Con la morte del cardinale Camillo Ruini scompare una delle personalità più autorevoli e incisive della Chiesa italiana degli ultimi decenni. Un uomo di pensiero, di governo ecclesiale e di parola pubblica, capace di attraversare stagioni complesse senza mai rinunciare alla chiarezza delle proprie convinzioni.
Ho sempre riconosciuto nel cardinale Ruini una schiettezza rara, talvolta esigente, ma mai ambigua. La sua è stata una voce limpida, saldamente radicata nel Magistero e nella Dottrina sociale della Chiesa, una voce che ha saputo ricordare alla politica e alla società italiana che la fede cristiana non è un fatto privato, né una riserva privata di consolazione da tenere fuori dalla vita pubblica.
Ricordo, in particolare, la sua ferma posizione in occasione dei referendum abrogativi sulla Legge 40, in materia di procreazione medicalmente assistita. In quella stagione, difficile e non priva di tensioni, condivisi la convinzione che fosse necessario custodire alcuni principi essenziali: la dignità della vita nascente, il limite etico della tecnica, la responsabilità della politica davanti alle questioni più delicate dell’umano.
Da presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Ruini ha rappresentato una Chiesa presente, vigile, mai irrilevante. Una Chiesa capace di prendere parola senza complessi di inferiorità, di entrare nel confronto pubblico con coerenza, di misurarsi con la modernità senza smarrire il proprio centro.
Oggi, nel momento del congedo terreno, prevalgono il rispetto, la gratitudine e la preghiera. Alla Chiesa italiana resta l’eredità di un pastore che ha creduto nella forza della ragione illuminata dalla fede e nella responsabilità dei cattolici dentro la storia.
A lui il mio pensiero riconoscente. Alla Chiesa di Roma, alla Conferenza Episcopale Italiana e a quanti lo hanno conosciuto e stimato giunga il mio cordoglio più sincero.
