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La lezione di Max Weber

A 100 anni dalla sua scomparsa corre l’obbligo di ricordare l’importanza dell’eredità culturale ricevuta dal grande sociologo e politologo tedesco Max Weber.

Parafrasando un pensiero di Marguerite Yourcenar e usandolo come metafora calzante, addentrarsi nel ‘granaio’ della sterminata produzione del grande pensatore “è come mettere da parte riserve contro l’inverno dello spirito, che da molti indizi mio malgrado vedo arrivare.“

Ci ha pensato recentemente il filosofo Massimo Cacciari a rievocare questa figura carismatica con la sua opera “Il lavoro dello spirito”, che implicitamente risponde al timore della scrittrice francese.

Più modestamente qui basterebbe richiamare – nella mole densa e feconda delle sue riflessioni– le due conferenze tenute dal Weber tra il 1917 e il 1919 all’Università di Monaco : “La scienza come professione” e “La politica come professione” , accorpate – nell’edizione a mie mani del 1971 –  con la pregevole e insuperata traduzione di Antonio Giolitti e la prefazione di Delio Cantimori , in un libro che le riassume sotto il titolo de “Il  lavoro intellettuale come professione”. Come acutamente osservato da Cacciari il senso delle due lezioni weberiane, oltre ad offrire fermenti di pensiero importanti alla Germania uscita sconfitta dalla 1° guerra mondiale e a tracciare il profilo dello scienziato e del politico secondo categorie concettuali utili a tracciarne le caratteristiche del ‘ lavoro professionale’, si esprime nella visione del processo di parlamentarizzazione-democratizzazione come dell’unica forma possibile di governo delle potenze del Gestell  (“impianto, sistema”) tecnico-economico-finanziario. In sostanza la sociologia di Max Weber è il tentativo di dare un’analisi della formazione sociale – storicamente definita e determinata ma aperta all’astrazione di una sociologia formale – dell’età moderna in Europa. Gettando le basi teoriche del pensiero scientifico e politico moderno come modalità di espressione e di elaborazione della loro dimensione di esercizio di una professione intellettuale.

Con tutti i codici etici, deontologici, esperienziali, di competenza che stanno alla base della costituzione di un modello di Stato, giunto spurio e inquinato dai fatti della Storia, dai conflitti intrinseci al capitalismo e all’influenza delle religioni,  oltre che dagli accomodamenti contingenti del relativismo, fino ai nostri giorni.

Rileggere Max Weber e questo suo imponente tentativo di sintesi e di definizione ci riporta alle radici della sua fondativa e paradigmatica elaborazione teorica. In questa sede – dissimulando l’arduo compito di una “ricapitolazione” complessiva del pensiero weberiano –  piace soffermarsi brevemente su alcune intuizioni che dovrebbero riproporsi sul piano culturale ma che appaiono ribaltate sul piano pragmatico e prassico da alcune prevalenti e distorsive visioni della scienza e della politica che ci sono contemporanee.

Colpisce l’idea centrale di quel Beruf più volte evocato nelle due conferenze e che vale tanto per la scienza che per la politica: Beruf come professione ma anche come vocazione (nella duplice traduzione letterale), che non si chiarisce nella prassi se non è sorretta da una forte e rigorosa motivazione etica.

Inutile dire che i concetti di democrazia e bene comune dovrebbero derivare da una intima convinzione, ciò che potremmo definire come Erlebnis, esperienza interiormente vissuta più che mercenario mestiere assoldato dagli interessi della convenienza.

Basterebbero questi brevi cenni per misurare il declino e le degenerazioni di una concezione disinvolta del potere e della politica e dei suoi modelli sociali, unite al travisamento della democrazia parlamentare del nostro tempo per comprendere il decadimento della politica da “professione” a “mestiere”, nel senso deteriore del termine e dei politici a mestieranti, non di nobile professione ma di facili, disinvolte carriere.

Si aggiunga il concetto di razionalizzazione come progressivo disincantamento del mondo: non conoscenza totalizzante e pervasiva della condizioni di vita che ci circondano, bensì inteso come prevalenza della ragione e dell’uso del pensiero critico in ogni approccio esperienziale con la realtà.

Siamo agli antipodi della globalizzazione, dell’omologazione culturale, dell’uso della tecnica e delle macchine come surrogati esterni che sostituiscono i processi di emancipazione interiore.

Siamo anche agli antipodi dello sviluppo delle potenzialità creative che sono generate dalla libertà del pensiero pensante a favore degli stereotipi e dei luoghi comuni. Per non parlare – a proposito dei vizi del politico- della vanità, dell’istinto di potenza come oggetto dell’autoesaltazione individuale che ci ricordano le derive di personalizzazione della politica che generano oligarchie alternative alla democrazia come processo autenticamente “aperto” al progresso e al bene comune se premia il merito certificato all’apparire del vero. 

Ricordando il valore che Weber attribuiva alla burocrazia come impianto solido di un sistema istituzionale efficiente, non possiamo esimerci dal constatare l’odierna degenerazione oppressiva della burocrazia come apparato costoso, inutile ed autoreferenziale, strumento in mano alla politica o da essa delegato ad azioni di supplenza che non gli appartengono.

Senza dimenticare – per concludere queste breve rivisitazione- il valore dell’ethos della politica e della ricerca della verità, della ‘giustificazione dei mezzi’ per il raggiungimento dei fini, della compresenza tra etica della convinzione ed etica della responsabilità.

La “politica si fa con il cervello ma non solo”, affermava Max Weber in ciò richiamando le regole del rigore morale: “Non posso far diversamente e da qui non mi muovo. Non importa, continuiamo”.

“Solo un uomo siffatto ha la vocazione (Beruf) per la politica”.

La conclusione della sua seconda conferenza è premonitrice e non difetta di lungimiranza: “Ebbene cari amici, su questi punti vorrei riparlare con voi da qui a dieci anni”.

Ne sono passati cento – non solo dieci-  e si ha la sensazione che su molti aspetti di come oggi sono intese e praticate scienza e politica, bisognerebbe avere il coraggio di ripartire dalla lezione di Max Weber.

La depressione del calciomercato riflette la prima grande crisi globale nel settore del calcio dopo mezzo secolo di crescita.

Il primo grande calciomercato dell’era del coronavirus si è chiuso lunedì notte con tagli fino a oltre il 50% del volume delle transazioni nei principali campionati europei. La mancanza di liquidità dei club ha colpito con particolare virulenza Spagna, Italia e Germania, ma anche la Premier ha abbassato le spese di trasferimento ai livelli del 2014.

Ralf Rangnick, il direttore sportivo che ha guidato il Lipsia dalla quarta divisione tedesca nel 2012 alla Champions League nel 2019, ritiene che la contrazione durerà almeno altre due stagioni. Rangnick, sostiene che: “Non credo che torneremo indietro a un’epoca completamente uguale all’era precovid. Non riesco a immaginare stadi pieni per i prossimi due anni. E se ciò non accadrà, influenzerà il modo in cui i club costruiscono le loro squadre: avranno bisogno di accademie per i nuovi talenti. La crisi può avere effetti positivi se interpretata in modo corretto. È importante che i club considerino come il successo si possa costruire in casa.

Comunque a mercato concluso è ormai arrivato il tempo dei bilanci. La Liga ha investito 411 milioni di euro in trasferimenti. Scendendo, così, sotto i 450 dal 2012. L’Italia non ha raggiunto gli 800 per la prima volta dal 2015. In Premier hanno speso 1.280 milioni, scendendo sotto la quota 1.400 per la prima volta dal 2014. E la Germania ha appena superato i 300, livello al quale non è era mai scesa dal 2014, quando il settore si stava riprendendo dalla voragine lasciata dalla crisi finanziaria del 2008.

Così anche se la crisi chiuderà molte porte altre se ne apriranno. E riusciremo, sicuramente, a vedere molti ragazzi giovani che avranno una possibilità.

La città di Milano e Sea lanciano “Fly to Milano”

Terza notte gratis in albergo per chi vola e soggiorna in città, anche durante le feste di Natale e Capodanno.

La città di Milano e Sea, gestore degli aeroporti, lanciano attraverso l’agenzia Milano&Partners l’iniziativa Fly to Milano, per promuovere il sistema dell’ospitalità milanese: fino al 31 gennaio del 2021, chi atterra negli scali di Linate e Malpensa e soggiorna negli hotel cittadini che aderiscono all’iniziativa avrà in omaggio la terza notte.

“Dopo gli accordi con Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova per promuovere il turismo di prossimità – spiega l’assessora al Turismo Roberta Guaineri -, lanciamo un’iniziativa per richiamare turisti da lontano, offrendo loro un’opportunità unica per visitare Milano e godere con calma della sua offerta, che nel mese di dicembre si arricchisce delle luci e dell’atmosfera delle festività di Sant’Ambrogio, Natale e Capodanno”.

Un giorno in più regalato ai turisti per dare loro la possibilità di scoprire quartieri come Nolo e i Navigli, visitare le grandi mostre di Monet agli Arcimboldi, Frida Kahlo alla Fabbrica del Vapore, del Museo del 900 o per dare un ultimo sguardo alla Sala delle Asse di Leonardo da Vinci al Castello Sforzesco, prima della chiusura.

“L’iniziativa è frutto della collaborazione tra SEA, Milano&Partners e le Associazioni degli Albergatori per promuovere la destinazione Milano e stimolare la voglia di ritornare a viaggiare – afferma Armando Brunini, Amministratore Delegato di SEA – I nostri aeroporti sono dotati di tutte le misure di sicurezza per garantire la salute e il benessere dei propri passeggeri, come ci viene certificato dalle principali associazioni nazionali ed europee. Abbiamo partecipato all’iniziativa di Fly To Milano perché crediamo che in questo momento sia necessario uno sforzo straordinario e di sistema per rilanciare Milano e i suoi aeroporti.”
Sul sito yesmilano.it è possibile consultare la lista degli hotel partecipanti, conoscere le modalità di prenotazione e visitare i relativi siti delle strutture. Tutti gli hotel milanesi hanno adottato il protocollo di sicurezza stilato dalle associazioni di categoria insieme al Comitato tecnico scientifico.

Per poter usufruire della promozione il visitatore deve essere in possesso di un biglietto aereo con destinazione Milano Malpensa o Milano Linate con data di arrivo coincidente con la prima notte in hotel. La prenotazione può essere effettuata solo direttamente all’hotel o tramite agenzie di viaggio, secondo i termini eventualmente indicati da ogni albergo in fase di adesione all’iniziativa. La terza notte potrà essere usufruita subito o in un secondo tempo, attraverso una nuova prenotazione.

Il Covid non attacca solo i polmoni e il cuore

Il virus non attacca solo i polmoni e il cuore. A subire i colpi del Sars-Cov-2 sono anche i reni, fegato, la milza e il midollo osseo. E’ quanto ha scoperto uno studio dell’Inmi Spallanzani di Roma, in collaborazione con il Dipartimento di malattie infettive dello University College di Londra, che ha analizzato gli esiti delle autopsie condotte su 22 pazienti deceduti a causa del Covid-19.

Diciotto dei pazienti sottoposti ad esame post-mortem, di età media 76 anni (minima 27, massima 92) presentavano una o più comorbilità, come ipertensione, patologie cardiache, diabete, tumore, malattie respiratorie o renali; i rimanenti quattro pazienti, di età mediana pari a 48 anni e mezzo (minima 35, massima 65) non presentavano invece alcuna malattia sottostante.

Dall’autopsia e dai successivi esami microscopici dei campioni sono emerse numerose alterazioni a carico degli organi analizzati. I polmoni di tutti i pazienti si presentavano aumentati di volume, edematosi e congestionati, con ispessimento pleurico diffuso e versamento pleurico. Nei campioni polmonari è stata inoltre dimostrata una significativa sovraregolazione del recettore delle citochine CXCR3, il che porta ad individuare proprio in questa citochina un potenziale bersaglio terapeutico per i futuri trattamenti.

L’analisi condotta sul cuore dei pazienti ha evidenziato “un incremento delle dimensioni e del peso del cuore, ipertrofia e dilatazione degli atri e dei ventricoli, sia destri che sinistri”. La letteratura scientifica disponibile ha evidenziato “che i problemi cardiaci pre-esistenti sono un fattore di rischio per i pazienti Covid-19”, ma la ricerca ha evidenziato “nei quattro pazienti senza fattori di rischio pre-esistenti una accentuata pericardite e infiltrazioni di cellule infiammatorie, indicando che la malattia può compromettere la funzione cardiaca anche nei soggetti sani”, emerge dal lavoro dell’Inmi.

“Circa il 30% dei pazienti esaminati ha evidenziato lesioni ai reni, in prevalenza tra i pazienti con comorbilità. Lo stesso fenomeno è stato osservato nell’analisi del fegato: anche in questo caso i pazienti che avevano fattori di rischio pre-esistenti hanno evidenziato lesioni epatiche più pronunciate. Saranno tuttavia necessari ulteriori studi – rimarcano gli infettivologi – per verificare se le lesioni renali ed epatiche siano effetto diretto dell’azione del virus, oppure dell’eccessiva e anormale risposta infiammatoria innescata dal sistema immunitario”.

“L’analisi della milza ha evidenziato in tutti i pazienti una riduzione del volume e delle dimensioni, mentre l’analisi al microscopio del midollo osseo ha evidenziato, in particolare nei pazienti con comorbilità, una prevalenza del midollo giallo ricco di adipociti sul midollo rosso ematopoietico”.

 

In memoria di Carla Nespolo

Una combattente rispettosa degli altri, di tutti gli altri. Senza risparmiarsi, senza calcoli interessati. Carla Nespolo ha attraversato la vita sociale e quella istituzionale sempre a fronte alta, avendo come bussola la Costituzione repubblicana e la democrazia fondata sul lavoro. Ella, nata qualche mese prima dell’inizio della guerra di Liberazione, ne ha saputo cogliere il significato non di parte ma universale, e renderne testimonianza prima come consigliere provinciale, poi come parlamentare di lungo corso, presidente dell’Istituto per la storia della Resistenza di Alessandria e Asti, infine come presidente nazionale dell’Anpi.

Una seconda caratteristica di Carla è stato il senso delle istituzioni, intese come qualcosa che ci riguarda tutti, al di là e al di sopra delle nostre opzioni di partito e di cultura politica, e che esprimono il nostro desiderio di vivere insieme in una società attenta a tutti, ai più deboli in particolare. Infine, Carla Nespolo ha avuto forte il senso dell’amicizia: non posso dimenticare, qualche mese fa, alla vigilia dello scoppio della pandemia, la sua partecipazione alla serata per i miei 65 anni, nonostante la chiemioterapia appena fatta, la debilitazione evidente, ma gli amici sono amici. Ci mancherai, Carla.

Non solo a me e alla mia famiglia, ma alla tua Alessandria, al Piemonte, all’Italia tutta. Ci mancheranno la tua intelligenza lucida e la tua curiosità intellettuale anche su temi che potevano sembrare meno vicini alla tua sensibilità (ricordi le conversazioni e i ragionamenti sulla primavera della Chiesa di papa Francesco?), ma che invece toccavano le tue corde più intime. Perché nulla di ciò che è autenticamente umano ti è stato, sulla scia di un autore classico che conoscevi bene, estraneo. Anche per questo, grazie, senatrice Carla Nespolo.

Donald Trump come Woodrow Wilson

Nel corso della storia americana i presidenti hanno mentito sulla loro salute.
In alcuni casi, i problemi erano minori, in altri piuttosto gravi.

Ora tocca al presidente Trump farlo.

Infatti la Casa Bianca, che inizialmente aveva dichiarato che il Presidente mostrasse “sintomi lievi”, ben presto ha corretto il tiro parlando di momenti molto difficili.

Ma le pandemie non sono un nuovo problema per i medici e gli uffici stampa della Casa Bianca. In questo Trump è stato preceduto dal Presidente Woodrow Wilson e dall’epidemia  di spagnola.

Wilson, ai colloqui di Parigi alla fine della prima guerra mondiale, si ammalò. I suoi sintomi erano così gravi che fecero pensare ad un avvelenamento. Ma non si potevano certo fermare i colloqui di pace e così l’amministrazione cercò in tutti i modi di mantenere segreta la diagnosi di Wilson, spiegando che il Presidente si era raffreddato a causa della pioggia parigina.

Anche allora la Casa Bianca cercò prima di mantenere segreta la sua malattia e poi tentò di sminuirla.

Nel 1919, in una lettera consegnata a mano al capo dello staff di Wilson a Washington, il suo medico scrisse, a proposito della notte in cui Wilson si era ammalato: “è stata una delle peggiori che abbia mai visto. Sono stato in grado di controllare gli spasmi della tosse, ma le sue condizioni sembravano molto gravi”. Il mattino dopo, uscì un comunicato in cui si rassicurava tutti circa le condizioni di salute del Presidente americano.

Due virus diversi, divisi tra loro da un centinaio di anni, che hanno però trovato nelle figure al comando due Presidenti con una politica simile.
Minimizzare un virus che ha ucciso e che uccide centinaia di migliaia di americani; esserne entrambi contagiati; decidere quanto e cosa dire al popolo. Entrambi imprudenti, quindi, nella gestione della malattia e dell’epidemia.

Infatti, come Trump, anche Wilson venne criticato per il modo in cui gestì la pandemia. Lo storico Tevi Troy definì Wilson il peggior presidente degli Stati Uniti in termini di gestione di un disastro: “La risposta federale all’epidemia di influenza nel 1918 fu negligente. Centinaia di migliaia di americani morirono senza che il presidente Wilson dicesse nulla o coinvolgesse soggetti non militari per aiutare la popolazione civile”.

Ma Wilson non si limitò alla sola influenza spagnola.

Il 25 settembre 1919 fu colto da un leggero ictus, che non fu reso pubblico. Una settimana dopo, il 2 ottobre, Wilson patì un secondo e più grave attacco che lo rese quasi totalmente inabile. Sebbene la gravità della sua menomazione fosse tenuta segreta fino alla sua morte, Wilson fu tenuto lontano dal suo vice presidente Thomas R. Marshall, dal suo governo e dai parlamentari in visita alla Casa Bianca per il resto della sua presidenza. John Barry, in The Great Influenza, avanza l’ipotesi che la predisposizione di Wilson a questi attacchi fosse una complicazione derivata dalla pandemia di influenza spagnola del 1919, che qualche volta colpiva il cervello.

 

Franceschini: “E’ stato un bene riportare i B&B alla spirito per cui sono nati”.

“Molto positiva l’approvazione in commissione al Senato della norma che riporta i B&B allo spirito per cui sono nati, cioè ospitare le persone offrendo l’esperienza di vivere in una casa italiana”. Così il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini commenta il via libera in commissione al Senato all’emendamento ‘salva centri storici’ che prevede che chi affitta più di 4 case verrà trattato fiscalmente come un’impresa.

“Gli affitti brevi – ha aggiunto Franceschini – hanno portato nel nostro paese un tipo di turismo molto interessante, a cui l’Italia oggi non può certo rinunciare, ma è giusto regolamentarlo anche per evitare che i centri storici si svuotino dei loro abitanti”. “Non è infatti possibile – prosegue Franceschini – che vi sia chi si finge di avere B&B per avere il regime fiscale agevolato previsto per le attività occasionali mentre si tratta a tutti gli effetti di attività d’impresa. La norma approvata ieri sera – prosegue Franceschini – garantisce una concorrenza leale sia con gli alberghi che tra affittuari: con il limite dei 4 appartamenti, la normativa fiscale vantaggiosa si applicherà  soltanto a chi affitta effettivamente le proprie case e non più alle imprese mascherate che comprano interi palazzzi per poi affittarli a giornate a turisti. Con le nuove disposizioni – conclude Franceschini – non cambia  nulla per chi affitta come locazioni brevi fino a quattro appartamenti, la norma tratta come attività d’impresa solo chi affitta più di quattro appartamenti”.

Nasce un nuovo colosso dei pagamenti digitali

Nexi, la PayTech leader italiana dei pagamenti digitali, e Sia, società hi-tech europea leader nei servizi tecnologici e nelle infrastrutture di pagamento hanno annunciato in un comunicato ufficiale di aver sottoscritto un memorandum per la fusione dei due gruppi.

La società nascente dalla fusione (il “Nuovo Gruppo”) sarà una nuova PayTech italiana leader in Europa.

La fusione è stata sottoscritta anche dai rispettivi azionisti di riferimento, CDPE3e FSIA Investimenti S.r.l. (“FSIA”) per Sia e da Mercury UK HoldCo Limited (“Mercury”), società posseduta dai fondi Bain Capital, Advent International e Clessidra per Nexi.

 

Sindrome delle apnee ostruttive nel sonno

La sindrome delle apnee ostruttive nel sonno, nota anche come OSAS, acronimo inglese per Obstructive Sleep Apnea Syndrome, è un sotto-tipo della “sindrome delle apnee nel sonno” caratterizzato da ripetuti episodi di completa e/o parziale e/o prolungata ostruzione delle vie aeree superiori durante il sonno, episodi normalmente associati a una riduzione della saturazione di ossigeno nel sangue.

Le vie aeree possono essere ostruite in diversi modi. Ad esempio in età pediatrica a livello delle alte vie respiratorie l’ostruzione può essere determinata da tonsille e adenoidi ipertrofiche. Una grossa lingua, associata al normale rilassamento muscolare e conseguente collabimento dei tessuti molli che avviene durante il sonno, può essere la causa di apnee.

Talvolta anche un’anomala struttura della mandibola o delle vie aeree può essere la causa di questa sindrome.

I sintomi principali sono rappresentati da:

  • Frequenti episodi di blocco della respirazione durante il sonno (apnea) spesso riferiti dal partner
  • Cefalea al risveglio
  • Russamento riferito dal partner come intermittente (perché interrotto dalle apnee)
  • Eccessiva sonnolenza diurna
  • Ridotta capacità di memoria
  • Ridotta capacità di concentrazione
  • Ipertensione arteriosa
  • Bocca asciutta al risveglio
  • Riduzione della libido

Esiste una varietà di trattamenti per la sindrome dell’apnea ostruttiva nel sonno, che dipende dalla storia medica dell’individuo, dalla severità del disordine e, principalmente, dalla causa specifica dell’ostruzione.

Premessa fondamentale al trattamento delle OSAS è una diagnosi accurata e multidisciplinare: i centri di riferimento per la medicina del sonno solitamente hanno un’équipe che comprende, oltre al medico del sonno (specialista in pneumologia o in neurologia) che coordina le attività, altri specialisti (chirurgo maxillo-facciale, ortognatodontista, otorinolaringoiatra, nutrizionista) che si occupano ognuno con le proprie competenze di trattare al meglio questa patologia.

La Settimana di studi sulle Autonomie locali

Si terrà dal 5 al 9 ottobre la XII Settimana di studi sulle Autonomie locali, dedicata al tema della “democrazia locale”. L’appuntamento, che da undici anni si è sempre svolto ad Alessandria nel mese di maggio, dopo un rinvio causa emergenza sanitaria, si ripresenta in città per dodicesima volta: cinque intense giornate di seminari e convegni, vedranno la partecipazione di studiosi italiani ed europei e di esponenti delle istituzioni nazionali e locali. 

I lavori si apriranno, nella Sala del Consiglio della Provincia di Alessandria, lunedì 5 ottobre alle ore 16 con la prolusione di Achille Variati, sottosegretario di Stato agli Interni. 

L’intensa agenda degli appuntamenti vede martedì 6 ottobre alle 15 a Palatium Vetus, l’incontro sul tema “L’emergenza Covid-19 e il ruolo degli enti locali” e mercoledì 7 ottobre alle 15.30 il seminario di studio “Le infiltrazioni mafiose e la corruzione come ostacolo alla democrazia locale” presso il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze politiche, economiche e sociali dell’Università del Piemonte Orientale, nella sala di via Mondovì 8. Nelle mattinate di martedì, mercoledì e giovedì si concentrerà la parte più strettamente scientifica della Settimana, nella quale non mancherà un seminario internazionale itali-franco-spagnolo, previsto nel pomeriggio di giovedì 8 ottobre. Tutte queste iniziative si svolgeranno presso la Prefettura di Alessandria, compresa la sessione conclusiva del venerdì pomeriggio.

Nonostante il periodo particolare e delicato che la pandemia ci sta facendo vivere – ha dichiarato il direttore scientifico della Settimana, prof. Renato Balduzzisiamo riusciti a portare in città un evento di portata almeno nazionale, con circa settanta relatori spalmati lungo tutta la settimana. L’idea di fondo di questa 12.a edizione è che la democrazia locale sia la risorsa più importante per il consolidamento della democrazia. Ringrazio tutti gli enti e i soggetti promotori e sostenitori, e in particolare la Prefettura di Alessandria per avere colto lo spirito dell’iniziativa: non una proposta di parte, né un evento per i soli addetti ai lavori, ma un momento nel quale cultura, istituzioni locali e territoriali, università e categorie economiche e sociali si ritrovano e si ascoltano. Ugualmente da sottolineare la circostanza che, per la prima volta da quando sono nate le Settimane, è stato coinvolto nella promozione dell’evento il Centro studi dell’ANCI, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani”.

Chi è interessato a partecipare in presenza, deve segnalarlo tempestivamente alla segreteria della Settimana (settimana.autonomie.locali@gmail.com), in quanto i posti disponibili sono naturalmente pochi, a causa delle restrizioni collegate alla pandemia in corso.
Sempre scrivendo allo stesso indirizzo mail è possibile ricevere indicazioni utili per seguire i lavori in streaming.

La XII Settimana di studi sulle Autonomie locali è promossa e organizzata dal Centro di cultura dell’Università Cattolica in occasione del 50° anniversario della sua presenza nella provincia di Alessandria, e dal Centro di documentazione e studi dei Comuni italiani ANCI-IFEL, in collaborazione con la Prefettura di Alessandria, il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università del Piemonte Orientale, il Dottorato di ricerca “Ecologia dei sistemi culturali e istituzionali” della medesima università, e con il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria; Guala Dispensing; Società italiana di Diritto sanitario; Fondazione “Istituto per la Finanza e l’Economia Locale – IFEL”; Federsanità-ANCI.

Cattolici, serve un “federatore”.

I partiti dei cattolici o di cattolici o di ispirazione cristiana crescono ormai a dismisura. Da  svariate liste in molte regioni che sono andate recentemente al voto – tutte con ambizioni  rigorosamente di “laboratori” nazionali – ad alcuni gruppi che nelle ultime settimane hanno  dato vita o si apprestano a dar vita a nuovi soggetti politici.  

Ora, è a tutti evidente che non ci troviamo di fronte a partiti solidi e strutturati, radicati nel  territorio, con una classe dirigente ramificata e con una organizzazione capillare in grado  di presentarsi alle elezioni e superare i vari quorum previsti. Ma questi sono elementi,  appunto, secondari, perchè l’obiettivo non può essere quello. Per ragioni strutturali più che  per valutazioni di ordine politico od organizzativo. 

Semmai, quello che adesso conta rilevare, ed evidenziare, è che ormai nell’area cattolica  italiana – seppure complessa, frastagliata e molto articolata – qualcosa si muove. C’è un  risveglio ideale, culturale e politico che va colto ed interpretato. E, se possibile, governato.  Certo, non pianificando e presentando partiti e soggetti politici a getto continuo. E le  stesse encicliche di Papa Francesco rappresentano un contribuito, ovviamente non di  carattere politico, ma comunque sia decisivo ed importante per stimolare e interrogare  anche i cattolici italiani attorno al loro impegno pubblico. E quindi politico e forse anche  organizzativo.  

Dunque, il dato politicamente rilevante è che qualcosa si muove. E questo perchè il  disagio politico di larga parte dei cattolici è palpabile, persin visibile. E sarebbe inutile  negarlo o sminuirlo. Quello che ancora manca, al di là dei molteplici tentativi – tutti peraltro  encomiabili e degni di nota – è quello di individuare un cosiddetto “federatore” che sia in  grado di raccogliere le varie istanze che provengono da questo mondo per trasformarle in  una offerta politica credibile e realisticamente percorribile e uscendo dalla sola  testimonianza. Ovvero, una avventura politica dove molti possono riconoscersi. Credenti  e non credenti. Un progetto che vada oltre alle innumerevoli e crescenti sigle e cartelli  cattolici di vario genere. E questo non per accogliere la logica e la cultura contemporanea  della “personalizzazione” della politica ma perchè senza un leader riconosciuto e percepito  come tale, i molteplici tentativi sono destinati ad un epilogo che è ormai noto e collaudato.  E cioè, quello che si è manifestato sino ad oggi e che continua ad essere tale. E le  vicende di queste ultime settimane, e dei conseguenti risultati elettorali, lo confermano in  modo persin plateale. 

Ma, comunque sia, la mobilitazione e l’organizzativismo di questi tempi è indubbiamente  positivo ed incoraggiante. Non per favorire la formazione di altri partiti, altri soggetti politici  e altre organizzazioni pseudo politiche ma, semmai, per incentivare e consolidare quel  clima costruttivo e fecondo che può essere decisivo per dar vita ad una vera e credibile  formazione politica. Democratica, riformista, plurale e radicalmente costituzionale. 

Ricordo di Don Angelo Gallotti

Una vita straordinaria: la definizione non sembri un’iperbole. Don Angelo Gallotti, che qui indegnamente si ricorda a 30 anni dalla Sua scomparsa, conserva nitidi e illuminanti i tratti di una vita intensa, ispirata all’affidamento a Gesù, ad ogni passo, ad ogni scelta, ad ogni svolta.
Nato a Zerbolò nel 1920, tornò alla casa del Padre nel 1990 a Vigevano, dopo una non breve malattia.

In questo transito terreno di 70 anni, Don Angelo fu figlio, marito, padre, sacerdote nel 1980 (a 7 anni dalla morte della moglie avvenuta nel 1973) , studente, insegnante, direttore didattico, impegnato in politica e nell’associazionismo cattolico.
Un testimone del Vangelo in ogni contesto e situazione esistenziale, un esempio – in un mondo povero e quasi orfano di buoni, utili esempi.

Il compianto Vescovo di Vigevano, S. E. Mons. Claudio Baggini, il 28 febbraio 2008, scrisse : “Don Angelo Gallotti nella sua vita ha saputo essere un cristiano integerrimo, un politico impegnato, un sacerdote esemplare. Proprio per questa sua forte testimonianza non pare eccessivo definire il caro don Gallotti un ‘profeta del nostro tempo’”.

Usando un’espressione di San Paolo, densa di significati e olistica, possiamo dunque definire la vita di Don Angelo una “ricapitolazione” che testimonia nella sua spontanea bontà interiore e nei suoi comportamenti esemplari l’ispirazione continua e coerente alla realizzazione concreta e tangibile delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità.
Nel suo testamento spirituale, si legge: « Ringrazio il Signore Gesù, presente in ogni momento della mia vita con la Parola e con l’Eucaristia. Una presenza che ha dato a ogni giornata un senso, un gusto, un impegno, una speranza ».

Si può affermare senza indugio che Don angelo Gallotti abbia conosciuto a fondo la vita, nelle sue alterne vicende e nelle sue non programmate cangianze: per questo motivo essere stato se stesso “ sempre “, esprime la virtù della coerenza, ora di fronte al dolore, ora alla gioia, ora al dovere delle scelta, ora al cospetto di una vocazione che è richiesta a ciascuno di noi, non sempre capaci di esserne depositari, calati come siamo nella mutevolezza e nella debolezza intrinseca della condizione umana e antropologica dell’esistere.

Nelle riflessioni di Don Roberto Oberosler, articolate in tre agili e stimolanti libriccini, emergono i tratti di questa coerenza che si è definita a ragione ‘esemplare’. Essere se stessi sempre, senza compromessi, cedimenti, mediazioni al ribasso, tenendo sempre accesa e ben alta la fiaccola della testimonianza cristiana è un dono di cui conserviamo i frutti nel lascito spirituale, nei ricordi di chi lo ha conosciuto, nelle azioni di responsabilità a cui era stato chiamato: nella scuola, specie come Direttore Didattico, esprimendo il pregio di una traccia educativa da seguire, verso il bene e la formazione integrale della persona umana, nel rispetto verso gli insegnanti e nell’alleanza formativa con le famiglie.
Nel sociale, come Presidente dell’Ospedale Sant’Ambrogio e Presidente Diocesano dell’Azione Cattolica, con quell’attenzione verso i bisognosi, gli ammalati, i deboli che era una sorta di slancio vitale in quel cattolicesimo militante di cui fu sempre riferimento ed esempio per gli altri.

Nell’impegno politico, come autorevole rappresentante della Democrazia Cristiana. Scrive Don Oberosler di lui: “Il suo era un profondo sentimento del cuore. Il Signore sa come lui riuscisse a conciliare l’insegnante, il direttore scolastico, il pubblico amministratore: rettitudine coerenza, onestà, senso del dovere e assoluto distacco dal denaro e dai beni materiali. Nessuno poté pensare che avesse tratto vantaggi dalla sua attività politica, anzi la stampa locale stessa presentò la sua figura e vita come esempio per tutti nel servire gli
altri in un vero spirito cristiano”.

Infine come sacerdote: lo fu per dieci anni ma è come se lo fosse stato per tutta la vita, tanta e tale fu l’intensità emotiva e spirituale con cui assecondò la chiamata del Signore.
Depositario di una riconosciuta “sapientia cordis” che lo favorì nell’essere studente tra gli studenti del Seminario, immedesimato nella preghiera come fonte continua di meditazione e riflessione, illuminato dalla ricerca tra pensiero e azione, premuroso e desideroso di seminare buoni esempi.

Ancora Don Oberosler: chi ha conosciuto don Angelo ha trovato in lui « l’uomo capace di rinascere nello Spirito ogni giorno, senza paura del domani, senza paura dell’oggi, senza complessi del passato, che sa cos’è l’apostolato e la vita piena di Vangelo, capace di morire per la Chiesa, ancor più capace di vivere per la Chiesa, capace di diventare ministro di Dio che parla con la propria vita ». Anche nel sacramento della confessione dove metteva in evidenza non tanto « come l’errore commesso portasse al Cristo crocifisso »,
ma « come dal Cristo crocifisso venisse il richiamo a chiedere perdono ».
Un atteggiamento fatto di umiltà e amore, certezza del perdono dove c’è affidamento interiore, carità come virtù non elemosiniera ma leva su cui agire per toccare le corde del cuore ed usarne l’alfabeto convincente.

Uomo e sacerdote: questa è la sintesi conclusiva di una vita non comune, nella pienezza esistenziale ispirata alla trascendenza e vivificata dalla rettitudine morale, civile e religiosa.
Un vero esempio: potremmo forse trovare un’espressione così sintetica e significativa?
Esempio vuol dire teoria e azione, mente e cuore, ispirazione e realizzazione del bene.
Bene come valore supremo di cui la vita di Don Angelo Gallotti è stata una testimonianza che ci lascia in dono scintille di luce capaci di illuminare anche il nostro cammino verso la verità del Vangelo, che è la sintesi del perfetto cristiano.
Di questi valori, di queste virtù egli è stato “profeta del nostro tempo”.

Coldiretti: la black list dei cibi più contaminati

Con un campione sui cinque (20%) risultato irregolare per la presenza di residui chimici i peperoncini piccanti provenienti da Repubblica Dominicana e India sono il prodotto alimentare meno sicuro presente sulle tavole degli italiani ma a preoccupare per gli elevati livelli di contaminazione sono nell’ordine le bacche di Goji provenienti dalla Cina ed il riso dal Pakistan che salgono sul podio. E’ quanto emerge dalla “Black list dei cibi più contaminati” presentata dalla Coldiretti sulla base degli ultimi rapporti elaborati dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sui Residui dei Fitosanitari in Europa e dal Ministero della Salute sul “Controllo ufficiale sui residui dei prodotti fitosanitari degli alimenti”.

Nella classifica dei dieci prodotti più contaminati elaborata alla Coldiretti ci sono però anche i melograni dalla Turchia con un quasi un campione irregolare su dieci (9,1%), il tè dalla Cina, l’okra (o gombo) dalle sembianze di una piccola zucchina importata dall’India, il dragon fruit proveniente dall’Indonesia dall’aspetto particolarmente decorativo, i fagioli secchi provenienti dal Brasile ed i peperoni dolci e le olive da tavola provenienti dall’Egitto che godono peraltro di un regime agevolato a dazio zero da parte dell’Unione Europea.

Si tratta di prodotti arrivati in Italia con elevati livelli di irregolarità perché contaminati dalla presenza di insetticidi, che – sottolinea la Coldiretti – spesso non sono neanche più ammessi dalla legislazione nazionale ed europea, come avviene nel caso di Dicofol, Acephate, Permethrin, Chlorfenapyr, Methamidophos riscontrati nei peperoncini, del Tricyclazole nel riso dal Pakistan, del Isoprothiolane negli esotici dragon fruit e di Fenpropimorph, Procymidone, Propoxur, Methamidophos nei fagioli secchi brasiliani.

Non si tratta tuttavia di casi isolati poichè – sottolinea la Coldiretti – dai risultati delle analisi risulta che i prodotti alimentari importati in Italia, con l’1,9% di campioni esaminati irregolari, sono ben 3 volte più pericolosi dei prodotti di origine nazionale per i quali solo lo 0,6% dei prelievi è risultato non conforme ai limiti di legge consentiti. La situazione è ancora più rischiosa per quelli di origine extracomunitaria per i quali la percentuale di irregolarità secondo l’Efsa sale al’5,8%, ben otto volte superiore ai prodotti Made in Italy.

Si confermano – sostiene la Coldiretti – le preoccupazioni espresse recentemente dalla Corte dei Conti europea sulle sostanze chimiche negli alimenti che ha denunciato il mancato rispetto nei cibi di provenienza extra Ue degli stessi standard di sicurezza Ue sui residui di pesticidi e si chiede alla Commissione europea di spiegare “quali misure intende adottare per mantenere lo stesso livello di garanzia sia per gli alimenti prodotti nella Ue che per quelli importati”.

Un aiuto ai consumatori viene dall’obbligo di indicare il Paese di origine in etichetta che, grazie al pressing della Coldiretti, è in vigore per la maggioranza degli alimenti in vendita, dalla frutta alla verdura fresca, dalla pasta al riso, dalle conserve di pomodoro ai prodotti lattiero caseari, dal miele alle uova, dalla carne bovina a quella di pollo fino ai salumi per i quali è stato da poco pubblicato il decreto. “E’ necessario però che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela della sicurezza dei consumatori” ha concluso il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “che dietro gli alimenti, italiani e stranieri in vendita sugli scaffali ci deve essere la garanzia di un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore”.

 

LA BLACK LIST DEI CIBI PIU’ PERICOLOSI ARRIVATI IN ITALIA

 

PRODOTTO PAESE % irregolarità PESTICIDI

IRREGOLARI

Peperoncini India, Rep. Dominicana 20% Dicofol, Acephate, Permethrin, Chlorfenapyr, Methamidophos
Bacche di Goji Cina 13% Carbofuran
Riso Pakistan 12,5% Acetamiprid, Tricyclazole
Melograno Turchia 9,1% Prochloraz, Acetamiprid, Cypermethrin, Boscalid
Cina 8,3% Buprofezin, Imidacloprid, Lufenuron
Okra

(lady’s fingers)

India 6,7% Acephate
Pitaya

(dragon fruit)

Indonesia 6,7% Isoprothiolane,

Cypermethrin

Fagioli secchi Brasile, 6% Fenpropimorph, Procymidone, Acephate, Propoxur, Methamidophos, Chlorpropham
Peperoni dolci Egitto, 3,8% Flusilazole, Clofentezine, Propiconazole, Propiconazole, Chlorpyrifos, Formetanate
Olive da tavola lavorate Egitto 3,7% Profenofos

 

Fonte: Elaborazione Coldiretti su dati Ministero della Salute ed EFSA

Comunità Papa Giovanni: “Sia sempre garantito il rispetto della privacy e della dignità delle mamme che non hanno dato alla luce i loro figli”.

«Sia sempre garantito il rispetto della privacy e della dignità delle mamme che non hanno dato alla luce i loro figli». E’ quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito alla vicenda delle tombe dei feti con i nomi delle madri in un cimitero romano.

«L’aborto rappresenta un lutto sommerso. Lo confermano anche i racconti ascoltati in questi giorni. Un evento tragico e sottovalutato. Il mancato riconoscimento sociale di questo lutto lascia i genitori nella solitudine, complicando il processo di elaborazione del lutto» spiega Ramonda.

«Insieme alla dignità della madre va garantita anche quella del figlio non nato. – continua Ramonda – Anche loro hanno diritto ad una sepoltura cristiana, come si diceva una volta. Non essere considerati “rifiuti speciali ospedalieri” o ammassati in fosse comuni. È nostra cura fornire ai genitori tutte le informazioni necessarie, nel rispetto della privacy, per poter compiere questo atto che restituisce dignità e rispetto alle spoglie mortali di questi bimbi in qualsiasi età gestazionale siano morti».

La Comunità Papa Giovanni XXIII si occupa di sepoltura dei feti dall’aprile 1999, quando don Oreste Benzi celebrò il funerale di Matteo, figlio di una donna che perse il bimbo a 19 settimane di gestazione. Da allora l’associazione ha aiutato centinaia di genitori ad ottenere la degna sepoltura del loro figlio, per lo più in seguito ad aborto spontaneo.

La legge. Il DPR 285/90, che regolamenta la polizia mortuaria a livello nazionale, prevede che anche al di sotto delle venti settimane i parenti possano chiedere la sepoltura del proprio figlio, ma hanno solo 24 ore per farlo, oltre le quali ne perdono il diritto. La legge non è chiara sul cosa si debba fare in assenza di tale richiesta ma in genere i feti vengono gettati fra i rifiuti speciali dell’ospedale e inceneriti. Una circolare del ministero della salute ne raccomanda la sepoltura anche in assenza della richiesta dei genitori.

Uno studio smonta le tesi dei no mask

Michael Campos, esperto del Miami Veterans Administration Medical Center e dell’università di Miami sulla base di uno studio condotto con un team di colleghi e pubblicato su ‘Annals of the American Thoracic Society’ assicura che “anche in pazienti con malattie polmonari” è “improbabile” che i dispositivi di protezione causino una sovraesposizione alla CO2″.

Un dato che rassicura milioni di persone alle prese con l’obbligo di indossarle durante la pandemia di Covid-19.

 

Un nuovo partito di centro (per cattolici e non). La riflessione di Reina

Articolo pubblicato sulle pagine del sito formiche,net a firma di Raffaele Reina 

Il sistema politico, dopo quel tempo di ripetuti fallimenti, ancora non riesce ad imboccare la strada giusta per riportare il Paese ad una coerente e apprezzata azione di governo. Considerare gli interessi diffusi nella società e riportarli a nuova sintesi, avanzando adeguate proposte di governo è compito essenziale in una democrazia evoluta. Non pochi amici negli ultimi lustri hanno tentato di conquistare uno spazio politico funzionale a far emergere la necessità di ridare dignità all’antropologia degli italiani, maturata nei decenni e caratterizzata anche dal pensiero cristiano-cattolico, ma con poca fortuna. Chi crede che un popolo possa fare a meno della propria cultura, della memoria storica, delle tradizioni è obnubilato da nichilismo, agnosticismo, pragmatismo: ideologie distruttive che tanto male hanno procurato alla società.

La politica è unire, mettere insieme, fare sintesi, ma nessuno dei soggetti politici in campo purtroppo è in grado di esercitare una tale azione, visti gli antichi retaggi illiberali consumatisi durante il XX secolo, fatti di gulag e di lager. Antiche ideologie che hanno sempre avuto come riferimento la fede nello Stato etico hanno dimostrato la propria inadeguatezza nel corso della storia, e nonostante i fallimenti vissuti, ancora oggi tentano mutatis mutandis, di ripercorrere vecchi sentieri.

A tali impostazioni è necessario rispondere, convincendo donne e uomini di buona volontà che altre strade sono possibili, per ridare vigore e speranza alla democrazia, partendo dal fondamentale principio del rispetto della dignità della persona umana.

Il nuovo partito che nascerà non sarà un accidente, né una meteora a quanto si apprende, ma stella polare, a cui possono guardare cattolici e non. Servirà a colmare un vuoto profondo nel sistema politico italiano ed europeo. Non sarà, insomma, l’ennesimo partitino nato prima di qualche competizione elettorale, per raccattare qualche seggio, ma una presenza attiva e costante nella vita della dinamica società italiana.

Qui l’articolo completo

Nuova idea di partito per l’Italia e il Trentino

Articolo pubblicato sul giornale “Adige” e qui pubblicato per gentile concessione dell’autore

Ci sono due recentissimi fatti nuovi nel percorso di ricostruzione della “politica” in Italia.
Il primo è rappresentato dalla nascita di “Base”, Associazione promossa da Marco Bentivogli.
“Base” richiama un approccio alla politica capace di andare oltre la logica della “discesa in campo” (dall’alto) dei personaggi più gettonati del momento: appare piuttosto un serio tentativo di ricostruire innanzitutto una “buona domanda”, premessa essenziale per una “buona offerta”.

In altre parole, un tentativo di ricostruire una “trama” di comunità, senza la quale non vi è “buona politica”, ma solo populismo.
“Base” – secondo le dichiarazioni dei promotori – non intende essere una nuova, l’ennesima, “bandierina partitica”, ma una esperienza aperta, che concorre a ricostruire una nuova cornice di rappresentanza politica delle culture popolari e liberal democratiche del Paese.

Il secondo fatto nuovo è rappresentato dalla decisione dei sottoscrittori del “Manifesto Zamagni” di avviare il percorso per la costituzione di un “soggetto politico” esplicitamente riferito alla cultura del popolarismo di ispirazione cristiana, con l’obbiettivo di tradurre sul piano della laicità politica – e fuori da ogni tentazione confessionale – le ricorrenti esortazioni di Papa Francesco ad un “nuovo umanesimo”, assicurando così un contributo alla rigenerazione dello spirito di comunità e del “senso” della democrazia.
Questi due “fatti nuovi” (ancora agli esordi) sono tutt’altro che in contrapposizione l’uno con l’altro e per questa ragione, personalmente, ritengo che meritino entrambi sostegno e adesione.

Occorre rigenerare ed attualizzare (con le innovazioni dovute al contesto sociale e culturale oggi radicalmente mutato) le culture politiche di riferimento, compresa quella del Popolarismo di ispirazione cristiana. Perché senza le proprie culture fondative, benché in trasformazione costante, la politica diventa arida e perde la propria bussola valoriale.
Nello stesso tempo, occorre mettere in campo nuovi strumenti di rappresentanza politica capaci di dare voce ad una larga parte di cittadini oggi sostanzialmente “apolidi” nel contesto nazionale.

C’è bisogno di un nuova proposta politica plurale, che si ispiri alle culture popolari e liberal democratiche e abbia l’ardire di una visione coraggiosa a fronte delle tre grandi sfide del nostro tempo: la crisi demografica, la transizione digitale, l’emergenza ecologica globale. Perché attorno a queste tre sfide si gioca la partita vera per una società inclusiva e per la ri-legittimazione della democrazia rappresentativa.
Per questo, serve immaginare una nuova idea di “partito”.

Non sembrano più agibili i “partiti identitari” (e men che meno, per restare nel campo della mia appartenenza, ha fondamento alcuno la mera riproposizione di un “partito cattolico”).
Per converso, vediamo la fragilità di partiti – come il PD – nati sul presupposto di unire varie identità senza però che ciò abbia prodotto né una nuova sintesi culturale, né un sistema che valorizzi le diverse culture politiche costitutive.

È poi sotto gli occhi di tutti l’esaurirsi della stagione dei partiti che hanno puntato a colmare il deficit di base culturale con il solo protagonismo della leadership personale.
Parimenti precaria appare l’esperienza di “partiti non partiti”, come il M5S, che hanno fondato la propria mission su una generica e indistinta funzione di collettore dei bisogni individuali attraverso la Rete.

Gettonata in questo momento, ma non priva di elementi inquietanti, sopratutto al Sud, appare la strada dei “Partiti del Governatore” di turno.
Tutte queste esperienze portano dentro elementi di giusta novità e contraddizioni insanabili: sono la manifestazione di una patologia, non la soluzione.
Forse è maturo il tempo di pensare ad un sistema della rappresentanza politica fondato su due gambe.

Quella da un lato di “movimenti” organizzati, capaci di tenere vive e di attualizzare le culture politiche di riferimento (in fondo, i valori politici sono “propri” della comunità, non dei partiti, che hanno il compito non già di produrli, ma di rappresentarli e valorizzarlI dentro le istituzioni democratiche) e quella, dall’altro, di “partiti” di nuova concezione, che aggreghino ed organizzino questi movimenti (senza assorbirli e senza annullarli) dentro “contenitori” politico-elettorali idonei a dare risposta alla domanda di governo del cambiamento.

L’Italia ha bisogno di radici culturali e ideali ed assieme di un “bari-centro” politico che manca da decenni.
Sarà interessante vedere se questo processo si affermerà a livello nazionale o se tutto naufragherà nelle solite liturgie.
Ancor più interessante sarà vedere se il Trentino, terra da sempre vocata ad essere laboratorio politico, saprà esserlo ancora una volta, con proposte anticipatrici e con soluzioni adatte alla propria natura e alla propria ambizione (continuiamo a sperare) di “Comunità Autonoma”.

“Autonoma” sul piano dei progetti di governo e dello status istituzionale, ma anche su quello delle formule e delle esperienze politiche, costruite “qui” e “confederate” con i soggetti politici nazionali, specie se in via di formazione.
Qualche esperienza maturata in occasione di queste ultime elezioni amministrative – in primis a Trento ma non solo – lascia ben sperare. Ma la strada è lunga ed il lavoro enorme. Diamoci da fare.

Card. Parolin: “L’accordo con la Cina è solo un punto di partenza”

il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, nella sua prolusione di apertura al convegno organizzato a Milano dal Centro missionario Pime sul tema “Un’altra Cina, ha affermato che: “L’accordo provvisorio che la Santa Sede ha firmato con la Repubblica popolare cinese e che riguarda la nomina dei vescovi è solo un punto di partenza” e affinché “il dialogo possa dare frutti più consistenti è necessario continuarlo”.

Il cardinale ha spiegato che tutti i pontefici da Paolo VI a Francesco hanno cercato quello che Benedetto XVI ha indicato come il superamento di una “pesante situazione di malintesi e di incomprensione” che “non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina”. Citando il suo predecessore Giovanni Paolo II, Benedetto XVI aveva scritto nel 2007: “Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e — credo — a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo”.

Record di vendita per i prodotti bio

I consumi domestici di alimenti biologici raggiungono la cifra record di 3,3 miliardi per effetto di una crescita del 4,4% nell’anno terminante a giugno 2020 sotto la spinta della svolta green degli italiani favorita dall’emergenza Covid. E’ quanto emerge dal rapporto “Bio in cifre 2020” presentato dell’Ismea all’incontro organizzato dalla Coldiretti per la presentazione del rapporto annuale del Sinab (Sistema di Informazione Nazionale sull’agricoltura biologica) che registra i principali numeri del settore in Italia: mercato, superfici, produzioni del biologico italiano con le tendenze e gli andamenti storici.

La situazione emergenziale – sottolinea la Coldiretti – ha consolidato una tendenza alla crescita del settore che va avanti da oltre un decennio. Si conferma la spinta che la grande distribuzione organizzata (Gdo) sta imprimendo al mercato biologico mostrando, durante il lockdown, un incremento delle vendite nei supermercati dell’11%. Gli italiani tendono a premiare il biologico nel fresco con aumenti del 7,2% per gli ortaggi e in alcune categorie specifiche come le uova che crescono del 9,7% nelle vendite secondo l’Ismea.

Sul piano produttivo l’Italia è nel 2019 il primo Paese europeo per numero di aziende agricole impegnate nel biologico dove sono saliti a ben a 80643 gli operatori coinvolti (+2%) mentre anche le superfici coltivate a biologico sono arrivate a sfiorare i 2 milioni di ettari (+2%). L’incidenza della superficie biologica nel nostro Paese ha raggiunto nel 2019 il 15,8% della Superficie Agricola Utilizzata (Sau) a livello nazionale, e questo posiziona l’Italia di gran lunga al di sopra della media UE, che nel 2018 si attestava all’8%, e a quella dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%).

Da sottolineare peraltro l’aumento delle importazioni di prodotti biologici da Paesi extracomunitari con un incremento complessivo del 13,1% delle quantità totali nel 2019 rispetto all’anno precedente. I cereali, le colture industriali e la frutta fresca e secca sono le categorie di prodotto biologico più importate, con un’incidenza rispettivamente del 30,2%, 19,5% e 17,0%. I tassi di crescita delle importazioni bio piu’ rilevanti si sono avuti per la categoria di colture industriali (+35,2%), di cereali (16,9%) e per la categoria che raggruppa caffè, cacao, zuccheri, tè e spezie (+22,8%).

“L’Italia è uno dei maggiori importatori di alimenti biologici da Paesi extracomunitari da dove nel 2019 ne sono arrivati ben 210 milioni di chili di cui quasi 1/3 dall’ Asia” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel precisare che “occorre dare al più presto seguito alla raccomandazione della Corte dei Conti europea che invita a rafforzare i controlli sui prodotti biologici importati che non rispettano gli stessi standard di sicurezza di quelli Europei. “E’ necessario intensificare le attività di controllo e certificazione del prodotto biologico in entrata da paesi extracomunitari anche con un maggiore coinvolgimento delle autorità doganali, al fine di garantire sia i consumatori finali rispetto alla qualità delle produzioni, sia una corretta concorrenza tra produttori intra ed extra Ue” conclude Prandini nel sottolineare che “l’immissione di prodotti biologici sia subordinata non solo a verifiche documentali, ma anche a ispezioni fisiche e controlli analitici”.

“L’agricoltura biologica rappresenta un tassello sempre più importante dell’agroalimentare italiano di qualità” ha affermato il Direttore Generale dell’ISMEA Raffaele Borriello. Promuovere il ricorso a materia prima italiana certificata riducendo i volumi delle importazioni – ha precisato – potrà inoltre fornire un ulteriore stimolo di crescita al comparto e concorrere al raggiungimento del target del 25% di superficie investita a coltivazioni biologiche, indicato nella strategia Farm to Fork, uno dei pilastri del New Green Deal. Un’occasione – ha concluso Boriello – da non perdere, visto anche il boom di domanda di prodotto 100% italiano a cui abbiamo assistito negli ultimi anni”.

Io non rischio 2020, appuntamento domenica 11 ottobre

Io non rischio è una campagna di comunicazione che per tema ha le buone pratiche di protezione civile. Anche se il rischio sanitario non è ancora tra quelli trattati dalla campagna, in questi lunghi mesi di emergenza pandemica abbiamo avuto la conferma di quanto le scelte e le azioni di ognuno finiscano inevitabilmente per incidere sulla vita di tutti. Più una comunità si dimostra preparata e informata sui rischi che corre e sulle buone pratiche da adottare per mitigarli, più risulta resiliente e capace di affrontare qualsiasi emergenza.

Ma informare sulle buone pratiche di protezione civile non basta. Bisogna saperle vivere in prima persona e incarnarle, per promuoverle.

Pertanto, per minimizzare la possibilità di assembramenti e – allo stesso tempo – per rispettare il distanziamento fisico e sanitario senza rinunciare alla vicinanza sociale, l’edizione 2020 di Io non rischio è un’edizione digitale. I nostri consueti luoghi di incontro e condivisione – le piazze – continueranno a esserci. Ma prenderanno vita in uno spazio “altro”: lo spazio digitale.

Le associazioni di volontariato che aderiscono a INR organizzeranno dei punti d’incontro online, su Facebook, integrando i Social Media con le piattaforme di meeting a distanza. Le pagine e gli Eventi Facebook saranno i punti di aggregazione digitale, aperti alla partecipazione di tutti i cittadini che vogliano informarsi e condividere le proprie esperienze sui rischi che insistono sui nostri territori e sulle buone pratiche che possiamo adottare per mitigarli.

In fondo, Io non rischio, è una campagna di comunicazione che promuove la resilienza. Nell’ambito della protezione civile, la resilienza di una comunità viene definita come la sua capacità di affrontare gli eventi calamitosi, di superarli e di uscirne rafforzata o addirittura trasformata. Abbiamo adesso l’occasione di dimostrare l’esattezza di questa definizione accogliendo la sfida del cambiamento e della trasformazione, conciliando la necessità del distanziamento imposto dalla pandemia con l’importanza del continuare, sempre più, a partecipare, incontrarci e condividere esperienze e informazioni.

La sindrome metabolica

La sindrome metabolica (detta anche sindrome X, sindrome da insulinoresistenza, sindrome di Reaven) è una situazione clinica nella quale diversi fattori fra loro correlati concorrono ad aumentare la possibilità di sviluppare patologie a carico dell’apparato circolatorio e diabete.

Si distinguono diverse anomalie metaboliche, quali obesità centrale, dislipidemia, resistenza all’insulina, ipertensione arteriosa e disfunzione endoteliale. La sindrome metabolica racchiude un insieme di fattori di rischio cardiovascolare che si intrecciano per creare un singolo fattore di rischio multiplo per la patologia aterosclerotica, come risulta anche dal report del National Cholesterol Education Program o NCEP che la associava primariamente agli alti livelli di colesterolo-LDL; solo successivamente, altri studi posero le basi per la ricerca di un comune denominatore alla base dell’eziologia di questo insieme.

La prevalenza della sindrome è molto variabile, poiché dipendente dall’età, dal gruppo etnico, dai vari gradi di obesità e dalla predisposizione a sviluppare il diabete mellito di tipo 2. Nei paesi occidentali, quali Europa e Stati Uniti d’America, oltre il 35% degli ultracinquantenni soffre di sindrome metabolica, con una maggior presenza delle donne rispetto agli uomini.

L’aumento nella prevalenza dell’obesità nel mondo comporta una crescita degli eventi cardiovascolari e della mortalità a essi correlata: nessun sistema sanitario parrebbe pronto ad affrontare una tale pandemia e a far fronte a questa emergenza sanitaria. La risposta a tale problema è da ricercare nell’informazione corretta e nella promozione del controllo del peso e dell’attività fisica nella popolazione generale, promuovendo campagne di sensibilizzazione e investendo nella medicina preventiva, la sola in grado di poter aiutare a modificare le abitudini di vita scorrette nei soggetti a rischio e non.

Il segno principale della sindrome metabolica è l’obesità centrale (o viscerale, che nei maschi si manifesta con l’adiposità addominale “a forma di mela”) e il sovrappeso, con l’accumulo di tessuto adiposo intorno alla vita.

Altri segni di sindrome metabolica includono l’ipertensione arteriosa (con le diverse valutazioni del rischio associato), bassi valori di HDL, alti valori di trigliceridi e VLDL, alterata glicemia a digiuno e l’insulino-resistenza.

Condizioni associate comprendono iperuricemia, steatosi epatica non alcolica, sindrome dell’ovaio policistico, disfunzione erettile e acantosi nigricans.

La terapia di primo approccio è sicuramente la correzione degli stili di vita, attraverso l’acquisizione di comportamenti corretti sia alimentari che in termini di attività fisica giornaliera.

A Roma il nuovo partito ispirato da Stefano Zamagni

L’Assemblea costituente per dare vita ad un “nuovo” soggetto politico ispirato alla Costituzione e alla Dottrina Sociale cristiana, autonomo, laico, aperto a credenti e non credenti interessati al “bene comune”, è stata convocata a Roma per il 3 e 4 ottobre in continuità con il lancio del Manifesto dello scorso novembre passato alle cronache con il nome del professor Stefano Zamagni. Pubblichiamo il documento con cui è stata convocata l’Assemblea.

Conosciamo le serie difficoltà che gravano sull’Italia. Ne avvertiamo tutto il peso e la complessità.

È per questo che abbiamo lanciato il nostro Manifesto e stiamo andando verso l’Assemblea costitutiva di un nuovo soggetto politico che, sulla base di un’ispirazione cristiana, sia capace di rivolgersi con i suoi valori e le sue proposte concrete a tutti gli “uomini di buona volontà”. Le fondamenta dei nostri ideali sono nella Costituzione, nelle principali Dichiarazioni universali a favore della dignità umana, impregnate del Pensiero sociale cristiano che intendiamo tradurre in pratica politica e in metodo legislativo e istituzionale.

Per questo ribadiamo la scelta dell’autonomia politica. Una scelta di libertà nella sostanza delle proposte e nella collocazione, superando la mentalità bipolare che ha solo arrecato danni al nostro Paese.

Nessuna altra forza politica o movimento oggi ci rappresenta, e vogliamo proporre agli italiani contenuti e metodi politici alternativi a quelli del centrodestra – in particolare alle sue componenti “sovraniste” –, a quelli del populismo demagogico e inconcludente, e a un Partito Democratico che sempre più assume una connotazione radicaleggiante nell’esclusiva attenzione ai diritti individuali.

Per noi restano centrali la persona, la famiglia e l’attenzione alle forme spontanee di aggregazione sociale ed economica, troppo spesso emarginate e dimenticate da una politica sempre più autoreferenziale e assorbita da una pratica che privilegia lo scontro aprioristico e non costruttivo. Una politica distante dalla pratica del confronto, da un linguaggio mite e costruttivo, da quei metodi e contenuti che devono invece coinvolgere tutti in un impegno per il “bene comune”.

Sappiamo che non si può prescindere dalle grandi questioni internazionali e che dobbiamo accettare di doverci impegnare nelle sfide che attendono l’Unione Europea, della quale abbiamo ben presente l’importanza e le resistenze a un suo pieno compimento.

Non ci sfuggono nemmeno i limiti e le svolte involutive delle grandi Nazioni, come pur le incertezze delle Istituzioni internazionali che, se non rimosse, possono minare la pace e la stabilità del pianeta.

Pur di fronte a tali impervi scenari, avvertiamo come sia ora auspicata, in vasti settori del Paese, la discesa in campo di una nostra presenza: caratterizzata da “vita propria”, autonoma, per un apporto nuovo, coraggioso e competente di quanti – credenti e non – condividono il programma che discende da un impegno politico cristianamente ispirato.

Non deve più mancare l’apporto della nostra cultura politica, una tradizione che da Toniolo a Sturzo, a De Gasperi e a Moro, mantiene oggi una intatta vitalità per rispondere alle straordinarie problematiche sul campo: l’aiuto alla vita, che per noi va dal concepimento alla sua fine naturale, le tante povertà, le difficoltà economiche che derivano dalla carenza drammatica di opportunità di lavoro, le crescenti intollerabili disuguaglianze, le inefficienze di troppi ambiti della Pubblica Amministrazione.

Valori irrinunciabili come l’amore della libertà, la caparbia difesa della democrazia e la intransigente tutela della sovranità popolare non possono né rimanere in balia delle incertezze né essere sacrificate sull’altare di una modernità spesso fagocitata dalle logiche del libero mercato o dagli egoismi geopolitici o da pulsioni populistiche.

Ciò che ci attende non è solo una sfida, ma quasi un imperativo per:

– ritornare ad essere faro e testimoni “dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”;

– essere in prima linea nel rendere l’UE protagonista e punto di riferimento nel mondo, per crescere nella pace, nella stabilità e nel benessere, anche con un ruolo complementare e virtuoso degli Stati nell’economia;

– essere iniziatori di un cambio netto nella pratica e nella narrativa dell’impegno politico, che cestini l’esperienza dei partiti personali e del bipolarismo italiano divisivo e inconcludente, rigenerando la nostra democrazia rappresentativa con il ritorno alla piena sovranità popolare;

– essere impegnati a giocare una partita all’insegna dell’autonomia e della sussidiarietà, in modo che le persone, i territori e i corpi intermedi ritornino protagonisti delle scelte strategiche nel nostro Paese.

A tal fine i promotori si impegnano a rendere possibile una Fase Costituente articolata:

da una Assemblea costitutiva fissata per il 3 e 4 ottobre 2020 dove vengono adottati:

a) nome e simbolo;

b) documento politico-programmatico;

c) statuto transitorio del Partito (ai sensi art. 39 del codice civile), in vigore sino all’adozione dello Statuto del nuovo partito nel primo Congresso, caratterizzato dalla presenza di un Collegio dei Garanti (che delibererà all’unanimità), di un Consiglio di Direzione (che sarà coordinato da una segreteria collegiale); da un percorso di partecipazione e coinvolgimento territoriale per rendere possibile l’ulteriore aggregazione di singoli, associazioni, movimenti interessati al progetto; infine nella celebrazione del primo Congresso del Nuovo Partito.

Convengono altresì che tale processo deve avvenire in modo unitario e paritario; che il Gruppo di lavoro costituito per preparare l’Assemblea, articolato in più ambiti, ha l’incarico di indirizzare e coordinare l’attività per realizzare le iniziative politiche di organizzazione e di promozione del progetto.

L’impegno è quello di concorrere a una convergenza tra tutti i partecipanti, e quanti in questi mesi hanno con noi interloquito condividendo il disegno di un partito di ispirazione cristiana, aconfessionale e autonomo, non facendo mancare il loro apporto in termini di ricerca, di dialogo e di progettualità.

Il Gruppo di lavoro, nelle sue diverse articolazioni, è chiamato a elaborare una proposta di nome e simbolo, uno schema di statuto transitorio del Partito (ai sensi dell’art. 39 del Codice civile) e il documento politico programmatico, che dovranno essere approvati nell’Assemblea del 3 e 4 ottobre 2020.

Sottoscrivono

COSTRUIRE INSIEME e POLITICA INSIEME

con

Giuseppe Sangiorgi (Rete Bianca – Roma)

Armando Andreoni (Forum volontariato per la strada – Roma)

Sivana Arbia ( Basilicata )

Andrea Badano (Scuola di Politica Etica – Cinisello Balsamo)

mons. Angelo Bazzari (presidente emerito Fondazione Don Gnocchi – Milano)

Alberto Berger (presidente UCID Bolzano Gruppo regionale Trentino Alto Adige)

Francesco Biguzzi ( Cesena )

Roberto Bizzo (presidente Noi per l’Alto Adige)

Adriano Bordignon (Centro Famiglia – Treviso)

Giancarlo Bruni (Associazione Nuovo Umanesimo – Brescia)

Maurizio Bruno (Cives – Enna)

Elisabetta Campus ( Associazione Giustizia e Civiltà Solidale )

Giuseppe Cardinali (Assisi Domani)

Maurizio Cotta (Firenze)

Elvio Covino (presidente Società e Famiglia – Roma)

Domenico Cutrona (presidente MPEF – Catania)

Stefano De Vecchi Bellini (Milano)

Lorenzo Dellai (Trento)

Flavio Felice (Campobasso)

Marino Fenocchio (Politica Insieme Ponente Savonese)

Franco Franzoni (Centro De Gasperi – Castegnato BS)

Primo Fonti (Rimini)

Valter Giacomazzi (Trento)

Giuseppe Ignesti (Rete Bianca – Roma)

Giampiero Leo (presidente Coordinamento Interconfessionale – Torino)

Lina Lucci ( Campania )

Paolo Magnolfi (Nuova Camaldoli – Toscana)

Bruno Manzini (presidente Popolari Lecco)

Giorgio Massari (Ragusa Prossima)

Alessandro Massi (Movimento civico Tolentino popolare e Nuova Camaldoli Marche)

Franco Massi (Bergamo)

Mauro Mattiacci (Direttore Generale ARIS)

Giulio Mauri (Bergamo)

Mario Morcellini (vicepresidente nazionale AIDU – Roma)

Andrea Olivero (Cuneo)

Giuseppe Oliveri (Gruppo La Pira – Catania)

Carlo Orecchioni (assessore lista civica Progetto Lanciano CH)

Benito Perrone (Unione Giuristi Cattolici, già direttore di “Iustitia”)

Roberto Pertile (Segretario Fondazione FUCI – Roma)

Piero Pirovano ( Comitato Popolare per il No al Taglio dei Parlamentari )

Francesco Poggi (Rete Andare Oltre – Toscana)

Francesco Punzo (CISS Palermo – Sicilia)

Alessandro Risso (presidente Popolari Piemonte)

Ettore Rossi (Benevento)

Mario Rossi (Verona)

Ferdinando Rovello (CIV.VES Associazione La Pira – Caltanissetta)

Gaetano Russo (Genova)

Vincenzo Salvati (Associazione Terra Nostra – Brusciano NA)

Enrico Maria Tacchi (Busto Arsizio VA)

Andrea Tomasi (Pisa)

Giovanni Verga (presidente Collegio Ingegneri e Architetti – Milano)

Michele Vietti (Piemonte)

Luigi Viventi (Marche)

Francesco Zini (Firenze)

Col voto all’unanimità la UE non decollerà mai

Non è quasi mai possibile decidere su questioni rilevanti con il principio dell’unanimità. L’Unione Europea è una perfetta testimonianza di questa banale verità. Il guaio è che persevera nell’errore: non perché esso non sia evidente ma al contrario proprio perché è assolutamente chiaro a tutti. Intendo dire, a tutti i governi nazionali. I quali non intendono affatto delegare alla Commissione un potere che essi detengono da sempre e che, nei casi estremi, può esprimersi esattamente col diritto di veto. Ciò naturalmente penalizza il processo di unificazione. Anzi, lo rende improbabile, se non impossibile. E’ la storia di tutti questi anni, e se non si prenderà il coraggio a due mani introducendo il voto a maggioranza sarà la storia anche dei prossimi.

Ma, così continuando, l’UE non decollerà mai.
Se ne è avuta plastica conferma anche nelle scorse settimane. Prendiamo la questione delle migrazioni e la riforma dei famosi Accordi di Dublino. Il progetto della Commissione, che con toni quasi aulici è titolato alla “solidarietà obbligatoria”, in realtà cambia molto poco la realtà consolidata in quanto il principio che impone al Paese di primo sbarco ogni responsabilità, sia di assistenza sia di valutazione delle richieste di asilo dei migranti, non viene intaccato.

Le ricollocazioni di questi ultimi rimangono volontarie (salvo qualche nuovo impegno in capo alle nazioni che non vogliono prendersi in carico alcuno: ma questo dettaglio non rileva nel ragionamento che stiamo svolgendo). E perché rimangono volontarie? Perché quando, nel settembre 2015, la Commissione le rese obbligatorie per un numero limitato di migranti e per un arco temporale triennale diversi Stati non si sforzarono nemmeno per ottemperare a quel teorico ordine, poiché esso non era previsto nei Trattati UE. Accogliere sul proprio territorio un cittadino extracomunitario è una decisione nazionale. Per poter divenire decisione comunitaria bisogna cambiare i Trattati. All’unanimità. Dunque, sul punto i Paesi Visegrad l’avranno sempre vinta. Con grave danno per i Paesi mediterranei. E della solidarietà continentale, ovviamente.

Altro esempio. Next Generation UE, il famoso fondo per la ripresa che per la prima volta propone una mutualità comune europea, deve tradursi in un Programma operativo che deve essere approvato in sede comunitaria. All’unanimità. Bene. La Commissione vorrebbe condizionare l’erogazione dei fondi strutturali dei quali i Paesi Visegrad beneficiano ampiamente da anni al rispetto dei diritti civili, ormai gravemente compromessi in Polonia e Ungheria. Costoro hanno già fatto sapere, in chiaro, che porranno il veto al Programma nel caso venissero bloccati i fondi strutturali loro dovuti. E così i “Paesi frugali” (quelli che non volevano il fondo) han colto la palla al balzo minacciando il loro, di veto, al Programma se i diritti liberali non verranno salvaguardati dal Gruppo Visegrad. Risultato: il rischio paralisi o, più probabilmente, alla fine un compromesso al ribasso trattato dal Consiglio Europeo, ovvero dai singoli governi nazionali.

In uno scenario del genere parlare di Difesa comune o di Politica estera comune appare lunare. Eppure, discutendo di geopolitica al Consiglio Europeo di questi ultimi giorni, i capi dei governi avranno compreso facilmente che un’Europa divisa dai veti reciproci continuerà a contare poco, molto poco, nel contesto mondiale. Solo l’ottusità nazionalista impedisce loro di tradurre la comprensione in azione politica. Ma proprio questo è il problema dell’Unione.

Disagio degli adolescenti e nuova scuola

Articolo pubblicato sulla rivista giuridica internazionale DPU – Diritto Penale e Uomo

Non sempre il patto che dovrebbe saldare la famiglia e la scuola per la migliore tutela dei nostri ragazzi funziona.

Non ci sono colpe ma qualche responsabilità sì.

A cominciare dalla diffidenza inoculata nei figli nei confronti dei loro insegnanti, da parte di alcuni genitori patologicamente possessivi. 

L’aprioristica “difesa d’ufficio” non dà mai buoni risultati, siamo passati da un eccesso all’altro. 

Un tempo se i genitori venivano a conoscenza di un rimprovero, di un brutto voto preso a scuola erano soliti rincarare la dose: la prima cosa che si insegnava in casa era il rispetto per l’istituzione e l’autorità degli insegnanti. Adesso – di fronte ad un richiamo, ad una valutazione severa di un tema, di un elaborato, di un compito – ci sono padri e madri che partono in quarta con esposti in Procura. Si troverà mai un giusto punto di equilibrio? E’ una cosa necessaria, trattandosi di personalità in formazione.

Molto spesso alla scuola si attribuiscono pregiudizialmente “colpe” o “mancanze” proprio da parte di famiglie problematiche: l’esperienza di ascolto dei minori da parte dei Servizi Sociali o degli stessi Tribunali minorili dimostra che c’è più di un nesso: c’è una corrispondenza diretta e statisticamente accertata tra casi di inadempienza all’obbligo, di scadente profitto scolastico e situazione problematica e critica del contesto familiare.

Ciò accade nei più comuni casi di disagio, che a loro volta generano situazioni di vero e proprio “rischio educativo”.

Figuriamoci quando si tratta di minori che fanno uso sistematico di droghe, navigano le rotte proibite della rete  o – peggio – sono entrati in qualche modo in contatto con il mondo della prostituzione o comunque con l’uso strumentale e la mercificazione del proprio corpo.

Si tratta di situazioni che in genere lanciano “segnali”: di comportamento dissociato dal gruppo dei pari, di scarso profitto, di assenze ripetute e ingiustificate, di atteggiamenti di irriverenza o ribellione – ad esempio – o (come accaduto nel caso della “Roma bene”), di ostentazioni esteriori (abiti, trucco, cosmetici, posture, disponibilità di denaro, linguaggio disinibito o, viceversa, ingiustificati “mutismi”).

Spetta alla sensibilità dei docenti e dei dirigenti scolastici notare questi atteggiamenti e queste modificazioni nell’essere e nel porsi e rapportarsi con delicatezza alla famiglia, ai servizi sociali, alle stesse autorità minorili: sempre “cum grano salis” , con circospezione e con modalità scevre da frettolosi e superficiali pregiudizi.

Le evidenze per capire non mancano mai: a cominciare dai comportamenti realizzati negli stessi ambienti scolastici. Si pensi ai casi riferiti di ragazze adolescenti che si concedevano ai compagni nei bagni della scuola, dietro compenso o in cambio di una ricarica telefonica: le “ragazze doccia”.

E qui occorre rimarcare come e quanto la scuola debba esercitare tutta la sua “sacra” autorevolezza considerato che si tratta di soggetti minori in situazione di “affido educativo” verso i quali viene esercitato un compito professionale che parta dal buon esempio.

Ci si chiede cosa la scuola possa fare e come possa intervenire, in casi di sospetti su situazioni a rischio.

Dell’osservazione dei comportamenti e della conseguente segnalazione alle autorità preposte si è già detto.

Naturalmente impostando i preliminari approfondimenti in modo colloquiale, cercando di conoscere, capire attraverso il dialogo diretto con gli alunni stessi.

Aggiungerei un paio di compiti precipui dell’istituzione scolastica.

Il primo è quello di creare un ambiente che i ragazzi e le ragazze possano frequentare “volentieri”, naturalmente senza che ciò comporti un’abdicazione al ruolo alto e istituzionale della scuola.

L’autorevolezza dell’insegnante non si esprime attraverso un rapporto confidenziale con i propri allievi, non c’è spazio per pettegolezzi o argomenti fuori tema: la scuola è una cosa seria ma può non diventare “pesante”, proprio per non offrire pretesti di abbandono precoce.

Oltre all’insegnamento disciplinare, all’istruzione in senso stretto, al passaggio di nozioni e all’acquisizione di abilità e competenze strumentali o culturali, serve che la scuola sappia impostare una “buona educazione sentimentale”.

I ragazzi devono sentirsi accolti, capiti, aiutati: l’aula non è un patibolo e il consiglio di classe non è un plotone di esecuzione: lo sottolineo vista la posta in gioco di cui ci si capacita, tutti, quando emergono situazioni ben più gravi, altamente problematiche e “compromettenti” per il ben-essere dei ragazzi (che sono persone prima di essere alunni) come quelle di cui la cronaca spesso si occupa.

Si deve puntare ad un clima disteso, di stima e fiducia reciproca, che non metta assolutamente in discussione l’autorevolezza del contesto formativo, il prestigio dell’istituzione, il rispetto dovuto alla figura dell’insegnante.

Un clima che possa essere percepito dai ragazzi e dalle ragazze e che non li induca a rivolgersi altrove, pescando nel torbido della rete senza controlli o peggio fidandosi di astuti marpioni che segnerebbero in modo drammatico il corso della loro vita.

Ho in mente l’efficace e pittoresca definizione del filosofo Luigi Lombardi Vallauri: quella di una “scuola come astronave di assorti”. Una definizione non retorica, che rimarca la necessità per gli adolescenti di sentirsi parte di un clima coeso e solidale, di un’unità d’intenti, di una forte motivazione ad apprendere in un’atmosfera riflessiva e creativa, di fiducia e di serenità.

Il secondo aspetto che vorrei evidenziare riguarda il più importante compito che viene affidato all’ istituzione scolastica, oltre quello limitante e riduttivo della mera socializzazione e ancor più oltre quello “punitivo” della sola “formazione strumentale”: si studia per crescere e maturare, non solo per prendere dei voti.

Questo aspetto concerne la “costruzione di una mente critica e libera”: è tale lo scopo più alto e nobile di una buona educazione.

Ragionare con la propria testa, sviluppare le proprie potenzialità, forgiare un carattere, assecondare attitudini e viceversa emendarsi dagli errori, saper far tesoro delle cadute per migliorarsi, attribuire il giusto valore alle cose, nobilitarsi come persone crescendo e maturando nell’universo della cultura, attingendovi valori, “esempi”, principi che – oltre l’immediato – saranno utili e spendibili per tutta la vita.

Mettere – da parte degli insegnanti-adulti – gli studenti-minori di fronte all’evidenza delle cose, ragionare insieme sugli sbagli che si possono commettere, paventare rischi che non riguardano solo il curricolo scolastico ma la stessa dignità del loro essere “persone”.

Perché prima della mercificazione a buon mercato del proprio corpo, prima della sua negazione e dissoluzione c’è la “prostituzione” della mente e del cuore che reca con sé tutte le conseguenze pratiche della perdita di dignità, della disistima dell’io.

Non compete dunque alla scuola tanto il programmare corsi improvvisati o accelerati di “educazione sessuale”, che risulterebbero persino obsoleti di fronte alle più aggiornate conoscenze dei ragazzi e delle ragazze, quanto attrezzarsi per un “help” pedagogico e psicologico all’evidenza dei disagi percepiti nel comportamento degli alunni-adolescenti.

 

Breccia di Porta Pia: card. Parolin, “evento drammatico ma provvidenziale”

“Un evento drammatico ma al tempo stesso provvidenziale”. Così il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha definito la Breccia di Porta Pia, a margine del convegno organizzato, in occasione del 150° anniversario, a Roma, presso la Sala capitolare del Chiostro di Santa Maria sopra Minerva. Riprendendo le parole di Paolo VI, che aveva definito la Breccia di Porta Pia “un evento provvidenziale”, Parolin ha commentato: “Fu un evento realmente drammatico, fu un evento traumatico, un lutto, ma rappresentò la soglia d’inizio di una nuova epoca che liberò il papato da un impegno civile notevole e favorì il suo impegno per la Chiesa universale”.

”È successo esattamente il contrario”, ha fatto notare il cardinale: “Invece di perderne, la missione papale ne acquistò tantissimo, sia nella sua missione universale, sia per quanto riguarda la libertà e l’indipendenza del Papa”. In questa prospettiva  la breccia di Porta Pia “fu un momento molto significativo della storia: dobbiamo imparare a leggere la storia nei lunghi periodi”. La Breccia di Porta Pia, invece,  ha spiegato Parolin durante la sua prolusione di apertura della seconda giornata del convegno, è stata letta per troppo tempo “come un lutto, un’interruzione, un trauma, sia per la perdita del potere temporale sia per la forte opposizione del Regno d’Italia alla Santa Sede, ma la storia ha poi dimostrato che fu soltanto una tappa”.

Il rapporto tra la Santa Sede e lo Stato, secondo Parolin, si è sviluppato infatti “all’insegna della continuità, in una progressiva evoluzione, con l’obiettivo di una proficua collaborazione tra due istituzioni”, che poi ha trovato forma compiuta nella firma dei Patti Lateranensi.

Caritas, Don Puglisi: “Me l’aspettavo!”.

Sarà presentato, lunedì 5 ottobre, a Roma, nella sede di Caritas italiana, in via Aurelia 796, alle 12, il 23° audiolibro della collana PhonoStorie, dal titolo “Me l’aspettavo!”. L’iniziativa è a cura di Caritas italiana e Rete Europa Risorse Umane. L’audiolibro è dedicato a don Pino Puglisi, primo martire ucciso dalla mafia, a Palermo, nel ’93.

Papa Francesco, parlando del parroco, aveva dichiarato nel maggio 2013: “Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto.”

Il 28 giugno 2012 papa Benedetto XVI, durante un’udienza con il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, aveva concesso la promulgazione del decreto di beatificazione per il martirio in odium fidei. Il 15 settembre dello stesso anno, il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, aveva reso noto la data della cerimonia di beatificazione di padre Pino Puglisi, di fatto avvenuta il 25 maggio 2013.

 

Pmi, richiesti 86 mld di garanzie bancarie

Ammontano a circa 2,7 milioni le domande di adesione alle moratorie su prestiti, per un valore di quasi 300 miliardi, e superano quota 86 miliardi le richieste di garanzia per i nuovi finanziamenti bancari per le micro, piccole e medie imprese presentati al Fondo di Garanzia per le PMI. Attraverso ‘Garanzia Italia’ di Sace sono state concesse garanzie per 13,9 miliardi di euro, su 634 richieste ricevute.

Sono questi i principali risultati della rilevazione settimanale effettuata dalla task force costituita per promuovere l’attuazione delle misure a sostegno della liquidità adottate dal Governo per far fronte all’emergenza Covid-19, di cui fanno parte Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero dello Sviluppo Economico, Banca d’Italia, Associazione Bancaria Italiana, Mediocredito Centrale e Sace.

La Banca d’Italia continua a rilevare presso le banche, con cadenza settimanale, dati riguardanti l’attuazione delle misure governative relative ai decreti legge ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’, le iniziative di categoria e quelle offerte bilateralmente dalle singole banche alla propria clientela. Sulla base di dati preliminari, al 18 settembre sono pervenute oltre 2,7 milioni di domande o comunicazioni di moratoria su prestiti per 294 miliardi. Si stima che, in termini di importi, circa il 94% delle domande o comunicazioni relative alle moratorie sia già stato accolto dalle banche, pur con differenze tra le varie misure; il 3% circa è stato sinora rigettato; anche per effetto dell’accelerazione delle domande nella settimana di riferimento, la parte restante è in corso di esame.

Più in dettaglio, le domande provenienti da società non finanziarie rappresentano il 43% del totale, a fronte di prestiti per 193 miliardi. Per quanto riguarda le PMI, le richieste ai sensi dell’art. 56 del DL ‘Cura Italia’ (oltre 1,4 milioni) hanno riguardato prestiti e linee di credito per 156 miliardi, mentre le 52 mila adesioni alla moratoria promossa dall’ABI hanno riguardato 13 miliardi di finanziamenti alle PMI.

Le domande delle famiglie[3] hanno riguardato prestiti per circa 93 miliardi di euro. Le banche hanno ricevuto circa 215 mila domande di sospensione delle rate del mutuo sulla prima casa (accesso al cd. Fondo Gasparrini), per un importo medio pari a circa 94 mila euro. Le moratorie dell’ABI e dell’Assofin rivolte alle famiglie hanno raccolto 479 mila adesioni, per circa 20 miliardi di prestiti.

Sulla base della rilevazione settimanale della Banca d’Italia, si stima che le richieste pervenute agli intermediari per l’accesso al Fondo di Garanzia per le PMI abbiano continuato a crescere nella settimana dall’11 al 18 settembre, a 1,28 milioni, per un importo di finanziamenti di quasi 99 miliardi. La percentuale di prestiti erogati risulta in ulteriore crescita rispetto alla fine della settimana precedente. In particolare, al 18 settembre è stato erogato quasi il 91% delle domande per prestiti interamente garantiti dal Fondo.

Il Ministero dello Sviluppo Economico e Mediocredito Centrale (MCC) segnalano che sono complessivamente 1.119.751 le richieste di garanzie pervenute dagli intermediari al Fondo di Garanzia nel periodo dal 17 marzo al 29 settembre 2020 per richiedere le garanzie ai finanziamenti in favore di imprese, artigiani, autonomi e professionisti, per un importo complessivo di oltre 86,1 miliardi di euro. In particolare, le domande arrivate e relative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’ sono 1.113.668, pari ad un importo di circa 85,3 miliardi di euro. Di queste, oltre 911.799 sono riferite a finanziamenti fino a 30.000 euro, con percentuale di copertura al 100%, per un importo finanziato di circa 17,9 miliardi di euro che, secondo quanto previsto dalla norma, possono essere erogati senza attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del Gestore. Al 30 settembre sono state accolte 1.108.804 operazioni, di cui 1.102.971 ai sensi dei Dl ‘Cura Italia’ e ‘Liquidità’.

Salgono a circa 13,9 miliardi di euro, per un totale di 634 operazioni, i volumi complessivi delle garanzie nell’ambito di “Garanzia Italia”, lo strumento di SACE per sostenere le imprese italiane colpite dall’emergenza Covid-19. Di questi, circa 6,7 miliardi di euro riguardano le prime tre operazioni garantite attraverso la procedura ordinaria prevista dal Decreto Liquidità, relativa ai finanziamenti in favore di imprese di grandi dimensioni, con oltre 5000 dipendenti in Italia o con un valore del fatturato superiore agli 1,5 miliardi di euro. Crescono inoltre a 7,2 miliardi di euro circa i volumi complessivi garantiti in procedura semplificata, a fronte di 631 richieste di Garanzia gestite ed emesse tutte entro 48 ore dalla ricezione attraverso la piattaforma digitale dedicata a cui sono accreditate oltre 250 banche, istituti finanziari e società di factoring e leasing.

Il CEO di Pfizer, nonostante le affermazioni di Trump, assicura i dipendenti che non affretterà il vaccino COVID-19

Il capo della Pfizer, uno dei produttori di farmaci che corrono per sviluppare un vaccino contro il coronavirus, ha detto ai dipendenti di essere deluso dal fatto che il suo lavoro sia stato politicizzato durante il dibattito presidenziale di questa settimana e ha cercato di rassicurare il personale statunitense che la società non si piegherà alle pressioni per muoversi più rapidamente .

“L’unica pressione che sentiamo  sono i miliardi di persone, milioni di imprese e centinaia di funzionari governativi che dipendono da noi”.

Nonostante i massimi funzionari sanitari federali degli Stati Uniti abbiano ripetutamente affermato che è improbabile che un vaccino sia ampiamente disponibile fino al 2021, il presidente Trump, durante il dibattito di martedì scorso, aveva insistito sul fatto che un vaccino sarà pronto prima del giorno delle elezioni .

“Ho parlato con Pfizer, ho parlato con Johnson & Johnson e altri. Possono andare molto più veloci di così “aveva affermato Trump.

Mentre Pfizer ora ammette che anche se si aspetta di avere entro fine ottobre i dati d’efficacia e di sicurezza sul prodotto, non potrà commercializzare le prime dosi fino a quando la Food and Drug Administration non rilascerà quella che viene chiamata un’autorizzazione all’uso di emergenza.

Ciò consentirebbe la distribuzione, verso la fine dell’anno, del vaccino su base limitata che prima di tutto verrebbe dato alle categorie a rischio.

Lazio: obbligatorio l’uso della mascherina anche all’aperto.

Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha firmato l’ordinanza che rende obbligatorio l’uso della mascherina anche all’aperto. Solo tre categorie sono esenti dal provvedimento: i minori sotto i sei anni, chi ha incompatibilità con l’utilizzo del dispositivo di protezione e chi svolge attività motoria. La decisione è giunta dopo il picco 265 contagi, di cui solo 151 nella Capitale, raggiunto giovedì. Multa di 400 euro per chi trasgredisce.

La misura mira a contenere i contagi, in rialzo nella regione negli ultimi giorni, e riguarda in particolare tutte quelle situazioni in cui il distanziamento sociale non è possibile.

L’introduzione arriva prima del weekend per evitare ulteriori possibili contagi nelle zone della movida.

Il provvedimento si è reso necessari,o anche perchè, l’indice RT ha raggiunto il dato di 1.09, ossia sopra la soglia limite che è ad uno.

Tensioni in maggioranza e Zingaretti avverte, riforme o non si va avanti

Articolo pubblicato sulle pagine di (Agenzia Italia) a firma di 

Davanti ai distinguo e agli stop degli alleati sul fronte riforme, Zingaretti batte un colpo: serve una visione di Paese, con quattro idee diverse non si va avanti. A far scattare il segretario Pd è stata la frenata dei Cinque Stelle sul pacchetto riforme presentato proprio oggi dai vertici del Nazareno.

Lo stop del M5s

Il cuore del pacchetto è il superamento del bicameralismo paritario accolto però dai Cinque Stelle come una fuga in avanti: le riforme vanno condivise, no agli annunci di parte, è l’altolà lanciato dal capogruppo pentastellato Davide Crippa. I renziani sono invece pronti a sedersi a un tavolo allargato alle opposizioni, purché il nuovo assetto costituzionale, a partire dalla sfiducia costruttiva, abbia la priorità rispetto alla legge elettorale.

Via libera dai renziani

Sul modello proporzionale è caduto anche l’ultimo sbarramento di Italia viva, ma nuove tensioni si registrano invece sulla soglia di sbarramento e le preferenze, con il Pd che avverte gli alleati: lo sbarramento al 5% non è in discussione. Parole categoriche che fanno insorgere Leu, da sempre schierata a favore di una soglia più bassa: “Il Pd ha una strana idea di condivisione”, osserva Nicola Fratoianni. I renziani, invece, sposano l’idea di un ritorno alle preferenze, fortemente voluto dai pentastellati. I dem, al contrario, preferirebbero il Provincellum, come spiega il segretario che però precisa essere una posizione personale e non del partito.

L’avvertimento di Zingaretti

Difficoltà di fronte alle quali Zingaretti non esita ad evocare il più cupo degli scenari, la fine del governo: “Io non credo che la maggioranza di governo possa andare avanti solo perché c’è il Presidente della Repubblica da eleggere. Non possiamo governare insieme con quattro idee diverse di Paese”.

All-in del Pd

Con il pacchetto di riforme presentato al Nazareno, d’altra parte, i dem hanno giocato il loro ‘all-in’, consapevoli di essere, dopo le regionali, la forza motrice della maggioranza. Il Partito democratico, insomma, “si assume la responsabilità di avviare un nuovo fronte riformatore” e dopo la vittoria del Sì al referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari, apre il capitolo del superamento del bicameralismo paritario e per introdurre lo strumento della sfiducia costruttiva.

Qui l’articolo completo

Politica, competenza e classe dirigente

‘Politica, competenza e classe dirigente’ è il titolo del libro scritto da Giorgio Merlo con l’autorevole prefazione di  David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo.

 Un tema  che, seppur dopo la sbornia populista, demagogica e  antipolitica che continua purtroppo ancora a  caratterizzare larghi settori della società italiana, emerge  in modo sempre più visibile. Soprattutto dopo la scarsa e  mediocre esperienza di governo delle forze populiste.  

Perché se la politica e i politici, e quindi anche i partiti,  oggi vogliono recuperare credibilità tra i cittadini ed  autorevolezza nella pubblica opinione, non possono non  porsi il tema della qualità della classe dirigente. E, nello specifico, anche della sua competenza. 

Certo, tutti sanno che una classe dirigente difficilmente si inventa a tavolino né si può ricorrere alla  solita, e ormai anche un po’ logorata, cooptazione dall’alto. È necessario, e sempre più  indispensabile, il ritorno delle culture politiche, della professionalità della politica, della  formazione e, soprattutto, della competenza. Cioè, della capacità di saper indicare una  prospettiva e perseguire, al contempo, un progetto politico senza appaltare il tutto alla  improvvisazione, alla casualità e alla inesperienza indicati per anni come elementi di netta discontinuità e di rottura rispetto al passato. E cioè, occorre sconfiggere e battere il populismo, la  demagogia, la sola rivalsa antipolitica e la tesi che tutto ciò che proviene dal passato e dal nostro  retroterra culturale va raso al suolo. Perché nelle democrazie non esiste mai un ‘anno zero’, salvo  per coloro che fanno coincidere l’inizio della storia con la propria discesa in campo. Ma questa  resta una concezione strutturalmente antidemocratica e avulsa dai principi e dai valori che  caratterizzano la nostra Costituzione repubblicana. 

E il tema del deficit di cultura politica, di competenza e di autorevolezza della classe dirigente  deve, però, innescare anche un dibattito che sia in grado di coinvolgere i partiti, la cultura, il  mondo sociale e professionale e il vasto e ricco associazionismo. A cominciare dall’area cattolico  democratica e popolare. Un rischio, comunque sia, da evitare e da sconfiggere. E in questa  pubblicazione, snella e scorrevole, i temi legati alla qualità della democrazia, alla credibilità delle  istituzioni democratiche, alla competenza della classe dirigente e, infine, al ruolo e alla funzione  della politica sono richiamati perché strettamente intrecciati l’uno con l’altro e non possono  essere slegati. Perché in discussione, appunto, c’è il futuro e la credibilità della nostra democrazia. 

Ricorre oggi la Giornata internazionale del sorriso

Articolo pubblicato sulle pagine di (Askanews)

Ricorre oggi, venerdì 2 ottobre, la Giornata internazionale del sorriso. Gentilezza, ma non solo: sorridere ha effetti positivi sul benessere sociale di ogni persona, ma anche sulla salute mentale e fisica. Ecco perché il sorriso è uno strumento straordinario anche nel percorso di accoglienza dei bambini più fragili, quelli privi di cure familiari oa rischio di perderle, di cui SOS Villaggi dei Bambini si prende cura in Italia e nel mondo. Ma strappare un sorriso a un bambino, dopo il trauma del distacco dalla famiglia, non è semplice. Due operatori dei Villaggi SOS raccontano la loro esperienza.

“Fai un atto di gentilezza, aiuta una persona a sorridere” era il motto di Harvey Ball, inventore della celebre “faccina che ride”, il quale nel 1999 decise di istituire la Giornata del Sorriso. rappresenta uno dei più puri atti di gentilezza, sosteneva il papà dello smile, e da allora la ricorrenza è diventata globale e si celebra ogni anno, il primo venerdì di ottobre. Il successo planetario dell’iniziativa è facile da spiegare: sorridere ha effetti estremamente positivi non solo sul benessere sociale di ogni persona, ma anche sulla sua salute mentale e fisica.

Ecco perché il sorriso è uno strumento straordinario anche nel percorso di accoglienza dei bambini più fragili, quelli privi di cure familiari oa rischio di perderle, di cui SOS Villaggi dei Bambini si prende cura in Italia e nel mondo. Si tratta di bambini che, per motivi di varia natura, hanno subito il distacco dal nucleo familiare di origine; bambini ai quali le vicende della vita hanno spesso tolto, insieme all’equilibrio psico-fisico, anche la voglia di sorridere. SOS Villaggi dei Bambini lavora ogni giorno per realizzare un ambiente che sia il più sereno possibile per i bambini ei ragazzi accolti. “Creare un ambiente sereno è lo strumento principale – spiega Devis, che lavora ogni giorno accanto ai bambini e ragazzi del Villaggio SOS di Vicenza – diamo poche e chiare regole sul funzionamento della casa, questo costruisce un clima positivo che permette il sorriso. Un ambiente accogliente crea naturalezza in casa, diventa veicolo per aiutare i ragazzi ad adattarsi ai ritmi e vivere serenamente”.

“Per me è l’ascolto lo strumento principale per creare un clima sereno – gli fa eco il collega Daniele – ricavare dei momenti ‘uno a uno’, personali e individuali, ad esempio durante l’addormentamento è fondamentale. Fare sentire i ragazzi al centro, appoggiati e circondati da affetto, è essenziale per renderli più forti e tranquilli”.

Nel caso di bambini con un traumatico trascorso familiare, “strappare un sorriso” può essere molto difficile. Daniele ricorda ancora “il primo sorriso di E. dopo il suo arrivo nel Villaggio SOS. Dopo tre volte che lo portavamo in piscina e aveva una grande paura dello scivolo, si è fatto coraggio con il nostro supporto e finalmente è riuscito a scendere dallo scivolo più alto. Allora ho visto un sorriso di gioia in lui che prima non aveva mai espresso. Mi sono detto: siamo sulla strada giusta”. Del resto, come dice Devis, “i primi sorrisi in casa sono frutto di una complicità tra nuovi fratelli, sono momenti che si creano con semplicità e che aiutano i ragazzi a superare paure e chiusure. In questo noi educatori siamo accompagnatori, ma rimaniamo un passo indietro per non limitare o disturbare momenti davvero speciali”.

La salute orale è una componente essenziale del sorriso, ed è anch’essa responsabilità di chi cura e segue quotidianamente i bambini nella routine domestica. Come ricorda l’Osservatorio sulla Salute Globale [1], il benessere del cavo orale è parte integrante dello stato di salute generale dell’individuo. Bocca e denti infatti fanno parte del nostro corpo caratterizzando sempre più l’identità personale. Le malattie orali sono un problema di salute pubblica che, se non trattate adeguatamente, inficiano le capacità relazionali, psicologiche e sociali del singolo individuo. Le fasce della popolazione più colpite sono quelle a basso livello socio-economico, tant’è che la presenza delle malattie del cavo orale è considerata un marker di svantaggio sociale. Le conseguenze di una mancata cura vanno dai trattamenti in anestesia, locale o generale, per i più piccoli (possibile solo nei Paesi ad alto reddito), fino alla perdita di giorni della scuola e al peggioramento della qualità della vita. Ma convincere i bambini a lavare regolarmente i denti non è sempre facile. Più che un espediente, Daniele e Denis hanno instaurato una buona pratica: “Regolarmente ci laviamo i denti tutti insieme. Diventa quasi un gioco, ci permette di controllare come spazzolano e insegnare loro a farlo con cura e senza fretta”.

Qui l’articolo completo

Il fiume Lambro diventa ‘bene comune’: è il primo in Italia

La salute dei fiumi e dei laghi è vitale tanto quanto quella degli umani, perché fra le due dimensioni vi è una stretta interrelazione. L’acqua e il territorio, pertanto, sono beni comuni da conoscere, salvaguardare e valorizzare, per noi e per le generazioni future. L’Osservatorio per il Paesaggio Fiume Lambro Lucente, costituito ufficialmente nel 2019, ma con alle spalle molti anni di impegno ambientale del Greem, è l’espressione di una pluralità di soggetti della società civile che considerano la salvaguardia ambientale un obiettivo irrinunciabile. Attraverso l’azione qualificata dei propri soci e la collaborazione con le istituzioni si adopera per avviare processi virtuosi di cambiamento attraverso lo studio e l’elaborazione di proposte per un modello di vita più sostenibile.

Il 14 luglio del 2020 è stato firmato tra il Comune di Milano e l’Osservatorio per il Paesaggio Fiume Lambro Lucente un Patto di collaborazione per la salvaguardia e la valorizzazione della roggia Vettabbia, il tratto cittadino del fiume Lambro che va da Cascina Gobba a Ponte Lambro e il territorio ad essi connesso. In questo contesto, l’Osservatorio ha avviato una serie d’iniziative di diversificate per raccontare il patto e l’esperienza specifica, per ragionare sui beni comuni e per spiegare cos’è il monitoraggio civico. Di fatto, si tratta del primo patto, in Italia, che qualifica un fiume come bene comune e istituzionalizza il monitoraggio civico come attività condivisa dall’Amministrazione.

Su questo solco sono in calendario per il mese di ottobre e novembre svariati eventi dedicati ai beni comuni, nei quali saranno messe a confronto diverse esperienze di monitoraggio a supporto delle istituzioni che abbiano coinvolto studenti e cittadini attraverso l’utilizzo di strumenti autocostruiti e la semplice osservazione visiva.

Si parte, il 13 ottobre, con un incontro on line dal titolo “Beni comuni locali e globali: l’acqua bene comune nell’esperienza italiana”. Interverranno all’evento: Gianni Pampurini ( Osservatorio Lambro Lucente), Lorenzo Berkìlendis ( Slow food) e Salvatore Ciocca ( già Consigliere della Regione Molise). Saranno presenti, inoltre, Lorenzo Lipparini, assessore alla partecipazione del Comune di Milano, unitamente ai referenti dei Municipi 3, 4 e 5.

La seconda iniziativa è programmata per il 27 ottobre: all’incontro “Beni comuni: profili di gestione condivisa” parteciperanno Paolo Maddalena (ex Giudice della Corte Costituzionale), Giuseppe Micciarelli ( Università di Salerno), Cristian Pardossi (Sociolab) ed Eugenio Petz (Comune di Milano).

Nel mese di novembre il primo appuntamento è per il 10 con “Il monitoraggio civico: esperienze a confronto”. Saranno presenti Anna Berti Suman (NWO Rubicon postdoctoral researcher), Steven Loiselle ( Earthwatch), Michele Ferri ( Dirigente progetti speciali presso Autorità di bacino distrettuale delle Alpi orientali).

La serie d’iniziative si concluderà il 20 novembre con un Seminario sulla strumentazione open source per il monitoraggio dell’acqua a cura di Paolo Bonelli (Fisico e Maker di sensori ambientali- associazione CISE2007) dal titolo: “Monitoraggio civico con strumenti autocostruiti”. Introduce e modera i vari webinar l’avvocato Veronica Dini (associazione Circola).

Ravenna, “Mare di plastica”: un rap sul tema dell’ambiente

Si chiama “Mare di plastica”, e ha molte caratteristiche per poter diventare una hit del rap italiano: un testo interessante sul tema della tutela dell’ambiente, una melodia coinvolgente che resta facilmente impressa, un video suggestivo che da qualche giorno è disponibile sui principali canali social, da facebbok a youtube a spotify.

A realizzarla, però, non è stata una band famosa o un artista emergente, ma un gruppo di adolescenti ravennati; e a produrlo non è una casa discografica, bensì ToGether, Associazione Tozzi Green ODV, guidata da un trio di ragazze poco più che ventenni, che persegue la diffusione di una cultura della sostenibilità ambientale attraverso una serie di progetti multidisciplinari.

Qualche mese fa, subito prima del lockdown, ToGether ha deciso di realizzare un prodotto comunicativo dedicato ai ragazzi, che avesse la loro voce, i loro sentimenti e la loro visione. Un progetto fatto da ragazzi per ragazzi, incentrato sull’ecologia: è stato facile così puntare sulla musica, il maggior canale di comunicazione e di riconoscimento per gli adolescenti. L’Associazione ha dunque attivato una collaborazione con il Centro Mousiké di Ravenna, per realizzare una canzone che avesse un impatto significativo e che fosse realizzata con tutte le competenze necessarie.

Il viaggio creativo è cominciato durante il lockdown, con la determinazione necessaria a non mollare il progetto e lasciare i ragazzi da soli in un momento così complesso della loro crescita. E’ stato realizzato un laboratorio di scrittura, coadiuvato dalla scrittrice Paola Turroni e dalla docente di canto Valentina Cortesi: un percorso che ha portato alla stesura di un testo interamente scritto dai ragazzi più giovani della scuola di musica, che hanno partecipato on line, affidandosi con curiosità e impegno.

Terminato il lockdown si è potuto cominciare a lavorare, in parallelo, alla composizione musicale e alla progettazione di un videoclip che potesse raccontare e sostenere la canzone. È stato dunque importante allargare la cerchia dei collaboratori – coinvolgendo Ruben Lagattolla per la produzione video e Giovanni Sandrini, Enrico Ronzani e Giacomo Scheda per quella musicale – e naturalmente cominciare a incontrarsi di persona e fortificare il lavoro di gruppo.

I ragazzi hanno partecipato attivamente alla stesura dello script e alla ricerca delle location, potendo anche stare dietro la macchina da presa per comprenderne il linguaggio.
La necessaria azione performante che richiede l’azione scenica sul set, è stata coadiuvata dal gruppo teatrale Il Colpo, che con la sua esperienza di teatro sociale ha coinvolto i ragazzi aiutandoli a far emergere le loro singolarità creative.

“I giorni di ripresa sono stati un’esperienza importante per comprendere l’importanza di un lavoro sinergico e condividere la forza nel messaggio come gruppo attivo e non solo come singoli soggetti – sottolinea Paola Turroni, coordinatrice del progetto -. I ragazzi hanno ripetuto in più occasioni che per contrastare il senso di impotenza e annichilamento, quando ci si pensa soli di fronte alla catastrofe ambientale, è necessario sentirsi parte di un gruppo, che pensa e agisce, protegge e dà coraggio”.

“Enit e l’Italia. Una gran bella storia”. Il primo spazio espositivo digitale in 3D.

E’ la prima volta che viene collegato un archivio ad uno spazio espositivo digitale in 3D senza la collocazione fisica di una mostra. Lo fa Enit-Agenzia Nazionale del Turismo aprendo virtualmente le porte del proprio archivio storico con migliaia di ritrovamenti in un’esposizione globale totalmente digitale e anche in inglese intitolata “Enit e l’Italia. Una gran bella storia”.

La mostra è un unicum perché è il risultato di un progetto di innovazione digitale dove un archivio storico dialoga direttamente con una piattaforma 3D. Questo permette ad Enit di avere uno spazio virtuale di proprietà – come se realmente fosse un luogo espositivo – dove organizzare e allestire infinite mostre attingendo direttamente dal proprio patrimonio culturale. La valorizzazione del patrimonio acquisisce così una dimensione interattiva, tecnologica e globale mai raggiunta prima.

Ci si potrà muovere a 360 gradi e lanciare approfondimenti in audio guida e utilizzare materiali multimediali che interagiscono tra loro a celebrare il genio italiano e l’evoluzione sociale della Penisola, influenzata dallo sviluppo turistico. Tra le opere che si incontreranno anche i manifesti storici e le foto con estratti dei lavori documentaristici cinematografici commissionati da Enit al celebre regista italiano Luciano Emmer, che raccontavano le bellezze dell’Italia attraverso lo storytelling dei sentimenti. E poi le campagne pubblicitarie firmate dai migliori designer degli anni ’30-’40-’50, che hanno indirizzato l’Italia verso la ripresa post bellica e ora post Covid e siglato alleanze strategiche con importanti enti statali del comparto turistico, promosso concorsi e campagne fotografiche per documentare lo stato d’essere delle risorse italiane. La mostra è visibile sulla piattaforma www.mostrevirtuali.enit.it.

L’evento celebra anche l’ente più antico d’Italia con il ruolo fondamentale svolto in oltre cento anni di storia di promozione turistica. Fondato nel 1919 con il compito di far conoscere e appassionare l’estero all’Italia come destinazione turistica d’eccellenza, Enit continua a lavorare per elevare la quantità e la qualità dei flussi di visita nel nostro Paese e raccontarne e influenzarne la storia. La mostra si strutturata in quattro sezioni tematiche con sei stanze in un viaggio virtuale lungo l’Italia e una panoramica fotografica tratta dall’Archivio che ripercorre la Penisola dal Nord a Sud.

Enit ha avviato inoltre la digitalizzazione di oltre 30mila reperti ad oggi, su un patrimonio di 100mila ritrovamenti di inestimabile valore storico e artistico, una parte di quali sono contenuti nel libro “Promuovere la Bellezza” il

Un mix di super anticorpi contro il Coronavirus

Studiando quasi 800 anticorpi isolati da 12 pazienti guariti dall’infezione da coronavirus, un gruppo internazionale di ricercatori coordinato dall’Università di Washington ha scoperto un mix di super anticorpi che potrebbe bloccare l’ingresso del virus SARS-CoV-2 nelle cellule. Nello specifico si tratta di due anticorpi, S2E12 e S2M11, che, seppur tramite meccanismi leggermente differenti tra loro, se somministrati in piccole dosi (sia singolarmente che insieme), sarebbero in grado di prevenire l’infezione di coronavirus nei topi.

Allo studio hanno partecipato anche Massimo Galli, Agostino Riva e Arianna Gabrieli dell’Ospedale Sacco di Milano.

Altri risultati promettenti arrivano da un test preliminare condotto su pazienti positivi al coronavirus con un trattamento a base di un cocktail di anticorpi monoclonali messo a punto dall’azienda di biotecnologie Usa Regeneron.

Italia-Vaticano: Roma, il 1° e il 2 ottobre un convegno sulla breccia di Porta Pia con il card. Parolin

Il 2 ottobre, alle 9, nella sala capitolare del chiostro del convento di Santa Maria sopra Minerva presso il Senato della Repubblica (piazza della Minerva 38), il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, terrà una prolusione sul tema “II 20 settembre nella memoria della Santa Sede”, nell’ambito del convegno internazionale di studi “La Breccia di Porta Pia”, che si tiene in occasione del 150° anniversario (1870-2020). Promosso dallo Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico e dal Pontificio Comitato di Scienze storiche, l’evento – informano i promotori – si svolgerà a Roma nelle giornate del 1° e del 2 ottobre: il primo giorno presso la Lumsa (Libera Università Maria Santissima Assunta); il secondo presso la sala capitolare del chiostro del convento di Santa Maria sopra Minerva presso il Senato della Repubblica.

Il convegno, che sarà luogo di confronto tra studiosi e accademici nazionali, della Santa Sede e internazionali, vedrà la partecipazione di importanti cariche istituzionali dei due Paesi organizzatori, Italia e Stato della Città del Vaticano. L’evento nasce grazie alla collaborazione dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, della Lumsa e della Commissione per la Biblioteca e per l’Archivio storico del Senato della Repubblica, con il patrocinio del Senato della Repubblica.

Sulla laicità della politica

Sul rapporto che da sempre intercorre tra l’azione politica concreta e l’ispirazione cristiana che deve animarla vi è un legame stretto che ne definisce la stessa laicità di tale azione.

Leggo una breve riflessione sul tema di Adriano Olivetti, certo un credente, ma non un clericale, che in materia si potrebbe definire un perfetto interprete del pensiero di Sturzo. “Il male in politica è l’uso della forza contro il diritto, è l’uso della forza contro il consenso, è l’uso della menzogna contro la verità. È, in definitiva, l’anticristianesimo o il non cristianesimo in atto”.

Questa è una chiara definizione dell’ispirazione che il Cristianesimo può donare a quanti accolgono il suo messaggio anche nel loro impegno politico. Non vi è dunque nulla di clericale, anzi è una libera aspirazione spirituale per quanti la accolgono nel loro impegno di costruttori della città degli uomini.

È così difficile intendere la laicità dell’impegno politico nella nostra tradizione culturale di cattolici democratici popolari?

Alexander De Croo nominato Primo ministro del Belgio

Il re del Belgio ha nominato Alexander De Croo  primo ministro a seguito di un accordo di coalizione tra sette partiti che pone, così, termine ai 16 mesi senza un governo.

Il 44enne Alexander De Croo, leader dell’Open Flemish Liberals and Democrats guiderà il cosiddetto governo di coalizione Vivaldi fino al 2024, succedendo al primo ministro ad interim in carica Sophie Wilmès.

Il Governo è composto da sette partiti, tra cui liberali, socialisti e verdi di lingua francese e olandese, nonché cristiani democratici di lingua olandese.

De Croo era in competizione con il socialista francofono Paul Magnette, noto a livello internazionale per aver guidato l’opposizione della Vallonia all’accordo commerciale dell’UE con il Canada, quattro anni fa.

Il nuovo governo federale mobiliterà 3,3 miliardi di euro per nuove politiche durante la prossima legislatura. Questo importo include 2,3 miliardi di euro per misure sociali e 1 miliardo di euro per la sicurezza, la giustizia e la difesa.

L’accordo prevede inoltre 1 miliardo di euro per nuovi investimenti nella digitalizzazione delle autorità pubbliche, soprattutto in materia di giustizia e sicurezza, e per le ferrovie.

Sicurezza, Crescita, Ambiente Tre priorità dell’industria del vetro per superare la crisi

Sicurezza, Crescita, Ambiente. L’industria italiana del vetro si è dimostrata un ecosistema essenziale, che in una fase straordinaria di emergenza sanitaria, ha saputo continuare a svolgere i suoi compiti garantendo il supporto a comparti strategici, quale l’alimentare, e continuando inoltre a mantenere il suo standard di riciclo nell’ambito del sistema dell’economia circolare nazionale.

L’Assemblea annuale di Assovetro, che ha visto il rinnovo di Graziano Marcovecchio alla guida dell’Associazione, ha quest’anno esaminato le emergenze attuali e le sfide che pone un futuro ancora incerto dal punto di vista sanitario ed economico.

Durante l’emergenza – ha sottolineato Graziano Marcovecchio il nostro settore, in alcuni casi pesantemente colpito dalle conseguenze del lockdown, ha saputo reagire, in primis salvaguardando le proprie persone attraverso la garanzia di condizioni di lavoro sicure e, poi, assicurando al sistema produttivo i propri prodotti con l’affidabilità e la qualità di sempre”. A fine lockdown, proprio per garantire la sicurezza è stato sottoscritto infatti un Accordo Nazionale di Programma per l’adozione – nei luoghi di lavoro delle Imprese del Vetro – di misure preventive anti-contagio, al fine di garantire la ripresa in sicurezza dell’attività produttiva.

L’industria del vetro è un’eccellenza del Made in Italy, che conta 70 Aziende Associate e 16.500 addetti. L’Italia si conferma inoltre uno dei Paesi più virtuosi in Europa sul fronte dell’ambiente; nel 2019 ha superato infatti il traguardo del 77,3 % di riciclo dei contenitori in vetro – in vent’anni ha raddoppiato le quantità riciclate: era il 38,8 % nel 1998 e il settore, più di altri, si è distinto sul fronte dell’efficienza energetica e sul fronte della circolarità. Con il “Green New Deal”, poi si dovrà affrontare la “neutralità carbonica” di tutte le produzioni al 2050.

Nel 2020 è stato inoltre rinnovato il contratto di lavoro del settore vetro, che ha visto la luce il 19 giugno scorso: un grande traguardo, caparbiamente ottenuto grazie alla capacità di dialogo e di collaborazione fra le parti, che si è distinto come il primo contratto collettivo ad essere rinnovato dopo il lockdown.

Tutto questo – ha detto Massimo Noviello, Vicepresidente per i Rapporti Sindacali di Assovetro – ha ribadito ancora una volta l’importanza che attribuiamo alle buone relazioni sindacali: le nostre fabbriche sono le nostre persone e il contratto, rinnovato in un momento di grande incertezza, rappresenta un solido ancoraggio per costruire la ripresa”.

 

Settimana europea delle regioni e delle città, dal 5 ottobre la 18^ edizione

La Settimana europea delle regioni e delle città (#EURegionsWeek), organizzata congiuntamente dal Comitato europeo delle regioni (CdR) e dalla Direzione generale Politica regionale e urbana (DG REGIO) della Commissione europea, giunge quest’anno alla sua 18^ edizione. L’evento, che nel tempo ha favorito la creazione di una piattaforma di comunicazione e di networking unica che riunisce regioni e città di tutta Europa, è diventato uno dei più importanti momenti di confronto sulle politiche di coesione. Le regioni e le città svolgono un ruolo importante nella realizzazione della maggior parte delle politiche dell’Unione europea. Gli enti pubblici subnazionali sono, infatti,  responsabili di un terzo della spesa pubblica (2.100 miliardi di euro all’anno) e di due terzi degli investimenti pubblici (circa 200 miliardi di euro). La manifestazione, quest’anno completamente in versione digitale, si presenta al pubblico in una formula più ampia con sessioni di lavoro che si terranno dal 5 al 22 ottobre. Nell’arco delle tre settimane si susseguiranno dibattiti e workshop incentrati su tre temi strategici: Coinvolgimento dei cittadini, Coesione e Cooperazione e Europa verde.

La prima settimana, che si terrà dal 5 all’11 ottobre, è dedicata al “Coinvolgimento dei cittadini” con un ricco programma che spazierà dall’e-democrazia, alla co-creazione nei servizi pubblici, all’imprenditorialità. In questa prima settimana è previsto, inoltre, un interessante esperimento che porterà il pubblico a scoprire il processo di formazione dell’Unione europea. Ogni giorno verrà pubblicata sul sito web dell’evento una puntata di un mini-documentario che illustra l’evoluzione dell’Unione europea, la nascita della politica di coesione e il suo impatto sulla costruzione dell’Unione europea. Al termine di ogni puntata, due oratori (un ex rappresentante dell’UE e un giovane cittadino dell’UE) discuteranno in diretta dell’episodio e chiederanno al pubblico di inviare domande/osservazioni per alimentare il dibattito e il prossimo dialogo con i cittadini previsto per il 12 ottobre.

La seconda settimana dal 12 al 16 ottobre, la più ricca di eventi, sarà dedicata al tema Coesione e Cooperazione. Da non perdere il discorso “Barometro annuale regionale e locale – Stato dell’Unione dal punto di vista regionale e locale“, che sarà tenuto dal Presidente del Comitato delle Regioni Tzitzikostas. Seguiranno poi il Dialogo con i cittadini, che prevede un dibattito tra il Commissario Ferreira e i giovani cittadini dell’UE e a seguire, tra gli altri eventi, la cerimonia di premiazione del concorso Regiostar, dedicato ai progetti eccellenti e innovativi finanziati dalla politica di coesione. Sul sito web sarà, inoltre, possibile visitare una mostra interattiva di progetti e iniziative sulla Coesione e la Cooperazione.

Infine, la terza settimana dell’iniziativa, in programma dal 19 al 22 ottobre, ruoterà intorno al tema “Europa Verde” in concomitanza con l’apertura della Settimana verde, organizzata a Lisbona dalla DG Ambiente della Commissione europea alla presenza del Commissario Sinkevičius e del Commissario Ferreira. Sono previste sessioni di lavoro su temi quali la scelta dei territori su cui realizzare gli interventi previsti nel Green deal, l’efficienza energetica e la biodiversità.

E’stato mappato il cuore umano

Il grande progetto Human Cell Atlas, che intende mappare tutti i tipi di cellule presenti nel corpo umano ha finito di mappare le  500.000 cellule del cuore.
Inoltre le ha analizzate una per una, fin nei più piccoli dettagli molecolari, per svelare come funziona un cuore sano e cosa può andare storto in caso di malattia.

L’atlante delle cellule cardiache è stato realizzato utilizzando 14 organi sani da donatori non idonei al trapianto:

Dalle 500.000 le cellule che i ricercatori hanno prelevato e studiato, combinando analisi biochimiche su singola cellula, tecniche di imaging e apprendimento automatico è risultato quali geni sono accesi e spenti in ciascuna cellula.

Questo ha permesso di trovare  le differenze che distinguono le diverse parti del cuore. In ogni regione sono infatti presenti particolari sottotipi di cellule che hanno probabilmente origini diverse e che potrebbero reagire in modo differente alle terapie.

Trump-Biden, caos e insulti nel primo duello tv

Riportiamo il resoconto parziale (con il link, in fondo, per la lettura integrale) dell’Ansa sull’atteso dibattito tra i due principali contendenti alla Casa Bianca. Interessante è notare come Biden, fedele alla sua piattaforma neo-centrista, abbia tenuto a differenziarsi nettamente dalla sinistra radicale.

“Sei un clown”. “E tu non hai niente di intelligente”. Il primo attesissimo duello tv tra Donald Trump e Joe Biden, sul palco del Case Western Reserve University di Cleveland, in Ohio, si chiude tra offese reciproche e una grande confusione, tutto a discapito degli elettori americani indecisi che speravano in un confronto schietto ma utile per capirne di più in vista delle elezioni del 3 novembre. E invece per 96 minuti giù insulti e continue reciproche interruzioni, come forse mai era accaduto in un dibattito presidenziale negli Stati Uniti.

[…]

Proprio Trump, osservato in prima fila dalla first lady Melania e dai suoi figli, è apparso il più nervoso. Si è ritagliato da subito il ruolo di guastatore, sovrapponendosi spesso al suo avversario nel tentativo di metterlo in difficolta, di fargli perdere le staffe. Ma Biden, la cui tenuta alla vigilia era messa da molti in discussione, non è caduto nella trappola, riuscendo da politico navigato com’è a mantenere la calma e allo stesso tempo affondando colpi micidiali: “Tutti sanno che il presidente Donald Trump è un bugiardo e un clown”, ha affermato di fronte al rivale che negava i rischi corsi da milioni di americani se venisse abolito l’Obamacare. 

“Sei il peggior presidente della storia”, ha poi rincarato Biden a proposito dello scandalo delle tasse del presidente provocato dallo scoop del New York Times. Non contento l’ex vicepresidente ha anche definito Trump “il cagnolino di Putin”. L’attuale inquilino della Casa Bianca, pur sorpreso dalla grinta dell’avversario, non è stato a guardare, dipingendolo come una persona “poco intelligente” e come “un pupazzo in mano alla sinistra radicale”. Poi ha tentato l’affondo sul figlio dell’ex vicepresidente, Hunter, accusato di aver preso 3,5 milioni di dollari dalla Russia: “È delle famiglie degli americani che soffrono che dobbiamo parlare, non della mia famiglia”, ha replicato Biden, prendendo anche le distanze dalla sinistra radicale: “Non sono un socialista e il Green New Deal non è il mio piano”.

Collegamento per leggere il testo integrale

 

Card. Bassetti su La Pira: “Per una politica dell’umano”.

Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato giovedì 24 settembre dal Cardinale Gualtiero Bassetti presidente della Conferenza episcopale italiana all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, in occasione del convegno «Giorgio La Pira: diplomazia, politica e pace nel Mediterraneo».

Carissimi amici e amiche, come sapete, dopo due anni di preparazione, lo scorso mese di febbraio, a Bari, si è svolto l’incontro «Mediterraneo frontiera di pace». Un incontro di riflessione e spiritualità a cui hanno partecipato i vescovi cattolici dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e che appartengono a ben tre diversi continenti: Asia, Africa ed Europa. Non è stato un grande convegno scientifico-culturale e non è neanche stata una conferenza in cui si sono sperimentate nuove forme di dialogo interreligioso. Si è trattato, invece, di qualcosa di diverso e di speciale, per molti aspetti unico, che racchiude sicuramente anche quegli aspetti culturali e religiosi che ho prima richiamato, ma che ha messo al centro il nostro modo più autentico di vivere e di essere Chiesa. Prima di tutto, è stato un incontro di vescovi, ovvero dei padri della fede, dei pastori del gregge. Un incontro di vescovi che hanno a cuore il Mediterraneo concreto e non un sogno di Mediterraneo. Vescovi che, in altre parole, rispecchiano quella Chiesa mediterranea che rappresenta il cuore pulsante della storia primigenia del cristianesimo. In secondo luogo, è stato un incontro basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario che ha permesso di valorizzare appieno il metodo sinodale e ha iniziato a tracciare un primo piccolo tratto di strada verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo.

Se dovessi scegliere tre parole per sintetizzare quell’incontro sceglierei vescovi, sinodalità e concretezza. Ma per capire ancora meglio l’importanza di quest’evento — oserei dire l’importanza storica e non contingente — occorre far riferimento ad altre tre categorie di fondamentale rilevanza: la profezia, la crisi e la pace. Su queste tre categorie è necessario soffermarsi un po’ di più. È necessario partire dalla profezia. Oggi il Mediterraneo è diventata un’area geografica sempre più drammaticamente all’attenzione dell’opinione pubblica: è sufficiente far riferimento alle cronache che investono paesi come la Siria, la Libia o il Libano — le cui ferite sono ancora sotto gli occhi di tutti — oppure a fenomeni come i migranti del mare, per cogliere immediatamente la centralità sociale e politica di questa regione. Eppure questo incontro aveva le sue radici spirituali e teologiche in una storia ben più antica, che precede e anticipa i fatti recenti e, in un certo senso, li racchiude tutti all’interno di una visione profetica che ha attraversato tutto il XX secolo.

Nel lontano 3 ottobre 1958, il sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, che non era un politico tout court, ma un mistico prestato alla politica, inaugurò a Firenze i «Colloqui mediterranei» con lo scopo ambizioso, come disse nel suo discorso iniziale, di «cooperare alla costruzione della pace nel Mediterraneo e nel mondo». Non si trattava soltanto di una visione geopolitica e non era neanche l’utopia irenica di un ingenuo sognatore, ma era qualcosa di molto più profondo. Si trattava infatti di una visione profetica che vedeva il Mediterraneo come il mare della “triplice famiglia di Abramo” oppure, metaforicamente, come il “grande lago di Tiberiade”. Un mare che ha generato cultura, commerci e che, attraverso il quale, si è trasmesso il cristianesimo. Il Mediterraneo, affermava La Pira, è «un universo delle nazioni illuminato da Cristo e dalla Chiesa».

Il Mediterraneo è stato, dunque, un luogo di incontro, di comunicazione e non solo un confine. Senza dubbio un mare dall’«irriducibile complessità», come lo ha definito lo storico Andrea Riccardi, che ha visto una storia segnata da conflitti ma che, allo stesso tempo, ha una vocazione altissima: un mare che unisce e non divide. Lo sapeva bene Giorgio La Pira che, essendo cresciuto in Sicilia e abituato da sempre a contemplare il mar Mediterraneo, elaborò un’immagine che svilupperà lungo tutta la sua vita: la cosiddetta “storiografia del profondo”. La «storiografia del profondo» evoca l’idea di una storia «messianica» con cui La Pira descrive «il movimento teleologico della storia sotto la ferma e immutabile guida di Dio e il soffio trasformatore dello Spirito». È un’immagine che il sindaco di Firenze elabora proprio dall’osservazione del mar Mediterraneo: «Sotto le tempeste della superficie, temibili per le singole barche — scrive Piersandro Vanzan — le immote profondità marine incanalano, senza deviazione possibile, correnti impetuose e sorreggono immobili l’alternarsi delle maree».

In questo equilibrio cosmico e in questa visione profetica, La Pira sviluppa la sua visione sul Mediterraneo. Una visione di incontro fra le tre religioni di Abramo ma anche e soprattutto una visione di pace. Dopo secoli di “scontri” il Mediterraneo può diventare, se lo vogliamo, e se ci mettiamo in una prospettiva di ascolto dei “segni dei tempi”, un luogo di pace. La visione profetica di La Pira, pertanto, ha un’origine lontana — si colloca nella grande stagione preparatoria del concilio Vaticano II — ma interroga profondamente il Mediterraneo attuale che, non lo dimentichiamo mai, è un mare che abbraccia tre grandi regioni geografiche (e tre continenti) percorse da profonde crisi socio-politiche.

Nel continente europeo assistiamo, infatti, a una fase di stagnazione politica ed economica che si combina, drammaticamente, con l’emergere di un diffuso rancore sociale e un’opinione pubblica sempre più impaurita verso i forestieri. Nel Nord Africa e nel Medio Oriente, invece, la stagnazione è sostituita dall’instabilità politica che si combina con lo sviluppo di guerre intestine, morti innocenti e nuove schiavitù. Tre regioni geografiche e tre continenti fortemente interconnessi tra loro. Oggi, è bene sottolinearlo, parlare della Siria o del Libano, della Libia o della Turchia, non significa far riferimento solo al Medio Oriente ma significa parlare anche dell’Europa e dell’Africa. In altre parole, significa parlare del mondo intero, scegliendo come angolo prospettico il Mediterraneo. Ovvero, un crocevia straordinario di popoli e culture da sempre rischiarato dalla fede di Abramo e dalla luce di Cristo. E mi sento di auspicare con forza, anche oggi, mentre a volte si parla di terza guerra mondiale a pezzetti, che questa fede e questa luce illuminino i cuori dei popoli mediterranei.

L’aver evocato la paura di una nuova guerra mondiale — le immagini drammatiche dell’esplosione al porto di Beirut hanno richiamato nella mente di ognuno di noi un’esplosione nucleare — introduce immediatamente la seconda categoria a cui avevo fatto riferimento all’inizio: la crisi, o meglio, le crisi. La gravità delle crisi che attraversano l’area mediterranea rimanda, innanzitutto, a uno squilibrio economico che troppo spesso moltiplica le diseguaglianze e alimenta divisioni e odi sociali. È importante citare alcuni dati: i 500 milioni di persone che popolano il Mediterraneo rappresentano il 17 per cento della popolazione mondiale e producono circa il 10 per cento del prodotto interno lordo mondiale. Le disuguaglianze economiche che esistono però tra le due sponde del Mediterraneo sono enormi. Non dobbiamo certo imboccare la strada del rivendicazionismo sociale, ma occorre ricordare quello che ammoniva tanti anni fa Paolo VI: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Uno sviluppo che però non potrà mai essere armonico ed equo se continuano a sopravvivere visioni particolaristiche ed egoistiche.

La seconda crisi a cui voglio far riferimento rimanda inoltre a un’atavica frammentazione politica e all’assenza di una visione unitaria della regione. Una divisione e una lacuna che producono una mancanza di stabilità nella sponda sud del Mediterraneo e di conseguenza anche una mancanza di sicurezza nella sponda nord. Un’instabilità che si riverbera in una conflittualità latente ed esplicita e quindi nell’assenza di pace. Non è possibile sostenere che i conflitti in Libia o in Siria non ci riguardano. Si tratta di un errore clamoroso e dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche. Il Mediterraneo rappresenta la culla di una civiltà in cui il cristianesimo è senza dubbio tra i soci fondatori. Per questo motivo, come Chiesa mediterranea abbiamo il dovere morale di impegnarci per promuovere luoghi di incontro e di pace facendoci promotori del dialogo religioso e culturale che rappresenta, poi, una precondizione decisiva del dialogo politico tra le nazioni e della costruzione della pace.

La crisi del Mediterraneo è poi la crisi dei migranti che si consuma nel silenzio assordante di un’opinione pubblica che sembra aver fatta propria quella globalizzazione dell’indifferenza denunciata più volte da Francesco. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni ci informa che, anche se diminuiscono le morti in mare, il rischio delle traversate rimane altissimo. Nel 2019 i migranti, arrivati in Europa via mare, sono stati più di 110.000 e per il sesto anno consecutivo la cifra ha superato quota centomila. I migranti morti ufficialmente (ma il conteggio rischia di essere ben più alto) è di 1.283. Questa crisi migratoria diventa poi una crisi dei diritti umani: in particolar modo, nei campi e nelle prigioni in Libia, nei campi profughi di Turchia, nelle isole greche come Lesbo. Anche per questo motivo, la situazione migratoria non può essere letta solo alla luce della mancanza di sviluppo e della instabilità ma deve essere inserita, invece, in un processo epocale che va governato con carità e responsabilità. Un processo alla cui base si colloca la difesa dell’incalpestabile dignità della persona umana. Come cristiani non possiamo tacere quando una vita, foss’anche una sola vita, viene uccisa o rischia di essere cancellata.

L’elenco delle crisi potrebbe essere molto più lungo e complesso. Senza dubbio, fra i paesi del Mediterraneo le contraddizioni emergono con forza. Perché in questa regione oggi è ancora ben visibile la frontiera fra il mondo dell’opulenza e quello della miseria, tra quello dell’esclusione e quello dell’inclusione, tra i produttori e gli scarti. Ma in virtù dell’eredità conciliare e dello sguardo profetico a cui facevo prima riferimento, i cristiani possono essere un seme di profondo cambiamento delle prospettive storiche. In particolar modo, come cristiani che abitano con fiducia i cammini ecumenici siamo chiamati a contribuire a costruire l’unità nelle differenze e ad essere un vaccino contro ogni tentazione di scontro di civiltà o di utilizzo ideologico dell’identità religiosa per dividere o alzare muri.

Mai come oggi, pertanto, c’è un enorme bisogno di pace. Che come sappiamo non è soltanto assenza di guerra ma impegno indefesso a promuovere la dignità della persona umana. Pace nei nostri cuori, indubbiamente, ma anche pace per tutti quegli uomini, donne e bambini che trovano la morte nei conflitti del Mediterraneo e pace per tutte quelle famiglie che in questi paesi, in particolar modo in Siria, hanno perso tutto: gli affetti, la casa, la vita. Papa Francesco a Bari, nel 2018, ha detto che «la speranza ha il volto dei bambini». E ha poi aggiunto: «In Medio Oriente, da anni, un numero spaventoso di piccoli piange morti violente in famiglia e vede insidiata la terra natia, spesso con l’unica prospettiva di dover fuggire». Questa è senza dubbio “la morte della speranza”. Per opporsi concretamente a queste atrocità bisogna aprire, come ha detto Francesco, dei «sentieri di pace» dove si possa volgere «lo sguardo a chi supplica di convivere fraternamente con gli altri». L’incontro di Bari del febbraio 2020 promosso dalla Chiesa italiana ha voluto essere proprio questo: il cantiere di un sentiero di pace, il luogo di costruzione concreta di un cammino di coesione sociale, di incontro tra le persone e di dialogo tra uomini e donne. Una pace concreta, vera, autentica che parta da quella visione dell’uomo che la tradizione abramitica ci ha lasciato in eredità. «Chi è l’uomo e perché te ne curi?», si chiede il salmista. Ecco questo non è solo un interrogativo ma è un orizzonte di fede che si trasforma in un imperativo di vita che deve prendere forma quotidianamente nel nostro vissuto.

La pace non può essere derubricata soltanto a parola affettuosa o a concetto emozionale. Queste dimensioni non appartengono ai padri della fede o alla Chiesa ma appartengono a un mondo che non solo ha secolarizzato e sublimato le grandi eredità del passato ma le ha anestetizzate in un presente senza passato e in un mondo liquido senza spazio. Non è così. Dobbiamo riconoscere e distinguere le acque dalle rocce, le pianure dalle colline, la casa di Dio dai templi della modernità nichilista. Dobbiamo riscoprire la passione, l’amore e la dedizione per costruire una “grande tenda di pace” nel Mediterraneo. Per raggiungere questo luminoso obiettivo serve anche una grande politica. Una politica estera che sappia rappresentare i singoli paesi nei consessi internazionali e, al tempo stesso, una politica diplomatica che sappia unire le diverse nazioni del bacino mediterraneo.

Cari amici e care amiche, l’ho detto tante volte e lo ripeto anche oggi: dobbiamo acquisire la consapevolezza che non c’è Europa senza Mediterraneo e non c’è Mediterraneo senza Europa. Non ci potrà mai essere un’Europa stabilmente in pace, senza pace nel Mediterraneo. Per far questo, forse, serve una politica nuova che non si limiti solo a difendere l’interesse nazionale ma che cerchi con tutte le sue forze spiragli di inclusione ed elementi di contatto con le nazioni della regione. Una politica che a me piace definire come una “politica dell’umano” perché intorno all’uomo, alla sua definizione ontologica, si possono trovare dei punti di contatto tra la “triplice famiglia di Abramo”. Mai come oggi, infatti, l’umano è minacciato da processi che superano le divisioni ideologiche e religiose: penso per esempio a tutte le incredibili ripercussioni che l’intelligenza artificiale sta avendo sulla vita degli uomini oppure alla continua mercificazione del corpo umano. A questi processi, che rappresentano una sfida per tutte le culture, si può iniziare a mettere al centro della discussione la dimensione di creatura dell’uomo e il suo rapporto con il trascendente. Perché l’uomo non è né un prodotto economico, né un prodotto della scienza. Non si tratta di una questione dottrinaria o intellettuale. Ma è un piccolo passo concreto con cui far dialogare e incontrare uomini e donne che appartengono, oggi, a due sponde opposte. Questa è la sfida che tutto il mondo mediterraneo si trova a vivere. Una sfida epocale che, come cristiani, possiamo affrontare degnamente solamente rimanendo fedeli all’insegnamento di Gesù.

di Gualtiero Bassetti

Reddito di cittadinanza: eliminare le storture

Dopo le tristi esperienze registrate in diversi casi d’inaccettabile furbizia, è doveroso rivedere lo strumento chiamato reddito di cittadinanza.

Nulla di nuovo sotto il sole, da noi quella caratteristica abbonda. Non ovunque e nella stessa misura, ma è un vizio che conosciamo anche fin troppo bene.

Che finanziassimo figure totalmente squalificate e che sperperassimo denaro pubblico in questo modo, non poteva e non può essere ulteriormente tollerato. Gente che lavorava in nero e che percepiva il reddito di cittadinanza; persone, gli esempi sono stati offerti in abbondanza nelle ultime cronache malavitose, che ricevevano denaro pubblico e se la spassavano a consumarli in piacevoli vacanze.

Una revisione di quel provvedimento va prontamente eseguita. Ricordiamo tutti quelle strane figure dei denominati “navigator”, che avevano il compito di fare combaciare le opportunità d’impiego con le figure che ricevevano il sussidio. Non so che fine abbiano fatto, né se hanno svolto i loro compiti, comunque sia, a quando sembra, non è stata la panacea desiderata.

Il reddito di cittadinanza è una misura civile. Lo si chiami come meglio si creda, ma nella sostanza è un compito che uno Stato deve porsi e svolgere. Ricordiamo che negli Stati più civili, questa misura, pur con nomi diversi, è stata adottata.

Vediamo come il Governo attuale intenderà riordinare la legge. Dovrà essere chiaro che l’aiuto è, in un Paese avanzato, un atto da perseguire, ma non fonte di sperpero come si è visto nei casi richiamati all’inizio. Uno Stato dal profilo elevato, impedisce tanto queste ignobili condizioni, quanto l’accettare una smisurata quantità di evasione fiscale.

Alla prova dei fatti, vedremo come se la caverà questo Governo targato Conte due nel rimediare le storture licenziate in precedenza.

Un contributo per i ragazzi fragili del Consultorio del Minotauro

Il progetto Consultorio Gratuito nasce nel 2012 con la supervisione scientifica del prof. Pietropolli Charmet dall’idea di mettere a disposizione degli adolescenti in crisi e delle loro famiglie la competenza di professionisti motivati a evitare che siano i giovani a pagare le conseguenze della crisi economica attuale, a sacrificare il proprio benessere psicologico e le speranze nei confronti del proprio futuro. La finalità del Servizio è di offrire, ad adolescenti in grave crisi e a genitori in difficoltà, una consulenza psicologica gratuita, immediata e competente.

Però, in questo periodo di emergenza, anche se i Consultori continuano ad offrire una serie di servizi e attività, come per le aziende, anche essi sono sottoposti a gravi problemi di natura economica. Per questo ci siamo sentiti in dovere di accogliere l’invito del Prof. Gustavo Pietropolli Charmet  e del consultorio Gratuito del Minotauro.

Siamo i terapeuti del Consultorio Gratuito del Minotauro.  

Vi scriviamo perché il nostro Centro sta rischiando di chiudere e abbiamo urgente  bisogno di aiuto!  

Dal 2012 ogni anno abbiamo seguito gratuitamente 100 famiglie, che stanno  affrontando il dramma di un figlio che tenta di togliersi la vita o che si reclude in casa  o che smette di mangiare, grazie al ricavato di eventi organizzati da persone che in  modo meraviglioso ci hanno garantito la possibilità di fare tutto questo. 

A causa della pandemia che stiamo vivendo, queste importanti  iniziative non potranno riprendere. Solo trovando i fondi potremmo continuare a seguire i nostri ragazzi, scongiureremmo la triste  eventualità di mettere fine a un progetto fondamentale per la ripresa del loro percorso  di crescita.  

Anche una piccola donazione per noi è importante… 

Se volete contribuire alla sopravvivenza del Consultorio Gratuito potete farlo: tramite PayPal ( https://minotauro.it/donazioni/ )  

o tramite bonifico al nostro  IBAN IT71Q0200801614000103451519  Intestazione: MINOTAURO IACA  Causale: Consultorio Gratuito 

Il Vostro contributo è prezioso! Grazie di cuore  

Gustavo Pietropolli Charmet   per Il Consultorio Gratuito Minotauro

Sospese le domeniche gratuite al museo

È stata pubblicata in Gazzetta ufficiale l’ordinanza del Ministero della Salute che sospende le domeniche gratuite al museo.

Il provvedimento è stato preso a seguito della segnalazione da parte del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo della necessità, in attuazione delle misure di riduzione e contenimento del rischio connesso all’emergenza sanitaria da COVID-19, di sospendere l’efficacia delle disposizioni regolamentari sull’accesso gratuito ai musei e agli altri istituti e luoghi della cultura la prima domenica del mese.

L’ordinanza del Ministero della Salute è motivata in considerazione dell’evolversi della situazione epidemiologica a livello internazionale e il carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia da COVID-19.

Qualità dell’aria nelle settimane di emergenza coronavirus: i risultati della seconda analisi LIFE PrepAIR

Life PREPAIR – il progetto europeo che si occupa di politiche della qualità dell’aria nel bacino padano, e che ha come partner le Regioni Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e relative ARPA, la Provincia Autonoma di Trento, ARPA Valle d’Aosta, le municipalità di Milano, Torino e Bologna, ART-ER, Fondazione Lombardia Ambiente e l’Agenzia per l’Ambiente della Slovenia – sta seguendo ormai da mesi, in maniera approfondita, il tema del rapporto tra l’emergenza coronavirus e l’inquinamento atmosferico in Pianura Padana: considerato che la crisi sanitaria causata dal COVID-19 e le conseguenti misure di contenimento adottate hanno generato una drastica riduzione di alcune tra le principali sorgenti di inquinamento atmosferico.

Nel corso della primavera era stato elaborato un primo report di approfondimento sulla correlazione tra misure adottate nelle settimane di emergenza coronavirus e qualità dell’aria, presentato ufficialmente a giugno.

La ricerca è proseguita nei mesi successivi, e oggi sono disponibili i risultati del secondo rapporto, che articolano ulteriormente quelli presentati a giugno. Lo studio prende in esame i primi cinque mesi dell’anno 2020, quindi il periodo che comprende la diffusione della pandemia, l’attivazione progressiva delle misure di contenimento e le fasi 2 e 3 di riapertura graduale delle attività socio-economiche sul territorio nazionale e di bacino padano. In particolare, il rapporto si è occupato principalmente di tre aspetti e delle loro interazione: la valutazione delle variazione delle emissioni inquinanti causate dalle misure di lockdown, le concentrazioni di inquinanti misurate dalle stazioni di monitoraggio e le condizioni meteorologiche del periodo.

L’analisi dei dati di emissione è stata condotta stimando le variazioni settimanali nel periodo che va da metà febbraio a fine maggio, in cui hanno trovato applicazione le misure per il contenimento dell’emergenza sanitaria, rispetto allo stesso periodo in condizioni normali, cioè in assenza di provvedimenti. Per quanto possibile si è cercato di effettuare valutazioni per ogni settore di sorgenti emissive con metodologie omogenee, compatibilmente con i dati a disposizione per il settore considerato

Per stimare l’impatto delle misure di contenimento sulla qualità dell’aria che respiriamo, si deve confrontare lo scenario reale con uno scenario ipotetico “No-lockdown”, cioè con la situazione che si sarebbe verificata in assenza di limitazioni della mobilità individuale e di molte attività.
In questo studio, lo scenario reale è dato dalle misure delle stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria; mentre lo scenario “No-lockdown” – che non è direttamente misurabile – è stato ricostruito con specifici modelli chimici e di trasporto, simulando la qualità dell’aria su tutto il nord Italia nei primi mesi del 2020. Va aggiunto che nel report è stata impostata una metodologia per valutare il contributo relativo dei provvedimenti di smart working alle variazioni emissive legate alle diverse misure.

I principali risultati hanno messo in luce i seguenti dati.

Per quanto riguarda le emissioni:

  • Nei mesi di febbraio e marzo le emissioni di inquinanti sono diminuite in maniera decisa, per poi cominciare gradualmente a crescere con l’allentamento del lockdown, fino a tornare su livelli pressoché normali,
  • le emissioni di ammoniaca non hanno subito significative variazioni, visto che l’agricoltura non è stata interessata dal lockdown,
  • le emissioni di particolato hanno registrato una riduzione inferiore rispetto a quelle degli inquinanti, a causa dell’aumento del consumo generato dal riscaldamento domestico in modo differenziato da regione a regione, in funzione della diffusione della biomassa. il picco di riduzione delle emissioni di particolato si è registrato in aprile.

Per quanto riguarda le concentrazioni:

  • Le concentrazioni di inquinanti gassosi (NO, NO2, benzene) sono diminuite coerentemente con le emissioni degli stessi
  • Le concentrazioni di particolato mostrano una dinamica più complessa a causa dell’origine mista (primario + secondario) e del ruolo del meteo. Durante il lockdown sono stati registrati alcuni picchi con superamento delle concentrazioni limite di 50 μg/m3, tutti avvenuti in periodi e aree caratterizzate da meteo stabile favorevole alla concentrazione di particolato

In conclusione, l’analisi dei risultati del lockdown è stata un’occasione per verificare la validità delle valutazioni fatte dal progetto Life Prepair sugli effetti della piena applicazione delle misure previste dai piani aria delle regioni e dagli accordi interregionali e nazionali, confrontandole con i dati raccolti nel periodo lockdown.

Questi risultati sembrano confermare la strategia dei piani di qualità dell’aria adottati dalle Regioni e Province autonome del Bacino del Po, oltreché degli accordi interregionali, incentrata su interventi plurisettoriali e multi-inquinante a larga scala. In particolare, i risultati dello studio, seppur preliminari, portano a confermare alcuni punti chiave della pianificazione:

  • Il raggiungimento degli obiettivi europei di qualità dell’aria rende necessario conseguire riduzioni delle emissioni di NOX dell’ordine del 40%. Queste variazioni sembrano essere sufficienti per ridurre la concentrazione in aria di NO2 e confermano la necessità di agire sul settore dei trasporti attraverso azioni finalizzate alla diminuzione consistente dei flussi di traffico ed alla promozione di modalità di spostamento più sostenibili (mobilità ciclistica, elettrica, micro-mobilità, ecc.).
  • La riduzione delle emissioni di NOX dell’ordine del 40% sull’intera pianura padana, accompagnata da una riduzione delle emissioni di PM primario dell’ordine del 20%, può non essere sufficiente, nelle condizioni meteorologiche di stagnazione tipiche della pianura padana, a garantire il rispetto del valore limite giornaliero e annuale. Sono quindi necessarie misure che consentano di ridurre maggiormente le emissioni di PM10 primario, in particolare nell’ambito del riscaldamento degli ambienti. È inoltre necessario agire anche sulle emissioni dei precursori non direttamente legate al settore dei trasporti, come l’ammoniaca derivante dalle attività agricole/zootecniche.

Nella terza parte dello studio si è programmato di approfondire le analisi in modo da verificare e consolidare queste conclusioni preliminari attraverso l’analisi della composizione del particolato, che permetterà di stabilirne con mag50 μg/m3 giore precisione l’origine. L’obiettivo dello studio nel suo complesso è fornire ai decisori una base conoscitiva sempre più solida per impostare la prossima fase di pianificazione in materia di qualità dell’aria.

La necessità di fare il vaccino antinfluenzale

Per due persone su tre manca il vaccino antinfluenzale nelle farmacie. È quanto emerge dall’analisi della Fondazione Gimbe, presieduta da Nino Cartabellotta.

Questo nonostante la circolare del Ministero della Salute del 4 giugno raccomanda il vaccino “per tutti i soggetti a partire dai 6 mesi di età che non hanno controindicazioni al vaccino”, con offerta attiva e gratuita per alcune categorie di popolazione a rischio.

Intanto l’Agenzia Italiana del Farmaco ha rassicurato che oltre 17 milioni di dosi acquistate dalle Regioni rispondono ampiamente al fabbisogno, visto che nella stagione precedente ne sono state distribuite 12,5 milioni con una copertura del 54,6% negli over 65.

Ma bisogna anche sottolineare che uno studio del centro cardiologico Monzino rivela che nel periodo del lockdown è stato possibile osservare una relazione inversamente proporzionale tra copertura delle vaccinazioni antinfluenzali e numero di contagi e morti per Covid nelle regioni italiane. E che dati alla mano, un aumento dell’1% delle coperture vaccinali avrebbe permesso di evitare 1.989 decessi per Covid 19.

Quindi sembra evidente che, sopratutto quest’anno, la vaccinazione antinfluenzale e quantomai necessaria e che forse 17 milioni di dosi non saranno sufficienti.

Popolari, troppi esperimenti cancellano il patrimonio.

Innanzitutto una premessa. Qualsiasi iniziativa, politica ed organizzativa, che punta a  rilanciare il popolarismo di ispirazione cristiana va sempre salutata positivamente. Con  entusiasmo e anche con gioia. E lo dico senza piaggeria e senza alcun sarcasmo. Però, nel momento in cui continuano a fiorire movimenti, partiti e partitini che si richiamano  a quel glorioso, nobile e fecondo patrimonio culturale, politico, programmatico e forse  anche etico, vanno almeno richiamati alcuni paletti. 

Tutti noi sappiamo, almeno per chi non ha la memoria corta, che questi movimenti che  hanno la giusta ambizione di trasformarsi in partito, negli ultimi lustri ne sono nati a  grappoli. Il numero non è neanche più censibile. È appena sufficiente scorrere le più  svariate liste alle recenti elezioni regionali per contarne almeno una decina. E già parliamo  di liste e non solo di assemblee costituenti, gruppi di lavoro, documenti e appelli vari. Liste  territoriali con l’ambizione, legittima, di diventare in poco tempo ”laboratori” nazionali per  nuovi esperimenti e soggettualità politiche. Le percentuali elettorali di queste liste? Beh,  sorvoliamo per non essere, per l’ennesima volta, impietosi e saccenti… 

In secondo luogo la continua proliferazione di partiti, movimenti e nuovi soggetti politici.  Tutti, giustamente, invocano discontinuità politica ed organizzativa rispetto al passato e  tutti, altrettanto puntualmente, si pongono alla guida di questi potenziali partiti. Ora, oltre  alla varie liste territoriali, comunali e regionali, sono in via di formazione in queste ultime  settimane altri soggetti politici “nazionali” che si sommano alle esperienze locali che  recentemente si sono misurate con gli elettori. Che dire? Benissimo. In termini sportivi e  agonistici si potrebbe dire “vinca il migliore”. Ma, al di là dell’augurio, è persin ovvio  arrivare alla conclusione che con la molteplicità di esperienze e di espedienti politici ed  organizzativi l’epilogo non potrà che essere sempre lo stesso. E cioè, dopo l’ennesima  fiammata il fuoco è destinato a spegnersi in fretta. Appena si apre, questa volta senza  esercizi virtuali e assemblee costituenti, la sfida vera della politica, della sua  organizzazione territoriale e della valenza nazionale del progetto. 

In ultimo, un tema che continua ad essere sempre al centro, come ovvio e scontato, della  contesa. Ovvero, il capitolo delle “facce nuove” e del “gruppo dirigente”, ossia di chi  coordina questi svariati e molteplici tentativi politici. E qui il più delle volte si entra in  contraddizione con gli altrettanto e molteplici annunci. Tutti invocano, puntualmente,  discontinuità, rinnovamento, cambiamento e superamento del classe dirigente del passato  e poi, quasi sempre, tutto ciò coincide e si risolve proponendo come gruppo dirigente i  promotori di quella singola iniziativa. Il che è del tutto comprensibile e anche giusto,  nonchè legittimo perchè, di norma, chi si fa promotore di una iniziativa non intende cedere  ad altri la leadership dell’iniziativa stessa. Ma è proprio su questo versante, oltre alla  ripetizione ormai scientifica e puntuale di queste iniziative, che ci si espone a qualche  considerazione critica accompagnato anziché da qualche dubbio sulla bontà e sulla  discontinuità del progetto stesso. Che, lo ripeto, di norma, segue sempre i medesimi  percorsi. Almeno sino ad oggi… 

Ecco perchè forse è giunto anche il momento, pur sempre nel massimo rispetto delle  decine e decine e decine di questi esperimenti politici ed organizzativi che si sono  susseguiti nel corso degli anni e che procedono spediti anche nell’attuale stagione politica,  di porsi almeno una domanda. Ovvero, c’è ancora la possibilità di dar vita ad un solo  progetto, ad un solo esperimento politico, ad una sola organizzazione oppure dobbiamo  continuare ad assistere a questa “coriandolizzaizone” politica di movimenti e partiti che  tutti, ma proprio tutti, sappiamo come nascono e, puntualmente, come finiscono?

E questo non solo per vanificare gli sforzi e le volontà encomiabili dei vari protagonisti ma,  soprattutto, per evitare che questo nobile e glorioso patrimonio si riduca ad essere  stiracchiato da una parte e dall’altra con il risultato di diventare più oggetto di piccole  schermaglie e di singoli protagonismi personali che non soggetto capace di aprire una  nuova e feconda stagione politica, culturale e programmatica.