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Appesi al 20

Ci appendiamo al giorno 20. Non possiamo fare diversamente. Stare nella desolazione di questi giorni ferragostani, è proprio una contraddizione. Dobbiamo rivolgerci all’immediato futuro.

Sentendo il dibattito al Senato della Repubblica credo sia parso a tutti la ristrettezza intellettuale dominare la scena. Non uno che si elevasse dal coro. Tutti a far sollevare polvere e a lucidare le superfici. Né dai banchi dell’opposizione, né in quelli della maggioranza – opposizione e maggioranza che non si sa più quali siano – si è levata una voce degna di essere ricordata.

Siamo, quindi, costretti ad appenderci al 20. Al 20 di agosto.

Confidiamo che il Presidente del Consiglio dei Ministri, visto il ruolo, si stacchi dalla triste platea. Non ci vorrà molto per attuare questo proposito, ma, noi, abbiamo sete di costumi e ideali di portata meno prosaica possibile. Sperando che le comunicazioni di Giuseppe Conte sveglino le capacità sopite nel semiciclo di Palazzo Madama.

C’è bisogno di un linguaggio meno legato agli interessi immediati, di prospettive che non si arenino al primo angolo del futuro e a respiri etici tali da anestetizzare almeno il cattivo gusto imperante.

Mancano tre giorni, nel frattempo stiamo assistendo al gioco che mai ci saremmo attesi di una teatralità tra le parti davvero poco edificante: prima uno dà una sberla, l’altro annichilisce, un terzo risponde per le rime, il primo allora sembra scusarsi, una scena da vero teatro paesano. Un quarto appare sulla scena e, non appena apparso, si trova immediatamente all’angolo.

A novembre, si poteva accettare una compagnia teatrale di questo tipo, ma il 15 di agosto, ci saremmo attesi una spassosità che il regista, avendo questi attori, non ha potuto offrirci.

Consumi, stop al pesce fresco in tutto l’Adriatico

Stop al pesce fresco a tavola lungo tutto l’Adriatico con il fermo pesca che si estende dal 15 agosto anche al tratto di costa da San Benedetto e Termoli, dopo che la flotta aveva già interrotto le attività da Trieste ad Ancona e da Manfredonia a Bari. A darne notizia è Coldiretti Impresapesca nel sottolineare che il blocco delle attività durerà nel tratto tra il sud delle Marche, l’Abruzzo e il Molise fino al 13 settembre.

La novità di quest’anno è che – spiega Coldiretti Impresapesca – in aggiunta ai periodi di fermo fissati i pescherecci dovranno effettuare ulteriori giorni di blocco che vanno da 7 a 17 giorni, a seconda dalla zona di pesca alla quale sono iscritti. Le giornate di stop saranno decise direttamente dai pescatori che dovranno darne comunicazione scritta entro le ore 9 del giorno stesso. L’intero ammontare delle giornate aggiuntive dovrà essere obbligatoriamente effettuato entro il 31 dicembre 2019.

In un Paese come l’Italia che importa dall’estero 8 pesci su 10, nei territori interessati dal fermo biologico aumenta così il rischio – sottolinea Impresapesca Coldiretti – di ritrovarsi nel piatto per grigliate e fritture, soprattutto al ristorante, prodotto straniero o congelato se non si tratta di quello fresco Made in Italy proveniente dalle altre zone dove non è in atto il fermo pesca, dagli allevamenti nazionali o dalla seppur limitata produzione locale dovuta alle barche delle piccola pesca che possono ugualmente operare.

“Per non cadere in inganni pericolosi per la salute occorre garantire la trasparenza dell’informazione ai consumatori dal mare alla tavola estendendo l’obbligo dell’indicazione di origine anche ai menu dei ristoranti con una vera e propria ‘carta del pesce’”, ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “passi in avanti sono stati fatti sull’etichettatura nei banchi di vendita, ma devono ora essere accompagnati anche dall’indicazione della data in cui il prodotto è stato pescato”.

Per effettuare acquisti di qualità al giusto prezzo il consiglio di Coldiretti Impresapesca è dunque di verificare sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere l’area di pesca (Gsa). Le provenienze sono quelle dalle Gsa 9 (Mar Ligure e Tirreno), 10 (Tirreno centro meridionale), 11 (mari di Sardegna), 16 (coste meridionali della Sicilia), 17 (Adriatico settentrionale), 18 (Adriatico meridionale), 19 (Jonio occidentale), oltre che dalle attigue 7 (Golfo del Leon), 8 (Corsica) e 15 (Malta). Ma si può anche rivolgersi alle esperienze di filiera corta per la vendita diretta del pescato che Coldiretti Impresapesca ha avviato presso la rete di Campagna Amica.

Nonostante la riduzione del periodo fisso di blocco delle attività, l’apertura alla tutela differenziata di alcune specie e la possibilità per le imprese di scegliere i restanti giorni di stop, come richiesto da Coldiretti Impresapesca, il giudizio sull’assetto del fermo pesca 2019 non può essere positivo poiché la misura continua a non rispondere alle esigenze della sostenibilità delle principali specie target della pesca nazionale, tanto che lo stato delle risorse nei 33 anni di fermo pesca è progressivamente peggiorato, come anche parallelamente lo stato economico delle imprese e dei redditi. Questo ha determinato nel periodo un crollo della produzione – spiega Coldiretti Impresapesca – la perdita di oltre 1/3 delle imprese e di 18.000 posti di lavoro. L’auspicio è che dal 2020 si possa partire dalle novità positive per mettere in campo un nuovo sistema che tenga realmente conto delle esigenze di riproduzione delle specie e delle esigenze economiche delle marinerie.

 

Per non essere ostaggi del sovranismo: un nuovo Governo di tregua e di programma.

Siamo consapevoli che la crisi di governo, esplosa all’improvviso e con un carico di avventura partigiana, riporti alle ragioni – mai sufficientemente approfondite – che nelle elezioni dello scorso anno (4 marzo 2018) hanno determinato la rottura clamorosa di un equilibrio politico a lungo preservato o incoraggiato dal sistema maggioritario, quindi dal forzato adeguamento al bipolarismo.

Bisogna approfondire, per non accontentarsi del giudizio superficiale, la tormentata vicenda della mozione di sfiducia. L’anomalia, in questo caso, non è data dalla frattura in sé, ultimo atto di un’impervia collaborazione tra Lega e M5S; ma dalla costituzione, a prescindere dal mandato popolare, di un’intesa senza basi programmatiche adeguate, per la quale due partiti antagonisti, in aperto conflitto prima e durante la campagna elettorale, hanno tuttavia convenuto di approntare una maggioranza parlamentare artificiale, unità dal collante del potere.

Ha prevalso dunque la logica di una convergenza casuale, come per attrazione di poli estremi e per similitudine di accenti anti-sistema, tali da evocare ambigue e spericolate teorie sulla fuoriuscita dall’Euro o sul distacco dall’Europa, in coincidenza con gli interessi e le aspirazioni di potenze straniere, da sempre ostili al rafforzamento dell’Unione.

Salvini non apre la crisi per ricomporre un disegno di governabilità su basi più razionali, mirando cioè al superamento delle distorsioni e degli eccessi negativi del connubio gialloverde. La apre, semmai, con un sovrappiù di aggressività, denunciando le insufficienze operative dell’esecutivo e invocando, come risposta alle difficoltà, il conferimento dei pieni poteri. Le elezioni avrebbero – questo il messaggio affidato alla propaganda –  il significato di un plebiscito pro o contro l’istanza neo-autoritaria della Lega: più  comando (personale) in cambio di più sicurezza (collettiva).

Invece, tenuta a freno la tentazione di un ricorso anticipato al voto, equivalente ad una battaglia campale senza nemmeno la possibilità di identificare e proporre in breve tempo le motivazioni di una alternativa, questa crisi deve aprire la strada a una fase intermedia di decantazione, per utilizzare la tregua ai fini di una necessaria ricomposizione civile e politica del Paese.

Occorre ricostruire la fiducia – in effetti le politiche del 4 marzo 2018 ne hanno sancito la rottura – tra popolo e istituzioni, riattivando energicamente la leva di un’autentica, rinnovata strategia europeistica, intesa come largo orizzonte sovranazionale di sviluppo e di pace, senza con ciò rinunciare a modificare, laddove giusto e necessario, le forme che hanno garantito lungo vari decenni il processo di allargamento e integrazione della originaria Comunità di Stati nazionali.

Ora, le forze politiche che proprio in Europa hanno concorso alla elezione di David Sassoli a Presidente del Parlamento e all’approvazione della nomina di Ursula Von der Leyen alla guida della Commissione, sono in condizione e perciò hanno il dovere di adempiere in Italia a uno sforzo di analoga convergenza, per collaborare alla definizione concreta, in spirito di responsabilità verso le istituzione e verso i cittadini, di quello che le associazioni cattoliche firmatarie di un recente documento (https://ildomaniditalia.eu/chiediamo-una-tregua-di-ricomposizione-morale-e-civile-del-paese/amp/?__twitter_impression=true) hanno appunto chiamato il governo di tregua, ovvero di tregua operosa.

Non è, questa, una premessa che sancisca di per sé l’uscita immediata dalla condizione di disordine e conflittualità, affidandosi magari a un generico accordo di programma e quindi autorizzando le critiche all’«inciucio»; essa piuttosto, come premessa, rappresenta (o deve rappresentare) il punto di rilancio di una iniziativa democratica, chiusa nettamente a destra, capace di trascinare le componenti della futura maggioranza sul terreno di una positiva dialettica di cooperazione e competizione, per ridare coerenza spessore e concretezza alla lotta politica in Italia.

Ciò non significa, in sostanza, che il futuro governo debba prevedere la partecipazione di tutte le diverse componenti, partiti grandi e piccoli, forse essendo preferibile che la tregua si organizzi attorno a una combinazione di valore tecnico-politico, imperniata sulla responsabilizzazione del gruppo parlamentare (M5S) di gran lunga prevalente. Ci sarebbe quindi, secondo questo schema, un recupero di assoluta centralità del Parlamento, data la forza di indirizzo e di controllo che avrebbe la maggioranza in quanto tale, nelle Aule di Camera e Senato, nello svolgimento dell’attività ordinaria e straordinaria dell’Esecutivo. Non sarebbe affatto una soluzione di ripiego perché, anzi, un Parlamento rinvigorito nelle sue funzioni costituzionali e un governo rispettoso della volontà espressa dalla sua maggioranza potrebbero rappresentare l’architrave – l’unico realisticamente verificabile ora – di questa auspicabile e indispensabile fase di tregua.

La durata dell’Esecutivo sarebbe calibrata, in questo caso, sulla effettiva volontà e capacità di portare avanti un disegno di riordino politico, mettendo in sicurezza i conti dello Stato, aggredendo il nodo dell’efficenza del sistema produttivo, rilanciando investimenti e occupazione, specialmente al Sud, innescando provvedimenti virtuosi sul piano della solidarietà e della coesione sociale, anche nella gestione dei flussi immigratori, piegando la curva del declino strutturalmente legato alla grave questione demografica,  affrontando con razionalità le questioni dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile, restituendo dignità e giusta reputazione, infine, al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e nel mondo, secondo le linee delle storiche e consolidate alleanze di politica internazionali.

Uno sforzo consapevole, fatto di rinunce reciproche e comune impegno in funzione dei superiori interessi della nazione, da cui può scaturire il riordino di un sistema politico nel quale identificare in prospettiva la presenza autonoma di un centro democratico e popolare, darebbe intanto più serenità alla valutazione che il Presidente della Repubblica, arbitro della crisi, svilupperà nel corso delle verifiche di rito, di sicuro esercitando la sua azione con la saggezza e l’equilibrio sempre pienamente riconosciuti dalla pubblica opinione.

Il momento è delicato, dunque richiede generosità e lungimiranza. L’Italia non merita di scivolare nel pantano di una politica ostica e pregiudiziale, a perenne intonazione demagogica. L’alternativa democratica è possibile.

Giuseppe Conte gioca la sua partita personale contro un Salvini “ pentito”

Matteo Salvini è “ pentito” assicura Luigi Di Maio il quale, però, chiosa : “ oramai la frittata è fatta”, e ribadisce la richiesta di dimissioni da parte del “ ravveduto”.

Quello che appariva l’imbattibile capo della Lega prova, però, ancora a mandare un segnale ai 5 Stelle: il mio telefono è sempre acceso. Questa lapalissiana dichiarazione, perché è raro vedere Salvini senza un telefono in mano, non ci impedisce di tornare con la mente al bollettino di Diaz del 1918: “ I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”.

Sarà proprio così? Viste le tante stranezze di questa crisi non ci sarebbe da meravigliarsi di niente. Il potere di cui si gode nella Roma “ ladrona” potrebbe pure valere il riconoscere d’aver fatto una bischerata, per dirla alla Montanelli.

Per cui, chi sta dando per certo un nuovo governo abbia la pazienza di attendere il lavorio che sfocerà nel dibattito parlamentare del prossimo 20 agosto.

La notizia del giorno è comunque un’altra. Il Presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha cominciato a giocare una sua propria partita, indipendentemente dai 5 Stelle.

Ha preso carta e penna e ha scritto addirittura una lettera aperta al suo ministro dell’Interno. Una delle tante cose inedite ed inusuali che ci offre l’attuale fase politica.

Mai, se la memoria non falla, c’è stato un intervento di questo genere. Ai vecchi tempi sarebbe comunque seguita un’altra lettera, aperta o chiusa, con l’inevitabile rinuncia all’incarico da parte di Matteo Salvini.

I due sono giunti al punto in cui tanti separati in casa si vedono costretti a lasciarsi reciprocamente attaccati al frigorifero messaggi su questioni che, altrimenti, non sarebbero in grado di affrontare guardandosi in faccia.

Già Conte era stato molto chiaro quando il capo della Lega prese irruentemente cappello: dirò tutto su Salvini e il comportamento del suo partito.

Quello del Presidente del consiglio è un messaggio importante. Sia nel merito, sia per quello che anticipa. Non solo egli non arriva al dibattito parlamentare da dimissionario, come speravano i capi della Lega, ma fa capire che sta stringendo i suoi guantoni da pugilato, la “ nobile arte”.

Conte comincia a giocare una partita sua. Lo fa con la forza di quella apparentemente ingenua determinazione dei non addetti ai lavori della politica che, però, talvolta si rivela più “ politica” che mai.

A seconda di come gestirà l’attuale situazione, il Presidente del consiglio potrebbe guadagnare molto prestigio e considerazione e costruire le condizioni per un eventuale reincarico, con o senza la Lega al governo.

Cosa dice Conte nella sua lettera aperta?

L’affermazione chiave credo debba essere ravvisata là dove sostiene: “Siamo ormai agli sgoccioli di questa nostra esperienza di governo”. Ergo: questo governo non prosegue più così. Si volta pagina in ogni caso, pure con Salvini, ammesso che quest’ultimo si presenti a piedi scalzi e con il capo cosparso di cenere al portone di Palazzo Chigi .

Il cambio di pagina sarà all’insegna di un modo diverso di condurre le cose istituzionali. Conte vuole lealtà. In merito all’ultima vicenda dei migranti, rimprovera il comportamento del suo interlocutore: “ È un chiaro esempio di sleale collaborazione, l’ennesima a dire il vero, che non posso accettare”.

La lezione politica di Conte è netta: “ Come ho sempre pubblicamente rappresentato, il tema dell’immigrazione è un tema complesso. Va affrontato con una politica di ampio respiro, come ho provato a fare sin dal primo Consiglio Europeo al quale ho partecipato, a fine giugno 2018, evitando di lasciarci schiacciare dai singoli casi emergenziali”.

Qui, partono una serie di affermazioni: “ è il momento di insistere in direzione di una soluzione sempre più europea, altrimenti l’Italia si ritroverà completamente isolata in una situazione che diventerà, nuovamente, via via sempre più ingestibile. La nuova Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, nei colloqui sin qui avuti, mi è sembrata molto determinata a percorrere questa strada e a darci una mano risolutiva… se davvero vogliamo proteggere i nostri “interessi nazionali”, non possiamo limitarci a esibire posizioni di assoluta intransigenza….Non possiamo agire da soli. Dobbiamo continuare a insistere in Europa, come peraltro hai fatto Tu, di recente a Helsinki. E’ questa la direzione giusta”.

Dopo i rimproveri a Salvini, che prefigurano in ogni caso una nuova rotta da seguire in materia immigrati, utile anche a mettersi in sintonia con la nuova maggioranza formata a Bruxelles, Conte gli porge la ciotola piena di cenere da cui attingere per cospargersi il capo e lascia uno spiraglietto aperto: “ E poi non oscuriamo quello che abbiamo fatto di buono. Se mai rammarichiamoci per quello che ci riproponevamo di ottenere e ancora non abbiamo ottenuto”.

Discolaccio, dice Conte a Salvini, “ la tua foga politica e l’ansia di comunicare, tuttavia, ti hanno indotto spesso a operare “slabbrature istituzionali”, che a tratti sono diventati veri e propri “strappi istituzionali”.

Infine, la lezione conclusiva del neofita della politica al ben più navigato Salvini, che va per i trent’anni di continua ed indefessa esperienza istituzionale: “ Il consenso politico a cui ogni leader politico aspira si nutre della fiducia degli elettori. Ma se non alimentiamo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni pubbliche si crea un cortocircuito e alla fine prevalgono rabbia e disaffezione. Dobbiamo tutti operare per riconoscere piena dignità alle istituzioni che rappresentiamo, nel segno della leale collaborazione”.

Il botto finale è un appello accorato che un irritato, ma paziente papà potrebbe fare ad un figliolo scapestrato, ma di cui pure si può intuire qualche dote: “ Hai alle spalle e davanti una lunga carriera politica. Molti l’associano al potere. Io l’associo a una enorme responsabilità”.

Un vero e proprio capolavoro della politica. Adesso più che mai la palla torna a Salvini. Lancio della monetina e scommessa sulla faccia che la crisi mostrerà il 20 d’agosto?

Il Veneto assume 500 neo laureati in medicina

La Regione Veneto a fronte di una carenza ormai tanto storica, quanto preoccupante di medici ha deciso, con due delibere approvate dalla Giunta regionale, su proposta dell’Assessore alla Sanità, Manuela Lanzarin, l’assunzione con contratti autonomi di 500 giovani medici, laureati e abilitati, ma non ancora in possesso della specializzazione, che frequenteranno un corso di formazione pratico e teorico, al termine del quale, con il tutoraggio di colleghi strutturati, 320 verranno introdotti al lavoro nell’area del Pronto Soccorso e 180 in quella della Medicina Internistica (Medicina Generale e Geriatria).

L’operazione avrà un costo annuo di circa 25 milioni, la quasi totalità legati agli stipendi dei nuovi assunti.

Per la festa dell’Assunzione di Maria

L’articolo appare nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano 

di Carolina Blazquez Casado

Il mistero della Glorificazione di Maria in anima e corpo in cielo è stato l’ultimo dogma mariano proclamato solennemente — nella data relativamente recente del primo novembre 1950, per opera di Pio XII — ma la certezza che il corpo di Maria, la Madre di Gesù, non sperimentò la corruzione e perciò gode in pienezza, come prima creatura e anticipo del nostro destino, dei frutti della Risurrezione di suo Figlio nella totalità della sua umanità, è antichissima e risale agli inizi del cristianesimo.

Il primo scritto cristiano che affronta questo tema è datato tra iv e v secolo, ma contiene esso stesso materiale più antico, elaborato, secondo alcuni studiosi, già nel ii secolo. Stiamo parlando dell’apocrifo intitolato il Transito di Maria e attribuito per secoli a Melitone di Sardi per la sua forte impronta teologica della tradizione antiochena. Questa scuola patristica era caratterizzata da un pensiero profondamente semitico, lontano dai paradigmi filosofici greci, e in aperta polemica con le tesi gnostiche, al punto tale da elaborare un’interessantissima teologia della carne, ovvero quella che oggi chiameremmo un’antropologia “a partire dal corpo”, sottolineando come, in virtù del Mistero della creazione in Cristo e dell’Incarnazione del Verbo, la materia — e in concreto la carne dell’uomo — sia stata scelta da Dio come spazio teologico per eccellenza, in cui depositare e irradiare la grazia della salvezza.

Un altro dato da osservare in relazione all’importanza di questa festa è la sua celebrazione liturgica nella data del 15 agosto. Nelle Chiese Orientali abbiamo notizia di questa celebrazione già a partire dal iv secolo, col nome di “Memoriale di Maria”; in Occidente, dal Medioevo in poi essa è citata con formulari specifici. Nel settimo secolo essa viene istituita nella liturgia romana e in seguito anche negli altri riti occidentali: per esempio nella liturgia ispano-mozarabica nel nono secolo essa si celebra ufficialmente, ma già dal settimo secolo si allude al tema dell’Assunzione di Maria nella liturgia dell’apostolo Giovanni, in cui verginità e incorruzione della carne appaiono connessi in modo interessante.

Questa festa pertanto è stata sempre celebrata dopo la chiusura del ciclo pasquale che introduce il cristiano nella pienezza della rivelazione grazie all’effusione dello Spirito Santo nella Pentecoste. Dio ha riversato il Mistero della sua Vita su questo mondo fino all’estremo, in un lungo e paziente gesto di “svuotamento” — lungo quanto la storia della salvezza — il cui frutto è quello che i Padri della Chiesa chiamano lo “scambio felice”: poiché Dio ha assunto la carne dell’uomo fino alle ultime conseguenze, questa carne si apre ad accogliere lo Spirito; poiché Dio ha “rotto” la sua trascendenza per avvicinarsi all’uomo, si è aperta la via attraverso la quale l’uomo può entrare nella vita divina. Questo disegno di salvezza si è realizzato in Maria, superando la costante tentazione gnostica o razionalista, e si è compiuto nella fragilità della sua carne, perché è proprio nel corpo di Maria che si è consumata definitivamente l’unione tra Dio e l’uomo.

Non esiste un’altra festa cattolica in cui la natura della Tradizione, vero canale della rivelazione divina, e il senso della fede proprio del popolo di Dio, salvaguardia della verità rivelata, si manifesta con maggiore chiarezza; in cui la stima e il rispetto della fede cristiana per la carne, il corpo e il creato siano più esaltati e vi si esprima con più limpida bellezza la relazione intima tra il principio apostolico e il principio mariano su cui si costruisce la Chiesa.

In un paese della Spagna orientale già sono cominciati i preparativi per l’imminente rappresentazione dell’unico auto sacramental — una forma di dramma religioso tipica del teatro spagnolo a partire dal Seicento — che per un privilegio speciale di Urbano VIII si continua a rappresentare all’interno di una chiesa, la basilica minore di Santa Maria di Elche. Quest’opera s’intitola il Mistero di Elche: in valenciano, la lingua in cui è scritta la quasi totalità dei versi, I Misteri d’Elx. Di origine medievale, riprende la tradizione teologica, liturgica e spirituale sull’Assunzione di Maria comune a tutto il bacino del Mediterraneo. Se i versi sono straordinari per profondità teologica e bellezza poetica, il canto che li accompagna è meraviglioso e commovente. Le melodie di ispirazione orientale, con una grande influenza corsa, introducono in profondità nel mistero.

L’opera — che viene messa in scena ogni 15 agosto e, negli anni pari, anche nella data di proclamazione del dogma dell’Assunta — si sviluppa in due atti. Nel primo, Maria riceve, come in una nuova Annunciazione, la notizia della sua prossima morte e per questo motivo, mossi da una spinta o da una forza interiore che non sanno spiegarsi, tutti gli apostoli si mettono in cammino dai confini della terra in cui si erano dispersi per annunciare la buona notizia del Vangelo. Si tornano a incontrare con stupore e sorpresa quando si accorgono di essere stati tutti misteriosamente chiamati a Gerusalemme, convocati intorno al letto di Maria per accompagnare il suo transito ed essere testimoni della sua glorificazione in Cielo. È un punto di straordinaria tenerezza e bellezza perché Maria per loro è l’ultimo segno, la memoria viva della presenza di Gesù sulla terra. La rappresentazione è una vera espressione credente della relazione intima che esiste tra Maria e la Chiesa, tra il principio mariano e il principio petrino: e della primazia del primo sul secondo. Maria infatti ci precede, perché grazie all’accoglienza fedele della Parola nella buona terra della sua umanità, il seme del Verbo ha portato frutto in tutto il suo essere Donna, fino a fare di Lei la «Terra del Cielo».

Guardiamo insieme al futuro, l’omelia del cardinale Bagnasco

L’omelia dell’arcivescovo Bagnasco
Ecco le parole del cardinale Bagnasco, arcivescovo di Genova, all’omelia.

“A distanza di un anno dal tragico crollo del ponte Morandi. Genova è qui, e con noi prega per le vittime, angeli della Città. Li pensiamo nella luce, tra le braccia di Dio; e con gli occhi della fede li vediamo affacciarsi dalla finestra del cielo mentre pregano per i loro cari, per tutti noi: Genova non li dimenticherà mai. Abbiamo incisi nel cuore quei giorni, quell’apocalisse che ci ha lasciati senza respiro, che ci ha fatti sentire svuotati, come se tutto – d’improvviso – fosse precipitato nel buio. Come in quei momenti di lutto, la Città rinnova il suo abbraccio ai familiari delle vittime: siamo consapevoli che nessuno di noi può colmare il vuoto dei loro cari, ma umilmente e, con grande rispetto, vogliamo stringerci a loro perché non si sentano troppo soli. Anche le parole del Santo Padre Francesco ci fanno sentire il suo affetto e la sua vicinanza: di cuore lo ringraziamo.

 

Abbiamo stampata nell’anima, però, anche una luce che ha sfidato l’oscurità di quei momenti funesti; una luce che man mano si è ingrandita, che si è fatta largo tra le macerie alla ricerca di vita: è la luce dei soccorritori sbucati da ogni dove, come se fossero miracolosamente pronti ad essere presenti e operativi. E’ stato solo dovere? No, è stato anche amore. Era la luce dell’amore che da
quelle macerie è scaturita insieme all’immenso dolore. E quell’amore si rivestiva di perizia, di speranza, di ostinato coraggio, di sacrificio, che è l’altro nome dell’amore. A tutti – dalle forze dell’ordine ai vigili del fuoco, dalle istituzioni pubbliche alle diverse organizzazioni, dal mondo delle professioni ai molti volontari – rinnoviamo gratitudine; essi hanno espresso l’anima di Genova, la sua forza di non piegarsi, di non arrendersi, la coriacea volontà di rinascere. E così è!
Nonostante gli interventi giunti, le difficoltà sono state pesanti, e i disagi diffusi per muoversi da una parte all’altra, per gli abitanti della zona, per non pochi lavoratori che qui avevano le loro attività: tutti hanno vissuto il distacco da un ambiente familiare e caro, hanno visto messo in crisi il loro lavoro. Ma su tutto ha aleggiato la speranza, il credere in un futuro non lontano, e che oggi cominciamo a vedere. La demolizione del rimanente troncone del ponte è stato come il definitivo distacco da un pezzo di storia, ma la Città è protesa al futuro, un futuro che, con onestà e determinazione, dobbiamo guardare insieme.

Il Vangelo di oggi ci esorta, e come sempre ci aiuta: Gesù, il Figlio eterno di Dio, ci assicura che “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Ci può essere oggi parola più illuminante per il nostro popolo? Lo stare insieme, lo sperare e lavorare insieme, insieme camminare e guardare al bene non individuale ma comune, non è solo una regola d’oro per la Città e un modo per onorare i defunti, ma è anche la garanzia di una presenza più grande, di un Amore che ci abbraccia, e tutti conforta e rafforza: è la presenza e l’amore di Dio! Le nostre forze non sono piccole, così il desiderio di giustizia e di bene, ma per esperienza sappiamo quanto siamo fragili, quanto possiamo essere attraversati da egoismi e miopie, da rivalità e divisioni, da dimenticanze. Se restiamo uniti e ci lasciamo umilmente abbracciare da Dio, allora saremo capaci di abbracciarci gli uni gli altri, e le nostre capacità – come i pochi pani e pesci della parabola evangelica – si moltiplicheranno e faranno miracoli. Sia così, cari Amici, sia così per il bene di noi tutti, delle giovani generazioni di cui siamo responsabili, sia così per il bene di Genova e del nostro amato Paese”.

L’ENCICLICA DI FRANCESCO NON CI OBBLIGA A SEGUIRE LA STRADA DELLA DECRESCITA

di Giovanni Farese*

Ho letto con molto interesse il dibattito che si è aperto sul Domani d’Italia. In particolare mi ha colpito la nota di Federico Fazzuoli, sulla quale, a dire il vero, non mi trovo in perfetta sintonia.

 

Il dissenso non riguarda le parole della Enciclica, ovviamente, che vanno sempre meditate con cura, quanto l’interpretazione puntuale che ne viene offerta (come sembra leggendo appunto l’articolo di Fazzuoli).

 

Il problema della crescita e dello sviluppo non si risolve con la decrescita, ma con la direzione (la giustizia sociale) e la qualità della crescita (meno diseguale). Lo scriveva peraltro già il nostro Keynes. Certo che il consumismo può condurre al materialismo, all’anomia etc. Gli eccessi sono sempre dannosi. Pertanto la decrescita – occorre ripeterlo – non può essere indicata come la meta di una comunità.

 

E poi ci sono tanti tipi di consumi (p. es. quelli culturali). In ogni caso, mi porrei prima il problema degli investimenti. Al quale l’aumento prospettico dei consumi è comunque agganciato.

 

In ogni caso il dibattito su queste cose fa sempre bene, ed è meglio di un comizio sulla spiaggia.

 

*Farese è docente di Storia dell’economia presso l’Università Europea di Roma). Con Giorgio La Malfa ha curato la recente edizione della Teoria generale (e altri scritti) di John Maynard Keynes (I Meridiani-Mondadori).

Il bluff di Salvini

Il deputato e costituzionalista Ceccanti ha riassunto, in tarda serata di ieri, le questioni collegate alla proposta di Salvini in ordine al taglio dei parlamentari e al ricorso immediato alle urne. Riportiamo integralmente la nota, il cui carattere di immediatezza, sulla scia del dibattito e delle votazioni svoltisi in Senato, non toglie completezza e rigore all’esposizione.  

 

 

La giornata termina con la sconfitta totale di Salvini. La capigruppo Camera calendarizza il taglio dei parlamentari il 22 agosto, dopo che Conte si sarà dimesso e quindi la cosa sarà sospesa fino alla chiusura della crisi.

 

E’ prevalsa la tesi giusta secondo cui la crisi è già sostanzialmente aperta e quindi hanno precedenza le comunicazioni del Presudfnte del Consiglio.

 

La proposta di Salvini era un bluff propagandistico per due motivi.

 

Il primo si è già scoperto ed era la crisi di governo che lui stesso ha provocato e che non poteva far calendarizzare il taglio prima della soluzione della crisi.

 

Del taglio, della sua possibile votazione, insieme ad altri provvedimenti integrativi, si potrà parlare solo se ci sarà un nuovo Governo a partire dalle dimissioni di Conte al termine della seduta del Senato del 20 agosto.

 

Il secondo è il grave problema politico ma anche costituzionale che si sarebbe aperto.

 

Se la Camera avesse votato il 19 agosto, come ben si capisce dai primi articoli della legge 352/1970, il testo sarebbe uscito sulla Gazzetta solo per pubblicazione notiziale, non per entrare in vigore. Di sicuro perché al Senato è già passato solo con la maggioranza assoluta e non coi due terzi.

 

Poi il timing previsto dalla legge è questo: tre mesi per chiedere il referendum; fino a un mese per la Cassazione per esaminare le eventuali richieste e qualche altro giorno per eventuali ricorsi; fino a 60 giorni per indire il referendum; fra 50 e 70 giorni per svolgerlo; alcuni giorni per la proclamazione del risultato e poi per eventuali ricorsi; poi qualche giorno per la proclamazione; quindici giorni di vacatio e due mesi per i collegi (norma transitoria e legge 51/2019).

 

Alla fine dei conti ci vogliono circa 5-6 mesi dall’ultimo voto della Camera se non c’è il referendum e 10-11 se invece si svolge.

 

La proposta Salvini avrebbe quindi comportato il voto della riduzione, ma senza effetti immediati. Le nuove Camere appena elette sarebbero state subito delegittimate dai nuovi numeri della riforma.

La decisione dei capigruppo elimina in radice questo scenario pericoloso dal punto di vista politico e costituzionale.

 

Il bluff di poche ore è finito.

 

La crisi esige un momento di rigore

Il dibattito che si è aperto sul nostro “Domani d’Italia” è stimolante. Condivido pienamente, a questo proposito, la lettura della situazione politica fatta ieri da Giuseppe De Mita. Bisogna non perdere di vista la sola visione utile per il Paese: abbandonare ogni tattica e stare ben fermi su una lettura strategica fondata sulle dinamiche storiche, come fecero Sturzo, De Gasperi e Moro. Non le loro singole scelte ché sono caduche, ma il loro metodo occorre preservare. Il nostro impegno politico particolare infatti per essere fruttuoso ha bisogno di respiro, di tempo.

 

Nella circostanza, poi, degli eventi urgenti dettati dalla attuale crisi politica, credo che alla richiesta di polarizzazione a destra imposta al sistema da Salvini la linea più saggia per il Pd sia non la polarizzazione del partito a sinistra, ma l’unità del partito, che è altra cosa, quale mi sembra sostenga Zingaretti. Solo così a mio parere si salva la ragione strategica di quel partito. E con quel partito, si può salvare la ragione stessa della sopravvivenza della democrazia rappresentativa parlamentate nel nostro Paese.

 

La crisi chiesta da Salvini, infatti, presenta una sua logica di chiarimento generale del sistema politico che non va disprezzata. Presenta insieme pericoli di involuzione di tipo totalitario, che vanno tenuti presenti, ma che occorre parare con soluzioni possibili costituzionalmente corrette e non con pasticci che corrodono il sistema politico pervertendolo e causando danni peggiori dei pericoli paventati.

 

Sta infine alla saggezza del Capo dello Stato, nella piena libertà delle sue funzioni garantite dalla Costituzione, in occasione della eventuale formazione di un nuovo governo, il ricorso a taluna di queste soluzioni, che funzionano da contrappesi e da garanzie per il prossimo sviluppo della nostra vita politica, soprattutto nella scelta delle grandi linee politiche tradizionali del Paese e contemporaneamente nella individuazione di rette ed equilibrate personalità che per fortuna non mancano in ogni attuale formazione politica. Credo che ancora vi sia una strada limpida e non pasticciata per dare soluzione ai contingenti problemi politici del Paese, perseguendo l’interesse generale e non le velleità personali di questo o quello.

 

Che lo Spirito divino ci illumini !

STURZO, IL SUD E LA POLITICA ITALIANA. IL RISORGIMENTO MERIDIONALE

L’articolo di Vito Piepoli è apparso nella newsletter di Servire l’Italia

L’8 agosto 1959, esattamente sessant’anni fa, moriva a Roma all’età di ottantasette anni don Luigi Sturzo, il cui pensiero risulta quanto mai attuale. Ci preme ricordare in questa occasione solo uno dei suoi tanti articoli, per darvi un piccolo assaggio delle sue idee sul Mezzogiorno e la politica italiana, sul programma del risorgimento meridionale. “Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l’iniziativa dei rimedi ai nostri mali” scriveva.
Era il 1901 quando La Croce di Costantino pubblicò quest’articolo di Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare e meridionalista convinto che, solo attraverso lo sviluppo di un largo decentramento, il Mezzogiorno avrebbe potuto trovare la via del riscatto. Il forte senso geopolitico di Sturzo lo rese ben cosciente del carattere differenziato e composito delle regioni d’Italia. “La regione in Italia è un fatto geografico, etnografico, economico e storico, che nessuno potrà mai negare. L’Italia è lunga e stretta, si allarga al nord lungo la catena alpina che la protegge e la incorona; si sviluppa nelle colline e pianure padane fino all’Adriatico; si stende verso il sud con la dorsale appenninica che la divide in zone adriatiche e tirrene, si va a bagnare nello Jonio, arriva con la Sicilia al mare africano, e con la Sardegna fronteggia a distanza le Baleari. La storia ci ha plasmati in mille modi, dando a ciascuna zona la sua caratteristica, la sua personalità, una e multipla allo stesso tempo”.
Va detto che Sturzo non rifiutò mai l’unità d’Italia che considerò sempre come un risultato positivo che doveva essere raggiunto prima, però questo non lo indusse a risparmiare delle critiche ai limiti dell’unificazione. E tanto per cominciare, per lui vi erano tante storie delle varie parti dell’Italia, più che una storia d’Italia. Le differenze tra Nord e Sud erano abissali nel momento dell’unificazione e queste non furono ridotte. Secondo Sturzo l’unità d’Italia fu soprattutto una occupazione ed una omogeneizzazione, un tentativo fallito di esportare al sud un modello del Nord. In definitiva si ebbe l’“uniformità” piuttosto che l’“unificazione”. Nel 1926 Sturzo parlava di “piemontesizzazione dell’Italia”, di “centralismo burocratico”, di stampo francese al posto del federalismo e/o regionalismo di stampo anglosassone.

“Uno degli errori più gravi di quel tempo, i cui effetti deleteri si risentono ancora, fu l’esagerato criterio di unificazione che fu trasformato in quello di uniformità. (…) Tutto ciò fu detto piemontesizzazione dell’Italia”. “Avevano voluto tagliare alle radici le tradizioni comunaliste e le vitalità regionali; avevano bandito dalla nuova vita ogni ricordo religioso-cattolico intimamente legato alle manifestazioni di pensiero, di tradizione e di arte italiana; avevano accentrato ogni vitalità nel governo e nel parlamento, che divenivano anche centro di intrighi e di affarismi; e non si accorsero di aver tolto una delle forze vitali del nuovo regno”.
E In un altro scritto riferisce che “L’Italia non poteva trovare una misura unica, che creasse una metropoli per tutta la sua lunga linea, dalle Alpi al Lilibeo: doveva imitare l’Inghilterra non la Francia, e dare dinamismo legislativo alle sue forze varie, non la forza statica dei suoi regolamenti”. Rafforzato anche dalle esperienze di amministratore locale, l’autonomismo resta un punto nevralgico del pensiero politico di don Sturzo che nel 1921 a Venezia, in occasione del terzo congresso dei popolari, lancerà in modo compiuto l’idea di regione come ente con autonomia legislativa e finanziaria.
Ma questo non gli impedisce di muovere dure critiche alla scarsa convinzione con cui la Costituzione del 1947 aveva riconosciuto le prerogative legislative regionali. In particolare il sacerdote siciliano polemizza per l’esclusione tra le materie di competenza regionale dell’industria e del commercio, settori cruciali per lo sviluppo sui quali soltanto la conoscenza del territorio delle istituzioni locali, secondo Sturzo, consente di pianificare efficaci politiche d’incentivo e di sostegno infrastrutturale senza mai cadere, però, nell’assistenzialismo pubblico.
La politica economica è, infatti, un aspetto fondamentale del regionalismo di don Sturzo. Il suo è insieme un federalismo storico, che vede nelle regioni italiane una realtà vivente e insopprimibile dell’Italia post-unitaria, ma anche un federalismo funzionale, proposto come soluzione pratica allo statalismo che attraverso le logiche assistenziali nutre i suoi apparati e affama il cittadino elettore e contribuente. Nella sua concezione politica, la semplificazione amministrativa e legislativa sono elementi portanti in un disegno regionale dello stato, il cui obiettivo finale consiste nella sana gestione del denaro pubblico attraverso il controllo locale delle risorse e della leva fiscale. È questo uno dei punti più attuali del pensiero di Sturzo che riconosce la necessità di un federalismo fiscale, come passaggio indispensabile per assecondare lo sviluppo delle differenti realtà regionali.
“È razionale e giusto, scrive nel 1901 sul Sole del mezzogiorno, che le regioni italiane abbiano finanza propria e propria amministrazione, secondo le diverse esigenze di ciascuna, e che la loro attività corrisponda alle loro forze, senza che queste forze vengano esaurite o sfruttate a vantaggio di altre regioni e a danno proprio”. Un federalismo spinto quello sturziano che non nega tuttavia il principio di nazionalità che deve portare le regioni ad aiutarsi reciprocamente. Da liberista non esita a scagliarsi contro il capitalismo di stato che finanzia e sostiene le imprese nei settori più disparati col denaro pubblico, alterando in questo modo lo sviluppo di una forte e sana iniziativa privata.

Lo stato è infatti l’istituzione più lontana dai cittadini, cui tutti sentono di poter chiedere senza percepire nell’immediato le ripercussioni di una politica spendereccia; per lo stesso motivo lo stato è il centro di potere, dove meglio possono annidarsi le pratiche partitocratiche e le grandi lobby economiche. Prima di tanti, Sturzo prevede insomma le conseguenze nefaste dell’assistenzialismo, la voragine del debito pubblico, la politica inflazionistica. Il decentramento amministrativo e finanziario, nel suo disegno, è allora l’antidoto agli sprechi persi nei meandri dei ministeri, ai buoni propositi, puntualmente disattesi, dei politici meridionali di fare fronte comune in Parlamento nell’interesse del sud.
Una lezione, questa di don Sturzo, che conserva quindi un’attualità impressionante e che oggi, che ancora si dibatte sul federalismo fiscale, sull’Unità d’Italia e sulle politiche del governo per gli incentivi al Sud, può rappresentare per il Mezzogiorno un invito al coraggio, a scommettere su se stesso. Il Sud, dopo essere stato per decenni una palla al piede dell’economia nazionale, è oggi chiamato a diventare la frontiera di un’Italia ricca di potenzialità. In questo scenario, tale obiettivo può essere raggiunto sposando l’idea di un federalismo fiscale per il Sud.
Anziché invocare una maggiore redistribuzione a loro favore, la classe politica e l’opinione pubblica meridionale devono accettare la sfida della competizione tra territori e rinunciare allo status quo. Ma sono soprattutto due le “idee forti” di Sturzo per colmare il profondo divario fra Nord e Sud: porre il Mezzogiorno nella condizione di diventare il grande protagonista di una politica mediterranea e far crescere nei meridionali la convinzione che “La redenzione comincia da noi”, senza attendere che lo sviluppo del Sud possa venire solo dall’esterno.

GIUSEPPE DE MITA, OLTRE LA CRISI: GUARDIAMO AL FUTURO DELL’ITALIA, LAVORIAMO A UN NUOVO PARTITO

“Inizio le mie vacanze, ma non mi allontano di molto. Vado in montagna e non so, a 1800 metri d’altezza, se avrò copertura per cellulare e IPad. Forse sconterò un po’ di sano distacco dalle comodità quotidiane”. Giuseppe De Mita, anche se con le valigie in mano, scambia volentieri qualche pensiero sulle vicende politiche prima che ci si immerga nella pausa ferragostana.

Ma sarà vera pausa? Mi sembra, caro Giuseppe, che lo spettro delle elezioni anticipate si allontani. In fondo darla vinta a Salvini, subendo il suo diktat, sarebbe stato un errore. Non è così?

Sì, ritengo anch’io che votare al buio, sotto la spinta impetuosa della Lega, avrebbe implicato una defezione dal campo della responsabilità politica. Sì può tentare l’avvio di una fase nuova. A patto che si definiscano bene i contorni dell’operazione.

Ecco, l’oscillazione sulle prospettive – governo di scopo o governo di legislatura – mostra quanto sia complessa la manovra di aggancio tra Pd e M5S. Più complessa, diciamo, delle convenienze a breve.

Noi abbiamo dato un segnale, nel nostro piccolo, con la proposta del “governo di tregua” avanzata da Costruire Insieme, Politica Insieme e Rete Bianca. Il documento licenziato qualche giorno fa andrebbe valorizzato e approfondito. Il mio giudizio è positivo: certamente si deve evitare un ricorso precipitoso alle urne. Tuttavia capisco le obiezioni che Zingaretti ha sollevato, perché un “accordicchio” non risolverebbe i problemi e consegnerebbe la legislatura a un prosieguo stentato, privo di energia e consistenza politica. Che senso avrebbe?

C’è da ricordare, però, che i governi hanno un che di aleatorio, sempre, anche quando nascono con l’obiettivo di durare a lungo. Di Maio e Salvini, in questo anno, si sono spalleggiati ripetutamente nella recitazione scolastica sulla tenuta della maggioranza gialloverde. Ora, di colpo, questa maggioranza è andata in frantumi. Oltre le intenzioni, dunque, contano i fatti.

È vero, la preoccupazione sulla data di scadenza del possibile nuovo governo rivela la fragilità di questo approccio un po’ guardingo, direi fin troppo tattico. I governi durano finché ne restano valide le ragioni di sussistenza. Tutto dipende dalla qualità del percorso che verrà sviluppato. Le premesse, al momento, rimandano a un necessario ma di per sé insufficiente ricorso alla “procedura d’urgenza”: gli attori della svolta si accingono a consumare un matrimonio fondato sulla opportunità di frenare la deriva autoritaria di Salvini. Invece serve un discorso a più ampio spettro. Lo stesso Renzi, non smentendo i pregi e i difetti del suo carattere di abile pokerista, ricolloca nell‘ambito del suo sperimentatomovimentismo l’istanza di una diversa e più corretta visione del cambiamento.

È un cambiamento sui generis. Ricordo che Enzo Carra, scrivendo in queste ore per noi, ha definito quella in corso una “crisi giolittiana”. Si tende cioè a risolvere tutto o quasi nel gioco stretto degli equilibrismi, più dentro che fuori delle Aule parlamentari. È un giudizio troppo severo?

No, è un giudizio appropriato. Quando riemerge, sempre a proposito di Renzi, la convinzione che il popolo italianoabbia sbagliato nel referendum sulla Costituzione, allora vuol dire che l’analisi della crisi non affronta le cause più remote e profonde. Ancora dobbiamo capire perché alle politiche, lo scorso anno, gli elettori hanno dato disco verde alla locomotiva del populismo. In assenza di un dibattito all’altezza dei problemi, ogni proposta finisce nel cono d’ombra di un pesante deficit di motivazione. È come se camminassimo bendati sul ciglio del precipizio, ignari del pericolo. E litigassimo sulla disposizione della fila…

Sì, la metafora rende bene il concetto, a condizione che ne sia estraneo un retro pensiero di tipo pessimistico. Non siamo, noi, quelli che adombrano la suggestione di un nuovo partito? E perché dovremmo impegnarci in questa direzione, se poi restiamo incatenati a un sentimento di rassegnazione? Celebrare, come abbiamo fatto, i cento anni dell’appello di Sturzo ai “liberi e forti” dovrebbe instillare un senso di maggiore fiducia. Non credi?

 

Sono d’accordo con te. Forse mi sono spiegato male: non è il pessimismo l’abito della nostra azione morale e politica. Anzi! Volendo andare oltre l’aridità della critica,  pesa (anche) su di noi il carico di una seria meditazionepolitica sulle prospettive del Paese. Il tema non è se e come occupiamo uno spazio, virtualmente al centro,  bensì cosa significhi in termini di valori e programmi questa specifica dislocazione sullo scacchiere politico. A me piacerebbe che rileggessimo il discorso di Moro alla Costituente, quando arrivò a formulare nella dialettica con Calamandrei l’esigenza di assumere alcuni grandi e vitali principi, poi trasfusi nei primi tre articoli del Testo, come missione fondamentale e ineludibile della rinnovatademocrazia italiana.. Pensiamo, ad esempio, al dato emblematico di una nazione “fondata sul lavoro” (art. 1), al rispetto dei ”doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2), all’impegno per la rimozione degli ostacoli che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3). Qui sta il nocciolo duro, a mio parere, di una nostra ripresa d’iniziativa politica. È pessimismo?

Direi proprio di no! Ma se questo è l’orizzonte che ci deve interessare, tanto vale riconoscere l’urgenza di un grandedibattito aperto, un vero seminario politico, da cui far scaturire quelle che potremmo chiamare con un pizzico di orgoglio – spero non di presunzione – le nostre “idee ricostruttive”.

Sottoscrivo. E se non lo dovessimo fare…altro che pessimismo.

Centro sinistra, oltre il civismo c’è di più

 

l’articolo è apparso su Huffingtonpost.it

Il possibile, e ormai del tutto probabile – anche se la serrata trattativa e’ tuttora in corso – tra il Pd di Zingaretti e il movimento 5 stelle per superare l’ormai ex governo giallo/verde e per porre un argine alla cosiddetta “onda nera” per citare chi continua a vedere o a sognare un pericolo fascista nel nostro paese, può avere effetti dirompenti nella politica italiana. Certo, prima di parlare di questo potenziale scenario, e’ importante attendere gli sviluppi concreti di questa crisi di governo a lungo annunciata ma che adesso assume un profilo inedito e ricco di contraddizioni. Anche perché attendiamo tutti le decisioni, che come sempre saranno sagge e di buon senso, del Presidente della Repubblica Mattarella, vero punto di riferimento e credibile della politica e delle istituzioni democratiche.
Ora, se dobbiamo attendere ancora pochi giorni per capire la piega concreta che prendera’ questa crisi, sul versante della coalizione alternativa alla destra che dovrà affrontare, prima o poi, le elezioni, l’orizzonte resta confuso anche se cominciano ad apparire elementi chiari ed inequivocabili.
Innanzitutto la natura di questa coalizione. Senza riproporre la simpatica ma del tutto irrealistica nonché virtuale concezione del Pd come partito a “vocazione maggioritaria”, resta quantomai singolare anche la concezione che vorrebbe una alleanza tra il Pd e un fantomatico “partito ambientalista” e una serie di liste civiche a partire da quella dei sindaci. Che, come noto, essendo anch’io Sindaco, sono anche e soprattutto il frutto del “civismo” democratico e culturale. Che resta un fatto trasversale e difficilmente etichettabile quando la partita politica ti chiede, in modo secco, da che parte stare senza equivoci e tentennamenti. Al di là dei sindaci delle grandi città che sono già militanti, tesserati o aderenti al Pd. Al riguardo, forse è giunto il momento per richiamare un aspetto politico che resta decisivo ed essenziale per l’ormai prossima stagione elettorale. E cioè, il civismo e’ indubbiamente importante, i partiti virtuali che vengono inventati alla bisogna sono altresì importanti, ma senza la presenza di partiti organizzati e che si alleano non in virtù di una autorizzazione gentilmente concessa dal segretario del partito di maggioranza relativa ma come frutto di una presenza politica, culturale ed organizzativa autonoma e definita nella società la partita si complica. Sotto questo versante una organizzazione politica e culturale che sbrigativamente si potrebbe definire di centro, riformista, democratica e di governo e’ quantomai necessaria ed indispensabile in una alleanza con la sinistra. Non c’è civismo o partiti e movimenti inventati a tavolino dal partito di maggioranza relativa che tengano. Servono partiti organizzati e radicati concretamente nel territorio, nonché portatori di una cultura politica specifica e determinata. Ed è proprio lungo questo crinale che si pone il tema su cui si sbizzarriscono da tempo molti organi di informazione e moltissimi opinionisti e commentatori politici. Al di là dei nomi e dei cognomi, ormai il capitolo di un partito che sia distinto e distante dal neo Pds di Zingaretti e’ quantomai importante e decisivo per rendere credibile e competitiva la potenziale coalizione di centro sinistra. Tocca ormai a coloro che si riconoscono in questo progetto politico fare il salto di qualità e dar vita al partito, strumento costituzionale che resta determinante per l’organizzazione politica democratica. E tocca alla neo sinistra prendere atto che senza una formazione politica del genere la competizione con la destra diventa quantomai complicata ed aggrovigliata. Anche perché la sinistra, da sola, in questo paese non vince. E men che meno con una singolare ed anacronistica alleanza con i 5 stelle. Prima se ne prende atto e meglio e’. E questo non per il bene del centro sinistra o del riformismo italiano ma per la stessa prospettiva e qualità della democrazia italiana.

Il partito di Renzi non decolla. Ma nessuno smentisce il progetto

Agi.it

di P.Molinari e M.Bazzucchi

La prima opzione rimane quella delle urne. Tuttavia, il Partito democratico aspetta il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per vedere quali saranno le ipotesi di soluzione sul tavolo. Nicola Zingaretti, intanto, richiama il suo partito all’unità dopo lo ‘strappo’ di Matteo Renzi, con l’ipotesi di un governo a tempo Pd-M5s che faccia solo la manovra economica, e soprattutto l’annuncio del prossimo varo di Azione Civile, il movimento di stampo macroniano con il quale Matteo Renzi certificherebbe il suo addio al Pd, denominazione che viene intanto rivendicata dall’ex magistrato Antonio Ingroia.

Lo scenario di una scissione non è ancora stato smentito da nessuno, tanto che dalla maggioranza dem c’è chi definisce “grave” il silenzio dell’ex presidente del Consiglio su questo argomento: “È grave che nessuno di quella parte di minoranza renziana abbia ancora smentito la scissione annunciata oggi ai giornali e la nascita di un nuovo soggetto politico chiamato Azione Civile”. Ma dalla maggioranza Pd viene anche rimarcato lo scarso fascino che la exit strategy di Renzi sta esercitando su parlamentari, dirigenti e base del partito. Effetto dei richiami all’unità di Zingaretti, forse. Di fatto, “non c’è stata nemmeno una dichiarazione, un accenno, un ‘like’ su questa idea da parte di nessuno”. E anche fonti parlamentari di area renziana evitano l’argomento: “Oggi parliamo di calendario dei lavori d’Aula. Questi sono discorsi che vengono dopo”.

L’idea che si fa largo tra i parlamentari della maggioranza del partito che Renzi sia “isolato”, in questo momento, su almeno tre fronti: nel partito, perché la sua idea di uscire dal partito non sta ricevendo il consenso atteso; nei confronti delle altre forze politiche, perché l’idea di un governo ‘di scopo’ che metta insieme Pd, M5s e Forza Italia “non ha sortito altro effetto di ricompattare il centro destra” con i contatti ristabilititra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi; nella base, visti i commenti negativi che circolano in rete dopo l’intervista con cui Renzi “ha spostato la crisi dal governo all’interno del Pd”, per dirla con un parlamentare dem.

Su un possibile accordo con M5s per un governo di scopo, la linea, in attesa di novità, rimane quella dell’ultima direzione. In occasione di quell’appuntamento, è stata accolta la richiesta proveniente dai renziani e da Carlo Calenda di rifiutare qualsiasi dialogo con M5s. Certo, questo non si traduce in un “senza se e senza ma” ad un governo istituzionale (una nuova riunione della direzione potrebbe tenersi subito prima la discussione della mozione su Conte). Se il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ponesse i dem davanti alla possibilità di un governo di legislatura guidato da un’alta personalità, si valuterà nelle sedi opportune.

Ma la proposta di Matteo Renzi di un governo per fare la manovra e andare solo dopo ad elezioni sembra non fare presa all’interno del Partito Democratico, nemmeno nei gruppi parlamentari dove i renziani sono in maggioranza. In particolare, a non convincere è l’idea di accelerare verso la formazione di quel movimento, Azione Civile, che dovrebbe diventare una sorta di En Marche renziana. Da un primo calcolo, afferma un senatore dem, sarebbero con Renzi 17 senatori su 51.

Ingroia: “Il nome Azione Civile è mio”
Da “Azione civile” ad azione legale. Il nuovo partito di Matteo Renzi non è ancora nato (e non è dato sapere se nascerà) e all’orizzonte si preannuncia già un parto tumultuoso. Oltre alle conseguenze politiche che una scissione a destra dal Pd dell’ex-premier avrebbe sugli equilibri del centrosinistra, una “grana” di entità minore ma fastidiosa per il disegno della en marche italiana potrebbe essere rappresentata dall’ex-magistrato Antonio Ingroia, che ha fatto oggi sapere, con una nota durissima, di essere l’unico titolare del nome in questione.

“Azione civile”, infatti, è il nome del movimento fondato da Ingroia dopo “Rivoluzione civile”, sigla dismessa dopo il deludente risultato alle elezioni del 2013. Ingroia sostiene ora di aver registrato il nome e un simbolo, e che quindi non sarà possibile per Renzi utilizzarlo. “Tentano di scippare il nostro nome – si legge nel comunicato firmato appunto Azione civile, movimento politico fondato e presieduto da Antonio Ingroia – è una notizia che ci indigna e scandalizza. ‘Azione civile’ è un nome depositato davanti ad un notaio, e già presente in varie elezioni, il nostro. Renzi e i suoi ‘comitati’ – prosegue – tengano giù le mani dal nome del nostro movimento. Respingiamo sdegnati al mittente – conclude il comunicato – questo tentativo”. Per capire se quello che sostiene l’ex-pm, ora, bisognerà verificare se effettivamente nome e marchio risultano depositati.

“Confondi lucciole per lanterne, caro Ingroia. I circoli lanciati da Renzi si chiamano ‘Comitati di azione civile’. Da qui l’ipotetico nome di ‘azione civile’ oggi evocato da anticipazioni giornalistiche” replica il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato, “del resto lungi da noi usare un’idea di Ingroia, per ragioni di tutela del nome e soprattutto scaramantiche”.

Sull’aumento dei consumi

di Federico Fazzuoli

Ciao Direttore, a caldo ero intervenuto, sia pur brevemente, sulla questione dei consumi evocata dal Documento di Costruire Insieme, Politica Insieme e Rete Bianca. Ora ritorno a parlarne non attraverso un vero articolo, che presto andrà invece proposto per una discussione più approfondita, ma attraverso alcune frasi dall’enciclica Laudato si. Una vera miniera. Credo che possa essere utile a tutti rileggerle. Ho fatto solo una breve premessa ed un breve commento. 

Nel documento programmatico delle tre associazioni che hanno fatto fronte comune contro la deriva della politica italiana si propone di risolvere i nostri problemi, naturalmente tra tante altre cose,  anche  con l’aumento dei consumi.

Vorrei prendere alcune frasi dall’enciclica Laudato si, che non è solo un documento per i credenti ma un documento che si avvale di dati scientifici e che ha ottenuto un enorme apprezzamento anche da moltissimi non credenti.

Scrive il Papa, aiutato dall’accademia vaticana delle scienze:

“Adesso, di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta”….

…..“Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni.”…..

……  “L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Per questo i Vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti che cosa significa il comandamento “non uccidere” quando «un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere»”…..

….. “L’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati”….

….. “i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi «qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta»”…

….. “Il mio predecessore Benedetto XVI ha rinnovato l’invito a «eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e di correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente»”….

…… “C’è da considerare anche l’inquinamento prodotto dai rifiuti. Si producono centinaia di milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, molti dei quali non biodegradabili: rifiuti domestici e commerciali, detriti di demolizioni, rifiuti clinici, elettronici o industriali, rifiuti altamente tossici e radioattivi. La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia”. …

…… “Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura”….,

…. “L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano. È vero che ci sono altri fattori (quali il vulcanismo, le variazioni dell’orbita e dell’asse terrestre, il ciclo solare), ma numerosi studi scientifici indicano che la maggior parte del riscaldamento globale degli ultimi decenni è dovuta alla grande concentrazione di gas serra (anidride carbonica, metano, ossido di azoto ed altri) emessi soprattutto a causa dell’attività umana.

Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici.

Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo”….

……”Altri indicatori della situazione attuale sono legati all’esaurimento delle risorse naturali. Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà”…..

…… “Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone”….

….. “Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi. Si pretende così di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e «il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero»”….

…. “Ad ogni modo, è certo che bisogna prestare attenzione allo squilibrio nella distribuzione della popolazione sul territorio, sia a livello nazionale sia a livello globale, perché l’aumento del consumo porterebbe a situazioni regionali complesse, per le combinazioni di problemi legati all’inquinamento ambientale, ai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, alla perdita di risorse, alla qualità della vita” ….

…… “Queste situazioni provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza. Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione  degli ecosistemi prima che le nuove forme di

potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia” ….

…. “La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti”.

Vorrei solo sottolineare un passaggio:

“Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade”.

E noi?  Possiamo attardarci a pensare che tra le soluzioni dei nostri problemi – problemi del 20% dei ricchi della terra, di cui facciamo parte – ci sia ancora l’aumento dei nostri  consumi?

Credo che questa sia una impostazione vecchia e profondamente sbagliata. Mi rendo conto che da decenni tutti hanno promesso l’aumento dei consumi  come panacea di tutti i mali, dagli spot della Presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi  – “consuma così aiuti il tuo paese!” – alle decine di decreti crescita, agli 80 euro di Renzi e così il consumismo più sfrenato è entrato dentro di noi. Mi rendo conto che una impostazione diversa sarebbe poco popolare o meglio non sarebbe subito percepita come giusta e positiva. Ma ci dobbiamo tutti adeguare senza tentare di percorrere una strada nuova, se questa nuova strada è giusta?
Federico Fazzuoli

Il bluff di Salvini

Il deputato e costituzionalista Ceccanti ha riassunto, in tarda serata di ieri, le questioni collegate alla proposta di Salvini in ordine al taglio dei parlamentari e al ricorso immediato alle urne. Riportiamo integralmente la nota, il cui carattere di immediatezza, sulla scia del dibattito e delle votazioni svoltisi in Senato, non toglie completezza e rigore all’esposizione.

 

 

La giornata termina con la sconfitta totale di Salvini. La capigruppo Camera calendarizza il taglio dei parlamentari il 22 agosto, dopo che Conte si sarà dimesso e quindi la cosa sarà sospesa fino alla chiusura della crisi.

 

E’ prevalsa la tesi giusta secondo cui la crisi è già sostanzialmente aperta e quindi hanno precedenza le comunicazioni del Presudfnte del Consiglio.

 

La proposta di Salvini era un bluff propagandistico per due motivi.

 

Il primo si è già scoperto ed era la crisi di governo che lui stesso ha provocato e che non poteva far calendarizzare il taglio prima della soluzione della crisi.

 

Del taglio, della sua possibile votazione, insieme ad altri provvedimenti integrativi, si potrà parlare solo se ci sarà un nuovo Governo a partire dalle dimissioni di Conte al termine della seduta del Senato del 20 agosto.

 

Il secondo è il grave problema politico ma anche costituzionale che si sarebbe aperto.

 

Se la Camera avesse votato il 19 agosto, come ben si capisce dai primi articoli della legge 352/1970, il testo sarebbe uscito sulla Gazzetta solo per pubblicazione notiziale, non per entrare in vigore. Di sicuro perché al Senato è già passato solo con la maggioranza assoluta e non coi due terzi.

 

Poi il timing previsto dalla legge è questo: tre mesi per chiedere il referendum; fino a un mese per la Cassazione per esaminare le eventuali richieste e qualche altro giorno per eventuali ricorsi; fino a 60 giorni per indire il referendum; fra 50 e 70 giorni per svolgerlo; alcuni giorni per la proclamazione del risultato e poi per eventuali ricorsi; poi qualche giorno per la proclamazione; quindici giorni di vacatio e due mesi per i collegi (norma transitoria e legge 51/2019).

 

Alla fine dei conti ci vogliono circa 5-6 mesi dall’ultimo voto della Camera se non c’è il referendum e 10-11 se invece si svolge.

 

La proposta Salvini avrebbe quindi comportato il voto della riduzione, ma senza effetti immediati. Le nuove Camere appena elette sarebbero state subito delegittimate dai nuovi numeri della riforma.

La decisione dei capigruppo elimina in radice questo scenario pericoloso dal punto di vista politico e costituzionale.

 

Il bluff di poche ore è finito.

 

 

L’America in Italia, dieci anni fa moriva Fernanda Pivano

L’articolo è uscito nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano

di Paola Petrignani

La donna che ha conosciuto e che ci ha fatto conoscere l’America si spegneva il 18 agosto del 2009. Fernanda Pivano era un personaggio ben lontano da qualsiasi schema precostituito, distante anni luce da quella semplice e fin troppo scopiazzata immagine d’intellettuale borghese forte delle proprie sentenze e convinzioni, “alto” perché sorretto da un polveroso piedistallo libresco. No, la Nanda era molto di più. Traduttrice prima, saggista e giornalista poi, divenne ben presto un punto di riferimento culturale straordinario; la vera e propria icona della “controcultura” giovanile che schiere sempre più numerose di ragazzi ammiravano come se fosse l’incarnazione dei propri sogni nel cassetto.

Era l’America in Italia. Solo lei riuscì ad affondare come un coltello nel cuore pulsante della cultura letteraria d’oltreoceano, vivendola e comprendendola nel profondo, in prima persona, per poi risalire in superficie con traduzioni e resoconti inediti, vivi, che aspettavano solo lo scontro con gli editori italiani affinché quel patrimonio inestimabile venisse restituito nella forma più sincera e autentica possibile. Ciò che colpiva di questa donna erano la forza, lo spirito, e quella perpetua giovinezza di chi — fino all’ultimo — parlava di letteratura con la stessa passione di quando, a diciott’anni, conobbe per la prima volta i grandi scrittori americani; lei che non smise mai di credere che i versi dei poeti potessero fermare le bombe.

Hemingway, Whitman, Masters e Sherwood Anderson furono i primi a sconvolgerle il sangue; e l’Antologia di Spoon River la stregò a tal punto da determinare tutta la sua esperienza letteraria successiva, accompagnandola fin proprio al suo ultimo articolo. Questo perché l’Antologia (come anche le Foglie d’erba e Addio alle armi) era qualcosa di completamente diverso rispetto alla vuota e falsa prosa dell’Italia fascista, fin troppo imbevuta di eroismo e falsa epicità per essere anche solo digeribile. La vita non era fatta di eroi, ma di poveri diavoli; e proprio nella semplicità scarna dei versi di Masters, nel loro contenuto dismesso, rivolto ai piccoli fatti della vita, la ragazza “dalle belle trecce bionde” vide qualcosa di autentico, reale, vivo. La verità nuda e cruda era racchiusa in quei versi, e con essa la speranza di essere uomini, non solo marionette del sistema; ed ecco, allora, che dalla passione viscerale per quei versi si accese in lei il desiderio della traduzione, che subito le valse i primi contratti con Einaudi.

Da quel momento, la Pivano traduttrice non smetterà mai di scandagliare i testi degli scrittori americani e quel loro modo di scrivere così pragmatico e intenso, cercando di andare oltre la semplice ricerca di soluzioni linguistiche adeguate per poterne raggiungere le matrici umane e culturali.

Per farlo, bisognava tradurre per davvero, attraverso la comprensione delle ragioni e dei sogni di chi, quei versi, li scriveva. Era la ricerca di un contatto profondo a muovere la mente e le indagini della Pivano; un contatto che ben presto si tradusse in incontro e, come succedeva nella maggior parte dei casi, anche in amicizia. Perché la Nanda era anche questo: una confidente preziosa per tutti, soprattutto per quegli scrittori con i quali riusciva a strappare anche solo una breve conversazione. Quelle menti geniali la consideravano una loro pari, una confidente fidata che poteva comprendere appieno le radici profonde del loro operato; qualcuno che aveva «una buona testa per pensare» diceva Hemingway, il quale volle conoscere a tutti i costi la donna che rischiò la prigione per tradurre il suo A Farewell to Arms, e con il quale condivise un’amicizia durata tutta una vita.

Approdata in America nel 1956, riuscì ben presto a entrare in contatto con gli scrittori che sarebbero stati i pionieri della generazione Beat: Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti li incontrò alla libreria City Lights di San Francisco, dove i due erano di casa; e a loro si aggiungensero poi Kerouac — che con il suo On The Road aveva messo per iscritto il cromosoma della nuova generazione americana (e che fu lei la prima a riconoscere come tale, smuovendo mari e monti pur di renderlo noto in Italia) —, e Allen Ginsberg, il poeta-profeta che stravolge ogni canone e tabù negli anni della contestazione. Ma la traduttrice andò ancora più in profondità, scoprendo e riportando alla luce la poesia degli afroamericani e degli omosessuali — minoranze che ancora urlavano nel silenzio dell’indifferenza generale (un’apertura ancora difficile in America, per non dire totalmente estranea in Italia). E fu sempre lei a capire il senso fortemente letterario dei testi dei nuovi cantautori statunitensi, facendoci conoscere per prima un giovane Bob Dylan che suonava il folk con la chitarra elettrica.

Condividere quella cultura che così tanto riusciva a restituire la realtà nella sua forma più veritiera e dissacrante era diventata una vera e propria missione per la Pivano, perché quelle parole — quei colpi allo stomaco — potevano scrollare di dosso qualsiasi tipo di indifferenza. E tutto questo lo fece tenendo sempre a mente i giovani: la Nanda era convinta che fossero l’unica possibilità per un cambiamento necessario; l’unica speranza contro gli orrori della guerra. Questa convinzione non la perse mai, neanche dopo la disillusione successiva agli anni della contestazione; e nella vecchiaia, il pensiero dei giovani sognatori che aveva aiutato con il suo lavoro di divulgatrice le riempiva il cuore di una grande, meravigliosa, consolazione. Quei ragazzi che ancora la cercavano, che ancora venivano da lei con la luce negli occhi e qualche consiglio da chiederle, erano la prova che il proprio lavoro non fosse stato vano; che avesse lasciato «un piccolo segno, un piccolo seme».

E quel seme ha dato vita a un tesoro immenso, perché quel suo imperterrito lavoro di contatto e di comprensione ci ha avvicinato a un mondo complesso e ancora inesplorato, liberandolo da qualsiasi tipo di pregiudizio per regalarcelo così, a cuore aperto, attraverso traduzioni, saggi e resoconti che erano delle vere e proprie “lettere d’amore” (come lei stessa le definiva). Fernanda Pivano era un “mito”, e a dieci anni dalla sua scomparsa, quel “mito” sopravvive più forte che mai.

 

NOI SOVRANISTI. RISPOSTA A GERARDO BIANCO (E ALTRO)

 

Papa Francesco ha avvertito che i sovranismi “finiscono sempre male” e ha citato la tragedia hitleriana. Veltroni ha parlato di “pericolo Weimar”. Gerardo Bianco è andato dritto: per lui Salvini non è Mussolini, “è peggio”. Dice Cacciari che “il rischio è un’Italia fascista”.

 

Insomma, gira gira si torna sempre lì: all’ascesa – ancora resistibile speriamo – dell’”uomo forte” che reclama i “pieni poteri” e può mettere in pericolo una democrazia dalle istituzioni indebolite in anni di governi del BungaBunga e di incertezze di un centrosinistra che ha vinto soltanto con il cattolico Prodi, poi regolarmente accoltellato.

 

La crisi attuale è grave perché non è tra quelle conosciute e risolte dal dopoguerra in poi. Questa è una crisi giolittiana e siccome la storia non è maestra di vita c’è da temere che liti, divisioni, egoismi e furbizie di quanti sono chiamati a difendere la nostra Costituzione spalanchino la porta a chi ha in mente qualcosa d’altro.

 

In momenti come questi il pericolo non è Salvini, il “Truce” come lo chiama chi ha deciso di renderlo simpatico alla gente. I pericoli vengono piuttosto da tutti noi. Dall’accettazione, convinta o no fa poca differenza, di milioni di italiani che vogliono finalmente dare un taglio a una commedia senza senso interpretata da attori scadenti. Per farlo scelgono chi fa la voce grossa e non ha paura degli altri, chi fa la faccia feroce davanti ai nemici e sorride alle vecchie zie.

 

Se nei commenti sui fatti del giorno ci sembra legittimo andare con la memoria al fascismo e a Weimar, allora è necessario chiederci se per caso Mussolini e poi Hitler siano arrivati a tanto solo per le loro doti e il loro carisma o non piuttosto perché quei popoli avevano investito su quei due. Se per caso non siano stati milioni di italiani e di tedeschi impoveriti, frustrati, bisognosi di un ordine purchessia a determinare la svolta totalitaria. Se per caso non sia stata la loro voglia di farla finita con “quelli di prima” a offrire i pieni poteri a quei due.

 

Tutto è già stato descritto nell’”autobiografia della nazione”, faremmo bene a sorvegliare noi stessi e quanti ci sono –perlomeno ci sembrano –  vicini. Perché è da qui che parte l’infezione che poi divampa come epidemia.

 

Al mio invito a ripensare allo spirito del CLN, Gerardo Bianco ha risposto che lui preferisce quello alla battaglia vittoriosa del 18 aprile 1948. Chi può mettere in dubbio la grandezza di quell’evento oggi, quando anche gli eredi della sconfitta d’allora ne parlano con rispetto e ammirazione? Il punto però, caro Gerardo, sta proprio qui: il 18 aprile c’era un partito, la Democrazia Cristiana, e un leader, De Gasperi. Oggi il maggior partito d’opposizione è diviso in due. Quelli che, con Renzi, dopo aver sparato a palle incatenate contro i 5 Stelle ora vogliono affiancarli nel maquis contro Salvini. Gli altri, fino a ieri sospettati di intessere accordi con gli stessi 5Stelle, ma adesso fermamente avversi a ogni intesa che sposti in là le urne. Il tutto condito dei consueti retroscena. Questi descrivono i primi contrari al voto in autunno per non disperdere con esso la propria forza parlamentare e gli altri, con Zingaretti, i quali, invece, con  una fretta dannata per rovesciare quell’equilibrio. Come si vede tutta roba di prima qualità. Dimenticavo, De Gasperi poi chi ce lo da?

 

Infine, caro Gerardo, per me vanno bene il CLN, il 18 aprile, la Costituente, le sfilate. Tutto quello che possa ritardare l’avanzata salviniana per poi fermarla. A me non vanno bene l’Aventino e le divisioni tra chi ha, o dovrebbe avere, un solo avversario che forse è un nemico. E certo non penso ad ammucchiate incomprensibili. Penso…à la guerre comme à la guerre.

 

Scusa se è poco.

Ambiente, una questione globale (non sovranista)

Come ha ricordato Veltroni (sul Corriere di qualche giorno fa) all’origine del declino imperiale di Roma, oltre alle calate dei barbari (così simili a quelli odierni) ci fu una “questione climatica” che in pochi anni devastò il tessuto economico e sociale in maniera irreversibile. Guerre, carestie, epidemie di peste e colera. Che il clima sia impazzito, ce ne siamo accorti anche questa estate, con continue ondate di calore accompagnate da fenomeni meteorologici estremi, come se l’Italia fosse la Florida. A questa crisi ambientale non si può dare una risposta “sovranista” (prima i boschi italiani). anche se i summit mondiali sull’ambiente (almeno da Rio de Janeiro 1992) hanno lasciato solo promesse di “emissioni zero” entro il 2020 (cioè domani), il clima è il problema più globale che esista ed è strettamente collegato al fenomeno migratorio. I principali leader mondiali, forse con l’eccezione di Macron, dimostrano una limitata visione ambientalista. Eppure è indubbio il successo elettorale dei Verdi alle ultime elezioni europee (con un forte elettorato under 30). Sulla questione dei consumi, non si tratta di consumare di più (non credo fosse questa l’intenzione) ma di consumare “meglio” (come dice anche il Papà nella Laudato Si) in modo cioè da ridurre le emissioni di CO2. Ad esempio, mangiando meno carne, non sprecando l’acqua, scegliendo i viaggi in treno rispetto all’automobile (quando è possibile). Una responsabilità precisa, infine, ce l’hanno anche i media. Discutere meno di 42 migranti a bordo di una nave (che c’entra Richard Gere) e più di soluzioni globali che mettano in sicurezza la vita sul nostro Pianeta.

DI PIAZZA (M5S): GOVERNO DEL BENE COMUNE? CON RENZI SI PUO’ FARE

 

Intervista di Andrea Piraino

Sen. Di Piazza, lei ieri ha lanciato una sorta di sfida a Salvini: altro che elezioni, oggi il problema è il cambiamento per un governo del “bene comune”. Quale pensa che nel suo Movimento sia la disponibilità a questo cambiamento di linea politica?

Penso che il “governo del Bene Comune”, per il M5S, non sia un cambiamento di linea politica. Il M5s, prima di “stipulare” il contratto di governo con la Lega, aveva tentato con il PD. Fu Renzi, in occasione di una trasmissione televisiva da Fabio Fazio, a dichiarare di non volere discutere con il movimento. Adesso ci potrebbero essere le condizioni anche per la disponibilità di Renzi. Anch’egli, in questi giorni, ha parlato, attraverso lanci di agenzia, di bene comune. Penso che una ritrovata centralità del Parlamento possa creare le condizioni affinchè un numeroso gruppo di Parlamentari, anche trasversalmente ai partiti, possa dare fiducia ad un Governo che collochi la Persona al centro del proprio programma.

Anche Grillo, il garante del Movimento, ha riconosciuto che non è tempo di elezioni anticipate e che, invece, bisogna fare un governo di scopo con al centro i temi irrinunciabili dell’esperienza dei 5s che, peraltro, sono quelle che interessano gli italiani.

Si anche perché i principi del movimento sono le 5 stelle, cioè : Acqua, Ambiente, Trasporti, Connettività , Sviluppo. Su questi punti è facile trovare intesa con partiti e movimenti presenti in Parlamento con i quali potrebbe essere possibile trovare convergenze di programma.

Ma come pensate di riuscirci? Alleandovi con chi? Con Salvini, allora, è tutto finito? È stato un enorme errore quello di allearvi con la Lega, partito del vecchio assetto di potere del Paese?

All’inizio della legislatura abbiamo proposto, prima al PD e poi alla Lega di condividere, attraverso un contratto di Governo, alcuni punti di programma. Abbiamo trovato una intesa con la Lega, che, rispetto alle precedenti esperienze legislative, aveva nel frattempo modificato lo statuto presentandosi, agli elettori, come partito nazionale e non più del Nord. Personalmente ho pensato che questa esperienza di governo avrebbe potuto avvicinare l’esigenza di sviluppo del sud Italia alla capacità produttiva del nord. Così non è stato, anzi i fatti di questi giorni hanno dimostrato che, all’interno della Lega, è sempre esistita un’ anima fortemente nordista e prevalente nelle decisioni più importanti. Infatti la rottura nasce per il TAV Torino Lione e per la volontà, espressa chiaramente dai Governatori di Lombardia e Veneto, di una riforma, sulle autonomie regionali, divisiva e premiante nei confronti delle regioni più ricche. Salvini non è riuscito a trasformare la Lega da nord a nazionale.

Renzi, che pure era stato tra i leader più netti nella chiusura, sembra ora fare un’apertura nei vostri confronti ed addirittura invoca l’approvazione della legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari che, secondo voi, sarebbe una delle cause di rottura di Salvini. Sareste pronti ad aprire un confronto con i Democratici?

Il M5s si è sempre dichiarato disponibile ad aprirsi con quei partiti e movimenti con i quali possa essere possibile condividere punti di programma comuni (attraverso il c.d. contratto di governo). Lo abbiamo fatto con la Lega, culturalmente lontana dai valori dei 5 stelle, altrettanto si potrebbe fare con il PD, che ha sempre messo, come i 5 stelle, il valore della Persona, al centro del proprio programma. Renzi poi ha sempre creduto alla opportunità di riforme costituzionale quindi gli viene facile condividere con noi quella sulle riduzioni dei parlamentari.

Oltre a questo, quali sarebbero secondo voi i punti irrinunciabili per questo eventuale governo di scopo?

I punti irrinunciabili per il Governo di scopo dovrebbero essere: a) la riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari (è un atto del Parlamento, ma va condiviso con la coalizione di Governo); b) la riduzione del cuneo fiscale per aiutare le imprese e per far crescere il reddito degli operai; c) alcune opere infrastrutturali per il sud. Personalmente sono un keynesiano, quindi ritengo che le opere pubbliche e la spesa pubblica per infrastrutture potrà creare nuove opportunità di lavoro e migliorare il PIL del Paese; d) rispetto dell’ambiente attraverso opere di green economy e incentivazioni fiscali per le energie rinnovabili; e) creare una banca per gli investimenti , da non confondere con una banca per il sud, funzionale ad intervenire con finanziamenti di secondo livello (quindi in partenariato con le c.d. banche commerciali o private) e interventi di equity a favore delle PMI italiani al fine di facilitare l’accesso al credito ed una maggiore patrimonializzazione di queste ultime.

Tra questi obiettivi del nuovo governo potrebbe rientrare la riforma della legge elettorale?

Assolutamente si, anzi, penso fondamentale inserire, tra i primi punti del programma del nuovo governo, una riforma del sistema elettorale interamente proporzionale.

 

 

 

 

 

Renzi, la sua posizione merita rispetto.

Di Matteo Renzi si possono dire tante cose. Anzi, tantissime. Ma almeno su 2 aspetti c’è una oggettiva convergenza. E cioè, e’ un leader politico di razza con un forte carisma e, soprattutto, quando parla si fa capire. Certo, la politica, come mi insegnava il mio maestro Carlo Donat-Cattin, e’ una continua evoluzione e quindi non ci si può stupire se le posizioni mutano con il tempo. Soprattutto in una stagione politica come quella contemporanea dove l’assenza di cultura politica da un lato e con l’irruzione dei partiti personali dall’altro – con una classe dirigente alquanto approssimativa e superficiale – e’ francamente difficile riscontrare visioni di fondo destinate a durare nel tempo, seppur in aderenza al cambiamento della società.
Ora, per restare all’oggi, la posizione politica espressa da Renzi ha il merito, almeno secondo la mia opinione, di centrare 3 obiettivi.
Innanzitutto registra il radicale fallimento politico e di governo dell’esperimento giallo/verde. Checche’ ne dicano i due contraenti. Un fallimento riconducibile alla assenza di una comune visione politica e, soprattutto, dovuto ad una scarsissima cultura di governo. E Renzi questo lo ha sempre evidenziato.
In secondo luogo, rinviare il voto risponde certamente ad una condizione umanamente comprensibile dei deputati e senatori in carica – non perdere i privilegi dello status parlamentare, soprattutto per chi è matematicamente certo di non poterne più beneficiare con la prossima legislatura – ma, soprattutto, permette di ridisegnare l’equilibrio politico nel nostro paese dopo la sbornia populista e demagogica di questi ultimi 18 mesi. Un periodo di rinvio che, seppur breve, se viene accompagnato da una discreta azione di governo ha la concreta possibilità di far ripartire il paese al di là della propaganda e della sciatteria quotidiana.
In ultimo, ed è questo l’aspetto che più mi interessa, l’iniziativa coraggiosa e spregiudicata di Renzi impone, al di là della soluzione della crisi di governo, di ridare spazio e voce ad un’area che non può essere confusa vagamente con la sinistra, con i 5 stelle, con quel che resta di Forza Italia o con altri gruppuscoli elitari ed insignificanti. Ed è però proprio all’interno di questo contesto che si inserisce il ruolo, la funzione e la stessa “mission” di un movimento politico come quello di Rete Bianca che, in comune con altre esperienze cattolico popolari e altri filoni culturali, ha il compito di dar vita ad un soggetto politico – cioè un partito – capace di giocare un ruolo protagonistico nello scenario pubblico italiano.
Ecco perché, al netto del personaggio Renzi, le posizioni politiche di Matteo Renzi meritano adesso di essere approfondite e discusse. Costruttivamente e senza pregiudiziali.
Giorgio Merlo.

Torino: arriva il care-passport

Arrivano il progetto ‘TrattaMi Bene’, per consentire ai pazienti di decidere i loro percorsi insegnandoli al personale sanitario, e il care-passport, per agevolare i disabili nel loro accesso al pronto soccorso.

‘TrattaMi Bene’ è una iniziativa ispirata all’idea di acquisire dalle persone con patologie croniche suggerimenti rivolti ai bisogni della persona. Due i corsi formativi che partiranno nei prossimi mesi.

Il care-passport è invece una sorta di carta d’identità della salute, in cui annotare i bisogni del paziente disabile agevolandone l’accesso al pronto soccorso.

OLTRE RENZI, PER RIVENDICARE LE NOSTRE RAGIONI.

L’intervista al Corriere di stamattina di Matteo Renzi mostra un ulteriore possibile scenario per la crisi in corso. Crisi politica, prima ancora che di governo, come ormai è chiaro a tutti. L’apertura dell’ex premier ad un governo istituzionale appare, infatti, lucida e per certi versi impeccabile, motivata da ragioni di buon senso ed insieme – e per Renzi non è sempre scontato – da precisa volontà di rafforzare le istituzioni e di riportare il Paese sulla giusta carreggiata. Una proposta, peraltro, in forte sintonia col nostro appello di due giorni or sono, che a taluni appariva velleitario ma, evidentemente, non lo era.

 

Scaturiscono da questa proposta, però, alcune riflessioni sulla quali vale la pena soffermarci. In primo luogo, Renzi dà per scontato che si possa realizzare una legge di stabilità equilibrata, senza austerity né ampliamento del debito. È vero che Pd e M5S (e pure FI, se sarà della partita) fanno parte della stessa maggioranza nel Parlamento UE, ma è oggettivamente difficile pensare che si possa compiere un’operazione così complessa proprio alla vigilia di nuove elezioni, nelle quali peraltro ogni forza politica si schiererà contro l’altra senza esclusione di colpi.

 

In secondo luogo. questo ipotetico governo istituzionale dovrebbe approvare due norme strategiche: la riduzione del numero dei parlamentari (che Renzi ipotizza soggetta ad un referendum, anticipando le mosse del Pd) e una nuova legge elettorale, maggiormente proporzionale. Ottima idea, certamente, ma che richiede coesione dei gruppi parlamentari e una cabina di regia raffinata e molto esperta. È possibile che in poche settimane il M5S con una leadership sfiduciata e in balia delle onde e un Pd profondamente diviso tra organismi di partito e gruppi parlamentari riescano ad assicurare un simile quadro?

 

Una terza riflessione riguarda le ripercussioni di questo ipotetico passaggio su chi, come noi, sta lavorando alla costruzione di una nuova forza al centro degli schieramenti, popolare e innovativa. Renzi si candida, se dovesse prender corpo la sua proposta, a superare il Partito Democratico e a dar vita ad un nuovo soggetto politico, che vagheggiava già ai tempi del suo governo, ma che non ha mai avuto il coraggio di mettere davvero in campo. Con una sostanziale differenza rispetto alla nostra iniziativa: immagina di partire dall’alto, dalla leadership e dai gruppi dirigenti renziani timorosi di scomparire nel Pd di Zingaretti.

 

Tutto questo, però, deve essere tenuto in debito conto e spingerci a compiere, a breve, due passaggi: uscire allo scoperto, senza indugi e, ancor più, mobilitare il territorio, le liste civiche, le associazioni affinché si chiarisca la novità di un processo dal basso, lontano da ogni populismo, che vada oltre la fallimentare Seconda Repubblica e l’ancor peggiore Terza, e risponda finalmente ai bisogni concreti dei cittadini di sicurezza, giustizia e solidarietà sociale.

RENZI INECCEPIBILE, ZINGARETTI IMMOBILE: COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA A SALVINI.

L’intervista di Matteo Renzi al Corriere della Sera non fa una piega.

In un Paese normale e in tempi normali, di fronte alla dissoluzione rovinosa della coalizione di Governo, l’opposizione dovrebbe auspicare un immediato ritorno alle urne, “senza se e senza ma”.

Qui, però, non c’è nulla di “normale”.

Non il modo col quale si è costruito il Governo; non il ruolo esercitato dal Ministro dell’Interno; non la chiara ed evidente sua volontà di chiedere “i pieni poteri” al popolo prima di dover presentare una manovra finanziaria con la quale fare i conti con la realtà e la verità: non la palese strategia messa in campo per aprire una guerra micidiale con l’Europa, che porterà il nostro Paese su una deriva inedita e minacciosa.

E neppure è normale che Salvini pretenda di fissare tempi e modi di gestione della crisi, in dispregio delle Camere e del Quirinale.

È stato abituato troppo bene negli ultimi mesi: ben si comprende che, nel suo pensiero, il blitz ferragostano avrebbe dovuto filare liscio come l’olio e spianare la strada verso una profonda trasformazione della nostra democrazia.

È ancora possibile – se non probabile – che, alla fine, sia così.

Ma è sconcertante la rassegnata assenza di iniziativa che traspare dalla segreteria del PD. Il Parlamento non può non provare una minima linea di resistenza, che sia all’altezza dei rischi in campo.

Non per pasticciare al proprio interno nuove maggioranze politiche (oggi non proponibili) ma per garantire che il nuovo ricorso alle urne sia sostenibile per la nostra vita economica e finanziaria e per tutelare il rispetto sostanziale della dinamica democratica.

I tre punti indicati da Renzi per motivare il No all’immediato scioglimento delle Camere, in questo senso, sono più che pertinenti. A mio parere, sopratutto i primi due, relativi alle questioni finanziarie (aumento dell’IVA e non solo) che la strategia del voto subito lascerebbe irresponsabilmente aperte e al ruolo di garanzia del Ministro degli Interni in una campagna elettorale particolarmente delicata, da ogni punto di vista.

Si tratta di preoccupazioni vere, che trovano riscontro nell’Appello diffuso in questi giorni da Rete Bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme. Speriamo che questa linea si faccia strada.

RACCOGLIAMO LA SFIDA, BISOGNA BATTERE SALVINI”. L’APPELLO DI GERARDO BIANCO.

 

“No, non è come Mussolini. Direi che Salvini è peggio.  Esprime un’analoga vocazione autoritaria, ma la conforma ad un lessico più povero, quasi elementare. L’ingiunzione ai parlamentari ad alzare le terga – per la verità ha fatto uso di un vocabolo diverso – avvolge nella trivialità un’indebita espressione di arroganza e presunzione”.

Gerardo Bianco, autorevole interprete della tradizione democristiana e popolare, è un fiume in piena. In questi giorni di grande afa, trascorre alcuni giorni di riposo a Cerveteri. Ci tiene, però, a lanciare un appello alla creazione di un ampio schieramento anti-Salvini. In questa intervista spiega i motivi del suo allarme e perciò della proposta politica che ne dovrebbe scaturire.

L’opinione pubblica sembra ammaliata dal clamoroso gesto di rottura del leader leghista. Di colpo ha affondato la nave del governo. Nei sondaggi raccoglie un consenso che potrebbe anche assicurare, nel caso di elezioni anticipate, la conquista della maggioranza.  

“Non dobbiamo aver paura. Se avanziamo una proposta chiara, unendo le forze democratiche, possiamo piegare l’avventurismo di Salvini. L’alleanza gialloverde è miseramente fallita. Chi ne ha ritmato l’azione, forte di un consenso legato all’area più dinamica e più ricca del Paese, non ha saputo esercitare un ruolo di guida stabile e autorevole. All’inconcludenza si è associata la propensione a  enfatizzare il mito della forza, affidando alla propaganda le questioni sensibili della sicurezza e dell’immigrazione. In questo modo, irresponsabilmente, ha scavato nei cunicoli della paura individuale e collettiva. Adesso, giunto al culmine della radicalizzazione politica, Salvini invoca addirittura i pieni poteri”.

Dunque, il suo è un progetto pericoloso…

“Non c’è dubbio. Si tratta di una minaccia rivolta ai nostri istituti di libertà, come d’altronde fu minaccia, nel 1948, quella rappresentata dal Fronte popolare. Capisco allora l’evocazione dello spirito del CLN, di cui il mio amico Enzo Carra ieri si è appropriato su questo foglio online, ma il paragone giusto chiama in causa il ricordo del 18 aprile di oltre settant’anni fa. All’epoca fummo in grado di vincere, grazie principalmente ad Alcide De Gasperi, scongiurando un destino filo-sovietico dell’Italia, con gravi ripercussioni sul piano dell’equilibrio internazionale.

In effetti, l’anti-europeismo della Lega rende l’Italia instabile.

È la ragione, appunto, che deve indurci a fare dell’Europa la bandiera della nostra battaglia politica. Contro il neo-nazionalismo, foriero di tensioni pericolose nei rapporti con il mondo, abbiamo il dovere di approntare una risposta netta, senza titubanze e infingimenti, nella convinzione che possa scuotersi un elettorato ancora frastornato, ma nondimeno ostile a una prospettiva di chiaro segno autoritario.

Eppure, di fronte all’accelerazione della crisi, si staglia la preoccupazione di un ricorso precipitoso alle urne.

Spetta alla saggezza del Presidente della Repubblica regolare la partita dello scioglimento delle Camere. In ogni caso, le elezioni incombono come un appuntamento oramai ineludibile. Non ci sono margini per proseguire nel tran tran di questa legislatura ingarbugliata, effettivamente nata storta. C’è da pensare, se mi si consente la battuta, alla formazione dell’esercito. Nel mondo cattolico deve prevalere un sussulto di responsabilità. Non è detto che un nuovo progetto – una lista o un partito – non possa nascere sull’onda dell’emergenza. L’importante è assumere la consapevolezza che lo scontro innescato da Salvini comporta, di riflesso, una straordinaria mobilitazione democratica, dentro cui il popolarismo d’ispirazione cristiana ha il diritto e il dovere, infine, di fornire il proprio contributo decisivo.

SUL DOCUMENTO DELLE TRE ORGANIZZAZIONI CATTOLICHE: CHE SIGNIFICA AUMENTARE I CONSUMI?

 

di Federico Fazzuoli

Ho letto con interesse il documento da Costruire Insieme, Politica Insieme e Rete Bianca. Nel suo complesso è certamente condivisibile.

Vorrei tuttavia sottoporre al dibattito due succinte annotazioni. 1) Mi pare un po’ troppo timido dopo le parole decise di Papa Francesco.
2) Credo che occorra fare una riflessione per precisare  meglio il significato della frase in cui si dice che bisogna ”aumentare i consumi”.

Che significa, quest’ultima affermazione? Mangiare di più per diventare tutti obesi? Comprare una macchina in più per costruire più garage? Cambiare più spesso il frigorifero o il televisore?

Non mi sembra che l’umanità debba andare in questa direzione. La salvaguardia del creato  passa anche attraverso consumi parchi ed oculati.

Su questo punto dobbiamo riflettere bene, per far crescere una  proposta politica nuova.

NON DOBBIAMO SUBIRE IL DIKTAT DI SALVINI. LETTERA AL DIRETTORE DEL FOGLIO.

Pubblichiamo la lettera inviata ieri a Claudio Cerasa da parte del nostro giornale online.

Caro Direttore,

apprezzo la chiarezza di argomentazione del giornale, allegramente a favore del ricorso anticipato alle urne, ma con altrettanta chiarezza dissento da questa linea del cosiddetto “voto subito”.

Se c’è un avversario lo si combatte, a viso aperto, democraticamente; non lo si aiuta a vincere lasciando che tempi e modi del confronto elettorale siano dettati dalle sue convenienze. Accettare, in realtà, il diktat della

Lega non è segno di forza e lungimiranza politica.

Oggi Salvini rappresenta l’antagonista più pericoloso, il vero  “genio guastatore” dell’Europa. Dietro la sua iniziativa si scorge l’ombra inquietante della Russia di Putin. È l’uomo di governo (fino a poche ore fa) che ha schierato il suo gruppo parlamentare a Strasburgo contro la designazione della Ursula Von der Leyen a capo della Commissione e di David Sassoli a Presidente del Parlamento.

Prima di guardare alle elezioni, sulla cui indizione spetta comunque  al Presidente della Repubblica l’ultima parola, proviamo a concentrarci allora sulle immediate conseguenze del gesto di rottura di Salvini. Vale la pena registrare, infatti, che uno  degli effetti positivi della crisi consiste nella cancellazione della candidatura di un leghista a Commissario europeo. Se ci fosse l’accordo su una “soluzione-ponte”, con un governo incaricato di approntare almeno la legge di bilancio e mettere in sicurezza i conti dello Stato, si potrebbe concordare con il M5S il nome del Commissario, senza incorrere nel rischio di una bocciatura in chiave anti-sovranista da parte degli europarlamentari.

Bisogna augurarsi, da questo punto di vista, che le opposizioni (Pd e Forza Italia) modifichino le loro rispettive posizioni, certamente diverse e tuttavia convergenti a riguardo di una rapida verifica elettorale, destinata con ogni probabilità a certificare l’ondata emotiva dell’Italia neo-nazionalista, mezzo anarchica e mezzo autoritaria. È necessaria una tregua, magari all’insegna della operosità possibile. Chiamare il popolo alle urne, chiudendo con largo anticipo una legislatura nata male, non esclude una ragionevole scansione dei tempi. È anche giusto che gli elettori scelgano tra opzioni meno grossolane e radicalizzate, trovando sulla scheda anche una indicazione utile – dunque una nuova lista di partito o coalizione – per un futuro governo a indirizzo democratico e vocazione europeista.

Lucio D’Ubaldo

 

La metropolitana che ricicla la plastica

L’articolo è uscito nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano

di Piero Di Domenicoantonio

La metropolitana a Roma è sempre stata un argomento spinoso. Se ne cominciò a parlare già alla fine dell’800 e a oggi non si sa ancora come andrà a finire. D’altra parte una città che si fregia del titolo “eterna” un prezzo lo deve pure pagare. E magari fosse solo quello degli interminabili cantieri della metro.

Eppure, può succedere che nel giro di una notte — neanche ventiquattr’ore, solo una notte! — la città si sia ritrovata con una linea nuova di zecca, talmente nuova da non aver neppure lontanamente attraversato l’immaginazione, sempre prolifica di promesse, di qualche amministratore di turno o di chi ha già cominciato l’allenamento per scalare lo scranno più alto del Campidoglio. Undici stazioni: dal Trullo fino alla Tomba di Nerone, passando per il Gianicolo, la Bocca della verità, Campo de’ Fiori e pure il Foro italico.

Qualche cittadino, afflitto da insonnia per la calura di stagione, ha potuto seguire i lavori del fulmineo cantiere e avrà pensato che quello fosse il solito sogno d’una notte di mezza estate.

E invece no. O quasi. Perché di sogno si tratta, ma di quello visionario e provocatorio di un artista “di strada” che non si rassegna al degrado e al disimpegno. All’inizio della settimana, proprio quando cominciava l’interruzione per manutenzione della tratta Termini-Anagnina, Mauro Pallotta, ovvero Maupal come è solito firmare le sue opere, ha attraversato la città col suo furgone scortato da una coppia di amici in motorino, fermandosi di tanto in tanto, dal centro alla periferia, per sistemare le insegne delle stazioni della sua “MetrArt, una metro fatta ad arte”. Diventato celebre in tutto il mondo per il murale che una mattina del 2014 è apparso a Borgo Pio e nel quale, con i suoi inchiostri, ha saputo rappresentare come la gente “vede” Papa Francesco, Pallotta ha voluto questa volta richiamare l’attenzione su un tema non meno spinoso di quello della metro: il riciclo dei rifiuti urbani. Con la collaborazione dell’artista 3K ha assemblato tappi, flaconi, bottiglie, scolapasta e insalatiere — messi a disposizione dal consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero dei rifiuti di imballaggi in plastica (Corepla) — realizzando delle sculture che ammiccano al genius loci e, allo stesso tempo, sollecitano la riflessione e il senso di responsabilità.

Ogni insegna è un’opera d’arte che traccia un percorso «fuori dagli ingorghi e dagli schemi» e apre «nuovi orizzonti di consapevolezza». Così la sacca per le trasfusioni della stazione San Camillo ricorda che «riciclare fa bene… e salva la vita!» e il cannoncino alla fermata del Gianicolo, «che rimette in orario i campanili della città», spiega che «siamo ancora in tempo, ricicliamo».

Allora, avanti, c’è posto, anzi, c’è bisogno di tutti sulle carrozze della MetrArt. È necessario però munirsi dell’apposito titolo di viaggio. Come quello dell’azienda comunale dei trasporti, anche il biglietto creato da Maupal si chiama «Bit», ma si legge «Basta Impegnarsi Tutti»: è quello che serve perché un sogno, anche se in una notte di mezza estate, possa diventare qualcosa di più.

Contro il sovranismo un nuovo Cln

So di dirla grossa, ma coi tempi e i pericoli che corriamo devo provarci. Quando l’ascesa di Arturo Ui sembra inarrestabile, anche per i buoni uffici di agenzie internazionali e Stati stranieri, il minimo da reclamare a tutte le opposizioni, sociali, politiche, culturali è una tregua alle loro liti e una sospensione alle loro divisioni. Più ancora, è necessaria l’unità di tutte le forze democratiche, come fu nel Cln.

Questo è , a me sembra, anche il senso dell’Appello sottoscritto ieri da alcune formazioni cattoliche: Politica Insieme, Rete Bianca e Costruire Insieme. In quel documento si avverte, naturalmente, l’impronta di papa Francesco il quale, giusto ieri, nella sua intervista a Domenico Agasso de La Stampa, ha dato l’allarme. “Il sovranismo, ha detto, è un atteggiamento di isolamento” e poi, lo sguardo rivolto alle tragiche esperienze del passato, ha ricordato che il sovranismo “finisce sempre male”.

Si può pensare che Francesco sia un irriducibile pessimista e che quindi non sappia gustare appieno la fragranza del diktat salviniano: “datemi i pieni poteri”. Si può pensarla così, e in fondo è quello che finora hanno fatto in molti, fuori e soprattutto dentro il Parlamento. Nel caso tuttavia si fosse di altro parere, nel caso si creda che le parole di Francesco non siano un diverso modo di mettere paura alla gente, tipo quello usato per anni da Salvini e i suoi, allora non c’è che da mettersi in marcia.

La presa di posizione di queste formazioni cattoliche certamente non basta. Epperò sappiamo che quei timori sono condivisi da parti consistenti dell’elettorato, astenuti compresi, e da partiti e ambienti di tutt’altra ispirazione.

Le settimane che ci attendono saranno decisive, usiamo questa definizione non a caso. Conte potrebbe dimettersi prima di essere sfiduciato e già questo costituirebbe un primo intralcio all’irresistibile ascesa di Arturo Ui. Mattarella, arbitro e custode della Costituzione sotto attacco, saprà far valere i poteri che gli attribuisce la Carta.

L’errore, peggio il delitto che può commettere l’intero campo democratico, è quello di rimanere diviso. Unità è una parola che ha salvato l’Italia e l’ha fatta risorgere. Allora è stato il Comitato di liberazione nazionale.   Ora si tratta di difendere la democrazia, semplicemente, e scusate se è poco.

Ci fu un vecchio signore, tanti anni fa, che ebbe lo stesso incarico che ha oggi Sergio Mattarella. Quel signore, Sandro Pertini, che di difesa della democrazia se ne intendeva assai più di certi nostri leader, avvertì un giorno che “a brigante, brigante e mezzo!”. Questo, mi pare, è anche il sottotitolo dell’Appello delle formazioni d’ispirazione cattolica.Questo è anche quel che vogliono fare milioni di italiani di fede, cultura, origine diverse.Questo è il nostro dovere.

 

Andare avanti: la nuova consapevolezza di un orizzonte comune

​Se si vive appieno una crisi senza nascondersi, si può acquistare una consapevolezza nuova, più matura. Dal 4 marzo ad oggi è stata una crisi continua, ed è arrivato il momento della presa di coscienza, della crescita. Ciò implica da un lato l’aver imparato dagli errori del passato (testimonianza malinconico-reducista, pianificazione affrettata dall’alto di organigrammi e aggregazioni meramente elettorali), dall’altro l’aver compreso che il momento richiede una risposta, ora.

 

​L’appello congiunto di Costruire Insieme, Politica Insieme e Rete Bianca sembra essere una prima risposta, o quantomeno un’ultima domanda, un’ultima chiamata poco prima che suoni la fine della partita. Beninteso, la fretta è del demonio. Ma il segnale che si è dato è chiaro, e vi si deve rispondere con “ritmo” costante e deciso. L’appello chiama ad una riscossa dell’autentico spirito di comunità della casa comune che è l’Italia, a partire dalle sue vere e urgenti necessità: vera democrazia (legge elettorale vicina al popolo); coordinamento economico fra i problemi dell’occupazione, della produzione (e innovazione) e dei consumi, con preliminare lucida rinegoziazione dei vincoli europei; coesione sociale e territoriale fra Nord e Sud. Si tratta dei capisaldi prioritari per l’impostazione di un quadro d’insieme.

​La tradizione del cattolicesimo democratico urge a un salto in avanti della visione, ispira uno spirito profetico. Con tale spirito nella situazione attuale si avverte la necessità ineludibile di sforzarsi di scorgere avanti a noi un orizzonte comune, condiviso, pur nelle differenze.

Dobbiamo immaginare e proporre insieme un futuro possibile per la nostra casa comune, cominciando dalle vere priorità.

CHE ALTERNATIVA COSTRUIRE AL FALLITO ESPERIMENTO SOVRAN-POPULISTA?

Tre elementi della crisi strutturale del M5S vanno approfonditi con attenzione.
Il primo riguarda la strategia politica.

I Grillini sono passati dalla orgogliosa rivendicazione di una assoluta “alternativitá” rispetto ai partiti tradizionali ad una alleanza di Governo con la Lega. Poco importa che lo abbiano fatto sotto la foglia di fico di un cosiddetto semplice “contratto”.

L’errore è stato non capire che la Lega di Salvini, nonostante la sua indubbia innovazione metodologica, è il partito più “tradizionale” che esista oggi in Italia: altro non è che l’evoluzione della vecchia destra nazionalista ed illiberale.

Il vero “caso”, infatti, non è la vicenda TAV (importante, certo, ma  non tale da determinare un antagonismo sul piano della visione della società) bensì la incredibile decisione dei senatori grillini di accettare il diktat leghista sul decreto “(in)sicurezza bis”.

Il secondo elemento riguarda la questione della “leadership” nel campo populista e si traduce in una semplice domanda: esiste un “populismo buono” capace di scacciare quello cattivo, come si suole dire per le monete?

L’esperienza del Governo Giallo-Verde sembrerebbe suggerire di no.

Il populismo non si può dispensare in quantità omeopatiche, a fin di bene. Il populismo è droga che crea dipendenza: non prevede né “dosi scalari” né terapie di mantenimento per la riduzione del danno. Chi ha le maggiori chances ed il “physique di role” per capitalizzare il vento populista è la destra. Punto. La storia lo insegna. L’attualità italiana lo conferma.

Osservo peraltro che questa considerazione vale anche per ciò che resta di Forza Italia: pensare di rappresentare una istanza “moderata” a fianco di un Salvini egemone, che butta all’aria il Governo per poter chiedere agli elettori “i pieni poteri”,  è semplicemente una follia.

Il terzo elemento di riflessione intorno alla crisi del M5S è più profondo e chiama in causa la possibilità di dare voce democratica e progettualità di governo alla insoddisfazione di larga parte della popolazione.

Il M5S ci ha provato. Su coordinate politico-culturali e con una idea della democrazia che non condivido affatto (tema non certo superabile), ma ci ha provato. Ed ha fallito.

La questione però rimane.

Che futuro si può immaginare per la nostra democrazia, che rischia lo svuotamento di “senso” delle sue forme rappresentative e la perdita di carisma popolare nella sua costitutiva missione di giustizia sociale?

Che alternativa si può credibilmente presentare ai cittadini, che in una larga, crescente parte sembrano affidare le proprie paure e le proprie aspettative di sicurezza fisica, identitaria e socio-economica alla destra post democratica?

Esiste una possibile terza via tra l’improbabile conservazione dello status quo e la deriva democratica rappresentata dal baratto “meno libertà (effettiva) per più sicurezza (illusoria)”?

Questo mi sembra essere il vero terreno di discussione politica del futuro, che dovrebbe interessare le culture politiche democratiche, riformiste e popolari (nella prospettiva di una loro auspicata radicale rigenerazione) ma anche chi volesse rielaborare –  su basi nuove – le ragioni originarie di una parte del consenso dato al M5S.

Non so se il Presidente Conte intenda cimentarsi in questo: staremo a vedere.

Ciò che è certo è il rischio evidente di un possibile nuovo Parlamento che incoroni Matteo Salvini come primo leader “post democratico” e, dopo Mattarella, elegga un sovranista al Quirinale.

Motivo più che sufficiente per mettere in campo con urgenza nuovi progetti ed alleanze politiche e sociali all’altezza del rischio.

Elezioni, comunque vada occorre esserci

Ad oggi non sappiamo se si vota, quando si vota e come si vota. L’unica cosa che sappiamo è di essere entrati in una fase dove non si può restare alla finestra. Ormai il dado è tratto. Gli equilibri politici del marzo 2018 sono saltati tutti. E cioè, la Lega di Salvini pensa di avere – e non a caso ce l’ha – il vento in poppa ed è disposta a correre da sola, o in compagnia di alleati per strappare quasi tutti i collegi uninominali in ballo nell’intera penisola. Il centro sinistra, oggi, semplicemente non c’è. La strana concezione di Zingaretti secondo la quale i potenziali alleati del Pd devono ricevere l’autorizzazione del segretario dello stesso partito per poter competere – l’ormai famoso “lodo Calenda” – non depone granché a favore per ricostruire una coalizione competitiva, forte, plurale e capace anche di vincere in qualche collegio uninominale al di là di alcune province toscane e di alcuni territori dell’Emilia Romagna. Non a caso, almeno così pare, sarebbe ammesso nella coalizione solo un fantomatico “partito ambientalista” oltre al solito civismo che, come ben sappiamo, e’ trasversale ed è difficilmente riconducibile ad uno schieramento politico. I 5 stelle potrebbero anche scomparire, od uscire fortemente ridimensionati, visto la velocità di cambiamento delle scelte elettorali dei cittadini italiani.
Di fronte a questo quadro e’ persin inutile porsi la domanda: e noi, cioè i cattolici democratici, i cattolici popolari, i cattolici i liberali, i filoni culturali che non sono riconducibili alla sinistra o alla destra, al populismo antisistema dei 5 stelle o ai cultori della mera testimonianza, cosa devono fare? La risposta, appunto, e’ del tutto scontata: a prescindere da quando si vota, occorre semplicemente “essere in campo”. Non si tratta, com’è ovvio, di certificare la presenza di un “partito di centro”. Che non rientra in nessuna delle ipotesi in campo ma, al contrario, di dar voce a mondi vitali, ad interessi sociali, a gruppi culturali e a una posizione politica che oggi non è rappresentata e che si rifugia in un crescente astensionismo o vota stancamente i partiti esistenti.
Un cartello elettorale? Un partito? Un movimento politico? Una lista? Certamente un progetto politico chiaramente alternativo al populismo, al sovranismo e alla demagogia antisistema ma autonomo e con una chiara identità. Che, come ovvio e ispirandosi ad un caposaldo della tradizione del cattolicesimo politico italiano, persegue e declina sino in fondo la cosiddetta “cultura delle alleanze”. E cioè, senza chiusure narcisistiche, autoreferenziali o clerical/confessionali.
È questa, oggi, la vera sfida politica per chi non si limita a tifare dagli spalti. Il resto è accademia, pre politica, testimonianza e, purtroppo, radicale irrilevanza politica. Le prossime settimane saranno decisive per il decollo di questo progetto. Aperto a tutti, a cominciare dai delusi degli attuali partiti di opposizione all’ex esecutivo giallo verde.
Giorgio Merlo

Crisi di governo: chi ne pagherà i costi ?

 

Franco De Simone

L’8 agosto è stato il 60 anniversario della morte di Don Luigi Sturzo, avvenuta a Roma presso l’Isituto delle Suore Carrosiane del’Opera di Don Orione.

Il fondatore del Partito Popolare era convinto che per risolvere i problemi sociali e per combattere la povertà fosse necessario l’impegno in prima persona dei cattolici in politica.  Atto fondativo fu l’appello ai liberi e Forti, con il quale nacque il Partito Popolare Italiano. A 60 anni della sua scomparsa il suo contributo politico,  filosofico e di grande capacità di comprensione della società è ancora attuale.

La crisi politica di questi anni ha avuto ieri la manifestazione più evidente del dilettantismo e dell’arroganza dei politici di governo di oggi.

I 5 stelle sono stati gabbati dalla Lega dopo aver salvato Salvini in parlamento da un rinvio a giudizio per caso Diciotti, votato uno scandaloso decreto sicurezza bis per il quale anche il Presidente della Repubblica ha segnalato l’incostituzionalita’ di numerose parti, stravolto il loro programma sulla Tav, sul Tap, sull’ilva di Taranto, ecc.

Dopo avere schiacciato i 5 stelle ora Salvini ha aperto la crisi di governo per evitare di rispondere in Parlamento dei suoi opachi rapporti con La Russia di Putin, per cercare di giustificare il suo isolamento internazionale che porterà l’Italia ad avere (nel migliore dei casi) un commissario Europeo di secondo piano, per fuggire dalla responsabilità di approvare una Legge Finanziaria di lacrime e sangue con il rischio forte di un aumento dell’Iva del 3 %, e certo non ci sarà un calo delle tasse. Alle elezioni che si terranno fra qualche mese gli italiani dovranno scegliere se avere un governo di destra-destra o se avere politiche moderate che accettano il confronto democratico e hanno una visione di lungo periodo per il futuro del nostro Paese.

Grazie alle scelte miopi della Lega ieri lo spread è salito nuovamente di oltre 40 punti base.

L’Italia è vista come un problema in Europa. La credibilità del nostro Paese è sempre più scarsa.

Invito tutti a riflettere profondamente

IL VUOTO È IL NEMICO DELL’OCCIDENTE

 

di P. Giulio Albanesi

A proposito di fede e politica…
Non pochi “devoti”accusano il mondo missionario di fare politica contestando il Decreto Sicurezza bis; una posizione non consona, secondo loro, ai dettami della vera fede. Costoro dimenticano che la fede non può prescindere dall’impegno per la Res publica dei popoli!  Papa Francesco, nel documento programmatico del suo pontificato, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, aveva affermato che “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”(205). Un concetto peraltro ribadito nel recente messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019, che trova la sua fonte d’ispirazione nel magistero di san Paolo VI, il quale espresse la convinzione, il 16 novembre del 1970, durante il suo intervento alle celebrazioni per il 25mo anniversario di fondazione della Fao che “la politica è la forma più alta della carità”. Lo poteva dire perché aveva conosciuto personalmente personaggi della politica italiana del calibro di De Gasperi, Dossetti, La Pira, Aldo Moro, Lazzati e tanti altri che davvero avevano compreso la politica come servizio alla Res publica del Paese. Da allora, dobbiamo prenderne atto, lo scenario nazionale ed internazionale è molto cambiato. E se da una parte è vero che sarebbe illusorio e negligente rimpiangere il passato, dall’altra dobbiamo prendere atto che la nostra è una società globalizzata bisognosa di redenzione.

L’individualismo esasperato regna sovrano, mentre il rigurgito dei nazionalismi e dei populismi contamina le coscienze. Col risultato che l’egoismo nei confronti delle persone emarginate e dei sofferenti diventa paradossalmente un vanto per generare consenso. Ciò che conta per molti, alla prova dei fatti, è spesso l’affermazione del proprio “io” sugli altri, contro ogni forma di alterità. Nei cosiddetti contesti aggregativi dove le relazioni sociali dovrebbero essere all’ordine del giorno, imperversano la confusione, il disordine, le negligenze, l’improvvisazione, le cose mal fatte, le situazioni ambigue e instabili. Occorre, evidentemente, un discernimento profondo, una spiritualità più intensa, un sapere più alto, una capacità di riflettere più vigoroso, un’intelligenza morale che ponga un freno al selvaggio e prorompente interesse di parte. La Chiesa, per vocazione, è chiamata ad essere “sale”, “lievito” promuovendo una rivoluzione culturale che riaffermi il primato della persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio, nel contesto della “Casa Comune” come leggiamo nell’Enciclica Laudato Si’. Papa Bergoglio percepisce la globalizzazione nella logica geometrica del poliedro e non come fosse una sorta di sfera omologante (Cfr. EG 236). L’universalità per lui è convivialità delle differenze. È stato paradigmatico, da questo punto di vista, il suo pellegrinaggio sulla tomba di Don Tonino Bello, del quale ha di fatto consacrato il magistero. È la sublimazione della differenza come grazia, pace e virtù. Non è la Pax Romana del bastone e della spada ma quella della coesistenza armonica della diversità.

Papa Francesco ha benedetto questa impostazione teologico-pastorale, che ripropone culturalmente: i suoi discorsi sono all’insegna dell’integrazione, dell’unità nell’alterità. Valori costitutivi della stessa identità europea. “L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale”, ha affermato in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, nel maggio del 2016. “Il volto dell’Europa – ha sottolineato papa Francesco – non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure”. Come molti osservano nella Vecchia Europa, a seguito soprattutto della crisi dei mercati finanziari e delle purghe imposte da molti governi all’insegna dell’austerity, sono venute meno le sicurezze di tutte le generazioni del dopoguerra, innescando un arretramento della condizione sociale di molti.

Le persone, la nostra gente, anche coloro che si dicono cristiani, hanno paura, sentono di camminare sulle sabbie mobili, riversando la propria rabbia su chi viene indicato come una minaccia prossima: l’immigrato e, in genere, ogni forma di alterità. Nasce da questi stati d’animo, la difficoltà psicologica, ma soprattutto spirituale, di credere nel futuro, di aprirsi ad esso, di cominciare a costruirne uno. Una condizione alla quale ha dato un contributo decisivo il constatare da parte della gente comune, come stessero scomparendo dall’orizzonte del pensiero politico, culturale e religioso dell’Occidente e dalla sua azione concreta, dimensioni, ideali e modalità concrete che non solo ne avevano caratterizzato la secolare esistenza, ma ne avevano altresì assicurato un successo così rilevante. Quel vuoto che, proprio in Europa, da tempo, forze ambiguamente eterogenee hanno riempito con le loro improbabili ricette dalla forte presa emotiva. Sovviene allora, quasi istintivamente, una citazione della scrittrice statunitense Margaret Maron (che peraltro ha vissuto anche in Italia): “Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con un’aria leggermente distratta: “Mi dispiace. Può ripetermi di nuovo il suo nome?”.

Fuga dalle responsabilità

Voglio precisare in premessa che – a parere dello scrivente – l’attuale governo prima va a casa e meglio è per tutti.

Detto ciò, anche per chiudere un’esperienza di governo decretando la fine di una maggioranza parlamentare sono richiesti comportamenti e valutazioni all’insegna della responsabilità per la salvaguardia degli interessi reali degli italiani; si, proprio di quegli italiani che vengono continuamente e strumentalmente citati negli slogan e nei comizi.

Ma come i fatti di queste ore stanno dimostrando, davanti alla possibilità di aumentare il numero dei propri parlamentari e quindi delle poltrone di potere e di governo, non si esita ad aprire una crisi politica in un momento tale che metterà l’Italia nella condizione di non poter varare la propria legge di bilancio per il 2020, precipitandoci inevitabilmente nell’esercizio finanziario provvisorio a partire dal prossimo mese di gennaio, con conseguente peggioramento dello spread e di tutti gli indicatori economici correlati.

Esercizio provvisorio significa impossibilità di programmare nuove spese, investimenti ed altriprovvedimenti di politica finanziaria; in buona sostanza una paralisi economica per un paese come il nostro che è già oggi a “crescita zero”.

Ma attenzione perché questo non è frutto solo di irresponsabilità, ma anche di lucido e furbesco calcolo per sottrarsi alla scrittura della nuova legge di bilancio con la quale gli italiani (sempre gli stessi italiani di slogan e comizi!) saranno chiamati a pagare il conto e i debiti generati dalle scempiaggini di questi tredici mesi di governo giallo-verde; in altre parole mentre l’IVA aumenterà, chi da mesi (e segnatamente prima delle elezioni europee) aveva garantito il contrario starà fuori dal governo, magari a dare spettacolo su qualche spiaggia.

La crisi in questo momento è altresì un espediente per sottrarsi alle spiegazioni che Salvini non vuole dare sui suoi “affari russi” e per smarcarsi rispetto all’imbarazzante doppiogiochismo esibito in politica estera; Salvini ha aperto la crisi cogliendo l’occasione offertagli dai Cinque stelle che mercoledi 7 agosto si sono suicidati politicamente presentando al Senato un documento sulla TAV dall’esito scontato che li ha definitivamente isolati.

E’ una miscela di dabbenaggine e spregiudicatezza che si traduce in una intollerabile presa in giro per il Paese e per gli italiani, che meritano più rispetto e meno citazioni ormai retoriche e stucchevoli.

Chiediamo una “ tregua” di ricomposizione morale e civile del Paese

 

IL  DOCUMENTO DI
COSTRUIRE INSIEME
POLITICA INSIEME
RETE BIANCA
Ci troviamo in un momento confuso e disordinato della nostra comunità politica.
Matteo Salvini ha deciso di provocare una crisi di governo in un momento delicato, quando ancora l’Italia deve partecipare autorevolmente alla definizione del nuovo assetto di guida dell’Unione europea e alla vigilia di quel fondamentale passaggio della legge di bilancio da cui dipendono le condizioni dei conti pubblici e il sostegno da portare ad aziende, lavoratori e famiglie.
Ci aspettiamo una situazione complessa e critica i cui sbocchi possono fare male a tutti noi.
Siamo, dunque, consapevoli della necessità urgente di fare appello al comune senso di comunità, di chiamare al senso di responsabilità e impegnarsi nello stabilire almeno una “ tregua” operosa di ricomposizione morale e civile del Paese che ci riscatti dalla spirale di divisione, rancore e perfino di odio in cui rischiamo di essere definitivamente assorbiti.
Un nuovo governo può creare un clima utile a far sì che alle elezioni le forze politiche partecipino soprattutto presentando proposte valide attorno ai punti prioritari cui guarda il Paese.
I nostri gruppi, ritengono giunto il momento di operare per un cambio radicale nel modo di fare politica e di gestire le istituzioni per  occuparsi in modo nuovo e solidale della “ cosa pubblica”.
Occorre ripensare la vecchia logica dei fronti contrapposti, affrontando le vere sfide del momento.
Recenti esperienze ci dicono quanto lo spirito divisivo, lo scontro portato alle estreme conseguenze, la faziosità preconcetta ci abbiano arrecati enormi danni. Tutti elementi, questi, che hanno concorso ad aggravare le nostre condizioni e a portarci ad un oggettiva emarginazione dai processi internazionali che contano, a partire da quelli europei.
Siamo persino di fronte ad un avvelenamento del carattere morale e della coscienza civile degli italiani.
E’ giusto che ciascuna forza politica dispieghi pienamente le proprie caratteristiche e le proprie prospettive.
Vi sono però dei punti su cui, anche in presenza di una perdurante crisi, possono  essere ricercate le opportune convergenze per cambiare alcune regole del gioco ed occuparsi in maniera costruttiva dei problemi della nostra gente.

Abbiamo bisogno di cambiare passo. C’è bisogno di una nuova legge elettorale più partecipativa e più democratica e di partecipare alla definizione della legge di bilancio in modo da rispondere alle preminenti questioni dell’occupazione, del sostegno alla struttura produttiva, dell’aumento dei consumi, di una maggiore capacità delle nostre imprese di innovarsi e di competere sul piano internazionale. Gravi, inoltre, i disequilibri esistenti a livello sociale e tra nord e sud a cui bisogna cominciare a rispondere adeguatamente.
La complicata situazione politico istituzionale che ci sta dinanzi può essere ragionevolmente affrontata e superata se tutte le forze politiche saranno capaci di assumersi su queste questioni strutturali le responsabilità richieste dalla criticità del momento.
Gli italiani guardano e attendono. Soprattutto quanti sono rifluiti nel grande partito degli astenuti. Richiedono l’avvio di una nuova stagione per ottenere il doveroso riconoscimento concreto delle loro esigenze, di essere Persona, per aver scommesso sul futuro dando vita ad una famiglia,per assicurare un domani a figli e nipoti.
Questa risposta urgente può venire anche nel corso di una nefasta crisi istituzionale da cui il Paese e il ceto politico, se imboccando la giusta direzione di marcia, possono uscirne rafforzati.

La crisi è impervia per tutti. E se finisse all’angolo Salvini?

Che sia una manifestazione di forza, non è poi così certo. Salvini era di fronte all’azzardo, poteva infrenare lo smisurato spasmo di potere, pericoloso in effetti perché fuori controllo, ma non l’ha fatto. Ha semplicemente abdicato alla funzione di autentico leader democratico, consapevole dei problemi e dunque dei rischi che incombono sul Paese, per giganteggiare nell’immagine riflessa del suo specchio di solitudine e (pre)potenza. Sì è visto autorizzato e in parte costretto a giocare la carta della crisi, confidando sulla debolezza dei suoi avversari. Adesso, dopo aver urlato a destra e a manca, non gli resta che urlare ancora più forte. Chissà quale spavento debbano nutrire alcuni temibili interlocutori, primi fra tutti gli investitori chiamati a sottoscrivere, in questa condizione ai limiti della rottura costituzionale (v. la lucida e sofferta denuncia di Formica nell’intervista di ieri al “Manifesto”),i titoli di prossima emissione a copertura del fabbisogno finanziario dello Stato.

Intanto ha dovuto piegarsi, il padrone dell’Italia sovranista, al volere del Presidente del Consiglio: non ci sono dimissioni al buio, ma un confronto nelle Aule parlamentari per consacrare sulla base di un formale ritiro della fiducia la fine dell’attuale maggioranza. Sarà la crisi più chiara della storia, ha detto Conte. Perciò non sarà, quello parlamentare, un passaggio di mero ossequio protocollare, con la ratifica di un divorzio consensuale e l’inchino a rapide procedure per lo scioglimento anticipato delle Camere. In quella sede ogni forza politica avrà l’obbligo di chiarire quali siano gli obiettivi che intende perseguire, non solo nell’immediato. Certo, nell’immediato, potrà valere su tutto il desiderio di archiviare la tormentata esperienza del governo giallo-verde. E poi?

I sostenitori del voto subito – ce ne sono molti anche a sinistra e tra questi, in prima fila il segretario del Pd – coltivano la suggestione di un lavacro purificatore, immaginando per il dopo la formazione di un governo più omogeneo e più efficiente, a vantaggio comunque di un Paese realmente bisognoso di una svolta. La destra sogna di ottenere una delega larga, incontrovertibile, pesante; la sinistra, confusamente, di frenare l’ondata neo-nazionalista e magari trasformare la resistenza in una pur improbabile vittoria. La prima ipotesi è consistente, la seconda molto meno. Andare al voto subito – in ogni caso servirà un governo di garanzia – darebbe all’azzardo di Salvini l’aura di una proposta ragionevole proprio in mancanza di plausibili alternative. D’altronde, con o senza Berlusconi, la Lega può mettere su una coalizione in grado di oltrepassare la soglia del 40 per cento, così da strappare con il premio fissato dalla legge elettorale la maggioranza assoluta dei seggi.

Ora Zingaretti, attratto dal big bang dei gialli-verdi e dalla rinascita di un schema bipolare, incentrato stavolta su Lega e Pd, non può ignorare il monito proveniente dai settori più responsabili del centrosinistra. Un Pd complice della Lega nel favorire l’interruzione della legislatura darebbe l’idea di un partito incurante del più che probabile trionfo della destra. Per giunta, se il “programma minimo” della sinistra è consolidarsi nel suo ruolo di minoranza, non si vede la ragione per la quale gli alleati debbano unicamente concorrere, come nel 2018, alla difesa del fortilizio del Nazareno. Va da sé che in queste condizioni si rende oltremodo carezzevole per essi la scelta di andare alle elezioni da soli, fuori dalla pur auspicabile convergenza tra forze di stampo riformista. L’ombra di Occhetto (1994) e Bersani (2013), banditori a distanza di 20 anni della medesima pretesa di autosufficienza, incombe ora sull’ultimo rampollo della dinastia post comunista. Il suo istinto di rivalsa è grande, ma deve fare i conti con un’area democratica (per lo più astensionista di necessità) che si professa “né di destra né di sinistra”, alla ricerca di una leadership adeguata.

Insomma, non è una crisi di piccolo cabotaggio. Si attende un sussulto di dignità, la cui origine non può che scorgersi nella sfera civile e morale, prima ancora che politica. Ci vorrebbe una sana ribellione dei parlamentari, anche leghisti, contro le volgarità e le offese del tronfio agitatore che siede al Viminale e pretende dal Viminale d’imporre la sua legge. Con eloquio da taverna ha persino invitato i deputati e senatori ad “alzare il culo”, perché somma è l’urgenza di un atto di sottomissione al volere del Capo. Invece sarebbe lecito sperare che questo Parlamento dia il benservito all’insolenza eretta a sistema, relegando  all’opposizione ora e subito il mallevadore di un eterno istinto anarco-autoritario che sostiene la visione aggressiva e sgangherata del sovranismo. Ci vuole una tregua democratica prima di tornare al voto.

Don Sturzo meriterebbe il premio Nobel per la pace

Pubblichiamo uno scritto del parroco di Bozzolo don PRIMO MAZZOLARI tratto da «Adesso» del 1° dicembre 1951.
DON STURZO

Ho visto don Luigi Sturzo una sola volta nel suo buon ritiro romano.
Preferivo guardarlo che ascoltarlo. Le cose che diceva avrebbe potuto dirle anche un altro, ma il volto aveva una così viva chiarezza sacerdotale, che imprimeva una sacralità ad ogni sua parola. Mi sembrava che il sacerdote fosse più grande o almeno più presente del politico e del filosofo, due dimensioni che pure hanno in lui una misura fuori del comune.
Questa, a mio avviso, la vera e originale grandezza di don Sturzo, quella che porta le altre e dà ad ognuna una particolare significazione.
Quando, in una vita che ebbe proporzioni e vicende di primo piano, le tentazioni non offuscano menomamente la vocazione sacerdotale: quando la vastissima opera politica conferma l’umiltà e la carità dell’impegno, e la sete di gloria o di potere non lo distraggono dal servizio della verità sia verso la Patria come verso la Chiesa, un uomo può venire onorato prima che sia calata la sera.
Dopo Rosmini, monsignor Bonomelli e Pio XI, don Sturzo è forse il sacerdote che meglio e più validamente operò per ricongiungere Religione e Patria e restituire l’Italia agli italiani e gli italiani a Cristo, tenendo una strada che a molti ancor oggi pare la meno adatta. Ma per chi ha mani, mente e cuore puro non c’è niente d’impuro, neanche la politica. Basterebbe il suo mirabile esempio, neppur contestato dai più accaniti avversari della politica cristiana, tanto è limpida la vita di don Sturzo e nobile la sua testimonianza, per ristabilire nell’ancora incerto giudizio di molti cattolici italiani, la pacata certezza che l’impegno politico può essere assunto da un credente come un opus Dei.
Siccome le catastrofi non si possono stornare mediante le artiglierie e gli aeroplani, né mediante le astuzie o le burbanze diplomatiche, ma soltanto con la forza tranquilla delle singole vite umane maturate nella bontà, soltanto per questo Egli meriterebbe il premio Nobel della pace, come merita la riconoscenza di tutti i cattolici per averci insegnato che oltre l’opera propriamente apostolica di mutare il lupo in agnello, c’è bisogno che qualcuno impari a governare e lupi e agnelli, non con la violenza, ma attraverso la convinzione che lupi e agnelli, fanno parte della creazione e vivono quindi mescolati, al pari del loglio e del grano, e che la vera maturità politica non consiste nell’odiare gli uni e amare gli altri, bensì nell’amare gli uni e gli altri, onde alleggerire il male comune, che va poi a cadere soprattutto sulle spalle dei poveri.
Se Ernesto Wiechert l’avesse conosciuto direbbe che don Luigi Sturzo è uno di quei pochi uomini di ogni tempo che hanno acquistato nel loro viso il breve spazio dove anche Dio potrebbe riposare qualora avesse i piedi stanchi.
E i tempi son tali che anche i piedi di Dio possono stancarsi.

Nel dialogo la via della pace

L’articolo è uscito nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano

Salamanca, 8. Imparare a dialogare e a prendere decisioni condivise: sono questi i principi da seguire per costruire una pace duratura secondo il “Manifesto finale” presentato nei giorni scorsi dalla quinta sessione internazionale del Parlamento universale della gioventù (Pug) alla Pontificia università di Salamanca (Upsa). Il documento è frutto del lavoro di tremila giovani “parlamentari” di 31 Paesi, di diverse tradizioni e confessioni religiose, che si sono incontrati in un ricco ambito multiculturale, caratterizzato anche dalla presenza di ragazzi provenienti dalle comunità indigene andine e amazzoniche.

La comunione contro l’individualismo, la diversità contro l’uniformità, la crisi come opportunità e l’apertura alla trascendenza, sono considerate dal manifesto le fondamenta della pace. Paragonandola a un edificio in costruzione, il documento afferma che tra i suoi più importanti pilastri figurano la priorità dei processi decisionali sull’immediato, la ricchezza della diversità, il bene comune e l’aiuto reciproco. Sono tutte condizioni necessarie affinché siano trovate soluzioni comuni che preparino la via per la pace in qualsiasi ambito della società.

In occasione della presentazione del testo il vescovo di Salamanca, Carlos López Hernández, ha evidenziato come esso rifletta «l’umanesimo delle Beatitudini, ricordando che l’umanesimo di Cristo è valido per tutti gli esseri umani». Ha quindi incoraggiato i giovani a non dimenticare che solo attraverso la pace interiore, dono pasquale e frutto della riconciliazione che Cristo ci porta, è possibile trasmettere e costruire la pace esteriore.

I principi espressi nel manifesto hanno ricevuto apprezzamento anche da parte del presidente dell’Istituto Id di Cristo Redentore – missionari e missionarie identes, padre Jesús Fernández. Il religioso ha inviato un messaggio ai giovani riuniti a Salamanca sottolineando che il progresso scientifico e tecnico, pur essendo necessario al raggiungimento della pace, di per sé non è sufficiente a garantirla; occorrono quindi l’attenzione per l’altro e per la cura della casa comune, «costruendo col tempo autentici legami umani». Padre Fernández, citando poi Fernando Rielo, fondatore dell’istituto, ha esortato a non dimenticare mai che «l’amore è il motore della storia, della scienza, della famiglia e della pace».

Eventi come questo di Salamanca sono la testimonianza e «la massima espressione di un’educazione che include famiglia e società e senza la quale la pace non è possibile», ha dichiarato Marta Simoncelli, coordinatrice nella penisola iberica di Scolas Occurrentes, lodando il manifesto come «documento che costruisce ponti e diffonde la cultura dell’incontro». Il prossimo incontro del Pug si terrà nel 2021 in Ecuador, a Quito, sul tema «Libertà di pensiero, espressione e reti di comunicazione».

Le regioni meno sviluppate italiane ed europee nella programmazione 2014-2020: chi spende di più?

di Giorgia Marinuzzi e Walter Tortorella

Lo stato di attuazione del FESR e del FSE 2014-2020 in Italia

Secondo i dati della Commissione europea (1) aggiornati a maggio 2019 e riferiti al 31.12.2018 (Tabella 1), dei circa 51 miliardi di euro di dotazione italiana per il FESR e FSE 2014-2020 il 73% risulta impegnato (in linea con la media UE) ed il 19% speso (contro il 23% europeo).

Sebbene a livello di Fondo non sembrino manifestarsi complessivamente differenze significative, è possibile riscontrare disomogeneità, in termini di avanzamento finanziario, per tipologia di regioni (Figura 1). Quelle meno sviluppate (RMS) si posizionano al 17%, 2 punti percentuali in meno della media nazionale, seguono quelle in transizione (RIT), al 20%, fino a quelle più sviluppate (RPS), a quota 25%. Il FESR è il Fondo per il quale sia le RMS che le RIT fanno registrare i tassi di spesa più elevati (18% e 22% rispettivamente), al contrario nelle regioni più sviluppate il FSE ha un avanzamento più marcato (27%)….continua a leggere su eyesreg.it

Don Luigi Sturzo: Mattarella, “uno dei protagonisti della storia democratica italiana”

Agensir.it

“La sua azione politica, il suo pensiero, i suoi scritti, che ancora costituiscono materia di studio e di riflessione, mostrano con evidenza come egli sia stato uno dei protagonisti della storia democratica italiana”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricorda  Luigi Sturzo, di cui oggi ricorrono i sessant’anni dalla morte.
“Fu decisivo nel superare il non expedit, nel rendere così i cattolici cittadini pienamente partecipi della cosa pubblica”, prosegue il capo dello Stato, sottolineando come “il processo che seppe innestare contribuì alla ricomposizione politica del Paese”.
“Don Sturzo – osserva Mattarella – cominciò dalle basi della società, dalla difesa della dignità dei contadini nel mondo agrario di inizio novecento, dalla presenza nel consiglio comunale di Caltagirone, dalla necessità di dare basi popolari alla democrazia, rifuggendo da ipoteche oligarchiche ed elitarie”. “La sua idea di laicità dell’impegno pubblico ha precorso i tempi. La sua visione democratica era inscindibilmente legata a una concreta giustizia sociale”, aggiunge il presidente, nel richiamare il fatto che “l’ascesa del fascismo lo costrinse al duro prezzo dell’esilio, rimanendo oppositore irriducibile del regime violento e dittatoriale”. “Con le sue idee, e gli studi approfonditi negli Stati Uniti, tornò ad alimentare il dibattito nel dopoguerra. Il patrimonio che ha lasciato – conclude Mattarella – ha arricchito la cultura democratica che può attingere a valori ed esperienze preziose anche per i tempi nuovi che stiamo vivendo”.

L’azzardo di Salvini e il no ad elezioni anticipate

Quando in politica la forza non genera soluzioni, diventa inevitabile che la loro ricerca, all’ultimo sempre più affannosa, vada incontro al vento contrario della frustrazione. Inmezzo, tra l’euforia di consensi abbondanti e il disagio per mancanza di sbocchi pratici, cresce l’ansia mascherata di protervia. Poiché l’unica certezza appare il logoramento dello stato di grazia, s’abbraccia volentieri la risposta più aggressiva e avventurosa. Meglio combattere, si dice, che consumarsi a fuoco lento.

Salvini, in effetti, propone l’ultimo suo azzardo avendo la netta percezione di quanto pesi la dialettica su questo doppio fronte di combattimento: l’uno verso l’entusiasmo dell’Italia nazional-populista, l’altro verso la penuria di risultati nell’azione di governo. Con l’apertura della crisi muove pertanto in direzione  di un’incognita che sembra più accettabile, ai suoi occhi, del maneggio improduttivo degli affari correnti alla luce dei continui dinieghi dell’alleato grillo. Ora può accadere di tutto, anche di votare in ottobre, secondo le reazioni a caldo dopo il comizio di Sabaudia.

Salvini rispolvera a modo suo un vecchio slogan del ‘68: “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”. E l’impossibile sta nel credere che il ritorno alle urne sia suffragato dal plauso degli alleati di governo e al tempo stesso delle forze di opposizione,  in un tripudio di fazioni l’un contro l’altra armata, dimentiche dei fragili equilibri del Paese. Solo un Pd votato al suicidio può condividere uno scenario di totale irresponsabilità. Da oggi i riflettori sono puntati (anche) sul Nazareno.

Se Salvini intende rompere, non è detto che gli avversari abbiano facile convenienza a coprirne le movenze. Questa legislatura è nata male e non può durare a lungo. Tuttavia, lo scioglimento anticipato delle Camere implica sempre  un che di traumatico, chissà foriero di quali esiti, magari anche peggiorativi dell’attuale condizione. Bisogna tornare alle urne avendo messo in sicurezza i conti pubblici e definito, all’occorrenza, uno scenario di maggiore chiarezza in ordine alle opzioni strategiche da sottoporre agli elettori. Per questo occorre una “maggioranza tecnica” che faccia argine, intanto, all’avventurismo salviniano. Attorno a un Conte-bis, concentrato sulla gestione di pochi punti programmatici, può strutturarsi una nuova offerta politica. A quel punto, e solo allora, il corpo elettorale avrà modo di conoscere tutte le alternative e sciogliere con pieno discernimento.

Sturzo e il confine tra popolarismo e populismo

L’8 agosto di 60 anni fa moriva Luigi Sturzo. Qui di seguito riportiamo l’elzeviro che l’Avvenire ha pubblicato ieri nelle pagine di Agorà, il suo spazio di approfondimento culturale.

di Flavio Felice

L’8 agosto Caltagirone ricorda i 60 anni dalla morte di don Luigi Sturzo a partire dalle ore 19, con la Statio presso il mausoleo nella Chiesa del SS. Salvatore dove si darà lettura di brani del suo Testamento spirituale; seguiranno l aprocessione verso il santuario di Maria SS. del Ponte e, alle 20, la concelebrazione eucaristica presieduta da monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale.

 

«Ho chiesto a Sturzo che mi benedicesse. Mi sono inginocchiato […]. Sturzo alzando il braccio mi ha benedetto con la famiglia. Poi ha lasciato cadere stancamente il braccio sul letto. Gli ho baciato la mano sinistra ed egli mi ha accarezzato il capo. Sturzo ha reclinato il capo sul cuscino e ha chiuso gli occhi come per assopirsi»; sono le ultime ore di vita di Luigi Sturzo, narrate da Gabriele De Rosa.

Sturzo morirà l’8 agosto del 1959 e, a sessant’anni dalla sua scomparsa, la riflessione sul suo contributo alla sociologia, alla filosofia e alla scienza politica appare ancora attuale, soprattutto se si considera un aspetto cruciale del suo pensiero, il suo “imperativo metodologico”: alla base della ricerca storica c’è sempre il concreto e nulla è più concreto della persona. In questo contesto s’inserisce la riflessione sturziana sulla democrazia come “bene comune” che, prima di tutto, è un metodo: il “metodo di libertà”.

Tale metodo passa per il chiarimento del ruolo delle istituzioni, immaginando la politica non come il campo che perimetra il regno della verità, quanto un ambito particolare e delimitato della stessa società civile. Quanto di più distante dallo Stato etico: “centro di unificazione” e omogeneizzatore delle culture particolari, che trasforma la società civile in una massa amorfa di individui omologati ad un’idea di popolo, declinabile al singolare e funzionale agli interessi della cricca momentaneamente al potere. Una tale analisi dell’ordine politico iscrive il sacerdote siciliano nel novero dei pensatori liberaldemocratici, critici dell’uso disinvolto della termine popolo, segnando così il confine invalicabile tra le nozioni di “popolarismo” e quella di “populismo”.

Sturzo è un interprete di quel cattolicesimo liberale severo nei confronti di coloro che, in nome della “sovranità popolare”, brandiscono la nozione di popolo, personificata e omogeneizzata, come una clava nei confronti degli oppositori. In questo modo, il regime si servirà dello «Stato come strumento di dominio« e sopprimerà ogni forma di opposizione e agirà come «fattore di conformismo politico»: «L’individuo è ridotto ad una semplice funzione gregaria ( vulgum pecus); che deve mostrare di essere convinto del sistema, di essere solidale col regime, di essere entusiasta degli uomini o dell’uomo che ne è a capo». Corollario di tale impietosa denuncia del populismo paternalistico e della deriva totalitaria è il divorzio tra libertà e responsabilità.

Nei regimi totalitari o paternalistico-populistici, dove la libertà è ridotta o del tutto assente, il potere politico sfugge dalle sue responsabilità, non avendo più alcun limite: né interiore (morale) né esteriore (giuridico): «La soppressione dei diritti individuali e delle libertà politiche crea una sproporzione fra la personalità umana e il potere assoluto». Il realista Sturzo non si rifugia in ipotetici mondi paralleli, il problema di fronte al quale Sturzo pone i cattolici dei suoi tempi, ma, che ridotto all’essenziale, non è poi così distante dal problema politico dei cattolici di ogni tempo, riguarda la domanda se, in tutta coscienza, i cattolici dovrebbero accettare o magari promuovere un regime politico che nega le libertà politiche, economiche e civili, in cambio di privilegi o per semplice quieto vivere. In breve, se rinunciare a nutrire il terreno dal quale attingere le risorse necessarie per difendere e promuovere i valori di libertà, di uguaglianza e di giustizia, che fondano il regime democratico, ovvero organizzare la resistenza etica ed istituzionale ad un sistema che mina il governo della legge.

Una rinuncia che, inevitabilmente, comprometterebbe la disponibilità dell’antidoto contro la violenza politica, contro la sopraffazione economica e che sappia opporsi alla prepotenza culturale di chi, avendo conquistato lo “Stato”, sarà nelle condizioni di determinare la vita, gli ideali e gli interessi delle singole persone. Gli anniversari possono essere ricorrenze inutili ovvero occasioni per rilanciare un progetto, l’auspicio è che il centenario della fondazione del Partito Popolare e il ricordo dei sessant’anni dalla scomparsa del sacerdote siciliano possano rappresentare la spinta decisiva perché quel progetto, aggiornato alle sfide dei tempi, possa tornare ad essere una speranza per chi non ha mai smesso di credere nella libertà e nella responsabilità di ciascuno come motori della democrazia.

La politica del Papeete

In questi caldi giorni di agosto si sono viste su giornali e social le foto di Salvini sulla spiaggia che ballava tra cubiste e bagnanti in una condizione che ha suscitato diversi commenti (e anche alcune facili battute) soprattutto per il confronto fotografico che alcune testate hanno proposto con grandi personaggi di stagioni politiche diverse. Aldilà delle considerazioni che ognuno può fare sullo stile esibito dal ministro in questione e senza scadere nel perbenismo di maniera, la cosa che colpisce è che molto spesso le differenze che vengono sottolineate attengono quasi esclusivamente all’abbigliamento; può capitare quindi di vedere accostate a Salvini (e relative cubiste) le foto di Aldo Moro, Alcide De Gasperi ed altri uomini politici in vacanza con commenti solo sulle differenze del vestiario.

Non si tratta di nostalgia per la giacca in spiaggia di Moro o per le letture vacanzieredi De Gasperi in greco e latino, ma di rispetto del ruolo istituzionale e di rappresentanza dei cittadini; un rispetto che il 2 agosto avrebbe dovuto consigliare al vice premier leghista di andare a Bologna per la ricorrenza della strage alla stazione, anziché al Papeete di Milano Marittima.

Si rischia, in altre parole, di derubricare a mera notizia di moda e costume quello che invece è un vero e proprio degrado culturale che sta interessando il paese e la politica che ne è espressione prevalente in questo momento e che purtroppo dispiega i suoi effetti nefasti ben oltre i confini della spiaggia romagnola.

Politica, ora si deve ripartire

Huffingtonpost.it

Il lento ma inarrestabile tramonto di Forza Italia, la trasformazione del Pd da partito a vocazione maggioritaria ad una riedizione tardiva del Pds, l’affermazione – finalmente – di una destra politica, sociale e culturale incarnata dalla Lega di Salvini e, in minor misura, dalla Meloni, e infine il crollo progressivo del partito antisistema, populista e demagogico dei 5 stelle. Il resto è, ad oggi, sostanzialmente ininfluente ed irrilevante.

Ora, se questa è la geografia politica concreta che si presenta di fronte ai nostri occhi, e’ del tutto evidente che manca un’altra offerta politica. E cioè, un partito/movimento politico che sappia recuperare un consenso e un’attenzione di cittadini – e sono milioni – che non si riconoscono nell’attuale mosaico politico italiano e che o si rifugiano nell’astensionismo oppure votano stancamente i partiti esistenti. È appena il caso di ricordare che manca, ancora, e forse per poco, una “posizione” politica su cui ci sono forti aspettative e grandi attese. Certo, se ne parla ormai da molto tempo e le grandi firme dei più grandi organi di informazione sostengono platealmente la necessità di dar vita ad una forza politica che sappia rispondere ad alcune caratteristiche. Anche perché è perfettamente inutile continuare a lamentarsi della forza crescente della Lega di Salvini e poi nascondersi nel proprio guscio. È necessario, adesso, un soprassalto d’orgoglio e semplicemente “scendere in campo”. E, soprattutto, indicare con esattezza, anche se succintamente, le condizioni necessarie per tratteggiare il profilo politico, culturale e programmatico di questo nuovo soggetto politico. Ormai sempre più necessario ed indispensabile.

E quindi, un partito che recuperi sino in fondo la cosiddetta “cultura della mediazione” contro ogni forma di contrapposizione frontale tra i vari partiti e schieramenti. Un partito che abbia il senso dello Stato e un rigoroso rispetto delle istituzioni democratiche, contro ogni forma di sopraffazione e di deriva autoritaria a cui, purtroppo, assistiamo ormai quotidianamente. Un partito che abbia un impianto dichiaratamente riformista e democratico e non si limiti ad inseguire l’impronta demagogica, populista, antisistema e propagandistica dei partiti che oggi, e forse, per poco, continuano ad avere un consenso di massa e traversale. Un partito con una classe dirigente ne’ improvvisata ne’ superficiale che oggi, purtroppo, sono caratteristiche di cui ci si vanta con orgoglio. Un partito che sappia sconfiggere la radicalizzazione della lotta politica, versione aggiornata e moderna della cultura degli “opposti estremismi” conosciuta, ahimè, negli anni sessanta e settanta nel nostro paese. E il ritorno di una nuova destra da un lato e della sinistra dall’altro – anche se al momento il Pd resta un partito bicefalo con all’interno bande e correnti organizzate che coltivano disegni politici diversi se non alternativi – riportano indietro le lancette della storia in mancanza di un partito che sappia nuovamente ricomporre gli interessi contrapposti senza scivolare nella sola propaganda con accenti estremistici e sempre più radicali. Un partito che sappia soprattutto esprimere una vera cultura di governo. E cioè, un partito che non si limiti ad improvvisare e ad inseguire gli istinti di una società sempre più in preda alla voglia di vendetta e carica di rancore e di invidia. E, infine, un partito che sia anche e soprattutto espressione di una cultura politica e non solo il megafono di un “capo” che, come ben sappiamo, può avere un momento di gloria e di esaltazione per poi ritornare nell’anonimato o nella riserva. Gli esempi, al riguardo, recenti e meno recenti, non mancano affatto.

Insomma, e’ arrivato il momento di prendere atto che il sistema politico italiano scaturito dal voto del 4 marzo del 2018 e dalle stesse elezioni europee del maggio scorso e’ già entrato in discussione. Non si tratta, com’è ovvio, di dar vita ad un “partito di centro” che nessuno vuole e nessuno auspica, ma di prendere atto che serve un nuovo e diverso equilibrio politico. E, sotto questo profilo, la cultura politica che storicamente ha prodotto una forza politica “di centro che guarda a sinistra” forse è da rimettere in pista. Al più presto, pur senza alcuna nostalgia del passato recente e meno recente. Del resto, verrebbe da dire, “se non ora quando”?.
Giorgio Merlo

L’affaire Moro

di Maria Ricciarelli (doppiozero.com)

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent’anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l’eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l’aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.

 

Non è facile rileggere oggi L’affaire Moro di Sciascia, il più cupo, il più terribile (e forse il più bello) dei suoi libri, quello che ad ogni rilettura ci fa toccare un nervo scoperto della nostra storia, in cui ritroviamo intatto il peso dell’aria che abbiamo respirato nella nostra infanzia. Lo abbiamo letto e riletto per cercare di capire quello che a suo tempo, in quegli indimenticabili giorni racchiusi tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, non eravamo riusciti a decifrare con lucidità, tuttavia pur di fronte all’acuta e intransigente intelligenza del racconto di Sciascia ci pare che rimanga intatto il grumo irrisolto che avevamo percepito ascoltando il telegiornale e i discorsi degli adulti. Il libretto in cui lo scrittore propone il resoconto e il suo giudizio di quel che è accaduto nella fatidica primavera del ’78 non sembra oggi importante soltanto per l’analisi politica del caso Moro in sé (ci sembra oltretutto di concordare con le posizioni meno radicali e appassionate di altri scrittori), ma per il metodo e le questioni che solleva e che riguardano altri nodi cruciali quali, in primo luogo, il ruolo degli intellettuali e la funzione della letteratura di fronte alle urgenze della realtà.

 

Non si può comprendere fino in fondo il rovello nascosto fra le pagine dell’Affaire che inquieta Sciascia sul valore e la funzione della scrittura letteraria di fronte alla politica, e in particolare di fronte allo scenario devastato di quegli anni Settanta, senza retrocedere indietro di almeno un anno, e senza dare uno sguardo alla polemica sul Coraggio e viltà degli intellettuali (questo il titolo del libro, curato da Domenico Porzio per Mondadori nel novembre del 1977, che raccoglie gli articoli apparsi sui quotidiani dai primi di maggio dello stesso anno). Nella primavera del ’77 la querelle su intellettuali e terrorismo aveva animato le pagine dei giornali a seguito delle dichiarazioni rilasciate da Montale nel corso di un’intervista (apparsa sul “Corriere della Sera” il 5 maggio) a proposito della diserzione dei giudici popolari nei processi contro le Brigate Rosse, motivata da una paura che il poeta afferma di condividere (alla domanda «Se fosse stato estratto il suo nome, avrebbe accettato di fare il giudice popolare?», Montale risponde: «Credo di no. Sono un uomo come gli altri e avrei avuto paura come gli altri»). Contro Montale intervengono molti intellettuali e scrittori (Arbasino, Bobbio, Calvino, Ginzburg, Sanguineti, Testori, soltanto per citare alcuni nomi), Sciascia è uno dei pochi a sostenere invece il diritto alla diserzione. Il 12 maggio sulle pagine del “Corriere” spiega le ragioni della sua posizione, che sono di due ordini: «di principio» («non mi sento di giudicare, per qualsiasi delitto abbiano commesso, i miei simili – pur riconoscendo la necessità che siano giudicati»), e per così dire contingenti, legate cioè al giudizio politico espresso sul momento presente: «Vengo alle motivazioni […] per cui non vorrei entrare in una giuria – e specialmente una giuria chiamata a giudicare quelli che si usano dire delitti contro le istituzioni, contro lo Stato.

 

Così come non capisco che cosa polizia e magistratura difendano – e l’ho già scritto altrove – ancor meno capirei che io, proprio io, fossi chiamato a fare da cariatide a questo crollo o disfacimento di cui in nessun modo mi sento responsabile. Salvare la democrazia, difendere la libertà, non cedere, non arrendersi – e così via, coi titoli che vediamo ad ogni avvenimento tragico accendersi sui giornali – sono soltanto parole. C’è una classe di potere che non muta e che non muterà se non suicidandosi».

Questa posizione attira su di lui attacchi e rimproveri a cui risponde, di volta in volta, precisando il suo giudizio, rivendicando in ogni momento il diritto alla critica e all’esercizio della libertà di pensiero, e assumendo quella postura corsara che pochi anni prima era stata di Pasolini, solo contro tutti nella querelle sull’aborto o sulla “nuova gioventù”. Già questo primo elemento che emerge con chiarezza nella primavera del ’77 basterebbe a spiegare il senso dell’incipit dell’Affaire, in cui – in quella che giustamente è stata definita «una delle più belle pagine della letteratura italiana degli ultimi trent’anni» (Belpoliti, L’Affaire Moro: anatomia di un testo, 2002) – Sciascia si rivolge a Pasolini, rimandando al controverso e famoso articolo corsaro sulla scomparsa delle lucciole, alle sue intuizioni su Moro, al “processo al Palazzo” avviato dall’autore di Petrolio e da lui ripreso anche in quelle pagine (dopo Il contesto e Todo modo). Ma nella polemica del ’77 c’è di più, ci sono cioè ragioni ben più profonde che accomunano Sciascia e Pasolini (anche ad altri scrittori e scrittrici che si schierano su posizioni opposte).

 

Se nel primo articolo Sciascia cita i titoli dei giornali divenuti slogan e li demolisce affermando che «sono soltanto parole», così in quelli successivi per ognuno dei lemmi-chiave della polemica («coraggio» e «viltà», in primo luogo) si impegna a ritracciare il significato originario, costruendo la difesa della sua posizione con la sola arma del dizionario («in questo articolo farò qualche volta uso del dizionario»), affermando che «la scienza della parola resta ormai la più attendibile» (Del disfattismo, della carne e di altre cose, «La Stampa», 9 giugno 1977), applicando con pazienza la sua intelligenza ad analizzare e decostruire le argomentazioni di chi lo accusa ora di «disfattismo» ora di «nicodemismo». Come Natalia Ginzburg, che sta però sul fronte opposto al suo pur rivendicando anche lei quale ruolo primario degli intellettuali il compito di «non travisare e non tradire la verità delle parole» (Intellettuali, tutti a casa per parlare di coraggio, “Corriere delle Sera, 24 giugno 1977), anche Sciascia ritiene che il mandato dell’“uomo di lettere” sia quello di vigilare sul senso e sul significato delle parole, smarrito nella bolla mediatica della comunicazione giornalistica. E fra quelle parole anche l’etichetta di intellettuale gli sta stretta: «Ho passato il pomeriggio del sabato nella lettura del Saggio sui rapporti tra intellettuali e potenti di D’Alambert: aureo libretto che Einaudi pubblica con assoluta tempestività. Infastidito come sempre, dalla parola “intellettuali”, mentalmente ripristinavo nel titolo e nel testo originale “gens de lettres”. Voltaire, Diderot, D’Alambert si dicevano “uomini di lettere”.

 

Perché chiamarli “intellettuali”?» (Se dissenti, io ti spingo a sinistra, “La Stampa”, 19 giugno 1977). È forse proprio il richiamo alla materialità della parola a fargli preferire il termine letterato, che a sua volta rimanda proprio attraverso il vocabolario alla letteratura, alla suprema forma di conoscenza che lo scrittore celebra fra le righe dell’Affaire, che fra le altre cose contiene la più complessa ed enigmatica espressione della teoria della letteratura formulata da Sciascia (si veda a tal proposito Belpoliti, L’Affaire Moro: anatomia di un testo, 2002).

Benché, infatti, il testo si offra nella sua forma come un pamphlet d’invettiva politica, in cui lo scrittore propone la sua personale interpretazione del j’accuse alla classe politica del suo tempo, la profonda stratificazione intertestuale su cui si fonda tutta la sua argomentazione mostra la complessità generale del testo che agisce a tutti i livelli. In altri termini la letteratura è al tempo stesso filtro per l’interpretazione dei fatti, mezzo e forma del loro racconto, oggetto della riflessione sciasciana. Proviamo a grattare alcuni strati del palinsesto che costituisce l’Affaire. Continua a leggere sul sito

I romani in fuga da Roma

di Daniele Mencarelli

L’articolo appare nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano

L’ultimo terribile fatto di cronaca accaduto nella nostra città, l’assassinio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ha fatto riesplodere la discussione attorno al fenomeno della cosiddetta movida romana.

Di fondo c’è un’amara constatazione: molti giovani turisti provenienti da ogni angolo del mondo non arrivano nella nostra amata città per il suo patrimonio storico-artistico, per ammirare la sua bellezza proverbiale. Ci arrivano perché attratti dalla vita notturna, dalla facilità con cui si possono reperire sostanze stupefacenti, dai locali che servono fino all’alba alcolici per pochi euro, in barba a ogni regolamento comunale.

Il risultato di questo disordine spacciato per libertà è il caos, il costante rischio di trasformare il divertimento in materia da codice penale.

Ovviamente, questo fenomeno non riguarda solo la nostra città, ogni capitale mondiale ha la sua offerta in fatto di vita notturna e divertimenti, e gestire la faccenda è difficile per tutti.

Quello che preoccupa rispetto a Roma, più in generale rispetto al nostro Paese, è la totale mancanza di una legislazione che tuteli chi all’interno di una città non è chiamato a giocare il ruolo del turista, ma chi ci vive, lavora, manda a scuola i figli. I poveri cittadini chiamati a un sacrificio costante, e mai veramente ripagato.

La somma di tutte queste premesse porta a un risultato sempre più evidente, e drammatico. La fuga dalle città. I romani stanno fuggendo da Roma. I rioni, i quartieri, si stanno progressivamente svuotando di residenti.

Nel centro storico di Roma, nell’arco di appena un decennio, gli abitanti sono diminuiti di quasi trentamila unità. La fuga è costante e si concentra, guarda caso, proprio nelle zone dove la movida notturna è più feroce, quindi Trastevere, Campo Marzio.

Al posto dei residenti e delle loro abitazioni spuntano, in maniera totalmente selvaggia, le case-vacanza e i B&B, luoghi ricettivi a basso costo, spesso abusivi. Dove una volta alloggiava una famiglia, magari da generazioni, ora transitano turisti, per pochi giorni. Interi palazzi nel cuore di Roma sono stati trasformati in affittacamere, luoghi senza più memoria, né reale futuro.

Si potrebbe continuare con i dati, ma la situazione è sin troppo chiara.

Altrettanto chiara è la conclusione cui arriverà questa deriva tutta economica, che sfrutta le nostre città spolpandole di ogni contenuto umano.

Roma come Venezia. Bologna come Firenze.

Città trasformate in Luna Park. La nostra identità, i nostri luoghi, ridotti a parodia di se stessi, dove tutto appare e niente è veramente.

La soluzione c’è ed è chiara tanto quanto il problema. E non riguarda certo i turisti.

È nelle mani di chi confonde la vita con un terreno di caccia, con la smania dei predoni cui mai nessun tesoro è abbastanza. Immobiliaristi e politici, imprenditori e singoli cittadini, tutti quelli che non riescono più a concepire l’esistenza come atto plurale, dove la salvaguardia della comunità è più importante della fortuna del singolo. Un alfabeto totalmente radiato dal loro cuore. Spetta a voi il cambiamento, l’inversione del destino.

Salvate Roma, salvate le nostre città, non riducetele a uno sfondo di cartone.

il Mediterraneo rischia di diventare un cimitero a cielo aperto

di Andrea Cuccello segretario (confederale della Cisl) e Liliana Ocmin (responsabile coordinatrice nazionale donne, giovani ed immigrati)

Con la conversione del decreto sicurezza bis è sempre più difficile e rischioso il salvataggio dei naufraghi; il pericolo concreto è che il Mediterraneo rischia di diventare un cimitero a cielo aperto dove per scoraggiare i trafficanti di esseri umani si criminalizza l’opera di salvataggio dei naufraghi, rendendola più complicata e mettendo a rischio la vita di uomini, donne e bambini che cercano di lasciarsi alle spalle violenza, guerra e fame.

I trafficanti degli esseri umani sono dei criminali senza scrupolo e la disperazione di chi decide comunque di partire dalle coste libiche possono determinare un crollo della sicurezza in mare. Per la Cisl è prioritario combattere i trafficanti di esseri umani, ma provvedimenti estemporanei ed unilaterali sono destinati nel lungo periodo a fallire se non sono supportati da una politica organica condivisa all’interno dell’UE di gestione del fenomeno migratorio anche in risposta all’esplosiva questione libica.

Vorremmo sbagliarci, ma abbiamo il timore fondato che senza un combinato di azioni e provvedimenti condivisi a livello europeo non ci sarà più sicurezza nel Mar Mediterraneo. Non sarà questo provvedimento a scoraggiare criminali e migliaia di disperati che hanno vissuto il drammatico viaggio sino alle coste libiche o che sono bloccati nei Centri libici dove la violazione dei diritti umani è l’unica certezza.

Innanzitutto crediamo sia necessario a livello di tutte le nazioni dell’UE introdurre un sistema di ingressi legali per motivi di lavoro con sistemi di quote che presuppongano accordi bilaterali con i Paesi di origine, garantire il diritto di asilo a livello della comunità internazionale nei luoghi di raccolta nelle coste africane con l’azione di supporto delle preposte agenzie dell’Onu, attraverso corridoi umanitari con una equa e concordata ripartizione dei rifugiati tra tutti i Paesi dell’UE. Ciò significa riformare il Trattato di Dublino modificando la regola secondo cui il Paese di primo sbarco è l’unico responsabile della richiesta d’asilo.

Sono solo alcuni provvedimenti necessari che devono coinvolgere le Istituzioni europee in un sistema di responsabilità condivise. Il nostro Paese al suo interno può e deve fare qualcosa di più per dotarsi di una efficace politica organica di gestione virtuosa del fenomeno migratorio. Anche l’Italia al suo interno può e deve riformare una legislazione che crea irregolarità. Per questo ci vuole l’impegno e l’elaborazione di tutto il Parlamento perché si tratta di argomento di interesse nazionale che non può essere liquidato con tweet ed estemporanei ed unilaterali provvedimenti.

Un esempio concreto lo è stato il precedente decreto i cui effetti li stiamo monitorando in termini di minore integrazione e aumento di fenomeni di irregolarità e marginalità sociali.

Sin da subito, a legislazione vigente, si può ad esempio ridare vigore al Documento di programmazione dei flussi fermo al 2006 con il coinvolgimento, come previsto, insieme alle Istituzioni della società civile, del Sindacato e del mondo imprenditoriale.

E’ comunque nostro auspicio che l’Italia, insieme all’UE e dentro l’UE, si doti di una legislazione che realmente sappia promuovere una politica di gestione del fenomeno migratorio secondo i principi di solidarietà, umanità, integrazione e coesione sociale come unici elementi che danno opportunità di prosperità, sviluppo e sicurezza sociale.

Salvini ringrazi i grillini attaccati alla poltrona

Il Senato ha approvato, con voto di fiducia, il Decreto (In)sicurezza bis, nonostante gli appelli di tantissime realtà del mondo cattolico e laico e contro le forti perplessità di molti operatori del settore.

Il Ministro Salvini – con la cinica e blasfema impudicizia che lo connota – ha ringraziato “la Beata Vergine Maria”.

Avrebbe fatto meglio a ringraziare l’attaccamento alla poltrona dei senatori grillini.

Quelli che avevano messo Gino Strada tra i possibili candidati al Quirinale ed oggi votano una Legge di questo genere.

Riprendendo una espressione di Rino Formica, il senatore grillino Airola ha motivato il suo voto favorevole ricordando che la politica “è sangue e merda”. Più la seconda che il primo, vorrei dire, almeno per chi sta in Senato e non nei campi di concentramento libici o sui barconi nel Mediterraneo.

Mi è tornato in mente in questi frangenti un eccezionale testo, scritto nel cinquecento da Etienne de La Boétie, dal titolo emblematico: “Discorso sulla servitù volontaria”.

Egli parlava del popolo nel suo rapporto coi tiranni. Temo non sia però improprio citarlo a riguardo dei  senatori grillini nel loro rapporto con il Governo “Salvini-Salvini” (posto che il Governo “Salvini-Di Maio”, se mai esistito, è palesemente passato a miglior vita…).

Speriamo almeno che – nonostante i sondaggi e l’aria che tira – non sia ancor oggi pertinente citare La Boétie anche a riguardo del popolo.

A Strasburgo si riapre il tema della cooperazione

Dopo le elezioni e il nuovo volto che gli elettori hanno dato al Parlamento europeo, molti temi geopolitici aspettano un equilibrato esame sia per quanto riguarda la situazione interna all’Unione, sia per i rapporti con il continente africano. In questo articolo il senatore Lucio D’Ubaldo ci aiuta a leggere i nuovi e vecchi orizzonti su cui si affaccia il neoeletto Parlamento.

(Popoli e Missione – n. 7 – 2019)

È tempo di sintesi dopo il profluvio di valutazioni a caldo, chiuse le urne, attorno ai vinti e ai vincitori di maggio. Dalle elezioni l’Europa esce rafforzata nel suo faticoso percorso verso una crescente ed equilibrataintegrazione. Intelligenza vuole che il modello di convivenza e collaborazione acquisisca caratteri più armonici, soprattutto grazie a un rinnovato primato della politica, per staccare dall‘economicismo e dal burocratismo l‘esperimento ultradecennale dell‘Unione. In questa competizione è emerso con chiarezza un dato macroscopico: il progetto audace, nient‘affatto scontato, di cui furono interpreti i Padri fondatoriall’indomani della seconda guerra mondiale, malgrado tutto resiste e va avanti. L’implosione dell’Europa è stata scongiurata.

I sondaggi, in realtà, fotografavano da mesi l’arresto dell’ondata anti-europeista. A conti fatti, pur dovendo registrare il declino dei gruppi storici dell’europarlamento, prende forma un assetto più articolato ma pur sempre saldo, quindi coerente e affidabile, come ieri o più di ieri, con l’ambizioso disegno di un potere sovranazionale a misura del ruolo di un’Europa ancora protagonista nel concerto della grande politica internazionale. Se Popolari e socialisti ora sono più deboli, Verdi e liberali escono invece irrobustiti dalle urne. C’è un nuovo equilibrio da inventare, immaginando che abbia comunque l’energia capace d’imprimere la necessaria spinta alla futura attività dell’Assemblea di Strasburgo.

La fiducia deriva da semplici constatazioni. A parte il dato dell’Italia e della Gran Bretagna – alle prese, quest’ultima, con l’infinita e tormenta vicenda della Brexit – la partecipazione elettorale ha toccato mediamente percentuali superiori al passato: un buon segnale, questo, a favore dello sviluppo di una democrazia radicata nella dimensione continentale. Vuol dire che la legittimazione dell’Europa a livello di pubblica opinione e corpo elettorale, avanza e progredisce nonostante tutto. La propaganda avversa, condensata nelle parole d’ordine di un nuovo nazionalismo, non ha raggiunto i suoi obiettivi.

L’Europa deve tornare a incidere sulle vicende del mondo. La pace e il progresso come beni universali dipendono in gran parte dal recupero di un’ideale storico-concreto, ovvero di una civiltà pluriforme e complessa, che si è sedimentata per secoli e secoli, entrando in crisi con la fine dello “ius publicum europaeum”. La guerra fredda ha reso subalterna l’Europa. Tuttavia, senza il contributo che essa può offrire, specialmente nell’attuale confronto multipolare, con l’emersione prepotente della Cina e l’instabilità della funzione imperiale degli Stati Uniti, il nostro pianeta è destinato a misurarsi con il proliferare di logiche di scontro, ancor più pericolose per mancanza di quel bilanciamento che il confronto USA-URSS a suo modo garantiva.

La geopolitica, intanto, porta a ricostruire il ponte tra Europa e Africa. Sulle ceneri del colonialismo, dopo il lungo processo di conquista dell’indipendenza nazionale, i popoli e gli Stati africani possono riporre fiducia nei rapporti con il Vecchio Continente. L’Unione europea, d’altronde, guadagna credito proprio nella prospettiva di questa feconda ipotesi di collaborazione. Non bisogna dimenticare che la presenza della Cina, oggi vista come una minaccia, è anch’essa un prodotto della guerra fredda. Molti regimi africani ebbero gioco facile a motivare l’apertura nei riguardi di Pechino con l’esigenza di una “terza via” tra America e Unione sovietica. Anche l’ideologia dette man forte a questa strategia dei “non allineati”: il capitalismo si poteva combattere meglio con libretto rosso di Mao. L’intreccio di marxismo e confucianesimo conferiva alla formula del comunismo cinese un fascino particolare. Il maoismo ebbe fortuna nelle università europee e trovò accoglienza nei nuovi Stati indipendenti del Continente nero.

Altra si dimostra la condizione odierna. Quello che doveva essere un aiuto, nella realtà si è trasformato in un vincolo pesante. Gli investimenti cinesi hanno avuto ricadute impreviste, più che sgradevoli, sui bilanci degli Stati beneficiari. Il costo delle infrastrutture – porti, ferrovie, reti stradali – ha spinto in alto il debito di molti Paesi. Lo sviluppo locale è strangolato nella morsa di enormi problemi finanziari. Anche la qualità delle opere pubbliche lascia molto a desiderare. Si è assistito a un rapido deterioramento di strutture evidentemente costruite con materiali di scarsa qualitá. Il mito della Cina appartiene ormai al passato. Da ciò deriva l’urgenza di rinsaldare la politica di cooperazione tra i due continenti affacciati sul Mar Mediterraneo.

Un tempo l’Africa era vuota, il suo deficit demografico cozzava con l’aumento massiccio tra ‘800 e ‘900 della popolazione europea. Le previsioni dicono viceversa che nel giro di qualche decennio le parti si saranno abbondantemente rovesciate: per ogni cittadino europeo, ne avremo cinque africani. Con due miliardi e mezzo di abitanti, prevedibilmente nel 2050, l’Africa si accinge ad essere il continente più popoloso della Terra. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, con scenari evocativi di possibili turbolenze. Senza una correzione della curva demografica, a rischio è la tenuta sociale ed economica dell’Europa; senza un adeguato modello di sviluppo economico, in Africa è invece a rischio la stessa condizione di vita, già precaria e difficile oggi, di sempre più ampie masse di popolazione. In questa cornice si colloca, per quanto ci riguarda, l’indebita e sconsiderata manipolazione in chiave xenofoba dei temi dell’accoglienza e dell’aiuto, nel presupposto che la salvezza consista nel chiudere le frontiere, erigere muri, respingere i migranti.  Irrazionalità e disumanità avanzano di pari passo nella illusione che il benessere si conservi tale e quale, dove attualmente alligna, supponendo di trovare rifugio nell’improbabile paradiso  dell’autarchia (di tutti contro tutti).

Non dobbiamo cadere nel pessimismo. In effetti, dalla nostra abbiamo un deposito di sensibilità politica e culturale, che nutre fin dalle origini il progetto europeista. Quando nasce infatti la Comunità, nel secondo dopoguerra, ben 50 Paesi africani su 53 erano sotto un regime di tipo coloniale. Si volle imboccare, per consapevolezza e responsabiltà, un’altra strada.  Per questo la quarta parte del Trattato di Roma (1957) individuò la formula dell’associazione “dei paesi e territori d’oltremare” alla Comunità economica europea “in modo da condurli”, così recita l’articolo 131, “allo sviluppo economico, sociale e culturale che essi attendono”. È stato solo il primo mattone di una costruzione che ha visto sviluppi sempre più articolati e impegnativi, specialmente dopo l’istituzione nel 2000 dell’Unione africana.

Altre tappe andrebbero ricordate, ma sarebbe troppo lungo soffermarsi su di esse. L’attenzione piuttosto va riposta sulla dichiarazione di volontà in ordine al rafforzamento del partenariato tra Europa e Africa. Gli scambi commerciali sono molto intensi. Il 36 per cento delle merci prodotte in Africa finiscono sui mercati del Vecchio Continente. Lo sviluppo dei popoli africani costituisce un grande obiettivo strategico dei Vertici europei. Sono stati adottati, fino al 2020, piani d’investimenti comunitari pari a 32.5 miliardi. Nei documenti della Commissione di Bruxelles campeggia la definizione di “regione prioritaria” proprio a riguardo dello spazio geopolitico africano. A dicembre scorso, infine, si è tenuto a Vienna un vertice bilaterale che ha fornito ulteriori indicazioni sulle prospettive di sviluppo.

L’Europa, con il suo retaggio culturale e il suo potenziale economico, possiede gli strumenti per agganciare l’Africa al progresso del mondo. È nel suo interesse farlo.

*L’articolo, qui riproposto, appare sul numero di luglio-agosto della rivista “Popoli e Missione” diretta da don Giulio Albanese.