le parole non sono state pronunciale dal Presidente Fedriga. Il quale, come fa qualsiasi Presidente di Regione, affida agli assessori le varie competenze. E lascia a costoro svolgere i compiti di loro pertinenza. Dà gli indirizzi, tira le fila a giornata conclusa, ma la responsabilità degli atti lascia siano tra le dita di chi copre il ruolo politico-amministrativo.

In sostanza, delle cose pratiche, viene a conoscenza a gesti compiuti. Pur mantenendo a sé l’orizzonte dove collocarle.

Voi avete capito che le due espressioni d’apertura, sono riconducibili a un singolo soggetto. Ci sono diverse manifestazioni che riconducono la cosa a un solo responsabile. Quando si aprono le porte all’enfasi e alla retorica vuol dire che qualcosa non ha funzionato nel dovuto modo. Fate sempre attenzione a queste modalità, perché sono proprio queste a svelare qualcosa di poco nobile: l’enfatico deve nascondere qualcosa; il rigoroso, il fermo, il deciso, invece, intende svelare la propria conduzione. In tempi di grande crisi, apprezzate quest’ultimo e nutrite seri dubbi per l’altro.

Codice dei contratti, c’è la bozza del Regolamento unico di attuazione

Trasmessa dalla Commissione di supporto giuridico-amministrativo istituita dal Mit, è disponibile la nuova bozza, targata 13 maggio 2020, del Regolamento Unico recante disposizioni di esecuzione, attuazione e integrazione del Codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Si tratta di un ponderoso schema comprendente 315 articoli suddivisi in 7 sezioni:

1) disposizioni comuni;

2) sistemi di affidamento e realizzazione di appalti pubblici e concessioni di lavori;

3) sistemi di affidamento dei contratti concernenti servizi e forniture;

4) concessioni e partenariato pubblico privato;

5) appalti relativi a beni culturali;

6) contratti relativi a lavori, servizi e forniture nei settori speciali;

7) norme transitorie e finali.

I tempi tecnici per la definizione del testo finale e l’acquisizione dei pareri obbligatori, fanno ritenere plausibile la pubblicazione in Gazzetta del Regolamento in  autunno inoltrato, salvo soprese ed eventuali ulteriori differimenti (non improbabili dato l’attuale contesto).

Decreto Rilancio: Ronchi, l’ incentivo fiscale per risparmio energetico, fotovoltaico e colonnine di ricarica  va nella giusta direzione

L’incentivo introdotto dall’art. 119 del Decreto Rilancio per l’efficientamento energetico, il sisma bonus, il fotovoltaico e le colonnine di ricarica di veicoli elettrici, promosso dal Sottosegretario Fraccaro, va nella direzione  degli impegnativi obiettivi di decarbonizzazione dell’Accordo di Parigi per il clima e per il rilancio di attività di grande peso economico e occupazionale. Il settore residenziale infatti è responsabile di circa il 20% delle emissioni nazionali di CO2.

Le nuove disposizioni sono di particolare rilievo per l’isolamento termico degli edifici  esistenti, risultato  per la gran parte impraticabile con le precedenti detrazioni fiscali che, invece, con la  detrazione al 110% in cinque anni per le fatture emesse entro il 2021 e  con la possibilità di passare il credito alle banche, diventa più appetibile e praticabile.

La disposizione può essere migliorata in sede parlamentare durante la conversione in legge del Decreto. In particolare occorre curare bene le modalità per il trasferimento del credito fiscale alle banche che finanziano l’intervento e che, se non funzionassero a dovere, limiterebbero di molto la portata del nuovo meccanismo.

Per le pompe di calore, il fotovoltaico, le colonnine e le altre tecnologie coperte dalle misure precedenti,mantenendo un meccanismo efficace di cessione del credito fiscale alle banche a copertura dell’investimento, l’incentivazione fiscale potrebbe essere minore del 110%,in modo che con le medesime coperture si possano fare più interventi e in modo che,di nuovo, questi non facciano trascurare i più impegnativi interventi di isolamento termico degli edifici esistenti.

 

 

Coronavirus: l’Avigan delude

Assorted pills

L’Avigan, antivirale prodotto da un’azienda nipponica e sperimentato per il trattamento di Covid-19 in vari Paesi del mondo, Italia inclusa, delude. Il medicinale, riferisce la stampa giapponese, finora non ha mostrato un’apparente efficacia nel trattamento della malattia respiratoria negli studi clinici.

I risultati intermedi dei trial clinici di Avigan su pazienti Covid-19 non avrebbero fornito prove chiare dell’efficacia del farmaco nel limitare la progressione della malattia. Il primo ministro Shinzo Abe aveva detto di sperare nell’approvazione di Avigan, sviluppato da una consociata di Fujifilm Holdings Corp., entro la fine di maggio, anche se alcuni specialisti si sono detti preoccupati per la fretta di approvare un farmaco noto per avere potenziale effetti collaterali sul feto, se assunto da donne in gravidanza.

Giuseppe Conte in Senato: “Di fronte a uno shock di tale portata è necessaria un’azione costante”.

Signora Presidente, onorevoli senatrici e senatori,

torno qui  per condividere ancora una volta con Voi rappresentanti della Nazione gli indirizzi che il Governo sta perseguendo allo scopo di riavviare il motore economico e produttivo del Paese, dopo il superamento della fase più acuta dell’emergenza sanitaria.

Siamo consapevoli che quella che abbiamo davanti è una sfida ancora più difficile, e certamente non meno insidiosa, di quella che abbiamo affrontato all’inizio dell’emergenza, quando – di fronte al diffondersi progressivo e a tratti impetuoso del contagio – siamo stati costretti a introdurre misure contenitive sempre più severe che, in base ai principi di massima precauzione e di proporzionalità, sono state estese progressivamente all’intero territorio della Penisola.

Per tutelare i beni primari della persona – la vita, la salute, l’integrità fisica – siamo stati costretti a limitare il più possibile gli spostamenti, a imporre il distanziamento sociale, a sospendere ogni attività che contemplasse il contatto e, conseguentemente, l’incremento esponenziale del contagio.

Gli Italiani hanno pienamente compreso il rischio rappresentato da questo virus insidioso e sconosciuto, hanno condiviso il grande sforzo collettivo realizzato per contenerlo e mitigarlo. Le misure – salvo limitate eccezioni prontamente sanzionate – sono state ovunque rispettate con disciplina e anche consapevolezza.

Se oggi possiamo constatare che il peggio è alle nostre spalle, dico che questa affermazione la faccio con la dovuta prudenza, lo dobbiamo ai nostri cittadini, ai sacrifici che hanno compiuto in queste settimane, durante le quali è stato chiesto loro di modificare finanche le abitudini di vita.

Forse non tutti allora avrebbero assunto decisioni così sofferte, suscettibili di incidere su alcuni dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione.

Tuttavia, a tre mesi esatti dal primo caso registrato all’ospedale di Codogno, posso affermare in coscienza, possiamo affermare come Governo in coscienza di aver compiuto la scelta giusta, l’unica in grado di contrastare il diffondersi dell’epidemia sull’intero territorio nazionale.

Con la stessa determinazione ritengo oggi possibile, anzi doveroso, pur in presenza di un quadro epidemiologico non completamente risolto, compiere una scelta coraggiosamente indirizzata verso un rapido ritorno alla normalità.

Ora siamo nella condizione di attraversare questa “fase 2” con fiducia e responsabilità. Tutti noi conosciamo meglio il virus, sappiamo come proteggerci, quali sono le regole di distanziamento sociale, di igiene, la funzione utile, a volte necessaria, delle mascherine, dei dispositivi di protezione individuale.

E mi rivolgo a tutti, e in particolare ai giovani dei quali è pienamente comprensibile l’entusiasmo per aver riconquistato questa libertà di movimento. In questa fase, più che mai, rimane fondamentale, anche quando siamo all’aperto, il rispetto delle distanze di sicurezza e, ove necessario, l’utilizzo delle mascherine. Non è ancora questo il tempo di party, delle movide e degli assembramenti. Occorre fare attenzione perché non si tratta solo di esporre se stessi al contagio, e questo i nostri più giovani lo devono capire, ma significa esporre al contagio anche i propri cari.

Abbiamo predisposto un accurato piano nazionale di monitoraggio, è un piano che ci consente – sulla base delle informazioni quotidiane che debbono pervenirci dalle Regioni – di disporre di un quadro dettagliato della curva epidemiologica, fondato sull’incrocio di una nutrita serie di parametri. È un che piano ci permetterà di intervenire, se necessario, con misure restrittive nel caso in cui, in luoghi specifici, dovessero generarsi nuovi focolai.

Siamo consapevoli che l’avvio della nuova fase potrebbe favorire, in alcune zone, l’aumento della curva del contagio, questo è un rischio che abbiamo calcolato e che terremo sotto osservazione.

Dobbiamo accettare questo rischio, perché non possiamo fermarci in attesa di un vaccino. Altrimenti non saremo mai nelle condizioni di ripartire e ci troveremo con un tessuto produttivo, sociale terribilmente e forse irrimediabilmente compromesso.

Non ci possiamo permettere di protrarre l’efficacia di misure sì limitative per un tempo indefinito.

Un ordinamento liberale e democratico non può infatti tollerare una compressione dei diritti fondamentali se non nella misura strettamente necessaria a difendere i beni primari della vita, della salute dei cittadini in dipendenza di una minaccia grave e attuale.

La permanenza di misure così severe sul piano delle limitazioni dei diritti fondamentali oltre il tempo necessario a invertire la curva del contagio sarebbe dunque irragionevole e incompatibile con i principi della nostra Costituzione.

In questa prospettiva, abbiamo inserito le residue limitazioni alle libertà fondamentali, ancora indispensabili per superare completamente la crisi sanitaria, in disposizioni di rango primario, mentre abbiamo riservato alla normazione secondaria esclusivamente le previsioni più di dettaglio.

La scorsa settimana, in particolare, il 16 maggio, abbiamo adottato il decreto-legge n. 33 che limita le restrizioni alla circolazione esclusivamente agli spostamenti fra le Regioni e, allo stato, solo fino al prossimo 2 giugno. Restano evidentemente confermate le misure limitative per le persone positive al virus e per quelle che hanno avuto contatti stretti con soggetti positivi.

All’interno del quadro normativo disposto con queste norme primarie – che quindi adesso viene offerto, verrà esaminato, modificato, integrato dal Parlamento in sede di conversione del decreto-legge – si pone poi il DPCM che abbiamo adottato lo scorso 17 maggio.

Il provvedimento è stato definito all’esito di un’interlocuzione serrata e costante con le Regioni e con gli altri Enti locali. Ringrazio le Regioni, le Province autonome, gli Enti locali, per l’impegno profuso, per la collaborazione dimostrata dall’inizio dell’epidemia e ancora adesso in questo passaggio molto importante, perché l’allentamento di queste misure è avvenuto con disegno condiviso, con un coordinamento anche con le previsioni regionali.

Questo provvedimento contiene disposizioni specifiche per la riapertura in sicurezza delle attività economiche e sociali, nonché dettagliati protocolli di settore definiti con il supporto del Comitato tecnico-scientifico e con il contributo anche dell’Inail, che qui desidero ringraziare per la professionalità e l’impegno sin qui dimostrati.

Riassumo le principali disposizioni del DPCM, che da lunedì 18 maggio disciplinano, insieme anche alle ordinanze delle Regioni, l’andamento della “fase 2”, articolato secondo una scansione temporale ben definita.

Per quanto riguarda le attività commerciali al dettaglio e le attività di ristorazione – com’è noto – ne abbiamo fissato la riapertura per il 18 maggio, in virtù dei rigorosi protocolli di sicurezza adottati e nella consapevolezza anche della grave sofferenza economica accumulata da questi settori.

Allo stesso modo e nel rispetto dei relativi protocolli, sono state riaperte sempre a partire dal 18 maggio le attività inerenti ai servizi di cura alla persona e gli stabilimenti balneari.

Dal 25 maggio riapriranno le palestre e le piscine, dal 3 giugno sarà possibile per i cittadini dell’Unione Europea fare ingresso in Italia senza obbligo di quarantena, dal 15 giugno riapriranno cinema, teatri e centri estivi per l’infanzia.

Questo complesso di norme di rango primario e di rango secondario garantisce la possibilità di ritornare, progressivamente e in sicurezza, al pieno svolgimento della vita economica e della vita sociale.

D’altra parte, nell’avviare la “fase 2”, non confidiamo soltanto nell’autodisciplina dei singoli.

Abbiamo definito, in queste settimane, un articolato sistema di interventi e controlli degli andamenti epidemiologici, affidato a una formula che ormai ricorre molto spesso del “testare, tracciare e trattare”.

Sul fronte dei test, stiamo potenziando i controlli tramite i test molecolari e quelli sierologici, utili anche al fine di mappare la diffusione del contagio all’interno del Paese.

In Italia sono stati fatti, sin qui – lo ricordo – 3.171.719 tamponi, è un numero notevole perché collocano il nostro Paese al primo posto per numero di tamponi per abitante (a chi ama le classifiche faccio anche quest’ulteriore precisazione, parliamo di 5.134 tamponi per 100.000 abitanti).

Ma soprattutto in questa fase è importante incrementare l’utilizzo dei test molecolari e, per questo, lo scorso 11 maggio la struttura del Commissario ha avviato una richiesta di offerta per kit e reagenti per permettere la somministrazione di ulteriori 5 milioni di test. Hanno risposto 59 aziende nazionali e internazionali offrendo delle offerte per 95 tipologie di prodotti, che saranno verificati in tempi rapidissimi.

Per quanto riguarda i test sierologici, lunedì 25 maggio partiranno quelli gratuiti su un campione di 150.000 cittadini, per esclusive finalità di ricerca scientifica. C’è uno sforzo dietro, anche organizzativo davvero notevole. Verranno impegnati 550 tra volontari e operatori su base regionale, con la predisposizione di una struttura nazionale di coordinamento.

Ancora, per quanto riguarda il secondo pilastro della strategia di controllo del virus, il contact tracing, il Governo con decreto-legge n.28 del 30 aprile 2020, ha introdotto una disciplina – come è a voi noto – per garantire la realizzazione dell’app “Immuni”, in modo da garantire il pieno rispetto della privacy e della sicurezza dei cittadini e tutelare l’interesse nazionale.

Per le necessarie attività di verifica e ulteriore sviluppo del codice sorgente e di quelle finalizzate alla distribuzione, all’installazione e alla gestione dell’app sono state interessate e coinvolte società pubbliche interamente partecipate dallo Stato, PagoPA e Sogei, con le quali sono state stipulate apposite convenzioni a titolo gratuito. Ricordo che il codice sorgente aperto potrà essere conosciuto nei prossimi giorni da chiunque e i dati verranno impiegati solo per tracciare la diffusione del virus e verranno cancellati non appena terminata l’emergenza.

Questo decreto-legge, quello appena citato, il n. 28 è attualmente all’esame della Commissione Giustizia del Senato e, durante l’iter parlamentare, potrà certamente arricchirsi del contributo vostro, del contributo delle Camere.

Il terzo pilastro, quello relativo al trattamento dei pazienti, si fonda su un costante incremento della capacità ricettiva del nostro sistema sanitario.

I posti letto in terapia intensiva sono adesso pari a 7.864, abbiamo registrato un incremento del 52% rispetto all’inizio dell’emergenza.

I posti letto nei reparti di malattia infettiva e pneumologia sono pari a 28.299, qui l’incremento percentuale è considerevole: 334% in più.

In prospettiva, grazie al decreto-legge, quello che è stato appena pubblicato in Gazzetta, il decreto “Rilancio” e quindi allo stanziamento in esso contemplato pari a 3,2 miliardi di euro per la sanità, potremo rendere stabile l’incremento di 3.500 posti letto in terapia intensiva disposto per far fronte all’emergenza, e riqualificare 4.225 posti letto di area semi-intensiva, che saranno fruibili sia in regime ordinario, sia in regime di trattamento infettivologico ad alta intensità di cure e il 50 per cento dei quali dovrà essere immediatamente convertibile in posti letti di terapia intensiva.

Siamo consapevoli, tuttavia, che la riapertura delle attività non è sufficiente a riattivare il motore della nostra economia, provata da due mesi di restrizioni e cosa che non dobbiamo mai trascurare anche dal crollo generalizzato della domanda globale.

Di fronte a uno shock di tale portata è necessaria un’azione costante, efficace, prolungata di accompagnamento delle attività produttive e commerciali da parte dei pubblici poteri

Con il decreto-legge cosiddetto “Rilancio”, il n. 34, il Governo ha proseguito l’azione di sostegno all’economia avviata dai decreti cosiddetti “Cura Italia” e “Liquidità”, ma ha anche compiuto – se mi permettete – un passo in più, ponendo le basi per una vera ripartenza economica del Paese.

Il provvedimento stanzia 55 miliardi se ragioniamo in termini di indebitamento netto, vale però 155 miliardi di euro in termini di saldo netto da finanziare, considerando anche il finanziamento delle politiche per la liquidità. Lo offriamo ovviamente adesso alla vostra valutazione, alla valutazione del Parlamento e, sono sicuro, anche al contributo migliorativo che ne deriverà.

È un testo certamente complesso, ha richiesto molto impegno, molta fatica, un lungo iter di elaborazione, supera l’entità di una tradizionale manovra economica, tanto per la portata della sua dotazione finanziaria, quanto per l’ampio spettro di interventi che in esso ritroverete. Sostegno è un concetto, un obiettivo che non deve essere incompatibile rispetto a quello di rilancio, al concetto di rilancio. Tutelare le reti di protezione sanitarie, sociali ed economiche che proteggono i diritti costituzionalmente garantiti e che assicurano il benessere dei nostri cittadini, infatti, è fondamentale per la crescita.

Soltanto garantendo questi presìdi potremo ricominciare a progettare, con fiducia, con sicurezza, l’Italia del domani.

Accanto alla necessaria prosecuzione delle misure di sostegno alle famiglie e alle imprese, perciò, abbiamo voluto concentrare risorse significative nei settori di maggiore interesse strategico per la crescita futura. Fra i principali, vorrei ricordare la scuola, l’università, la ricerca, la sanità, il turismo, il settore edilizio.

Un primo capitolo del decreto, che vale 5 miliardi di euro nel complesso, riguarda per buona parte gli interventi di potenziamento a beneficio del sistema sanitario, alcuni li ho accennati, e poi anche interventi in favore delle forze dell’ordine e della protezione civile.

Un altro corposo capitolo del decreto riguarda le misure a beneficio dei lavoratori, qui stanziamo la ragguardevole circa 25 miliardi di euro al fine di estendere, anche per i prossimi mesi, gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, i sussidi di disoccupazione e le indennità varie per i lavoratori autonomi.

Oltre a stanziare le risorse necessarie a questo scopo, il Governo ha introdotto anche una disciplina drastica di semplificazione delle procedure di erogazione di questi strumenti. Ovviamente abbiamo visto tutti nelle scorse settimane, in particolare come sono complessi i meccanismi burocratici legati alla cassa integrazione in deroga, d’altra parte erano procedure che si completavano anche nel giro di 4-5 mesi e che chiaramente sono questi tempi e queste normative non adeguati rispetto alla profondità dell’emergenza che stiamo vivendo. È per questo che nel decreto troverete una procedura semplificata, tramite la quale l’Inps può anticipare il 40% delle prestazioni all’atto della domanda da parte delle imprese, senza passare per l’invio delle domande alle Regioni. E devo ringraziare l’impegno della ministra Catalfo, perché grazie al suo impegno per tutti coloro che non sono stati coperti non solo bene da questa semplificazione insieme al ministro Boccia ha lavorato con le Regioni per mettere a punto questa procedura semplificata ma anche perché per tutti coloro che non sono stati coperto da precedenti misure di sostegno – e che quindi versano comunque in condizioni molto critiche – adesso ci sarà un “reddito di emergenza”, sarà erogato in due quote di entità variabile dai 400 a 800 euro mensili, a seconda dell’ampiezza del nucleo familiare.

È stata inoltre introdotta, su impulso della ministra Bellanova e poi ampiamente condivisa, una norma che – in presenza di determinate condizioni – consente di far emergere il lavoro sommerso nei settori dell’agricoltura e delle attività di sostegno familiari. La sospensione dei procedimenti penali non opera nei confronti dei datori di lavoro in presenza dei reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reati di tratta e sfruttamento del lavoro.

Il secondo ambito di intervento del decreto è quello relativo alle misure di sostegno alle imprese, qui è un capitolo molto corposo, mobilita, questo capitolo, circa 15 miliardi di euro in termini di maggiore disavanzo, attraverso aiuti a fondo perduto, sgravi fiscali, un ampio ventaglio di incentivi volti a sostenere la riapertura in sicurezza delle attività economiche.

Per le imprese e per i professionisti che hanno conseguito nel 2019 un fatturato inferiore a 5 milioni di euro, e che nel mese di aprile 2020 abbiano subito un calo del fatturato o dei corrispettivi di almeno due terzi rispetto al mese di aprile 2019, prevediamo un contributo a fondo perduto.

Fra le agevolazioni fiscali a beneficio delle imprese, viene disposta, inoltre, l’esenzione dal versamento del saldo Irap quello dovuto nel 2019 e anche l’acconto dovuto a giugno 2020 per tutte le imprese con ricavi inferiori a 250 milioni di euro.

È una misura che – tengo a ricordarlo – trattiene all’interno delle imprese 4 miliardi di liquidità, a beneficio di oltre 2 milioni di aziende. Al contempo, vengono prorogati dal 30 giugno al 16 settembre i termini per i versamenti di imposte e contributi vari, già sospesi, che abbiamo già sospeso per i mesi di marzo, aprile e maggio.

Sono previsti anche crediti d’imposta per adeguare gli ambienti di lavoro e per la loro sanificazione, per il rimborso degli affitti commerciali nei mesi di marzo, aprile e maggio, nonché un potenziamento del vigente credito d’imposta per la ricerca e sviluppo nel Mezzogiorno.

A beneficio di alberghi, pensioni e stabilimenti balneari, viene poi abolito il versamento della prima rata dell’Imu che verrà a scadere il 16 giugno, e – ì per fornire un aiuto concreto a tutte le attività economiche – il decreto dispone anche una riduzione del costo delle bollette elettriche per i mesi di maggio, giugno e luglio di quest’anno.

Tutelare la nostra struttura produttiva in questa difficile fase recessiva richiede uno sforzo ulteriore, che valga a rafforzare la capitalizzazione delle nostre imprese per difenderne la competitività e la resilienza, lo abbiamo con significative agevolazioni fiscali. Vedrete che ci saranno davvero defli sconti notevoli per chi ricapitalizza.

Inoltre, sempre per favorire il consolidamento delle PMI il decreto interviene a istituire un apposito fondo, affidato a Invitalia, finalizzato a sottoscrivere strumenti finanziari partecipativi emessi dalle PMI.

È anche poi prevista la costituzione di un patrimonio destinato, che abbiamo definito “Patrimonio Rilancio” che – attraverso l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti – potrà impiegare risorse per il sostegno e il rilancio delle grandi imprese questa volta, quelle strategiche, nel rispetto del quadro normativo europeo in materia di aiuti di Stato. Qualche giorno fa è stato definito il nuovo temporary framework aggiornato proprio per consentire aiuti di Stato altrimenti non concessi, non permessi.

All’interno del decreto, poi, vi sono misure in favore delle famiglie, particolarmente di quelle con figli, su cui hanno inciso profondamente la chiusura prolungata delle scuole e i profondi cambiamenti nei tempi di vita e lavoro generati dalla chiusura delle attività economiche.

In primo luogo, potenziamo il bonus baby-sitting, incrementandone il limite fino a 1.200 euro – un limite che poi sale fino a 2.000 per i comparti della sicurezza, della difesa e del soccorso pubblico – e aggiungiamo poi la possibilità, in alternativa, di utilizzare il bonus per l’iscrizione ai servizi per l’infanzia e ai centri estivi. In favore di questi ultimi, peraltro, stanziamo 150 milioni di euro per il 2020 al fine di potenziare e sostenere l’offerta di attività ludiche e ricreative a favore dei nostri piccoli.

In secondo luogo, aumentiamo a 30 giorni i congedi di cui possono fruire i genitori dipendenti del settore privato con figli minori di 12 anni, riconoscendo un’indennità pari al 50% della retribuzione ed estendendo l’arco temporale di fruizione fino al 31 luglio sempre di quest’anno.

Prevediamo, poi, misure specifiche per le persone con disabilità. Qui abbiamo dedicato una particolare attenzione a loro. Aumentiamo di 12 giornate i permessi retribuiti complessivi nei mesi di maggio e giugno delle persone con disabilità e i loro familiari. Stanziamo anche 150 milioni di euro complessivi in favore del Fondo per le non autosufficienze, del Fondo per l’assistenza alle persone con disabilità grave prive di sostegno, e di un nuovo Fondo di sostegno per le strutture semi-residenziali dedicate alle persone con disabilità.

Vi sono, poi, altre misure di sostegno all’economia, non mi soffermo su di esse in dettaglio, richiederebbe troppo tempo. Ma, come ho anticipato, il decreto contiene anche importanti misure volte a dare impulso alla crescita nei settori di maggiore interesse strategico.

Grazie al suggerimento del sottosegretario Fraccaro, abbiamo disposto nel decreto un super-bonus che incentiva gli interventi di efficienza energetica degli edifici, di riduzione del rischio sismico e degli interventi connessi, relativi all’installazione di impianti fotovoltaici e di colonnine per i veicoli elettrici. Per questi interventi, i cittadini potranno beneficiare di una detrazione fiscale pari – pensate – al 110% delle spese sostenute e fruibile in 5 anni, oppure – in alternativa – di uno sconto in fattura erogato dal fornitore, il quale potrà recuperarlo sotto forma di credito d’imposta cedibile ad altri soggetti, siano essi banche o intermediari finanziari.

Grazie a questa misura, le famiglie avranno la possibilità di risparmiare sul costo dell’energia e potranno realizzare nuovi impianti a zero costi.

Riusciamo a dare un potente impulso in questo modo alle attività di ristrutturazione edilizia e agli investimenti privati nella sostenibilità ambientale.

Il decreto poi dedica particolare attenzione anche al turismo, un comparto che mobilita oltre il 13% del nostro PIL, messo a dura prova dall’impatto globale del Covid-19.

Per sostenere questo settore sarà cruciale puntare, in misura ancora superiore rispetto al passato, sulla mobilità interna.

Oltre al già citato taglio dell’Imu a beneficio di alberghi e stabilimenti balneari mettiamo in campo un “bonus vacanze” per incentivare la domanda, che verrà riconosciuto alle famiglie con un Isee non superiore a 40.000 euro e sarà spendibile in ambito nazionale presso varie strutture ricettizie.

Interveniamo anche con misure strutturali per sostenere il settore, come la creazione di un “Fondo turismo”, dotato di 50 milioni di euro per il 2020, di un “Fondo per la promozione del turismo in Italia”, con una dotazione di 30 milioni di euro, e un ulteriore fondo dotato di 50 milioni di euro per aiutare le imprese ricettive e gli stabilimenti balneari a sostenere le spese di sanificazione e di adeguamento alle misure di contenimento del virus.

Siamo consapevoli che il turismo richiede ulteriori interventi, ci riserviamo di attivare questi nuovi interventi non appena sarà definito il piano dei finanziamenti alla ripresa in sede europea, e come sapete questi sono dei giorni caldi per completare questo pacco di strumenti, questo pacchetto di strumenti a livello europeo. Non entro nel dettaglio di tanti altri interventi che abbiamo fatto e di misure di sostegno ad esempio per la cultura, il cinema, lo spettacolo, i teatri.

Colgo l’occasione per invitare tutti i cittadini a fare le vacanze in Italia: scopriamo le bellezze che ancora non conosciamo, torniamo a godere di quelle che già conosciamo, e in questo modo contribuiremo anche in questo modo al rilancio della nostra economia.

Guardando ancora più avanti, siamo convinti che non vi sia futuro per il nostro Paese senza investimenti ambiziosi nell’ambito della scuola, dell’università, della ricerca, della formazione.

Sono ambiti cruciali hanno ricevuto una attenta considerazione nel Decreto Rilancio. La gestione del rientro a scuola a settembre comporterà ingenti costi di organizzazione e le scorse settimane ci hanno mostrato l’importanza di aumentare la digitalizzazione dei nostri istituti e della nostra didattica: proprio a questo fine stanziamo 1 miliardo e 450 milioni di euro in due anni a beneficio della scuola.

Un ulteriore stanziamento di un miliardo e quattrocento milioni è destinato al rafforzamento del sistema universitario, della ricerca, è uno stanziamento che ci consentirà di assegnare 4.000 posti aggiuntivi da ricercatore, che vanno ad aggiungersi ai 1.600 già deliberati con la Legge di bilancio per il 2020, ci consentiranno di potenziare il diritto allo studio e di investire in un grande programma di ricerca nazionale.

A mia memoria è il più grande investimento fatto nel campo dell’università e della ricerca degli ultimi vent’anni: è questo, forse, il più importante legato che consegniamo allo sviluppo del Paese.

Ancora, il decreto prevede stanziamenti importanti per i Comuni, interventi destinati all’export, qui devo ringraziare il Ministro Di Maio che sta lavorando molto per potenziare un programma articolato di sostegno all’export, alla tutela delle filiere in crisi per il settore agricolo, al sostegno del settore dei trasporti.

Gli interventi sin qui disposti – ne siamo consapevoli – costituiscono una linea di protezione necessaria ma che esaurisce le azioni da mettere in campo per riattivare l’economia del Paese.

Sento la sofferenza che cresce, che si diffonde nel Paese. Avverto le paure, le ansie e le inquietudini di tutti i nostri concittadini: di quelli che, dopo aver investito anni ed energie nelle proprie attività commerciali, temono di vedere vanificati i loro sacrifici; di chi non sa se nei prossimi mesi riuscirà a conservare il proprio posto di lavoro, teme di non poter assicurare il sostentamento alla propria famiglia.

Non mi sfuggono la gravità, la profondità di questa crisi, testimoniata anche da gesti forti, da iniziative come la riconsegna delle chiavi da parte di tanti piccoli commercianti e imprenditori, e anche dalle numerose lettere che ricevo ogni giorno dai cittadini.

È una prova molto dura dalla quale ci rialzeremo in fretta se ciascuno farà la propria parte, se riusciremo a coordinare gli sforzi e a creare la necessaria sinergia dell’intero “sistema Paese”. E il sistema bancario, che pure sta offrendo la sua collaborazione, può fare e deve fare ancora di più, in particolare per accelerare le procedure necessarie a erogare i prestiti coperti dalla garanzia pubblica.

Le norme che sono nel decreto legge, che state contribuendo a migliorare, consentono, soprattutto nel caso delle richieste inferiori a 25.000 euro, di erogare prestiti garantiti veramente in modo molto rapido, eppure in molti casi gli istituti bancari non riescono a rispettare queste tempistiche. Mi giungono e immagino anche a voi molte segnalazioni che di casi in cui questo non sta avvenendo. È essenziale per questo che le banche riescano ad allinearsi alle pratiche più efficienti, assicurando la liquidità garantita nei tempi più rapidi.

Non possiamo consentire che le imprese, in questo momento in cui sono particolarmente vulnerabili, siano private del denaro necessario per garantire la continuità economica delle proprie attività. È una preoccupazione che ho condiviso personalmente anche in questi giorni con i presidenti di Confcommercio e Confesercenti, gli esponenti delle varie categorie interessate, i quali mi hanno rappresentato anche loro le difficoltà delle categorie che rappresentano nell’ottenere queste risorse.

Se le stime di crescita per l’anno in corso, purtroppo, non possono sorprenderci, ciò che deve preoccuparci è soprattutto, guardando a ritroso, qui bisogna fare attenzione, quella dinamica di bassa crescita che il nostro Paese ha sperimentato nell’ultimo decennio, quando abbiamo registrato un divario medio di oltre un punto percentuale rispetto alla media europea di crescita del PIL.

Alla luce di questa eredità, non possiamo permettere in alcun modo che i divari socio-economici, già ampi all’interno del continente e fra diverse aree del nostro Paese, continuino ad accentuarsi.

Il compito della politica tutta, allora, è quello di lavorare per elaborare un ampio programma di rinascita economica e sociale, insieme alle migliori energie del Paese.

Il primo tassello di questo progetto riformatore non può che essere una drastica semplificazione della macchina burocratica, un’architettura che, a causa delle sue eccessive complessità, ha rallentato oltre misura l’arrivo a destinazione delle risorse pubbliche stanziate, lo stiamo sperimentando in questi giorni e quindi sta impedendo il rafforzamento del capitale infrastrutturale del nostro Paese.

A tal proposito, lo abbiamo già dichiarato pubblicamente, stiamo lavorando a un nuovo decreto-legge dedicato proprio alla semplificazione amministrativa, burocratica che introdurrà molti elementi di novità, per fornire all’Italia uno shock, uno shock economico senza precedenti, in particolare nel settore delle infrastrutture. Considero questa riforma la “madre” di tutte le riforme, l’unica in grado di rilanciare efficacemente la competitività. L’Italia non può più attendere, è questo il momento della svolta. Se non riusciremo nell’opera di semplificazione neppure in questa condizione di assoluta emergenza dubito che sarà possibile farlo in futuro.

Attivare il motore delle opere pubbliche è una priorità per tutte le forze di maggioranza che sostengono questo Esecutivo, ma sono convinto anche che su questo troveremo un dialogo con le opposizioni e alcune delle forze di maggioranza hanno già annunciato e elaborato delle proposte molto articolate che troveranno senz’altro ampio spazio nel decreto-legge, al cui interno una sezione specifica sarà dedicata al rafforzamento della capacità di spesa e all’accelerazione dei cantieri. Al riguardo, prevediamo di definire un elenco prioritario di “opere strategiche”, di grandi e medie dimensioni, che potranno essere realizzate con un iter semplificato rispetto al quadro normativo vigente, e valutando – laddove è opportuno – la concessione di poteri derogatori, senza che ciò faccia però venir meno i controlli più rigorosi, che assicurino piena trasparenza e tengano lontano gli appetiti delle infiltrazioni criminali.

Vogliamo anche promuovere una rivoluzione culturale nella pubblica amministrazione, affinché – pur in un’ottica di rigore e trasparenza – i funzionari pubblici possano essere quanto più possibile incentivati a sbloccare le opere e gli appalti pubblici, evitando che sul loro operato gravi un’eccessiva incertezza giuridica e regolamentare.

Vogliamo rendere attrattivo, più attrattivo il nostro ordinamento giuridico a beneficio delle imprese, abbiamo in animo di introdurre anche delle riforme per quanto riguarda il diritto societario, per modelli di governance più snelli ed efficienti, senza comprimere i diritti delle minoranze, favorendo la capitalizzazione delle imprese stesse.

Ancora, un capitolo importante e mi avvio a conclusione – dicevo… – un altro capitolo sarà sicuramente importante quello dell’innovazione, riassumo molto sinteticamente dobbiamo cercare di favorire la creatività imprenditoriale, organizzativa, sociale.

Dobbiamo potenziare la dotazione digitale delle nostre scuole, abbiamo visto anche quanto è importante in questo periodo avere reti di connettività resilienti e capillari in tutto il territorio, anche per rendere possibile e migliorare il lavoro a distanza. Sono investimenti preziosi. Abbiamo tante eccellenze, le dobbiamo valorizzare, dobbiamo investire nel capitale umano potenziando le strutture tecniche delle amministrazioni e la loro capacità progettuale, riducendo gli adempimenti ma migliorando i servizi al cittadino e rafforzando la cultura dei dati e della digitalizzazione dei processi.

E poi attenzione, un altro pilastro su cui dobbiamo concentrarci è l’inclusività. Il Paese è reduce da un decennio di divari crescenti fra Nord e Sud, profonde disuguaglianze lo attraversano, diseguaglianze in particolare di genere nell’accesso al lavoro, a causa di un basso tasso di partecipazione femminile.

Dobbiamo eliminare alla radice questi ostacoli all’eguaglianza, sociale e territoriale, questo non è un lusso, è una precondizione per lo sviluppo futuro.

Per evitare che entrambi i divari continuino ad ampliarsi, è cruciale sfruttare al massimo le risorse europee per gli investimenti nella coesione territoriale e il rafforzamento delle infrastrutture e investire con decisione nelle politiche per la famiglia e l’infanzia, potenziando i progetti educativi e di cura anche con il coinvolgimento degli Enti locali e del Terzo Settore, e le misure di sostegno per le famiglie.

Dobbiamo stimolare e risvegliare la vocazione delle ragazze nelle carriere scientifiche, mettendo in campo politiche che diano maggiore accesso e visibilità a tutte le donne anche in questi ambiti.

Devo riconoscere, devo riconoscerlo in quest’Aula che ancora poco, non abbastanza abbiamo fatto per le famiglie, complice anche un quadro di finanza pubblica molto complesso, e ovviamente anche a causa della pluralità degli interventi necessari a contenere i costi socio-economici del Covid-19.

Dobbiamo proseguire il lavoro già avviato in vista del Family Act, coordinato dalla Ministra Bonetti, che ci potrà permettere di potenziare ulteriormente le misure economiche a sostegno della famiglia e della natalità.

Dovrà aumentare l’impegno del Governo nel promuovere al massimo grado l’accessibilità, con particolare attenzione all’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici pubblici ma anche privati.

La crisi del Covid-19 – e concludo – è stata e si sta rivelando una crisi profonda, violenta, drammatica – ci restituisce il bisogno di una società che pone al centro del suo sistema di tutele la salute, la qualità della vita, i beni comuni.

È una crisi che ci consegna una comunità nella quale la garanzia del benessere individuale ma anche collettivo non può essere più pensata come un mero corollario dell’attività economica, deve essere programmata quale precondizione dello sviluppo, che può essere anche fonte di crescita sostenuta se riusciremo ad affrontarla con soluzioni innovative e con la creatività che è nel nostro DNA, tipica del genio italico.

Abbiamo di fronte un’opportunità storica: possiamo sciogliere i nodi e rimuovere le incrostazioni che sin qui ci hanno impedito di produrre benessere diffuso per tutti i cittadini, superando i punti di debolezza che hanno sin qui frenato lo sviluppo del nostro Paese, in particolare dalla metà degli anni Novanta.

Spetta a noi fare modo che questa emergenza sia trasformata in opportunità.

Non ci illudiamo affatto che sia una sfida facile, ma il nostro impegno sarà massimo, ci conforta la consapevolezza che l’Italia è un grande Paese, lo sappiamo bene noi, e lo sanno anche tanti, tantissimi cittadini del mondo.

“Per un’Europa unita”: una mostra online sul pensiero e l’opera di Carlo Maria Martini

È da oggi visitabile online, sul sito della Fondazione Martini, la mostra “Per un’Europa unita. Il futuro dell’Europa nel pensiero e nell’opera di Carlo Maria Martini”.

In un momento in cui l’unità dell’Europa viene messa in discussione dall’interno e attaccata dall’esterno, la mostra ripercorre il processo di unificazione degli ultimi trent’anni. Le parole, profondamente europeiste, del cardinal Martini raccontano un percorso verso l’unità che, sebbene ancora incompleto, ha avuto e ha tutt’oggi un’enorme importanza.

La mostra, curata da Francesca Perugi, è frutto della collaborazione tra la Fondazione Carlo Maria Martini e il Dipartimento di Scienze Religiose dell’Università Cattolica di Milano all’interno del progetto di ricerca Crisi dell’eurocentrismo e futuro dell’umanesimo europeo, prospettive storico-culturali, religiose, giuridiche ed economico sociali. Inaugurata presso il Cortile d’Onore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano il 4 dicembre 2019, viene ora riproposta on line per una più ampia fruizione.

La mostra può essere “visitata” secondo tre modalità complementari.

Il racconto: una mostra da ascoltare – Ascoltando in streaming la sequenza degli audio o scaricando l’intero album è possibile entrare nel contesto storico di riferimento e approfondire il pensiero e l’impegno di Carlo Maria Martini per la costruzione dell’Europa.Con l’aiuto delle sue parole e talvolta della sua stessa voce, l’ascolto mette in luce lo sguardo profetico dell’uomo di Chiesa e la sua costante e profonda attenzione ai problemi sociali e politici del contesto europeo.

Il percorso multimediale – Questa modalità consente di percorrere la mostra accompagnando il filo del racconto con la ricchezza di fotografie, testi martiniani, documenti audio e video di Martini e su Martini che, grazie alla collaborazione di numerosi enti e persone, sono stati e continuano ad essere raccolti nell’Archivio digitale avviato nel 2015 dalla Fondazione Carlo Maria Martini.

La visita virtuale: i materiali espositivi – Quest’ultima tappa consente di prendere visione dei materiali espositivi della mostra in formato digitale.

Premessa e fine ultimo

Articolo apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Rocco Pezzimenti

Cento anni fa, esattamente il 23 maggio del 1920, giorno della Festa di Pentecoste, Benedetto XV promulgava l’Enciclica Pacem, Dei munus pulcherrimum, documento che, nei suoi tratti essenziali, sorprende ancora oggi. Il testo emerge da un contesto bellico che, per più di quattro anni, aveva dissanguato l’Europa avviandola al suo declino. Solo la Chiesa, peraltro inascoltata, aveva alzato la sua voce contro l’immane tragedia. Ancora solo lei, nell’immediato dopoguerra, ammoniva che la pace non sarebbe potuta essere duratura «se contemporaneamente non si placano gli odi e i rancori per mezzo di una riconciliazione fondata sulla vicendevole carità».

Se non si eliminavano i mali e le diffidenze interiori, non si sarebbe potuta mai avere una pace vera e propria e, conseguentemente, non si sarebbe potuta neppure avere una ricostruzione a vantaggio delle moltitudini. È qui presente la convinzione determinante dell’idea di pace secondo il Cristianesimo. La pace, infatti, non è solamente un fine da raggiungere, ma è una premessa sulla quale costruire un’autentica civiltà che voglia favorire «i commerci, le industrie, le arti, le lettere: beni che fioriscono soltanto in seno alla tranquilla convivenza dei popoli». Pace che solo Cristo può dare — da qui l’idea del dono — perché fondata sul suo amore, comandamento nuovo, capace di spingersi fino al sacrificio della vita.

Questo amore che porta alla perfetta concordia — qui l’etimologia delle parole andrebbe considerata in tutta la sua forza — «faceva non poco contrasto (…) con quelle mortali ostilità che allora divampavano in seno all’umano consorzio» e che, mai sopite, avrebbero portato al secondo conflitto mondiale.

C’era una sola strada per superare questo stato di cose: la via del perdono. Via non della debolezza, ma della forza. Benedetto XV ricordava l’insegnamento cristiano fondato su: «Amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano; pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano», ma, soprattutto, basato su: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Esempio mirabile che avrebbe fatto ironicamente sorridere tanti, ma ricordiamoci che proprio il peso di debiti esorbitanti imposti agli sconfitti fu una delle cause che avrebbe condotto l’umanità verso un conflitto ancora più cruento.

Mai, come in un periodo postbellico, certi insegnamenti cristiani mostrano tutta la loro validità. Quanti diseredati, invalidi, disoccupati, vedove e orfani in attesa di soccorso! Una chiara istanza emerge dalle parole del Papa: «forse mai come ora il genere umano abbisognò di quella comune beneficenza che fiorisce dal sincero amore per il prossimo». Sarà questo un tema che ritornerà anche nei radiomessaggi di Pio XII. Il senso del messaggio è chiaro: la vera pace dipende dalla vera carità che sola genera benessere e solidarietà, proprio quello che mancò all’Europa del tempo.

È presente, in tutta l’Enciclica, la convinzione agostiniana che la pace esteriore sia frutto della pace interiore. C’è una storia invisibile che cammina parallelamente a quella visibile e spesso la precede. Da qui l’esortazione ai vescovi perché stimolino i sacerdoti a farsi ministri di pace. Non meno importante è l’esortazione diretta agli intellettuali, e a quelli cattolici in particolare, «che scrivono libri e giornali affinché come amati da Dio, santi e diletti, si vestano di misericordia e di bontà, esprimendole nelle loro opere e astenendosi non solo da false e vane accuse, ma anche da ogni intemperanza e asprezza di linguaggio che, oltre a essere contrarie alla legge cristiana, non farebbero che riaprire piaghe non del tutto risanate».

C’è, insomma, l’auspicio che le nuove relazioni diventino veramente amichevoli, assecondando i più profondi desideri della natura umana. Guardare nel cuore degli uomini ci permette di capire che, finita la guerra, «si va delineando un collegamento universale fra i popoli, spinti naturalmente a unirsi tra loro da mutui bisogni». Queste aspirazioni, per Benedetto XV, non possono essere frenate dato che sono iscritte nell’itinerario della storia. È davvero singolare la convinzione che, i crescenti «rapporti commerciali» e lo stesso «accresciuto incivilimento», generino l’idea in tutta l’umanità di essere partecipe di un destino comune che nessun egoismo politico potrà mettere in discussione. Ecco perché la carità deve acquisire una dimensione universale. Il bene dei singoli è sempre più legato e dipendente da quello dei popoli. Il bene comune non è più una formula astratta come alcuni vorrebbero far credere. In questo, i popoli si mostrano spesso più saggi, con il loro sentire comune, di tanti governi. Il Papa non manca di ricordare che questa è stata la convinzione di tanti suoi predecessori e anche la sua dato che la «Sede Apostolica non si stancò mai di inculcare durante la guerra (…) il perdono delle offese e la fraterna riconciliazione (…) e ora, dopo i trattati di pace, propugna questi principi e li proclama più altamente». È appena il caso di ricordare che, proprio la Santa Sede, per il veto del governo italiano e l’ottusità di altri governi che non seppero imporsi, non ebbe modo di partecipare con un suo rappresentante alla Conferenza di pace.

Malgrado questa assenza, il Papa era convinto di levare la sua voce contro la durezza di certe condizioni imposte ai vinti e proclama che «allo scopo di cooperare a questo affratellamento dei popoli, non saremo alieni dal mitigare in qualche modo il rigore di quelle condizioni». Ma va anche oltre reclamando per la sua persona un ruolo internazionale che le «vicende romane» impedivano di riconoscere. Qui il richiamo, chiarissimo, si fa perentorio: «Cessi anche per il Capo della Chiesa questa condizione anormale che gravemente nuoce, e per più motivi, alla stessa tranquillità dei popoli».

L’auspicio per il futuro, come quello che da sempre annuncia la religione cattolica, è «che tutti gli Stati, rimossi vicendevoli sospetti, si riunissero in una sola società (…) sia per assicurare a ciascuno la propria indipendenza sia per tutelare l’ordine del civile consorzio». Non abolizione, quindi, delle differenze, ma loro completa valorizzazione. È qui presente quel concetto di unità articolata, tanto caro alla Chiesa, che allora si contrapponeva al quell’unità sclerotica e monolitica proclamata dai totalitarismi e dagli autoritarismi.

Agli uomini di buona volontà «non sarà certo la Chiesa che rifiuterà il suo valido contributo», dopo tutto è questa la sua missione. Da qui l’aspirazione alla Città Celeste che, pur non potendo essere realizzata sulla terra, rimane l’obiettivo della Chiesa. Da qui il richiamo ancora a sant’Agostino che della Chiesa diceva: «Tu, i cittadini, le genti e gli uomini tutti, rievocando la comune origine, non solo li unisci tra loro ma addirittura li affratelli». Segue poi la visione di san Paolo che di due popoli ne fece uno solo, segno di una nuova pace e della fine dei dissidi che portano solo discordie e guerre. Il richiamo non può che essere quello di trovare l’unità in Cristo e nella sua Chiesa. Ma per riuscire in questo intento c’è bisogno di una vera metanoia. Allora, ancora con san Paolo, occorre spogliarsi dell’uomo vecchio e delle sue azioni per rivestirsi dell’uomo nuovo che rinnova la sua conoscenza e la rende fonte della carità.

Queste considerazioni, se fossero state fatte proprie dai politici del tempo, non solo avrebbero evitato tante tragedie del XX secolo, ma avrebbero evitato all’Europa di dilaniarsi inutilmente in scontri fratricidi che ne decretarono l’inesorabile declino. Quello che però appare ancora più drammatico e che, ancora adesso, il Vecchio continente non sembra aver appreso pienamente la lezione della storia.

L’Italia bella e l’Italia saccente

L’avvio della cosiddetta “fase due” ha segnato il ritorno della polemica politica con i toni saccenti esibiti dai soliti noti che, con tutta l’impudenza del caso, sono sempre pronti a spiegare cosa si sarebbe potuto fare di meglio e di più.

E’ senza dubbio più facile commentare anziché decidere, è più comodo criticare piuttosto che fare, soprattutto quando ci si trova in una condizione di emergenza assolutamente inedita dagli sviluppi imprevedibili; una condizione in cui ogni decisione è pesante per le ripercussioni sulle attività economiche e sulla libertà personale di ciascuno di noi.
Pur tuttavia il Governo ha saggiamente scelto di tutelare in via principale la salute e la vita dei cittadini, una linea seguita successivamente anche da altri paesi nel mondo appena il virus ha mostrato tutta la sua pericolosità. L’operato del Governo è ovviamente soggetto a delle critiche ed alcune cose potevano probabilmente essere fatte con meno esitazione; la confusione sugli “affetti stabili” è solo un esempio di quanto era necessario che alcuni aspetti fossero chiariti in modo più netto e forte, anche a rischio di risultare impopolari.
Ma quando la casa brucia non si può attardare nel criticare chi sta cercando di spegnere l’incendio; l’urgenza è quella di domare le fiamme per poi capire come si sono generate e cosa fare per evitare il ripetersi di eventi simili.

L’emergenza-virus ha fatto emergere la presenza di un’Italia che resiste e di un’Italietta che critica quando si chiudono le attività e (per non farsi mancare nulla) anche quando si riaprono; abbiamo politici che pensano di esaurire la loro funzione di rappresentanza degli interessi nazionali ostentando una mascherina tricolore, per poi votare (nel Parlamento europeo) contro l’attivazione di Recovery Fund e MES, senza spiegare dove e come reperire le risorse necessarie per il rilancio dell’economia del Paese.

Fortunatamente in questi mesi abbiamo visto anche una bella Italia che – con grandi rischi personali – si è gettata con coraggio ed abnegazione nella lotta al Coronavirus, come nel caso del personale sanitario, forze dell’ordine, protezione civile ed altre categorie che con il loro lavoro hanno reso vivibile il lockdown di tutti; la grandissima parte dei cittadini ha inoltre osservato correttamente le disposizioni dettate dalle autorità sanitarie ed amministrative. Ripartiamo valorizzando questi esempi positivi, lasciando da parte le chiacchiere di criticoni specializzati e tuttologi improvvisati.

Un unione più ambiziosa

La I Commissione (Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni),

esaminati, per gli aspetti di propria competenza, il Programma di lavoro della Commissione europea per il 2020 – «Un’Unione più ambiziosa» (COM(2020)37 final) e la Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea nell’anno 2020 (Doc. LXXXVI, n. 3);

sottolineato innanzitutto come, rispetto al momento nel quale sono stati predisposti i documenti in esame, il quadro complessivo sia radicalmente e drammaticamente mutato a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, la quale sta avendo un enorme impatto, oltre che a livello mondiale, sui singoli Paesi dell’Unione europea e sull’Unione nel suo complesso, non solo sotto il profilo sanitario, ma anche sotto il profilo economico e sociale;
sottolineato come tale emergenza costituisca una sfida gigantesca sia per le istituzioni nazionali, sia per le istituzioni dell’Unione europea, rispetto alla quale occorre fornire risposte adeguate alla gravità dei problemi e alle legittime aspettative dei cittadini europei e al tempo stesso rispettose dello Stato di diritto con interventi adeguati, proporzionati e limitati nel tempo;

preso atto che le difficoltà affrontate dall’Unione europea nel rispondere alla pandemia sono aggravate dalla recente sentenza della Corte costituzionale tedesca che, in violazione dei trattati, pretenderebbe di arrogarsi il potere di sindacato su una precedente sentenza della Corte di Giustizia europea e, nel caso, di dichiarare illegale il programma di politica monetaria della Banca centrale europea noto come PSPP;
sottolineato come un miglioramento dell’architettura istituzionale dell’Unione che ne rafforzi la capacità d’azione sia la migliore risposta all’introversione nazionalistica messa in luce dalla predetta, recente sentenza della Corte costituzionale tedesca sui poteri della BCE, e l’unica garanzia per consentire all’Unione di esercitare i suoi poteri negli interessi di tutti i suoi stati membri;

evidenziato infatti come l’unica strada per consentire ai Paesi membri di superare tale crisi e per salvaguardare le prospettive dell’Unione europea come organismo politico, sia quella di rafforzare decisamente l’architettura istituzionale dell’edificio europeo, superando gli egoismi nazionali e ponendo in essere un pacchetto integrato di politiche europee in grado di superare l’emergenza sanitaria e, al contempo, di sostenere con forza il rilancio delle economie europee, nonché valorizzando sempre più il Parlamento eletto direttamente dai cittadini e il suo raccordo con la Commissione europea e prevedendo la costruzione di un bilancio autonomo della Zona euro, quale logica conseguenza del principio di solidarietà e di compartecipazione;

rilevato quindi, in linea generale, come l’esame congiunto di tali documenti consenta al Parlamento di essere partecipe della «fase ascendente» di definizione delle politiche e degli atti dell’Unione europea, dedicata alla valutazione e al confronto tra le priorità delle Istituzioni europee e quelle del Governo per l’anno in corso;

preso atto con favore degli intendimenti illustrati nel Programma di lavoro della Commissione europea per il 2020, per quanto riguarda le materie che investono direttamente le competenze della I Commissione;

preso atto, in particolare, che la Commissione europea intende elaborare insieme al Consiglio dell’UE un piano d’azione per i diritti umani e la democrazia (1o trimestre 2020), nonché presentare un piano d’azione sulla parità di genere e l’emancipazione femminile nelle relazioni esterne e che, conformemente a tali intendimenti, il complesso delle istituzioni europee dovrà necessariamente vigilare sul rispetto degli standard dello Stato di diritto;

considerato poi che la Commissione ha annunciato la presentazione di una nuova strategia dell’Unione in materia di sicurezza dell’UE, che conferma le priorità perseguite negli ultimi anni: lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, prevenzione e individuazione delle minacce ibride, cyber sicurezza (2o trimestre 2020);
preso atto con favore degli impegni assunti dalla Commissione europea in materia di semplificazione, riduzione degli oneri, digitalizzazione e verifica dell’adeguatezza della legislazione;
considerate le linee di azione tracciate al Governo nell’ambito della Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea nell’anno 2020, in particolare nelle materie che investono direttamente le competenze della I Commissione;
rilevato, in particolare, al riguardo, l’intendimento del Governo di fornire nuovo slancio al dialogo con le Istituzioni europee e con gli altri Stati membri sul tema della gestione dei flussi migratori, con particolare riferimento a quelli che utilizzano le rotte via mare, ponendo in primo piano l’esigenza di evitare la perdita di vite umane in mare, ma anche l’esigenza che, a seguito dello sbarco sul territorio europeo, siano garantiti adeguati e rapidi meccanismi di ripartizione dei migranti tra tutti gli Stati membri;
osservato come il Governo si impegni nel corso del 2020 a rilanciare il dialogo nell’Unione europea per la costruzione di un sistema di gestione dei flussi migratori che concretizzi i principi di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità di cui all’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea;

sottolineato positivamente come l’Esecutivo intenda adoperarsi per raggiungere un accordo sulla riforma del Sistema comune europeo d’asilo, ed in particolare del cosiddetto regolamento Dublino, in grado di superare il principio di responsabilità dello Stato di primo ingresso sulle domande di protezione internazionale;

preso atto degli intendimenti preannunciati dal Governo in ordine alla collaborazione con i Paesi terzi di origine e transito dei flussi, al fine di favorire i rimpatri e prevenire le partenze e garantire un maggior controllo delle rotte della migrazione irregolare;
rilevato l’intendimento di sostenere l’esigenza di prevedere strategie europee analoghe ai canali umanitari già avviati dal nostro Paese per consentire l’ingresso legale ed in sicurezza di richiedenti protezione in situazione di particolare vulnerabilità;

preso atto altresì delle priorità indicate dall’Esecutivo in materia di sicurezza dei cittadini, con particolare riferimento al contrasto del terrorismo e dei fenomeni di radicalizzazione ed estremismo violento;

sottolineata positivamente l’intenzione del Governo di proseguire l’azione di sostegno alle iniziative volte a rendere più efficienti le pubbliche amministrazioni, riducendo gli oneri amministrativi e semplificando la regolamentazione e rilevato come tale strategia complessiva di semplificazione e riduzione degli oneri burocratici costituisca uno snodo essenziale ed irrinunciabile per consentire all’Italia e all’Unione europea nel suo complesso di superare la gravissima crisi legata all’emergenza epidemiologica da Covid-19;

preso infine atto della recente iniziativa franco-tedesca, tesa positivamente a rafforzare gli interventi europei nei Paesi più colpiti dalla pandemia e preso altresì atto della consapevolezza, espressa dalla Presidente della BCE, secondo cui tale pandemia non potrà essere solo una parentesi, per cui al termine della stessa anche le regole del Fiscal Compact non potranno essere puramente e semplicemente ripristinate,
esprime

PARERE FAVOREVOLE

con le seguenti osservazioni:
a) si sottolinea l’esigenza, urgente e imprescindibile, che il Governo ponga in essere ogni sforzo, in tutte le sedi europee, nonché in ogni interlocuzione bilaterale con gli altri Stati membri, per fare in modo che l’Unione europea definisca un insieme integrato di misure, sia sotto il profilo sanitario, sia sotto quello economico e sociale, in grado di dare risposte efficaci e tempestive alla gigantesca sfida posta dall’emergenza epidemiologica da Covid-19, attraverso il rafforzamento dei legami di cooperazione e solidarietà posti a base dell’edificio europeo, dando in tal modo risposte adeguate alla gravità dei problemi e alle aspettative dei cittadini europei nei confronti dell’Unione stessa, vigilando puntualmente sul rispetto dello Stato di diritto in ogni Stato membro dell’Unione e, nel caso, promuovendo le iniziative necessarie contro ogni forma di violazione;

b) si sottolinea altresì l’esigenza di utilizzare proprio il periodo di crisi, tradizionalmente il più adatto a promuovere riforme, per migliorare gli standard democratici dell’Unione, attribuendo un maggior peso al Parlamento eletto dai cittadini, attraverso il rafforzamento dell’importanza del suo raccordo con la Commissione europea, nonché per costruire un bilancio della zona Euro; in tal senso si auspica la convocazione al più presto della Conferenza sul Futuro dell’Europa congiuntamente prevista da Commissione europea, Parlamento europeo e Consiglio europeo e si ritiene che tale iniziativa debba essere aperta alla riforma dei trattati europei, al fine di aumentare l’efficienza e la legittimità dell’Unione.

Regno Unito: il governo inviterà cittadini a passare vacanze estive nel paese

Il governo del Regno Unito inviterà i suoi cittadini a passare le vacanze nel paese quest’estate, per via delle incertezze internazionali e alla capacità di ripresa dell’industria domestica del turismo. Lo riporta il quotidiano britannico “Financial Times”.

Il settore turistico britannico riaprirà solo durante la “fase tre”  il 4 luglio. Il settore dovrà anche gestire le conseguenze della decisione di introdurre una quarantena obbligatoria di due settimane per tutti coloro che arrivano nel Regno Unito durante la “fase due”, che inizierà a giugno.

Date le complicazioni relative ai viaggi internazionali durante la crisi di coronavirus, i ministri britannici sperano che il pubblico acconsentirà a trascorrere le vacanze a casa. Questo sempre che il tasso di riproduzione del virus rimanga basso e i consigli medici confermino che le strutture alberghiere possono riaprire in sicurezza.

Viminale: nella fase 2 controllate 2.667.167 persone.

Secondo i dati forniti dal Viminale, dall’11 marzo al 19 maggio, nelle attività di polizia eseguite per verificare il rispetto delle disposizioni varate per il contenimento del contagio da coronavirus Covid-19 sono state controllate in tutta Italia 15.027.364 persone (127.392 solo ieri, 2.667.167 nella fase 2 iniziata il 4 maggio).

Le persone sanzionate in via amministrativa per i divieti sugli spostamenti sono state ieri 409; 4 le persone denunciate per false attestazioni nell’autodichiarazione, 3 le persone denunciate per violazione della quarantena.

Inoltre sono stati 5.815.605 (54.223 ieri, 101.7590 nella fase 2) gli esercizi commerciali verificati. Nella giornata di ieri sono stati 41 quelli sanzionati; 1o i provvedimenti di chiusura delle attività.

Salute, intesa Anci-farmacie per la consegna domiciliare dei medicinali

Assorted pills

È stato sottoscritto oggi tra ANCI, la Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani, Federfarma e Assofarm un protocollo d’intesa per la consegna domiciliare dei medicinali. In collaborazione con le amministrazioni comunali e le associazioni di volontariato, ai pazienti sarà garantito un più agevole accesso alla terapia farmacologica prescritta dal medico, attraverso la consegna gratuita a domicilio dei farmaci, nel pieno rispetto delle disposizioni vigenti in materia di assistenza e tutela della salute. Ne dà conto un comunicato dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani.

Si tratta di un’iniziativa importante, che sarà rivolta in particolare ai soggetti più fragili e vulnerabili che devono ridurre al massimo i propri spostamenti o a coloro che si trovano in condizione di isolamento volontario. Grazie alle Associazioni di Volontariato che si renderanno disponibili, sarà avviata un’attività di distribuzione dei farmaci in diretta connessione con i farmacisti, che coordineranno le operazioni.
Così Roberto Pella, Vicepresidente vicario ANCI: “Ringrazio i farmacisti e le farmacie per l’immensa opera di assistenza che stanno profondendo durante questa emergenza, talvolta mettendo a rischio la loro stessa vita. L’iniziativa, portata avanti con il Presidente Antonio Decaro, s’inserisce tra le tante avviate da ANCI in questo periodo per migliorare e tutelare la salute dei nostri cittadini ed è prova di una capacità di relazione e collaborazione che dovrà sopravvivere al COVID-19.”
“I farmacisti italiani in questi mesi di grande difficoltà hanno operato instancabilmente per garantire assistenza, ma anche informazione e conforto a tutti i cittadini, e le farmacie sono state anche in questa emergenza un presidio territoriale sempre accessibile di giorno come di notte. Con questo accordo nato su nostra iniziativa si aggiunge e si generalizza a tutto il territorio nazionale un ulteriore servizio destinato alle persone più fragili” dice il presidente della FOFI, Andrea Mandelli “alle quali da sempre dedichiamo il massimo impegno. La Federazione ha allo studio anche un sistema di comunicazione on line, così da non interrompere il rapporto tra professionista e paziente e poter continuare a svolgere l’attività di consiglio e informazione sull’uso dei medicinali”.

“In sinergia con ANCI, le farmacie possono rafforzare ulteriormente il servizio di consegna gratuita dei farmaci a domicilio, in favore di cronici e anziani – i pazienti più fragili – e di quanti non possono lasciare il proprio domicilio” afferma il presidente di Federfarma Marco Cossolo. “In questi mesi il ruolo della farmacia si conferma essenziale nell’ambito dell’organizzazione territoriale del SSN. Nella stessa direzione virtuosa che comporta una riduzione degli spostamenti va la distribuzione attraverso le farmacie di medicinali finora disponibili solo in strutture pubbliche”.

“Le Farmacie ed i farmacisti italiani sono da sempre in prima linea. In questi terribili momenti, unitamente a tutte le professioni sanitarie, arrecano sollievo e supporto ai cittadini bisognosi di cure. Con il protocollo d’intesa sottoscritto con l’ANCI e le Associazioni del Volontariato, le farmacie arricchiscono la propria missione adempiendo ad ogni richiesta che possa tutelare gli interessi e la salute dei cittadini. In particolare, le farmacie comunali hanno da sempre instaurato con i Comuni e con la loro Associazione rappresentativa, un proficuo rapporto di diretta collaborazione che viene ulteriormente rafforzato con il protocollo in questione e con il coinvolgimento del volontariato, viene esaltata la propria ragione sociale” dichiara il Presidente Assofarm, Venanzio Gizzi.

Cinema: l’Academy valuta di rimandare gli Oscar

I 93esimi Oscar in programma per febbraio 2021 potrebbero essere rimandati.

La trasmissione televisiva, viste le nuove norme per il Covid, fissata per il 28 febbraio 2021, su ABC potrebbe saltare secondo una fonte di Variety. Tuttavia, questa persona ha avvertito che i dettagli, comprese le potenziali nuove date, non sono stati ancora completamente discusse o proposte formalmente.

Un’altra fonte, invece, afferma che la data è attualmente invariata presso la ABC.
Quando ad aprile furono annunciate nuove modifiche temporanee alle regole per l’eleggibilità agli Oscar a causa del Covid-19, il presidente dell’Accademy David Rubin disse a Variety che era troppo presto per sapere come la trasmissione televisiva degli Oscar del 2021 potesse cambiare a seguito della pandemia.

“È impossibile sapere quale sarà il paesaggio”, ha detto. “Sappiamo che vogliamo celebrare il film, ma non sappiamo esattamente quale forma prenderà”.

Una molecola contro le abbuffate.

Una nota che riferisce del lavoro svolto da due gruppi di ricerca coordinati rispettivamente da Silvana Gaetani del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia Vittorio Erspamer della Sapienza di Roma e da Carlo Cifani della Scuola di Scienze del Farmaco e dei Prodotti della Salute dell’Università di Camerino (entrambi coordinatori del Gruppo di Lavoro “Obesità, Sindrome Metabolica e Disordini Alimentari” della Società Italiana di Farmacologia), spiega che: l’oleoiletanolamidem è un potenziale nuovo strumento farmacologico per prevenire e contrastare il disturbo da alimentazione incontrollata.

I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Neuropsychopharmacology. Una scoperta imporante, perché se i trattamenti più significativi e attualmente disponibili per il BED prevedono una combinazione di psicoterapia e farmacoterapia, quest’ultima generalmente basata su farmaci antidepressivi tuttavia, il fatto che il tasso di ricaduta sia ancora molto elevato evidenzia la necessità di individuare strategie più efficaci.

“Il crescente interesse della comunità scientifica per l’oleoiletanolamide, più nota con il suo acronimo OEA, deriva dal suo ruolo ben caratterizzato come segnale di sazietà per il cervello e come regolatore del metabolismo, soprattutto quello dei grassi” spiega la nota. “In questo panorama di scoperte chiave sul ruolo dell’OEA, il team Sapienza ha dato negli ultimi quindici anni un significativo contributo”.

“Oggi sappiamo – spiegano Adele Romano della Sapienza e Maria Vittoria Micioni Di Bonaventura dell’Università di Camerino, entrambe primi co-autori dello studio – che l’OEA è in grado di prevenire lo sviluppo di un comportamento alimentare anomalo, di tipo binge, e agisce modulando l’attività di circuiti cerebrali che rispondono alle proprietà piacevoli del cibo e/o all’esposizione a una condizione stressante”.

“Le prove scientifiche che abbiamo fornito – aggiunge Silvana Gaetani – sono state ottenute in un modello sperimentale di BED, sviluppato dal team di Carlo Cifani, e sebbene debbano essere confermate in pazienti affetti da BED, fanno ben sperare che l’OEA possa essere effettivamente un nuovo potenziale alleato per la prevenzione o la cura dei disturbi del comportamento alimentare”.