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La Voce del Popolo | C’è un limite ai continui litigi nei due poli?

Non arrecano troppo conforto le cronache parallele dei nostri due schieramenti. A destra, Meloni e Salvini parlano linguaggi agli antipodi (e tanto più Salvini e Tajani). A sinistra, Schlein e Conte (e Renzi) non si parlano affatto. La leggenda dei due poli incontra smentite ogni volta che c’è da affrontare un problema. Salvo darsi una fittizia unità quando c’è da rastrellare voti. Per poi disfarsi – o quasi – l’indomani.

Ora, è chiaro che non si potrà mai espungere dalla politica italiana il conflitto tra i simili. Ma c’è un limite anche ai litigi, e tanto più ai litigi tra gli affini. Dopo anni e anni di sistemi elettorali almeno in parte maggioritari abbiamo imparato a costruire le coalizioni. Ma la loro vita dovrebbe proseguire il giorno dopo e quello dopo ancora. E invece ci si torna a dividere non appena affiora un argomento imprevisto.

E cioè, praticamente tutti i giorni. A questo punto sarebbe davvero il caso di rimettere mano alla legge elettorale. Poiché essa, esempi alla mano, ci racconta che quando ogni partito corre da solo, il giorno dopo cerca e trova alleati. Quando invece si è costretti a correre fittiziamente insieme, il giorno dopo la reciproca insofferenza genera conflitti inesorabili e velenosi.

La premier sembra aver (saggiamente) rallentato il percorso del premierato. Anche perché non era affatto chiaro a quale legge elettorale si accompagnasse la sua riforma. Ora si potrebbe riparlare dell’argomento cominciando a mettere sul tavolo proprio la questione del sistema di voto. Non ne nascerebbe certo una miracolosa unità di intenti. Ma almeno sarebbe più chiaro su quali argomenti si intende litigare, e come.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 10 ottobre 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La galassia centrista in cerca di unità: una missione impossibile?

Nelle scorse settimane abbiamo osservato movimenti all’interno della galassia “centrista” degni della canzone di Branduardi “Alla fiera dell’est…”

Italia Viva ha girato lo sguardo verso il PD e da là è uscito Marattin per posizionarsi al centro, dove c’è Azione di Calenda, il quale non vuole aprire a Renzi ma si allea alle regionali con il PD e per questo Carfagna, Gelmini e Costa sono andati nel centro destra.

Nel quale ci sono Forza Italia e Noi Moderati che non riescono a incidere sulle politiche del governo e della maggioranza, si guardi al dibattito sullo ius scholae e sulla tassazione degli extra profitti delle banche, nonostante facciano parte del partito di maggioranza relativa europeo, il PPE.

Al quale non ha aderito la piattaforma di ex popolari di Fioroni che fa parte del PDE, partito del gruppo di Renew Europe, dove ci sono già IV, Azione e più Europa. Più Europa a sua volta è ufficialmente parte del campo largo ma in Liguria ha subito il veto di Conte contro IV, nel silenzio di Elly Schlein.

La leader del PD che sogna di fabbricare in laboratorio una gamba centrista della coalizione affidandola a Beppe Sala. Gamba centrista che potrebbe far parte della coalizione ma della quale non si conoscono programmi e idee ma solo che sarà ancorata al PD.

Se qualcuno si fosse perso in questo racconto che sa tanto di girotondo, non si preoccupi è normale. Ciò che dovrebbe destare preoccupazione è la volontà di costruire in laboratorio una lista centrista silente e accomodante, così come l’incapacità di dialogo tra le varie forze di questa galassia che, principalmente per questioni personali, invece di combattere insieme le comuni battaglie godono nella distruzione dell’altro.

Tutto questo si inserisce purtroppo in uno sciagurato sistema elettorale maggioritario che obbliga ogni partito a scegliere se guardare a destra o sinistra. Questo contesto porta ciascun leader che ha un minimo di consenso a farsi la sua piccola listina, distinta ed in contrapposizione alle altre, continuando a perseverare nello scellerato giochino di scindere l’atomo in porzioni sempre più piccole.

Quale è il risultato? Che le componenti liberaldemocratiche, cattoliche e riformiste rischiano di essere irrilevanti, nonostante un peso elettorale significativo perché suddiviso in mille liste. In aggiunta, ogni movimento è soggetto a veti contrapposti. Così se ciascun partito correrà autonomamente sarà poco attrattivo per gli elettori, se, invece, accetterà i diktat delle rispettive coalizioni non inciderà nella scrittura dei programmi dei futuri esecutivi.

Alla fine di tutto questo percorso, molti elettori saranno sfiduciati e si asterranno o voteranno disillusi sapendo che il loro voto potrebbe essere inutile, in un modo o nell’altro.

Cosa serve allora? Uno scatto di reni e una ripresa del dialogo almeno tra tutte le forze che si riconoscono nel gruppo europeo di Renew Europe e che si oppongono ad alcune misure dell’attuale esecutivo italiano: in primis autonomia differenziata, premierato e tassazione degli extraprofitti delle banche.

Si tratta dunque di riprendere il filo della comunicazione, nel rispetto della storia e delle differenze culturali che ognuno ha, tra Azione, Italia Viva, PiùEuropa e Piattaforma Popolare. L’obiettivo dovrebbe essere quello di creare una federazione di esponenti liberaldemocratici, cattolici e riformisti che, mantenendo libertà di posizionamento su alcune questioni etiche, riporti avanti la così detta Agenda Draghi.

Una federazione capace di correre da sola o di essere cardine di un vero centro sinistra riformista, non populista e alternativo alla coalizione meloniana o alleata ad una Forza Italia libera dall’estremismo. Sicuramente questa federazione non potrà rappresentare la ruota di scorta di un triciclo denominato fronte popolare che sbanda a sinistra e gira in continuazione su stesso.

Non si tratta di azzerare, dunque, gli attuali partiti ma di creare un luogo di dialogo e un’unica voce più forte e più riconoscibile per gli elettori. Compiendo questo passo, le posizioni “centriste” saranno più robuste e immuni da qualunque forma di veto. Una federazione che dovrebbe avere un simbolo e un nome chiaro da usare in tutte le competizioni elettorali, evitando che ad ogni elezione si formino ircocervi particolari e sempre diversi.

È ovvio che ci sono infinite difficoltà nel portare avanti un processo di questo tipo. Per esempio, far tornare a parlare i l’ego di Renzi e Calenda, o come mettere allo stesso tavolo personalità laiche come Emma Bonino con esponenti della diaspora democristiana come Fioroni.

Ci vuole una personalità in grado di compiere la sintesi e di portare maggiore armonia. Una personalità non catapultata da altri partiti ma proveniente dalla storia centrista. Recentemente gli articoli di giornali hanno indicato il sindaco di Milano, Sala, per ricoprire questo ruolo. Nessuno può mettere in dubbio le capacità amministrative del sindaco, tuttavia, dai primi rumors relativi al progetto emergono alcune criticità (che non sono irrisolvibili a priori ma che vanno chiarite appena possibile).

La prima criticità riguarda la composizione di questo movimento attorno a Sala. Se vuole rappresentare realmente il variegato mondo centrista questa non può essere l’ennesima lista personale che deve fare da cartello elettorale per eleggere il leader. Come detto in precedenza, deve essere un luogo di aggregazione di partiti già presenti e di nuovi esponenti.

Il secondo tema è il tempo, il sindaco ha espresso la volontà di aspettare la conclusione del suo mandato a Milano prima di dedicarsi al progetto. Se in linea teorica il discorso ha una sua serietà, nella pratica politica non è sostenibile. Se, infatti, la lista deve essere un progetto serio e non solo un brand elettorale ci vuole tempo per sanare le ferite attuali, ricomporre una galassia scissa in infiniti rivoli e soprattutto ci vuole tempo per farsi conoscere dagli elettori di tutto il Paese.

Il terzo tema è il programma. Quali idee vuole portare avanti questo progetto? È facile dire che si vogliono rappresentare gli elettori centristi ma questi elettori non si lasceranno abbindolare da progetti vuoti. Infine, c’è l’ultimo punto, forse il più importante: l’indipendenza dal PD. Un movimento centrista non può nascere come lista civetta, come frutto di un esperimento di laboratorio diretto dalla segretaria del PD. Un simile specchietto per le allodole non avrebbe molta fortuna (sembra il ripetersi del progetto dimaiano del 2022).

Un progetto centrista serio non deve chiudere a priori ad una coalizione comune attorno al PD ma non ci può stare dentro a tutti i costi. Ci sono dei paletti, dei punti programmatici inalienabili ma soprattutto non ci possono essere veti su idee e persone. Come detto prima, questo movimento non può essere un semplice portatore di voti ad un’alleanza sbilanciata a sinistra. Se stanno così le cose, se non si è capaci di costruire un vero centro sinistra riformista (la Liguria sembra essere un esempio), allora è meglio imboccare due strade separate, da una parte la sinistra e dall’altra il centro.

Il sindaco di Milano dovrebbe fornire una risposta a questi quattro punti il prima possibile. In alternativa, c’è un esponente politico con un curriculum eccellente (premier, ministro, parlamentare, commissario UE) che in passato ha contribuito a fondare una lista centrista come la Margherita che a breve tornerà in Italia. Sembra destinato a divenire un’eccellente riserva della Repubblica ma con un po’ di sana follia potrebbe decidere di rientrare nella mischia e mettere ordine nel condominio più caotico della politica italiana.

Una federazione con idee e progetti politici seri, come la contrarietà all’introduzione di nuove tasse, all’autonomia differenziata e al premierato. Un progetto che proponga soluzioni con un forte posizionamento europeista e atlantista (in primis sostenendo la resistenza ucraina e la teoria dei due popoli due stati in Medio Oriente), con uno spirito garantista e innovativo, che porti avanti le storiche battaglie sul lavoro della CISL, per l’introduzione di un sistema elettorale proporzionale e che porti ad una revisione delle politiche dei bonus per trovare fondi da investire in scuola e sanità.

So che sembra una missione impossibile ma noi elettori liberaldemocratici e/o cattolici e/o riformisti stiamo stufi di vedere innumerevoli litigi e divisioni o liste civetta associate a qualche coalizione. Una forte intesa tra tutti i liberaldemocratici, cattolici, riformisti rappresenta l’unica opportunità per vedere seriamente rappresentati le nostre istanze e idee.

Forza Italia oltre Berlusconi? Ezio Mauro suggeriva un percorso.

Una Sinistra perspicace e realmente interessata a costruire una credibile alternativa al governo della Destra anziché occuparsi di quel fantomatico e oggi inesistente Campo Largo (Conte dixit) dovrebbe osservare con attenzione l’improvviso attivismo di Forza Italia, partito da sempre definito “di plastica” e dato più o meno da tutti per “finito” all’indomani della scomparsa del suo fondatore, ideatore, interprete, leader assoluto, insomma del suo unico e ineguagliabile dominus, Silvio Berlusconi.

Perché la sconfitta della Destra passa attraverso la conquista del Centro (area oggi lasciata libera dopo il fallimento del duo Calenda-Renzi e dopo i numerosi e mai riusciti tentativi di rilanciarlo compiuti negli ultimi lustri) o meglio dire di quell’ampia fascia di elettorato insoddisfatta e finanche incompatibile col bipolarismo urlato che ormai da tempo – veicolato da talk show televisivi e social media digitali unicamente orientati alla polemica e non alla mediazione – impera nella politica nazionale e non solo.

E verso il Centro sta muovendo Forza Italia. È stata una delle migliori penne del giornalismo italiano, uomo di sinistra e implacabile avversario proprio di Berlusconi durante gli anni della sua direzione di Repubblica, a evidenziarlo, con un editoriale firmato un paio di mesi fa sul quotidiano romano. Una lettura che alla luce delle prese di posizione di Tajani nelle ultime settimane e dai suoi ripetuti scontri con Salvini si conferma acuta e assolutamente interessante per cercare di capire quali potranno essere i successivi sviluppi di una iniziativa politica che comincia a preoccupare anche la stessa Presidente del Consiglio.

Ezio Mauro ha così illustrato (Repubblica, 19 agosto) il possibile processo politico del quale Forza Italia potrebbe essere protagonista: “Occupare il mitologico Centro della scena politica non con una velleitaria rifondazione, partendo da zero, ma con una metamorfosi, usando un soggetto che già esiste e cambiandogli poco per volta l’identità, la natura, il tono del linguaggio, scommettendo di non dover alla fine cambiare gli elettori ma anzi di sommare i vecchi ai nuovi sotto l’insegna dei moderati, oggi senza bandiera”.

E in effetti l’estate appena conclusa ha visto un protagonismo del partito ora guidato dal Ministro degli Esteri (molto più concentrato sulle vicende nazionali che su quelle internazionali, peraltro) inatteso, per certi versi sorprendente.

Il primo obiettivo (mantenere un livello di consenso accettabile e concorrenziale con quello della Lega salviniana sempre più spostata a destra) è stato conseguito alle elezioni europee e questo risultato era ovviamente indispensabile per poter avviare il nuovo corso. Che è stato favorito dall’autogol dell’ex Terzo Polo, che con la sua spaccatura ha dilaniato ogni ipotesi di una forza centrista in grado di offrire un’alternativa interessante per quegli italiani non propensi a sostenere la Destra o la Sinistra. Lasciando così uno spazio moderato e riformista che può arricchire il consenso alle due ali dello schieramento parlamentare, ricreando le condizioni per ricostruire un vero centrodestra e un vero centrosinistra. Forza Italia si è messa in moto per occupare quello spazio e ampliarlo, ovviamente sul suo versante, quello destro. Facilitata anche dalla sua appartenenza al PPE (una intelligente intuizione di Berlusconi) e dalla sua solida e indiscutibile postura atlantica in politica estera. Non poco davvero, in un periodo storico nel quale le relazioni internazionali sono più importanti che mai, addirittura decisive.

L’operazione sarebbe però risultata più complicata se Giorgia Meloni avesse proseguito la sua marcia verso l’establishment europeo, votando Ursula von der Leyen e opponendosi alla deriva estremista dei “patrioti” europei alla quale si è disperatamente aggregato Matteo Salvini. La premier invece non ha voluto, forse perché non poteva, lasciare il suo spazio politico originario ed elettivo temendo proprio la concorrenza del suo agitato alleato leghista. Così facendo, però, ha lasciato libero lo spazio dei moderati, luogo privilegiato per il partito di Tajani. Sotto l’impulso di Marina e Piersilvio Berlusconi e con la consulenza degli immarcescibili amici di sempre del loro genitore (Fedele Confalonieri e Gianni Letta) Forza Italia ha aperto a tematiche legate ai diritti individuali sino ad oggi patrimonio della sola Sinistra lanciando così più di un amo nella direzione opposta a quella dei suoi alleati di governo.

Un tentativo per allargare lo spettro del proprio elettorale potenziale e per evitar di rimanere prigioniera di una coalizione troppo connotata a destra, che pure non può abbandonare. Ma che vuole riequilibrare. Anche, se del caso, attraverso una propria “metamorfosi”, secondo la citata definizione datane da Ezio Mauro.

Siamo solo agli inizi. Bisognerà vedere se i protagonisti di questa innovativa iniziativa saranno in grado di proseguirla e rafforzarla. E se a guidarla sarà ancora l’attuale coordinatore del partito, peraltro oberato da troppi e gravosi impegni, o se invece essa sarà nuovamente targata Berlusconi. A quel punto in perfetta continuità con la propria storia.

Il giornalismo militante esiste. Perché negarlo?

Foto di günter da Pixabay
Foto di günter da Pixabay

Nel mondo giornalistico del nostro paese esiste una anomalia carica di ipocrita e di viltà. Un atteggiamento ed un comportamento che, alla fine, rischiano di incrinare la credibilità e la stessa efficacia del giornalismo – televisivo o della carta stampata poco importa – nel nostro paese. Per entrare nello specifico, parlo del cosiddetto giornalismo militante quando viene spacciato per libera informazione, del tutto imparziale ed oggettiva e scevra da qualsiasi faziosità.

Ora, – e come ovvio e persino scontato – nel pieno rispetto di tutte le opinioni e di tutte le concezioni che si hanno, è addirittura banale prendere atto che certi talk televisivi o alcune testate della carta stampa assomigliano sempre di più a semplici bollettini di partito che a testate cosiddette indipendenti. Certo, sono scomparsi i tradizionali quotidiani di partito ma a volte viene da pensare che forse erano meno faziosi e settari proprio quei quotidiani rispetto ad alcuni organi d’informazione contemporanei. E mi riferisco, nello specifico a tre antichi quotidiani di partito: Il Popolo, L’Unità e lo stesso Avanti. Perché, per entrare ancora più nel dettaglio, cosa c’è di indipendenza giornalistica e di imparzialità politica e culturale nei vari talk de La 7? Lo chiedo perché, a volte, si ha l’impressione che la faziosità e il settarismo più smaccati sostituiscano qualsiasi criterio giornalistico, al di là della indubbia professionalità dei vari conduttori.

Una faziosità ed un settarismo che sono ormai talmente scontati e ripetitivi che prima di iniziare ed approfondire il tema in discussione il normale telespettatore già conosce e preconizza l’esito finale. Ovvero, sempre e solo l’attacco personale e politico nei confronti del nemico politico. Che ormai è diventata anche e soprattutto un nemico ideologico. E lo stesso copione si ripete in alcune testate della carta stampata, storicamente indipendente anche se sempre funzionali agli

interessi politiche ed imprenditoriali dell’editore. Ora, non c’è nessuno sandalo nel teorizzare e praticare un giornalismo fazioso e settario. Anzi, è anche perfettamente in linea con l’attuale andamento della politica italiana, sempre più ispirata alla deriva degli “opposti estremismi” che non ad una sana e fisiologica democrazia dell’alternanza. Purchè si abbia il coraggio di ammetterlo senza recitare la solita litania di un giornalismo imparziale ed oggettivo.

Sotto questo versante, c’è una responsabilità precisa e quasi scontata. Ed arriva puntualmente dal campo della sinistra nelle sue diverse e multiformi espressioni. E questo perché gli organi di informazione – televisivi e della carta stampata – vicini al centro destra non hanno alcun problema a dire e a sostenere che si riconoscono politicamente e culturalmente in quel campo. Così non avviene nel campo avverso. Perché ogni qualvolta vengono giustamente e comprensibilmente accusati di essere eccessivamente faziosi e settari – cosa, del resto, talmente palese che non fa neanche più notizia – quasi si ribellano e rivoltano la polemica verso quelli che avanzano quella accusa specifica e diretta.

Ecco perché la morale della favola, senza ulteriori ed anche inutili approfondimenti, è molto semplice. E cioè, quando si pratica un giornalismo pubblicamente, oggettivamente e strutturalmente fazioso e settario basta ammetterlo. Senza, appunto, inutili ipocrisie e ridicoli auto attestati di imparzialità. A volta le cose sono molto più semplici di quel che appaiono. Anche perché, nello specifico, lo sanno tutti. Ma proprio tutti.

Vatican News | Francesco e Zelensky: nuovo incontro per la pace.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky torna per la terza volta in Vaticano in udienza da Papa Francesco. Lo rende noto la Sala Stampa della Santa Sede, informando che l’appuntamento è fissato per questo venerdì 11 ottobre, alle 9.30. L’incontro tra il Pontefice e il leader del Paese “martoriato” da un conflitto che dura da oltre due anni e mezzo –  oggi [ieri per chi legge, ndr] impegnato in Croazia ad un vertice tra l’Ucraina e i Paesi dell’Europa sud-orientale – avviene a quattro mesi dal bilaterale durante il G7 in Puglia e ad oltre un anno e mezzo dall’ultimo incontro nell’Auletta dell’Aula Paolo VI, del 13 maggio 2023. Quaranta minuti di colloquio allora, durante i quali il Papa aveva assicurato la sua preghiera costante per il Paese mai dimenticato nei suoi appelli pubblici e l’invocazione continua di pace.

 

L’ultima udienza in Vaticano nel maggio 2023

Entrambi, informava allora una nota vaticana, avevano “convenuto sulla necessità di continuare gli sforzi umanitari a sostegno della popolazione” e il Papa sottolineava “in particolare la necessità urgente di ‘gesti di umanità’ nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto”. Zelensky – che quel giorno aveva avuto un colloquio anche con monsignor Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati – tramite un post su X ribadiva la gratitudine al Papa per la “personale attenzione alla tragedia di milioni di ucraini” e confermava di aver parlato a Francesco delle “decine di migliaia di bambini ucraini deportati” da riportare a casa con “ogni sforzo”. Aggiungeva di aver chiesto di “condannare i crimini russi in Ucraina” e di aver parlato della “Formula di Pace” come “unico algoritmo effettivo per raggiungere una pace giusta”, proponendo di “aderire alla sua attuazione”.

 

I contatti dallo scoppio della guerra e il bilaterale al G7

La prima volta che Zelensky aveva fatto il suo ingresso nel Palazzo Apostolico vaticano era stato l’8 febbraio 2020, quando in Europa iniziava ad aleggiare la minaccia della pandemia di Covid-19 e la guerra sembrava un fantasma segregato solo nella zona Est dell’Ucraina. Sin dal primo bombardamento russo a Kyiv, con il Papa ci sono stati diversi contatti tra lettere e telefonate, una il 28 dicembre 2023 per gli auguri di Natale e ribadire l’auspicio di una “pace giusta per tutti noi”.

Un anno e mezzo dopo lo scoppio del conflitto, Zelensky – non più isolato come nei primi mesi – è tornato poi a viaggiare e, a maggio dello scorso anno, ha compiuto un itinerario che ha toccato diverse capitali europee, tra cui Roma e Città del Vaticano. Quest’anno, a giugno, il presidente ha partecipato insieme a capi di Stato e di Governo al summit del G7 a Borgo Egnazia, in Puglia, e in quell’occasione ha avuto un bilaterale riservato con il Papa.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-10/udienza-papa-francesco-zelensy-11-ottobre-2024-ucraina.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Marco Rizzo fuori dal politicamente corretto: a lui piace la gnocca.

Alla fine Marco Rizzo è sbottato ed ha guadagnato d’un colpo più consensi che mille comizi già spesi con il Partito Comunista di cui è stato Segretario o adesso come coordinatore nazionale di Democrazia Sovrana e Popolare, camminando sotto braccio a Gianni Alemanno.

La biografia di Rizzo è la storia di tutti i travagli e le contraddizioni della Sinistra italiana ricca di divisioni e nascita convulsa di sigle e formazioni, difficili, per numero, da mandare a memoria. Rizzo è uscito fuori dal politicamente corretto non trattenendo più la bocca e le idee, esprimendo ciò che prima o poi per lui andava detto e rompendo la convenzione del pensiero alto della Sinistra in tema di sessualità e di nuovo conformismo. Rizzo è uomo calmo e pacato. Ha il pregio della onestà intellettuale, non gigioneggia con l’elettorato, non vuole piacere a tutti i costi, ha una sua posizione qualunque sia la direzione del vento a tirare.

Eppure questa volta, malgrado la calvizie, a Rizzo gli si saranno drizzati i capelli in testa, si è rizzato di colpo dalla poltrona per dire la sua verità. “Sovra l’anche rizzosse”, a mo’ di Luigia Pallavicini caduta da cavallo, ed ha disarcionato d’un colpo le opinioni correnti soprattutto nella opposizione politica in materia di uomini e donne. Ha avuto l’ardire di dichiarare che a lui piace la gnocca. Ha criticato il fatto per cui “ormai non c’è un film o una pubblicità in cui non ci sia un gay o un nero. Engels diceva che la famiglia è il primo nucleo della società borghese e…senza la famiglia, senza la pensione dei nonni e delle vecchie zie, oggi in Italia avremmo 11 milioni di poveri in più. La famiglia è un presidio dello stato sociale e che fa Elly Schlein invece di occuparsene? Si mette a ballare sul carro de Gay Pride”.

Certe espressioni, adesso ci si è messo di mezzo anche il sesso, generano singolari confusioni. La gnocca designa nel linguaggio corrente una bella ragazza. In grammatica è una sineddoche, che consiste nella sostituzione tra due termini in relazione tra di loro: la parte per il tutto o viceversa. Si tratta di un plauso ad una rappresentante del genere femminile a cui si attribuiscono qualità di bellezza.

Al contrario lo gnocco va per altro più ruvido senso. Sta infatti per nocchio o da nodo di legno ma designa anche una protuberanza, una sorta di escrescenza che non rinuncia a farsi notare. Potrebbe ricondursi in questo caso ad un bernoccolo assegnato da Rizzo al Pd e compagnia bella. Ciò malgrado, per il contrario, si dice gnocco anche alludendo ad una persona ingenua, agevolmente abbindolabile, che vive in una condizione di debolezza di fronte al prossimo.

Sempre sul tema anche il sesso dà luogo ad incertezze interpretative. Deriverebbe dal greco Tek-os, generato o procreato che si voglia; altri invece richiamano la parola al sec-are, cioè al separare, distinguendo tra uomini e donne.

Il nostro politico, come una mannaia, ha diviso, quanto a gusti, ciò che lo attrae da quello che non lo riguarda, senza nascondersi nel silenzio o nel sincretismo sessuale. Una nube di polvere, invecchiandone crudelmente d’un tratto le ideologie, starà cadendo sulle teste del mondo politico dai discorsi ben impostati, infarinandoli con ingredienti di una tradizione che, con Rizzo, non rinuncia a dire la sua. Del resto a base degli gnocchi è innegabile come ci sia la farina ma anche la patata e Rizzo sembra averne ricordato con fierezza la incontestabile ricetta da lui pubblicamente apprezzata. Giovedì gnocchi, poi si vedrà.

Con “Babbo Sangiorgi” si legge dal vivo la storia della Dc

È un autentico viaggio nel tempo il volume di Giuseppe Sangiorgi, Babbo Sangiorgi. Il romanzo di una generazione (Rubbettino, Roma 2024, pp. 182, € 15).

L’autore, Giuseppe Sangiorgi (Roma 1947), giornalista, è stato presidente dell’Istituto Luce, per il quale, fra le altre sue iniziative, ha curato la realizzazione de La Storia d’Italia del XX secolo, insieme a Valerio Castronovo, Renzo De Felice, Pietro Scoppola, per la regia di Folco Quilici, e de Il Vento del Concilio, con Luigi Accattoli, Vittorio Citterich, mons. Lorenzo Chiarinelli, per la regia di Leandro Castellani. Ma Sangiorgi ha fatto ed è stato anche molto altro: direttore del quotidiano “Il Popolo”, commissario dell’Autorità per lo garanzie nelle comunicazioni, segretario generale dell’Istituto Sturzo, ha pubblicato, fra gli altri suoi libri, Il romanzo del Popolo (Gangemi 2003), Piazza del Gesù, un diario politico (Monda-dori 2005); Rivoluzione Quirinale (Gaffi 2010); De Gasperi. Uno studio (Rubbettino 2014); Dossetti, la politica oltre (II Settimo Libro 2015).

Inoltre, venne designato come “portavoce” da Ciriaco De Mita quando quest’ultimo, nel 1982, divenne segretario della Dc. Giuseppe Sangiorgi, dunque, ha una conoscenza di prima mano della politica, dei meccanismi che la regolano e dei suoi protagonisti, che ha conosciuto da vicino.

 

Gli anni della guerra e di Azione Cattolica

Ma Babbo Sangiorgi è qualcosa di più, e di diverso: attraverso la figura del padre, Giovanni Sangiorgi, l’autore ci racconta la storia dell’Italia del Novecento, e di alcuni fra i suoi maggiori protagonisti.

In queste pagine, pertanto, troviamo in azione Alcide De Gasperi, papa Montini, Giulio Andreotti: tutti personaggi che Giovanni San-giorgi conobbe bene, data la sua attività pluridecennale. Egli, lungo l’arco della sua vita (1901-1988), fu militante cattolico dai tempi della Fuci del primo Novecento e dell’Azione Cattolica, giornalista dell'”Osservatore Romano”, antifascista e per questo spiato dalla polizia segreta di Mussolini, partigiano, artefice del “Popolo” clandestino nella Roma del 1943-44, e poi, nel Dopoguerra, dirigente nazionale delle attività artistiche della Dc, fondatore e segretario generale di un ente, i “Premi Roma”, con sede a Palazzo Barberini, che promosse per quarant’anni molte fra le maggiori iniziative culturali della Capitale ed ebbe a che fare con alcuni fra i più grandi artisti della seconda metà del Novecento.

Una vita pienissima, quella di Giovanni Sangiorgi, ricca di incontri con figure che hanno lasciato un segno nella Storia, e che comincia proprio con l’impegno nella Fuci e nell’Azione Cattolica: una fucina sia per la classe dirigente che sarebbe emersa dopo il Secondo conflitto mondiale, sia per una forma di antifascismo che fosse radicata nel senso dell’adesione ai valori del cristianesimo e dell’uomo. Per questo, i membri in vista dell’Azione Cattolica (la sola associazione che nel Ventennio fosse rimasta estranea a quelle emanazioni del Pnf, raggruppate nell’Opera Nazionale Balilla) erano oggetto di controllo da parte dell’Ovra, la polizia fascista.

 

Vita privata e impegno politico

Come annota Sangiorgi (p. 29), la Fuci, i Laureati Cattolici, l’Azione Cattolica sono movimenti che ancora esistono, certo, ma che hanno perso, per tanti motivi, quella presenza politica e quel ruolo educativo e formativo sui giovani svolto nella prima parte del Novecento, quando la loro presenza era davvero una spina nel fianco del regime fascista. In effetti, anche dopo il Concordato del 1929, l’Azione Cattolica restò terreno di scontro fra il regime e una Chiesa che non voleva né poteva rinunciare alla sua presenza nel campo dell’educazione giovanile; e per rivendicare questa attività apostolica, con il riservare ai vescovi la nomina dei dirigenti diocesani (da sottrarre quindi all’ingerenza fascista), Pio XI non aveva esitato a scrivere una lettera enciclica, Non abbiamo bisogno (1931).

C’è nel volume un episodio significativo, che dice la commistione di vita privata e impegno politico e insieme morale che ha sempre caratterizzato la vita di Giovanni Sangiorgi: nella primavera del 1944 morì di tosse convulsa – patologia gravissima per i neonati – una sorellina dell’autore, Agnese, di poche settimane. La bambina fu sepolta dentro il Vaticano. Il mesto corteo che dalla vicina casa dei Sangiorgi varcò l’ingresso di Sant’Anna fu anche l’occasione per il trasferimento di documenti compromettenti, per evitare il rischio di una perquisizione.

Già in precedenza, annota Sangiorgi, le bozze di pubblicazioni vietate venivano scambiate sotto gli occhi delle sentinelle tedesche, grazie per esempio a Luciana Segreto Amadei, austera nobildonna romana che conosceva bene il tedesco e, potendo rispondere adeguatamente ai soldati nella loro lingua, veniva lasciata passare Iei e le bozze nascoste nella sua borsa, insieme all’elenco ai redattori del “Popolo” clandestino. La storia della morte di Agnese Sangiorgi fa riflettere il fratello, decenni dopo, inducendolo a scrivere come, a causa delle crudeli necessità imposte dai tempi, «neppure la sofferenza cosi privata della morte di una figlia si poté rispettare, trasformando in altro il corteo funebre di una bambina» (p. 52).

 

La figura della madre

Il volume di Giuseppe Sangiorgi non si concentra solo sull’attività del padre, ma anche su quella della madre, ugualmente impegnata: così, a p. 164 troviamo il capitolo significativamente intitolato “1954, mamma in battaglia”. Sono passati quasi dieci anni dalla fine della guerra, e ormai, «superata la fase iniziale legata alla sopravvivenza, la politica prende la piega della lotta per il potere» (ibid.), specialmente in quel momento, in cui la stella di De Gasperi – lungo la cui linea i genitori di Sangiorgi si sono sempre mossi – si è offuscata.

Il nuovo segretario della sezione, approfittando di un periodo di malattia della madre di Sangiorgi, cerca dunque di estrometterla dall’incarico di delegata femminile; ma ella risponde con energia, indirizzando al collegio dei probiviri del partito una dettagliata ricostruzione delle sue attività, raccontate con impeto e tenacia. E l’impegno della madre dell’autore è sempre alto, a difesa della famiglia, non tanto di una idea di moralità da santino, ma quella forte della persona, che ne rispettasse l’integrità e la dignità. In questo senso, Sangiorgi ricorda l’attività della madre che si collega a quella di Luigi Gedda, già a capo dei Comitati Civici alle elezioni del 1948 e che sfocerà, insieme a tante altre sollecitazioni, nella istituzione, nel dicembre 1972, di una commissione d’inchiesta «sui mezzi finanziari e i profitti degli editori e divulgatori della stampa pornografica e periodica» (qui pp. 172-173). Come sottolinea Sangiorgi, «impressiona come le denunce degli anni Settanta di mamma proiettino la loro attualità tanti decenni dopo, in una società della comunicazione che dilata a dismisura strumenti, modalità, piattaforme trasmissive varie, attraverso cui diffondere ogni genere di messaggi che inducono alla violenza».

 

Libertà, dignità, cultura e fede

In un certo senso, è consolante comprendere come i propri genitori fossero nel giusto, anche se è desolante vedere che i tempi sembrano andare in tutt’altra direzione.

In una intervista rilasciata da Giuseppe Sangiorgi ad Antonio Monda per “Studi Cattolici” nel 2005, Sangiorgi, rievocando gli anni della “corazzata DC”, affermava:

 

All’epoca c’era ancora politica. Ricordo le assemblee, i congressi… non erano come quelli di oggi, rivolti per lo più ai quadri dei partiti, ma erano aperti alla base, competizioni “vere” il cui esito era spesso incerto fino all’ultimo. Quegli anni segnarono un momento “alto” della storia della Dc, una storia, come tutte quelle umane, ricca di luce e di ombre. Però devo dire che la Dc dei momenti migliori è stato un grande partito (…) Fu un partito popolare che si diede da fare concretamente per i bisogni della gente con un senso vero della democrazia che era, secondo la lezione di Aldo Moro, “il tempo della decisione”.

 

Quelli rievocati sembravano tempi lontanissimi nel 2005, immaginiamoci ora. Però, alla luce del clima intellettuale, politico e morale delineato, piace chiudere queste note di lettura con le parole stesse con cui Sangiorgi chiude il suo libro, ovvero con le parole che il padre scrisse su di sé per una campagna elettorale negli anni Cinquanta: «Sangiorgi ha lavorato sempre per la libertà, la dignità, la cultura, la fede cristiana in cui è nato e in cui vive da militante».

 

Per leggere il testo originale

https://www.store.rubbettinoeditore.it/wp-content/uploads/2024/10/giovanni-sangiorgi-stud-cattolici.pdf

Benessere, un’analisi completa con l’indice di well-fare del Consiglio nazionale dei giovani.

La conoscenza delle giovani generazioni, delle loro esigenze e delle loro difficoltà, richiede strumenti di lettura innovativi e metodologicamente solidi. In questa direzione, il Consiglio Nazionale dei Giovani ha strutturato un Indice di Well-fare. Si tratta di uno strumento di misurazione unico che non si limita ad analizzare la semplice equazione tra benessere e salute mentale dei giovani ma, in una prospettiva del tutto innovativa, integra le quattro dimensioni del benessere individuale (percezione di sé, salute fisica, motivazioni, capacità di gestire le emozioni), del benessere relazionale (famiglia, rapporti amicali, rapporto con la comunità), del benessere spaziale (ambiente, sicurezza, qualità dell’abitare) e del benessere sociale (partecipazione sociale, adesione ai modelli culturali dominanti, capacità di cogliere le opportunità). L’indagine, condotta su un campione rappresentativo di giovani tra i 15 e i 35 anni, offre una fotografia dettagliata sul livello di benessere delle nuove generazioni, mettendo in luce aspetti positivi e criticità.

L’Indice di Well-fare, realizzato con il supporto tecnico di “EU.R.E.S. Ricerche economiche e sociali”, evidenzia, infatti, una “prevalente soddisfazione” tra i giovani, con un punteggio medio di 63,9 su 100. Tra le dimensioni osservate, il benessere relazionale registra il punteggio più alto (69,3), seguito dal benessere individuale (65,6), sociale (63,7) e spaziale (56,9).

Tuttavia, emergono differenze significative per genere e territorio: le giovani donne e i giovani del Sud riportano livelli di benessere inferiori rispetto ai loro coetanei maschi e ai giovani del Nord.

“Abbiamo scelto di pubblicare il nuovo Rapporto Well-Fare proprio in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, perché per molti anni, il benessere e la qualità della vita sono stati analizzati prevalentemente attraverso il ricorso a fattori materiali e oggettivi, quali la situazione socio-economica, il livello di reddito e le condizioni di salute, trascurando altri aspetti di eguale rilevanza, come l’autostima, la motivazione al raggiungimento di scopi e obiettivi lavorativi e personali e la qualità dell’interazione sociale” ha commentato in una nota Maria Cristina Pisani, Presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani.

“Non a caso, l’indice indica che le relazioni con gli amici sono spesso il primo supporto emotivo, molto più della famiglia, soprattutto per le ragazze, che in numeri percentuali risultano fare più fatica a gestire emozioni e autostima. La centralità dei comportamenti alimentari e dello stile di vita per il benessere psico-fisico – ha aggiunto Pisani – appare ampiamente condivisa e trasversale, risultando il grado di accordo sempre vicino al 90% in tutte le componenti del campione; in particolare quello femminile sembra registrare una maggiore sensibilità. Il dato che mi preoccupa maggiormente – aggiunge Pisani – è vedere come ancora ci siano difficoltà nel sentirsi ascoltati, integrati e accolti negli ambienti sociali e fisici. Non è un caso che solo il 7,1% dei giovani giudichi “ottimo” il livello di soddisfazione per la qualità dell’ambiente in cui vive (spazi, relazioni, sicurezza, inquinamento), o che per il 21,8% le esperienze/situazioni di isolamento subite abbiano influenzato “molto” negativamente il proprio benessere psicologico con una percentuale che sale al 39,5% quando si indagano gli effetti “piuttosto negativi”.

“Al di là delle criticità sottolineate, i giovani si collocano complessivamente nell’area di una ‘prevalente soddisfazione’ per le diverse dimensioni che definiscono il benessere, esprimendo in termini prospettici un atteggiamento ancora di prevalente fiducia. Anche sul fronte delle previsioni nel medio periodo, la maggioranza degli intervistati immagina che la propria condizione tra 5 anni sarà migliore di quella attuale. La maggiore preoccupazione che emerge leggendo i dati – ha proseguito la presidente del Cng – è invece il ridotto numero di giovani che, pur provando un disagio psicologico, chiede aiuto. Parliamo del 27,9% su un 75% che dichiara di aver sentito il bisogno di un supporto psicologico”.

“Pur nella consapevolezza che è solo l’inizio di un percorso di ricerca da implementare, sviluppare e perfezionare negli anni, si tratta di un’iniziativa unica e innovativa per ottenere risultati comparativi e per cogliere, anche direttamente, spunti e suggerimenti utili al vasto lavoro di proposta e rappresentanza delle nuove generazioni”, ha concluso Maria Cristina Pisani.

Le relazioni proibite di Trump e Putin nell’ultimo libro di Woodward

L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe continuato a intrattenere comunicazioni segrete con il presidente russo Vladimir Putin anche dopo aver lasciato la Casa Bianca. Ciò sarebbe avvenuto almeno sette volte. Questo dettaglio, emerso dalle anticipazioni del libro “War” del celebre giornalista investigativo Bob Woodward, pubblicate dal New York Times, getta ombre sul comportamento di Trump, sollevando gravi preoccupazioni sulla limpidezza della sua condotta anche al di fuori del mandato presidenziale.

Secondo il libro, Trump non solo avrebbe mantenuto contatti con Putin, ma avrebbe anche inviato al leader russo nel 2020, mentre era ancora in carica, una rara apparecchiatura per test diagnostici sul coronavirus, destinata all’uso personale del presidente russo. Ciò dimostra quale fosse il livello di collaborazione tra i due e come la richiesta di Putin, volta a mantenere il riserbo su tutto per evitare possibili danni alla reputazione di Trump, emerga come un ulteriore segnale di allarme. Questo episodio, celato agli occhi del pubblico e del Congresso, solleva interrogativi sui possibili riflessi in ordine alla politica estera americana durante e dopo il mandato di Trump.

Woodward, il campione del giornalismo investigativo grazie al ruolo di primo piano che ebbe nello scandalo Watergate – le dimissioni di Richard Nixon ne furono la conseguenza -, si rivela ancora una volta implacabile nel denunciare comportamenti impropri ai più alti livelli del potere. Quanto delineato nel libro evoca scenari di pericolosa connivenza con Mosca.

Sebbene il Comitato elettorale di Trump abbia prontamente respinto le accuse, descrivendo Woodward come un personaggio del tutto “squallido” e “incompetente”, non è stata fornita un’adeguata confutazione delle accuse. Alcune lacune risultano oltremodo inquietanti se messe in relazione con le voci circa pressioni esercitate da Trump sui repubblicani affinché, dopo l’invasione russa del 2022, la loro azione in Congresso fosse contro gli aiuti militari all’Ucraina. Un’intervento che, se confermato, potrebbe aggravare il giudizio sui rapporti del Tycoon con il Cremlino, dando un colpo molto duro alle sue aspirazioni presidenziali.

Dibattito | Io delegittimo, tu delegittimi…ecco il bipolarismo straccione.

Siamo tutti concordi, soprattutto dopo il recente voto europeo, che nel nostro paese è tornato con prepotenza il bipolarismo. Un bipolarismo che, almeno in teoria, dovrebbe certificare e consolidare la presenza di una vera e propria democrazia dell’alternanza. Ma è proprio su questo

versante che entra in gioco la contraddizione che mina la credibilità, la trasparenza e la stessa efficacia del bipolarismo all’italiana. Perché un conto è il confronto politico e programmatico e la dialettica tra due schieramenti, seppur diversi al loro interno, che si alternano alla guida del governo come decidono liberamente e democraticamente gli elettori. Altra cosa, tutt’altra cosa, è

quando uno schieramento non riconosce politicamente il suo avversario che viene letto ed interpretato solo ed esclusivamente come un nemico da abbattere se non addirittura da annientare.

Ora, è abbastanza evidente che di fronte a questo scenario non ci potrà mai essere una credibile democrazia dell’alternanza e, di conseguenza, una sana e fisiologica efficacia dell’azione di governo. Del resto, è appena sufficiente verificare come si articola il dibattito pubblico nel nostro paese per arrivare alla conclusione che sin quando c’è la volontà da una parte dello schieramento politico di distruggere l’avversario/nemico la democrazia continua ad essere zoppa. Non si può, infatti, continuare a delegittimare moralmente e politicamente un intero schieramento senza che questo atteggiamento non abbia delle ripercussioni sull’intero sistema politico. Certo, esistono delle ricette politiche e programmatiche diverse ed alternative. Ma il tutto deve rientrare in una normale dialettica democratica. Perchè se la vittoria di una coalizione viene dipinta come la

concreta possibilità di un cambiamento di sistema o, peggio ancora, come l’avvio di un regime potenzialmente antidemocratico e anti costituzionale, difficilmente può decollare in un contesto del genere una vera democrazia dell’alternanza.

E questo perché ogni qualvolta si arriva alla vigilia delle elezioni scende puntualmente in campo una corazzata politico e mediatica che denuncia una possibile e potenziale sospensione, se non addirittura, cancellazione degli istituti democratici nel nostro paese se vince la coalizione avversa. Una denuncia, e una polemica, che mettono francamente in difficoltà il buon funzionamento della democrazia e la concreta possibilità di poter rimuovere tutte quelle pregiudiziali ideologiche e politiche che impediscono il decollo di una fisiologica alternanza al governo del paese.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, è compito oggi della intera sinistra massimalista, radicale e populista del nostro paese e anche di alcuni settori della destra di assumersi la precisa responsabilità politica di rimuovere definitivamente ed irreversibilmente i vari pregiudizi ideologici e personali avviando, al contempo, un percorso che porti il sistema politico italiano ad una vera e propria democrazia dell’alternanza. Senza riproporre o riprodurre o rilanciare meccanismi e modalità politiche che ormai appartengono ad una stagione consegnata agli archivi storici.

Se la politica manipola il consenso, la società si sgretola.

Nel nostro tempo è ormai diffusa la necessità di polarizzare su posizioni contrapposte ogni opinione: per catturare l’attenzione di una platea sempre più inebetita dalla circolazione massiccia di informazioni parziali e contraddittorie, non si è più in grado di articolare un pensiero che non sia vittima della semplificazione del “bianco o nero”, della contrapposizione sterile da tifoseria.

Ciò purtroppo esplode quando l’opinione pubblica si trova, come avvenuto recentemente in Liguria, di fronte a inchieste giudiziarie che toccano la classe politica.

Mi astengo da qualunque valutazione in merito al rilievo penale delle questioni, perché non dispongo delle competenze necessarie in questo campo e per il massimo rispetto nei confronti dell’operato della Magistratura.

Assunto ciò, da cittadino che credeva nella politica al punto da essersi schierato pubblicamente a vent’anni e che, malgrado tutto, continua a credere nelle Istituzioni, non posso non stigmatizzare l’ennesima occasione per alimentare la contrapposizione strumentale tra due fazioni, quella dei cosiddetti giustizialisti, e quella dei garantisti a tutti i costi, o sovente, a senso unico.

Rifiuto pertanto questa ennesima banalizzazione e tento di portare all’attenzione dei miei “quattro lettori” e forse anche elettori, alcune considerazioni più articolate.

Questa esperienza vissuta in politica attiva, dall’altra parte della barricata, è servita a farmi superare una volta per tutte una forma di assenso acritico, di cui anche io ero schiavo, che mi portava a condizionare le opinioni in funzione dell’appartenenza; ebbene, tutto questo, da tempo, non accade più. Da ciò è scaturito il mio approccio da “spirito libero”

‘, che mi è costato l’iscrizione nella lista di proscrizione da parte chi

mal tollera ogni forma di confutazione o dissenso, anche costruttivo.

Fatta questa premessa, penso che il cittadino, invece che continuare ad assecondare il “gioco dei potenti” schierandosi in fazioni come Guelfi e Ghibellini, dovrebbe indignarsi per la totale mancanza di attenzione nei confronti delle proprie istanze ed esigenze da parte di chi amministra la “cosa pubblica”; invece erroneamente cade nell’inganno della narrazione.

Ho detto narrazione, proprio così, perché oggi il consenso si governa attraverso le suggestioni che si vogliono stimolare negli elettori, spesso corroborate da argomentazioni accattivanti, benché banali.

A tal proposito mi sorge spontanea una domanda: il cittadino, invece che sprecare energie per scegliere la tifoseria a cui appartenere, si sta chiedendo se ciò che viene narrato corrisponda a verità?

Il primo tradimento di cui l’elettore è vittima è proprio questo!

Inoltre: chi, entrando nell’ingranaggio del potere, rileva la menzogna che sta dietro alla narrazione, davvero ha gli strumenti per intervenire? Molto spesso no, perché gli spazi in cui argomentare vengono scientemente ridotti ai minimi termini anche nei circuiti istituzionali, ma soprattutto perché chi sta dall’altra parte, ovvero l’elettore, non gli crederebbe; è infatti molto più comodo rifugiarsi in un’illusione fallace piuttosto che affrontare la realtà.

L’etica pubblica vorrebbe che ogni iniziativa intrapresa da un pubblico amministratore fosse esclusivamente nell’interesse della collettività;

oggi invece la leva del potere è strumento di autopromozione, un palcoscenico da sfruttare per progredire e trarne dei vantaggi, in una dimensione da campagna elettorale permanente.

In questo quadro la competenza diventa una minaccia e non più un requisito da valorizzare nell’interesse di tutti: ciò genera un criterio di selezione antimeritocratico, basato sulla disponibilità all’assenso acritico e all’obbedienza passiva, invece che sulla qualità delle persone; da qui l’assenza di classe dirigente, letteralmente soppiantata da pletore di personaggi ossequiosi e mediocri, disposti a difendere l’indifendibile in cambio di qualche favore o promozione.

Pertanto, al di là di ogni dinamica giudiziaria rispetto a cui, come già detto, non intendo esprimermi, ciò che emerge dalla politica odierna è la gestione padronale delle Istituzioni.

Il destino della democrazia rappresentativa è esclusivamente nelle mani dei cittadini-elettori: a loro mi rivolgo auspicando che non si facciano ammaliare da narrazioni semplicistiche, che non subiscano il fascino di chi urla di più, di chi “la spara più grossa” ma si affidino a quei politici seri – fortunatamente numerosi, anche se marginalizzati – che con onestà intellettuale non si attribuiscono falsi meriti né generano ipertrofiche aspettative, ma svolgono con sobrietà le loro mansioni e coniugano l’interesse pubblico con la propria legittima ambizione, trovando un punto di equilibrio.

In caso contrario si alimenterà un sistema oligarchico arrogante, il cittadino continuerà ad essere inconsapevolmente schiavo di un apparato che, dai cortigiani al capo, cerca l’acclamazione plebiscitaria attraverso la somministrazione quotidiana di slogan e luoghi comuni; contemporaneamente, la società verrà progressivamente svuotata di valore e privata perfino dei servizi essenziali come le prestazioni sanitarie. In questo desolante quadro, il partito dell’astensione, rifugio inefficace di chi consapevolmente si è arreso, continuerà a prevalere, in termini numerici, su chi ancora nelle urne si esprime.

 

Stefano Costa

Consigliere comunale di Genova

Rivoluzione microRNA, un Nobel a forte impatto sul futuro della medicina.

Il mondo scientifico ha festeggiato l’assegnazione del Nobel per la Medicina a Victor Ambros e Gary Ruvkun, premiati per aver scovato l’esistenza dei microRNA, piccole molecole di RNA che svolgono un ruolo cruciale nella regolazione dell’attività genica.

La scoperta apre nuove possibilità per il trattamento di molte malattie, in particolare quelle di origine genetica, prefigurando terapie mirate in grado di correggere i “difetti d’origine” alla base delle patologie. Va detto che negli ultimi decenni il Premio Nobel per la Medicina ha avuto un impatto significativo sul progresso della ricerca biomedica. Abbiamo adesso nuove cognizioni che ci permettono di affrontare malattie un tempo ritenute incurabili.

Notevole è stata e continua ad essere l’influenza esercitata nel campo della ricerca sul cancro: la scoperta degli oncogeni e dei geni soppressori dei tumori ha fornito una comprensione fondamentale dei meccanismi molecolari che portano allo sviluppo della malattia. Proprio gli studi sui telomeri e sulla telomerasi hanno fatto compiere un salto di qualità nell’analisi dei processi d’invecchiamento, come pure dell’oncogenesi. Inoltre, con le tecniche di imaging avanzate – PET e MRI –  si è aperta la frontiera della diagnosi precoce.

Oggi, la scoperta dei microRNA, insieme a tecnologie di editing genomico come CRISPR-Cas9, offre la possibilità di correggere i difetti genetici alla base di malattie rare come la fibrosi cistica e l’anemia falciforme.

Dunque, il premio Nobel non è solo un riconoscimento, per altro di altissimo valore, ma rappresenta anche un forte incentivo alla promozione e allo sviluppo del lavoro di laboratorio. Attira, cioè, l’attenzione dei media, dei governi e delle industrie farmaceutiche, portando alla crescita d’investimenti nel quadro di una sempre più intensa collaborazione tra scienziati di tutto il mondo. A Roma, sotto la direzione del prof. Giuseppe Novelli, opera da anni il Laboratorio di genetica medica del Policlinico Tor Vergata.

È motivo di speranza, insomma, che nuovi trattamenti per malattie ora incurabili vengano individuati e messi presto a disposizione. Nel mirino della comunità scientifica rientrano in particolare l’Alzheimer e il Parkinson. L’obiettivo, forse a portata di mano, è rendere meno incerta e difficile l’età della fragilità.

Fioroni affianca Franco: due ex ministri alla guida della Fondazione Gemelli.

Giuseppe Fioroni, ex ministro della Pubblica Istruzione durante il secondo governo Prodi, è stato nominato vicepresidente della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. La sua nomina è avvenuta durante la prima riunione del nuovo consiglio di amministrazione, tenutasi ieri 7 ottobre, presieduta dal neo presidente Daniele Franco, ex ministro dell’Economia nel governo Draghi.

La Fondazione Gemelli riveste oggi un ruolo centrale nel sistema sanitario della capitale, avendo “in pancia” non solo il prestigioso Policlinico Gemelli, ma anche altre due importanti strutture ospedaliere: il Fatebenefratelli e la clinica Columbus. Questa rete offre una risposta integrata e complessa ai bisogni di salute dei cittadini, coprendo un ampio spettro di specializzazioni e servizi. In effetti, la complessità gestionale della Fondazione è aumentata notevolmente negli ultimi anni, con il coinvolgimento di queste strutture, ciascuna con una propria storia e identità, ma ora unificate sotto un modello di governance condiviso.

La nomina di Fioroni riflette una scelta di continuità ma anche di rinnovamento, in un’ottica di consolidamento e sviluppo della sanità cattolica a Roma. Il nuovo consiglio di amministrazione vede la presenza di figure di spicco del mondo accademico e della sanità, come il Prof. Massimo Antonelli, il Prof. Antonio Gasbarrini e il Prof. Giampaolo Tortora, oltre a personalità provenienti da vari settori, tra cui Mons. Claudio Giuliodori e Salvatore Nastasi. Il mix di competenze politiche, manageriali e mediche rappresenta una risorsa cruciale per affrontare le sfide che la Fondazione si trova di fronte.

Con la definizione di programmi ambiziosi, da calare nel confronto con la Regione Lazio, si rafforza ulteriormente l’impegno della Fondazione a rispondere in modo efficace e innovativo alle sfide del presente, assicurando così che il sistema sanitario romano continui a essere un punto di riferimento a livello romano e nazionale.

Torino ritrova un cardinale dopo vent’anni: Mons. Repole tra i nuovi porporati.

Tra i nomi scelti da Papa Francesco per il nuovo collegio cardinalizio c’è anche quello di Mons. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e di Susa. Un annuncio, atteso ma forse ancora inaspettato, arrivato direttamente al termine dell’Angelus di domenica 6 ottobre. Un incarico, peraltro prestigioso e autorevole, che verrà formalizzato al concistoro fissato per l’8 dicembre.

È inutile nascondere che la notizia romana ha innescato, a Torino e nell’intero Piemonte, una reazione di gioia e di grande incoraggiamento per la chiesa torinese che si trova ad avere nuovamente un cardinale. Repole prenderà parte al collegio insieme a 21 nuovi cardinali. Ma, per quanto riguarda il contesto torinese, si tratta di una nomina che in città mancava da oltre vent’anni, da quando cioè l’arcivescovo Severino Poletto venne fatto cardinale da Giovanni Paolo ll. Era il 2001. Da allora, e per tutto l’episcopato di monsignor Cesare Nosiglia, non si è avuta più una nomina diocesana. E questo anche perchè con Papa Francesco le scelte sui nuovi cardinali hanno superato quella che era quasi una automatica e meccanica ascesa dei vescovi delle grandi diocesi italiane. E quindi non solo Torino ma anche Genova, Milano, Napoli e Venezia non accedevano al collegio cardinalizio. Con l’eccezione, però, di Mons. Matteo Zuppi, attuale arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, ciò non è più accaduto. E questo perchè la visione di Papa Francesco ha modificato in profondità una prassi che nel passato era quasi data per

scontata. Aprendo, di fatto, ad una visione universale e globale nella ricomposizione del collegio cardinalizio, sempre meno eurocentrico e molto più attento alle chiese nuove e lontane dal potere romano, ma forse più vive e vitali rispetto ad un cristianesimo che attraversa un momento di autentica crisi. Tra una secolarizzazione crescente e ormai consolidata e una conseguente, e del tutto naturale, crisi della partecipazione attiva alle dinamiche interne della Chiesa, per non parlare delle caduta verticale delle stesse vocazioni al sacerdozio.

E la scelta di monsignor Repole è, appunto, dentro questa visione. Come quella di altri cardinali italiani ed europei non ci sarà, quindi, un ritorno al passato, agli automatismi delle nomine. Sebbene Francesco abbia nel cuore il Piemonte, la sua terra d’origine. Le sue radici, del resto, sono note, come la storia della sua famiglia, passata da Asti alla Chiesa di Santa Teresa a Torino, dove furono battezzati i genitori. E la vicinanza spirituale e teologica di Papa Francesco con il vescovo torinese è anche un segno di “riconoscimento” per la Chiesa locale, ma in una dimensione diversa dal passato perchè nuova ed inedita. Insomma, per Mons. Repole questa nomina assume un significato importante. Si affacciano, cioè, di fronte al suo nuovo incarico impegni plurimi per la realizzazione di una azione pastorale non priva di grandi difficoltà e straordinarie sfide. E la porpora, al riguardo, sarà sicuramente un buon viatico per le comunità del vescovo teologo, sempre più in costante e organico rapporto con il Papa e il collegio dei cardinali. Repole, del resto, è stato Presidente dell’Associazione Teologica italiana dal 2011 al 2019 ed è stato consacrato Vescovo di Torino nel maggio del 2022.

Comunque sia, e al di là dell’azione concreta e pastorale e del nuovo impegno cardinalizio e dello stesso futuro personale di monsignor Repole, è indubbio che la nomina a cardinale del vescovo di Torino suscita grande attesa e alimenta antichi e fecondi ricordi tra i cattolici torinesi e piemontesi. E non solo cattolici, come ovvio. A partire, è inutile negarlo, dal magistero indimenticabile di Padre

Michele Pellegrino negli anni ‘60 e ‘70, di Anastasio Ballestrero, di Giovanni Saldarini e di Severino Poletto. Un passato che non può non condizionare il futuro magistero di Mons. Roberto Repole.

7 ottobre, Kamala Harris promette la fine di Hamas.

In occasione del primo anniversario dell’attacco palestinese contro Israele, la vicepresidente e candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha ricordato la necessità di combattere Hamas, promettendo di distruggerne l’organizzazione e liberare gli ostaggi ancora detenuti.

“Farò tutto ciò che è in mio potere per assicurarmi che la minaccia di Hamas venga eliminata, che non possa più governare Gaza, che fallisca nel suo intento di annientare Israele e che la popolazione di Gaza possa liberarsi dalle sue grinfie,” ha dichiarato Harris, ricordando appunto gli eventi del 7 ottobre 2023.

Harris ha inoltre ribadito il suo impegno a “lottare senza sosta per il rilascio di tutti gli ostaggi, inclusi i sette cittadini statunitensi,” sottolineando che il sostegno americano a Israele sarà continuo e che gli Stati Uniti restano fermamente impegnati a garantire la sicurezza del loro alleato mediorientale.

Parallelamente, anche il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha rilasciato una dichiarazione in cui ribadisce la volontà di a lavorare senza sosta per un cessate-il-fuoco a Gaza e per il ritorno in patria degli ostaggi. Biden ha aggiunto che gli Usa restano convinti che l’unica soluzione per il conflitto israelo-libanese resti quella della via diplomatica.

Ieri, in definitiva, è stata la giornata in cui nel mondo sono stati ricordati i drammatici eventi del 7 ottobre 2023, quando Hamas, da Gaza, orchestrò un attacco coordinato che provocò la morte di 1.200 persone, il ferimento di oltre 5.500 e il rapimento di almeno 250 ostaggi. Per tutta risposta, Israele ha scatenato un’offensiva durissima – il Papa ha persino alluso al suo carattere sproporzionato – contro il movimento palestinese, lanciando una massiccia campagna di bombardamenti sulla Striscia di Gaza.

Il prezzo è stato molto alto. Secondo le autorità sanitarie locali, da quel giorno sono oltre 42.000 le vittime registrate a Gaza, una tragica conseguenza del conflitto in corso. L’anniversario di questi eventi rappresenta un ulteriore monito sulla complessità e la gravità della situazione nella regione, mentre la comunità internazionale continua a cercare soluzioni diplomatiche che possano porre fine al ciclo di violenza.

Israele contro Iran: la guerra che potrebbe cambiare il volto del M.O.

Se Israele bombarderà gli impianti petroliferi o i siti nei quali si sta sviluppando il nucleare iraniano sarà guerra aperta fra Gerusalemme e Teheran. Una guerra regionale con possibili, anzi probabili, conseguenze globali. Con il proprio attacco Israele confermerà la decisione che ormai è chiaro sia stata assunta dal suo governo, supportata da una larga maggioranza della popolazione: sconfiggere definitivamente (se poi questo avverbio sarà in futuro confermato dai fatti è tutto da vedere) i suoi nemici mortali, quelli che ne minacciano l’esistenza: ovvero l’Iran e i suoi agenti regionali operanti in Palestina, in Libano, in Siria, nello Yemen. Dunque non solo le “3 H” e le altre formazioni jihadiste ma anche il loro protettore e finanziatore.

Una logica di guerra, quella di Netanyahu e del suo governo, che va ben al di là della reazione al massacro del 7 ottobre perché è evidente la sproporzione, anche solo in termini di vite umane sacrificate, prevalentemente civili. Ma che è spiegabile con il convincimento da parte della comunità ebraica che senza una reazione forte, dura, violenta, implacabile la nazione e il popolo israeliano sarebbero a forte rischio di distruzione, come da manifesto intendimento dei suoi nemici.

Che non sono più – ecco la novità introdotta dal processo che ha condotto ai c.d. Accordi di Abramo – gli arabi in generale, come è stato per i decenni successivi alla costituzione dello Stato di Israele. L’asse del male ruota intorno all’Iran, che del mondo arabo sunnita è pericoloso avversario: religioso, politico, militare. Si spiega così la prudenza con la quale, sinora, le monarchie e gli emirati della regione hanno gestito i dodici mesi recenti. Denunciando l’eccessiva condotta israeliana a Gaza, la cui comunità musulmana è stata così violentemente decimata, ma al tempo stesso non interrompendo le relazioni con il potente vicino non più nemico come un tempo.

Anche perché Israele. e questo viene più o meno esplicitato da tutti, sta affrontando l’Iran sciita, reo di aver acutizzato con la rivoluzione khomeinista del 1979 una divisione feroce nell’islam datata secoli e ora incarnata da una teocrazia intenzionata a fare dell’Iran medesimo l’attore regionale dominante. Condizione palesemente inaccettabile per gli arabi tutti, da sempre sospettosi quando non apertamente ostili nei confronti dei tre stati non arabi del medio oriente: gli ottomani turchi, gli ebrei israeliani e, appunto, i persiani iraniani.

Ai governi arabi è risultato chiaro sin dal 7 ottobre che quell’azione intrapresa da Hamas e certamente nota a Teheran aveva l’obiettivo di sabotare il possibile e ormai probabile a quel tempo accordo di pace fra Israele e Arabia Saudita sulla scia di quelli già siglati con altri stati della regione. Un accordo che avrebbe avuto, fra i suoi punti essenziali, l’impegno bilaterale per la ripresa del negoziato sulla questione palestinese. Ora rinviato per chissà quanto tempo se non, forse, eliminato dai radar per sempre.

I governi arabi si sono trovati a dover gestire la naturale e comprensibile indignazione delle loro opinioni pubbliche innanzi alla catastrofe umanitaria di Gaza e anche all’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi dellaCisgiordania avendo però ben presente che il vero nemico, il vero ostacolo ai loro interessi – geopolitici ma anche religiosi – è l’Iran sciita, come ampiamente dimostrato, ad esempio, in Siria con il sostegno decisivo al tiranno Bashar al-Assad nella decimazione del suo popolo.

L’esultanza delle folle sunnite in diverse località libanesi e pure siriane alla notizia della morte del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, è stata la vivida testimonianza dell’odio generato presso di esse dalle azioni compiute dalla milizia sciita, incistatasi nel paese dei cedri e dopo la guerra civile siriana pure nel regime di Damasco: sempre sotto l’egida iraniana.

E dunque è chiaro il perché della prudenza araba a fronte della violenza israeliana: se l’IDF riuscisse a smuovere le fondamenta del potere teocratico di Teheran una nuova pagina potrebbe aprirsi in tutto il Medio Oriente, e a Riad e nelle altre capitali arabe ciò non dispiacerebbe affatto.

Asianews | La Russia oltre i suoi confini: il mito dell’espansione eterna.

Stefano Caprio
Sono passati ormai due anni dal 30 settembre 2022, quando al Cremlino venne solennemente annunciata la farsesca annessione delle quattro regioni occupate in Ucraina, quelle di Lugansk, Donetsk, Zaporižja e Kherson. Vladimir Putin intervenne con un ampio e confuso discorso programmatico, che altro non era che la ripetizione dei vari ritornelli propagandistici che accompagnano la “operazione militare speciale”. I “nuovi territori” della Russia non potevano del resto suscitare lo stesso entusiasmo dell’annessione della Crimea nel 2014, sia perché la penisola del mar Nero ha ben altro significato storico e simbolico, sia perché le terre del Donbass non sono mai state veramente conquistate fino in fondo, e rimangono fino ad oggi le diverse “ucraine”, vale a dire i “confini” dei due volti del mondo russo, quello orientale e quello occidentale.
Poco più di un mese dopo la proclamazione, infatti, le armate russe hanno dovuto abbandonare in fretta e furia la capitale Kherson della regione più meridionale, senza neppure fare in tempo a togliere gli striscioni con la scritta “La Russia è qui per sempre”, e nell’altra capitale Zaporižja non sono neanche riusciti ad entrare. Eppure la retorica dell’annessione rimane totale e inappellabile, nonostante i continui cambiamenti sul fronte degli scontri bellici in queste regioni. Gli abitanti dei territori occupati si dividono nel frattempo in diverse categorie: oltre ai fuggitivi relokanty, ci sono gli žduny, “quelli che aspettano” la liberazione dagli occupanti, chiamati kolonizatory in senso dispregiativo, oppure varjagi, come gli antichi scandinavi scesi a formare la Rus’ di Kiev alle origini della storia millenaria.
Questo richiamo ai variaghi (detti anche normanni o vichinghi, a seconda del contesto) è uno dei più esplicativi dell’origine delle teorie del “mondo russo”, perché mette l’ideale dell’annessione o della conquista al principio della stessa identità collettiva: il popolo russo non ha veramente un “proprio territorio”, ma si riconosce nella continua ricerca e unificazione di “territori nuovi”. I variaghi sono stranieri tanto quanto gli asiatici, i caucasici, gli europei o i turanici che in varie epoche hanno ricomposto e ampliato la “russicità”, intesa come somma e non come specificità di un ramo orientale degli slavi. Nelle narrazioni dell’antica annalistica che illustrano la “chiamata dei variaghi”, i gruppi dei russi che si affacciavano ai mari del nord nel IX secolo erano chiamati dagli scandinavi come l’insieme del Gardariki, la terra dei gard o paesi, centri abitati di una società tutta da inventare.
Lo stesso Putin aveva fatto un’affermazione che ricapitola questa storia antica e nuova, quando intervenne alcuni anni fa in un programma televisivo, dove alcuni ragazzi rispondevano con grande preparazione a domande su storia, geografia e altre materie. Alla domanda su “dove finiscono i confini della Russia”, uno di essi aveva elencato i termini estremi della mappa federale in tutte le coordinate, ma Putin lo ha interrotto, dicendo tra il serio e il faceto che “i confini della Russia non finiscono da nessuna parte”. Questo è davvero il motivo fondante della sobornost, la “comunione universale” che alimenta le tante varianti della socialità russa: andare oltre, non lasciarsi rinchiudere in nessuna dimensione, quell’attitudine che in russo si chiama bezpredelnost, la “assenza di limiti” che si può intendere come avventurismo o anche incontinenza, incapacità di rispettare qualunque regola, fossero pure gli accordi internazionali sui confini degli Stati.
Putin è soltanto l’ultimo erede dei tanti varjagi della storia russa, che hanno cercato di “portare la civiltà” nelle terre oltre confine e nel mondo intero. Oggi l’annessione si calcola non tanto in chilometri quadrati, ma in somme di “valori tradizionali” come potevano essere in passato la rivoluzione socialista o la difesa zarista delle autocrazie, la “terza internazionale” o la “terza Roma” di Ivan il terribile, fino al “sovranismo ortodosso” attuale. Non sono gli altri Stati che devono annettersi alla Russia, è la Russia che si “annette” alle terre e ai popoli in cerca della civiltà nuova e definitiva. Per questo gli striscioni della “Russia per sempre” rimangono anche nelle sconfitte e nelle ritirate, come a Kherson e in passato in tante altre situazioni; la Russia in effetti non ha mai vinto una guerra di occupazione e annessione, ma ha piuttosto dimostrato la capacità di espellere da sé stessa il nemico, dai Tartari, i Cavalieri Teutonici e gli Svedesi fino a Napoleone e Hitler, per affermarsi a Parigi e a Berlino come “nuove capitali” della Russia stessa.
L’annessione in fondo è un concetto definitorio, rispetto alla semplice “occupazione”, come quella degli ucraini nella regione di Kursk che non si ha intenzione di annettere, nonostante si potrebbero usare argomenti speculari, in quanto molti kuriane, gli abitanti della zona, parlano più volentieri la lingua ucraina rispetto a quella russa. Quando nei conflitti una nazione occupa un territorio, l’annessione è il risultato di un complesso procedimento di giustificazioni e accordi internazionali, come quando la Cina si annesse il Tibet nel 1951 grazie a un formale accordo con il governo locale, o Israele si prese Gerusalemme est con una legge nazionale. L’Ucraina ritiene oggi la Crimea e il Donbass come regioni “temporaneamente occupate”, e così rimarranno probabilmente per decenni o per secoli, mentre la Russia esalta sé stessa con le grida Krym Naš!, “la Crimea è nostra!” e anche, se pure con minore entusiasmo, Donbass Naš!.
Sia a Sebastopoli che a Donetsk l’annessione è stata consacrata con un “referendum popolare”, senza preoccuparsi di conferire ad esso neppure l’illusione della legittimità; già nel 2014, quando ancora non era in corso un aperto conflitto militare, i seggi erano presidiati dall’esercito russo. Il concetto di “sovranità” risulta molto aleatorio in questi territori, rispondendo soltanto a imposizioni di forza che producono finti consensi, il 95% in Crimea e addirittura il 99% a Lugansk e Donetsk, 93% a Zaporižja e “solo” l’87% a Kherson. Le autocrazie in generale amano i “referendum”, e non tanto per conferire una parvenza di democrazia, piuttosto per esaltare il consenso dell’intera popolazione e demoralizzare i contrari, convincendoli che non ci possono fare niente e allo stesso tempo scoraggiare le “rivolte di palazzo” di chi nelle élite di potere volesse contrapporsi al regime dominante.
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Tra chiodi e locomotive, l’inossidabile Salvini.

L‘opposizione i giorni addietro avrebbe volto inchiodare Savini alle sue responsabilità del Ministro dei Trasporti sperando che lui attaccasse i guantoni ad un chiodo.
Il blocco del traffico ferroviario ne è stata la causa scatenante. Ora il traffico ha ripreso il suo normale andamento, ma il chiodo messo maldestramente da un addetto ai lavori sui cavi elettrici di una centralina, che ha comportato la paralisi ferroviaria, ha lasciato le sue stimmate forse anche per il futuro.
I contestatori hanno commentato con un ”roba da chiodi” mentre gli amici di Salvini pensano che i suoi avversari abbiano contro di lui un chiodo fisso e che vogliono a tutti costi equiparare la incespicante locomotiva dei trasporti a quella economica del paese.
Salvini tira dritto forse perché ricorda che ne 1808 un certo Trevithick costruì un veicolo ferroviario chiamato provocatoriamente “ Catch me who can”, Mi acchiappi chi può; così, correndo in avanti, tenta sempre di lasciarsi alle spalle i suoi denigratori.
Salvini manovra impavido il suo ruolo di Ministro come alloggiato saldamente nel Caboose, il vagone ferroviario agganciato in coda al treno che serve da freno ma anche per carro attrezzi, officina di emergenza e per alloggiare l’equipaggio del mezzo con tanto di stufa per scaldarsi e di cucinino.
Locomotiva sta per un moto da e per un luogo. I contrari al Governo sbuffano per protesta come una locomotiva ma, stando agli effetti, sembrano restare sempre allo stesso punto.
La macchina di ferro per loro è ferma alla età del ferro e cercano in ogni modo di battere il ferro finché è caldo. Il Ministro tocca ferro e, di rimando, con mano di ferro continua incurante per la sua strada.
Il suo motto sembra essere “Moleste ferre”, sopportare a malincuore chi lo addita a responsabile dell’accaduto e non cade nella rete in cui vorrebbero imprigionarlo con la richiesta di dimissioni. La sua rete ferroviaria o di resistenza politica è più salda dei fischi al suo indirizzo.
I treni fino ad una certa velocità di andatura sono muniti di un fischio, superata la quale si ricorre ad una tromba. Pare che, con il progresso tecnologico e l’avvento della alta velocità, si ricorra appunto alla tromba con diverse modalità di suoni, arrivando persino al celebre beep – beep dell’inafferrabile uccello della famiglia dei cuculidi, protagonista del cartoon di Willy il Coyote della Warner Bros.
Salvini, con pari fortuna del cuculide, sembra sempre sul punto di cadere per mano del nemico perennemente in agguato, trovando però ogni volta la via della salvezza.
Di certo Salvini non vuole essere trombato e neppure finire crocefisso politicamente su una rete ferroviaria. Lui sa come attaccare il cappello al chiodo di una poltrona che non intende mollare per colpa di uno sprovveduto operaio pasticcione. Così chiude la porta in faccia a chi ne reclama la testa.
Il simpatico abusivo venditore di caffè sui treni del film “pane e cioccolata” raccontava, per dire delle traversie della sua vita, come “Fischiava il vento e urlava la bufera …”.
Per questi frangenti e per un giorno di tempesta è passato ancora una volta immune il buon Salvini fregandosene altamente di un triste passo della celebre canzone “J’attends siffler le train” dove, a proposito di addii, si dice come sia triste il fischio di un treno la sera, sentirò fischiare questo treno tutta la mia vita.
Gli fischiano le orecchie, ma neanche troppo. La testa è già dopo Pontida, una simpatica riunione di amici senza incidenti, dove non si tirano botte da Orban come avvenuto nel corteo pro Palestina a Roma.
Tanto meno presta attenzione a quel rivoluzionario di Guccini che narra di come corre, corre, corre la locomotiva e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria: “Fratello, non temere, che corro al mio dovere! Trionfi la giustizia proletaria!
Salvini non frena il passo, ispirandosi alla regola di Sant’Agostino per cui ogni questione si risolve camminando. Un’ ultima nota a piè di pagina: La ragione sociale della azienda che ha piantato l’insano chiodo si declina in Str92. Almeno le iniziali non inducono al meglio, comunque ne andrebbe almeno riaggiornata la data.

Sicurezza e responsabilità, un imperativo morale per il lavoro.

A Foggia si muore in Ospedale, a Brandizzo due anni fa sono morti investiti dal treno 5 operai mentre lavoravano sui binari. Il Presidente Mattarella ancora una volta ha ricordato, in occasione dell’anniversario, che “I morti sul lavoro sono una offesa alla coscienza collettiva”. Mario Draghi con incisività ha ricordato che “Noi siamo gli ultimi per occupazione femminile, per fecondità, ma la Costituzione italiana tutela la parità di condizione.
Io mi domando: ma la gente che paga meno le donne degli uomini sa che sta andando contro la Costituzione? La parità di condizioni non si fa per decreto ma costruendo un ambiente propizio”.
Il lavoro valorizza la dignità e le attitudini della persona. Mantenere un cittadino al di fuori del mondo lavorativo significa sottrargli un diritto fondato sulla nostra Costituzione, mortificarne le capacità utili al progresso civile ed economico della Nazione. Importante e dimenticata la bellissima enciclica di Giovanni Paolo II “Laborem exercens” che si apre con uno sguardo quanto mai attuale.
Mette in guardia per non abusare del creato, affidato all’umanita’ perché lo domini ma non lo distrugga; la seconda forte avvertenza riguarda l’ecologia con una esortazione contro “l’inaccettabile inquinamento”. Non c’è lavoro più o meno nobile perché è la dignità della persona che conferisce nobiltà. Si trasformano luoghi, orari, innovazioni tecnologiche, ma ogni attività umana favorisce la crescita di conoscenze e applicazioni per migliorare la
qualità della vita. Purtroppo, invece, in molte situazioni registriamo che il lavoro miete vittime. Solo quest’anno fino ad oggi le famiglie che hanno pianto la perdita di vittime durante il lavoro sono oltre 500.
È ipocrisia piangere e commemorare. Semplicemente non deve accadere.
Il controllo sociale e delle istituzioni non può essere cedevole o distratto, accettando anche la eccessiva confidenza che il lavoratore ripone nella sua competenza, evitando di applicare rigorosamente le regole per la sua sicurezza. Come pure i datori di lavoro.
[Il testo è tratto dall’ultima newsletter di M. Garavaglia]

L’Osservatore Romano | Il Cantico delle Creature e il sapere francescano.

Fausta Speranza
«Fare scienza al servizio del mondo e non per il puro gusto dell’erudizione». Così Cecilia Panti, docente di Storia della filosofia medievale all’Università di Roma Tor Vergata, parla del secolare impegno di studio dei francescani. Indubbiamente il punto di partenza è il Cantico delle Creature del frate di Assisi che — sottolinea — ha insegnato a «non pensare la natura solo in senso estetico e simbolico, ma a guardarla per come è, e soprattutto a considerarla come la nostra casa comune».
Quando nasce la lode di san Francesco
La stesura del Cantico, noto anche come Cantico di frate sole, si ritiene sia iniziata nel 1224 e, in ogni caso, deve collocarsi prima della morte di san Francesco avvenuta nel 1226. È questo, dunque, un momento speciale per celebrare, a otto secoli di distanza, il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore.
Una mostra per ripercorrere otto secoli di cultura
E da oggi [2 ottobre, ndr] fino al 6 gennaio 2025, al Museo di Roma Palazzo Braschi, si potrà visitare la mostra Laudato Sie: tra natura e scienza. L’eredità culturale di Frate Francesco. Si tratta di un’iniziativa promossa da Roma Capitale, organizzata dalla St. Francis Day Foundation con il Sacro Convento di Assisi, l’Italian Academy foundation e l’associazione AntiquaÈ, con il patrocinio del comune di Assisi. Ieri, il direttore de «L’Osservatore Romano», Andrea Monda, ha moderato la conferenza stampa di presentazione, alla quale hanno partecipato esponenti di tutte le istituzioni coinvolte, sottolineando innanzitutto che si tratta di «una poesia che esprime un canto di lode a Dio e che ha permeato di spiritualità ottocento anni di cultura».
I depositari a Assisi
Padre Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di Assisi, ha affermato che «la cultura moderna tenda a privilegiare l’affermazione dell’uomo, mentre Francesco è maestro nello scoprire che la grandezza di ognuno è nell’essere parte unica e insostituibile nella grande orchestra che è il mondo, la casa comune come dice Papa Francesco». Nelle parole di padre Moroni, «il Cantico esprime con rara armonia bellezza e fede, rispetto e contemplazione, forza e dolcezza, Dio, l’umanità e il mondo».
Tra teologia e sapere scientifico, la mostra propone — ha illustrato all’incontro il curatore Paolo Capitanucci — antichi codici e miniature preziose conservati nel Fondo antico comunale della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi. Tra gli altri, è in esposizione il codice 338, di cui la Fondazione Sorella Natura ha curato la prima ristampa in fac simile al cento per cento, che conserva la più antica raccolta di scritti di Francesco d’Assisi, con la più antica versione in volgare umbro del Cantico.
L’impostazione multimediale dell’esposizione permette anche ai non addetti ai lavori di comprendere l’ampiezza della riflessione filosofica e teologica dell’Ordine francescano. Accanto a opere che raccontano lo studio della Bibbia e del sapere filosofico antico, raccolti in nove sezioni, sono esposti manoscritti dedicati a astronomia, matematica, fisica, chimica, medicina. Testi che hanno contribuito a una visione scientifica del mondo e che per l’anniversario, come ha spiegato il restauratore Stefano Benato, hanno subito interventi di conservazione, recupero e valorizzazione di ogni parte originale.
La preziosità di alcune intuizioni
Tra gli esempi possibili, Capitanucci ha citato scritti dedicati alla luce, che hanno anticipato teorie dell’ottica, e manoscritti che testimoniano l’influenza delle teorie aristoteliche sui maestri delle università medievali, tra i quali spiccano molti dotti francescani. Ci sono anche gli elaborati che illustri francescano hanno dedicato all’alchimia nonostante i divieti ecclesiastici, un impegno di studio sulle possibili “trasformazioni” di minerali o metalli che non si è conservato in quanto scienza, ma che in qualche modo ha contribuito al pensiero scientifico moderno.
Da Roma ad Assisi: Stefania Proietti, sindaca della città umbra dove nel 1182 è nato Francesco, ha annunciato che dal 7 aprile al 12 ottobre 2025 la mostra sarà ospitata nelle sale del Sacro Convento. Continua — ha assicurato — l’impegno a «valorizzare per un largo pubblico il significato storico culturale e artistico della ricca selezione di codici manoscritti e di libri a stampa».
Fonte: L’Osservatore Romano – 2 ottobre 2024.
Titolo originale: Il Cantico delle Creature compie 800 anni.
[Testo wui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano ufficioso della Santa Sede]

Meglio la Luxemburg che la Schlein: parola di Luciana Castellina.  

Luciana Castellina è una delle voci storiche della sinistra italiana, con alle spalle un impegno che attraversa gran parte del Novecento, sempre all’insegna della nota intransigenza intellettuale e politica. Nell’intervista del 4 ottobre su repubblica.it interviene duramente sulle attuali dinamiche del Partito Democratico. L’attacco alla Schlein è senza sconti: “Ho per lei – dice – massima stima, ma credo sia stato un po’ un broglio propagandistico sceglierla. Mi spiego: non bastano i suoi discorsetti, validi, a cambiare un partito dove non c’è più una riflessione seria su sé stesso”.

Ora, al netto della simpatia per il giudizio severo sulla Schlein, occorre comunque rilevare che il paradigma di una “sinistra dura e pura” rischia di riproporre l’ennesimo sviamento da un processo di larga convergenza democratica. La politica richiede un approccio che vada oltre le false certezze del settarismo. L’idea di una sinistra  pronta ad escludere a priori il centro – oggi rappresentato da figure come Renzi o Calenda, domani magari riordinato e rilanciato con altri protagonisti – in nome di una presunta “purezza ideologica”, è certamente un rischio più che una risorsa. Se la sfida è quella di creare un’alternativa credibile al governo della destra, diventa essenziale costruire coalizioni che sappiano parlare a un elettorato più ampio, non solo alla base storica della sinistra.

Il dialogo, se condotto con onestà e apertura, può invece rappresentare un’occasione per creare una piattaforma comune che risponda alle vere preoccupazioni degli italiani: lavoro, diritti, ambiente e giustizia sociale. La demonizzazione di chi non rientra nei parametri tradizionali della sinistra “pura” rischia di allontanare porzioni sempre più ampie dell’elettorato, rendendo inefficace qualsiasi tentativo di costruire un’equilibrata e credibile alleanza riformatrice. La storia, anche recente, insegna che una inconsulta rigidità ideologica ha piegato abitualmente la sinistra italiana a un atteggiamento di presunzione e inconcludenza, rendendola incapace di incidere nel governo del paese. Ciò non ha importanza, evidentemente, per Castellina infatti “bisogna ritornare a Gramsci, a Rosa Luxemburg”.

Ferma condanna per gli incidenti a Roma

In piazza sono andati comunque, anche se il raduno pro Palestina non era autorizzato. Il ministro Piantedosi aveva fatto appello alla responsabilità, anche se l’annuncio del divieto, così come formulato, non riusciva impregnato di necessaria autorevolezza. Comunque, ci si aspettava il peggio e così è stato. Aperta in un clima di pacifica protesta, la manifestaziobe ha preso una piega pericolosa quando frange violente hanno attaccato le forze dell’ordine, provocando scontri duri e prolungati.

Sin dalle prime ore del pomeriggio, i manifestanti si erano radunati in Piazzale Ostiense portando striscioni e slogan a favore della pace. L’atmosfera pareva non destare allarme,  chi era in piazza voleva far sentire la propria voce in un contesto di crescente apprensione per l’escalation militare in Medio Oriente.

Tuttavia, il clima è rapidamente degenerato. Alcuni gruppi, improvvisamente distaccati dal grosso della manifestazione, hanno iniziato a lanciare oggetti contro le forze dell’ordine. L’assalto ha costretto gli agenti a intervenire per disperdere i facinorosi. Questi atti di violenza, perpetrati da una minoranza, hanno stravolto il messaggio della maggioranza dei manifestanti. La solidarietà alle forze dell’ordine, che hanno svolto il loro dovere con professionalità, è d’obbligo. La violenza non ha alcuna giustificazione e merita la più ferma condanna da parte di tutte le forze politiche e sociali. La cronaca parla di feriti tra le forze dell’ordine e tra i manifestanti, a conferma della durezza degli scontri. Dunque, è importante ricordare ancora una volta che il diritto di manifestare e di esprimere liberamente le proprie opinioni deve sempre essere accompagnato dal rispetto di giuste regole di condotta, per arginare sul nascere le manovre dei violenti.

Partiti personali, politica del selfie, valori in crisi: Tocqueville ci guarda.

Non si tratta di notizie né di novità. Ciò che mi ha sorpreso è come certi quotidiani italiani le abbiano collocate in prima pagina, mentre alcuni telegiornali RAI le hanno quasi costrette in apertura, subito dopo le notizie su Kiev e Gerusalemme. Si sapeva da tempo che le divergenze apparenti tra i leader erano in realtà superficiali e riguardavano solo le loro alleanze, affondando le radici nel narcisismo e nella “leaderpatia” delle personalità politiche italiane.

Riferendomi agli scontri recenti, a dir poco violenti, tra Conte, Renzi, Calenda e Grillo, vediamo leader che si autoproclamano capi di partito… tutti di centro. Non di destra o di sinistra, ma solo di un centro moderato, come alcuni di loro hanno candidamente rivelato, evidenziando la loro “moderazione” nei toni degli scontri verbali di questi giorni. Questi sono partiti personali, operanti a distanza, sui social media, senza una sezione territoriale, senza congressi, né scuole di formazione. Sono partiti di vertice senza una reale base sociale, nati dall’alto, che hanno svuotato il significato autentico di pluralismo. Pronti a dissolversi come neve al sole, sono fotocopie di valori altrui, in un contesto in cui i confini tra destra e sinistra si stanno ridefinendo.

Lascio a quei gruppi marginali, nostalgici di ideali superati, la loro tragica retorica. Focalizzo invece l’attenzione su quanto accade in Austria e Germania. Tuttavia, mi consola sapere che, finché ci sarà un Parlamento e libere elezioni, in Italia non corriamo questi pericoli.

Nel 1835, il visconte francese Alexis de Tocqueville, inviato in America per studiare il sistema penitenziario, si dedicò a osservare la democrazia di quel Paese, scrivendo un trattato che resta attuale. Tocqueville affermava che i partiti politici potevano essere di due sole specie: grandi e piccoli. I grandi partiti si formano attorno a valori condivisi, focalizzandosi sul “noi” piuttosto che sull'”io”. I piccoli partiti, invece, sono influenzati più dalle personalità che dalle idee, attenti ai bisogni materiali dei loro membri.

Ma la riflessione più interessante di Tocqueville riguarda l’enorme associazionismo di base che osservò negli Stati Uniti. Gruppi, circoli, cooperative e volontariato operano per facilitare la vita comune e rompere l’isolamento individualistico, favorendo forti interazioni con la democrazia rappresentativa.

Di fronte a questo modello bipartitico americano, i 33 partiti presenti in Italia, simili solo nei volti dei leader, delegittimano il vero significato di pluralismo, necessario per contrastare il pensiero unico. Questo pluralismo di base definisce la cittadinanza attiva e il protagonismo civico, fondamentali per la solidarietà sociale.

Vale la pena notare che la partecipazione attiva e la sussidiarietà, concetti al centro della riflessione della Chiesa cattolica, sono stati radicati nella nostra Costituzione. La recente Settimana sociale a Trieste ha ribadito l’importanza di queste categorie etiche, senza mai accennare a una rifondazione di un partito cattolico.

Entrambi, Chiesa e società civile, attendono sviluppi e reti di supporto per promuovere valori di cittadinanza attiva e partecipazione, che Tocqueville scoprì in America oltre 200 anni fa.

Dibattito | Sala al centro? Abilmente lusingato il sindaco di Milano.

Come da copione, all’interno del “campo largo” – o ex “campo largo” a seconda dei giorni e degli umori dei vari capi partito – la costruzione e la visibilità del centro è sempre più una barzelletta.

Del resto, che in una alleanza stradominata dalla sinistra nelle sue multiformi espressioni il centro sia un elemento del tutto estraneo è un dato oggettivo che non richiede neanche di essere approfondito. E la controprova arriva anche dallo spettacolo, sempre più inguardabile e addirittura imbarazzante, offerto in queste ultime settimane con la formazione delle coalizioni del cosiddetto “campo largo” nella varie regioni che andranno al voto. Ma, al di là di questa concreta esperienza, quello che impressiona è verificare come si pensa di dar vita ad una presenza centrista all’interno di un cartello caratterizzato e monopolizzato dalla sinistra radicale a massimalista della Schlein, da quella populista e demagogica dei 5 Stelle e da quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis.

La proposta, cioè, di avere un “federatore” di un’area centrista che metta insieme i piccoli partiti personali di Renzi e di Calenda rientra perfettamente – direi quasi scientificamente – nel modello dei “partiti contadini” di comunista memoria. Ovvero, il partito azionista di maggioranza – il Pd della Schlein – individua una figura che proviene dalle proprie fila e lo candida a punto di riferimento di un’area politica per confermare la natura plurale della medesima coalizione. E la figura in questione, almeno per il momento, potrebbe essere quella dell’attuale Sindaco di Milano Beppe Sala. A lui, poi, il compito di assemblare partitini, gruppi e sigle che gravitano nell’orbita della sinistra ma che potrebbero, casualmente e per convenienza momentanea, guardare al centro.

Ecco, si tratta di un progetto che si può riassumere come l’esatta alternativa – o l’esatto contrario – di quello che storicamente ha caratterizzato il percorso concreto del centro sinistra nel nostro paese. E, pur senza scomodare quello che avveniva nella prima repubblica con il ruolo decisivo e determinante della Democrazia Cristiana e dei suoi alleati centristi, è appena sufficiente prendere atto della concreta esperienza delle coalizioni di centro sinistra dal 1996 in poi per rendersi conto che il modello dei “partiti contadini” è quanto di più lontano possa esserci rispetto ad una credibile, trasparente e rappresentativa coalizione di centro sinistra nel nostro paese. Ovvero, e per dirla quasi banalmente, il centro sinistra esiste ed è credibile nonchè competitivo solo quando esiste un centro plurale, di governo e rappresentativo di un pezzo di società alleato con una sinistra plurale, di governo, riformista e radicata nel tessuto della società.

Per semplificare, com’era il centro sinistra ai tempi di Marini e D’Alema o quello con Veltroni e Rutelli. Ma, del resto, quando un’alleanza – nello specifico la coalizione progressista – cambia radicalmente il suo profilo politico, la sua matrice culturale e la sua ricetta programmatica è di tutta evidenza che cambia anche la sua composizione. E, non a caso, la tradizione dei “partiti contadini” ben si addice all’attuale coalizione di sinistra. E anche la figura di un “federatore”, radicalmente estraneo a qualsiasi cultura e tradizione centrista come l’attuale Sindaco di Milano, rappresenta la ciliegina sulla torta di questa prassi. Che, come è noto a tutti quelli che hanno un briciolo di onestà intellettuale, non c’entra assolutamente nulla con il centro sinistra vecchio, antico, recente o meno recente che sia. E, forse, è anche arrivato il momento di dirlo con chiarezza senza continuare ad accampare la solita e sempre più insopportabile ipocrisia che accompagna larga parte della sinistra italiana.

Brics, un viaggio attraverso l’arte per un nuovo ordine globale.

Quella che si è aperta a Roma giovedì scorso, la mostra d’arte dei Paesi Brics, costituisce un evento significativo sotto molteplici punti di vista, che è bene scoprire e confrontarvisi.

Si tratta innanzitutto della prima iniziativa in Italia promossa dai Brics dopo l’allargamento a dieci Stati. L’inaugurazione della mostra intitolata  “La Russia e i Paesi BRICS nella sfera della cultura: l’arte nuova del nuovo mondo”,  ha visto la partecipazione del corpo diplomatico dei Paesi aderenti, mentre la collezione esposta (fino al 31 ottobre, in piazza Cairoli, 6) presenta opere di artisti contemporanei provenienti da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti.

Un altro motivo di interesse è che questa iniziativa congiunta dei dieci Stati Brics si colloca nel quadro delle numerose iniziative – in Russia, negli altri Brics e nel mondo – della presidenza di turno russa dei Brics, in tutti i settori (dall’agricoltura alle nuove tecnologie, dai sistemi fiscali a quelli educativi e sanitari, ai media e alla moda, dal governo delle metropoli allo spazio, solo per citarne alcuni) in preparazione dell’ormai prossimo XVI Vertice Brics, che si terrà a Kazan, in Russia, dal 22 al 24 ottobre prossimi..

Un ulteriore motivo di interesse di questa iniziativa è emerso dalla sintonia con la quale si sono espressi gli ambasciatori dei Paesi membri, pur nella loro grande diversità di culture, di storia, di lingue e di sistemi economici e politici, insistendo tutti sulla necessità di sentirsi comunità. O come ha affermato l’ambasciatore cinese in Italia Jia Guide, con una metafora tratta dalla saggezza popolare, così come “il sapore di una minestra si ottiene combinando ingredienti diversi, la bellezza dell’umanità sta nel conseguire l’unità nella diversità”, sentendosi “come una famiglia”.

“Questo è forse l’aspetto di maggior rilievo”, ha commentato a margine della cerimonia inaugurale il prof. Marco Ricceri, coordinatore del Laboratorio Brics dell’Eurispes, uno tra i primi think tank in Europa a riservare sistematica e costante attenzione allo studio di questa nuova associazione internazionale, secondo il quale “ci deve interpellare tutti il fatto che i Brics inizino a concepirsi come una famiglia. Ciò vuol dire”, prosegue il prof. Ricceri, “che attraverso il dialogo critico, come scriveva l’indimenticabile sindaco di Firenze Giorgio La Pira a Paolo VI in un contesto internazionale, quello degli anni sessanta, altrettanto teso come l’attuale, è possibile  superare i contrasti. Ma per fare questo è necessario che i mondi diversi nel presente si sforzino innanzitutto di conoscersi meglio e di rispettarsi vicendevolmente”.

Si tratta di assumere tutti, Occidente, Brics e le altre importanti organizzazioni internazionali che sono divenute protagoniste nel panorama globale, l’atteggiamento giusto a costruire un nuovo ordine internazionale multilaterale, facendo quelle riforme richieste dai cambiamenti profondi che sono avvenuti nel mondo in questo secolo, con i mezzi della politica e della diplomazia, in alternativa alla via della forza, riconoscendo ogni parte le proprie responsabilità per il superamento dei conflitti ancora in corso.

Anche in Occidente ci sono promettenti segnali di attenzione al dialogo, come quelli che da sempre manifesta il Papa, ma pensiamo anche al discorso del presidente francese Emmanuel Macron al recente Forum per la pace di Parigi della Comunità di Sant’Egidio, nel quale il capo dell’Eliseo ha riconosciuto la necessità di non poter pensare di dare ai nostri nipoti un ordine internazionale che era stato costruito per i nostri nonni.

La via della cultura e dell’arte indicata dagli ambasciatori dei Brics, in una delle culle di civiltà come Italia, costituisce uno dei modi per cercare soluzioni razionali e praticabili a problemi contemporanei che talora rischiano di apparire insormontabili.

Fragilità del pallottoliere: non fa una politica la sommatoria dei no.

Diciamoci la verità senza la solita propaganda della sinistra nelle sue multiformi espressioni e dei gazzettieri mediatici che quotidianamente, e del tutto legittimamente, la sostengono. E cioè, i pallottolieri non si possono paragonare alle alleanze politiche e alle coalizioni programmatiche. Sono, semplicemente, e appunto, dei banali ed aridi pallottolieri. Cioè una sommatoria matematica e scientifica di tutti coloro hanno un nemico giurato ed implacabile. Nel caso specifico, il centro destra di governo a cui viene additato tutte la malvagità possibili e o pensabili.

E quindi dal ritorno della dittatura al rischio fascismo, dalla negazione delle libertà democratiche alla sostanziale sospensione dei valori e dei principi della Costituzione repubblicana, dalla distruzione dello Stato sociale alla privatizzazione della sanità, dalla deriva illiberale al ripristino dello stato di polizia. Insomma, una serie di sciocchezze e di panzanate che anche il cittadino più provveduto e lontano dalla vita delle istituzioni si rende conto delle loro enormità. E, di conseguenza, costruire una alleanza – il cosiddetto “campo largo” o “Fronte popolare” che dir si voglia – sulla base di un nemico comune, cementato da un odio ideologico attraverso lo strumento del pallottoliere tutto può ottenere tranne un obiettivo: e cioè, una comune cultura di governo.

Dopodiché, è altrettanto evidente che quando il nemico viene dipinto in modo caricaturale e quasi goliardico, è ovvio che si tratta di una sommatoria destinata ad infrangersi di fronte alla prima difficoltà. Che, guarda caso, è quasi sempre di natura personale e mai di valenza politica. Come nel caso specifico del contrasto irriducibile fra Renzi e Conte. Cioè di due esponenti, speculari, che sono a capo di due partiti squisitamente e schiettamente personali, caratterizzati da un trasformismo strisciante e alimentati da un opportunismo che non ha alcun limite se non quello dettato da ragioni di puro potere e di sopravvivenza politica personale e di clan.

Due partiti che, come diceva Sandro Fontana ai tempi della prima repubblica, “sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Ovvero possono fare qualunque cosa e al di là e al di fuori di qualsiasi coerenza politica, culturale, programmatica e personale. Motivo per cui è anche francamente complicato ed imbarazzante commentare quotidianamente ciò che pensano, dicono e trasmettono questi due capi di partiti personali.

Ma, al di là di questo squallore e di questa caduta verticale di credibilità della politica, è altrettanto evidente che l’unico elemento che si può e si deve evidenziare è la fragilità e l’inconsistenza politica, culturale e programmatica del pallottoliere. Perché, appunto, il pallottoliere non appartiene al campo della politica ma solo e soltanto alla logica più brutale del potere. E di fronte a questo scenario è inquietante il silenzio, più imbarazzato che ragionato, della segretaria del principale partito della sinistra italiana, cioè il Pd. Un silenzio che evidenzia la debolezza del progetto politico dell’attuale e variopinta sinistra. Ogni altra riflessione è del tutto aleatoria e secondaria.

 

Dibattito | Conte sfascia e Meloni ringrazia.

Il destino del cosiddetto “campo largo” è segnato dall’oscillazione tra la condizione di essere troppo largo o quella di non essere affatto, senza un ragionevole punto di equilibrio che consenta di costruire una coalizione alternativa alla destra. A quella destra che è al governo e che mostra ogni giorno i suoi limiti e le sue insufficienze, ma che per sua fortuna può contare sulla impoliticità e sulla frammentazione della sinistra e in particolare del Movimento cinque stelle. In questo quadro di limiti ed insufficienze la fortuna di Giorgia Meloni si chiama Giuseppe Conte. Un Conte che ha assunto il ruolo del “guastatore” di ogni tentativo di creare un’alternativa da presentare agli italiani, un ruolo che – aldilà delle giustificazioni date in puro politichese – è sicuramente anche il frutto di un desiderio di vendetta nei confronti di quel Renzi che determinò la crisi del governo guidato proprio dallo stesso Conte (il Conte due) per arrivare poi al nuovo esecutivo guidato da Mario Draghi. Ma a ben vedere non è la prima volta che Conte fa assurgere il rancore a “categoria della politica”; già nell’estate del 2022 si distinse mettendo in crisi il governo Draghi, aprendo di fatto la strada alla vittoria della destra ed al governo Meloni.

A due anni da quella infausta scelta Conte dimostra i non aver imparato nulla e di non riuscire a far tesoro neanche della “lezione francese”, ovvero della necessità di far prevalere lo spirito unitario intorno a valori fondamentali per fermare un’avanzata delle destre che in Europa sta assumendo contorni inquietanti, se si guarda a quanto sta accadendo in Austria e in Germania con i successi di partiti che fanno un esplicito riferimento al nazismo. Ma in Francia Macron e Mélenchon hanno mostrato di avere una capacità politica che non è rinvenibile nel dilaniato Movimento pentastellato.

La speranza è che aldilà di Conte – e se necessario anche oltre Conte – il Movimento riesca a far prevalere una linea e delle scelte che gli consentano di non limitarsi a svolgere un ruolo di protesta o di mera testimonianza. Ha ragione Elly Schlein nel dire “basta con i veti contrapposti nel centrosinistra”; chi continua a mettere veti – come ancora fa “Giuseppi” – si assume la responsabilità di regalare altre vittorie agli avversari (sperando che abbia almeno chiaro chi sono gli avversari).

Anche a destra ci sono notevoli divergenze in tema di politica interna ed estera, sui diritti civili e sui migranti, ma nel momento della competizione fanno quadrato per vincere. E vincere le elezioni è il passaggio necessario per governare e per poter incidere concretamente sulla realtà del Paese. È un concetto facile da comprendere, a patto che si ragioni in termini politici e con onestà intellettuale.

Emilia-Romagna, cuore del ciclismo: Pogačar, Evenepoel e Roglič a caccia del successo.

Oggi sulle strade emiliane si corre il Giro dell’Emilia 2024, uno degli appuntamenti più importanti di fine stagione.

Tra gli iscritti della prova maschile figurano i vincitori delle medaglie d’oro dei Giochi Olimpici di Parigi 2024, Remco Evenepoel (Strada e Cronometro) e Tom Pidcock (Mountain Bike) oltre a Tadej Pogačar, il fuoriclasse sloveno vincitore tra l’altro di Tre Tour de France e di un Giro d’Italia, al recente vincitore della Vuelta Espana e di un Giro d’Italia,  Primož Roglič che tenterà di conquistare il suo quarto Giro dell’Emilia, Jay Hindley, vincitore di un Giro d’Italia, l’ex campione del mondo Julian Alaphilippe, Richard Carapaz, Nairo Quintana, Eric Mas, oltre agli italiani Alessandro De Marchi, Diego Ulissi, Antonio Tiberi e tanti altri.

Una compagine niente male per un giro di un giorno. Ci sarà da lottare. Tadej Pogačar cercherà di portare a casa quest’ennesimo trofeo. Infatti, il successo manca al fuoriclasse sloveno che sullo strappo del San Luca si è dovuto accontentare di due secondi posti nelle ultime due edizioni dietro a Enric Mas e  Primož Roglič. Mentre per Remco Evenepoel potrebbe rendere pan per focaccia proprio a Pogačar dopo i mondiali. Non dimenticando il campione in carica Primož Roglič che vorrà la riconferma. Anche se tra i tre litiganti non sarebbe vedere un italiano sul gradino più alto del podio.

Per la prima volta nella sua storia, poi, il Giro dell’Emilia prenderà il via dalla bellissima città di Vignola. Il percorso anche quest’anno è particolarmente impegnativo visto che si sviluppa su una distanza di 215,8 km con circa 3.300 metri di dislivello complessivo.

Lasciata Vignola i corridori dovranno affrontare tre giri di un circuito pianeggiante lungo 15,5 chilometri che li farà transitare anche da Castelvetro. Si andrà poi lungo il fondovalle del Panaro fino a Ponte Samone, dove inizia la prima lunga ascesa verso il Gpm di Zocca.

Dopo lo scollinamento seguirà un settore in saliscendi e poi una lunga discesa che condurrà il gruppo all’imbocco della seconda salita di giornata, quella di Grizzana Morandi. Si percorrerà poi la valle del Setta fino a Sasso Marconi. Qui per i 150 anni dalla nascita di Guglielmo Marconi, il giro passerà vicino a Villa Grifone, monumento nazionale e sede della Fondazione Guglielmo Marconi.

Sarà poi la volta del GPM di Montechiaro, la grande novità di questa edizione. La salita è lunga 3,1 chilometri e presenta una pendenza media del 9,7% con punte massime del 18%.

I corridori si muoveranno infine verso Bologna per affrontare il classico gran finale con le cinque scalate del colle della Guardia. Il traguardo è posto come al solito ai piedi della Basilica di San Luca e farà da antipasto per il giro di Lombardia del 12 ottobre.

La Voce del Popolo | A chi giova dividersi sulle alleanze internazionali?

Dispiace a chi legge (ma anche a chi scrive) ritrovarsi in compagnia delle cronache e delle prediche del giorno prima. E forse anche del giorno dopo. Ma ancora una volta accade che la politica italiana si divida al crocevia delle alleanze internazionali. Cosa che un tempo sarebbe stata considerata assai disdicevole. E che ai giorni nostri invece sembra diventata una di quelle ovvietà che non meritano troppo biasimo.

Questa volta la linea divisoria passa nel cuore della maggioranza di governo, tra un vice (Salvini) che festeggia il voto austriaco, un altro vice (Tajani) che denuncia il rischio di un’insorgenza neo-nazista a Vienna e una premier (Meloni) che assiste silenziosa e imbarazzata a un duello a cui dovrebbe porre fine pronunciando finalmente una parola di chiarezza. Sembra quasi che gli affari internazionali siano diventati una variabile indipendente nel gioco politico di casa nostra. Cosa che si può spiegare in un Paese periferico, ma che stride invece con tutti i proclami “nazionalistici” sul ruolo globale a cui ambisce l’Italia “meloniana”.

S’era detto fin qui che la politica estera era stata la carta vincente della Meloni. Atlantista, filo-ucraina, europeista, sia pure a modo suo. Ma se i modi di stare sul proscenio internazionale diventano due o tre, per giunta in aspro conflitto tra loro, la musica cambia e diventa una vera e propria cacofonia. All’indomani della quale o ci sarà un chiarimento forte o ci sarà la deriva di un paese indebolito. Il silenzio di Palazzo Chigi, fin qui, non promette nulla di buono. Sperando sempre di essere smentiti mentre questo giornale va in stampa.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 3 ottobre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Lo IOR e un matrimonio impossibile

Il fatto è sui giornali e non sembra possa essere tralasciato. Due dipendenti della Santa Sede sono stati licenziati perché si sono uniti in matrimonio. Il nuovo regolamento lo vieta per evitare situazioni di ambiguità che possano generare situazioni di familismo, per garantire un trattamento imparziale tra i dipendenti, evitando un conflitto di interessi nella operatività dell’istituto. Questo matrimonio non s’aveva da fare.

Oggi, è fatta salva, ovviamente, la possibilità di uno dei due sposi di dimettersi così ripristinando l’ordine che si è venuto a turbare. I coniugi invece hanno deciso di ricorrere alla legge a difesa delle loro ragioni avendo, a quanto sembra, scritto anche al Santo Padre per essere tutelati ed avere dispensa dalle norme che disciplinano il rapporto di lavoro nello IOR.

Il Sindacato dei lavoratori curiali minaccia azioni di protesta per mancanza di umanità del provvedimento sottolineando che, ad esempio, l’Ufficio Internazionale del Lavoro dell’ONU afferma che il matrimonio non può costituire un motivo valido di licenziamento. Insomma il caso sta montando ferma l’irremovibilità dell’Istituto per le Opere di Religione, IOR, a non recedere dalla sua posizione. Va detto che di recente c’è stata anche la produzione di nuove norme che disciplinano i laici dipendenti della Fabbrica di San Pietro. Si legge di una esemplare condotta religiosa e morale anche nella vita privata e familiare, il divieto di tatuaggi a vista ed elementi di body piercing, divieto di nepotismo e dovere di assoluta riservatezza in merito ad informazioni relative di cui si sia venuti a conoscenza a causa del loro lavoro o servizio. Insomma ogni ente all’interno del Vaticano ha regolamenti che disciplinano l’azione dei suoi dipendenti, nulla di nuovo o che possa generare sorprese.

La dispensa è un atto per cui si esonera qualcuno dalla osservanza di una norma e significa anche tante altre cose, come la distribuzione di un qualcosa o il luogo dove si tengono i generi alimentari. Nel nostro caso, un po’ come per i miracoli, fare una eccezione per giovani sposi potrebbe anche suonare di parzialità che andrebbe poi, per equità, accordata a chiunque ne facesse richiesta in futuro. Non sono in pochi a dolersi con Dio per aver sanato qualcuno e qualcun altro invece no.

In poesia, la morte è la giusta dispensatrice dei valorosi, “…a’ generosi giusta di glorie dispensiera è morte”. Non si dovrebbe arrivare a tanto per arrivare a capo della faccenda, si dovrebbe “eximere”, portar fuori dai sentimenti la valutazione della questione per averne una equilibrata definizione.

Un proverbio romanesco recita: ”Il gatto della dispensa, quello che fa, pensa”: si critica il prossimo per aver fatto  tu stesso per primo il male.  I due dipendenti sapevano a cosa andavano incontro sposandosi ed ora si trovano nelle pesti.

Se c’è una regola, occorre prioritariamente tenerne conto per aderire o meno a lì dove essa dispone, non trasgredendola. Altrimenti si può rifiutarla prima che si chiuda un contratto di lavoro. Se l’amore sia sorto tra i due dipendenti successivamente al loro ingresso allo IOR, avrebbero dovuto forse prevedere che nella vita c’è sovente un dazio da pagare agli affetti che si vivono.

Regola sta per guidare dritto e non cambiare le regole del gioco in corso d’opera secondo pur comprensibile convenienza. “Regola e qualità ma non l’è nova”. Lo IOR non è un mostruoso Cerbero a guardia delle anime golose su cui cade una pioggia che per intensità, qualità e natura non cambia mai. Una soluzione si troverà a sostegno di una coppia che ora, purtroppo, patisce l’ansia per i giorni a venire e che va sostenuta nella sua costruzione di un progetto familiare.

Nella geniale trasmissione “Indietro tutta”, del conio di Renzo Arbore, il conduttore Nino Frassica ricorreva ad uno stacco musicale che recitava “Io vado al regolamento…” reinterpretando, con felice inventiva, parole e significati. Ci vorrà un po’ di fantasia per arrivare, come si spera, a restituire agli sposi il sorriso e la serenità, ma le regole sono fatte per essere rispettate.

Nella “figlia di Iorio”, Aligi, un giovane pastore abruzzese, rinuncia al matrimonio con la promessa sposa Vienda per essersi innamorato della meretrice Mila. Qui, per fortuna, il matrimonio ha avuto invece un esito felice, anche se ora c’è il rischio di rompersi la speranza della gioia di un amore per colpa dello IOR. In un altro IOR, l’Istituto Ortopedico Rizzoli, aggiustano mirabilmente le ossa e non soltanto. Al cuore dei due dipendenti, questa volta, dovrà pensarci qualcun altro. La Chiesa, ci auguriamo, saprà farlo, forse aggiornando l’attuale regolamento in corso.

Sanità e scuola, umiliati due grandi servizi istituzionali.

Mettiamoci per un attimo nei panni di medici, infermieri e insegnanti che svolgono la loro professione nel servizio pubblico: da tempo molti di loro, malcapitati per la legge dei grandi numeri – oggi a te domani a me, nessuno ne è potenzialmente escluso – sono fatti oggetto di aggressioni da parte dell’utenza di cui si occupano. Alunni o genitori che mettono le mani addosso ai docenti per un rimprovero, un cellulare ritirato, una nota sul registro, un voto, per non parlare di sospensioni o bocciature. Addirittura casi di armi portate in aula, coltelli e pistole a pallini: si aggredisce o si spara direttamente in classe o si avvertono i familiari a casa o sul lavoro dell’ingiustizia subita e li si aizzano affinchè si precipitino a scuola e la lezione la impartiscano loro agli insegnanti, pelo e contropelo senza ritegno e senza riguardo.

Gli episodi di bullismo tra alunni ormai non si contano più, sono stati da tempo derubricati ad intemperanze verso le quali si deve chiudere un occhio. Il recente provvedimento voluto dal Ministro Valditara vuole mettere dei paletti e introdurre norme severe nei comportamenti degli alunni e nella loro valutazione, a cominciare dal 5 in condotta che apre le porte alla bocciatura, oltre alle sanzioni pecuniarie. Insomma la scuola – senza diventare un’istituzione para-militare – deve recuperare l’autorevolezza perduta e applicare concretamente l’educazione civica alla prassi di normalità da ripristinare. Con un sospiro di sollievo delle vittime di violenza e della maggior parte degli studenti che fanno il loro dovere e un briciolo di rispetto verso i professori l’hanno conservato.

Negli ospedali, nei reparti ma specialmente nei Pronto Soccorso, da parte dei parenti degli assistiti o dai pazienti stessi che non sopportano attese o interferiscono nelle terapie o non accettano responsi nefasti o il decesso del congiunto, anche se gravemente malato, in fase terminale o sottoposto ad intervento chirurgico ad alto rischio, volano calci, pugni, sedie, si rovesciano lettini e scrivanie: giù botte da orbi, uno ci lascia un timpano, l’altro è pestato a sangue, il resto deve rinchiudersi e barricarsi in uno stanzino in attesa dell’intervento delle forze dell’ordine. Non so se siano vicende solo italiane o se il vezzo della ribellione e del passare direttamente alle vie di fatto sia invece un segno dei tempi, che si registra un po’ ovunque.

Si tratta di situazioni ed episodi – peraltro in crescita esponenziale – che mai e poi mai avremmo immaginato potessero accadere. Sono forme di ribellione e aggressività verso professioni un tempo rispettate e persino temute: ora non so se il mondo è proprio alla rovescia ma un tantino inclinato verso il peggio mi pare che lo sia davvero. Per chi si interrogasse su questi fenomeni ci sono poche domande, anzi una sola: “Perché?”, e molte risposte. I professionisti della sanità e della scuola dedicano anni di studio e si cimentano in concorsi pubblici selettivi: giunti alla meta viene da chiedersi se ne valeva la pena.

A parte l’umiliazione, i pericoli per certi comportamenti dissennati e impulsivi, senza ritegno a cui sono esposti, va certamente considerato che si tratta di mestieri un tempo ambiti, sinonimo di uno status rispettato e socialmente utile, che non tutti riuscivano a raggiungere. Ora – in particolare nella sanità pubblica – fioccano le dimissioni o il passaggio a strutture private. Di vero c’è che politica e sindacati, (me lo si lasci dire) non sono riusciti finora a metter mano a misure di controllo, a provvedimenti autoritativi sollecitati dalla gravità del fenomeno. A cominciare dalle retribuzioni del personale sanitario e scolastico, le più basse d’Europa, fino ai presìdi di prevenzione, in particolare negli ospedali: c’è molto malcontento e molta sfiducia tra gli addetti ai lavori.

I camici bianchi erano un segno di distinzione e prestigio, ci potevano essere episodi negativi ma – ricordiamo il periodo della pandemia da Covid 19 – questa è sempre stata gente che si rimboccava le maniche, facevano della professione una missione a costo di mettere a repentaglio la propria, di salute. Quanto alle cattedre dei docenti erano approdi per chi aveva a sua volta sudato sette camicie per arrivarci. Indubbiamente la politica deve por mano a questo degrado e alle violenze che ne derivano. Ma è la società civile che siede sul banco degli imputati: si è diffusa infatti una ipertrofia del diritto, tutto è dovuto, anche i miracoli che promuovono i somari o salvano i moribondi. Anche la burocrazia fa la sua parte nel copione del dissesto istituzionale e nella denigrazione dell’immagine dei professionisti della sanità e della scuola.

Tutto contribuisce a complicare le cose: modulistica, registri elettronici, digitalizzazione, rendicontazioni. Trasparenza e privacy sono due forche caudine dove bisogna far passare di tutto, per spiegare anche a chi non sa capire, perché la demagogia e la mistificazione della verità indulgono ad inchinarsi sempre, tutto è dovuto, si arriva al punto in cui arroganza, ignoranza e prepotenza la fanno da padrone perché la violenza che sta impadronendosi di tutti i contesti sociali come forma prevalente di comunicazione e interlocuzione diventa il modus operandi che va diffondendosi a macchia d’olio, che rende istituzioni e società marcescenti e incancrenite dall’odio e dalla cattiveria. Qualcuno deve fare qualcosa, occorre ristabilire le regole che facciano funzionare i pubblici servizi e restituiscano il rispetto dovuto a chi ci lavora. Altrimenti qui si torna all’età della clava e del farsi giustizia sommaria da sé. È proprio il caso di dirlo: “mala tempora currunt, sed peiora parantur”.

L’Osservatore Romano | Sussidiarietà, un principio che anima le comunità.

Puzzle map: Rom and Italy macro

Flavio Felice

 

Passeggiando per le vie di Pescocostanzo, nel cuore del Parco Nazionale della Majella, in provincia dell’Aquila, mi sono imbattuto nella seguente incisione: “Sui domina”. È il motto posto sullo stipite del portone d’ingresso del palazzo municipale del paese e fa riferimento all’atto del 1774 con il quale Pescocostanzo, riscattandosi dal dominio feudale, assunse il titolo di Universitas sui domina (padrona di sé). È una storia che accomuna Pescocostanzo a tanti comuni italiani e ci consente di riflettere sul principio che anima il tema dell’autonomia: la sussidiarietà.

Universitas sui domina rimanda ad una delle massime che hanno maggiormente influenzato lo sviluppo della teoria politica, è la nota locuzione di Bartolo da Sassoferrato: “Universitas superiorem non recognoscens est sibi princeps”, con la quale il giurista riconosceva l’autonomia dei comuni e delle signorie, rispetto alla pretesa potestà dell’impero e del papato. Effettivamente, il riconoscimento giuridico dell’autonomia, a livello comunale, e la rilevanza politica che essa assume sono i caratteri fondamentali del principio di sussidiarietà.

«La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato» (Art. 114 C.). Siamo al cuore del principio di sussidiarietà, interpretato nella sua dimensione verticale, ma la costituzione italiana prevede anche la dimensione orizzontale, ai sensi del comma 4 dell’articolo 118. È per questa ragione che, al di là del giudizio di merito sulla proposta di legge che intende applicare l’articolo 116 della Costituzione, sulla quale si può pensare tutto il bene e tutto il male possibile e immaginabile, crediamo che la questione dell’autonomia rinvii a questioni di principio che toccano il cuore della teoria politica e investono lo stato di salute delle democrazie liberali.

Interrogarsi sul principio di sussidiarietà significa innanzitutto porsi il problema di quale ordine per la civitas, quali relazioni favoriscono la società aperta e quali invece potrebbero metterla in pericolo. Significa, dunque, andare al cuore delle scienze sociali, porsi la domanda sul come e sul perché del darsi di un fenomeno o di una istituzione e interrogarsi ancora sul come e sul perché una data istituzione è opportuno che funzioni affinché la matrice liberale della società aperta possa emergere.

È stato merito di Friedrich Hayek se la riflessione epistemologica sulle scienze sociali ha acquisito la consapevolezza che l’elemento empirico delle scienze sociali consiste in proposizioni relative ai modi di acquisizione della conoscenza. Il problema che pone Hayek all’analisi dei fenomeni sociali ha a che fare con il problema della “divisione della conoscenza”. Hayek si prefigge l’obiettivo di comprendere come la spontanea interdipendenza di un numero imprecisato di persone, ciascuna portatrice di un numero altrettanto imprecisato di informazioni, possa raggiungere un certo ordine, per la cui realizzazione sarebbe altrimenti necessaria una coordinazione consapevole, predisposta da qualcuno che disponga della conoscenza complessiva di tutti i soggetti che intervengono nella relazione di interdipendenza. La realtà ci dice che i dati sui quali si basa il ragionamento politico non sono affatto dati, almeno non sono disponibili ad alcuna mente superiore.

Ne consegue che la questione rilevante relativa alla decisione pubblica non risiede nella discussione se pianificare o meno, bensì se la pianificazione debba essere effettuata da un’autorità centrale oppure debba essere condivisa da una pluralità di individui, secondo lo schema delineato anche da Luigi Einaudi nel saggio del 1933 Il mio piano non è quello di Keynes.

Il principio di sussidiarietà delinea i rapporti tra le persone e le istituzioni, a partire dalla consapevolezza che la dimensione pubblica non risiede in un ente terzo che ne certifica la rilevanza: lo Stato (status rei publicae), bensì nel fatto che ciascuna persona è soggetto e comunità ed esprime la propria umanità manifestando il proprio status publicus.

Dunque, la sussidiarietà contrasta con ogni forma di accentramento, pertanto lo statalismo e ogni forma di pretesa assolutistica e di monopolio del potere sono contrari alla governance di tipo sussidiario. La governance sussidiaria genera partecipazione, ossia il protagonismo dei soggetti; in pratica, permette loro di esercitare, il più possibile, la funzione sovrana, partecipando, in una certa misura, al processo decisionale che riguarda questioni di interesse comune.

 

Fonte: L’Osservatore Romano, mercoledì 2 ottobre 2024

Titolo originale: Sussidiarietà e libertà. Per un’autonomia responsabile.

[Testo dell’articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore, docente all’Università del Molise, e del direttore del quotidiano ufficioso della Santa Sede].

Francesco Merloni, imprenditore e politico di solidi principi.

Era un gentiluomo d’altri tempi, Francesco Merloni, marchigiano di Fabriano, imprenditore e ingegnere illuminato, parlamentare Dc di lungo corso, Ministro dei Lavori pubblici in quella fase che potremmo chiamare di transizione politica rappresentata dai governi Amato (il primo dei due guidati dal giurista socialista) e Ciampi.

Merloni aveva un tratto solare e gentile, affabile e, al contempo, riservato, mai aggressivo o sopra le righe, mai tentato dall’ostentazione o dalla vanità, sempre essenziale e aderente alle tematiche sulle quali era chiamato a esprimersi e confrontarsi.   Pochi come lui possono essere considerati veramente emblematici della parte migliore di una generazione di uomini di Stato e dell’economia che ha svolto un ruolo decisivo nella trasformazione del nostro paese, dopo la tragedia della dittatura e della guerra, in una democrazia liberale avanzata e nella realizzazione di quel salto di qualità nei livelli di benessere e di sicurezza sociale che abbiamo definito “il miracolo economico”.

Coniugava in modo esemplare cultura politica, ispirata dall’ideale cattolico-democratico, passione civile e impegno imprenditoriale finalizzato allo sviluppo socio-economico della sua terra marchigiana e, più in generale, date le dimensioni assunte dalla sua impresa, alla competitività del sistema Italia nei mercati internazionali.

Democratico cristiano, sulle orme del padre Aristide – fondatore dell’azienda di famiglia, già esponente del Partito Popolare sturziano, poi, negli anni ’50, Sindaco democristiano di Fabriano e in seguito senatore -Francesco svolse un’azione a largo raggio per la promozione del pensiero cattolico e di una visione interclassista e solidale dell’evoluzione sociale ed economica del Paese, rivestendo ruoli diversi, nel partito, nel Parlamento, nel Governo (sua l’iniziativa di una famosa e innovativa riforma nel settore degli appalti pubblici, nel periodo in cui è stato Ministro), nell’Unione cristiana imprenditori e dirigenti – di cui fu Presidente – nella Fondazione Merloni che promuove studi sull’economia e lo sviluppo e nell’Arel di cui, pure, è stato Presidente.

Questo senza mai discostarsi dall’impegno imprenditoriale, portato avanti con successo e con intuizioni illuminate che hanno consentito alla sua attività di produzione dei termosanitari di vincere le sfide della concorrenza globale e di imporsi nei mercati internazionali.  Fino ad età molto avanzata ha continuato a viaggiare e ad esplorare i nuovi e difficili percorsi dei processi produttivi, ispirando ancora le più giovani generazioni con i suoi scritti e i suoi discorsi.

Ascoltando le sue lucidi analisi del quadro politico e delle evoluzioni economiche, ispirate da quella solida cultura e motivazione che la sua generazione aveva acquisito e “respirato” da insigni maestri, nel movimento cattolico  degli anni della guerra e del dopoguerra, si apprendevano sempre nuovi elementi e si percepivano suggestioni utili a capire e ad orientarsi.     Ricordo le visite nel suo studio romano, in via della Scrofa, era un grande piacere ascoltarlo, quando raccontava le origini dell’avventura imprenditoriale della sua famiglia (dalle bascule, bilance per l’agricoltura, alle bombole a gas, fino ai più avanzati elettrodomestici), i pericoli corsi nel periodo della Resistenza, la collaborazione del padre con Enrico Mattei che spesso si fermava a cena in casa loro, il decollo di un modello industriale (cosiddetto modello marchigiano) che portò benessere, certezze e nuove prospettive a una popolazione agricola un tempo povera e priva di una possibilità di riscatto.

Ancora, durante quei colloqui, trasmetteva l’entusiasmo di un’Italia che aveva creduto in se stessa, che aveva condiviso valori, rendendosi, con l’etica del lavoro e del risparmio, ma anche con la creatività e la capacità di innovazione, artefice di un destino di crescita e di promozione delle condizioni sociali. Di quell’Italia Francesco Merloni fu uno dei testimoni e dei protagonisti più significativi e di questo dobbiamo restare a lui riconoscenti, soprattutto noi democratici cristiani delle generazioni successive, delle quali possiamo certamente ritenerlo uno dei maestri migliori.

Ricordo di Merloni. Perché ignorata la sua accusa sulla morte di Mattei?

Francesco Merloni è stato un protagonista nel panorama economico e politico italiano. La sua vita è strettamente legata alla città dove è nato (Fabriano, in provincia di Ancona). L’azienda di famiglia, fondata dal padre Aristide, ha posto le basi per un grande gruppo industriale, contribuendo alla crescita della regione Marche e al suo posizionamento nel contesto economico nazionale (come ha detto malevolmente qualcuno, sulla cartina geografica tout court).

Ha ereditato dal padre non solo la passione per l’imprenditoria, ma anche un notevole acume politico.Più volte parlamentare, Aristide Merloni lasciò una traccia indelebile nella politica marchigiana (e non solo) del dopoguerra. Il figlio Francesco ha saputo coniugare felicemente l’eredità familiare con una visione moderna e pragmatica del “fare impresa”, portando il gruppo Merloni a diventare un colosso internazionale nel settore degli elettrodomestici, capace di affrontare con successo le sfide del mercato globale.

Nel contesto della sua attività imprenditoriale, Merloni ha dimostrato notevole capacità di innovazione. La sua visione lungimirante si è tradotta nello sforzo di espandere il business originario oltre i confini nazionali, mantenendo però sempre un legame saldo con la terrad’origine. La sua gestione aziendale era ispirata a valori etici, con una forte attenzione per il benessere dei lavoratori e lo sviluppo sostenibile del territorio.

Non si è limitato alla dimensione economica: a livello politico, è stato Ministro dei Lavori Pubblici nei governi Amato e Ciampi, in un contesto drammatico come il crollo della “Repubblica dei partiti” (1992-1994). La sua esperienza rifletteva la volontà di portare a palazzo Chigi il pragmatismo e l’efficienza acquisiti nel mondo imprenditoriale, oltre alla sensibilità sociale che aveva ereditato dal padre. Come Ministro, si è impegnato in progetti di ammodernamento infrastrutturale, cercando di coniugare la necessità di sviluppo con l’attenzione per l’ambiente e il territorio.

Un episodio della sua vita privata e professionale colpisce – chi scrive – in modo particolare. Durante la sua ultima intervista al “Corriere della Sera” (11 marzo 2023), Merloni ha ricordato l’amicizia con il presidente dell’ENI, Enrico Mattei, originario di Matelica (vicino a Fabriano).

Importante la sua testimonianza riguardo al tragico incidente aereo di Bascapè che costò la vita a Mattei. “A Bascapè sicuramente lo buttarono giù: furono i servizi francesi. Non gli americani, con loro aveva già un accordo: doveva incontrare una delle sette sorelle…”. Ebbene, reazioni del mondo politico ed economico all’indomani dell’intervista? Nessuna.

Questo silenzio appare sorprendente, soprattutto alla luce del ruolo cruciale svolto da Mattei nella storia politico-economica italiana del dopoguerra. Come è noto, la sua visione strategica lo aveva portato a sfidare gli equilibri internazionali nel campo dell’energia, con una posizione sovente critica nei confronti delle grandi potenze petrolifere mondiali, le cosiddette “sette sorelle”.

Ecco perché il cosiddetto “piano Mattei” dovrebbe essere considerato patrimonio comune del Paese e non strumentalizzato ad hoc da una parte politica.

LUn altro aneddoto interessante dell’intervista al “Corriere della Sera” è relativo al suo rapporto controverso con Berlusconi, che “inizialmente era pure democristiano. Una volta mi rubò un aereo ma poi andavo alle sue feste. Mia moglie si divertiva: era la sua che stava sempre in disparte…”.

In conclusione, Francesco Merloni lascia dietro di sé un’eredità fatta di successo imprenditoriale, dedizione alla politica e amore per la terra d’origine. Sulla soglia dei 99 anni, tra le persone che gli mancavano di più, ricorda in particolare “Carlo Azeglio Ciampi, Nino Andreatta, Gerardo Bianco”. Ci piace pensare che oggi si saranno ritrovati tutti insieme…

Cirino Pomicino sbugiarda Monorchio sulle responsabilità del  debito pubblico. Chapeau!

Cirino Pomicino, figura di spicco della politica italiana, ha risposto sul Foglio del 1 ottobre con lucidità e fermezza all’intervista (Corriere della Sera del giorno prima) di Andrea Monorchio, ex Ragioniere Generale dello Stato, che ha attribuito il crollo della finanza pubblica italiana alla presunta insipienza della classe politica di governo. La replica dell’ex Ministro non solo difende una stagione politica complessa, ma offre un’analisi puntuale che mette in evidenza le vere responsabilità, spesso trascurate o mal interpretate.

Cirino Pomicino rigetta con decisione l’idea che la crisi della finanza pubblica degli anni ‘80 e ‘90 fosse da imputare alla classe politica. Al contrario, sottolinea come le decisioni di quegli anni fossero il risultato di una politica economica attentamente calibrata, e non di un’incapacità gestionale. A supporto di questa tesi, Cirino Pomicino ricorda che “Il governo Andreotti con Carli, Formica e il sottoscritto ebbe da Giuliano Amato un disavanzo primario di 38 mila miliardi di lire e restituì sempre a Giuliano Amato nel 1992 un bilancio con 3 mila miliardi di avanzo primario. Insomma, la crisi finanziaria del ’92 non fu assolutamente legata a motivi di finanza pubblica”.

Questa affermazione smonta la narrazione che attribuisce alla classe politica di governo la responsabilità diretta del crollo finanziario. C’è inoltre da sottolineare l’importante lotta all’inflazione, ottenuta con la determinante responsabilità delle forze sociali che sottoscrissero  gli accordi interconfederali del 1983, del 1984 e del 1992, in continuità tra loro e ispirati dalla politica riformista dei governi di allora.

Sempre secondo Cirino Pomicino, la gestione della finanza pubblica va letta in un contesto ben più ampio, che comprende le dinamiche internazionali e le pressioni esterne. Egli sottolinea come la crisi del 1992 non fosse dovuta a una cattiva amministrazione interna, bensì a fattori di natura internazionale, come le turbolenze dei mercati finanziari e le politiche economiche globali che influenzavano pesantemente le scelte italiane. L’idea che una classe politica “insipiente” sia la causa primaria del crollo finanziario è una semplificazione che ignora la complessità delle dinamiche economiche dell’epoca.

Nell’intervista, inoltre, si evidenzia come la dilatazione della spesa pubblica negli anni ’80 sia stata anche una conseguenza del contesto straordinario in cui l’Italia si trovava. Il fardello della lotta al terrorismo, che imperversava in quegli anni (a tal proposito ricordiamo l’uccisone del Prof. Tarantelli, uno dei principali assertori delle politiche di concertazione fra parti sociali e governo), ha contribuito significativamente all’aumento delle spese statali, una scelta obbligata per garantire la sicurezza del Paese. Ciò ha comportato un aumento della spesa pubblica, ma non per incuria o inefficienza, bensì per rispondere a una minaccia concreta e urgente. La lotta al terrorismo richiedeva ingenti risorse e non poteva essere considerata una scelta di spesa improduttiva o irresponsabile. Anche in questo caso, Cirino Pomicino mette in luce come le decisioni della politica fossero sempre motivate da contingenze straordinarie, e non da una semplice mancanza di visione o competenza.

La sua analisi non si limita a difendere la classe politica, ma fornisce una lettura critica e documentata delle reali cause della crisi finanziaria. Invece di puntare il dito esclusivamente contro la politica, l’ex ministro invita a considerare le forze internazionali e i vincoli imposti dalle istituzioni finanziarie globali, che influenzavano pesantemente la gestione economica del Paese. La crisi finanziaria, quindi, va letta come un evento multifattoriale, in cui la politica interna giocava un ruolo cruciale, ma non esclusivo.

In conclusione, la riflessione di Cirino Pomicino rappresenta un invito a riconsiderare, con rigore storico e analitico, le dinamiche che portarono alla crisi finanziaria italiana, senza cedere alla tentazione di facili colpevolizzazioni o semplificazioni.

Quasi guerra, ormai, fra Iran e Israele.

Come si temeva sin dall’inizio di questo conflitto mediorientale che rischia – se non lo è già – di trasformarsi in guerra totale è l’Iran sciita degli ayatollah il nemico assoluto che Israele vuole abbattere. Del resto Teheran non ha mai nascosto il suo odio nei confronti dello stato ebraico, del quale auspica e profetizza la cancellazione dalla faccia della Terra.

Lo scontro sin qui si è svolto a ondate cicliche, o a mezzo di singoli episodi, tramite l’utilizzo da parte del regime iraniano dei c.d. proxy”, ovvero milizie jihadiste combattenti da Teheran finanziate e armate.

Innanzitutto Hezbollah, che occupa una buona parte del Libano – uno Stato multireligioso in disarmo ormai da decadi e profondamente diviso al suo interno – da dove periodicamente ha lanciato attacchi verso il nord di Israele.

Più recentemente gli Houthy, pure essi occupanti un’intera area di uno Stato, lo Yemen, stremato da una guerra civile (da qualche tempo in stallo) che ne ha disgregato la struttura amministrativa e distrutto l’economia.

Da sempre, inoltre, operano diversi altri gruppi sciiti in Iraq e in Siria, eterodiretti dagli iraniani, essi pure parte di quella schiera di attori destinati nei piani iraniani ad accerchiare e colpire Israele.

E infine Hamas, che sciita non è ma ben si presta alla bisogna, e dunque esso pure è stato finanziato ed armato.

Dopo il 7 ottobre, e nella acquisita certezza (stando ai servizi segreti israeliani) che una mattanza analoga fosse in corso di preparazione al nord del paese ad opera di Hezbollah, il governo israeliano – al di là dei motivi personali e di sopravvivenza politica del premier Netanyahu, e pure al di là della decisiva ed estremista presenza in esso della Destra religiosa più intransigente e guerresca – ha deciso di indebolire in modo definitivo, e se possibile di distruggere e sradicare per sempre la ragnatela proxy pazientemente stesa nel tempo dagli iraniani. E questo ha cominciato a fare, dallo scorso novembre: prima a Gaza, ora nel Libano e tutto lascia prevedere che attaccherà pure gli Houthynello Yemen. Ben sapendo, in ogni caso, che dietro questi gruppi c’è comunque l’Iran, ovvero uno Stato. E contro uno Stato ostile si fa una guerra.

Questo è il punto di arrivo previsto, se si dovesse rendere necessaria l’opzione finale. E poiché l’Iran sta lavorando per divenire una potenza nucleare, l’obiettivo primo ad essere colpito sarebbe costituito dagli impianti nei quali, appunto, si sta sviluppando il progetto dell’atomica. Ben sapendo che gli Stati Uniti, chiunque a quel momento ne fosse il Presidente, non si esimerebbero dal contribuire all’operazione.

Quando, l’altro giorno, Netanyahu si è rivolto ai “persiani” annunciando loro la prossima liberazione dalla dittatura teocratica egli ha rivolto un avvertimento a quest’ultima, consapevole di quanto la società iraniana, quella più giovane in particolare, sia sempre più insofferente nei confronti del regime. Immaginando, così, una possibile ribellione che in realtà è assai improbabile, essendo molto strette le maglie dell’oppressione stese dal regime in ogni ambito del corpo sociale.

È dunque questo il punto in cui siamo. A cinque minuti dall’esplosione di una guerra nella regione più calda del pianeta. Con un interrogativo, fra gli altri, che desta una qualche giustificata curiosità: gli stati arabi sunniti (che vedono nell’Iran e non più in Israele il loro principale nemico) non è che sotto-sotto la auspicano, questa guerra (nella convinzione che essa eliminerebbe dal quadro l’insidioso regime sciita)?

L’invito a Pontida degli ultranazionalisti austriaci è l’ennesimo azzardo di Salvini

La dichiarazione di Matteo Salvini nel corso di una diretta social, con la quale ha annunciato la presenza degli esponenti del Partito della Libertà austriaco (FPÖ) al raduno di Pontida, è un segnale allarmante. Va subito detto che questo partito è noto per le sue posizioni estremiste, ultranazionaliste e xenofobe. È accusato di simpatie neonaziste. Non a caso, dopo il successo nelle elezioni di domenica scorsa non è in condizione di formare un governo per l’ ostracismo degli altri partiti.

Dunque, la frase di Salvini – “Non sono neonazisti o neofascisti ma persone che ci tengono alla loro cultura, alla loro nazione” – è un tentativo di legittimare un movimento politico che, di fatto, ha radici profonde nell’estrema destra. Ridurre le preoccupazioni riguardo alle tendenze estremiste a un mero attaccamento alla propria cultura è un’operazione retorica pericolosa, che minimizza il rischio insito nella diffusione di ideologie autoritarie e xenofobe. Questo atteggiamento tende a banalizzare il fenomeno dell’ultranazionalismo, trasformandolo in un’ordinaria manifestazione di patriottismo, quando invece rappresenta una minaccia per i valori democratici e per i diritti fondamentali.

Definire questi movimenti come una semplice espressione di democrazia equivale a distorcere il concetto stesso di democrazia. La democrazia si fonda sul rispetto delle diversità, dei diritti umani e della tolleranza, valori che sono spesso in aperto contrasto con l’ideologia promossa dal FPÖ e da altri gruppi simili. L’apertura ai partiti ultranazionalisti rischia di legittimare sentimenti di intolleranza e divisione, contribuendo alla diffusione del discorso dell’odio.

Le parole di Salvini, in conclusione, non sono solo un’operazione di marketing politico ma anche un segnale che potrebbe condurre a una pericolosa deriva ideologica. Il rischio è che il confine tra democrazia e autoritarismo diventi sempre più sfumato, alimentando un clima di sospetto, divisione e ostilità che può minare la convivenza civile e i fondamenti stessi della società democratica.

Dibattito | La Schlein subisce i veti di Conte: dove va il centro-sinistra?

L’esclusione della lista riformista dalla coalizione ligure a favore del candidato Andrea Orlando rappresenta una pessima notizia per chi, come il sottoscritto, nelle scorse settimane proponeva la creazione di uno schieramento di centro sinistra alternativo all’attuale maggioranza parlamentare.

Nonostante la lista avesse già firmato l’accordo con il candidato governatore, non appena “Giuseppi” Conte, in versione Jep Gambardella, ha posto il suo veto nei confronti del cartello elettorale formato da IV, PSI e +EU, il PD, senza remore né lamentele, ha acconsentito a rinnegare il patto firmato in precedenza e a rinunciare ad una rappresentanza riformista e centrista nella coalizione.

Era già accaduto in Basilicata ed ora come allora, nessuno, nemmeno tra i riformisti del PD o di Azione che è rimasta all’interno della coalizione, si è alzato in piede e ha detto “Non ci sto!”. Come se valesse il motto latino mors tua vita mea.

Ma ciò che è successo in questi giorni a Italia Viva e Matteo Renzi che, nonostante i difetti, rappresenta al momento il leader più carismatico proveniente dalle file dei popolari italiani, potrà accadere un domani a chiunque altro abbia delle obiezioni alla linea espressa da Giuseppe Conte.

Un domani, i grillini potranno scegliere di buttare fuori dalla coalizione Azione, per le posizioni a favore del nucleare, oppure Più Europa, per le posizioni garantiste sulla giustizia. Non stento nemmeno a credere che, un domani, di fronte alla proposta di inserire in una lista dei ministri un riformista come Lorenzo Guerini, i 5stelle potranno porre un veto per le sue coraggiose posizioni a favore della resistenza ucraina.

Mi chiedo allora se tutto ciò sia accettabile per il PD e per la sua segretaria Elly Schlein. Perché se è vero che il leader della coalizione deve sposare uno spirito testardamente unitario, questo non significa che il primo bullo che passa se ne debba approfittare, anzi il leader dello schieramento dovrebbe tutelare la legittimità delle posizioni di ciascuna componente, anche quelle più piccole.

Così non è successo, il PD ha accettato il veto di colui il quale aveva firmato i decreti di Sicurezza insieme a Matteo Salvini, senza difendere coloro i quali hanno fatto parte della storia dello stesso PD, Italia viva, o i suoi alleati storici, PSI e piùEuropa.

A mio parere questo atto è grave e rappresenta una pietra quasi tombale per qualunque progetto di centro sinistra serio, a meno che il PD non inverta immediatamente la rotta. I veti di Conte e il silenzio di Schlein definiscono un contesto in cui a sinistra si formerà una coalizione estremista dominata dai veti di Giuseppe Conte, incapace di rappresentare le istanze centriste, cattoliche, liberali, riformiste e garantiste. Uno schieramento a tutto bonus, patrimoniale e manettaro,

Il PD aveva il compito di elaborare una sintesi, cercando i punti programmatici comuni ed eliminando i veti del passato. Così non è stato, ha accettato silenziosamente ogni imposizione dei 5 Stelle e non ha compiuto alcuno sforzo per tenere all’interno della coalizione i partiti centristi.

Il messaggio è dunque chiaro, non c’è spazio per le nostre istanze nella coalizione di centro sinistra, anche perché questa coalizione che sta costruendo il PD a rimorchio dei 5stelle vuole essere una coalizione solo di sinistra.

Si riapre, allora il punto di domanda: cosa possono fare coloro i quali hanno idee diverse dall’attuale maggioranza, per esempio su premierato e autonomia differenziata, ma non sono disposti a sottostare al giogo dei 5stelle?

Costruire una federazione centrista aperta a cattolici, liberali e riformisti. Abbandonare i progetti di mini-partiti personalistici, evitare di continuare in queste continue e insensate scissioni ma soprattutto iniziare a lavorare in Parlamento per l’introduzione di una vera e propria legge elettorale proporzionale. Una legge, sia chiaro, che non obblighi a indicare ex ante la partecipazione ad una determinata coalizione, anche perché se il sistema è proporzionale inevitabilmente le coalizioni si devono formare dopo il voto, altrimenti è un porcellum bis.

L’introduzione di una legge elettorale proporzionale è un fattore dirimente per la costruzione di un progetto centrista. E vedremo allora se Forza Italia e Noi moderati sosterranno questo progetto, allora dimostreranno di essere delle vere liste centriste e non dei satelliti di FdI.

Appello Cisl: “No all’uscita di Poste Italiane dal servizio universale”.

Secondo le informazioni attualmente in possesso a livello aziendale, non risulterebbe alcuna intenzione da parte di Poste Italiane di rinunciare alla partecipazione al bando per il servizio universale postale. Tuttavia, è di fondamentale importanza che l’azienda intervenga per smentire ufficialmente le notizie diffuse da alcune organizzazioni sindacali, che sostengono un presunto disimpegno di Poste Italiane rispetto al servizio universale. A lanciare l’allarme è Raffaele Roscigno, segretario generale di Slp Cisl, che in una nota sottolinea l’urgenza di un chiarimento.

“Una decisione del genere – afferma Roscigno – sarebbe non solo un grave errore strategico ma anche estremamente dannosa per l’intero Paese. Il servizio universale è, infatti, un pilastro fondamentale per garantire la coesione sociale e territoriale, assicurando a tutti i cittadini l’accesso ai servizi postali. Si tratta di un servizio essenziale, soprattutto in quelle aree del territorio nazionale più remote o meno servite da altre infrastrutture di comunicazione”. In queste zone, aggiunge, il ruolo di Poste Italiane non si limita alla consegna della corrispondenza, ma rappresenta spesso l’unico collegamento stabile e continuativo con il resto del Paese.

Roscigno sottolinea come Slp Cisl sia pronta a contrastare con determinazione e fermezza qualsiasi ipotesi di rinuncia da parte dell’azienda a un ruolo così centrale e strategico per la collettività. “Non possiamo permettere che si riduca la portata di un servizio che garantisce un diritto costituzionalmente sancito. L’accesso ai servizi postali deve essere garantito su tutto il territorio nazionale, senza alcuna discriminazione tra grandi centri urbani e piccoli comuni.”

“La partecipazione di Poste Italiane al servizio universale rappresenta una garanzia per milioni di italiani – conclude il segretario – in particolare per coloro che vivono nelle aree interne e periferiche del Paese. In molte di queste realtà, Poste Italiane rappresenta spesso l’unico punto di contatto con il resto del territorio, una presenza fondamentale non solo per il servizio postale ma anche per altre attività, come il pagamento delle pensioni o il ritiro di pacchi e raccomandate. Ecco perché è fondamentale che l’azienda chiarisca la propria posizione in maniera netta e tempestiva, confermando un impegno che costituisce un diritto per i cittadini e un dovere per un’azienda che opera in regime di concessione pubblica”.

Vita e Pensiero |  Il problema dell’Aldilà nel tempo della sua eclisse.

Paolo Ricca

 

È una caratteristica vistosa del nostro tempo e, più in generale, della modernità, soprattutto europea, la progressiva cancellazione, nella coscienza comune, dell’Aldilà, a beneficio dell’Aldiqua. Vi ha indubbiamente contribuito la rivoluzione copernicana che, spodestando la terra dal centro dell’universo, ha reso obsoleto tutto l’immaginario religioso tradizionale sull’Aldilà (quello, ad esempio, della Commedia di Dante), a cominciare dalle categorie di “alto”, dove stava il “cielo” come dimora di Dio, invocato quindi come “Altissimo” («Padre nostro che sei nei cieli»!), e di “basso”, dove era stato sistemato l’“inferno”, che adesso non si sa più dove collocare (se non sulla terra, l’unico “rifugio” che gli resta!).

Questa svolta culturale epocale è stata descritta poeticamente da Bertolt Brecht, che fa dire a Galileo quanto segue: «Presto l’umanità avrà le idee chiare sul luogo in cui vive, sul corpo celeste dove dimora. Non le basta più quello che sta scritto nei libri antichi. Infatti, dove per mille anni ha dominato la fede, ora domina il dubbio. Tutto il mondo dice: D’accordo, sta scritto nei libri, ma adesso lasciate un po’ che vediamo noi stessi. […] E il gran risucchio d’aria che si è levato da tutto questo, spazza via perfino le vesti trapunte d’oro dei principi e dei prelati, mettendo in mostra gambe grasse e gambe magre, gambe uguali alle nostre, insomma. È risultato che i cieli sono vuoti. A questa constatazione è scoppiata una gran risata d’allegria. […] Ma l’universo, nel giro di una notte, ha  perduto il suo centro, e la mattina dopo ne aveva un’infinità. Da un momento all’altro, guarda quanto posto c’è» (Bertolt Brecht, Vita di Galileo, Torino, Einaudi, 2014, pp. 13 e 15).

Ma se l’universo ha perso il suo centro, è logico che sia diventato difficile immaginare un Aldilà. Non si sa da dove partire. Non si sa dove comincia il “cielo” (se pure comincia da qualche parte), né dove finisce (se pure finisce da qualche parte). Non si sa neppure bene che cosa sia. Sicuramente era molto più facile pensare l’Aldilà nella visione tolemaica dell’universo, con la terra al centro, il cielo “sopra” e gli inferi “sotto” (lo dice la parola: infernus = “ciò che si trova in basso”). Dovremmo allora abbandonare qualsiasi nozione spaziale dell’Aldilà? Se così fosse, con che cosa sostituirla? Oppure dovremmo abituarci all’idea dell’impossibilità di immaginarlo? Ma si può davvero pensare ciò che non si può in alcun modo immaginare? Il fatto evidente dell’eclisse dell’Aldilà sarebbe allora dovuto, in fin dei conti, alla difficoltà, per non dire all’impossibilità, di immaginarlo?

Questa difficoltà, o impossibilità, è reale, però non significa che l’Aldilà non esista. Crediamo, ad esempio, che Dio esiste, pur non potendolo, anzi non dovendolo, immaginare, perché nessuna immagine che possiamo farci di lui corrisponde alla sua realtà. Lo stesso Gesù, «che è l’immagine di Dio» (2Cor 4,4) – l’unica a cui possiamo ricorrere – riflettendoci bene, non è immaginabile neppure lui; eppure crediamo che esista. Come l’esistenza di Dio e quella di Gesù non dipendono dalla possibilità di immaginarli, lo stesso discorso vale per l’Aldilà: non possiamo immaginarlo, ma questo non significa che non esista.

Certo, non ci sono prove che esista (come del resto non ci sono prove del contrario). Nessuno può dimostrare che c’è una vita dopo questa vita. Sembra anzi che tutto finisca con la morte e si attui così, per ciascun vivente a cominciare dalla creatura umana, l’antica sentenza pronunciata da Dio sul primo uomo da lui creato; «Sei polvere, e in polvere ritornerai» (Gen 3,19). Molte altre parole bibliche le fanno eco: la nostra vita «passa presto e noi ce ne voliamo via» (Sal 90,10). «Ricordati che la mia vita è un soffio. […] Chi scende nel soggiorno dei morti, non ne risalirà» (Gb 7,7.9). «Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna alla polvere» (Qo 3,20). Qui manca del tutto l’idea di una qualche forma di sopravvivenza. La persona defunta appartiene definitivamente al passato – un passato irrimediabilmente senza futuro. Altre persone nasceranno e vivranno, ma la persona defunta non è necessario che riviva: ha avuto la sua chance, la sua occasione unica che è questa vita, l’ha vissuta più o meno bene, ora tocca ad altri. In questo quadro, il destino umano non è diverso da quello di un fiore, che nasce, cresce, dispiega la sua bellezza, emana il suo profumo, poi lentamente appassisce e alla fine muore: non rivivrà, altri fiori spunteranno, altrettanto belli, ma quello appassito ha concluso la sua breve storia e ritorna anche lui alla terra dalla quale è nato. Così potrebbe essere, e così sembra che sia. Ma la prospettiva cristiana è diversa.

Perché la fede cristiana afferma, contro tutte le apparenze, che c’è una vita dopo la morte, che c’è un futuro per chi, essendo morto, dovrebbe appartenere a un passato senza futuro? Fondamentalmente per un unico motivo: la risurrezione di Gesù. Perché? Perché è la risurrezione di Gesù che ha rivelato che il corpo umano (il suo, che era come il nostro) ha un futuro, non è destinato a essere distrutto, ma, al contrario, a essere restituito alla vita in forma nuova. E il corpo di Gesù che è risuscitato (ecco il senso profondo della tomba vuota – vuota appunto perché le donne e i discepoli non trovano più il corpo. Tutta la risurrezione ruota intorno al corpo che, risuscitando, non appartiene più solo all’Aldiqua, ma anche all’Aldilà; si può dire che la risurrezione introduce il corpo, in una nuova veste (se così si può dire), nell’Aldilà, è l’Aldilà del corpo – quel corpo dell’uomo e della donna che Dio aveva modellato con le sue stesse mani con grande amore e sapienza (Gen 2,7.21-22) e che ora Dio risuscita dando loro un nuovo modo di essere.

 

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https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-i-cristiani-davanti-alleclisse-dellaldila-6586.html

Piersilvio in politica? Un errore destinato a riproporre l’equivoco del berlusconismo.

Negli ultimi mesi il dibattito sull’ingresso in politica di Piersilvio o Marina Berlusconi ha alimentato una serie di speculazioni, non senza esplicite o striscianti polemiche. L’ipotesi, se confermata, riproporrebbe in forma rinnovata l’ormai noto “equivoco del berlusconismo”. Ieri, in effetti, Matteo Renzi ha dato fuoco alle polveri. Nel corso del programma “Lo stato delle cose”, condotto da Massimo Giletti su RaiTre, ha dichiarato: Piersilvio o Marina Berlusconi entreranno in politica? Non lo escludo, non lo escludo più. Qualche mese fa avrei detto di no, oggi se dovessi dire, secondo me è più facile Piersilvio che Marina.” L’affermazione segna un cambio di prospettiva rispetto a qualche tempo fa, evidenziando come la percezione sull’eventuale “discesa in campo” della famiglia Berlusconi stia mutando.

Le parole di Renzi non si sono limitate a una semplice previsione. Egli ha infatti sottolineato le tensioni interne a Forza Italia (FI), indicando come Antonio Tajani – attuale segretario del partito – si trovi in una posizione scomoda, spesso costretto a votare in modo contraddittorio rispetto a quanto da lui stesso dichiarato. C’è un punto di debolezza in FI: Tajani dice che sono per i diritti, per lo ius scholae, poi in Parlamento vota il contrario e diventa un silente alleato della Meloni”. Questo non può che accrescere le tensioni tra FI e la Lega, con gli Azzurri obbligati a riposizionarsi. Ma come e, soprattutto, con quale leadership? Tajani non sembra all’altezza di questa sfida.

Dunque, se Piersilvio Berlusconi dovesse esporsi in prima persona, si troverebbe ad affrontare un’eredità particolarmente complessa. L’ombra del conflitto di interessi, che ha segnato l’intera esperienza politica del padre, tornerebbe inevitabilmente alla ribalta. Ciò rappresenterebbe un test decisivo per la democrazia italiana. Si capirebbe, in coda al declino della cosiddetta seconda repubblica, quanto ancora non siano stati risolti alcuni nodi fondamentali del rapporto tra potere politico ed economico. Sarà interessante vedere se questa volta il Paese saprà affrontare in modo più maturo e consapevole la riproposizione per via familiare del tanto discusso modello berlusconiano.

La Resistenza contribuì alla formazione del progetto politico dell’Unione Europea

Prendo la parola per la quarta volta ai Colloqui di Bayreuth in rappresentanza dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea della Spezia. Dal 2011 esiste tra la fondazione Leuschner e l’istituto storico della resistenza una proficua collaborazione che, attraverso le scuole gemellate Liceo Richard Wagner di Bayreuth e l’istituto scolastico “Fossati – Da Passano” della Spezia, ha permesso a centinaia di studenti tedeschi e italiani di conoscere, rispettivamente, le vicende della Resistenza Tedesca e italiana al nazifascismo.Nella resistenza europea vanno ricompresi, infatti, a pieno titolo i resistenti germanici al nazifascismo come gli appartenenti alla Rosa Bianca, Wilhelm Leuschner, il conte von Stauffenberg, Dietrich Bonhoeffer e tanti altri. Queste figure sono la prova che non tutti i tedeschi sostennero Adolf Hitler. La dimensione europea della Resistenza al fascismo assume un significato cruciale nella storia contemporanea, poiché la Resistenza non fu soltanto un fenomeno nazionale, ma una lotta di respiro continentale che coinvolse molti Paesi europei sotto regimi totalitari o occupazione nazifascista durante la Seconda Guerra Mondiale: dalla Francia alla Polonia, dalla Jugoslavia all’Italia, passando per la Grecia, la Norvegia, l’Olanda e altri Paesi ancora. In ciascuno di questi contesti, si formò un movimento di opposizione clandestina, spesso eterogeneo e composto da gruppi politici diversi (comunisti, socialisti, liberali, cattolici, anarchici, nazionalisti) uniti dalla lotta al totalitarismo, la difesa della libertà, la resistenza alla repressione e la rivendicazione dei diritti umanni. L’ Europa postbellica, basata su valori democratici nasce così: molti ex resistenti entrarono a far parte della classe dirigente dei loro Paesi, influenzando la costruzione di democrazie solide e la definizione di costituzioni moderne ispirate ai valori della Resistenza, come in Italia e in Francia, dove questi valori furono incorporati esplicitamente nei rispettivi ordinamenti democratici e antifascisti. In questo senso e con valore di anticipazione democratica, può essere interessante raccontare di come il movimento resistenziale italiano diede vita nelle zone liberate dai nazifascisti tra giugno e novembre 1944, alle c.d. repubbliche partigiane: nel 1944 i partigiani intensificarono la loro attività, e in alcune aree presero il controllo di città e regioni, istituendo forme di autogoverno temporaneo. Queste “repubbliche” o zone libere, costituirono esperimenti locali di gestione democratica :nelle zone libere furono creati consigli comunali o comitati locali, formati da esponenti dei partiti antifascisti, comunisti, socialisti, cattolici e liberali, e per la prima volta le donne poterono votare ed essere elette. Se ne contano oltre una ventina, ma 4 furono le principali e più conosciute.

La Repubblica dell’Ossola dal 10 settembre al 23 ottobre 1944, situata in Piemonte. Fu una delle repubbliche meglio organizzate e con una popolazione di 85.000 abitanti. La vicinanza alla Svizzera fece sì che ne parlasse anche la stampa internazionale.

La Repubblica di Alba dal 10 ottobre al 2 novembre 1944, anch’essa in Piemonte, fu la più breve. La città di Alba venne occupata dai partigiani, ma i nazifascisti la riconquistarono dopo meno di un mese. L’epopea della repubblica di Alba fu fatta conoscere al grande pubblico dallo scrittore Beppe Fenoglio con il libro “I 23 giorni della città di Alba” pubblicato nel 1952.

La Repubblica di Montefiorino dal 17 giugno al 1° agosto 1944. Si trovava nell’Appennino di Modena ed è considerata una delle prime repubbliche partigiane. I partigiani controllavano un’ampia area montana di 1.200 km quadrati con 50.000 abitanti, dove organizzarono una resistenza ben strutturata. Venne riconquistata dai tedeschi con un’offensiva pesante alla fine di luglio.

La Repubblica di Carnia dal 1 agosto all’8 ottobre 1944.  Nacque nella zona montana del Friuli; la Repubblica di Carnia e dell’Alto Friuli fu caratterizzata da una forte componente autonoma, con un consiglio che coinvolgeva rappresentanti della popolazione locale. Anche qui vennero avviate riforme sociali e amministrative, ma l’occupazione nazifascista vi pose rapidamente fine e le vittime della repressione furono 3.500. Il Presidente della repubblica italiana Sergio Mattarella celebrando nelle scorse settimane l’80esimo della repubblica della Carnia ha messo in luce che quella rivolta anticipò la liberazione dell’Italia, senza aspettare gli anglo-americani, e consentendo al Paese, come cobelligerante contro i tedeschi dall’ottobre 1943, di subire un trattamento meno pesante alla conferenza di pace di Parigi.

Oltre alle riforme democratiche ed al voto alle donne, le repubbliche partigiane introdussero riforme agrarie e sociali per migliorare le condizioni di vita della popolazione.  Vennero ripristinate le libertà fondamentali, come la libertà di stampa, di associazione e di riunione, e venne abolita la pena di morte.

Anche nella provincia della Spezia, nell’alta Val di Vara nell’autunno 1944 si costituì la Repubblica della Val di Vara, la quale arrivò ad eleggere i Consigli comunali provvisori. Questa repubblica comprendeva i Comuni di Varese Ligure e di Maissana al confine tra le province della Spezia, Genova e Parma.

Tornando alla collaborazione internazionale, va detto che i movimenti di Resistenza in tutta Europa non operarono in isolamento: gli alleati occidentali e i partigiani dell’Est Europa ricevettero supporto reciproco, sia tramite azioni militari coordinate sia attraverso reti di informazione e approvvigionamento di armi. L’azione dei partigiani jugoslavi o dei gruppi resistenti in Polonia e in Grecia dimostrò la capacità di organizzare una guerra di liberazione su larga scala, coordinata con l’avanzata degli Alleati. E In Italia la Resistenza fu un movimento più ampio dei soli uomini in armi: i partigiani vennero riforniti di armi dagli anglo americani; furono sostenuti dalla popolazione civile, che subì rappresaglie e massacri a cui presero parte le milizie fasciste della Repubblica Sociale Italiana, costituita a Salò da Benito Mussolini. Un contributo importantissimo venne dato dagli oltre 600.000 militari italiani, internati in Germania, che rifiutarono di aderire alla repubblica fascista e da molti sacerdoti, suore, religiosi che furono imprigionati e uccisi dagli occupanti. Anche nello spezzino …Proprio ad agosto scorso abbiamo ricordato a Lavaggiorosso di Levanto gli 80 anni del sacrificio di don Emanuele Toso fucilato dai fascisti repubblichini.

La lotta contro il fascismo e il nazismo divenne una fonte di legittimazione morale per i movimenti democratici e progressisti nel secondo dopoguerra. La memoria della Resistenza contribuì a rafforzare l’idea di un’Europa basata su principi di giustizia, uguaglianza e solidarietà internazionale, con una particolare attenzione alla difesa della pace e della tutela dei diritti umani.

La dimensione europea della Resistenza ebbe un ruolo nella formazione del progetto politico dell’Unione Europea: pensate ad Altiero Spinelli (autore del Manifesto di Ventotene) o  Alcide De Gasperi, impegnati nella Resistenza antifascista. Spinelli, in particolare, vide nella costruzione di un’Europa federale e pacifica il modo per superare i nazionalismi esasperati che avevano portato ai conflitti mondiali.

In conclusione, la Resistenza al fascismo rappresenta una lotta europea comune per la libertà e la democrazia, che trascende i confini nazionali. Una lezione più che mai attuale a 80 anni di distanza, visto quello che è successo nella ex Jugoslavia con le guerre interetniche fra Serbi, Croati, Bosniaci e Albanesi kosovari e ancor più oggi con l’aggressione russa all’Ucraina e il conflitto che si protrae ormai da quasi 3 anni nel cuore dell’Europa.Queste vicende ci ricordano che la libertà non è mai conquistata per sempre, ma si può perdere in brevissimo tempo e va quindi difesa ogni giorno. Ce lo ricordò nella sua ultima intervista del 25 aprile 2013 il generale Daniele “Dany” Bucchioni, uno dei primi combattenti per la libertà della provincia della Spezia, esponente della Resistenza cattolica, che ho avuto l’onore di conoscere bene.

Se mi si chiede se la lotta di liberazione contro il fascismo è una lezione per l’oggi dunque, rispondo sicuramente “sì” e ricordando le parole di Piero Calamandrei rivolte  a Kesserling dico anche io: “Ora e sempre Resistenza”. Questa mattina [domenica per chi legge, ndr], ottanta anni dopo, i presidenti della Repubblica italiana Sergio Mattarella e della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier hanno ricordato insieme il massacro di Marzabotto. Le truppe nazifasciste sterminarono 771 civili, fra cui 300 donne e 200 bambini. Da Marzabotto viene una lezione attuale: mai più il fascismo, mai più il Nazionalsocialismo.

La regina distrae le masse e nasconde il mattarello fiscale

Cesare se ne va in giro sornione per la Curia fischiettando assorto un motivetto di uno dei poeti di corte, Fiorinus romanus, che fa “ammazzate oh, nun te smove ‘na cannonata…”. Fischietta, sorride e gli occhi gli brillano per l’ira. I senatori che lo incontrano salutano svelti e si dileguano. Solo i vecchi di Curia sanno che cosa Cesare sta apparecchiando per la sua amata Cleo.

La regina Cleopatra/Meloni il popolo ce l’ha in uggia, lo mette sugli scudi, si definisce del popolo (che per il popolo è un’altra storia), e non perde mai occasione per battere a sesterzi. Ora passati due anni il Computantis di Cesare ha informato il divino che la Regina non ha prosciugato le casse di Cesare, ma il forziere si è di molto assottigliato perché è stato attinto a piene mani fin dai primi mesi e ora si cominciano a vedere le assi di legno del fondo.

Al contrario il Computantis della Regina Cleopatra/Meloni, sodale di uno dei due suoi luogotenenti, facendo il gioco delle tre carte, guardandone solo una però, quella sua, dice che il bilancio del governo è buono, che le casse del governo sono a un buon livello (e sottindende che se lo lasciano a quel posto raggiungerà il massimo della capienza), che si può fare di più e via così con un nuovo prelievo tanto per stare sicuri in tempi di guerra (gli slavi orientali… se stanno ad ammazzà e gli ebrei con l’arabi pure) .

Ora li romani (senatus popolusque romanus) non è che non sappia fare di conto, è solo che spesso non c’ha voglia e se proprio deve è sempre contrariato. Si avvicina la data in cui la regina Cleopatra/Meloni presenta i conti e chiede i soldi per l’anno prossimo (radioso avvenire, manco a dirlo). I romani si guardano intorno e vedono che “li poveracci” sono aumentati a 5 milioni, che quelli che fanno fatica e c’hanno figli sono più di 10 milioni. E chi resta? Sono i dipendenti dell’impero e quelli che se ne sono andati a casa perché hanno finito “de lavorà”; e, come dice l’aerarium dell’impero, “quelli le tasse ce le assicurano”. Poi ce stanno le societas e le ripae/banche. La regina è andata in gran spolvero da costoro a dire che si può fare di più (se lei rimane, sennò..boh!) e che alla Patria qualcosa bisogna pure dare. E questi  senza batter ciglio (e sesterzo)promettono che faranno, faranno la loro parte di sicuro.

Nel frattempo s’è fatta un giro ampio nelle colonie dell’impero e tra i potenti alleati, parlando del ruolo della Patria nel mondo e pretendendo il giusto peso. L’aula era mezza vuota e si faticava pure a seguire il ragionamento, ma tant’è: di figura si trattava e figura è stata. Ritira premi, si compiace di sé, e intanto il popolo langue e non sbarca il lunario, i giovani se ne vanno e i carcerati s’incazzano. Ma lei scuote il sacro sistro (rumore come di campanelli) e prosegue sul carro.

Cesare non ha certo dimenticato gli anni e la fatica che sono stati necessari ai suoi e a lui per costruire quello che ora si chiama, a seconda dell’estensione, Patria o Impero; e di certo c’è che all’epoca la regina stava su un’altra sponda (letteralmente, su un’altra sponda) e che gli avi suoi erano impegnati in guerre per tenersi stretto il regno d’Egitto. E so’ stati sacrifici di vite e di sesterzi. E ora…altri sesterzi? E pe fa’ cosa?! Vedremo, e intanto … “ammazzate oh, nun te smove ‘na cannonata”…

Dibattito | Questa sinistra è respingente per l’elettorato di centro.

Al di là dei personalismi, dei rancori, dei trasformismi e dei noti e collaudati opportunismi, nella saga che sta dilaniando il cosiddetto “campo largo” o “Fronte popolare” che dir si voglia, una cosa sola è sicura e certa. Ovvero, in quella coalizione il Centro e tutto ciò che è riconducibile al Centro è semplicemente alternativo. Del resto, l’alleanza di sinistra di oggi è radicalmente diversa dalle esperienze del passato. In sè un fatto abbastanza scontato ma, al contempo, un dato da cui non si può prescindere allegramente. Cosa centra, detta in termini ancora più crudi, il centro sinistra di D’Alema e Marini o quello di Veltroni e Franceschini con il blocco della sinistra radicale e massimalista della Schlein, della sinistra populista e demagogica di Conte e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis? Certo, è la naturale evoluzione della politica italiana ma si tratta anche di prendere atto di un elemento costitutivo e quasi strutturale che differenzia profondamente il profilo politico e la cornice programmatica di questi due progetti politici. E, di conseguenza, delle rispettive alleanze e coalizioni di riferimento.

Insomma, diventa anche un’operazione patetica quella di creare ad arte, cioè a tavolino, una gamba centrista all’interno di questa coalizione di sinistra. Patetica perché assistiamo ad uno strano balletto. Ovvero, esponenti del Pd – tra cui svetta l’ineffabile Bettini – che indicano settimanalmente esponenti del Pd che dovrebbero incaricarsi di costruire o ricostruire un’area di centro all’interno della coalizione. Ora, al di là del fatto che assomiglia sempre di più ad una operazione che ricorda gli antichi “partiti contadini” di comunista memoria, si tratta francamente di escamotage che fanno sorridere anche i disertori radicali delle urne. In altre parole, ma come può essere credibile una gamba, un’area o una rappresentanza del Centro moderato, popolare e riformista quando viene pianificata dall’azionista di maggioranza della coalizione e, soprattutto, che sarebbe guidata addirittura da un esponente del suddetto partito? Un’operazione più ridicola che seria, più macchiettistica e goliardica che politica. Ed è proprio l’esperienza del passato a confermarci questo assunto. Ovvero, il tradizionale e competitivo centro sinistra è solo quello – sembra un ossimoro ma è così – che contempla al suo interno una sinistra riformista e anche massimalista ma che dev’essere, comunque sia, minoritaria, e un Centro visibile, credibile, rappresentativo e autenticamente riformista. Se, invece, come capita, il Centro viene costruito a tavolino da ex e post comunisti e la sinistra è schiettamente e plasticamente radicale, massimalista e populista, semplicemente ci si trova di fronte ad un’altra offerta politica.

Radicalmente diversa dal passato e destinata, com’è evidente a quasi tutti, ad essere politicamente monca perchè nè esaustiva e nè rappresentativa di tutti i segmenti della coalizione. E questo ancora al di là del trasformismo, dell’opportunismo e litigi infantili dei capi dei due partiti personali che ambiscono a rappresentare l’area di centro, cioè Renzi e Calenda. Ecco perché, e al di là di molte riflessioni e retroscena, è tutto molto più semplice di quel che appare. Il Centro in una coalizione dominata dalla sinistra estremista non ha spazio, ruolo e funzione. Detta in altri termini, non ha alcuna “mission” specifica. Per questi motivi, attualmente, da quelle parti semplicemente non esiste.

Oggi a Vienna, domani a Berlino: torna la Grosse Koalition?

Secondo le previsioni della vigilia, le elezioni in Austria hanno fatto registrare la vittoria del Partito della Libertà (ÖFP), formazione di estrema destra, che ora ambisce a porre un’ipoteca sulla formazione del governo. Secondo le proiezioni iniziali, l’ÖFP ha raggiunto il 29,1% dei voti, superando il Partito Popolare Austriaco (ÖVP) dell’attuale cancelliere Karl Nehammer, fermo al 26,3%. Al terzo posto si sono posizionati i Socialdemocratici con il 21%, mentre i Verdi, partner di coalizione dell’ÖVP nel governo uscente, hanno subito un calo significativo, scendendo all’8,6% (rispetto ai risultati del 2019 in cui l’ÖFP aveva ottenuto il 16,2%). Come in Germania, il crollo dei Verdi si manifesta con caratteri che adombrano una vera crisi d’identità e rappresentanza.

Alla luce dei risultati, Karl Nehammer ha confermato la sua posizione nei confronti dell’ÖFP, dando ancora per scontato che di collaborare con il leader di questo partito, il contestato Herbert Kickl, non se ne parla. Tuttavia, in modo sibillino, ha lasciato socchiusa la porta a un’eventuale accordo di centro-destra, a condizione che Kickl non faccia parte dell’esecutivo. Si tratta di un azzardo, una scommessa che forse gioca sulla impraticabilità della soluzione appena vagheggiata. Curiosamte, pur avendo condotto i suoi alla vittoria, il leader dell’ÖFP dovrebbe farsi da parte. Uno scenario a dir poco fantasioso. 

Non è da escludere, allora, che in questa situazione si apra la possibilità di un ritorno alla già sperimentata coalizione tra Popolari e Socialdemocratici, con o senza il coinvolgimento dei liberali del NEOS, che hanno ottenuto circa il 9% dei voti. Questa prospettiva richiama lo scenario che si sta profilando in Germania in vista delle elezioni del prossimo anno, dove si potrebbe assistere a una riedizione della cosiddetta Grosse Koalition, seguendo il modello che sembra delinearsi ora in Austria. In sintesi, ciò che è accaduto oggi a Vienna potrebbe prefigurare quello che accadrà domani a Berlino.

La sinistra, la Liguria e una brutta figura.

La politica ha in sé qualcosa di magico. Tanto meno te ne vuoi occupare, tanto più ti attira con esche a cui è impossibile rinunciare. Lo sa fare con parole che sono seducenti, portandoti in un campo dorato che in realtà nasconde buche dentro le quali precipitare senza salvezza.  Pur sapendolo, non puoi fare a meno di resistere, forte di un dizionario alla mano che ti chiede di consultarlo per venire a capo della faccenda. 

La Sinistra ha eretto a vessillo una nuova idea simbolo.  Non più garofano, falce, sole, ulivo e querce ma qualcosa che li ricomprende tutti nel suo “campo”. È questa una parola che costringe a soffermarsi per approfondirne il senso, sgombrando il campo da altre suggestioni assai meno succose. In Liguria il campo largo è andato in fumo. Conte ha chiesto la testa di Renzi e l’ha spuntata decretando dall’origine la fine di una Santa Alleanza, sancendo la nascita di una Eterna Discrepanza. 

Sarà forse questione di viscere o appunto di panza ma l’idea di stare sottobraccio per alcuni è impossibile. Insieme è la traduzione moderna di un latino volgare, “insemel”, che aggiorna “semel”, cioè una volta, e “simul”, insieme.  Sarà questa volgarità primordiale, un seme figlio di chissà chi o peggio ancora annacquato, quindi debole e confuso di carattere, ad aver prodotto il fallimento di un patto subito saltato. ”Parlar e lagrimar vedrai insieme” diceva qualcuno che di queste cose se ne intendeva a proposito di conflitti e miserie del potere. La politica si consolerà raccontandosi che occorre comunque tirare a campare qualunque sia il campo di guerra in cui affrontarsi. Così il mentore diventa Nino Manfredi con il suo “Tanto pe’ campa….”.

Strana parola “Campo”. Suona di campagna, di un paesaggio accogliente che induce al riposo, alla bellezza della natura ed alla riflessione. “Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano” è in questo caso quanto resta di una intesa abortita già dalla origine. La Sinistra è caduta in un campo di tiro e ne è rimasta subito, più che folgorata, impallinata. 

Del resto il Parlamento è costeggiato alla sua sinistra, da via di Campo Marzio, il posto destinato storicamente dagli antichi Romani a cimenti militari e dunque tutto era già in previsione. La Schlein sta comprendendo che la sua è una coraggiosa proposta che però non sta in campo, pur mettendoci in campo il cuore e l’azzardo che occorre per tentare la vittoria. 

Le sarebbe stato di buon preventivo soccorso la preventiva lettura dal vocabolario per intuire che stava lanciando in campo, allo sbaraglio, le sue truppe e quelle di eventuali alleati.  Qualcuno obietterà che Conte “ruminò pretesti da mettere in campo” ed ha modo suo ha fatto un tiro “fuoricampo” nella speranza gli porti frutto, di prendere campo e di guadagnar campo senza lasciarne agli avversari, con il rischio di mandare un progetto al camposanto. Il pericolo è che gli elettori destinino l’opposizione in un campo profughi o di sfollati, in un “campo immenso di un bigio ceruleo”. 

“Nel dritto mezzo di un campo maligno vaneggia un pozzo assai largo e profondo” in cui è caduta una proposta politica dai piedi d’argilla. Stando così le cose la ipotizzata coalizione che in Liguria dovrebbe sostenere il candidato Orlando, candidato in campo, sembra composta da “scampati” di casa e non lascia presagire nulla di buono per il futuro. Al primo passo di riscaldamento non sono andati in camporella a far l’amore ma a mordersi a più non posso distruggendo un’ipotesi di accordo, scontrandosi in una cruenta battaglia campale.

Siamo, come al solito, almeno per adesso, alla solita storia di “scampoli” di politica. “Con te non ci sto” è il pensiero di Conte vs Renzi che sottolinea come i 5S siano diventati una succursale di Poltrone e Sofà, un “occupificio” sistematico di posti su cui mettere il cappello o la stella. Per il PD, reclamando di non essere suoi cespugli, AVS e 5S corrono il rischio di essere i suoi succhioni, quei rami infruttiferi che diramano dai rami principali dell’olivo sottraendo alla pianta. Conte e Fratoianni sono più che mai abili ad armare, all’occorrenza, un suk di parole per andare secondo convenienza, prescindendo da ogni idea di visione politica per i giorni a venire. Oggi Renzi, libero da impegni di comune cordata, potrà dirsi che l’ha scampata bella, orgogliosamente dichiarando: “Me campo da solo”.

Quando la politica è solo tatticismo e opportunismo

Che il “campo largo” o “Fronte popolare” non sia attualmente una coalizione politica o di governo lo sappiamo quasi tutti. Si tratta, infatti, di un semplice e banale pallottoliere nato per distruggere un nemico che, non a caso, cambia i suoi confini a seconda del tatticismo, del trasformismo e dell’opportunismo politico dei rispettivi capi partito. Su questo versante lo spettacolo indecoroso offerto in questi giorni dal capo del partito personale di Italia Viva, Matteo Renzi, e da quello dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, rappresenta il peggio di quello che dovrebbe essere la politica. Ovvero, coerenza, contenuti, coraggio, lungimiranza e, soprattutto, serietà politica e credibilità morale.

Elementi che dovrebbero caratterizzare anche la dirittura di una classe dirigente degna di questo nome. Tutte categorie che, invece, sono state sacrificate sull’altare della convenienza e del mero opportunismo in un contesto dove il più spietato tatticismo ha il sopravvento rispetto a qualsiasi altra considerazione.

Al riguardo, è appena sufficiente registrare, e senza commentare, le svariate dichiarazioni del capo di Italia Viva e di quello dei 5 Stelle – che sono semplicemente speculari – e anche dell’altro capo del partito personale, cioè Azione, per rendersi conto che non ci troviamo di fronte ad un confronto politico, culturale e programmatico. Ma, molto più banalmente, ad un permanente malcostume che è alternativo alla politica perchè si basa solo ed esclusivamente su scelte di potere e di momentanea convenienza personale e delle piccole consorterie che affiancano e supportano il capo indiscusso ed indiscutibile. E quindi, insulti, attacchi personali, accuse di affarismo, contumelie di ogni genere e via elencando. Per non parlare dei pochi accenni politici dove, è persin inutile ricordarlo, vengono sottolineati e richiamati dai rispettivi capi partito solo per evidenziare la radicale e strutturale alternatività degli uni verso gli altri.

Ora, e per fermarsi al “caso ligure”, è indubbio che non può essere quella la strada – ed è solo un eufemismo ricordarlo – per ridare credibilità alla politica, autorevolezza alle classi dirigenti ed efficacia alle stesse istituzioni democratiche. E, senza perdere tempo a commentare il profilo, la natura e la prospettiva politica del cosiddetto “campo largo”, forse è anche arrivato il momento per invertire decisamente la rotta rispetto a questa prassi decadente. Perché, appunto, meramente opportunistica e trasformistica. Forse adesso, come ci ricordava tanti anni fa lo storico cattolico Pietro Scoppola, prima della “cultura del progetto” – seppur indispensabile e sempre decisiva – va nuovamente inverata e realmente praticata una vera, efficace e credibile “cultura del comportamento”. E questo prima che la politica riprecipiti in una crisi irreversibile.

Recensione | Riscoprire l’uguaglianza: il coraggio di immaginare un mondo migliore.

Con “” (Luiss Univeraity Press, 2023) David Tozzo propone un volumetto agile ma illuminante che si confronta con uno dei temi più dibattuti e complessi del nostro tempo: la disuguaglianza, appunto. L’autore, giovane studioso e apprezzato pubblicista, si inserisce nel dibattito contemporaneo sulla questione, proponendo un’analisi che riesce a essere al tempo stesso profonda e appassionata, muovendosi tra storia, economia, sociologia e filosofia.

Tozzo parte dalla constatazione che la disuguaglianza ha sempre rappresentato un elemento intrinseco delle società umane, una caratteristica che le ha accompagnate attraverso i secoli e le epoche. Eppure, egli sfida questa visione comune ricordando come per il 95% della loro storia gli esseri umani abbiano vissuto in società egualitarie e non stratificate, dove la condivisione e la cooperazione erano la norma. In questo senso, l’uguaglianza non è un’utopia irraggiungibile, ma una condizione che è già esistita e che può essere riconquistata.

L’autore guida il lettore in un viaggio attraverso i secoli, mostrando come il percorso della società non sia una marcia verso la disintegrazione e il caos, bensì un’avanzata lenta verso un futuro più giusto ed egualitario. E proprio qui emerge la forza della citazione di Aldo Palazzeschi, che Tozzo riprende per evidenziare il paradosso dell’uguaglianza: “E quando tutti […] lo avranno raggiunto cotesto abbondante pane quotidiano che a tutti volete dare e al quale tutti avete diritto, vi guarderete attorno vuoti e smarriti”. Insomma, Palazzeschi ci ricorda che la forza del discorso sull’uguaglianza risiede nell’attesa e nel desiderio di raggiungere tale obiettivo, ma allo stesso tempo la sua realizzazione può portare a un senso di vuoto e smarrimento.

Tuttavia, l’autore non cade nella trappola del pessimismo. Anzi, egli vede nell’uguaglianza non un traguardo destinato a generare disillusione, ma un orizzonte verso cui tendere con incessante impegno e speranza. L’uguaglianza, per l’autore, non è una meta che una volta raggiunta diventa sterile, ma è un processo dinamico e una lotta continua per la giustizia e la dignità umana.

L’approccio di Tozzo è al contempo rigoroso e appassionato, ricco di riferimenti storici, letterari e politici, e la sua analisi si colloca a metà strada tra il saggio filosofico e la riflessione militante. “L’ineluttabilità dell’uguaglianza” è un invito a riflettere sulle sfide del presente e sulle potenzialità del futuro, dimostrando che il cammino verso una società più giusta non solo è possibile, ma è già in atto.

La scrittura è chiara e coinvolgente, rendendo accessibili concetti complessi e offrendo al lettore non solo una visione lucida della realtà, ma anche un motivo per continuare a credere nella possibilità di un cambiamento. In definitiva, il libro si presenta come un contributo fondamentale al dibattito sull’uguaglianza, un’opera che ci ricorda che la ricerca di giustizia è un percorso senza fine, ma non per questo meno necessario o desiderabile.

Da De Gasperi a Draghi, lo spirito dell’Europa del futuro.

L’Europa unita sarà quella di Alcide De Gasperi o quella di Angela Merkel? La guerra d’Ucraina rende visibile l’urgenza assoluta di procedere all’Unione Politica, anche prima del completamento dell’Unione Economica, come era stato intuito e caldeggiato dal leader trentino. Il Rapporto Draghi e la sua traduzione in realtà, la competitività europea, la sopravvivenza europea, l’essenza morale della Federazione Europea, da costruire in tempi ravvicinati: sono questi i nodi autenticamente degasperiani da sciogliere ai nostri giorni, settantadue anni dopo il capolavoro politico compiuto dallo statista di Pieve Tesino con la firma del Trattato della CED (Comunità Europea di Difesa) a Parigi nel 1952.

Il Cremlino e l’Europa unita nel 1952-1953 e nel 2024 ci appaiono quasi come corsi e ricorsi della storia a 70 anni di distanza. Proviamo a intelaiare uno scenario. Incidentalmente, notiamo che non esistono grandi europeisti viventi, l’ultimo essendo stato Jacques Delors, con un’unica eccezione: quella di Mario Draghi; il quale però, essendo il solo, non ha con chi costruire un impegno comune. Vediamo lo scenario. Qualcuno, molto preparato, allestisce un progetto credibile di unità politica europea, anche se ristretto a pochi Stati nella fase iniziale (tre). Di fronte a questo progetto compiuto e credibile, nessun paese dell’Unione Europea, forte dell’esperienza (fuorviante) dal 1992 ad oggi, si manifesta come moralmente pronto e ardente dal desiderio per arrivare a una unità politica integrale e irreversibile, a una società civile unitaria, lasciandosi alle spalle una condizione di protezione e di prosperità invidiabile ottenuta dal proprio paese soltanto grazie alla partecipazione all’Europa (pensiamo ai Paesi Bassi o al Lussemburgo o all’Irlanda e al loro vantaggio competitivo ottenuto con il dumping fiscale per le grandi aziende o al peso della attività come piazze finanziarie a scapito di altri partner europei). In gran numero vogliono e cercano il perpetuarsi dell’attuale strana e difettosa collaborazione confederale soprattutto “di mercato” da cui trarre il massimo delle rendite di posizione o dei vantaggi nazionali, senza alcuna ipoteca morale che è invece necessaria alla scelta di futuro, mentre nessuna miglioria viene consuntivata dalla società continentale nel suo complesso e in quanto tale: che dunque rimane in preda alle sue contraddizioni e convulsioni. 

Il parlamento in Europa in pratica è una parola vuota, non conta, non serve a molto e soprattutto non decide su niente di essenziale; nel suo ambito non si immagina nulla e non si inventa nulla; si eseguono compiti escogitati da altri. Serve soltanto a dire ai cittadini europei: ecco, vi ho fatto votare; che volete di più? Di qui si capisce che il voto non è l’istanza primaria della democrazia.

Questa singolare democrazia europea (dove si vota, sì, ma non si sa per fare cosa) richiede che ci si interroghi, e al più presto si diano risposte valide ed esaurienti, sui concetti di popolo europeo, di democrazia, di giustizia e quindi di giustizia sociale, di libertà, di uguaglianza, di fratellanza, di sviluppo; tutti concetti, questi, da rapportare ai grandi numeri, alle diversità e agli scarti esistenti nel continente europeo. I paesi ad alto volume demografico (come ad esempio la Germania) cercano da sempre (e trovano, anche brutalmente) compensazioni, lamentando di essere i maggiori contributori al bilancio europeo, e rendono la democrazia stessa, quale praticata molto alla buona a livello di Unione Europea, ancora più sbilenca; dove soprattutto non si cercano obiettivi di fondo circa il perfezionamento, il miglioramento delle condizioni in cui versa l’intera comunità dei cittadini europei, immigrati compresi, a cominciare dalla pace e dalla più idonea condizione militare e di sicurezza essenziale per garantirla (intelligence, tecnologie militari, anche spaziali, e così via). Pace per sé e insieme, indissolubilmente, pace per i propri vicini. Insomma, non si fa ricerca del bene comune: che è l’essenza della democrazia. Pensare alla comunità economica come mantra nell’Unione Europea ha voluto dire la crescita senza limiti di una sorda alta competizione appunto economica dei partner uno contro l’altro, invece di sviluppare una forte competitività verso l’esterno. Non è dato sapere se Jean Monnet, il profeta dell’Unione Economica, avesse previsto o meno la esasperata concorrenza interna, spesso impropria ed eccessiva, tra i partner europei. I risultati della quale oggi si vedono.

I paesi UE sono stati fin qui coinvolti in un disegno che è totalmente privo, per dirla con De Gasperi, della necessaria “base morale”. Un disegno che non è di futuro. E che dunque non è veridicamente politica e non è speranza democratica. La base morale della Federazione Europea quale approfondita dal leader trentino, lungi dall’essere primariamente un’istanza di natura cattolica o comunque un dato opzionale, è una cosa terribilmente seria ed è una componente fondamentale, irrinunciabile. Questo aspetto a suo tempo viene colto da Robert Schuman e Paul-Henri Spaak ascoltando De Gasperi nel 1948; e da essi pienamente condiviso. 

Ora, negli anni Venti del XXI secolo, tre quarti di secolo dopo, questo dato di mancanza assoluta di base morale della Federazione Europea è diventato esiziale.

 

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Centro, una svolta dopo la Liguria.

Credo siano in molti a sperare che quanto successo in occasione della formazione delle alleanze per le regionali della Liguria circa il posizionamento di uno dei partiti di centro, sia l’ultimo episodio di un modo di intendere il centro che lo ha reso progressivamente ininfluente, rischiando di comprometterne la credibilità, sia rispetto all’eredità del suo passato che rispetto al suo ruolo per il futuro.

Non basta però sperare. Occorre anche domandarsi che cosa si può fare per rendere nuovamente feconda e adeguata alle sfide del presente una politica di centro, nella pluralità delle scelte politiche. Tenendo conto del fatto che il sistema politico nel suo insieme sembra adagiarsi sulla semplificazione e sul restringimento della partecipazione alla vita politica.

Non solo in Italia, ma anche nelle altre democrazie occidentali, sta emergendo il fatto che il solo funzionamento formale delle procedure democratiche di legittimazione del potere, elemento di fondamentale e imprescindibile importanza, risulta necessario ma da solo non sufficiente al mantenimento della stabilità, se non è accompagnato da processi sostanziali di promozione della persona umana, a prescindere dalla sua classe sociale di appartenenza, e da processi di sviluppo, di allargamento della classe media, di riduzione delle disuguaglianze sociali e di risoluzione delle controversie internazionali per via diplomatica. Che sono i compiti che la Costituzione assegna alla nostra Repubblica.

In questa prospettiva credo che una politica di centro per il presente debba confrontarsi con almeno tre ordini di problemi, sui quali impegnarsi tra le difficoltà e le resistenze che presentano le forze politiche attuali.

Il primo problema è come cercare di sopperire allo squilibrio causato da decenni di esaltazione dell’ “uomo solo al comando”, di personalizzazione della politica e di artificiale semplificazione della politica attraverso le leggi elettorali. La partecipazione è la vera vittima di una retorica bipolarista che negli strati più popolari ha finito con l’essere percepita come un eterno ritorno fra uguali nella distanza dalla società e nella vicinanza agli stessi e medesimi salotti.

Il secondo problema, allora, è come ricomporre un equilibrio, innanzitutto riannodando i fili della rappresentanza attraverso una idea di politica che evidenzi l’interdipendenza fra i gruppi sociali, fra i territori fra tutti i livelli istituzionali, da quello locale a quello planetario.

Il terzo  ordine di problemi cui cui, a mio avviso, deve misurarsi oggigiorno una politica di centro credibile e culturalmente ben organizzata è quello che attiene al futuro. Solo un centro capace di trasmettere un messaggio che evochi delle mete da raggiungere,  capace di rassicurare e fare luce fra le ansie e i timori che serpeggiano nelle famiglie come nelle imprese, come fra i giovani sull’avvenire, potrà mettersi in sintonia con quei ceti medi e popolari che in buona misura si sono rifugiati nell’astensionismo o che sono stati ingannati dalle sirene degli opposti populismi.

Gli spazi per declinare una tale politica di centro nei partiti esistenti ci sono, insieme a ostacoli di vario tipo. Sta a chi crede di poter dare voce ancora al centro, praticarli, incalzando il partito in cui si trova ad aprirsi al futuro anziché dargli l’impressione di dover imbarcare una non si sa quanto utile zavorra. Mettendo così fine a una stagione non esaltante, fatta di frammentazione, liti, personalismo esasperato, giravolte sul filo del grottesco, della quale c’è da augurarsi che la presentazione delle liste per le elezioni in Liguria abbia costituito l’episodio finale.