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Elezioni Europee 2019: i flussi di voto

Fonte Istituto Carlo Cattaneo

Come cinque anni fa, le elezioni europee si sono tenute a un anno di distanza dalle precedenti consultazioni politiche. Un’occasione importante per misurare il consenso dei partiti. Le elezioni di “second’ordine” sono sempre un momento di verifica del gradimento che le forze di governo hanno presso l’elettorato. In particolare, nel caso italiano la situazione era caratterizzata dalla peculiare “litigiosità” che i due partiti di governo – Lega e Movimento 5 stelle (M5s) – avevano manifestano nel corso delle settimane di campagna elettorale.

Come hanno reagito gli elettori a questa inedita campagna elettorale?
I risultati elettorali hanno premiato indiscutibilmente la Lega e punito il M5s. Ma quali sono stati gli spostamenti di voto che hanno prodotto questi risultati? Nelle elezioni europee l’astensione è sempre molto più alta che alle politiche e, per questo motivo, gli osservatori possono cadere in errori interpretativi quando cercano di decifrare gli spostamenti di voto che hanno determinato un certo risultato elettorale.

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Il desiderio di sicurezza ha battuto il desiderio di onestà

Fonte Servire l’Italia

Le elezioni europee in Italia hanno dimostrato che per gran parte dei nostri votanti è molto più importante la promessa di sicurezza offerta da Salvini (rafforzata da un provvedimento BIS non ancora approvato dal Parlamento) piuttosto che la promessa di onestà in politica ed economia offerta da Di Maio, una promessa che lascia molti scettici sull’effettiva capacità dei grillini di garantirla. Comunque Di Maio è ormai maturo, per il suo fallimento, di essere messo in panchina.

Non ha infatti funzionato il suo ultimo appello prima del voto: “Questa nuova Tangentopoli deve essere punita non solo dalla Magistratura, ma anche dal voto degli italiani”. Né ha funzionato l’accusa di fascista e di razzista rivolta a Salvini. Né l’accusa di usare in maniera strumentale il Vangelo e il Rosario, simboli autentici di amore e di “apertura” verso tutti gli esseri umani. Ma soprattutto simboli di unione per chi prega a favore della concordia tra i popoli ed evitare così nuove cause di conflitti.

Anche il probabile successo di Salvini in Piemonte non sarà accolto bene da Di Maio, che non dovrebbe continuare a opporsi al TAV. Eppure sarà costretto a farlo per evitare una “rivolta” all’interno del M5S e la caduta del governo. D’altronde Salvini non può minacciare tale caduta per andare poi alle elezioni anticipate, ben sapendo che Mattarella non è affatto favorevole alla fine anticipata della legislatura. Pur di evitarla, questi punterebbe certamente a un governo M5S/PD.

Vittoria di Pirro per Salvini? È probabile, ma l’Italia continuerebbe a soffrire, con le imprese e i giovani sempre più “esportati” all’estero, dove la voglia di fare è in continuo aumento. È purtroppo facile prevedere che anche un prossimo governo M5S/PD vedrebbe la stessa conflittualità paralizzante sofferta dall’attuale governo.

Giuseppe Guzzetti, nel lasciare dopo 22 anni la presidenza della Fondazione Cariplo, ha affermato: “Servono cuore, competenza e determinazione. Abbiamo cercato di fare molte cose. Tenendo sempre presente la lezione di don Sturzo: le diversità sono sempre una forza, non una debolezza. Il controllo democratico non è solo quello della Corte dei Conti, ma quello delle persone che vedono come vengono spesi i soldi della comunità in piena autonomia. Se il Paese vuole ripartire, può farlo solo ripartendo dalle comunità locali abbassando il clima di odio”.

C’è un gran bisogno di dare la “luce verde” alla voglia d’impresa che da decenni gli imprenditori italiani sono capaci di esprimere senza essere frenati e ostacolati da una politica economica e da una burocrazia che non sono mai state all’altezza del loro genio creativo e delle straordinarie ricchezze naturali di cui il Bel Paese è dotato.

La prima mostra in Cina dei Musei Vaticani

Per la prima volta i Musei Vaticani organizzano una mostra in Cina insieme alla più importante istituzione culturale del Paese. L’iniziativa, definita dagli organizzatori “un gesto concreto dall’alto valore simbolico”, verrà presentata oggi dai Musei Vaticani e dal Palace Museum di Pechino.

L’esposizione, curata da padre Nicola Mapelli, responsabile del Dipartimento Anima Mundi dei Musei Vaticani e da Wang Yuegong, responsabile del Department of Palace Life and Imperial Ritual, è stata allestita all’interno degli spazi del Palace Museum nella Città Proibita, a Pechino, e rimarrà aperta al pubblico da oggi al 14 luglio.

La mostra – si legge nella presentazione dell’iniziativa – intende presentare il messaggio culturale della collezione di arte cinese del Dipartimento Anima Mundi dei Musei Vaticani, riportandone una considerevole porzione – ben settantasei opere tra arte popolare, arte buddista e arte cattolica – all’interno della Città Proibita, magnifico complesso architettonico nel cuore del grande Paese asiatico.

Di particolare rilievo un considerevole gruppo di opere realizzate da artisti cinesi che testimoniano l’incontro tra il cristianesimo e le tradizioni artistiche della Cina. Accanto a queste, due straordinari capolavori originali, dipinti ad olio, della Pinacoteca Vaticana: Il Riposo durante la Fuga in Egitto (1570-1573) di Barocci e Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre (fine XVIII sec.) di Peter Wenzel.

Ad impreziosire ulteriormente la mostra, infine, alcune opere selezionate dal Palace Museum che, con un gesto di grande amicizia e generosità, ha voluto aggiungere alcune celebri opere dell’artista cattolico Wu Li (1632-1718) e di Giuseppe Castiglione, un gesuita di Milano conosciuto in Cina come Lang Shining (1688-1766).

Un giudice federale della California blocca il muro di Trump

Un giudice federale della California ha emesso una sentenza che blocca una parte del piano dell’amministrazione Trump per convogliare i fondi federali verso la costruzione di un muro sul confine tra Stati Uniti e Messico.

Il presidente Trump ha dichiarato un’emergenza nazionale a febbraio per iniziare il processo di trasferimento dei fondi dal dipartimento della Difesa e da altre agenzie. La decisione del giudice Haywood Gilliam blocca in modo specifico il “reprogamming” di 1 miliardo di dollari dai fondi per il personale dell’Esercito destinato per progetti sulla realizzazione del muro a Yuma, in Arizona e a El Paso, in Texas.

La causa è stata presentata dalla Southern Border Communities Coalition, un gruppo di attivisti nella regione di confine che lavorano con l’American Civil Liberties Union, sostenendo che i progetti erano illegali a causa della modalità di approvvigionamento del finanziamento.

Vuoi cambiare il nome della tua città? Puoi solo con il referendum

Per la differenziazione del nome al Comune serve sempre il referendum, anche qualora la modifica dovesse essere minimale con l’aggiunta o la deprivazione di una parte del sostantivo d’origine. La consultazione preventiva dei cittadini è imprescindibile. Ad affermarlo è la Corte costituzionale con sentenza n. 123/2019, depositata il 23 maggio 2019, che boccia una legge regionale della Sicilia (n.1/2018) poichè in contrasto con l’ art.133 della Costituzione e con lo stesso statuto regionale.

Nel caso di specie, la norma impugnata dalla presidenza del consiglio consentiva ai Comuni sui cui territori insistono insediamenti o bacini termali, la possibilità di aggiungere la parola “terme” alla denominazione d’origine, con la deliberazione preliminare del Consiglio comunale adottata a maggioranza di due terzi degli stessi consiglieri. A tale riguardo, entro due mesi dalla pubblicazione della delibera nell’albo pretorio, i cittadini avrebbero potuto esprimere il proprio dissenso presentando una petizione sottoscritta da almeno un quinto degli elettori. La mancata presentazione della petizione avrebbe reso definitivo il cambio di nome risparmiando così tempo e denaro in luogo dell’obbligatorietà del ricorso alla formula referendaria.

Secondo la Corte costituzionale, tuttavia, attribuire alla mancata presentazione della petizione l’effetto implicito di adesione alla modifica del nome è inammissibile in quanto “ad una semplice inerzia non può essere riconosciuto alcun valore giuridico, meno che mai quello di adesione alla modifica, all’esito di una assai singolare tacita consultazione”. La Corte mette poi in rilievo la singolarità dell’attribuzione di un effetto di “veto” alla presentazione di una petizione, sottoscritta da almeno un quinto di elettori dissenzienti rispetto alla deliberazione adottata dal Consiglio comunale. Una scelta questa che assegnerebbe “un incongruo potere di blocco a una minoranza, pur a fronte dell’asserito significato adesivo alla proposta di modifica, assegnato al comportamento di coloro (la maggioranza) che tale petizione non abbiano sottoscritto”.

Antibiotici: Nei fiumi del mondo i livelli superano 300 volte il limite

Cresce l’emergenza inquinamento da antibiotici nei fiumi di tutto il mondo che in qualche caso superano i livelli di sicurezza di oltre 300 volte.

Lo afferma uno studio dell’università di New York che sarà presentato al meeting della Society of Environmental Toxicology and Chemistry ad Helsinki.

Sono stati testati i fiumi di 72 paesi in sei continenti e gli antibiotici sono stati trovati nel 65% dei siti monitorati, compresi fiumi ‘storici’ come il Mekong o il Tamigi.

Dopo queste elezioni

Queste elezioni dimostrano che gli orientamenti politici degli europei non sono omogenei. In alcuni Paesi, ad esempio Francia e Germania, i Verdi riportano un successo considerevole. Diversamente, nella fascia mediterranea (Spagna, Italia, Grecia) la loro presenza è finanche trascurabile. Il sovranismo, colorato e mescolato a seconda dei gusti nazionali, conosce punte straordinarie di consenso, ma nel complesso fallisce l’obiettivo di rovesciare gli equilibri nel Parlamento di Strasburgo. Fenomeni relativamente nuovi – si pensi all’esperienza di Macron – non bastano per ora a generare un’idea complessiva di neo-centrismo progressista. Ovunque, salvo in Spagna, i socialisti patiscono il declino di una sinistra senza memoria e senza futuro.

In questo quadro, la grande vittoria di Salvini può essere valutata con sufficiente freddezza: pur consegnando l’Italia all’irrilevanza, non costituisce un pericolo per l’assetto politico europeo. Il paradosso del leghismo xenofobo e nazional-popolare sta in questa forbice di potenza e velleità; sta nel pasticcio del conservatorismo aggressivo “à la Bannon”, per il quale la somma di tutte le espressioni del moto sovranista dovrebbe garantire il riscatto di tutte le identità nazionali, e quindi, miracolosamente, della stessa identità del Vecchio Continente. In realtà il pasticcio non produce che irrazionalità e agitazione, con l’unico obiettivo certo di marcare la volontà di rinchiudere il sogno europeo nel cassetto della storia.

Salvini a caldo non ha esasperato i toni che appartengono di solito al vincitore, escludendo l’ipotesi di una crisi di governo. Non ha potuto fare a meno, però, di ripetere l’infantile ostentazione del rosario tra le dita, a riprova della immaturità e spregiudicatezza di un leader fortunato. A confronto stride invece l’esultanza di Nicola Zingaretti, già dimentico del fatto che stavolta, in assenza di alternative praticabili, il Pd ha rastrellato il voto degli italiani ansiosi di frenare in qualche modo l’ondata sovranista e populista. Occorre attendere poco per leggere meglio il risultato del Pd, dal momento che in Piemonte e nei tanti Comuni chiamati al voto emergerà nel pomeriggio il vero “zoccolo duro” di un partito evidentemente bisognoso, a livello locale, dell’appoggio spesso decisivo delle liste civiche. È azzardato sostenere pertanto che da oggi il Pd è fuori dalla crisi. Basti pensare che da ieri il “Muro” delle regioni rosse non esiste più, crollato sotto il peso della vetustà dei simboli e della lunga gestione del potere. Manca il cenno di un disegno a tutto tondo, come pure la misura del pensiero e dell’azione, se solo si pensa alla fantasiosa richiesta di elezioni anticipate. Se fosse, chi se ne avvantaggerebbe?

Ora per altro bisogna interrogarsi sulle prospettive del Movimento Cinque Stelle. La sua funzione di governo esce tramortita dalle urne. Al contrario di quanto ha detto Di Maio dinanzi ai dati via via più nitidi e sicuri, la sconfitta non dipende dall’elettorato delle regioni meridionali; ché questo, anzi, faticosamente ha tenuto, mentre franava clamorosamente quello delle regioni settentrionali. Il problema è che il bi-populismo rappresentato dall’attuale maggioranza parlamentare doveva prima o poi risolversi in un “redde rationem” tra i due partiti di governo. Ciò è avvenuto con questo drastico mutamento nei rapporti di forza, quasi replicando le percentuali del 4 marzo dello scorso anno, sebbene attribuite in senso inverso. Sicché l’area di governo conserva  inalterato il suo bacino di consensi, ma con uno scambio di pesi al suo interno. Certo, si stenta a comprendere come possa andare avanti l’alleanza, eppure non sono i Cinque Stelle nella condizione di rompere l’intesa con la Lega. Sotto questo profilo la formula giallo-verde è più debole, non fino al punto, però, di perdersi in una spirale che porti in tempi rapidi alla propria dissoluzione. Di fatto non sarà Di Maio a dettare il ritmo dell’iniziativa di governo.

Insomma, le elezioni hanno prodotto una chiara ristrutturazione della maggioranza, non una sua tangibile crescita numerica come ancora un mese fa appariva nei sondaggi. In questo processo si annida la vocazione dell’Italia profonda a ritrovare un equilibrio a destra. Dopo un quarto di secolo le lancette dell’orologio ritornano al loro posto. La destra tende cioè a ricomporsi, affidandosi a Salvini e alla sua promessa di sicurezza e stabilità. Nel 1994 la coalizione guidata da Berlusconi, della quale faceva parte anche il drappello dei radicali di Pannella, prendeva alle europee il 49,9% dei voti; oggi, se proviamo a sommare  i risultati delle liste, la destra unita nelle regioni e nei Comuni, ma non a livello di governo del Paese, arriva con il 49,6%  a replicare il medesimo risultato. A grattare la scorza del dato elettorale si coglie dunque l’essenza della “questione italiana” a seguito della caduta della Prima Repubblica: un misto di anarchismo e autoritarismo, destinato a fungere da collante di una politica eccentrica e irresponsabile, da cui deriva la stagnazione economica di lungo periodo e la rabbia sociale conseguente.

Possiamo dirlo con parole semplici. Berlusconi e Salvini, in tempi e con stili diversi, incarnano il dilemma di un Paese sostanzialmente prigioniero delle sue astuzie di sopravvivenza. Pertanto, denunciare l’aspetto più nascosto della crisi, incidere sul bubbone dell’istintualità dei moderati “en colère”, prendere di petto l’esigenza, spesso enunciata e sempre incompiuta, di un “ritorno al centro” come assunzione di responsabilità verso il Paese; ecco, dopo queste elezioni rivelatrici dell’antico che ritorna, abbozzolato e contenuto per adesso in un improvvisato connubio di governo, si fa più urgente per i democratici e i popolari una seria riflessione sul “che fare”, senza indugiare nel piccolo dogma della uniformità forzosa, e perciò scarsamente feconda, del cosiddetto mondo riformista. Se manca questo sforzo, né facile e né breve, tutto diventa più arduo per l’opposizione. Ci vuole fiducia e soprattutto, a fronte di segnali che potranno venire, proprio della fiducia bisognerà fare buon uso.

Dellai: Prime riflessioni sui risultati Elettorali

1. L’Europa.
È una Europa a macchia di leopardo quella che emerge dal voto.
In generale, comunque, se i partiti tradizionali escono indeboliti, il variopinto aggregato populista e sovranista non sfonda affatto, a differenza di quanto si temeva.
Cresce il voto anti europeo e di destra – in particolare in alcuni Paesi – ma non in maniera tale da poter condizionare il PPE verso un accordo in quella direzione.
L’unica possibile maggioranza politica che possa reggere nel Parlamento Europeo resta quella formata da popolari, socialisti e liberal-democratici di Alde.
Con la conseguenza che il Governo italiano in carica sarà così ancora più isolato e debole a Bruxelles.
2. L’Italia.
A livello nazionale, si consolida la Lega. La svolta a destra è evidente e diffusa su tutto il territorio ed è incardinata sull’asse Salvini-Meloni, che supera il 40 per cento.
Forza Italia è ridotta ormai ad un ruolo marginale (oltretutto politicamente succube di Salvini) e il M5S vede crollare i consensi ottenuti un anno fa.
Il PD porta la sua lista “aperta” oltre il 22 per cento. Più Europa non supera la soglia di sbarramento.
Morale: il vento di destra è ancora fortissimo. L’area democratica resiste con dignità e recupera voti a sinistra – riconquistandone una parte che era finita ai Grillini – ma l’alternativa non è ancora preparata. Serve lavorarci a lungo, con pazienza e con soluzioni nuove.
C’è bisogno di idee, leaders, messaggi più chiari e aggiornati. E di una Alleanza plurale e ampia, sul modello dell’Ulivo, guidata da un candidato Premier autorevole, credibile e capace di parlare alla mente e al cuore degli italiani.
3. I “popolari”.
In questa Alleanza non può mancare una forza di ispirazione popolare e liberal-democratica. Per queste culture non c’è alcun posto nella destra di Salvini e Meloni che sia compatibile con i valori e la storia politica che esse rappresentano.
Ma servono generosità e fiducia reciproca tra le molte esperienze, nazionali e locali, che si stanno muovendo (separatamente e spesso confusamente) in questo campo. All’appello delle forze democratiche ed europeiste – in questo clima di tendenziale post democrazia – non può mancare l’apporto di questa componente. Sarebbe una colpevole abiura.

A Roma la Lega non passa e la Raggi perde i suoi elettori

A Roma, questa volta, ha votato il 56,6% degli elettori, tre punti in meno della scorsa tornata elettorale.
I risultati vedono un Pd che si conferma nettamente primo partito col 30,62%, segue la Lega con il 25,78%, staccato il M5s con il 17,58%:, segue poi FI all’8,70% e poi FI al 5,57%.

Se il test europeo nella Capitale doveva essere anche una sorta di referendum sull’amministrazione Raggi il risultato è stato chiaro.

I Cinque stelle al 17,84%, sono in caduta libera rispetto alle precedenti consultazioni europee (24,95%), alle Comunali di tre anni fa (oltre 35% al primo turno, 67% al ballottaggio) e alle Politiche del 2018 (intorno al 31%, primo partito in città).

Emblematico è il caso delle periferie che, quasi, disertano il voto.

Quelle che nelle ultime tornate elettorali,  erano state serbatoio di voti per l’M5s.

Esulta, invece, il segretario del Pd Roma Andrea Casu: “I dati dalle sezioni confermano quello che chi ha lavorato in questi duri anni di opposizione e ricostruzione per Roma. Grazie a tutti i democratici che insieme hanno contribuito a realizzare questo straordinario risultato!”.

Ecco l’affluenza al voto municipio per municipio

I municipio 52,41
II municipio 56,83
III municipio 51,27
IV municipio 49,31
V municipio 47,16
VI municipio 42,45
VII municipio 50,24
VIII municipio 50,42
IX municipio 50,93
X municipio 47,13
XI municipio 45,74
XII municipio 50,36
XIII municipio 47,87
XIV municipio 46,35
XV municipio 47,11

Elezioni Europee, Lega primo partito, il Pd supera M5s.

In Europa tengono i partiti europeisti.

Mentre in Italia la Lega è il primo partito sopra il 34%. Il Pd secondo partito al 22,8% sopra M5s che si attesta al 17%. Fi  all’8,6% e Fratelli d’Italia al 6,4%. ‘

Restano esclusi, perché non hanno superato la soglia di sbarramento del 4 per cento, +Europa-Italia in Comune (al 3,1); Europa Verde al 2,3; La Sinistra all’1,7; Partito comunista 0,88; Partito animalista 0,6.

A Livello di Macro Regioni, la Lega conquista 3 circoscrizioni su 5, domina soprattutto nel Nord-Est ma anche nel Nord-Ovest e nel Centro Italia (i 5Stelle resistono solo al Sud e nelle isole).

Inoltre, sempre la Lega diventa il primo partito nelle Marche in Umbria e nel Lazio. Unico neo, le grandi città: da Roma a Milano, da Torino a Firenze, a vincere è il Pd.

Però, nonostante questi dati, l’aggressione sovranista alle istituzioni europee è fallita. E di questo se ne renderà presto conto anche Salvini che comunque al momento ha dichiarato: “A livello nazionale non cambia nulla”.

Il segretario Pd Nicola Zingaretti. invece si dice: “Molto soddisfatti per l’esito elettorale, la scelta della lista unitaria è stata vincente. Il bipolarismo è tornato a essere centrato sulla presenza del Pd”.

Mentre Andrea Orlando rilancia dichiarando: “Il Partito democratico c’è, è in campo, è la forza sulla quale costruire l’alternativa”.

Vittorio Zucconi, il lato fresco del cuscino

Nel giorno dell’addio a un grande giornalista, per tracciare un ricordo fedele di Vittorio Zucconi, è utile partire dalla lettura della sua autobiografia, Il lato fresco del cuscino, pubblicata giusto un anno fa da Feltrinelli.

Nel libro ci sono riflessioni profonde, quelle che occupano la mente con il passare degli anni, le classiche domande sul senso della vita. Ci sono soprattutto pagine di alta letteratura, con quella leggerezza tipica del suo stile. Pur avendo scritto anche sul Corriere e sulla Stampa, Zucconi è un “figlio” del quotidiano Repubblica, anche se lui (a differenza di Scalfari) è giornalismo puro, senza fronzoli, sempre comprensibile, le cinque W, come insegna il buon giornalismo anglosassone.

L’assunto del libro è quello di uno zibaldone di ricordi, buttati giù un po’ alla rinfusa, senza un filo conduttore, né logico né cronologico. Lo schema temporale è, in realtà, quello delle Memorie di Chateaubriand, dove fatti recenti e remoti si alternano secondo una logica interna all’autore, il cui effetto però è di non perdere mai l’attenzione del lettore.

La motivazione dell’autore è quella di spolverare da vecchi taccuini ricordi intimi: il rapporto con la famiglia e con il padre, Guglielmo Zucconi (giornalista anche lui). C’è il ticchettio della Olivetti Lettera 22 paterna a cadenzare le insonnie infantili. Ci sono i ricordi da bambino – le vacanze in Romagna, l’afa del mare Adriatico e i letti intrisi di sudore – o l’alba della liberazione di Kuwait City (1991) “mentre in un albergo rovente di Baghdad si cercava solo di dormire per non pensare alla madre di tutte le guerre”. Un viaggio nella memoria, una ricerca archeologica che diventa il romanzo di una vita, con quel poco di nostalgia che tutti ci possiamo concedere.

L’effetto di tutto ciò è quasi un “realismo magico”, per citare un autore amato da Zucconi, come Gabriel Garcia Marquez. Nel libro si intrecciano ricordi personali e frammenti di storia del mondo, in particolare del mondo comunista. Zucconi è stato corrispondente in Unione Sovietica, durante gli anni della guerra fredda. Ha toccato con mano quello che sarebbe potuto accadere anche da noi, se la via italiana al socialismo non ci fosse stata risparmiata dagli accordi di Yalta (e se la Dc di De Gasperi non avesse vinto le elezioni nel 1948). Eppure nel libro, dove è ben percepibile lo “scampato pericolo”, c’è un senso di rispetto e di simpatia umana per la gente vissuta per decenni al di là della Cortina di ferro.

Zucconi è stato il primo giornalista italiano di un grande quotidiano inviato a Tokyo. E’ stato corrispondente da Bruxelles, quando l’Europa era ancora in formazione; da Mosca quando sembrava un romanzo di spie di John Le Carré; da Washington, come racconta lui stesso, “per la durata di sei Presidenti, oltre un trentennio”, da Ronald Reagan a Donald Trump.

Ha visto guerre, coperto catastrofi naturali e campionati mondiali, intervistato personaggi fra i più grandi del pianeta, non con domande e risposte scritte (come si usa oggi) ma “botta e risposta” con quella faccia tosta che Zucconi ha spesso spacciato per timidezza.

Oltre alla scrittura per la carta stampata, un’altra sua passione era quella radiofonica. E’ stato per oltre vent’anni a Radio Capital, che ha diretto dal seminterrato di casa sua, a Washington. I progressi della tecnologia lo facevano sentire come se fosse a Roma. Competenza, passione, umanità e quel tanto di senso della notizia che lo faceva percepire, ai radioascoltatori, come l’amico che si esprime sempre con una battuta, puntuale e definitiva. Anche questo è grande giornalismo.

Nell’era del capitalismo digitale ci vuole un’economia civile, dice Zamagni

Fonte AGI

Marx è stato superato dalla Storia, ma anche il capitalismo ha vissuto momenti migliori. È ora di trasformare, non di riformare. A dirlo in questa intervista all’AGI Stefano Zamagni, l’economista dell’Università di Bologna che ha affiancato Benedetto XVI nel redigere il testo della Caritas in Veritate. A marzo Papa Francesco lo ha nominato presidente della Pontificia Accademia delle Scienze

Professore, che succede? Il capitalismo sembrava una macchina destinata a durare in eterno, invece per qualcuno sta esalando l’ultimo respiro.

“No, il capitalismo non sta morendo. A differenza di altri sistemi può modificare le sue caratteristiche nel tempo. Dura dal XVII secolo, ed è passato in questo tempo dal capitalismo commerciale a quello agricolo e poi a quello industriale, mentre oggi abbiamo il capitalismo finanziario”.

Che è l’ultima.

“No! Dal 2001 è iniziata la sua fase digitale. Il problema è che ad ogni passaggio di fase si pensa che sia finita la Storia, oggi come in passato. Invece siamo già in una nuova fase iniziata da quasi un ventennio. Solo che a tutt’oggi ancora abbiamo capito poco delle caratteristiche di questa nuova forma di capitalismo, e delle sue conseguenze”.

Non può essere lasciato solo?

“La transizione digitale in corso tende al monopolio e all’oligopolio. Riflettiamo su un dato: il valore dell’economia immateriale adesso supera di gran lunga quello dell’economia materiale. Solo che le nostre società non sono arrivate in tempo a regolamentare la dimensione immateriale dell’economia, e questa è una cosa che ha il suo impatto sull’economia e la democrazia. Se si prendono cinque imprese come Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft vediamo che insieme hanno una capitalizzazione di borsa maggiore del PIL del Portogallo. Di un intero Stato europeo. Ripeto: la questione non è solo economica e non può non avere conseguenze sulla democrazia”.

La Fine della Storia che in realtà è Fine delle Democrazie. Da Francis Fukuyama a Jean-Francois Revel.

“Guardi, tutto questo non è inevitabile. Il problema è che le classi politiche finora hanno dormito sonni tranquilli, ritenendo che il digitale fosse solo una questione di tecnologia. Invece è qualcosa di trasversale, che passa dalla pura tecnologia all’economia e alla politica. Qualcuno inizia a reagire: l’Ue ha varato il suo Codice Etico, la Camera dei Lord si è pronunciata. Ma siamo ancora agli inizi: gli Usa non si sono mossi, anche se certo lo faranno. L’Europa comunque al momento ha una posizione isolata, e questo è il cardine del problema”.

Ma se il modello economico liberista mostra tutte le sue rughe, non sarebbe il caso di tornare al Keynes che ci permise di uscire dalla crisi del ’29?

“In economia esistono due grandi paradigmi, più un terzo. Quest’ultimo, quello marxista, è stato abbandonato dopo la fine del sistema sovietico. Nemmeno la Cina lo vuole più. Gli altri due sono l’economia politica e l’economia civile. Il primo risale ad Adam Smith …”

… un po’ vecchiotto.

“Non vada di fretta, sennò sbaglia un’altra volta. Adam Smith è della fine del Settecento. Ma sappia che il modello dell’economia civile di mercato, che è tutto italiano, risale al 1753. In quell’anno l’Università Federico II di Napoli istituì prima al mondo – ripeto: prima al mondo – una cattedra di economia civile. Era la Napoli di Antonio Genovesi”.

E di Giovan Battista Vico. Siamo alla vigilia della Rivoluzione Francese.

“Poi ci arriviamo. Per il momento consideri solo che il modello dell’economia politica è divenuto egemone per via della prima Rivoluzione Industriale. Ora, tra l’economia politica e quella civile ci sono molti contatti, se non sovrapposizioni. Entrambi infatti sono per l’economia di mercato. Keynes rientra perfettamente nella prima, è inglese. Ma è una persona estremamente colta e intelligente, e capisce le aporie del mercato. Non conosce l’economia civile, sviluppatasi in un ambiente cattolico mentre lui è protestante, ma capisce che il mercato deve essere corretto e regolato. È uscito in questi giorni un libro, la riedizione degli scritti di Keynes a cura di Giorgio La Malfa: un libro importante e utile che ribadisce questo aspetto. Non dimentichiamoci, però, che il modello proposto da Keynes da solo oggi non è più in grado di affrontare le nuove sfide”.

Lei stesso, Professore, ha detto che comunque diversi punti di contatto ci sono.

“Anche casi in cui le due scuole si sovrappongono. Ma tenga in considerazione che fra noi e la crisi del ’29 ci sono la globalizzazione e la quarta Rivoluzione Industriale, quella dell’economia immateriale. Poi c’è un’altra differenza: l’economia politica si basa sull’assunto antropologico dell’homo oeconomicus e sulla metafora della mano invisibile del mercato che alla fine tutto riequilibra. L’economia civile parte invece dall’assunto antropologico dell’homo reciprocans e si appoggia sul principio di reciprocità oltre che su quello dello scambio”.

Chiaro, ma così siamo solo sul livello dei principi astratti.

“In concreto questo vuol dire che per l’economia classica l’importante è la massimizzazione del bene totale, del Pil. Per l’economia civile invece il fine è la realizzazione del bene comune. La prima considera l’economia un’attività che nulla ha a che vedere con l’etica e la politica, la seconda esige che tra le tre sfere ci sia un dialogo continuo.”

Per Keynes l’economia non era solo una questione di numeri.

“Appunto: l’economista non è un tecnico, e l’economia è una scienza morale. Eppure si sentono dire delle cose terribili, come sulla Tav. Tipo: l’analisi costi-benefici è una procedura di analisi neutrale. Ma come si può? Aggiungo che il paradigma dell’economia politica è insufficiente su un altro punto. Il modello di ordine sociale che privilegia si basa su due pilastri, lo Stato e il mercato. L’economia civile, invece, pensa a tre pilastri: Stato, mercato e comunità. In Keynes il mercato è governato dallo Stato, il che non basta. Ormai lo Stato non è più in grado di controllare un mercato divenuto globale”.

Ma se lo Stato è insufficiente, a chi ci si affida?

“Alla comunità, alla società civile organizzata che si regolamenta e reinventa la politica. Nel suo ambito la persona agisce e vede riconosciuta la sua capacità propositiva”.

Bene, sembra che lei abbia in mente qualcosa come il Terzo Settore

“Il punto non è quello di tutelare il Terzo Settore, ma di riconoscergli la sua specificità. La riforma del 2017 va in effetti in questa direzione, passando dal regime concessorio a quello del riconoscimento. Il Terzo Settore è il luogo della reciprocità. Il mercato è il luogo dello scambio e lo Stato il luogo del comando. La reciprocità, invece, è la traduzione nella pratica del principio di Fraternità”.

Ecco che c’entrava la Rivoluzione Francese …

“Mica solo quella. La Fraternità – la cui prima formulazione esplicita risale al francescanesimo –  è qualcosa di più profondo della solidarietà, concetto con il quale viene spesso confusa. Da parte loro i cattolici, nel loro complesso, sono per natura di cose portatori di una impostazione che va verso l’economia civile”.

Quindi?

“Quindi non si può fare a meno del loro ruolo politico, del loro apporto. Il problema piuttosto è quello della forma di questo apporto. L’idea di un partito cattolico com’era la Dc è superata. Ma dire che dovrebbero disperdersi a mo’ di lievito nelle altre formazioni politiche è non capire i termini della questione. È la regola democratica: se in un partito rappresenti il 3 o il 5 percento sei irrilevante. Questo è il frutto, inevitabile, del frazionamento. Si deve creare non tanto una rete, che è piuttosto il metodo da seguire, quanto una convergenza su un progetto ben definito. Non in nome della fede, ma di un progetto che sia accettabile da parte di tutti, laici e non laici, di trasformazione della società. Bisogna trasformare, non riformare. Le riforme sono per i tempi ordinari; questi sono tempi straordinari. Ce lo ricorda sempre Francesco”.

 

Irlanda, schiacciante vittoria del “Sì” al referendum sulla riforma del divorzio

L’Irlanda ha votato a stragrande maggioranza per una legislazione più morbida sul divorzio, che fino a oggi era la più restrittiva in Europa.

In base ai risultati ufficiali, l’82% degli votanti al referendum che si è tenuto in concomitanza con le elezioni europee (che hanno visto un successo degli europeisti) ha votato per la rimozione di quella norma che obbliga marito  e moglie a vivere separati per ben quattro anni prima di vedere il proprio matrimonio dissolversi anche dal punto di vista formale.

Il governo, ora, si è impegnato a ridurre a due anni il tempo della separazione prima della richiesta del divorzio.

La vittoria del si, porterà inoltre al riconoscimento dei divorzi ottenuti fuori dal Paese.

Secondo Eurostat l’Irlanda, nel 2015 (ultimo anno di c’è il dato), è stato il Paese con il minor numero di divorzi rapportato a mille persone: appena 0,7, l’esatta metà di quelli registrati in Italia (1,4, aumentati a 1,6 l’anno successivo). La Francia ne ha 1,9 ogni mille abitanti, la Germania 2,0, la Spagna 2,1. Gli sposi si lasciano ancora più frequentemente in Danimarca (3,0), e in generale nei Paesi nordici come Lettonia e Lituana o dell’Europa orientale.

Estate 2019: giovani e volontariato tra i migranti

Tessere con pazienza e creatività reti tra il mondo dei migranti e le nuove generazioni: è questa l’animazione giovanile scalabriniana basata sulla logica dell’incontro, tema scalabriniano per il 2019, del servizio, nella prospettiva di una reale convivialità delle differenze.

Le principali proposte per l’estate 2019, attive sul territorio nazionale, si svolgeranno concretamente a Genova e in provincia di Foggia: Una Casa Lontano da Casa: Una settimana a Genova per incontrare, in porto, i marittimi e per conoscere la realtà migratoria della città e Io Ci Sto: un campo di incontro, condivisione e servizio tra volontari, migranti e la comunità locale nella provincia di Foggia per abbattere i pregiudizi, contrastare lo sfruttamento e promuovere l’integrazione.

Torino: gli urologi pensionano il bisturi

Una delle nuove frontiere della Medicina, sulla quale in questi giorni si sono confrontati al Centro congressi dell’Unione Industriale oltre 400 urologi convenuti al 18° Congresso Nazionale della Società Italiana di Endourologia presieduto dal professor Francesco Porpiglia, direttore struttura complessa di Urologia del San Luigi Gonzaga di Orbassano e dal dottor Cesare Marco Scoffone, direttore struttura complessa dell’ospedale Cottolengo di Torino.

Una una ventina di interventi chirurgici in diretta, trasmessi in alta definizione dalle sale operatorie del San Luigi e del Cottolengo.

La terapia mini invasiva si avvale ora della ECIRS (Endoscopic Combined IntraRenal Surgery) che utilizza laser e microstrumenti per risolvere la patologia  con efficacia e sicurezza.

Rispetto alla chirurgia del passato invasiva e con grossi tagli ,la nuova tecnica si effettua utilizzando le vie naturali o con piccole incisioni, riduce i tempi di catetere e di degenza e consente di operare anche a pazienti “difficili”, bambini e anziani .

La scomparsa del sorriso

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

«L’attitudine umana più vicina alla grazia di Dio è l’umorismo» e più avanti rincara la dose: «Ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri. Il malumore non è un segno di santità: “Caccia la malinconia dal tuo cuore” (Qoèlet 11, 10). È così tanto quello che riceviamo dal Signore “perché possiamo goderne” (1 Timoteo 6, 17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio». Si tratta di Papa Francesco e della sua esortazione apostolica sulla santità Gaudete et exsultate. Nel giorno in cui la Chiesa cattolica celebra la festa di san Filippo Neri viene spontaneo seguire l’esempio del Papa e associare buon umore e santità perché come diceva Leon Bloy c’è solo una tristezza, quella di non essere santi.

Sulle pagine di questo quotidiano negli ultimi giorni alcuni acuti osservatori hanno analizzato l’attuale situazione della società italiana e conversando con loro mi sono anch’io cimentato nella riflessione sulle cause, i segni e gli effetti della crisi e sono arrivato alla conclusione che il segnale più inquietante che emerge dal nostro paese è la crisi del senso dell’umorismo e della comicità.

Quaranta anni fa, nella primavera del 1979, terminarono le puntate del programma della Rai «Non Stop», forse l’ultima “infornata” in televisione di comici veri, in particolare ne ricordiamo due che hanno superato l’usura del tempo: Carlo Verdone e Massimo Troisi. Poi qualcosa si è inceppato, non ricordo più di aver riso di cuore davanti alla tv da quei tempi con l’unica eccezione di Corrado Guzzanti a cui riconosco, soprattutto nei primi anni, quel gusto per il non sense e la capacità di far guizzare il suo genio versatile. Sarò forse troppo drastico ma i comici italiani secondo me non fanno più ridere, e questo è un problema grave. Giustamente Federico Fellini, genio (anche) comico, sosteneva che i comici sono i veri benefattori dell’umanità. Invece sembra che la gravità, cioè la seriosità, avvolga da decenni il nostro paese, un fatto inquietante su cui sarebbe necessario riflettere. Il senso dell’umorismo si è smarrito per strada, in Italia non si ride più, soprattutto non si sor-ride più ma, purtroppo, si de-ride. È proprio nel sorriso che, invece, risiede il senso ultimo di ciò che vuol dire essere umani: quel gesto spontaneo che indica una gioia profonda, una forza che permette agli uomini di affrontare la vita con un sano distacco verso se stessi e una spinta di misericordia nei confronti degli altri, di partecipare quindi alla vita del mondo e degli altri loro simili senza risentimento né snobismo.

Il Vangelo non dice esplicitamente che Gesù abbia sorriso, eppure possiamo facilmente immaginarlo: pensiamo ai suoi tanti incontri, ad esempio con Zaccheo o con il giovane ricco, è veramente difficile immaginarli privi di un volto sorridente. Anche perché è il sorriso ciò di cui gli uomini, oggi più di ieri, hanno sete. Quando si ride oggi invece si tratta per lo più del ghigno cattivo, amaro e cinico oppure del riso di scherno che hanno preso il posto di quella risata del cuore, che è libera e liberatoria e che spingeva Thomas Carlyle a dire che «chiunque abbia riso di cuore anche una sola volta nella vita, non sarà mai irrimediabilmente cattivo». Dalla parte opposta dei “cattivi”, cioè letteralmente “prigionieri”, ci sono gli uomini liberi, che i cristiani chiamano “santi”, i quali conoscevano bene la virtù dell’umorismo, strettamente imparentata anche a livello etimologicamente con la virtù dell’umiltà. Su questo punto un maestro è stato san Tommaso Moro che invitava alla saggezza del saper ridere di se stessi e al buon umore ha dedicato una celebre preghiera molto amata dall’attuale Pontefice. Un altro inglese, il sacerdote Aloysius Roche, nel saggio Sublimità dei santi ha osservato che «la storia di tante eresie è in molta misura una storia di perdita del senso dell’umorismo»; gli fa eco dall’altra parte il tedesco Joseph Ratzinger quando ricorda che: «La gioia profonda del cuore è la precondizione del senso dell’umorismo e così l’umorismo è in qualche modo la misura della fede».

Ciclicamente gli uomini creano le condizioni per realizzare forme di società in cui la gioia è assente e allora si concretizza l’incubo dei regimi totalitari; è proprio in quei periodi che lo spirito critico e l’ironia sembrano scomparire del tutto come aveva intuito Jacques Maritain che avvertiva: «Se una società perde il senso dell’umorismo si prepara al suo funerale». Viene da ribaltare il detto «una risata vi seppellirà» e dire: «solo una risata può disseppellire un paese altrimenti morto». Tornare a ridere e sorridere è quindi la prima urgenza per il nostro paese, altrimenti destinato a chiudersi nella tristezza e il risentimento, e questo è un discorso molto serio.

L’Italia di Buscetta

Fonte Succede Oggi a firma di Lidia Lombardi

Non c’era modo migliore, ieri, per ricordare la morte di Giovanni Falcone, schiantato dalle bombe della mafia ventisette anni fa sulla strada che da Palermo conduce all’aeroporto. A Cannes, sulla mondana Croisette, si è proiettato Il Traditore, il film di Marco Bellocchio in concorso per la Palma d’Oro. E contemporaneamente la pellicola è uscita in 350 copie nelle sale italiane. Un atto molto più politico, di sincero impegno civile, rispetto alle cerimonie commemorative, soprattutto quella tenutasi nell’aula bunker dell’Ucciardone, alla quale non ha partecipato il sindaco Leoluca Orlando – c’erano il premier Conte e il presidente della Camera Fico – in polemica con il ministro dell’Interno Salvini. Un colpo di teatro inutile e fuorviante in una giornata in cui le istituzioni dovevano mostrarsi unite, scevre da polemiche strumentali.

Che cosa racconta infatti Il traditore? La vita di Tommaso Buscetta; meglio, la tranche della sua vita a partire dagli anni Ottanta e fino alla morte. La vita in fuga della prima gola profonda della mafia, un racconto lungo 487 pagine, raccolto da Falcone in un’istruttoria esemplare, che produsse 366 mandati di cattura ad altrettanti boss di Cosa Nostra, tutti condannati. Di fatto, la decapitazione della Piovra siciliana. Tommaso Buscetta è morto nel Duemila, a 72 anni, nel suo esilio negli Usa pagato dallo Stato italiano. È morto nel suo letto, come aveva fortissimamente voluto. Era diventato collaboratore di giustizia per questo motivo, e per proteggere la sua famiglia. Appresso si è portato molti misteri, primo fra tutti come andò veramente il “caso Andreotti”, che egli accusò “per deduzione”, come gli fece notare nel dibattimento l’avvocato Fausto Coppi, difensore del democristiano. Ma aver ricostruito vent’anni di storia italiana che già si offusca e che anzi, quando torna a galla – l’abbiamo visto all’Ucciardone – si piega comunque alle tattiche meschine, è un gran merito di Bellocchio, e di Beppe Caschetto, che ha prodotto il film distribuito da 01.

L’ottantenne regista di Piacenza si è ancora una volta speso per un cinema civile. Ha ripercorso una fetta di storia italiana (come in Vincere e in Buongiorno, notte). Ma insieme al quadro storico – l’epoca delle stragi, col corollario delle legislazioni speciali, l’ombra della trattativa Stato-Mafia, il processo Andreotti – egli disegna il personaggio, qui appunto Tommaso Buscetta, mentre là erano stati Mussolini e Aldo Moro. E lo fa mettendo di fronte allo spettatore cronaca e interiorità del protagonista. Del quale si narra a partire da un banchetto tra boss per la festa di Santa Rosalia che sembra voler chiudere la guerra tra palermitani e corleonesi. Non è così, il traffico d’eroina aizza gli uomini d’onore, Riina vuole tutto il potere, anche quello di Bontade e Badalamenti, l’asticella delle vendette si alza fino all’eliminazione di donne e bambini. Buscetta fiuta l’aria e se ne va a Rio, con la nuova moglie brasiliana e i piccoli. Lascia in Sicilia i due figli maggiori, li affida a Pippo Calò, che invece li farà fuori. Ma il Brasile non basta al “boss dei due mondi”. La Polizia Federale Brasiliana lo arresta, lo tortura. Lui non parla. Rapida è l’estradizione, che non riesce a evitare neanche tentando il suicidio con la stricnina. Lo prende in consegna Gianni De Gennaro, il più fedele collaboratore del giudice Giovanni Falcone. Al primo incontro, a Roma, più o meno le stesse parole pronunciate nell’Ucciardone a inizio processo, dopo aver confermato tutte le dichiarazioni rese in istruttoria: «Sono stato e resto un uomo d’onore, quello spirito non è cambiato, sono loro che hanno tradito Cosa Nostra. Per questo, signor Presidente, io non mi considero un pentito». Intorno, dalle gabbie, ululano e gesticolano feroci guidati da Luciano Liggio. Solo una smorfia mostra Calò. Sono sequenze magistrali per misura e forza, altrettanto quanto quelle del confronto tra Buscetta e Calò e della deposizione di Totuccio Contorno.

L’articolo completo è visionabile qui 

Elezioni europee 2019 come si vota

Per votare ci si può recare presso il seggio elettorale di iscrizione. La sezione, il numero e l’indirizzo del proprio seggio sono riportati sulla tua tessera elettorale.

Al proprio seggio si riceve una scheda, di colore diverso a seconda della propria circoscrizione elettorale:

– grigio, per l’Italia nord-occidentale (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia)

– marrone, per l’Italia nord-orientale (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna)

– rosso, per l’Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio)

– arancione, per l’Italia meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria)

– rosa, per l’Italia insulare (Sicilia, Sardegna).

Ciascun elettore può esprimere il suo voto di lista tracciando una X nel box corrispondente alla lista scelta. Si possono allo stesso tempo esprimere anche da uno a tre voti di preferenza, per i candidati che appartengono alla lista scelta. In caso di più preferenze, queste devono essere assegnate a candidati di sesso opposto, pena l’annullamento.

Il voto di preferenza si esprime scrivendo il nome e il cognome o solo il cognome dei candidati nelle righe tracciate accanto al box della lista.

 

Confesercenti: L’Italia che non cresce

I consumatori italiani oggi consumano meno di otto anni fa. Nel 2018 la spesa media annuale in termini reali – cioè al netto dell’inflazione – delle famiglie italiane è stata di 28.251 euro, inferiore di 2.530 euro ai livelli del 2011 (-8,2%). Una cifra superiore ad un mese intero di acquisti da parte di una famiglia media e anche alla perdita effettiva di reddito (-1990 euro) registrata nello stesso periodo. Complessivamente, il mercato interno italiano ha perso circa 60 miliardi di euro di spesa negli ultimi otto anni, ed il bilancio probabilmente continuerà a peggiorare.

Si spende di meno praticamente su tutto – ad eccezione di Istruzione e Sanità – ma la spending review delle famiglie non ha colpito con la stessa forza tutte le voci. Tra le spese più rappresentative nei bilanci domestici, sono state tagliate soprattutto le spese per l’abitazione, -1.100 euro circa all’anno per famiglia rispetto al 2011. Tagli importanti anche su abbigliamento (-280 euro), ricreazione e spettacoli (-182 euro), comunicazioni (-164 euro), alimentari (-322 euro). In proporzione, però, è la voce comunicazioni ad aver perso di più: la flessione della spesa è del 19%. Gli italiani spendono di meno anche per gli smartphone, un tempo passione nazionale. Impressionante anche la riduzione del budget impegnato sugli alimentari: una voce di consumo che un tempo si riteneva una ‘spesa incomprimibile’, e che invece ha perso il 6%. Crescono invece le spese per la sanità (+12,1%) e l’istruzione (+24,7%).

Tra questo ed il prossimo anno, la spesa delle famiglie dovrebbe registrare un lieve recupero, anche grazie alle misure espansive adottate nell’ultima legge di Bilancio (vedi Focus): al 2020 si stima una spesa media annuale in termini reali di 28.533 euro, con un incremento annuo di poco più di 140 euro. La previsione, però, non incorpora il possibile aumento delle aliquote Iva previsto dalle clausole di salvaguardia per il 2020, e non ancora scongiurato ufficialmente.

L’aumento dell’Iva annullerebbe tutti i progressi, portando ad una riduzione di 8,1 miliardi di euro della spesa delle famiglie, pari a 311 euro di minori consumi a testa. L’impatto dell’IVA avrebbe un effetto devastante anche sul tessuto delle imprese del commercio, già in sofferenza. La frenata dei consumi che seguirebbe l’incremento delle aliquote IVA porterebbe, secondo le nostre stime, alla scomparsa di altri 9mila negozi circa da qui al 2020.

Maltempo: addio a un frutto su 4

A causa di una primavera maledetta si rischia di perdere un frutto su quattro nelle campagne italiane, dalle fragole alle ciliegie, dalle nespole alle albicocche, dalle pere ai meloni fino ai cocomeri per l’ondata di pioggia, grandine e allagamenti che ha devastato le coltivazioni e ridotto le disponibilità dei primi raccolti nel carrello della spesa. E’ quanto emerge da una prima analisi della Coldiretti sugli effetti del maltempo, anche se bisognerà però attendere ancora qualche settimana per verificare come reagiranno le piante e quantificare l’esatta entità del danno.

Con l’arrivo della nuova perturbazione – sottolinea la Coldiretti – gli agricoltori hanno corso contro il tempo per salvare il salvabile e portare i prodotti di stagione nei mercati di www.campagnamica.it  di tutta Italia a partire da quello di Roma in via san Teodoro 74. Un’iniziativa per sostenere l’economia e l’occupazione locale, ma – precisa la Coldiretti – anche un aiuto agli stessi consumatori per tornare in forma con l’inizio dell’estate e non rinunciare ad alimenti importanti per la propria salute.

La situazione peggiore si registra sulle ciliegie – spiega la Coldiretti – dove è andato distrutto oltre il 50% del prodotto in prima raccolta per effetto del maltempo che ha colpito le principali regioni produttrici, dalla Puglia all’Emilia Romagna alla Campania fino al Veneto. Ma pioggia e grandine non hanno risparmiato neppure le nespole in Sicilia o le pere, soprattutto sui territori veneti ed emiliani, dove si arriva a un calo fino al 70% per le varietà abate e kaiser. Gravi danni anche per albicocche buttate giù da grandine e pioggia e per le fragole, finite sott’acqua a causa degli allagamenti. I problemi interessano però anche i meloni in Lombardia e i cocomeri in fase di maturazione nel Lazio e in Puglia.

Assieme alla frutta si contano pesanti danni anche agli ortaggi – rileva Coldiretti – a partire da insalate e radicchi, senza dimenticare il fatto che il maltempo ha bloccato anche le attività di semina di prodotti come i piselli e quelle di trapianto dei pomodori. Nei campi allagati – ricorda la Coldiretti – è, infatti, impossibile entrare per effettuare le necessarie operazioni colturali mentre dove si è già seminato i germogli e le piantine soffocano per la troppa acqua. Una situazione che mette a rischio i redditi delle aziende agricole, i primati dell’Italia che vanta la leadership in Europa per la produzione di molti tipi di frutta e verdura e la stessa salute dei consumatori.

In queste condizioni – sostiene la Coldiretti – è importante aumentare le attività di controllo per evitare che vengano spacciati per Made in Italy prodotti importati. Ma per ottimizzare la spesa, ottenere il miglior rapporto prezzi-qualità e aiutare il proprio territorio e l’occupazione, il consiglio della Coldiretti è quello di verificare l’origine nazionale, acquistare prodotti locali che non devono subire grandi spostamenti, comprare direttamente dagli agricoltori nei mercati o in fattoria e non cercare per forza il prodotto perfetto perché piccoli problemi estetici non alterano le qualità organolettiche e nutrizionali, i cosiddetti “brutti ma buoni”.

Corridoio di trasporto multimodale panafricano: la visione della Ue

La nuova Alleanza Africa-Europa per la crescita e l’occupazione sostenibile si concentra su tre settori chiave: trasporto aereo, sicurezza stradale e connettività. A oggi, un risultato concreto dell’avvio della piattaforma ad alto livello è stato l’annuncio dei tre filoni di attività: individuare gli investimenti con un forte impatto sulla crescita e la creazione di posti di lavoro; analizzare i rischi degli investimenti energetici e proporre orientamenti per degli investimenti e un ambiente imprenditoriale sostenibili; stimolare gli scambi tra il settore privato africano e quello europeo. A Lipsia gli esperti dei due continenti si sono scambiati idee e proposte su come migliorare la connettività dei trasporti con l’Africa, stimolando gli investimenti in questo settore, al fine di sostenere lo sviluppo del corridoio di trasporto multimodale panafricano, correggerne le inefficienze, realizzare riforme strutturali.

La task force “trasporti”, istituita ad hoc, ha riunito i soggetti del settore energetico privato e pubblico di entrambi i continenti per promuovere il partenariato tra le imprese europee e africane. Essa contribuirà a creare maggiori opportunità nel campo degli investimenti nelle energie sostenibili in Africa e ad affrontare le nuove sfide contrastando i principali ostacoli esistenti. Gli obiettivi generali della piattaforma sono essenzialmente rivolte alla realizzazione delle riforme strutturali nel settore dei trasporti.

A questo riguardo proprio il commissario europeo per i Trasporti, Violeta Bulc, ha detto: “La rete transeuropea, che collega le reti di trasporto stradali, ferroviarie, aeree e fluviali, può fornire indicazioni importanti per essere eventualmente replicata lungo i corridoi di trasporto africani. Lo scambio di conoscenze su come migliorare i collegamenti di trasporto e collegare meglio persone e imprese è l’esempio tipico di attività reciprocamente vantaggiosa che caratterizza l’Alleanza Africa Europa”.

“Un’infrastruttura di trasporto ben funzionante, che garantisca una connettività di qualità, sostenibile e affidabile, è essenziale per lo sviluppo, l’integrazione economica e la crescita – ha aggiunto il commissario per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, Neven Mimica – . La riunione di oggi costituisce un ulteriore passo avanti verso il raggiungimento degli obiettivi dell’Alleanza Africa-Europa: promuovererà gli investimenti e creerà posti di lavoro in Africa. La prossima mossa sarà aumentare gli investimenti del settore privato in quest’ambito, caratterizzato da un’elevata domanda, grazie a un ambiente settoriale favorevole e migliorato, rispettando i principi di sostenibilità economica, ambientale e sociale”.

Esercizio fisico: un toccasana anche per il tumore

L’esercizio fisico  va prescritto anche nei pazienti con tumore. E dall’Australia arrivano delle linee guida ad hoc.  Le nuove linee guida rappresentano una rivoluzione in questo campo della medicina, caratterizzato nella precedente versione dell’Exercise and Sports Science Australia’s (ESSA), da raccomandazioni generiche in merito all’attività fisica, che prevedeva 3-5 sedute a settimane di esercizi aerobici o di resistenza ad intensità da lieve a moderata.

La nuova versione invece personalizza la prescrizione dell’esercizio fisico sulla base della tipologia del paziente e degli obiettivi da raggiungere, dalla correzione del linfedema, alla fatigue. Frutto questo delle evidenze che si sono accumulate nell’ultima decade.

Anche se un’attività fisica di intensità moderata-elevata potrebbe risultare appropriata per la maggior parte dei pazienti oncologici, nelle nuove linee guida non ci sono prescrizioni prestabilite o ‘quantità’ settimanali standard per tutti i pazienti.
Infatti come non esiste un paziente oncologico uguale all’altro, allo stesso modo non ha senso insomma consigliare un esercizio fisico ‘a taglia unica’.

Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

Oggi si celebra, tradizionalmente, la Giornata mondiale dell’Africa. La ricorrenza coincide con l’anniversario della costituzione dell’Organizzazione per l’unità africana (divenuta in seguito Unione africana), avvenuta nel 1963 per celebrare l’indipendenza, allora appena conquistata, da molti paesi nei confronti dei regimi coloniali.

Dobbiamo, comunque, riconoscere che, nell’inconscio collettivo occidentale, si è sedimentato nel tempo una sorta di pregiudizio verso questo continente. In effetti, le “Afriche” — è doveroso il plurale parlando di un continente tre volte l’Europa — vengono costantemente redarguite, quasi fossero irriducibilmente bocciate dalla storia, quella delle grandi civilizzazioni.

Ecco che allora, spesso, molto spesso, ogni genere di comunicazione riferita al continente africano si riduce ai soliti stereotipi di atrocità, guerre, carestie, pandemie e permanente instabilità. Non solo. Le Afriche sono solitamente percepite, nell’immaginario nostrano, quasi fossero una realtà a sé stante, anni luce distante dal resto del mondo; una sconfinata terra di conquista fatta di savane, deserti e foreste pluviali i cui popoli, per misteriose ragioni ancestrali, sarebbero istintivamente avversi alla mente razionale e al pensiero scientifico.

Occorre, pertanto, sfatare certi luoghi comuni che soffocano ogni serio ragionamento, nella consapevolezza che questo continente costituisce un poliedrico contenitore di saperi millenari, luoghi di passioni, ricchezza culturale e artistica, galassia di etnie fatte di volti con le loro storie da scoprire. D’altronde, come ricordava sensatamente il compianto storico britannico Basil Davidson, questi pregiudizi non giovano alla causa del bene condiviso, ma semmai acuiscono il fraintendimento, pregiudicando l’incontro. Emblematico è l’aneddoto, raccontato dallo stesso Davidson, riguardante un etnografo e viaggiatore tedesco di nome Leo Frobenius. Questo distinto signore nel 1910 si trovava in Nigeria ed ebbe la fortuna di scoprire delle statuette di terracotta di rara bellezza e fattura. Frobenius non volle ammettere allora che quelle sculture fossero opera di artigiani dell’etnia Youruba e s’inventò di sana pianta una teoria secondo cui i greci avrebbero colonizzato prima della nascita di Cristo le coste dell’Africa occidentale, lasciando ai posteri quei volti umani che le popolazioni autoctone non avrebbero mai potuto concepire.

Si tratta, pertanto, di andare decisamente al di là di certa mentalità, quasi l’uomo bianco avesse bisogno d’inventare le Afriche con le sue affermazioni narcisistiche. E sì perché le Afriche, contrariamente alle indicazioni fornite da certi spot strappalacrime, non sono povere, semmai risultano impoverite. E le stragi perpetrate da quelle parti, che spesso colpiscono direttamente le comunità cristiane, rispondono sempre a logiche predatorie nei confronti di tanta umanità dolente. Poco importa che si tratti delle feroci milizie jihadiste, o di formazioni ribelli come nel caso dei Mai-Mai, nella Repubblica Democratica del Congo, dietro le quinte si celano interessi legati alle commodity, le preziose materie prime di cui è ricco il continente.

Le responsabilità ricadono, certamente, su potentati stranieri, più o meno occulti, con la complicità di quelle classi dirigenti locali, incapaci di servire la Res publica.

Per comprendere la discrasia è sufficiente operare un confronto tra le ricchezze di un paese come la Repubblica Centrafricana — con una superficie due volte l’Italia e una popolazione di 4 milioni e mezzo di abitanti — e una regione italiana come la Basilicata. La prima ha un Pil di circa 2 miliardi di dollari, la seconda di 12.250.329.322 di dollari. Senza voler nulla togliere alle bellezze paesaggistiche e alle ricchezze naturali della Lucania, c’è da rilevare che la Repubblica Centrafricana è ricca di diamanti, petrolio, uranio, legname e quant’altro. Non v’è dubbio che se vi fosse equità, gli abitanti di questo paese potrebbero essere più ricchi di quelli del Canton Ticino. E invece il Centrafrica è stato devastato da guerre civili, stragi perpetrate da bande armate finanziate da lontano.

Ecco perché Papa Francesco, il 30 novembre del 2015, aprì la Porta santa, nella cattedrale della capitale centrafricana Bangui, inaugurando così il Giubileo della misericordia: a fianco dei poveri. D’altronde, come spiegava con lucidità e schiettezza il compianto scrittore nigeriano Chinua Achebe, «Anche il leone deve avere chi racconta la sua storia. Non solo il cacciatore». Un detto ancestrale che evoca l’istanza di guardare alle Afriche senza pregiudizi e stereotipi, andando al di là di una visione paternalistica, ammantata di carità pelosa.

Sì perché questo continente ha una dignità inalienabile che nessuno può misconoscere.

 

Theresa May si dimetterà il 7 giugno

Theresa May lascerà la guida del partito conservatore il 7 giugno, aprendo la strada a un successore che si insedierà come nuovo primo ministro della Gran Bretagna, probabilmente entro la fine di luglio.

Theresa May, durante il suo discorso, ha rivendicato i meriti della sua premiership e ha sottolineato che il successore dovrà cercare un compromesso sulla Brexit.

“E’ e sarà sempre un motivo di profondo dispiacere per me il fatto di non essere stata in grado di portare a termine la Brexit”

Dopo le dimissioni di May ci sarà una nuova elezione. Al momento i favoriti  sono l’ex ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra Boris Johnson e  Andrea Leadsom, la ministra del governo che si occupava dei lavori parlamentari e che questa settimana aveva annunciato le sue dimissioni, in aperta polemica con May. Entrambi convinti sostenitori di una Brexit dura.

Altri possibili futuri primi ministri sono Dominic Raab, ex ministro per Brexit del governo britannico; Jeremy Hunt, il segretario agli Esteri; e Michael Gove, ministro dell’Ambiente.

Comunque, a chiunque verrà eletto toccherà il compito di raccogliere i cocci cercando di non infliggere nuovi danni all’economia britannica.

Elezioni europee: I grandi del Web vogliono sostenere il voto

Strumenti e simboli per invitare al dovere e diritto democratico di votare in queste elezioni europee sono stati elaborati dalle grandi piattaforme social.

Facebook, insieme alla battaglia contro le fake news (ad  oggi, sono oltre 6 milioni gli utenti sospesi dal social network in vista delle elezioni europee) che ha portato avanti in queste settimane, ha attivato informazioni agli elettori e il simbolo “Ho votato” che si potrà cliccare il giorno delle elezioni.

Google ha preparato un “doodle” e richiami al voto.

Sono comparsi anche emojii e stickers. Queste piattaforme, insieme a youtube, instagram e twitter, hanno anche un “punto di contatto per emergenze” durante i giorni delle elezioni.

 

Seattle: la città che ha abbattuto il traffico giornaliero

Seattle una città di 725.000 persone ha compiuto un enorme salto verso il sogno di diventare un luogo dove è facile vivere senza guidare tutti i giorni o senza possedere un’auto.

A marzo 2016, il sistema di ferrovia leggera Link ha aggiunto due stazioni, una nel quartiere di Capitol Hill e una presso l’Università di Washington. “All’improvviso, si può arrivare da Capitol Hill al centro in due minuti”, dice Keith Kyle, presidente del gruppo di pressione Seattle Subway. “Rispetto a quello a cui la gente era abituata, potresti anche teletrasportarti.”

I risultati di questo progetto, l’ultimo di una lunga serie di investimenti di trasporto di massa, sono stati notevoli e Seattle ama pubblicizzarli: dato che la città è cresciuta in termini di popolazione, aggiungendo posti di lavoro ed edifici mentre il traffico automobilistico è diminuito .

Ad affermarlo è il municipio. Dal 2006, epoca in cui la città ha iniziato a crescere, anche il trasporto leggero è aumento e dopo l’espansione più recente, il numero di utenti giornalieri è salito dell’89% rispetto all’anno precedente.

A novembre 2016, ispirati dal successo della metropolitana leggera, gli elettori di Seattle hanno approvato un’impressionante tassa di 54 miliardi di dollari per espandere ulteriormente il sistema di trasporto della regione. Tutto questo per far diventare  il sistema di ferrovie leggere grande quanto il sistema metropolitano di Washington, DC.

E grazie a questa riduzione del traffico, in 12 minuti i ciclisti possono attraversare tutto il centro città senza paura.

Cosa che ha portato più gente verso l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto.

Seattle non ha, però, bandito le auto, né lo vuole. Piuttosto, ha finalmente realizzato un sistema multimodale equilibrato, ricostruendo una città fatta per le auto in una città in cui tutti possano viaggiare senza traffico.

Anche perché meno macchine sulla strada vuol dire maggiore salute per tutti.

 

Al via i laboratori per la valorizzazione dei beni culturali organizzati da AnciLab

Partono mercoledì 29 maggio i laboratori per la valorizzazione dei beni culturali, organizzati e gestiti da ANCILab, società in house di ANCI Lombardia, nell’ambito della rassegna “Laboratori per l’innovazione”. Un approfondimento e confronto su aspetti tecnici, strategici e di innovazione per la valorizzazione dei beni culturali.

I laboratori per la valorizzazione dei beni culturali metteranno a confronto gli stakeholder del settore, su tre principali temi: il finanziamento, la gestione organizzativa e dell’innovazione ed infine la comunicazione. Al centro dei lavori anche l’innovazione tecnologica che rappresenta un’importante occasione di ridisegno degli interventi di valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

Le giornate formative saranno dedicate agli amministratori locali, chiamati a svolgere un ruolo di guida e coordinamento tra diversi attori affrontando questioni complesse come la gestione economica del progetto di riqualificazione e il coordinamento con gli altri soggetti pubblici coinvolti e le imprese, che partecipano presentando il loro punto di vista e le esperienze innovative maturate.

I temi e le metodologie operative adottate sono illustrati nella presentazione che alleghiamo.
La partecipazione al Laboratorio è gratuita, ma il numero di posti a disposizione è limitato.

Per prenotarsi è necessario inviare una e-mail di richiesta all’indirizzo info@ancilab.it.
Seguirà una e-mail di conferma di partecipazione al Laboratorio, con maggiori indicazioni sull’organizzazione degli incontri.
Gli incontri del Laboratorio si terranno presso la Casa dei Comuni di ANCI Lombardia, a Milano, in via Rovello, 2.

Corruzione: l’Italia supera la valutazione periodica prevista dall’Onu

Nell’ambito del secondo Rapporto di valutazione, previsto per gli Stati contraenti, il nostro Paese è risultato è risultato pienamente in linea in materia di prevenzione e recupero dei beni. Oltre a dare atto dei progressi compiuti a partire dal 2012 nella lotta alla corruzione, il Report si è concentrato sull’efficacia dell’azione svolta dall’Anac, sottolineando che la legislazione italiana “prevede l’applicazione di tutte le disposizioni della Convenzione relative alla prevenzione”.

Il Rapporto, presentato ieri presso il Ministero degli Affari esteri, elogia il lavoro dell’Autorità sotto diversi aspetti, soprattutto per le buone prassi introdotte. Nello specifico, viene manifestato particolare apprezzamento per lo sviluppo di un modello di controllo sugli appalti pubblici economicamente rilevanti, così da impedire l’infiltrazione mafiosa e quella criminale. Il riferimento è agli “High Level Principles per l’integrità, la trasparenza e i controlli efficaci di grandi eventi e delle relative infrastrutture”, che già l’Ocse aveva definito una best practice internazionale.
Più in generale, per quanto riguarda i profili di competenza dell’Autorità, il Rapporto riconosce vari punti di forza al modello italiano della prevenzione: la centralità del Piano nazionale anticorruzione redatto dall’Anac e lo sforzo per coinvolgere nell’elaborazione dei propri atti normativi tutti gli enti della Pubblica amministrazione e gli stakeholder; la creazione di una piattaforma online dedicata alle segnalazioni di whistleblowing e l’istituzione di un ufficio specifico per la loro trattazione; la collaborazione con la società civile e l’impegno nella promozione di appositi programmi educativi all’interno delle scuole.

“Il lusinghiero giudizio dell’Onu sull’attività dell’Anac è per noi motivo di particolare orgoglio – ha detto il presidente dell’Autorità Raffaele Cantone -. Il Rapporto non solo riconosce il lavoro svolto nel corso di questi anni, ma dimostra quanto sia importante un’azione di sistema per contrastare la corruzione, nella quale la repressione non può essere disgiunta dalla prevenzione. Una valutazione tanto favorevole, fra l’altro – conclude Cantone – produce ricadute positive in termini di immagine e reputazione internazionale di cui può beneficiare tutto il Paese”.

Alzheimer: perché invecchiano i neuroni

Lo studio realizzato dall’istituto americano Van Andel e coordinato dalla ricercatrice Viviane Labrie ha messo in evidenza che nei malati di Alzheimer il cervello perde più rapidamente le sequenze di DNA che modulano l’attività dei geni e mantengono giovani i neuroni. Nello stesso tempo viene invece accelerata l’attività dei geni che favoriscono la formazioni delle placce che uccidono le cellule celebrali.

Gli scienziati hanno analizzato le sequenze di DNA alla scoperta dei fattori che a seconda dell’età e dell’ambiente influiscono sull’attività dei geni nel cervello. In particolare, è stata posta l’attenzione su quegli “interruttori” che accendono e spengono i geni tra individui sani e malati di Alzheimer. Quest’ultimi hanno mostrato una progressiva perdita di sequenze di DNA nei vari stadi della malattia.

Nuovi incarichi e riorganizzazione pastorale nella diocesi di Roma

«Abbiamo lavorato sul ripensare alcuni incarichi, in vista della partenza di monsignor Paolo Lojudice per Siena (di cui è stato nominato vescovo lo scorso 6 maggio, ndr). Abbiamo lavorato con il Papa e con i vescovi ausiliari». Ha esordito così il cardinale vicario Angelo De Donatis, questa mattina (venerdì 24 maggio 2019), davanti ai vescovi ausiliari, ai parroci prefetti, ai direttori degli Uffici e a tutti i dipendenti del Vicariato di Roma, riuniti nell’Aula della Conciliazione del Palazzo Lateranense. E ha illustrato, in sintesi, questa riorganizzazione.

Diventa vescovo ausiliare per il settore Sud, al posto di monsignor Lojudice, monsignor Gianrico Ruzza; prende il suo ruolo di ausiliare per il settore Centro monsignor Daniele Libanori, e diventa prelato segretario generale del Vicariato don Pierangelo Pedretti, che resta vicedirettore ad interim dell’Ufficio amministrativo.

Per «interagire in maniera più profonda», ha annunciato ancora il cardinale vicario, «ciascun vescovo non avrà più soltanto la cura del territorio di settore, ma delle aree di pastorale da prendere in cura che riguardano tutta la diocesi». Quindi monsignor Ruzza è delegato per la Pastorale d’ambiente, per la Pastorale familiare con incarico specifico per lo sviluppo del Catecumenato matrimoniale e la preparazione dell’Incontro internazionale delle famiglie; rimane inoltre cappellano della Camera dei deputati. Il vescovo Paolo Selvadagi, ausiliare per il settore Ovest, è delegato per la Pastorale giovanile, per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso e per la Pastorale della cultura.

Ancora, monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliare per il settore Nord, è delegato per l’Ordo Viduarum. Monsignor Paolo Ricciardi è vescovo delegato per la Pastorale sanitaria e assume anche la delega per l’Ordo Virginum. Monsignor Daniele Libanori diviene ausiliare per il settore Centro e vescovo delegato per il Clero e i Seminari. Monsignor Gianpiero Palmieri, oltre a essere vescovo ausiliare per il settore Est, assume la delega per il Diaconato permanente nonché per la Carità, la Pastorale dei migranti, dei rom e incaricato del Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese.

Il grande peccatore

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Roberto Righetto

C’era anche Vladimir Solov’ev, il filosofo amico e discepolo del grande scrittore, a dare l’ultimo saluto a Fëdor Dostoevskij, quel giorno di febbraio del 1881, al monastero Alexander Nevskij a San Pietroburgo. Solov’ev fu anche il pensatore e critico che più di ogni altro diede una lettura squisitamente religiosa dell’opera di Dostoevskij, che vide in lui un “sacerdote dell’arte”, il profeta di un cristianesimo fondato sulla misericordia, colui che più di ogni altro scrittore ha indagato la profondità dell’animo umano, gli abissi del male in cui può cadere ma al tempo stesso ha spalancato le porte alla redenzione.

Si sa che Dostoevskij, pur essendo profondamente credente, andava poco in chiesa e non amava i preti: tutta la sua attenzione religiosa era focalizzata sulla figura di Cristo. Un’icona era appesa negli studi in cui lavorava, che si trovasse a Pietroburgo o a Semipalatinsk, in Siberia, dove fu mandato nel 1854 dopo quattro anni trascorsi nella fortezza di Omsk in seguito alla condanna subita per cospirazione, preceduta dal famoso episodio della falsa fucilazione. Una situazione che torna spesso nel romanzo di Ferruccio Parazzoli Il grande peccatore, pubblicato da Bompiani (pagine 240, euro 17), tutto incentrato sulla figura di Razumichin, l’amico di Raskolnikov nel romanzo Delitto e castigo, e sul suo rapporto immaginario con l’autore russo.

Ecco cosa dice a metà libro Dostoevskij, che si rivolge al seguace ma a suo modo traditore: «E tu cosa credi, che dopo quattro anni di lavori forzati, io, FM Dostoevskij, il più potente scrittore di storie quali nessuno scrittore ha mai immaginato, io, figlio della santa madre Russia, sotto lo sguardo di quel Cristo che tengo lì, inchiodato al muro, mi lascerò scoraggiare, abbattere, naufragare? Nulla potrà fermarmi, la miseria, i debiti, la famiglia, neppure lo zar. Lavorerò con fervore, con furore, sarò il più grande scrittore che la Russia abbia avuto dopo Puskin».

Il volume di Parazzoli è un omaggio al suo autore prediletto, ma al tempo stesso si fa ritratto irriverente di Dostoevskij e insieme uno scavo del tutto originale in quel sottosuolo che da sempre ha affascinato entrambi. Indagato da Parazzoli in tutta la sua opera, dai romanzi più religiosi alla trilogia su Milano, con quel viaggio nel mondo oscuro della metropolitana che fa ricordare l’apologo di Buzzati Viaggio agli inferni del secolo, in cui in una contemporanea discesa agli inferi s’immagina il regno di Satana come una metropoli bloccata dal traffico: la porta dell’Ade è l’ingresso della metro.

L’invenzione di Parazzoli consiste nel ridare vita a un personaggio minore, Razumichin appunto (o Vrazumichin), che dopo aver assistito ai funerali di Dostoevskij si reca da un editore per proporgli la sua versione della vita dello scrittore, che egli stesso ha affiancato nelle varie fasi, viaggio in Europa e in Italia compreso. Cercando di farsi suo discepolo e di imparare da lui (invano) le arti della narrativa ma contemporaneamente denunciandone le bassezze. Si viene così a sapere che Dostoevskij avrebbe conosciuto Raskolnikov a Wiesbaden, dove come al solito si era fermato per giocare al casinò, e avrebbe convinto il giovane studente universitario a commettere quel crimine efferato ma perfetto cui poi si sarebbe ispirato per scrivere Delitto e castigo. FM — come spesso lo chiama Parazzoli — aveva infatti bisogno di un fatto di cronaca nera per trovare il puntello per dare vita alle sue storie. E, in questo caso, si trattava di dimostrare che «si può commettere un’azione riprovevole conservando la propria integrità morale, toccare la lordura senza restarne contaminato».

Come si può capire, romanzo e vita si sovrappongono: spesso prevale la disillusione, la miseria che può colpire ogni individuo, anche il più grande; altrove si afferma la pietà, come quando nel finale Dostoevskij torna dalla moglie Maria Dmitrievna, che aveva abbandonato per seguire altre avventure, per accompagnarla alla morte. O quando si richiama l’anelito nichilista della gioventù rivoluzionaria. Molti critici del resto, come noto, hanno visto nell’opera dello scrittore russo il presentimento della rivoluzione d’Ottobre, con i suoi demoni e i suoi orrori. Tutto questo c’è nel romanzo Il grande peccatore, che più che le anti-memorie di Dostoevskij definirei uno scavo singolare ma autentico nel sottosuolo mai del tutto esplorato di quello che ritengo il più grande scrittore mai esistito.

Cittadini del mondo

Fonte Associazione Popolari

Per interpretare i grandi cambiamenti del nostro tempo – e per comprendere il successo dei partiti populisti – dobbiamo aver chiari i concetti legati alla sovranità e alla tutela delle identità nazionali in un mondo sempre più globalizzato. Nel nostro piccolo abbiamo la fortuna di pubblicare gli articoli in cui Beppe Ladetto ci fa interrogare sul senso vero delle parole, modificate nella loro percezione dall’evolversi della storia e della cultura. Le sue ultime riflessioni, che partono dal significato del termine “confine”, sono di grande attualità, e sono sostanzialmente condivisibili. Di certo “confine” non è una parolaccia ma un concetto cui dare il giusto valore, così come è positiva l’attenzione al territorio e all’identità nazionale che i confini delimitano.

Il confine in sé non è una cosa cattiva, come non lo è il diritto di proprietà. Tutti diamo per scontato che in casa nostra facciamo entrare solo chi vogliamo e che gli ospiti devono rispettarne le regole. Diversa, tra i proprietari, è la volontà/capacità di accogliere: c’è chi si rinchiude nel bunker, c’è chi apre la propria dimora agli amici e, all’occorrenza, a chi ha bisogno di riparo.

Non tutte le persone, non tutte le popolazioni sono egualmente ospitali, e tutti ne abbiamo consapevolezza, senza che mi attardi in esempi. Tra “chiusura” e “apertura” verso “l’altro da sé” c’è una disputa filosofica che riguarda l’essenza stessa dell’uomo. Ladetto aderisce alla teoria che risale ad Aristotele, ritenendo la nostra specie “costitutivamente sociale”. Siamo nell’eterna contrapposizione tra homo homini lupus e homo homini deo, mai veramente risolta, dato che il libero arbitrio permette sempre all’uomo di scegliere tra il bene e il male, tra la prevaricazione e la collaborazione con i suoi simili. Vorrei poi sottolineare l’amara considerazione di Ladetto sugli animali, che “difendono lo spazio loro indispensabile per sopravvivere”, mentre “gli umani tendono a conquistare territorio per sottomettere e sfruttare altri membri della propria specie”. E anche la condanna dell’individualismo sfrenato della nostra epoca: che questo frutto dell’ultimo liberismo selvaggio, in aggiunta alla brama di potere e ricchezza sempre esistite, abbia creato una serie di guasti sociali e politici, è tanto evidente da non richiedere aggiunte.

Dove però vorrei approfondire il pensiero di Ladetto è per contestare la presunta dicotomia tra l’identità, il senso di appartenenza a una comunità, e il considerarsi “cittadini del mondo”. Premetto che a questo titolo sono particolarmente legato perché da assessore lo scelsi oltre vent’anni fa per una iniziativa di educazione alla cittadinanza e alla multiculturalità realizzata nelle scuole del mio Comune in collaborazione con Amnesty International. Certo, il “cittadino del mondo” che avevamo – e ho tuttora – in mente, non è lo yuppie descritto da Bauman e Lasch, il ricco cosmopolita slegato da ogni comunità territoriale, spinto a muoversi alla ricerca di sempre migliori opportunità.

Il mio “cittadino del mondo” è colei/colui che ritiene tutti gli altri individui del pianeta simili a sé: diversi per colore della pelle, lingua, religione, usi e costumi, ma accomunati dal provare la stessa gioia per la nascita di un figlio e lo stesso dolore per la perdita di una persona cara, la stessa paura per la malattia, la guerra e il terremoto, dall’avere la stessa speranza in un futuro sereno, lo stesso desiderio di una familia, dei figli, di un lavoro gratificante o almeno dignitoso. Insomma, ogni individuo è sì unico e irripetibile – cosa di cui tendiamo a dimenticarci quando pensiamo alle moltitudini con gli occhi a mandorla o quando vediamo un barcone zeppo di giovani migranti neri “tutti uguali” – ma, nello stesso tempo, ci possiamo tutti considerare figli dello stesso pianeta o, per i credenti, di un unico Dio. Questa “eguaglianza umana”, questo “umanesimo” che porta a vedere in ciascuno il “prossimo” dell’insegnamento evangelico, ha ispirato i principi fissati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Proprio la dignità della persona umana, la sua tutela, può e deve rappresentare il collante universale tra individui e nazioni.

Poi la realtà è complessa e confligge anche con i buoni propositi. Possiamo solo condividere con Bauman che “il mondo globalizzato non conosce né la solidarietà, né la tradizione del villaggio, non possiede un centro e manca di integrità”, come ricorda Ladetto. Ed è vero che dalla “dilatazione globalista” dei confini ne nascono per reazione di nuovi: “localismi politici, etnicismi, fondamentalismi religiosi, ma anche i neo-tribalismi metropolitani”. E vediamo bene come diventa difficile mantenere saldi i principi di umanità e accoglienza di fronte a fenomeni epocali come l’esplosione demografica del Sud del mondo e le conseguenti migrazioni. È difficile organizzare accoglienza e integrazione sapendo che ci si deve scontrare con i limiti del possibile, che sono inferiori alle necessità. Molto più semplice è invece dare seguito alle preoccupazioni, alle paure o agli egoismi, e invocare l’innalzamento di muri sui confini.

Ma su questo tema non posso che rimandare al sempre attuale documento che noi Popolari piemontesi abbiamo elaborato un paio di anni fa.

Vale invece la pena ribadire ancora che non trovo contrapposizione tra chi vede la persona umana al centro di un umanesimo senza confini e chi difende le identità culturali.

Non è l’omologazione (l’inglese, la Coca Cola, le star planetarie, ecc.) ma all’opposto la diversità (la lingua nazionale e il dialetto, il vino locale, gli amici d’infanzia, ecc.) a dare valore all’umanesimo universale. Per fare un esempio chiarificatore, la forza del Made in Italy, un marchio a diffusione mondiale, sta nella miriade di produzioni locali tutelate e valorizzate. Allo stesso modo – da inguaribile sturziano – ritengo che la forza di uno Stato poggi sopra un equilibrato sistema di autonomie, democratiche e responsabili, incentrato sul municipio, l’ente più vicino al singolo cittadino e alla primitiva comunità locale. E non confondiamo il campanilismo, chiusura nel proprio ambito territoriale, con il municipalismo, apertura verso comunità con gli stessi intenti e gli stessi problemi. Allo stesso modo rifiutiamo un cosmopolitismo omologato e vuoto, ma auspichiamo una vera multiculturalità, che presuppone l’attenzione verso chi è diverso da noi. Se siamo eredi di una storia particolare e membri di una definita cultura, che è legittimo e anzi doveroso tutelare, non dobbiamo però chiuderci in noi stessi ma essere aperti al dialogo.

Chi crede nel valore della spiritualità, rispetta tutte le religioni e ne ricerca la reciproca conoscenza: nemici della spiritualità sono tanto il relativismo etico (proprio del liberismo ateo) quanto il fondamentalismo di chi pensa di possedere la verità. Chi crede nella libertà, sa che ne conseguono tanto i diritti – di cui tutti si riempiono la bocca – quanto i doveri – che pochi ricordano, come era solito fare Aldo Moro –. E sa che la libertà assoluta, all’insegna dell’individualismo liberista, si risolve a vantaggio di pochi in società globalizzate, come se fossimo in una giungla: lì tutti sono liberi, ma soggetti alla legge del più forte o del più astuto. Doti che nella società umana si sommano: è l’eterno Machiavelli a ricordarci che per primeggiare “bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi”.

Certamente oggi è più difficile che in passato individuare volpi e leoni, dato che il potere , come la ricchezza, ha assunto forme smaterializzate e lontane, dominanti nei mass media. Conviene riprendere lo studio dei fondamenti della politica, che è l’arte della civile convivenza.

Grazie quindi a Beppe Ladetto per averci aiutato a recuperare il corretto concetto di “confine”. Nell’antichità i confini erano spesso fissati lungo fiumi impetuosi, barriere naturali difficili da oltrepassare. Solo avendo chiaro cos’è un limite, possiamo anche valorizzare e apprezzare il concetto di “ponte”. I popoli che si fermano ad una politica che esalta i confini ma resta incapace di costruire ponti, sono destinati a ripiombare in un nuovo, oscuro medioevo.

Giovanni Paolo II: “Vecchia Europa, ritrova te stessa, sii te stessa”

Vogliamo, oggi, pubblicare a poche ore dal voto, alcuni dei passi più significativi dell’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa”, firmata da Giovanni Paolo II, un Papa che, sulla propria pelle, aveva vissuto la seconda guerra mondiale. E che quindi conosceva i pericoli dei tempi moderni.

 

Constatiamo con gioia la crescente apertura dei popoli, gli uni verso gli altri, la riconciliazione tra nazioni per lungo tempo ostili e nemiche, l’allargamento progressivo del processo unitario ai Paesi dell’Est europeo. Riconoscimenti, collaborazioni e scambi di ogni ordine sono in sviluppo, così che, a poco a poco, si crea una cultura, anzi una coscienza europea, che speriamo possa far crescere, specialmente presso i giovani, il sentimento della fraternità e la volontà della condivisione. Registriamo come positivo il fatto che tutto questo processo si svolga secondo metodi democratici, in modo pacifico e in uno spirito di libertà, che rispetta e valorizza le legittime diversità, suscitando e sostenendo il processo di unificazione dell’Europa. Salutiamo con soddisfazione ciò che è stato fatto per precisare le condizioni e le modalità del rispetto dei diritti umani.

Nel contesto, infine, della legittima unità economica e politica in Europa, mentre registriamo i segni della speranza offerti dalla considerazione data al diritto e alla qualità della vita, ci auguriamo vivamente che, in una fedeltà creativa alla tradizione umanistica e cristiana del nostro Continente, sia garantito il primato dei valori etici e spirituali 

 

Tra le sfide che si pongono oggi al servizio al Vangelo della speranza va annoverato il crescente fenomeno delle immigrazioni, che interpella la capacità della Chiesa di accogliere ogni persona, a qualunque popolo o nazione essa appartenga. Esso stimola anche l’intera società europea e le sue istituzioni alla ricerca di un giusto ordine e di modi di convivenza rispettosi di tutti, come pure della legalità, in un processo d’una integrazione possibile.

Considerando lo stato di miseria, di sottosviluppo o anche di insufficiente libertà, che purtroppo caratterizza ancora diversi Paesi, tra le cause che spingono molti a lasciare la propria terra, c’è bisogno di un impegno coraggioso da parte di tutti per la realizzazione di un ordine economico internazionale più giusto, in grado di promuovere l’autentico sviluppo di tutti i popoli e di tutti i Paesi.

Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione « universalistica » del bene comune ad esigerlo: occorre dilatare lo sguardo sino ad abbracciare le esigenze dell’intera famiglia umana. Lo stesso fenomeno della globalizzazione reclama apertura e condivisione, se non vuole essere radice di esclusione e di emarginazione, ma piuttosto di partecipazione solidale di tutti alla produzione e allo scambio dei beni.

Ciascuno si deve adoperare per la crescita di una matura cultura dell’accoglienza, che tenendo conto della pari dignità di ogni persona e della doverosa solidarietà verso i più deboli, richiede che ad ogni migrante siano riconosciuti i diritti fondamentali. È responsabilità delle autorità pubbliche esercitare il controllo dei flussi migratori in considerazione delle esigenze del bene comune. L’accoglienza deve sempre realizzarsi nel rispetto delle leggi e quindi coniugarsi, quando necessario, con la ferma repressione degli abusi.

Occorre pure impegnarsi per individuare forme possibili di genuina integrazione degli immigrati legittimamente accolti nel tessuto sociale e culturale delle diverse nazioni europee. Essa esige che non si abbia a cedere all’indifferentismo circa i valori umani universali e che si abbia a salvaguardare il patrimonio culturale proprio di ogni nazione. Una convivenza pacifica e uno scambio delle reciproche ricchezze interiori renderà possibile l’edificazione di un’Europa che sappia essere casa comune, nella quale ciascuno possa essere accolto, nessuno venga discriminato, tutti siano trattati e vivano responsabilmente come membri di una sola grande famiglia.

Inclusione degli alunni con disabilità: via libera alle nuove norme

Il Consiglio dei ministri ha approvato lunedì, in via preliminare, un provvedimento che interviene modificando le norme in materia di disabilità in ambito scolastico, ponendo in rilievo lo studente e le proprie necessità. Con l’approvazione delle nuove norme vi saranno più sussidi, strumenti, metodologie di studio mirate. I diversi progetti verranno modulati in relazione al tipo di disabilità, attraverso un Piano didattico individualizzato che sappia guardare alle caratteristiche del singolo studente.

“Con il provvedimento approvato in Consiglio dei ministri, che ho fortemente voluto sin dal mio insediamento, facciamo davvero un grande passo avanti – ha detto il titolare dell’Istruzione Bussetti -. Abbiamo lavorato in accordo con le associazioni di settore e l’Osservatorio permanente per l’inclusione scolastica. Il governo ha dimostrato di dare attenzione concreta a questi temi. Siamo passati dalle parole ai fatti. Appena insediato – ha aggiunto – ho subito voluto far ripartire l’Osservatorio sull’inclusione, che era rimasto fermo. Per mesi abbiamo lavorato per raggiungere questo risultato […,]”.

In base alla rimodulazione delle norme, l’intera comunità scolastica sarà coinvolta nei processi di inclusione. Verrà rivista la composizione delle commissioni mediche per l’accertamento della condizione di disabilità ai fini dell’inclusione scolastica: saranno sempre presenti, oltre ad un medico legale che presiede la Commissione, un pediatria o neuropsichiatria e un clinico specializzato nella patologia dell’alunno. Anche i genitori e, dove possibile, nel caso di maggiorenni, gli stessi alunni con disabilità, potranno partecipare al processo di attribuzione delle misure di sostegno, per superare l’attuale impostazione che prevede una meccanica associazione tra la certificazione data ai sensi della legge 104 e il supporto offerto al giovane.

Nascono inoltre i Gruppi per l’inclusione territoriale (Git), formati su base provinciale, ovvero nuclei di docenti esperti che supporteranno le scuole nella redazione del Piano educativo individualizzato (Pei) e nell’uso dei sostegni previsti nel Piano per l’inclusione. I Git avranno anche il compito di verificare la congruità della richiesta complessiva dei posti di sostegno che il dirigente scolastico invierà al preposto Ufficio regionale. A operare sarà altresì il Gruppo di lavoro per l’inclusione, composto dal team dei docenti contitolari o dal consiglio di classe, con la partecipazione dei genitori dell’alunno con disabilità, delle figure professionali specifiche, interne ed esterne alla scuola che interagiscono con l’alunno stesso, nonché con il supporto dell’unità di valutazione multidisciplinare e con un rappresentante designato dall’Ente locale.

Il gruppo di lavoro operativo per l’inclusione avrà il compito di redigere il Piano educativo individualizzato, compresa la proposta di quantificazione di ore di sostegno e delle altre misure a supporto del ragazzo, tenuto conto del suo profilo peculiare. Dal suo insediamento l’Osservatorio permanente per l’inclusione scolastica svolge analisi e studio delle tematiche relative all’inclusione degli studenti con disabilità certificata a livello nazionale e internazionale; monitoraggio delle azioni per l’inclusione scolastica; proposte di accordi inter-istituzionali per la realizzazione del progetto individuale di inclusione; proposte di sperimentazione in materia di innovazione metodologico-didattica e disciplinare; pareri e proposte sugli atti normativi inerenti l’inclusione scolastica.

Giornata biodiversità, in Italia persi 3 frutti su 4

In Italia sono scomparse dalla tavola tre varietà di frutta su quattro nell’ultimo secolo, ma la perdita di biodiversità riguarda l’intero sistema agricolo e di allevamento con il rischio di estinzione che si estende dalle piante coltivate agli animali allevati. E’ quanto afferma la Coldiretti, in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, che si festeggia in tutto il Pianeta il 22 maggio.

In Italia nel secolo scorso si contavano 8.000 varietà di frutta, mentre oggi si arriva a poco meno di 2.000 e di queste ben 1.500 sono considerate a rischio di scomparsa anche per effetto dei moderni sistemi della distribuzione commerciale che privilegiano le grandi quantità e la standardizzazione dell’offerta. L’omologazione e la standardizzazione delle produzioni a livello internazionale mettono a rischio anche gli antichi semi della tradizione italiana sapientemente custoditi per anni da generazioni di agricoltori. Un pericolo – secondo la Coldiretti – per i produttori ed i consumatori per la perdita di un patrimonio alimentare, culturale ed ambientale del Made in Italy, ma anche un attacco alla sovranità alimentare e alla biodiversità.

E proprio per questo che l’agricoltura italiana ha invertito la rotta negli ultimi anni ed è diventato il Paese più green d’Europa. L’Italia – sottolinea la Coldiretti – è l’unico Paese al mondo con 5155 prodotti alimentari tradizionali censiti, 297 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, ma è anche leader in Europa con quasi 60mila aziende agricole biologiche e ha fatto la scelta di vietare le coltivazioni Ogm e la carne agli ormoni a tutela della biodiversità e della sicurezza alimentare. Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e su 533 varietà di olive contro le 70 spagnole.

Senza dimenticare la riscoperta di grani antichi come il Senatore Cappelli che dopo aver rivoluzionato la produzione di pane e pasta in Italia, ha rischiato di sparire, ma adesso torna sulle tavole italiane grazie alla Sis, la Società Italiana Sementi.

Un’azione di recupero importante della biodiversità – continua la Coldiretti – si deve in Italia ai nuovi sbocchi commerciali creati dai mercati degli agricoltori e dalle fattorie di Campagna Amica attivi in tutte le Regioni e che hanno offerto opportunità economiche agli allevatori e ai coltivatori di varietà e razze a rischio di estinzione che altrimenti non sarebbero mai sopravvissute alle regole delle moderne forme di distribuzione. Un’azione formalizzata con i prodotti presenti nell’elenco dei “Sigilli” di Campagna Amica che – sottolinea la Coldiretti – sono la più grande opera di valorizzazione della biodiversità contadina mai realizzata in Italia che può essere sostenuta direttamente dai cittadini nei mercati a chilometri zero degli agricoltori e nelle fattorie lungo tutta la Penisola, una mappa del tesoro che per la prima volta è alla portata di tutti.

La difesa della biodiversità non ha solo un valore naturalistico ma – sottolinea la Coldiretti – è anche il vero valore aggiunto delle produzioni agricole Made in Italy. Investire sulla distintività – conclude la Coldiretti – è una condizione necessaria per le imprese agricole di distinguersi in termini di qualità delle produzioni e affrontare così il mercato globalizzato salvaguardando, difendendo e creando sistemi economici locali attorno al valore del cibo.

I 25 esami diagnostici più richiesti al mondo

L’Università di Waterloo (Canada) pubblica su American Journal of Clinical Pathology  la top 25 degli esami di laboratorio più importanti per sviluppare un sistema sanitario universalistico.

I ricercatori hanno chiesto a cinque ospedali, rappresentativi di nazioni a basso, medio e altoincome(Kenya, India, Nigeria, Malesia e USA). Confrontando volume e costo di questi esami, gli autori dello studio hanno scoperto che la tipologia degli esami più richiesti era molto simile anche in contesti nazionali così diversi.

L’emocromo è il test di laboratorio più effettuato in tutti gli ospedali inclusi nello studio; seguono ai primi posti i test di funzionalità renale, la glicemia, i test di funzionalità epatica. A Nairobi il secondo test più richiesto è l’esame delle urine, mentre il settimo posto è per la ricerca del parassita malarico e l’ottavo posto è occupato dal test fecale per Helicobacter pylori. A Bangalore, spunta al quarto posto il TSH, mentre a Denver il  sesto posto è occupato dall’emoglobina glicata. Ma al di là delle ovvie differenze geografiche, nella top 25 sono rappresentati in pratica gli stessi esami in tutti gli ospedali esaminati, anche se con un ranking diverso.

A sorpresa, nonostante l’elevata prevalenza di tubercolosi in alcune nazioni, solo in un ospedale questo test figurava nella top 25 degli esami più richiesti, probabilmente perché questi esami vengono effettuati al di fuori degli ospedali, in presidi dedicati.

26 Maggio, Rete Bianca rilancia l’opzione europeista

Pubblichiamo il comunicato stampa che l’Ansa ha diramato ieri pomeriggio, con cui la Rete bianca invita a votare le liste autenticamente europeiste.

Votare per le liste europeiste che “contrastano l’azione demolitrice a carattere anti europeo dell’attuale maggioranza di governo”. E’ l’appello di Rete Bianca, la rete a cui fanno riferimento alcune associazioni che si ispirano al popolarismo e al cattolicesimo democratico.

“Il voto di domenica 26 maggio – si legge nell’appello – costituisce una tappa fondamentale sulla strada del rafforzamento dell’europeismo. Sono forti, infatti, le preoccupazioni che generano il possibile deragliamento in chiave populista e sovranista. Oggi, nonostante le insufficienze e le difficoltà del modello post-Maastricht, la frontiera del ‘sogno europeo’ si attesta sull’asse del ritorno ai principi, ai valori e alle scelte dei Padri fondatori”.

“A noi piace difendere e rilanciare – prosegue Rete Bianca – l’idea dell’Europa di De Gasperi e Spinelli, ovvero dell’integrazione e della solidarietà come architrave del progresso dei popoli e delle nazioni del nostro Continente.

Per questo ‘Rete Bianca’, punto di incontro e dialogo tra cattolici democratici, auspica l’aperto sostegno elettorale ai partiti e alle liste che muovono dal presupposto di dover
contrastare l’azione demolitrice a carattere anti europeo dell’attuale maggioranza di governo”.

“L’assenza in questa competizione elettorale di una forza politica di centro, capace di aggiornare e rilanciare il patrimonio ideale del popolarismo – si legge ancora nell’appello –  non autorizza la fuga dalle responsabilitá,  quindi non permette di coltivare l’opzione astensionista. Il voto questa volta è un dovere per ridare all’Europa slancio e vigore, nonche’ all’Italia il ruolo che le spetta nel panorama politico dell’Unione. Con questo impegno concreto, riaffermiamo il nostro sostegno per l’Europa con il respiro ideale del popolarismo, convinti come siamo che la battaglia del 26 maggio incentiva la ricostruzione di un centro democratico e progressista – De Gasperi lo definiva il ‘centro che guarda a sinistra’ – necessario a garantire un autentico rinnovamento morale, civile ed economico del’Italia”.

L’appello  è ifrmato da Giorgio Merlo e Beppe Sangiorgi, portavoce di Rete Bianca, Lucio D’Ubaldo, Direttore de “Il Domani d’Italia”, Giuseppe De Mita, Coordinatore Italia Popolare e Dante Monda, Coordinatore Circoli Liberi e Forti.

Enzo Carra: Marino e la sindrome di Montecristo

Qualche giorno fa la Corte di Cassazione ha chiuso con un’assoluzione il “caso Marino”. Cacciato con ignominia dal Campidoglio, nell’ottobre del 2015, per la coraggiosa iniziativa dei consiglieri democratici, nell’occasione guidati dall’intrepido presidente del partito, nonché commissario del Pd romano, Orfini, il chirurgo è ritornato a Philadelphia, lasciando l’insicura aula Giulio Cesare per la più accogliente camera operatoria della Thomas Jefferson University.

Il palpitante caso giudiziario derivava da alcuni “scontrini” riferiti a cene pagate da Marino con la carta di credito comunale.  Va a sapere se quei simposi fossero istituzionali o privati. Vallo a sapere perché i pm volevano semplicemente che glielo dicesse lui, Marino, che roba fosse quella. Loro invece, in tanto tempo, non sono riusciti a convincere la Cassazione, supremo giudice che lui, l’ex sindaco, avesse cenato a sbafo. Ciò di cui erano convinti quei consiglieri a Cinque Stelle che si fecero fotografare con le immancabili arance da portare dietro le sbarre allo stesso Marino. Avrebbero fatto bene a tenersene un po’ di queste arance per portarle a Regina Coeli a quello che fino a qualche settimana fa presiedeva il Consiglio Comunale eletto dopo la cacciata di Marino.

Le arance e la gogna mediatica non sono bastate a far condannare Marino. Peccato per Orfini e tutti quelli che per conformismo hanno taciuto vigliaccamente in questi anni. Si difende ora l’ex presidente democratico e dice che non si pente perché, anche senza condanna, resta il “giudizio politico”, ovviamente negativo, sul suo ex compagno di partito.  Marino è stato un cattivo sindaco? Il dibattito è aperto, alla luce delle esperienze successive vissute dai romani. Certo, non è che la candidatura di Marino sia stata decisa da un ente diabolico, alle spalle del Pd romano. Casomai sarebbe bastato scegliere un altro, uno che, decifrando le smorfie dei dirigenti di quel partito, si fosse dimostrato più influenzabile del chirurgo di Philadelphia, Pennsylvania.

La Cassazione, assolvendo le cinquantadue cene di Ignazio Marino, e ustionando il cuore legalitario dei Cinque Stelle romani, degli amici di Orfini e dei Fratelli d’Italia, ha reso un grande servizio alla giustizia. Questa, nella motivazione della sentenza che manda assolto Marino, scrive testualmente che la Corte d’Appello, condannandolo, aveva violato “il principio generale secondo cui l’onere di provare l’esistenza degli elementi costituivi del fatto di reato incombe sulla pubblica accusa”. Come per magia, si sente risuonare nel Palazzo della Giustizia il brocardo secondo cui siamo tutti innocenti fino a prova contraria e condanna in pari tempo  il davighese secondo cui siamo invece tutti colpevoli, fino a prova contraria.

Pochi giorni dopo la sentenza, lunedì scorso, mascherato da Conte di Montecristo, il chirurgo Marino posta su Facebook un messaggio agli italiani. In esso rende noto che “le cene di rappresentanza oggetto di tanta attenzione da parte del Partito Democratico, dei partiti di Centro-Destra e del Movimento 5 Stelle sono state giudicate dall’Alta Corte attività ordinaria di promozione dell’immagine e del prestigio della Capitale.” Il caso dunque è chiuso. Poi, l’ex destinatario delle arance grilline conclude graffiando: “ciò che rimane aperto sono le motivazioni che hanno portato tutti consiglieri del Partito democratico e parte dei Consiglieri del Centro-destra a recarsi da un notaio per interrompere il cambiamento che si stava realizzando. Queste sono le uniche motivazioni che ancora oggi non sono state depositate.”

Chissà se parleremo di una “sindrome di Montecristo”. Di sicuro, il messaggio dell’ex condannato è stato “visualizzato” da oltre 530.000 utenti Fb, e ha riscosso 20.000 like con 2.000 commenti. Infinitamente di più di altre Star della scena Social. Una reazione popolare come questa significa che ci sono tanti italiani che odiano le persecuzioni. Ricordiamocelo.

 

Liliana Ocmin: L’attenzione della Cisl alle politiche di genere tra contrattazione ed azione culturale

Fonte “Conquiste del lavoro”

Il lavoro, la dignità nel lavoro ed il contrasto allo pseudo-lavoro restano per la Cisl questioni prioritarie per il riscatto di quanti vivono sulla propria pelle situazioni di sfruttamento e forme di schiavitù che ancora oggi si frappongono come ostacoli al naturale progresso civile della società e rischiano di riportarci indietro nel tempo. Un grande sindacato riformista come la Cisl – sono le parole della nostra Segretaria generale Annamaria Furlan in occasione del 69° anniversario dell’Organizzazione – che “continua a segnare con i suoi valori e le sue scelte libere ed autonome dalla politica le trasformazioni del nostro Paese”, non può distogliere lo sguardo e l’attenzione da queste realtà, da queste “periferie sociali”, dove povertà, emarginazione, discriminazione e disagio segnano profondamente la vita di tante persone, di lavoratrici e lavoratori, cittadini e cittadine, italiane e italiani, straniere e stranieri.

Il tema delle periferie sociali è uno degli assi portanti del Documento di discussione, presentato durante i lavori dell’ultimo Consiglio generale, per la prossima Conferenza nazionale organizzativa della Cisl che si terrà a Roma dal 9 all’11 luglio. Occorre rilanciare, dunque, il ruolo di prossimità della Cisl per essere sempre più presenti “in quelle periferie esistenziali – ha precisato Annamaria Furlan – che Papa Francesco ha indicato come le nuove frontiere della fraternità, dove il disagio è forte e la dignità delle persone è ogni giorno messa in discussione. Questo significa impegno contrattuale, formativo ed un investimento straordinario per aprire nuove sedi dove la povertà sfocia in disperazione”. Occuparsi delle “periferie” vuol dire aiutare chi è rimasto fuori o ai margini del mercato del lavoro. I giovani, ad esempio, in particolare coloro che rappresentano quella fascia di ragazzi e ragazze che non studiano, non lavorano e neanche lo cercano. Anche i migranti e le migranti, non solo in termini di inserimento lavorativo ma anche di integrazione e inclusione sociale. Nell’alveo delle periferie non mancano, purtroppo, le politiche di genere con le donne relegate spesso nelle aree del disagio, dello sfruttamento, della violenza e della discriminazione socio-lavorativa.

Come Coordinamento nazionale donne, facciamo nostro l’impegno della Cisl per rafforzare in questo senso l’azione concreta quotidiana a tutti i livelli, a partire da quello territoriale e locale, sviluppando alleanze con le diverse associazioni a noi più vicine culturalmente, così come stiamo continuando a fare in lungo e in largo per lo stivale con la Campagna contro la tratta e la prostituzione, in collaborazione con l’Associazione Papa Giovanni XXIII, con la Campagna informativa permanente contro le mutilazioni genitali femminili e con il gruppo di lavoro ad hoc, costituito in seno al Coordinamento, per prevenire e contrastare la violenza e le molestie nei luoghi di lavoro. La contrattazione, già orientata in questa direzione, può fare ancora di più, specie se sostenuta anche da processi formativi dedicati e finalizzati oltre che alla partecipazione femminile, come le “quote”, alla diffusione della cultura di genere, cominciando con la disseminazione di un linguaggio più attento e rispettoso dello stesso, a superamento del solito neutro-maschile.

Noi donne ne siamo sempre più convinte, le quote, anche se strumento non ideale, hanno avuto ed hanno il merito di “rompere” il muro dell’immobilismo sociale e professionale delle donne, ma manca ancora quel salto di qualità culturale, sia al nostro interno che all’esterno, in grado di guardare alla parità e alle pari opportunità non più come ad un obiettivo ma come ad un traguardo. Il linguaggio è un veicolo formidabile per modificare pensiero e comportamenti, perciò anche noi come sindacato dobbiamo dare il nostro contributo per superare tutte quelle “cattive abitudini” che di fatto alimentano stereotipi e discriminazioni rendendo “invisibili” le donne. A proposito di invisibilità femminile, se ne discuterà anche all’evento nazionale, organizzato dal gruppo di lavoro dell’ASVIS sulla parità di genere (Goal 5 Agenda ONU 2030), di cui fa parte la Cisl, che si terrà il prossimo 29 maggio a Roma.

Economia: Istat, nel 2019 il Pil previsto in crescita dello 0,3%

Nel 2019 il prodotto interno lordo (Pil) è previsto crescere dello 0,3% in termini reali, in deciso rallentamento rispetto all’anno precedente.

Nell’anno corrente, la domanda interna al netto delle scorte fornirebbe l’unico contributo positivo alla crescita del Pil (0,3 punti percentuali), mentre l’apporto della domanda estera netta e quello della variazione delle scorte risulterebbero nulli.

Nel 2019, la spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimata crescere dello 0,5%, in lieve rallentamento rispetto all’anno precedente.

Nell’anno in corso, il processo di ricostituzione dello stock di capitale rallenterebbe in misura significativa. La riduzione coinvolgerebbe sia gli investimenti in macchinari e attrezzature sia quelli in costruzioni. Nel complesso, gli investimenti fissi lordi sono previsti crescere dello 0,3%.

La decelerazione dei ritmi produttivi inciderebbe anche sul mercato del lavoro. Nel 2019 si prevede che l’occupazione rimanga sui livelli dell’anno precedente (+0,1%) mentre si registrerebbe un lieve aumento del tasso di disoccupazione (10,8%). Le retribuzioni lorde per unità di lavoro dipendente sono attese evolvere in linea con il deflatore della spesa delle famiglie residenti (+0,9%).

L’attuale scenario di previsione è caratterizzato da alcuni rischi al ribasso rappresentati da una ulteriore moderazione del commercio internazionale e da un possibile peggioramento delle condizioni creditizie legato all’aumento dell’incertezza e all’evoluzione negativa degli scenari politici ed economici internazionali.

Sondaggi, Europee: il Ppe primo partito

Al Parlamento europeo che verrà eletto tra il 23 e il 26 maggio prossimo, il Partito popolare europeo (Ppe) dovrebbe confermarsi primo gruppo con 168 seggi, 49 in meno rispetto a quelli ottenuti alle europee del 2014.

È quanto si apprende da un sondaggio pubblicato dal quotidiano tedesco “Frankufrter Zeitung”. Al secondo posto, il Partito del socialismo europeo (Pse) con 146 eurodeputati, in calo di 41 seggi rispetto alla legislatura che sta per concludersi.

Segue l’Alleanza dei liberali e democratici europei (Alde), che guadagnerebbe 37 seggi salendo a 105 eurodeputati. L’Europa delle nazioni e della libertà (Enf) avrebbe 73 rappresentanti (+36 rispetto al 2014), mentre il Gruppo dei conservatori e riformisti europei (Ecrg) perderebbe 18 seggi scendendo a 57 eurodeputati.

I Verdi europei otterrebbero 55 seggi, soltanto 3 in più rispetto al 2014. La Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (Gue/Ngl) perderebbe un seggio attestandosi a 51 rappresentanti, mentre l’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd) avrebbe 49 eurodeputati, otto in più rispetto a quelli eletti nel 2014.

Altri partiti avrebbero 40 seggi.

Niki Lauda, un grande europeo

Era forte, Niki Lauda, e si fa fatica adesso a parlarne al passato. E’ una figura familiare presente da tanto tempo, che pare quasi infinito. Sconfitto dalle complicanze di una polmonite, a 70 anni. Figlio di noti banchieri viennesi, un cognome fatto apposta per i titoli delle prime pagine dei giornali. Un “self made man” che si dedica alle corse nonostante la contrarietà della famiglia, da cui si separa bruscamente. Arriva al successo negli anni Settanta, quando la Formula 1 è “un club di ex garagisti inglesi” come da brillante definizione di Gianni Brera. Diventa campione del mondo nel momento del boom televisivo del Circus. E’ il primo pilota moderno, quasi rivoluzionario in temi come sindacato piloti (Grand Prix Drivers Association, che prima non esisteva), contratti, sponsor, sicurezza. Dopo l’incidente del 1976 al Nuerbuergring, da cui esce miracolosamente vivo (portandone però le cicatrici per il resto dei suoi giorni) chiede e ottiene l’istituzione della Safety Commission, realtà che opera ancora oggi per la sicurezza dei circuiti.

Era un formidabile cinico, un volto con la sua storia esposta, paura compresa, quella che lo fermò in Giappone, sempre nel 1976, consegnando il titolo mondiale a James Hunt, un amico, al contrario di quanto raccontato dal regista Ron Howard nel film “Rush”. Diceva che la sensibilità di guida si sviluppa con il sedere e non era una battuta, ma un’informazione tecnica. Faceva quasi tenerezza con il suo italiano (con forte accento tedesco) farcito di parolacce e sprovvisto di punteggiatura. Tanto lontano e riservato al volante, quanto lucido ed esauriente nel lungo post-carriera, in cui ha inaugurato due compagnie aeree (Lauda Air, Niki) e più di recente è stato presidente del reparto corse della Mercedes. Impossibile non notarlo mentre si aggirava nel paddock, con la giacca a vento e il cappellino rosso (sempre lo stesso). E’ cresciuto in un’epoca in cui gli addetti stampa non esistevano. Luca Cordero di Montezemolo? “Bravo ragazzo, but completely crazy”. Enzo Ferrari? “Dopo Mondiale 1977 noi no parlati per cinque anni. Poi visto lui a Imola e noi abbracciati”. Lewis Hamilton? “Grande pilota, ma io no potere vedere lui con orecchini” (testuale).

E’ stato, sinceramente, un grande europeo, in un’epoca in cui l’europeismo non era di moda. Ragionava concretamente in termini europei, già negli anni Settanta, ritenendo “inutili” i nazionalismi. In definitiva, ci sono campioni che lasciano dietro una scia di successi e altri che ti insegnano a pilotare l’esistenza, sbandate comprese. Niki Lauda ha dimostrato che nella vita si può e si deve andare avanti, imparando a convivere con le proprie cicatrici. Ha scritto la nostra storia, mentre era impegnato a scrivere la sua. Diceva di sè: “Non ho amici, ho solo dei quasi amici”. Tutti noi, ecco. Presi adesso da una tristezza da abbandono che proprio non va giù.

Parma, il 27 maggio parte la sperimentazione della guida autonoma

Si parla spesso di “rivoluzione della guida autonoma”, sebbene il processo di cambiamento sia graduale e non esente da difficoltà, dal punto di vista tecnico, amministrativo e culturale. Allo stato attuale possono circolare solo in alcuni Paesi previa autorizzazione, in piccole aeree urbane ben delimitate e semi chiuse al traffico, al netto di deroghe concesse caso per caso dalle autorità. Lo stato dell’arte è ancora molto lontano dall’affidabilità totale e l’assenza di una legislazione chiara ed uniforme che permetta di far diventare le auto a guida autonoma un mezzo di trasporto di massa, è al momento uno degli ostacoli principali alla diffusione in larga scala. In Italia comincia a muoversi qualcosa: dal prossimo 27 maggio prenderà via a Parma la prima sperimentazione di veicoli a guida autonoma su strade pubbliche, dopo l’autorizzazione rilasciata a inizio maggio dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Il programma verrà avviato nella città ducale, dove – ai sensi del D.M. n. 70 del 28 febbraio 2018, emanato dal Mit (“Decreto Smart Road”) – la società VisLab S.r.l., ha richiesto, al momento unica ad averlo fatto, di essere autorizzata alle prove.

I collaudi consisteranno nell’esecuzione di sperimentazioni del sistema di guida automatica al fine di testare le capacità di circolazione del veicolo nel traffico cittadino. In particolare verranno testati i sistemi di percezione visiva e mediante radar, il sistema di pianificazione del percorso e il comportamento del veicolo nelle intersezioni, negli incroci e nelle rotonde.

La sperimentazione verrà effettuata lungo le tratte stradali adiacenti a Via 9 Novembre 1989, Via Indro Montanelli, Via Caduti di Nassirya, e anche su Viale delle Esposizioni, Via delle Scienze, Parco Area delle Scienze. Il veicolo impiegato per le sperimentazioni è un Ambarella modello L.

Verso il Mondiale: Le azzurre al lavoro a Riscone di Brunico

Un clima rigido, quasi invernale, per la preparazione a Riscone di Brunico (BZ) della Nazionale Femminile, giunta alla terza fase del raduno di preparazione alla Coppa del Mondo FIFA che si disputerà in Francia dal 7 giugno al 7 luglio.

L’elenco delle convocate per la terza fase del raduno

Portieri: Francesca Durante (Fiorentina Women’s), Laura Giuliani (Juventus), Chiara Marchitelli (Florentia), Rosalia Pipitone (AS Roma);

Difensori: Elisa Bartoli (AS Roma), Lisa Boattin (Juventus), Laura Fusetti (Milan), Sara Gama (Juventus), Alia Guagni (Fiorentina Women’s), Elena Linari (Atletico Madrid), Linda Cimini Tucceri (Milan);

Centrocampiste: Greta Adami (Fiorentina Women’s), Lisa Alborghetti (Milan), Valentina Bergamaschi (Milan), Barbara Bonansea (Juventus), Valentina Cernoia (Juventus), Aurora Galli (Juventus), Manuela Giugliano (Milan), Alice Parisi (Fiorentina Women’s), Martina Rosucci (Juventus), Annamaria Serturini (AS Roma);

Attaccanti: Cristiana Girelli (Juventus), Valentina Giacinti (Milan), Ilaria Mauro (Fiorentina Women’s), Daniela Sabatino (Milan), Stefania Tarenzi (Chievo Verona).

Staff – Commissario tecnico: Milena Bertolini; Dirigente accompagnatore: Elide Martini; Segretario: Alessandra Savini Nicci; Assistenti allenatore: Attilio Sorbi e Federica D’Astolfo; Preparatori atletici: Stefano D’Ottavio e Francesco Perondi; Preparatore dei portieri: Cristiano Viotti; Match analyst: Marco Mannucci; Medici: Matteo Guzzini e Marco Scarcia; Fisioterapisti: Maurizio D’Angelo, Roberto Cardarelli e Daniele Frosoni; Nutrizionista: Natale Gentile.

Ciclicità e memoria

Tratto dall’Osservatore Romano a firma di Marcello Filotei

Con la franchezza che non gli ha mai fatto difetto Ezra Pound sentenziò che «ai poeti che non studiano musica manca qualcosa». Del resto dopo che alla fine del xix secolo i simbolisti francesi sperimentarono le proprietà musicali del linguaggio, ispirandosi principalmente alle opere di Edgar Allan Poe, nessun poeta moderno ha potuto più ignorare la stretta affinità che esiste tra queste due arti. Ma se i simbolisti hanno mirato spesso a realizzare un flusso “sonoro” accattivante anche a scapito del significato, è noto che Thomas S. Eliot, che pure deve molto a quell’esperienza, la pensava diversamente.

Nella sua citatatissima opera monografica sull’argomento, The Music of Poetry, del 1942, l’autore dei Quattro Quartetti ha ampiamente chiarito la sua posizione: «La musica della poesia non è qualcosa che esiste al di fuori del significato. Altrimenti potremmo avere poesia di grande bellezza musicale senza alcun senso, e non ho mai incontrato una tale poesia». Al tempo stesso quello che Eliot chiamava «elemento incantatorio» (in particolare in riferimento alle opere di Poe) riesce ad accrescere la possibilità di comprendere lo stile stesso del poema, mentre l’argomento o la “storia” narrata è spesso di minore importanza in questo senso. Anche di questo ci parla ancora oggi uno dei Quattro Quartetti, il primo. «Tempo presente e tempo passato, sono forse presenti nel tempo futuro, il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.

Se tutto il tempo è eternamente presente, tutto il tempo non è riscattabile». I celebri versi d’apertura di Burnt Norton, qui nella traduzione di Elio Grasso, pongono l’accento sulla fondamentale questione della memoria. È noto che il componimento, del 1936, fu ispirato da una visita di due anni prima a un castello disabitato nel Gloucestershire e la riflessione prende avvio dalla quantità di testimonianze visibili in quel luogo. Una meditazione sulla ciclicità, sul principio e sulla fine. Il giardino delle rose di Burnt Norton spinge Eliot a guardare quei ruderi con il filtro mentale dell’alternasi delle stagioni, evocando la fecondità e l’aridità, ascoltando i suoni ospitati nel passato, annullando la distanza fra il giorno e la notte: tutto confluisce nella memoria.

Appare significativo che proprio in questo quartetto l’autore faccia diretto riferimento alla musica come arte del tempo. «Le parole si muovono, la musica si muove soltanto nel tempo; ma quanto soltanto vive può soltanto morire». Qui in pochi versi, come sanno fare i poeti, Eliot pare inquadrare la fondamentale essenza della musica, la sua caratteristica distintiva: il fatto di inverarsi esclusivamente nello scorrere del tempo, di non esistere nell’attimo singolo, ma di assumere la sua essenza mettendo in relazione ogni momento con quello precedente e con il suo successivo. Forse per questo il poeta individua «soltanto nella forma» e «nel modello» il mezzo attraverso cui «le parole o la musica possono giungere alla quiete», paragonando questo processo alla staticità attiva del vaso cinese che «si muove perennemente nella sua quiete».

E il verso seguente è forse ancora più chiarificatore quando specifica: «Non la quiete del violino, finché la nota resiste, non soltanto quella, ma la coesione, o diciamo che la fine precede il principio, e la fine col principio erano sempre lì prima il principio e dopo la fine». La «coesione», quindi, il rapporto, la relazione. È vero che i versi di Eliot hanno ispirato anche direttamente molte composizioni musicali. Emblematico il caso del musical Cats interamente poggiato su testi del poeta. «Gli attimi di felicità/ Li abbiamo sperimentati ma non ne abbiamo colto il senso/ E avvicinarsi al significato ne fa rivivere l’esperienza» canta Old Deuteronomy e Grizabella riprende il tema in Memory, basato su Rapsodia in una notte di vento, «ricordo il tempo in cui sapevo cosa fosse la felicità».

Meno seguita appare però l’esortazione a ricercare nuovi significati del modello, nel perenne movimento della quiete, non limitandosi alla «quiete del violino, finché la nota resiste». Forse questa può rappresentare una indicazione per gli artisti di oggi che non vogliono limitarsi a riproporre calchi del passato. L’invito a concentrarsi sulla «forma» è probabilmente uno degli elementi principali dell’attualità di Eliot.

Certosa di Bologna torna l’appuntamento estivo

Dal 23 maggio al 26 settembre 2019 torna l’appuntamento Certosa di Bologna con la rassegna di iniziative curate dall’Istituzione Bologna Musei  Museo civico del Risorgimento, in collaborazione con Bologna Servizi Cimiteriali e realtà associative della città, che da undici anni conduce cittadini e visitatori alla scoperta di uno dei luoghi più suggestivi di Bologna, rivelando ad ogni stagione aspetti e curiosità sempre nuovi sulla storia e sull’arte della città.

Sono oltre sessanta gli appuntamenti proposti – fra spettacoli itineranti, performance audiovisive e rappresentazioni teatrali – che utilizzeranno la Certosa come affascinante palcoscenico, oltre alle ormai consuete visite guidate alla scoperta dell’arte e della storia bolognese. Agli appuntamenti notturni si aggiungono visite guidate diurne e passeggiate al tramonto, laboratori e conferenze.

La novità più rilevante di questa edizione è rappresentata dagli appuntamenti promossi da tre importanti realtà associative cittadine che si occupano di disabilità: Accaparlante – CDH, Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza e Fondazione Gualandi A Favore Dei Sordi.

In concomitanza con l’inizio del programma estivo, dal 23 maggio, sarà inoltre online il sito in lingua inglese dedicato alla Certosa.

Le allergie, come evitare che i sintomi si aggravino

Le allergie sono una reazione del corpo ad alcune sostanze esterne che vengono inalate o entrano in contatto con occhi e mucose dando origine ad un’alterata risposta del sistema immunitario alle stesse. Quando gli allergeni all’origine del disturbo sono i pollini delle piante in fioritura, il disturbo è stagionale. Quando invece gli allergeni sono presenti nella vita quotidiana (acari da polvere, piume, pelo animale) il disturbo si cronicizza.

Il decalogo redatto da WAidid (World Association for Infectious Diseases and Immunological Disorders) è un buon metodo per diminuire i sintomi del periodo

  1. Durante i periodi di pollinazione è meglio evitare uscite nelle ore di maggiore concentrazione pollinica, preferendo le uscite in prima mattina o tarda serata.
  2. Tenere chiuse le finestre durante le ore centrali della giornata. 
Sicuramente è importante far cambiare l’aria all’interno dei vari ambineti, ma si consiglia di effettuare tale operazione durante la mattina presto.
  3. Evitare umidità e pioggia perché possono portare a un aggravamento 
dei sintomi nasali e bronchiali. Durante i temporali, i pollini vengono ridotto in frammenti ancor più piccoli rispetto al solito, e in questo modo riescono a penetrare con più facilità nelle vie aeree.
  4. Consultare settimanalmente i calendari pollinici. Questo permette di conoscere il periodo di fioritura delle piante responsabili delle manifestazioni allergiche, e quindi di scegliere con più accuratezza i momenti da trascorrere all’aperto.
  5. Evitare i viaggi in macchina o in treno con i finestrini aperti. Se si viaggia in macchina usare preferibilmente un 
impianto di aria condizionata munito di filtri di aerazione anti-polline/antiparticolato e cambiarli alla fine di ogni inverno.
  6. Lavarsi i capelli e fare la doccia ogni sera. In questo modo, i pollini che si sono depositati sui capelli e sul resto del collo, verranno rimossi e non si rischierà di inalarli durante la notte.
  7. Si consiglia di indossare sempre mascherina e occhiali da sole in occasione di uscite all’aperto.
  8. Evitare l’utilizzo di tappeti in casa e lavare quanto più freqeuntemente possibile i tendaggi dal momento che sono il luogo in cui più facilmente si depositano le particelle allergizzanti.
  9. Evitare le gite in campagna, soprattutto se è presente vento, e non passeggiare nei prati dove sia stata recentemente 
tagliata l’erba. Per evitare che i sintomi si aggravino è possibile utilizzare una mascherina protettiva.
  10. Evitare l’assunzione di farmaci in assenza di un consulto col proprio medico curante.

La società italiana ha bisogno di una Chiesa vitale. Intervista a Giuseppe De Rita.

L‘intervista di Andrea Monda a De Rita appare sul numero oggi in edicola dell‘Osservatore Romano.

Nello stesso momento in cui il Papa rivolgendosi ai vescovi italiani li ha spronati nella direzione della sinodalità, il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, che di Italia se ne intende, si lasciava andare ad una riflessione preoccupata sulla stanchezza della chiesa e quindi della società italiana, augurandosi uno scatto, un sussulto da parte della istituzione ecclesiastica, che potrebbe passare anche attraverso l’indizione di un sinodo. «Un sinodo potrebbe servire perché vorrebbe dire che la chiesa si interroga e cerca di fare un passo in avanti. Ci vuole però uno scarto, una mossa ben pensata. Perché un sinodo oggi non può avere il suo punto di partenza in documenti teologici, in testi dall’alto profilo culturale già esistenti; non si può quindi fare un sinodo intellettuale, e lo dice un intellettuale. Non puoi fare nemmeno un sinodo di apertura al mondo, perché il mondo è più povero di te, a chi ti apri, a Trump? Salvini? Macron? Paolo VI poteva aprirsi ai francesi, Wojtyła aveva un occhio preciso verso gli anticomunisti come Blair… ma oggi con chi dialoghi? No quindi alle élite cattoliche intellettuali e no anche all’apertura al mondo; resta una strada che passa attraverso una forte spinta di autocoscienza del corpo sociale. La chiesa si deve chiedere “verso dove sto andando, verso l’accidia, verso l’abbattimento intellettuale, morale senza speranza?”. Ci vuole quindi un cammino di autocoscienza con dei meccanismi di provocazione, penso a una batteria di non più di dieci domande tese a provocare la coscienza del gruppo (parrocchiale, diocesano, dei religiosi…) che si riunisce e che dice: stiamo parlando della nostra società così come la vediamo noi e alla quale vogliamo partecipare cercando di capire. Questo processo deve arrivare a un ultimo momento di incontro, di pensamento che porta alla stesura di un manifesto che non è un documento di sintesi finale ma appunto un manifesto, proteso in avanti.

Più volte il Papa ha precisato che un Sinodo non deve soltanto produrre documenti ma avviare e accompagnare processi.

Esatto. Il Concilio Vaticano II è partito quando è stato messo da parte il documento preparatorio. Ottaviani e Felici avevano predisposto un testo preparatorio, quando gli altri hanno detto “Questo testo noi non lo discutiamo” è lì che è partito il Concilio. Altrimenti avrebbero discusso su quel testo e basta. Il punto cruciale è trovare il modo in cui la cultura si muove con la base, in cui camminano insieme l’alto e il basso, la testa e l’assemblea. L’assemblea ratifica, analizza ma non può fare tutto da sola, bisogna lavorare tutti insieme, il sinodo deve essere un cammino della comunità, non una mera riflessione.

Bergoglio diventa Francesco sei anni fa e in questo periodo il mondo è cambiato. Ora non c’è Obama ma c’è Trump, e nel frattempo è intervenuta la Brexit, sono emersi i sovranismi e nazionalismi: qual è oggi la sfida più grande per Papa Francesco?

Il problema che è emerso in questi anni è quello dell’identità. Non ho alcuna simpatia per tutti questi sovranisti sparsi per il mondo però capisco che loro gestiscono un problema identitario che i vari Obama degli ultimi decenni hanno trascurato in nome della globalizzazione, per questo arrivano Orban e gli altri a dire: “Prima gli ungheresi” (o gli americani, gli italiani…). La Chiesa dovrebbe affrontare seriamente il problema identitario riconoscendone l’importanza senza entrare in polemica con il sovranista di turno. L’identità è una grande questione e si muove su cerchi concentrici: c’è l’identità personale, familiare, locale, etnica, sociale, politica. Bisogna prendere sul serio questo problema partendo dal fatto che la realtà dell’uomo è molto complessa in quanto l’uomo, inteso come persona, è una rete di relazioni (familiari, sociali, politiche…) e qui entrano in gioco le realtà intermedie. È vero che oggi i corpi intermedi sembrano evaporati, per cui il sindacato non c’è più, il partito non c’è più, l’ideologia non c’è più. Però l’identità intermedia c’è, ci deve essere, sarà l’identità del borgo etrusco o della Padania, però è necessaria e su questa bisogna lavorare. Bisogna tener presente che l’identità viene dall’impasto tra interessi e realtà sociali. La classe operaia nacque dall’impasto degli interessi (orario, salario…) e di una mobilitazione sociale magari contro i cannoni di Bava Beccaris. La stessa identità italiana non è nata sui libri dei padri fondatori come Leopardi, Manzoni, Gioberti, ma è nata grazie a Garibaldi e a meccanismi di mobilitazione sociale e di interessi puntuali (“Vogliamo il Mezzogiorno”, “Vogliamo un pezzo di Austria”…). Oggi per fare identità bisogna stare dietro agli interessi e chi segue gli interessi intermedi sono le piattaforme (di servizi, di comunicazione…). Il vero ente intermedio oggi non è un ente ma è la piattaforma in cui si trova il contadino con lo chef stellato di Shanghai, che si ritrovano insieme in una piattaforma che noi chiamiamo “filiera enogastronomica”. Senza inseguire i corpi intermedi, bisogna invece andare a vedere dove sono gli interessi e chi ci sta agendo sopra. Se non si fa questo si finisce per fare molta retorica. Io che sono stato un cantore dei corpi intermedi oggi non ne parlo, li ho difesi anche contro Renzi, fautore della disintermediazione, che è stata una reazione non pensata. Vista la crisi del partito, del sindacato, della comunità montana, della provincia, si è detto “azzeriamoli”, creando un danno peggiore. Togliere tutto ciò che si trova in mezzo tra il leader politico e il cittadino è stata un’assurdità realizzata con l’illusione di poter parlare direttamente al popolo. In assenza di realtà intermedie questa è l’anticamera del populismo.

L’esempio delle Province è emblematico: nessuno aveva mai posto il problema delle province anche perché era la realtà più identitaria di tutte, per cui uno in Italia si sente molto più viterbese che laziale, cosentino che calabrese. A un certo punto scatta il no alle province: “costano troppo”, “troppe poltrone”… un giornalismo d’inchiesta monta quest’onda contro le province. All’epoca io scrissi due articoli per difendere le province ma non ci fu nessun altro con me su questa battaglia. Il corpo politico si lasciò convincere e le province furono abolite, salvo poi qualche anno dopo ripensare l’opportunità di ripristinarle, perché le province contengono entrambe le cose: l’identità e gli interessi e si tratta di identità tradizionali che sfidano il passare del tempo. Possiamo andare indietro di secoli e pensare al conflitto tra i comuni italiani, tra Perugia e Todi ad esempio, come aveva colto Riccardo Misasi nel suo saggio “Storia di un libero comune”.

Oggi il problema identitario si mescola con il fenomeno della paura sociale. Su queste pagine la scrittrice americana Marilynne Robinson ha parlato di “marketing del rancore”.

Il rancore è il figlio, anzi il lutto, di ciò che non è stato. Non c’è nessuno di più rancoroso di un coniuge che si è separato dall’altro: perché il matrimonio è fallito, è venuto a mancare, quella promessa è crollata. Il rancore oggi circola ordinariamente per tanti motivi: un matrimonio fallito, la perdita di un posto di lavoro, un concorso andato male… Questo rancore ordinario diventa un fatto sociale quando diventa collettivo, strutturale. In Italia l’ascensore sociale, che dal 1945 in poi ha fatto crescere praticamente tutti, a un certo punto si è fermato, per cui tutti siamo diventati ceto medio ma nessuno o pochissimi sono diventati classe borghese. La classe borghese è rimasta una piccola fascia elitaria (i figli del ’68, i figli dei professionisti…) ma il salto di qualità non c’è stato. Questo stop dell’ascensore genera un rancore indifferenziato difficile da affrontare. Si possono certo trovare dei capri espiatori: l’Europa, i governi precedenti, i migranti. Ma questo non è affrontare il problema alla radice. Ci vorrebbe invece una classe politica capace di spingere ancora verso quella mobilitazione sociale verticale che ha fatto grande l’Italia. E invece oggi i politici cercano di rassicurare il ceto medio (e facendo così generano ulteriori paure) coccolandolo con provvedimenti come il reddito di cittadinanza. Bisogna rimettere in moto l’ascensore sociale perché se resta fermo cresce la paura dell’impoverimento, della regressione, per cui si cerca solo il colpevole, si fa saltare il sistema europeo, si chiudono i porti.

La chiesa, la religione può giocare un ruolo in questa crisi?

Ho provato a indicare questa strada nel saggio “Il Consolato guelfo”, che era una risposta al saggio di Misasi e prendeva spunto da quello di Paolo Prodi: “Il romano pontefice”. Nell’epoca dei comuni guelfi esistevano due autorità, quella civile e quella religiosa, la prima garantiva la sicurezza, la seconda il senso della vita. Questo sistema è necessario ancora oggi, ci vogliono queste due dimensioni, altrimenti la società non cammina. La persona che garantisce sicurezza non può dare senso alla vita, se chiudi i porti non puoi indicare un futuro ricco di senso. In Russia Putin ha bisogno del patriarca. Dal punto di vista laico si può garantire sicurezza anche abbastanza facilmente, più difficile è garantire quel “di più”. In Iran, dove si uccidono migliaia di persone al mese per garantire sicurezza però c’è anche la Sharia, la legge coranica a offrire un orizzonte di senso. E anche in Cina c’è una riscoperta di Confucio. C’è bisogno di una sicurezza che io definirei materna e non poliziesca, per cui il pedale della sicurezza va mitigato da un senso più umano, appunto materno, per tenere le due cose insieme, sicurezza e senso. Secondo me non lo puoi fare con la stessa persona ma invece la logica italiana, e in parte europea, vuole la concentrazione dei poteri nell’unico leader. In Occidente noi abbiamo un testo che può essere di grande aiuto, la Bibbia, importante però che non sia preso come libro delle risposte. Alcuni amici mi definiscono “talmudico” per dire una cosa in cui credo, che cioè non c’è una verità chiara e distinta che cala dall’alto ma devi andare a cercartela, provando a capire a suon di tentativi. Devi fare come il talmudista che prende un argomento, una frase, ci gira e ci rigira intorno… così anch’io sono 60 anni che faccio questo mestiere di sociologo e di questo ho fatto un mio piccolo talmud. C’è bisogno secondo me di un sano empirismo, non ci servono documenti pontifici o della conferenza episcopale, no, davanti a me la realtà si presenta come un problema concreto e io devo andarlo a vedere, a conoscere, ci passo e ripasso sopra, lo guardo da destra, da sinistra… Ho la sensazione che spesso nella chiesa italiana questo concetto non riesca a passare. Papa Francesco invece è empirista. Penso ai suoi discorsi da vescovo, ad esempio ad Aparecida, pieni di intuizioni geniali, come quello della realtà che non è una sfera ma un poliedro. Questa idea che una realtà sghemba non la puoi inquadrare in una sfera o in una piramide ma la devi rispettare nel suo essere sghemba è semplice quanto formidabile. Bene, questa cosa qui un vescovo italiano fa molta fatica a comprenderla, il vescovo italiano ha bisogno del testo codificato al quale obbedire. Proprio per questo è necessario, direi urgente, un sinodo poliedrico, sghembo, direi talmudico, che abbia una segreteria che non sia di redattori di testi ma di organizzatori di incontri. Da qui può ripartire la vitalità della chiesa italiana di cui tutta la società ha bisogno.

Dal liberalismo di Rosmini al popolarismo di Sturzo

Fonte Servire l’Italia a firma di Rosario Terranova

Nella ricorrenza del 73 esimo anniversario della proclamazione della autonomia siciliana, il Movimento “Siciliani verso la Costituente” ha organizzato a Caltagirone un incontro per riflettere sul tema “L’Autonomia Speciale Siciliana ed il regionalismo differenziato del Nord”.

Il Movimento, libero e svincolato da appartenenze politiche, non ha nel suo programma di organizzarsi in partito o di sostenerne uno in particolare; vuole piuttosto favorire o, in assenza, costituire un tavolo attorno al quale far incontrare i vari corpi dirigenziali (della politica) nelle sue diverse espressioni ed articolazioni, metterli davanti alle loro rispettive responsabilità istituzionali e sollecitarli a svolgere i loro compiti, fornendo sostegno con analisi e proposte.

L’incontro è stato presieduto dall’on. avv. Antonio Carullo il quale, dopo la presentazione degli illustri relatori, ha sottolineato come il discorso sull’Autonomia speciale Siciliana debba avere come obiettivo principale la ricerca dei mezzi e delle modalità che consentano di perseguire il raggiungimento del benessere della Sicilia e dei siciliani nel contesto del benessere dell’Italia e dell’Europa tutta.

Oggi, accanto al rispetto delle prerogative, dei diritti e degli interessi sociali, economici e civili del popolo siciliano, lo Statuto siciliano deve tenere conto anche dello sviluppo e della trasformazione della società. A distanza di 73 anni dal suo riconoscimento, esso cioè va modificato per riadattarlo ai tanti bisogni emergenti ma tenendo conto, anche, dell’insorgere di nuovi egoismi regionali che subdolamente si profilano all’orizzonte. Se è vero che ciascuna regione ha il diritto di avere riconosciute le proprie prerogative, differenzianti e distintive, questo deve avvenire però nella considerazione che ogni diversità deve essere non divisiva ma arricchente per tutto il paese. Ogni richiesta di riconoscimento di singola identità regionale deve, cioè, avere carattere di accrescimento di opportunità senza ridurre o danneggiare le altre.

Questo in sintesi il senso dell’incontro interessante perché molto ricco di interventi e con relatori di grande qualità. Hanno portato il loro apprezzato contributo il sindaco di Caltagirone, città ospitante, on. avv. Gino Ioppolo, l’on. prof. Nicola Cristaldi, l’on. dott. Salvo Fleres, l’on. prof. Maurizio Ballistreri, l’on. Attilio De Doni, on. dott. Salvatore Grillo e il prof. Carmelo Rapisarda.

Particolarmente significativa la relazione introduttiva del costituzionalista prof. Andrea Piraino, il quale ha avviato le sue riflessioni rifacendosi a quanto scriveva don Sturzo nel giornale di Caltagirone “la Croce di Costantino” del 22 dicembre 1901. Lo statista, auspicando ed anticipando ciò che sarebbe avvenuto nel paese, così si esprimeva a proposito della importanza che lo Stato deve riconoscere alle singole istituzioni territoriali:

“… a proposito del riscatto del mezzogiorno, lasciate che nel meridione possiamo amministrarci da noi; da noi disegnare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare le iniziative ed i rimedi ai nostri mali, e le sproporzioni via via si abbatteranno seguendo una strada senza ingiustizie e senza rancori”.

L’autonomia, cioè, per don Sturzo non era “la ricerca e la celebrazione della autoreferenzialità delle singole istituzioni quanto la ricerca delle condizioni di base per la realizzazione di rapporti inter istituzionali collaborativi, cooperativi, federativi”.

Questa precisazione è stata sottolineata dal prof. Piraino per ricordare che la necessaria attualizzazione dello Statuto siciliano non dovrebbe essere operata secondo una logica meramente rivendicazionista ed autoreferenziale, fermo restando il diritto per la Sicilia ad avere riconosciute forme di compensazione adeguate in funzione dei torti storicamente subiti.

È indispensabile altresì un cambio di passo, nel senso che deve esserci una maggiore voglia di autogoverno e l’assunzione di responsabilità dei governanti e dei governati. Deve essere, cioè, il cittadino siciliano a voler trovare la strada da percorrere insieme ai suoi rappresentanti, in un momento in cui la Regione ha perso ormai i connotati che fino ad oggi l’hanno caratterizzata, dal momento che le Città metropolitane sono già realtà e le Macroregioni in divenire. Nuove istituzioni già si configurano andando oltre le tradizionali realtà territoriali richiedendo di superare vecchie e nuove separatezze, per trovare inedite opportunità e fruttuose convergenze con tutte quelle realtà con le quali c’è affinità e consonanza di interessi e storie. Vi sono macroregioni, già individuate dal Parlamento europeo che hanno dimensioni che addirittura superano per quantità la stessa popolazione italiana, con obiettivi e possibilità di crescita impensabili.

Di fronte a questi nuovi scenari sarebbe ridicolo pensare alle cose di casa nostra con la mentalità della rivendicazione o del riconoscimento di competenze che andavano bene 75 anni fa. Diventa necessario, invece, guardare la Regione con una visione più congrua con i contesti e i problemi del terzo millennio, tenendo conto delle continue migrazioni in corso che già oggi stanno producendo tali e tante trasformazioni culturali e aggregative che sarebbe folle pensare di riuscire a fermare o limitare.

Siamo chiamati, quindi, non soltanto a pensare a nuove linee di aggregazione e cooperazione, di ampio respiro e più fruttuose, ma anche a pretendere tutti quei servizi infrastrutturali che possano renderle attuabili e funzionali. In un mondo globalizzato, immaginare una Sicilia separata e priva di connessioni efficienti che la colleghino alle macroaree con cui può e deve interfacciarsi ed interagire, in assenza di infrastrutture significa stabilire la sua scomparsa.

Oggi la governabilità della Sicilia non è possibile senza una riforma dello Statuto che introduca nel suo corpo normativo la possibilità di avere competenze legislative ed amministrative adeguate al nuovo passo che le macroregioni necessitano. Ma importantissima diventa, anche, l’elevazione qualitativa degli amministratori siciliani e dell’intera struttura burocratica. È questa la condizione necessaria per poter attingere efficientemente alle fonti di finanziamento, esplorare ed utilizzare le ricchezze autoctone, nel nostro caso elevatissime, senza inseguire o copiare modelli di sviluppo economico e sociale estranei alle nostre caratteristiche ambientali e culturali.

Tantissimi altri interventi si sono succeduti, ciascuno aggiungendo argomenti a completamento della ossatura del discorso di fondo contenuti nella relazione del prof. Piraino.

Molto interessante quello del presidente della Regione siciliana on. Musumeci il quale ha sottolineato tra l’altro come sia assolutamente necessario il coinvolgimento del popolo siciliano e la sua responsabilizzazione per la crescita economica, culturale e sociale della Regione. Obiettivo non facile oggi a causa di una generale disarticolazione politica che rende il cammino da percorrere particolarmente arduo. Suo impegno e auspicio è quello di lasciare, a fine mandato, una Sicilia con una organizzazione complessiva migliore rispetto a quella trovata all’inizio della sua esperienza governativa.

Con molto interesse è stato accolto anche l’intervento conclusivo dell’incontro della dott. Antonella Marsala, la quale non ha nascosto tutti i pericoli e le difficoltà che si frappongono all’obiettivo di tirarsi fuori dalle secche in cui la Sicilia è immersa. Problemi antichi ma anche nuovi sbarrano la strada per la crescita della Sicilia e non servono piagnistei o lamentazioni ma analisi serie, capacità politiche e grandi professionalità per gestire le nuove realtà internazionali. Senza passione, impegno e creatività non si possono raggiungere realtà che hanno forti ritmi di crescita, elevate competenze scientifiche e tecnologiche ed efficienza organizzativa. Non è pensabile, pertanto, ricorrere alla politica del cosiddetto “copia e incolla”. Serve piuttosto una politica che sappia sviluppare le competenze e le capacità intellettive presenti nella nostra regione, aggregare tutto ciò che è complementare per evitare la perdita di ricchezza, prima fra tutte quella di risorse umane. L’aspetto demografico è stato ampiamente analizzato per le complesse ricadute che questo ha per il presente e per il prossimo futuro.

A Caltagirone, la ricorrenza del 73 esimo dello statuto non è stata l’occasione per fare discorsi nostalgici ma si è parlato soprattutto di prospettive. Tutto si è svolto all’insegna di analisi dure, finalizzate a guardare il presente ed il prossimo futuro con responsabilità e profonda serietà di giudizio. Il richiamo ad una impegnativa assunzione di compiti è stato il motivo ricorrente degli interventi, tutti svolti all’insegna della voglia di cambiamento e corredati da riferimenti e riflessioni approfondite e realistiche. Si è avvertito un nuovo vento per la Sicilia perché i numeri, duri e reali, non sono stati esorcizzati ma seriamente presi in considerazione ed affrontati, senza nascondersi la posizione di retroguardia esistente e accettando la sfida del presente e del futuro.

La riforma del diritto di famiglia

Fonte rivista “Il Mulino” a firma di Raffaella Sarti

“Storica riforma del diritto di famiglia: diventa assoluta la parità tra i coniugi”, titolava un articolo su “La Stampa” del 23 aprile 1975, commentando l’approvazione, il giorno prima, di quella che sarebbe divenuta la Legge 19 maggio 1975, n. 151. Dopo un iter di quasi nove anni, la riforma arrivava in porto. Senza dubbio, per molti versi la legge rappresentava una “rivoluzione in famiglia”, come recitava un altro articolo sullo stesso giornale. “Le famiglie italiane diventeranno più moderne e più libere”. “Ad essere ‘liberati’ saranno le donne e i figli, spiegava il giornalista: “l’‘oppressore’ del quale vengono limitati i diritti e i poteri, è il padre, finora capo famiglia assoluto”. La famiglia “non è più vista come piramide, che ha al vertice il marito, ‘capo’ e monarca assoluto”, gli faceva eco un articolo su “l’Unità”. In effetti, la legge cancellava quasi completamente il ruolo di capofamiglia, erede per tanti versi della figura plurimillenaria del paterfamilias del diritto romano.

La riforma modificava molti articoli del codice civile del 1942, e – a ventisette anni dalla sua entrata in vigore – faceva un deciso passo verso l’attuazione dell’art. 29 della Costituzione, secondo il quale “il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”. Fino ad allora le leggi, più che tale principio, avevano attuato quanto previsto nella parte finale dell’articolo che subordinava l’uguaglianza alla “garanzia dell’unità familiare”, prevedendo a tali fine limiti di legge. E i limiti, per decenni, erano stati molti e pesanti. Sino alla riforma, infatti, il marito-padre era “il capo della famiglia”: “la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza”, recitava l’art. 144 del codice civile.

Con la riforma, l’obbligo di coabitazione tra coniugi non veniva meno. Si stabiliva, tuttavia, che la residenza della famiglia e l’indirizzo della vita familiare fossero decisi insieme da moglie e marito. Non solo: i coniugi avrebbero potuto avere ciascuno un proprio domicilio nella “sede principale dei propri affari o interessi” (nuovo art. 45 del codice civile). Insomma, si passava da una legislazione che aveva mantenuto una forte preminenza del marito a leggi che garantivano maggior parità tra i coniugi. Non era, però, una parità assoluta. Certo la riforma stabiliva che “con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri” (nuovo art. 143). Ma permanevano delle asimmetrie. Ad esempio, ora la moglie poteva mantenere il suo cognome. Doveva però aggiungervi quello del marito (art. 143-bis) mentre per il marito non era previsto nulla di simile. Né era previsto che i figli nati in seno al matrimonio potessero avere il cognome della madre. Senza dubbio, comunque, la legge rendeva la moglie meno dipendente dal coniuge: ad esempio, la donna che sposava uno straniero ora non perdeva più la cittadinanza italiana (art. 143-ter).

La riforma metteva i coniugi su un piano di maggiore parità anche grazie alle disposizioni economiche. Il codice del 1942 aveva stabilito che il marito avesse il dovere di “proteggere la moglie, di tenerla presso di sé e di somministrarle tutto ciò che è necessario ai bisogni della vita in proporzione delle sue sostanze”. La moglie doveva contribuire al mantenimento del marito solo se questi non aveva “ha mezzi sufficienti” (art. 145). In base alla riforma, invece, entrambi i coniugi erano “tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia” (nuovo art. 143). Un’altra norma che appariva “rivoluzionaria” riguardava il regime patrimoniale. Fino ad allora era stata in vigore la separazione dei beni tra marito e moglie, mentre la nuova legge introduceva la comunione dei beni, a meno di diversa scelta da parte dei coniugi. Coerentemente, aboliva la dote che, seppur in disuso, per secoli aveva condizionato la vita delle ragazze e delle loro famiglie. Per quanto riguarda gli aspetti economici, la riforma riconosceva inoltre i diritti, fino ad allora disconosciuti, di moglie, figli e altri parenti che lavoravano stabilmente in famiglia o nell’impresa familiare: anzitutto il diritto al “mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia” e poi quello a partecipare “agli utili dell’impresa familiare”. Con una virata in senso democratico, prevedeva anche che le decisioni fossero “adottate, a maggioranza, dai familiari che partecipano all’impresa stessa”. E ridimensionava le gerarchie di genere: “il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo”, recitava l’art. 230-bis.

La tendenza a smussare le gerarchie di genere e generazionali riguardava anche il rapporto tra genitori e figli. La potestà esercitata dal padre veniva sostituita da una potestà “esercitata di comune accordo da entrambi i genitori” (nuovo art. 316). E i genitori non avevano più solo l’obbligo “di mantenere, istruire ed educare la prole”, ma dovevano farlo anche “tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli” (nuovo art. 147). D’altra parte, se permaneva l’obbligo, per la prole, di rispettare padre e madre, veniva meno quello di onorarli. Era poi previsto che i figli contribuissero “in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia” finché avessero convissuto con essa.

“Finiscono le crudeli discriminazioni tra bambini”, sosteneva uno degli articoli apparsi il 23 aprile 1975 su “l’Unità”. Un aspetto importante della legge riguardava, in effetti, le differenze tra figli legittimi e illegittimi, di cui ora si parlava solo come di figli “naturali”. L’art. 30 della Costituzione aveva stabilito che la legge dovesse assicurare “ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale”, ma aveva circoscritto la portata del principio alla tutela “compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”, prevedendo anche limiti per la ricerca della paternità. Di fatto, profonde differenze avevano continuato a caratterizzare la condizione dei figli nati dentro e fuori del matrimonio. La riforma le avrebbe ridotte, non cancellate. Sino ad allora un genitore sposato non poteva riconoscere i figli nati da un rapporto adulterino; ora il riconoscimento era possibile (nuovo art. 252). Prima della riforma, i nati fuori del matrimonio che non potevano essere riconosciuti non avevano il diritto di sapere di chi fossero figli. A parte i casi di incesto, la nuova legge permetteva la ricerca della paternità e della maternità (nuovi artt. 269, 270, 278). Infine, la riforma cancellava molte delle discriminazioni, quanto a diritti successori, dei figli naturali, pur senza equipararli completamente ai figli legittimi.

Il nuovo diritto di famiglia, che interveniva su molti altri aspetti della vita familiare, recepiva l’orientamento favorevole alla democratizzazione dei rapporti di genere e generazionali di una parte crescente della società italiana. Per molti versi rappresentava davvero una discontinuità. Nelle pieghe della legge, tuttavia, si annidavano elementi di continuità. In base al nuovo art. 316, ad esempio, “se sussiste un incombente pericolo di un grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili”. Insomma, “l’ultima parola spetta sempre al padre”, notava Danielle Turone sulla rivista femminista “Effe” già nel 1973, analizzando il progetto della legge in un articolo intitolato, significativamente, Dopo anni di gestazione nasce già vecchio il nuovo diritto di famiglia. Cacciato dalla porta, il capofamiglia rientrava, in alcune occasioni, dalla finestra.

Peraltro restava aperto il rapporto tra leggi e più vaste trasformazioni sociali e culturali. “Non basta togliere dal codice la parola ‘patria-potestà’ lasciando integro concetto, o concedere alla donna di mantenere il proprio cognome ‘aggiungendo quello del marito’, per credere di aver dato alle donne la parità”, continuava Danielle Turone. A suo avviso, la donna avrebbe potuto raggiungere la parità “solo quando, oltre ai rapporti inter-familiari, muterà tutta l’organizzazione sociale, quando le sue possibilità di studio, di lavoro saranno uguali a quelle degli uomini, quando il ‘costo’ di una maternità non verrà addebitato al solo nucleo familiare ma diverrà un costo ‘sociale’, quando alloggi, servizi sociali ed assistenziali organizzati, toglieranno la donna dal ghetto delle quattro mura domestiche”. “La nuova legge sulla famiglia dà alle donne nuovi diritti”, ammetteva. “Ma la parità è ancora lontana”. Era il 1973. Da allora le leggi hanno riconosciuto alle donne italiane numerosi altri diritti, importantissimi. Ma molti dei problemi che Turone elencava restano drammaticamente attuali e la parità resta, anch’essa, ancora lontana.