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La lezione di Donat-Cattin secondo Aimetti. Una biografia accurata alla luce della storia politica del secondo Novecento.

 

 

Il libro scritto da Giorgio Aimetti pubblicato recentemente da Rubbettino, Carlo Donat-Cattin, la vita e le idee di un democristiano scomodo”, non ripercorre soltanto il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale – e privato – del leader democristiano piemontese e di un importante e qualificato statista della prima repubblica, ma ha il merito di rileggere anche le costanti che hanno caratterizzato la politica italiana per quasi 50 anni.

 

Certo, sono molti gli aspetti che si potrebbero trarre da una vasta ed interessante pubblicazione come questa. Ma c’è un aspetto che a volte viene dimenticato, o volutamente sottovalutato, e che invece merita di essere ripreso e approfondito perchè non ha una scadenza temporale nè può essere banalmente storicizzato. Parlo del rapporto tra i cattolici e l’impegno politico, o meglio il ruolo dei cattolici democratici, popolari e sociali nella cittadella politica italiana nelle diverse fasi storiche e che resta un tema di grande attualità. Moderno e contemporaneo. E nell’epoca storica che ha visto protagonista Carlo Donat-Cattin – cioè dall’inizio degli anni ‘50 sino all’inizio degli anni ‘90 – il rapporto dei cattolici con la politica e soprattutto con la gerarchia ecclesiastica e i suoi insegnamenti è stato un elemento costitutivo per lo stesso impegno nella società e nelle istituzioni democratiche.

 

Un rapporto che è stato comune e simile per molti leader democratici cristiani ma non per tutti. In sintesi, per uomini come Donat-Cattin essere un cattolico impegnato nel pubblico – nell’Azione cattolica come nel sindacato, nella politica come nelle istituzioni – è sempre stato ispirato a 3 criteri di fondo che rispondono anche alla sua concreta esperienza nelle varie fasi della sua vita.

 

Innanzitutto un rigoroso rispetto della laicità dell’azione politica e sindacale. Differenza dei ruoli e dei “piani”, come si diceva un tempo, ma sempre ispirati ad una concezione che affondava le sue radici nell’umanesimo cristiano e, per quanto lo riguardava, nel filone del cattolicesimo sociale. Per questi motivi la dottrina sociale della Chiesa, nella sua diversa e continua evoluzione, ha sempre avuto un’importanza centrale per tutto il suo magistero pubblico. E coniugare la laicità dell’azione temporale con una coerente aderenza all’insegnamento della Chiesa è sempre stato il faro che ha illuminato la sua militanza concreta.

 

In secondo luogo nessun cedimento al clericalismo e al confessionalismo. Atteggiamenti, invece, che hanno contraddistinto, nella lunga stagione politica democristiana, il comportamento politico di molti altri esponenti che a volte confondevano l’aderenza all’insegnamento della Chiesa e, nello specifico, di alcuni settori della gerarchia, con il condizionamento della concreta azione politica. Una sorta di clericalismo strisciante che era apprezzato nelle segrete stanze delle varie Curie disseminate in tutto il paese ma che non incrociava gli interrogativi e le domande che una società, sempre più laica e secolarizzata, poneva ai politici. Anche e soprattutto cattolici. E Donat-Cattin, su questo versante, ha sempre privilegiato i contenuti e il progetto politico di cui si faceva portatore rispetto a indicazioni che provenivano da altri settori. Qualsiasi essi fossero.

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la rettitudine morale e personale di Donat-Cattin senza mai scivolare nel moralismo sciatto e avaloriale. Di qui la celebre distinzione tra i “moralisti” che indicano un problema e individuano se stessi e il proprio clan come gli unici titolari ad affrontarlo e risolverlo, e i “moralizzatori” che, al contrario, si battono per la soluzione del problema senza anteporre mai la propria persona e il proprio cerchio di amici coma la via miracolistica e salvifica da perseguire. Sotto questo aspetto, la lunga, complessa e difficile militanza politica di Donat-Cattin ha sempre concentrato la sua attenzione sui contenuti dell’azione politica e sindacale senza mai farsi affascinare o condizionare dai richiami moralistici frutto di una sub cultura che ha caratterizzato, al contrario, alcune esperienze riconducibili al mondo cattolico tradizionale.

 

Mi sono soffermato solo su tre aspetti, tra i tanti, che si potevano ricordare attorno a questo tema. Ma, comunque sia, anche per intraprendere oggi una nuova e rinnovata azione politica da parte dei cattolici italiani non possiamo – e non dobbiamo, a mio parere – dimenticare lo straordinario magistero politico e culturale di uomini come Carlo Donat-Cattin. Che hanno anche pagato personalmente un duro prezzo per aver sempre conservato nella loro vita una coerenza esemplare e cristallina nell’azione sindacale, politica e istituzionale.

Il centro “decentrato” e, insieme, la corsa al centro. Tra i cattolici si cerca di fare partito, ma senza adeguati strumenti d’analisi.

Troppe lacune e troppi errori condizionano i ragionamenti sulla ripresa d’iniziativa politica dei cattolici. Chi sono oggi i cattolici? Cosa rappresentano? Il centro diventa una formula indistinta e paradossale, qualcosa che sfiora l’ambiguità, se non il trasformismo. Papa Francesco c’invita intanto a riflettere sulla circostanza che le tante emergenze di questo tempo obbligano a considerare l’urgenza di operare tutti insieme, poiché siamo in fin dei conti sulla stessa barca. È un monito che la politica non può ignorare.

 

Nino Labate

 

Se ne è scritto spesso anche su questo quotidiano online, ma non sono il solo a notare che nelle ultime settimane il tema ha perso di interesse. Si è infatti fortemente  attenuato il desiderio di creare una forza politica cattolica, definita di centro, a cui si è spesso aggiunto l’aggettivo moderato/a.  Diciamoci la verità, la spinta al tanto atteso centro moderato cattolico, se questo voleva essere onestamente laico e liberale, non indicava niente di nuovo, oppure di alternativo agli schieramenti esistenti che insistiamo a chiamare di destra e sinistra. E non specificava nessuna originale identità partitica e culturale, realisticamente concreta per i nostri giorni. Essendo oggi i centristi moderati – e cioè i non estremisti, quelli nei comportamenti e nel carattere disponibili alla mediazione, i controllati e misurati, gli equilibrati e rispettosi della Costituzione – presenti in tutti i partiti politici italiani. 

 

C’è da pensare che quest’ultimo silenzio sia stato forse provocato dalle innumerevoli formazioni emerse di recente autoproclamatisi di centro, o frettolosamente identificate come tali sulla scia del “centrista moderato” Draghi; che messe assieme a quelle irrilevanti e personalizzate che già esistevano da tempo, compongono una confusa galassia destinata e capace, secondo gli ottimisti promotori, a essere alternativa e a delegittimare i cosiddetti partiti di destra e sinistra, che nel loro estremismo rappresentano pericoli seri per la democrazia del nostro Paese. Sarà!

 

Tocca solo  aggiungere, che  questi nuovi e vecchi centri  politici e partitici, nati e sospesi nel vuoto sociologico più assoluto, non sono mai riusciti a comunicare il loro profilo culturale, la propria filosofia politica, se non aggrappandosi al (vecchio) centro della Democrazia cristiana, ai suoi (vecchi) ceti medi, alla sua (vecchia) borghesia e al suo (vecchio) mondo cattolico;  e oggi puntando, infine, tutte le carte sul non voto e su una legge proporzionale.

 

Il centrismo dc

 

C’era di mezzo, nello storico centrismo DC, la teoria (e la prassi) della benemerita categoria della mediazione, grazie a Dio non denominata trasformismo, indubbiamente utile nel secondo dopoguerra solo perché in presenza di posizioni radicalmente diverse e di soluzioni fortemente  alternative. Era necessaria in quegli anni a far cambiare le idee in modo di superare l’antifascismo, e per trasformare il Pci in  un partito democratico – come auspicava  e scriveva  sul “Popolo Nuovo” Augusto Del Noce nella seconda metà del 1945, e come circa trent’anni dopo, verificò Aldo Moro. Insomma, un “centrismo di mediazioni” – quello di ieri – utile e necessario. Mentre quello cattolico di oggi – quando non vuole essere conservatore e tradizionalista, se non del tutto clericale a difesa dei “principi non negoziabili” – necessita al minimo  di urgenti chiarimenti culturali, tali da far capire anche quale sia o possa esser la base elettorale a cui si vuole rivolgere. Dunque, nuove (e vecchie) centralità politiche lontane dalle attuali e tragiche alternative di destra e sinistra? Nuovi (e vecchi) partiti, partitini, liste e movimenti che si contendono questo illusorio e nostalgico spazio geometrico, giocando tutte le loro carte solo e soltanto su un sistema elettorale proporzionale, e scommettendo solo e soltanto sugli astensionisti?

 

Da quello che si è letto, c’è da crederlo, altro infatti non si è visto e saputo. A partire, come si diceva, da quelle indispensabili analisi sociologiche sulla struttura della società in cui viviamo – come raccomandava con estremo realismo don Luigi Sturzo 100 anni fa. E con gli sguardi rivolti alla storia che stiamo costruendo, con le sue rivoluzioni digitali e antropologiche in crescita esponenziale, i cui esiti ci sono sconosciuti. Rivoluzioni che convivono, come sappiamo, accanto ai preoccupanti allarmi sul clima e sulle emissioni di gas serra, lanciati recentemente da Glasgow.

 

La necessità di capire le persone

 

Mi convinco sempre più che a questo punto occorrerebbero anche buoni antropologi e psicologi, per spiegare nello stesso tempo sia il profilo dei non votanti, sia i comportamenti di rifiuto dei No Vax e dei No Green pass, a cui sotto alcuni aspetti somigliano molto avendo in comune il disinteresse per il bene comune e per il prossimo, la paura del nuovo e della modernità assieme al disincanto per la politica, alla sfiducia nelle competenze e alla  sottovalutazione di tutta la classe politica e di tutti i partiti. Insomma, un tragico menefreghismo per il vivere insieme, una certa avversione verso la democrazia rappresentativa e una forte ostilità per le caste, ovvero per le classi dirigenti e le élite competenti.

 

La preoccupazione per il Covid c’entra poco. Credo che il 50% degli aventi diritto al voto è rimasto a casa perché rifiuta la politica e perché vive solo di emozioni; perché rimpiange il passato e crede ciecamente in quello che si legge sui social; in quello che sostiene il proprio leader di opinioni, oggi influencer,  a cui si delega la massima fiducia. Molto amarcord e molta paura, dunque, uniti ad una sopraggiunta indifferenza, coniugati con un pericoloso individualismo che spinge a pensare prima di ogni cosa a se stessi, e poi, se rimane tempo, anchea chi vive con noi nei mondi vitali e nella comunita a noi vicini.

 

La legge proporzionale e la “…prudenza politica” di Del Noce

 

Par dunque di capire che per i neocentristi solo una buona legge elettorale proporzionale sia in grado di far togliere le pantofole a metà degli italiani aventi diritto al voto, per spingerli verso i seggi elettorali e, conseguentemente, farli votare un partito cattolico di centro. E per farli allontanare dai pericoli della destra e sinistra italiane. Una legge, che però nei suoi effetti imprevisti e nelle sue ricadute, è anche capace di fare proliferare partiti personali fotocopie di partiti e programmi, e di duplicare culture politiche già esistenti. Un pluralismo, come si capisce, interpretato male.

 

Non è finita. Perché pare di capire che una robusta quota di questi assenteisti appartenga al voto cattolico di centro anche in quanto ceto medio. Lasciando sospesa la definizione di ceto medio, sarà vero anche questo. Una  categoria geometrica, lontana mille miglia da destra e sinistra, che tuttavia ha di recente coinvolto persino  l’inconsapevole Draghi, catapultato a sua insaputa in questo spazio.  E, in attesa di eventi quirinalizi, sottoposto  all’attenzione continua dei “centristi” Berlusconi e Renzi. E non solo. Un centro che vuole rinascere, facendo leva proprio sulla moderazione di Draghi. Si vuole pertanto una collocazione centrale, all’insegna della “…prudenza politica e della mediazione“, come la definiva Augusto del Noce nel lontano 1945: che tuttavia la riteneva necessaria solo e soltanto perché ci si trovava in quegli anni di fronte a un Pci ancora non totalmente democratico. E solo e soltanto  perché si era al cospetto di un robusto antifascismo che andava superato “…senza violenza e  con la “libertà” (v. il suo Centrismo: vocazione o condanna con una bella introduzione di Lorella Cedroni).

 

In quei lontanissimi anni, la posizione centrista di Del Noce era giustificata, essendo precipuamente rivolta alle classi medie di quei tempi: quelle ereditate dal  fascismo. Non solo. Teneva conto della borghesia italiana così come essa si configurava in Italia alla fine della guerra: quasi tutta ancora adagiata sui principi  dell’ordine e sui valori fascisti della Nazione. Non certo ai ceti medi, alla middle class, e alla (nuova) borghesia globalizzati dei nostri giorni. Erano tuttavia i tempi della preistoria democratica del nostro Paese. Con l’Italia senza ancora una sua robusta e lungimirante  Costituzione, come quella sopraggiunta da lì a un paio di anni; con l’Unione Sovietica comunista alle nostre porte; con una società ancora nelle mani di una ristretta élite cultural-politica, ed una ancora più ristretta élite economica di stampo liberale, con analfabetismo diffuso e sacche di povertà oggi inimmaginabili, specie nel Mezzogiorno d’Italia.

 

Conclusioni

 

Devo alla fine chiarire che pur rimanendo molto scettico sulla nascita di una realtà politica di centro, caratterizzata dal cattolicesimo sociale democratico e popolare, nel  caso in cui comparisse la seguirei con molta attenzione e interesse. Tale ipotetica nascita mi lascia però incredulo e dubbioso a causa delle approssimative motivazioni che  giustificherebbero la comparsa (per molti la ri-comparsa)  di una simile realtà nell’anno del Signore 2021 o 2022. D’altronde, la si è voluta già proporre solennemente sotto forma di partito politico, con tanto di nome e di Manifesto programmatico nel contesto di un convegno fondativo a carattere nazionale, chiudendo però gli occhi sul retroterra dell’impegno sociale e politico dei cattolici e sul prepolitico formativo. È calato l’oblio su quelle benedette scuole di partito, consegnate dunque al passato, sulla crisi dello storico associazionismo cattolico e sulla secolarizzazione galoppante che fa sbarrare le chiese ormai senza sacerdoti. Queste dimenticanze mi hanno lasciato  perplesso, anche perché si sono riscontrate presso  intellettuali, opinionisti e personaggi cattolici di buon livello culturale, che non hanno avuto però l’ardire di sostenere la  tesi che buona parte se non tutta la cultura laico liberale fusa nei valori cristiani del vecchio centro si è ora decentrata ed è stata assorbita dagli attuali partiti italiani della cosiddetta destra e della cosiddetta sinistra. Destra e sinistra, ai nostri giorni, sono per altro da ridefinire completamente, tenendo la barra sempre dritta sulla diade alternativa di eguaglianza e diseguaglianza proposta con lungimiranza da Norberto Bobbio.

 

Rimangono, certo, minoranze nazifasciste chiuse nel proprio settarismo religioso. E rimane un certo squadrismo ideologico, con tanta insana voglia di picchiare. Fenomeni sociali più di competenza dell’ordine pubblico che della democrazia dei partiti e della vasta opinione pubblica nel suo radicamento sociale. E rimangono frange di operaismo ancora bloccate sulla classe operaia e sul proletariato ottocentesco, ma oggi col computer in mano. E rimangono gli odi verso un capitalismo tuttora supposto nelle mani di una scomparsa borghesia benestante, mentre oggi risulta larga,ente controllato dalla finanza globale e da quell’1% di supericchi che stabilisce il bello e cattivo tempo di interi popoli.

 

È emerso infine un irrealistico antieuropeismo becero e sovranista, che nell’era della globalizzazione interculturale e di una strada avviata verso l’unità politica europea, è tuttavia destinato piano piano a scomparire. Non sembri alla fine irriverente, ma  la “Fratelli Tuttiassieme all’unica e sola barca “…dove siamo tutti imbarcatie sopra la quale dobbiamo remare tutti insieme, suggeriscono qualcosa anche alla politica. Fanno capire a quel futuro già avanzato che esiste una modalità capace di farci evitare la dispersione su molte piccole barche irrilevanti. Spingendoci a  riflettere sulla necessità di essere uniti il più possibile.

Flebile nel Pd la voce dei cattolici democratici. Anche questo spiega la ragione di un certo astensionismo elettorale.

 

La nota dell’autore, non priva di amarezza, deriva dalla lucida constatazione di come sia insufficiente e poco riflessiva l’azione messa in campo dopo le amministrative dal gruppo dirigente del Pd di Roma.

Mario Sirimarco

 

Alle ultime amministrative il Pd ha raccolto un ottimo risultato politico che si è tradotto inevitabilmente in generose distribuzioni di posti per assecondare la bramosia di potere delle diverse anime (o meglio i diversi gruppi) che lo compongono. Il risultato non deve però illudere perché se è vero che il Pd rafforza il suo ruolo di punto di riferimento essenziale per riformisti di varia natura nella prospettiva di un neobipolarismo, è altrettanto vero che molti nodi problematici devono essere risolti e le elezioni politiche arriveranno. Direi che oggi il Pd è il vero grande problema politico, anzi…lo è da quando è nato.

 

Di fronte alla sfida della Destra (che ci si augura possa essere più libera da pesanti incrostazioni) il Pd prima di pensare a come allargare il polo di centro sinistra deve diventare vero partito, con un progetto, con una visione, con una apertura a nuovi soggetti (senza evocare stagioni passate), cercando soprattutto di cogliere i fermenti del mondo giovanile, oggi escluso in modo preoccupante dalla vita politica.

 

Finora, dalla nascita ad oggi salvo pochi momenti di slancio, il Pd è stato essenzialmente un luogo di incontro e contrattazione di gruppi, correnti, anime a fini elettorali e di potere, una sorta di caminetto stile prima Repubblica di compensazione e di tutela di una classe dirigente autoreferenziale; oggi ci sono le condizioni politiche per proporsi veramente come pilastro della politica nazionale non per debolezze altrui ma per capacità proprie. Occorre riaprire, Letta lo ha colto ma ci vuole più coraggio, una fase costituente che parta dai territori e che si apra effettivamente, non per slogan, a tutto ciò che si muove virtuosamente nella società.

 

In questa prospettiva non può mancare l’apporto dei cattolici democratici custodi del riformismo che nella storia ha dimostrato la sua centralità ed eredi di una tradizione che oggi può e deve trarre linfa vitale dal magistero di Papa Francesco sui temi dello sviluppo, dell’ambiente, della responsabilità internazionale, della dignità della persona in tutte le sue dimensioni in tutte le sue latitudini in tutti i suoi bisogni.

 

Questa voce è assai flebile nell’attuale Pd (incapace di cogliere i fermenti che ci sono nel mondo dell’associazionismo e delle parrocchie con le loro innumerevoli attività di solidarietà e socialità) e questo spiega l’altissima astensione e l’allontanamento di molti cattolici democratici dalla vita politica.

 

Finita la fase della distribuzione di premi e prebende è il caso di mettersi a lavoro cominciando a fare Politica nel senso più vero e nobile del termine, ma è anche il caso che chi avverta l’importanza del momento intervenga e faccia sentire la sua voce, fuori dai circoli e dai salotti, riscoprendo il senso vero della partecipazione e della democrazia.

 

 

(Il testo è tratto dalla pagina Fb dell’autore)

Pluralismo e libertà: Sturzo vs Rousseau.

 

In vista del 150° anniversario della nascita di Luigi Sturzo (26 novembre 1971-26 novembre 2021) riportiamo un ampio stralcio di questo articolo-saggio che la Fondazione PER (Progresso-Europa-Riforme) ha pubblicato nei giorni scorsi. Ringraziamo l’autore e la Fondazione per il permesso accordato alla riedizione del testo sul nostro giornale.

Luigi Giorgi

È difficile riannodare i fili di una memoria e di un percorso storico, come quella di Luigi Sturzo, che si è snodato attraverso due guerre mondiali, diversi pontificati e regimi totalitari, in una incessante lotta ed elaborazione attorno ai temi della libertà e della democrazia. Nonché intorno alla promozione di ordinamenti inclusivi in grado di coinvolgere, il più possibile, i cittadini nei processi decisionali.

La ricostruzione storica può cercare di narrarne, nel modo più preciso possibile, i passaggi e gli avvenimenti, ma forse non riuscirà mai a coglierne con precisione le tensioni e le possibilità.

Vi si può soltanto avvicinare e cercare di porre all’attenzione quanto di quella esperienza possa essere d’ispirazione ancora oggi. Per afferrare quel vivente di cui scriveva Marc Bloch, in un circolo virtuoso, dialettico, che viene ricordato da Marrou, il quale lo individuava in un movimento elicoidale: “per cui lo storico passa […] dall’oggetto della sua ricerca al documento che di essa è strumento e viceversa; la domanda che ha causato il movimento, lungi dal restare sempre identica a se stessa, si modifica continuamente in funzione dei dati documentari”.

Possiamo dire che la riflessione sturziana si connota per una estrema concretezza condotta secondo i canoni esperienzali della presenza sul territorio sia a livello amministrativo che statuale. Ragionamento che sarà debitore alla stagione siciliana, nell’impegno fra le maglie amministrative del comune. Articolare in modo diverso lo Stato liberale, vissuto come distante ed elitario, divenne uno dei suoi propositi, come quello della creazione di una presenza di cattolici italiani, nell’agone politico secondo canoni di autonomia, programma e democrazia.

 Laicità e democrazia

Sturzo ragionava attorno all’importanza della laicità e della democrazia, in ambito cattolico, quando ancora si faceva molto fatica in quel mondo, ad accettare ed interagire, senza timori politico-intellettuali, con tali idee. Disse infatti a Caltagirone già nel 1905: “La necessità della democrazia nel nostro programma? Oggi io non la saprei più dimostrare, la sento come un istinto; è la vita del pensiero nostro: i conservatori sono dei fossili, per noi, siano pure dei cattolici: non possiamo assumerne alcuna responsabilità”.

E democrazia significava laicità, sia come abito mentale sia come struttura istituzionale, se così si può dire. Ha scritto Mario D’Addio: “La laicità presuppone una ragione che riconosce un fondamento che la trascende, fissando i limiti e l’ambito della sua autonomia; il laicismo, invece, si richiama all’autosufficienza della ragione”.

 Contro gli assoluti”

Sturzo non ha mai ragionato per assoluti, sia essi politici che statuali, ha ritenuto che tali riferimenti fossero afferenti ad altre esperienze più importanti e profonde. E ciò non perché ammiccasse ad una sorta di relativismo. Ma perché credeva che la democrazia per essere tale e per essere soprattutto valida dovesse essere pluralista, aprirsi alle esigenze e alle strutture che si trovavano fra il cittadino e lo Stato. Che potesse esserlo, quindi, attraverso la promozione dei cosiddetti corpi intermedi e della persona, con le sue peculiarità non disponibili per nessuno sia esso ente, che partito, che uomo politico.

A maggior ragione, in virtù di una tale visione, riteneva che non si potesse cedere troppo, in una visione totalizzante dello stesso termine, alle istanze popolari, soprattutto se poste come forza normativa e costitutiva di ordinamenti e bisogni statuali, istituzionali e territoriali, “Sturzo era (e fu sempre) – ricorda Nicola Antonetti – del tutto contrario all’uso del termine popolo quando esso è inteso come nebulosa numerica che, essendo priva di una qualsiasi identità sociale e politica autonoma e riconoscibile, è a rischio di essere eterodiretta”. Articolare le istituzioni, secondo differenti esigenze, significava disarticolare il significato, giacobino, e quindi totalizzante di popolo. Un’articolata composizione delle forme istituzionali avrebbe influito, nella sua visione, sulle forme sociali.

Resta sempre emblematica di una tale tensione la lettera scritta al fratello Mario nel novembre del 1934: “Io interpreto la teoria della sovranità popolare assoluta come una derivazione dalla teoria delle monarchie di diritto divino. Caduto, per il razionalismo del sec. XVIII, il concetto religioso su cui si basava l’assolutezza del potere, si doveva creare un altro punto di assolutezza e si riversò sul popolo come volontà generale (Rosseau). Il passaggio da questa concezione a quello dello Stato assoluto (e quindi etico) avvenne per il tramite dell’idealismo hegeliano, che fu un passo avanti sul razionalismo”.

La storia come luogo della libertà

La sua riflessione era dentro la storia ma non si adagiava in uno storicismo deterministico di matrice hegeliana, tantomeno marxista. Ma andava incontro ad una visione della storia considerata luogo della libertà e dell’affermazione della persona, intesa come protagonista produttrice, in modo organico, di cambiamento. In tale ottica, inoltre, la storia non poteva non tener conto del problema del mistero (della concezione della creazione e della caduta, scriverà lo stesso Sturzo). Perché essa, priva di un fine teleologico, doveva aiutare a comprendere la difficoltà dei tempi, ed assistere la persona nel suo mutamento.

La complessità moderna, la società delle industrie, della produzione svincolata da ogni fine sociale, la pervasività dello Stato e dei partiti nelle società del secondo dopoguerra saranno motivo di riflessione per Sturzo. E in tale ottica si muoverà anche la sua speranza che la costruzione europea fosse il più inclusiva immaginabile ed il più mediterranea possibile. “Noi vogliamo un’Europa indipendente e federata. Se l’oriente resterà totalitario, la federazione europea comincerà da occidente: Inghilterra, Francia, Italia, Olanda, Belgio, Lussemburgo”, scrisse su “Il Popolo” nel 1948.

A suo parere la costruzione europea, seppur occidentale, anche per il contesto nel quale scrisse, doveva considerare maggiormente la parte Sud del Vecchio continente.

 

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https://perfondazione.eu/pluralismo-e-liberta-sturzo-vs-rousseau/

Il futuro tra utopia e catastrofe”: gli Incontri della Diocesi dì Alessandria. Intervista con Renato Balduzzi (La Voce Alessandrina).

 

Anche questanno la Diocesi di Alessandria organizza i Martedì di Avvento, in collaborazione con il Centro di cultura dellUniversità Cattolica e il Meic, Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale di Alessandria. Il 30 novembre sarà ospite il professor Pierluigi Viale, Ordinario di Malattie Infettive nellUniversità di Bologna. A seguire, il 7 dicembre, interverrà il professor Stefano Zamagni, docente di Economia politica nellUniversità di Bologn. Infine, martedì 14 il ciclo di incontri si concluderà con la professoressa Morena Baldacci, teologa, docente di Liturgia alla Facoltà teologica di Torino.

 

Andrea Antonuccio

 

Abbiamo chiesto a Renato Balduzzi, Ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nonché instancabile promotore dei Martedì diocesani, di cominciare a introdurci ai contenuti che ascolteremo. A partire dal titolo: “Il futuro tra utopia e catastrofe”.

Professor Balduzzi, perché questo titolo?

«Da una parte, la catastrofe è in mezzo a noi, sotto forma di un virus pandemico che sappiamo non sarà l’ultimo, sotto forma di una malattia dell’ambiente difficile da curare, e sotto forma di una malattia spirituale, anche dentro la Chiesa, che sappiamo di dover curare. Questa “terna” di difficoltà può essere considerata dunque come una “catastrofe”. Dall’altra, noi abbiamo delle ragioni di speranza, e per questo il futuro non è più soltanto un tempo verbale, ma è la nostra speranza: nei confronti delle minacce per la salute, intrecciate con quelle per l’ambiente e con le minacce spirituali che rendono più difficile il cammino comune nella Chiesa».

Parliamo dei relatori di questi Martedì di Avvento.

«Per i motivi che ho esposto, abbiamo invitato un infettivologo di grande equilibrio come Pierluigi Viale, che ci aiuterà a capire come si può vivere e stare in mezzo alle pandemie, per evitare di comportarci come fanciulli ignari o come “alieni” arrabbiati e facili prede delle tante “bufale” che circolano sul web. Sotto il profilo dell’ambiente, Stefano Zamagni, economista di fama internazionale, ci spiegherà perché quella di Francesco non è un’utopia, ma può diventare un luogo, un topos della nostra vita. E infine Morena Baldacci, teologa della liturgia, ci aiuterà a capire come ridurre lo scarto tra sinodalità liturgica e sinodalità pastorale. Uno scarto che ci sarà sempre, è chiaro, ma che a noi sembra ancora eccessivo».

Di questo ciclo di tre incontri, qual è lappuntamento che lei attende con più interesse?

«È difficile dirlo. Il primo incontro è più immediato, per imparare a vivere nella pandemia e a sconfiggerla; il secondo rappresenta il medio-lungo termine: guarda alle generazioni di domani, perché noi siamo oggi la prima generazione a percepire così chiaramente il cambiamento climatico nella nostra vita. Il terzo Martedì invece è per l’oggi e per il domani, perché affronta la domanda su quale sia il legame tra il professare la nostra fede e la vita: come possano stare insieme fede e storia, che cosa unifichi la nostra vita interiore e l’attività esteriore, come collegare l’eucaristia quotidiana o domenicale, la liturgia, i sacramenti con le relazioni tra di noi e verso gli altri, come passare dall’assemblea liturgica a quella sinodale, insomma con quale sentimento e atteggiamento, e con quale coerenza, affrontiamo la pandemia e le tante questioni di oggi».

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https://lavocealessandrina.it/blog/2021/11/18/i-martedi-davvento/

E l’Italia va. Secondo gli scenari industriali di Confindustria il mondo della manifattura gira a pieno ritmo.

 

Presentato ieri il Rapporto del Centro Studi della Confindustria: “La manifattura al tempo della pandemia. La ripresa e le sue incognite”. Che cosa emerge? L’Italia ha recuperato, ora traina l’Eurozona. Germania e Francia sono lontane dall’assorbimento degli effetti prodotti dallo shock. Di seguito la sintesi del Rapporto.

 

Redazione

 

Dopo il crollo dei primi mesi del 2020, l’attività industriale a livello mondiale ha risalito velocemente la china nella restante parte dello scorso anno. Successivamente al rimbalzo, tuttavia, il percorso di crescita si è sostanzialmente interrotto nel 2021, tanto nel mondo avanzato quanto in quello emergente. Nell’Unione europea e negli Stati Uniti l’indice di produzione manifatturiera è tornato a toccare i livelli pre-crisi a gennaio 2021, senza però superarli stabilmente nei mesi successivi. La Cina è avanzata fino a luglio 2021 di un modesto +1,6%. Altrove è andata peggio.

 

Al rallentamento strutturale della crescita industriale globale che precede lo scoppio della pandemia, nel corso dell’ultimo anno si sono aggiunti gli effetti negativi prodotti da misure di lockdown in molti paesi emergenti rese necessarie dal dilagare ancora incontrollato del Covid-19, la crisi della logistica marittima che ha fatto impennare i costi di trasporto e rallentato i flussi commerciali di materie prime, semilavorati e beni finiti, e la crisi energetica in Cina che ha costretto a sospensioni forzate di molte attività industriali, con effetti a cascata per gli approvvigionamenti in tutto il resto del mondo.

 

In questo difficile contesto internazionale, alcuni settori hanno continuato ad espandersi nel corso del 2021. A livello mondiale, farmaceutica, elettronica e meccanica strumentale, sotto la duplice spinta della domanda di vaccini e di digitalizzazione, hanno superato nel corso di quest’anno di oltre il 10% i livelli del quarto trimestre del 2019. Male, invece, sia per la debole ripresa della domanda sia per le strozzature nelle forniture, i comparti legati ai mezzi di trasporto (non solo automotive) e quelli della moda.

 

Poiché l’insorgere della crisi pandemica ha determinato in tutto il mondo una caduta dell’attività manifatturiera nel primo semestre del 2020 a cui ha fatto seguito un recupero nella restante parte dello stesso anno, le quote nazionali del valore aggiunto manifatturiero globale (calcolate a prezzi correnti) mostrano una sostanziale stabilità. L’Italia conserva il settimo posto a livello mondiale. Non sono però mancate alcune eccezioni degne di rilievo. La Cina, che già da anni riveste il ruolo di primo produttore manifatturiero mondiale, ha re­gistrato una crescita di oltre due punti percentuali della propria quota di mercato, passata dal 28,6% del valore aggiunto totale nel 2019 al 30,1% nel 2020. Il distacco dagli Stati Uniti (16,6%) è cresciuto ulteriormente, arrivan­do quasi a quattordici punti percentuali. Anche Corea del Sud e Taiwan, i cui sistemi manifatturieri hanno sviluppato una forte specializzazione nelle produzioni legate all’elettronica – ossia in uno dei comparti più in salute nel 2020 – sono riuscite lo scorso anno a guadagnare posizioni in classifica (rispettivamente una e due). Taiwan, in particolare, grazie a una crescita del valore aggiunto nel 2020 che è stata superiore anche a quella cinese, è salita, per la prima volta nella sua storia, all’undicesimo posto della classifica, scavalcando Russia e Messico.

 

Nel 2020 gli investimenti diretti esteri (IDE), che rappresentano uno dei princi­pali mezzi attraverso cui si sono costruite le catene globali del valore e sono al centro dell’accelerazione della dinamica del commercio mondiale, sono crol­lati del 35%, sotto il peso dell’incertezza esplosa con la pandemia. L’inversione di tendenza sembra già iniziata nei primi due trimestri del 2021, essendo i flussi mondiali di ide tornati a crescere ai livelli pre-Covid. Le prospettive per l’anno in corso, secondo l’unctad12, sono migliorate sensibilmente. Infatti, per il 2021 si prevede una crescita degli IDE nel mondo tra il 10 e il 15%; di questo aumento beneficeranno maggiormente le economie sviluppate (con un tasso di crescita tra il 15 e il 20%) rispetto a quelle emergenti e in via di sviluppo (tra il 5 e il 10%). I comparti maggiormente beneficiari dei capitali esteri investiti sono quelli della salute e della transizione ecologica.

 

A differenza di quanto accaduto con le precedenti crisi globali, la manifattura italiana, dopo il tracollo di oltre 40 punti percentuali nel bimestre di marzo e aprile del 2020, non solo ha recuperato stabilmente i livelli di attività precedenti lo scoppio della pandemia, ma è diventata uno dei principali motori della crescita industriale nell’Eurozona. In Germania e Francia, infatti, nonostante un calo meno drastico dei volumi di produzione nei mesi più critici del 2020, il pieno riassorbimento dello shock appare ancora lontano: ancora sotto del 10% dai livelli pre-crisi la produzione tedesca, del 5% quella francese.

 

La performance industriale italiana è spiegata innanzitutto da una dinamica della componente interna della domanda che, grazie alle misure governative di sostegno ai redditi da lavoro prima e di stimolo alla spesa dopo, ha dato un contributo decisivo alla ripresa della produzione nazionale. A fronte di un fatturato estero che ad agosto del 2021 ha segnato un +2,8% in valore rispetto al picco di febbraio 2020, il fatturato interno ha registrato nello stesso arco temporale un +7,0%. La crescita è trainata innanzitutto dai comparti legati alle costruzioni, dove è in corso un boom di investimenti.

 

Un ruolo fondamentale è poi rappresentato dal basso grado di esposizione delle imprese manifatturiere italiane alle strozzature che stanno affliggendo le catene globali del valore in questo frangente. In base alla media delle risposte dalle imprese nella seconda parte del 2021, “solo” il 15,4% di esse ha lamentato vincoli di offerta alla produzione per mancanza di materiali o insufficienza di impianti, contro una media UE del 44,3% e a fronte addirittura del 78,1% dei rispondenti in Germania.

 

La tenuta della capacità produttiva in Italia, sostenuta anche da un massiccio ricorso ai prestiti garantiti dallo Stato (il nuovo debito netto contratto dalle imprese manifatturiere italiane nel 2020 è stato pari a 4,1 punti di fatturato, rispetto ad appena 0,3 nel 2019), ha scongiurato una forte ondata di chiusure ed evitato così pesanti ricadute negative sul fronte dell’occupazione. Alla fine del secondo trimestre 2021, le ore lavorate nell’industria risultavano sotto dei livelli pre-pandemici del 4,2% rispetto allo stesso periodo del 2019, gli occupati dell’1,1%. Per la seconda parte dell’anno, le attese delle imprese manifatturiere sul fronte della domanda di lavoro restano positive.

 

I risultati preliminari di un’analisi realizzata dal Centro Studi Confindustria in collaborazione con il gruppo di ricerca RE4IT, relativa ai processi di backshoring in corso nella manifattura italiana, rivelano che il fenomeno del rientro in Italia di forniture precedentemente esternalizzate non è marginale. Tra i rispondenti che avevano in essere rapporti di fornitura estera, il 23% ha già avviato, negli ultimi cinque anni, processi totali o parziali di backshoring. Al primo posto tra le motivazioni addotte per spiegare il fenomeno compare la disponibilità di fornitori idonei in Italia (il che significa che la passata esternalizzazione non ha determinato la scomparsa di reti di fornitura nazionale nell’ambito in cui opera l’impresa) e la possibilità di abbattere i tempi di consegna (il che implica che il ricorso alla fornitura nazionale è rimasto efficien­te sul piano operativo).

 

In tema di sostenibilità ambientale, le stime del Centro Studi Confindustria mostrano come, nel 2020, parallelamente al calo dell’attività manifatturiera vi sia stata una forte riduzione dei livelli di emissioni di CO2 nell’atmosfera in tutte le principali economie industriali del mondo, a partire da UE (-8,4% rispetto al 2019) e USA (-7,7%), con la sola, rilevante, eccezione della Cina (+1,6%). Le emissioni prodotte dalla manifattura cinese sono peraltro stimate in accelerazione rispetto alle media del quadriennio 2015-2019. La manifattura italiana si conferma, anche nel 2020, tra le più virtuose al mondo in termini di ridotte emissioni, insieme a quella tedesca e francese.

 

 

 

Per leggere il Rapporto completo (con le slide)

 

https://www.confindustria.it/home/centro-studi/temi-di-ricerca/tendenze-delle-imprese-e-dei-sistemi-industriali/tutti/dettaglio/rapporto-scenari-industriali-2021?utm_source=CSC&utm_medium=Newsletter&utm_campaign=SInov21

I servizi di prossimità nella città dei 15 minuti. Continua il dibattito sulla testata “Il Bo Live” dell’Università di Padova.

 

La “città dei 15 minuti” è un’ipotesi progettuale in fase di sperimentazione tesa a far sì che il cittadino possa soddisfare le proprie esigenze nel tempo di pochi minuti, muovendosi a piedi da dove abita. Le esperienze di Parigi, Barcellona e Milano.

Francesco Alessandria

 

Il tema della prossimità non è nuovo: lo tratta anche Ambrogio Lorenzetti, che, nel 1338, a Siena, in un ciclo di affreschi dipinge la “Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo”. Nella rappresentazione del buon governo vi è la città compatta, piena di vita, in cui ciascuno è impegnato in varie attività in una dimensione a scala umana e di prossimità. È evidente che esistono profonde differenze tra le città medievali e quelle contemporanea, ma entrambe perseguono lo stesso obiettivo: la misura d’uomo, la prossimità.

Ma quali sono i principali servizi di prossimità di cui ha bisogno il cittadino?

Tra i più significativi vi sono, in primis, i servizi sanitari, quali servizi primari accessibili alle fasce deboli, e non solo, dove ricevere assistenza o supporto sanitario unitamente, magari, al rilancio della figura del medico di base. Vi sono poi i centri sociali, che devono essere aperti, soprattutto, verso giovani e famiglie, ed essere teatro di nuove collaborazioni con altre realtà e soggetti del territorio. Le biblioteche di quartiere e aree circostanti, intese quali luoghi da valorizzare in virtù del loro ruolo culturale, aggregativo e educativo, nonché di presidio sociale in territori spesso periferici e attraversati da fragilità sociali. Gli oratori, identificabili in luoghi di aggregazione comunitaria, capaci di svolgere un ruolo essenziale nella costruzione dello scambio culturale, anche il mondo interetnico. I mercati rionali, che offrono forme di incontro e presidio sul territorio con ricadute in termini di coesione sociale nel quotidiano. La scuola, intesa quale luogo in cui gli spazi di aggregazione forniscono stimoli per la costruzione e la trasmissione di conoscenze. Gli spazi verdi, che rappresentano per gli abitanti dei quartieri gli spazi di incontro e socialità, e che dovrebbero essere più aperti, accessibili e attrattivi. La viabilità, che, oltre ad essere oggetto di confronto sulle politiche di mobilità, è lo spazio pubblico dove si manifestano i bisogni dei più deboli (dei senza fissa dimora, degli immigrati…), ed è lì che risulta più facile intercettare i bisogni dei soggetti fragili. Le attività commerciali, che dai grandi centri commerciali in periferia prospettano (in alcune città sono già stati realizzati) tipologie di esercizi commerciali a cavallo tra il grande supermercato e il negozio di “generi alimentari” del dopoguerra…

Ma questo concetto di prossimità, alla base della funzione della città, venne messo in discussione nel secolo scorso, quando i decisori (ri)pensarono le città attorno a un’idea di efficienza posta sulla specializzazione e sull’economia di scala. In ossequio all’efficienza furono realizzate porzioni di città specializzate (zone industriali, centri direzionali, cittadelle universitarie, centri per lo sport, quartieri residenziali-dormitorio, ecc.). In ognuna di queste zone si è concentrata la specifica funzione dell’attività e dei servizi. Tali scelte hanno avuto un senso per le realtà grandi e inquinanti che andavano delocalizzate dalla città; così pure i lavori d‘ufficio dovevano essere concentrati nei centri direzionali per favorire lo scambio (allora) fisico delle informazioni. Poi si passò al commercio, che doveva avvenire nei centri commerciali, i quali divennero le “nuove piazze”! (Sic!). In buona sostanza si andò realizzando la “città delle distanze”, sulla quale, però, la pandemia ci ha indotto a riflettere, portandoci a ritenere quanto siano necessarie, invece, la corretta prossimità e la corretta distribuzione dei servizi, in primis quelli sanitari.

Il tema della prossimità, si ribadisce, non è nuovo e va, quindi, affrontato con rinnovato slancio:

  • attraverso la (ri)costruzione di comunità. Ma una comunità non si può progettare perché è una realtà che emerge da una molteplicità di eventi, ciò che si può fare è creare un ambiente adatto e produrre stimoli che portino a generare incontri e avviare conversazioni che creino comunità;
  • ponendo attenzione alla relazione tra città. In effetti, la città attuale è priva di “cura” verso i propri abitanti, che sono intesi solo come utenti o clienti di servizi. L’ipotesi è che per rigenerare una città che “curi” i propri abitanti serva sviluppare nuove comunità con una nuova generazione di servizi: servizi collaborativi distribuiti sul territorio, che siano di stimolo alle comunità, e infrastrutture di supporto. Per far ciò è necessario operare su diversi piani: portando i servizi e le attività vicino ai cittadini (localizzazione), favorendo la costruzione di comunità (socializzazione), coinvolgendo vari attori (inclusione) e mettendo in collegamento le diverse aree coinvolte (coordinamento);
  • focalizzando la relazione tra la dimensione fisica e quella digitale della prossimità. La pandemia ha imposto una trasformazione sociale importante che ha posto “il digitale” quale fattore ormai imprescindibile delle nostre comunità. Prossimità e cura, pur radicate nel mondo fisico, hanno una sempre crescente componente digitale caratterizzata da piattaforme, ciascuna delle quali può essere orientata focalizzando il tipo di attività che si intende promuovere.

Utili riferimenti sono le best practices, in cui la governance ha avviato esperienze di innovazione sociale e urbana particolarmente rilevanti: si pensi a Parigi, a Barcellona, a Milano.

Chi è l’autore

Francesco Alessandria – Architetto, urbanista, Ph.D., con esperienze internazionali in Francia, Giappone ed Egitto, insegna Progettazione urbanistica presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma La Sapienza. È autore di libri, saggi e articoli su riviste specializzate nazionali ed internazionali. È tra gli esperti della Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo italiano e presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

 

 

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https://ilbolive.unipd.it/it/news/servizi-prossimita-citta-15-minuti

In cammino. L’Italia, come tutta Europa, è alle prese con il desiderio di normalità e la fatica di nuove imprese.  

Gioverebbe al Paese, nel quadro post-pandemico, che i partiti si determinassero a chiedere a Draghi di continuare il suo servizio fino al 2026. Meglio reservare la sua figura per l’Europa dove potrà sostenere, meglio che al Quirinale, gli sforzi per implementare il programma di resilienza.

In cammino o in marcia (più inquietante) tante persone in questo periodo: per il clima, contro il green pass, per le pensioni, contro i licenziamenti.

E’ un mese autunnale per la politica: una tavolozza di sfumature fra le forze politiche presenti in Parlamento.

Il cammino del Paese attraverso il PNRRmira al futuro con la modernizzazione insieme alla transizione ecologica nell’accompagnarne le diverse fasi.

Anche sulla scena internazionale abbiamo avuto colori chiaroscuri. Il nostro Paese col governo Draghi ha ottenuto risultati con la chiara e decisa presidenza del G20; anche a Cop26 ha dato un contributo straordinario nel mettere a nudo la inaccettabile ignavia nell’affrontare la questione delle migrazioni di popoli che fuggono da guerre, violenze, fame, freddo…Tuttavia, soprattutto, i giovani attivisti hanno, invece, protestato perché non hanno riconosciuto i passi avanti. Difficile accordare oltre 190 Stati, dalle piccolissime isole che rischiano di scomparire dalle mappe geografiche fino ai colossi Cina, India, Russia, Usa. Solo le democrazie occidentali sono in grado di sottoscrivere gli impegni! Draghi, sia pure in video, ha ottenuto di far dialogare Xi Jinping e Biden perché la pace del mondo è fondata sulla loro possibilità di cooperazione, certo con la grande zavorra della questione diritti civili e decarbonizzazione. 

L’Italia ha ottenuto grande considerazione e per il futuro della Unione è importante l’amicizia del nostro presidente del consiglio con Macron, Merkel e Sanchez. L’Europa mediterranea ha un compito improbo ma irrinunciabile di far proseguire il cammino verso la definitiva Unione. Le difficoltà alle nostre frontiere non devono far recedere ma aumentare gli sforzi, accanto a Von Der Leyen che non accetta i ricatti di Polonia e Ungheria e pretende il rispetto dei trattati. La storia ci ha consegnato tragiche lezioni ogni volta che i patti sono stati stracciati.

È importante che i cittadini siano convinti di quanto è indispensabile per il futuro sicuro essere uniti. La pandemia l’ha chiaramente dimostrato: ivirus non conoscono confini, come anche i risultati della ricerca. Di conseguenza si è costituita una regia europea che vede un comitato misto di ministri della salute e dell’economia. L’Europa della salute ha preso consistenza e si vedranno i risultati.

Purtroppo non è una corsa ma una lenta marcia quella che, sogniamo, possa condurre agli Stati Uniti d’Europa, una grande Patria delle nostre Patrie. Al contrario sembra una corsa quella verso il colle del Quirinale. Ma non interessa gli Italiani. È incredibile come i partiti stiano perdendo tempo, intasando tutte le pagine dei giornali, triturando nomi e proposte. Non è una priorità dei cittadini che sono alle prese con le molteplici incertezze che COVID-19 non cessa di suscitare: i movimenti, il lavoro, i rincari dei beni di consumo, la riforma pensionistica.

Non sembra credibile che il popolo italiano non sia dotato di una regola stabile e definitiva sul regime dei pensionamenti. Come pure non conoscono una legge elettorale stabile e definitiva e debbano adeguarsi, ad ogni tornata elettorale, a nuove regole. Sempre meno adatte a risvegliare l’interesse degli elettori. È un peccato, ma sta capitando, che si incrocino tutti i percorsi con le loro scadenze – elezione del Capo dello Stato, elezioni politiche, riforme- e le attuali forze politiche sembrano faticare nel riconoscerne le priorità. Enrico Letta ha avanzato una proposta ragionevole e ‘politica’: un passo alla volta, con confronto serrato sulle priorità del Paese e quando sarà ora, in gennaio, sulla scelta del Presidente della Repubblica.

È tempo di smettere di presentare nomi. È mancanza di rispetto per gli interessati, come prefigurare condizioni che non potranno essere realistiche perché contrarie alla Costituzione. Almeno a questa “Bibbia civile“, come la definiva Ciampi, si deve massimo rispetto e, soprattutto, quando si tratti di scegliere una persona che dovrà esserne il massimo custode. In realtà, se ben osserviamo, il Parlamento alla stretta finale non ha mai sbagliato nel scegliere il Capo dello Stato.

Per ora sono state abbastanza rispettate le donne, anche se da molte parti si auspica una ascesa femminile al Colle.

Repubblica anni fa lanciò una intensa campagna “Bonino for Presidente” e siamo ancora là…Il passo delle forze politiche in questi mesi è segnato dalla capacità di Draghi di procedere secondo una tempistica del governo “che non è quella delle campagne elettorali”. Ancora una volta conviene il detto “lo statista pensa alle nuove generazioni, il politico alla prossima campagna elettorale”.mNext generation EU è occasione e strumento per riprendere la strada che possa risvegliare l’interesse dei cittadini verso la politica e nei confrontidella Europa. Questa è considerata meno ‘matrigna’ con la dote di finanziamenti immessi nella nostra ‘ripresa resilienza’. Tocca alla dirigenza politica rendere efficace e produttiva questa stagione mai, contemporaneamente, così ricca di opportunità ma anche segnata dalle preoccupazioni che la pandemia continua a distribuire a piene mani. Il governo Draghi, formato per affrontare entrambe le crisi – sanitaria ed economica – scavalla con la fine della legislatura, auspicabilmente nel 2023, la durata del PNRR che scade nel 2026. 

Potremmo fare un sogno? Chissà con quale legge elettorale voteremo il prossimo parlamento; è chiaro che sarà il frutto di una improvvida riduzione dei parlamentari, votata senza che siano seguite le altre necessarie riforme per un ordinato funzionamento della istituzione che rappresenta la sovranità del popolo. I parlamentari che hanno tagliato le poltrone non avevano riflettuto sul loro destino? Comunque avremo assemblee costrette a maggioranze parlamentari che potrebbero prescindere dalle obbligate alleanze elettorali, esplicite o implicite che siano. Gioverebbe al Paese -“prima gli Italiani”- che i partiti si determinassero a chiedere a Draghi di continuare il suo servizio fino al 2026 (preserviamolo per l’Europa dove potrà sostenere, meglio che al Quirinale, gli sforzi del Paese per implementare il programma di resilienza). Gli Italiani potrebbero apprezzare la ‘saggezza‘ dei partiti e ricostruire un po’ di fiducia in loro. Realizzato qualche successo, le forze politiche potranno accreditarselo e ricominciare le loro corse per riconquistare il consenso. È un sogno esagerato augurarmi una ripresa della reputazione dei partiti e della passione civile? Vorrei augurarci che i giovani possano essere davvero garanzia per un futuro liberato dalle paure e animato dalla speranza.

Superare il vecchio concetto di sovranità. l’Europa trascrive nella sua storia ancora giovane la formula ideale di Maritain.

Riportiamo il messaggio che il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha indirizzato al Presidente dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, Francesco Miano, in occasione del convegno di studi su “A settant’anni da L’uomo e lo Stato di Jacques Maritain” (18-19 novembre – Roma, Trieste, Cassino, Potenza).

L’Uomo e lo Stato costituisce un punto di riferimento essenziale per comprendere la filosofia politica di Jacques Maritain, un testo che, a settanta anni dalla sua prima pubblicazione, ci esorta a ripensare alle nozioni di Popolo e Stato, a riscoprire il valore della comunità e a mettere al centro del nostro agire l’impegno imprescindibile per la pace e la riconciliazione tra i popoli. 

Con quest’opera il filosofo francese – che trova nel pensiero classico e in San Tommaso d’Aquino la sua primaria fonte di ispirazione – evidenzia il principio della politica intesa come “bene comune”, concetto peraltro già sviluppato nel 1936 con Umanesimo Integrale e, al tempo stesso, si pone, in modo innovativo, al crocevia delle questioni più impegnative del dibattito politico moderno. 

D’altronde la classe dirigente cattolica è cresciuta, in Italia più intensamente che altrove, con la convinzione che il disegno filosofico maritainiano fosse l’anima di un modello di trasformazione nella libertà e per la libertà capace di controsfidare il messianismo marxista; quel particolare messianismo ateo che pure delineava un approccio “metareligioso” alla società senza classi, di per sé giusta, e perciò capace di accogliere e realizzare una prospettiva di liberazione, ultima frontiera di un umanesimo a dimensione totalmente antropocentrica.

Penso che questo saggio continui ad essere molto attuale poiché, oltre a delineare i pilastri teorici del pensiero maritainiano, declina le nozioni di sovranità e di rappresentanza democratica e soprattutto pone alla base di ogni ordine sociale e politico la persona umana e non, materialmente, l’individuo. 

Egli scrive infatti che “soltanto mediante la democrazia può essere attuata una razionalizzazione morale della politica”; in altri termini, non esiste un passaggio oltre la regola democratica, e quindi contro di essa, che contempli in ogni caso la sicurezza di esiti positivi nell’opera di costruzione del bene comune. 

Con L’uomo e lo Stato, oltre al primato della “politica umana” emerge la viva consapevolezza che le società democratiche non sono autosufficienti ma devono lavorare per l’unità e strutturarsi attorno ad un progetto di scala universale, non collegato alla difesa egoistica del benessere del mondo occidentale industrializzato.

Da questo punto di vista, l’Europa trascrive nella sua storia ancora giovane la formula ideale di Maritain. Non solo. Mentre fa questo, compiendo un esercizio di democrazia a larga scala, indica una prospettiva che riguarda il mondo intero: una prospettiva di maggiore comprensione e integrazione, di cui, avrebbe detto negli stessi anni Giorgio La Pira, si nutre il discorso della pace e del progresso.

L’attualità de L’uomo e lo Stato sta proprio nella trasformazione – a mio giudizio – del concetto di sovranità. E sta nella forza evocativa di un “governo mondiale” alla portata del nostro tempo, se non vogliamo che sia, quello attuale, l’ultimo tempo dell’umanità.

Dante, secoli prima, aveva pensato l’impero come luogo di composizione delle singolarità – e le città erano, nella sua epoca, le singolarità più dinamiche – per affermare la potenza di una sovranità corrispondente al disegno di ordine e giustizia secondo la visione umanistica e pre-rinascimentale, ancora intrinsecamente cristiana. 

Ecco perché è importante riscoprire il senso delle relazioni umane e, al tempo stesso, definire nuove regole per il mondo globale. 

Per queste ragioni è quanto mai urgente rafforzare la nostra coesione europea e investire – come ci invita a fare Maritain – nel valore della comunità, perché in fondo è la fratellanza la base dell’“amicizia sociale”, l’unica che riesce a coniugare i diritti con la responsabilità per il bene comune. 

Tuttavia, se vogliamo far diventare il nostro Continente protagonista e vero attore globale serve individuare strumenti più raffinati, più flessibili e più efficaci. . 

Di fronte alle sfide che abbiamo davanti, viviamo in una fase storica in cui si stanno ridefinendo degli equilibri fondamentali per la convivenza civile e, proprio per questo, è necessario che tutti diano il loro contributo. Tutto ciò implica il rispetto di un’alterità che deve essere percepita come arricchimento, perché rappresenta il segno visibile di quanto il mondo sia una realtà immensamente complessa. 

Con Maritain, guardando avanti, dobbiamo confidare nella potenza creativa della democrazia nel quadro di una diversa struttura del potere che ad essa si collega, fuori da un destino ristretto dello Stato nazione, ormai per alcuni aspetti decisamente superato. Ne saremo capaci? Il progetto europeista certifica questo impegno, ma indica il permanere della sfida. La nostra sfida.      

Per saperne di più

Consultare la pagina Facebook dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain.

Bisogna affrontare con determinazione la mala pianta dell’inflazione. Urge ridurre le accise.

Assistere passivamente alla lievitazione dei prezzi non è saggio, visto che l’inflazione erode il potere d’acquisto dei lavoratori e incide, come tassa occulta, sul risparmio degli italiani. Una prima misura consiste nella correzione delle accise. Il governo ne deve sperimentare l’efficacia, in tempi brevi, se non altro perché la misura permette di controbilanciare l’aumento delle materie prime e delle conseguenti transazioni commerciali.

Eravamo così abituati nell’ultimo decennio in Italia alla inflazione bassa che c’eravamo convinti che questa condizione potesse restare immutata sfidando ogni tempo. Ma chi conosce la storia, sa che tutto dipende dalle variabili ponderabili e non che sono sempre in agguato e che dettano la loro inesorabile ed eterna legge. Le dinamiche sono pressoché identiche a quello che accade ad un corpo umano: se cambiano quantità della alimentazione in più o in meno; se aumentano le preoccupazioni o per la loro assenza; se si è in movimento frenetico o in relax, se si raggiungono picchi pericolosi di pressione arteriosa, così come la pressione bassa che conduce al collasso. 

Accadde anche con l’inflazione negli anni ’70-’80 quando raggiungemmo fino ed oltre il 20% di inflazione che debilitò sopratutto la condizione dei ceti popolari che vivevano solo di salari; ed un anno fa con la inflazione pressoché attestata allo zero, causata dal forte rallentamento della domanda aggregata nel suo complesso. In questo caso con la bassa domanda di beni e servizi, che conduce inesorabilmente alla deflazione quando raggiunge una percentuale al di sotto dello zero. Dunque è dal 2012 che non si arrivava al 3%, e naturalmente sale tra le persone e negli ambienti più avvertiti del paese la preoccupazione che questa rapida ascesa ne annunci altre ancora portandoci guai. 

L’Istat ha reso pubblici i dati relativi all’andamento della inflazione nelle regioni e nei comuni con più di 150 mila abitanti. La regione a più alta inflazione è il Trentino Alto Adige con il 3,5% che corrisponde ad un aggravio medio pari a 948 euro su base annua e di 1359 euro per una famiglia composta da quattro persone. Seguono a poca distanza la Valle d’Aosta e l’Emilia Romagna, mentre la città più cara è Bolzano, e la più virtuosa invece è Ancona con un aumento di 567 euro su base annua. Gli elementi scatenanti inflattivi, sono da addebitare alla circostanza di essere passati da un sensibile rallentamento della economia determinata dal Covid, e poi, con il volgere verso una quasi normalità, alla domanda di famiglie e imprese spinte dal desiderio di normalità. Ma la componente più pesante ed ingombrante risulta essere quella energetica che accelera da un +20,2%  a +24,9 di settembre, con prezzi della componente regolamentata che spaziano da +34,3% a 42,3%. 

Intanto l’Ipca (indice armonizzato dei prezzi al consumo), che è il sistema di misurazione dell’andamento dei prezzi di vari beni campioni ai fini del calcolo, anche per compensare la perdita del valore di acquisto del salario, è giunto al 3,2%. A conti fatti non è una situazione da prendere sotto gamba e le autorità governative non devono perdere tempo nel ritardare i provvedimenti necessari da contrapporre a questo malanno. Innanzitutto devono monitorare singola per singola componente dei prezzi dei beni di consumo e del costo dei servizi, per evitare una rincorsa speculativa che in verità abbiamo già subito per lassismo, come esperienza cocente quando entrammo nell’euro. In secondo luogo si deve intervenire sul costo della energia, che ripeto, per la sua dimensione di crescita e per la dipendenza che esercita per innumerevoli attività civili ed industriali, ci fa correre il rischio di veder saltare ogni equilibrio economico. 

Ecco perché il governo deve agire subito sull’accise come intervento di raffreddamento immediato, per frenare l’accelerazione costante che determina sui costi di ogni bene che dipende anche dal costo dell’energia fossile. Non è mai stato chiarito agli italiani quale dimensione assumono le tasse sulla componente carburante e da quale sistema perverso viene regolato. Si sa soltanto che la benzina vendendosi alla pompa a 1,8-1,9 euro al litro, un terzo di questo prezzo riguarda una parte che va in tasca a chi immette sul mercato il barile di petrolio, poi a chi lo raffina, al benzinaio che la vende ed infine circa due terzi dell’intero costo alla pompa va allo Stato. 

Una cifra enorme che, in termini di cash flow, gli italiani pagano allo stato, la cui dimensione a quanto pare è top secret, oltre le tasse dirette e indirette che vanno alle regioni, ai comuni, ed allo Stato; una cifra che ormai, appunto, impoverisce progressivamente il paese per la perdita di investimenti e per un mercato interno che langue per insufficienti salari super tassati. Se le cose stanno così, si faccia qualcosa. Si intervenga sulle accise per frenare l’inflazione. Diversamente la inflazione, come un corvo, ci porterà male.

Gridare il Vangelo con tutta la propria vita. Le omelie anno liturgico C, domenicali e festive, di Fratel Arturo Paoli.

L’editore Gabrielli manda in libreria questa raccolta di omelie, curata da Dino Biggio, che ci restituisce l’immagine nitida di una straordinaria figura di missionario e di mistico.  

«Dio ci ha scelti per svolgere il suo programma, il suo progetto nel mondo, per fare le cose. Non dobbiamo pensare a un Dio immobile, a un Dio che ha fatto tutto e che si può permettere di godere la sua felicità. Gesù ci presenta un Dio che sta lavorando, che sta ancora creando, che in un certo senso sta ancora faticando per costruire questo mondo. Perché questo mondo non è costruito del tutto, non è completato, presenta delle dissonanze, delle disarmonie, delle disuguaglianze; è un po’ come una casa che non ha raggiunto la sua armonia, la pienezza del suo disegno architettonico; è un mondo ancora da costruire, da completare. Bisogna sentire profondamente questa scelta di Dio, bisogna assumere e assimilare questa vocazione profonda; occorre sentire che proprio nella povertà di Nazaret, nella dimenticanza assoluta in cui Nazaret è lasciata, Dio mi ha scelto proprio lì.» (Arturo Paoli)

«Effondi come acqua il tuo cuore, davanti al volto del Signore» (Lam 2,19). In questa “Parola di Dio” è possibile trovare tutto “il piccolo fratello” e la sua esperienza personale di Gesù di Nàzaret, vissuti nei colloqui d’amore del mattino presto nei quali Gesù e Arturo «parlavano faccia a faccia come uno parla con il proprio “Amico”» (Es 33,11). Ogni notte vegliavano insieme per ore e insieme attendevano l’aurora, come due innamorati, svegliandola per offrirla al mondo e alla Chiesa, perché amare è perdere tempo per la persona amata. Le omelie domenicali e festive all’anno liturgico C nascono da queste veglie e ancora una volta confermano che “il Profeta vive ben oltre la morte”. Sempre più profondamente si comprende che fratel Arturo Paoli è stato posto come “sentinella” non solo per il suo tempo ma ancor più per l’attuale. Scorrendo i titoli delle omelie si può cogliere ciò di cui si ha più bisogno per il proprio cammino e lo si legge, lo si gusta, provando a incarnarlo concretamente nelle giornate.
Le faticose e laboriose trascrizioni che Dino Biggio, fedele al mandato ricevuto, ha portato a termine svelano il ministero della Parola del piccolo fratello di Charles de Foucauld, il Profeta di Lucca e dell’America Latina. Nelle omelie e negli altri scritti appare in tutta la sua verità e autenticità il servo di Dio perché servo dei poveri; per questo le trascrizioni devono essere considerate un’opera che scende dal cielo perché non nascono «né da carne né da sangue» (cf Mt 16,17). Dalla Prefazione di Paolo Farinella, prete

Chi è il curatore 

DINO BIGGIO – Nato nel 1944 a Calasetta, in Sardegna, ha svolto l’attività di bancario fino al pensionamento. Dal 2006 cura la trascrizione dei discorsi di Arturo Paoli, nel rispetto delle indicazioni da lui ricevute. Di Arturo Paoli ha curato; La misericordia di Dio è umana (Ed. VivereIn 2020); Svegliate Dio! (2007) e Gridare il Vangelo con tutta la propria vita. Anno liturgico B e C (Gabrielli editori 2020 – 2021; Anno A in preparazione). È stato coautore con lui di Dio nella trasparenza dei poveri (Ed. La Collina 2011). Con Arturo Paoli ha pubblicato anche Mi formavi nel silenzio (Edizioni Paoline, 2012).

Chi è l’autore

ARTURO PAOLI – Figura straordinaria di missionario e mistico, appartenente alla congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo, Arturo Paoli nacque a Lucca nel 1912 e per quarantacinque anni condivise l’esistenza durissima dei popoli dell’America Latina, facendo della povertà e delle disuguaglianze sociali che seguano la loro vita i temi della sua predicazione e della sua ricerca di fede. 

Fedele fino all’ultimo al messaggio di liberazione di Gesù, ha sempre proclamato la necessità di un cristianesimo schierato al fianco degli oppressi, in ferma opposizione all’economia neoliberista che è all’origine della loro condizione. 

Rientrato definitivamente in Italia nel 2006, ha vissuto a San Martino in Vignale (Lucca) presso la casa “Beato Charles de Foucauld” fino al giorno della sua morte, avvenuta il 13 luglio 2015. Da ricordare l’incontro con Papa Francesco, svoltosi nella Casa Santa Marta il 18 gennaio 2014, per rinnovare con lui la gioia della preghiera e l’impegno verso gli emarginati e i poveri.

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/scienze-religiose/arturo-paoli-gridare-il-vangelo-con-tutta-la-propria-vita-omelie-anno-liturgico-c/

Appunti di teologia dantesca: dalla politica all’estetica. L’estremo limite del male (L’Osservatore Romano).

In uno scenario popolato da dannati e demoni si rende necessario l’aiuto di Virgilio-ragione. Vibrante è lo sdegno del poeta verso il Potere incarnato dalla città di Pisa che stritola con denti da cannibale vite innocenti.

Gabriella M. Di Paola Dollorenzo 

Gli ultimi canti dell’Inferno disegnano i punti fermi della prospettiva teologica di Dante, poiché il suo pensiero politico-filosofico-morale si stratifica nella dimensione estetica, creando quelle icone incancellabili nella nostra memoria: Ugolino e Lucifero. Eppure è necessario ancora scalfire, come avviene in ogni restauro di opere d’arte, la superficie, per ritrovare il colore originario impresso da Dante ai suoi versi. Vengono in aiuto le fonti sacre e profane di Dante, rielaborate secondo la sua prospettiva teologica. A questo punto del viaggio è necessario fornire al lettore tutte le coordinate possibili per capire quale sia l’estremo limite del male, a cui arrivano le creature angeliche e umane. 

Progressivamente i dannati e demoni, che precedono Lucifero, sono immersi nel ghiaccio di Cocito: giganti fino all’ombelico, traditori dei parenti e della patria fino al capo (Caina ed Antenora), degli ospiti, stesi sotto il ghiaccio (Tolomea), dei benefattori, coperti dal ghiaccio (Giudecca). In codesto orribile scenario è sommamente necessario l’aiuto di Virgilio-ragione che caramente ( XXI , 28) stringe la mano di Dante prima di vedere Nembrot (Genesi X, 8-10; e XI , 1-9), il maggior responsabile della torre di Babele, e gli altri cinque giganti, tutti accomunati dall’assenza di luce intellettuale, così evocata da Adamo: «la lingua ch’io parlai fu tutta spenta/ innanzi che all’ovra inconsumabile/ fosse la gente di Nembrot attenta/ che nullo effetto mai razionabile / per lo piacer uman (…) sempre fu durabile» (Paradiso, XXVI , 122-29). I giganti anticipano Lucifero poiché le loro dimensioni suggeriscono l’idea del Vuoto in cui si cade quando si sceglie il Male. Occorrono rime adeguate (secondo il canone di Convivio, IV , II ,13), per preparare il lettore a concentrarsi davanti all’orrore di Lucifero, icona del fondo dell’universo e del fondo dell’animo violentato dal Male: «S’io avessi le rime aspre e chiocce, / come si converrebbe al tristo buco / sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce, / io premerei di mio concetto il suco/ più pienamente; ma perch’io non l’abbo,/ non senza tema a dicer mi conduco» ( XXXI i 1- 6). 

Conseguentemente occorre inserire proprio a questo punto della narrazione la vicenda di Ugolino della Gherardesca, coadiutore dei guelfi di Pisa, e dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, capo della parte ghibellina e causa della morte di lui e dei suoi congiunti. Anche se la dantistica novecentesca ha dato più spazio al cannibalismo di Ugolino, non evidenziato dai primi commenti alla Commedia, credo sia necessario chiedersi: perché Dante ha inserito qui l’incontro con Ugolino, prima della “visione” di Lucifero? Forse perché quando la malvagità si rivolge verso gli innocenti rinnova la strage perpetrata da Erode e ricordata da Matteo, 2, 16. Siamo davanti allo sdegno di Dante verso il potere, in questo caso incarnato dalla città di Pisa, che stritola con denti da cannibale le vite innocenti: «Ahi Pisa, vituperio de le genti/ del bel paese là dove ‘l sì suona,/ poi che i vicini a te punir son lenti, / muovasi la Capraia e la Gorgona,/e faccian siepe ad Arno in su la foce,/ si ch’elli annieghi in te ogne persona!/ Che se ‘l conte Ugolino aveva voce / d’aver tradita te de le castella, / non dovei tu i figliuoi porre a tal croce./ Innocenti facea l’età novella, / novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata / e li altri due che ‘l canto suso appella». ( XXXIII , 79-90). 

Nello scatenarsi del Male tra gli uomini periscono gli innocenti: la ragione teologica di Dante si rifiuta di accettarlo, come accadrà alcuni secoli dopo per Fëdor Dostoevskij, angosciato dal dolore innocente nelle sue note al Vangelo di Giovanni e nei suoi romanzi. Così Ivan Karamazov rivolto al fratello Alëša: «Di questioni ce n’è un’infinità, ma io ho preso in considerazione i bambini, perché qui spicca con palmare chiarezza ciò che volevo dire. Ascolta: posto che tutti si debba soffrire, per comperare a prezzo di sofferenza la futura armonia, che c’entrano i bambini?» I fratelli Karamazov, II parte, libro V ). Per Dante come per Fëdor la soluzione andrà cercata nell’Innocente per eccellenza, vittima del potere a Gerusalemme: «sotto ‘l cui colmo consunto /fu l’uom che nacque e visse sanza pecca» ( XXXIV ,12-115). Il Cristo è evocato nella conclusione dell’Inferno, nel luogo di Lucifero, che in eterno piange e dilacera i traditori della Chiesa e dell’impero, le massime istituzioni volute da DIO ( Monarchia , LIBRO III , 15-16): Giuda, Bruto e Cassio: «Com’io divenni allor gelato e fioco,/ nol dimandar Lettor, ch’i non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco./ Io non mori’ e non rimasi vivo» ( XXXIV , 22-27).

A «Dio, l’ imperador che là su regna» si oppone Lucifero, lo ‘mperador del doloroso regno ( XXXIV , 28), poiché le sue tre facce costituiscono l’antitesi della Trinità: alla divina Potestate, alla somma Sapienza, al primo Amore si contrappongono l’impotenza, l’ignoranza e l’odio. Dante è finalmente libero da codesti sentimenti e il suo stato d’animo segnala la svolta nel cammino di conversione: Salimmo su, el primo e io secondo ( XXXIV ,136) Virgilio-ragione va avanti e Dante lo segue, verso le stelle.

I franchi tiratori umiliano la democrazia. Dobbiamo invocare uno scatto di dignità dei rappresentanti del popolo.

Abbiamo bisogno di una svolta, e anche profonda, della politica e nella politica italiana. Affinchè non si assista più a uno spettacolo che rischia, purtroppo, di allontanare ulteriormente il cittadino dalle istituzioni e dalla politica. I franchi tiratori, copiosamente all’opera contro Marini e Prodi nel 2014, sono un grave sintomo di crisi delle istituzioni democratiche.

Quando ci si avvicina alla scadenza del settennato e alla elezione di un nuovo Presidente della Repubblica, ritornano come le stagioni meteorologiche alcuni tasselli di un mosaico che si ripetono in modo persin ossessivo nelle diverse fasi storiche. Si possono citare perchè sono sempre gli stessi: sotterfugi, imboscate, tradimenti, veti personali, tatticismi esasperati, rapidi cambiamenti di posizione e tornaconti di partito e personali. Tornaconti di natura politica, come ovvio. E infine, e soprattutto, i franchi tiratori. Ecco, è proprio sui franchi tiratori che si può e si deve concentrare l’attenzione. Perchè si tratta di una categoria strana e singolare ma che però è stata decisiva, salvo casi eccezionali – elezioni di Ciampi e di Cossiga – nel caratterizzare e nel lastricare l’avventura della politica italiana.

Certo, ci sono svariati tipi di franchi tiratori. I peggiori li abbiamo sperimentati indubbiamente nel 2013. Prima con Franco Marini, grande leader politico, popolare e coerente, che è stato cecchinato da 154 franchi tiratori/mascalzoni dopo che l’assemblea dei “grandi elettori” del centro sinistra aveva votato a larga maggioranza la sua candidatura al Quirinale. Franchi tiratori prevalentemente appartenenti al Pd e al campo della sinistra che avevano fatto mancare il loro voto ad un fondatore autorevole e qualificato del Pd, oltre ad essere stato uno storico leader politico e un uomo delle istituzioni. Peggio ancora capitò per il povero Prodi, storico candidato al Quirinale, dove addirittura fu cecchinato, seppur solo dagli ormai famosi 101 franchi tiratori, dopo aver ricevuto una standing ovation da curva sud senza passare attraverso il voto dei “grandi elettori” di quell’area politica come avvenne, invece, per Marini.

Poi ci sono i franchi tiratori della prima repubblica, notoriamente più seri, anche se siamo sempre nel campo dei tradimenti. Ma in quelle occasioni, seppur svariate, diverse e singolari, i franchi tiratori erano il più delle volte il frutto di decisioni politiche abbastanza pubbliche delle varie correnti democristiane e di altri partiti che mettevano veti sui singoli candidati. Insomma, era una lotta politica interna ai partiti che si trascinava nelle aule parlamentari ma, il più delle volte, erano annunciate se non addirittura persino attese. Certo, il dibattito, anche acceso e appassionato come sempre, avveniva prima, cioè quando c’era il confronto politico interno sulla designazione del candidato o dei candidati alla Presidenza della Repubblica.

In ultimo ci sono i franchi tiratori “a la carte”, cioè persone che ragionano esclusivamente sulla base del proprio tornaconto. Che, detto fra di noi, è quello che leggiamo quotidianamente su quasi tutti gli organi di informazione. E cioè, tradotto per i non addetti ai lavori, prima verifico sino a quando posso percepire il lauto stipendio e possibilmente anche il vitalizio e poi decido chi può essere il candidato migliore che può soddisfare quella mia finalità e desiderio. Ora, è del tutto evidente che in una stagione politica ancora dominata in larga misura dai populisti, almeno nelle attuali aule parlamentari, questa prassi è difficile da sradicare e da smantellare. E questo per un motivo molto semplice: e cioè, i partiti si sono trasformati in cartelli elettorali, la politica è sostanzialmente evaporata e i comportamenti sono dettati quasi esclusivamente dalla propria convenienza momentanea. Ed è proprio perchè conviviamo, purtroppo, in un contesto del genere che la prossima elezione del Presidente della Repubblica è esposta a qualsiasi esito e resta del tutto imprevedibile. Certo, si tratta di una caduta verticale del ruolo e della funzione della politica, della credibilità delle istituzioni – in questo caso del Parlamento – e, soprattutto, della caratura e del qualità della cosiddetta classe dirigente. È triste, in effetti, molto triste ma è la realtà, ascoltare nei vari talk televisivi e leggere i vari commenti sugli organi di informazione del legame stretto che esiste tra il raggiungimento del vitalizio, l’ottenimento degli stipendi ancora per qualche mese e l’elezione del Presidente della Repubblica.

Ecco perchè abbiamo bisogno di una svolta, e anche profonda, della politica e nella politica italiana. Affinchè non si assista più a questo spettacolo che rischia, purtroppo, di allontanare ulteriormente il cittadino dalle istituzioni e dalla politica. Altrochè i populisti che annunciavano pomposamente di “aprire il Parlamento come una scatola di tonno”. Alla fine, mai il Parlamento italiano ha vissuto una stagione così decadente e così triste. Almeno per quanto riguarda la qualità della democrazia e la credibilità delle nostre istituzioni democratiche.

L’utopia può diventare un ideale realizzabile. Maritain c’invita a riflettere sul futuro del mondo. Intervista con Gennaro Curcio. 

Settant’anni fa, Jacques Maritain pubblicava L’uomo e lo Stato. L’opera è uno dei libri più importanti del Novecento, almeno per quel che riguarda la vicenda intellettuale e politica dei cattolici. Riflettere oggi sugli esiti della ricerca condotta dal filosofo francese intorno ai temi della politica significa ripercorrere gli sviluppi di un pensiero “alto”. Un pensiero che lega lo Stato alla tutela del bene comune e definisce l’azione politica e civica come servizio alla solidarietà in un contesto democratico nel quale l’unico centro delle relazioni sociali è la persona, con i suoi diritti e i suoi doveri.

Si conclude oggi il convegno promosso dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain, dedicato appunto alla rilettura de L’uomo e lo Stato. Ne parliamo con il Segretario Generale, Gennaro Giuseppe Curcio.

  1. In genere, dopo settant’anni, un libro cade nel dimenticatoio. Qual è, allora, la ragione che induce a ritenere stimolante un esame aggiornato del testo di Maritain?

L’opera politica più nota e sistematica del filosofo Jacques Maritain, pubblicata in inglese (Man and State, 1951) è il risultato di sei conferenze tenute all’Università di Chicago nel 1949. Accolto come un testo di grande rilievo e tradotto in molte lingue, il libro costituisce il momento conclusivo di ricerche iniziate oltre vent’anni prima. Con questo volume (un classico del pensiero politico e una delle maggiori espressioni della scuola democratica) l’autore prende posto nella galleria dei grandi pensatori moderni. Per Maritain lo Stato ha per contenuto il bene comune e nella sua azione deve portare alla solidarietà in una democrazia che pone al centro delle relazioni sociali la persona con i suoi diritti e doveri. L’opera si divide in sette capitoli: Il popolo e lo Stato – Il concetto di sovranità – Il problema dei mezzi – I diritti dell’uomo – La carta democratica – La Chiesa e lo Stato – Il problema dell’unificazione politica del mondo.

 

  1. Quali personalità politiche sono state ispirate dall’opera L’Uomo e lo Stato?

Le idee di Maritain – in particolare nel suo capolavoro politico L’Uomo e lo Stato – hanno ispirato la formulazione di varie Carte costituzionali, nonché personalità, movimenti e partiti politici di vari Paesi in diversi continenti. In particolare ricordiamo De Gasperi, La Pira, Dossetti e Moro in Italia. Robert Schumann, la resistenza francese, Etienne Borne e Mazowieski in Europa. Eduardo Frei, Rafael Caldera e Duarte in America Latina.

 

  1. Perché è importante il tema dei diritti umani nell’Uomo e lo Stato?

L’impegno del filosofo francese per i diritti umani fu molto importante nella sua collaborazione con l’UNESCO, in particolare nella preparazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, con la II conferenza tenuta dall’agenzia dell’ONU a Città del Messico nel 1947. In questa sede, Maritain sviluppa ampiamente l’idea che tutti possono trovarsi d’accordo nelle prassi di riconoscimento e difesa dei diritti umani. Questa posizione è fondata sulla distinzione tra ragione teoretica e ragione pratica: da quest’ultima derivano i principi e i ragionamenti che guidano l’agire morale. Nella società l’ideale sarebbe di poter condividere fondazione teoretica e ragionamento pratico, ma il secondo permette comunque, in un mondo pluralista, un’azione socialmente importante. L’esposizione teoretica di Maritain è comunque preziosa per il tema della fondazione dei diritti umani, in particolare oggi, di fronte a richieste sempre diverse di riconoscere “nuovi” diritti.

 

  1. Perché è importante l’ultimo capitolo dell’Uomo e lo Stato?

L’ultimo capitolo del volume affronta il tema dell’unificazione politica del mondo. In altre parole, il tema di come “vincere la pace” dopo aver vinto la Seconda guerra Mondiale da parte dei Paesi occidentali. Maritain non ritiene che il cammino verso un’autorità mondiale possa avvenire con un semplice passaggio di poteri dagli Stati nazionali ad enti sovranazionali. Ritiene ipotizzabile la realizzazione della teoria da lui disegnata solo a lungo termine e a certe condizioni assai problematiche, passando attraverso l’accettazione di profondi mutamenti nelle strutture sociali ed economiche della vita nazionale e internazionale dei popoli. Questa preparazione – di lungo periodo – della società permette che l’utopia possa diventare un ideale realizzabile, in assenza del quale avremmo una visione problematica sia tra i popoli che tra i governi.

 

Per seguire o rivedere le sessioni di lavoro del Convegno:

https://it-it.facebook.com/JacquesMaritainInstitute/

Nuovo corso dell’Istituto Toniolo: Fioroni nominato Vice Presidente. Un segnale di apertura verso il futuro.

L’Ente, fondatore e “garante” della Università Cattolica del Sacro Cuore, sceglie la strada della continuità e del rinnovamento.

Giuseppe Fioroni, ex Ministro dell’Istruzione, dopo essere stato nominato a dicembre del 2020 nel Comitato di indirizzo dell’Istituto Toniolo, attualmente presieduto dall’arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, ha ricevuto ieri un ulteriore e importante riconoscimento. Infatti, dopo ampia verifica, il Consiglio di amministrazione ha proceduto a insediarlo nella carica di Vice Presidente, di fatto con funzioni vicarie in mancanza di altre figure con analoga collocazione e responsabilità.

L’Istituto di studi superiori Giuseppe Toniolo è l’ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e ha il compito di garantirne il perseguimento dei fini istituzionali in ordine alle scelte strategiche e culturali, nonché agli indirizzi ideali e formativi. Di fatto, si tratta della massima istituzione nel settore culturale della Chiesa.

Promuove il legame – così si legge sul sito istituzionale – tra l’Università Cattolica e le diocesi italiane; sostiene l’inserimento in Università di studenti meritevoli bandendo annualmente oltre 200 Borse e Premi di studio; opera per la qualificazione del progetto formativo dei Collegi in Campus; concorre al processo di internazionalizzazione dell’Ateneo.

Nei suoi organi di governance in passato ci sono stati tra gli altri i cardinali Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), Carlo Maria Martini, Angelo Scola e Dionigi Tettamanzi. Per quanto riguarda il mondo cattolico impegnato in politica, Emilio Colombo, Giorgio La Pira, Gianni Letta e Oscar Luigi Scalfaro.

La nomina di Fioroni, legata a un curriculum di assoluto rilievo pubblico, appare come esplicita conferma di una strategia di rilancio dell’Istituto, specie nel campo della formazione dei giovani. La Chiesa italiana, chiamata ad affrontare con piena consapevolezza la stagione del sinodo, mostra in sostanza la volontà di rimettere in movimento una delle le sue più qualificate istituzioni.  

 

Per saperne di più

https://www.istitutotoniolo.it

Bielorussia e mal d’Europa. Il commento dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

<> on May 15, 2017 in Beijing, China.

Sulla crisi dei migranti bloccati alla frontiera polacca Merkel chiama Lukashenko e filtra l’ipotesi di colloqui con la Bielorussia. Tra l’imbarazzo di Bruxelles e il ‘no’ di Varsavia.

Prima con Putin poi, direttamente con Lukashenko: i colloqui avviati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel stanno portando ad un allentamento delle tensioni al confine tra Polonia e Bielorussia. Lo riferiscono fonti diverse secondo cui, nelle ultime ore, le autorità bielorusse hanno accolto centinaia dei circa 7mila migranti bloccati alla frontiera, in un edificio poco distante mente Ursula von der Leyen ha annunciato l’invio di aiuti umanitari per 700mila euro. Tutto risolto dunque? Non proprio. Secondo Minsk, le conversazioni delle ultime ore avrebbero fatto da viatico per l’apertura di colloqui diretti tra Minsk e l’Unione Europea; una notizia che ha colto di sorpresa molti leader europei e su cui Bruxelles si è affrettata a gettare acqua sul fuoco: si tratterebbe solo di “discussioni tecniche”. 

 

L’imbarazzo è legittimo: se i negoziati fossero confermati, il governo di Lukashenko – non riconosciuto e sottoposto dall’Ue a un regime di sanzioni per violazione dei diritti umani – verrebbe elevato al rango di interlocutore diretto con i 27. Ad alimentare la confusione, sono arrivate nel pomeriggio le dichiarazioni della portavoce di Minsk – tuttora non confermate da Berlino – secondo cui Merkel avrebbe accettato di accogliere 2mila migranti in Germania, mentre la Bielorussia si farebbe carico di rimpatriare i restanti 5mila. “In cambio Lukashenko vuole essere riconosciuto come leader legittimo della Bielorussia e vuole che vengano cancellati i nomi di alcune personalità a lui vicine dalla lista di sanzioni supplementari che la Ue sta per approvare”: a denunciarlo è la ministra degli Esteri dell’Estonia, Eva-Maria Liimets, aggiungendo che è importante che le sanzioni alla Bielorussia “rimangano in vigore” e che l’intesa per nuove sanzioni da parte dell’Unione “sia varata al più presto”.

L’ipotesi di un’apertura nei confronti di Lukashenko, accusato dall’Ue di usare i migranti come strumento di pressione contro l’Unione, ha sollevato l’irritazione di diversi governi europei, primo fra tutti quello di Varsavia. “Ho detto chiaramente al presidente della Germania che la Polonia non riconoscerà alcun accordo preso sopra le nostre teste”, ha detto il presidente polacco Andrzej Duda. Le guardie di frontiera polacche nei giorni scorsi hanno sparato gas lacrimogeni e aperto idranti contro le persone che, abbandonate a temperature glaciali ormai da settimane, hanno cercato di attraversare il confine. “Ricordo inoltre che questa crisi, alimentata da Minsk prima alla frontiera con la Lettonia e la Lituania e poi con quella polacca è una provocazione contro i confini europei e della Nato” ha aggiunto Duda. Due giorni fa anche i presidenti di Lettonia, Lituania ed Estonia avevano esortato la Commissione europea a rivedere la politica migratoria dell’Ue esprimendo il loro sostegno alla Polonia. Nella dichiarazione congiunta, i leader delle tre repubbliche baltiche invitavano Ursula von der Leyen non solo a proporre “le modifiche necessarie al quadro giuridico dell’UE in materia di migrazione e politica di asilo”, ma anche a fornire “un adeguato sostegno finanziario alla costruzione di barriere fisiche e infrastrutture”.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/bielorussia-e-mal-deuropa-32383

Il realismo di Maritain: “Se la idea di una società politica mondiale fosse solo una bella idea, non me ne occuperei”. 

Nelle pagine conclusive del suo “L’uomo e lo Stato”, il filosofo cattolico francese prendeva in considerazione le critiche al discorso sul superamento della sovranità statale in favore di una possibile governo a scala mondiale. Egli rispondeva con realismo, senza indulgere a facili ottimismi e senza fughe in avanti; ma non senza coraggio e determinazione, per la fiducia riposta nella forza di un progetto riguardante, come afferma alla fine di questo breve stralcio qui riprodotto, anzitutto le future generazioni. Non c’è necessità di riprendere, sempre con realismo, questa potente sollecitazione? E come è possibile farlo?  Oggi si apre, alle 11.00, il convegno su “A settant’anni da L’uomo e lo Stato di Jacques Maritan” (v. in basso il link per scaricare la locandina del programma).

Jacques Maritain

Una quantità di obbiezioni naturalmente son sorte all’idea di una autorità mondiale. Vorrei alludere solo alla più importante, che insiste nel riconoscere che l’idea è bella e nobile, ma impossibile a realizzarsi, e perciò molto dannosa, perché si corre il rischio di spostare verso una brillante utopia gli sforzi che dovrebbero esser diretti verso conquiste più umili, ma possibili. La risposta è che se l’idea, come noi crediamo è fondata su di una filosofia politica sana e vera, non può in sè essere impossibile. Perciò è dovere dell’energia e della intelligenza umane di non renderla, alla lunga, impossibile riguardo agli enormi ostacoli ed impedimenti solo contingenti che le condizioni sociologiche e storiche che appesantiscono l’umanità le hanno messo di fronte. 

A questo punto devo confessare che come aristotelico non sono molto idealista in quanto a capacità. Se la idea di una società politica mondiale fosse solo una bella idea, non me ne occuperei. 

Ritenni che era una bella idea, ma anche un’idea vera e giusta. Eppure tanto più una idea è grande per quel che riguarda la debolezza e gli imbarazzi della condizione umana, tanto più si deve andar cauti nel considerarla, più attenti ancora nel non domandarne la immediata realizzazione. Non sarebbe bene né per la causa dell’idea, né per la causa della pace, servirsi dell’idea dell’autorità mondiale come di una arma contro gli organismi interazionali limitati e precari, che per il tempo presente sono gli unici mezzi politici esistenti e di cui dispongono gli uomini per protrarre la tregua tra le nazioni. Inoltre i sostenitori del concetto di autorità mondiale sanno bene – Mortimer Adler ha insistito soprattutto su questo aspetto della questione – che questo concetto può diventar vivo solo dopo molti anni di lotta e di sforzo. 

Essi sanno perciò che la loro soluzione per una pace futura perpetua ha certo efficacia non maggiore per la pace precaria che oggi deve essere assicurata, che il lavoro degli organismi a cui alludevo testè. I pro e i contro, nel problema dell’autorità mondiale, non riguardano noi, ma le generazioni a venire. 

 

(J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Vita e Pensiero, 1975, terza ristampa, pp. 242-244)

 

La locandina del convegno dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain

https://istituto.maritain.net/IIJM-Locandina_l_uomo_e_lo_Stato_2021.jpg?c519ce&c519ce

Sostiene Rampini…Stati Uniti e Cina si somigliano e si contrappongono. Le implicazioni del nuovo bipolarismo sono enormi.

Con il suo ultimo lavoro “Fermare Pechino. Capire la Cina per salvare l’Occidente”, edito da Mondadori Editore, Federico Rampini mette in guardia su pregiudizi e luoghi comuni, invitando a studiare bene gli scenari in rapida evoluzione lungo le sponde del Pacifico. Il libro è una lunga e interessante analisi sul conflitto geopolitico e geoeconomico tra le due superpotenze. Ora, chi vive in Europa e in Italia di questo può avere solo una pallida rappresentazione. Invece dobbiamo essere tutti più avvertiti e consapevoli.

Nella breve parodia con cui introduce il corposo volume, Federico Rampini, attraverso un dialogo apocrifo e immaginifico, cerca di evidenziare tutto ciò che unisce anziché dividere Joe Biden e Xi Jinping anche se chiude questa simulazione affermando che il realtà il Presidente USA ha due motivi per invidiare il suo omologo cinese: il primo è la durata dell’incarico, lui è agli esordi mentre Xi è al vertice dal 2012 e non ha limiti temporali di mandato. Il secondo è che Biden guida una nazione lacerata, “quasi mezza America lo considera un usurpatore mentre Xi usa il nazionalismo come collante ideologico per spronare i cinesi alla coesione”. Il resto del libro è una lunga e interessante analisi su un conflitto geopolitico e geoeconomico tra le due superpotenze, rispetto a cui chi vive in Europa e in Italia può avere solo una pallida rappresentazione. Basterebbe il titolo del saggio di Rampini per comprendere l’impostazione data al testo: “Fermare Pechino” non è un eufemismo sulla soffice via della seta (un errore tutto italiano aver firmato quel Memorandum: Presidente Draghi, anche quello è da ‘fermare’) ma una sorta di imperativo categorico-strategico perché possa realizzarsi il progetto americano “di invertire la rotta prima che sia troppo tardi”.

 

E il sottotitolo a latere ne è il correlato speculare: “Capire la Cina per salvare l’Occidente”. Sono finiti i tempi della ‘diplomazia triangolare’ usata da Kissinger per incunearsi nel dissidio Russia-Cina e trarne vantaggi: allora, correva l’anno 1973, l’abile consigliere per la sicurezza nazionale di Nixon riuscì nel capolavoro di aprire alle due superpotenze mantenendo rapporti diretti con l’una e con l’altra. Kissinger ha sempre ispirato la politica estera americana ad un principio pragmatico: “Gli USA non hanno nemici ma interessi”. Come siano cambiate le cose ad Anchorage, in Alaska, nell’incontro USA-Cina del marzo 2021 Rampini lo descrive con perspicacia e lungimiranza. Sul tavolo delle trattative sono calate le carte: la questione di Taiwan (per Pechino il nodo da risolvere entro i prossimi 5 anni), i missili di Kim Jong-un come diversivo-deterrente ad usum-Cina, mentre il segretario di Stato Blinken ha giocato un due di picche su un accordo per disinnescare il pericolo nord-coreano e sulla questione climatica, puntando l’indice sulla dittatura imperante in Cina per effetto di una supremazia (il 92% della popolazione) del ceppo Han, razzista persino con le minoranze interne. 

Da parte sua Yang Jiechi ha ribaltato le accuse sugli USA: “Non siete più i guardiani del mondo” e dovete risolvere i vostri conflitti etnici esistenti da secoli. Razzismo e diritti umani sono per entrambi la lancia e lo scudo dell’attacco e della difesa. Ciò che Rampini evidenzia è la compattezza cinese a motivo della supremazia etnica ‘Han-centrica’ e lo sfaldamento degli USA in una miriade di minoranze. Potremmo dedurre che la democrazia USA ha indebolito il Paese, di fatto spaccato a metà, mentre la dittatura cinese tacita le minoranze interne e si presenta compatta agli esordi del terzo millennio. Cìò che Rampini descrive è uno sbilanciamento di forze tra un’America declinante (anche nelle relazioni internazionali con i Paesi alleati, la Nato ha perduto vigore e l’Europa soffre i conflitti interni, ad esempio sulle politiche fiscali e l’emigrazione, ma anche sui sistemi scolastici) e una Cina che punta sulla forza della coesione, creando le premesse per una egemonia geo-economica espressa con una dirompente forza espansiva sui mercati. Oltre che su un’esponenziale crescita della forza militare. Ciò che indebolisce gli USA sono i dissidi ideologici interni e lo scarso credito che gli ideali patriottici ricevono dai giovani americani. La Cina ha occultato in fretta il ricordo del massacro di Piazza Tienanmen del 1989: la stessa scuola subisce gli influssi di una cultura militaresca che impone studi severi, esami selettivi, formazione e indottrinamento.

Senza contare che frode e menzogna sono considerati mezzi utilizzabili per ottenere risultati: circa il 90 % degli studenti cinesi che ambiscono ai college americani dichiara dati falsi, CV gonfiati, saggi copiati. Peraltro la durezza della selezione meritocratica imposta in Cina esita risultati attesi nel mercato del lavoro.

Circa le preoccupazioni per la questione climatica l’assenza di Cina e India al Cop26 di Glasgow è stata una risposta scoraggiante, nonostante l’ottimismo di Boris Johnson: come dire, le regole che ci riguardano non le negoziamo, le stabiliamo noi (l’India ha imposto il ‘pashing down’ invece che il ‘pashing  out’, cioè la riduzione lenta dell’uso del carbone). Persino il mondo del cinema e degli intrattenimenti su base tecnologica esprime una spinta fortissima alla supremazia sul resto del mondo: Rampini cita il caso della serie di film Wolf Warrior 1 e 2 in cui l’imperativo categorico trasmesso è “chiunque offenda la Cina, ovunque si trovi deve essere sterminato”. Il ‘Rambo’ cinese descritto nel sequel è diventato un’icona da seguire, persino per le diplomazie accreditate all’estero: aggressività, dirompenza, attacco, ostensione della forza sono i modelli comportamentali che stanno dilagando, in particolare tra i millennial. La forza della dittatura cinese si gioca sulla compattezza e lo spirito nazionalistico. 

In un mondo occidentale sfrangiato e con politiche indebolite da inconcludente autoreferenzialità, da visioni inconciliabili, da primazie rivendicate con atteggiamenti fondamentalmente dubitativi (sull’export, sul mercato del lavoro, sulle politiche fiscali, dal depotenziamento sostanziale della Nato e dallo screditamento dell’ONU e dell’OMS, la burocrazia dei veti incrociati, sulla prevenzione dei fondamentalismi e la gestione dei migranti) tutto appare incerto e senza visione prospettica.

Persino la vicenda pandemica, la sua eziopatogenesi, gli studi scientifici, i vaccini , il coordinamento di politiche comuni sulla profilassi e la cura, i negazionismi autolesionistici ci hanno fatto dimenticare un doveroso approfondimento sull’origine del virus e i misteri, anzi i “segreti” che la Cina custodirà per sempre. Mentre circolano veleni sui turisti stranieri che si aggirano per le strade di Pechino seminando virosi, come gli untori delle pestilenze del passato. Credere, obbedire, combattere: possono davvero essere le parole antiche declinate in imperativi nuovi: la forza di una dittatura è dirompente nell’attrezzarsi e potenzialmente devastante negli esiti. L’autoconvincimento e la determinazione della Cina, il suo espandersi a macchia d’olio nel pianeta, in ogni settore commerciale, aziendale, tecnologico finiscono per indebolire la già tenue rete dei rapporti solidali tra i paesi occidentali. Che il Covid19 sia partito da Wuhan è ormai dimostrato (con tutte le attenuanti oggettive sulla sostenibilità ambientale, il cambiamento climatico e l’estinzione graduale della vita e delle specie secondo i Rapporti ONU/OCSE/Ipbes che favoriscono la trasmissione per zoogenesi) la Cina ha dimostrato al mondo di sapersela cavare a buon mercato: addirittura incolpando l’occidente e l’OMS di aver mistificato i dati, per poi venderci mascherine non a norma, monopattini pericolosi e continuando ad esportare cianfrusaglie di plastica tossica.

A ciò si aggiunga la preoccupazione forse maggiore che Casa Bianca e Pentagono percepiscono mentre sembra sfuggirne l’importanza al resto del mondo e all’Europa in particolare: l’attacco a Taiwan, un’isola che concentra realtà produttive e potenzialità enormi in materia di tecnologie. Un boccone ghiotto per i cinesi in vista della riconversione ecologica, la digitalizzazione del pianeta e le nuove fonti energetiche, cominciata con la produzione della batterie e dei semiconduttori. Quasi tutta la tecnologia che passa dalle nostre mani, compresi i microchip dei cellulari, proviene da Taiwan.  La posta in gioco è enorme e Xi Jinping ritiene “doverosa, necessaria, inevitabile la riunificazione con la Cina”, anche con l’uso della forza.

Ciò determinerebbe una discesa in campo degli USA, con un conflitto bellico dalle dimensioni inimmaginabili. Dopo l’11 settembre con al-Qaeda, dopo il 2008 con il crac dei mutui, dopo il 2020 con la pandemia, si profila un nuovo orizzonte ad altissimo tasso di conflittualità, considerato che la Cina nel frattempo si è dotata di una forza militare devastante, mentre si adombra il pericolo di un uso di armi nucleari e di un ingresso belligerante della Russia. Charles Glaser, docente di affari internazionali, sicurezza e strategie militari alla George Washington University ha lanciato un appello sulla rivista di geopolitica ‘Foreign Affairs’, invitando ad una scelta prudente, di mediazione, rinunciando a priori allo scontro armato: difendere Taiwan o morire per Taiwan? L’esperienza afghana e la presa di Kabul dai talebani è una lezione eloquente e premonitrice: “arroccarsi, ritirarsi, cedere” per evitare un conflitto dagli esiti imprevedibili nell’area del Pacifico, sarebbe una soluzione geopoliticamente prudente. Ma non senza negoziare un ‘do ut des’. 

Difficile tuttavia credere nelle promesse di una Cina aggressiva, armata fino ai denti, spietata e determinata a conquistare il mondo. Questi e altri temi sono l’ordito e la trama del libro di Rampini: una lettura ineludibile per chi voglia capacitarsi dei rischi che corre il mondo se la politica espansiva della Cina da economica diventasse apertamente militare. Abbiamo chiuso il secondo millennio dicendo: mai più guerre. È bene che si sappia tuttavia, anche qui in Europa e in Italia, che i destini prossimi del mondo si giocheranno sul versante opposto del pianeta. 

E comunque vadano le cose ci riguarderanno da vicino, più  di quanto ci sia dato immaginare nel tran tran quotidiano delle diatribe politiche, delle ingiustizie sociali, delle derive nazionaliste o populiste,  dei negazionismi salottieri o di piazza, di tutto il chiacchiericcio che riempie le nostre giornate tra polemiche, gossip e fake news. Il pericolo di un conflitto bellico di dimensioni planetarie incombe su destini dell’umanità. Dopo tanti proclami, trattati, convenzioni ed accordi tutto potrebbe saltare per una iniziativa di aggressione armata che parta dalla Cina. Parafrasando il film di Bellocchio, la Cina è davvero vicina, prevedibilmente in modo decisamente ingombrante. Per usare un eufemismo o, come dice Rampini, una parodia.

 

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Federico Rampini è stato a lungo corrispondente de “La Repubblica” da New York. Attualmente transitato al Corriere della Sera. E’ stato vicedirettore del “Sole24 ore”, editorialista e inviato a Parigi, Bruxelles, San Francisco e Pechino. Ha insegnato nelle Università di Berkeley, Shanghai e alla SDA Bocconi. E’ membro del Council on Foreign Relations, il più importante think tank americano di relazioni internazionali. Ha pubblicato più di venti saggi di successo, tradotti in altre lingue. Tra i suoi libri più recenti “Quando inizia la nostra storia” Mondadori, 2018. “La seconda guerra fredda” Mondadori, 2019. “Oriente e Occidente” Einaudi, 2020.  “I cantieri della storia” Mondadori, 2020.  Ha realizzato il ciclo televisivo “Geostorie” per Rai Storia.

La transizione ecologica può viaggiare anche su strada

Proposte per l’elaborazione di linee guida nazionali per una gestione green delle pavimentazioni stradali. Con tecnologie circolari e innovative è possibile una riduzione delle emissioni di CO2 fino al 40%.

La transizione ecologica può viaggiare anche sulle strade italiane. Pavimentazioni stradali con elevate prestazioni, maggiore durata di vita, alti tassi di riciclo, riducono, infatti, il fabbisogno energetico e contribuiscono in modo significativo alla riduzione delle emissioni di gas serra e del consumo di risorse naturali.

 Il Convegno “Le strade al bivio della transizione ecologica”, organizzato il 16 novembre dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con il Green City Network e il patrocinio del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, propone un percorso in otto  punti per l’elaborazione di linee guida nazionali che introducano un  approccio innovativo, green e circolare alla manutenzione dei 670 mila km di pavimentazioni stradali della rete viaria nazionale, per favorire la transizione del settore verso una gestione sostenibile, contribuire a raggiungere gli obiettivi climatici del Paese e preservare il valore economico delle pavimentazioni valutato in oltre mille miliardi di euro.

 Il contributo del settore delle pavimentazioni stradali al raggiungimento degli obiettivi climatici – ha dichiarato Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – può venire da un rinnovato approccio di gestione nell’ottica di ciclo di vita della pavimentazione stessa – dalla progettazione, alla scelta dei materiali, alla realizzazione dei lavori – che favorisca la circolarità delle risorse e riduca le emissioni di gas serra. Una gestione orientata al ciclo di vita – ha aggiunto Ronchi- consente inoltre di ottimizzare le risorse economiche degli enti e delle amministrazioni pubbliche preposte alla gestione e garantisce una maggiore sicurezza per gli utenti”.

Basti pensare che, in termini di ciclo di vita, l’esecuzione dei lavori di manutenzione di una pavimentazione con tecnologie innovative e circolari che consentano il completo riciclo dei conglomerati bituminosi a temperature ridotte, genera un risparmio fino al 40% delle emissioni di CO2 equivalente rispetto a lavori eseguiti con i metodi a caldo tradizionalmente adottati, oltre a ridurre la pressione sul capitale naturale per la produzione di bitume e aggregati vergini. Oggi però meno del 20% dei conglomerati posati in opera in Italia sono prodotti a basse temperature o con bitumi modificati e solo il 25% dei 9,5 milioni di tonnellate di conglomerato bituminoso da recupero generato ogni anno da operazioni di manutenzione viene riciclato per la posa in opera, contro l’82% della Germania e il 70% della Francia.

Ecco gli otto punti proposti come indirizzo per l’elaborazione di linee guida nazionali per accompagnare il settore nella transizione verso la sostenibilità.

1) Riutilizzo di conglomerato bituminoso da recupero

Incentivare il riutilizzo del conglomerato bituminoso da recupero proveniente dalla demolizione delle pavimentazioni stradali che offre vantaggi ambientali sia per quel che riguarda il consumo di risorse, sia per quel che riguarda le emissioni di gas serra. Negli ultimi anni, l’entrata in vigore della normativa End-of-Waste per i conglomerati bituminosi da recupero ha favorito un leggero incremento del loro riciclo nei lavori di manutenzione, ma non abbastanza.

2) Efficienza energetica nella produzione e stesa dei conglomerati bituminosi

Per l’efficienza energetica del settore sono necessarie soluzioni progettuali, tecnologie e pratiche di esecuzione dei lavori in favore dell’utilizzo di conglomerati bituminosi preparati e stesi a temperature ridotte, nonché a freddo e l’utilizzo di fonti rinnovabili e soluzioni impiantistiche completamente elettriche.

3) Tecnologie con bitumi/conglomerati modificati e polimeri da riciclo

Allungare il ciclo di vita della pavimentazione con tecnologie che prevedono l’utilizzo di polimeri modificanti nella preparazione delle miscele di conglomerato, utilizzando anche materiali provenienti dal riciclo di rifiuti come ad esempio il polverino di gomma proveniente dal recupero di pneumatici fuori uso o poliolefine derivate dal riciclo di plastiche selezionate.

4) Programmazione delle manutenzioni e prevenzione dei dissesti

Le manutenzioni non devono essere considerate come mere attività di riparazione, bensì sono da inserire nel quadro di una strategia di gestione delle pavimentazioni stradali. ll controllo e monitoraggio periodico dello stato di salute delle strade contribuisce a garantire una maggiore durata di vita utile di esercizio di una pavimentazione stradale, influendo positivamente sulle prestazioni di sostenibilità dell’opera.

5)  I CAM strade per accompagnare la transizione

L’adozione di un decreto CAM (criteri ambientali minimi) per le pavimentazioni stradali con obiettivi sfidanti, seppur adeguatamente modulati in relazione alle esigenze della filiera nel percorso di transizione. Si tratta di un provvedimento prioritario per orientare le scelte della pubblica amministrazione verso tecnologie e soluzioni innovative e circolari a ridotto impatto ambientale, nonché per stimolare il mercato al raggiungimento di tali obiettivi.

6) Adeguamento delle norme tecniche alla disponibilità di tecnologie innovative e circolari

Un aspetto cruciale nella transizione del settore verso la sostenibilità è l’adeguamento delle norme attuali di progettazione, costruzione e manutenzione delle strade alle innovazioni progettuali e tecnologiche ad elevata circolarità dei materiali e di efficienza delle lavorazioni.

7) Valutazioni di costo ciclo di vita a supporto delle decisioni di spesa

Il Codice degli Appalti Pubblici prevede che nelle gare d’appalto per l’acquisto di beni e servizi da parte dell’amministrazione pubblica siano presi in considerazione i costi di ciclo di vita del bene, inclusi i costi associati alle esternalità ambientali, tra cui quelli legati all’attenuazione dei cambiamenti climatici e alle emissioni di gas a effetto serra. Si tratta di analisi complesse e data l’evidente valenza di questa disposizione normativa nel percorso di transizione verso la sostenibilità è opportuno favorirne un’ampia applicazione, predisponendo un adeguato supporto di conoscenza e organizzazione alle amministrazioni pubbliche coinvolte.

8) Formazione continua e condivisione di conoscenze

Mettere a sistema le competenze ingegneristiche, economiche, ambientali, normative, organizzative, nonché le esperienze di cantiere, come informazioni organizzate facilmente accessibili attraverso piattaforme digitali di knowledge management, in affiancamento a programmi di formazione continua del personale su tutti gli aspetti di innovazione che riguardano l’ambito della gestione delle pavimentazioni stradali, può favorire e rendere più effettivo il percorso di transizione verso la sostenibilità del settore.

Prossimità e territorialità: identità e rilevanza delle opere socio-caritative collegate alla Chiesa italiana.

Pubblichiamo l’astract del contributo che l’autore ha prodotto per il Rapporto della Caritas italiana che ad ottobre scorso è uscito con il titolo “Dentro il Welfare che cambia”. In fondo alla pagina è possibile ricorrere al link che apre sulla pagina del sito della Caritas dove trovare tutte le informazioni, anche con l’opportunità di scaricare i due volumi Ddl Rapporto.

Walter Nanni

Il capitolo descrive il tipo di presenza e di apporto offerto al sistema di welfare da parte dell’insieme di opere socio-assistenziali di ispirazione cattolica presenti in Italia nel corso degli ultimi trent’anni. Lo scopo è quello di comprendere in quale misura tale presenza è stata in grado di influenzare il dibattito e il pensiero pubblico su determinati temi, anticipando di volta in volta istanze e attenzioni successivamente recepite nel sistema di welfare, oppure, al contrario, recependo sollecitazioni provenienti da attori di diversa natura, sia nell’ambito cattolico che in quello laico-istituzionale, e traducendo tali forme di attenzione in opere e prestazioni socio-assistenziali. Il quadro di riferimento è costituito dai quattro censimenti dei servizi socio-assistenziali di ispirazione cristiana, realizzati ad opera di Caritas Italiana, dal 1978 al 2009, in coordinamento con la Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali.

Non è possibile affermare in modo univoco forme di primato o di subalternità: nelle varie situazioni, di volta in volta, la Chiesa, espressa in modo visibile dal suo sistema di servizi alla persona, è stata in grado di influenzare i tempi della storia, ponendosi all’avanguardia del dibattito sui sistemi di welfare. In altre occasioni, si osserva invece il retaggio di una zavorra organizzativa e culturale, e una tendenza a lavorare sulla forza d’inerzia del passato, incapace spesso di cogliere in tempo utile le istanze di modernizzazione ed evoluzione del sistema dei servizi.

E’ comunque possibile affermare che nel corso degli anni, assieme allo sviluppo di un moderno Stato sociale nazionale, in grado di rendere esigibile lo spirito solidaristico della Costituzione, la Chiesa ha progressivamente ridotto la sua opera di supplenza operativa, in quanto le sue opere non sono più l’unica risposta possibile a determinate situazioni di bisogno. Accanto a tale decremento, si sono progressivamente amplificate le funzioni profetiche, di animazione e sensibilizzazione.

Nel corso del periodo preso in considerazione, l’occupazione di spazio pubblico da parte delle opere della Chiesa, anche in un contesto di apparente immobilità istituzionale, non corrisponde ad una assenza di discernimento e spirito critico: le fasce più avanzate e progressiste della Chiesa hanno sempre evidenziato la necessità di un cambiamento e di un rinnovato approccio nell’esecuzione e nell’organizzazione delle opere assistenziali. Questo tipo di richiami non sono soltanto appannaggio di punte avanzate minoritarie portatrici di valori trasformativi, ma sono ravvisabili anche all’interno di documenti e posizionamenti ufficiali della Chiesa Cattolica, che hanno indubbiamente influenzato lo stile di presenza, la cornice valoriale e le modalità di lavoro.

Il fatto stesso che per quattro volte la Chiesa è scesa in campo con quattro censimenti nazionali, finalizzati a conoscere e approfondire meglio la propria presenza socio-assistenziale, sta ad indicare una evidente volontà di autovalutazione e di propensione al cambiamento (anche se non tutte le istanze di trasformazione provenienti dai censimenti si sono immediatamente tradotte in percorsi concreti di riforma).

Dall’esame dei rapporti di ricerca dei censimenti, emergono almeno otto dimensioni di analisi, trasversali ai diversi settori di intervento, che evidenziano bene la trasformazione nel tempo del sistema delle opere, la progressiva modernizzazione e soprattutto il tipo di rapporto intessuto tra i servizi e la società civile, il quadro normativo di riferimento, il sistema dei poteri pubblici.

A favore di servizi più simili al modello familiare di accoglienza. L’area dei minori e degli anziani è quella dove maggiormente spicca tale attenzione.

Assetto organizzativo, struttura e risorse umane: è indubbia l’evoluzione del modello organizzativo delle strutture, all’interno del quale si dissolve man mano il peso della componente religiosa a favore del professionismo, del volontariato organizzato, degli obiettori di coscienza e dei giovani del servizio civile, tutte presenze molto rilevanti nei servizi più avanzati e innovativi. Si tratta di un volontariato connotato da «multifunzionalità» (capacità di adeguarsi a diversi tipi di attività), e «pendolarismo» (veloce passaggio del volontario da un servizio all’altro). Un volontariato ampio e popolare, connotato al tempo stesso da un evidente vulnus: il rischio di fornire un’assistenza non continuativa e la presenza diffusa di sacche di personale non adeguatamente preparato e formato.

Attenzione alle povertà dimenticate, emergenti e di grave entità: è uno degli aspetti trasversali più consistenti, presente in modo evidente sin dalla prima rilevazione, e all’interno del quale si osservano le sperimentazioni più evidenti, si pensi allo sviluppo delle cosiddette «strutture leggere», dei segretariati sociali, dei servizi che “vanno incontro all’utenza”, superando il tradizionale approccio di help-desk. Spicca tuttavia un doppio standard: le opere ecclesiali si adattano per fornire nuovi tipi di prestazioni alle povertà emergenti, ma non appaiono sempre in grado di trasformare in senso più innovativo i servizi tradizionali, rivolti ai «vecchi problemi».

Inserimento nella pastorale della Chiesa locale e nazionale: sin dal primo censimento spicca la presenza di una quota di servizi che, pur riconoscendosi nel modello valoriale cristiano, mantiene di fatto una distanza con l’establishment cattolico. E da tale distanza provengono spesso le punte più avanzate di sperimentazione, soprattutto laddove il livello di contaminazione con il sistema delle responsabilità pubbliche appare debole e incerto e laddove i bisogni di riferimento spiazzano l’operatore e spiccano per la loro componente di antagonismo sociale.

Apertura e sinergia con la società civile: i dati dimostrano il progressivo avvicinamento dei due mondi, soprattutto in riferimento alla capacità dei servizi di mettersi in rete tra di loro e di coordinare le istanze di partecipazione provenienti dal territorio. In alcuni casi, è stata proprio la necessità di contrapporsi ad approcci valoriali laicizzanti a spingere verso nuovi modelli di intervento (si pensi alla dicotomia consultori familiari cattolici vs. consultori femminili laici).

Nuova cultura della prevenzione e della promozione umana: l’approccio preventivo dei servizi appare sempre ridotto e sofferto, non sempre in grado di contrapporsi alle spinte più marcatamente interventiste delle opere tradizionali. Ne risulta una situazione di transizione, in cui si trovano giustapposti spezzoni di cultura sociale tradizionale, ancora prevalente, a elementi innovativi ancora non del tutto sviluppati, e che riguardano la dimensione politica e preventiva.

Propensione alla territorialità: rispetto all’isolamento autarchico del passato, emerge negli anni un crescente radicamento delle opere all’interno della dimensione locale, aspetto che si caratterizza anche per l’elevato numero di utenti e anche di volontari inviati dalle parrocchie. Ma il fattore catalizzante di tale processo sono state le varie riforme legislative che hanno progressivamente introdotto la programmazione dei servizi su base locale, imponendo ai servizi la necessità di raccordarsi con la dimensione territoriale.

La collaborazione con le istituzioni pubbliche: nel corso degli anni è innegabile la presenza di legami sempre più forti, anche di carattere finanziario. Esaminando i dati sulla collaborazione con gli enti pubblici in funzione del tipo di attività erogata, si scopre che i servizi dove l’attività è erogata quasi esclusivamente dal volontariato sono anche quelli che vantano un minor livello di collaborazione con i comuni, evidenziando quindi un certo livello di isolamento. Si conferma il forte grado di isolamento dei servizi più tipici del volontariato cattolico, mentre più si va nella direzione dell’innovazione e maggiore è il livello di relazione esterna. Un aspetto critico risiede nel fatto che tali forme di collaborazione non si traducono quasi mai nella capacità di influenzare l’agenda-setting dell’amministrazione pubblica. L’esistenza di una pluralità di forme collaborazioni stabili e codificate rappresenta senza dubbio un segnale di maturazione del sistema, ma che lascia in ombra la quota non trascurabile di servizi ecclesiali che lavorano per il bene comune al di fuori di una cornice di reciproca responsabilità con l’ente pubblico.

 

Per saperne di più

https://www.caritas.it/home_page/area_stampa/00009527_Rapporto_Dentro_il_Welfare_che_cambia.html

 

Si avvicina il voto per il Quirinale. Bisogna dire no alla contrapposizione tra Palazzo e pubblica opinione.

Oggi più che mai è utile mettere in campo intelligenza politica, coraggio, senso dello Stato e responsabilità istituzionale. Occorre perciò evitare la giustapposizione tra il “Palazzo”, da un lato, e il “popolo” dall’altro. Sergio Mattarella, nel suo ricco e fecondo mandato, ha saputo conciliare questi due mondi. Un ottimo Presidente della Repubblica, un ottimo punto di riferimento per le scelte da compiere. È limitiamoci a questo.

In una bella intervista pubblicata sul “La Stampa” alla nostra amica Rosy Bindi in merito ad una sua possibile candidatura al Quirinale, il titolo recitava così: “Non sarò candidata perchè i partiti non mi vogliono”. Ecco, come capitava un tempo quando il giornalismo non era solo una clava per demolire e distruggere le persone, con questo titolo si è riassunto il pensiero della nostra amica Rosy in merito alla discussione, sempre più complessa e articolata, sulla futura elezione del Presidente della Repubblica. Perchè è proprio in quelle parole che si racchiude la partita del Quirinale. Ovvero, un candidato che sia sì votato dal Palazzo, cioè dai partiti, ma che sia anche e soprattutto una figura ben vista e ben accettata dalla pubblica opinione italiana. Anche se è sempre difficile e arduo misurare i sondaggi al riguardo…. E questo anche per evitare quel malcostume e squallore a cui abbiamo assistito nel 2013 dove tra franchi tiratori – mascalzoni abituali nella politica italiana – e richiesta di novità invocata dai populisti del momento fu orchestrata una operazione di raro decadimento etico, politico, culturale e soprattutto istituzionale.

Ora, per far sì che questo squallore non si ripeta – anche se ci sono tutte le condizioni ambientali che riaccada vista la folta presenza in Parlamento di populisti e di protagonisti in cerca d’autore, cioè eletti senza un lavoro e soprattutto senza uno stipendio lauto come quello del parlamentare… – occorre mettere in campo una proposta che sappia legare il più possibile le istanze, dettate più da ragioni economiche che non politiche, che provengono dai cosiddetti “grandi elettori” alle attese che salgono dalla società nel suo complesso. Certamente, però, il massiccio e crescente astensionismo elettorale da parte dei cittadini – anche e soprattutto alle elezioni amministrative dove notoriamente si vota l’ente più vicino al cittadino – non è una notizia di buon auspicio. 

Tuttavia, se non vogliamo che si riaffacci il panorama infausto della scorsa elezione, il segreto consiste nel tradurre tutto ciò in una iniziativa politica chiara e trasparente. Certo, in contesti come quello contemporaneo caratterizzato da una straripante mediocrità della classe dirigente come ci ricordava sempre in una recente bella intervista Ciriaco De Mita, “la politica dovrebbe di norma essere accompagnata da personalità politiche”. Ma essendo questo elemento particolarmente carente, soprattutto nell’attuale fase storica, si rende sempre più indispensabile evitare che con questa importante elezione si contribuisca ad accrescere il distacco tra il cosiddetto “paese legale” e il “paese reale”, come si diceva un tempo. Perchè, rispetto ad altri momenti storici, la scelta del futuro Presidente della Repubblica coincide con una fase drammatica per il nostro paese ancora attraversato e caratterizzato, purtroppo, da una persistente pandemia che ha accresciuto le povertà, le disuguaglianze sociali e la disoccupazione, giovanile e non.

Per questi motivi, oggi più che mai, è utile mettere in campo intelligenza politica, coraggio, senso dello Stato e responsabilità istituzionale. Per evitare proprio quello che Rosy Bindi denunciava. E cioè, il “Palazzo” da un lato e il “popolo” dall’altro. Sergio Mattarella, nel suo ricco e fecondo mandato, ha saputo conciliare questi due mondi. E in questo consiste la sua ricca, grande e straordinaria esperienza come Presidente della Repubblica.

I  diritti fondamentali sono il limite della sovranità. La crisi dello Stato viene alla luce con il massimo di espansione dello Stato.

Nel convegno che si tenne per iniziativa dell’Istituto Italiano Jacques Maritain e dell’Istituto Suor Orsola Benincasa – “Stato democratico e personalismo” (28  febbraio-1 aprile 1992) – l’autore metteva in evidenza l’aspetto problematico della crisi dello Stato, dando conto di un aspetto paradossale dell’analisi, la quale, appunto, anche nella corretta valutazione di un effettivo declino dell’organizzazione statuale, doveva prendere atto dell’avvenuta crescita ipertrofica del cosiddetto Stato sociale. Oggi, in prossimità di un analogo convegno – “A settant’anni da L’uomo e lo Stato” – promosso dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain, in programma domani, giovedì 18 novembre (in basso il link per visualizzare la locandina), la domanda del prof. Mirabelli è ancora più attuale perché in effetti, proprio nella tormentata fase della pandemia, il “bisogno di Stato” è lieviatato abbondantemente, costringendo intellettuali e politici a riarticolare il pensiero critico attorno alla triade autorità, ordinamento statuale e libertà.

Cesare Mirabelli 

Mi limito solamente a enunciare alcune sottolineature, che potranno essere, anche da parte mia, oggetto di ulteriore riflessione.

Ho l’impressione che uno dei punti nei quali ci si trova e s’incrocia l’attenzione del filosofo e del giurista, è quello della sovranità e dei limiti della sovranità. Se è un concetto che vuol nascere come assenza di limite, non trova in se stesso la sua limitazione e non la trova all’esterno di sé proprio attraverso il profilo dei diritti fondamentali dell’uomo. Diritti fondamentali come limiti del potere, di ogni potere, con quanto ne segue, imprevedibile sin negli esiti se facciamo attenzione alla esperienza contemporanea; imprevedibile sin nelle costruzioni logiche alle quali eravamo abituati, se facciamo riferimento agli esiti che si hanno, ad esempio, sulla stessa legge, sulla illegittimità della legge. Qui il punto è di rottura profonda, perché l’atto che esprime al massimo la sovranità, riesce o può avere il destino di essere caducato all’interno degli stessi meccanismi che lo Stato appresta.  

Questo, con riferimento ai diritti fondamentali, è sicuramente sistema di garanzia, doppiato anche da controlli esterni, ma l’altro punto al quale fare attenzione è la caduta che la legge può avere per controlli che attengono a sempre maggiori profili di ragionevolezza, cioè se attraverso questi meccanismi in realtà non si tenda a recuperare, sia pure molto implicitamente, una esigenza di giustizia. 

Sono solo frammenti e mi scuso per l’assoluta episodicità di queste osservazioni, che vogliono semplicemente sollecitare un dialogo e un approfondimento. 

Altro punto. Si è detto del declino dello Stato nazionale, anche questo, con una lettura che si riferisce alla esperienza contemporanea. Vorrei tentare di introdurre un altro elemento di riflessione: quale Stato precede questa crisi? Cioè non assistiamo, forse, alla massima espansione dello Stato, nel momento in cui si avverte l’inizio del suo declino? E come questo si coniuga con i nuovi compiti che lo Stato ha sviluppato e ha svolto? E qual è il collegamento di questo declino con la forma dello Stato sociale nella quale ci muoviamo? E quale tipo di interdipendenza questo determina, proprio in ragione di quella aspirazione a forme di collegamento o di potere universale che vengono prospettate? 

E allora, che cosa fare? Probabilmente recuperare dei metri di giudizio nella dinamica di queste situazioni. In questo il giurista è disarmato e si affida, piuttosto, al filosofo. 

 

(Tratto da C. Mirabelli, Sovranità e Stato, in AA.VV., Stato democratico e personalismo, Atti del Convegno Nazionale di Studio per il XL de «L’uomo e lo Stato» di J. Maritain, Napoli, 28/2-1/31992, a cura di Giancarlo Galeazzi, Vita e Pensiero, 1995, pp. 287-288).

 

Locandina del convegno su L’uomo e lo Stato

https://istituto.maritain.net/IIJM-Brochure_l_uomo_e_lo_Stato_2021.pdf?c519ce&c519ce

Imparare a scrivere: meglio con la penna o con il tablet?

In Finlandia già dal 2016 è stato abolito l’uso del corsivo (tollerato solo lo stampatello), sostituito dall’uso delle nuove tecnologie, in particolare dal Pc e dal tablet. Il resto dei Paesi europei, compresa l’Italia sembra propensa ad una graduale estensione dell’introduzione delle nuove tecnologie negli apprendimenti scolastici. Ci sono anche motivazioni metodologiche e didattiche ragionevoli a sostegno di questa scelta.

Per un Paese come la Finlandia che destina oltre il 7% del PIL nazionale alle spese di istruzione decidere di abolire l’apprendimento della lingua scritta con il corsivo per sostituirlo con l’uso del tablet in classe da parte di ciascun alunno fin dal primo anno della scuola dell’obbligo potrebbe rivelarsi nel tempo una scelta lungimirante, visto che le scuole della Repubblica Finlandese sono considerate dall’OCSE tra le più avanzate al mondo in quanto a metodologie didattiche ed efficienza-efficacia del sistema formativo. Occorre tuttavia un fisiologico periodo di sperimentazione prima di arrivare a conclusioni enfatiche o affrettate. 

Tutto questo è peraltro già in atto dal 2016: l’introduzione dell’apprendimento della letto-scrittura attraverso le tecnologie informatiche sta avvenendo in forma estensiva ma graduale, il corsivo è sostituito dalla digitazione della tastiera ma la scrittura a stampatello continuerà ad affiancare il nuovo metodo come insegnamento facoltativo (Finnish National Agency for Education EDUFI – Istituto Nazionale per l’Educazione Finlandese). Ciò comporta non solo un grande investimento in dotazioni tecnologiche ma anche una preliminare e obbligatoria formazione del personale docente all’uso quotidiano in classe dei mezzi informatici. Il livello di padronanza delle nuove tecnologie nelle giovanissime generazioni già prima del loro ingresso a scuola dovrebbe rendere più facile il compito dei docenti che si troveranno di fronte alunni strumentalmente già attrezzati rispetto al compito di apprendere l’uso della scrittura attraverso la digitazione ma di cui dovranno naturalmente conoscere le regole grammaticali, logiche e sintattiche. 

Il condizionale è d’obbligo se si considera questa scelta avanzata e coraggiosa ma con incognite non lievi nel lungo periodo e in controtendenza rispetto agli indirizzi didattici di altri Paesi, a partire dall’Europa, dove l’introduzione della tecnologia a scuola (e negli stili di vita dei bambini e degli adolescenti) inizia a riservare imprevisti e sorprese. A cominciare dalla lente e inesorabile sostituzione del “grammaticalmente corretto” con modalità espressive deregolamentate: si ricorda la denuncia di 600 docenti universitari italiani circa il livello culturale mediamente basso dei loro allievi, già appartenenti alla generazione dei nativi digitali. Per non parlare di una precedente ricerca del compianto Tullio De Mauro da cui emergeva lo spaccato di una società dove il 70% degli italiani è semi- analfabeta o affetto da una sorta di analfabetismo di ritorno: questa è infatti la percentuale di coloro che non sono in grado di leggere e comprendere un testo definito “di media difficoltà”.

Errori madornali nell’uso del linguaggio parlato e scritto, congiuntivi al posto dei condizionali, punteggiatura inesistente, accenti e apostrofi fuori luogo sono il risultato di una rapida obsolescenza della lettura e della scrittura, sia sul piano delle regole linguistiche che su quello della comprensione e del padroneggiamento dei contenuti. Nuovi alfabeti insidiano i vocabolari e molte parole rischiano di diventare desuete se non estinte. Da alcuni anni il governo spagnolo d’intesa con la Escuela de Escritores ha lanciato una campagna tendente a salvare l’idioma nazionale e le parole che vanno scomparendo nel linguaggio comune, sostituite da stranierismi furtivi e dagli anglicismi dell’informatica e del web.

Proprio dal 2016 (dunque in direzione opposta alla scelta finlandese) il Ministro dell’istruzione francese ha reintrodotto l’obbligatorietà del dettato in classe, a partire proprio dal livello dell’obbligo formativo e quindi dell’apprendimento linguistico di base. Riproponendo la prassi delle poesie mandate a memoria e della correzione lessicale degli strafalcioni linguistici cui la pedagogia della facilitazione didattica e della sufficienza per tutti aveva abituato anche i più severi cugini d’oltralpe. Per non tacere del precipitoso recupero dell’apprendimento delle tabelline nelle scuole del Regno Unito dove agli studenti del quarto anno di scuola primaria (quindi dai nove anni di età) viene – sempre dal 2016, quindi in tempi non sospetti di Brexit – imposto di impararle a memoria “fino a quella del 12”.

Ciò non tanto per ragioni meramente nozionistiche quanto come conseguenza di un avvertito declino del cosiddetto “pensiero sequenziale”, rispetto al quale imparare la matematica e padroneggiare l’uso dei numeri equivale ad imparare a scrivere e ad utilizzare correttamente le parole, rivalutando la logica e il ragionamento fino alla comprensione di senso del leggere, dello scrivere e del contare. Quell’imparare a “leggere, scrivere e far di conto” che costituiva l’obiettivo fondamentale sancito dai programmi didattici del 1955 della nostra scuola elementare e che corrispondeva da un lato alla necessità di un’alfabetizzazione di massa della popolazione italiana del dopoguerra e dall’altro, più ambiziosamente, riassumeva il senso fondativo della cultura basilare, strumento di riscatto e di emancipazione oltre i target sociali di appartenenza, quindi di democrazia comunicativa.

Principi che restano validi – mutatis mutandis – anche in epoca di globalizzazione e di uso pervasivo delle nuove tecnologie e dell’universo informatico. Pur con osservazioni divergenti lo ha confermato il Presidente CENSIS Prof Giuseppe DE Rita in un recente saggio sulla storia del nostro sistema di istruzione: la tradizione implica continuità ed evoluzioni lente e graduali. Si può dire che anche l’impianto scolastico del nostro Paese sia orientato ad un mix di tradizione e innovazione. Per questo sarà molto difficile – ove ciò non avvenga in forma sperimentale – che anche sui nostri banchi le matite, le penne, il temperino, la gomma e tutto l’armamentario dell’astuccio siano “sostituiti” in modo definitivo e radicale dall’uso delle dotazioni tecnologiche.

La via italiana – fondata su una cultura solidamente umanistica di più antica deriva di quella finlandese – non espunge l’apprendimento tradizionale della letto-scrittura ma lo affianca con un uso misurato delle nuove tecnologie.

Ci sono anche motivazioni metodologiche e didattiche ragionevoli a sostegno di questa scelta. L’uso della penna e della matita depone a favore di una manualità necessaria a scuola ma anche nella vita: non sempre possiamo avere a portata di mano un pc o un tablet per scrivere un testo, fosse anche un semplice biglietto di auguri o la lista della spesa. La pratica del corsivo rende la scrittura un atto unico in sè, quasi un aspetto della propria personalità, un’impronta di carattere e di stile individuale che ci rende diversi e riconoscibili: rinunciare ad esprimere questa singolare peculiarità del proprio essere persona potrebbe introdurre pericolosi tratti di omologazione comunicativa e culturale.

Non per niente – quasi come fosse una tendenza reattiva al dilagare dello stampatello digitalizzato – stanno diffondendosi a macchia d’olio i corsi di calligrafia e bella scrittura, per affinare una modalità espressiva formalmente gradevole, ordinata, devota verso le regole dello scrivere bene, sia dal punto di vista estetico che da quello dei contenuti. Va inoltre considerata la contingenza del lungo periodo di pandemia che stiamo attraversando, durante il quale la DAD ha sollevato più di una perplessità: sul piano didattico in senso stretto, per i limiti della sua applicabilità ai diversi ordini di scuola, per la mancata copertura del target di utenza a livello nazionale (il 30% delle famiglie al sud non ha connessione internet) ma soprattutto per il venir meno del rapporto diretto e in presenza tra docenti e studenti, che ha una valenza sia metodologica sia di gratificazione relazionale.

Ha sorpreso che gli stessi ragazzi che usano il tablet e lo smartphone con estrema disinvoltura, facilità e frequenza siano scesi in piazza per rivendicare un ritorno alla didattica in presenza, lamentando il venir meno di una dimensione umana, interlocutoria ed empatica dello studio. Questa è stata una grande lezione anche per quegli adulti che vedono solo nelle tecnologie e nella digitalizzazione il futuro a senso unico della didattica e della formazione delle giovani generazioni. Non esiste in senso assoluto un modo più efficace degli altri per imparare a leggere e a scrivere, rispetto ai mezzi e agli strumenti affidati alla nostra mano. Occorre se mai facilitare l’apprendimento e l’utilizzo di più modalità: non abbandonare ciò che la tradizione ci consegna affinchè la cultura appresa e tramandata venga conservata come una ricchezza acquisita da tutelare. E aprirsi con gradualità e uso del discernimento critico a ciò che il progresso ci offre e a cui non possiamo sottrarci o rinunciare.

A proposito di “Crossroads“. Il vangelo di Franzen, l’ultimo suo romanzo. La recensione del libro (succedeoggi.it).

Il senso di colpa e la possibilità di riscatto (ovvero di resurrezione) sono al centro del nuovo romanzo di Jonathan Franzen. Una vicenda di debolezze e opportunità, ambientata in una strana setta nel Midwest.

Silvia d’Oria

Con il suo nuovo libro, Crossroads (Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi, pagine 600, 22 Euro, il primo della trilogia A Key to all Mythologies) Jonathan Franzen torna a raccontare il suo Midwest in un momento cruciale per la storia americana ovvero gli inizi degli anni ’70. Al centro della vicenda un’organizzazione religiosa giovanile chiamata «Crossroads», appunto, e la famiglia Hildebrandt: il padre, il pastore Russ, incastrato in un matrimonio infelice; la madre, Marion, donna instabile con un passato dal peso sconcertante; il primogenito, Clem, che torna dal college deciso ad arruolarsi per il Vietnam; Becky, la figlia all’apparenza perfetta e il suo rapporto con la fede; Perry, deciso (con qualche ricaduta) a liberarsi dalla sua dipendenza da alcol e droghe. Tutto nei mesi fra l’Avvento e Pasqua.

Ed è questo il punto focale dell’intera opera di Franzen.

Lo scrittore è di formazione cristiana, non un ateo violento ma distante da un sincero credo religioso. I suoi scritti, i romanzi tanto quanto i saggi, rispecchiano la morale del senso di colpa cristiano, un senso di colpa che l’autore declina da parte dei figli verso i padri e viceversa (ma non sempre, purtroppo) e che trova in Crossroads il suo culmine.

Sono figli che si vergognano dei genitori (come Clem che, scoperta la tentazione di suo padre – una tentazione in carne e ossa che ha nome Frances Cottrell – gli dice «è difficile essere tuo figlio») e sono genitori che trovano insostenibile il peso della genitorialità, un peso che diventa inconciliabile con gli umani bisogni, d’animo o carnali.

Franzen pone questi genitori continuamente alla prova, chiedendo loro una resistenza alle tentazioni (di Dio e sociali) quasi insostenibile, come a dire che una volta diventati responsabili di un altro essere umano si smette di essere persone complete per appiattirsi sul ruolo del genitore. E così Marion, che in gioventù ha subito tragedie familiari e sevizie sessuali, non si sente in diritto di confessare a marito e figli di andare in terapia (come se vi fosse una vergogna   insita); Russ non ha il coraggio di dire che pur essendo Pastore, un uomo di Dio, può provare odio, ribrezzo, disprezzo. E desiderio sessuale.

Lo stesso vale per i loro figli: provano vergogna nei confronti dei genitori ma difficilmente riescono a staccarsi dal rispetto dell’autorità che questi rappresentano.

Il modello genitoriale è inabile a insegnare e dare il buon esempio; il modello filiale è incapace di perdonare le debolezze umane dei genitori. L’incomprensione familiare è invalicabile, per Franzen, il senso di colpa che ne deriva una voragine incolmabile. Si tratta di una dinamica che permea tutte le opere di Franzen e cerca di mettere i sentimenti “negativi” sotto il tappeto per impedire alla morale pubblica di intravederli permettendo alla famiglia di cancellarli come se non fossero mai esistiti.

«Tutti i suoi amici erano persone perbene e avevano amici perbene, e dato che di solito le persone perbene allevavano figli perbene, il mondo di Enid assomigliava a un prato in cui l’erba cresceva così folta da soffocare il male: un miracolo di perbenismo». (Le correzioni, Einaudi, 2001, traduzione di Silvia Pareschi). È il perbenismo dell’America che incide sulla vita di stenti dei personaggi di Franzen ma in Crossroads si evidenzia un fattore aggiuntivo: la redenzione cristiana, la resurrezione, il perdono incarnati nel personaggio di Rick Ambrose, il giovane capo della setta religiosa che dà il nome all’opera. Ha le fattezze del Cristo e all’apparenza dimostra una purezza d’animo che si eleva al cielo: in una scena, una delle più alte dell’opera omnia di Franzen, Ambrose si pone dinanzi all’uomo che gli ha appena mostrato tutto il suo odio e il suo disprezzo, Russ, si inginocchia e gli lava i piedi con i capelli lunghi e scuri che gli cadono sul viso.

Il perdono esiste, la ricompensa è la resurrezione.

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https://www.succedeoggi.it/2021/11/il-vangelo-di-franzen/

 

Le alleanze del PD. Può reggere l’opzione strategica a favore dei Cinque Stelle?

Letta parrebbe aver scelto, all’interno dello schema “neo-ulivista”, una via preferenziale e cioè l’accordo con i 5S.  La strada appare comunque impervia. Ora, ci sarà voglia (e coraggio) per avviare e poi concludere una discussione seria, senza cadere nella perenne rissa interna, attualmente sedata dalle vittorie nelle grandi città?

Il PD guidato da Enrico Letta ha deciso di costituire un nuovo centrosinistra del quale siano parte, oltre al PD medesimo che ne sarebbe il dominus, le piccole formazioni del Centro (Azione, Più Europa, eventuali altre ma non Italia Viva, di fatto, in quanto guidata da persona inaffidabile), quelle della Sinistra meno radicale e infine (o meglio soprattutto) il Movimento 5 Stelle guidato ora dal prof. Conte. Questa vasta alleanza nazionale (non ancora, come si è visto, rodata a livello locale se non in casi sporadici) dovrebbe poter sconfiggere quella che il centrodestra (ma sarebbe più corretta la definizione “destracentro”) ha annunciato da tempo (con risultati alle recenti elezioni amministrative tutt’altro che buoni, ma con ottimi responsi dai sondaggi d’opinione).

Il ragionamento si basa sull’attuale legge elettorale molto più che sui contenuti programmatici che, al solito, verranno dopo. Al momento pare sufficiente una condivisione più sincera di quanto appaia quella della parte avversa alle politiche del governo guidato da Mario Draghi. Il problema, però, è che l’ala centrista (definiamola così per comodità, nell’economia di questo articolo) non è disponibile ad allearsi con i pentastellati, che da parte loro ricambiano con pari disprezzo. E non parlo qui di Italia Viva, anzi sospettata di intendenza col nemico. Le affermazioni di Calenda sono nette. E in ogni caso in quel settore della geopolitica nazionale la perplessità (ma sarebbe meglio definirla avversione) nei confronti dei grillini (o ex tali) è diffusa e intensa. E non credo che questa osservazione sia superabile con la considerazione che pure nel centrodestra l’unità è alquanto precaria. Sia perché la lotta interna a questo campo non pare poter raggiungere un punto di non ritorno, ovvero una clamorosa rottura fra i tre partner della coalizione. Sia perché ogni evidenza numerica (al di là della conferma che ne danno i sondaggi) dice che la coalizione PD-5S-Centristi può competere con qualche speranza ma senza alcuna certezza. Ovviamente senza anche solo uno dei partecipanti le possibilità svaniscono. E proprio questo è il punto.

Tenere insieme centristi e pentastellati, senza con questo perdere la sinistra non estrema (ci sono numerose sinistre, come noto, e diversi partitini con pochi voti però) e assicurandosi al contempo il proscenio principale in una sorta di rievocazione della “vocazione maggioritaria” di veltroniana memoria è impresa assai ardua. A mio avviso impossibile.

È peraltro corretto ricordare che prima delle elezioni politiche ci sarà la votazione per la Presidenza della Repubblica. L’esito di quest’ultima potrebbe mutare il quadro generale e pertanto è certo opportuno spostare a dopo ogni ragionamento definitivo. 

Ad ogni buon conto il Pd parrebbe aver scelto, all’interno dello schema “neo-ulivista” (chiamiamolo così solo per semplificazione, perché l’Ulivo era una cosa totalmente diversa), una via preferenziale e cioè l’accordo con i 5S. Il possibile, o probabile, loro ingresso, sponsorizzato dal Nazareno, nel gruppo dei progressisti europei lo sancisce. Una decisione che desta notevoli perplessità in molti dem, al momento però “silenziati” dall’ottimo risultato del partito alle amministrative e da sondaggi dignitosi nonché dal timore di vedersi “cancellati” nella complicatissima gestione delle future liste elettorali. E che invece pare a Conte (e pure al suo competitor interno principale, anche se non dichiarato, il ministro Di Maio) una generosa ciambella di salvataggio a fronte di un movimento che nel suo insieme egli non riesce a governare come ormai è chiaro a chiunque.

Immaginare che la situazione all’interno del mondo pentastellato rimanga così indefinita come è ora, guidata verso un ruolo da junior partner del Pd dal binomio Conte-Di Maio (col supporto di Fico e di qualche altro colonnello) è però illusorio. C’è l’enigmatico silenzio di Grillo, il fondatore ormai stanco e deluso ma ancora in grado di esercitare un ruolo non secondario nella galassia del Movimento, se lo vorrà. C’è la ribellione in atto di Casaleggio junior e Di Battista, prossima ormai a saldarsi per dar vita a un Movimento di protesta coerente con le origini del grillismo d’antàn. C’è la disperazione dei tanti parlamentari che non sanno più che fare, nella vana ricerca dell’alleanza giusta per tentare una rielezione altamente improbabile. Ma c’è soprattutto, e di più, l’incognita di quei milioni di cittadini che votarono M5S in alternativa rabbiosa al “sistema” dei partiti, contro i politicanti, contro la Destra e contro la Sinistra (forse più contro la Sinistra) e che ora si sono rifugiati nell’astensionismo senza perdere quella rabbia contro tutto il mondo che ruota intorno alla politica. Un serbatoio al quale tenteranno di attingere i futuri “alternativisti radicali”, da Di Battista a, magari, Fedez e chissà qualcun altro ancora.

Scommettere sulla tenuta elettorale di Conte e Di Maio è rischioso. Certo, lo sarebbe pure se si puntasse sui “centristi”. Una galassia variegata indebolita dalle troppe sigle, dai troppi personalismi, da una legge elettorale che non li favorisce, dall’assenza di un leader unificante e non divisivo, da molto altro ancora. Ma…ma espressione di un pezzo di società italiana un po’ stufo di un centrodestra divenuto ostaggio di una Destra antieuropeista e ambigua sulla campagna vaccinale contro il Covid così come di un centrosinistra ricalibrato su un versante più individualista che sociale, più populista che popolare, più intriso di radicalismo che di moderazione. Anche se compiutamente europeista, e questo gli viene riconosciuto.

Questa fetta non so dire quanto ampia di italiani, ma in ogni caso non risibile, passa per le varie piccole sigle del centrismo e include quote elettorali di Forza Italia, certo, ma anche dello stesso Pd e probabilmente pure della decisiva componente nordista della Lega sempre più dubbiosa sulla leadership nazionalista di Salvini. Ecco, questa fetta di popolazione – che in parte oggi rappresenta una quota non marginale di quel 40% che stabilmente non risponde all’interpello sondaggistico – io temo che, al dunque, se non avesse alternative, fra sinistra alleata con i pentastellati o quel che resterà di loro e destra securitaria opterebbe – turandosi magari il naso (cit.) – per quest’ultima. Per motivazioni o meglio, preoccupazioni, di politica interna, che rimangono preminenti – purtroppo ed erroneamente – su quelle di politica europea (ad oggi il vero punto forte del centrosinistra italiano). 

Si tratta solo di un’ipotesi. Ma non campata in aria. Soprattutto se il sistema elettorale rimarrà l’attuale, come è piuttosto probabile. Se questa preoccupazione dovesse venir condivisa, come credo sia, da molti nel Pd una seria discussione in argomento sarebbe utile, all’indomani dell’elezione del nuovo Capo dello Stato (un evento che, come detto, potrebbe peraltro mutare il quadro: questo oggi non è dato saperlo).

Ma, nel caso, all’interno del Pd ci sarà voglia (e coraggio) per avviare e poi concludere detta discussione senza cadere nella perenne rissa interna, ora sedata dalle vittorie nelle grandi città? Una domanda alla quale è difficile rispondere, anche se al momento parrebbe più probabile la risposta negativa. Ma in questo caso il rischio di una sconfitta alle politiche sarà elevato. 

A settant’anni da “L’uomo e lo Stato”. La questione della laicità: Maritain è ancora attuale.

Il Segretario Generale dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, Gennaro Curcio, anticipa il suo contributo al convegno su “A settant’anni da L’uomo e lo Stato”, in programma giovedì prossimo (in basso il link per visualizzare la locandina). La sua conclusione, in ordine al problema della laicità nei rapporti tra sfera ecclesiale e organizzazione civile, è che “la forma specifica dell’aiuto reciproco tra Chiesa e società politica è la reciproca assistenza che, nel rispetto della libertà, garantisce il rispetto dei diritti.

Le grandi questioni relative ai temi della bioetica e della libertà individuale impegnano la politica e la cultura nel senso più ampio in un acceso dibattito sui temi della vita, della famiglia, dell’identità personale e del rapporto tra i diritti e i doveri per il buon vivere della comunità umana. Un confronto acuto che inevitabilmente coinvolge i rapporti tra lo stato e la Chiesa, innalzando la discussione al confronto tra lo spirituale e il temporale, tra conservatori e progressisti. 

È possibile un confronto pacifico tale da evitare estremismi e strumentalizzazioni? L’uomo e lo Stato indica nella prospettiva della filosofia pratica, incentrata su dei principi generali immutabili, la strada per la conciliazione e il dialogo di posizioni assai differenti che non riuscirebbero a conciliarsi su aspetti di natura teorica. Maritain, durante la seconda Conferenza internazionale dell’Unesco, coglie nel pensiero pratico l’unico punto di incontro tra posizioni ideologiche e teoriche di natura diversa. Il 6 novembre 1947 a Città del Messico, il filosofo francese pronuncia parole tanto semplici quanto rivoluzionarie, capaci di convogliare tutti le posizioni nella direzione comune dei Diritti umani. Si legge in L’uomo e lo Stato: «Come può essere concepibile un accordo di pensiero tra uomini riunti per un compito di ordine intellettuale da realizzare in comune e che provengono dai quattro punti cardinali e appartengono non solo a culture e civiltà tra loro differenti, ma anche a famiglie spirituali e a scuole di pensiero antagoniste? Siccome la finalità dell’Unesco è una finalità pratica, l’accordo degli animi può attuarsi spontaneamente, non già s un comune pensiero speculativo, ma su un comune pensiero pratico, non sull’affermazione di una medesima concezione del mondo, dell’uomo e della conoscenza, ma sull’affermazione di un medesimo insieme di convinzioni intese a guidare l’azione». 

Il discorso del filosofo invita a cogliere nel bene comune il tèlos pratico della laicità il senso per poter giungere in maniera condivisa all’accordo. Un’osservazione che ancora oggi si mostra essere profondamente valida nelle questioni a cui abbiamo fatto accenno e che rinvia a delle considerazioni sulle convinzioni e sulle responsabilità. Risulta evidente che sia le convinzioni che le responsabilità vivano di un legame stretto che definisce delle conseguenze reali e tangibili del proprio agire nella comunità umana. La consapevolezza di doveri e responsabilità comuni realizza una comunità fraterna fondata sul dialogo tra persone appartenenti a posizioni apparentemente inconciliabili o integraliste. All’agire politico e sociale dei credenti, Jacques Maritain dedica una lezione, pubblicata con il titolo La Chiesa e lo stato. Trattando l’argomento «nella prospettiva di una filosofia pratica adeguata: vale a dire da filosofo, non da teologo, ma da filosofo cristiano, che tiene conto dei dati teologici che permettono di cogliere nel loro pieno valore esistenziale le realtà concrete di cui parla», propone dei principi generali immutabili affinchè Chiesa e corpo politico coesistano nel reciproco rispetto.  

Appartiene, secondo il filosofo francese, a ogni persona la vocazione a ricercare il bene comune. Un bene che, trascendendo il bene comune politico, riguarda lo spirituale più che il materiale; eleva l’uomo a Dio e in esso ritrova la sua dignità. Umanamente, ogni persona impegnata nella ricerca dello spirituale si impegna prima per il bene comune politico. Questo accade perché tra persona e corpo politico intercorre una relazione particolare: «La persona umana è al tempo stesso parte del corpo politico e superiore ad esso». Come parte del corpo politico si impegna per il bene comune della società civile, ma, per la sua esistenza sovratemporale, ricerca un ordine che trascende il temporale. «Sappiamo che l’uomo e tutto l’uomo è impegnato nel bene comune della società civile. Ma sappiamo altresì che in quanto riguarda le cose «che non sono di Cesare», la società stessa e il suo bene comune sono indirettamente subordinati alla perfetta realizzazione della persona e delle sue aspirazioni sovratemporali come a un fine di un altro ordine, un ordine che trascende il corpo politico». 

Nella stretta cooperazione tra i due poli, la laicità si propone come un punto di incontro su dei valori comuni e non negoziabili che riguardano tutti gli uomini. La laicità è un esercizio di inclusione tra persone impegnate nella ricerca di uno stesso fine civile. Affinchè si pratichi la laicità inclusiva Maritain prescrive tre principi generali immutabili: «Il primo principio generale da formulare è la libertà della Chiesa di insegnare, predicare e adorare; la libertà del Vangelo; la libertà della parola di Dio. Il secondo principio generale è la superiorità della Chiesa – in altre parole, dello spirituale – sul corpo politico o sullo Stato. Il terzo è la necessaria cooperazione tra la Chiesa e il corpo politico o lo Stato»6. Si tratta di principi assoluti, immutabili e sovratemporali, concepiti come degli ideali storici concreti che offrono l’immagine in prospettiva del bene per la nostra epoca.  

Rispetto al principio della libertà, Maritain si sofferma sulla differenza tra la concezione della Chiesa per i non credenti e per i credenti. Per i non credenti la Chiesa è un corpo o un’associazione che si dedica ai bisogni religiosi, alle credenze, ai valori spirituali di persone che le hanno affidato la propria vita e la propria integrità morale. Per i credenti, invece, è una società soprannaturale, divina e umana allo stesso tempo, perfetta che, considerando gli uomini cittadini del regno di Dio, li guida verso la vita eterna. Nella prospettiva del credente, la libertà della Chiesa deriva da Dio stesso. Per questo il primo principio generale immutabile sancisce la libertà di predicare, adorare e insegnare la parola di Dio. 

Non sempre nel corso della storia, alla Chiesa è stata riconosciuta la sua libertà. In epoca sacrale e fino al medioevo la distinzione tra corpo politico e corpo sacrale non esisteva o comunque non era ancora netto. In età barocca, invece, la civiltà sacrale si disintegra consentendo all’ordine temporale di affermarsi fino a giungere nella modernità a definire una società profana o secolare che respinge Dio e il Vangelo dalla vita sociale e politica. In una società non più sacrale, come quella in cui viviamo, «uomini che professano credenze religiose e non religiose devono partecipare e lavorare allo stesso bene comune politico o temporale». Da questo emergono: l’autonomia e l’indipendenza del corpo politico; il riconoscimento dell’uguaglianza dei membri come fondamento dello Stato e l’importanza della coscienza individuale di fronte alle coercizioni esercitate da forze esterne. In questo modo, Maritain riconosce che la fede non può essere imposta con la forza. 

Allora quale relazione intercorre tra Chiesa e Stato? 

Affermando il principio della superiorità della Chiesa, il filosofo ne riconosce la presenza ma non l’appartenenza al corpo politico: «La Chiesa…è un tutto; è un regno assolutamente universale esteso al mondo intero: al di sopra del corpo politico e di ogni corpo politico». Una tale superiorità si manifesta attraverso la potenza morale che con cui la Chiesa influenza, penetra e vivifica l’esistenza temporale. Il corpo politico che non conosce altra verità se non quella che viene dal popolo, non può elevarsi alla conoscenza della verità più autentica. Potrebbe però lasciarsi ispirare dallo spirituale così da animarsi di «una sua propria moralità sociale e politica, una  sua  concezione  della  giustizia  e  dell’amicizia  civica,  del  bene  comune  temporale  e  del  compito comune,  del  progresso  umano  e  della  civiltà,  vitalmente  radica  nella  coscienza  cristiana» al fine di rendere  gli  uomini moralmente buoni. 

Riconosciuta  la  superiorità  dell’una  sull’altro,  come  può  la persona vivere bene  se  allo  stesso  tempo è  membro  sia della  società  della  Chiesa  che  dello  Stato?  Maritain  ricorre al terzo principio generale della cooperazione. Scrive: «Le cose  che  sono  di  Cesare  non  sono  soltanto  distinte  dalle  cose che sono  di  Dio,  ma  devono  anche  cooperare.  Quali  sarebbero  dunque,  nel  particolare  modello  di società  politica  cristiana  oggetto  del  nostro  discorso,  i  mezzi  appropriati  grazie  ai  quali  il  principio  di necessaria  cooperazione  tra  la  Chiesa  e  il  corpo  politico verrebbe  applicato? La questione, mi  sembra, ha  tre  implicazioni:  la  prima,  che  riguarda  nello  stesso  tempo  il  corpo  politico  e  lo  Stato,  attiene  alla forma  più  generale  e  più  indiretta  di  reciproca  assistenza  tra  essi  e  la  Chiesa;  la  seconda,  che  riguard a particolarmente  lo  Stato  o  l’autorità  civile,  attiene  al  pubblico  riconoscimento  dell’esistenza  di  Dio; la  terza,  che  in  un  caso  riguarda  specialmente  lo  Stato,  e  in  un  altro  specialmente  il  corpo  politico,  è relativa alle  forme  specifiche  dell’aiuto reciproco  tra  la Chiesa  e  la società  politica». 

Il filosofo  rinvia  al  compito  materiale  di  promuovere  la  ricchezza  e  di  assicurare, secondo giustizia, l’equa  distribuzione dei beni materiali, sostegno dell’umanità.  Dunque, la forma  specifica  dell’aiuto reciproco  tra  Chiesa  e società politica è la reciproca  assistenza che, nel rispetto della libertà, garantisce il rispetto dei diritti.

 

Locandina del convegno su L’uomo e lo Stato

https://istituto.maritain.net/IIJM-Brochure_l_uomo_e_lo_Stato_2021.pdf?c519ce&c519ce

Il futuro della RAI interessa anche chi non vive in Italia. La lettera dell’Associazione “ Svegliamoci Italici” a Carlo Fuortes.

Guarda il nostro Paese e ad alla RAI l’immensa platea dei 250 milioni di Italici sparsi per il mondo. “Noi nutriamo fiducia – spiegano i firmatari – sulla volontà e capacità di rilanciare la RAI e sappiamo che un italico per antonomasia come il Presidente Draghi è la miglior garanzia che questa attenzione ci sarà. 

Svegliamoci Italici

Le immagini del G20 di Roma diffuse nei cinque continenti segnalano un paradosso: quello di uno stato nazionale autorevole e rispettato per il suo ordinamento e per la capacità rappresentativa del suo popolo, ma forse più ancora ammirato in quanto portatore di un sentimento di gran lunga superiore e inclusivo rispetto alla statualità organizzata. Il sentimento che un fine intellettuale dalla lunga esperienza imprenditoriale e politica, Piero Bassetti, ha chiamato della italicità. Roma con la sua storia millenaria e la Nuvola come proiezione inventiva del presente, hanno reso plasticamente la dimensione di una civiltà capace di stupire l’umanità a ogni latitudine.

Nel mondo vivono 250 milioni di persone che hanno l’Italia nel cuore e si riconoscono nello straordinario mix di bellezze artistiche e naturali, tradizioni culturali, creatività industriale, food, fashion e design italiani. Parliamo di una comunità di sentimenti che va ben oltre i sessanta milioni di abitanti della penisola e i milioni di discendenti di italiani all’estero, e che comprende anche tutti coloro che, pur senza avere una goccia di sangue italiano, sono affascinati dal nostro Paese e hanno abbracciato i modelli e i valori di quell’Italian way of life diffuso e apprezzato nei cinque continenti.

L’appartenenza italica, intesa come favorevole predisposizione verso l’Italia, fondata non solo su esclusivi legami di cittadinanza/discendenza, è una risorsa preziosa e costituisce un soft power di fondamentale importanza nell’era della globalizzazione per il “sistema Italia”. Molti italici sono in posizioni apicali nelle istituzioni economico-politico-culturali dei propri Paesi, e costituiscono un grande patrimonio, da valorizzare e connettere. Le istituzioni e la politica italiane stanno scoprendo il soft power italico: un potere soffice, aggregante, non aggressivo e molto distante da pretese di neo-colonizzazione.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ne ha parlato in varie occasioni, riferendosi all’apprezzamento che l’Italia riscuote all’estero “per la sua straordinaria miscela di cultura, esperienze, gusto, natura e saperi”. Gli italici sono una civiltà il cui peso è molto superiore a quello degli italiani in senso stretto. Per riaffermare il ruolo geopolitico della civiltà italica nel mondo globalizzato, per contribuire alla crescita della sua autoconsapevolezza e identificazione, è nata la Italica Global Community. Il suo obiettivo è costruire un network di relazioni stabili con la grande e autorevole comunità degli italici nel mondo.

L’idea ampia di una comunità e di una civiltà italiche, fondate sulla condivisione di valori, interessi ed esperienze comuni, si deve – come detto – a Piero Bassetti, presidente dell’Associazione “Svegliamoci Italici”, protagonista di oltre mezzo secolo di vita economica e istituzionale del nostro Paese, intervenuto quattro anni fa al Palazzo di Vetro, a New York, per lanciare sotto l’egida dell’Onu la sfida degli italici: “Italics as a Global Commonwealth”.  

La scommessa piace al Presidente Mattarella: “Appare particolarmente centrato e moderno il richiamo al ‘Commonwealth’ che, nell’accezione riferita all’Italia e agli italiani, si stinge di ogni patina egemonica, per assumere il senso di una offerta globale dell’italianità/italicità come stile, come ingegno, come canone di buona vita, come valore umanistico”.

Il cantiere della Italica Global Community, la casa dei nuovi italici, è aperto, e il suo ispiratore Bassetti l’ha presentato di recente a Roma, nella sede della Stampa Estera. Un evento seguito in live-streaming da migliaia di italici, collegati dai cinque continenti. Ad illustrare il progetto due volti noti della Rai, Marco Frittella, conduttore del daily della prima rete “Unomattina”, e Monica Marangoni, per un triennio conduttrice del contenitore quotidiano “L’Italia con voi” su Rai Italia, il canale per l’estero del servizio pubblico. Il coinvolgimento dei due giornalisti ha voluto essere un chiaro incoraggiamento a prolungare la riflessione lungo l’asse strategico dell’informazione.

L’intuizione dell’italicità e degli italici ha potenzialità enormi, apparendo ormai non sufficiente la battaglia del made in Italy, perché circoscritta all’universo commerciale e limitata a fornire  sostegno economico ai prodotti italiani da esportare, spesso senza accertarne e certificarne l’effettiva provenienza, la qualità e i processi di lavorazione, e rinunciando così ad allargare il mercato globale di tutto ciò che il nostro Paese può offrire, grazie alla attrattività della propria civiltà bimillenaria.  

Il servizio pubblico radiotelevisivo, tuttora centrale per il “sistema Italia”, dovrebbe avvertire la caratura meta-politica dell’italicità, dichiaratamente non partitica, e accantonare timori reverenziali, o malintese neutralità, provando a intestarsela editorialmente come obiettivo culturale di crescita e rappresentazione del Paese, in tutte le sue componenti e orientamenti.

Non è sicuramente velleitario rivolgersi a Viale Mazzini con un appello che è una invocazione quasi disperata: la nuova governance metta subito mano allo stato di abbandono, dispersione e disorientamento dell’offerta radiotelevisiva per l’estero, negli anni recenti trascurata (il canale esistente) o annunciata invano come segnale di rinnovamento (il canale in inglese). 

E pensare che proprio sul tema della cultura italica, attraverso Rai Italia – erede della ventennale tradizione di Rai International – il servizio pubblico aveva avviato negli ultimi anni un approfondimento speciale e continuativo, anche con il contributo della nostra Associazione, con risultati molto apprezzati dai telespettatori sparsi in tutto il mondo. 

La Rai è da sempre uno dei principali presidi strategici del sistema culturale nazionale e oggi rappresenta il più rilevante giacimento culturale audiovisivo del nostro Paese, oltre che tra i primi in Europa e nel mondo. Il servizio pubblico radiotelevisivo è fondamentale per riaffermare il ruolo geopolitico della civiltà italica nel mondo globalizzato. Il nuovo piano industriale Rai prevede la creazione di dieci direzioni di genere e nei prossimi mesi verrà definito anche il ruolo strategico del servizio pubblico in base a ciò che sarà concordato con il Governo. Noi nutriamo fiducia sulla volontà e capacità di rilanciare la RAI e sappiamo che un italico per antonomasia come il Presidente Draghi è la miglior garanzia che questa attenzione ci sarà. 

Il Presidente Mattarella ha usato parole molto chiare nel Messaggio che lo scorso 9 novembre ha inviato in occasione della presentazione del Rapporto “Italiani nel mondo” della Fondazione Migrantes :  “La Comunità di italo-discendenti nel mondo viene stimata in circa ottanta milioni di persone, cui si aggiungono gli oltre sei milioni di cittadini italiani residenti all’estero. La portata umana, culturale e professionale di questa presenza è di valore inestimabile nell’ambito di quel soft-power che consente di collocare il nostro Paese tra quelli il cui modello di vita gode di maggiore attrazione e considerazione. Le “Reti” che animano e costituiscono questo valore di ITALICITA’ meritano riconoscimento e sostegno.”

Nel dare l’avvio alla costituzione della Italica Global Community  avevamo in mente questi milioni di cittadini ed anche gli altri milioni di persone sparse nel Pianeta, che pur non avendo legami di sangue e di origine, amano la cultura, l’arte, la lingua, il modo di vivere, la capacità di guardare al resto del mondo ed in particolare al Mediterraneo, insomma tutto ciò che costituisce la “civiltà italica”. La RAI non può certo disinteressarsene. 

Umbero Laurenti (Vice Presidente), 

Niccolò D’Aquino, Lanfranco Senn, Stefano Clima (componenti del Consiglio Direttivo)

Appello alla Chiesa: un altro mondo è possibile.

Il prof. Sorbi invita il Sinodo della Chiesa italiana ad aprire una discussione sulla possibilità di costruire un mondo dove le ingiustizie economiche e sociali vengano risolte. 

Ce la faremo? Il caos è veramente alle porte? Ma poi quale caos? 

A dar retta a ricerche ed analisi, ci sembra di cogliere in tutto l’Occidente il prevalere di paure irrazionali, come il timore di essere invasi dagli immigrati, o la paura dei vaccini in quanto possibili strumenti di controllo per una dominazione mondiale. 

Paure che sembrano strumenti di distrazione di massa per eludere i veri problemi: ossia la capacità di rispondere alle pandemie, il crescere della disoccupazione, la tendenza a ridurre i salari e sfruttare il precariato, lo sfruttamento schiavistico degli immigrati, la tendenza a ridurre le pensioni… mentre diventata insopportabile la disuguaglianza tra i pochi ricchissimi e le moltitudini che impoveriscono.

Mai come in questo momento le contraddizioni del sistema capitalistico-utilitaristico si stanno rivelando crudeli strumenti di ingiustizia economica e sociale.

Inoltre, in questa fase di cambiamento epocale, sta rapidamente mutando il quadro geopolitico, fortemente condizionato da conflitti di natura economico-commerciale.

Le scelte di “ritiro” militare degli Stati Uniti da molti scacchieri geopolitici sono da vedere nel contesto del complicato fallimento della politica americana causato da decisioni troppo semplificate che non hanno tenuto conto delle questioni interetniche e degli odi corporativi/tribali tra i diversi gruppi fondamentalisti che alla lunga si sono rivelati micidiali.

I focolai di guerra che si stanno accendendo nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Mediterraneo si inseriscono in una lotta per l’egemonia mondiale tra Usa, Russia e Cina.

I mutamenti climatici e il sottosviluppo sono tra i fattori scatenanti dei conflitti nordafricani.

I processi di desertificazione, la carenza di acqua potabile, le guerre prodotte dai gruppi dirigenti corrotti dei Paesi del Medio Oriente e dell’Asia, sono generatori di caos.

A questo si aggiunge la crescita demografica più che geometrica dell’area africana (si prevede che i 1.186 milioni di africani, stimati oggi, raddoppieranno a metà secolo). Mentre, se non si cambia radicalmente politica, i 738 milioni di europei attuali (russi e ucraini compresi), saranno nel 2050 sotto la soglia dei 700 milioni.

Ebbene, questi pur semplici dati ci dovrebbero far capire la decisività della crescita demografica nel prossimo futuro.

A differenza di quanto sostenuto dalle politiche neomalthusiane, i Paesi con crescita demografica positiva svilupperanno vantaggi economici e sociali rispetto alle società con più anziani.

Dal punto di vista strettamente economico, sarà decisivo riuscire a limitare e contenere al minimo il cancro della speculazione finanziaria.

La speculazione finanziaria è un’attività che gonfia a dismisura i titoli azionari, il valore delle merci, delle materie prime e delle varie forme di valuta, generando una situazione debitoria insopportabile per il mondo intero

Tenendo sempre ben presente che è dai modelli che regolano i modi di produzione che deve partire un’analisi attenta a cogliere le radici del supersfruttamento globalizzato.

Sarà inoltre necessario impedire che le stupefacenti innovazioni tecnologiche, come l’intelligenza artificiale, i robot, la rete e la rivoluzione verde, vengano utilizzate per fini speculativi: cioè non per il progresso, la libertà e l’avanzamento degli umani, bensì per la loro schiavizzazione.

Ha scritto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’: «È certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile».

Nel Messaggio al 4° Forum di Parigi sulla Pace, il Pontefice ha evidenziato che «le vecchie strutture sociali sono ispirate da autosufficienza, nazionalismo, protezionismo, individualismo e isolamento, con l’esclusione dei nostri fratelli e sorelle più poveri». 

Un mondo così non si può accettare.

Il Pontefice ha invitato i partecipanti al Forum e il mondo intero a non seguire la via di una “normalità” segnata dall’ingiustizia, ma ad accettare la sfida di assumere la crisi come «opportunità concreta di conversione, di trasformazione, di ripensare il nostro stile di vita e i nostri sistemi economici e sociali».

Perché – ha concluso Bergoglio – è possibile generare modelli economici in grado di servire i bisogni di tutti realizzando politiche lungimiranti che preservano i doni della natura, promuovendo lo sviluppo integrale sulla strada del bene comune, della cura dei poveri e della casa comune.

Credo che il Sinodo debba mettere al centro della discussione quanto Papa Francesco sta dicendo. E cioè: un mondo come quello che abbiamo visto prima della pandemia è inaccettabile. La Chiesa deve impegnarsi ad offrire il proprio contributo per costruirne uno nuovo, libero dalla cultura dello scarto e più attento alla condizione dei poveri e dei deboli.

Perché la grandezza di una civiltà non si misura dalla potenza delle forze armate, né dalla ricchezza di pochi, bensì dalla capacità di creare opportunità di lavoro, accogliere e curare i malati, dare occupazione e dignità ai poveri, e assistere i deboli.

Smog, Italia maglia nera in Ue per decessi da NO2

Anche nel 2019 l’Italia si conferma tra i paesi Ue dove sono più alti i rischi per la salute, in termini di morti e anni di vita persi, per l’esposizione allo smog.

Secondo il Rapporto 2021 sulla qualità dell’aria dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), nel 2019 il nostro paese era il primo per numero di morti per biossido di azoto (NO2, 10.640 morti, +2% rispetto ai dati del Rapporto Aea 2020), ed è il secondo dopo la Germania per i rischi da particolato fine PM2,5 (49.900 morti, -4%) e ozono (O3, 3170 morti, +5% sul 2018).

Nell’Ue a 27, nel 2019 circa 307.000 persone sono morte prematuramente a causa dell’esposizione a PM2,5 , 40.400 per l’NO2 e 16.800 a causa dell’esposizione acuta all’ozono. I decessi per smog sono diminuiti del 16% rispetto al 2018 e del 33% con riferimento al 2005. Almeno il 58% dei decessi da PM2,5 in Ue, ammonisce la Aea, si sarebbe potuto evitare se tutti gli Stati membri avessero raggiunto il nuovo parametro OMS per il PM2,5 di 5 µg/m3. Con i parametri Oms l’Italia avrebbe 32.200 decessi in meno (-32.200) da PM2,5.

Oristano: La scienza: tra speranze e scoperte

Si svolgerà il 18 e 19 novembre la sesta edizione del Festival Scienza Oristano intitolata La scienza: tra speranze e scoperte, in cui saranno coinvolti anche gli studenti delle scuole di Terralba Ghilarza. La manifestazione si inserisce nel quadro del Festival Scienza di Cagliari, organizzato dall’Associazione ScienzaSocietàScienza e giunto ormai al quattordicesimo appuntamento.

Sia pur con i limiti dell’emergenza sanitaria ancora in corso, l’edizione di quest’anno prevede il ritorno in presenza del pubblico per un vasto programma di conferenze, seminari, presentazione di libri, tavole rotonde, readings letterari, laboratori didattici e altri eventi incentrati in particolare sul tema del nostro pianeta Terra e della sua salvaguardia, soprattutto in riferimento ai recenti e drammatici effetti dovuti ai cambiamenti climatici.

Tra gli ospiti più significativi del Festival ricordiamo la scrittrice e narratrice scientifica Sara Segantin e Graziano Pinna, docente del Dipartimento di Psichiatria dell’Università d’Illinois a Chicago che terrà una conferenza il 19 novembre al Liceo Scientifico Mariano IV di Oristano dal titolo Biomarker coinvolti nel disturbo da stress post-traumatico (ptsd) e depressione. Ruolo terapeutico dell’alimentazione.

Sara Segantin, tra i fondatori del movimento Fridays for Future in Italia, impegnata in vari eventi, sarà presente (18 novembre ore 15.30, Chiostro del Carmine) all’ evento organizzato dal Consorzio Uno CLIMATHON 2021 con la presentazione dei progetti partecipanti all’Ideathon e la proclamazione vincitore e poi presenterà il suo libro Non siamo eroi agli studenti sia a Oristano che a Terralba dove si svolgerà La scienza che illumina l’azione, una gara di lettura che coinvolge gli studenti del Liceo Classico che dopo aver letto e studiato il testo con il supporto dei loro docenti, si sfideranno in un’allegra competizione.

Il 19 novembre dalle ore 15.30 al Chiostro del Carmine a Oristano si svolgeranno delle conferenze tematiche a cura di ricercatori dell’IMC per la cittadinanza, decisori, pianificatori, operatori delle filiere ittiche e amministratori: Gestione e conservazione degli ecosistemi marini, a cura di Daniele Grech; Il recepimento dei principi dell’economia circolare nelle filiere ittiche a cura di Elisa Serra e Acquacoltura spaziale: una certezza per la sostenibilità dell’acquacoltura in Sardegna a cura di Erika Porporato e Daniele Trogu.

Due conferenze organizzate dal AMP Area Marina Protetta Penisola del Sinis – Isola di Mal di Ventre: sono previste nel Centro Polifunzionale di via Tharros a Cabras, il 18 novembre alle 16.30 La conservazione delle specie protette e l’utilizzo della tecnologia: la patella ferruginea e le tartarughe marine, a cura di Stefania Coppa e Giorgio Massaro, ricercatori dell’IAS CNR di Oristano. Mentre il 19 novembre alle 15.30 Il capitale ambientale e la gestione delle risorse naturali. La contabilità ambientale dell’area marina protetta “Penisola del Sinis – Isola Mal di ventre, a cura del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, dell’Università di Genova, dell’Università di Trieste e della Capitaneria di Porto di Oristano.

Tra i laboratori interattivi che svolgeranno per gli studenti di Ghilarza segnaliamo Fake News e Debunking un’attività interattiva sulla costruzione di una fake news, in cui si metteranno in luce le modalità attraverso le quali è possibile produrre una notizia falsa ma che sembra plausibile da un punto di vista scientifico.  Mentre per quelli di Terralba una tavola rotonda a cura di Legambiente, circolo S’Arrulloni di Terralba, conclusiva del percorso Mi illumino di Scienza sugli aspetti ecologici legati agli ambienti lagunari con l’obiettivo di sensibilizzare gli studenti sui temi del rispetto ambientale, della difesa e della salute delle zone umide

L’edizione oristanese di Festival Scienza è stata organizzata dall’Associazione ScienzaSocietàScienza in collaborazione con il Consorzio UNO Promozione Studi Universitari Oristano, il Liceo Scientifico Mariano IV , il Liceo Classico De Castro, l’associazione Heuristic e la rassegna letteraria Leggendo ancora insieme, l‘IMC – Centro Marino Internazionale ONLUS di Torregrande (Or) e l’AMP, Area Marina Protetta Penisola del Sinis-Isola di Mal di Ventre, e con il patrocinio del Comune di Oristano.

Il Festival dopo gli appuntamenti di Cagliari, Nuoro, Siniscola e Oristano prosegue poi la sua diffusione nel territorio sardo con altre edizioni locali come già avvenuto negli anni passati a Isili – Sarcidano e Iglesias.

Insulti e diffamazioni, ecco la politica attuale.

La svolta nasce a metà degli anni novanta, dopo la rivoluzione di tangentopoli che è stata, e resta, la vera subcultura che ha distrutto e liquidato la politica. Il nemico va annientato: ecco il messaggio o, meglio ancora, il programma della subentrante barbarie antipolitica.

Insomma, insulti, attacchi personali, distruzione sistematica delle persone, diffamazioni e semi diffamazioni, pianificazioni sofisticatissime per criminalizzare politicamente, e non solo politicamente, il nemico. In altre parole, come distruggere le persone sgradite. Sarebbe questo il lascito concreto del tanto decantato ed esaltato populismo di marca grillina che ha caratterizzato il nostro paese per molti anni? Cosa è rimasto della antica e, verrebbe da dire, nobile politica della bistrattata ed odiata Prima Repubblica? Certo, anche in quella lunga stagione gli attacchi personali erano di moda. Basti pensare, per fare un solo esempio concreto a me caro e più conosciuto, agli attacchi ripetuti e alla carovana di insulti e di ogni sorta di demolizione della persona che i comunisti italiani hanno sempre rovesciato addosso ad un leader e ad uno statista democratico cristiano come Carlo Donat-Cattin. Per il suo progetto politico e per le idee che manifestava con coraggio e determinazione nel concreto dibattito politico italiano. Per non parlare di molti altri leader democristiani…..

Ma, se non altro, accanto ai vomitevoli e sempre deprecabili attacchi personali, in quella stagione prevaleva quasi sempre la politica. Ovvero, la politica restava al centro della discussione e del confronto tra i vari leader e i partiti di riferimento.

La vera svolta nasce a metà degli anni novanta, dopo la rivoluzione di tangentopoli e la preparazione del terreno populista che è stata, e resta, la vera subcultura che ha distrutto e liquidato la politica creando le condizioni per ridurre la politica stessa a puro scontro personale. Il nemico va annientato. Punto. E il grillismo e chi lo ha fiancheggiato – e sono tantissimi, soprattutto sul versante dell’informazione – è stato il motore decisivo che ha brutalizzato la politica. Tutta la politica. Perchè ormai l’annientamento del nemico – tra i partiti e all’interno stesso dei partiti – è diventata l’unica regola che disciplina i rapporti personali. E chi lo nega o è un ingenuo o, com’è evidente a tutti, è un ipocrita. Una cultura, cioè, che ha contagiato lo scenario pubblico italiano. Tanto a livello nazionale quanto a livello locale.

Non c’è quindi da stupirsi di ciò che leggiamo oggi attorno all’ultima polemica tra il “Fatto quotidiano” e Renzi o a mille altri casi a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi. Verrebbe quasi da dire, commentando il rapporto epistolare e questo scambio violento di dichiarazioni e di accuse, “è la politica bellezza”. Perchè, in effetti la politica oggi è prevalentemente questo. Ma ci ricordiamo ancora, per fare un solo esempio, ciò che hanno detto, urlato, scritto e giurato per anni in tutte le piazze italiane i grillini? Credo sia inutile ricordarlo perchè è ancora nella mente di tutti quelli che hanno un briciolo di memoria storica. Certo, adesso hanno avuto una misteriosa conversione politica, improvvisa e collettiva e, tutti come un sol uomo, si sono ravveduti per tutto quello che hanno detto, urlato, scritto e giurato per svariati lustri. Ovviamente è una bufala utile per i gonzi che vogliono cadere nella trappola. E questo per una ragione semplice, anzi persin banale. Il dna di un partito non cambia da un giorno all’altro ma è il concentrato di un modo d’essere che ti ha caratterizzato sin dall’inizio della tua esperienza. E per lunghi anni. E visto che i protagonisti politici di questo partito sono sempre gli stessi, è curioso che la conversione politica coincida per tutti nello stesso giorno, nello stesso mese e nello stesso anno….

Ora, al di là di questa sceneggiata, quello che caratterizza concretamente la politica contemporanea è che, purtroppo, domina l’insulto e l’attacco personale. Altrochè il “nulla della politica” denunciato da Martinazzoli a metà degli anni duemila. Qui ci troviamo di fronte ad un imbarbarimento dello stesso linguaggio politico che riduce la politica ad uno scontro permanente dove il vincitore finale è quello che riesce a distruggere meglio il proprio nemico. Con tanti saluti alla cultura politica, ai riferimenti ideali, alla buona educazione e al rispetto delle persone.

Anche per questo elemento e per questa profonda caduta di stile, è sempre più necessario ed indispensabile recuperare quelle culture politiche che concepiscono la politica come confronto continuo ed incessante fra ricette programmatiche contrapposte se non alternative ma sempre nel rispetto rigoroso delle persone e di ciò che rappresentano. Ma per cercare di raggiungere quel risultato e ritornare a quei tempi, si deve sconfiggere definitivamente ed irreversibilmente il populismo e chi continua a cavalcarlo e a inverarlo nella società contemporanea. Se il populismo persiste, come oggi è, sarà difficile, molto difficile, uscire da questo tunnel. Con esiti imprevedibili per il futuro della nostra democrazia e le stesse istituzioni democratiche.

Colletti vs Maritain. L’umanesimo integrale, secondo una critica di tipo laico-illuminista, non è un umanesimo liberale.

Nel convegno organizzato nel 1992, a quarant’anni dalla pubblicazione in italiano de «L’uomo e lo Stato», dall’Istituto Italiano Jacques Maritain e dall’Istituto Suor Orsola Benincasa, Lucio Colletti formulava questa critica al pensiero del filosofo cattolico francese. Il testo qui riportato è uno stralcio dell’intervento svolto all’epoca, e precisamente la parte finale. Vale la pena tenerne conto in vista dell’imminente e analogo convegno, stavolta a settant’anni dalla pubblicazione del libro, in programma a Roma nei prossimi giorni (18-19 novembre 2021).

Lucio Colletti

Per il liberalismo, i poteri, com’è noto, sono e debbono essere molteplici e diversi. Ammettere la «sovranità» al singolare, renderebbe impossibile sfuggire agli sviluppi che ne trassero due pensatori assolutisti: Hobbes e Rousseau. Mi chiedo, tuttavia, se la negazione del concetto di «sovranità» abbia lo stesso significato in Locke e Maritain. In due parole, il dubbio è che, in Maritain, quella negazione significhi piuttosto il rifiuto a riconoscere il potere dello Stato.

È questo il motivo a cui si riannodano tutte le perplessità che Maritain può suscitare in una persona della mia formazione, la quale, per di più, si trovi a non essere credente. La domanda, che mi pongo, è fino a qual punto sia effettivamente garantito, in Maritain, il pluralismo liberale. 

A prima vista, parrebbe che non ci fossero problemi. Maritain si richiama infatti a una filosofia del diritto naturale; ed è noto a tutti come anche il liberalismo, almeno nelle sue lontane origini in Locke, affondi le sue radici in presupposti analoghi. Tuttavia vi è differenza tra il giusnaturalismo utilitaristico e quello cattolico. In Maritain il diritto di natura discende da un’ontologia dei valori che rimanda, seppure alla lontana, alla metafisica tomista. Mi domando ora fino a che punto tale concezione sia conciliabile con le posizioni -ahimé quanto rare in Italia -del cattolicesimo liberale (che è altra cosa, sia consentito dirlo, dalle idee di molti «cattolici democratici»). 

Il punto del mio dissenso è tutto qui. In Maritain, la filosofia politica è tutta ancorata alla legge naturale. Ma, poiché tale legge è un riflesso di quella divina, così com’è statuita nei testi sacri, ne deriva che per lui possano esservi leggi, le quali, pur deliberate nei modi più democratici, non meritino obbedienza perché non conformi al volere dell’Ente supremo, secondo l’interpretazione della Chiesa. È da questo punto di vista che Maritain non offre garanzie alla libertà dei non credenti. Mi spiego con un esempio. Saremmo tutti con i cattolici a difendere la loro libertà contro uno Stato che volesse imporre loro l’obbligo dell’aborto. Dubito che sia vera la reciproca. Cioè che, in linea col pensiero di Maritain, un cattolico possa riconoscere il diritto di un non credente ad abbracciare la pratica dell’aborto. Ma se, come credo, cosl è, è evidente che all’umanesimo integrale di Maritain verrebbe a mancare il requisito essenziale di essere un umanesimo liberale. 

 

(Tratto da L. Colletti, Il problema del pluralismo in Maritain, in AA.VV., Stato democratico e personalismo, Atti del Convegno Nazionale di Studio per il XL de «L’uomo e lo Stato» di J. Maritain, Napoli, 28/2-1/31992, a cura di Giancarlo Galeazzi, Vita e Pensiero, 1995, pp. 130-131).

Locandina del convegno del 18/19 novembre 2021

https://istituto.maritain.net/IIJM-Brochure_l_uomo_e_lo_Stato_2021.pdf?c519ce&c519ce

Cattolici in dialogo. «Non possono essere assenti in politica e sui grandi temi sociali». L’incontro di Milano.

Presso la Fondazione San Fedele, per l’avvio della seconda sessione del percorso socio-politico 2021, si sono confrontati, in una serata inedita (venerdì 12 novembre), i presidenti nazionali di Azione Cattolica, delle Acli e della Fraternità di Comunione e Liberazione. La cronaca dell’incontro è tratta dal sito della Diocesi di Milano.

Annamaria Braccini

I segni dei tempi e il dovere di interpretarli, tornando a essere presenza attiva all’interno di una società complessa che, mai come oggi, richiede il ruolo dei cattolici, al di là di individualismi e steccati ormai anacronistici. Presso la Fondazione culturale San Fedele, per l’avvio della seconda sessione del percorso socio-politico 2021 proposto dalla Diocesi di Milano con il titolo “Fratelli tutti. Una politica che coltivi la fraternità e l’amicizia sociale”, si parla di dialogo e di futuro, ma a fare la differenza sono i tre relatori chiamati a confrontarsi in una serata, per molti versi inedita, dedicata a “La migliore politica. Come alcune associazioni e movimenti rileggono la Fratelli tutti”.


Infatti, per il dibattito, moderato da don Walter Magnoni, responsabile della Pastorale sociale della Diocesi, sono l’uno accanto all’altro, Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione Cattolica Italiana, Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli e Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Impegnati a definire, a partire dal cammino delle rispettive realtà, analisi del presente e speranze in un incontro che monsignor Luca Bressan, vicario episcopale di Settore, definisce «inedito», anzitutto, perché «tre grandi realtà ecclesiali, rappresentate dalle figure che le guidano, non solo dialogano, ma si mettono nella posizione di docenti per una Diocesi che vuole imparare». 

Laddove «ormai si denuncia l’assenza del mondo cattolico dalla politica, ma se ne chiede la presenza su grandi temi come il fine vita – prosegue Bressan – si sente il bisogno anche di un pensiero cristiano dentro il governo del mondo. Basti pensare al modo mesto con cui abbiamo dichiarato agli afghani quanto poco ci importa di loro. Occorre una politica che faccia sentire tutti fratelli». Un impegno da vivere con lo stile dell’ascolto indicato, già 35 anni fa, dal cardinale Carlo Maria Martini nel convegno “Farsi prossimo”, svoltosi ad Assago dal 20 al 22 novembre 1986 e che ha portato, nella Chiesa di Milano, a promuovere da tempo il Coordinamento delle Associazioni e Movimenti.

Il dialogo
Tra domande e risposte, partendo dalla Fratelli tutti, si articola la serata, cui prendono parte politici locali, persone impegnate nelle realtà sociali ed ecclesiali del territorio, laici e sacerdoti. Non manca monsignor Giuseppe Merisi, vescovo emerito di Lodi e da sempre attento osservatore di questioni politiche e sociali.


Emiliano Manfredonia si sofferma sulla deriva individualistica del nostro tessuto sociale e su quanto la pandemia abbia inciso. «Leggere le pagine del Papa ci aiuta ad affrontare le sfide, a essere all’altezza del nostro compito di cristiani».


«L’Enciclica è stato un dono straordinario, specie in questo momento di pandemia, perché ci ha offerto parole per capire meglio ciò che abbiamo vissuto», osserva il presidente dell’Azione Cattolica, che sottolinea 2 termini-chiave. «Il futuro con l’invito ad andare oltre per dare senso alla nostra convivenza civile, perché dobbiamo vedere la grande transizione in atto dal punto di vista di un cambiamento profondo, come si è visto nella Settimana sociale dei Cattolici italiani di Taranto e nella Cop 26, e non di un semplice restyling di riforme di corto respiro. Questo porta con sé una conversione, un organizzare la speranza come scriveva don Tonino Bello, con un’espressione ripresa dal Papa. Bisogna fare in modo che le nostre organizzazioni siano “antifragili”, ossia capaci di fare della crisi un’occasione di crescita».


E, poi, naturalmente la politica «quella con la P maiuscola, ragionando politicamente e andando oltre lo scontro muscolare che impedisce alla stessa politica di realizzare il suo compito, essere il luogo del confronto. Dobbiamo camminare e ed elaborare insieme».


Per Carrón, che evidenzia come «Cl abbia accolto la Fratelli tutti all’interno di un percorso educativo», la questione è chiedersi cosa ci renda fratelli. «Non è scontato nemmeno per noi cristiani essere fratelli. Il metodo per vincere i nostri schemi è il Vangelo, sentirci uno in Cristo, riconoscendo la grazia che abbiamo ricevuto con il Signore».


Con la seconda domanda, relativa all’interpretazione dei segni dei tempi – che, tradotto dal linguaggio tipicamente ecclesiale, significa chiedersi su quali questioni sociali e politiche occorre essere presenti – si entra nel vivo e ben lo si comprende dalle risposte.


Notarstefano: «È importante immergersi nella lettura del tempo, resistendo alla tentazione della nostalgia del passato, non accontentandosi di risposte immediate che sfuggono di fronte alla complessità, ma valutando la visione poliedrica della realtà. Siamo convinti che la storia sia un luogo teologico e che, quindi, su certi temi non possiamo essere timidi. Dobbiamo scommettere sul protagonismo dei giovani». Come a dire: «l’annuncio cristiano ha una dimensione ineludibilmente sociale» cui il cammino sinodale può imprimere nuova e profetica forza.

Carrón, colpito dal disinteresse per le recenti elezioni amministrative, aggiunge: «È un segno dei tempi da non sottovalutare, così come l’apatia di fronte al lavoro. La risposta non può essere solo un appello etico, ma si deve proporre qualcosa di attraente che smuova da tali atteggiamenti ridestando interesse per la vita sociale. È questa una delle responsabilità della politica, perché se la vita comune non è percepita come un bene, ma solo come uno sforzo etico, non si risvegliano i cuori; se non risuona in noi la musica della fede, come insegna il Papa, sarà difficile poter dare un nostro contributo».

Manfredonia: «Lo sguardo della Fratelli tutti rivolto alla realtà odierna è impietoso: impietoso sulla politica marketing, su una comunicazione che informa su tutto, ma rende indifferenti, su una commozione momentanea che non diventa mai pietà vera. Il non voto è la fine di un percorso, di un patto tradito tra il cittadino è la società. Lo sviluppo tecnico-economico, che punta solo sulla crescita continua, è spesso costruito su persone che muoiono, perché considerate degli scarti. Il cristiano non può essere indifferente».

Il pensiero va ancora ai giovani e alla denatalità come temi «su cui la politica può avere ancora uno sguardo lungo e dove dobbiamo farci sentire e ascoltare nel segno di un’amicizia, non di un’appartenenza necessariamente legata agli schieramenti politici».

Infine, don Magnoni richiama il cardinale Angelo Scola e quella “pluriformità nell’unità” che è stata una delle vie maestre dell’Episcopato milanese dell’attuale Arcivescovo emerito «su cui la Diocesi e le associazioni hanno lavorato, pur venendo da storie diverse nella logica della sinodalità da compiere».

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https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/cattolici-in-dialogo-non-possiamo-essere-assenti-in-politica-e-sui-grandi-temi-sociali-480670.html

Associazioni e comunicazioni. Copercom, il neo presidente Di Battista: “Trovare un terreno comune per parlarci” (AgenSIR).

Giornalista di lungo corso, è stato eletto ieri alla guida del Coordinamento che rappresenta 29 associazioni del settore della comunicazione che hanno in comune l’ispirazione cristiana. Come invita a fare il Papa nel suo Messaggio in occasione della prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, Di Battista intende ascoltare le tante anime che compongono l’organismo mettendosi in relazione anche con gli altri media.

Elisabetta Gramolini

Un giornalista di lungo corso, con la passione della scienza e della meteorologia, che ha alle spalle anche delle incursioni nella ricerca sul campo riguardo ad un tema attualissimo come il cambiamento climatico. È Stefano Di Battista (61 anni), eletto nuovo presidente del Copercom ieri a Roma. Da 25 anni, il Coordinamento rappresenta 29 associazioni del settore della comunicazione che hanno in comune l’ispirazione cristiana. Come invita a fare il Papa nel suo Messaggio in occasione della prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, Di Battista intende ascoltare le tante anime che compongono l’organismo mettendosi in relazione anche con gli altri media.

Nel suo primo messaggio da presidente ha detto di volersi porre “nella prospettiva dell’ascolto e del recupero dell’identità” del Coordinamento. Qual è secondo lei oggi l’identità del Copercom?

Il Copercom è stato fondato 25 anni fa. La comunicazione nel frattempo ha subito uno stravolgimento. Ieri mattina (venerdì 12 novembre, ndr) sia il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, sia il direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della Cei, Vincenzo Corrado, hanno ricordato le parole del Papa che ha invocato un cambio di paradigma. Vanno quindi rivisti i fondamenti. Cosa comunicare oggi? Con quali modalità? E soprattutto, le 29 realtà che fanno parte del Copercom cosa hanno in comune da dire al resto del mondo ma innanzitutto a loro stesse? La comunicazione si gioca sempre su un intra e un extra: cosa abbiamo da dirci fra di noi? Al di là delle attività coltivate da ognuno non è così scontato che si trovi un terreno comune per parlarci.

Prima di tutto dobbiamo conoscerci di più.

Questo intento come si tradurrà?

Farò un’indagine conoscitiva con i vari presidenti anche sul piano dei numeri. Queste 29 associazioni che popolo rappresentano quantitativamente? Non è una questione al fine di fare lobbying. Rispetto alla narrazione che va per la maggiore sugli organi di informazione, l’ispirazione cristiana è minoritaria ma una certa potenzialità esiste anche se è dispersa. Uno dei compiti del Copercom dovrebbe essere recuperarla in un’ottica di sinodalità. Il Sinodo è appena cominciato e in questo tempo il Copercom cercherà di fare la sua parte.

Ha dei riferimenti nello svolgimento di questa attività?

Ci sono tre personaggi che faranno da filo conduttore per me in questo nuovo ruolo al Copercom. Il primo è mons. Domenico Pompili, che ho incontrato per la prima volta nel 2011 quando allora era segretario della Cei. Il secondo è l’ex presidente per due mandati, Domenico Delle Foglie, e poi l’uscente, Massimiliano Padula. Loro mi hanno dato delle coordinate su cui vedrò di costruire la mia esperienza per i prossimi tre anni. Anche con Delle Foglie ci ponevamo la questione dello scambio con gli altri giornali non di ispirazione cattolica. Non penso che il coordinamento debba essere diverso dagli altri ma deve cercare di mettersi in relazione con gli altri.

È un compito arduo, quasi impossibile ma spero che lo Spirito Santo mi dia una mano.

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https://www.agensir.it/italia/2021/11/13/copercom-il-neo-presidente-di-battista-trovare-un-terreno-comune-per-parlarci/

 

Cos’è il popolo? E quale il suo potere? Lo spunto offerto da Maritain.

In vista del convegno “A settant’anni da L’uomo e lo Stato”,  che si svolgerà online a Roma, Trieste e Cassino e in formula mista a Potenza il 18 e 19 novembre p.v., riteniamo utile riportare un breve stralcio del libro in cui il pensatore cattolico, molto influente in Italia nel secondo dopoguerra come filosofo di riferimento della classe dirigente cattolica e democristiana, definisce il concetto di popolo nelle sue implicazioni politiche e giuridiche.

Jacques Maritain

Abbiamo posto in discussione la nazione, il corpo politico, lo Stato – ed ora cos’è il popolo? Ho appena detto che il popolo non è sovrano nel senso vero di questa parola. Perché nel suo senso autentico il concetto di sovra

Abbiamo posto in discussione la nazione, il corpo politico, Io Stato – ed ora che cosa è il popolo? Ho appena detto che il popolo non è sovrano nel senso vero di questa parola. Perché nel suo senso autentico il concetto di sovranità si riferisce ad un potere e ad un’indipendenza che sono supreme separatarnente e al disopra del tutto guidate dal re. E’ ovvio che il potere e l’indipendema del popolo non sono supremi separatamente e al disopra del popolo stesso. In quanto al popolo e al corpo politico, dobbiamo dire non che sono sovrani, ma che hanno diritto naturale ad una piena autonomia o ad un auto-governo. 

Il popolo esercita questo diritto quando stabilisce la Costituzione, scritta o no, del corpo politico, o quando, in un piccolo gruppo politico, si riunisce per fare una legge o prendere una decisione; o quando elegge i suoi rappresentanti. 

Questo diritto rimane sempre in lui. E’ in virtù di ciò che il popolo controlla lo Stato e i suoi funzionari amministrativi. In virtù di questo diritto il popolo trasmette a coloro che sono designati a curare il bene comune, il diritto di far leggi e di governare, cosicchè investendo quegli uomini particolari di autorità, con certi limiti fissi di durata e di potere, il vero esercizio del diritto all’autogoverno, restringe allo stesso limite il suo esercizio ulteriore, ma non fa cessare o diminuire in nessun modo il possesso di questi diritti. 

Le persone umane investite del potere esecutivo sono (nel più stretto senso della parola «governanti») l’organo che governa nello Stato, perché il popolo li ha creati, nel corpo politico, deputati del tutto. Tutto questo concorda pienamente con le nostre conclusioni che la più vera espressione che riguarda il regime democratico non è «la sovranità del popolo», è il detto di Lincoln «il governo del popolo, dal popolo, pel popolo». Questo significa che il popolo è governato da uomini che si è scelti ed a cui ha affidato il diritto di comandare, per funzioni di natura e durata determinate e sopra la cui amministrazione esso popolo mantiene un controllo regolare in luogo e per mezzo dei propri rappresentanti e delle assemblee così costituite. 

(J. Maritain, L’uomo e lo Stato, Vita e Penasiero, 1975, pp. 30-31)

Per i dettagli del convegno

https://ildomaniditalia.eu/a-settantanni-da-luomo-e-lo-stato-di-jacques-maritain-lattualita-di-una-nuova-sovranita-nellepoca-dei-sovranismi/

La regola. L’Osservatore Romano pubblica un estratto del discorso (1988) di Brodskij a un gruppo di universitari americani. 

Tra i diversi importanti anniversari del 2021 (i due secoli della nascita di Dostoevskij, i sette secoli dalla morte di Dante, il centenario della nascita di Sciascia) ricorre quest’anno anche il 25° della morte di Iosif Brodskij. Per ricordare questo quarto di secolo trascorso dalla scomparsa di un classico, che pure è così vicino a noi, si presenta l’estratto di un discorso, che contiene quella che è conosciuta come «la regola di vita» di Brodskij. Fu pronunciato ad Ann-Harbor davanti ai laureandi dell’università del Michigan il 18 dicembre del 1988. La traduzione dal russo è di Lucio Coco ed è tratta dall’edizione russa delle opere: «I.A. Brodskij, Reč’ na stadione» (“Discorso allo stadio”), in «Sočinenija», t.6, Sankt-Peterburg, 2003, pp. 112-119.

 

Iosif Brodskij 

PRIMO PUNTO. Adesso e in seguito, io credo abbia senso concentrarsi sulla precisione della vostra lingua. Cercate di ampliare il vostro vocabolario e di rifarvi ad esso come se aveste a che fare con il vostro conto in banca. Dedicategli una grande attenzione e cercate di rendere maggiore il vostro dividendo. Lo scopo non è di migliorare il vostro eloquio o il vostro successo professionale — benché in seguito anche questo sia possibile — né di trasformarvi in saputelli da salotto. Lo scopo sta nel fatto di darvi la possibilità di esprimervi nel modo più completo e puntuale possibile: in una parola, lo scopo è il vostro equilibrio. Infatti l’accumulazione del non detto, del non espresso può portare propriamente alla nevrosi. Per riuscirvi non bisogna necessariamente trasformarsi in topi di biblioteca. Basta solo procurarsi un vocabolario e leggerlo ogni giorno e, talvolta, anche un libro di poesie…

SECONDO PUNTO . Adesso e in seguito cercate di essere buoni con i vostri genitori. Se questo vi sembra troppo simile a «Onora tuo padre e tua madre», beh pazienza! Io voglio solo dire: cercate di non mettervi contro di loro. Con molta probabilità moriranno prima di voi, per cui potrete risparmiarvi se non il dolore almeno il senso di colpa. Se proprio vi dovete ribellare, fatelo contro quelli che non è tanto facile ferire. I genitori sono un bersaglio troppo vicino (lo stesso dicasi per i fratelli, le sorelle, le mogli e i mariti): la distanza è tale che non potete mancarli.

TERZO PUNTO . Cercate di non fare troppo affidamento sui politici, non perché siano stolti e disonesti, come spesso accade, ma per la mole del loro lavoro, che risulta essere troppo grande anche per i migliori tra loro, e [non contate] neppure su questo o quel partito politico, sistema, dottrina o sui loro programmi. Possono nel migliore dei casi ridurre alquanto il malessere sociale ma non debellarlo. Per quanto la persona che avete eletto abbia promesso di dividere correttamente la torta, non crescerà di dimensioni, anzi necessariamente le porzioni saranno più piccole. Alla luce, o meglio all’oscurità di ciò, dovete basarvi sulla cucina di casa vostra, cioè gestire da voi il mondo, almeno per quella parte che è nella vostra disponibilità e che si trova nel vostro raggio d’azione.

QUARTO PUNTO . Cercate di non mettervi in evidenza, cercate di essere umili. Già adesso siamo in troppi e molto presto saremo molti di più. Questa scalata per un posto al sole necessariamente va a scapito di altri che non la faranno. Il fatto che vi accada di pestare i piedi a qualcuno non vuol dire che dobbiate salire anche sulle sue spalle. In generale c’è sempre qualcosa di sgradevole nello stare meglio del tuo simile, in particolare quando questi simili sono miliardi.

QUINTO PUNTO . Vi consiglierei anche di abbassare la voce ma ho paura che pensiate che stia andando molto oltre. Tuttavia ricordate che a fianco a voi c’è sempre qualcuno: il prossimo. Nessuno vi chiede di amarlo ma cercate di non recargli troppa noia e di non procurargli del male.

SESTO PUNTO . In ogni modo evitate di attribuirvi lo stato di vittime. Tra tutte le parti del corpo state più attenti al vostro dito indice; esso infatti ha sete di denuncia. Un dito puntato è il segno della vittima. In contrapposizione al medio e all’indice divaricati in segno di vittoria, l’indice puntato è sinonimo di resa. Per quanto sia atroce la vostra condizione cercate di non accusare di questo forze esterne: la storia, lo stato, i superiori, la razza, i genitori, le fasi della luna, l’infanzia, lo svezzamento, eccetera. Nel momento infatti in cui voi riponete la colpa in qualcosa indebolite l’intima determinazione a cambiare alcunché. È possibile anche affermare che quel dito assetato di denuncia oscilli così accanitamente perché questa determinazione non è sufficientemente solida.

SETTIMO PUNTO . In generale cercate di apprezzare la vita non solo per il suo fascino ma anche per le sue difficoltà. Fanno parte del gioco e ciò che vi è di buono in esse è che non ingannano. Ogni volta, quando siete nella disperazione o al limite della disperazione, quando avete dei guai e degli intoppi, ricordate: questa è la vita che vi parla con l’unico linguaggio che lei conosce bene. Se vi può aiutare, cercate di ricordare che la dignità umana è un concetto assoluto e non relativo e che essa non dipende da particolari appelli ma è basata sulla negazione dell’ovvio.

OTTAVO PUNTO . Il mondo nel quale state per entrare non ha una buona reputazione; è migliore dal punto di vista geografico che storico; è ancora più attraente sotto il profilo visivo che sociale. Non è un posticino carino come voi presto scoprirete e dubito che sarà diventato molto più gradevole quando lo abbandonerete. Nondimeno è l’unico mondo che abbiamo a disposizione: non c’è alternativa, ma anche se ci fosse ciò non è una garanzia che sarebbe meglio di questo. Là fuori è la giungla, ci sono deserti, chine scivolose, paludi eccetera — in senso letterale e, ciò che è peggio, anche metaforico. Tuttavia, come ha detto Robert Frost: «La migliore via d’uscita è sempre buttarsi dentro». E ancora ha detto, in verità in un’altra poesia, che «vivere nella società significa perdonare».

NONO PUNTO . Cercate di non prestare attenzione a quelli che provano a rendere la vostra vita infelice. Saranno molti, tanto in veste ufficiale quanto autoproclamatisi tali. Sopportateli, se non potete evitarli, ma appena ve ne sbarazzate dimenticatevene rapidamente. Soprattutto non raccontate la storia dell’ingiusto trattamento che avete subito. Rifuggite da ciò, non importa quanto sia comprensivo il vostro uditorio. Quello che i vostri avversari fanno acquista il suo significato o importanza dal modo in cui voi reagite a esso. Quindi passate oltre o più in là di loro come se foste davanti a un semaforo giallo e non rosso.

DECIMO PUNTO . È meglio che mi fermi qui. Io sarò felice, se voi considererete utile quello che ho detto. Se non lo è, ciò dimostra che siete preparati per il futuro molto meglio di quanto ci si potrebbe attendere da quelli della vostra età. Cosa che, io credo, è motivo di gioia, non di apprensione. In ogni caso — che voi siate ben preparati oppure no — vi auguro buona fortuna perché anche così voi avete davanti non una vacanza e vi ci vuole fortuna. Tuttavia io credo che ce la farete.

 

(Il testo, riprodotto qui per gentile concessione, è stato pubblicato sul quotidiano ufficioso della Santa Sede il 12 novembre)

A proposito del sondaggio di Ilvo Diamanti. Cosa rappresenta o significa il primato del Pd? 

L’Osservatorio del sociologo Ilvo Diamanti ha fornito ieri buone notizie per il Nazareno. Secondo l’ultima rilevazione, pubblicata sulle pagine di “Repubblica”, il Pd è in testa nelle preferenze elettorali degli italiani. Non si tratta, però, di una notizia priva di elementi di criticità. In effetti, il dato riconsegna il partito di Letta a una percentuale, poco sopra il 20 per cento, non combaciante con le ambizioni di una forza politica concepita in origine come architrave di un vasto e articolato schieramento di centro-sinistra. L’autore in questa breve nota mette in evidenza il “problema” di un Pd impigrito nelle sue (limitate) sicurezze, tanto da configurarsi come rifugio della sinistra tradizionale, senza effettive e concrete aperture nei riguardi di un elettorato che intende coniugare in una logica di valorizzazione del centro tanto il progresso, quanto la solidarietà.  

 

Il Pd attuale al 20% fa comodo a tanta gente. 

Un Pd di sinistra chiara e forte, come cerca di essere oggi, appaga le anime belle del centrosinistra, garantisce il ceto politico di riferimento e non crea squilibri nel sistema. 

Un Pd poco caratterizzato sul programma riesce a governare sempre e con tutti, con Conte, con il m5s, con Berlusconi, con Salvini, con la Meloni no perché si è chiamata fuori lei. 

A livello locale riesce a formare coalizioni che spesso vincono.

A livello sociale non ha un particolare blocco di riferimento, tranne i garantiti, pensionati e dipendenti pubblici; e perciò può far finta di parlare con tutti e garantire la pace sociale. 

Riesce benissimo ad amministrare il declino del paese da 15 anni e prima lo facevano bene anche I suoi azionisti di riferimento. 

Chi vorrebbe turbare questo “idillio” ?

Fare un congresso per ricostruire un partito a vocazione maggioritaria, con tutti dentro senza azionisti di riferimento, su posizioni di liberalismo inclusivo o socialismo liberale o popolarismo sociale creerebbe un sacco di problemi. 

A chi conviene?

Converrebbe al paese e alle nuove generazioni ma queste votano poco o ancora non votano. E sui tempi lunghi, come diceva Keynes, saremo tutti morti.

 

(Tratto da una chat di riformisti di Roma, iscritti e non iscritti al Pd) 

 

Kyoto sull’orlo della bancarotta senza i turisti (AsiaNews)

Il turismo nell’ex capitale dell’impero giapponese è calato dell’88% nel 2020. Il deficit per l’anno fiscale in corso ammonta a circa 383 miliardi di euro. ll sindaco cerca di evitare il fallimento con un piano di ristrutturazione, che però è stato considerato poco ambizioso.

AsiaNews 

La città di Kyoto attende il ritorno dei turisti per sistemare le proprie finanze. Il calo prolungato del turismo, diminuito dell’88% nel 2020 rispetto al 2019, sta pesando sulle casse dell’ex capitale dell’impero giapponese, tanto da costringere il sindaco Daisaku Kadokawa a ventilare “la possibilità di dichiarare la bancarotta nel prossimo decennio”. Come fa notare Le Monde, il deficit per l’anno fiscale che si concluderà a marzo 2022 dovrebbe aggirarsi intorno ai 50 miliardi di yen (circa 383 milioni di euro), i quali si aggiungeranno agli 860 miliardi di yen di debito accumulato. Se la tendenza continua, le perdite annuali potrebbero raggiungere i 260 miliardi di yen nel 2025.

Al momento la presenza dei turisti negli hotel non raggiunge nemmeno un terzo del dato del 2019 e l’inverno non pare sarà migliore: il governo ha rinviato a febbraio 2022 il programma di sostegno al turismo “Go To Travel”, attualmente in fase di riprogettazione “per essere reso più sicuro dal punto di vista sanitario”, secondo le parole del premier Fumio Kishida. Ai visitatori stranieri, compresi gli studenti internazionali, continua a essere vietato l’accesso all’arcipelago.

Il piano di ristrutturazione elaborato dal sindaco prevede di tagliare 550 posti di lavoro nell’amministrazione entro il 2025 e di ridurre l’assistenza sociale. Questo consentirebbe di risparmiare 160 miliardi di yen e di evitare che il governo centrale assuma la gestione della città come successo ad altri comuni. 

Altri problemi tuttavia permangono: l’amministrazione locale deve ancora ripagare una delle due linee metropolitane della città costruita nel 1997 e il cui numero di passeggeri resta al di sotto delle aspettative; le entrate sono limitate perché il 40% della popolazione è composto da studenti o persone sopra i 65 anni che non pagano quasi nessuna tassa. Anche i templi e i santuari sono esenti dall’imposta sugli immobili, mentre le machiya, le tradizionali case in legno (v. foto), godono di una tassazione inferiore.

Secondo i critici, Kyoto dovrebbe allentare la legislazione sull’edilizia che vieta la costruzione di edifici più alti di 31 metri, valore che si abbassa a 15 metri nel centro storico. “L’area intorno alla stazione centrale potrebbe essere sviluppata per incoraggiare nuovi investimenti”, ha detto il consigliere comunale Risa Emura. “Molti giovani vogliono lavorare a Kyoto, ma non riescono a trovare un buon lavoro. Per fare carriera se ne vanno”.

 

Bianco Quirinale. L’ex Dc sui pro (e contro) dell’opzione Draghi. Intervista all’ex Dc, già segretario del Ppi (formiche.net).

Con Draghi al Quirinale la politica torna a prendersi i suoi spazi, e l’Italia rimane sette anni sui binari europei. Mattarella sul podio dei migliori presidenti, ora lasciamolo in pace.

Gerardo Bianco risponde al telefono con un po’ di affanno. “Scusate, sto posando le buste del mercato”. Il mercato? “Sì, noi primorepubblicani andiamo ancora al mercato, guardiamo in faccia la gente. Veltroni dice che della Prima repubblica non bisogna avere nostalgia, mi permetto di dissentire”. Novant’anni, nove legislature alle spalle, una vita nella Dc, poi segretario del Partito popolare, Bianco ostenta disinteresse per i subbugli della politica italiana, “sono fuori da dieci anni”. In verità la fiamma brucia ancora, e infatti l’ex Dc sta seguendo con grande attenzione la madre di tutte le partite: le elezioni per il Quirinale.

Che idea si è fatto?

Si fidi di chi ne ha vista qualcuna: siamo ancora ai tatticismi, niente di più. I partiti esprimono ognuno i suoi desiderata, sapendo che rimarranno tali. Wishful thinking, dicono gli inglesi.

Insomma, siamo al già visto.

Sì, nel bene e nel male. Dovremmo ricordarci che veniamo fuori da un settennato straordinario. Mattarella per me è sul podio.

Con chi?

Ci metto Einaudi, e Ciampi. Tra i Dc, la palma va sicuramente a Mattarella. Da quando è salito al Colle ha sempre seguito il vero spirito della Costituzione. Oggi ci sono politici che parlano di semipresidenzialismo di fatto, abbiamo perso ogni cognizione.

Ce l’ha con Giancarlo Giorgetti?

Ma no, mi sta anche simpatico. Ce l’ho con questa mal riposta idea di presidenzialismo che la destra oggi, come un tempo l’Ulivo, continua ad abbracciare. Un’idea di Paese che vuole mettere in sordina i corpi intermedi per sostituirli con una struttura verticale di comando. Un’eutanasia democratica. 

Mattarella da parte sua continua a rifiutare il bis. Lo ha fatto di nuovo, ricordando la scelta di Giovanni Leone.

La posizione di Mattarella è di una linearità assoluta. Ha capito il gioco dei partiti. Chi lo prega di restare al Quirinale, chi parla di “una situazione d’eccezione”, lo fa per tatticismi di partito. Come chi in questi giorni fa il nome di Berlusconi.

Il Cavaliere ha zero chances?

È il primo a saperlo. Ma il suo nome potrebbe perfino tornare utile al centrodestra, compattare, almeno all’inizio, i gruppi parlamentari. Sappiamo però che al momento del voto segreto non ci sarà modo di tenerli compatti. Neanche con i vecchi metodi…

Quali?

Suvvia, da ex capogruppo so come funziona. Negli anni i partiti hanno cercato in tutti i modi di “sbirciare” il voto per il Capo dello Stato. Quando venne eletto Scalfaro, Tatarella, allora presidente del gruppo missino, temeva che alcuni dei suoi potessero votare Andreotti, e volle accertarsi dei voti di tutto il gruppo, uno ad uno.

Lei è stato protagonista di un’altra elezione, quella di Ciampi.

Non solo. Fui io a fare il suo nome per la presidenza del Consiglio, quando Prodi si tirò indietro.

Un tecnico prestato alla politica, un po’ come Mario Draghi. L’attuale premier ha il dna giusto per salire al Colle?

Sono figure profondamente diverse. Draghi ha tutti i dna, e certamente sarebbe un ottimo Capo dello Stato. Oggi, a dir la verità, vedo solo due scenari possibili.

Cioè?

Il primo: una soluzione ponte. Un nome concordato fra tutti i partiti che regga la presidenza della Repubblica per un periodo limitato. Dopotutto ci sono buone ragioni, giuridiche e politiche, per difendere la tesi: un Parlamento rinnovato, radicalmente cambiato, elegge un nuovo Presidente.

Altrimenti?

Altrimenti, e questa è la soluzione ottimale, un nuovo settennato di stabilità, con un Presidente scelto da tutti. Per me il nome ideale è Draghi. Con lui al Quirinale l’Italia viaggerebbe altri sette anni sui binari europei.

 

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https://formiche.net/2021/11/bianco-quirinale-draghi-mattarella/

Torna la politica, si archivia la rottamazione. L’opinione di Giorgio Merlo.

Il populismo ha demolito la politica. Ora, dopo anni, l’opinione pubblica ritorna ad apprezzare il merito, accantonando le semplificazioni. La qualità della classe dirigente si misura sui contenuti che esprime, sulla progettualità che sprigiona, sulla cultura politica che declina e, in ultimo, sulla rappresentanza sociale di cui è espressione.

Dunque, se dovesse ritornare la “politica dei partiti” – almeno così si spera dopo l’ubriacatura populista, qualunquista, antipolitica e giustizialista del partito di Grillo e di Conte che perdura, purtroppo, da alcuni anni – inesorabilmente dovrebbe essere archiviata definitivamente ed irreversibilmente qualunque sorta di “rottamazione”. Certo, quando si parla di rottamazione, cioè di come liquidare una classe dirigente di partito per poterla sostituire con la propria corrente e la propria cerchia di amici e conoscenti vari, il pensiero corre immediatamente a Renzi. Ma, come tutti ben sappiamo, i campioni indiscussi della liquidazione e della criminalizzazione politica della classe dirigente politica che li hanno preceduti sono stati indiscutibilmente i 5 Stelle. Poi molti altri partiti e movimenti hanno emulato quel malcostume e quella deriva profondamente antidemocratica e squisitamente antipolitica.

Ora, la stagione del populismo grillino dovrebbe arrivare presto al capolinea politico ed elettorale. Anche se la favoletta che tutti insieme, ed improvvisamente, hanno avuto una conversione politica e culturale che li ha portati – come un sol uomo – a rinnegare radicalmente tutto ciò che hanno predicato, urlato, giurato e scritto per svariati lustri non è granchè credibile e neanche troppo seria. Misteri profondi della politica. O meglio, un mistero che è frutto e prodotto del trasformismo politico e dell’opportunismo parlamentare che abbiamo potuto sperimentare dal 2018 in poi. Ma quello che conta rilevare, al di là delle vicende dei 5 Stelle, dei rottamatori vari e di tutti quelli che hanno avuto per anni come unico obiettivo la distruzione delle classi dirigenti del passato, è che il ritorno della politica e dei suoi strumenti principali, cioè i partiti, non può non contemplare la presenza anche e soprattutto di una classe dirigente di qualità. Cioè una classe dirigente preparata, competente, radicata a livello territoriale ed espressiva a livello sociale e culturale. Ovvero, l’esatta alternativa dello spettacolo a cui dobbiamo assistere quotidianamente. 

L’esempio più fresco e più clamoroso? Come il partito populista per eccellenza, cioè i 5 Stelle, si accingono ad aderire a livello europeo al gruppo del Pse. Pare quasi una barzelletta per come l’hanno giustificata e spiegata pubblicamente, dopo anni e anni di giudizi politici sferzanti – per non dire altro – su come consideravano e giudicavano politicamente quella esperienza. Insomma, una rinnovata qualità della politica passa anche e soprattutto attraverso una classe dirigente all’altezza della situazione. Non può esistere un salto di qualità della politica ed una inversione di rotta rispetto alla stagione del populismo anti politico e qualunquista se non fa capolino una classe dirigente altrettanto qualificata. Al di là della carta di identità, della novità, dell’uno vale uno o di corbellerie simili. 

La qualità della classe dirigente si misura sui contenuti che esprime, sulla progettualità che sprigiona, sulla cultura politica che declina e, in ultimo, sulla rappresentanza sociale di cui è espressione. Il resto, appunto, appartiene solo e soltanto alla propaganda, alla demagogia e al “nulla della politica” per dirla con Mino Martinazzoli. Cioè, alle varie rottamazioni che si sono succedute in questi ultimi anni e ai danni che hanno provocato nella caduta di credibilità della intera politica italiana.

 

Democrazia: provocazioni dal (mancato) voto locale. L’analisi di “Aggiornamenti Sociali”.

Riportiamo la parte centrale (“Non esiste un unico astensionismo”) dell’editoriale, a firma di Padre Giuseppe Riggio, che apre il numero di novembre della rivista dei gesuiti di Milano.

La ricerca delle possibili ragioni per spiegare la contrazione significativa nel numero dei votanti deve tenere in conto la complessità della realtà. Alcuni non vanno a votare per disaffezione e disillusione: non si riconoscono in nessuna delle proposte politiche presentate, ritenute distanti, screditate, “pubblicitarie”, ecc., per questo ritengono inutile esprimersi. Diversa è la situazione di coloro che non sono critici nei confronti della politica, ma pensano che il loro voto non possa realmente incidere, perciò decidono di non “sprecarlo”. Questo comportamento si può verificare quando si considera come già acquisito l’esito delle elezioni oppure quando si ritiene che non vi sia una grande differenza tra le proposte dei vari candidati e partiti, per cui la vittoria di uno o dell’altro non avrebbe significativi risvolti pratici. Poi vi sono coloro che sono semplicemente disinteressati ai temi politici o disinformati, a cui si aggiungono – ma costituiscono un caso a parte e fisiologico – quanti non possono recarsi al voto per ragioni oggettive (ad esempio, anziani, malati). Volti distinti di un unico fenomeno, che viene in genere riassunto con la parola “apatia”: di fronte a una situazione che non suscita (o non suscita più) nessun tipo di passione, si resta indifferenti e passivi, non si trova più nessuna spinta effettiva a compiere un’azione, in questo caso quella di votare. L’accento sull’apatia pone l’attenzione sui comportamenti dei cittadini, ma rischia di lasciare in ombra l’altro polo in gioco, quello dell’offerta politica e della sua qualità. In elezioni che non sono particolarmente contese, l’invito a “turarsi il naso” fatto nel 1976 da Indro Montenelli non ha nessuna presa. Perché andare a votare quando ritengo che i vari candidati siano scarsamente preparati? Perché dovrei essere obbligato a comprare un “prodotto” di scarsa qualità?

 

Diversa è l’astensione motivata dalla protesta, dalla sfiducia, dalla contestazione nei confronti del sistema istituzionale e politico nel suo insieme e sugli esiti delle politiche messe in atto. In questo caso le critiche hanno come obiettivo principale la classe dirigente, senza fare troppa distinzione tra quanti sono al governo, chiamati all’esercizio del potere, e coloro che sono all’opposizione, con il compito di dare voce ad altre visioni e soluzioni. L’insoddisfazione è tale che non si trova neanche una motivazione sufficiente per dare un voto di protesta a forze politiche che siano fuori dal “sistema”. L’astensione è allora il mezzo scelto per esprimere il proprio dissenso radicale nella sfera delle istituzioni, mentre le proteste nelle piazze danno voce, alle volte in modo convulso, a un malessere profondo.

 

Ci troviamo di fronte, pertanto, a fenomeni tra loro distinti, che si traducono in una scelta di astensione, più o meno consapevole secondo i vari casi. Nonostante questa varietà, si può comunque rintracciare un elemento di fondo comune: tanto l’astensionismo apatico quanto quello di protesta segnalano che è venuto meno un tassello essenziale perché il circuito democratico, in particolare la relazione tra cittadini e istituzioni, possa funzionare adeguatamente. Questo tassello assente può essere identificato nella fiducia nella politica, nell’adeguata informazione, nell’interesse per quanto accade nella propria città o nel proprio Paese… Però, in modo più radicale, ciò che è venuto a mancare è la percezione dell’importanza del proprio voto, che non è più ritenuto uno dei modi privilegiati per esprimere la propria voce nella società, per sostenere idee e soluzioni in cui si crede per interessi, bisogni e aspettative riconosciuti prioritari. Il crescente astensionismo certifica allora la sensazione di espropriazione della cittadinanza e di impotenza nutrita da quanti si sentono inascoltati e pensano che in ogni caso il loro voto non cambierebbe nulla, costretti a subire le conseguenze di decisioni prese sopra le loro teste. Una dinamica che si ritrova anche nei vari complottismi, che prendono sempre più forza nell’ultimo periodo e si alimentano proprio della sensazione di essere esclusi dai processi decisionali (cfr Riquer C., «Croyance et complotisme», in Ètudes, giugno-luglio [2021] 65-73).

 

Per saperne di più

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/democrazia-provocazioni-dal-mancato-voto-locale/

L’inesorabile questione demografica. Il punto sul settimanale della diocesi di Bergamo (santalessandro.org).

Un mondo dove ci sono pochi bambini non prevede investimenti in asili, scuole, insegnanti, palestre ma richiederà spazi sociali, case di riposo “ospedalizzate”, tutto un vivere ri-tarato per una popolazione anziana.

Nicola Salvagnin

L’Italia sembra non accorgersi che il suo problema principale nei prossimi anni non sarà il Pil altalenante, la questione sanitaria o le liberalizzazioni delle licenze taxi. Bensì la demografia. Non è un’opinione, ma la matematica a dirci che nel 2050 gli italiani saranno almeno 10 milioni meno di oggi, e a fine secolo staremo attorno ai 40 milioni di italiani residenti, rispetto ai quasi 60 di oggi.

In più, quegli italiani liofilizzati avranno un’età media da… casa di riposo. Non è solo una banale questione di chi pagherà le pensioni e l’assistenza a tutti questi anziani: è che – avanti così e considerando che dal 2008 il trend negativo è addirittura crescente di anno in anno – dovremo proprio ripensare l’intera struttura della società italiana.

Un mondo dove ci sono pochi bambini non prevede investimenti in maternità e pediatri, asili, scuole, insegnanti, palestre e strutture sportive. Richiederà invece spazi sociali, case di riposo “ospedalizzate”, tutto un vivere ri-tarato per una popolazione anziana. Che ha bisogno di servizi di prossimità, ad esempio, e non di enormi centri commerciali situati nelle lontane periferie.

Situazione irreversibile? A quanto pare sì. E delude il fatto che le enormi risorse che arriveranno attraverso il Pnrr stiano trovando molteplici direzioni, salvo quella di dare un decisivo sostegno alla maternità. Ripeto: decisivo sostegno, che significa determinare le condizioni per un decisivo cambio di rotta. Quindi non qualche ridicolo bonus bebè o una riformulazione degli assegni familiari che spostano le briciole da una parte del tavolo all’altra.

Si deve considerare che i figli sono il futuro, altrimenti è solo una più o meno rapida decadenza sempre più complicata, tra l’altro. Ma il punto non è la mancia da dare a chi vuole generare figli: è cambiare una mentalità per la quale fare figli è un’opzione messa alla pari con il comprarsi un animale domestico o farsi abbondanti vacanze all’estero.

 

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https://www.santalessandro.org/2021/11/12/linesorabile-questione-demografica/

Papa Francesco, “la casa comune europea non va sfregiata da odio e pregiudizi”.

Riportiamo il testo integrale del discorso che Papa Francesco ha pronunciato ieri in occasione dell’incontro in Vaticano con ai partecipanti a un convegno promosso dalla Fondazione Migrantes della Cei.

Grazie anche ai «milioni di emigranti italiani e di altri Paesi che stanno rinnovando il volto delle città», l’Europa sta diventando «un bel mosaico» e non dev’essere sfregiata o corrotta «con i pregiudizi o con quell’odio velato di perbenismo». Lo ha affermato Papa Francesco rivolgendosi ai partecipanti al convegno «Gli italiani in Europa e la missione cristiana» — promosso dalla Fondazione Migrantes della Cei — durante l’udienza svoltasi stamane, 11 novembre, nella Sala Clementina. Di seguito il testo del discorso pronunciato dal Pontefice.

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto e ringrazio il Card. Bassetti per le sue parole di saluto e di introduzione. Saluto il Segretario Generale della CEI , il Presidente della Fondazione Migrantes con il Direttore e i collaboratori, e rivolgo un grato saluto a tutti voi, sacerdoti e collaboratori pastorali, che siete al servizio delle comunità e delle missioni di lingua italiana in Europa.

Il tema che guida i lavori del vostro incontro è «Gli italiani in Europa e la missione cristiana». Vedo in questo, da una parte, la sollecitudine pastorale che spinge sempre a conoscere la realtà, in questo caso la mobilità italiana; e, dall’altra, il desiderio missionario che questa possa essere fermento, lievito di nuova evangelizzazione in Europa. In questo quadro, vorrei condividere tre riflessioni che spero possano aiutarvi nel presente e nel futuro.

La prima riguarda la mobilità, la migrazione. Spesso vediamo i migranti solo come “altri” da noi, come estranei. In realtà, anche leggendo i dati del fenomeno, scopriamo che i migranti sono una parte rilevante del “noi”, oltre che, nel caso degli emigranti italiani, delle persone a noi prossime: le nostre famiglie, i nostri giovani studenti, laureati, disoccupati, i nostri imprenditori. La migrazione italiana rivela — come scriveva il grande Vescovo Geremia Bonomelli, fondatore dell’Opera di assistenza degli emigranti in Europa e in Medio Oriente — un’“Italia figlia”, in cammino in Europa, soprattutto, e nel mondo. È una realtà che sento particolarmente vicina, in quanto anche la mia famiglia è emigrata in Argentina. Il “noi”, dunque, per leggere la mobilità.

La seconda riflessione interessa l’Europa. La lettura dell’emigrazione italiana nel Continente europeo ci deve rendere sempre più consapevoli che l’Europa è una casa comune. Anche la Chiesa in Europa non può non considerare i milioni di emigranti italiani e di altri Paesi che stanno rinnovando il volto delle città, dei Paesi. E, allo stesso tempo, stanno alimentando «il sogno di un’Europa unita, capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita» (Enc. Fratelli tutti, 10). È un bel mosaico, che non va sfregiato o corrotto con i pregiudizi o con quell’odio velato di perbenismo. L’Europa è chiamata a rivitalizzare nell’oggi la sua vocazione alla solidarietà nella sussidiarietà.

La terza riflessione riguarda la testimonianza di fede delle comunità di emigrati italiani in Paesi europei. Grazie alla loro radicata religiosità popolare hanno comunicato la gioia del Vangelo, hanno reso visibile la bellezza di essere comunità aperte e accoglienti, hanno condiviso i percorsi delle comunità cristiane locali. Uno stile di comunione e di missione ha caratterizzato la loro storia, e spero che potrà disegnare anche il loro futuro. Si tratta di un bellissimo filo che ci lega alla memoria delle nostre famiglie. Come non pensare ai nostri nonni emigrati e alla loro capacità di essere generativi anche sul piano della vita cristiana? È un’eredità da custodire e curare, trovando le vie che permettano di rivitalizzare l’annuncio e la testimonianza di fede. E questo dipende molto dal dialogo tra le generazioni: specialmente tra i nonni e i nipoti. Questo è molto importante, lo sottolineo: nonni e nipoti. Infatti, i giovani italiani che oggi si muovono in Europa sono molto diversi, sul piano della fede, dai loro nonni, eppure in genere sono molto legati ad essi. Ed è decisivo che rimangano attaccati alle radici: proprio nel momento in cui si trovano a vivere in altri contesti europei, è preziosa la linfa che attingono dalle radici, dai nonni, una linfa di valori umani e spirituali. Allora, se c’è questo dialogo tra le generazioni, tra i nonni e i nipoti, davvero «le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci […], particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 126).

Alla luce dell’esperienza latinoamericana, ho potuto affermare che «gli immigrati, se li si aiuta a integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere» (Enc. Fratelli tutti, 135). Accogliere, accompagnare, promuovere e integrare, i quattro passi. Se non arriviamo all’integrazione possono esserci problemi, e gravi. A me sempre viene in mente la tragedia di Zaventem: coloro che hanno fatto questo erano belgi, ma figli di migranti non integrati, ghettizzati. Accogliere, accompagnare, promuovere e integrare. Lo stesso si può dire anche per l’Europa. Gli emigranti sono una benedizione anche per e nelle nostre Chiese in Europa. Se integrati, possono aiutare a far respirare l’aria di una diversità che rigenera l’unità; possono alimentare il volto della cattolicità; possono testimoniare l’apostolicità della Chiesa; possono generare storie di santità. Non dimentichiamo, ad esempio, che Santa Francesca Saverio Cabrini, suora lombarda emigrante tra gli emigranti, è stata la prima santa cittadina degli Stati Uniti d’America. Nello stesso tempo, le migrazioni hanno accompagnato e possono sostenere, con l’incontro, la relazione e l’amicizia, il cammino ecumenico nei diversi Paesi europei dove i fedeli appartengono in maggioranza a comunità riformate o ortodosse.

In questo senso, constato con piacere che il percorso sinodale delle Chiese in Italia, anche grazie al lavoro pastorale della Fondazione Migrantes, si propone di considerare le persone migranti come una risorsa importante per il rinnovamento e la missione delle Chiese in Europa. Soprattutto il mondo giovanile in emigrazione, spesso disorientato e solo, dovrà vedere una Chiesa con i suoi Pastori attenta, che cammina con loro e tra loro.

Il Beato Vescovo Giovanni Battista Scalabrini, la cui azione tra i migranti ha alimentato la missione delle Chiese in Italia, e Santa Francesca Cabrini, patrona dei migranti, guidino e proteggano il vostro cammino nelle Chiese in Europa per un nuovo, gioioso e profetico annuncio del Vangelo.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per quello che fate. Vi incoraggio a proseguire nel vostro impegno e a pensare con creatività a una missione che guardi al futuro delle nostre comunità, perché siano sempre più radicate nel Vangelo, fraterne e accoglienti. Vi benedico e vi accompagno. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

A settant’anni da L’uomo e lo Stato di Jacques Maritain. L’attualità di una “nuova sovranità” nell’epoca dei sovranismi. 

Riportiamo il comunicato stampa che l’Istituto Internazionale Jacques Maritain, presieduto da Franco Miano, ha diffuso ieri per annunciare il convegno di studi  (18 e 19 novembre 2021) a 70 anni dalla pubblicazione in America dell’importante saggio politico del pensatore cattolico francese, scomparso nel 1973. 

Settant’anni fa, Jacques Maritain pubblicava L’uomo e lo Stato. L’opera, considerata il capolavoro sistematico più noto del filosofo francese, è uno dei libri politici più importanti scritti nel ‘900 e una delle maggiori espressioni della scuola democratica che ha ispirato la formulazione di alcune Carte costituzionali e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 e ha formato eminenti personalità politiche come De Gasperi, Moro, La Pira, Frey, Schumann. Riflettere oggi sugli esiti della ventennale ricerca condotta da Maritain intorno ai temi della politica significa ripercorre gli sviluppi di un pensiero che lega lo Stato alla tutela del bene comune e definisce l’azione politica e civica come il servizio alla solidarietà in un contesto democratico in cui l’unico centro delle relazioni sociali è la persona con i suoi diritti e soprattutto i suoi doveri. 

In questa prospettiva si inserisce il convegno nazionale “A settant’anni da L’uomo e lo Stato di Jacques Maritain”, promosso dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain di Roma, l’Istituto Maritain di Trieste e il Centro Studi e Ricerche di Pedagogia Sociale – Istituto Nazionale Jacques Maritain di Potenza, con il patrocinio del Dipartimento di Economia e Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli Studi di Trieste e del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi della Basilicata. 

Il convegno, organizzato in quattro sessioni, coinvolge studiosi ed esperti nazionali e internazionali in un confronto sulle questioni sollecitate da Jacques Maritain e pubblicate nel 1961 e oggi ancora di straordinaria attualità. Nella sessione inaugurale, giovedì 18 novembre alle ore 11 (on-line), dopo i saluti istituzionali, il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, il prof. Michele Nicoletti dell’Università di Trento e il Presidente della Pontificia Accademia per le Scienze Sociali di Città del Vaticano, il prof. Stefano Zamagni, aprono i lavori con un dialogo sull’essenza del “vivere insieme” alla luce dell’opera maritainiana. La prima sessione, organizzata dall’Istituto Maritain di Trieste (on line, ore 14.30), approfondisce il tema: “Popolo e populismo, sovranità e sovranismi. Uno sguardo sull’oggi a partire da Jacques Maritain”. La seconda sessione, venerdì 19, ore 10 (on-line), condotta dal Dipartimento di Economia e Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale si concentra su “I Diritti dell’Uomo in Jacques Maritain”. Nella terza sessione, organizzata dal Centro Studi e Ricerche di Pedagogia Sociale – Istituto Internazionale Jacques Maritain e dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi della Basilicata, docenti ed esperti si confrontano sul tema “Educazione e politica in L’uomo e lo Stato” venerdì 19 novembre alle ore 15.30. La terza sessione del convegno si svolge in modalità blended: in presenza e in collegamento streaming

Gli interessati possono comunicare la propria presenza all’indirizzo email istituto.maritain@gmail.com Sono invitati a partecipare al convegno, studenti, dottorandi, studiosi, ricercatori, professioni e interessati alle tematiche proposte. Si allega il programma del Convegno.

Le elezioni provinciali, a partire dal caso della Tuscia, segnalano l’insorgenza di vocazioni trasformistiche.

Non ha senso mirare alla rivalutazione delle Province dando però segnali, nel medesimo tempo, di scarsa coerenza nella gestione delle alleanze.

Nei tre giorni di dibattito a Parma, alla XXXVIII Assemblea annuale dell’Anci, è trapelata la volontà di restituire alle Province quella funzionalità che la riforma Delrio ha inopinatamente mortificato. Anche la ministra dell’Interno, l’ex perfetta Lamorgese, si è dichiarata favorevole a procedere in questa direzione: più personale e più risorse per garantire, in sostanza, che l’attività amministrativa di area vasta possa configurarsi come strumento efficace in vista delle complesse operazioni del Pnrr. Di certo le Città metropolitane, partecipando della natura delle Province e integrando alcune competenze più incisive, potranno fare da apripista di una organica politica di rilancio dell’ente intermedio.

In questo orizzonte le imminenti elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali – la scadenza prevista è quella del 18 dicembre – rivestono un significato importante. Possono confermare o correggere, qua e là, la tendenza in atto al rafforzamento del centrosinistra negli enti territoriali. Tutto si gioca nei conciliaboli dei partiti, con il vaglio delle varie combinazioni per “stare sul pezzo”, ovvero per dare vita ad accordi che servano a piazzare quanti più eletti possibili attraverso le dinamiche di votazioni ristrette ai soli consiglieri comunali. Di fatto è in corso il tentativo di ossigenare il bipolarismo, dilatandolo artificialmente a discapito di un centro in espansione, magari con il dileggio di Renzi o Calenda come cavalieri solitari (e fastidiosi) dell’anti-bipolarismo.

Voci a riguardo rivelano che al Nazareno guadagni consenso la ricerca di intese sottobanco con Forza Italia o comunque con spezzoni del centrodestra. Poi sussistono tentazioni avventurose, sempre all’insegna della conquista purchessia di seggi, con svarioni come nel caso della paventata grande ammucchiata di Viterbo. Un’ammucchiata, per giunta, che pare incuriosire e interessare anche gli sherpa che siedono nei Palazzi del potere locale, quasi a suggellare la validità di certi scampoli di trasformismo.

La debolezza della politica è la forza di un certo professionismo della trasversalità, senza remore o vincoli particolari. Non può destare allora meraviglia ciò che riaffiora dalla vita reale, vale a dire un gioco a schema libero, di cui si conoscono appena i confini, che ripropone fatalmente un interrogativo a riguardo di elezioni troppo lontane da un sano controllo della pubblica opinione. Un po’ dipende dal sistema elettorale, incentrato come si diceva sul voto di secondo grado, un po’ dal convulso manovrismo dei gruppi dirigenti locali. Conviene esserne consapevoli, per non riscontrare nell’immediato futuro un contraccolpo negativo rispetto alla giusta linea di rivitalizzazione delle Province.

Uscire dal cono d’ombra della dispersione e dell’irrilevanza: servono gli Stati Generali del popolarismo. 

Un comitato promotore dei diversi organismi potrebbe fissare – dice l’autore – le regole organizzative di questa’assemblea nazionale sul tema della ricomposizione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani. 

Proseguono i tentativi per la ricomposizione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali. Ora, però, serve uno scatto d’orgoglio in avanti per superare il surplace inefficiente che mantiene in vita le vecchie casematte, ognuna delle quali sopravvivono con l’ambizione/presunzione di poter accasare le altre esperienze in campo. Se non si supera questa condizione di stallo, si arriverà alla scadenza delle elezioni politiche ancora divisi e irrilevanti.

In un incontro informale di alcuni amici, l’On Publio Fiori, l’altro ieri, ci ricordava come fosse prassi della DC nei momenti più difficili ricorrere alla convocazione di un’assemblea nazionale; una sorte di stati generali dai quali vennero sempre idee e soluzioni politico programmatiche importanti per il partito e per il Paese.

Nella pluralità dei linguaggi che sono stati sin qui espressi dai diversi attori, a me sembra che la proposta di Fiori potrebbe essere favorevolmente accolta, non solo dagli amici della Federazione Popolare DC, della DC guidata da Renato Grassi, di Insieme, di Rete Bianca e delle tante associazioni, movimenti e gruppi di ispirazione democristiana e popolare, ma anche da quella più vasta realtà culturale e organizzativo- sociale del mondo cattolico.

Un comitato promotore dei diversi organismi potrebbe fissare le regole organizzative di questa’assemblea nazionale sul tema della ricomposizione politica dei cattolici democratici e cristiano sociali italiani. In parallelo a questa iniziativa, nelle diverse realtà territoriali gli amici aderenti alle varie realtà associative potrebbero attivare dei comitati civico popolari di partecipazione democratica, aperti alle comunità locali, nei quali poter discutere dei principali temi di interesse dei cittadini. Comitato civico popolari che favorirebbero la partecipazione più ampia e l’emergere delle istanze locali nell’assemblea nazionale.

Se vogliamo reagire al clima dominante di relativismo morale e culturale, di anomia sociale e di nostra sostanziale irrilevanza politica, bisogna ripartire dalle realtà locali e dai concreti bisogni dei cittadini: elettrici ed elettori, che da troppo tempo alimentano la vasta platea dei renitenti al voto. 

In alternativa alle velleitarie ambizioni dei soliti noti, che da molti, troppi anni, galleggiano, favorendola, sulla suicida diaspora succeduta alla fine politica della DC; personaggi non più credibili per rappresentare la fase nuova dell’impegno politico dei cattolici democratici e popolari italiani, dai comitati civico popolari territoriali e dall’assemblea nazionale emergerà la nuova classe dirigente, destinata a inverare nella città dell’uomo le politiche economiche, finanziarie e sociali ispirate dai valori della dottrina sociale cristiana. E con la selezione di una nuova classe dirigente, l’elaborazione di una proposta di programma all’altezza dei bisogni e delle attese della povera gente e dei ceti medi produttivi, unico antidoto alla crisi di rappresentanza e di partecipazione politica, che è alla base della crisi del sistema democratico italiano.

5° Conferenza Nazionale della Sharing Mobility

il 23 Novembre prossimo si svolgerà la 5° Conferenza Nazionale della Sharing Mobility, organizzata dall’ Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility, che, come ogni anno, farà il punto sulle tendenze in atto, le novità del mercato, le opportunità del settore che ha visto la luce 20 anni fa.

L’ evento si svolgerà nel corso dell’intera giornata. Nella sessione mattutina in cui sarà presentato il 5° Rapporto Nazionale sulla Sharing Mobility che aggiorna tutti i dati sulla mobilità condivisa in Italia, interverrà il Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini.

Nel pomeriggio si svolgeranno due workshop, nel primo “Sharing mobility e Governance” si confronteranno gli operatori di sharing mobility e l’Osservatorio con i nuovi Assessori alla mobilità di 4 comuni: Adriana Censi del Comune di Milano, Valentina Orioli, del Comune di Bologna, Sara Foglietta del Comune di Torino e Eugenio Patanè del Comune di Roma.

La Conferenza è realizzata in partnership con Deloitte, RFI, Uber, Voi Technology, Sharenow, Key Energy, Via, Expomove, Bit Mobility e Nordcom. A questo link potete trovare le schede di approfondimento dei Partner della Conferenza.

Osservatorio sulle partite IVA. Sintesi dell’aggiornamento del terzo trimestre 2021

Nel terzo trimestre del 2021 sono state aperte 107.024 nuove partite Iva con un incremento dell’1,4% rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno.

La distribuzione per natura giuridica mostra che il 66,2% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 20,2% da società di capitali, il 2,7% da società di persone; la quota dei “non residenti” ed “altre forme giuridiche” rappresenta complessivamente quasi l’11% del totale delle nuove aperture. L’aumento generale delle aperture rispetto al terzo trimestre del 2020, è dovuto unicamente ai soggetti non residenti (+180%), fenomeno legato alle vendite di beni e servizi online, mentre tutte le altre forme giuridiche mostrano una flessione: persone fisiche -5,5%, società di capitali -5,9% e società di persone -8,2%.

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 49,2% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 20,3% al Centro e il 29,7% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia andamenti alquanto difformi. I principali incrementi di avviamenti sono avvenuti al Nord: Friuli V.G. (+34,1%), Lombardia (+29,8%) e Veneto (+13,5%), mentre quasi tutte le Regioni centro-meridionali evidenziano flessioni: Calabria (-15,2%), Basilicata (-14,7%) e Umbria (-13,9%).

In base alla classificazione per settore produttivo, il commercio registra sempre il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 25,1% del totale, seguito dalle attività professionali (16,5%) e dalle costruzioni (10,7%). Rispetto al terzo trimestre del 2020, tra i settori principali i maggiori aumenti si notano nel commercio (+17%), nelle attività immobiliari (+15,1%) e nelle attività professionali (+10,3%). Le diminuzioni più rilevanti si registrano nell’agricoltura (-18,4%), nell’alloggio e ristorazione (-16,7% settori maggiormente colpiti dall’incertezza dovuta alla crisi Covid) e nella sanità (-14%).

Relativamente alle persone fisiche, la ripartizione di genere mostra una sostanziale stabilità: (maschi al 62,5%). Il 48,8% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni ed il 30,6% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. In confronto al corrispondente periodo dello scorso anno tutte le classi mostrano un calo di avviamenti: dal -6,2% delle due classi più giovani al -1,8% della più anziana.

Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 20,2% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero.

Nel periodo in esame 46.550 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari al 43,5% del totale delle nuove aperture, con un decremento del 3,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Draghi ricorda La Malfa, riformatore di scuola laico-democratica, sempre attento a bilanciare crescita e uguaglianza.

Pubblichiamo il testo integrale del discorso del Presidente del Consiglio intervenuto ieri alla Camera dei Deputati alla presentazione del “Portale Ugo La Malfa – scritti, discorsi, epistolario, multimedia”. La “rivoluzione” di La Malfa – quella della liberalizzazione del commercio con l’estero e dell’abbattimento del 10 per cento dei dazi, di cui per altro andava particolarmente orgoglioso – ebbe la consacrazione di un Consiglio dei ministri che in pochi minuti deliberò le misure da prendere: a riprova del fatto che “…certe riforme fondamentali – come disse lo stesso La Malfa – non hanno bisogno di anni di discussione”. De Gasperi e Vanoni (a differenza dì Pella) appoggiarono il giovane ministro repubblicano, il quale mise a segno, in questo modo, un’operazione di straordinario effetto sull’economia italiana del secondo dopoguerra, fino al boom di fine anni ‘50. 

Sono molto felice di essere qui oggi per rendere omaggio a Ugo La Malfa. Voglio prima di tutto ringraziare coloro che hanno contribuito a questa importante iniziativa, a partire dal figlio Giorgio e dalla nipote Claudia. L’archivio digitale degli scritti politici di La Malfa, dei suoi discorsi, del suo epistolario non è solo un viaggio nella nostra memoria collettiva.

È un tesoro nazionale, da preservare sì, certo per voi, per le generazioni future, ma anche per noi, ora.

La Malfa è stato uno dei principali costruttori della Repubblica. Antifascista, la sua opposizione al Regime, come ricordava Claudia, gli costò un arresto e la degradazione militare, prima dell’espatrio in Svizzera.

La Malfa portò i valori liberali e democratici del Partito d’Azione nel Comitato di liberazione nazionale e in una nuova casa, quella che fu la sua casa, il Partito Repubblicano Italiano.

In politica estera agì da convinto atlantista ed europeista. Nel dopoguerra, La Malfa è stato uno dei padri del miracolo economico. Ministro del Commercio Estero nel Governo De Gasperi, ha guidato la liberalizzazione degli scambi. 

Nel 1951, abbassò i dazi del 10% e aprì le frontiere al libero commercio, a fronte di accuse di voler distruggere l’economia italiana e di esporre l’industria alla concorrenza sregolata. A motivarlo era la convinzione che fosse necessario stimolare l’economia del Paese con la concorrenza, soprattutto al Sud. Puntare – come ebbe modo di dire – sulla “capacità nazionale di andare sui mercati”, sull’iniziativa e sullo spirito imprenditoriale degli italiani.

Con audacia, senza complessi di inferiorità. La storia gli ha dato ragione. Le esportazioni dall’Italia aumentarono rapidamente per tutti gli anni ‘50 e il deficit commerciale in rapporto ai volumi totali di scambio diminuì. Grazie a La Malfa, l’Italia divenne un modello per l’Europa.

Altri Paesi, come Francia e Inghilterra, rinunciarono poco dopo alle barriere doganali. L’Europa tutta si avviò verso un regime di liberalizzazione del commercio, che sarebbe culminato nel Trattato di Roma e nella Comunità economica europea. 

Queste scelte valsero a La Malfa l’ammirazione dell’Organizzazione per la cooperazione economica europea e della Germania. Ludwig Erhard, durante una visita in Italia, elogiò con un certo stupore il suo coraggio e la sua tenacia. Quell’Italia, aperta e coraggiosa, seppe sorprendere il ministro tedesco dell’economia sociale di mercato – e, con lui, l’Europa intera. 

Da questo passaggio storico si evince un tratto distintivo di Ugo La Malfa. La grande apertura mentale, accompagnata alla profondità di riflessione sull’economia. Conoscenze e convinzioni sviluppate direi soprattutto con la lettura di Keynes e degli economisti americani. Una scoperta avvenuta in un grande luogo della cultura italiana: l’Ufficio Studi della Banca Commerciale.

Fu Raffaele Mattioli nel ‘33 a volere lì La Malfa, nonostante fosse stato da poco liberato dopo un arresto politico e sorvegliato dalla polizia. Mattioli aprì la sua casa ai giovani dell’Ufficio Studi, dove poterono incontrare intellettuali, scrittori e poeti, da Bacchelli a Montale. E in quegli uffici della Banca Commerciale, come ricorda lo stesso La Malfa, si svolse la battaglia clandestina contro il fascismo.

Da uomo di governo, La Malfa continuò a circondarsi di giovani studiosi. Nel 1962, da Ministro del Bilancio, lavorò insieme a Paolo Sylos Labini, a Francesco Forte, a Giorgio Fuà e a Pasquale Saraceno alla Nota Aggiuntiva – il suo maggiore lascito intellettuale. Nella Nota, La Malfa cercò di dare risposta a una questione centrale per la ricostruzione.

Come trasformare il periodo eccezionale che il Paese stava vivendo in una stagione di crescita di lungo termine.

La Malfa ci ricorda l’importanza di una politica di programmazione, necessaria per uno “sviluppo equilibrato”.

E ci invita ad affrontare le situazioni settoriali, regionali e sociali che non riescono a trarre “sufficiente beneficio dalla generale espansione del sistema”. “Soltanto in una fase di grande dinamismo – scriveva La Malfa – è possibile attuare le necessarie modificazioni del meccanismo economico senza incontrare costi elevati”.

L’alternativa è quella che La Malfa chiamò successivamente il “non-governo”. Una definizione fulminante, per sottolineare l’incapacità di affrontare i problemi, di dare continuità alla modernizzazione del Paese. Al “non-governo” va contrapposto il coraggio delle riforme economiche e sociali. Quel coraggio che lui sempre dimostrò, insieme ad una visione direi profondamente pessimista della politica, ma mai sfiduciata. Una visione, quella che Caffè chiamò “la solitudine del riformista”, che non diminuì mai il suo entusiasmo riformatore. Un’azione paziente ma decisa, che eviti gli sterili drammi degli scontri ideologici, per dare all’Italia una prospettiva di sviluppo, coesione, convergenza.

Oggi, ricordiamo La Malfa come grande statista e appassionato riformatore. Uno degli artefici del boom economico, sempre attento a bilanciare crescita e uguaglianza. Un uomo onesto e rigoroso, che non dimenticava quando, da giovane studente alla Ca’ Foscari, per risparmiare si nutriva di fichi secchi. Un protagonista della vita civile dell’Italia, che non ha mai perso di vista i valori morali dell’attività clandestina e della Resistenza e l’importanza di trasmetterne la memoria.

Nella lettera a Donato Menichella all’annuncio delle sue dimissioni da Governatore della Banca d’Italia, La Malfa si preoccupa che i più giovani non conoscano mai “quello che noi abbiamo sofferto e quello per cui tutta la vita abbiamo combattuto”. Sono certo che l’archivio che inauguriamo oggi contribuirà a diffondere la lezione riformatrice di La Malfa, il suo coraggio, la sua passione civile.

 

Per saperne di più

https://www.governo.it/it/articolo/intervento-del-presidente-draghi-alla-presentazione-del-portale-ugo-la-malfa/18495

Essere sindaco ai tempi del Pnrr. Il confronto tra Sala e Gualtieri nell’ambito della XXXVIII Assemblea annuale dell’Anci.

Riportiamo il resoconto che l’Anci ha diffuso a conclusione del dibattito a Parma tra i sindaci (Sala e Gualtieri) e gli ex sindaci di Milano e Roma (Albertini e Veltroni).

Che ruolo ricoprono i sindaci nel nostro Paese soprattutto in questa delicata fase di ripartenza pur nelle molte incognite legate all’evoluzione pandemica? E che spunti possono arrivare dal recente passato e dalle esperienze di chi ha amministrato città metropolitane in altre fasi storiche della vita nazionale? A tale quesito hanno cercato di dare risposta gli attuali primi cittadini di Milano (Giuseppe Sala) e di Roma (Roberto Gualtieri) e i loro predecessori Gabriele Albertini (Milano) e Walter Veltroni (Roma), pungolati dalle domande del direttore del Tg La 7 Enrico Mentana.

“Quella del sindaco di una grande città è una responsabilità triplice, con un ruolo istituzionale a livello di un ministro della serie A e la responsabilità gestionale del presidente di una holding”, ha sottolineato Gabriele Albertini. Che si è soffermato sulla specificità di un momento che ha paragonato a quello di una Terza Guerra Mondiale. “In questo scenario, la cosa che mi sento di consigliare è essere sé stessi, fare le proposte e agire con una propria coscienza, non tanto seguendo da dove si viene, quale partito ti ha eletto, ma la città che ti aspetta”, ha aggiunto l’ex sindaco. Che ha ricordato l’importanza di “coinvolgere nelle scelte e decisioni anche l’opposizione, pur nel rispetto della diversità di opinioni”.

“Stabilità politica, clima di dialogo e semplificazione delle procedure amministrative per snellire tutti gli interventi che permettono di migliorare la qualità della vita”; questa invece la ricetta indicata da Walter Veltroni nella sua veste di ex sindaco di Roma Capitale. “La condizione istituzionale che vive il primo cittadino eletto dalla sua comunità è la migliore possibile, in questi anni ha permesso stabilità e chiarezza dei ruoli anche per l’opposizione che va comunque coinvolta in questa fase straordinaria”, ha aggiunto Veltroni collegato in streaming. Importante è poi la semplificazione delle regole: “servono cose facili e veloci per venire incontro ai bisogni dei cittadini: da qui – ha concluso – passa anche il percorso per rigenerare la passione civile e riavvicinare i cittadini alla politica, dopo gli allarmanti picchi di astensionismo registrati nelle ultime consultazioni elettorali”.

“Se noi continuiamo ad ammantare il nostro lavoro di quell’alone da missionari, facciamo un grande errore: fare il sindaco non è una missione, è un lavoro da professionista e va fatto con passione”, ha chiarito da parte sua il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. “Come tutti i lavori va tutelato – ha aggiunto -. Da qua, quello che si può fare rispetto ad alcune tematiche come l’abuso d’ufficio, va remunerato. Non sto chiedendo niente per me. Oggi c’è troppa differenza con i guadagni, per esempio, di chi lavora in Regione. Anche se mi pare che ci sia un percorso per migliorare queste cose. Va riconosciuto di tutti. Nessun eroismo, nessuna idea di essere missionari, un lavoro fatto però con passione”.

Quanto poi alla questione chiave del Pnrr il primo cittadino milanese ha auspicato chiarezza da parte del governo. “Da qui a Natale deve dire ai Comuni come si faranno le cose e con quali tempi. Sono sicuro che alla fine il governo dovrà passare per forza dai Comuni, è un fatto di pragmatismo. Ma è fondamentale che si faccia chiarezza e poi noi sindaci le cose le faremo”; ha concluso ricordando l’appello lanciato ieri dal presidente dell’Anci Decaro nella sua relazione introduttiva.

Sulla stessa lunghezza d’onda del sindaco meneghino anche quello di Roma Roberto Gualtieri. “Sala ha ragione: non abbiamo bisogno di un’ennesima legge, il governo deve dirci quando usciranno i bandi del Pnrr per permetterci una programmazione coerente e tempestiva. Ci sono anche forme diverse: sui piani urbani integrati non ci sono i bandi, ma ci sono delle risorse per le città metropolitane che ci aiutano a saltare un gradino”.

Nel suo intervento Gualtieri ha fatto anche due importanti annunci: “Per favorire l’azione tra i diversi dipartimenti dell’amministrazione capitolina, ho deciso di creare una cabina di regia per affrontare le questioni operative del Pnrr, penso ad un modello flessibile, ad un foro cui inviterò a seconda delle circostanze anche governo e Regioni”, ha ribadito.

Inoltre, sul tema trasporti, Roma e Milano con le rispettive partecipate, Atac e Atm lavoreranno insieme e presenteranno progetti comuni. Lo voglio – ha spiegato il sindaco capitolino – anche perché Atm è una grande azienda che lavora bene e sono cose che vorremmo estendere, a prescindere delle occasioni aperte dal Pnrr come l’acquisto dei bus elettrici”.