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sabato, 5 Settembre, 2026
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La Federazione Mondiale delle Associazioni per le Nazioni Unite si incontra a Roma

La SIOI ha organizzato, per la prima volta in Italia, l’incontro della Federazione Mondiale delle Associazioni per le Nazioni Unite (WFUNA) e in particolare la Rete delle associazioni europee per le Nazioni Unite che vi fa capo.

L’evento si tiene fino al 21 maggio 2019 a Roma presso la sede della SIOI, che è l’Associazione Italiana per le Nazioni Unite (UNA Italia) e membro fondatore della WFUNA.

La Rete europea delle Associazioni per le Nazioni Unite della WFUNA è una rete informale istituita a metà degli anni ’90 per integrare la dimensione europea. La rete rappresenta il punto di contatto tra le diverse organizzazioni, promuove la cooperazione attraverso lo scambio di idee, materiali e strategie di comunicazione. Il gruppo si riunisce due volte all’anno a Bruxelles e a Ginevra per discutere progetti, politiche comuni e priorità.

La Rete europea UNA della WFUNA organizza altresì seminari su questioni che riguardano l’ONU e l’Unione europea e facilita lo scambio di informazioni. La Rete  europea organizza anche incontri con funzionari e Eurodeputati e s’interfaccia con l’Intergruppo delle Nazioni Unite e i Membri della Sottocommissione UE-ONU.

Come importante punto di contatto tra le agenzie e le organizzazioni delle Nazioni Unite, la Rete Europea UNA della WFUNA collabora anche con l’UNRIC e i vari uffici regionali delle Nazioni Unite.

Partecipano all’evento rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano, della FAO, dell’UNICRI e del WFP.

Hanno aperto i lavori Franco Frattini, Presidente della SIOI e Bonian Golmohammadi, Segretario Generale della WFUNA.

In Vaticano il calcio è anche femminile

Esordirà il 26 maggio in amichevole contro la femminile della Roma – quarta in serie A –  la giovane squadra di atlete, nata in Vaticano, da un’idea di Danilo Zennari, e guidata dal capitano, la camerunense Eugene Tcheugoue.

Gestite da Susan Volpini, segretario dell’Associazione “Donne in Vaticano” e allenate da Gianfranco Guadagnoli, le giocatrici in maglia gialla e calzoncini bianchi, sono per il 60% dipendenti del Vaticano oppure sono mogli e figlie di impiegati con una esperienza di calcio per lo più amatoriale che le sta costringendo ad allenamenti intensi per poter scendere in campo.

 

L’export stagna ma è record per il cibo

E’ record per le esportazioni agroalimentari Made in Italy nel 2019 che fanno segnare un aumento tendenziale del 3,7% e contribuiscono a salvare la bilancia commerciale dell’Italia. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero a marzo dai quali si evidenzia che le esportazioni complessive sono completamente ferme rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Un risultato in controtendenza che è ancora più evidente – continua Coldiretti – nel caso degli Stati Uniti, dove la crescita annua è stata del 6,7% a fronte di un calo generale dell’11,1% e del clima di incertezza legato ai dazi decisi dal presidente Trump contro una serie di prodotti europei. Ma il cibo Made in Italy cresce anche in Cina (+4,5%), altra protagonista della guerra commerciale in atto, a fronte pure qui di una diminuzione generale del 3,1%.

Un risultato che evidenzia – sottolinea Coldiretti – la capacità del settore agroalimentare tricolore di intercettare la nuova domanda globale di alta qualità e tipicità nell’alimentare ma anche di interpretare l’attenzione alla sostenibilità sociale e ambientale. Lo dimostra il fatto che, secondo uno studio Censis per Coldiretti e Filiera Italia, dalla crisi del 2008 ad oggi le esportazioni agroalimentari sono salite da 23,6 miliardi a 41,8 miliardi di euro, con un aumento record del 47,8% (contro il +16,5% del totale dell’economia).

Gli incrementi dell’export agroalimentare – spiega lo studio di Coldiretti e Filiera Italia – coinvolgono le principali aree italiane, incluse quelle meridionali poiché nel 2008-2018 le regioni del Nord segnano +50,7% (Piemonte +51,9%, Veneto +68,5%), quelle del Centro +49,6% (Emilia Romagna +50,8%, Umbria + 68,1%, Lazio + 51,7%), ed il Meridione +35,6% (Sicilia +46,3%, Calabria +40,2%, Puglia +36,9%, Molise +114,2%). In testa alla classifica dei più esportati si piazza il vino, con un valore di 6,2 miliardi e una crescita del 56,9%, ma spiccano anche i risultati ottenuti nel decennio da prodotti italiani come gli agrumi (+89,5%), latte e formaggi (+82,3%), carni e salumi (+70,2%).

I principali paesi di destinazione dei prodotti italiani – conclude la Coldiretti – sono la Germania (6,9 miliardi di euro, +25,6% dal 2008), la Francia (4,7 miliardi di euro, +44,4%), gli Stati Uniti (4,1 miliardi di euro, +73,9%), il Regno Unito (3,4 miliardi di euro, +30,2%), la Spagna (1,6 miliardi di euro, +32,7%), la Svizzera (1,5 miliardi di euro, +28,1%).

Friuli Venezia Giulia: Per quale Re lottano?

È un oggetto scomodo, ma non per questo deve essere trascurato.

Se n’è parlato tantissimo, da qualche tempo sembra smarrito, non entra più prepotentemente nei commenti giornalistici, televisivi e dei social. Ed è proprio per questo che intendo, in qualche modo, affrontarlo, cercando di mettere in luce alcuni curiosi aspetti riferiti alla nostra politica regionale.

Si tratta del cosiddetto vitalizio.

Non c’è parte di questa nostra amata Italia che non abbiano trovato una onorevole soluzione: viene corrisposto quanto versato.

In altri termini si è passati dal sistema forfettario retributivo, al contributivo. In sostanza, utilizzando il metodo vigente per ogni genere di lavoro.

Da quanto si intuisce, in Friuli Venezia Giulia sembra essere calata una sorta di strana difficoltà. La proposta avanzata nella Conferenza delle Regioni, è stata a suo tempo accolta dal Presidente del Consiglio regionale, Pier Mauro Zanin. Sembra, secondo le cronache, che l’unica Regione ad essersi staccata da questa modalità sia la Regione Sicilia. Tutto il restante mondo ha trovato una onorevole convergenza d’intenti. Ma cosa sta capitando in Fvg?

Sempre secondo le cronache, un solo partito sembrerebbe dimostrare una certa riottosità a porre la firma sotto il progetto di legge. La compagine del Pd ha alzato questo vessillo.

Cosa strana perché il Pd di tutte le altre regioni d’Italia, sempre secondo i resoconti giornalistici, ha sottoscritto il documento unitario che, ricordiamolo, è il frutto di un provvedimento legislativo stabilito dal Parlamento.

Per comprendere la bizzarria del Pd, è bene risalire al novembre 2012. Allora, il gruppo consiliare votò alla unanimità la legge, seguendo gli indirizzi del Governo Monti, che trasformava, già allora, il vitalizio in una erogazione contributiva. Solo sei mesi dopo, luglio 2013, il Pd propone l’abolizione totale del vitalizio, legge che venne approvata da tutto il Consiglio regionale, tranne l’astensione dei penta stellati e il voto contrario di due esponenti della maggioranza. Sottolineo che anche l’opposizione espresse parere favorevole al provvedimento.

Oggi, passati sei anni, l’intero Paese ha finalmente deciso di pareggiare i calcoli in ogni dove: tutte le Regioni devono dotarsi della stessa legge, in sintonia con quella Parlamentare (la cosiddetta delibera Fico).

Da quanto si sa, ora il Pd non intende sottoscrivere la proposta di legge. Cerchiamo pertanto di capirne il motivo: forse perché avevano votato nel 2013 l’abolizione?

Forse perché sono ancora diretti da Serracchiani?

Ma tale condizione non è simile a quella del centro destra?

Non erano pure costoro a deliberare quel provvedimento?

Insomma, il Pd regionale è capeggiato da un gruppo di ribelli che non sottostanno più a quanto vergato dal partito democratico a livello nazionale e in tutte le Regioni. Una situazione imbarazzante, perché mai avremmo immaginato che in quel partito albergasse un simile caos.

Adesso, però, siamo alle strette; l’atto legislativo dovrà essere presentato in aula all’incirca entro dieci giorni. Cosa faranno di fronte alla concretezza? Seguiranno Serracchiani o il partito di Zingaretti? Si scosteranno dall’accordo generale per seguire la bandiera ormai (e)-stinta dell’allora Presidente della Regione o s’imporrà il rigore razionale di un partito che non vuole smarrire una coerenza nazionale?

Eppure il centro destra, sensibile all’accordo tra tutte le Regioni, smentisce il voto del luglio 2013 per trovare, correttamente, una unità nazionale che metta, nel modo migliore possibile, sul versante giusto una vicenda tanto tormentata.

Complimenti al Presidente del Consiglio regionale Fvg e a tutti coloro che hanno inteso raddrizzare un tema così delicato e anche scabroso.

Arriva in Italia una nuova cura per la psoriasi

È ora disponibile anche in Italia, rimborsato dal Servizio sanitario nazionale a seguito della recente approvazione da parte di Aifa, brodalumab il farmaco biologico di Leo Pharma indicato per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a grave.

I risultati del corposo programma di studi clinici AMAGINE-1, AMAGINE-2 e -3, condotti su 4.373 persone con psoriasi a placche moderata-grave, dimostrano che i pazienti trattati con brodalumab hanno raggiunto livelli di cute completamente libera da lesioni (complete skin clearance) in tutte le zone del corpo colpite, più velocemente rispetto ai pazienti trattati con il farmaco di confronto, ustekinumab.

Nel 50 per cento dei pazienti trattati con brodalumab si sono ottenute risposte di complete skin clearance in un tempo più breve rispetto al trattamento con ustekinumab. A 2 settimane, 1 paziente su 4 trattato con brodalumab ha raggiunto una pelle quasi completamente libera da lesioni (PASI 75) e 4 pazienti su 10, dopo 12 settimane di trattamento, hanno ottenuto una cute completamente libera da lesioni (PASI 100): il doppio rispetto a quelli trattati con ustekinumab.

La destra inammissibile di Salvini

La destra inammissibile ha il volto di Salvini che invoca la Madonna Immacolata a Piazza del Duomo, dinanzi al popolo leghista, mostrando il rosario tra le dita nel gesto blasfemo di auto benedizione della sua seducente “politica del buon senso”.

Perché inammissibile? Semplicemente perché la politica, soprattutto quella del buon senso, non può scadere di gradino in gradino fino ad attingere alla fonte dell’indistinzione, o meglio della mescolanza, di religione e opere mondane.

Dove si contempla, non certo nel cammino secolare del cattolicesimo sociale e democratico, l’uso della religione quale “istrumentum regni” nella mani del partito? Siamo fuori da qualsiasi parametro di rispetto della buona regola fondata sulla separazione del sacro dal profano. È il rigurgito di un integrismo plateale e finanche scandaloso, per il carico di strumentalità che mette chiaramente in evidenza.

A Milano il monismo sacralistico della bibbia salviniana ha dato anche il là, per giunta, ai fischi rivolti all’indirizzo di Francesco, un Papa sgradito ai sovranisti e perciò meritevole di pubblica contestazione. Dunque, non solo la politica si ammanta di religione, ma entra nella sfera della Chiesa per decretare il placet sull’operato di chi dirige la “barca di Pietro”.

Basterebbe questo, in fondo, per ridare lustro alla unità dei cattolici, ovvero a un atto di solidarietà di popolo – e specialmente di popolo credente – a difesa di quella libertà della Chiesa iscritta nella sana cultura democratico costituzionale della nostra Italia. Di un Paese cioè che il cattolico De Gasperi voleva non più afflitto dagli storici steccati tra guelfi e ghibellini.

Oggi, con Salvini, la nuova politica ghibellina raggiunge il vertice della improntitudine con il suo tentativo di porsi ambiguamente al di là della Chiesa, nonché di riflesso – e non è un paradosso – al di là dello Stato. Tutto si confonde in questa vocazione semi-totalitaria, ancora tollerata e blandita come di volta in volta accade in un Paese che conosce, per dirla con Moro, istituzioni deboli e passioni forti.

Lo spettacolo triste e allarmante obbliga a un soprassalto di responsabilità. Fra una settimana si vota. Ecco, allora, che a Salvini bisogna opporre con scrupolo l’alternativa della serietà e della compostezza. Non appare lecito distrarsi. Dalle urne può uscire un segnale di ravvedimento collettivo.

Gli svizzeri chiamati a votare sulle armi

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Fausta Speranza

Il popolo più pacifico del mondo, gli svizzeri, sono chiamati a votare domani [oggi per chi legge ndr], domenica 19 maggio, per un referendum che riguarda le armi. Non è una proposta di bando, piuttosto la consultazione mira a rimettere in discussione l’avvenuta ratifica da parte del parlamento svizzero della direttiva europea che limita l’uso di quelle automatiche. Nel paese, che non fa parte dell’Ue ma mantiene con i 28 strettissimi legami tra cui lo spazio Schengen, circolano con regolare autorizzazione due milioni di fucili, pistole e vere e proprie armi da guerra, su una popolazione di appena otto milioni di abitanti contando anche donne, anziani e bambini. Resta il paese con meno episodi di violenza, ma alcuni risvolti di quanto accade in Svizzera in tema di armi rendono il referendum di rilievo anche per il resto d’Europa.

La direttiva europea, che restringe le norme sul possesso di armi automatiche, è stata proposta dalla Commissione Ue il 18 novembre 2015, pochi giorni dopo la seconda strage terroristica di Parigi. L’Europarlamento l’ha approvata il 14 marzo 2017 ed è stata adottata lo scorso settembre dall’Assemblea federale, il parlamento svizzero formato dal Consiglio nazionale e dal Consiglio degli Stati. La maggioranza ha accolto le nuove disposizioni, giudicando la partecipazione elvetica allo spazio Schengen «troppo importante a livello di sicurezza, per metterla in pericolo rigettando la direttiva».

Un “no” alle urne potrebbe condurre, infatti, a una esclusione della Svizzera dall’area di libera circolazione in Europa.
Durante i passaggi tra i due rami dell’Assemblea, la Svizzera ha concordato eccezioni al testo europeo, per esempio per quanto riguarda l’arma personale che ogni soldato ha il diritto di portare a casa: una volta prosciolti dall’obbligo di prestare servizio militare, i cittadini potranno ancora tenere l’arma dell’esercito con il relativo caricatore da venti cartucce e continuare a utilizzarla per il tiro sportivo. L’arma in dotazione all’esercito elvetico di cui si parla è conosciuta come sig sg 550 o Fass 90 o StGw 90: in ogni caso, si tratta di un fucile d’assalto del calibro di 5,56 millimetri. E anche per cacciatori e appassionati di tiro non cambierà nulla. Inoltre, i Cantoni avranno tempo tre anni affinché gli attuali detentori di armi semiautomatiche si facciano confermare il legittimo possesso presso gli uffici preposti. Tale conferma non sarà però necessaria se l’arma non risulta già iscritta in un registro o non è stata ceduta in proprietà direttamente dall’esercito al termine degli obblighi militari. E anche i collezionisti e i musei potranno acquisire armi, a condizione di aver adottato tutte le misure necessarie per custodirle in sicurezza e di tenere un elenco dei dispositivi che necessitano di un’autorizzazione eccezionale.
Nonostante queste rassicurazioni, il Partito Unione democratica di centro (Udc) ha appoggiato la campagna per l’abrogazione, sostenendo che le nuove restrizioni nel possesso di armi metterebbero in pericolo la tradizione elvetica del tiro. Anche la registrazione a posteriori è invisa al comitato referendario.

Secondo Luca Filippini, presidente della federazione sportiva svizzera di tiro nonché del Comitato contrario alla modifica della legge approvata dal Parlamento, «le nuove direttive europee al riguardo, che la Svizzera è obbligata a riprendere poiché associata allo spazio Schengen, non apporteranno alcun miglioramento a livello di sicurezza». Filippini, che è segretario generale e coordinatore del Dipartimento delle istituzioni, sostiene che le nuove disposizioni europee ledono i diritti e le libertà dei cittadini svizzeri. «Se con il diritto attuale un cittadino incensurato ha il diritto di acquistare un’arma semiautomatica, le nuove disposizioni vietano tutti questi fucili e pistole dotate di grandi caricatori», ha dichiarato nei giorni scorsi. Circa la sicurezza, e in particolare il dilemma del terrorismo, Filippini è convinto che i recenti attentati abbiano dimostrato che le armi utilizzate sono «illegali, acquistate magari sul mercato nero», senza contare che «i terroristi hanno fatto anche uso di camion e automobili per portare a termine i loro propositi criminali».

Di opinione opposta è il Partito dei Verdi liberali Ticino, che ha deciso di appoggiare la revisione della legge sulle armi spiegando che migliora la sicurezza e permette di continuare a beneficiare dell’accordo di Schengen che facilita la cooperazione tra la Svizzera e l’estero per la lotta alla criminalità. Sottolineano che la nuova legge rende possibile stabilire con più precisione la provenienza delle armi in circolazione, combattere il traffico d’armi e rafforzare la collaborazione tra le autorità e le forze dell’ordine svizzere con quelle estere. Dai primi anni Novanta, da quando è concreto lo scambio di informazioni, sono state arrestate 4000 persone.

Dopo la strage di Zurigo nel 2001 — 14 persone colpite a morte nel parlamento cantonale — il dibattito sulla vendita delle armi semi-automatiche che sparano a raffica si è fatto più intenso. Lo stesso tipo di armi usate in quel 27 settembre, che ha sconvolto il Paese, è stato rinvenuto a casa del giovane che, a dicembre scorso, pianificava una strage alla Scuola cantonale di commercio di Bellinzona.

Fortunatamente, cinque mesi fa le forze dell’ordine sono intervenute in tempo fermando il giovane. L’attività delle polizie negli ultimi anni ha evidenziato anche altro: la Svizzera, insieme con la Serbia, è finita più volte al centro delle indagini dell’Europol come possibile crocevia del traffico illecito di armi che poi finiscono nelle mani del terrorismo. L’ultimo caso di vendita illegale si è verificato un mese fa nel parcheggio di un supermercato a Cantù, dove le forze dell’ordine hanno fermato quattro persone, di cui due italiani della Brianza, che contrattavano il prezzo del mitragliatore conservato nel bagagliaio della macchina. È un caso emblematico per capire che la posta in gioco nel referendum di domenica non riguarda solo il piccolo paese nel cuore dell’Europa che nell’immaginario di tutti richiama laghi, paesini e picchi alpini, oltre a orologi di precisione e tante banche.

Papa Francesco: a Federazione europea Banchi alimentari, “sprecare il bene è una brutta abitudine che può infiltrarsi ovunque”

Cari amici,

dopo aver sentito quello che ha detto il vostro Presidente, ho sentito la tentazione di non parlare, perché ha parlato come un Santo Padre! Grazie, perché quello che Lei ha detto ho capito che erano parole dal cuore. Grazie!

Vi saluto cordialmente e, attraverso di voi, vorrei salutare tutti i membri e i volontari dei Food Bank d’Europa. Sono contento di accogliervi al termine della vostra riunione annuale, che ha avuto luogo a Roma in occasione dei trent’anni dalla fondazione del Banco Alimentare italiano: tanti auguri di buon anniversario!

Vorrei ringraziarvi per quello che fate: provvedere cibo a chi ha fame. Non è assistenzialismo, vuol essere il primo gesto concreto di accompagnamento verso un percorso di riscatto. Guardando a voi, immagino l’impegno gratuito di tante persone, che operano nel silenzio e fanno bene a molti. È sempre facile dire degli altri, difficile invece dare agli altri, ma è questo che conta. E voi vi mettete in gioco non a parole, ma coi fatti, perché combattete lo spreco alimentare recuperando quello che andrebbe perduto. Prendete quello che va nel circolo vizioso dello spreco e lo immettete nel circolo virtuoso del buon uso. Fate un po’ come gli alberi – questa è l’immagine che viene –, che respirano inquinamento e restituiscono ossigeno. E, come gli alberi, non trattenete l’ossigeno: distribuite ciò che è necessario per vivere perché sia dato a chi ne ha più bisogno.

Lottare contro la piaga terribile della fame vuol dire anche combattere lo spreco. Lo spreco manifesta disinteresse per le cose e indifferenza per chi ne è privo. Lo spreco è l’espressione più cruda dello scarto. Mi viene in mente quando Gesù, dopo aver distribuito i pani alla folla, chiese di raccogliere i pezzi avanzati perché nulla andasse perduto (cfr Gv 6,12). Raccogliere per ridistribuire, non produrre per disperdere. Scartare cibo  significa scartare persone. E oggi è scandaloso non accorgersi di quanto il cibo sia un bene prezioso e di come tanto bene vada a finire male.

Sprecare il bene è una brutta abitudine che può infiltrarsi ovunque, anche nelle opere di carità. A volte slanci generosi, animati da ottime intenzioni, vengono vanificati da burocrazie ingessate, da spese di gestione eccessive, oppure si traducono in forme assistenzialistiche che non creano vero sviluppo. Nel mondo complesso di oggi è importante che il bene sia fatto bene: non può essere frutto di pura improvvisazione, necessita di intelligenza, progettualità e continuità. Ha bisogno di una visione d’insieme e di persone che stiano insieme: è difficile fare il bene senza volersi bene. In questo senso le vostre realtà, pur recenti, ci riportano alle radici solidali dell’Europa, perché ricercano l’unità nel bene concreto: è bello vedere lingue, credo, tradizioni e orientamenti diversi ritrovarsi non per condividere i propri interessi, ma per provvedere alla dignità degli altri. Quello che fate senza tante parole lancia un messaggio: non è cercando il vantaggio per sé che si costruisce il futuro; il progresso di tutti cresce accompagnando chi sta indietro.

Di questo ha tanto bisogno l’economia. Oggi tutto è interconnesso e veloce, ma la corsa frenetica al guadagno va di pari passo con una fragilità interiore sempre più acuta, con un disorientamento e una perdita di senso sempre più avvertiti. Perciò ho a cuore un’economia che assomigli di più all’uomo, che abbia un’anima e non sia una macchina incontrollabile che schiaccia le persone. Troppi oggi sono privi di lavoro, di dignità e di speranza; tanti altri, al contrario, sono oppressi da ritmi produttivi disumani, che azzerano le relazioni e incidono negativamente sulla famiglia e sulla vita personale. A volte, quando esercito il ministero della Confessione, ci sono persone giovani che hanno dei figli, e domando loro: “Lei gioca con i suoi figli?”. E tante volte la risposta è: “Padre, non ho tempo… Quando io esco di casa per il lavoro loro ancora dormono, e quando torno sono già a letto”. Questo è disumanità: questa vertigine del lavoro disumano. L’economia, nata per essere “cura della casa”, è diventata spersonalizzata; anziché servire l’uomo, lo schiavizza, asservendolo a meccanismi finanziari sempre più distanti dalla vita reale e sempre meno governabili. I meccanismi finanziari sono “liquidi”, sono “gassosi”, non hanno consistenza. Come possiamo vivere bene quando le persone sono ridotte a numeri, le statistiche compaiono più dei volti e le vite dipendono dagli indici di borsa?

Che cosa possiamo fare? Di fronte a un contesto economico malato non si può intervenire brutalmente, col rischio di uccidere, ma occorre prestare cure: non è destabilizzando o sognando un ritorno al passato che si sistemano le cose, ma alimentando il bene, intraprendendo percorsi sani e solidali, essendo costruttivi. Occorre metterci insieme per rilanciare il bene, sapendo che se il male è di casa nel mondo, con l’aiuto di Dio e con la buona volontà di tanti come voi, la realtà può migliorare. C’è bisogno di sostenere chi vuole cambiare in meglio, di favorire modelli di crescita basati sull’equità sociale, sulla dignità delle persone, sulle famiglie, sull’avvenire dei giovani, sul rispetto dell’ambiente. Un’economia circolare non è più rimandabile. Lo spreco non può essere l’ultima parola lasciata in eredità dai pochi benestanti, mentre la gran parte dell’umanità rimane zitta.

Con questi sentimenti di preoccupazione e di speranza che ho voluto condividere con voi, vi rinnovo la gratitudine e vi incoraggio ad andare avanti, coinvolgendo quanti incontrate, specialmente i giovani, perché si uniscano a voi nel promuovere il bene, a vantaggio di tutti.

Grazie!

Ucraina: la rock star fonda un nuovo partito politico

La rock star ucraina Svyatoslav Vakarchuk scende in campo e annuncia la nascita del nuovo partito politico “Holos” (Voce) in vista delle elezioni Parlamentari del prossimo ottobre, denunciando che la Verkhovna Rada – il Parlamento di Kiev – si è trasformata in “uno stagno tossico che inghiotte il nostro futuro”. “Dobbiamo cambiare lo stato delle cose”, ha detto il front man del gruppo Okean Elzy ai suoi sostenitori a Kiev.

Il programma del nuovo partito è “tolleranza zero contro la corruzione”, economia libera, niente spazio alle interferenze di Mosca nelle questioni interne dell’Ucraina e maggiore integrazione euroatlantica. “Holos” se la dovrà vedere con “Servo del Popolo”, il partito fondato dal presidente eletto, l’ex attore Volodymir Zelensky. Vakarchuk, che aveva sostenuto attivamente la rivoluzione arancione del 2004-2005, era poi stato eletto alla Rada nel 2007 ma aveva lasciato l’anno successivo.

Maltempo: dall’Ue 277 milioni all’Italia dopo i danni dell’autunno scorso

Proposto dalla Commissione europea lo stanziamento di 277,2 milioni di euro del Fondo Ue di solidarietà per sostenere l’Italia a riparare i danni causati dal maltempo che ha devastato la Penisola nell’autunno scorso. La mozione riguarda i danni subiti da 15 regioni, dal nord al sud Italia, e dovrà ora essere approvata dal Parlamento europeo e dagli Stati membri.

Le regioni italiane che potranno beneficiare delle risorse stanziate dall’Ue sono: Friuli Venezia Giulia, le Province autonome di Trento e Bolzano, Liguria, Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna e il Veneto, la regione più colpita. In maniera minore, riceveranno un supporto anche la Valle d’Aosta e l’Abruzzo. La divisione delle risorse fra le varie amministrazioni regionali non è però un compito dell’Unione europea ma del governo italiano. L’Italia aveva presentato a Bruxelles un conto dei danni causati dal maltempo nell’autunno 2018 pari a 6,2 miliardi di euro. L’ammontare dell’aiuto europeo viene calcolato secondo parametri precisi che tengono conto anche del Pil regionale e nazionale, e può quindi variare fra il 2,5% e il 6% della stima dei danni.

“Siamo a pochi giorni dalle elezioni europee e il Parlamento non sta lavorando, credo che settembre sia la scadenza più ragionevole” per ottenere il via libera dell’assemblea allo stanziamento, “poi spero che il Consiglio lavori velocemente” per l’ok definitivo, ha sottolineato la commissaria Ue alla Politica regionale, Corina Cretu. “Il calcolo dei danni è prima di tutto una responsabilità dello Stato colpito e l’Italia ci ha presentato un rapporto molto dettagliato di quasi 500 pagine – ha chiarito la commissaria – so che ci sono state speculazioni sul fatto che i danni siano stati sovrastimati, ma secondo i nostri esperti la stima è affidabile. Tuttavia, se le valutazioni ex post dovessero evidenziare discrepanze significative, possiamo correggere l’importo del supporto Ue”.

Dal momento della sua creazione nel 2002, l’Italia è il Paese che ha beneficiato maggiormente del supporto del Fondo di solidarietà Ue, con 2,51 miliardi ricevuti a seguito di 9 catastrofi naturali.

Rigetto nei trapianti d’organo: scoperto il gene responsabile

Uno studio internazionale sui trapianti di rene delle Università di New York e di Torino ha trovato il responsabile dei rigetti d’organo.
LIMS1 è il gene che provoca il rigetto nei trapianti di organo, uno dei più grandi problemi per questa tecnica salva vita.
Gli esperti hanno analizzato oltre 2700 coppie donatore-ricevente di trapianto renale, quasi 800 delle quali di Torino.

La prima conseguenza è quella di utilizzare queste informazioni genetiche per trovare le combinazioni più compatibili quando si selezionano i riceventi da trapiantare.

Questo studio, inoltre, ha permesso di mettere a punto le analisi di laboratorio per intercettare la presenza di anticorpi contro la proteina LIMS1. Che potrà pertmettere di  monitorare i trapianti rendendo più efficace la terapia anti-rigetto.

L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi e curarsi di più delle persone

Tratto dall’edizione odierna dell’ Osservatore Romano a firma di Andrea Tornielli e Andrea Monda

Anche se «affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui», e bisogna evitare che certi fenomeni si saldino tra loro «a livello internazionale», in Italia sono ancora prevalenti «iniziative e comportamenti di grande solidarietà». Per questo, anche seguendo l’invito del Papa, è bene che il Vecchio Continente ritrovi lo spirito dei suoi fondatori: «L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone». Lo ha affermato il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, nel corso di un’intervista a tutto campo con i media vaticani (L’Osservatore Romano, Radio Vaticana, Vatican News). Il Capo dello Stato ha parlato delle relazioni «ottime sotto ogni profilo» tra l’Italia e la Santa Sede, del ruolo della Chiesa cattolica nel Paese, dell’importanza del dialogo tra le religioni per la pace nel mondo in relazione alla Dichiarazione di Abu Dhabi firmata da Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar.

Presidente, colpisce la dimensione esistenziale presente nei suoi discorsi, nei quali emerge sempre il senso dell’urgenza rispetto alla crisi delle relazioni: il tessuto sociale appare spesso sfibrato, i legami spezzati, la solitudine la cifra distintiva delle nostre città. È questa secondo lei una priorità rispetto ai problemi del Paese e una questione che la politica deve affrontare?

Sì, è questa la principale preoccupazione che credo occorra nutrire: un’Italia che recuperi appieno il senso e il valore del sentirsi comunità di vita. L’Italia registra, al suo interno, una gran quantità di iniziative, e comportamenti, di grande solidarietà; e questa realtà è nettamente prevalente. Ma affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui. Sono fenomeni minoritari, sempre esistiti, in realtà, ma sembrano attenuate le remore che prima ne frenavano la manifestazione. Non si tratta di una condizione peculiare del nostro Paese: appare così in tutta Europa e anche in altri Continenti. Vi si aggiunge un aspetto, diverso, e da non confondere con quello che ho appena indicato: le conseguenze del profondo disagio sociale, provocato dalla crisi economico-finanziaria del decennio passato e, a ben riflettere determinato, non soltanto in Italia, anche dal trasferimento di risorse, sempre più ingenti dall’economia reale alla finanza speculativa; dal forte aumento della distanza tra i molto ricchi e la gran parte della popolazione. Anche i mutamenti nel mondo del lavoro, conseguenti alla globalizzazione e alle nuove tecnologie — entrambe, peraltro, condizioni, per tanti aspetti, positive — contribuiscono a far sorgere incertezza, e insicurezza, nel tessuto sociale. Si sono generate, come dicono gli studiosi, periferie esistenziali, non soltanto territoriali. Ambiti di sofferenza e di disagio, frutto dello smarrimento che viene avvertito diffusamente. Smarrimento accentuato dal venir meno di soggetti aggreganti in vari versanti della società — dalle varie realtà associative ai partiti politici — o dalla loro diminuita capacità di attrazione e rappresentanza. È necessario evitare che questi fenomeni, così diversi fra di loro, si possano saldare, determinando situazioni di paura, di avversione reciproca, di conflittualità tra persone, tra gruppi sociali, tra territori all’interno di ciascun Paese. Condizione che, come già qualche segnale indica, si trasferirebbe in ambito internazionale. A fronte di tutto questo però, vorrei ripetere, vi è la fiducia ispirata da quanto di positivo si registra, ed è ampio, nella nostra società.

Come definirebbe oggi i rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano? Qual è secondo lei il contributo che la Chiesa dà alla vita della nazione?

Le relazioni sono ottime sotto ogni profilo e — come recita la Costituzione — ciascuno nel proprio ordine. La collaborazione è piena, in ogni ambito e settore in cui le attività, della Santa Sede e quelle dello Stato italiano, si incontrano, in sede interna e in sede internazionale. Per quanto riguarda il contributo della Chiesa alla vita dell’Italia, occorre, naturalmente, distinguere, come soggetti e come operatività, le due, diverse dimensioni in cui si presenta la Santa Sede e la Chiesa italiana. Sul primo versante, il magistero di Papa Francesco riceve grande attenzione ed esercita influenza significativa sui nostri cittadini, anche per l’affetto che questi nutrono nei suoi confronti. Francesco è subito diventato un punto di riferimento per gli italiani. Per parte sua la Chiesa italiana fornisce un contributo, di grandi dimensioni, alla società del nostro Paese, non soltanto sul piano spirituale, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi, indicati dalla nostra Carta costituzionale. La presenza della Chiesa italiana nella dimensione culturale, educativa e sociale è motivo di riconoscenza. Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della nostra comunità.

Papa Francesco all’inizio di questo 2019 ha compiuto già due viaggi in Paesi a maggioranza musulmana. Negli Emirati Arabi ha firmato con il Gran Imam di Al Azhar una impegnativa Dichiarazione sulla Fratellanza umana. Quanto è importante questo dialogo tra le religioni per la pace nel mondo?

Le religioni rivestono un ruolo crescente sulla ribalta internazionale. Se questo è sempre avvenuto in altri Continenti, oggi lo si vede accresciuto anche in Europa. Questo aumento di influenza è di grande rilievo per assicurare al mondo comprensione reciproca e pace. I leader religiosi godono di prestigio e hanno un forte seguito nelle varie popolazioni. Il rispetto reciproco e il dialogo tra le diverse fedi — che parlano di pace e di fratellanza — rappresentano condizioni essenziali; e costituiscono il principale antidoto all’estremismo che cerca di strumentalizzare il sentimento religioso. Sono sempre esistiti questi tentativi di strumentalizzarlo a fini politici e di potere. Il terrorismo di matrice islamista fa parte di questo antico fenomeno, purtroppo amplificato dagli strumenti moderni, nelle conseguenze della sua strategia e attività criminale; che ha colpito, ancora, negli ultimi giorni in Burkina Faso, in Iraq, in Afghanistan. Ad esso si aggiungono violenze e attentati di stampo suprematista, come quello di Christchurch, in Nuova Zelanda, contro fedeli musulmani. La Dichiarazione sulla Fratellanza umana firmata da Papa Francesco e del Grande Imam di Al Azhar è di grande importanza, sul piano dei principi e su quello concreto, per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo, che evoca abusivamente motivazioni religiose. Così come lo è stato il gesto di Papa Francesco a Bangui: far salire con sé, sulla papamobile, l’Imam di quella città, nel corso della sua visita nella Repubblica Centrafricana, in occasione dell’apertura del Giubileo. È stato un grande gesto, di grande efficacia comunicativa e di grande apertura. Esortare a riscoprire le radici autentiche, e profonde, delle fedi religiose — e operare perché tra esse ci sia un clima di dialogo e di fraternità — significa lavorare, concretamente, per la costruzione della pace nel mondo e per la sicurezza di tutti. La forza degli Stati contro il terrorismo è necessaria e può contrastarlo efficacemente ma è la formazione delle coscienze e delle mentalità che può cancellarlo definitivamente.

Papa Francesco ha detto: «Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone». Quanto è importante ritrovare il senso dell’Europa come comunità e che cosa si può fare perché le nuove generazioni lo riscoprano?

Nel mese di gennaio, a Berlino, il Presidente tedesco Steinmeier mi ha prospettato l’idea di un appello per la partecipazione al voto nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo: ho subito aderito a questa sua iniziativa e, nei giorni scorsi, è apparso questo documento, firmato da tutti i presidenti delle Repubbliche dell’Unione. Vi è scritto che quella dell’integrazione europea è la migliore idea che abbiamo mai avuto nel nostro Continente. Questa affermazione così decisa muove dalla convinzione che l’Unione non è un comitato di interessi economici, regolato dal criterio del dare e dell’avere, ma è una comunità di valori. Questa convinzione è l’unica che corrisponda, davvero, alla storica scelta dei fondatori dei primi organismi comunitari. Questo viene percepito, forse talvolta inconsapevolmente, ma con effettività, soprattutto da due generazioni: i più anziani, che ricordano qual era la condizione dell’Europa prima di quella scelta, e i più giovani, che possono viaggiare liberamente da Trapani a Helsinki e da Lisbona a Stoccolma. Vede, tutti dovrebbero riflettere cosa hanno provocato due atroci guerre mondiali, combattute soprattutto in Europa; e cosa rappresentava vivere in un’Europa divisa in due dalla cortina di ferro, dal muro di Berlino, dall’angoscia, sempre presente, di un conflitto nucleare devastante. Da giovane sono stato a Berlino, era ancora divisa. Mia moglie e io desideravamo visitare uno splendido museo, il Pergamon, che si trovava a Berlino Est: abbiamo attraversato la frontiera, il muro e nel mio ricordo è incancellabile il senso di oppressione che si provava; e come si percepisse la grave lacerazione della città. Talvolta si dimentica il valore delle condizioni in cui ci troviamo e quel che sono costate di fatica e di sacrifici: bisogna sempre pensare che queste condizioni, per quanto imperfette, sono da preservare e da consolidare; e non sono scontate e irreversibili. Credo che questo sia ben compreso dalle nuove generazioni, quelle dei nativi digitali, del roaming europeo, dei voli low cost e dell’Erasmus. Giovani che, anche senza dichiararlo, si sentono europei oltre che cittadini ciascuno del proprio Paese. Avvertono questa “Casa comune”. Questo non vuol dire che nell’Unione tutto vada bene. La percezione delle sue istituzioni, da parte di larghe fasce di elettorato europeo, non sempre è positiva, anche se è spesso l’egoismo degli Stati — e non quindi quelle istituzioni — a frenare il sogno europeo. Per qualche aspetto l’andamento della vita dell’Unione — anche per il freno posto da parte di alcuni Paesi — dà l’impressione di essersi fermata, come in ordinaria amministrazione; quasi appagata dalla condizione raggiunta, come se il disegno europeo fosse già compiuto. Questo ha, sensibilmente, appannato il disegno storico, la prospettiva e la tensione ideale dell’integrazione. Papa Francesco, con saggezza, indica il centro della questione. L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone. Deve garantire sempre maggior collaborazione, uguaglianza di condizioni, crescita economica, ma questo si realizza realmente soltanto con una crescita culturale, civile, morale.

Non trova che l’Italia sia un Paese che talvolta viene rappresentato male dai mass media e anche dalle istituzioni? Può dirci come vede il nostro Paese dal suo punto di vista privilegiato?

Per il mio ruolo, svolgo molte visite in altri Paesi e ricevo al Quirinale molti capi di stato. Registro sempre, ovunque, un gran desiderio di Italia, una richiesta di collaborazione fortemente insistita. Questa riguarda ogni campo: culturale, scientifico, politico, economico, anche militare per la difesa della pace. Il nostro contingente più ampio è in Libano, apprezzato da tutte le parti fra loro contrapposte, cui garantisce l’assenza di violenze. L’immagine dell’Italia e l’opinione che se ne ha all’estero sono di gran lunga più positive di quanto noi stessi nutriamo. Ma quel che vorrei sottolinearle soprattutto è la sensazione, incoraggiante, che ricevo dalla nostra società, nelle tante visite, che compio nelle nostre città e nei nostri territori, e nelle numerose occasioni di incontro che ho giorno per giorno qui al Quirinale. È un punto di osservazione privilegiato e completo. Il nostro Paese è pieno di energie, comportamenti, iniziative, impegni positivi; di solidarietà, di abnegazione generosa, di senso del dovere, di disponibilità e attitudine a occuparsi dell’interesse generale, del bene comune. Naturalmente, come ovunque, vi è anche ben altro. Vi sono, come accennavo all’inizio, comportamenti gravi e da censurare con severità. Ma, tra i piatti della bilancia, è di gran lunga prevalente quello della generosità e del proprio dovere. Motivo, questo, per cui sono riconoscente ai nostri concittadini.

Antonio Suetta Vescovo di Ventimiglia: Un voto per l’Europa critico e costruttivo

Domenica 26 maggio p.v. saremo chiamati alle urne per il rinnovo del Parlamento europeo; tale appuntamento rappresenta un significativo momento di partecipazione politica, un vero e proprio esercizio di sovranitàtramite un voto, che non coinvolge soltanto aspetti tecnici o amministrativi, ma mette in campo importanti temi di vita personale e sociale inerenti ambiti decisivi sotto il profilo etico come la vita, la famiglia, la giustizia, la libertà e la solidarietà.

L’Europa culla dell’umanesimo integrale. È precisamente tale più profonda prospettiva a farmi decidere, come pastore, di richiamare l’attenzione al dovere di esprimere un voto “secondo coscienza”, che per un cattolico significa agire in modo da favorire la diffusione della civiltà cristiana, la civiltà dell’amore, caratterizzata dalla fede come valore capace di dare senso all’esistenza intera e di plasmare efficacemente ogni comunità a misura dell’uomo. Tutto ciò è particolarmente vero per l’Europa, realtà culturale e storica, prima ancora che aggregazione di Stati o di sistemi finanziari. Diceva Churchill: «Qui (in Europa) è la fonte della fede cristiana e dell’etica cristiana. Qui è l’origine di gran parte delle culture, delle arti, della filosofia e della scienza, nell’antichità come nei tempi moderni»‘. È importante tenere presente questo, perché i valori umani che professiamo oggi sono frutto di una storia bimillenaria. Come affermava il cardinale J. Ratzinger «I valori umani fondamentali per la visione cristiana del mondo rendono possibile, in un dualismo fruttuoso di Stato e Chiesa, la libera società umana, nella quale è assicurato il diritto alla libertà di coscienza e con esso i diritti fondamentali dell’uomo». Come cattolici, non solo siamo a favore dell’Europa, ma desideriamo pure contribuire come in passato, con l’apporto di un umanesimo autentico e religioso, a creare uno spazio comune che favorisca la libertà, i diritti umani e il progresso integrale dell’uomo. San Giovanni Paolo II parlava dell’Europa dei popoli, che si estende dall’Atlantico agli Urali, immaginando un’Europa che non smarrisse gli ideali cristiani e che fosse propulsore della cristianità.

Una storia rinnegata. In questi anni purtroppo abbiamo registrato una tendenza culturale volta a cancellare, nascondere e ridimensionare la matrice cristiana dell’Europa. Un pensiero anticristiano si è affermato come egemone, in nome di una singolare tolleranza interreligiosa e di una malintesa laicità. Ci scuotono le domande di Papa Francesco: «Che cosa ti è successo, Europa, terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa, madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?»>”. Se l’Europa continuasse a vivere come una colpa la propria tradizione, la propria storia e la propria identità, sarebbe destinata ad arrendersi ad un globalismo mondiale, che rende le persone pedine di un sistema economico che ruota attorno al consumismo e al volume degli affari, in cui non c’è spazio per la solidarietà, per la vita, per la famiglia, per luomo. LEuropa è nata anche nei passaggi cruciali di Poitiers (732), di Lepanto (1571) e alle porte di Vienna l11 settembre 1683. Assistiamo a ricorrenti tentativi di creare cittadini europei che non si sentano più cristiani, italiani, francesi, padri, madri, maschi, femmine. Le leggi sulleutanasia e sullaborto nonché tutta la questione delle rivendicazioni gender hanno mostrato il limite e la pericolosità di questo pensiero.

È bene, al riguardo, precisare che la Chiesa non difende tali valori per tradizionalismo, perché sono i valori di una volta, o per tutelare una posizione di dominanza etica, ma perché si trovano dentro una prospettiva di promozione autentica delluomo. Ancora J. Ratzinger diceva: «Ogni popolo europeo può e deve riconoscere che la fede ha creato la propria patria e che perderemmo noi stessi sbarazzandoci della nostra fede». UnEuropa costruita sulla convinzione che dimensione religiosa e identità vadano cancellate, che lanima dellEuropa sia non avere unanima, è unEuropa destinata a dissolversi. La scomparsa della giusta autostima europea è associata ad uno stranorifiuto di dellOccidente, che si può qualificare come patologico: da una parte esso si mostra completamente aperto a ciò che gli è estraneo mentre si rivela chiuso ed ostile a ciò che la propria storia ha di grande e di puro, evidenziando solo ciò che in essa ci sarebbe di deprecabile e di distruttivo. Come diceva J. Ratzinger: «Nel momento in cui lEuropa mette in questione o elimina i propri fondamenti spirituali, si separa dalla propria storia e la definisce una cloaca, la risposta di una cultura non europea non può che essere una reazione radicale e un ritorno allindietro, a prima dellincontro coi valori cristiani». L’occidente sembra oggi vergognarsi della propria storia e addirittura rinnegarla; eppure l’identità è necessaria per realizzare una progettualità di vita, non solo di lavoro o di organizzazione strategica, perché noi apparteniamo alla nostra storia e ne siamo figli. Molti tendono ad alimentare e legittimare la cultura dell’odio verso noi stessi, finendo vittime di un “complesso occidentale”, in cui si enfatizza un presunto debito della nostra civiltà verso altre. Qualcuno auspica il crepuscolo della religione cattolica come la più intollerante di tutte, colpevole di ogni crimine e di ogni misfatto.

La ricerca di altri modelli e altre spiritualità. Molti osservatori rilevano che l’Europa ha perso in gran parte la propria identità interiore”, i valori, la cultura e la fede e, mentre rifiuta le proprie fondamenta religiose e morali, contestualmente insegue spiritualità esotiche. La costatazione del “vuoto interiore” dell’Europa è confermata da vari indicatori, come la mancanza di entusiasmo di fronte al futuro, che si evince specialmente nella reticenza a trasmettere la vita o a fare scelte che impegnino per l’avvenire. I figli sono visti come minaccia per il benessere e l’indipendenza; a ciò si aggiunga la diminuzione delle unioni matrimoniali e la fragilità delle stesse. La «multiculturalità», da tanti spesso invocata e auspicata per annacquare e sminuire la matrice cristiana dell’Europa, significa in realtà il rinnegamento di ciò che ci è proprio. Scriveva Romano Guardini: «l’Europa, ciò che è, lo è attraverso Cristo […] Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo, allora, e nella misura in cui questo avvenisse, cesserebbe di essere»°. Alcuni ideologi oggi sostengono la necessità di “trapianti” dal di fuori, che annullino l’identità europea e la ricostituiscano su altre basi. Qualcun altro sostiene che la multiculturalità e l’immigrazione di massa nascondano in realtà un progetto di massificazione della forza lavoro e di un impoverimento generale, ma su questo rinvio a valutazioni più competenti e argomentate. A me come pastore sta a cuore una società che promuova davvero il bene dell’uomo, in cui vengano rispettate le fragilità come la condizione dei bambini (anche quelli non ancora nati), degli anziani e delle persone che soffrono. Ad esempio, non ritengo che possa essere un segno di progresso un’Europa che facilita e talvolta incoraggia la “dolce morte” dei suoi cittadini, che guarda all’aborto come una conquista di civiltà, preoccupata più dei cambiamenti climatici che della sua vita spirituale. Occorre ritrovare l’amore per la nostra civiltà cristiana. Non si può invocare la superiorità morale di altri modelli, che si rivelano invece persecutori dei cristiani, o sono realmente incompatibili con la nostra concezione di promozione umana: negativamente efficace limmagine di unEuropa che, malata di depressione, è tentata da pulsione suicida. Solo unEuropa capace di ritrovare se stessa potrà essere in grado di rispondere allurgenza dellaccoglienza, cui ci esorta incessantemente Papa Francesco, senza che il trapiantodiventi colonizzazioneo sostituzione.

Una sovranità responsabile. Un altro punto importante del dibattito in corso ritengo si possa individuare nella contrapposizione tra élite e popolo. Usando con disinvoltura la categoria di populismo si presuppone che ci sia unélite illuminata alla quale spetti di decidere le sorti della massa di precari, lavoratori, disoccupati e del ceto medio disagiato. Ad un populismo fomentatore di sentimenti di rivendicazione nelle masse si contrappone una élite che, sulla base di una qualche sapienza superiore, vorrebbe instaurare un mondialismo classista, che alimenti la guerra tra poveri, una sorta di imperialismo che assoggetti i cittadini a decisioni incontrovertibili e ineliminabili, dove le ragioni della finanza e dei mercati prevalgono sul benessere vero delluomo. Questa contrapposizione deve essere superata, comprendendo il disagio sociale, la povertà e la fatica che stanno alla base di certe rivendicazioni frettolosamente etichettate come populiste o estremiste. E in questo la politica deve ritrovare il suo ruolo più specifico quale luogo di mediazione, che ascolta le istanze popolari e trova soluzioni per farvi fronte. Come ci ricorda Papa Francesco, abbiamo il dovere di essere «vigili e attenti al grido dei poveri, di coloro che sono privati dei loro diritti, degli ammalati, degli emarginati, degli ultimi»’. La crisi di fiducia nell’Europa oggi è crisi di fiducia nella politica, intesa come crisi di idee, di risorse e di capacità effettiva di saper interpretare e sostenere le istanze dei cittadini.

Spesso vi è la sensazione di un’Unione Europea caratterizzata da “antidemocratiche, pletoriche, oscure istituzioni”. In tale contesto sembra che nessuno decida più davvero, e che le scelte, soprattutto quelle impopolari, siano sempre colpa di qualcun altro. Chi comanda veramente spesso non è visibile ed esercita un potere dall’ombra, de-responsabilizzato. È questo il fenomeno descritto da alcuni osservatori come una sorta di “espropriazione della sovranità degli Stati e dei popoli”. È opportuno allora recuperare il principio di vera e buona sovranità, in base alla quale lo stato sovrano ha davvero il compito di decidere e determinare secondo la propria volontà conseguenze concrete e fattuali a beneficio del bene comune, di cui deve rispondere davanti ai cittadini. In tal modo si può superare il rischio di un potere globale lontano e inavvicinabile che non ascolta più il popolo e che non guarda più al popolo come al destinatario di ogni sua azione. Restituire sovranità all’Europa, alle nazioni che la compongono e ai suoi cittadini può essere davvero una prospettiva cui guardare con interesse. Parlare di sovranità non significa cedere alla deriva del nazionalismo e del razzismo, puntualmente riprovati da San Paolo VI, che nell’Enciclica “Populorum Progressio” – documento di immutata attualità – scriveva: “Altri ostacoli si oppongono alla edificazione di un mondo più giusto e più strutturato secondo una solidarietà universale: intendiamo parlare del nazionalismo e del razzismo. (…) È pure normale che nazioni di vecchia cultura siano fiere del patrimonio, che hanno avuto in retaggio dalla loro storia. Ma tali sentimenti legittimi devono essere sublimati dalla carità universale che abbraccia tutti i membri della famiglia umana”. Un’Europa di popoli sovrani, non è un’Europa chiusa al dialogo e al confronto, ma un’Europa che tutela e valorizza le comunità locali, le loro specificità e peculiarità, contro un’eterna sudditanza rispetto a poteri che non sono oggetto di una delega democratica, né di una verifica popolare, né possiedono altra legittimazione. Diciamo sì all’Europa: un sì ragionevole, critico e costruttivo.

Conclusioni. Queste elezioni, dunque, chiamano in causa anche la nostra fede, la convinzione, la capacità di testimonianza cristiana e la possibilità di edificare una civiltà autenticamente a servizio dell’uomo. Per questo occorre tornare ad una concezione della ragione che si fondi sul profondo rispetto verso Dio e verso i valori etici fondamentali, derivanti dalla fede cristiana, da cui dare vita a quel «nuovo

Francesco, Omelia durante il viaggio in Macedonia, 7 maggio 2019. S. Paolo VI, Lettera Enciclica Populorum Progressio, Roma 1967, n. 62.

umanesimo europeo» che Papa Francesco auspica. La Chiesa è cattolica anche perché tutti possono convergere intorno a elementi di dottrina e di vita buona, che fanno appello alla ragione delluomo. In sintesi desidero condensare il mio appello proponendo il testo di una preghiera liturgica che bene esprime i riferimenti più significativi per una coscienza cristiana:

O Dio, che manifesti agli erranti la luce della tua verità,

perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome

e di seguire ciò che gli è conforme.

Ribadisco accanto al diritto di tutti di esprimere il voto anche il dovere di partecipare alla consultazione elettorale, specialmente per un cristiano, allo scopo di dare buona e ragionata testimonianza di come i contenuti della fede possano e debbano dare forma alle istituzioni e alla vita comunitaria. Limpegno del cattolico in politica spazia dal coinvolgimento diretto, vero esercizio di carità, come ricordava Papa Francesco sulla scia dellinsegnamento di San Paolo VI, ad un esame critico e attento delle diverse proposte e allonesta divulgazione di nomi, formazioni e programmi rispondenti alla visione cristiana. Nella scelta dei nostri rappresentanti politici, resta valida lindicazione dellallora cardinale J. Ratzinger: «Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare allintelletto
degli
altri, ed il loro cuore possa aprire il cuore degli altri»?

È necessario considerare la storia politica delle persone, per escludere esponenti che abbiano già promosso o attuato prospettive non conformi ai nostri valori, ma soprattutto è ancor più necessario considerare attentamente la storia e i programmi dei vari partiti e dei loro riferimenti europei, per scegliere quelli idonei a custodire e incrementare la nostra bimillenaria civiltà cristiana, non dimenticando che, nella difficoltà del discernimento spesso vincolato alla scelta del male minore, occorre essere coerenti nel rispetto di una gerarchia di valori che metta al primo posto quelli “non negoziabili” e direttamente correlati ai precetti della legge divina. Condividendo le ansie e i problemi di tutti, Papa Francesco ci invita a realizzare una «amicizia sociale», per un dialogo e un incontro in cui ciascuno offra il contributo della propria esperienza alla vita comune, proprio a partire da quel patrimonio culturale e spirituale cristiano che ha fatto dell’Europa la culla dell’umanesimo integrale.

Messale Romano, Orazione Colletta, Lunedì della III Settimana di Pasqua. 10 «Coinvolgersi nella politica è un obbligo per un cristiano. Noi cristiani non possiamo “giocare da Pilato”, lavarci le mani: non possiamo. Dobbiamo coinvolgerci nella politica, perché la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune», Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e Albania, Roma, 7 giugno 2013. ” J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella Crisi delle Culture, Cantagalli, Siena 2005.

“Vote Youthfully 2019” iniziativa rivolta ai giovani che vogliono prendere una decisione informata

E’ l’iniziativa della Fimcap, la Federazione internazionale dei movimenti giovanili parrocchiali cattolici, che rappresenta 100.000 giovani di tutta Europa, per le elezioni del 23-26 maggio. Anche loro sono scesi in campo per invitare i giovani a votare e incoraggiando i propri membri a prendere una decisione informata prima di scegliere.

Poiché “le decisioni del Parlamento eletto a maggio avranno ricadute concrete sulle vite dei giovani”, la Fimcap ha chiesto ai gruppi politici europei di esprimersi “sui temi particolarmente rilevanti per la vita dei giovani”: inclusione sociale, sostenibilità, scambi e mobilità, obiettivi per i diritti dei giovani e dei bambini, diversità, pace e rispetto. È stato ad esempio chiesto: “Come pensate di sostenere il lavoro delle organizzazioni giovanili?”.

O ancora: “I giovani in Europa vogliono più azioni per il clima. Come pensate di rispondere alla loro esigenza? Come la immaginate un’Europa inclusiva? Che cosa volete fare per realizzare questa visione?” Sul sito si possono quindi confrontare le diverse proposte politiche su ogni domanda. Una parte del sito raccoglie poi le idee e le proposte che membri della Federazione hanno elaborato per migliorare le politiche giovanili in Europa.

Amazon investe 575 milioni di dollari in Deliveroo

Lo annuncia la società londinese di consegne precisando che “questo significa che Deliveroo ha raccolto in totale fino ad oggi 1,53 miliardi di dollari”.

Il nuovo investimento, scrive Deliveroo, contribuirà a: sviluppare il suo team di tecnici e ingegneri nel quartier generale di Londra per ampliare il suo bacino di consegne e offrire i suoi servizi a nuovi clienti. Il creatore (nel 2013) e ceo di Deliveroo, Will Shu, ha affermato in una nota che le nuove risorse raccolte offriranno ai ristoranti ulteriori opportunità di crescita e di espansione del proprio business.

“Amazon è stata un’ispirazione per me personalmente e per l’azienda e non vediamo l’ora di collaborare con un’organizzazione così ossessionata dal ruolo dei clienti”. “Siamo impressionati dall’approccio di Deliveroo e dalla loro dedizione nel fornire ai clienti una selezione sempre crescente di ottimi ristoranti, oltre a comode opzioni di consegna”, ha dichiarato Doug Gurr, Country Manager di Amazon UK.

Nuovo slancio all’economia circolare con il riciclo dei rifiuti di provenienza domestica

Il decreto end of waste per il riciclo dei Pap recupererà, evitando di mandare in discarica, 900.000 tonnellate l’anno di rifiuti. “Un giorno importante e un passaggio epocale per l’economia circolare – ha detto il titolare dell’Ambiente Sergio Costa – Oggi ho firmato il decreto con cui può finalmente decollare un’industria tutta italiana che coniuga il riciclaggio e la conseguente riduzione del problema dello smaltimento dei rifiuti con la creazione di tantissimi posti di lavoro”.

Il decreto end of waste per il riciclo dei Pap, prodotti assorbenti della persona come i pannolini, che permetterà  di far sviluppare una tecnologia industriale italiana creando nuovi posti di lavoro. “Si potranno – ha aggiunto Costa – quindi recuperare e non mandare ad incenerimento o discarica ben 900.000 tonnellate l’anno di rifiuti”.

I prossimi in ordine temporale che stanno arrivando a conclusione, dopo vari passaggi istituzionali, che comprendono anche la valutazione presso la Commissione europea, sono i decreti end of waste per il recupero degli pneumatici, carta e cartone, plastiche miste e rifiuti da costruzione e demolizione.

“Questi sono i sì che ci piacciono – ha concluso il Ministro -. Questi sono i passi giusti per un futuro sostenibile e un’economia circolare che coniughi posti di lavoro e tutela ambientale dando piena realizzazione alla gerarchia dei rifiuti come fissata dall’Unione europea”.

Un rifiuto cessa di essere tale (end of waste) quando è stato sottoposto ad un’operazione di recupero e soddisfa criteri specifici da adottare nell’ambito delle seguenti condizioni (art. 184 ter del Dl 152/06): la sostanza o l’oggetto è comunemente utilizzato per scopi specifici; esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto; la sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti; l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà ad impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana. Queste condizioni generali necessitano poi di ulteriori specificazioni che sono rimandate a criteri comunitari.

Tarquinia, Giugno si apre con la festa etrusca

Il 1° giugno, nella suggestiva cornice di Etruscopolis, l’antica ed affascinante cava di macco partirà la festa etrusca.

Si partirà alle 18:00 con la presentazione di due libri, “Gli Etruschi tra noi” di Fabio Carlotti ed “A Tavola Alla Banditaccia” di Laura Pastore, con la partecipazione del maestro Ennio Tirabassi.

Dalle 20:00 prenderà avvio la serata etrusca, in una formula mai vista prima: due guide accompagneranno i visitatori alla scoperta di Etruscopolis, che per l’occasione sarà popolato di antichi etruschi, artisti all’opera, ceramisti, ballerine; sembrerà davvero di addentrarsi in un’altra dimensione, un viaggio nel tempo all’interno del mondo dei nostri avi, ricco di colpi di scena.

Il coordinatore dell’evento, Alberto Tosoni, assicura che sarà davvero una esperienza indimenticabile, ed aggiunge: “La serata, già molto ricca, sarà resa esplosiva da musica dal vivo, una irriverente commedia del Teatro Popolare di Tarquinia, la rievocazione del rito dell’aruspicina ad opera della compagnia delle Etruscherie di Bibbona, un flautista ipnotico, un delizioso apericena etrusco nell’apposita area food&beverage e molte altre sorprese che saranno svelate nelle prossime settimane. Un immenso grazie va’ ai nostri sponsor, che permettono tutto questo e che ci stanno aiutando per realizzare un evento davvero indimenticabile”.

I broccoli fanno bene al tumore

Uno studio  pubblicato su ‘Science’ a firma dello scienziato italiano Pier Paolo Pandolfi, da tempo negli Usa,  dimostra che i broccoli hanno in se una molecola in grado di spegnere un gene, coinvolto nell’insorgenza di diversi tumori.

Una scoperta che spiana la strada a una nuova strategia anti-cancro. “Abbiamo identificato – spiega Pandolfi, direttore del Cancer Center e del Cancer Research Institute al Beth Israel Deaconess Medical Center – un nuovo, importante protagonista, che innesca un meccanismo cruciale per lo sviluppo del cancro, un enzima che può essere inibito con un composto naturale presente nelle crucifere. Questo meccanismo – prosegue – non solo regola la crescita tumorale, ma è anche una sorta di ‘tallone d’Achille’ che potremo colpire con diverse opzioni terapeutiche”.

 

Smartphone e carità cristiana

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Filippo Simonelli

Scaricare applicazioni sugli smartphone è una routine per gran parte di noi, che magari ci lasciamo affascinare da una o più icone colorate la cui utilità si riduce a pochi utilizzi o ad un fuoco di paglia di viralità. La facilità di questo meccanismo però ha offerto uno spunto ad ingegni migliori verso fini più nobili del semplice download di un gioco o di un social network. Applicando la funzionalità degli smartphone ai più elementari principi della carità cristiana Giandonato Salvia, 29 anni, laureato in economia all’Università Aldo Moro di Bari, ha ideato un ingegnoso sistema per favorire le donazioni e l’aiuto agli ultimi che ruota intorno ad una App, Tucum, e ad un principio, quello della cosiddetta economia sospesa.

L’idea che sta dietro a Tucum e all’economia sospesa nasce da un incontro apparentemente strano tra due idee piuttosto distanti: da un lato un’antica tradizione dei bar napoletani, il caffè sospeso, ovvero un caffè pagato in più da un avventore del bar a vantaggio di un bisognoso che dopo di lui avrebbe potuto prendere un caffè già pagato. Dall’altro un procedimento che Giandonato, che si è specializzato nella branca dell’economia che si occupa di intermediari e dei mercati finanziari, ha mutuato dalla pratica dell’arbitraggio, una strategia che punta al beneficio esclusivo dell’agente economico senza però essere nociva per gli altri, in altre parole un comportamento egoistico. Il punto di incontro sta nel cosiddetto “arbitraggio sociale”, che genera non solo ritorni positivi per chi opera l’arbitraggio ma crea anche un beneficio diffuso per chi aderisce alla rete di Tucum.
In concreto il funzionamento di Tucum è piuttosto articolato e si fonda sulla cooperazione spontanea di più soggetti: anzitutto gli utenti, che scaricano l’App ed effettuano le loro donazioni per un ammontare che va dai venti centesimi ai dieci euro, a mo’ di elemosina digitali.

Ma i destinatari delle donazioni non sono direttamente “i poveri” come siamo comunemente portati ad intenderli: il ricavato delle donazioni viene gestito dalla Tucum Odv che inoltra il denaro alla Caritas. La Caritas a sua volta ha il compito di erogare, sotto forma di crediti da caricare su di una carta Nfc, simile alle prepagate, questo denaro ai poveri che possono usare la carta per acquistare beni di prima necessità nei negozi convenzionati che aderiscono all’iniziativa. Questa rete permette non solo di coinvolgere un numero di utenti più vasto possibile, ma preserva anzitutto la dignità dei poveri che ne beneficiano: questi infatti, muniti della loro carta, possono recarsi nei negozi e fare acquisti in maniera del tutto naturale, senza subire il peso dello stigma sociale che le situazioni di povertà portano con sé; gli unici ad essere a conoscenza della loro condizione effettiva sono i negozianti che operano in una sorta di benevola complicità.

I benefici di questo progetto sono però più grandi. Anzitutto tramite il “filtro” della Caritas si evita il pericolo dei falsi poveri o che le donazioni possano essere intercettate dai racket dello sfruttamento delle elemosina; inoltre ai destinatari delle donazioni viene chiesto un contributo mensile di 2 euro, che serve sia a mantenere le attività di Tucum che a responsabilizzarli. Con le risorse che le vengono garantite da questo circolo virtuoso, Tucum è in grado inoltre di sostenere fondi di Microcredito per famiglie in difficoltà e addirittura per sostenere progetti indirizzati nei paesi.

Ma per far funzionare questa macchina occorre un lavoro capillare di diffusione; accanto a metodi tradizionali di passaparola e quelli della viralità tecnologica, Giandonato ha deciso di mettersi ancor più direttamente in gioco partendo per una sorta di Tour dell’Italia in treno facendo tappa per le quattordici stazioni delle città metropolitane italiane, incontrando dapprima i negozianti per convincerli ad entrare nella rete di Tucum, le Caritas locali ed infine quelli che sono al centro di questo progetto, i poveri e gli invisibili, che nelle grandi stazioni sono troppo spesso ammassati in condizioni precarie.

Se doveste vedere una folla felice che si annida per la stazione della vostra città, fateci caso. E per una volta potrebbe anche essere una cosa buona prendere il telefono per scaricare, con cognizione di causa, un’altra App sul vostro telefonino.

Rete Bianca: un voto per l’Europa, contro sovranisti e populisti.

Siamo convinti che il voto di domenica 26 maggio costituirà una tappa fondamentale sulla strada dell’europeismo.

Sono forti le preoccupazioni che genera il possibile deragliamento in chiave populista e sovranista.

Oggi, nonostante le insufficienze e le difficoltà del modello post-Maastricht, la frontiera del “sogno europeo” si attesta sull’asse del ritorno ai principi, ai valori, alle scelte dei Padri fondatori.

A noi piace difendere e rilanciare l’idea dell’Europa di De Gasperi e Spinelli, ovvero dell’integrazione e della solidarietà come architrave del progresso dei popoli e delle nazioni del nostro Continente.

Per questo “Rete Bianca”, punto di incontro e dialogo tra cattolici democratici, auspica l’aperto sostegno elettorale ai partiti e alle liste che muovono dal presupposto di dover contrastare l’azione demolitrice a carattere anti-europeo dell’attuale maggioranza di governo.

L’assenza in questa competizione elettorale di una forza politica di centro, capace di aggiornare e rilanciare il patrimonio ideale del popolarismo, non autorizza la fuga dalle responsabilità, quindi non permette di coltivare l’opzione astensionista.

Il voto questa volta è un dovere, per ridare all’Europa slancio e vigore, nonché all’Italia il ruolo che le spetta nel panorama politico dell’Unione.

Con questo spirito, decliniamo il nostro impegno per l’Europa con il respiro ideale del popolarismo, convinti come siamo che la battaglia del 26 maggio incentiva la ricostruzione di un centro democratico e progressista – De Gasperi lo definiva il “centro che guarda a sinistra” – necessario a garantire un autentico rinnovamento morale, civile ed economico dell’Italia.

 

26 maggio una bella data

È una gioia votare in un Paese libero e democratico. In molti Stati si rischia la vita fuori dai seggi elettorali. Votiamo e facciamo votare per una patria delle patrie: più Europa sarà anche più Italia, più coesa, solidale, ricca. Votano contemporaneamente tutti i cittadini Europei (circa 400 milioni): siamo molti di più dei cittadini USA e dei Russi (solo l’India è la democrazia più grande del mondo).

Putin a EST e Trump a OVEST preferiscono trattare con un paese alla volta piuttosto che con una Europa Unita, il cui PIL e il cui sistema di Welfare sono primi al mondo. Ricordiamo cosa sta rappresentando la Brexit per gli Inglesi e, al contrario, con gli enormi sacrifici sopportati, la volontà di restare in Europa dei Greci.

Bisogna votare per potenziare il Parlamento Europeo, che dovrà affrontare importanti riforme per dare potere ai rappresentanti dei popoli, più che ai governi. Infatti il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, finora, ha portato a Bruxelles gli interessi ‘sovranisti’, invece che quelli dell’Unione. La prossima legislatura europea segnerà il futuro delle nuove generazioni. Negli ultimi 60 anni i popoli europei hanno conosciuto solo la pace, perché si sono uniti per dire basta alle guerre che avevano insanguinato l’Europa. Vogliamo lasciare la stessa eredità di pace alle generazioni future. Siamo europei e votiamo!

I parlamentari europei italiani saranno 76. Si vota ponendo una croce sul simbolo della lista prescelta. Si possono esprimere tre preferenze purchè alternando il genere: si scrive sulla scheda il nome del candidato o candidati prescelti. Si vota donna uomo donna, oppure uomo donna uomo. Se si scegliessero candidati dello stesso sesso, sarebbe considerata valida soltanto la prima preferenza.

Brexit. Il labirinto inglese

Articolo già apparso sulle pagine della civiltà cattolica a firma di Fernando de la Iglesia Viguiristi

Il tema della Brexit è es­senzialmente un tema politico. È una decisione sovrana del Regno Unito (UK) con la quale i suoi cittadini hanno scelto quali relazio­ni vogliono avere in futuro con l’Unione Europea (Ue). Una volta presa questa risoluzione, ai britannici resta da negoziare con la Ue e formalizzare le condizioni della loro uscita, cioè i suoi vari aspetti. L’accordo che l’UK contrarrà con la Ue merita grande rispetto.

Dobbiamo anche ricordare che nella Ue l’UK è sempre stato un socio eccentrico. Lo stesso Winston Churchill aveva detto, alla fine della Seconda guerra mondiale, che per assicurare la pace bisognava in­camminarsi verso gli Stati Uniti d’Europa senza includervi l’UK. Così è avvenuto.

Ciò detto, diventano importanti altre due affermazioni:

  1. la politica britannica, una volta presa la decisione di abbando­nare l’Ue con il referendum del giugno 2016, è entrata in un labi­rinto da cui sembra incapace di uscire. È rimasta intrappolata nella questione irlandese e nell’aritmetica parlamentare.
  2. L’aspetto economico è una componente assai rilevante della Brexit. Sia per i britannici sia per gli europei le conseguenze prati­che di questa decisione storica saranno rilevanti.

Dopo due anni di negoziati, il contenuto dell’accordo destinato a fissare le condizioni del periodo transitorio verso l’uscita definitiva dell’UK dall’Unione Europea è stato per tre volte respinto dal Parlamento britannico. La situazione è davvero molto confusa. Può accadere di tutto.

Due brevi considerazioni di sintesi. Primo: oggi, come ha scritto Robert Skidelsky, grande conoscitore di John Maynard Keynes, «i sostenitori del leave detestano la Ue più intensamente di quanto non la amino i sostenitori del remain». Secondo: quelli che vogliono re­stare pretendono che si torni a uno stato di appartenenza particolare e speciale, perché limitato e ristretto.

L’unica cosa che pareva unire quasi tutti era il desiderio di evitare un’uscita brusca, tuttavia il pericolo che vada a finire così c’è ed è concreto. Fin qui né Londra né Bruxelles sembrano aver trovato una strategia comune per affrontare un divorzio che è stato fissato per il 31 ottobre. Il tradizionale pragmatismo britannico saprà reagire in tempo?

La Brexit delineerà indubbiamente una nuova Ue, meno diver­sificata, ma anche meno coesa. Dopo un decennio di grandi tensioni economiche, sociali e politiche come conseguenza della crisi inizia­ta nel 2008, questa defezione lacererà l’attuale Ue. Si auspica che questo processo causi il minor danno possibile alla convivenza nell’UK e al progetto europeo, e risulti il meno gravoso possibile per i cittadini delle Isole e del Continente.

L’impresa responsabile

Gia pubblicato sulle pagine di Servire l’Italia a firma di Marco Vitale

Nel 2014 pubblicai un libretto dal titolo: “L’impresa responsabile. Nelle antiche radici il suo futuro” (con prefazione di Gianfranco Dioguardi e postfazione di Stefano Zamagni e Carlo Orlandini, Edizioni Studio Domenicano, ESD, pagg. 202). Questo testo sviluppava una Lectio Magistralis dal titolo: “L’Impresa come paradigma culturale dalle radici antiche”, tenuta in occasione del Premio Ghislieri alla carriera, attribuito all’autore, il 9 ottobre 2014, dal Collegio Ghislieri di Pavia.

Ho indugiato sull’origine di questo testo perché ciò aiuta a illustrarne la natura. Questo testo intendeva rappresentare una sintesi degli insegnamenti e riflessioni che avevo dedicato all’Impresa negli ultimi quaranta anni. La mia sensazione nello scriverlo era che esso avrebbe rappresentato il mio contributo finale sul tema dell’impresa. Ma così non è stato per due motivi. Il dono della buona salute che mi tiene ancora impegnato professionalmente, e la tumultuosa evoluzione e involuzione dei nostri tempi tormentati che chiamano a continui aggiornamenti anche sulle tematiche dell’impresa. Perciò svilupperò alcuni aggiornamenti sul tema dell’impresa responsabile.

Il titolo del mio testo era ispirato da un bellissimo libro di Luciano Gallino intitolato: “L’Impresa irresponsabile” che conteneva questa definizione:
“Si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge, suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica o privata né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività”.

A contrario io definivo responsabile l’impresa che sa di dover rispondere alle autorità pubbliche, e alla collettività in generale in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività. E oggi aggiungerei: oltre che in campo culturale e politico.

La mia tesi di sempre che sviluppavo anche nel libro è che l’impresa può essere un formidabile fattore di sviluppo socio-economico e culturale. E altrettanto decisiva è l’economia imprenditoriale e di mercato. Negli ultimi decenni, invece, abbiamo assistito al rapido prevalere di una visione completamente opposta, quella dell’economia finanziaria e di rapina. Da questa è indispensabile liberarci. Per questo difficile ma essenziale compito è necessario riunire le forze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, energie, dottrine, esperienze, abbattendo muri che ci isolano e ci soffocano, come quelli tra macro economia e micro economia, cultura tecnica e cultura umanistica, conoscenza superspecialistica e conoscenza generale dell’uomo e della società. È necessario gettare ponti, ricercare ciò che unisce passato e futuro, passando attraverso un presente meno mediocre e vile di quello in cui ci aggiriamo disorientati e sgomenti. Come disse Karl Popper: “Noi possiamo fare qualcosa per il futuro. Forse possiamo fare poco, ma ciò che possiamo fare dobbiamo farlo”.

Da allora (2014), e soprattutto negli ultimi anni, qualche cosa è cambiato. L’economia finanziaria e di rapina resta ancora oggi il paradigma dominante, ma non è più incontrastato. Dalle molte crepe che si sono aperte nel sistema, filtrano voci nuove che si aggiungono ai pochi e flebili grilli parlanti del passato. Lo spazio a disposizione è troppo poco per sviluppare, in modo adeguato, questo concetto. Perciò non potrò procedere che per pochi esempi:

“Society is demanding that companies, both public and private, serve a social purpose. To prosper over time, every company must not only deliver financial performance, but also show how it makes a positive contribution to society. Companies must benefit all of their stakeholders, including shareholders, employees, customers, and the communities in which they operate”.

Questa frase, che demolisce la dottrina del “shareholder value”, la più distruttiva dottrina manageriale degli ultimi 50 anni, non è di Luciano Gallino, né di Marco Vitale, né di Papa Francesco. E’ di Larry Fink, CEO di Blackrock, il più grande fondo di investimento del mondo. Qualcosa sta cambiando! All’apertura dell’ultimo Forum di Davos (tradizionalmente la Superuniversità dell’economia di rapina) quest’anno si è partiti dal concetto nuovo di “Qualitative Easing” nel campo manageriale. Il fondatore di Davos, Klaus Schwab, ha sottolineato la necessità di una “Qualitative Easing” per rispondere alle sfide di un mondo in rapido cambiamento, assegnando la responsabilità di trovare queste nuove soluzioni alle imprese e agli imprenditori. Schwab ha detto che impresa e imprenditori hanno l’influenza e l’interesse di “aggiustare” un contratto sociale che si è rotto. “Dobbiamo assicurarci – ha affermato – che la quarta rivoluzione industriale si sviluppi con l’umanità al centro e non solo con la tecnologia”. Veramente qualcosa sta cambiando!

Potrei fare parecchi altri esempi nella stessa direzione. Ma mi limiterò ad una ultima riflessione relativa al nostro Paese. Io incontro continuamente ed in misura crescente imprese di qualità, merito del nostro nuovo o quarto capitalismo, che si muovono secondo un paradigma dove l’uomo, la conoscenza, la meritocrazia, il merito, l’onestà e non la rapina, sono al centro. Imprese che io definisco olivettiane ed alle quali io raccomando di non farsi sopraffare dall’americanismo. Esse rappresentano il nerbo del nostro sistema produttivo e insieme la nostra speranza. Ma esse devono capire che non possono percorrere gli antichi sentieri che hanno portato ad una sconfitta storica il grande capitalismo italiano ed alla crisi del 2008 il capitalismo americano. Ma percorrere sentieri nuovi e insieme antichi (come ho cercato di illustrare nel mio libretto sull’Impresa responsabile). La società chiede loro un grande salto di qualità sul fronte culturale e della responsabilità collettiva.

Può sembrare strano chiedere questo grande salto di qualità ad imprese già impegnate in tanti difficile fronti, in una giornata ( 8 maggio 2019) in cui i giornali ci raccontano di una grande retata di corrotti, corruttori e complici della malavita organizzata a Milano (95 indagati, 48 arrestati), di indagini per tangenti a Catanzaro (20 imputati) ed a Palermo (14 imputati di cui 4 arresti), in cui viene revocato un sottosegretario del governo per sospetta corruzione e vicinanza ad ambienti mafiosi, in cui una regione una volta pulita come l’Umbria è travolta da uno scandalo sanitario di proporzioni colossali. Eppure, anche proprio per questo chiediamo alle imprese un salto di qualità per distinguersi da questi pseudo – imprenditori che nella corruzione e collisione con la feccia (tragicamente maggioritaria) della politica e per difendere il concetto stesso di impresa e di mercato come fattore di sviluppo.

Ma, ancora una volta, il silenzio di quelle voci che dovrebbero rappresentare e difendere l’impresa come fondamentale soggetto di sviluppo, è spettrale, impressionante e scoraggiante.

Inflazione: Istat, confermata la lieve accelerazione di aprile

Nel mese di aprile 2019, si stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenti dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,1% su base annua (era +1,0% a marzo), confermando la stima preliminare.

La lieve accelerazione dell’inflazione si deve principalmente alla dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,5% a +2,8%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +0,9% a +1,6%) e dei Beni energetici non regolamentati (da +3,3% a +3,7%). A contenere queste accelerazioni sono il netto rallentamento dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (da +7,8% a +4,3%) cui si aggiunge quello più contenuto dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (da +1,9% a +1,0%) e lavorati (da +0,7% a -0,1%).

Sia l’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sia quella al netto dei soli beni energetici accelerano lievemente, rispettivamente da +0,4% a +0,6% e da +0,6% a +0,7%.

La crescita congiunturale dell’indice generale è dovuta per lo più ai prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,5%), dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,7%) e dei Beni energetici non regolamentati (+1,4%). Bilanciano solo in parte queste spinte il calo marcato dei prezzi degli Energetici regolamentati (-8,5%) e quello più contenuto dei Beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-2,2%).

L’inflazione decelera per i beni (da +1,3% a +0,9%), mentre accelera per i servizi (da +0,7% a +1,3%); il differenziale inflazionistico diventa quindi positivo e pari a +0,4 punti percentuali (da -0,6 di marzo).

L’inflazione acquisita per il 2019 è +0,6% per l’indice generale e +0,4% per la componente di fondo.

Per i prodotti di largo consumo si attenuano le tensioni sui prezzi: decelerano sia quelli dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +1,1% a +0,3%), sia quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +1,5% a +1,1%).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,5% su base mensile e dell’1,1% in termini tendenziali (stabile rispetto al mese precedente). La stima preliminare era +1,2%.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,1% su base mensile e dello 0,9% rispetto ad aprile 2018.

Sviluppo sostenibile: Asvis e ForumDD, il 24 maggio a Roma

Appuntamento venerdì prossimo, 24 maggio, nella sala Cinema del Palazzo delle esposizioni di Roma con il convegno “Sconfiggere la povertà, ridurre le disuguaglianze”, organizzato dal Forum disuguaglianze diversità (ForumDD) in collaborazione con Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis).

L’incontro si inserisce nel programma della terza edizione del Festival dello sviluppo sostenibile promosso dall’Asvis. Dopo l’introduzione di Roberto Moneta, nel corso della prima sessione si darà spazio alla discussione sulle politiche redistributive, quelle politiche di tassazione o di trasferimento e spesa che intervengono a valle della formazione della ricchezza e del reddito. Con la moderazione di Gianni Bottalico (Asvis), nella prima parte della mattinata Roberto Rossini (Alleanza contro la povertà), Nunzia De Capite (Caritas italiana e ForumDD) e Andrea Morniroli (Cooperativa sociale Dedalus e ForumDD) interverranno sulle politiche di contrasto alla povertà implementate fino ad oggi in Italia, evidenziandone le criticità e illustrandone i risultati e gli insegnamenti. La seconda parte della mattinata sarà invece dedicata alle politiche alternative.

Mikhail Maslennikov (Oxfam) affronterà i temi dell’elusione fiscale e della progressività delle imposte, Elena Granaglia (Università Roma Tre e ForumDD) presenterà una delle 15 proposte per la giustizia sociale del ForumDD: l’imposta sui vantaggi ricevuti e la misura di eredità universale. La mattinata si concluderà con un intervento in collegamento di Alessandro Profumo. La seconda parte del convegno si concentrerà invece sulle politiche pre-distributive che intervengono nel momento in cui il reddito e la ricchezza si formano, al fine di garantire il raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale dei cittadini e delle cittadine, come sancito dalla Costituzione.

Quando sicurezza e prevenzione partono dalla scuola

Il tema della prevenzione e della sicurezza diviene centrale in un Paese come il nostro che ha il 91% dei comuni ad alta vulnerabilità idrogeologica, dove risiedono oltre 3 milioni di nuclei familiari (dati Ispra 2017). Una Penisola geologicamente giovane soggetta a tutti i georischi: sismico, idrogeologico, vulcanico. Parte dunque da questa considerazione l’accordo, che stabilisce come i temi della sicurezza debbano essere inseriti nel percorso formativo degli studenti a partire dalla scuola secondaria di I grado. Il progetto durerà tre anni.

I ragazzi saranno coinvolti in attività didattiche e incontri dedicati alla prevenzione dei rischi attraverso lezioni, gruppi di studio, documenti tecnico-didattici da realizzarsi in collaborazione tra Miur, operatori della Protezione civile e Cni.

“La missione fondamentale della scuola è formare cittadini responsabili – ha detto il titolare dell’Istruzione Marco Bussetti -. E’ necessario che i ragazzi siano educati a corretti stili di vita sotto ogni aspetto. La salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro sono temi determinanti, su cui gli studenti devono maturare una consapevolezza massima, quale che sia il ruolo che andranno a occupare nella società di domani. Il Miur attribuisce un’importanza strategica a questo Accordo. Il contributo del Dipartimento di Protezione civile e del Consiglio nazionale degli ingegneri costituisce un arricchimento importante per l’offerta formativa delle scuole di tutto il territorio nazionale”.

“Il Protocollo di collaborazione firmato oggi con il Miur e con il Consiglio nazionale degli ingegneri – ha sottolineato il capo Dipartimento della Protezione civile Angelo Borrelli – riveste un’importanza fondamentale per il rafforzamento delle attività di previsione e prevenzione dei rischi in ambiente scolastico, nonché di educazione in materia di sicurezza. Grazie a questa intesa si rinnova pertanto un’importante sinergia per la realizzazione di iniziative di carattere formativo ed educativo, con particolare riguardo alla necessità di contribuire concretamente alla formazione dei giovani quali cittadini consapevoli. Si parte dalle scuole affinché i ragazzi portino nelle famiglie la cultura della prevenzione”.

“La firma di questo Protocollo d’intesa – ha aggiunto il presidente del Cni Armando Zambrano – è un momento importante che riguarda la funzione determinante degli ingegneri a tutela della collettività. Questo accordo impegna la nostra categoria sia in attività di informazione e di formazione, a livello scolastico, rispetto al delicato tema del rischio, sia con la partecipazione a un comitato scientifico che produrrà documenti a tutti i livelli che favoriranno comportamenti corretti nei casi di emergenza. Nell’occasione abbiamo invitato il Ministro a partecipare alla nuova edizione di ‘Diamoci una scossa’, l’iniziativa per sensibilizzare rispetto al rischio sismico”.

Dal Consiglio nazionale della Green economy Cinque proposte per migliorare il Piano nazionale energia e clima

Cinque proposte per migliorare il Piano nazionale per l’energia e il clima sono contenute in una risoluzione approvata dal Consiglio nazionale della green economy, riunito in assemblea plenaria.

Ecco una sintesi delle proposte del Consiglio nazionale della green economy che raggruppa 66 organizzazioni di imprese.

 

  1. 1. Aumentare l’impegno di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 , dal 37% proposto dal Piano energia e clima, al 50%, per allinearlo con la traiettoria dell’Accordo di Parigi e per contenere l’aumento medio delle temperature al di sotto dei 2°C, , accogliendo la proposta di rivedere l’impegno votata dal Parlamento europeo ed anche la proposta della Commissione UE di arrivare ad azzerare le emissioni nette al 2050.
  2. Definire misure efficaci per raggiungere il target di riduzione del 40% dei consumi tendenziali di energia al 2030 , con particolare riferimento a quelle necessarie per avere edifici sia pubblici sia privati a bassissimi consumi di energia, integrando l’ecobonus esistente con ulteriori misure per le ristrutturazioni energetiche profonde , più costose e impegnative
  3. 3. Aumentare la quota dei consumi di energia prodotta con fonti rinnovabili al 2030 dal 30% attualmente previsto dal Piano al 35% . Per realizzare tale più consistente obiettivo sarà necessario aumentare tutte le rinnovabili: per gli usi termici dovranno crescere ben oltre i 15 Mtep indicati dal Piano; per le rinnovabili elettriche si può andare ben oltre il 55% previsto dal Piano ; per quanto riguarda le rinnovabili nei trasporti va incentivato lo sviluppo dell’elettrificazione ,con elettricità rinnovabile, e quello dei biocarburanti avanzati sostenibili come il biometano e il bio-GNL.
  4. Inserire nel Piano il contributo importante dell’economia circolare e della bioeconomia che sono invece sottovalutate. L’economia circolare può dare un contributo notevole al processo di decarbonizzazione. Il ruolo dell’agricoltura e della gestione forestale, attività rilevanti della bioeconomia, è importante anche per le politiche energetiche e climatiche.

5.Istituire un Fondo nazionale per la transizione energetica dotato di adeguate risorse perchè una transizione di vasta portata come quella energetica e climatica non può essere finanziata solo con strumenti ordinari. Questo Fondo va alimentato con le risorse prevenienti da quello per l’efficienza energetica, dai proventi dell’ETS, dalla riallocazione di almeno una parte dei sussidi ambientalmente dannosi, nonché da una parte delle risorse messe a disposizione con un efficace e fiscalmente neutro sistema nazionale di carbon pricing.

 

Il testo integrale della Risoluzione è reperibile a questo link

Allarme per le infezioni negli ospedali

I dati dell’Osservasalute dicono che dal 2003 al 2016 nel nostro Paese è cresciuto enormemente il numero delle morti correlate alla sepsi: siamo passati da 18.668 a 49.301. Decine di migliaia di morti, avvenute nella quasi totalità in ospedale. Nello stesso periodo il tasso di mortalità sepsi è pressoché raddoppiato sia per gli uomini che per le donne.

A rendere sempre più insidiose le infezioni ospedaliere è anche l’aumento dell’antibioticoresistenza e il dilagare dei super-bug.

I dati Osservasalute mostrano come il fenomeno incida maggiormente fra gli over 75, con 36.824 decessi solo nel 2016. A livello regionale, poi, la crescita della mortalità sepsi-correlata nella classe di età ’75 anni e oltre’ è un fenomeno generalizzato a tutte le aree del Paese.

Nel 2016  i valori più alti sono stati registrati in Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, i più bassi in Campania e Sicilia. Per quanto riguarda le donne, i più alti sono in Emilia Romagna e Liguria e livelli minori in Campania e Sicilia come per gli uomini. Il gap territoriale può in parte essere legato alla maggiore attenzione da parte delle strutture ospedaliere nel riportare le cause di morte nel certificato.

 

Il M5s vuole avvicinarsi al Pd o solo allontanarsi da Salvini?

Già pubblicato sulle pagine on-line di AGI

“Svolta moderata” o “svolta a sinistra”? A cosa bisogna dare più credito, dopo l’intervista del 14 maggio di Luigi Di Maio a La Repubblica? Rassicurare l’elettorato sganciandosi da Salvini e agganciandosi a Zingaretti? Moderare i toni o radicalizzare i gesti?

A dieci giorni esatti dal voto europeo, Luigi Di Maio è a un bivio. Perché, come osserva Massimo Franco sul Corriere della Sera del 15 maggio, ancor prima di correre a sinistra verso il Pd, la sua offensiva contro la Lega sembra esser nata prima di tutto “non solo per registrare lo spostamento a destra di Salvini, ma per schiacciarlo su quelle posizioni; e per fare terra bruciata non tra alleati di governo, ma tra elettorati che si erano mostrati contigui”.

“E liquida con un sorriso d’ufficio l’accusa salviniana di flirtare con il Pd: accusa simmetrica a quella del M5S sui rapporti Lega-Forza Italia” analizza l’editorialista di via Solferino, che osserva come Di Maio “per paradosso lascia aperta una strada a una riconciliazione postelettorale”. Dunque, si tratterebbe di mosse tattiche, leggeri posizionamenti in vista del voto.

Eppure il giorno prima, sulle stesse colonne, Antonio Polito vedeva “crescere il leftismo di Di Maio”. Segnali sinistri nella convinzione che prima o poi l’alleato potrebbe rompere l’alleanza di governo. Quindi i grillini sarebbero in cerca di un piano B, di una via d’uscita guardando a possibili nuovi alleati. Anche se lo stesso Polito osservava che “il leftismo di Di Maio sta diventando quasi imbarazzante. I pentastellati sono antifascisti al Salone di Torino e pro-cannabis negli shop, visitano gli inquilini rom di Casal Bruciato e inneggiano a papa Francesco che riaccende la luce nei palazzi occupati dai profughi. Hanno fatto il reddito di cittadinanza e ora propongono il salario minimo. Ieri Di Maio ha persi- no preso le difese del partito dei contestatori di Salvini nelle piazze: “Sequestri di telefonini, persone segnalate, striscioni ritirati. Troppa tensione”. E poi la botta al ministro dell’Interno: «Mi appello a tutte le forze anche di governo, basta slogan”.

Inomma, “un po’ è semplice geometria elettorale” continua Polito perché, “se Salvini chiede un referendum su di sé alle Europee, allora la posizione più comoda è quella del No: nell’uno contro tutti, di solito vincono i tutti (ricordate Renzi?). Di Maio sta appunto provando a mettersi alla guida dei tutti. E poi cercare voti a destra che senso avrebbe? Lì ci sono solo posti in piedi. Salvini ha fatto il pieno e il resto è della Meloni. Anzi, prima o poi perfino il Capitano si dovrà fermare nella sua marcia su CasaPound: gli sta aprendo una falla di consensi al centro”. Dunque? “Dunque, se il M5S va a sinistra nessuno si meravigli. È un partito di plastilina, materiale perfino più malleabile della plastica di cui era fatto quello di Berlusconi”. Quanto a Di Maio, però, lui una posizione ce l’ha sul Pd: “Non ho nessuna sintonia, è un semaforo fermo” dice.

E allora, giochi chiusi? Non se ne fa nulla? “E però la missione di queste settimane è preparare un terreno comune su cui ragionare. Per provare a evitare elezioni anticipate, scenario improbabile, o per un’alleanza con i dem dopo eventuali nuove politiche. Per questo, il leader strizza l’occhio a Zingaretti frenando sulle autonomie e promettendo una legge sul conflitto d’interessi. Per la stessa ragione, incassa il sostegno del segretario Pd sul ‘salvaRoma’. E cerca sponde sul salario minimo e sull’acqua pubblica”. E con che obiettivo? “Tutto per convincere Salvini a non chiudere la legislatura” si legge sul quotidiano di Largo Fochetti

Allora è solo tattica? Pressione sull’alleato? Minaccia di fuga per convincere il leghista a non tirare troppo la corda rischiando di romperla? “Picchiare sulla Lega per tenersi avvinghiati alla Lega, ecco la strategia di Di Maio” scrive ancora la Repubblica nella sua edizione cartacea, perché “’l’unico modo per andare avanti con questo governo è ridimensionare Salvini. Colpirlo senza tregua, come ha fatto lui con noi per mesi’” riferisce un virgolettato anonimo e non attribuito a chicchessia. Quindi il Pd, in questo schema diventerebbe null’altro che “lo spettro da agitare per spaventare l’alleato”: “’Spingiamoli a destra – è la linea – se blocchiamo la Lega sotto il 30 e prendiamo il 23-24%, Salvini non potrà muoversi. E l’esecutivo non cadrà” è il ragionamento di un anonimo dirigente grillino. Credibile?

Secondo il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa quella dell’estremismo moderato di Di Maio o anche di Salvini “è una grande balla”, “una gigantesca illusione”. “Ma dato che alle prossime elezioni politiche sarà difficile – e lo diciamo con un sorriso – che possa affermarsi il romantico modello Gela, ovvero un patto di governo tra pezzi di Pd e pezzi di Forza Italia – seguita Cerasa – prima o poi sarà necessario ragionare intorno a un tema da voltastomaco: alla prossima occasione, andrà fatto di tutto oppure no per promuovere una qualsiasi soluzione politica diversa da quella attuale? Illudersi che esista un populismo estremista più presentabile dell’altro è una sciocchezza tipica di una classe dirigente specializzata a essere più digerente che dirigente (se lo spread ieri è arrivato a 280 punti base non è perché Salvini ha detto di essere pronto a sforare tutti i parametri europei ma è perché i mercati considerano credibile che il progetto di Salvini possa essere assecondato da Di Maio)”.

“Non capire però che buona parte della classe dirigente italiana (con Repubblica che si candida già a fare il giornale puparo del governo Pd-M5s) è impegnata ormai da mesi a ragionare su questo tema significa non capire qual è la vera sfida di fronte alla quale si trovano le opposizioni al governo: evitare cioè che gli italiani si rassegnino a considerare la sfida tra M5s e Lega come il cuore del nuovo bipolarismo italiano”. Il 26 maggio l’ardua risposta.

Dal suo punto di vista, Il Fatto Quotidiano nell’edizione in edicola vede all’orizzonte solo “il Patto del Pomicino”, nel senso di Paolo Cirino, ex ministro democristiano che Zingaretti è andato a trovare e il quale ha fatto un endorsement a favore del Governatore del Lazio. Intanto è come tutto sospeso. A Palazzo Chigi come al quartier generale della Casaleggio Associati.

Il Corriere però ricostruisce nell’edizione del 15 maggio e giura che dietro la svolta a sinistra di Di Maio c’è una nova regia del Movimento 5 Stelle che prende le mosse all’indomani dei risultati elettorali in Abruzzo, disastrose per i seguaci di Grillo e Casaleggio. E anche per i toni della Lega, sempre più ruvidi nei loro confronti. “È stato allora che Luigi Di Maio ha pensato che così non andava, che i troppi errori di una Comunicazione poco reattiva e ancora in una logica da ‘opposizione’ rischiavano di schiacciarlo. È stato a quel punto che, paradossi della politica, ha pensato che gli servisse un giornalista vero, con esperienza nel rapporto con i colleghi, per risalire la china. E così è arrivato Augusto Rubei, che resta portavoce del ministro della Difesa Elisabetta Trenta, ma che ha preso in mano le redini della Comunicazione, aprendo una fase nuova per i 5 Stelle. Che avrà un primo punto di verifica con le Europee”.

Insomma, le prime mosse di Rubei “sono state quelle di riposizionare il Movimento, che rischiava di essere fagocitato dalla bulimia salviniana, e di ridare un’identità al gruppo. A questo si deve lo spostamento a sinistra, con ammiccamenti che hanno come scopo quello di punzecchiare la Lega, più che di allacciare rapporti con un Pd ancora odiato” osserva il quotidiano di via Solferino.

Alla fin fine, l’unico “a notare troppi accoppiamenti tra Pd e 5 stelle, troppa sintonia” potrebbe esser rimasto il solo Salvini. In quanto, osserva, “dicono no all’autonomia, no alla flat tax, no al nuovo decreto sicurezza. Qualcuno mi spieghi se il M5svuole andare d’accordo con il Pd o con gli italiani e la Lega, rispettando il patto” si legge su Libero. Ma è sufficiente per sostenere che andranno con il Pd?

Chiosa ancora una volta Polito sul Corriere: “Voi direte: ma come fa il Pd a scavalcare i Cinquestelle? È una buona domanda. Fatela al segretario. Potrebbe rispondervi che se ci metti vicino un altro partitino di sinistra, e un partitino di centro, e un partitino di Bonino, allora si arriva al 30% e i Cinquestelle devono per forza fare lo junior partner. È il proporzionale, bellezza. Ed è così che si vota in Italia, meglio non dimenticarlo”. Dulcis in fundo, chiude l’editorialista del quotidiano milanese: “Questo scenario può essere rovinato solo da un evento altamente probabile: che le prossime elezioni le vinca il centrodestra”.

Visentini (Etuc): “Meno austerità, più diritti, l’Ue sta cambiando. Ora un nuovo patto sociale”

Già pubblicato sulle pagine di Agensir

La Confederazione europea dei sindacati (meglio nota con l’acronimo inglese Etuc, European Trade Union Confederation), con sede a Bruxelles, rappresenta circa 45 milioni di lavoratori di 90 sindacati in 38 Paesi dell’Europa, una forza sociale consistente che tiene il fiato sul collo all’Unione perché si arrivi a “un’Europa più giusta per i lavoratori”, come recita il titolo del manifesto che la Confederazione ha prodotto in vista delle elezioni europee e attorno al quale sta portando avanti una grande campagna. Bisogna andare a votare: “un tasso di astensionismo elevato alle elezioni non fa bene ai lavoratori perché chi prevale sono sempre coloro che sono più anti-Europa, anti-uguaglianza e giustizia sociale”, spiega al Sir il segretario generale Etuc, l’italiano Luca Visentini. E il nuovo assetto istituzionale europeo dovrà lavorare per un “nuovo contratto sociale”, che dia un futuro migliore ai cittadini europei.

Quale valutazione date di questa legislatura europea ormai conclusa?
C’è stato un grande miglioramento dal punto di vista sociale. La Commissione Juncker si è resa conto quasi subito che gli effetti della crisi sui lavoratori e i cittadini erano stati pesanti ed era necessaria un’inversione di rotta delle politiche economiche e sociali dell’Ue. L’annuncio della necessità di rifondare il modello sociale europeo e di costruire questa Europa sociale a “tripla A” e il sostanziare quest’impegno in una serie di provvedimenti concreti è stato molto positivo.La proclamazione del “Pilastro europeo dei diritti sociali” nel 2017 ha portato alla promulgazione di 13 nuove legislazioni in ambito sociale.

Quali ad esempio?
La revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori che ha finalmente introdotto la parità di trattamento salariale per i lavori mobili in Europa; oppure la costituzione di una autorità europea per il lavoro che dovrebbe combattere gli abusi e lo sfruttamento del lavoro nei Paesi europei; la creazione di una sorta di statuto dei lavoratori (la direttiva sulle Condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili) che introduce lo standard minimo di diritti e protezioni dei lavoratori europei compresi i lavoratori atipici, i lavoratori delle piattaforme; l’estensione del sistema di protezioni sociali anche ai lavoratori autonomi. Tutto ciò ha decisamente cambiato il profilo dell’Ue nel rapporto con i cittadini. La difficoltà sta nel trasferire a livello nazionale queste normative perché c’è una forte resistenza dei governi a implementarle e perché adattare la legislazione nazionale a quella europea richiederà del tempo. Restano molti problemi ovviamente, ma rispetto alla fase precedente, gli ultimi anni sono decisamente in miglioramento.

Ma i tassi di disoccupazione, soprattutto giovanile, in diversi Paesi non sono ancora così bassi…
Ci sono però stati cambiamenti abbastanza significativi. Certo ci sono sacche preoccupanti di disoccupazione giovanile e soprattutto di disoccupazione di lunga durata. Però è un fenomeno che si limita ad alcune regioni dell’Ue, non a tutti Paesi.C’è stata una ripresa economica dopo la crisi (non tanto in Italia) e una serie di misure sociali sono state messe in campo:la qualificazione professionale, l’attivazione di politiche per il lavoro, servizi pubblici per l’impiego. È vero che sono precari molti dei posti di lavoro creati: per questo è necessario adeguare la legislazione, stabilizzando ed estendendo i diritti anche a questi lavoratori. È inoltre vero che c’è una carenza di investimenti soprattutto pubblici e il livello degli investimenti rimane molto modesto, così come lenta è la crescita del livello dei salari. In questi ambiti, a differenza delle prestazioni sociali, non ci sono stati provvedimenti significativi da parte dell’Ue: il piano Juncker per gli investimenti ha mobilitato prevalentemente risorse private, pochi fondi pubblici e ora serve uno sforzo aggiuntivo per il quale stiamo pressando la Commissione già da tempo.

E il fronte dei salari?
Sulla questione dei salari purtroppo l’Ue non ha una competenza diretta, ma noi stiamo cercando di far sì che si arrivi a una direttiva quadro per il rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale e la creazione di tali sistemi anche nei Paesi dove non esistono. È l’unico modo per dare maggiore visibilità al lavoro e avere salari e condizioni di lavoro migliori in tutti i Paesi, riavviando un processo di convergenza che si è fermato da tempo.

Altre priorità per la prossima legislatura?
Oltre agli investimenti, i salari, non solo in termini generali ma anche per problemi specifici, come il cosiddetto gender gap, cioè la differenza salariale tra uomo e donna, o gli obblighi di salari d’ingresso imposti per i lavoratori giovani. C’è una terza priorità molto importante: alcuni dei venti principi del Pilastro dei diritti sociali devono essere ancora implementati per ricostruire il modello sociale che era alla base dell’economia sociale di mercato descritta nei Trattati dell’Ue e che è stato pesantemente smantellato dai provvedimenti di austerità durante la crisi. Per esempio la questione delle garanzie per i lavoratori precari, la necessità di introdurre ulteriori protezioni per la sicurezza e la salute sul posto di lavoro. Noi sosteniamo che serva un nuovo contratto sociale. Molti partiti hanno raccolto questa proposta, quindi c’è speranza che con il nuovo Parlamento e la nuova Commissione si possa lavorare in questa direzione.

Quali sono i vostri nemici peggiori in Europa?
Da un lato le grandi multinazionali, soprattutto quelle che non vogliono pagare le tasse né redistribuire i profitti; i cattivi imprenditori, cioè quelli che non rispettano le leggi, non pagando contributi e tasse e fanno concorrenza sleale agli imprenditori virtuosi; ma anche i partiti populisti di destra che stanno insidiando l’interesse dei lavoratori, promettendo cose che poi non mantengono.

Il dialogo con le istituzioni europee funziona?
C’è stato un notevole rafforzamento e miglioramento del dialogo sociale europeo sia nel rapporto con la Commissione, sia nel rapporto con il Parlamento.Non sempre gli accordi che le parti sociali riescono a realizzare poi vengono automaticamente trasposti nella legislazione e su questo dobbiamo continuare a lottare perché le previsioni dei Trattati vengano applicate correttamente.Ancora stagnante è il rapporto con i governi: dicono tutto e il contrario di tutto nel Consiglio, spesso smantellano accordi importanti che riusciamo a realizzare con la Commissione o il Parlamento e a livello nazionale si rifiutano di avere un dialogo sociale. Sono pochissimi i Paesi in cui i governi sono effettivamente aperti a un dialogo costruttivo con le parti sociali. Si accusa l’Europa di tutti i mali, ma in realtà i mali principali vengono dai governi.

 

Verso un autentico umanesimo

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

Pur nelle reciproche competenze, spesso i ruoli formativo e culturale della Chiesa e della scuola convergono. A partire da questo punto fermo e dal reciproco riconoscimento, la Conferenza episcopale italiana (Cei) e la Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) hanno deciso di porsi di fronte alle nuove sfide dell’educazione assieme, condividendo un manifesto e chiedendo a quanti vi si riconoscono di farlo proprio.

Al primo punto figura il diritto all’educazione e alla cultura. «Tutti gli esseri umani hanno il diritto inalienabile a un’educazione che risponda alla vocazione e alle attitudini di ciascuno», si legge nel testo. «A ciascuno — continua — deve essere assicurata un’educazione di qualità» che «comprenda opportunità di apprendimento e crescita».

L’Università viene definita una «comunità di studio, di ricerca e di vita». Una cultura e un’educazione conformi alla dignità umana, devono infatti «vedere la persona al centro dei percorsi formativi, in un quadro di relazioni che costituiscano una comunità viva, interdipendente, orientata da finalità comuni». In particolare, si specifica, le comunità accademiche vanno costruite «come luoghi di studio, di ricerca e di incontro intergenerazionale, volte alla crescita personale e alla promozione di un autentico umanesimo». In questo contesto si configura la necessità di offrire, da parte delle Università «servizi di accoglienza e di ascolto, di sostegno materiale e di assistenza psicologica, morale e spirituale, in fruttuosa sinergia con enti e servizi della società civile e con le istituzioni religiose».

Al fine di umanizzare l’educazione, continua il manifesto, «occorre promuovere processi formativi aperti e solidali, inclusivi e volti a promuovere i talenti individuali, estendendo il perimetro delle aule a ogni angolo del vissuto sociale nel quale l’educazione può generare solidarietà, crescita, comunione». Per questo, alle istituzioni formative è chiesto di offrire percorsi di studio «che tengano conto delle particolari caratteristiche dei diversi alunni in termini di età, istruzione, background e condizione sociale, incentivando l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita».

L’iniziativa punta a diffondere una cultura del dialogo e della libertà in quanto «è un ambiente particolarmente favorevole per promuovere una cultura del dialogo, i cui requisiti sono il rispetto e l’uguaglianza». In questa direzione, «a partire dai loro valori positivi di amore, speranza e salvezza», le religioni «rivestono un ruolo rilevante per il conseguimento degli obiettivi di cooperazione e di pace. Per questo occorre riconoscere il loro contributo alla sfera pubblica, nel quadro di rispetto e collaborazione propri del principio di laicità».

Al tempo stesso «il sistema dell’autonomia universitaria chiede di essere valorizzato in ogni sede nazionale e internazionale, mediante attività di coordinamento, di indirizzo, di tutela e di promozione degli Atenei e contribuendo attivamente allo sviluppo di un coerente sistema europeo per l’alta formazione e la ricerca, in cui la libera scelta dei giovani sia favorita da opportune azioni». Ciò comporta «l’allargamento delle collaborazioni e l’impegno a elevare la funzionalità, la qualità e il prestigio, anche internazionale, del sistema universitario italiano». In questo dialogo vanno incluse «le realtà ecclesiastiche di alta formazione, nel quadro di un’aperta sinergia fra tutte le istanze che fermentano la crescita della coscienza umana universale e secondo il principio dell’unità del sapere, nella distinzione e nel rispetto delle sue molteplici e convergenti espressioni».

Sono inoltre di primaria importanza l’integrazione tra competenze formali e informali «con una particolare attenzione alle competenze trasversali», i cosiddetti soft skills, e la promozione di una cittadinanza globale, che appartiene agli obiettivi delle reti di collaborazioni promosse a diverso livello istituzionale nel mondo accademico, sociale e religioso. Riguardo a quest’ultimo punto Cei e Crui chiedono che si attuino iniziative «per facilitare lo scambio culturale e la mobilità degli studenti e dei docenti».

Per il bene delle persone e soprattutto delle nuove generazioni, il manifesto sottolinea come appaia prioritario «diffondere saperi e strumenti che promuovano uno sviluppo integrale e sostenibile». Per questo, continua, «occorre adoperarsi al fine di promuovere i valori sociali e ambientali». Appare inoltre necessario diffondere la cultura digitale. Ma affinché questa dimensione possa essere un effettivo motore di crescita e di sviluppo delle persone e delle nazioni occorre «impegnarsi in un dialogo intergenerazionale che generi una cultura, un’etica e una organizzazione del sapere e del pensiero capace di affrontare la rivoluzione digitale mettendo al primo posto il bene delle persone».

Al fine di dare attuazione agli obiettivi, Cei e Crui si sono impegnate a favorire lo scambio di esperienze e informazioni in linea con quanto esposto nel manifesto, e a inserire nei programmi per la formazione delle giovani generazioni e sui nuovi modelli di orientamento insegnamenti e moduli che diano conto dell’unitarietà della dimensione spirituale e culturale. Inoltre intendono favorire iniziative che umanizzino lo studio e la ricerca e promuovere eventi e occasioni di scambio sui temi del manifesto. A questo scopo auspicano la nascita di accordi fra gli Atenei e le Diocesi d’Italia e prevedono una linea diretta di dialogo tra le istituzioni attraverso specifici delegati.

 

Liliana Ocmin: La differenza che fa la differenza, il contributo delle donne alla pace e alla sicurezza

Articolo che appare sull’edizione odierna di “Conquiste del lavoro” a firma di Liliana Ocmin

E’ ormai un dato consolidato che le donne rappresentino uno strumento fondamentale per la promozione della pace e della sicurezza nel mondo. Se nel 1993 erano solo l’1%  della componente civile nelle missioni militari e civili di peace-keeping, negli ultimi anni hanno raggiunto cifre che si aggirano intorno al 29% nelle missioni internazionali e al 17% in quelle di ordine nazionale. Questo grazie anche alla Risoluzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite n. 1325/2000 su “Donne, pace e sicurezza”, primo Documento che parla esplicitamente del valore aggiunto delle donne per la risoluzione dei conflitti riprendendo e valorizzando gli impegni assunti con la Convenzione ONU per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) del 1985.

Proprio un recente studio dell’ONU afferma che i conflitti hanno ricadute differenti su donne e ragazze e quindi la presenza di una figura femminile, specie nell’immediata fase susseguente alla fine degli stessi, diventa indispensabile per avvicinare la popolazione civile e le donne che sovente durante le ostilità sperimentano sulla propria pelle stupri di massa e reati di natura sessuale come “armi di guerra”. Inoltre, donne e ragazze molte volte risultano loro stesse delle combattenti per cui hanno necessità di assistenza più specifica e personalizzata per incanalarsi in efficaci percorsi di reinserimento sociale. E’ stato dimostrato poi come le donne siano molto importanti nell’ambito dei processi di pace all’interno delle proprie comunità e nazioni grazie alla loro sensibilità, alla loro cosiddetta “intelligenza emozionale” e al loro alto grado di empatia. La nascita del movimento pacifista femminile Women Wage Peace, fondato da donne israeliane e palestinesi nel 2014, ne è la riprova. Negli ultimi anni ha coinvolto decine di migliaia di donne ebree e musulmane che hanno dato vita alla grande Marcia per la pace per sensibilizzare l’opinione pubblica e i capi di governo israeliani e palestinesi per porre fine alle loro endemiche ostilità ancora, purtroppo, segnate da sangue e morte.

Ecco perché l’obiettivo delle Nazioni Unite è quello di aumentare entro il 2020 la percentuale di donne impiegate sia nel personale militare che in quello civile delle missioni di pace, elemento fondamentale per una conclusione positiva delle operazioni di peace-keeping. Occorre, pertanto, favorire e incoraggiare una maggiore partecipazione delle donne eliminando il più possibile quegli ostacoli che si ripresentano puntualmente in ogni contesto, i problemi di conciliazione famiglia-lavoro ad esempio, oppure il gap salariale che le scoraggia ad intraprendere una carriera nell’ambito delle missioni di pace. Anche l’Italia è impegnata in questa direzione, sia in ambito nazionale che internazionale, per prevenire e contrastare la violenza contro le donne e promuovere la loro partecipazione ai processi decisionali per mettere fine a conflitti e violenze, in particolare quelle basate sul genere.

Prendono parte a questo impegno anche diverse realtà della società civile, compresa la Cisl che, in collaborazione con il Coordinamento nazionale donne, ha dato vita a specifiche piattaforme e campagne per tutelare i diritti fondamentali delle donne. La diffusione della “Piattaforma Cisl sulla prevenzione della violenza sulle donne e i minori” e la Campagna permanente contro le Mutilazioni Genitali Femminili “MGF – Mutilazioni Giunte alla Fine” sono solo alcuni esempi, oltre al contributo portato nelle diverse sedi istituzionali tra cui quella del Ministero degli Affari Esteri in attuazione del Piano d’Azione Nazionale su “Donne, pace e sicurezza”, giunto alla sua terza edizione, che eroga specifici contributi per la realizzazione degli interventi/obiettivi contenuti proprio nella Risoluzione ONU 1325: riconoscere il ruolo fondamentale delle donne nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, prevedere una maggiore partecipazione nei processi di mantenimento della pace e della sicurezza nazionale, adottare una “prospettiva di genere” e formare il personale sui diritti delle donne.

A tal proposito, segnaliamo  che è in corso l’erogazione dei finanziamenti 2019 a cui possono accedere, previa richiesta e presentazione di progetti, entro la scadenza del prossimo 31 maggio, Organismi internazionali, Stati esteri, Enti e soggetti pubblici e privati italiani e stranieri, incluse Organizzazioni non governative (ONG), Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS), Associazioni, Fondazioni e Istituti. Una maniera concreta per contribuire tutti, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, alla costruzione della pace e della sicurezza puntando sulla valorizzazione di quelle differenze che fanno la differenza.

La Finlandia ha un gap di sostenibilità

La Finlandia ha uno degli stati assistenziali più completi in Europa. Come per la vicina Svezia, la salute, l’assistenza sociale e la scolarizzazione finanziate dai contribuenti sono la norma.

Ma la sua popolazione sta invecchiando più velocemente che in ogni altra parte dell’Europa. Proiezioni ufficiali mostrano che la percentuale di cittadini in età lavorativa, da 15 a 64anni, diminuirà dall’attuale 62% al 60% entro il 2030 e al 58% entro il 2050.

Quindi entro il 2050, la popolazione in età lavorativa sarà diminuita di 200.000 unità rispetto a oggi. Tutto questo in un paese di circa 5,5 milioni di abitanti.

Ciò avrà gravi ripercussioni sulle finanze statali.

La Commissione Europea sostiene che questo problema rallenti l’economia finlandese, sempre più dipendente dagli over 65 anni.

Gli economisti in Finlandia già parlano di un “gap di sostenibilità”.

La banca centrale ha detto che mentre il debito pubblico relativo al prodotto economico si è abbassato di recente, “l’aumento della spesa pubblica derivante dall’invecchiamento della popolazione nei prossimi decenni rischia di invertire questa tendenza”.

Ora la sfida per la Finlandia e per il nuovo governo socialdemocratico è quella di diventare un punto di riferimento per l’Europa.

Continente in cui, anche Germania, Italia e Portogallo nei prossimi anni vedranno aumentare la percentuale di cittadini anziani nella loro popolazione.

Anche se c’è da dire che ad oggi, nessuno stato membro dell’Unione Europea ha un tasso di fecondità superiore al cosiddetto “tasso di ricambio”, ovunque inferiore a 2,1 figli per donna – livello che garantirebbe di mantenere le dimensioni della popolazione costanti nel tempo.

 

Uecoop: Nuove nascite, Bolzano è l’area più prolifica del Paese

Un’analisi di Uecoop, l’Unione europea delle cooperative, sugli ultimi dati demografici Istat in occasione della Giornata internazionale della famiglia fa emergere un dato significativo.

“Se una volta era il Meridione a guidare le nascite con le famiglie più numerose adesso la ‘linea della culla’ si sposta sempre più a nord con il record della provincia di Bolzano che è l’area più prolifica del Paese con 1,76 figli per donna contro 1,32 della media nazionale”.

Anche se: “la situazione demografica italiana è influenzata da cambiamenti sociali, ritmi di lavoro e vita sempre più frenetici e servizi di welfare che variano a seconda delle regioni e dei comuni di residenza influenzando la disponibilità di tempo e la possibilità di conciliare lavoro e famiglia”.

Non è un caso che “per 6 dipendenti su 10 (59%) al primo posto nella classifica dei benefit aziendali preferiti ci siano proprio quelli legati alle spese familiari, dall’asilo alla scuola dei figli”. Così “si assiste in Italia a un crollo delle nascite che se a nord viene contenuto fra valori di 1,50 e 1,37 figli per donna dal Trentino all’Emilia nelle regioni del Mezzogiorno ci si ferma a 1,29 e precipita a 1,16 in Basilicata, a 1,13 in Molise e a 1,06 in Sardegna”.

Nelle aree dove il welfare è più sviluppato, “le famiglie fanno più figli perché sono più sicure rispetto al futuro, sanno di poter contare su servizi pubblici e privati dedicati non solo ai figli ma anche agli anziani considerato l’aumento della speranza di vita che per gli uomini sfiora ormai gli 81 anni (80,8) mentre per le donne supera gli 85 (85,2)”.

La multa fatta dall’autovelox sul lato opposto della strada non sarà più valida

Tutto nasce per un’automobilista multato da un’autovelox posizionato ai bordi di una strada del Comune di Macchia d’Isernia, purtroppo sul lato destro della carreggiata, anziché sul sinistro, come previsto dal decreto prefettizio.

Di qui il ricorso, presentato al Giudice di Pace e al Tribunale, vinto dal presunto contravventore. Decisione avvalorata dall’ordinanza numero 12309/19 della VI Sezione civile della Corte di Cassazione che ha sancito l’impugnabilità con successo della sanzione se il decreto prefettizio che autorizza il posizionamento dell’apparecchio elettronico di controllo preveda la sua installazione sul senso di marcia opposto a quello in cui venga effettivamente sistemato.

I giudici hanno così confermato un precedente orientamento espresso nell’ordinanza numero 23726 del 2018 e hanno sottolineato come non sia obbligatoria l’indicazione nel decreto prefettizio del lato della carreggiata in cui debba essere sistemato l’Autovelox (ai sensi dell’articolo 4, comma 4 del d.l. n.121/2002), ma qualora sia prevista, questa vada rispettata, altrimenti il verbale di contestazione differita della violazione è affetto da illegittimità derivata.

Protezione civile: il progetto europeo V-IOLA, Volunteer International On Line Asset

Ha avuto inizio presso la sede operativa del Dipartimento della Protezione Civile – una  settimana di incontri e attività sul campo dei delegati del progetto V-IOLA, Volunteer International On Line Asset. La delegazione è composta da rappresentanti delle Organizzazioni dei paesi partner, Montenegro e Serbia. Sono funzionari dei ministeri per la gestione delle emergenze, società nazionali di Croce Rossa e giovani rappresentanti di organizzazioni che lavorano sulle tematiche della prevenzione e riduzione del rischio da disastri, per la creazione di comunità più resilienti, anche grazie allo sviluppo della componente del volontariato di protezione civile. Lo scambio si svolge nell’ambito del programma EU Aid Initiative, finalizzato alla costituzione di un corpo di volontariato europeo.

Il progetto guidato dal Dipartimento della Protezione Civile, vede la partecipazione del Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale della Fondazione Cima e delle organizzazioni nazionali di volontariato Anpas, Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta e Croce Rossa Italiana, oltre alle rappresentanze istituzionali e del mondo del volontariato di Serbia, Montenegro, Ungheria, Romania.
Obiettivo del progetto è la promozione delle strategie di riduzione dei rischi da disastro, con il supporto di volontari per il costante aumento della resilienza delle comunità. In particolare l’iniziativa è finalizzata anche all’accreditamento del volontariato serbo e montenegrino alla rete europea EU Aid Volunteers.

Milano: Calogero Marrone, “Giusto tra le Nazioni”

Il Memoriale, a Milano in Piazza Edmond Jacob Safra, 1, ospiterà domenica 19 maggio la presentazione del progetto di realizzazione de “Il Marrone”, un film indipendente ispirato alla vita di Calogero Marrone, “Giusto tra le Nazioni”.

Calogero Marrone che fu Capo dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Varese, durante il periodo fascista e l’occupazione nazista, rilasciò centinaia di documenti di identità falsi a ebrei e anti-fascisti permettendo loro di salvarsi dalle persecuzioni. Scoperto a causa di una segnalazione anonima venne imprigionato e morì nel campo di concentramento di Dachau. Per quanto ha fatto è stato insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni”.

Proprio dal Binario 21, sede del Memoriale, Calogero Marrone venne deportato, a seguito di una delazione e dopo essere riuscito a salvare centinaia di vite, verso i campi nazisti in cui trovò la morte.

Alle ore 17, sarà possibile partecipare a una speciale visita guidata del Memoriale. Dopo la visita i registi Mauro Campiotti ed Ettore Imparato, il produttore esecutivo Mario Nuzzo e l’autore della colonna sonora Marco Marcuzzi parleranno del progetto.

Sarà presente la famiglia di Calogero Marrone e il giornalista, saggista e storico italiano Gabriele Nissim, fondatore e presidente della associazione GARIWO (Garden of the Righteous of the World).

L’infarto è scritto nel Dna

Chi è a maggior rischio di infarto presenta un ‘marchio’ specifico nel sangue. Ad individuare un nuovo e importante marcatore genetico è uno studio italiano pubblicato sulla prestigiosa rivista Plos One.

Lo studio pilota permette di individuare precocemente le persone ad alto rischio e su cui intervenire con urgenza. La malattia coronarica e la sua complicanza principale, l’infarto del miocardio, uccide ogni anno circa 70.000 persone in Italia ed è una delle principali cause di morte e disabilità.

Quasi tutte le sindromi coronariche acute presentano coronaropatia sottostante e a causarla è un mix fra stili di vita ed ereditarietà. Capire la relazione tra queste due variabili è stato l’obiettivo dello studio guidato da Giuseppe Novelli, rettore e direttore del Laboratorio di Genetica Medica del Policlinico di Tor Vergata, e da Francesco Romeo, direttore della Cardiologia dell’Università di Tor Vergata. I ricercatori hanno coinvolto nello studio pazienti con malattia coronarica stabile (cioè senza infarto) e pazienti con malattia coronarica instabile (ovvero con infarto) per identificare le varianti molecolari che funzionano come biomarcatori, che permettono cioè di individuare chi potrebbe andare incontro ad un evento acuto in un breve tempo.

In particolare, hanno analizzato l’espressione dei ‘piccoli messaggeri’ di RNA non codificante circolante nel sangue (microRNA). Queste molecole che agiscono da interruttori hanno importantissimi ruoli di regolazione dell’espressione genica e possono controllare processi biologici come la proliferazione cellulare, il metabolismo dei grassi, lo sviluppo di tumori.

Attraverso l’analisi molecolare è stato identificato, tra un pannello di 84 diversi microRNA espressi nella circolazione sanguigna, il comportamento ‘anomalo’ di miR-423: risultava avere dei livelli molto bassi in pazienti con malattia coronarica subito dopo l’infarto rispetto a chi aveva la malattia coronarica stabile. Questo, spiegano i ricercatori, indica che la sua espressione è specifica ed indicativa dell’evento acuto.

La luce del Papa

Il gesto con il quale l’Elemosiniere del Papa, Cardinale Konrad Krajewski, ha riallacciato l’utenza elettrica nel palazzo occupato di Roma merita delle considerazioni che non sono certamente quelle banali ed inutili fatte da chi ha invitato il porporato a pagare le bollette scadute, soprattutto se certi consigli arrivano da chi tra un comizio e l’altro non dimentica mai di fare la sua provocazione quotidiana ai danni dei più deboli e indifesi.

Ci si stupisce perché qualcuno assume (finalmente!) in modo deciso ed autorevole la difesa degli ultimi e dei dimenticati; dimenticati dalle istituzioni, ma non dal Papa che ha denunciato i limiti e tutta l’insufficienza della “società dello scarto “  ovvero di un sistema economico e di mercato che abbandona al proprio destino troppe persone, cercando delle insensate giustificazioni che hanno come comune denominatore la mancanza di rispetto per la persona umana, indipendentemente dalla sua origine o condizione sociale; la diversità che diventa una vergogna da nascondere, la povertà che viene trattata come se fosse una colpa.

L’azione dell’Elemosiniere del Papa merita un pensiero che vada oltre la valutazione formale del gesto e che cominci ad interrogarci anche sul tema della giustizia e non solo su quello della legittimità.

Chi si pone nella vicenda politica e sociale da cattolico democratico, da credente o anche solo da persona che ha a cuore la dignità umana dei suoi simili, si troverà sempre più spesso a dover distinguere tra ciò che è soltanto legittimo e ciò che è (oltre che legittimo) anche giusto.

Dobbiamo iniziare a dire con forza che è giusto ciò che mette l’uomo al centro dell’azione politica e delle attività economiche; dobbiamo dire con chiarezza che per noi è giusta la società che individua la persona umana come fine e non come strumento.

Se ad esempio una norma nuova e criminale dovesse legittimare il non-salvataggio in mare di chi sta annegando, questo rimarrebbe sempre e comunque un atto di grave ed ingiustificabile ingiustizia contro persone deboli e indifese; e purtroppo la storia del mondo è piena di crimini che il potente di turno ha cercato di legittimare coniando delle norme di convenienza.

In questa fase storica (ancor più che nel passato) le azioni e i comportamenti contano più delle affermazioni astratte o di principio.

Il Cardinale che si cala nel pozzo del palazzo occupato è la rappresentazione plastica della Chiesa come “ospedale da campo” tanto cara a Papa Francesco, che non perde occasione per invitare tutti a passare “dal dire al fare”, iniziando egli stesso ad adottare uno stile fatto di sobrietà e di schiettezza; quella schiettezza, avvolte anche ruvida, ci invita a riflettere e a metterci in gioco ed è un’opportunità da non perdere per cambiare noi e ciò che ci circonda.

L’Africa e la tragedia dei bambini soldato

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

L’Africa rappresenta da decenni il continente più colpito dal fenomeno dei bambini-soldato. Sebbene sia difficile monitorare le varie formazioni armate e soprattutto conoscere le cifre reali, è sempre più evidente che nelle aree di conflitto a pagare il prezzo più alto sono i minori. Il Paese maggiormente penalizzato, stando a una comparazione dei dati provenienti da autorevoli organizzazioni umanitarie, è il Sud Sudan con circa 19.000 ragazzi e ragazze arruolati nelle varie formazioni armate che infestano soprattutto le zone rurali. Nella Repubblica Centrafricana, nonostante l’intesa per un governo di unità nazionale, i minori costretti a imbracciare un’arma da fuoco sono circa 6000. Nell’infame lista c’è anche la Repubblica Democratica del Congo dove, solo nel 2017, sono stati segnalati oltre mille casi di reclutamento e la cifra complessiva sembra essere ben superiore alle 3000 unità. Nel nordest della Nigeria, in cui è attivo il movimento terroristico Boko Haram, oltre 3500 bambini sono stati reclutati come combattenti tra il 2013 e il 2017.

Lo stesso scenario è riscontrabile in Somalia, nelle regioni sudanesi del Darfur e delle Montagne Nuba, per non parlare della fascia Saheliana (particolarmente in Mali e Burkina Faso) dove recenti episodi di violenza nei villaggi, per mano di gruppi armati, hanno coinvolto, come parte attiva, dei giovanissimi. E cosa dire della Libia, dove all’interno delle milizie autoctone opera un numero finora impreciso di minori? Se da una parte è evidente che non è possibile accedere a dati certi e le stime spesso divergono fra di loro, soprattutto in ragione della fluidità del fenomeno, la situazione generale è comunque preoccupante. Di positivo c’è per fortuna il fatto che ogni anno vengono sottratti ai gruppi ribelli e agli eserciti convenzionali centinaia di minori grazie a proficue attività negoziali. È quanto avvenuto, ad esempio, la scorsa settimana, nello Stato nigeriano del Borno dove 894 bambini-soldato sono stati rilasciati dalla Civilian Joint Task Force (Cjtf) come parte dell’impegno preso dalla milizia per porre fine e prevenire il reclutamento di minori. Di questi 106 sono risultati essere ragazze.

In questi anni, rispetto all’ignobile tratta dei bambini-soldato, la società civile internazionale si è mobilitata ripetutamente. D’altronde, l’impiego dei minori nelle azioni belliche, soprattutto dove sono in corso guerre asimmetriche, è un dato incontrovertibile che non può lasciare indifferenti. Ognuno di questi combattenti, indipendentemente dallo scenario in cui opera, assume il duplice ruolo della vittima sacrificale e del carnefice. Da una parte il giovane combattente, poco importa se appartenga a questa o a quella nazionalità, viene costretto a sacrificare la propria innocenza; dall’altra esso si trasforma spesso nel più crudele degli aguzzini. Oggi, nel mondo, complessivamente, sono più di 250.000 i bambini-soldato e il loro utilizzo rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani e un ripugnante crimine di guerra.

In Africa, comunque, negli ultimi anni, il fenomeno dell’arruolamento ha subìto dei mutamenti che andrebbero valutati con grande attenzione. In alcune zone della fascia sub-sahariana esso è avvenuto, prevalentemente, in modo coercitivo, attraverso raid perpetrati da milizie di vario genere. Nel nord Uganda, ad esempio, dove la guerra civile si è conclusa da più di un decennio, i villaggi venivano attaccati, messi a ferro e fuoco e spesso i minori assistevano all’uccisione dei propri genitori e parenti. Questa brutale tecnica veniva poi seguita dall’indottrinamento, anch’esso esercitato con modalità invasive. In Sierra Leone, durante gli anni Novanta, i ragazzi e le ragazze subivano delle sedute psicologiche manipolatorie traumatizzanti e terrorizzanti, a cui erano associate pratiche suggestionanti come l’obbligo di bere latte e polvere da sparo, oltre all’assunzione di sostanze stupefacenti. I ribelli sierraleonesi del Fronte unito rivoluzionario (Ruf) condivisero questi metodi brutali e fortemente invasivi, anche con formazioni armate locali e della vicina Liberia. Nel nord Uganda, i famigerati ribelli dell’Lra si spinsero ben oltre nelle pratiche manipolatorie. I minori rapiti entravano a far parte del movimento armato solo dopo l’unzione (in lingua acholi: wiro ki moo) che veniva somministrata sul corpo della nuova recluta, secondo un rituale ideato da Joseph Kony, fondatore dell’Lra. Lo scopo era duplice: serviva a rendere idealmente invincibile il giovane combattente e a vincolarlo al movimento attraverso un legame ritenuto dagli stessi ribelli indissolubile. Pare che questa pratica del wiro ki moo sia stata utilizzata dai vertici dell’Lra anche dopo il ripiegamento dei ribelli, avvenuto dieci anni or sono, nei Paesi limitrofi (Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan).

L’ingresso, però, dei movimenti jihadisti, come Boko Haran in Nigeria, e in generale nella vastissima regione saheliana, ha determinato una evoluzione nelle modalità di reclutamento. Infatti, esso avviene anche a seguito di un indottrinamento compiuto nei villaggi rurali tra i giovani, molti dei quali analfabeti. Emblematico è il caso del Camerun, dove Boko Haram è sconfinato in questi anni ripetutamente. Qui alcune componenti della società civile, con la collaborazione dei missionari, hanno organizzato dei programmi preventivi di educazione alla pace in grado di contrastare il proselitismo dei ribelli nigeriani.

È importante sottolineare che, nel corso dell’ultimo ventennio, vi sono state, soprattutto nell’Africa sub-sahariana, delle esperienze significative dal punto di vista del recupero (sia psicologico che scolastico-lavorativo), finalizzate alla reintegrazione di questi minori nelle loro rispettive comunità. Un numero rilevante di Organizzazioni non governative e congregazioni missionarie hanno investito risorse umane ed economiche con grande zelo e dedizione in questa nobile causa. Ciò ha determinato la messa a punto di protocolli riabilitativi, in collaborazione con le forze multinazionali di pace, che si sono rilevati proficui.

Ad esempio, in Sierra Leone, alla fine degli anni Novanta, al momento del rilascio, il bambino-soldato veniva accompagnato dal proprio ufficiale ribelle agli appositi centri di disarmo, sotto la supervisione dell’Ecomog (la forza militare d’interposizione dei Paesi dell’Africa occidentale) e dell’Unamsil (il contingente Onu dispiegato nell’ex protettorato britannico). Il suo nome era iscritto su uno speciale registro e così acquisiva lo status di “ex combattente”. Successivamente, avveniva il trasferimento in un campo di smobilitazione dove il minore otteneva lo “stato civile”. Qui scattava l’operazione di ricerca dei familiari. Il ricongiungimento con i parenti era, certamente, la fase più delicata del percorso di recupero e rappresentava in molti casi un ostacolo che poteva rivelarsi insormontabile. A volte capitava che il campo di smobilitazione fosse lontano dal villaggio natale dell’individuo che doveva quindi essere trasferito nel centro più vicino alla sua zona d’origine. Il vero trauma si manifestava, però, quando, dopo lunghe ricerche, l’ex bambino-soldato subiva il rifiuto dei propri cari. Poteva capitare che i genitori fossero deceduti e che la “famiglia estesa” (zii, cugini o nonni) non intendesse farsi carico del nuovo onere. In quegli anni, in Sierra Leone, la popolazione autoctona conosceva molto bene (per esperienza diretta) gli atti criminali che i giovani ribelli erano stati capaci di compiere (mutilazioni, uccisioni). Dunque, vi era una diffusa paura che questi ex combattenti, sebbene fossero figli o fratelli, potessero essere ancora pericolosi.

Il fenomeno del reclutamento dei minori è sempre stato legato a questioni scottanti: il controllo del territorio per conto di imprese minerarie, la povertà endemica, la militarizzazione delle società e l’assenza di democrazia. Ecco perché lo sfruttamento dei minori per fini bellici è solo una drammatica conseguenza delle ingiustizie che affliggono le società locali. Il loro arruolamento è avvenuto in passato e avviene tuttora in Africa, nei ranghi di formazioni regolari o ribelli, con la complicità di potentati vicini e lontani, per interessi antitetici a quelli del bene collettivo e personale. Vi sono, infatti, imprese che smerciano illegalmente armi e munizioni, con l’intento di avere il monopolio delle commodities (minerali e fonti energetiche).

È bene ricordare che nel 2000, 153 Paesi approvarono il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, concernente il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati: uno strumento giuridico ad hoc che stabilisce che nessun minore di 18 anni possa essere reclutato forzatamente o utilizzato direttamente nelle ostilità, né dalle forze armate di uno Stato né da gruppi armati. Il Protocollo in questione non è l’unico documento internazionale rilevante in materia. Vi è, ad esempio, la Carta Africana sui diritti e il benessere del bambino (African Charter on the Rights and Welfare of the Child), ratificata da 46 Stati membri dell’Unione Africana su 54, e la Convenzione 182 dell’Ilo, sulla proibizione e l’azione immediata per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile, ratificata da 175 Stati.

Non resta, davvero, che passare dalle parole ai fatti. «Fermiamo questo crimine abominevole» ha scritto, lo scorso 12 febbraio, papa Francesco, tramite il suo account Twitter @Pontifex, in occasione della recente Giornata internazionale contro l’uso dei bambini-soldato.

Il gesto di Krajewski riapre il confronto tra pastori e popolo

La coraggiosa e del tutto inedita iniziativa del card. Konrad Krajewski, dettata da indiscutibili urgenze umanitarie, pone una serie di problemi che vanno affrontati con rigore. Un buon cristiano può trasgredire una legge per amore e correndo i rischi connessi, ma un pastore deve sempre domandarsi come il suo gesto si possa configurare nel contesto civile. Persino Gesù, quando superava la legge mosaica, non ne calpestava la forma ma ne valicava i limiti.

Se avete dubbi, pensate alla mancata lapidazione dell’adultera, un capolavoro di intelligenza politica oltre che di amore misericordioso. Ricordo che un giorno l’Abbè Pierre a me e ad altre giovani teste calde che gli chiedevamo di raccontarci le sue avventure nella Francia del dopoguerra, quando costruiva palazzi del tutto abusivi per i senzatetto, disse, come era solito fare senza mezzi termini, di non provare ad imitarlo. “Io l’ho potuto fare perché scuotevo le coscienze e cambiavo la politica, voi no!”: pressappoco queste furono le sue parole.

Ora ne comprendo bene il senso profondo. Lui era un personaggio pubblico, parlamentare insignito della Legion d’Onore e quindi pienamente dentro al contesto politico del suo Paese, non un vescovo o un cardinale.

Credo, perciò, che il gesto di Krajewski riapra il confronto tra pastori e popolo cristiano sui compiti affidati alla politica, “la forma più alta di carità”, che non possono essere surrogati da nessuno. Dopo il ruinismo, è davvero l’ora che si inauguri una stagione diversa di protagonismo laicale, dove ognuno faccia fino in fondo ciò che gli compete.

Geopolitica della fraternità. Intervento del Card. Parolin

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano

La mattina di martedì 14 maggio, presso l’Università del Sacro Cuore a Milano, il cardinale segretario di Stato ha aperto i lavori del convegno internazionale «1919-2019. Speranze di pace tra Oriente e Occidente». Pubblichiamo quasi integralmente il testo del suo intervento.

Pochi giorni fa Papa Francesco ha lanciato un appello alle Nazioni, affinché si associno e lavorino insieme perché «il bene comune è diventato mondiale». Il Santo Padre ha poi sottolineato che laddove «uno Stato suscitasse i sentimenti nazionalistici del proprio popolo contro altre nazioni o gruppi di persone, verrebbe meno alla propria missione. Sappiamo dalla storia dove conducono simili deviazioni; penso all’Europa del secolo scorso».

Queste parole applicano all’attuale situazione di progressiva globalizzazione una linea di pensiero che il magistero della Chiesa ha sviluppato in modo costante negli ultimi cent’anni, attingendo anche all’antica saggezza dei padri della Chiesa. Infatti, proprio mentre ha conosciuto la possibilità di diventare più unita, l’umanità ha cominciato a sperimentare anche le divisioni più laceranti. A questi problemi nuovi, la Chiesa risponde esortando all’unità come espressione di un’esigenza intrinseca, che porta a sviluppare un legame autentico tra popoli diversi.

Gradualmente si è venuto rafforzando il senso dell’osmotica correlazione tra la natura sovranazionale della Chiesa cattolica e l’unità della famiglia umana. Infatti, il concilio Vaticano II nella Lumen gentium definisce la Chiesa «quasi un sacramento, ossia segno e strumento di intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».

Allontanandosi progressivamente da un contesto di egemonia europea e da un approccio eurocentrico, il richiamo all’unità fra i popoli ha anche accompagnato un crescente interesse ecclesiale per i mondi non europei, in particolare africano, asiatico e latino-americano, sottolineando una prospettiva sempre più “globale”. La Chiesa si è espressa nel tempo su molti temi legati all’unità della famiglia umana: contro la guerra e l’uso della violenza, da una parte, e per la pace e il negoziato nelle controversie internazionali, dall’altra; per lo sviluppo della cooperazione internazionale e per la promozione delle organizzazioni sovranazionali. In sintesi, a problemi globali occorre dare soluzioni altrettanto globali. In questa sede, intendo limitarmi ad illustrare alcune linee del magistero pontificio degli ultimi cent’anni e a fare alcuni esempi.

In questa prospettiva, il 1919 costituisce un importante tornante della storia per quanto riguarda la tematica dell’unità della famiglia umana. Nel clima delle attese suscitate dalla fine della Prima guerra mondiale, Benedetto XV avviò un nuovo approccio della Santa Sede e della Chiesa cattolica al contesto internazionale, in continuità con l’opera di pace svolta durante la guerra.

È particolarmente conosciuta la di lui Nota del 1° agosto 1917, che definiva la guerra “inutile strage”. Tale denuncia del Papa metteva in luce, indirettamente, anche la crescente incapacità degli Stati europei a garantire l’equilibrio del sistema internazionale. In quel contesto, la voce di Papa Dalla Chiesa apparve quasi inascoltata, anche all’interno dello stesso mondo cattolico. Ma Benedetto XV vedeva lontano: nel seguito del Novecento, la pace e la guerra non si sarebbero più dovute fare riferendosi neppur lontanamente a giustificazioni “cristiane”. Questo Papa inaugurò un nuovo percorso del magistero pontificio sempre più critico verso la guerra quale strumento di soluzione delle controversie internazionali, atteggiamento poi condiviso e rilanciato dai suoi Successori.

Nell’Enciclica Pacem Dei munus, Benedetto XV invitò popoli e nazioni a riconciliarsi, prendendo posizione anche a favore della Società delle Nazioni da poco fondata. La prospettiva del Papa aveva qualche affinità con il progetto sociale del Presidente statunitense Woodrow Wilson. Le due figure, del Papa e del presidente, si stagliavano sullo sfondo del progressivo declino del ruolo egemonico dell’Europa. Ma le loro prospettive non erano le stesse: Wilson ha aperto la strada a nuovi equilibri atlantici tra Europa e Stati Uniti, mentre Benedetto XV ha guardato con attenzione anche a ciò che accadeva oltre l’Occidente. Al riguardo, la sua importante lettera apostolica Maximum illud segnò una discontinuità proprio nella storia delle missioni cattoliche nel mondo. Infatti, si tratta del primo documento missionario promulgato personalmente dal Papa, mentre quelli precedenti emanavano piuttosto dal Dicastero della Santa Sede competente per le missioni. È come se Benedetto XV avesse voluto autorevolmente dare nuovo inizio e nuovo slancio all’intera azione missionaria della Chiesa cattolica. Per Benedetto XV, la Chiesa doveva riprendere a guardare con maggiore attenzione ad Oriente, e in modo del tutto particolare alla Cina.

Il cristianesimo non doveva apparire «la religione di una data nazione, abbracciando la quale uno viene a mettersi alla dipendenza di uno stato estero, rinunciando in tal modo alla propria nazionalità». La Maximum illud è pervasa da questa ansia evangelizzatrice globale e raccomanda agli operatori missionari l’abbandono di atteggiamenti di superiorità verso il clero autoctono, di cui si auspica, al contrario, l’incremento e la promozione all’episcopato. Ne fu conseguenza, pochi anni dopo, la consacrazione nella basilica Vaticana dei primi sei vescovi cinesi. La lettera affermò chiaramente che le missioni non sono un’estensione della cristianità occidentale, bensì l’espressione di una Chiesa veramente universale che vuole mettersi a servizio di tutti i popoli.

In concreto, la critica all’atteggiamento nazionalistico di taluni missionari europei si inserì anche in una nuova prospettiva di attenzione alle buone ragioni dei patriottismi non europei, come quello che andava crescendo nella Cina di quegli anni. Si colloca in tale contesto il dialogo all’epoca avviato tra la Santa Sede e la Cina in vista di stabilire relazioni diplomatiche, per superare l’antico sistema dei protettorati e acquisire un rapporto istituzionale diretto: proprio per questo, ancora una volta, una potenza europea, in questo caso la Francia, si oppose all’iniziativa, fino a impedirne la realizzazione.

La preoccupazione per l’unità della famiglia umana fu viva anche in Pio XI, soprattutto negli ultimi anni del suo pontificato, quando una nuova guerra apparve sempre più vicina e mentre cominciava la persecuzione degli ebrei in Europa. È nota la decisione che lo spinse a far preparare il testo di un’enciclica dedicata all’unità del genere umano (Humani generis unitas) che non poté portare a compimento. Dai documenti d’archivio, sappiamo che avrebbe contenuto una decisa condanna del razzismo e dell’antisemitismo nazista, proprio in nome della fondamentale uguaglianza e unità del genere umano.

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il suo successore, Pio XII mise in guardia gli Stati affermando: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Proprio richiamandosi alla linea tracciata da Benedetto XV, Pio XII ebbe modo di esprimersi con accenti severamente critici nei confronti della guerra che scoppiò il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste.

Nella visione di Papa Pacelli, «le genti, evolvendosi e differenziandosi secondo condizioni diverse di vita e di cultura, non sono destinate a spezzare l’unità del genere umano», e nella sua visione universale la Chiesa non mira ad uniformare l’umanità.

Nella sua enciclica programmatica, la Summi Pontificatus del 20 ottobre 1939, Egli fece esplicito riferimento alla Cina parlando della chiusura della secolare «controversia dei riti», in continuità con il suo predecessore Pio XI, sancita definitivamente l’8 dicembre 1939. Tale questione aveva segnato dolorosamente la storia delle missioni cattoliche in Cina fin dall’epoca di Matteo Ricci e dei suoi compagni, i quali accoglievano favorevolmente le tradizionali forme cinesi di culto verso gli antenati, mentre altri missionari e scuole di pensiero le avversavano.

Nel 1946, Pio XII creò nuovi cardinali provenienti da tutti i continenti, tra cui il primo dalla Cina continentale, cioè l’allora vescovo di Pechino, monsignor Tommaso Tien Ken-sin. In tale occasione il Papa si rivolse ai porporati con le seguenti parole: «La comprensione universale della Chiesa non ha nulla a che vedere con la strettezza di una setta, né con la esclusività di un imperialismo prigioniero della sua tradizione». Erano parole forti e importanti, che indicavano un chiaro orientamento pastorale, alla vigilia di un processo di decolonizzazione che in pochi decenni avrebbe portato alla nascita di tanti nuovi Stati indipendenti.

Di «unità della famiglia umana» ha parlato anche il concilio Vaticano II. La Gaudium et spes sottolinea il contributo della Chiesa a tale unità perché essa, grazie alla «sua universalità può costituire un legame strettissimo tra le diverse comunità umane e nazioni», favorendo il superamento del dissenso e il consolidamento delle istituzioni «che la umanità si è creata e continua a crearsi».

La convocazione del concilio scaturì anche dalle convinzioni maturate da Giovanni XXIII durante un lungo percorso che da Bergamo lo aveva portato a Roma, Sofia, Istanbul, Parigi e Venezia. Dopo la grave crisi di Cuba, momento di svolta nella guerra fredda, nell’aprile 1963 pubblicò la Pacem in terris, rivolta significativamente anche a «tutti gli uomini di buona volontà» e dedicata «ai problemi che più assillano l’umana famiglia, nel momento presente».

Nell’enciclica, maturata in un contesto di potenziale conflitto atomico, Papa Roncalli parlò di avvento di un’epoca nella quale i membri di ciascuna comunità politica erano chiamati «a collaborare tra loro e orienta[rsi] verso una convivenza unitaria a raggio mondiale». Rifiutando le chiusure etniche, occorreva perciò valorizzare gli organismi internazionali, definiti veri e propri «segni dei tempi».

L’affacciarsi di tanti nuovi Stati sulla scena internazionale sollecitava una nuova solidarietà tra Nord e Sud del mondo all’interno dell’unica “famiglia umana”. Questi Stati chiedevano di essere accolti nella comunità internazionale su un piano di parità, superando posizioni asimmetriche e subordinate. In tale mutato contesto, è convinzione di Papa Giovanni che spetti allo Stato farsi carico, da un lato, del riconoscimento di diritti propri di tutti i cittadini in quanto esseri umani, a partire dai più deboli e da coloro che si trovano in condizioni di minor tutela e, dall’altro, spetta agli Stati nel loro insieme promuovere una collaborazione sempre più intensa in vista di realizzare obiettivi di bene comune.

Con Paolo VI l’auspicio di un’unità della famiglia umana ha generato un impegno sempre più vasto e concreto della Chiesa. Questo Papa avvertì con forza il rapporto tra universalità della Chiesa e unità del genere umano, sottolineato dal concilio. Egli assunse fin dall’inizio l’umanità intera come un interlocutore cui rivolgersi costantemente e indirizzò la sua prima enciclica, la Ecclesiam suam del 6 agosto 1964, a tutto il mondo, impegnandosi personalmente per la «grande e universale questione della pace» quale programma del suo pontificato.

Mentre il Vaticano II era ancora in corso, Paolo VI prese la parola — primo Papa nella storia — all’Assemblea delle Nazioni Unite di New York, rappresentando una Chiesa che si mette al servizio della causa della pace, portando la propria esperienza di umanità per condividere le gioie e le speranze di tutti i popoli. In quella occasione, il Papa volle essere accompagnato da alcuni cardinali rappresentativi di tutti i continenti, simbolo di quell’unità della famiglia umana che trovava espressione visibile nell’universalità della Chiesa cattolica.

Com’è noto, Papa Paolo negli anni seguenti si adoperò instancabilmente per fermare la guerra in Vietnam. Il suo impegno per la pace, tuttavia, non significò soltanto intensa attività diplomatica ma anche un’azione molteplice su terreni diversi, come quelli del dialogo culturale, artistico, sociale e scientifico. Paolo VI, in particolare, aveva compreso chiaramente che la questione sociale era ormai diventata globale e nell’enciclica Populorum progressio sottolineò l’interconnessione tra la spinta all’unificazione dell’umanità e l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, fraterna e solidale.

Ma gli eventi tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta sembrarono smentire questo nesso. Nell’enciclica Octagesima adveniens del 1971, Paolo VI denunciò l’insorgere di «un problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana» e che attraverso uno sfruttamento sconsiderato l’uomo rischia di distruggere la natura e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione.

Per quanto riguarda l’insegnamento di Giovanni Paolo II, mi limiterò a ricordare due momenti particolarmente drammatici: il primo fu il ritorno della minaccia nucleare tra il 1985 e il 1986.  In quel difficile frangente, il 27 ottobre 1986 il Papa convocò i leader delle religioni mondiali ad Assisi, pregando perché «l’umanità, nella sua stessa diversità, [attingesse] dalle sue più profonde e vivificanti risorse, in cui si forma la propria coscienza e su cui si fonda l’azione di ogni popolo». Il secondo momento significativo fu alla vigilia della guerra in Iraq del 2003, che Egli cercò di scongiurare in ogni modo. Davanti al corpo diplomatico Giovanni Paolo II lanciò il grido: «No alla guerra: la guerra non è mai una fatalità; essa è sempre una sconfitta dell’umanità».

Con Giovanni Paolo II, l’unità della famiglia umana si intreccia progressivamente con il fenomeno della globalizzazione, ormai vincente sul piano economico, ma carico di ambiguità sul piano umano e umanitario. Nel 2001, Giovanni Paolo II sullo sfondo drammatico dei crescenti movimenti migratori, richiamò con forza il bene comune universale, che abbraccia l’intera famiglia dei popoli, «al di sopra di ogni egoismo nazionalista».

Il tema dell’unità della famiglia umana viene ripreso nuovamente anche nell’enciclica Caritas in veritate di Papa Benedetto XVI, che indica il dovere di perseguire il bene comune senza limitarlo ai soli confini nazionali.

Con Papa Francesco siamo giunti agli ultimi passi — per ora — del lungo cammino iniziato da Benedetto XV nel 1919. Primo Papa non europeo da molti secoli, Francesco costituisce l’espressione evidente della profonda trasformazione della Chiesa cattolica, il cui baricentro si è progressivamente proiettato dall’Europa verso un orizzonte mondiale. È noto, in particolare, quanto questo Papa abbia proseguito il percorso iniziato con il Vaticano II, accentuando le caratteristiche di una Chiesa “in uscita” e protesa ad evangelizzare, secondo le linee da lui indicate nell’enciclica Evangelii gaudium.

In tale orizzonte si colloca anche l’approccio di Papa Francesco all’unità della famiglia umana, un tema da lui affrontato in un contesto diverso da quello dei suoi predecessori, perché la globalizzazione è ormai diventata un fenomeno avanzato, che mostra sempre più chiaramente anche gravi limiti, problemi e contraddizioni.

A lungo si è sperato che, da solo, lo sviluppo di maggiori rapporti economici potesse favorire la pace e che una maggiore interdipendenza tra gli esseri umani spingesse anche verso maggiore unità e fraternità. Ma l’evoluzione della globalizzazione ha mostrato che un mondo più piccolo e interconnesso non è necessariamente un mondo più unito e più giusto, abitato da uomini e donne che si incontrano, solidarizzano e collaborano. Per questo, è cruciale continuare a riflettere non solo sulla quantità ma anche sulla qualità dei contatti creati o intensificati dai processi di globalizzazione e, soprattutto, sulle nuove divisioni e disuguaglianze che ne scaturiscono.

L’unità della famiglia umana è un tema che emerge con forza anche nell’enciclica Laudato si’ che Papa Francesco ha dedicato alla custodia del creato, nella quale si rivolge non solo ai cristiani o agli uomini di buona volontà, ma inclusivamente «a ogni persona che abita questo pianeta». Egli scrive: «bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza». Il pianeta su cui viviamo è di tutti e viverlo come casa comune è una necessità sempre più impellente, per proteggerlo occorre ricercare insieme uno sviluppo sostenibile e integrale.

Per il Papa, le patologie di un mondo diviso non si affrontano inseguendo meramente l’illusorio obiettivo di una maggiore sicurezza per pochi e, di fatto, mantenendo dinamiche ingiuste che fanno soffrire molti, ma partendo dall’ascolto della voce dei poveri. A volte si tratta di interi popoli, spesso quelli più poveri della terra e, pur, «rispettando l’indipendenza e la cultura di ciascuna Nazione, bisogna ricordare sempre che il pianeta è di tutta l’umanità e per tutta l’umanità». In questa linea, Papa Francesco ha affermato di recente: «lo Stato nazionale non può essere considerato come un assoluto, come un’isola rispetto al contesto circostante».

Per costruire compiutamente l’unità della famiglia umana occorrono invece più solidarietà, più misericordia e più fraternità. Soffermandomi per brevità solo su quest’ultimo tema, ricordo che Francesco vi ha fatto riferimento in numerose occasioni, tra cui la sua visita all’Onu. Durante il suo recente viaggio negli Emirati Arabi Uniti ha detto che solo ispirandosi all’ideale della fraternità, è possibile che membri diversi della famiglia umana si custodiscano a vicenda, facendo «prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione». Tutto ciò presuppone fedeltà alla propria identità ma anche il  «coraggio dell’alterità», che spinge a prendersi cura dell’altro e ci ricorda «che niente di ciò che è umano ci può rimanere estraneo».

In questa prospettiva Oriente-Occidente, si inseriscono anche gli sviluppi del rapporto con la Cina durante l’attuale pontificato, che hanno portato alla stipula di un Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, firmato a Pechino il 22 settembre 2018. Proprio perché ispirato da motivi pastorali, l’Accordo guarda in primo luogo alla vita della comunità cattolica in quel grande Paese e, di riflesso, incoraggia la Cina a un dialogo sempre più aperto e collaborativo in favore della pace come destino comune della famiglia umana.

In un’intervista ad «Asia Times» del febbraio 2016, Papa Francesco ha affermato: «È una grande sfida mantenere l’equilibrio della pace […]. Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo. […]. L’incontro si ottiene attraverso il dialogo. Il vero equilibrio della pace si realizza attraverso il dialogo. Dialogo non significa che si finisce con un compromesso, mezza torta a te e l’altra mezza a me. È quello che è accaduto a Yalta e abbiamo visto i risultati. No, dialogo significa: bene, siamo arrivati a questo punto, posso essere o non essere d’accordo, ma camminiamo insieme; è questo che significa costruire».

Sono parole ispirate a quella che si potrebbe definire una “geopolitica della fraternità”, incentrata sul rispetto delle identità e sul coraggio dell’alterità. Il Papa invita così ad evitare che nella comunità internazionale insorgano nuove forme di “guerra fredda” ed esorta tutti a considerare il mondo intero come un bene comune, da condividere e conservare, affrontando insieme i problemi.

Io stesso ho avuto modo di dire, nell’agosto 2016, che «molte sono oggi le speranze e le attese per nuovi sviluppi e una nuova stagione nei rapporti tra la Sede Apostolica e la Cina, a beneficio non solo dei cattolici nella terra di Confucio, ma dell’intero Paese, che vanta una delle più grandi civiltà del pianeta». E quando è stato firmato l’Accordo ho sottolineato che tale firma, oltre che importante per la vita della Chiesa cattolica in Cina, lo era anche per il dialogo tra la Santa Sede e le autorità civili di quel Paese e «per il consolidamento di un orizzonte internazionale di pace, in questo momento in cui stiamo sperimentando tante tensioni a livello mondiale».

Tutti conosciamo i profondi travagli che hanno segnato la vita della Chiesa cattolica in Cina nel corso dell’ultimo secolo. Da tali acute sofferenze, grazie a Dio, però non sono nate due Chiese, perché in tutti i cattolici cinesi, a qualsiasi comunità essi appartenessero, è rimasto vivo il sentimento della piena comunione con il vescovo di Roma, così come il desiderio di amare e servire la propria patria. Alla base di tante tensioni non vi sono state, infatti, differenze teologiche, quanto piuttosto due differenti modi di affrontare la complessità del contesto storico e politico.

Oggi, per la prima volta dopo tanti decenni, tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il successore di Pietro e molti cattolici pongono gesti di riconciliazione che aiutano a ricomporre l’unità tra vescovi, sacerdoti e fedeli. Ciò che sta avvenendo ora nella Chiesa in Cina scaturisce infatti dalla forza di una comunione che è davvero cattolica, e cioè universale, e da cui viene anche una spinta alla fratellanza tra i popoli. La sempre più feconda integrazione dei cattolici cinesi nella Chiesa universale e il cammino di riconciliazione tra fratelli avviato negli ultimi anni costituiscono certamente una novità di portata storica, di cui nel tempo beneficeranno in molti, non solo in Cina. Infatti, l’auspicio del Santo Padre Francesco e dell’intera Chiesa cattolica è che tutto ciò possa contribuire, con l’aiuto di Dio, all’edificazione di un mondo più giusto e fraterno, ove l’armonia tra i popoli e le nazioni possa davvero contribuire alla causa della pace e all’unità della famiglia umana.

Il Pd, il centro e il centro sinistra

Già pubblicato sulle pagine dell’Huffingtonpost

I conti, come si sa, non si possono fare senza l’oste. E quindi sino al 27 maggio non possiamo ridisegnare anticipatamente la geografia politica italiana che ci sarà. Ma un fatto è indubbio: dopo il 27 maggio, e a prescindere dagli stessi risultati elettorali – che comunque non si discosteranno granché dalle “tendenze” elaborate dai vari sondaggisti – nulla sarà più come prima. A cominciare dalla necessità, ormai richiesta e gettonata da settori crescenti e diversificati, di ridar vita ad una formazione politica che sappia recuperare e riattualizzare la tradizione, il pensiero, la cultura e una politica di “centro”. Ovvero una formazione politica che sappia affrontare la situazione politica che si è venuta a creare dopo il voto del marzo del 2018 e, soprattutto, che sappia battere la radicalizzazione della lotta politica che si è strutturata nel nostro paese. Non solo tra la “”nuova destra” di Salvini e la “nuova sinistra” di Zingaretti ma anche all’interno dello stessa area di governo.

Ora, per fermarsi al campo dell’ ex centro sinistra, e’ altrettanto indubbio, nonché oggettivo, che il panorama di oggi di quella coalizione non può reggere e,soprattutto, non è manco competitiva con gli avversari. Sia esso il centro destra o il partito antisistema e populista dei 5 stelle. E questo per una ragione molto semplice. Il Partito democratico continua a pensare di essere un partito a “vocazione maggioritaria”. Anche se siamo in un contesto dominato dal ritorno della legge proporzionale e quindi dalle rispettive culture politiche da un lato e, dall’altro, dal pesante ed irreversibile ridimensionamento elettorale del suddetto partito. Un vizio politico e culturale che stenta ad essere definitivamente rimosso. Perché se ai tempi del 40% del Pd era una strategia tutto sommato percorribile anche se contraddiceva un postulato essenziale della politica italiana che recita che la “politica in Italia e’ sempre stata politica delle alleanze”, oggi riproporre in modo subdolo quella “vocazione maggioritaria” rischia di essere ridicolo nonché un po’ patetico. Perché nell’ultima fase del Pd, quella a guida Zingaretti, e’ riemersa quella strana concezione che il partito di maggioranza relativa della coalizione distribuisce le carte, prevalentemente a tavolino, di chi ricopre il fianco destro, chi il fianco sinistro e chi il fianco centrista/cattolico della alleanza. Una operazione, appunto, ridicola che può avere un solo epilogo: la quasi scientifica sconfitta politica ed elettorale salvo il ritiro dei concorrenti o per via politica o per via giudiziaria. Il che, almeno per il primo caso, e’ altamente improbabile.

Ora, se la vocazionale maggioritaria del Pd e’ un mero ricordo del passato – in entrambe le versioni in cui viene praticata – si tratta di ridar vita ad un vero centro sinistra. Non basta fare liste europee che vanno dal liberal/liberista Calenda al ricco alto borghese di sinistra Pisapia per arrivare alla conclusione che il Pd e’ il vero e l’unico partito di centro sinistra. Non è così e, non a caso, tutti i sondaggi e le consultazioni reali che ci sono state sino ad oggi hanno detto che attualmente il centro sinistra, semplicemente, non c’è.

Ecco perché l’unica operazione politica che, almeno in questo campo, occorre far decollare e’ quella di ricostruire un forza/partito/movimento che sappia riattualizzare il pensiero, la cultura e il metodo di un centro riformista, laico, plurale, di governo e autenticamente democratico. Con tanti saluti alla vocazione maggioritaria o minoritaria del Pd a guida Renzi o a guida Zingaretti. Un centro plurale e riformista che sappia anche, ma non solo, far ritornare protagonista quel cattolicesimo democratico e popolare che da troppo tempo e’ ai margini della vita politica nazionale e che stancamente vota gli attuali protagonisti in assenza di un soggetto che lo rappresenti realmente. Non in chiave esclusiva o, peggio ancora, confessionale ma in una comune collaborazione con altre culture e altri filoni ideali. Una forza che sia in grado di battere quella radicalizzazione politica e quella cultura degli “opposti estremismi” che, se non sconfitta sul terreno politico e culturale, rischia di minare le stesse radici della nostra democrazia. Perché la democrazia italiana, per dirla con una bella espressione di Aldo Moro, resta sempre quella caratterizzata da “strutture fragili e da una passionalità intensa”.

Per questi motivi la grande novità politica del dopo 26 maggio non potrà che essere quella della nascita di un partito di centro e di un nuovo profilo dell’ ex centro sinistra. Solo così sarà possibile competere con un centro destra in salute e con un partito populista e antisistema come i 5 stelle. È bene saperlo prima che sia troppo tardi.

Roma: Festa dei Popoli con il card. Parolin

Sarà il Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin, a presiedere la celebrazione eucaristica  – alle ore 12 nella Basilica di San Giovanni in Laterano domenica 19 maggio –  per la ventottesima edizione della Festa dei Popoli organizzata dagli uffici Migrantes e Caritas della diocesi di Roma in collaborazione con i missionari scalabriniani.

Una iniziativa, la Festa dei popoli di Roma, che mira a valorizzare le diverse comunità etniche che vivono nella capitale e nei suoi dintorni per superare i pregiudizi, spiega Mons. Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Roma e del Lazio.

Dopo la celebrazione eucaristica sul sagrato della Basilica di San Giovanni in Laterano la festa con la partecipazione dei diversi gruppi e comunità etniche presenti nella diocesi.

Via i pro Maduro dall’ambasciata di Washington

Ieri è stata notificata un ordinanza  “agli invasori illegali della nostra ambasciata del Venezuela a Washington che devono lasciare la sede diplomatica”: lo afferma in un tweet Carlos Vecchio, rappresentante dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò che gli Stati Uniti riconoscono quale legittimo ambasciatore del Venezuela.

Secondo quanto riferito da Gustavo Tarre, rappresentante del Venezuela presso l’Osa (Organizzazione degli Stati americani) tre attivisti hanno lasciato l’edificio, mentre altri 4 sono rimasti al suo interno.

Brian Becker, direttore della Answer Coalition, che sostiene Maduro, ha detto che le persone ancora presenti nell’edificio non se ne andranno di propria volontà.

La notizia arriva poche ore dopo la richiesta formale di Guaidò agli Usa di ottenere un appoggio dalle forze armate statunitense.

 

Mercato unico digitale: meno care le chiamate per i 28 Paesi dell’Unione

A seguito dell’abolizione delle tariffe di roaming nel giugno 2017, i nuovi massimali previsti per le chiamate internazionali e gli SMS nell’Ue rientrano nella  revisione delle norme in materia di telecomunicazioni a livello europeo volta a rafforzare il coordinamento delle comunicazioni elettroniche e a potenziare il ruolo dell’Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche.

Le nuove norme per le chiamate internazionali fanno fronte alle varie differenze di prezzo che esistevano in precedenza tra gli Stati membri. In media, il costo standard di una chiamata intra-Ue da rete fissa o mobile era triplo rispetto a quello di una chiamata nazionale, mentre il prezzo standard di un messaggio SMS intra-Ue era oltre il doppio rispetto a quello di un SMS nazionale. In alcuni casi, il prezzo standard di una chiamata intra-Ue può essere fino a dieci volte superiore al prezzo standard delle chiamate nazionali.

Da un’indagine di Eurobarometro sulle chiamate internazionali emerge che quattro intervistati su dieci (42%) hanno contattato qualcuno in un altro paese dell’Ue nel corso del mese precedente. Il 26% degli intervistati ha affermato di aver utilizzato il telefono fisso, il cellulare o gli SMS per chiamare qualcuno in un altro paese dell’Ue.

Saranno gli operatori delle telecomunicazioni in tutta l’Unione a dover fornire ai consumatori le informazioni sui nuovi massimali. Le norme si applicheranno in tutti i 28 Paesi a partire dal 15 maggio e presto anche in Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Il massimale è limitato all’utilizzo personale, vale a dire per i clienti privati. I clienti commerciali sono esclusi da questa regolamentazione dei prezzi, dato che numerosi fornitori già propongono offerte speciali particolarmente interessanti per i clienti commerciali. Le nuove norme in materia di telecomunicazioni aprono la strada a maggiori investimenti nella connettività ad alta velocità e all’introduzione della tecnologia 5G nell’Ue.

Il codice europeo delle comunicazioni elettroniche e il regolamento BEREC sono entrati in vigore nel dicembre 2018. Mentre il codice deve essere recepito negli ordinamenti nazionali entro la fine del 2020, il regolamento BEREC comprende date di applicazione diverse. La prima norma ad entrare in vigore tra quelle in materia di telecomunicazioni riguarda i massimali per le chiamate internazionali.

“I massimali previsti per le chiamate all’interno dell’Ue – ha detto il vicepresidente responsabile per il Mercato unico digitale, Andrus Ansip –  costituiscono un esempio concreto di come il mercato unico digitale incida nella vita quotidiana delle persone. In effetti, con la costruzione del mercato unico digitale sono stati creati 35 nuovi diritti e libertà digitali. Nel complesso, le nuove norme in materia di telecomunicazioni aiuteranno l’Ue a soddisfare le crescenti esigenze di connettività degli europei e a rafforzare la competitività europea”.

“Dopo aver abolito le tariffe di roaming nel 2017 – ha aggiunto il commissario responsabile per l’Economia e la società digitali, Mariya Gabriel – l’Ue ha ora adottato misure contro le tariffe eccessive per le chiamate transfrontaliere dal proprio paese. Grazie a queste due azioni, i consumatori europei sono ora ampiamente tutelati contro le bollette esorbitanti quando chiamano un qualsiasi numero europeo, sia nel proprio Paese che all’estero. È uno dei numerosi risultati concreti conseguiti dal mercato unico digitale”.

Galleria Borghese: Lucio Fontana, i Concetti Spaziali in oro e le Crocifissioni in ceramica

La Galleria Borghese dedicherà una mostra a una specifica produzione di Lucio Fontana, i Concetti Spaziali in oro e le Crocifissioni in ceramica. Fontana sarà il primo artista italiano del Novecento esposto nel Museo dopo le rassegne dedicate a grandi figure internazionali quali Bacon, Giacometti, Picasso.

Verranno presentate circa cinquanta opere fra dipinti a olio in oro e ceramiche, realizzate principalmente negli anni Cinquanta e Sessanta. La mostra si inserisce all’interno del programma di ricerca che il Museo conduce da anni sulla propria eccezionalità di luogo altamente significativo quale identità combinata di collezione e spazio che la circonda.

L’inserimento delle opere di Fontana all’interno della collezione, in particolare fra i dipinti del Rinascimento e del Barocco, aiuterà a porre in risalto la costante attualità di un problema cruciale nella ricerca pittorica di ogni tempo: il concetto di “spazio”, la sua definizione, l’ansiosa ricerca della sua rappresentazione.

Per rendere pregnante l’apice inventivo di Lucio Fontana la concentrazione sarà sulla produzione in oro del grande artista. Oro non come colore, ma quale astrazione massima e antinaturalistica in un contesto, quello della Galleria Borghese, in cui la infinita varietà coloristica e la multiformità dei temi e dei soggetti pervade tutto lo spazio. Oro dunque non più nell’accezione barocca di massima esaltazione dell’ornamento, bensì vertice strutturale della forma che racchiude nella sua materia visivo compositiva la luce stessa, nella sua interpretazione fisica e estetica. L’oro come componente spaziale che, come nell’antichità classica, paleocristiana, medievale e rinascimentale, è la sintesi di luce e spazio.

Ma al contempo, anche oro originato, quale materia vergine, dall’impasto col fango. Per questa ragione la sua magnifica produzione in ceramica, nata, in termini materiali, dalla terra fangosa, affiancherà le opere in oro in questa mostra. Per questo si intende accostare agli ori una raccolta di ‘terre-cotte’, le sue ceramiche dipinte, scelte nel tema predominante delle Crocifissioni, composizioni tutte fortemente scosse da un fremito scomposto di origine ancora barocca.

Glaucoma: ecco il nuovo collirio per curarlo

Il collirio targato Unibo si basa sulle proprietà del sangue contenuto nel cordone ombelicale. Al suo interno, infatti, gli studiosi hanno individuato una serie di fattori di crescita in grado di contrastare il glaucoma. E gli stessi effetti riparativi potrebbero essere efficaci anche su altri tipi di malattie degenerative oculari.

Con il termine glaucoma si identifica oggi un gruppo di patologie oculari causate dalla degenerazione del sistema nervoso centrale dovuta all’invecchiamento. Queste patologie colpiscono circa un milione di persone in Italia: si stima che ne sia affetto tra l’1 e il 2% di chi ha più di 40 anni e il 5% di chi ha più di 70 anni.

Il sangue del cordone ombelicale viene infatti prodotto in un periodo di elevata richiesta metabolica e potrebbe quindi rappresentare una potente combinazione di fattori trofici, cioè di quelle sostanze prodotte dall’organismo in grado di garantire la sopravvivenza delle cellule e di stimolarne la crescita.

Dopo il gesto del Cardinale-elettricista

Ci interessiamo molto di Brexit, di Borsa, di opinionisti massoni e poco di quello che ci riguarda da vicino.

E ci riguarda non solo e non tanto come cattolici ma come europei e italiani, noi tutti che viviamo in un continente che invecchia vertiginosamente e in un’Italia che due partiti pensano di governare con politiche e con parole del passato.

C’è uno che ci vorrebbe chiudere in casa come Olindo e Rosa, impauriti e crudeli, e vuol chiudere i porti ripetendo luoghi comuni duceschi tipo indietro non si torna mentre abbiamo ingranato la retromarcia.

C’è poi un altro che ha nel moralismo piccolo borghese la sua arma migliore ma la usa come argomento da campagna elettorale e per il resto fa il turista tra parole d’ordine di destra e parole d’ordine di sinistra.

E questa è la nuova generazione che dovrebbe guidarci verso il futuro! Una volta tanto possiamo dire anche noi che i problemi sono altri e che i soli, al momento, che cercano di affrontarli sono papa Francesco e gli uomini che lavorano con lui? Direi di sì.  

Le grandi decisioni sul futuro dell’umanità e quindi le scelte da compiere per la sopravvivenza del nostro pianeta, come le politiche per il bene comune, per realizzarsi devono svolgersi in presa diretta perché questo pretende il nostro tempo.

Francesco si muove in presa diretta, mentre le nostre discussioni sono vecchio repertorio.

Parolin difende il Cardinale, Impagliazzo il Papa.

La nota sul Cardinale e lo stabile occupato, qui riproposta attraverso il link a fondo pagina, appare su un sito (Frammenti di Pace) molto informato sulle vicende di Chiesa. Non pubblica fake-news, né gioca sul sensazionalismo. È un osservatorio serio, da cui possiamo trarre quella che si presenta come la ricostruzione più attendibile dell’accaduto.

Dunque, stando alla nota, l’Elemosiniere del Papa avrebbe informato il Campidoglio in anticipo, anzi avrebbe sollecitato le autorità comunali a intervenire per evitare conseguenze spiacevoli: personale malate o fragili, a causa della mancanza di elettricità, andavano incontro a pericoli di varia natura. Solo dopo aver constatato la latitanza delle istituzioni, Konrad Krajewski (don Corrado, come ama essere chiamato il Cardinale polacco) ha dato corso alla sua clamorosa iniziativa. Di questa, pertanto, erano edotti gli uffici della Raggi.

Il resto è riportato a chiare lettere nelle cronache di giornali e siti web. Evidentemente l’alto prelato, abituato a misurarsi con situazioni di estremo disagio, ha ravvisato la necessità di “entrare a gamba tesa”. Ora, il clamore per il gesto compiuto non può offuscare la riflessione, quanto mai urgente, sulla responsabilità della politica. Di Maio e Zingaretti hanno plaudito, come se il Sindaco di Roma fosse una figura estranea, di cui il M5S possa ignorare l’appartenenza, e il leader del Pd il presidente di una Regione qualunque, non del Lazio. Un po’ sorprendente! In realtà, questo modo di fare accentua la crisi della politica, rendendo il senso dello Stato una merce sempre più rara.

Cosa ha detto, infine, il Card. Parolin? La solidarietà espressa con il ripristino della corrente nello stabile occupato deve valere come suggestione e monito affinché le istituzioni e la politica non si sottraggano alle loro responsabilità. Certo, dinanzi a questa precisazione si può obiettare che altro poteva essere il metodo, a buon conto nel rispetto proprio della legalità (anch’essa un valore da salvaguardare). Anche don Luigi Di Liegro si distinse per coraggio e determinazione, dando voce alla Chiesa dei poveri, ma scelse di modellare la battaglia a favore dei più deboli ed emarginati sul fermo principio del metodo democratico.

In ogni caso, ciò che conta qui ed ora è la sostanza del problema, ovvero l’inammissibilità di silenzi e rinvii da parte degli organi di governo, centrali e territoriali, al punto di lasciare incancrenire le situazioni più gravi e umanamente difficili. Ricorda Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, che l’attacco al Papa in genere si ritorce contro gli stessi autori dell’attacco. È però necessario che i cattolici più impegnati non si riducano a distribuire pillole di saggezza, ma aiutino il Paese a ritrovare, anche  tra le polemiche innescate dall’episodio romano, quel senso di equilibrio che nasce dal rispetto per le istituzioni e l’ordinamento della vita democratica.

http://www.frammentidipace.it/Pages/PrimoPiano/10793/La_carit%C3%A0_accende_la_luce_e_il_cuore_dell