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Facebook rischia una multa da 5 milioni di euro

L ‘Antitrust ha avviato un procedimento di inottemperanza nei confronti di Facebook, che ora rischia una nuova multa da 5 milioni di euro. Il social network è accusato di non informare in modo corretto e trasparente i consumatori, al momento della registrazione, sull’utilizzo – anche a fini commerciali – dei dati forniti.

In particolare, Facebook è accusato di non aver attuato quanto prescritto da un provvedimento dell’Antitrust del 29 novembre 2018: allora l’Autorità, spiega una nota, “aveva accertato la scorrettezza della pratica commerciale di omessa adeguata informativa agli utenti consumatori, in sede di registrazione al social network, della raccolta e dell’utilizzo a fini commerciali dei dati da essi forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, viceversa enfatizzandone la gratuità”. Tale atteggiamento, continua l’Antitrust, ha avuto “la conseguenza di indurre gli utenti ad assumere una decisione di natura commerciale che, altrimenti, non avrebbero preso”. Secondo l’Autorità, la carenza di informazione persiste e, inoltre, risulta che Facebook non abbia pubblicato la dichiarazione rettificativa.

Banda Ultra Larga: dalla riunione del COBUL un’accelerazione sulla roadmap

Il ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano ha convocato la seconda riunione il Comitato per la Banda ultra larga, all’ordine del giorno l’estensione della rete nazionale e contributi per favorire la connessione: ‘piano voucher ‘ da 1,3 miliardi.

La creazione di un voucher per favorire la diffusione della connessione a fibra ottica, in particolare al Sud, e una roadmap per iniziare una nuova gara d’appalto per l’estensione della rete nazionale per la BUL: sono stati questi i temi al centro della riunione del COBUL. Il ministro Pisano, sin dal suo insediamento, ha voluto rendere più frequenti i lavori del comitato, dando cadenza mensile alle riunioni e rafforzando la segreteria tecnica per accelerare la costruzione dell’infrastrutture della rete, finanziata da fondi europei.

Il ministro ha dichiarato di essere “soddisfatta perché stiamo procedendo velocemente, abbiamo affrontato tutti i punti all’ordine del giorno. I lavori del comitato sono ripartiti e si respira un clima di collaborazione positivo. Stiamo approfondendo attraverso l’analisi dei dati le problematiche che hanno provocato un rallentamento dei lavori in passato, in modo che possano avanzare più rapidamente in futuro”.

Quanto alle aree grigie (quelle in cui il mercato e gli operatori sono sin qui intervenuti con i propri lavori infrastrutturali), l’obiettivo è di lanciare la gara d’appalto entro la fine dell’estate, per permettere di portare connettività all’avanguardia anche in queste aree nel più breve tempo possibile.

L’altro aspetto deciso in riunione riguarda il ‘piano voucher’: un’azione per stimolare la domanda di fibra ottica nei centri abitati che godono di meno connettività, attraverso un fondo di 1,3 miliardi da distribuire in voucher. Il contributo sarà destinato alle scuole pubbliche, ai centri per l’impiego e con le risorse restanti, alle piccole e medie imprese e ai cittadini.

Relativamente ai voucher la sottosegretaria allo Sviluppo economico Mirella Liuzzi ha espresso l’auspicio di “avviare immediatamente il confronto con l’Europa a cui seguirà il decreto del Mise che ne definisce i criteri di assegnazione – continua Liuzzi – una misura di 1,3 miliardi che sarà sviluppata per un periodo di 3 anni su tutto il territorio nazionale e obbedendo al principio di neutralità tecnologica. Nel dettaglio si tratta di 5.000 euro per le scuole e i centri per l’impiego, 3.000 euro per le Pmi e 300 euro per le famiglie”.

Il 35 per cento di tutte le patologie oncologiche è addebitabile a una errata alimentazione

Francesco Schittulli, Presidente della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, intervenendo a PoliticaPresse ha dichiarato che: “il 35 per cento di tutte le patologie oncologiche è addebitabile a una errata alimentazione, cioè una alimentazione scorretta comporta il rischio di sviluppare il 35 per cento di tutti i tipi di cancro, perché non riguardano soltanto i tumori gastro-intestinali, i tumori dell’apparato digerente”.

“Bisogna adeguarsi a una alimentazione ricca di frutta, di verdura, quindi di fibre, di legumi. Cercare di evitare i grassi. Molta attività fisica: ginnastica, palestra, scuole di ballo, nuoto, bicicletta… e poi di alzarsi da tavola sempre con un po’ di appetito”.

Dopo Assisi, è l’ora dei fatti. Parola di Mauro Magatti

Articolo pubblicato sulle pagine del sito internet Formiche.net a firma di Simona Sotgiu

In una città simbolo, la presentazione del Manifesto di Assisi alla presenza non solo di Giuseppe Conte, ma di David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, e di parti nevralgiche della società italiana ha un significato importante: un primo passo per quel “cambio di paradigma sugli equilibri ambientali, politici ed economici di cui c’è quanto mai bisogno”. Lo crede Mauro Magatti, tra i firmatari del Manifesto secondo cui la tappa odierna è non il primo e neanche l’ultimo passo di un percorso ancora lungo.

“La presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è importante per tutta l’Italia, non solo per una parte politica, ed è significativo che accanto a lui fosse presente il presidente del Parlamento europeo e che tra i firmatari spicchi Paolo Gentiloni, commissario europeo agli Affari economici”. Cosa significa, quindi, una presenza così importante delle attuali maggioranze europee? Significa, spiega Magatti, professore ordinario all’Università Cattolica di Milano, sociologo ed economista, che è giunto il momento di passare all’azione di governo: “Ci si aspetta che si prendano decisioni in sede di governo per fare in modo che questo cambio di paradigma passi dalle pagine di un manifesto a quelle dell’Italia e non solo”. “Le questioni di tipo economico – prosegue il sociologo – si avvitano con quelle sociali e politiche come abbiamo potuto vedere in questi ultimi anni, ed è essenziale che si muovano assieme nella stessa direzione”.

Una direzione che va oltre i populismi e i sovranismi, contro l’incertezza che la crisi economica non solo italiana ha diffuso tra gli strati sociali meno abbienti. “Sono anni che sostengo che il ceto politico non ha capito le conseguenze della crisi del 2008 (anno in cui la bancarotta di Lehman Brothers portò il sistema finanziario mondiale sull’orlo del precipizio, ndr) e che è necessario modificare l’approccio allo sviluppo e alla crescita. Speriamo che dopo questa prima marcia di Assisi si riesca a mettere la seconda, a passare cioè dalle parole ai fatti”.

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Franco Anelli (Cattolica): Tempo di una nuova etica

Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Franco Anelli

Si sta affermando una diffusa, un tempo inconfessata ma ora sempre più palese, sensazione di disagio, quasi di disorientamento, di fronte alle nuove possibilità della tecnologia. Una situazione che appariva impensabile per una società che ancora porta in sé i geni del positivismo, dai quali ha derivato la fiducia nel progresso delle conoscenze come mezzo per risolvere i problemi dell’umanità e che ha visto per molti aspetti confermata quella fiducia, almeno nei paesi il cui sviluppo economico lo ha consentito: si pensi al generale miglioramento delle condizioni di vita delle persone, alla liberazione da tanti lavori faticosi e alienanti, alla diffusione del benessere, all’accesso generalizzato all’istruzione. Nel campo medico le tante malattie debellate o contrastate sempre più efficacemente aprivano alla speranza di continuo incremento della longevità e salute degli individui. Rimanevano le diseguaglianze, le limitazioni all’accesso ai benefici del progresso: ma questo non contraddiceva la premessa circa il valore intrinsecamente positivo delle nuove conquiste scientifiche; il problema si poneva sul diverso piano della distribuzione dei risultati conseguiti.

Oggi però non ci fidiamo più dello schematismo che scindeva scoperta scientifica e applicazione tecnologica, e che ci rassicurava ribadendo che la conoscenza è neutra, mentre il potenziale abuso delle tecnologie che ne derivano è questione da risolvere imponendo regole agli uomini che le utilizzano. Un simile approccio, che ci ha accompagnato per decenni, non è più attuale, perché le tecnologie hanno potenzialità che sfuggono ai tentativi di confinarle e indirizzarle mediante uno strumento — la norma — che mostra fatica perché sembra che le sfugga il bersaglio; perché non è chiaro come, dove e verso chi la forza coercitiva del precetto debba rivolgersi, e come le forme di autorità costituite, legate alla forma-stato, possano efficacemente operare.

La domanda è se siamo di fronte a un’altra fase nella storia della medicina o, forse, se siamo già immersi in un modello radicalmente nuovo e sono le nostre resistenze (culturali, concettuali e forse anche esistenziali) che ci impediscono di coglierne appieno la portata. In un articolo del dicembre 2019, «Nature Medicine» raccoglie il parere di autorevoli scienziati e attori nel campo delle istituzioni mediche di livello mondiale sulla medicina che ci sarà tra venticinque anni. Le risposte sono varie ma in realtà si aggregano intorno ad alcuni nuclei fondamentali. I primi e più importanti sono quelli dei progressi della genetica, e dell’informazione. La possibilità di sequenziare il codice genetico di un essere umano e di avere accesso alle informazioni che vi risiedono è alla base di una serie di pratiche mediche il cui punto di arrivo futuro sarà il passaggio dal trattare una malattia a partire dai sintomi al curarla intervenendo preventivamente sulla sua radice genetica. «Passo dopo passo, profileremo i pazienti, conosceremo i meccanismi alla base dei sintomi di ciascuno e sapremo quindi come intervenire in modo personalizzato anche dal punto di vista farmacologico, trattando adeguatamente il paziente là dove, in passato, usavamo cannoni per uccidere zanzare», sostiene il premio Nobel Aron Ciechanover in un’intervista a «La Stampa» (maggio 2019). Il primo motore di questa rivoluzione medica è quindi l’informazione genetica; ma questa può essere trattata e raccolta solo disponendo di una immensa capacità di calcolo: è la sfida dei big data. E qui entra in gioco l’altro protagonista del XXI secolo: l’intelligenza artificiale. Lo sviluppo di algoritmi consente di analizzare questa grande mole di dati derivando precise ipotesi diagnostiche.

Ma la questione non è solo “ingegneristica” e ci conduce a un altro tema fondamentale, quello della disponibilità delle cure, delle modalità della loro erogazione, della sostenibilità dei costi. Il futuro della medicina dovrà confrontarsi ancora con le classiche sfide dell’incontro tra salute e società: la diseguaglianza nell’accesso alle cure, sia all’interno dei singoli paesi sia tra i vari stati; i costi, sempre più alti e incidenti nei bilanci degli stati, e i problemi del mantenimento nel tempo dell’equilibrio economico dei sistemi di assistenza sanitaria generale che si sono sviluppati soprattutto nei paesi europei a partire dal dopoguerra. Simili problemi, essenzialmente politici, oltre che etici, saranno anch’essi demandati agli algoritmi, che decideranno, in modo non sappiamo quanto trasparente, chi e come deve essere curato per garantire la sostenibilità del sistema? Tanti elementi nuovi, in larga parte ancora da comprendere, convergono verso un mutamento del ruolo del medico, messo in discussione da una tecnologia che potrebbe in molti casi prendere il sopravvento sulla relazione tra il medico e il paziente. Non basta, non rassicura, dire che al termine del processo si pone sempre una decisione umana che riguarda le sorti di un altro essere umano del quale si ha il dovere di prendersi cura.

Da un lato si va affermando una tecnologia che non è più strumento inerte da maneggiare o farmaco da somministrare; dall’altro lato l’organizzazione dell’attività sanitaria risentirà fortemente di tali innovazioni, e si imporrano scelte in termini di impiego delle risorse, che significa, dal lato del paziente, disciplina dell’accesso alle cure, sempre più sofisticate ed efficaci, ma anche sempre più costose. Non si scorge, almeno per ora, in questi processi quell’effetto di riduzione dei costi unitari dei beni e dei servizi che in passato si accompagnava all’evoluzione tecnologica, ai processi di industrializzazione meccanica. E questo è un altro fenomeno nuovo, dopo che ci eravamo assuefatti all’idea che i guadagni della tecnologia si traducessero anche in maggiore diffusione di prodotti e servizi. Tutto questo conduce alla necessità di un governo etico del fenomeno, della regolazione, delle scelte che vanno operate e dei principi che le devono guidare. Luciano Floridi sostiene che non si deve discorrere solo di etica dell’informazione, ma anche di etica dall’informazione, ossia che il nuovo contesto della “infosfera” genera nuovi modelli relazionali, intesi come rapporto tra “enti informazionali”. La radicalità della prospettiva, che la si accetti o meno, offre la misura dei cambiamenti epocali che abbiamo di fronte e della fatica di adattare a essi gli strumenti che abbiamo messo a punto, in tanti settori dell’esperienza umana, nel corso dei secoli. Il nostro ateneo è sensibile e attento a questi temi. Ne avevamo già discusso in termini generali nell’inaugurazione dell’anno accademico 2017-2018 con il cardinale Gianfranco Ravasi, che poneva la questione in chiave radicalmente antropologica. Ne trattiamo in diversi progetti di ricerca, anche direttamente finanziati dall’ateneo. In modo pienamente pertinente ai temi medici, rammento ancora il convegno dello scorso dicembre; in quell’occasione monsignor Edgar Peña Parra ha rammentato l’invito di Papa Francesco a «impegnarsi in uno sviluppo etico degli algoritmi, farsi promotori di un nuovo campo dell’etica per il nostro tempo: la algor-etica» (Discorso ai partecipanti al congresso «Child dignity in the digital world», 14 novembre 2019).

Ecco quindi il “compito” di concorrere a costruire una “etica” delle nuove tecnologie che stanno mettendo alla prova concetti come quelli di libertà, dovere, responsabilità, relazione e ancor più radicalmente ridisegnano la stessa idea di soggetto. Molti di coloro che si occupano di questa materia non fanno mistero di pensare proprio a delle nuove soggettività. Nel porre il problema etico, dunque, non si pone una questione normativa, bensì quella decisiva della difesa della persona. L’elaborazione della nuova etica si associa, e forse ne è uno sviluppo, all’invito del Santo Padre alle università cattoliche a elaborare nuovi modelli di analisi del reale, una «nuova episteme […] della vita», di cui ho parlato nell’inaugurazione milanese.

La risposta alla complessità non può che essere allora lo studio, la riflessione, la ricerca, e il conferimento di senso. In questa prospettiva possiamo dire che gli interrogativi ora formulati ci riportano alla radice delle nostre due istituzioni. Per affrontarli, infatti, non basta un ospedale, è indispensabile l’università e in particolare un’università come la nostra, multidisciplinare negli studi e unidirezionale nello scopo: la centralità e dignità della persona. È necessaria, per non essere travolti dalla corrente irresistibile dei cambiamenti quell’alleanza tra attività clinica, ricerca scientifica e attitudine educativa che permette non solo di coltivare un nuovo umanesimo cristiano nella “civiltà dell’algoritmo”, ma anche di ripensare conseguentemente la cura. Siamo infatti già oltre la soglia di una vera e propria rivoluzione nella pratica e nei soggetti delle cure.

Non si tratta soltanto, come è stato per decenni, di applicare nuovi protocolli, tecniche operatorie, di somministrare più efficaci farmaci, ma di comprendere e governare processi radicalmente differenti da quelli del passato. Non è un progresso lineare, è un salto che esige conoscenze e capacità di multiforme natura.

Democrazia 2.0. La Costituzione, i cittadini e la partecipazione

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Franco Gallo

Parlare oggi di Democrazia 2.0 significa parlare della democrazia del futuro prossimo o dell’era digitale e, di conseguenza, della crisi del modello di democrazia rappresentativa finora applicato in Italia e della sua possibile integrazione con elementi di democrazia diretta.

Non è un’impresa facile perché, come ci ricorda Sartori nel suo saggio del 1957 su Democrazia e definizioni, il concetto di democrazia è stato sempre molto discusso a livello sia giuridico-costituzionale che politico e sociologico.

Specie in quest’ultimo ventennio esso è stato oggetto di profonde critiche anche sul piano del linguaggio, tanto che spesso lo si è associato al prefisso post e si è guardato a ciò che il futuro può offrirci “dopo” e “oltre” la democrazia. Jacques Rancière è stato il primo a usare il termine Postdemocrazia e Postdemocrazia è, appunto, il titolo di un fortunato saggio di Colin Crouch del 2009.

È un dato di fatto del resto che, specie dopo l’avvento della rivoluzione informatica, si parli sempre meno di democrazia tout court e che – consapevoli della debolezza del termine – la si aggettivi in funzione del tema che si intende trattare. La si definisce così, oltre che «rappresentativa», anche «liberale», «parlamentare» o «presidenziale», «elettorale», «sociale», «digitale», «formale» o «sostanziale», «diretta» o «indiretta», «bipolare» o «multipolare», «maggioritaria» o «proporzionale», «consensuale» o «conflittuale», «consociativa» o «competitiva», fino ad arrivare – come sottolinea Gianfranco Pasquino in un suo recente saggio del 2019 (Paradoxa, luglio-settembre 2019) – ad arricchire tale polisemia con ulteriori aggettivazioni di significato più strettamente politico:  «plebiscitaria», «populista», addirittura «illiberale».  

Il che porta inevitabilmente a interrogarci sulle ragioni del declino dell’attuale modello di democrazia rappresentativa e, soprattutto, a domandarci se eventuali iniezioni di democrazia diretta, fondate su referendum propositivi e su comunicazioni diffuse via Internet, possano correggere in senso più partecipativo l’attuale sistema, o addirittura – come taluno sostiene – possano porre le basi per un suo definitivo superamento, anche sul piano dell’assetto costituzionale.

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Le dimissioni di Di Maio

Le dimissioni di Luigi Di Maio da “capo politico” del Movimento 5 Stelle sono arrivate in un momento delicato, vista l’imminente scadenza elettorale regionale di Emilia Romagna e Calabria.

E’ difficile giustificare la fretta di questa scelta, visto che un eventuale insuccesso pentastellato non metterebbe Di Maio al riparo da critiche solo perché dimessosi quattro giorni prima del voto; anzi, l’abbandono della nave che affonda si configura a tutti gli effetti come un’ulteriore responsabilità. Perché allora questa fuga
repentina?

E’ possibile che Di Maio abbia voluto compiere (ancora una volta) un gesto che – alla vigilia dell’importante appuntamento elettorale – indebolisse la maggioranza di
governo nella forma e nella sostanza, facendo di fatto un favore agli avversari della destra ed in particolare a Salvini, che non ha perso un secondo per cominciare a
denunciare la debolezza proprio di governo e maggioranza.

Il ritorno ad un sostanziale bipolarismo del quadro politico nazionale, le contestazioni interne e le continue defezioni di parlamentari e militanti stanno
creando per il M5S una condizione difficile per la sopravvivenza del Movimento come “forza di governo” e “forza anti-sistema” al tempo stesso.

E’ infatti facile immaginare soluzioni per problemi che non si è chiamati a risolvere o dare ragione a tutte le parti in causa, ma ben altra cosa è governare o amministrare; e i cinque stelle lo stanno imparando a spese loro (e purtroppo anche degli italiani) con le esperienze di governo nazionale e di amministrazione locale.

Chiudo tornando al titolo perché (prima che qualcuno pensi ad altre rime!) la chiusura della frase è “…ha paura della botta”.

(Fonte Etica Associazione)

La vita si fa storia

Desidero dedicare il Messaggio di quest’anno al tema della narrazione, perché credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme. Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri.

1. Tessere storie

L’uomo è un essere narrante. Fin da piccoli abbiamo fame di storie come abbiamo fame di cibo. Che siano in forma di fiabe, di romanzi, di film, di canzoni, di notizie…, le storie influenzano la nostra vita, anche se non ne siamo consapevoli. Spesso decidiamo che cosa sia giusto o sbagliato in base ai personaggi e alle storie che abbiamo assimilato. I racconti ci segnano, plasmano le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, possono aiutarci a capire e a dire chi siamo.

L’uomo non è solo l’unico essere che ha bisogno di abiti per coprire la propria vulnerabilità (cfr Gen 3,21), ma è anche l’unico che ha bisogno di raccontarsi, di “rivestirsi” di storie per custodire la propria vita. Non tessiamo solo abiti, ma anche racconti: infatti, la capacità umana di “tessere” conduce sia ai tessuti, sia ai testi. Le storie di ogni tempo hanno un “telaio” comune: la struttura prevede degli “eroi”, anche quotidiani, che per inseguire un sogno affrontano situazioni difficili, combattono il male sospinti da una forza che li rende coraggiosi, quella dell’amore. Immergendoci nelle storie, possiamo ritrovare motivazioni eroiche per affrontare le sfide della vita.

L’uomo è un essere narrante perché è un essere in divenire, che si scopre e si arricchisce nelle trame dei suoi giorni. Ma, fin dagli inizi, il nostro racconto è minacciato: nella storia serpeggia il male.

2. Non tutte le storie sono buone

«Se mangerai, diventerai come Dio» (cfr Gen 3,4): la tentazione del serpente inserisce nella trama della storia un nodo duro da sciogliere. “Se possederai, diventerai, raggiungerai…”, sussurra ancora oggi chi si serve del cosiddetto storytelling per scopi strumentali. Quante storie ci narcotizzano, convincendoci che per essere felici abbiamo continuamente bisogno di avere, di possedere, di consumare. Quasi non ci accorgiamo di quanto diventiamo avidi di chiacchiere e di pettegolezzi, di quanta violenza e falsità consumiamo. Spesso sui telai della comunicazione, anziché racconti costruttivi, che sono un collante dei legami sociali e del tessuto culturale, si producono storie distruttive e provocatorie, che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza. Mettendo insieme informazioni non verificate, ripetendo discorsi banali e falsamente persuasivi, colpendo con proclami di odio, non si tesse la storia umana, ma si spoglia l’uomo di dignità.

Ma mentre le storie usate a fini strumentali e di potere hanno vita breve, una buona storia è in grado di travalicare i confini dello spazio e del tempo. A distanza di secoli rimane attuale, perché nutre la vita.

In un’epoca in cui la falsificazione si rivela sempre più sofisticata, raggiungendolivelli esponenziali (il deepfake), abbiamo bisogno di sapienza per accogliere e creare racconti belli, veri e buoni. Abbiamo bisogno di coraggio per respingere quelli falsi e malvagi. Abbiamo bisogno di pazienza e discernimento per riscoprire storie che ci aiutino a non perdere il filo tra le tante lacerazioni dell’oggi; storie che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano.

3. La Storia delle storie

La Sacra Scrittura è una Storia di storie. Quante vicende, popoli, persone ci presenta! Essa ci mostra fin dall’inizio un Dio che è creatore e nello stesso tempo narratore. Egli infatti pronuncia la sua Parola e le cose esistono (cfr Gen 1). Attraverso il suo narrare Dio chiama alla vita le cose e, al culmine, crea l’uomo e la donna come suoi liberi interlocutori, generatori di storia insieme a Lui. In un Salmo, la creatura racconta al Creatore: «Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda […]. Non ti erano nascoste le mie ossa, quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra» (139,13-15). Non siamo nati compiuti, ma abbiamo bisogno di essere costantemente “tessuti” e “ricamati”. La vita ci è stata donata come invito a continuare a tessere quella “meraviglia stupenda” che siamo.

In questo senso la Bibbia è la grande storia d’amore tra Dio e l’umanità. Al centro c’è Gesù: la sua storia porta a compimento l’amore di Dio per l’uomo e al tempo stesso la storia d’amore dell’uomo per Dio. L’uomo sarà così chiamato, di generazione in generazione, a raccontare e fissare nella memoria gli episodi più significativi di questa Storia di storie, quelli capaci di comunicare il senso di ciò che è accaduto.

Il titolo di questo Messaggio è tratto dal libro dell’Esodo, racconto biblico fondamentale che vede Dio intervenire nella storia del suo popolo. Infatti, quando i figli d’Israele schiavizzati gridano a Lui, Dio ascolta e si ricorda: «Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Es 2,24-25). Dalla memoria di Dio scaturisce la liberazione dall’oppressione, che avviene attraverso segni e prodigi. È a questo punto che il Signore consegna a Mosè il senso di tutti questi segni: «perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e del figlio di tuo figlio i segni che ho compiuti: così saprete che io sono il Signore!» (Es 10,2). L’esperienza dell’Esodo ci insegna che la conoscenza di Dio si trasmette soprattutto raccontando, di generazione in generazione, come Egli continua a farsi presente. Il Dio della vita si comunica raccontando la vita.

Gesù stesso parlava di Dio non con discorsi astratti, ma con le parabole, brevi narrazioni, tratte dalla vita di tutti i giorni. Qui la vita si fa storia e poi, per l’ascoltatore, la storia si fa vita: quella narrazione entra nella vita di chi l’ascolta e la trasforma.

Anche i Vangeli, non a caso, sono dei racconti. Mentre ci informano su Gesù, ci “performano” a Gesù, ci conformano a Lui: il Vangelo chiede al lettore di partecipare alla stessa fede per condividere la stessa vita. Il Vangelo di Giovanni ci dice che il Narratore per eccellenza – il Verbo, la Parola – si è fatto narrazione: «Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha raccontato» (Gv 1,18). Ho usato il termine “raccontato” perché l’originale exeghésato può essere tradotto sia “rivelato” sia “raccontato”. Dio si è personalmente intessuto nella nostra umanità, dandoci così un nuovo modo di tessere le nostre storie.

4. Una storia che si rinnova

La storia di Cristo non è un patrimonio del passato, è la nostra storia, sempre attuale. Essa ci mostra che Dio ha preso a cuore l’uomo, la nostra carne, la nostra storia, fino a farsi uomo, carne e storia. Ci dice pure che non esistono storie umane insignificanti o piccole. Dopo che Dio si è fatto storia, ogni storia umana è, in un certo senso, storia divina. Nella storia di ogni uomo il Padre rivede la storia del suo Figlio sceso in terra. Ogni storia umana ha una dignità insopprimibile. Perciò l’umanità merita racconti che siano alla sua altezza, a quell’altezza vertiginosa e affascinante alla quale Gesù l’ha elevata.

«Voi – scriveva San Paolo – siete una lettera di Cristo scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani» (2 Cor 3,3). Lo Spirito Santo, l’amore di Dio, scrive in noi. E scrivendoci dentro fissa in noi il bene, ce lo ricorda. Ri-cordare significa infatti portare al cuore, “scrivere” sul cuore. Per opera dello Spirito Santo ogni storia, anche quella più dimenticata, anche quella che sembra scritta sulle righe più storte, può diventare ispirata, può rinascere come capolavoro, diventando un’appendice di Vangelo. Come le Confessioni di Agostino. Come il Racconto del Pellegrino di Ignazio. Come la Storia di un’anima di Teresina di Gesù Bambino. Come i Promessi Sposi, come I fratelli Karamazov. Come innumerevoli altre storie, che hanno mirabilmente sceneggiato l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo. Ciascuno di noi conosce diverse storie che profumano di Vangelo, che hanno testimoniato l’Amore che trasforma la vita. Queste storie reclamano di essere condivise, raccontate, fatte vivere in ogni tempo, con ogni linguaggio, con ogni mezzo.

5. Una storia che ci rinnova

In ogni grande racconto entra in gioco il nostro racconto. Mentre leggiamo la Scrittura, le storie dei santi, e anche quei testi che hanno saputo leggere l’anima dell’uomo e portarne alla luce la bellezza, lo Spirito Santo è libero di scrivere nel nostro cuore, rinnovando in noi la memoria di quello che siamo agli occhi di Dio. Quando facciamo memoria dell’amore che ci ha creati e salvati, quando immettiamo amore nelle nostre storie quotidiane, quando tessiamo di misericordia le trame dei nostri giorni, allora voltiamo pagina. Non rimaniamo più annodati ai rimpianti e alle tristezze, legati a una memoria malata che ci imprigiona il cuore ma, aprendoci agli altri, ci apriamo alla visione stessa del Narratore. Raccontare a Dio la nostra storia non è mai inutile: anche se la cronaca degli eventi rimane invariata, cambiano il senso e la prospettiva. Raccontarsi al Signore è entrare nel suo sguardo di amore compassionevole verso di noi e verso gli altri. A Lui possiamo narrare le storie che viviamo, portare le persone, affidare le situazioni. Con Lui possiamo riannodare il tessuto della vita, ricucendo le rotture e gli strappi. Quanto ne abbiamo bisogno, tutti!

Con lo sguardo del Narratore – l’unico che ha il punto di vista finale – ci avviciniamo poi ai protagonisti, ai nostri fratelli e sorelle, attori accanto a noi della storia di oggi. Sì, perché nessuno è una comparsa nella scena del mondo e la storia di ognuno è aperta a un possibile cambiamento. Anche quando raccontiamo il male, possiamo imparare a lasciare lo spazio alla redenzione, possiamo riconoscere in mezzo al male anche il dinamismo del bene e dargli spazio.

Non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, né di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende. Per poterlo fare, affidiamoci a una donna che ha tessuto l’umanità di Dio nel grembo e, dice il Vangelo, ha tessuto insieme tutto quanto le avveniva. La Vergine Maria tutto infatti ha custodito, meditandolo nel cuore (cfr Lc 2,19). Chiediamo aiuto a lei, che ha saputo sciogliere i nodi della vita con la forza mite dell’amore:

O Maria, donna e madre, tu hai tessuto nel grembo la Parola divina, tu hai narrato con la tua vita le opere magnifiche di Dio. Ascolta le nostre storie, custodiscile nel tuo cuore e fai tue anche quelle storie che nessuno vuole ascoltare. Insegnaci a riconoscere il filo buono che guida la storia. Guarda il cumulo di nodi in cui si è aggrovigliata la nostra vita, paralizzando la nostra memoria. Dalle tue mani delicate ogni nodo può essere sciolto. Donna dello Spirito, madre della fiducia, ispira anche noi. Aiutaci a costruire storie di pace, storie di futuro. E indicaci la via per percorrerle insieme.

Roma, presso San Giovanni in Laterano, 24 gennaio 2020,

Memoria di San Francesco di Sales

Lazio: online un bando per teatri, librerie e cinema verdi e digitali

Online il bando che sostiene con contributi a fondo perduto fino a 100 mila euro gli investimenti green (ristrutturazioni con diagnosi energetica) e digitali di Cinema, Teatri e Librerie Indipendenti. Un’azione nata con l’obiettivo di sostenere i luoghi della cultura di fronte alle sfide dell’innovazione imposte dal nuovo contesto economico e tecnologico.

Il bando Teatri, Librerie e Cinema VERDI E DIGITALI è pensato per favorire gli investimenti di cinema, teatri e librerie indipendenti nelle nuove tecnologie digitali e nei processi di efficientamento energetico. L’obiettivo è rafforzare la competitività di queste realtà, favorendo un’attività più rispettosa dell’ambiente e l’adozione di tecnologie digitali in grado anche di ampliare e migliorare l’esperienza dei consumatori. Il bando è rivolto alle Micro, Piccole e Medie Imprese (MPMI) e ai liberi professionisti che siano gestori o titolari di sale cinematografiche, teatri e librerie indipendenti.

Prevista una dotazione finanziaria di 3 milioni di euro. di cui 2 milioni saranno destinati a investimenti in tecnologie digitali (come l’acquisto di attrezzature, software, strumentazione digitale; acquisizione di brevetti, know-how; acquisti di servizi erogati in modalità cloud computing e Software as a Service; consulenza specialistica, ecc.) e 1 milione sugli investimenti per l’efficienza energetica (ad esempio, studi di fattibilità e diagnosi energetiche; progettazione; redazione piani di sicurezza e collaudo; acquisizione di brevetti e know-how; opere murarie e impianti; certificazione energetica, ecc.). Le risorse complessive saranno così ripartire: 1 milione ai teatri, 1 milione alle librerie indipendenti e 1 milione alle sale cinematografiche.

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Regina Elena, asportato tumore di 9 cm dal fegato.

Asportato, all’Ire di Roma, un tumore al fegato di 9x7cm a paziente di 91 anni e mezzo. Un intervento arrivato a circa 4 mesi dalla diagnosi di tumore maligno del fegato localizzato nella zona centrale, nelle adiacenze delle strutture principali glissoniane del fegato.

Non erano presenti alternative terapeutiche per questo caso, – spiega Grazi direttore di chirurgia epatobiliopancreatica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – in quanto le terapie percutanee e quelle endoarteriose, anche se disponibili nel nostro Istituto, non avrebbero garantito risultati terapeutici ottenuti. L’intervento è durato 3 ore e le condizioni del paziente sono apparse subito ottime.

 

 

De Masi, Di Maio Berlinguer e il Master.

Oggi il sociologo De Masi, già consulente per il Movimento Cinque Stelle dice in una intervista al Giornale, moltissime sciocchezze. Ne citiamo due. Attribuisce a ruolo di Berlinguer, come oppositore, avere ottenuto lo statuto dei Lavoratori. Anche i sassi sanno che è una legge attribuibile a Donat Cattin, a Giacomo Brodolini e a Gino Giugni, per volontà della Dc e dei socialisti. In quella fase Berlinguer non era neppure segretario del PCI.

L’altra assurdità è relativa ai consigli inascoltati dati a Di Maio. “ Avrebbe dovuto prendere un Master ad Harvard o alla London School o Economics, “dice De Masi. Che Di Maio dovesse approfondire gli studi è fuori di dubbio, che possa accedere a quelle prestigiose università è un poco più complesso.

Non è una passeggiata. Richiede una preparazione di base in economia che forse Di Maio non ha, così come una laurea di partenza. Non è che per un Master si può essere cooptati come nelle cariche pubbliche.!

Sorprende che queste affermazioni così disinvolte vengano da un sociologo, docente universitario con esperienze internazionali come De Masi!

Un passo nuovo e coraggioso

Una nuova frontiera. Sentieri per una Chiesa in uscita (Ave, Roma 2020) è il nuovo libro del
Presidente nazionale di Azione cattolica, Matteo Truffelli, che si presenta come un vero e
proprio consiglio di viaggio per vivere questo tempo da cristiani in una “Chiesa in uscita”.
Infatti il volume non è solo la riflessione che il Presidente di Ac lascia agli aderenti al termine del suo mandato che è durato sei anni (la XVII Assemblea nazionale di Ac, che vedrà il rinnovo delle cariche elettive, sarà in programma dal 30 di aprile al 3 maggio 2020) ma è anche e soprattutto un “viaggio della coscienza”, un itinerario spirituale ma anche molto concreto per immaginare un nuovo futuro, in Ac, nella Chiesa italiana, nelle realtà associative e sociali in cui viviamo.

Un libro che ha un suo faro: la fraternità. Che, come dice papa Francesco «è la nuova frontiera del cristianesimo».

La nuova frontiera non è altro che la nostra Luna da raggiungere, «è la promozione di un
mondo più impastato di Vangelo e, per questo, più umano – scrive Truffelli nel libro –, in cui la fraternità, autentica impronta del Vangelo nel mondo, possa smettere i panni di promessa mancata della modernità». Ecco allora che pace, giustizia, solidarietà, accoglienza e cura di ogni vita, salvaguardia del Creato non sono ideali astratti, illusori: sono i punti cardinali con cui orientare il nostro stare nel mondo.

In questo viaggio lungo le coordinate della fraternità Truffelli non si aggrappa solo alle parole, seppur seduttive e intriganti per nuove prospettive di impegno. Lo fa con i fatti (di Vangelo), raccontando quello che ha visto e conosciuto durante i suoi anni di Presidenza di Ac. In questo libro-viaggio si incontrano, su e giù per la Penisola, volti, persone, storie di comunità locali, esperienze di prossimità con realtà difficili connotate da emarginazione (come ad esempio il carcere), occasioni dove la comunità di Azione cattolica è già oltre, già in cammino, lungo la strada di una nuova frontiera.

Per dirla con papa Francesco: l’Ac è già in uscita.
Una nuova frontiera significa farsi promotori di fraternità dentro il nostro tempo. Essere
solidali con i più lontani, i più poveri. Tessere alleanze, perseguire il bene comune, anche e
oltre la sfera associativa. Un’Ac in uscita è un’associazione che fa spazio a tutti, abita la
periferia, promuove formazione missionaria, è al servizio dei poveri, dialoga con il mondo. Un lungo viaggio che provoca a essere sempre di più seminatori di speranza, da cittadini, dentro le istituzioni, nella società e oltre la società.

Il libro contiene, infine, tre discorsi di papa Francesco dedicati all’Azione cattolica italiana

Per non abbassare la guardia di fronte all’antisemitismo

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

«Razzismo e antisemitismo sono morbi maligni che demoliscono paesi e popoli, nessuna democrazia e società ne è immune». Lo ha detto il presidente israeliano, Reuven Rivlin, aprendo a Gerusalemme il quinto Forum mondiale sull’Olocausto, un evento con oltre 41 capi di Stato in occasione del 75° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. «La Terra singhiozza per le atrocità che questa gente ha sofferto», ha detto ancora Rivlin, citando le parole di uno dei soldati dell’Armata Rossa che liberarono il campo.

La Sala della Memoria al museo Yad Vashem

«In nome del popolo ebraico, grazie per la vostra solidarietà, grazie per il vostro impegno per la memoria dell’Olocausto, per i cittadini del mondo che credono nella libertà e la dignità dell’uomo», ha proseguito, rivolgendosi ai leader internazionali convenuti al mausoleo dello Yad Vashem.

Fra i principali ospiti delle 49 delegazioni internazionali, vi sono i presidenti francese Emmanuel Macron, tedesco Frank Walter Steinmeier, russo Vladimir Putin, il re di Spagna Felipe VI, il principe Carlo d’Inghilterra e il vice presidente americano Mike Pence. Per l’Italia c’è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale, nell’incontro con Rivlin, ha detto che la cerimonia di oggi, con la presenza di tanti capi di Stato e di governo, «sarà un richiamo a tutto il mondo perché non abbassi mai la guardia e la vigilanza contro l’antisemitismo e la violenza». «L’Italia è impegnata contro l’odio, il male, la stupidità sotterranei che talvolta affiorano», ha aggiunto, sottolineando che le leggi razziali sono state «una pagina nera particolarmente grave e per questo siamo consapevoli dell’esigenza di affermare la necessità di combattere continuamente l’antisemitismo e di trasmettere questa consapevolezza ai giovani».

Mattarella ha quindi ricordato di avere nominato senatrice a vita Liliana Segre — sopravvissuta ad Auschwitz — nel gennaio del 2018, «nel novantesimo anniversario delle leggi razziali con cui il fascismo aveva perseguitato gli ebrei». «La testimonianza che Segre ha reso in questi ultimi decenni sulla Shoah è stata per l’Italia un patrimonio prezioso», ha affermato il presidente, ricordando che in ogni sede internazionale l’Italia si esprime contro l’antisemitismo e che nelle scuole di ogni ordine e grado si studia la Shoah.

A Gerusalemme sono presenti anche i vertici dell’Unione europea. «La Shoah è stata una tragedia europea, un punto di svolta nella nostra storia e il suo lascito è impresso nel dna dell’Unione europea», hanno dichiarato i presidenti Charles Michel, David Sassoli e Ursula von der Leyen, aggiungendo: «Ricordare la Shoah non è una cosa fine a se stessa. È la pietra angolare dei valori europei. Una Europa che mette l’umanità al suo centro, protetta da legge, da democrazia e diritti fondamentali».

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha colpito i dirigenti del Museo Yad Vashem quando, a poche ore dall’inizio del Forum internazionale sull’Olocausto, ha annunciato su Facebook che lui e i quattro rappresentanti della delegazione di Kiev rinunciavano ai posti loro riservati a favore di sopravvissuti. «Quelle persone — ha affermato il presidente — meritano quell’onore più di tutti». Zelensky ha precisato che comunque parteciperà alle altre attività del convegno.

Corruzione: Transparency International, l’Italia al 51° posto nel mondo.

L’Indice di Percezione della Corruzione 2019 (CPI) pubblicato da Transparency International vede l’Italia al 51° posto nel mondo con un punteggio di 53 punti su 100, migliore di un punto rispetto all’anno precedente. L’Italia pur segnando un lieve miglioramento, rallenta la sua scalata alla classifica globale della corruzione.
“Siamo lieti di vedere un ulteriore miglioramento” ha dichiarato Virginio Carnevali, Presidente di Transparency International Italia “ma sinceramente speravamo in qualcosa di più. Il rallentamento è dovuto a diversi problemi che il nostro Paese si trascina da sempre senza riuscire a risolverli”.

In particolare, come dimostrano i recenti fatti di cronaca, da Foggia alle Madonie, da Reggio Calabria a Reggio Emilia, la criminalità organizzata ancora spadroneggia nel nostro Paese, preferendo spesso l’arma della corruzione che oggi ha assunto forme nuove, sempre più difficili da identificare e contrastare efficacemente.

Altra questione rilevante è la regolamentazione del lobbying e dei conflitti di interesse: da anni sentiamo parlare di leggi che dovrebbero finalmente porre un freno e delle regole a due questioni fondamentali nella lotta alla corruzione, ma ancora il Parlamento tace. Solo tante promesse e audizioni che ancora non si sono trasformate in atti concreti.
Non è certo un buon esempio di trasparenza la recente abolizione degli obblighi di comunicazione dei redditi e dei patrimoni dei dirigenti pubblici attuata dall’ultima legge finanziaria.

Dobbiamo menzionare per importanza anche il tema degli appalti pubblici, oggetto di attenzione di funzionari e imprenditori corrotti: un codice più efficace e un maggior coinvolgimento della società civile nelle attività di monitoraggio non potrebbero che giovare alle finanze pubbliche.

Questi sono solo alcuni dei temi che Transparency International Italia da anni cerca di portare nell’agenda politica nazionale, per far scrollare di dosso all’Italia la nomea di “paese corrotto”.

I risultati 2019

Dominano la classifica Danimarca e Nuova Zelanda come già l’anno scorso. Stesso discorso per il fondo del ranking, dove troviamo ancora Somalia e Sud Sudan.
In Europa oltre alla Danimarca fanno bella figura anche Finlandia e Svezia, mentre Bulgaria, Romania e Ungheria occupano le ultime tre posizioni della classifica continentale. A livello globale spiccano la caduta di Canada (-4 punti), Francia e Regno Unito (-3) mentre colpiscono in positivo la Spagna (+4) e la Grecia (+3). Tra i Paesi del G20 rimangono stabili Germania e Russia (rispettivamente con un voto di 80 e di 28 come nel 2018) mentre perdono due punti gli USA (69 contro i 71 precedenti).

I Flussi illegali di pneumatici e PFU in Italia

Conoscere è il primo passo per combattere l’illegalità che ancora penalizza gli operatori onesti del settore. Questa la premessa alla base del Rapporto “I Flussi illegali di pneumatici e PFU in Italia”.

Un lavoro di oltre due anni e mezzo, che ha permesso di definire un quadro chiaro delle aree di criticità che espongono a illegalità e irregolarità un sistema, quello della raccolta e recupero dei PFU, che rappresenta per l’Italia un caso di eccellenza nella gestione dei rifiuti e nel percorso del Paese verso l’economia circolare e che ogni anno assicura su tutto il territorio nazionale il recupero di oltre 380.000 tonnellate di PFU raccolte presso gommisti, autofficine e stazioni di servizio.

Si stimano, infatti, tra 30 e 40mila le tonnellate di pneumatici che ogni anno vengono immessi illegalmente nel mercato nazionale, a cui si legano un mancato versamento del contributo ambientale per la loro raccolta e riciclo pari a un totale di circa 12 milioni di Euro, evasione dell’IVA stimabile in circa 80 milioni di Euro ed un’esposizione al rischio di abbandono nell’ambiente di pneumatici fuori uso derivanti da attività illegali, che non esistono e sono dunque fuori dalle regole del sistema nazionale di gestione dei PFU.

Nonostante il Ministero dell’Ambiente dal gennaio 2019 abbia imposto ai consorzi che curano raccolta e recupero dei PFU un innalzamento del target di gestione pari ad un +5%, i flussi illegali continuano a condizionare fortemente il funzionamento del sistema e a penalizzare l’attività degli operatori onesti. I PFU generati illegalmente infatti, finiscono per confondersi nella massa complessiva di PFU da raccogliere, facendo saltare gli obiettivi fissati ogni anno e causando due impatti negativi: l’accumulo di PFU nei piazzali degli operatori e il rischio di abbandoni illegali nell’ambiente.

Dal giugno 2017 al 15 dicembre 2019, il lavoro dell’Osservatorio, anche attraverso CambioPulito (www.cambiopulito.it), la piattaforma di whistleblowing riservata agli operatori del settore e gestita da Legambiente, ha permesso di tracciare un quadro chiaro della situazione: 361 le denunce di illeciti registrate, che hanno riguardato 301 società.

Le segnalazioni raccolte – processate da Legambiente attraverso i propri avvocati dei Centri di Azione Giuridica (Ceag) – sono risultate nella quasi totalità dei casi precise e circostanziate, corredate da documentazione a supporto, tanto da concretizzarsi in 8 esposti inoltrati alle Forze dell’Ordine: ai Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente, con la segnalazione di 136 aziende (126 italiane e 10 straniere), con il 35% degli operatori successivamente sottoposti a controllo che è stato oggetto di sanzioni; all’Autorità Garante del Mercato e della Concorrenza, con la segnalazione di 14 siti internet (5 italiani, 9 esteri); al Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Napoli, con la segnalazione di 24 casi nella sola Campania.

Tutti gli esposti si sono concentrati su presunte commercializzazioni illegali online (spesso con l’estero, verso cui l’azione di contrasto e repressione appare ancora complessa e spesso dalle “armi spuntate”) e smaltimento illecito, sull’omesso versamento contributo IVA e contributo ambientale, esercizio abusivo della professione e concorrenza sleale. Circa l’80% delle segnalazioni ha riguardato presunte violazioni delle regole di commercio, della libera concorrenza e del mercato del lavoro e grazie ad esse è stato possibile mettere a fuoco anche la dinamica della recrudescenza di furti di pneumatici nuovi per l’immissione di pneumatici nel mercato nero (soprattutto online).

La parte di filiera che gestisce i PFU, pneumatici a fine vita, vede invece l’illegalità sostanziarsi in: mercato di PFU spacciati per gomme usate, furti di PFU per attività di riciclo illegale, truffa sui sistemi di pesatura dei PFU. In merito alla distribuzione geografica, tra le regioni più interessate dalle segnalazioni risultano la Campania, che ha raccolto in assoluto il maggior numero di segnalazioni (77), seguita da Lombardia (51), Puglia (25), Abruzzo (22), Emilia Romagna (21), Sicilia (18), Calabria (17), Liguria (15) e Lazio (14).

Peste suina: serve l’etichettatura d’origine

Serve dare immediatamente il via libera all’obbligo dell’etichettatura d’origine sui derivati della carne suina per garantire la trasparenza e la rintracciabilità di fronte agli allarmi sanitari che si moltiplicano con la globalizzazione degli scambi. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare positivamente il maxi sequestro della guardia di Finanza di Padova con la collaborazione dell’Asl di 10 tonnellate di carni suine provenienti dalla Cina, attraverso il porto di Rotterdam, potenzialmente pericoloso per la diffusione della peste suina.

“Sotto accusa c’è il sistema di controllo dell’Unione Europea con frontiere colabrodo che hanno lasciato passare materiale pericoloso ai confini olandesi ma anche i ritardi a livello nazionale causati da una burocrazia che non comprende l’urgenza di tracciare gli alimenti che arrivano ai consumatori in una situazione in cui l’Italia importa ogni anno dall’estero circa 1 miliardo di chili di carni suine fresche e  congelate” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sollecitare l’entrata in vigore del decreto che introduce l’indicazione della provenienza per le carni suine  trasformate dopo  l’intesa raggiunta in Conferenza Stato Regioni.

Il provvedimento prevede – spiega Coldiretti – che i produttori indichino in maniera leggibile sulle etichette le informazioni relative a: “Paese di nascita: (nome del paese di nascita degli animali); “Paese di allevamento: (nome del paese di allevamento degli animali); “Paese di macellazione: (nome del paese in cui sono stati macellati gli animali). Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati nello stesso paese, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: (nome del paese)”. La dicitura “100% italiano” è utilizzabile solo quando ricorrano le condizioni del presente comma e la carne è proveniente da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia.  Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati in uno o più Stati membri dell’Unione europea o extra europea, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: UE”, “Origine: extra UE”, “Origine: Ue e extra UE”.

Il via libera all’obbligo dell’etichettatura d’origine su tutti i salumi tutela un settore nazionale che vale secondo la Coldiretti 20 miliardi di euro ed è atteso dal 93% degli italiani che ritengono importante conoscere l’origine degli alimenti e dire finalmente basta all’inganno di prosciutti e salami fatti con carne straniera ma spacciati per Made in Italy, secondo la consultazione on line del Ministero delle Politiche Agricole.

L’Italia, che è leader europeo nella trasparenza e nella qualità, ha il dovere di fare da apripista nelle politiche alimentari comunitarie”. Un impegno portato avanti dalla Coldiretti che è stata capofila nella raccolta di 1,1 milioni di firme di cittadini europei per chiedere alla Commissione Ue di estendere l’obbligo di indicare l’origine in etichetta a tutti gli alimenti con la petizione europea “Eat original! Unmask your food” (Mangia originale, smaschera il tuo cibo) promossa assieme ad altre organizzazioni europee.

La peste suina africana – ricorda la Coldiretti – è una malattia virale contagiosa che colpisce suini e cinghiali. Questo virus può essere trasmesso facilmente da un animale all’altro attraverso stretti contatti tra individui, o con attrezzature contaminate (camion e mezzi con cui vengono trasportati gli animali, stivali, ecc.) o attraverso resti di cibo che trasportano il virus e abbandonati dall’uomo. Considerata dunque la facilità di trasmissione – conclude Coldiretti – il rischio che il contagio possa essere esteso agli allevamenti italiani rappresenterebbe un gravissimo danno.

Per i cento anni dalla nascita di Alberto Sordi

A cento anni dalla nascita il cinema omaggia Alberto Sordi con un evento. Solo il 24, 25 e 26 febbraio arriva sul grande schermo ‘Permette? Alberto Sordi’, un film imperdibile che racconta le origini di una leggenda del cinema italiano.

Un film che vuole ricordare la straordinaria vitalità di Alberto Sordi, il suo immenso talento, la sottile ironia, l’artista e l’uomo, tra difetti e virtù.

Diretto da Luca Manfredi, con Edoardo Pesce nel ruolo del giovane “Albertone nazionale”, il film vede nel cast Pia Lanciotti nel ruolo di Andreina Pagnani, Alberto Paradossi nel ruolo di Federico Fellini, Paola Tiziana Cruciani, Luisa Ricci, Michela Giraud, Paola Giangrasso, con la partecipazione amichevole di Giorgio Colangeli, Martina Galletta, Francesco Foti, Sara Cardinaletti e Lillo Petrolo nel ruolo di Aldo Fabrizi.

Dopo le giornate dedicate al grande schermo il film sarà proiettato dalla Rai.

L’aritmia si può curare con un fascio di protoni

E’ stato eseguito al Cnao di Pavia un intervento innovativo.

Un paziente con aritmia ventricolare è stato trattato con un fascio di protoni che ha colpito, in modo mirato e con un ridottissimo impatto sui delicati tessuti circostanti, la parte del cuore responsabile dei battiti cardiaci irregolari.

Il paziente, 73 anni, affetto da una grave forma di cardiomiopatia dilatativa era stato trasferito a Pavia da un ospedale milanese dove era ricoverato per aritmie ventricolari e ripetuti arresti cardiaci. Dopo l’intervento è stato tenuto sotto stretto monitoraggio al San Matteo: pochi giorni fa è stato dimesso dalla Cardiologia in buone condizioni generali, in buon compenso cardiocircolatorio ed è stato possibile trasferirlo presso un reparto per la riabilitazione.

 

Prof. Vittorino Andreoli: “se tu vuoi capire la violenza devi prima sapere che cos’è la paura”.

Prof. Andreoli, oltre il dato strettamente clinico, in quale punto possiamo porre il limite di confine tra normalità e patologia nei comportamenti umani? Come possiamo definire la follia? Fino a che punto possiamo spiegarla?

Vede, il comportamento umano, cioè di ogni uomo, dipende da tre fattori: il primo è il fattore biologico, che significa ‘come è strutturata la genetica di ciascuno’, ‘come è conformato geneticamente il cervello di ciascuno’. Questo elemento biologico è molto  importante ma non è sufficiente perché altrimenti arriveremmo a quel riduzionismo molecolare che era nato con il positivismo. A questo primo fattore dobbiamo aggiungerne un secondo che è l’esperienza: cioè il comportamento dipende anche dalla modalità con cui noi abbiamo vissuto il nostro passato e in particolare da come abbiamo vissuto l’infanzia, importantissimi sono i primi tre anni di vita.

Non c’è dubbio quindi che le nostre esperienze passate incidano sul comportamento attuale.

Il terzo fattore è legato all’ambiente: il nostro comportamento, oltre che dalla biologia, oltre che dalla personalità che si forma sulla base delle esperienze, dipende anche dall’ambiente in cui viviamo, ambiente che va inteso geograficamente ma soprattutto come relazioni umane e quindi dipende molto dal tipo di rapporto che noi stabiliamo con le altre persone, sia da un punto di vista di ruolo sia da un punto di vista sentimentale.

E allora, quando noi vogliamo capire il comportamento dell’uomo e vogliamo anche attribuirgli un significato di ‘normalità’ ovvero di ‘patologia’ o dargli comunque tutte le specificazioni possibili, noi dobbiamo tener conto di questi tre fattori e da qui si vede anche che la distinzione può non essere facile.

Come si può spiegare da un punto di vista clinico che nella coscienza e nella mente di una persona – magari ritenuta da tutti e nei suoi contesti abituali di vita “un soggetto apparentemente normale” – esploda improvvisamente l’irrazionalità, l’abnorme sentire, ciò che può dar luogo a comportamenti imprevedibili e inspiegabili, anche a gesti estremi di violenza o di autolesionismo? Quel tarlo esisteva anche prima –sopito – ed è emerso per una causa scatenante oppure il gesto irrazionale si spiega con un raptus che non appartiene al suo codice genetico? In altri termini, forse banalizzando: folli si nasce o si diventa?

Dunque, da come le ho detto, in realtà la follia è un insieme di biologia, di esperienze e di ambiente

e quindi è chiaro che ciascuno di noi avrebbe potuto fare esperienze diverse, vivere ad esempio in un ambiente completamente diverso, sia rispetto alle  persone che incontra sia per dove vive e per la società stessa.

Quindi è chiaro che c’è una componente ‘storica’, non è più possibile quindi parlare di un destino fissato, determinato.

Però – vede –  quando ci sono delle persone che noi definiamo assolutamente ‘nella norma’ e compiono gesti che sono inaccettabili, che vanno fuori dalla norma, beh qui bisogna stare attenti perché molte volte noi crediamo di conoscere le persone, ma le persone non sono esattamente per come si presentano perché c’è dentro di loro un’intimità, c’è una personalità profonda che spesso è segreta e che qualche volta – appunto – quindi non traspare nella maschera che noi presentiamo comunemente.

In ultimo bisogna ricordare che dal  1900 – con la nascita della psicoanalisi e quindi con la nascita dell’inconscio (nasce nel 1900, esattamente con il libro ‘L’interpretazione dei sogni’ di Freud) sappiamo che c’è dentro di noi qualcosa che può essere segreto a noi stessi.

Quindi l’affermazione  -“conosco una persona”-  le garantisco che è un’affermazione che dovrebbe essere fatta con molto maggiore prudenza.

E’ indubbio però che certi comportamenti che esplodono inattesi risentono molto anche della società in cui viviamo, degli stimoli continui, sono veicolati da una condizione di stress legata alla follia del mondo perché questa è una società estrema, che ci richiede di essere sempre attivi, di avere successo e quindi le domande che pone sono tali che certi soggetti deboli ‘non ce la fanno’ 

Pensiamo alle psicopatologie della vita quotidiana e facciamo alcuni esempi: la ripetitività maniacale dei gesti, le sindromi ossessivo-compulsive, il lavarsi un’infinità di volte le mani, le nevrosi, la paura del contatto con gli altri e con gli oggetti, persino i rituali scaramantici: fino a che punto si possono attribuire a comportamenti inconsueti e fino a che punto invece sono indice di pulsioni sopite, di tensioni represse, vere e proprie valvole di scarico di schizofrenie più complesse? Dove risiede la loro matrice: nel disagio psichico o nella sofferenza emotiva? Servono forse a compensare problematiche esistenziali più radicate, concentrando in un gesto, in un’azione delle latenze interiori che meritano uno scandaglio più profondo? Oppure vanno circoscritte ed accettate se ci permettono di contenere e gestire le pulsioni?

Guardi, all’origine di tutta questa grande fenomenologia dei comportamenti ‘malati’ c’è la paura, questo meccanismo che dovrebbe difendere l’uomo perché in questa maniera, attraverso la paura si possono prevedere dei rischi ma talvolta è una paura così forte che finisce per portarci da una parte, a darci una insicurezza incredibile, a non fidarci più, ad appartarci, a sentirci soli.

Quindi  la ‘paura’ è un nucleo che genera una quantità tale di difficoltà di vivere che ci portano sempre più a dare risposte che non sono accettabili, che non sono nella norma: lei pensi alla solitudine.

La solitudine non possiamo definirla di per sé una patologia perché si può essere dimenticati, ci si può trovare in una situazione in cui appunto rispetto alla stessa esistenza non veniamo nemmeno visti, siamo dei ‘trasparenti’: la solitudine altera completamente il modo di pensare perché aumenta la paura, si pensa che tutti gli altri scappino da noi perché non siamo accettabili e quindi ci convinciamo poco alla volta che non siamo adeguati a vivere.

E se non siamo adeguati a vivere allora si comincia a fantasticare sulla morte.

Quindi è la paura la matrice: questa sensazione drammatica dell’esistenza che ci fa sentire che è così difficile vivere al punto che persino la paura diventa ‘paura della paura’, ‘paura di vivere’.

Parliamo della paura. Esiste una paura di ciò che si vede e si avverte, di pericoli che possiamo materializzare e descrivere e una paura più nascosta, ancestrale, un timore dell’ignoto – quello che una certa filosofia spiega come il”mal di vivere”- di cui non riusciamo a capacitarci e che produce una sofferenza, se vogliamo, ancora maggiore e più intensa. Sono due categorie mentali semplificative o due modi di essere della nostra angoscia interiore?

Ecco, vede che lei stesso nelle domande che ha preparato ha toccato la paura, che è il punto essenziale.

Di questa società si dice che la caratteristica principale è la violenza e non v’è alcun dubbio che questo sia un mondo violentissimo: violenza fisica ma anche violenza dalle ‘belle maniere’, di chi non ti guarda nemmeno in volto, di chi ti considera come se tu non esistessi nemmeno.

Quindi, vede, io dico sempre questo:  “se tu vuoi capire la violenza devi prima sapere che cos’è la paura”.

Perché anche nei casi estremi, anche quelli in cui la violenza è arrivata alle cronache più assurde, ebbene anche lì, se si gratta un pochino, si scopre che sotto c’è una paura straordinaria, una paura del mondo, una paura degli altri e anche una paura di sé stessi.

Perché quando si è molto insicuri, quando non ci sono punti di riferimento ebbene si teme anche il proprio comportamento e quindi si arriva anche a quell’assurdo esistenziale per cui uno ha paura di sé stesso, è un po’ come se ci fosse un doppio, se uno fosse sdoppiato, come se volesse scappare dall’altro che però è pur sempre dentro di sé.

Vede,  però c’è anche una paura ancestrale che è legata al limite della condizione esistenziale perché la morte è un limite che si può cercare di dimenticare ma è un limite costante, perché tutto può accadere in un secondo e ogni progetto di grandezza finisce con l’essere persino ridicolo.

Ecco, quindi che ci sono i limiti dell’uomo che vanno comunque compensati, ed ecco perché sono fondamentali le relazioni umane.

In un contesto esistenziale che ci rende fragili e sovraesposti ai pericoli del mondo e alle insidie delle relazioni interpersonali l’ansia è un’ espressione reattiva consueta e diffusa ma anche una forma di autodifesa: alzando forse la soglia della percezione alziamo anche quella del controllo e della risposta allo stress? E’ un’analisi semplificativa? L’ansia va combattuta oppure assecondata e conosciuta per essere affrontata? Quanto funzionano le terapie di convincimento, di persuasione: si può sempre “spiegare” ad un soggetto ansioso come comportarsi per sottrarsi a quella sofferenza spesso devastante? Esiste una spiegazione razionale che sopisca l’ansia?

Guardi, se una persona ha paura – e sovente l’ansia è una maschera della paura – è inutile spiegarle qual è l’origine dell’ansia o in che cosa consista.

La cosa migliore è abbracciarla, stringerla, farle sentire che si è con lei e forse la terapia più immediata è di dire “anch’io ho paura, anch’io ce l’ho avuta e sono qui con te per condividerla”.

Questo, per rispondere alla sua domanda, ci riporta però alla parola chiave che è  ‘fragilità’.

Lei sa che ho scritto questo libro -‘L’uomo di vetro’-  (Rizzoli, 2008) in cui cerco di cambiare proprio uno degli elementi di questo umanesimo patologico che si fonda sul potere, sul concetto di ‘uomo forte’ che è in grado di sottomettere gli altri o comunque di tenerli come spettatori del proprio narcisismo forte.

Io invece sostengo che la fragilità – che non ha niente a che fare con la debolezza – è appunto la condizione umana che avverte il senso del mistero e del limite in cui ci si trova e questo naturalmente dà insicurezza.

Però la fragilità ha in sé un bisogno che è il ‘bisogno dell’altro’: cioè la fragilità è una forza che ci porta ad aver bisogno dell’altro, a legarci all’altro.

E il legame con l’altro si chiama anche sentimento.

Allora, di fronte a persone che sono magari angosciate perché non raggiungono la posizione sognata, che non si sentono sufficientemente forti, perché la condizione esistenziale è dura, più che parlare della terapia dell’ansia bisognerebbe partire dal bisogno di capire la propria fragilità e di sapere che la propria fragilità – che abitualmente è considerata un difetto da nascondere – è invece una grande forza.

La più grande terapia è il legame, è l’amore.

L’amore che nella sua espressione più alta è appunto  l’amore per ‘lei’ o per ‘lui’, o quello del padre per i figli, ma anche il legame di amicizia, quello sociale e di solidarietà.

Insomma la fragilità ci porta ad aver bisogno dei fragili come noi o diversi da noi con cui stabilire dei legami ed è appunto bellissimo l’amore in cui uno dice ‘io senza di te non potrei vivere’ e l’altra dice ‘io senza di te non saprei cosa fare’ : uno ha bisogno dell’altro e l’altra ha bisogno del primo.

Due fragilità danno certezze, quindi bisogna evitare il grande errore che abbiamo fatto con la medicalizzazione di ogni espressione esistenziale, proprio cercando di trovare le soluzioni all’interno della fenomenologia esistenziale e non solo nella medicina, non dei farmaci: queste deleghe per cui ormai – grazie alle medicine, agli specialisti, ai grandi nomi – ogni volta che vediamo qualcuno che ha bisogno di noi lo mandiamo invece dal medico..

Parliamo dei fenomeni di somatizzazione dello stress: è vero che le tensioni e i ritmi del vivere contemporaneo procurano danni e sofferenze di tipo organico paragonabili a quelli delle vere e proprie malattie fisiche? Sono le spie di un malessere interiore o la reazione organica abnorme ad un fattore esterno? 

Ormai le neuroscienze hanno chiarito che mente e cervello sono due espressioni di una stessa entità.

In altre parole il cervello lo possiamo descrivere per quel poco che sappiamo con il linguaggio molecolare, anatomico, mentre la mente è la stessa descrizione fatta con un linguaggio comportamentale o ideativo.

Tra mente e corpo non c’è è solo unità ma sono due espressioni della stessa realtà e quindi, ormai, sappiamo che se siamo giù di morale, depressi o viceversa gioiosi ebbene il nostro corpo reagisce in maniera tra loro diversa e – altrettanto- se noi siamo preoccupati di un disturbo fisico, avvertiamo tutta una serie di limitazioni e sensazioni, ci sentiamo ad esempio tristi e malinconici.

Non c’è dubbio che ogni quadro esistenziale può essere descritto sia in termini di molecole che in termini di psiche.

Nel 1961 è avvenuta una delle più grandi scoperte che sono state fatte in questo campo e si trattava del famoso studio che dimostrò che le donne che avevano subito un lutto nei sei mesi precedenti ad una certa valutazione mostravano una percentuale più alta di tumore mammario: questo voleva dire che la malinconia, la depressione incidevano su una realtà organica di moltiplicazione cellulare che sembrava prima impossibile stabilire o connettere.

Questa osservazione adesso è assolutamente dimostrata in quanto si è visto che il nostro stato d’animo, la depressione incide sul sistema immunitario e quindi anche sulle difese dell’organismo: se uno è infelice prende più facilmente la stessa influenza.

C’è una unità psicosomatica alla base della condizione umana.

Quindi è assolutamente vero che ogni volta noi entriamo in una ‘crisi’ – e questa società ci aiuta molto in questo disastro di crisi – ebbene noi ‘stiamo male’, nel senso proprio esistenziale, cioè ‘totus homo’, stiamo male nella mente e nel corpo.

La depressione altera il nostro umore e condiziona i rapporti con gli altri, ci fa vedere una realtà deformata in chiave di percezione spesso totalmente negativa, ci priva della speranza e ci preclude il futuro. Fino a che punto può arrivare la psicoterapia e quando invece è necessario un trattamento farmacologico?

La depressione si fonda sostanzialmente su due principi: primo, la svalutazione di sé e del mondo e –secondo-  la colpa di esistere, sono questi i due punti nodali.

Queste svalutazioni e il senso di colpa possono anche portare al suicidio e infatti la depressione è la condizione che contribuisce di più a  questo exitus, a questa modalità di uscire dal mondo. Ebbene, ci sono delle condizioni acutissime, cioè nelle depressioni gravi, in cui si rendono assolutamente necessari i farmaci.

Non appena però la fase depressiva è uscita dalla dimensione critica, grave, allora bisogna incominciare a stabilire una relazione con quella persona perché se il farmaco cura ‘la malattia’, quando è acuta, la medicina deve occuparsi di curare ‘il malato’e questo malato è qualche cosa di unico, di irripetibile, e bisogna entrare nel suo mondo per aiutarlo a togliere le difficoltà, per ridargli quella che lei ha giustamente chiamato la speranza, per dimostrargli che la vita è comunque e sempre degna di essere vissuta, per poter stabilire relazioni affettive. 

Nei comportamenti di alcuni bambini e adolescenti si manifestano modalità problematiche sul piano relazionale: difficoltà di gestione, agìti violenti e pericolosi, atteggiamenti spesso ingovernabili da parte della scuola, manifestazioni ipercinetiche. Questi alunni non sono disabili ma creano problemi di inserimento e integrazione nel contesto comunitario: non rispettano l’autorità e le regole, sono imprevedibili. Questa sindrome viene spesso curata con psicofarmaci per contenerne l’aggressività. Come Lei sa c’è un acceso dibattito tra fautori delle medicine, strenui oppositori e sostenitori dell’approccio definito ‘multimodale’: un mix tra psicoterapia e farmaci. Lei come la pensa?

Penso innanzitutto che la scuola debba cambiare, che si debbano considerare il bambino e l’adolescente a scuola come persone a cui bisogna insegnare a vivere, cosa spesso più importante che insegnare le campagne napoleoniche ed è assolutamente più importante aiutarle a vivere che ‘giustiziarle’ con un brutto voto, che è comunque un giudizio che può essere preso come un ‘giudizio esistenziale’.

Allora io penso che la scuola – soprattutto quella dell’obbligo – debba cambiare per aiutare questi ragazzi a vivere in un mondo difficile e la scuola non deve diventare parte della difficoltà del mondo.

La grande scommessa degli operatori della scuola è quella di diventare operatori per insegnare  a vivere, il che non è contraddetto con l’insegnare le discipline: le materie devono essere veicolate come modelli per insegnare a vivere.

Restiamo in tema di bambini e adolescenti. Il bullismo è solo un atteggiamento comportamentale dell’età, una forma reattiva a termine oppure può preludere ad agìti di violenza più gravi, a modelli esistenziali negativi o a veri e propri atti criminali in un’escalation dove si perde il senso del limite e si prova l’ebbrezza del gesto folle ed eclatante, che va oltre la bravata? Il bullo è solo un irriverente spavaldo?

No, il bullo è una persona che ha bisogno di aiuto e lo chiede in una maniera inaccettabile e irresponsabile e quindi sono anche del parere che si vada a insegnare che le cose si debbano chiedere in un modo più accettabile.

Non è solo un problema dei giovani: pensi a cosa era e cosa è stata per anni – e io me ne sono occupato – la vita militare. Guardi proprio oggi leggevo -‘La pieve sull’argine’- di Don Primo Mazzolari e in questo bellissimo libro lui descrive una serie di comportamenti e si parlava già allora di bullismo.

Oggi questo termine si applica ai giovani mentre in realtà è un vecchio comportamento anomalo, sovente i bulli a scuola mostrano semplicemente il loro bisogno di aiuto, la loro è una modalità paradossale di chiedere aiuto, un’aggressività che esprime debolezza.

Professor Andreoli, le pongo una domanda di rito per tutti gli intervistati: perché è più facile che saggezza, armonia, senso della giustizia ed equilibrio interiore abitino l’anima delle persone semplici piuttosto che l’intelletto delle persone colte?

Qui la differenza è una sola: è il potere. Quelle che lei chiama le persone colte sono sovente persone che usano la cultura o l’intelligenza come strumento di potere.

Infatti il mondo è pieno di ‘giullari del potere’: se uno mi chiedesse come mi può offendere gli direi di dirmi ‘intellettuale’, io non voglio essere un intellettuale perché appunto gli intellettuali di oggi mostrano di essere dei mercenari del potere, dei giullari, nemmeno del re ma di piccoli uomini che contano ma che sono di un’ignoranza spaventosa.

Quindi le persone semplici sono descritte in altro modo, basta leggere il Vangelo insomma. La saggezza non è mai potere.

Ultima domanda.  Ironia, sentimento, ragione, fede. A chi affidare la speranza nel futuro?

Io non ne posso più della ‘ironia’, adesso sono tutti spettacoli dove si deve fare ironia, satira: è tutta grande ignoranza. Invece la serenità è una cosa molto seria che si fonda sul rispetto dell’altro, sul saper vedere la  positività nell’altro, sul sapergli sorridere invece di scappare. E’ ora di finirla di dire che l’ironia salva il mondo: è una idiozia. Ciò che salva il mondo è il rispetto dell’altro, fino a riuscire ad amarlo.

 

 

Perché abbiamo bisogno dei numeri per dare un peso alla politica.

Da quando sono comparse le “sardine” sulla scena politica, nel Paese abbiamo cominciato a ragionare sul peso politico in termini di numeri. Numeri di piazze piene, in progressione geometrica, numeri che certificano la presenza di testate giornalistiche accreditate, numeri di gente in movimento per riempire le piazze. Un po’ meno, per non dire quasi niente, sui contenuti politici delle proposte. Ora questo del “riempire le piazze” di per se non è male in politica poiché è anche espressione tangibile del livello di partecipazione alla vita politica dei cittadini, ma è una partecipazione di presenza legato al quel preciso evento, che ci pone anche un interrogativo. Perché misuriamo, in questi tempi, il peso politico del contenuto della proposta sulla base dei numeri di coloro che vi partecipano? Da quando abbiamo cominciato a pensare che numero = peso politico sia un unico fattore di misura quando in realtà sono due e pure ben distinti fattori?  Questo processo (riempio le piazze=conto in politica) è cominciato con le piazze virtuali del movimento 5S, quando le piazze fisiche si sono svuotate e si sono trasferite sul web. Di questa ubriacatura di piazza siamo stati tutti consapevoli ed in un certo modo felici, perché il mondo politico è trasferito nel virtuale avendo lasciato nella realtà fisica, i Parlamentari e le Istituzioni.

Ma l’uomo è homo socialis e non può certo venire meno a questa sua esigenza, di tal che rivedersi fisicamente è diventato impellente ed importante. E sono tornate le piazze nel nuovo modo in cui è possibile abitarle. Come nei rave party dei giovani: all’improvviso ognuno per sé o per gruppo per un evento che dura lo spazio di una notte e poi ognuno a casa sua in attesa del prossimo rave party.  Solo che noi, in questo modo, stiamo facendo politica e vogliamo amministrare il Paese, con norme, leggi e finanze, e questa azione di pancia non fa bene al nostro Paese; dovremmo fermarci quel tanto di tempo per pensare, prima della prossima piazza, mentre ci contiamo ma non ancora ci pesiamo.

Industria: Istat, a novembre fatturato invariato e ordinativi in calo (-0,3%) rispetto a ottobre.

A novembre si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, rimanga invariato rispetto al mese precedente. Nella media degli ultimi tre mesi l’indice complessivo è cresciuto dello 0,2% rispetto alla media dei tre mesi precedenti.

Gli ordinativi registrano a novembre una flessione congiunturale dello 0,3%, mentre nella media degli ultimi tre mesi sui precedenti tre sono aumentati dello 0,9%.

La dinamica congiunturale del fatturato è sintesi di una crescita del mercato interno (+0,3%) e di una riduzione di quello estero (-0,4%). Per gli ordinativi la flessione congiunturale riflette un modesto risultato positivo delle commesse provenienti dal mercato interno (+0,1%) e un calo di quelle provenienti dall’estero (-0,7%).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, gli indici del fatturato a novembre segnano un aumento congiunturale solo per i beni strumentali (+1,6%). Risultati negativi si registrano per tutti gli altri raggruppamenti: -0,2% per i beni di consumo, -0,7% per i beni intermedi e -2,9% per l’energia.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di novembre 2018), il fatturato totale cresce in termini tendenziali dello 0,1%, con un incremento dello 0,6% sul mercato interno e un calo dell’1,2% su quello estero.

Con riferimento al comparto manufatturiero, l’industria farmaceutica registra la crescita tendenziale più rilevante (+6,5%), mentre il settore della raffinazione del petrolio mostra il risultato peggiore (-11,5%).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi diminuisce del 4,3%, con riduzioni su entrambi i mercati (-2,2% quello interno e -7,3% quello estero). La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dei macchinari e delle attrezzature (+9,1%), mentre il calo più marcato si rileva nell’industria delle apparecchiature elettriche e non (-25,7%).

La Madonna Litta, capolavoro dell’Ermitage di San Pietroburgo, torna a Milano dopo trent’anni

Al Museo Poldi Pezzoli di Milano è in corso sino al 10 febbraio 2020 Leonardo e la Madonna Litta, una mostra di grandissimo rilievo, in cui viene esposto eccezionalmente a Milano, per la prima volta dopo quasi trent’anni, il celebre dipinto dell’Ermitage, fra i massimi capolavori del museo nazionale russo.

L’esposizione viene organizzata grazie al sostegno di Fondazione Bracco, Main Partner, cui si affiancano Regione Lombardia e Comune di Milano.

La mostra, a cura di Pietro C. Marani e Andrea Di Lorenzo, con progetto allestitivo di Migliore + Servetto Architects e progetto grafico di Salvatore Gregorietti, è stata inoltre inclusa fra le celebrazioni nazionali dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci promosse e sostenute dal MIBAC – Ministero dei beni e delle attività culturali, in quelle promosse dal comitato territoriale di Milano e della Lombardia e nel palinsesto Milano Leonardo 500, promosso dal Comune di Milano | Cultura.

Insieme alla Madonna Litta viene presentato un nucleo selezionatissimo di opere – una ventina tra dipinti e disegni di raffinata qualità – provenienti dalle collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, eseguiti da Leonardo e dai suoi allievi più vicini – da Giovanni Antonio Boltraffio a Marco d’Oggiono, dall’ancora misterioso Maestro della Pala Sforzesca a Francesco Napoletano – negli ultimi due decenni del Quattrocento, quando il maestro viveva ed era attivo a Milano, presso la corte di Ludovico il Moro.

Cellule T: per una terapia universale contro i tumori.

Dai laboratori dell’università di Cardiff, nel Regno Unito, un team di ricercatori ha scoperto come un nuovo tipo cellule T, una delle cellule più importanti del sistema immunitario, sia in grado di combattere diversi tipi di neoplasie.

Gli studiosi, guidati da Andrew Sewell, erano alla ricerca di metodi non convenzionali con cui il sistema immunitario attacca naturalmente le cellule tumorali quando poi si sono imbattuti in una cellula T all’interno del sangue che potrebbe rivelarsi un’arma decisiva contro i tumori. “Ci sarebbe la possibilità di curare ogni paziente. Nessuno pensava che fosse possibile”, afferma Sewell.

Ma per ora possiede solo un enorme potenziale visto che siamo solo all’inizio dei test

Il dolore e la politica

Il dolore (fisico e morale) è elemento consustanziale alla politica, in particolare quando prevale il racconto personale, quando l’immagine in movimento narrativo decide tutto il resto. Le classi dirigenti cattoliche della Prima Repubblica avevano il peccato originale incorporato, si capiva osservandole che il presupposto del loro agire è sempre stato la Genesi: la mela dell’Eden fu mangiata, altro che. Loro mascheravano bene questa cruda nozione biblica, che si combina con la teologia della croce e della gloria, con lo spirito di servizio alla società e allo Stato, una specie di testimonianza, di martirologio politico. Lo aveva capito bene, tra gli altri, Leonardo Sciascia nel suo film “Todo modo”. La fine di Aldo Moro dopo i 55 giorni della prigionia e il suo epistolario, bellissimo, struggente, reso epico nella prosa del Papa amico che si rivolge “agli uomini delle Brigate rosse” fu il sigillo del dolore nella politica italiana e la prefigurazione dei dolori futuri che sarebbero puntualmente arrivati (“Il mio sangue ricadrà su di voi”).

Anche i comunisti, quelli italiani, conoscevano bene il dolore: la separazione originaria dall’umanesimo socialista, dal gradualismo riformista, la dottrina leninista e stalinista come doppio muro carcerario per Antonio Gramsci, la guerra interna, la caccia alle spie, la clandestinità, il tradimento dei libertari in Spagna, la “dittatura del proletariato”. Questi fecero da sfondo mitico all’epoca Repubblicana, quando le cose erano scarne e scarse ma si era pur sempre tra i partiti vincitori della seconda guerra mondiale, la tenda sotto cui si assembravano gli intellettuali e gli esponenti della buona borghesia colta e pensosa, sotto la protezione di quel rigo tratto sulla mappa europea al vertice di Yalta, molta agitazione sociale ma niente forche e dopo l’intervista di Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa, anche la protezione della Nato. Il tutto sempre con l’accompagnamento dei simpatizzanti del Pci, quelli che le mani non se le volevano sporcare ma le impastavano nella farina di un domani che cantava anche per loro.

Il dolore fu assiduo compagno di strada anche di Bettino Craxi, che veniva da una storia diversa, di minoranza autonomista, di isolamento all’interno del Psi, di discredito culturale a fronte dell’esito brillante dei pensieri sociologici della sinistra socialista, profetica e impotente. Craxi era un socialdemocratico e un riformista, quando queste parole sembravano insulti. Al centro della sua sofferenza politica vi era spesso il tradimento, l’accusa, l’ombra del sospetto, l’incapacità di farne, come avverrà in Amos Oz tanti anni dopo, l’onorificenza massima che un essere umano o animale politico possa conquistarsi. I miei idoli sono tutte figure da vigilia della caduta, gente da Triduo pasquale senza però la Risurrezione. Sono rischiosi simulacri della sconfitta imminente, sempre e comunque. La loro sopravvivenza è esclusa, non lasciano eredi. Come ha fatto, Bettino? Con il suo ceto di avvocati e di amministratori avidi di vita e di grano, con la sua banda di pokeristi che avevano alzato la posta e quasi a ogni giro gridavano “piatto”. Tutto ciò disperdeva l’accademia teorica della giovinezza. Craxi conosceva in politica il valore delle alleanze, forse meno quello delle amicizie. Apriva le porte del peccato, riformava il Concordato, a suo modo era Principe e Stato insieme.

Papa Francesco: “La politica si occupi dell’uomo, non di profitto o potere”

Papa Francesco nel messaggio inviato in occasione dell’apertura del World Economic Forum a Davos, in Svizzera scrive che: “In questi anni, il World Economic Forum ha offerto un’opportunità per l’impegno di diverse parti interessate a esplorare modi innovativi ed efficaci per costruire un mondo migliore. Ha anche fornito un’arena in cui la volontà politica e la cooperazione reciproca possono essere guidate e rafforzate nel superare l’isolazionismo, l’individualismo e la colonizzazione ideologica che purtroppo caratterizza troppo il dibattito contemporaneo”.

“La considerazione principale,  – ha osservato il Papa – da non dimenticare, è che siamo tutti membri di un’unica famiglia umana. L’obbligo morale di prendersi cura gli uni degli altri deriva da questo fatto, così come il principio correlativo di porre la persona umana, piuttosto che la semplice ricerca del potere o del profitto, al centro della politica pubblica. Questo dovere, inoltre, incombe sia sui settori imprenditoriali che sui governi, ed è indispensabile nella ricerca di soluzioni eque per le sfide che affrontiamo. Di conseguenza è necessario andare oltre gli approcci tecnologici o economici a breve termine e tenere pienamente conto della dimensione etica nel cercare soluzioni per presentare problemi o proporre iniziative per il futuro”.

Infine conclude ricordando ai politici che, l’enciclica Laudato Si ‘ , pone l’attenzione sull’importanza di un’ “ecologia integrale” che tenga conto delle implicazioni complete della complessità e dell’interconnessione della nostra casa comune. Un tale approccio etico rinnovato e integrato richiede “un umanesimo in grado di riunire i diversi campi della conoscenza, compresa l’economia, al servizio di una visione più integrale e integrata”

A Bagnoli arrivano le ruspe e parte la bonifica

Via libera alle operazioni di bonifica dell’ex area Italsider di Bagnoli. Il Ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Giuseppe Provenzano ha visitato ieri il cantiere insieme al sindaco di Napoli Luigi de Magistris, e all’AD di Invitalia, Domenico Arcuri. La rigenerazione dei suoli dell’area prevede la bonifica dai materiali inquinanti, i metalli pesanti, l’amianto, ma anche la depurazione dell’acqua che passa attraverso il terreno inquinato portando poi con sé i materiali tossici.

«Oggi (ieri ndr), dopo 25 anni, mi sento di dire ai cittadini di Napoli, di Bagnoli e di tutto il Sud: scusate il ritardo, ma oggi partono le bonifiche. Quando sono stato qui la prima volta mi è sembrato di entrare in una specie di carcere ambientale con un recinto, un muro intorno”, ha detto il Ministro Provenzano nel corso della conferenza stampa. «Ci sono luoghi – ha aggiunto – in cui passano gli anni ma sembra che non passino i giorni e non passino i minuti. Io vorrei che a Bagnoli la smettessimo di contare gli anni e, nei prossimi tempi, iniziassimo a contare i giorni, i minuti, perché è in questi che dobbiamo vedere il processo di cambiamento all’interno dei luoghi e dobbiamo abbattere questo recinto».

«I lavori vengono eseguiti con il minimo impatto per cittadini e il movimento dei suoli sarà minimizzato, questo ci aiuta a prevenire anche eventuali problemi. Vogliamo aprire questo luogo alla cittadinanza e coinvolgeremo la città nel concorso di idee. Oggi apriamo i recinti e proviamo a restituire alla città quello che negli anni è stato sottratto. Il primo obiettivo era far partire le bonifiche e abbiamo tutti i fondi necessari. Ricordo anche che con la nuova programmazione di risorse sulla transizione ecologica potranno arrivare altri fondi – ha sottolineato Provenzano – Per tutto quello che verrà dopo c’è un clima di rispetto istituzionale e troveremo le soluzioni del caso, rispettando le leggi e coinvolgendo cittadini. Oggi, dopo decenni di attesa vediamo le ruspe e ora dobbiamo controllare che i lavori vengano portati avanti con tecniche di bonifica all’avanguardia e con un rigoroso rispetto dei protocolli di legalità. Le ruspe non sono solo un segno di giustizia, ma anche il giocarsi una partita politico-istituzionale sulla credibilità per le politiche del Sud che si costruisce anche qui».

Provenzano ha inoltre incontrato i comitati civici per discutere del loro coinvolgimento nelle operazioni di rigenerazione dell’area ex Italsider. Le delegazioni dei diversi comitati dell’area hanno discusso un’ora con il ministro e il commissario di Bagnoli Francesco Floro Flores.

Carceri: l’Europa pone pesanti rilievi quelle italiane

Il Comitato del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura (Cpt) mediante un rapporto pubblicato a Strasburgo pone alcuni pesanti rilievi ne confronti dell’Italia.

Si raccomanda, anzitutto di “abolire la misura d’isolamento diurno imposto dal tribunale come sanzione penale accessoria per i detenuti condannati a reati che prevedono la pena dell’ergastolo”.

Di porre “particolare attenzione a varie forme di isolamento e di separazione dal resto della popolazione carceraria imposte ai detenuti, in ragione della durata indeterminata di tali provvedimenti e dell’assenza di procedure e garanzie relative alla loro applicazione e riesame”; invita, appunto, le autorità “ad avviare una seria riflessione sul regime detentivo speciale detto 41-bis, al fine di offrire ai detenuti un minimo di attività utili e di porre rimedio alle gravi carenze materiali osservate nelle celle e nelle aree comuni delle sezioni 41-bis visitate”.

Inoltre, il rapporto descrive “diversi casi di maltrattamenti fisici inflitti ai detenuti dal personale della polizia penitenziaria”. In tal senso, il Cpt raccomanda alla direzioni delle carceri in questione di “esercitare maggior controllo sul personale di polizia penitenziaria e di far sì che ogni denuncia di maltrattamenti di questo tipo sia sottoposta a un’indagine efficace da parte dell’autorità giudiziaria”.

I mali “femminili” che colpiscono gli uomini

Gli uomini fanno poca attenzione alla loro salute e tendono a sottovalutare i segnali che indicano l’insorgenza di un problema nella condizione fisica. La situazione peggiora se ad essere contratte sono patologie considerate tipicamente “femminili”, che invece colpiscono anche il genere maschile.

Gli endocrinologi dell’Associazione medici endocrinologi (Ame), in occasione del congresso nazionale, hanno fatto luce sulle patologie considerate poco frequenti negli uomini e tra queste, troviamo l’anoressia, l’osteoporosi, la pubertà precoce dei maschi.

“A sottovalutare il problema sono gli stessi medici, a causa di un pregiudizio diagnostico di genere”, dichiara Edoardo Guastamacchia, presidente dell’Ame. “per questo è importante sensibilizzare per rendere più tempestiva la diagnosi e l’accesso alle cure”.

Il centro, il trasformismo e la Dc.

Alcuni giorni fa il prof. Angelo Panebianco ha riproposto dalle colonne del Corriere della Sera la tesi della necessità di avere nella politica italiana un “centro”. Un centro, però, almeno come mi è parso di capire, che di volta in volta sarebbe decisivo per dar vita alla potenziale coalizione di governo. Il tutto si giustificherebbe, com’è ovvio, con il ritorno del sistema proporzionale e il congedo definitivo da tutto ciò che è riconducibile al maggioritario. 

Ora, che il centro o il centrismo nella politica italiana abbiano avuto un ruolo politico decisivo non c’è alcun dubbio. E non solo per la cinquantennale esperienza della Democrazia Cristiana ma anche perché ogniqualvolta prevale la radicalizzazione della lotta politica chi ne paga le conseguenze maggiori e’ sempre e solo la garanzia della governabilità. E questo perché e’ del tutto evidente che la “cultura di centro” e la “politica di centro” non perseguono mai l’obiettivo del “tanto peggio tanto meglio” ma, al contrario, la costante e tenace ricerca della mediazione e della composizione degli interessi contrapposti. Per questo si rende necessario la presenza di una formazione politica di centro. 

Ed è proprio su questo versante che è bene richiamare l’attenzione e fissare un paletto chiaro. Perché anche in un sistema proporzionale o semi proporzionale, un partito o una formazione politica che riconduce la sua esperienza al centro non può ridursi ad essere un protagonista del peggior trasformismo. O meglio ancora, un luogo politico che si rende disponibile per qualsiasi alleanza pur di stare al governo. Certo, in una stagione trasformistica come quella contemporanea il richiamo alla coerenza politica e parlamentare e’ quasi un atteggiamento blasfemo. E, di conseguenza, tutto è possibile pur di stare al potere e conservare il proprio potere a prescindere da qualsiasi coerenza e lungimiranza politica. Appunto, l’apoteosi del trasformismo. Ma l’elemento che politicamente vale riaffermare, e con forza senza farsi condizionare dalle sirene trasformistiche che caratterizzano pesantemente la dialettica politica attuale, e’ che anche la Dc era un “partito di centro che guarda a sinistra”. Come lo fu il Ppi di Martinazzoli e di Marini dopo la fine della Dc. Mentre esisteva anche un centro, almeno nella seconda repubblica, che guardava, del tutto legittimamente, a destra. Come il Ccd di Mastella e Casini, l’Udc di Cesa e Casini e quel che resta oggi di Forza Italia di Berlusconi e di tutto ciò che ruota attorno a questo ex grande partito. 

Ecco, ho ricordato questi passaggi essenziali per arrivare ad una conclusione che non può essere confutata con motivazioni di puro potere. E cioè, anche un ipotetico e consolidato “partito di centro” ha un senso non solo perché ritorna, prima o poi, il sistema proporzionale ma anche e soprattutto perché sarà un elemento decisivo e qualificante per riaffermare e dare un profilo serio e credibile ad una coalizione di centro sinistra o ad una alleanza di centro destra. Solo se il centro ha un progetto politico ha un senso che ritorni con un partito e con una soggettualita’ politica. Tutto il resto è solo trasformismo e voltagabbana. 

16 gennaio 2005 nasce il blog di Beppe Grillo.

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Piergiorgio Corbetta

Sono passati quindici anni dalla nascita del blog di Beppe Grillo. Il 16 gennaio 2005 il comico genovese pubblica, infatti, il suo primo post ufficiale sul sito www.beppegrillo.it. Lo showman si è già occupato di politica (nei teatri e in tv), ma l’ingresso nella rete segna l’inizio di un modo completamente nuovo di farla, che si sviluppa con una velocità impressionante. Nell’ottobre dello stesso anno la rivista «Time» inserisce Grillo fra “gli eroi europei dell’anno”, a dicembre il sito vince il premio WWW de «Il Sole 24 ore» nella categoria news e informazione e nel 2008 l’«Observer» lo posiziona al nono posto fra i blog più influenti al mondo.Fra le prime iniziative lanciate sul blog possiamo qui ricordare la colletta fra i lettori per l’acquisto di una pagina su «Repubblica» al fine di chiedere le dimissioni del governatore della Banca d’Italia (“Fazio vattene”), l’acquisto di una pagina sull’«International Herald Tribune» (“Clean up Parliament!”) per denunciare i 23 parlamentari italiani condannati in via definitiva, la richiesta al Parlamento europeo di bloccare i fondi comunitari all’Italia perché “è come darli a Bokassa”, la richiesta di inviare una mail al presidente della Repubblica contro la “missione di pace” italiana nella guerra in Iraq.

Nella sua prima fase il blog svolge una funzione soprattutto di mobilitazione culturale con messaggi di rottura con la politica tradizionale, sia dal punto di vista contenutistico, sia stilistico. Ne riportiamo – come promemoria – un piccolo campionario: “Noi vogliamo una cosa nuova. Una iper-democrazia senza i partiti. Che non contempla i partiti. Una democrazia con al centro i cittadini”; “Abbiamo delegato dei truffatori, dovranno rispondere di quello che hanno rubato”; “L’economia basata sulla crescita del Pil rappresenta un inganno”; “Destra e sinistra: etichette preistoriche”; “Io ministro delle finanze voglio una signora che ha tirato su tre figli”; “La liquefazione del sistema è talmente veloce che domani rischiamo di svegliarci e non trovarli più (i partiti)”; “Non voglio sentir parlare di strutture. Siamo un movimento orizzontale, se ti sviluppi in verticale diventi un partito”; “(I politici) non c’è più speranza, sono sorpassati, è storia passata, si stanno sbriciolando da soli come il vampiro quando gli metti il punteruolo”; “Le pensioni non devono superare i tremila euro, tanto se guadagnavi milioni qualcosa da parte avrai messo, no? Altro che spending review”. Per non parlare poi delle definizioni irridenti, delle storpiature di nomi degli inquilini del “palazzo” (Rigor Montis, Minchionne, Tremorti, Cancronesi, Frignero, Forminchioni, Valium – Romano Prodi –, Morfeo – Napolitano –, Psiconano – Berlusconi – , Gargamella – Bersani –, Pdmenoelle, le Buffonarie…).Si tratta solo di brevi cenni per ricordare la fase iniziale e di rottura del blog.

Qui l’articolo completo 

La Cina dirà addio alle plastiche monouso.

Si tratta di una bella notizia per l’ambiente, perché il Paese è uno dei maggiori utenti al mondo di plastica, e uno dei più grandi consumatori di bicchieri, piatti di plastica e cannucce.

Il Governo cinese ha fatto sapere che non ci saranno più borse di plastica dal 2022. Niente più cannucce già da quest’anno e, entro il 2025, sparirà ogni altro tipo di contenitore.

Quindi una nuova coscienza ambientalista che si affaccia nel paese asiatico.

La Cina, inoltre, ha anche vietato l’importazione di tutti i rifiuti di plastica e l’uso di di plastica per uso medico.

Cgia: in Italia dal 2007 oltre 2 miliardi di ore lavorate in meno

Pur avendo recuperato il numero di occupati persi in tutti questi anni, rispetto all’anno pre-crisi (2007) il nostro monte ore lavorate è crollato di 2,3 miliardi (-5 per cento), anche se ad aver patito questa caduta verticale non sono stati i lavoratori dipendenti, bensì gli autonomi.

Se i primi, infatti, tra il 2007 e la fine del 2018 hanno registrato una contrazione delle ore lavorate pari a 121 milioni (- 0,4 per cento), i secondi, invece, hanno perso quasi 2,2 miliardi di ore (-14,4 per cento). Nei primi 9 mesi del 2019 (ultimo dato disponibile) la situazione è in via di miglioramento. Nel confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente, infatti, autonomi e dipendenti hanno incrementato di 175 milioni lo stock di ore lavorate (+0,5 per cento) .

“Sebbene dal 2015 il monte ore lavorate sia tornato a crescere – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – il gap con il livello pre-crisi è ancora fortissimo e a pagare il conto sono stati, in particolar modo, gli artigiani e i piccoli commercianti. In questi ultimi 10 anni, infatti, il numero complessivo di queste piccole attività di vicinato è diminuito di 200 mila unità. Chiusure che hanno desertificato molti centri storici e altrettante periferie di piccole e grandi città, con una veemenza che dal secondo dopoguerra non si era mai verificata”.

Con un’occupazione in aumento e un monte ore lavorate ancora molto inferiore al livello pre-crisi, la produttività del lavoro , tuttavia, non ha registrato alcun incremento significativo.

Oltre ad aver costretto alla chiusura molte piccolissime attività, la bassa crescita del Pil registratasi in questi ultimi 12 anni ha condizionato negativamente anche la qualità dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro. Se i lavoratori dipendenti a tempo parziale sono aumentati di oltre 1 milione di unità (+40,2 per cento rispetto al 2008), lo stock di quelli full time, invece, è sceso di 341 mila unità (-2,3 per cento rispetto al 2008) .

 

Oxfam: aumenta la diseguaglianza

La ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva: l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone.

Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale.

Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane.

Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi.

In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani. L’anno scorso inoltre, la quota di ricchezza in possesso dell’1% più ricco degli italiani superava quanto detenuto dal 70% più povero, sotto il profilo patrimoniale.

In un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5.50$ al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro.

Con un reddito medio da lavoro pari a 22$ al mese nel 2017, un lavoratore collocato nel 10% con retribuzioni più basse, avrebbe dovuto lavorare quasi tre secoli e mezzo per raggiungere la retribuzione annuale media di un lavoratore del top-10% globale. In Italia, la quota del reddito da lavoro del 10% dei lavoratori con retribuzioni più elevate (pari a quasi il 30% del reddito da lavoro totale) superava complessivamente quella della metà dei lavoratori italiani con retribuzioni più basse (25,82%).

Basti pensare che:

  • le donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici;
  • nel mondo il 42% delle donne di fatto non può lavorare perché deve farsi carico della cura di familiari come anziani, bambini, disabili. Solo il 6% degli uomini si trova nella medesima situazione;
  • in Italia, al 2018, l’11,1% delle donne, per prendersi cura dei figli, non ha mai avuto un impiego. Un dato fortemente superiore alla media europea del 3,7%, mentre quasi 1 madre su 2 tra i 18 e i 64 anni (il 38,3%) con figli under 15 è stata costretta a modificare aspetti professionali per conciliare lavoro e famiglia. Una quota superiore di oltre 3 volte a quella degli uomini;
  • le donne svolgono nel mondo più di tre quarti di tutto il lavoro di cura, trovandosi spesso nella condizione di dover optare per soluzioni professionali part-time o a rinunciare definitivamente al proprio impiego nell’impossibilità di conciliare i tempi di vita e di lavoro. Pur costituendo i due terzi della forza lavoro retribuita nel settore di cura – come collaboratrici domestiche, baby-sitter, assistenti per gli anziani – le donne sono spesso sotto pagate, prive di sussidi, con orari di lavoro irregolari e carichi psico-fisici debilitanti.

Solo politiche veramente mirate a combattere le disuguaglianze potranno correggere il divario enorme che c’è tra ricchi e poveri. Tuttavia, solo pochissimi governi sembrano avere l’intenzione di affrontare il tema.

È ora di ripensare anche il modo in cui il nostro modello economico considera il lavoro di cura. La domanda di questo tipo di lavoratori, non retribuiti o sottopagati, è destinata a crescere nel prossimo decennio dato che la popolazione globale è in aumento con percentuali di invecchiamento sempre più alte.

Si stima che entro il 2030, avranno bisogno di assistenza 2,3 miliardi di persone, un incremento di 200 milioni di persone dal 2015. È urgente che i governi reperiscano, tramite politiche fiscali e di spesa pubblica più orientate alla lotta alle disuguaglianze, le risorse necessarie per liberare le donne dal lavoro di cura – servizi pubblici, infrastrutture – e affrontare seriamente le piaghe di disuguaglianza e povertà.

L’Italia non è un Paese per giovani

Distribuzione della ricchezza nazionale netta

Distribuzione della ricchezza nazionale netta (metà 2019) – Fonte: Credit Suisse

In Italia i ricchi sono soprattutto figli dei ricchi e i poveri figli dei poveri: condizioni socio-economiche che si tramandano di generazione in generazione.

L’edificio sociale ha un pavimento e soffitto “appiccicosi”: 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato a rimanere fermo al piano più basso (quello in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale.

I giovani italiani che ambiscono a un lavoro di qualità devono fare oggi i conti con un mercato profondamente disuguale, caratterizzato, a fronte della ripresa dei livelli occupazionali dopo la crisi del 2008, dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili.

Oltre il 30% degli occupati giovani guadagna oggi meno di 800 euro lordi al mese. Il 13% degli under 29 italiani versa in condizione di povertà lavorativa.

Un quadro d’insieme contraddistinto  da carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, da un arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, dalla sotto-occupazione giovanile, da un marcato scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese in assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera.

Tanti giovani italiani non studiano né lavorano, tanti lavorano per una paga risibile, meditando di partire in cerca di un futuro migliore.

Servono interventi efficaci, per fare in modo che le giovani generazioni non siano lasciate indietro e al contrario siano, come è giusto, una risorsa per il nostro Paese. I giovani italiani reclamano un futuro più equo e aspirano a un profondo cambiamento della società, non più lacerata da disparità economico-sociali, ma più equa, dinamica e mobile: abbiamo la responsabilità di ascoltare le loro richieste.

 

Lazio: Prorogati al 31 dicembre 2020 i ticket per i comuni terremotati

Prorogate al 31 dicembre 2020 le disposizioni in merito all’assistenza sanitaria, sociosanitaria e sociale per i cittadini residenti nei comuni colpiti dal terremoto. Si tratta nello specifico dei comuni di Accumoli, Amatrice, Posta, Cittareale, Borbona, Antrodoco e Leonessa.

I residenti sono dunque esentati dalla compartecipazione alla spesa sanitaria a carico del SSR tramite codice T16 (popolazione colpita dal terremoto) relativa alle prestazioni di specialistica ambulatoriale erogate da strutture pubbliche e private accreditate ed inoltre all’assistenza farmaceutica per i prodotti di assistenza farmaceutica integrativa e protesica e per il latte artificiale per la prima infanzia.

Sono esentate inoltre le persone fisiche residenti e le imprese con sede operativa o legale nei comuni indicati dal pagamento delle tariffe per le prestazioni erogate dalla Asl di Rieti. Sono sospesi infine i termini di pagamento per i residenti o le attività produttive oggetto di sanzioni amministrative in materia igienico sanitaria”.

Roma seconda nel mondo per ore perse nel traffico

Dal Global card scorecard di Inrix, analisi dei trend della mobilità e della congestione urbana in 200 città di 38 Paesi emerge che:  Roma e Milano sono nella top 10 delle città del mondo con più ore perse per ogni cittadino nel traffico.

La capitale è addirittura al secondo posto con 254 ore, preceduta solamente da Bogotà con 272.

Il capoluogo lombardo è invece settimo con 226 ore. Terzo posto per Dublino (246), davanti a Parigi e la russa Rostov (237) e Londra, con 227.

Scorrendo la classifica scopriamo poi che Firenze è 15/ma con 195 ore perse nel traffico, Napoli è 17/ma (186 ore), Torino è 22/ma con 167, Genova è 46/ma con 148 ore e Bologna è 47/ma con 147 ore. Migliore la situazione a Bari (71/ma e 133 ore perse), e Palermo (83/ma con 119 ore perse).

Popolari, il confronto continua.

L’articolo, ricco di contenuti e di umanità, dell’amico Ettore Bonalberti su queste colonne, merita di essere ripreso ed approfondito. Da molti anni conosciamo la passionalità, il disinteresse e l’intelligenza di Ettore quando affronta il tema – peraltro decisivo ed importante – della potenziale ricomposizione ed unità dell’area popolare ed ex democratico Cristiana nel nostro paese. Un tema che da circa 25 anni, cioè dalla fine della Dc, anima e attraversa orizzontalmente il dibattito e il confronto tra tutti coloro che lamentano una inspiegabile assenza ed irrilevanza dei cattolici democratici e popolari nella cittadella politica italiana. 

Ora, per essere onesti con noi stessi, non possiamo dimenticare che dal 2001 in poi – cioè dopo l’esperienza di Democrazia Europa di Sergio D’Antoni e Giulio Andreotti – si sono susseguiti circa 60 tentativi per rilanciare una minima presenza politica ed organizzativa, autonoma, degli ex democristiani. Tutte iniziative lodevoli e da non disprezzare ma accomunate da un filo rosso: sono tutte miseramente fallite sotto il profilo politico e, soprattutto, elettorale. Nelle ultime settimane, per fermarsi ad oggi, ne sono nate altre due. La “Federazione di centro” richiamata dall’amico Ettore e l’iniziativa, a tutt’oggi un po’ nebulosa, di coloro che si richiamano al cosiddetto “manifesto Zamagni”. Due nuovi partiti, due nuovi potenziali soggetti politici – almeno questo, mi pare di capire, e’ l’obiettivo dei proponenti – che si propongono lo stesso obiettivo dei tentativi, seppur generosi, che ci sono stati, appunto, negli ultimi 25 anni. 

Ecco perché, con spirito costruttivo e con la fraterna amicizia che mi lega ad Ettore, vorrei avanzare due sole considerazioni. 

Innanzitutto dobbiamo far sì, almeno a mio parere, che i nuovi sforzi politici ed organizzativi non allunghino la lista dei fallimenti che hanno caratterizzato i precedenti tentativi. Perché il continuo ed insistente fallimento di tutte queste esperienze rischia di essere nefasto per lo stesso patrimonio politico, culturale, ideale, programmatico e forse anche etico del cattolicesimo politico e sociale che si vuole rappresentare ancora nel nostro paese. Ma soprattutto perché si crea una sorta di eterogenesi dei fini dove la sacrosanta difesa dei valori e della tradizione del cattolicesimo politico italiano si traduce, a volte, nella sua sconfessione con il fallimento continuo e reiterato dei vari tentativi che puntano a ricostruire una presenza autonoma e credibile dei cattolici democratici e popolari. 

In secondo luogo la questione delle alleanze. Certo, ha ragione l’amico Ettore quando sostiene che in un sistema proporzionale ciò che conta è il peso politico ed elettorale del singolo partito. A prescindere dal capitolo delle alleanze e delle coalizioni. Ma, per fermarsi al magistero degasperianio, moroteo e sturziano, ieri come oggi, un “centro che guarda a sinistra” o che guarda a destra non è sinonimo dello stesso progetto politico. Perché un conto è, giustamente, riaffermare la propria identità e il proprio progetto. Altra cosa, com’è ovvio, e’ costruire anche una alleanza, un progetto o una coalizione di governo. Perché su questo versante non possiamo rifugiarci nel trasformismo o nell’attendismo. Due elementi che mal si conciliano con la nostra tradizione, soprattutto con quella che accomuna Ettore e il sottoscritto. Cioè la grande lezione e il prezioso e fecondo magistero politico ed ideale di Carlo Donat-Cattin e della sinistra sociale della Dc. 

Comunque sia, la riflessione avviata da Ettore Bonalberti va ripresa ed approfondita. Abbiamo un ricco ed indimenticabile passato comune. Forse possiamo avere anche un futuro politico altrettanto comune. 

Digitalizzazione e sindrome del 70%

I ripetuti richiami del Censis sull’impoverimento culturale della politica fanno il paio con la ricerca pubblicata nel 2011 (ma sempre attuale) da Tullio De Mauro, “principe dei linguisti” ed ex Ministro dell’Istruzione, in una delle sue ultime ricerche sul patrimonio linguistico degli italiani.
Richiami, osservazioni e analisi sociologiche che sono state rapidamente metabolizzate nel nulla, passate quasi inosservate e inascoltate, come in una sorta di nemesi che conferma l’assioma iniziale.

Il decadimento culturale riguarda i contenuti e i toni del linguaggio politico, non certo elevati sul piano dell’etica ed eloquentemente negativi circa le modalità espressive e di comunicazione.
Sono ben noti i siparietti televisivi e le interviste a sorpresa dei parlamentari all’uscita della Camera o del Senato: mi è rimasta impressa la definizione del Darfur come ‘un tipo di cioccolata’ e la definizione degli ‘esodati’ come il risultato della bollitura delle uova sode.
Forse però le osservazioni ripetute negli ultimi anni dal Censis riguardano soprattutto l’assenza disarmante di proposte politiche sostenute da contenuti culturali nobilitanti. Dopo il tramonto delle ideologie e dei loro retaggi bene o male radicati nella tradizione e nella storia siamo in presenza di una cultura politica ibrida e indefinita, senza capo né coda, senza sostanza e senza meta, priva di una progettualità non dico di lunga ma almeno di media gittata.

Più che discorsi sono slogan, più che parole sensate si tratta di affabulazioni ripetitive e retoriche.
Tanto che un sociologo come Sabino Acquaviva attribuiva alla politica la minimale gestione dell’ovvio e del banale.
Sul versante sociale le cose non vanno poi tanto meglio, a conferma del fatto che i rappresentati esprimono una classe politica speculare al diffuso analfabetismo culturale di cui sono i rappresentanti.

Dalla ricerca di Tullio De Mauro era emerso lo spaccato di una società dove il 70% degli italiani è affetto da una sorta di analfabetismo di ritorno: questa è infatti la percentuale di coloro che non sono in grado di leggere e comprendere un testo definito “di media difficoltà”.
Non credo che la situazione, a pochi anni di distanza e con un ricambio generazionale e culturale così evidente della classe dirigente del Paese, sia ad oggi migliore.

Si discetta spesso sul gap tra Paese legale e Paese reale ma in questo campo c’è quasi una specie di sovrapposizione speculare: la società esprime i propri rappresentanti in un contesto di deprivazione culturale tale che il passaggio dai rappresentati ai rappresentanti non sortisce salti qualitativi né esprime eccellenze che si discostino per merito dalla mediocrità prevalente.

Basti pensare ai risultati scolastici (Invalsi docet) e ai passatempi prediletti.
La lettura è un esercizio di cui ci si priva sempre più volentieri: pare infatti che costi fatica.
Molto più semplice metabolizzare i linguaggi televisivi, praticare la navigazione informatica, utilizzare comunicazioni brevi e sincopate come le mail o gli sms.
Più che parlare si “briffa” e presto ci saluteremo con un bit.

Perché c’è differenza tra cultura del tempo breve e cultura lentamente metabolizzata.
E il dilagare della violenza esprime una vistosa carenza di capacità esplicativa e persuasiva, di dialogo, comprensione, accorciando lo spazio che separa l’ignoranza dalla grettezza, la superficialità dal pregiudizio.
Senza contare i pericoli della cyber aggressione (l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza riferisce di un aumento di oltre il 200% dei casi di intercettazione, spionaggio e violazione della privacy negli ultimi anni) e – di converso – della omologazione culturale e dell’assenza di un controllo delle informazioni che circolano in rete e vengono disseminate in una società puntilliforme, spesso in nome di una millantata trasparenza che di fatto mette le manette ai polsi delle relazioni sociali.

Ma che dialogo può esistere in una società del monologo collettivo?
Colpa della scuola? Può darsi. Di colpe la scuola ne ha già tante e può reggere anche questa.
Il problema è anche di tipo motivazionale: manca l’interesse ad apprendere, la capacità di ascoltare, di reggere un’interlocuzione basata su argomenti profondi e sostenuta da toni di moderazione e di rispetto.

E poi viene a scemare il gusto della ricerca, dell’approfondimento, il piacere di leggere i capolavori della letteratura di ogni tempo, classici intramontabili e più educativi di un qualsiasi manuale di istruzioni per l’uso, di un abbecedario sul bon ton, di una ricerca sul web.
Inconsapevolmente ci stiamo abituando a nuovi alfabeti, a terminologie ubiquitarie adatte ad ogni circostanza, ad un linguaggio orfano di parole appropriate che scompaiono dal vocabolario, sostituite da neologismi onomatopeici, dalle evanescenze del ‘coso’ e della ‘cosa’, ‘nel senso’ e ‘cioè’, dei banali luoghi comuni scaduti e riciclati.
Il problema della formazione e della codificazione di una cultura prevalente condivisa negli anni a venire consisterà nella graduale sostituzione dell’alfabetizzazione costruita e sedimentata attraverso il linguaggio tramandato con l’alfabetizzazione digitale il che comporterà nuovi codici espressivi, nuove simbologie e – quel che più conta – nuovi contenuti.

Una rivoluzione dagli esiti imprevedibili assai più rilevante di quanto fu l’invenzione della stampa: mentre questa favorì il consolidamento della cultura e la sua conservazione attraverso i libri (si pensi alle biblioteche) non possiamo prevedere in quali forme, modi e contesti i nuovi alfabeti saranno custoditi e quali saranno le modalità di accesso e di interscambio poiché il virtuale non essendo tangibile può dar luogo ad una frammentazione espressiva certamente aperta e facilmente fruibile ma forse sovraesposta al pericolo di una compromissione della democrazia delle parole e dei linguaggi, per come la conosciamo attraverso la cultura classica tramandata.
Se un rischio si paventa è quello che l’alfabeto digitale produca una generazione di analfabeti sprovvisti di memoria condivisa e – quindi – proiettati in una galassia semantica e simbolica che li allontana dalla storia.

Intanto le immagini sostituiscono le parole e – come acutamente osservava Giovanni Sartori – l’homo videns sta prendendo il posto dell’homo sapiens. Il popolo dei lettori di un tempo si sta trasformando in un caravanserraglio di internauti. E quel 70% di persone che faticano a decodificare un testo la dice lunga sulla sindrome da incomunicabilità del nostro tempo.

Referendum: Chi vincerà?

Giovedì scorso ho atteso con una certa ansia la sentenza della Corte costituzionale in tema di “ammissibilità del referendum elettorale Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata da otto Consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria). Sono stato così deluso dalla sentenza della Consulta che ha dichiarato “inammissibile” la richiesta di referendum “per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito”.

Io avrei preferito che gli italiani avessero potuto esprimersi in tema di sistema elettorale rispondendo alla domanda se sia meglio il maggioritario o il proporzionale. Coloro che hanno preparato il quesito non sono stati evidentemente dei bravi scultori, considerato che il quesito di un referendum abrogativo è il frutto appunto di un opera di scultura su un testo di legge, in questo caso ordinaria, o meglio di un lavoro di taglio di parole e punteggiatura.

Se fossero stati più bravi forse gli italiani avrebbero dovuto ragionare su due quesiti: quello del citato referendum abrogativo e quello del referendum sulla legge costituzionale sul taglio dei parlamentari.  Essendo contrario sia al sistema maggioritario sia al taglio dei parlamentari io avrei fatto campagna per due NO. 

A questo punto gli italiani, invece,  dovranno ragionare soltanto sulla bandiera del M5s e cioè sulla riduzione del numero dei parlamentari e scegliere tra un SÌ e un NO.

Chi vincerà? Credo che nessuno, proprio nessuno, ad oggi lo possa prevedere e sarebbe bene attendere l’esito del referendum, che si terrà nella prossima primavera.

L’attuale maggioranza invece sta discutendo di un’ipotesi di legge elettorale proporzionale, ma calibrata come se dovessero vincere i SÌ. Io ed alcuni amici, venerdì prossimo a Milano, davanti a un notaio, costituiremo il Comitato popolare per il NO al taglio dei parlamentari. E da sabato prossimo inizierà la nostra campagna referendaria per il NO.

A come Amarcord, E come Ekberg

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriele Nicolò

È un alfabeto di lusso quello coniato da Federico Fellini: a ciascuna lettera, infatti, corrisponde o un grande attore o un celebre film, nonché un simbolo o un’icona di squisita fattura. Dalla A di Amarcord alla V di Vitelloni, passando per la E di Ekberg e per la G di Giulietta. E non può non avere il giusto rilievo la P di Paparazzo. Sciorinando tali voci Oscar Iarussi, nel libro Amarcord Fellini. L’alfabeto di Federico (Bologna, il Mulino, 2020, pagine 237, euro 16) guida il lettore lungo l’esaltante itinerario della poetica felliniana. Un itinerario scandito dunque dalle lettere di questo peculiare alfabeto, le quali finiscono per comporre uno scenario caratterizzato da una doppia dimensione: da un lato, le luci della ribalta, quindi i successi e gli onori; dall’altro, la solitudine dell’uomo e dell’artista, animato, ma non di meno angustiato, da un’ansia, nobilitante ma pure corrosiva, di ricerca. 

Il mondo che Fellini ha descritto è complesso, ricco di sfumature, di messaggi sottintesi, di citazioni dotte. Eppure, nel raccontarsi, il regista non poteva essere più spartano. Non a caso, la prima pagina del libro si apre con una frase che in poche parole dice tutto: «Sono nato, sono venuto a Roma, mi sono sposato, e sono entrato a Cinecittà. Non c’è altro». A questa affermazione segue una dichiarazione di Fellini che a buon titolo si può assumere come il suo marchio di fabbrica: «Il visionario è l’unico vero realista». Si tratta, scrive Iarussi, di «un magnifico paradosso», che al regista riconosce subito un alto merito: quello di essere stato fra i pochi a saper raccontare un’Italia in radicale trasformazione. La sua non fu certo un’opera semplice poiché fu «spesso incompresa o avversata, puntualmente equivocata sotto il segno della presunta nostalgia goliardica, laddove invece illumina il presente o addirittura capta il futuro». 

Vincitore di cinque premi Oscar, Fellini — sottolinea Iarussi, saggista, critico cinematografico e letterario — è stato «un raffinato antropologo del Novecento nel suo farsi e disfarsi». La sua eccellenza si può misurare anche sulla capacità di consacrare la supremazia dell’abnorme, del beffardo, del bizzarro. Tale primato del grottesco scandisce il progressivo declino di una società invecchiata e stanca, «forse paga — evidenzia Iarussi — del ricordo o della pallida imitazione, spesso parodistica, della sua fioritura leggendaria nelle stagioni del boom degli anni Sessanta, ovvero della Dolce vita». Nel libro si fa presente poi che senza «le struggenti invettive» di Pasolini contro la modernità, il Riminese si configura come un lungimirante testimone nel campo delle metamorfosi sociali. Intervistato dall’amico Georges Simenon, Fellini ebbe a confessare: «In fin dei conti lei e io abbiamo sempre raccontato delle sconfitte. Ma voglio, devo riuscire a dirle che credo che l’arte sia questo, la possibilità di trasformare la sconfitta in vittoria, la tristezza in felicità». 

Nella cultura di massa e nell’immaginario collettivo il nome di Fellini è legato anzitutto al film La dolce vita. Riscosse subito un grandissimo successo: si stima che l’anno in cui uscì, 1960, furono più di 13.600.000 le persone che accorsero nelle sale. Tra gli spettatori non mancarono i minori di 16 anni nonostante il divieto della commissione ministeriale (soltanto nel 1975 tale divieto sarà abbassato a 14 anni). La critica non fu univoca: sulla pellicola non fioccarono solo elogi, ma anche strali, anzitutto da parte ecclesiastica, ricorda Iarussi. «L’Osservatore Romano» scrisse un commento dal titolo La sconcia vita (per poi pubblicare, nel cinquantenario del film, 2010, un saggio elogiativo). 

Ne La dolce vita il regista, in bilico fra le dimensioni oggettiva e onirica, tra realtà e vena surrealista, descrive in filigrana un’Italia che si vuole divertire: ma è un divertimento che non riesce a scrollarsi di dosso un sentore di amarezza costante, un retrogusto di disillusione carico di malinconia. Nel «bagno fatale» della Ekberg nella fontana di Trevi — afferma Iarussi — l’Italia diventa «il Paese dei Balocchi, in cui si possono sperimentare amori passeggeri e grandi passioni, avventure notturne e un domani a occhi aperti». Vittorio De Sica definì il film «una cafonata, il sogno di un provinciale». Dal canto suo, Luchino Visconti, dichiarò: «Ma quelli sono i nobili visti dal mio cameriere». E di nobili il regista de Il Gattopardo, chiosa l’autore, si intendeva, essendo il rampollo della casa patrizia milanese Visconti di Modrone. Alla luce di questi commenti, Iarussi sottolinea che sia De Sica che Visconti hanno torto, perché come molti altri, interpretano il film come un’apologia del vizio o del tempo perso «tra le braccia di una Roma seducente e paralizzante». 

In realtà la Dolce vita riserva una panoramica compassionevole sulla «vita agra» — come la definirà lo scrittore Luciano Bianciardi (definizione che dà il titolo al suo romanzo più noto) — di un paese in equilibrio fra passato futuro. del resto anche Roma, nel film, non è soltanto via Veneto o la fontana di Trevi: Roma è anche borgate, rovine, caos, ovvero quegli scenari che furono tanto cari a Pasolini.

Nel gioco di finzione e realtà dagli echi pirandelliani, Fellini si trovava completamente a suo agio. Ma al contempo, egli pagava lo scotto, in termini di identità, di questo intrecciarsi — mai veramente fluido e stabilito una volta per tutte — di cosa fattuale e citazione astratta. Molto significativo è quanto il regista stesso dichiarò nel febbraio 1993, ovvero pochi mesi prima di morire. Alla vigilia della cerimonia, a Los Angeles, in cui avrebbe ritirato il premio Oscar alla carriera, Fellini confidò all’amico giornalista Vincenzo Mollica: «Se dovessi scrivere delle battute per un attore chiamato a interpretare la parte di un regista premiato con l’Oscar, probabilmente me la caverei abbastanza bene. Ma il fatto che sono proprio io coinvolto in questa vicenda mi rende balbettante e insicuro». Infatti, in questi casi — notava il regista — bisogna essere spiritosi, intelligenti, elegantemente distaccati. E si deve essere, sottolineava non senza ironia, «anche felliniano». Al riguardo, sentenziò: «Quest’ultimo è il ruolo più difficile, perché nonostante sia lusingato di essere diventato anche un aggettivo, non so cosa voglia dire». In questa frase, c’è tutto Fellini (e la cifra felliniana).

Mediterraneo, frontiera di pace

È online  www.mediterraneodipace.it, il sito dell’evento “Mediterraneo, frontiera di pace” in programma a Bari dal 19 al 23 febbraio; organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, si concluderà, domenica 23, con l’incontro e la S. Messa presieduti da Papa Francesco.

Il portale contiene tutte le informazioni, le notizie e gli approfondimenti riguardanti l’incontro di riflessione e spiritualità che vedrà riuniti, nel capoluogo pugliese, i vescovi cattolici dei Paesi affacciati sul Mare Nostrum per confrontarsi sui problemi e il futuro dell’area mediterranea, ma anche per rafforzare un processo organico di scambio e aiuto tra le Chiese.

“La gravità delle crisi che stanno colpendo il bacino del Mare Nostrum è sotto gli occhi di tutti; come Chiesa abbiamo il dovere non solo di non chiudere gli occhi, ma di comprenderla e denunciarla con forza”, afferma il Cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Cei. Con l’iniziativa di Bari, dunque, “la Chiesa italiana ha deciso di non unirsi al coro dei profeti di sventura, per riconoscere invece che qualcosa di nuovo può e deve nascere anche nell’area mediterranea”.

L’appuntamento di Bari vuole essere un laboratorio di sinodalità, intesa come stile da far trasparire nella stima vicendevole, nella gratitudine, nella cura delle relazioni. La Chiesa mediterranea, ricca di tradizioni liturgiche, spirituali ed ecclesiologiche, infatti, è presente e operosa, desiderosa di rafforzare le strutture di comunione esistenti e forse anche d’inventarne di nuove.

Gabriele Basilico in mostra a Roma

Dedicata a uno dei maggiori protagonisti della fotografia italiana e internazionale, la rassegna è incentrata sul tema della città con oltre 250 opere in diversi formati datate dagli anni Settanta ai Duemila, alcune delle quali esposte per la prima volta.

La metropoli è sempre stata al centro delle indagini e degli interessi di Gabriele Basilico (Milano 1944-2013). Il tema del paesaggio antropizzato, dello sviluppo e delle stratificazioni storiche delle città, dei margini e delle periferie in continua trasformazione sono stati da sempre il principale motore della sua ricerca.

La mostra analizza questi temi mettendo a confronto le opere realizzate nelle numerose città ritratte, tra le quali Beirut, Milano, Roma, Palermo, Napoli, Barcellona, Madrid, Lisbona, Parigi, Berlino, Buenos Aires, Gerusalemme, Londra, Boston, Tel Aviv, Istanbul, Rio de Janeiro, San Francisco, New York, Shanghai, accostate secondo analogie e differenze, assonanze e dissonanze, punti di vista diversi nel modo di interpretare e di mettere in relazione lo spazio costruito.

Il percorso espositivo della rassegna si articola in cinque grandi capitoli: “Milano. Ritratti di fabbriche 1978-1980”, il primo importante progetto realizzato da  Basilico; le  “Sezioni del paesaggio italiano”, un’indagine sul nostro Paese suddiviso in sei itinerari realizzata nel 1996 in collaborazione con Stefano Boeri e presentata alla Biennale Architettura di Venezia; “Beirut“, due campagne fotografiche per la prima volta esposte insieme, realizzate nel 1991 in bianco e nero e nel 2011 a colori, la prima alla fine di una lunga guerra durata oltre quindici anni, la seconda per raccontarne la ricostruzione; “le città del mondo”, un viaggio nel tempo e nei luoghi da Palermo, Bari, Napoli, Genova e Milano sino a Istanbul, Gerusalemme, Shanghai, Mosca, New York, Rio de Janeiro e molte altre ancora; infine  “Roma”, la città nella quale Basilico ha lavorato a più riprese, sviluppando progetti sempre diversi fino al 2010, in occasione di una stimolante quanto impegnativa messa a confronto tra la città contemporanea e le settecentesche incisioni di Giovambattista Piranesi.

Oltre alle opere in mostra, viene proposta un’ampia biografia illustrata che racconta attraverso brevi testi e immagini il percorso artistico e professionale di Basilico (più volte infatti le due ricerche si sono incrociate) e tre video: il primo realizzato da Tanino Musso nel 1991 a Beirut e rimontato da Giacomo Traldi che ha rielaborato anche un’intervista del regista Amos Gitai del 2012 dedicata a Roma e a Piranesi. Il terzo video, “A proposito di Sezioni del Paesaggio italiano”, è un’intervista a Stefano Boeri realizzata da Marina Spada nel 2002.

Dolci: Made in Italy, record nell’export.

I dolci italiani mettono a segno nel 2019 il record storico nelle esportazioni che hanno raggiunto la cifra di 1,5 miliardi per effetto di un aumento record dell’11%. E’ quanto emerge dalle proiezioni Coldiretti su dati Istat relativi ai primi dieci mesi per i prodotti della panetteria, della pasticceria o della biscotteria divulgate in occasione del salone internazionale Sigep a Rimini. Una conferma del successo di un settore in grande crescita che in Italia – sottolinea la Coldiretti – puo’ contare su tradizioni, creatività e materie prime di qualità che sempre piu’ spesso vengono valorizzate nelle ricette anche con accordi di filiera con le aziende agricole.
Tendenze positive anche a livello nazionale dove il surriscaldamento – continua la Coldiretti – fa salire ad oltre 3 miliardi di euro i consumi di gelato nel 2019 che ha fatto registrare temperature di 0,96 gradi superiori alla media del periodo e si è classificato al quarto posto in Italia fra quelli più roventi dal 1800.
A livello globale e nazionale il settore risente dei cambiamenti climatici che – sottolinea la Coldiretti – ha provocato una progressiva destagionalizzazione dei consumi di gelato, nonostante l’estate resti la stagione privilegiata per coni e coppette. Ad essere preferito è di gran lunga il gelato artigianale nei gusti storici anche se – precisa la Coldiretti – cresce la tendenza nelle diverse gelaterie ad offrire “specialità della casa” che incontrano le attese dei diverse target di consumatori, tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico, vegano ma anche a chilometri zero con gusti locali espressione di prodotti del territorio che non devono essere trasportati con mezzi che sprecano energia ed inquinano l’ambiente.
Rilevante in Italia – continua la Coldiretti – è anche l’impatto sull’indotto, con l’utilizzo di 220mila tonnellate di latte, 64mila di zuccheri, 21mila di frutta fresca e 29mila di altre materie prime. Va per questo sottolineata – sottolinea la Coldiretti – l’importanza della frutta e del latte freschi italiani nella preparazione del vero gelato dove purtroppo rischiano di prevalere surrogati di bassa qualità. Da segnalare infatti negli ultimi anni il boom delle agrigelaterie che garantiscono la provenienza della materia prima dalla stalla alla coppetta con gusti che vanno dal latte di asina a quello di capra fino alla bufala.
In epoca moderna la storia del gelato risale alla prima metà del XVI secolo nella corte medicea di Firenze con l’introduzione stabile di sorbetti e cremolati nell’ambito di feste e banchetti, anche se fu il successo dell’export’ in Francia a fare da moltiplicatore globale con il debutto ufficiale in terra americana: con l’apertura della prima gelateria a New York nel 1770 grazie all’imprenditore genovese Giovanni Bosio. Da allora – conclude la Coldiretti – la corsa del gelato non si è più fermata.

Lo stress da lavoro che danneggia il cuore

Lo stress lavorativo potrebbe portare alla sindrome del “burnout”, una patologia associata ad un disturbo del ritmo cardiaco, in certi casi potenzialmente mortale.

Questa correlazione è stata scoperta da un ampio studio pubblicato sull’European Journal of Preventive Cardiology, rivista dell’European Society of Cardiology (ESC). La ricerca, in sostanza, dimostrerebbe per la prima volta l’associazione tra burnout e alcune patologie cardiache, in particolare un aumento del 20% del rischio di fibrillazione atriale.

La fibrillazione atriale è la forma più comune di aritmia cardiaca. Gli esperti stimano che 17 milioni di persone in Europa e 10 milioni di persone negli Stati Uniti possano soffrire di questa condizione entro il prossimo anno, aumentando così il rischio di infarto e di ictus.

Bersani con Humor

Mi è stato d’aiuto qualche bacillo influenzale perché, costretto a casa, ho riletto Bersani.
Sono frate, ma credo alle cure omeopatiche. Di regola Bersani mi mette la febbre: forse, stavolta, mi avrebbe aiutato a guarire. Omeopaticamente.
Mi prende la febbre, con Bersani, a motivo della sua testardaggine. Non potendo picchiarlo, somatizzo.

Parla bene e sbaglia bene, con l’eleganza alto-contadina del nord.
È un modo di sbagliare che solo Bersani sa vivere e realizzare. Con humor padano!
Un grande poeta, ammazzato ad Ostia, diceva che la piccola borghesia ricorre allo humor per minimizzare le cose, per non averne scrupolo, per non dare scandalo.

Bersani ci mette tanto humor perché avverte il pericolo delle sue uscite brillanti.
Ho riletto, dicevo, qualcosa di lui. Qualcosa di fresco. L’altro giorno ha parlato con un giornalista e ha stabilito – ecco lo humor – che il centro è il “luogo del narcisismo”.

Ebbene sì, lui ha rotto con il Pd (di Renzi) e ha preso il tre e mezzo per cento scarso; poi oggi sulla testa di Renzi (che ha rotto parimenti con il Pd) fa cadere la spada del sarcasmo. Nei sondaggi Renzi starebbe messo male, attorno al tre o quattro per cento, quindi è narciso.

Logica stringente, rigorosa, inappellabile: Renzi è narciso, Bersani no.
Mi tengo la febbre e so che stavolta, per accontentare il Nostro, è una febbre…sinistra. E poco narcisa.

Per l’unità dei Popolari

Riceviamo e gentilmente pubblichiamo la nota della Direzione nazionale DC

E’ stata una giornata di grande impegno politico culturale quella svolta ieri, sabato 18 gennaio 2020,  in occasione del 101 esimo anniversario dell’”appello ai liberi e forti” di Sturzo.In una sala stracolma di rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e gruppi dell’area cattolico democratica e cristiano sociale, Lillo Mannino, accolto calorosamente dall’assemblea, reduce da una sentenza definitivamente assolutoria dopo oltre vent’anni vissuti dolorosamente, ha svolto una magistrale lectio storico politica sul pensiero di Sturzo e sullo sviluppo dell’idea popolare e democratico cristiana dal 1919 sino alla fine politica della DC (1994). Una fine, frutto dei nostri errori e di una ben calcolata strategia internazionale, la cui regia fu definita nell’incontro sul panfilo  “Britannia”, dove si stabilì “la saga dei vincitori e vinti” nel nostro Paese.

Oggi la situazione, come ha ricordato l’amico sen  Maurizio Eufemi con la sua nota uscita all’inizio dei lavori alla sala Alessandrina di lungotevere in Sassia a Roma, è caratterizzata da alcuni aspetti simili a quelli presenti al tempo di Sturzo nel 1919. Allora l’Italia era alle prese con i problemi di assetto interno con la crisi del giolittismo, che aveva esaurito la fase del trasformismo parlamentare su cui si era retto per anni, e con le conseguenze drammatiche del conflitto mondiale. Oggi siamo al culmine del più vasto trasformismo parlamentare che ha caratterizzato la stagione decadente della seconda repubblica, nella quale i partiti e i movimenti presenti a livello parlamentare sono espressione della più arida incultura politica. Regna l’incompetenza e l’improvvisazione  che hanno finito col delegittimare la politica, lasciando ampio spazio alla deriva nazionalista e populista a trazione salviniana e della destra di Fratelli d’Italia.

Ecco perché Mannino ha terminato il suo intervento facendo appello ai firmatari del patto federativo popolare dei DC  e a tutti i popolari affinché non si perda l’occasione che abbiamo davanti a noi, specie dopo la sentenza della corte costituzionale di rigetto del referendum richiesto dalla Lega, e la scelta  espressa della maggioranza di governo per il sistema elettorale proporzionale simil tedesco.

Invito raccolto immediatamente da Gianfranco Rotondi e da Lorenzo Cesa, reduci dall’accordo appena siglato per le regionali d’Abruzzo, uniti nella scelta condivisa e sottoscritta nel patto federativo per dar vita a un nuovo soggetto politico, ispirato ai valori del popolarismo, alternativo alla deriva nazionalista e populista e alla sinistra radicale.

“Il partito del popolo italiano”, è ciò che  ha indicato Rotondi per il nuovo soggetto politico, inserito a pieno titolo nel PPE, che assume il simbolo storico della DC, lo scudo crociato e si propone come luogo della partecipazione politica dei ceti medi e delle classi popolari rimasti sin qui privi di rappresentanza, disgustati della politica urlata e renitente al voto per la quasi metà dell’elettorato italiano.

Certo, come hanno detto Renato Grassi, segretario nazionale della DC e da Mario Tassone, segretario nazionale del NCDU, non sarà solo un patto duale a risolvere il caso della diaspora apertasi dal 1994, anche se esso costituisce certamente una condizione necessaria, ma, appunto, non sufficiente. Serve la più ampia partecipazione aperta a quanti si riconoscono negli obietti del patto federativo. 

Ora si tratta, di ragionare con lo sguardo rivolto in avanti, preoccupati non delle possibilità di sopravvivenza personali di qualcuno, quanto della capacità di offrire una nuova speranza al popolo italiano.

A chi temeva che anche dall’incontro della Federazione popolare dei  DC scaturisse l’ennesimo tentativo da aggiungere a quelli sorti consecutivamente negli ultimi vent’anni, tutti destinati al fallimento, dobbiamo assicurare che ora lo sguardo è rivolto al futuro, convinti come siamo che serva riportare in campo la nostra cultura cattolico democratico e cristiano sociale, non per un nostalgico pensiero retro, regressivo e inefficace politicamente, quanto per concorrere a costruire un grande progetto: quello di una politica al servizio e per la partecipazione di una “comunità” fondata sulla solidarietà organica tra persone, gruppi e classi sociali. Si tratta di inverare nella città dell’uomo gli orientamenti pastorali delle ultime encicliche sociali di Papa san Giovanni Paolo II ( Centesimus Annus) ,  di Benedetto XVI (Caritas in veritate) e di Papa Francesco (Evangelii Gaudium e Laudato SI); gli unici documenti che hanno saputo leggere “ i tempi nuovi” che stiamo vivendo e offrire preziose indicazioni, che spetta ora a noi cattolici impegnati in politica rendere operativi sul piano istituzionale. Sono le encicliche che hanno affrontato le questioni rilevanti del nostro tempo:

  1. la questione antropologica e demografica particolarmente grave in Italia;
  2. la questione ambientale;
  3.  la realtà nuova, complessa della globalizzazione, che per noi italiani si traduce soprattutto nel tema  della sovranità monetaria e della sovranità popolare e il nostro modo di restare nell’Unione europea, caratterizzata dal dominio della finanza sull’economia reale e sulla politica ridotta a un ruolo subordinato e ancillare ( rovesciamento del NOMA –  Non Overlapping Magisteria, come l’ha definito il prof Zamagni).

Per fare questo, però, serve l’unità più ampia possibile e, soprattutto, un partito. Serve, insomma, la ricomposizione dell’area politica dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Mettiamo, intanto, subito in rete tutti i nostri siti web per preparare i comitati locali e regionali della Federazione e prepariamo l’assemblea costituente in cui decideremo insieme: nome, simbolo, programma e sceglieremo la nuova classe dirigente del partito.

Come un albero antico, possiamo cambiare le foglie conservando però le radici e possiamo avanzare le nostre proposte a misura dei nuovi bisogni delle classi popolari e dei ceti medi, conservando la fedeltà ai nostri principi.

E’ un invito che rivolgiamo anche agli amici della “Rete bianca” e a quanti hanno sottoscritto “il manifesto Zamagni”.  Seguiamo da osservatori partecipanti il serio dibattito che si è aperto su “ il domani d’Italia” e desideriamo ricordare che é unanime tra di noi  il giudizio di alternatività alla deriva nazionalista e sovranista della destra italiana, così come anche da noi sono condivise le indicazioni progettuali offerte dal manifesto Zamagni. Con franchezza evidenziamo che se sono comprensibili, proprio date le premesse, le scelte da voi assunte per le prossime elezioni emiliane e calabresi, del tutto sconcertante, a nostro parere, ci sembra quella di un dibattito che si svolge a senso unico e ripercorre senza soluzione di continuità la già consumata  strada di una corrente popolare interna al PD, di cui, semmai, ci si preoccupa solo del suo possibile sbandamento a sinistra.

Cari amici, col voto della Consulta è finita la lunga stagione del maggioritario, che riduceva i cattolici e popolari a un ruolo ancillare nella destra o nella sinistra dei partiti e si torna al proporzionale, stella polare della nostra cultura politica: il tempo del mattarellum, porcellum, italicum, rosatellum, è finito. Ora, come nel 1919 lo fu per Sturzo con risultati straordinari imprevisti, dobbiamo ragionare secondo le regole del sistema proporzionale, con lo sbarramento al 5% e ci auguriamo con le preferenze Non vi sembra una condizione più che sufficiente per mettere insieme tutte le nostre energie e sensibilità, per condividere insieme, sulla base dei nostri comuni principi  ispiratori e la strategica scelta di campo, una proposta politica programmatica all’altezza dei bisogni della società italiana ed europea? Il nuovo partito politico di cattolici, aperto alla partecipazione di altre culture compatibili, non sarà mai monolitico, come non lo furono, né il PPI sturziano, né la DC degasperiana, fanfaniana, morotea e fino alla fine dello scontro del “preambolo”. Oggi è il tempo per il ritorno in campo della nostra cultura politica. Dopo e solo dopo aver costruito il partito, si porrà la questione delle alleanze, fermi nella nostra alternatività alla destra e alla sinistra radicale.

Ettore Bonalberti
Direzione nazionale DC
Comitato provvisorio della Federazione popolare dei DC
Roma, 19 Gennaio 2020

 

Milano: Scuola di formazione politica, “Conoscere per decidere”

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“Re-imparare la democrazia” è il tema dell’incontro che il prossimo 21 gennaio a Milano inaugurerà la II edizione della Scuola di formazione politica “Conoscere per decidere”.

Appuntamento alle 20.30 presso il Salone degli affreschi della Società umanitaria (Via San Barnaba, 48). Intervengono Enrico Letta, direttore della Scuola di affari internazionali dell’Istituto di Studi politici di Parigi, e Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia. Conclude Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà; modera Alberto Orioli, vicedirettore de “Il Sole 24 Ore”.

“I principi su cui si basa la democrazia, ritenuti finora immutabili, sembrano in crisi e vengono ora messi in discussione – si legge in un comunicato –: la necessità di un luogo fisico, il Parlamento, in cui ci si confronti, ci si esprima e si decida per il Paese; la separazione dei poteri, che impedisca la prevaricazione dell’uno sull’altro; il debito pubblico come strumento di sviluppo; la sostenibilità come necessità globale per poter vivere meglio tutti; gli equilibri internazionali e la necessità di un’Europa che abbia un ruolo politico reale. Sono nodi cruciali che occorre affrontare per capire cosa significhi oggi un impegno politico che voglia difendere e promuovere la democrazia”.

“Conoscere per decidere” è un’iniziativa nata da un’idea condivisa con l’Associazione Italiadecide ed è organizzata da Fondazione per la sussidiarietà e società umanitaria, in collaborazione con Fondazione Vittorino Colombo, generAzione, M’impegno, Sioi-Sezione Lombardia.

A Modena nasce la culla dell’Intelligenza Artificiale

Il primo polo italiano di Nvidia dedicato all’intelligenza artificiale aprirà a Modena, presso il Dipartimento di Ingegneria Enzo Ferrari. Si tratta dell’Nvidia Ai Technology Center, un centro di ricerca e assistenza che lavorerà in stretta sinergia con l’AlmageLab diretto dalla professoressa Rita Cucchiara. Nell’ambito di un convegno Nvida, azienda californiana leader mondiale in AI computing, e il Cini, Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica, hanno firmato l’accordo di cooperazione.

Nvidia è una delle multinazionali più in vista nel capo delle Ai e del cosiddetto “deep learning”, uno dei processi per consentire alle macchine di apprendere da sole. Le sue soluzioni vengono adottate dal campo della guida autonoma a quello della medicina di nuova generazione.

 

La chiusura della “Paravia” di Torino

Sembrava avesse chiuso i battenti in occasione delle festività di fine d’anno; invece non li ha più riaperti.

Si è compiuto così il destino della seconda libreria più antica d’Italia, la “Paravia” di Torino fondata nel 1802. Più di due secoli di storia gloriosa alle spalle, ma non c’è stato nulla da fare.

Troppo difficile competere su un mercato dove il libro te lo portano fin nel salotto di casa, magari a prezzo scontato, in una manciata di ore dall’acquisto online.

La chiusura della Paravia è la conferma che nella società globale c’è sempre meno gloria per le attività a base familiare spazzate via dalla concorrenza di gigantesche strutture (vedi Amazon nel caso specifico) che corrono sul web da un capo all’altro del Pianeta a costi estremamente contenuti.

La chiusura della Paravia è l’ennesima riprova che quel mondo analogico – lento e compassato al quale eravamo abituati – è sparito per sempre. Al suo posto ne è subentrato un altro assai più veloce, liquido, efficiente, cinico,impersonale.

Con il quale dobbiamo attrezzarci a convivere senza pregiudizi. Prima che sia troppo tardi.

(Fonte My Pegaso)

In Italia i malati oncologici vivono di più

Emerge dal rapporto ‘State of Health in the EU: Italy. Country Health Profile 2019’ presentato a Bari. Per il tumore alla prostata in Italia la sopravvivenza è del 90% contro una media dell’87% nel resto d’Europa. Per il cancro ai polmoni è del 16% in Italia e 15% in Europa, per quello al seno 86% in Italia contro l’83% europeo, per il tumore al colon 64% in Italia e 60%in Europa. “Il sistema sanitario nazionale – si legge nel rapporto – fornisce di norma cure efficaci e tempestive per i pazienti oncologici”.

Più in generale, il Ssn italiano viene promosso per la sua efficacia: “L’Italia – è scritto – registra il secondo tasso più basso di mortalità prevenibile nell’UE, dopo Cipro”. Il rapporto – che verrà presentato successivamente ad Atene, Stoccolma e Helsinki – analizza l’efficacia ed efficienza del sistema sanitario italiano paragonandolo a quello di 26 Stati membri dell’UE.

Popolari 101

101 e sei decimi come i deputati che i Popolari matematicamente avrebbero dovuto conquistare rispetto a 1.178.473 di voti su 5 milioni e mezzo di votanti. Furono invece 100 rispetto ai 410 candidati. Non si presentarono in 3 circoscrizioni: Chieti Potenza e Aquila. Il successo sorprese anche Sturzo di fronte a così tanti voti e troppi seggi.

Chi rilegge oggi gli scritti politici di Luigi Sturzo riesce ad immergersi nella storia del nostro Paese per la profondità del pensiero, la lucidità della analisi, le indicazioni prospettiche. Oggi come allora il Parlamento vive una crisi profonda. Scrive Sturzo “è stata sottratta al Parlamento quasi tutta la tumultuosa legislazione, fatta con decreti legge”; e ancora ”questo Parlamento deve essere rifatto da un lavacro elettorale, che non può lasciare permanere le torbide acque del personalismo politico; abbiamo bisogno di elevare il corpo elettorale dalla pressione elettorale alla concezione delle idee e dei partiti”.

La legge elettorale appariva dunque a Sturzo il mezzo per ridare vigore al Parlamento. E c’era bisogno di un partito nuovo, avente da sè stesso forza di organizzazione, luce programmata ed energia combattiva. Oggi forse siamo nella stessa situazione del 1919. Solo che non viviamo i tormenti del mito della “vittoria mutilata” della prima guerra mondiale, ma le ferite della guerra finanziaria globale, con le macerie degli apparati industriali, dei risparmi distrutti, della disoccupazione crescente.

Come non guardare alla correlazione nel pensiero sturziano tra politica interna e politica estera! Sturzo anticipa la diagnosi sui totalitarismi di ogni tipo senza distinzione. La forza del Partito Popolare è stato il suo programma innovativo fondato sulle libertà, sulla organicità e sulla giustizia, in contrapposizione allo Stato liberale accentratore in cui i ceti medi cercavano spazio di rappresentanza.

Dunque il popolarismo come risposta alla demagogia e al populismo, perché il pensiero sturziano poggia sulle comunità intermedie, sui corpi sociali, su una visione poliedrica della società. Il popolo di Sturzo non è quello di Rousseau, perché è un popolo autentico, non c’è leader o un capo, ma c’è articolazione, c’è pluralismo della società. C’è un rapporto inscindibile tra libertà e Istituzioni, perché la libertà individuale senza Istituzioni non esiste.

Merita di essere ricordato il suo appello a proseguire nella loro interezza ideali di giustizia e di libertà. Così come il suo richiamo alla riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione. Tutto questo ci riporta alle vessazioni fiscali ai processi infiniti di cui sono piene le cronache.

Come sino validi i richiami di De Rosa secondo il quale “per Sturzo ogni difesa delle istanze sociali e civili passa attraverso il ruolo fondamentale delle Istituzioni parlamentari senza le quali è facile l’attrazione verso interpretazioni populistiche-agitatorie”. Di qui il nostro rifiuto a forme di democrazia diretta che minano la democrazia parlamentare.