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I cristiani come tutti i siriani sono ormai sfiniti

[L’altro ieri] ci siamo svegliati con la notizia che era caduto il regime di Bashar al-Assad. Dalla mattina vi è un clima di festa in tutte le città siriane, non si fermano le macchine per le strade, i canti di gioia e tutte le espressioni possibili di gioia.

Le forze dell’opposizione sono entrate nelle città siriane e hanno liberato i prigionieri politici. Per questo vi è quindi un grande clima di speranza nel Paese.

Molti mi chiedono che fine faranno i cristiani, dato che il regime di Assad era noto per proteggere le minoranze. A dire la verità la comunità cristiana, così come molti siriani in tutti questi anni di guerra e di regime sanguinario, è diminuita in modo drastico. Ecco perché oggi davvero i cristiani hanno grande speranza di tornare nel loro Paese per essere parte integrante nella costruzione del futuro della Siria.

Ovviamente le forze dell’opposizione e il governo che si andrà a formare dovranno dare conferme concrete di tutte le rassicurazioni fornite in merito al fatto che i cristiani, come tutte le altre minoranze in Siria, saranno trattate in modo eguale a tutti i cittadini.

Quindi i giorni a venire serviranno a valutare la veridicità di queste rassicurazioni. È chiaro che poi noi, come cristiani, dalla nostra parte non vogliamo essere trattati come minoranza, ma come cittadini che hanno diritti e doveri uguali a tutti gli altri.

 

I cristiani, Assad e la nuova Siria

Molti mi chiedono come mai i cristiani gioiscono per questo rovesciamento del regime e del sopravvento di forze armate estremiste. In realtà ci sarebbe molto da dire su questo, ma mi limito ad una semplice osservazione: anzitutto i cristiani sono, come tutti i siriani, ormai sfiniti e molto stanchi dalla situazione che vivono da molti anni sotto il regime. Ormai non vi è sviluppo, l’economia ristagna, e si sopravvive davvero con moltissima difficoltà.

Dall’altra parte questi gruppi negli ultimi due o tre anni nella provincia di Idlib hanno mostrato una tolleranza riguardo ai cristiani e hanno cominciato a restituire i beni confiscati in precedenza alla comunità. Quindi possiamo dire che vi sia stata una svolta, anche nel loro modo di approcciarsi ai cristiani. Poi, da quando sono entrati ad Aleppo e hanno cominciato ad avanzare verso il sud, essi stanno mandando di continuo messaggi molto forti di tolleranza rispetto a tutte le minoranze, tra cui anche i cristiani.

Quindi tutto questo approccio è stato in parte rassicurante. E anche il fatto che il capo militare di Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) non abbia voluto lui guidare il Paese, ma abbia lasciato il primo ministro precedente e il governo precedente continuare il loro lavoro, questo significa che vi è una seria volontà di non stravolgere il Paese. E di non indirizzarlo verso una mentalità estremista. Lui stesso, questo capo, ha dichiarato che il loro movimento è solo una parte di un progetto più grande, quindi non sono un fine per se stessi ma uno strumento di cambiamento.

Ecco, noi speriamo che quanto successo sblocchi la situazione politica in Siria, e ormai tutta la comunità internazionale faccia la sua parte per stabilizzare il Paese, aiutare i siriani al dialogo e trovare e creare una nuova Costituzione che rispetti tutti i siriani. Questa è la nostra speranza, che andrà ovviamente valutata alla prova dei fatti.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/Parroco-di-Aleppo:-una-Costituzione-‘per-tutti-i-siriani-sfiniti’-dal-regime–62075.html#google_vignette

De Toni: “I cattolici rilancino il messaggio del personalismo comunitario”.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

Alberto Felice De Toni

Trasmetto queste righe che vogliono essere non soltanto un messaggio di saluto e un augurio di buona riuscita dei vostri lavori, ma vogliono anche rappresentare una mia particolare vicinanza al tema dell’incontro.

“Dopo Trieste. Il cammino per andare dove”, è un titolo evocativo che parte dalla 50a Settimana Sociale dei cattolici svoltasi a Trieste a luglio di quest’anno sul tema “Al cuore della democrazia, partecipare tra storia e futuro”. Una tappa di un cammino caratterizzato dal lungo impegno dei cattolici per il bene comune. In un tempo, come sottolineato da Monsignor Luigi Renna presidente del comitato organizzatore, “in cui notiamo una più timida partecipazione, mentre abbiamo il desiderio di far emergere il meglio di quanto già presente nel nostro Paese”.

Nell’aprile del 2023 sono diventato Sindaco di Udine aggregando intorno al programma diverse esperienze culturali e di civismo ed alleandoci con alcune forze politiche di area progressista, riformista e autonomista. Nel novembre dello stesso anno, insieme alle diverse esperienze civiche che mi avevano sostenuto, abbiamo dato vita a “Quadrifoglio”, una federazione di forze di ispirazione pluralista ed europeista, che ha al suo interno sensibilità del mondo cattolico e laico, impegnate a lavorare insieme.

Abbiamo scelto “Quadrifoglio” come nome e simbolo del movimento civico, perché nella tradizione popolare, ogni foglia rappresenta una dimensione chiave: la prima simboleggia la Fortuna; la seconda la Speranza; la terza la Fede (religiosa e/o politica); la quarta l’Amore. Ci sembrano dimensioni fondamentali per l’azione di qualsiasi forza politica. Inoltre le quattro foglie sono il simbolo di quattro declinazioni della sostenibilità, il filo rosso del nostro programma: sostenibilità ambientale, sociale, economica e politica. Infine il quadrifoglio può essere inteso come simbolo di multi-appartenenza, ovvero essere contemporaneamente cittadini di Città, Regione, Paese ed Europa.

Oggi – immersi in una dilagante e rabbiosa cultura sovranista e populista – dobbiamo guardare al riformismo democratico comunitario, non violento, sociale, riformista ed europeista. La risposta al processo in essere di “individualizzazione sociale”, capace di separare il destino dei singoli individui da quello dei propri gruppi di appartenenza, può essere il “personalismo comunitario” di Mounier, che mette al centro non l’individuo slegato dalla comunità, dai problemi e dagli interessi degli altri come è nel liberismo, e nemmeno il collettivo che prevarica l’individuo, come nelle ideologie totalitarie del nazifascismo e del comunismo. La persona non può fare a meno – per affermarsi – di farlo insieme agli altri; perché tutti possano affermarsi concretamente, la comunità deve unirsi con l’obbiettivo di aiutare ogni persona a realizzarsi pienamente nelle sue aspirazioni materiali e spirituali.

Bene comune, solidarietà, sussidiarietà e personalismo comunitario possono essere di ispirazione per una politica alta e di programmi amministrativi delle municipalità dei territori.

A conclusione di questo mio breve saluto, voglio sottolineare la nostra vicinanza e il nostro interesse ad essere parte di questo cammino in un mondo che ogni giorno rivela nuove fragilità, ma anche nuove speranze, ad iniziare dalle piccole e grandi esperienze che crescono dal territorio.

Rapporto Censis: una nuova volontà di futuro per l’Italia.

Rapporto Censis: una nuova volontà di futuro per l’Italia.

Stefano Baietti

Il professor Renato Brunetta, presidente del CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, può essere soddisfatto: anche quest’anno è stato presentato all’inizio di dicembre l’annuale Rapporto sulla situazione sociale del paese redatto dal CENSIS, il 58esimo; e, come tutti gli anni precedenti, si tratta di un prodotto di alto livello, vero e proprio punto di forza per il suo committente, che è appunto il CNEL. Quanto ai contenuti di quest’anno, costante appare la tensione verso l’acquisizione di valutazioni e di interpretazioni che restituiscono in un quadro esauriente la fissione in corso nel profilo sociale della società civile italiana. (Si avvicina dunque il fatidico traguardo di 60 Rapporti per altrettanti anni che sono stati magistralmente qualificati dal punto di vista sociale: significa una attenzione munita di sapienza al dato sociale che non ha riscontri in Europa; l’Europa è la patria dell’approfondimento dei fatti sociali con categorie concettuali apposite e autonome). Si parla di una società in cui netta è la sensazione di essere giunti a un bivio.

Teniamo presente che in Europa il Rapporto Censis è un unicum. In Germania, l’IFO Institut, Istituto di ricerca economica, pubblica regolarmente rapporti sulla situazione economica tedesca, analizzando indicatori come il PIL, l’occupazione e il clima di fiducia delle imprese; mentre il DIW Berlin, Istituto tedesco per la ricerca economica conduce ricerche su una vasta gamma di temi economici e sociali, pubblicando rapporti annuali e studi specifici. Insomma manca una monografia di interpretazione del cambiamento come quella italiana.

In Francia, l’INSEE, Istituto nazionale di statistica e studi economici, produce una vasta gamma di dati e analisi sulla società francese. Inoltre, l’OFCE, Osservatorio francese delle congiunture economiche, pubblica regolarmente previsioni economiche e analisi di politiche pubbliche. Anche qui manca il compendio in cui fa da padrone il punto di vista del sociale.

In Spagna, è un organismo privato, la Fundación BBVA, organismo di emanazione bancaria, a promuovere la ricerca e l’innovazione in diversi settori, tra cui primari sono l’economia e la società, pubblicando regolarmente rapporti sull’economia spagnola e sulle tendenze sociali. I risultati sono un po’ più vicini a quelli del Censis, ma niente di davvero ragguagliabile.

Nel Regno Unito, l’Office for National Statistics ONS, Ufficio nazionale di statistica, produce una vasta gamma di dati e analisi sulla società britannica; mentre è il National Institute of Economic and Social Research NIESR, Istituto nazionale di ricerca economica e sociale, a condurre studi su una vasta gamma di temi economici e sociali, pubblicando rapporti annuali e studi specifici. Stessa storia: siamo lontani dalla adattatività contenutistica del Rapporto Censis, che ogni anno indovina qual è la cifra interpretativa cui attenersi.

Nessuno degli enti citati nei quattro paesi ha un incarico da un ente pubblico come l’italiano CNEL, organo conoscitivo, consultivo e dotato di potestà legislativa, per fissare un quadro annuale sulla dinamica sociale atto a chiarire verso dove complessivamente si stia incamminando l’organismo sociale italiano.

Una riforma per la Chiesa cattolica: la fine del confessionalismo.

“Per una frazione di modernità che, a grandi linee, va dal Cinquecento ai nostri giorni, in una parte d’Europa il cristianesimo ha assunto prevalentemente una forma confessionale. Ciò ha suscitato strutture sociali e organizzazioni che amministrano i mezzi di salvezza, consentendo alla religione di fungere da «infrastruttura statale»”. Così Luca Diotallevi (Sociologia, Roma Tre) nell’abstract di “Fine corsa – La crisi del cristianesimo come religione confessionale” (EDB, 2017). E sempre Diotallevi nella prolusione per l’inaugurazione dell’Anno Accademico della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, su «La fine del cristianesimo, religione degli italiani»:  “…Esattamente, cos’è che sta finendo? Finisce l’equazione tra cristianesimo e religione, la riduzione del cristianesimo a solo-religione. Finisce l’epoca della religione di forma confessionale, architrave (anche nella forma estrema della laicità) delle State societies, delle società in forma di Stato. È non è forse questa una buona notizia per chi non abbia smarrito anche solo qualche elementare nozione del magistero sociale della Chiesa, e più ancora del Vangelo in generale?…”.  (Cagliari, 14 Ottobre 2024).

La situazione

Ancor più severamente Don Pierangelo Sequeri, teologo e compositore, su “Avvenire” del 5 Febbraio di quest’anno (“Uscire dalla nevrosi ecclesiogena: raccontiamo la Chiesa com’è”): “… [la Chiesa] dall’esterno ha importato prestiti: spesso troppo spensieratamente apprezzati come valuta pregiata, forme di riconoscimento estemporaneo a sostegno di un’economia sostanzialmente autarchica. Del tesoro della fede non c’è rendita però: e pochissimo scambio. In ogni caso la fede nel riscatto dell’anima dal nichilismo che se la divora senza troppa fatica, e nella destinazione della vita che deve risorgere da qualche parte, per sempre, rimangono in fondo alla lista. Molta morale, poca comunità, zero cultura…”.  La fede? – dice Sequeri – “in fondo alla lista”. Il paesaggio? “Molta morale, poca comunità, zero cultura”.  Sic stantibus rebus.

Dalle domande sulla Chiesa alla Domanda sulla Fede

La domanda non è il gradiente di posizionamento culturale e politico della Chiesa cattolica, né la quotazione di questo o quel documento del magistero, né l’accampare l’acume della DSC, e ancor meno i successi mediatici dei Pontefici. (A Trieste chi è venuto Domenica 7 Luglio è venuto apposta per il Papa, non per la Settimana Sociale; democrazia o autocrazia, politica o impolitica, cosa vuoi lo riguardi…).

Su “Cuore” dei primi Anni Novanta, in pieno protagonismo wojtyliano, assunto da molto mondo cattolico come una sorta di riscatto rispetto a presunte marginalizzazioni, Michele Serra scrisse un articolo che diceva: “Noi non siamo contro il Papa, noi siamo senza Papa”. Dissacrante? Forse. Sicuramente anticipatorio che ogni liaison ha una sua eclisse.

Allora, qual è la domanda che ci serve? La domanda è: al di là dell’ombrello chiesastico, l’uomo Gesù Cristo e il cristianesimo hanno ancora qualcosa da dire e soprattutto da dare alle confuse e impaurite persone di oggi?

Jullien, Guardini, e il cristianesimo come Rivelazione.

In questo senso un bel lavoro di François Jullien uscito nel 2017 per Ponte alle Grazie, “Risorse del cristianesimo”, dice come non mai quello che bisognerebbe saper tradurre. ‘Tradurre’. E non tanto ammansire la domenica. Perché le persone mancano di traduttori, di compagni, non c’è chi fa Virgilio.

Il cristianesimo è ancora – anzi oggi più di sempre, e indipendentemente dal professare un fede – una ineguagliata risorsa. Quindi la risposta è sì, il cristianesimo ha ancora qualcosa di vitale da dare alla gente di oggi. Se prima è però possibile un’altra domanda attorno a “che cosa significa essere vivi” (dice l’ateo Jullien).

È il Natale secondo Romano Guardini: una Rivelazione. Il Nuovo, che la vita non ha più, appare. “Che cosa significa dunque Natale?”, si domanda Guardini. Bisogna prendere congedo da alcune concezioni, perché “sull’essenza del cristianesimo esistono definizioni annacquate e corrotte”.

Bisogna purificare le parole. “Il cristianesimo non è la religione dell’amore del prossimo, dell’interiorità, o della personalità o di quant’altro di questo genere si possa ancora dire. Naturalmente, in tutto ciò v’è qualcosa di esatto, ma come un secondo aspetto, che acquisisce il suo senso solo quando è chiaro invece ciò che viene prima ed è autentico.”.

E quello che viene prima di tutto nel Natale, e che solo e soltanto ne giustifica il celebrarlo, è che “all’umanità succede una Rivelazione vitale, che lei non potrebbe mai creare”. Succede (= realtà) un evento (= avvenimento) che si genera ‘fuori’ da essa. “Viene – dice Guardini – dall’altro lato del confine. Venuto al di qua del confine ora è presso di noi, con noi”.  E questo “in un senso inaudito”. Solo e soltanto questo è il Bambino e il fatto carnale di Natale. Tutto il resto ma proprio tutto, comprese fedi, devozioni, riti, ecc., la “gioia per i doni, l’affetto della famiglia, il rinvigorirsi della luce, la guarigione dall’angustia della vita” riceve Senso solo da questo. Perché l’umanità non può produrre da sola ciò che la fa vivere.

Vincitori e sconfitti dopo la caduta di Assad

Il Medio Oriente è scosso dalla instabilità. La Siria ha vissuto ieri una giornata storica, con la fine dell’ultracinquantennale dittatura degli Assad. Cosa accadrà nei prossimi mesi resta naturalmente un’incognita.

È davvero un periodo di assoluta instabilità quello che sta vivendo il mondo. L’epicentro è sito nel Medio Oriente, e la cosa riguarda tutti ma soprattutto noi europei affacciati sul Mar Mediterraneo. Gli Stati Uniti neoisolazionisti di Donald Trump hanno già fatto sapere che non se ne occuperanno, del nuovo caos siriano. Bisognerà vedere se sarà davvero così, perché in questo caso dovranno abbandonare le postazioni ubicate nei territori sotto controllo curdo e sulla frontiera siro-giordana dove vi sono al momento 900 militari a stelle e strisce.

In pochi avrebbero immaginato una così rapida caduta del regime di Assad. Col sostegno iraniano e ancor più russo il dittatore aveva vinto una lunga e tragica guerra civile riuscendo così, unico fra i despoti dell’area deposti in seguito alle Primavere Arabe del 2010/2011, a rimanere al potere sia pure senza avere un controllo totale del proprio territorio nazionale.

Sono dunque molti gli interrogativi che si aprono all’indomani di questi eventi straordinari. Come è stata possibile la così rapida avanzata da nord dei ribelli insorti, guidati dal gruppo jihadista Hayat Tahnr al-Sham (HTS)? Ben armati e ben addestrati, è davvero difficile immaginare che abbiano fatto tutto da soli, senza un qualche aiuto esterno.

Desta una certa impressione anche la tempistica, ovvero un momento nel quale gli alleati del tiranno attraversano forti difficoltà in seguito al violento attacco israeliano in Libano (Hezbollah); alla paura di dover davvero affrontare militarmente l’odiato ma temuto nemico sionista (l’Iran); al notevole impegno bellico in Ucraina nello sforzo finale per arrivare alla trattativa di pace in una posizione di maggior forza (la Russia).

Il dubbio, dunque, è che non solo la Turchia abbia voluto e saputo cogliere il momentum. Perché – sino a quando non si vedrà quali sono gli indirizzi politici che prenderanno i probabili nuovi governanti di un paese distrutto e comunque, non lo si dimentichi, estremamente variegato sotto il profilo religioso e non solo – è evidente quali sono gli attori regionali che potrebbero godere di un vantaggio strategico dalla nuova situazione generatasi a Damasco: Turchia e Israele. E quali sono gli sconfitti: Iran e Russia.

Molto però può ancora accadere ed è dunque presto per avere certezze circa il futuro. Ma alcuni elementi di immediata osservazione si possono quanto meno elencare, salvo una futura analisi più specifica e puntuale.

La Turchia mostra una volta di più d’essere pronta a sostenere e anche, se possibile, a guidare nell’area del Levante una rinascita sunnita diffusa e quindi conferma la propria volontà competitiva con l’Arabia Saudita all’interno del mondo sunnita. Oltre a ciò una sua certa vicinanza ai nuovi probabili governanti siriani sarà finalizzata da un lato a far rientrare nel paese la più parte dei quattro milioni di profughi da anni accampati entro i propri confini e dall’altro a comprimere ulteriormente lo spazio vitale del popolo curdo, una cui parte – sotto l’egida dell’SDF (Forze Democratiche Siriane) – occupa oggi una larga porzione del territorio nord-orientale siriano, ai confini turchi e iracheni.

Israele ovviamente non può che gioire, in quanto la caduta del regime sciita di fede alawita degli Assad è una sconfitta per l’Iran ed una batosta per Hezbollah. D’altro canto, Gerusalemme nutre anche comprensibile inquietudine a fronte di un vicino che si presenta con credenziali jihadiste. E infatti l’IDF (le Forze Armate israeliane) ha subito collocato rinforzi presso le alture occupate del Golan, nella zona demilitarizzata. Per ora.

L’Iran perde un importante alleato e soprattutto perde il territorio che conduceva al mare il famoso “corridoio sciita”. E il proprio movimento proxy, Hezbollah, perde profondità logistica. Ma soprattutto dimostra la propria attuale debolezza, non avendo neppure potuto abbozzare una difesa del regime amico e fratello di fede.

E infine la Russia. Che aveva puntato molto sulla Siria, suo punto di presenza strategica nel Mediterraneo. E che rischia ora di perdere i suoi terminali logistici di Tartus (porto) e Latakia (aeroporto). Eventualità che il Cremlino non può accettare, e infatti pare che nel corso dei colloqui in corso a Doha fra Iran, Turchia e la stessa Russia il ministro degli Esteri Lavrov ha posto quale termine principale della trattativa (ammesso che sia realmente tale, e che serva a qualcosa, nel nuovo contesto politico) proprio la salvaguardia di quelle infrastrutture.

La Siria ha vissuto ieri una giornata storica, con la fine dell’ultracinquantennale dittatura degli Assad. Cosa accadrà nei prossimi mesi resta naturalmente un’incognita, anche se l’avanzata dei ribelli non è stata contrastata e quindi le perdite di vite umane e le violenze sono state ridotte al minimo. Abu Mohammed al-Jolain, il cui vero nome (con il quale da ieri ha cominciato a farsi chiamare) è Ahmed al-Sharaa, sta mostrando un volto presentabile agli occhi del mondo, cercando di temperare l’estremismo jihadista-sunnita che ha connotato sin qui la sua vita e il suo movimento. Non bisogna sottostimare, in effetti, una storia iniziata con l’ISIS, proseguita con al-Qaeda e infine approdata al meno radicale HTS, il movimento che congiuntamente all’Esercito Nazionale Siriano alleato della Turchia ha condotto la vittoriosa offensiva di questi ultimi dieci giorni.

La composizione variegata della realtà siriana, nonché le disastrate condizioni dell’economia, richiederebbe uno spirito di concordia auspicabile ma tutto da verificare: il pluralismo religioso ed etnico del paese (alawiti sciiti, sunniti, drusi, cristiani, drusi) è componibile in un quadro d’insieme solo in un clima di pacificazione nazionale, unica alternativa al rischio di frammentazione incombente o, per converso, ad una nuova dittatura questa volta meno laica e più integralista ma egualmente spietata. Le prossime settimane ci diranno quale piega prenderanno gli avvenimenti, quali decisioni assumeranno i “liberatori” del popolo siriano dal giogo di Assad.

La terra stanca: invito alla responsabilità nelle parole di Mons. Delpini.

Non si può dire che lungo la traiettoria tracciata dalla “Settimana Sociale” di Trieste non s’incontrino testimonianze e suggestioni importanti, tali da rendere l’universo cattolico sempre più aperto alla comprensione delle attese e delle speranze del nostro tempo.

Nel suo recente discorso alla città, Mons. Mario Delpini offre l’invito a riflettere su un mondo che troppo spesso dimentica il proprio legame con la terra. “Lasciate riposare la terra” non è solo un monito ecologico, ma un appello spirituale a ritrovare il rispetto per i cicli naturali, il valore della sobrietà e il senso del limite.

Delpini intreccia osservazioni acute sulla crisi ambientale e sociale con riferimenti scritturali e teologici: il riposo della terra non è solo una pratica di sostenibilità, ma una scelta etica e spirituale. Non si può sempre pretendere dalla terra e dagli altri il massimo rendimento”, ammonisce, richiamando tutti a un senso di giustizia verso il creato e verso i più fragili.

Parlando a una Milano frenetica, simbolo di un modello economico che spesso consuma più di quanto rigenera, il vescovo non si limita a un richiamo generico, ma entra nel cuore delle contraddizioni politiche e sociali. “Che cosa risponderanno coloro che governano alle domande dei giovani, alle invocazioni dei poveri, al grido della terra?”, chiede senza mezzi termini, scuotendo le coscienze. È una provocazione scomoda, un vero pugno nello stomaco per chi gestisce il potere e per chi ne subisce passivamente le conseguenze.

Il suo intervento va ben oltre l’ambientalismo di maniera: è un appello alla responsabilità collettiva, una diretta sollecitazione a ripensare l’economia, oggi dominata dall’iperefficenza, per conciliare sviluppo e giustizia sociale. Non è retorica, ma un’esortazione a fare scelte coraggiose e a invertire la rotta di un sistema che calpesta i deboli. La terra stanca e sfruttata è un’immagine potente di una società che si è smarrita.

Il linguaggio di Delpini è delicato nella forma ma incisivo nella sostanza, capace di ispirare riflessioni approfondite. Il suo elogio alla terra, però, non si ferma alla denuncia dello sfruttamento perpetrato ai suoi danni: piuttosto propone a ciascuno di noi, nel quadro della ricerca del bene comune, di ritrovare il senso del limite e dell’essenziale, custodendo il creato come luogo di incontro e di armonia.

 

 

Per cogliere tutta la ricchezza di queste riflessioni, consiglio vivamente la lettura integrale del testo, disponibile sul sito della Diocesi di Milano (qui in allegato)

 

https://www.chiesadimilano.it/cms/documenti-del-vescovo/mario-delpini-documenti-del-vescovo/discorsi-alla-citta-mario-delpini-documenti-del-vescovo/lasciate-riposare-la-terra-2822543.html

Salus sine macula

L’Immacolata Concezione è un dogma cattolico, proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 con l’enciclica Ineffabilis Deus. Il dogma di fede sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Tale dogma non va confuso con il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria. Il dogma dell’Immacolata Concezione riguarda il peccato originale: per la chiesa Cattolica ogni essere umano nasce con il peccato originale, solo la Madre di Cristo ne fu esente.

  1. Tommaso d’Aquino, all’inizio del suo insegnamento a Parigi, con dedizione verso la Beata Vergine Maria, afferma esplicitamente il privilegio della santificazione o immacolata concezione di Maria: “La purezza di Maria fu talmente grande da essere immune dalla macchia del peccato originale e attuale” (In Ium Sent., dist. 44, q. 1, a. 3, ad 3). Sullo stesso concetto ritornerà alla fine della sua vita.

In seguito al fatto che alcuni teologi affermavano che la Beata Vergine Maria era Immacolata in sé e, indipendentemente dai meriti di Gesù, sottraendo così Maria alla Redenzione universale di Cristo, che è divinamente e formalmente rivelata (Rom., V, 18; 1 Tim., II, 5), l’Aquinate ha rivisto la sua posizione iniziale, insistendo soprattutto sulla Redenzione universale di Cristo (S. Th., III, q. 27, a. 2, ad 2). S. Tommaso afferma con chiarezza che anche Maria è stata riscattata dai meriti di Cristo: ella aveva bisogno di Redenzione preventiva o preservativa dal debitum culpae originalis e non per opera dello Spirito Santo come fu per il corpo in se stesso immacolato di Gesù. Maria non fu santificata prima dell’infusione dell’anima razionale nel suo corpo, proprio perché il corpo umano è la causa strumentale della trasmissione del peccato originale da Adamo a tutti i suoi figli. Inoltre, il corpo non è il soggetto in cui risiede la grazia, infatti essa si trova solo nell’anima razionale.

Ora, per s. Tommaso l’infusione dell’anima razionale nel corpo avviene, come insegnava Aristotele, dai 40 giorni agli 80 giorni dopo la concezione del corpo o la fecondazione del feto, e si è in presenza di una persona umana solo quando il corpo è animato da un’anima razionale (S. Th., III, q. 33, a. 2, ad 3). Ai tempi dell’Angelico la medicina non aveva ancora l’esatta nozione dei feti umani. Gli scolastici posteriori a s. Tommaso, valendosi delle scoperte mediche più recenti, hanno constatato che il feto è già una materia atta e proporzionata a ricevere un’anima razionale, avendo tutte le caratteristiche di un uomo in miniatura. Quindi hanno corretto, in base alle scoperte mediche che erano ignote nel XIII secolo, l’opinione “biologica” e non metafisica di s. Tommaso ed hanno sostenuto – a ragione – che il feto sin dal primo istante del suo concepimento è un essere umano vivente, e quindi riceve da Dio per infusione nel corpicino l’anima creata dal nulla.

Quando, perciò, si trova negli scritti di Tommaso che “Maria fu concepita nel peccato originale/Contraxit originale peccatum” (S. Th., III, q. 27, a. 2, ad 2) bisogna sempre ricordarsi che per l’Aquinate il concepimento del corpo ha una priorità cronologica e non ontologica di 40/80 giorni sull’animazione o infusione dell’anima razionale nel corpo umano. Perciò la frase potrebbe essere intesa nel senso che quando il corpo di Maria fu concepito era ancora strumento di trasmissione del peccato originale e che solo con l’infusione successiva dopo 40/80 giorni dell’anima nel corpo, essa fu preservata dal debito di colpa, che avrebbe dovuto contrarre in quanto figlia di Adamo. Ma l’Angelico non ha esplicitato questa distinzione nel periodo intermedio del suo pensiero teologico sulla immacolata concezione. Occorre prendere atto che egli abbia voluto evitare di pronunciarsi, in questo periodo intermedio. Prima di allora il Dottore Comune aveva soltanto affermato che la santificazione di Maria era seguita subito dopo l’animazione (Quodlib., VI, a. 7), ma aveva anche dichiarato di non sapere dire con certezza in quale istante esatto (S. Th., III, q. 27, a. 2, ad 3). Egli sino ad allora ha lasciato la questione aperta, non si è pronunziato a favore dell’immacolata concezione di Maria nel medesimo istante dell’animazione, né l’ha negata esplicitamente, dato l’atteggiamento non ancora espresso della Chiesa universale, che si pronunziò solo nel 1483.

Nella terza parte della Somma Teologica (q. 27, aa. 1-2), nell’ultimo periodo della sua vita, l’Angelico scrive nuovamente che “Maria ha contratto il peccato originale, ma è stata mondata da esso prima di nascere” (S. Th., III, q. 27, a. 2, ad 2). L’Angelico scrisse, senza fare alcuna distinzione: “Subito dopo la concezione e l’infusione dell’anima, la Beata Vergine Maria fu santificata” (Quodl., VI, q. 5, a. 1).

Alla fine della sua vita, ritorna sulla questione riprendendo il suo primo insegnamento tenuto a Parigi e si può notare una certa evoluzione nel suo pensiero riguardo al secondo periodo, per esempio nel Compendio di Teologia (c. 224), scrive: “La Beata Vergine Maria fu immune non solo dal peccato attuale, ma per un privilegio speciale fu mondata anche da quello originale”. Certo non dice quando fu mondata, se nel medesimo istante dell’animazione o dopo, ma parlando di “privilegio speciale” si può arguire che quello di Maria fu diverso da quelli comuni. Tuttavia non specifica esplicitamente neppure che sia stata mondata nell’istante stesso dell’infusione dell’anima.

Nel Commento sull’Ave Maria (Expositio super salutationem angelicam) l’Angelico scrive: “Maria è stata concepita nel peccato originale, ma non è nata in esso. […]. Maria non è incorsa né nel peccato originale, né mortale e neppure veniale”. Perciò quando s. Tommaso ha scritto che Maria “ha contratto il peccato originale” voleva intendere che in potenza Maria avrebbe contratto il peccato originale, distinguendo il debito della colpa – avrebbe dovuto contrarre il peccato originale in sé o in atto -, ma non lo ha contratto in atto perché ne è stata preservata. Maria nello stesso istante cronologico fu formata quanto al corpo, fu informata dall’infusione dell’anima razionale e fu santificata; tuttavia si può fare la distinzione tra ordine cronologico o di tempo e ordine ontologico o di natura e valore. Allora si può dire che Maria prima – cronologicamente – fu concepita e animata e poi – ontologicamente – fu santificata.

Un tema, certo, assai complesso che Tommaso d’Aquino aiuta a comprendere, a partire dall’entrare, con umiltà, nella profondità del possibile scibile umano.

 

 

Maria Francesca Carnea, Filosofa, Consulente Strategie di Comunicazione. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.

L’Italia al tempo della medietà: uno sguardo sul Rapporto Censis 2024.

Anno critico il 2024: ne tratta il 58° Rapporto del Censis, che riesce ogni volta ad offrire appropriate chiavi di lettura e di interpretazione sullo stato della società italiana. L’appuntamento annuale con l’Istituto di piazza di Novella a Roma, fondato dal Prof. Giuseppe De Rita, è sempre convincente nella sua disamina dettagliata e nell’uso di metafore descrittive che esplicitano stilemi comunicativi originali e sorprendenti, perché l’analisi conosce ma la sintesi crea: ne hanno parlato Giorgio De Rita e Massimiliano Valerii nel corso della presentazione che ha avuto luogo presso la sede del Cnel.

Fragilità, come evidenza palpabile pur in un contesto in cui si ricomincia a parlare di crescita (esplode il turismo con 447 milioni di visite nel 2023): questo è l’incipit del rapporto, considerato il quadro delle incertezze internazionali ma anche le discontinuità presenti nella società italiana, perché siamo bravi nelle crisi ma meno nelle ripartenze. Lo stesso concetto di ‘fine’, un tempo usato a rappresentare lo scopo di una progettualità poi rivelatasi effimera viene adesso ribaltato perché ricorrente nell’immaginario collettivo piuttosto per descrivere un arresto, la stasi di un Paese in attesa, in cui il ceto medio si sta sfibrando e sgretolando per la contrazione del potere d’acquisto, diminuito del 7% così come risulta erosa la ricchezza pro-capite del 5% rispetto a 20 anni fa, oltre ad una politica salariale incerta e ferma al palo. Tutti sembrano convinti che è molto difficile risalire nella crescita. In un contesto in cui non si sale e non si scende allo stesso modo, si deteriorano le speranze collettive e una nuova sindrome italiana prende forma: quella della continuità nella “medietà”, perchè tutti si trovano ad annaspare in una linea di galleggiamento, avviluppati dalla stessa ‘marea’, attenti a non andare sotto per non affogare ma privi di motivazioni e di spinte a risalire e uscire dal guado.

Ci rialziamo ogni volta senza ammutinamenti, la spinta propulsiva si è fermata. In realtà questa deriva sembra essere condivisa oltre i confini nazionali: perché se è vero che tutto quello che conta accade fuori dall’Italia (guerre, conflitti etnico-religiosi, elezioni americane ecc.) nessuno è contento di come va il mondo…non l’Europa, non la Russia, non la Cina, non i Paesi arabi, non il sud del mondo, non l’Africa.

Viviamo dunque la stagione dello scontento planetario: dopo le illusioni della globalizzazione come volano del cambiamento, prendiamo ora atto con rassegnazione della criticità dei processi storici tra distruzioni, desolazione, marginalizzazione delle speranze di fronte ad una realtà autopropulsiva sempre esterna a noi a cui non si riesce a tener testa.

Ma un’altra evidenza prende corpo: quella che accende e porta ad infiammare la guerra delle identità.

Si comincia ad ingaggiare una guerra sociale per valorizzare le singole identità individuali, innescando una logica amico-nemico. In assenza di un progetto sociale condiviso cresce la frammentazione e si alimenta una sorta di distacco dai miti della partecipazione e della crescita identitaria, della nazione e dei soggetti che ne fanno parte. Si tratta della sequela del disincanto, del senso di impotenza e del pessimismo ma non sfocia in esplosioni, quanto invece resta latente in quella linea di galleggiamento che sembra essere la chiave interpretativa più convincente di questo 58° Rapporto.

Siamo dunque in presenza di una crisi della partecipazione, dell’europeismo e dell’atlantismo. La crescita dell’astensionismo elettorale esprime un distacco tra cittadini e istituzioni, siamo arrivati al 51% alle recenti votazioni regionali in Umbria ed Emilia Romagna. Anche la fascinazione per le democrazie illiberali è un volto nuovo dell’italiano medio fotografato nel 2024: solo il 31 % è d’accordo sulle spese militari al 2% del PIL come richiesto dalla Nato mentre il 66% attribuisce le colpe della guerra in Ucraina agli Usa e all’Occidente, l’antisemitismo va oltre la difesa delle ragioni del popolo palestinese ed evoca foschi presagi e desolanti ricordi. Il vessillo dell’anti-occidentalismo sventola oggi nella maggior parte delle case italiane: per come si possa leggere esso è una miscela di relativismo, nichilismo, negazionismo, deprivazione della consapevolezza che nasce dalla distorsione della realtà e dalla superficiale lettura delle evidenze, condizionata da una sottile e sottesa politica della disinformazione tesa a creare le premesse per un nuovo ordine mondiale. “L’Europa può morire” (Macron alla Sorbona) e l’Italia ne fa parte: è la sintesi efficace di uno scoramento condiviso che descrive una sorta di impotenza di fronte ai fenomeni globali.

La nostra società è molto più meticcia di quanto si dica, avvezza a mescolare valori e significati, persone e comportamenti. Un pooccidentale e un pomediterranea, levantina e mediorientale, contadina e cibernetica, poliglotta e dialettale, mondana e plebea”. Iconografia pittoresca e tutto sommato indulgente di una collettività inconsapevole ed effimera, tra relativismo etico e indifferenza verso i cambiamenti intorno a noi di cui senza troppa cognizione facciamo parte: così il Rapporto descrive quella sorta di mutazione morfologica della Nazione, oltre che antropologica: l’Italia si colloca in UE al primo posto per le cittadinanze concesse: il 21, 6 % di tutte le acquisizioni nell’intera Europa. Nell’ultimo decennio si conta il 112% delle cittadinanze concesse.

Ma siamo culturalmente preparati a questo salto d’epoca? Contiamo 8, 4 milioni di laureati ma c’è mancanza di conoscenze di base. Il sistema scolastico pur in un quadro di millantate innovazioni – specie in direzione della digitalizzazione pervasiva- segna il passo: il 43, 5% dei ragazzi all’uscita dalle secondarie (l’80% negli istituti professionali) non raggiunge gli obiettivi formativi.

La nostra società è attraversata da una ignoranza diffusa: il 30% non sa chi era Mazzini (“un politico della prima repubblica?), per il 6% Dante non viene conosciuto come autore della Divina Commedia, la Cappella Sistina era stata affrescata da Giotto o da Leonardo, nessuno ricorda la data della Rivoluzione francese.

Intanto riaffiorano i pregiudizi come espressione di una distanza esistenziale di diverse identità: immigrazione, famiglia, religione, etnie, colore della pelle, orientamento sessuale: sono questi i nuovi nemici, ignorando le evidenze che crescono intorno a noi. Il Rapporto ci ricorda che nel 2070 (ma credo anche prima) la Nigeria conterà una popolazione superiore a quella dell’intera Europa, fino a diventare la 5° economia del mondo mentre non sarà annoverato nessun Paese europeo tra le prime potenze del pianeta. Sembra che le opinioni in circolazione siano supportante più da intuizioni approssimative che da ragionamenti basati su conoscenze certe, anche se l’immaginario collettivo ha una sua morfologia riconoscibile: per il 49,6% degli italiani il nostro futuro sarà condizionato dal cambiamento climatico e dai ricorrenti eventi atmosferici catastrofici, per il 46,0% dalla piega che prenderà la guerra in Medio Oriente, per il 45,7% dal rischio di crisi economiche e finanziarie globali, per il 45,2% dalle conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina, per il 35,7% dalle migrazioni internazionali, per il 31,0% dalla guerra commerciale e dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina, per il 26,1% dagli stravolgimenti prodotti dalle innovazioni tecnologiche.

Il “sentire” del Paese appare sempre più come un “sentito dire” ma il Rapporto chiude – com’è consuetudine- con una indicazione che alimenta la fiammella della speranza: se il tipico modello italiano del galleggiamento non funziona e non riusciamo a immaginare il futuro, ciò significa che in una società chiusa non si cresce. Bisogna aprirsi al nuovo, è questa la sfida. Restare chiusi e non crescere non ce lo possiamo più permettere, la società italiana deve fare un passo avanti.

 

L’ultima barzelletta? Conte può anche diventare centrista.

“Capace, capacissimo, capace di tutto”. Questa vecchia battuta pronunciata da Carlo Donat-Cattin a metà degli anni ‘80 per descrivere, in chiave sarcastica ed ironica, il comportamento di qualche esponente della Dc che non era particolarmente gradito al leader della sinistra sociale di Forze Nuove, è quanto mai calzante per l’attuale capo del partito populista per eccellenza, cioè Giuseppe Conte. Un alleato, peraltro fondamentale, per la coalizione di sinistra e progressista guidata dalla Schlein ma, al contempo, un capo politico da cui, appunto, ti puoi aspettare di tutto.

E questo ancora al di là della disputa, virulenta e al tempo stesso comica, con il fondatore di 5 Stelle Beppe Grillo.“Capace, capacissimo, capace di tutto” proprio perché Conte può essere politicamente di tutto. È progressista – ma “indipendente” – e non di sinistra; è europeista ma non atlantista; è contro la destra e addirittura alternativo alla destra ma condivide molte politiche di quel campo politico;

pare sia anche un “cattolico democratico” come disse ad un convegno ad Avellino ricordando Fiorentino Sullo; qualcuno dice che potrebbe diventare anche un “centrista” – l’ex direttore della Stampa Marcello Sorgi – senza però dimenticare, almeno così dice, le ragioni specifiche del movimento 5 Stelle; si sente sempre di più un uomo di partito senza, al contempo, rinnegare le ragioni storiche del movimentismo; e, infine, vuole declinare una cultura di governo con il suo nuovo partito ma vive la costruzione delle alleanze all’insegna della casualità, dell’improvvisazione e del pressappochismo.

Insomma, per farla breve, Conte è tutto e il contrario di tutto, come si suol dire. Ma, dovendo competere con la sinistra radicale e massimalista della Schlein e con quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis, non c’è affatto da stupirsi se la futura collocazione di Conte e del suo partito possa anche essere quella di centro. Di un centro cattolico come, del resto, già anticipò in un passato neanche troppo lontano.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, ci si trova di fronte ad un partito e, soprattutto, ad un capo partito che può declinare mille versioni nella sua concreta attività politica. Ma, per non rincorrere la deriva trasformista ed opportunistica del capo dei 5 Stelle, quello che mi preme sottolineare è che il Centro e la ‘politica di centro’ non possono e non devono essere declinati da chi è, sotto il profilo politico, antropologicamente estraneo ed esterno a quella cultura, a quella sensibilità, a quella storia e anche a quella prassi. Non lo sono, e coerentemente, la Schlein, Fratoianni o Bonelli o la Salis ma non lo è, tantomeno, neanche il movimento o il partito dei 5 Stelle. Forse è arrivato il momento, per onestà intellettuale e anche per serietà politica e culturale, che ognuno declini il suo progetto politico nella società contemporanea con un minimo di lungimiranza e di credibilità. Sempreché si voglia rilanciare la credibilità e la trasparenza della politica e, soprattutto, riavvicinare i cittadini alle istituzioni e alle urne. Di politici “capaci, capacissimi e capaci di tutto” francamente non ne abbiamo più bisogno. Come, appunto, denunciava già nello scorso secolo lo statista democristiano Carlo Donat-Cattin.

Il dono dell’Avvento: tempo per riflettere e rinascere.

Foto di G.C. da Pixabay
Foto di G.C. da Pixabay

Pare che si sia entrati liturgicamente nel tempo di Avvento: non più di sei settimane, giorni che dovrebbero mettere gli uomini in tensione per un viaggio da fare e per il quale nessuna agenzia può aiutare a organizzare le tappe e la meta finale.
Occorre sapersela cavare da soli, quindi fermarsi per riflettere su come sia meglio procedere, scegliere cosa mettere in valigia e soprattutto con che animo disporsi alla partenza. Non c’è mai cura per questo; c’è sempre altro da fare e priorità da rispettare, che mettono urgenza, in modo che, smaltite alcune, altre immediatamente si propongono.
Eppure la lettura dei giornali può tornare utile per mettere a fuoco la consistenza del nostro quotidiano e per sapere del rimpianto che si dovrebbe misuratamente avere quando si intraprendono passi per cui devi abbandonare per qualche giorno la consuetudine umana.

La politica non riesce a suscitare sorprese, non una nota che sia in grado di fermare l’attenzione del lettore. Partiti litigiosi che sbraitano non per il bene del popolo, ma per giustificare la loro esistenza e sopravvivere per come possibile. La compostezza non è più di quel mondo.
In televisione, la consueta formula per tenere un popolo addormentato: dosi massicce di cronaca nera, che fa di ogni spettatore un detective di lusso; quiz a più non posso, per far sognare la vincita che cambia una vita; sport a tutto spiano, per non far pensare ad altro; e talk show, dove si riesce con arte sopraffina a parlare per ore del nulla.
In cronaca, delitti su donne vittime di violenza, accoltellamenti tra giovani appena svezzati o notizie di guerra in questa e quella parte del mondo, e così via nel solito campionario di notizie sempre uguali.

Insomma, mai un balenio che possa accendere davvero l’attenzione di qualcuno oltre la lettura dei titoli del giornale. La fatale ricorrenza dei fatti segna la banalità delle normali esistenze degli uomini. Forse è inevitabile che sia così, che non possano che esserci episodi ripetitivi che indicano come la storia degli uomini non possa avere lampi di fantasia, al pari delle giornate che scorrono prive di un’improvvisazione.
La vita è, per definizione, un’occasione che non va trascurata o sottovalutata e che invece si consuma perlopiù in modo scialbo: è un tempo che andrebbe speso sempre al meglio delle sue possibilità.
La realtà dice che l’effervescenza è appunto nella rarità dei momenti da conservare tra i ricordi. La morte porrà termine a una serie di fatti per la maggior parte privi di sorprese, che non muovono particolari nostalgie e che non meriterebbero menzione se non per la mancanza di carattere.

È così che stanno le cose ed è fatale che non possano essere diversamente. Se non fosse per il naturale timore della morte e si fosse onesti nella valutazione, non sarebbe un’eresia dire che l’esistenza di per sé, così come consumata dagli uomini, non ha nulla di esaltante ed è anzi piuttosto incline alla noia.
Eppure c’è un segreto che ciascuno in origine possiede e che è lasciato malamente nel dimenticatoio: la possibilità di pensare ai propri giorni perennemente come un tempo di Avvento, di darsi un respiro diverso, di regalarsi ingredienti di sostanza in grado di dare sapore persino a ciò che è inevitabilmente rituale.
Si tratta di una rivoluzione da farsi scoppiare dentro, senza esibizioni e ancor più consenso degli altri. È l’impegno a considerare ogni relazione come un dono da non trascurare, prendendone piuttosto il meglio che possa offrire, alimentandola di rimando.
È la capacità di considerare ogni giorno come un’opportunità irripetibile di riflessione, scambio e conoscenza. È ritrovare la straordinarietà in ciò che diamo per scontato. Soprattutto, è l’attenzione a sprecare il meno possibile di quanto ci è dato.
Più di tutto, per buona sintesi, è vivere con amore, con la “A” maiuscola: roba non da poco, la sola impresa su cui cimentarsi e che ci riesce sempre naturalmente all’inverso. Sarà colpa della nostra paura di scardinare il prossimo e di esserne scardinati.

Abbiamo solo sei settimane per allenarci a tutto questo. Il doppio delle “tre settimane da raccontare” di Bongusto, che descrivono l’esplosione di una passione.
Il tempo comunque è breve; occorre approfittarne per non appigliarsi in estremo a un tempo magari più lungo, che ci chiede già da troppi anni di essere ascoltato ed essere messo a frutto. Il Natale è alle porte. A noi il potere di aprirle o di rinunciare.

Dopo Trieste, appunti sulla presenza dei cristiani nella società.

Foto di Sabine Rabenberger da Pixabay
Foto di Sabine Rabenberger da Pixabay

L’interessante convegno sul “Dopo Trieste”, in programma lunedì 9 dicembre presso l’Università Lumsa, non deve rimanere un appuntamento isolato. Come sottolineato nella presentazione de “”Il Domani d’Italia”, il convegno “…non ha un carattere politico, in senso stretto, semmai costituisce un’occasione per indagare gli sviluppi, diretti o indiretti, della Settimana Sociale dei cattolici”. Ebbene sì, Trieste non deve essere trascurata perché richiama anzitutto il valore di un impegno che muove dal contesto civile e culturale, per coglierne tutta intera la forza dell’innovazione. Non si tratta di lanciarsi perciò nella formazione dell’ennesimo partito, magari etichettandolo cristiano, ma di riprendere un discorso sull’evoluzione – giusta ed umana – della società, come si ricava dalla tradizione dei cattolicesimo popolare e democratico.

“…Oggi non rimpiangiamo il passato… c’è qualcosa che è caduto e che doveva cadere, c’è qualcosa che è rimasto, e che è bene sia rimasto: ma soprattutto ci sono esperienze di vita, forze allenate, vitalità nuove, realtà più sentite, difficoltà superate, pensiero più maturo…”. Un metodo di indagine sociologica, questo, di matrice fenomenologica  che il lungimirante e sapiente autore, ivvero Luigi Sfurzo, ha sempre adoperato..

Se questo lessico suona attuale è perché riguarda proprio il “Dopo Trieste”. Giova, per questo, osservare attentamente la realtà per non ignorare il frammentato e plurale cattolicesimo politico, sociale e culturale italiano dei giorni nostri, alla ricerca di un’identità smarrita – non per colpa sua, ma per colpa della storia e della secolarizzazione. Il pensiero democratico dei cristiani, sebbene in apparenza disarticolato, è sostanzialmente ancora vivo, anche se va alla ricerca di un modo nuovo per tradurre la Dottrina sociale della Chiesa nella dimensione della vita pubblica contemporanea. Bisogna far tesoro dell’esperienza che annovera al suo interno figure come Dossetti, La Pira, Moro, fino a Mattarella; un’esperienza – vale la pena ricordarlo – che ha visto germogliare nel dopoguerra l’intuizione fattiva di De Gasperi per l’Europa unita.

Alcune parole che rimbalzano oggi con assoluta freschezza non sono recenti, visto che provengono dal lontano 1905. Le pronunciò a Caltagirone Luigi Sturzo – ancora lui – in un discorso che già allora mirava a fare entrare i cattolici italiani nell’agone politico, posto che fino ad allora erano rimasti all’opposizione dello Stato liberale. Egli divideva il mondo cattolico in due: i “cattolici democratici” (progressisti) e i “cattolici clerico-moderati” (conservatori). Questa divisione tuttora si riflette nel mondo cattolico e persino nell’ambito dello stesso Vaticano, stante il dissidio più che strisciante tra bergogliani e anti-bergogliani.

Riflettere su queste parole significa ripercorrere la lunga storia dell’impegno politico dei cattolici italiani nel Novecento, un impegno che si è confrontato – e ancora lo fa – con guerre, nazionalismi, emigrazione, capitalismo finanziario, intelligenza artificiale e suggestioni autocratiche di uomini forti. Al riguardo, Papa Francesco si esprime con la formula di “cambiamenti d’epoca”. Comunque, in questo contesto persino tumultuoso, il fluttuante voto dei cattolici italiani si orienta a maggioranza verso FdI e FI. Ed è un problema!

Non ci sono scorciatoie. E difatti, sull’attuale presenza di “…forze allenate, vitalità nuove, realtà più avvertite…”, nutro dubbi, specie se penso alla suggestione di un nuovo partito politico – ipotesi che troppo spesso ha oscurato l’importanza di un lavoro di analisi e approfondimento. Piuttosto, l’invito di Sturzo a superare il passato senza rimpiangerlo, pur conservando ciò che di buono è rimasto, ci sollecita a un pensiero più maturo.

Dunque, ritornare alla “Settimana di Trieste” e riscoprire il protagonismo che essa sollecita non è velleitario. È un’occasione per riprendere il dialogo, a partire dalle dimensioni locali e diocesane, facendo leva sul prepolitico, e quindi sull’associazionismo e sui movimenti civici. La sfida è coordinare le molteplici iniziative per non rimanere in silenzio e defilati, cercando piuttosto di essere protagonisti nella costruzione di una società sempre più a “dimensione umana”.

Ecco, bisogna ritornare alla “Settimana di Trieste”, come fa Lucio Dubaldo; rispolverare la partecipazione invocata in quella sede; sollecitare al protagonismo da testimoniare partendo dalle dimensioni  locali e diocesane facendo leva sul prepolitico culturale attraverso l’associazionismo comunitario sparso e i movimenti civici di volontariato;  ritornare  insomma  al farsi vedere e sentire senza rimanere in silenzio e defilati, messi da parte e scartati, non è questa volta e “Dopo Trieste” velleitario  o una perdita di tempo. Con una sola raccomandazione: quella di mettere insieme ogni tanto tutte le sparse iniziative e coordinarsi.

Una proposta di rinnovamento contro le ambiguità grilline

Non è mai carino commentare gli eventi legati ad un partito politico della cui comunità non si fa parte; tuttavia, il dibattito all’interno del Movimento 5 Stelle rischia di paralizzare la costruzione di una seria alternativa all’attuale coalizione di governo. Di questo stallo è ovviamente complice anche il PD che ha scelto questo movimento come partner privilegiato.

In queste settimane il movimento ha vissuto un’esperienza assembleare che sembrava ricordare i modi delle convention della prima Forza Italia, in cui si urlava lo slogan “C’è solo un Presidente”, testimoniando come sia diventato un partito personalistico portato al culto del proprio leader, seppur mantenendo i temi di un congresso di Rifondazione Comunista: no alla Nato, lascia da sola l’Ucraina, ri-aboliamo la povertà.

In seguito a questo evento mediatico, dopo le polemiche aperte da Grillo, Giuseppe Conte, intervistato al quotidiano “La Stampa”, ha fornito un chiaro messaggio propagandistico riuscendo a stravolgere la realtà e la verità.

Alla domanda se definire il Movimento 5 stelle una forza di sinistra, l’ex Presidente del Consiglio ha risposto di no, eppure proprio sotto la sua guida il movimento ha aderito al gruppo del parlamento europeo che si chiama The Left. Forse il leader grillino non sa che tale parola si traduce dall’inglese in un solo modo: La sinistra.

Di fronte a questa risposta allora mi chiedo, il Movimento 5 Stelle non sentendosi di sinistra lascerà il gruppo di The Left oppure il suo leader negherà di aver risposto in quel modo al giornalista? Temo che Conte non farà né l’una né l’altra cosa, perché per varie ragioni non gli conviene.

Questa strategia ricalca l’ambiguità di comportamento che i 5Stelle hanno portato avanti sin dalla loro origine, nonostante le possibili scissioni all’orizzonte, il succo non cambia: vanno un po’ a destra, un po’ a sinistra, purché ottengano voti.

Alcuni osservatori pensano che questa sia la strategia di un partito centrista ma  sbagliano gravemente. Una politica centrista, infatti, non è ondivaga e non sceglie la direzione politica da intraprendere in base agli umori di pancia.

Pensiamo all’esempio della scelta di Angela Merkel nel 2015 sull’accoglienza dei migranti siriani. L’allora cancelliera tedesca, nonostante il parere contrario del suo elettorato, scelse di accogliere i migranti siriani, compiendo una scelta di grande responsabilità, dimostrando come dovrebbe agire un politico di centro e uno statista in generale.

Inoltre, un centrista non percorre mai strategie politiche estremiste poiché, al contrario dei fondamentalisti del populismo, ritiene che nel mondo non sia tutto bianco o nero ma è sempre possibile trovare una strada di dialogo e compromesso.

Questa strategia però è ben lontana dagli auspici del leader grillino, infatti nella medesima intervista, accusa la leader del PD di aver votato un compromesso sulla commissione Von Der Leyen insieme ad alcuni partiti di centrodestra.

Peccato che il voto dei 5Stelle, alla fine, sia stato lo stesso della Lega. Conte, mentre vota insieme ai gruppi sovranisti di estrema destra, accusa il PD di aver votato come la Meloni. Si potrebbe dire da che pulpito viene la predica!

Nella stessa intervista, l’ex premier va oltre e sostiene come, ad oggi, nonostante il continuo corteggiamento portato avanti dal PD, andrebbe alle elezioni da solo perché il PD non condivide la posizione contiana di resa dell’Ucraina.

Questa risposta dovrebbe far riflettere seriamente i democratici i quali, di fronte ai veti contiani, dovrebbero finalmente alzare la testa e dire: non ci sto! Se i grillini vogliono andare per conto loro, si accomodino pure, i riformisti non possono rinunciare ai propri valori.

A questo punto, Elly Schlein dovrebbe investire tutte le sue energie nel costruire un vero centro sinistra a guida PD, con alla sua destra una federazione di partiti centristi, di ispirazione cattolica e liberaldemocratica e alla sua sinistra Avs. La quale, nonostante abbia in comune alcune istanze grilline, non ha sposato la linea indipendentista contiana.

Sono sicuro che un centro sinistra forte, depurato delle tendenze populiste, sarebbe in grado di attrarre, in una logica purtroppo maggioritaria, anche il voto grillino attraverso il così detto voto utile ed essere competitivo contro la destra meloniana. La scelta di intraprendere questa strategia è nelle mani dei dirigenti del PD, forza e coraggio!

Un governo ombra per battere le politiche populiste

A scoperchiare le disinvolture propagandistiche di questo governo si aggiungono, alle recenti previsioni Ocse, i dati dell’Istat.
Nel fare il periodico punto sulla situazione reale e sulle prospettive del paese, l’Istituto di Statistica ha dimezzato le stime di crescita della nostra economia, correggendo al ribasso la previsione governativa che indicava una crescita dell’1% del Pil, mentre si è appena registrato uno 0,5%.

Inoltre, nel 2024 è stata la domanda estera a sostenere l’economia, mentre quella interna ha fatto registrare un calo. Per il prossimo anno le stime non sono rosee: l’Istat prevede una crescita dello 0,8% rispetto all’1,2% stimato dal governo. Tanto che l’economista Carlo Cottarelli intravede per il prossimo anno l’Italia tornare a essere nuovo fanalino di coda in Europa.

Un trend economico così deprimente, aggravato dalla forte crisi industriale nel settore dell’automotive – per il quale non vediamo un piano industriale di rigenerazione – sta frustrando la quotidianità di tante famiglie e di moltissimi giovani. Anche sul fronte dell’occupazione, i contratti a termine rappresentano l’emblema di un laissez-faire contrattuale che ha quasi liberalizzato il rapporto di lavoro, rendendolo strutturalmente precario. Questa situazione ha trovato terreno fertile nelle politiche del lavoro da parte dei governi dell’ultimo decennio.

In questo scenario, non è più tempo di inerpicarsi con sterili dissertazioni a discutere di metodo, ma occorre concentrarsi sul merito. Bisogna entrare nel concreto, per smascherare tutte le menzogne con cui vengono esaltati, spudoratamente, risultati inesistenti.

Occorre dar vita a un laboratorio che favorisca l’incontro tra le culture cattolico-democratiche e riformiste, individuando le tematiche cruciali che toccano quotidianamente i sentimenti di tanti italiani e che propizino credibili prospettive future. Si tratta di ridare speranza a progetti di crescita personale, soprattutto per i giovani, che ormai hanno smesso persino di pensare a un futuro migliore.

Un primo programma di massima permetterebbe, poi, a un tavolo multilaterale, sul modello di un “governo ombra”, di confrontarsi su un progetto comune da proporre al paese. Sarebbe una valida alternativa alla propaganda ingannevole dell’attuale maggioranza populista.

 

La debolezza strutturale dellalleanza governativa
In questo scenario, la linea del governo mostra ondeggiamenti sempre più evidenti e una crescente incapacità di compromesso efficace tra le diverse posizioni, soprattutto in materia fiscale e bancaria. Questo si aggiunge alle differenze nell’approccio verso l’Europa, nonostante le visioni comuni di destra, accentuate da carichi di estremismo anti-europeo e anti-Nato.

A ciò si somma il gioco strumentale sugli equilibri politici della Von der Leyen e della sua altalenante maggioranza, che non lasciano intravedere una rassicurante stabilità per l’intero quinquennio. Non si può non cogliere la strutturale debolezza di un’alleanza governativa che procede nel suo percorso parlamentare a colpi di fiducia.

Già qualche mese fa avevo sottolineato la necessità di ricorrere alla formazione di un “Shadow Cabinet”, un governo ombra nello stile del parlamento britannico. Peraltro, non sarebbe una novità: basti pensare all’effimero governo ombra di Veltroni, dopo la formazione del IV governo Berlusconi. Si tratta di un organismo da non sottovalutare per la sua valenza giuridico-istituzionale.

Sebbene possa incidere poco sulle scelte di governo, potrebbe avere un peso politico significativo, fungendo da alternativa progettuale concreta alle politiche dell’esecutivo. Il suo scopo sarebbe quello di contrastare quotidianamente l’azione del governo e proporre una prospettiva programmatica per un futuro governo.

 

La crisi del paese e lurgenza di unalternativa
A far da sfondo sono le disastrose realtà socio-economiche del paese, sempre più vulnerabile a causa della crescita esponenziale di divari e iniquità tra i ceti sociali. La povertà, ormai insinuatasi anche nel ceto medio, è un problema strutturale.

Colpisce l’inadeguatezza di una visione e di una classe dirigente incapace di formulare un piano industriale credibile. Al suo posto, vengono proposti obiettivi vaghi, come il “Piano Mattei”, o progetti irrealizzabili, come il Ponte sullo Stretto. Sul piano sanitario, la situazione è al collasso: tra carenza di medici e strutture, quasi metà dei cittadini, secondo dati Gimbe, rinuncia alle cure o si rivolge al settore privato.

Sul fronte del lavoro, le attuali politiche non stimolano l’occupazione e comprimono i salari, mentre le politiche infrastrutturali, nonostante il Pnrr, appaiono inadeguate per arginare la desertificazione industriale causata dalle tante crisi aziendali. Il settore dell’automotive, in particolare, è esposto a una concorrenza insostenibile con i competitor asiatici, a causa di scelte prese in sede europea, come lo stop ravvicinato all’utilizzo dei motori termici, considerate poco sostenibili da molti osservatori.

 

Un messaggio di speranza e rigenerazione
Ciò che rende questa iniziativa auspicabile è il suo potenziale impatto positivo: un messaggio che restituisca speranza e fiducia nel futuro a quella parte del paese che ha perso ogni fede nel sistema politico, offrendo un progetto alternativo e credibile per affrontare la rigenerazione del tessuto economico italiano.

Un governo ombra potrebbe inoltre offrire una mediazione credibile per rispondere a istanze che, non trovando soluzioni, rischiano di sfociare in derive di incontrollabile ribellismo sociale.

La Voce del Popolo | L’arroganza del potere favorisce il populismo.

In un mondo che sta, quasi letteralmente, andando in pezzi possono sembrare minuscoli dettagli. Ma dettagli non sono, affatto. Tantomeno minuscoli. Alludo al provvedimento con cui il presidente americano Biden ha graziato il figlio facendogli scudo nei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca. E alla liquidazione da 100 milioni di euro, suppergiù, con cui Stellantis ha generosamente accompagnato alla porta il suo amministratore delegato Tavares.

In apparenza, le due cose non c’entrano molto l’una con l’altra. Ma solo in apparenza. In realtà esse rivelano, tutte e due, quella sorta di arroganza del potere che sembra fatta apposto per restituire al populismo tutta quella benzina che le sue non brillanti prove di questi anni avevano finito per consumare. È come se la classe dirigente – quella politica e quella manageriale – avesse perso ogni traccia di quel senso della misura e di quella capacità di ascolto che fanno parte del corredo di un potere minimamente sensibile allo spirito del tempo e perfino alle ragioni della sua stessa convenienza.

Naturalmente si possono citare molti altri casi in cui quella stessa classe dirigente riesce, invece, a dar prova di virtù e costumi assai più apprezzabili. Ma resta pur sempre l’amaro in bocca di fronte ai molti casi nei quali, invece, la guida “morale” di questi nostri tempi così turbolenti finisce per essere il celebrato marchese del Grillo. Troppi dei suoi imitatori sono all’opera. Sarà il caso di farli rientrare nei ranghi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 5 dicembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’enigma di un nuovo Partito Popolare Italiano.

Si moltiplicano, e per fortuna, le iniziative sulla presenza politica e pubblica dei cattolici. O meglio, per essere più precisi, sulla presenza e sul ruolo dei cattolici nella politica del passato. Si tratta, prevalentemente, del ricordo dei leader democristiani attraverso la pubblicazione di libri o pamphlet o della rilettura di esperienze politiche quasi sempre riconducibili ad una stagione storica che ha visto e registrato il protagonismo politico indiscusso dei cattolici italiani sulla scena pubblica.

Ora, per non continuare a rifugiarsi nel passato, è di tutta evidenza che a fronte di quella straordinaria stagione che si è snodata per vari decenni, fa da contraltare una fase – quella attuale – dove si registrano, purtroppo e forse anche inspiegabilmente, atteggiamenti caratterizzati dalla testimonianza, dal ricordo e dal rimpianto. Categorie decisamente importanti ma che, al contempo, denunciano una sostanziale impotenza dei cattolici nei confronti della politica contemporanea. Una impotenza che campeggia nei molti convegni che vengono organizzati nella vasta periferia del nostro paese e che stenta, per ragioni complesse e molto articolate, a trasformarsi in una concreta iniziativa politica. Certo, si tratta di un tema che non può essere affrontato con criteri banali e superficiali, ma è indubbio che non possiamo non dire che, dopo la decisione di chiudere l’esperienza – scelta forse troppo affrettata e non sufficientemente meditata – del Partito Popolare Italiano, la presenza organizzata dei cattolici si è andata progressivamente disperdendosi sino al punto di diventare del tutto irrilevante. Almeno sotto il profilo politico, culturale e anche programmatico.

Certo, la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale continua ad esserci in alcuni partiti attraverso la presenza attiva di esponenti che, seppure con molte difficoltà e contraddizioni, si rifanno a quel filone di pensiero. Ma è di tutta evidenza che si tratta di apporti che, nella migliore delle ipotesi, si riducono ad essere delle vere e proprie foglie di fico rispetto al progetto politico e culturale complessivo del partito di riferimento. Ed è anche per questa ragione, semplice ma essenziale, che la presenza di questa tradizione e di questa definita e precisa cultura politica fanno notizia solo quando vengono ricordate le gesta, le iniziative e il magistero dei grandi leader e statisti democratico cristiani del passato. Certo, oggi non ci sono più i partiti identitari e con l’avvento dei partiti plurali – anche se, il più delle volte, si riducono ad essere partiti personali o del capo – sono molte le culture e le sensibilità politiche che contribuiscono a costruire e a definire l’identità e il progetto stesso dei partiti. E sono anche queste le ragioni che portano ad attenuare una presenza politica autonoma ed organizzata dei cattolici italiani, malgrado le decine e decine di esperimenti locali e nazionali – tutti puntualmente falliti a livello politico ed elettorale – che si sono succeduti i questi ultimi anni.

Ecco perché, e senza alcuna presunzione, al di là di continuare ad escogitare strumenti organizzativi che siano in grado di rappresentare e ricomporre la maggioranza dei cattolici che hanno una comune e spiccata sensibilità politica, la vera scommessa oggi è quella di saper contribuire a ricostruire un progetto politico e di governo che non sia eccessivamente lontano da ciò che ci hanno trasmesso i leader e gli statisti del cattolicesimo politico del passato. Sarebbe, questo, già uno straordinario e qualificato passo in avanti sulla strada di un rinnovato protagonismo politico e culturale dei cattolici popolari e sociali. Senza illusioni e senza velleitarismi.

Gli uomini che hanno fatto grande la Dc

L’incontro, svolto in una sala con molti presenti, è stato presieduto dall’On. Giuseppe Gargani che ha evidenziato il valore di questo contributo alla storia della Dc attraverso le biografie politiche di alcuni dei suoi principali esponenti, auspicando che si possa sviluppare il seme gettato, organizzando incontri su base territoriale nei quali ricostruire i diversi periodi storici della vicenda democratico Cristiana. Gargani ha annunciato la prossima pubblicazione di un suo libro in cui saranno meglio analizzati i rapporti tra politica e magistratura e le ragioni della fine della prima repubblica, con particolare riferimento a quelle della Dc.  Sono intervenuti, tra gli altri, l’On. Maria Pia Garavaglia, che ha firmato la prefazione al libro, ricordando come “per anni abbiamo dovuto subire una specie di sberleffo “non moriremo democristiani”; qualche altra volta registriamo che a fronte di una mediazione o di un dialogo complesso, qualcuno afferma “come i democristiani!”. E non sa che in realtà sta facendo un complimento, perché lo stile della politica è il confronto, con pazienza e umiltà. Da qualche tempo capita però – addirittura! – “era meglio la Democrazia Cristiana!”. Garavaglia ha sottolineato in chiusura il ruolo storico politico del partito come scuola di democrazia che continua a offrire elementi importanti di riflessione e di studio per le nuove generazioni.

Contributi importanti al dibattito sono stati offerti dall’On. Mario Tassone e dal prof. Nino Galloni e dall’editorialista Luciano Lincetto, che sul tema dei rapporti tra politica e magistratura ha ricordato l’insegnamento di due suoi maestri dc veneti: gli Onn. Giuseppe Bettiol e Guido Gonella. Sono intervenuti anche gli autori: Tommaso Stenico, che ha ricordato ciò che è stato scritto in premessa del libro, tratto dal Siracide (44.1-2,7-8): “Facciamo l’elogio di uomini illustri, dei padri nostri nelle loro generazioni. Tutti costoro furono onorati dai loro contemporanei, furono un vanto ai loro tempi. Di loro, alcuni lasciarono un nome, perché se ne celebrasse la lode”.  Un dovere che rimane per tutti noi, ha concluso, nella volontà di ricomporre l’unità politica secondo i valori indicati da Alcide De Gasperi di cui si sta discutendo il processo di beatificazione.

Ettore Bonalberti, intervenendo a conclusione, rinnovando i ringraziamenti agli amici che hanno collaborato per questa pubblicazione, ha ricordato come dalle diverse biografie politiche delle donne e degli uomini della Dc emergano i tratti essenziali che caratterizzano la Democrazia Cristiana come scuola di democrazia, ovvero:

l’origine repubblicana e antifascista, che contraddistingue la biografia di molte donne e uomini del partito, alcuni dei quali furono protagonisti diretti della Resistenza e della lotta di liberazione dal nazifascismo; un partito che, da De Gasperi a Moro, sino a Zaccagnini, De Mita e Martinazzoli, si è sempre dichiarato: democratico, popolare e antifascista;

il Cristianesimo sociale: La Dc ha sempre posto al centro della sua azione politica i valori cristiani, interpretati in chiave sociale e politica; l’attenzione alla dignità umana, la promozione della giustizia sociale e la difesa dei più deboli sono stati principi cardine della sua azione;

il Popolarismo: la Dc ha sempre cercato di rappresentare le istanze delle classi popolari, promuovendo politiche di sviluppo economico e sociale che migliorassero le condizioni di vita dei cittadini;

il Centrismo: La Dc si è sempre posizionata al centro dello spettro politico, cercando di mediare tra le diverse forze politiche e sociali; questa posizione le ha permesso di costruire ampie maggioranze e di garantire la stabilità del sistema politico;

l’atlantismo e l’ europeismo: La Dc ha sempre sostenuto l’integrazione europea e l’alleanza con gli Stati Uniti, considerandoli elementi fondamentali per la sicurezza e la prosperità dell’Italia.

E accanto a questi pilastri il ruolo volto dalla DC nella storia della Repubblica italiana vale a dire:

la fondazione della Repubblica: La DC è stata uno dei partiti fondatori della Repubblica Italiana e ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di ricostruzione del Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale;

i Governi di centro: per decenni, la DC ha guidato governi di centro, caratterizzati da una forte stabilità e da una politica di compromesso;

le trasformazioni sociali ed economiche: la Dc ha accompagnato l’Italia attraverso importanti trasformazioni sociali ed economiche, contribuendo alla crescita del Paese e al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini;

l’eredità della Dc: nonostante lo scioglimento nel 1994, l’eredità della Dc continua a influenzare la politica italiana. Molti dei suoi valori e dei suoi principi sono ancora oggi presenti nel dibattito pubblico. Tuttavia, la DC ha anche lasciato un’eredità controversa, legata a questioni come il clientelismo, la corruzione e la gestione del potere.

Veramente la Democrazia Cristiana (Dc) è stata più di un semplice partito politico italiano. Ha rappresentato una vera e propria scuola di democrazia, plasmando il panorama politico italiano per oltre mezzo secolo e lasciando un’impronta indelebile sulla cultura politica del Paese.

 

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La Polonia propone di sospendere Mosca dall’OSCE: una soluzione realistica?

Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha proposto la sospensione della Russia dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). La dichiarazione, pronunciata a Malta durante un vertice dell’organizzazione, riflette la crescente tensione tra Polonia e Russia, acuita dalla guerra in Ucraina e da accuse reciproche di sabotaggio e terrorismo.

Sikorski ha motivato la sua posizione con parole dure: “Fino a quando la Russia non porrà fine a questa guerra brutale, la sua adesione all’OSCE dovrebbe essere sospesa”. Un gesto simbolico ma significativo, dato il ruolo centrale dell’OSCE come piattaforma di dialogo multilaterale che include, tra i suoi membri, tanto gli Stati Uniti quanto la Russia.

 

Cos’è lOSCE?

L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa è un’istituzione internazionale nata nel 1975 con la firma dell’Atto Finale di Helsinki, un accordo tra 35 Stati per promuovere la pace e la sicurezza in Europa durante la Guerra Fredda. Con 57 membri attuali, tra cui sia nazioni europee che altri attori globali come Stati Uniti, Canada e le ex repubbliche sovietiche, l’OSCE si occupa di temi cruciali quali il controllo degli armamenti, la gestione dei conflitti, la promozione dei diritti umani e la supervisione elettorale.

Un aspetto peculiare dell’organizzazione è che le decisioni si basano sul consenso, il che conferisce a ogni Stato membro – inclusa la Russia – un potere di veto significativo. Questo principio, pensato per garantire un equilibrio tra gli interessi di tutti i membri, è spesso criticato per la sua inefficacia in situazioni di alta tensione politica come quella attuale.

 

La tensione tra Polonia e Russia

Le dichiarazioni di Sikorski arrivano in un contesto già fortemente teso. Recentemente, Varsavia ha chiuso il consolato russo a Poznan, accusando Mosca di “tentativi di sabotaggio”. La Russia ha risposto chiudendo il consolato polacco a San Pietroburgo. Sikorski ha aggiunto che, se le attività russe ritenute ostili continueranno, la Polonia non esiterà a chiudere tutti i consolati russi sul suo territorio.

Queste azioni riflettono una crescente diffidenza verso Mosca, aggravata dalla sua guerra contro l’Ucraina, che la Polonia considera una minaccia diretta alla stabilità della regione. Inoltre, la Polonia è tra i principali sostenitori dell’Ucraina, sia politicamente che militarmente, il che rende inevitabile uno scontro con il Cremlino.

 

Sospendere la Russia: unopzione realistica?

La proposta di Sikorski di sospendere la Russia dall’OSCE solleva una domanda fondamentale: è davvero possibile? Formalmente, l’organizzazione non prevede una procedura chiara per espellere o sospendere uno Stato membro. Per giunta, un’eventuale sospensione potrebbe ridurre ulteriormente lo spazio per il dialogo tra Mosca e l’Occidente, lasciando poco margine per soluzioni diplomatiche.

Sikorski, da parte sua, sembra convinto che non sia più tempo di compromessi: “Non possiamo permettere che un aggressore utilizzi l’OSCE come piattaforma per legittimare le sue azioni”. Resta però da vedere se la sua posizione troverà il sostegno necessario tra gli altri membri dell’organizzazione, molti dei quali preferiscono mantenere aperti i canali di comunicazione con la Russia.

 

Un momento cruciale

In un’Europa nuovamente divisa, queste tensioni possono implicare conseguenze assai negative. Se da un lato l’OSCE nasce come strumento di dialogo anche nei momenti più critici, dall’altro la situazione attuale rischia di metterne a dura prova la credibilità e l’efficacia. La proposta polacca di sospendere la Russia potrebbe rappresentare una svolta, ma rischia anche di accentuare le fratture già esistenti all’interno dell’organizzazione.

Casa Sangiorgi: di fronte al Vaticano, l’«officina» della nascente Democrazia Cristiana.

È un piacere e un onore per me parlare di questo libro, non solo perché sono amico dell’autore, ma anche perché la lettura di queste pagine mi ha arricchito di informazioni, suggestioni e riflessioni. Ringrazio perciò Beppe per l’invito e per questo prezioso dono rappresentato da Babbo Sangiorgi.

Iniziamo con un dato di fatto: Sangiorgi è uno dei due “cultori della materia” che meglio sanno raccontare la storia della Democrazia Cristiana nella sua complessità,  con tutte le luci e le ombre. L’altro è Marco Follini. Entrambi, di professione giornalisti, condividono una passione: tessere i fili della memoria storica di un’epoca che rischierebbe, senza un lavoro d’indagine e recupero, di passare inosservata sotto gli occhi delle  nuove generazioni.

Follini e Sangiorgi hanno stili differenti. Follini scrive in modo avvolgente, con un gusto per i dettagli che ricorda lo stile narrativo di Gabriel García Márquez in Cent’anni di solitudine. Si avverte la sapienza dell’armonia stilistica. Sangiorgi, invece, è un cronista alto e raffinato, direi un Montanelli di matrice cristiana – e più precisamente democristiana – che trascrive su carta considerazioni limpide e belle, senza il veleno del disincanto totale, fors’anche del cinismo, che animava la prosa di Montanelli. Lo vediamo in Babbo Sangiorgi: va dritto al cuore delle questioni, sviluppando il racconto in maniera lineare, anno per anno, episodio per episodio, con una struttura che accompagna il lettore dall’inizio alla fine, senza inciampare nello smarrimento di un filo narrativo.

Questo libro – bisogna dirlo con forza –  è una miniera di informazioni. Ogni pagina apre una finestra su momenti cruciali della nostra storia, riescendo a fornire preziosi dettagli o nuove piste di analisi, anche quando non sembra volerlo esplicitamente.

Un esempio significativo riguarda il ruolo della famiglia Sangiorgi durante l’occupazione di Roma.
È la fase del massimo sconforto, per le condizioni dell’Italia – e di Roma in particolare, con un bilancio finale di 51 incursioni aeree e 7.000 vittime – ma anche della speranza cui si orientano le coscienze più fervide e coraggiose. Dopo l’8 settembre si apre la fase della riorganizzazione delle forze politiche democratiche. Ora, noi siamo abituati a pensare che la preparazione del nuovo “partito cattolico”, la Democrazia Cristiana, abbia trovato svolgimento essenzialmente nello studio di Giuseppe Spataro, in via Cola di Rienzo. Beppe ci mostra invece come una febbrile attività politica si svolgesse anche nella casa della famiglia Sangiorgi, un luogo che divenne punto di incontro per i dirigenti più legati a De Gasperi.

Qui si ponevano le basi di un partito a larga base popolare, capace di corrispondere alle sofferenze e insieme alle attese che il tragico epilogo della guerra metteva allo scoperto. Prendeva forma un soggetto politico capace di parlare anche oltre i confini dell’appartenenza al mondo cattolico. Lo studio Spataro fungeva da ufficio di rappresentanza, per dirla in maniera simpatica, mentre casa Sangiorgi era l’officina in cui si componevano i pezzi della nuova iniziativa politica, con gesti di militanza coraggiosa (si pensi a come veniva preparato e diffuso Il Popolo clandestino).

 

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Cardiologia europea

“Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene”: la celeberrima battuta viene erroneamente attribuita a Woody Allen, ma è, in realtà, una citazione di Eugene Ionesco, scrittore e drammaturgo francese di origini rumene famoso per il suo Teatro dell’Assurdo (termine quanto mai azzeccato), la dimostrazione della futilità dei gesti umani dinanzi alla fuggevolezza della vita e l’approssimarsi della morte. Descrive molto bene quello che sta accadendo nel triangolo Parigi- Berlino – Bruxelles. Insomma, parafrasando Ionesco, “Il governo tedesco è morto, quello francese pure e neanche la Commissione si sente molto bene”. Dopo le elezioni europee, la decisione del Presidente Macron di sciogliere il Parlamento francese aveva destato enorme preoccupazione, solo in parte mitigata dalla nomina come primo ministro di un democristiano aristocratico come Michel Barnier. Ma neanche lui è riuscito a creare stabilità e rasserenare il clima politico e l’esperienza al Matignon è ai titoli di coda.

A Berlino, le difficoltà economiche hanno messo fine alla coalizione rosso, verde e giallo, con i titoli di coda scritti a inizio novembre, dopo mesi di pesanti scontri tra il cancelliere Scholz e il leader del partito liberale Fdp, Christian Lindner.

E se la Germania è in campagna e la Francia in crisi, a Bruxelles suona l’allarme. Dal punto di vista legislativo, l’Unione europea è in letargo da mesi, prima per le elezioni, poi per il processo di nomina e conferma dei Commissari. Il rischio è di restare immobili ancora per molto. Dopo il voto di febbraio a Berlino, anche se l’arrivo di Friedrich Merz alla cancelleria è dato per scontato da tutti, serviranno almeno un paio di mesi per trovare un accordo per un nuovo governo. L’interrogativo è se la CDU dovrà governare con la Spd, con i Verdi o con i liberali. E questo avrà conseguenze anche a Bruxelles, con il serio rischio di non avere iniziative serie fino a maggio-giugno, anche su fronti caldi come la guerra in Ucraina e Medioriente, la crisi dell’auto, l’inflazione galoppante, tanto per citare i principali dossier aperti. Ci si limiterà all’ordinaria amministrazione, alla chiusura di procedimenti legislativi già iniziati nella precedente legislatura, magari in settori limitati come l’immigrazione.

Ed è legittimo chiedersi Eurodeputati, Commissari e funzionari cosa faranno oltre a scaldare le sedie e fare passeggiate nel parco, come domenica scorsa hanno postato su X all’unisono Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Roberta Metsola in tre messaggi accompagnati dalle loro immagini mentre camminano nel parco Leopold, dove si affaccia il Parlamento europeo. In realtà, è un momento cruciale se si ragiona in prospettiva. “Compass” (bussola), “libro bianco”, “vision”, “dialogo strategico”: sono tutte espressioni che in Euroburocratese indicano documenti contenenti idee, proposte, linee guida, opzioni da esplorare e percorrere. E sono la base politica per le proposte legislative future. Per questo, sarebbe necessario che gli Eurodeputati, specie quelli italiani notoriamente non attentissimi alla strategia, anche se maestri di tattica, si mettessero a studiare di buona lena, per non ritrovarsi come sempre a dover porre rimedio quando è troppo tardi. È fondamentale inserire in quei documenti le priorità nazionali e regionali, in modo da poter tradurre in atti concreti la visione politica italiana. È, insomma, il momento della semina, per poter raccogliere i frutti fino al 2029. Come diceva De Gasperi, “politica vuol dire realizzare”. Cosa che lo statista trentino sapeva fare bene, soprattutto perché’ prima di riorganizzare il Partito popolare con il nome di Democrazia cristiana, prima di diventare Presidente del Consiglio, aveva passato tanti anni nella Biblioteca Vaticana.

La spinta innovativa dei cattolici nel secondo dopoguerra

Siete interessati alla storia dell’apporto dato dai cattolici democratici all’Italia e alla sua civiltà nella fase peggiore della sua storia unitaria, i cinque anni della guerra mondiale e i primi anni del secondo dopoguerra? L’apporto fu essenziale, determinante, risolutivo. Il contributo dei cattolici democratici, anche successivamente, è stato comunque ricco di spunti e di direttrici operative, con alterne vicende. Questo clima è durato fino al 1978, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro, che è anche l’assassinio della DC, per poi trascinarsi fino alla fine degli anni Ottanta del secolo XX, ossia fino alla fine ufficiale e definitiva del movimento politico organizzato e del brand “Democrazia Cristiana”. Con il 1978 ci sarà una specie di oblio definitivo dei concetti fondamentali e dei valori da porre alla base della convivenza civile originariamente espressi trentacinque anni prima, una sorta di improponibilità.

 

L’ultima delle ragioni d’essere del partito, il contrasto del comunismo, viene meno con il crollo del Muro. In realtà, il dato essenziale degli anni Quaranta è il dialogo degli esponenti laici con i protagonisti cattolici: in qualche misura, i laici non avrebbero potuto far rifulgere i tesori della loro mente senza il preventivo incontro con i pensatori cattolici. Così avviene in effetti per i due partiti del CLN più intrinseci al dato culturale e civile e allo sviluppo del pensiero, il Partito d’Azione (si pensi a Ugo La Malfa e a Raffaele Mattioli) e la Democrazia del Lavoro (si pensi a Meuccio Ruini). In breve tempo, i pensatori soprattutto cattolici ma anche laici tra il 1940 e il 1943 mettono a punto le loro formulazioni sotto il decisivo impulso di due personaggi essenziali: Alcide De Gasperi e Sergio Paronetto.

I due si inoltrano solitari nel deserto, dove si sono disseccate le fonti della morale, del diritto e dello Stato di diritto, della convivenza civile regolata, dell’interesse pubblico, del bene comune. Cosa avviene in pratica? Dal 1940 De Gasperi si pone il problema a) di creare un nuovo partito dei cattolici democratici che non abbia, culturalmente parlando, nulla a che fare – se non per la tradizione della presenza dei cattolici in politica – con il precedente Partito Popolare di don Luigi Sturzo. De Gasperi percepisce che, tra l’altro, la Santa Sede non sarebbe felice di una riedizione sic et simpliciter del Partito Popolare; Luigi Sturzo su questo è pienamente d’accordo; b) di delineare un programma politico che sottolinei le differenze sostanziali rispetto alle grandi opzioni ideali in campo: liberali, liberal-socialisti, socialisti, comunisti; quelli cioè che hanno scelto di rifarsi alle vecchie militanze del 1922-1925 e di riprendere il discorso di proposta politica esattamente da lì dove si era interrotto.

De Gasperi pensa a un rinnovamento completo, pervasivo, radicale.

 

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Linking Italian (LiITA), nuova frontiera per lo studio della lingua italiana.

Foto di Trid India da Pixabay
Foto di Trid India da Pixabay

Una rete che collega dizionari, testi e risorse linguistiche italiane, capace di analizzare dati digitali, prevedere l’uso dei termini e sviluppare modelli di intelligenza artificiale per analisi avanzate: questo è LiITA (Linking Italian). Il progetto mira a creare una Knowledge Base (KB) interoperabile per la lingua italiana, integrando risorse antiche e moderne grazie ai principi del Web Semantico e dei Linked Data.

La presentazione di LiITA
LiITA sarà protagonista della conferenza “CLiC-it 2024 – Tenth Italian Conference on Computational Linguistics”, che si svolgerà a Pisa dal 4 al 6 dicembre. Qui sarà presentata anche la pubblicazione The Lemma Bank of the LiITA Knowledge Base of Interoperable Resources for Italian, che esplora i dettagli del progetto.

Sostenuto dal Ministero dell’Università e Ricerca con un finanziamento PRIN-2022 PNRR di 237.695 euro, il progetto è coordinato dalla dottoressa Eleonora Litta presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, in collaborazione con l’Università di Torino.

Un grafo di conoscenza per la lingua italiana
“L’architettura di LiITA è semplice e adattabile a ogni lingua,” spiega il professor Marco Passarotti, ordinario di Linguistica Computazionale alla Cattolica. Al centro vi è una vasta raccolta di lemmi (forme base delle parole, come nei dizionari), collegati alle loro occorrenze nei corpora testuali e alle rispettive voci nei lessici. Questo crea un grafo di conoscenza in cui i lemmi e le loro relazioni sono processabili dalle macchine.

Grazie a questo sistema, LiITA può supportare lo sviluppo di applicazioni avanzate per settori come ricerca, editoria, medicina e analisi del web, oltre a migliorare i modelli di intelligenza artificiale con un fine-tuning specifico per la lingua italiana.

Dal latino all’italiano: l’eredità di LiLa
LiITA nasce dall’esperienza di LiLa (Linking Latin), un progetto simile per il latino, coordinato dal professor Passarotti e finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca con 2 milioni di euro. LiLa ha creato una Knowledge Base con oltre 200.000 lemmi, rendendo interoperabili decine di risorse linguistiche.

Come in LiLa, anche in LiITA ogni lemma e occorrenza è identificato da un codice univoco, consentendo l’interazione tra dati e relazioni elaborabili dalle macchine. “Questi progetti rappresentano una svolta nella linguistica, rendendo le basi di conoscenza utili per affinare i modelli di intelligenza artificiale,” conclude Passarotti.

LiITA non è solo un ponte tra parole e sapere, ma una piattaforma che posiziona l’italiano al centro delle innovazioni linguistiche e tecnologiche globali.

Francia: il governo Barnier a rischio sfiducia, Macron invoca stabilità.

In Francia si respira un clima di tensione politica e sociale, con il governo del Primo Ministro Michel Barnier sotto la minaccia di una mozione di sfiducia che potrebbe segnare la fine del suo mandato dopo soli tre mesi. Per le strade di Parigi, i cittadini esprimono sentimenti contrastanti: Bertrand Chenu, un pensionato di 65 anni, dichiara di essere “molto preoccupato e arrabbiato contro le forze di sinistra e quelle di estrema destra”, riflettendo il malcontento di una popolazione che teme nuove instabilità.

La mozione di sfiducia, promossa da una coalizione di sinistra ma sostenuta anche dal Rassemblement National, potrebbe rappresentare un duro colpo per il presidente Emmanuel Macron, che ha ribadito il suo sostegno a Barnier. “Non posso credere a un voto di sfiducia. La mia priorità è la stabilità”, ha dichiarato il capo dello Stato durante la visita in Arabia Saudita. Macron ha sottolineato che il governo, nonostante le difficoltà, sta portando avanti riforme essenziali e che la Francia rimane un paese “ricco e solido” con istituzioni e una costituzione stabili.

Il presidente ha criticato duramente le forze politiche che appoggiano la sfiducia, definendo “insopportabilmente cinico” l’atteggiamento del Rassemblement National e accusando il Partito Socialista – in particolare ha chiamato in causa l’ex presidente François Hollande – di essere scivolato verso una “totale perdita di orientamento”. In pratica, ha messo in guardia contro i rischi di una crisi finanziaria qualora il governo dovesse cadere, evidenziando che non si può “spaventare la gente con queste cose”.

Nel frattempo, il primo ministro Michel Barnier ha fatto appello al senso di responsabilità dei deputati, riconoscendo in un’intervista che la sua posizione è “fragile ed effimera” ma confidando in un voto contrario alla mozione. “Ognuno ha una parte di responsabilità davanti ai francesi e alla Francia. Spero in un riflesso di responsabilità al di là delle divergenze, in nome di un interesse superiore”, ha affermato. In ogni caso, se approvata nella seduta odierna dell’Assemblée Nationale, il voto di sfiducia potrebbe innescare un processo di forte incertezza politica. A Parigi nessuno scommette sul futuro del governo Barnier.

Luci di Natale su un pianeta in ombra: brevi riflessioni sul futuro.

Le festività natalizie recano normalmente, per la generalità delle persone, un periodo di grazia, un po’ rilassati, qualche giorno di ferie, scambio di doni: insomma un tempo lieto.

Le televisioni solitamente programmano spettacoli di sapore natalizio e notiziari di eventi positivi, con esempi di solidarietà e di impegno umanitario. Tuttavia i notiziari non potranno evitare di raccontare le guerre o altre catastrofi che devastano tante parti del pianeta…il rischio è che anche notizie e immagini tremende ci abbiano resi, se non indifferenti, certamente rassegnati: il sentimento meno natalizio, perché in una grotta di Betlemme è iniziata la nostra Storia. I nostri giorni sono contati a partire da quella nascita. Nostra, che ha condizionato anche le altre storie, quelle di tutte le vite sul pianeta: la umanità nella sua articolata e differente unità non si sta riconoscendo legata da vincoli da fraternità.

Ci sono fenomeni che si appalesano con tale novità e velocità che per i più sono causa di peggioramento delle condizioni di vita sul pianeta, mentre nella loro origine e dichiarate finalità dovrebbero agevolarla: riduzione della fame nel mondo, sconfitta di malattie, alfabetizzazione globale, ecc.

Invece il cambiamento climatico distrugge vite, città, raccolti. La cronicizzazione delle malattie e l’invecchiamento della popolazione modificano i sistemi sanitari. Le minori nascite diminuiscono la ricchezza di futuro… sotto molteplici, anche ‘mentite’ spoglie, tutto viene descritto e acclarato. Infatti la incertezza ci assedia con fake news e messaggi onnipotenti. Anche una certa paura – che io sento! – se può diventare ‘padrone’ del mondo chi possiede il potere di disconnettere l’umanità, o solo parti, in diverse zone del pianeta (un pezzo di Europa, o di Cina, di Russia…), membro del governo della nazione più potente del mondo?!

Il mondo si è ristretto. L’intelligenza umana invece potrebbe essersi dilatata con la intelligenza artificiale. Sono riflessioni da vertigini solo se continuiamo – se le nostre classi dirigenti continuano – a pensare al giorno dopo e alle prossime vicine elezioni.

 

[Estratto dall’ultima newsletter – dicembre 2024 – inviata dall’autrice]

Cultura Woke, la nuova sfida politica e culturale.

Un dibattito interessante e forse anche un po’ inedito quello che si organizza alla Camera dei Deputati domani 5 dicembre alle 17,30 dal titolo “Cultura Woke, il potere delle narrazioni identitarie”. Sono i cosiddetti ‘pomeriggi popolari’, cioè momenti di confronto politico e culturale attorno a temi fortemente divisivi ma che, comunque sia, vanno approfonditi e discussi.

L’iniziativa è promossa da Diego Antonio Nesci e da Dalila Nesci già parlamentare e sottosegretario del governo Draghi, ed è un confronto tra politici, esperti e persone comuni su problematiche che inesorabilmente sono destinare ad interpellare direttamente la politica e la sua organizzazione nella società. E, non a caso, il termine “woke” è una di quelle parole variamente interpretate.

 

Un termine che il più delle volte assume una valenza fortemente ideologica se non addirittura dogmatica. Certo, nel nostro paese è ancora un dibattito ristretto e forse ancora troppo autoreferenziale ma che non può non assumere, nel futuro, una dimensione più popolare e che coinvolgerà soprattutto le giovani generazioni.

Tra le opposte concezioni che si hanno di questo termine, s’impone la necessità di una lettura critica, politica e culturale, affinchè non prevalga la logica della contrapposizione frontale tra le rispettive interpretazioni. Perché proprio attorno alla parola “woke” si registra un doppio fondamentalismo ideologico che può essere battuto solo attraverso l’antico metodo del confronto laico e privo di pregiudiziali dogmatiche ed illiberali. E questo anche perché in una stagione fortemente spoliticizzata e sganciata dalle antiche e solide culture politiche, il ruolo delle narrazioni identitarie può avere un ruolo determinante se non addirittura decisivo nella formazione concreta delle giovani generazioni.

Il dibattito, che si svolgerà presso la Sala Regina della Camera dei Deputati, prevede il confronto tra Paola Concia, Marco Minniti, Giuseppe Fioroni e Antonio Di Bella. Apre il convegno l’intervento di Anna Ascani, Vice Presidente della Camera dei Deputati.

Sandro Fontana e l’identità cattolico popolare

Sandro Fontana, scomparso il 4 dicembre del 2013, è stato una persona poliedrica. Storico, intellettuale, amministratore locale, ministro e politico di rango. La sua vita pubblica è stata caratterizzata dall’impasto di questi tasselli accomunati, però, da un’unica stella polare. E cioè, la fedeltà creativa alla tradizione, al pensiero, alla cultura e alla stessa prassi del cattolicesimo  popolare e sociale. Perché se c’è un aspetto specifico, al di là delle vicende politiche e di partito, che ha contraddistinto l’iniziativa politica e culturale di Sandro Fontana è sempre stato quello di saper inverare nel contesto in cui operava i valori e l’esperienza di una tradizione che lo ha visto protagonista non solo come docente universitario e storico ma anche, e soprattutto, come dirigente politico e legislatore. Alla Regione Lombardia come al Senato, al Governo come nel Parlamento Europeo, Fontana non ha mai rinunciato a quella cultura politica che lo ha formato e per cui si è battuto sino alla fine della sua vita. Ed è proprio questo aspetto, peraltro costitutivo ed importante, che conserva una straordinaria attualità anche nella stagione politica contemporanea. E cioè, in una stagione che registra un pesante arretramento delle culture politiche e una regressione democratica e partecipativa degli stessi partiti, la “lezione” di Sandro Fontana – a livello politico come sul versante culturale – conserva una forte modernità. Anche perché, e ieri come oggi la questione non è cambiata, in politica si può giocare un ruolo solo se si è espressione di una cultura politica ed interpreti di un pezzo di società che poi, come ovvio e del tutto scontato, si confronta a tutto campo con altri interlocutori politici e culturali. E Sandro Fontana, al riguardo, è sempre stato coerente con questa regola, apparentemente semplice ma in realtà impegnativa sotto il profilo della lungimiranza politica. E così è stato per molti anni durante la sua stretta collaborazione con Carlo Donat-Cattin alla guida della sinistra sociale di ispirazione cristiana della Dc – la storica corrente di Forze Nuove – come il suo impegno alla Presidenza del CCD e alla vice Presidenza del Parlamento Europeo nel gruppo del PPE.

Insomma, Fontana è stato uno dei migliori interpreti, nonchè scrittore, del cattolicesimo popolare e sociale nel nostro paese. Una posizione, questa, che gli ha permesso di mantenere una rara coerenza nella politica italiana senza esporsi ad atteggiamenti di natura trasformistica o, peggio  ancora, di marca opportunistica. Non a caso, abbiamo titolato un libro scritto alcuni anni fa e dedicato a Sandro Fontana come “l’anticonformista Popolare”. Cioè una figura che non ha mai rinunciato alla sua storica identità politica e culturale. E questa, forse, è la cifra più significativa e più rilevante che si possa ricavare dal ‘magistero’ politico di Fontana da un lato e di rilanciarla, in termini seppur aggiornati e rivisti, nel dibattito politico contemporaneo dall’altro. Anche perché non possiamo più permetterci il lusso di raccogliere, con umiltà e discrezione, il testamento politico dei grandi leader del cattolicesimo popolare e sociale se poi non abbiamo il coraggio, o la volontà, di saperlo tradurre anche nel contesto in cui concretamente siamo impegnati. Perché se così fosse il tutto si ridurrebbe ad una grigia ‘operazione nostalgia’ e ad un’azione meramente testimoniale. E proprio uomini come Sandro Fontana ci ricordano, ogni giorno, che senza una definita e precisa identità politica vissuta e praticata è la stessa politica ad andare irreversibilmente in crisi.

 

I cattolici dopo Trieste

Foto di Sabine Rabenberger da Pixabay
Foto di Sabine Rabenberger da Pixabay

Il convegno sul “Dopo Trieste” in programma a Roma il 9 dicembre non ha un carattere politico, in senso stretto, semmai costituisce un’occasione per indagare gli sviluppi, diretti o indiretti, della Settimana Sociale dei cattolici. Ciò che si è detto in quella sede a proposito dell’impegno dei cristiani nella società, ha messo in moto aspettative nuove. Senza fughe in avanti. Risuonano infatti le parole di Mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania: “Più che un nuovo partito dei cattolici italiani, serve uno spartito”. Ed è già un’impresa, perché ogni movimento o realtà di base vive da anni nel suo ambiente identitario, non avendo la percezione di cosa significhi lo sforzo della sinfonia: in realtà si suona a orecchio, liberamente e senza spartito.

Forse la novità sta nell’accento che si pone sul prepolitico, immaginando che sia il momento della rigenerazione di un pensiero che in fondo dovrebbe legarsi allo spirito della sinodalità. La Chiesa di Francesco propone questa regola e da essa promana l’esigenza di un approccio “a vocazione comunitaria”. Non è l’illusione di una scorciatoia, bensì la sfida alle abitudini di una prassi arruginita, spesso alimentata dal particolarismo. Bisogna uscire da questa gabbia di autolegittimazione per la quale è inibita la ricerca di convergenze più ampie e necessariamente più impegnative. Da Trieste viene questo messaggio semplice e potente.

Ora, se la cosiddetta “ecclesiosfera” ha bisogno dei suoi tempi, in un ambito di autonomia che nessuno può scalfire, nulla impedisce l’animazione di un analogo processo di fuoriuscita dal frammentarismo dell’azione pubblica. Preme una volontà, ancora generica, di aggregazione: colpisce infatti la capacità di “essere presenti” nel tessuto delle autonomie locali. In particolare, si riversa da tempo nello spazio delle liste civiche la spontanea mobilitazione di uomini e donne – tra loro i giovani sono tanti – che dalle parrocchie o dal volontariato sperimentano la possibilità di declinare un certo “verbo esortativo” implicante il servizio al bene comune. La ricchezza di questo movimento non deve andare dispersa.

Ecco il punto. Per tutto ciò conta ancora la politica, a patto che si faccia orizzonte di esperienze – e di esperienze dentro un orizzonte – così da cogliere un principio direttivo in vista di mete future. Benigno Zaccagnini, l’alfiere del rinnovamento della Dc in una fase tormentata della vita democratica, esprimeva questo concetto parlando del “salto” che la politica implica e rappresenta. In effetti, è di un vero e proprio “salto” che si avverte oggi la necessità, altrimenti ogni incentivo alla ripresa dell’iniziativa nel solco del cattolicesimo democratico è destinata ad accartocciarsi sotto il peso dell’astuzia o dell’improvvisazione. È innegabile che lo scenario sia ormai caratterizzato da scelte ineludibili e sempre più impellenti.

COP29: difficoltà, conflitti e prospettive per la finanza climatica globale.

L’edizione 29 della Conference of Parties (COP29), svoltasi a Baku dal’11 al 22 novembre è stata introdotta da un contesto fortemente segnato da un insieme di fattori, già vissuti nelle precedenti edizioni, ma ancora più segnati da condizionamenti geopolitici ed economici e da aspettative e obiettivi di contrasto al cambiamento climatico sempre più presenti nel dibattito globale.

Al di là degli eccessi ideologici dalle posizioni espresse da alcuni movimenti politici, gli eventi meteorologici estremi, (ondate di calore, incendi, inondazioni), hanno continuato a caratterizzare il nostro tempo, confermando il tema della resilienza climatica al vertice dell’agenda internazionale. Oltre alla pressione politica del mondo dell’ambientalismo, i governi espressione delle popolazioni maggiormente vulnerabili hanno reso evidenti la necessità di interventi più incisivi.

Nonostante gli impegni presi e gli obiettivi ambiziosi generatisi lo scorso anno nella COP28 a Dubai, erano stati stabiliti obiettivi ambiziosi, come l’accelerazione della transizione dalle fonti fossili e l’introduzione di finanziamenti climatici più consistenti. Tuttavia, molti degli impegni presi hanno subìto rallentamenti e difficoltà realizzative, lasciando un vuoto di fiducia nelle funzioni di questi vertici internazionali, fondamentali per la ricerca di soluzioni equilibrate necessarie alla gestione della difficile transizione energetica.

Argomento centrale della COP29 era il confronto sulla finanza climatica, un tema strutturale per la definizione di una prospettiva condivisa ed efficace. Il fondo annuale da 100 miliardi di dollari, concordato a Parigi nel 2015, si è rivelato insufficiente e spesso inaccessibile per i Paesi in via di sviluppo. Questa insoddisfazione ha generato richieste più forti per un riequilibrio delle responsabilità finanziarie tra Nord e Sud del mondo, riaprendo ulteriori divisioni già presenti nel contesto che preceduto la COP29. Infatti, Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo hanno mantenuto posizioni divergenti sulla finanza climatica. Mentre le nazioni sviluppate hanno promosso l’uso di meccanismi finanziari misti, inclusa la partecipazione del settore privato, i Paesi in via di sviluppo hanno chiesto maggiori contributi pubblici a fondo perduto. Lo sforzo compiuto nelle lunghe trattive e nei tavoli multilaterali di confronto fra governi durante le settimane di COP29, ha portato a sostituire le previsioni sulla finanza della COP di Parigi del 2015, con un doppio obiettivo che porta ad almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 la mobilitazione di risorse finanziarie, con i Paesi industrializzati nel ruolo di leader, nell’ambito di un più ampio incremento globale e multi-attore della finanza per il clima che punterà a mobilitare almeno 1300 miliardi all’anno entro il 2035. Quest’ultimo incremento entro il 2035 è stato accompagnato da uno scetticismo trasversale, in quanto i dettagli sul reperimento delle risorse rimangono vaghi.

Un accordo comunque che, senza interventi politici autorevoli e concordati dai principali protagonisti del dibattito internazionale, rimarrà un punto di riferimento per i prossimi dieci anni e dovrà essere gestito concordemente. Da quest’ultimo assunto, il protagonismo di alcuni interlocutori è e sarà essenziale per dare continuità agli interventi finalizzati agli impegni presi nelle conclusioni del vertice: dal ruolo della Repubblica Popolare Cinese (principale emettitore di gas serra), degli Stati Uniti e di altre potenze demografiche (India, Brasile, Indonesia…) alle debolezze dell’Unione Europea che, pur impegnandosi a triplicare i fondi per il clima, ha affrontato difficoltà nel negoziare compromessi tra le sue ambizioni climatiche e le pressioni geopolitiche, perdendo parte della leadership dimostrata in passato.

Insomma, un contesto difficile e complesso, nel quale sarà indispensabile sia una regìa attenta e “terza” e soprattutto il coinvolgimento pieno degli Stati determinanti negli equilibri geopolitici.

L’energia è uno dei fattori vitali dei poteri internazionali e la COP29 ha mostrato una crescente frammentazione nella cooperazione globale sul clima, riflettendo le tensioni geopolitiche esistenti.

Per provare a incrementare i livelli di fiducia tra poteri (Governi e multinazionali dell’energia) sarebbe utile ribadire con autorevolezza una regìa internazionale stabilmente al centro delle politiche di indirizzo.

Sarà l’unica strada per muovere gli interessi generali e indirizzare il lavoro per la COP30, appuntamento essenziale per il futuro del nostro pianeta e che si svolgerà in Amazzonia, territorio simbolo del contrasto al cambiamento climatico.

La salute negata: disuguaglianze e povertà sanitaria in Italia.

In una recente pubblicazione intitolata “Tra le crepe dell’universalismo – Disuguaglianze di salute, povertà sanitaria e Terzo settore in Italia”, edita da Il Mulino e presentata alla Camera dei Deputati, l’Osservatorio povertà della Fondazione Banco Farmaceutico ribalta lo stereotipo del malato immaginario di Molière, schizofrenico e diffidente di natura, sulla base dei dati raccolti in un’indagine che riguarda le cure mediche, quelle differite o a cui si rinuncia, e l’acquisto e il consumo dei farmaci. Le persone malate e bisognose di cure per davvero, in condizione di borderline economico o di vera e propria povertà, sono in difficoltà e alcune, per essere aiutate, si rivolgono ai 2011 enti e associazioni del Terzo settore convenzionati con Federfarma oppure gettano la spugna e rinunciano a curarsi, senza per questo essere negazioniste. L’evidenza dei dati – come ho imparato dal prof. Giancarlo Blangiardo, già presidente Istat e illustre demografo, nonché componente dell’Osservatorio insieme ad altri autorevoli esperti, come il prof. Silvio Garattini – è incontrovertibile e apre un versante di considerazione del fenomeno della povertà in Italia, recentemente evidenziato dalle ricerche Istat e Caritas, in attesa del 58° Rapporto del CENSIS, che sarà reso noto il 6/12 p.v. e che certamente considererà il tema: quello della povertà sanitaria. Anche il cotè sanitario-medicale concorre a rimarcare fratture e gap tra benestanti e indigenti. Anche qui, l’ascensore della crescita è frenato dal disagio sociale ed è fermo al piano terra, ponendo il problema delle carenze di sistema, che sono in parte sopperite da una diffusa solidarietà, un fattore compensativo che va rimarcato.

Sono 463.176 (pari a 7 su 1.000) le persone che si trovano in condizioni di povertà sanitaria, con un incremento dell’8,43% rispetto all’anno precedente. Questo fenomeno non solo segna una crescita considerevole, ma evidenzia una serie di questioni che riguardano l’accesso alle cure, oltre alla tenuta e all’efficienza del sistema sanitario nazionale. Se la spesa complessiva delle famiglie ha raggiunto 23,64 miliardi di euro nel 2023, con un incremento del 3% rispetto all’anno precedente, la quota a carico del Servizio Sanitario Nazionale si è ridotta, incrementando il peso finanziario supportato dalle famiglie al 45%. Questo aumento si traduce in un esborso di 731 milioni di euro in più rispetto all’anno scorso, che è pari a un incremento del 7,4% a carico dei cittadini. A conti fatti, negli ultimi 7 anni la spesa degli italiani per i medicinali è aumentata di 2,576 miliardi, pari a un incremento del 31,9%. Tuttavia, le difficoltà inglobano anche le famiglie non povere. Proprio i dati della ricerca Istat evidenziano che 4 milioni 422 mila famiglie (16,8% del totale, pari a circa 9 milioni 835 mila persone) hanno ultimamente cercato di contenere la spesa per visite mediche e accertamenti sanitari di carattere preventivo. Tra queste, 678 mila famiglie sono in condizioni di povertà assoluta (31% del totale, composte da circa 1 milione 765 mila persone), mentre 3 milioni 744 mila sono famiglie considerate ‘non povere’. Il contenimento della spesa sanitaria si persegue limitando il numero di visite e accertamenti, oppure rinviando e rinunciando a una parte delle cure necessarie. La scelta obtorto collo della rinuncia è intrapresa, complessivamente, da 3 milioni 369 mila famiglie, secondo i dati dell’Osservatorio di Federfarma. Ha rinunciato almeno una volta il 24,5% delle famiglie povere, contro il 12,8% di quelle non povere: ciò significa che 536 mila famiglie economicamente incapienti sono particolarmente esposte al rischio di compromettere o peggiorare la propria salute.

Ci sono vie da percorrere per invertire questo trend o compensare i macro dati negativi? Secondo Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico, “contrastare la povertà sanitaria significa praticare gesti di gratuità in grado di aiutare concretamente le persone che hanno bisogno; ma anche approfondire il fenomeno attraverso un lavoro culturale che contribuisca a far prendere sempre più coscienza dell’entità del fenomeno, e dell’importanza di quel sistema di realtà del Terzo settore che, insieme alla sanità pubblica e privata, sta garantendo la sostenibilità di un Servizio Sanitario Nazionale il cui universalismo è sempre più a rischio. I dati e le analisi del nostro Osservatorio sulla Povertà Sanitaria raccontano di un Paese in cui le persone fragili faticano a prendersi cura della propria salute, ma indicano anche nella collaborazione ampia e consapevole tra tanti soggetti (realtà nonprofit, farmacisti, medici, aziende, cittadini e istituzioni) il metodo per rispondere alla loro esigenza di benessere integrale, fatto di esigenze fisiche, ma anche spirituali, di cure mediche e farmacologiche, ma anche di accoglienza e comprensione”.

Il SSN e il tema della salute, in generale, sono considerati prioritari in questo momento storico da tutta la politica, ma va sottolineato come le carenze che generano discrepanze, ritardi, rinvii o rinunce alle cure non sono assolutamente addebitabili al personale sanitario. Peraltro, purtroppo, medici e infermieri sono fatti segno, in modo incrementale, di vere e proprie azioni di violenza da parte di un’utenza sempre più intollerante e intrusiva, anche nel merito delle cure e delle terapie, delle diagnosi e delle prognosi, delle degenze e dei ricoveri. Ci sono all’estero realtà migliori sotto il profilo dell’efficienza e dell’efficacia, ma anche di gran lunga peggiori sotto quello degli oneri a carico dei cittadini.

Negli USA, chi non ha un’assicurazione che copra le spese non si cura. I nostri ospedali dispensano cure molto costose a favore dei malati fragili o chemioterapici: una sola flebo può anche costare al SSN oltre ventimila euro, le terapie domiciliari per gli immunodepressi prevedono che vengano prescritti farmaci molto costosi a carico del SSN. Tuttavia, resta in tutta la sua evidenza il macro dato rilevato dall’Osservatorio circa i costi per le cure mediche e gli accertamenti sanitari: quello già citato del 2023, quando la spesa complessiva delle famiglie è stata di 23,64 miliardi di euro, 1,11 miliardi in più (+3%) rispetto al 2022 (quando la spesa era di 22,535 miliardi). Di questa cifra imponente, solo 12,99 miliardi di euro (il 55%) sono a carico del SSN (erano 12,61 nel 2022, pari al 56%). Restano 10,650 miliardi (45%) pagati interamente dalle famiglie (erano 9,91 nel 2022, pari al 44%). Ciò significa che la spesa sanitaria va compensata e ottimizzata: ci sono voraci consumatori di farmaci, non prescritti dai medici, che vanno informati e corretti. Ma ci sono anche cittadini che rinunciano alle cure o all’acquisto di prodotti sanitari per l’incremento dei costi o per le lunghe liste di attesa che tolgono fiducia e speranza. Su questo aspetto occorrerebbe davvero semplificare le procedure burocratiche e accorciare i tempi tra prescrizione e prove strumentali o terapie: purtroppo, questa strada appare al momento in salita.

Dibattito | Roma e il suo genius loci: la visione perduta dello SDO.

La rincorsa alla modernizzazione delle città, secondo le logiche neoilluministe, ha trovato, da qualche tempo, il suo punto di forza e di potere nella proposta del modello smart city e delle opportunità che ad esso si conformano e ne sviluppano le conclusioni nei progetti ambientali, energetici, architettonici, edilizi.

Come emerge dalle ricerche promosse dal professor Silvio Bolognini, tale prevalente indirizzo va assumendo, a mio avviso, un carattere non solo culturaleo meramente funzionale, ma di una vera e propria ideologia che si propone per assiomi che non ammettono alternative.

E’ mia convinzione che lo sviluppo delle città non sia segnato da un determinismo che ne imponga univocamente i caratteri. Sono debitore – per quanto riguarda aspetti fondamentali della visione filosofica e storica, ma che, indirettamente, può applicarsi all’urbanistica – della cultura cattolica che va da Giovanbattista Vico, a Romano Guardini, fino ad Augusto Del Noce, senza trascurare le pagine importanti di Oswald Spengler, Lewis Mumford e Mircea Eliade. Di conseguenza, ritengo che l’uomo, di fronte alla questione dell’abitare, possieda più opzioni e non quelle che la sola tecnica gli offre, con la sua possibile, moderna, deriva totalizzante.

La mia esperienza civica, cioè l’impegno politico, mi ha portato ad occuparmi della città di Roma, della quale colsi, per suggerimento di un mio importante predecessore, la definizione del suo fascino, nella descrizione di Silvio Negro che giunse a scrivere: ”Roma, non basta una vita”. Un fascino che corrisponde al suo essere non solo città, ma anche idea universale.

Avendo presente tali riferimenti culturali, nell’esperienza di Roma, pur nel breve periodo di guida amministrativa, mi trovai difronte al momento attuativo della progettazione del Sistema Direzionale Orientale, affidato ad un consorzio di imprese a guida Italstat, dopo anni di negligente disimpegno o di aperta ostilità da parte delle forze politiche ad esso ostili.

Lo SDO, previsto dal Piano Regolatore Generale del 1965, rappresentava il progetto più qualificante e di modernizzazione della città di Roma, discusso ed elaborato dalla migliore cultura urbanistica intorno alla metà degli anni ’50. Aveva il compito strategico di riorganizzare le funzioni direzionali più elevate, collocandole ad est della Città, in tre poli (Pietralata, Tiburtino, Centocelle) – serviti da un sistema complessivo, infrastrutturale, di viabilità pubblica e privata – connessi con l’Eur, attraverso un sottopasso che correva al di sotto del parco dell’Appia antica. Questo complesso, ideato, con il nome di E 42, progettato dalla metà degli anni ’30 per l’Esposizione Universale di quell’anno, era, poi, divenuto, per opera di Virgilio Testa, il quartiere più moderno di Roma, fornito di qualificanti elementi edilizi e monumentali basati su un segno architettonico moderno e, nel contempo, neoclassico, che riflettevano i caratteri identitari della Città. Il quartiere rappresentava, se pur in parte – in quanto gravitante sul centro attraverso l’asse stradale di via Cristoforo Colombo, che si innestava sulla via dei Fori Imperiali – una alternativa alla tendenza che lo sviluppo della Città spingeva, nel Centro storico, verso la trasformazione delle funzioni residenziali per collocarvi quelle direzionali e i servizi connessi. Con il progetto dello Sdo, comprendente una elevata cubatura complessiva, si sarebbe avviato il decentramento policentrico di Roma, una Città che, al pari di altre località italiane,  avvertiva una soffocante tendenza centripeta e l’ “assedio” di  vasti quartieri dormitorio, alcuni di carattere intensivo, privi di servizi , ai quali si andavano aggiungendo vasti agglomerati non legali, spinti dalla necessità di assorbire la forte immigrazione che si stava verificando a Roma, come altrove,   sin dall’immediato dopoguerra.

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La politica come coerenza di vita: l’esempio di Luigi Granelli.

Sono trascorsi ormai 25 anni dalla scomparsa di Luigi Granelli. Rimane indelebile in me il suo ricordo. E la consapevolezza di quanto egli sia stato fondamentale nel motivare meglio le ragioni del mio impegno politico. Una memoria utile per rammentare cosa è la Politica quando vissuta nel profondo e con vero spirito di servizio alla comunità e agli ideali nei quali si crede e si dice di voler sostenere: idee, passione civile, capacità di testimonianza, disponibilità al sacrificio personale, intransigenza sui valori e virtù della mediazione possibile, spirito di servizio, impegno sociale, tensione etica, lotta anche dura quando serve per affermare, nel confronto democratico, un ideale, un principio, un pensiero. Capacità di accettare alti incarichi di responsabilità ma anche di sapervi rinunciare. E, per chi crede nel trascendente, per chi ha fede, rigorosa applicazione dell’approccio laico all’impegno politico. Che non è, come taluno superficialmente intende oggi, acconciandosi ad una certa semplificazione imperante quanto ignorante, emarginazione di fatto delle scelte della politica dalle osservazioni derivanti dalla fede, quanto invece affermazione coerente e decisa del principio conciliare dell’indipendenza dei laici rispetto alla gerarchia ecclesiastica nella assunzione di responsabilità in ordine al governo della cosa pubblica. Tutto ciò è stato, nella sua lunga milizia politica, Luigi Granelli.

Con la coerenza, la testardaggine, l’intransigenza di uno di quegli uomini che don Primo Mazzolari tratteggiava quali persone capaci di “servire in piedi”. Non ha mai rinunciato a nulla delle sue idee, Luigi, per conseguire modesti compromessi. O, al contrario, prestigiosi incarichi. Lo dimostrò da subito quando, trentenne e brillante esponente lombardo della corrente di Base, sorta pochi anni prima per modernizzare la DC e affermare l’autonomia politica dei cattolici, venne escluso dalla lista dei candidati alla Camera per un veto posto dall’Arcivescovo di Milano, il cardinal Montini.

Granelli scriveva a quei tempi, su il Popolo lombardo, periodico della DC milanese, e su Stato democratico, un quindicinale di grande impegno culturale e politico da lui fondato e diretto, articoli che invitavano la DC a guardare a sinistra aprendo ai socialisti finalmente affrancati dal frontismo comunista, rifuggendo così da ogni periodica tentazione di cedimento alla Destra, e affermando le ragioni dell’autonomia dell’impegno sociale e politico da quello religioso, anticipando di qualche anno gli esiti del Concilio.

Quel rifiuto non spinse Granelli lontano dalla DC. Anzi ne fece un testimone scomodo in grado di ottenere immensa stima personale anche da parte dei suoi avversari, interni ed esterni al partito. Moltiplicò gli sforzi divenendo l’emblema di un impegno politico serio e sempre coerente, ad ogni costo, alieno da qualsiasi compromesso o da qualsivoglia opportunismo.

In virtù di questa sua impagabile qualità Granelli non è stato solo protagonista di una carriera politica di assoluto livello: consigliere comunale a Milano e capogruppo, deputato, senatore, sottosegretario agli Esteri con Moro, parlamentare europeo, ministro (Ricerca Scientifica e Partecipazioni Statali), vicepresidente del Senato. E per ciascuno di questi incarichi si è scritto ma ancora si dovrà scrivere molto, volendo analizzare il contributo che quest’uomo ha dato all’ideale democratico cristiano e allo sviluppo democratico di questo paese.

Ma ancor più è stato uno straordinario trascinatore per i giovani cattolici democratici che negli anni Sessanta e Settanta hanno incrociato il vento della contestazione condividendone la tensione al cambiamento, all’impegno per la pace, alla solidarietà fra i popoli senza mai tracimare nell’intolleranza o nella violenza e senza accedere ad una visione marxista della società, a quei tempi tanto in voga.

Luigi era infatti un leader naturale. Possedeva, oltre a quella sua forza carismatica derivante dalla coerenza interiore cui si è qui accennato, una qualità oratoria e una logica argomentativa assolutamente strepitose. I suoi interventi nelle assemblee di partito, fossero nella più piccola sezione di provincia come nella direzione nazionale, nei convegni di corrente o nei congressi di partito, avevano l’incisività massima per suscitare nei presenti entusiasmo, convincimento, voglia di partecipazione e impegno. Così come i suoi comizi in piazza erano un reale spettacolo di oratoria, mai infarciti di mera sloganistica mirata a raccogliere facili applausi; al contrario erano veementi argomentazioni logiche, sviluppate lungo una scaletta consequenziale precisa, impreziositi da puntuali riferimenti culturali, soprattutto di natura storica.

Possedeva una evidente dote naturale che gli consentiva di comunicare idee e pensieri con la velocità dell’oratore in grado di non temporeggiare nella sequenza continua delle parole e al tempo stesso di sviluppare l’argomentazione concettuale in rigorosa successione logica. Con in più una assoluta abilità nella variazione dei toni della voce che inevitabilmente conduceva la platea ad applaudirlo numerose volte nel corso di un singolo intervento tanto era capace di mantenere alto il livello di attenzione dell’uditorio e la disponibilità di quest’ultimo a reagire in maniera empatica ed emozionale alle tesi esposte. Un’abilità essenziale per chi si è trovato, in molte circostanze, minoranza. Minoranza scomoda. Mai snob, però. Perché tutti sapevano che derivava da un convincimento ideale e da un ragionamento politico, mai barattati per convenienze personali. Una lezione preziosa, in ogni tempo, per chi si avvicina al grande impegno che si chiama Politica.

La rivolta sociale nelle vicende dei popoli. Quale insegnamento?

La sfida semantica della rivolta sociale di Landini

Da quando il leader della Cgil, Landini ha usato quella espressione: “rivolta sociale”, non passa giorno che non si trovino commenti contrastanti.

L’Enciclopedia Treccani definisce rivolta come  “L’azione e il fatto di rivoltarsi contro l’ordine e il potere costituito (è più che sommossa, ma indica azione più improvvisa e meno estesa e organizzata rispetto a rivoluzione).

Di certo se è un leader sindacale, la cui organizzazione è nota per una consolidata conformità all’ordinamento nelle manifestazioni a presidio dei diritti sindacali, il significato non può che alludere al portare in piazza un diffuso sentimento di rifiuto della tante diseguaglianze ed iniquità prodotte in questi anni da politiche che hanno penalizzato soprattutto salariati e pensionati; “non girandosi dall’altra parte”, come successivamente ha precisato.

E così è stato lo sciopero generale del 29 scorso, un segno tangibile di rifiuto di ogni politica economica e sociale iniqua.

 

La rivolta dell’acqua degli ennesi nella diatriba sulla Diga tra Enna e Caltanissetta

In ben altra modalità, ma, anch’essa sintomo di un contesto in cui la tolleranza per la mancanza quotidiana di un bene pubblico essenziale appare giunta a livelli irrefrenabili, si iscrive il segnale lanciato in questi giorni dagli Ennesi nella diatriba per l’acqua che li affligge da decenni. Nel breve battere di ciglio, inascoltati da anni dalle Autorità locali preposte, sono passati dalle parole ai fatti, come ci racconta Il quotidiano La Repubblica:”La diga Ancipa, in una tersa mattinata di fine novembre, diventa così il teatro di una rivolta: sono in mille, i cittadini assetati di cinque comuni ennesi, e sono capitanati dai sindaci. Alle 12,15 forzano i cancelli del potabilizzatore, occupano l’impianto, chiudono la condotta idrica per Caltanissetta”.

Sta di fatto che la giusta pretesa ad un profondo bisogno di rinnovamento nella società civile e politica, se non c’è una risposta autorevole e credibile si anticipa spesso in forme pacifiche o violente con rivolte sociali, inizialmente occasionali.

Molto più suscettivi di trasformarsi in rivoluzioni quando c’è alla base un’organizzazione guida.

 

Dai Vespri siciliani ai moti risorgimentali, la rivolta come motore della Storia dei popoli

Dai Vespri siciliani, a Palermo, nel 1282, alla rivolta dei Ciompi a Firenze nel 1378 anticipatrice dei futuri conflitti sociali tra capitale e movimento operaio, fino alla Rivoluzione francese, dove un’élite trasformò la rivolta parigina in un evento che trovò eco in tutta Europa, perseguendo una moderna forma di aggregazione sociale e politica della società, fondata sui principi liberali della liberté, egalité fraternité e della tripartizione dei poteri. anche se paradossalmente la lotta sanguinaria tra le fazioni corrose in pochi anni quella spinta libertaria, non può negarsi che le rivolte siano state carburante nel corso della Storia dei popoli.

Ieri in un’interessante intervista il politologo Revelli ha sottolineato che “…senza rivolta non c’è libertà: perché se non ci fosse quel «vento di rivolta» ciò vorrebbe dire che la nostra società è non solo sorda, ma morta…”.

Del resto non sono stati pochi i moti e le rivolte sociali nella nostra penisola e nel mondo ad aver mutato il corso della storia.

 

Uno sguardo alle cause profonde dell’odierno malessere sociale

Non appare ultronea allora questa piccola riflessione sulle cause profonde del diffuso malessere sociale che, soprattutto la maggioranza governativa, non può trattare solo come problema di ordine pubblico.

Seppur me ne sia occupato, per sommi capi, già nel mio articolo del 19 novembre scorso, su questo giornale, trovo perciò riduttiva e scarsamente utile – come pure, nella sua intervista su Repubblica, ammonisce il Prof.Revelli, ai fini di un giusto inquadramento della questione – quest’ottica politica con cui ci si limita a liquidare la cosa come un esclusivo problema di natura pan penalistico.

Anche se ogni violenza è senz’altro da condannare, in qualsivoglia contesto, trascurare gli aspetti più roventi che sono alla base del forte malessere sociale e che stanno confinando un numero sempre crescente di studenti, lavoratori e nuclei familiari in un recinto esistenziale senza vie d’uscita, è il segno di una scarsa capacità propositiva e lungimirante.

 

La tremenda stagione degli anni ‘70 del terrorismo rosso e nero.

Tralascerei la comparazione con la tremenda stagione politica nelle quali una iniziale protesta, non solo studentesca, si trasfigurò ideologicamente in sentenze di morte contro manager, magistrati e rappresentanti dello Stato, ove la DC pagò il prezzo più alto, con il sequestro e l’assassinio dell’On. Aldo Moro.

 

AllImpotenza, la rabbia e l’assenza di un futuro possibile, soprattutto nei giovani, il governo risponde con provvedimenti liberticidi

Oggi la violenza di piazza, seppur sempre deprecabile, si incardina soprattutto in quei sentimenti di impotenza e di rabbia che inevitabilmente affiorano in contesti esistenziali segnati da condizioni di degrado sociale, ove il riscatto sociale diviene impresa impossibile.

A rafforzarlo contribuisce quella palese idea di paese tradotta nei tanti provvedimenti di stampo reazionario che colpiscono i diritti fondamentali mentre si corrobora un sistema economico fondato principalmente sulle oligarchie finanziarie, come banche, multinazionali e grandi capitali.

In questo clima ha trovato più facile declinazione la riappropriazione dell’idea di una immanente precarizzazione del lavoro, definita eufemisticamente flessibilità della prestazione (cominciata con il Job Act di Renzi), che ha ricondotto la prestazione lavorativa nella cinica idea di una mera mercificazione non più come risorsa aggiuntiva fondata sulla specificità della persona, mentre si è del tutto persa la sua indispensabile funzione di sostentamento e benessere personale e familiare.

 

L’obiettivo dell’uguaglianza sostanziale è oramai una encomiabile chimera

Un quadro che affievolisce fortemente ogni aspettativa di uguaglianza sostanziale per tutti, a tutto vantaggio, invece, delle sfere più alte della gerarchia socio-economica, nel nome di un malinteso liberismo senza confini (emblematico l’incontro della premier Meloni con il magnate Elon Musk), ossia senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento conforme a Costituzione dovrebbe invece preoccuparsi di regolamentare e presidiare.

Cosi come non possiamo sottacere i tanti sentimenti di frustrazione e la compressione della dignità umana, che tale visione di paese causa, corrodendo irreversibilmente la parabola esistenziale di tanti giovani senza prospettive – costretti a trovare fortuna in altri paesi – come tanti disoccupati, salariati sottopagati e precari, a causa di un sistema lavorativo ormai caratterizzato da instabilità e sfruttamento, ove le morti sul luogo di lavoro non sono più una ipotetica rarità.

 

I tanti teatri di guerra stanno lacerando ogni idea di convivenza pacifica tra i popoli

Mentre i vari teatri di guerra stanno lacerando ogni idea di pacifica convivenza civile, contribuendo in taluni casi a scatenare sentimenti di odio fratricida, tra comunità contigue, favorendo riarmo e politiche di stampo nazionalista, in aperto contrasto con la propensione universale, sulla scia di un Umanesimo solidale, all’integrazione e alla convivenza delle diverse culture e religioni.

 

La scuola del merito come barriera d’ingresso per la perpetuazione delle differenze sociali

Se guardiamo poi alle politiche scolastiche che stanno trasformando il merito in una barriera di ingresso anziché un obiettivo da raggiungere, non si riconosce più la scuola come fucina per il progetto di vita di ciascuno adolescente ma come strumento di selezione automatica e di perpetuazione delle differenze sociali, determinando già dai primi anni di scuola il destino sociale di molti, con la conseguente vanificazione del cosiddetto “ascensore sociale” che finora aveva evitato una totale immobilità nelle gerarchie socio-economiche, avvicinandoci a nuove forme di servitù moderna.

 

Politiche del lavoro modellate su una sempre più diffusa precarizzazione dei contratti e sulla compressione di salari e pensioni

Anche le politiche del lavoro seguono una strada preoccupante: si cerca di compensare la scarsa competitività aziendale comprimendo i salari e riducendo le tutele dei lavoratori, in un contesto di recessione e inflazione che il governo non affronta con misure bilanciate. Le politiche fiscali, infine, risultano sbilanciate: rigide e inflessibili verso i lavoratori dipendenti, indulgenti con imprese e lavoratori autonomi.

 

La sanità perde il suo carattere universalistico con la persistente inadeguatezza strutturale a curare tutti

La sanità pubblica, già gravemente compromessa dalla chiusura di ospedali e presidi territoriali (un problema non imputabile solo a questo governo), è ormai incapace di rispondere alla domanda di cure. Milioni di persone sono costrette a rinunciare ai trattamenti o a rivolgersi al privato, spesso a costi insostenibili. In questo contesto la Regione Lazio propone un modello ibrido tra pubblico e privato per colmare le lacune, ma la situazione resta critica.

Mi limito a questi pochi flash, pur emblematici di un progetto governativo artefice di un divario tra ceti sociali e territori della Repubblica, intollerabile.

 

Astensionismo e politiche sociali credibili, un campo ancora tutto da delineare

Mi auguro che in questo scenario, aggravato da un astensionismo giunto a livelli di guardia, si apra sulla tematica un dibattito fecondo che consenta di individuare, definire e prospettare politiche appropriate che, ad oggi, un’opposizione in ordine sparso, non è riuscita a proporre, affinché si recuperi nell’Ordinamento il pieno rispetto della dignità umana e sia al contempo argine ad una minacciosa deriva autoritaria.

Prodi invoca le riforme, pena il declino dell’Europa e dell’Italia.

Sul Corriere della Sera del 30 novembre, nell’intervista a Romano Prodi emerge la lucidità di un protagonista che continua a sentirsi al servizio del Paese. Le sue riflessioni offrono spunti interessanti per capire dove possono andare l’Italia e l’Europa. Per quest’ultima, l’urgente necessità è rafforzare le sue politiche nel campo della difesa e della politica estera, come pure nell’esercizio di comuni strategie economiche e di bilancio, puntando all’eliminazione di un ostacolo paralizzante come il meccanismo dell’unanimità nelle decisioni. Il rischio, altrimenti, è quello di soccombere davanti agli Stati Uniti di Trump, sia sul piano politico che economico.

Prodi osserva che nel Partito Democratico manca un dibattito serio, in particolare sulla politica industriale. Inoltre, sottolinea che «criticare non basta, bisogna proporre riforme». Da queste parole emerge una riflessione che merita attenzione, in particolare quando il Professore afferma che “la Meloni ora è nel club europeo, ma come ruota di scorta”. Nonostante Ursula von der Leyen abbia numerosi impegni, soprattutto in vista delle cruciali elezioni tedesche, si può riconoscere che la Meloni ha giocato un ruolo importante nel limitare l’influenza dell’estrema destra all’interno dell’Unione.

Quanto alla Meloni, a me sembra tuttavia che il suo ruolo non si riduca a quello di una semplice “ruota di scorta”. Piuttosto, l’Italia si trova di fronte a un’opportunità unica: un ruolo determinante nel confronto tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. È in questo contesto che Prodi non mette abbastanza in luce un altro contributo significativo dell’Italia: quello di aver lavorato, insieme a Mario Monti e in sintonia con il Presidente Mattarella, per assicurare la presenza di un italiano di peso nell’esecutivo europeo, come dimostra la nomina di Raffaele Fitto.

Invece, rispetto al possibile referendum sulla riforma costituzionale, servirebbe affrontare il tema con spirito costruttivo, contrastando comunque il “premierato assoluto” come formula destinata a dividere ulteriormente il Paese. E questo potrebbe alimentare pericolosamente l’astensionismo, che coinvolge ormai il 50% degli elettori. Molti tra questi, seppur disillusi, potrebbero essere indotti ad accettare la scommessa di una potenziale avventura politica, per cercare una prospettiva di stabilità e governabilità, senza considerare i rischi di un cambiamento radicale che nel resto del mondo non ha precedenti, eccetto in Israele, dove peraltro l’esperimento dell’elezione diretta del premier è stato rapidamente interrotto.

Cisl, contrattazione e responsabilità: il vero sindacato del futuro.

Senza entrare nei numeri della partecipazione ai vari cortei e, soprattutto, della vera e non virtuale adesione dei vari comparti allo sciopero generale del 29 novembre, si può tranquillamente sostenere che il vero vincitore del giorno dopo è la Cisl. E questo per almeno tre ragioni di fondo. Innanzitutto il vero mestiere del sindacato non è quello di pianificare continui e ripetuti scioperi nazionali e locali che hanno un carattere squisitamente ed esclusivamente politico. Perché, almeno su questo, non ci dovrebbe essere polemica o distinzione alcuna. Anche perché lo sciopero smaccatamente politico da un lato sminuisce il significato e la valenza del continuo ricorso alla mobilitazione generale e, dall’altro, indebolisce lo stesso ruolo del sindacato. Che non è quello di ergersi a contraltare politico della maggioranza di governo sgradita o pregiudizialmente ostili ma, al contrario, difendere le ragioni, le istanze e le domande concrete dei lavoratori attraverso la cultura del negoziato e della continua e testarda contrattazione.

In secondo luogo un sindacato è credibile e anche rappresentativo se non è un mero soggetto politico. O, peggio ancora, una sorta di partito trasversale. Perchè è altrettanto indubbio ed oggettivo che la piazza del 29 novembre, sempre con il dovuto rispetto per tutte le piazze, era una piazza politica ed ideologicamente schieratissima. Forse come non mai nella lunga e gloriosa storia del sindacato rosso. Ma un sindacato che ha ormai superato e del tutto archiviato la stessa concezione della “cinghia di trasmissione” con il partito di riferimento che per 50 anni è stato, come tutti sanno, il Pci, non può che essere interpretato come una organizzazione che ha fatto della appartenenza politica e partitica la sua ragion d’essere. Al punto che è ormai quasi scontato sostenere che non sappiamo se è la Cgil che detta l’agenda politica ai partiti del ‘campo largo’ o se sono i partiti del ‘campo largo’ che la dettano al sindacato di riferimento. Comunque sia, si tratta di una commistione che nè aiuta e nè rafforza il ruolo e la ‘mission’ storica del sindacalismo italiano.

Infine, e non per ordine di importanza, il sindacato può recuperare una credibilità – che purtroppo, oggi, è seriamente in discussione come ci hanno detto anche recenti sondaggi – e un ruolo se è in grado di salvaguardare la propria autonomia rispetto ai partiti e alla politica e se, soprattutto, riesce ad ottenere risultati concreti per i soggetti che rappresenta. O che dice di rappresentare. E questo obiettivo lo si può centrare solo e soltanto attraverso la cultura della contrattazione e del negoziato permanente. Non ci sono alternative concrete da perseguire o da individuare per la difesa dei lavoratori, di tutti i lavoratori, e dei pensionati.

Ecco perché, e senza alcuna polemica politica o culturale, si può tranquillamente sostenere che dopo il corteo della Cgil il vero vincitore è la Cisl. Perché se si vogliono ottenere risultati concreti e tangibili non si può che riscoprire con forza e convinzione i principi cardine che stoicamente hanno caratterizzato, e che continuano ad accompagnare, il cammino concreto della Cisl. E cioè, autonomia dai partiti e dalla politica, contrattazione, pluralismo, no alla radicalizzazione, cultura del dialogo e del confronto, responsabilità e pragmatismo, ricerca della sintesi ed approccio riformista. Appunto, l’esatto contrario dell’attuale strategia frontista, ideologica e radicale della Cgil. Sempreché, come ovvio, si voglia continuare a fare azione

sindacale e non, invece, una dichiarata e smaccata azione politica e partitica.

Tre leadership rivali si contendono la guida del governo

Non si può essere a capo del governo e al contempo essere leader di partiti. Alcide De Gasperi, di cui ricorre il settantesimo della morte, quando divenne Presidente del Consiglio nel 1945 lasciò l’incarico di segretario della Dc. Una prassi di sana cultura politica durata poi decenni. Sono ruoli che distinguono anche interessi diversi e che inevitabilmente, se intrecciati, portano a conflitti nell’esecutivo. 

Per la cultura ed esperienza politica che abbiamo accumulato dovrebbe essere ovvio, ma purtroppo nell’ignoranza istituzionale odierna è una consapevolezza che è venuta meno. E a farne le spese sono i cittadini. Il conflitto politico tra Matteo Salvini e Antonio Tajani ne è emblematico. Due vicepresidenti del Consiglio, dovrebbero stare un passo indietro rispetto alla premier Giorgia Meloni, ma essendo leader di partito sono costretti alla belligeranza per questioni di consenso elettorale. Oggettivamente Antonio Tajani ha maggiori capacità politiche e saprebbe gestire i due ruoli con più saggezza ma dividendo la poltrona di Vice con il leader della Lega, populista meno rispettoso dei criteri di ruolo e in crisi di consenso, è costretto ad alzare il livello del confronto. A farne le spese è la governabilità del paese. 

Con Salvini peraltro è un film già visto. Durante il governo giallo-verde con Conte finì in un duello rusticano che portò al suo “licenziamento” in diretta Tv e quindi alla crisi di governo. Purtroppo è il limite di un pollo che si crede un’aquila, un problema per la Lega, per la coalizione di centro destra e per il paese. Analogo discorso vale per presidenti del Senato e della Camera allorquando, dimenticano il loro ruolo super partes, entrano nelle dinamiche dello confronto politico. Stanti questi evidenti limiti di cultura istituzionale a maggior ragione è necessario evitare la cosidetta riforma del “premierato” che causerebbe slabbramenti costituzionali pericolosi portando il paese sull’orlo della democrazia illiberale. 

Se il candidato premier è leader di un partito saldamente nelle sue mani (ove sceglie i parlamentari in base alla fedeltà) e i suoi vice pure, il rischio di un cortocircuito fra interessi elettorali di partito e quelli del paese sono del tutto evidenti. Come recita l’articolo 1 della Carta, la sovranità certamente appartiene al popolo, ma il popolo la esercita nella forma e nei limiti ivi prescritti, ergo i nostri governi fino ad oggi sono sempre stati pienamente rispettosi della volontà del paese. Secondo poi la logica perseguita della riforma che vorrebbe la Presidente del Consiglio Meloni ed alleati, non dovremmo più ricorrere a governi tecnici  (cosiddetti ribaltoni), ovvero se cosi fosse già stato non avremmo potuto avere ad esempio il governo Draghi che invece si è rivelato provvidenziale in un momento di grave crisi. 

Di fronte ad un’impasse, i governi tecnici sono invece utili, anzi necessari, se affidati a persone autorevoli per capacità e prestigio. È del tutto evidente che nei momenti di scelte difficili i partiti oggi sono prigionieri del consenso e che per levare le castagne dal fuoco i cosiddetti “tecnici” sono la ciambella di salvataggio e al contempo i capri espiatori successivamente. Se poi c’è una istituzione che in questi decenni di strampalerie populiste ha tenuto in piedi la Repubblica è la Presidenza a cui tanto dobbiamo e che faremmo bene a tenerci stretta con le modalità elettive attuali. In caso di crisi il rischio è che la maggioranza uscente decida se ricorrere o meno alle elezioni in base a criteri di convenienza elettorale e di potere, mentre invece il Presidente della Repubblica, quale figura super partes, valuta e propone in base alla necessità del paese in quel determinato momento (come è avvenuto). 

L’elezione diretta del premier inevitabilmente ridurrebbe il peso istituzionale del Presidente, come è ovvio. Si possono fare altre riforme per garantire stabilità e velocità, si può introdurre la sfiducia costruttiva e ragionare sul cancellierato tedesco che è un sistema vicino alla nostra storia. Si potrebbe anche ragionare sull’opportunità di superare il bicameralismo perfetto stabilendo compiti ed iter diversi fra le due camere. Una vera riforma sarebbe quella che i partiti fossero autenticamente democratici e non in mano a poche persone, e che quindi i candidati alle elezioni fossero persone di qualità e non solo scelti e garantiti per fedeltà indefessa al capo – meglio evitare poi i gruppi familiari. La realtà delle vicende in corso evidenzia il cortocircuito che danneggia il paese, cosi quindi meglio un chiaro No a riforme farebbero implodere le istituzioni democratiche.

Landini e Salvini, ecco gli opposti estremismi.

È da tempo, anche su queste colonne, che si corre il serio rischio di un progressivo scivolamento verso la deriva degli “opposti estremismi”. Una deriva che, purtroppo, ha segnato gli anni più bui e più tristi del nostro sistema politico e che non è affatto tramontata. Anzi, proprio in questi ultimi ultimi anni si è rafforzata se non addirittura consolidata. E tutto ciò capita quando prevale nella concreta dialettica politica la cosiddetta radicalizzazione del conflitto politico. Ovvero, la volontà di criminalizzare prima sotto il profilo morale e poi su quello politico quello l’avversario che, nel frattempo, è diventato un nemico giurato ed implacabile.

Ora, per restare all’oggi, abbiamo quasi plasticamente due figure che racchiudono questa deriva degli “opposti estremismi”. Due esponenti, l’unico sindacale e l’altro politico che, di fatto, sono due figure singolari se vogliamo garantire quella qualità della democrazia che resta l’unico e l’ultimo baluardo per non incorrere nell’avventurismo istituzionale e nella caos politico. L’uno, come ovvio, è il segretario generale della Cgil Landini e l’altro è il segretario della Lega nonchè Vice Premier Salvini. Ma, purtroppo, è dal sindacalista rosso che arrivano i messaggi più inquietanti e più pericolosi, come ormai evidenziano tutti coloro che non sono accecati da un furore ideologico contro un nemico da annientare e da abbattere. 

Un tempo si diceva che la parole sono come le pietre. Beh, se ci limitiamo anche solo al lessico urlato da Landini in tutte le piazze italiane in questi ultimi tempi c’è, francamente, da restare basiti e seriamente preoccupati. Perché la somiglianza, appunto, di natura lessicale con la stagione cruenta degli anni ‘60 e, soprattutto, degli anni ‘70 è impressionante. Certo che non c’è un esplicito invito alla violenza ma quella, come quasi tutti sanno, di norma è sempre e solo l’epilogo finale di un processo che inizia sempre con la violenza verbale e alcune, e precise, parole d’ordine. Del resto, “rivolta sociale”, “rivoltare il paese come un guanto”, “svolta autoritaria”, “a rischio la libertà di esistere”, “minaccia al diritto di sciopero”, “rischio per la libertà di espressione” e una serie infinita di amenità del genere esige e richiede una sola risposta: e cioè, combattere l’artefice e il protagonista di quell’attentato alla democrazia e alla libertà in tutti i modi possibili e con qualsiasi mezzo. 

Evidentemente, se la posta in gioco è così alta, come dice tutti i giorni il capo della Cgil, la riposta non può essere che dura e spietata. Ecco la faccia reale dell’estremismo e del massimalismo che può, tranquillamente ed oggettivamente, sconfinare nella violenza non solo verbale.

Speculare a questo atteggiamento, che è francamente pericoloso ed inquietante, esiste il comportamento politico del capo della Lega che è un misto di provocazione e di continua sfida. Un atteggiamento, questo, che è appunto speculare a quello di Landini e di chi vuole contrapporsi all’attuale maggioranza di governo in modo persino violento. Ecco perché, se si vogliono battere queste profonde e nefaste degenerazioni, la via maestra non è quella di assecondare e giustificare Landini – come, purtroppo, fa la sinistra italiana nelle sue multiformi espressioni, dalla Schlein a Conte, da Fratoianni a Bonelli alla Salis – ma, al contrario, denunciare apertamente questa ferita inferta ai principi della democrazia sostanziale e costituzionale. E, sul versante opposto, il Governo non può e non deve supportare – come, del resto, sta già facendo – l’azione del Ministro Salvini ma intraprendere una strada che esalti e che pratichi la via del confronto e del dialogo politico ed istituzionale.

Insomma, “gli opposti estremismi” si possono battere. Ma si sconfiggono solo se prevale il metodo della democrazia e dei rispetto rigoroso dei valori costituzionali. Che non basta evocarli astrattamente ma vanno praticati concretamente.

Sul filo della memoria: tanto fervore creativo nell’esperienza dell’Istituto Maritain.

In questo mio intervento vorrei richiamare alla memoria, sull’onda di ricordi ancora molto vividi, alcuni momenti salienti che hanno segnato il percorso del nostro Istituto e di cui sono stata partecipe e alcune figure di protagonisti della sua storia. Come molti sanno, sono stata coinvolta nella vita dell’Istituto sin dal primo momento, ancor prima della fondazione aiutando Roberto Papini nella organizzazione dell’evento.

Il primo volto quindi nel mosaico dei miei ricordi è quello di Roberto cui sono stata legata da un lungo vissuto di affetto, amicizia, collaborazione e impegno condiviso. Così, il primo evento indimenticabile è appunto quello della riunione fondativa. Infatti, dopo il successo di un convegno che volle ricordare Jacques Maritain poco dopo la sua scomparsa organizzato dal Circolo Maritain di Ancona guidato dal Prof. Giancarlo Galeazzi, Roberto Papini si assunse il compito di creare un organismo permanente di carattere internazionale volto ad approfondire e diffondere il pensiero del filosofo in Italia e nel mondo. Dopo aver preso i contatti necessari con gli eredi morali del lascito del filosofo e i seguaci del suo pensiero in vari paesi, trovò una sponda nel Padre Alfredo Imperatori, gesuita, persona di impareggiabile generosità, rettore dell’Istituto Filosofico Aloisianum di Gallarate, che accolse con favore il progetto e ospitò i partecipanti per la riunione fondativa, il 6-7 aprile 1974. Rivedo i volti di tutti i partecipanti, che per la maggior parte non si conoscevano tra loro e quindi si guardavano con una punta di sorpresa, in particolare il viso calmo e severo di Olivier Lacombe, discepolo e amico, l’erede designato di Jacques Maritain, nominato Presidente dell’Istituto, che prima e meglio di altri intuì le potenzialità del progetto, del Prof. Antonio Pavan, discepolo e profondo conoscitore del pensiero maritainiano che assunse subito il ruolo di guida scientifica dell’Istituto, di Frère Heinz Schmitz, dei Piccoli Fratelli di Gesù di Tolosa dove Maritain trascorse i suoi ultimi anni, del Prof. Vittorio Possenti e tutti gli altri che per brevità non posso nominare singolarmente, che presero a cuore le sorti del neo istituto.

Alla fondazione seguirono alcuni incontri importanti tra cui quello tenutosi a Kolbsheim nella magione dei baroni Grunelius, grandi amici di Jacques e Raïssa, che ora riposano nel piccolo cimitero del paese alsaziano. Non dimentichiamo poi la fondazione della rivista “Notes et documents” e il suo grande artefice, ancora il Prof. Galeazzi, cui fece seguito la creazione del primo embrione della Biblioteca, ora chiamata Biblioteca della Persona. La Biblioteca, e non solo, deve molto all’opera instancabile di quel grande studioso di Maritain che fu il Prof. Piero Viotto, autore di opere preziose di studio e documentazione sui Maritain.

La prima sede dell’Istituto fu ad Ancona, dove il sindaco Alfredo Trifogli ne sostenne i primi passi insieme a Marcello Bedeschi. Sede poi trasferita a Roma nei locali di Via dei Coronari, offerti dal Pio Sodalizio dei Piceni. 

 

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L’IA al servizio dell’uomo: Barone (TIM) invita all’ottimismo.

Proprio una piccola repubblica, quella del Titano, trova motivo di interesse nell’affrontare le questioni poste dall’intelligenza artificiale (IA). Il convegno “Innovare responsabilmente – dialoghi sull’intelligenza artificiale e l’etica”, tenutosi giovedì 28 novembre all’Università di San Marino, ha rappresentato un’occasione per esplorare prospettive tecnologiche ed etiche in un mondo sempre più plasmato dall’automazione.

In apertura, Gianluigi Greco, docente dell’Università della Calabria e coordinatore del Comitato per l’aggiornamento della strategia nazionale italiana sull’IA, ha evidenziato l’urgenza di un approccio multidisciplinare. Secondo Greco, l’IA dovrebbe concentrarsi su ciò che l’uomo non può fare da solo, piuttosto che replicare abilità già acquisite. Ha ricordato che “oggi ci soffermiamo troppo su strumenti come ChatGPT”, invitando invece a indirizzare le risorse verso settori cruciali come la medicina, dove l’IA può superare i limiti delle capacità umane, ad esempio nelle analisi e nello sviluppo di farmaci.

Al centro del convegno, avendone promosso l’organizzazione, è stato in effetti il presidente di TIM San Marino, Nicola Barone. Ingegnere, manager di lungo corso della maggiore azienda di telecomunicazioni del Paese e Inviato straordinario della Repubblica del Titano, Barone ha posto l’accento sulle potenzialità della IA come enorme strumento per migliorare l’intima struttura del  lavoro. “Le nuove tecnologie – ha affermato – possono automatizzare fino al 70% delle attività dei dipendenti, liberando tempo per attività a maggior valore aggiunto”. Un’opportunità che, per Barone, richiede visione strategica e investimenti mirati. Su questo bisogna riflettere con atteggiamento positivo, senza nascondersi le difficoltà connesse ai processi di riorganizzazione.

Insieme a lui, Elio Schiavo, Chief Enterprise and Innovative Solutions Officer di TIM, ha ribadito la missione aziendale di ridurre il digital divide e accelerare la digitalizzazione delle imprese e delle pubbliche amministrazioni, sottolineando l’importanza di integrare competenze e tecnologie per trasformare i processi.

L’evento ha messo in luce anche le implicazioni educative. Giovanna Cosenza, direttrice del corso di laurea in Comunicazione e Digital Media dell’ateneo sammarinese, ha sottolineato l’importanza delle soft skills, come creatività, empatia e capacità decisionale, nel formare i professionisti del futuro. L’integrazione tra discipline umanistiche e competenze digitali è stata indicata come la chiave per costruire un percorso formativo adeguato ai nuovi scenari tecnologici.

Nel contesto di un dibattito che ha coinvolto anche i Capitani Reggenti, Francesca Civerchia e Dalibor Riccardi, e il Segretario di Stato Luca Beccari, è emerso il bisogno di politiche globali condivise. “L’IA è una delle cinque macro sfide globali”, ha ricordato Beccari, “e nessun Paese può affrontarla da solo”.

A chiusura, il Rettore Corrado Petrocelli e il vescovo Domenico Benvenuti hanno richiamato l’attenzione sul ruolo centrale dell’uomo, con le sue complessità etiche e antropologiche. “Non possiamo ridurre l’uomo a un dato”, ha ammonito Benvenuti, mentre Petrocelli ha ribadito che l’umanizzazione della tecnica deve essere il principio guida per un’innovazione realmente responsabile.

L’incontro ha mostrato come San Marino, pur nelle sue dimensioni territorialmente ridotte, intenda contribuire a orientare la riflessione su un tema cruciale per il futuro globale.

Cultura, pace, diritti: l’eredità di Jacques Maritain per il XXI secolo.

L’Istituto Internazionale Jacques Maritain, fondato nel 1974, per iniziativa di un gruppo di qualificate personalità del mondo culturale, artistico, accademico, ecclesiale, politico di vari paesi, ha fatto conoscere a tutti il pensiero e la vita di Jacques Maritain, uno dei più grandi pensatori del XX secolo. che ha saputo offrire contributi nei più diversi campi del sapere filosofico, in una coerente prospettiva fondata sulla centralità della persona. Il contributo di Maritain al lavoro per la stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nonché il suo impegno come ambasciatore della Francia presso la Santa Sede nell’immediato secondo dopoguerra sono noti a tutti, così come la scelta simbolica di Paolo VI di consegnare a Maritain il messaggio agli intellettuali alla fine del Concilio Vaticano II. 

Dopo la fondazione a Gallarate, la prima sede dell’Istituto fu ad Ancona, ma ben presto fu spostata a Roma, dove fu attivato il Segretariato generale per coordinare le attività che andavano moltiplicandosi, non solo in Italia, ma anche in molti altri paesi del mondo in cui Maritain aveva lasciato tracce vive. Fu dunque grazie all’Istituto che si costituirono in Italia, Stati Uniti, Canada, Venezuela, Argentina, Spagna, ecc., gruppi di studiosi maritainiani che si riunirono in associazioni istituzionalmente o idealmente legate all’Istituto. Subito dopo la fondazione fu costituito il nucleo iniziale della Biblioteca dell’Istituto (che ora ha sede a Roma) con il proposito di raccogliere tutte le edizioni dell’opera di Jacques Maritain, gli studi sul suo pensiero e le opere più importanti degli altri autori personalisti. Dal 1975 si pubblica una rivista internazionale quadrimestrale Notes et Documents e viene promossa una intensa attività di pubblicazioni, seminari e convegni, spesso in collaborazione con altri enti e istituzioni, su questioni urgenti per l’oggi specie relative ai diversi ambiti della vita comune a tutti i livelli. 

Molto si potrebbe dire sull’intensa attività dell’Istituto a livello nazionale e internazionale. Mi limito ad alcuni esempi indicativi. Nel 1999 l’Unesco ha istituito presso l’Istituto la Cattedra Unesco di studi in materia di “Pace, sviluppo culturale e politiche culturali”. La Cattedra svolge numerose attività a carattere permanente, tra cui va segnalato il Corso annuale di formazione sul tema Educare alla Pace, che si tiene in collaborazione Università pontificie. L’Istituto Maritain, insieme con l’Università degli Studi di Basilicata, ha istituito inoltre nel 2016 la “Cattedra Jacques Maritain” su “Pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo”. La sede prescelta è presso l’Università di Basilicata, a Matera, città dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. La Cattedra è stata ufficialmente inaugurata il 17 luglio 2017 alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nell’ambito della Cattedra si svolgono varie attività, una delle quali è il Corso di Alti Studi Mediterranei la cui prima edizione si è svolta nel 2017 sul tema: Pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo. 

La memoria di 50 anni di impegno per il bene comune ha senso nella doppia dimensione della gratitudine e della responsabilità. La gratitudine per il bene fatto, generato. Per 50 anni di belle attività, ricche e feconde e per le persone che hanno contribuito alla nascita, alla crescita, al consolidamento dell’Istituto. Penso a Roberto Papini, animatore instancabile dell’Istituto per più di 40 anni, penso ai tanti che con lui hanno generosamente collaborato in Italia e nel mondo, a chi ha continuato l’opera. Penso ai semi gettati, alle tante realtà cresciute a partire dalle iniziative di cui è l’Istituto è stato promotore, al significato dell’impegno culturale, alimento fondamentale per la democrazia e per la vita comune.Accanto alla gratitudine e da essa suscitata c’è la responsabilità. La responsabilità per il futuro di fronte alle enormi sfide che il tempo nuovo ci pone dinanzi, la responsabilità di assicurare un luogo critico di riflessione, un’opportunità per continuare a far conoscere la figura di Jacques Maritain nella fedeltà all’impegno per la salvaguardia dei diritti della persona e per la promozione del bene comune, della pace e del dialogo. Il nostro tempo ha oggi ancora più bisogno di istituzioni di questo tipo.

 

[L’articolo, pubblicato ieri sull’Osservatore Romano, è qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del quotidiano edito nella Città del Vaticano]

 

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2024-11/quo-271/tracce-vive-e-feconde.html

Periferie, piazze e nemici: il ritorno della violenza organizzata.

È un copione che si ripete. Puntuale come l’arrivo delle stagioni meteorologiche. Certo, dipende anche e soprattutto dalle cosiddette condizioni politiche. Ma ci sono degli elementi che, seppur nella diversità delle varie stagioni storiche, si ripetono quasi in modo uguale. Parliamo, purtroppo, del ritorno della violenza. Nelle sue varie declinazioni. E quasi ogni giorno lo possiamo registrare dai resoconti de vari organi di informazione. Come sempre, però, ci sono giornali e Tv che danno grande risalto a queste notizie e altri che, specularmente, cercano di nascondere il più possibile queste manifestazioni o perché non le ritengono importanti oppure, il più delle volte, perchè sotto sotto le condividono sotto il profilo politico. I luoghi della violenza sono diversi ma gli obiettivi sono quasi sempre gli stessi. 

Adesso la violenza esplode nelle periferie – Milano, Torino e Napoli docet -, nelle università, nelle piazze durante le manifestazioni studentesche e i cosiddetti cortei pro Palestina. Gli obiettivi da colpire, però, sono quasi sempre gli stessi. Ovvero, le forze dell’ordine, i luoghi istituzionali, il Governo e gli intramontabili “fascisti”. A tutto ciò non possiamo non aggiungere, ciliegina sulla torta, l’invito e l’auspicio alla “rivolta sociale” patrocinata dal sindacato rosso della Cgil che invita la pubblica opinione a rivoltarsi – con tutti i mezzi a disposizione come ovvio – contro la maggioranza di governo espressione della coalizione di centro destra.

Ora, senza cadere nella solita retorica – ipocrita, perbenista e falsa – che tutte le manifestazioni sono pacifiche, tranquille e sinceramente democratiche, è arrivato anche il momento per dirci una semplice verità. Perchè, piaccia o non piaccia, risponde semplicemente ad una verità oggettiva.

Ossia, la violenza scoppia – con modalità organizzative ovviamente diverse ma sempre con la stessa finalità – quando scocca la scintilla della criminalizzazione politica e morale dell’avversario/ nemico. È la teoria, purtroppo, che risponde alla logica perversa degli “opposti estremismi” e che nel nostro paese è ben nota. Ma, per fermarsi alla stagione contemporanea, oggi ci sono le condizioni ideali per fare esplodere una violenza che, francamente, nessuno sa dove può approdare e quali esiti può produrre. Detto con altre parole, c’è un nemico implacabile e giurato contro cui scagliarsi e contro cui si può scaraventare qualsiasi contestazione. Violenza compresa, come ovvio e scontato. Ieri e per molti anni questo nemico era individuato nella Democrazia Cristiana, nella sua classe dirigente e nel sistema politico che ruotava attorno a quel partito e oggi, molto più banalmente, nella coalizione che attualmente è al governo nel nostro paese. La contestazione si manifesta in luoghi diversi ma con la stessa virulenza e con la medesima

intensità. E purtroppo, ieri come oggi, di fronte a questa violenza manifesta ed esplicita non mancano da parte di alcune forze politiche la “comprensione”, la “giustificazione” e, soprattutto, anche “l’apprezzamento” per il ritorno del protagonismo delle masse.

Ed è per queste ragioni che, di fronte al ritorno della violenza in tutte le sue varie declinazioni – sperando che non degeneri negli atti tristemente noti degli anni ‘70 e ‘80 – il compito della politica, o almeno di chi ci crede, è quello di sminare il campo dalla criminalizzazione permanente e strutturale contro l’avversario/nemico. Un obiettivo e una prassi che, se non vengono corretti al più presto, possono tranquillamente avere come epilogo finale non solo la riproposizione della violenza di piazza ma quella, ben più grave ed inquietante, contro le persone simbolo del nemico da colpire e ad abbattere.

La Croix | Marc Sangnier, precursore della democrazia cristiana.

Chi è Marc Sangnier e cos’è “Le Sillon”?

Nel 1893, Marc Sangnier, un brillante studente della borghesia parigina, ha 20 anni. Durante la preparazione al concorso per l’École polytechnique presso il collegio Stanislas, organizza ogni settimana un gruppo di studenti in una sala chiamata “La Cripta”. Un anno dopo, nel 1894, questo nucleo dà vita a una piccola rivista intitolata Le Sillon, che si presenta come l’organo di un “gruppo di giovani democratici cattolici”. Marc Sangnier ne assume la direzione nel 1898 e avvia parallelamente degli “istituti popolari” – circoli di studio basati sul principio dell’insegnamento reciproco – che offrono corsi e conferenze per giovani di ogni classe sociale.

Nei primi anni del XX secolo, in un clima sempre più turbolento segnato dalla separazione tra Chiesa e Stato e dalla condanna del modernismo, Le Sillon è criticato sia dalla sinistra anticlericale che dalla destra antirepubblicana, ma diventa un movimento giovanile influente grazie al carisma del suo leader, che organizza incontri pubblici fondati sul dialogo e sullo scambio.

Questi incontri, spesso vivaci, accrescono la notorietà e l’espansione di Le Sillon: nel 1902 viene creata la “Jeune Garde” per formare una nuova élite di “cavalieri dei tempi moderni” (Michel Winock); nel 1905 viene lanciato il settimanale L’Éveil démocratique, con una tiratura di 50.000 copie, e nel 1908 il quotidiano La Démocratie. Dal 1907, l’opera Le “plus grand Sillon” cerca di “riunire tutte le forze animate, consapevolmente o meno, dallo spirito cristiano”, in una prospettiva non confessionale.

 

Quali sono le idee sostenute da Le Sillon?

Le Sillon trae ispirazione da due grandi correnti del cattolicesimo francese del XIX secolo. La prima è il cattolicesimo sociale, un movimento che, a partire dalla rivoluzione industriale, cerca di rispondere alle esigenze della nascente classe operaia, la cui condizione si deteriora sempre più. Questo impegno è incoraggiato dal papa Leone XIII con l’enciclica Rerum novarum del 1891. La seconda è il tentativo di riconciliare Chiesa e Repubblica, un’eredità del XIX secolo che lo stesso papa promuove con l’enciclica Au milieu des sollicitudes del 1892, invitando i cattolici francesi a sostenere il regime repubblicano.

Mentre molti cattolici, ancora legati alla monarchia, si oppongono a questo appello, Marc Sangnier e il suo movimento vogliono non solo sostenere la democrazia, ma costruirla: “Le Sillon ha come obiettivo realizzare in Francia la repubblica democratica” (La Croix, 1905). Secondo lo storico Jean-Marie Mayeur, Sangnier sviluppa una concezione della democrazia basata sulla responsabilità e sulla partecipazione, con particolare attenzione all’integrazione della classe operaia. Per Sangnier, la democrazia non è solo una realtà giuridica o politica, ma un’”organizzazione sociale che mira a massimizzare la consapevolezza e la responsabilità civica di ogni individuo” (L’Esprit démocratique, 1905).

 

Come termina il movimento Le Sillon e come continua l’opera di Marc Sangnier?

Inizialmente sostenuto dal papa e dall’episcopato francese, Le Sillon viene criticato nel 1910, quando Papa Pio X invia una lettera agli episcopati giudicando che il movimento sia scivolato nell’errore. Lo accusa di confondere fede cattolica e fede democratica, apostolato cristiano e azione politica. Inoltre, secondo il papa, Le Sillon promuoverebbe una visione della democrazia indipendente dall’ispirazione cristiana, mettendo “l’autorità nel popolo” e non nella Chiesa, separando “la fraternità dalla carità cristiana”. Sangnier lascia quindi la direzione del movimento, come richiesto dal papa, e invita i suoi seguaci a sottomettersi.

Nonostante ciò, non abbandona la vita pubblica. Dopo essersi candidato alle elezioni legislative del 1910, nel 1912 fonda la Ligue de la Jeune République, promuovendo la partecipazione dei cittadini attraverso il referendum, il voto proporzionale, il suffragio femminile, leggi per la tutela del lavoro e un Senato professionale. Sebbene appoggiato da Benedetto XV e eletto all’Assemblea nel 1919, non riesce a formare un grande partito democratico-cristiano e non viene rieletto nel 1924. Da allora si dedica alla promozione della pace e nel 1929 introduce in Francia le prime “auberges de jeunesse” (ostelli della gioventù), un’idea importata dalla Germania.

 

Qual è l’eredità di Marc Sangnier fino a oggi?

La storia di Le Sillon e del suo fondatore riflette la particolarità francese di un relativo fallimento della democrazia cristiana come forza politica, ma il suo vigore come corrente di pensiero. Marc Sangnier rimane una figura influente durante l’intervallo tra le due guerre, attraverso articoli e discorsi. Diventa un maestro di pensiero per una generazione che, indirettamente, forma la politica del primo Novecento.

Questa generazione darà vita al Mouvement Républicain Populaire (MRP) nel 1944, il partito democratico-cristiano del dopoguerra, guidato da Maurice Schumann. Sangnier aderisce al movimento come membro onorario, vedendo in esso la realizzazione delle sue speranze di lungo corso. Sebbene in Francia non si sviluppi mai una grande forza democratico-cristiana come in Italia o Germania, l’opera profetica di Sangnier rappresenta una tappa decisiva nell’adattamento dei cattolici alla Repubblica.

 

Fonte: Le Croix – 29 novembre 2024

[Traduzione a cura della redazione]

 

https://www.la-croix.com/religion/marc-sangnier-precurseur-de-la-democratie-chretienne-en-france-20241129

Bitcoin alle stelle: il dibattito su criptovalute e regolamentazione si riaccende.

Il prezzo del bitcoin sta vivendo un momento d’oro, registrando uno dei suoi migliori mesi del 2024. Dopo la vittoria elettorale dell’ex presidente Donald Trump, la criptovaluta più conosciuta al mondo ha raggiunto nuovi massimi, alimentando le speranze di una nuova era per il settore delle risorse digitali.

Secondo i dati di Coin Metrics, il bitcoin potrebbe chiudere novembre con un guadagno del 38%, segnando il miglior risultato mensile da febbraio, quando il lancio degli ETF spot bitcoin aveva spinto la criptovaluta a un incremento del 45%. Al momento, il bitcoin è in crescita del 2,5%, attestandosi a 97.220 dollari.

 

Cos’è il bitcoin e perché è al centro del dibattito

Il bitcoin, nato nel 2009, è una forma di denaro digitale decentralizzato che opera senza il controllo diretto di una banca centrale o di un’autorità governativa. Utilizza una tecnologia chiamata blockchain, che garantisce la sicurezza e la trasparenza delle transazioni. Tuttavia, la sua volatilità e l’assenza di regolamentazioni chiare hanno sempre suscitato preoccupazioni tra governi e investitori.

Nonostante le oscillazioni di prezzo, molti considerano il bitcoin non solo come un asset speculativo, ma anche come una possibile riserva di valore, spesso definita “l’oro digitale”. I sostenitori più ottimisti prevedono che la criptovaluta possa raggiungere i 100.000 dollari entro la fine del 2024 e addirittura raddoppiare nel 2025, trainata da una maggiore adozione istituzionale e dall’interesse degli investitori privati.

 

La questione della regolamentazione: opportunità o ostacolo?

L’industria delle criptovalute spera che il ritorno di Trump alla presidenza possa dare una svolta alla regolamentazione del settore, da anni al centro di un acceso dibattito. La mancanza di una chiara normativa da parte della Securities and Exchange Commission (SEC), l’ente regolatore della Borsa statunitense, ha frenato l’adozione su larga scala e generato incertezza.

Regolamentare il bitcoin significherebbe, da un lato, fornire maggiore sicurezza agli investitori, riducendo i rischi di frodi e manipolazioni; dall’altro, potrebbe rappresentare una sfida per il principio di decentralizzazione che è alla base della filosofia delle criptovalute.

Con il mercato in fermento, il 2024 potrebbe segnare un punto di svolta per il bitcoin: tra il ritorno alla ribalta di Trump e la possibilità di nuove normative, la criptovaluta rimane un osservato speciale per investitori, istituzioni e governi di tutto il mondo.

La Voce del Popolo | Uno strano modo di accreditare la novità.

Precipitato assieme al suo cavallo nelle sabbie mobili, il barone di Munschausen pensò bene di tirarsene fuori afferrandosi per i capelli. Così almeno volle raccontare il fantasioso autore delle sue fantasiosissime avventure. Quasi allo stesso modo l’ex premier Conte ha pensato nei giorni scorsi di raccontare la mutazione del M5S come il prodigio di una forza politica che si reinventa da se stessa giubilando il suo fondatore senza una sola parola di rivisitazione critica di tutte le sue imprese, mutazioni e cadute. 

Strano modo di accreditare la propria novità. Che avrebbe bisogno semmai di un briciolo di rivisitazione critica – un attimo di verità che servisse ad avvalorare la svolta che si pretende di celebrare. E invece la celebrazione è tutta rivolta a se stessi e alla propria capacità di manovra. Già sperimentata nel passaggio dalla Lega al Pd, poi rinnovata nella sfiducia a Draghi, infine altalenante tra la coltivazione del “campo largo” e il bisogno di varcare i suoi troppo stretti confini. 

Ora l’approdo sembra piuttosto chiaro. Un’alleanza “competitiva” con il Pd, una nuova leadership − movimentista ma non troppo − e una posizione internazionale piuttosto disinvolta e ballerina. A chi nelle cronache di questi giorni ha evocato un certo spirito “democristiano” da quelle parti, mi permetto di rimandare semmai verso esempi storici meno blasonati. Basterebbe ripercorrere l’antica storia del qualunquismo del nostro primo dopoguerra per cercare di capire dove finisce, in genere, la parabola di certe proteste contro la “politica”.

 

Fonte – La Voce del Popolo – 28 novembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Ursula non balla, traballa. E crescono pure le tensioni nel centrodestra italiano.

La nuova gestione di Ursula von der Leyen nasce sotto cattivo auspicio, segnata da un consenso tra i più bassi mai registrati. Nemmeno il sostegno di Giorgia Meloni, per quanto tempestivo, è riuscito a risollevarla del tutto. Questo scenario evidenzia un problema di fondo: l’assenza di alternative percorribili. Con il declino dell’asse franco-tedesco, l’unico capace di proporre una leadership stabile, manca oggi una forza in grado di sostenere soluzioni alternative, come quella già ipotizzata in passato di affidare la guida a Mario Draghi. Tale prospettiva, peraltro, avrebbe assunto o assumerebbe ancora più rilevanza alla luce della vittoria di Donald Trump e dell’atteso terremoto geopolitico.

Von der Leyen, consapevole delle sfide epocali che la attendono, ha richiamato esplicitamente alcune proposte avanzate proprio da Draghi. Tuttavia, ciò non basta: la gestione di una crisi complessa come quella attuale richiede una visione d’insieme, da implementare passo dopo passo, senza delegare decisioni strategiche a terzi.

 

La debolezza dei cristiano-democratici

Un’analisi politica preliminare suggerisce che i cristiano-democratici europei continuano a essere un punto di riferimento essenziale, non per caso ma per necessità. Essi rappresentano l’unico argine concreto all’avanzata della destra estrema, incarnata da leader come Viktor Orbán e i suoi affiliati, tra cui Matteo Salvini, le cui posizioni spesso indulgenti verso Putin preoccupano l’Europa intera. La minaccia, aggravata da un’escalation retorica che include persino il riferimento all’uso di armi nucleari, rende evidente l’urgenza di una leadership europea stabile e coesa.

In questo contesto, il governo italiano appare fragile. La coalizione di centrodestra, per quanto numericamente solida, è percorsa da tensioni interne che riflettono divergenze strategiche profonde. La Meloni, ad esempio, deve fare i conti con l’inaffidabilità del suo principale alleato, Salvini, la cui linea politica oscilla tra opportunismo e posizioni apertamente divisive.

 

Meloni tra riforme e soluzione “donna sola al comando”

Un fattore cruciale nel futuro prossimo sarà il destino del referendum per “la madre di tutte le riforme”, ossia il premierato. Se la Presidente del Consiglio dovesse percepire l’impossibilità di portare avanti questa riforma, potrebbe usare la debolezza di Salvini come pretesto per giocare la carta di una più marcata gestione solitaria del potere, senza preoccuparsi di sacrificare gli alleati di governo. Un simile scenario lascerebbe poco spazio di manovra non solo ai suoi partner, ma anche alle opposizioni.

 

L’urgenza che riguarda le opposizioni è provare a fare unità

In questo clima d’incertezza, è imperativo che le forze di opposizione trovino una convergenza su una piattaforma comune, capace di anticipare le mosse del governo. Solo così potranno evitare di trovarsi spiazzate da eventuali manovre di Meloni per rafforzare la sua posizione. Già si comincia ad evocare, infatti, il possibile scioglimento anticipato delle Camere. Il tempo stringe, e i traballanti equilibri europei e nazionali richiedono una risposta politica chiara e lungimirante.

Barra al centro: la formula per sconfiggere la destra.

Le elezioni regionali umbre ed emiliano romagnole hanno dato nuova linfa vitale alle opposizioni, portando alla vittoria candidati riformisti o cattolici alla guida di coalizioni molto larghe e comprensiva delle liste centriste. Questo è stato un risultato molto differente rispetto alle sconfitte lucane e liguri dove sulle liste centriste era stato posto un veto poco strategico.

È dunque evidente che una coalizione progressista da sola non è sufficiente per vincere le elezioni ma è necessario riproporre il vecchio schema di centro sinistra costruito attorno al PD. Affinché ciò avvenga è necessario un gruppo centrista forte che abbia la stessa dignità degli altri alleati AVS e M5S, (quest’ultimo reduce da un’assemblea che ricalcava lo stile delle prime convention di Forza Italia con Berlusconi leader e l’agenda di Rifondazione Comunista).

Un movimento centrista che come ricordato più volte su queste pagine non sia un satellite del PD, costruito ad un tavolino nei salotti di qualche ex comunista, ma sia una forza con un suo programma chiaro e soprattutto agisca all’interno della coalizione come vero “motore per le riforme”.

Ci sono alcuni punti fermi che una coalizione a guida PD dovrebbe accettare per riconoscere la piena dignità al progetto centrista, prima di tutto una riforma elettorale proporzionale con le preferenze e l’introduzione della sfiducia costruttiva. 

La legge elettorale sembra una cosa da poco ma in verità, di fronte all’avanzare dei movimenti autocratici, è l’unico argine capace a garantire il mantenimento degli standard democratici e del sistema di pesi e contrappesi nel nostro Paese. Se infatti, il maggioritario porta al governo la minoranza più forte, il proporzionale obbliga i partiti a formare una maggioranza tale sia nel Parlamento sia nel Paese su precisi punti programmatici. 

Se dunque le opposizioni hanno paura di derive orbaniane, il sistema proporzionale è l’unico in grado di fermarle. L’ottenimento di questo risultato per una forza centrista sarebbe di vitale importanza perché ne garantirebbe autonomia e indipendenza nel lungo termine, per raggiungere l’obiettivo però serve accettare un compromesso di breve-medio periodo con le forze progressiste (viste anche le proposte presidenzialiste del destra centro).

Ci sono altre battaglie che una lista centrista dovrebbe portare avanti, come il mantenimento dei conti in ordine, gli investimenti in scuola e sanità, l’attenzione per le famiglie, la lotta alle discriminazioni, le storiche battaglie sociali della Cisl, la lotta al dissesto idrogeologico ed altri temi ancora ma per farlo è necessario che le forze centriste ritrovino una loro unità di azione.

Se le recenti elezioni regionali hanno fornito un’indicazione chiara sulla necessità di riunire tutte le opposizioni in un’unica alleanza, hanno anche reso evidente come se le liste centriste si dividono in un due, non eleggono nessun rappresentante. In questo modo si porta solo acqua al mulino delle altre forze di opposizione, come se fossimo solo una mascotte e non i giocatori di una squadra. 

Non c’è più tempo da perdere, vanno eliminati dal campo i rancori del passato, i personalismi e gli egoismi di alcuni leader, la diffidenza verso le idee dell’altro e recuperare un percorso comune tra tutti gli aderenti al progetto europeo di Renew Europe: Azione, Italia Viva, Piattaforma Popolare e Più Europa e tutti i cittadini estranei a questi movimenti ma che credono in queste istanza. 

Il momento di agire è ora, perché altri, fuori dal nostro perimetro, provano a fiondarsi sui nostri elettori senza accoglierne le nostre istanze. E se il problema è trovare un leader o un portavoce, perché ora ce ne sono sin troppi, allora valutiamo di far intervenire direttamente i simpatizzanti e gli elettori, potrebbe essere un primo momento per contarsi, incontrarsi e parlarsi. 

Giovedì nero per i titoli di Stato francesi: peggio della Grecia.

Per la prima volta, i rendimenti dei titoli di Stato decennali francesi hanno superato quelli greci, un evento che ha sollevato forti preoccupazioni sui mercati. A riportarlo è stato il Financial Times, che ieri ha descritto con toni allarmistici la situazione del mercato obbligazionario dell’Esagono. Nonostante i tassi sui titoli decennali francesi siano rimasti pressoché stabili nella giornata di giovedì, la tensione ha fatto segnare un picco del 3,02%, superando di un punto base il rendimento equivalente dei titoli ellenici.

La situazione, che ha visto i titoli francesi perdere terreno rispetto ai corrispettivi greci, è stata attribuita dal quotidiano britannico alle crescenti incertezze politiche in Francia. Il governo guidato da Michel Barnier, nominato dal presidente Emmanuel Macron e privo di una maggioranza parlamentare, è al centro delle preoccupazioni. Barnier, per portare avanti il Bilancio, potrebbe utilizzare uno strumento che bypassa il voto parlamentare, ma ciò comporterebbe un alto rischio politico, esponendo l’esecutivo a un voto di sfiducia senza i numeri necessari per superarlo.

Anche lo “spread” tra i rendimenti dei titoli francesi e quelli tedeschi ha registrato una significativa impennata, toccando i 90 punti base, un livello che non si vedeva dal 2012. Questo ulteriore segnale di stress ha rafforzato i timori di instabilità sui conti pubblici francesi.

Il piano di risanamento dei conti elaborato dal governo Barnier, che si basa su misure diluite su più anni, sembra aggravare le incertezze: la sua realizzabilità dipenderebbe in larga misura dall’azione di futuri esecutivi.

Tuttavia, nonostante la giornata di ieri abbia segnato un record negativo, oggi il mercato obbligazionario dell’Eurozona ha mostrato segni di recupero. I rendimenti dei titoli di Stato francesi sono calati di 8 punti base, portandosi al 2,95%, in linea con quelli della Grecia. Una pausa che, almeno per il momento, ha contribuito a smorzare le tensioni sul mercato.

Europa, Ursula von der Dc.

370 si, 282 no e 36 astenuti: con questi numeri la Commissione Ursula von der Leyen 2024/2029 ha preso il via ieri a Strasburgo. Vero è che è la maggioranza numericamente più risicata della storia, che almeno 70 Europarlamentari che scelsero Ursula come presidente a luglio non l’hanno confermata. Anche vero che è appena di 9 voti sopra la maggioranza assoluta (720 i membri del Parlamento europeo), e che si votava a maggioranza dei presenti, quindi è passata per 25 voti. Ma è vero che politicamente si tratta di una maggioranza molto più ampia di quanto i numeri raccontino: hanno votato si Membri dei gruppi di ECR (Fratelli d’Italia e i cechi, entrambi al governo), gran parte del PPE (con eccezione degli spagnoli e degli sloveni), dei Liberali (con l’eccezione dei belgi), gran parte dei Socialisti (con le eccezioni dei tedeschi, già in campagna elettorale e di sparuti membri di delegazioni nazionali, tra cui gli italiani Tarquinio e Strada), fino a metà del gruppo dei Verdi. Le motivazioni politiche le conosciamo: la contestazione a Fitto e Ribera, il timore di una maggioranza spostata a destra, dinamiche nazionali portate all’Eurocamera. 

Ma sono letture superficiali, anche se di moda nelle osservazioni di tanti cronisti e osservatori dopo il voto. 

Il Green deal come lo conosciamo fino ad oggi, nato con furore quasi ideologico della sinistra Nord europea, sarà gradualmente rivisto, ma non per questo ci si deve disperare. I dati del settore automobilistico europeo sono drammatici e molto presto lo saranno anche quelli dell’indotto. Le piccole e medie imprese di ogni settore sono in grave difficoltà per gli aumenti dei prezzi delle materie prime, difficoltà nelle catene di approvvigionamento, nel reperire i talenti richiesti sul mercato del lavoro e per la tardiva azione della BCE nell’abbassare i tassi, con relativa difficoltà di accesso al credito.

La maggioranza dichiaratamente europeista, come 20 anni fa, è evaporata da tempo. Ogni partito, ormai, presenta venature eurocritiche. E, come dal fruttivendolo, ci si regola in base a quello che c’è.

Serve aprire gli occhi su tre realtà: il voto con sistema proporzionale con cui è eletto il Parlamento europeo e lo stesso meccanismo decisionale nel trilogo Commissione che propone le leggi e Consiglio e Parlamento che sono colegislatori aprono ampi spazi di manovra e richiedono elasticità in ambito parlamentare. A questo si somma la difficilmente negabile crescita delle destre e dei populismi di varia natura. Lo spostamento a destra dell’elettorato europeo non lo si combatte con slogan, ma con i fatti. E la causa è meramente economica: in Unione europea il 10% della popolazione più ricca ripossiede il 67% della ricchezza, con il 50% più povero a possederne solo l’1,2%. Uno squilibrio profondo nel continente che ha fatto del ceto medio e dell’ascensore sociale i due motori per la crescita e lo sviluppo. In questo, preoccupa l’Italia quarta, dopo Bulgaria, Romania e Polonia per livello di disuguaglianza economica. Per quanto paradossale, la narrativa populista e qualunquista degli ultimi dieci anni ha fatto credere a quelli che hanno poco che la colpa di questo sia ascrivibile a chi non ha niente e non alle incapacità della politica: un danno culturale non risolvibile in poco tempo. Ultimo, ma cruciale: l’Europa sta attraversando la più grave crisi da quando è iniziato il processo di integrazione. 

Insomma, non abbiamo tempo da perdere. Per evitare un tracollo politico, economico e sociale sono necessari pragmatismo e coraggio. In questo, la ritrovata centralità del PPE, che fa del senso della responsabilità la chiave di volta del proprio impegno è un ingrediente essenziale. E pazienza se si parla in termini negativi di “politica dei due forni” con i Popolari pronti a fare squadra con la destra su alcuni temi e con Liberali e Socialisti su altri. La missione di fondo non è portare a casa una vittoria su un regolamento, o fare contenta qualche lobby, ma salvare l’Ue, a volte anche da sé stessa.

In tempi difficili come questi, e ce lo insegna la storia del dopoguerra, è cruciale evitare di spaccare le società europee, attraversate da incertezza per il presente, paura per il futuro e vaghi ricordi dei fasti di un glorioso passato.

Si tratta, in fondo, di applicare la lezione di Aldo Moro e modellarla ai giorni nostri: creare i presupposti di una unità politica, pur nelle differenze di visione a volte abissali, per evitare lo sfaldamento della società e ricostruire una visione comune e un senso di solidarietà senza le quali l’Unione europea non ha senso di esistere. E se queste destre fanno paura a molti, confidiamo nel fatto che inizia oggi un percorso lungo di coinvolgimento nella stanza dei bottoni di chi a Bruxelles rappresenta il maggior numero possibile di cittadini, affinché possano ritrovare un senso di appartenenza comune che si basi non solo su valori, ma anche su sviluppo e benessere. Il contagio democratico (e democristiano) farà il resto.

Il Mediterraneo globale, una sfida per il sistema Italia.

La decima edizione dei Med Dialogues, Dialoghi Mediterranei, conclusasi ieri a Roma, si è svolta in una fase in cui l’instabilità in Medio Oriente sembra aver raggiunto il suo culmine ma in cui riemergono anche le speranze di pace con l’accordo appena siglato per il cessate il fuoco in Libano.

La conferenza  internazionale promossa dal Ministero degli Esteri e dall’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, che quest’ anno celebra i 90 anni di attività) ha evidenziato ciò che al nostro  Paese riesce meglio in campo internazionale, il ruolo di paese ponte, polo di incontro e di dialogo tra popoli e culture diverse, essendo l’Italia uno stato di importanza geopolitica eccezionale, in un mondo sempre più interconnesso, naturale ponte fra l’Est e l’Ovest, il Sud e il Nord del globo, posta com’è al centro del Mediterraneo, mare a sua volta posto al centro dell’Oceano-Mondo, che collega le rotte dell’Oceano Atlantico a quelle dell’Indo-Pacifico.

Questa edizione dei Med Dialogues si è svolta in contemporanea con la riunione ministeriale dei ministri degli Esteri del G7 a Fiuggi, ed ha visto la partecipazione, fra gli altri dei ministri degli Esteri di Croazia, Giordania, Egitto, India, Libia, Libano, Yemen, Palestina. E per la prima volta si è avuta la presenza ai Rome Med Dialogues dei paesi dei Balcani occidentali, con i ministri degli Esteri di Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord e Montenegro, chiamati a confrontarsi sulle sfide del cosiddetto Mediterraneo allargato, ovvero l’area compresa tra lo stretto di Gibilterra e il Golfo di Aden, che abbraccia anche il Medio Oriente, il Maghreb e il Sahel, fino all’Africa centrale.

La tre giorni di dibattiti, focalizzati su problemi comuni oppure su situazioni dei singoli Paesi di questa ampia area, si è basata su quattro pilastri: sicurezza, prosperità, cultura e dimensione umana, in modo da stimolare nuove idee e suggerimenti per ampliare la cooperazione economica, superare le rivalità e i conflitti regionali e garantire che vengano messi in moto incentivi adeguati per lo sviluppo sostenibile.

Ne è venuto fuori una analisi molto dettagliata delle molteplici realtà, caratterizzata, a mio giudizio, dall’emergere in quasi tutti i panel di quattro costanti.

La prima. Da qualunque punto di osservazione si guardi il Mediterraneo (dall’India piuttosto che dai Balcani o dall’Atlantico), i conflitti in corso, quello israelo-palestinese ma anche la gravissima guerra civile in Sudan, le tensioni attorno al Mar Rosso che si ripercuotono sulla sicurezza del Canale di Suez, costituiscono un grande ostacolo allo sviluppo e all’economia globale nonché all’attuazione degli obiettivi della sostenibilità. È proprio quando si prova a ragionare insieme, ad ampliare le conoscenze sulle reciproche diversità, come si è fatto ai Rome Med Dialogues, che la guerra appare in tutta la sua irrazionale follia. Esperti e politici (come Ayman Safadi, vice premier e ministro degli Esteri della Giordania); con competenze diverse, di continenti diversi sono apparsi unanimi nell’indicare il cessate il fuoco per tutti i conflitti in corso nell’area come il punto irrinunciabile per ogni progetto futuro.

Una seconda costante che si è riscontrata, è stato il diffuso riconoscimento del ruolo dell’Africa, nel contesto mediterraneo e globale, anche in seguito alle sollecitazioni fornite alle discussioni dal Piano Mattei per l’Africa, dell’Italia.

Una terza ampia consapevolezza che si è manifestata, è stata quella della necessità di porre il Mediterraneo al centro delle politiche dell’Unione Europea in modo molto più impegnativo che in passato.

Infine, molti dibattiti sono stati caratterizzati dal concetto di un nuovo ruolo globale del nostro mar Mediterraneo. Globale in due sensi. In un primo senso, ricordato anche dall’intervento della premier Meloni, come mare che collega gli oceani del globo, l’Atlantico e l’Indo-Pacifico.

Nel secondo senso, Mediterraneo globale, come una sorta di specchio del G20,  come il mare che mette in relazione Paesi appartenenti a varie organizzazioni internazionali che svolgono un ruolo di grande rilievo nel mondo ma che non sono sufficienti da soli, se non dialogano, ad affrontare le sfide comuni per l’umanità: l’Ue, la Nato, il G7, la Lega Araba, l’Organizzazione della cooperazione islamica, i Brics.

Dibattito | Un centro, tanti centri: cronaca di un cantiere aperto.

Come si diceva un tempo, tutti responsabili nessun responsabile. Uno slogan semplice che si potrebbe adattare per mille altri esempi. E, fra tutti, svetta sicuramente il futuro del Centro nel nostro paese. Ora, per non dimenticare nessuno e, soprattutto, per non attirarmi gli strali degli innumerevoli comprimari, mi limito a citarli in modo quasi scolastico. Dunque, nel campo del centro destra l’unico partito realmente e autenticamente centrista, moderato, liberale e riformista si chiama Forza Italia. E, paradossalmente, proprio dopo la scomparsa del suo leader storico nonchè fondatore Berlusconi, Forza Italia è ormai quasi unanimemente riconosciuta, anche e soprattutto dai suoi storici detrattori, come un normale e fisiologico partito di centro. E questo, forse, anche grazie al concreto “stile” di Antonio Tajani che è molto simile – come ormai dicono in tanti – a quello che nella prima repubblica declinava il segretario della Dc Arnaldo Forlani. 

Dopodiché, e per restare in questo campo, non possiamo dimenticare la formazione di “Noi moderati” di Maurizio Lupi e la zattera di ciò che resta dell’Udc di Lorenzo Cesa. Certo, non possiamo altresì dimenticare che Fratelli d’Italia, un partito che veleggia attorno al 30%, ha un consenso massiccio e articolato proveniente proprio dall’elettorato centrista, moderato e liberale del nostro paese ma è di tutta evidenza, al contempo, che la guida politica è saldamente in mano alla cultura riconducibile alla destra di governo. 

Nel campo alternativo del centro sinistra la situazione è un po’ più ingarbugliata. E, francamente, è anche difficile enumerare le infinite sigle che affollano a tempo pieno questo campo politico. Anche su questo versante l’elenco non può che essere scolastico, anche se è molto lungo. Su tutti svetta il Pd che all’inizio della sua esperienza era un partito di centro sinistra. Quando, cioè, le componenti di fondo del partito erano quella cattolico popolare e sociale e quella, seppur maggioritaria, rappresentata dalla tradizione e dalla cultura ex comunista. Ma con la leadership della Schlein il Pd, com’è evidente a tutti, è diventato il partito per eccellenza della sinistra radicale, massimalista e libertaria del nostro paese. Cioè, e autorevolmente, il partito della sinistra italiana come hanno confermato platealmente le recenti elezioni regionali. Dopodiché nascono le difficoltà concrete ad elencare tutte le sigle di centro. Reali e virtuali, com’è ovvio. Proviamoci. 

C’è il partito personale di Renzi, Italia Viva. Il partito personale di Calenda, Azione. Il partito semi personale dei radicali, +Europa. Il partito nascente dei liberal di Marattin, Marcucci, Cottarelli e Giannino. Il potenziale partito del Sindaco di Milano Sala, in attesa di fare il “federatore” di qualche cosa. Su indicazione, almeno così pare di capire, del Pd nazionale dietro suggerimento del gran ciambellano Goffredo Bettini. Poi c’è la formazione “in progress” del cattolico Ernesto Maria Ruffini, attuale Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Dopodichè, e mi scuso per le eventuali dimenticanze, seguono decine e decine di sigle – tutte di marca centrista – e tutte rigorosamente riconducibili al campo centrista del cosiddetto centro sinistra. 

Ora, per arrivare ad una rapida conclusione, credo che possiamo tranquillamente sostenere che nel campo del centro destra c’è un solo partito di centro e che declina una “politica di centro”. Punto. Nel campo alternativo, c’è un cantiere politico aperto, peraltro molto interessante, dove però non si intravede ancora quale possa essere l’approdo concreto. Quello che conta, in questo campo, è che il futuro partito di centro che si alleerà con il partitone della sinistra, cioè il Pd, con i populisti dei 5 stelle e con gli estremisti di Fratoianni/Bonelli/Salis non si riduca ad essere lo storico e collaudato “partito contadino” di antica memoria. Tutto il resto appartiene solo al mondo delle chiacchiere e della virtualità

L’eredità di Romolo Murri: democrazia, libertà e giustizia sociale.

Un vento di riforma soffia sul clero e sul laicato cattolico tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, un vento destinato a trasformare profondamente l’Italia. 

Ricordare, a 80 anni dalla sua scomparsa, Romolo Murri non è solo un’occasione per commemorare un anniversario, ma anche un momento per riflettere sull’opera di questo audace e sfortunato innovatore.

L’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) vuole anche recuperare la memoria  del convegno tenutosi a Fermo nel 1970, in occasione del centenario della nascita di Murri. All’epoca, Arnaldo Forlani, segretario della Dc, presentò un’analisi molto interessante incentrata sul concetto di democrazia nel pensiero di Murri.
Tuttavia, sarà solo nel 1996, con la pubblicazione del volume Il concetto di democrazia nel pensiero di Romolo Murri, introdotto da Pietro Scoppola, che la storiografia inizierà a studiare Murri non solo come fondatore della “democrazia cristiana italiana” — il primo movimento politico cattolico “a vocazione di partito” — ma anche come uomo di pensiero, nel mezzo delle varie fasi della sua travagliata esistennza.

Alcuni cenni storici aiutano a contestualizzare il periodo. Siamo alla fine dell’Ottocento e, nella maggior parte dei Paesi europei, la seconda rivoluzione industriale ha ormai raggiunto il suo pieno sviluppo. Molte nazioni si trovano al culmine di un’espansione economica che trasforma rapidamente e caoticamente le città, accompagnata da una crescita demografica senza precedenti e dall’affermazione dell’economia di mercato. Nasce così la classe operaia.
In Italia, questo processo si manifesta dopo l’unificazione, accelerando profondamente e consolidando il ruolo crescente della borghesia nella società, mentre la monarchia cerca di mantenere il proprio peso storico.

Sul piano sociale, lo Stato introduce nel campo dell’istruzione la legge Coppino, che istituisce un sistema scolastico nazionale con cicli, programmi e sanzioni per i genitori che non mandano i figli a scuola. È l’inizio della lotta all’analfabetismo, sebbene non perseguita fino in fondo.

L’unificazione statale segna anche la fine del potere temporale della Chiesa, ma non il “Rinascimento religioso” che molti avevano sperato nel Risorgimento. Per i cattolici si apre un lungo e tortuoso cammino nella storia, segnato dalla necessità di affrontare una sfida cruciale: realizzare un’autonomia dalla gerarchia ecclesiastica e superare schemi di potere antichi e ormai obsoleti.

Romolo Murri è uno dei protagonisti più significativi di questa stagione di cambiamento. Fondatore de Il Domani d’Italia — che oggi conosce una nuova stagione in versione online — Murri lo concepisce come uno strumento di informazione non più riservato ai “privilegiati”, ma accessibile a tutti. Lo immagina come organo della corrente democratica cristiana, destinata a diventare un partito politico, ma il progetto si scontra con l’opposizione della Santa Sede, che lo blocca.

In un’epoca ricca di fermenti, Murri emerge come intellettuale e politico moderno, capace di attrarre con la sua energia ideale un vasto seguito. I suoi ammiratori lo spingono a prendere le distanze dall’Opera dei Congressi, un’organizzazione che, pur coordinando le attività delle associazioni cattoliche e promuovendo opere caritative, restava ancorata all’osservanza delle direttive ecclesiastiche, come il non expedit.

Le controversie attorno a Murri raggiungono punte di estrema tensione. Tuttavia, egli non arretra mai rispetto al suo obiettivo principale: promuovere l’autonomia politica e sociale dei cattolici dall’autorità ecclesiastica, un traguardo che si realizzerà solo decenni dopo e che lui non riuscirà a vedere compiuto.
Non mosso da nostalgie, Murri si tormenta per creare strumenti e formare persone in grado di affrontare una nuova fase storica. Persegue con tenacia la presenza attiva dei cattolici nella storia contemporanea, sviluppando due linee principali: la formazione delle classi dirigenti — fu lui a volere la FUCI — e la creazione di nuovi mezzi di comunicazione e cultura, come la rivista Cultura Sociale, libri, case editrici e giornali.

Tra gli incontri più significativi della sua vita vi è quello con Giuseppe Toniolo, economista e sociologo, massimo esponente italiano della scuola etico-cristiana. Insieme, i due organizzano la Piccola Biblioteca di Scienze sociali e politiche. Toniolo, principale ispiratore di una democrazia fondata sui principi cristiani, influenza profondamente Murri, che elabora tuttavia la sua proposta politica compiendo un “salto” oltre il sociologismo tonoliano e aprendo la “propista cristiana” al dialogo con la modernità.

Per Murri, la democrazia è giustizia, solidarietà, carità, educazione all’autonomia. Le sue tematiche sociali ruotano attorno alla libertà, allo sviluppo civile e culturale, alla partecipazione attiva e all’impegno per la valorizzazione piena della persona umana. Non ha avuto fortuna, in questa sua predicazione? Si è mosso in modo intempestivo, finendo si margini della cattolicità fino alla esclusione, per molti anni, dalla comunione ecclesiale? È stato improvvido nel dare credito alla “rivoluzione” fascista? Di tutto auesto si è discusso a lungo e per altro tempo ancora si continuerà a discutere. Sta di fatto, però, che la strairdinaria testimonianza di Murri resta impressa nella storia del movimento cattolico e, più precisamente, nel codice genetico della Democrazia cristiana. A Murri dobbiamo molto.

Calo dei matrimoni e crollo delle nascite: due temi su cui riflettere.

 

Ho scritto su Twitter alcuni giorni fa: “Matrimoni in forte diminuzione e crollo della natalità sono due dati di una società che ha perso la speranza nel futuro.” Questo tema, che tocca il cuore della nostra realtà italiana, riflette una crisi più ampia: la crescente sfiducia nelle istituzioni e nella politica, testimoniata anche dalla forte astensione elettorale, segnale di una democrazia sempre meno partecipativa.Alcuni amici hanno commentato questa breve riflessione, sollecitandomi a un approfondimento. In effetti, il calo dei matrimoni, il crollo della natalità e l’indebolimento del collante sociale rappresentano questioni centrali per la tenuta della nostra società. La famiglia, pilastro fondamentale, si sta trasformando sotto l’influenza di mutamenti socioculturali ed economici che rischiano di comprometterne il ruolo essenziale.

 

Il calo dei matrimoni: dati e cause.

Secondo i dati ISTAT, nel 2023 i matrimoni sono diminuiti del 6,7%, mentre aumentano le unioni civili, in particolare quelle tra persone dello stesso sesso, che rappresentano il 56,1% del totale (prevalentemente coppie di uomini). Ancora più marcato è il calo dei matrimoni religiosi, scesi dell’8,2% nei primi otto mesi del 2023.

Questi dati riflettono un cambiamento profondo nella società italiana, caratterizzato da una crisi della fede e della religiosità. Come in gran parte dell’Occidente, anche in Italia il relativismo etico e il declino dell’educazione cattolica stanno ridisegnando le coscienze delle nuove generazioni. Di conseguenza, il rito civile prevale ormai in oltre il 60% delle unioni, complice anche l’impatto della pandemia e la crescente preferenza per la convivenza rispetto al matrimonio tradizionale.

Un altro fattore determinante è l’aumento dell’età media dei giovani che restano a vivere con i genitori fino ai 30-35 anni, condizione che incide direttamente sul calo dei matrimoni. A questo si aggiungono i costi elevati legati alle cerimonie, siano esse religiose o civili, e la diffusione dei divorzi, che disincentivano ulteriormente la scelta del matrimonio.

Se in passato la famiglia patriarcale della società agricola si è trasformata nella famiglia coniugale della società industriale, oggi, nell’era post-industriale e digitale, assistiamo a una progressiva disgregazione del nucleo familiare. Il rischio è quello di un corpo sociale sempre più “liquido”, con conseguenze imprevedibili per l’educazione e la coesione sociale.

 

Il crollo delle nascite: un problema strutturale.

Ancora più grave del calo dei matrimoni è il crollo della natalità. L’Italia è tra i Paesi europei con il tasso di fertilità più basso (1,2 figli per donna, contro una media europea di 1,4), ben al di sotto del tasso di sostituzione generazionale di 2 figli per coppia. Secondo l’ISTAT, nel 2023 sono nati poco più di sei bambini ogni mille residenti, e il trend negativo prosegue nel 2024: nei primi sei mesi dell’anno si registrano 4.600 nascite in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Le conseguenze di questa crisi demografica sono enormi: dalla sostenibilità del sistema pensionistico e sanitario, fino alla tenuta dell’intero sistema economico e sociale. Come ha osservato Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità: “Ogni giorno perso è un giorno che non si recupera più.”

Senza interventi strutturali, l’Italia rischia di scivolare verso la crescita zero, compromettendo il futuro delle nuove generazioni. Tuttavia, le politiche nataliste proposte finora, come l’assegno unico, appaiono deboli e inadeguate rispetto alla portata del problema. È necessario un approccio più ambizioso e sistematico, che includa sgravi fiscali mirati per le famiglie con figli e una visione di lungo termine ispirata ai valori della centralità della persona, della famiglia e della solidarietà.

 

Una società in crisi di speranza

La diminuzione dei matrimoni e delle nascite riflette una società in cui la solidarietà si sta riducendo, mentre la speranza sembra svanire. Come indicava Ferdinand Tönnies, stiamo passando da una “solidarietà meccanica” a una società sempre più instabile, dove il senso di comunità si dissolve.

Questa crisi richiede non solo politiche più efficaci, ma anche un rinnovamento culturale che restituisca fiducia nel futuro. In questo senso, sarebbe auspicabile il ritorno a un modello ispirato ai valori del popolarismo: centralità della persona, famiglia, solidarietà e sussidiarietà.

Al contrario, la triade “Dio, Patria e Famiglia”, slogan del governo Meloni, rischia di rimanere una formula astratta, priva di traduzione concreta. Solo un progetto politico radicato nei valori fondanti della nostra tradizione potrà invertire questa tendenza e restituire alla società italiana la speranza che sembra aver perduto.