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La maggioranza apre sulla Rai, le opposizioni restano guardinghe.

In teoria è un ramoscello d’olivo. La maggioranza fa la sua mossa per provare a sbloccare l’impasse sul rinnovo del cda Rai in vista della convocazione di Camera e Senato già fissata per il 26 settembre. E lo fa con un comunicato che, per la prima volta, risponde pubblicamente a ben due prese di posizione – una del 6 agosto, l’altra di una settimana fa – in cui l’opposizione unita minacciava l’aventino in commissione di Vigilanza (da cui passa il voto sul presidente, per cui servono i due terzi dei consensi) se non si fosse proceduto a una riforma della governance di viale Mazzini prima di fare le nomine.

A firmare la nota, e non è un caso, sono tutti i leader dei partiti di maggioranza: Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi. È, o almeno dovrebbe essere, quel “segnale politico” che chiedevano le opposizioni. Da una parte, appunto, si dice che è “opportuno avviare in Parlamento il confronto per definire una nuova legge di sistema” e si fa riferimento al recepimento del Media Freedom Act costantemente invocato dai partiti di minoranza, dall’altra, però si insiste sul fatto che, in attesa delle nuove regole, “debbano essere applicate le norme vigenti senza indugi, a tutela delle prerogative del Parlamento”.

“Ora non hanno più alibi”, sintetizza chi in Fratelli d’Italia si sta occupando della questione. E, tuttavia, il reale obiettivo della mossa fatta dalla maggioranza sarebbe quello di provare a spaccare il fronte comune delle opposizioni, sperando di riuscire a fare breccia nel M5S. “Il Pd ha molto da perdere ma loro hanno solo da guadagnare”, si sottolinea nel centrodestra. Il sottinteso è che, di fronte a un atteggiamento di maggiore benevolenza, si aprirebbero per i pentastellati più opportunità di ottenere posizioni importanti al momento in cui si procederà al rinnovo delle direzioni.

Domani mattina [oggi per chi legge, ndr] la commissione di Vigilanza è convocata alle 8 per il varo delle disposizioni di par condicio per le elezioni in Liguria e per decidere su alcune audizioni. Nel corso della giornata si dovrebbe svolgere, come anticipato dalla presidente Barbara Floridia, un incontro dei rappresentati dei partiti per cominciare a discutere. “Ne approfittiamo per vedere cosa hanno intenzione di fare nella maggioranza”, fanno sapere i dem.

Le prime reazioni dei partiti di opposizione, in realtà, non sembrano offrire particolari sponde. Il Pd, pur riconoscendo che ci sia stato “un passo avanti” chiede di passare “dalle parole ai fatti”. La segretaria Elly Schlein lo dice nettamente. “Pare che finalmente abbiamo convinto la maggioranza della necessità di procedere alla riforma della Rai” ma “voglio chiarire che noi non siamo disponibili a nomine, lottizzazioni, rinnovi di Cda che praticamente sarebbero già in scadenza prima di aver proceduto alla riforma della governance complessiva”. Anche Avs – alla quale però non spetterebbe un consigliere – si chiama fuori. Il M5S, a sua volta, chiede la convocazione di “stati generali” per discutere della riforma prima che si parli di nomi. Ed è proprio in questa sfumatura che Fratelli d’Italia pensa di potersi inserire, convinta che la richiesta sia meno perentoria di quella dem ma anche che i pentastellati non abbiano detto un no esplicito a procedere intanto al rinnovo con le vecchie regole.

Il problema, tutto interno alla maggioranza, resta poi quello della presidenza per la quale in pole position il nome è quello di Simona Agnes in quota Forza Italia. E, tuttavia, alla maggioranza mancano tre voti in Vigilanza per ottenere il quorum, dunque serve un ‘aiutino’ dall’opposizione. L’addio di Mariastella Gelmini ad Azione sulla carta potrebbe far guadagnare un voto, ma è probabile che Calenda proceda alla sostituzione in tempi rapidi.

Diversamente l’ipotesi è che si indichi un nome di garanzia, ma questo comporterebbe un cambio di cavallo del partito azzurro che al momento Antonio Tajani non sembrerebbe intenzionato a fare. “A noi cambia poco”, chiosano da Fdi, a cui interessa soltanto che si proceda finalmente alla nomina di Giampaolo Rossi come Ad. L’ordine consegnato da Giorgia Meloni ai suoi è comunque quello di non andare oltre la data del 26 settembre e di procedere anche alla prova di forza, se necessario. Anche a costo che il ruolo di presidente finisca per essere ricoperto dal consigliere più anziano.

Superbatteri, rischio mortalità per 40 milioni di persone.

La resistenza antimicrobica (AMR) rappresenta una delle più gravi minacce per la salute globale. Un nuovo studio pubblicato lunedì scorso sulla rivista The Lancet prevede che entro il 2050 le infezioni da batteri multiresistenti potrebbero causare milioni di decessi all’anno, superando, secondo queste stime, il numero di morti causate da tumori.

La causa principale dell’AMR è l’uso eccessivo e inappropriato degli antibiotici, sia in ambito umano che veterinario. Esposti a dosi massicce di questi farmaci, i batteri sviluppano meccanismi di difesa, rendendoli meno suscettibili all’azione degli antibiotici. Altri fattori che contribuiscono alla diffusione della resistenza sono la diffusione delle infezioni ospedaliere, l’uso degli antibiotici in agricoltura e l’aumento dei viaggi internazionali.

Le conseguenze dell’AMR sono devastanti. Oltre a mettere a rischio la vita di milioni di persone, la resistenza agli antibiotici compromette i progressi della medicina moderna, rendendo più difficili e rischiosi interventi chirurgici, trapianti e chemioterapia. L’impatto economico è altrettanto significativo, con un aumento dei costi sanitari e una riduzione della produttività a livello globale.

Secondo i dati dello studio, le regioni più colpite dalla resistenza antimicrobica e dai decessi attribuibili sono l’Asia meridionale, l’America Latina e i Caraibi, l’Africa subsahariana, realtà spesso caratterizzate da un accesso limitato a cure di qualità.

Per affrontare tale emergenza globale è necessario un approccio multidisciplinare che coinvolga governi, istituzioni sanitarie, industrie farmaceutiche e cittadini. Sono fondamentali investimenti nella ricerca per sviluppare nuovi antibiotici e alternative terapeutiche, come i batteriofagi. Parallelamente, è cruciale promuovere un uso responsabile degli antibiotici, sia da parte dei professionisti della salute che dei cittadini, e rafforzare i sistemi di sorveglianza per monitorare la diffusione della resistenza.

Ogni individuo può fare la propria parte adottando comportamenti corretti, come ad esempio seguire scrupolosamente le prescrizioni mediche, evitare l’automedicazione e promuovere l’igiene. Solo attraverso uno sforzo congiunto possiamo rallentare la diffusione della “resistenza” e garantire alle future generazioni il ricorso a trattamenti efficaci.

Avviene a Lecco: uomini e galli, un mondo in competizione?

“Prima che il gallo canti” è uno scritto di Cesare Pavese dove si dice della solitudine di un uomo di fronte alla violenza e della libertà, temi ora cari anche agli animali.  All’asilo di Origo di Calco, dalle parti di Lecco, è accaduto un fatto in apparenza non così tanto significativo. Un semplice gallo, adottato fin da pulcino da insegnanti e bambini della scuola di infanzia, è stato trovato impiccato alla rete di recinzione del suo pollaio.

Origo par che venga da origine, dove tutto comincia. Lì si è dato inizio ad un gesto di male che resterà nella memoria dei suoi piccoli frequentatori ed anche negli adulti che li accudiscono. Chi ha fatto questo ci è andato con la mano pesante, si potrebbe dire che ha calcato la mano in modo eccessivo.

Possibile credere che un gallo sia pericoloso, che possa con la sua voce chiamare alle sedizioni o che vanitosamente tenga troppo a far sentire la propria ugola, sopraffacendo ogni altro che tenti di mettersi in mostra. 

Gallo è colui che canta o secondo una etimologia indoeuropea è colui che grida e può pertanto essere molesto ed allora va taciuto. Possibile che, con espressione antica, abbia preso gallo, cioè sia stato assalito da smodata allegrezza e che questo abbia irritato qualcuno del vicinato. Così qualche restauratore dell’ordine pubblico ha agito per sopprimerlo non con acido gallico ma con una corda.

È giusto che si sia fatta abbassare la cresta a quel pennuto smanioso di far sentire la forza e la capacità delle sue corde vocali. La povera bestia, la mascotte dei bimbi, si chiamava Pepe. In latino il nome di questa spezia viene da “Piper”, più esattamente da piper nigrum, qualcosa che rinvia ad una condizione di chi è abituato al razzismo o ad essere razziato. Al nostro tenore piumato gli hanno fatto la festa, ma diversa rispetto a quando si andava al Piper a ballare. Si è trattato di una baldoria di diverso tipo. Lo avranno probabilmente trovato d’aspetto “livido e nero come un gran di pepe” appeso ad una rete metallica, in maniera che non potesse più dire la sua.

Forse c’era il timore che in zona ci fossero troppi galli a cantare o che si esibisse tre volte e qualcuno, subito dopo averlo ascoltato, avrebbe dovuto ammettere la sua idiozia e la sua cattiveria. È un mondo che va così e che ti allena contemporaneamente alla rassegnazione ed alla rabbia, un melting pot nel quale necessariamente convivere.

In un film dei fratelli Taviani il protagonista propone una canzoncina che può tornare utile con parole buone a chi voglia cimentarsi ad addomesticare certi animali: “San Michele aveva un gallo e per addomesticarlo lui gli dava latte e miele…”. Poteva essere un esempio riprovevole per gli alunni della scuola che potrebbero essere indotti a viziare chi invece deve saper stare al posto suo senza troppe moine.

Ora in quel circondario si leccheranno le ferite, i bambini porteranno finalmente nel cuore il dolore che serve a crescere sani e forti ed avvezzi alla vita. Intanto un gallo ringrazierà per non essere almeno finito allo spiedo. Questa non è la storia di “uomini contro”, ma di uomini contro galli e la vicenda è assai più spigolosa perché non c’è abitudine a fronteggiarli. Semmai si trovasse il responsabile dell’impresa, andrebbe condannato a cantare per un certo tempo un “chicchirichi” all’alba e al tramonto nel pollaio improvvisamente ripopolato dalla sua presenza. Sarebbe la prova che l’uomo non ha necessariamente bisogno di animali e che può fare egregiamente da solo.

Formiche | Draghi disegna l’Europa necessaria: rompere l’assedio del declino.

Non è un libro dei sogni, ma una proposta di grande impegno ed efficacia che invita a non arrendersi al ritardo accumulato dall’Europa rispetto nella crescita del Pil negli ultimi vent’anni. Che, associata alla grande autorevolezza di Mario Draghi può mettere seriamente in moto un progetto radicale, come egli stesso l’ha definito, centrato su quelle politiche per la produttività e innovazione da molti invocate, (compreso il nostro Gruppo dei 20 di Tor Vergata, di cui nei prossimi giorni sarà in libreria il volume L’Europa a una svolta, che verrà presentato al Cnel al metà ottobre) ma assai poco realizzate. Non si può non condividere l’idea centrale del suo rapporto.

Il ritardo competitivo europeo e la riduzione della crescita hanno molto a che fare con il posizionamento dell’Europa nelle medie tecnologie, piuttosto che in quelle high-tech e con l’insufficiente investimento in innovazione. Basta pensare che dal 2000 ad oggi la produttività oraria del settore Ict nell’Ue è aumentata soltanto del 65%, (negli Usa del 240%) e che a fronte dei circa settanta miliardi impegnati dagli Usa sull’Intelligenza Artificiale, la Ue ne ha investiti circa 7. Il recente Digital Market Act interviene a livello di regolazione nel settore della digitalizzazione e dell’Intelligenza Artificiale. È però evidente che il tema va trattato, oltre che in termini di regolazione, anche nei suoi rapporti con la politica industriale che, ormai da tempo, ha preso un rilievo decisivo nella competizione globale.

Si potrebbe aggiungere che l’aumento della produttività totale, necessario alla ripresa dello sviluppo, è legata non solo al ruolo dell’Europa ma ,in gran parte, a quanto il settore privato parteciperà agli investimenti necessari, soprattutto nei servizi, in particolare ritardo. L’incertezza presente sui mercati e la frammentazione degli scambi legata all’esistenza di blocchi politico -commerciali contrapposti non facilita questa partecipazione. Rende, opportuna e necessaria una policy europea che si assuma una parte dei rischi d’investimento, come è già accaduto all’epoca della crisi finanziaria del 2008 con le scelte realizzate da Jean-Claude Juncker.

Non va poi dimenticato che la crescita del commercio internazionale è di grande importanza per l’Europa, visto che l’area dell’euro presenta un interscambio con i Paesi esterni di circa il 55% del Pil, a fronte di un 40% della Cina e un 25%degli Usa. In questo quadro è essenziale che la Ue si doti di una politica estera unitaria che le consenta di intervenire in direzione di un sistema funzionante di regole del commercio, come quello che era assicurato fino a ieri dalla Wto e che oggi appare in difficoltà sotto la spinta dei Brics (e non solo), assieme alle regole del sistema monetario internazionale fissate nel 1944 a Bretton Woods.

Non c’è dubbio che sono assai poche (tant’è che si finisce per citare sempre il solo caso di Airbus) le imprese in grado di sfruttare il vantaggio competitivo del mercato continentale europeo. È necessario un intervento che ripristini le condizioni di attrattività che si verificarono negli anni del grande successo del Mercato unico, con un impegno per la creazione di reti infrastrutturali europee e imprese alla stessa scala, come suggerisce il recente rapporto Letta Much more than a market.

Serve un mercato comune dell’energia che, collegandosi alle scelte fondative europee, è essenziale, non solo per ricercare le condizioni del minor costo dell’energia, ma anche ai fini di realizzare le nuove reti elettriche ‘intelligenti’ a livello continentale. Infine mentre non si può non convenire sulla priorità di decarbonizzaione, digitalizzazione e difesa rimane da trovare il consenso necessario a far fronte alla straordinaria dimensione dell’impegno finanziario previsto dal rapporto di 5 punti percentuali di Pil per i relativi investimenti.

 

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https://formiche.net/2024/09/il-rapporto-draghi-non-e-un-libro-dei-sogni-paganetto-spiega-perche/#content

Dibattito | Centro, la discriminante che cambia il futuro delle coalizioni.

Il voto europeo ci ha consegnato alcuni trend elettorali, e quindi politici, da cui non si può banalmente sfuggire. A cominciare dalla riaffermazione del bipolarismo, frutto e conseguenza di una possibile e fisiologica democrazia dell’alternanza. Certo, l’auspicio è che si tratti di una democrazia dell’alternanza che non sia brutalmente muscolare o dettata da una reciproca volontà di delegittimazione morale e politica. E questo perché una simile impostazione non contempla affatto un confronto politico ricco e fecondo ma solo e soltanto la volontà di annientare l’avversario/nemico.

Ora, attorno al cosiddetto “Campo largo” o “Fronte popolare” che sia, si può essere anche sarcastici o polemici. Ma è indubbio che si tratta di un progetto sufficientemente chiaro ed inequivoco che merita rispetto e che non può essere banalmente contestato. Si tratta, cioè, di una coalizione della sinistra progressista che unisce in un blocco elettorale le tre sinistre che sono attualmente in campo: quella massimalista e radicale della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 Stelle e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis. Il tutto cementato da una forte convergenza culturale, ideale e forse anche etica che fa di questo neo ed inedito “Fronte popolare” una coalizione sufficientemente omogenea e compatta. 

Il giustizialismo, tra l’altro, è uno dei collanti ideologici decisivi di questa alleanza come, sul versante economico e sociale, l’assistenzialismo e la creazione di ulteriore debito pubblico. Ma è proprio sul versante culturale, e oserei dire quasi prepolitico, che si registra un “comune sentire” fra le tre sinistre e la volontà di non allargarsi ad altre realtà se non per darle quello che comunemente viene definito “diritto di tribuna”. Ovvero, una manciata di seggi parlamentari per confermare, almeno formalmente, che la coalizione è plurale. Ed è puntualmente ciò che avviene con i partiti personali di Matteo Renzi e di Carlo Calenda. Insomma, tutto ciò che è riconducibile anche solo lontanamente al Centro, e quindi alla tradizione, alla cultura e al pensiero di marca centrista, da quelle parti è semplicemente fuori luogo e fuori tempo.

Sul versante opposto, ovvero su quello della coalizione di centro destra, è arrivato invece il momento decisivo per rafforzare e consolidare un forte, spiccato e visibile partito di Centro. Un luogo politico che sia in grado di guidare politicamente l’intera alleanza sganciandola dal condizionamento culturale del sovranismo, in qualunque forma si manifesti. Un’operazione che si può tranquillamente mettere in campo perchè il Centro, su questo versante, non è ideologicamente e culturalmente avversato come, invece, avviene nel campo progressista. Che, non a caso, parla della necessità di ricostruire un “Fronte popolare” contro il nemico giurato ed implacabile seppur dopo il fallimento dei due precedenti storici: ovvero nel 1948 con Palmiro Togliatti e il Pci dell’epoca e quello del 1994 guidato dal post comunista Achille Occhetto, con l’ormai famosa e celebre “gioiosa macchina da guerra”. Certo, si tratta di un’operazione né semplice e né facile ma possibile e soprattutto praticabile perchè non ci sono, al riguardo, preclusioni di natura ideologica, culturale e men che meno di natura politica.

Ecco perché, seppur in un contesto ancora alquanto confuso e frastagliato, la concreta evoluzione del dibattito politico dopo il voto europeo e alla vigilia delle prossime elezioni regionali, ci offre anche l’opportunità per affrontare con maggior chiarezza il cammino di chi continua a credere, malgrado tutto, che nel nostro paese è quantomai decisivo ed importante ridare voce e sostanza al Centro e ad una vera e credibile “politica di centro”.

Laudato si’ e transizione energetica: un binomio vincente

Da una ricerca condotta dalla Fondazione MAIRE e presentata oggi a Casa Litta-Palazzo Orsini a Roma nel corso dell`evento “Nello Spirito di Laudato Sì. Verso COP29: transizione energetica come opportunità di inclusione sociale e lavorativa”, è emersa chiara la necessità di creare nuove competenze per la transizione energetica in tutto il mondo.

L`evento, promosso dalla Fondazione MAIRE insieme all’Ambasciata del S.M. Ordine di Malta presso la Santa Sede, ha evidenziato la sinergia tra l`Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e la transizione energetica, intesa come evoluzione culturale, sociale, economica ed ambientale che rappresenta la più attuale e complessa sfida dell`umanità. Riferendosi al cambiamento climatico e al rischio che esso rappresenta per l`umanità il Pontefice dice: “dobbiamo riconoscere la grandezza, l`urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta”. La sfida della decarbonizzazione è un`opportunità per costruire uno sviluppo umano integrale e, in tale contesto, le imprese giocano un ruolo primario nel contribuire attivamente alla costruzione del bene comune.

Per il raggiungimento degli obiettivi climatici e la formazione di oltre 30 milioni di lavoratori nel mondo (dato indicato dalla International Energy Acency), la Fondazione MAIRE ritiene indispensabili la creazione di nuove competenze multidisciplinari, l`educazione all`adattamento climatico e lo sviluppo di soluzioni innovative per la transizione energetica e la decarbonizzazione.

Questi i presupposti della ricerca “Climate goals: winning the challenge of climate goals through the creation of skills and competences worldwide” iniziata nel 2023 in collaborazione con IPSOS. Lo studio, condotto in 12 Paesi, 4 Continenti e 2.200 intervistati, è attualmente in fase di approfondimento in Arzebaijan e Kazakstan. Dai dati analizzati è emersa la crescente consapevolezza di come la transizione energetica possa rappresentare un`opportunità per la creazione di posti di lavoro e per l`inclusione femminile e delle minoranze. I risultati saranno presentati il prossimo novembre alla COP29 di Baku, in Azerbaijan.

Vaticannews | Accorato appello di Francesco per la pace in Medio Oriente.

Tiziana Campisi

Nuovo accorato appello di Papa Francesco per la pace in Medio Oriente, dove continuano gli scambi di fuoco tra Hezbollah e Israele, verso il quale, tra l’altro, miliziani filoiranianai yemeniti Houthi hanno formalmente rivendicato il lancio di un missile. Terminata la preghiera dell’Angelus, il Pontefice chiede che si fermino le armi e si giunga a un accordo che ponga fine alle ostilità.

“Cessi il conflitto in Palestina e Israele, cessino le violenze, cessino gli odi, si rilascino gli ostaggi, continuino i negoziati e si trovino soluzioni di pace”.

Il pensiero del Pontefice va, soprattutto, alle migliaia di “vittime innocenti” e ai tanti giovani morti sul campo. Secondo il ministero della Salute del governo di Hamas, a Gaza, dall’inizio della guerra con Israele, il 7 ottobre 2023, sono rimaste uccise 41.206 persone, mentre i feriti sono 95.337.

“Penso alle mamme che hanno perso figli in guerra. Quante giovani vite stroncate”.

Addolorato, Francesco ricorda, in particolare Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, “trovato morto il 10 settembre insieme ad altri cinque ostaggi a Gaza”. Il 22 novembre scorso, il Pontefice, aveva incontrato la madre del giovane, Rachel, insieme a una delegazione di parenti degli ostaggi, e la donna fu quella che lo intrattenne più a lungo.

“Mi ha colpito per la sua umanità. L’accompagno in questo momento. Prego per le vittime e continuo ad essere vicino a tutte le famiglie degli ostaggi”.

Con voce rattristata il Papa invita anche a non dimenticare “le guerre che insanguinano il mondo” e ancora la “martoriata Ucraina” e il Mynamar.

 

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-09/papa-appello-pace-medio-oriente-ostaggi-negoziati-ucraina.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Cleopatra sulle dune; da una scivolata alla slavina delle sabbie.

La nostra amata regina Cleopatra/Meloni non ricorda più il suo Paese natio, quell’Egitto prospero e ricco grazie al potente Nilo e circondato dal deserto del Sahara con le sue maestose dune. La sabbia si accumula per via del vento e dallo stesso vento è mossa per andare a formare altre dune. Il potente Ghibli che soffia sulle dune egizie è ora solo un pallido ricordo, ma la gente di lì sa che quando soffia bisogna mettersi al riparo, frequenti sono le tempeste di sabbia che porta.

A Roma questi rappresentano solo racconti di grandi viaggiatori e commercianti, eppure sono fatti ben conosciuti da tutto l’Impero. Nella città soffia un vento modesto ma ahimè costante, la sera prima del tramonto. E se l’afa lo consente rinfresca la sera e rende liete le cene. Il vento porta con sé le parole della gente, quelle benevole e quelle sgradevoli. Cesare le ascolta sempre, siano serate silenti o serate ciarliere, e quando il caso lo vuole, da chiacchiere diventano suggerimenti.

Al primo caldo il vento inizia e quest’anno aveva iniziato tardi, a maggio; e Cesare, che agli incontri con gli alleati tiene molto, aveva suggerito alla sua Cleo, di curare con attenzione ogni evento, che prima di tutto ne vale la faccia sua e poi quella della Regina. Saggezza e diplomazia insieme.

Ma l’indisciplinato equipaggio della nave di Cleopatra/Meloni ha bisogno di visibilità e di mostrare il potere che ha e lo vuole esercitare senza sentir ragioni. Ferma treni alla bisogna, agita la plebe (e pure se stessi) con il sospetto dell’essere spiati, non è accorto nella composizione del proprio staff, assume ruoli da statisti dell’impero invece di stare nelle proprie modeste scarpe, insomma pare dimenarsi per un posto al sole che non c’è, essendo l’unico previsto da Cesare per la regina Cleopatra. È come se, usciti con i propri carri trainati dai cavalli, affrontassero il deserto del Sahara spronando i destrieri e questi – poveretti – scivolano sulla duna, gli zoccoli tornano indietro, i carri si ritrovano alla base. Prima una duna e una scivolata, e poi un’altra e poi un’altra ancora, e da scivolata diventa una slavina di sabbia che scende dalle alture verso la pianura. Pure la regina ne resta prigioniera, lei che non ne avrebbe necessità lancia il suo potente carro sulla duna temendo di esser circondata da gente non amica, dimentica che intorno a sé non c’è altri che quelli che lei stessa ha scelto. E anche ai suoi cavalli scivolano gli zoccoli. La solitudine del potere ti fa capire che pur riconoscendo in tutti loro volti noti, gli amici e le amiche sono merce rarissima. 

Cesare, che conosce il potere, nulla può per la regina Cleopatra: presa dal suo daimonos, è ora cupa, silente, la voce più bassa del solito, guarda i suoi amati coccodrilli sguazzare nella piscina che Cesare ha fatto approntare per loro. Sta a Roma e forse con nostalgia ricorda quando dalle le rive del Nilo, strillava a Cesare: “Sono pronta!”

Giovani talenti e competenze digitali, ricetta per il successo delle imprese.

La manifattura italiana continua a spingere, con una chiara volontà di crescita -quasi 7 imprenditori su 10 prevedono di crescere entro 2 anni-, nonostante le recenti difficoltà legate al contesto economico internazionale, all’aumento dei prezzi e alla difficoltà di reperimento delle risorse umane, tema che nel I quadrimestre 2024 ha impattato il 54% degli imprenditori. La risposta a questa criticità arriva dagli ITS e dalle Università: un’azienda su quattro punta sui loro studenti per accrescere il bagaglio di competenze – dato in crescita rispetto al quadrimestre precedente – e, per favorire l’inserimento di nuovi talenti in azienda, il 42% delle imprese ha già attivato partnership con ITS e Università, mentre il 34% si muoverà in questo senso entro l’anno.

Questo è lo scenario delineato dall’Osservatorio MECSPE sull’industria manifatturiera italiana riferito al primo quadrimestre 2024. La ricerca è stata realizzata da MECSPE, fiera di riferimento per la manifattura organizzata da Senaf e in programma a BolognaFiere dal 5 al 7 marzo 2025. Attiva da oltre vent’anni per supportare la filiera all’interno di un’economia in rapida evoluzione, MECSPE rappresenta un appuntamento fondamentale per il settore manifatturiero italiano, non solo come vetrina delle ultime innovazioni tecnologiche, ma anche come ponte cruciale tra il mondo dell’impresa e quello della formazione.

Il mismatch tra domanda e offerta nel manifatturiero rappresenta, ancora oggi, una criticità per più della metà degli imprenditori.

La gran parte di loro (65%) intende integrare nuove risorse nel proprio organico entro fine anno e, per farlo, sempre più aziende stanno capendo l’importanza di affidarsi a ITS e Università per reclutare nuovi talenti, anche a scopo di avvalersi della loro preparazione, sempre più focalizzata sul digitale. Per le imprese, infatti, accrescere il proprio bagaglio di competenze è fondamentale: il 57% di loro prevede l’inserimento di risorse giovanissime, provenienti da ITS, Università oppure da formare una volta entrate nell’organico, entro la fine dell’anno.

Avere delle competenze sempre aggiornate, specialmente nel digitale, è fondamentale in un periodo segnato dalla transizione 5.0 che tutte le imprese dovranno affrontare per rimanere competitive, soprattutto in termini di innovazione.

A tal proposito, attualmente il 45% del campione considera le competenze del proprio personale abbastanza o molto in linea con le esigenze aziendali, ma, a fronte di questo dato, vi è un 41% che ritiene che le conoscenze dei propri lavoratori siano solo mediamente allineate con le necessità dell’azienda, e il 14% che invece le considera inadeguate. Per arricchire questo bagaglio, rispondere al meglio alle esigenze aziendali ed aumentare quindi il livello di efficienza, le aziende puntano non solo sulle nuove assunzioni e su giovani talenti provenienti da ITS e Università con nuove competenze, ma anche sulla formazione interna, che rimane lo strumento preferito: oltre 7 imprenditori su 10 hanno già avviato corsi di formazione interni o prevedono di avviarli nei prossimi mesi. Ma c’è anche una buona fetta di chi assumerà, o ha già assunto, personale già formato (29%).

A dare maggiore attenzione al tema formazione ci penserà anche il Piano Transizione 5.0 del MIMIT e approvato di recente, che prevede lo stanziamento di 6,3 miliardi di euro per la transizione digitale ed energetica delle imprese italiane. Tali fondi riguarderanno, in parte, anche questo ambito; sono infatti previsti investimenti per la Formazione del personale per l’acquisizione di competenze nelle tecnologie rilevanti per l’attuazione della transizione digitale ed energetica, anche se, secondo l’Osservatorio del I quadrimestre 2024, solo il 29% di chi richiederà gli incentivi conta di investire in questo ambito.

“Il coinvolgimento degli ITS e delle Università è essenziale, sia per individuare nuovi talenti di cui l’industria ha bisogno, sia per preparare le nuove generazioni alle sfide della transizione 5.0. – afferma Maruska Sabato, Project Manager di MECSPE – Crediamo fermamente che investire nella formazione continua e nell’aggiornamento delle competenze sia la chiave per mantenere alta la competitività delle nostre imprese, e con gli incentivi del Piano Transizione 5.0 le aziende hanno l’opportunità unica di formare il proprio personale sulle tecnologie emergenti, garantendo una forza lavoro sempre all’avanguardia. La nostra fiera si pone come punto di incontro privilegiato tra aziende, giovani talenti e istituti di formazione, contribuendo in modo significativo a colmare il gap tra domanda e offerta di competenze. In questo senso, MECSPE rappresenta un contesto ideale per facilitare la collaborazione tra il mondo della scuola e quello del lavoro, creando un ecosistema in cui l’innovazione è alimentata da una formazione di qualità. Siamo orgogliosi di poter contribuire a questo dialogo e a supportare il settore nella sua evoluzione verso l’industria 5.0.”

Carcere di Torino: un inferno in terra, la lettera straziante di un detenuto.

Un detenuto del carcere “Lo Russo e Cutugno” di Torino ha inviato al tesoriere di Radicali Italiani Filippo Blengino una lettera in cui denuncia le drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti. “Caro Filippo, dopo la tua visita la situazione purtroppo non è cambiata. Senza l`indulto ci condanneranno a crepare come cani rinchiusi in queste celle sudice, dove la sicurezza non esiste, celle bollenti prive di ogni regola sanitaria, invase da cimici e scarafaggi, dove i diritti degli esseri umani vengono continuamente violati” ha scritto.

“Mi chiamo P.M. e sono detenuto presso il carcere di Torino `Lo Russo e Cotugno`, blocco C. Qui si muore, perché questa non è più una vita dignitosa e, per sfuggire a questa tortura, qualcuno di noi decide di farla finita. Entrati in questo girone dell`inferno, si perde ogni tipo di diritto e non esiste riabilitazione o rieducazione per correggere i comportamenti sbagliati; qui siamo carne da macello, privati della libertà e della dignità. La nostra punizione non può essere crudele, disumana e degradante. Chiediamo di essere salvati da uno Stato che ha deciso che la nostra punizione si traduca nella pena di morte celata” ha aggiunto.

“Un malato psichiatrico non è considerato una persona fragile, non gli viene riconosciuto il diritto alla salute. Siamo disperati, aiutateci!” ha proseguito il detenuto. “La situazione è drammatica, ci rivolgiamo-come suggerito dal detenuto- al Presidente Mattarella. Questa situazione non è più tollerabile. Servono misure immediate e concrete, non è possibile perdere altro tempo” ha continuato.

“A settembre abbiamo già raggiunto il numero di morti registrato nel 2023. Un dato devastante, una tragedia silenziosa che si consuma ogni giorno nelle carceri italiane. Non possiamo più attendere le fantomatiche riforme del Governo: è necessario approvare immediatamente il DL Giachetti e riflettere seriamente su indulto e amnistia” ha commentato in una nota Blengino.

Vita e Pensiero | Democrazie nel vortice.

Damiano Palano

Con Civil war il regista Alex Garland ha portato nelle sale cinematografiche lincubo che aleggia nella campagna elettorale per la Casa Bianca. Lo spettro di una nuova guerra civile riflette infatti il clima di un paese lacerato da una crescente polarizzazione politica e da divisioni con radici storiche profonde, cui la presidenza di Donald Trump e l’assalto a Capitol Hill hanno dato nuovo alimento. Come talvolta riescono a fare le narrazioni distopiche, la pellicola di Garland riesce però anche a fotografare una condizione che non riguarda solo gli Stati Uniti. Perché da circa quindici anni – a partire dalla crisi finanziaria del 2008 – molte democrazie occidentali sembrano essere entrate in un vortice.

In Europa sono state la Grecia, lItalia e la Spagna a sperimentare per prime lurto del «decennio populista». In seguito, la Brexit ha dato avvio nel Regno Unito a una fase di turbolenza che non ha precedenti nella storia recente del paese. In Francia, in Germania, in Spagna, in Olanda e naturalmente in Italia (ma in realtà in quasi tutti i membri dell’Ue), sono inoltre cresciuti tanto la rilevanza elettorale quanto il peso nel dibattito pubblico delle formazioni di destra radicale. E proprio la loro ascesa, talvolta davvero travolgente, conferma l’impressione che, dopo la fine dell’ondata populista degli anni Dieci, i sistemi politici occidentali non siano tornati alla “normalità”. Piuttosto sta prendendo corpo un’ambivalente “normalizzazione” della destra radicale, per la quale attori fino a pochi anni fa considerati come outsider estremi diventano protagonisti a pieno titolo del “normale” gioco democratico (insieme ai loro temi chiave).

Gli eventi degli ultimi mesi offrono una rappresentazione quasi paradigmatica del vortice da cui le democrazie occidentali sembrano essere travolte. La decisione di Emmanuel Macron di indire nuove elezioni, dopo l’esito del voto europeo, non è stata solo un azzardo sulle cui motivazioni gli storici si interrogheranno a lungo, né (soltanto) l’ennesima dimostrazione della presunzione che gli avversari rimproverano spesso al presidente francese. Lo scontro che è andato in scena – e che presumibilmente proseguirà nei prossimi mesi – è quello fra due volti della crisi contemporanea. Per un verso, gli avversari di Macron – a destra e a sinistra – hanno inalberato la classica bandiera della democrazia populista, dichiarandosi alfieri del popolo tradito dalle élite, nonostante abbiano dipinto in modo diverso il volto di quel popolo, raffigurandolo, a seconda dei casi, come la nazione francese, come il popolo “repubblicano”, o come una nuova classe subalterna. Per un altro verso, Macron ha continuato a farsi portavoce di una sorta di democrazia tecnocratica, alternativa a quella populista. Non tanto perché l’attuale inquilino dell’Eliseo non sia stato eletto dal popolo francese e non goda dunque una piena legittimazione democratica, quanto perché il prestigio e la credibilità su cui si è fondata la sua carriera politica derivano da fonti aliene rispetto al mondo dei partiti e alle sue logiche. Ben più che sul carisma, su fattori identitari o sulla rivendicazione di una tradizione politica, il progetto di Macron (certo messo duramente alla prova da anni di forti contestazioni) si è cioè retto su una retorica “tecnocratica” e “anti-politica”, sulla convinzione cioè che il possesso di competenze “tecniche” (estranee e superiori alle logiche politiche) sia il più efficace argine contro le semplificazioni demagogiche dei contemporanei “tribuni del popolo”.

Per quanto possano apparire soluzioni agli antipodi, tanto la democrazia populista, quanto la democrazia tecnocratica sono in realtà due volti del malessere che vivono oggi i nostri sistemi politici. Un malessere che si manifesta innanzitutto nella caduta della fiducia riposta nei partiti, nel crollo della partecipazione istituzionalizzata (compresa l’affluenza al voto), nella volatilità delle scelte di voto e nella tendenza alla polarizzazione. Tanto la ricetta populista quanto quella tecnocratica rappresentano infatti tentativi di colmare quel vuoto che si è venuto a creare negli ultimi trent’anni fra cittadini e partiti. Né la promessa redentiva della democrazia populista, né la soluzione tecnocratica si sono rivelate però sino ad ora capaci di ricucire quella relazione e di ricostituire stabilmente un tessuto fiduciario. Gli annunci demagogici dei populisti si sono invariabilmente scontrati con la “realtà” dei conti pubblici, dei vincoli economici e con il carattere strutturale dei processi di globalizzazione. E la retorica tecnocratica, senza dubbio più credibile nella diagnosi, è stata messa duramente alla prova dalla banale difficoltà di non poter offrire ai cittadini comuni dei buoni motivi (e, spesso, neppure dei buoni esempi) per giustificare i “sacrifici” che richiede. E la cura ha finito per aggravare la malattia cui si voleva porre rimedio.

 

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Centro, quale dignità politica gli si riconosce nel campo largo?

Diciamocelo sottovoce ma diciamolo. Anche il Centro, la sua tradizione, il suo pensiero e soprattutto la sua cultura politica hanno una dignità. Politica, culturale e programmatica. E questo non solo perchè il Centro è strettamente intrecciato con la storia democratica del nostro paese ma per la semplice ragione che il Centro – come del resto, anche se in minor misura, la destra e la sinistra – ha accompagnato il cammino e il percorso della democrazia italiana nel corso dei decenni.

Ora, e al di là della legittimità e della diversità di chi vuole declinare il Centro e la “politica di centro” nel contesto pubblico contemporaneo, è indubbio che ci provoca anche un turbamento – politico, come ovvio – assistere come viene giudicato e strattonato il Centro nel cosiddetto “campo largo” o nella riedizione di un fantomatico e singolare “Fronte popolare”. Detto con altre parole, fa male a tutti i centristi, perlomeno credo, registrare l’ostilità, lo sberleffo e anche la sostanziale denigrazione di chi si candida a rappresentare quell’area politica nel “campo largo”.

Cioè i partiti personali di Matteo Renzi e di Carlo Calenda. Soprattutto del primo, però, per ragioni su cui non vale neanche la pena soffermarsi. Ma, al di là delle pregiudiziali personali o tardo ideologiche, non si può non prendere atto che da quelle parti il Centro e tutto ciò che lo connota è visto come un corpo estraneo, nella migliore delle ipotesi. Perché quello che emerge, in tutta la sue evidenza, è una precisa, dettagliata, minuziosa e radicata ostilità politica, culturale e programmatica. E questo malgrado l’azione encomiabile di Goffredo Bettini e di altri post comunisti di panificare a tavolino la composizione, i confini, i contenuti e anche i protagonisti che dovrebbe costruire una gamba centrista e moderata nel “campo largo”. Un’azione, però, ci

permetta l’amico Bettini, che ci ricorda molto l’esperienza dei “partiti contadini” di comunista memoria quando l’azionista di maggioranza della coalizione si inventava a tavolino la presenza di partiti diversi da quello principale per confermare la natura plurale dell’alleanza stessa.

Ora, chi assiste alla reazione della base delle tre sinistre – quella radicale a massimalista della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 Stelle e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – e non solo attraverso ciò che dicono tutti i sondaggi al riguardo, prende atto che ogniqualvolta vengono citati i capi partito o i partiti cosiddetti centristi che dovrebbero far parte del cosiddetto “campo largo”, piovono fischi, urla, dissensi se non addirittura insulti. Il motivo è persin troppo semplice da spiegare, al di là – lo ripeto – delle pregiudiziali e dei pregiudizi di natura personale. Il motivo è squisitamente politico. E cioè, il “campo largo” è un blocco politico, sociale, culturale, ideale e anche etico. Nulla a che vedere con il vecchio e tradizionale centro sinistra, quello di Marini e di D’Alema per intenderci. Un blocco, di conseguenza e comprensibilmente, che non prevede aggiunte, se non del tutto ininfluenti e pleonastiche. E il ruolo pubblico esercitato da Renzi e da Calenda in quel campo – al di là della loro indubbia capacità politica – conferma, come dicevo all’inizio, che da quelle parti il Centro semplicemente non ha dignità politica.

Ecco perché avere un diritto di tribuna nel “campo largo” con qualche gentile concessione di seggi parlamentari, ovviamente esigui e ben circoscritti, non può essere scambiata con una autorevole e qualificata presenza politica centrista, riformista e moderata. Perchè, appunto, storicamente il Centro e la “politica di centro” nel nostro paese sono altra cosa rispetto ad una mera e quasi singola sistemazione personale. Quello si chiama tatticismo ed opportunismo.

Mentre declinare il Centro e la “politica di centro” si chiama progetto e prospettiva. Sono due strategie che non si incrociano. Da sempre.

Portale cattolico svizzero | Il bene esiste, va scoperto: parola di esorcista.

Silvia Guggiari

 

Nella società come nel mondo interiore di ogni persona c’è sempre una parte di bene e una parte (molto più piccola) di male, tocca ad ognuno di noi scegliere ogni giorno se far prevalere la parte di bene piuttosto che quella di male: spesso siamo portati a vedere solamente la parte negativa, basti guardare le brutte notizie che riempiono quotidianamente i giornali. È stato questo il messaggio al centro della presentazione del libro di don Roberto Pandolfi dal titolo «Satana, la Chiesa, il mondo», Elpo Edizioni, nella cornice della 72esima Fiera del libro di Como avvenuta martedì scorso 3 settembre.

 

 

Esorcista della diocesi di Como dal 2009 al 2012 e oggi esorcista ausiliare, Pandolfi ha raccolto nella sua quarta pubblicazione le tante storie quotidiane di uomini e donne da lui incontrate, gli episodi spesso inquietanti che in tanti anni ha trattato in qualità di esorcista: «Quando abbiamo a che fare con la psiche umana non si sa mai dove si va a finire», ha esordito don Pandolfi. Nel volume, il sacerdote indica alcuni spunti per ritrovare il senso dell’esistenza, rafforzare la volontà, avviare un cammino di fede e di pace: «Il male nel mondo e nell’uomo c’è sempre stato, basti pensare alla «Parabola del grano e della zizzania», dobbiamo allenarci a vedere il bene che c’è e che c’è ovunque», solo così potremo sconfiggere l’opera di Satana. Un compito che spetta a noi cristiani in particolare che dobbiamo sentirci interpellati dalle problematiche e dalle tematiche che quotidianamente interpellano la società civile.

Ma cosa fa esattamente un esorcista? «L’esorcista – ha chiarito Pandolfi – lavora sempre per il bene della persona che ha di fronte: innanzitutto ascolta e cerca di far sentire accolte le persone per quello che sono e non per i problemi che hanno. Infine fa una diagnosi e decide una terapia con preghiere di guarigione o riti particolari. Dato che spesso accade che si intersechino il disturbo psichiatrico con quello diabolico – non dimentichiamoci che Satana agisce sempre nella fragilità umana – l’esorcista non lavora mai da solo. Attorno a lui ci sono una serie di figure professionali che permettono di capire chi si ha di fronte».

 

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https://www.catt.ch/newsi/vedere-il-bene-nel-mondo-per-esorcizzare-il-diavolo-il-nuovo-libro-di-don-roberto-pandolfi/

AGI | Troppi elefanti, lo Zimbabwe si appresta ad abbatterne 200.

Foto di Olivier_D da Pixabay
Foto di Olivier_D da Pixabay

Lo Zimbabwe abbatterà 200 elefanti per far fronte a una siccità senza precedenti che ha portato alla scarsità di cibo e per affrontare la crescita della popolazione di questi animali, ha dichiarato l’autorità per la fauna selvatica del Paese. Il Paese ha “più elefanti di quanti ne abbia bisogno”, ha dichiarato mercoledì in parlamento il ministro dell’Ambiente dello Zimbabwe, aggiungendo che il governo ha incaricato la Zimbabwe Parks and Wildlife Authority (ZimParks) di avviare il processo di abbattimento.

I 200 elefanti saranno cacciati nelle aree in cui si sono scontrati con l’uomo, tra cui Hwange, sede della più grande riserva naturale dello Zimbabwe, ha dichiarato il direttore generale di ZimParks, Fulton Mangwanya. Lo Zimbabwe ospita circa 100.000 elefanti e ha la seconda popolazione di elefanti al mondo dopo il Botswana. Grazie agli sforzi di conservazione, Hwange ne ospita 65.000, più di quattro volte la sua capacità, secondo ZimParks. L’ultimo abbattimento di elefanti da parte dello Zimbabwe risale al 1988.

La vicina Namibia ne ha già uccisi 160 in un abbattimento di oltre 700 elefanti per far fronte alla peggiore siccità degli ultimi decenni. Lo Zimbabwe e la Namibia fanno parte di una serie di Paesi dell’Africa meridionale che hanno dichiarato lo stato di emergenza a causa della siccità. Ma la decisione di cacciare gli animali a scopo alimentare non è stata accolta con favore da tutti. “Il governo deve avere metodi più sostenibili ed ecologici per affrontare la siccità, senza incidere sul turismo. Rischiano di allontanare i turisti per motivi etici. Gli elefanti sono più redditizi da vivi che da morti”, ha dichiarato Farai Maguwu, direttore dell’organizzazione no-profit Centre for Natural Resource Governance. “Abbiamo dimostrato di essere pessimi custodi delle risorse naturali e il nostro appetito per le ricchezze illecite non conosce limiti, quindi questo deve essere fermato perché non è etico”, ha detto.

Chris Brown, ambientalista e direttore generale della Camera dell’Ambiente della Namibia, ha affermato che “gli elefanti hanno un effetto devastante sull’habitat se si permette loro di aumentare continuamente, in modo esponenziale”. “Danneggiano davvero gli ecosistemi e gli habitat e hanno un impatto enorme su altre specie che sono meno iconiche e quindi meno importanti agli occhi dei conservatori eurocentrici e urbani”, ha affermato. “Queste specie sono importanti quanto gli elefanti”.

Papa Francesco in difesa della vita e della dignità umana

“Ambedue sono contro la vita, sia quello che butta via i migranti sia quello che uccide i bambini. Ambedue sono contro la vita”. Lo ha detto Papa Francesco, rispondendo alla domanda di un giornalista sulla corsa alla Casa Bianca, nel corso della tradizionale intervista sull’aereo che lo ha riportato a Roma, di ritorno da Singapore, dove ha concluso il suo 45.mo viaggio apostolico, il più lungo del pontificato.

“Non si può decidere, io non posso dire, non sono statunitense, non andrò a votare lì, ma sia chiaro: mandare via i migranti, non dare ai migranti capacità di lavorare, non dare ai migranti accoglienza è peccato, è grave. Nell`Antico Testamento c`è un ritornello: l`orfano, la vedova e lo straniero, cioè il migrante”, ha detto Francesco secondo quanto riportato da Vatican news, ribadendo che “chi non custodisce il migrante, manca, è un peccato, un peccato anche contro la vita di quella gente”.

“Io sono stato a celebrare Messa alla frontiera, vicino alla diocesi di El Paso, e c`erano tante scarpe di migranti che sono finiti male, lì. Oggi c`è un flusso di migranti all`interno dell`America Centrale che tante volte vengono trattati come schiavi, perché si approfittano di questo. – è stata la testimonianza di Papa Francesco – La migrazione è un diritto, un diritto che già nella Sacra Scrittura, nell`Antico Testamento c`era”.

“Poi, l`aborto. – ha aggiunto Francesco – La scienza dice che al mese dal concepimento ci sono tutti gli organi di un essere umano, tutti. Fare un aborto è uccidere un essere umano. Ti piaccia la parola o non ti piaccia, ma è uccidere”.

“La Chiesa non è chiusa perché non permette l`aborto: la Chiesa non permette l`aborto perché è uccidere, è un assassinio, è un assassinio. E su questo dobbiamo avere le cose chiare. Mandare via i migranti, non lasciarli sviluppare, non lasciare che abbiano la loro vita è una cosa brutta, è cattiveria. Mandare via un bambino dal seno della mamma è un assassinio, perché c`è vita. E in queste cose dobbiamo parlare chiaro”, ha poi concluso.

Tv, l’assenza dei cattolici popolari: di chi la colpa?

Diciamocelo a bassa voce ma diciamolo. Fa un po’ impressione ascoltare i vari talk televisivi, peraltro sempre più faziosi e sempre meno credibili, e le varie e molteplici dichiarazioni nei pastoni dei Tg pubblici e privati, prendere amaramente tanto che ormai la presenza dei cattolici democratici, dei cattolici popolari e dei cattolici sociali sulle reti televisive è, di fatto, quasi scomparsa. O meglio, è scomparsa del tutto. Come ovvio e scontato, non parlo dei cattolici in sè ma della tradizione, della cultura e del pensiero di quell’area culturale, politica e forse anche etica.

Quasi che ci fosse una scelta di “damnatio memoriae” nei confronti di una esperienza che, nel bene e nel male, ha comunque segnato il cammino e il percorso storico della democrazia italiana.

E non solo per l’intera prima repubblica dove la presenza e il ruolo della Democrazia Cristiana, cioè di un forte e qualificato “partito di cattolici” è stato decisivo e determinante per la guida del

paese. Ma anche all’inizio della seconda repubblica questa presenza politica è stata di livello.

Basti pensare al ruolo del Ppi a guida Martinazzoli, Bianco e Marini e alla Margherita o al Ccd e all’Udc di Casini e Follini. Ma da ormai molto tempo, almeno da quando ha fatto irruzione il populismo demagogico, anti politico, qualunquista e anti istituzionale del grillismo e dei 5 Stelle, il mondo e l’area del cattolicesimo democratico, popolare e sociale è letteralmente scomparso dagli

schermi televisivi. Certo, abbiamo un Presidente della Repubblica che è espressione di questa cultura, di questa tradizione e di questo pensiero. Ma è indubbio, come del resto tutti sanno, che il Capo dello Stato non svolge e non può svolgere un ruolo politico ma solo e soltanto un ruolo istituzionale che attiene alla difesa e al rispetto della Costituzione. Detto questo, resta la domanda centrale. E cioè, ma come è possibile che una cultura politica che adesso, e paradossalmente, viene addirittura evocata, invocata e richiesta dai suoi storici detrattori – cioè da tutti i vertici dei quotidiani progressisti e dai vari talk televisivi della sinistra giornalistica e mediatica – non riesca ad organizzarsi e ad essere presente? E quindi anche negli organi di informazione? Ma com’è possibile che quando si parla di questa storia politica e di questa cultura ideale siano addirittura invitati persone che nel corso degli anni hanno criminalizzato – politicamente – e demolito scientificamente questa presenza pubblica?

Detto questo, però, non possiamo non dire che forse – anzi sicuramente – c’è anche e soprattutto una nostra precisa responsabilità politica, culturale ed organizzativa nel non continuare a mettere in campo una iniziativa che sia in grado di contare e di pesare nella cittadella politica italiana. E se si rinuncia ad una presenza politica – attraverso un partito di riferimento o con una presenza significativa ed organizzata in un partito culturalmente plurale – difficilmente si può rivendicare ed ottenere una visibilità mediatica.

Ecco perché, al di là dei piagnistei e delle lamentele, è arrivato veramente il momento per porsi una sola domanda. E cioè, chi continua ad avere a cuore il ruolo, il peso e la mission della storia e della tradizione del cattolicesimo politico italiano non può più non porsi il problema della sua

presenza pubblica. Pena diventare complici della sua assenza e della sua scomparsa dal dibattito

politico e mediatico italiano.

Errori a sinistra e debolezza al centro favoriscono la destra

A Parigi come a Roma, la sinistra e il centro sembrano compiere gli stessi errori, così da essere accomunati dal medesimo destino: la loro sconfitta e la vittoria della destra.

La discutibile scelta del Presidente francese di indire nuove elezioni legislative ha creato un Parlamento bloccato in cui nessuno schieramento ha la maggioranza e fa fatica a dialogare con gli altri. Mi chiedo, non sarebbe stato meglio avviare un confronto nella precedente legislatura con le forze riformiste aggregatesi attorno al leader Glucksmann e al Partito Socialista, piuttosto che buttare la maggioranza centrista nell’inquinata acqua della Senna?

La sinistra del nuovo fronte popolare, molto simile alla gioiosa macchina da guerra di Occhettiana memoria, dal canto suo, dopo essere risultata la minoranza più numerosa nella camera francese, ha gridato alla vittoria dipingendosi come qualcosa che non è: maggioranza nel Parlamento e nel Paese.

Così la sinistra ha iniziato a voler imporre tutto: nomine e programma di governo, chiedendo al centro di non opporsi e di fornire i loro voti. Insomma, si chiedeva il sostegno silenzioso del centro senza voler negoziare un programma né una squadra di governo. Questo non è un dialogo democratico ma la volontà di imporre le proprie idee con i voti degli altri.

Eppure, di fronte all’errore macroniano di andare al voto, c’era stato un barlume di speranza con la sigla di un accordo di desistenza tra centro e sinistra in ottica anti Le Pen. Dopo questo accordo, passata la paura, il buonsenso è scemato e ha lasciato il posto alla cecità strategica, alla voglia di rivalsa e alla sete di potere.

Si sarebbe potuto avviare un confronto democratico tra centro e sinistra, individuare pochi e chiari punti in comune per predisporre un programma e avviare un nuovo governo; invece, il pasticcio si è compiuto e così il presidente Macron, che di sicuro avrebbe potuto favorire un maggiore dialogo, di fronte alla sordità della sinistra, ha guardato dall’altra parte. Ora, il nuovo governo francese rischierà di essere ostaggio del partito della Le Pen e delle sue idee.

Invece di avere un governo di centro sinistra riformista, in Francia ci sarà un esecutivo fortemente vincolato a destra. A Roma, invece, dopo aver compiuto lo stesso errore di Parigi in Basilicata e fortemente tentati di compierlo anche in Liguria, alla festa di AVS, i cinque leader della coalizione di sinistra si sono sperticati nel dire che non sono sicuri di voler accogliere i partiti centristi nella loro coalizione, mentre i loro elettori sarebbero ben accolti.

Mi chiedo allora, è o non è arroganza volere i voti degli elettori centristi, di diversa natura, cattolici, liberali o riformisti, senza aprire il programma della coalizione alle istanze di questo mondo? È o non è presunzione voler decidere chi e come deve rappresentare questi elettori? È o non è diabolico perseverare nello stesso errore compiuto in Italia per decenni e in Francia di recente, credendo che la sinistra da sola, senza allearsi al centro, possa essere maggioranza in Parlamento e nel Paese?

Se vuole essere maggioranza nel Paese, la sinistra deve aprire i suoi tavoli di coalizione al centro e alle differenti voci cattoliche, liberali e riformiste che lo popolano. Magari anche il centro prima o poi dovrebbe scegliere di coordinarsi maggiormente e non continuare con la scissione dell’atomo, anche perché si diventa sempre più ininfluenti.

Ci sono dei punti in comune tra centro e sinistra si parta da lì. Investimenti in scuola e sanità; salario minimo e partecipazione dei lavoratori a Cda e utili aziendali; legge sulla rappresentanza sindacale e sulle lobby; lotta al dissesto idrogeologico, all’evasione fiscale e alle mafie; riforma delle carceri; incremento del numero di asili nido; riduzione del cuneo fiscale individuando i soldi nella forte razionalizzazione degli aiuti/bonus di Stato; introduzione dello ius culturae/soli e di una legge contro ogni tipo di violenza (di orientamento sessuale, religioso, politico o per il colore della pelle..); ancorare la nostra Patria all’Europa e alla costruzione degli Stati Uniti Europei; bloccare le leggi sul premierato e sull’autonomia, introducendo un sistema proporzionale e la sfiducia costruttiva.

Da questi punti si può partire per formare una reale base di governo, altrimenti si rischia di mantenere la destra al governo per altri anni ancora.

Mi domando inoltre come fa un partito di ispirazione liberaldemocratica come Più Europa così come la componente riformista del PD a rimanere in silenzio, quando vengono fischiate le parole di sostegno al popolo ucraino? Come fanno a pensare che in una coalizione fortemente sbilanciata a sinistra possano essere garantite le proprie istanze?

Il dibattito alla festa di AVS ha fotografato una coalizione con solo cinque sedie e la segretaria del PD ha mostrato una certa freddezza nel volerne aggiungere di nuove. Facendo così però il tavolo della coalizione sarà condannato ad occupare un misero angolo a sinistra della Camera, lasciando, come accade tra le vie parigine, alla destra il governo del Paese.

La Voce del Popolo | Al via la Settimana Montiniana.

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

Giuseppe Belleri

 

“Da 25 anni si celebra la Settimana Montiniana – ha sottolineato mons. Fabio Peli, presbitero coordinatore dell’Unità pastorale San Paolo VI – nella terra natale di Giovanni Battista Montini. Questo importante evento culturale e religioso non è solo un tributo al Papa bresciano, ma un invito a riflettere sul futuro della Chiesa e del mondo”.

“Le sue parole, il suo coraggio e la sua visione offrono ancora oggi una guida preziosa per affrontare le sfide del nostro tempo. Partecipare alla Settimana Montiniana (quest’anno sarà la 25ª edizione, ndr) significa riscoprire le radici di una fede viva e dinamica, incarnata in uno dei papi più carismatici del XX secolo, e guardare con speranza a un mondo che ha ancora molto da imparare dal messaggio di San Paolo VI”.

“Quest’anno, con la presenza del patriarca di Gerusalemme, vogliamo in modo particolare ricordare lo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa e l’incontro con il patriarca Atenagora, che ha ricucito i rapporti con la Chiesa d’Oriente, da alcuni secoli interrotto”.

 

Il programma. Sabato 21 settembre, alle 20.30, nell’Auditorium dell’Istituto Paolo VI, è in programma la consegna del Premio “Paolo VI Civiltà dell’amore” al card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini (intermezzi musicali saranno proposti dal gruppo “Concesio barocca”).

Domenica 22 settembre, alle 11, nella Basilica minore dei Santi Antonino martire e Paolo VI papa, sarà celebrata una S. Messa dal card. Pizzaballa. Al termine, alle 12, all’oratorio Paolo VI della Pieve, si potrà consumare il pranzo comunitario (prenotando al n° 339 783 8362).

Giovedì 26 settembre, 127° anniversario della nascita di San Paolo VI, presso la Casa Natale, alle 17, si reciterà il rosario per la vita. Alle 20, nella Basilica minore, ci sarà la S. Messa presieduta da mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, successore del concesiano mons. Giovanni Battista Bosio. Al termine sarà esposta e presentata un’opera d’arte contemporanea, presso il fonte battesimale, dove venne battezzato il futuro Papa.

Sabato 28 settembre, alle 20.30, nella Basilica minore, è previsto un concerto della Cappella Musicale del Santuario San Giovanni XXIII di Sotto il Monte. Domenica 29 settembre, 10.30, processione dalla Casa natale seguita dalla Basilica.

Lunedì 30 set il 127° anniversario del S. Paolo VI, alle 20, la presieduta da mons. Marino Cotali anche in ricordo del 30° della sua ordinazione sacerdotale.

 

Fonte: La Voce del Popolo – Giovedì 12 settembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La Voce del Popolo | L’egemonia culturale? Nessuno è innocente.

La battaglia per l’egemonia culturale, combattuta dalla destra con uno zelo degno di miglior causa, è finita come è finita. E cioè con una tale sconfitta che non merita quasi che vi si infierisca oltre.

C’è però in questa vicenda qualcosa che non riguarda solo gli infelici proclami egemonici del governo in carica. Il fatto è che si pretende quasi sempre, da parte di chi ha il bastone di comando, di dettare legge in quei territori culturali, artistici, spettacolari dove dovrebbe invece regnare la più ampia libertà degli spiriti.

È un vizio che riguarda un po’ tutti. La destra meloniana che vorrebbe nientepopodimeno riscrivere la storia italiana. La sinistra d’antan che si arrogava a suo tempo il monopolio dell’egemonia letteraria e cinematografica. I democristiani che (non da soli) spadroneggiavano nella televisione pubblica. Per non dire di Berlusconi e del suo assai cospicuo conflitto di interessi.

Nessuno di noi, insomma, è completamente innocente. Anche se le colpe non sono tutte uguali, e quelle degli ultimi arrivati primeggiano in questa classifica. Resta il fatto che poi il paese, giustamente, si fa le sue opinioni e si lascia abbindolare solo fino a un certo punto. Per non dire di tutti quei pensatori che non si fanno dettare i pensieri dai padroni del vapore politico.

Così forse sarebbe il caso di chiudere una volta per tutte l’antica contesa per l’egemonia politico culturale, affidando alla politica il compito di cercare voti nei modi più dignitosi e restituendo alla cultura la libertà di non farsi irreggimentare neppure dai propri cari.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 12 settembre 2024

[Testo qui riproposto integralmente per gentile concessione dell’autore e del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Do you remember Max Weber? Urge riscoprire l’etica della responsabilità.

‘Passata è la tempesta’, odo solo  Schline e compagni…’far festa’.  Mentre Meloni e fratelli, hanno intravisto un poco di…’sereno’ solo dopo le sue dimissioni. Può darsi che abbiano entrambe  ragione. Un fatto è al  momento sicuro. Gennaro Sangiuliano dopo tante pressioni ha finalmente rinunciato all’incarico. E la Corte dei Conti ha già aperto un fascicolo nei suoi confronti, per indagare su eventuali ricatti, estorsioni e quant’altro emerso dalla sceneggiata andata in onda in prima serata su tutti i canali televisivi italiani. Riportata con titoloni di quattro colonne sulle  prime pagine dei principali quotidiani nazionali. Discussa nei bar, nei circoli, e durante i pranzi e le cene familiari. Tutto questo mentre Rosaria Boccia nominata personalmente da Sangiuliano consulente del Ministero, emergeva dal mondo della moda dove era rinchiusa, e faceva parlare di sé  come una neo influencer che ha spiato, che ha registrato video di luoghi e palazzi riservati, telefonate personali, che ha fotografato lettere dell’ex ministro della Cultura.

Non entro nel merito delle questioni sospese. Non le conosco. Le lascio alla magistratura, e a onesti giornalisti. Ma anche a pazienti  studiosi della democrazia politica dei nostri tempi.  Mi limito a sottolineare solo tre problemini che riassumo con le loro interrelazioni. E che a mio parere nel corso del ‘serials’ sono rimasti sottotraccia e non sono  emerse come meritavano. Meglio: non  sono state messe in risalto come la democrazia  meritava. E tutto questo proprio mentre su di essi esiste da decenni una vastissima discussione fra studiosi, una copiosa letteratura unita a ricerche mirate.

Andiamo per ordine. 1) I media: vecchi e soprattutto nuovi. Il loro  ruolo e uso politico nel rapporto con il pubblico. La politica ridotta a spettacolo. E, in questo caso,                    l’ingiustificabile uso privato della televisione pubblica di Stato, e la sua utilizzazione a scopi personali. 2) Il  giornalismo di oggi. Il suo spessore professionale indipendente e morale. Con la rimozione di tutti i possibili sforzi tesi all’imparzialita’, onestà, obiettività e completezza dell’informazione e della notizia. 3) La  qualità della classe dirigente politica. I criteri della sua selezione – oggi spesso scandalosamente amicali e parentali. Il suo ego individualista e narcisista. La totale  assenza in essa, di una pur minima  “etica della responsabilita” weberiana.

Temi e problemi fondamentali alla democrazia reale dei nostri giorni, se veramente non la vogliamo trasformare in una post-democrazia virtuale. Nodi centrali della politica, che proprio per questo non bisognerebbe mai trascurare, e sui quali occorrerebbe che gli studiosi non delegassero al giornalismo di parte e fazioso la  discussione e il dibattito.  Devo riconoscere, per quel poco che sono riuscito a leggere in questi giorni, che di questi seri problemi interconnessi se ne è solo accennato en passant. Frammisti e nascosti nel fatto apparentemente solo scandalistico che è emerso. Nel mentre si tratta di questioni fondamentali, che necessitano di continui approfondimenti. Per fare capire meglio e bene all’opinione pubblica in quali mani siamo costretti a vivere, e in quali mani la stessa democrazia politica si è ridotta a  vivere. Una volta che ha passato la palla al mondo dei media di quella sacrosanta  partecipazione messa al centro dell’ultima  Settimana Sociale cattolica  triestina.

Una volta che abbiamo da fare con i primi piani, i vestiti cambiati ogni giorno, i modi veloci  di camminare. Con  libri scritti sul ‘Mondo al contrario’. Sui Vangeli e Rosari tenuti in mano ed esibiti in tv. Con i personali social e siti web dei tanti leader, gestiti in solitudine e in diretto rapporto con l’elettorato senza il minimo accordo con i compagni di strada e di partito. Insomma e per farla breve, siamo in presenza di un io politico e non più  di un noi. Un fatto che spiega bene la crisi del partito politico, e la serie dei partiti personali esistenti.

Occorrerebbe tempo  per indagare a fondo e approfondire queste  tre questioni. Un tempo forse necessario solo per citare i risultati di quanti sociologi, politologi, e persino filosofi, hanno affrontato e indagato da anni su questi temi. Temi e questioni tuttavia, che  come accennavo nel punto 1), e a prescindere dal caso specifico, sono ormai parte strutturale, della politica-spettacolo, della politica-mediatica, della leaderpatia, e del narcisismo leaderistico entro cui viviamo da un trentennio a questa parte. Quanto infatti ho tentato di riassumere nei punti 1) e 2) coincide con la comparsa e la discesa in politica disinteressatamente di un simpatico viveur proprietario unico e personale di un suo partito, e proprietario tra l’altro, anche di tre reti televisive nazionali. Che ha poi anche nominato i suoi amici Minzolini direttore al Tg1 RAI, e Mimun direttore al Tg2.  Per la Meloni niente di nuovo sotto il sole della lottizzazione, dunque, per l’intervista in prima serata di Sangiuliano concordata con l’amico direttore. Mi sembra però onesto a tale proposito solo  ricordare, che ai tempi della storica Dc vincente da cui usciva il suo capo di governo, era viva una più equilibrata  spartizione politica: Tg1 e RAI 1, Dc; Tg2 e RAI 2, Psi; Tg3 e RAI 3 Pci, di cui la Dc…poteva andare orgogliosa. Ma andiamo avanti.

Nei confronti delle ricadute etiche di tutta la vicenda Sangiuliano-Boccia sulla pubblica opinione, e sulla qualità dell’etica sociale esistente, mi affido ad un solo dato che fa capire bene i tempi che viviamo. Alcuni risultati di una ricerca demoscopica europea dell’Istituto francese IFOP di appena un paio di anni fa sui rapporti matrimoniali di coppia, e sullo spessore morale delle attuali famiglie, nonché indirettamente sui progressivi processi di secolarizzazione, ci hanno fatto ad esempio registrare che in tutta l’Europa siamo noi italiani i più numerosi a tradire la moglie. Ben il 45% di italiani, ha dichiarato di averla tradita almeno una volta: 43% Francia, 39% Spagna, 36% Gran Bretagna. Sono soprattutto percentuali riferite ai nuovi ceti medi, con qualche residua frazione di quel pochissimo che rimane della borghesia di una volta, caratterizzata nel passato  da una certa educazione, e di una certa  rigidità religiosa, morale  e culturale. E si tratta di quel nuovo ceto medio tanto atteso, agognato e ricercato dal nuovo centrismo politico. Anche quello di stampo cattolico, che con tutto il mio scetticismo e la mia poca fiducia, ho sempre tuttavia seguito con attenzione e interesse. Quella ricerca di un  nuovo centro politico cattolico, che ha sempre però dimenticato lo sguardo alla società concreta – come chiedeva  Luigi Sturzo.

Quella dei nostri giorni che ha visto sparire la classe operaia e la borghesia. E quella suggerita per esempio dal quotidiano Avvenire, che a proposito di donne, sul rapporto tra donne e Chiesa, ci rivela che le under 30 che si dichiarano cattoliche sono oggi solo il 33% delle italiane  Mentre appena 10 anni fa erano il 66%. E quelle che invece si definiscono atee, sono passate dal 12 al 30% circa. C’è dell’altro, perché attingendo a una recente indagine  ISTAT sulle donne italiane di età maggiore ai 14 anni, risulta che solo il 19% dichiara di andare a messa e di frequentare la Chiesa, mentre appena 20 anni fa erano ben il 36%. Trascuro i dati dei maschietti totalmente assenti dalla messa domenicale. Un rito oggi nelle mani degli ultrasessantenni. E concludo con il dato relativo al cosiddetto voto cattolico, di coloro cioè che dichiarano di andare a Messa: si tratta di na piccola percentuale di cittadini che divide le sue preferenze tra FdI e Pd, e poi M5s e Lega.

Prima di chiudere sarà forse utile ritornare un poco sul punto 3). La qualità e lo spessore culturale ed etico della nostra classe politica. I grandi valori non solo liberali in essa presenti di fraternità, uguaglianza, giustizia e rispetto della persona umana. Il suo percorso formativo e di esperienze pre-politiche. La mancanza di cultura generale e costituzionale. I criteri della sua selezione. E soprattutto il rigore e l’onestà della sua funzione pubblica, inscindibili da quella “etica della responsabilità”, che il sociologo Max Weber ci ha ricordato 100 anni fa nel corso di una sua conferenza, poi interamente trascritta nel saggio “La politica come professione” (titolo originale tedesco: “Politik als Beruf“). Di questo classico della sociologia mi limito a sottolineare il monito relativo alla particolare e fondamentale etica indispensabile alla classe politica di tutti i tempi. Weber afferma che “…l’etica della responsabilità consiste nel fatto che poiché il futuro si prospetta nella sua incertezza, l’uomo politico deve rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni che hanno un peso sulla vita dei propri simili”. Poiché – aggiungeva – Il “peggior difetto del politico è la vanità, ossia il bisogno di porre se stessi in primo piano”. Scritte nel 1919, queste parole sono di una incredibile attualità.

Agensir | L’intercessione, un ponte tra cielo e terra: l’esempio di La Pira.

Loris Maria Tomassini

 

Giorgio La Pira (1904-1977), luminoso testimone di santità laicale, aveva una grande stima per i monasteri di clausura. Vedeva i monaci e le monache come “parafulmini” dell’umanità attraverso la loro preghiera di intercessione. Ho sempre sostenuto che i monaci non sono gli specialisti della preghiera perché essa è di tutti i battezzati. Ma come monaco, ho sentito molto forte questo aspetto dell’intercessione per tutti nella mia vocazione al cuore della Chiesa e del mondo.
Il sostantivo “intercessione” deriva dal verbo latino intercedere: cioè camminare in mezzo, come tra due eserciti, tra due sponde, pronti ad aiutare ciascuna delle due parti o interporsi a favore di una di loro. Si potrebbe dire che è come porsi tra cielo e terra, tra Dio e gli uomini. L’intercessione realizza l’incontro tra il bisogno dell’uomo e la salvezza di Dio.
La preghiera ha sempre a che fare con la salvezza. Pregare, infatti, è entrare nel desiderio di Dio e permettere alla bontà del Signore di mostrarsi in tutta la sua forza. Colui che chiede aiuto, per sé o per gli altri, si rivolge a Qualcuno che non ha bisogno di essere convinto a intervenire, ma che sempre e solamente desidera aiutare, perdonare, guarire e salvare attraverso il suo immenso amore.
Nella Scrittura è evidente che l’intercessione è desiderare quello che Dio stesso desidera: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). L’intercessore si fa portavoce del desiderio di Dio per l’umanità. L’uomo che supplica con l’intercessione è, allo stesso tempo, solidale con Dio e con gli uomini, entra in lui la compassione per tutte le creature, la stessa compassione di Gesù (Cf. Mc 6, 34-44).
Nella storia di Israele, Abramo e Mosè hanno praticato la preghiera di intercessione, prefigurando quella di Cristo, il vero e unico grande intercessore presso il Padre: “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2, 5-6).
La nostra intercessione sfocia nel grande fiume della preghiera della chiesa, soprattutto nella liturgia che è l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo alla quale tutti i credenti vengono associati in ragione del loro Battesimo.
Non sempre ci è dato di vedere l’esito, l’esaudimento della nostra preghiera di intercessione. Essa è “morte”, è fatica, lotta: va vissuta nella pura fede e nell’abbandono al Padre. Talvolta, però, ci è dato di vedere dei segni, delle piccole luci, come è accaduto a Santa Teresa di Gesù Bambino con la famosa grazia da lei chiesta per il criminale Pranzini, per il quale aveva pregato e offerto sacrifici, che si convertì in punto di morte, prima di essere giustiziato. Questo episodio la illuminò circa la sua missione in favore dei peccatori e della sua maternità spirituale universale, considerando Pranzini come il suo primo “figlio”.
Dobbiamo credere di più nella potenza della preghiera di intercessione fatta dai figli di Dio: “Molto potente è la preghiera fervorosa del giusto. Elia era un uomo come noi: pregò intensamente che non piovesse, e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto” (Gc 5, 16-18).

 

 

Loris Maria Tomassini è nato nel 1961 e nel 1988 è ordinato sacerdote della diocesi di Fano. Due anni dopo è entrato nel Monastero trappista di Frattocchie (Roma). Dopo essere stato anche maestro dei novizi, viene eletto Abate nel 2020.

Made in Italy che vola: Frecce Tricolori e Pininfarina insieme.

Una nuova era si apre per le Frecce Tricolori, eccellenza dell’Aeronautica Militare riconosciuta a livello internazionale, che si doteranno del velivolo M-346, gioiello dell’industria italiana firmato Leonardo, adattato alle esigenze specifiche della Pattuglia Acrobatica Nazionale. A

rendere ancora più iconico quello che sarà il nuovo protagonista delle esibizioni è la livrea, ideata dai designer di Pininfarina, un altro ambasciatore dell’eccellenza italiana. Con questa collaborazione, tre simboli del “Made in Italy” si uniscono per portare il Tricolore nei cieli di tutto il mondo.

La nuova livrea è stata presentata oggi [ieri per chi legge, ndr] durante la cerimonia per il rientro delle Frecce Tricolori dal loro “North America Tour 2024”, alla presenza del vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio, del Ministro della Difesa Guido Crosetto, del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Gen.SA Luca Goretti, del Capo di Stato Maggiore della Difesa Amm. Giuseppe Cavo Dragone, e di numerose altre istituzioni. L’evento si è svolto presso l’aeroporto militare di Istrana, sede del 51° Stormo Caccia “Ferruccio Serafini”.

La livrea, “Design by Pininfarina”, esalta la bellezza e la fluidità del volo delle Frecce Tricolori.

Il risultato è un disegno visibile su tre dimensioni, per garantire che, durante le evoluzioni dei velivoli, ci sia sempre un elemento grafico riconoscibile in grado di trasmettere al pubblico una sensazione di velocità e dinamismo. Una combinazione perfetta di eleganza e potenza, tratti distintivi sia di Pininfarina che della Pattuglia Acrobatica Nazionale, rappresentazione di operosità, ingegno e lavoro di squadra, valori fondanti dell’Aeronautica Militare. Questa sinergia tra Pininfarina, rinomata per il suo design innovativo e raffinato, e le Frecce Tricolori, pattuglia acrobatica inserita nel Guinness World Records nel 2022, è dunque un omaggio all’eccellenza italiana.

“È un grande onore presentare la nuova livrea delle Frecce Tricolori disegnata da Pininfarina – dichiara Silvio Angori, Vicepresidente e Amministratore Delegato di Pininfarina. – Questo progetto si ispira a quello che abbiamo definito il Rinascimento del Tricolore, un’idea che incarna il nostro orgoglio nazionale e la celebrazione del simbolo che ci rappresenta nel mondo. Le Frecce Tricolori non sono solo un emblema di abilità tecnica e precisione, ma anche di passione e dedizione. Con questa livrea celebriamo il loro spirito e il loro impegno, creando un’opera che accompagnerà le loro esibizioni mozzafiato per decenni.

Ringraziamo l’Aeronautica Militare per la fiducia riposta nella Pininfarina e nella sua creatività che da quasi 95 anni continua a rappresentare il design italiano nel mondo”.

La prestigiosa collaborazione tra Pininfarina e l’Aeronautica Militare, per il progetto Frecce Tricolori, è stata catturata in un video che illustra il “dietro le quinte” del lavoro svolto dai designer di Pininfarina. Dalle fasi iniziali di ricerca creativa, fino alla rappresentazione in realtà virtuale immersiva 3D della scelta finale in scala 1:1. Il video è stato proiettato in anteprima in occasione dell’evento di Istrana, e reso da oggi disponibile su tutti i canali di comunicazione.

ISPI | Analisi del dibattito tra Kamala Harris e Donald Trump.

Alessia De Luca

 

Se non è stata la serata di Kamala Harris, poco ci è mancato. Nel primo e forse unico dibattito contro Donald Trump la vicepresidente non ha commesso passi falsi, si è mostrata serena e determinata e ha lanciato una serie di esche che Trump ha prontamente colto al volo.  La vicepresidente – è opinione condivisa di numerosi commentatori – ha dominato gran parte della serata, tenendolo sulla difensiva, distraendolo dai temi in cui avrebbe potuto segnare dei punti ed evitando che si concentrasse troppo sulle sue vulnerabilità. Come quando, parlando di immigrazione, Harris ha concluso invitando gli elettori “ad andare ai comizi di Trump” per vedere quanta gente se ne andasse prima della fine dell’evento perché stanchi e annoiati. Una dichiarazione che ha punto nel vivo la vanità dell’ex presidente, che ha passato i due minuti successivi a magnificare i suoi appuntamenti elettorali anziché attaccare l’avversaria sul merito di un argomento potenzialmente problematico per i democratici. Il contrasto tra i due era evidente anche quando erano in silenzio: lei sorridente, lui torvo, lei con il sopracciglio inarcato, lui torvo, lei che scuoteva la testa, lui torvo. E anche se lui ha parlato più a lungo, lei ha dettato il ritmo della serata.

Tra i momenti più improbabili e commentati, c’è stato poi quello in cui Trump ha rilanciato una teoria complottista secondo cui immigrati di origine haitiana avrebbero mangiato cani e gatti dei vicinidi casa a Springfield, una cittadina in Ohio. “È questo il tipo di persone che stanno facendo entrare nel nostro paese” ha detto l’ex presidente, costringendo i moderatori a intervenire, sottolineando che le stesse autorità locali smentiscono l’intera vicenda. Nel frattempo, Harris ha colto l’occasione per lanciare un appassionato appello alle famiglie che hanno dovuto affrontare gravi complicazioni durante la gravidanza e non sono state in grado di ricevere assistenza a causa dei “divieti di aborto di Trump”, come li ha chiamati. Quello che accade negli stati che restringono l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza “è un insulto alle donne americane” ha insistito. Ecco i 5 punti salienti della serata.

 

Nonostante Harris abbia preso il testimone da Biden nella corsa alla Casa Bianca, Trump ha mantenuto per gran parte del dibattito il focus sul presidente in carica e le sue politiche, ritenute il bersaglio più facile da attaccare. L’ex-presidente continua, infatti, a cercare di sfruttare l’insoddisfazione popolare verso l’attuale presidenza per rafforzare il proprio consenso, presentando l’amministrazione Biden, e quindi Harris, come il simbolo del declino del paese. Durante il dibattito la vicepresidente ha faticato a mantenere questo equilibrio complesso: ha evitato di discostarsi troppo da Biden, ma allo stesso tempo ha arrancato nel proporre una ‘linea Harris’ dai contorni ben definiti.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/harris-allattacco-trump-in-difesa-183701

Formiche | Una piattaforma unitaria per i centristi.

Ogni volta che emergono difficoltà nel bipolarismo, alcuni ambienti politico-culturali mostrano interesse nel concepire un’alternativa. Tuttavia, non bastano le buone intenzioni, né nuovi soggetti con gli stessi opportunismi e manchevolezze del sistema che criticano.

Parliamo della galassia delle presenze politiche e prepolitiche comunemente chiamate centriste: cattoliche, socialiste, liberali. Queste rispecchiano le idee di una parte consistente degli elettori, ma la loro forza si disperde in tre direttrici finora votate a vicoli ciechi. Alcuni si turano il naso e si accomodano a sinistra o a destra tra mille tormenti; altri costituiscono formazioni politiche che vanno in rotta di collisione con altre di simile cultura per contendersi l’egemonia di un’area ancora da costruire; altri ancora sono rappresentati da elettori sfiduciati sulle sorti future.

I primi due gruppi hanno fallito per opportunismo, cercando di bruciare le tappe convinti del mito premiante di chi è in campo a prescindere da ogni altro requisito. In tale situazione, è chiaro che si imprigionano in un contesto dominato da populisti e demagoghi, senza progredire tra i cittadini che votano o tra quelli che non votano, ormai più del 50% dell’elettorato.

Nel nostro sistema politico manca l’apporto dei centristi, forze inclini al buon senso nell’economia, nel governo delle istituzioni, nei costumi, disposte a compromessi per raggiungere larghe intese e non aduse al muro contro muro o alle facili invettive. Queste forze basilari in politica ostacolano gli eccessi e tendono a stroncarli nelle parti estreme.

Oggi, le due estreme si sono congiunte e hanno occupato lo spazio più ampio nella politica e nelle istituzioni, orientando la spesa pubblica improduttiva alla continua rincorsa elettorale. A dispetto della dinamica governo-opposizione, le estreme sono accomunate dall’incustodia dell’economia, dall’equilibrio del funzionamento del Welfare, dalla demolizione della terzietà delle funzioni dello Stato, e dall’indifferenza e ostilità verso le storiche alleanze con i Paesi democratici.

Se i centristi vogliono cambiare, devono smettere di pensare ai tempi brevi per la loro fortificazione, testimoniare la loro alternatività al sistema bipolare per apparire credibili a chi attende cambiamento, ripudiare drasticamente i partiti personali e rendere democratici e scalabili gli organismi dirigenziali. La loro credibilità e alternatività dovrà manifestarsi nel rigore verso le politiche di bilancio, nei sostegni mirati ai settori di eccellenza delle produzioni e dei servizi, nelle politiche energetiche che superino quelle fossili a favore di quelle pulite e nucleari per ridurre i costi e conquistare autonomia, nel cambiamento dell’educazione e nelle politiche incentivanti per la produttività e il merito.

Anche l’organizzazione dello Stato nella nostra Repubblica e nella prospettiva dell’evoluzione dell’Unione Europea merita una battaglia culturale e politica per ripristinare la piramide naturale statale nella ricerca dell’efficienza e dello snellimento. La logica della sussidiarietà verticale deve svilupparsi dall’Europa allo Stato nazionale per poi procedere verso gli enti locali. Stato ed enti locali dovranno snellirsi per efficienza e per raggiungere costi minori rispetto alla situazione attuale, che vede ogni articolazione straripare nei costi e richiedere sempre più tasse ai contribuenti.

 

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https://formiche.net/2024/09/forze-centriste-governo-italia/#content

Orcel fa sul serio: UniCredit sempre più vicina a Commerzbank.

Mossa a effetto di UniCredit che indirizza con decisione le proprie mire espansive verso la Germania, dove è già presente attraverso la controllata HypoVereinsbank. Oggi, l`istituto guidato da Andrea Orcel ha avuto “il piacere” di annunciare di aver acquistato complessivamente il 9% della seconda banca tedesca, Commerzbank.

Il 4,49% è stato acquistato per un controvalore di circa 702 milioni di euro nell’ambito di un`offerta di accelerated book building condotta per conto della Repubblica Federale di Germania, in linea con l`intenzione annunciata da quest`ultima appena una settimana fa di ridurre la propria partecipazione nella banca. Il prezzo di 13,20 euro offerto per azione era a premio rispetto ai 12,60 euro della chiusura di mercato di ieri.

Il restante 4,5% circa è stato acquistato in precedenza sul mercato, ma non sono stati forniti dettagli su prezzo e tempistica degli acquisti. Si ipotizza comunque che nel complesso l`investimento sia stato intorno agli 1,5 milioni di euro.

Per lo Stato federale tedesco – che aveva operato il salvataggio pubblico di Commerzbank dopo la crisi finanziaria del 2008-2009 – l`operazione rappresenta il “primo step” dell`uscita definitiva dalla banca, nel cui capitale è così intanto sceso al 12%. Lo Stato tedesco rimane il primo azionista, tallonato ora da UniCredit, e si è impegnato a non cedere altre quote per i prossimi tre mesi (90 giorni).

Per UniCredit, che negli scorsi anni aveva già tentato invano diverse volte di farsi avanti con l`intenzione di accorpare la seconda banca della Germania alla sua controllata tedesca, questa prospettiva si fa concreta. L`istituto di piazza Gae Aulenti UniCredit ha infatti annunciato che “esplorerà insieme a Commerzbank possibili opportunità di creazione di valore per gli stakeholder di entrambe le banche” e che “se e quando necessario” chiederà le autorizzazioni per “poter eventualmente superare la soglia di partecipazione del 9,9% in Commerzbank”. Qualsiasi decisione in merito alla partecipazione, ha puntualizzato, dipenderà anche dalla coerenza di tale investimento con gli stringenti parametri finanziari di UniCredit, così come sono stati chiaramente e costantemente comunicati al mercato. Il riferimento è in particolare al parametro di un Roi “almeno del 15%”.

Il mercato, in base ai primi report degli analisti, sembra scommettere sulla creazione di un grande polo bancario in Germania sotto il cappello di UniCredit con una integrazione tra Commerzbank e Hvb. Polo che sarebbe in grado di tenere testa a Deutsche Bank, primo gruppo bancario tedesco. In ambienti finanziari si fa notare che non si tratterebbe quindi propriamente di una operazione “crossborder”, bensì “domestica”, che avverrebbe in uno dei 13 mercati dove UniCredit tradizionalmente opera. Oggi, intanto, l`Ad di UniCredit Andrea Orcel avrebbe effettuato una semplice “chiamata di cortesia” a Commerzbank, nel corso della quale non si sarebbe parlato di “nessuna opzione strategica, quale ad esempio una potenziale acquisizione”, come si è appreso da fonti finanziarie.

Si vedrà nei solo nei prossimi mesi come procederanno e in quali direzioni andranno le “esplorazioni” con i vertici di Commerzbank. Orcel ha comunque iniziato a mettere sul piatto una fiche di peso e, date le caratteristiche della transazione annunciata oggi, è difficile immaginare che il governo tedesco possa ritenere la banca italiana un partner ostile. UniCredit, peraltro, ha espresso “il proprio supporto agli attuali consigli di gestione e di sorveglianza di Commerzbank e ai progressi che questi ultimi hanno compiuto nel migliorare le performance della banca”.

La stessa Commerzbank, in una nota stringata, ha dichiarato di aver “preso atto” della mossa della banca italiane e ha commentato che “ciò è anche una testimonianza dei progressi compiuti e della posizione di Commerzbank”, aggiungendo che “il consiglio di amministrazione e di sorveglianza di Commerzbank continuerà ad agire nel migliore interesse” di tutti i suoi azionisti e dei principali stakeholder, come dipendenti e clienti. Per quanto riguarda i dipendenti, forti preoccupazioni sono state espresse dal consigliere Stefan Wittmann, che siede consiglio in loro rappresentanza e che ha dichiarato a Reuters che si opporrà con tutte le proprie forze a qualsiasi potenziale acquisizione di Commerzbank da parte di UniCredit. Il board si sarebbe poi riunito in convocazione straordinaria nel tardo pomeriggio per discutere della mossa di UniCredit.

Sul versante borsistico, infine, Commerzbank è balzata a Francoforte del +16,8% a 14,7 euro, mentre UniCredit ha chiuso a 36,15 euro (+0,22%) con il massimo di seduta toccato a 37,26 euro.

Misasi, un ritratto dell’uomo di pensiero e di azione.

Franco Cimino

 

Parlare di Riccardo Misasi equivale a parlare di Democrazia, tema quantomai importante oggi in un Paese che, progressivamente, sembra allontanarsene. La Democrazia, con la maiuscola. Quella costruita con le mani dei coraggiosi resistenti nel quarantatré del secolo scorso, rafforzata dalla intelligenza colta dei padri della Repubblica e dai costituenti illuminati e coraggiosi, difesa dal popolo italiano negli anni in cui è stata gravemente minacciata dalle trame golpiste, dalle forze delittuose nere e sanguinarie.

E, poi, da quelle del terrorismo rosso, quasi tutte al servizio anche di qualche paese che vedeva l’Italia, nella sua cultura antica, nella sua forza politica, nel suo spirito di autonomia, nella sua ferma vocazione di costruire l’Europa, quale forza di libertà e di progresso, agente di Pace nel mondo attraverso i principi universali della sua Costituzione.

Quella che ha, come ci insegna Misasi, nel valore assoluto e non negoziabile della Persona, tutto ciò che serve per realizzare la Pace nel mondo. Non soltanto nel nostro Paese. Ché Persona è Libertà, il suo elemento vitale e costitutivo. Persona è dignità, irrobustita dal lavoro degno cui si ha diritto. È partecipazione. Anche alle scelte di governo. E perciò è governo stesso delle risorse comuni. Persona, è diritto al libero confronto.

Quello nel quale ciascuna posizione ha pari dignità e pari valore rispetto a tutte le altre espresse. Quella pari dignità che misura la verità possibile non dalla forza maggioritaria, democraticamente realizzatasi, ma dai contenuti ed anzi dal fatto stesso che la singola posizione venga liberamente maturata e culturalmente prodotta.

E dove cultura sia non solo erudizione e profondità e molteplicità delle conoscenze, ma sensibilità con cui ci si approccia alla realtà per cambiarla in direzione del Progresso, il quale è sempre e incessantemente una tappa della Democrazia, che nel suo divenire diviene se stessa.

Persona è, quindi, la maggioranza che liberamente si forma. È, di riflesso, la minoranza che ha il coraggio di esserci, di resistere alla tentazione del conformismo e del trasversalismo, le malattie più gravi del tessuto democratico e della stessa coscienza individuale e collettiva. Persona è l’opposizione che vigila sulle tentazioni dei governi di essere dominatori e impositori della e sulla realtà unitaria e complessa.

Persona è dunque Democrazia.

É Libertà, quella vera. Libertà che si libera e libera. Si libera dai lacci invisibili che la stessa Democrazia usa quando non è piena. Sincera. Quando é affatica o ha paura di essere. Libera uomini e culture, da ogni forma di oppressione. Soprattutto, quelle mascherate e dietro le quali si nascondono interessi preponderanti, prepotenze ed egoismi che creano ingiustizie. E il dominio di pochi, che decidono della vita di tutti.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1566-riccardo-misasi-guardare-al-futuro-con-cuore-antico.html

Liguria, accordo sul programma: Azione conferma il sostegno ad Orlando.

“La delegazione di Azione, composta da cinque rappresentanti, l’altro ieri ha incontrato Andrea Orlando e ha avuto la conferma che le istanze programmatiche poste da Carlo Calenda sono state non solo recepite ma anche condivise”. Lo afferma in una nota Massimo Musso, presidente dell’assemblea regionale ligure di Azione.

“È chiaro – prosegue la nota di Azione Liguria – che dopo anni di governo del centrodestra le opere pubbliche non sono state realizzate. È maturata una forte condivisione non solo sul tema delle infrastrutture ma anche riguardo la necessità di riportare in Liguria attività produttive e porre una particolare attenzione al calo demografico e alla costruzione di condizioni che consentano ai giovani di rimanere e di investire in Liguria il loro progetto di vita. La sanità resta la priorità evidente e confermiamo che l’adesione a questo progetto di coalizione in Liguria nasce a fronte del fallimento politico delle giunte Toti non solo in sanità ma anche nel trasporto pubblico locale e nella gestione del ciclo dei rifiuti”.

“Tra le opere promesse e non realizzate – sottolinea Musso – gli ospedali di Taggia, Erzelli, il Felettino di Spezia e la mancata realizzazione delle Case della Salute pubbliche. Quindi noi partecipiamo alla coalizione che sostiene Orlando a fronte del fallimento politico del centrodestra. Parteciperemo ad una lista riformatrice con chi vorrà stare con noi in questo percorso. Ieri all’incontro organizzato da Alleanza Civica c’è stata una confluenza tra l’alleanza e con i partiti che erano presenti e confidiamo di poter essere il riferimento di quel centro riformista che, con gli standard europei sui temi di crescita e compatibilità, interpreta questo ruolo dentro la coalizione”.

“Ad oggi – conclude il presidente dell’assemblea regionale di Azione riferendosi ad una nota firmata da ‘una parte del gruppo dirigenziale di Azione Liguria’ in cui si critica la scelta di aderire al campo largo – negli organi del partito non si sono sollevate particolari contrarietà, è inevitabile che qualcuno possa non essere d’accordo. Non sappiamo chi ha espresso pubblicamente il dissenso perché non ci sono le firme, se sono iscritti suggeriamo di portare il loro punto di vista nelle sedi deputate, sperando che non sia un’iniziativa solo tesa a delegittimare la nostra comunità, nel caso ce ne faremo una ragione”.

Scienza, politica, fede: La multiforme eredità di Enrico Medi

Enrico Medi nasce a Porto Recanati il 26 aprile 1011.  Dal 1914, e negli anni seguenti, trascorre la sua infanzia a Belvedere Ostrense con la famiglia e i nonni, e qui frequenta la scuola elementare.

Di fondamentale importanza è l’educazione cristiana che riceve dai nonni e dai genitori. Nel 1920, per motivi di lavoro, la famiglia si trasferisce a Roma, dove Enrico frequenta prima il collegio di Santa Maria dei Padri Marianisti e in seguito il liceo classico “Istituto Massimo dei Gesuiti”, dove si diploma e diviene il primo presidente della “Lega Missionaria Studenti”, da lui fondata insieme a Gabrio Lombardi.

Precoce e brillante negli studi, all’età di 16 anni inizia la sua carriera universitaria e nel 1932 consegue la laurea – a soli 21 anni – in Fisica, con Enrico Fermi, presentando un lavoro di tesi sul neutrone. In seguito diviene assistente del Prof. Lo Surdo sino al 1937, anno in cui consegue la libera docenza in fisica terrestre.

Dopo qualche anno, e precisamente nel 1942, vince la cattedra di fisica sperimentale dell’Università di Palermo. Tra i suoi lavori si ricordano le prime esperienze con il radar e l’ipotesi di fasce ionizzanti nell’alta atmosfera, oggi note come fasce di Van Allen, entrambi stroncati dal regime fascista e in seguito confermati da studiosi stranieri.

La sua carriera si ferma temporaneamente durante la seconda guerra mondiale poiché, per motivi di sicurezza, nel 1943 torna a Belvedere dove si adopera per alleviare le sofferenze causate dalla guerra alla popolazione. Singolare è l’episodio di due uomini che stanno per essere fucilati: saputene, senza pensarci due volte, animato da coraggio e pieno di fervore cristiano, si reca al comando di Jesi e offre la propria vita in cambio di quella dei condannati, che, infine, vengono risparmiati.

Al termine del conflitto, nel 1946, è eletto dall’Assemblea Costituente per la DC e nel 1948 confermato Deputato al Parlamento per la prima legislatura della Repubblica Italiana.

Nello stesso anno consegue la laurea in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana.

Tornato a Palermo, avvia il “Censimento della sofferenza“, per conoscere direttamente, recandosi nelle case dei più umili, la vera condizione dei poveri. Riguardo alla situazione terribile dei bambini mutilati di guerra e degli orfani, interviene in Parlamento per richiamare l’attenzione dei colleghi parlamentari al dovere della democrazia, rilevando la necessità di dover “risollevare” un popolo sia dal punto di vista morale, sia fisico.

Nel 1949 Diventa Presidente dell’istituto Nazionale di Geofisica e realizza una rete di Osservatori Geofisici in tutta Italia. Nel 1952 è chiamato alla Cattedra di Fisica Terrestre all’Università di Roma.

Nel 1953 rinuncia alla carriera politica per dedicarsi interamente alla scienza e all’apostolato. Egli, infatti, oltre ad essere un genio della scienza, aveva spiccate doti di scrittore e di oratore che, con slanci mistici, sentimenti di poeta e con l’entusiasmo dell’apostolo, attirava folle di ascoltatori e seguaci. In questi anni intuito il valore divulgativo della televisione per la scienza, inizia presso la RAI-TV corsi di fisica sperimentale che risultano molto seguiti. Conduce anche uno dei primi programmi televisivi di divulgazione scientifica, “Le avventure della scienza”.

 

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Linus Festival, ad Ascoli Piceno 60 anni di una rivista iconica.

Da venerdì 27 a domenica 29 settembre si terrà ad Ascoli Piceno la terza edizione di Linus – Festival del Fumetto, ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi: tre giorni ricchi di appuntamenti sul tema del fumetto con dialoghi con i tanti ospiti attesi, concerti, proiezioni, letture, mostre, incontri con le scuole.

Questa terza edizione coincide con l’avvicinarsi dei 60 anni della rivista linus, che verranno celebrati nel 2025, rappresentando un momento di grande rilevanza per il mondo della cultura fumettistica italiana. linus ha segnato una pietra miliare nel panorama editoriale, introducendo e valorizzando il fumetto come forma di espressione artistica e intellettuale e, a distanza di sei decenni, la sua influenza è ancora viva e risuona nelle generazioni di autori e lettori che hanno trovato nelle sue pagine uno spazio di riflessione e creatività. Il festival, in questo contesto, diventa non solo un luogo di celebrazione, ma anche un’occasione per riflettere sul percorso evolutivo del fumetto, dalla satira graffiante dei Peanuts fino alle nuove forme narrative contemporanee.

Questo anniversario segna il continuo dialogo tra tradizione e innovazione in un’arte che, oggi più che mai, si dimostra capace di parlare alla complessità del presente, attraverso un festival che, proprio come La Milanesiana, si propone di unire al suo interno diverse forme artistiche.

«Tre giorni ricchi e “indisciplinati”, come sempre, otto appuntamenti, una mostra, in cui, sotto la lente del fumetto, e di linus, affronteremo temi importanti come quelli dei diritti e delle differenze (con FumettiBrutti), come la grande storia (la graphic novel di Guez / Matz / Maillet “La scomparsa di Joseph Mengele”), come il racconto di sé (con Gipi), tutti in dialogo con Sandro Veronesi. E, ancora, sempre nella lente del fumetto, renderemo omaggio a personalità che fanno parte del nostro immaginario poetico: De André, Paperino, Topolino, i cartoon degli anni `80 con Cristina d`Avena. Ci sarà tanta musica, e musica legata al fumetto e alla animazione. E ci prepareremo a festeggiare i 60 anni di questa straordinaria rivista di fumetti, unica al mondo, che è linus» dichiara Elisabetta Sgarbi.

Partendo dal fumetto come comune denominatore, questa terza edizione spazierà dalla narrativa alla musica, creando un vero e proprio dialogo a 360° sull’evoluzione e gli sviluppi di questo genere letterario.

Tra gli ospiti di questa edizione torna il due volte Premio Strega Sandro Veronesi che condurrà il dialogo principale delle tre serate in cui si alterneranno Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti, icona generazionale di libertà e autodeterminazione, il pluripremiato fumettista Gianni Pacinotti, in arte Gipi, e lo scrittore francese Olivier Guez, il cui successo internazionale “La scomparsa di Josef Mengele” è stato riadattato in graphic novel con i disegni di Jörg Mailliet (in uscita per La nave di Teseo).

Ogni serata si concluderà con un concerto.

La voce di un dissidente: un prete russo contro la guerra.

Lo ieromonaco Afanasij (Bukin) è uno dei tanti sacerdoti russi contrari all’aggressione nei confronti dell’Ucraina, e a febbraio del 2023 ha abbandonato la missione della Chiesa ortodossa russa a Gerusalemme, spiegando questa sua scelta con una lettera aperta. Per decreto del patriarca Kirill è stato sospeso e quindi ridotto allo stato laicale, oggi vive in Belgio e sta preparando una tesi all’università di Leuven, e ha raccontato a Radio Svoboda la sua esperienza e le sue riflessioni sulla tragedia che sta vivendo l’ortodossia russa.

A Gerusalemme padre Afanasij, nato nel 1988 a San Pietroburgo, è rimasto quattro anni, avendo una buona conoscenza del greco moderno che era molto necessaria per accogliere i tanti pellegrini ortodossi, facendo spesso anche da interprete al patriarca Teofilo III. Durante il Covid si è occupato principalmente del sito della missione e di iniziative editoriali, oltre ai turni del servizio liturgico. Ora sta cercando di approfondire le prospettive ecclesiologiche di Oriente e Occidente, da San Giovanni Crisostomo a Sant’Agostino, anche per capire come è stato possibile che i vertici della Chiesa ortodossa russa siano scivolati nel “neo-conservatorismo estremo, fino al culto del militarismo e del neo-imperialismo”.

A suo parere, il patriarcato di Mosca ha fatto nel periodo post-sovietico “un passo indietro e due in avanti”, accompagnando le tendenze in atto nello Stato russo. Dopo qualche apertura, con il dialogo con le altre Chiese che sembrava “estremamente interessante, e stimolava la creatività intellettuale”, si è passati alla chiusura totale, con grande delusione di chi si era dedicato ai rapporti esterni, come lo stesso padre Afanasij. Sembrava che si potesse finalmente arrivare a una nuova traduzione della Bibbia in russo corrente (l’ultima è stata fatta 200 anni fa, senza il crisma dell’ufficialità), integrando i grandi sviluppi della teologia russa all’estero nel periodo sovietico, ma improvvisamente si è “rialzata una barriera conservatrice, che si è messa a denunciare qualunque apertura pericolosa per la nostra salute spirituale”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/P.-Afanasij-e-il-pentimento-dei-preti-ortodossi-russi-61468.html

Ius scholae, la proposta del presidente del Consiglio regionale delle Marche.

Realizzare e concretizzare lo ius scholae al più presto. Lo chiede il presidente del Consiglio regionale delle Marche, Dino Latini (Udc), con una proposta di legge per la formalizzazione concreta di concessione di cittadinanza ai giovani e alle giovani bambini stranieri. Il testo, che intende far arrivare alle Camere, introduce una nuova specie di concessione orientata al principio per cui “acquisisce il diritto di cittadinanza il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il dodicesimo anno nascita che risieda legalmente in Italia e che abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno dieci anni, cicli scolastici in istituti appartenenti al sistema educativo nazionale di istruzione o precorsi di formazione professionale regionali”, si legge nella proposta.

Obiettivo, ha commentato Latini, “è quello di offrire ai minori la prospettiva di far parte di una comunità di cittadini favorendo la loro partecipazione alla vita della comunità stessa, rimuovendo così le disparità di trattamento attualmente esistenti rispetto ai minori cittadini italiani”.

La proposta nasce anche dal raffronto con i maggiori Paesi europei, ha sottolineato Latini, rispetto ai quali l`Italia figura tra quelli più restrittivi riguardo la concessione della cittadinanza ai minori stranieri nati e cresciuti in Italia ed è pertanto opportuno, a suo parere, che per l`acquisto della cittadinanza venga riconosciuta maggiore centralità al ruolo svolto dalla scuola come rilevante fattore di integrazione. A trent`anni di distanza dall`approvazione della legge 91 del 1992 è necessario, ha proseguito Latini, “prendere atto delle decisive trasformazioni della società italiana e aggiornare le norme in materia di cittadinanza secondo una prospettiva che ponga al centro la finalità dell`integrazione dei minori stranieri cresciuti in Italia e che abbiano studiato o che studino in Italia”.

La norma proposta dal Latini prevede inoltre che “la cittadinanza possa essere acquistata ad istanza dell`interessato o se minore ad istanza del genitore legalmente residente i Italia o da che ne esercita la responsabilità genitoriale al sindaco del comune di residenza. Nel caso non sia stata presentata l`istanza, l`interessato acquista la cittadinanza se ne fa richiesta al sindaco del comune di residenza entro due anni dal raggiungimento della maggiore età”.

Con la Falcucci la stagione di una scuola aperta e inclusiva

Stefania Boscato

 

Per 13 anni restò alla guida del Movimento femminile della DC, per circa cinque anni restò in carica come Ministro della Pubblica istruzione. In entrambi i casi una longevità non comune. Franca Falcucci è stata una personalità di spicco del panorama politico della prima Repubblica, protagonista di una vasta e complessa attività, sul piano politico ideale e realizzativo. Fu delegata nazionale del Movimento Femminile, senatrice, sottosegretario e poi Ministro della Pubblica istruzione, Presidente della Sezione italiana e membro del Consiglio europeo dell’Unione europea femminile.

 

Gli esordi

Nell’immediato dopoguerra rappresentò nella CGIL la corrente sindacale cristiana nella Commissione femminile nazionale dal 1946. Aveva maturato l’interesse per la politica durante gli anni del liceo, quando il fratello di una compagna di scuola l’aveva messa in contatto con i gruppi democristiani clandestini che frequentò fra il 1940 e il 1944. Quando cominciò ad avere contatti con i gruppi clandestini della Dc, lei stessa affermò, «riconobbi in questo movimento le ragioni profonde ed i valori che avevo maturato nel mio animo, come presupposto del mio impegno politico».

 

Nel Movimento Femminile della DC

Iscritta nel 1944 alla sezione DC di Trastevere, cominciò non ancora diciottenne la sua attività nel partito della DC. Nel 1945, con Clelia D’Inzillo, fu fra coloro che vennero chiamate “le ragazze della Maraglio”, instancabile organizzatrice di leve femminili. Nel marzo del 1947, al secondo congresso nazionale del MF della DC venne eletta nel Comitato centrale. L’allora delegata nazionale Maria De Unterrichter Jervolino, la nominò nel 1951 incaricata delle giovani. Nel primo convegno delle giovani democristiane che si svolse a Roma dal 22 al 24 ottobre del 1950, preparato sulla base di un vasto lavoro di indagine sulla condizione giovanile, svolto in ottanta province, Falcucci tenne la relazione principale dal titolo Istanze della nostra età «la civiltà moderna [affermò], come conseguenza di una evoluzione sociale e tecnica, offre al giovane un’ampia possibilità di realizzare sé stesso. Questa evoluzione porterebbe a delle gravissime disarmonie se ogni uomo, specie se giovane, non sentisse di dovervi partecipare con una presenza cosciente. Questa presenza si concreta in una sincera realizzazione della propria personalità (…)».

L’accento posto sulla realizzazione della “persona umana”, ispirata al pensiero di Mounier segnava, in quegli anni, l’apertura di un nuovo spazio di riflessione, soprattutto fra le avanguardie giovanili, sul concetto cristiano della dignità femminile concepito nei termini più ampi della realizzazione della donna come persona e come soggetto di responsabilità. Insegnamento, questo, appreso nella pratica sotto la guida di Maria Iervolino. Questo concetto diede senso, spessore, coerenza alla sua azione politica. D’altronde ella stessa affermò, in una intervista a Tiziana Noce, «Dossetti, Fanfani hanno contribuito tantissimo alla mia formazione, non parliamo di De Gasperi. (…) e ricordo che soprattutto nei primi anni era forte l’influenza degli autori francesi, di Maritain di Mounier».

 

Delegata nazionale del MF

Venne eletta delegata nazionale al X congresso di Roma, nel 1964.  Come ha affermato Paola Gaiotti, fu un periodo in cui il MF conobbe un notevole salto di qualità anche nei dibattiti politici che animarono gli anni Sessanta. L’evoluzione della società metteva in evidenza i limiti di una pura parità giuridica, c’era il tema irrisolto del diritto di famiglia, sul piano del costume venivano alla ribalta le questioni della moralità sessuale, dell’inserimento professionale paritario. Il 1964 era anche l’anno in cui Paola Gaiotti De Biase pubblicava su Donne d’Italia il suo articolo dal titolo La questione femminile è una questione nazionale. L’approdo a questa consapevolezza era stata parte integrante dell’azione del MF nel suo ruolo essenziale di formazione, di studio, di sollecitazione verso il partito e verso l’opinione pubblica sui temi femminili, nella convinzione che solo un impegno responsabile del Paese avrebbe potuto avviarne la soluzione.

Una guida equilibrata, ferma e autorevole. Così emerge la sua leadership nel MF. Seppe tenere unito il Movimento  in momenti difficili, contenendone spinte centrifughe che avrebbero compromesso anche l’unità del partito, ma senza rinunciare per questo a far sentire la propria voce, anche di dissenso rispetto ai vertici. Con un cambio generazionale, Franca Falcucci succedeva alla dorotea Elsa Conci. L’allora segretario politico della DC Mariano Rumor accolse con favore la sua elezione ma non fu la vicinanza alla maggioranza del partito a determinare di per sé un salto di qualità del MF anzi, la presenza femminile fra le elette, anche negli organi del partito, restò esigua.

Ma ben lontano dall’appiattirsi sulle posizioni maggioritarie, la guida Falcucci vide istanze sempre più critiche rispetto ai pericoli delle derive correntizie del partito e sui grandi temi che agitavano le coscienze soprattutto femminili in quegli anni, in particolare sulle politiche riguardanti la famiglia. Durante gli anni Sessanta erano nati vivaci fermenti provenienti dalla base, dalle sezioni provinciali femminili. Si lamentava una sorta di delega fiduciaria della direzione DC sui temi femminili, di cui si occupava solo il MF. Era, però, difficile stabilire quanto questo significasse un autentico segnale di fiducia da parte del partito o un modo per defilarsi da un impegno organico verso la questione femminile, soprattutto con riguardo alla famiglia.

A farsi portavoce dei malumori fu Franca Falcucci in una lettera a Mariano Rumor. A scatenare le rimostranze di Falcucci era stato il contegno del partito di fronte al problema della riforma dei codici relativamente al Diritto di famiglia. Alla fine del 1968 il governo presieduto dallo stesso Rumor, dovendo fronteggiare l’avanzata del fronte divorzista, predispose una commissione di esperti in materia. Il MF puntò sulla partecipazione ai lavori di Tina Anselmi che, consigliera nazionale della Dc dal 1959, era già una personalità di rilievo nel partito, impegnata costantemente sui temi  della famiglia e del lavoro femminile.

Le aspettative vennero presto deluse perché nella commissione del governo non venne inclusa nessuna donna democristiana, pur essendo il partito a conoscenza del fatto, come scrisse Falcucci, che il MF era stato «l’unico settore che in questi anni ha approfondito, con la collaborazione di giuristi, i problemi connessi alla riforma del diritto di famiglia», formulando anche proposte concrete. Il crescente malcontento non tarderà a manifestarsi al congresso nazionale di Maiori nel settembre del 1969.

Il XII congresso delle donne DC venne incentrato sul tema “Democrazia e partecipazione”, erano presenti 420 delegate. Già osservando i documenti preparatori, il congresso si preannunciava ricco di fermenti ed elementi di dibattito, qualche delegata aveva proposto di inserire nell’odg dei lavori anche la questione del cattolicesimo del dissenso, iniziativa prontamente dissuasa dalla delegata nazionale.

L’ultima giornata assunse toni accesi e vide interventi polemici. Quelli più palesemente contestatari verso i vertici del partito furono quelli di Paola Gaiotti De Biase e di Maria Paola Colombo Svevo. In particolare, riferendosi al partito, le argomentazioni di quest’ultima facevano perno sul fatto che una ristretta minoranza detentrice del potere e persuasa, «con scarso senso della realtà, di esercitarlo bene», metteva fuori gioco tutte le spinte provenienti dalla base: «Non intendiamo operare una rottura delle istituzioni esistenti. Vogliamo però che il sistema subisca un cambiamento. Vogliamo partecipare ai livelli decisionali». Colombo Svevo contestò anche la dirigenza del MF, troppo timida nel proporre al partito il vero punto di vista femminile tant’è che, ironizzò Svevo, i documenti del Mf erano «approvati sempre all’unanimità».

L’altro elemento di frizione tale da rasentare la spaccatura, si manifestò in occasione del dibattito sulla introduzione della legge sul divorzio. Molte delegate, soprattutto le giovani, si dichiararono favorevoli al nuovo istituto giuridico ma dichiararono al contempo di volersi uniformare alla disciplina del partito «per rispetto della maggioranza», una motivazione da cui risultava assente il fattore religioso-sacramentale che pure era al centro del dibattito all’interno del mondo cattolico. Fu opera delicata e complessa quella di Falcucci, ma riuscì a riportare ad un clima sereno la discussione che si concluse, non senza difficoltà, con la sua rielezione a delegata nazionale.

 

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Carta Toniolo, in 12 punti il Manifesto per un nuovo umanesimo.

Si sono ritrovati in tanti  alla conferenza stampa a Pieve di Soligo, appartenenti alla comunità ecclesiale e civile del territorio, alla vigilia della memoria liturgica del 4 settembre del grande economista e sociologo cattolico Giuseppe Toniolo, beato dal 2012, nato a Treviso e sepolto nel Duomo della città del Quartier del Piave, su invito dell’Istituto Beato Toniolo. Le vie dei Santi.

La Carta Toniolo – presentata per la prima volta nell’occasione, articolata in dodici punti principali che ribadiscono la pregnanza e la concretezza del pensiero e dell’azione dell’insigne professore trevigiano – è stato il manifesto condiviso che ha trovato l’adesione di importanti attori della Chiesa, della società e dell’economia di Marca, tutti impegnati con le loro organizzazioni negli ultimi dieci anni, in particolare, in un costante e proficuo rapporto di collaborazione con l’IBT pievigino.

“Oggi ribadiamo con forza, convinzione e determinazione la straordinaria concretezza e lungimiranza del magistero e dell’opera del Toniolo – si legge nella Carta Toniolo promossa e condivisa dall’Istituto Beato Toniolo –  icona e simbolo fecondo di vita vissuta al servizio del bene comune, alimentata alle radici dei valori profondi  di libertà, giustizia e solidarietà verso tutti. E manifestiamo l’impegno, con l’incipit “Noi vogliamo”, a riconoscere, assumere e promuovere una serie di fondamentali valori e basilari linee di azione ispirati dal beato Toniolo, per un nuovo umanesimo capace di dare risposte di senso, di vita e di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo e delle nostre comunità”.

Dopo i saluti introduttivi dell’assessore Valentina Lucchetta, del presidente IBT Annalina Sartori e dell’arciprete pievigino monsignor Luigino Zago, ecco i titoli dei dodici punti della Carta Toniolo illustrata dal direttore scientifico IBT, Marco Zabotti: Pienezza di vita; Persona al centro; Sostegno alle famiglie; Centralità di scuola, cultura e formazione; Primato delletica in economia; Impresa e lavoro per tutti in sicurezza; Nuovo welfare aziendale e di comunità; Cooperazione nella modernità; Democrazia sociale e sussidiarietà; Corpi intermedi protagonisti; La pace bene necessario; Partecipazione al bene comune.

Concorde sul manifesto tonioliano il delegato vescovile per la pastorale sociale della diocesi di Vittorio Veneto, don Andrea Forest, che ha sottolineato l’apporto eccezionale del beato Toniolo alla storia della dottrina sociale cristiana, mettendo in luce in particolare il valori espressi della persona e del bene comune. Pieno apprezzamento, totale sintonia e completa adesione ai principi, alle tesi e agli orientamenti per l’attualità della Carta Toniolo sono arrivati negli interventi dei partecipanti al tavolo dei relatori, che hanno messo in luce il grande contributo del Toniolo all’elevazione delle popolazioni di Marca e alla tenuta del territorio tra fine ‘800 e inizi ‘900, e alla visione attuale di un’economia veramente umana dentro una democrazia di socialità e sussidiarietà

il presidente della Camera di Commercio di Treviso e Belluno Dolomiti, Mario Pozza; in rappresentanza del presidente di Banca Prealpi San Biagio, Carlo Antìga, Marta Sclip; la presidente della cooperativa Insieme Si Può, Raffaella Da Ros; il presidente di Latteria Soligo e di Confcooperative Belluno – Treviso, Lorenzo Brugnera; il segretario regionale Fai Cisl del Veneto, Andrea Zanin; il presidente dell’Associazione Famiglie Rurali “Giuseppe Toniolo”, Alessandro Toffoli; il vice direttore di Coldiretti Treviso, Francesco Faraon; il presidente della Fondazione Capitale&Lavoro, Giuseppe Milan. Tutti gli intervenuti hanno avuto parole di elogio, soddisfazione e gratitudine per l’attività svolta in rete e in sinergia con l’Istituto Beato Toniolo, che ha visto realizzate negli anni tante e significative iniziative culturali di animazione delle comunità cristiane e della società civile. A loro si è unito il cardinale pievigino Beniamino Stella, che ha fatto pervenire un messaggio, letto in sala: nel testo, il porporato ha sottolineato che “ i dodici punti tonioliani sono un riferimento programmatico di alto profilo e di grande spessore, che illumina il cammino orientato alla costruzione di una comunità umana più giusta e solidale, prendendo esempio proprio da una vita in pienezza come quella del Beato Toniolo, che tutti speriamo di vedere presto riconosciuto come Santo, venerato dalla Chiesa universale”.

 

 

[Dal comunicato stampa diramato dagli organizzatori]

 

Per leggere il testo della “Carta Toniolo” Clicca qui

Dibattito | Renzi e Calenda? Presto nel Pd…

Dunque, il “campo largo” – seppur tra insulti e scomuniche quotidiani dei capi dei vari partiti personali contraenti l’accordo – prende il largo e si sta consolidando come un vero e proprio “Fronte popolare” contro il nemico giurato ed implacabile che era e resta la coalizione di centro destra.

Ora, però, all’interno del Fronte popolare diventa sempre più curioso conoscere e verificare l’evoluzione dei due cosiddetti partiti centristi. Entrambi partiti personali ed entrambi, almeno pubblicamente – ma, come ben si sa, le cose che Italia Viva e Azione dicono pubblicamente valgono lo spazio di un mattino – prendono quotidianamente le distanze dai 5 Stelle e minacciano di non far parte del “campo largo” se non riescono a dettare l’agenda politica. Ma, come dicevamo, al di là delle chiacchiere, dell’ipocrisia e della propaganda, è di tutta evidenza che difficilmente possono coesistere due piccoli partiti personali centristi all’interno di una coalizione di sinistra. E, oltretutto, con il veto esplicito, seppur alterno e balbettante, dei populisti pentastellati nei confronti di Renzi e di Italia Viva. Per non parlare dei rapporti tra i due capi dei rispettivi partiti personali, cioè Renzi e Calenda.

Ecco perché, per guardare un po’ oltre la contingenza e senza fermarsi ai tatticismi trasformistici quotidiani, è doveroso anche iniziare ad anticipare l’epilogo finale di questo balletto. Pur senza avere alcuna vocazione profetica, è abbastanza evidente che questi due piccoli partiti personali sono destinati a confluire definitivamente ed irreversibilmente nel Partito democratico. E la conferma plateale di questa banale osservazione è la smentita quasi quotidiana dei capi dei due partiti personali rispetto a questo epilogo. Secondo le regole che vigono da quelle parti. E cioè, le cose smentite sono quelle vere e le tesi sbandierate pubblicamente, di norma, sono quelle ad uso solo per i creduloni.

Dopodiché, come sarà organizzata questa confluenza è oggetto di discussione e di confronto con l’azionista di maggioranza, cioè il vertice del Partito democratico. E questo perché, banalmente, è l’unico modo per superare tutte le pregiudiziali ideologiche e personali che vengono ancora accampati dagli uni e dagli altri nei confronti di questi due partiti e dei rispettivi capi. Perché nel momento in cui si confluisce nel Pd l’accordo lo si fa con il Pd e non più con i due piccoli partiti personali. E, di conseguenza, non possono che cadere tutte le attuali opposizioni che ancora oggi aleggiano attorno alla composizione ed alla costruzione di questo nuovo ed inedito “Fronte popolare”.

Questo epilogo, abbastanza naturale e del tutto ovvio, offre anche la concreta opportunità per ricostruire altrove e con maggior coerenza una forza centrista, riformista, democratica e di governo. E, al contempo, cancella anche tutti i dubbi e le perplessità attorno a chi si autocandida a rappresentare un’area politica, culturale e programmatica pur non avendone alcuna affinità e, soprattutto, con una prassi ed un metodo quasi alternativi rispetto ad una credibile ed efficace “politica di centro”.

Per tali motivi, semplici ma essenziali, la prossima confluenza di ciò che resta di Italia Viva e di Azione nel Pd rappresenta un elemento di chiarezza e di trasparenza non solo per il futuro del Centro e della ‘politica di centro’ nel nostro paese ma un momento di verità, anche e soprattutto per tutta la politica democratica italiana.

Venezuela, la Chiesa come baluardo della democrazia contro l’autoritarismo.

La storia del Venezuela, sin dai tempi successivi all’indipendenza dalla Spagna promossa da Simon Bolivar, è sempre stata caratterizzata dall’affermazione dei cosiddetti “caudillos”, figure militari a cui è stata demandata la gestione del potere e che hanno saldato il “legame tra politica e Forze Armate” (cit. Treccani).

Questa condizione, nonostante i tentativi di affermazione della democrazia durante il XX secolo, si ripropose con la salita al potere di Hugo Chavez nel 1999, un militare nazionalista, che teorizzò una dottrina formalmente ispirata all’ideale panamericano di Simon Bolivar, tanto da far approvare in un referendum popolare una Costituzione che proclamò la Repubblica Bolivariana del Venezuela. Questa ispirazione, comunque contrassegnata da un populismo con forti legami con l’ideologia comunista anche se nella versione propria del Sud America, ha portato il governo venezuelano a chiudere i rapporti con il mondo occidentale e ad intensificare le relazioni con la Cina, la Federazione Russa, la Turchia e l’Iran, oltre che divenire riferimento di una serie di governi centro-sudamericani dagli stessi tratti politico-istituzionali. Il “chavismo” si è poi progressivamente caratterizzato come forma di “autocrazia”, con una pesante riduzione degli spazi di democrazia e di limitazione dei diritti del libero associazionismo e delle opposizioni politiche. Un potere in grado di “adulterare” le stesse consultazioni elettorali, così come certificato dall’impossibilità di intervento degli organismi internazionali di garanzia.

Con la morte di Chavez nel 2013, il suo delfino-successore e attuale Presidente Nicolas Maduro, pur non provenendo dalle Forze Armate (è stato autista di autobus e sindacalista dei trasporti), ha seguito l’impostazione politica tracciata da Chavez, amplificando ulteriormente i tratti autoritari e centralisti del potere.

Nonostante il Venezuela sia un Paese ricco di risorse energetiche fossili (petrolio e gas naturale) sia come produttore che come riserve accertate, gli indirizzi statalisti ed accentratori del “chavismo” hanno segnato anche la politica economica del governo venezuelano, con riflessi negativi sul libero mercato e la libera iniziativa, riducendo notevolmente gli investimenti esteri e amplificando il processo di isolamento, conseguenza del dichiarato contrasto del governo venezuelano con gli USA e il mondo libero. Scelte che hanno ulteriormente penalizzato il Paese a livello internazionale, anche in presenza del programma di sanzioni imposte in particolare dagli Stati Uniti. Gli effetti di questa condizione economica hanno pesantemente amplificato i problemi sociali, generando una grave povertà per milioni di persone, addirittura prive dei beni di prima necessità.

In questo contesto si collocano i rapporti degli ultimi 25 anni tra Stato e Chiesa cattolica venezuelana, rappresentativa di milioni di fedeli, prima e autorevole istituzione religiosa del Paese. Una presenza diffusa sul territorio attraverso diocesi, parrocchie, istituzioni formative ed assistenziali; un punto di riferimento a sostegno delle popolazioni sia dal punto di vista spirituale che dell’assistenza sociale ed educativa. Il regime chavista, pur in presenza di patti concordatari, ha sempre tentato di limitarne l’azione evangelizzatrice e caritatevole, essendo consapevole dell’identificazione di gran parte della popolazione nelle iniziative e nelle posizioni espresse dalla gerarchia e dalla comunità ecclesiastica.

La chiesa cattolica venezuelana, a partire dalla Conferenza Episcopale, in questo lungo periodo di regime, si è fatta più volte carico della dura condizione economica e sociale della popolazione, evidenziando inoltre il palese deficit democratico in corso nel Paese ormai da troppo tempo, entrando spesso in deciso contrasto con le posizioni del governo sia di Chavez sia di Maduro.  Allo stesso tempo, in condivisione con la Segreteria di Stato Vaticana e la politica diplomatica di Papa Francesco, le  gerarchie locali hanno cercato di favorire mediazione tra il governo e le opposizioni per evitare violenze, in modo particolare nelle fasi più delicate delle crisi istituzionali del 2019  tra Parlamento e governo e in quella recente  del luglio scorso, con la contestata (giustamente) rielezione di Maduro, non riconosciuta anche dai Paesi sudamericani tradizionalmente in sintonia con il chavismo: il Presidente brasiliano Lula ha dichiarato qualche giorno fa che “il comportamento di Maduro lascia a desiderare”. La deriva tirannica del regime di Maduro ha poi costretto in questi giorni all’esilio in Spagna, il leader dell’opposizione e “vero vincitore” delle elezioni presidenziali, Edmondo Gonzaléz Urrutia. A questi atti intimidatori mirati a cercare di “chiudere” il dibattito e le attenzioni su una consultazione elettorale falsata, si è aggiunta una vicenda indicativa ed emblematica di un metodo proprio di un regime dai contenuti dittatoriali: la decisione di Maduro di anticipare al primo ottobre i festeggiamenti del Santo Natale. In un intervento televisivo di fine agosto, l’autocrate venezuelano ha dichiarato “Settembre sta arrivando e mi sono detto: è settembre e già profuma di Natale. Ed è per questo che quest’anno in omaggio a voi, in segno di gratitudine nei vostri confronti, decreterò l’anticipo del Natale al 1° ottobre. Il Natale è arrivato per tutti, con pace, felicità e sicurezza”. Un atto strumentale e violento, già utilizzato in precedenti occasioni, teso a distrarre la popolazione dalle vicende politiche; infatti il provvedimento non modifica formalmente la tradizionale data del 25 dicembre, ma ne precorre i festeggiamenti e le iniziative conseguenti: aiuti alla popolazione meno abbiente, anticipazione di ratei della mensilità aggiuntiva per i dipendenti pubblici, tradizionalmente erogata nel mese di dicembre. Di fronte a questo atto che utilizza il Santo Natale come forma di distrazione di massa e indirizzato esclusivamente a fini politici, la Conferenza Episcopale Venezuelana ha reagito con grande determinazione sia sul piano degli aspetti religiosi che sulla situazione politica del Paese: “Il Natale è una festa universale. Il modo e il tempo della sua celebrazione sono di competenza dell’autorità ecclesiastica. Questa festività non deve essere utilizzata per scopi propagandistici o politici particolari”. E ancora: “Il Natale, come tempo liturgico, inizia il 25 dicembre con la nascita di nostro Signore Gesù Cristo e si prolunga fino all’Epifania del Signore nel mese di gennaio.”, “la persecuzione nei confronti di scrutatori, comunicatori sociali e contro il candidato e i leader dell’opposizione, in palese contraddizione con i principi di pluralità politica e di indipendenza dei poteri pubblici garantiti dalla Costituzione e dalle leggi della Repubblica”.

I vescovi venezuelani si pongono pertanto a difesa dei diritti democratici, richiamando il governo di Maduro al rispetto delle persone e dei valori universali delle feste cristiane; insomma, un ruolo fondamentale per una possibile e auspicabile transizione verso l’autodeterminazione del popolo venezuelano e la legalità dei poteri politici.

A fine giugno Papa Francesco ha nominato tre nuovi vescovi in diocesi fondamentali per la vita del paese sudamericano, gli Arcivescovi metropoliti di Caracas, Valencia e Barquisimeto.

Tre personalità forti e di provata esperienza teologica, sociale e pastorale.

Anche a loro sarà demandato il ruolo di individuare una classe dirigente che possa gestire la transizione di un Paese, verso una democrazia compiuta, rispettosa dei diritti fondamentali, della giustizia sociale e del mondo libero.

Un Paese fondamentale negli equilibri delle Americhe ed internazionali; un Paese a cui anche l’Italia, vista la presenza di un’importante comunità di nostri connazionali emigrati, dovrà dedicare impegno ed attenzione.

Elezioni USA, il mondo in allarme.

Ieri una breaking news del New York Times rivelava che Harris e Trump sono testa a testa secondo l’ultimo sondaggio Times/Siena Poll Coverage. Come noto la battaglia decisiva si concentra nei sette swingle states (Arizona, Georgia, Nevada, Nord Carolina, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin) e lì la rimonta della candidata democratica è stata notevole durante l’estate ma ora la spinta propulsiva derivata dalla rinuncia di Biden prima, dalla grinta positiva della Harris poi, dalla Convention di Chicago infine si è inevitabilmente affievolita. Adesso sono molti – informa il NYT – gli elettori che vogliono conoscere meglio “Kamala”, saperne di più sul suo imprinting culturale e soprattutto sui suoi programmi, volutamente ancora un po’ troppo generici su diversi temi. E dunque Donald Trump rimane forte anche alla fine di un mese e più assai duro per lui.

Non è da escludere, anzi è probabile, che Harris prenderà – come già Hillary Clinton nel 2016 – un numero di voti assoluti maggiore, trainata dal consenso femminile e afroamericano ma ciò potrebbe non bastare perché il sistema elettorale imperniato sul federalismo e quindi sull’elezione di delegati statali premia la vittoria in ogni singolo Stato e non quella numerica a livello complessivo. Sono gli Stati Uniti d’America: uniti sì, ma Stati.

Giusto o sbagliato che sia (certo qualche perplessità è più che comprensibile) questa è la regola. Che reca con sé una distorsione evidente, perché il grosso del confronto sostanzialmente si riduce alla fine a un quinto degli Stati. Un po’ poco, vero?

Il testa a testa a nemmeno due mesi dal voto ci dice una cosa importante e assai inquietante per tutti, non solo per gli americani, dato il rilievo che gli USA hanno nel pianeta su ogni questione, a cominciare da quelle geopolitiche. Ci dice che non ci sarà un vincitore netto e che il rischio di conteggi e riconteggi da qualche parte è elevato, e con esso il pericolo, reale, di una non accettazione dell’esito finale da parte dell’eventuale sconfitto Trump. Che per quattro anni non ha riconosciuto il risultato del 2020, gridando alla truffa e animando la gravissima e drammatica rivolta del 6 gennaio 2021.

Uno scenario da incubo per quel grande Paese ma pure per il mondo intero. Già la profonda divisione che così emergerà dalla società americana indebolirà l’azione esterna della nuova presidenza, che dovrà innanzitutto concentrarsi sui problemi nazionali. Trump lo farebbe in maniera hard, attuando il suo programma anti-migranti e tutto il resto; Harris al contrario lo farebbe in modo soft, cercando di coinvolgere parte del mondo conservatore moderato, come ha già fatto intendere con l’idea di mettere almeno un repubblicano nel suo eventuale governo. In ogni caso entrambi dovrebbero affrontare una seria crisi di consenso interno addirittura su uno dei principi-base della democrazia statunitense, la rappresentanza di tutti gli americani, riconosciuta da tutti gli americani, da parte del Presidente eletto.

Di questa situazione, che precipitando creerebbe una condizione assolutamente drammatica dagli esiti impossibili a prevedersi, potrebbero voler approfittare russi e cinesi, e sappiamo bene quali sono i loro primari interessi territoriali. Ma naturalmente non si tratterebbe solo di Ucraina e Taiwan, perché la partita per il dominio mondiale si giocherebbe su molti altri fronti, da quelli tecnologici a quelli ambientali, e su diverse altre aree geografiche, dall’Artico al Mediterraneo.

C’è dunque da seguire le prossime elezioni USA con molta attenzione e altrettanta preoccupazione. Se le cose andassero male, e c’è davvero da sperare che così non vadano, il mondo potrebbe subire un impatto non indifferente.

 

 

  1. Avviso ai naviganti europei: sarebbe meglio tenersi pronti.

Cosa accade a destra? Una storia d’imbrogli e sorprese.

«Metta da parte i guantoni, serve gentilezza», così Maria Rosaria Boccia risponde a Giorgia Meloni dopo i commenti della premier sul caso Sangiuliano. È la richiesta di un break o l’annuncio di una ripresa del combattimento a un diverso livello? Sembrava che, con le dimissioni del ministro Sangiuliano, la stucchevole vicenda fosse finita e, invece, continua questa storia ricca di imbrogli e di sorprese, ahinoi, alimentata dalle improvvide sortite della premier Meloni che continua a riferirsi alla dr.ssa Boccia, come a  “ questa signora”, favorendo le immediate repliche puntute dell’interessata, che sembra annunciare altre sorprendenti rivelazioni. Se Sangiuliano con la sua “storia affettiva” si è giocato il ministero conservando, almeno glielo auguriamo, il connubio familiare, più intrigante diventa la vicenda per il governo, a cominciare da quella che spetterà al successore del ministro, Alessandro Giuli, ennesimo giornalista prestato alla politica. Sono molti i riferimenti della dr.ssa Boccia a donne e a situazioni poco trasparenti che sembrerebbero accadute in quel ministero e il dr. Giuli, dovrà usare tanta accortezza nell’effettuare le sue future decisioni.

Il progetto meloniano di superare la lunga egemonia della sinistra nella cultura italiana avviata assai prima del ‘68, non potrà essere perseguito con successo continuando con nomine più attente alla fedeltà delle persone amiche che alle loro competenze specifiche, col rischio, come nel caso vissuto di Sangiuliano, di passare dall’idea della riedizione del Minculpop alla replica dilettantesca delle comiche di Starace del tempo che fu.

A Cernobbio, la Meloni ci ha assicurato che “il caso personale di Sangiuliano” non indebolirà il governo, destinato, secondo lei, a durare sino al termine della legislatura. Attendiamo gli sviluppi del caso Santanché (per molti versi molto più grave di quello del ministro napoletano) e la nomina di Fitto nell’esecutivo dell’UE. Con altri due sottosegretari da nominare (posti vacanti di Sgarbi e Delmastro), l’accordo sulle candidature a presidenti nelle tre regioni interessate dal prossimo voto, le difficoltà a trovare una quadra credibile in politica estera, sull’autonomia differenziata e sul presidenzialismo, un equilibrio tra i diversi interessi nella prossima difficilissima legge di bilancio, a me pare che ci siano molte materie scivolose per un rimpasto che rischia di diventare assai pericoloso e che potrebbe sfociare in una seria crisi di governo. Aggiungiamo, le tensioni sociali d’autunno conseguenti alla difficile situazione vissuta dai ceti medi produttivi e dalle classi popolari, con la mancata attuazione delle molte promesse elettorali, per cui l’ottimismo ostentato dal governo sembrerebbe di pura facciata. Il risultato del prossimo voto nelle tre regioni (Emilia-Romagna, Liguria, Umbria) non sarà, infine, indifferente rispetto agli sviluppi della politica nazionale, anche se le difficoltà incontrate anche dalle opposizioni, ancora incerte e divise sul tipo di campo da costruire (largo quanto e, alla fine, con chi?), rendono più facile al centro destra continuare a sopravvivere nonostante tutti i limiti e le contraddizioni. Aggiungiamo, ripetendolo come un mantra, che stride il permanere dell’assenza di un centro politico credibile, che può nascere solo dall’incontro tra le culture di riferimento storiche di quell’area: popolare, liberale e riformista. Sta a noi cattolici, politicamente ispirati dai valori democratico cristiani e popolari, avviare senza indugi la nostra ricomposizione politica, fattore indispensabile per la costruzione del nuovo centro della politica italiana.

Cleopatra, alias Meloni, tra la bionda procace e il ministro incauto.

Cesare lo sa, le ferie possono essere più stressanti delle giornate di lavoro, un po’ perché ti devi comunque divertire e riposare, ed è uno stress solo il pensarci, e poi perché il lavoro ti segue sempre e cerca di angosciarti con il rientro (chissà che troverai..). E neanche a dirlo Cesare è stressato dal rientro.  La sua protetta, la regina Cleopatra, dopo una breve vacanza ospite degli Apuli non in riva al mare ma in collina (ohibò, è una regione penisola per tre lati nel mare), rientra in città con un messaggio tutto trionfante: “Sono qui, bella forte e riposata (boh!) pronta all’azione”.

Nel frattempo, però, un ministro incauto e un poco babbeo insieme ad una bella signora bionda ed avvenente preparavano lo scivolone di fine estate.

Lei, la regina consultava il calendario post ferie…avanti adagio ma con convinzione: Cesare attende la proposta per il bilancio di fine anno e le proposte per l’anno prossimo; e Cleopatra dovrà essere convincente perché l’imperatore ha speso tanto ed è diventato parsimonioso. Ma lo scivolone appare e distrae tutto il popolo, pure Cesare che di “storielle” così ne ha viste centinaia. Un ministro dello staff della regina Cleopatra non si sente all’altezza per i grandi eventi (boh, boh?!) e chiama a sé una giovane donna professionista del settore (eventi moda, eventi cinema, matrimoni reali?..non è dato sapere) che è anche avvenente. Il ministro perde la “capa” colpito da una debole freccia di Cupido, e la nomina nello staff svanisce. Lei non ci sta e inizia lo scivolone.

La regina Cleopatra sottovaluta, prima respinge e poi accetta il cambio: va via uno e avanti un altro, e si continua come prima. Cesare però, da romano de Roma, avverte che la ciurma non è unita: ognuno pensa per sé, la propria posizione avanti a tutto. Primi fra tutti i due luogotenenti a ricordare ai loro e alla regina Cleopatra che sulla barca ci si sta per via di un accordo, ma con la propria identità, che è sì simile ma non uguale, ci sono delle differenze che ora appaiono più evidenti. La classe dirigente degli egiziani è “deboluccia per non dire vistosamente sbandata e sbadata”, quella degli alleati più solida e organizzata, ci sanno fare in politica e non mancano di farlo vedere a tutti.

Ci saranno altri cambi nella ciurma della regina Cleopatra/Meloni, e Cesare vedrà chi la regina scaglierà e chi abbandonerà, ma più di tutto aspetta di vedere il piano delle spese che si annuncia manco a dirlo in deficit (la regina è mugnifica come da pari suo e racconta meraviglie nei consessi con i leader dell’impero), ma in verità conta solo sui sesterzi del popolo romano e dell’Impero, che certo Cesare provvederà a raccogliere.

Solo che Cesare sa che al popolo suo non potrà chiedere più lo sforzo iniziale, l’entusiasmo è scemato mese dopo mese. Due anni sono tanti, la nave di Cleopatra costa troppo, la ciurma è indisciplinata e il progetto…beh, quello è andato a farsi benedire! Per Giove pluvio che rogna!

Autonomia differenziata, Cheli e De Siervo primi firmatari dell’appello contro la legge.

La legge n. 86 del 2024 su “l’autonomia differenziata” delle Regioni presenta gravi criticità dal punto di vista costituzionale.

Questa legge è presentata come una legge di “attuazione costituzionale” dell’art.116,comma 3, Cost., disposizione aggiunta nel quadro della riforma del Titolo V della Costituzione approvata nel 2001, senza appropriato coordinamento con l’art. 117Cost. Il testo è stato approvato da una maggioranza di centro sinistra ma è stato confermato dal successivo referendum.

I costituzionalisti si sono divisi nel giudizio su quella riforma ed in particolare sull’art.116 comma 3. Quella disposizione è stata giudicata discutibile dal punto di vista dell’ampliamento della articolazionedelle competenze regionali ed anche per l’evidente contrasto con il primo comma dello stesso articolo (che impone la legge costituzionale per l’approvazione degli statuti speciali) e ritenuta preoccupante in chiave di eguaglianza e di parità tra cittadini nell’esercizio dei diritti costituzionali.

Oggi, un presunto intervento legislativo “di attuazione” come quello realizzato con la legge Calderoli risulta del tutto fuorviante rispetto ad una norma costituzionale, che si limita a prevedere su iniziativa della Regione interessata” la possibilità di un limitato ampliamento dei poteri di una singola Regione per soddisfare specifiche esigenze territoriali e in via di eccezione rispetto alla disciplina del Titolo V della Costituzione.

La legge n. 86 del 2024, infatti, tende a porsi come una legge che definisce i principi, esplicitamente qualificati come “generali” (art. 1, co. 1), per “l’autonomia differenziata” delle singole Regioni, incentivandone l’adesione alle procedure di cui al terzo comma dell’art. 116 della Costituzione. La legge risulta così improntata ad un principio antitetico rispetto a quello del titolo V: sembra voler far diventare regola quella che nell’art. 116 è chiaramente concepita come eccezione.

Del resto, nell’esperienza costituzionale italiana anche la differenziazione delle competenze delle Regioni speciali è stata introdotta solo per le particolarità di situazioni politiche contingenti, tra l’altro caratterizzate da spinte secessionistiche. Quindi alla base di quelle autonomie speciali risulta chiaro un concetto di eccezione rispetto ad una regola che va in altra direzione.

Non c’è niente, nell’art. 116 ed in genere nel Titolo V che possa fornire base ad una legislazione che tende a costruire “l’autonomia differenziata” come una sorta di “principio generale”.

A questa distorsione di fondo si accompagnano altre forzature. Secondo Costituzione “L’autonomia differenziata” dovrebbe essere attuata con atto del Parlamento, e in particolare con una legge approvata a maggioranza assoluta, per evitare l’emarginazione delle forze politiche non appartenenti alla maggioranza di governo.

Con il pretesto di semplificare e di incentivare le “iniziative” delle singole Regioni, (ma in realtà complicando le cose contro lo spirito della Costituzione) la l. n. 86/24 conferisce al Governo un peso preponderante per giungere “all’autonomia differenziata”. I ruoli vengono capovolti: al Parlamento si riconosce solo il compito di “ratificare” l’”Intesa” con la Regione sostanzialmente decisa dal Governo.

Il Governo, oltre ad avere la guida dell’Intesa con la Regione, ha anche il ruolo di stabilire, prima con decreti legislativi delegati, privi peraltro di principi e criteri direttivi, i livelli essenziali per la garanzia dei diritti civili e sociali, che dovrebbero vincolare, anche secondo la legge Calderoli, le Regioni pur dotate di “autonomia differenziata”.

Tutto questo sconvolge l’ordinato assetto delle fonti normative. Secondo l’art. 117, co. 2 lett. m) la determinazione dei livelli essenziali dei diritti civili e sociali spetta al legislatore statale, con quella competenza legislativa esclusiva che, per la giurisprudenza costituzionale, è una competenza “trasversale” in grado di vincolare la competenza regionale in qualunque materia.

A questo si deve aggiungere che la legge Calderoli non solo ha attribuito ad atti del Governo la fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni, ma ha perfino voluto sottrarre talune competenze regionali all’osservanza dei livelli essenziali dei diritti civili e sociali.

È doveroso inoltre sottolineare che manca un momento di chiara e complessiva valutazione dei costi dell’autonomia differenziata. L’idea che si tratti di una riforma a costo zero è priva di fondamento. In realtà il calcolo dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e politici comporterà inevitabilmente lo stanziamento di un ammontare molto consistente di risorse per il loro finanziamento. Non a caso questa operazione è sin qui rimasta lettera morta, in assenza di una seria valutazione sul suo impatto sul livello complessivo della spesa pubblica. Non solo, ma, ove i lep fossero davvero definiti, la loro attuazione accentuerebbe il divario tra Regioni ricche e Regioni povere, in assenza di garanzie certe circa l’istituzione di meccanismi di perequazione.

Tutto questo non ha nulla ha a che vedere con “l’autonomia differenziata” dell’art. 116 Cost. ma, prima ancora, non ha a che fare con un’autonomia regionale autenticamente realizzata.

Alla base dell’intera impalcatura del nostro regionalismo è posto un principio di solidarietà e di leale collaborazione. Il disegno che scaturisce da questa legge è diametralmente opposto. Spacca l’Italia: divide le Regioni e costruisce i presupposti per una diversificazione delle prestazioni essenziali garantite ai cittadini. Fonti autorevolissime (Banca dItalia, Ufficio parlamentare di bilancio, sindacati ed associazioni laiche e cattoliche etc.) hanno affermato che l’autonomia differenziata è un modo per creare due Italie: una prospera e l’altra abbandonata a sè stessa, oltre a mettere a rischio il bilancio dello Stato e la stessa economia nazionale. Infine, uno Stato arlecchino renderebbe incerta l’interpretazione delle norme applicabili per le pubbliche amministrazioni, le imprese e i cittadini.

L’autonomia differenziata così deformata, avvicinerebbe le Regioni italiane a tanti piccoli Stati in competizione tra loro che rimetterebbero in gioco l’unità nazionale. L’art. 5 della Costituzione, nel riconoscere le autonomie, sancisce il principio dell’unità ed indivisibilità della Repubblica anche come corollario e presidio della tutela dei diritti fondamentali (art. 2), dell’eguaglianza (art. 3) e del principio lavoristico (art. 4)”.

La conseguenza inevitabile sarebbe il sacrificio dell’eguaglianza e dell’uniformità dei diritti politici, civili e sociali: in una parola dei diritti fondamentali dei cittadini. L’Italia per fortuna, non intende collocarsi in una simile prospettiva storica.

L’Italia, come altri Paesi Europei e Occidentali, ha invece esigenza di un sistema di autonomie che valga a rendere l’azione dei poteri pubblici più efficiente e più rispondente alle reali esigenze dei cittadini al fine di realizzare progressivamente l’effettiva eguaglianza e le pari opportunità di progresso sociale.

 

Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Vittorio Angiolini, Gaetano Azzariti, Maria Agostina Cabiddu, Paolo Caretti, Roberto Zaccaria, Roberta Calvano…..seguono le altre adesioni secondo lordine di conferma.

Europa, Draghi lancia un monito: o si sveglia o scompare.

C’è molta attesa per la presentazione di domani alla Commissione Europea del rapporto sulla competitività, curato da Mario Draghi, dopo le anticipazioni fatte dall’ex presidente della Bce al Coreper, l’organismo delle rappresentanze permanenti degli Stati membri, e ai capigruppo dell’europarlamento,

Prima che il dibattito si sposti sui dettagli del corposo documento che si articola in cinque macro-capitoli sulla base dei dieci principali dossier economici che riguardano l’Ue, si può sottolineare, e raccomandare, di non perdere di vista l’idea centrale che sta alla base della visione di Draghi dell’Ue, alla luce del cambiamento d’epoca in corso. Tale idea consiste nel prendere coscienza del divario che ormai esiste con gli Stati Uniti e con la Cina e cercare di colmarlo con, sono parole sue, “una cooperazione senza precedenti”.

Per dare l’idea di quanto sia necessario accogliere la sfida indicata da Draghi basta fare qualche esempio.

A iniziare dal settore della ricerca. L’Accademia Cinese delle Scienze (CAS), divenuta l’organizzazione di ricerca più grande del mondo, da sola è leader mondiale in ben 31 delle 64 tecnologie chiave del futuro  (come intelligenza artificiale, biotecnologie, batterie per veicoli elettrici, ecc.), secondo l’Australian Strategic Policy Institute (ASPI) think tank espressione dei Five Eyes.

Se l’Ue della ricerca continua a procedere divisa con il nostro Cnr, il Cnrs francese, il Csic spagnolo e la tedesca Max Planck Society, non c’è futuro per l’Ue. Così in ogni altro campo.

Lo stesso avviene in campo geopolitico, in cui l’Ue sconta una colpevole perdita di attrattività a cominciare dal bacino del Mediterraneo. Se l’Unione Europea non prenderà sul serio l’invito di Draghi a svegliarsi, si vedrà semplicemente sostituita da altri nelle sue sfere di influenza. I due più grandi Paesi del Nord Africa, Algeria ed Egitto, quest’ultimo anche membro full-fledged del Coordinamento Brics, sono sempre  più integrati finanziariamente con i Brics. Sono i dirimpettai dell’Ue ma Brasile, Russia, Sudafrica, India e Cina sono sentiti da loro più vicini di Bruxelles. La strategia per il Mediterraneo costituisce una delle grandi priorità per il rilancio dell’Ue, per recuperare il tempo e il vantaggio competitivo perduti, di cui è ennesima conferma la notizia che l’Algeria, che è divenuta tra i primi (se non il principale) partner energetici dell’Italia, è entrata nella Nuova Banca di Sviluppo, la maggiore istituzione finanziaria dei BRICS con sede a Shanghai. Lo ha annunciato la stessa presidente della New Development Bank, Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile, a Città del Capo a margine della riunione annuale della banca. Inoltre, si può ricordare anche che il principale partner di Algeri per la costruzione di oltre 6000 km di ferrovie che farà dell’Algeria il principale hub ferroviario del Nord Africa, è la Cina.

Infine, ma non meno importante, tra i fatti recenti che suggeriscono dall’esterno la necessità di una profonda riforma dell’Ue, si può citare anche la clamorosa mossa della Turchia di presentare formale domanda di adesione ai Brics in vista del vertice di Kazan del 22-24 ottobre prossimi. Una scelta dettata in gran parte da motivazioni tattiche ma che esplicitamente accusa il deficit di iniziativa, di capacità di integrazione dimostrato dall’Ue nei confronti di potenziali Paesi partner.

Rapidi accenni che sembrano suggerire che bisogna cambiare l’Ue dall’inteno per fare fronte alle sfide esterne di un mondo che cambia rapidamente e che non ci sta ad aspettare,. E lo si può fare cogliendo la sostanza del messaggio di cambiamento che domani Mario Draghi presenterà alla Commissione Europea.

8 settembre 1943: mancando lo stato, Castellano fece da solo.

Il Generale pratese di origini siciliane Giuseppe Castellano non fu solo colui che l’8 Settembre del ’43 firmò per l’armistizio per l’Italia (‘Italia’ in senso lato, visto che andò a Cassibile senza alcun foglio di delega, per cui gli Alleati lo rispedirono a Roma, e alla fine il Re lo accontentò con un mandato scritto), ma fu anche colui che il pomeriggio del 25 Luglio assunse l’iniziativa di organizzare l’arresto di Mussolini a Villa Savoia, dal Re. D’accordo aveva il Generale Giacomo Carboni, che con il Generale Ambrosio – in ambito militare quindi, indipendentemente da Grandi e Ciano e dal Gran Consiglio del Fascismo – studiavano da tempo lo sganciamento dalla Germania e dalla guerra.

Ma Castellano, uomo semplice ma coraggioso, dai poteri limitati, che aveva una idea del dover essere al servizio del futuro della Patria, anche quando non sembrava ve ne fossero le condizioni, fu soprattutto quello che visse in prima persona e seppe condurre tutto il rocambolesco processo che dalla nomina di Badoglio a capo del governo portò infine il Re ad accettare la resa incondizionata, chiamata ‘short military armistice’  – 12 brevi punti di una riga ciascuno -, firmata a Cassibile, vicino Siracusa, il 3 Settembre 1943: consegna di tutte le armi, esercito, marina, aeronautica, etc. etc.

Nei vertici militari e nel Consiglio della Corona non c’era unanimità. Quest’ultimo, nella sua seduta del 7 Agosto 1943, approvò alla fine la decisione di uscire dalla guerra ma solo a maggioranza di due terzi. Al Consiglio della Corona del 1° Settembre che accettò le clausole dell’armistizio corto – ovvero della resa incondizionata – il Sovrano fu inspiegabilmente assente.

D’altra parte proprio l’8 Settembre il Re in un incontro con l’Ambasciatore tedesco Rudolf Rahn gli ribadì l’indissolubilità dell’alleanza con la Germania (“…dica al Führer che l’Italia non capitolerà mai”).

Tali rassicurazioni erano state date pochi giorni prima ai tedeschi anche da Badoglio e Ambrosio. Mentre giurava questo, Badoglio metteva in salvo a Losanna figlia e nuora. Insomma, da una parte Castellano da solo dovette dimostrare agli Alleati che l’Italia aveva capito le loro richieste; dall’altra doveva, sempre da solo, sgusciare fra i paletti, i freni, le assurde e comiche contro-condizioni con cui il Re e Badoglio volevano si trattasse, al solo scopo di rimanere al potere in quei drammatici frangenti, e per di più pretendendo il sostegno militare e ‘politico’ degli Anglo-Americani.

“Etiamsi omnes, ego non”: Castellano comprese come doveva agire e per questo si dimostrò essere l’uomo giusto al momento giusto. Rischiare di persona: scegliere da solo come comportarsi. Cosa dire. Cosa fare.

Quando il 12 Agosto del ’43 Castellano viene mandato a Madrid in incognito, in zona franca (impiegherà tre giorni di treno), per primi contatti con gli Alleati, incontra nella capitale spagnola il Console italiano a Lisbona Franco Montanari.

Montanari ha trentotto anni, è stato funzionario del Ministero degli Affari Esteri e nel 1936 ha intrapreso la carriera diplomatica. Era figlio del Generale Carlo Montanari, morto sull’Isonzo nel 1915, e dell’americana Helen Day, originaria di Boston, che aveva studiato l’italiano al Radcliffe College di Cambridge, nel Massachusetts. Dopo la morte in guerra del marito, Helen Day si trasferisce negli Stati Uniti con i figli.

Franco Montanari si laurea all’Università di Harvard nel 1927, ma poi torna in Italia per continuare gli studi presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia, dove di nuovo si laurea nel 1932.

Castellano, inviato in gran segreto a vedere come prendere qualche primo contatto con gli Alleati, non parla mezza parola di inglese. Decide allora di chiedere a Montanari il favore di assisterlo. Da qui nasce l’ingaggio. Entrambi si trovano così a doversi destreggiare in una missione fragilissima, mezzo ignota, e con credenziali deboli dinanzi ai primi diplomatici anglo-americani con cui cercano – molto loro sponte – convergenze. Per entrambi gli obbiettivi erano due: liberarsi dall’alleanza con Hitler e chiudere per l’Italia la guerra.

Il 25 Luglio le divisioni tedesche in Italia erano tre; Hitler ad Agosto – con l’operazione Achse (Asse) – ne fa affluire un congruo numero, e all’8 Settembre sono sedici, distinte in due potenti armate. Nelle settimane dopo l’Armistizio i tedeschi fanno prigionieri quasi 1 milione di soldati italiani, gente senza comandi e senza guide, l’ultima ruota di un carro, istituzionale e militare, in pieno disfacimento. E il peggio, soprattutto per i civili, doveva ancora venire. Per garantire la ritirata della Wehrmacht l’ordine fu di terrorizzare i territori che dovevano essere attraversati.

Castellano e Montanari, da soli, avevano fatto la loro parte, la parte in cui la Storia li aveva messi: quella di condurre in porto una delle premesse fondamentali per la Guerra di Liberazione, meritarsi – con la propria faccia – la fiducia degli Alleati (Eisenhower si vantò sempre di avere come amico uno come Castellano) e portarli a firmare una resa la meno infamante e soprattutto la meno insostenibile possibile.

Dibattito | Il trasformismo pesa sulle sorti del campo largo.

Sì, ammetto di essermi sbagliato. Il futuro “campo largo” è proprio un “Fronte popolare”. Francamente pensavo che riproporre il 3° Fronte popolare nel nostro paese fosse la solita bufala patrocinata e proposta dalle tre sinistre italiane – quella radicale e massimalista della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 Stelle e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – dopo quello del 1948 organizzato dai comunisti di Palmiro Togliatti e quello patrocinato dall’ex comunista Achille Occhetto nel 1994. E invece no, devo prendere amaramente atto che il campo largo non esiste perchè si tratta, appunto, di un Fronte popolare che viene costruito e messo a terra per battere il rischio di un fascismo risorgente, la deriva illiberale, la torsione autoritaria, la negazione delle libertà democratiche e di espressione e tutte le baggianate che ormai conosciamo quasi a memoria perchè vengono ormai snocciolati tutti i santi giorni in questi ultimi due anni.

Del resto, è appena sufficiente registrare ciò che dicono quotidianamente i capi dei tre partiti personali del “campo largo” – Italia Viva, Azione e i 5 Stelle – per rendersi conto che non si tratta di un progetto politico e, men che meno, di governo ma solo e soltanto di una sommatoria di sigle che si deve unire per battere un nemico giurato e implacabile e che, almeno così pare di capire, sia pericolosissimo per la conservazione della democrazia e delle libertà nel nostro paese. E questo perchè il capo di Azione, Carlo Calenda, dice che non farà mai parte del campo largo; il capo dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, raccoglie applausi a scena aperta alla Festa dell’Unità quando solennemente dichiara che non andrà mai con Renzi e il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, a sua volta rincara la dose dicendo tutti i giorni che se la coalizione di sinistra sarà guidata o condizionata eccessivamente da Travaglio e dai 5 Stelle lui andrà altrove.

Detto questo al mattino o al pomeriggio, alla sera tutti e tre i capi di questi partiti personali

concordano sulla necessità di dar vita al “campo largo” nelle tre regioni che a breve andranno al voto. E cioè, l’Umbria, l’Emilia Romagna e, soprattutto, la Liguria.

Ora, di fronte a questo concreto e tangibile comportamento politico – inattaccabile perché oggettivo – si impongono almeno due riflessioni finali. Innanzitutto ci troviamo di fronte ad un persin plateale atteggiamento trasformistico dettato unicamente da ragioni di potere. Nulla a che vedere con la cultura delle alleanze, con la cultura di governo e, men che meno, con una prospettiva politica condivisa a livello politico, culturale e programmatico. Appunto, solo e soltanto trasformismo e ipocrisia.

In secondo luogo, e questo è indubbiamente l’aspetto più grave di questo decadimento etico e culturale, è l’ennesima riduzione della politica ad uno scontro ideologico. Uno scontro ideologico – violento e senza sconti – che, però, avviene in un contesto dove le ideologie sono ormai tramontate da alcuni lustri. E questo segna, appunto, la crisi profonda ed oggettiva della politica e dei suoi strumenti, cioè i partiti o ciò che resta di loro.

Ecco perché, a fronte di questa doppia regressione politica e culturale, possiamo tranquillamente dire che ci troviamo di fronte ad un inedito “Fronte popolare” delle sinistre. Un “Fronte popolare” dove semplicemente la politica è assente perché l’unico elemento che conta, e che vale, è la sconfitta del nemico giurato ed ideologico. L’esatto opposto, cioè, di quella democrazia dell’alternanza frutto di un moderno e credibile bipolarismo che vengono quotidianamente predicati ma che poi vengono sistematicamente smentiti nella prassi comune dai capi dei partiti personali e non.

Meloni al contrattacco, le opposizioni devono rispondere.

Stava mettendosi male, alla fine la Meloni è uscita dall’angolo sgusciando vittoriosa. Ne ha dato una vivida rappresentazione nella conferenza stampa di stamane a Cernobbio. La rapidità nel passaggio di consegne da Sangiuliano a Giuli costituisce in effetti un successo d’immagine. Questo almeno si dice. Il neo ministro, per giunta, guadagna all’istante il blasone del possibile sfidante di Gualtieri nel 2027: dai Beni culturali al Campidoglio, questo sarebbe il percorso tratteggiato per l’ex militante di Meridiano Zero. In ultimo, con la casella del Maxxi da coprire, avanza pure l’ipotesi della nomina di Rossi, attuale Dg della Rai, grazie alla quale potrebbe essere chiuso agevolmente il dossier relativo ai nuovi vertici di Viale Mazzini. Il caso Sangiuliano si chiude dunque all’insegna di un rilancio in grande stile della leadership meloniana.

Eppure, dietro questo sfoggio di destrezza ed efficienza si legge comunque la difficoltà di un mondo a corto di classe dirigente e obbligato, per questo, ad affidarsi alla cerchia ristretta di Colle Oppio e dintorni. Mentre si discetta sulla strategia di apertura al centro – ed ecco l’attrazione degli osservatori per la scelta del “democristiano” Fitto quale Commissario a Bruxelles – quel che prevale nel concreto è il posizionamento di Fratelli d’Italia sulla linea di confine più spostato a destra. La narrazione non combacia con la realtà, anzi ne rappresenta in fondo la smentita. L’eccentrica mediazione tra Hobbit e neo-doroteismo, con l’ambizione di occupare uno spazio di originale centralità politica, alla lunga non può che rivelare i suoi limiti.

Comprensibilmente, la convergenza dei partiti che occupano il paesaggio dell’opposizione si presenta quanto mai necessaria. Ciò non significa abbandonare l’idea di un ritorno al centro, da posizioni riformatrici e democratiche, della politica italiana; piuttosto significa comprendere che prima viene il ridimensionamento della destra,  facendo leva sulle imminenti elezioni regionali in Liguria Umbria ed Emilia Romagna, poi la riarticolazione dei rapporti complessivi con l’impresa ineludibile di un rinnovato e autonomo protagonismo del centro. Solo piegando le discutibili ambizioni della destra si rilancia la prospettiva del riformismo democratico, non subalterno alla sinistra e libero dai condizionamenti del nazional-populismo.

Non possiamo assistere passivamente al declino della democrazia

Le recentissime elezioni regionali in Germania, con l’affermazione di due partiti populisti, estremisti e filo putiniani, ha nuovamente fatto risuonare un campanello d’allarme tra chi ha a cuore il futuro delle democrazie liberali.

Medesima preoccupazione viene posta dalle numerose fake news create dall’intelligenza artificiale e pubblicate sui social network, sia in occasione dei disordini verificatisi nel Regno Unito, sia durante la campagna elettorale americana.

Noi italiani non siamo certamente immuni da questi problemi, anzi. Come non ricordare i risultati delle elezioni del 2018 e la sgangherata compagine governativa battezzata da una indecorosa richiesta di impeachment per il nostro Presidente della Repubblica e prim’ancora eletta sull’onda del referendum per l’uscita dall’Euro, l’annunciata abolizione della povertà e le baby pensioni per tutti?

Tutto ciò era solo l’antipasto di una legislatura in cui fummo costretti ad assistere alle derive no vax e alla follia del super bonus, meno male che alla fine arrivò Draghi a salvarci con il suo governo di Grande Coalizione.

Onde evitare di riprovare quei mesi paradossali, non ci possiamo non porre la domanda di come arginare questi fenomeni populisti e illiberali per salvaguardare la nostra democrazia liberale. Non ho di certo la soluzione al problema, proverò però a dare il mio contributo.

Partiamo da un presupposto, la democrazia se non è liberale non è una democrazia. Se democrazia significa governo espressione del popolo, proveniente dal popolo e al lavoro per il popolo e il suo bene, essa non può che garantire ai singoli cittadini i propri diritti universali, la loro libertà e i principi cardini dello Stato di diritto.

L’invenzione della così detta democrazia illiberale è una truffa, una bugia più falsa delle banconote da 33 euro. Nasce dal desiderio di ottenere nuove e finte sicurezze ma è solo un inganno che genera una riduzione dello spazio di libertà di ogni singolo individuo, a vantaggio di chi comanda. Questa forma di governo non è più del popolo, dal popolo, per il popolo ma comanda attraverso il popolo, contro gli interessi di tutto il popolo e sfruttando il popolo.

Si tende a disegnare la democrazia illiberale come la risposta alla dicotomia tra popolo ed elite, si tratta di un abile stratagemma propagandistico. In verità, alle sue fondamenta, la democrazia illiberale è una oligarchia che serve ad alcuni del popolo per divenire una elite di governo piccola e distante dagli interessi del Paese, accentrando il potere nelle mani di pochi.

È successo così in Russia, dove, dopo la caduta della dittatura comunista, agli albori della nuova democrazia, alcuni soggetti corrotti, per l’appunto chiamati oligarchi, hanno via via accumulato così tanto potere da allargare sempre di più i propri diritti, restringendo quelli altrui.

Eppure, oggi, alcuni partiti di governo e di opposizione, sembrano attratti da questi autocrati. Pensiamo alla vicinanza di alcuni con Orban o Putin, all’impossibilità di altri partiti a condannare la dittatura venezuelana, all’ambiguità di certi leader a scegliere tra Harris e Trump, nonostante l’esperienza del tentato golpe del 6 gennaio 2021.

Nonostante questa attrazione e questa vicinanza a regimi non democratici, gli elettori continuano a votare questi movimenti senza porsi il problema: se il mio voto contribuisse a trasformare l’Italia in una democrazia illiberale, sarei contento?

Alla luce di ciò, mi chiedo, noi elettori abbiamo gli anticorpi sufficienti perché la nostra democrazia resti sana e forte? Quali sono questi anticorpi e dove si formano?

Prima di rispondere però dobbiamo condividere una certezza: la difesa della democrazia liberale e della libertà non si può imporre con divieti o censure. Sarebbe un controsenso.

Questi anticorpi si devono formare e l’unico luogo dove questo può avvenire è la scuola. Solo l’istruzione può creare una coscienza democratica e un patriottismo costituzionale. Cittadini, elettori istruiti sono l’arma più potente che una democrazia ha per la sua difesa nel lungo periodo.

È triste e sconvolgente pensare ad alcune frasi filo-naziste pronunciate da alcuni esponenti politici dell’Afd. Nonostante ciò, più del 30% dei giovani elettori delle due regioni tedesche ha votato questo movimento estremista e molti di loro percepiscono questo partito come un partito di Centro!

Da elettorale centrista mi chiedo: in Italia, frasi di questo tipo avrebbero uguale successo? I nostri ragazzi sarebbero coscienti degli orrori dei regimi nazi-fascisti e più in generale di tutti i regimi totalitari o cadrebbero nel tranello propagandistico? Sarebbero in grado di riconoscere e respingere un tale rigurgito anti-democratico?

Forse sì, forse no, non so dare una risposta precisa, sono tuttavia convinto che gli strumenti forniti dall’attuale sistema didattico non siano sufficienti per evitare che ciò accada. Pensiamo all’insegnamento della Storia. Oggi i programmi ministeriali prevedono che il dramma della Seconda guerra mondiale, l’Olocausto, le disgrazie impartite dai regimi dittatoriali europei siano studiati solo in terza media.

Nella maggioranza dei casi temo che i nostri ragazzi, prima di conoscere queste tragedie, siano già sottoposti a stimoli esterni in grado di strumentalizzare questi momenti storici, mettendone in dubbio anche l’esistenza.

Per fare un esempio, prima di frequentare la terza media, sicuramente i bambini già posseggono uno smartphone e navigano su internet e sui social network. Sarebbe opportuno dunque ritornare a studiare i drammi del Novecento già alle elementari.

Così come sarebbe opportuno avere degli elettori neomaggiorenni che almeno durante il Liceo abbiano studiato i principi base del diritto e dell’economia. Se fosse stato così, forse, nessuno sarebbe andato dietro a pifferai magici che promettevano un referendum sull’uscita dall’euro, costituzionalmente impossibile.

Investire nell’istruzione dovrebbe essere una delle battaglie principali per una forza politica che si propone come erede di coloro che, tra i democristiani, i liberali e i repubblicani, contribuirono a scrivere la Costituzione democratica della nostra Repubblica Italiana.

L’istruzione è il nostro vero tesoro, fonte di sviluppo per il futuro, difesa della patria e garanzia delle conquiste più importanti della nostra società. Se non investiamo su di essa, le nostre libertà diminuiranno e la nostra vita perderà qualità.

Appunti per una ripresa d’iniziativa politica

L’Italia sta attraversando un periodo di profonda incertezza, segnato da dichiarazioni contrastanti all’interno del panorama politico e da una guerra mediatica fatta di pettegolezzi e scontri verbali. Il dibattito sembra allontanarsi dai problemi reali, favorendo una narrazione distorta che confonde i cittadini. Il disdicevole episodio che ha visto coinvolto un Ministro della Repubblica – fino alle sue dimissioni delle ultime ore – ci porta a riflettere su come stiamo assistendo a un graduale allontanamento dai valori che a lungo hanno segnato la nostra società.

Un tempo centrali nel discorso pubblico, questi valori sembrano oggi essere messi da parte in favore di dinamiche politiche e mediatiche che frammentano la nostra identità collettiva. La vera domanda da porsi è se noi italiani meritiamo davvero questo declino. Uno statista come Alcide De Gasperi ha lavorato, riuscendovi, per la ricostruzione di una nazione dilaniata dalla guerra, ponendo al centro dell’agenda politica valori come la solidarietà, l’unità nazionale e il bene comune. Non bisogna perdere la rotta tracciata.

 

La questione dell’autonomia differenziata

Un altro tema che merita attenzione e che richiama l’epoca della Democrazia Cristiana, è la recente legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 26 giugno 2024, n. 86, riguardante l’autonomia differenziata. Si tratta di un argomento delicato e complesso, che sta suscitando ampie discussioni non solo in ambito politico, ma anche nella Chiesa cattolica.

Esponenti di spicco come Mons. Zuppi e Mons. Savino hanno espresso preoccupazione, evidenziando come l’autonomia differenziata potrebbe creare disuguaglianze ancora più marcate tra le regioni italiane. In particolare, le regioni meno sviluppate dal punto di vista economico rischierebbero di essere ulteriormente marginalizzate. Ciò potrebbe indebolire non solo la struttura economica del Paese, ma anche l’unità nazionale e l’integrazione sociale, che sono pilastri su cui si è fondata la Repubblica Italiana.

Questa legge, secondo molti, va contro i principi cardine della nostra storia, a partire dal processo risorgimentale di unificazione fino alla elaborazione della Carta costituzionale del 1948. Infatti, anche gli articoli 116 e 117 del riformato Titolo V salvaguardano l’equilibrio tra le regioni e la solidarietà territoriale.

 

Un appello all’unità

Dobbiamo ricordarci di essere un popolo con una lunga tradizione storica e culturale che ci ha visto affrontare sfide ben più gravi di quelle attuali. Come ha detto più volte Papa Francesco, abbiamo bisogno di un laicato sensibile e preparato che sappia riproporre una giusta tensione identitaria da porre al servizio dell’interesse generale della nazione. Qui si colloca, nel pluralismo delle opzioni politiche, la scelta di una nuova politica di centro. Un centro che sappia porsi al di là dei facili o comodi compromessi e che sia in grado, pertanto, di guidare il Paese verso un futuro migliore. Serve una iniziativa che recuperi in maniera creativa  la migliore lezione della Democrazia Cristiana. Il futuro del Paese dipenderà dalla nostra capacità di riscoprire questi forti elementi d’indirizzo, per farne con coraggio la leva di un processo di cambiamento.

Roma, un Central Park a Centocelle? La riflessione dell’ex sindaco Giubilo.

Nell’ormai lontanissimo tempo, a cavallo degli anni nei quali venne approvato il Piano Regolatore di Roma del 1965, il dibattito urbanistico si presentava sempre con l’obbiettivo di connettere ogni scelta importante, definita strategica, progettata o avviata, con il sistema generale delle funzioni e del disegno complessivo della Città. Anche successivamente, non sempre, ma di frequente, questo essenziale criterio ha animato confronti, prospettive, interventi di amministratori ed esperti intorno al difficile presente e l’ancor più incerto futuro dell’impianto urbano della Capitale.

Per la verità, dagli anni ’90 del secolo scorso, questo modo corretto è stato sostanzialmente abbandonato con l’avvento della modalità amministrativa del “pianificar facendo” e delle regole (non regolate) della “urbanistica contrattata” che, troppo spesso e con l’alibi del recupero di risorse,  finivano per assecondare disegni e interessi privati, rispetto al principio dell’interesse generale, fino ad arrivare alla approvazione di un nuovo Piano Regolatore Generale del 2008 che, nella sostanza, acquisiva ciò che, appunto si andava, alacremente, “facendo”, mentre rimaneva sulla carta ciò che si riteneva fossero i progetti innovativi, cioè un policentrismo, comunque senza strategia e ispirato dal clima “contrattuale” imperante. Fallimento splendidamente descritto nella riedizione del saggio di Italo Insolera “Roma Moderna”, curata da Paolo Berdini.

Centocelle un quartiere della Roma periferica che, nel dopoguerra, aveva subito una trasformazione della tipologia edilizia da “villini” a “palazzine”, cioè una densificazione residenziale povera di servizi, rappresentava un esempio di quartiere “dormitorio”, evidente dimostrazione della necessità di un riscatto urbano, con le necessarie funzioni superiori e di servizi. Due aree immediatamente vicine al quartiere (l’area di Torre Spaccata e quella dell’Aeroporto) venivano inserite nella grande novità del PRG del 1965, come importante polo dell’Asse Attrezzato, poi Sistema Direzionale Orientale (SDO), di quella infrastruttura strategica, cioè, che non solo avrebbe trasferito funzioni direzionali e di servizio, decongestionando il Centro storico, ma avrebbe concorso, per la sua forza di attrazione, a riqualificare la periferia orientale della Città, che invece, slittava verso la diffusione di costruzioni abusive.

Particolarmente significative le dichiarazioni del sindaco di allora Amerigo Petrucci che, nell’aprile del 1966, indicava Centocelle come il “quartiere del Centenario” dell’unità d’Italia che sarebbe ricorso sei anni dopo, nel 1971. “Onorare il passato guardando all’avvenire”, dichiarava il Sindaco, con la necessità di accelerare l’attuazione del Piano Regolatore…dando l’avvio ”al Quartiere di Centocelle, attrezzandolo come secondo quartiere direzionale che si affianchi all’Eur, in attesa di essere a sua volta affiancato dal quartiere di Pietralata”. In particolare veniva sottolineato che “l’ex aeroporto di Centocelle ha una funzione determinante in tutti i nostri progetti per il nuovo quartiere”, ove “sarà possibile collocare gli insediamenti determinanti del quartiere stesso“.

Veniva auspicato dall’allora capo dell’amministrazione capitolina che “con precisi accordi con lo Stato” sarà possibile “l’insediamento di ministeri ed altri centri operativi”, oltre che “la creazione dei necessari servizi di base del quartiere medesimo”. Questo intento, attraverso il progetto della nuova direzionalità, pur nelle successive modifiche, veniva confermato  con la delibera del dicembre del 1988 per l’affidamento del Progetto direttore che indicava “l’obbiettivo strategico della riqualificazione del settore orientale della città, in termini non solo di funzioni urbane direzionali e produttive, ma anche la realizzazione di centri integrati di servizi e di verde che trasformino la periferia in una parte integrante della città”, attraverso “una valutazione dei problemi e dei fabbisogni delle zone circostanti lo SDO”, con la finalità anche “di indurre interessi capaci di riqualificare anche il tessuto edilizio circostante”.

La politica capitolina successiva non riuscì mai a realizzare questo intervento così decisivo per la modernizzazione della Città. L’immagine della Roma moderna resta quella dell’unico quartiere di grande spessore urbano e architettonico, cioè l’Eur, progettato alla vigilia della seconda guerra mondiale, rivisto e completato con eccezionale competenza dal professor Virginio Testa, già segretario generale del Comune (allora Governatorato) e dalle amministrazioni cittadine che operarono sia con progetti altamente qualificati,  determinando il trasferimento di Ministeri e realizzando nelle immediate vicinanze quartieri di edilizia pubblica progettati da Luigi Moretti. Questa dolorosa inadempienza è avvenuta anche per responsabilità della miopia governativa centrale – ridestatasi solo con l’approvazione della legge 396 del 1990 che ne previde la realizzazione all’art. 8 – e per l’influenza  di una opposizione di sinistra, oltre che di settori produttivi e proprietari, mai convinti del disegno strategico dello SDO. Lo dimostra la fine dell’ultima possibilità di realizzarlo, esperita con il menzionato Progetto Direttore, commissionato, come già accennato, nel 1988 a Cassese, Scimemi e Tange, a guida Italstat, dalla giunta Giubilo, documento operativo prima smontato e  ridimensionato, poi “messo nel cassetto” dalle giunte di sinistra che succedettero per alcuni anni.

Ne ha descritto, con puntualità e amarezza pari al suo impegno propositivo, Piero Samperi con il saggio richiestogli da Bruno Zevi “Distruggere Roma. La fine del Sistema Direzionale Orientale”.

Centocelle, come gli altri quartieri che si sono sviluppati fin sotto i Castelli romani e lungo le vie Prenestina e Tiburtina, ha pagato caro questa scelta, ovvero questa mancata realizzazione. Il quartiere e il settore urbano che lo comprende, rappresentano, assai emblematicamente, l’esigenza di una strategia urbanistica che punti alla realizzazione di quel policentrismo, delineato già negli anni ’60 e mai realmente avviato, anche per un adeguamento alle influenze speculative che a Roma hanno spostato l’asse degli interventi dalle aree vaste e strategiche a quella dei comparti a livello di quartiere e, spesso, di dimensioni più ridotte, indotte dall’assetto proprietario dei terreni e dallo spengersi della forza progettuale della politica capitolina.

Possiamo ricordare, perché vissuta in prima persona, la vicenda emblematica di come –  contro la possibilità di realizzare, con le opere per i mondiali di calcio del ’90, presentata alla Presidenza del Consiglio dei ministri, una delle “porte” dello SDO, con il progetto del tunnel sotto l’Appia Antica, vistato dalla Regione, che avrebbe collegato l’Eur con il polo di Torre Spaccata e Centocelle – si scatenò una campagna di disinformazione e preannunciata, all’allora premier De Mita, una ostruzionistica opposizione parlamentare da parte del PCI che ne determinò la rinuncia da parte dell’amministrazione comunale, al fine di evitare il conseguente allungamento dei tempi di ratifica dei decreti per l’evento calcistico, che avrebbe compromesso la fattibilità delle altre opere. In quella sollecitazione, probabilmente non fu estraneo il conflitto di interessi imprenditoriali e politici che, nel passaggio di proprietà dell’area ex Gerini di Torre Spaccata, aveva visto prevalere Italstat rispetto a cooperative e imprese romane che, quindi, agirono di conseguenza.

Qual è il destino di quelle aree che avrebbero dovuto vedere la realizzazione del polo direzionale? L’area in questione di cui sopra è, attualmente, negli appetiti dell’Ente Cinecittà per allargare le sue strutture, cioè una prospettiva monofunzionale che non rappresenta, fino a prova contraria, cioè alla eventuale previsione di un progetto di centro integrato, nessun vantaggio per la riqualificazione urbana di quel settore della Città che avrebbe bisogno di una offerta di funzioni più ampia e diversificata. Alla sua acquisizione e valorizzazione si contrappone l’idea, presentata con raccolte di firme, di cancellare ogni ipotesi edificatoria e realizzare, nel cosiddetto “pratone”, un parco archeologico ambientale, pur non avendo, le Sovrintendenze competenti, riscontrato elementi sufficienti per giustificare un vicolo in tutta l’area.

La sorte dell’area dell’Aeroporto, d’altra parte, è stata segnata da tempo, quando, dopo la cessione della proprietà da parte dello Stato al Comune di Roma, si susseguirono una serie di vicoli da parte della Soprintendenza Archeologica che andarono oltre quelli già applicati, forse con maggiori giustificazioni, nel 1965. Oggi la quasi totalità delle aree comunali, cioè i 107 ettari, sono vincolati, senza che da parte delle amministrazioni di allora, sia stata fatto molto per mantenerne una utilizzazione, ma la stessa ultima stesura, a suo tempo, del Progetto direttore, ha finito per prenderne atto. A questo proposito sarebbe da rilevare un aspetto deplorevole delle tendenza dell’urbanistica romana, con  la realizzazione di zone verdi in aree di proprietà pubblica, indirettamente favorendo la valorizzazione di altre aree private, fino alla adozione, dagli anni ’90, di quei meccanismi che consentono compensazioni applicabili al trasferimento di diritti edificatori, prevalentemente di vaste superfici.

Ora, qual è la questione reale per questo settore della Città?  Due grandi aree destinate a dotare di verde pubblico i quartieri prospicenti, rispondono alle esigenze complessive solo parzialmente  e per aspetti meno urgenti, in quanto assecondabili con le aree attrezzate dei parchi dell’Appio Claudio e a fronte di Cinecittà, oltre lo stesso non lontano parco dell’Appia Antica. La stessa idea della Città in 15 minuti, vaga e problematica proposta nel programma della giunta attuale, richiederebbe progetti di offerta di servizi e attività in aree periferiche, i cui residenti, come accade quotidianamente, devono recarsi in altre zone della Città, incrementando i problemi di un traffico caotico sulle radiali e sulle poche tangenziali, non risolvibile con i mezzi pubblici.

Per concludere, una notazione esplicativa per comprendere la questione dello sviluppo della Città di Roma. In buona sostanza la politica urbanistica della Giunta Gualtieri, appare ormai definitivamente orientata ad operare nella prospettiva delle giunte di sinistra che l’avevano preceduta, Cinque stelle compresa. Cioè nel perseguire un disegno accentratore che mantenga, cioè, il primato del Centro storico. Se pensiamo ai poli previsti dal Prg del 1965, cioè al Tiburtino con l’impatto della Stazione ferroviaria e delle linee su gomma, oltre ad alcuni importanti insediamenti direzionali; allo Stadio della Roma in progettazione a Pietralata che sostituirà la previsione di altre funzioni urbanistiche ed, eventualmente, alle ipotesi di intervento a Torre Spaccata; se anche si riuscirà a realizzare qualche altra previsione delle polarità previste, la loro forza attrattiva si svilupperà in senso radiale, essendo del tutto insufficienti i collegamenti tangenziali, non solo per la cancellazione della modalità strutturale del trasporto pubblico – linea metropolitana –  e privato – asse stradale –  prevista per lo Sdo, ma anche per la riduzione delle tangenziali interne al Raccordo, decisa con l’ultimo Piano Regolatore. Non solo, le infrastrutture più importanti del trasporto pubblico, cioè la linea C in costruzione e la prevista linea D, che attraversano il Centro storico, presentano uno sviluppo radiale e, quindi, confermano definitivamente la visione di una Città che continuerà a gravitare sul Centro. A questo punto lo sbandierato policentrismo, con le nuove previsioni, se pur in parte verrà realizzato, non avrà modo di avere una portata urbanistica adeguata per una Città che affronti e risolva i suoi atavici problemi dell’abitare, del lavorare e del muoversi.

È un po’ come il progetto del cosiddetto “Central Park di Centocelle”. Pur comprendendo – soprattutto da parte di chi ha avuto analoghe responsabilità – le oggettive difficoltà di operare in un complesso tracciato di normative e risorse, il Sindaco Gualtieri si è espresso con una enfatizzazione comunicativa al fine di valorizzare qualcosa che, a parte la possibilità di fruire di una ampia area verde, nella quotidianità, purtroppo, lascerà gli abitanti del quartiere nella stessa condizione di alienazione rispetto ai loro problemi di mancanza servizi sufficienti, di lavoro, di libertà di movimento, di luoghi di reale e sicura socializzazione.

Non si può non rilevare che, nelle condizioni date, gli abitanti delle periferie non vivono in una condizione urbana accettabile e non sarà un grande parco a renderli cittadini. Viene da sorridere quando si abbia nella memoria l’immagine del grande parco newyorkese, contornato da edifici di pregio, centri direzionali internazionali, luoghi ove si decidono le finanze mondiali, con le sue diffusissime reti metropolitane. Centocelle non è Manhattan, proprio come l’ex Aeroporto non è il Central Park. E Roma resta nei suoi immensi problemi irrisolti, mentre cresce la confusione sul futuro suo e di una parte notevole della Città sempre più periferica.

La Voce del Popolo | Giorgia Meloni e quella insofferenza latente.

È del tutto irrituale che si possa giudicare “titubante” Giorgia Meloni. Eppure così appare agli occhi di chi osserva e misura il grado di confusione che impera dalle parti della maggioranza. Salvini e Tajani si sono fatti il controcanto a vicenda per tutta l’estate. Ma è evidente che tutto quel loro reciproco batti e ribatti sottintendeva una critica neanche troppo velata verso la principale inquilina di Palazzo Chigi.

Ed è evidente pure che la situazione non si aggiusterà né con la mozione degli affetti né con il richiamo ai sacri vincoli di disciplina della maggioranza di governo. Il fatto è che c’è come una scissione tra la postura di Meloni quale leader politico e la sua condotta degli affari di governo. Nel primo caso appare assertiva – fin troppo. All’opposizione e ai critici di ogni colore risponde con frasi stentoree e perfino urticanti, mostrando quasi di provare gusto ogni volta che la disputa si fa più acuminata. Ma quando poi si trova ad affrontare le obiezioni e le (fin troppo) libere uscite dei suoi alleati prevale in lei la tentazione di defilarsi.

Si intuisce la sua insofferenza verso Salvini, questo sì. Ma poi quella insofferenza resta lì, a mezz’aria, senza mai tradursi in uno showdown. Così, il leader leghista macina e impasta forzature, alzate d’ingegno e passi falsi senza mai pagare dazio. Come se le sue parole d’ordine, ormai di estrema destra, incutessero una sorta di timore reverenziale da parte della sua stessa premier. Che non lo ama abbastanza per condividerlo, ma forse lo teme quanto basta per non prenderlo mai troppo di petto. E così l’equivoco continua.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 5 settembre 2024

[Testo qui riroposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La testimonianza politica di Mino Martinazzoli: per la Dc, oltre la Dc.

Il giovane Martinazzoli, conosciuto ad Orzinuovi per la sua serietà e preparazione, nel 1953 va in giro ad attaccare manifesti. O almeno così piace immaginarlo, come un militante di altri tempi. La campagna elettorale mette a dura prova la tenuta della maggioranza quadripartita, uscita vincitrice il 18 aprile di cinque anni prima. Stavolta è diverso, De Gasperi ne esce sconfitto perché la sua riforma elettorale, bollata come “legge truffa” secondo la definizione che Stalin avrebbe suggerito in un colloquio a quattr’occhi con Pietro Nenni, non passa. Il paradosso è che la coalizione delle forze di governo avrà comunque la maggioranza assoluta dei seggi, senza tuttavia superare in percentuale la fatidica soglia del 50 per cento. È la fine del centrismo, ed anche la fine di De Gasperi: un ultimo tentativo di formare il governo gli riserverà l’amarezza della bocciatura in Parlamento. I partiti alleati, per motivi diversi e convergenti, ritenevano a quel punto necessario un diverso rapporto tra laici e cattolici nel governo del Paese.

I manifesti di Martinazzoli non sono quelli della Dc. A 22 anni, il futuro (e ultimo) segretario sceglie infatti di schierarsi con Alternativa Democratica Nazionale, il partito fondato dal liberale Corbino pochi mesi prima delle elezioni.     Magro per Alternativa il responso delle urne, appena lo 0,3% sul piano nazionale, ma quanto basta, unitamente ai voti raccolti da altre minuscole formazioni politiche, per far deragliare il progetto di stabilizzazione del “polipartito” (Dc, Psdi, Pri, Pli). Era quanto prefigurato dall’iniziativa di De Gasperi, con la protezione di un “centro” favorito dall’attribuzione del premio di maggioranza, sostanzialmente libero dall’ipoteca delle “estreme” (non solo a sinistra, ma anche e soprattutto a destra).

Errori di gioventù? Martinazzoli non ne ha fatto mai menzione. Dopo quell’avventura entra nella Dc, si fa presto valere, assume ruoli importanti: prima assessore ad Orzinuovi e dirigente di partito a Brescia, poi Presidente della Provincia. Siamo nel 1970, due anni dopo approderà a Montecitorio. La professione di avvocato gli aveva permesso d’inseririsi in città nell’ambiente della buona borghesia cattolica, dove a tessere i fili delle alleanze e delle iniziative nel tessuto civile ed economico arriverà presto il notaio Giuseppe Camadini, pur nel contesto di una storia locale di matrice laico-risorgimentale che aveva al centro la figura di Giuseppe Zanardelli. Brescia vivrà per tutto il Novecento, anche nel periodo del Ventennio fascista, sull’equilibrio tra cattolici e liberali. Neppure la Dc, forte in città e in provincia di un largo consenso popolare, ne potrà ignorare la valenza.

Entrare nella Dc significava, in via preliminare, mettere piede in una corrente. La vicenda di Martinazzoli non fa eccezione, visto che il punto d’attrazione sarà quello della “sinistra degasperiana”, vale a dire la Base. Questa nuova sinistra, sorta sulle ceneri del dossettismo, è un luogo di confronto permanente: l’ideale per un avvocato penalista, amante del teatro, abituato dunque alle arringhe nei tribunali e alla malia del palcoscenico. De Mita un giorno chiederà ad Albertino Marcora, uno degli esponenti nazionali della corrente e capo dei basisti lombardi, un giudizio su di lui: “Mino? È un calligrafo della politica”. Insomma, un fine cesellatore di perifrasi e aggettivi in un linguaggio perlopiù sofisticato. Parlava sempre a braccio, ma non sbagliava una consecutio temporum. Non era mai, il suo, un discorso improvvisato (anche se così appariva in virtù di battute e silenzi che trasmettevano ad arte un senso di immediatezza e casualità). Eppure, in questo o quel passaggio poteva accadere che il pensiero risultasse ostico, avvolto in un linguaggio oracolare, per molti aspetti allusivo. Tuttavia, quando finì di parlare nell’ultimo congresso del 1989, celebrato in anticipo di qualche mese rispetto alla caduta del Muro di Berlino, il Palasport dell’Eur venne giù: venticinque minuti di applausi, sicuramente non orchestrati; commozione tra i più giovani per l’esortazione a “non pensare il futuro come ritorno, ma di pensare al nostro ritorno al futuro”; rispetto di una platea smaliziata che pure avvertiva in quel momento tutto il suo carisma.

Perché Martinazzoli amava la parola? Abbiamo detto della sua predilezione per il teatro, ma forse c’è qualcosa di più. Anzi, c’è senz’altro qualcosa di più; un qualcosa di più profondo e ben coltivato nell’intimo, evocativo di un appello etico. Ecco, gli si poteva attagliare il monito di Huitzinga: “Con la svalutazione della parola, cresce, in proporzione diretta, l’indifferenza verso la verità”. Non lo fece mai suo, forse la frase non la conosceva, ma l’avrebbe condivisa certamente. Ma cos’è la verità? Martinazzoli resta un politico, sempre, anche quando antepone alla politica una motivazione più remota. La verità è una ricerca faticosa, per questo esige misura e senso della realtà. Più che la scolastica adesione alla dottrina sociale della Chiesa, vale per Martinazzoli l‘autonoma capacità di mediazione tra messaggio evangelico e impegno politico. Siamo nel circuito della scuola liberale cattolica, laddove primeggia la figura del Manzoni grande letterato e del Manzoni sincero patriota (come non ricordare il suo voto da Senatore a favore del passaggio della capitale da Torino a Roma, anche se in contrasto con il Vaticano?).

Manzoni e Rosmini, dunque, sono i fari di questo suo cattolicesimo liberale che pur sensibile alle istanze di moderazione non è allineato, sul piano strettamente politico, alla tradizione moderata lombarda, quella ad esempio di un Filippo Meda. Soccorre piuttosto, nelle citazioni ricorrenti in varie circostanze, la feconda lezione del Tocqueville a riguardo della “misura del potere”; una misura necessaria ad evitare che la libertà, facendosi assoluta, trascenda nell’arbitrio e la democrazia, ergendosi a pura sovranità di numeri, devii nel dispotismo della maggioranza. Qui sta il punto più sensibile della visione che abbraccia il pensiero di Martinazzoli: se la politica non è tutto, perché prima viene la vita, allora anche il potere, che della politica è solo strumento, sebbene decisivo, non è tutto. C’è un orizzonte etico, in sostanza, che rende l’agire umano confacente a un bisogno di promozione, sia per la persona in quanto tale che per la comunità che ne accoglie la presenza e l’operato.

S’è detto di lui che era uno “strano democristiano”, diverso dagli altri, a buon conto per la distanza dai giochi di partito e dalle trame di potere. Eppure fu parlamentare di lungo corso e ministro per tre volte, a dimostrazione della capacità di porsi, nei momenti più significativi della vita politica italiana, come punto di riferimento essenziale di un mondo che andava misurando le difficoltà della Dc e per questo incominciava a guardare avanti, fuori dall’orbita della rappresentanza di partito. Questa spinta, infine, lo portò nella stanza più importante di Piazza del Gesù. Doveva essere lui, il volto pulito di una Dc ormai sotto scacco dei magistrati di Mani Pulite, a traghettare lo Scudo Crociato oltre le colonne d’Ercole della Prima Repubblica. La sua  storia di leader politico è fatalmente concentrata nel poco tempo che ebbe a disposizione per questa impresa di auto rigenerazione della Dc.

Volle tornare alle origini. A dargli conforto con la sua autorevolezza di storico del popolarismo e di massimo custode della memoria di Sturzo fu Gabriele De Rosa. Il 18 e 19 gennaio, le date di fondazione del “vecchio” Ppi, nacque solennemente il “nuovo” Partito popolare. Pochi mesi dopo si svolsero le elezioni politiche anticipate e l’alleanza elettorale con Segni si attestò su un decorosissimo 15-16 per cento, considerato tuttavia deludente da Formigoni e Buttiglione. E si dimise, con un fax, destando stupore e irritazione. Spiegò così quel gesto clamoroso: “Volendo analizzare criticamente l’esito elettorale, sull’Avvenire Buttiglione chiedeva senza perifrasi: “Cosa fa un generale che ha portato ad una disfatta? Va a casa”. A caldo, mi son sentito di replicare: “Cosa fa Martinazzoli, che non è un generale, e ha tanta voglia di andare a casa? Va a casa”. Questo è tutto, cos’altro dovevo fare?”.

Doveva resistere, anche per i molti che avevano condiviso la sua battaglia. A maggior ragione possiamo dirlo oggi, con lo sguardo rivolto al passato e con la mente aperta al domani, stilando all’occorrenza un rendiconto che serva possibilmente alle dinamiche future. Martinazzoli era ripartito da Sturzo, ma ha fatto come De Gasperi: se il primo aveva raccolto i cattolici in un partito moderno, dirigendo il flusso spontaneo di tante energie sparse sul territorio verso un esperimento unitario, senza eccessive mediazioni; l’altro aveva plasmato la Dc come una nuova proiezione del cattolicesimo politico, costruendo un ponte tra generazioni diverse e amalgamando le diversità, sotto molteplici aspetti. Con lo spirito di chi non è stato degasperiano – lo abbiamo visto su tutt’altre sponde nel 1953 – Martinazzoli riprende tuttavia il lavoro che fece proprio De Gasperi: mise insieme, come il leader trentino, i “pezzi” di un grande mosaico, chiamando al suo fianco chi doveva rappresentare il legame con la Cisl (Marini) e le Acli (Bianchi), con Cl (Buttiglione) e l’Azione cattolica (Monticone), con l’ambiente della Cattolica (Balboni) e le donne più legate alla Chiesa del rinnovamento post conciliare (Maria Eletta Martini). E altro ancora.

Cosa gli si rimprovera, di non aver accettato la proposta di accordo lanciata da Berlusconi? O di aver sottovalutato la polarizzazione della politica a seguito della riforma elettorale di tipo maggioritario? O di aver decapitato, infine, molta parte della vecchia classe dirigente, indebolendo la presa del partito sul territorio e generando un vuoto di rappresentanza? Sono le critiche che più facilmente gli vengono mosse quando, oggi più di ieri, ci si interroga sulla fine della Dc. È un dibattito aperto. Resta il fatto che Martinazzoli colse nel successo del Cavaliere un elemento strutturale di degenerazione – non a caso adattò al fenomeno berlusconiano il giudizio di Gobetti sul fascismo come “autobiografia morale” della nazione – e tracciò per questo una linea di demarcazione a salvaguardia dell’identità dei popolari. Fece dunque una battaglia che costò sacrifici, lasciando tuttavia in eredità il fatto dell’autonomia come requisito essenziale di una politica di centro (per la quale fu prodigo di spiegazioni innovative rispetto al lessico sturziano e degasperiano). Certo, di fronte all’urgenza di una svolta moralizzatrice fu impietoso nell’azione di sradicamento della malapianta della corruzione all’interno del partito, ma non agì con la faziosità di chi sfrutta le emergenze per l’utile suo e degli amici. Insomma, non ne trasse vantaggio.

A Martinazzoli si deve riconoscere il merito di una tenace e originale “reinvenzione” – cosa che Moro avrebbe apprezzato – dell’esperienza democratico cristiana. Nel suo orizzonte c’era la traversata nel deserto e quindi, concretamente, l’inevitabile scelta dell’opposizione. Era convinto che i valori di una grande tradizione, dove confluivano oltre i “classici di partito” gli apporti di Rosmini e Manzoni – lo si di diceva sopra -, di Tocqueville e Capograssi, di Mounier Maritain e Mazzolari, sarebbero tornati alla luce. Il suo realismo non escludeva la speranza. Negli ultimi anni andò in una scuola a parlare di Dante e agli studenti, sulla scia del Poeta, invitò a riflettere sul fatto che “se possiamo parlare di laicità dello Stato, questo si deve al cristianesimo”. Realismo e speranza, dunque, ma anche rivendicazione orgogliosa dell’essere dalla parte giusta, da democratici e da cristiani, senza la corazza dell’integralismo o peggio ancora dell’arroganza. Questo stile, legato strettamente alla sostanza, rende attuale e stimolante la testimonianza politica di Martinazzoli.

 

Fonte: Mino Martinazzoli e la reinvenzione del cattolicesimo politico

Sangiuliano, ultimo atto…o no?

Alla fine si è alzato o e caduto il sipario, ma fa lo stesso. Il Ministro Sangiuliano ha avuto il coraggio di confessare pubblicamente un momento di debolezza ed una relazione sentimentale con Maria Rosaria Boccia di Pompei.

Il fuoco del Vesuvio ha quindi arso le speranze di poter gestire la situazione con discrezione ed ha messo tutto in piazza. L’eruzione di un tradimento ha portato allo scoperto una faccenda che il Ministro avrebbe preferito restasse nascosto sotto la cenere per millenni.

Il punto di interesse non è se la sua amante abbia approfittato delle casse pubbliche per le sue missioni di accompagno all’uomo caduto in tentazione. E’ un tema su cui si sta accanendo squallidamente l’opposizione, indaffarata a capire se la donna sia stata improvvidamente omaggiata di qualcosa.

In una storia tutta sbagliata la televisione nazionale ha quindi regalato, dopo il telegiornale della sera, una intervista a Sangiuliano, come si trattasse di spiegare agli italiani lo scoppio o meno di un conflitto di guerra. Il fatto in se stesso non merita l’enfasi che gli si è dato. D’estate in genere si è a corto di notizie succose ed allora tutto fa brodo.

Ne è venuto fuori un qualcosa tra le “Relazioni pericolose”, il romanzo di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, ed il film “Attrazione fatale”, dove il protagonista, uomo di successo, viene stalkerato dalla sua amante che smetterà la persecuzione solo quando verrà uccisa dalla moglie dell’uomo.

Da queste confessioni di un italiano di rilievo sembra di aver compreso che la Boccia si sia occupata solo di questioni marginali, come ad esempio ragionare sulla definizione di un menù da proporre ad eventi di carattere istituzionale e forse poco di altro.

Pare che il momento di passione, andato fuori margine di ogni convenienza, sia durato un paio di mesi o poco ancora. Tutto si è bruciato in poco tempo, al pari di un gustoso sugo lasciato eccessivamente a lungo sulla fiamma troppo impetuosa dei fornelli. Questo, a dirla per il vero, rattrista ancor più.

Non si è compromessa la propria vita affettiva per qualcosa di importante, che abbia semmai giustificato l’aver fatto saltare il tavolo dei propri consolidati assetti familiari. Al contrario, siamo di fronte ad una scappatella consumata con una persona avvezza a registrare e filmare ogni passaggio dei giorni in cui si è sentita investita di un ruolo.

“Se non puoi essere casto, sii almeno cauto” è un vecchio adagio che converrebbe sempre aver presente.

Sangiuliano ha avuto il coraggio di ammettere pubblicamente la propria debolezza e questo gli fa onore. Ha chiesto scusa alla moglie, cadendo in un momento di commozione di chi vuole pagare ogni prezzo pur di uscire da un incubo che lo perseguita.

In questo modo, forse, spera anche non ci sia più la possibilità di alimentare un conflitto, ribattendo colpo su colpo contro la Boccia, ora finalmente all’altare della cronaca.

La donna in questione ha attaccato in qualche modo le istituzioni con stile opposto ad Anonymus. L’impressione che se ne ricava è la preoccupazione di non cadere nel dimenticatoio di chi non conta nulla. Sappia che della Lewinsky nessuno più di fatto ormai se ne cura. Giusto o sbagliato che sia, le è rimasta addosso una fama non proprio onorabile. È supponibile che difficilmente da oggi in poi la Boccia troverà altro credito nel mondo pubblico.

Ci sarà forse da aspettarsi nuove pubblicazioni, piccanti sbandieramenti su ciò che accaduto nel tempo dell’amore.  Qualche ghiotta anticipazione già c’è stata.

La donna a bocce ferme non sa stare; ha bocciato la dichiarazione di Sangiuliano ed ha tirato fuori la storia di possibili ricatti ai danni del suo Ministro per aver favorito chissà chi. Nulla di scandaloso. Fuori da ogni ipocrisia, la politica è piena di cortesie e di attenzioni verso il prossimo. Chi si scalda a tal proposito vive nel paese delle meraviglie che non ha aderenza con la realtà.

Ricatto è una strana parola, basta una consonante, una anonima “S” per cambiare il senso delle cose. Il riscatto suona di recupero, di una inversione di tendenza che speriamo trovi riscontro nello squallore della faccenda che si commenta.

Altro ancora è possibile verrà fuori ma da oggi, Sangiuliano potrà però difendersi senza più prudenze ed esitazioni, libero di agire come riterrà più opportuno contro un’amante, se ben si si comprende, con molte aspettative di primeggiare in prima fila ad ogni costo.

Per questo, Sangiuliano, piuttosto che ostinarsi a dimostrare se siano stati spesi soldi pubblici a sostegno delle trasferte della sua ammaliatrice, dovrebbe subito dimettersi, sua sponte, irrevocabilmente.

Talvolta occorre saper giocare d’anticipo e non di rimessa. Fino ad ora la sua scelta dei tempi non ha pagato. Sbatti il mostro in prima pagina è l’esercizio che Sangiuliano deve evitare. Smetta di fare il Ministro e torni, quando potrà, a fare il suo mestiere di giornalista che gli riesce senza dubbio meglio.

Non più da Ministro della Repubblica, ma da uomo privo di incarichi condizionanti, sarebbe libero di dedicarsi a recuperare un matrimonio messo evidentemente in crisi.

Sarebbe libero di cadere nel dimenticatoio dell’opinione pubblica, senza invece attendere che la Meloni gli chieda magari tra qualche giorno il passo indietro a cui lui immediatamente ha promesso di dare, in quel caso, certamente esito.

Nel corso della intervista ansiosamente ha sfogliato tra le mani i documenti che comprovano la sua versione dei fatti. Ne è emersa una ansia di prestazione, un desiderio di immediata riabilitazione che ci può essere solo se si togliesse di mezzo, se si affrancasse dalla zavorra del suo ruolo pubblico che continuerebbe a solleticare la voglia di notorietà della sua controparte.

Non è primaria una questione di morale, di un uomo pubblico da mettere all’indice per questioni di tradimento, per un decoro appannato. E’ rimproverabile certamente per mancanza di accortezza politica e per questo ha ammesso il suo errore e non va messo in croce.

Dimettersi corrisponderebbe piuttosto all’esigenza di poter avere il tempo a disposizione per smaltire la sbornia e ritrovare la lucidità che occorre per ciò che nella vita davvero conta.

A sua volta l’opposizione politica dovrebbe smettere di chiedere la sua testa dimenticando gli stessi trascorsi di simili assenze di avvedutezza.

Scriveva Choderlos de Laclos che “il tempo porta sempre la verità. Peccato che non la porti sempre in tempo”.

A Sangiuliano occorre tutto il tempo possibile per rimettere sui binari la sua vita. Così smetterà di essere sulla gogna pubblica per un prezzo che ha dimostrato già di aver saputo coraggiosamente pagare con l’ammissione della sua colpa.

A suo modo ha dolorosamente sgusciato la sua spada incagliata nella roccia o nella boccia. Ora potrà difendersi, non ultima, anche con l’arma finalmente del silenzio o dell’oblio.

Talvolta un consiglio può tornare utile.

Israele tra pace e guerra: dove può arrivare Netanyahu?

È opinione comune che le ragioni principali delle scelte di Netanyahu, tutte improntate ad una linea di totale chiusura rispetto ad ogni ipotesi negoziale con Hamas, siano dettate dalla composizione della sua radicale maggioranza politica di estrema destra e ancor più dalla consapevolezza che la sua carriera politica finirebbe nel momento stesso nel quale dovesse lasciare la premiership (e in contemporanea riprenderebbero quota tutti i suoi conti aperti con la Magistratura israeliana), che ovviamente non intende cedere a maggior ragione visto il conflitto in corso. Sono senz’altro osservazioni corrette, ma forse non sufficiente per comprendere sino in fondo la scelta di allargare lo scontro anche in Cisgiordania, come gli ultimi eventi paiono dimostrare,

Il fatto è che fra pochi mesi gli Stati Uniti avranno una nuova o un vecchio-nuovo presidente nel pieno della sua forza politica poiché appena eletta/o. E quindi – valutata la debolezza attuale di Biden, del quale infatti non considera gli appelli, né le minacce –Netanyahu ritiene conveniente, per sé e per Israele, occupare quanto più spazio territoriale possibile a scapito dei palestinesi nelle ormai non molte settimane che ci separano dalle elezioni americane.

Ovviamente anch’egli ritiene che avere Harris o Trump come interlocutore non sia la stessa cosa. Ed è probabile che auspichi un successo dell’ex presidente, col quale per la verità i rapporti non sono cordialissimi ma quanto meno il campo di riferimento, quello della Destra, è il medesimo. Ma al contempo il premier israeliano, politico di lunghissimo corso, è consapevole che prima o poi ad un qualche compromesso occorrerà arrivare: se non per la pressione interna, almeno per quella del potente alleato d’oltreoceano, desideroso di tornare a concentrare i propri sforzi nel confronto con la Cina e dunque nel Pacifico diminuendo una presenza mediterranea che la crisi innestata il 7 ottobre ha reso nuovamente significativa e assai onerosa. Inoltre, sia Trump (che ne fu l’artefice) sia Harris lavoreranno per un ampliamento all’Arabia Saudita degli Accordi di Abramo: ma ciò condurrebbe a riaprire il discorso – oggi chiuso da Gerusalemme – relativo alla nascita di uno Stato palestinese, con tutti i relativi problemi annessi.

Insomma, un insieme di considerazioni portano Netanyahu alla scelta cui si sta assistendo: prosecuzione dell’assedio di Gaza; rafforzamento ulteriore del controllo territoriale in Cisgiordania, sia tramite i coloni sia con azioni di polizia; presidio offensivo del confine nord, per tenere lontano Hezbollah minacciando una invasione del Libano meridionale. E poter poi affrontare la Casa Bianca partendo da una situazione sul campo la più allargata e favorevole possibile.

Questa è un’ipotesi, fondata e realistica. Ve ne è però anche un’altra, molto più insidiosa. E cioè che la convinzione del governo israeliano – e non solo del governo – sia che lo sbocco inevitabile della crisi attuale sia un confronto duro (definiamolo così, per ora) con il nemico più acerrimo, l’Iran degli ayatollah. Nel caso, quanto più si indeboliscono, sin da ora, i suoi alleati terroristi sul terreno prossimo a Israele tanto meglio si potrà affrontare Teheran, quando sarà. Per alcuni, a Gerusalemme e Tel Aviv, molto presto.