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Il tecnognosticismo, la morte un QR code per i defunti.

Nell’ultima parte del saggio a titolo: “L’aldilà algoritmico e la metempsicosi digitale: in cosa sperare con l’avvento dell’IA”, che Massimo Naro ha pubblicato su “Orientamenti pastorali”, l’autore richiama la nostra attenzione sul tema del tecnognosticismo già evidenziato da Erik Davis in un suo scritto del 1998.

Si tratta di un testo che va letto nella sua interezza e che sollecita concedersi un tempo di riflessione.

Se si fosse ben compreso, l’IA consentirebbe la traduzione e ancor meglio l’oltrepassamento dalla condizione corporea in un dispositivo informatico. Se ne guadagnerebbe l’immortalità dell’anima attraverso quella della mente, una specie di eterno ribadirsi, di reincarnazione, dice esattamente Naro, in un ambiente informatico continuamente alimentato da opportuni algoritmi a vivificarlo con costanti adeguamenti alla realtà presente.

Libero di volare, senza la zavorra del corpo, la mente dell’uomo potrebbe così scambiare informazioni, relazionarsi con altro prossimo, definendosi in questo modo, secondo Marshall McLuhan, lo stato di «un facsimile razionalistico del corpo mistico».

Se si fosse centrato il ragionamento dell’autore, viene da pensare che l’algoritmo potrebbe dunque, non solo in via potenziale, continuamente rianimare un pensiero in modo che possa aggiornarsi e non suscitare noia a se stesso, ai suoi interlocutori nel cyberspazio ed a quelli ancora in carne ed ossa.

Si tratterebbe in ogni caso di una “extension” della propria persona, una protesi funzionante malgrado sia senza più un corpo a supporto; saremmo in presenza di un corpo monco, occorre dirlo, della sua proposizione principale. Assisteremmo ad uno slabbramento dell’originaria natura per addivenirne ad un’altra.

A detta di Naro, il pericolo incombente è che l’uomo possa oltretutto diventare un soggetto meramente passivo, non più autonomo, “da soggetto conoscente a oggetto riconosciuto, da volto personale a faccia identificata, da misura di tutte le cose (per dirla con Protagora) a cosa misurata”.

“Così messe le cose questa «identità impersonale» potrebbe smarrire la sua capacità relazionale e pertanto di restare irreale (più che virtuale)”.

Al riguardo si potrebbe incautamente tentare il commento all’interessante e stimolante pensiero di Naro, constatando la presenza di due elementi contraddittori nella natura umana.

Si tratta di una possibile condanna ad essere perpetuati, anche se non lo si desiderasse, dal momento della morte od in una fase successiva.

L’uomo, dopo la morte fisica, ad un certo punto dell’esperienza virtuale, potrebbe dichiarare la propria volontà di estinguersi e non partecipare più al suo processo di reiterazione in un mondo che non riconosce ormai come affine, manifestando in corso d’opera insomma una sua caduta di interesse a marcare il cartellino di presenza.

Non è chiaro come possa, “dopo”, esprimere le proprie intenzioni al riguardo. Il suo destino sarebbe affidato al click dei posteri che potrebbe a sua volta aprire questioni etiche di non poco conto su chi abbia effettiva competenza a procedere. Al contrario la mia personalità informatica potrebbe reclamare, pretendendo di non essere più cancellata, ciò a tutto dispetto di chi dopo secoli ne giudicherebbe insensata l’alimentazione. Questo anche a dispetto del testamento in cui si sia disposto di essere comunque cancellato, dalla propria dimensione informatica, dopo un certo numero di anni.

Un altro punto che potrebbe meritare evidenza è l’apprensione verso la dimenticanza, quella di non restare cioè nella memoria dei propri “cari “in vita e forse anche oltre quest’ultimi, se ce ne fosse, per questo eccesso, un significato ed una giustificazione.

Di più: quando questi “cari” saranno a loro volta morti, ingrossando anch’essi la schiera dell’ambiente “informatico”, che senso avrebbe rende fruibile e conoscibile la loro relazione a generazioni ormai future? Non se ne violerebbe forse una specie di loro intimità?

Camminando per i cimiteri cominciano a vedersi le prime tombe con un QR code che consente di richiamare foto, parole, episodi della persona defunta. Risponde parimenti alla apprensione dei parenti in vita di avere una memoria sempre attiva e di non precipitare nel drammatico mulinello, nel vortice dell’imbuto del futuro e lasciando nel dimenticatoio i propri defunti.

L’homo thecnicus dovrebbe prendere atto della morte e almeno per i credenti pregustare la resurrezione che sarà.  Lasciare tracce di sé a disposizione di infinite generazioni e pertanto, prevedibilmente, da lì a poco, non essere più seguite da alcuna di esse, se non dalla più immediata alla propria scomparsa, davvero costituirebbe un angoscioso “dimenticatoio”, una inevitabile mancanza di riguardo e di rispetto.

A chi interesserebbe davvero tra 100 o 1000 anni il mio pensiero virtuale? Questa è la risposta con cui confrontarsi e che smonta l’arte sublime di ogni tecnologia. Meglio scomparire o essere dimenticati è il quesito su cui affaccendarsi. La vita di ogni uomo è pari alle pagine di un vocabolario. Nascono continuamente parole nuove ed altre scompaiono per sempre dalla lingua corrente. Non a caso si editano nuove edizioni.

Un archivio che tutto contenesse, nel tempo, non sarebbe consultato più da nessuno, non avrebbe alcuna utilità. Nuove tecnologie avvicenderanno le vecchie che non saranno più fruibili, al pari dei vecchi floppy disc impossibili di utilizzo dai nuovi pc. Lasciamo all’uomo la possibilità di morire, bastando una qualche foto e qualche scritto, su un comodino dei familiari a ricordarne l’affetto e l’amore. Il resto è un affaticarsi, un’inutile resistenza, un far venire meno forze da destinare alla gioia del ricordo piuttosto che alla illusione di una re-esistenza.

L’uomo ha una sua dimensione che non può essere ultraterrena se non per coloro armati di fede in un Dio che ne assicuri la vita dopo la morte. Diversamente si risponda alla domanda del poeta “A chi piace o a chi giova?”. Il futuro ci darà una mano. Inclemente, procederà sistematicamente ad ogni reset, prima ancora che noi si pensi ci appartenga.

Non aspettare dagli Usa le risposte che vanno trovate dall’Ue

Uno fra gli effetti del ritiro del presidente Biden dalla competizione per il secondo mandato, è stato quello di rendere ancora più vivo il dibattito sul grado di impegno degli Stati Uniti nella sicurezza europea e sulla qualità delle future relazioni commerciali transatlantiche. Questo a scapito di una riflessione sul modo in cui prepararsi a pensarsi e a stare, come Occidente, come Unione Europea e come Paese, in un mondo divenuto ormai multilaterale. A ben vedere i timori suscitati da una eventuale vittoria di Trump, da un lato, e le aspettative riposte in un possibile successo alle presidenziali del prossimo 5 novembre, della candidata o candidato del Partito Democratico, dall’altro, presuppongono il riconoscimento di una medesima implicita delega agli Stati Uniti a risolvere, seppur in modi divergenti, problemi che invece presuppongono il concorso di tutte le democrazie occidentali nel decidere quale strategia adottare. Se quella dell’arroccamento nel rivendicare, ad ogni costo, una egemonia che ormai non è più nelle cose, oppure se offrire un contributo comune nel definire, insieme ai molteplici soggetti del Sud e dell’Est globali, un nuovo modello di governance per il mondo attuale, a partire dalla capacità di sfruttare per un tale obiettivo l’occasione del Vertice del Futuro dell’Onu in programma per il prossimo settembre.

Un contributo importante nel far prevalere le ragioni del dialogo su quelle dello scontro, lo sta dando il nostro Paese, anche attraverso l’esercizio della presidenza di turno del G7.  Dopo il Vertice in Puglia, caratterizzato dal sostegno a un multilateralismo basato sulle regole e sui principi della Carta delle Nazioni Unite e dall’apertura all’Africa e ai Paesi emergenti, l’importante visita del presidente Sergio Mattarella in Brasile della settimana scorsa ha costituito non solo una autentica occasione di dialogo fra due Paesi con forti legami (in Brasile vive la comunità di discendenti di immigrati italiani più numerosa al mondo) ma anche di scambio di vedute fra il Paese che detiene la presidenza del G7 con quello che detiene la presidenza del G20, e che si appresta dal prossimo gennaio ad assumere quella dei Brics.

In particolare, ritengo vada attentamente meditato l’intervento che il presidente della Repubblica Mattarella ha tenuto a Rio de Janeiro lo scorso 18 luglio al Centro Brasiliano per le Relazioni Internazionali (CEBRI) nel quale si è pronunciato per un rilancio del multilateralismo, anche attraverso le opportune riforme delle istituzioni internazionali, a partire dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che dia la giusta rappresentanza ai Paesi emergenti perché, ha sottolineato il Presidente, “questo è un tempo che richiede dialogo e confronto”.

Un tempo in cui ognuno dei centri di potere che compongono il nuovo quadro multilaterale globale, deve imparare a coesistere e a interagire con gli altri, con pari dignità e non solo in una logica di reciproco vantaggio, ma anche sentendosi parte di un comune impegno nel governare i problemi globali. Per l’Unione Europea, indipendentemente da chi sarà il prossimo o la prossima presidente degli Stati Uniti, questo significa saper affrontare in piena responsabilità e autonomia i problemi dello sviluppo economico e sociale, della tutela dell’ambiente, della sicurezza e della deterrenza. Si tratta, superando una volta per tutte i nazionalismi che hanno rovinato l’Europa  nel Novecento, di iniziare a pensarsi come uno dei protagonisti del nuovo ordine globale multilaterale.

Gli altri già ragionano così e forse dobbiamo recuperare il tempo perduto. Persino un leader controverso come il presidente turco Erdoğan in una recente intervista al Magazine americano Newsweek ha espresso la convinzione che “oggi non esistono quasi stati al mondo, compresi gli stati in guerra, che non abbiano rapporti tra loro. Costruire e sviluppare relazioni è una necessità per gli Stati”. Il multi-allineamento è praticato da numerosi stati a conferma del fatto che il mondo attuale è così interconnesso al punto che non potrebbe sopportare una rigida divisione per blocchi. Anche questo, per l’Italia e per l’Ue, costituisce una sfida: quella di saper coniugare la fedeltà alle proprie alleanze con la necessità di intensificare forme di cooperazione nel mondo.

Usa, con Kamala Harris inizia un’altra campagna elettorale.

La pallottola sparata dall’attentatore il 13 luglio scorso in Pennsylvania ha ferito di striscio Trump, ma ha colpito in pieno Joe Biden, accelerando le valutazioni sul suo ritiro dalla corsa per le presidenziali USA e riaprendo di fatto una competizione che sembrava avere un finale già scritto. Sarà una campagna diversa e nuova per i temi e per i protagonisti, ma anche per le modalità espressive.

La velocità della comunicazione e dei social di oggi consentirà ai democratici americani di recuperare rapidamente spazio e consensi nell’opinione pubblica; nel secolo scorso sarebbe stato sicuramente più complicato.

Ovviamente è presto per dire come finiranno le elezioni di novembre, ma da oggi Trump è il candidato “vecchio” e in qualche modo anche la “minestra riscaldata” che si ripropone agli americani, peraltro con gli stessi argomenti che già lo portarono ad essere sconfitto quattro anni orsono. La candidatura di Kamala Harris potrebbe far fare a Trump la fine del ciclista che, iniziando lo sprint finale con eccessivo anticipo, arriva al traguardo stremato e perdente.

Ad oggi i due o tre punti percentuali di vantaggio rispetto alla Harris, non sono per Trump una garanzia sufficiente rispetto al risultato finale; quel vantaggio che viene registrato dai sondaggi è oggettivamente “drogato” dalla solidarietà e dalle ripercussioni mediatiche generate dal recente attentato subito da Trump, nonché dallo svolgimento della Convention repubblicana che lo ha incoronato per la corsa alla Casa Bianca.

Da oggi parte una nuova campagna elettorale che vedrà molto probabilmente Kamala Harris candidata alla Casa Bianca per il Partito Democratico degli Stati Uniti. Aldilà di battute e slogan, Trump avrebbe certamente preferito di gran lunga confrontarsi con Biden, anziché con la Harris che come donna potrebbe risultare particolarmente ostica su questioni che hanno visto lo stesso Trump al centro di inchieste e processi per comportamenti a dir poco discutibili. Un segnale incoraggiante per i democratici arriva dal fronte delle donazioni e dei contributi per la campagna elettorale; dopo il ritiro di Biden la piattaforma democratica ActBlue ha registrato un forte incremento di donazioni, ovvero 46,7 milioni di dollari in un solo giorno, il più alto incremento giornaliero registrato per le elezioni presidenziali 2024, soprattutto perché è il frutto di tante piccole e piccolissime donazioni e non di poche ma grandi (e interessate) elargizioni.

È indubbiamente un segnale di fiducia per il nuovo corso della campagna elettorale che lascia ben sperare anche per un possibile ritorno della partecipazione al voto e più in generale di attenzione alla politica. L’ennesima dimostrazione che quando la politica non si chiude in se stessa e nei propri egoismi, può nascere qualcosa di positivo per la comunità. Vedremo se, dopo Gran Bretagna e Francia, avremo qualcosa da apprendere anche dagli Stati Uniti.

“Non torneranno più”. I Negrita e i sotterranei dell’anima rock.

Negrita.com

Non torneranno più le mille notti in bianco, la gioventù al mio fianco, Roby Baggio e lautostop. Non torneranno più i miei vecchi polmoni, la naia tra…scioperi e università”. Sono le parole di Pau, vox della rock band italiana forse più “alternativa” del momento e degli ultimi anni.

I Negrita si lasciano trascinare nei labirinti del pensiero critico, attraverso la riflessione junghiana e l’elaborazione della visione del Mondo che vorremmo. Non torneranno più gli amori di unestate, le lingue consumate, gli occhi rossi e Kurt Cobain. Non torneranno più i giorni da buttare”. In questo straordinario testo (“Non torneranno più”), i Negrita rievocano connessioni, seduzioni e memorie della nostra rampante gioventù che rimane vitale e speranzosa. Sono “network emozionali da palcoscenico”, con sempre uno sguardo al futuro mentre l’oggi scorre e si confonde con gli errori di ieri.

E qui c’è l’energia musicale di testi che diventano paradigmi dell’attivismo e della partecipazione. Rimane l’auspicio che la musica, i testi e il rock di questo gruppo musicale facciano del nostro agire quotidiano un capolavoro di speranza. “Io guardo sempre avanti, ho sogni più arroganti ma oggi no, lasciatemi i miei santi, nel giorno dei rimpianti, ore che il cielo è meno blu, perché non ci sei tu”.

Il testo nella sonorità armonica di Pau è guardare oltre, vedere, ascoltare le melodie del vivere quotidiano che arriva o meglio ritorna dal futuro. Senza discese nei sotterranei dell’anima, ma solo energie di riscatto tra soggettività sociale e oggettiva, reale presa di coscienza dell’essere nel grande game delle relazioni autentiche tra le persone. Io guardo sempre avanti, ho sogni più arroganti”.

La loro musica, il nostro impegno.

La difficile partita del dopo Biden

La notizia sottostante al clamore per il ritiro di Biden è che il partito in America non è riducibile a un semplice “registratore di cassa”, adibito alla conta dei voti nelle primarie per la scelta dei candidati, ma un luogo di organizzazione delle scelte politiche. È una struttura complessa, con un centro di direzione poco visibile e tuttavia pesante, almeno nei momenti cruciali.

Biden lancia la sua vice, Kamala Harris? Ebbene, una nota ufficiale dei Democrats precisa che l’investitura esige una procedura trasparente. Tradotto: i giochi sono aperti, non c’è nulla di scontato. Ciò significa, allora, che la Convention (Chicago, 19-22 agosto) è tutta da costruire. Senza un accordo tra i centristi (Obama, Hillary e Bill Clinton, gli stessi fedelissimi di Biden) e l’ala sinistra del partito (Sanders e Ocasio-Cortez), in un quadro che tenga conto degli equilibri territoriali e del ruolo delle cosiddette minoranze (etniche e culturali), è molto difficile identificare la soluzione giusta per il ticket progressista. Non è da escludere che alla fine Michelle Obama sia costretta ad accettare la nomination, magari affiancata da un governatore (ce n’è più di uno in grado di raccogliere consensi).

Ora comunque cambia tutto. Ancora l’altro ieri Donald Trump aveva fatto ricorso ai soliti insulti contro i suoi avversari, sicché “il suo appello all’unità nazionale”, ha scritto il New York Times, “è passato completamente in secondo piano”. L’ex presidente è tornato persino a rivendicare di aver vinto le elezioni del 2020, rilanciando l’accusa ai democratici di aver commesso frodi: “Questa è l’unica cosa in cui sono bravi”. E ha voluto andare anche oltre: “Continuano a dire: ‘È una minaccia per la democrazia’. Io dico: ‘Che diavolo ho fatto per la democrazia’? La settimana scorsa mi sono preso una pallottola per la democrazia”. Ora Trump, di fronte alla rinuncia di Biden, deve cambiare registro. Il punto critico è dato dalla sua piattaforma programmatica, un misto di retorica imperiale e logica isolazionista, senza un punto di equilibrio.

È facile, ad esempio, strattonare l’Europa, meno facile pretendere che si faccia strattonare, subendo la pretesa di un allineamento purchessia in nome dell’America first. Con quale prospettiva? Trump ne proclama l’insignificanza sul piano geo-strategico, salvo esigere che nel confronto USA-Cina non venga meno il legame euro-atlantico. Non regge. Quale che sia lo stato dell’Europa, non si capisce la ragione per la quale il primato americano possa contemplare nel futuro un’Europa supina, obbligata a vedersela da sola con la Russia, immaginando il progressivo disimpegno militare di Washington, e a rompere i rapporti commerciali con la Cina – ecco il residuo di solidarietà transatlantica – in ossequio alla dottrina sull’isolamento economico del Dragone, ad esclusivo vantaggio della reindustrializzazione degli Stati Uniti. Il disegno trumpiano ha in sé questa irrimediabile contraddizione.

A Chicago, nella Convention democratica, dovrà prendere forma un’alternativa a tutto tondo alla formula del “Make America Great Again”. Non solo nomi, ma anche e soprattutto programmi, contenuti, strategie, stabilendo se il mondo visto dall’altra parte dell’Oceano abbia ancora al centro l’alleanza tra America ed Europa. È ciò che conta per milioni di cittadini del Vecchio Continente.

L’Europa, i Verdi e una memoria corta.

Al rinnovo del suo mandato al timone dell’Europa, Ursula von der Leyen ha dichiarato di essere grata ai Verdi per il sostegno ricevuto impegnandosi a lavorare con chi l’ha sostenuta.  Dopo giorni di incontri e trattative la nostra Ursula, talentuosa madre di sette figli, ha dimostrato di saper conciliare politica e famiglia con grande abilità, governando la sua numerosa prole e i suoi altrettanto numerosi partiti con grande astuzia e mestiere.

Alla fine ha strizzato l’occhio ai Verdi e strizzato come uno straccio da pulizia le speranze di altri che avrebbero voluto condizionarla con il loro appoggio.  I suoi avversari saranno diventati verdi di bile per la stizza e la rabbia accumulata o verdi di invidia per il successo altrui. Per restare in tema, gli avversari della Ursula europea sono restati al verde, fuori dalla stanza dei bottoni.

In Italia c’è chi per questo si è rallegrato e chi al contrario si è rammaricato. L’accoppiata “bonus frater” Bonelli Fratoianni ha vinto la sua mano di poker e hanno di che essere contenti trionfando per la mano vinta sul tappeto verde.

I fatti sono quelli che sono. Già da prima hanno dimostrato una certa sapienza ed uno spiccato senso di opportunismo nel presidio del territorio politico.

La moglie di Fratoianni, al tempo candidata, senza riuscirvi, alla poltrona di Sindaco di Foligno, si è dovuta accontentare di essere eletta successivamente al Parlamento in un collegio plurinominale in Puglia. L’importante è essere presenti su ogni territorio, questa la regola di una buona politica.

Non risulta che nella Prima Repubblica di una stessa famiglia ci fossero più rappresentanti al Parlamento, ma oggi va di moda così ed anche i Five Stars hanno a tal proposito qualche esempio da vantare. Opportunismo e opportunità sembra abbiano al giorno d’oggi medesimo senso.

Se ben si è compreso, Nicola Fratoianni è deputato e segretario e leader di Sinistra Italiana e di Alleanza Verdi e Sinistra, mentre Bonelli è co-portavoce di Europa Verde e deputato alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra.   Alla lettura dei simboli delle appartenenze, non è facile districarsi ma ci si deve abituare e saper apprezzare la qualità e la costanza di leaders che hanno saputo dire la loro senza mai recedere di un passo.

Qualche inciampo in corso d’opera c’è stato, come la vicenda Soumahoro che ha prodotto decine di milioni, di sonanti verdoni per i quali non è chiaro che fine abbiano fatto. Ma non è questo quello che conta. Vale piuttosto la loro capacità nei passaggi televisivi che gli sono concessi di parlare dei temi identitari a loro cari anche quando si tratta d’altro.

Se pur si trattasse di commentare una partita di calcio od una di scacchi, saprebbero argomentare richiamando la transizione ecologica e chissà cos’altro ancora. E’ questa una sensibilità che non può lasciare indifferenti e che è assai di più dei maliziosi critici che direbbero di un solito disco rotto.

Sembra che il verde sia un colore secondario frutto della mescolanza dei colori primari giallo e blu e suggerisce un senso di equilibrio, armonia e pace. E’ un colore che richiama istintivamente alla natura e pare riferirsi in prima istanza alla crescita, fertilità e abbondanza.

Sarà per l’adesione alla politica estera della von Der Lyen ed ai colori giallo e blu della bandiera ucraina che i Verdi, finalmente in posizione primarie, stanno conoscendo momenti di sviluppo e di affermazione. In questo contesto rosa e fiori va però rammentato come la signora Ursula sia stata condannata dalla Corte distrettuale dell’Ue per mancata trasparenza sui vaccini anti-Covid. La Presidente della Commissione europea non sarebbe stata infatti adeguatamente trasparente con l’opinione pubblica in ordine ai contratti per i vaccini.

L’azione legale fu promossa al tempo da privati cittadini e da eurodeputati tra i quali si distinsero appunto i Verdi, che oggi sembrano del tutto dimentichi della vicenda e hanno dato pieno sostegno alla Presidente della Commissione.

Solo The Left ha sbraitato chiedendo il ritiro della candidatura della Presidente Ursula, lesta a mettersi sotto braccio ai Verdi come compagni di cordata. Da loro ha avuto il semaforo, li ha riconosciuti come il numero verde della salvezza, facendo venire i sorci verdi a quelli che avrebbero voluto essere al loro posto per essere determinanti per il nuovo governo dell’Europa.

Sembra che questa nuova fase determini la fine dei primi anni verdi della protesta e dell’eskimo e faccia mettere ai Verdi il vestito buono del potere. Il pomodoro si matura al sole con il tempo che occorre e così i Verdi sono ora alla stagione della raccolta. Finalmente potranno brindare bevendo del buon Verdicchio.

I detrattori della Dc sopravvivono alla sua scomparsa

C’è poco da fare. Solo gli ingenui e gli ipocriti si potevano illudere. Perché se trascorri una vita a demolire, a criminalizzare, a contestare e a ‘sputtanare” un partito – nel caso specifico la Democrazia Cristiana – difficilmente poi trasformarti, parecchi anni dopo, in un fresco ed allegro adulatore. E Marco Follini lo ha ricordato, con il consueto garbo, nei giorni scorsi a Marcello Sorgi, editorialista della Stampa, che aveva paragonato le non scelte furbesche di Giorgia Meloni con il cosiddetto “stile” dei dirigenti e degli statisti della Democrazia Cristiana. E questo perché ci si rende conto, e per l’ennesima volta che, come recita quel vecchio detto popolare, “il lupo perde il pelo ma non il vizio”. E così è puntualmente capitato. E arrivare, appunto, a confrontare il comportamento di Giorgia Meloni sul voto contrario alla Von der Leyen con il “metodo democristiano” – solo in chiave dispregiativa e scadente – denota una cosa sola. E cioè, il merito e il metodo della Democrazia Cristiana – cioè il suo progetto politico e il suo concreto stile di essere presente nella politica italiana – continuano a dare parecchio fastidio. E, ancor più, continua ad essere un elemento da combattere politicamente. O meglio, da ridicolizzare e, appunto, da “sputtanare” agli occhi dell’opinione pubblica nazionale.

Del resto, se per interi decenni la pubblicistica di sinistra – in tutte le sue diverse e multiformi espressioni – si è esercitata in una paziente opera di demolizione politica, culturale, sociale ed organizzativa della Dc e del suo progetto politico, non può poi esserci un ‘anno zero’ in cui misteriosamente si inverte la rotta. E così ragiona Marcello Sorgi – che è uno degli osservatori meno faziosi e settari – e, con lui, l’ormai collaudatissima cerchia degli eterni commentatori delle vicende politiche italiane.

Insomma, e per farla breve, la Dc era e resta un “inciampo della storia” e come tale va considerata e trattata. E tutte le contraddizioni, le criticità, i difetti e le cadute di stile dei protagonisti della politica contemporanea vanno semplicemente riconducibili al metodo adottato per quasi 50 anni dalla Democrazia Cristiana e dai suoi principali protagonisti. Leader e statisti compresi.

Ecco perché, oggi come ieri, abbiamo il dovere – morale, politico e culturale – di combattere quella deriva ben sapendo che gli incalliti detrattori, demolitori e contestatori di ieri lo rimangono anche oggi. Con qualche deroga, forse, solo quando intervengono in convegni agiografici sulla storia della Democrazia Cristiana. E con la quasi certezza scientifica, però, che quella esperienza politica non ritorna più ed è consegnata agli archivi storici. Almeno su questo versante questi incalliti commentatori restano coerenti e lungimiranti.

Asianews | Mikhail Majatskij: “Putin ha messo fine al progetto Russia”.

Stefano Caprio

 

Un importante storico russo della filosofia, Mikhail Majatskij, che vive e insegna da più di trent’anni in Svizzera, ha pubblicato una raccolta di saggi di vari autori dal titolo “Di fronte alla catastrofe”, e ritiene che la guerra russa in Ucraina abbia definitivamente concluso il periodo della “cultura post-sovietica”. La Russia di Putin, a suo parere, ha “cancellato la filosofia”, sostituendola con un’ideologia patriottica pseudo-scientifica, basata sulla rilettura arbitraria della storia russa e universale. Rifacendosi alle riflessioni dei filosofi francesi come Jacques Ranciére e Gilles Deleuze, Majatskij definisce le condizioni in cui la Russia vive da quasi tre anni come “l’apoteosi dell’imprevedibile, della casualità e della a-causalità”, che distrugge ogni potenzialità e ogni prospettiva per il futuro.

Non si può del resto parlare di una vera e propria “filosofia post-sovietica”, considerato che i primi vent’anni dopo la fine dell’Urss sono stati dedicati soprattutto alla riscoperta del patrimonio culturale devastato e quasi cancellato nel XX secolo, soprattutto quello del pensiero slavofilo sconfitto dalla rivoluzione bolscevica. All’inizio degli anni Novanta si sono moltiplicate le raccolte e gli studi come Lidea russa di Mikhail Maslin, che fu poi il redattore della Storia della filosofia russa adottata nel 2008 dall’università Lomonosov di Mosca. Molti altri hanno pubblicato manuali e studi di storia della filosofia per le università, allo scopo di giungere a una vera e propria “riconversione della filosofia”, passando dagli studi obbligatori di epoca sovietica, di marxismo-leninismo e di ateismo, alla storia e alla filosofia religiosa o addirittura alla teologia. Sono nati anche diversi istituti di studi ecclesiastici, di cui il più autorevole è senz’altro quello ortodosso di San Tikhon di Mosca, e perfino i cattolici hanno aperto fin dal 1991 nella capitale l’istituto San Tommaso, oggi affidato ai padri gesuiti.

Nell’ultimo decennio, il nazionalismo grande-russo ha travolto progressivamente tutti i tentativi di ritrovare lo spirito multiforme della cultura russa dei secoli precedenti al “giogo sovietico”, attestandosi su posizioni simili a quelle “panslaviste” che avevano esasperato il dibattito ottocentesco tra slavofili e occidentalisti. Riprendendo posizioni che vedevano nell’idea o nel “mondo russo” il compimento dei destini della storia – come quelle del famoso saggio La Russia e lEuropa di Nikolaj Danilevskij del 1869, il cosiddetto “catechismo completo dello slavofilismo” – la filosofia è stata nuovamente piegata alla lotta contro l’Occidente che umilia la Russia. Un sentimento derivato allora dalla rovinosa sconfitta nella guerra di Crimea, e oggi riproposto in seguito al crollo dell’Unione Sovietica. Danilevskij proponeva la ricerca “biologica” del tipo russo come il tipo umano definitivo, originale e “pacificato”, dopo la successione di dieci tipi storici, a seguito di quello romano-germanico, ormai fossilizzati e destinati a rifondersi nel dominio culturale russo.

Un punto di riferimento più recente è il pensatore esistenzialista Ivan Il’in, definito “il filosofo preferito di Putin”, espulso dall’Urss nel 1922 e morto nel 1954, dopo essere stato un simpatizzante del nazismo come unica salvezza dal comunismo sovietico. A suo nome è stata ora aperta una nuova “Scuola di filosofia politica” presso l’università moscovita più prestigiosa, la Scuola superiore di economia, affidata alla direzione di uno dei massimi ideologi del sovranismo russo eurasiatico e universale, il popolare Aleksandr Dugin. In realtà, Il’in si era concentrato sulle questioni dell’uomo e del rinnovamento della società, in una filosofia dell’esperienza spirituale molto intensa, tanto da scrivere ancora in Russia, nel 1918, la tesi dottorale su La filosofia di Hegel come dottrina sulla concretezza di Dio e delluomo, una delle migliori ricerche russe di critica filosofica. Visse a Berlino negli anni dell’ascesa di Hitler, ma si ritirò quindi in Svizzera per comporre infine nel 1953 gli Assiomi dellesperienza religiosa, basandosi sul concetto-chiave di “evidenza” inteso in senso molto ampio, figurativo e metaforico: proponeva la condizione dell’anima umana come opposta alla cecità della visibilità superficiale, la capacità di contemplazione multiforme e di profonda sensibilità, per ritrovare la direzione da prendere dopo tutti gli sconvolgimenti.

Neanche questi filosofi, pur considerati gli ispiratori della Russia militante, sono oggi in grado di far riflettere veramente sul senso delle tragedie in corso. Nulla può veramente giustificare la guerra mondiale della Russia a cominciare dall’Ucraina e da tutti i territori del suo perduto impero, e i richiami ideologici non hanno vere radici neppure nella filosofia russa più estrema del passato antico e recente. Gli avvenimenti degli ultimi due anni non hanno una definizione adeguata, non c’è “eurasismo” o “sovranismo” che esplicitino il significato semantico della distruzione, e il “mondo russo” che viene proclamato è un mondo vuoto, dal punto di vista concettuale prima ancora che sociale, politico, militare o economico.

Majatskij indica anche una raccolta americana di saggi appena uscita, ExpertsScenarios on Russias Future, che cerca di individuare gli effetti futuri della guerra in corso; ma in questo si rende evidente quanto la guerra banalizzi e svuoti di significato gli atteggiamenti e le reazioni umane, rendendo incapaci di valutare la vera portata dei conflitti, soprattutto quando essi si moltiplicano e si sovrappongono. Chi sia l’aggressore e chi l’aggredito è evidente, ma questo diventa insignificante nel calderone ideologico delle frasi fatte: “siamo un unico popolo”, “l’Ucraina non esiste”, “non lottiamo con gli ucraini, ma con l’imperialismo americano” e altre espressioni analoghe sull’oppressione israeliana dei palestinesi, o sull’integrità territoriale dell’Armenia e così via. La Russia ha inaugurato la “stagione dell’infantilismo” secondo il filosofo, dimostrando di non essere capace di attenersi alle regole della politica internazionale, ma soltanto di voler piegare le regole ai propri interessi, cercando giustificazioni del tutto prive di fondamento.

Ciò che accade non è soltanto irreparabile, ma come diceva Hannah Arendt, “è accaduto qualcosa che non si può punire e non si può perdonare”. La morte di decine di migliaia di pacifici ucraini, tra cui centinaia di bambini, è un evento irreparabile, per non parlare del trauma psichico di milioni di bambini e adulti da tutte le parti: la moralità non si schiera da una parte o dall’altra, semplicemente svanisce nel nulla. Non c’è alcun “mondo russo”, c’è solo il trionfo del risentimento, del sadismo, dell’indifferenza e della frustrazione: Majatskij propone di apporre sulla tomba di Putin, alla sua sepoltura, la scritta “Ha messo fine al progetto Russia”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/La-fine-della-filosofia-post-sovietica-61187.html

Il futuro iper tecnologico conservi la naturalità e creatività dell’uomo

… come ha messo in luce Erik Davis in Techgnosis (1998), anche il progresso tecnoscientifico ha sempre dato adito a una corrispondente mitologia, espressa in fantascienza letteraria e cinematografica, e persino a delle vere e proprie credenze e pratiche religiose, in particolare al tecnognosticismo, come si legge nei capitoli più interessanti di questo bestseller giornalistico. Davis illustra criticamente le fantasie dei partigiani dell’estropia. Questi – facendo da controcanto ai teorici dell’entropia – prospettano la sopravvivenza dell’essere umano e del mondo grazie all’IA, intesa come vero e proprio oltrepassamento della condizione corporea, di per sé inevitabilmente effimera, culminante nel travaso della mente di ciascun essere umano in un raffinatissimo dispositivo informatico.

L’immortalità dell’anima, in questo caso, si tradurrebbe nell’immortalità della mente (e delle informazioni conservate nella memoria) e l’IA ne diventerebbe la custodia, il tabernacolo più che il sepolcro, prolungando e anzi potenziando algoritmicamente le sinapsi cerebrali e così riattivando l’encefalogramma piatto. Questo trasferimento di informazioni resterebbe, in realtà, ben lungi dalla risurrezione intesa e sperata cristianamente. Sarebbe una sorta di reincarnazione dentro un ambiente informatico, una «metempsicosi digitale» chiosa incisivamente Erik Davis, che trasporrebbe conoscenze, convinzioni, intuizioni, ricordi, in una tanto illimitata quanto indefinita «topologia» algoritmica.

In tale cyberspazio la mente si ritroverebbe ormai astratta dalla condizione fisica e dai condizionamenti corporei e ogni singolo individuo entrerebbe in una effettiva connessione virtuale con tutti gli altri individui umani, quale piccola maglia di una universale rete informatica che Marshall McLuhan – scrivendo a Jacques Maritain nel 1969 – definì polemicamente «un facsimile razionalistico del corpo mistico».

Difatti, qualcuno tenta già di programmare delle app che conservino i ricordi dei defunti e li affidino alla rielaborazione dell’IA, affinché i loro familiari possano ripassarli in rassegna come consultando un archivio. Riuscire in questo equivarrebbe a organizzare una visita in una stanza delle meraviglie con chissà quante sorprese nascoste all’interno. Ma allorché l’IA rendesse possibile una qualche interazione tra la coscienza digitalmente mummificata del defunto e quella dei suoi visitatori, allora tale coscienza potrebbe forse risvegliarsi e ricominciare con i suoi familiari o amici la relazione interrotta dalla morte. Soprattutto diventerebbe un inveramento – pur virtuale – della sopravvivenza.

Il tecnognosticismo – che si alimenta di queste proiezioni e di questi auspici – guarda all’IA come all’approdo più avanzato dell’evoluzione umana, la quale così non sarebbe più un fenomeno innanzitutto naturale ma piuttosto esclusivamente culturale, mentre la stessa IA farebbe le veci dell’eone a-venire atteso nel simboloniceno-costantinopolitano.

D’altra parte, queste elucubrazioni – esasperate dall’euforia tecnognostica – non si accontentano di promettere il paradiso condensato in un microchip di silicio. Minacciano pure l’inferno in terra (o nello spazio immaginato da Kubrick), nel caso in cui l’IA riuscisse a automatizzarsi a tal punto da rendersi autonoma rispetto agli esseri umani e ribellarsi al loro controllo. Per il filosofo Maurizio Ferraris e per lo scienziato Guido Saracco, coautori di un’interessante apologia della tecnica contemporanea, quest’improbabile antropomorfizzazione della tecnica è solo uno spauracchio da smaltire con lo studio e con il ragionamento. Ma se è vero – come argomenta l’arguta «tecnodicea» di Ferraris e Saracco – che l’IA non diventerà soggetto autonomo, è vero pure – come ha scritto Giorgio Agamben – che a smarrire il senso della propria soggettualità potrà essere l’uomo, ridotto – dentro la morsa delle tecnologie biometriche – da soggetto conoscente a oggetto riconosciuto, da volto personale a faccia identificata, da misura di tutte le cose (per dirla con Protagora) a cosa misurata. Questa «identità impersonale» rischia di perdere la capacità relazionale e pertanto di restare irreale (più che virtuale).

Con questi ondivaghi profili si lascia constatare la condizione tecno-umana. Con l’avvento dell’IA, resa ormai endosomatica (si pensi a Telepathy, il neurochip di Elon Musk), vivere potrebbe voler dire tout court processare al meglio il maggior numero di informazioni. In questa condizione tipicamente transumanistica all’anima, o alla coscienza, o alla ragione, parrebbe voler subentrare l’algoritmo. L’algoritmo, in tal caso, diventerebbe se non il principio vitale del corpo almeno il suo input esistenziale. Giocoforza, il dopo-morte coinciderebbe con la virtualizzazione dell’essere umano – della sua mente, delle sue memorie – dentro un dispositivo informatico: l’ultimo stadio dell’evoluzione umana sarebbe fatalmente postumanistico nel senso più estremo dell’espressione. E, in questa direzione, il vicolo cieco della natura (il corpo senz’anima di taluni approcci neuroscientifici) tenterebbe una sortita oltre di sé, imboccando lo spiraglio dell’IA.

Non resta che sperare che l’homo thecnicus (non propriamente il cyborg) torni a intrecciare creaturalità e creatività, indole naturale e inventiva culturale, vivendo così il suo slancio a trascendersi con una consapevolezza vocazionale, vale a dire non autoreferenziale, relazionale, protesa a incontrare qualcun Altro. Ci sarebbe allora la possibilità di rintracciare nella tecnica una promessa – non certo una premessa – della risurrezione in Cristo, il Crocifisso-Risorto, l’unico che, morendo, abbia sperimentato la fine tuttavia imponendole – mentre ne veniva sopraffatto – di restare penultima.

 

Per leggere il precedente estratto del saggio

https://ildomaniditalia.eu/un-possibile-umanesimo-non-umano/

Caro Sorgi, non confondiamo i democristiani con la Meloni.

Marco Follini

 

Caro direttore,

ma davvero Giorgia Meloni nel votar contro la nuova commissione europea s’è comportata da “democristiana” ? Davvero quel suo “no” a Von der Leyen, come scrive Marcello Sorgi, è “un dire e non dire, fare nell’ombra il contrario di quel che s’è detto alla luce, dichiararsi per il no ma sotto sotto non far mancare qualche si” laddove in nome dell’amicizia “nel vecchio scudo crociato si compivano sorridendo assassini politici, accordi imprevedibili e soprattutto inconfessabili”? Davvero la Dc è stata quel caravanserraglio di doppiezze, ambiguità, astuzie che viene periodicamente richiamato e adattato alle mutevoli convenienze dei suoi tardivi e improbabili imitatori?

Mi permetto di obiettare. Intanto perché sui temi europei i vecchi democristiani sono stati sempre di una coerenza adamantina e direi perfino di una prevedibile (ma anche assai benemerita) ripetitività. Non votarono mai “contro” e non ebbero mai dubbi, nessuno di loro, sul fatto che il riscatto italiano passasse attraverso il pertugio della più rigorosa obbedienza europeista. Si mediava all’epoca su tante cose, ma su queste, almeno su queste, vigeva piuttosto una linearità senza tentennamenti. E poi perché sarebbe ora di liberarci tutti – democristiani e antidemocristiani – di questo ricorrente racconto che ci descrive ogni volta come figure politiche tentennanti, prive di un principio, pieghevoli fino all’irrilevanza, devote al vento del momento.

Piaccia o no, la Dc fu una politica, non un costume. E neppure solo un metodo. Fece le sue scelte, anche controverse. Ebbe convinzioni profonde e suscitò inimicizie altrettanto profonde. Tutte cose che possono piacere oppure no. Ma che andrebbero raccontate anche in nome dei conflitti che a suo tempo suscitarono. Conflitti che non furono quasi mai così edulcorati come ora, a distanza di anni, possono apparire.

Non sarebbe giusto erigere un monumento postumo alla buona creanza dei vecchi democristiani. E neppure però demonizzare quella loro duttilità in nome della chiarezza successiva con cui la politica ha preteso di esprimersi all’indomani della loro fine. Non fu ambigua a suo tempo la Dc, e infatti si può essere certi che ieri a Strasburgo avrebbe votato a favore della nuova commissione europea. Ma non le mancò mai l’accortezza di guardare oltre i suoi stessi confini e di considerare che negli argomenti dei suoi oppositori c’era sempre qualche frammento di verità su cui riflettere.

Nella fattispecie, credo che Meloni con il voto di ieri ci abbia ricordato che lei non è “democristiana” e non ambisce affatto a diventare tale. Anzi, è assai probabile che in cuor suo si feliciti di aver fatto un gesto così dirompente. A lei appartengono le sfide avventurose. Ai vecchi democristiani, il progresso senza avventure. Due identità, appunto. Lungo quel confine c’è un baratro, non una sfumatura. A conferma che l’essere stati democristiani implica sempre un certo numero di contrasti e dissensi. E a dispetto di quella sorta di leggenda che viene invocata per descriverli/ci come gente astutamente pronta a promuovere – insieme – una causa e il suo contrario.

Ho verso Marcello Sorgi un antico sentimento di amicizia, privo di sottigliezze troppo “democristiane”. E conosco, in virtù di una lettura quotidiana, la raffinatezza delle sue analisi politiche. Ma quel racconto democristiano che tanto spesso indulge alla caricatura è troppo frequente nel nostro senso comune perché non vi si faccia obiezione. Non tanto in nome dell’onorabilità degli antenati democristiani. Piuttosto, in ragione della estrema facilità con cui i nuovi venuti fanno esattamente il contrario.

 

La replica di Marcello Sorgi

Follini ha ragione. Ma avevo premesso che “la Dc ai suoi tempi era una cosa assai più seria”. E mi ero riferito al metodo democristiano, che anche prima che il passare del tempo ne desse una vulgata meno nobile, si era, a onor del vero, già deteriorato del suo.-

(M.S.)

Partigiani Cristiani, sì alla raccolta di firme per cambiare il Rosatellum.

I Padri e le Madri Costituenti avevano prefigurato l’espressione della sovranità popolare attraverso una legge elettorale proporzionale; non in un articolo ma con un ordine del giorno.

In un ispirato discorso, anzi con una alta lezione di diritto costituzionale, il presidente Mattarella, a Trieste, in occasione della 50esima Settimana Sociale dei cattolici, tra l’altro ha dichiarato che il principio “ogni uomo un voto” non può essere distorto “attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori” e, secondo Bobbio “non si può ricorrere a semplificazioni di sistemare e a restrizione di diritti in nome del dovere di governare”. Noi ci troviamo di fronte a un fenomeno di astensionismo patologico in termini democratici perché la minoranza degli elettori decide la maggioranza che governa. Sono molteplici le cause e tuttavia non sembra che i partiti si stiano dando pena per invertire la pericolosa tendenza, ma certamente anche la impossibilità di scegliere i propri candidati gioca un ruolo prevalente; si osservino le elezioni amministrative per avere una controprova. Dal 1993 abbia avuto una sequela di leggi elettorali- Mattarellum, Porcellum (secondo la definizione data dal suo autore) Italicum, Rosatellum – che il latinorum non ha nobilitato.

Siccome non si vede all’orizzonte una decisa volontà da parte dei partiti di affrettare una riforma della legge elettorale vigente, che restituisca sovranità agli elettori, ho aderito e promuovo convintamente il referendum “Io voglio scegliere” per il quale è in corso la raccolta delle firme.

Considero questa occasione particolarmente coerente con lo spirito e la finalità del nostro impegno di Partigiani Cristiani.

Credo che dovremo essere promotori della raccolta delle firme. Sul sito del ‘Comitato Referendario per la rappresentanza’ si possono trovare tutti gli elementi conoscitivi. Si tratta di un referendum abrogativo di parti della legge vigenteperché non è possibile abrogarla interamente in quanto la Corte Costituzionale ha certificato che non si può stare in assenza di una legge elettorale, e lo si capisce! Allego qualche documento e ricordo che i quesiti sono 4 per cui si devono firmare quattro moduli. Potete solo immaginare con quale formulazione giuridica, impenetrabile per i non addetti ai lavori, è formulato il quesito per la abrogazione, ma in sintesi si tratta di sopprimere:

  1. il voto congiunto tra candidati uninominali e liste plurinominali (se voto uno, voto anche l’altro, e viceversa. Bella scelta dell’elettore!)
  2. nessuna soglia di accesso per le liste autonome e coalizioni (tutti i voti valgono: con il blocco milioni di elettori non sono rappresentati in Parlamento!)
  3. tutti i partiti, anche quelli in parlamento, devono raccogliere le firme per le candidature (i partiti mettano la faccia!)
  4. abolizione delle pluricandidature: ogni candidato in un solo collegio uninominale e/o plurinominale (è uno scandalo giocare a dominio fra i collegi, per cui solo dopo il voto gli elettori possono trovarsi nel loro collegio un eletto che non hanno votato!)

Mi pare che l’impresa meriti che ANPC ora tutta la sua forza ideale e operativa per onorare la storia di tutti coloro che ci hanno donato il nostro sistema democratico repubblicano. Buon lavoro!

 

[Testo della lettera che Mariapia Garavaglia ha inviato con il seguente titolo: “Resistenza, oggi! Io voglio scegliere”]

VaticanNews| Visita di Parolin in Ucraina: dolore per la “terribile guerra”.

Oggi [ieri per chi legge, ndr], il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, si è recato in visita a Odessa, una delle città più colpite dalla guerra che da quasi due anni e mezzo tormenta il Paese. Qui ha pregato per le vittime invocando una pace giusta e duratura. La sua presenza, come Legato pontificio dal 19 luglio al 24 è segno della vicinanza di Papa Francesco al popolo ucraino. All’incontro con la comunità nella Cattedrale romano-cattolica dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, ha espresso parole di ringraziamento e di incoraggiamento.

 

“Condivido il vostro dolore”

Parolin, che ha cominciato il suo viaggio in Ucraina dalla regione occidentale di Lviv e che domani [oggi per chi legge, ndr], 21 luglio, presiederà la celebrazione conclusiva del pellegrinaggio dei cattolici di rito latino nel Santuario mariano di Berdychiv, si è diretto nella città portuale di Odessa, a sud del Paese, rivolgendo il suo grazie per l’accoglienza manifestata sin dal suo approdo in questa nazione. Il suo saluto cordiale è indirizzato al vescovo, ai sacerdoti presenti, ma anche ai rappresentanti della Chiesa ortodossa [ndr Chiesa ortodossa d’Ucraina, proclamata autocefala da Costantinopoli nel 2019], ai laici, ai rappresentanti dell’amministrazione, all’ambasciatore e a tutte le persone che si sono raccolte in questo luogo a pregare. Hanno partecipato anche i rappresentanti della comunità ortodossa, rappresentanti della Caritas locale, che instancabilmente fornisce sostegno ai bisognosi. Accolto con i simboli tradizionali del pane e del sale, Parolin ha rimarcato di portare la vicinanza, la presenza e la benedizione di Papa Francesco che “segue con tanta attenzione, con tanta preoccupazione, con tanto dolore la situazione”.

Ai media vaticani, il cardinale confida che, appena ha messo piede nel Paese dell’est Europa travagliato da una guerra da quasi due anni e mezzo, ha sentito in maniera particolare il dolore di questo popolo. E mentre il vescovo ha commemorato i caduti in guerra con una candela in cattedrale, si è palesato il dolore di chi ha perso i propri cari, ha affermato Parolin, e di chi è rimasto ferito. Riferisce il porporato di aver appreso che “tantissimi sono rimasti invalidi”. Si unisce pertanto alla sofferenza “di coloro che piangono per la distruzione delle loro proprietà, di coloro che hanno dovuto partire e rifugiarsi altrove. Il dolore di tutti coloro che in qualche maniera sono coinvolti in questa terribile guerra”.

 

La preghiera per una pace giusta

Il dolore da un lato, la speranza dall’altro. L’incoraggiamento del rappresentante pontificio è forte: “Io credo che come cristiani non dobbiamo perdere la speranza, la speranza che per la grazia del Signore riesce a toccare anche i cuori più duri”. Auspica che, “anche con la buona volontà di tante persone, si possa trovare una strada per arrivare ad una pace giusta”. In questa direzione conferma lo sforzo e l’impegno della diplomazia vaticana. Alla vigilia della festa della Madonna, che sarà celebrata domani a Berdychiv, anticipa che ci si affiderà proprio alla Madonna, Regina della pace. “Io spero che anche questa visita, come anche le precedenti, quella per esempio del cardinale Zuppi, possano portare un piccolo contributo a costruire la pace, un cammino di pace in questa terra”, chiosa ancora Parolin.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-07/parolin-odessa-condivido-dolore-guerra-papa-francesco-ucraina.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Biden, chiuso in casa, ascolta e riflette ma non cede.

Il presidente americano Joe Biden, in una dichiarazione in risposta al discorso di Donald Trump alla convention repubblicana, ha detto che tornerà a fare campagna la prossima settimana.

“Non vedo l`ora di tornare in campagna elettorale la prossima settimana per continuare a denunciare la minaccia dell`agenda del “Project2025” di Donald Trump, sostenendo allo stesso tempo il mio operato e la visione che ho per l`America”, ha detto Biden in un comunicato.

Il presidente ha aggiunto che lavorerà per salvare “la nostra democrazia”, proteggere “i diritti e le libertà e creare opportunità per tutti”.

“La visione oscura di Donald Trump per il futuro non è ciò che siamo come americani. Insieme, come partito e come Paese, possiamo e lo sconfiggeremo alle urne”, ha ribadito Biden.

 

(Fonte: Askanews)

Il Centro richiede senso della dignità. Lo si trova nel camaleontismo renziano?

Matteo Renzi è uno dei politici più intelligenti del nostro paese. Almeno questa è la mia personale opinione. Nella prima repubblica e nella Democrazia Cristiana sarebbe stato definito semplicemente come un “cavallo di razza”. E diciamocelo senza alcuna piaggeria: Renzi è veramente un “cavallo razza”. Però, esiste purtroppo un però. Ed è molto semplice da spiegare.

Se è indubbiamente un leader politico per la sua capacità di intuizione e la rapidità di movimento, paga il suo indubbio e riconosciuto carisma con un tatticismo sfrenato e una spregiudicatezza senza limiti.

Ora, per fermarsi all’ultima piroetta politica, abbiamo appreso che intende collocare il suo partito – che adesso definisce di Centro – in un’alleanza con la sinistra massimalista e radicale della Schlein, la sinistra populista e demagogica dei 5 Stelle e la sinistra fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis. Perché, sostiene il capo di Italia Viva, adesso va di moda un “Centro che marcia verso sinistra” di degasperiana memoria.

Intendiamoci. Ogni progetto politico va considerato per quello che è. Però non si può non rilevare che nell’arco di un anno il Nostro si è fatto paladino di un “Centro autonomo” alternativo alla sinistra populista ed estremista e alla destra sovranista e conservatrice; poi siamo passati ad un Centro alleato con i radicali per il progetto – immediatamente naufragato come il precedente – degli “Stati Uniti d’Europa” per approdare, è notizia di queste ultime ore, ad un “Centro che marcia a sinistra”.

In questo rapido, svelto e continuo cambiamento di prospettiva, risiede l’indubbia intuizione del leader politico fiorentino e il suo altrettanto oggettivo limite. Limite di credibilità innanzitutto.

Perché anche il tatticismo più esasperato e la spregiudicatezza più plateale devono, prima o poi, fare i conti con la realtà politica. Una realtà che dice una cosa sola, almeno a mio parere. E cioè, anche il Centro, e con il Centro una seria e credibile “politica di centro”, non possono essere stiracchiati e strumentalizzati in questo modo. Perché, altrimenti, il vero rischio che si corre è quello di presentare il Centro – che resta, tuttavia, il luogo politico fondamentale ed indispensabile per il governo del nostro paese – come un espediente puramente strumentale e tattico. Cioè una sorta di elastico che si può tirare da tutte le parti a seconda delle convenienze momentanee di chi si intesta questo spazio politico. Che, detto fra di noi, è l’esatto contrario di quello che storicamente, politicamente e culturalmente è stato il Centro nel nostro paese.

Per questi semplici motivi, e al di là dell’ultima scelta – legittima e anche umanamente comprensibile – intrapresa dal leader di Italia Viva, una cosa va detta con chiarezza. E cioè, chi crede nella bontà e nella necessità di una ‘politica di centro’ nel nostro paese, e di fronte alla deriva degli ‘opposti estremismi’ che, purtroppo, continua a caratterizzare larghi settori dei due schieramenti politici, non può che impegnarsi per rafforzare un partito che dichiara esplicitamente e senza continue, ripetute ed improvvise capriole, di credere nel Centro perché elemento equilibratore del nostro sistema politico. Confondere la costruzione del Centro con operazioni politiche dettate dal puro tatticismo personale e di partito, oltre ad affossare un patrimonio politico e culturale che nel nostro paese è stato decisivo per svariati decenni, e lo è tuttora seppur in forme e modalità diverse, rischia anche – e paradossalmente – di rafforzare indirettamente quella radicalizzazione del conflitto politico che era, e resta, alla base del decadimento etico della stessa politica italiana.

Ecco perché anche le operazioni più spregiudicate, seppur intelligenti, a volte rischiano di presentarsi per quelle che sono. E cioè, piccole e circoscritte operazioni di potere. Anche quando vengono intraprese da esponenti politici che hanno una intelligenza politica non comune come quella di Matteo Renzi.

Cosa dice alla politica italiana il voto di Strasburgo

Il voto di Strasburgo letto in chiave interna italiana consolida e conferma un’idea che mi sono fatto da tempo, e cioè che il forzato bipolarismo italico produce guasti seri al Paese perché la radicalizzazione dello scontro Destra vs. Sinistra che esso produce frustra quelle doti di mediazione e moderazione indispensabili, non sempre e in ogni circostanza ma il più delle volte sì, per condurre in porto con esiti soddisfacenti trattative complesse e oggettivamente non semplici.

In questo caso se ne è avuta una dimostrazione plastica, che non potrà (si spera) non produrre riflessioni avvertite sulla necessità di apportare almeno qualche modifica di natura politica al bipolarismo indotto dalla legge elettorale e pure, questo va onestamente riconosciuto, dall’incapacità dei partiti che si dicono “centristi” di costituire un forte riferimento per quella gran parte di concittadini che non apprezzano la radicalizzazione e che non avendo credibili alternative elettorali vicine ai loro sentimenti si rifugiano nell’astensionismo.

Che cosa deve pensare un normale cittadino italiano del voto dei suoi rappresentanti al Parlamento Europeo che ha riconfermato Ursula Von der Leyen alla Presidenza dell’Assemblea di Strasburgo, nel quale le forze di governo si sono divise e quelle di opposizione pure? Producendo come risultato l’isolamento dell’Italia, una sconfitta gravissima certamente imputabile in primis a Giorgia Meloni e al suo esecutivo ma anche il risultato di quella estremizzazione cui si faceva cenno poc’anzi.

A destra il principale partito, Fratelli d’Italia, si è fatto risucchiare dalla decisione leghista di far parte dello schieramento antieuropeista e filorusso dei cosiddetti “Patrioti” guidati dal premier ungherese Orban, il quale non si è certo fatto scrupolo di mettere in forti difficoltà la sua già amica Meloni, così come ha fatto il post-franchista spagnolo Santiago Abascal leader di Vox, alle cui assemblee la nostra premier ha dedicato nel tempo accorati discorsi nazionalistici in lingua castigliana.

Preoccupata dalla concorrenza a destra impostale dal suo alleato più infido, Matteo Salvini, la nostra “underdog” ha rinunciato a recitare un ruolo importante in Europa condannando sé stessa e soprattutto il suo Paese (pardon, la sua “Nazione”) ad un ruolo subalterno che l’Italia assolutamente non merita, non foss’altro per il peso che essa riveste nel continente. A nulla sono valsi gli sforzi di Forza Italia e del vicepremier Tajani nell’opera di convincimento della Presidente del Consiglio per un voto alla Von der Leyen, col risultato che l’anima moderata del destra-centro al governo è stata emarginata. Vincente in Europa, perdente in Italia.

Ma anche a sinistra non è che sia andata molto meglio. La differenza, non da poco per carità, e che da questa parte le divisioni non hanno arrecato un danno al Paese ma solo perché non si hanno ruoli di governo e quindi impegni di rappresentanza nazionale. Il mitico Campo Largo si è infatti diviso anch’esso, con il Pd e i Verdi (in questo frangente differenziatisi dai compagni di Sinistra Italiana) che hanno votato per la Presidente della Commissione e il Movimento 5 Stelle e il partito guidato da Nicola Fratoianni che hanno optato per il no. I centristi del fu Terzo Polo invece non hanno votato proprio: in quanto assenti, dazio pagato alla folle spaccatura voluta dai loro capi.

Dunque, per farla in breve: Pd, Forza Italia e Verdi con la Von der Leyen e la maggioranza europeista del Parlamento di Strasburgo; Fratelli d’Italia, M5S, Lega e Sinistra Italiana contro. Su una questione europea fondamentale. Bisogna ripartire da qui, da un dato politico innegabile.

Forza Italia ha un problema non da poco. Coerenza con un progetto unionista nel solco del popolarismo continentale e quindi apertura di un cantiere moderato tradizionale oppure asservimento ad una Destra ancora becera che Giorgia Meloni pareva voler cambiare ma che non ha potuto (o voluto, questo solo lei lo sa) trasformare in una vera forza conservatrice liberale? Tema da congresso di grande respiro, se i congressi veri li facesse ancora qualcuno. In mancanza, almeno, dico solo almeno, tema di un dibattito interno importante. Lo farà, Forza Italia, magari spinta a ciò dai fratelli Berlusconi?

Pure il Pd ha a che fare con un problemino non certo irrilevante. Abbandonata l’idea fondativa della “vocazione maggioritaria”, che forse troppo arditamente immaginava di includere la pluralità sociopolitica del centrosinistra in un unico partito, il nuovo PD targato Elli Schlein ha assunto un volto più marcato (e ciò è stato parzialmente premiato dagli elettori, dico parzialmente perché il 24% non è il 33%), ma spostandosi decisamente a sinistra ha scoperto il lato centrista, che certamente i suoi rappresentanti liberal e cattolico democratici non sono oggi in grado di rappresentare con forza dentro il partito, posto che la segretaria decide tutto da sola e ascolta solo pochi suoi amici fidati.

Non solo. L’alleanza con i 5 Stelle si dimostra ad ogni passaggio politico vero – quale è stato quello di Strasburgo – sempre meno credibile, avendo Conte nei confronti di Schlein lo stesso obiettivo che ha Salvini con Meloni: indebolirla. La sinistra di Fratoianni si sa bene come la pensa, per cui quello che manca al Pd di oggi è un alleato autorevole che occupi il lato moderato del centro-sinistra, come fu a suo tempo la Margherita di Rutelli e dei Popolari. Un partito autonomo e sufficientemente forte per costituire con i dem un’alleanza senza subirne il dominio. In grado così di tornare a rendere interessante il centro-sinistra per molti italiani oggi senza una forza politica di riferimento e al tempo stesso oppositori della Destra, del suo governo e della sua cultura di fondo. Lo schema bipolare così rimarrebbe, ma arricchito e quindi maggiormente in grado di offrire una proposta ad una fascia più larga di italiani. Unito da una comune visione europeista quanto mai indispensabile alla luce del possibile radicale cambiamento della guida politica a Washington.

VaticanNews | Pregare per la pace: da ieri Parolin in Ucraina.

Mariusz Krawiec

 

È iniziata con un incontro a Lviv con i rappresentanti delle autorità ecclesiastiche e civili la visita in Ucraina del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, nominato da Papa Francesco suo Legato per le celebrazioni conclusive del pellegrinaggio nazionale dei cattolici latini dell’Ucraina al Santuario della Beata Vergine Maria di Berdychiv, che si terrà domenica 21 luglio.

Oggi (ieri per chi legge, ndr), venerdì 19 luglio, il cardinale Parolin, accompagnato dal nunzio apostolico in Ucraina, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, è giunto nel tardo pomeriggio presso la Curia della arcidiocesi romano-cattolica di Leopoli, dove è stato accolto dal metropolita Mieczyslaw Mokrzycki e dai vescovi ausiliari Edward Kava e Leon Maly. All’incontro ha partecipato anche Mons. Volodymyr Hrutsa, Vescovo ausiliare dell’Archeparchia di Leopoli della Chiesa greco-cattolica. Erano presenti anche Maksym Kozytskyi, capo dell’amministrazione regionale di Lviv, e Andriy Sadovyi, sindaco di Lviv.

 

Una preghiera di pace

Dopo un breve saluto ai presenti, il legato pontificio ha lasciato il suo primo commento ai media vaticani. “L’occasione della visita è legata alla celebrazione nel Santuario mariano di Berdychiv. Allora è stata quella la ragione per la quale il Santo Padre mi ha inviato come suo rappresentante speciale, dietro richiesta anche dei vescovi latini, per l’elevazione a Basilica minore del Santuario”, spiega il porporato. “Quindi, la prima ragione sarà proprio quella di condividere con i fedeli questa celebrazione e questa preghiera che, naturalmente, sarà una preghiera soprattutto per la pace, sarà una preghiera corale elevata alla Madre di Dio, perché conceda finalmente la pace a questo Paese, che il Santo Padre definisce sempre ‘martoriato’, la ‘martoriata Ucraina’. E naturalmente, questa circostanza mi offre anche l’opportunità per incontrare le autorità del Paese. Anche perché – aggiunge Parolin – c’è sempre stato, da tempo, un invito a venire in Ucraina in questa situazione particolare della guerra. E quindi, dopo la celebrazione di domenica, ci sarà l’occasione di incontrare le autorità a partire, credo, dal presidente. E naturalmente, lì, credo, si parlerà di pace, di quali sono le possibili prospettive di pace”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-07/ucraina-parolin-vicinanza-papa-pregare-pace.html

La Voce del Popolo | Donald Trump tra speranze e perplessità.

Anche chi non arde di amor politico verso Donald Trump (il sottoscritto è tra costoro) deve tuttavia riconoscere che la reazione immediata del candidato repubblicano nei minuti che hanno fatto seguito all’attentato ha rivelato un talento e un carattere di cui gli va dato atto. Circostanza che da un lato sembra consolidare assai il suo vantaggio elettorale e dall’altro lascia sperare che magari la sua presidenza possa essere meno peggio di quel che in tanti si continua a prevedere. 

Detto questo affiorano però almeno due perplessità – chiamiamole così – che continuano a destare un certo allarme. La prima è proprio quell’istinto combattente (“fight, fight, fight”) che vede nella politica innanzitutto la lotta. Argomento tipicamente americano, si dirà. Eppur rivelatore di una propensione polemica e di un linguaggio militaresco che ha molto a che vedere con quel clima di avversione che avvelena ogni confronto politico ed elettorale. 

La seconda è quel voler insistere a scomodare Dio, che un attimo dopo, e sempre più, è stato invocato non solo co- me il protettore e salvatore di Trump ma anche come il sostenitore decisivo delle sue battaglie politiche e della sua causa elettorale. 

Il Dio che dall’alto guarda gli eserciti della politica che si affrontano e si combattono dovrebbe invece essere lasciato in pace dai combattenti. La cui causa può magari essere anche la più alta e nobile. Ma proprio per questo non ha bisogno di un sostegno così autorevole. Lasciare la divinità fuori dal conflitto degli umani e combatterlo con maggior grazia dovrebbe essere il modo più appropriato per affrontare il cimento elettorale.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 18 luglio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Il Tour de France contro un bacio, un castigo senza delitto.

Sotto un caldo asfissiante o sotto una pioggia battente, ogni anno dal 1903 si corre in bicicletta il Tour de France. Che sia maglia gialla, bianca verde o a pois, qualcuno la indosserà e ci sarà alla fine un solo vincitore. C’è qualcuno che ha già fatto la sua parte e ha lasciato decisamente il segno su questa edizione. 

Diceva Pasolini che il ciclismo è lo sport più popolare perché non si paga il biglietto. Questa volta la vera popolarità se l’è guadagnata Julien Bernard, un ciclista che ha osato sfidare leggi e regolamenti, in barba a tutti, ed in una tappa a cronometro, durante la pedalata, si è fermato per dare un bacio alla moglie e al figlio appostati sul ciglio della strada da battere.

Lo ha fatto mentre attraversava Nevers, il suo paese d’origine, con i suoi abitanti a sostenerlo ed applaudirlo. Par che quella terra abbia preso il nome da “neva” che in russo vuol dire “neve”.  Bianco come la neve è il cuore di Bernard che non ha resistito all’impulso di baciare i suoi cari. Forse, in materia, ha imparato dal grande Barnard, il primo a fare un trapianto di cuore. Solo una consonante li distingue ma sono all’evidenza in piena sintonia su un organo che scalpita quando i sentimenti fanno la loro parte. 

Nevers è anche famosa per le sue ceramiche ed è con delicatezza di passi, propria di chi si muove tra oggetti belli e fragili, che si è mosso Julien per abbracciare la sua famiglia.

Never, “mai” è la sentenza che ha emesso la giuria che lo ha condannato ad una ammenda di 200 franchi per aver avuto un comportamento inappropriato a danno all’immagine del ciclismo, valutando pericolosa la sosta del ciclista, durante il cimento. Bernard si è difeso motivando di trascorrere a causa del lavoro 200 giorni l’anno lontano dalla sua famiglia e che ripagherebbe ogni volta volentieri i 200 franchi, comminati di sanzione al suo indirizzo, non rinunciando all’incontro familiare.  La giuria, imperturbabile a tutto questo, si è dimostrata a corto di fantasia e di immaginazione. Il fatto censurato ha regalato un momento di commozione alla competizione, il contrario del disdoro che si è contestato.

Quanto alla sicurezza, il ciclista si era messo d’accordo con tutti gli altri avversari, preavvertendoli delle sue intenzioni e quindi di prestare attenzione alla sua sosta ed all’ingombro lungo il circuito, ricevendone in cambio preventivamente ogni solidarietà. Si dice che bisogna appropriare il rimedio al male e così la giuria è stata inflessibile, anche se la sua sentenza ha il sapore di una presa in giro, forse in aderenza alla gara che si svolgeva. Non ci ha girato tanto attorno.

Cyclus, dal greco antico, sta infatti per giro o per cerchio. Lo svolgersi della vita è un cerchio e i guardiani delle regole hanno temuto probabilmente la ciclicità dell’episodio, il suo ipotetico ripetersi in altre occasioni. Hanno subito emesso un punto di contrarietà. Impossibile, insomma, trovare la quadratura del cerchio. 

Se quest’anno il regolamento ha disciplinato persino la misura dei calzini dei corridori e la punta del loro bianco da rispettare, non poteva chiamarsi fuori dall’esprimere disapprovazione per un’effusione data durante la gara. Del resto, quello di Julien, peggio ancora, non è stato un momento di pazzia, vittima di un impulso ingovernabile. Lui stesso ha dichiarato che era da una decina di mesi che progettava il suo misfatto, privilegiando il moto dell’anima al moto delle gambe. Per la cronaca, non è sceso dalla bici. Restandoci in groppa, ha dato un bacio a moglie e figlio durato una trentina di secondi. Alla fine, Julien si è classificato in cinquantanovesima posizione, non ha usato trucchi o droghe per prevalere. 

Per gli inflessibili, avrebbe comunque alterato l’esito della sua prestazione. Con riprovevole candore, infatti, ha ammesso che il suo gesto gli ha moltiplicato le forze. Se ne evince che c’è stato un concorso esterno a dargli una mano a rimpinguare le energie spese fino a quel momento. Questo forse il convincimento intimo della giuria. Ci vuole qualcosa di più che l’intelligenza per agire in modo intelligente, diceva Fëdor Dostoevskij in “Delitto e castigo”. Questa volta lo scrittore russo dovrebbe modificare il titolo della sua opera. Se manca il delitto, resta solo il castigo ed allora…

Omaggio all’impegno intelligente e generoso di Publio Fiori

Quando ci lascia un caro amico la prima sensazione che accompagna il dolore è che con la morte tutto finisce. Una battuta ricorrente è “come se non ci fosse stato mai”. È una reazione dove lo sconforto mette per un attimo in ombra la ragione e la fede.

Poi tutto si rivela con nitidezza e la memoria che ci riporta a rivivere tante storie. Il bene disseminato e i valori di umanità danno il segno di una vita che non si spegne. È un conforto che ci riempie di speranza: il bene, le belle persone continuano a vivere nei nostri cuori. Publio Fiori era un amico caro. Era una bella persona.

La Sua disponibilità  all’ascolto e ad agire sono stati i tratti di un carattere aperto alla ricerca del nuovo per dare risposte a tante attese. Publio aveva il dono della mediazione. Il Suo approccio a vicende complesse era positivo e sovente le sue conclusioni erano sintetiche considerazioni, che invitavano all’ottimismo.

Puntava su ciò che era utile per andare avanti, superando i setterarismi:.aspetti di povertà culturali. Lo ricordo nelle Aule parlamentari a discutere sulle pensioni. Una materia difficile che lui dominava. Era una delle Sue tante battaglie per la giustizia.

Fu vittima di un attentato delle Brigate Rosse. Non un atto dimostrativo tutt’altro. Si portava dietro questa drammatica esperienza senza ostentazione che gli serviva come energia a spendersi per la giustizia e per la democrazia. Negli ultimi tempi stavamo condividendo una iniziativa per ricomporre ad unità l’esperienza dei cattolici e rimuovere le macerie che con con la morte di Moro hanno sepolto visioni e valori come afferma Mannino. La Sua e di tanti amici è il tentativo difficilissimo di fermare l’onda distruttiva della storia dei cristiani democratici.

Il cancellierato alla tedesca. come ricorda Gemelli, il superamento  di sistemi elettorali che hanno massacrato la democrazia erano anche gli obiettivi di Publio. Ecco la vita continua e i ricordi vivificano ciò che sembrava consegnato all’oblio. Non c’era un interesse personale in Publio, solo una passione e un ideale mai spenti a rendere un servizio alla democrazia e alla libertà oggi messe in discussione. 

Grazie Publio per la Tua testimonianza che ci dà coraggio ad andare avanti senza consegnarsi al più forte. La nostra storia non è in vendita!

 

[Testo pubblicato sulla pagina Fb dell’autore]

Biden al capolinea, lo dicono i media e lo pensa Obama.

“Siamo vicini alla fine”. Secondo Nbc, una persona vicina a Joe Biden ha definito così la situazione, ammettendo che il presidente Usa sta pensando seriamente di ritirarsi dalla campagna per il voto di novembre. La stessa persona, che qualche giorno fa dubitava che Biden si sarebbe fatto da parte, oggi ha ammesso alla rete tv Usa che la decisione è nelle mani del presidente, ma si sta avvicinando un punto di non ritorno. Chi ha parlato con un alto responsabile della campagna elettorale riferisce che l’organizzazione sta facendo i conti con una nuova realtà. “Stanno finalmente realizzando: è un quando, non più un se”.

Il presidente, nel frattempo, è risultato positivo al Covid e si è ritirato nella sua casa di vacanza a Rehoboth Beach, nel Delaware, interrompendo la campagna elettorale.

Intanto anche Obama vede sempre meno spazio per la vittoria di Biden, ma vuole proteggerne la figura. L`ex presidente ha detto ai suoi alleati nei giorni scorsi che il percorso dell’anziano inquilino della Casa Bianca verso la vittoria alle presidenziali di novembre si è notevolmente ristretto e pensa che spetta a lui considerare seriamente la fattibilità della sua candidatura.

Lo scrive oggi [ieri per chi legge, ndr] il Washington Post, precisando che Obama ha parlato con Biden solo una volta dopo il fallimentare dibattito tv con Donald Trump. L’ex presidente ha detto che la sua preoccupazione è proteggere il suo ex vicepresidente, e si è opposto all`idea che lui solo possa influenzare le decisioni di Biden. In realtà, dietro le quinte, Obama è stato impegnato nelle conversazioni sul futuro della campagna di Biden, rispondendo alle chiamate di molti democratici ansiosi, tra cui l’ex presidente della Camera Nancy Pelosi. Queste sono le ultime informazioni che trapelano da fonti anonime raggiunte dal Washington Post.

 

Fonte: Askanews

Città Nuova | La lezione di Donati. Dialogo tra Cefaloni e D’Ubaldo.

Fa pensare il fatto che la Settimana sociale dei cattolici in Italia sia stata dedicata nel 2024 alla necessità di andare al cuore della democrazia, considerando gli ostacoli affrontati dai primi democratici cristiani nel nostro Paese.

 

Una storia pressoché sconosciuta, fatta di contrasti all’interno dell’associazionismo cattolico e di rapporti difficili con le istituzioni ecclesiastiche, ma contrassegnata da personaggi di una perenne attualità, come dimostra la vicenda emblematica di Giuseppe Donati, primo direttore de Il Popolo dal 1923, grande giornalista d’inchiesta, uomo con la schiena dritta che meriterebbe libri e film lontani da ogni stucchevole agiografia.

Abbiamo parlato di Donati (1889-1931) con Lucio D’Ubaldo, direttore  del sito web Il Domani D’Italia, che esprime una continuità con la storica rivista promossa da Romolo Murri. D’Ubaldo è giornalista e scrittore, già senatore della Repubblica dal 2008 al 2013, fa parte del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Internazionale “Jacques Maritain” nonché dell’Accademia degli Incolti, un’antica istituzione romana fondata nel 1658.

Qualcosa si è detto di Donati a proposito del centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, a proposito del quale inquietano certi fatti recenti come, ad esempio, la decisione del condominio del palazzo dove abitava il deputato socialista che ha voluto escludere il riferimento alla “mano fascista” nel delitto dalla targa commemorativa esposta all’ingresso dell’edificio.

 

Chi non ha avuto alcun timore di esporsi a difesa della verità dell’omicidio politico di Matteotti nel clima di forte violenza del consolidamento del fascismo, è stato, invece, Giuseppe Donati che pagò la propria determinazione con il confino in Francia dove morì di stenti e malattia nel 1931. Di questo luminoso esempio del cattolicesimo democratico sembra che importi ancora a pochi, probabilmente perché la sua memoria mette in evidenza dei nodi tuttora irrisolti ce cerchiamo di far emergere in questo dialogo con Lucio D’Ubaldo.

Parliamo di Donati, un popolare anomalo perché aderì al partito guidato da Sturzo e De Gasperi dopo aver tentato un diverso percorso politico legato alloriginaria democrazia cristiana di Romolo Murri. In cosa consisteva questa sua originalità e perché era così minoritaria al contrario della formazione politica del Ppi fondato nel 1919?
In realtà, già negli anni ‘10 del Novecento Donati rompeva anche con Murri. Non era convinto che la scelta progressista dei democratici cristiani dovesse motivarsi sulla base di un distinguo polemico dalla Chiesa, mettendo a rischio la fedeltà alla dottrina della fede sulla scia di un movimento, quello modernista, tacciato di eresia. Era doppiamente intransigente, poiché difendeva il richiamo all’ispirazione cristiana nella organizzazione della proposta politica ma, al tempo stesso, rivendicava la piena laicità del partito, così come lui lo immaginava.

 

Da che formazione veniva Donati?
Prima dell’impegno nella murriana Lega Democratica Nazionale, che volle cambiare in Lega Democratica Cristiana, aveva collaborato con due riviste prestigiose, fuori dal perimetro cattolico: La Voce di Prezzolini prima e L’Unità di Salvemini dopo. Fu quest’ultimo a dare di Donati la definizione di “cattolico anticlericale”: ne ammirava le capacità giornalistiche, come pure il rigore intellettuale e politico. Tra i due, il sentimento di stima non s’interruppe mai. Eppure, quando nel primo anteguerra Salvemini avanzò l’invito a confluire nel partito socialista, quel rapporto così fecondo non fu sufficiente a impedire il rifiuto di Donati, per il quale valeva anzitutto la difesa dell’autonomia politica dei democratici cristiani.

 

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Cattolici e politica, Giuseppe Donati da riscoprire

Il sociologo Omizzolo e il non-scoop dei lavoratori extracomunitari dopati

Marco Omizzolo, sociologo, docente e ricercatore dell’Eurispes, che da anni studia il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in agricoltura (documentando, tra l’altro, la condizione spesso di ultime fra gli ultimi, al di là dell’immaginabile, delle donne, spose dei braccianti indiani nei nostri campi, talvolta senza avere al fianco movimenti e partiti, impegnati in ben altre battaglie per ben altri diritti) ieri sui suoi profili sulle reti sociali si è lamentato del fatto che i grandi giornali, nella fattispecie il Corriere della Sera, presentino solo ora e quasi come uno scoop, il fenomeno criminale, da anni tristemente  noto, del doping ai braccianti per essere sfruttati di più, accrescendo la loro resistenza alla fatica.

Fenomeno su cui, per limitarsi a parlare di questo studioso, Omizzolo ha dato un contributo a partire dal 2014, redigendo il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi”, e pubblicando diversi libri, decine di articoli, saggi e ricerche scientifiche sull’argomento. Molti articoli si trovano online in particolare sul Magazine dell’Eurispes.

A mio modesto parere, questo è un episodio indicativo del fatto che dall’opinione pubblica è quasi del tutto scomparso il tema di una più equa distribuzione della ricchezza nella catena del valore delle filiere produttive. Abbiamo lasciato che la società (le società occidentali) si spaccasse in due a causa del divario tra lavoro tutelato e lavoro povero – non solo in agricoltura ma in tutti i lavori, compresi quelli intellettuali – caratterizzato da bassi salari, insufficienti al mantenimento del lavoratore e della propria famiglia (in contrasto con quanto sancisce la Costituzione, art.36).

Una delle piste per fronteggiare la crisi della democrazia è anche quella di elaborare un nuovo riformismo e un nuovo interclassismo, se si vuole affrontare, nel caso della nostra  area politica e del movimento “Tempi Nuovi”, con una cultura di centro e con l’ispirazione all’Insegnamento sociale della Chiesa, la nuova questione sociale che abbiamo di fronte e che rischia di essere aggravata dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, oltreché da una globalizzazione che non ha ancora generato tutele sufficienti per i lavoratori in ogni angolo del mondo.

Qualcosa però si sta muovendo in Italia. Si pensi, ad esempio, alle diverse inchieste giornalistiche e giudiziarie sulla filiera degli articoli di lusso, in cui emerge la tendenza alla esasperata ricerca della minore retribuzione possibile per gli addetti alla produzione. Il ruolo della magistratura, tuttavia, è sempre supplente. Occorre affrontare in sede culturale, politica, sindacale il problema di una più equa ripartizione della ricchezza creata. Con equilibrio, gradualità e concretezza. E con approccio interclassista che ci fa credere che una comunità dove tutti possono coltivare la speranza concreta e tangibile di stare, almeno, meno peggio, è una società in cui tutti staranno meglio.

Grazie Publio, sempre impegnato nel rilancio del cattolicesimo politico.

A poche ore dalla scomparsa di Publio Fiori la commozione che mi ha raggiunto nell’apprendere la notizia è risultata ancor più forte, dato che solo alcuni giorni fa avevamo scambiato alcune idee, sempre accomunati dal progetto di favorire la ricomposizione politica dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali italiani.

Ci avevamo provato dal 2011, quando Publio mi chiamò per informarmi della sentenza della Cassazione n. 25999 del 23.12.2010, secondo cui “la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”, ponendo fine a una querelle che aveva segnato l’avvio di quella diaspora nella quale siamo tuttora invischiati.

Fu in quel colloquio che suggerii, statuto del partito (1992) alla mano, che l’unica strada possibile era quella dell’autoconvocazione del Consiglio nazionale. Un’autoconvocazione resa possibile solo dallo sforzo congiunto mio personale insieme a Silvio Lega, Clelio Darida e Luciano Faraguti, che ci permise l’elezione di Gianni Fontana alla segreteria nazionale. Avvio di un percorso accidentato, tuttora travagliato, sul quale con Publio Fiori continuavamo a ragionare con gli amici di Iniziativa Popolare nel tavolo di coordinamento dei  “Dc Popolari”.

Il percorso politico di Publio Fiori è così sintetizzabile, grazie a una seria ricostruzione fatta da “Il Popolo” online, da cui estraggo i dati essenziali:

Publio Fiori, figura storica della politica italiana, è nato a Roma il 25 marzo 1938  e vi è morto l’altro ieri, 16 luglio 2024, all’età di 86 anni. Laureato in giurisprudenza, ha intrapreso una lunga e variegata carriera politica, ricoprendo ruoli di grande responsabilità e prestigio.

 

Gli Inizi nella Democrazia Cristiana

La carriera politica di Publio Fiori è iniziata all’interno della DC, partito nel quale ha militato fino al 1993. Fu eletto per la prima volta alla Camera nel 1976. Il 2 novembre 1977 un gruppo di fuoco delle Brigate Rosse gli tese un agguato sotto la propria abitazione ferendolo da colpi di arma da fuoco e lasciandolo gravemente ferito. Nonostante le gravi ferite, Fiori è riuscito a riprendersi e a continuare il suo impegno politico.

Fu più volte parlamentare. È stato vicepresidente della Camera dei deputati; nel 1992 divenne sottosegretario al Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni nel I Governo Amato: fu poi sottosegretario alla Sanità nel governo Ciampi e, infine, ministro dei trasporti e della navigazione del primo governo Berlusconi.

Fiori ha rappresentato una figura complessa e determinata della politica italiana, attraversando diverse fasi con l’obiettivo di mantenere vivi i valori cristiano democratici. La sua carriera testimonia l’evoluzione e le trasformazioni della politica italiana degli ultimi decenni, offrendo un esempio di resilienza e dedizione.

 

Dalla DC ad Alleanza Nazionale

Nel 1993, in disaccordo con l’apertura della DC verso la sinistra, decise di abbandonare il partito. Si unì al Movimento Sociale Italiano contribuendo alla sua trasformazione in Alleanza Nazionale (AN).

Nel 1995, con la svolta di Fiuggi, è stato tra i fondatori di AN concludendo la permanenza in questo partito nel 2005 a causa di divergenze con il leader Gianfranco Fini.

 

Il Ritorno al Centrismo

Successivamente si è unito alla Democrazia Cristiana per le Autonomie, diventandone presidente. Qui, ha promosso un ritorno ai valori neodemocristiani, sottolineando l’importanza di un centro politico in grado di riscoprire i valori tradizionali e autonomistici.

 

La Nascita di Rifondazione DC e il Progetto della Federazione Democristiana

Nel 2006, in un contesto politico incerto, Fiori ha dato vita a Rifondazione DC, diventandone segretario nazionale con la volontà di creare un’alternativa centrista al bipolarismo politico dominante. Nel 2007 promosse con i Popolari UDEUR e altri la Federazione Democristiana. L’obiettivo era quello di costruire un polo di centro di ispirazione democristiana e presentare liste unitarie alle elezioni europee del 2009.

Con la sua Rifondazione DC Publio non si chiuse mai in un egoistico abbandono autoreferenziale, al contrario partecipò sino all’altro ieri alla preparazione del prossimo incontro di Iniziativa Popolare e del Tavolo “Dc e Popolari”, che avrebbe dovuto e procederà a costituire finalmente il comitato provvisorio nazionale. Doveva essere il coronamento di un sogno, per il quale, proprio nei giorni scorsi, alla luce di quanto era accaduto alle ultime elezioni europee e sta accadendo nell’Ue, con Fiori discutemmo della necessità di favorire la nascita della sezione italiana del PPE, nella quale riunire tutte le diverse espressioni che si riconoscono nei valori del popolarismo italiano ed europeo.

È giunta improvvisa la morte e con la scomparsa di Publio Fiori perdo un grande amico con il quale abbiamo combattuto tante battaglie, uniti dagli stessi ideali. Caro Publio, riposa in pace e noi non dimenticheremo mai il tuo impegno politico e sociale in ossequio ai valori della dottrina sociale cristiana, per i quali ti sei battuto per tutta la tua vita.

Amare, ovvero scardinare ogni ritrosia di cuore e anima.

Foto di congerdesign da Pixabay

La comunicazione del linguaggio simbolico insegna a unire umano e divino, temporale e eterno, finito e infinito, carne e parola: la carne ci dà contezza del limite umano, della fragilità di ogni creatura, dell’essere soggetti alle cose del tempo, essere finiti. La parola, d’altro canto, è qualcosa di più di quello che solitamente intendiamo, e cioè espressione di contenuti.

Essa è anche ‘azione’ con cui esprimiamo noi stessi, e dà dimensione d’infinito: diviene poesia innestata nel cuore, perché fonde in sé, divinità e umanità, pienezza e debolezza, potenza e atto, coraggiosa azione sconvolgente, inquietudine di vitalità voluta, intensa determinazione dell’amare. Si tratta, quindi, di imparare a essere persone amabili, capaci di farsi interrogare in questa vita, penetrando la realtà di tutti i giorni: l’amore sano è quello che abbraccia la totalità dell’essere, il suo carattere, la sua intelligenza, la purezza dello sguardo volto alla trascendenza. Certo, intelligenza è straordinariamente quieta, ma diviene tumulto di raffinata meraviglia quando si scopre all’universo, quando penetra l’animo umano scardinando gli irti della vacuità, e rende luce all’armonia del creato, al senso ameno della bellezza della vita, e ti fa comprendere che esisti per essere e dare sostanza all’esistenza. Va da sé che saper scrutare nell’abisso dell’inquietudine, è avere il cuore dalla parte giusta, innestato nella purezza dell’amore. La dimensione anagogica, il tendere verso l’alto, guida ogni essere umano alla ricezione delle ispirazioni dello Spirito, sollecita, in termini generali, ad ampliare gli orizzonti verso la comprensione delle virtù. Soggiunge, così, ispirata, a spronare la poesia del cuore, magnificando l’anima d’infinito pensare.

Ecco che, scrutando l’umanità viandante, pervadendola, con occhi di bambini, ci si accorge che in essa, permane una passione dinamica, che crede in un domani di speranza, che insegna a modificare l’aridità del cuore, che aiuta ad avere la dimensione dell’Altro come estensione di umanità che si comunica. Certo, al camminar di dentro, tendono gli amici della verità, ed è per questo ammirevole il desiderio che porta l’animo dell’uomo a tentare di trovare risposte, concrete forme di supporto per la propria crescita umana e spirituale. “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della vostra speranza che è in voi” (1Pt 3,15), espressione che ambisce dare ragione delle motivazioni che sottendono la fede del credente. Il credente, infatti, può arrivare razionalmente fino alle soglie della fede, ma poi, per credere veramente, credere con la propria vita, con tutto se stesso, deve fare un salto di qualità che supera ogni forma di ragionamento, anche se non si pone mai contro la ragione, poiché se ciò avvenisse, la fede non sarebbe vera fede, ma sfocerebbe in sentimentalismo o, peggio, in fanatismo capace di danneggiare l’uomo. La fede, quindi, punta all’affermazione piena dell’uomo e lo riconduce in seno al suo Dio, dove trova il senso del proprio vivere e la pienezza del proprio essere estensione di umana poesia, poiché, secondo l’espressone dell’Abbè Pierre: “Gli uomini vengono su questa terra per imparare ad amare”. Imparare ad Amare è il fine cui l’uomo è chiamato nella sua esistenza, scrutarne compiutezza, concepirne trascendenza è viverne respiro.

Troppe volte si tende a confondere nella società il senso dell’amare con il perseguimento di pace sociale, intesa come forma suprema cui tendere nella vita. È vero, Cristo ci dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27), ed è giusto dono di cui ci grazia. La pace è quindi un dono che riceviamo. Il comandamento supremo che Egli è venuto a portare è l’Amore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). Troppe volte quando si parla di pace, ci si dimentica che suoi accessori fondamentali sono dialogo, giustizia, carità. Troppe volte si parla di pace per ovviare le ‘guerre’ di relazioni, siano essi sociali, politiche, familiari, amicali: per la pace delle situazioni, della famiglia, del tipo ‘non disturbar il can che dorme’, si sopporta, non si dice la verità, non si parla. Troppe volte per questo distorto intendere il senso della pace vengono in essere mortificazioni, soprusi, assurde violenze, incomprensioni, guerre.

Ergo: dubito che esporre pensiero, confutare dati, porti guerra, il dialogo chiede confronto sereno, poiché è la verità che ci fa liberi, con a base amore dell’alterità, non genera distorsioni che, invece, nascono nel momento in cui non vi è approccio d’Amore nelle relazioni, non vi è sincera verità, peggio si inventa una verità inesistente, virtuale, conforme ai nostri tempi virtuali, eludendo qualsivoglia approccio di consapevolezza al Bene superiore che chiede totale comprensione.

Se scoppia una guerra, se si alimentano distanze, è perché l’incomprensione riceve copioso nutrimento dall’insano egoismo, fittiziamente nobilitato dalla parola pace, eludendo suo senso compiuto. Ogni ‘questione’ merita chiarezza e, con coraggio, occorre porsi domanda: chi o cosa stiamo servendo? L’egoismo o l’Amore?! La risposta ci dirà se stiamo perseguendo guerra o pace!

Senza Amore, non si può godere il dono della pace, senza sradicare il senso del sé e valorizzare il senso del noi, con purezza di spirito, non si persegue amore ma l’apparente pace che, al minimo accenno di verità, esploderà in tumulto di incomprensioni silenziate e non risolte. Il fine dell’uomo è amare, solo dopo si persegue la pace. Cristo ha amato e, inquietando, interrogando le coscienze, non ha proprio alimentato pace, direi piuttosto desiderio di conoscenza da amare. È l’amore che sconvolge, scatena desiderio di verità, giustizia, carità, da qui si genera la pace che, senza facoltà d’amare non potrà che rimanere una parola di desiderio. Occorre Amare, scardinare ogni ritrosia di cuore e anima, occorre fare rumore dentro di sé e sentirsi pienamente consapevoli che laddove vedrò un’ingiustizia e non sarò in grado di reagire al giusto per amore sentito, non si perseguirà pace.

Ecco che è l’animo che si deve cambiare, non il cielo sotto cui viviamo, cosicché con il sommo poeta, possiamo dire: è l’Amor che move il sole e l’altre stelle! Occorre ‘trovarsi’, farsi adulti, incontrarsi coraggiosamente nell’intensità intima di uno sguardo profondo, così crescere in compiutezza e matura umanità.

 

Maria Francesca Carnea, Filosofa, Consulente Strategie di Comunicazione, già Docente invitato presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo in Roma; Membro Ordinario della Cattedra della Pace – Progetto educativo a supporto delle Nazioni Unite. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.

Metsola confermata presidente dell’Europarlamento

L’Europa sognata dai padri fondatori, che riprende a narrarsi come ambizione di un futuro migliore, un’Europa della speranza da lasciare alle generazioni future, in cui tutti i cittadini si possano riconoscere e siano a loro agio, un’Europa del bene comune, che sa difendersi e che difende la libertà, la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto, la pace. Un’Europa che si oppone alla polarizzazione e alle risposte semplicistiche che non risolvono i problemi. Sono alcuni dei concetti che Roberta Metsola ha messo al centro del suo lungo discorso d’insediamento, dopo essere stata rieletta presidente del Parlamento europeo da una larghissima maggioranza trasversale di eurodeputati, oggi a Strasburgo.

‘La nostra – ha esordito Metsola – deve essere un’Europa che ricorda, che impara dal passato e riconosce la lotta di tanti nel difendere ideali che a volte diamo per scontati. Per tutti coloro che sono stati mandati via dalla loro terra, che sono scomparsi, per coloro che si sono eretti davanti ai carri armati e ai proiettili per uscire dal totalitarismo che ha dominato gran parte dell’Europa per così tanto tempo. Per tutti coloro che hanno creduto nel miglioramento e hanno osato sognare. La nostra deve essere un’Europa di cui Adenauer, Mitterand, Walęsa, Fenech Adami, Havel, Veil, Falcone, Borsellino sarebbero tutti orgogliosi’.

‘La polarizzazione nelle nostre società – ha osservato la presidente del Parlamento europeo – ha portato a politiche più conflittuali, persino alla violenza politica, alle risposte facili che dividono le nostre comunità in ‘noi’ e ‘loro’.

Dobbiamo andare oltre questo pensiero a somma zero che ha escluso le persone, che le allontana. Che fomenta rabbia e odio, piuttosto che costruire speranza e convinzione. Una politica così semplicistica non offre soluzioni reali’.

‘Quest’Aula – ha rilevato Metsola – sta dalla parte opposta, vuole costruire anziché distruggere. Non ha paura di intraprendere la strada più difficile. È in grado di trovare e usare la sua voce per il bene comune, contrasta l’autocrazia, rilancia la necessità di lottare per lo stato di diritto, capisce che dobbiamo davvero essere tutti uguali in Europa’.

‘Condividiamo la responsabilità di lasciare un’Europa migliore di quella che abbiamo trovato. E lo faremo – ha annunciato – creando un nuovo quadro di sicurezza e difesa che mantenga le persone al sicuro e respinga i sogni espansionistici dei dittatori del nostro vicinato. Che sconfigga le minacce ibride che stiamo ancora affrontando. Che protegga l’Europa. Che difenda la nostra autonomia strategica. Che mantenga la pace. Che comprenda come la minaccia che abbiamo di fonte sia molto reale’.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha continuato la presidente del Parlamento europeo – rafforzando la sua competitività, approfondendo il mercato unico, garantendo posti di lavoro di qualità, concludendo accordi commerciali globali, completando la nostra Unione bancaria e l’Unione dei mercati dei capitali; e fissando obiettivi per l’industria che – ha sottolineato – siano attuabili.

È questo che mantiene le imprese europee in Europa, e ci dà la capacità di investire nei nostri giovani, nella ricerca, nell’istruzione, nella cultura, nelle nostre comunità e nel resto del mondo’.

Per Metsola è importante poi ‘la semplificazione’, ovvero la ‘riduzione della burocrazia superflua che allontana le persone e i posti di lavoro dall’Europa. I successi che i nostri cittadini ricordano di più – ha indicato – sono quelli in cui l’Europa ha semplificato la loro vita’.

Clima e ambiente, competitività economica, politiche sociali, immigrazione, parità di genere, sono gli altri temi menzionati brevemente dalla presidente del Parlamento europeo.

‘Lasceremo un’Europa migliore fornendo soluzioni reali sul clima’, e su uno sviluppo sostenibile che vada di pari passo con la protezione del nostro ambiente e del nostro patrimonio naturale. ‘Possiamo ottenerli entrambi’, ha affermato Metsola.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha aggiunto – se saremo in grado di rafforzare il pilastro sociale dell’Europa. Se diamo alle persone speranza e dignità. Se le pensioni e i salari soddisfano le aspettative sociali. Non possiamo andare avanti se i nostri giovani non sono in grado di affittare e tanto meno di acquistare un posto che possano chiamare casa’.

‘Lasceremo un’Europa migliore – ha rilevato ancora – se riusciremo finalmente ad attuare un’adeguata legislazione sull’immigrazione e sull’asilo. Questo comporta la necessaria gestione delle frontiere, con una politica di rimpatrio e, soprattutto, che sia umana (‘human centric’, ndr). Bisogna garantire che a nessun’altra madre venga più data altra scelta se non quella di mettere il proprio figlio su un’imbarcazione precaria nelle mani delle reti criminali del traffico’ di migranti.

‘Non possiamo lasciare un’Europa migliore – ha affermato a questo punto Metsola – se le persone non sono ancora in grado di essere chi desiderano essere, e amare chi desiderano amare, ovunque in Europa. Se non rimuoveremo le barriere per i disabili e non daremo loro le stesse opportunità nella vita che ha chiunque altro. Se non saremo in grado di combattere la discriminazione o arginare il crescente antisemitismo o l’islamofobia. Se l’odio e la violenza continuano a essere la forza trainante di gran parte dei nostri discorsi politici’.

‘Troppe donne – ha ricordato la presidente del Parlamento europeo – vengono ancora maltrattate, picchiate, uccise nella nostra Europa. Troppe donne lottano ancora per i diritti. Troppe donne guadagnano ancora meno degli uomini per lo stesso lavoro. Troppe donne hanno ancora paura. Questa deve diventare anche la loro Europa. Possiamo costruire l’Europa sognata da Simone Veil e Nicole Fontaine (ex presidenti del Parlamento europeo, ndr).

L’Europa che Marie Sklodowska-Curie non è riuscita a sfruttare appieno. L’Europa che Giulia, Pelin, Ana Vanessa, Daphne e tante altre donne non potranno mai vedere. Lo faremo per loro, per tutte quelle che non possono parlare, e per tutte quelle che verranno dopo’.

L’italiana Giulia Cecchettin, la turca Pelin Kaja (trovata morta a Malta), la spagnola Ana Vanessa Séren Penas sono tutte vittime di femminicidi nell’ultimo anno. Daphne Caruana Galizia è la giornalista maltese che ha pagato con la vita per il coraggio delle sue inchieste.

 

‘Abbiamo imparato – ha detto ancora Metsola – che non possiamo mai dare per scontata la democrazia. Abbiamo visto che i nostri valori europei sono considerati da troppi come una minaccia.

Questo è un distintivo donatoci dagli autocrati, che continueremo a indossare con orgoglio’. ‘La guerra di aggressione russa contro l’Ucraina sovrana rimane in cima alla nostra agenda. Sono andata a Kiev – ha ricordato – a nome di questo Parlamento, allo scoppio della guerra. È stata una visita che ha dato nuovo slancio alla nostra Assemblea, nuova visibilità e influenza. Quest’Assemblea ha contribuito a puntare i riflettori politici sulla necessità di stare al fianco dell’Ucraina, e le persone fanno ora affidamento su di noi per continuare a essere visibili nel modo più chiaro possibile’.

‘Saremo chiamati a fare di più’, ha avvertito a questo punto Metsola: ‘Dobbiamo essere pronti ad andare oltre ciò che è comodo e a fare ciò che è necessario. Lo facciamo perché l’Europa deve difendere la libertà. Per la pace: una pace reale, con giustizia, dignità e libertà. Perché in Europa sappiamo come sanare divisioni apparentemente impossibili’.

‘Questa – ha aggiunto – deve essere anche la filosofia guida della nostra reazione al conflitto in Medio Oriente, dove anche nella nebbia della guerra la nostra deve continuare a essere la voce dell’umanità, che spinge per la fine del ciclo intergenerazionale di violenza, per la ‘soluzione a due Stati’, una pace sostenibile e il ritorno degli ostaggi ancora prigionieri’.

‘Per rinnovare il nostro impegno per l’Europa dobbiamo ‘non avere paura’, secondo le parole del grande santo europeo di Cracovia, Karol Wojtyla. Non aver paura di affrontare gli autocrati. Non aver paura di mantenere la nostra promessa. Non aver paura di difendere l’Europa. Non aver paura di continuare a costruire un’Unione che funzioni per tutti noi’, ha indicato Metsola.

Bisogna rivedere ‘la narrazione di questa nostra grande Unione. Possiamo ispirare le nuove generazioni di europei. Perché l’Europa è speranza, l’Europa è fede, l’Europa siamo tutti noi. L’Europa rimane la risposta’, ha concluso la presidente del parlamento europeo.

Alla Convention repubblicana anche Haley e DeSantis appoggiano Trump

Nikki Haley e Ron DeSantis, i principali rivali di Donald Trump per la candidatura Repubblicana alla Casa Bianca, hanno dato il loro pieno appoggio all’ex Presidente in occasione della convention del Gop in corso a Milwaukee.

“Voglio essere chiara: Donald Trump ha il mio endorsement. Non dovete essere d’accordo con Trump il 100% delle volte per votare per lui” ha esordito Haley, che he elencato quelli che considera i successi in politica estera dell’ex Presidente.

“Quando Donald Trump è stato presidente, Putin non ha fatto nulla: nessuna invasione, nessuna guerra. Non è stata una coincidenza: Putin non ha attaccato l’Ucraina perché sapeva che Trump era un duro. Un presidente forte non scatena una guerra, la previene”, ha concluso.

Anche DeSantis ha espresso il proprio endorsement nei confronti dell’ex rivale: “Rimandiamo Joe Biden in cantina e Donald Trump alla Casa Bianca”.

Né Haley né Desantis erano previsti nella lista degli oratori alla convention ma sono stati inseriti dopo il fallito attentato contro Trump per tramettere un messaggio di unità all’interno del partito.

Una scelta non casuale dato che fino a pochi mesi fa i due erano fra i due più acerrimi critici di Trump, con Haley che lo aveva definito “tossico” per il Paese.

È ora di dire basta alla radicalizzazione della lotta politica

Dopo il dramma americano è ripartito, ed a maggior ragione e con sicuro fondamento, il tema della violenza della e nella politica. Violenza politica che, almeno nel nostro paese, si manifesta – per fortuna, almeno per il momento – più sul versante verbale che non su quello fisico. Ma,comunque sia, è un argomento che ritorna a fare capolino nel dibattito politico e giornalistico.

Ora, al di là delle varie interpretazioni e delle legittime opinioni attorno al tema della violenza nella e della politica, è indubbio che la decadenza del linguaggio nella vita pubblica italiana ha un inizio ben preciso. Accompagnato, come ovvio, da una precisa matrice culturale e prassi politica.

Ovvero, il disvalore della radicalizzazione politica, della delegittimazione morale dell’avversario/nemico e del suo irreversibile annientamento politico risponde ad una precisa concezione sub culturale. E cioè, la concezione della politica come distruzione sistematica del nemico. Se questo è il filo rosso che lega l’aggressione verbale contro il nemico irriducibile con la potenziale e pur sempre devastante violenza politica, è doveroso ed anche urgente porre fine alla deriva della radicalizzazione per rilanciare le ragioni fondanti della democrazia. Oltreché ai valori e ai principi scolpiti nella Costituzione.

Per queste semplici ragioni credo sia del tutto inutile invocare la buona educazione, la qualità della democrazia, il rispetto delle regole basilari della civiltà democratica e lo stesso buon senso e poi, al contempo, scaraventarsi con rara violenza contro il nemico giurato, in virtù di un odio ideologico e politico senza tregua e senza limiti. Una concezione, questa, che mina alla radice qualsiasi dichiarazione di buoni intenti e di distensione. E allora, fuor di metafora, come è possibile che nel nostro paese – senza, come ovvio, tracciare confronti con ciò che capita oltre oceano – attorno ad una riforma istituzionale o ad un provvedimento che ridisegna il campo delle responsabilità delle autonomie locali, si scateni un putiferio che rischia di creare un caos indescrivibile nella società italiana? Com’è pensabile che attorno ad un tema squisitamente politico e di riassetto delle nostre istituzioni si corra il rischio concreto di dar vita ad un clima ingestibile nelle piazze e nella stessa opinione pubblica? Come si può invertire la rotta e ripristinare una corretta e credibile democrazia dell’alternanza quando l’unico e vero obiettivo è quello di demolire moralmente, culturalmente e politicamente il nemico ideologico?

Ecco perché, e senza scivolare in una ipocrisia ridicola e grottesca, adesso si tratta di verificare chi crede realmente in una politica basata sul dialogo, sul confronto e anche ed ovviamente sullo scontro politico e chi, al contrario, opta per una permanente, strutturale, organica e pregiudiziale contrapposizione ideologica contro l’avversario/nemico. Al riguardo, sono e saranno solo i comportamenti concreti a confermarci, o meno, chi crede nei principi e nei valori della democrazia e chi li viola sistematicamente anche se sostiene l’esatto contrario. Delle due l’una, quindi: o “la cultura del comportamento” e la “cultura del progetto” procedono parallelamente, come ammoniva molti anni fa Pietro Scoppola, oppure il progetto vira in una direzione e il comportamento in tutt’altra strada. Tutto il resto è solo propaganda.

Quale progresso? Crepet rimette al centro ciò che è giusto e bello.

Per capire la metafora con cui Paolo Crepet ha intitolato il libro bisogna cogliere e spiegare le ragioni di quelle contraddizioni esistenziali a cui abbiamo dato il nome di ‘complessità’ per connotare il presente: un limbo indeterminato che contiene il tutto e il suo contrario, dal negazionismo, all’indifferenza, dalle incertezze, alle paure, al rancore, all’ignavia che ci rendono isolati e simili alle monadi di leibniziana memoria. L’omologazione culturale spinge verso i luoghi comuni: è più facile usare il pensiero pensato da altri che fare appello alla ragionevolezza e al pensiero pensante. Dovrebbe essere questo il tabernacolo che racchiude le nostre irripetibili identità, ma risulta più facile affidarsi alle idee e ai modelli già in circolazione. Questo risparmio di fatica può costarci una involuzione irreversibile. Sarà un refrain ricorrente ma è indubbio che l’utilizzo sempre più intensivo delle tecnologie ha provocato una sorta di anestesia dell’anima e della mente mentre dai codici semantici, simbolici ed espressivi utili per comunicare va gradatamente scomparendo l’alfabeto del cuore e dei sentimenti.

Crepet non nega l’utilità del progresso scientifico ma ad una condizione: che sia sempre l’uomo ad impugnare il timone della vita e a orientarne la rotta. Osservando il futuro non è difficile preconizzare – ne aveva già scritto Heidegger – che ci troveremo di fronte ad una realtà distopica, “sdraiati su un divano ricevendo pasti da un drone, gli occhi coperti da visori, i sensi convertiti da algoritmi”. Non si tratta di una immaginifica visione catastrofica. ma di una deriva già innescata nel presente: essa potrà alterare ruoli e violentare le età, quelle coordinate spazio-temporali che costituivano un tempo la speranza di orizzonti rassicuranti.

Si capisce leggendo perché le conferenze di Crepet registrino sempre il sold out: egli si fa interprete e portavoce di una distorsione esistenziale che indistintamente percepiamo senza averne sovente consapevolezza. A cominciare dall’età infantile: leggendo il libro si coglie un’attenzione particolarmente avvertita verso i bambini e le bambine. Privati della libertà di giocare in modo fantasioso e creativo, orfani delle fiabe (alle quali viene da tempo attribuito un secondo fine recondito, una trama del male e dei soprusi, secondo il politicamente corretto), adultizzati in fretta – perché tutto si deve avere presto, anzi subito- strumentalizzati dal mercato e dalle logiche commerciali e del profitto ma anche prime vittime delle distorsioni epocali e delle violenze emergenti.

Crepet si riferisce senza mezzi termini alle guerre in atto di cui i minori sono le prime, più esposte vittime, ai loro corpi martoriati, all’innocenza rubata, al furto della loro identità nativa, all’essere immersi in una realtà brutale di cui percepiscono solo le paure e le angosce, le privazioni degli affetti, della casa, della spensieratezza tipica dell’età, terrorizzati e brutalizzati dagli orrori di una violenza inaudita e criminale che non si riesce a fermare. Il mio primo giorno di lettura del libro ha coinciso con il bombardamento dell’ospedale pediatrico di Kyiv, un atto spietato che ha raggelato il mondo. Ebbene con grande sorpresa nelle pagine del libro ho trovato – come una sorta di intuita e sensibile predizione – il riferimento alla ferocia rappresentata dal “bombardamento di un ospedale pediatrico”.

Una straordinaria premonizione che si è avverata mentre la leggevo. Ma non manca il nostro autore di rimarcare la discrasia, il gap, la frattura tra una cultura delle parole, delle narrazioni retoriche e dei documenti istituzionali che enfatizzano la primazia dell’infanzia e la realtà di un mondo che sta conculcando nei fatti il loro opposto e disapplicando queste roboanti affermazioni di principio. Bambine e bambini sono i protagonisti sottesi dello svolgersi delle pagine del libro. Ma ne sono anche gli interpreti principali, a cui Crepet presta la sua attenzione di psichiatra, sociologo ed educatore. Senza dimenticare la decadenza dei ruoli genitoriali e della famiglia, la strada intrapresa dalla scuola  – già a partire da quella dell’infanzia – dove tecnologie, burocrazia, organizzazione soffocante e irregimentata svuotano il senso della funzione educativa. Dobbiamo anteporre ai tablet e agli smartphone una sana e necessaria educazione sentimentale che non consiste in una materia o in una disciplina calendarizzata, ma in un approccio che privilegi la graduale maturazione dell’identità di ciascuno in un contesto dove l’empatia sia la chiave di accesso all’apertura verso gli altri, alla promozione delle relazioni umane e del rispetto, dove si vada a scuola volentieri (alunni e docenti) per riorientare la pedagogia e l’educazione verso ciò che è giusto e bello.

 

 

Conosco Crepet per essere uno dei più onesti, sinceri e spietati critici verso la pervasività tecnologica nella formazione delle menti e dei cuori: ricorda l’esempio della Svezia (ma- aggiungo- ancor prima la Finlandia) dove le autorità politiche e scolastiche hanno deciso per una radicale inversione di rotta dopo aver verificato i danni provocati dall’abbandono del corsivo: via i tablet e ritorno alla penna e al cartaceo. È doveroso rimarcare che la deriva intrapresa nel sistema scolastico italiano sta gradualmente abbandonando la tradizione educativa ereditata per abbracciare la palingenesi delle tecnologie e il loro precoce utilizzo fin dal primo livello di scolarizzazione. Crepet – e sommessamente, per esperienza professionale, il suo occasionale e modesto recensore – ne hanno radicata contezza.

Ricordo un proverbio persiano che ben si attaglia alla metafora usata dall’autore per intitolare il suo libro: “Se posi storta una pianta nel terreno essa crescerà storta fino al cielo”. L’elogio della lentezza, il valore del silenzio e della riflessione non sono disgiunti dal moto di ribellione verso vite inconsapevoli o storie già scritte, verso quella sorta di violenza simbolica che tutto appiattisce, che spegne ogni speranza, che rende eterodiretta la vita e le sue scelte, per dirla in due parole che diventa “anestesia dell’anima”. “Mordere il cielo” è una metafora che satura il bisogno di recuperare l’empatia come fonte di conoscenza degli altri e come ispirazione che muove verso la promozione delle relazioni umane.

Troppo spesso, oggi, alla fatica di vivere si unisce la paura di amare: è un’amara riflessione che chi scrive questa modesta riflessione matura da tempo. Se la vita viene deprivata dai sentimenti e depotenziata nell’uso del pensiero critico ci attende un futuro denso di incognite di cui già oggi cogliamo i segni. Atarassia come “monumento dell’immobilismo emotivo” e “anestesia delle emozioni” sono derive prodromiche ad un declino cognitivo e all’impoverimento dei sentimenti. Paradossalmente incontriamo persone più soddisfatte della sofferenza altrui che del proprio personale benessere. Per questo Crepet spinge ad un moto di ribellione contro l’appiattimento nell’indifferenza, contro la rinuncia a cercare la bellezza anche dentro le alterne vicende esistenziali, perché la vita non sia solo mera sopravvivenza.

Una insofferenza avvertita dall’autore e trasmessa ai lettori. Parafrasando l’esempio delle costruzioni di Renzo Piano, Crepet ci stimola a edificare un personale cantiere per la vita. E non è vero che si tratti di un cantiere progettato solo con e sulle parole. Per vincere il cinismo e l’insensibilità che – mi piace ricordarlo- da anni lo stesso Censis riscontra nelle macro derive del corpaccione sociale, occorre dare il via ad una radicale inversione di tendenza: “mordere il cielo”, vuol dire guardare in alto e lontano, vivificare la nostra umanità, riappropriarci di quell’alfabeto dei sentimenti che da tempo stiamo abbandonando per far posto agli interessi personali, agli egoismi, alle vuote nicchie di sopravvivenza, alle abitudini, al copia e incolla degli affabulatori e degli influencer. Perché anche le parole che accompagnano la narrazione della vita valgono e spiegano se hanno un senso e ci orientano alla ricerca della verità e del bene.

Trump, Berlusconi, Malpensa e una politica fuori pista.

Che sia amato od odiato, a Trump deve riconoscersi di avere il senso di una capacità comunicativa in ogni circostanza. Gli hanno sparato, per fortuna prendendogli solo un’orecchia di striscio. Gli uomini addetti alla sua sicurezza gli sono andati addosso per proteggerlo. Si ha la sensazione che Trump si sia quasi svincolato, abbia cercato una luce di visibilità tra i corpulenti che lo circondavano per mostrarsi ancora in gamba, intanto che urlava il suo singolare messaggio di pace: “fight, fight”, mentre alzava il pugno verso l’alto.

Il suo istinto gli avrà suggerito che quella era una inattesa circostanza per guadagnare punti in percentuale per la vittoria della Casa Bianca. È stato un attentato verso un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti, non proprio giovanotto ma ancora ricco di energie. È attempato ma non se ne cura. ”Tu dai ombra alla notte, al giorno i rai. Tu il mondo attempi, e il paradiso eterni” scriveva nelle sue Rime, il buon Anton Maria Salvini, uomo di lettere e grecista del 1700, non il Matteo nostrano che pure nutre forti simpatie per Trump. Alla fine gli uomini del Secret Service hanno fatto fuori il cecchino che voleva togliere di mezzo l’impetuoso candidato, questa volta comprensibilmente dai capelli scomposti.

Cecchino sarebbe il nome dato dai nostri soldati a Cecco Beppe, l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria, durante la Prima Guerra mondiale. Le sue milizie si appostavano e facevano fuori le nostre truppe con tiri di precisione. Altri dicono che per ben mirare occorreva chiudere un occhio e quindi si era “ciechini”. Fatto sta che la pace latita e gli istinti rissaioli sono presenti anche nella politica del nostro paese, pronta a condannare quanto accaduto in terra americana.

“Check in” è una procedura di ammissione in un aeroporto, un controllo a cui segue contestualmente una registrazione di ingresso in un determinato spazio. Si legge come, nel linguaggio alberghiero, indichi il tempo in cui un cliente arriva, consegna i documenti per la registrazione e prende possesso della stanza.

A Berlusconi si è intitolato tra infinite polemiche l’Aeroporto di Malpensa ma c’è una parte che inveisce perché invece non alloggi in zona. Tutto il laborioso alveare della Sinistra, compreso i Five Stars, ha urlato allo scandalo. Per loro il Cavaliere resta iconicamente una figura estremamente divisiva. Per i protestatari prevale il ricordo delle sue vicende giudiziarie piuttosto che gli incarichi istituzionali ricoperti nel corso della sua attività politica. Sala, il Sindaco di Milano, ha scritto a Marina Berlusconi sulla opportunità di un certo procedere, sottolineando come meglio sarebbe stato attendere che gli animi si distendessero in attesa che la storia stemperasse i giudizi sulla figura paterna.

Insomma era inevitabile che ci si schierasse da una parte o dall’altra, trattandosi di vicenda di rilevanza planetaria, forse perché volando si raggiunge ogni parte pur sparuta del mondo. Tra le critiche è quella anche di aver mancato di “garbo istituzionale” come se rivolgersi agli avvocati e mobilitare i Comuni di quel territorio per studiare un ricorso al TAR, contro l’ordinanza di Enac, sia invece da intendere come un atto di gentilezza.

Eppure c’è in questi giorni un fondamentale momento di coesione nazionale, da scolpire su tavola di marmo. Una partita di calcio della squadra dei Politici contro la squadra nazionale dei Cantanti, a scopo di beneficenza.  La Schlein, Conte, Giorgietti e La Russa ed altri, tutti insieme, potrebbero urlare, mutuando da “I have a dream” un sonoro un “I have a team”. Ogni tanto occorre dare un calcio alle diatribe e mettersi sottobraccio per qualcosa di buono. Poi, subito prima o dopo, riprendere a darsele di santa ragione.

L’aeroporto di Malpensa è, almeno per adesso, ormai intitolato a Berlusconi. Grazie all’adoperarsi dell’opposizione politica, potrebbe corrersi il rischio di ribaltare il senso del proverbio che recita: “Chi si battezza savio s’intitola matto”.  Così la squadra della Sinistra produrrebbe l’inverso effetto per cui “chi si intitola matto, si battezza savio”, riabilitando in questo modo il Cavaliere, malgrado l’intento fosse esattamente contrario.

Vale la pena rammentarlo. Berlusconi è morto. Ora è dove i suoi simpatizzanti e i suoi nemici non gli fanno più effetto. Gli sono estranei. A proposito di rispetto, non va tirato in ballo da nessuno per vantare posizioni di bandiera ed acquisire consensi. Ci sono urgenze maggiori che accapigliarsi in merito alla intestazione di un aeroporto, posto che ogni personalità all’uopo scelta, anche la più nobile al mondo, offre comunque motivi di critica ad eventuali detrattori.

Mettersi in testa ai rivoltosi è un esercizio politico che va scomodato per fatti che ne meritino l’attenzione. La testa, anticamente, era il coccio di terracotta. Ancora una volta è andata in frantumi la politica seria a cui andrebbe ricordato il monito dello scrittore Mino Maccari quando diceva: «Io non le chiedo di perdere la testa per me, ma semplicemente di trovarla». Per l’intanto, da Malpensa, la politica provi a volare alto, se ci riuscisse.

Francesco Fabbri, un politico stimato e ancora oggi nel cuore di molti.

Fondazione Francesco Fabbri

Il 20 gennaio 1977, a soli 55 anni di età, si spegneva per malattia lo statista Francesco Fabbri, nato il 15 agosto 1921 a Solighetto di Pieve di Soligo (Treviso): egli era allora Ministro della Marina Mercantile in carica nel terzo governo Andreotti.

Un ricordo che non muore mai

Che cosa dire, oggi, di Francescoi Fabbri, che possa essere memoria feconda e insieme riferimento importante per il presente e il futuro della nostra comunità civile? Innanzitutto, serve proprio l’impegno a ricordare, con la memoria che lo scrittore Alessandro D’Avenia interpreta come la vittoria della vita sul tempo. Coloro che non sono più tra noi vivono soltanto nel momento in cui li ricordiamo, altrimenti rischiano di morire per sempre nell’oblio colpevole di chi non riconosce onore e non riserva gratitudine per quello che è stato.

Francesco Fabbri, per parte sua, non è mai stato dimenticato e continua ad essere compianto ma, soprattutto, rimpianto. Vive nel commosso ricordo di chi gli è stato amico nella vita politica, che ha imposto il nome di Francesco o Francesca ai figli in onore a Fabbri, che lo volle partecipe di importanti vicende familiari, che ha ancora la sua fotografia esposta in casa insieme a quelle degli affetti più cari.

E nella memoria riconoscente di tutti coloro che hanno voluto anche di recente convegni e pubblicazioni, e l’intitolazione del nuovo palazzetto dello sport di Pieve di Soligo proprio a Francesco Fabbri, a lui dedicando una struttura polivalente che dal maggio 2023 si chiama ufficialmente PalaFabbri.

Tutto conferma che il ricordo è vivissimo in tante generazioni della Marca Trevigiana, e non solo, sempre alimentato del resto in tutti gli anni seguiti al tristissimo 1977, e che la profonda riconoscenza per la figura e l’opera esemplare di Francesco Fabbri si è come tramutata in un sentimento di nostalgia e di ammirazione senza tempo, quasi in un sentire laico di devozione per uno statista che ha manifestato in concreto il senso autentico del servizio disinteressato a lungimirante alla società e alle istituzioni.                                                                                                    Un grande politico cristianamente ispirato, nella società e nelle istituzioni

Prigioniero nei lager nazisti durante la Seconda guerra mondiale, l’allora sottotenente di artiglieria alpina Francesco Fabbri aveva maturato la sua decisione di dedicarsi al servizio politico, ispirato ai più alti valori umani e cristiani.  Già sindaco di Pieve di Soligo e vicepresidente della Provincia di Treviso, deputato e senatore, Fabbri aveva rivestito l’incarico di Sottosegretario di Stato al Tesoro nel secondo governo Andreotti  nel 1972, e quindi nel quarto e quinto governo Rumor e nel quarto e quinto Governo Moro, prima di diventare Ministro della Marina Mercantile nel luglio 1976.

Insegnante elementare, direttore didattico, laurea in scienze agrarie, giovanissimo in Azione Cattolica e poi nei Maestri Cattolici, dirigente della Cisl sindacato scuola, impegnato per le Comunità Emigranti con la rivista Il Campanile, presidente dell’ospedale civile Balbi Valier, membro del collegio sindacale in Banca Piva e consigliere nazionale UNCEM, Francesco Fabbri stabilì e coltivò sempre relazioni profonde con il territorio di Marca in tutte le dimensioni sociali, economiche e istituzionali.

Basti citare, per tutte,  la fondazione del Consorzio BIM Piave Treviso per l’avvio dell’opera di metanizzazione, con straordinaria intraprendenza e lungimiranza, insieme a molti altri incarichi e attività nell’ambito della cooperazione e delle realtà consortili.

Egli fu infatti tra i fondatori dell’Associazione dei Comuni della Marca Trevigiana, tra gli iniziatori e poi presidente della Cantina Sociale Colli del Soligo, e anche dirigente e presidente della Federazione Provinciale delle Cooperative Mutue di Treviso.

 

Un modello e un messaggio attuale, per servire il bene comune                                                         

La sua fu una vita spesa per la politica, di esempio per i giovani. Fabbri va ricordato per la saldezza dei suoi valori e per la rettitudine dimostrata in tutto il suo percorso. Animato da profonda fede cristiana, egli aveva maturato proprio nei campi di concentramento la scelta definitiva e totale di impegnarsi per la libertà e la democrazia e di dedicarsi senza riserve alla politica come “forma esigente di carità” verso tutti, e in particolare verso i più bisognosi.

Nel pensiero e nell’azione competente, concreta e di amore alle persone e al territorio fu un vero leader democratico cristiano, allievo di fatto del grande economista e sociologo cattolico concittadino di Pieve di Soligo, Giuseppe Toniolo, come lui “riformatore sociale che prima di tutto è riformatore di se stesso”.

Egli svolse tutti i ruoli istituzionali in una sintesi completa e vitale dei principi della sussidiarietà, del protagonismo dei corpi intermedi, della buona amministrazione, del rigoroso rispetto delle istituzioni. Oggi abbiamo nostalgia per Fabbri, dicevamo sopra, e per il suo sguardo lungo di statista che è artefice di sviluppo e pensa e agisce per le nuove generazioni. Il reticolato nudo e spinoso s’è destato al sole daprile e ha germogliato il fiore della libertà”: così Francesco Fabbri il 13 aprile 1945 nel suo diario di guerra.

Oggi, a quasi 103 anni dalla nascita, a 47 anni dalla morte, la sua lezione è intatta, i suoi insegnamenti di straordinaria attualità: la sua fede nella libertà ci aiuta a rinnovare l’impegno per il bene comune, a cercare di vincere l’assedio del reticolato delle gravi difficoltà del nostro tempo. Ecco Francesco Fabbri, un bene autentico che appartiene all’intera comunità, un simbolo vero di rinascita morale e civile per tutto il Paese.

Prospettive del postumanesimo che salvi dal declino dell’umano.

“Il Domani d’Italia” ha pubblicato il 14 cm, e prima il 12, due articoli molto belli e molto densi di Giovanni Federico e di don Massimo Naro in tema di attualità del postumanesimo. Proprio oggi in un tempo in cui l’intelligenza artificiale viene facilmente veicolata come un sistema infiltrante l’uomo e che minaccia di spogliarlo delle sue proprietà umane, i due interessanti editoriali si addentrano in un oceano estesissimo, dalle acque agitate da correnti sconosciute e da abissi senza fine, dove incrociano Leviatani mai visti.

Una questione di fondo è l’ibridazione: un essere umano ibridato dalla tecnologia. È un potenziamento od un vero e proprio cambio di specie?

Naro dice che per chi ci crede il primo ‘innesto’ avviene con il Battesimo (e che innesto, altro che tecnologia!). Viene conferita la vita divina ad un mortale, si viene congiunti a Dio. Si è così ‘più’ uomini o invece semi-dei? Per cui le difettosità umane non vengono superate in sembianze nuove, superiori, ma espulse e basta,  essendo il resto della persona già compiuto. Un bell’ibrido, no?

Cioè: un essere umano senza battesimo è pienamente umano o no? Da qui: “aggiungere” vuol dire valorizzare quel che c’è, o trasformarlo in altro, o limitarlo, o ancora? Insomma: la compiutezza dell’umano sta in un diverso concetto di umano da quello cui siamo soliti comunemente riferirci? Alla fine: postumano è – o può essere – di più o di meno dell’umano? Vuol dire che ciò che è propriamente umano deve ancora evolvere? Ma per diventare che cosa? E come potrebbe avvenire questo?

Naturalmente il postumanesimo non è il ben più radicale transumanesimo, che è il superamento definitivo del problema uomo, equiparandolo ad una qualsiasi delle entità presenti nell’universo, alla stregua di un armadillo o un geode (quindi insulsità dell’antropologia), ma anche – allora – dotandolo di una mente compatibile con l’hardware di un computer e che proprio attraverso la tecnologia possa accedere al superamento di ogni limite in cui la natura lo ha costretto, morte compresa.

Ci sarà quindi una “intelligenza superiore” che sarà oltre l’intelligenza artificiale e quella umana, intelligenza superiore che si autoalimenterà da sola, sbarazzandosi definitivamente dell’essere umano. Ma al rischio che la condizione umana possa essere classificata dalla nuova etica tecnologica come cronicamente inguaribile (e quindi non funzionale) ci era già arrivata la letteratura, basta pensare a Kafka o a Camon (La malattia chiamata uomo, 1981) o ancora a Karl Kraus (Essere uomini è uno sbaglio, Einaudi 2012), per non parlare di Cioran.

Il tema dei limiti dell’essere umano era già stato affrontato dal famoso etologo austriaco Konrad Lorenz, Nobel per la Medicina nel 1973, e conosciuto soprattutto per l’immagine dei piccoli anatroccoli selvatici che lo seguono credendolo la madre (fu lui a definire il concetto di imprinting, il portato che non è modificabile). Nel 1984 esce per Mondadori una delle sue ultime opere, dal titolo eloquente: Il declino dell’uomo. Similmente al tema di Federico e Naro del superamento della finitezza e dell’evoluzione verso un essere umano radicalmente nuovo, Lorenz vede nell’affacciarsi di un nuovo sapiens – che lui individua in un “sapiens sapiens sapiens”- la possibilità (l’unica, secondo lui) che l’uomo non scompaia dalla faccia della terra, insomma che la specie umana non si estingua (cosa per Lorenz possibilissima).

In fondo gli esseri umani – dice Lorenz – sono presenti sul pianeta da relativamente poco tempo – 300.000 anni, lasciando perdere gli autralopiteci – e quindi non si capisce perché non ci si debbano aspettare ulteriori stadi evolutivi, come peraltro già avvenuto. Ma se questo – dice sempre Lorenz – non è più di tanto certificabile è però invece dimostrabile come oggi i limiti del “sapiens sapiens” appaiano in tutta la loro virulenza, a cui sembra non ci siano antidoti.  Lo si vede dal declino, fino alla scomparsa, di proprietà specifiche della razza umana quali la solidarietà, la compassione, la tolleranza, la creazione di rapporti di mutuo scambio, di cooperazione, di condivisione. Tutte cose – afferma Lorenz – che contraddistinguono la nostra specie, e che oggi si sono fatte sempre più labili e ininfluenti.

E quando sono in declino le specificità di una razza, che l’hanno fin’allora resa distinguibile da ogni altra (insomma: come se i felini andassero perdendo i canini), vuol dire che è in declino la razza, o che almeno un suo ciclo biologico si è concluso. Questo non significa che sparirà, ma significa invece che un suo ulteriore stadio si appresta a prenderne il posto.

“Gli uomini vivono oggi dentro una camicia di forza culturale che ogni giorno si fa sempre più stretta”. Per Lorenz l’uomo di oggi soffre di una “distorsione della realtà”: avendo a che fare solo con cose inanimate, che si possono fabbricare e distruggere, l’uomo di oggi pensa che si possa fabbricare tutto. Questo delirio, secondo l’etologo austriaco, porta a trattare l’ambiente naturale, ed anche gli altri, con incredibile miopia; come se l’aria, una volta resa venefica e puzzolente, la si potesse cambiare con un colpo di tecnicalità.

Lorenz era allora pessimista; secondo il padre dell’etologia moderna questa “traslazione del reale” l’uomo moderno l’avrebbe pagata cara: innanzitutto con una nevrosi diventata endemica (ben altre epidemie – come si sa – hanno preceduto il coronavirus). Soprattutto, per Lorenz, la vera realtà si sarebbe vendicata ed avrebbe alla fine colpito in maniera drammatica proprio “gli uomini in posizione di potere, che dovrebbero essere responsabili delle sorti dell’umanità. Costoro considerano reali soltanto due cose, sulle quali agiscono e che a loro volta li influenzano: il “denaro” e il “potere”.

La cosa, diceva, aveva nel “sistema tecnocratico” la sua sponda e la sua legge, perché veicolava un beota e “incoercibile ottimismo”, derubricando a poesiole infantili ogni tentativo di lettura difforme o peggio alternativa.  Allora, se un postumanesimo ci può attendere questo non può essere altro che una resurrezione che comincia nell’aldiquà, un postimmaginario che abbia e che soprattutto viva un’altra idea dell’essere umano, delle sue relazioni, delle sue possibilità.

La Corea del Sud contro le manovre spregiudicate di Putin

(Askanews) La Corea del Sud non sarà più in grado di mantenere normali relazioni con la Russia a causa della firma di un nuovo accordo tra Mosca e Pyongyang. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri sudcoreano Cho Tae-yul.

“Nell’attuale situazione internazionale, non possiamo mantenere normali relazioni con la Russia come se nulla fosse. La dura realtà è che le relazioni tra Corea del Sud e Russia erano già limitate a causa della guerra in Ucraina e sono diventate ancora più complicate a causa del trattato di partenariato strategico globale recentemente concluso tra Corea del Nord e Russia”, ha dichiarato Cho in occasione di un forum sulla politica estera e la sicurezza globale presso il Parlamento sudcoreano.

La Corea del Sud continuerà a partecipare agli “sforzi della comunità internazionale riguardo alla guerra in Ucraina” e a rispondere alle minacce alla sicurezza, ha detto Cho. Ha aggiunto che dopo l’istituzione della Nato, la Corea del Nord “ha invaso il Sud” l’anno successivo, indicando che la cooperazione militare tra Mosca e Pyongyang “minaccia” la sicurezza della Corea del Sud.

L’alto diplomatico sudcoreano ha affermato che il futuro delle relazioni bilaterali dipende dalle azioni della Russia, ribadendo l’intenzione di “continuare la necessaria comunicazione” e di “gestire strategicamente” i legami per proteggere i suoi cittadini e le sue imprese nel mercato russo. Il trattato sul partenariato strategico globale è stato firmato il 19 giugno durante la visita del presidente russo Vladimir Putin in Corea del Nord. Le parti si sono impegnate, tra l’altro, a fornire assistenza militare e di altro tipo a tutti i Paesi della Corea del Nord.

Così violenta, l’America non può che farci preoccupare.

Nella polveriera attuale, quello che è accaduto negli Stati Uniti è un ulteriore gravissima ferita nei precari equilibri di questo folle mondo. Una follia come quella attuale non la si registrava da moltissimo tempo. 

Il millennio è iniziato con il gesto più eclatante che si potesse immaginare, l’abbattimento delle torri gemelle, ma dopo un quarto di secolo, la situazione intende pareggiare i calcoli: sommando Ucraina, Gaza, tensioni a Taiwan, vespaio in Iran, secondo mondo in rapida ascesa e ieri pure, l’attentato a Trump, si può considerare la sommatoria pari alla ferita a New York. 

Già gli Stati Uniti stavano attraversando difficoltà interne, la competizione tra due anziane figure non è certamente un ottimo biglietto da visita per la salute del più grande Paese del mondo, ma con il gesto squilibrato di un giovane statunitense, c’è il fondato rischio che la campagna elettorale subisca una brutta sbandata e si mostri più aggressiva rispetto a quello che già trapelava in questi ultimi periodi.

Ci attenderanno pertanto, strane giornate, all’insegna di fragili equilibri. Per nulla piacevoli. Stiamo cercando da qualche anno, quasi disperatamente, un equilibrio che sembra ormai del tutto smarrito e l’attentato consumato ieri butta benzina sul fuoco.

Essere preoccupati è pertanto del tutto legittimo e ampiamente giustificato; almeno si calmasse qualche fronte, ma così non è. Recrudescenze si notano sul campo della striscia di Gaza e venti negativi spirano tra Mosca e Kiev. Bisogna vedere adesso quale linea di condotta terranno tanto i repubblicani, quanto i democratici. Dovrebbero abbassare i toni ed escludere qualsiasi accelerazione sul versante dell’aggressività politica. 

Gran brutto momento. Non possiamo che prenderne atto. Attendiamo da quel grande Paese che sono gli Stati Uniti qualche ventata di saggezza di cui tutti sentiamo il gran bisogno. Da domani, capiremo meglio che cosa attenderci.

 

[Tratto dal blog dell’autore]

Ancora con i martiri dell’informazione?

Ma la liturgia sui “martiri dell’informazione” prima o poi finirà? La domanda non è retorica o burocratica ma semplicemente attuale perchè risponde alla realtà. La Dunque, e per essere sintetici, il copione è quasi sempre lo stesso e riguarda prevalentemente il rapporto con il servizio pubblico radiotelevisivo, cioè la Rai, da parte di alcuni professionisti del settore. Parliamo di professionisti dell’informazione, prevalentemente televisivi ma non solo, di norma ricchissimi e accompagnati da una grande popolarità grazie al lavoro che svolgono da anni.

E quindi, e rapidamente, la sequela dei vari passaggi è sempre questa. Quando non c’è un governo di sinistra di norma si urla al bavaglio prima ancora che accada qualche incidente concreto. Dopodichè, si passa all’attacco personale e politico nei confronti di esponenti, o partiti, della maggioranza di governo politicamente alternativa a questi professionisti nelle varie trasmissioni. Di conseguenza scatta il dibattito e il confronto politico, anche ruvido, e parte la polemica. E, puntuale come l’arrivo di una stagione meteorologica, si grida immediatamente al “golpe” e al “bavaglio della libera informazione” e la sinistra, di norma, evidenzia che in Italia siamo di fronte ad una sostanziale sospensione della libertà di espressione. Cori di solidarietà da parte dei partiti della sinistra, dei quotidiani fiancheggiatori e dei vari talk schierati politicamente prima che il professionista al centro dell’attenzione, e della polemica, manifesti la sua volontà di andare via dalla Rai. In ultimo, ma non per ordine di importanza, il professionista cerca un’altra sistemazione professionale e veniamo puntualmente a scoprire l’entità del nuovo contatto. Che, di

norma e come da prassi, è quasi sempre milionario.

Ecco, questo è il copione dei “martiri dell’informazione” nella società contemporanea. E cioè, per sintetizzare e chiudere, professionisti dell’informazione, milionari, grande popolarità nella pubblica opinione e politicamente schierati e sempre “vittime” del potere.

Una sola domanda finale: sino a quando dovremmo assistere a questa squallida ed incresciosa parodia e ad una sceneggiata che, francamente, oltrechè squallida è anche poco rispettosa dei cittadini comuni e dei loro problemi quotidiani? Sino a quando il caravanserraglio della sinistra politica, accademica, giornalistica, televisiva, editoriale, artistica ed intellettuale pensa di proporre questo spettacolo? Visto che è sempre e solo una finzione, prima finisce questa sceneggiata e meglio è per tutti. Serietà e credibilità delle persone compresi.

Ritratti dc: l’intelligenza e la passione di Maria Eletta Martini.

[…] Maria Eletta, insieme alle sorelle, raccontò la sua storia perché i nipoti ‘sapessero’. Un racconto pieno di fatti e sentimenti che nel 2003, a cinquant’anni dalla morte, prese forma nel libro edito dalla Maria Pacini Fazzi con il titolo di Nonno Nando . La stessa casa editrice, nel 1997, ha stampato anche l’ultimo libro della Martini, Anche in politica cristiani esigenti, che ritrae in copertina una giovanissima Maria Eletta durante una comizio tenuto a Camaiore nell’aprile 1948.

Più volte ha ben precisato cosa volesse davvero dire fare  politica in modo maiuscolo, coniugando ispirazione ed azione: “Fare politica non è essere soci di un circolo culturale. La politica è progettazione, richiede studio, competenze, conoscenza dei meccanismi del potere”, che Maria Eletta sapeva padroneggiare con sobrietà, senso del limite e senza orpelli. Non bastano virtù e onestà dei singoli, premessa indispensabile ma non sufficiente, conta fare riforme necessarie per promuovere dignità e diritti.” 

“Con Maria Eletta Martini se ne va una parte pezzo della nostra storia”. Sono queste le  prime parole di cordoglio  con cui l’ ex Ministro e padre della protezione civile moderna, Giuseppe Zamberletti ricordò Maria Eletta. Per poi proseguire: “ …era una donna estremamente sensibile ai temi del volontariato. La sua storia è stata segnata dalla forte passione civile e sociale. Già organizzando i primi convegni nazionali aveva voluto fare di Lucca la capitale del volontariato italiano. Ma non è tutto. Perché se consideriamo le sue radici valoriali, possiamo riconoscere nel volontariato il centro e l’origine della sua cultura, che non ha trascurato neppure nelle sue attività parlamentari. Al volontariato si è sempre dedicata con grande impegno. Ed è grazie alla sua attenzione che si deve la nascita non solo del Cnv, ma anche di grandi progetti. A Maria Eletta va inoltre il merito di aver saputo cogliere le sfide della contemporaneità”.

 

Per leggere il testo completo

https://www.ilpopolo.cloud/politica/1493-maria-eletta-martini-anche-in-politica-cristiani-esigenti.html

Poesia: consolazione o condanna? Il dilemma di Fondane con Baudelaire.

(Askanews) Che cos`è la poesia, che senso ha? Deve confermare le nostre certezze, la poesia, con carezzevoli endecasillabi, oppure annunciare il disastro, la dislocazione della morale, calandoci in un implacabile ring di contraddizioni, di scelte allucinate, di inadempiuti voti? Cosa vuol dire «votarsi» alla poesia, convocando gli aspetti ferini del verbo, tra lupanare e licaone?

Benjamin Fondane, pensatore anomalo, dal linguaggio selvaggio, confidente di Emil Cioran, scrive il suo capolavoro, Baudelaire e l`esperienza dell`abisso, in corsa, nell`estro della fuga («Non ho creato io quest`epoca e le sue miserie»), certo del suo valore, per così dire, testamentario e violento. Viola i sacrari della critica, Fondane, osa mettere in crisi i sistemi lirici – accomodanti, in fondo – di Paul Valéry e di Thomas S. Eliot, setaccia tutti i paradigmi e straccia tutti i veli per giungere nelle segrete della poesia, lì dove l`uomo, la creatura che scrive, non è che un filatterio di cenere. 

«La poesia pretende il diritto di essere dissennata e frivola, seria e profonda, profetica e visionaria; di non essere ridotta alla vergogna, quando all`improvviso le accade di dire quello che muore dalla voglia di dire». Baudelaire non è il fondatore della «poesia moderna» ma il suo esecutore, il poeta che ha avuto il coraggio di uccidere la poesia per vagliarne il veleno. Verità inaccettabile: continuiamo, impuniti, a poetare. Pensatore dal fascino ustorio, che guarda le cose nel loro ultimo istante, Fondane corre il rischio dell`azzardo. Arrestato nel 1944, deportato ad Auschwitz, morì in una camera a gas. Aveva il volto di un vogatore, ricordano alcuni amici, di uno che sapeva attraversare a nuoto i fiumi.

 

Benjamin Fondane (il cui cognome originario era Wechsler), nacque a Iasi, in Moldavia, nel 1898, da una famiglia ebraico-tedesca e si trasferì a Parigi nel 1923. Pensatore versatile e indipendente da ogni scuola e da ogni schieramento artistico e letterario, Fondane fu poeta, filosofo, critico e cineasta. Tra le sue numerose opere capitali – oltre al Baudelaire et l`expérience du gouffre (1947, opera postuma), si segnalano: Rimbaud le voyou (1933), La conscience malheureuse (1936), il Faux Traité d`esthétique (1938), Rencontres avec Léon Chestov (1982, opera postuma).

Il postumanesimo di don Naro ed Eta Beta: un’azzardata combinazione.

Su Il Domani d’Italia si legge di uno stimolante contributo di Don Massimo Naro, uno dei teologi di punta della Chiesa italiana, sul tema della condizione dell’uomo e del postumanesimo. Lo scritto porta come titolo: ”Un possibile umanesimo non umano?”. È tutto da leggere ed è un estratto di un contributo più vasto su ” L’aldilà algoritmico e la metempsicosi digitale: in cosa sperare sull’avvento della IA”.

Se ben si comprende, l’autore osserva come il desiderio dell’uomo sia quello di oltrepassarsi e nel contempo corre il rischio di rinunciare alla relazione con l’altro, dimenticando e rifiutando se stessi. Un atteggiamento nichilista, un pensiero negativo che non ha mancato di dare segno nel corso del secolo passato. Da qui, per sintesi, l’affermazione di Emil Cioran: «L’uomo non va più di moda e va disormeggiato con tutta la sua storia». 

Naro ci interroga se abbia ragione Pascal a dire che «l’uomo sorpassa infinitamente l’uomo», oppure Heidegger, quando dichiarava che «l’uomo è qualcosa che deve essere superato» criticando l’umanesimo dal XV secolo in poi per non aver posto l’uomo ad un livello abbastanza alto. Naro sintetizza il suo pensiero con una nota degna di ogni attenzione: “Se le rivendicazioni di chi oggi auspica l’inaugurazione ufficiale del postumano hanno un senso, questo va rintracciato in direzione del più-umano e non del più-che-umano”.

A fronte di queste riflessioni forse potrebbe anche commentarsi come segue. L’uomo (cfr. Sisifo) è condannato non tanto a superarsi, a travalicarsi o a rinunciarsi quanto piuttosto a rincorrersi. Sono in campo una sua verità ed una sua dimensione che si pongono come una meta da scoprire e da raggiungere e che, dalla creazione ad oggi, ancora sfugge. C’è una pienezza ancora da conquistare. C’è uno svelarsi a cui pervenire, con tutto il coraggio che occorre per ammettere che si è assai di più di quanto non appaia o si sia adesso solo manifestato.

Insomma, l’uomo ancora non si è compiuto. Alla stregua del cervello, del quale sembra utilizziamo solo una percentuale assai ridotta delle sue capacità, così l’uomo deve ancora svilupparsi per arrivare alla sua interezza di pensiero e di sentimenti. Più che scavalcarsi o abrogarsi deve ancora definirsi e descrivere la sua esatta fisionomia.

Se volessimo condire il ragionamento anche con la presenza di Dio ed alla quota divina che in qualche modo appartiene ai credenti, potrebbe dirsi che un giorno, quando l’uomo si sarà finalmente raggiunto, allora sarà matura la fine del mondo, perché altro non sarebbe più da accadere e realizzarsi.

Eta Beta è un personaggio dei fumetti di Topolino che ha più nomi, nella specifica versione italiana: Luigi Salomone Calibano Sallustio Semiramide. Forse perché, essendo un personaggio del futuro, precisamente dell’anno 2447, ha messo a fuoco tutta la propria ampiezza ed il suo confine.  Tra le sue caratteristiche è quella di non avere ombra. Viene da credere che non soffre crisi di identità e neppure deve ricordare a se stesso di esserci. Non ha l’ansia di confermarsi e neppure una coscienza che lo inquieti, non avendo ormai più confusioni ad angustiarlo. 

Può predire il futuro non avendo tema di conoscerlo e probabilmente una serenità nel cuore che non gli assegna ansie allorché sapesse ciò che sarà. Si esprime premettendo ad ogni parola la consonante “P” perché i robot hanno portato la gente ad una totale indolenza. Così, a contrasto riparatorio, l’uomo del futuro è costretto ad anteporre la “p” per sforzarsi almeno nel parlare e per impegnarsi nella comunicazione con l’altro.

Eta Beta è allergico al denaro ed ha come fedele amico Flip, un animale dall’aspetto singolare, un misto di più specie, che quando è affetto da malattia costringe chi gli è da presso a dire la verità.  In più ha una coda arricciata sempre a forma di punto interrogativo non rinunciando a domandarsi del mondo che lo circonda o forse ancora per una istintiva diffidenza verso il prossimo. Potrebbe dirsi che, Flip, in quanto animale, non ha raggiunto lo stadio di consapevolezza del suo padrone ma costituisce la memoria del percorso compiuto dall’uomo del futuro per giungere all’attuale conoscenza. Torna comunque utile la sua presenza.

Da Eta Beta forse abbiamo qualcosa da imparare, a meno che non si prediliga per un’altra versione, per nulla lusinghiera, per cui viene fuori da antri oscure della terra ed a quella tutti si debba un giorno tornare. Sul nostro futuro, si accettano scommesse.

Vacanze in Puglia: arriva il treno notturno Roma-Lecce.

Il Gruppo FS premia la Puglia e le sue spiagge in quanto meta turistica di forte richiamo con un nuovo collegamento notturno Roma-Lecce offerto dall`Espresso Salento di FS Treni Turistici Italiani. Un treno straordinario che avrà 4 corse a luglio e 4 ad agosto e che fermerà a Bari Centrale, Polignano a Mare, Monopoli, Fasano, Ostuni, Carovigno, Brindisi e Lecce. Però, diversamente da quanto annunciato in precedenza, il Lecce-Roma del 19 e 26 luglio e del 14 e 23 agosto e il Roma-Lecce del 13 e del 22 agosto fermeranno anche a Foggia, che rimane esclusa solo dalle circolazioni Roma-Lecce del 18 e 25 luglio.

 

“Si tratta di un servizio a mercato, la cui istituzione non ha interessato direttamente la Regione Puglia – spiega l`assessore ai Trasporti, Debora Ciliento -, ma non possiamo che essere soddisfatti perché FS Treni Turistici Italiani e Trenitalia hanno colto subito il malcontento del territorio alla notizia che dopo Caserta la prima fermata in Puglia sarebbe stata Bari, saltando la Capitanata e la Bat. Il treno fermerà quindi a Foggia e confidiamo che si stia valutando anche l`ipotesi di una fermata a Trani o Barletta”.

Nei giorni scorsi, in effetti, l`assessore Ciliento aveva scritto ai vertici della due società del Gruppo FS evidenziando che la proposta, che vedeva Bari come prima fermata pugliese, “avrebbe privato totalmente le province di Foggia e BAT di un`importante possibilità di ricezione di flussi turistici, a maggior ragione in virtù delle eccellenze che i territori potrebbero offrire sia dal punto di vista turistico (si pensi alla costa di Vieste) che da quello culturale”. Il riscontro è arrivato immediato. “E

questo è davvero importante, perché sono decisioni che hanno rilevanti ricadute sul territorio. Infatti, pur trattandosi di lunga percorrenza e di servizi a mercato, stiamo cercando di rendere costante l`interlocuzione e il confronto con il Gruppo FS, al fine di evitare improvvisi disservizi o soluzioni che non rispecchino realmente le esigenze della Puglia”.

“Un risultato di grande importanza per la destinazione Puglia – commenta l`assessore regionale al Turismo, Gianfranco Lopane -. Ringrazio la collega Debora Ciliento per questo primo obiettivo centrato grazie all’interlocuzione tra la Regione Puglia e FS Treni Turistici Italiani. La decisione di includere Foggia tra le fermate del treno turistico Roma-Lecce è un importante passo avanti per la nostra regione: conferma la sua attrattività come meta turistica di primo piano, con particolare riferimento al periodo estivo quando, come sappiamo, la necessità di maggiori collegamenti è dirimente per le performance che registriamo. Questo nuovo servizio notturno, che si aggiunge alle già numerose iniziative a sostegno del turismo pugliese, rappresenta un’opportunità significativa per incrementare i flussi turistici verso le nostre meravigliose località.” “Il nostro impegno, tuttavia, non si ferma qui – continua Lopane -. Continueremo a lavorare affinché anche le altre zone della Puglia, come la BAT, ma anche Taranto – per il capoluogo ionico attendiamo una proposta di collegamento veloce con Bari da parte di Trenitalia Puglia – possano beneficiare di questi collegamenti, ampliando ulteriormente l’offerta turistica e valorizzando il nostro straordinario patrimonio culturale e naturale. L`iniziativa dimostra quanto sia fondamentale mantenere un dialogo costante e costruttivo con le società del Gruppo FS, per garantire soluzioni che rispondano efficacemente alle esigenze del nostro territorio, delle nostre amministrazioni, di residenti e turisti”.

AsiaNews | Le bellezze della Russia: Putin si autocelebra e bombarda.

Mentre era in corso il bombardamento russo sull’ospedale oncologico per bambini Okhmatdet di Kiev, lo scorso 8 luglio, si è finalmente conclusa a Mosca nella fiera Vdnk l’esposizione della mostra “Russia: i successi dell’epoca di Putin”, che aveva aperto fin dallo scorso 4 novembre la campagna elettorale delle nuove elezioni presidenziali di marzo, con un concerto davanti alla fontana dell’Amicizia dei Popoli dei cantanti russi più “patriottici”: il lirico Grigorij Leps e il sovietico Oleg Gazmanov, il rocker Šaman e il rapper ST. La mostra è tanto piaciuta al presidente da diventare un “mausoleo permanente” col titolo “La Russia non finisce mai”, come ha annunciato la direttrice Natalia Virtuozova. La manifestazione doveva chiudersi in aprile, ma dopo la sua ri-consacrazione Putin ha deciso che “rimanesse aperta fino all’estate, per permettere a milioni di visitatori di apprezzare le bellezze della Russia”.

Verrà quindi costruito sulle rive della Moscova, accanto ai padiglioni di quella che era la grande parata delle conquiste sovietiche, un nuovo grandioso edificio per “la conservazione dell’eredità della Russia di oggi”, sul lungofiume Krasnopresnenskij. In esso avranno spazio le espressioni delle oltre cento regioni della Russia maturate nel quarto di secolo putiniano, sotto la regia del gran consigliere Sergej Kirienko. Uno dei presentatori dell’evento conclusivo, lo showman di origine lettone e fama sovietica Valdis Pelšs, aveva infatti spiegato con entusiasmo che “molti visitatori della mostra sono pronti a rimanere ancora per giorni interi, purché non si perdano questi tesori… non capita tutti i giorni la fortuna di vedere la bellezza unica del nostro Paese, da Vladivostok a Kaliningrad, tutta in un solo posto”. La “Russia senza fine” è proprio la definizione plastica dell’idea di “mondo russo” che oltrepassa ogni confine e unisce tutti i popoli.

Lo stesso Putin non era presente al concerto finale, ma il giorno dopo ha voluto incontrare tutti i collaboratori, che gli hanno consegnato “tre scatoloni di ringraziamenti” da parte dei visitatori, e si è congratulato con i vincitori dei concorsi “Le nostre cose di famiglia” e “La forza della famiglia”, assicurando che “per lo Stato non ci può essere nulla di più importante”. Durante la campagna elettorale e anche dopo, Putin ha comunque visitato più volte la mostra, esprimendo ogni volta la sua grande soddisfazione, invitando a vederla anche tutti i diplomatici stranieri residenti in Russia: “Così potrete rendervi conto di persona di come il nostro Paese cresce e si sviluppa, e non avrete più voglia di andarvene via”. Secondo i dati ufficiali, la mostra è stata visitata da oltre 17 milioni di persone, oltre il 10% dell’intera popolazione della Federazione russa.

Un posto speciale hanno avuto le nuove risorse pensate per la zona dell’Artico, con uno speciale “autobus artico elettrico” e piani per le nuove città che verranno costruite sopra il Circolo polare. In ogni stand regionale si potevano effettuare passeggiate virtuali in tutti i luoghi più esclusivi, tra monumenti, castelli e industrie, e ognuno offriva fiere di artigianato e specialità locali, con la degustazione di prodotti delle varie zone. Tutti i principali propagandisti e molti politici sono intervenuti con incontri e discorsi pubblici, da Vladimir Solov’ev a Margarita Simonyan, il premier Mikhail Mišustin con tanti ministri e alti funzionari, per esaltare il “mondo speciale” creato da Putin enunciando le cifre di tutti i record da lui raggiunti. Ogni centomila visitatori si premiava l’ultimo arrivato, tanto che qualcuno ha maliziosamente osservato che molti sono tornati parecchie volte, per centrare il “numero perfetto”. Del resto il parco Vdnk è uno dei luoghi preferiti del passeggio moscovita.

Uno dei padiglioni più apprezzati è stato quello della Zar-bomba, la bomba termonucleare AN602 che fu prodotta in Unione Sovietica, tra il 1956 e il 1961, da un gruppo di fisici nucleari guidati dal leggendario scienziato Igor Kurčatov. Fu la dimostrazione della capacità dei sovietici di competere nella guerra atomica, e viene considerata l’arma esplosiva più potente di tutta la storia dell’umanità, tanto da essere classificata perfino nel Guinness dei primati. Molti visitatori si sono soffermati sui paragoni tra gli stand delle regioni confinanti, per vedere chi fosse più capace di esaltare le proprie caratteristiche, artistiche o tecnologiche, e i bambini si sono accalcati a quello dell’Esercito dell’Infanzia, dove si poteva partecipare in video-gioco all’operazione speciale in Ucraina e ad altre guerre del passato e del presente. Molte regioni hanno investito nella mostra cifre enormi, sottratte alle necessità di bilancio per i propri cittadini; quella di Krasnodar ha speso 146 milioni di rubli (un milione e mezzo di euro), 50 milioni quella di Vladimir e 23 milioni quella del Kuzbass. Molti hanno ricordato ironicamente i “villaggi Potemkin”, le facciate ridipinte per le visite della zarina Caterina II a fine Settecento.

Lo scopo della mostra è quello di tutta la propaganda interna nella vita della Russia: mostrare soltanto la parte positiva e “i grandi passi avanti” in tutti gli angoli del Paese. Si poteva girare tutta la fiera con il “forum turistico” Viaggia con noi, gustare i piatti della cucina ciuvascia o buriata, prendere parte ai concorsi sportivi, tutto quello che ormai è impossibile provare al di fuori della Russia, in un mondo esterno soltanto da disprezzare. È il compito di “portare avanti le nostre tradizioni verso il futuro”, come si è ripetuto in centinaia di tavole rotonde su temi patriottici e sulla “politica giovanile”. Ora il nuovo mausoleo verrà chiamato il centro Russia, aprendo delle filiali in ogni regione, e molti lo hanno soprannominato Putin-Centr, o anche “la nuova infrastruttura del blocco di Kirienko”, dove sarà possibile avere accesso a finanziamenti sterminati per chi guarda all’eredità della Russia anche come eredità dello stesso Putin, in un futuro per ora impossibile da calcolare.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Il-mausoleo-dell’epoca-di-Putin-e-l’ospedale-pediatrico-di-Kiev-61141.html

World Farmers Markets Coalition: raddoppiamo i mercati contadini nel mondo.

Promuovere rete di mercati contadini in ogni Paese del mondo per contrastare la fame e l`insicurezza alimentare che colpiscono ben 735 milioni di persone sul pianeta, con un fenomeno in crescita che mina alle fondamenta i principi di democraticità del cibo. E` l`obiettivo con il quale si è chiusa l`assemblea mondiale dei mercati contadini, la World Farmers Markets Coalition, che per due giorni ha radunato a Roma agricoltori provenienti da ogni angolo del globo per rivendicare il diritto globale a una sana alimentazione, messa oggi in discussione dalle grandi multinazionali che impongono omologazione e cibi ultraprocessati.

Alla giornata conclusiva hanno preso parte, tra gli altri, il ministro dell`agricoltura e della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, il presidente della Wfmc Richard Mc Carthy e il direttore della WorldFMC e di Fondazione Campagna Amica Carmelo Troccoli. Al mercato del Circo Massimo a Roma è stata allestita una grande mostra dei prodotti della biodiversità, salvati dall`estinzione grazie all`impegno degli agricoltori del pianeta.

All`origine dell`insicurezza alimentare ci sono gli squilibri nella distribuzione delle risorse legati al venir meno di sistemi del cibo costruiti “dal basso” e fondati sull`agricoltura familiare che vanno sostenuti e rilanciati. In molti Paesi tali sistemi non sono più in grado di produrre e distribuire cibo sufficiente a sfamare una popolazione globale in crescita, di soddisfare le esigenze nutrizionali, di garantire un accesso equo e di operare in modo sostenibile. Meno di un terzo delle terre agricole e delle risorse globali è oggi nelle mani di piccoli produttori e reti di agricoltori.

La World Farmers Markets Coalition è un`organizzazione non-profit che fa parte dei dieci progetti selezionati nell`ambito del Programma Food Coalition della Food and Agriculture Organization. Nata tre anni fa su iniziativa di Coldiretti e Campagna Amica con il coinvolgimento di sette associazioni sparse nei vari continenti, è arrivata a coinvolgere oltre settanta realtà rappresentative da 60 paesi, 20.000 mercati coinvolti, 200.000 famiglie agricole e oltre 300 milioni di consumatori. E l`obiettivo è quello di far crescere ulteriormente un network capace di promuovere la diffusione di un modello di sviluppo economico ambientale e sociale sostenibile, tramite la filiera corta con il supporto all`agricoltura familiare, la promozione del cibo locale e l`emancipazione degli agricoltori, in particolare delle donne e dei giovani. Alcuni punti rilevanti dell`azione associativa sono la conservazione della biodiversità, la lotta ai cambiamenti climatici e facilitare l`accesso al cibo nei Paesi più in difficoltà.

Napoli, Palazzo Reale si allarga: annessa la srupenda Villa Pignatelli

Villa Pignatelli, la dimora storica sulla Riviera di Chiaia, che ospita il museo Diego Aragona Pignatelli Cortes e l’annesso museo delle carrozze, oltre a un piccolo parco, passa sotto la direzione di Palazzo Reale di Napoli. E’ stato firmato, infatti, il verbale di consegna in base al quale Villa Pignatelli non dipende più dalla Direzione regionale Musei della Campania, ma dal museo di Palazzo Reale diretto da Mario Epifani, come previsto dal decreto ministeriale dello scorso febbraio.

La villa, costruita nel 1826 come residenza del baronetto sir Ferdinand Richard Acton, fu successivamente acquistata dal banchiere Carl Mayer von Rothschild nel 1841. Con l’Unità d’Italia fu venduta al principe Diego Aragona Pignatelli Cortes, che la rese uno dei luoghi simbolo della Belle Époque napoletana; nel 1955 fu donata allo Stato Italiano dalla principessa Rosina Pignatelli, erede della famiglia reale, a condizione di farne una casa-museo in cui esporre il patrimonio storico-artistico dei Pignatelli.

Villa Pignatelli è una delle più belle case-museo d’Italia, restaurata e ampliata negli anni `40 dell’Ottocento da Gaetano Genovese, lo stesso architetto al quale furono affidati i lavori di Palazzo Reale dopo l’incendio del 1837.

La villa è circondata da un piccolo parco con specie rare come il ficus macrophylla (due esemplari centenari di quest’albero sono presenti anche nel Giardino Romantico di Palazzo Reale) e una imponente magnolia grandiflora nel prato alle spalle dell’edificio. Un’oasi di verde liberamente accessibile dai cittadini. Annesso alla villa, oltre al Museo delle carrozze, anche una serra nella quale si sta pensando di organizzare eventi e piccole mostre. 

Un sito storico, ma anche molto attivo nel quale vengono organizzate numerose rassegne musicali e mostre fotografiche che saranno implementate dalla nuova direzione. Uno dei pochi siti in cui la presenza di personale è sufficiente per la regolare apertura al pubblico del museo, con 14 addetti all’accoglienza e alla sorveglianza, tre amministrativi e un funzionario, Giuseppe Dragotti, responsabile del sito museale fino ad oggi.

“Ripercorreremo in piccolo l’iter del Palazzo Reale che al momento del mio insediamento ha acquisito l’autonomia – ha affermato il direttore Mario Epifani – Proseguiremo nei rapporti già instaurati dalla Direzione regionale, confermando i protocolli d’intesa già attivi e lavorando sull’identità storica della Villa. Sono già in programma numerosi interventi che miglioreranno la fruizione degli spazi, sia relativamente ai servizi di sorveglianza e di sicurezza, sia a quelli di accoglienza”.

Già prevista l’installazione di panchine nel parco e di una nursery nell’area dei servizi del museo; dopo l’estate sarà anche disponibile un biglietto unico per la visita di Palazzo Reale e Villa Pignatelli che, lo scorso anno, ha fatto registrare quasi 24mila ingressi, lo stesso numero del 2019 (in fase pre-Covid), mentre nel 2021 e 2022 ha subìto un calo delle presenze superiore alla media dei musei napoletani.

Settimana sociale, un invito alla politica ma ancora…senza partito.

Trieste, Italy - 05.08.2015 : View of Trieste City Hall building in Itally with tourists passing by. Travel destination.

A distanza di alcuni giorni dal suo svolgimento si possono (e si debbono) valutare gli elementi più importanti e incisivi e anche i limiti della cinquantesima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Trieste. “Al cuore della democrazia” il suo ambizioso (e forse troppo ampio) tema di discussione ha sicuramente alimentato grandi attese sulle decisive motivazioni della partecipazione politica dei cattolici alla vita della Repubblica come magistralmente spiegato da Mattarella nel suo discorso introduttivo dell’evento, poi chiuso dall’intervento del Papa l’ultimo giorno.

Sullo sfondo la consapevolezza di una storia importante come ha ben riassunto Francesco. “In Italia – queste le sue parole – è maturato l’ordinamento democratico dopo la seconda guerra mondiale, grazie anche al contributo determinante dei cattolici. Si può essere fieri di questa storia, sulla quale ha inciso pure l’esperienza delle Settimane Sociali; e, senza mitizzare il passato, bisogna trarne insegnamento per assumere la responsabilità di costruire qualcosa di buono nel nostro tempo”. Un invito esplicito all’impegno dei cattolici nello spazio pubblico. All’impegno politico declinato anche come “amore politico”. “A questa carità politica – così ancora il Papa – è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi. Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Dobbiamo riprendere la passione civile, questo, dei grandi politici che noi abbiamo conosciuto. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte”. E a tale proposito è significativo un punto di coincidenza tra i discorsi di Matterella e Francesco che senza mai citarsi (e mi pare giusto sottolinearlo) hanno insistito entrambi sul dovere della partecipazione senza accontentarsi di parteggiare o fare il tifo.

Ad inviti così espliciti è seguita una immediata reazione da parte di un consistente gruppo di delegati (un’ottantina) tra amministratori locali e responsabili e militanti di associazioni e movimenti costituitisi sotto la dicitura “Rete di Trieste”. E difatti nel documento scaturito da questo confronto i sottoscrittori affermano: «Siamo pronti a fare un passo in avanti rispetto a maggio (alcuni si erano già incontrati, ndr), siamo consapevoli della responsabilità di costruire dal basso nuovi spazi di buona socialità e innovativi strumenti di democrazia che superino la stanchezza di una partecipazione che è oggi davvero ai minimi storici». C’è la consapevolezza, così si legge ancora nel documento, che questo tempo aspetta dai cattolici impegnati in politica «parole e opere di Speranza», nel solco di una tradizione da rinnovare. Queste le priorità: «giustizia sociale e innovazione del welfare, sostenibilità ambientale, centralità delle famiglie e della scuola, accoglienza e integrazione, cura e valorizzazione degli strumenti di partecipazione alla vita democratica». Il tutto ricompreso nell’affermazione di «fare del magistero sociale di papa Francesco l’elemento unificante per l’impegno dei cattolici in politica».

E qui si arriva al fondo del problema, non di oggi certamente, ma ricorrente nella vicenda centenaria dei cattolici in politica, da Sturzo in poi: la laicità come valore irrinunciabile per l’impegno politico dei credenti. Anche perché nell’entusiasmo di una ventilata ripresa di iniziativa dei cattolici, manca una parola essenziale per la politica: il partito. Cioè l’organizzazione e l’apertura alla partecipazione di ogni cittadino che condivida un programma indipendentemente dalla declamazione della propria fede religiosa che inevitabilmente dovrebbe essere registrata al massimo (ma non necessariamente) con il termine di “ispirazione cristiana”. Insomma laicità nell’autonomia del temporale e dall’altra “clericalismo” (sia pure declinato con il linguaggio moderno comunemente accettato)

L’impressione (ma si tratta di una prima impressione) è che la Settimana Sociale abbia lasciato irrisolto il tema che pure si era proposta di affrontare. Certo è importante che si sia convenuto di porsi a confronto con gli argomenti della “democrazia sostanziale” come ha ben detto all’inizio Mattarella, ma allo stesso tempo o almeno immediatamente dopo non si può non mettere a tema la questione del partito. E qui c’è un terreno enorme da esplorare e sul quale esercitare quella “creatività” invocata da Francesco. Le domande a cui rispondere sono numerose e vanno dalla valutazione se in una società decisamente post-cristiana ci sia spazio per un partito ispirato cristianamente e, quindi, se sia opportuno dichiararlo anche nel nome, oppure cercare di allargare un possibile consenso con formule meno identitarie e comunque “sostanziali”. E viceversa ragionare insieme se il ruolo dei cattolici pure richiamato dal Papa, debba (o possa) svolgersi solo nella testimonianza individuale partecipando “uti singuli” nelle diverse forze politiche, in una diaspora reale con il rischio della insignificanza. Con altre domande conclusive: può esserci una democrazia senza partiti? E perché, proprio perché ormai minoranza, non può esserci un partito di “ispirazione cristiana”?

Ma non è più tempo di discussioni accademiche, la storia a partire dalle guerre, dalle ingiustizie e dalle crisi climatiche e migratorie, non concede proroghe e si deve scegliere immaginando anche soluzioni diverse ed inclusive. Risposte che non si potevano chiedere solo a una Settimana Sociale di quattro giorni con mille delegati. Servono altre convocazioni e più partecipate nei territori.

Il Centro deve risorgere come forza autonoma

Dopo il voto europeo e, soprattutto, dopo l’esito elettorale francese ed inglese, è del tutto evidente che il Centro e la ‘politica di centro’ non possono più venire rimossi quasi per legge dallo scacchiere politico. E questo per svariate motivazioni ma ce n’è una che svetta rispetto a tutte le altre. Ovvero, qualsiasi sistema politico ed elettorale non può reggere a lungo una violenta ed eccessiva radicalizzazione della lotta politica. Una radicalizzazione che, com’è altrettanto evidente, è destinata a sfociare ben presto in una inesorabile ed irreversibile deriva degli “opposti estremismi”. Come avviene puntualmente in tutti i paesi in cui si rinnega per ragioni pregiudiziali e dogmatiche la presenza del Centro. Dopodiché, ci si accorge che si può governare solo ed esclusivamente “dal Centro” e “al Centro”. Una prassi che è presente storicamente in Italia e in molti altri paesi europei ma che ormai si sta estendendo progressivamente in quasi tutto il vecchio continente.

Per questa semplice motivazione, prima o poi, il Centro è destinato a ritornare. La modalità organizzativa, invece, è legata alle dinamiche concrete del contesto politico nei vari paesi. Ma un dato è sufficientemente certo. E cioè, non possono essere i partiti caratterizzati da una ricetta politica massimalista, radicale, fondamentalista e, men che meno, populista a farsi carico di questa cultura, di questa sensibilità, di questa prassi e di questo metodo. Per forza di cose devono essere partiti e movimenti che incarnano realmente e seriamente la cultura politica di centro ad avanzare un progetto politico riconducibile a quella tradizione e a quel pensiero.

Ovviamente all’interno di una coalizione e di una alleanza di governo. Ed è proprio all’interno di questo contesto che si inserisce una considerazione di fondo per non dire dirimente. Detto con parole semplici, una coalizione è credibile se al suo interno è presente una forza centrista capace di giocare un ruolo politico decisivo e determinante ai fini della stessa azione di governo. Per assolvere a questo ruolo, però, il partito/soggetto politico di centro non può essere paragonato ai “partiti contadini” di comunista memoria. Cioè a partiti che vengono creati a tavolino dall’azionista di maggioranza della coalizione e che, di conseguenza, non hanno alcuna dignità politica e rappresentatività sociale se non quella di occupare un ruolo per confermare la natura plurale della coalizione stessa.

Ecco purché il Centro e la ‘politica di centro’, sempre più richiesti e gettonati, possono e devono avere un ruolo solo se non si riducono ad essere pregiudizialmente ad organicamente dei semplici e banali “partiti contadini” o, nella migliore delle ipotesi, insignificanti cartelli elettorali per

riequilibrare fintamente l’alleanza. Il Centro ha un senso, e un ruolo, se è in grado di declinare un progetto politico e di governo da confrontare, come ovvio e scontato, con altri partiti e movimenti politici. Questa, oggi, è la vera scommessa politica di chi si dichiara centrista, riformista e con una spiccata cultura di governo. L’esatto opposto, quindi, di chi si aggrega supinamente agli azionisti di maggioranza in cambio di una piccola manciata di seggi parlamentari o di chi, invece, non è in grado di differenziarsi da chi coltiva disegni politici incompatibili con la ‘politica di centro’.

Autorità, diventa libro la voce curata da Del Noce per la Treccani.

“L`eclissi dell`idea di autorità è tra i tratti essenziali del mondo contemporaneo: ne è anzi, certamente, il tratto più immediatamente percepibile”. Con questa considerazione iniziava la voce Autorità redatta dal filosofo e politologo Augusto Del Noce nel 1975 per l`Enciclopedia del Novecento, una delle opere più importanti dell`Istituto della Enciclopedia Italiana, riproposta in questi giorni per Treccani Libri con una prefazione del Direttore Generale Massimo Bray.

Una voce quanto mai attuale che, come scriveva Del Noce, richiama l`attenzione su quel vuoto di autorità intesa come guida o “direzione”, secondo l`origine etimologica di auctoritas che deriva da augere, far crescere, che include l`idea che “nell`uomo si realizza l`humanitas, quando un principio di natura non empirica lo libera dallo stato di soggezione e lo porta al fine che è suo, di essere razionale e morale”.

Ma oggi – un oggi di cinquant`anni fa che sembra adesso – per Del Noce “la sensibilità corrente associa per lo più l`idea di autorità a quella di repressione, la fa coincidere, al contrario di ciò che l`etimo esprime, con ciò che arresta la crescita, che vi si oppone”.

Il libro Autorità contiene una riflessione sul mondo contemporaneo occidentale, strettamente connessa con la crisi della tradizione e con l`affermazione del primato del benessere e della libertà, con l`ausilio del pensiero di molti filosofi otto-novecenteschi come Weber, Guènon, Arendt, Weil o Adorno e declinata nei fenomeni storici più importanti degli ultimi secoli: rivoluzioni, guerre mondiali, totalitarismi.

Il venir meno di autorità come guida ha finito per toccare, come ricorda Bray nella sua prefazione – “alcune delle strutture fondamentali della vita collettiva, purtroppo oggetto negli ultimi decenni di processi di delegittimazione e privazione di autorevolezza: famiglia, scuola e istituzioni politiche, pur continuando a svolgere un ruolo imprescindibile appaiono oggi indebolite e sempre più in affanno nell`adempiere al loro tradizionale compito di indirizzo e guida nel percorso di partecipazione degli individui alla vita di comunità”.

In questo senso, conclude Bray, “la rilettura della voce redatta da Augusto Del Noce potrà certamente rappresentare un`esperienza ricca di riferimenti e spunti di riflessione più che mai attuali”.

La Voce del Popolo | È pronta la Meloni a smarcarsi dall’ultradestra?

La sconfitta della Le Pen in Francia può diventare l’occasione per il riscatto della Meloni in Europa. A patto di comprenderla, s’intende. E di farla propria. La destra estrema, polarizzata e radicale, che si va proponendo in diversi Paesi dell’unione è stata la brutta sirena che ha ammaliato fin qui il governo italiano. Spingendolo verso il baratro del suo stesso isolamento. 

Ora però quell’intreccio di destini e di complicità sembra almeno in parte sciogliersi. Così, i neofranchisti di Vox lasciano il partito europeo capeggiato dalla Meloni. E gli elettori francesi a loro volta relegano all’opposizione il Rassemblement national di Le Pen e del suo giovane scudiero. Apparentemente, due brutte notizie per la nostra premier. In realtà, due occasioni per correggere una rotta che la stava portando dentro la sua maggiore difficoltà. 

Naturalmente, non è affatto detto che Meloni la pensi allo stesso modo. Anzi, all’apparenze ella ostenta dispiacere per l’addio del suo amico spagnolo e delusione per il mancato successo della sua omologa francese. Può darsi che la veda davvero così, e che la sua scommessa di voler spostare sempre più a destra l’asse politico europeo stia ancora in piedi. Se così fosse, vorrebbe dire che sta apparecchiando la sua maggiore difficoltà.

Proprio l’esperienza di queste prime settimane dopo il voto europeo dovrebbe suggerire, infatti, alla Meloni una linea di condotta più prudente, meno nervosa, di quella adottata in prima battuta. Se così fosse, sarebbe una buona notizia anche per i suoi avversari. Ma quel “se” è grande come una casa. E qui appunto sta l’incognita, per lei e per tutti noi.

 

Titolo originale: La sconfitta di Marine Le Pen, il riscatto di Meloni?

Fonte: La Voce del Popolo – 11 luglio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dopo la 50ª Settimana sociale e in preparazione di Camaldoli 2.0

Conclusa la 50^ Settimana sociale dei cattolici italiani svoltasi a Trieste ( 3-7 Luglio 2024), serve riflettere sulle principali indicazioni emerse, da intendersi come stimoli per un nuovo avvio dell’impegno dei cattolici italiani sul piano etico, culturale, sociale e politico. La nascita della “Rete di Trieste degli amministratori” e “ La Lettera delle associazioni al Paese”, il documento dei diversi movimenti (Ac, Acli, Agesci, Sant’Egidio, Rinnovamento, Focolari, Movimento cristiani lavoratori, Comunione e liberazione) della variegata realtà socioculturale cattolica italiana, costituiscono due elementi interessanti da cui ripartire, in preparazione dell’auspicata Camaldoli 2.0, momento di confronto e di condivisione della nuova proposta politico programmatica ispirata ai valori della dottrina sociale cristiana.

Ritengo quanto mai interessante la nota editata su Il Popolo il 17 Marzo scorso: https://www.ilpopolo.cloud/editoriali/186-l-impegno-dei-cattolici-in-politica.html che evidenzia i limiti e le caratteristiche qualificanti di impegno dei cattolici in politica, alla luce dell’Umanesimo Cristiano. È un testo che andrebbe letto con molta attenzione, perché contiene alcune indicazioni essenziali per l’impegno dei cattolici, coerente con i valori di riferimento della dottrina sociale e dell’Umanesimo cristiano. Così come credo sarebbe opportuno avviare in tutte le realtà locali un momento di dialogo e di confronto tra le diverse espressioni organizzative sociali, culturali e politiche presenti, per discutere dalla base i problemi e le attese delle elettrici e degli elettori, dei giovani e degli anziani, in una fase delicatissima della politica nazionale, europea e internazionale.

Approfondiremo in tal modo i megatrends presenti a livello territoriale, là dove si attivano concretamente i processi del pensare globale e dell’agire locale, acquisendo le istanze e i bisogni presenti tra le diverse categorie, gli interessi e i valori della cui sintesi è il compito principale della politica. 

Siamo una delle poche realtà sociali e culturali che hanno alle spalle il patrimonio straordinario delle encicliche sociali degli ultimi Papi, interpreti delle più importanti trasformazioni epocali a livello geopolitico, etico, culturale, economico e sociale; siamo cioè in condizione di utilizzare il grande lavoro preparatorio riconoscibile nei documenti raccolti alla vigilia della 50^ Settimana sociale di Trieste (https://www.settimanesociali.it/). Un lavoro sviluppato sui temi: Ambiente, agricoltura e territorio; Convivenza, cittadinanza e stili di vita; Cultura e informazione; Giovani, educazione, formazione; Lavoro, impresa, innovazione; Pace, diritti, legalità; Welfare e inclusione sociale. 

Tutto questo potrà favorire la partecipazione e il dialogo della base e dalle diverse realtà territoriali potranno scaturire documenti e proposte da sottoporre al confronto e al dibattito della Camaldoli 2.0. Questa dovrà essere la traduzione nella città dell’uomo degli orientamenti emersi da Trieste e dalle diverse realtà di base, premessa per l’auspicata ricomposizione politica dei cattolici italiani, con l’intento di superare la lunga diaspora post democristiana (1993-2024) che ha ridotto alla subordinazione e all’irrilevanza una delle culture politiche a cui si lega storicamente la formazione del patto costituzionale. Al populismo dilagante in Italia e in Europa, andrà opposta la sfida di noi dc e popolari, affinché da Camaldoli 2.0 possa uscire il programma dei “Popolari per l’Italia” ispirato ai valori della dottrina sociale cristiana e in perfetta sintonia con quelli della Costituzione repubblicana. Valori che intendiamo difendere e attuare integralmente insieme a tutte le forze politiche disposte a impegnarsi per questo obiettivo fondamentale.

Un possibile umanesimo non umano?

[…] Tutti questi cambiamenti confermano la tendenza e la tensione umana verso la trascendenza: l’essere umano desidera oltrepassarsi, superare i propri limiti, anche se – ormai, nel nostro tempo – spesso senza più desiderare di entrare in relazione con qualcun altro al di là di sé. Tuttavia, superarsi senza aprirsi a qualcun altro, significa alla lunga divenire dimentichi di sé stessi, persino rifiutare sé stessi. Difatti, l’inclinazione al nichilismo di tante concezioni antropologiche novecentesche – non solo filosofiche o scientifiche, ma anche letterarie e artistiche – ha dato adito a quello che viene comunemente chiamato il «pensiero negativo», intriso di pessimismo riguardo all’uomo e a tutto ciò che è umano. Si sono imposte alla coscienza collettiva la rinuncia all’essere umano e la svalutazione della sua esistenza, dato che questa è stata considerata come inevitabilmente proiettata verso la morte e inesorabilmente a essa associata – Heidegger docet – e perciò come una fatica superflua o quasi alla stregua di un’insopportabile patologia, da prevenire se possibile sin dall’inizio o da estinguere drasticamente nella sua fase terminale (si pensi ad alcune motivazioni delle opzioni abortistiche ed eutanasiche).

Da qui alcuni gravi contraccolpi culturali che hanno innescato importanti mutamenti nel nostro modo di concepire e di vivere l’esistenza e le sue emergenze più spigolose, come la malattia, la sofferenza, la morte stessa. In tal senso, la moderna svolta antropologica – nonostante i suoi vantaggi e i suoi guadagni – ha dato talvolta l’impressione di risolversi in una deriva. Emil Cioran, col suo stile aforistico, ha sintetizzato tutto ciò con questa affermazione: «Luomo non va più di moda e va disormeggiato con tutta la sua storia».

Se l’uomo non va più di moda, se la sua storia non interessa più e il suo carico può essere abbandonato alla deriva come fosse una zattera funeraria egizia, se la sua vicenda è giunta al capolinea, ridotta a calcolo e decifrata più come biologia che come biografia, dovremmo allora rassegnarci a essere noi stessi quegli «ultimi uomini» di cui leggiamo nelle primissime pagine di Così parlò Zarathustra? Non possiamo rassegnarci a considerare ormai inutili e privi di senso interrogativi radicali come quelli colti da Nietzsche sulle labbra dell’«ultimo uomo»: «Che cos’è l’amore? Che cos’è la creazione? Che cos’è il desiderio? Che cos’è la stella?» Occorre porsi ancora queste domande e chiedersi altresì se aveva ragione Pascal ad affermare che «l’uomo sorpassa infinitamente l’uomo», oppure il filosofo tedesco quando dichiarava che «l’uomo è qualcosa che deve essere superato». Queste due ultime affermazioni, difatti, disegnano tutto l’arco della modernità ed esprimono rispettivamente la speranza di giungere a una più alta statura dell’uomo oppure un senso di penosa insoddisfazione riguardo all’uomo stesso, una sfiducia che culmina nel decretarne l’abolizione.

Conviene lasciarsi ancora provocare seriamente da ciò che Heidegger, nella sua Lettera sull’umanismo, spiegava circa la critica filosofica – elaborata nel Novecento anche col suo contributo – «contro l’umanesimo», così come s’era realizzato a partire dal XV secolo: «Ma questa opposizione non significa che tale pensiero […] propugni l’inumano, difenda la disumanità e abbassi la dignità dell’uomo. Si pensa contro l’umanesimo perché esso non pone l’humanitas dell’uomo a un livello abbastanza alto». Pur senza reputare infallibile questa riflessione di Heidegger, dobbiamo ammettere che occorre ricollocare l’umano, l’umanità dell’uomo a un livello alto.

Del resto, è peculiarmente umana l’aspirazione degli uomini a essere sempre più umani. E se le rivendicazioni di chi oggi auspica l’inaugurazione ufficiale del postumano hanno un senso, questo va rintracciato in direzione del più-umano e non del più-che-umano. Una considerazione cristianamente ispirata di tale problematica può servire per ricordare che non bisogna avere paura di un futuro che si proietta in direzione del cosiddetto post o transumano, a condizione che ci si attenga appunto all’obiettivo del più-umano prima che del più-che-umano. D’altra parte, la tradizione cristiana stessa da sempre tende a migliorare e a potenziare l’umano dell’uomo, non solo con pratiche ascetiche spesso condivise con altre tradizioni religiose ma anche e soprattutto «innestandogli» – a partire dal battesimo, col sacramento dell’iniziazione – lo Spirito di Dio e addirittura «introducendolo» nella comunione agapico-trinitaria.

Tutto ciò è stato indicato già dalla tradizione patristica di lingua greca come «divinizzazione» dell’uomo: Karl Rahner, in tale prospettiva, ha parlato di un «umanesimo non umano».

 

Fonte: Orientamenti pastorali – 4/24 – Il postumanesimo (EDB) – 

Stralcio: Massimo Naro, L’aldilà algoritmico e la metempsicosi digitale: in cosa sperare con l’avvento dell’IA? – Paragrafo 2.

[Testo qui riproposto per gentile concessione dell’autore]

Esistono i Popolari di Centro? Sono dispersi, invece devono unirsi.

Vorrei rivolgere una domanda semplice, forse banale, a tutti i Popolari di Centro: Chi aspettiamo? Sembra come se aspettassimo tutti, da diverse fermate del bus, chi più avanti e chi più indietro, il conducente giusto e vincente. Il conducente non passerà. Non abbiamo formato una nuova classe dirigente, quindi è inutile aspettare il nuovo Sturzo, De Gasperi o Moro.

Dovremmo riprendere le attività di formazione e informazione, lasciate per troppi anni nelle mani del bipopulismo. Altri amici Popolari aspettano le decisioni del PD e di Forza Italia, che dovrebbero decidere cosa fare da grandi, altri aspettano le “mosse” di Italia Viva e Azione, loro invece dovrebbero diventare grandi. Altre inutili attese. Ma per tornare ad essere un Paese europeista e atlantista, i Popolari di Centro dovrebbero nascere e crescere, senza attendere che qualcosa accada per puro caso.

Dalla 50esima edizione delle “Settimane Sociali” è emersa una diffusa voglia di Partecipazione: “Tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità; nessuno deve sentirsi inutile. Certe forme di assistenzialismo che non riconoscono la dignità delle persone sono ipocrisia sociale. E l’indifferenza è un cancro della democrazia”. (Papa Francesco, Settimane Sociali 2024, Trieste). Persona, Popolo e Partecipazione: 3P da cui partire.

Ora bisognerà lavorare all’offerta culturale e politica.

Dovremmo “Moltiplicare gli sforzi per una formazione sociale e politica che parta dai giovani” (Papa Francesco, Settimane Sociali 2024, Trieste). I Popolari di Centro devono essere protagonisti della ricostruzione dell’Italia. Dopo la stagione del bipopulismo, servirà l’impegno di chi ancora crede nel bene comune.

Come e con chi? Guardiamo a ciò che accade in Francia, in Polonia, al Parlamento europeo. “Ensemble” è una coalizione centrista francese tra riformisti, liberali e popolari, stesso discorso vale per la coalizione civica polacca e, a Bruxelles, per la “maggioranza Ursula”.

accade al Parlamento europeo, in Polonia e in Francia. “Ensemble” è una coalizione centrista francese tra riformisti, liberali e popolari, stesso discorso per la “maggioranza Ursula” e per la coalizione civica polacca. Non un partito unico, ma una coalizione/federazione/lista, dipende dalla legge elettorale, tra centristi. I Popolari di Centro devono esserci, anche in Italia!

Come colmare il deficit di governance globale

La consapevolezza della irreversibilità dei cambiamenti intervenuti negli equilibri globali che attualmente non sono più quelli del periodo successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. E la necessità di considerare il fatto che in politica tutto si tiene e che aspetti interni, come il tenore di vita della classe media e la capacità delle istituzioni di rispondere in modi diversi alle domande dei cittadini, possono condizionare la politica internazionale. Sono, questi, due fra i principali argomenti di discussione affrontati in occasione della presentazione del libro “Il Nuovo Ordine Globale. I protagonisti del multilateralismo nelle aree continentali. Le principali istituzioni di riferimento in Africa, Americhe, Artico, Asia, Europa” (AA.VV. a cura di Marco Ricceri, pag.490, Armando  Editore), svoltasi ieri alla Sioi (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale).

Il senso di questo libro, secondo Riccardo Sessa, presidente della Sioi, che ne ha scritto l’introduzione, “è quello di aiutare a capire come è organizzata la comunità internazionale e quali sono le crisi profonde a cui deve rispondere”. Il mondo di oggi, ha aggiunto l’ambasciatore Sessa, è caratterizzato da un deficit di governance internazionale, e da un deficit di leadership. Ed ha rilevato come nel mondo attuale l’ambito dei Paesi G7, non sia più sufficiente per risolvere le principali questioni globali. Va perciò messo nel conto il confronto e il dialogo con le altre organizzazioni internazionali che sono sorte o che si sono riattivare in questo primo quarto di XXI Secolo.

Sullo sfondo dei vari interventi è risuonato ancora l’eco delle parole pronunciate, nei rispettivi ambiti, dal Capo dello Stato Sergio Mattarella e da Papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste sulla crisi della democrazia. A giudizio del professor Giovanni Barbieri, dell’Università Cattolica, autore di uno dei saggi di cui è composto il volume, oggi sta avvenendo un tipo di confronto fra sistemi politici che sono in grado di soddisfare la domanda interna della popolazione e sistemi politici che hanno sempre maggiori problemi a soddisfare questa richiesta politica. Per la nostra parte di mondo, quella delle democrazie occidentali, ciò rappresenta un problema perché mette a rischio il mantenimento di quello che è lo scheletro della liberaldemocrazia, costituito dalla “l’esistenza di un ceto medio” economicamente solido.

Parafrasando Montaigne, il quale negli Essais affermava che “insegnare, non è riempire un vaso, ma è accendere un fuoco”, Marco Ricceri, segretario generale dell’Eurispes e curatore del volume, ha detto che questo libro vuole essere uno strumento che serve non tanto a riempire un vuoto, quando ad accendere un fuoco, quello dell’interesse su come si sta organizzando il Resto del Mondo. “Siamo entrati in una fase – ha osservato il prof. Ricceri – in cui vecchie istituzioni di coordinamento si stanno rivitalizzando, oppure ne nascono di nuove”. Stanno insomma, sorgendo nuovi protagonisti nella vita internazionale, in aggiunta a quelli affermatisi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia.

Nell’incontro è riemerso più volte anche il ruolo negativo esercitato da interessi particolari nel far sorgere e alimentare i conflitti in corso, a scapito di sempre possibili soluzioni diplomatiche, e nel generare squilibri economici e sociali che hanno delle implicazioni geopolitiche. In particolare Giulio Tremonti, attuale presidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, ha puntato il dito contro l’eccessivo ruolo esercitato dalla finanza speculativa durante gli anni di avvio dei processi di globalizzazione.

Il libro, in cui chi scrive ha curato il saggio sulla Nato, si presenta come una guida. In effetti, è il  risultato di una riflessione fra gruppi di esperti che per anni si è incontrato per analizzare processi a livello internazionale, scoprendo la realtà di un mondo che cambia, a cui cerca di introdurre i lettori interessati.

Quale modello per la sinistra italiana?

Diciamoci la verità. L’attuale sinistra italiana è arrivata ad un bivio. Deve, cioè, decidere se in vista delle prossime consultazioni elettorali – tanto a livello locale quanto a livello nazionale – prevale il modello inglese o quello francese. Al netto, come ovvio, delle profonde e radicali differenze politiche ed elettorali dei tre paesi. Ma almeno su un punto c’è una convergenza di fondo e che interpella direttamente il progetto politico e programmatico della sinistra in questi tre paesi del vecchio continente. Ovvero, si vuole costruire un’alleanza politica e di governo con una chiara e netta cifra riformista oppure, e al contrario, si punta a dar vita ad un cartello elettorale unicamente cementato dall’odio nei confronti del nemico implacabile di turno? Che, nel caso specifico, è sempre e solo il fascismo. Dopodiché, che esista o meno questo rischio è un puro dettaglio.

Ma, per restare alla domanda originale, sciogliere questo nodo resta il vero fatto politico che riguarda e che investe l’intera sinistra italiana, seppur nelle sue multiformi e variegate espressioni.

E questo perché con il modello Starmer, anche se in Inghilterra esiste un sistema elettorale del tutto alternativo rispetto a quello italiano, è indubbio che la cultura e il metodo di governo hanno avuto il sopravvento su tutto il resto. E su quel paradigma ha chiesto ed ottenuto il consenso dei cittadini britannici cambiando decisamente la rotta rispetto al profilo del vecchio Labour party, il Partito laburista inglese.

Decisamente diverso il modello francese. Lì è prevalso, ancora una volta, ma adesso con maggior forza e sfidando anche l’incognita del voto popolare, la logica della sommatoria elettorale contro il “nemico”. A prescindere, com’è ormai evidente a tutti gli osservatori, da qualsiasi considerazione in merito alla convergenza programmatica dei vari partiti, alla cultura di governo degli stessi e alla volontà di dar vita ad un progetto politico condiviso di medio/lungo termine. No, l’unico elemento unificante è stato quello di battere il nemico. Poi si vedrà. A costo di convivere con il caos e la confusione istituzionale per anni.

Ora, alla luce di questa situazione, è altrettanto evidente che la sinistra Italia – quella radicale della Schlein, quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella populista e demagogica dei 5 Stelle – dovrà scegliere. E delle due l’una. O si privilegia il cartello elettorale contro il fascismo ricorrente, la dittatura, la svolta illiberale, la torsione autoritaria, la negazione delle libertà democratiche da parte della destra italiana e via discorrendo oppure, e al contrario, si inizia a tratteggiare e a costruire un progetto riformista e di governo che non è funzionale a creare un’ammucchiata elettorale ma a dar vita ad una coalizione di governo e a lungo termine.

Dal come si scioglierà questo nodo politico, culturale e programmatico capiremo anche la volontà – o meno – di aprirsi alle forze centriste, moderate e riformiste e non solo ai “partiti contadini” di comunista memoria. Ancora una volta, quindi, tutto è demandato alla politica e alle scelte concrete della sua classe dirigente.