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Il confronto sullo Ius Scholae apre nuovi scenari politici

A un passo dalla ripresa in piena regola, con il governo chiamato subito ad affrontare i nodi di una difficile legge di bilancio, la scena politica appare più mossa del previsto. Le elezioni europee non sono state quel fastoso coronamento delle ambizioni della premier, di cui alla vigilia del voto si favoleggiava nei salotti della politica romana. C’è stata indubbiamente la crescita di Fratelli d’Italia, ma non l’impennata oltre la soglia del 30 per cento come nelle aspettative più ambiziose; una crescita valida per i calcoli in percentuale, causa il forte astensionismo, essendo diminuito invece il peso dei voti in assoluto; e senza l’impennata, dunque, ha fatto capolino la difficoltà della destra di radice almirantiana a farsi riconoscere, tanto a Roma quanto a Bruxelles, come elemento di stabilità e piena affidabilità democratica.

La premier ha poi commesso il grave errore di isolarsi rispetto alla concertazione del tradizionale asse franco-tedesco che ha portato alla riconferma di Ursula von der Leyen al vertice della Commissione. Da ciò deriva il disagio di Forza Italia, stretta nel mezzo della doppia solidarietà al quadro di governo nazionale e al rinnovato patto tra popolari, socialisti e liberal-democratici in Europa. Non è stato un passaggio qualunque dal momento che i tedeschi della Cdu, asse portante del Ppe, hanno chiaramente avallato e sostenuto la scelta di netta chiusura alla destra sovranista. Dopodiché la posizione di Tajani come leader di Forza Italia e vice presidente del Ppe s’è fatta molto più scivolosa e complicata.

La disputa sullo ius scholae è un segno evidente di questa imprevista torsione, a fronte dell’Europa, che investe i rapporti tra alleati di governo. I retroscena attorno ai propositi dichiarati o nascosti di Marina e Pier Silvio Berlusconi non offrono elementi di maggiore consistenza politica. Quel che conta è l’insostenibilità del balletto tra Meloni e Salvini su chi occupa lo spazio della destra nazional-popolare, con la conseguente mortificazione della linea europeistica di Forza Italia.

Per questo nell’intervista concessa ad “Avvenire”, l’altro ieri, Letizia Moratti ha scandito a chiare lettere che la questione dello ius scholae non s’inquadra nella classica disputa estiva, complice il solleone, ma s’intreccia con una riflessione politica concernente l’indirizzo dei Popolari in Europa. Con queste parole si blinda – qualcuno dice si vincola – la posizione di Tajani. In effetti, l’uscita della neo-eurodeputata azzurra ha il significato di una “bollinatura” che fa dei diritti dei nuovi italiani il terreno di conflitto con l’ostilità e le ambiguità di Lega e Fratelli d’Italia. Si sposta l’asse verso il centro e forse si gettano le basi – almeno così sembra – di un programma più conforme alle aspettative dell’elettorato intermedio, del resto sempre più infastidito da logiche di tipo radicale.

Bisogna capire, in conclusione, fino a che punto si voglia procedere in questa nuova direzione, possibilmente coinvolgendo in modo rispettoso e credibile tutte le forze autenticamente riformiste.

Prove generali di rivalutazione della Dc

Niente da fare. Non c’è un solo giorno che sui grandi organi di informazione manchi un riferimento concreto alla Dc e al rimpianto di quella storica esperienza politica. Mi spiego meglio. Dalla politica estera ai diritti, dalla ricetta economica e sociale alle riforme istituzionali e alla cultura di

governo; e cioè, ogni tema che si affronta e che è in cima all’agenda politica contemporanea, emerge in modo concreto e neanche tanto nascosta la “voglia della Dc”. Nessuno, come ovvio, ne sottolinea e ne auspica il ritorno. Ma quasi tutti ne evidenziano un sostanziale rimpianto. E il dato curioso è che questa richiesta o rimpianto o auspicio arriva nientepopodimeno che dagli storici detrattori e contestatori di quella concreta esperienza politica e della sua classe dirigente, leader e statisti compresi. È una reazione francamente singolare ed anacronistica perchè si tratta di osservatori e commentatori che hanno sempre considerato la Dc una sorta di “inciampo della storia” nella migliore delle ipotesi se non addirittura, e il più delle volte, di una vera e proprio “associazione a delinquere”. Questo era il giudizio, abbastanza unanime, di quasi tutti gli opinion leader libereral/progressisti del nostro paese dopo l’irruzione di tangentopoli e la sostanziale criminalizzazione politica dell’intera vicenda democristiana. Basti pensare ancora alla recente lettura del Direttore dell’Unità Sansonetti che ha paragonato la Dc ad una sorta di “terrorismo armato centrista”. Cioè il vero mandante politico “dello stragismo di Stato” nel nostro Paese.

Ora, se è indubbio che si tratta di un partito consegnato alla storia, è altrettanto vero che la sua lezione politica continua ad essere di straordinaria attualità e modernità. Ma non soltanto per il progetto politico che ha dispiegato nel corso dei decenni e che, come ovvio, è frutto di quella stagione storica, quanto per il ‘metodo’ e lo ‘stile’ che ha saputo trasmettere nel sistema politico italiano. Un metodo, frutto anch’esso di una precisa e determinata cultura politica che, piaccia o non piaccia, rappresenta tutt’oggi l’unica modalità capace di saper coniugare la “cultura del comportamento con la cultura del progetto”, per dirla con Pietro Scoppola. E cioè, il profondo rispetto delle norme, dei principi e dei valori costituzionali e quindi della qualità della nostra democrazia con la bontà del progetto politico e di governo.

Certo, quando gli storici detrattori e contestatori della Dc e della sua classe dirigente nazionale e locale confrontano quella esperienza con i populisti, gli improvvisatori e i parvenu della politica contemporanea c’è semplicemente da rabbrividire. E quindi anche i vari Sorgi, Cacciari, Mauro,

Molinari, Giannini, Galli Della Loggia e compagnia cantante, devono prendere atto – seppur amaramente – che purtroppo non è ancora nata una classe dirigente e, soprattutto, una esperienza politica in grado di potere essere paragonata anche solo minimamente con quella lunga e anche travagliata pagina storica. E allora, e di conseguenza, non resta che il rimpianto e il buon ricordo. Ma, al contempo – e qui risiede la profonda contraddizione politica e anche morale della lunghissima lista di questi presunti maìtre à penser – si continua a non dare dignità politica, culturale ed etica al partito della Democrazia Cristiana.

Ecco perchè, ogniqualvolta assistiamo ad una dubbia ed equivoca riabilitazione della Dc da parte dei suoi detrattori o ad un maldestro rimpianto, non possiamo non esercitare la categoria del dubbio e del sospetto. Perché, alla fine, sempre di implacabili detrattori della Dc si tratta. Che siano antichi, attuali o postumi giudizi la diffidenza è sempre la miglior arma da sfoderare. Per il rispetto della storia, innanzitutto, e non solo della Dc.

Meeting di Rimini: tra fede e politica, un’Italia da riscrivere.

In questa fase di fine estate puntuale a Rimini si svolge il Meeting di Comunione e Liberazione, che polarizza l’attenzione del variegato mondo di quello che rimane della politica e dell’ economia e del sociale.

L’Assise di Rimini è un momento di analisi, di progetti, di possibili soluzioni dei problemi del Paese. È un accorrere di personaggi di prima grandezza veri e una moltitudine di aspiranti ad esserlo.  La partecipazione al Meeting, dunque, è per i più un attestato.  I temi affrontati…non hanno avuto, per storia, apprezzabili riscontri.

L’evento di Rimini si segnala per la grande mobilitazione in un slancio dove spiritualità e religiosità, giustizia e diritti sono sempre meno centrali.  C’è una maggioranza di governo che con le riforme costituzionali mina le fondamenta della nostra convivenza nella libertà e nella democrazia, la centralità dell’Uomo, viene messa in discussione e non si fa nessuna azione seria di contrasto a una deriva eversiva.

Gli spazi dell’ agibilità democratica  si restringono e l’ economia è condizionata da forze egemoni che agiscono senza regole e controlli.  Gli squilibri sociali aumentano, e gli obiettivi di sviluppo sempre più lontani. Rimangono gli extra profitti in tanti campi,  soprattutto in quelli energetici e del credito.

L’evasione fiscale non si vuole risolvere: tanti sono gli incroci di interessi e molti i pusillanimi che solo nelle dichiarazioni appaiono  statisti coraggiosi dai pensieri forti. Gli applausi nelle giornate riminesi di tanti giovani generosi ,che credono e hanno fede,coprono vuoti e inerzie.

Il governatore della Banca d’Italia,Panetta, ha fatto una relazione seria. Ha parlato di debito pubblico,di Pnrr,di Immigrazione da regolare,delle difficoltà europee. Temi non nuovi ma riproposti con un piglio diverso.

Se il Pnrr scade nel 1926 e siamo in una fase di decelerazione nell’attuazione, se le riforme strutturali sono solo annunciate,se la lotta all’evasione solo reiteratamente declamata, se continuano scelte errate, se la “cassa piange”…cosa si fa?

Se a Rimini si vivesse l’attualità della lezione di don Giussani, l’Assise dovrebbe concludersi con la proposta  di intraprendere un percorso di giustizia con una riforma per colpire l’evasione e fare luce sui tanti nascondimenti degli extra profitti lucrati a discapito di una umanità non tutelata e senza speranza. Al ministro dell’economia sarebbe giusto fare l’invito a declinare un proprio pensiero compiuto senza farfugliare. E questo sarebbe un miracolo…e un bel risultato del Meeting.

 

[Il testo compare sulla pagina Fb dell’autore]

Santuario mariano di Chandavila: riconosciuta l’azione dello Spirito Santo.

Foto di Miguel Rivas
Foto di Miguel Rivas

Il Dicastero per la Dottrina della Fede “dà volentieri il suo consenso” affinché l’arcivescovo di Mérida-Badajoz, monsignor José Rodríguez Carballo, proceda con la dichiarazione del proposto “nihil obstat”, in modo che “il santuario di Chandavila, erede di una ricca storia di semplicità, di poche parole e molta devozione, possa continuare ad offrire ai fedeli che desiderano avvicinarsi ad esso, un luogo di pace interiore, consolazione e conversione”.

È quanto scrive il cardinale prefetto Victor Manuel Fernández in una lettera, approvata da Papa Francesco ieri 22 agosto, in risposta ad una missiva del presule spagnolo del 28 luglio scorso in merito alle vicende, risalenti al 1945, di due giovani alle quali sarebbe apparsa la Madonna, come Vergine Addolorata, nella località spagnola di Chandavila, in Estremadura, vicino al confine con il Portogallo.

Secondo le Norme pubblicate il 17 maggio scorso dal Dicastero per la Dottrina della Fede, con il nulla osta, “anche se non si esprime alcuna certezza sull’autenticità soprannaturale del fenomeno, si riconoscono molti segni di un’azione dello Spirito Santo” per cui “si incoraggia il vescovo diocesano ad apprezzare il valore pastorale e a promuovere pure la diffusione di questa proposta spirituale, anche mediante eventuali pellegrinaggi a un luogo sacro”, mentre i fedeli sono autorizzati a dare “in forma prudente la loro adesione”.

 

La vicenda di Marcelina e Afra

La devozione alla Vergine Addolorata a Chandavila è nata verso la fine della Seconda Guerra Mondiale con le esperienze spirituali che due ragazze, Marcelina Barroso Expósito di dieci anni e la diciassettenne Afra Brígido Blanco, hanno avuto separatamente in questa stessa località a partire dal maggio 1945.

“Marcelina – scrive il cardinale Fernández – racconta che, all’inizio, vide una forma scura nel cielo, che in altri momenti diventava sempre più chiara, come fosse la Vergine Addolorata, con un manto nero pieno di stelle, su un castagno. Ma l’esperienza profonda di questa ragazza, più che la visione, fu quella di aver sentito l’abbraccio e il bacio che la Vergine le diede sulla fronte. Questa assicurazione della vicinanza affettuosa della Madonna è forse – nota il porporato – il messaggio più bello. Anche se, con il passare dei giorni, sia lei che Afra hanno identificato la figura come la Vergine Addolorata, ciò che risalta maggiormente è una presenza della Vergine che infonde consolazione, incoraggiamento e fiducia. Quando la Vergine chiede a Marcelina di camminare in ginocchio attraverso un tratto di ricci secchi di castagno, spine e pietre taglienti, non lo fa per provocarle sofferenza. Al contrario, le chiede fiducia di fronte a questa sfida: «Non temere, non ti accadrà nulla»”.

 

La tenerezza di Maria

“Questo invito della Madonna a confidare nel suo amore – prosegue il cardinale prefetto – ha dato a questa bambina povera e sofferente la speranza e l’esperienza di sentirsi promossa nella sua dignità. Quel semplice mantello fatto di canne ed erba con cui la Madonna ha protetto le ginocchia della bambina, non è forse una bella espressione della tenerezza di Maria? Allo stesso tempo fu un’esperienza di bellezza, perché la Vergine apparve circondata da costellazioni luminose, come quelle che si potevano ammirare di notte nei cieli limpidi dei piccoli villaggi dell’Estremadura”.

Una vita discreta al servizio di malati, anziani e orfani

Dopo le presunte visioni, le due ragazze hanno condotto “una vita discreta e per nulla appariscente” dedicandosi “a opere di carità, occupandosi soprattutto di malati, anziani e orfani, trasmettendo così a chi soffriva la dolce consolazione dell’amore della Vergine che avevano sperimentato”.

 

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https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2024-08/dottirna-fede-nulla-osta-vergine-addolorata-chandavila.html

Per i Gesuiti la formazione è un nuovo metodo per curare la comunità

Comunità di connessioni – Roma

Comunità di connessioni nasce nel 2009 a Roma come associazione impegnata ad approfondire i temi della vita sociale e politica alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e dei princìpi della Costituzione, che fondano e promuovono la dignità della persona.

Apartitica, plurale, fa del dialogo e del confronto gli strumenti di lavoro. Propone percorsi di formazione politica, dialoghi spirituali tra professionisti, cura un magazine online e collabora con diverse testate, lavora per commissioni connettendo esperienze tra amministratori a livello locale, propone ritiri spirituali annuali e offre formazione ad imprese e amministrazioni, collabora con la Fondazione vaticana Fratelli Tutti. A coordinare la proposta è p. Francesco Occhetta.

Il percorso formativo “formpol” offre ogni anno cinque incontri con ministri, docenti ed esponenti dell’associazionismo e un evento istituzionale. Volti e metodo ne hanno fatto una comunità, ricca di connessioni per collegare i punti virtuosi di esperienze. Oltre mille le persone coinvolte in questi anni.

 

GenerAzioni – Palermo

Si chiama “GenerAzioni” il cammino proposto a Palermo dall’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe”, nel solco della scuola ideata da p. Bartolomeo Sorge nel 1986. Un cantiere intergenerazionale per leader di comunità, impegnati nella rigenerazione dei territori, in grado di individuare problematiche ed opportunità. Circa 40 le persone coinvolte nel 2023. Hanno dai 18 ai 55 anni, tutte con esperienze di impegno civile. Innovazione sociale, terzo settore, cittadinanza attiva, impegno diretto in politica sono alcuni dei risvolti concreti emersi. “É una casa in cui abitano coloro che intendono operare nel sociale e impegnasi nella polis per dare nuova vita” spiega p. Gianni Notari. “Dinanzi alla crisi della politica riteniamo che occorra invertire la rotta. Siamo convinti che sia necessario uscire dalla dimensione privata e dalle personali autoreferenzialità per volgerci alla costruzione delle comunità”.

 

I Care Lab – Milano

Promosso da Aggiornamenti Sociali, rivista e think tank dei gesuiti italiani, nasce a Milano “I Care Lab”, Sei gli incontri proposti a cadenza mensile: dalle motivazioni personali alle difficoltà in campo, alle comunità generative, con testimoni, giochi, simulazioni, momenti di condivisione e scambio. Trenta i giovani dai 21 ai 35 anni che vi hanno preso parte provenienti da Lombaria, Liguria e Toscana. “Una risposta positiva che ci ha incoraggiato ad andare avanti” spiega p. Giuseppe Riggio, responsabile della proposta. “Coltiviamo un sogno: far crescere nei partecipanti la capacità di confrontarsi con la complessità della realtà in cui vivono e operano, di essere attenti ai singoli episodi senza perdere di vista il quadro sociopolitico più ampio in cui si inseriscono, di assumere lo sguardo di realtà anche le più lontane da noi, di riconoscere quelli che sono le forze positive e generative all’interno di un territorio e di una comunità, per poter collaborare con esse nello svolgimento del proprio servizio”.

In “filigrana”, in tutte e tre le esperienze, è riconoscibile il paradigma pedagogico ignaziano: partire dall’ esperienza – personale o di testimoni – riletta e rielaborata per arrivare a forme di azione e intervento nei diversi contesti, attraverso il discernimento personale e del bene comune.

 

Fonte: https://gesuiti.it/scuole-formazione-politica/

 

 

 

 

 

 

Grillo o Conte? Cantava Madama Butterfly: “Un bel dì vedremo”.

Siamo ormai alla “Grilliade”, la storia della lunga contrapposizione tra Grillo e Conte.

Il genio di Flaiano osservava come “in due si tace meglio”. È quanto non sta accadendo tra i due protagonisti alla guida del M5S che se le stanno mandando a dire senza risparmiarsi su come rilanciare una sfiatata esperienza politica. 

Il Beppe nazionale, affabulatore di mestiere, propone un ritorno alla origini senza derogare a principi identitari come quello del divieto di superare i due mandati elettorali dei loro rappresentanti nelle istituzioni.

L’altro, Giuseppi, “afflitto dal complesso di parità non si sentiva inferiore a nessuno”, immagina invece un processo costituente, una radicale rifondazione del movimento, che a parlar chiaro suona come sua liquidazione, per dar nascita, in ipotesi, ad un nuovo soggetto politico con nome, simbolo, statuto e regole diverse.

Tutto dovrebbe avvenire accogliendo in piena trasparenza le istanze che provengono da una non ben definita base di simpatizzanti o aderenti, tutti evidentemente periti di norme e regolamenti. Qualcuno, pensando con diffidenza, potrebbe avere in mente il perpetuarsi di una ipocrita finzione dove “uno vale uno” fino a quando poi non si devono prendere effettive decisioni. 

Specchietto per le allodole a parte, non sembra che Conte sia stato scelto dal popolo dei 5 Stelle, inizialmente non sapendo neanche chi fosse; stesso discorso per altre nomine nell’allora Governo guidato dal professor Giuseppi e per le altre cariche politiche negli altri gangli del potere.

Ciò che emerge, alla stregua di nuovi salvatori della patria, è che i 5 Stelle ambivano a cambiare in meglio il nostro paese. Dopo pochi anni le loro ambizioni si sono sbriciolate alla prova dei fatti. 

L’elenco sarebbe lungo, ciascuno sia pure con carature diverse: Di Pietro, Dini, Ingroia insieme ai mille altri creatori di un esercito di partiti personali  durati dal giorno alla notte o poco più e che per sopravvivere si rifondano ossessivamente.

Da ricostituirsi a fondere il passo è breve; siamo forse allo squaglio, alla liquefazione di una invenzione che, come concepita, non può reggere la pratica politica. Se l’è squagliata per tempo Gigino Di Maio che fiutata l’aria, ha cambiato campo mettendosi in proprio.

I 5 Stelle più che rifondare sono ora alla fronda, lontano dalla riva di un futuro in cui imbarcarsi, ancorati poco saldamente alla sopravvivenza, intimoriti che ormai la politica li abbia per sempre sfrondati dai suoi privilegi.

Sempre i critici di turno potrebbero chiedere chi rifonderà gli italiani per i danni di un populismo scellerato.

Conte, per giustificare l’iniziativa, ha detto che 300 persone, non si sa come sorteggiate, si occuperanno dunque di stilare un documento in vista di una assemblea vera e propria. La politica affidata, insomma, ad un tirare a dadi su chi possa imbroccare la soluzione migliore per una allarmante cura ricostituente. Il rimedio sembra peggiore del male.

Nella stesura dello scritto, speriamo che venga fuori qualcosa di meglio di quel patto prematrimoniale in cui Jennifer Lopez ed il marito attore si impegnavano a fare l’amore quattro volte alla settimana con le conseguenze che sappiamo.

Ancor più, Conte ha ammesso che in passato, a dispetto dei mille proclami sbandierati per dire della loro parodia di democrazia, le cose non sono andate affatto così perché a decidere è stato soltanto una ristrettissima élite di persone. 

Vi abbiamo fin oggi preso in giro, compresa la mia scelta a Capo di un passato Governo della Repubblica, dettagli insignificanti. Comunque sia, fate finta di nulla perché da oggi cambiamo pagina. Il rischio è che anche questa volta ci faranno veder le stelle.

Possibile che questa volta lo scenario non sia l’hotel Forum, che stavolta sa di bucatura, con un panorama che affaccia su vetusti reperti archeologici di un fasto passato e mai più tornato. 

Forse i due Giuseppi andranno in televisione a Forum per dirimere le loro controversie. Arriveranno tristemente alle carte bollate, proprio loro che spacciavano al mondo un Movimento leggero. 

Conte e la sua contesa vedremo che fine farà. Chissà se sopravviverà alle contestazioni del gruppo storico grillino che, più che frinire con il “cri cri” di allarme, prenderà simbolicamente un crick per minacciare l’avversario a causa di tradimento o per risollevare il Movimento dalla polvere in cui è caduto. 

Grillo resta il “proprietario” del Movimento. Già questo titolo, stando alla materia politica, dovrebbe di per sé suscitare allarme ma il popolo a queste inezie non presta attenzione. Per lo smanioso Conte si potrebbe invece richiamare un passaggio de Il Gattopardo: “Quanto a illusioni non credo ne abbia più di me ma se occorre è abbastanza furbo per crearsele”.

Si è costruito ormai un suo seguito. Forse, fregandosene, legge il pensiero che insolentemente gli appunterebbe Grillo a cui non è sfuggita la lezione della grande Hedy Lamarr, secondo cui non è difficile diventare una grande ammaliatrice. Basta restare immobili e sembrare stupidi.

L’ambizione lo ha portato ad emanciparsi dal suo talent scout che fin ora si è trattenuto per come il carattere gli ha reso possibile, ispirandosi alla regola di San Bernardo di Chiaravalle: vedere tutto, passare sopra a molte cose, alcune poche correggerle. Adesso sembra proprio non farcela più a trattenersi e si andrà probabilmente allo scontro definitivo.

All’Italia non resta che sperare nel motto per cui a quelli di cui Dio vuole sbarazzarsi, toglie per prima la ragione. Così sembra stia accadendo. “Un bel dì vedremo”, cantava Madama Butterfly. 

I limiti del Fronte popolare, oggi come ieri.

Anche il “Fronte popolare” può essere, anzi lo è, un progetto politico. Certo, si tratta di un progetto alquanto singolare ed anacronistico perchè non nasce quasi mai attorno ad un progetto politico di governo ma sempre e solo “contro” qualcuno o qualcosa. Ovvero, si individua un nemico giurato ed implacabile, lo si carica di ogni nefandezza e ci si scaglia contro con una violenza inaudita perchè, appunto, rappresenta un pericolo mortale per la democrazia, le istituzioni e il futuro e la prospettiva di un paese.

Ora, per non scomodare altre esperienze europee – mi riferisco, nello specifico, a ciò che è capitato di recente nella vicina Francia – fermiamoci alla storia del nostro paese. In sintesi, siamo alla vigilia del decollo del terzo “Fronte popolare”. Il primo, il più importante e anche il più significativo, è stato quello gestito e pianificato da Palmiro Togliatti, “il migliore” e dal Pci dell’epoca. Cioè le elezioni politiche del 18 aprile 1948. Obiettivo unico e dichiarato era la battaglia dura contro la Dc, contro il principale statista e leader politico del momento, Alcide De Gasperi, contro l’Occidente e il “potere” delle Chiesa cattolica. Sappiamo tutti com’è andata a finire e l’instaurazione di un regime comunista nel nostro paese svanì.

Il secondo “Fronte popolare” – anche se il termine usato fu “la gioiosa macchina da guerra – fu quello allestito dal PDS, cioè gli ex e i post comunisti, per le elezioni del 1994. Cambia fisicamente il nemico ma non cambia affatto la pericolo mortale del nemico. E nel 1948 come nel 1994 il rischio mortale è sempre lo stesso: e cioè, battere la potenziale “minaccia fascista” e tutto quello che ne consegue.

Passano altri 30 anni e siamo di nuovo lì. Altro “Fronte popolare”, altro nemico giurato da annientare e altra “minaccia fascista” e tutto quello che ne consegue all’orizzonte. Dunque, cambiano – come ovvio e scontato – i personaggi, i partiti, i contesti, le formule politiche – ma non

muta affatto il nemico. Ieri come oggi è sempre quello. Sempre lo stesso. È appena sufficiente, al riguardo, ascoltare gli interventi quotidiani dei leader delle tre sinistre contemporanee – quella radicale e massimalista della Schlein, quella fondamentalista ed estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella populista e demagogica dei 5 Stelle – per arrivare alla semplice conclusione che siamo sempre di fronte al solito rischio mortale per la conservazione della nostra democrazia.

E quindi, riprendendo il solito ritornello, parliamo sempre di “torsione autoritaria”, “deriva illiberale”, “negazione delle libertà democratiche”, “violazione dei valori e dei principi costituzionali”, “libertà di espressione a rischio” e, dulcis in fundo, “minaccia fascista”. Insomma, ieri come oggi, sempre lo stesso film, sempre la stessa minaccia e, soprattutto, sempre lo stesso cupo orizzonte.

Ecco perchè la deriva o il progetto del cosiddetto “Fronte popolare” non sono mai destinati a declinare una vera e propria cultura di governo. Perchè, di norma, si tratta di un banale pallottoliere elettorale, o di un cartello elettorale che mette insieme tutto e il contrario di tutto pur di liquidare un nemico che, puntualmente, si rivela inesistente. Certo, se avesse vinto il “Fronte popolare” di Togliatti e compagni nel 1948 il destino dell’Italia democratica sarebbe stato diverso.

Profondamente diverso. Ma questa è un’altra storia.

Morale della favola. È di tutta evidenza che chi vuole costruire una cultura di governo, chi vuole perseguire concretamente una cultura e una politica centrista e riformista e chi, in ultimo, lavora per un vero cambiamento e rinnovamento della politica non può sposare la logica, o la deriva, del “Fronte popolare” che era, e resta, un approccio funzionale alla sola radicalizzazione della lotta politica da un lato e alla sub cultura degli “opposti estremismi” dall’altro. Entrambi incompatibili con la cultura e la prassi democratica e costituzionale.

Ius soli o ius scholae? L’apertura di Forza Italia merita attenzione.

C’è un modo freddo e cinico di guardare le cose e un’altro, sentimentale e poetico. Le osservazioni fatte ieri [l’altro ieri per chi legge, ndr] al Meeting di Rimini, da autorevoli rappresentanti delle istituzioni economiche e sociali, sono incontrovertibili. 

Il nostro Paese ha bisogno di un tasso di crescita che ad oggi la popolazione non garantisce. Mi riferisco alla crescita demografica. I dati sono impietosi. Di questo passo, tra venti anni, ci sarà una netta carenza nel mondo del lavoro e della produzione. 

Cosa suggeriscono dal Meeting? Senza giri di parole, tanto l’espressione di chi governa la banca, quanto di chi gestisce i fondi delle pensioni, a chiare lettere dicono: “è indispensabile un incremento della immigrazione”.

Tutto questo incrocia con il tema dello ius soli o dello ius scholae. Questione che sta agitando le acque in entrambi i campi politici. Tajani ha lanciato l’idea, proposta subito bloccata da Salvini e dalla Meloni. Nel centro sinistra, ci sono quelli che intendono arroccarsi nell’idea dello ius soli e altri che aprono alla proposta di Forza Italia.

Certo è che non si può più eludere il problema. Non lo si può per ragioni di carattere squisitamente intrinseco: sono decenni che la cosa si trascina, senza trovare un giusto equilibrio; sia per le ragioni emerse nel convegno di Rimini. 

La mia personale posizione è che non si rimanga nel guado. Che qualcosa si faccia. Che si abbia uno sguardo più profondo. Sarei per registrare le convergenze sulla proposta del segretario del partito di Berlusconi. Credo ci sia sufficiente maturità per non eludere più la situazione. 

Aggiungo solo che è necessario aumentare il tasso demografico.

[Il testo è tratto dal blog dell’autore]

Recensione | 23 agosto 1923: don Minzoni assassinato da un manipolo di fascisti.

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L’assassinio per mano squadrista di don Giovanni Minzoni nell’agosto del 1923 è da ricomprendere nella cornice della repressione dell’opposizione cattolica al fascismo, ormai da quasi un anno al potere. Come è noto don Sturzo fu costretto alle dimissioni da Pio XI nel luglio dello stesso anno, dimissioni necessarie «in considerazione degli interessi superiori della Chiesa in Italia». Naturalmente l’allontanamento coatto del fondatore del Partito Popolare non bastava, tanto che, per esempio, il prefetto di Como poteva telegrafa a Mussolini che stava operando per reprimere e vigilare «sui molti preti che lavorano sotto acqua contro fascismo». Dopo le sinistre (socialisti e comunisti), il duce incominciava a regolare i conti contro il cosiddetto «popolarismo donsturziano», che denunciava la natura anticattolica del regime e, in fondo, la sua antropologia pagana e bellica (prendiamo queste citazioni dalla Storia del Fascismo di Emilio Gentile, Laterza 2022).

Don Minzoni, iscritto al Partito Popolare dall’aprile del 1923, era considerato uno ‘contro’ e il suo assassinio rientra quindi in questa generale ondata di spegnimento dell’antifascismo cattolico e non solo, secondo Girolamo De Michele, nella dinamica di  consolidamento del fascismo ferrarese. Non solo, dunque, un fatto locale. Da questa prospettiva l’arciprete di Argenta (Ferrara) è quel clerico che lotta contro lo strapotere degli agrari della Pianura Padana fondando un paio di cooperative bracciantili e organizzando l’educazione dei figli degli stessi braccianti, una educazione di sicuro non fascista. 

De Michele data la manifestazione dell’antifascismo di don Minzoni alla sua omelia per commemorare il sindacalista socialista Natale Gaiba, ucciso il 7 maggio del 1921 dai fascisti. Don Minzoni si scaglia contro gli assassini e si occuperà anche del mantenimento della vedova e dei figli. Scrive l’autore che proprio i figli di Gaiba «figurano con i nomi di battaglia Alfredo e Tina, fra i militanti della 35° brigata partigiana M. Babini comandata da Antonio Melluschi ‘Dottore’, compagno di Renata Viganò, che operò nell’Argentano».

La selvaggia e mortale bastonatura da parte di due fascisti provenienti da Casumaro, una frazione di Cento, all’uscita di un cinema era dunque dovuta a tacitare un attivissimo e scomodo prete, organizzatore dello scoutismo locale e ostacolo alla fascistizzazione dell’Emilia-Romagna in mano a Italo Balbo, Roberto Farinacci e Dino Grandi. Come scriverà all’amico don Getulio Senzalacqua: «Quando un partito [fascista], quando un Governo, quando uomini di grande o in piccolo stile denigrano, violentano, perseguitano una idea, un programma, un’istituzione quella quella del Partito popolare e dei Circoli Cattolici, per me non vi è che una soluzione: passare il Rubicone e quello che succederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre».

De Michele ricostruisce la situazione ferrarese avendo come base le ricerche storiche di Paul Corner: la povertà bracciantile, le leghe rosse e bianche e le loro lotte (anche violente ma sempre dirette verso cose e non persone), la brutalità squadrista e l’appoggio della borghesia agraria e non. Esemplare a questo proposito la figura del conte Grosoli, cattolico, azionista del Banco di Roma, che il governo fascista salvò dal fallimento, antisocialista e antisturziano, insomma una figura che poteva stare benissimo nel Novecento di Bertolucci. Altrettanto interessante anche la ricostruzione del ruolo di Augusto Maran, ras locale di Argenta e mandante dell’uccisione di don Minzoni, che non poteva tollerare nella sua cittadina un prete apertamente schierato contro il Fascismo. In un testo di Maran riportato dall’autore leggiamo: «i giovani esploratori cattolici [organizzati da Minzoni n.d.r.] tornati da una gita di istruzione hanno agito sfacciatamente in odio ai fascisti gridando, inquadrati nella piazza di Argenta. A chi l’Italia? A noi… Avverto che i fascisti locali non potranno più tollerare una simile propaganda…».

 

Continua a leggere

https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/librarsi/don-minzoni-martire-antifascista/

 

Per vedere su YouTube il film “Delitto di regime: il caso don Minzoni” (regia di Leandro Castellani) clicca qui

https://youtu.be/c3MHooR5SLY?si=QVK5MxtR7LV2OBUj

Panetta al Meeting: “Costruire uno sviluppo sostenuto, duraturo e inclusivo”.

[…]

Guardando avanti

Per superare le sue debolezze e tenere il passo con il progresso a livello mondiale, l’Unione europea dovrà avviare riforme profonde ed effettuare investimenti ingenti nei prossimi anni. 

Tra le riforme, ho già sottolineato l’importanza di creare una capacità fiscale comune, senza la quale l’attuale governance europea – caratterizzata da una politica monetaria unica e da politiche di bilancio frammentate a livello nazionale – rimane squilibrata. 

L’idea che la UEM [Unione Economica e Monetaria] possa funzionare efficacemente senza una capacità fiscale centralizzata è semplicemente un’illusione, e va superata. Una politica fiscale comune correggerebbe questo squilibrio e rafforzerebbe la coesione tra paesi membri, facilitando la realizzazione di investimenti strategici su larga scala.

Tra le altre riforme necessarie per la competitività dell’economia europea mi limito a ricordare l’allargamento del mercato unico ai settori oggi esclusi, come le telecomunicazioni e l’energia, al fine di stimolare concorrenza ed efficienza; la realizzazione di un ambiente normativo favorevole all’attività imprenditoriale, che possa attrarre investimenti privati e incentivare l’innovazione; il potenziamento dei legami tra il mondo accademico e il sistema produttivo, al fine di trasformare i risultati della ricerca in prodotti e servizi competitivi sul mercato globale. Anche sul fronte dei mercati finanziari, nel quale l’integrazione è molto avanzata, da anni mancano progressi significativi verso il completamento dell’Unione bancaria e la realizzazione di un mercato unico dei capitali. 

Quanto agli investimenti, i leader europei hanno già individuato i settori chiave su cui concentrare l’impegno: la doppia transizione – ambientale e digitale – e comparti strategici come l’alimentare, l’energia, la sanità e la difesa, nei quali è necessario ridurre la dipendenza dall’estero. 

Investimenti in questi settori saranno efficaci se realizzati a livello europeo, con fondi sia pubblici sia privati. La spesa richiesta è talmente ingente – dell’ordine di centinaia di miliardi all’anno per molti anni – che è irrealistico pensare che le sole finanze pubbliche o i singoli paesi possano sostenerla da soli. 

Molte delle attività menzionate hanno la natura di beni pubblici sovranazionali e richiedono pertanto un approccio coordinato a livello europeo. Ciò consentirebbe inoltre di beneficiare di economie di scala e di aumentare l’efficacia degli interventi. 

 

L’essenziale per l’Europa e per l’Italia

Molte delle debolezze strutturali dell’economia europea si ritrovano nell’economia italiana. 

Nelle Considerazioni finali dello scorso maggio mi sono soffermato sui problemi strutturali che da un quarto di secolo frenano il nostro sviluppo: dalla bassa crescita all’insoddisfacente andamento degli investimenti, dalla stagnazione della produttività fino alla preoccupante prospettiva demografica. 

In quell’occasione non ho mancato di sottolineare i segnali di vitalità emersi negli anni successivi alla pandemia. Investimenti, occupazione e crescita hanno mostrato una ripresa, e le imprese italiane hanno dimostrato una capacità competitiva sui mercati internazionali che non va sottovalutata.

Questi progressi ci consentono di guardare al futuro con fiducia. Senza indulgere in eccessi di ottimismo, dobbiamo partire da essi per costruire uno sviluppo sostenuto, duraturo e inclusivo. 

La crescita resta l’obiettivo fondamentale per l’Italia, ma per ottenerla dobbiamo affrontare con decisione i problemi strutturali irrisolti. Dobbiamo concentrarci sulle finalità essenziali: rafforzare la concorrenza, potenziare il capitale umano, accrescere la produttività del lavoro, aumentare l’occupazione di giovani e donne, definire politiche migratorie adeguate.

Il problema cruciale rimane la riduzione del debito pubblico in rapporto al prodotto. 

Un debito elevato rende più onerosi i finanziamenti alle imprese, frenandone la competitività e l’incentivo a investire; espone l’economia italiana ai movimenti erratici dei mercati finanziari. Sottrae risorse alle politiche anticicliche, agli interventi sociali e alle misure in favore dello sviluppo. L’Italia è l’unico paese dell’area dell’euro in cui la spesa pubblica per interessi sul debito è pressoché equivalente a quella per l’istruzione. Sottolineo questo confronto perché è emblematico di come l’alto debito stia gravando sul futuro delle giovani generazioni, limitando le loro opportunità. 

Affrontare il nodo del debito richiede politiche di bilancio orientate alla stabilità e al graduale conseguimento di avanzi primari adeguati. Tuttavia, la riduzione del debito sarà ardua senza un’accelerazione dello sviluppo economico.

La strada maestra passa per una gestione prudente dei conti pubblici, affiancata da un deciso incremento della produttività e della crescita. Questo circolo virtuoso aumenterebbe significativamente le probabilità di successo e rafforzerebbe la credibilità delle nostre politiche, alleggerendo il peso della spesa per interessi.

In conclusione, quali scelte ci consegneranno un domani migliore?

La risposta possiamo trovarla nei valori che hanno ispirato la nascita e l’evoluzione dell’Unione europea. 

Dopo la devastazione della Seconda Guerra Mondiale, l’essenziale per l’Europa è divenuto finalmente chiaro: costruire una società prospera e soprattutto pacifica. 

Questo valore fondante deve continuare a orientare le nostre scelte, soprattutto in tempi in cui sono riemersi conflitti e tensioni. 

Le ricette sono quelle che ci hanno guidato sin qui, basate sul principio della cooperazione e sull’obiettivo di costruire un’economia moderna, capace di affrontare le sfide globali. Con il fine di conseguire una crescita sostenuta e inclusiva come condizione per il bene comune e la concordia.

Il contributo dell’Italia sarà decisivo in questo percorso: affrontare le debolezze strutturali, ridurre il debito pubblico e promuovere una crescita elevata non solo rafforzerà la nostra economia, ma contribuirà anche alla solidità dell’intera Unione europea. 

Solo così potremo lasciare alle generazioni future un’Italia e un’Europa che abbiano saputo distinguere.

 

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Sbarra (Cisl): “L’inverno demografico è una drammatica emergenza carsica”.

“Rispondere all’ inverno demografico è una priorità morale e sociale, poiché riguarda il diritto dei giovani ad avere una famiglia e il dovere di un Paese ad avere un futuro”. Lo ha detto il leader della Cisl, Luigi Sbarra, al meeting di Rimini.

“Invertire questo arretramento è anche un’esigenza economica urgente perché senza persone che lavorano, che producono, che esercitano protagonismo e creano ricchezza con la propria occupazione, la rete di welfare e di servizi su cui si regge lo stato sociale, il sistema produttivo, lo stesso Patto che lega lo Stato ai cittadini, alla lunga non può reggere – ha affermato. Per questo “maggioranza e opposizioni, sindacati e imprese dovrebbero operare in maniera sinergica e affrontare con consapevolezza ed estrema decisione questa drammatica emergenza carsica. Come ha osservato Papa Francesco il numero delle nascite è il primo indicatore della speranza di un popolo”.

Secondo Sbarra “se vogliamo davvero supportare una giovane coppia serve un approccio concertato che investa la responsabilità della politica e delle parti sociali. Nessuno ormai progetta di avere figli senza avere un lavoro stabile e dignitoso. E sono in tanti che rinunciano ad averne perché manca intorno a loro un network di servizi istituzionali o sussidiari rivolti all’infanzia. Bisogna creare un ambiente lavorativo inclusivo che promuova la genitorialità e l’equa ripartizione dei carichi familiari tra uomo e donna”. 

“Servono politiche – ha concluso il segretario generale della Cisl – che promuovano il lavoro delle donne. Il tasso di occupazione femminile è al 52%, ultimo in Europa. Bisogna favorire l’ingresso e la permanenza delle lavoratrici nel mercato del lavoro, rimuovere le zavorre che in tantissime le costringono a part-time involontari e a lavori scarsamente retribuiti. È cruciale migliorare ed estendere i congedi parentali, rafforzare l’assegno unico e universale, rendere più flessibile e partecipata l’organizzazione del lavoro, diffondendo lo smart working di natura negoziale”.

Clelio Darida, dal Campidoglio al governo: una storia da scrivere.

La vicenda umana e politica di Clelio Darida, personalità di spicco nella vita politica ed amministrativa dell’Italia della seconda metà del ‘900, appare come esemplare di ciò che è stata la Democrazia Cristiana. Nell’impegno politico e amministrativo, la sua coerenza con i grandi temi dei democratici cattolici, fu innervata dal suo carattere e dalla sua equazione personale, quelle, come ha scritto Lucio d’Ubaldo, di “un uomo colto, dotato di grande intuito, deciso nelle battaglie politiche, solerte e concreto nell’impegno amministrativo”.

Sin dagli inizi – nasce a Roma nel 1927 – cioè negli anni ’40 e ’50, la sua militanza politica si intreccia con i fermenti del cattolicesimo sociale che, a Roma, ha avuto iniziative e figure di grande qualità. Frequenta la scuola di don Tullio Piacentini la cui congregazione della Madonna della Fiducia ha lasciato opere sociali ancora presenti nel quartiere Appio di Roma. Nel contempo, a vent’anni, è vice dirigente romano degli Uffici della S.P.E.S. (Studi, Propaganda e Stampa). Mantiene un consolidato rapporto con le strutture cattoliche quale responsabile del Centro Oratori, sempre accompagnandolo all’impegno nel movimento giovanile romano del Partito.

 

Lo ricorderanno e lo rappresenteranno sempre due suoi amici e collaboratori di grande spessore umano e culturale, Francesco Cannucciari e Franco Splendori, che ebbero grande vicinanza a don Luigi Di Liegro, indimenticabile fondatore della Caritas diocesana di Roma.

Sempre negli anni ’50, mentre si insedia la segreteria di Fanfani (1954-1959), Darida, nell’ambito della sinistra del Partito, organizza la pubblicazione di un periodico, “Città del Lazio”, la cui redazione è nella sua abitazione, in Via Voghera 7, sigla che rimarrà a denominare la compagine che si presenterà agli appuntamenti congressuali, nella corrente di Nuove Cronache.

Tale appartenenza lo colloca, si può dire naturaliter, nel campo riformatore della proposta politica del partito cristiano. Un ambito di elaborazione programmatica e di creazione di condizioni sociali volte al temperamento del “rischio” liberista che connotarono, sin dall’inizio, i programmi della Dc. Ed è, infatti, questa attenzione alla condizione dell’uomo, della comunità in cui vive e delle opportunità che possono essere offerte per la crescita, che costituiranno il terreno sul quale Clelio Darida si misurerà durante tutta la sua esperienza politica, di amministratore nei diversi livelli in cui operò e di uomo di partito, costruttore di confronti e di tesi politiche.

Prima di approdare all’impegno in Campidoglio, avrà una breve esperienza come membro della commissione amministrativa dell’ACEA, l’azienda municipale, oggi spa, che rappresenta il cuore erogatore dei servizi essenziali della Città, passaggio obbligato per tanta parte dei quadri politici della Capitale.

Entrato in Consiglio Comunale nel 1960, dopo tre anni è assessore alla Sanità, dove si dimostra capace di realizzare nuovi spazi operativi per le istituzioni comunali, mentre il suo impegno politico nel Partito è quello di membro del Consiglio nazionale e vice segretario del Comitato romano. Poco più che trentenne, unisce alla partecipazione ai confronti e dibattiti generali – era il tempo della prospettiva politica di centrosinistra – l’impegno negli enti locali, un passaggio obbligato per i giovani dc che militavano in una forza politica che aveva una delle sue ragion d’essere come “scuola di rappresentanza”. Arriverà fino alla presidenza dell’ANCI, la prestigiosa organizzazione rappresentativa degli enti locali comunali.

Nel 1963 è eletto alla Camera con un alto numero di preferenze, incarico che lascerà nel 1969 per diventare Sindaco di Roma. Una scelta significativa, preferendo l’esperienza nell’aula di Giulio Cesare, cui restò più nostalgicamente affezionato, come disse a chi scrive.

Il suo impegno al vertice amministrativo della Capitale, è ricoperto per un lungo e travagliato periodo, dal 1969 al 1976. Nel 1969 quando viene eletto Sindaco, l’Italia vive gli anni della crisi del centrosinistra e a Roma affiora l’instabilità nei rapporti con il Partito Socialista – dopo soli cento giorni dal suo insediamento il PSI chiede una verifica – ma che Darida riesce, comunque, a fronteggiare, con decisa assunzione di responsabilità, in qualche caso, con giunte monocolori, appoggiate dall’esterno dai partiti di centro e sinistra. 

Queste continue difficoltà – insieme ad una non sufficiente attenzione e disponibilità del governo centrale – purtroppo, ebbero il costo di non poter avviare l’obbiettivo strategico del Nuovo Piano Regolatore Generale del 1965, cioè il grande progetto dell’Asse Attrezzato, poi denominato Sdo (Sistema Direzionale Orientale), da sempre avversato dalla sinistra, anche se, comunque, la giunta Darida, apprestò il “Piano Margherita” redatto da Piero Samperi, insigne urbanista e dirigente del Comune, che lanciò l’idea di riorganizzare la periferia intorno a dei poli che, se realizzati, avrebbero riordinato i grandi agglomerati senza volto della città periferica.

Sono anche anni difficili per la Città che aveva in atto una immigrazione dal Sud e dalle zone interne, a fronte delle quali le scarse risorse che lo Stato centrale concede non consentono di offrire servizi sufficienti. Lo sviluppo della città “spontanea” e le difficoltà derivanti dalla mancata attuazione delle importanti previsioni circa la modernizzazione della direzionalità pubblica e privata del Piano Regolatore Generale che Amerigo Petrucci aveva condotto porto, debbono, comunque, essere affrontate.

E questa sfida viene colta, nonostante le insufficienti risorse. Tale questione che rallentava e, a volte, impediva di realizzare progetti e interventi decisivi per la Città, il sindaco Darida non mancò di denunciare sin dagli inizi, come a settembre del 1969, in sede nazionale, in un importante articolo su La Stampa dal titolo significativo “La Capitale dei debiti”, ripetuto su Il Giorno il mese successivo nel quale scrisse esplicitamente: ”possiamo tirare avanti solo facendo debiti su debiti”. Ricorse, sulla base della credibilità della sua giunta, agli interventi provvidenziali della Cassa Depositi e Prestiti, anche per risolvere esigenze di spese correnti.

 

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Dibattito | È tempo di ragionare sulla ricomposizione attorno al Ppe.

Abbiamo assistito alle celebrazioni plurime di De Gasperi a 70 anni dalla sua morte. Ci hanno favorevolmente colpito i diversi articoli pubblicati su “Il Popolo” e su “Il Domani d’Italia”, scritti da persone della nostra area culturale, sociale e politica, con dovizia di riferimenti etico politici, così come abbiamo condiviso quanto ha scritto ieri su “l’Identità” l’On. Carlo Giovanardi a proposito di “tutti degasperiani con omissione di ricordo”.

Difficile comprendere, infatti, i peana degasperiani di amici da tempo in pianta organica nel Pd o di coloro che sono pronti a far entrare nel partito di Fratelli d’Italia, per non parlare di quelli aderenti al partito del sindaco di Terni, quel “simpaticone” di Stefano Bandecchi, che, onestamente, con la storia democristiana e degasperiana non ha nulla a che spartire.

Resta il fatto che, pur apprezzando il riconoscimento unanime per quanto il nostro padre politico ha saputo garantire per la nascita, difesa e sviluppo della democrazia italiana, è tempo di riportare nella giusta prospettiva il pensiero e l’esperienza politico istituzionale da lui rappresentata. Essa, al di là di ogni deformazione caricaturale, resta quella di un democratico cristiano espressione del centro politico alternativo alla destra e alla sinistra; il centro democratico, popolare e antifascista, così come abbiamo sempre connotato la Dc dal tempo di De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini, Forlani, sino a De Mita e Martinazzoli. Vittime della lunga diaspora Dc, apertasi con la fine politica del partito (1993), siamo ancora in presenza di una dispersione di forze che non facilitano l’avvio di un centro politico nuovo in grado di garantire, come fece la Dc per oltre quarant’anni, il punto di equilibro e di rappresentanza tra gli interessi e i valori dei ceti medi produttivi e quelli delle classi popolari italiane. 

È proprio la mancanza di questo partito che induce più della metà degli elettori ed elettrici a disertare le urne, anche in virtù di una legge elettorale che, dal porcellum al rosatellum, favorisce il permanere di un bipartitismo forzato tra forze politiche che, nella maggior parte dei casi, sono ben lontane da quelle condizioni di vita interne conformi ai dettami dell’art. 54 della Costituzione. Il tentativo che anch’io personalmente ho contribuito ad attivare nel 2011-2012, ossia di dare pratica attuazione alla sentenza della Cassazione n.25999 del 23.12.2010 (“la DC non è mai stata giuridicamente sciolta”), ossia di ricostruire politicamente la Dc, non ha dato gli esiti che con Silvio Lega, Clelio Darida, Luciano Faraguti e Ugo Grippo, avevamo sperato. Alla fine, insieme alla Dc oggi guidata da Cuffaro, assistiamo ancora alla presenza di altre sedicenti Democrazie Cristiane con scarse adesioni di iscritti e totalmente disattese dalle attenzioni degli elettori. 

Qualche novità positiva è emersa dalla recente settimana sociale dei cattolici svoltasi a Trieste, mentre dal meeting di Rimini in corso di svolgimento si ripropone il tradizionale posizionamento di quell’importante esperienza religiosa e etico politica nell’area privilegiata dei detentori del potere, oggi gestito dalla destra a guida Fratelli d’Italia. Un altro segnale delle difficoltà tuttora presenti nella vasta e articolata realtà del cattolicesimo sociale e politico italiano. 

Io credo che sia giunto il momento di superare le divisioni espressione della lunga e dolorosa stagione della diaspora e di fare appello all’unità di quanti si riconoscono nei valori del Partito Popolare Europeo, quelli dei padri fondatori dell’Ue: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. In concreto dovremmo favorire la nascita della sezione unitaria italiana del Ppe, con quanti condividono il programma di questo partito e sono disponibili a favorire alleanze omogenee a quelle che hanno permesso la rielezione della leader proveniente dalla Cdu tedesca, Ursula von der Leyen. Chi ha deciso di stare a destra si accomodi, senza trovare forzate assurde interpretazioni di riferimenti alla Dc del partito della presidente Meloni, così come chi continua a preferire il Pd scelga di restare nel campo del Pse che, onestamente, non è la collocazione coerente con la nostra storia e cultura politica. 

La scelta del Ppe a me sembra la più logica e coerente con la migliore tradizione popolare e democratico cristiana, l’unica capace di saldare le politiche nazionali che intendiamo sviluppare, ispirate dai principi della dottrina sociale cristiana e in grado di collegarsi con le politiche sempre più decisive e determinanti a livello dell’Unione europea.

Naufragio Porticello, superare il doppio standard intorno alle disgrazie dei “potenti”.

Il doppio standard di giudizio è forse ineliminabile dalla politica come dalle relazioni umane interpersonali. Riflette la “storicità” e dunque l’imperfezione dell’una e delle altre. Tuttavia, lo sforzo di ridurre il ricorso al criterio dei due pesi e due misure, sta alla base della democrazia, che riconosce l’uguaglianza formale dei cittadini e delle classi sociali. Tale tentativo è richiesto anche nelle relazioni internazionali, oggi più che mai, se l’Occidente intende instaurare un rapporto fondato sulla pari dignità con gli altri partners del multilateralismo e perseguire, come ha indicato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Settimana  Sociale di Trieste, una “cooperazione fra eguali”. Sapendo che la cosa che la “Maggioranza mondiale”, ovvero il numero di stati non occidentali, rappresentati all’Onu, più rimprovera all’Occidente è esattamente la tendenza a applicare il doppio standard di giudizio.

L’occasione per compiere un passo verso un tale necessario cambio di mentalità ci è offerta anche dalla cronaca.

Mentre la stampa occidentale dà sempre grande evidenza alle morti strane e premature di personaggi di primo piano del sistema di potere russo, o alle cicliche purghe in seno alla nomenklatura cinese, non altrettanto avviene quando il redde rationem sembra scatenarsi all’interno di quella che si potrebbe definire quasi l’oligarchia occidentale, tra i detentori del potere vero, effettivo, che travalica, e purtroppo spesso giunge addirittura  a dirigere, quello formale, istituzionale e democratico.

Ne è una riprova la recente tragedia di Porticello, in provincia di Palermo, dove il maestoso veliero Bayesian, marchio Perini, il numero uno al mondo degli yacht a vela di lusso, è affondato in pochi secondi nel porto in tempesta, pur essendo un’imbarcazione concepita per affrontare le più avverse condizioni climatiche in ogni tipo di mare e di oceano.

L’incidente, com’è noto, è costato verosimilmente la vita (anche se al momento risultano ancora “dispersi”) al tycoon britannico Mike Lynch, al presidente di Morgan Stanley International Jonathan Bloomer, al legale di Lynch, Chris Morvillo, con cui il miliardario britannico aveva vinto la causa intentata da Hewlett-Packard per frode nella acquisizione dell’azienda fondata dallo stesso Lynch, la Autonomy, società strategica per l’intelligenza artificiale, i big data, il monitoraggio delle preferenze degli utenti della rete. Quindi, di interesse strategico e di sicurezza quantomeno per Gran Bretagna e Stati Uniti. Per una singolare coincidenza anche l’altro coimputato eccellente con Lynch nella medesima causa, Stephen Chamberlain, è morto per una disgrazia sabato scorso, investito da un’auto pirata mentre faceva jogging nei pressi della celebre città universitaria di Cambridge.

Cosa può  dirci questa vicenda? Senza indulgere al complottismo, e aspettando l’esito delle indagini, una cosa credo si possa affermare. Le sfortunate coincidenze che a volte mietono vittime tra le figure chiave del potere, sembrano accanirsi in egual misura a Est come a Ovest, pur in presenza di sistemi politici molto diversi e per molti aspetti non comparabili. La consapevolezza di ciò può aiutare a conciliarci con il cambiamento  d’epoca in corso, attraverso cui il mondo evolve inesorabilmente verso un ordine globale multilaterale.

E può anche aiutarci a mettere a tema, con equilibrio e prudenza, un aspetto che sembra incidere in misura rilevante sulla attuale crisi della democrazia. Ovvero, quello dei cosiddetti “poteri forti” i quali quando oltrepassano il loro legittimo ruolo di componente essenziale allo sviluppo armonico di una comunità nazionale o internazionale, e tentano di porsi al di sopra dei meccanismi democratici di legittimazione del potere, finiscono per rischiare di svuotarli della credibilità necessaria nei confronti del corpo elettorale.

Il Centro, Repubblica e la nuova Forza Italia.

La recente riflessione di Ezio Mauro su Repubblica in merito alla presenza del Centro nel nostro paese non può passare, come ovvio, sotto silenzio. Ieri, su queste colonne, Beppe Fioroni ha già fornito qualche utile approfondimento. Ma quella di Mauro è una osservazione suggestiva, nonchè originale, perchè arriva da un osservatore politico che, storicamente, è stato un feroce detrattore non solo di Forza Italia e del suo leader e fondatore – e sin qui è come scoprire l’acqua calda – ma, semmai, di tutto ciò che è seppur vagamente riconducibile al Centro, alla politica di centro e che ricorda anche solo lontanamente l’esperienza concreta della Democrazia Cristiana.

Ora, che proprio su quella testata e su quel tema specifico l’ex Direttore di Repubblica sottolinei l’importanza del Centro, del nuovo ruolo di Forza Italia e della necessità di ristrutturare il sistema politico italiano senza più trascurare quei due aspetti è certamente un dato che non può essere

banalmente sottovalutato. E questo al di là di tutti i retroscena, facilmente decifrabili, che si nascondono dietro a queste inedite ma pur sempre avvincenti riflessioni.

Ecco perchè, forse, è anche necessario mettere in fila alcuni tasselli che seguono “l’articolessa” di Mauro.

Innanzitutto il Centro, e la politica di centro, sono nuovamente importanti e decisivi nel nostro paese a fronte di un bipolarismo selvaggio che non può rappresentare, almeno se vogliamo garantire il buon funzionamento del nostro sistema politico, la soluzione più congeniale. E questo perchè la contrapposizione frontale tra una destra sovranista e una sinistra sempre più massimalista, radicale ed estremista non è la miglior cornice per far decollare una sana e credibile democrazia dell’alternanza.

In secondo luogo il sostanziale ed oggettivo fallimento delle ricette centriste dei due storici litiganti, cioè Renzi e Calenda. Com’è evidente a tutti, non passa più da quelle parti la ricostruzione di un luogo politico centrista, moderato e riformista. Ma questo non solo per i ripetuti fallimenti politici ed elettorali di quei due piccoli partiti personali ma per la semplice ragione che quando manca un organico e credibile progetto politico se non la sistemazione dei “propri cari” in Parlamento, è di tutta evidenza che si tratta di un continuo e strutturale bluff.

L’ultimo esempio concreto? Eccolo. Renzi deve diventare addirittura un severo giustizialista per accreditarsi nel circo mediatico e giudiziario di questa sinistra radicale e fondamentalista. Altrochè ricostruire il Centro moderato e riformista… Ma, almeno sino ad oggi, dalle parti di Repubblica questa considerazione non era così scontata.

In terzo luogo il ruolo futuro di Forza Italia. Anche su questo versante è persin ovvio sottolineare che il profilo e la natura politica di quel partito sono destinati a cambiare, e profondamente, rispetto alla lunga stagione in cui spadroneggiava il suo leader e fondatore. E anche qui svetta una ragione semplice e al tempo stesso oggettiva. E cioè, Forza Italia è, oggi, l’unico potenziale presidio centrista nel panorama politico del nostro paese. Certo, è un partito che si deve aprire ad altre forze e culture politiche centriste; è un partito che dovrà praticare sino in fondo una gestione politica democratica e partecipativa al suo interno; è un partito, infine, che dovrà declinare una ricetta politica democratica, riformista e di governo. Ma è indubbio che non è lontanamente paragonabile a chi, maldestramente e senza alcun senso del pudore, pensa di ricostruire il Centro

attraverso continue e ripetute piroette.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, è altrettanto evidente che una seria e credibile ricostruzione di un luogo politico centrista, e squisitamente riformista e di governo, non può che rafforzare la qualità della nostra democrazia, la solidità del nostro sistema politico e, forse, anche la credibilità delle nostre istituzioni democratiche. E lo spazio del pensiero, della tradizione, della cultura e anche del metodo del cattolicesimo popolare e sociale non può che innervarsi e rinnovarsi lungo quella direzione. Semprechè non si privilegino l’avventurismo, l’opportunismo, il trasformismo e il tatticismo. Ma queste sono categorie, o derive, dove la politica può anche essere sospesa.

Le storie vanno rispettate per il loro contributo allo sviluppo del Paese

Nel ricordo di De Gasperi a 70 anni dalla morte, ho colto una attenzione maggiore rispetto agli scorsi anni da parte degli organi d’informazione e dei commentatori – i soliti – e di qualche altro sfuggito “provvidenzialmente” agli schemi ripetitivi senza calore.

Una celebrazione diversa, a mio avviso, un fascio di luce su un passato spesso volutamente tenuto in penombra, perché non varcasse i confini delle commemorazioni senza presente. In molti hanno ricordato la stagione eroica dello nostra storia auspicando che inerzie del pensiero e colpevoli rese alla non politica vengano rimosse. 

Intorno a De Gasperi e al movimento dei cattolici democratici è calato l’oblio e solo nelle ricorrenze ci sono state parole di circostanza. Il “nuovo”, introdotto con il sovvertimento delle fondamenta della nostra Costituzione repubblicana parlamentare della metà degli anni ‘90, nasceva sopra le macerie della Democrazia Cristiana e delle altre formazioni laiche, democratiche, liberali e riformiste.

De Gasperi è stato in questi anni una figura da commemorare, non un testimone da seguire.  Oggi qualche segnale si avverte nella coscienza del popolo, ridotto a volgo, a cui sono stati sottratti gli strumenti della rappresentanza, della partecipazione e quindi della sovranità.

L’Uomo De Gasperi,  icona delle libertà democratica, fedele alla dottrina sociale cristiana, difensore della centralità dell’Uomo stride con un presente in cui al centro c’è una turbe vociante di uomini e di donne con il mito della forza, che viene da una cultura di un passato da dimenticare e che non ci appartiene.

De Gasperi, Sturzo, Moro sono giganti disarcionati. Non valgono le belle parole di oggi se nei democratici cristiani veri e non con la vocazione di essere novelli capi di ventura, non nasca il desiderio di frenare la deriva pericolosa di oggi per ritrovare il senso della nostra storia e le ragioni della nostra cultura umanistica.

Interroghiamoci cosa avrebbe detto De Gasperi difronte il disegno eversivo del premierato, di un Parlamento esangue e una scomposta nazione con l’Autonomia differenziata, con centri decisionali di poteri forti che impongono, ricattano e decidono, con le Associazioni di categoria e sindacati fagocitati da un sistema che “tutela” e…snatura. 

Ma cosa avrebbero detto De Gasperi e tantissimi uomini che si sono sacrificati difronte al servilismo sfrenato di chi pretende di consegnare la storia di milioni di persone per farla confluire in altre formazioni antitetiche, per cultura e visione: un passato risuona con le note di una vecchia canzone, degli anni ‘30 “…noi ti darem un altro Duce e un altro Re…”

Le storie vanno rispettate per poter costruire. Per alcuni tutto è possibile.  Non è vero.  C’è un limite alla goliardia che è la trasfigurazione dell’assenza di fede.  Maldestramente in questo scenario ci si interroga se De Gasperi guardasse a  sinistra o a destra,  dimenticando che si parla di un grande Statista che si è fatto carico dei bisogni di una umanità dolente alla quale ha restituito dignità, speranza e futuro.

Gui, dalla Resistenza alla scuola media unica. Sempre al servizio dello Stato.

Luigi Gui ha fatto parte di quella generazione di giovani cattolici che assunsero l’impegno della ricostruzione dell’Italia dopo la tragedia del fascismo e della guerra perduta.

Veniva da una famiglia modesta, con una borsa di studio poté studiare alla Università Cattolica, dove ebbe incontri decisivi per la sua futura vita politica, lì conobbe i “professorini” Fanfani, Dossetti, Lazzati, La Pira che rincontrò in Assemblea Costituente e tramite l’esperienza nella Fuci entrò in contatto con Aldo Moro che ne era diventato il presidente nazionale nel 1939.

Tenente degli Alpini in Russia al rientro in Italia prese i primi contatti con il mondo partigiano, scrisse nel 1944 un opuscolo intitolato “Uno qualunque, la politica del buon senso”. L’opuscolo di una ventina di pagine fu ciclostilato presso il collegio cattolico padovano Barbarigo, dove operavano due sacerdoti fortemente impegnati nella lotta antifascista, don Mario Apolloni e don Giovanni Nervo, e diffuso clandestinamente ebbe una notevole fortuna, come primo orientamento per la ricostruzione democratica del paese. 

Come il coetaneo Mariano Rumor entrò in politica avendo già alle spalle una esperienza dirigenziale nel mondo associativo: Rumor Presidente provinciale delle Acli vicentine, Gui presidente provinciale della Coldiretti padovana. Nel 1946 viene eletto consigliere comunale a Padova e diventa capogruppo della Dc, guidando la formazione della nuova giunta post Cln con l’estromissione dei comunisti dal governo cittadino, poi l’elezione alla Assemblea Costituente e alla Camera nel 1948. 

A Roma è tra i deputati dossettiani, Gui diviene segretario di Civitas Humana, che era il gruppo culturale fondato da Giuseppe Dossetti e poi redattore di Cronache sociali, la rivista del gruppo che tra il 1947 e il 1951 rappresentò le idee più avanzate nell’esperienza politica della Dc, con l’ambizione di costruire un progetto culturale per la società italiana, dotandosi di strumenti scientifici e culturali adeguati all’impresa.

Iniziano presto le responsabilità di governo, a partire da quello di sottosegretario all’Agricoltura nel 1951 (Ministro era Amintore Fanfani) con la delega di dare attuazione alla legge sulla riforma agraria, di cui era stato relatore alla Camera dei deputati. Aveva scelto del resto in quella prima legislatura di essere assegnato alla Commissione Agricoltura ed Alimentazione, di cui era stato eletto segretario, contando evidentemente sulla conoscenza del mondo agricolo che aveva acquisito con il lavoro svolto per la nascita della Coldiretti padovana. 

Un primo impegno governativo di forte impatto sociale con l’esproprio di oltre 700.000 ettari di grandi proprietà terriere a favore di coltivatori diretti. A questo primo impegno sarebbero succeduti incarichi ministeriali di primo livello: Ministro del Lavoro (1957), Ministro della Pubblica istruzione (1962 – 1968), Ministro della Difesa (1968 – 1970), Ministro della Sanità (1973 – 1974), Ministro dell’Interno (1974 -1976), Ministro della Pubblica Amministrazione e delle Regioni (1974).

Un ruolo governativo sostenuto da una lunga una esperienza parlamentare, che si sarebbe succeduta per sette legislature alla Camera e per una ulteriore al Senato. E incarichi tutti conquistati con un rapporto costante con il collegio di elezione, come dimostra il consenso espresso con il voto di preferenza, con il picco di oltre 63.000 voti raggiunti nel 1963, secondo degli eletti democristiani nella circoscrizione Verona, Padova, Vicenza, Rovigo, dietro il capolista Mariano Rumor.

Della lunga esperienza governativa di Luigi Gui va ricordato soprattutto (così voleva lui) l’approvazione la legge per la scuola media unica nel 1962. Rimuovendo un inaccettabile strumento di diseguaglianza che discriminava i bambini fin dalle elementari, tra chi poteva accedere a livelli di studio superiori e chi doveva prendere la strada dell’avviamento professionale. Le statistiche di allora ci dicono che oltre l’80% dei ragazzi dopo i 10 anni abbandonava gli studi, avviandosi precocemente al lavoro o all’istruzione professionale di base: un grande progetto di alfabetizzazione del paese, senza preclusioni di classe.

 

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Il cambio di passo che suggerisce Ezio Mauro: rifare un centro serio.

Con l’editoriale di ieri su Repubblica firmato Ezio Mauro, si rompe a sinistra uno schema di pensiero, prima ancora che di condotta politica. L’oggetto è Forza Italia o meglio l’esistenza del centro. Dopo aver celebrato per anni, a partire dal biennio cruciale ‘92-‘94, la necessità di un bipolarismo attrattivo di un’area senza consistenza autonoma, si riconosce l’emersione di un nuovo centrismo che apre una faglia nella maggioranza guidata da Giorgia Meloni. 

L’analisi di Mauro è stringente. Inizia con la constatazione della tenuta elettorale ad opera di Tajani e finisce con l’illustrazione delle spinte che agitano il partito inventato da Berlusconi. Sembra che i figli, Marina e Pier Silvio, avvertano l’urgenza di una rigenerazione del progetto originario nella misura in cui la leadership della coalizione è in mano a Fratelli d’Italia, espressione di una destra che non riesce a fare i conti con l’Europa. Ma può l’azienda entrare in collisione con i poteri forti di Bruxelles? Da qui, lascia intendere Mauro, le tensioni sempre più marcate con la Premier. 

Ora, non è immaginabile che dalla sera al mattino cambi la strategia di lungo termine e forse anche la natura di un partito inscindibile dalla storia del berlusconismo. Già si notano, infatti, alcuni segnali di incertezza nel dare il giusto valore a un rinnovamento bisognoso di ideali e contenuti appropriati. Il problema degli azionisti di Forza Italia, come spiega sempre Mauro, sta nel “capire se il piano di riconquista dei moderati è credibile, perché non si diventa liberali d’incanto per decreto aziendale, e i decenni di cultura, prudenza e pratica del potere democristiano non si introiettano guardando uno sceneggiato su De Gasperi in tivù”.

Si potrebbe aggiungere che il miracolo compiuto da De Gasperi è stato quello di unire, nel pieno rispetto delle diversità ideologiche e politiche, tutte le forze del riformismo democratico. Se ieri il pericolo era il comunismo, oggi non può che essere una certa ideologia nichilista – distruttiva malgrado l’ottimismo di facciata – che rende le nostre società sempre più chiuse in se stesse. La  politica di centro ha senso pertanto se recupera lo spirito che guidò la Ricostruzione del Paese dopo la devastazione della dittatura e della guerra. È una sfida sicuramente decisiva, non un esercizio di mera scomposizione e ricomposizione dell’attuale quadro di riferimento. Bisogna avere il coraggio e la lungimiranza che dimostrò De Gasperi, il grande statista del nostro secondo Novecento.

Le divergenze parallele di Togliatti e De Gasperi

De Gasperi è il politico che più di ogni altro ha contribuito alla dimensione internazionale del nostro Paese, incardinando l’Italia nel Patto Atlantico, aderendo alla Nato nel 1949, e costruendo nel secondo Dopoguerra le relazioni che avrebbero portato all’Europa unita. Fu lui a tenere il timone della ricostruzione post-bellica, favorendo l’accesso e la spesa degli aiuti del Piano Marshall e ponendo così le basi del miracolo economico italiano, in cui si formarono le premesse e i primi passi del radicale rinnovamento dell’economia italiana e la costruzione di una prosperità fino ad allora mai conosciuta. La sua intuizione, mutuata dalle radici antiche della dottrina sociale della Chiesa, di coniugare politiche economiche e sociali, efficienza produttiva e misure di welfare (attraverso, ad esempio, l’espansione della previdenza sociale). 

Era un cattolico, un credente. Ma anche un laico, nel senso di uomo di libero pensiero, capace di visione politica e autonomia d’azione. A distanza di due giorni, il 21 agosto, ricorre il 60esimo anniversario dalla scomparsa di Palmiro Togliatti, comunista, leader dell’opposizione perpetua della prima repubblica e portatore di un’idea del mondo irriducibilmente avversa a quella di De Gasperi e dei democristiani, a partire dai legami con Mosca e con il Patto di Varsavia. 

Credo dovremmo riflettere su queste due figure perché, se intuitivamente ne cogliamo subito la distanza – la parola “opposizione” allora aveva significati ben più netti di oggi –, superando la prima impressione si possono individuare punti che li avvicinano e che possono essere di lezione oggi. Innanzitutto, il fatto di essere entrambi portatori di un’idea ben precisa del Paese: cosa è oggi, cosa può e dev’essere domani. Non un’idea astratta, ma calata concretamente nella realtà delle relazioni internazionali, dei rapporti economici tra quelle che un tempo si chiamavano “classi sociali” (interclassista De Gasperi, per la lotta di classe Togliatti) e del ruolo dello Stato e dei poteri pubblici nell’economia contemporanea. 

Oggi questa chiarezza la cogliamo raramente, sia a livello delle istituzioni nazionali, sia man mano che scendiamo verso Regioni e istituzioni territoriali. E non si tratta della prevalenza del pragmatismo sul piano ideale: idee confuse o contraddittorie sul piano della teoria raramente si traducono in iniziative di valore pratico. L’idea (opportunista) della corsa al centro porta inevitabilmente chi si candida a smussare le posizioni, a togliere gli angoli, a privare di direzione la proposta. Non di rado, si finisce per scadere nell’ambiguità o per nascondersi nel tecnicismo. 

Il centro promosso da De Gasperi era quello dell’equilibrio e brillava per chiarezza di intenzioni, messaggi ben definiti, comunicati agli elettori senza equivoci, direzioni confermate nel tempo, progetti politici capaci di superare l’orizzonte della legislatura. A conferma che “centro” non significa per forza confusione delle intenzioni o, peggio, opportunismo politico. Va detto poi che sia De Gasperi, sia Togliatti hanno promosso un’unità di fondo della Repubblica. Portatori di idee e programmi opposti, hanno contribuito da fronti differenti alla resistenza al regime (la svolta di Salerno segnò il momento cruciale della collaborazione tra tutti i partiti avversi al regime), al processo costituente e alla redazione della legge fondamentale del Paese, che è l’accordo, il compromesso possibile, tra le visioni politiche delle forze politiche in gioco. 

Fu chiaro a entrambi che per dare stabilità all’ordinamento repubblicano nascente sarebbe stato indispensabile cercare il compromesso e non lo scontro, abbassare le tensioni per evitare il rischio di guerra civile. La molto discussa “amnistia Togliatti”, con la quale nel 1946 il leader comunista, nel ruolo di guardasigilli, decise l’estinzione delle pene per i crimini commessi durante il regime, fu espressione di questa linea di riconciliazione nazionale. La stessa scelta di pacificazione venne fatta da Togliatti quando due anni dopo, a soli tre mesi dalle prime libere elezioni in Italia, a Togliatti furono sparati tre colpi di pistola, e sembrò che l’Italia ripiombasse in una stagione di scontri, nel tempo delle piazze armate. 

Fu il leader comunista a chiedere l’interruzione delle manifestazioni e il ritiro della richiesta di dimissioni del Governo. A dimostrazione che, a Repubblica fondata, De Gasperi e Togliatti, continuarono a collaborare, pur in modo implicito, per mantenere il Paese dentro l’orizzonte democratico e nel quadro costituzionale, malgrado le tensioni internazionali, fortissime, di un’epoca che metteva l’Italia al centro dello scontro tra i due blocchi, non fecero mancare il fair play istituzionale e il senso dei valori fondamentali da preservare. Nel pieno della Guerra Fredda, con in casa il partito comunista più grande d’Europa non era scontato che accadesse. 

Questa opposizione senza sconti e questa chiarezza politica senza equivoci, è quello che credo dovremo augurarci come italiani. Soprattutto occorre che mai venga meno il mutuo riconoscimento all’interno del quadro istituzionale che unisce maggioranza e opposizione, perché ciò significa riconoscimento di valori che stanno sopra alla dinamica delle parti, degli schieramenti, del gioco politico. E solo tali valori sono in grado di nobilitare la politica, di renderla altro dalla mera lotta per la prevalenza, per il potere. Da questo dipende il senso profondo delle istituzioni, minacciato ai tempi di De Gasperi e Togliatti da rischi insurrezionali e da tensioni violente, proprio come oggi lo è dall’indifferenza e dal non voto. 60-70 anni sono troppo pochi per dimenticarsi queste lezioni.

San Francisco, California. Il possibile problema di Kamala.

Se Joe Biden avesse deciso già lo scorso anno di non ripresentare la propria candidatura non è affatto detto che la vicepresidente Kamala Harris avrebbe vinto le Primarie del Partito Democratico. Un partito al suo interno profondamente diviso. Sicuramente non sarebbe stata una passeggiata, appesantita da sondaggi poco lusinghieri sulla sua performance washingtoniana e facilmente aggredibile dalla sinistra del partito sulla sua non soddisfacente conduzione del dossier migratorio, uno dei pochi che Biden le ha affidato nel triennio alle nostre spalle.

E invece Harris si trova oggi con un consenso plebiscitario interno sancito dalla Convention di Chicago frutto della disperazione dem dopo il crollo di Biden palesato clamorosamente nel fallimentare confronto televisivo con Trump. Troppo grande il rischio di uno scontro nel partito così a ridosso del martedì elettorale del prossimo novembre.

La vicepresidente ha saputo cogliere al volo l’occasione e sin dal primo giorno, ricevuto l’endorsement da Biden, è entrata nella parte con grinta, capacità e determinazione. Ha subito evidenziato il divario fra lei, procuratrice generale di uno Stato e quindi dalla parte della legge, e il suo sfidante, sotto processo per diversificate accuse e con un passato imprenditoriale non sempre nitido. Per proseguire con il corteggiamento dell’elettorato femminile, sia su un tema drammatico come quello dell’aborto sia sulla comune appartenenza di genere, alla ricerca di un primato che otto anni fa proprio Trump impedì a Hillary Rodham Clinton ma che questa volta potrebbe essere raggiunto.

Con il ritiro di Biden e l’entrata in campo di Harris la partita presidenziale si è dunque riaperta, come tutti i sondaggi hanno registrato in queste settimane, e il profluvio di insulti indirizzati dal candidato repubblicano nei confronti della vicepresidente testimonia il nervosismo crescente di chi pensava di aver già vinto il match e invece ora si rende conto che al contrario esso è ancora tutto da disputare, e senza alcuna certezza di vittoria.

Accanto ai punti di forza (e bisognerà vedere se nel campo dell’economia prevarrà l’aspetto legato all’occupazione cresciuta insieme ai salari o invece quello legato all’inflazione pure essa aumentata, guastando così molti risultati conseguiti dalla bidenomics) ve ne è uno che al contrario potrebbe rivelarsi di forte debolezza. Si chiama San Francisco, California. E’ da lì che proviene Harris. E’ lì che ha fatto la procuratrice distrettuale ed è proprio a Frisco che la situazione della sicurezza pubblica è divenuta negli ultimi anni assai grave, tanto da spaventare anche i tanti turisti stranieri che ancora vogliono, giustamente, visitarla e conoscerla.

Oltre ottomila homeless, per lo più tossicodipendenti afflitti da malattie mentali, invadono le strade e creano problemi a cittadini e turisti. Sono centinaia ogni anno i decessi per overdose. La chiamano “la strage del Fentanyl”, il terribile oppiaceo sintetico prodotto in laboratori messicani sulla base di principi chimici sviluppati in Cina. Un fallimento che i repubblicani imputano con facilità alla gestione democratica della città e dello stato californiano, portatori – a loro giudizio – di una cultura lassista che motiva una legislazione che punta sulla depenalizzazione, richiamando così in città tossici da ogni dove, e al declassamento di reati minori come i furti e lo stesso possesso di droga. 

Una città e uno stato liberal per definizione e per effettiva gestione che molti americani medi che non vivono sulla costa ovest semplicemente detestano. Così come detestano quell’insopportabile “politicamente corretto” che nel tempo si è allargato dall’utilizzo di termini meno espliciti per definire occupazioni lavorative alla c.d. “cancel culture” che spesso trasforma la realtà storica imponendo addirittura a docenti universitari di adattarsi ad essa, sino più in generale a quel movimento “woke” che in nome della tutela delle minoranze tende a deridere quanti hanno opinioni diverse, creando così una nuova forma di emarginazione: quella nei confronti di chi è fuori dal giro che conta dei circuiti intellettuali, dello show business, dello star system. Un ceto popolare spesso con livelli bassi di istruzione e con difficili e concreti problemi da risolvere per tirare avanti che non sopporta più quell’arrogante superiorità esibita con alterigia (o comunque percepita come tale).

Ecco il rischio per Kamala: essere associata a quel mondo, del quale in effetti è un po’ parte, senza riuscire a dimostrare quello spirito popolare che è però indispensabile per recuperare un più largo consenso e sconfiggere Trump. Ciò che riuscì a Joe Biden, anziano professionista della politica e potente esponente del Partito Democratico ma non certo membro dell’establishment liberal, lui cattolico, e non a Hillary Clinton, troppo superiore, troppo intelligente, troppo lontana. Troppo tutto. Vinse Trump, il palazzinaro miliardario. Se lo ricordi, Kamala.

Quattro stelle illuminano Naxos. Un connubio perfetto tra archeologia e musica.

Rita Marcotulli, Elisa Nocita, Francesca Tandoi e Maria Pia De Vito. Sono le quattro stelle del jazz italiano e internazionale che, dal 28 al 31 agosto, al Teatro della Nike del Parco di Naxos, terranno a battesimo “Donne in jazz”, prima rassegna tematica organizzata dal Parco Archeologico Naxos Taormina in collaborazione con il Comune di Giardini Naxos e l’associazione culturale Taormina Jazz che ne cura la direzione artistica con Nino Scandurra. Da soliste o insieme alla propria band, saranno protagonista nelle quattro sere in cui si dipana la rassegna.

“Un progetto – ha sottolineato Gabriella Tigano, direttrice del Parco archeologico Naxos Taormina – che completa la ricca offerta di questa estate 2024 al Parco di Naxos e che, dal cinema alla letteratura, dalla scultura al teatro, dalla musica classica al jazz e alla poesia, darà spazio fino alla fine di settembre a tutti i linguaggi dell`arte perché il Parco sia percepito da residenti e turisti come spazio di aggregazione nel nome della cultura”.

La manifestazione è stata pensata e costruita insieme con il Comune di Giardini Naxos, lavorando a quattro mani con Fulvia Toscano, assessore comunale alla Cultura, che commenta: “La città di Giardini Naxos è lieta di patrocinare un evento che offre al nostro territorio la possibilità di godere del grande jazz.

Lieta, in particolare, che la rassegna proponga quattro appuntamenti al femminile, ospitando quattro “signore” del jazz italiano. Un grazie speciale a Nino Scandurra, organizzatore e coordinatore del progetto, e a Gabriella Tigano, direttrice del Parco Archeologico di Naxos che, come sempre, con generosità e lungimiranza, supporta e rende possibili manifestazioni di grande valenza artistica e culturale”.

Per l’associazione Taormina Jazz si tratta di un “debutto” a Giardini Naxos e nell`area archeologica del Parco. Un’opportunità straordinaria per la musica live di qualità, sottolineata con gratitudine da Nino Scandurra: “Grazie al Parco Archeologico Naxos-Taormina ed al Comune di Giardini Naxos, finalmente l’associazione Taormina Jazz aps ha la possibilità di presentare a Giardini Naxos “Donne in Jazz”, una rassegna di grande spessore: quattro concerti con artisti di livello internazionale che spaziano tra stili e sonorità diverse”.

Tutti gli spettacoli iniziano alle 21.30 e i biglietti si acquistano online (circuito BoxOffice Sicilia) e al botteghino del Teatro della Nike.

Anniversario | Rileggiamo le “27 libertà” di Guido Gonella

Guido Gonella, su mandato di Alcide De Gasperi svolge al I° Congresso nazionale della Democrazia Cristiana una relazione sulle libertà come fondamento della nuova Costituzione italiana che l’Assemblea Costituente di imminente elezioni avrebbe redatto. Il discorso di Gonella rimane una alta testimonianza della fede nella libertà che i democratici cristiani avrebbero mantenuto viva nel corso della loro lunga azione politica nel Paese. E’ passato come il “discorso delle 27 libertà!

La riforma dello Stato nello spirito della libertà

  1. — Funzione storica della Democrazia Cristiana

In un’ora decisiva per il rinnovamento costituzionale dello Stato italiano, la Democrazia Cristiana è alla testa dei movimenti politici nella lotta per la libertà. Il suo Scudo Crociato è il simbolo del suo programma: «Dio e Libertà».

  1. — Una Costituzione a presidio delle libertà

La Democrazia Cristiana vuole una Costituzione che sia il presidio delle libertà religiose, morali, politiche ed economiche, che — dopo la delusione del passato — devono trovare nel nuovo ordinamento costituzionale garanzie concrete e stabili.

  1. B) Dichiarazione delle libertà

1) Non intendiamo fare un’astratta ed inoperosa «Dichiarazione delle Libertà», bensì rivendicare le positive libertà in una nuova Costituzione, nello spirito della concezione cristiana del diritto e dello Stato.
2) Dobbiamo quindi distinguere le illusorie libertà di altri sistemi che respingiamo dalle libertà reali del nostro sistema che rivendichiamo.

  1. — Le libertà illusorie o parziali

1) La libertà del comunismo è un mezzo per progredire (“democrazia progressiva”) verso il fine dell’instaurazione della dittatura del proletariato.
2) La libertà del liberalismo è una libertà individualistica e negativa, che parte dalle premesse dell’agnosticismo e dell’indifferentismo per affermare quel “lasciar fare” che favorisce il privilegio, di fronte al quale l’individuo non trova un’adeguata protezione dello Stato.

  1. — Le libertà reali o integrali
  2. a) Libertà democratica

1) Intendiamo la libertà come capacità di obbedire alla ragione e di praticare la virtù.
2) La libertà, nella vita sociale, è autodeterminazione della persona garantita dalla tutela dello Stato.
3) Non vi è una semplice libertà negativa (possibilità di isolamento, di eliminazione di un vincolo, possibilità di esigere dallo Stato una omissione), ma vi è anche una libertà positiva (possibilità di una determinazione della persona, possibilità di espansione e di responsabilità sociale dell’uomo, possibilità di esigere un aiuto dallo Stato).
4) La democrazia mira ad instaurare la libertà negativa e positiva, mira a una sintesi di libertà individuali e di doveri sociali nello spirito della solidarietà delle classi.

  1. b) Libertà cristiana

1) Le libertà costituzionali saranno efficienti se avranno una ispirazione cristiana, poiché il Cristianesimo è il lievito di tutte le libertà, è la promessa e la garanzia di una nuova e costruttiva esperienza dopo il fallimento degli altri sistemi che rivendicano la libertà.
2) La Costituzione non deve essere una Costituzione di Partito o di confessione religiosa, ma la Costituzione del popolo italiano che è un popolo cristiano e che perciò non può volere uno Stato laico o agnostico. D’altra parte, lo Stato conforme all’etica cristiana non è uno Stato confessionale.

  1. c) Libertà istituzionale
  1. La libertà deve essere non nominale, ma incorporata in concrete istituzioni politiche e sociali che ne permettano l’articolazione e ne garantiscano il permanente esercizio.
    2) La libertà istituzionale sarà non solo libertà di fatto (cioè esistenza di una sfera estranea ai fini dello Stato che è libera perché di essa lo Stato non si occupa imponendo obblighi o divieti), ma anche libertà di diritto, cioè libertà giuridicamente garantita, in quanto lo Stato impone un limite a sé o ad altri soggetti con norme positive, che obbligano di fare. L’ordinamento dello Stato risulta quindi limitato dai diritti naturali della persona.
    3) Solo la libertà concreta nelle istituzioni ci permetterà di eliminare il divorzio fra l’inoperoso formalismo giuridico ed il caotico sviluppo della realtà sociale.

 

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https://www.democraziacristiana.cloud/documentazione/documenti/279-relazione-di-guido-gonella.html

De Gasperi, un esempio di laicità e di fedeltà alla Chiesa.

Tra le figure bibliche che attraversano il tempo senza perdere il loro smalto, c’è senz’altro quella del profeta. Il profeta affascina per la sua libertà da ogni forma di potere. Per il suo essere uomo ancorato al presente. Per la sua capacità, la sua intuizione, nel leggere e nell’interpretare le vicende sociali, politiche, economiche e religiose in cui è coinvolto. Per la forza del suo esempio e della sua azione, che gli deriva dalla fedeltà alla parola e all’azione di Dio, vivente nella storia. 

 

La polis, terra del profeta 

Alcide De Gasperi (1881-1954) è stato un uomo politico dotato di capacità profetiche. Nessun altro leader del suo tempo ha avuto una vita così intensa e imprevedibile.  La sua grandezza non si misura solo con quello che ha fatto come statista, ma soprattutto per la testimonianza che ci ha offerto. Come gli antichi profeti, ha indicato una strada e un metodo politico che vanno oltre la sua stessa esistenza. Ha accettato di mettersi alla guida del suo popolo, senza garanzie e senza esitazioni. Prima è stata la volta del popolo trentino, orfano e disperso durante la Prima guerra mondiale, poi quella del popolo italiano che imparò a conoscere. Quando nel 1945 assunse il compito di guidare l’Italia fuori dal deserto in cui la democrazia si era smarrita, De Gasperi aveva 64 anni. Dalle ceneri del Partito popolare ha creato un grande partito politico di ispirazione cristiana, muovendo quasi dal nulla, al punto che nel 1944 a Stefano Jacini scrive che, purtroppo, non era vero che «il seme della rinascita del partito era stato custodito dalla Azione cattolica» (1).  

Ha condiviso i valori di fondo della Resistenza e ha partecipato con convinzione alla transizione democratica dal Regno alla Repubblica; ha salvato la continuità dello Stato; ha contribuito a dare al Paese una Costituzione tra le più solide; ha ricostruito le basi della collocazione dell’Italia nella comunità dei Paesi occidentali; ha allargato l’orizzonte politico europeo. Con la sobrietà del suo modo di praticare la fede, ha anticipato gli insegnamenti del Concilio Vaticano II; ha offerto un esempio di laicità e insieme di fedeltà alla Chiesa; ha impegnato i credenti per la democrazia rappresentativa, così da dare contenuto politico alla tradizione riformatrice del cattolicesimo sociale.  

Soprattutto, con la sua azione tenace ha rimesso al centro la politica, mostrando che spettava proprio ad essa rimediare alla terribile crisi in cui aveva gettato l’umanità. Per De Gasperi la politica è l’unica dimensione dove la verità e le possibilità umane si confrontano alla pari. Sa che la vera politica è un sistema complesso che non tollera a lungo semplificazioni brutali. In questa luce, non esita a riconoscere lo slancio che la politica aveva saputo assicurare all’impresa economica, all’istruzione, alla cultura, anche con ottimi risultati. Con altrettanta chiarezza ne denunzia però i limiti e, più ancora, l’arroganza: quando la politica ha creduto di poter fare da sola, o di realizzare l’impossibile, di raddrizzare «il legno storto dell’umanità», di generare l’«Uomo nuovo», di sognare società perfette, ha finito per rimanere prigioniera di miti e ideologie.  Non a caso, lo storico Paolo Prodi ha spiegato che l’ideologia è un derivato secolarizzato della profezia2. A partire dal Cinquecento, la profezia è stata rimpiazzata da progetti utopistici o da regimi assolutisti. In ambito ecclesiale l’attesa per il ritorno del Signore aveva lasciato il posto anche a visioni mistiche fuori dalla storia o, dopo la rottura dell’unità dei cristiani, all’azione di chi tentava di restaurare l’antico potere della Chiesa. 

 

1 – Da Alcide De Gasperi a Stefano Jacini, luglio 1944, in Edizione Nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi, https://epistolariodegasperi.it/#/archivio_digitale/lettera?id=854f654d-1487-4a9d-8ae9-1b0f1546ebe1. 

 

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De Gasperi: un’eredità negata dalla sinistra, strumentalizzata dalla destra.

È curioso, per non dire patetico, lo sforzo di vari esponenti politici di destra e, soprattutto, di sinistra, di “accaparrarsi” il magistero politico, culturale, sociale ed istituzionale di Alcide De Gasperi scomparso 70 anni fa. Probabilmente la riflessione più calzante è quella espressa recentemente da Pier Ferdinando Casini quando ha ricordato che De Gasperi appartiene alla miglior storia democratica del nostro paese perché, infatti, parliamo di uno statista che ha contribuito con la sua azione politica e di governo a ricostruire l’Italia con un progetto e un metodo che non possono non essere apprezzati da tutti i sinceri democratici ed europeisti.

Ora, come ricordavo poc’anzi, è curioso che a destra ma, soprattutto, a sinistra rivendichino l’eredità politica di uno statista che certamente non è classificabile con gli attuali paradigmi politici e culturali. Del resto, come sia possibile per gli eredi della cultura comunista, gramsciana, togliattiana e berlingueriana individuare degli elementi di seria convergenza politica e culturale con il progetto degasperiano resta sostanzialmente un mistero. Una mistero politico innanzitutto.

Stupisce, al riguardo, che i vari commentatori della sinistra sui quotidiani “amici” e nei vari talk televisivi non lo ricordino con onestà intellettuale. Anche perché si tratta di rispettare la semplice verità storica. Senza alcuna presunzione politica ed arroganza intellettuale. Cosa centri, quindi, la sinistra italiana, nelle due diverse e multiformi espressioni, con il magistero degasperiano resta un enigma. Dalla politica estera al ruolo dell’Europa, dal sistema istituzionale alla cultura delle alleanze, dal progetto politico centrista al modello economico e sociale ai riferimenti culturali ed ideali nulla accomuna questo progetto alla sinistra italiana. Non c’è un solo elemento strutturale attorno al quale la sinistra italiana possa rintracciare un filo di collegamento con la lezione politica ed istituzionale di Alcide De Gasperi. Forse è arrivato il momento di ricordarlo con chiarezza e senza ipocrisia. E cioè, l’esperienza storica e politica di Alcide Gasperi è alternativa alla sinistra ex e post comunista. Con buona pace di tutti i sepolcri imbiancati adusi a riscrivere la storia a piacimento. Ovvero, a seconda delle convenienze del momento. Una regola che vale per tutti i commentatori e gli opinionisti della sinistra italiana che dopo aver criminalizzato per anni la Dc e la sua classe dirigente adesso la rimpiangono o ne cantano le lodi. Una volta accertato che entrambi appartengono definitivamente ed irreversibilmente agli archivi storici.

E lo stesso giudizio vale per la destra italiana. Anche se, su questo versante, c’è minor ipocrisia e falsità per la semplice ragione che nel nostro paese storicamente l’informazione, la cultura e tutto ciò che è riconducibile alla propaganda attraverso i media – di qualsiasi genere siano – appartengono in modo strutturale al pianeta della sinistra. Una sistema, però, riconducibile alla sinistra ex e post comunista. L’unico elemento che si può e si deve sottolineare e che lo differenzia profondamente dalla destra italiana, è che lo storico e strutturale anticomunismo di De Gasperi fu sempre e solo “un anticomunismo democratico”. E quindi squisitamente politico e mai ideologico come, del resto, lo ha sempre concepito la miglior tradizione democratico cristiana e cattolico popolare. Basti ricordare, per fare un solo esempio, al “preambolo” ideato e scritto da

Carlo Donat-Cattin al congresso Dc del 1980 quando disse, a proposito del rapporto con i comunisti del tempo, “che non esistevano, allo stato dei fatti, le condizioni politiche per un’alleanza con il Pci”.

Ecco perché, quando ricordiamo De Gasperi e il suo magistero politico ed istituzionale, non possiamo non dire che si tratta del miglior progetto espresso dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura e dal pensiero del cattolicesimo politico italiano. Nulla a che vedere, quindi e di conseguenza, con la cultura, il pensiero, la tradizione e la storia della sinistra italiana. E distinto e distante dalla storia della destra. Perché Alcide De Gasperi, molto più semplicemente, appartiene a quel “centrismo” dinamico, innovativo, riformista e di governo che ha caratterizzato storicamente la presenza dei cattolici impegnati in politica.

AsiaNews | Kursk, il cuore pulsante della lotta tra Russia e Ucraina.

Come è noto, il termine “ucraina” significa “confine”, e la sorprendente avanzata delle truppe di Kiev nella regione di Kursk sposta questo limite verso Oriente, ridefinendo ancora una volta i rapporti tra le due anime dell’antica Rus’, la Russia e l’Ucraina contemporanea. Non esiste infatti un vero confine geografico tra queste due parti del mondo russo, se non il fiume Dnepr che da Kiev a Kherson esprime quel passaggio che ha generato la stessa natura storica dei russi, che attraverso i fiumi cercavano di connettersi con i regni europei e staccarsi dalle radici asiatiche, rimbalzando storicamente da entrambe le sponde dell’Eurasia.

Kursk era un principato più antico di Mosca, risalente alla fine dell’XI secolo, quando nel 1095 fu concesso a Izjaslav, il figlio del granduca di Kiev Vladimir “il Monomaco”, che si riteneva erede degli imperatori bizantini avendo sposato una delle loro figlie, e fu l’ultimo monarca della Rus’ di Kiev a tenere in qualche modo uniti tutti i territori contesi da figli e nipoti. Del “secondo Vladimir”, a cui fu dedicata la città che divenne capitale per qualche decennio, usurpando il potere della stessa Kiev, si ricorda un testo chiamato Poučenie, “Ammonizione”, che all’inizio del XII secolo supplicava, con dovizia di citazioni bibliche, tutti gli altri principi di far cessare le lotte intestine, in russo antico i meždousobnja brani, che caratterizzavano la vita dell’antico Stato russo e che ancora oggi si ricordano nelle invocazioni della liturgia slava-ecclesiastica, come uno dei mali principali per cui chiedere a Dio la misericordia e il perdono.

La lotta per Kursk è ricordata nell’antica Cronaca di Nestor come la guerra tra i Monomakhovy e i Mstislavoviči, gli eredi di due rami della famiglia antica dei sovrani kieviani, e si trasformò tra il 1183 e il 1185 nella campagna contro i nemici provenienti da oltre il fiume Volga, i polovtsy poi riassorbiti dai tataro-mongoli. Il principe Vsevolod di Kursk si unì a quello di Novgorod, Igor Svjatoslavič, in una battaglia che avrebbe potuto riunire tutte le famiglie in lotta contro il nemico esterno, ma che si concluse con una tragica sconfitta. Questo evento fu esaltato dal poema del Canto della schiera di Igor, il più grande capolavoro della letteratura della Rus’ di Kiev, in cui la sconfitta si trasforma in promessa di rinascita, chiamando la natura, gli antichi dèi pagani e l’intero popolo russo a unirsi per riscoprire la propria anima, chiudendo infine con la consacrazione della Rus’ alla Madre di Dio, nella “doppia fede” pagana e cristiana che caratterizzava questi secoli leggendari a cui oggi la Russia cerca di rifarsi per ritrovare sé stessa, finendo per scontrarsi di nuovo con le proprie divisioni e contraddizioni.

Kursk fu uno degli ultimi baluardi di fronte all’avanzata dei tartari, ottenendo una parziale vittoria nella battaglia di Kalka del 1223, per poi essere travolta dalle armate del khan Batyj nel 1239, subito prima della distruzione della stessa Kiev. Il suo territorio continuò a essere chiamato “principato di Kursk”, anche se non c’era più alcun principe, rimanendo a disposizione di tutti gli avventurieri dell’occidente polacco-lituano e dell’oriente della nuova capitale che si stava formando in quei frangenti sfruttando l’amicizia con i tartari, quella Mosca fondata nel 1147 e distante 500 chilometri da Kursk, che fino al 1300 era rimasta una semplice stazione di posta dei commerci più settentrionali, sul fiume Moskva. La riscossa avvenne agli inizi del XIV secolo, con singolare analogia storica grazie alla dinastia detta di Putivl, il titolo di una roccaforte simile al nome dell’attuale presidente della Russia, per cui Putin significa “Colui che è sulla strada”. Per tre secoli il principato di Kursk rimase parte del regno di Lituania, per essere poi riassorbito nella Russia seicentesca degli zar insieme a Kiev.

 

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Avanza nel Pacifico la cooperazione tra Usa Giappone e Corea del Sud

I leader di Stati uniti, Corea del Sud e Giappone hanno posto l’enfasi, in una dichiarazione congiunta emessa oggi, sui risultati della loro cooperazione trilaterale in materia di sicurezza, raggiunti dopo il loro storico vertice a Camp David di un anno fa, e hanno promesso di rafforzare i loro legami.

Il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol, il presidente degli Stati uniti Joe Biden e il primo ministro giapponese Fumio Kishida – questi ultimi due entrambi a fine mandato e senza prospettive di rielezione – hanno celebrato i progressi nella cooperazione trilaterale: “Lavoriamo insieme per raggiungere i nostri obiettivi comuni di promuovere la sicurezza e la prosperità per la regione e per il mondo”, si legge nella dichiarazione. “Ribadiamo – hanno continuato – il nostro impegno a consultare le sfide regionali, le provocazioni e le minacce che riguardano i nostri interessi e la nostra sicurezza collettiva”.

I tre leader hanno evidenziato importanti successi nel campo della sicurezza, tra cui il lancio dell’esercitazione multidominio trilaterale “Freedom Edge” a giugno e la firma di un nuovo “Quadro di Cooperazione per la sicurezza trilaterale” il mese scorso. Hanno inoltre riconosciuto gli sforzi di un gruppo di lavoro trilaterale nel contrastare il finanziamento dei programmi di armi di distruzione di massa della Corea del Nord attraverso il cybercrimine e altri mezzi illeciti.

“Siamo determinati a mantenere la pace e la stabilità nell’Indo-Pacifico, rimaniamo allineati nella nostra visione condivisa e siamo pronti ad affrontare le sfide più grandi del mondo”, si legge nella dichiarazione. “Abbiamo una convinzione incrollabile che la cooperazione tra Giappone, Repubblica di Corea e Stati Uniti sia indispensabile per affrontare le sfide di oggi e gettare le basi per un futuro prospero”.

I tre partner, anche superando una serie di contrasti in particolare tra Seoul e Tokyo, hanno intensificato la loro cooperazione di sicurezza a fronte dell’accresciuta assertività della Cina nello scacchiere pacifico, della minaccia nucleare nordcoreana e del rafforzarsi dei legami tra Mosca e Pechino, anche con il contributo di Pyongyang. Tra l’altro, Corea del Nord e Russia hanno firmato a giugno un patto di mutua difesa e i paesi occidentali accusato il regime di Kim Jong Un di fornire armi a Mosca per la guerra in Ucraina.

Martedì scorso i media statali di Pyongyang hanno avvertito che il rafforzamento dei legami tra Corea del Sud, Giappone e Stati uniti rischia di trasformare i loro popoli in “carne da cannone” in caso di attacco nucleare.

La dichiarazione congiunta trilaterale è stata rilasciata in vista dell’esercitazione annuale “Ulchi Freedom Shield” tra Corea del Sud e Stati Uniti, che inizierà domani e proseguirà fino al 29 agosto, comprendendo un’esercitazione principale basata su simulazioni al computer, addestramenti sul campo e prove di difesa civile.

L’esercitazione arriva in un contesto di crescenti preoccupazioni per il continuo sviluppo di armi da parte di Pyongyang, evidenziato dai suoi 37 lanci di missili balistici solo quest’anno, e dalle crescenti tensioni transfrontaliere a seguito della recente campagna di palloni di propaganda del Nord.

Gli alleati hanno dichiarato che l’esercitazione di quest’anno rifletterà le minacce provenienti da tutti i domini, inclusi i missili nordcoreani, le interferenze GPS e gli attacchi informatici, nonché le lezioni apprese dai recenti conflitti armati.

L’esercitazione sarà simile per dimensioni a quella dell’anno scorso, coinvolgendo circa 19.000 soldati sudcoreani. Includerà 48 eventi di addestramento sul campo, come sbarchi anfibi e esercitazioni a fuoco vivo, rispetto ai 38 eventi sul campo dell’anno scorso. Il numero di esercitazioni a livello di brigata aumenterà inoltre a 17 quest’anno, rispetto ai quattro dell’anno precedente.

Discorso di De Gasperi: il movimento operaio e l’Europa

Discorso all’inaugurazione dell’anno accademico 1953-1954 dell’Università Internazionale di Studi Sociali, il Pontificio Ateneo «Angelicum». Prima di De Gasperi, presentato dal rettore padre Felix A. Morlion o.p., avevano preso la parola Henry Luce, editore di «Time», e l’ambasciatore colombiano presso la Santa Sede Antonio Montalvo, oltre a Robert Rochefort, dirigente del Comité Intergouvernamental pour les migrations européennes di Ginevra. De Gasperi critica l’internazionalismo del movimento operaio perché incapace di contribuire alla ricostruzione e alla pace attraverso l’unificazione europea; paragona la classe operaia negli Stati Uniti con quella in Russia; sottolinea che la centralità dell’uomo come persona è una caratteristica della civiltà europea; identifica nell’Europa unita una possibile mediazione fra capitalismo privato e capitalismo di Stato.

 

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La caratteristica più suggestiva del movimento operaio del secolo XIX fu forse il suo internazionalismo. L’appello del «Manifesto Comunista» agli operai di tutto il mondo perché si unissero, si fuse in un primo tempo coll’umanitarismo internazionale di Giuseppe Mazzini, il quale insegnava che «nella cooperazione e divisione del lavoro, la vita nazionale è lo strumento, la vita internazionale è il fine». Ma questo pensiero del genovese, che la vita internazionale risulti dal coordinamento delle attività nazionali, viene ben presto superato dal socialismo il quale tende a rompere il cerchio delle frontiere nazionali, in nome della lotta di classe del movimento mondiale operaio. Benché l’«Internazionale» non abbia saputo impedire né ritardare la guerra ’70, né il crollo della Comune e si sia ben presto spaccata in due per la scissione dei bakuniniani, a quei tempi già faceva paura, tanto che il cardinale Mermillod nelle sue celebri prediche in Santa Clotilde a Parigi, la definiva «une doctrine qui s’affirme, une armée qui s’avance et une église qui s’organise». In verità nella prima forma, essa finì di esistere nel 1889, si ricostruì come organizzazione mondiale dei partiti politici che si erano andati creando sul tipo della socialdemocrazia germanica, e prevalse, finché venne la rivoluzione russa a creare la «Terza Internazionale». 

Altre organizzazioni parallele sorsero fino ai nostri giorni nel campo sindacale. Ora è vero che l’efficacia dell’internazionalismo è venuta a mancare proprio nei momenti in cui avrebbe dovuto operare, cioè alla vigilia dello scoppio delle guerre e durante l’elaborazione dei trattati di pace; ma le ragioni di tale impotenza sono così evidenti, che il fatto non sorprende. Sorprende invece che tale inefficienza si dimostri anche sul territorio propriamente internazionale, quale è quello della unificazione europea. L’incapacità di operare per evitare l’urto fra le nazioni o di contribuire a comporre i contrasti nati dalle guerre è comune a tutti i movimenti internazionali. Anche i sindacati cristiani, entrati più tardi nell’arena, vennero sommersi dalla marea nazionalista, né i partiti ad ispirazione cristiana, rappresentati nei vari Parlamenti, trovarono modo di corrispondere agli appelli per la pace del Pontefice romano. Ma quando viene il periodo della ricostruzione, sono proprio i cristiani che si trovano in prima fila, quasi senza darsi previo appuntamento, nello schieramento europeista. Non vi mancano certo anche i rappresentanti del socialismo democratico; ma come mai trattandosi del primo esperimento concreto ed organico di permanente cooperazione internazionale, il movimento operaio tutto intero non ha risposto all’appello? Non era scoccata la sua storica ora?

Alcune cause sono di carattere contingente e facilmente localizzabili. Quando il Movimento Europeo si impose, i laburisti, partito di governo, si dissero preoccupati dei loro rapporti col Commonwealth, ma in realtà si mostrarono più preoccupati ancora delle loro conquiste sociali che in una Europa unita avrebbero potuto risultare diminuite; dei socialisti francesi invece, una parte notevole reagì negativamente per timore della rinascita germanica. Ma ben più incisivamente influì l’Internazionale comunista che, nell’interesse dello Stato-guida moscovita, deviò il movimento operaio dalla marcia verso l’unione europea, che pur sarebbe stata una sua stazione naturale e storicamente logica, corrispondente alle sue origini, al suo carattere, alle necessità del suo sviluppo. La classe operaia in Europa ha infatti una sua propria configurazione, che risulta evidente, se si statuisce un confronto fra l’operaio europeo e l’operaio americano e il lavoratore russo. In America l’operaio si è sviluppato in uno spazio quasi illimitato e con risorse sempre nuove. 

Negli Stati Uniti l’uguaglianza dei diritti, base della democrazia politica, si appoggia anche sulla uguaglianza dei punti di partenza. L’americano si sente al di là dei gruppi sociali, poiché può sempre sperare di trasferirsi dall’uno all’altro. L’unità della società americana sta nella speranza, che ciascuno può fondatamente nutrire, di partecipare, in una fase o nell’altra della sua vita, ai benefici della classe capitalista. L’individualismo americano risale alle qualità specifiche e intraprendenti dei colonizzatori e trova sempre ancora soddisfacimento e possibilità di operare nella dinamica di un vasto mercato, di un crescente consumo e di un potenziale produttivo sempre in aumento. In una società così fatta, anche il movimento sindacale operaio si esaurisce in agitazioni salariali, senza creare una dinamica politica, tanto che il sindacato americano ci appare come un organismo neutrale che, in forma della teoria sulla capacità di acquisto, ha scoperto ed accettato la solidarietà dei consumatori coi produttori. Radicalmente all’opposto sta il tipo sociale del lavoratore russo. Come tutte le classi della storia russa, anche la sua classe lavoratrice moderna è un prodotto del potere politico. Nobiltà e borghesia imprenditrice vennero create dallo zarismo, e «l’intelighentia» fu merce d’importazione. Germinata spontaneamente sul suolo russo è soltanto la plebe contadina, una classe però che in conseguenza della vastità dello spazio su cui si estende, manca di impulsi collettivi e di consapevolezza. 

Le industrie e gli operai dell’industria devono invece la loro origine ed il loro sviluppo ad una minoranza ardita, che impadronitasi del potere politico in seguito alla disfatta, ha imposto un’economia pianificatrice e ridotto le organizzazioni cooperative e i sindacati ad organi esecutivi del piano, secondo gli ordini dello Stato. Sotto questo rullo pianificatore, l’individuo scompare, e gli stessi sindacati russi operano con la stessa mentalità di chi considera l’uomo non come un fine, ma come uno strumento della collettività. Non si può tuttavia negare che il collettivismo russo è anche un riflesso di condizioni ambientali e storiche, che rivelano una continuità di rapporti fra Stato e uomo, cosicché si potrebbe concludere che il comunismo odierno russo riproduce sul piano del secolo XX situazioni analoghe dei secoli passati. Fra queste condizioni storiche, bisogna dar rilievo anche al rapporto fra Stato e Chiesa. 

In Russia, sia sotto il Rurik che durante il dominio tartarico, sia sotto il gran principato di Mosca o sotto il potere assoluto degli zar, che cominciava con Ivan III , domina sempre quello che si chiama il sistema cesaro-papista, la fusione cioè dell’impero con il sacerdozio. E la fatale eredità di Bisanzio per cui il potere statale si impadronisce dell’uomo intero, signoreggia corpo ed anima. In tutta la storia moscovita si cerca invano un contrasto fra Stato e Chiesa, che offra all’individuo l’alternativa di un appoggio materiale o morale. Egli rimane solo davanti a un potere chiuso e monolitico. Anche la rivoluzione, non deriva da una dialettica interna, ma da influssi esterni. Così nel totalitarismo del potere politico è la veste che muta, non la sostanza: l’individuo rimane assorbito, annullato, il tipo del lavoratore russo nei suoi rapporti con la collettività non si modifica, né parlando in generale si può dire che egli acquisti una nuova coscienza della sua personalità. Ora se raffronteremo il divenire del lavoratore europeo con la formazione del tipo americano e con la produzione del tipo bolscevico, si riveleranno subito alcune sostanziali caratteristiche della classe lavoratrice europea. 

Uno scrittore viennese, Ludwig Reinhold, in un volume recentissimo ha condotto fino in fondo questo raffronto analitico e benché le sue premesse e le sue deduzioni non appaiano tutte persuasive, alcune conclusioni sono senz’altro accettabili. L’operaio salariato europeo ha dovuto cercare e difendere il suo collocamento entro uno spazio limitato ed insufficiente, in mezzo ad uno sviluppo industriale, ora forzato, ora asfittico, di fronte ad una borghesia ora egoista, ora allarmata, raramente illuminata, essa stessa uscita di recente da lotte che l’hanno portata alla conquista del potere politico, nello stesso tempo che al predominio economico. Perciò, anche l’operaio europeo è cresciuto in uno spirito di battaglia ed è stato facilmente attratto dalla pratica e dalla dottrina della lotta di classe. Poiché le dimensioni dello spazio economico si dimostrano troppo anguste e le risorse insufficienti, in ciascuna nazione la lotta si acuisce per la conquista del potere politico, poiché si attende dallo Stato che supplisca alle deficienze naturali dell’economia. Di qui il carattere prevalentemente politico del sindacato europeo, e la politique d’abord del movimento socialista. E questa è già una caratteristica notevole, per quanto riflessa, che differenzia l’operaio europeo da quello americano. 

Ma un elemento storico più profondo si impone alla nostra considerazione. La società europea, nonostante molte deviazioni e frequenti contrasti, riconosce che le sue origini, il suo corso, le sue evoluzioni, la portarono a collocare al suo centro, non lo Stato, non la collettività ma l’uomo, la persona umana. Qui la concezione cristiana e quella umanitaria si fondono e sono confortate dalla storia. Quando Toynbee, che pur giudica al di fuori del cattolicismo, dichiara alla Tavola Rotonda di Roma di essere andato in pellegrinaggio al Sacro Speco, per venerare il luogo d’onde partì l’impulso alla nostra civiltà, afferma una verità, di cui i moderni raramente hanno consapevolezza. Ma rimane vero che l’Europa della moderna civiltà si inizia nel momento in cui si diffonde e prevale il principio che l’uomo è persona, che egli diventa persona a mezzo del lavoro, ma soprattutto in quanto il suo fine sovrasta quello dello Stato. È così che l’Europa diventa e si sente una comunità degli spiriti che oltrepassa le frontiere politiche e quelle del sangue. 

Tale sfondo metafisico costituisce anche la caratteristica differenziale del movimento operaio. È l’impronta di nobiltà impressavi dalle sue origini, lo spirito che muove più o meno consapevolmente il suo umanitarismo, la luce che nei momenti più tranquilli lampeggia e tenta di farsi largo per diradare le tenebre del materialismo, dottrina di derivazione esotica che porta all’annullamento della sua persona e della sua libertà. Come liberare questo Laocoonte sociale dalle spire di un materialismo che minaccia di soffocarlo? Bisogna anzitutto proporsi di allargare lo spazio della sua attività e dare un più vasto respiro al suo sviluppo. Economicamente parlando, le frontiere nazionali agiscono come spire di costrizione sulla circolare del lavoro, del capitale e delle merci; qui terre incolte ed abbandonate per mancanza di braccia, là formicai umani su spazi troppo angusti; qui esubero di materie prime, là forzata produzione di manufatti che non trovano mercato, e di qua e di là uno sperpero di forze per duplicazione di prodotti e mercati troppo piccoli per consentire una necessaria riduzione di costi e la produzione di massa in serie. Divieto, protezioni, contingenti, inconvertibilità della moneta inasprirono ancora una situazione già caotica, né accenniamo all’irrazionale sfruttamento delle forze energetiche difficoltato dalle barriere di tante nazioni. 

Si è calcolato che nei paesi dell’Europa occidentale la capacità di acquisto è tra 1/3 e 1/4 di quella dei consumatori americani, e nelle riunioni di Strasburgo circolavano queste cifre circa la produzione del 1950: Stati Uniti con 140 milioni di abitanti, produzione 260 miliardi di dollari; paesi europei aderenti all’OECE con 240 milioni di abitanti, produzione 160 miliardi di dollari, mentre lavorando nelle stesse condizioni degli americani, gli europei avrebbero guadagnato 400 miliardi di dollari. Senza dubbio vi sono altre differenze ambientali; ma elemento prevalentemente determinante è lo spazio, cioè la dimensione del mercato. Risulta chiara anche la sequenza economica: per elevare il tenore di vita, bisogna aumentare la produzione, per aumentare questa, bisogna migliorare le attrezzature, razionalizzare la fabbricazione e soprattutto sono necessari investimenti enormi di capitale; tutto ciò è realizzabile solo se si dispone di un vasto mercato di materie, e di beni di consumo. Ecco che l’Europa diventa per l’operaio una vitale necessità di sviluppo. Non è possibile attuare la cosiddetta giustizia sociale; cioè una più equa distribuzione dei beni, in ciascuno degli spazi vitali segnati dalle presenti frontiere. Certamente nemmeno l’Europa basterà a se stessa con l’andare degli anni, ma per un prossimo periodo l’Europa unificata costituirà una potenza di lavoro e di produzione che potrà entrare in gara col continente più progredito. Così l’operaio europeo potrà acquistare qualche caratteristica positiva del sindacalista e del consumatore americano, senza perdere i connotati propri, configurati dalla sua propria storia. Tra questi connotati uno è il modo speciale di sentire la dignità della persona umana, sentimento sviluppatosi nella storia della cristianità europea, un altro è il modo particolare di valutare la libertà come legge indispensabile di tolleranza, dopo così aspre esperienze di lotte civili, infine l’attaccamento al regime democratico come quello nel quale l’operaio ha potuto dare e condurre la battaglia per la sua elevazione. 

Queste concezioni spirituali e conclusioni politiche, svincolate dalla polemica regionale e nazionale, proiettate in un ambiente più vasto, illuminate da un senso storico comune, non potrebbero essere ragioni sufficienti per reclamare il pieno concorso delle forze operaie alla costruzione dell’Europa? So bene che vi sono delle opposizioni ideologiche che sembrano insuperabili, fino a che appaiono incarnate nella politica espansionistica del bolscevismo. Ma non bisogna perdere la speranza che l’Europa unitaria diventi centro di mediazione fra il capitalismo privato e il capitalismo di Stato, campo di esperimenti di cooperazione fra capitale e lavoro. Qui si superano le nazioni, senza assorbirle, ma anzi utilizzandone le forze vitali; perché non confidare che vi si superino le classi senza sopprimerle, ma coordinandole al bene comune? Perché questo spazio centrale non potrà operare fra i due blocchi, per la loro pacifica convivenza? 

Vi sono poi inoltre delle diffidenze e dei sospetti che ci riguardano come cattolici. Ma già anche da settori avversi giunge il riconoscimento del disinteresse e della larghezza di idee che ispira la nostra azione. Non medioevalismo ammodernato né angustia di parte ci muove. Non chiediamo a nessuno di piegar la bandiera o di accettare pregiudiziali. Chiediamo si creda all’avvenire dell’Europa come crediamo nel destino dell’uomo di far progredire ovunque la civiltà. A noi uomini di questo continente tocca questo compito e siamo grati agli statisti di altre regioni della terra che ci comprendono e ci aiutano, nella speranza che l’unità dell’Europa diverrà un fattore essenziale della pace e del progresso del mondo. Di tale unità è elemento importante la classe lavoratrice. Senza dubbio la nazione in ogni stadio di sviluppo rimarrà la prima base di convivenza, e dentro di essa opereranno utilmente tutti i ceti, ma la classe lavoratrice in particolar modo non può trovare la sua efficace inserzione nel tessuto sociale, se esso non ha una trama più larga. Lavoriamo a questo tessuto con pazienza e costanza, anche se talvolta sembra la tela di Penelope. La nostra fatica è solo una piccola parte della immensa e diurna fatica che il mondo del lavoro sopporta nello sforzo secolare della sua elevazione.

 

[AADG, Esteri, III, 11 (da «Eurafrica», novembre-dicembre 1953); anche in AADG, Affari Esteri, X, a, 8 (testo dattiloscritto con correzioni autografe); pubblicato con questo titolo in De Gasperi 1979, pp. 189-198; in De Gasperi 1990b, pp. 431-436, e in De Gasperi 1999, pp. 117-125].

Valdobbiadene, politica e prosecco: un binomio di gioia.

Se davvero Vico avesse ragione, insegnando che la storia tende fatalmente a ripetersi, per una volta ce ne sarebbe di esserne contenti. C’è una località che ha tutto da insegnare a questa Italia dove nei tg nazionali, e non solo, i politici addetti ai media hanno sempre un insopportabile lessico da campagna elettorale. 

Sfruttano con ampio squallore i pochi secondi a disposizione davanti ad una telecamera, per ripetere, ossessivamente. messaggi, mandati a memoria, di plauso al proprio partito. 

“Senza spregio del ridicolo” sono patetici scolaretti pronti per la recita, con il tono ostentato di chi è convinto di prendere, come minimo, oltre la sufficienza.

Vale la pena ripetere, ai loro maestri di comunicazione, il suggerimento di cambiare ogni tanto registro prima che il popolo rassegnato li anticipi ogni volta declamando il loro triste ritornello.

A Valdobbiadene è nato Venanzio Fortunato, un santo errabondo e pregiato poeta che aveva tra i carismi quello di curare soprattutto la guida spirituale dei fedeli.

Se fosse giusto ciò che si è letto, nell’antichità il nome del centro era Duplavilis, una biforcazione del Piave, appunto Plavis. Quindi un posto dove occorre saper scegliere che strada imboccare e poi procedere decisi verso la strada intrapresa. Lì si sa bene come fare per affrontare le situazioni senza starci a girare troppo attorno. 

Si tratta di un Comune che evidentemente può vantare geneticamente anche una capacità e una cultura di assorbimento. Lo dice l’aver inglobato senza traumi, un secolo addietro, il Comune di San Pietro di Barbozza, in barba a quelli che non erano d’accordo.

 A Valdobbiadene, che è anche la patria del Prosecco, è accaduto qualcosa di singolare e di esemplare, che andrebbe portato a conoscenza dei troppi che non sanno. Il Sindaco, tal Luciano Fregonese, dopo anni di mandato politico, ha preso atto di essere ingrassato e che è giunto il tempo di perdere la carne di troppo. 

Stare seduto tante ore su una sedia a curare gli affari del suo paese lo ha appesantito e quindi, a difesa della sua salute, si è convinto ad invertire la rotta. Fin qui nulla da portare all’onore delle cronache.  Qualcuno maliziosamente penserà che nella patria del prosecco non si può eccedere in adipe, sarebbe una contraddizione in termini ed una caduta di immagine, ma le cose non stanno così.

Quindi, il Sindaco, una volta alla settimana, oltre alla dieta, si è determinato a dimagrire le forme camminando per un po’ di chilometri lungo le strade e, nel contempo, dare udienza alla sua gente, così continuando il suo mestiere di capo. 

Dall’ufficio alla strada il passo è stato breve e i cittadini non solo hanno accettato di buon grado la proposta del Sindaco ma hanno deciso di sostenere l’iniziativa. 

Sono ora decine di cittadini a scortarlo lungo il percorso, accompagnandolo nel cimento per smaltire centimetri in esubero. Nel mentre, gli si parla e ci si parla. C’è una comunità che si riconosce nella sua istituzione e viceversa. Sparsa la voce, sembra che ora vengano anche da altri territori d’Italia, felicemente compartecipi del cammino settimanale. 

La strada è come un bar all’interno di ogni posto di lavoro. Tra un caffè ed una barzelletta, liberi dal formalismo, si risolvono pratiche e problemi che per solo forma scritta si incaglierebbero all’infinito. “Chi se ne frega” della burocrazia”, si potrebbe mettere in bocca come commento a Fregonese, che è amato dal suo popolo che lo incoraggia appunto alla dieta.

Il Sindaco, del resto, non fa altro che richiamarsi alla esperienza di San Venanzio che patì una grave infermità alla vista. Facendo preghiera di intercessione al suo amato San Martino di Tours, trovò poi la via della guarigione. Pertanto, Venanzio, recuperata la salute degli occhi e volendo rendere grazie, andò fino in Gallia a pregare sulla tomba del suo prodigo Santo di riferimento.

Anche quella del nostro bravo Sindaco è una storia di movimenti, di cammini, di responsabilità di conduzione del suo popolo e di recupero di una sana forma fisica. 

Non a caso i suoi sostenitori avevano preventivamente stretto con lui un singolare patto che consisteva, ad elezione avvenuta, nel suo alleggerimento dei chili in esubero. Una sorta di affettuoso tacito contratto che lo obbligasse a curare il suo sovrappeso. Ti votiamo solo se tu, dopo la tornata elettorale, ci garantisci di bruciare le troppe calorie accumulate.

Si tratta di un gesto che fa, di un luogo, una società di uomini e donne che marciano tutti insieme in bellezza, ciascuno mantenendo il suo ruolo ma senza ostacoli a vivere come una vera comunità. E’ la dimostrazione che sanno brindare con gioia al bene di tutti, mettendo in prima fila quella del loro primo cittadino.

Quella di Valdobbiane è una strada dove non c’è, secondo Fellini, il cattivo Zampanò a farla da padrone ed una Gelsomina a prestarsi come vittima, c’è solo il buon Matto a dare lezioni di un tutti insieme appassionatamente.

Da Valdobbiane nascono in continuazione spumeggianti bollicine per dire, a chi oggi non sa invece drammaticamente mettere in fila un passo, che c’è sempre una strada su cui sperimentare la resurrezione della politica.

Gianfranco Rotondi, il Crispolti dell’Irpinia: “Meloni? Non c’è di meglio”.

Finalmente le riflessioni politiche più strategiche, frutto delle sue meditazioni estive, sono state consegnate ieri dall’on. Rotondi sul sito dell’Huffington Post. Di riflessivo però hanno poco, limitandosi a fotografare l’esistente, con tutto quello che attiene all’arido percorso della destra post democristiana; di strategico ancor meno, essendo una risciacquatura dell’anticomunismo che sopravvive comunque alla fine del comunismo, con la stilizzazione di una Dc rimpannucciata in abiti di partito genericamente “anti sinistra”. Verrebbe voglia di passarci sopra, lasciando all’interessato la personale convinzione di stare, con queste acrobazie retoriche, nel cuore della politica di rifacimento dell’edificio democratico in virtù della sudditanza garantita alla Premier Meloni. 

In fondo, questo è il messaggio che sorregge l’uscita estiva dell’on. Rotondi: “Non vedo in giro di meglio, e penso che lo svolgimento della leadership di Giorgia – così nel testo dell’Huffington Post – si sincronizzi coi tempi di una possibile ricostruzione democristiana: la nostra è la cultura di riferimento che ha retto il Paese per sette decenni”.

Ora, una precisazione va fatta per onestà e per chiarezza. Quando si descrive la storia della Dc come presidio stabile della politica alternativa alla sinistra, ovviamente senza specificarne bene la sostanza, si cade nell’abbaglio tipico di chi ama farsi abbagliare da una comoda alterazione della verità storica. Se una costante è possibile ricavare dalla vicenda democristiana è semmai lo sforzo di mantenere ferma la chiusura a destra, operando affinché l’alternativa alla “sinistra comunista” tenesse dentro – prima con i socialdemocratici ai tempi del centrismo di De Gasperi, poi anche con i socialisti ai tempi del centro-sinistra di Fanfani e Moro – la cosiddetta “sinistra democratica”. Persino il pentapartito, pure a dispetto di certe ambiguità craxiane, ha garantito il dogma della inconciliabilità con il Msi di Almirante, un partito oscillante tra neofascismo e postfascismo.  

Questo pilastro è saltato con la seconda repubblica. Il risultato? Dopo trent’anni è arrivata al potere una destra ancora almirantiana, senza nessuna emendazione apprezzabile sul piano culturale e politico. Una destra che piace all’on. Rotondi, il quale auspica, come massima aspirazione, la rinascita di un centro “alla Crispolti” (ovvero filofascista, come si ebbe con l’involuzione del senatore transfuga dal Ppi). 

Esattamente quello che non piaceva ai Popolari, giusto un secolo fa; a quei Popolari rimasti fedeli a Sturzo e impegnati, per questo, nella battaglia antifascista; una dura battaglia che per la penna di Igino Giordani, primo biografo di De Gasperi, si traduceva appunto nel ripudio della “crispoltizzazione” del movimento politico dei cattolici. 

Sulla scia di questa lapidaria definizione del Giordani, possiamo dunque asserire che le meditazioni estive dell’on. Rotondi (il Crispolti dell’Irpinia) hanno poco di nuovo e molto di antico: sono il richiamo ad una vocazione di subalternità alla destra, anche quella più opaca e insidiosa, oggi emarginata non a caso dagli stessi Popolari europei. In Italia si fa finta di non vedere e non capire. Ma fino a quando? Il problema è che ci si impanca a custodi dell’ortodossia cattolico popolare, ma nei fatti si deforma colpevolmente una limpida tradizione democratica a vantaggio di una nuova crispoltizzazione. Alla Rotondi. 

 

N.B. Il riferimento alla “crispoltizzazione” è contenuto nell’articolo scritto da Igino Giordani su Il Popolo di Giuseppe Donati il 15 agosto del 1924. L’articolo è stato riproposto il giorno di ferragosto, a 100 anni di distanza, su questo blog.

 

https://ildomaniditalia.eu/ai-fiancheggiatori-di-ogni-risma-viva-la-liberta-noi-siamo-antifascisti/

Dove può andare il liberale e liberista Marattin?

Luigi Marattin è uno dei quei tanti parlamentari italiani che sono stati “nominati” dal capo partito. Nel caso specifico, dal capo di un partito personale, quello di Renzi. Ora, come a volte capita – seppur raramente – il “nominato” ad un certo punto rinnega il capo e, di norma, viene indirettamente, ma gentilmente invitato ad andarsene dal partito. Anche perché, appunto, nei partiti personali la base deve semplicemente applaudire il verbo del capo mentre chi dissente, come si suol dire, deve andare “a cantare in un altro cortile”.

Ma, per tornare a Marattin, da tempo ci spiega che, giustamente, si deve superare la radicalizzazione della lotta politica nel nostro paese e questo perché l’attuale bipolarismo non è né utile e neanche più funzionale per dare stabilità e rappresentatività al sistema politico italiano.

Da qui, dice il Nostro, si deve lavorare per “rifare un partito liberal democratico”. E quindi dar vita ad un partito di centro che esprima quei valori e quella progettualità che non collimano affatto con chi concepisce la politica come un’eterna e strutturale contrapposizione tra gli opposti schieramenti che hanno come unico ed esclusivo obiettivo quello di annientare e distruggere definitivamente il nemico politico giurato.

Ora, senza approfondire ulteriormente il progetto di questo Marattin, almeno su due questioni è bene richiamare l’attenzione. Innanzitutto Marattin adesso ricorda che i “partiti personali vanno definitivamente superati” perché i partiti devono essere, appunto, democratici e collegiali. E sin qui tutto bene. Peccato che Marattin scopra con un pizzico di ritardo questa profonda degenerazione della democrazia italiana. E questo perché il punto più squallido e meno nobile, per la qualità della democrazia, dei partiti personali è quando vengono compilate le liste elettorali. Cioè quando il capo del partito personale “nomina” i suoi adepti. In quelle occasioni Marattin, purtroppo, non s’è accorto di nulla e tutto filava liscio. “Tutto va bene, madama la marchesa”.

In secondo luogo, e qui non centra più il metodo ma il merito politico, Marattin dimentica – forse con un deficit eccessivo di memoria storica o per una disinvolta capriola politica – che il Centro, o un luogo politico centrista o liberal democratico, non è politicamente credibile né realisticamente percorribile senza la presenza attiva e feconda del pensiero, della cultura e della traslazione del cattolicesimo popolare sociale. E questo non solo per ragioni politiche e culturali storiche ma per motivazioni che rispecchiano l’identità stessa del nostro paese e il cammino concreto della democrazia italiana. Senza la presenza di questa cultura politica, un potenziale centro nel nostro paese si riduce ad essere di matrice puramente tecnocratica, alto borghese ed aristocratica, oppure è destinato a replicare piccoli – seppur significativi – esperimenti politici ed elettorali. E cioè, per essere ancora più chiari, la riproposizione in miniatura di un piccolo partito liberale, o repubblicano o tardo azionista.

Ecco perché, anche per chi si accorge oggi che esistono i partiti personali e per chi pensa di voler mettere in piedi una iniziativa politica vagamente centrista, forse è il momento decisivo per non dimenticare tutto il passato. Sia quello più recente dell’esistenza dei partiti personali e sia quello più antico, ma sempre moderno ed attuale, del ruolo e della presenza della cultura e della tradizione del cattolicesimo popolare e sociale per la costruzione di un progetto politico centrista, di governo, moderato e profondamente democratico.

Siamo nello scenario della terza guerra mondiale a pezzi

Sono trascorsi dieci anni da quando Papa Francesco, nell’agosto del 2014, espresse la sua opinione circa lo svolgimento in atto di una “terza guerra mondiale a pezzi”. Un’espressione che in molti, i più, interpretarono come originale, e forse non perfettamente rispecchiante il suo vero pensiero a causa della sua buona ma non eccellente conoscenza della lingua italiana, e comunque più una battuta che una precisa fotografia della realtà in essere, o in divenire. E invece il Santo Padre aveva esattamente colto il punto, primo fra tutti.

I numerosi focolai di guerra e i conflitti che già si svolgono da tempo nel mondo si stanno lentamente ma inesorabilmente saldando con la tensione crescente fra diversi blocchi di nazioni nei cinque continenti generando così una situazione invero preoccupante per il futuro dell’umanità. Da quell’agosto di un decennio fa la condizione umana sulla Terra è peggiorata, perché sono oltre 50 i conflitti attualmente in corso, anche se solo due fra questi suscitano l’interesse preoccupato della comunità internazionale. 

Ogni scontro armato, inclusi quelli principali, ad una prima analisi ha evidentemente un’origine locale e una motivazione geopolitica regionale. Dotte dissertazioni ci hanno spiegato negli ultimi due anni le ragioni che inducono il risveglio egemonico del Russkij Mir, il Mondo Russo, con la conseguente venatura neo-imperiale venuta alla luce con la tentata e in parte riuscita invasione dell’Ucraina, a cominciare dalla Crimea proprio dieci anni fa. E dopo il 7 ottobre tutti abbiamo riscoperto la mai risolta questione palestinese e la connessa questione ebraica, accantonate per anni nonostante i periodici sussulti di un territorio, quello che genericamente viene definito Medio Oriente, che non conosce vera pace da troppo lungo tempo.

In realtà, però, si intravede a livello globale un quadro generale più complesso, nel quale il peso della questione demografica diviene preminente e si innesta con quello della questione ambientale, clamorosamente evidente con il continuo manifestarsi di un cambiamento climatico ormai difficile da negare (anche se i professionisti del negazionismo sono tuttora numerosi e ancora forti politicamente ed economicamente). E ciò che si intravede, alla luce di quelle due questioni, è la nuova versione dello scontro fra Nord e Sud del mondo – denunciato già oltre mezzo secolo fa in una realtà però assai diversa dall’attuale – che poi oggi è forse più corretto indicare come il possibile isolamento dell’Occidente ad opera di un “Mondo Contro” (efficace definizione apparsa sulla rivista di geopolitica Domino, diretta da Dario Fabbri) che in varia guisa e con diverse e differenti punte d’ariete (dalla Cina alla Russia) o ambigue cooperazioni competitive (dall’India all’Arabia, al Brasile) reclama un ruolo da protagonista sinora negatogli dall’unipolarismo culturale ed economico occidentale, definito e guidato dagli Stati Uniti d’America.

E forse è proprio questo che un decennio fa il Papa venuto “dalla fine del mondo” aveva compreso, avvertendo l’umanità dei rischi che il non controllato sfruttamento del bene più prezioso, il nostro pianeta, la Madre Terra, avrebbe comportato: rischi non solo ambientali ma finanche, appunto, di guerra fra le nazioni. E avvertendo con ciò in primis gli occidentali, alle prese con un processo di inarrestabile e profonda secolarizzazione tendente a emarginare completamente il divino dalle loro vite, non consapevoli che la demografia mondiale stava assumendo contorni per loro inquietanti.

L’Occidente in senso lato, alle prese inoltre con un tasso di denatalità crescente, cuba una percentuale sempre minore della popolazione mondiale. Una percentuale destinata a scendere ulteriormente nel corso del secolo secondo ogni proiezione demografica. In una realtà tecnologicamente interconnessa è impensabile che la più larga parte dell’umanità continui ad accettare condizioni di vita mediamente miserevoli in confronto a quelle vissute (e ora, a differenza di ieri, note a tutti) dalla minoranza benestante. Occidentale.

È questa la base fondante il tentativo di unificazione differenziata delle nazioni di quello che veniva chiamato Terzo e Quarto Mondo al quale sta mirando la Cina, utilizzando i suoi strumenti più peculiari, che sono eminentemente commerciali. Ed è questa altresì pure la linea del ragionamento della Russia, alla ricerca di alleanze in funzione anti-occidentale.

E così, dopo aver pagato un prezzo altissimo allo sviluppo impetuoso del Nord del mondo, sia nel periodo coloniale sia in quello post-coloniale, ora i paesi del Sud rifiutano di pagarne un altro sull’altare dell’ambientalismo, della lotta al cambiamento climatico la cui consapevolezza è invece crescente nei paesi che quel cambiamento hanno indotto. Ed è questo – oltre e al di là dei posizionamenti geopolitici, pur enormemente importanti nelle dinamiche mondiali – il tema più rilevante che oggi i “sapiens” devono affrontare per garantire un loro futuro, attraverso nuove generazioni, sul pianeta Terra. Se non lo faranno, come tutto purtroppo lascia intendere, la “guerra mondiale a pezzi” potrebbe presto aggiungere altri “pezzi”, sino a congiungerli tutti.

Dalle baraccopoli al successo: come aiutare i giovani Kenioti.

In occasione della Giornata internazionale della gioventù di questa settimana, la ong CFK Africa evidenzia quattro modi per dare potere ai giovani negli insediamenti informali in Kenya e nel mondo, dove i residenti vivono in estrema povertà e non hanno accesso a un’assistenza sanitaria e un’istruzione di qualità, a una corretta alimentazione e a servizi igienici adeguati, rendendoli vulnerabili a malattie prevenibili e ad altri problemi di salute.

Nelle quattro soluzioni compaiono iniziative di leadership e istruzione.

Questa giornata – celebrata a livello mondiale – è designata dalle Nazioni Unite per aumentare la consapevolezza delle sfide che circondano la prossima generazione. “I problemi affrontati dai giovani oggi sono i problemi che affronteranno tutti domani”, afferma il direttore esecutivo di CFK Africa Jeffrey Okoro. “In occasione della Giornata internazionale della gioventù, dobbiamo tutti prenderci un momento per pensare in modo critico a come possiamo supportare i giovani nelle nostre comunità e rimuovere le barriere che ostacolano il loro successo, consentendo loro di costruire vite sane e vivaci”.

Il Kenya è considerato un partner importante per l’Italia ed è un attore strategico per la stabilità e lo sviluppo economico e sociale dell’Africa Orientale. I nostri connazionali residenti in Kenya peraltro rappresentano la seconda comunità italiana più grande nell’Africa Sub-Sahariana e, dopo quella britannica, la collettività più numerosa in Kenya.

Il primo modello è relativo alle ragazze e alle giovani donne che negli insediamenti informali affrontano sfide come la violenza contro le donne, la gravidanza adolescenziale, il matrimonio precoce e l’accesso iniquo all’istruzione. I programmi Girls Empowerment di CFK Africa, come la sua iniziativa Girls Parliament, sostengono i problemi che interessano di più alle ragazze e alle adolescenti amplificando le loro voci attraverso la formazione alla leadership e il tutoraggio.

Bisogna poi coinvolgere i giovani attraverso lo sport. Lo sport è uno strumento potente. Coinvolgere i giovani negli sport di squadra promuove il lavoro di squadra, la leadership giovanile, l’integrità, la cooperazione della comunità e l’uguaglianza di genere. I programmi di calcio giovanile della comunità di CFK Africa fungono da porta d’accesso per collegare i giovani ai servizi, tra cui assistenza sanitaria, istruzione e opportunità economiche, e forniscono una piattaforma di advocacy per il suo club di calcio femminile professionistico Kibera Soccer per promuovere l’emancipazione delle ragazze e il cambiamento sociale.

Serve poi un aumento delle opportunità di lavoro. I giovani kenioti costituiscono oltre il 75 percento della popolazione, ma devono affrontare alti livelli di disoccupazione. Riconoscendo questi problemi, il nuovo progetto TechCraft di CFK Africa sta sviluppando la forza lavoro giovanile dagli insediamenti informali in Kenya e mettendoli in contatto con lavori nel settore tecnologico e nei mestieri qualificati. TechCraft prepara i giovani a lavori nell’informatica, lavori artigianali come cucito e creazione di gioielli e lavori qualificati come meccanici ed elettricisti, aumentando il loro potenziale di guadagno nel corso della vita.

C’è poi la salute mentale che è un problema di salute pubblica negli insediamenti informali a causa dello stress continuo e della mancanza di risorse e opportunità. CFK Africa offre servizi di salute mentale per i giovani presso il suo Youth Friendly Services Center a Kibera, il più grande insediamento informale del Kenya, e attraverso la sua rete di Youth Peer Provider, che offrono supporto individuale. I servizi includono campi sanitari, consulenza e supporto psicosociale di gruppo.

“Supportare i giovani nel loro percorso per migliorare la salute mentale, aumentare l’equità di genere e trovare buoni lavori li metterà sulla strada per un futuro più luminoso”, ha aggiunto Okoro. “Programmi come questi sono essenziali per garantire che superino le sfide della vita in un insediamento informale e prosperino”. 

Fondata nel 2001, CFK Africa lavora per migliorare la salute pubblica e la prosperità economica negli insediamenti informali in Kenya attraverso iniziative integrate di salute e leadership giovanile. Utilizzando un approccio di sviluppo partecipativo, l’organizzazione lavora direttamente con i residenti della comunità per sviluppare e implementare programmi sostenibili.

Dopo aver festeggiato 20 anni di servizio a Kibera nel 2021, CFK ha iniziato ad espandersi in 25 insediamenti informali in otto contee in Kenya, tra cui Kajiado, Kiambu, Kilifi, Kisumu, Machakos, Mombasa, Nairobi e Nakuru.

Giuseppe Donati isolato in Francia dai massoni: una pagina nera dell’antifascismo.

Gli anni trenta si aprono con una storia davvero spiacevole. L’avversione dei fuoriusciti a Parigi, socialisti e repubblicani, verso il cattolico Giuseppe Donati è infatti una delle pagine nere della loro vicenda emigratoria. Questi, già seguace di Romolo Murri ed esponente della Lega democratica nazionale, poi legato a Sturzo e direttore del «Popolo», ha un passato di democratico e di antifascista fuori discussione. Memorabili sono le denunce contro De Bono per il delitto Matteotti e contro Italo Balbo per l’uccisione di Don Minzoni, veri atti di coraggio contro il già avviato regime fascista. Denunce che gli fanno onore ma che lo costringono a sfuggire alle vendette.

Emigrato a Parigi, Donati si dimostra disponibile all’unità delle forze antifasciste, disponibilità per nulla scontata. Fa così parte degli ambienti del fuoriuscitismo, collabora alla «Libertà», settimanale diretto dal socialista Claudio Treves, su sollecitazione di Turati, e si dimostra attivo nelle battaglie contro la dittatura. Aderisce anche alla Concentrazione antifascista e alla Lega dei diritti dell’uomo (Lidu).

Nel 1929, però, in occasione dei Patti Lateranensi, prende una posizione anomala. Li condanna perché favoriscono un  regime dittatoriale, ma li approva perché pongono fine alla questione romana. Insomma una posizione tutt’altro che insensata e anzi storicamente fondata.

Drastica è però l’indignazione generale. Si risveglia l’anti-clericalismo dei socialisti e si arriva a sostenere l’incompatibilità dei cattolici con la cultura dell’antifascismo dell’esilio.

Donati viene espulso dalla Concentrazione antifascista, dalla Lidu, dall’Unione dei giornalisti italiani “Giovanni Amendola” e così via. Insomma viene emarginato come un appestato e indicato come traditore. Questo dovrebbe essere l’antifascismo dell’esilio che si fa vanto del rigore morale!

Il 18 aprile del 1930, nel caffè “La chope de Strasbourg” (il boccale di Strasburgo), ritrovo abituale degli antifascisti, si tiene l’adunanza della sezione parigina della Lidu. Tra i presenti vi è il solito informatore che prende nota di tutti gli interventi e poi invia un telegramma all’ambasciata italiana a Parigi. Per gli storici è una grande fortuna, altrimenti non si saprebbe quasi nulla di certe riunioni.

Oltre alla spia vi sono circa una trentina di partecipanti; vi è anche Giuseppe Donati, il quale giustifica la sua partecipazione in quanto, non essendogli stata notificata alcuna decisione relativa all’espulsione, a suo dire fa ancora parte di diritto della Lidu e non intende dimettersi.

A quel punto Giuseppe Emanuele Modigliani, altra figura storica del socialismo riformista, chiede spiegazioni all’anconetano Alessandro Bocconi, nella sua qualità di presidente della sezione parigina della Lega. Chiede la ragione della mancata notifica. Aggiunge poi che prima di cominciare la discussione dell’ordine del giorno l’intruso venga espulso dalla sala.

Il nostro Bocconi, in evidente imbarazzo, risponde che probabilmente il segretario della sezione, dimissionario, aveva dimenticato di notificare a Donati le decisioni della commissione esecutiva e cioè l’espulsione senza ricorso. Contro Bocconi si scagliano Modigliani e Vittorio Picelli (fratello del più noto Guido, e già stretto collaboratore dell’espulso), definendo inetti lui e i membri del comitato e invitandoli a dimettersi. E pensare che tra loro vi è una stretta amicizia che Vera Modigliani, moglie del deputato, ha esaltato più volte nelle sue memorie. Ma, come si sa, l’amicizia è un fiore esposto alle tempeste di vento. 

A quel punto proprio Donati si alza chiedendo di parlare, dato che vuole chiarire pubblicamente la sua posizione riguardo al Concordato, evitando così che si diffondano malintesi. Per dei democratici il diritto di parola è sacro, ma non è per tutti così. Tanto più che un cattolico è stato sopportato per fin troppo tempo!

Turati e Treves (due giganti rispetto agli altri), presenti nella sala, intervengono affermando che Donati ha pieno diritto di parlare, mentre Bocconi (che proprio non ci fa una bella figura) e Modigliani, così come la maggioranza dei presenti, sostengono che tale diritto non gli debba essere concesso, dato che è stato espulso.

A quel punto gli animi si accendono e si leva un tale clamore da far accorrere lo stesso proprietario del locale, il quale fatica a riportare la calma; tanto più che nel frattempo si è accalcata una folla di curiosi fuori della sala, attirata dalle grida dei litiganti.

Turati e quelli che sono d’accordo con lui si alzano per uscire sostenendo l’impossibilità di continuare la discussione in tale atmosfera. Per questo la seduta viene sciolta e rinviata a data da destinarsi. I cantori dell’antifascismo dell’esilio non ripescheranno mai questo episodio, non certo esaltante.

L’anno successivo Donati, sempre più isolato per aver difeso le sue idee, per la sua onestà intellettuale, costretto alla fame (nonostante qualche aiuto economico fattogli arrivare da Sturzo e da Salvemini, che gli permette una breve parentesi di insegnante a Malta), distrutto nel morale, anche per il distacco dalla sua famiglia rimasta in Italia, muore a Parigi nel 1931 [precisamente il 16 agosto, ndr].

Resta la percezione piuttosto fondata di una egemonia massonica all’interno della Lidu. Se tali sono i dirigenti, come Luigi Campolonghi, Alceste De Ambris, Mario Angeloni, ne sono influenzati molti esponenti. Per di più i finanziamenti provengono dagli ambienti democratico-radicali francesi. Per questo un antifascista come Donati, in quanto cattolico, costituisce un’anomalia in tale organizzazione. Resta la delusione per la contraddizione di un’associazione che si vuole battere per la libertà e la dignità di ogni uomo e non rispetta questo principio per uno dei suoi adepti.

Per quel che riguarda Bocconi, ha già avuto e avrà modo di riscattarsi. Anche lui paga con più di quindici anni di esilio la sua fermezza antifascista, arrivando a respingere l’offerta di Mussolini in persona a tornare in Italia e ad abbandonare la militanza politica. Non a caso emula un caso affine, quello del suo amico Sandro Pertini.

Sarà poi Bocconi, bruciando le tappe ed entrando in polemica con Nenni, che a metà anni trenta, nell’esilio parigino, aprirà ai comunisti in vista della nascita del Fronte Unico, diventando così un tramite nei rapporti dei socialisti sia con Giustizia e Libertà sia con il Pci.

Ritornato in auge dopo la guerra, chissà se avrà parlato di Mussolini con Angelica Balabanoff, quando lei tornerà ad Ancona il 3 aprile 1947 e terrà un discorso dal balcone della Provincia. Era stata infatti una delle amanti del duce quando questi era socialista e Bocconi era stato testimone della loro separazione turbolenta proprio ad Ancona, in occasione del congresso nazionale del 1914. Si era alla vigilia della Settimana rossa e il rivoluzionario Mussolini aveva vinto la battaglia per l’incompatibilità tra socialismo e massoneria!

 

[Il testo qui proposto è il capitolo – intitolato “Donati a Parigi vittima della massoneria” facente parte del libro Il fattore umano. Storie nella storia, pp. 61-66, Affinità Elettive Edizioni, 2023. Si ringrazia l’autore e l’editore per l’autorizzazione accordata alla pubblicazione su questo blog.]

Maria

C’è un’ora che fa sbiancare tutto il resto. È un tempo che si toglie per sempre di mezzo, avendo ormai compiuto la sua missione. 

La decisione arrivò dall’Alto non del tutto inaspettatamente. Da giorni si monitorava la sua situazione. Il sentore, che si era sul compimento del fatto, rubava spazio alle incertezze che tentavano di confondere ancora le idee per procrastinarne l’accadimento.

Maria era pronta per lasciare la sua chiesa. Aveva dato seguito alle indicazioni di suo Figlio e tutto ormai era compiuto.  

C’era assai più di un’aria di commiato che circolava sospesa in attesa di atterraggio. Le sue parole si facevano di maggior peso, meno frequenti e con un calibro che non mancava di andare a segno alle orecchie degli apostoli che le erano attorno. Quelli fingevano di non aver ben compreso perché Lei si ripetesse e si guadagnassero altri giorni di sua presenza.

Era il modo per dirle che non erano pronti a camminare da soli e che lo Spirito Santo, senza di Lei, non era sufficiente a sostenerli. Avevano bisogno del suo sguardo che aveva il peso di carezze che valevano ogni sacrificio. Non era un ricatto ma suppliche, di quelle che si fanno sapendo di andare contro corrente ad una storia che non poteva essere rimandata.

Avrebbero voluto trattenerla e mandarono a Dio invocazioni per questo tentando di ragionarci, smentendo l’obbedienza a cui erano avvezzi. Il loro Maestro era morto e risorto dopo tre giorni per poi lasciarli a sbrigarsela da soli. Era asceso al cielo con le nuvole a fargli da rampa di lancio. 

Per sua madre non poteva andare nello stesso modo. La morte non doveva scalfirla perché il mondo, malgrado Gesù a vegliare, avrebbe tremato anche soltanto un istante senza di lei. Questa volta, quello stesso mondo non si sarebbe ripreso più dal dolore.

Dio accettò le argomentazioni che gli avevano opposto, mettendoci su una via d’uscita che avrebbe salvato la situazione. Maria si sarebbe soltanto addormentata, la spina sarebbe rimasta fissa al posto suo per dare una continua corrente d’amore al creato.

Gli apostoli accettarono di buon grado il compromesso raggiunto, tirare oltre la corda sarebbe stato impossibile. Lei era pervasa dall’emozione, altre ne aveva già sopportate di meravigliose e di terribili. Questa che l’attendeva era l’ultima alla quale era destinata. Le cose si misero in maniera che gioie e dolori dovessero interferire in un miscuglio che impedisse il prevalere delle prime o dei secondi. 

Lasciare gli apostoli era una pena inesprimibile. Già una volta aveva perduto un Figlio e non c’è da abituarsi ad altri abbandoni. In compenso, a breve Maria si sarebbe però ricongiunta al suo Gesù, ritrovando anche il suo sposo Giuseppe. 

Avrebbero rimesso insieme i pezzi di una famiglia che non aveva di certo avuto vita facile. Gli apostoli, consolandosi si dissero che erano ormai intessuti nel suo cuore, tanto che Lei, per il dopo, non avrebbe dovuto scomodare alcuna memoria per essere con loro.

Gli angeli sono puri spiriti con i vantaggi e gli svantaggi della loro natura.  A loro fu affidato l’ambizioso compito di vigilare Maria nel suo sonno e dolcemente curarne l’Ascensione, risvegliandola alla fine del viaggio. 

Si presero tutto il tempo necessario, non avevano fretta. Si erano preparati al meglio, con voce di canti che solo in Paradiso potevano ascoltare e con note appartenenti esclusivamente a sinfonie celesti.  Musica nuova, neanche il Padre ne conosceva un accenno. La sorpresa doveva essere totale anche per Lui, che ne sarebbe rimasto sconvolto di delizie.

Dovettero accordare i loro strumenti al battito del cuore di Maria decifrandone l’intonazione della quale non si riconoscevano mai sufficientemente degni.

Stavolta erano loro i protagonisti e si muovevano premurosi e raggianti come, per magia, avessero loro stessi un corpo e una mente in agitazione, al pari degli uomini. 

Finalmente, oltre a confidare sulla compagnia dell’Onnipotente, ora avevano vicino una Madre che li amasse alla stregua di figli. Le avrebbero obbedito punto per punto, compiaciuti che Lei si esprimesse solo con preghiere e non in comandi.

Gli angeli avevano smesso di essere orfani di una parte e quel giorno non ci furono più classificazioni di Serafini, Cherubini, Troni e quant’altro li distinguesse. Rompendo le regole erano tutti attorno a Maria con le lacrime di gioia che miracolosamente sgorgavano dalle loro forme invisibili. 

Con la sua carne, una donna stava riempendo il loro vuoto, la loro impalpabile essenza, dando inediti connotati a ciò che erano. Non conoscevano la morte ma andò come fossero anche loro risorti ad una vita nuova. In più, una donna con la sua immensa umanità compensava un Paradiso a corto di terra e forse anche di piena confidenza con gli uomini.

Dio aveva predisposto un piano, che adesso, superando con Maria ogni aspettativa, tracimava con effetti imprevedibili di bene.

Lei rendeva visibile il Paradiso agli abitanti dabbasso. È come ne avesse dato materia in modo che fosse intravisto, se soltanto si fossero fermati a contemplarlo.

Gli angeli erano felici. Per la circostanza trovarono addirittura voce e Dio Padre li lasciò fare. 

Alla fine dei tempi potevano restare com’erano. Non c’era più bisogno di aggrapparsi a fantasticherie, forse aspirando di essere tradotti, uguali agli altri appartenenti ad un cielo che con Maria aveva trovato il definitivo equilibrio.

C’era anche chi da Lei se ne teneva alla larga, il più lontano possibile. Si trattava dei diavoli che alla sua sola vista scappavano a gambe levate. La causa era in un odio che si alimentava continuamente per frustrazione. Non avrebbero potuto resisterle, non nel tentativo di prevalerle in combattimento, quanto invece per ammirazione. 

Al suo cospetto non si sarebbero arresi ma dismesso i panni del male per invocarne piuttosto la sua benedizione. Lei ne soffriva, non disperando che un giorno qualcuno di essi sarebbe tornato sulla retta via. A suo Figlio avrebbe estorto il permesso per riaccoglierli in casa. Se l’Inferno resterà vuoto sarà per mano di Maria.

Da allora è passato del tempo. In Paradiso corre una grande confusione. L’amore si muove con frenesia in un gioco di specchi che pare impazzito. Maria insegna come si debba avere occhi solo per il Figlio che a sua volta indica la via della salvezza soltanto se si ascoltano le raccomandazioni di sua Madre. 

Gli angeli respirano tranquilli. il più è fatto, hanno un posto lassù che li appaga smisuratamente, come altrimenti non si potrebbe. Non si distaccano da Maria, la loro Regina, di un millimetro. 

La obbligano costantemente ad una leggera fatica. Ricorda sempre di non adagiarsi ma di perdersi totalmente nel suo Figlio. Talvolta gli uomini ed anche gli angeli si fermano estasiati vicino a Lei, senza andare oltre. Con la dolcezza che smonta ogni resistenza, Maria li rimbrotta, esortandoli sempre a procedere al passo seguente e determinante per la felicità, Gesù.

Dio stesso non si capacita come tutto questo sia potuto accadere, come una donna di Nazareth abbia potuto travolgere un ordine che pure sembrava del tutto bastare a se stesso, aggiungendo un fermento di cui non si conosceva esigenza. 

Maria ha perfezionato la creazione sia in terra che in cielo. Dio ha preso atto che senza di Lei mancava qualcosa di necessario alla sua opera. Gli angeli, non conoscono sonno e riposo, non vogliono mandare a vuoto neanche un fiato della sua vicinanza. Il loro Paradiso non può attendere.

Ai fiancheggiatori di ogni risma: Viva la libertà. Noi siamo antifascisti.

Non si capisce perché proprio nel campo cattolico debbano tentarsi allevamenti su vasta scala d’invertebrati, quasiché le norme evangeliche fossero zozza pel rammollimento della specie e decotti depauperativi dell’organismo sociale, giuste le frenesie aristocratiche di quell’ariano selezionato che fu Federico Nietzsche.

Un organo già fasciofilo, oggi affaticato a resecarsi tutti i connotati per tema d’essere individuato vuoi a destra vuoi a manca, e che perciò, fatto incolore e anodino, non è possibile definire politicamente — si potrebbe qualificarlo cattolico nazionale: ma (vedi Nemesi) questa determinazione un tempo applicata per strazio dai pennaioli di Bismarck ai cattolici che avevano disertato il Centro nel suo duello poliennale col Cancelliere di Ferro, oggi è stata riesumata per un pari scempio morale ai danni di coloro i quali hanno disertato il P.P.I. nel suo duello con (i mani di Bismarck non mi tirino pei capelli) Benito Mussolini, e suona quindi vilipendio… —; quest’organo dunque affermava che, dinnanzi alla rissa divampante presentemente in Italia, dovere di cattolici fosse di ritirarsi in finestra, a vedere…

Immortale anima di don Abbondio, per cui vari leaders mancati sono manzoniani! A tenere un bimestre il cervello in salamoia, una risoluzione così limpida, precisa, coraggiosa, machiavellica, non sarebbe colata dai nostri sforzi associati. Ecco filtrata agli alambicchi gementi da esperienze plurisecolari, la quintessenza della vera, assortita arte politica. La politica semita della diaspora, il cui manichino ideale è il cittadino ottuso, acefalo, smidollato e asessuale: quando ne va la vita, il furbo lascia i rissanti a ruzzare sul selciato, sguiscia in casa, si tira dietro pali e chiavistelli e salta in finestra, a riguardare, tra carole di rondoni, omericamente.

L’uomo bennato lascia agli scamiciati, poco di buono, di scavezzarsi il collo per le vie; e se i più scalmanati dànno fuoco alla casa, lui si ritira al quinto piano, all’ultima finestra, e si riscalda allo scoppiettante incendio che divora i piani sottostanti. Furbo, l’amico!…Dotato di sottilità sillogistica, opina che quando poi avrà visto da che parte la vittoria pieghi, egli scenderà per imbrancarsi dietro il più forte, ad acchiappar coriandoli. Come si vede, un sistema profilattico a prova di cannone.

Però la va male per il duce, se i suoi meditano certe ritirate; si vede che costoro sentono puzzo di cadavere.

La rissa furibonda, per la quale i sacerdoti della dea Cibele si sbracciano a predicare lo spirito rinunciatario, l’abbiosciamento graduale sino alla crispoltizzazione nazionale [riferimento a Filippo Crispolti, uscito nel 1923 dal Partito Popolare per aderire al filofascista Centro Nazionale Italiano, ndr] della specie cattolica, sarebbe alla fin fine il processo Matteotti. Un processo nel quale sopra tutto è impregnata una questione di morale. E la morale, come si sa, non ha a che vedere col cristianesimo! La morale — lo dice anche la Teodicea bandita a puntate sull’organo siderurgico che spappagalla seralmente stracchi rimasticamenti dell’ateo Maurras e del pornografo Daudet, due fratelli siamesi ai quali il cattolicismo di Europa dovrebbe, come giustamente si pretende, firmare una cambiale in bianco per la rifabbricazione dell’etica cristiana negli Stati moderni, — la morale o coincide con le opere, parole e omissioni del Governo di partito o, pari a vile mima, deve rimpiattarsi a sbertucciare da una finestra.

Come i preti: se scrivono lettere a Cremona Nuova parificando il ras disoccupato massimo della guerra civile a Cristo nel tempio, sono archetipi di virtù civica e religiosa; se sottoscrivono per la vita del Popolo diventano ribelli alle norme dei superiori. Come noi: se ci azzardiamo a dire su una rivista cattolica che «uccidere per il partito» è un comandamento non contemplato nei Testamenti, incappiamo ipso facto nella violazione dell’apoliticità voluta dall’Azione Cattolica. Cioè la morale è subordinata alla politica, proprio come vuole Macchiavelli coi suoi preludiatori. Si può ammazzare, violare le libertà, strillare «Viva Dumini», minacciare i plotoni d’esecuzione: ma la morale cattolica non deve ficcarvi il becco: altrimenti fa della politica.

Ci dispiace per il carico della mula di don Abbondio; ma non ci associamo. La carriera d’Arcigallo non è per noi. Non ci crispoltizziamo; non diventiamo mucillagine, che cede alle pedate e si conforma agli spigoli. Se c’è da lottare, non scappiamo. Nella lotta conflagrante è in gioco la patria, e con la patria gl’interessi ideali più augusti. Si capisce, il compito è duro: ne va la vita: pazienza. Summum crede nefas animam praeferre pudori: e noi dovremmo essere meno…cristiani del poeta pagano?

Il processo Matteotti è il vaglio che cribra i valori tutti; perciò lo si paventa e sabota. È la meta intorno a cui ha da girare il carro governativo, nella sua corsa pazza. Ma oltre tutto è un processo di valori spirituali. Questo delitto balza logicamente dalla prassi del governo di parte: un governo per di più che ha fatto proprie caoticamente le dottrine di Stato più in contrasto coi principii cattolici. Quando il giovane deputato socialista fu assassinato, era ministro dell’Istruzione Pubblica, cioè dell’educazione della generazione presente, un uomo che aveva codificata la paurosa identità della predica col manganello, (è bene ripeterlo, cioè dell’idea con la rivoltella).

Estrema applicazione neo-hegeliana di quel sistema dell’identità che si piazza sulla negazione di Dio con l’assurdo cardinale: l’Essere e il Nulla son la stessa cosa. Questa dottrina, ridrogata e rimestata ha pervaso, con brivido di terzana, le coscienze e s’insinua, come tignola, nello Stato moderno portando in metafisica l’ateismo; in logica l’abolizione della ragione; in etica la polverizzazione della coscienza e della distinzione tra bene e male; in politica l’arbitrio. Se Proudhon ne deduceva le «identità »: la proprietà è il furto, la religione è l’ateismo, il governo è l’anarchia; i ministri fascisti ne hanno dedotto l’eguaglianza surriferita.

Ancora una volta il governo dittatoriale s’informa a una dottrina eversiva dei principii cristiani, e, al di là dei possibili favori e ossequi, dannosa alla cattolicità. Le tirannidi degli Stati odierni sono costrutte sull’assurdo, sul rinnegamento della ragione (vedi ordinanze contro la stampa).

In altra epoca si combatteva il cristianesimo in nome della ragione e della libertà. Oggi possiamo affermare questo, che non si può più combattere il cristianesimo se non distruggendo la ragione e la libertà.

Prima che gli aristarchi in caricatura, messisi tra i nostri piedi, si lancino ad arraffare il superiore periodo, per esibirlo al loro padrone come cimelio benemerenziale, avverto che è tratto di peso da un libro cattolico, il quale tali asserzioni prova con una dialettica mirabile. 

Ora noi cattolici dovremmo, nei casi in cui ci fosse da turbare i duci e i sottoduci viventi «pericolosamente», abdicare alle ragioni primordiali della coscienza, e ritirarci in canonica, ad aspettar che spiova…

Non abbocchiamo: e sapendo, non stiano zitti. — Chi è in grado di dire la verità e non la dice, sarà giudicato! —   ammoniva uno scrittore cristiano, martirizzato a Roma nel Il secolo, per non aver taciuto la verità.

A Torino si sta per adunare la nostra Settimana Sociale. Si occuperà dello Stato. Certo nessun Narsete vi porterà uno spirito rinunciatario e sedativo: giacché non si tratta tanto di definire i concetti cristiani di autorità ecc. ormai precisati sulla scorta tomistica dai Padri Gesuiti, dal Taparelli al Rosa, quanto di studiare la preparazione per la conquista dello Stato. Perché si può disquisire sinché si vuole: ma lo Stato non sarà mai quale i cattolici lo vagheggiano, se essi non si risolvono a impadronirsene. Il che non si ottiene evidentemente standosene al davanzale, come gli allocchi del melodramma, o appollaiandosi in un canestro appeso al solaio, ad acciuffar le nuvole, come il Socrate aristofanesco nel suo Pensatoio.

De Mita, ovvero la politica come elaborazione di scenari e prospettive.

Raccontava la sorella di Riccardo Misasi che invitare a casa Ciriaco De Mita era sempre un problema. De Mita e Misasi si erano conosciuti a Milano, all’Università Cattolica, ed erano diventati subito amici. Così, se a casa Misasi si dava una festa, va da sé che De Mita era fra gli invitati. Il fatto è che queste feste servivano anche, in quell’Italia ormai lontana, a far conoscere fra loro ragazzi e ragazze, e poi magari chissà. Ma quando arrivava De Mita, racconta la sorella di Misasi, e cominciava a parlare – di politica è ovvio – i ragazzi invece di fare la corte alle ragazze si mettevano ad ascoltarlo.

Questa capacità di fascinazione era una caratteristica tutta sua. All’università, si riunivano a discutere nella stanza da studenti di uno di loro lui, Gerardo Bianco, Biagio Agnes, Giovanni Di Capua, Misasi, gli amici di una vita, fra alterne vicende, insieme con Nicola Mancino, Antonio Aurigemma, altri ancora … Anche in collegio, quando De Mita parlava gli altri restavano affascinati ad ascoltare. Giovanni Di Capua raccontava così quegli incontri: “Adesso apriamo la finestra e De Mita vola”.

I ragionamenti di De Mita erano una forma di pedagogia politica. Non era semplice seguirli, per questo li accompagnava con certe immagini, del medico, del nonno, tratte da un mondo fantastico popolare che aiutava a comprendere. Citava don Lorenzo Milani: “quando si sceglie insieme si fa politica, quando si sceglie da soli si è egoisti”. E’ il principio del processo democratico tante volte richiamato da Aldo Moro, altro suo costante riferimento: la democrazia intesa come “il tempo della decisione”, il tempo necessario a spiegare, convincere, e dunque a scegliere insieme, recuperando il senso classico della saggezza romana: “quod omnes tangit, ab omnibus approbari debet”. Sta qui il senso di quegli interminabili incontri tenuti con la base del partito in tutta Italia, alla ricerca di una consapevolezza comune. 

Citava don Luigi Sturzo, De Mita: durante tutto il tempo della segreteria politica dal  maggio 1982 al febbraio 1989 e sempre nella sua vita, è stato  grande sostenitore del popolarismo sturziano, con il suo carico di ispirazione cristiana da tradurre nella sfera politica. L’ispirazione cristiana come mediazione fra cielo e terra, fra amore divino e giustizia umana, tra fede e ragione, solidarietà e interesse, fra il senso ultimo del destino dell’uomo e i conflitti legati all’esistenza quotidiana. La sfida di raggiungere l’impossibile della politica attraverso quell’altro impossibile proprio di un politico cattolico: la fede in Dio. Se perdiamo questo collegamento con  l’identità cattolica, diceva, la Democrazia cristiana diventa inutile.

Spiegava così De Mita il suo cercare di immedesimarsi nella realtà del Paese: “Non basta capire da soli. Il problema è che la nostra comprensione diventi il fatto, il sentimento della gente. Noi vinciamo, spieghiamo, dimostriamo che la nostra intuizione è giusta, che la nostra missione funziona, quando la nostra idea, la nostra motivazione si traduce nel sentimento delle persone. Sturzo aveva pensato tutto questo con straordinaria lungimiranza prima ancora di fare il Partito popolare”.  

Uno dei riferimenti culturali iniziali di De Mita – con Antonio Rosmini, Guido Dorso, Piero Gobetti, Antonio Gramsci – era stato Guido De Ruggero con la sua Storia del liberalismo europeo. Lo affascinava il grande affresco tracciato da De Ruggero sui modi nei quali il liberalismo si fosse sviluppato nei Paesi europei, con quali differenze legate ai diversi vissuti storici dei Paesi nei rapporti fra aristocrazia, borghesia e monarchia. Quella lettura era il suo grande salto culturale dal contesto sapienziale, ma anche ingenuo della piccola realtà montanara dalla quale proveniva, la Nusco a mille metri d’altezza in provincia di Avellino dove era nato il 2 febbraio 1928, alla comprensione del più vasto mondo intorno a lui.

Era quanto gli aveva preparato il destino, lui figlio di don Peppino, modesto sarto e portalettere di Nusco. Il suo ascensore sociale fu azionato dal parroco del paese. “Don Peppino – disse questo sacerdote al padre – tuo figlio è troppo intelligente, deve continuare a studiare, lo aiuterò io”. Fu così che De Mita prese da privatista la licenza liceale, ed ebbe poi la borsa di studio per frequentare l’Università Cattolica a Milano.

I suoi professori l0 avrebbero voluto assistente universitario, ma lui una volta laureato in giurisprudenza tornò nella sua terra, il suo orizzonte era la politica. Oltre De Ruggero, un altro riferimento culturale intorno a cui ruotò questa predisposizione fu L’ordinamento giuridico di Santi Romano. Mutuò da Santi Romano l’idea, che è stata poi un’altra costante della sua visione politica, dei partiti come “istituzioni della democrazia”, nella pienezza della scarna, ma altrettanto incisiva indicazione dell’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Questi riferimenti culturali trovarono il loro compimento nel popolarismo di Sturzo, che diventa il suo popolarismo. De Mita lo ricordava nell’ultima conversazione politica avuta con lui nel febbraio del 2022, tre mesi prima della morte il 26 maggio, pubblicata a cura di Andrea Manzella e del sottoscritto nel fascicolo di luglio-settembre 2023 di Nuova Antologia: “Io penso di avere svolto una funzione da frate predicatore, perché è un peccato non ricordarlo: non c’è altro pensiero politico più vivo del popolarismo, ma come momento della politica, non la sua fine. Può arricchirsi o modificarsi: e se si modifica vuol dire che il pensiero va avanti. Diversamente, presto o tardi noi annulliamo tutto e non si sa che cosa possa succedere. Perciò ripeto da tempo che la vera novità che può essere introdotta nella politica italiana è rifare il pensiero dei popolari come Sturzo ha insegnato. Lo spirito politico è fatto così, di umiltà e di grande ambizione …”. 

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1530-ciriaco-de-mita-e-il-suo-popolarismo.html

Il nuovo Fronte popolare e il ritorno del trasformismo.

Che il futuro “Fronte popolare”, sempre che decolli, rappresenti uno dei momenti più alti della caduta di credibilità della politica, della sua progettualità e dei suoi contenuti non c’è alcun dubbio. Del resto, la logica della sommatoria, dei pallottolieri e dei cartelli elettorali storicamente è la dimostrazione plastica della negazione della politica. Perché, infatti, l’unico filo rosso che lega e cementa questi vari escamotage è l’odio implacabile nei confronti del nemico politico di turno.

Che, di conseguenza, va annientato e distrutto politicamente facendo ricorso a tutti i mezzi a disposizione. Di norma, sono operazioni politiche che non hanno nulla a che fare con la cultura di governo ma sono, e restano, degli strumenti a cui si fa ricorso per distruggere il nemico.

Al riguardo, è appena sufficiente registrare il confronto – si fa per dire, come ovvio – tra alcuni protagonisti di questo “Fronte popolare” per rendersene conto. Renzi e Conte sono i casi più eclatanti. Il capo di un piccolo partito personale, da un lato, e il leader del populismo anti politico e demagogico dall’altro, da anni sono agli antipodi nel circo della politica contemporanea. Eppure, e magicamente, da alcuni giorni dal primo piovono attestati di stima e di sostanziale condivisione politica nei confronti del leader populista mentre dal secondo, in attesa che vengano superati – ma è questione di settimane se non addirittura di giorni – gli ultimi veti personali, si apprezza il profilo del futuro “Fronte popolare” che, unito, può battere il solito nemico alle porte, cioè l’ormai collaudatissima e sempre attuale “deriva fascista”.

Ora, al di là della bontà del progetto di questo nuovo ed inedito “Fronte Popolare”, molto meno serio di quello originario guidato dai comunisti di Palmiro Togliatti nell’aprile del 1948 contro la Dc di Alcide De Gasperi e i partiti alleati occidentali e democratici, è indubbio che nessun nodo politico sul tappeto viene affrontato e risolto perché il tutto si limita a dar vita ad un cartello elettorale per battere un nemico con nessun impegno programmatico e, tanto meno, di governo.

Ma il limite di fondo di queste operazioni, che in Italia periodicamente fanno capolino, è che viene sdoganato e riproposto il trasformismo più sfacciato come regola aurea del comportamento concreto tra i partiti e nei partiti. E proprio l’esempio concreto di Renzi e di Conte, al riguardo, è il più plateale a conferma di questa deriva e di questo strisciante malcostume. E questo perché quando si sommano esperienze, partiti e movimenti che per anni hanno predicato e sbandierato che tra di loro non si sarebbero “mai e poi ancora mai” alleati, l’unica conclusione credibile è quella che ci troviamo di fronte ad un semplice e banale capolavoro di trasformismo ed opportunismo politico. E le prediche settimanali del sempreverde comunista romano Goffredo Bettini sono, al riguardo tra il patetico e il ridicolo. Per la semplice e persin scontata ragione che non si può dare una cornice politica e, men che meno, culturale ad una operazione brutalmente trasformistica e di mero potere.

Perché l’unica cosa certa, come emerge con rara chiarezza dall’ultima intervista di Conte alla “Stampa”, è che le ammucchiate elettorali sono, di fatto, incompatibili con qualsiasi cultura di governo perché non hanno alcuna valenza politica e progettuale comune. Ovvero, si tratta di cartelli elettorali che vengono costruiti per battere un nemico, il più delle volte pianificato a tavolino perché virtuale, ma che poi non sono in grado di dispiegare un programma politico a media/lunga scadenza perché manca quel tassello decisivo per cementare un’alleanza, cioè la cultura di governo.

Per queste semplici ragioni la deriva del trasformismo non può mai rappresentare un tassello qualificante per chi persegue una ‘buona politica’. Semmai, e al contrario, se si vuole ridare credibilità alla politica, serietà ai partiti e, soprattutto, centralità ai programmi, l’unica strada che non si può battere è quella di praticare la scorciatoia del trasformismo e dell’opportunismo.

Perché questi percorsi, purtroppo, segnano la decadenza etica e progettuale della politica oltre ad accrescere e consolidare l’allontanamento dei cittadini dalle urne.

In Terris | Intervista sul fine vita al prof. Francesco Farri.

Giacomo Galeazzi

 

“Per ragioni ontologiche e scientifiche, recentemente ribadite anche da un parere del Comitato Nazionale di Bioetica, nel concetto di trattamenti di sostegno vitale non dovrebbe essere ricompresa una serie di strumenti che la legge sulle DAT vi ha ricondotto, a cominciare da nutrizione e idratazione artificiali, e che la giurisprudenza ha impropriamente esteso anche al campo del suicidio assistito”, spiega a In Terris il professor Francesco Farri, docente al Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Genova e membro del Centro Studi Livatino.

 

Il tema del fine vita è tornato di stringente attualità. I mass media hanno enfatizzato il fatto che, dopo gli interventi della Corte Costituzionale, in determinate condizioni il suicidio assistito non deve più considerarsi reato in Italia. È davvero così?
“Esattamente. Nella ricorrenza delle condizioni fissate dalla Corte Costituzionale, l’assistenza al suicidio allo stato attuale non è più punibile secondo l’ordinamento italiano”.

 

Quali sono queste condizioni poste dalla Corte Costituzionale, in presenza delle quali l’assistenza al suicidio può ritenersi non punibile in Italia?
“L’art. 580 c.p. punisce con la reclusione da cinque a dodici anni chi aiuta altri a realizzare il proprio proposito suicidario. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 242/2019, ha dichiarato incostituzionale tale disposizione, e quindi legalizzato l’aiuto al suicidio, quando ricorrono congiuntamente quattro condizioni: 1) il proposito suicidario sia manifestato da una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili; 2) il proposito suicidario sia frutto di una decisione pienamente cosciente, autonoma, libera e consapevole da parte del soggetto; 3) il malato sia coinvolto in un appropriato percorso di cure palliative; 4) le condizioni e le modalità di esecuzione del suicidio assistito siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Il che non implica, naturalmente, che l’esecuzione materiale del suicidio assistito debba avvenire presso strutture del sistema sanitario nazionale, dai cui compiti e obiettivi di cura esso esula secondo l’attuale ordinamento. La Corte Costituzionale ha confermato l’impianto della decisione 242/2019 anche nelle occasioni successive, in cui era stata sollecitata a estendere ulteriormente il perimetro di liceità del suicidio assistito in Italia (cfr. specialmente Corte Cost., n. 50/2022 e 135/2024)”.

 

Nel panorama europeo come è regolamentata una materia così eticamente sensibile?
“L’approccio degli Stati europei in questa materia non è uniforme. Alcuni Stati confermano la punibilità del suicidio assistito, mentre altri lo hanno legalizzato, in termini più o meno ampi a seconda dei casi. La materia è estranea alle competenze attribuite all’Unione Europea. Quanto al sistema della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la Corte EDU ha recentemente affrontato la questione nel caso Karsai c. Ungheria, nel quale è intervenuto anche il Governo Italiano. Nella sentenza, pubblicata il 13 giugno 2024, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha confermato che nessuna norma internazionale impone agli Stati di depenalizzare l’aiuto al suicidio e che sanzionarlo penalmente è “senza dubbio” una misura intrinsecamente legittima, in quanto persegue gli obiettivi pienamente legittimi di proteggere la vita delle persone vulnerabili a rischio di abuso, di mantenere la piena integrità etica della professione medica e anche di tutelare la morale della società nel suo insieme per quanto riguarda il significato e il valore della vita umana (par. 137 della sentenza).

 

Qual è la situazione negli Stati dove esiste una legge in materia?
“Negli Stati dove l’aiuto al suicidio e l’eutanasia, che all’aiuto al suicidio è oggettivamente affine, sono stati legalizzati da più tempo, come i Paesi Bassi e il Belgio, i casi di ricorso a tali pratiche sono aumentati esponenzialmente nel tempo, estendendosi anche a depressi o semplici anziani che ritengono compiuto il loro percorso di vita. Può infatti crearsi quella che la Corte Costituzionale italiana, nella sent. n. 135/2024, ha definito una “pressione sociale indiretta su altre persone malate o semplicemente anziane e sole, le quali potrebbero convincersi di essere divenute ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, e di decidere così di farsi anzitempo da parte”.

 

Oggi vede margini in Italia per una mediazione tra le opposte posizioni che consenta un intervento legislativo sul fine vita, come ipotizzato da un recente documento vaticano?
“Una legge che sostanzialmente positivizzi il contenuto della decisione della Corte Costituzionale, n. 242/2019, come ad esempio quella proposta con A.S. 104, primo firmatario sen. Bazoli, non costituisce a mio avviso una mediazione, ma il recepimento di una delle posizioni del dibattito. Una simile operazione di positivizzazione mi sembra poco utile, se non controproducente. Poco utile perché, come ho detto, l’effetto scriminante già si produce allo stato attuale per effetto diretto della sentenza. Controproducente perché, fissando tali principi in una legge, si segna un passaggio sul quale può innestarsi una dinamica di nuove fughe in avanti da parte della giurisprudenza. La vicenda della legge sulle DAT è emblematica: per positivizzare un precedente orientamento giurisprudenziale, essa ha costituito la base per lo sviluppo della giurisprudenza con cui la Corte Costituzionale ha scriminato l’aiuto al suicidio. Un testo normativo di lodevole mediazione poteva essere A.C. 1888 della scorsa legislatura, primo firmatario on. Pagano, ma su questi temi “di bandiera” i progressisti non vedono di buon occhio mediazioni. Adesso peraltro il quadro è mutato per effetto della decisione della Corte Costituzionale”. […]

 

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Mondo, dove sei? Bambini sudanesi in agonia.

“La crisi umanitaria del Sudan per i bambini è, per numeri, la più grande al mondo. È anche una crisi di negligenza. Molte delle innumerevoli atrocità commesse sui bambini in Sudan non sono state denunciate, spesso a causa di un accesso molto limitato. Migliaia di bambini sono stati uccisi o feriti nella guerra del Sudan. La violenza sessuale e il reclutamento sono in aumento. E la situazione è ancora più grave laddove la presenza umanitaria continua a essere negata”. È quanto ha dichiarato oggi il portavoce dell’Unicef, James Elder.

“Cinque milioni di bambini sono stati costretti a fuggire dalle loro case, una media impressionante di 10.000 bambine e bambini sfollati ogni giorno, rendendo il Sudan la più grande crisi di sfollamento di bambini al mondo. Molti di loro hanno dovuto farlo più volte”, ha ricordato Elder.

“Ieri ho parlato con una esperta operatrice sanitaria che mi ha illustrato l’entità della violenza sessuale durante questa guerra. Mi ha spiegato che ha avuto contatti diretti con centinaia di donne e bambine, alcune anche di 8 anni, che sono state violentate. Molte sono state tenute prigioniere per settimane e settimane. Ha anche parlato dell’angosciante numero di bambini, nati dopo uno stupro, che vengono abbandonati. Per più di un anno abbiamo detto che i bambini del Sudan non possono aspettare. Ebbene, ora stanno morendo”, ha aggiunto, sottolineando che “senza un accesso sicuro e senza ostacoli, e senza la rimozione degli ostacoli, in particolare quelli transfrontalieri e di linea, l’accertamento della carestia di questo mese in una parte del Sudan rischia di diffondersi e di portare a una perdita catastrofica di vite umane.

Perché oltre al campo di Zamzam, “altre 13 aree del Sudan sono sull’orlo della carestia”. Aree in cui “vivono ben 143.000 bambini che già soffrono del tipo di malnutrizione più letale”. Per questo l’agenzia Onu ha chiesto ai “governi influenti e ai donatori di riconoscere che senza un’azione decine di migliaia di bambini sudanesi potrebbero morire nei prossimi mesi. Decine di migliaia. E questo non è affatto lo scenario peggiore”.

“Qualsiasi epidemia farà salire la mortalità alle stelle – ha ammonito Elder – le malattie sono la nostra grande paura. Se si verifica un’epidemia di morbillo, di diarrea o di infezioni respiratorie, ricordando che nelle attuali condizioni di vita, e con le forti piogge e le inondazioni, queste malattie si diffondono a macchia d’olio, le terrificanti prospettive per i bambini del Sudan peggiorano drammaticamente”.

In questa situazione, ha concluso il portavoce, “i bambini e le famiglie del Sudan hanno urgentemente bisogno di un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli attraverso tutte le vie, attraverso le linee di conflitto (in particolare Darfur, Khartoum e Kordofan) e attraverso i confini del Sudan; del rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani; di un aumento massiccio dei finanziamenti da parte dei donatori per evitare il collasso dei sistemi essenziali, pagando gli operatori in prima linea, fornendo forniture salvavita e mantenendo le infrastrutture critiche. E di un cessate il fuoco immediato”.

Dibattito | Capire De Gasperi: in origine c’è la questione sociale.

Le letture possibili come ‘di destra’ o ‘di sinistra’ dell’operato di giganti come De Gasperi, Togliatti, Pacelli e Montini è anti-storica, considerato soprattutto il loro naturale relativismo. Un aspetto di questo relativismo è stato colto da Aldo Cazzullo argomentando che in Europa le coordinate e i riferimenti avrebbero potuto portare a giudizi differenti rispetto a quelli correnti sulla collocazione di De Gasperi.

Nei giorni scorsi si è acceso pubblicamente un equivoco che ne compone diversi: se De Gasperi fosse di sinistra, di destra o di centro; se il suo partito fosse di sinistra, di destra o di centro; su chi fosse più di sinistra tra Togliatti, De Gasperi e Papa Pacelli (Pio XII). Comunemente si pensa che Alcide De Gasperi sia stato l’inventore del ‘centro’ dove collocare la sua Democrazia Cristiana – tra destra (liberali) e sinistra (comunisti, socialisti e liberalsocialisti-azionisti). Non è così. De Gasperi per sé e per il partito non voleva né destra, né sinistra, né centro. L’equivoco di un centro politico che ha qualche cosa a che dire e a che fare con la sinistra (direzione dello sguardo, direzione di marcia o del procedere e così via: qualsiasi cosa si voglia dire in proposito) figura esplicitamente in scritti di Andreotti e di Fanfani degli anni Quaranta. Essi vogliono spiegare le ragioni di politiche favorevoli alle classi popolari e ai gruppi sociali più disagiati.  

Dobbiamo identificate le ragioni che a suo tempo hanno reso necessari questi scritti. Il malinteso è semplice da spiegare. Seguendo l’impegno politico dei cattolici francesi e belgi del secolo XIX – il testo fondamentale di questa fase in Italia è quello di Giuseppe Toniolo -, la caratteristica distintiva delle formazioni politiche cattoliche in Europa è il primato del sociale. Solo i cattolici democratici lo proclamano come elemento di base dei loro movimenti in aggiunta a politica ed economia. È una precisa ispirazione che deriva dalla mente di Papa Leone XIII. Tutti gli altri partiti traggono i loro fondamenti esclusivamente da politica e da economia, anche (e soprattutto) quando parlano di classi sociali, di riscatto sociale, di lotta sociale. Ne danno un’interpretazione esclusivamente economica e politica. (Pensiamo a Karl Marx). I cattolici sono gli unici ad avere il terzo riferimento in più, la materia sociale, in completa autonomia rispetto agli altri due, e addirittura lo mettono il primo posto. Essi si pongono il problema di capire, prima di passare all’azione, i principi primi che devono ispirare la scelta di parte, la professione di fede politica. Attenzione: evitando i comodi schemi dell’ideologia. La condizione nella quale essi vorrebbero veder prosperare l’umanità è la condizione di giustizia sociale. Che non può essere un dato o una situazione statica. Ma va guadagnata. Si intende, accanto a libertà, uguaglianza, democrazia.

 

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Stefano Baietti ha pubblicato di recente L’idea di ricostruzione. Gli anni della prepolitica, Eurilink, 2024, 95€.

Dibattito | La qualità politica del centro proposto da De Gasperi.

 

Propongo un piccolo contributo all’approfondimento puntualmente promosso da Lucio D’Ubaldo per non lasciare senza replica una discutibile definizione data da Aldo Cazzullo (valido e stimato giornalista) su De Gasperi come “uomo di centrodestra”. La riflessione, in queste calde giornate di Agosto che ci avvicinano al settantesimo anniversario della scomparsa dello statista trentino, parte dalla nota frase con la quale De Gasperi definì la Democrazia Cristiana come “partito di centro che cammina verso sinistra” (Il Messaggero, 17 aprile 1948), una frase che è poi stata riproposta in diverse versioni nel corso degli anni, a volte addirittura cercando di negarne l’esistenza o la diretta attribuzione allo statista trentino. E al riguardo è bene chiarire subito che non risulta agli atti alcuna smentita di quella frase da parte dello stesso De Gasperi, ma anzi una conferma che lui stesso fece successivamente per confermarne il senso politico.

Ma aldilà della formalità di conferme o smentite è il contesto storico che non può lasciare dubbi sulla “qualità politica” di quella frase e sull’idea progettuale che De Gasperi immaginava per la Democrazia Cristiana e per la sua funzione politica al servizio del Paese. Alla vigilia delle elezioni del 1948 e dopo il ventennio fascista la Democrazia Cristiana, partito di centro che aveva scritto insieme alle altre forze democratiche e antifasciste la Costituzione Repubblicana, si candidava a governare il Paese e non poteva che guardare alla sua sinistra per costruire rapporti di confronto e di collaborazione; non poteva certo rivolgere la stessa attenzione al versante destro che risultava presidiato dal MSI formazione-rifugio per molti ex-repubblichini di Salò ed altre persone fortemente compromesse con il regime fascista.

Si consideri poi che in quel momento storico i comunisti appartenevano al fronte dei “vincitori” grazie ai quali in Europa erano tornate la libertà e la democrazia, senza peraltro che fosse ancora stata scoperchiata in Unione Sovietica la pentola dei gravi crimini di Stalin (cosa che avverrà solo successivamente con l’arrivo di Krusciov). Il confronto e le politiche sociali che seguiranno negli anni successivi, nonostante gli inevitabili momenti di asprezza, confermeranno l’impostazione di fondo che era contenuta nella famosa frase di De Gasperi e nelle intenzioni che l’accompagnavano, per non lasciare al solo Pci la difesa delle fasce più deboli della società.

Chi avesse dubbi su queste valutazioni può rileggere le pagine della cosiddetta “Operazione Sturzo” con la quale nel 1952, in occasione delle elezioni comunali di Roma, la parte più conservatrice del clero romano (verosimilmente incoraggiati anche da Pio XII) cercò di dare vita ad una coalizione che mettesse la Dc ed altri partiti laici insieme al MSI, in contrapposizione alle forze della sinistra comunista e socialista; quell’operazione naufragò per la ferma opposizione ed il diretto intervento di De Gasperi che non ritenne assolutamente praticabile una soluzione di quel genere. 

Sono considerazioni che hanno una forte connotazione di attualità. Ad oggi una significativa parte di opinione pubblica e di elettorato che si definisce genericamente “di centro” o “moderato” fatica a riconoscersi nelle posizioni di una destra che mostra di non essere riuscita ad accettare la Costituzione Repubblicana, non avendo ancora fatto i conti fino in fondo con la storia e in modo particolare con il suo passato.

Un’estate di guerre che non accennano a finire

Pare stiano prevalendo gli oltranzisti, quelli che non intendono assolutamente trovare una mediazione. L’estremismo peggiore, quello che intende cancellare totalmente la presenza dell’altro. Una grave malattia infantile, che troviamo tanto in medio oriente quanto nel centro orientale del’Europa. 

Le notizie che giungono fanno capire che i falchi non intendono indietreggiare e che il pensiero opposto non sia in grado ancora, di dettare le proprie leggi. Le colombe per adesso sembrano voler restare in piccionaia. Non va bene.

In primis perché questo si traduce in morti e dolore; in secondo ordine perché deprime ulteriormente lo spirito di fratellanza; terzo perché incrementa la spesa per armamenti. Potrei scrivere altre ragioni, ma quelle elencate sono sufficienti per dimostrare la negatività del momento. 

Qualche giorno fa avevo già scritto qualcosa in merito, pensavo che gli eventi negativi avessero trovato la loro massima espressione, ma così non è. La recrudescenza dei due conflitti è li a testimoniare che questa estate è ancora più velenosa del solito. 

Immagino che il teatro di guerra non sia che la manifestazione di un grande conflitto che nel sottofondo caratterizza il tempo attuale. Abbiamo sostanzialmente a che fare con lapilli di una condizione magmatica in grande evoluzione. 

Siamo a metà agosto, possiamo pensare che in Europa ad ottobre sia la natura a porre fine alle attuali violenze, ma in medio oriente la stagione per la guerra, purtroppo, non ha limiti di carattere ambientale. 

Pochi sono i Paesi che si mettono di traverso, parlo di quelli a caratura più elevata, e si lascia solo alle proteste interiori e a qualche manifestazione cittadina il grido di contrarietà a questo miserrimo stato di cose.

 

[Il testo è tratto dal blog dell’autore]

Le Chiese del Medio Oriente pregano per la pace nella festività dell’Assunta

Da Baghdad alla Terra Santa, per la festa dell’Assunta il prossimo 15 agosto le Chiese del Medio oriente promuovono numerose iniziative di preghiera per la pace, rilanciando i ripetuti appelli di papa Francesco l’ultimo dei quali [l’altro] ieri all’Angelus, in cui ha parlato anche di atomica. Le violenze legate alla guerra a Gaza fra Israele e Hamas, che in 10 mesi hanno causato la morte dell’1’8% della popolazione originaria della Striscia, le tensioni con l’Iran e i suoi alleati Hezbollah in Libano e Houthi nello Yemen rischiano di far precipitare la regione in un conflitto globale. Da qui la rinnovata richiesta alla preghiera che unisce il patriarca caldeo, il primate latino di Gerusalemme e il Custode di Terra Santa. 

In un messaggio inviato per conoscenza ad AsiaNews il primate caldeo, il card. Louis Raphael Sako, sottolinea che “a causa della situazione preoccupante” in Medio oriente il patriarcato “sta organizzando una preghiera per la pace e la stabilità”. “Poiché il raggiungimento della pace è responsabilità di ogni persona e di ogni Paese, siete cordialmente invitati – prosegue la dichiarazione – a unirvi a noi in una preghiera a Dio Onnipotente”. La speranza, aggiunge, è che “questi conflitti non si trasformino in una guerra regionale” che finirà per essere “disastrosa per tutti”. La funzione si terrà la sera del 14 agosto presso la cattedrale caldea di san Giuseppe a Karrada, secondo la frase tratta dal Vangelo di Matteo (5,9) “Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. 

Nel fine settimana un invito alla preghiera era giunto anche dal card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che nel messaggio ai fedeli della Terra Santa ha evidenziato come odio, rancore e disprezzo alimentino la violenza e allontanano possibili soluzioni al conflitto. Il porporato ha manifestato profondo dolore per la “terribile guerra” in atto nella Striscia e che ha già causato enormi sofferenze. E oggi, aggiunge, “è sempre più difficile infatti immaginare una conclusione di questo conflitto, il cui impatto sulla vita delle nostre popolazioni è il più alto e doloroso di sempre”. Inoltre, è “sempre più difficile trovare persone e istituzioni con le quali sia possibile dialogare di futuro e di relazioni serene” in un presente che appare “impastato da così tanta violenza e, certo, anche da rabbia” da sopraffare anche la più flebile speranza di dialogo. 

Da qui il richiamo al 15 agosto, alla solennità dell’Assunta, che diventa uno di quei giorni che possono essere “importanti per riuscire a dare una svolta al conflitto” rivolgendosi alla Madonna per “un momento di preghiera di intercessione”. Un momento da condividere con “parrocchie, comunità religiose contemplative ed apostoliche, e anche i pochi pellegrini presenti tra noi, si uniscano nel comune desiderio di pace che affidiamo alla Vergine santissima”. “Non ci resta che pregare” conclude il primate latino, invitando ad “aiutare ed essere vicini a tutti, in particolare a quanti sono colpiti più duramente” perché il mondo intero possa scorgere “uno squarcio di luce”.

Infine, fra quanti richiamano alla preghiera vi è anche il custode di Terra Santa, fra Francesco Patton, che nei giorni scorsi ad AsiaNews aveva espresso tutta la sua preoccupazione per la situazione di tensione nella regione in clima “surreale”. Per questo egli si rivolge ai frati della Custodia chiedendo di recitare una “Supplica per la pace a Maria Assunta al cielo” durante le celebrazioni in programma il 14 e 15 agosto come segno di speranza e affinché le parti in causa possano riprendere i colloqui per una tregua a Gaza.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/Assunta:-da-Baghdad-alla-Terra-Santa,-i-cristiani-pregano-per-la-pace-61317.html

Card. Parolin: “La guerra è una sconfitta per tutti”.

“Da Assisi, in occasione di questa festa, voglio lanciare una forte preghiera e appello per la pace in tutto il mondo. Come ha più volte ribadito il Santo Padre, la guerra è una sconfitta per tutti e non porta benefici a nessuno”.  È quanto ha affermato il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, [ieri 11 agosto], ad Assisi dove ha presieduto in mattinata la solenne concelebrazione per la festa di Santa Chiara, nella basilica a lei dedicata.

 

Preoccupazione per l’offensiva a Kursk

Il porporato, reduce da una missione a luglio in Ucraina che lo ha portato a Kyiv, Odessa e Lviv, a margine della celebrazione ha risposto alle domande di alcuni giornalisti locali, tra cui una sulla offensiva lanciata dall’Ucraina nella regione russa di Kursk. “Sono sviluppi molto preoccupanti, perché significa aprire nuovi fronti”, ha detto il cardinale. “In questo senso le possibilità della pace si allontanano sempre di più”.

Il cardinale Parolin con il vescovo di Assisi-Nocera-Gualdo Tadino, Domenico Sorrentino

 

Amare in un mondo affamato d’amore

Di guerra Parolin ha parlato anche nella sua omelia, durante la quale ha rilanciato l’appello per la pace nel mondo. Nel ringraziare il vescovo, monsignor Domenico Sorrentino, le clarisse, i francescani, i religiosi e religiose, le massime autorità civili, militari e migliaia di fedeli presenti alla celebrazione, il segretario di Stato ha poi voluto sottolineare la necessità di amare “in un mondo sempre più povero d’amore e, nello stesso tempo, sempre più affamato d’amore”.

 

L’esempio di povertà di Santa Chiara

Continuando sul concetto di amore il cardinale ha posto l’accento sulla scelta radicale alla povertà di Chiara, “che si pone come esempio di vita nella nostra società, contrassegnata dal consumismo, ossia dalla sfrenata ricerca di soddisfare i bisogni indotti dalla pressione della pubblicità e da fenomeni d’imitazione sociale, con gli inevitabili sprechi economici, l’inquinamento e l’edonismo, che considera il piacere come il bene sommo dell’uomo e il fine esclusivo della vita”.

 

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Esistono principi e contenuti, ma la politica è anche metodo.

La politica, come tutti ben sappiamo, è “merito”. Cioè, contenuti, proposte, progetti e concrete iniziative politiche. Perlomeno, è anche e soprattutto queste cose quando non si riduce ad essere solo populismo, spettacolarizzazione, faziosità, settarismo, personalizzazione, propaganda e attacchi personali. 

Elementi, questi, che da ormai troppi anni hanno purtroppo il sopravvento rispetto alle tradizionali categorie che hanno storicamente accompagnato e condizionato la dialettica democratica nel nostro paese. Ma, al di là di queste considerazioni, se si vuole ridare slancio, vigore e credibilità alla politica nel suo complesso non si può non ripartire dalla fondamenta. Cioè da quel “merito” che resta uno degli elementi costitutivi del confronto tra i partiti per costruire, insieme, il “bene comune”.

Se questo è vero, com’è vero, è altrettanto indubbio che la politica è anche e soprattutto “metodo”. Cioè inverare concretamente le regole che rafforzano quella che Guido Bodrato definiva insistentemente come “qualità della democrazia”. Che sono poi quei tasselli costitutivi che differenziano la ‘buona politica’ dalla ‘cattiva politica’. E dove, guarda caso, è proprio la cultura cattolico democratica, cattolico popolare e cattolico sociale a giocare un ruolo decisivo se non addirittura determinante. Ed è appena sufficiente ricordare i capitoli principali ed essenziali di questo “metodo” per rendersi conto che la democrazia è, appunto, sostanza ma anche procedura.

E quindi, per riassumere questi tasselli che differenziano profondamente la concezione democratica da altre derive che hanno avuto il sopravvento in questi ultimi anni, li potremmo definire così e pur senza una gerarchia prioritaria: rispetto dell’avversario che non è mai un nemico; senso dello Stato; cultura di governo; cultura della mediazione; approccio riformista; ricerca della sintesi; respingimento di qualsiasi radicalizzazione del conflitto politico; rifiuto della personalizzazione spietata nel confronto politico; esaltazione dei corpi intermedi; centralità del dialogo e del confronto e in ultimo, ma per ordine di importanza, autorevolezza e rappresentatività della classe dirigente.

Insomma, una serie di elementi che contribuiscono a rafforzare e a consolidare gli istituti centrali della democrazia nel nostro paese. In perfetta coerenza con i valori e i principi scolpiti nella Carta Costituzionale. E, soprattutto, a differenziare i custodi della democrazia rappresentativa e costituzionale dai precursori di un modello populista, vagamente autoritario e sicuramente non liberale e partecipativo.

Anche per queste motivazioni, certamente nè peregrine e nè secondarie, è sempre più importante e decisivo il contributo e la presenza nella cittadella politica italiana della tradizione, della storia, del pensiero e della cultura del cattolicesimo politico italiano. Non per regressione nostalgica ma, al contrario, per rafforzare e consolidare lo “spirito dei costituenti” contro ogni maldestro e blasfemo nuovismo.

Politicainsieme | Dibattito aperto, ma sul fine vita la Chiesa non cambia rotta.

No all’eutanasia. In qualunque forma. No al suicidio assistito. Punti fermi. La vita è un dono ed, anche per chi non crede, un bene indisponibile. E’, infatti, anzitutto, non un che di autoreferenziale, un possesso esclusivo, ma, piuttosto, una responsabilità nei confronti di sé stessi ed, a stesso titolo, degli altri.

Mai si nasce, si vive e neppure si muore da sé, ma nel vivo delle relazioni, anzitutto affettive, che costruiscono la personalità unica ed irripetibile, nonché la dimensione sociale di ognuno. E si deve partire da qui per leggere correttamente e comprendere la recente intervista di Mons. Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Susciterà commenti e reazioni di diverso segno, perfino a dispetto del “generale Agosto”. Qualcuno vi leggerà una cocciuta rivendicazione delle posizioni tradizionali della Chiesa e continuerà a scorgervi tracce evidenti di oscurantismo. Altri vi vedranno un cedimento al “mondo”, un timido e timoroso accostamento a tesi laiche o laiciste. Insomma, gli opposti estremismi di cui parla Mons. Paglia e, d’istinto, verrebbe da dire – a costo di mutuare dal linguaggio della politica – che la verità sta nel mezzo, secondo, perfino qui, la dannata ossessione per il “centro”. Ma non è così.

Mons. Paglia non va alla ricerca né di una mediazione, né, tanto meno, di un compromesso, neppure di un aggiustamento allo spirito del tempo, in sostanza al prevalente sentimento individualista dei nostri giorni.

Mai come in questo caso la verità non sta nel mezzo. Sta al di sopra. E non nel senso della mediazione, per quanto ogni mediazione sia verticale ed, al contrario, ogni compromesso sia, invece, orizzontale.

Qui siamo su un altro piano, in un diverso contesto di riflessione e di argomentazione, alla ricerca tutt’altro che strumentale, opportunistica o capziosa di quel sottile, quasi impalpabile discrimine in cui la vita trova e riconosce il rapporto più intimo e delicato con la sua stessa dignità.

Nulla di nuovo in quanto a principi e dottrina della Chiesa, ma, piuttosto, un’attenta ricognizione del momento in cui la cura ed il prendersi cura rischiano di scivolare in un accanimento che diventa offensivo. Non a caso, Mons. Paglia torna ad insistere sulle cure palliative e sull’accompagnamento. Due versanti cui non bastano né le competenze professionali né le risorse delle tecnica se non sono accompagnate da un’attitudine all’empatia nei confronti del paziente.

Vuol dire che fare il medico o, comunque, ad ogni livello, anche il più semplice, l’operatore sanitario non è un mestiere come gli altri. Richiede un’apertura ed una capacità di ascolto e di accoglienza che, a sua volta, esige un lavoro di affinamento della propria umanità.

 

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https://www.politicainsieme.com/i-punti-fermi-sul-fine-vita-di-domenico-galbiati/

USA, i Repubblicani con JD Vance ammorbidiscono la linea sull’aborto.

Il candidato repubblicano alla vicepresidenza americana JD Vance ha dichiarato in numerose interviste andate in onda oggi [ieri per chi legge, ndr] che un’amministrazione Trump non ricorrerebbe alla FDA* per bloccare l’accesso al farmaco abortivo mifepristone e che le decisioni sulla politica in materia di aborto spettano ai singoli stati. Il tutto mentre le questioni relative all’aborto acquistano sempre più peso nella corsa alla Casa Bianca.

Vance ha detto a Dana Bash della CNN che se fosse rieletto, l’ex presidente Donald Trump non cercherebbe di bloccare il farmaco.

Tuttavia, Vance ha detto che l’ex presidente “lascerebbe che gli stati prendano la decisione sulla politica sull’aborto”, una posizione che ha riconosciuto avrebbe portato a un mosaico di politiche, tra cui stati blu con meno restrizioni e stati rossi con più restrizioni.

In un’altra intervista andata in onda domenica, Margaret Brennan della CBS ha fatto notare a Vance che solo dopo che la sentenza Roe contro Wade è stata ribaltata, la Corte Suprema ha preso in esame il caso contestando l’approccio della FDA alla regolamentazione del mifepristone. A giugno, la corte ha infine stabilito che i dottori e i gruppi anti-aborto dietro la causa non avevano titolo per intentarla.

“Quando gli stati e gli elettori di quegli stati prendono decisioni, ovviamente vogliamo che gli stati e il governo federale rispettino quelle decisioni. Ed è quello che ha detto il presidente Trump… Dobbiamo uscire dal lato della guerra culturale sulla questione dell’aborto”, ha detto Vance a “Face the Nation”. “Dobbiamo lasciare che gli stati decidano la loro politica specifica sull’aborto”.

*FDA è l’acronimo di Food and Drug Administration. Si tratta di un’agenzia governativa degli Stati Uniti responsabile della regolamentazione di un’ampia gamma di prodotti che possono avere un impatto sulla salute pubblica.

Appello del Card. Pizzaballa per rilanciiare il dialogo in M.O.

Odio, rancore e disprezzo aumentano la violenza e allontanano la possibilità di individuare soluzioni al conflitto in Medio Oriente. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, si rivolge ai cristiani di Terra Santa con un accorato messaggio, in occasione della Festa dell’Assunzione, per esprimere il dolore per una “terribile guerra” che ha causato sofferenza e sgomento che, nonostante i molti mesi passati, “sono ancora integri”. 

Ad oggi, indica il porporato, “è sempre più difficile infatti immaginare una conclusione di questo conflitto, il cui impatto sulla vita delle nostre popolazioni è il più alto e doloroso di sempre”. Ed è anche “sempre più difficile trovare persone e istituzioni con le quali sia possibile dialogare di futuro e di relazioni serene”. Questo presente, è la considerazione, “impastato da così tanta violenze e, certo, anche da rabbia”, sembra schiacciare tutti.

 

La preghiera alla Vergine

Pizzaballa guarda al 15 agosto, solennità dell’Assunzione di Maria Vergine, come uno dei giorni che “sembrerebbero essere importanti per riuscire a dare una svolta al conflitto”. 

In quel giorno il Patriarca invita i fedeli “ad un momento di preghiera di intercessione per la pace alla Vergine Santissima Assunta in cielo”, esprimendo inoltre il desiderio “che parrocchie, comunità religiose contemplative ed apostoliche, e anche i pochi pellegrini presenti tra noi, si uniscano nel comune desiderio di pace che affidiamo alla Vergine santissima”. “Non ci resta che pregare”, è la sua invocazione, dopo aver speso tante parole e dopo “aver fatto il possibile per aiutare ed essere vicini a tutti, in particolare a quanti sono colpiti più duramente”. 

È la preghiera alla Vergine Assunta, “fatta di parole riconciliazione e pace” da opporre “alle tante parole di odio, che vengono pronunciate troppo spesso”, che può aprire per il mondo intero “uno squarcio di luce”.

Fonte: https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2024-08/pizzaballa-medio-oriente-appello-pace-messaggio-festa-assunzione.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

L’Osservatore Romano | Sangiorgi racconta i cattolici e la Dc attraverso il padre.

 

C’è sempre un che di romanzesco, quando si rievocano epoche passate, ricordi legati all’infanzia, suggestioni di una mitica età dell’oro nella quale tutto era più lucente, più bello e più vero. Si tende ad ammantare la realtà dei fatti con la patina aurea della nostalgia e si rischia di fare torto alla verità. 

Però… Ci sono momenti della storia nei quali in effetti le condizioni generali e particolari si combinano dando vita a fasi, epoche realmente notevoli e tali da lasciare effetti a lungo. 

Il periodo della Seconda guerra mondiale, ad esempio, che in Italia ha coinciso in parte con il ventennio fascista, pure essendo un tratto drammatico della storia del Paese, ha fatto lievitare ideali e azione, irrobustito fede e convinzioni, fornito una solida base di valori condivisi e irrinunciabili, il patrimonio che rende nazione una comunità.

È anche per questo che il libro di Giuseppe Sangiorgi Babbo Sangiorgi. Il romanzo di una generazione (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024, pagine 182, euro 15) supera, come dichiarato sin dal titolo, ogni tentazione agiografica e sentimentale per diventare il racconto di un’epoca come detto tragica e difficilissima, a partire da quella del regime fascista, nella quale alcune persone che ne divennero protagoniste si trovarono dalla parte della democrazia e della libertà.

Si scrive qui «si trovarono» non con superficialità. Ogni nostra azione, ogni giorno, è frutto di una scelta e noi siamo in ultima analisi ciò che scegliamo di essere, pur essendo immersi in un caos di influenze e condizionamenti.

Quello che qui si vuol dire, e che lo stesso libro di Sangiorgi conferma, è che una robusta identità culturale, costruita attorno a un nucleo di valori morali e in questo caso religiosi, edifica una persona a tal punto da rendere quasi impossibile che possa tradire se stessa e a spingerla ad azioni che solo a distanza di anni potranno rivelarsi per quelle che sono: autenticamente umane, profondamente civili, eroiche sotto molti aspetti. Scrive per esempio l’autore, segretario generale dell’Istituto Sturzo, Commissario dell’autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, già presidente dell’Istituto Luce e curatore del documentario La Storia d’Italia del XX secolo con Valerio Castronovo, Renzo De Felice, Pietro Scoppola e la regia di Folco Quilici, a proposito dei tanti rischi corsi da molti durante il fascismo: «Nella stagione della lotta clandestina questi pericoli sono stati corsi da tanti uomini e donne delle diverse matrici politiche del Paese. Si deve all’eroismo e al sacrificio della vita di molti di loro la rendita democratica della quali siamo diventati immemori, in cui era normale restare normali facendo cose fuori del normale. Così queste storie nel loro insieme sono il romanzo di una generazione. Le culture di riferimento dell’antifascismo erano quella cattolica, quella liberale, quella socialista e quella comunista, che si riassumono nelle fi- gure di Luigi Sturzo, Piero Gobetti e Antonio Gramsci, con l’intreccio dei loro destini nella Torino politica del primo Novecento».

«Era normale restare normali mentre si facevano cose fuori del normale». Un concetto che, fortunatamente, è sconosciuto a molti, essendo proprio di momenti tragici come quelli di una guerra. È in questi casi che, per esempio, si approfitta anche del funerale di una neonata per trasportare, nella piccola bara, documenti riservati che non dovevano assolutamente finire nelle mani tedesche. O si passa in un momento dalle risate di un contesto domestico al terrore di una perquisizione in casa che poteva significare deportazione e morte.

Il libro di Sangiorgi è dedicato chiaramente al “babbo” Giovanni, militante dell’Azione cattolica e della Fuci, giornalista de «L’Osservatore Romano», tra i fondatori della Democrazia Cristiana, confidente di Alcide De Gasperi e di Giovanni Montini e poi dirigente nazionale delle attività artistiche dello stesso partito e fondatore e segretario generale dell’ente Premi Roma che nel dopoguerra ebbe il merito di scoprire fra i maggiori scultori e pittori dell’epoca. Una memoria che, spulciando fra documenti personali e pubblici, ritagli di giornale tenuti da parte dallo stesso protagonista del libro, legati ad avvenimenti ai quali in maniera diretta o indiretta, prese parte, diventa, come dichiarato, il racconto, il romanzo di una generazione. Romanzo, come detto, non per detrimento della verità dei fatti, ma per attenzione ai sentimenti umanissimi ed epici di tante persone che hanno contribuito a formare e ad affermare l’Italia democratica, libera e repubblicana di cui ha potuto godere la generazione successiva.

Si tratta naturalmente di un romanzo cattolico. Di un cattolicesimo curioso ed edificante, non cristallizzato e non pericolosamente reazionario, nello scenario instabile del dopoguerra e della guerra fredda. «È stata la riserva di inquietudine che il cattolicesimo ha al proprio interno — scrive l’autore — a evitare che la spinta verso queste posizioni di integralismo prevalesse sul rispetto del pluralismo in quegli anni del dopoguerra decisivi per la costruzione del nuovo equilibrio politico del Paese. Alcune figure riassumono nei loro percorsi questa inquietudine, una venatura del cattolicesimo vissuta lungo traiettorie di fede non sempre benedette dalle gerarchie, anzi in più casi condannate ma che hanno saputo imporsi nell’immaginario cattolico come la vera via da seguire nella dialettica politica, perché lo scontro non degenerasse nella rinuncia alla democrazia. E perché il cattolicesimo politico non si sganciasse dal senso profetico più profondo e intimo del cristianesimo».

Accanto a questo romanzo c’è sempre quello familiare, a partire dal caro ricordo di “mamma Sangiorgi”, donna impegnata quanto l’amatissimo consorte e in più divisa fra dimensione domestica e pubblica, alle memorie lucenti delle vacanze estive con il babbo impegnato altrove, con l’attesa da parte dei bambini delle golose mandorle salate che lui immancabile riusciva a trafugare da ogni banchetto pubblico.

È il romanzo, insomma di un’Italia che è stata, che ancora è da qualche parte, nei suoi comportamenti più virtuosi dell’oggi. E che magari potrebbe ancora essere, nelle modalità e declinazioni che l’attualità richiede.

Nel libro si riporta una nota scritta dallo stesso Giovanni Sangiorgi per una campagna elettorale degli anni Cinquanta, alla quale si presentava: «Sangiorgi è padre di 6 figli. Ha lavorato sempre: per la libertà, la dignità, la cultura, le fede cristiana in cui è nato e in cui vive da militante». In fondo, non serve di più. E non pare certo poco.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 10 agosto 2024.

Titolo originale: Restare normali fscendo cose fuori del normale.

[Testo qui riproposto per gentild concessione del direttore del quotidiano ufficioso della Santa Sede]

Luigi Granelli e la Base: l’impegno nella Dc come “sinistra degasperiana”.

Luigi Granelli si colloca tra i maggiori dirigenti della DC lombarda e nazionale. Estremamente forte fu il suo legame con Marcora, senza che sfociasse mai in forme di servilismo. Bergamasco, nato alla fine degli anni Venti, è stato uno dei più̀ giovani partigiani della sua zona e militò, data la sua educazione cattolica, nelle brigate dei partigiani bianchi. 

Ancora ragazzo, alla fine della guerra ritornò a lavorare con il padre, esercitando il mestiere di imbianchino. A sedici anni verniciava di minio i cancelli della Dalmine. Di media statura, aveva lineamenti fini ed era dotato di una straordinaria intelligenza dialettica e oratoria. Per queste ragioni, agli inizi degli anni Cinquanta fece una rapida carriera nella DC di Bergamo, ricoprendo il ruolo di direttore del giornale locale Il Campanone e collaborando con altri personaggi dotati di una cultura più̀ vasta della sua, come Beppe Chiarante e Luigi Magri, futuri parlamentari del PCI. 

Granelli si formò da solo e quando la stima nei suoi confronti crebbe cominciò a essere chiamato fuori dalla sua provincia. Dopo la fondazione della corrente di Base fu avvicinato da Marcora, che gli propose di dirigere una rivista chiamata proprio La Base. In quella redazione incontrò la giovane dottoressa Adriana Guerrini, assistente alla cattedra di Diritto costituzionale alla Cattolica di Milano, con la quale si sposò. Impegnati entrambi in politica, ebbero un solo figlio.  

Quando Fanfani divenne segretario al congresso nazionale di Trento, si scontrò subito con Granelli che lo accusava di voler fare e agire senza pensare e progettare. In modo sprezzante Fanfani gli rispose: «Non si preoccupi, per voi faremo un pensatoio!» In seguito Fanfani sospese dal partito Granelli, Magri, Chiarante, l’onorevole Bartesaghi di Lecco e Mario Melloni, che con lo pseudonimo di Fortebraccio sarebbe diventato un bravissimo umorista dell’Unità, famoso per le sue vignette e le sue battute. 

Mentre Magri, Chiarante e Bartesaghi finirono nel PCI, Granelli resistette nella DC con l’aiuto di Marcora, di sua moglie e della professoressa Brisca Menapace, di origine trentina e docente alla Cattolica di Milano. Quest’ultima finirà̀ anche lei nel PCI e poi al manifesto

Granelli si trasferì̀ a Milano dove, a metà degli anni Cinquanta, Marcora aveva vinto il congresso provinciale, dando respiro a nuove e importanti prospettive. Divenne, come capiterà̀ più̀ tardi a chi scrive, prima dirigente degli enti locali e in seguito direttore del Popolo Lombardo, il settimanale della DC milanese. 

Granelli tentò, ancora giovanissimo, di presentarsi candidato alle elezioni del 1958, sfruttando le sue capacità dialettiche e di abile giornalista. Purtroppo, in quella circostanza si scontrò con il vicario della diocesi di Milano monsignor Manfredini, futuro vescovo e delegato dall’arcivescovo Montini ai rapporti con il laicato cattolico milanese. Granelli era convinto sostenitore di quell’apertura a sinistra che prevedeva un accordo con il PSI, rifacendosi alla famosa frase di De Gasperi: «La DC è un partito di centro che guarda a sinistra».

Per lui, la Base era la sinistra degasperiana, cioè̀ una sinistra più̀ laica di quella aclista di Vittorino Colombo a Milano o di La Pira a Firenze. Monsignor Manfredini, invece, era su posizioni decisamente diverse, che lo portavano a caldeggiare il mantenimento del centrismo sia al comune di Milano sia in provincia. Nel momento cruciale delle elezioni del 1958 ebbe luogo un disastroso confronto tra Granelli da una parte e l’arcivescovo Montini, destinato alla carica di pontefice come Paolo VI, dall’altra. Dopo un incontro privato con Montini, Granelli pubblicò un comunicato nel quale diceva che le divergenze erano state chiarite in modo positivo. Gli piombò addosso una pesantissima smentita della curia milanese, nella quale si negava non solo l’esito positivo del suddetto chiarimento, ma proprio che il chiarimento ci fosse stato. 

 

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