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L’estremismo americano, la sfida alla democrazia

Articolo pubblicato sulle pagina della rivista Il Mulino a firma di Andrea Mammone

In una maratona elettorale apparentemente senza fine, la voce “europea” che risuonava più nervosa per l’andamento (almeno fino a quel momento) dello scrutino era quella, come al solito molto teatrale, dell’antieuropeo per eccellenza, il britannico Nigel Farage: “una sinistra globalista dal 2016, fin dall’elezione di Trump e dalla vittoria di Brexit non accetta il risultato del voto popolare democratico […] se Trump vince l’estrema sinistra inizierà scontri e manifestazioni […] se vince Biden, in maniera nitida [e legale], i repubblicani accetteranno il voto […] questo è il significato di democrazia!”.

La democrazia ovviamente richiede non solo l’elezione dei rappresentanti, ma anche il rispetto degli stessi e degli elettori, oltre all’esistenza di un sistema di bilanciamenti, protezioni e controlli. La comprensione di tale sistema è cosi lontana dal background politico-culturale di Donald Trump, che, poco tempo dopo la dichiarazione di Farage, si è affrettato ad affermare di aver già vinto, che frodi erano (e sono) in corso e che bisogna fermare lo scrutinio delle schede restanti. Questa posizione, proveniente da un politico che potrebbe non accettare una eventuale sconfitta, sta preoccupando i media e molti osservatori. È in atto una sorta di colpo di Stato? È realistico il rischio di scontri? Può il sistema politico statunitense trasformarsi in un autoritarismo sospinto da milioni di voti per un presidente che si autodefinisce un outsider?

In realtà il problema centrale è un altro: è non essersi accorti prima di alcuni tratti criptofascisti e autoritari che erano, invece, ben presenti agli studiosi di questi fenomeni. A legittimare queste tendenze antidemocratiche ha contribuito un fattore culturale come l’idea, presente anche in qualche ambito intellettuale e accademico, che gli Stati Uniti siano un continente culturalmente separato da tutti gli altri e, quindi, con una propria storia e con peculiarità che lo rendono essenzialmente differente e non comparabile. Trump non poteva essere fascista perché il fascismo, non essendo un elemento autoctono, non è mai realmente esistito (o quasi) sul suolo americano.

Questo approccio ricorda il famoso e diffuso mito dell’ “allergia” francese al fascismo: buona parte del mainstream culturale e dell’opinione pubblica in Francia era convinta che le istituzioni della république fossero cosi democratiche che un “virus” italiano non aveva mai attecchito né prima né dopo il 1945 (paradossalmente uno storico americano Robert Paxton contribuì a rivedere questo bizzarro paradigma). Lo stesso sembra avvenire al di là dell’Atlantico. La democrazia liberale americana sarebbe troppo solida e radicata: il fascismo e l’autoritarismo sono “anomali” oltre che episodi esterni alla storia e tradizioni di un grande Paese. Seguendo questa curiosa interpretazione storica, il trumpismo diventerebbe un fenomeno prettamente nazionale e ben distinto dall’estremismo europeo o latinoamericano.

Sebbene un accordo possa esserci sulle caratteristiche transnazionali del populismo e della demagogia trumpiana, il mito dell’eccezionalismo a stelle e strisce ha fallito, almeno in parte, a comprendere i reali rischi per la democrazia. Il presidente non è, infatti, solo il simbolo della sfida del popolo contro le élite o l’emblema di una personalizzazione e mediatizzazione della politica già osservata in altre aree del globo. Trump è la quintessenza della legittimazione dell’estremismo di destra nazionalista, “muscolare” e xenofobo. Il politico “non-politico” paladino del sentimento anti-establishment ha trasformato la sua presidenza in un one-man show di berlusconiana memoria e in un attacco ad alcuni principi fondanti della democrazia occidentale. La sua retorica, amplificata e ingigantita da una propaganda protofascista e fuorviante, ha eroso il politically correct, il principio del rispetto dell’avversario, la sacralità di alcune istituzioni e glorificato l’uso della violenza come pratica di azione politica.

Occorre ricordare che la protezione dei diritti di ogni essere umano è alla base del sistema politico e sociale costruito sulle ceneri di guerre e dittature. Quando i diritti essenziali (come quello al voto) o il rispetto di minoranze etniche o religiose, degli immigrati e rifugiati e della comunità Lgbt sono minacciati, la democrazia, che già di per sé non è un’entità millenaria, è chiaramente in affanno. L’estremismo “in action” si è materializzato non solo con la violenza xenofoba di una parte delle forze dell’ordine, con il razzismo presidenziale verso i mussulmani americani o con i vari attacchi di Trump all’oppositore di turno. Il trumpismo ha legittimato ulteriori pratiche non democratiche di opposizione al “nemico” politico.

Il tentativo sgominato dall’Fbi di rapire la governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, deve farci riflettere. Una milizia di cittadini armati aveva, infatti, deciso di dare un segnale alla società attaccando lo Stato “tiranno” e iniziando una sorta di guerra civile. La democratica Whittier, che era stata uno dei target preferiti del presidente repubblicano, ha immediatamente suggerito come Trump stesse incentivando un “terrorismo domestico”.

Il Michigan non è neanche un caso isolato. Un’organizzazione come Armed conflict location and event data project (Acled) ha recentemente monitorato l’attività di un’ottantina di milizie, la maggior parte basate nelle zone rurali e suburbane e ideologicamente posizionate a destra, inclusi i Boogaloo bois, i Three percenters, la Civilian defense force e i Proud boys. Oltre alla percezione di un colpo di Stato della sinistra, un’avversione verso il lockdown e un attivismo violento, vari gruppi si erano detti pronti a imbracciare le armi per  difendere Trump, un presidente che si è ben visto dal condannare la loro violenza e quella dei seguaci del nazionalismo bianco. La rivista “The Atlantic” ha, inoltre, mostrato come alcune milizie siano riuscite a inserire nei propri ranghi membri delle forze dell’ordine e dell’esercito, oltre che molti veterani. Quest’opera di proselitismo ha preoccupato le agenzie federali e parte della società civile. L’ultimo report che Acled ha preparato con l’associazione MilitiaWatch afferma invece come le elezioni possano contribuire a un’escalation di violenza e conflitto in un vasto numero di Stati e soprattutto in Georgia, Michigan, Pennsylvania, Oregon e Wisconsin.

Qui l’articolo completo 

Economia: Istat, a settembre 2020 in calo le vendite al dettaglio

A settembre 2020 si stima, per le vendite al dettaglio, una diminuzione rispetto ad agosto dello 0,8% in valore e dello 0,4% in volume. In calo le vendite dei beni non alimentari (-1,3% in valore e -0,7% in volume) mentre quelle dei beni alimentari sono sostanzialmente stazionarie (invariate in valore e in lieve crescita, +0,1%, in volume).

Nel terzo trimestre 2020, le vendite al dettaglio registrano un aumento congiunturale del 13,9% in valore e del 13,7% in volume, grazie alla forte crescita dei beni non alimentari (+28,8% in valore e +27,4% in volume). In leggera flessione, invece, i beni alimentari (-0,7% in valore e -0,4% in volume).

Su base tendenziale, a settembre, si registra un aumento delle vendite dell’1,3% in valore e dell’1,5% in volume. Le vendite dei beni alimentari crescono sia in valore sia in volume (rispettivamente +3,8% e +2,6%), quelle dei beni non alimentari sono in calo in valore (-0,6%) e in aumento in volume (+0,8%).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali eterogenee per i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano, come per il mese di agosto, Dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (+10,6%) e Utensileria per la casa e ferramenta (+7,2%). Le flessioni più marcate si evidenziano, invece, per Calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-8,7%), Giochi, giocattoli, sport e campeggio (-7,2%) e Cartoleria, libri, giornali e riviste (-7,1%).

Rispetto a settembre 2020, il valore delle vendite al dettaglio aumenta per la grande distribuzione (+1,4%) e diminuisce per le imprese operanti su piccole superfici (-0,3%). Le vendite al di fuori dei negozi calano del 7,0% mentre il commercio elettronico è in sostenuto aumento (+24,9%).

Bonus bici, dal 9 novembre un mese di tempo per registrare i propri dati

“A partire dal 9 novembre e fino al 9 dicembre, chi non è riuscito a ottenere il ‘ristoro’ attraverso la piattaforma www.buonomobilita.it, potrà registrarsi al portale e caricare i propri dati”. Lo afferma il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

Dal 10 dicembre sarà possibile quindi conoscere la platea dei cittadini e cittadine che, pur avendo fattura o scontrino parlante non sono riusciti a ottenere ristoro.

Apertura anche per chi non ha ancora acquistato un mezzo e vorrà farlo nei prossimi mesi: “Da gennaio – spiega ancora il Ministro – potranno usufruire dei vecchi benefici rottamando un veicolo più inquinante”.

Sono italiane 8 delle scuole di malattie dell’apparato digerente che si classificano tra le prime 100

Sono italiane 8 delle scuole di malattie dell’apparato digerente che si classificano tra le prime 100 a livello mondiale come migliori e all’avanguardia. Bologna, Milano, Università Cattolica di Roma, Padova, Palermo, Napoli Federico II, Verona e La Sapienza di Roma sono le Università italiane che secondo la classifica stilata dall’US News & World Report, hanno al loro interno scuole di gastroenterologia di eccellenza.

US News & World Report, che da anni analizza dati, notizie e opinioni allo scopo di formulare consigli per i consumatori tra cui la pubblicazione annuale della classifica delle migliori università e strutture ospedaliere, valuta le università sulla base di due fattori, la ricerca e le cure primarie.

Il ranking di US News & World Report analizza 1748 istituzioni accademiche di 86 nazioni e tra queste prende in esame 58 atenei italiani. La classifica, che si concentra specificamente sulla ricerca accademica e sulla reputazione generale delle scuole, mostra dei punteggi ponderati che sono il risultato della combinazione di differenti criteri e dati scientifici. Un buon posizionamento nei ranking internazionali contribuisce a promuovere l’immagine dell’Ateneo e ad aumentarne l’attrattività sia nei riguardi dei potenziali studenti, che dei ricercatori che scelgono con chi avviare collaborazioni scientifiche.

Politica, professionalità e professionismo.

Lo si diceva già durante la prima ondata della pandemia. Ma adesso, cioè nella terribile seconda  ondata, la questione è riesplosa in tutta la sua ruvidezza. E cioè, la richiesta insistente e  massicciai di una esplicita e manifesta competenza della classe dirigente politica, in particolare  quella di governo.

Perchè il nodo da sciogliere, come ormai emerge da tutte le rilevazioni  demoscopiche, è ancora e sempre riconducibile a quell’aspetto, ovvero alla competenza e alla  professionalità del ceto dirigente. Certo, dopo l’uragano populista e l’avvento al potere delle forze  populiste, era del tutto prevedibile che la competenza veniva sacrificata sull’altare di altri  ingredienti e altre priorità. Non a caso, sono stati altri i punti cardinali delle forze populiste e  demagogiche che hanno vinto le ultime elezioni politiche.

Dalla improvvisazione alla casualità,  dalla inesperienza alla incompetenza, dalla demolizione di tutto ciò che era riconducibile  politicamente al passato al rinnegamento delle culture politiche e del parlamentarismo. Era  difficile, molto difficile, che da questo coacervo potesse nascere o decollare una classe dirigente  autorevole, qualificata e competente. Al massimo, com’è puntualmente capitato e com’era  ampiamente previsto, dopo essere arrivati al potere per puro caso sull’onda dell’ideologia del  “vaffa”, è subentrata la disillusione e tutti i limiti sono clamorosamente emersi. Nella concreta  azione politica, nell’azione di governo e nella capacità di saper governare i processi che la nostra  società ha manifestato in questa stagione per molti versi drammatica ed inquietante. 

Paradossalmente, l’unico elemento chiaro che è emerso è la vocazione al professionismo politico  di questa classe politica improvvisata. Ovvero, detto tra di noi, l’esatta alternativa della  professionalità della politica pur presente in rarissime eccezioni nell’attuale squadra di governo. I  cosiddetti rivoluzionari, tutti coloro che avevano l’obiettivo di abbattere il palazzo e cacciare la  “casta” hanno finito, secondo il principio della palingenesi dei fini, per difendere strenuamente il  seggio parlamentare, i relativi benefit economici e tutto ciò che è riconducibile ad un mero  disegno di potere. Con tanti saluti, come ovvio e scontato, a qualsiasi straccio di competenza, di  professionalità, di autorevolezza e di qualità nell’azione di governo. Altrochè il cambiamento e il  rinnovamento della politica rispetto al passato… 

Comunque sia, siamo in un crocevia lungo il quale non si intravede all’orizzonte, almeno nel breve  medio termine, un barlume di speranza capace di ridare lustro, competenza e professionalità alla  nostra classe dirigente politica. E questo resta, com’è altrettanto ovvio e scontato, la vera  incognita e il vero nodo da sciogliere se vogliamo ridare qualità alla nostra politica, solidità alle  nostre istituzioni democratiche ed efficienza alla nostra azione di governo.

Una nuova agenda green per combattere la “pandemia climatica”

L’effetto pandemia, a livello globale, ha portato ad una diminuzione delle emissioni giornaliere di anidride carbonica di circa il 17%, ma questa riduzione non ha prodotto un abbattimento delle concentrazioni atmosferiche di CO2: le emissioni, infatti, restano superiori agli assorbimenti del suolo, delle foreste e degli oceani. La preoccupazione di una nuova “pandemia climatica” traspare anche da un sondaggio internazionale realizzato durante l’emergenza Covid: il 71% degli intervistati ritiene che a lungo termine il cambiamento climatico sia una crisi grave come la pandemia da Covid19 (l’87% in Cina). Ma nonostante questo sentimento comune dei cittadini del pianeta, è stato stimato che a livello globale le misure di stimolo dei governi durante l’emergenza Covid, 15.000 miliardi di dollari fino a inizio maggio, sono state destinate a meno dello 0,2% a priorità climatiche.

Proprio le istituzioni internazionali, Unione Europea e Ocse, collegano la ripartenza dell’economia mondiale al conseguimento degli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi. Oltre all’iniziativa dell’Unione Europea a sostegno di un Green Deal – anche l’Ocse propone una ripresa basata sulla lotta ai cambiamenti climatici organizzata in 5 settori fondamentali: agricoltura, costruzioni, energia elettrica, industria e trasporti. Gli interventi suggeriti dall’Ocse si articolano in 25 linee guida che promuovono la green economy con investimenti, regolamentazione di tasse e sussidi, diffusione di buone pratiche e iniziative di informazione e educazione.

La pandemia ha causato fortissimi shock su diversi indicatori, oltre alle emissioni di gas serra nel periodo di crisi epidemica sono stati particolarmente significativi gli impatti sulla qualità dell’aria. Con lo stop all’attività globale, infatti, si sono registrati miglioramenti significativi nella qualità dell’aria in tutto il mondo, che si tradurranno in una riduzione di migliaia di morti premature, 50.000 stimate nella sola Cina. Le immagini satellitari hanno mostrato come la qualità dell’aria sia migliorata decisamente nelle grandi città della Cina e nei centri urbani di tutta Europa (Italia inclusa), Stati Uniti e Canada.

Per quanto riguarda il Pm2,5, la Nasa e l’Esa riportano con metodi satellitari riduzioni fino al 30% in alcuni epicentri come proprio Wuhan. Un bilancio globale sulle 50 capitali mondiali più inquinate dà una riduzione del 12% della concentrazione di Pm2,5 in media settimanale. Le città europee sono quelle che hanno un risultato più ridotto -5% in media. Inoltre in Europa, si osservano aumenti post Covid in controtendenza del Pm2,5, molto elevati a Praga, Vienna e Bratislava.

Il mondo fino ad oggi – ha affermato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro ha conosciuto due modelli: la decrescita per ridurre le emissioni o la crescita economica che invece le aumenta. Esiste una terza via? La risposta secondo me è positiva. Esiste un modello: è quello indicato dal Green Deal. Quello che dice che per raggiungere i nuovi target che ci siamo dati non possiamo puntare sul modello economico tradizionale né sulla decrescita. Dobbiamo convertire il nostro modello produttivo. E c’è un unico modo: pesanti investimenti pubblici sulla green economy”.

Il Green Deal – ha sottolineato l’eurodeputata, Simona Bonafèè essenziale per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Ha portato l’Europa, inoltre, prima nel mondo, a elaborare una legge climatica molto ambiziosa”.

La nostra convinzione è che la transizione alla neutralità climatica, all’uscita dalla pandemia – ha commentato Edo Ronchi possa avere un’accelerazione e che questa accelerazione potrebbe trascinare un vero e proprio Green Deal e aprire una nuova fase di sviluppo per la green economy”.

 

 

Scuola, in campagna 1 studente su 3 senza Dad

Quasi 1 famiglia su 3 (32%) che vive nelle aree rurali non dispone di una connessione a banda larga con difficoltà quindi di accesso alle lezioni on line con i propri insegnanti. E’ quanto emerge da una elaborazione di Coldiretti su dati Istat in riferimento al potenziamento della didattica a distanza (Dad) nel nuovo Dpcm per l’estendersi dell’emergenza Covid.

Solo il 76,1% delle famiglie italiane dispone di un accesso internet e appena il 74,7% ha una connessione a banda larga ma la situazione peggiora notevolmente nelle campagne con appena il 68% dei cittadini che dispone di connessione a banda larga nei comuni con meno di duemila abitanti.

La disponibilità di accessi Internet ad alta capacità per consentire la didattica on line è importante per ridurre l’isolamento delle aree rurali e al tempo stesso rendere più efficaci le misure anti contagio considerato che proprio dalle zone di campagna ogni giorno i ragazzi si spostano su autobus e treni locali per raggiungere i centri più grandi dove trovano scuole e servizi spesso assenti nei piccoli comuni.

Il pesante digital divide italiano va quindi colmato per poter utilizzare al meglio anche nelle campagne tutto il potenziale delle nuove tecnologie.

Olimpiadi Milano – Cortina 2026, stanziato un miliardo per le infrastrutture

La Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti De Micheli ha firmato il decreto che finanzia con un miliardo di euro le opere infrastrutturali per le Olimpiadi di Milano-Cortina del 2026.

Si tratta di opere stradali e ferroviarie finanziate nella Legge di Bilancio 2020 che consentiranno di migliorare l’accessibilità, i collegamenti e la dotazione infrastrutturale dei territori della Regione Lombardia, della Regione Veneto e delle Provincie Autonome di Trento e di Bolzano interessate dall’evento.

“Con il Decreto Olimpiadi faremo compiere un salto di qualità infrastrutturale, spiega la Ministra, a una delle aree più sviluppate del Paese con una ricaduta importante per la qualità della vita delle persone e un miglioramento competitivo per le imprese. Le opere finanziate servono a potenziare l’accessibilità e i collegamenti in vista dell’appuntamento internazionale, ma sono state concepite per mantenere la loro utilità anche dopo il 2026, e verranno realizzate nel segno della piena sostenibilità ambientale”. Il provvedimento è il frutto di un percorso di confronto avviato nei mesi con le Regioni e gli enti locali per individuare gli interventi da realizzare e garantire la sostenibilità delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, disponendo per ciascuno di essi il relativo finanziamento.

Il Decreto stanzia le risorse destinate alle singole opere, 473 milioni di euro complessivi  per la Regione Lombardia, 325 milioni per il Veneto, 82 milioni per la Provincia Autonoma di Bolzano e 120 milioni per quella di Trento, i cantieri dovranno concludersi entro l’avvio delle Olimpiadi.

Dovremo fare i conti con il Coronavirus per tutto il 2021

Dovremo fare i conti con questa pandemia per almeno tutto il 2021. Le misure messe in campo sono le uniche armi che abbiamo per contenerla. Ma vanno applicate bene e serve la collaborazione di tutti”. Lo dice, intervistato dal Corriere della Sera, Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, componente del comitato tecnico scientifico (Cts).

E sulle nuove misure restrittive dichiara: “L’obiettivo è semplice, ridurre la circolazione del virus con le sue conseguenze sulla salute delle persone e fare in modo che il sistema sanitario riesca a reggere la pressione dei ricoveri e rispondere al fabbisogno di letti in terapia intensiva. Se non si riesce a stabilizzare il trend dei contagi qualunque sforzo sarà inutile. Tutti i Paesi si stanno muovendo così, mettendo in sicurezza la tenuta della sanità per garantire cure non solo ai malati di Covid”.

“Questo virus ha un vantaggio su di noi – spiega Ippolito – Nei primi giorni dell’infezione agisce in maniera assolutamente non controllabile perché si è contagiosi per 2-3 giorni prima dell’insorgenza dei sintomi e spesso si rimane asintomatici ma in grado comunque di infettare altre persone. Test, tracciamento, isolamento sono le uniche contromisure ma se il numero dei casi sale oltre un certo livello il sistema di tracciamento salta e allora occorrono azioni di mitigazione e contenimento aggressive come quelle che abbiamo messo in campo”.

La lezione che viene dall’America

Ancora non conosciamo l’esito ufficiale delle elezioni americane ma dai dati studiati emergono due elementi che rendono unica questa competizione democratica:  la grande partecipazione alle urne (67%) e la divisione, in alcuni casi antropologica, tra le due Americhe.

Una divisione mai sanata dalla guerra fratricida dell’800 che vide il nord contro il sud. Le divisioni dell’epoca si riflettono ancora sull’andamento elettorale anche di questa ultima campagna. Ma un dato deve far riettere tutti i progressisti: Trump ha scelto dal 2016 di investire la sua politica sulla sicurezza e sul lavoro. Soprattutto quest’ultimo deve essere riconsiderato elemento primario per una politica del futuro in quanto la dignità dell’uomo e la sua sicurezza derivano da quello. La gestione non positiva dell’emergenza sanitaria e quindi della sicurezza delle persone ha penalizzato Trump sopratutto nei grandi centri urbani dove Biden recupera i voti persi dalla Clinton 4 anni fa; ma non a sufficienza lo fa il partito democratico che non esce bene dalle elezioni alla camera e al senato. Dunque, la sacrosanta battaglia per i diritti delle minoranze non deve mettere in secondo piano quella per il lavoro.

Obama riconquistò la Casa Bianca investendo miliardi di dollari sulle fabbriche dell’auto in Ohio e Michigan e fu premiato elettoralmente, il Presidente uscente ottiene un risultato importante sull’occupazione, ma forse pagherà un eccesso di radicalismo che non gli consentirà di essere riconfermato.

Insomma da queste elezioni anche noi italiani dobbiamo, imparare molto: le famiglie e il singolo l’individuo non devono mai essere lasciati sole ed anche i provvedimenti di ristoro per le aziende e le attivita colpite dalle restrizioni devono essere immediate. Con l”eventuale sconfitta di Trump il sovranismo subisce una battuta d”arresto, ma è più vivo che mai e troverà terreno fertile per rivincite immediate. Ciò tanto più se i progressisti si chiuderanno nella mancanza di una prospettiva sul lavoro e sulla sicurezza, privilegiando rapporti con i grandi poteri economici globali. Essi portano la responsabilità di non aver recepito in questi anni la lezione implicita nelle sperequazioni economiche insostenibili, che hanno aperto le porte prima al populismo e poi al sovranismo, ancora molto presenti in Europa

Biden vince perché è il centro

Biden pregusta ormai la vittoria. A rallentare la comunicazione del verdetto ufficiale è innanzitutto la mole enorme di voti espressi per posta, effetto diretto e indiretto dell’emergenza sanitaria. Anche l’alto numero di votanti ha ulteriormente appesantito le operazioni di scrutinio: dopo cent’anni, la democrazia americana riscopre la forza della partecipazione popolare e vede abbassarsi in misura significativa la curva dell’astensionismo. Biden, con pochi decimali sopra la maggioranza assoluta, comunque risulta il candidato più votato nella storia delle presidenziali, avendo superato la ragguardevole soglia dei 72 milioni di suffragi. Si tratta di un risultato che già di per sé attesta la straordinarietà di questo appuntamento elettorale-

A vincere, come sembra, è stato un veterano della politica, più pragmatico che liberal, decisamente impegnato nella competizione con Trump a conquistare il centro dell’elettorato, senza reticenze e ambiguità. Se nelle primarie la macchina del partito non avesse optato per Biden, oggi i Democratici starebbero a leccarsi le ferite. Un candidato “a sinistra” avrebbe spianato la strada alla riconferma del più arrogante e imprevedibile inquilino della Casa Bianca. Dunque, dietro la leadership del quasi eletto Presidente si staglia la sagoma di un’America che rifugge dai radicalismi e investe sulla solidità dell’esperienza politica. Insomma si volta pagina, e forse non solo nel cuore dell’Occidente democratico. Il trumpismo, se non archiviato, è perlomeno sconfitto: non sparirà dalla scena, ma perderà la sua carica virale.

Anche per il Partito repubblicano l’esito di questo voto può rappresentare uno stimolo formidabile a rivedere la propria visione strategica, mettendo mano a una revisione della piattaforma ideologico programmatica, a lungo contraddistinta dal fondamentalismo dei “Tea Party” e dalla conseguente brutalità di potere alla “The Donald”. Da questo impazzimento di linea e di contenuti il partito che fu di Lincoln dovrà pur uscire, riattingendo alla fonte di una politica sanamente conservatrice. Il bipartitismo americano è perciò destinato a rimodellare se stesso, correggendo le sue più recenti deformazioni estremistiche. Tornerà, almeno si spera, il gusto del giusto compromesso, perché una democrazia illuminata dai freddi bagliori delle certezze settarie, presto si ritrova oscurata sotto la cupola dell’incompresione collettiva, del rancore di classe e della rivolta anti sistema.

A Biden spetta dunque il compito di restituire un volto più umano alla politica di questo nostro tempo, certamente  inquieto e certamente assetato di speranza.

 

Trump indebolisce la credibilità degli Stati Uniti all’estero

Per anni, gli Stati Uniti si sono presentati come una sorta di arbitro del processo democratico in tutto il mondo, inviando osservatori alle urne, sostenendo l’opposizione democratica e criticando i paesi per brogli o indebolimento delle elezioni.

Proprio questa settimana, il Dipartimento di Stato americano ha condannato la repressione in corso da parte della Cina sulle libertà democratiche nella città semiautonoma di Hong Kong. In Bielorussia – uno stretto alleato di Mosca – gli Stati Uniti non riconoscono più Alexander Lukashenko come il “leader legittimamente eletto”, dopo le elezioni fortemente contestate nell’ex stato sovietico.

È probabile che questo senso di autorità morale venga ora messo in discussione, dopo le dichiarazioni di Trump, in alcune parti del mondo.

Un Presidente, che appena ha visto affievolirsi il vantaggio, ha chiesto di cessare le attività di spoglio dei dati e ha accusato senza fondamento i Democratici di frode.

Questa inedita linea di condotta del Presidente minerà, sicuramente la credibilità del Paese.

Infatti, dopo il voto di martedì, l’emittente statale russa RT ha descritto gli Stati Uniti come “malconci e divisi”, mentre un certo numero dei suoi editorialisti ha evidenziato il potenziale caos che potrebbe essere scatenato dai commenti di Trump, scrivendo che “la vicenda dipinge un quadro cupo per Democrazia americana”.

Il Global Times ha pubblicato mercoledì un articolo sottolineando che “le divisioni profonde negli Stati Uniti contraddicono i valori democratici”.

“La democrazia viene esercitata in modo civile e aggraziato. Chi perde alle elezioni dovrebbe restare calmo, accettare il risultato e chiedere di superare le differenze per far avanzare il paese. Ma sembra che questo non esista negli Stati Uniti al giorno d’oggi. “, ha aggiunto lo scrittore Wang Wenwen.

Nel frattempo, il Beijing News , un giornale controllato dal Partito Comunista, ha affermato che “non importa chi vincerà le elezioni del 2020, la società americana non sarà in grado di tornare allo stato in cui si trovava”, essendo stata “fatta a pezzi” recentemente da Trump.

Il presidente Ronald Reagan una volta ha parlato degli Stati Uniti come un “faro” per coloro che cercavano la libertà e i diritti democratici, e sebbene questa affermazione sia stata a lungo oggetto di critiche – specialmente dato il sostegno di Reagan ai dittatori durante il suo mandato – è rimasta un messaggio potente ed edificante per molti.

Le elezioni di quest’anno, tuttavia, potrebbero causare danni permanenti a quel messaggio, e con esso alla credibilità di Washington.

Infatti, sarà difficile da ora in poi dire agli altri come dovrebbe funzionare la democrazia.

Conoscenza scientifica e conoscenza teologica

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriella M. Di Paola Dollorenzo

L’espressione “umanesimo cristiano”, che accompagna codeste riflessioni sui Papi cultori di Dante, fu usata dal teologo Raimondo Spiazzi, per definire l’umanesimo di Pio XII («Vita e pensiero», 12, 1949). Erano trascorsi dieci anni dall’elezione papale (2 marzo 1939) di Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, i dieci anni terribili della seconda guerra mondiale e della ricostruzione di un’Europa travolta da macerie morali e materiali.

L’impegno straordinario di Papa Pacelli in tutti i settori della vita della Chiesa è stato autorevolmente narrato e documentato da immagini mirabili e commoventi per coloro che riconoscono nell’abbraccio del Papa al popolo di San Lorenzo il segno di una pietas autentica congiunte ad una caritas e ad una fides ugualmente profonde. Ciò che è meno noto è il suo culto di Dante (cfr. Atti e discorsi di Pio XII, Roma 1946), e il fatto che la teologia dantesca sia una componente fondamentale del suo pensiero e del suo operato. È una prospettiva che ha le radici negli anni della formazione presso il Seminario romano di Sant’Apollinare, fu ordinato sacerdote il 2 aprile 1899, anni del papato di Leone XIII, della docenza di monsignor Poletto presso la cattedra di teologia dantesca, voluta dal Papa, e del volume di Poletto La riforma sociale di Leone xiii e la dottrina di Dante Alighieri (Siena 1898). Quel clima culturale, segnato dal neotomismo, aveva accompagnato il papato di Pio e di Pio XI, del quale Eugenio Pacelli, nominato cardinale nel 1929, divenne stretto collaboratore, succedendo, come segretario di Stato, al cardinale Pietro Gasparri. La scelta del nome Pio XII segnala la contiguità e la continuità con i più vicini predecessori, ma anche con Enea Silvio Piccolomini, Pio II, primo grande Papa dantista della storia della Chiesa: «Nostro vivissimo rimpianto per un Pontefice d’indelebile memoria quale fu per noi Pio XI, statoci padre amatissimo, “lui duca, lui signore e lui maestro” nell’alto ufficio affidatoci» (discorso dell’11 febbraio 1940, durante l’udienza dei pellegrini milanesi per celebrare il primo anniversario della morte di Pio XI). Sembra una citazione di scolastica memoria e invece ci introduce a una conoscenza profonda del pensiero teologico di Dante che attraversa e forse lega tra loro discorsi, allocuzioni, radiomessaggi e interventi di varia natura, per tutto il ventennio del papato. All’interno della folta e articolata documentazione si potrebbero individuare due direttrici, due facce della stessa medaglia: da una parte l’entusiasmo euristico verso la teologia dantesca, con la centralità del Paradiso, dall’altra il rapporto tra conoscenza scientifica e conoscenza teologica, all’interno del quale Papa Pacelli affianca Dante a Galileo (che aveva indirizzato all’Accademia Fiorentina Due lezioni circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante). Entrambe le direttrici di ricerca si svolgono nell’ambito del neotomismo, che, per la dantistica, proprio nei decenni centrali del Novecento, stava dando i suoi copiosi frutti (ricordiamo almeno Dante e la philosophie, Paris 1939, di Etienne Gilson e Landschaft der Ewigkeit, Dantestudien. Zweiter Band, Munchen 1958, di Romano Guardini, le date di pubblicazione coincidono con l’alfa e l’omega del papato pacelliano).

Per Pio XII, il tomismo è il cuore del corpus dottrinario cattolico e l’umanesimo di Dante è figlio di quella filosofia: «Benché l’umanesimo abbia per lungo tempo preteso di opporsi formalmente al Medioevo, che l’ha preceduto — non è meno certo che tutto ciò che esso comporta di vero, di buono, di grande e di eterno, appartiene all’universo spirituale del più grande genio del Medioevo, S. Tommaso d’Aquino. Nelle sue linee generali, il concetto dell’uomo e del mondo, quale apparisce nella prospettiva cristiana e cattolica, in ciò che ha di essenziale resta identico a se stesso: tale presso S. Agostino come presso S. Tommaso o presso Dante, tale ancora nella filosofia cristiana contemporanea» (Allocuzione ai filosofi umanisti del 25 settembre 1949).

Non casualmente provengono dal Paradiso gran parte delle citazioni dantesche. In particolare Papa Pacelli predilige il canto XXIV, in cui Dante viene esaminato sulla Fede, e il canto XXXIII, per la preghiera di san Bernardo alla Vergine Maria. Si veda la Lettera del 15 aprile 1940 indirizzata al segretario di Stato, cardinale Maglione, in cui Pio XII, dopo aver evidenziato il suo impegno in difesa della pace, invita i cristiani a pregare la Vergine, poiché «come afferma San Bernardo, “è volere di Dio che noi otteniamo tutto per mezzo di Maria” (…) che, come canta l’Alighieri, “qual vuol grazia e a lei ricorre sua disianza vuol volar senz’ali”». Le citazioni, provenienti dal Sermone di San Bernardo per la natività di Maria Santissima, e da Paradiso XXXIII, 14-15 interagiscono poeticamente tra loro, esplicitando la verità teologica.

Dello stesso tono la commovente e appassionata allocuzione, pronunciata in occasione del pellegrinaggio al Divino Amore, in piena guerra (11 giugno 1944): la Vergine Maria ha salvato Roma e i suoi abitanti dalla distruzione totale, «Eravamo in procinto di eseguire il nostro ardente voto per sorreggere la vostra fiducia in Maria, potente interceditrice presso il suo divin Figliuolo; se non che la clemente Regina e Patrona, la cui “benignità non pur soccorre a chi dimanda, ma molto fiate liberamente al dimandar precorre” (Paradiso, XXXIII, 16-18), ha prevenuto il nostro desiderio, cosicché noi oggi siamo qui non solo per chiederle i suoi celesti favori, ma innanzitutto per ringraziarla di ciò che è accaduto, contro le umane previsioni, nel supremo interesse della Città eterna e dei suoi abitanti».

In Dante la spiritualità, la fede, la conoscenza di Dio non escludono anzi esaltano le virtù della Ragione, che esercita il suo potere soprattutto nel territorio della Scienza, ma è anche il mezzo per raggiungere la Verità. È questa la causa dei riferimenti a Dante, presenti nei discorsi di Papa Pacelli all’Accademia delle scienze: è un itinerarium che culminerà nell’enciclica Humani generis (22 agosto 1950). Il primo discorso è del 3 dicembre 1939, l’ultimo del 24 aprile 1955. L’interesse per la scienza è centrale nell’omiletica di Pio XII ed è anch’esso una forma di dantismo. La natura prende il suo corso dal Divino Intelletto, sì che il lavoro dello scienziato quando può, segue, come fa il discente col maestro (cfr. discorso del 3 dicembre 1939, L’uomo sale a Dio per la scala dell’universo, con citazione di Inferno XI, 99-105) e, pertanto, l’intelletto umano non solo può indagare le leggi della natura, ma può arrivare alla conoscenza di Dio. La scienza studia la natura e conosce la Verità che in essa risiede, il suo cammino comincia dalla terra e sale verso il Cielo, fermandosi davanti alla incommensurabilità dell’universo, dove ha la sua sede simbolica il Paradiso e dove la Ragione umana cede il posto all’adorazione mistica.

Questi passaggi dell’argomentare del Pio XII dimostrano che egli ha in mente una delle tracce del tomismo di Dante, la conoscenza di Dio attraverso l’indagine della natura, e infatti cita Paradiso, XIII, 121-123, «Vie più che ‘ndarno da riva si parte, / perché non torna tal qual e’ si move, / chi pesca per lo vero e non ha l’arte», le parole di san Tommaso sulla sapienza. La Chiesa non si oppone al progresso scientifico, anzi, proprio perché la Scienza, con le sue scoperte, è al servizio di Dio, si pone al suo fianco. Anticipando le posizioni di Giovanni Paolo ii nei confronti di Galileo Galilei, nel primo discorso all’Accademia delle Scienze, Pio xii sceglie la metafora galileiana del «libro della natura», fonte che interagisce potentemente con la metafora “scientifica” del “volume” di Paradiso, XXXIII, 85-87, metafora della Divina Creazione: «Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna».

L’Humani generis, con l’esaltazione della Ragione umana, congiunta alla teologia di Tommaso d’Aquino pone il sigillo al dantismo di Pacelli: «È compito [dei teologi] indicare come gli insegnamenti del vivo Magistero si trovino sia esplicitamente sia implicitamente nella Sacra Scrittura o nella divina tradizione. (…) Le scienze sacre con lo studio delle sacre fonti ringiovaniscono sempre; al contrario, diventa sterile, come sappiamo dall’esperienza, la speculazione che trascura la ricerca del sacro deposito. (…) Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla sua Chiesa il vivo Magistero, anche per illustrare e svolgere quelle verità che sono contenute nel deposito della fede soltanto oscuramente e come implicitamente. E il divin Redentore non ha mai dato questo deposito, per l’autentica interpretazione, né ai singoli fedeli, né agli stessi teologi, ma solo al Magistero (…). Perciò il Nostro Predecessore di imperitura memoria Pio IX, mentre insegnava che è compito nobilissimo della teologia quello di mostrare come una dottrina definita dalla Chiesa è contenuta nelle fonti, non senza grave motivo aggiungeva le seguenti parole: “in quello stesso senso, con cui è stata definita dalla Chiesa” (…). Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico». Sembra di sentire l’eco dei versi: «Avete il novo e ‘l vecchio Testamento, / e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento» (Paradiso V, 76-78).

Pandemia della solitudine

Le gocce di pioggia che scorrono sui vetri confondono lo sguardo sull’esterno: ma le strade sono profonde e vuote, spezzate allo vista di chi vi cerca una direzione, desolate e prive di vita, grigie e senza presenze.

Sono gocce che assomigliano alle lacrime di un’umanità assente, lontana e dolente, imperscrutabile e come scomparsa allo sguardo di chi la cerca: per una parola, un saluto, uno sguardo, un contatto.

Dove sono finiti gli altri che riempivano la nostra vita e  in cui ci specchiavamo?

Ci era stato detto che dopo il primo duro colpo ci saremmo salvati, che le azioni e le scelte dell’uomo avrebbero avuto il sopravvento. 

Ma l’impreparazione, la superficialità dilagante e la forza oggettiva della natura hanno avuto il sopravvento.

Dopo la parentesi dell’ottimismo della volontà siamo ripiombati improvvisamente nel limbo oscuro del pessimismo delle evidenze: anche Max Weber aveva scritto che la democrazia non è arbitrio, ci sono limiti da rispettare. Per consentire le evasioni mondane stiamo perdendo a poco a poco la scuola: l’errore fondamentale è stato estrapolarla dal contesto, considerarla un fortino inespugnabile, attrezzarla con colpevole ritardo anche ignorando la vita senza regole che le pulsava intorno, accerchiandola.

Ci restano solo rappresentazioni simboliche e ricordi di abitudini dalle quali dobbiamo separarci, fosse possibile definire ‘abitudini’ incontrarsi, parlare, amarsi, ridere, stare insieme, condividere le visioni di cui parlava Prospero ne ‘La tempesta’ di Shakespeare: “siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”… “folli e liberi di parlare alla luna, stolti nel non prestarle ascolto”.

Non solo dei sogni ci stiamo privando ma anche delle certezze emotive del presente: il nemico è più forte e non esiste ancora un tampone che misuri positività e negatività dei sentimenti, viviamo una sorta di sbaraglio esistenziale e la stessa coesione sociale, non certo in nome di civiltà e umanità, viene riparametrata alle età della vita, agli indici potenziali di sopravvivenza, l’alternanza generazionale è vissuta come conflitto non sostenibile, più di uno ha adombrato senza mezze misure e senza pudore una specie di selezione della specie umana: gli anziani sono ora colpevoli di aver vissuto troppo a lungo, persino di aver goduto della stagione del boom economico. Parole agghiaccianti che lasciano il segno.

Dimenticando che l’oggi è il risultato di quello che si è costruito ieri, che non regge il confronto tra la generazione di chi si è rimboccato le maniche e di chi vive di quella rendita ricevuta: divertissement e movide, libertà individuali, benessere e tenore di vita.

Chi addita gli anziani come un peso sociale si legga il libro di Luca Ricolfi, “La società signorile di massa” che spiega cosa è accaduto in Italia dal 1960 ad oggi: anche se l’autore giustamente osserva di essere già anziano per essere capito nella sua ineccepibile analisi dei comportamenti individuali e sociali.

Siamo di fronte all’impensabile: ad una ad una ci vengono tolte le piccole libertà della nostra esistenza, viviamo confinati in un esilio di cui non conosciamo la permanenza, la durata, la via del ritorno.

Ci restano pallide rappresentazioni di una realtà che si sta sgretolando e infrange i riti di una quotidianità un tempo persino fin troppo noiosa per essere apprezzata.

Così il nostro punto di vista non è quello di Lucrezio, evocato da Hans Blumenberg, perché non siamo  spettatori che dalla terra ferma guardano in lontananza il naufragio: da tempo la condizione post-moderna dell’uomo è “l’immedesimazione nel presente”, quindi al tempo stesso l’essere oggi spettatore e naufrago, nel loro identificarsi. Perché non siamo salvi, ma esposti all’incombenza di un pericolo silente e nascosto.

Per quanto ci sia possibile cercare spiegazioni e rappresentazioni esplicative di quanto sta accadendo, forse è la prima volta nella storia che le raffigurazioni delle risposte che scienza e politica sanno darci  sono talmente mutevoli e cangianti  da non riuscire ad innervare nella coscienza la simultaneità delle loro realizzazioni e neppure la parvenza di un orizzonte scrutabile.

Questo virus ci sta sconfiggendo, ci uccide e ci ammorba, ci rende poveri e deboli, isolati e senza approdi.

Tutti cercano risposte ai mille interrogativi del passaggio silente e assassino di un killer spietato e inafferrabile: l’umanità è talmente composita e caleidoscopica nei comportamenti da rendersi perfino imprevedibile e irrazionale, ingovernabile senza che qualcuno ne sia l’unico colpevole.

Solo toccando con mano la sofferenza ci si rende conto che la scienza non ci detta solo regole punitive ma ci indica l’unica via percorribile, mentre la politica fatica a starle dietro a colpi di DPCM che si correggono e si contraddicono tra loro. Ed è un aspetto che rileviamo qui ma che riguarda il mondo intero.

Sento le opinioni di molti sapienti depositari della verità: si va dagli ortodossi ai negazionisti, passando per i cogitanti e dubbiosi, i teorici del complotto, gli indifferenti, i diligenti e i virtuosi e solidali.

Ma il virus killer non adotta categorie morali, colpisce nel mucchio e semina il terrore.

Ora che siamo ricaduti nella desolazione del ripartire da capo ci rendiamo conto che avremmo bisogno di una politica competente e lungimirante, di una scienza solida e chiara, di comportamenti sociali ispirati a senso civico e responsabilità. Metaforicamente stiamo diventando monadi isolate che non comunicano se non incertezze, desolati e con un senso di abbandono lacerante , soggetti fragili e quasi defedati, privi di motivazioni forti, incapaci di scelte coraggiose e coerenti.

La paura prevale e spinge all’isolamento anche gli impavidi organizzatori di bagordi: parlano tutti, anche gli influencer e dicono la loro: la stupidità non ha confini e partecipa al contagio e all’intorbidimento del pensiero, all’incoerenza delle azioni. C’è un mix indefinibile di angoscia collettiva che attraversa il pianeta e ci spinge verso una solitudine senza approdi, qualcosa che non avremmo mai immaginato di vivere ma che sta diventando la condizione antropologica prevalente di questo tempo indefinito.

Mediobanca: il cibo diventa la prima ricchezza del Paese

L’agroalimentare è l’unico settore che resiste all’emergenza coronavirus che ha fatto crollare i fatturati di tutti gli altri comparti protagonisti del Made in Italy, dalla moda alle automobili fino all’arredamento. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base di un’indagine di Mediobanca condotta tra 2.800 imprese manifatturiere familiari che stima un calo medio del fatturato dell’11,1% per l’industria italiana.

Al contrario degli altri settori simbolo del Made in Italy come moda e automotive, che registrano cali di fatturato superiori al 20%, le imprese del comparto alimentare mettono a segno un aumento dei ricavi diventando la prima ricchezza del Paese con un valore di filiera che supera i 538 miliardi. Quella agroalimentare è una realtà allargata dai campi agli scaffali che garantisce – evidenzia la Coldiretti – 3,6 milioni di posti di lavoro e vale il 25% del Pil grazie all’attività, tra gli altri, di 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari, oltre 330mila realtà della ristorazione e 230mila punti vendita al dettaglio.

Una rete diffusa lungo tutto il territorio che – spiega la Coldiretti – viene quotidianamente rifornita dalle campagne italiane dove stalle, serre e aziende continuano a produrre nonostante le difficoltà legate alla pandemia. Una filiera che nonostante le difficoltà ha registrato una continua crescita dell’export raggiungendo la cifra record di 44,6 miliardi di euro nel 2019, secondo l’analisi Coldiretti sui dati Istat che evidenzia un segno positivo del +3% anche nei primi sette mesi del 2020.

“L’emergenza globale provocata dal coronavirus ha fatto emergere una consapevolezza diffusa sul valore strategico rappresentato dal cibo e sulle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che l’Italia può contare su una risorsa da primato mondiale ma deve investire per superare le fragilità presenti, difendere la sovranità alimentare e ridurre la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento in un momento di grandi tensioni internazionali”.

Un obiettivo di sicurezza nazionale per il quale un sostegno importante – precisa Prandini – può arrivare dai 209 miliardi messi a disposizione dal Recovery fund. L’Italia puo’ contare – riferisce la Coldiretti – sulla leadership indiscussa nella Ue per la qualità alimentare con 310 specialità Dop/Igp/Stg, compresi grandi formaggi, salumi e prosciutti, riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con oltre 60mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari. E l’Italia è anche leader nella biodiversità.

Sul territorio nazionale – spiega la Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e 533 varietà di olive contro le 70 spagnole. Il Belpaese – conclude la Coldiretti – è il primo produttore UE di riso, grano duro e vino e di molte verdure e ortaggi tipici della dieta mediterranea come pomodori, melanzane, carciofi, cicoria fresca, indivie, sedano e finocchi. E anche per quanto riguarda la frutta primeggia in molte produzioni importanti: dalle mele e pere fresche, dalle ciliegie alle uve da tavola, dai kiwi alle nocciole fino alle castagne.

L’educazione civica ha un nuovo portale!

Un portale con informazioni e materiali utili sul nuovo insegnamento dell’Educazione civica obbligatorio, da quest’anno, fin dalla scuola dell’infanzia. Lo mette a disposizione da oggi il Ministero dell’Istruzione all’indirizzo www.istruzione.it/educazione_civica. Costituzione, Diritto (nazionale e internazionale), legalità e solidarietà. Sviluppo sostenibile, educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio. Cittadinanza digitale. Sono questi i tre assi su cui si basa il nuovo insegnamento e attorno a cui ruotano i contenuti della pagina dedicata dove, oltre alle Linee Guida sull’Educazione civica emanate a giugno, sono presenti, e verranno costantemente integrati, ulteriori materiali di approfondimento relativi alle esperienze che le singole scuole stanno realizzando.

Inoltre, la sezione è arricchita con un’area dedicata agli strumenti per la formazione e con risposte alle domande frequenti sul tema. Sulla pagina sono poi disponibili link utili, su temi strettamente connessi alla formazione delle cittadine e dei cittadini di domani: la lotta a bullismo e al cyberbullismo, l’educazione finanziaria, storia e cittadinanza europea.

​​​​​​​“Come Ministero – commenta il Ministro, Lucia Azzolina – stiamo cercando di dare al personale, agli studenti e anche alle famiglie strumenti utili per approfondire i singoli argomenti di interesse. Con questa pagina sull’Educazione civica raccoglieremo in un’unica sezione i materiali utili, ma anche le buone pratiche per dare visibilità al grande lavoro che si fa ogni giorno nei nostri istituti scolastici, su temi fondamentali per crescere come cittadini attivi, consapevoli, capaci di analizzare con spirito critico la realtà e viverla responsabilmente”.

Come evitare la terza ondata di Covid-19?

Possiamo abbassare la trasmissione virale con il lockdown, oppure possiamo usare in maniera intelligente i test rapidi.

Allora, come evitare la terza ondata di Covid-19? C’è solo un modo: creare nel nostro Paese un sistema di sorveglianza che integri tre elementi. Il primo dei quali è la capacità di fare un numero sufficiente di tamponi, non a tappeto ma mirati, per bloccare la trasmissione e saturare lo spazio di interazione di ogni singolo individuo

Questo è il punto di partenza per Andrea Crisanti, docente di microbiologia all’università di Padova.

Secondo punto, “questo processo deve essere integrato con strumenti informatici che permettano di collegare l’App Immuni e allo stesso tempo di monitorare come i casi si distribuiscono regione per regione e integrarli con altri parametri demografici come la densità di popolazione, la mobilità delle persone, e così via”.

Terzo elemento: “Questo sistema deve avere la logistica. Per rendere accessibili questi test là dove sono necessari”,

Bartolomeo Sorge, un maestro, un conoscente, un amico.

Si è spento nello storico seminario Aloisianum della Compagnia di Gesù, a Gallarate, Bartolomeo Sorge, Anche lui come il defunto cardinale Carlo Maria Martini ha scelto questo luogo storico della compagnia, dedicato a San Luigi Gonzaga.

Il primo incontro con Padre Bartolomeo Sorge s.j. avvenne nel 1974, come giornalista dell’Agenzia Montecitorio ero stato accreditato al convegno conosciuto con il nome “I mali di Roma”, organizzato dalla Diocesi di Roma, guidata dal cardinale Ugo Poletti.

Don Luigi di Liegro era il responsabile organizzativo. Era il periodo che la citta’ di Roma, con la Giunta guidata da Clelio Darida, si interrogava come risolvere il problema del gran numero di “borghetti”, baracche dove abitavano le persone che una volta immigrate a Roma non avevano trovato un lavoro stabile e si erano arrangiate a vivere in baracche in attesa di tempi migliori.

I borghetti iniziavano da prima del ponte delle Valli, per proseguire sulla Nomentana, in prossimità del greto dei fiumi Aniene e Tevere, lungo tutte le mura dell’acquedotto romano per terminare al borghetto prenestino.

Con gli inizi degli anni 70’ la crisi occupazionale pesante il tutto il paese, a Roma si faceva sentire ancora di più, in quel periodo la occupazione romana era , soprattutto collegata ai “palazzinari” imprese di costruzione tanto vituperate, ma che permisero i migliaia di famiglia di avere un reddito e di comprarsi una casa.

Fu quella l’occasione per conoscere padre Sorge s.j, e la sua attività come direttore della Civiltà Cattolica.

Con la mia nomina a segretario della Associazione Cristiana Artigiani Italiani ci siamo un po’ “persi di vista”. Ho rincontrato Padre Bartolomeo quando la Conferenza Episcopale Italiana decise di favorire la costituzione di scuole di formazione politica nelle varie Diocesi italiane.

Nel 1986 “per meglio rispondere alle crescenti necessità di sviluppo della Sicilia e del Mezzogiorno i gesuiti italiani decidono di potenziare il Centro Studi di Palermo fondando l’Istituto Arrupe per la formazione di uomini e donne che, avvertendo la vocazione a impegnarsi per il bene comune, desiderano coniugare rigore etico e seria preparazione professionale”, padre Bartolomeo terminato nel 1985 il suo incarico di direttore di Civiltà Cattolica, assunse la direzione dell’Istituto Padre Arrupe.

Nella seconda metà degli anni 80’ la città di Palermo si trovava ad affrontare una situazione sociale molto complessa, che culminò con l’omicidio nel 1988 del Sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco.

In quegli anni la Diocesi di Palermo era retta dal Cardinale Salvatore Pappalardo, il Consiglio Pastorale aveva deliberato di avviare una scuola di formazione politica, accompagnai mons. Fernando Charrier a Palermo, che doveva illustrare il contributo che l’Ufficio nazionale poteva dare alla Diocesi nella fase di avviamento.

In un convento di suore tra Palermo e Monreale una sera è sorta la scuola di formazione politica palermitana.

Il giorno seguente mons. Charrier ha incontrato padre Sorge s.j., durante l’incontro c’è stato uno scambio di opinioni franco, ma non convergente sul ruolo che avrebbero dovuto svolgere le scuole di formazione politica.

Nel 1987 con la costituzione di un Istituto di Ricerca e Formazione con sede nel mezzogiorno a Palermo e Messina ci siamo incontrati spesso, portando avanti ruoli diversi, abbiamo, però, sostenuto insieme le iniziative sociali e politiche, come “Città per l’Uomo” che avrebbero favorito l’uscita della Sicilia dall’impasse sociale in cui si trovava.

Terminato il suo incarico come direttore del Centro Padre Arrupe padre Bartolomeo e’ tornato a Milano a dirigere la Rivista Aggiornamenti Sociali.

Ci siamo rincontrati a Milano grazie ad un comune amico Franco Mangialardi che aveva per anni indirizzato il Centro Sociale Ambrosiano.

Verso la fine degli anni 90’ cominciammo a prendere contezza che la fase di “mani pulite” aveva fallito il suo obiettivo, lasciando sul campo un Paese frantumato e diviso, senza avere inciso sulle debolezze del sistema, anzi, si intraveda un allargamento dei fenomeni ai quali si era cercato di mettere un argine.

La disintegrazione di partiti come la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano aveva lasciato orfani sul territorio moltissime “realtà” che avevano operato sempre correttamente ed erano rimaste punti di riferimento del territorio.

Facendo nostro il motto “vino nuovo in otre nuovo” su iniziativa di Franco Mangialardi, con il sostegno spirituale di padre Bartolomeo Sorge s.j., insieme ad altri amici costituimmo il movimento “Area Popolare Democratica”. Franco Mangialardi riteneva che APD avesse la “funzione di far emergere luoghi politici che avrebbero dovuto porsi l’obiettivo di un riformismo moderato e popolare, quindi di modernizzare il Paese, quindi di non disperdere i valori risorgimentali, liberal-democratici, del cattolicesimo democratico, in una parola, i valori su cui si fonda la Carta Costituzionale. Il tutto coniugato con le problematiche dell’uomo e della donna  di oggi”.

La esperienza di APD si concluse malamente con la partecipazione alla costituzione della “Rosa Bianca” utilizzato da alcuni come strumento per garantirsi una continuità politica personale.

Si deve riconoscere a Padre Bartolomeo Sorge che ha rappresentato sempre, il “faro” per moltissimi di noi. Tuttavia Padre Sorge, giustamente, ha voluto sempre conservare la propria autonomia di sacerdote e gesuita e ha, giustamente, rifiutato di essere confuso con le scelte che i laici di volta in volta facevano.

Sorge, i cattolici e la politica.

C’è un momento importante e significativo, tra i tanti, che ha caratterizzato il magistero religioso,  civile, culturale ed intellettuale del gesuita Bartolomeo Sorge. Un momento che, seppur  giovanissimo, ho potuto seguire e ascoltare al fianco e al seguito di un grande statista  democratico cristiano, Carlo Donat-Cattin. Mi riferisco alla stagione dell’Assemblea degli “esterni”  del 1981. Una storica assemblea politica e culturale che ha contribuito, in quell’epoca, a  ridisegnare il ruolo pubblico, e quindi politico, dei cattolici italiani. Una assemblea che fu  preceduta da una proposta, sintetizzata in un bel libro, proprio da Padre Sorge, pubblicato nel  1979 da titolo “La ricomposizione dell’area cattolica in Italia”. Un libro importante perchè  contribuì, come sempre capitò con l’autorevole gesuita, a trasformare una proposta in un dibattito  pubblico con forte e ricca ricaduta mediatica nazionale. E proprio da quel libro decollò un  confronto politico, intellettuale e culturale che condizionò il cammino e anche l’avventura pubblica  dei cattolici in quel particolare contesto storico italiano. E proprio il confronto, a distanza, tra  Padre Sorge, Donat-Cattin, Pietro Scoppola e pochi altri intellettuali e politici di quel campo fu  decisivo per orientare un dibattito che segnò una bella pagina per i cattolici impegnati in politica  nel nostro paese. Ma quel libro di Padre Sorge – che seguiva già una sua presenza significativa e  di grande qualità nella Chiesa italiana e nel mondo dell’editoria e dell’intellettualità cattolica –  rappresentò un faro importante per chi voleva continuare, da cattolico, ad illuminare e a lievitare la  società contemporanea attraverso la cultura e lo stile dei cattolici democratici e popolari.  

Ecco, se c’è un filo rosso che lega l’intero magistero “pubblico” di padre Sorge, al di là delle  diverse e contrastanti stagioni storiche che l’hanno visto, comunque sia, protagonista ed  interlocutore, è la sua perdurante fedeltà e coerenza nel riaffermare la centralità e l’importanza dei  cattolici in politica. Una presenza in un partito organizzato prima, anche se non mancavano  punture di spillo e vivaci confronti attorno alla sfida della “fedeltà” ai principi, ai valori e alla cultura  del popolarismo di ispirazione cristiana da parte della Dc e dei suoi vari gruppi dirigenti. Confronto  che ebbe proprio nel libro citato e nella “Assemblea degli esterni” dell’81 uno dei momenti più  vivaci e più significativi nella storia accidentata e travagliata del cattolicesimo democratico e  popolare italiano. E la sterminata produzione editoriale, culturale e religiosa di padre Sorge  continua ad essere per molti di noi ancora un riferimento importante e da cui non si può  prescindere per proseguire il cammino anche nei prossimi anni.

Il popolarismo di Padre Sorge

Non bastano più le parole per ricordare una tra le figure più brillanti della Chiesa e più intelligenti e lungimiranti che la politologia ha posseduto.
Padre Sorge si è speso fino all’ultimo affinché i cristiani impegnati in politica tornassero alle origini con nuove e più alte motivazioni che i tempi richiedono.
Certo, non ha mai parlato di nuovo partito di cattolici, ma di un nuovo costume politico in un’epoca nella quale sembra prevalere quel populismo che, a ben guardare, usa il popolo per gli interessi di un’élite.

Il suo continuo riferimento ai “liberi e forti” di don Sturzo è un chiaro monito a riconsiderare il popolarismo in funzione antipopulista.
Il realismo politico di Padre Bartolomeo Sorge negli ultimi tempi è penetrante allorché egli considera le difficoltà mondiali attuali come figlie di tre crisi: economica, politica e culturale.
Sulle prime due crisi (economica e politica) il populismo ha costruito la propria fortuna politico-elettorale; ossia facendo credere ad una moltitudine di cittadini in buona fede non più di essere semplici rappresentanti del popolo, ma di essere loro stessi popolo.
Il Movimento Cinque Stelle è un chiaro esempio di questo fenomeno che si è affermato in Italia con le ultime elezioni politiche.

Ma se si guarda a fondo l’attuale situazione politica, si scopre che sono trascorsi poco più di due anni per rendersi conto del più colossale bluff che la storia politica repubblicana italiana abbia conosciuto.
Ed allora, se il quadro politico attuale è questo, perché non ripartire dalle indicazioni di Padre Sorge ridando forza ideale e contenuti al popolarismo di matrice sturziana?
Il compito non appare per nulla difficile nei tempi attuali con un Partito Democratico che più che rappresentare gli interessi sociali è sempre più orientato a monopolizzare posti di governo e di sottogoverno; con una opposizione ormai in balia della destra estrema e leghista; con un Movimento Cinque Stelle allo sbando e non più in grado di superare un quoziente a due cifre.

Manca un centro equilibrato e rinnovatore non solo degli interessi sociali in gioco, ma soprattutto (come ammoniva Padre Sorge) che sappia rimettere al centro l’etica della politica, ossia del linguaggio e del costume politici.
La forza trainante dell’ispirazione cristiana deve fermarsi qui: Non un partito di cattolici, ma un partito cristianamente ispirato che sappia dialogare con le altre culture, che rimetta al centro dell’attuale scadente dibattito politico la persona umana con i propri bisogni, che sappia di nuovo fare quella sintesi morotea degli interessi sociali, che sappia scegliere una classe dirigente onesta e preparata.

Sono certo che tutto questo faccia non solo felice Padre Sorge che ci guarda da lassù, ma sia il tributo più vero che possiamo fare per averci idealmente sempre guidato con rettitudine di parole e di comportamenti nell’azione politica intesa come missione.

Non ho paura, mi guida l’amore del mio meraviglioso popolo che segue Gesù Cristo

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

«La Chiesa è e resta forte ma il tema della corruzione è un problema profondo, che si perde nei secoli. All’inizio del mio pontificato andai a trovare Benedetto. Nel passare le consegne mi diede una scatola grande: “Qui dentro c’è tutto – disse –, ci sono gli atti con le situazioni più difficili, io sono arrivato fino a qua, sono intervenuto in questa situazione, ho allontanato queste persone, e adesso… tocca a te”. Ecco, io non ho fatto altro che raccogliere il testimone di Papa Benedetto, ho continuato la sua opera».
Così Papa Francesco ha risposto a Gian Marco Chiocci, giornalista dell’agenzia AdnKronos, alla domanda su cosa sta accadendo dentro alle mura della città del Vaticano e più precisamente nella Curia Romana.
Per cercare di spiegare come mai la corruzione è presente nella storia della Chiesa, Bergoglio ha detto: «La Chiesa è stata sempre una “casta meretrix”, una peccatrice. Diciamo meglio: una parte di essa, perché la stragrande maggioranza va in senso contrario, persegue la giusta via. Però è innegabile che personaggi di vario tipo e spessore, ecclesiastici e tanti finti amici laici della Chiesa, hanno contribuito a dissipare il patrimonio mobile e immobile non del Vaticano ma dei fedeli. A me colpisce il Vangelo quando il Signore chiede di scegliere: o segui Dio o segui il denaro. Lo ha detto Gesù, non è possibile andare dietro a entrambi».
Il Papa ha quindi ricordato sua nonna che non era una teologa, ma «a noi bambini diceva sempre che il diavolo entra dalle tasche. Aveva ragione».
In merito alle critiche che gli vengono sollevate da qualche cardinale e prelato, il Papa ha risposto: «Non direi il vero, e farei torto alla sua intelligenza, se le dicessi che le critiche ti lasciano bene. A nessuno piacciono, specie quando sono schiaffi in faccia, quando fanno male se dette in malafede e con malignità. Con altrettanta convinzione però dico che le critiche possono essere costruttive, e allora io me le prendo tutte perché la critica porta a esaminarmi, a fare un esame di coscienza, a chiedermi se ho sbagliato, dove e perché ho sbagliato, se ho fatto bene, se ho fatto male, se potevo fare meglio. Il Papa le critiche le ascolta tutte dopodiché esercita il discernimento, capire cosa è a fin di bene e cosa no. Discernimento che è la linea guida del mio percorso, su tutto, su tutti. E qui sarebbe importante una comunicazione onesta per raccontare la verità su quel che sta succedendo all’interno della Chiesa. Se nella critica devo trovare ispirazione per fare meglio non posso certo lasciarmi trascinare da ogni cosa che di poco positivo che scrivono sul Papa…».
«Alcuni dei critici sostengono che tra Bergoglio e Ratzinger ci sia della ruggine e punti di vista diametralmente opposti», ha osservato il giornalista.
Prima di rispondere Papa Francesco ha sorriso e poi ha detto: «Benedetto per me è un padre e un fratello, per lettera gli scrivo “filialmente e fraternamente”. Lo vado a trovare spesso e se recentemente lo vedo un po’ meno è solo perché non voglio affaticarlo. Il rapporto è davvero buono, molto buono, concordiamo sulle cose da fare. Benedetto è un uomo buono, è la santità fatta persona. Non ci sono problemi fra noi, poi ognuno può dire e pensare ciò che vuole. Pensi che sono riusciti perfino a raccontare che avevamo litigato, io e Benedetto, su quale tomba spettava a me e quale a lui».
«Alcuni sostengono anche che in questa battaglia Papa Francesco è solo contro tutti…», ha osservato ancora Gian Marco Chiocci.
Bergoglio ha risposto: «Esistono due livelli di solitudine. Uno può dire: mi sento solo perché chi dovrebbe collaborare non collabora, perché chi si dovrebbe sporcare le mani per il prossimo non lo fa, perché non seguono la mia linea o cose così, e questa è una solitudine diciamo… funzionale. Poi c’è una solitudine sostanziale, che non provo, perché ho trovato tantissima gente che rischia per me, mette la sua vita in gioco, che si batte con convinzione perché sa che siamo nel giusto e che la strada intrapresa, pur fra mille ostacoli e naturali resistenze, è quella giusta. Ci sono stati esempi di malaffare, di tradimenti, che feriscono chi crede nella Chiesa. Queste persone non sono certo suore di clausura».
Di fronte alle tante crisi interne ed esterne alla Chiesa il Papa ha dichiarato di non avere paura: «Non temo conseguenze contro di me, non temo nulla, agisco in nome e per conto di nostro Signore. Sono un incosciente? Difetto di un po’ di prudenza? Non saprei cosa dire, mi guida l’istinto e lo Spirito Santo, mi guida l’amore del mio meraviglioso popolo che segue Gesù Cristo. E poi prego, prego tanto… tutti noi in questo momento difficile dobbiamo pregare tanto per quanto sta accadendo nel mondo».

Giovanbattista Tiepolo: al di là delle nuvole.

Fino al 21 marzo 2021 le Gallerie d’Italia – Piazza Scala a Milano ospitano l’esposizione “Tiepolo. Venezia, Milano, l’Europa”, a 250 anni dalla sua morte, realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e in partnership con le Gallerie dell’Accademia di Venezia, a cura di Fernando Mazzocca e Alessandro Morandotti, con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli. 

In mostra settanta opere, tra quelle del Maestro e di importanti artisti suoi contemporanei (tra cui i veneti Antonio Pellegrini, Giovanni Battista Piazzetta, Sebastiano Ricci e il lombardo Paolo Pagani).

Giambattista Tiepolo aveva quattordici anni quando iniziò ad apprendere da Gregorio Lazzarini “i ferri del mestiere” e la magia del “saper mescolare i colori”. Nel 1717 si iscrisse alla congregazione dei pittori veneziani, iniziando un percorso che lo porterà ad essere conosciuto in Veneto, Friuli, Lombardia. Uscì dall’Italia a cinquantacinque anni, facendosi apprezzare in alcuni Stati, tra cui Germania e Spagna. 

Inizialmente, la pittura di Giovanbattista Tiepolo segue le tracce del Piazzetta, le sue “macchie di forza”. Quest’influenza la si ritrova in alcune opere giovanili, tra tutte: gli affreschi del palazzo arcivescovile di Udine del 1726. Poi l’amore per i classici della letteratura, ed ecco che Giovanbattista omaggia l’Eneide, l’Odissea e la Gerusalemme Liberata, decorando la villa Valmarana vicino a Vicenza, lavoro successivo agli splendidi affreschi del 1733 della cappella Colleoni di Bergamo.

La vena artistica è influenzata anche da due importanti incontri: Sebastiano Ricci e Paolo Veronese. Del primo assimila il movimento del disegno, quel senso di dinamismo non puramente decorativo, alla rococò, ma dal gusto raffinato prettamente veneziano. Del Veronese egli coglie e reinterpreta il gioco di cromatismi alla ricerca di una coreografia dal largo respiro, superando miti ed allegorie. Dal 1740 al 1744 Tiepolo esegue significativi lavori a Venezia (come “l’apparizione della Vergine al beato Simeone Stock”, scuola dei Carmini, e l’affresco della chiesa degli Scalzi “Trasporto della Santa Casa di Loreto”, di cui si può ancor oggi ammirare il bozzetto preparatorio, essendo l’originale stato distrutto durante la prima Guerra Mondiale). Sono gli anni in cui Milano diviene una città fondamentale per Tiepolo che realizza, tra gli altri, “La corsa del carro del Sole”, la pittura a fresco voluta per Palazzo Clerici da Antonio Giorgio, ultimo discendente della famiglia (in quell’occasione viene pubblicata una raccolta di poesie del poeta Giovanni Battista Dal Pozzo, che celebra Tiepolo paragonandolo al Veronese). 

Con il passare degli anni sempre più, con delicatezza di tavolozza e disegno, il suo stile riesce a rappresentare con luci e colori il dramma della vita, l’uomo nei suoi atteggiamenti, l’insieme dell’esistenza (concetti cari ai Romantici che, in quel senso di “insieme unico” e nella vibrazione delle tonalità simboliche, Tiepolo sembra presagire). La sua ricerca diviene costante. Ad esempio, spesso ama trasfigurare i temi sacri trattati con forte personalità senza esagerazioni, con giochi luminosi, prospettive sinergiche, fatti umani e ultraterreni che intellettualmente si mescolano alla ricerca del divenire dell’esistenza (si vedano, ad esempio, le tele di Verolanuova e la pala della chiesa delle Grazie di Este).

L’artista chiude definitivamente il ciclo barocco, superando eccessivi decorativismi, mantenendo la costante empirica della sperimentazione tipica del Seicento con leggerezza visiva derivata da profondo studio e personale fantasia. Muore in Spagna nel 1770 (si era recato nel 1762 su invito di Carlo III per decorare la sua reggia) in un momento di calo di notorietà, subendo l’ingrato declino delle mode che si susseguono. A Madrid aveva decorato la sala del Trono, alcune coinvolgenti allegorie che illuminano l’anticamera, glorificando la monarchia spagnola ed altro ancora. La sua maturità artistica lasciava alle spalle fantasie decorative sperimentate anni prima, come la decorazione del Palazzo Würzburg del principe-vescovo di Franconia Carlo Felice. 

I figli Giandomenico e Lorenzo, che lo seguirono sempre, portarono avanti il suo insegnamento e la sua passione per l’arte, che venne poi rivalutata ed apprezzata a distanza, grazie ad impulsi classici e romantici da molti artisti come Canova ed Hayez.

In sintesi, Tiepolo lavora su elementi temporali e spaziali di tematiche ritenute, a quei tempi, troppo vicine alla tradizione. In realtà, l’amore per la pittura, la magnificenza degli spazi indefiniti e il contrasto con la scuola caravaggesca lo rendono deviante nella fenomenologia artistica dell’epoca. I suoi “respiri” ci riportano alla natura romantica e le sue “nuvole aperte” anticipano il superamento dei limiti spazio-temporali proprio della fine dell’Ottocento. Certo, sono presagi, intuizioni, tensioni di un animo che voleva rappresentare la realtà oltre alla pura visione, la narrazione oltre il puro racconto, l’indefinito oltre la certezza.

Chissà, forse ancora nessuno è riuscito ad andare, come lui, “al di là delle nuvole”….

Astrazeneca: il vaccino in distribuzione da marzo costerà 2 euro

L’azienda farmaceutica AstraZeneca prevede che il vaccino in sperimentazione contro il Covid-19 sarà in distribuzione entro la fine del primo trimestre del prossimo anno. Lo ha spiegato Josep Baselga, direttore dell’area Ricerca e sviluppo oncologico di AstraZeneca.

L’azienda si è impegnata a distribuire i vaccini in tutto il mondo e non solo a singoli stati o in Europa. Prprio per questo motivo la produzione è già partita e se tutto andrà a buon fine, potrà. entro fine anno. partire la distribuzione.

Buone notizie anche sul costo. Infatti il vaccino sarà venduto a prezzo di costo, circa due euro e sarà richiesta la somministrazione di due dosi a distanza di 28 giorni.

 

 

Distribuiti gli 85 mln per la didattica digitale

Firmato dal Ministro dell’Istruzione, Lucia Azzolina, il decreto che assegna alle scuole gli 85 milioni di euro per la didattica digitale integrata, stanziati dal ‘Decreto Ristori’ nel Consiglio dei Ministri del 27 ottobre scorso. I fondi serviranno agli istituti scolastici per l’acquisto di dispositivi digitali e strumenti per le connessioni da fornire in comodato d’uso alle studentesse e agli studenti meno abbienti. Le risorse sono state distribuite tenendo conto del numero di alunni di ciascun istituto e dell’indicatore Ocse Escs che consente di individuare le scuole segnate da un contesto di maggiore disagio socio-economico e con minori dotazioni digitali. Lo stesso parametro era stato utilizzato a marzo per la distribuzione dei fondi per la didattica digitale previsti dal decreto ‘Cura Italia’. Questo nuovo stanziamento potrà consentire alle scuole l’acquisto, in base alle proprie necessità, di oltre 200mila nuovi dispositivi e oltre 100mila connessioni.

In questi mesi il Miur non ha mai smesso di investire sul digitale a scuola, capitalizzando gli sforzi fatti durante la sospensione delle attività didattiche in presenza e cercando di trasformare la crisi in opportunità, con interventi che resteranno in dotazione alle scuole e anche attraverso la formazione del personale. In particolare, grazie ai finanziamenti assegnati da marzo, sono stati già 432.330 i dispositivi acquistati e oltre 100mila le connessioni. Ulteriori strumenti saranno resi disponibili attraverso specifici avvisi a valere sulle risorse PON che consentiranno il noleggio di supporti didattici digitali per questo anno scolastico e grazie anche a un decreto da 3,6 milioni, firmato il 27 ottobre dal Ministro dell’Istruzione, che garantirà la connessione e, quindi, la didattica digitale integrata, a studentesse e studenti delle scuole di secondo grado che ne sono ancora privi. Si ricorda, infine, che le scuole hanno acquistato device e tecnologie anche con i 331 milioni di euro erogati direttamente agli Istituti per la ripartenza di settembre. Le scuole hanno poi in dotazione nei loro laboratori 1,2 milioni di dispositivi già messi a disposizione degli studenti durante la prima fase dell’emergenza sanitaria. Di seguito riportiamo la distribuzione regionale degli 85 milioni:

Abruzzo 1.884.794,63 €

Basilicata 1.088.222,83 €

Calabria 3.595.958,80 €

Campania 10.644.051,87 €

Emilia Romagna 5.516.393,71 €

Friuli 1.597.160,68 €

Lazio 7.330.997,89 €

Liguria 1.825.017,64 €

Lombardia 12.210.621,80 €

Marche 2.286.947,32 €

Molise 481.312,60 €

Piemonte 5.624.162,80 €

Puglia 6.695.778,25 €

Sardegna 2.808.166,38 €

Sicilia 9.097.145,71 €

Toscana 4.833.369,38 €

Umbria 1.269.978,81 €

Veneto 6.209.918,90 €

Totale 85.000.000,00 €

Nei paesi a basso reddito il Coronavirus colpisce più lievemente

La comunità scientifica ha riscontrato una minore mortalità legata al coronavirus nei Paesi a basso reddito. Secondo i ricercatori, vivere in zone con una scarsa igiene e un accesso limitato all’acqua potabile permetterebbe alle persone di ottenere un sistema immunitario più forte e resistente.

Ad esempio una ricerca del Council of Scientific and Industrial Research indica che l’India ha un sesto della popolazione mondiale e un sesto dei casi riportati di Covid-19. Tuttavia le morti sono meno del 10% del totale mondiale, con una mortalità inferiore al 2%, che è tra le più basse.

 

Padre Sorge negli anni ‘70 operò a sostegno della politica di solidarietà nazionale: di questa lezione oggi dovremmo fare tesoro.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Ceccanti. Ne ha facoltà.

STEFANO CECCANTI (PD). Grazie Presidente. È scomparso stamani Bartolomeo Sorge, padre gesuita direttore di Civiltà Cattolica tra il 1973 e il 1985, uomo di Chiesa, ma anche uomo della società italiana, uomo di evangelizzazione, ma anche uomo della promozione umana, come recitava il titolo del convegno della Chiesa italiana del ‘76 di cui fu il principale animatore. E lui ci teneva soprattutto a sottolineare la congiunzione “e”: non si dà evangelizzazione senza promozione umana e viceversa.

Molti – i più giovani – se lo ricordano per l’animazione della primavera di Palermo, tra la seconda metà degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, ma forse il periodo più forte, di maggiore responsabilità, fu quello degli ultimi quattro anni del pontificato montiniano, tra il 1974 e 1978, quando fu incaricato, in sintonia col Papa, di ricomporre le fratture su una linea di progresso, anzitutto le fratture nella Chiesa. Padre Bartolomeo Sorge fu chiamato a chiamare come animatori, come relatori, persino persone che nel 1974, nel referendum sul divorzio, si erano schierate contro l’indicazione di voto dei vescovi, a cominciare da Pietro Scoppola. Quindi non demonizzazione, ma addirittura valorizzazione, superamento di una frattura. E si schierò con grande forza a favore della politica di solidarietà nazionale, della ricomposizione di tutte le forze che avevano fatto insieme la Costituzione, perché solo attraverso questo passaggio fondamentale si sarebbe potuta realizzare in Italia una democrazia dell’alternanza.

Voglio quindi ricordarlo con una sua citazione di un’intervista dell’85, che è ancora valida: “Il Novecento, che sta per finire, rimarrà come l’esempio di modelli statici, prefabbricati. Un tentativo abortito, che ha condotto a due terribili guerre mondiali, ad alzare cortine e muri di divisione tra i popoli, a blocchi militari contrapposti. Il Duemila nascerà diverso solo se ci sapremo ispirare ad un modello dinamico, superando cioè la contrapposizione o la sovrapposizione di una visione ideologica sull’altra, instaurando invece uno stile nuovo di collaborazione e di ricerca comune, a partire dai problemi reali della gente, da interpretare alla luce di valori di un’antropologia plenaria, aperta alla trascendenza” (Applausi).

PRESIDENTE. La Presidenza si associa alla sua sapiente commemorazione naturalmente per la scomparsa di un grande uomo della cultura e della Chiesa nel nostro Paese.

Da Reggio Emilia, un ricordo di Padre Sorge

A Reggio Emilia, come in molte altre parti d’Italia,-cattolici e non-  piangono con molti rimpiati e nostalgie per la morte del “formidabile “gesuita Padre  Bartolomeo Sorge. Era un amico personale, un padre spirituale, un pensatore (intellettuale sarebbe riduttivo) chiaro e profondo, ma anche scomodo per certi super-cattolici. Tutta la stampa nazionale ed oltre, avrà modo di tratteggiare i suoi profili di sacerdote e di studioso, attento al discernimento  all’ interno della Chiesa e della società contemporanea e all’analisi dei”segni dei tempi” secondo il portato innovativo del Concilio Vaticano II e che oggi Papa Francesco lo ribadisce ed aggiorna nell’enciclica Fratelli tutti. 

Sorge venne a Reggio Emilia diverse volte invitato non solo da esponenti della Chiesa Reggiana, ma anche ad incontri promossi, persino a livello politico, da realtà associative laiche. Ricordo in particolare quando la DC era sparita dal panorama politico, e il gesuita avuto il coraggio – e ci voleva molta tenacia in quei tempi – a richiamare i cattolici a riprendere lo spirito del “popolarismo “ sturziano in una fase difficile anche per la vita pubblica nel nostro Paese. Abbiamo avuto la sua disponibilità, fra le molte altre occasioni, a tenerci delle splendide “ lectio magistralis “ nella nostra “ città del Tricolore“. 

Ne ricordo solo due. Come  nel gennaio del 2004 al secondo Convegno degli ex-allievi della Scuola Superiore di Scienze Sociali, attiva al Centro del sacro Cuore a Baragalla dal 1959 al 1966 ,sul tema” Cattolici e impegno politico:ieri, oggi e domani “ e più recentemente nel gennaio del 2018 al Convegno promosso dal Circolo G. Toniolo e dall’ Ucid  sul tema “ Dalla formazione sociale all’etica civile. Un’esperienza innovativa dei Gesuiti a Reggio Emilia: quali insegnamenti ? “ di cui ,fra poco, usciranno gli atti. 

Il nostro Vescovo  Camisasca, nel porgere il suo saluto, in quella sua , purtroppo ,ultima venuta a Reggio, disse testualmente :“ Mi siano consentiti un ricordo speciale e un saluto grato ed affettuoso a padre Bartolomeo Sorge, la cui biografia meriterebbe da sola un convegno ! “.Ci auguriamo tutti che questo accada, specie in una fase della vita pubblica e culturale dove l’ insegnamento sociale della Chiesa – Sorge amava chiamarla così nei suoi numerosi testi in materia – pare negletto o dimenticato.

Alle origini del rischio educativo e del disagio scolastico

Articolo già pubblicato sulla rivista “DPU- DIRITTO PENALE e UOMO – Rivista internazionale di studi giuridici e antropologici

Cresce il numero delle segnalazioni che le scuole inoltrano ai tribunali minorili per rappresentare situazioni di forte disagio riscontrate negli alunni, al di là dello “scolasticamente risolvibile”, con motivazioni variegate rispetto alle esperienze e ai vissuti, oltre che dense di significati impliciti o difficilmente intellegibili. 

Da molti anni il sistema scolastico del nostro Paese presta particolare attenzione al tema del diritto allo studio, inteso come domanda sociale di istruzione ma anche come strumento per sviluppare le potenzialità di crescita intellettuale, emotiva, relazionale di ciascuno attraverso un’offerta di opportunità formative sempre più individualizzate e mirate. Disagio scolastico e insuccesso educativo riguardano bambini e adolescenti che in diversa misura non riescono a compiere il percorso dell’obbligo, che si assentano dalle lezioni per periodi a volte talmente lunghi da compromettere l’esito dell’anno scolastico ma questa “inadempienza” è sovente la punta di un iceberg che nasconde situazioni più complesse, cui la scuola da sola non sempre riesce a tener fronte, indipendentemente dalla collaborazione o viceversa dal disimpegno delle famiglie. L’esperienza di ascolto dei minori che attraversano momenti di difficoltà rispetto alla frequenza scolastica consente di risalire alle motivazioni che hanno originato il “gap”, il distacco, l’allontanamento dal contesto formativo: la pratica del colloquio con i bambini e gli adolescenti, se condotto con la dovuta delicatezza e senza modalità intrusive, non serve solo per conoscere ma possibilmente per aiutare, indirizzare, risolvere. Emergono problematiche di tipo personale e motivazionale, il timore di “non farcela”, i brutti voti, la percezione del clima relazionale con insegnanti e compagni sovente vissuto come ostile, i compiti a casa non svolti, le lezioni non apprese, la fatica di applicarsi sui libri, la presenza di alunni ritenuti ineguagliabili in quanto a successo e valutazioni positive.

Sono vissuti negativi interiorizzati e tradotti in blocchi emotivi e all’apprendimento, rispetto ai quali un bambino o un ragazzo si sente “perdente in partenza” perché non gli riuscirà mai di vincere la frustrazione dell’insuccesso e della vita di classe intesa come competizione. E allora ci si rifiuta di frequentare, si sta a casa, in quella nicchia molto rassicurante che va dal proprio letto alla play station, dal divano alla Tv.

Ci sono minori che dicono “la scuola non è fatta per me”, “non ce la faccio”. Allora li si aiuta con il sostegno scolastico o con interventi educativi domiciliari che a volte facilitano l’apprendimento e il recupero dell’autostima. Anche oltre il contesto familiare di appartenenza a volte deprivato, altre invece partecipe e collaborativo. Ci sono anche storie di bullismo che escono dai racconti dei ragazzi: questa è una condizione di sofferenza socialmente in crescita, che incute terrore per le violenze fisiche e psicologiche subìte, le derisioni, lo stalking, storie da cui esce l’immagine di un’infanzia e un’adolescenza non sempre innocenti, di compagni che si accaniscono verso i coetanei con una pervicacia e una cattiveria sorprendenti anche se non di rado i “bulli” sono essi stessi l’impersonificazione di un disagio esistenziale non compensato ne’ a scuola ne’ a casa, la loro aggressività emula comportamenti altrove appresi con troppa facilità (cattivi esempi, Tv “spazzatura”, viaggi in rete …senza rete, dileggio e turpiloquio come parlare abituale, stili di vita trasgressivi e senza inibizioni).

Tra le cause più frequenti di inadempienza e di abbandono della scuola ci sono anche storie familiari critiche: i minori vivono intensamente ad esempio – oltre ciò che direttamente esprimono – la separazione dei propri genitori, la reciproca ricostituzione di legami affettivi o familiari nuovi che  li fanno sentire veri e propri estranei.  Sia che si tratti di situazioni conflittuali tra genitori o di contesti “abbandonici” i figli diventano – come direbbe Gilbert Cesbron  (e il suo giudice Lamy) “cani perduti senza collare”: i minori emarginati o abbandonati dagli ambiti familiari di origine o – viceversa – i figli di genitori in conflitto stanno diventando due categorie sociali dai contorni netti e dai connotati devastanti. La scuola diventa per loro, a poco a poco, un ambiente estraneo, persino inutile, un luogo dove si teme di render conto della propria condizione di inadeguatezza, una cosa che non serve. 

I figli che soffrono legami affettivi deteriorati diventano alunni “difficili”, demotivati, fragili, si sentono “diversi” dagli altri. E non vogliono più andare a scuola. Oppure – capita sempre più spesso, anche se sembra incredibilmente doloroso che ciò possa accadere – che siano loro stessi, rendendosi conto dell’assenza di uno o entrambi i genitori dalla loro vita, a chiedere un collocamento in “collegio”.

La mamma mi ha detto: “Sai, sto aspettando un bambino dal mio nuovo compagno, non ho molto tempo per te”…. “la fidanzata di papà mi ha mandato un whatsApp: non metterti di mezzo nella nostra vita”.

E allora chiedono: “Ma tu mi puoi mettere in una comunità?”.  E’ straziante ma accade proprio così.

Gigi Proietti, la magia della realtà

L’articolo per il “Domani d’Italia” era già pronto. Mancava solo un’ultima rilettura, prima dell’invio. Poi è arrivata, purtroppo, la notizia. La fantasia superata dalla realtà. Aveva spesso ironizzato sulla sua data di nascita: “Che dobbiamo fa’? La data è quella che è, il 2 novembre”.

L’ultimo sketch di Gigi Proietti è stato quello di andarsene in un momento così drammatico, in cui il Paese ha bisogno di figure di riferimento, rassicuranti. Appigli a cui aggrapparsi, in un giorno triste (apprendiamo che è mancato anche il padre gesuita Bartolomeo Sorge) e in un anno in cui l’essere arrivati sani e salvi al 31 dicembre, in qualche modo, farà curriculum.

Gigi Proietti è stato un artista capace di parlare a tutti e di trasmettere quel senso di forza e di futuro, basato sulla tradizione, sulla profondità della conoscenza e sulla capacità di dialogo, alternando il registro alto a quello “basso” con gli spettatori, intesi come pubblico e come persone.

Come ha scritto Veltroni sul Corriere della Sera, Gigi Proietti “era colto e popolare, non coltivava il disprezzo aristocratico per il pubblico al quale l’Autore doveva imporre la sua creatività ma era, come gli intellettuali artigiani della commedia all’italiana, un meticoloso ricercatore del punto di armonia tra le esigenze di comunicazione di un artista e il gusto del pubblico”.

Gigi Proietti era un intellettuale popolare. Per questo le persone oggi sono così colpite dalla sua improvvisa scomparsa e mostrano gratitudine per un dono: ridere e riflettere insieme.

Intervistato lo scorso marzo dal “Corriere della Sera”, in pieno lockdown, seppe trovare parole illuminanti: “Ora abbiamo più tempo per pensare, per riflettere su come vivere bene in una comunità. È troppo facile scaricare sugli altri le responsabilità, che invece sono di tutti noi cittadini. È una buona occasione per ragionare su cosa abbiamo sbagliato. Con questo non voglio dire che il virus ci ha invaso per colpa nostra, dico solo che forse abbiamo sbagliato qualcosa a monte di tutta questa vicenda. Invece di litiga’, dobbiamo ragiona’. Le polemiche tra i politici sono assolutamente dannose. Io amo la politica, ma questa non è politica”.

L’Europa non deve smettere di aiutare i lavoratori

In tutta Europa, i ministeri delle finanze stanno premendo per eliminare gradualmente i programmi di cassa integrazione e di stop ai licenziamenti che hanno tenuto i lavoratori inattivi a causa della pandemia di coronavirus.

Dato l’enorme costo del debito pubblico, sostengono i responsabili dei dicasteri, i governi non possono permettersi di continuare a sostituire i redditi delle famiglie per molto. L’economia deve poter iniziare ad adattarsi.

Questo sarebbe un terribile errore. Ritirare prematuramente il sostegno sarebbe socialmente e politicamente disastroso. Getterebbe milioni di europei nella disoccupazione. Una tale mossa ostacolerebbe qualsiasi ripresa economica e provocherebbe una dannosa perdita di competenze e un alto tasso di disoccupazione permanente. 

Un sondaggio tra gli economisti tedeschi dell’Istituto ifo per la ricerca economica e il conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung ha rilevato che due terzi degli intervistati erano preoccupati per la crescita del numero di “imprese zombie”; la metà ha accusato  Kurzarbeit – il programma tedesco attraverso il quale i lavoratori possono ridurre drasticamente le proprie ore di lavoro a parità di salario-  di aver tenuto a galla le società insolventi.

Ma questo non deve intimorire i Governati 

Per la professore di storia economica alla Sussex University Nick Crafts “Siamo perfettamente in grado di affrontare eventuali deficit e prestiti per i prossimi due anni”. “Nei prossimi 12 mesi, la necessità continua è quella di fornire un’assicurazione sociale statale. Questo è quello che abbiamo imparato dagli anni ’30. Il mercato non può farlo. ” 

Come ha affermato Christine Lagarde della Banca centrale europea in un’intervista, è “essenziale” che “le reti di sicurezza di bilancio messe in atto dai governi durante questa crisi non vengano ritirate prematuramente”.

Fortunatamente, per ora, i governi sembrano ascoltare.

 

Tumore colorettale. Il primo screening a 45 anni

Le nuove raccomandazioni della U.S. Preventive Services Task Force (USPSTF) abbassano l’età iniziale dello screening per cancro colorettale a 45 anni. “Nuovi elementi scientifici sul cancro colorettale in persone al di sotto dei 50 anni d’età hanno consentito alla Task Force di raccomandare che i soggetti inizino lo screening all’età di 45 anni, invece che a 50”, dice uno dei membri della task force, Martha Kubik del College of Health and Human Services presso la Mason University di Fairfax, Virginia.

Le linee guida del 2016 dell’USPSTF raccomandavano l’inizio dello screening per cancro colorettale all’età di 50 anni e la sua prosecuzione fino ai 75 anni.
La decisione di sottoporre a screening gli adulti dai 76 agli 85 anni dovrebbe essere presa su base individuale e lo screening dovrebbe essere interrotto dopo gli 85 anni.

Kubik e i colleghi dell’USPSTF si sono serviti dei risultati di un aggiornamento delle evidenze per sviluppare raccomandazioni aggiornate. Queste raccomandazioni si applicano ad adulti asintomatici che sono a rischio medio di cancro colorettale.

Padre Bartolomeo Sorge il politologo

Oggi è scomparso padre Sorge. Chi si è formato negli anni ’70 gli deve molto. Sui vari temi su Civiltà Cattolica cercava posizioni di equilibrio avanzato rifuggendo però da forme di radicalismo o di minoritarismo, secondo la classica impostazione montiniana e morotea. Per un anno intero al Movimento studenti di Azione Cattolica di Pisa utilizzammo come testo di riferimento di un gruppo di studio i suoi testi raccolti nel volume “Capitalismo, scelta di classe, socialismo” che si approcciava in modo estremamente equilibrato ai temi del rapporto tra capitalismo e democrazia.

L’economia di mercato creava dei guasti che spettava alla politica affrontare e risolvere, ma la politica non poteva considerarsi onnipotente perché anche i suoi interventi potevano rivelarsi inadeguati e controproducenti, come rivelavano i fallimenti del cosiddetto socialismo reale.

Se la scelta di classe significava un interclassismo dinamico teso a ridurre le disuguaglianze essa era positiva, ma nessuna classe poteva essere vista come un soggetto storico-messianico.

La politica di solidarietà nazionale era condivisibile ma non perché dovesse bloccare l’alternanza tra forze diverse alla guida del Paese, ma anzi esattamente per l’obiettivo opposto, per rafforzare tra le forze politiche democratiche una base comune necessaria perché il ricambio potesse essere fecondo e non lacerante.

In questa chiave del tutto laica andava visto anche il sostegno allo strumento della Democrazia Cristiana, in quanto in quel momento esso, nella sua maggioranza interna, era portatore di quella precisa linea politica, rivolta a una “cultura dell’intesa” che riprendeva la collaborazione interrotta troppo precocemente nella primavera del 1947. Una grande lezione, prima ancora che lo conoscessi di persona nel periodo della Fuci.

Ci ha lasciato Padre Bartolomeo Sorge.

Oggi ci lascia anche Padre Bartolomeo Sorge. Che vogliamo ricordare con questa intervista a TV2000.

Nato all’isola d’Elba da genitori di origine catanese, nel 1938 si trasferisce con la famiglia a Castelfranco Veneto. Nel 1946 entra nella Compagnia di Gesù, ordinato sacerdote nel 1958, si è formato a Milano, in Spagna e successivamente a Roma. Nel 1966 entrò nella redazione de La Civiltà Cattolica, quindicinale della Compagnia di Gesù e ne divenne direttore nel 1973, succedendo a padre Roberto Tucci.

Collaborò alla stesura di Octogesima adveniens, documento pontificio firmato da papa Paolo VI sull’azione della comunità cristiana in campo politico, sociale ed economico. Negli anni ottanta si attivò, con conferenze tenute in varie città d’Italia, per promuovere nei cattolici una nuova identità culturale e un nuovo ruolo politico, con l’obiettivo di una “rifondazione” della Democrazia Cristiana. Si è sempre battuto contro l’integrismo di alcuni movimenti cattolici, che al convegno “Evangelizzazione e promozione umana”, svoltosi nel 1976, aveva definito «il tarlo del Vangelo».

Lasciata la direzione di Civiltà cattolica nel 1985 per Palermo, dal 1986 al 1996 ha diretto l’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo. All’interno di questo Istituto, insieme a padre Ennio Pintacuda, con il movimento Città per l’Uomo sostenne la cosiddetta Primavera di Palermo di Leoluca Orlando e poi nel 1991 il suo movimento La Rete, ma allontanò Pintacuda nel 1992 dall’Istituto proprio per essersi troppo avvicinato al movimento.

Dal 1997 visse a Milano, presso il Centro San Fedele, di cui è stato il responsabile dal giugno 1998 al settembre 2004. È stato anche direttore delle riviste Popoli fino al 2005 e Aggiornamenti Sociali fino a tutto il 2009.

Addio Gigi

Gigi Proietti è morto per gravi problemi cardiaci, dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva in una clinica romana.

In passato Gigi Proietti aveva accusato dei problemi al cuore. Nel 2010 venne ricoverato nell’unità di terapia intensiva coronarica dell’ospedale San Pietro, ma fortunatamente la situazione si risolse, tanto che l’attore trovò la forza di scherzare sulla vicenda già nei giorni successivi alla degenza, che lo stesso Proietti cercò di tenere nascosta.

Gigi Proietti nella sua carriera è stato attore, comico, cabarettista, doppiatore, conduttore televisivo, regista, cantante, direttore artistico e insegnante italiano. Faceva parte di quella cerchia di artisti di formazione teatrale, campo nel quale ha mietuto notevole successo sin dagli inizi degli anni sessanta. Noto per le sue doti di affabulatore e trasformista, era considerato uno dei massimi esponenti della storia del teatro italiano; nel 1963 grazie a Giancarlo Cobelli esordì nel “Can Can degli italiani”, per poi interpretare senza sosta numerosi spettacoli teatrali sino a “A me gli occhi, please”.

Verso la fine degli anni settanta ha anche aperto il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche, che ha visto tra i suoi allievi numerosi personaggi divenuti poi volti noti dello spettacolo italiano.

Ha raggiunto la consacrazione cinematografica nel 1976 con il celebre Febbre da cavallo, nel ruolo dell’incallito scommettitore Mandrake, che con il passare degli anni è divenuto un vero e proprio film di culto.

A partire dagli anni novanta, parallelamente al successo ottenuto in teatro, è stato protagonista di svariate serie televisive di successo, prima fra tutte la serie RAI “Il maresciallo Rocca” iniziata nel 1996 e divenuta una delle serialità di maggior audience della televisione italiana, spianandogli inaspettatamente la strada verso una vera e propria seconda giovinezza. Sempre per la RAI è stato San Filippo Neri nella miniserie Preferisco il Paradiso, il cardinale Romeo Colombo da Priverno in L’ultimo papa re, il misterioso generale Nicola Persico in Il signore della truffa, e lo stravagante giornalista Bruno Palmieri in Una pallottola nel cuore.

Molto riservato sulla sua vita privata, dal 1967 alla morte è stato sposato con un’ex guida turistica svedese, Sagitta Alter, dalla quale ha avuto due figlie: Susanna e Carlotta, anche loro attrici. Politicamente si dichiarava vicino al centro-sinistra, pur mantenendo indipendenza dai partiti. Il 30 settembre 2013 ha ricevuto la cittadinanza onoraria della città di Viterbo.

Fu nominato Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana il 27 dicembre 1991 e Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana il  1º aprile 2003.

Tra Franceschini e Saviano stiamo dalla parte di Franceschini

Le parole di Franceschini a “Che tempo che fa”, il programma di Rai 3 condotto da Fabio Fazio, hanno messo sul piede di guerra i difensori ad oltranza del “sistema  cultura”. In parte era prevedibile. La pandemia, invece di favorire una spinta alla solidarietà nazionale. genere la moltiplicazione di pregiudizi e dissidi.

Cosa ha detto di tanto grave Il ministro? Nulla, vale a dire nulla di veramente grave. Ha solo annunciato che il governo si accinge a decretare, alla luce della impennata dei contagi, la chiusura dei musei, oltre a quella già operante per cinema e teatri. Roberto Saviano, prima di questo annuncio presuntivamente offensivo, aveva manifestato una rabbiosa insofferenza per la scelta di Franceschini. In una lunga intervista a Marco Damilano, sul numero da ieri in edicola de “L’Espresso”, lo scrittore simbolo della lotta alla criminalità organizzata ha preso lo spunto dal provvedimento della settimana scorsa per mettere sotto accusa, oltre al ministro della cultura, l’intero governo.

Questa polemica ha l’amaro sapore dell’esasperazione. Sembra che la lotta consista nel frenare la volontà di sequestro a tempo indeterminato del bene pubblico della cultura, quando il problema semmai riguarda la sospensione temporanea di attività che, in ambienti chiusi e con inevitabili affollamenti, sono veicolo di diffusione del virus. Non si comprende, perciò, quale sia il senso di tale protesta acuminata e finanche violenta.

Stiamo combattendo una guerra contro un nemico invisibile, capace di infettare e mietere vittime ogni giorno, secondo una dinamica che rischia di andare fuori controllo. Quel che avviene in Italia, con i numeri in crescita della pandemia, sta avvenendo in Europa e in altre parti del mondo, anche in misura decisamente più accentuata. Ovunque si agisce con la preoccupazione di tutelare la salute delle persone, cercando in pari tempo di garantire un livello essenziale di tenuta dell’economia. Insomma, specie in Europa, più o meno si presenta omogeneo il quadro operativo anti covid-19 che le autorità di governo si vedono costrette ad adottare.

Pertanto tra Saviano e Franceschini, a dirlo con molta franchezza, stiamo dalla parte di Franceschini. Non si ha ragione con l’insulto e la rabbia. Un conto è la critica, dura fin che di vuole, altro il gioco di specchi tra indignazione e irrazionalità. Chi pretende, giustamente, di salvaguardare la cultura ha pure il dovere di usare strumenti che non deraglino nella protervia del sensazionalismo accusatorio. Alzare il tono delle recriminazioni, senza per altro accennare a possibili alternative di condotta in questa difficile gestione della crisi sanitaria, non fa che minare la già debilitata coscienza civile. E non è un modo, questo, di “fare cultura” nel senso più ampio e completo che l’impegnativa affermazione richiede.

 

 

Perchè non decolla la solidarietà nazionale?

Dunque, malgradi gli appelli – più o meno autorevoli -, malgrado i ripetuti inviti a ritrovare le ragioni  di una efficace convergenza politica e parlamentare, una strategia di “solidarietà nazionale” o di  “coesione nazionale” stenta a farsi largo. Ci sono troppi elementi che, almeno così pare,  continuano a frenare una soluzione politica che quasi si impone. Al di là degli schieramenti, dei  partiti e dei relativi organigrammi. 

Ma, per restare alla realtà, ci sono almeno 3 elementi di fondo che ostacolano il varo di un  progetto politico che adesso quasi si impone. 

Innanzitutto la sostanziale assenza di leadership politiche, e quindi di statisti che, in circostanze  storiche eccezionali e drammatiche come quella che, appunto, stiamo vivendo, riescono ad  imporsi all’attenzione di tutto il quadro politico e dell’intero paese. Del resto chi, oggi, nel  panorama politico italiano riesce a fare “un appello al paese” peer richiamare tutti alla propria  responsabilità? E, soprattutto, per condividere “insieme” le ansie, i problemi, le sofferenze e  anche le speranza che possono e che dovranno pur scaturire dopo questa terribile e sempre più  drammatica prova umana, sociale ed economica?. Certo, abbiamo una figura, il Presidente della  Repubblica, che da tempo assolve il suo magistero con autorevolezza esprimendo una grande  leadership morale, istituzionale e costituzionale. Ma è il panorama politico che continua ad essere  gremito di capi e che, al contempo, scarseggia di leader e di statisti. E questa è la prima ragione  che frena la possibilità di un progetto e di una prospettiva politica capace di uscire dalla ordinaria  amministrazione e dalle polemichette quotidiane. 

La seconda motivazione è riconducibile alla permanente e strutturale radicalizzazione che  caratterizza la politica italiana da molti anni e che si è accresciuta con le forze populiste al  governo. La furia dei 5 stelle di distruggere e criminalizzare politicamente tutto ciò che è  riconducibile al passato non ha certamente giovato alla causa di una distensione e di una  progressiva comprensione tra le varie forze politiche. Altrochè ritrovare le ragioni per costruire una  vera unità e coesione nazionale. La cultura della mediazione, la cultura della convergenza, la  cultura della composizione degli interessi sono ingredienti fondamentali e decisivi per dispiegare  una vera cultura di governo. Elementi che sono, detto fra di noi, radicalmente assenti nel dna delle  forze populiste, demagogiche, antipolitiche e anti parlamentari. 

Ed è proprio la cultura profondamente anti politica la terza ragione fondamentale che blocca alla  radice qualsiasi sperimentazione progettuale che punta a trovare le motivazioni dell’unità politica  rispetto a quelle della divisione e della radicalizzazione. Una cultura e una prassi, quelle  riconducibili all’antipolitica, che sono e restano alternative rispetto a qualsiasi prospettiva di  solidarietà e di coesione nazionale. È inutile perdere tempo. Al di là delle buone intenzioni e delle  disponibilità burocratiche e protocollari, la politica della solidarietà nazionale – sempre più  indispensabile e necessaria nel contesto politico italiano – non potrà decollare. Per dispiegare una  politica siffatta servono leader politici, statisti, culture politiche e culture di governo. In assenza di  queste caratteristiche – e oggi, purtroppo, non è la stagione propizia per questa prospettiva –  dobbiamo accontentarci di ciò che sforna il contesto politico. E il nostro compito di cattolici  democratici e popolari, comunque sia, resta sempre quello di continuare a lavorare affinchè  prevalgano le politiche di coesione e di solidarietà contro la strategia della divisione, della  radicalizzazione e della contrapposizione frontale tra gli uni e gli altri. Seppur nel rispetto delle  differenze politiche e delle diversità culturali.

Scuole, centri commerciali e coprifuoco: le possibili novità del nuovo dpcm

Articolo pubblicato dall’Agenzia AGI a firma di B. Tedaldi e P. Molinari

Negozi chiusi alle 18, chiusura dei centri commerciali nel fine settimana, stretta nella circolazione fra le Regioni, coprifuoco e scuole superiori in didattica a distanza, musei chiusi. Sono alcune delle proposte su cui si sta ragionando per i territori con un alto indice di contagio (Rt maggiore di1,5 e bassa resilienza sanitaria). Per il resto del territorio nazionale le misure restrittive sarebbero più light.

E’ questa l’ipotesi sul tavolo del governo, in vista della nuova stretta anti Covid che sarà contenuta in un nuovo dpcm i cui punti salienti saranno illustrati lunedì al Parlamento dal premier Giuseppe Conte.

Ipotesi emerse nel corso della riunione con regioni ed enti locali alla quale, assieme a governatori e sindaci, hanno partecipato anche il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia e il ministro della Salute, Roberto Speranza, e dopo il nuovo vertice tra il premier e i capidelegazione della maggioranza

Il tema principe è se proseguire nella gestione della crisi “differenziata” per singola regione o se dare una impronta nazionale alle misure da adottare.

Possibile slittamento a martedì della firma del dpcm

Il governo sta stringendo i bulloni e lavorando a ritmo serrato per varare il nuovo dpcm già nella serata di lunedì ma, a quanto si apprende, non è escluso che il varo del provvedimento possa slittare a martedì. L’ipotesi iniziale era di chiudere il pacchetto già a inizio settimana ma la complessità della decisione e le molte istanze di cui tenere conto da parte delle diverse istituzioni territoriali potrebbe richiedere qualche ora in più.

Franceschini: misure differenziate, più restrittive dove indice Rt supera 1,5

“Misure più forti nelle Regioni che hanno un indice Rt superiore a 1,5. Stiamo ragionando su questo meccanismo differenziato”. Lo ha detto il ministro dei Beni e delle Attività Culturali e capodelegazione Pd al governo Dario Franceschini, che annuncia la prossima chiusura dei musei.

Linea nazionale o autonomia delle Regioni?

La base dalla quale si parte, come ha ricordato Boccia, è “il documento dell’Istituto Superiore di Sanità e il sistema di monitoraggio” che governo e regioni hanno condiviso con il comitato tecnico scientifico e che contempla una “serie di ipotesi che devono scattare automaticamente. Se l’indice di trasmissione supera un certo livello – oggi ci sono 11 Regioni oltre 1,5 e 2 regioni oltre 2 – allora alcune misure già previste dal piano che abbiamo condiviso e aggiornato insieme devono scattare in automatico”.

Per questo, ha sottolineato il ministro “non si deve prendere una decisione univoca sulla scuola, ma deve dipendere dall’indice di trasmissione in ogni singola regione”.

Il nodo scuola

I governatori, con il presidente della Conferenza delle regioni, hanno spiegato che “più ci sono misure nazionali più è possibile dare un senso di uniformità” all’azione contro la pandemia.

Inoltre, ha aggiunto Bonaccini, misure di carattere nazionale “sarebbero piu facili da spiegare al Paese, anche perché la situazione è diffusa in tutto il territorio. Meglio qualche misura più restrittiva oggi, per evitare di intervenire ogni settimana”, ha poi sottolineato.

Una posizione che, seppur con declinazioni diverse, trova concordi tutti i governatori. Dalle Regioni, infatti, si sottolinea che a differenza di marzo, quando la pandemia colpiva più duramente al Nord che nel resto d’Italia, oggi la curva del contagio è pressoché omogenea in tutto il Paese. Da qui la richiesta di interventi di carattere nazionale.

Dalle Regioni sono arrivate al governo proposte di interventi quali, ad esempio, la chiusura dei centri commerciali e il blocco della circolazione alle ore 18. In alcuni casi, si e’ parlato anche della possibilità di interventi ad hoc su alcune fasce sociali, come gli anziani over 70 ai quali si potrebbe “raccomandare” di non uscire di casa.

Una stretta viene chiesta dai governatori anche alle slot machine presenti nelle tabaccherie e che, con la chiusura delle sale bingo, favoriscono gli assembramenti in spazi chiusi.

Il pressing sui medici di base

Da alcuni governatori della Lega come Fedriga e Fontana, è arrivata anche la richiesta pressante perché si “obblighino i medici di base a fare tamponi e a curare i pazienti in casa”, richiesta rilanciata oggi anche dal segretario leghista, Matteo Salvini.

“Il governo nazionale è al vostro fianco per eventuali ulteriori restrizioni condivise a partire dalla mobilità regionale e possiamo decidere di adottare ulteriori misure, ma ogni presidente di regione può intervenire in base alle esigenze e criticità del proprio territorio”, assicura il ministro Boccia confermando che “le regioni che singolarmente chiudono alcune attività o riducono gli orari in base all’attuazione del piano condiviso sull’andamento epidemiologico” avranno dal governo “ogni forma di sostegno”.

Oggi si torna al tavolo

Proposte che torneranno sul tavolo del governo lunedì mattina, quando ministri e governatori si rivedranno, alle 9, pr tirare le somme. Il ministro Speranza ha infatti sottolineato che “in queste 48 ore costruiamo insieme il Dpcm su due orizzonti: misure nazionali; misure territoriali. Sul primo punto è vigente ultimo Dpcm, possiamo anche alzare asticella nazionale su alcuni punti condivisi e su alcuni territori alziamo i livelli di intervento”.

Le indiscrezioni sulle possibili nuove misure restrittive, circolate dopo gli incontri a palazzo Chigi, hanno spinto i governatori a precisare e, per qualche verso, smentire. “Ampi passaggi della interlocuzione dei Presidenti delle Regioni sono stati decontestualizzati, estrapolati, in qualche caso anche travisati, e pubblicati da alcune agenzie di stampa, creando le condizioni per un disorientamento dell’opinione pubblica e non certo quelle per una informazione aderente ai fatti”, si legge in una nota della Conferenza delle Regioni

“Si è tenuto un incontro in video conferenza, convocato dal Governo, fra il Ministro Boccia, il Ministro Speranza, i rappresentanti delle associazioni degli enti locali e i Presidenti delle Regioni” ricorda la nota. “L’incontro, di carattere riservato, aveva lo scopo di condividere dati e portare avanti un ragionamento comune fra i diversi livelli istituzionali della Repubblica in vista di provvedimenti ulteriori per fronteggiare e contrastare il diffondersi della pandemia”.

Pd striglia governatori, federalisti quando le cose migliorano

“Sono federalisti quando le cose migliorano. Centralisti quando peggiorano. Spero almeno che non attacchino le misure adottate dal governo su loro richiesta mezz’ora dopo che sono state adottate”, dice il vicesegretario Pd Andrea Orlando.

Iv dice no alla chiusura dei negozi alle 18

“Chiudere i negozi alle 18 produrrebbe solo maggiore intasamento, e dunque maggiori rischi per i lavoratori e i clienti, esattamente quello che va scongiurato”, avrebbe osservato durante la riunione a palazzo Chigi la Ministra Teresa Bellanova, capodelegazione di Italia viva.

Oggi Conte in Parlamento, voto su risoluzioni

Lunedì, dopo il nuovo giro di incontri, alle 12 il premier parlerà nell’Aula della Camera. Il premier illustrerà le possibili nuove misure anti Covid. A seguire si svolgerà il dibattito e, quindi, il voto sulle risoluzioni. Alle 17 Conte si sposterà al Senato. Anche a palazzo Madama è previsto il voto dopo l’intervento del presidente del Consiglio.

L’Italia ha speso poco più della metà dei fondi comunitari per l’agricoltura

L’Italia ha speso poco più della metà (51%) dei fondi comunitari resi disponibili per l’agricoltura per il periodo 2014-2020 con il rischio concreto di far perdere alle imprese 682 milioni di contributi pubblici se non verranno spesi entro il 31 dicembre 2020. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti sulla base dello stato di avanzamento dei Piani europei di Sviluppo Rurale 2014-2020 delle Regioni, al mese di ottobre 2020.

Una situazione drammatica – sottolinea la Coldiretti – in un momento di grave emergenza economica ed occupazionale dovuta alla pandemia Covid che, con le difficoltà delle esportazioni e la chiusura dei ristoranti, ha travolto a cascata le principali filiere agroalimentari.

Le risorse pubbliche a rischio disimpegno sono lungo tutta la Penisola in molte regioni e riguardano nell’ordine secondo l’analisi della Coldiretti, Puglia con 256,6 milioni di euro, Sicilia 140,4 milioni di euro, 3. Campania 72,6 milioni di euro, Basilicata (45,8 milioni di euro), Lombardia (44,6 milioni), Abruzzo (36 milioni di euro), Liguria (28 milioni), Marche (26,5 milioni) e Toscana (15 milioni).

Tra le motivazioni del ritardo – denuncia la Coldiretti – c’è soprattutto l’eccesso di burocrazia; problemi informatici ricorsi al Tar e la strutturazione dei Bandi. Il risultato – rileva la Coldiretti – è il rischio concreto della perdita di importanti risorse per finalizzate tra l’altro all’ammodernamento delle imprese agricole, ai progetti di filiera, al biologico, alla difesa della biodiversità, alla forestazione e all’insediamento dei giovani agricoltori in un momento in cui cresce l’attrattività della campagna e si riducono le opportunità di lavoro nelle città.

“Siamo di fronte ad un pericolo che l’Italia non si può permettere di fronte all’Unione Europea e soprattutto alle imprese che in molti casi stanno lottando per la loro sopravvivenza” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre una decisa inversione di tendenza per recuperare risorse preziose ma anche per non ripetere gli stessi errori per i progetti del Recovery fund”.

Guarcino 2025. Il Borgo ideale

L’idea dietro al progetto “Guarcino 2025” è quella di creare una sorta di alleanza ‘intergenerazionale’ tramite il cohousing e la nascita di nuove opportunità di lavoro, in modo tale che i giovani possano sviluppare attività artigianali e turistiche e gli anziani vivere in un ambiente salubre con servizi e assistenza continua.

Alessandro Boccanelli, presidente della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICG) e della onlus Salute e Società, ideatore del progetto, ha detto che: “Un tempo le città ideali erano quelle raccontate e descritte da Platone o Tommaso Campanella. Oggi, in modo meno utopico e più pratico, possono essere realizzati ‘borghi ideali’ puntando a due aspetti: la socialità e la sostenibilità. Da Guarcino si sperimenta un nuovo percorso di ‘borgo smart‘, puntando alla salute e al benessere”.

L’obiettivo di Guarcino è diventare un laboratorio di borgo ecosostenibile a misura di anziani, in particolar modo quelli più fragili, trasformandosi in un modello di ricerca replicabile in tutti quei piccoli Comuni dove la fascia di cittadini over 65 è molto ampia e sono necessari percorsi di assistenza dedicata.

Il progetto “Guarcino 2025” prevede percorsi sul turismo slow, come il cicloturismo, i sentieri e il Cammino di San Benedetto, tra i migliori 10 cammini in Italia per il ‘Guardian’, e insediamento di start-up e lavoratori da remoto.

L’obiettivo è far arrivare in paese 200 coppie di pensionati di età tra 65 e 75 anni da sistemare in residenze diffuse in regime di co-housing, 80 studenti universitari tra i 18 e i 26 anni, 20 tra artigiani e piccoli imprenditori tra i 30 e i 55 anni.

Bonus bici, martedì 3 novembre scatta il click day

Domani sarà il “click day”, il giorno in cui verrà attivata la piattaforma per richiedere il bonus mobilità per chi ha acquistato in questi mesi monopattini, biciclette o altri dispositivi di mobilità individuale.

l rimborso previsto dal bonus mobilità arriva fino al 60% della spesa (con un tetto di 500 euro) ed è valido fino al 31 dicembre prossimo.

Per chi richiederà il bonus, il governo ha stanziato un pacchetto di 210 milioni di euro, ma non esistono statistiche sul numero di ipotetiche domande in entrata. I soldi, quindi, potrebbero non bastare per tutti.

Il bonus è rivolto ai cittadini maggiorenni con residenza (e non domicilio) nei capoluoghi di Regione (anche sotto i 50mila abitanti), nei capoluoghi di Provincia (anche sotto i 50mila abitanti), nei Comuni con popolazione superiore a 50mila abitanti e nei comuni delle Città metropolitane (anche al di sotto dei 50mila abitanti)

La chiusura delle scuole può ridurre la pandemia del 15%

La chiusura o meno delle scuole può avere effetto sull’andamento della pandemia di Sars-Cov-2. Secondo uno studio dell’Università di Edimburgo pubblicato su ‘Lancet’, che ha analizzato l’impatto dei diversi provvedimenti sui contagi dopo avere studiato quanto accaduto in 131 Paesi, “la chiusura delle scuole da sola potrebbe ridurre la trasmissione del 15% dopo 28 giorni e la riapertura delle scuole potrebbe aumentare la trasmissione del 24% dopo 28 giorni”. A rilanciare lo studio è il virologo dell’Università San Raffaele di Milano, Roberto Burioni, sul suo sito ‘MedicalFacts’.

I ricercatori comunque precisano che: “Bisogna fare notare che nella nostra analisi precisano – non siamo stati in grado di tenere conto delle diverse precauzioni relative alla riapertura della scuola che sono state adottate da alcuni Paesi, come la distanza fisica all’interno delle classi (per esempio, limitare le dimensioni delle classi e posizionare divisori trasparenti tra gli studenti) e al di fuori delle aule (per esempio, distanza fisica durante i pasti, la ricreazione e il trasporto), igiene migliorata (pulizia profonda di routine, lavaggio delle mani e maschere per il viso) e altri (per esempio, controlli della temperatura termica all’arrivo). Tali precauzioni sono indispensabili per riaprire la scuola in sicurezza”.

Non siamo nel medioevo

La visione di Riccardo Riccardi, un po’ riporta a realtà di stampo medioevale. Perché, vorrebbe ristabilire un ordine gerarchico che è stato ampiamente superato da almeno due secoli e mezzo di storia.

L’espressione di ciascun cittadino in un regime di libertà e in uno Stato democratico, non solo è tutelato, ma è persino promosso.

Nessuno impedisce al politico di parlare, ci mancherebbe! Ma altrettanto, val la pena ricordare, non c’è alcun impedimento ad altre figure sociali di esporre il proprio pensiero.

Che Riccardi, immagini una società in cui i tecnici, nello specifico i medici, non siano nelle condizioni di esprimere i propri pareri in forme pubbliche, è un fatto decisamente incomprensibile e sostanzialmente biasimevole.

Se non fossero i medici a dirci qualcosa sul Covid, chi cavolo dovrebbe dircelo? A Riccardi, compete decidere sul come organizzare la sanità; ai medici applicare le conoscenze, le competenze di loro pertinenza e, vivaddìo, darci conto scientificamente di cosa sta accadendo.

Certo, un ortopedico parlerà delle sue conoscenze in merito alla funzione che svolge: un cardiologo si soffermerà sui temi che gli sono propri; un virologo esprimerà il suo parere sulla sfera dei virus; un infettivologo sulla diffusione delle infezioni.

La nostra società è una società aperta. Parla chiunque e noi, ascolteremo quelli che ci sembrano i più preparati nei loro campi specifici.

Riccardi, si metta il cuore in pace, lui parlerà da politico e i medici parleranno da medici. Non c’è una funzione che prevalga sull’altra, ciascuna nel proprio campo, perché solo nel medioevo il Conte stabiliva chi potesse e non potesse parlare.

Il Partito Democratico, la pandemia, le elezioni ed il Movimento 5Stelle

In questi giorni densi di commenti,riflessioni e preoccupazioni da Covid 19 e relativa gestione della pandemia,due notizie giornalistiche, in particolare, hanno attirato la mia attenzione per la loro connessione con la situazione  politica attuale e per quella di prospettiva.

La prima notizia viene da un sondaggio effettuato da un importante istituto demoscopico e ci rappresenta  che al momento dell’arrivo del tanto atteso vaccino antivirus soltanto il 46% degli elettori del Movimento 5 Stelle sarebbero disposti a  sottoporsi alla procedura vaccinale, a fronte di percentuali ben maggiori fatte registrare dagli elettori del Partito Democratico,81%,e di Forza Italia,76%.

La seconda notizia la riporta oggi “Il Messaggero”, che ci mette a conoscenza del  fatto che l’ATAC, per affrontare il fondamentale problema del trasporto pubblico cittadino in questo delicato momento della pandemia, si è determinata a rinfoltire la squadra dei suoi dirigenti, attualmente trentasei, assumendone altri nove, tra i quali  “un esperto di comunicazione, un legale, due consulenti di economia gestionale, comunicazione, di esperti di economia gestionale, un consulente del lavoro, due esperti di strategie innovative ed un consulente per la manutenzione”.

In attesa di conoscere anche l’ammontare degli emolumenti di questi novelli salvatori della azienda di trasporto romana gestita dalla Virginia  Raggi autocanditatasi alla conferma in Campidoglio e dalla sua compagnia di giro che,insieme, sembrano scoprire soltanto oggi, dopo i diversi e ricorrenti incendi di autobus,di avere qualche problema nella organizzazione e nella gestione del servizio  di manutenzione dei mezzi, non posso non pensare che la situazione romana,nella prospettiva delle elezioni comunali della Primavera 2021,se non fosse tragica sarebbe comica.

Infatti,la “questione Raggi”,e più genericamente il rapporto con il Movimento 5 Stelle ed il suo elettorato,investe inevitabilmente il Partito Democratici e la sua dirigenza nazionale e locale e lo condiziona fortemente nella elaborazione della sua strategia tutta tesa a riconquistare il  Colle Capitolino, respingendo così l’assalto di una Destra aggressiva e determinata,seppur anch’essa ancora incerta nella individuazione del candidato Sindaco.

Nella ultima Direzione Regionale del Partito Democratico del Lazio,il Segretario,il Senatore Bruno Astorre,ha ricordato con realismo che tutti  i sondaggi danno un fronte di Destra forte di un  credibile risultato elettorale intorno al  40% e come tale assolutamente irraggiungibile da parte dello attuale schieramento di Centrosinistra.

Ed è proprio dalla presa d’atto di questa realtà che all’interno del Partito Democratico nel suo complesso,visto che si tratta del Sindaco della Capitale e non di un piccolo paese sotto i quindicimila abitanti ,cresce ogni giorno di più la confusione in ordine alla più generale ed  efficace strategia da mettere in campo.

Di certo, la decisione di  Carlo Calenda di  formalizzare autonomamente la sua volontà di candidarsi alla carica di Sindaco,ha messo e sostanzialmente in crisi la tattica attendistica del Partito Democratico, basata sulla obbligatorietà  e necessitarietà delle Primarie che,pur previste statutariamente,nel corso dei quasi quindici annni di vita del Partito,a livello elettorale sono state organizzate soltanto in occasione della consultazione che ha portato Ignazio marino sullo scranno più alto del Campidoglio,

L’iniziativa delll’ex Ministro dello Sviluppo Economico dei Governi Renzi e Gentiloni,lanciata con una spregiudicatezza fortemente in contrasto con il passo felpato del Segretario del Partito Democratico,Nicola Zingaretti,ha trovato buona  accoglienza in una certa parte della pubblica opinione ed anche del corpo associato degli iscritti e dei militanti del Partito Democratico, anche a causa della serie di rifiuti a candidarsi ricevuti da Nicola Zingaretti da parte di personaggi di spicco,sicuramente all’altezza della missione che a loro si sarebbe voluto affidare,come Davide Sassoli,Enrico Letta ed altri.

Infatti,anche alla luce di queste risposte negative,Base Riformista,la “corrente di pensiero”(come la definirebbe Goffredo Bettini) che nel Partito Democratico conta la maggioranza nei Gruppi Parlamentari delle due Camere del Parlamento e che i più maliziosi Dem individuano come il gruppo dei “renziani” del Partito, ha prestato pronta  attenzione e ha espresso il suo sicuro apprezzamento per la candidatura di Carlo Calenda.

Gli articoli di Beppe Fioroni, ex Ministro della Pubblica Istruzione  ed ora Consigliere politico del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini,leader di Base Riformista insieme a Luca Lotti,e le dichiarazioni di Patrizia Prestipino, Deputata e Coordinatrice della corrente per il Lazio,hanno formalizzato questa posizione,affermandone la credibilità e la praticabilità a fronte dell’unica alternativa attualmente presente nel panorama del Partito Democratico e della coalizione di Centrosinistra,e cioè le Primarie,peraltro sarcasticamente definite da qualcuno “dei Sette Nani”, alle quali, comunque, Carlo Calenda non ha escluso di poter partecipare.

L’ipotesi della candidatura a Sindaco di Carlo Calenda,al quale il Coordinatore romano di Italia Viva,Marco Cappa, ha fatto pervenire pubblicamente il suo endorsement, e che da parte sua ha rimodulato il suo approccio dialettico nei confronti della potenziale coalizione che, unica,ne potrebbe garantire la elezione,riscuote così un ulteriore consenso empiricamente percepito nell’elettorato e nel Partito e  certificato dai sondaggi che testimoniano ,sia pure nel loro specifico significato, della perplessità,se non della contrarietà, ad un accordo,quale che sia,con un  Movimento 5 Stelle che si sostanzia in posizioni e provvedimenti gestionali come quelli di cui in apertura di queste considerazioni.

Credo ci sia abbondante materia di riflessione per il Partito Democratico nelle prossime settimane.

La governance, chiave di volta per il successo del Recovery Plan nel Mezzogiorno

1.- Nel settembre1972, in un rapporto per il Ministero del Bilancio, Pasquale Saraceno prevedeva che il divario tra Nord e Sud si sarebbe colmato solo nel 2020. L’analisi sembrò alquanto pessimistica ma alla luce dei fatti e, soprattutto oggi che siamo nel 2020, bisogna riconoscere che il grande studioso del Mezzogiorno non si era sbagliato almeno nel senso implicito all’indicazione che sarebbe stato necessario un ‘tempo infinito’ per vedere un’Italia unità nei processi di sviluppo ed un Mezzogiorno finalmente affrancato dalle vecchie condizioni di arretratezza.

Ora, proprio nel 2020, lo tsunami del Covid-19 che ci ha investito induce a credere che una pietra tombale possa cadere sulla speranza di rinascita per le aree depresse del Mezzogiorno. Solo che, al contempo e viceversa, bisogna riconoscere che, a seguito di scelte lungimiranti e di azioni coerenti, un’occasione storica si presenta per avviare finalmente la partenza di un nuovo modello di sviluppo capace di recuperare il ritardo accumulato dal Sud nei confronti del Nord. Del resto è ben noto che l’Italia tutta nei momenti più bui abbia saputo dimostrare di avere risorse morali e progettuali tali da permetterle di superare ostacoli enormi e rimettere in moto il sistema-Paese. Pensiamo al secondo dopoguerra ed a quello che siamo stati in grado di fare in tutti i settori economici: dall’industria al cinema, dalle grandi infrastrutture alla diffusione del made in Italy nel mondo.

Oggi dobbiamo avere la capacità di cogliere le condizioni di un rinnovato fermento economico, sociale, culturale. Soprattutto, noi meridionali che vogliamo che il Recovery Fund  diventi uno strumento per raggiungere un grande risultato dal punto di vista economico e sociale. Ma dobbiamo utilizzarlo per strategie e progetti validi, efficaci e credibili. Altrimenti si rischia l’ennesimo flop.

 

2.- Allora il punto è: come riempire di contenuti e di progettualità una “partenza nuova” per il Mezzogiorno soprattutto alla luce delle oggettive ingiustizie, in termini di investimenti pubblici, subite nel passato? Ovvero, come possiamo trasformare una situazione di svantaggio in una possibile condizione di vantaggio per il Sud d’Italia, anche alla luce del richiamo della Commissione Europea al nostro Paese di invertire la tendenza dei propri impieghi pubblici e garantire un adeguato livello di investimenti al Sud?

Partiamo dall’ottimistico presupposto che l’Italia sia in grado di elaborare una progettualità tale da permettere al sistema-paese di rispondere allo shock da pandemia con un Piano Nazionale di Ripresa nei vari settori strategici dell’alta velocità, della copertura diffusa della banda ultra-larga, del lavoro e del taglio delle tasse. Corriamo, comunque, il rischio che i Territori meno vitali, come il Mezzogiorno, non siano pronti, non abbiano la capacità di trarre alcun beneficio da un’azione nazionale di ripresa e continuino ad essere una pesante zavorra per il resto del Paese.

Per mettersi al passo, allora, occorre un impegno supplementare e bruciare le tappe. Bisogna, cioè, avviare velocemente il cammino verso quei passaggi obbligati che permettano di abbattere gli ostacoli invalicabili che da decenni e finora hanno impedito al Sud di affrancarsi da una condizione di sottosviluppo apparentemente ineluttabile.

Preciso subito che non intendo parlare delle barriere di natura economico-finanziaria o dell’insufficienza infrastrutturale -sia materiale che immateriale- o, ancora, del deficit di “capitale umano” che caratterizzano l’attuale situazione del Mezzogiorno. Piuttosto, come recentemente ha evidenziato nel secondo numero del 2020 l’Osservatorio Monetario dell’Università Cattolica diretto dal professore Angelo Baglioni, vorrei richiamare l’attenzione su tre quistioni istituzionali che attengono tutte alla governance e che, poiché non riguardano direttamente l’aspetto economico-finanziario, sono ampiamente trascurate. Mi riferisco a tre riforme che, se non realizzate in tempi brevi, potranno pregiudicare qualsiasi processo di sviluppo.

 

3.- La prima di queste tre quistioni riguarda la necessità di operare velocemente la riforma macroregionale che, purtroppo, al Sud -come sottolineava anche Claudio Signorile nel suo recente Appello per un “Mezzogiorno federato”- continua ad essere negletta. Quando, invece, costituisce la nuova politica strategica dell’Unione Europea. E in Italia le regioni del Nord si sono già da tempo organizzate nella Macroregione Adriatico-Jonica (EUSAIR) e nella Macroregione Alpina (EUSALP).

Ora, non è possibile continuare a pensare che il riscatto del Mezzogiorno possa essere perseguito con i vecchi arnesi delle regioni. Autoreferenziali e centralistiche più dei vecchi stati nazionali. Se i governatori ed i politici del Mezzogiorno non sapranno coordinarsi tra di loro (secondo le regole dell’UE) per elaborare una strategia unitaria non solo non c’è speranza di poter resistere all’attacco già sferrato dagli interessi forti del Nord per destinare i soldi europei “all’Italia che produce” e che costituisce la “locomotiva” (in verità, da quasi un ventennio, ferma) del Paese ma assisteremo, ancora una volta, nelle regioni meridionali, ad un impiego di queste risorse nel modo individualistico e clientelare che ha portato all’attuale disastro.

In altri termini, non si tratta di costruire elenchi di opere infrastrutturali da contrapporre a quelle del Nord. I responsabili delle politiche regionali del Mezzogiorno, invece, dovranno saper elaborare e definire delle linee politiche innovative e ciò non solo nei contenuti degli investimenti rientranti nell’ambito dei “pilastri” indicati dal Consiglio Europeo -a) rafforzare la resilienza e la capacità e  il sistema sanitario; b) concentrarsi sulla transizione verde e digitale; c) migliorare l’efficienza del sistema giudiziario e l’efficacia della Pubblica Amministrazione- ma soprattutto nella metodologia di un Piano strategico macroregionale che si connoti, in ultimo, per la capacità di sapere coordinare la governance tra regioni, città metropolitane e province o (in Sicilia) liberi consorzi di Comuni.

 

4.- E qui siamo alla seconda quistione istituzionale che bisogna risolvere se si vuole dotare il Mezzogiorno degli ‘strumenti’ idonei a perseguire un nuovo modello di sviluppo. Infatti, non basta

una riforma regionale ma è necessario un cambiamento anche delle organizzazioni locali. Senza questa mutazione mancherà sempre il soggetto che dovrà attuare le politiche pubbliche innovative e il Recovery Plan si trasformerà in uno qualsiasi dei programmi europei che inevitabilmente falliranno l’occasione storica che abbiamo a disposizione.

Per evitare un tale esito, allora, bisogna puntare sulle Comunità locali. Non solo, però, come ricordava qualche tempo fa il sindaco di Milano, Beppe Sala, sulle città metropolitane -che ormai sono da considerare più come “città-universali” che come “città-stato”- ma anche sulle province (o, in Sicilia, liberi consorzi di comuni) che, nella loro aggregazione delle aree interne più ecologiche di quelle delle grandi città, avrebbero inoltre la capacità di dare risposta al problema forse più grave postoci dalla pandemia che ci ha colpiti. Peraltro, come è noto, la storia millenaria di questa nostra area mediterranea dimostra indiscutibilmente che il ruolo propulsivo dello sviluppo è stato sempre svolto dalle grandi città e dalle aggregazioni dei comuni. E poi il loro contributo sarebbe addirittura determinante al fine di attivare la partecipazione, a questa strategia di sviluppo, dei cittadini dei vari territori interessati, così contribuendo a colmare il deficit  democratico di cui soffrono non solo le istituzioni europee ma anche quelle nazionali.

A tal proposito è però da segnalare che mentre a livello nazionale e cioè con riferimento a tutte le regioni “ordinarie” del Paese comprese quelle continentali del Mezzogiorno, prima, si è fatta la riforma cd. “Delrio” ed, ora, si sta procedendo alla sua revisione in uno con la riscrittura del Testo Unico degli Enti Locali, in Sicilia, dopo la demenziale abolizione delle province regionali, il comparto delle amministrazioni ‘intermedie’ è in un regime straordinario di commissariamento che sta portando alla paralisi assoluta di tutto il sistema dei poteri locali.

Il tema è centrale ma in questa sede non può essere, certo, sviluppato.

 

5.- Infine, il terzo nodo da sciogliere, se si vuole realmente una inversione di tendenza nell’attuale contesto del Mezzogiorno, è quello della pubblica amministrazione che necessita di un radicale processo di sburocratizzazione e di rivoluzione culturale e tecnologica.

Diciamolo con franchezza, all’interno degli apparati pubblici soprattutto del Mezzogiorno esiste un gravissimo problema di competenze, che deriva da una selezione drogata fin dall’origine e dal cattivo funzionamento dei meccanismi di formazione e di aggiornamento. Al punto tale che, se si procedesse rapidamente con la digitalizzazione del sistema amministrativo e con la revisione delle procedure, i dipendenti pubblici, in particolare quelli del Mezzogiorno, non sarebbe in grado di padroneggiare la rete informatica nelle sue funzioni di base. Inoltre, si aggiunga che nel nostro Paese per chi opera nelle pubbliche amministrazioni è molto più conveniente stare fermi, non fare alcunché: l’inerzia infatti non comporta rischi e soprattutto è premiale in termini di avanzamenti di carriera, bonus, riconoscimenti. Non solo. Ma in un simile contesto la burocrazia si trova perfettamente a suo agio e sguazza felicemente nelle procedure farraginose, finendo con alimentare le occasioni di corruzione e di malaffare. E così, ancora una volta, ponendoci di fronte al problema di dover fare i conti con le troppe leggi, i troppi vincoli ed i farraginosi meccanismi fuori da ogni contesto che devono essere in qualche modo disciplinati e semplificati.

Insomma, il nodo della pubblica amministrazione resta assolutamente ingarbugliato e l’emergenza causata dal Covid-19 non sembra certo agevolare il suo scioglimento. Invece, è proprio questa eccezionale situazione  di emergenza che può rendere meno difficoltosa una riforma della P.A. che si incentri sulla introduzione del principio di responsabilità e in conseguenza di esso su quello di merito.

Naturalmente, si tratta di quistione assolutamente aperta che, però, non può continuare ad essere lasciata languire in particolare nel Mezzogiorno che, privo o scarso di altri ‘soggetti di sviluppo’, non può rinunciare a quello che potrebbe essere il suo più importante propulsore.

 

6.- Vengo alla conclusione. Dicendo che se si sciolgono questi tre nodi e si realizzano queste riforme inerenti la governance si avvierebbe senz’altro il processo del più grande cambiamento strutturale che si possa immaginare per il Sud e l’Italia intera. Si avvierebbe, cioè, la concretizzazione della trasformazione dell’Italia anche per quelle aree meridionali del Paese che finora sono rimaste più indietro o, addirittura, estranee ai processi di sviluppo ed invece ora, con l’adozione dei nuovi sistemi di governance cui si è accennato, potrebbe ergersi a protagoniste non solo del proprio sviluppo ma anche della rinascita dell’intero Paese, per non dire dell’Europa.

È, quindi, una partita decisiva quella che si gioca in ordine al  Recovery Plan, che non può essere considerato un pozzo dal quale “prendere i soldi e scappare” pensando di promuovere, prima, progetti assistenziali divisivi e frazionistici e, poi, distribuire fondi ‘a pioggia’ per l’acquisizione del consenso elettorale.

Si sprecherebbe la grande opportunità per correggere il sistema di distribuzione e utilizzazione delle risorse nei vari settori economico-sociali e nelle singole aree geografiche ed il Mezzogiorno, lungi dal divenire un protagonista nella nuova centralità del Mediterraneo, finirebbe per continuare ad essere una appendice fastidiosa dell’Italia e dell’Europa.

 

 

Misure ristrettissime in Europa per la celebrazione della festa di Ognissanti e visite ai defunti.

In Svizzera, la Conferenza episcopale ha  emanato regole quadro per quanto concerne le celebrazioni liturgiche ed eventi della Chiesa. Rimangono invariati ovviamente l’obbligo di mascherina in tutta la Svizzera e in tutte le chiese e edifici ecclesiastici e l’osservanza delle altre misure di protezione come il distanziamento, l’igiene e il divieto di contatto. Si rafforzano però le disposizioni in materia di manifestazioni pubbliche (in cui rientrano le celebrazioni liturgiche, gli eventi ecclesiali e i funerali), con l’obbligo su tutto il territorio nazionale di non superare il numero di 50 persone nelle manifestazioni pubbliche di vario genere e quindi anche ecclesiastiche.

In Francia, il ministro dell’Interno francese Gerald Darmanin ha avuto nei giorni scorsi un incontro in video conferenza per presentare ai leader religiosi le misure decise dal governo per contenere l’epidemia. È stato confermato che i luoghi di culto rimarranno aperti questo fine settimana e che sarà consentito l’accesso ai cimiteri per la festa di Ognissanti. È stato però deciso che, da lunedì fino ad almeno alla fine di novembre, i luoghi di culto, anche se rimarranno aperti al pubblico, non potranno più ospitare cerimonie religiose (messe, funzioni, matrimoni, funerali) se non con un numero di persone estremamente ridotto.

Celebrazioni per la festa di Ognissanti e commemorazione dei defunti ristrettissime anche in Belgio dove – si legge in una nota diffusa dalla Conferenza episcopale – “Commemoreremo il nostro amato defunto con una foto, una candela, un fiore o una preghiera”, e  “purtroppo la pandemia non consentirà servizi religiosi con una grande assemblea nel giorno di Ognissanti”. “I nostri morti sono sepolti nei nostri cuori e nell’amore di Dio”.

In Irlanda, il 1° novembre, alle 15, vescovi e sacerdoti irlandesi condurranno un breve servizio di preghiera in ricordo dei morti e coloro che desiderano partecipare sono invitati a sintonizzarsi sulla webcam della cattedrale o della parrocchia locale.

 

Firmato il decreto per i finanziamenti agevolati per l’efficientamento energetico e idrico degli edifici pubblici

Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha firmato il decreto interministeriale che disciplina le modalità di presentazione delle domande e individua i criteri e le modalità di concessione, erogazione e rimborso dei finanziamenti agevolati per la riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica (scuole, strutture sanitarie, impianti sportivi) e per l’efficientamento e il risparmio idrico, nonché le caratteristiche di strutturazione dei fondi di investimento immobiliare e dei correlati progetti di investimento. Le risorse a disposizione, che derivano dal mancato esaurimento di quanto stanziato per il Fondo Kyoto Scuole, ammontano a 200 milioni di euro.

Gli interventi finanziati devono conseguire un miglioramento del parametro di efficienza energetica dell’edificio di almeno due classi in un periodo massimo di tre anni e garantire un risparmio dei consumi energetici di circa il 25%. Il ministero dell’Ambiente può eseguire sopralluoghi al fine di verificare la regolare esecuzione degli interventi finanziati, nonché richiedere ai soggetti beneficiari ogni chiarimento ritenuto necessario.

Osserva il ministro dell’Ambiente Sergio Costa: “Efficientare, sia dal punto di vista energetico che da quello idrico, le scuole, gli asili nido, le università, gli edifici dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica e quelli adibiti a ospedali, policlinici e ai servizi socio-sanitari, così come gli impianti sportivi, significa fare un regalo all’ambiente, all’economia e all’occupazione. Con interventi come questi si incrementa la green economy, già sostenuta dall’ecobonus, e si dà un contributo anche alla grande battaglia contro i cambiamenti climatici che l’emergenza Covid non può far passare in secondo piano”.

Il decreto è stato condiviso con il ministero dell’Economia e Finanze e ha ricevuto il concerto dei ministeri dello Sviluppo economico, dell’Istruzione e dell’Università.

Senza immediate chiusure in tutte le zone più a rischio, serviranno a breve almeno 4 settimane di lockdown.

Il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE della settimana 21-27 ottobre documenta il crollo definitivo dell’argine territoriale del testing & tracing e registra un incremento di oltre il 60% dei pazienti ricoverati con sintomi e in terapia intensiva, con un raddoppio dei decessi.

Con le misure del DPCM del 24 ottobre è possibile stimare a 14 giorni una riduzione del valore di Rt di circa il 20-25%, totalmente insufficiente per piegare la curva dei contagi e arginare il sovraccarico degli ospedali.

Senza immediate chiusure in tutte le zone più a rischio, serviranno a breve almeno 4 settimane di lockdown nazionale per abbattere la curva dei contagi ed evitare una catastrofe sanitaria peggiore della prima ondata.

La politica “sospesa”. Ma non del tutto.

Alessandria Ghisleri, la “maga” dei nostro sondaggisti, ce lo ha spiegato con rara lucidità e chiarezza, come del resto le capita sempre. E cioè, in questa fase, e comprensibilmente, la pubblica opinione italiana è preoccupata essenzialmente della propria salute, del proprio lavoro, del proprio futuro e del clima grigio e plumbeo complessivo che aleggia attorno al paese. Certo, i cittadini sono attenti, anzi molto attenti, alle scelte concrete e alle decisioni del potere politico, cioè del Governo. Anche perchè mai come in questa fase storica, così drammatica e inquietante, c’è tanto attesa per ciò che dice e soprattutto per ciò che decide il Governo.

In un contesto del genere, in attesa del purtroppo temuto ma ormai necessario lockdown, è persin inutile ricordare, e sottolineare, che la politica “normale” è momentaneamente archiviata. E giustamente. Dalla nascita di nuovi partiti – possono tranquillamente riposarsi e riprendere l’agenda il prossimo anno – alle polemichette quotidiane e di potere dei vari Renzi, dal confronto sempre più virtuale sulle primarie del Pd alla formazione di nuove correnti e gruppi di potere all’interno dei partiti. A cominciare da quello strano partito/cartello elettorale che sono i 5 stelle. Ovvero, e senza sminuire nessuno, un saluto momentaneo a tutto ciò che caratterizza l’architrave della politica quotidiana e che ha contribuito, purtroppo, ad indebolire l’autorevolezza e la stessa credibilità della politica.

Ma quello che non si può e non si deve archiviare, anche in una fase difficile e complessa come quella che stiamo vivendo, è che alcune costanti di una politica nobile e di qualità possono essere declinate. Dal come si lavora per ricostruire il “bene comune” alla necessità di misurare la qualità della classe dirigente, dal come si declina e si pratica una vera cultura di governo alla necessità di mettere in campo la competenza e la professionalità della politica e dei politici.

Insomma, anche in una fase drammatica come questa, la politica non è assente. Non può essere assente. Certo, si parla di una concezione della politica che in questi ultimi anni si è sostanzialmente eclissata – causa la cosiddetta rivoluzione grillina carica di antipolitica, di demagogia, di populismo e di qualunquismo – ma che adesso deve ritornare protagonista. E proprio in questa cornice l’apporto dei cattolici democratici e popolari può essere, ancora una volta, decisivo e determinante. Senza disperdere le energie trattando e approfondendo temi virtuali e del tutto avulsi da ciò che vivono e sentono i cittadini italiani.

L’attualità del pensiero di Emmanuel Mounier. Il sottile veleno dell’indifferenza

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Rocco Pezzimenti

Emmanuel Mounier, una delle figure più originali del pensiero cattolico del Novecento, è uomo del dialogo, qualità presente in molti cattolici che hanno ispirato il pontificato di Paolo VI. Operò in anni tormentati del secolo scorso, nei quali tanti smarrirono la strada che avevano intrapreso. La sua riflessione ha radici antiche poiché i temi della persona e della comunità sono presenti da sempre nella cultura cattolica. Mounier si pone in un filone che trova un riferimento in san Tommaso nel quale rinviene la concretezza. Mounier coglie, infatti, in molta cultura moderna, il sorgere di un umanesimo astratto che genera una sorta di mistica dell’individuo, alla quale si aggiungerà la mistica del collettivismo.

Da tali aberrazioni la persona ne usciva stritolata, sommersa da realtà mostruose e onnipresenti che la riducevano a puro accessorio della storia, sfruttato o sostituito dai vari Leviatani di turno. Consapevole di questa spersonalizzazione, Mounier concepisce la necessità di un nuovo Rinascimento che recepisca e “cristianizzi” quanto di buono ha la modernità. Da qui il suo famoso Manifesto in cui definì l’impostazione personalista, cioè «ogni dottrina, ogni civiltà che affermi il primato della persona umana sulle necessità materiali e sulle strutture collettive che sostengono il suo sviluppo (…). Personalismo è per noi (…) una designazione comune a dottrine diverse, ma che possono essere d’accordo sulle condizioni elementari, fisiche e metafisiche di una nuova civiltà».

Il dialogo con le diverse culture non può prescindere da una consapevolezza: in questa fase della storia, al senso della virtù si è sostituito quello del denaro, vero male della società borghese perché accentua l’individualismo e frantuma la società, separa e rende avversari. Da questa comunità scompaginata, scaturiscono le premesse che hanno portato al fascismo che ha cercato di recuperare certi miti eroici della nascente società borghese per rinvigorirli nel momento della sua crisi. Ciò spiega il successo che, allora, raccoglieva tra i giovani, stanchi di una società incapace di entusiasmare la gioventù.

Non sfuggiva a Mounier che il fascismo era un’appendice del liberalismo borghese per combattere il marxismo, ma era convinto che un tale mezzo fosse del tutto inefficace. Occorreva recuperare all’uomo la sua dimensione trascendente non sottovalutando però la sua condizione concreta nel mondo. Il marxismo si era fermato solo a quest’ultima, mentre il cristianesimo ribadiva che «non vi è civiltà e cultura umana che non sia orientata metafisicamente». Il bilancio, su quelli che Maritain avrebbe definito umanesimi contemporanei, era perciò pieno di perplessità. Arricchire questi umanesimi era possibile solo recuperando la specificità che il cristianesimo aveva dato al patrimonio spirituale dell’Occidente.

Il personalismo cristiano deve proporre un nuovo modello di educazione, di cultura, di economia, di lavoro, di vita familiare, di servizi sociali e di pluralismo democratico, ma occorre anche presentare una nuova immagine della vita privata, anche per la donna, perché la vita privata è lo «spazio di preparazione della persona» per uscire dal chiuso egoismo.

Sulla vita privata ritorna, pur larvatamente, la polemica contro capitalismo e marxismo che deformano la vita privata, il primo potenziandola eccessivamente, il secondo annullandola. Si rendeva necessaria una visione economica che superasse capitalismo e comunismo senza ostacolare alcun progresso che il personalismo non può deridere.

Persino la tecnica usata dal capitalismo non deve essere boicottata, ma vivificata da un’etica della persona. Il comunismo, dal canto suo, cercando un dialogo col cristianesimo, non può esaurirlo nella dimensione storica, perché una religione è tale solo se conserva la prospettiva ultraterrena. Il cristianesimo riesce a superare l’apostasia silenziosa dell’indifferenza che lo trascina, in quella che Miguel de Unamuno chiamava la sua agonia, trovando spazio nel mondo, conservando la sua spinta escatologica e proponendola agli uomini. Il parallelismo tra i due filosofi è stato citato recentemente anche dal cardinale Gualtiero Bassetti (in un articolo uscito il 29 ottobre su LaVoce.it). De Unamuno scrisse un pamphlet dal titolo provocatorio L’agonia del cristianesimo?. I credenti — scrive Mounier nel 1947 — «si riposano nell’illusione della loro forza» ma il mondo attuale non «incontra» più il cristianesimo e la parola di Dio diviene per esso propriamente lettera morta. Il cristianesimo «non è minacciato di eresia» ma è «minacciato da una specie di silenziosa apostasia provocata dall’indifferenza che lo circonda e dalla sua propria distrazione».

Questo libro di Mounier, pubblicato in Italia agli inizi degli anni Sessanta, «si colloca tra le mie letture giovanili, quando da giovane seminarista assistevo con speranza allo svolgimento del concilio Vaticano ii, e si combina con gli stimoli e le passioni suscitate dal vivacissimo cattolicesimo fiorentino del tempo» scrive Bassetti. Parole profetiche, visto che «per dirla con le parole di Mounier il mondo, nel suo insieme, si forma fuori e addirittura “contro” i cristiani». Oggi, in tutto il mondo occidentale, stiamo vivendo gli effetti di una crisi di fede annunciata ormai più di settant’anni fa. «Ho ascoltato spesso — continua Bassetti — lo spaesamento dei fedeli in una società in cui sembra che tutto stia crollando. Sembra. Ma non è così. Questo è il tempo della Profezia e della Grazia». La storia del cristianesimo, conclude il porporato «è la storia di una lotta, di una battaglia e di una “agonia” che non deve far paura. Soprattutto a coloro che si interrogano sul futuro della Chiesa. Perché, scriveva sempre Mounier, per il cristiano non c’è che un riformatore della Chiesa: lo Spirito stesso che la ispira».

Lavoro, Istat: Il tasso di disoccupazione scende al 9,6%

A settembre, il numero di occupati risulta sostanzialmente stabile rispetto al mese precedente, si conferma la flessione dei disoccupati registrata ad agosto e prosegue il calo degli inattivi.

La sostanziale stabilità dell’occupazione (+ 6mila unità) è sintesi, da un lato, dell’aumento osservato tra le donne, i dipendenti a tempo indeterminato e gli over50 e, dall’altro, della diminuzione tra gli indipendenti e i 25-34enni. Nel complesso il tasso di occupazione sale al 58,2% (+0,1 punti percentuali).

La flessione del numero di persone in cerca di lavoro (-0,9% pari a -22mila unità) coinvolge gli uomini e gli under 50, mentre tra le donne e gli ultra 50enni si osserva una leggera crescita. Il tasso di disoccupazione scende al 9,6% (-0,1 punti) e tra i giovani al 29,7% (-1,7 punti).

Anche il numero di inattivi risulta in lieve diminuzione (-0,1% pari a -15mila unità); tale andamento è frutto del calo tra le donne e gli over35, non completamente compensato dall’aumento osservato tra gli uomini e gli under35. Il tasso di inattività resta invariato al 35,5%.

Il livello di occupazione nel terzo trimestre 2020 è superiore dello 0,5% a quello del trimestre precedente, registrando un aumento di +113mila unità.

Nel trimestre crescono anche le persone in cerca di occupazione (+18,1% pari a +379mila) e calano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-3,7% pari a -521mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali registrate tra marzo e giugno 2020 hanno fatto sì che, anche nel mese di settembre 2020, l’occupazione continui a essere più bassa di quella registrata nello stesso mese del 2019 (-1,7% pari a -387mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne di qualsiasi età, dipendenti (-281mila) e autonomi (-107mila), con l’unica eccezione degli over50, tra i quali gli occupati crescono di 194mila unità, soprattutto per effetto della componente demografica. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 0,9 punti percentuali.

A settembre 2020 le ore pro capite effettivamente lavorate, calcolate sul complesso degli occupati, sono pari a 34,8, livello di 0,7 ore inferiore a quello registrato a settembre 2019; la differenza si riduce a 0,4 ore per i dipendenti.

Nell’arco dei dodici mesi diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-2,3%, pari a -59mila unità), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+2,5%, pari a +333mila).