Il ricordo riemerso
È passato moltissimo tempo. Ma è stato il razzismo, neppure troppo velato, del generale Roberto Vannacci a far riemergere un mio antico ricordo, insieme alla stima verso un compagno di giochi della giovinezza.
Nei primi anni Cinquanta Martin Luther King Jr. era ancora un adolescente. Pur soffrendo e ingoiando quotidianamente molti rospi — come quando, ancora bambino, dovette cedere il proprio posto su un autobus a un bianco adulto — aveva già alle spalle la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata dalle Nazioni Unite nel 1948.
Il suo storico attivismo civile sarebbe arrivato più tardi, quando, nelle vesti di pastore protestante, avrebbe assimilato pienamente i valori sociali del cristianesimo: fraternità, uguaglianza, diritti dell’uomo e dignità di ogni persona, a prescindere dal colore della pelle o dalla nazionalità. Valori che costituirono il cuore del celebre discorso pronunciato a Washington nell’agosto del 1963, al termine della marcia per i diritti civili, con il suo “I have a dream”, destinato a entrare nella storia.
Il “Futuro Nazionale” di Vannacci
Devo però dire che è stato soprattutto il ricordo di un compagno della Gioventù di Azione Cattolica di quegli anni a riesplodermi nella mente. Complice quel “Futuro Nazionale” evocato e auspicato dal generale Vannacci dopo il suo lancio con il paracadute recante proprio quella scritta, nel caos di partiti e partitini che caratterizza oggi il panorama politico italiano.
Una maggioranza di formazioni personalizzate, alcune addirittura identificate con il nome del fondatore. Una baraonda di leader e leaderini autoproclamati, spesso nati da una semplice associazione privata, e una miriade di simboli che finisce per indebolire il vero e irrinunciabile valore democratico del pluralismo e della dialettica politica.
Fenomeni che contribuiscono all’allontanamento degli elettori dalle urne e alimentano una democrazia sempre più incompleta.
Nazionalismo e identità
Vannacci, sin dalla sua discesa in campo nella Lega, non ha mai nascosto il proprio nazionalismo linguistico e il proprio orientamento antieuropeo. A ciò si sono aggiunte posizioni favorevoli al progetto dei centri per migranti in Albania e una visione che rivendica una diversità di valori rispetto al resto d’Europa.
Ne emerge il profilo di un sovranista che fa leva su paure e incertezze diffuse in tutti gli strati sociali, rivolgendosi a coloro che considera “identici” e contrapponendoli a chi viene percepito come diverso.
Una concezione che l’autore ritiene evidente anche nelle polemiche che hanno coinvolto la campionessa olimpica Paola Egonu, nelle critiche al reato di femminicidio e nelle prese di posizione contro il mondo LGBT.
Il cinema vietato ai neri
Tutto ciò ha fatto riemergere il ricordo di un caro amico calabrese che, molti anni dopo, sarebbe diventato professore di storia a Novara.
Da ragazzo trascorse un paio di mesi negli Stati Uniti insieme al fratello maggiore, ospite di uno zio emigrato. Al ritorno ci raccontava spesso un episodio che lo aveva profondamente colpito.
Accompagnato dalla zia a vedere un film di cartoni animati, scoprì che quel cinema era riservato esclusivamente ai bianchi. Ai neri era vietato entrare e il divieto veniva fatto rispettare con rigore, persino attraverso controlli delle autorità locali.
Per un ragazzo cresciuto in Italia, l’impatto emotivo fu enorme. Tornò carico di compassione per i cittadini afroamericani e di indignazione verso quel sistema di segregazione.
Una domanda sulla civiltà
Con noi amici e compagni degli Aspiranti di Azione Cattolica tornava spesso su quell’esperienza. Dopo aver rievocato con tristezza l’accaduto, ci poneva una domanda che allora ci lasciava increduli.
Che cosa sarebbe successo se il percorso della civiltà si fosse sviluppato nell’Africa nera anziché in Europa? Quale sarebbe stato il destino dei bianchi? Avremmo potuto entrare in un cinema riservato soltanto ai neri?
Era una provocazione che nasceva da una profonda sensibilità storica e umana. Un modo per interrogarsi sul potere, sulla discriminazione e sulle forme che l’ingiustizia può assumere quando una maggioranza decide di trasformare la differenza in esclusione.
La lezione di Papa Francesco
Se le cose fossero andate diversamente, si chiedeva, avremmo forse conosciuto una forma di “razzismo al contrario”? Le persone di pelle nera avrebbero segregato e discriminato quelle di pelle bianca come era accaduto ai neri negli Stati Uniti?
Quasi sessant’anni dopo la marcia di Martin Luther King, l’italo-argentino Papa Francesco avrebbe pubblicato la sua terza enciclica, Fratelli tutti.
È proprio quel titolo, e il messaggio universale che racchiude, che mi permetto di suggerire al generale Vannacci come lettura utile per riflettere sul destino comune dell’umanità e sul valore della fraternità tra tutti gli esseri umani.
