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2 Giugno 1946: la nascita della Repubblica

Il 2 giugno 1946 si svolse   il referendum sulla forma istituzionale dello Stato, che con il voto popolare condusse alla nascita della Repubblica e alla elezione di un’Assemblea Costituente, a conclusione di un complesso periodo di transizione segnato dalle azioni di movimenti e partiti antifascisti e dall’avanzata degli alleati in un Paese diviso e devastato dalla guerra.

Istruzioni su Come si votaGli italiani, e per la prima volta le italiane, convocati alle urne per scegliere tra Repubblica e Monarchia e per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente cui spetterà il compito di redigere la nuova carta costituzionale, furono chiamati a cooperare  alla fondazione di una idea di cittadinanza repubblicana che trovò nella Costituzione una delle massime espressioni.

Esaurito il ventennio di dittatura fascista, per la prima volta la società italiana viveva l’esperienza di libere elezioni a suffragio universale maschile e femminile, seppure in un Paese allora ancora profondamente diviso sulla questione istituzionale.

Esisteva una spaccatura profonda, fortemente disegnata su basi geografiche, tra il Nord a maggioranza repubblicana ed il Sud a maggioranza monarchica,  nonostante che gli eventi dell’ultimo ventennio –  ed in particolare la sconfitta, il proclama di armistizio reso noto l’8 settembre 1943 dal Capo del Governo Pietro Badoglio, la fuga dalla Capitale dei vertici militari, dello stesso Badoglio, del Re Vittorio Emanuele III e di suo figlio Umberto, lo stato delle forze armate italiane lasciate allo sbando, la guerra civile che divideva l’Italia – avessero oramai reso improrogabile la scelta di una profonda cesura con il passato.

La questione istituzionale emergeva con forza e imponeva l’ esigenza di superare Scheda elettorale per il referendumdrasticamente un modello  politico-culturale che affidava alla continuità dinastica della monarchia sabauda la tutela ed il mantenimento dei valori nazionali più tradizionali e conservatori.

Il 9 maggio 1946 il re Vittorio Emanuele III (cui si imputava la responsabilità di avere consentito l’irrompere del fascismo) abdicò in favore del figlio Umberto, già nominato Luogotenente nel giugno 1944. Una decisione rivelatasi sin dal suo nascere tardiva e assolutamente inadeguata rispetto alle aspettative dei partiti aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale.

Fu questo il periodo in cui un anelito di libertà e progresso si andarono diffondendo in Italia. Cancellate le “leggi fascistissime” – che avevano consentito la liquidazione di tutti i partiti all’infuori di quello fascista,  lo scioglimento dei sindacati socialisti e cattolici, la soppressione della libertà di stampa, fino alla trasformazione di fatto dell’ordinamento giuridico del Regno d’Italia in uno stato autoritario -, risorsero le organizzazioni politiche e sindacali, i giornali si moltiplicarono con la creazione di nuove testate, le associazioni culturali ripresero vita.

Lo spoglio delle schede del ReferendumL’affluenza al voto fu altissima.

Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano 28 milioni (28.005.449), i votanti furono quasi 25 milioni (24.946.878), pari all’89,08%. I voti validi 23.437.143, di questi 12.718.641 (pari al 54,27%) si espressero a favore della Repubblica, 10.718.502 (pari al 45,73%) a favore della Monarchia.

I giornali, e il dato è confermato dai risultati diramati dal Ministero dell’Interno, registravano un’affluenza alle urne che di provincia in provincia variava dal 75% al 90% degli aventi diritto.

Nella realtà, guardando alla concretezza dei numeri, la frattura dell’elettorato sulla questione istituzionale fu radicale. Le ragioni furono certamente fondate sulle incognite politiche e socio-economiche che la scelta repubblicana per molti rappresentava, ma anche legate alle disparità con cui la dura esperienza della guerra aveva toccato le diverse zone del Paese e i diversi strati della popolazione, oltre che dettate dal radicamento di una istituzione comunque identificata da molti con la propria idea di nazione.
Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica avvenne in un clima di tensione, tra polemiche sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, polemiche sulla stampa, ricorsi e reclami.

In virtù dei risultati ed esaurita la valutazione dei ricorsi, il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò in modo ufficiale la nascita della Repubblica Italiana.

L’Italia cessava di essere una monarchia e diventava una Repubblica.

Prima pagina del Corriere della seraIl 2 giugno 1946 gli italiani votarono anche per l’Assemblea costituente. Il risultato elettorale vide l’affermazione dei tre grandi partiti di massa: la Democrazia cristiana conquistava la maggioranza relativa dell’Assemblea (35,21 %), mentre il Partito socialista e il Partito comunista raggiungevano insieme il 39,61 %. I tre maggiori partiti ottenevano complessivamente circa il 75% dei suffragi. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e del movimento socialista. Le elezioni evidenziavano anche il massiccio ridimensionamento delle forze di ispirazione liberale, che sino all’avvento del fascismo avevano dominato la vita politica nazionale.

Dai giornali affissi al muro alcuni apprendono il risultato elettorale del ReferendumLe donne ebbero un ruolo ed un peso determinanti, votarono infatti 12.998.131 donne, contro 11.949.056 di uomini.

Già all’inizio  del 1945, con il Paese diviso dalla Linea Gotica ed il Nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Governo Bonomi aveva emanato un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n.23), in  risposta alla forte mobilitazione delle associazioni femminili interessate al voto : il Comitato femminile della Democrazia Cristiana – CIF, l’Unione Donne Italiane – UDI, il Gruppo femminile del Partito Repubblicano, la Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori – FILDIS, i Gruppi femminili degli altri partiti aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale.

In realtà il voto del 2 giugno costituiva il punto di approdo di un processo di transizione che in Italia si era avviato già  a partire dalla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943.

Il processo di liberazione dalla occupazione tedesca e la ripresa democratica con i governi del CLN, che guidarono il Paese fin dalla primavera del 1944, vennero subito a coagularsi attorno ai due obiettivi fondamentali : la soluzione della questione istituzionale e l’approvazione della nuova Costituzione da parte di un’assemblea liberamente eletta.

In un primo momento, il 25 giugno 1944, pochi giorni dopo la liberazione di Roma, il Governo Bonomi stabiliva che alla fine della guerra sarebbe stata eletta a suffragio universale, diretto e segreto, un’assemblea Costituente per scegliere la forma dello Stato e dare al Paese una nuova costituzione (DLLgt 151\ 1944).

Successivamente, il 16 marzo 1946, il governo De Gasperi, dopo aver sancito il suffragio universale e  riconosciuto il diritto di voto alle donne, integrava e modificava la normativa precedente, limitando i poteri dell’Assemblea Costituente alla stesura della nuova Carta fondamentale, affidando ad un referendum popolare la decisione sulla forma istituzionale dello Stato ed aggiungendo che, qualora la maggioranza degli elettori votanti si fosse pronunziata a favore della Repubblica, l’Assemblea Costituente, come suo primo atto, avrebbe eletto il Capo Provvisorio dello Stato (DLLgt 98\1946). Nello stesso giorno  il Governo definiva le norme che regolavano le votazioni per il referendum e l’Assemblea Costituente da eleggersi con sistema proporzionale. La legge elettorale del 23 aprile 1946 suddivideva l’Italia in 32 collegi elettorali, nei quali eleggere 573 deputati (in realtà ne sarebbero stati eletti 556, poiché non vennero effettuate elezioni nell’area di Bolzano e nel collegio Trieste e Venezia Giulia – Zara, ancora sottoposte alla giurisdizione del Governo Militare Alleato), e affidava alla Corte di Cassazione il controllo e la proclamazione dei risultati.

Seduta inauguraleÈ in questo clima che maturò la concessione del voto alle donne e il 2 giugno 1946 tutte le donne italiane poterono recarsi alle urne ed essere elette in elezioni politiche.

Sui banchi dell’Assemblea Costituente sedettero le ventuno “prime parlamentari”, denominate, allora, “Madri Costituenti”, assai attente a non deludere le  speranze delle italiane, comprese le aspettative delle donne che da partigiane, staffette, antifasciste avevano contribuito alla Liberazione. Delle Costituenti,  nove provenivano dalla DC (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra Verzotto, Vittoria Titomanlio), nove dal PCI (Adele Bej Ciufoli, Nadia Gallico Spano, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due dal PSIUP (Angelina Merlin e Bianca Bianchi) ed una dal partito dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna Buscemi). Cinque di loro sarebbero entrate nella “Commissione dei 75”, incaricata di scrivere la Carta costituzionale : Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti.

Trent’anni più tardi, Nilde Jotti sarebbe stata la prima donna a ricoprire, per tre legislature, dal 1979 al 1992, la carica di Presidente della Camera dei deputati, una delle cinque più alte cariche dello Stato mai ricoperte precedentemente da una donna.

“E le italiane – avrebbe scritto Tina Anselmi, ricordando il 2 giugno – fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate. Non eravamo pronte. Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica !”;

I giorni, estremamente confusi e drammatici, immediatamente successivi alla proclamazione dei risultati del referendum, videro l’assunzione da parte di Alcide De Gasperi dei poteri di Capo provvisorio dello Stato (nella notte fra il 12 ed il 13 giugno), la partenza di Umberto II dall’Italia per l’esilio in Portogallo (il 13 giugno) e la proclamazione definitiva dei risultati da parte della Corte di Cassazione (il 18 giugno).

“Il Consiglio dei Ministri – si legge nel Comunicato redatto in chiusura della seduta del 10 giugno – riafferma che la proclamazione dei risultati del Referendum, fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione nelle forme e nei termini dell’art. 17 del Decreto Legislativo Luogotenenziale 23 aprile 1946, n. 219, ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l’Assemblea Costituente non abbia nominato il Capo provvisorio dello Stato, l’esercizio delle funzioni del Capo dello Stato medesimo spetta “ope legis” al Presidente del Consiglio in carica. Tale situazione costituzionale, creata dalla volontà sovrana del popolo nelle forme previste dalle leggi luogotenenziali, non può considerarsi modificata dalla comunicazione odierna di Umberto II al Presidente del Consiglio. Il Governo, sapendo di poter contare sul senso di responsabilità di tutti gli organi dello Stato, rinnova il suo appello ai cittadini perché, nel momento attuale, decisivo per le sorti del Paese all’interno come nei rapporti internazionali, lo sorreggano concordemente con la loro vigile disciplina e il loro operante patriottismo, nel compito di assicurare la pacificazione e l’unità nazionale”.

Prima pagina del Corriere della Sera - De Nicola Capo provvisorio dello StatoIl 25 giugno 1946 iniziarono anche i lavori della Costi­tuente, la quale, il 28, elesse Enrico De Nicola – giurista, esponente della cultura politica liberal-democratica e presidente della Camera dal 1920 al 1923 – a Capo provvisorio dello Stato e circa quindici giorni dopo votò la fiducia al secondo governo De Gasperi, sostenuto dai tre maggiori partiti (DC, PCI, PSI).

50 anni dopo di lui: l’eredità spirituale di Ungaretti

Il 1° giugno del 1970 ci lasciava Giuseppe Ungaretti, uno dei più grandi poeti della letteratura italiana e mondiale di sempre, padre dell’ermetismo, sulla scia delle sue liriche lo seguirono Montale, Quasimodo, Saba e poi Caproni: forse ciascuno di loro, nel proprio tempo, più celebrato di lui.

Ad esempio fu Eugenio Montale a vincere meritatamente il premio Nobel nel 1975, a motivo anche di un eclettismo nell’espressione scritta, come poeta ma anche come scrittore e giornalista,  ciò che non riuscì ad Ungaretti, nonostante gli venga tuttora riconosciuta dalla critica letteraria la paternità di una svolta che aprì le porte del Novecento – a partire dalla pubblicazione de “Il porto sepolto” e del  “Sentimento del tempo”-  alla poesia che rompeva gli schemi rigidi della metrica per abbracciare quello che fu definito il simbolismo, fino ai limiti di una critica (feroce da parte di Benedetto Croce) del suo implicito, eccessivo frammentismo.

Eppure Ungaretti viene unanimemente riconosciuto come il precursore di una modernità che armava il pensiero di briglie sciolte, di slanci vitali incomprimibili  e di intuizioni folgoranti.

Così anche senza Nobel, ma poi senatore a vita, Ungaretti è stato ed è tuttora il poeta più amato dai giovani studenti: ricordo le sue apparizioni televisive come commentatore dell’Odissea, fu uomo geniale e ricco di sentimenti, in grado di spaziare dal dolore alla speranza, dalla trincea – luogo di costrizione e di sofferenza – all’introspezione intimista, capace di esprimere nel modo più personale e struggente emozioni intense e vicine alla vita di ciascuno.

Lasciamo ai critici letterari l’esegesi del letterato e del poeta, le disquisizioni più pertinenti  e facciamoci trasportare dalla delicatezza dell’introspezione, dalla scoperta delle nicchie dell’anima che stanno sopite e nascoste fino a quando non gli si dà voce.

La profondità dei sentimenti evocati nei suoi versi è luogo di simboli e di vissuti, dove ognuno sulle onde dell’immaginazione ritrova se stesso: in questo dono di comunicazione e di evocazione sta l’universalità della sua poesia.

La forza dirompente dello scrivere era il modo più immediato per comunicare sentimenti profondi, come – usando un paragone forse improprio ma significativo- riusciva al Professor Keating de ‘L’attimo fuggente’.

Esistenzialista e intimista, futurista e radicato profondamente nella cultura classica, sapeva far sintesi attraverso le doti di una genialità sempre sorprendente e inarrivabile.

E qui bisogna fermarsi con pudore e rispetto davanti alla imperscrutabile  grandezza del genio.

Uomini come lui riscrivono senza volerlo le regole dell’alfabeto del cuore: “ho fatto il poeta nei ritagli di tempo” diceva di se stesso, ammettendo che un poeta si esprime meglio se parla con i giovani.

“La mia poesia è nata a Parigi, in un cafè dove ci si riuniva, provenienti da ogni Paese; incontrando Soffici, Palazzeschi, Papini …. Il mio alter ego era Apollinaire, il mio maestro spirituale Leopardi e dopo di lui , ma insieme a lui, Mallarmè”.

“In loro ritrovavo l’antichità e l’attualità del tempo e del suo senso.”

“Nell’intensità della poesia di Leopardi e Mallarmè capii che la poesia è tale se porta in se’ un segreto”.

Nella profondità singolare di tale segreto ci lascia in dono la possibiltà di essere poeti di se stessi: ciascuno di noi è infatti depositario e portatore di un segreto.

Rifuggiva i vizi della retorica, del sentimentalismo e delle liriche crepuscolari.

Avremmo bisogno oggi più che mai, in epoca di omologazione culturale e di luoghi comuni blaterati in tutta la loro inconcludente autoreferenzialità di uomini e di poeti come lui, capaci di illuminarci d’immenso, con folgoranti scintille di luce.

La tuttologia della globalizzazione ci separa dai ritagli di tempo in cui ci si sente poeti, dai silenzi ispiratori, dai miracoli che scaturiscono dalla profondità dell’anima.

Oggi è tempo di linguaggi sincopati ma inconcludenti e di professioni nuove, legate all’apparire più che all’essere: influencer, esperti e soloni di ogni tipo che si accontentano di raspare la crosta della vita, senza sussulti ed emozioni interiori. Sono i venditori di una felicità apparente ed effimera che dalla poesia e dalle bellezze della vita , se mai , ci allontanano.

 

Con Bonomi (Confindustria) possiamo convenire sulla necessità di lavorare di più e meglio.

Ho letto una intervista fatta dal neo presidente di confindustria Carlo Bonomi e vi ho trovato spunti interessanti come affermazioni forse un po’ trancianti. È sempre importante comprendere la visione di una persona che dovrà esercitare un ruolo di primo piano insieme ad altri, consapevoli come dovremmo essere, che dal loro agire, in parte, dipenderanno le sorti economiche del paese.

Credo che chiunque abbia a cuore le sorti del lavoro italiano, non può che auspicare che le parti sociali riprendano la loro iniziativa di rinnovamento delle relazioni industriali, orientate ad una maggiore redistribuzione della ricchezza prodotta in più, da produzioni in crescita per qualità e quantità. Va da se che le loro attività contrattuali non riguardano solo il loro ambito, pur dovendo svolgersi nella loro necessaria autonomia, ma attengono anche le prospettive della economia.

Infatti la condizione economica può essere positivamente condizionata dalle grandi organizzazioni del lavoro – dei lavoratori e delle imprese – se dovessero riuscire, come spesso si è verificato nella storia economica italiana, a legare i loro legittimi interessi anche a quelli generali.

Bonomi ha accennato in modo interessante ad un tema che spesso ha originato fraintendimenti che nel tempo non hanno fatto bene al paese: l’idea che la selva sterminata di piccole e piccolissime imprese, non rappresenti una debolezza che alla lunga ci possa emarginare nei grandi giochi presenti nei mercati globali. Infatti le piccole imprese prosperano in un ambito che veda agire grandi aziende competere nei mercati mondiali: da sole, quelle piccole, soffocherebbero per incapacità a tenere il passo con l’innovazione per scarsità di capitali, per difficoltà ad investire nella innovazione così decisiva per il successo. Il neo presidente di confindustria si è anche pronunciato sulla contrattazione e credo che abbia sottolineato che il salario non possa crescere che dalla maggiore produttività per poterlo poi redistribuire attraverso la maggiore ricchezza riveniente dal successo dei prodotti assorbiti dal mercato.

Sono convinto che su questo punto abbia molta ragione da vendere. Questa semplice impostazione, era già valida in altre epoche; in questa vale dieci volte in più, sia per ridare forza alle aziende indebolite dalle interruzioni dell’offerta provocate dal lockdown, sia per riassorbire le crisi mai curate dell’ultimo ventennio, a causa del peggioramento, per incuria, di tutti i fattori di contesto per le nostre produzioni industriali e di servizi. Tasse, energia, servizi, infrastrutture e logistica, giustizia e pubblica amministrazione, istruzione e formazione, hanno condotto a tale peggioramento le attività economiche per il loro costo ed inefficienza, che hanno provocato in modo preoccupante la crescita del costo del lavoro per unità di prodotto, che non ha pari al confronto con i paesi OCSE nostri concorrenti.

Dunque se dobbiamo risalire la china, non abbiamo altra scelta che lavorare di più e meglio per favorire una attraente offerta nei mercati, e poi attraverso la redistribuzione della ricchezza prodotta ed alimentata ancor più da riduzioni fiscali sul salario, ad accrescere la domanda nel mercato interno, che al momento risulta accentuatamente asfittico. D’altronde la contrattazione funziona eccellentemente quando le parti concorrono a regolare politiche contrattuali convenienti per ambedue i soggetti. Tant’è che quando fanno il contrario, alla lunga arrecano danni alla loro soggettività, rappresentatività ed autonomia, non garantiscono gli interessi generali.

Immatricolazioni, dal 1° giugno obbligatorie nuove procedure telematiche

Sarà obbligatorio l’utilizzo delle nuove procedure telematiche per le operazioni di immatricolazione, di reimmatricolazione e di trasferimento della proprietà. Già dal 4 maggio scorso sono entrate a regime le prime procedure telematiche realizzate in attuazione della riforma introdotta dal decreto legislativo n. 98/2017, che ha istituito il documento unico di circolazione e di proprietà (DU) dei veicoli soggetti all’obbligo di iscrizione al PRA. Sono interessate le operazioni di minivoltura, di radiazione per demolizione e per esportazione, nonché il rilascio del duplicato del DU.

Nel corso delle ultime due settimane lavorative,  il numero di operazioni gestite con le nuove procedure sta crescendo ad una media di circa 1.000 pratiche al giorno, con punte fino a 1.500, ed è stata ormai superata la soglia delle 16.000.

Un lavoro sostenuto anche dalle Associazioni di categoria rappresentative delle imprese di consulenza automobilistica, con le quali le strutture tecniche del Mit intrattengono un costante ed utile confronto per realizzare al meglio la riforma, che costituisce un grande passo in avanti nel processo di ammodernamento dell’azione amministrativa di settore, avviato vent’anni fa con l’introduzione dello sportello telematico dell’automobilista.

Formula 1, ufficiale: si parte dall’Austria, con due Gp, il 5 luglio

La Formula 1 riparte e sarà il primo evento mondiale a svolgersi durante la pandemia di coronavirus. Il governo austriaco ha dato il via libera per l’organizzazione dei due Gp d’Austria: il primo si disputerà il 5, il secondo il 12 luglio sul circuito di Spielberg. Le due corse saranno a porte chiuse.

Il protocollo studiato da F1 e organizzatori, in accordo con le autorità locali, prevede che tutti i team arriveranno all’aeroporto di Zeltweg per rendere più brevi gli spostamenti verso il circuito. Inoltre, tutti quelli che giungeranno dall’estero saranno sottoposti a test sul coronavirus prima di entrare in Austria.

La stagione potrebbe continuare il 19 luglio a Budapest (Ungheria).

Il tumore al seno non può più aspettare

Anche se il Covid-19 ha catalizzato l’attenzione di tutti negli ultimi mesi, non bisogna dimenticare che esistono altre patologie non meno pericolose per la vita.

È questo l’allert lanciato da Europa Donna Italia, movimento per i diritti alla prevenzione e alla cura del tumore seno, Incontra Donna onlus, l’Associazione Nazionale Donne Operate al Seno, la Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia, il Gruppo Italiano Screening Mammografico, la Sezione di Senologia della Società Italiana di Radiologia Medica ed Interventistica, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, l’Associazione Italiana Tecnici di Radiologia Senologica e Senonetwork.

I ritardi nell’attività di screening per la diagnosi precoce del tumore al seno hanno raggiunto un livello di allarme preoccupante, per questo associazioni pazienti e società scientifiche congiuntamente hanno rivolto un duplice appello, alle Istituzioni e alle donne “affinché non si perda ulteriore tempo prezioso: un intervallo prolungato tra la mammografia di screening, la conferma diagnostica e l’inizio delle terapie rischia infatti di peggiorare la prognosi”.

Vincenzo Cesareo: “Dobbiamo affrontare le sfide del futuro nell’ottica della sostenibilità”.

Prof. Cesareo come si è modificata la società italiana nei primi due decenni del nuovo secolo, tra crisi delle istituzioni e comportamenti sociali? Di conseguenza in che misura si è differenziato e ampliato il campo di indagine della sociologia, in relazione ai processi di differenziazione, mutazione, evoluzione che hanno interessato la famiglia, la scuola, la politica ma anche gli interessi e le abitudini della gente?

La ringrazio per questa domanda che mi permette di affrontare subito un tema a me caro e che è sempre stato al centro della mia attenzione come studioso e come “accademico”, vale a dire la questione dello statuto della sociologia. E’ mia convinzione che i processi di complessificazione sociale abbiano avuto, sulla nostra disciplina, due fondamentali effetti, che sono, per certi versi, le due facce di un’unica medaglia. Da un lato, infatti le più significative trasformazioni degli attori e dei processi sociali hanno permesso alla sociologia di ampliare lo spettro delle proprie analisi e di perseguire percorsi di ridefinizione in senso transdisciplinare e interdisciplinare. Dall’altro proprio il moltiplicarsi degli oggetti di studio, così come il confronto e a volte l’ibridazione della scienza sociologica con le altre scienze sociali ha rischiato di indebolire lo statuto epistemologico della sociologia. A questo processo ha inoltre significativamente contributo la temperie culturale “postmoderna” e la sua enfasi sul “pensiero debole”.

Gli studiosi concordano nel definire ‘complessa e critica’ questa fase epocale mentre le persone ne vivono le difficoltà e le contraddizioni nel quotidiano. Oltre la decadenza delle ideologie, il relativismo dei valori, il deterioramento ambientale e la crisi economica quali sono i fattori che più profondamente hanno inciso nei cambiamenti in atto? In questa fase critica di emergenza sanitaria per il Covid-19 si ha la sensazione di vivere una deriva ‘usurante’: consumare il mondo vivendolo intensamente ed esserne sconfitti….senza sapere cosa resterà.

Come già parzialmente affermato in risposta al primo quesito, ritengo che quella che definisco “ideologia postmoderna” abbia davvero contribuito in maniera significativa a determinare una vera e propria “mutazione antropologica”.

E’ profondamente mutata la nostra idea di soggettività. Se da un lato, infatti, è vero che i processi e i cambiamenti cui anche lei faceva riferimento nella sua domanda hanno sicuramente contributo a liberare le persone dal rischio della “gabbia d’acciaio” di weberiana memoria, offrendo a ciascun individuo un livello di libertà prima impensabile, è allo stesso tempo vero che questo affrancamento e questo “eccesso di libertà” sono alla base dei fondamentali problemi di senso che le persone oggi vivono e percepiscono sulla propria pelle. Il postmoderno ha salutato questa nuova “condizione umana” come l’espressione della più grande emancipazione del soggetto, divenuto finalmente unico artefice della propria vita e libero di sperimentare continuamente con se stesso e con la ricerca della propria identità. L’identità stessa, come ha più volte sottolineato anche Z. Bauman è divenuta un “bene di consumo”, destinato a durare per un breve periodo di tempo, fino a che verrà rimpiazzato da uno più convincente o semplicemente più “seducente”. Siamo diventati “consumatori di identità” e collezionisti di esperienze. A eclissarsi, in questa superfetazione della libertà, è la responsabilità.

La storia consente di riscontrare che spesso a grandi epidemie hanno fatto seguito rilevanti mutamenti politici, sociali ed economici. Anche in base a questi precedenti, si è diffuso il convincimento che – dopo questa guerra mondiale combattuta contro un nemico sconosciuto e invisibile – “nulla sarà come prima” e quindi le nostre società dovranno cambiare sotto molteplici profili, per ora non facilmente identificabili. In particolare, si auspica che l’angosciosa esperienza del Covid-19 dovrebbe fare maturare e diffondere il convincimento che apparteniamo tutti a una medesima umanità, che siamo tutti potenzialmente a rischio di contagi, che il benessere di ciascuno è sempre più connesso con quello degli altri vicini e lontani, che – per riprendere l’efficace espressione di Papa Francesco – siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo remare tutti assieme. Insomma, la lezione che dovrebbe scaturire dall’esperienza diretta o indiretta del Coronavirus dovrebbe essere quella di imparare a diventare più umani.  L’esperienza di forzata latenza ci può portare a riscoprire il valore delle relazioni umane dirette (face to face) e dello stare insieme con gli altri, a riconoscere l’importanza della comunità, contraddistinta da relazioni calde, e non la primazia della società, in cui prevalgono le relazioni fredde.

Tutto ciò potrebbe forse anche rimettere in discussione il nostro modo di vivere pre-virus. In particolare, va rimesso in questione quell’iperindividualismo tanto diffuso ai nostri giorni e che costituisce uno dei tratti distintivi, se non addirittura il principale, del narcisista, tutto centrato egoisticamente su se stesso e dove gli altri diventano rilevanti esclusivamente nella misura in cui servono e sino a quando servono, cioè in termini meramente strumentali, in base al principio “usa e getta”. Nello scenario qui delineato e auspicabile, dopo il tempo traumatico della pandemia, potrebbe seguire il tempo della rinascita all’insegna dell’“umanità ritrovata”, con tutto quanto ne conseguirebbe in termini di valorizzazione delle persone, di ogni persona indipendentemente dalla cultura, dall’etnicità, dalla posizione sociale, dall’essere nativo, immigrato o profugo, poiché tutti siamo sulla stessa barca che è il nostro mondo.

A tale scenario, ottimistico e auspicabile, è corretto però affiancarne un secondo nel quale il cambiamento provocato dal virus consisterebbe non nell’apertura umanitaria, ma nella chiusura a riccio. Pertanto, si palesa quindi il rischio che, come reazione al Coronavirus, si diffonda un altro tipo di virus, per l’appunto quello dell’egoismo a livello sia individuale sia collettivo.

Oltre a questi due opposti scenari, per completezza tipologica ne va aggiunto un terzo: quello in cui si prevede che, trascorso il periodo del virus, tutto cambi nel senso che nulla cambi. Una volta superata la paura e la crisi, l’impegno si concentra nel cercare a tutti i costi di ritornare alla vita di prima sforzandosi di dimenticare il Coronavirus, ritenuto un mero incidente di percorso, cioè una brutta parentesi della vita da cancellare quanto più possibile. Solamente col trascorrere del tempo si potrà cogliere quale sarà il reale impatto del Covid-19 sulla nostra vita individuale e collettiva. Per ora si può soltanto ritenere che se prevarranno le persone che hanno ritrovato “l’umanità”, aumenteranno i valori di responsabilità e di solidarietà; se invece prevarranno quelli che hanno accentuato la loro chiusura egoistica, quei valori verranno drasticamente ridimensionati; infine, se prevarranno le persone che intendono riprendere la propria vita con le stesse modalità pre virus, sorgeranno non pochi problemi, in quanto la realtà sarà in qualche modo comunque mutata.

Nonostante si viva in un’epoca di potenzialità straordinarie – per le innovazioni scientifiche, l’innalzamento delle aspettative di vita, un benessere diffuso e percepito (ricordo che il Cardinale Tonini mi aveva detto: “E’ questo il tempo per fare del bene…) permane un sensazione di instabilità, di incertezza, di poca coesione sociale su valori forti e condivisi. Manca il cemento per il bene comune. Prevalgono l’individualismo, l’isolamento, la diffidenza, le insicurezze esistenziali ed emotive. Abbiamo costruito una realtà sociale più grande di noi, un contenitore dove fatichiamo a trovare una nicchia di serenità, un ‘moloch’ che genera solitudine ed egoismo? De Rita parla di società mucillagine, di persone come coriandoli isolati: Lei, che è considerato uno dei padri della sociologia, come la vede dal Suo punto di vista?

Mi trovo in sintonia con le opinioni che riporta e con i loro autorevoli sostenitori. La crisi  – non intendo solo quella economica ma quella di “senso” – attuale ha consentito alla sociologia di riprendere in mano le sue stesse categorie fondative. Come sappiamo, è proprio quando le cose sembrano vernir meno che ne riscopriamo l’importanza. Così è accaduto, ad esempio, per il concetto di solidarietà sociale, termine che fa la sua comparsa con Durkheim e che costituisce la conditio sine qua non per poter parlare di “società”. Per dirla con Crespi e Moscovici è proprio la solidarietà sociale a essere in questione. Io chiamo “frammentazione”  questa particolare condizione.

In una società dalla solidarietà precaria la ricerca del senso è “privatizzata”. E’ una ricerca sicuramente più faticosa, ma anche più esposta all’influenza di “nuove agenzie” del senso, se posso permettermi questa espressione. Penso innanzitutto ai media, al mondo del consumo. Da queste “agenzie” provengono modelli antropologici che definisco “minimalisti”, che rinchiudono lo stesso senso al ristretto orizzonte del presente, del “quotidianismo”, dello “spazio estetico” che ha preso il sopravvento sullo spazio etico. Per definire il modello di soggettività oggi prevalente mi sono avvalso, nei miei ultimi lavori, del termine “homo psychologicus” per evidenziare, in particolar modo, la tensione all’individualismo e al narcisismo che prevalgono oggi nella ricerca individuale del senso.

Tra le vistose accelerazioni in atto molto interessa da vicino i comportamenti dei giovani che esprimono nuove abilità ma anche stili di vita in alcuni casi problematici. Dopo il fenomeno della diffusione delle droghe è di questi giorni l’allarme lanciato sull’abuso degli alcolici, a cominciare dalla primissima adolescenza. Rifiuto delle tradizioni e delle gerarchie, atteggiamenti di bullismo, contesti familiari diseducativi o privi di relazioni affettive e di dialogo con i genitori, modelli sociali ispirati al rampantismo del tutto e subito, Tv e letture spazzatura: si invoca l’intervento della scuola, il recupero del concetto di autorità, le valvole di sfogo dello sport e dell’associazionismo. E’ una battaglia persa in partenza o davvero tutte le responsabilità di recupero e correzione sono affidate all’educazione e all’istruzione? La scuola ce la può fare da sola?

Guardi, sui giovani credo di avere una posizione un po’ dissidente rispetto alle tante visioni – in alcuni casi anche fondatamente – apocalittiche. Come sociologo mi sono sempre interessato, fin dagli esordi del mio lavoro di ricerca, alla condizione giovanile, animato anche dall’ottimismo e dalla fiducia che nonostante tutto continuo a provare nei confronti delle nuove generazioni. Ed è proprio studiandole che ho potuto accorgermi, anche in questi ultimi anni, che nonostante la frammentazione che sono costrette a subire, esistono, nelle loro vite, anche significativi germi di “ricomposizione”.

L’importanza che attribuiscono ancora alla famiglia e al lavoro, ad esempio, una certa tensione alla ricerca di percorsi biografici almeno in parte lineari è un dato che è emerso dalle ultime ricerche che ho potuto svolgere in proposito. Permane, questo è vero, una certa indifferenza nel cercare una ricomposizione che trascenda il livello individuale per abbracciare anche una progettualità aperta al sociale, alla sfera dell’azione collettiva, all’impegno politico. Ma alcuni timidi segnali stanno giungendo anche su questo fronte. Certo questo non ci esime, come società, a cercare di aiutare, sostenere e incoraggiare i giovani nella costruzione dei propri progetti. Rimane però fondamentale un dato di fatto che dovremmo davvero imparare ad assumere come premessa a ogni ragionamento in proposito: l’epoca “fordista” delle tutele, del “posto di lavoro fisso” e via dicendo è irreversibilmente tramontata.

Dovremmo insegnare ai giovani a ricercare il loro equilibrio esistenziale senza fare più riferimento a questo paradigma. Quanto ai media, si sa, operano sempre in base a valori notizia e criteri redazionali che finiscono, per necessità intrinseche alle loro stesse procedure, a magnificare gli aspetti più notiziabili che, come ormai abbiamo imparato, sono sempre anche i più sensazionalistici. Non mi stupisco quindi se la “silenziosa normalità” finisce col rimanere sotto traccia rispetto a eventi negativi che sono episodici, ma allo stesso tempo più notiziabili. Credo tuttavia che l’avvento di strumenti di informazione in tempo reale come la rete “costringano” i giornali a reinventarsi dando più spazio all’approfondimento e perché no, alle inchieste sociali. Ci sarà allora anche maggiore possibilità di mettere in luce la normalità silenziosa. Almeno me lo auguro.

Parliamo degli anziani, della terza età: non assistiamo solo a un dato statistico di longevità anagrafica ma alla riscoperta di potenzialità intellettive, di interessi culturali, di aggregazione, persino di emozioni e di affetti. A volte – però – emergono situazioni di solitudine e di abbandono, di nostalgica emarginazione. Non Le sembra che questa fascia di età meriti maggiore considerazione sociale? Il Coronavirus sta operando una sorta di selezione delle persone più deboli, anziane, ammalate: cosa sta succedendo?

Anche gli anziani sono sempre stati presenti nelle mie riflessioni e nelle mie ricerche. Per esempio sono uno stato uno dei primi, a partire dagli anni ’80, a introdurre la categoria di “anziano attivo”. Credo che l’uscita dal modello fordista e soprattutto dal modo in cui questo finiva per organizzare, socialmente, il ciclo di vita delle persone, possa e per certi versi abbia contribuito a una rivalutazione delle fasi “più mature” del ciclo di vita. Contrariamente a quanto avveniva fino a pochi anni fa, il lavoro non costituisce più l’unico fattore  determinante per la costruzione della propria identità sociale. Le persone che, in virtù della loro elevata età devono abbandonare il lavoro hanno secondo me più strumenti per vivere questa fuoriuscita meno traumaticamente di quanto poteva accadere tempo fa. Se mai un problema diverso per quelle che sono oggi le giovani generazioni è immaginare se e come potranno congedarsi definitivamente dall’attività lavorativa. E’ una questione che, ovviamente, riguarda in prima istanza il futuro del nostro sistema di welfare.

Riguardo all’età, alla sua percezione e costruzione sociale, la società e la cultura contemporanee sembrano porci davanti a un paradosso: gli standard di performatività richiesti a ciascuno di noi, la velocità delle trasformazioni culturali si sono talmente innalzati che oggi, anche se anagraficamente e biologicamente “giovani” è più facile sentirsi “vecchi”. Per questo è fondamentale che gli adulti di oggi non rinuncino a un processo e a un progetto di formazione continua. Sentirsi giovani non è solo un fatto di “freschezza fisica”, ma sempre più anche mentale.

Non dimentichiamo infine che se pensiamo a una peculiare figura di anziani, ovvero i nonni, non possiamo non riconoscere l’importante funzione che ancora svolgono all’interno delle nostre società tardo-capitaliste. Come affermano anche numerose ricerche, la famiglia di origine continua a essere la rete di sostegno fondamentale per le famiglie elettive formate dai figli delle prime.

Anche a tale riguardo, la storia ci insegna che le pandemie hanno sempre colpito soprattutto le persone fisicamente fragili, quali sono emblematicamente gli anziani, in quanto meno in grado di difendersi da questo genere di attacchi. Tale peculiarità, è confermata anche dall’impatto del Covid-19, che registra una marcata prevalenza di contagiati e pure di decessi, proprio tra costoro, che comunque presentano una speranza di vita che tende ad aumentare in maniera significativa.

Ma è opportuno domandarci: come viene considerata questa categoria di persone, in particolare i nonni, più precisamente essi costituiscono una risorsa oppure un peso pressoché inutile che si deve sopportare?

Per rispondere a questo interrogativo, è necessario partire da una constatazione sulla cultura della società contemporanea, che tende a enfatizzare il presente, mentre trascura il passato e cresce l’incertezza nei confronti del futuro, incertezza che si è decisamente accentuata a seguito dell’attuale pandemia. Di conseguenza, questo diffuso orientamento culturale non induce a riconoscere ai nonni una rilevanza significativa nel contesto attuale, proprio perché rappresentano il passato, ritenuto sempre meno rilevante.

Se però prendiamo in considerazione i fatti, cioè le situazioni concrete, si rileva molto chiaramente che i nonni svolgono dei compiti significativi e spesso indispensabili. Infatti, spesso queste persone:

  1. contribuiscono finanziariamente a far fronte alla spesa dei figli e dei nipoti;
  2. svolgono una funzione di supplenza genitoriale nei confronti dei nipoti, contribuendo a quel welfare informale e familiare che costituisce una componente significativa, sebbene scarsamente valorizzata, del sistema di welfare del nostro paese;
  3. consentono, attraverso le indispensabili relazioni intergenerazionali, di assicurare un legame con il passato e quindi con la storia che è essenziale ma che, come precedentemente accennato, oggi è pericolosamente trascurato, con le sue tradizioni e le radici delle popolazioni.

Alla luce di queste tre constatazioni che riguardano rispettivamente aspetti economici, sociali e culturali, i riscontri empirici consentono di rispondere al quesito posto in precedenza – nella concretezza delle situazioni esistenziali, i fatti dimostrano che i nonni costituiscono una risorsa, la quale diventa preziosa in particolare in momenti contraddistinti da notevoli difficoltà e incertezze, come quello attuale.

Si evidenzia pertanto, una contraddizione tra l’oggettiva rilevanza di molti nonni, per cui vanno considerati come risorsa, e quanto poco venga riconosciuto il loro impegno, fino ad arrivare ingiustamente a ritenerli un peso. Di qui il dovere di rivalutare questa particolare ed essenziale categoria di persone per le ragioni che ho sottolineato.

I fenomeni di immigrazione-emigrazione, gli sdoganamenti burocratici ai progetti di vivere e lavorare altrove, le forti spinte ai rimescolamenti etnici, religiosi e sociali ci stanno abituando a nuovi contesti di vita, paventano nuovi pericoli, prospettano nuove opportunità. Si pone un problema di rapporto tra radici, appartenenza e identità da un lato e  melting pot socio-culturale dall’altro. Ci sono tendenze contrapposte: locale versus globale. In quale direzione ci stiamo muovendo, che cosa si può conservare del passato e da che cosa possiamo invece essere travolti per il futuro, oltre le nostre più o meno consapevoli resistenze?

Ritengo che la sfida, anche per il prossimo futuro, sia sempre e sostanzialmente quella di sempre: saper mantenere una posizione di equilibrio. Nelle scienze sociali è divenuto di moda, e ormai quasi irrinunciabile, il concetto di “sostenibilità”. Si tratta di una parola chiave nata all’interno della sociologia dell’ambiente, per indicare quelle forme di sviluppo compatibili con il rispetto dell’ambiente e delle risorse. Penso che si possa utilizzare questo concetto anche metaforicamente in ogni dimensione della vita sociale. Affrontare le sfide del futuro nell’ottica della “sostenibilità” significa allora non farsi paralizzare dalla paura e regredire al sogno di forme di vita “premoderne” come accade per alcune forme estreme di neocomunitarismo, ma allo stesso tempo non perdere nemmeno, in nome del nuovo, il proprio radicamento alla tradizione, al contesto e persino al territorio. Come afferma  Dahrendorf, uno studioso che mi piace spesso citare e al quale mi sono spesso rifatto nei miei lavori, dobbiamo trovare sempre un equilibrio tra le opzioni e le legature. Senza legature, cioè senza dimensioni di appartenenza, le opzioni divengono infatti astratte e spesso anche prive di senso per la persona. Mi permetta solo una parola più “specifica” riguardo alle sfide della società multiculturale: ecco, a questo riguardo ritengo fondamentale che le istituzioni politiche e le differenti culture cerchino di realizzare almeno un “consenso per intersezione”, impegnandosi a costruire, attraverso il dialogo e il confronto, un nucleo valoriale comune.

Mi permetta una domanda ricorrente per tutti gli intervistati, un argomento sul quale credo valga la pena di riflettere più a fondo. Riempiamo la nostra vita di tante cose: parole, acquisti, beni materiali, oggetti, musiche suoni, rumori…. Che spazio lasciamo al silenzio: è solo tempo perso o fonte di equilibrio e ravvedimento?

Come direbbe Giovanni Gasparini, sociologo collega e amico, il silenzio, nelle nostre vite è una dimensione sempre più “interstiziale”. Dobbiamo accontentarci, insomma, di piccoli intervalli di silenzio tra tante inevitabili e assordanti occupazioni quotidiane. Ma è proprio per questa sproporzione tra silenzio e rumore che quando riusciamo a stare un po’ nel primo questo può esprimere una radicalità impensata e portarci a rivedere in maniera significativa anche alcuni aspetti della nostra vita.

E’ poi vero che la nostra vita quotidiana tende a sopprimere il silenzio, ma è vero che in altri casi siamo noi a  volerlo rimuovere e forse proprio per questa sua capacità di agire in profondità sul nostro stesso essere e sulla nostra identità. Perché non utilizziamo mai le nostre vacanze per recuperare un po’ di quiete e silenzio  e preferiamo anche in quelle occasioni lo pseudo-divertimento evasivo, il divertissement o persino portare con noi il lavoro? Solo perché è davvero impossibile farne a meno? Non credo. Il silenzio è fondamentale per riscoprire quella “dimensione contemplativa della vita” di cui il cardinal Martini parlava fin dai primi tempi del suo mandato pastorale a Milano, città molto generosa per quanto riguarda il fare, forse un po’ meno abituata a “meditare”.

Vorrei esprimerLe una personale convinzione chiedendoLe un commento o un’aspra censura: io credo che la madre di tutti i problemi del vivere sociale,  della loro comprensione, del nostro essere ‘individui’ e ‘attori sociali’ consista nella differenza che separa la teoria dalla pratica. Circolano troppe parole e pochi esempi e non è  solo un problema di coerenza morale, di autenticità ma di  doppia identità, di dissociazione tra il dire e il fare. Mi sembra che il mondo di  oggi voglia convincere che conta più apparire che essere. E’ una mia ‘presunzione’?

Apparire ed essere, oppure essere e avere, se vogliamo rifarci a Fromm. Sono sicuramente antitesi capaci di illuminare alcuni fondamentali aspetti del vivere contemporaneo e di farcene comprendere le pericolose derive. L’immagine non può essere in sé il male. Ricordiamoci che Dio ci ha creati “a sua immagine”. Quello che forse dovrebbe preoccupare sono i cliché dai quali oggi ricaviamo le immagini che di noi vogliamo dare.

Goffman affermava che la società altro non è che un palcoscenico sul quale inevitabilmente recitiamo una parte, rappresentiamo una immagine di noi e dei gruppi sociali ai quali apparteniamo. Non è inganno, è un fatto strutturale al relazionarsi  socialmente. In fin dei conti come anche la sociologia di stampo fenomenologico ha mirabilmente illustrato, le nostre relazioni, la loro qualità dipendono sempre dalle immagini che ci facciamo di alter e che alter a sua volta si fa di noi. La vera sfida è allora quella di non fermarsi solo al livello più superficiale di queste immagini, così come saper esercitare un pensiero critico e riflessivo sugli immaginari che ci vengono tramandati e che osmoticamente assorbiamo nella nostra società comunicazionale.

Certo ci sono poi immagini che dovremmo lottare quotidianamente per abolire o per lo meno stravolgere: parlo degli stereotipi, soprattutto di quelli che si frappongono come ostacolo a ogni vivere civile, a ogni processo di integrazione dell’altro e del diverso-da-noi.

Il centro trasformista?

Che il trasformismo sia la nuova cifra della politica italiana è un dato sufficientemente noto per essere ulteriormente approfondito. È appena il caso di sfogliare le migliaia di dichiarazioni di moltissimi esponenti politici che negavano, in modo inflessibile ed intransigente, le alleanze con alcuni partiti – ora e sempre “mai e poi ancora mai” – e poi puntualmente fatte e consacrate per rendersene conto. Ma lasciamo perdere. Cosa fatta capo ha, come si suol dire. 

Semmai, e recuperando una recente riflessione dell’amico Lucio D’Ubaldo su queste colonne, si tratta adesso di capire se un futuro e ringalluzzito nuovo “centro” debba, anch’esso, essere vittima di questa deriva ormai di moda nella cittadella politica italiana. Perchè, in sintesi, se una virtuale “politica di centro”, o “cultura di centro” che sia, coltiva quell’obiettivo credo che le ragioni di un suo potenziale decollo politico ed elettorale siano quasi pari a zero. Del resto, abbiamo già degli esempi concreti al riguardo, anche se non vengono definiti tali. Il piccolo partito personale di Renzi che pratica un “distanziamento” tattico e di puro potere da tutti gli altri partiti, di maggioranza o di opposizione che sia non fa alcuna differenza, rientra perfettamente nell’’orbita di un centro cosiddetto trasformista dove l’unico ed esclusivo obiettivo resta quello di sopravvivere al potere coltivando rapporti ora con gli uni e ora con gli altri ma sempre e solo guardando al proprio “particulare”. Cioè al potere e agli incarichi che di volta in volta può ottenere. 

Ecco, ho voluto fare questo esempio concreto per porre una domanda, che poi è la vera domanda politica, almeno a mio giudizio, quando si parla ancora di una “politica di centro” nel nostro paese. E cioè, una forza di centro nel nostro paese interpreta le alleanze solo in chiave trasformistica – come, ad esempio, il partitino di Renzi – oppure individua nella cultura delle alleanze la chiave per costruire una prospettiva politica ed anche, e soprattutto, un progetto politico di governo? Dalla risposta a questa banale domanda noi riusciremo a capire se il centro è una variabile indipendente nello scacchiere del potere oppure se partecipa con una sua identità politica e culturale alla costruzione, appunto, di un progetto politico. Sotto questo versante, non si tratta di riunificare tutti i cultori del “centro” sotto una unica sigla o nel medesimo cartello elettorale. Molto più semplicemente, si tratta di essere fedeli, o meno, a quel patrimonio di idee, di comportamenti, e di cultura politica e di governo che i nostri predecessori ci hanno trasmesso attraverso il magistero politico di svariati lustri di impegno pubblico nella Democrazia Cristiana prima e poi in altri partiti di provenienza o di ispirazione democratico cristiana. 

Perchè, alla fine, ne va della credibilità del “centro”, ma soprattutto della valenza di una politica riformista e temperata nel nostro paese. E noi cattolici democratici e popolari siamo i primi ad essere interpellati su questo tema e, soprattutto, a dover sciogliere questo nodo.

Angela Merkel affonda il G7 alla Casa Bianca

Il presidente americano Donald Trump ha detto che posticiperà il G7 che voleva tenere a fine giugno alla Casa Bianca, dopo che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha rifiutato il suo invito a partecipare di persona per la pandemia di coronavirus.

Trump intende organizzarlo ora a settembre. Il presidente americano ha detto che vuole invitare anche la Russia – sospesa dal 2014 per l’annessione della Crimea – e altri paesi come la Corea del Sud, l’Australia e l’India. Un suo consigliere ha spiegato che l’idea sarebbe quella di unire i tradizionali alleati per discutere della Cina, diventata un Paese rivale strategico degli Usa.

Anche se la Cancelliera aveva già fatto sapere che Con Russia e Cina, vuole costruire una “politica estera comune” per l’UE, difendendo l’indipendenza dell’Unione europea ma senza seguire le ‘campane’ di Trump.

La cultura e le arti del nostro tempo

Nessuno può negare che i periodi infecondi per la cultura e le arti, per le grandi realizzazioni della tecnica, delle infrastrutture, della architettura, della economia, corrispondano ai tempi in cui l’uomo perde la cognizione di se stesso, della sua identità, della sua storia, del suo legame con il Creatore. Ad esempio, guardiamo con profondità ed attenzione a questo ultimo ventennio italiano.

Non sono state realizzate grandi opere infrastrutturali, e addirittura si sono trascurate persino quelle costruite in altre epoche nelle necessarie manutenzioni; non si è manifestato un sufficiente rinnovamento nelle numerose arti; le attività economiche e produttive sono indietreggiate a causa del difficoltoso ricambio delle leadership; le tradizioni ed i principi della nostra spiritualità, spina dorsale di ogni popolo, sono vacillanti e privi di sufficienti custodi coraggiosi ed ispirati; la democrazia è alimentata da tossiche contrapposizioni che trascendono i bisogni delle persone. Insomma, per ora, non abbiamo ancora segni che annunciano una fase (che aspettiamo con grande speranza) di ‘riinizio’ che come è sempre accaduto nella storia dell’uomo, si avvera quando ci si riconcilia con il Creatore.

Quando questo avviene, l’uomo forte dello spirito che lo spinge verso il superamento del suo stato, supera ogni ostacolo, viene pervaso da una tale volontà ed intelligenza da ottenere l’ ingegno da cui nascono quelle meravigliose realizzazioni che trasmette alla ruota della storia la energia per girare vorticosamente. In questi giorni mi sono trovato a rileggere l’avvincente storia riguardante la cupola del Brunelleschi del Duomo di Firenze, che proprio quest’anno commemora i sei secoli dall’inizio dei lavori di costruzione.

Ebbene quella cupola, per le conoscenze tecniche di quel tempo, non poteva stare fisicamente in piedi; ma Brunelleschi, ispirato fortemente dai primi segni di rinnovamento dello spirito di quel tempo, la realizzò edificando un’ opera ancora non eguagliata per qualità architettoniche ed ingegneristiche, che nel passare dei secoli nessuno più ha osato sfidare. Ancora adesso i tecnici più ardimentosi del mondo che costruiscono opere analoghe tra le più moderne del mondo, si inchinano alle soluzioni trovate dal genio fiorentino che attraverso vari accorgimenti giunse a dare alla cupola un equilibrio fisico in modo che si reggesse esclusivamente con la sua stessa capacità ‘ autoportante ‘ del peso.

Ebbene, a distanza di tanti secoli, viene ancora studiata per trovare spunti per le attuali moderne realizzazioni. La prodigiosa costruzione di Filippo Brunelleschi infatti, fu senza dubbio il primo più importante segno del risveglio culturale e morale italico, che culminò nel rinascimento italiano che ha ispirato ogni civiltà nel mondo impegnata alla esaltazione dell’ingegno umano.

Ma ritornando a noi, a questo infecondo tempo; quando potremo di nuovo scorgere i segni di una fase nuova della nostra storia che tanti di noi attendono con speranza? Penso che la ruota della nostra storia tornerà a girare quando avremo più coraggio, quando ci ispireremo alle nostre migliori tradizioni, quando sostituiremo il recriminare con la collaborazione e pace con gli altri, quando sapremo sostituire la paura con la speranza, quando abbandoneremo idolatria delle cose futili ed invece riporremo pienamente fiducia nello spirito del Creatore. L’Italia, per rigenerarsi, avrà bisogno di ritrovare se stessa.

Frutta e verdura di stagione: cosa comprare a giugno

Giugno è il mese in cui pesche, ciliegie e albicocche regnano sovrane.

Sono ricche di acqua, hanno poche calorie e aiutano l’organismo a depurarsi, grazie alle proprietà diuretiche e lassative. Anche le ciliegie collaborano allo stimolo della diuresi. Sono ricche di potassio, fibre e magnesio.

Estremamente rinfrescante la frutta è un alleato per i primi caldi. Inoltre, essendo ricca di fibre, aiuta a regolarizzare l’intestino.

Tra le verdure troviamo melanzane, capperi, peperoni, pomodori,cipolla, sedano e le zucchine più gustose. Tra gli ortaggi di giugno ci sono anche i fagioli e i fagiolini, baccelli immaturi del fagiolo, ma con proprietà diverse da quelle dei legumi. Hanno poche calorie, il che li rende adatti ai regimi ipocalorici.

Coronavirus aumenta il rischio della morte post-operatoria

I pazienti sottoposti a chirurgia dopo aver contratto il coronavirus hanno un rischio notevolmente maggiore di morte postoperatoria. E’ quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sul ‘Lancet’, coordinato dall’Università di Birmingham. I ricercatori hanno scoperto che per i pazienti infettati da Sars-CoV-2, in caso di intervento chirurgico, il tasso di mortalità si avvicina a quello di pazienti gravi Covid ricoverati in terapia intensiva. I ricercatori hanno esaminato i dati relativi a 1.128 pazienti provenienti da 235 ospedali, su un totale di 24 paesi partecipanti, prevalentemente in Europa, ma con il contributo anche di ospedali in Africa, Asia e Nord America.

“Normalmente – spiega Aneel Bhangu, Senior Lecturer in Surgery presso l’Università di Birmingham, co-autore dello studio – ci si aspetterebbe che la mortalità per i pazienti con chirurgia minore o elettiva sia inferiore all’1%, ma il nostro studio suggerisce che nei pazienti Sars-CoV-2 questi tassi di mortalità sono molto più alti in entrambi gli interventi chirurgici minori (16,3%) e chirurgia elettiva (18,9%)”.

Dunque i consigli sono di “alzare la soglia di attenzione negli interventi chirurgici durante la pandemia rispetto alla pratica normale e, se possibile, posticipare le operazioni soprattutto nei pazienti già a rischio, ad esempio per l’età avanzata”.

Un nuovo Piano Marshall?

John Maynard Keynes è considerato un maestro del pensiero economico contemporaneo. Ha insegnato – a generazioni di economisti e “policy makers” – come spetti anche agli Stati assicurare un certo livello di attività produttiva e di occupazione, garanzia che non si può lasciare solo alla “mano invisibile” del mercato (come teorizzava invece Adam Smith).

Keynes non è solo un economista, ma è anche colui che ha ricondotto questa disciplina nell’ambito delle scienze sociali. Colui che ha rovesciato, alle soglie della Seconda guerra mondiale, il predominio di un indirizzo dominante negli anni precedenti: cioè una concezione dell’economia che aveva cercato di assimilarla alle «vere scienze», alle scienze della natura. E l’aveva ridotta a una scienza arida e “triste”, al di fuori delle possibilità di comprensione e di attrazione per coloro che volevano, dagli economisti, un aiuto a capire e migliorare le società in cui vivono.

Keynes vinse la battaglia e anche alla sua vittoria teorica è dovuto il mondo di ieri, i quarant’anni di benessere diffuso di cui i Paesi capitalistici e liberali avanzati hanno goduto tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta del secolo scorso. Ma non vinse la guerra e la reazione degli economisti “tradizionali” non si fece attendere a lungo. Oggi, in epoca di Covid 19, che ha mutato profondamente le nostre abitudini di vita e di lavoro, sembra esserci un ritorno d’interesse per il pensiero Keynesiano.

Di questo (e molto altro) si è parlato il 28 maggio scorso nel dibattito sul tema “Un nuovo piano Marshall? La sfida della ricostruzione” promosso dal Domani d’Italia in modalità on-line. Dopo l’introduzione di Lucio D’Ubaldo, è stato di grande rilievo l’intervento di Giovanni Farese, curatore insieme a Giorgio La Malfa del Meridiano Mondadori dedicato proprio a Keynes. Il volume raccoglie numerosi scritti dell’economista britannico (alcuni inediti in lingua italiana) tra cui il saggio “Il costo della guerra” del 1944 che introduce per la prima volta l’idea di una politica dei redditi a sostegno dell’occupazione. Come è stato ricordato, il Piano Marshall (European Recovery Program) prevedeva uno stanziamento di 14 miliardi di dollari, parte in prestiti (loans) e parte in contributi a fondo perduto (grants) per un periodo di quattro anni (1948-1951). Il Piano Marshall indicò agli europei che l’interdipendenza economica poteva essere una soluzione ai conflitti, che avevano caratterizzato a lungo la loro storia. Pur non opponendosi allo sviluppo del commercio internazionale (come richiesto dagli Stati Uniti), la quasi totalità dei Paesi europei beneficiari dell’ERP chiese di poter utilizzare i finanziamenti erogati per l’acquisto di generi di consumo di prima necessità e assai meno per la modernizzazione delle loro economie. In questo senso, l’Italia guidata da De Gasperi “rappresentò un esempio di sobrietà nel panorama europeo”, come ha ricordato Lucio D’Ubaldo. 

Quali sono le lezioni del piano Marshall oggi? La situazione odierna, in Italia e in Europa, è simile a quella sulla quale il dibattito economico ebbe modo di riflettere, ai tempi dell’assetto che le economie liberali e democratiche si diedero a Bretton Woods nel 1944. Come nell’immediato dopoguerra, anche oggi il crollo del reddito, la disoccupazione e la povertà incrinano la coesione sociale di molti Paesi. Il Covid 19 ha ingrossato le fila di un nuovo “esercito industriale di riserva”. E siamo nel mezzo di una rivoluzione tecnologica così veloce e profonda che non riusciamo a capire come sarà organizzata la società del prossimo futuro e se riuscirà a dare lavoro, dignità e reddito a una buona parte dei suoi cittadini.

Dunque un’economia di mercato temperata da interventi pubblici necessari, nel contesto di un ordine politico social-democratico, può aiutare a fronteggiare meglio i problemi attuali. In economia non ci sono leggi ferree che si impongono con la necessità delle leggi naturali e una «discrezione intelligente» può sempre essere preferibile rispetto a «regole stupide». Quando Prodi diceva che il Patto di Stabilità (spazzato via dal Covid 19) è “stupido” si riferiva proprio a Keynes. Una discrezione intelligente, orientata al bene comune, richiede però classi dirigenti capaci di esercitarla. E questo è un problema non proprio trascurabile. 

L’Unione Europea una comunità per il mondo

E’ ormai dagli anni ’80 che assistiamo ad un progressivo e costante deperimento dell’immagine dell’Unione Europea, che da baluardo dei diritti e della pace è diventata la ragione di tutti i mali e facile schermo dietro  il quale le politiche nazionali spesso si riparano. Molte sono le ragioni (crisi economica, invecchiamento  demografico, sempre meno risorse per il welfare state, sfide poste dall’immigrazione), ma è certa una delle
soluzioni: cultura comune.

Infatti una delle cause che ha portato l’Europa alla situazione di crisi attuale è la poca conoscenza che i suoi 500 milioni di cittadini hanno di ciò che per loro l’Unione fa o, ancora meglio, potrebbe fare se gli stati membri tornassero a credere fermamente nelle idee di integrazione e solidarietà.
L’Unione Europea viene oggi percepita solo come una serie di grigi uffici che pongono veti e impongono regole, stando lontani dai bisogni effettivi dei cittadini. Per questo servono politiche di rilancio della figura dell’unione, non come insieme di stati, ma come un complesso di idee, valori e cultura condivisi da tutti.

Infatti, anche se ad oggi circa il 70% degli europei si sente cittadino dell’Unione, in particolare tra i giovani, manca la comprensione di cosa sia questa Unione Europea di cui tanto si parla, ma poco si sa. Ed è forte l’esigenza manifestata dai cittadini europei di sapere qualcosa in più sulle istituzioni sovranazionali che li governano (oltre i 2/3 vorrebbe conoscerne meglio il funzionamento).

Nei piani di studio nazionali, ad esempio, ai giovani difficilmente viene insegnato cos’è l’Unione Europea, se non per merito di alcuni insegnanti che ritengono questo sia – com’è in effetti – un aspetto fondamentale della nostra vita quotidiana.
Cosa vuol dire essere europei? Questa è la domanda alla quale la politica deve saper rispondere se non vuole che oltre 60 anni di libertà e di pace vengano messi in preoccupante discussione.

Come in ogni convivenza, anche l’Unione europea è composta da interessi diversi, ma che in fondo portano tutti al comune obiettivo che per l’Europa è un vanto, ossia avere il migliore sistema di welfare del pianeta. E’ proprio all’esigenza di garantire il maggiore benessere ai cittadini europei che dobbiamo guardare per ritrovare una visione unitaria, che poggi le sue fondamenta su un terreno comune.

Su questo le tante diverse culture e sensibilità degli stati europei stanno trovando un punto di necessaria convergenza, per non fare di questa crisi un elemento che entra dirompente nella vita delle persone distruggendola e facendo nascere solo disgregazione e frammentazione, anche dell’Unione Europea.
Infatti sentiamo in questi giorni delle imponenti misure economiche che grazie all’Unione daranno, anche all’Italia, risorse e liquidità per rendere possibile la ripresa.

L’Europa deve farsi motore di quel cambio di paradigma a lungo discusso nelle economie e nelle società nazionali, che però ha bisogno della potenza europea per essere realizzato.
Le imprese hanno bisogno di una cultura unitaria rinnovata e vicina alla digitalizzazione e alla sostenibilità.
La creazione di valore in questo nuovo mondo, di cui intravediamo ancora solo i contorni, passa soprattutto dalla vittoria di una sfida che vede l’Unione europea come protagonista. Le imprese sono legate indissolubilmente ai loro territori e l’Europa deve essere un unico grande territorio delle opportunità e di uno sviluppo che finalmente diventa sostenibile e vada a scongiurare i pericoli che in modo terribile si sono resi concreti in questa nostra epoca.

L’Europa deve essere un territorio, non un insieme di territori; una visione comune e non una moltitudine di punti di vista che si scontrano periodicamente ad un tavolo; una serie di strumenti finanziati in modo comune e che arrivino laddove si trovano i bisogni dei cittadini.

Un’Europa a misura di persona, che sappia affrontare in modo unito e davvero condiviso le sfide ancora poco chiare che questa crisi ci pone di fronte. Questo si può fare con un welfare unico, grazie a risorse comuni e scelte strategiche. Il Covid-19 non è stato solo un problema: ha portato alla luce alcuni dei nodi politici irrisolti di questa Unione di Governi più che di stati; di diplomazie, più che di persone.

Oggi, davanti ad un dramma globale, abbiamo l’opportunità di ridisegnare la traiettoria che l’Europa vuole avere. La moneta unica ci rende più resistenti alle crisi e lo ha dimostrato, l’area unica di libero scambio ci rende più competitivi. Ora tocca alla politica come sempre il compito più difficile: creare la vera unione che ci renderà più forti

Questa è l’occasione per creare, dopo oltre 60 anni di pace, i presupposti per una ripresa che sia qualità della vita per 500 milioni di persone e un esempio di comunità per il mondo.
Per far sì che questo diventi realtà, non dobbiamo chiederci come sarà il futuro ma come vogliamo che sia il futuro. Perché se c’è qualcosa che dobbiamo imparare da questa esperienza terribile è l’importanza di avere un’idea del domani, un binario che si costruisce insieme e sul quale ci mettiamo in cammino uniti.

Abbiamo bisogno ora, di un cambio di paradigma, di una visione che non guardi da qui alla fase 3, 4 o 5 ma da qui ai prossimi 20 anni. Sappiamo tutti che non si può usare una vecchia mappa per scoprire una terra nuova. E quindi dobbiamo creare una nuova realtà che deve partire da una visione del mondo rinnovata, per filosofia di attività politica e per capacità strategica di gestione dei territori e delle istituzioni. E dobbiamo
farlo tutti’ uniti e insieme.

31 Maggio, Giornata mondiale senza tabacco 2020 Un “vizio universale” da combattere per salvare vite umane!

In Italia  “c’è sempre più salute che va in fumo . “ I  morti causati dalle “bionde”, cioè attribuiti al consumo di fumo sono circa 90 mila, (il 14% di tutte persone decedute nel nostro Paese), come se fosse cancellata, in un anno, la popolazione di una  città come Pistoia, Guidonia o Catanzaro. Attualmente nel mondo le vittime del fumo sono oltre 7 milioni. Questi numeri,  che interessano, uomini e donne, come fumatori di sigarette di tabacco e come fumatori passivi, (cioè coloro che respirano il fumo degli altri)  dovrebbero essere meglio conosciuti e compresi, per capire la pericolosità e le conseguenze di un “ vizio universale.”

Infatti, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, Agenzia specializzata dell’ONU, fondata nel 1946,con  sede a Ginevra, e     195 Paesi aderenti), ritiene che il fumo di tabacco rappresenti la seconda causa di morte al mondo e la principale causa di morte evitabile. Si calcola  oltre ai milioni di persone che perdono la vita ogni anno per tabagismo,  oltre 800.000, sono non fumatori, cioè quelli esposti al fumo passivo. Il fumo uccide, sul nostro pianeta, una persona ogni 6 secondi ed è a tutti gli effetti un’epidemia fra le peggiori, mai affrontate a livello globale, entro il 2030 i decessi per fumo potrebbero  raggiungere il numero di 8 milioni all’anno.

Qual’è oggi la situazione nel nostro Paese  rispetto al tabagismo? Sono 11,6 milioni i fumatori in Italia e rappresentano il 22% della popolazione, un milione in meno del 2005, anno in cui entro in vigore la legge Sirchia, che vietava il fumo nei luoghi pubblici, gli ex fumatori sono il 12,1% degli abitanti e i non fumatori il 65,9%. La prevalenza più alta di fumatori di sesso maschile si registra nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 44 anni (36,3%), mentre nella fascia 45 – 64 anni si registra la prevalenza più alta di donne (22,9%). Oltre i 65 anni troviamo le prevalenze più basse in entrambi i sessi. Rispetto all’area geografica, la prevalenza di fumatori è più alta al Sud in entrambi i sessi: 30,2% negli uomini, 22,4%nelle donne. Un dato particolarmente preoccupante riguarda la fascia di età tra i 15 e i 24 anni, in cui fuma il 20,9% dei maschi e il 16% delle femmine, dati che l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) evidenzia nelle sue periodiche rilavazioni.

Gli indicatori, delle nuove tendenze del fumo in Italia, evidenziano che gli utilizzatori abituali e occasionali di sigarette elettroniche sono circa 900 mila, di questi l’80,1% sono fumatori, dunque consumatori duali che fumano sigarette tradizionali e contemporaneamente l’e.cig (sigaretta elettronica). Per quanto riguarda le sigarette a tabacco riscaldato, vengono utilizzate abitualmente o occasionalmente dall’1,1% della popolazione italiana, circa 600 mila  persone, con un incremento più che triplicato dal 2015 (18,9%) al 2019 (67,3%). Relativamente alla percezione del rischio per la salute dall’uso di questi prodotti, si osserva che sebbene la maggioranza dei fumatori (il 55,8%) ritenga che essi siano dannosi al pari delle sigarette tradizionali tradizionali, il 25,3% di essi ritiene che la sigarette a tabacco riscaldato siano meno dannose delle sigarette tradizionali. 

Infine è utile ricordare,  che in questa fase di emergenza sanitaria nel mondo, per l’OMS, i fumatori sono probabilmente più vulnerabili al COVID – 19, in quanto l’atto del fumo fa si che le dita (ed eventualmente le sigarette contaminate) vengono a contatto con le labbra, aumentando la possibilità di trasmissione del virus dalla mano alla bocca. Secondo alcuni studi, i fumatori positivi all’infezione al momento del ricovero per coronavirus, presentano generalmente una situazione clinica più grave dei non fumatori e maggiore probabilità di aver bisogno della terapia intensiva e di ventilazione meccanica. 

La conoscenza degli effetti sulla salute dell’uomo, di questo “vizio universale”, ha determinato che ogni anno, il 31 maggio, l’OMS e i partner di tutto il mondo celebrano la Giornata mondiale senza tabacco, evidenziando i rischi per la salute associati al consumo di tabacco e con lo scopo di incoraggiare le persone, ad astenersi per almeno 24 ore, dal consumo di tabacco, invitandole a smettere di fumare in via definitiva.

La “Giornata” è stata indetta per la prima volta dall’OMS il 7 aprile 1988, in concomitanza con il 40° anniversario della sua fondazione. Da allora è stata accolta con crescente interesse da parte dei governi, organizzazioni sanitarie e opinione pubblica.

Ogni anno è stato scelto uno slogan per caratterizzare la ricorrenza, tra questi si ricordano alcuni: “Tabacco o salute:scegli la salute” nel 1988; “Luoghi pubblici e trasporto: meglio essere liberi dal tabacco” nel 1991; “Il tabacco uccide, non farti ingannare” nel 2000; “Tabacco e povertà, un circolo vizioso” nel 2004; “Gioventù senza tabacco” nel 2008; “Bandire la pubblicità, la promozione e gli sponsor legati al tabacco” nel 2013, “La tassazione dei prodotti del tabacco” nel 2014.

Il tema scelto, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, per celebrare la “XXXII Giornata” in questo 31 maggio 2020, è: “Il segreto è svelato ”, con l’obiettivo di informare soprattutto i giovani,  e viene ricordato che: “ Il fumo non è responsabile solo del tumore del polmone, ma rappresenta anche il principale fattore di rischio per le malattie respiratorie (tosse, catarro, bronchiti ricorrenti, asma, ecc.) e cardiache (ipertensione, ictus, infarto, ecc.) che possono limitare le attività della vita quotidiana.

Un individuo che fuma per tutta la sua vita, ha il 50% di probabilità di morire per una patologia direttamente correlata al fumo. In questi anni, a livello sia nazionale che internazionale, si stanno sempre più sviluppando interventi di prevenzione e di cura per affrontare “questa epidemia” o “vizio universale” in modo complessivo, con informazioni mirate a questo grande traguardo di ridurre il consumo di tabacco, che significa salvare vite umane. 

Infatti la campagna e gli obiettivi della “Giornata 2020” sono: “ Sfatare i falsi miti e far emergere il concetto di manipolazione, in particolare attraverso la pubblicità dei nuovi aromi e nuovi prodotti; Fornire ai giovani informazioni sulle tecniche usate dalle aziende per agganciarli e predisporli verso il consumo; Consentire agli influencer (nella cultura, sui social, a casa o a scuola) di difendere i giovani e  favorire il cambiamento.” .

Queste indicazioni sono nella sostanza quelle di  contribuire a proteggere le generazioni presenti e future, non solo dalle conseguenze devastanti per la salute, ma anche dalle piaghe sociali, ambientali ed economiche causate dal consumo di tabacco e dall’esposizione al fumo passivo.

Questo è il senso e le finalità della “Giornata mondiale senza tabacco”. Un  vecchio proverbio romano, dell’altro secolo, che oggi non si usa quasi più, ( anche se i proverbi sono  la saggezza dei popoli) sosteneva che: “ Il fumo fa male, alla tasca e alla salute”.

Quel proverbio, forse era ed è ancora  vero, anche oggi!

Air France e Klm volano verso l’Italia

Air France-Klm riprenderà i voli verso l’Italia a partire dal primo giugno. Lo ha reso noto il gruppo franco-olandese. Il traffico riprenderà progressivamente verso Roma, Milano, Firenze, Napoli, Bari, Bologna e Venezia.

Come riferisce ill quotidiano “Ouest France”, l’azienda prevede di arrivare a fine giugno a 78 voli settimanali tra le compagnie Air France e Klm. La ripresa del traffico “nel Bel Paese é motivo di grande fierezza per noi e conferma l’importanza del mercato italiano per il gruppo Air France-Klm”, ha detto Stefan Vanovermeir, direttore generale della società per il Mediterraneo orientale.

Fase 2, via libera a 7 mln di italiani in vacanza a giugno

Via libera a 7 milioni di italiani che scelgono il mese di giugno per andare in vacanza che quest’anno per la quasi totalità sarà Made in Italy, anche per i vincoli posti alle frontiere da molte mete tradizionali come la Grecia. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti in riferimento alla libertà di sconfinamento tra regioni a partire dal 3 giugno che è destinata ad avere un rilevante impatto economico ed occupazionale sul turismo duramente colpito dall’emergenza coronavirus.

Se la presenza straniera in Italia rappresenta comunque una pesante incognita, la speranza – sottolinea la Coldiretti – viene infatti riposta sul 40% di italiani che preferiva viaggi all’estero e che quest’anno potrebbe decidere, per forza o convinzione, di rimanere nel Belpaese secondo l’Enit. Una opportunità per il turismo nazionale dopo che – sottolinea la Coldiretti – durante gli ultimi tre mesi ammontano a 81 milioni le presenze turistiche perse per effetto del lockdown che ha azzerato i flussi dei viaggiatori a partire da marzo che segna tradizionalmente il rilancio stagionale con il susseguirsi di occasioni di vacanza tra le festività di Pasqua, Festa della Liberazione, 1 maggio e Pentecoste, rilevante soprattutto per gli arrivi dall’estero. L’impatto economico fra marzo, aprile e maggio è stato drammatico con l’azzeramento della spesa turistica nel trimestre e una perdita stimata dalla Coldiretti in quasi 20 miliardi di euro per l’alloggio, la ristorazione, il trasporto e lo shopping.

A pagare il conto più salato è l’alimentare con il cibo che – sottolinea la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa 1/3 della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche. La ripartenza turistica della ristorazione si ripercuote a valanga sul sistema produttivo industriale ed agricolo, Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. Il cibo – continua la Coldiretti – è diventato il vero valore aggiunto della vacanza Made in Italy con l’Italia che è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa con 299 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale.

Senza dimenticare – continua la Coldiretti –le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che rappresentano tradizionalmente una meta privilegiata delle vacanze a giugno e che,  spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse – sottolinea la Coldiretti – i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche e con l’arrivo della bella stagione sostenere il turismo in campagna significa evitare il pericoloso rischio di affollamenti al mare o nelle città. Non è un caso che – conclude la Coldiretti – delle 43.399 denunce di infortunio da Covid-19 al lavoro registrate dall’Inail appena lo 0,06% riguarda l’agricoltura dove nelle 730mila imprese italiane non si è peraltro mai smesso di lavorare per garantire le forniture alimentari alla popolazione, secondo l’analisi della Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio pervenute all’Inail tra fine febbraio e il 15 maggio 2020.

Comuni di frontiera, la Svizzera non riapre i valichi

Si rinnovano preoccupazioni e appelli dei Comuni di frontiera. La decisione adottata dal Governo svizzero di non riaprire le frontiere con l’Italia non fa che aumentare timori e ansie, non solo dei lavoratori frontalieri, ma anche dei Comuni e delle attività economiche.

«La decisione del Governo federale di non riaprire le frontiere e lo stato d’incertezza che ne deriva mi hanno spinto, assieme ai presidenti di Comunità Montana, a scrivere ai nostri rappresentanti politici affinché si adoperino per una rapida e certa definizione dei tempi di riapertura – dichiara Massimo Mastromarino, Sindaco di Lavena Ponte Tresa e presidente di Acif, l’associazione dei Comuni di frontiera – Vi chiediamo – prosegue poi Mastromarino – di porre in essere tutte le azioni affinché si concordino tempi certi per il ricongiungimento familiare e la riapertura delle frontiere stesse».

Nasce la Fondazione Oms

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha accolto con favore la creazione della Fondazione Oms, un’ente indipendente che concede sovvenzioni e che supporterà gli sforzi dell’Organizzazione per affrontare le sfide sanitarie globali più urgenti.

Con sede a Ginevra, la Fondazione supporterà l’Oms attraverso la raccolta di fondi da privati e partner di fiducia, al fine di raggiungere gli obiettivi del “triplo miliardo” presenti nel piano strategico quinquennale dell’Oms, questi obiettivi mirano a: proteggere 1 miliardo di persone dalle emergenze sanitarie; estendere la copertura sanitaria universale a 1 miliardo di persone; e assicurare una vita sana e il benessere di 1 miliardo di persone entro il 2023.

La Fondazione, legalmente separata dall’Oms, faciliterà i contributi del grande pubblico, dei principali donatori e dei partner aziendali dell’Oms e dei partner di fiducia per realizzare programmi di grande impatto. Il suo obiettivo è aiutare ad ampliare la base di donatori dell’Oms e lavorare per finanziamenti più sostenibili e prevedibili.

La pratica del trasformismo.

Il trasformismo, come quasi tutti sanno, è la nuova cifra della politica italiana. Tutti i passaggi cruciali, a cominciare dal post elezioni del marzo 2018, lo hanno ampiamente confermato. Al di là dei pronunciamenti ufficiali dei vari capi e capetti dei partiti, quello che conta rilevare è la radicale dissociazione tra ciò che viene ripetutamente detto in pubblico e ciò che viene sistematicamente poi praticato concretamente. Appunto, un’operazione squisitamente trasformistica. Di qui la caduta di credibilità dei partiti e dei politici. Al punto che, come ha scritto recentemente Alessandra Ghisleri, la credibilità dei politici è oggi appena sopra il 4%, qualche decimale in più rispetto alla stagione in cui il capo dei 5 stelle Beppe Grillo inveiva, insultava e demoliva nelle piazze tutti i partiti, tutti i politici e tutta la politica italiana. Nel lontano 2008. Facendo di tutta l’erba un fascio. E la situazione di oggi è sostanzialmente uguale a quella stagione, seppur con caratteristiche diverse. 

Ora, si tratta di capire se i comportamenti concreti dei politici da un lato e le strategie politiche dei partiti dall’altro, soprattutto sul versante delle alleanze, saranno dominate esclusivamente dalla pratica trasformistica o meno. Che nel nostro paese, va pur detto, ha sempre attecchito anche se in misura circoscritta e delimitata. Ma da quando i partiti si sono trasformati in puri cartelli elettorali alle dirette dipendenze del capo e, in particolare, le prospettive politiche sono funzionali esclusivamente a ragioni di convenienza e di tatticismo di potere, è del tutto scontato che la politica perde credibilità, autorevolezza, prestigio e qualità. Ma, appunto, adesso si tratta di sciogliere il nodo decisivo. E cioè, o la politica vuole recuperare credibilità e autorevolezza oppure decide di appaltare il suo futuro al solo potere, a prescindere da tutto il resto. Se si persegue la prima strada è del tutto evidente che alcuni ingredienti saranno fondamentali. Competenza, radicamento territoriale, cultura politica, rigore morale e una precisa strategia politica. Caratteristiche di una politica che appare formalmente archiviata e consegnata alla storia ma che, invece, conserva tuttora una bruciante attualità e modernità. Semprechè non si elevi il trasformismo a regola di comportamento politico e personale. Se, al contrario, dovessero prevalere i criteri che ispirano e disciplinano l’ideologia trasformistica, è chiaro che la politica sarebbe destinata a ridursi a pura merce di scambio sganciata da qualsiasi tensione ideale e proiettata esclusivamente al raggiungimento e alla conservazione del potere. 

Molto semplicemente, è questa la vera sfida politica da affrontare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Certo, in un clima di ricostruzione tutto è più difficile e più complesso. Perchè dopo la terribile emergenza sanitaria che ci ha travolti, ricostruire la politica non sarà una operazione nè semplice nè facile. Ma la sfida vera resta tutta sul campo. E cioè, o si ricostruisce la credibilità della politica oppure la politica verrà sacrificata sull’altare della convenienza, della superficialità, del pressapochismo e della povertà culturale ed ideale. Si tratta di scegliere. Con intelligenza, coerenza e coraggio. 

Minneapolis, Stati Uniti

Articolo pubblicato sulla rivista Atlante della fondazione Treccani a firma di Mattia Diletti

Mercoledì abbiamo dedicato la newsletter di AtlanteUSA2020 a George Floyd, l’ultimo di una lunga serie di afroamericani morti, da disarmati, per mano della polizia. Negli ultimi 20 anni è accaduto altre 21 volte, quasi sempre nell’ultimo decennio. Michelle Bachelet ‒ ex presidente del Cile e ora alto commissario dell’ONU per i diritti umani ‒ è intervenuta ieri ufficialmente chiedendo agli Stati Uniti di adottare misure adeguate a contenere il fenomeno. L’ha definita «l’ultima di una lunga serie di omicidi di afroamericani disarmati commessi dalla polizia americana o da privati cittadini» per i quali gli Stati Uniti «dovrebbero assicurare giustizia». Dice l’alto commissario: «Le procedure devono cambiare, devono essere messi in atto meccanismi di prevenzione e, soprattutto, i funzionari di polizia che ricorrono a un uso eccessivo della forza dovrebbero essere accusati e condannati per i crimini commessi». E poi: «accolgo con favore il fatto che le autorità federali abbiano annunciato l’avvio immediato delle indagini (…), ma in troppi casi, in passato, tali indagini hanno portato alla giustificazione degli omicidi per motivi discutibili, oppure a comminare sanzioni solo di tipo amministrativo». E per chiudere: «il ruolo che la discriminazione razziale, radicata e pervasiva, svolge in tali atti deve essere pienamente esaminato, adeguatamente riconosciuto e affrontato». La morte di George Floyd è divenuta un fatto politico globale. Però è anche un fatto politico molto locale. La reiterazione della violenza della polizia su afroamericani disarmati la trasforma in un fatto nazionale, ma vale la pena parlare di Minneapolis: un piccolo laboratorio politico sconvolto da un fatto di sangue, il secondo in 5 anni. Nel 2015 un altro afroamericano, Jamar Clark, è morto per mano della polizia: a suo dire Clark, da terra, avrebbe tentato di impadronirsi della pistola di un poliziotto.

Minneapolis, però, è una città che possiede antiche radici progressiste e operaie (sorge lungo il Mississippi, e forma un’unica area metropolitana con la città di Saint Paul, che si trova esattamente sull’altra riva del fiume). Il Partito democratico, in città, è al potere ininterrottamente dal 1978; lo Stato ‒ il Minnesota ‒ vota senza soluzione di causa per un candidato presidente democratico dal 1976 (nessun altro Stato del Paese ha una storia elettorale così stabile). Il partito si chiama in realtà Minnesota Democratic-Farmer-Labor Party, da quando ‒ a metà degli anni Quaranta ‒ il Partito democratico e il Farmer-Labor Party si fusero in un’unica entità politica, federata con il Partito democratico nazionale: uno degli artefici della fusione fu Hubert Humphrey, il futuro vicepresidente di Lyndon Johnson (ed ex sindaco di Minneapolis, ma anche quello della famigerata Convention di Chicago del 1968).

Qui l’articolo completo 

Solo 9 Regioni hanno un piano per i pazienti con Covid in fase 2

A distanza di 7 giorni dall’ultimo aggiornamento, sembrerebbe che nessuna Regione abbia emanato delibere o atti relativi alla riorganizzazione dell’assistenza ospedaliera per la fase 2. Rimangono 9 le Regioni che hanno definito, seppure con diverso grado di dettaglio, l’assetto della rete ospedaliera per il Covid-19 nella fase 2″. Lo evidenzia il nono Instant Report Altems, l’Alta scuola di economia e management dei servizi sanitari dell’Università Cattolica, campus di Roma.

Permane quindi la forte differenziazione tra il Centro-Nord e il Sud del nostro paese. Infatti, al momento solo la Sicilia sembrerebbe aver definito le modalità organizzative per l’assistenza ospedaliera da dedicare ai pazienti affetti da coronavirus.

In riferimento alle Linee di indirizzo per la ripresa delle attività ospedaliere ed ambulatoriali non legate all’emergenza Covid-19, ad oggi l’85% delle Regioni Italiane ha definito pratiche e raccomandazioni che stanno consentendo di far ripartire l’attività ambulatoriale e chirurgica in elezione, sospese durante la fase 1 dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19.

Economia: Istat, prezzi al consumo a maggio in lieve diminuzione.

Secondo le stime preliminari, nel mese di maggio 2020 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra una diminuzione dello 0,1% sia su base mensile sia su base annua (la variazione tendenziale era nulla nel mese precedente).

La flessione tendenziale dell’indice generale dei prezzi al consumo è imputabile prevalentemente alla dinamica dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati, che accentuano il loro calo (da -7,6% a -12,2%).

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici registrano una lieve accelerazione rispettivamente da +0,8% a +0,9% e da +1,0% a +1,1%.

Anche la flessione congiunturale dell’indice generale è dovuta per lo più alla diminuzione dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (-4,2%), solo in parte compensata dall’aumento dei prezzi dei prezzi dei Beni alimentari (+0,7%).

L’inflazione acquisita per il 2020 è pari a zero per l’indice generale e a +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona accelerano lievemente la crescita da +2,5% a +2,6% mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto registrano una variazione tendenziale nulla (da +0,8% di aprile).

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra una diminuzione dello 0,2% sia su base mensile sia su base annua (da +0,1% del mese precedente).

Le cavallette devastano la Sardegna

Milioni di cavallette stanno devastandoettari e ettari di terreno in Sardegna nella provincia di Nuoro dove una marea dei famelici insetti assedia le case e fa strage di pascoli e raccolti divorando foraggio, grano, erba medica e quanto trovano durante la loro avanzata. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti su una vera e propria “catastrofe biologica” che sta colpendo in particolare la Valle del Tirso, nel centro della regione, nei comuni di Ottana, Sarule, Orani, Escalaplano, Orotelli e. Bolotana che stanno deliberando lo stato d’emergenza.

Secondo la Banca Mondiale, l’invasione di locuste del 2020 è la più massiccia degli ultimi 70 anni: ha già toccato 23 paesi tra Africa orientale, Medio Oriente e Asia e sta minacciando in modo molto serio l’agricoltura e si teme che in molti Paesi l’insicurezza alimentare possa aggravarsi, nel mezzo dell’emergenza causata dal coronavirus.

A favorire l’invasione nelle diverse parti del globo sono stati i cambiamenti climatici con caldo torrido che favorisce il moltiplicarsi dei famelici insetti. L’inverno mite e la scarsità di pioggia con precipitazioni praticamente dimezzate, in un 2020 che – sottolinea la Coldiretti – si classifica come il più caldo dal 1800 con temperature superiori di 1,41 gradi rispetto alla media, hanno favorito anche in Italia la comparsa delle orde devastatrici. Le condizioni climatiche agevolano uno sviluppo anomalo di questo insetto con “invasioni bibliche” che, ricordando quelle del passato, causano gravissimi danni alle campagne ma possono raggiungere anche le città. Infatti essendo polifaghe– sottolinea la Coldiretti – le cavallette colpiscono non solo le coltivazioni in campo, ma anche orti e giardini.

Una situazione che – denuncia la Coldiretti – sta mettendo in ginocchio un centinaio di aziende con molti agricoltori costretti ad anticipare il raccolto o addirittura a destinarlo ad alimentazione degli animali.

L’unica speranza è nei predatori naturali, come gli uccelli che potrebbero aiutare a contenere le popolazioni di locuste che dalle terre incolte, abbandonate a causa della crisi delle campagne per i prezzi dei prodotti agricoli sotto i costi di produzione, partono all’assalto dei raccolti devastando tutto quello che trovano sul loro cammino. Una vera e propria emergenza che – conclude la Coldiretti – si abbatte sulle imprese agricole colpite anche dalla crisi economica generata dal coronavirus con 6 aziende su 10 (58%) che hanno registrato una diminuzione dell’attività.

Un portale unico dedicato al Superbonus al 110%

Il Governo prepara un portale unico dedicato al Superbonus al 110% che conterrà tutti i documenti e le informazioni utili ad attivare questa misura. Destinatari saranno operatori, tecnici e cittadini ai quali sarà spiegato in maniera semplice e chiara come si possa usufruire del Superbonus e svolgere i relativi lavori. Intenzioni confermate dalle parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, nel suo intervento al convegno telematico dell’Associazione nazionale dei costruttori edili, intitolato “Superbonus al 110%: case verdi e sicure per città sostenibili”

“Lavoriamo col Mise, con l’Agenzia delle Entrate, con Mef – ha detto – per creare un portale unico e spiegare a operatori, tecnici e cittadini come si possano svolgere i lavori, come si possa usufruire del superbonus. Lì caricheremo linee guida, circolari e tutti i documenti. La pianificazione per giungere nell’era della transizione energetica – ha infine concluso Fraccaro – è lo strumento principale che intendiamo adottare”.

Il Governo, inoltre, sta valutando anche l’estensione fino al 2022 della durata del Superbonus 110%, consentendo in tal modo un periodo più lungo al suo utilizzo esteso ad abbattimento e ricostruzione, sempre nell’ottica della sostenibilità ambientale e ipoteticamente sfruttando la destinazione di una parte del “Recovery Fund”, il “Fondo per la Ripresa”, ovvero il nuovo piano di aiuti finalmente annunciato dalla Commissione Ue. Ricordiamo, tuttavia, che attualmente questo incentivo, da ripartire in 5 quote annuali di pari importo, riguarda le spese sostenute dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021. Gli interventi detraibili devono essere eseguiti su condomini oppure singole unità immobiliari adibite ad abitazione principale o su Istituti autonomi case popolari (IACP).

I Comuni battono cassa, ma la cassa è vuota.

Il linguaggio mantiene un certo stile aggraziato, ma la concretezza delle rivendicazioni è ruvida. I sindaci delle grandi città vogliono più soldi e più poteri. E non badano ai dettagli delle forme, vanno al cuore della sostanza: chiedono a Conte di mettere da parte belle parole e generiche promesse. Ieri il Presidente del Consiglio ha sfoderato le armi della diplomazia, cercando di arginare la nota irruenza di Brugnaro o la meno nota determinazione della Raggi, senza però riuscire nell’impresa di rabbonire i suoi interlocutori.

In un comunicato molto asciutto, a riprova delle difficoltà registrate nel corso della riunione via web, il sindaco di Bari e presidente dell’Anci ha riassunto in poche righe le richieste dei primi cittadini.“Abbiamo presentato al presidente Conte – ha detto Decaro – cinque punti fondamentali su cui chiediamo l’impegno del governo: riconoscimento del ruolo dei sindaci nell’attuazione di politiche per la ripresa attraverso l’assegnazione diretta di fondi per cultura, turismo, mobilitò e welfare; altri 3 miliardi, oltre i 3 assegnati nel DL rilancio, per chiudere i bilanci compensando le minori entrate di questi mesi; flessibilizzazione delle regole relative ai vincoli finanziari, norme straordinarie per la gestione degli squilibri di bilancio per il 2020; sospensione dei piani di rientro per tutti i Comuni per il 2020 e dei procedimenti riguardanti la verifica dei piani di riequilibrio pluriennali; regole semplificate e poteri commissariali per la realizzazione di alcune opere  prioritarie e urgenti”.

Il confronto si è ridotto alla questione finanziaria, essendo il resto poco fattibile. Qualora, infatti, si pensasse di attribuire ulteriori poteri e competenze direttamente ai sindaci metropolitani, si dovrebbe procedere alla contestuale riduzione del ruolo delle Regioni. Impossibile, se non a pattto di cambiare la Costituzione. Ma ci sono i fondi per aiutare i sindaci? Conte ha dovuto prendere tempo. Nel decreto appena varato, quello dei 55 miliardi destinati alla ripresa, non ci sono spazi di revisione: a chi togliere i 3 miliardi che servirebbero a rimpinguare le casse comunali? È molto difficile, se non impossibile dirlo. Per questo il presidente del consiglio ha dovuto fare spallucce e dare appuntamento a un nuovo decreto.

Per adesso è tutto in alto mare.

Lezioni all’aperto, lavori di gruppo e ingressi scaglionati. Ecco il piano per tornare a scuola.

Il Governo ha ricevuto dal Comitato tecnico-scientifico istituito per l’emergenza coronavirus il documento con le misure per il rientro a settembre.

L’obiettivo di tutti è “tornare a scuola in presenza, ma anche e soprattutto in piena sicurezza”, ha sottolineato la ministra Lucia Azzolina: “Il Governo è al lavoro per riportare tutti gli studenti in classe. Questo documento è la cornice in cui inserire il piano complessivo di riapertura: poche semplici regole, soluzioni realizzabili che ci permetteranno di tornare tra i banchi in sicurezza”.

Un momento importante per i genitori e per le scuole che da settembre potranno riaprire ai studenti.

Nel documento che segue tutte le novità per il settore scuola.

DOCUMENTO-TECNICO-SULL’IPOTESI-DI-RIMODULAZIONE-DELLE-MISURE-CONTENITIVE-NEL-SETTORE-SCOLASTICO

Usa, Trump ha firmato il decreto contro i social

E’ stato firmato dal presidente americano Donald Trump l’ordine esecutivo sui social media che prevede l’eliminazione dell’immunità legale nel caso di cause legate ai contenuti. Una mossa destinata ad innalzare il livello di scontro con le società di social media dopo che Twitter ha inaugurato la funzione di fact checking dei tweet più controversi del presidente.

La portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany aveva annunciato il provvedimento anche se non era stato diffuso alcun dettaglio attraverso i canali ufficiali.

Da parte sua, il Ceo di Twitter, Jack Dorsey, in tre tweet aveva annunciato che “continueremo a segnalare informazioni errate o contestate sulle elezioni a livello globale”. I tweet di Trump, ha continuato il capo del social, “potrebbero indurre le persone a pensare erroneamente che non è necessario registrarsi per ottenere una scheda elettorale”.

Nell’ordine esecutivo si incoraggia anche la Federal Trade Commission, la commissione federale per il commercio, a valutare le denunce di parzialità politica rivolte da singoli cittadini ai social media per stabilire se costituiscano “pratiche commerciale ingiuste o ingannevoli”.

Le parole di Donald Trump non sono piaciute nemmeno all’inventore di Facebook, Mark Zuckerberg. che ha dichiarato: “Non mi sembra una giusta reazione da parte del governo censurare una piattaforma perchè si è preoccupati della censura“.

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Germania, Ric Grenell, lavorerà nella campagna elettorale di Donald Trump

Grenell è un fedele alleato di Trump che recentemente si è dimesso da direttore a interim dell’intelligence nazionale.

La nomina arriva in un momento in cui Trump è in calo nei sondaggi a livello nazionale e in alcuni Stati chiave per le elezioni generali.

Non è chiaro quale sarà il suo ruolo o se lavorerà dal quartier generale della campagna nella Virginia del Nord. La cosa certa è che Grenell è stato visto entrare alla Casa Bianca martedì pomeriggio, poco dopo che la campagna di Trump aveva annunciato la promozione del consigliere politico senior Bill Stepien come vice direttore della campagna.

Intanto, mentre si appresta a lasciare l’incarico nei prossimi giorni, in un’intervista rilasciata al quotidiano “Handelsblatt”, Grenell ha criticato Berlino in particolare riguardo al progetto Nord Stream 2, il gasdotto in realizzazione tra Russia e Germania attraverso il Mar Baltico. L’ambasciatore Usa a Berlino ha dichiarato che la Germania “deve smetterla di dar da mangiare alla bestia”, ossia alla Russia, “mentre non paga abbastanza per la Nato”.

Gli oscar della letteratura 2020: le nominations.

Nel mondo del cinema le nomination degli Oscar, i più importanti premi al mondo per il cinema, nel 2019 sono arrivati alla loro 91ª edizione. Sono assegnati dalla Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che riunisce circa ottomila professionisti del settore. La “notte degli Oscar”, è la serata in cui viene assegnato un premio ambito e seguitissimo tanto dagli attori e dai registi quanto dai fans. Le categorie degli Oscar del cinema sono ventiquattro; ma a differenza dei Golden Globe, gli Oscar premiano solo i film (non le serie), ed assegnano i premi tecnici (trucco e fotografia, per intenderci). Anche il mondo dei libri ha i suoi premi e le sue serate di gala, com’è giusto che sia. In un Paese come l’Italia in cui si legge sempre meno non vengono tuttavia ignorati i talenti che, di anno in anno, scalano le classifiche letterarie. 

Il Premio Internazionale “Golden Books Awards” 2020,  l’ “oscar della letteratura” in Italia, anche quest’anno ha selezionato un gruppo di autori, ritenuti nel panorama italiano coloro che si sono distinti per particolari meriti artistici e mediatici nell’ultimo anno. Gli “oscar” della letteratura del 2020 verranno assegnati nel maestoso “Hotel Terminus” di Napoli, quando allo spoglio delle buste da parte del giornalista Andrea Pressenda (Sky) verranno letti i nomi dei vincitori, ognuno nella propria categoria di merito. Il premio, promosso dall’ “Accademia degli Artisti”, vedrà come Ospite d’Onore il celebre scrittore Fabrizio Caramagna. Saranno inoltre presenti nella distribuzione dei premi l’attore Giovanni Caso, il poeta Roberto Colonnelli, Alessandro Ginori, ed il Cav. Giuseppe Barra del Centro culturale Studi storici di Eboli. Le nomination valgono per le seguenti categorie: Premio Assoluto, premio alla Critica, alla Cultura, alla Letteratura, alla Trama, all’ Alto Merito Narrativo e Premio della Giuria. 

Nella lista testuale delle Nomination all’ambita Statuetta Oscar sono stati menzionati numerosi scrittori. Tra i candidati all’oscar: Luciano Varnadi Ceriello con “Il segreto di Marlene”; Stefania Divertito con “Cernobyl Italia”; Giorgio Venturini con “Il cielo e un migliaio di stelle”; Lelia Bice Zanardelli con “Lager 33”; Giannantonio Spotorno con “Ti racconto la politica”; Danilo Campanella con “Il libro delle guerre dei signori”; Marinella Tumino con “L’urlo del Danubio”; Duilio Celenza con “Il racconto di una futura leggenda”; Marco Bussoli con “La persistenza dell’anima”; Celestine Chidiebere con “La guarigione delle memorie”; Luigi Anastasio con “L’ultima crociata dei D’Altavilla”; ed inoltre Cristiano Calì; Marco Musso, Bruno Scarpini; Gabriella Pirazzini; Antonio Agosta; Gianluca Di Stefano. A causa della pandemia Covid-19, verrà comunicata soltanto prossimamente la data definitiva della serata di gala. Presenterà la serata il giornalista Sky, Andrea Pressenda.

Milano: riapre la mostra dedicata a Georges De La Tour

Riapre a Milano a Palazzo Reale la straordinaria mostra Georges de La Tour: l’Europa della luce, aperta il 7 febbraio scorso, accolta come un evento dalla stampa e con centinaia di prenotazioni attivate dal pubblico, chiusa per l’emergenza sanitaria dal 24 febbraio e riaperta poi per una sola settimana dal 2 all’8 marzo.

Per riaprire i 28 musei prestatori da 3 continenti hanno dovuto tutti accettare di prorogare il prestito delle 33 opere sino al 27 settembre, permettendo dunque di visitarla per altri 4 mesi, con le misure di sicurezza stabilite dalle autorità governative e regionali.

La prima mostra in Italia dedicata a Georges de La Tour, attraverso mirati confronti tra i capolavori del Maestro francese e quelli di altri grandi del suo tempo ­ tra cui Gerrit van Honthorst, Paulus Bor, Trophime Bigot ­ porta una nuova riflessione sulla pittura dal naturale e sulle sperimentazioni luministiche, per affrontare i profondi interrogativi che ancora avvolgono l’opera di questo misterioso artista.

Un’esposizione unica considerato che, come ebbe a sottolineare Roberto Longhi, in Italia non vi è conservata nessuna opera di La Tour e sono circa 40 le opere certamente attribuite al Maestro, di cui in mostra ne sono esposte 15 più una attribuita.

A Seul torna il lockdown

La Corea del Sud ha ripristinato le misure di lockdown nell’area metropolitana di Seul, dove vive metà dei 52 milioni di abitanti che compongono la popolazione totale del Paese.

E questo dopo un nuovo record giornaliero dei contagi di coronavirus, il più alto in circa due mesi. Lo ha annunciato il ministro della Sanità Park Neung-hoo, spiegando che musei, parchi e gallerie d’arrte verranno nuovamente chiusi a partire da domani e per due settimane.

E’ stato inoltre chiesto alle aziende di reintrodurre lo smart working e altre misure di lavoro flessibile.

Gli abitanti di Seul dovranno anche evitare di ritrovarsi in gruppo o di recarsi in luoghi affollati, compresi bar e ristoranti. Gli istituti religiosi e i luoghi di culto dovranno essere particolarmente vigili per far rispettare le regole imposte per contenere i contagi. Non sarà invece rinviata la riapertura delle scuole.

Le limitazioni erano state revocate lo scorso 6 maggio, quando la pandemia sembrava essere sotto controllo.

 

Una rinascita?

Poteva essere una giornata all’insegna della nuvolosità e magari di un’insistente e dispettosa pioggia. Magari, il cielo è proprio così, ma così non è la scena che io desidero descrivere.

L’Europa ha svelato un volto sorridente. Ero per lo più scettico, oggi ho però esonerato questo mio modo di pensare. Tutto faceva presupporre che le cose andassero storte. Nutrivamo seri dubbi sulla Germania e sapevamo per certo che i governi retti da forze sovraniste avrebbero storto il naso e chiuso la saracinesca nei confronti di politiche solidaristiche.

Per nostro vantaggio, i Paesi riottosi sono di bassa levatura. Sono quattro, e pesano comunque poco. Austria, Danimarca, Olanda e Svezia contano pochissimo. Non sono certamente né la Francia, né tantomeno la Germania. Se questi due ultimi Paesi sintonizzano e così è capitato, gli altri sono sicuramente messi agli angoli. In questo caso accanto ai due grandi Paesi, va affiancata l’Italia e la Spagna. La prima, di pari grado alle altre due; la seconda, un minuscolo gradino sotto.

Quanto riferito ieri dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. ci ha permesso di oltrepassare l’oceano. Un mare oscuro, movimentato e pericoloso. L’Europa ha trovato finalmente un volto che fino ad oggi, n on sembrava essere alla sua portata. Questo è un passo fondamentale per permettere al Vecchio Continente di non farsi intimorire dai colossi che oggi vanno per la maggiore. Possiamo così guardare in faccia tanto gli Stati Uniti, quanto la Russia e non meno la Cina.

Questi avrebbero con gran gioia accolto lo sgretolamento di questo ricco continente. Ma con orgoglio gli Europei non si sono stupidamente piegati ai desideri degli altri. Il finanziamento di ben 750 miliardi, dati in buona sostanza, secondo il principio di solidarietà per 500 miliari a fondo perduto e la restante parte con basso interesse, spalmato in trenta anni, ci rimette in piedi.

Nessuno ci avrebbe creduto.

E io che avvertivo in me la forte presenza di uno smodato scetticismo sono rimasto completamente sorpreso. Oserei dire, persino ammutolito. Quante volte non abbiamo sentito parlar male della Germania; quanto volte non ci è capitato di sottolineare l’ambiguità dei Francesi; quante volte non siamo stati vinti dall’idea che è meglio far da soli? Una infinità! Adesso, tutto questo è stato smentito. Possiamo dirci graziati e fortunati. Le nostre idee erano quindi di gran lunga inferiori alla verità dei fatti.

Certo, i 170 miliardi i euro non entreranno domani mattina nelle nostre casse. Ci sarà ancora gran fatica da spendere. Qualcuno comunque cercherà di ostacolarne il percorso. Comunque dubito che quest’ultimo possa farcela. Se tutto va bene, potremmo avere i primi risconti all’inizio del 2021. E nei successivi quattro anni potranno colmarsi i trasferimenti. Quello che conta, al di la della sostanza, e che sostanza!, è l’accordo politico ormai sancito tra i Paesi membri più influenti e importanti della Vecchia Europa. Sapere poi che il denaro giungerà in quattro cinque anni, è persino un bene.

Quante volte non ci è capitato di restituire denaro dei fondi europei, perché non siamo stati in grado di utilizzarli?

A questo punto sarà indispensabile accompagnare quella massa di denaro con delle riforme strutturali serie. Non credo proprio che intascati 80 miliardi a fondo perduto si possa spenderli secondo il ghiribizzo del politico di turno. Qui non si scherza. Questo guaio e questa terribile condizione economica ci costringerà a una serietà pratica e non solamente di annunci. Perché il Paese possa risollevare la sua economia, dopo le promesse di questa gran massa di denari, dovrà dimostrare di essere all’altezza dei compiti e darsi costumi legislativi in sintonia con i grandi fini che ci stiamo proponendo. Se non adesso, quando mai riordinare nel profondo il nostro Paese?

Come sempre dopo una fredda notte, ricompare il sole. Meritiamocelo!

Meglio se Di Maio avesse taciuto

L’Europa questa volta si è mossa e difficilmente le opposizioni faranno breccia nella pubblica opinione rilanciando le accuse sulla mancanza di solidarietà tra i 27 dell’Unione.

Il pacchetto del Recovery Fund proposto dalla Commissione europea per l’Italia ammonta a 172,7 miliardi di euro. 81,807 miliardi sarebbero versati come aiuti e 90,938 miliardi come prestiti.

I 172,7 miliardi proposti dalla Commissione Ue per l’Italia nell’ambito del pacchetto Recovery Fund rappresentano la quota più alta destinata a un singolo Paese. E questo sia in termini assoluti sia per quanto riguarda gli aiuti a fondo perduto che i prestiti. Segue l’Italia la Spagna, con un totale di 140,4 miliardi, divisi tra 77,3 miliardi di aiuti e 63,1 miliardi di prestiti.

La Commissione otterrà i 750 miliardi di euro innalzando “temporaneamente” il tetto delle risorse proprie del bilancio comune al 2% del Pil Ue, e andando sui mercati a finanziarsi. Il debito così emesso dovrà essere rimborsato tra il 2028 e il 2058, attraverso il bilancio comune post 2027. Per reperire risorse Bruxelles propone di includere nuove risorse da tasse sulle emissioni, sulle grandi multinazionali, sulla plastica e web tax.

“Ottimo segnale da Bruxelles, va proprio nella direzione indicata dall’Italia – ha scritto il premier Giuseppe Conte sui social – Siamo stati descritti come visionari perchè ci abbiamo creduto dall’inizio. 500 mld a fondo perduto e 250 di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo su negoziato e liberiamo presto le risorse”.

“Il Recovery fund significa metterci in grado di spendere tutti i soldi che servono: la priorità adesso è abbassare le tasse, non dobbiamo sbagliare come dieci anni fa. Usiamo i soldi per abbassare le tasse”, ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel corso della registrazione de ‘L’Intervista’ di Maurizio Costanzo, in onda su Canale 5.

Proprio questa dichiarazione suscita perplessità. La proposta della Commissione deve passare sotto le forche caudine della verifica nel Consiglio europeo. Si annunciano trattative ancora lunghe e faticose. Di Maio, con l’appello alla riduzione delle tasse, lancia un messaggio demagogico e mette in difficoltà lo stesso capo del governo. Pensare di usare i fondi europei per abbassare il carico fiscale significa dare la stura ai Paesi del nord Europa – Olanda in testa – a rimpinguare le polemiche contro un’Italia che si comporta irresponsabilmente da cicala. Conte avrà da spiegare, al tavolo del negoziato con gli altri partner, se queste uscite improvvide e maldestre del Ministro degli Esteri rispondono all’indirizzo collegiale del governo. Era meglio che Di Maio tacesse.

Il piccolo e il grande. Dagli assistenti civici al popolarismo.

Quanto al “piccolo”.

Quella degli “Assistenti Civici” non mi pare affatto una buona idea.
Non perché la prospettiva di un impegno organizzato dei cittadini per una funzione di interesse comunitario sia sbagliata: anzi.
Il problema è che qui di “volontariato” nel vero senso del termine non si vede manco l’ombra.
Esso è infatti espressione libera (e assolutamente gratuita) del tessuto sociale ed esiste solo se in simbiosi con le comunità territoriali. Deve essere basato su motivazioni profonde, formato ed organizzato.

Non si può indire un “bando statale” per volontari: è un ossimoro.
Ciò risulta ancor più strampalato se lo si pensa nell’ambito della Protezione Civile.
La quale – come ci ha insegnato il compianto “Maestro” Zamberletti – deve respirare con due polmoni: quello di una snella ed efficiente struttura pubblica (statale, regionale e comunale secondo il principio della sussidiarietà) e quello di un volontariato organizzato e riconosciuto, sul modello – aggiungeva – di quei territori italiani che ancora conservano le tradizioni dell’impero austro-ungarico fondate sui Corpi Comunali Volontari dei Vigili del Fuoco. I reclutamenti estemporanei, avulsi dalla rete comunitaria e, tra l’altro, equivoci sotto il profilo della gratuità non fanno parte di questa logica.

Sarebbe invece necessario perseguire la prospettiva indicata da Zamberletti . Ma la strada è tutt’altro che quella ipotizzata.
Occorrerebbe piuttosto, in primo luogo, valorizzare e potenziare la rete delle organizzazioni del volontariato di Protezione Civile oggi esistente nei vari territori, pur se purtroppo a macchia di leopardo ed investire sul ruolo centrale dei Comuni e delle Regioni.
E, in una logica di medio periodo, investire sulla formazione dei volontari e sulla loro organizzazione, anche attraverso una nuova definizione giuridica che li identifichi non come “tappabuchi”, ma come parte essenziale ed integrante del sistema della Protezione Civile, con la stessa dignità delle strutture permanenti. Come avviene in alcune (rare) Regioni e Provincie Autonome italiane e come invece è realtà consolidata in mezza Europa.
Non è con questa iniziativa equivoca e pasticciata degli Assistenti Civili che si percorre tale strada.

Quanto al “grande”.

Anche questa vicenda – che in se può essere considerata come marginale nel mare dei problemi del Paese – è però indicativa di un problema di “orientamento” della politica attuale.

Mancano paradigmi di cultura politica e di concezione delle istituzioni capaci di collocare le scelte (piccole e grandi) in un orizzonte che abbia senso compiuto e coerente.
Cresce la percezione della mancanza di un “centro” inteso – come giustamente scrive sul Domaniditalia Lucio D’Ubaldo – non come furbesca attitudine all’equidistanza tra la destra e la sinistra, magari sintonizzata sul radar della convenienza di potere, ma come fondamento di una prospettiva di governo equilibrato e progressivo dei fenomeni sociali e politici. Secondo i principi di una democrazia “comunitaria” (non fondata cioè sul primato dell’individualismo, ma su quello del personalismo comunitario che si esprime nella ricchezza plurale delle formazioni sociali e civili) e orientata alla giustizia sociale (non “neutra”, cioè, rispetto alla questione fondamentale della disuguaglianza e alle conseguenze della pura logica del mercato).

È alla ricostruzione di un “centro” così concepito (ma, spero proprio, così “non” denominato) che la cultura politica del popolarismo- oggi dispersa, in parte essa stessa spiazzata dai cambiamenti e in parte insonnolita e sconnessa con i propri mondi vitali – deve dare il proprio peculiare contributo, con una propria “piattaforma” e con il coraggio di nuovi linguaggi, nuove leadership, nuove forme organizzate.

La distruzione del pianeta provoca la ribellione della natura

Anche adoperando la distinzione tra ‘mondo’ e ‘terra’ recentemente proposta da Pietrangelo Buttafuoco per spiegare il conflitto natura-progresso e dar conto dello “stupro” che si perpetua,  riuscirebbe difficile riassumere quello che è successo negli ultimi decenni di presenza dell’uomo e della vita sul pianeta.

Siamo sideralmente lontani dalla descrizione del villaggio di Macondo nel celebre incipit di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez:  ‘Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito’.

Dopo l’onda lunga e pervasiva della globalizzazione che ha scardinato le coordinate spazio-temporali della sostenibilità ambientale a favore di una prevalenza antropologica totalizzante e ubiquitaria, ora potremmo dire che quella concezione primordiale di conoscenza del mondo – che generava stupore, emozione e rispetto nella sua scoperta-  si è ribaltata: sappiamo adesso il nome di ogni cosa e anzi abbiamo a disposizione più nomi che oggetti.

Per la prima volta nella storia disponiamo di una serie di definizioni superiori alla stessa realtà: poiché la dominiamo apparentemente al punto tale da sentircene padroni per poterla descrivere in modi diversi.

Specialmente se utilizziamo le categorie della conoscenza reale e di quella virtuale: la globalizzazione agisce come moltiplicatore infinito di potenzialità a portata di mano.

Tecnologia e digitalizzazione rischiano di perdere la loro neutralità se non sono guidate dalla prudenza e dalla lungimiranza che muovono verso il bene comune.

Servirebbero la sapienza e la penna di Emanuele Severino per aggiungere un nuovo capitolo al suo libro di riflessioni sullo stato attuale del mondo: i “macigni” del nostro tempo (islam, cristianesimo, capitalismo, comunismo, democrazia) che rotolano dalla montagna e si vanno disgregando sotto l’attrazione della forza di gravità che domina il nostro tempo, l’unione della filosofia e della tecnica e il lento prevalere assorbente di questa sulla prima.

Bisogna recuperare le ragioni di una compresenza tra due poli che non sono antitetici: come sostiene Giulio Giorello scienza e tecnica possono essere ancillari alla ricerca filosofica poiché sono in grado di offrire un supporto strumentale indispensabile al perseguimento di scopi e progetti esistenziali e di modelli di convivenza eticamente orientati. 

Filosofia non come speculazione teoretica ma come disciplina ordinativa e orientante.

Ci sono nuove sovrastrutture che lentamente sostituiscono le rappresentazioni ideologiche e le loro derive, la geopolitica e la geoeconomia interagiscono e si sovrappongono muovendo le pedine della finanza e degli interessi commerciali sullo scacchiere mondiale, secondo logiche espansive ed  egemoniche.

Tuttavia la crescita economica è spesso incompatibile con le regole imposte dalla natura: quando queste sono violate si possono verificare conseguenze dagli esiti imprevedibili.

Una intera umanità che gira con le mascherine, che è irreggimentata in divieti, regole, ordini, sanzioni pone interrogativi sul presente e sul futuro. 

Il Mondo nuovo di Aldous Huxley è alle porte: anzi lo stiamo già abitando.

Crescendo in media di 70 milioni ogni anno entro il 2050 raggiungeremo l’astronomica cifra di dieci miliardi di abitanti.

Come noto gli studi del biologo Edward O. Wilson ipotizzano in 6 miliardi di esseri umani il limite di tollerabilità ambientale, oltre il quale l’antropogenesi planetaria mette in discussione in modo reattivo e violento la soglia di sostenibilità ambientale.

E’ giunta l’ora che i governi degli Stati e gli Organismi internazionali impongano confini invalicabili all’invadenza espansiva della post-globalizzazione, che l’uomo la smetta di consumare e distruggere le risorse naturali e ambientali pena l’incombenza di ultimative condizioni di sopravvivenza delle specie, ivi compresa quella umana.

L’ ONU ha evidenziato che ci troviamo alle soglie della sesta estinzione della vita sul pianeta, la prima per mano dell’uomo. E’ inaccettabile che gli interessi dei singoli Stati o delle alleanze generate a livello geopolitico e geoeconomico ignorino il grido d’allarme ambientalista , sia esso quello lanciato da Greta Thunberg o rappresentato dagli atti degli organismi internazionali, troppo spesso ignorati.

Eppure autorevoli economisti, finanzieri, banchieri, politici e presunti tali non riescono a creare un nesso logico tra compromissione ambientale e tutti i temi canonici di cui si occupano: la crescita/decrescita del PIL è condizionata da un pull di fattori ma non è estranea al tema della sostenibilità tra natura e progresso.

Il mondo sta tollerando una costosa burocrazia dell’inazione e dell’indecisione: istituzioni che producono Rapporti eloquenti nella loro drammaticità previsionale ma che non sortiscono esiti concreti e inversioni di rotta, poiché cozzano con le logiche appropriative, espansive e spartitorie delle grandi potenze 

Il tema della sostenibilità ambientale sovrasta ogni ragionevole discussione sui destini del mondo.

A cominciare dal processo di estinzione delle biodiversità, analizzato in tutta la sua drammatica attualità dai Rapporti ONU/OCSE/Ipbes dello scorso anno, più volte citati anche in relazione agli studi e alle ricerche che hanno messo e mettono in relazione questo fenomeno con l’eziopatogenesi del flagello pandemico planetario in atto.

L’impreparazione dell’umanità in generale ad un simile evento e lo scomposto reagire della politica mondiale – tra delirio di onnipotenza e di controllo da un lato ed empiriche soluzioni di contenimento e di profilassi e terapia dall’altro  – hanno messo in evidenza la forza dirompente e reattiva della natura ad una costruzione antropocentrica della realtà.

Così come è impostato, il concetto di progresso illimitato invera e suscita la reazione di quella parte della natura che biologicamente reagisce per non essere soggiogata allo strapotere umano.

Il pianeta è come una balena spiaggiata, piena di plastica  e intossicata, le sue icone sono la deforestazione (specie Amazzonica) provocata dall’uomo, per disboscamento o incendio, l’inquinamento totale, la siccità, il surriscaldamento globale, la scomparsa lenta e inesorabile delle biodiversità, l’innalzamento dei mari provocato dallo scioglimento dei ghiacciai.

Uno studio del 2017 dell’Amap (Arctic Monitoring and Assessment Programme) aveva rivelato come a causa del riscaldamento globale nel 2030 il Mar Glaciale Artico potrebbe essere privo di ghiacci nella stagione estiva, con conseguente innalzamento del livello del mare e connessi rischi per le città che dovrebbero arginare l’avanzare degli oceani.

Si prevede tra l’altro che nel 2100 a causa dello scioglimento dei ghiacciai del Polo Nord, i livelli degli oceani potrebbero innalzarsi fino a 25 centimetri, un’evenienza che avrebbe ripercussioni drammatiche in città come New York e Tokyo, per citare le più importanti.

La natura sembra subire l’opera distruttiva dell’uomo ma quando gli equilibri di compresenza e compatibilità vengono alterati, essa si ribella e finisce per ostacolare, arginare, fermare lo strapotere della specie umana.

Vivendone ora le drammatiche conseguenze dovremmo capire che anche lo scatenarsi di una crisi pandemica a livello mondiale rientra in una forma reattiva a comportamenti scellerati.

 

Il codice di Silvio Spaventa, ministro di ferro

E’ stato un personaggio molto interessante da decifrare, e già pochi anni fa decisi di studiarne le teorie di pensiero, scoprire i contenuti del suo impegno socio-politico. Ed è stata una piacevole sorpresa. Benché nel corso degli ultimi decenni del XX secolo sia stata redatta qualche monografia dedicata – specie riguardo le sue  iniziative giuridiche inerenti il Consiglio di Stato e la giustizia amministrativa – la storiografia risorgimentale lo ha costantemente ignorato, o ne ha sminuito la figura istituzionale. Così, finalmente, ho l’occasione di parlarne, rendendogli onore e il giusto riconoscimento.

Statalismo, legge, ordine, unità. Questi furono gli elementi che permearono la sua coscienza politica e il suo spirito identitario. Lui, patriota laureato in legge e condannato a morte per cospirazione dalla giustizia borbonica nel lontano 1849, subì un processo durato trentasei mesi. La pena, commutata in ergastolo, la scontò per gran parte a Santo Stefano, al largo di Ponza, dove continuò a studiare maturando i suoi principi ideali, che avrebbe trasposto nella concezione ligia di giustizia, nel senso delle istituzioni, nel nome di un costituzionalismo rigido ma ispirato a una filosofia sostenitrice della rappresentanza parlamentare. Così si presentò l’abruzzese Silvio Spaventa nel panorama politico dell’Italia unificata. A seguito della ennesima condanna, quella relativa all’esilio perpetuo, nel 1859 approdò in Irlanda e attese forzatamente gli eventi italiani, confluiti nelle “primavere” del 1859-60 e poi nell’Unità.

Tornato a Torino, con la benedizione di Cavour si recò a Napoli dove trattò affinché i vecchi poteri raggiungessero un accordo con il fine ultimo di inglobare pacificamente l’ex Regno dei Borbone nell’Italia monarchica. In aperto contrasto con Garibaldi, che non riconosceva come reggente dei nuovi ordini costituiti, nel novembre del ’60 assunse la carica di Ministro di Polizia del governo luogotenenziale (e provvisorio) napoletano, ricoprendo l’incarico di riportare ordine e legalità. Impresa difficilissima, per non dire disperata.

Animato da un materialismo di stampo hegeliano e da buon giurista qual era, mise immediatamente mano alla legislazione amministrativa e penale dando luogo a una sfida alla criminalità senza precedenti. Napoli, soprattutto nel periodo pre-unitario, in cui il vuoto di attribuzioni intercorso tra l’abdicazione di Francesco II e la dittatura provvisoria stava provocando un’ondata di illegalità e malaffare gigantesca, si era trasformata in un porto franco, o meglio, nell’anello debole del nuovo Regno. Un habitat in cui la criminalità non era più impersonata dal retrivo brigantaggio antiunitario o da diseredati che facevano degli abusi il loro motivo di vita, bensì da una fitta rete di fuorilegge raccolti in associazione che già allora poteva definirsi con un sostantivo tanto appropriato quanto attuale: mafia, o camorra. Spaventa, di fronte a una simile condizione, non fu sic et simpliciter il fautore per eccellenza del ripristino della  legalità, bensì un personaggio che aveva deciso di estirpare il fenomeno alle sue radici (un po’ come avrebbero tentato di fare un secolo dopo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) mettendo mano ai codici con lucidità e pragmatismo. L’obiettivo primo era di stroncare alla base quelle forme di attività illecita e sovversiva che si stavano facendo sempre più raffinate e capillari, ma soprattutto, conniventi con la parte corrotta delle istituzioni.

Nel tormentato Mezzogiorno, presso i luoghi che richiedevano un intervento di polizia urgente, fonti di povertà diffusa, disoccupazione e malcontento popolare, l’aspettativa di vita si aggirava intorno ai trent’anni di età. E’ proprio in quell’humus civis annichilito da secoli di miseria e disuguaglianza sociale che il crimine si organizzò a difesa dei propri interessi, caratterizzati da forme ultra-moderne di malaffare: contrabbando, prostituzione, pizzo, estorsione, coercizione e omicidi su commissione. Tutto era controllato all’origine da guappi o da capi-rione di turno spesso manovrati a loro volta da reclusi ed ergastolani rinchiusi nelle patrie galere meridionali. Fu grazie al neo “Ministro di ferro” che il codice penale italiano, ex-novo, estese alcune leggi – sino a quel periodo applicate in prevalenza al brigantaggio – anche alla criminalità organizzata dell’hinterland napoletano e del decaduto Regno delle Due Sicilie. Null’altro si trattava che di una Legge Pica in embrione, la numero 1409 dell’agosto 1863.

Spaventa si orientò nell’attività di prevenzione, oltre che di repressione; chiese e ottenne l’applicazione del domicilio coatto per quanti fossero accusati dei reati di mafia e associazione per delinquere, il che diede luogo non solo a vaste operazioni di polizia, ma anche a riformare alcuni pacchetti di giustizia, i quali avrebbero mantenuto le stesse prerogative per la buona parte del Novecento. Emblema dell’impegno di Spaventa fu la epica retata compiuta a Napoli dai carabinieri e dalla guardia nazionale il 16 novembre 1860, per cui vennero mobilitati interi reparti di uomini e che portò all’arresto, nel giro di un giorno, più di cento mafiosi accusati per la maggioranza di contrabbando e traffici illeciti.

Come spesso accade ai nostri giorni, anche allora, grazie alle “intercettazioni” del tempo e alle delazioni,  il funzionario teatino fu “promosso” e passato di grado in virtù di uno scandalo nel quale venne tirato in ballo: l’assunzione presso i Servizi delle Poste di un soggetto accusato di omicidio, e che, si sospettava, avesse ottenuto il posto di lavoro proprio grazie alla intercessione dello stesso Spaventa. Sfuggito a un attentato il 24 aprile 1861 a seguito della stesura di nuove disposizioni di legge (segno che la sua politica stava colpendo nel segno), nell’estate successiva fu costretto alle dimissioni. Spedito a Torino e nominato Vice-Ministro degli Interni  a fianco di Marco Minghetti, divenne uno dei politici più brillanti della Destra Storica, suo gruppo di appartenenza. Al suo posto a Napoli arrivò il generale Enrico Cialdini – non proprio una mente raffinata – il quale riprese il pugno duro contro il brigantaggio allentando di fatto la pressione sul fenomeno mafioso, che dilagò in tutto il Sud Italia con metodi sempre più ricercati e sempre più destabilizzanti.

Se Trump viene corretto da un social media

La società di San Francisco ha corretto  il presidente Usa per la prima volta.
La compagnia ha segnalato due tweet con l’avviso di verificare i fatti e un link in cui si spiega che le dichiarazioni del tycoon sono prive di fondamento.

Nel primo l’inquilino della Casa Bianca evocava  il rischio di frode elettorale dopo che il governatore della California Gavin Newsom ed altri suoi colleghi democratici hanno introdotto o stanno valutando la possibilità del voto per posta a causa del coronavirus.

Il Secondo tweet censurato sono accuse di Trump che si basano su una teoria della cospirazione screditata che afferma, senza prove, che Scarborough ha avuto un ruolo nella morte del 2001 dell’allora agente Lori Klausutis.

Tali affermazioni sono minate dall’autopsia ufficiale, che ha scoperto che Klausutis aveva una condizione cardiaca non diagnosticata. Storia dolorosamente raccontata in una lettera scritta la settimana scorsa dal marito di Klausutis, Timothy, al CEO di Twitter Jack Dorsey. Nella lettera, che è diventata pubblica martedì, Timothy Klausutis ha supplicato Dorsey di rimuovere i tweet di Trump.

La risposta di Trump non si è fatta attendere: “Twitter sta interferendo nelle elezioni presidenziali 2020. Stanno dicendo che la mia dichiarazione sul voto per posta, che porterà ad una massiccia corruzione e alla frode, non è corretta, basandosi sul fact-checking delle Fake News di Cnn e del Washington Post”, ha twittato. “Twitter sta completamente sopprimendo la libertà di parola ed io, come presidente, non consentirò che accada!”.

Twitter ha rifiutato di commentare le affermazioni di Trump ma ha fatto sapere che: “Questi tweet contengono informazioni potenzialmente fuorvianti sui processi di voto e sono stati etichettati per fornire un contesto aggiuntivo riguardo alle votazioni per posta elettronica”, ha detto il portavoce di Twitter Katie Rosborough a CNN Business in una e-mail. “Questa decisione è in linea con l’approccio che abbiamo condiviso all’inizio di questo mese “.

 

Coldiretti: con la riapertura delle regioni a giugno, 7 milioni di italiani pronti a mettersi in viaggio

La decisione sul via libera allo sconfinamento tra regioni è attesa per programmare le vacanze da 7 milioni di italiani che scelgono il mese di giugno per mettersi in viaggio. E’ quanto stima la Coldiretti in riferimento alla decisione del Governo in merito alla possibilità di sconfinamento tra regioni a partire dal 3 giugno destinata ad avere un rilevante impatto economico ed occupazionale sul turismo duramente colpito dall’emergenza coronavirus.

Se la presenza straniera in Italia rappresenta comunque una pesante incognita, la speranza – sottolinea la Coldiretti – viene infatti riposta sul 40% di italiani che preferiva viaggi all’estero e che quest’anno potrebbe decidere di rimanere nel Belpaese secondo l’Enit.

Una vera boccata di ossigeno importante per il turismo nazionale dopo che – sottolinea la Coldiretti – durante gli ultimi tre mesi ammontano a 81 milioni le presenze turistiche perse per effetto del lockdown che ha azzerato i flussi dei viaggiatori a partire da marzo che segna tradizionalmente il rilancio stagionale con il susseguirsi di occasioni di vacanza tra le festività di Pasqua, Festa della Liberazione, 1 maggio e Pentecoste, rilevante soprattutto per gli arrivi dall’estero.

L’impatto economico fra marzo, aprile e maggio è stato drammatico con l’azzeramento della spesa turistica nel trimestre con una perdita stimata dalla Coldiretti in quasi 20 miliardi di euro per l’alloggio, la ristorazione, il trasporto e lo shopping. A pagare il conto più salato è l’alimentare con il cibo che – sottolinea la Coldiretti – è diventato la voce principale del budget delle famiglie in vacanza in Italia con circa 1/3 della spesa di italiani e stranieri destinato alla tavola per consumare pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche per cibo di strada o specialità enogastronomiche.

La ripartenza turistica della ristorazione si ripercuote a valanga sul sistema produttivo industriale ed agricolo, Made in Italy, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

Il cibo – continua la Coldiretti – è diventato il vero valore aggiunto della vacanza Made in Italy con l’Italia che è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa con 299 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale.

Senza dimenticare – continua la Coldiretti –le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che rappresentano tradizionalmente una meta privilegiata delle vacanze a giugno e che,  spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse – sottolinea la Coldiretti – i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche e con l’arrivo della bella stagione sostenere il turismo in campagna significa evitare il pericoloso rischio di affollamenti al mare o nelle città.

Non è un caso che – conclude la Coldiretti – delle 43.399 denunce di infortunio da Covid-19 al lavoro registrate dall’Inail appena lo 0,06% riguarda l’agricoltura dove nelle 730mila imprese italiane non si è peraltro mai smesso di lavorare per garantire le forniture alimentari alla popolazione, secondo l’analisi della Coldiretti sulla base delle denunce complessive di infortunio pervenute all’Inail tra fine febbraio e il 15 maggio 2020.

Lavoro agile PA, parte il monitoraggio

Il Dipartimento della funzione pubblica ha avviato il monitoraggio dello stato di attuazione del lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni nel periodo gennaio-aprile 2020. L’iniziativa è finalizzata a rilevare informazioni quantitative e qualitative sulla diffusione dello smart working prima e dopo l’emergenza COVID-19, a seguito della quale il ricorso al lavoro agile è stato previsto quale modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa da parte dei dipendenti pubblici.

Realizzato attraverso la somministrazione di un questionario online accessibile attraverso il portale del lavoro pubblico, il monitoraggio contribuisce alla creazione e all’alimentazione periodica di una base di conoscenza a supporto delle politiche in materia di lavoro pubblico.

I risultati del monitoraggio, che si concluderà il prossimo 21 giugno, saranno pubblicati nella sezione “Lavoro agile e COVID-19” del sito istituzione del Dipartimento della funzione pubblica, nel quale sono già raccolti e verranno progressivamente pubblicati riferimenti normativi, linee guida, strumenti operativi e buone prassi in materia di smart working, da promuovere tra tutte le amministrazioni.

 

Paziente disegna mentre lo operano al cervello

L’ospedale di Cremona è stato teatro di un intervento particolarmente delicato, nel corso del quale un paziente di poco più di 60 anni, operato da sveglio per l’asportazione di un tumore al cervello, è stato impegnato a disegnare, nell’ottica di una tecnica finalizzata a verificare, in corso d’opera, le funzionalità del linguaggio, del movimento e delle abilità cognitive.

Il risultato, post operatorio, per l’artista è stato un bellissimo paesaggio con un grande albero che per l’Ospedale di Cremona rappresenta il simbolo della rinascita.

Unione Europea: Un Recovery Fund da 750 miliardi di cui 500 a fondo perduto.

Il pacchetto del Recovery Fund proposto dalla Commissione europea ammonterebbe a 750 miliardi di euro. Lo scrive la Dpa in un’anticipazione citando fonti ben informate. Stando all’agenzia tedesca, 500 miliardi sarebbero versati come aiuti, 250 miliardi come prestiti.

Il piano della Commissione va dunque incontro alle richieste di Francia e Germania, che avevano proposto un fondo da 500 miliardi composto interamente da aiuti.

I 750 miliardi saranno reperiti sul mercato dalla Commissione europea attraverso emissioni obbligazionarie a lungo termine.

Il Pachetto per l’Italia ammonta a 172,7 miliardi di euro. Lo apprende l’ANSA da fonti ben informate. 81,807 miliardi sarebbero versati come aiuti e 90,938 miliardi come prestiti.

“Una svolta europea per fronteggiare una crisi senza precedenti”: commenta il commissario all’economia Paolo Gentiloni.

Per il Premier Conte: “L’Italia deve farsi trovare pronta all’appuntamento. Deve programmare la propria ripresa e utilizzare i fondi europei che verranno messi a disposizione varando un “piano strategico” che ponga le basi di un nuovo patto tra le forze produttive e le forze sociali del nostro Paese”.

Il rifiuto del centrismo new age

Tutti coloro che prefigurano il rilancio del “centro” sentono il dovere di aggiungere a questa fatidica categoria della politica un elemento qualificativo, ovvero l’aggettivo “autonomo”. Si dice che il centro deve essere e sarà – quando sarà – autonomo, di certo perché la sua azione non può diversamente dichiararsi, pena la subalternità alla destra e alla sinistra. Un centro, pertanto, che secondo la narrazione più spicciola e intrigante dovrebbe ragionare di alleanze solo in fase post elettorale, dentro le Aule parlamentari, sulla base degli equilibri sanciti dalle urne. Da qui dovrebbe derivare, in conseguenza di questa libertà di movimento, la forza di attrazione che un nuovo partito conquisterebbe sul campo rivendicando la regola del gioco solitario, sebbene concepito e vissuto, nel contempo, come gioco a geometria variabile.

Renzi non si è mai dichiarato di centro, eppure applica alla lettera questa mobilità di spirito del “centrismo new age” in voga nell’area dei tanti sostenitori, perlopiù inconsapevoli, del modello trasformistico italiano. I rischi di ambiguità sono alti. Proprio ieri, sulla vicenda dell’autorizzazione a procedere contro Salvini, Italia Viva ha operato all’insegna di tale libertà di spirito facendo del (non) voto renziano l’ancora di salvezza del leader della Lega. Qualcuno ha subito osservato che un primo segnale di ringraziamento è spuntato in Lombardia, nel cuore antico del berlusconissmo e del leghismo, con l’elezione di una consigliera regionale di Italia Viva alla guida di una commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid-19. 

Probabilmente sono illazioni che si nutrono di sospetti troppo facili. In ogni caso, resta agli atti la rappresentazione plastica di una vocazione alle scelte occasionali, a seconda delle convenienze, del partito messo in piedi dall’ex Presidente del Consiglio. La novità s’intride di un giolittismo  alla buona, spoglio di autorità e prestigio. E il giolittismo, come sappiamo, fu la bestia nera di Luigi Sturzo. Ora, senza mancare di misura, rimanendo perciò nell’ambito della buona educazione, viene da chiedersi se un approccio che conferma e rafforza lo scialbore di una democrazia tanto impoverita negli ultimi trent’anni abbia un qualche motivo di fascinazione, specie tra i giovani e meno giovani in cerca, oggi più che mai, di nuove vie d’impegno nella vita pubblica. 

È questo il centro meritevole di attenzione, nutrito di valori   – ad esempio il valore della coerenza – all’altezza di una  autentica prospettiva di rinnovamento civile e morale del Paese, capace perciò di suscitare rispetto e speranza nel popolo italiano? E dunque il futuro si palesa nel folgorante riverbero di opportunismo, come se lo splendore di una proposta politica, in grado di esercitarsi nella libertà di pensiero e di azione, possa specchiarsi felicemente nelle acque torbide della spregiudicatezza e del disincanto? Sta qui la virtù dell’essere di centro, a stralcio di una storia che ne racconta viceversa la tensione e lo slancio, nonché l’interna verità dell’anticomunismo democratico, se solo andiamo con la memoria al dibattito tra De Gasperi e Dossetti? Nient’affatto, non è questo il centro di cui ha bisogno la nuova politica democratica, destinata comunque a prendere forma, con fatica e sacrificio, nell’incandescenza di una crisi epocale dell’economia, della società e in ultimo delle stesse istituzioni.

Padre Giulio Albanesi: Un continente oltre i soliti stereotipi

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

L’idea di un’Africa quasi fosse una sorta di “buco nero” nell’enciclopedia dei saperi è assai diffusa. La riprova sta nel fatto che si parla spesso di questo continente a sproposito. Tutto sembra avvolto negli occhi prevenuti dell’immaginario occidentale, dentro la sottile polvere dell’Harmattan, il vento del deserto, che avvolge tutto, rendendo la visione grigia, indistinta e agglutinata. È una sorta di miopia dell’anima che contamina qualsivoglia osservatore collocato al di fuori dei confini geografici del continente africano.

L’Occidente, inutile nasconderselo, non è affatto estraneo a questo pregiudizio con uno strascico di polemiche a non finire in riferimento, ad esempio, al grande tema della mobilità umana, da meridione verso settentrione. Ecco perché allora è necessario «mettere le cose nero su bianco», proprio come recita un’espressione ricorrente nel nostro tradizionale discettare che forse potrebbe aiutare a ristabilire il giusto equilibro culturale con l’Africa, almeno dal punto di vista lessicale.

Come rileva l’intellettuale congolese Jean Leonard Touadi, si tratta del solo caso, nella lingua italiana, dove il termine “nero” assume una valenza positiva. D’altronde l’Africa è sempre associata a mali più o meno oscuri, dalle guerre dimenticate, quelle che non fanno notizia, alle carestie infinite per non parlare delle innumerevoli pandemie a cui si è associata recentemente, ultima in ordine temporale, quella del covid-19. Ma questo continente non è solo questo: è molto, ma molto di più. A parte le bellezze naturali, i tramonti mozzafiato e le infinite ricchezze naturali, è soprattutto un poliedrico contenitore di sapienze ancestrali, luogo di passioni, ricchezze culturali e artistiche, galassia di etnie fatte di volti con le loro storie da raccontare. Da qui l’esigenza di compiere uno sforzo collettivo, prendendo lo spunto dall’anniversario della fondazione dell’Organizzazione dell’Unità africana (chiamata dal 2002 Unione africana) il 25 maggio 1963 ad Addis Abeba, in Etiopia.

A dispetto degli scettici pronti a scommettere sulla sua agonia e deriva, di chi lo considera il “binario morto della globalizzazione” o una “zavorra geopolitica”, l’Africa è stata in grado di ottimizzare le situazioni estreme. A questo proposito è illuminante La petite vendeuse de Soleil capolavoro del regista senegalese Djibril Diop Mambety. Nel descrivere la giornata di Sili, una bambina portatrice di handicap, egli è stato capace di mettere in evidenza la partecipazione collettiva, le relazioni umane complementari e non competitive, gli scambi di beni che non sacrificano i retaggi culturali e spirituali. Nel film la piccola protagonista decide di andare per le strade della capitale, Dakar, a vendere il quotidiano locale «Soleil», nome simbolico, questo, che indica nel sole il ritorno della luce dopo il buio della notte. La piccola resiste, affronta la polizia corrotta e la miseria, facendo leva sulla solidarietà e la condivisione del ricavato tra i poveri del quartiere. Sili solo apparentemente rappresenta la quintessenza della debolezza e della rassegnazione passiva, invece ha in sé tutta la grinta e l’energia necessarie per non piegarsi fatalisticamente al destino, per combattere l’infelicità e per cercare di migliorare la propria condizione umana. La sua riuscita diventa l’icona di un’Africa che non s’interroga più, che lavora e crea nel disordine dell’informale, nel pieno delle contraddizioni di una modernità seducente, ma di fatto imposta. Per dirla con le parole del compianto teologo camerunense Jean-Marc Ela, siamo di fronte ad “un’Africa che bolle”, con straordinarie potenzialità, capace di riservare al mondo molte sorprese.

Dobbiamo pertanto guardare a questo continente andando al di là dei soliti stereotipi, come se fosse la metafora drammatica della povertà. Impariamo piuttosto a distinguere tra problemi economici e sociali e il dramma della povertà. L’Africa, per chi la conosce, non è povera ma impoverita, non implora beneficenza o carità pelosa, ma giustizia. Questa è la percezione di chi s’immerge nel profondo del continente: nelle culture, nei villaggi, nelle bidonville, incontrando gente che s’inventa il quotidiano: sono le Afriche — meglio usare il plurale essendo un continente tre volte l’Europa — sommerse, invisibili spesso non solo agli occhi degli stranieri, ma di certe élite locali a volte troppo fagocitate nei meccanismi mimetizzati di una globalizzazione invasiva, fatta di speculazioni a non finire.

Ecco perché la vera sfida sta proprio nel ricucire lo strappo tra le vittime della marginalità sociale ed economica e coloro che fungono da agenti locali di interessi “extra africani”. Per dirla sempre con le parole di Touadi può essere utile ricorrere all’acuta saggezza della filosofia dialogica d’origine ebraica dove “l’Altro” — in questo caso l’Africa o Afriche che dir si voglia — è nello stesso tempo epifania e mistero. «L’Africa come epifania — egli scrive — è quella che cogliamo con lo sguardo di sempre, un continente con le sue piaghe e i suoi drammi, ma anche con le sue bellezze diversificate che si offrono allo sguardo rapito del viaggiatore». E in questo contesto Touadi suggerisce di «lasciarsi attrarre dal mistero del continente che chiede di essere avvicinato con rispetto e forte empatia; che non vuole essere giudicato ma compreso; che non vuole essere adulato ma nemmeno deriso, che non chiede, ma vuole condividere», camminando a fianco degli altri.

Che senso ha la destra in piazza il due giugno?

Il ritorno alla normalità non sembra essere accompagnato da un rinnovato senso di responsabilità che speravamo di poter rinvenire negli atteggiamenti dell’opposizione. Questa è la valutazione suggerita dalla convocazione di una manifestazione per il due giugno a Roma da parte dei tre partiti di destra e di opposizione.  

Infatti che senso ha indire una manifestazione nazionale il giorno prima della riapertura della possibilità di spostamento tra le diverse regioni? Che senso ha fare manifestazioni di piazza mentre si chiede a tutti di evitare assembramenti (anche piccoli) per motivi di salute pubblica? Che senso ha promuovere una manifestazione – di contestazione e di parte – proprio nella giornata dedicata alla Festa della Repubblica, ovvero in una giornata che è la festa di tutti e quindi anche dell’unità nazionale? Vuole forse essere un modo per differenziarsi da chi festeggia la nascita della Repubblica e il ritorno alla democrazia dopo la nefasta parentesi del ventennio fascista? In altre parole, era necessario indirla proprio per il due giugno?

Se quella manifestazione ha un senso, questo è certamente di carattere provocatorio e serve a lanciare un disperato messaggio di finta unità da parte di una destra che è divisa ed in competizione al proprio interno. Mai come in questo difficile momento sarebbe necessaria un’opposizione in grado di avanzare idee e proposte di carattere non propagandistico; ma come si può chiedere di produrre proposte di governo a chi ha fatto della propaganda la cifra della propria azione politica? O in altre parole, come si può chiedere ai populisti di non fare del gratuito populismo?

E’ comunque significativo che anche nel momento in cui amministratori locali, operatori sanitari e governo centrale hanno stabilito dei rapporti di necessaria collaborazione aldilà delle fazioni o delle appartenenze politiche, permanga a destra l’inadeguatezza di un gruppo dirigente che predilige un’opposizione chiassosa e strillata rispetto al quotidiano lavoro per la costruzione di soluzioni. Il senso di responsabilità è da sempre una pre-condizione per poter governare il Paese, ma ancor di più lo è oggi nell’era dell’emergenza epidemiologica.

Tra un mese il nuovo limite per il contante

La nuova soglia massima delle transazioni, che entrerà in vigore tra poco più di un mese, si abbasserà da 3.000 a 2.000 euro (dal 2022 diventerà di 1.000).

Inoltre  sempre il 1° luglio prossimo, entrerà in vigore il credito d’imposta del 30% sulle commissioni pagate dagli esercenti per l’uso del Pos. Un bonus che, in qualche modo, compensa quello che i commercianti hanno sempre denunciato e che li ha portati a preferire di essere pagati in contanti, cioè i costi elevati della moneta di plastica.

Per avvalersi del credito, inoltre, sarà necessario che i ricavi o i compensi relativi all’anno d’imposta precedente non abbiano superato i 400mila euro. Vi sarà la possibilità di utilizzare il credito d’imposta maturato in compensazione a decorrere dal mese successivo a quello in cui la spesa è stata sostenuta.

Università di Washington, Chris Murray: “La pandemia è tutt’altro che finita. bisogna usare la mascherina”.

Chris Murray, ricercatore dell’Università di Washington, ha detto, in una intervista alla CNN che la pandemia di Covid-19 è “tutt’altro che finita”.

“Continuiamo a prevedere, davvero, un sacco di morti fino ad agosto”. “E se guardiamo oltre agosto, anche il totale continuerà ben oltre quella data”.

Murray ha citato nuovi dati di indagine sull’uso delle maschere che mostrano “in media negli Stati Uniti, circa il 40 per cento degli statunitensi afferma nei sondaggi di indossare sempre una maschera. L’ottanta per cento afferma di indossare una maschera in qualche momento o per tutto il tempo “.

Secondo Murray l’uso della maschererina fa sì che la crisi del Covid-19 non sia “così grave come avrebbe potuto essere”. “Ma, naturalmente, le immagini ti fanno domandare se le persone stanno iniziando a dimenticare questa cautela”.

Commissione Ue, Sì a piano da 9 mld per aiutare le aziende italiane

La Commissione di Bruxelles ha dato il via libera a uno stanziamento complessivo del valore di 9 miliardi per interventi a favore delle aziende da parte delle Regioni e di altri enti locali. “Il piano presentato dall’Italia – ha osservato la commissaria alla concorrenza, Margrethe Vestager – consentirà a Regioni, Province autonome, enti locali e Camere di commercio di sostenere aziende di tutte le dimensioni, affinchè possano continuare a operare, nonostante le difficoltà causate dall’emergenza Covid-19, e aiutarle, così, a conservare i posti di lavoro”.

Dello schema di aiuti potranno usufruire anche i lavoratori autonomi. Gli aiuti, secondo quanti si legge nella nota diffusa da Bruxelles, potranno essere utilizzati per sostenere attività direttamente correlate al Covid-19, come quelle per la ricerca del vaccino e la produzione di dispositivi medici, mascherine, medicinali e disinfettanti. Inoltre, rispettando i limiti fissati dalla Commissione, parallelamente alle diverse deroghe introdotte alle norme che vietano in tempi normali gli aiuti di Stato, Regioni ed enti locali potranno concedere alle aziende in difficoltà sussidi a fondo perduto, garanzie sui prestiti, sugli interessi legati ai prestiti e anche aiuti diretti per evitare licenziamenti.

I medici del mondo scrivono al G20

40 milioni di professionisti della salute, un numero che rappresenta  più della metà della forza lavoro sanitaria e medica mondiale, provenienti da 90 Paesi, chiede ai leader dei Paesi del G20 una Healthy Recovery, “una vera guarigione da questa crisi” dando priorità agli investimenti nella salute pubblica, a acqua e aria pulite e a un clima stabile nei pacchetti di stimolo economico attualmente in esame.

“Abbiamo visto in prima persona quanto possano essere fragili le comunità quando salute, sicurezza alimentare e libertà di lavoro sono interrotte da una minaccia comune. I livelli di questa tragedia in corso sono molti e amplificati da disuguaglianze e dagli investimenti insufficienti nei sistemi di sanità pubblica. Abbiamo assistito a morte, malattie e angoscia mentale a livelli mai visti da decenni. Questi effetti avrebbero potuto essere parzialmente mitigati, o forse anche prevenuti, da adeguati investimenti in preparazione alla pandemia, sanità pubblica e gestione ambientale”.

“Dobbiamo imparare da questi errori e tornare a essere più forti, più sani e più resistenti. Prima del Covid­‐19, l’inquinamento atmosferico stava già indebolendo i nostri corpi”,

Per questo agricoltura sostenibile, rinnovabili e mobilità a basse emissioni di carbonio sono, per i firmatari, la chiave per riprendersi dal Covid più forti, più sani e più resistenti. “Se i governi apportassero importanti riforme agli attuali sussidi per i combustibili fossili, spostandone la maggior parte verso la produzione di energia rinnovabile e pulita, la nostra aria sarebbe più sana e le emissioni climatiche si ridurrebbero drasticamente, alimentando una ripresa economica che, da qui al 2050, darebbe uno stimolo ai guadagni globali del Pil per quasi 100 trilioni di dollari”.

L’inquinamento da traffico, uso inefficiente dell’energia residenziale, centrali elettriche a carbone, inceneritori e agricoltura intensiva non solo causa ogni anno sette milioni di morti premature ma “aumenta sia i rischi di polmonite sia la loro gravità – sottolineano i medici – bronco‐pneumopatie croniche ostruttive, carcinomi polmonari, malattie cardiache e ictus; determina inoltre esiti avversi in gravidanza come scarso peso alla nascita e asma, mettendo ulteriormente a dura prova i nostri sistemi sanitari”.

Per questo, una vera guarigione significa “non consentire più che l’inquinamento continui a contaminare l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, e non permettere che deforestazione e cambiamento climatico avanzino senza sosta, scatenando potenzialmente sempre nuove minacce per la salute su una popolazione vulnerabile”. </p><p>”In un’economia sana e in una società civile ci si prende cura dei più vulnerabili; i lavoratori hanno accesso a lavori ben retribuiti che non aggravano inquinamento e devastazione ambientale; le città danno priorità a pedoni, ciclisti e trasporti pubblici; fiumi e cieli sono protetti e puliti” ma “per raggiungere questa economia sana dobbiamo usare incentivi e disincentivi più intelligenti al servizio di una società più sana e più resiliente”. Insomma, per i firmatari della lettera una vita sana dipende da un pianeta sano.

Il simpatico Boccia e il turismo estivo.

Per fortuna era solo propaganda politica e personale. O almeno si spera che sia così. La simpatica proposta del Ministro Boccia di istituire con un bando – anche se non si è ancora ben capito la proposta – le ronde, o i vigilantes del divertimento o la militarizzazione dei territori attraverso un vasto gruppo di persone, circa 60 mila, che dovrebbero disciplinare lo svolgimento della prossima stagione estiva, rientra a pieno titolo nella classifica delle proposte ispirate alla propaganda. Punto. Semmai, come è stato rilevato da più parti, sono altre le richieste che partono dai territori, soprattutto da quelle località turistiche montane. Come, ad esempio, dai Comuni Olimpici della Via Lattea.

Militarizzare le valli, le località turistiche con gli ormai celebri “assistenti civici”, con le ronde o simili pagliacciate, non serve praticamente a nulla. Se non a portare acqua al mulino della propaganda di chi ha avanzato quella proposta. Semmai, e come è stato sottolineato da più parti, si punti a rafforzare e ad affinare una sempre più indispensabile informazione per quest’estate – in particolare quella televisiva – e a puntare sul volontariato come strumento di supporto e di sostegno alle amministrazioni comunali.

E, su questo versante, il vero sostegno ai Comuni montani, ai Sindaci, ai piccoli comuni ad alta densità turistica e, di conseguenza, allo stesso turismo montano in questa difficile e complessa estate, passa attraverso altri canali e altre modalità. A cominciare da un Fondo speciale per i piccoli comuni ad alta presenza turistica. A rafforzare il corpo della Polizia Locale, delle Forze dell’Ordine e dello stesso volontariato. Quantomai utili e indispensabili in questa fase. Ma confondere tutto ciò con una presunta e maldestra militarizzazione del territorio ce ne passa. 

Ecco perchè, su questi temi, è bene astenersi da qualsiasi esercitazione propagandistica. Soprattutto in un momento politico e storico come questo. Se si vogliono aiutare i Comuni, la montagna, il turismo estivo e, al contempo, garantire la sicurezza, gli interventi sono altri. Boccia li recuperi piantandola con la propaganda e le proposte pirotecniche da avanspettacolo.