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In un covo di covid

Siamo come avviluppati in una storia senza fine, di cui conserviamo la pallida memoria dell’inizio mentre non disponiamo di alcuna certezza circa la parola fine: eppure da quando il mondo è stato inondato dalla pandemia abbiamo letto e ascoltato altalenanti analisi e incerte profezie.

Sembra che la voglia di esprimersi, a torto o a ragione, che fa parte della natura umana ma in questa vicenda ha assunto toni parossistici, abbia superato di gran lunga la ragionevolezza della riflessione e il senso della misura nel rispetto delle regole. Molto tempo è trascorso addebitando colpe e scrivendo monografie infinite sul controllo di tutte le potenziali azioni umane: abbiamo vissuto la stagione delle chiusure, poi quella delle aperture, esprimendo l’incertezza antropologica di una umanità disorientata e impreparata. Perdendo il senso del normale, del logico, del lecito e del peggio.

Ne abbiamo sentito di tutti i colori e non solo dal metaforico “uomo della strada”, epifenomeno di una specie umana oscillante tra negazionismo e ‘cupio dissolvi’: dal “poco più di una influenza”, al bere candeggina come antidoto, all’immunità di gregge, all’invito ai vicini di casa (che poi è la rappresentazione simbolica del tutti contro tutti) a compiere gesti di delazione nel nuovo gioco di quartiere, la caccia all’untore. Eppure conciliare lavoro (quando c’è) e figli a casa, ci ha messi a dura prova, fino al tollerabile.

Alla fine siamo diventati più cattivi e diffidenti, dopo aver pagato lo scotto della fiducia e del ‘ce la faremo’.

Qualcuno dice che siamo stati bravi come popolo e ben guidati: rabbrividisco al pensiero di certi dissennati comportamenti sociali, delle movide libere, dei forzati dello spritz delle notti folli, delle spiagge affollate, dei bonus vacanze e della diffusione dei monopattini come antidoto agli assembramenti ma ho ben presenti le “grida” governative di DPCM reiterati e sovrapposti fino alla contraddizione in termini, vere monografie autoreferenziali sulla preponderanza asfissiante della burocrazia più miniaturizzata e inapplicabile.

Spostandoci in auto a volte per ragioni di umanissima necessità abbiamo temuto tutti il controllo della pattuglia stradale e delle multe elevate per comportamenti che di fronte al più truce militare nessuno avrebbe saputo spiegare, neppure con ragioni invece limpidamente evidenti in tempo di pace sociale.

Qualcuno ha misurato la portata emotiva e psicologica del Covid 19: si parla di un 63% di persone affette da disturbi mentali, che si aggiungono ai contagiati, agli asintomatici, ai morti e ai feriti lasciati sul campo.

Abbiamo tenuto le scuole chiuse da febbraio a fine giugno e in quel periodo tutti, a cominciare dal Ministro P.I elogiavano la didattica a distanza: ora che le scuole sono state riaperte lo stesso Ministro aborrisce la DAD e la rinnega. Forse avendo scoperto che il 30% delle famiglie del Sud non hanno un PC in casa, molti hanno recuperato le ragioni pedagogiche delle lezioni in presenza. Ma in quei mesi di chiusura qualcuno ha pensato ad ordinare i banchi, a mettere a posto i locali fatiscenti , gli edifici non a norma, a ordinare presìdi sanitari a marchio UE, a regolamentare l’assunzione di personale docente, a prevedere tempi e modi della riapertura?  Pudicamente nessuno ha citato il ritorno dell’educazione civica eppure un minimo di pedagogia sociale e di invito al civismo – anche applicato a e stesso- avrebbero giovato alla scuola e al Paese.

Disponiamo della migliore sanità, dei medici e degli infermieri più preparati, professionisti che si sono immolati sull’altare dell’insipienza altrui, di immunologi e virologi di fama mondiale ma le pastoie burocratiche dei tavoli di concertazione e le primazie della politica hanno finito per creare confusione curando i corollari e perdendo di vista i fondamentali. Ora, solo ora, qualcuno si è accorto che molti alunni delle scuole secondarie utilizzano un mezzo pubblico di trasporto per recarsi a scuola: possibile che nessuno, tra Ministri plenipotenziari e burocrati figli dello spoil system ci abbia pensato prima? Ognuno ha pontificato sul da farsi, senza alcuna umiltà e spirito di collaborazione: se c’era una cosa da dimostrare in politica era che quando un Paese è in crisi epidemica ed economica con risvolti drammatici, ci si compatta in nome del bene comune. Il Presidente Mattarella ce lo ricorda ogni giorno.

Quanto al popolo occorre essere onesti, oltre le più retoriche dietrologie: in moltissimi hanno rispettato le regole mentre nello stesso tempo altrettanti le eludevano. Ma il buonismo acchiappavoti ha fatto fare più retromarce che progressi, più digressioni che coraggiose decisioni, eppure gli scienziati non hanno taciuto ma hanno finito per essere soverchiati dal populismo tout-court: al primo accenno di un miglioramento generale dopo una cura da cavallo che ci ha inebetiti e portati tutti a genufletterci al confessionale laico del giudizio civico con penitenze da espiare, siamo passati dalla caienna infame al paese dei balocchi: spiagge aperte, discoteche non stop, movide senza controllo, bonus monopattini e bonus vacanze.

Va sottolineato al riguardo che il populismo di governo è assai più pericoloso di quello di opposizione.

Ci sono cicli epidemiologici planetari che riguardano tutti e questa può essere una attenuante prevalente.

Chi evidenziava una contraddizione nel passare dal ‘tutti a casa’ al ‘liberi tutti’ è stato zittito come bieco menagramo e torbida figura di liberticida. Perciò – dall’assioma che la politica la esprime la gente e ben la rappresenta, si può dire che ci sono stati comportamenti collettivi dissennati e colpevoli. Ma in un Paese che nonostante le evidenze drammatiche di un ritorno mondiale del virus omicida in una delle sue mutevoli cangianze pensa a chi condurrà il prossimo Festival di Sanremo, che organizza grigliate e bisbocce a volto scoperto, che ha dimenticato il significato di parole come prudenza, rinuncia e rispetto degli altri, la ruota della Storia gira più veloce e ci riconduce ad una sorta di ricerca del tempo perduto. Purtroppo l’incompetenza di certa politica e la tracotanza dei suoi rappresentanti che assumono le sembianze di “riformatori del mondo” , come direbbe Thomas Bernhard, non ci illumina di speranza.

Trasformare il sistema Italia

Il nostro Paese è arrivato ad un “punto di non ritorno”: va, dunque, presa con fermezza la strada della trasformazione del “sistema Italia”. Ed è qui che il Governo attuale non sembra all’altezza. Non tiene nel dovuto conto che per distribuire ricchezza è necessario produrla; un procedimento non certo sostituibile con l’indebitamento internazionale, né con i sussidi a fondo perduto, che possono essere una terribile droga. Ha ragione chi sostiene che se una persona ha fame, bisogna darle da mangiare. Ma è anche vero che costui è destinato comunque a morire di fame, se l’aiuto non è appropriato ad una logica produttiva di reddito a medio-lungo termine.

La politica di trasformazione deve tenere conto, in particolare, che il benessere nell’attuale società non è dato solo dalla elevata e crescente quantità di beni, ma anche dalla quantità e qualità dei beni consumati.
Da questo punto fermo discende l’opportunità di una coerente politica di redistribuzione del reddito, che abbia ben presente che l’offerta tradizionale del” welfare state” è ormai non solo obsoleta, ma anche economicamente non più sostenibile dalle economie nazionali.

Bisogna partire, in altri termini, da innovative politiche del lavoro, perchè il digitale ha cambiato il lavoro nell’impresa, secondo modalità molto innovative rispetto alla tradizionale impresa fordista.
Questi mutamenti, tra le altre cose, fanno crescere la domanda di una più evoluta professionalità nei lavoratori. Infatti, ai robot vengono delegati i lavori ripetitivi ed a basso costo, che nel modello fordista venivano invece svolti dagli operai. La risposta va, appunto, cercata in nuovi investimenti immateriali per un welfare che venga dalla società e non discenda dallo Stato. E’ bene che lo Stato venga affiancato e progressivamente sostituito da nuove forze sociali, perché la burocrazia statale non è certo di aiuto nel nuovo scenario digitale.

Dunque, chi può essere un soggetto idoneo a promuovere nuove forme di questa “welfare society”?
Questo ruolo potrebbe essere ricoperto con maggiore successo da forze sociali come i sindacati dei lavoratori e della cooperazione, mediante la costituzione e la gestione di un fondo, alimentato da contributi deducibili ed agevolati, che investa prioritariamente nelle imprese sociali, perché operino con investimenti a medio-lungo termine nel mondo della produzione, per una nuova qualità digitale del lavoro.

A proposito di responsabilità sociale dell’impresa, sicuramente il risultato attuale dell’evoluzione della “corporation” (che sembra essere oggi la forma d’impresa più diffusa) è molto distante da un modello d’impresa che persegua una significativa responsabilità sociale. Nel tempo si è persa del tutto la dimensione civica dell’attività economica, e qualsiasi riferimento alla Comunità. Alla dimensione sociale si è sostituita la massimizzazione dell’utilità individuale, ovvero il profitto degli azionisti. Si punta a una efficienza di tipo egoistico, mentre il reddito andrebbe distribuito in funzione di una massimizzazione del principio di equità.

Per ridare slancio alle forze sociali serve una rotta, chiara e trasparente, sapendo dove andare, tenendo conto che il sistema produttivo italiano è inserito ed integrato nella produzione globale. Va sottolineato che ,alla base della crescita economica, c’è l’innovazione tecnologica, che è diventata il vero motore della società: su questo terreno il sistema produttivo italiano è in grave ritardo.

A tal fine, a nostro modesto avviso , le ricette congiunturali servono ben poco. Su questi temi, a dire il vero, la difficoltà non è tanto nel trovare buone soluzioni di gestione della ricerca e/o delle opere pubbliche , ma nel “non fare” della politica attuale, in preda alla paralisi, incapace di darsi un’agenda economica che possa ripristinare seriamente un processo di crescita, ad iniziare dall’innovazione tecnologica. Va detto, con franchezza, il voler dare un sussidio a tutti può servire a rastrellare voti in funzione elettorale, ma certo non consente di gestire la transizione dall’economia industrializzata a quella dell’innovazione, costruendo anche, a medio termine, protezione sociale.

A nostro avviso, nel “che fare” di oggi è indispensabile una inversione di rotta rispetto al passato, ripartendo innanzi tutto da una diversa gestione delle attuali spese di ricerca e di sviluppo. Sappiamo che lo Stato eroga oggi, annualmente, somme destinate alle attività di ricerca sia nelle Università che negli istituti di ricerca pubblici. E’ un’attività svolta tra professori e ricercatori, spesso anche valida, ma sostanzialmente libera da vincoli tematici, e non sempre al servizio delle forti ragioni del bene comune. Data anche la scarsità delle risorse finanziarie disponibili, ci sembra auspicabile un radicale cambiamento nella direzione di una programmazione della ricerca finalizzata decisamente ad una attività di interesse pubblico.

In merito a questo tema ,non tutti sembrano consapevoli di come la vera fonte del benessere di una società sia imprescindibile dalla conoscenza e dall’attività tecnologica. Solo operando in tal senso avremo una società più aperta alle idee e alle persone, e la sicurezza di un benessere diffuso e duraturo a medio e lungo termine.
Va ricordato che il riformismo dei governi di centro sinistra, negli anni sessanta, si era prefissato l’attuazione di un radicale cambiamento amministrativo a supporto delle nuove metodologie di programmazione e di controllo della spesa pubblica.
Si evidenzia la comune consapevolezza che, senza una profonda trasformazione della pubblica amministrazione, non sarebbe realizzabile una efficace gestione della spesa pubblica.

Senza questi presupposti, gli investimenti sono destinati a fallire. Questo accadde e in passato contribuì ad esaurire la spinta riformatrice degli anni sessanta nella Pubblica Amministrazione, e portò alla conclusione della esperienza di programmazione economica degli anni sessanta/settanta.

E’ indubbio che la P.A. sta oggi vivendo un periodo di grande difficoltà anche per gli effetti delle dinamiche dei nuovi sviluppi economici. Per i paesi europei, il quadro politico è radicalmente cambiato: chi detiene il potere non è più in Europa, ma negli USA, in Cina, altrove. E’ emersa una nuova classe globale, cosmopolita, transnazionale, ricca, molto potente. Un piccolo gruppo di capitalisti esprime la nuova forza della produzione mondiale, cavalcando l’onda della tecnologia digitale del “5G”, delle tecnologie verdi ecc.
Il nodo del problema, a mio parere, non è, come si pensa comunemente, un eccesso di burocrazia: al contrario, abbiamo una notevole carenza di burocrati all’altezza dei nuovi compiti che si affacciano su uno scenario sempre più esteso, ben oltre i modesti confini nazionali. Lo si è potuto constatare anche recentemente nella gestione degli aiuti ai vari ceti produttivi e sociali messi in ginocchio dalla pandemia: parlare di “inefficienza” sembra un eufemismo. Il quadro è aggravato dalla debolezza del sistema dei partiti che dovrebbero dare l’indirizzo politico alla amministrazione pubblica. Non c’è una leadership politica che sappia tenere insieme i molteplici interessi economici sociali, con il risultato di indebolire ulteriormente lo Stato: l’Amministrazione Pubblica sembra affondare nelle sabbie mobili dei vari decreti, norme, regolamenti sfornati a pioggia dagli uffici legislativi dei vari Ministeri.

E’ questo un tema di attualita’ ,oggi, che il Parlamento esamina il programma nazionale di ripresa, che dovrebbe essere alla base dei finanziamenti del “recovery fund”. Le relative politiche governative paiono indirizzate a sostenere l’economia in una congiuntura ancora debole, che mette in discussione la capacità del sistema produttivo di crescere a ritmi sostenuti. La crescita non è un risultato scontato , soprattutto in un contesto difficile come l’attuale.

I “cluster di intervento”, previsti nelle linee guida del programma, riguardano sette aree: dall’innovazione tecnologica alla rivoluzione verde , dalla competitività del sistema produttivo alla equità sociale e territoriale, dalla salute all’istruzione.
E’ un programma correttamente centrato sui temi oggi strategici per la crescita . Tuttavia , non è di facile lettura, almeno per ora, la concretezza attuativa delle proposte. Si può ritenere , dunque, fondato il timore di un’ennesima prova di inefficienza del sistema.

Inoltre, va tenuto nel debito conto che i finanziamenti UE dovranno essere restituiti . anche se con scadenze molto lunghe. E qui ritorna quanto scritto più volte in questo Magazine ;cioè, bisogna investire nella capacità di produrre valore aggiunto a medio-lungo termine , in un quadro di forte competizione internazionale.

Il lockdown natalizio è un incubo da 4,1 mld

Il lockdown a Natale è incubo da 4,1 miliardi per il turismo solo per le mancate spese degli oltre 10 milioni di italiani che lo scorso anno sono andati in vacanza nel periodo delle feste. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè in riferimento all’allarme lanciato dal virologo dell’Università di Padova Andrea Crisanti sullo sviluppo della pandemia in Italia nei prossimi mesi.

Un duro colpo per il sistema economico già duramente provato da una estate che – sottolinea la Coldiretti – ha lasciato un buco da 23 miliardi nei conti turistici nazionali per il calo delle presenze italiane e l’assenza praticamente totale degli stranieri. A pagare il prezzo più salato sono le strutture impegnate nell’alloggio, nell’alimentazione, nei trasporti, divertimenti, shopping e souvenir secondo l’analisi della Coldiretti.

Si stima peraltro – precisa la Coldiretti – che 1/3 della spesa turistica di italiani e stranieri in Italia sia destinata all’alimentazione. In gioco c’è un sistema turistico Made in Italy che si compone di 612mila imprese e rappresenta – conclude la Coldiretti – il 10,1% del sistema produttivo nazionale, superando il settore manifatturiero, con 2,7 milioni di lavoratori, il 12,6% dell’occupazione nazionale secondo Unioncamere.

 

Bologna, il Festival della Cultura tecnica 2020 è dedicato a sviluppo sostenibile e resilienza

Giunto alla settima edizione nella città metropolitana di Bologna e alla terza a livello regionale, il Festival della Cultura tecnica propone a studenti e studentesse, famiglie, cittadini e cittadine, imprese e rappresentanti istituzionali due mesi di iniziative, fino a sabato 19 dicembre, da seguire in presenza e da remoto, per promuovere e diffondere valori e opportunità legati alla cultura tecnico-scientifica.

L’edizione 2020 si presenta con un calendario di iniziative focalizzate sulla resilienza, intesa come filosofia capace di agire positivamente sullo sviluppo sostenibile, e allo stesso tempo fattore chiave per il superamento della crisi provocata dal covid-19. Lo sviluppo sostenibile rimarrà nucleo tematico anche delle prossime edizioni del Festival, in forte connessione con l’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo sostenibile e i suoi 17 obiettivi, oltre che con l’Agenda metropolitana per lo Sviluppo sostenibile in capo alla Città metropolitana di Bologna.
Contemporaneamente, il Festival continua a porre l’accento sul contrasto ai gap di genere, attraverso iniziative ed eventi contro gli stereotipi e gli altri fattori sociali e culturali che ostacolano le ragazze nella scelta di percorsi scolastici, formativi e professionali dell’area STEAM (Science, Technology, Engineering, Arts and Mathematics).

Il Festival della Cultura tecnica, promosso dalla Città metropolitana di Bologna e parte integrante del Piano Strategico Metropolitano di Bologna, è realizzato in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, che co-finanzia il progetto tramite il Fondo Sociale Europeo P.O. 2014-2020, con il Comune di Bologna e con altri numerosi partner pubblici e privati.

Tutte le novità e gli aggiornamenti sul Festival e sul programma delle iniziative sono disponibili su festivalculturatecnica.it e su er.festivalculturatecnica.it oltre che sui canali social della manifestazione.

Una doppia cura contro i tumori

La combinazione di due molecole immuno-oncologiche, nivolumab e ipilimumab, riduce il rischio di progressione della malattia del 20%, di morte del 13% e incrementa le risposte del 60% rispetto alla monoterapia. Lo dimostra una metanalisi, coordinata dall’Università La Sapienza di Roma, che ha considerato 8 studi, condotti fra il 2010 e il 2020, su 2.440 pazienti con diversi tipi di tumore.

Per la prima volta in 30 anni, questo approccio ha evidenziato un miglioramento significativo della sopravvivenza globale in una neoplasia molto difficile da trattare come il mesotelioma. Nel melanoma metastatico, che ha fatto da apripista a questo approccio di cura, a 5 anni il 52% dei pazienti trattati con la combinazione è vivo. Un risultato eccezionale, se si considera che, prima dell’introduzione dell’immuno-oncologia, questa percentuale non superava il 5%.

E la combinazione sta aprendo nuove strade anche nel trattamento del tumore del polmone, in associazione con basse dosi di chemioterapia, con il 63% dei pazienti vivi a un anno.

Nel carcinoma renale, la combinazione di nivolumab con la terapia mirata porta a una riduzione del rischio di morte del 40%, rispetto alla terapia standard.

Nel tumore gastrico avanzato e dell’esofago, la combinazione di nivolumab con la chemioterapia ha migliorato sia la sopravvivenza globale che la sopravvivenza libera da progressione. È la prima volta in 10 anni che, in questa neoplasia, si osservano benefici così importanti.

Meroni, un “mito” che ci accompagna.

Sono passati 53 anni ma la notizia e sempre li, fresca e drammatica, incredibile e indimenticabile. Gigi Meroni non c’è più da quel crudele 15 ottobre 1967, travolto da un’automobile dopo aver, per l’ennesima volta, galvanizzato i tifosi e contribuito a battere la Sampdoria al Vecchio Comunale.

Gigi Meroni è una pietra miliare nella centenaria storia granata. Un punto di riferimento che racchiude estro e tragedia, gioia e dolore, fantasia e destino. Insomma, attorno a Gigi Meroni si riassume la vicenda granata in tutta la sua interezza.

E non si può dimenticare perché questo ragazzo, scomparso ad appena 24 anni dopo essersi imposto – con semplicità e rara correttezza – come leader in campo e fuori del campo, era già un “mito”. Certo, la tragedia di quel terribile 15/10/1967 ha trasformato la “farfalla granata” in un mito incancellabile e irripetibile.

Perché Meroni, forse anzi quasi inconsapevolmente, era destinato a diventare un leader. Un leader che ha anticipato i tempi. Nel campo attraverso il suo estro e la sua fantasia ineguagliabili e, soprattutto, fuori dal campo. Anticipatore nel costume, nella sua vita privata cosi’ travagliata e rocambolesca, nel rapporto con la tifoseria e l’opinione pubblica sportiva e non solo, nello stile di vita semplice e anticonformista. Insomma, Gigi era destinato a segnare in profondità la storia granata e quella del calcio italiano. Una sorta di George Best del calcio italiano per il suo gioco e il suo talento e, al contempo, un calciatore che anticipava i fermenti del ’68 e gli anni della contestazione e del grande cambiamento della società italiana.

E la stessa vasta pubblicistica che ha accompagnato in questi lunghi 48 anni anni la vita di Gigi Meroni è la conferma che la sua esperienza è più viva che mai non solo nella vicenda granata ma anche in quella del calcio italiano e nella stessa storia del nostro paese.

Per questo Gigi continua a vivere nei nostro cuori. Ed è per questo che, per chi abita a Torino, quel corso Re Umberto all’altezza dell’ormai triste luogo del Bar Zambon, continua ad essere meta di un pellegrinaggio silenzioso e composto. Un luogo che ha strappato alla vita la farfalla granata ma anche un luogo destinato a ricordare, per sempre, un talento del calcio e della vita di tutti di giorni.

Ricomposizione dell’area cattolica. Un ritorno di fiamma.

1) Un nuovo partito cattolico 

I miei auguri non sono formali . Ma…!  Con questa  avversativa, appunto. Che non esprime contrarietà di principio sulle finalità dell’idea. Bensì moltissime riserve sulle possibili  semplificazioni  del lavoro che si intende fare,  e sul come si è  iniziato a farlo.
Il mio dubbio è molto semplice . Riguarda la  metodologia che si sta seguendo il progetto gia varato , di una nuova “Ricomposizione dell’area  cattolica in Italia” sotto forma di partito,  nell’anno del Signore “Covid 2020”. Da far proseguire, ovviamente, nell’ incerto e nebuloso  tempo “post-Covid” individuato da Bergoglio “…non come epoca di cambiamenti, quanto di cambiamento d’epoca”. Un’epoca che, come suggerisce “Fratelli Tutti”,  richiede anche per la politica, fraternità, coraggiose sintesi , unità di intenti e possibilmente di percorsi programmatici.

Si ricorderà  che questo tema è stato un cruccio di padre Sorge di circa 40 anni fa. Approfondito prima su  un libro, e subito dopo con un dibattito a più voci. Ai nostri giorni,  come ricorda Lucio d’Ubaldo  su “il Domani“,  padre Sorge e’ molto scettico e non crede più a una nuova

Ricomposizione.

È questione del passato da abbandonare, dice.  Ripetendo, assieme a papa Francesco, che per lui i cattolici devono aiutare la ” buona politica…formando uomini di buona volontà”.

Giàformando! 

2)Padre Sorge 

Paradossalmente, quando nel lontano 1979 padre Sorge si poneva questo problema, la DC con cui si identificava il  cattolicesimo politico e culturale italiano di quei tempi, risultava  il primo partito del Paese. Aveva appena vinto  le elezioni con il 38% di voti e con una affluenza al voto da primato quasi storico : il 91% !  Eppure nonostante i risultati e la quantità di votanti, una volta abbandonati  i “Comitati Civici” geddiani, e benché in quegli anni continuavano ad essere presenti nell’agone elettorale della Dc,  parrocchie e diocesi, assieme a  tutto lo storico associazionismo cattolico, culturale e sindacale,  in quegli anni robusto e frequentato, c’era qualcosa che non convinceva  padre Sorge. Ancorato fortemente al Concilio, aveva alle spalle oltre al fatidico ’68 , il famoso Convegno ecclesiale di Roma “Evangelizzazione e promozione umana “, l’ Ac.  di Vittorio Bachelet con la sua “Scelta religiosa”,  Comunione e Liberazione  che  batteva i piedi e scalpitava col suo tradizionalismo. Nasceva dopo il Referendum sul Divorzio la Lega Democratica, espressione avanzata del cattolicesimo democratico , e si annunciava quella temuta secolarizzazione , se non proprio  la temuta ” Eclissi del sacro ” che  preoccupava tutto il mondo cattolico, laico e religioso.

3) La nuova ricomposizione  e la lezione di Sturzo                             

Se ne parlava da parecchio.  Anche prima della  tragica pandemia . E sono scesi in campo  un nutrito gruppo di studiosi, uomini politici, sindacalisti, e personalità dell’intellettualità cattolica, assieme a giovani preparati sparsi in diverse città  italiane , sul cui profilo etico e culturale ci sarebbe poco da dire.

Il progetto è  quello di una Nuova ricomposizione  di un’area politica cattolica,  da convogliare e rappresentare attraverso un nuovo partito politico. Si è  iniziato con qualche sondaggio.  sentendo anche il parere di alti vertici ecclesiali. E si è individuato  il nome: “Insieme“. Ma qualè il punto. Come sanno meglio di me gli enologi, prima di fare un buon vino è  sempre raccomandabile accertarsi di avere un  terreno adatto e fertile, caso mai preparandolo prima per un poco di tempo. E  piantando  solo  dopo il vitigno di qualità che si intende  piantare.  Guardare, osservare e seguire  costantemente la lenta maturazione dell’uva. Pigiarla come si deve. Conservare per bene  il mosto.

E infine assaggiare il vino prima di lanciarlo sul mercato o di berlo. Raccomandazione  e metafora questa, da non confondere con i sondaggi a campione. Perché  fa evitare  un fatale errore  di metodo e rimuove un  fondamentale  suggerimento del sociologo Luigi Sturzo, e non solo suo . Sturzo col suo storicismo metodologico, raccomandava di osservare bene la “…società in concreto ” prima di “…agire politicamente”  come avrebbe detto molti anni dopo Lazzati.

Il quale ha sempre pensato anche alla educazione e alla formazione permanente all’impegno sociale e politico dei laici cristiani. La tesi di Sturzo era semplice. Sosteneva che prima di avviare un discorso politico o sociale, o di intraprendere una qualunque azione che interessa  il bene comune, era necessario e indispensabile  studiare bene e osservare  la società reale storicamente definita e determinata. Questa scelta metodologica che non concedeva niente sia alla improvvisazione, quanto alla  prigione del determinismo , era la lezione della sociologia politica che si stava proponendo anche fra i sociologi  cattolici  del primo Novecento, portati a superare  quel  positivismo ingenuo ottocentesco che stabiliva leggi indiscutibili, e che non teneva conto della libertà della persona umana collocata  nello spazio e nel tempo dei suoi mondi vitali plurali.

Prima di ogni cosa, dunque,  studiare ed osservare bene la società. Ai nostri giorni non  più  composta da una massa di contadini  e non  più gestita dai grandi latifondisti e  padroni aristocratici della terra come ai tempi di Sturzo. Ma da lavoratori liberati  da tempo dalle strettoie di essere definiti  classe operaia o proletariato. Le cui catene di montaggio sono state sostituite dai computer e dall’intelligenza artificiale che lasciano sul tappeto nuova disoccupazione e nuove povertà.  Una società  che ha  fatto volatilizzare la borghesia – come ci hanno ricordato De Rita , Bonomi e Cacciari –  tolto di mezzo i  c.d. moderati  del vecchio centrismo storico, e oggi  governata da quell’1%  di ultraricchi. Da quelle forze economiche e finanziarie sovranazionali e da quel capitalismo globale , insomma, che guardano solo allo  sviluppo e alla crescita ad ogni costo disinteressati  delle  tragiche conseguenze climatiche frutto  di un’etica  ultraprotestante chiusa sull’individuo  e sul mercato.

4) Le mie due convinzioni .
È  allora piu che giusto che, pur  nel gioco delle probabilità e degli errori, io espliciti due miei convincimenti.

Il  primo è che se non si hanno i piedi ben piantati  sulla  terra della  società e sul futuro che ci attende,  ogni pur legittimo desiderio di partito cattolico, riemerso,  da  quanto si evince, solo  perché si è  in presenza e  si scommette su una mera e momentanea legge elettorale proporzionale, è campato per aria e si risolve con qualche dispiacere.
Il secondo riguarda l’errore grossolano  che  si fa, quando si pensa  agli astensionisti,  in progressiva crescita, valutandoli come un potenziale voto cattolico  che rimarrebbe in pantofole a casa , anche in assenza di Covid, e  non si esprimerebbe  per l’assenza  di una specifica offerta politica .

5) Le  tre domande .                 

A) È mai possibile che una legge elettorale – da sola –   possa  miracolosamente far nascere un nuovo partito politico, e  favorire una tale nuova“..ricomposizione”?   

B) E non è per caso fuori  da ogni ragionevole buon senso supporre che le alte quote di astensionismo,  che si registrano ormai da anni, appartengano solo  al voto di un centro cattolico,  da qualcuno definito  moderato, da costruire ?

C) Infine , partito centrale e centralizzato  nelle mani di un  leader, partecipato con qualche inedita piattaforma Rousseau2 ?Oppure un partito presente su tutti i territori italiani  con sezioni e circoli, quotidiano, rivista, sedi, e quant’altro utile. E, oltre ai social- mi allargo – radio, televisioni locali,  case editrici, ecc. ?          Per  quel 20% previsto da Zamagni, faccio i miei auguri.

Il nuovo umanesimo di cui abbiamo bisogno ha una matrice esistenziale da comprendere. Ovunque.

Diverse risposte del Dott. Antonio Migliardi, Direttore dello Sviluppo organizzativo di Invitalia, nell’intervista pubblicata dall’Osservatore Romano di Roberto Cetera, sono assai datate. Anche il (ri)tirare fuori adesso la suggestione di questo ‘nuovo umanesimo’ è cosa già utilizzata e spremuta senza troppo impegno reale, e senza una traduzione per i tempi nostri, sia in politica sia in letteratura manageriale già circa quindici/venti anni fa. Allora si parlò pure di ‘nuovo rinascimento’. Tutte mode mediatiche a cui si piegarono un po’ tutti, e poi trascurate.

Anche il coniugare profitto ed etica è roba da Dottrina Sociale della Chiesa, e relativa convegnistica, degli Anni ’80 del Secolo scorso (cfr. Convegno Nazionale “Uomini, nuove tecnologie, solidarietà: il servizio della Chiesa Italiana”, Roma 17-21 Novembre 1987).

Allora si era agli albori di certe contese, e quindi si andava un tanto al chilo: più Stato o più mercato? Più società o più Stato?

Nella conversazione del pur preparato super manager di Invitalia, dire che le cose nuove si fanno perché si è intelligenti e non ‘buoni’ vuol presentare il lato razionale del ‘direttore illuminato’ che si usava negli Anni ’90, quando si accettava una certa cotaminazione dei ruoli di top management con elementi spurî presi da altre discipline, ma subito si correva a ribadire che ciò confermava la propria iscrizione alla casta dei pragmatici seriosi. Assumere poi laureati in filosofia e sbandierarlo come a sembrare degli originali è comica, perché affermazioni ed azioni simili sono state dette, ridette, fatte e rifatte da managers in cerca di anticonformismo pop già da vent’anni a questa parte. Sono peraltro d’accordo che un ‘generalista’ spesso funziona meglio di uno specialista, ma che uno che ricopre una job position come Migliardi si compiaccia nello stupirci come si trattasse di chissà quale originalità è roba surreale.

La gestione delle molto ma molto cosiddette ‘risorse umane’ (che il sottoscritto insisteva nel chiamarle ‘Persone’ ai Corsi in IPSOA e in SDA-Bocconi frequentati a Milano, anche in Hewlett-Packard, dall’inizio degli Anni Novanta causa ruoli lavorativi ricoperti [quantunque sia di formazione umanistica, Classico, Lettere e Filosofia]), ebbene tale gestione delle HU è  ormai assai – molto assai – diversa da quella presentata come ‘novità’ da Migliardi. Le cose sono purtroppo molto più complesse, ingarbugliate, oso dire indefinibili e irrisolvobili. Molta letteratura manageriale, in scioltezza dieci e passa anni fa, è da tempo muta e disorientata (vedi ormai la caduta a picco dei corsi sulla motivazione del personale, una mission impossible che ha fatto arrendere tutti; c’è chi ha provato anche con la Regola di San Benedetto).

Migliardi sembra sicuro delle sue pur nobili intenzioni ed affermazioni. Apprezzabili, per carità. Ma la Crisi è da tempo che morde le relazioni e i legàmi sociali. Si scrive, come diceva Luigino Bruni qualche anno fa su “Avvenire”, con la ‘C’ maiuscola. È educativa, è antropologica ed è Crisi Spirituale. Schemi, moduli e procedure non ce ne sono. Non abbiamo al momento soluzioni. Poi, se qualcuno nel mondo cattolico, pensa che le cose che dice Migliardi siano la chiave etica non ancora scoperta, vuol dire che ci possiamo permettere ancora notevoli perdite di tempo e vagheggiare una supremazia di visione che è gia stata più prosaicamente tentata e ritentata e che oggi è patrimonio (inutilizzato, peraltro) anche di un qualsiasi Consiglio Pastorale Parrocchiale.

Invitalia è a questi punti? Mah,…

Nell’intervista si avverte un autocompiacimento per quanto viene presentato, ma forse ciò accade perché chi si ha davanti ama poter scrivere di managers (l’impresite e l’aziendalese che seduce anche la Chiesa, evidentemente in cerca di patenti di adeguatezza ai tempi) sensibili a temi ecclesiastici e religiosi. La Chiesa un tempo rabboniva i Re, oggi anche uomini del Mercato le rendono omaggio, difficile resistere. Ma sono entrambi soggetti della Crisi, che oggi è ben oltre la coniugazione un po’ sempliciotta tra profitto e solidarietà.

C’è sempre nei nostri ambienti la seduzione di non andare solo alla Messa domenicale e dire il Rosario come una signora Maria qualsiasi ma di vedersi riconosciuti colti, intelligenti, politicamente sofisticati. Dispiace per questa impronta di gestore delle risorse umane, ma abbiamo seguito troppo l’intelligenza e l’intellighentia; si tratta invece, e proprio, di essere più buoni, più altruisti, più umili, più pazienti, e più gioiosi.

A costo di passare da ingenui, da fragili, da indecisi. Anche al lordo delle proprie contraddizioni. Abbiamo già visto l’in-sostenibilità cui ci hanno condotto i decisi, i ‘rigadritti’. È questo il tempo per un nuovo umanesimo? Lo scopriremo solo vivendo. 

 

Annullate le tutele sanitarie per i lavoratori fragili

E’ assai dibattuta e desta polemiche e giustificate proteste la situazione che si è determinata per i cd. “lavoratori fragili”, del settore pubblico e privato, con la reiterazione con modifiche del “DECRETO AGOSTO”, approvato il 6 ottobre in Senato e confermato definitivamente il 12 ottobre alla Camera.

Di fatto il nuovo provvedimento legislativo annulla a decorrere dal 16 ottobre p.v. le tutele previste per i lavoratori fragili in possesso della certificazione di “inidoneità temporanea al servizio fino al termine dello stato di emergenza decretato dal DPCM Conte”.

Mentre prima si poteva beneficiare dell’art. 26 comma 2 che prevedeva per questa categoria di lavoratori (chemioterapici, immunodepressi, affetti da patologie che li sovraespongono al rischio di contrarre il Covid-19, anche perchè quasi sempre portatori di invalidità importanti e fruitori della legge 104/92 sulle disabilità) di essere esonerati d’ufficio dal servizio, equiparando la patologia al ricovero ospedaliero, adesso con il nuovo testo approvato dal Parlamento queste tutele sono annullate.

Pertanto i lavoratori possono chiedere di essere utilizzati in compiti diversi ma sempre in ambienti lavorativi esposti al rischio del contagio e per lo svolgimento di mansioni diverse dal proprio profilo professionale, (a volte non accessibili ai portatori di disabilità, – ad es. uso del PC o di macchinari, sollevamento di pesi, la stessa tolleranza ai presidi tipo mascherine che rendono difficoltoso il respiro se indossate continuativamente in ambiente chiuso ecc..) spesso con orario di lavoro superiore a quello contrattuale.
Oppure – in alternativa – “di mettersi in congedo per malattia”, nell’ambito del periodo di comporto, il che significa di correre il rischio di avere decurtazioni dallo stipendio fino ad azzerarlo, in concomitanza con il protrarsi dello stato di emergenza che impedisce loro di svolgere il proprio abituale lavoro.

Va sottolineato che molti medici si rifiutano di certificare uno stato di malattia che non esiste: la norma infatti confonde lo stato di “lavoratore fragile” (immunodepresso ed esposto potenzialmente al contagio pandemico, ma in situazione di patologie croniche e invalidanti) con la condizione di “malattia” che presuppone l’esistenza di una patologia diversa e temporanea.

Infatti i “lavoratori fragili” in periodo di non-emergenza , svolgono abitualmente il proprio lavoro anche continuativamente , fatti salvi i gg di assenza per cure specifiche (chemioterapie, somministrazione di specifici farmaci per l’immunodepressione, a volte salva-vita ecc).

Costringerli o invitarli a “mettersi in malattia” crea una difficoltà oggettiva al medico curante che deve certificare una patologia diversa, di fatto non esistente.
Non è infatti la loro patologia che li rende ammalati al punto da chiedere congedo per salute, quanto il fatto di essere sovresposti al rischio contagio a motivo della loro immunodepressione e fragilità.
E’ il contesto oggettivo che crea una situazione di pericolo, in una condizione di soggettiva fragilità.

Credo che questa fattispecie configuri in via generale una situazione anomala che finisce con il punire un soggetto definito “fragile” dall’autorità sanitaria competente: costretto a svolgere una mansione non attinente al proprio profilo professionale ( ci sono casi di invalidità superiore al 75% e portatori dei diritti ex legge 104/92) ovvero costretto per evitare contagi e contiguità lavorative a rischio con altre persone , ad usufruire del proprio congedo personale per malattia, magari fino al suo esaurimento senza emolumenti.

Fino ad oggi , anzi fino al 15 ottobre p.v. questa situazione di fragilità era tutelata dal legislatore, dal 16 ottobre non lo sarà più e ‘i fragili’ saranno abbandonati ad un destino privo di protezioni giuridiche.

Mi viene da pensare – per una sorta di teoria del contrappasso- ai navigator e ai percettori del reddito di cittadinanza che stanno a casa senza che nessuno si ponga il problema di un controllo sul loro operato.
E’ infatti noto (Ricerca della Sapienza di Roma- Prof. GB Sgritta) che i navigator in due anni di “lavoro” hanno procurato l’impiego ai percettori del reddito di cittadinanza in misura inferiore al 3% del loro totale potenziale. Qui l’articolo pubblicato su IL DOMANI d’ITALIA:

Un paradosso inaccettabile se comparato alla situazione di lavoratori fragili privati delle preesistenti tutele della propria incolumità, che prima evitavano la sovraesposizione al contagio pandemico e dal 16 ottobre non lo faranno più.
Queste situazioni determinate dal nuovo provvedimento legislativo del 12 ottobre u.s. non sembrano conciliabili con le prerogative di un Paese che voglia essere e dirsi civile.

La Spagna è il Paese che ha ridotto maggiormente le proprie emissioni di CO₂ durante la prima ondata di pandemia

Durante i giorni peggiori della pandemia, le emissioni di anidride carbonica (CO₂) sono state ridotte in tutto il mondo. Neanche le riduzioni causate dalle più grandi crisi degli ultimi 100 anni , sarebbero uguali a quelle prodotte nei primi sei mesi del 2020.

Un gruppo di ricercatori del progetto Carbon Monitor ha misurato l’impatto della pandemia sulla generazione di questo gas serra. Hanno calcolato, ad esempio, quelli emessi dalla produzione oraria di elettricità in 31 paesi, quelli del traffico giornaliero in 416 città o quelli dei passeggeri e la distanza percorsa ogni giorno da tutti i voli. Hanno fatto lo stesso per le emissioni degli edifici pubblici e commerciali in 206 paesi o della produzione industriale in 62 paesi.

I risultati di tutti questi calcoli, pubblicati su Nature Communications , mostrano una riduzione di 1.551 milioni di tonnellate di CO₂ tra il 1 gennaio e il 1 luglio di quest’anno. In percentuale si tratta di un calo dell’8,8% rispetto allo stesso periodo del 2019. Per avere un’idea delle dimensioni, il calo nei primi sei mesi del 2020 è quadruplicato rispetto a quello prodotto dopo la prima guerra mondiale ed è stato Il 60% in più rispetto a quanto accaduto nei tre anni successivi al crollo del 1929.

Anche sommando le riduzioni di due cataclismi come la seconda guerra mondiale e la crisi finanziaria del 2008, non ci avvicineremmo ai cali di quest’anno.

Il calo è stato parallelo alle misure di contenimento adottate da ciascun paese. Ad aprile, quando la maggior parte dei paesi occidentali ha eliminato quasi tutta la propria vita sociale e rallentato la propria economia, le emissioni sono diminuite del 16,9%.

In termini assoluti, i paesi che hanno abbassato maggiormente le proprie emissioni sono stati, nell’ordine, Stati Uniti, India e Cina. Ma sono anche quelli che emettono più gas. 

Tuttavia, come percentuale della sua produzione locale, il Paese che ha ridotto di più la produzione di CO₂ è stata la Spagna, seguita da India e Germania.

Comunque tutte queste riduzioni sono una goccia nell’oceano del cambiamento climatico. Ci vorrebbero decenni con cifre come queste per ridurre la CO₂ accumulata dagli esseri umani nell’atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale.

Corte dei Conti: ci vorrà un triennio per tornare ai livelli pre-crisi.

Il percorso di recupero disegnato nel quadro macroeconomico dalla Nota di aggiornamento al DEF – pur considerando le incognite legate all’incertezza del quadro economico nazionale e internazionale gravato dall’emergenza sanitaria – è condivisibile: il ritorno del Pil, nel triennio di previsione, sui livelli pre-crisi appare compatibile con gli andamenti rilevati fino ad ora, anche se soggetti nel breve termine a rischi più pronunciati”. E’ quanto emerge dal testo della Memoria sulla Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2020 che le Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei conti hanno depositato alle Commissioni congiunte Bilancio della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica.

“Proprio l’incertezza che deriva dalle condizioni epidemiologiche richiede, tuttavia, che le azioni poste alla base del disegno programmatico (sia quelle volte ad avviare il programma comunitario sia quelle che devono accompagnarne l’avvio sin dal 2021) siano tali da dispiegare i propri effetti al di là del solo perimetro pubblico, svolgendo quel ruolo di attivazione delle scelte private, che sono indispensabili per la ripresa di un duraturo processo di crescita. Sotto questo aspetto, come è stato da più parti osservato, tempestività e qualità della spesa per investimenti risultano cruciali in questo quadro”.

Si tratta, quindi, “di porre a disposizione dell’operatore pubblico non solo un adeguato ammontare di risorse, ma anche di capacità tecniche che rendano efficaci le scelte da assumere nei diversi contesti. Ma, allo stesso tempo, la ripresa del processo di accumulazione non può identificarsi solo con il pur importante rilancio delle infrastrutture pubbliche. Decisiva è anche, nello scenario delineato, l’inversione di tendenza degli investimenti delle imprese. Un’inversione di rotta che richiede la realizzazione di un contesto sociale ed economico del quale la disponibilità di ampie risorse finanziarie costituisce solo un elemento”.

Sulle prospettive di ripresa la Corte osserva: “Se il DEF dello scorso aprile aveva potuto dare solo una prima valutazione dell’incremento del debito pubblico conseguente agli interventi per contrastare la crisi con la Nota da un lato si precisa la dimensione dello sforzo programmato, dall’altro si delinea un possibile percorso di rientro con la piena estensione dell’analisi al biennio 2022-23 (periodo che in ragione della situazione emergenziale non era stato considerato nelle valutazioni di primavera) e grazie a stime aggiuntive offerte nella forma di proiezioni di più lungo periodo. Il rapporto debito/Pil, che in base alle più recenti informazioni di ISTAT e Banca d’Italia nel 2019 è risultato pari al 134,6% (2 decimi di punto al di sotto delle precedenti stime), salirebbe nell’anno in corso al 158, circa 2,5 punti in più rispetto a quanto prospettato nel DEF (155,7%) sia a motivo del maggiore deficit creato con il “decreto Agosto”, sia e soprattutto a ragione del più sostenuto calo del Pil nominale (-8% contro -7,1% previsto)”.

Viene invece confermata l’inversione di tendenza prevista a partire dal prossimo anno, un’inversione che si prospetta sia nello scenario tendenziale che, in misura maggiore, in quello programmatico. “In assenza di ulteriori interventi rispetto a quelli varati a partire dallo scorso marzo, il rapporto si collocherebbe alla fine del periodo di previsione al 154,1%; viceversa, considerando le correzioni previste per il triennio 2021-23 l’indicatore dovrebbe flettere di 6,5 punti complessivi nel triennio 2021-23 e scendere quindi fino al 151,5% a fine periodo”, continua la Corte.

La Nota di aggiornamento ribadisce, quindi, l’obiettivo enunciato nel DEF di aprile di ricondurre il rapporto debito/Pil, nel corso del prossimo decennio, verso il livello prevalente nella media dei Paesi dell’Area dell’euro. “Il proposito è, ad avviso della Corte, tanto importante quanto ambizioso. Nel quinquennio che ha preceduto lo scoppio della pandemia, l’indicatore si è mediamente collocato sul 135% in Italia e sull’88% nell’Eurozona, con un differenziale di 47 punti di Pil. Con la crisi, l’incremento del rapporto è stato pari nell’Area dell’euro a circa 2/3 di quello conosciuto in Italia (15 contro 24 punti, circa) con un conseguente allargamento del divario”.

Nel disegnare un equilibrato processo di graduale rientro, non dovrà, inoltre, “Venir meno la consapevolezza che la finanza pubblica italiana resta esposta al rischio di tasso di interesse. Le eccezionali condizioni accomodanti della politica monetaria unica fanno sì che, attualmente, il costo marginale a cui il nostro Paese è in grado di collocare i titoli del debito pubblico sia, largamente al di sotto dell’onere medio implicito dello stock di debito”.

“In una prospettiva di medio termine, l’inevitabile e fisiologico rialzo dei tassi, potrà avvenire, almeno per un certo periodo, in un contesto di continuazione della discesa del costo medio” – conclude la Corte – “È questo, del resto, il quadro prospettato nella Nota, con il costo medio che passa dal 2,4% del 2020 al 2,1% del 2023. In uno scenario di ripresa della crescita potranno dunque determinarsi condizioni molto favorevoli in termini di differenziale tra costo medio e crescita nominale, un differenziale che prima della crisi solo in Italia era stato di segno positivo e che in prospettiva resterebbe invece negativo per molti anni. Tale circostanza dipende soprattutto dalle prospettive di crescita. Ove, quelle delineate nella Nota, dovessero effettivamente concretizzarsi, si tratterà di valutare in che misura il nostro sistema economico possa essere in grado di accelerare il sentiero di rientro del debito ora prospettato”.

Le condizioni meteo possono incidere sulla crescita della diffusione del coronavirus.

E’ quanto emerge da uno studio pubblicato su ‘Pnas’ a firma dell’Università di Oslo. I modelli statistici “suggeriscono che alti livelli di luce ultravioletta sono correlati con una ridotta crescita” del virus. I ricercatori hanno previsto che “la crescita massima del Covid-19 sarebbe diminuita in estate, ma avrebbe avuto una accelerazione durante l’autunno e, prevedibilmente, un picco in inverno”.

Secondo la ricerca “probabilmente saranno necessari interventi continui per contrastare il coronavirus fino a quando non sarà disponibile un vaccino”. I ricercatori norvegesi hanno preso in esame “i dati meteorologici attuali, le proiezioni su scala e le segnalazioni a livello globale, e hanno sviluppato un modello che spiega come il 36% della variazione del picco massimo di crescita del Covid-19 è legato al clima; il 17% alle condizioni demografiche del Paese colpito; e il 19% ad effetti specifici della nazione.

Perchè Calenda

Chi di noi ha visto con simpatia la disponibilità di Calenda a mettersi in gioco per la partita delle amministrative del prossimo anno, può anche ammettere che l’avvio di questo percorso esige uno sforzo di comunicazione più impegnativo, per far crescere un serio disegno politico per la città di Roma. In rapida successione si sono manifestati, nell’opinione pubblica, sentimenti di curiosità e diffidenza, se non qualche principio di ostilità. Tuttavia, nella fase attuale, conta già molto che la discussione si svolga al riparo da pregiudiziali e incomprensioni. Con buona volontà andrebbe chiarita l’intenzione che guida un’ipotesi di candidatura a Sindaco. A giorni, comunque, se ne saprà di più.

A mio parere, non credo che Calenda scelga di presentarsi per un capriccio, né voglia ridurre l’arco delle aspettative suscitate dal suo accennato proposito, comunque destinato a sciogliersi entro la settimana, secondo i bene informati, in annuncio ufficiale. Siamo in presenza di un terremoto che prende origine dal voto referendario di qualche settimana fa, segnato a Roma e in tutte le grandi città da una maggiore consistenza dei No rispetto alla media nazionale del Si, attestatasi intorno al 30 per cento. Gli analisti delle dinamiche elettorali indicano che quest’ultimo risultato dipende dal contributo di ceti medi e medio-alti, da giovani con buona formazione universitaria, quindi da gruppi e strati sociali, insomma, tutt’altro che marginali o ininfluenti. È un blocco sociale, nel complesso, che esprime il netto rifiuto della politica populista.

Se il fenomeno si prende per la coda, immaginando di anestetizzare l’effetto anche doloroso di questo sommovimento, è probabile che per un attimo si possa catturare una sensazione di apparente sicurezza. Invece la domanda di novità, insita nella reazione al declino della città e del Paese, può deragliare verso una vera e propria contestazione politica a danno di tutte le forze di governo, e del PD in primis. Non ha senso mostrare i muscoli, perché in alcuni casi – e siamo esattamente in questa condizione – la forza non garantisce la ‘verità’ di un processo evolutivo, ovvero la costruzione di equilibri adeguati alla richiesta di mutamento che proviene dalla società civile.

Bisogna essere coraggiosi. Invece che dalla coda, il fenomeno va affrontato e governato dalla testa, senza indugi paralizzanti o esclusioni a priori. I riformisti hanno questa responsabilità, a maggior ragione ce l’hanno i più giovani tra di essi, quelli che sono del resto più vicini, esistenzialmente e politicamente, a questa dinamica di trasformazione che investe in prima battuta e in maniera diretta la Capitale del Paese. Pertanto a Calenda va richiesta una presenza all’interno del dibattito odierno, e più in generale una apertura mentale nei confronti di uno schema di coalizione. Noi democratici, dal canto nostro, abbiamo invece l’obbligo, ora più di prima, di farci promotori di un processo in cui Calenda venga incluso e considerato come uno tra gli elementi predominanti della ripartenza di Roma.  Solo così, confermando la sua predisposizione a giocare controcorrente, potrebbe essere in grado di trascinare un ampio schieramento di forze sul terreno di una bella e feconda rigenerazione della politica democratica. Processo all’interno del quale il PD deve obbligatoriamente far parte, e giocare un ruolo di costruzione.

È una partita da giocare tutta all’attacco, se non vogliamo che l’ansia di novità si traduca in un paradossale rilancio di un mix di astiosità e immoderazione di cui la destra di Salvini e Meloni, a Roma più forte che altrove, è ampiamente tributaria.

Alleanze, il nodo sono i 5 stelle.

Dunque, tutto procede secondo copione. Il Sindaco di Torino Chiara Appendino si ritira  dalla futura competizione elettorale mentre l’ex capo dei 5 stelle invita a non fossilizzarsi  sui nomi. Penso si riferisse alla ricandidatura di Virginia Raggi a Sindaco di Roma. Nel  frattempo, i vertici dei 5 stelle e del Pd insistono ripetutamente, e comprensibilmente, a  riproporre l’alleanza di governo in tutte le grandi città italiane che andranno al voto  nell’ormai prossima primavera.  

Ora, è a tutti evidente che nel campo dell’ex centro sinistra si pone il tema, non più  evitabile ed eludibile, del rapporto con il movimento di Grillo. Un partito che, al di là dei  giudizi e dei commenti che ognuno di noi può riservare al tema, resta aggrappato a due  alternative. O ritorna allo schema originario con cui ha incassato massicci consensi  elettorali nelle consultazioni politiche generali del 2013 e del 2018 – ovvero un partito  populista, anti politico, antiparlamentare, demagogico e qualunquista – oppure si  caratterizza, secondo l’ultima versione, come un banale partito governista che, prima di  tutto e su tutto, antepone il potere, la conservazione del seggio parlamentare e qualsiasi  escamotage e cambiamento di opinione che allontani il più possibile la data del voto per  non misurarsi con l’elettorato correndo il rischio, tutt’altro che infondato, di tornare a casa e  cercarsi di conseguenza un lavoro per molti degli attuali parlamentari.  

Ma, al di là del giudizio politico su questo strano partito, adesso al centro dell’attenzione  c’è appunto l’alleanza, o meno, con il partito di Grillo alle prossime elezioni comunali. È  inutile continuare a parlare di primarie o di centralità dei territori. Tutti sanno, tranne i  gonzi, che quando i vertici nazionali dei partiti di governo – tranne forse il partitino di Renzi  sempre più irrilevante e ininfluente ai fini della vittoria in qualsiasi consultazione –  coltivano l’obiettivo di estendere il quadro nazionale a livello locale e periferico, è del tutto  naturale che questo diventa l’obiettivo politico centrale da perseguire. Al di là e al di fuori  delle macroscopiche difficoltà, ed incoerenze, che su questo versante si registrano e che  sono sotto gli occhi di tutti.  

Ecco perchè, allora, la scelta dei vari candidati a Sindaco, almeno nel campo del centro  sinistra, assume questa volta una importanza decisiva. Non solo per la qualità e il profilo  del candidato a Sindaco nelle varie città ma anche, e soprattutto, per capire come sarà la  futura guida politica di una grande città se dovesse verificarsi una alleanza organica e  strutturale con un partito come quello dei 5 stelle. Perchè se a livello nazionale questa  alleanza è decollata per la paura e il terrore dei 5 stelle di andare al voto anticipato e  perdere, di conseguenza, incarichi, prebende e relativo stipendio, sul livello locale questi  elementi sono molto meno evidenti e concreti. E quindi, di conseguenza, sarà proprio la  piattaforma politica e programmatica a farla da padrone e ad essere decisiva per la stessa  qualità dei governi delle grandi città. E il rapporto con i 5 stelle, al riguardo, non è una  variabile indipendente ai fini dello stesso futuro dell’alleanza di centro sinistra.

Sostiene Calenda

In un saggio per il progetto di ricerca “Le conseguenze del futuro”,  patrocinato dalla Fondazione Feltrinelli e dall’ENI, il Prof. Ermanno Bencivenga, Docente di Filosofia all’Università della California, ha evidenziato come in una società complessa, attraversata dall’esigenza del conoscere quale requisito indispensabile per ogni progettualità futura, occorra distinguere tra la conoscenza che circola nel web, per sua natura fondamentalmente transeunte, veloce, mutevole e per ciò stesso finta, sfuggente e ingannevole e quella che si sedimenta negli apprendimenti tradizionali, che richiedono pazienza, ascolto, studio e sacrificio. 

La prima è una forma di conoscenza proposizionale che potremmo definire know-that mentre la seconda conduce ad una tipologia di apprendimenti consolidati che si traducono in abilità e competenze, ciò che siamo soliti definire come know how.

Inutile dire che per chi voglia incidere nei mutamenti e nelle trasformazioni della nostra realtà esistenziale, a cominciare dal livello che pertiene alla politica , risulta assai più interessante la seconda della prima.

Non per tutti ad onor del vero: c’è infatti chi sostiene che la democrazia del futuro non avrà più bisogno delle istituzioni tradizionali per funzionare poiché sarà sostituita gradualmente da forme di partecipazione virtuali, dove si dissolveranno i corpi intermedi di rappresentanza per consentire al cittadino di intervenire in modo diretto sulla realtà. Senza preoccuparsi del fatto che le relazioni personali, la sedimentazione di una cultura ricevuta, consolidata e tramandata, appresa e insegnata, lo stesso corpo sociale potrebbero essere sgretolati  da una congerie di dissolvenze incrociate, senza centro e senza periferie, dove si  assisterebbe probabilmente ad un trionfo del relativo e di soggettività solipsistiche, un universo globalizzato nel quale gli individui sarebbero monadi isolate tra solitudini incomunicabili.

Il tema della conoscenza risulta dunque fondamentale in una società complessa, attraversata da una pluralità di interpretazioni, specialmente se rapportato all’esigenza della politica di definire modelli istituzionali e sociali in cui posizionare e ricomporre le molteplici contraddizioni del presente, in una deriva di transizione che richiede chiarezza di intenti e lungimiranza progettuale.

Dalla mutevolezza e dalle incertezze dell’hic et nunc  (che il Prof. De Rita liquida tout court come “presentismo asfissiante”) emerge una duplice esigenza per qualsivoglia ipotesi di gestione della società del futuro e – al suo interno- degli stili di vita e dei comportamenti individuali: quella della competenza e quella della responsabilità. Senza questa coesistenza intrinseca potremmo avere demiurghi caricati di responsabilità ma privi delle necessarie competenze originate dalla conoscenza o – viceversa – esperti saturi di competenze ma deprivati del saper fare, del saper agire , del saper gestire.

Alla politica del nostro tempo, spesso ricca di parole, frasi a effetto, promesse ed effetti speciali  ma orfana di ‘competenze utili’ spendibili in ‘responsabilità necessarie’, sarebbe utile ripercorrere l’intera tassonomia di Benjamin Bloom, solitamente applicata nell’ambito degli apprendimenti: conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi e valutazione.

I professionisti della politica dovrebbero farlo per imparare ed utilizzare un metodo collaudato che riesca a sostanziare di senso un progetto di governance e un modello di società: obiettivi che vanno spiegati con chiarezza per non cadere nell’improvvisazione dannosa o nel limbo incerto dell’indefinito sistematicamente emendabile o rinviabile.

Carlo Calenda, persona di notevole spessore culturale ed emergente politico di rango, sembra aver compreso questa necessità, che diventa compito e impegno da realizzare poiché a suo dire questa “sfida si giocherà da oggi al 2030”. Nel suo “manifesto politico” pubblicato tempo fa dal quotidiano  ‘Il foglio’, l’ex Ministro descrive la realtà del presente ed individua cinque punti da cui ripartire per ripensare il sociale far ripartire il Paese, ancora fermo nelle secche ben descritte dai recenti rapporti ISTAT e CENSIS. 

Idee chiare, formulate in modo sintetico e riassuntivo, comprensive delle esigenze colte dalla lettura della realtà e possibili basi di partenza per un riposizionamento politico che si ponga come alternativa concreta ed esperibile ai populismi e ai sovranismi emergenti, pena l’inazione lungo un lasso di tempo insostenibile per un radicale cambiamento nella direzione della ripresa e dello sviluppo.

In realtà una voce finora isolata in un coacervo di confusione, indecisioni, retromarce, in un contesto orfano di piglio decisionista e di competenze nuove, scaltrite e moderne, spendibili nel  confronto tra le forze politiche decise ad imprimere un cambio di direzione, ma ancora prigioniero di primazie, veti, personalismi e rendite di posizione.

Calenda ha ben compreso, infatti, che l’alternativa al presente può realizzarsi solo attraverso un deciso ricambio della classe dirigente: per questo nel suo manifesto politico sostiene che la conoscenza debba essere utilizzata come principale agente di cambiamento.

La definizione è necessariamente succinta e sintetica ma decisamente nuova, carica di ulteriorità e rielaborazioni che meglio possano spiegarne il senso ed aprire il Paese verso prospettive cariche di innovazione’sostenibile’.
Così si esprime l’ex Ministro: “Conoscere. Piano shock contro analfabetismo funzionale. Partendo dalla definizione di aree di crisi sociale complessa dove un’intera generazione rischia l’esclusione sociale. Estensione del tempo pieno a tutte le scuole. Programmi di avvio alla lettura, lingue, educazione civica, sport per bambini e ragazzi. Utilizzo del patrimonio culturale per introdurre i bambini e i ragazzi all’idea, non solo estetica, di bellezza e cultura. E’ nostra ferma convinzione che una liberal democrazia non può convivere con l’attuale livello di cultura e conoscenza. L’idea di libertà come progetto collettivo deve essere posta nuovamente al centro del progetto di rifondazione dei progressisti”.

Un passaggio del suo “manifesto” da cui si evince la consapevolezza di un diffuso analfabetismo culturale e funzionale – inteso come carenza di know-how, abilità e competenze – la necessità di un rilancio della cultura, negli investimenti e nei contenuti, in una revisione dei programmi di studio, nella coesistenza tra la nostra tradizione umanistica e la spinta dell’innovazione tecnologica.

Introdurre il tema della “conoscenza” in un progetto di crescita e sviluppo del Paese significa acquisire un metodo basato sull’uso del pensiero critico. Non è poco per un Paese abituato ai luoghi comuni, dove la politica da tempo gioca al ribasso.

Puntare infine sulle persone in un caravanserraglio di relativismo etico, progettuale, di visioni e di confuse e velleitarie utopie pare essere la scelta migliore: siamo ad un punto di non ritorno (ogni esperimento politico degli ultimi venti anni si è infranto sugli scogli della realtà a motivo dell’incompetenza dei suoi timonieri). Speriamo che diventi almeno un punto di svolta. La ruota gira, la storia non finisce qua, non esiste un anno zero ma c’è sempre una possibilità di ripartire con idee e uomini nuovi che sappiano interpretare al meglio le ansie e le speranze del nostro tempo. In un mondo di incertezze e confusione, sul piano antropologico e sociale, avvertiamo un disperato bisogno di normalità.

Giulio Alfano: Democrazia della partecipazione

Per gentile concessione dell’Autore – Giulio Alfano – proponiamo, di seguito, un piccolo abstract di uno dei capitoli del libro democrazia della partecipazione edito da solfanelli.

Il testo partendo dall’analisi della crisi delle democrazie europee approfondisce la disamina della “democrazia della partecipazione” — soprattutto statunitense — alla luce delle riflessioni su metodi, strutture e programmi filosofico-politici dei principali pensatori occidentali.

Il testo nasce grazie ad un approfondimento dell’esperienza statunitense, soprattutto quella successiva al “New Deal” roosveltiano, e rappresenta una vera evoluzione rispetto alla tradizionale “democrazia del consenso” di antica ascendenza e conseguente alla rottura rivoluzionaria francese

 

LAICITÀ E POLITICA

Quando si parla cli ”laicità” si intende comunemente l’atteggiamento “neutro” dello Stato rispetto alle diverse Chiese, dalle quali prende le distanze attraverso una separazione che può apparire indifferente, ostile o cooperativa, tutelando nel contempo la libertà religiosa.

Il tema della laicità è stato introdotto nel dibattito filosofico-politico da Jules Feny, annoverato tra i fondatori della scuola pubblica francese degli ultimi decenni del XIX secolo, ed il concetto di “repubblica laica” è stato introdotto nella Costituzione francese nel secondo dopoguerra attraverso una premessa di imparzialità verso tutte le confessioni religiose.

In Italia negli ultimi due secoli si è realizzata una condizione di base favorevole ad una laicità pacifica, evitando le stragi che si sono consumate in Spagna durante la guerra civile del 1936-38; il personale politico italiano risorgimentale, dopo il fallimento delle teorie di Vincenzo Gioberti nel 1848, assunse idee liberali nell’ambito legislativo ed anche amministrativo ostile agli interessi del mondo cattolico, relativamente all’istituzione del matrimonio civile, all’espropriazione dei beni ecclesiastici e alla laicizzazione della scuoia.

La legge delle Guarentigie, approvata dal parlamento italiano dopo la presa violenta di Roma, fu assai riguardosa per l’esercizio della conservazione dell’indipendenza del potere del Pontefice Romano.

Tuttavia il decreto pontificio Non Expedit non si estendeva automaticamente al divieto di partecipazione al voto dei cattolici nelle elezioni amministrative e l’insegnamento della religione era svolto sotto il controllo delle amministrazioni comunali, che non cli rado erano guidate da esponenti del notabilato cattolico.

Come si rinnova il Reddito di Cittadinanza?

Con il Messaggio n. 3627 dell’8 ottobre 2020, dopo aver ricordato che la normativa prevede che il Rdc possa essere rinnovato previa sospensione dell’erogazione del beneficio per un periodo di un mese prima di ciascun rinnovo, l’INPS fornisce le istruzioni operative della procedura per il rinnovo del Reddito di Cittadinanza. In particolare, i nuclei familiari che hanno beneficiato della prestazione senza soluzione di continuità fin dalla prima erogazione (aprile 2019), che hanno ricevuto la diciottesima mensilità e, pertanto, si trovano la domanda “terminata”, potranno (a partire dal mese di ottobre 2020) presentare la domanda di rinnovo di Rdc. Dal mese seguente la presentazione della domanda riceveranno il beneficio per ulteriori 18 mesi sulla stessa Carta di pagamento, a condizione che i requisiti risultino rispettati.

Si evidenzia che, ai sensi dell’art. 4, comma 8, lett. b), punto 5), del D.L. n. 4/2019, “in caso di rinnovo del beneficio ai sensi dell’articolo 3, comma 6, deve essere accettata, a pena di decadenza dal beneficio, la prima offerta utile di lavoro congrua ai sensi del comma 9”. Il Messaggio, inoltre, fornisce anche indicazioni operative relativamente al computo della completa fruizione (18 mensilità) del Rdc, nel caso il periodo massimo sia raggiunto con la fruizione di due o più domande successive. La procedura di presentazione delle domande di rinnovo è la stessa utilizzata per le prime domande. Per la presentazione delle prime e delle nuove domande, sono operativi i seguenti canali telematici:

– tramite il gestore del servizio integrato di cui all’art. 81, comma 35, lettera b), del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 (Poste Italiane S.p.A.);
– accedendo in via telematica, tramite SPID, al sito www.redditodicittadinanza.gov.it;
– presso i centri di assistenza fiscale di cui all’art. 32 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241;
– presso gli istituti di patronato di cui alla legge 30 marzo 2001, n. 152;
– tramite il sito www.INPS.it, con PIN dispositivo, SPID, Carta Nazionale dei Servizi e Carta di Identità Elettronica. Si ricorda che a decorrere dal 1° ottobre 2020 l’Istituto non rilascia più PIN.

Covid: nuovi dati positivi su Remdesivir

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Nuovi dati positivi sull’antivirale Remdesivir contro Covid-19.

I risultati finali del trial di fase 3 Actt-1, costruiti sui risultati preliminari pubblicati sul Nejm a maggio 2020, dimostrano che, rispetto al placebo, nei pazienti con Covid il trattamento con Remdesivir ha ottenuto “miglioramenti continuativi e clinicamente significativi su diversi parametri di valutazione”. I dati provano, inoltre, che l’uso dell’antivirale “ha determinato un tempo di recupero più rapido rispetto a quanto già comunicato in precedenza”.

I pazienti che hanno ricevuto l’antivirale hanno avuto il 50% di probabilità in più di migliorare entro 15 giorni rispetto a quelli che avevano ricevuto placebo, e l’effetto è stato mantenuto per circa un mese. Il beneficio di Remdesivir è stato maggiore quando il farmaco è stato somministrato entro 10 giorni dall’insorgenza dei sintomi. Infine, si è verificata la tendenza a una riduzione della mortalità dopo 15 e 29 giorni nei pazienti trattati con Remdesivir rispetto al placebo.

 

Il programma di un nuovo umanesimo. Conversazione con Antonio Migliardi, direttore dello Sviluppo organizzativo di Invitalia.

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Articolo pubblicato sulle pagine de “L’Osservatore Romano” a firma di Roberto Cetera

Tante sono le iniziative che ogni giorno ci vengono segnalate di realizzazione pratica degli orientamenti che l’enciclica Laudato si’  ha indicato per uno sviluppo economico improntato alla sostenibilità ambientale.  Vengono da tutti i continenti e, in non pochi casi, si riferiscono già nell’intestazione al titolo del  documento pontificio.  Nell’agricoltura e non solo.  E di molte cercheremo di raccontare la storia nelle prossime settimane su queste pagine.

Sono iniziative spesso improntate alla spontaneità e generosità ma che  per lo più riguardano  piccole nicchie di mercato.  Comunque importanti perché contribuiscono a costruire una cultura diffusa di attenzione all’ambiente, inteso come dono creaturale di Dio, e poi, come si dice, tante gocce fanno un oceano.

Ma vogliamo dare uno sguardo anche a come Laudato si’  ha eventualmente influenzato  le politiche dei grandi gruppi economici, e anche gli uomini che spingono i bottoni del pannello di controllo delle grandi scelte  economiche, che infine condizionano il nostro vivere quotidiano.

Cominciamo con un manager che di pannelli di controllo ne ha visti tanti, e che ora è nel team di executive  che  avranno un ruolo importante nella gestione delle risorse destinate all’Italia dal  Recovery fundRecovery fundeuropeo.  Antonio Migliardi, 62 anni, ha cavalcato per quasi 40 anni le onde spesso turbolente dell’impresa pubblica italiana: dalla Sip-Stet, alle Fs, all’Alitalia, a Vitrociset, a Telecom Italia, è ora direttore dello Sviluppo organizzativo di Invitalia, che è l’agenzia governativa per lo sviluppo delle imprese e gli investimenti. «Avevo letto Laudato si’  — spiega — quando venne pubblicata ormai 5 anni fa. Ma è stato giocoforza riprenderla in mano in queste ultime settimane, quando è risultato evidente che i progetti di rilancio e sostegno dell’economia dopo la pandemia costituiranno un’occasione unica, forse irripetibile, per gettare le basi di un sistema economico che faccia della sostenibilità ambientale un valore fondante. Non possiamo più guardare soltanto all’aspetto del  mero profitto. O meglio,  dobbiamo comprendere che sul lungo termine anche l’aspetto della redditualità sarà inficiato dai danni ambientali irreversibili e dalle fratture sociali che rischiamo di produrre.  Insomma è la vecchia storia dell’uovo oggi e della gallina domani: non si tratta di essere buoni ma di essere intelligenti.  Non c’è più spazio per i “furbi”.  Non tutta la classe imprenditrice italiana lo ha capito, devo ammetterlo.   Per questo penso che la battaglia più importante e difficile sia quella culturale.  Molto più della scelta tecnica dei progetti e delle priorità.  Dobbiamo formare una nuova classe di imprenditori e di manager che abbiano diversi fondamenti valoriali.  Io personalmente mi occupo soprattutto di questo: selezionare nuove figure professionali che possano essere agenti di questo cambiamento.  Le confido un piccolo segreto: quando devo scegliere, mi affido oggi più volentieri ad un giovane laureato in filosofia che ad un aspirante tecnocrate.  Ho conosciuto degli ottimi giovani che studiando filosofia avevano acquisito un’apertura mentale, una vision ,  che li ha poi resi ottimi manager.  Anche perché il depauperamento culturale che è sotto gli occhi di tutti, in tutto l’Occidente, non rende un buon servizio neanche alle imprese.  Un’impresa di successo non è solo “tecnica e grana”. Un’azienda di successo è un’azienda che ha un’anima».

Mi diceva della sua rilettura di «Laudato si’».

Sì. E ad uno sguardo più attento l’ho trovata straordinaria. Non penso di esagerare dicendo che è la fondazione di un nuovo umanesimo cristiano. Anche se Papa Francesco per umiltà non usa la parafrasi direi che veramente indica “una via, una verità e una vita”. C’è la rivoluzione copernicana del superamento di quella visione antropocentrica per la quale il Creato  è solo strumentale e al servizio dell’uomo. Che non è solo un problema teologico (materia da cui faccio meglio a rimanere fuori (dice sorridendo, ndr ) ma che investe quasi  tutta la filosofia moderna, anche per il razionalismo illuminista e l’idealismo la natura mantiene un ruolo subordinato e sussidiario. Ma colgo anche una qualche linea di continuità con quanto (in verità poco) i pontificati precedenti avevano dichiarato sul tema. Vorrei aggiungere una sensazione che provo spesso nel leggere o vedere Papa Francesco.  Quella di una somiglianza intima con san Paolo vi . Nel senso di una sorta di solitudine di entrambi nel porsi sulle proprie spalle i problemi e dolori del mondo. Penso a quelle immagini del 27 marzo scorso, che rimarranno nella storia.  Una sintonia drammatica e compassionevole con le tragedie, le vulnerabilità, i limiti di questo mondo, così fragile e anche presuntuosamente autosufficiente. Per Papa Francesco non c’è una natura felice corrotta dall’uomo, ma una natura che è nelle mani dell’uomo. Mi colpisce anche l’esortazione a sapersi porre in ascolto davanti alla scienza: un’umiltà non consueta.  Ma l’aspetto secondo me più importante è l’insistenza sul tema dell’interdipendenza, cioè della necessità di ricercare comportamenti connettivi e solidali nel rapporto con la natura.  A tutelare la terra non  basta la politica di una sola parte del mondo. Ricordo che il primo a parlarne fu anni fa Gorbačëv con Reagan ad Helsinki. La tutela del creato non può prescindere dalla ricerca della pace e del dialogo tra le nazioni e tra i popoli. L’agenda dell’Onu 2030  sulla sostenibilità è ad oggi in grave ritardo, a causa della pandemia ma non solo. Ma vi è anche un’altra accezione del termine “interdipendenza”. Cioè il legame necessario e condizionante che esiste tra i vari elementi che costituiscono la sostenibilità. Mi spiego con un esempio:  durante i mesi del lockdown la qualità dell’aria e dell’ambiente naturale sono migliorati, ma la povertà, l’esclusione sociale, la violenza, la disoccupazione, la dispersione scolastica sono aumentati. È sostenibilità questa? Vi sono nel testo  delle indicazioni nette e vincolanti: non asservire l’economia alla tecnocrazia e non asservire la politica all’economia.   Mi rinviene quanto scriveva Heidegger: «Solo un Dio ci può salvare, perché la tecnica ha vinto».

Quindi una battaglia innanzitutto culturale, come diceva prima.

Assolutamente sì. Sa che le dico? Fosse per me, adotterei senza esitazione, nella rinata ora di educazione civica a scuola, Laudato si ’ come libro di testo. Lo ripeto: è il programma di un nuovo umanesimo.

Ma torniamo al mondo dell’economia e delle imprese . . .

Le dico la verità, le grandi corporation , secondo me, sul piano dell’ecologia integrale esibiscono molto più di quello che fanno. Il green  si è rivelato un marketing tool  formidabile, ma non sempre corrisponde a strategie coerenti. Uscire dalla logica del mero conto economico per molti è difficile. Per noi di Invitalia, in qualche modo è più facile, perché ci dà forza lo scopo per cui siamo nati.  Noi siamo, come dire, il braccio armato del Governo sulle politiche industriali. Siamo un’agenzia di sviluppo il cui compito è aiutare le imprese a nascere e svilupparsi, specie nel Meridione. È un modello di intervento indiretto, a differenza di quelle che una volta erano le partecipazioni statali, ma non meno efficace se ben orientato,  anche in senso ambientale. Finanziamo start up  e progetti di sviluppo, aiutiamo i processi di ristrutturazione da crisi e riconversione, sosteniamo l’impresa giovanile, gestiamo grandi bonifiche ambientali,  aiutiamo gli enti pubblici a ben spendere le risorse comunitarie, siamo dei facilitatori, non dei player .  E tutto questo lo facciamo operando delle selezioni in base a una scala di valori, in cima alla quale c’è appunto la sostenibilità.  Il nostro obiettivo è sociale prima che economico. Il nostro orgoglio è cercare di fare qualcosa di buono per la comunità a cui apparteniamo.

*     *     *

Ci incuriosisce conoscere dal vivo questo “qualcosa di buono” e sostenibile, e così si unisce alla conversazione un altro executive  di Invitalia, Ernesto Somma, che ci sciorina una sequela di casi che meriterebbero di essere raccontati ciascuno. La storia dell’Idealstandard, che si riconverte alla produzione dei “sampietrini”, i cubetti di porfido, e che mette insieme, come vantaggi ambientali, l’abbandono degli scavi dalla roccia viva e il riutilizzo delle ceneri prodotte dai termovalorizzatori, ma soprattutto il salvataggio di 200 posti di lavoro. O la chiusura e la bonifica dell’area a caldo dell’acciaieria di Trieste. Ma anche il sostegno a tante microimprese che inventano iniziative originali, come per esempio quella della stilista che lascia il glamour del mondo dell’alta moda, e mette su un laboratorio che riutilizza i materiali scartati dalle grandi griffe per farne abiti originali, ed impiegando soprattutto soggetti deboli. «Interveniamo spesso — ci dice Somma — dove la causa della crisi è proprio nella non-sostenibilità, come a Taranto, ma anche in casi dove l’impresa, a causa della non-sostenibilità, non c’è proprio più». Le ingenti risorse che presto arriveranno col Recovery fund, — aggiunge Migliardi — saranno un’occasione formidabile per cambiare il modello a venire di sviluppo di questo paese, dando priorità a sostenibilità ambientale e lavoro». «Su questo — conclude — c’è un percorso aderente alla Laudato si’  che mi piacerebbe verificare. Spesso quando incontro uomini di Chiesa impegnati nel sociale mi dicono “non bastano le nostre minestre calde delle nostre mense e i nostri empori, la vera necessità è creare lavoro, restituire dignità”.  Ecco sarebbe interessante se riuscissimo a trovare delle forme di collaborazione con i vescovi italiani per provare a creare lavoro e non solo assistenza. Ma un lavoro nuovo, che viva nell’ambiente e che l’ambiente faccia vivere».

Nancy Pelosi dice no al piano economico di Trump

La presidente democratica della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, ha inviato una lettera ai suoi colleghi di partito, definendo “del tutto insufficiente” l’ultima proposta della Casa Bianca per un nuovo piano di stimolo dell’economia statunitense, piegata dalla pandemia di coronavirus.

Nel fine settimana la Casa Bianca aveva presentato un piano contenente misure di stimolo per 1.800 miliardi di dollari: una cifra ritenuta troppo alta dai senatori repubblicani, che però hanno ceduto, accettando di sostenere il piano dell’amministrazione Trump.

Il piano prevede sostegno al reddito delle famiglie, soccorsi alle aziende e in particolare alle piccole imprese e fondi per le compagnie aeree, particolarmente martoriate dalla recessione e al centro di pesanti licenziamenti di decine di migliaia di dipendenti.

I Democratici, invece, chiedono misure di spesa ancor più consistenti, circa 2200 miliardi, che includano il salvataggio degli Stati e delle amministrazioni in dissesto finanziario.

 

 

Beni confiscati, prorogato al 15 dicembre il termine per il bando riservato al Terzo settore

È stato prorogato alle ore 12,00 del 15 dicembre 2020 il termine per la presentazione delle domande di partecipazione al Bando per l’assegnazione ai soggetti del Terzo settore di beni definitivamente confiscati alla criminalità organizzata per il reimpiego per finalità sociali. Il provvedimento è stato disposto dal direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) prefetto Bruno Corda.

La proroga si è resa necessaria a seguito dell’ampio interesse manifestato per l’iniziativa e che ha comportato l’esigenza di prevedere un più ampio termine per lo svolgimento dei numerosissimi sopralluoghi e per la predisposizione, da parte degli organismi interessati, delle progettualità mirate all’utilizzo dei beni confiscati, che saranno oggetto di valutazione per le successive assegnazioni.

Sarà possibile effettuare i sopralluoghi sino al 30 novembre 2020, avendone fatto richiesta entro il 20 novembre 2020.

Coronavirus: Francia e Gran Bretagna sono ad un punto critico

Più del 17% dei test per il coronavirus nell’Ile-de-France, la regione di Parigi, “risultano positivi, è un dato che non avevamo mai raggiunto. Lo ha detto il direttore dell’Agenzia regionale di Salute, Aurélien Rousseau do po che il Premier francese Jean Castex aveva dichiarato: “Siamo in una seconda ondata forte. Se vediamo che gli indicatori sanitari peggiorano parecchio, potremo adottare misure supplementari”.

Infatti il Covid-19 si sta diffondendo rapidamente tra i giovani. A Parigi, il tasso di incidenza nelle persone tra i 20 e i 30 anni ha superato gli 800 casi positivi ogni 100mila abitanti, ha spiegato Rousseau. “E soprattutto, da tre giorni, queste cifre sono aumentate molto rapidamente tra gli anziani”, ha aggiunto, sottolineando che “473 pazienti si trovano in terapia intensiva”.

Mentre in Gran Bretagna che è a “un punto critico” nella gestione della pandemia, c’è attesa per l’annuncio da parte del premier Boris Johnson di un nuovo sistema di allerta su tre livelli per l’Inghilterra.

Nel livello 1, in cui verranno applicate soltanto le regole nazionali di contenimento, come la regola dei sei (cioè il numero massimo di persone riunite o a tavola), la chiusura alle 22 per pub e ristoranti e le norme sulle mascherine e il distanziamento sociale.

Il livello 2 includerà anche divieti di visite a casa e riunioni al chiuso.

Al terzo livello, quello più alto di allerta, in cui saranno inserite le aree di Merseyside, Manchester e Newcastle, i bar e i pub saranno costretti a chiudere totalmente, i ristoranti dovranno chiudere entro le 22, mentre totale stop a palestre e locali di scommesse.

 

Ora bastano due farmaci per tenere sotto controllo l’Hiv

Buone notizie dal Congresso Hiv di Glasgow per il regime a due farmaci (2Dr) composto da dolutegravir e lamivudina: sono stati presentati i risultati di alcuni studi che confermano l’efficacia, la sicurezza e la soppressione virale a lungo termine non inferiori al regime a 3 farmaci.

“A livello globale, il numero di persone che vivono con l’Hiv di età pari o superiore a 50 anni è in aumento e ciò testimonia il successo della terapia antiretrovirale, che ha trasformato l’Hiv in una condizione cronica – ha ricordato Kimberly Smith, Head of Research & Development a ViiV Healthcare, l’azienda farmaceutica che produce il farmaco – Tuttavia, vivere più a lungo con il virus può significare assumere più farmaci per molti anni e sappiamo che molte persone che convivono con l’Hiv preferiscono prendere il minor numero di medicinali possibile, purché la loro infezione rimanga sotto controllo”.

Il regime orale a due farmaci va proprio in questa direzione. Nessuno dei partecipanti ai trial ha sviluppato mutazioni emergenti da resistenze al trattamento; si sono verificati 4 decessi considerati non correlati al regime farmacologico in studio.

Il nuovo partito di Zamagni non arretri dinanzi all’ipotesi Calenda

Si può capire una certa titubanza che segna le reazioni di vari ambienti cattolici alla candidatura di Calenda. Del resto, in più interviste, Zamagni ha indicato nell’appuntamento elettorale amministrativo del prossimo anno la prova generale del nuovo partito d’ispirazione cristiana, appena costituito a Roma con legittime aspettative e ambizioni. Ciò non toglie che la prova, specie se considerata decisiva, abbia modo di esprimersi con formule diverse.

È necessario, insomma, vagheggiare una stretta appartenenza identitaria per i futuri candidati sindaci? Secondo le parole di Zamagni non si ipotizza un partito chiuso in se stesso, bensì una formula in grado di associare, alla luce di programmi condivisi, credenti e non credenti. L’importante è garantire, sul piano politico, il recupero di autonomia delle forze sociali e culturali che possono identicarsi con il “centro”, sebbene si tratti di una scarna categoria di classificazione.

Calenda è un battitore libero, insieme liberista e solidarista, certamente anti-populista. Non incarna la storia, se questo è il punto di discrimine, del Codice di Camaldoli. Ma oggi dove stanno e chi sono i cultori di questa eredità? Solo tra le pieghe del mondo cattolico, e non oltre, è possibile rintracciarne la presenza. Bisogna dunque guardare all’essenziale. Calenda sta provocando un piccolo terremoto: le vecchie dinamiche politiche si mostrano di colpo fuori sincrono al cospetto di un annuncio di rimobilitazione dell’elettorato intermedio, non assimilabile, cioè, né alla destra e né alla sinistra.

Per questo varrebbe la pena che ci fosse un’apertura di credito, anche se non al buio. Si usi il massimo di prudenza, ma non si sprechi un’occasione irripetibile. C’ê spazio per tentare, assieme al leader di Azione, l’avvio di un processo di grande cambiamento. Non solo a Roma.

Calenda, la competenza e gli equilibri.

Al di là del suo percorso politico e del suo modo d’essere nella politica contemporanea,  non c’è alcun dubbio che la candidatura di Calenda a Sindaco di Roma rappresenta un  aspetto politico di non secondaria importanza per l’attuale scenario pubblico italiano. A  cominciare proprio dalle prossime elezioni amministrative, in particolare nelle grandi città  italiane e, soprattutto, dalla capitale Roma. 

Ci sono almeno 3 aspetti che non possono non essere presi in seria considerazione dopo  questa candidatura, più o meno reale. 

Innanzitutto la messa in discussione, sin dall’inizio, dei caposaldi che in questi ultimi anni  hanno imperato nella scelta della classe dirigente politica. E cioè, i dogmi attorno ai quali  ruotava la propaganda e l’ideologia grillina. Ovvero, elevare l’inesperienza,  l’incompetenza, l’improvvisazione e la casualità a criteri decisivi e discriminanti per la  futura classe dirigente. La potenziale candidatura di Calenda – come, e molto più  autorevoli su questo versante, di altri esponenti politici ed istituzionali che sono circolati su  molti organi di informazione nelle settimane scorse ma che hanno già rinunciato, a  cominciare dal Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli – mette in discussione,  appunto, i dogmi, dell’impalcatura pentastellata che, invece dominavano in modo  incontrastato nella procedente tornata comunale del 2016. Ma era, appunto, un’altra  epoca storica.  

In secondo luogo il nome di Calenda esce dai tradizionali, e ormai un po’ logori, canoni  delle candidature a Sindaco nelle grandi e meno grandi città italiane. Ovvero, o essere  espressione dell’apparato grigio e asfittico di partito – come molti dei candidati che si  apprestano a celebrare le primarie per la città di Roma, ma la stessa cosa, ad esempio,  sta avvenendo a Torino – oppure la ricerca spasmodica di qualche figura della mitica e  troppo sovrastimata “società civile”. Una alternativa politicamente sterile perchè non  destinata ad esprimere alcuna novità rispetto alla tanto declamata ed annunciata  discontinuità nella selezione della classe dirigente rispetto alla fallimentare esperienza dei  5 stelle. Una figura come Calenda, al di là di come si giudichi il suo concreto percorso  politico, avrebbe il merito di incrinare questa sterile alternativa per immettere una iniezione  di fiducia e, auspicabilmente, di rinnovamento e di cambiamento del ceto politico nelle  amministrazioni locali. 

In ultimo, e forse è l’aspetto più importante e più rilevante, la necessità del progetto politico  ed amministrativo della città. Da troppo tempo, del resto, si invoca l’urgenza di compiere  un salto di qualità sul versante della selezione della classe dirigente da un lato e di evitare  di consegnare il futuro delle grandi città ad improvvisatori e a persone che prescindono da  qualsiasi esperienza politica e amministrativa. 

Certo, adesso tocca ai partiti e ai movimenti rispondere a questa candidatura/ provocazione di Calenda. Ma un dato è abbastanza scontato: o si ha il coraggio di fare un  passo in avanti oppure ci si limita, ancora una volta, all’ordinaria amministrazione e a  rincorrere le mode passeggere. Che poi, come quasi sempre capita, sono destinate a  sgonfiarsi nell’arco di poco tempo. Cioè appena si esce dalla propaganda, dagli insulti e  dagli slogan e si passa alla fase del governo, del progetto e della costruzione. Come  insegna la triste e decadente stagione del partito pentastellato di Grillo. A Roma come a  Torino come altrove.

Trump sceglie la negazione e l’incoscienza

Mentre il presidente Donald Trump si trovava, sabato, su un balcone della Casa Bianca  – vomitando menzogne sul piano per la polizia del suo avversario e sostenendo che il coronavirus sta “scomparendo” – era chiaro che la sua malattia gli aveva insegnato molto poco e che continuerà a mettere in pericolo gli americani fino al giorno delle elezioni.

Dopo aver appreso molto sul coronavirus, come ha affermato durante la sua permanenza al Walter Reed National Military Medical Center, avrebbe potuto scegliere un percorso di responsabilità utilizzando la sua piattaforma per educare il pubblico sui rischi del virus in un momento in cui i casi statunitensi sono in aumento e i medici temono che la nazione stia entrando in una seconda ondata.

Ma, nove giorni dopo aver annunciato la sua diagnosi di coronavirus – e ore prima che il suo medico dicesse che non è più considerato “un rischio di trasmissione per gli altri” – Trump ha scelto la sua tattica di negazione, rischio e ignoranza.

Due settimane dopo l’evento Covid al Rose Garden della Casa Bianca, ci si aspettava più attenzione.

Ma, piuttosto che mitigare il rischio, Trump sta pianificando almeno tre manifestazioni elettorali la prossima settimana in Florida, Pennsylvania e Iowa gettando la cautela al vento.

Nel suo discorso dal balcone della Casa Bianca e durante le sue interviste con organi di destra come il programma radiofonico Rush Limbaugh di venerdì, ha abbracciato l’unica strategia politica che conosce, fatta di menzogne.

Sembra ancora riluttante o incapace di vedere l’enorme peso che la mancanza di fiducia del pubblico nella sua gestione della pandemia sta avendo sulle sue prospettive elettorali.

Un sondaggio Reuters / Ipsos pubblicato questa settimana ha mostrato che solo il 37% degli americani approvava la gestione della pandemia da parte di Trump, mentre il 59% disapprovava.

E il Pew Research Center ha scoperto che Biden aveva un vantaggio di 17 punti su Trump quando è stato chiesto agli elettori registrati chi poteva gestire meglio l’impatto sulla salute pubblica dell’epidemia di coronavirus.

Ma questo non cambia nulla per Trump, che continua  a minimizzare il Covid-19, riferendosi ad esso con un linguaggio razzista come il “virus cinese” e sostenendo che gli Stati Uniti lo “sconfiggeranno”; dichiarando falsamente che il cocktail sperimentale di anticorpi monoclonali che ha ricevuto da Regeneron era “una cura.”

A 23 anni dalla scomparsa di Don Luigi Di Liegro Il “prete dei poveri” può andare verso la gloria degli altari?

E’ ormai lontano il triste 12 ottobre 1997, giorno della morte di Don Luigi Di Liegro. Il sacerdote di Gaeta, romano d’adozione, viene ricordato ogni anno con una Celebrazione Eucaristica nella Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma, in memoria del fondatore e primo Direttore della Caritas  di Roma. Lo scorso anno la celebrazione è avvenuta nella Basilica di San Giovanni, contestualmente ai 40 anni della costituzione della Caritas Diocesana.  Sono passati 23 anni dalla dipartita di Don Luigi, avvenuta al San Raffaele di Milano, ma la sua opera e la sua testimonianza sono ancora attuali, per il grande valore  profetico del suo apostolato. Ha saputo, con grande lungimiranza, vedere, capire, discernere e interpretare i grandi cambiamenti del nostro tempo, testimoniando con grande umanità il Vangelo.

E’ sempre necessario ed opportuno, in queste occasioni, e non solo, che si fa memoria di un sacerdote che, a Roma veniva definito anche “il prete degli ultimi” o “il prete della carità”, per la traccia di vita che ha lasciato.  Leggere e approfondire i suoi scritti, conoscere le sue opere caritatevoli e il suo impegno nei confronti del prossimo, che viveva in uno stato di profondo disagio, significa comprendere la visione che Don Luigi aveva dei poveri, degli ultimi, e come si dice oggi, utilizzando le parole di Papa Francesco, degli “ scartati” della società. 

L’impegno sul come riuscì ad affrontare le questioni che fino all’inizio delle attività della Caritas non avevano trovato un approdo concreto, per iniziare a  dare risposte, e purtroppo ancora oggi rappresentano spesso motivo di tensione nelle grandi aree urbane. Si tratta di barboni, di immigrati, di senza fissa dimora, di malati terminali di aids, di usurati, di persone prive di alloggio e di poveri senza lavoro, quindi di persone esposte, alle quali l’impegno pastorale e caritatevole di Don Luigi, profuse le sue energie per trovare soluzioni e ridare speranza e dignità, a chi stava nel bisogno e nella disperazione.

L’apprezzamento per il lavoro pastorale, nella Diocesi di Roma, a Don Di Liegro non è mai mancato, anche se era considerato in qualche ambiente romano  “un prete scomodo”, ma per il suo impegno aveva la stima dei due Papi che l’hanno conosciuto: Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II. Oggi sono Santi entrambi. Una citazione particolare riguarda Papa Francesco, perchè in diverse occasioni pubbliche ha citato Don Luigi, forse la  più significativa è stata quella avvenuta dopo il rito dell’apertura della “Porta Santa della Carità” all’Ostello di Roma Termini, (struttura di accoglienza fortemente voluta da Don Luigi). all’inizio del Giubileo Straordinario della Carità, il 18 dicembre 2015. 

Infatti Papa Francesco ha reso omaggio alla memoria di Don Luigi Di Liegro, nel corso di un incontro con i dirigenti  e i dipendenti delle Ferrovie dello Stato, in Vaticano. Il Santo Padre ha ricordato come: “Il 15 ottobre 1997, quando la Diocesi di Roma rese onore a Don Luigi Di Liegro con i funerali grandiosi che ricordano quelli di Madre Teresa, celebrati un mese prima a Calcutta, al saluto dei poveri, che erano in prima fila nella Basilica Lateranense, si aggiunse simbolicamente quello di tutta la Nazione, attraverso il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e il Presidente del Consiglio Romano Prodi, venuti anche loro a rendere omaggio al feretro. Un riconoscimento certo tardivo dopo la solitudine in cui fu lasciato il sacerdote nelle sua battaglie a  difesa degli ultimi.”

Papa Francesco dopo aver ricordato la vita di Don Luigi, in maniera dettagliata e con riferimenti che richiamano il percorso umano e religioso, ha citato alcuni concetti cari al “prete degli ultimi”, come: “Una carità che tende a liberare le persone dal bisogno e quindi a renderle protagoniste della propria vita”, e ancora: “Un prete non è tale senza comunità da servire e a cui appartenere.” In quest’omaggio, un riconoscimento a Don Luigi, che di fatto aveva immaginato, diversi anni prima, la visione di Chiesa di Papa Francesco.      

L’opera e la testimonianza di Don Luigi è raccontata in tanti libri e biografie, che sottolineano la grande personalità di questo sacerdote che la comunità romana ha avuto fra i protagonisti di un periodo difficile della nostra storia contemporanea. Oggi, tuttavia, il ricordo di Don Luigi è presente non solo nella Caritas di Roma e nella Fondazione Internazionale chiamata con il suo nome, costituita venti anni fa, per mantenere vivi la memoria e il suo pensiero, attraverso lo svolgimento di attività sociali, ma delle tante persone, laici e religiosi, che hanno avuto la possibilità di  conoscere direttamente Don Luigi, e indirettamente di quelle che attraverso le strutture come scuole, ospedali, vie, ecc., che portano il nome del fondatore della Caritas di Roma.

Nel giorno che si fa memoria di Don Luigi Di Liegro, tanti amici e conoscenti, si domandano sommessamente: “ Ma Don Luigi può andare verso la gloria degli altari?” Sono passati  i momenti dell’emozione dopo la morte, e forse oggi è possibile con equilibrio e obiettività, valutare questa situazione. Si tratta di avviare, se possibile, la procedura canonica delle Cause di Beatificazione e di Canonizzazione, perché certamente “il prete dei poveri” può essere fra coloro che “sono degni di speciale considerazione ed onore”.  Questi i sentimenti e la speranza a 23 anni dalla morte di Don Luigi.

 

Papa Francesco ripensare il rapporto con il denaro

Per gentile concessione dell’autore, direttore di Orbisphera.

«Come ho scritto nell’Esortazione apostolica “Evangelii gaudium”, ritengo necessario ripensare il nostro rapporto con il denaro».
Lo ha detto l’8 ottobre Papa Francesco ricevendo il Comitato di Esperti del Consiglio d’Europa (Moneyval), giunti in Vaticano per la valutazione periodica delle misure contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo.
Il Papa ha detto di avere particolarmente a cuore il lavoro del Comitato di Moneyval perché è strettamente connesso con la tutela della vita, con la pacifica convivenza del genere umano e con una finanza che non opprima i più deboli e bisognosi.
Francesco ha sottolineato che è necessario ripensare il nostro rapporto con il denaro, perché in gran parte del mondo il denaro sembra avere il predominio sull’uomo.
«Talora – ha spiegato Bergoglio – pur di accumulare ricchezza, non si bada alla sua provenienza, alle attività più o meno lecite che l’abbiano originata e alle logiche di sfruttamento che possono soggiacervi».
Addirittura si arriva al punto – ha aggiunto – che in alcuni ambiti «per avere il denaro ci si sporchi le mani del sangue dei fratelli. Può succedere che risorse finanziarie vengano destinate a seminare il terrore, per affermare l’egemonia del più forte, del più prepotente, di chi senza scrupoli sacrifica la vita del fratello per affermare il proprio potere».
Come esempio di corretto uso del denaro, Bergoglio ha ricordato San Paolo VI, il quale propose che, con il denaro impiegato nelle armi e in altre spese militari, si costituisse un Fondo mondiale per venire in aiuto ai diseredati.
Questa proposta Francesco l’ha ripresa nell’Enciclica “Fratelli tutti”, chiedendo che, piuttosto che investire sulla paura e sulle minacce nucleari, chimiche e biologiche, si usino tali risorse «per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa».
Il Pontefice ha fatto anche riferimento all’Enciclica “Quadragesimo anno” promulgata da Pio XI, nella quale si afferma che «il Magistero sociale della Chiesa ha sottolineato l’erroneità del “dogma” neoliberista secondo cui l’ordine economico e l’ordine morale sarebbero così estranei l’uno all’altro, che il primo in nessun modo dipenderebbe dal secondo».
Rileggendo tale affermazione alla luce dei tempi attuali – ha spiegato Francesco – si può constatare che «l’adorazione dell’antico “vitello d’oro” ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano».
L’Enciclica “Fratelli tutti” ribadisce che «la speculazione finanziaria, con il guadagno facile come scopo fondamentale, continua a fare stragi».
Dopo aver ripetuto che «il denaro deve servire e non governare», Francesco ha sostenuto che con la speculazione «l’economia perde il suo volto umano» e «non ci si serve del denaro, ma si serve il denaro».
Si tratta di una forma di idolatria a cui il Papa chiede di reagire riproponendo l’ordine razionale delle cose, che riconduce al bene comune.
Per questo motivo «Gesù ha scacciato dal tempio i mercanti» ed ha insegnato che «non si può servire Dio e la ricchezza».
Per questi motivi l’Ordinamento vaticano ha intrapreso, anche recentemente, alcune misure sulla trasparenza nella gestione del denaro e per contrastare il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo.
Francesco ha ricordato che il 1° giugno scorso è stato promulgato un “Motu Proprio” per una più efficace gestione delle risorse e per favorire la trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici.
Inoltre, il 19 agosto scorso, un’ordinanza del Presidente del Governatorato ha sottoposto le Organizzazioni di volontariato e le Persone Giuridiche dello Stato della Città del Vaticano all’obbligo di segnalazione di attività sospette all’Autorità di Informazione Finanziaria.
In conclusione, Papa Francesco ha rinnovato la sua gratitudine al Comitato di Esperti del Consiglio d’Europa per il servizio che svolgono.
«I presìdi sui quali voi vigilate – ha detto – si pongono a tutela di una “finanza pulita”, nell’ambito della quale ai “mercanti” è impedito di speculare in quel sacro tempio che è l’umanità, secondo il disegno d’amore del Creatore».
Testo completo del discorso di Papa Francesco al Comitato di esperti del Consiglio d’Europa (MoneyVal): http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2020/october/documents/papa-francesco_20201008_comitato-moneyval.html

Fondo affitti: 160 milioni per sostenere famiglie a basso reddito e studenti fuori sede

Via libera al Decreto proposto dalla Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli che incrementa il Fondo di Sostegno alle Locazioni con uno stanziamento di ulteriori 140 milioni di euro per le famiglie a basso reddito che vivono in affitto e di 20 milioni di euro per gli studenti fuori sede residenti in luogo diverso rispetto a quello dove è ubicato l’immobile locato. Risorse che sono ripartite tra le Regioni e immediatamente spendibili dai Comuni grazie a quanto stabilito con il decreto ‘Cura Italia’.

Si tratta dello stanziamento più alto degli ultimi dieci anni, dal 2010 ad oggi e che servirà ad intervenire concretamente sui contesti sociali più fragili per alleggerire e supportare tante persone e tante famiglie che, con la pandemia, hanno vissuto e vivono tutt’ora una situazione economica di grande disagio e incertezza. Ma l’obiettivo sarà anche quello di ripartire da questa prima iniezione di risorse per rilanciare più in generale l’edilizia residenziale pubblica e l’housing sociale, avviando la costruzione di nuovi edifici e intervenendo sulla manutenzione di quelli meno recenti.

Con le risorse messe in campo oggi, è stato possibile ampliare la platea dei beneficiari: per quello che attiene il Fondo Morosità Incolpevoli, non solo i destinatari dei provvedimenti di sfratto, ma anche coloro che presentano un’autocertificazione nella quale attestano di aver subito, in ragione dell’emergenza Covid-19, una perdita del proprio reddito Irpef superiore al 30% nel periodo marzo-maggio 2020 rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente e di non disporre di sufficiente liquidità per far fronte al pagamento del canone di locazione e degli oneri accessori; per quello che riguarda il Fondo Sostegno Affitti, l’estensione riguarda tutti coloro con ISEE non superiore a 35 mila euro e che dichiarano una perdita superiore al 20% nel periodo marzo-maggio 2020 rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente.

Saranno le Regioni a fissare i criteri e a verificare che i beneficiari siano effettivamente in regola con i requisiti richiesti dal decreto. E saranno sempre le Regioni a poter liberamente stabilire di integrare queste risorse con quelle assimilabili e riconducibili all’emergenza Covid.

Da parte sua, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti avrà il compito di effettuare il monitoraggio sulla gestione dei fondi attraverso un format al quale le Regioni dovranno attenersi per fornire un resoconto, in linea con le disposizioni in materia della Corte dei conti.

Maltempo: è boom di funghi

Non solo danni, l’arrivo della abbondanti piogge di autunno ha creato le condizioni favorevoli alla crescita dei funghi facendo scattare la corsa a porcini, finferli, trombette, chiodini neglii 11,4 milioni di ettari di boschi italiani. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che le precipitazioni erano attese dagli appassionati come manna dal cielo in una stagione iniziata male soprattutto nel centro sud a causa della siccità.

L’arrivo dell’autunno – sottolinea la Coldiretti – è stato segnato dal maltempo che ha favorito raccolte abbondanti a valle sulle Alpi ma lungo tutta la dorsale appenninica da nord a sud, isole comprese. Il brusco cambiamento climatico è arrivato dopo un periodo caratterizzato da temperature insolitamente alte in un anno che è stato fino adesso di oltre un grado (+1,05 gradi) superiore alla media storica classificandosi in Italia al secondo posto tra i più bollenti dal 1800, sulla base dell’analisi Coldiretti su dati Isac Cnr relativi ai primi otto mesi dai quali si evidenzia anche la caduta di circa il 25% di pioggia in meno nonostante il moltiplicarsi di eventi violenti.

La nascita dei funghi – sottolinea la Coldiretti – per essere rigogliosa richiede come condizioni ottimali terreni umidi senza piogge torrenziali, una buona dose di sole e 18-20 gradi di temperatura all’interno del bosco.

I funghi sono risorsa importante per un Paese come l’Italia dove i boschi coprono il 40% della superficie totale anche se sono segnati spesso purtroppo – precisa la Coldiretti – dall’abbandono, incuria e dall’azione criminale dei piromani.

L’attività di ricerca – continua la Coldiretti – non ha solo una natura hobbistica che coinvolge moltissimi vacanzieri e svolge anche una funzione economica a sostegno delle aree interne boschive dove rappresenta un’importante integrazione di reddito per migliaia di “professionisti” impegnati a rifornire negozi e ristoranti di prodotti tipici locali, con effetti positivi sugli afflussi turistici.

E’ necessario tuttavia evitare le improvvisazioni e seguire alcune importanti regole che – conclude la Coldiretti – vanno dal rispetto di norme e vincoli specifici presenti nei diversi territori, alla raccolta solo di funghi di cui si sia sicuri e non fidarsi assolutamente dei detti e dei luoghi comuni, ma anche rivolgersi sempre, in caso di incertezza, per controlli ai Comuni o alle Unioni micologiche e utilizzare cestini di vimini ed evitare le buste di plastica.

Roberto Speranza: “Dobbiamo resistere fino a metà 2021”.

“La scienza in un tempo congruo ci darà risposte incoraggianti, importanti. Sono ottimista: il vaccino, le cure arriveranno. Presto avremo notizie incoraggianti, ma con tutta probabilità non prima della prima parte del 2021”. E’ la previsione del ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha fatto il punto sulla situazione Covid nel nostro Paese, intervenendo alla manifestazione ‘Sanità: pubblica e per tutti!’, promossa da Cgil e Funzione Pubblica Cgil in piazza del Popolo a Roma.

Fino alla prossima primavera, “dobbiamo resistere e convivere con il virus: in questi mesi i comportamenti delle persone – sottolinea il ministro – sono la chiave essenziale, sono le armi che abbiamo” per piegare la curva dei contagi di Covid-19.

La candidatura di Calenda rappresenta una cartina di tornasole: si vuol vincere davvero a roma?

La Candidatura di Carlo Calenda, se sarà confermata, ha il pregio di far fare un salto di qualità al dibattito sulle candidature a Sindaco di Roma.
La candidatura – oggettivamente, al di là della personalità e dello stile mediatico, di cui espressione “Cult” è la avvincente parodia -imitazione di Crozza- è comunque autorevole e pone anche la questione delle alleanze da costruire per vincere una scommessa realmente progressista e di centrosinistra nella città che invevitabilmente, come Capitale d’Italia, sarà al centro delle attenzioni elettorali e mediatiche del 2021.

Finora la danza era stata furbescamente guidata dalla Sindaca uscente che con una mossa sorprendente, ma poi non tanto, aveva annunciato la sua ricandidatura “ad oltranza” (cioè al di là di ciò che il Movimento cinque stelle voglia decidere al riguardo).
A fronte di questa ricandidatura, non molto supportata dal lavoro fatto (diciamo così….non mi piace maramaldeggiare…) e mentre sul Pd da un lato (il partito che vinse le elezioni precedenti con Ignazio Marino e che ne è stato protagonista anche della sua caduta anzitempo), così come sulla destra incombente, continuavano a volteggiare le nubi dell’ incertezza, una miriade di consiglieri comunali, municipali e regionali oltrechè qualche deputata o senatrice hanno autocertificato la propria disponibilità a misurarsi in primarie convocabili entro la fine dell’anno. Piuttosto anzitempo rispetto alle necessità, e dunque più per “calmierare” il mercato delle autocandidature, piuttosto che per una scelta “vera”.

Occorre allora, per essere corretti e puntuali, precisare alcune cose prima che il prossimo “step” abbia luogo, come ormai accade, più sui media che tra la popolazione cittadina.
Che Virginia Raggi si ricandidi, va riconosciuto, è innanzitutto cosa buona in un panorama degli enti locali e regionali dove è insorta – non spesso, ma è divenuto comunque non infrequente- l’abitudine a non misurarsi col proprio possibile consenso dopo un primo mandato: non pochi Presidenti di regione e Sindaci passano ad altra carica prima di finire il mandato ed evitano così il giudizio popolare sul loro operato.
Va detto che ci sono anche casi in cui il buon operato non ha garantito il Sindaco o il Presidente uscente, sulla base di un voto elettorale spesso condizionato da fattori “esterni” come i trends di voto nazionali o avvenimenti eccezionali di natura politica o più spesso mediatica, ma almeno in questo caso essi non si sottraggono al realismo (ed agli insegnamenti) di una sconfitta immeritata.

Su questa scelta di Virginia Raggi pesa certo anche l’oscurità del suo “dopo”; una oscurità che fa tutt’uno con la mentalità del movimento Cinque Stelle che finora ha rifiutato di farsi “partito” e di stabilire un “cursus honorum” come se fosse un’onta imparare a fare i conti con l’amministrazione della “Res Publica” e utilizzare le capacità acquisite nell’impegno che dovrebbe essere di servizio al bene comune.
Virginia Raggi sente che non ha molte chances in altri impegni futuri e conosce la “macchina” comunale romana. Ritiene perciò di farsi “misurare” e semmai di utilizzare le sue capacità (o meno) in questo campo politico. E’ una scommessa che potrebbe vederla impegnata in territori (coalizioni, alleanze, scontri tra partiti) sconosciuti a lei e al M5S, e questo va detto.

Poiché sia Salvini che la Meloni guardano alle prossime elezioni politiche nella speranza di succedere alla leadership di Berlusconi, hanno per ora annunciato che non si impegneranno direttamente, il che fa prevedere, ad oggi, che con una Sindaca uscente in terza posizione saranno centrodestra e centrosinistra senza “pesi massimi”, a confrontarsi ed i due schieramenti potrebbero prevalere, l’uno sull’altro, sulla base di un confronto risaputo e già visto (e qui si vedrà di che capacità politiche future dispone Virginia Raggi…).

Questo ha generato la spinta a candidarsi di molti, soprattutto nel Pd, invocando le primarie e scommettendo almeno sulla sicurezza di avere un posto privilegiato di “osservatore diretto” ( ed una sorta di “diritto di tribuna”) anche in caso di sconfitta alle primarie.

Non avrebbe altro senso la candidatura di personalità politiche rispettabili ma oggettivamente senza alcuno “standing” (spiccata personalità riconosciuta a Roma e in Italia visto il ruolo della Capitale e forse – se si riesce a recuperare – anche in campo internazionale) per aspirare davvero al ruolo di Sindaco.
Ecco perché la candidatura di un ex Ministro della Repubblica che ha fatto bene il Ministro e che comunque ha riconosciute capacità organizzative e manageriali; riconosciute dal campo avverso, riconosciute dal mondo imprenditoriale e sindacale e capace di una visione generale sul piano del Paese, oggettivamente è una buona notizia. Per la competizione in sé.

Qui vengono i nodi al pettine di due questioni che circolano e che Lucio D’Ubaldo ha riassunto nella sua riflessione: come costruire una alleanza di centrosinistra che vinca a Roma e con quale programma, prima di eventuali primarie, prima che gli annunci colmino i vuoti della politica.

Sull’alleanza, non c’è dubbio che un fuoriuscito dal Pd non possa suscitare grande calore in chi è rimasto; ma Calenda non sta forse nell’area di centro del centrosinistra, che proprio Goffredo Bettini indica come un’area da riorganizzare per vincere?
E d’altronde se c’è un Pd che più di tutti ha pagato la fine del sogno veltroniano dell’inclusione, che dette vita al Pd nel 2007, è quello di Roma: la vicenda Marino, con il sì a luglio 2012 e poi il no di Zingaretti (ancora da spiegare bene…), la candidatura del medico-senatore e la sua vittoria nelle primarie su Sassoli e Gentiloni (in ordine di.Apparizioni televisive dell’epoca…); infine la vicenda della Sindacatura Marino con una fine “extra Aula Giulio Cesare”) ha reso il Pd romano attuale abbastanza afono ed acefalo anche in presenza degli organi ricostituiti dopo il commissariamento Orfini (che certo non è stato “ricompattante” per il Pd romano, tutt’altro).

Pare chiaro che al di là di ogni polemica il Pd ha un marchio che, a Roma, da solo non può funzionare…dunque se non è Calenda, sarebbe qualcun altro, ma difficilmente si può fare a meno di altre forze politiche per quanto minoritarie o “antipatiche” (e la politica non si fa con le simpatie e senza fare i conti sulle alleanze).

C’è poi la questione del programma. Un programma politico, non una sequela infinita delle necessità di Roma che sarebbero troppe da elencare e che con la disgraziata Sindacatura Raggi sono aumentate di numero.
Un programma politico deve porsi questioni che anche le pur benemerite Giunte Rutelli o Veltroni non affrontarono sino in fondo, forse preparando così il cammino alla inopinata sconfitta con Alemanno. In primis la decentralizzazione: ogni aspirante Sindaco la promette ed una volta eletto la sconfessa pensando di governare tutto dall’Arx Capitolina. Bisogna fare davvero e trasferire poteri comunali, bilanci e personale ai Municipi. In secondo luogo, e deriva da questo appena detto, la riorganizzazione delle decine di migliaia di dipendenti comunali o paracomunali, specie in tempi di crisi economica pre e post pandemia. In terzo luogo, una razionalizzazione delle circa 80 aziende comunali, in termini economici, gestionali e di direzione politica (si va dalla beneficienza ad aziende quotate in borsa….così non si può continuare). E a seguire tutto il resto dei problemi sociali (il paradosso di abitazioni sfitte e decine di migliaia di senza casa, per esempio) economici e culturali di una città che dovrebbe essere all’avanguardia della innovazione tecnologica e del “green deal” e potrebbe esserlo vista la rete di servizi e di aziende di servizi anche innovativi; che ha e che negli anni novanta dello scorso secolo la portò a superare perfino Milano e Torino in innovazione e crescita.
Ci sarà tempo per parlare di programma ma ciò che Lucio D’Ubaldo segnala correttamente e mi preme cogliere e sottolineare è che programma politico (priorità) e alleanze, di per sé sono buona parte dell’identikit di un candidato possibile proposto alla coalizione di centrosinistra per vincere a Roma.

In questo senso anche la candidatura di Calenda – sempre se confermata – è partita male, come tante scelte politiche di questi anni confusi (e infelici) ma perlomeno ha il pregio di fornire automaticamente un obbligo a confrontarsi con un pensiero sistemico e metodico sulle necessità della politica e sulla necessità di dibattere di alleanze. E tutto questo prima di primarie, che debbono essere della coalizione, non di un solo partito (se si punta a vincere, certo).

Non sono tra quelli che sa cosa si deve fare ad ogni costo a Roma. Non ho obblighi di partito dal 2018. Ma da cittadino romano che un po’ ha masticato, negli anni, di politica credo che siamo arrivati ad un punto in cui questa città ha bisogno di un cambio vero di paradigma perché o si riprende oppure il declino sarà irreversibile per anni e anni.
Di certo non possiamo permetterci un’altra Raggi o una gestione alla Alemanno. Perciò mettiamo da parte i fastidi e lavoriamo sul materiale che oggi la situazione ci offre. Si può solo migliorare.

Compiti Estremi

È probabile che i dati di questo tardo pomeriggio e anche quelli di lunedì, siano meno crudi. Che si ritocchi al ribasso il numero dei contagiati. Effetto di una diminuzione di controllo. Siamo giunti ai valori che si attestavano nel cupo periodo della primavera.

Il massimo registrato sei mesi fa, è stato di circa 6.100 contagiati. Va comunque considerato che allora si facevano un numero ridotto di tamponi.

Quello che conta è il valore di contagiosità. Se supera l’uno, è pericoloso; se oltrepassa l’uno virgola cinque, è allarme. Attualmente abbiamo superato l’uno.

Possiamo dire che la cospicua differenza tra i dati primaverili e questi d’inizio autunno, è data dal numero dei decessi: allora erano centinaia, raggiunsero anche la quota di ottocento al giorno; oggi, si attestano sui valori di qualche decina.

Questo ha un alto significato: le terapie sono di gran lunga migliorate, gli interventi son o più efficaci e non è da escludere che il virus abbia attenuato la sua aggressività.

Di fronte a tutto ciò, come già ho scritto una settimana fa, tutto passa dal comportamento di singoli soggetti e delle singole persone. Ormai sappiamo che un vaccino, potrà metterci al riparo, solo nel 2021. Per i prossimi cinque, sei mesi dobbiamo cavarcela con il RIGORE degli stili di ciascuno di noi. Nessuna trascuratezza. Liquidato ogni comportamento superficiale. Dobbiamo sempre fare attenzione. Ovunque ci si trovi. Persino in famiglia.

Dobbiamo fare in modo che non ci si trovi nella caustica situazione di dover chiudere tutto. L’economia subirebbe un colpo micidiale. Queste prossime settimane, riveleranno se, la maturità dimostrata in tempi passati, potrà ancor oggi reggere la nostra sorte.

Il compito non è quindi solo affidato alle autorità Statali, Regionali o Comunali ma è prima di tutto, un compito che dovremo sentire individualmente come compito etico.

Ciascuno quindi, faccia la sua parte. Ne va della nostra salute, ne va della nostra economia, ne va della nostra sicurezza sociale e della nostra serenità.

Cinquant’anni dopo De Gaulle, un gigante della storia

Il 4 aprile 2005, durante una trasmissione TV di ‘France2’, Charles de Gaulle era stato designato dai telespettatori come «il più grande francese di tutti i tempi», superando anche Louis Pasteur, l’Abbé PierreMarie CurieVictor Hugo

Nel novembre 2010, in occasione del 40º anniversario della sua scomparsa, da un sondaggio di TNS (Taylor Nelson Sofres) una delle più prestigiose aziende internazionali specializzata in ricerche di mercato e opinione, emerse che De Gaulle fu considerato  il  «personaggio  più importante della storia di Francia» per il 44% degli interpellati, davanti a Napoleone (14%), Carlo Magno(14%), Jean Jaurès (12%), Luigi XIV (7%).

A questo incipit retrospettivo si aggiunga che nel 1958, anno della fondazione della Quinta Repubblica di cui divenne poi il primo Presidente,  il generale fu nominato personaggio dell’anno dalla rivista americana Time, ultimo francese a ricevere questo riconoscimento.

A 50 anni dalla sua scomparsa basterebbero queste tre citazioni che di solito si mettono a piè di pagina, nei titoli di coda, per far anche solo intuire la grandezza del politico di formazione militare, uomo di profonda cultura, scrittore, mente dotata di una capacità intuitiva folgorante, di un’ironia raffinatissima che lo poneva di una spanna al di sopra dei suoi interlocutori, una delle più importanti e influenti personalità della Storia francese e mondiale del 900, incardinando in sé la grandeur che propugnò e cercò per il suo Paese.

Al punto che risulta imprescindibile passare attraverso la sua figura, il suo pensiero, le sue visioni e le sue scelte se si vuole comprendere quanto fu determinante l’azione di governo e soprattutto la Presidenza della V° Repubblica francese per il suo Paese, con una influenza diretta e personale che possiamo ritrovare almeno in termini carismatici in poche altre figure del secolo scorso, da Churchill a Kennedy a Gorbaciov, per citare nomi altrettanto rievocativi di sentimenti e passioni popolari, seppur diversi.

Dobbiamo soprattutto agli studi di Gaetano Quagliariello (“De Gaulle e il gollismo” ed. Il Mulino), studioso e politico italiano, gli approfondimenti storiografici più ampi, recenti, ricchi di citazioni ed aneddotica intorno alla persona del Generale De Gaulle: la sua lunga militanza nella politica francese ha lasciato il segno più di quanto altrove siano riusciti a fare gli statisti a lui contemporanei.

Protagonista della Resistenza, fondò e guidò dal 1947 al 1955 il RPF (Rassemblement du peuple francais) con lo scopo di combattere il regime “esclusivo” dei partiti, di opporsi all’avanzata del comunismo e di promuovere una riforma costituzionale che privilegiasse il potere esecutivo mentre in politica estera avversò iniziative come la creazione del Consiglio d’Europa, il piano Schumann, la CECA e il CED, in nome dell’indipendenza nazionale, fu ostile alla evoluzione delle relazioni transatlantiche preconizzando un’Europa confederata. Conclusa l’esperienza dell’RPF De Gaulle, forte di un ampio consenso popolare  per la sua figura carismatica (che della formazione militare aveva ereditato l’attitudine al comando) , nel 1958 fu capo del governo (durante il periodo della cd.”crisi algerina”) Presidente della Repubblica dal 8 gennaio 1959 al 28 aprile 1969. Fu dunque il primo presidente della quinta Repubblica francese e artefice della riforma costituzionale, caratterizzata da una svolta accentratrice e semi-presidenziale, fondatore del ‘gollismo’, un fenomeno politico tutto francese e ispirato al carisma del Generale che appare ancora oggi come uno degli ultimi grandi uomini capaci di fare la storia, lui che aveva saputo spesso muovere gli eventi invece di lasciarsi muovere da essi, protagonista indiscusso e riferimento ‘disallineato’ nella politica europea del Novecento. Accentratore, insofferente verso l’assemblearismo, amato e odiato,  secondo la critica di Roberto Colozza  “De Gaulle aveva annichilito il parlamento e neutralizzato il governo, investendo la figura del capo di Stato di un potere debordante”, e fu accusato da più parti di propugnare una deriva autoritaria ma ebbe in Fanfani e La Pira (ma anche in Pacciardi) i più convinti estimatori tra i politici italiani. Ma Charles de Gaulle è stato anche un precursore dell’uso delle metafore e degli aneddoti,  molti aspetti della sua personalità, la sua figura ieratica, la sua statura imponente avevano generato la simpatia dei francesi che amavano il suo vocabolario non convenzionale, le sue battute spiritose  – “Perché volete che a 67 anni io cominci una carriera di dittatore?” –  o il dono di aver sempre l’ultima parola. Celebre la risposta a un giornalista che durante una conferenza stampa gli chiedeva candidamente “Come state?”…..replicò “Non sto male, ma rassicuratevi: un giorno non mancherò di morire”.  Molto rievocata anche la freddura con cui zittì un suo collaboratore ai tempi dell’avvento della Quinta Repubblica che infervorato dall’impresa urlò : “E adesso, generale, a morte tutti i coglioni!” . Si narra che De Gaulle avesse replicato: “Caro amico il suo vasto programma mi sembra troppo ambizioso”.

Non nascose mai il suo disprezzo per i partiti politici di destra e di sinistra sentendo di incarnare una politica di centro (ma calibrata su se stesso) ispirata al cattolicesimo sociale, capace di guidare i processi di modernizzazione della Francia e dell’occidente europeo, attraverso una svolta moderata e centralista degli assetti dello Stato e della P.A.

Consapevole della complessità della gestione politica di un Paese avviato verso traguardi ambiziosi – rimase celebre la sua battuta “Come si può governare un Paese che ha una varietà di 246 tipi di formaggio?” – guardava al centro moderato nella politica interna, caricando su di sé il fardello di convivere con una congerie di uomini che considerava mediocri, nella speranza di farne a meno nei momenti topici e cruciali delle scelte e individuando presto in George Pompidou il delfino candidato alla successione (abilità che guardando dal dopoguerra ad oggi nelle segrete stanze del potere altri capi carismatici non hanno avuto, anche in casa nostra) elaborò a lungo un’idea precisa sulla politica estera, guardando – come detto- ad una Europa delle Nazioni, dove ciascun Paese mantenesse la propria identità fatta di cultura tramandata e sovranità politica. Una visione fortemente nazionalista e franco-centrica, ‘superiorista’.

Una concezione ben diversa sa quella che sta tentando di prender corpo nell’U.E. e che palesa tutte le sue intrinseche difficoltà rispetto ad una guida unitaria, coesa e capace di una visione condivisa nelle relazioni interne e internazionali.

De Gaulle e il gollismo hanno rappresentato in ogni caso una linea politica unica ed originale nel panorama politico europeo e transnazionale del 900.

Come più volte sottolineato il Generale esprimeva una forza carismatica e accentratrice capace di galvanizzare consensi e di costituire un riferimento rassicurante in termini di stabilità istituzionale, per innescare il volano della ripresa economico-finanziaria e costituire solide basi per una duratura riforma dello Stato: per questo il gollismo è sopravvissuto al suo fondatore come sintesi delle esigenze sopra richiamate e sponda politica e sociale per i processi di ‘cetomedizzazione’ del Paese.

Poi arrivò il vento destabilizzatore del ‘68 in Francia e in Europa e le sue folate finirono per travolgere e spingere nell’angolo anche il grande Presidente-Generale.

Ma per dimostrare che la ‘grandeur’ francese –  una sorta di condizione di grazia, uno status sempre invocato e conclamato da De Gaulle per indicare una missione da compiere e insieme un’investitura, una vocazione del presente ed un destino sancito dalla Storia – se non è incardinata in grandi uomini capaci di esprimerla diventa una boutade di cugini malpensanti e altezzosi,  non possiamo dimenticare una battuta al veleno che ci riguarda e che sembra aver fatto molti proseliti anche tra i suoi succedanei connazionali fino ai giorni nostri, in politica o nella società civile,  quando parlando di noi raggrinziscono le labbra per sospirare “Ah, les italiens….!”, guardandoci dall’alto in basso in senso dispregiativo.

“L’Italia – pare abbia detto un giorno di noi De Gaulle – non è un Paese povero ma un povero Paese” e questa – che allora era una battuta e oggi ha le sembianze di una profezia –  nonostante Brigitte Bardot, i formaggi e lo champagne, gliela possiamo perdonare?

La gestione circolare dei rifiuti nel centro Italia Una fotografia delle città e delle cinque Regioni

Scattata la fotografia alle Regioni e alle città del centro Italia sulla gestione circolare dei rifiuti urbani La produzione di rifiuti è restata stabile nel complesso, con Marche, Emilia Romagna e Toscana che registrano un incremento e Lazio ed Umbria una diminuzione.; la raccolta differenziata è passata dal 41% al 58% tra il 2013 e il 2018( +17%), le Marche si confermano le più virtuose con il 69% di RD e una città, Ferrara, svetta con l’86%; il tasso di riciclo, 45%, è uguale al dato nazionale. La gestione dei rifiuti urbani nelle città italiane ha operato grandi cambiamenti nei decenni trascorsi con lo sviluppo delle raccolte differenziate, il sistema dei Consorzi, l’affermazione di attività industriali di riciclo, ora le città per raggiungere gli obiettivi fissati dall’ Unione Europea si trovano di fronte nuove sfide.

Per approfondire la gestione circolare dei rifiuti in 5 Regioni dell’Italia centrale (Emilia
Per la redazione del Rapporto, il Green City Network ha svolto un’indagine qualitativa a campione fra le città Capoluogo di provincia e tra quelle medie e piccole (tra i 50.000 e i 15.000 abitanti). Dal Rapporto emerge che la produzione dei Rifiuti Urbani (RU) nel corso degli ultimi anni (2013-2018) è cresciuta: a livello nazionale, nelle Regioni studiate invece è restata pressoché stabile.

Le Marche registrano il maggior incremento (+39 kg/ab/anno), seguite da Emilia Romagna (+37) e Toscana (+17), Lazio e Umbria registrano una riduzione dei rifiuti rispettivamente di -24 e -2 kg/ab/anno.

Per la raccolta differenziata 2 Regioni, Lazio e Toscana, hanno una RD inferiore alla media nazionale (58%), Marche, Emilia Romagna ed Umbria superano la media nazionale con rispettivamente 69%, 67%, 63%. Tra le città, 15 hanno RD superiore alla media nazionale, con Ferrara che arriva all’ 86%, seguita da Parma e Lucca all’ 81%, mentre 9 città, tra cui Roma, hanno la RD minore del 50%, con Latina ferma al 23%. .Per quanto riguarda la raccolta differenziata delle plastica 18 Capoluoghi (su 31) hanno una performance superiore alla media nazionale (24 kg/ab) con il testa Ferrara con 53 kg/ab, seguita da Terni (43) e da Pesaro e Rimini (42). In coda c’è Rieti con 0. Rispetto alla RD pro capite ella plastica, tra il 2013 e il 2018, l’incremento maggiore si registra a Viterbo, dove la raccolta cresce di 9 volte. Il tasso di riciclo dei rifiuti urbani nel Centro Italiai è uguale a quello nazionale:45%. Solo le Marche con il 56% hanno raggiunto l’obiettivo previsto per il 2025 (55%), vicino al target l’ Emilia Romagna con il 54%. In coda il Lazio con il 34% che dovrà compiere lo sforzo maggiore per raggiungere l’obiettivo. Lo smaltimento in discarica è pari al 20%, con punte del 40% in Umbria.

Le coltivazioni bio in Italia volano verso i 2 milioni di ettari

Le coltivazioni bio in Italia volano verso i 2 milioni di ettari con il record storico di sempre con una crescita ininterrotta nei 30 anni dalla nascita della normativa europea in materia, per un settore in espansione da nord a sud della penisola, dalla Lombardia al Lazio, dal Veneto alla Calabria, dal Trentino alla Puglia. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti su dati Sinab in occasione del Sana Restart, il salone del biologico alla Fiera di Bologna fino a domenica 11 Ottobre, che si sviluppa su tre aree tematiche: Food, Care & Beauty e Green Lifestyle.

Sul piano produttivo l’Italia – sottolinea la Coldiretti – è nel 2019 il primo Paese europeo per numero di aziende agricole impegnate nel biologico dove sono saliti a ben a 80643 gli operatori coinvolti (+2%) mentre anche le superfici coltivate a biologico sono arrivate a sfiorare i 2 milioni di ettari (+2%) con percentuali a due cifre per la Provincia di Trento (+31,3%) e il Veneto (+25,4%). Ma è il Mezzogiorno – spiega la Coldiretti – a guidare la classifica delle superfici con il record della Sicilia su oltre 370mila ettari, a seguire la Puglia con 266mila ettari e la Calabria che sfiora i 208mila ettari. Al centro le prime tre regioni per superfici a bio sono il Lazio con 144mila ettari, la Toscana con oltre 143mila e le Marche con più di 104mila. Mentre al nord la classifica è guidata dall’Emilia Romagna con 166mila ettari, dalla Lombardia con 56mila ettari e dal Piemonte con quasi 51mila.

L’incidenza della superficie biologica nel nostro Paese ha raggiunto nel 2019 il 15,8% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) a livello nazionale, e questo posiziona l’Italia di gran lunga al di sopra della media UE, che nel 2018 si attestava all’8%, e a quella dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%). A livello regionale – evidenzia la Coldiretti – in Calabria più 1 campo su 3 è bio (36,4%) mentre in Sicilia si sfiora il 26% del totale, ma percentuali a due cifre al Sud si registrano anche in Puglia (20,7%), Basilicata (21%), Campania (13,1%), Abruzzo (11,4%) e Sardegna (10,2%). Valori alti anche nelle regioni del centro Italia con il Lazio (23,2%), le Marche (22,2%), la Toscana (21,7%) e l’Umbria (13,9%). Al Nord la maggior incidenza del bio si rileva in Emilia Romagna con il 15,4% e in Liguria con il 11,2% mentre Friuli, Trentino Alto Adige e Piemonte sono ampiamente sopra il 5%, la Lombardia sfiora il 6% e Valle d’Aosta e Veneto sono al 6,2%.

Da sottolineare però – continua la Coldiretti – l’aumento delle importazioni di prodotti biologici da Paesi extracomunitari con un incremento complessivo del 13,1% delle quantità totali nel 2019 rispetto all’anno precedente. I cereali, le colture industriali e la frutta fresca e secca sono le categorie di prodotto biologico più importate, con un’incidenza rispettivamente del 30,2%, 19,5% e 17,0%. I tassi di crescita delle importazioni bio piu’ rilevanti si sono avuti per la categoria di colture industriali (+35,2%), di cereali (16,9%) e per la categoria che raggruppa caffè, cacao, zuccheri, tè e spezie (+22,8%).

“L’Italia è uno dei maggiori importatori di alimenti biologici da Paesi extracomunitari da dove nel 2019 ne sono arrivati ben 210 milioni di chili di cui quasi 1/3 dall’ Asia” ha affermato la leader dei giovani Coldiretti Veronica Barbati nel precisare che “occorre dare al più presto seguito alla raccomandazione della Corte dei Conti europea che invita a rafforzare i controlli sui prodotti biologici importati che non rispettano gli stessi standard di sicurezza di quelli Europei. Promuovere i prodotti bio italiani riducendo i volumi delle importazioni – conclude la Coldiretti – oltre a rispondere ai bisogni dei consumatori fornisce una spinta al raggiungimento degli obiettivi della strategia Farm to Fork del New Green Deal che punta ad avere in futuro almeno 1 campo su 4 (25%) coltivato a bio in Italia.

L’edizione 2020 del Festival Tuttestorie

Presentata a Cagliari la quindicesima edizione del Festival Tuttestorie di letterattura per ragazzi che si svolgerà negli spazi di Sa Manifattura dal 21 al 25 ottobre e dal 14 al 30 ottobre nelle scuole di Gonnesa, Iglesias, Pabillonis, Ruinas, Sanluri, Monserrato, dei Sistemi Bibliotecari Interurbano del Sulcis e del Sarcidano Barbagia di Seulo e di altri trenta comuni dell’isola.

Ideata e organizzata dalla Libreria per Ragazzi Tuttestorie, con il contributo di idee e testi di Bruno Tognolini, questa del 2020 sarà un’edizione speciale, diversa da tutte le altre. Dedicata al tema del CORPO, in un momento in cui il corpo è travolto da un’emergenza sanitaria che ne rivela la sua vulnerabilità, ma anche la sua centralità. Quattrocento gli appuntamenti in programma, di questi 238 si svolgeranno in presenza, anche con formula ibrida (dal vivo e da remoto) e 162 su piattaforma. Ai circa 6600 studenti coinvolti, dall’infanzia alla secondaria di 1° grado, sono destinati 243 appuntamenti, 81 in presenza, fra parchi, giardini, spazi scolastici e comunali e 162 su piattaforma.

Tra gli ospiti di quest’anno, Lorenzo Mattotti e Nadia Terranova, Katy Couprie, Albertine e Germano Zullo, Benjamin Chaud, Annette Herzog, Maja Celija, Cristina Bellemo, Fabrizio Silei, Annet Schaap, Stefano Bordiglioni

Siamo ad un passo da una nuova emergenza.

Si è ormai concretizzato un passaggio di fase epidemico in Italia con aumento consecutivo di casi da 10 settimane. Inoltre si osserva un notevole carico dei servizi territoriali che va monitorato per i suoi potenziali riflessi sui servizi assistenziali.

È necessario – raccomandano Iss e Ministero – evitare eventi e iniziative a rischio aggregazione in luoghi pubblici e privati. È obbligatorio adottare con consapevolezza comportamenti individuali rigorosi (in particolare il distanziamento fisico e l’uso delle mascherine) al fine di limitare il rischio di trasmissione per evitare un ulteriore e più rapido peggioramento dell’epidemia.

Infatti, a livello nazionale continua a salire il numero di persone ricoverate e, conseguentemente, aumentano i tassi di occupazione delle degenze in area medica e in terapia intensiva.

Tra le Regioni con la più alta percentuale di occupazione di posti letto in terapia intensiva e area medica da parte di pazienti Covid si segnalano: Campania con il 6% di terapie intensive occupate e 13% dei posti di area medica, il Lazio con il 6% e il 16%, la Liguria con l’11% di terapie intensive occupate e il 9% di letti di area medica, la Puglia con il 4% di Ti e il 10% di area medica, la Sardegna (12 e 8%) e la Sicilia (4 e 11%).

Scommettiamo su Calenda

Non vorrei che fosse equivocato il giudizio sulla candidatura, non ancora ufficiale, di Carlo Calenda a Sindaco di Roma. Per chiarezza esprimo subito consenso. Si tratta di una ipotesi che apre un varco alla speranza: infatti, l’esperienza ricca e feconda dell’ex ministro può dare una spallata al pessimismo di romani e non romani sul futuro della Capitale. A questo riguardo non ci sono dubbi. Il problema semmai sta nella ‘logica’ di un annuncio che adombra l’ennesimo scivolamento nella personalizzazione della lotta politica. Prima viene la candidatura, poi i programmi e le alleanze.

Non risponde, questa logica, al nostro modo di pensare. Ad  ogni buon conto, Pierluigi Castagnetti sostiene che l’ingresso in scena di Calenda rappresenta una vera benedizione per Roma. Lo dice, evidentemente, per scuotere il Pd dall’incertezza. È una premura comprensibile, a patto che non si riduca alla dialettica tutta interna ai Democratici. Serve uno sguardo più ampio, anche per rendere effettivamente, come forse tutti conveniamo, più ampio lo schema di riferimento della candidatura in pectore. Calenda, d’altronde, ha la possibilità di abbattere le paratie che separano artificialmente molti elettori di centro, privi oramai di adeguata e conforme rappresentanza.

Un’osservazione comunque va messa a verbale. Era preferibile invertire l’operazione e fare, dunque, della riorganizzazione dell’area liberal-popolare il perno della possibile proposta. Però a che vale,  giunti a questo punto, la precisazione? Bisogna prendere di petto la scommessa di un grande rilancio, ciascuno con le proprie idee, a vantaggio di una Roma desiderosa di riscatto. Vedrei volentieri in questa impresa un valido apporto dei Popolari. Sulla scorta dell’insegnamento di Sturzo, il programma non può essere sganciato da una formula d’ingaggio. Non siamo, appunto, per la politica a misura di leader; anzi, ci ostiniamo a credere da sempre che il leader è piuttosto l’interprete di una politica.

Siamo di fronte a una novità interessante. Il popolarismo non ristagna nelle acque morte della ricognizione dei problemi e delle aspettative. Nella lotta democratica c’è l’esigenza di una reale capacità d’iniziativa. È lodevole, ma non basta, l’appello a riscoprire la propria identità. Ora, se Stefano Zamagni sollecita un nuovo impegno dei cattolici, specie a partire dalle realtà amministrative locali, dovremmo ragionare tutti insieme  sul  modo di forgiare, attorno all’ipotesi Calenda, questa dichiarata volontà di rimobilitazione, nel segno, appunto, di una nuova politica d’ispirazione cristiana. Il tempo, almeno a Roma, adesso stringe.

Che fine farà il traffico aereo?

L’elenco 2019 degli aeroporti più trafficati del mondo, pubblicato giovedì da Airports Council International, ha mostrato un aumento del 3,5% del numero di passeggeri – arrivando a oltre 9,1 miliardi – rispetto al 2018.

Ma per la prima volta, il rapporto guarda avanti, verificando quanto successo nella prima metà del 2020 quando l’epidemia di Covid-19 ha decimato il traffico passeggeri e proiettandosi nel futuro prossimo.

Il numero di passeggeri è diminuito del 58,4% in tutto il mondo nella prima metà del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, con il traffico passeggeri internazionale colpito più duramente, con un calo del 64,5%.

Gli aeroporti di Atlanta e Pechino hanno tenuto i primi due posti nel 2019, rispettivamente con oltre 110 milioni e 100 milioni di passeggeri. Ma quegli aeroporti hanno registrato un calo del traffico passeggeri del 56,6% e del 73,6% nella prima metà del 2020.

L’aeroporto internazionale di Los Angeles è salito di un posto nel 2019 diventando il terzo aeroporto più trafficato per traffico passeggeri, con oltre 88 milioni di passeggeri nel 2019. Il traffico passeggeri è diminuito del 58,9% nella prima metà del 2020.

Ma questo non è un dramma solo per le compagnie aeree.

Circa il 60% dei turisti arriva in aereo, quindi tutto ciò che è connesso ai turisti – i ristoranti e l’ospitalità – sta sopportando un grosso trauma.
I viaggi aerei hanno iniziato a crescere dai giorni più bui di aprile, quando sono stati registrati cali di traffico di oltre il 90%, ma è probabile che una piena ripresa sia lontana diversi anni.

Infatti, l’Airports Council International,  ha anche evidenziato un livello significativo di incertezza sulla ripresa, prevedendo che, entro dicembre, il traffico mensile potrebbe migliorare, ma a livello globale, si prevede che i volumi di traffico passeggeri non torneranno ai livelli del 2019 prima del 2023 e i mercati con un traffico internazionale significativo non si riprenderanno fino al 2024.

Euronext acquisisce il Gruppo Borsa Italiana

Euronext  si aggiudica Borsa Italiana, con una operazione che dovrebbe superare i 4 miliardi di euro.

L’aggregazione creerà un’infrastruttura di mercato europea leader nell’Ue, il cui ruolo centrale volto a collegare le economie locali ai mercati globali, verrà rafforzato attraverso la creazione della sede numero uno per le quotazioni e dei mercati secondari per il finanziamento del debito e del capitale in Europa.

Stéphane Boujnah, amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione di Euronext, ha dichiarato: “L’acquisizione del Gruppo Borsa Italiana segna un traguardo significativo nel piano strategico ‘Let’s Grow Together 2022’ di Euronext e un punto di svolta nella storia del nostro Gruppo. Grazie a questa operazione, Euronext diversificherà in modo significativo il proprio mix di ricavi e la propria impronta geografica accogliendo l’infrastruttura di mercato dell’Italia, Paese del G7 e terza economia d’Europa.

La combinazione di Euronext e del Gruppo Borsa Italiana, con il supporto strategico di investitori a lungo termine come Cdp, offre l’ambizione di costruire la principale infrastruttura di mercato paneuropea, collegando le economie locali ai mercati dei capitali globali. Questa operazione rafforzerà la posizione del Gruppo Borsa Italiana sui mercati dei capitali dell’Europa continentale. La combinazione proposta creerà la spina dorsale dell’Unione dei mercati dei capitali in Europa. Il Gruppo Borsa Italiana manterrà la propria identità e integrità all’interno del modello federale di Euronext, beneficiando al contempo di una governance migliorata, dell’offerta e della tecnologia migliori della categoria, per servire meglio i mercati dei capitali italiani”.

40 milioni in più per i musei non statali e le sale cinematografiche

“Le risorse per il sostegno alle sale cinematografiche aumentano di 20 milioni di euro, arrivando così a un totale di 60 milioni di euro destinati a ristorare i mancati introiti da bigliettazione”.

Così il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, al momento della firma del decreto con cui è stata incrementata di ulteriori 20 milioni di euro la quota parte di 40 milioni di euro del fondo emergenza spettacolo e cinema, istituito dal Decreto Legge Cura Italia, destinate con i DM del 5 giugno e 10 luglio 2020 al ristoro per i mancati introiti da bigliettazione delle sale cinematografiche. Viene elevato così a 20.000 euro il contributo fisso a ciascuna sala, ai quali si aggiungerà il contributo variabile in base ai mancati introiti.

“Le risorse per il ristoro dei musei non statali sono aumentate di 20 milioni di euro, portando così il totale disponibile per sopperire ai mancati introiti da bigliettazione a 70 milioni di euro”.

Lo ha detto il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, alla firma del decreto con cui è stata incrementata di ulteriori 20 milioni la quota parte di 50 milioni di euro delle risorse del fondo emergenza imprese e istituzioni culturali, istituito dal Decreto Legge Rilancio, destinate con DM del 26 giugno 2020 al ristoro per i mancati introiti da bigliettazione dei musei e dei luoghi della cultura non statali.

“In questo modo – ha aggiunto il Ministro – si potranno sostenere quasi integralmente le esigenze manifestate e permettere a queste istituzioni culturali di poter proseguire nella loro fondamentale attività”.

Gli endocrinologi Ame si formano online.

Stop ai convegni in presenza: interattiva e a distanza è la formazione scelta dagli endocrinologi dell’Associazione Medici Endocrinologi (Ame). Il convegno G·AME del 10 ottobre degli under 40, per la prima volta interamente digitale, farà da apripista al futuro congresso nazionale AME di novembre e agli eventi a seguire.

“In questo periodo di incertezze e continue rivoluzioni della socialità, conseguenti alla pandemia da Sars-CoV-2, – dichiara Vincenzo Di Donna, coordinatore Ame giovani – l’aggiornamento scientifico sta sempre più trasformandosi, passando dai congressi in presenza all’interazione online. Il limite imposto dal coronavirus può trasformarsi in opportunità che dà benefici logistici e finanziari nella formazione. Il gruppo giovani dell’Associazione Medici Endocrinologi (G·AME) vuole fornire il suo contributo abbracciando le nuove tecnologie e inaugurando per l’Ame la nuova modalità di aggiornamento scientifico a distanza. Questo nuovo tipo di interazione sarà, verosimilmente, lo standard negli anni a venire ed Ame vuole essere in prima linea”.

Immigrazione, conoscere per comprendere.

Articolo pubblicato sulle pagine de “L’Osservatore Romano” a firma di Rosario Capomasi

Sono  in numero minore rispetto agli altri anni, la maggior parte di religione cristiana, in maggioranza ortodossi, e con un lavoro perlopiù poco qualificato, tantissimi hanno fatto ricorso ai centri  Caritas per un aumento di povertà dovuto al covid  ma senza che questo abbia portato a un parallelo aumento dei reati che sono invece diminuiti negli ultimi anni. Sono solo alcuni tratti dell’identikit dei migranti che emerge dai consistenti dati contenuti nel 29º «Rapporto immigrazione 2020 – Conoscere per comprendere» elaborato congiuntamente da Caritas italiana e Fondazione Migrantes, e presentato questa mattina  a Roma. All’evento sono intervenuti, tra gli altri, il responsabile dell’Ufficio politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas italiana, Oliviero Forti, e   il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Stefano Russo che nell’introduzione al documento spiega come esso rappresenti «un  segno  di  speranza  per  il  nostro  mondo,  poiché  contribuisce  alla  crescita  di una cultura più matura e meno guidata da  preconcetti,  meno  incline  a  difendersi  e più aperta».

Nel dettaglio relativo alla situazione italiana, dopo aver espresso soddisfazione per il via libera del Consiglio dei ministri al decreto legge contenente disposizioni urgenti in materia di immigrazione che modificano i cosiddetti decreti sicurezza, si  precisa che a fronte di una crescita  mondiale dei movimenti  migratori aumentata a dismisura negli ultimi cinquant’anni, costituita da 272 milioni di persone   pari al 3,5 per cento della popolazione del pianeta, nella Penisola si è registrata un’inversione di tendenza con minori arrivi, nascite e e acquisizioni di cittadinanza. I cittadini  stranieri residenti, compresi quelli comunitari, sono 5.306.548,  la maggior parte dei quali è di nazionalità romena. Quasi tre milioni e mezzo invece i permessi di soggiorno rilasciati in maggior numero, circa 400 mila, a  originari del Marocco, i cui  motivi   confermano  la  tendenza  all’inserimento stabile, in quanto, in relazione alla durata, la maggior parte di questi documenti, il 62,3 per cento del totale,  è a lunga scadenza. Ciononostante, precisa il rapporto, lo  scivolamento  nell’infrazione  è sempre in agguato. Diversi studi infatti hanno fornito stime circa la consistenza della  componente  irregolare  in Italia,  oltre 650.000 persone, sottolineando inoltre come i provvedimenti di allontanamento dal territorio nazionale  continuano  a  dimostrare  di  essere strumenti  insufficienti  e  dispendiosi  per la gestione  di questo fenomeno.

Per ciò che concerne l’apporto  economico dei migranti, il dossier specifica come   in  Italia  nel  2018  il loro contributo al Pil sia stato di 139 miliardi di euro, pari al 9 per cento  del totale. Nel mercato del lavoro si era  registrata una crescita di occupazione dei cittadini stranieri — due milioni e mezzo circa,  che  rappresentano  il 10,7 per cento  degli  occupati  totali  nel   Paese — prima del drammatico impatto rappresentato dalla diffusione del covid-19 che ha provocato una contrazione di impieghi e un sensibile aumento di coloro che non hanno né cercano un lavoro. E qui si lega strettamente il discorso che verte sulla povertà, soprattutto quella assoluta,  la quale, affligge circa un milione e quattrocentomila non italiani fortemente penalizzati dalle conseguenze del lockdown: in soli tre mesi  Caritas italiana ha aiutato, in diverse forme, 445.585 indigenti, in media quasi tremila assistiti per diocesi. Un numero certamente preoccupante, è scritto nel rapporto,   se pensiamo  che in  situazione  di normalità  i  centri  di  ascolto  dell’organizzazione ecclesiale aiutano, nel corso di un intero anno,  circa  200  mila persone. Qui hanno ricevuto quel calore e quell’aiuto insegnato dal Vangelo che loro ben conoscono dato che la maggioranza, il 54,1 per cento, riferiscono le cifre, è di religione cristiana (il 29,3 per cento ortodossi). Stabili gli stranieri musulmani residenti in Italia mentre sono  174 mila quelli buddisti.

Il flagello della pandemia non ha però comportato gravi  ripercussioni a livello medico-sanitario sui migranti: nell’aprile 2020 in Italia su 179.200 diagnosticati tra quelli con nazionalità conosciuta,  il 69,3 per cento, solo il 5,1 per cento ha riguardato soggetti di nazionalità  straniera. Non solo: secondo uno studio condotto dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà, tra i casi di positività al coronavirus fra gli  stranieri  presenti  nel  sistema  di accoglienza  per  richiedenti  asilo  in  un periodo che va dall’11 maggio  al 12 giugno 2020, su 59.648 immigrati accolti solo 239 sono stati confermati   positivi  al  covid-19,   lo  0,4 per cento, escludendo qualsiasi allarme sanitario.

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Fratelli tutti

Articolo pubblicato sulla rivista “Il Mulino” a firma di Marcello Neri

Ci sono testi che si impongono per la loro novità, lasciando assaporare il gusto di parole e pensieri che portano con sé la freschezza della prima volta. Diverso è il registro della nuova enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti, dedicata alla fratellanza e all’amicizia sociale, in cui riecheggiano temi centrali già disseminati lungo l’arco di tutto il suo pontificato. Ben organizzati in questo testo, essi vanno sicuramente a toccare il sancta sanctorum dell’ordinamento neoliberale – con le sue incrollabili certezze e il dogmatismo che lo custodisce nella sua esclusività senza alternative. Anche adesso, quando l’umanità intera sta passando attraverso il crogiuolo della pandemia.

I suoi discepoli fedeli sono prontamente scesi in campo a difenderlo, ridicolizzando l’enciclica che, a loro dire, non sarebbe altro che un cumulo di errori in materia di economia di mercato, globalizzazione, finanza e proprietà privata.

Fino a qui, però, nulla di nuovo. L’eresia di Francesco davanti all’ordinamento imperante è nota da tempo. Presto su questa scia si raccoglieranno anche gli accoliti ecclesiali, offrendo la loro devozione al sistema tecno-finanziario in cui trovano una sponda per incrementare la loro aggressività contro Francesco. Soprattutto ora che ha abilmente spuntato nelle loro mani la lancia di guerra dei valori non negoziabili, ridefinendoli in una maniera che non risulterà certo gradita a questo ceto del cattolicesimo odierno (cf. FT 212). L’opposizione all’enciclica interna alla Chiesa rimarrà, come lo è da tempo ormai, subalterna alle argomentazioni delle potenze mondane. Magari cercherà una qualche legittimità ecclesiale marcando il fatto della mancanza di ogni riferimento diretto a questioni come quelle dell’aborto o dell’omosessualità, oppure avanzando dei distinguo in materia di politiche migratorie o accoglienza dello straniero.

Una monotona ripetizione dell’identico che ha offerto, su un piatto d’argento, una giustificazione cattolica della polarizzazione che sta lacerando il tessuto delle nostre società – che è invece la preoccupazione che muove tutta l’enciclica di Francesco. La risposta agli avversari ecclesiali è chiara: ci sono urgenze più impellenti che devono impegnare la coscienza cristiana in questo momento. Ed è qui che, tra le pagine del testo, vibra una forza che ci coglie quasi di sorpresa: quella di un’inedita passione civile della Chiesa per il legame che ci tiene insieme come umanità comune a tutti, e per una coesione e stabilità di fondo di un tessuto sociale plurale e multiforme. Un appello pressante rivolto non solo al cattolicesimo, ma più ampiamente a tutta la comunità umana.

Attraversato dall’urgenza di chi sente che ci stiamo approssimando a un punto di non ritorno, dove il governo del mondo e la regia delle relazioni umane rischia di cadere in balia di eventi non più controllabili – a detrimento di tutti. Davanti a questo stato delle cose, Francesco assume su di sé a favore di tutta l’umanità quello che è il compito della sentinella nella Bibbia: guardare dritto in faccia la realtà della notte che tutto circonda, affinché nessuno venga sopraffatto dall’oscurità e dalle tenebre.

Compito ingrato, perché dietro di lei nell’accampamento tutti vorrebbero sentirsi dire che il mattino è oramai prossimo, che si può andare avanti come se la notte non fosse mai stata. Ma la sentinella sa bene che la sua ragion d’essere è esattamente quella di resistere alla tentazione di accondiscendere le attese per compiacere le illusioni di un’alba oramai imminente, e di dover invece guardare alla realtà delle cose chiamandola per nome senza fronzoli o abbellimenti. Quando fa questo la sentinella non è mai amata, perché non cerca consensi ma aspira a garantire un domani che possa essere degnamente abitato da tutti – e non solo da una ristretta cerchia di eletti. Ed è per questo che essa è necessaria a tutti quelli che dietro di lei premono per fare come se la notte fosse la luce di un giorno nuovo.

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Tutti al centro

Grande è il movimento al centro e, soprattutto, nella nostra area politica di riferimento. Si è mosso per primo il movimento raccolto attorno al “Manifesto  Zamagni” che il 4 ottobre, si è costituito in partito, assumendo il nome di INSIEME, corrispondente a quanto, da socio fondatore, suggerii al gruppo guidato da Tarolli, “Costruire Insieme”, ricordando l’associazione politico culturale veneta, INSIEME, nata nel 2008 a Venezia, il cui sito: www.insiemeweb.net è da me diretto. Ho augurato un sincero benvenuto a questo partito, considerato che: “tutto ciò che va nella direzione della ricomposizione dell’area politica cattolico democratica e cristiano sociale va salutato positivamente”.

Oggi il convegno di St Vincent (9-10-11 Ottobre) dove Gianfranco Rotondi, commentando l’avvio di INSIEME, ha dichiarato:” Cercheremo di dialogare, ma il nostro progetto a Saint Vincent,  si darà un orizzonte più ampio del segmento neo dc che fin qui abbiamo rappresentato. Serve una nuova iniziativa politica capace di dare compimento alle domande che il Santo Padre pone a laici e cattolici“. Quello che partirà da Saint Vincent “è un percorso che inizia e non si propone di dar vita a un partito, piuttosto a un’area trasversale capace di contendere coi sovranisti e la sinistra alle prossime elezioni politiche – prosegue Rotondi – Se il tentativo nascerà’ e crescerà, naturalmente Zamagni sarà un interlocutore ma allo stato non sappiamo che accoglienza avranno le nostre ipotesi“.

La preoccupazione espressa dall’amico Lucio D’Ubaldo su Il Domani d’Italia (www.ildomaniditalia.eu – “ Il Centro, tra Conte e Zamagni”)  per l’annunciata partecipazione a St Vincent del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, foriera “dell’ennesima invenzione di un partito personale” espressione del peggior trasformismo politico rispetto a quello stesso depretisiano avviato nel 1861, mi sembra eccessiva. Considero da qualche tempo Conte una risorsa e non una criticità e tanto più emergerà il collegamento della sua formazione culturale e sensibilità politica alla nostra, ogni passo compiuto nel segno della collaborazione io credo sarà positivo.

Il 20 Ottobre, terzo tassello, è convocata l’assemblea generale della Federazione Popolare dei DC, coordinata dall’On Giuseppe Gargani, per decidere la sua trasformazione in partito, nel quale confluiranno i soci delle oltre quaranta associazioni, movimenti e gruppi che hanno condiviso il patto federativo.

All’interno di Rete Bianca (una delle parti raccolte attorno al manifesto Zamagni), poi,va ricordata l’esperienza di “Base Italia”, evocatrice di quella che fu per decenni la corrente di sinistra politica della DC, mentre continua, dopo quasi dieci anni, l’impegno dei “DC non pentiti”, sotto la guida di Renato Grassi nel tentativo di ricostruzione politica della DC (www.democraziacristiana.cloud), partito “mai sciolto giuridicamente”. Un percorso ricco di passione e, ahimè, lastricato di infelici e sciagurate controversie giudiziarie che hanno attraversato tutta la lunga stagione della diaspora DC, da me ampiamente analizzata nel recente libro: DEMODISSEA.

Giustamente Giorgio Merlo, nel suo ultimo editoriale su “ Il Domani d’Italia” (“ Cattolici, serve un federatore”) (www.ildomaniditalia.eu), scrivendo che finalmente qualcosa si muove nell’area politica cattolica, auspica l’avvento di un “federatore”, capace di condurre all’unità questo vasto fermento presente al centro. Ovviamente la conditio sine qua non perché il progetto possa avanzare è l’adozione per le prossime elezioni politiche di una legge elettorale proporzionale, senza la quale, permanendo il “rosatellum” o un’altra legge maggioritaria, nessuna unione al centro sarebbe possibile. Va, in ogni caso, tenuto presente il ruolo frenante, se non distruttivo, di quella stupida italica regola aurea per la quale: tutti vogliono coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato. Personalmente, democristiano da sempre e che resterà tale sino alla fine, vedo con molto interesse il progetto di una più vasta unione al centro ipotizzata da Rotondi, e mi auguro che, dopo St Vincent, si possa avviare un dialogo per federare le diverse iniziative e, soprattutto, che qualcosa di nuovo si muova anche a livello parlamentare dove, come ha scritto anche la sen. Paola Binetti è in atto “ un grande fermento”. Si tratta di concorrere tutti insieme a ricomporre in un grande mosaico i diversi tasselli che si stanno organizzando in quest’autunno ricco di interessanti cantieri politico culturali. E’ importante rammentare che la nuova leadership cattolico democratica e cristiano sociale del soggetto politico nuovo di centro in costruzione, non si potrà decidere dall’alto (metodo top down), ma seguendo un corretta procedura bottom up, dal basso verso l’alto; dopo che, anche grazie alla spinta di un gruppo parlamentare coeso in fieri, partendo dalle realtà territoriali locali, si potrà organizzare una grande assemblea costituente di un vasto movimento ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano capace di rappresentare, come nella migliore storia della DC, e con una rinnovata classe dirigente, gli interessi del terzo stato produttivo e delle classi popolari, oggi prive di una rappresentanza politica e largamente rifugiatesi nell’astensionismo e nel rifiuto dei riti del tristissimo teatrino di questa ormai esausta terza repubblica.

Quarant’anni di Solidarnosc

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore la prima parte dell’articolo che appare sul sito https://www.geopolitica.info/

In quel periodo il nostro sguardo era rivolto alle grandi fabbriche del Nord Italia, alle lotte operaie di fine anni ’60 e degli anni ’70; anche per me e per altri amici impegnati nel cattolicesimo sociale, quello era il movimento operaio. Pur non essendo organici alla storia della sinistra italiana, per molti di noi il fascino della fabbrica, dell’autogoverno operaio e di un modello solidale di società, fu molto forte. Nelle partecipate assemblee scolastiche, negli incontri nelle sezioni di partito o nei circoli di quartiere, la questione operaia era spesso al centro dei dibattiti. Il distinguo tra le libertà democratiche dell’Occidente e i regimi comunisti era netto, ma il tema del rapporto tra il capitale, l’impresa e i salariati; del coniugare democrazia e giustizia fu in quegli anni una delle questioni etiche trasversalmente più sentite nella politica. Per anni, pur nella certezza dell’importanza fondamentale dei principi di democrazia e libertà, propri delle comunità occidentali, si soffrì spesso il peso dell’equazione, libero mercato uguale sfruttamento. Per decenni, i programmi dei partiti comunisti del mondo occidentale (e non soltanto) e le Organizzazioni Sindacali ad essi collegate, indicarono nella socializzazione dei mezzi di produzione, la soluzione a cui approdare per superare questo nodo economico e sociale: un modello statalista centralizzato dell’economia che, secondo quell’area politica, avrebbe risolto il dilemma del superamento dei ruoli sociali imposti da una società capitalistica. Di contro, le socialdemocrazie nord europee, i partiti democratico-cristiani e le libere confederazioni sindacali (in Italia CISL e UIL), accettando l’economia di mercato, contrapposero modelli partecipativi (cogestione tedesca e scandinava) e negoziali (modello italiano).

Danzica pertanto fu una svolta epocale sul piano politico, sindacale e storico: le rivendicazioni del movimento spontaneo dei lavoratori dei cantieri navali (orari di lavoro, salario, qualifiche professionali, libertà di associazione e di assemblea) evidenziarono che la questione dello sfruttamento operaio era ben presente anche nelle aziende statali dei Paesi del socialismo reale nell’est europeo. Già nel 1976 ci furono dei movimenti di protesta (repressi attraverso la violenza) nei confronti dell’aumento generale dei prezzi imposti dal governo comunista polacco, ma non ebbero una risonanza diffusa in Occidente. L’agosto 1980 aprì invece una stagione nuova, che si rivelò determinante anche per il superamento stesso dei regimi comunisti oltre “cortina”. Lo sciopero del 14 agosto del 1980 ai cantieri Lenin fu la vittoria del movimento degli operai polacchi; un movimento che portò ad un’inversione dei rapporti di forza dentro la fabbrica polacca, dapprima con l’accordo sindacale del 31 agosto presso i cantieri e successivamente con la nascita ufficiale il 17 settembre 1980 di Solidarność, il primo sindacato libero in un Paese del blocco comunista; fatto senza precedenti e fino a quel momento impensabile.

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Unione Europea: 1,7 miliardi di euro per sanità e ripresa economica

La Commissione europea ha approvato la modifica di tre programmi operativi della politica di coesione per l’Italia mobilitando circa 1,7 miliardi di euro per sanità e ripresa economica. Lo annuncia l’Esecutivo comunitario in una nota.

Le modifiche ai programmi sono state possibili grazie alla flessibilità offerta eccezionalmente dalla Coronavirus Response Investment Initiative e dalla Coronavirus Response Investment Initiative Plus che permettono agli Stati membri di usare i fondi strutturali della Politica di coesione per finanziare e sostenere i settori economici più esposti alla pandemia.

In particolare le modifiche riguardano due programmi nazionali (‘Imprese e Concorrenza’ e ‘Network e infrastrutture’) oltre al programma regionale Piemonte. Assieme ad un sostegno al sistema sanitario della Regione Piemonte, la maggior parte dei finanziamenti dei tre programmi sarà destinato al capitale operativo per le Piccole e medie imprese , soprattutto con garanzie sui prestiti attraverso il Fondo di garanzia nazionale. Le modifiche di questi piani operativi permettono anche un aumento temporaneo dell’aliquota di co-finanziamento al 100%, aiutando così a superare la mancanza di liquidità.

Le parole della crisi, le politiche dopo la pandemia

“Le parole della crisi, le politiche dopo la pandemia” è un libro di divulgazione scientifica scritto per aiutare i lettori ad analizzare meglio la pandemia e le sue conseguenze, riflettendo su come sarà il futuro che ci aspetta. Un futuro tanto meno problematico quanto più sapremo cogliere ciò che una pandemia arrivata all’improvviso può insegnarci.

Le 5 sezioni del libro guidano il lettore in una riflessione a 360 gradi sul Covid, le sue conseguenze e le prospettive per il mondo spaziando dall’ambito giuridico-istituzionale a quello politico e internazionale; da temi medico e tecnico-scientifici a quelli economico-finanziari ma anche sociali e culturali.

Ogni capitolo affronta il tema da un differente punto di vista. Si parla delle sfide tecniche del vaccino con Peter Doherty, Premio Nobel per la medicina; di tracciamento e mascherine con l’epidemiologo Carlo La Vecchia; di scienza e politica con il filosofo Massimo Cacciari; del ruolo delle assicurazioni con il CEO di Zurich Mario Greco…

La formula di dialogo proposta dal libro è interessante: un grande personaggio accademico e un giovane studioso sono co-autori di ogni capitolo; perché se c’è una cosa che la pandemia ha aiutato a capire è che unendo le idee e confrontando i punti di vista si può arrivare più velocemente alle soluzioni.

Gli autori arrivano dalle più famose Università del mondo – Oxford, Hardvard, Yale, Princeton, ETH Zürich –  ma anche da Enti di Policy e Organizzazioni internazionali – Corte Costituzionale, Parlamento Europeo, Ocse – e coprono una grande vastità di temi, dal diritto penale alla politica monetaria, dagli aspetti epidemiologici al teatro, dalla simulazione informatica alla musica, dai modelli matematici al sexworking, dal welfare al management sanitario.

Quello che emerge è un quadro semplice, chiaro, che aiuta a comprendere e mettere a sistema parole e concetti che spesso emergono, negli articoli, nei servizi televisivi e nei talk show, che arrivano in tutte le case ma non sempre con il dovuto approfondimento: recovery fund, contact tracing, numero di riproduzione di base (R0), test molecolari e test sierologici, bilanciamento di diritti costituzionali.

Il messaggio alla base del libro, fortemente sentito dai tre curatori Massimiliano Malvicini, Tommaso Portaluri, Alberto Martinengo è anche alla base del CEST – Centro per l’Eccellenza degli Studi Transdisciplinari, Associazione della quale fanno parte i giovani autori: la ricerca è un’occasione per tutti; per il pubblico innamorato della cultura, per i divulgatori che la trasmettono, per gli studenti che la incontrano nelle università, per gli studiosi che ne hanno fatto una professione.

In un periodo storico caratterizzato da caos informativo e fake news, il ruolo degli accademici diventa fondamentale, perché soltanto attraverso un’informazione responsabile e inclusiva sarà possibile dotare le istituzioni e i cittadini degli strumenti opportuni per affrontare le molteplici sfide imposte dalla convivenza con il Covid-19.

Il progetto è promosso dal CEST con il contributo della Fondazione CRT e della Fondazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro.

Editore Editoriale Scientifica Pag. 599 – Anno di pubblicazione 2020 Versione ebook disponibile gratuitamente online: http://bit.ly/CestCovid19

Probabili lockdown a livello locale

Il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri ai microfoni di Radio Cusano Campus ha dichiarato che “Più che impennata, la chiamerei una salita controllata dei contagi. Nelle prossime settimane dobbiamo aspettarci che i casi salgano ulteriormente. Avere 3500 casi non è una notevole circolazione del virus, ma bisogna continuare a rispettare le regole per far sì che la circolazione non aumenti”.

”La mascherina protegge se stessi e gli altri, se qualcuno crede che questa sia una dittatura sanitaria sbaglia ed ha poco rispetto per gli altri. Se negazionisti e faziosi dovessero togliersi la mascherina ci ritroveremmo nella situazione di febbraio-marzo. Se tutti rispetteranno le regole, un secondo lockdown nazionale lo vedo molto improbabile, è più probabile che ci siano lockdown chirurgici a livello locale”.

”Test rapidi? Dobbiamo cercare di utilizzare tutti i mezzi che abbiamo e migliorare la diagnostica semplice, economica e che possa fare uno screening a più ampia scala”. Quanto ai Trasporti, bisogna ”incrementare le corse nelle ore di punta. Non serve essere né terroristi né negazionisti. Rispettiamo i protocolli e continuiamo a conviverci”.