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I capi e i leader.

Diceva Mino Martinazzoli, uno dei più raffinati esponenti della sinistra Dc, che “nella prima repubblica c’erano i leader, nella seconda ci sono soltanto più i capi”. Lo diceva all’inizio degli anni duemila e non ha avuto il tempo di conoscere la classe dirigente approdata a Roma nel 2013 per non parlare – ahimè – di quella andata al governo nel 2018. Come sempre una riflessione secca ma profondamente ed intrinsecamente vera. Perchè, in effetti, la tanto biasimata, contestata e delegittimata classe dirigente della lunga e tortuosa prima repubblica, almeno quella della Democrazia Cristiana, era diffusa, radicata e plurale. Certo che c’erano i leader.

Di più, c’erano gli statisti. Categoria che oggi si guarda solo più con il binocolo. Ma era una classe dirigente che non amava appaltare tutto al capo, che non legava il suo destino al salvatore della patria. E quando c’era qualche tentativo cesarista e autoritario all’orizzonte, scattavano i contrappesi non solo dell’organizzazione democratica che presiedeva quel grande partito ma anche, e soprattutto, le regole statutarie e normative che impedivano quella deriva e quella degenerazione.

Il tutto perchè si credeva nel modello democratico del partito e nella leadership cosiddetta diffusa. Tanti tasselli che costituivano un mosaico credibile e persin armonico. Poi sono arrivati, per dirla con Mino, i “capi”. E quando arrivano i capi semplicemente non si discute più. Comanda lui. Punto. Il partito si identica con la persona – l’ormai celebre partito personale – e tutto ciò che il partito trasmette alla pubblica opinione deve coincidere perfettamente con l’indole e la personalità del capo.

Il dissenso interno è bandito alla radice e quando c’è viene letto ed interpretato come un intralcio ed un ostacolo per lo stesso progetto del partito. La democrazia dell’applauso sostituisce il seppur faticoso, ma necessario, confronto interno. E le classi dirigenti del partito non sono nient’altro che il prolungamento dei voleri e dei desideri del capo. E la battuta di Martinazzoli precedeva ancora l’irruzione dei populisti – al governo o alla opposizione poco importa – non essendo più tra noi dal lontano settembre 2011. Ma la situazione non è migliorata. Anzi, è peggiorata. E di gran lunga.

Ho voluto ricordare quella battuta perchè sono e resto profondamente convinto che il capitolo della classe dirigente, della organizzazione democratica del partito e la necessità di non alimentare in modo sempre più spregiudicato il profilo personale del partito stesso, sono temi che non possono più essere semplicisticamente e banalmente elusi o aggirati. Soprattutto da parte di coloro che arrivano da una tradizione democratica e non populista, partecipativa e non verticale, collegiale e non oligarchica. Insomma, dalle culture democratiche e costituzionali.

A cominciare dalla tradizione cattolico democratica e popolare. E questo perchè il monito di Martinazzoli non può cadere nel vuoto. Soprattutto in una stagione politica che, almeno così pare, è destinata a ridisegnare le coordinate del suo futuro dopo la terribile emergenza sanitaria che ci ha colpiti. E che non è ancora affatto alle nostre spalle. E se il buongiorno si vede dal mattino, non può non partire dalla organizzazione concreta dei suoi attori principali, cioè i partiti – oggi per lo più semplici cartelli elettorali o partiti del capo – e dalle sue regole interne, dalla credibilità ed autorevolezza della sua classe dirigente e da come si costruisce e si definisce un progetto politico. Per questo il monito di Martinazzoli continua ad essere di una bruciante attualità. 

Google investe 900 milioni di dollari per Italia Digitale

Sundar Pichai, Ceo di Google su Twitter scrive: “Google è orgogliosa di essere partner della ripresa economica dell’Italia. Per aiutare a trasformare le aziende italiane grandi e piccole, investiremo oltre 900 milioni di dollari in 5 anni, che includono l’apertura delle due Google Cloud Region in partnership con Tim”.

L’annuncio riguarda “Italia in Digitale”, un nuovo piano per accelerare la ripresa economica del Paese attraverso progetti di formazione, strumenti e partnership per supportare le aziende e le persone in cerca di opportunità lavorative.

Questo nuovo progetto “nasce dall’esperienza e dal successo di precedenti iniziative come Crescere in Digitale e Google Digital Training, che negli ultimi cinque anni hanno aiutato 500.000 persone a ottenere le competenze digitali necessarie per rilanciare un’attività o migliorare la propria carriera lavorativa” si legge in una nota. “Con questo nuovo impegno, Google intende ora aiutare altre 700.000 persone e piccole e medie imprese a digitalizzarsi, con l’obiettivo di portare il numero complessivo a oltre 1 milione per la fine del 2021”.

Google.org, inoltre, fornirà un grant di 1 milione di euro a Unioncamere, per supportare nella trasformazione digitale le piccole e medie imprese italiane in difficoltà. Grazie a questo supporto, le Camere di Commercio offriranno formazione specifica e assistenza da parte di esperti a imprese e lavoratori, con particolare attenzione a quei settori maggiormente colpiti da Covid-19, per aiutare le persone a mantenere il proprio lavoro o a trovarne uno nuovo.

Casa: speranze per ora disattese

Non vorrei essere nei panni del Presidente del Consiglio dei Ministri. Da qualche mese, non so come dorma, né che sogni faccia. Suppongo che sia tutto in uno stato d’infinita fibrillazione. Ma è lui che siede su quel posto. E compete a lui sbrogliare ogni genere di matassa. Nel caso, potrebbe sempre allontanarsi dal ruolo.

Oggi, brevemente, prendo in esame uno di quei provvedimenti che hanno largamente ottenuto il consenso dei più. Si tratta dell’eco-bonus. Decisione saggia. Permettere a chi ha una abitazione di intervenire per migliorarne le condizioni energetiche, è un’idea massimamente condivisibile. Del resto, così come è stato pensato, particolarmente invitante per ciascun cittadino. Vale a dire, i benefici che ne trarrebbe l’interessato sono tanto suoi, quanto della comunità. Risparmio energetico, miglioramento ambientale, impulso all’edilizia. Settore, ricordo, in affanno da diversi anni.

Tutto questo lo abbiamo sentito all’incirca due mesi fa. I giornali ne hanno portato articolate spiegazioni; sul come, sul chi, sul quando.

Doveva partire il primo luglio, oggi siamo al 10. Non abbiamo visto alcunché. Le disposizioni attuative, sembrano ancora nei tasti dei computer. Il ritardo è del tutto evidente. Clamoroso!

Non è che io mi indigni per il ritardo. Ho esperienza, per sapere come vanno le cose. So quanto sia faticoso tradurre in norme le volontà e poi, attuarle. Sono invece particolarmente arrabbiato per il modo in cui il primo Ministro Conte, informi il Paese, come se dalla sua parola fluisse un’assicurata concretizzazione della stessa. Non si piò assolutamente sbagliare i tempi. Non è tollerabile. Se avesse detto, due mesi fa, che l’intenzione del Governo è di portare all’attenzione dell’Italia una proposta di quel tipo e avesse aggiunto, non sarà agevole costituirne i presupposti per una immediata realizzazione della stessa, e poi avesse concluso affermando: “a settembre vi saprò dire com’è lo stato delle cose”, lo avrei seriamente apprezzato. Non così oggi.

Tutti a muoversi il mese scorso, tutti ad accaparrarsi le poche imprese che operano ormai nei territori, a fare in fretta e in furia per non restare indietro, e il 9 luglio scopriamo che quelle non erano che parole. In aggiunta, al di là di altri fenomeni connessi, che non cito per brevità, siamo vinti ancora da totale incertezza.

Mettiamoci pertanto a lato le speranze coltivate durante la primavera, quietiamo i nostri desideri e mettiamo il cuore in pace, perché non ci vorrà molto a capire che scivoleremo oltre l’estate, per intravvedere, al mostrarsi dell’autunno, qualcosa di reale.

Digitale: al via l’Atlante i4.0 per le imprese

Sono quasi 600 le strutture italiane che offrono servizi e tecnologie per l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese. La mappa di questi soggetti è da ieri online su www.atlantei40.it, il primo portale nazionale nato dalla collaborazione tra Unioncamere e Ministero dello sviluppo economico per aiutare gli imprenditori ad orientarsi tra le principali strutture esistenti che supportano i processi di trasferimento tecnologico 4.0. Ma non solo. Per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di figure altamente specializzate nelle tecnologie avanzate, l’Atlante digitale presenta anche la mappatura di tutti i 104 Istituti Tecnici Superiori (ITS) presenti in Italia.

La metà delle strutture censite si trova al Nord. Una su tre fornisce servizi per la stampa 3D. Ma ancora appena l’1% è in grado di sostenere le imprese nelle tecnologie di “frontiera” come la Blockchain e l’intelligenza artificiale.

Più in dettaglio l’Atlante fornisce informazioni su: 8 Competence Center (CC) – i Centri di Competenza ad alta specializzazione -, 263 Digital Innovation Hub (DIH) e Ecosistema Digitale per l’Innovazione (EDI) delle Associazioni di categoria, 88 Punti Impresa Digitale (PID) delle Camere di commercio, 27 Centri di Trasferimento Tecnologico (CTT) certificati da Unioncamere; 161 FabLAB per la manifattura additiva; 38 Incubatori Certificati per le startup innovative; 104 Istituti Tecnici Superiori (ITS).

“Oggi è arrivato il momento di lavorare affinché la tanta ricerca che nel nostro Paese viene effettuata nei centri specializzati, nelle università e al di fuori del mondo dell’impresa, possa trovare maggiore sbocco sul mercato. Domanda e offerta di sapere da un lato e tecnologia dall’altro devono incontrarsi in un percorso fondamentale di efficienza e di innovazione del nostro Paese”. Lo dichiara il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, che spiega “l’Atlante da questo punto di vista è uno strumento molto utile per le imprese. Andiamo a mappare su tutto il territorio nazionale i soggetti per l’innovazione, per dare alle imprese un supporto importantissimo nel momento in cui vogliono fare trasferimento tecnologico e utilizzare la ricerca per azioni di mercato”.

“Dopo la fase emergenziale ora è vitale pianificare il rilancio del nostro Paese. In questo scenario giocano un ruolo centrale le nuove tecnologie e le competenze digitali. Le imprese più piccole sono quelle che mostrano maggiori difficoltà di fronte al cambiamento. E’ soprattutto a loro che si rivolge l’Atlante, una bussola 4.0 per orientare gli imprenditori nella scelta dei compagni di viaggio più qualificati ed adatti per affrontare la sfida della digital transformation”. E’ quanto sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, che aggiunge “i PID realizzati dalle Camere di commercio in modo capillare su tutto il territorio, sono tra gli attori che possono accompagnare le imprese verso questo delicato passaggio. Hanno già aiutato oltre 100mila imprenditori nell’adozione delle tecnologie avanzate anche nei momenti più difficili. Nel periodo del lockdown hanno realizzato tutorial e webinar seguiti da più di 80mila imprese per assisterle, in particolare, materia di smartworking e ecommerce”.

Il Nord fa il pieno delle “Università” per le imprese che puntano sul digitale 4.0

Più del 50% delle oltre 680 strutture censite si trova al Nord, seguito dal Sud (28%) e dal Centro (21%). Ed è ancora il Settentrione a polarizzare oltre il 60% dei Competence Center e degli Incubatori di impresa e quasi l’80% dei Centri di trasferimento tecnologico. Si tratta di strutture che costituiscono una sorta di “Università” per gli imprenditori che puntano a una digitalizzazione avanzata 4.0 della propria impresa. E forse è anche per questo che proprio al Nord risulta più elevata la presenza di attività di supporto ai progetti di ricerca e sviluppo sperimentale.

Più equamente distribuita su tutto il territorio italiano appare, invece, la rete dei Punti impresa digitale realizzata dalle Camere di commercio che rappresenta un riferimento per gli imprenditori che desiderano iniziare un percorso di digitalizzazione e che fa parte  del Network Impresa 4.0 insieme ai Competence Center, ai Digital Innovation Hub e all’Ecosistema Digitale per l’Innovazione (EDI).

Sostanzialmente allineata alla media la ripartizione geografica dei DIH, che offrono formazione avanzata su tecnologie e soluzioni specifiche per i settori di competenza, e dei FabLAB, una sorta di “istituti” professionali per la fabbricazione digitale del Made in Italy.

Piuttosto diffusi su tutto il territorio sono anche gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), che costituiscono un importante punto di riferimento per le imprese in cerca di figure altamente specializzate a livello tecnologico, e che, anche per questo, sono stati censiti all’interno del portale con il duplice scopo di fornire competenze  qualificate e  avvicinare la domanda e l’offerta di lavoro 4.0 .

Più  stampa 3D meno blockchain e intelligenza artificiale a supporto delle PMI

Quasi una struttura su tre fornisce servizi di supporto per la stampa 3D, la cosiddetta manifattura additiva. Ma non mancano centri in grado di affiancare le imprese nella gestione dei dati: 68 strutture si occupano di Cloud, 68 di big data e analitycs.

Ancora ampi sono invece i margini di miglioramento per supportare le imprese nelle tecnologie di “frontiera”: solo 9 strutture forniscono assistenza su Blockchain e 16 sull’intelligenza artificiale. E proprio per questo il Mise ha già definito due tavoli di lavoro.

 

Per maggiori informazioni

La disfagia

La disfagia è il termine medico per definire la difficoltà di passaggio dei cibi e delle bevande dalla bocca fino allo stomaco. Il fenomeno della disfagia è più frequente negli anziani, ma le cause che possono provocare difficoltà di deglutizione sono molteplici e possono insorgere in persone di tutte le età.

I disturbi della deglutizione si stima riguardino circa l’8% della popolazione mondiale e la percentuale sale all’11-16% negli anziani.

Esistono principalmente due tipologie di disfagia:

disfagia orofaringea:difficoltà ad iniziare la deglutizione e far passare il cibo dalla bocca all’esofago.
disfagia esofagea:difficoltà nel passaggio del cibo nell’esofago

In campo medico si è discusso se la disfagia possieda sintomi propri, o se i sintomi siano sempre correlati all’eziologia; rimangono comunque accertate le sue caratteristiche semeiotiche.

A seconda della localizzazione la disfagia si può presentare con una clinica differente:

le manifestazioni cliniche della disfagia orofaringea sono rappresentate da difficoltà nel controllo del bolo nella cavità orale con perdita di saliva o cibo dalla bocca, tosse, sensazione di soffocamento per aspirazione nelle vie aeree, rigurgito nasale, ma anche affaticamento durante il pasto, deglutizioni multiple per uno stesso bolo e assunzione di determinate posture durante la deglutizione;

la disfagia esofagea, invece, si può manifestare con sensazione di cibo che si blocca a livello della parte bassa della gola o nel torace, pirosi, odinofagia.

Il trattamento è eziologico, vale a dire volto a trattare la causa della sintomatologia. In caso di restringimenti dell’esofago per anomalie della muscolatura intrinseca (acalasia), il trattamento farmacologico sarà volto a favorire il rilassamento della muscolatura tramite farmaci miorilassanti come i calcio-antagonisti, il trattamento chirurgico sarà volto alla dilatazione dell’area coinvolta (generalmente lo sfintere esofageo inferiore) tramite dilatazione pneumatica o miotomia. In caso di tumori comprimenti o infiltranti l’esofago il trattamento si avvarrà di rimozione chirurgica del tumore con eventualmente chemioterapia adiuvante.

Edgar Morin: “Il nuovo mondo dovrà nascere dalla cultura europea”.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano 

Nella costruzione di un mondo nuovo, l’Europa deve affermare la sua leadership. Lo deve fare a partire dal suo patrimonio di umanesimo, dalla sua tradizione politica e culturale, dalla sua vocazione originaria. È in fondo la stessa Europa che nasce senza confini, che guarda naturalmente al Mediterraneo, che ha cura dell’ambiente in quanto azione imprescindibile di un’ecologia integrale radicata nel suo cristianesimo. È l’Europa che molti vorrebbero tornare a sognare. Sul tema del futuro all’indomani del virus il Parlamento europeo ha avviato una serie di incontri pubblici via internet. Al primo, che si è tenuto ieri, hanno preso parte il filosofo Edgar Morin, lo scrittore Roberto Saviano e lo stesso presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. «Ho la sensazione — ha detto quest’ultimo — che l’emergenza ci abbia fatto intravedere gli elementi di un mondo nuovo. Ma se la politica non si libera dei condizionamenti del passato la spinta all’indietro sarà molto forte. Noi usciamo da questa crisi grazie al modello sociale europeo. Nessuno in Europa è rimasto escluso dalle cure. Altrove non è così. A parte lo sbandamento iniziale, l’Europa ha fornito una risposta unitaria. Certo, bisogna riconciliare le parole con la vita. A partire dalla definizione di crescita e di solidarietà. Dopo la guerra la ricostruzione europea l’abbiamo fatta con i soldi degli altri ma la classe dirigente allora era preoccupata di arrivare alla piena occupazione. Ora noi ci presentiamo con una grande massa di precari. Abbiamo bisogno di una regia, in questa fase, e questa regia è la dimensione pubblica, l’idea che interesse privato e collettivo possano stare insieme. È questa la nostra vocazione. L’abbiamo un po’ persa». Secondo Saviano «le imprese dei paesi totalitari stanno vincendo in questa crisi. L’idea che sta passando è che la democrazia sia un po’ un’idea da privilegiati, mentre quello che conta davvero è la sicurezza. L’Europa in questo può fare la differenza, per cultura, tradizione, identità… L’Europa sin dall’inizio non nasce confinata. Ma non può esistere democrazia se non si parla di diritti. E parlare di diritti significa anche parlare di come una azienda produce e di come paga i suoi lavoratori. La politica europea va rifondata in nome dei suoi principi e non secondo il principio del denaro e la logica degli offshore. L’Europa è diversa: era diversa nel pensiero dei suoi padri fondatori, poneva una via alternativa tanto al capitalismo quanto al socialismo reale. È una strada è ancora possibile». Nel corso dell’incontro Morin ha tenuto due lunghi interventi, che riassumiamo qui di seguito. (ma.be.)

La crisi di un’umanità che non riesce a essere umana

«Effettivamente abbiamo vissuto una crisi totale e pluridimensionale. Questo ci ha mostrato che c’è un destino comune e che la globalizzazione e l’interdipendenza non portavano con sé anche la solidarietà. Ci siamo resi conto che ciò ha effetto anche sulla nostra salute e sul nostro sistema sanitario: i nostri paesi europei si sono trovati ad essere completamente dipendenti per esempio da paesi come Cina e India per la fornitura delle mascherine, dei camici. Questo significa che dobbiamo alimentare la cooperazione all’interno della globalizzazione. Ci troviamo in un’epoca estremamente pericolosa. La coscienza del destino comune è, direi, la missione europea, lo è sempre stata, a partire da Montaigne, il quale diceva che ogni uomo era suo concittadino e difendeva gli indigeni per come venivano trattati. Questo umanesimo deve essere recuperato, deve rigenerarsi, per così dire, nella sua “terra patria”.

Abbiamo parlato di crescita. Ovviamente oggi si finge di essere in una crescita infinita: per crederci bisogna essere o matti o economisti… Naturalmente deve decrescere tutto ciò che è illusorio, come l’agricoltura industrializzata, l’economia di guerra… quello che deve crescere invece è l’economia sociale, che elimina l’uguaglianza e la disparità. È certo che, come sempre nella storia, bisogna passare alla resistenza, alla lotta fra il potere e quelle forze che in passato hanno saputo creare il welfare. Oggi l’equilibrio fra queste due forze è frantumato. È importante che si levi un nuova voce politica, a partire dalla questione ecologica. Qui c’è lo spazio per giganteschi investimenti. Ciò darà da mangiare agli uomini e potrà far bene alla loro salute, perché non dimentichiamo che molte persone muoiono a causa di un ambiente intossicato. In America latina si parla di “buen vivir”… si tratta di questo. Era un fermento già esistente prima della crisi. È chiaro che si sta cercando una nuova via. Quello che c’era prima non andava, per colpa di molti, anche delle istituzioni europee. Anche grazie alle direttive europee si sono ridotti i posti letto, si sono commercializzati gli ospedali. Prima della pandemia c’era una recessione generale; il pensiero politico si era degradato e c’era corruzione diffusa, soprattutto nei sistemi che noi chiamiamo un po’ stupidamente populisti ma che andrebbero chiamati totalitari. Gli stati totalitari hanno utilizzato le nuove tecnologie per il controllo. È accaduto anche in Europa. Eravamo già in un mondo in crisi, crisi del pianeta, della biodiversità. Noi siamo oramai dipendenti dai pericoli che noi stessi abbiamo creato. Ma penso che possa nascere una nuova politica in grado di unire ecologia ed economia, una politica verso la quale già i nostri giovano provano grande entusiasmo. Fino ad ora la globalizzazione è stata spinta da scienza, tecnologia ed economia, forze che ci hanno spinto verso il baratro. Ora c’è lo slancio per un nuovo pensiero, perché quello nato nel Novecento ha mostrato tutte le sue lacune, dal capitalismo al marxismo. Marx non ha visto le contraddizioni dell’umano, le sue emozioni, le sue aspirazioni, non ha considerato che accanto all’homo sapiens esiste anche l’homo demens

Ovviamente in tutto questo l’istruzione, l’educazione, giocano un ruolo fondamentale. Nella crisi abbiamo visto che non possiamo vivere senza le cassiere dei supermercati, i camionisti che trasportano i prodotti, gli infermieri, mentre si è sentito che si può vivere benissimo senza gli azionisti delle grandi società…

Bisogna aprirsi alle diversità; siamo tutti popoli multiculturali, in Francia, in Germania, in Italia. Ciononostante abbiamo la nostra unità repubblicana. Abbiamo un compito gigantesco: evitiamo che la fecondità ribollente di questo periodo vada perduta. Serve un pensiero che contemperi ecologia, economia e una democrazia partecipativa che si sostituisca a quella parlamentare rappresentativa. Naturalmente le cose sono complesse. E la complessità nasce dalla necessità di una contestualizzazione storica. Oggi siamo di fronte a una crisi della modernità. Non voglio parlare di post modernità. Si tratta di come uscire da questa crisi, che è la crisi di una umanità che non riesce a farsi umana. Poi ci sono anche gli antagonismi interni. Negli Stati Uniti ci sono polarità agli estremi. Ma ci sono anche in Francia, in Italia. Noi dobbiamo abbracciare la polarità dell’apertura, dell’eros contro tanatos. Si è parlato di solidarietà: l’abbiamo vista degradata nel piccolo, nelle divisioni famigliari, sino al grande, all’indifferenza per la gente che moriva per strada. Bisogna mettere insieme responsabilità e solidarietà, le quali non sono solo la fonte dell’etica personale ma anche della comunità sociale. In caso contrario la coesione può solo fondarsi sulla forza e sull’autoritarismo. In questo il patriottismo è diverso dal nazionalismo. Un fondamento che noi abbiamo perso».

Conoscenza, coraggio e umilta’: la ricetta dimenticata di Mario Draghi

Rileggendo il discorso tenuto da Mario Draghi in occasione del conferimento della laurea honoris causa presso l’Università Cattolica di Milano, prima di lasciare la Presidenza della BCE, si ha come l’impressione di avere tra le mani una ricetta preziosa per fronteggiare le malattie che affliggono l’Europa e l’Italia in questa fase densa di problematiche da risolvere, per imprimere una svolta risoluta in vista di un superamento delle indecisioni che stanno paralizzando gli Stati membri dell’Unione. Non siamo ancora del tutto usciti dalle conseguenze devastanti della pandemia sul piano sanitario, economico, finanziario, delle relazioni e degli scambi di beni e persone e ciò non è dovuto solo a macro-problemi oggettivi ma anche alle diatribe e alle incertezze da un lato, ai veti e alle rivendicate primazie dall’altro che rendono estremamente parcellizzato e fragile il contesto che regola il passaggio dalle discussioni alle azioni.

Gettando uno sguardo d’insieme sul vecchio continente si coglie l’immagine di uno scacchiere dove le pedine sono paralizzate dal timore delle mosse dei giocatori: si avverte l’assenza di un play maker in grado di agire sulla base di una conoscenza esperta, di una silente ma efficace presenza al di fuori e al di sopra dei “particulari” impedienti, in possesso di una visione non solo tattica ma strategica di lunga deriva, una mente capace di contemperare le divergenze unificandole e portandole a sintesi necessaria nel perseguimento di risultati rassicuranti e ispirati al bene comune.

Geopolitica e geoeconomia a livello planetario esprimono situazioni differenti ma quasi ovunque dense di criticità: ciò non aiuta a far valere le alleanze, se mai espone al rischio di politiche espansive che possono egemonizzare i mercati partendo da punti di forza consolidati.

L’inazione ed il rinvio, anche da parte italiana, anzi soprattutto da parte nostra, non sono buone scelte specie se si gioca la partita da una situazione debole e debitoria, con un PIL crollato di almeno 8 punti, l’ascensore sociale fermo, la crescente chiusura di aziende, il sistema formativo bloccato e in attesa di una difficile ripartenza, il lavoro che non c’è, la fuga dei giovani all’estero.

L’azione di governo manca di compattezza e uniformità di vedute all’interno della duale alleanza che la sostiene in modo tremabondo e incerto: di conseguenza è orfana di una visione d’insieme e di modelli espansivi da proporre, valga per tutti l’esempio della vicenda del MES, sul quale ci sono nella compagine governativa divergenze polarizzate di opinioni che riverberano in Europa una condizione di incertezza e di attendismo che rischia di procrastinarsi fino all’autunno.

Mentre il Paese langue e attende decisioni e immissione di liquidità nel sistema produttivo ci si affida ancora una volta al metodo dei bonus ‘una tantum’ che rischiano di diventare, nel Paese dei diritti acquisiti, elargizioni a perdere “una semper”: l’abbiamo già scritto, l’Italia è il Paese delle mance e dei bonus senza controllo. Lo vediamo anche nella vicenda dei navigator e del reddito di cittadinanza.

Ciò dimostra una gestione acefala e priva di una prospettiva di uscita dalla crisi.

Mancano esattamente le idee e la visione che Mario Draghi ha saputo esprimere nella lunga e provvidenziale per noi, guida della BCE.

Difettano doti anche personali,  che Draghi ha riassunto in tre requisiti imprescindibili e complementari: la conoscenza, il coraggio e l’umiltà. La conoscenza implica approfondimento, possesso dei caratteri costitutivi della realtà, capacità ‘esperta’ nella gestione dei contesti di competenza: particolarmente significativo il riferimento di Draghi alle derive recenti e in atto e che si riporta in tutta la sua eloquenza: “Sta scemando la fiducia nei fatti oggettivi, risultato della ricerca, riportati da fonti imparziali; aumenta invece il peso delle opinioni soggettive che paiono moltiplicarsi senza limiti, rimbalzando attraverso il globo come in una gigantesca eco”.

Ne consegue che ad ogni livello la conoscenza stessa è la base e il supporto della competenza la quale a sua volta è requisito prodromico all’esercizio della responsabilità. Una lezione non detta ma intuibile, rivolta alla politica e al suo impoverimento culturale. Quanto al coraggio esso è dote precipua quando si potrebbe indugiare nella tentazione di prender tempo e non decidere. “L’inazione trova la sua radice nella convinzione che l’esistente non abbia bisogno di modifiche, anche quando tutta l’evidenza e l’analisi indicano la necessità di agire”. Di converso “Il punto importante, in questa sede non è che certe decisioni si siano rivelate appropriate ex post; conta invece che, quando la necessità di agire è stata documentata e motivata è stato trovato il coraggio di decidere, senza esitazioni, per il bene dell’Unione economica e monetaria”.

L’umiltà infine si rivela dote complementare e necessaria: …  per questo “Non abbiamo la libertà di decidere se dobbiamo fare ciò che è necessario fare per assolvere il nostro mandato. È nostro dovere farlo”. La sua conclusione, che guardava con fiducia all’eurozona e al futuro dell’Unione Europea, era la conferma della bontà delle scelte fino ad allora perseguite e l’invito – rivolto a chi in futuro si occuperà di economia e politica monetaria – a lavorare adoperando le tre chiavi di lettura e di azione utilizzate e ancora valide come via da percorrere e metodo da applicare. “Spero che vi possa essere di conforto il fatto che nella storia le decisioni fondate sulla conoscenza, sul coraggio e sull’umiltà hanno sempre dimostrato la loro qualità”. Il sospetto è invece che, di rinvio in rinvio, finisca per prevalere la logica del differimento senza via d’uscita: “dum differtur vita transcurrit”, come aveva detto Seneca.

Mentre rinviamo, la vita trascorre senza decisioni.

A meno che non arrivi proprio Mario Draghi ad impugnare il timone di questa barca in balìa delle onde.

Le relazione UE-Cina trovano nuova forza nella visione tedesca

La Germania scopre la necessità di riaccendere la sua partnership con la Cina, il principale partner commerciale del paese.

Mentre la Cina è stata criticata in gran parte del mondo occidentale, in particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, per non essere trasparente sulle origini dell’epidemia di coronavirus e, più recentemente, per la sua sospensione delle norme democratiche a Hong Kong, il governo tedesco è stato più cauto nella sua risposta.

“I legami con la Cina sono importanti”, ha sottolineato la Merkel, aggiungendo “sono di importanza strategica”.

Effettivamente, è difficile sottovalutare l’importanza della Cina come mercato di esportazione per le merci tedesche, in particolare automobili e macchinari. Da quando la Merkel ha assunto la carica di cancelliere nel 2005, le esportazioni tedesche in Cina sono aumentate di cinque volte, fino ad arrivare a 100 miliardi di euro l’anno scorso.

Dopo la crisi finanziaria del 2008 e del 2009, gli USA erano diventati un mercato su cui non poter far più affidamento.

E’ stato allora che la Germania ha fatto affidamento sulla Cina, che è stata in gran parte indenne dalle turbolenze.

Un’espansione che è continuata praticamente ininterrotta fino alla pandemia.

E non c’è dubbio che la Merkel abbia in mente quella storia mentre cerca di proteggere l’economia tedesca ed europea nell’attuale crisi.

E anche se Ursula von der Leyen non ha evitato di criticare la Cina da quando è diventata presidente della Commissione, è stata attenta a non allontanarsi troppo dalla linea di Berlino.

“Non è possibile plasmare il mondo di domani senza una forte relazione UE-Cina”, ha detto il mese scorso dopo una videoconferenza con i leader cinesi.

Anche l’Italia sembra, dopo il picco pandemico, aver conservato un buon rapporto con la potenza asiatica.

L’Agenzia italiana per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese (Ice) ha infatti presentato un nuovo progetto di collaborazione con Jd.com, il secondo più grande e-tailer B2C cinese per creare un Padiglione nazionale Italia e incrementare la presenza a condizioni vantaggiose di aziende e brand italiani sia sul canale cross-border che sul canale general trade.

La presentazione del progetto via webinar avrà luogo venerdì 10 luglio ore 10:30. Attiva dal 2004, JD.com è la piattaforma di e-commerce one-stop leader in Cina, che offre ad oltre 387 milioni di clienti attivi, accesso diretto a una gamma senza eguali di prodotti autentici e di alta qualità dei più importanti brand nazionali ed internazionali, che sfruttano con successo il canale e-commerce in Cina

Certo, questa visione europea, dovrà prima o poi fare i conti con l’oramai dichiarata Cold War II fra Usa e Cina sul 5G.

Molti, tra cui l’Italia hanno seguito l’esempio Merkel che si è fermata, sostenendo che dovrebbero esserci standard di sicurezza più elevati per le aziende coinvolte nel 5G.

Una pausa solo apparente, infatti è previsto un vertice UE-Cina a settembre sotto la presidenza tedesca, anche se i partner europei, non attendendo i risultati,  continuano il dialogo con la Cina su tutti i fronti.

Ennio Morricone e una certa idea della libertà

Quando scompare un genio, tutti si affrettano a dire che lascia un grande vuoto. Che non lo dimenticheremo mai. Che ha dato un contributo indelebile alla cultura italiana e mondiale. E altre frasi del genere. Fatte apposta (al di là della circostanza) per non pensare perché di geni non ne nascono più. O forse ne nascono ancora, ma spesso non ce ne accorgiamo. Mancano infatti l’habitat e l’humus per farli emergere, manca chi li nota, li alleva, li incoraggia, ci investe. Oltre alla sua grande abilità di compositore, Ennio Morricone ha avuto la fortuna di nascere in un’epoca che sapeva riconoscere e valorizzare il talento, senza pretendere di livellarlo e “formattarlo” nei confini del conformismo dominante. Infatti, di lui ricordiamo e ricorderemo tutte le colonne sonore, mentre dei suoi aspiranti eredi di oggi forse non ricorderemo granché.

Ennio Morricone era un finto burbero, capace di grande generosità. Si divertiva a sorprendere l’interlocutore, diceva di non avere avuto una vera vocazione per la composizione musicale. Come ricorda nel bel libro intervista scritto con Giuseppe Tornatore, «è stato un processo graduale, prima volevo diventare medico, poi scacchista». Romano trasteverino, il papà suonava la tromba al Teatro dell’Opera. Siccome lo stipendio non bastava, scelse la libera professione. C’era la seconda guerra mondiale, erano tempi difficili per tutti. La prima cosa che gli veniva in mente parlandone era un prete partigiano che gli disse «tra poco ne sentirete delle belle». Era la bomba di via Rasella (1944). 

Sempre nel libro-intervista, Morricone ricorda un pranzo con Pasolini e Fellini (interessante anche solo da immaginare) in cui lui racconta ai suoi commensali un’idea per un film. «L’incipit si svolgeva in un’epoca indefinita, in una città popolata da gente onesta, buona, che crede negli ideali e che non ha un capo, vive in una specie di anarchia costruita sulla bontà e la correttezza di ciascuno verso gli altri. Un giorno un uomo, forse più intelligente degli altri, sostiene che questa falsa pace è alimentata dalla musica, che entra dentro i sentimenti delle persone e sviluppa reazioni imprevedibili, drammatiche, gioiose, positive e negative, reazioni a causa delle quali la città sta perdendo la sua tranquillità. La soluzione è proibire la musica. Tutti sono d’accordo, l’idea è sua, gli altri la accettano, perciò diventa un capo, quasi senza volerlo. Dopodiché si comincia a non modulare la voce, si parla senza l’alto e il basso delle nostre corde vocali. Pian piano le costrizioni aumentano e il capo intanto sta diventando un dittatore…».

Per l’autore, che immaginava questa storia, la musica era anzitutto una manifestazione di libertà. Quella che gli ha arrovellato i pensieri (sotto forma di note) fino all’ultimo giorno della sua vita. Quella libertà che è costante ricerca dell’equilibrio e dell’armonia. A proposito della fatica della “pagina bianca” diceva che bisogna «andare avanti alla ricerca di tutto, tutto ciò che è possibile e a volte impossibile. Quel pensiero e quel desiderio di osare non devono morire». E infatti non sono morti, con la conclusione della sua vita terrena. Una vita della quale tutti, ovunque nel mondo, lo hanno ringraziato, proprio con un pensiero. Il pensiero e il desiderio non muoiono, restano nell’aria. Liberi e eterni, come le colonne sonore di Morricone.

Insieme. Per rilanciare l’Europa. Obiettivi e sfide durante il semestre di presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue

“Insieme. Per rilanciare l’Europa. Obiettivi e sfide durante il semestre di presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue” è il titolo del dibattito on line, per “approfondire le priorità del semestre”, che si terrà questa mattina su iniziativa dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, Rappresentanza della Commissione europea in Italia e Ambasciata tedesca a Roma.

I nodi da sciogliere in questi mesi sono innanzitutto il piano di rilancio post-Covid e il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, spiegano gli organizzatori, ma sul tavolo ci sono anche la questione dei rapporti Ue-Regno Unito, il Green Deal e la lotta al cambiamento climatico, la transizione digitale, la riforma delle politiche migratorie e il ruolo dell’Ue nel mondo, che attendono di essere risolti “dalla presidenza tedesca, in stretta interlocuzione e collaborazione con il Parlamento europeo”.

A dialogare su questi temi saranno l’ambasciatore Viktor Elbling, il ministro per gli affari europei Vincenzo Amendola, i capi delegazione al Parlamento europeo Antonio Tajani (Forza Italia), Brando Benifei (Partito democratico), Carlo Fidanza (FdI), Marco Campomenosi (Lega), Tiziana Beghin (M5S) e Nicola Danti (Italia Viva). La moderazione è stata affidata a Maria Latella (SkyTG24 e Radio24). L’evento sarà trasmesso live, a partire dalle 11, sulla pagina Facebook del Parlamento europeo in Italia.

Le misure sull’innovazione digitale nel Decreto Semplificazioni

Favorire la diffusione di servizi pubblici in rete, agevolarne e semplificarne l’accesso da parte di cittadini e imprese. I servizi delle pubbliche amministrazioni dovranno diventare fruibili attraverso lo smartphone, lo strumento più usato dagli italiani per comunicare a distanza, e senza necessariamente obbligare a mettersi in fila davanti agli sportelli oppure a ricorrere a un computer fisso o portatile.
Per la Pubblica Amministrazione il processo di digitalizzazione deve portare a semplificazioni delle procedure, miglioramento dell’efficienza e abbattimento di numerosi costi.
Agevolare le procedure amministrative per le imprese che vogliano sperimentare progetti innovativi.

La Pubblica Amministrazione dovrà “pensare in digitale”. Le norme intendono dare una spinta forte, attraverso regole chiare e scadenze da rispettare, alla trasformazione digitale del Paese. E’ un processo, ma deve cominciare subito. Entro il 28 febbraio 2021 è previsto che l’accesso a tutti i servizi digitali delle Pubblica Amministrazione avvenga esclusivamente tramite l’identità digitale SPID o la Carta d’identità elettronica. Entro la stessa data gli uffici pubblici devono avviare il processo per consentire che i servizi digitali siano fruibili dal telefono attraverso l’applicazione “IO”, il canale unico di accesso a tutti i servizi della Pubblica Amministrazione.
I cittadini non dovranno più ricercare i servizi in digitale nei vari siti delle amministrazioni, ma li troveranno tutti a disposizione all’interno di un’unica app.

Sintesi delle principali misure

  • Solo SPID o Carte d’identità elettronica per accedere a tutti i servizi pubblici online
    Entro il 28 febbraio 2021 tutti gli Enti pubblici e la Pubblica Amministrazione dovranno dismettere i propri sistemi di identificazione online e adottare esclusivamente l’identità digitale SPID e CIE (la Carta di identità elettronica) per consentire ai cittadini di accedere ai loro servizi digitali.
    Questo semplificherà la vita agli italiani, i quali non dovranno più confrontarsi con credenziali diverse a seconda del servizio che vogliano usare, e consentirà a Enti pubblici e amministrazioni di conseguire risparmi perché non dovranno più farsi carico di gestire i propri sistemi di rilascio e gestione delle identità dei rispettivi utenti.
  • L’app IO sarà l’unico canale per accedere dallo smartphone ai servizi pubblici resi in digitale
    Tutti i servizi pubblici digitali devono diventare accessibili dal telefono attraverso l’App “IO”, la quale diventa quindi l’unico strumento di accesso da usare per i cittadini che intendano utilizzare il telefono per sbrigare pratiche amministrative. Entro il 28 febbraio 2021 la Pubblica Amministrazione deve avviare i progetti di trasformazione. Le amministrazioni potranno non inserire i loro servizi nell’App “IO” in caso di impedimenti tecnologici accertati dalla società pubblica PagoPA.
  • SPID e Carta di identità elettronica (CIE) equivalgono all’esibizione di un documento di identità
    Ovunque, per usufruire di un servizio, la legge richieda l’esibizione di un documento di identità, il cittadino può farsi identificare da remoto attraverso l’identità digitale di SPID o la CIE. In questo modo si velocizzano le procedure e si migliora la sicurezza, evitando di mettere in circolazione copie di documenti di identità.
  • IO come strumento di autocertificazione e presentazione istanze
    L’applicazione “IO”, attraverso un apposito servizio, dovrà consentire ai cittadini di effettuare autocertificazioni, o presentare istanze e dichiarazioni attraverso il proprio telefono.
  • Semplificazione per il rilascio della Carta d’identità elettronica
    E’ possibile chiedere il rilascio della CIE prima della scadenza della carta d’identità cartacea. In questo modo sarà agevolato e accelerato l’accesso dei cittadini ai servizi in rete.
  • Lavoro agile nella Pubblica Amministrazione
    Per i vari rami della Pubblica Amministrazione è previsto l’obbligo di sviluppare i propri sistemi con modalità idonee a consentire l’accesso da remoto ai propri dipendenti, naturalmente nel rispetto delle disposizioni di sicurezza, e favorire così il lavoro agile a distanza.
  • Interventi per favorire l’accesso delle persone disabili agli strumenti informatici
    Tra le principali misure del processo di digitalizzazione inserite nel decreto-legge vi sono anche disposizioni volte a favorire l’accesso ai servizi online da parte delle persone diversamente abili.
  • La Pubblica Amministrazione e i cittadini comunicano online
    Quella digitale diventa la modalità “normale” con cui gli uffici pubblici interloquiscono con i cittadini. Il decreto supera l’attuale impostazione secondo cui le amministrazioni dovrebbero “incentivare” l’utilizzo del digitale nella gestione dei procedimenti. La nuova impostazione prevede che l’amministrazione deve, normalmente, utilizzare il digitale nella gestione dei procedimenti amministrativi.
  • Semplificazione per la piattaforma digitale nazionale dati
    Il decreto introduce misure di semplificazione per la gestione, lo sviluppo e il funzionamento della piattaforma digitale nazionale dati. Attraverso questa piattaforma vengono resi immediatamente interrogabili, disponibili e fruibili alla Pubblica Amministrazione i dati pubblici e conoscibili. Così si rende più veloce e fluida l’erogazione dei servizi. Ai cittadini non dovranno essere chieste informazioni che la Pubblica Amministrazione già possiede. Le norme non ampliano le informazioni a cui la Pubblica Amministrazione può accedere, ma semplificano la modalità di condivisione dei dati tra i diversi uffici pubblici.
    La piattaforma consentirà inoltre di valorizzare la parte del proprio patrimonio informativo che non è soggetto a vincoli di riservatezza personale mettendolo a disposizione delle autorità ai fini dell’assunzione delle decisioni politiche.
  • Verso il cloud nazionale
    Il decreto prevede disposizioni volte a favorire la realizzazione di un polo strategico nazionale (cloud) per tutelare l’autonomia tecnologica del Paese, mettere in sicurezza le infrastrutture digitali della Pubblica Amministrazione, garantire la qualità e la sicurezza dei dati e dei servizi digitali. Sfruttando economie di scala in termini di concentrazione della domanda di risorse e di infrastrutture, è possibile disporre di infrastrutture affidabili e sicure.
    Viene introdotto l’obbligo per le pubbliche amministrazioni centrali di migrare i loro Centri elaborazione dati (Ced), che non hanno i requisiti di sicurezza fissati dall’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), verso un’infrastruttura ad alta affidabilità, localizzata in Italia, il cui sviluppo è promosso dalla Presidenza del Consiglio. In alternativa le amministrazioni centrali possono far migrare i loro servizi verso soluzioni cloud per la Pubblica Amministrazione che rispettano i principi stabiliti dall’Agid). Lo stesso obbligo viene previsto per le amministrazioni locali che sono tenute a trasferire i propri servizi nella infrastruttura promossa dalla Presidenza del Consiglio o in altra infrastruttura presente sul territorio e in possesso dei requisiti di sicurezza. In alternativa le amministrazioni locali possono trasferire i propri servizi digitali verso soluzioni cloud per la Pubblica Amministrazione, nel rispetto dei requisiti fissati dall’Agid.
  • I dati dei concessionari pubblici alla PA
    I concessionari dei servizi pubblici producono nella loro attività dati che possono risultare utili per la gestione della cosa pubblica. Tali dati, di cui il concessionario è entrato in possesso in esecuzione di un contratto con un’amministrazione pubblica, fino ad ora sono rimasti appannaggio esclusivo del concessionario. Una norma del decreto obbliga a prevedere negli accordi negoziali tra amministrazioni e concessionari di servizi il dovere di fornire allo Stato (corretto dire così? Non credo infatti che vadano forniti “in pubblico” nel senso di “a tutti”), in formato aperto, i dati prodotti nell’ambito dell’erogazione del servizio pubblico.
  • Diritto a innovare
    La misura ha l’obiettivo di consentire alle imprese, alle università, ai centri di ricerca, alle start-up universitarie che vogliano avviare la sperimentazione di un loro progetto innovativo, di farlo, per un periodo limitato di tempo, chiedendo una semplice autorizzazione in sostituzione di tutti gli ordinari regimi amministrativi, anche in deroga a norme di legge che, eventualmente, lo impediscano. Al termine della sperimentazione, in caso di esito positivo, il Dipartimento per l’Innovazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri rappresenta al Presidente del Consiglio dei Ministri l’opportunità di un intervento normativo volto a regolamentare l’attività che è stata sperimentata e promuove i necessari interventi regolamentari e/o normativi.

Che cos’è la fascite plantare?

Per fasciosi o fascite plantare si intende un insieme di sintomi a prevalenza dolorosa che coinvolge la fascia plantare. Fra le cause che comportano dolore alla base del calcagno è la più diffusa.

I sintomi e i segni clinici che presentano dolore tipico si manifestano nell’episodio che occorre alla mattina quando la persona si alza dal letto e mettendo i piedi a terra sente dolore ai talloni, ma la manifestazione ritorna anche durante il susseguirsi del giorno. Il dolore aumenta se viene sollecitato con attività fisica o altra stimolazione. Solitamente ha una durata di almeno 6 mesi, raramente si arriva ad un anno.

Per una completa guarigione dai sintomi dolorifici sono necessari diversi mesi (dai 6 ai 12). La terapia procede per gradi, dipendentemente dalla gravità:

fase acuta

– farmaci antinfiammatori per OS, tipicamente FANS, come il Diclofenac
– riposo: si consiglia di sospendere gli allenamenti (se di corsa) e passare ad attività complementari che non stressino la fascia (nuoto, cyclette..)
– stretching: intesi ad allungare i muscoli facenti capo al tendine d’Achille, come il gastrocnemio, il soleo, anche e soprattutto la mattina prima di scendere dal letto
– massaggi: tipicamente facendo rotolare una bottiglietta d’acqua gelata sotto il piede al massimo per 10 minuti a piede (ripetendo più volte)

trattamento conservativo:

pur rimanendo importante lo stretching, il riposo ed i massaggi, superata la fase acuta bisogna cercare la guarigione completa:
– tutore notturno: mantiene la fascia estesa durante le ore del sonno, facilitando la guarigione e riducendo i sintomi al mattino
– plantari: prescritti dal medico ortopedico e confezionati su misura da un biomeccanico consentono di riprendere spesso le attività
– ultrasuoni in acqua: fa parte delle terapie fisiche, di dubbia utilità
– terapia ad onde d’urto: nuovo trattamento (prima della chirurgia) ad alto indice di efficienza, in grado di facilitare la guarigione di casi cronici, prima di dover accedere all’operazione
– iniezioni di cortisone: sono indicate in caso di mancato miglioramento sintomatologico, ma tendono ad indebolire la fascia plantare risultando in un aumentato rischio di rottura

trattamento chirurgico:

riservato a casi di solito > 12 mesi
– rimuovere spine calcaneali
– detensionare la fascia tramite incisione chirurgica: attualmente eseguibile anche endoscopicamente

evitare le ricadute

– gradualità: a questo scopo è importante evitare di riprendere le attività sportive all’improvviso, ma sempre per gradi
– biomeccanica: consente di analizzare eventuali difetti di postura alla base del sovraccarico tendineo alla base in prima istanza della patologia stessa
– stretching: va sempre continuato

Nuova economia post globalismo

1) Per cogliere i cambiamenti strutturali di una società bisogna avere lo sguardo lungo verso il passato ed, ad un tempo, verso il futuro. 

Non volendo esagerare ai fini della nostra odierna riflessione possiamo fissare un punto di partenza alla fine del secondo conflitto mondiale e chiederci: in questi 75 anni cosa è successo, cosa è cambiato? 

Dunque quale è stata la cifra distintiva del dopoguerra? 

Volendo sintetizzare 2 appaiono le parole chiavi: crescita e distribuzione; crescita economica indotta da una diffusa imprenditorialità ( il Paese dei cento campanili, la stessa riforma agraria al Sud) e distribuzione sociale della ricchezza, una mirabile sintesi tra economica classica (il liberismo) ed economia keynesiana, ispirata o interpretata alla luce della rinnovata dottrina sociale cristiana di Giovanni XXIII e Paolo VI. 

Questa sintesi virtuosa, realizzando il più avanzato Stato sociale della storia, ha innescato una violenta reazione di natura ideologica ( guidata dalla Scuola Economica di Chicago ispirata da M. Fridman) e, ad un tempo, economica, sostenuta dai grandi ricompattati interessi capitalisti, che al “grido” “meno Stato più Mercato” hanno teorizzato e realizzato lo smantellamento dello stato sociale keynesiano, a partire dalla politiche neoliberiste del tandem Regan/Thatcher negli anni 80. 

2) Si è così passati, giorno dopo giorno, impercettibilmente ma decisamente da un “motore” crescita/distribuzione ad un nuovo motore consumo/concentrazione. 

Sì è demonizzato il ruolo dello stato nell’economia e la sua funzione redistributiva; di contro si è esasperata la legge Keynesiana della domanda (consumi) che crea l’offerta, di fatto snaturandola. 

Parallelamente si è innescato un violento processo di concentrazione produttiva, urbanistica e finanziaria, con effetti devastanti sugli equilibri ecologici e i livelli di vita economici e sociali. 

Infatti se il reddito si concentra anche la ricchezza si concentra e viceversa, a maggior ragione se lo Stato è costretto ad abdicare, come è successo, alla sua azione distributiva ed attiva. Ma se il reddito si concentra – per mantenere in equilibrio macroeconomico il sistema – occorre finanziare con il credito i consumi e sviluppare parossisticamente le esportazioni. 

Senonché la finanziarizzazione dei consumi e le politiche “mercantiliste” hanno dei limiti perché i primi devono essere “pagati”, così come i secondi da parte dei Paesi importatori! 

La crisi del 2008/2011 e il trumpismo non sono altro che il momento di rottura dell’equilibrio impossibile! 

Concentrato (finanziariamente, produttivamente e demograficamente), ingiusto e distruttore della natura Questo è il mondo prima del Covid 19. 

3) Un mondo nel quale l’Italia, per la sproporzione tra la forza delle “istituzioni pubbliche” e il valore del suo territorio in uno con quello del suo sistema produttivo e logistico ha un ruolo implicito: quello di “preda agognata”! 

Punto di incontro delle scorrerie del capitale finanziario americano nel sistema bancario, nel risparmio gestito, nel mondo delle “sofferenze” e del capitalismo mercantilista franco-tedesco nel sistema industriale e distributivo. 

Questa era dunque l’Italia prima del Covid19: un campo di battaglia dei processi di concentrazione e privatizzazione estera in un contesto di forte degrado ambientale. 

Un campo di battaglia nel quale “le truppe grilline”, dopo lo spericolato e nefasto tentativo di “rompere” il sistema con l’azzardata alleanza giallo/verde, stavano ripiegando sotto le bandiere giallo/rosse. 

4)In questo scenario la risposta “politica” alla bufera Covid19 in linea di principio è stata adeguata laddove con il lockdown si sono fatte prevalere le ragioni della salute a quelle della produzione, nonostante le pressioni del mondo industriale, in particolare lombardo/veneto ed emiliano. 

Anche l’approccio macroeconomico emergenziale ( decreti Cura Italia, Liquidità e Rilancio), una volta assicurata la copertura della BCE per 190 miliardi di acquisti in quota quantitative easing, è stato ragionevole, caratterizzandosi per il più classico degli approcci keynesiani/distributivi: un segnale a tutti per dimostrare che lo Stato c’è, sostenere la domanda, contenere il potenziale conflitto sociale. 

E ciò, anche e soprattutto, per “nascondere”, ad un tempo, il significato ideologico implicito nella manovra complessiva, laddove con il ricorso massiccio (almeno sulla carta) alla liquidità garantita tout court dallo Stato abbiamo di fatto affermato che lo Stato può dichiarare default le banche no! 

Infatti in un mondo a guida politica non finanziaria, lo Stato avrebbe fatto la sua “manovra”, le banche avrebbero fatto le loro scelte per salvare i clienti e con loro se stesse e alla fine lo Stato avrebbe assunto il ruolo di prestatore di ultima istanza o nazionalizzatore. Ed invece no! Lo Stato si sta assumendo un rischio enorme ( fino a 600 miliardi) a fronte di un rischio zero del Sistema Bancario, a conferma di chi veramente comanda. 

5) E siamo ad oggi. 

Senza ulteriori margini di manovra se non il MES e/o i recovery fund; senza avere la più che ben minima idea di cosa succederà ad ottobre/novembre in termini sanitari. 

Costretti ad essere ottimisti nella consapevolezza che il Paese non è in grado di reggere un secondo lockdown generalizzato. 

Di fatto rimuovendo ogni seria riflessione sul rapporto economia/virus, anzi rilanciando approcci neoliberisti di vecchio stampo come il rapporto Colao, che lo stesso Conte ha cercato di seppellire sotto la passerella degli “stati generali”. Ed invece Covid19 c’è e ci interroga sul nostro futuro perché con i suoi modi delicati ( oltre 30 mila morti) ci ha detto ciò che non va e che noi sappiamo! 

Infatti chi e cosa ha colpito Covid19 se non le grandi concentrazioni produttive, le grandi conurbazioni urbanistiche, le grandi povertà del mondo, gli ambienti sociali innaturali come le “case di riposo e cura”. 

Dunque siamo al cuore del problema: sono gli attuali assetti produttivi/ distributivi iperconcentrati che generano ricchezza ingiustificata, urbanizzazioni non umane, degrado e povertà diffusa. 

Ma non esiste nessuna legge naturale dell’economia che spinga verso le attuali spaventose concentrazioni che sono il frutto di specifici rapporti di forza che violentano la dinamica delle relazioni economiche. 

6) Due esempi: l’agricoltura e l’energia. 

Cosa c’è di più naturale del cibo di prossimità! Eppure siamo dominati da una macchina infernale che trasferisce cibo industriale ma anche fresco da un continente ad un altro; una macchina che ci fa accettare 

l’idea che possano esistere allevamenti di milioni di capi di bestiame che non vedono il sole, non ti vanno la terra, non conosco il movimento! Vogliamo entrare in questi inferni, vogliamo aprire gli occhi e le coscienze? 

Cosa c’è di più diffusivo, democratico, delle energie rinnovabili, eppure il “sistema” ha fatto passare la logica delle grandi concentrazioni, che negano l’iniziativa imprenditoriale diffusa, tanto che i “privati” possono produrre solo quanto consumano. 

Basterebbe riconnettere gli allevamenti e la produzione di energia rinnovabile alla terra, creando distretti produttivi integrati orizzontali, per avviare un cambiamento radicale del sistema, che non potrebbe non passare dalla ristrutturazione del sistema bancario e turistico, oggi iperconcentrati anche al fine di invertire i processi di inurbazione che non vanno dati per scontati e contrastati con originalità, come ad esempio introducendo una relazione tra reddito di cittadinanza e piccoli comuni. 

7) Dunque l’Italia del dopo Covid19 non ha bisogno di privatizzazioni e astratte razionalizzazioni ma di destrutturazioni produttive e finanziarie per tornare ad una vera economia sociale di mercato. 

Questo è l’orizzonte che deve assumere il Paese, la Sicilia. 

8) In questa prospettiva vanno realizzate velocemente 2 grandi riforme. 

La prima. L’introduzione del PIL ETICO ( cioè il PIL al netto di tutto ciò che non è intrinsecamente buono, ovviamente in termini squisitamente “laici”) perché emerga la drammatica divaricazione dei due valori. 

La seconda. Il reddito universale di garanzia che assorba tutte le forme di salvaguardia e sostegno dei redditi ( dal reddito di cittadinanza alla disoccupazione, dalla cassa integrazione alle pensioni di invalidità) nella consapevolezza che il processo di destrutturazione e ripensamento economico connesso al Covid19 apre una fase di “distruzione creativa” di schumpeteriana memoria che non va ostacolata ma governata soprattutto nella prospettiva dei più deboli. 

Bruxelles: l’economia è in una grave recessione

Peggiorano, rispetto alla scorsa primavera, le Previsioni economiche rese note ieri dalla Commissione Ue a Bruxelles. Nell’anno in corso l’economia dei 27 “subirà una grave recessione a causa della pandemia di coronavirus, nonostante una risposta politica rapida e globale sia a livello dell’Unione che a livello nazionale”, spiega l’esecutivo comunitario. “Poiché la revoca delle misure di confinamento procede a un ritmo più graduale di quello ipotizzato nelle previsioni di primavera, l’impatto sull’attività economica del 2020 sarà più significativo rispetto a quanto previsto”.

L’economia della zona euro “subirà una contrazione dell’8,7% del Pil nel 2020, per poi crescere del 6,1% nel 2021, mentre l’economia dell’Ue27 si contrarrà dell’8,3% nel 2020, per crescere del 5,8% nel 2021”. Per il 2020 “è attesa pertanto una contrazione significativamente superiore ai livelli del 7,7% per la zona euro e del 7,4% per l’intera Unione che figuravano nelle previsioni di primavera”.

Anche la crescita nel 2021 sarà leggermente meno consistente di quanto previsto. In questo contesto, la situazione italiana è la più compromessa: Pil scenderà a -11,2% quest’anno, per poi risalire al 6,1% nel 2021. Nel mese di maggio la Commissione indicava per l’Italia -9,5% nel 2020 per poi segnalare un “rimbalzo” del 6,5% nel 2021.

Caritas e Focsiv: al via campagna per contrastare “pandemia della fame” .

Una grande campagna nazionale per aiutare i Paesi più poveri ad affrontare l’impatto socio-economico delle misure prese a causa del Coronavirus, che dopo il problema sanitario rischiano di trasformarsi ora in una “pandemia della fame”.

Almeno 135 milioni di persone sono in condizioni di insicurezza alimentare acuta che derivano dalle misure di contenimento messe in atto nei vari Paesi. Per questo Caritas italiana e Volontari nel mondo-Focsiv, attraverso le Ong consociate, hanno deciso di unire le forze in una alleanza intitolata “Insieme per amore degli ultimi”. La partenza ufficiale della campagna, intitolata “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, è oggi, anniversario della visita di Papa Francesco a Lampedusa. Lo scopo dell’iniziativa, che durerà 7 mesi, fino a gennaio 2021, è duplice: sensibilizzare le comunità cristiane, associazioni, scuole, università e raccogliere fondi per finanziare progetti di emergenza in Africa, America Latina, Europa dell’Est, Asia, compreso il Medio Oriente.

Dal sito www.insiemepergliultimi.it sarà possibile scaricare materiali informativi ed effettuare donazioni.

Diritto allo studio, stanziati 236 milioni per l’acquisto di libri di testo

Uno stanziamento di 236 milioni di euro per garantire il diritto allo studio di studentesse e studenti delle scuole secondarie di I e II grado in condizioni di svantaggio e alleggerire in modo consistente la spesa delle famiglie in vista del prossimo anno scolastico. Lo ha messo in campo la Ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, destinando a questo scopo una parte dei fondi PON ancora disponibili che il Ministero sta rapidamente spendendo e utilizzando per affrontare l’emergenza e la ripresa di settembre. L’annuncio è arrivato nel corso della visita all’ICS Giovanni Falcone di Palermo, prima tappa siciliana del tour che la Ministra sta effettuando per partecipare ai Tavoli regionali sulla ripartenza dell’anno scolastico.

Le scuole potranno accedere alle risorse partecipando all’Avviso pubblicato ieri sul sito del Ministero. Con i fondi potranno essere acquistati libri di testo scolastici digitali e/o cartacei, dizionari, dispositivi digitali, materiali didattici per ragazzi con Bisogni Educativi Speciali (BES) o Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) da destinare, anche in comodato d’uso, alle studentesse e agli studenti che vivono in condizioni di svantaggio.

“L’emergenza coronavirus ha messo a dura prova il sistema scolastico, ma anche molte famiglie che stanno affrontando difficoltà economiche impreviste. Con questo intervento puntiamo a tutelare il diritto allo studio, secondo quanto previsto dalla Costituzione. E a dare un supporto concreto a chi deve sostenere spese anche importanti per i figli in vista del nuovo anno scolastico”, sottolinea la Ministra Lucia Azzolina. “Si tratta di stanziamenti aggiuntivi rispetto a quelli già destinati a questo scopo. Abbiamo vissuto mesi particolari, avremo una ripresa in condizioni eccezionali, era giusto e doveroso prevedere un rafforzamento delle nostre azioni per il diritto allo studio”.

I materiali potranno essere consegnati in zainetti o altre custodie, trasformandoli così in veri e propri kit scolastici per il nuovo anno. L’Avviso mette a disposizione fino a 100mila euro per le scuole secondarie di primo grado e fino a 120mila per quelle di secondo grado sulla base del numero di studenti e di altri indicatori relativi sia al disagio negli apprendimenti sia al contesto socio-economico di riferimento delle scuole. All’Avviso potranno aderire anche le scuole paritarie secondarie di primo e di secondo grado non commerciali.

Le scuole avranno tempo per richiedere i fondi dalle ore 10.00 del 13 luglio 2020 alle ore 15.00 del 23 luglio 2020 e dovranno accedere all’area PON “Per la Scuola” del sito http://www.istruzione.it/pon/.

L’ipoglicemia

Ipoglicemia è un termine medico che indica uno stato patologico causato da  un basso livello di zuccheri (glucosio) nel sangue. L’ipoglicemia provoca una nutrita serie di effetti e sintomi, la maggior parte dei quali originata da uno scarso afflusso di glucosio al cervello, che ne riduce le funzioni cognitive (neuroglicopenia): questa diminuzione della funzione cerebrale può andare da un vago senso di malessere al coma e in rari casi alla morte. Una condizione di ipoglicemia può avere origine da molte cause diverse, e può accadere a qualsiasi età.

I sintomi e gli effetti dell’ipoglicemia possono essere divisi in quelli prodotti dai sistemi di regolazione ormonali (adrenalina e glucagone) che si innescano al diminuire della glicemia, e in quelli neuroglicopenici prodotti dall’insufficiente apporto di glucosio al cervello.

Effetti adrenergici
Nervosismo immotivato;
Palpitazioni e tachicardia inspiegabili;
Pallore e sudore freddo improvvisi;
Pupille dilatate;
Fame;
Giramenti di testa persistenti;
Sincope;
Effetti glucagonici
Fame, borborigmi;
Nausea, vomito, malessere addominale;
Effetti neuroglicopenici
Stato mentale alterato, instabilità;
Disforia aspecifica;
Pessimismo, irritabilità immotivata;
Fatica immotivata, debolezza;
Visione doppia;
Comportamenti automatici;
Difficoltà nel parlare;
Atassia, scoordinazione, a volte scambiate per ubriachezza;
Problemi motori generali o localizzati, paralisi, emiparesi;
Mal di testa;
Shock, coma;
Non tutti i sintomi elencati compaiono in una crisi ipoglicemica, e non c’è un ordine preciso fra di essi.

Per un singolo episodio ipoglicemico, se il paziente è cosciente, può bastare l’assunzione di alimenti ricchi di carboidrati; se ha perso conoscenza è necessario fornire glucosio per endovena e/o glucagone, un ormone con azione antagonista che contrasta lo stato ipoglicemico. Se il paziente è diabetico, il soccorritore deve stare molto attento, nella confusione dei soccorsi, a non somministrare una quantità eccessiva di glucosio e non iniettargli insulina, in entrambi i casi l’iper-o ipoglicemia evocata potrebbe portare conseguenze più gravi della crisi.

L’attualità della sinistra Dc.

Periodicamente, e quando si vuole parlare della politica con la P maiuscola o della qualità della classe dirigente politica si fa quasi sempre un esplicito riferimento alla esperienza e alla storia della sinistra democristiana. Una esperienza che ha accompagnato, seppur con diverse forme e con modalità alterne, la storia cinquantennale della Dc e che ancora oggi, attraverso i suoi vari leader cresciuti in quella comunità, condiziona e orienta la politica italiana. Seppur in assenza del partito di riferimento, la Dc appunto. 

Ora, almeno su tre fronti persiste la bruciante attualità della sinistra Dc. 

Innanzitutto la qualità, lo spessore e la valenza politica e culturale dei suoi leader. Nazionali e locali. È indubbio che molti leader e statisti della prima repubblica provengono dalle fila della sinistra democristiana. Leader che, anche con una percentuale minima di potere all’interno della Dc, erano comunque in grado di condizionare e addirittura di guidare la strategia e la prospettiva dell’intero partito. Basti pensare alla sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin che, con il 7-8% dei consensi nel partito era in grado di condizionare l’intera strategia politica della Dc. Per non parlare della sinistra politica di Base i cui leader, da De Mita a Granelli, da Galloni ad Andreatta, da Tina Anselmi a Mino Martinazzoli erano considerati punti di riferimento ineludibili per l’intera esperienza Dc nonchè leader politici capaci di imprimere una impronta determinante e alcune volte anche decisiva per la stessa qualità della democrazia italiana. Una classe dirigente nazionale che, però, era accompagnata anche da leadership locali altrettanto importanti e di qualità. Basti pensare ai sindaci delle medie/grandi città italiane e al loro magistero amministrativo e politico esercitato con qualità e autorevolezza per molti anni. 

In secondo luogo la profondità del pensiero e la ricchezza di cultura politica che accompagnava quella straordinaria ed irripetibile esperienza. Le riviste, i tradizionali convegni politici e di approfondimento culturale di Saint Vincent, Chianciano, Belgirate, Lavarone e molte altre località che ricordano come quei convegni di studio, di analisi politica e soprattutto di proposta politica riuscivano a dettare l’agenda dell’intera politica italiana. E non solo della Dc dove la presenza dorotea e moderata era comunque sempre forte e ragguardevole. Un luogo di elaborazione culturale, di progettualità politica concreta e di cultura di governo quasi irripetibile nella storia democratica del nostro paese. Non solo un laboratorio e, soprattutto, non solo un consesso di azione politica o, peggio ancora, di mera distribuzione di potere. No, un presidio di cultura politica e di azione politica che obbligava l’intera politica italiana a tenerne conto, a prescindere dalle varie collocazioni della sinistra Dc nella geografia interna al partito. Maggioranza o minoranza faceva poca differenza. La sinistra Dc era un punto di riferimento a prescindere dalla conclusione dei congressi e dai tatticismi di potere e dai vari posizionamenti nel partito. Comportamenti ed atteggiamenti validi ieri come oggi. 

In ultimo la rappresentatività sociale, culturale e politica della sinistra Dc. Nessuno poteva fare a meno della sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin, e prima di Pastore. Lo ha detto più volte lo statista Aldo Moro, anche quando la maggioranza dorotea del tempo del partito non lo voleva o dopo la richiesta di esclusione dal Governo avanzata dal Pci durante le stagioni della solidarietà nazionale. Non si poteva e non si doveva fare perchè Donat- Cattin rappresentava, appunto, un pezzo di società che garantiva la conservazione della natura popolare e sociale della Democrazia Cristiana. Così valeva per la sinistra politica di Base e per la sinistra dell’area Zac in un secondo momento. Esperienze e realtà che non solo erano qualificanti sotto il profilo politico e culturale ma anche, e soprattutto, sotto il profilo della rappresentatività sociale e anche territoriale. 

Ecco perchè l’esperienza della sinistra Dc ritorna d’attualità e non è facilmente archiviabile. Nè può essere banalmente storicizzata. Certo, il “nulla della politica”, per dirla con una felice espressione di Martinazzoli durante gli anni dello strabordante berlusconismo, è difficilmente paragonabile con quella esperienza. Per non parlare dell’attuale fase ancora dominata dai dogmi dei 5 stelle, cioè dal populismo demagogico e anti politico. Ma se si vuole ridare credibilità, autorevolezza e qualità alla politica e alla sua classe dirigente, non si può non incrociare l’esperienza vissuta e praticata dalla sinistra democristiana e dai suoi tanti leader. Per il bene della politica italiana e non per una banale e sterile riverniciatura nostalgica. 

Le piazze di paese dove siamo cresciuti

“La piazza è mia!”….”La piazza è mia!” gridava o bisbigliava il matto del paese nel film “Nuovo Cinema Paradiso” e anche noi ragazzi, senza rivendicarne la proprietà, avevamo una piazza tutta nostra e, poco distante, spesso pure il cinema, in genere vicino ai locali parrocchiali del nostro piccolo paese.

La piazza era un luogo di ritrovo spontaneo, sempre aperto ai nuovi ingressi : questo accadeva un po’ ovunque per i ragazzi della mia generazione, nessuno è mai stato rifiutato.

Chi ci torna adesso trova tutto come prima, quando ci si andava per fare quattro chiacchiere o una partita al pallone.

Forse si è perduto lo spirito di un tempo che era fatto di estro e improvvisazione, di divertimenti a buon mercato, di lunghe conversazioni sulle cose della vita, a cominciare da quelle del presente – che ci sembrava sostenibile, a differenza di oggi – per proseguire con le speranze di un futuro che immaginavamo affascinante e migliore di come poi invece è stato.

Non c’erano telefonini e computer, videogiochi o tablet: ci si sedeva tutti  lì, sui gradini dell’abitazione del “Don” e si parlava, anche fino a notte fonda, scrutando le stelle.

Nella piazza e nei suoi paraggi ci siamo cresciuti, la nostra adolescenza l’abbiamo vissuta lì e poi ognuno è andato per la sua strada.

Ma quei muri scrostati, quegli intonaci consumati come le ardesie dei gradini, quel selciato sono rimasti nel cuore di tutti coloro che sono passati di lì, ne sono certo.

Penso di poter affermare – guardandomi intorno e osservando la deriva inarrestabile di decadenza dei costumi sociali, la mancanza di progetti condivisi, il diffuso rancore collettivo e la diffidenza che oggi pervadono le relazioni umane fino a far venir meno il valore quasi ‘certificativo’ della parola data, della stretta di mano – che si tratta di tempi che non torneranno più, nello spirito, nel cuore e nelle menti: per questo diventa importante ricordare e considerare con nostalgia ma anche con un pizzico di ironia quella stagione irripetibile della nostra vita.

Ci si rende conto, guardando a ritroso, che avevano ragione i nostri vecchi quando ci insegnavano che le tradizioni, i valori vanno conservati come primo apprendimento della vita: rispettarsi, volersi bene, divertirsi in modo spensierato senza scordarsi di dare il giusto peso alle cose, a cominciare dal sapersi accontentare di ciò che avevamo, pur senza precludere l’animo ai sogni e alle speranze.

Trovo che oggi questo concetto si sia ribaltato e allora diventa più importante apparire che essere.

Questo è – in genere – il prevalente messaggio che riceviamo dai nuovi maestri di vita, prima fra tutti la televisione e la rete, per non parlar del resto.

Un amico di tante fantasticherie e compagno di altrettante innocenti scorribande mi diceva spesso in quelle sere illuminate dai lampioni, ora fermi, ora ondeggianti al soffio della tramontana, in un silenzio oggi irreale, “verrà un giorno che questi muri parleranno, qualcuno dovrà scrivere qualcosa su quello che ha visto questa piazza”.

Di gente ce n’è passata e di tutti i tipi e ho anche saputo che qualcuno non c’è più.

Ma sono certo che ognuno di noi, tra quelli che sono rimasti– sperso nei mille rivoli che per scelta, necessità o destino la vita ti para davanti e più o meno generosamente ti propone – serba un ricordo grato e indulgente verso quegli anni di amicizia e di frequentazione: non tutte le parole dette tra noi  e non tutti i passi calpestati su quel selciato sono stati inutili e perduti.

Ai ricordi comuni contribuisco anch’io, con questa pagina, ed è un omaggio sincero all’adolescenza dei tanti ragazzi cresciuti nelle piazze di paese o di borgata, che forse ingenuamente credevano in un mondo migliore.

I passaggi generazionali conservano pur sempre un loro valore recondito, anche nella cronaca che poi si fa storia o in essa si perde fino a caratterizzare un’epoca, di cui ciascuno ricorda i propri aneddoti.

Ma sono certo che nessuno potrebbe scrivere abbastanza per raccontare davvero tutto quello che quei muri saprebbero narrare, se davvero potessero un giorno parlare.

Correvano gli anni che qualcuno ha definito ‘irripetibili’: rivisitando il passato e confrontandolo con il presente molte cose sono davvero cambiate, sulla scia del progresso, e certamente non tutte in meglio.

Ma ancora oggi, qui e altrove – in piena epoca di globalizzazione e di melting pot sociale, immedesimati 

nella rivoluzione tecnologica che ha radicalmente modificato la nostra vita  – se uno vuol cercare il genius loci, ciò che rimane del tempo andato e gli conferisce una particolare identità, lo può trovare nella piccola o grande piazza del suo paese o della sua borgata, tra ricordi, fantasie e immaginazione.

Carlo Acutis: il ragazzo servo di Dio

Ormai da tempo è nota la notizia che sabato 10 ottobre presso basilica papale di San Francesco avverrà la beatificazione del venerabile Carlo Acutis.

La presiederà il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione per le Cause dei santi.

Ma chi era Carlo Acutis?

Figlio primogenito di Andrea Acutis e Antonia Salzano, Carlo nacque a Londra, dove i genitori si trovavano per motivi di lavoro del padre, il 3 maggio 1991. Trascorse l’infanzia a Milano, circondato dall’affetto dei suoi cari e imparando da subito ad amare il Signore, tanto da essere ammesso alla Prima Comunione ad appena sette anni. Frequentatore assiduo della parrocchia di Santa Maria Segreta a Milano, allievo delle Suore Marcelline alle elementari e alle medie, poi dei padri Gesuiti al liceo, s’impegnò a vivere l’amicizia con Gesù e l’amore filiale alla Vergine Maria, ma fu anche attento ai problemi delle persone che gli stavano accanto, anche usando da esperto, seppur autodidatta, le nuove tecnologie.

La sua fu un’adolescenza normale, dove c’era spazio per gli affetti familiari e l’amicizia, ma c’era anche spazio per aiutare gli ultimi. Tra le sue passioni c’era l’informatica, per la quale mostrava un grande talento, e della quale si serviva per testimoniare la fede attraverso la realizzazione di siti web: per questo motivo viene indicato come possibile futuro patrono di Internet. Ideò e organizzò la mostra sui miracoli eucaristici nel mondo, con la collaborazione dall’Istituto San Clemente I Papa e Martire.

Tale mostra, ospitata nelle parrocchie che ne fanno richiesta e presente anche online, è già stata ospitata in tutti i cinque continenti: solo negli Stati Uniti d’America in quasi 10.000 parrocchie; nel resto del mondo in centinaia di parrocchie e in alcuni tra i santuari mariani più famosi, come ad esempio Fatima, Lourdes e Guadalupe.

Colpito da una forma di leucemia fulminante, la visse come prova da offrire per il Papa e per la Chiesa.

Lasciò questo mondo il 12 ottobre 2006, nell’ospedale San Gerardo di Monza, a quindici anni compiuti. Il 13 maggio 2013 la Santa Sede ha concesso il nulla osta per l’avvio della sua causa di beatificazione, la cui inchiesta diocesana si è svolta a Milano dal 15 febbraio 2013 al 24 novembre 2016.

Il 5 luglio 2018 papa Francesco autorizzò la promulgazione del decreto con cui Carlo veniva dichiarato Venerabile. Intanto, in Italia e all’estero, sono cresciute sempre più la fama e la stima per questo ragazzo che ha cercato la santità in modo straordinario, pur nell’ordinarietà della sua vita.

Il 14 novembre 2019 la Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi espresse parere positivo circa un presunto miracolo, avvenuto nel 2013. Si trattava, come riferisce il sito della Congregazione delle Cause dei Santi, della guarigione di un bambino brasiliano affetto da importanti disturbi all’apparato digerente, con rara anomalia anatomica congenita del pancreas. I genitori del bambino e l’intera comunità parrocchiale cui appartenevano si unirono nella preghiera, chiedendo espressamente l’intercessione di Carlo.

Il 21 febbraio 2020, ricevendo in udienza il cardinal Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la guarigione era ritenuta miracolosa e ottenuta per intercessione di Carlo, aprendo la via alla sua beatificazione.

 

Consumi, crolla del 20% il consumo di gelato nell’estate del Covid

Nonostante l’arrivo del caldo non decolla il consumo di gelati in Italia che fa segnare un calo stimato pari al 20 % soprattutto per il vuoto lasciato dai turisti stranieri in questa estate 2020 segnata dall’emergenza Covid. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’andamento della domanda di gelato artigianale che in periodi normali sviluppa un fatturato annuale di 4,2 miliardi di euro.

A pesare è stato sicuramente il clima pazzo con il maltempo che ha colpito a macchia di leopardo ma soprattutto – sottolinea la Coldiretti – il bilancio turistico nazionale del mese di giugno che fa segnare più di 10 milioni di turisti italiani e stranieri in meno lungo la Penisola con un impatto devastante sull’indotto, dalla ristorazione all’ospitalità fino ai gelati. E per luglio secondo l’analisi Coldiretti/Ixe’ sono 13,5 milioni gli italiani che hanno deciso di andare in vacanza, con un calo del 23% rispetto allo scorso anno al quale si aggiunge il mancato arrivo degli stranieri dai paesi extracomunitari come Usa e Cina per i quali resta in vigore l’isolamento fiduciario e la sorveglianza sanitaria nonostante l’apertura delle frontiere Ue dal primo luglio, mentre sono ancora timidi i segnali per gli arrivi dall’Unione Europea.

La situazione è preoccupante considerato che – spiega la Coldiretti – per la produzione delle 39mila gelaterie presenti in Italia dove sono occupati 74mila lavoratori e vengono utilizzati ben 220 milioni di litri di latte, 64 milioni di chili di zuccheri, 21 milioni di chili di frutta fresca e 29 milioni di chili di altri prodotti durante l’anno con un evidente impatto sulle imprese fornitrici impegnate a garantire ingredienti di qualità con l’Italia detiene la leadership mondiale nella produzione di gelato artigianale sia nel numero di punti vendita che per fatturato.

Il gelato artigianale resta il preferito dagli italiani nei gusti storici anche se – precisa la Coldiretti – cresce la tendenza nei diversi laboratori da nord a sud della penisola ad offrire “specialità della casa” che incontrano le attese dei diverse target di consumatori, tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o vegano.

Il 94% degli italiani – precisa la Coldiretti – mangia abitualmente il gelato artigianale per il gusto e la bontà delle materie prime e la sensazione di refrigerio con quasi 7 consumatori su 10 che preferiscono i coni alle coppette secondo l’ultima indagine Fipe. E negli ultimi anni si è registrato un vero e proprio boom delle agrigelaterie artigianali che garantiscono la provenienza della materia prima dalla stalla alla coppetta con gusti che vanno dal latte di asina a quello di capra fino alla bufala.  Una spinta che ha favorito la creatività nella scelta di ingredienti che valorizzano i primati di varietà e qualità della produzione agroalimentare nazionale, dal gusto di basilico fino al prosecco. Nelle agrigelaterie – continua la Coldiretti – è particolarmente curata la selezione degli ingredienti, dal latte alla frutta, che sono rigorosamente freschi con gusti a “chilometri zero” perché ottenuti da prodotti locali che non devono essere trasportati con mezzi che sprecano energia ed inquinano l’ambiente.

In epoca moderna – conclude la Coldiretti – la storia del gelato risale alla prima metà del XVI secolo nella corte medicea di Firenze con l’introduzione stabile di sorbetti e cremolati nell’ambito di feste e banchetti, anche se fu il successo dell’export’ in Francia a fare da moltiplicatore globale con il debutto ufficiale in terra americana: con l’apertura della prima gelateria a New York nel 1770 grazie all’imprenditore genovese Giovanni Bosio. Da allora – conclude la Coldiretti – la corsa del gelato non si è mai fermata.

Scuola, firmato il decreto: 855 milioni per la manutenzione straordinaria

La Ministra dell’Istruzione ha firmato  il decreto con il quale vengono stanziati 855 milioni per il finanziamento di interventi di manutenzione straordinaria ed efficientamento energetico a favore di Province e Città metropolitane. Il decreto è stato sottoscritto già anche dal Ministro dell’Economia e delle Finanze.

“Si tratta di un importante investimento che interessa le scuole secondarie di secondo grado e che è il punto di arrivo di un grande lavoro di coordinamento che è andato avanti, in questi mesi, tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Istruzione e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con l’Unione delle Province d’Italia (UPI) e l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI)”, spiega la Ministra Lucia Azzolina. “Stiamo lavorando per sbloccare tutte le risorse possibili. Sull’edilizia scolastica molto è stato fatto, ma c’è ancora tanto da fare. Gli investimenti ci sono, bisogna spendere velocemente e realizzare le opere”.

Il decreto andrà ora alla firma del Presidente del Consiglio e, subito dopo, con decreto del Ministro dell’Istruzione, saranno ripartite le risorse tra le Province e le Città metropolitane sulla base della popolazione scolastica, del numero degli edifici scolastici presenti sul territorio. Gli Enti locali dovranno individuare e comunicare gli interventi che vorranno realizzare in via prioritaria. Per accelerare l’attuazione di queste opere, anche alla luce dell’attribuzione dei poteri commissariali a Sindaci e Presidenti di Province e Città metropolitane previsti dal Decreto Scuola, nei prossimi giorni verranno fornite agli Enti locali le indicazioni operative per l’inoltro dei piani di interventi da attuare che verrà effettuato tramite apposito sistema informativo.

Sanità: Unimpresa, da 2007 chiusi 200 ospedali e tagliati 45.000 sanitari

Ben 400 ospedali in meno negli ultimi 20 anni, circa 200 solo dal 2007, con una media di 20 chiusure ogni 12 mesi. I nosocomi privati erano 4 su 10 nel 1998, sono 5 su 10 oggi. Crollati i posti letto: 120.000 in meno tra il 1998 e il 2017 (-39%). Giù anche il personale sanitario con una perdita di 45.783 posti di lavoro negli ultimi 10 anni: il totale di medici, infermieri, amministrativi e tecnici è passato dai 649.248 del 2007 ai 603.375 del 2017 con una riduzione del 7,1%. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa sulla “Sanità italiana negli ultimi 20 anni” secondo il quale i posti letto in terapia intensiva sono aumentati di 698 unità tra il 2007 e il 2017 (+16%). «I dati dimostrano il declino di uno dei capisaldi di protezione sociale del nostro Paese e sul quale è opportuno tornare a investire, sfruttando i 37 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione europea attraverso il Mes. La spesa sanitaria può rappresentare, tra l’altro, anche un importante volano per la ripresa economica. In ogni caso, serve una diversa attenzione alla materia, per corretta programmazione» commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara. «Non si può prestare attenzione alla sanità pubblica solo di fronte a emergenze. Il denaro che possiamo prendere con tassi dello 0,08% va speso in quattro comparti: ospedali e personale sanitario, servizi medici e assistenza territoriale, digitalizzazione, ricerca perché in 10 anni ben 11.000 studiosi sono andati all’estero» aggiunge Ferrara.

Secondo il rapporto del Centro studi di Unimpresa, che ha elaborato dati della Corte dei conti, dal 1998 al 2007 gli ospedali in meno sono 381 (197 dal 1998), con una riduzione di circa 20 nosocomi l’anno: erano 1.381 20 anni fa, 1.197 nel 1998 e 1.000 nel 2017. Tra il 1998 e il 2017 la contrazione è pari al 27,6%; tra il 2007 e il 2017 è pari al 16,5%. Nell’ambito del Sistema sanitario nazionale, si registra una variazione nella distribuzione tra ospedali pubblici e privati, con questi ultimi che sono progressivamente cresciuti anche se restano la quota minoritaria: gli ospedali pubblici erano il 61,3% nel 1998, il 55% nel 2007 e il 51,8% nel 2017; quelli privati erano il 38,7% nel 1998, il 45% nel 2007 e il 48,2% nel 2017. Le strutture private erano 4 su 10 nel 1998, oggi sono 5 su 10, di fatto la metà. In forte diminuzione anche i posti letto: erano complessivamente 311.000 nel 1998 (5,8 per abitante), sono calati a 225.000 nel 2007 (4,3 per abitante) e ancora a 191.000 nel 2017 (3,6 per abitante). La diminuzione è stata di 120.000 posti letto (-38,8%) dal 1998 al 2017 e di 34.000 posti letto (-15,1%) dal 2007 al 2017. Sono invece cresciute le terapie intensive: negli ultimi 10 anni sono passate da 4.392 a 5.090 in crescita di 698 unità (+15,9%). La riduzione dei posti letto non è stata accompagnata da un calo della spesa sanitaria che già tra il 2003 e il 2005 è salita da 82,3 miliardi a 96,5 miliardi.

La contrazione ha riguardato anche il personale: i posti d lavoro in meno negli ultimi 10 anni sono pari a 45.873 (-7,1%), erano 649.248 nel 2007, sono scesi a 603.375 nel 2007. La distribuzione del personale è la seguente (71,5% medici e infermieri, 17,6% tecnici e 10,7% amministrativi). Nel dettaglio, tra il 2007 e il 2017 i medici sono passati da 264.177 a 253.430 (meno 5.700) gli infermieri da 264.177 a 253.430 (meno 10.737) , i medici famiglia da 46.961 a 43.731 (meno 3.230), le guardie mediche da 13.109 a 11.688 (meno 1.421) i pediatri da 7.657 a 7.590 (meno 67).

Addio, immenso Ennio Morricone

Resterà nei nostri cuori la sua immagine di persona discreta e riservata, mai un eccesso di ostentazione di visibilità, mai una parola di troppo, un vero gentiluomo dai nobili sentimenti.

Indimenticabili le colonne sonore di molti film ai quali – oltre la trama – ha dato un’anima inscindibile dalle immagini: nel ricordo di chi ha visto e ascoltato restano un tutt’uno irripetibile.

Vincitore di due Oscar, di tre Grammy Awards, quattro Golden Globes, sei BAFTA, dieci David di Donatello, undici Nastri d’argento, due European Film Awards, un Leone d’Oro alla carriera e un Polar Music Prize. Ha venduto inoltre più di 70 milioni di dischi. 

Ha orchestrato più di 500 film, ricevuto una serie infinita di premi e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.

Lui e Sergio Leone (erano stati compagni di scuola) hanno costituito una coppia straordinaria, specie per gli western all’italiana: indimenticabili: Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il bello, il brutto, il cattivo, C’era una volta il West, Giù la testa, fino al capolavoro assoluto per entrambi, quel “C’era una volta in America”, che per sceneggiatura, trama e musiche resta uno dei più importanti e visti film di tutti i tempi.

Direttore d’orchestra resta forse il più grande compositore di colonne sonore di film di sempre.

Il 26 febbraio 2016 gli è stata attribuita la stella numero 2574 nella celebre Hollywood Walk of Fame. Il 27 dicembre 2017 ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, il secondo grado in ordine d’importanza. 

Vogliamo ricordare alcune delle colonne sonore che hanno dato un’impronta indelebile a film d’autore, creando connubi vincenti, esaltanti, commoventi: la sua musica non accompagnava la trama, le dava un volto, un’anima, un cuore, la interpretava fino a renderla unica oltre il suo intrinseco valore scenografico e cinematografico. 

Dopo quello con Sergio Leone altrettanto importante è stato il sodalizio con Giuseppe Tornatore.

L’elenco è infinito e ciascuno vi attinge la musica che ha accompagnato stati d’animo e sensazioni indimenticabili, poiché hanno fatto intimamente parta della nostra vita.

Oltre alla citata serie degli western e al capolavoro assoluto “C’era una volta in America”, non possiamo dimenticare “La classe operaia va in paradiso”, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “Bianco, Rosso e Verdone”. “Nuovo cinema Paradiso”, “La piovra”, “Frantic”, Gli indifferenti”, “Stanno tutti bene”, “Gli intoccabili”, “Una pura formalità”, “Sostiene Pereira”, “La leggenda del pianista sull’oceano”, “Malena”, “Baaria”; La migliore offerta”, “La sconosciuta”.

Dobbiamo solo scusarci per non citarli tutti.

Siamo cresciuti con lui, la sua musica ha accompagnato i momenti importanti della nostra vita, non era solo un grande direttore d’orchestra ma un musicista e compositore sopraffino, ha dato voce ai nostri sentimenti fino alle lacrime, ha saputo entrare in ogni cuore e sostarvi con infinita dolcezza.

Ora che ci ha lasciati, a 91 anni, dopo una carriera irripetibile, da standing ovation, la sua musica, avvincente, commovente, dolce, appassionata, intensa, meravigliosa resta dentro di noi come parte dell’ identità di ciascuno di noi, un rifugio sicuro per la nostra intimità dove –rievocandola alla mente e al cuore – avremo ancora tante volte l’occasione di ricordarlo e ritrovarlo  come uno straordinari e discreto compagno di viaggio di cui forse solo adesso che se ne è andato, comprendiamo l’incommensurabile grandezza e l’incolmabile assenza.

Ma il dono della musica che ci ha lasciato resta una fonte di ispirazione e di conforto per tutti, in ogni alterna vicenda dell’esistenza. E questa è pur sempre una impagabile consolazione alla fatica di vivere.

Identità e progetto politico. Evviva il proporzionale con soglia alta

Prendo spunto dalla nota di Guido Bodrato di questi giorni.
Perché – si è chiesto – un soggetto politico che teme la soglia del 5 per cento in un eventuale nuovo sistema proporzionale preferisce un sistema di tipo maggioritario?
Guido Bodrato si è risposto: perché vuole negoziare il suo piccolo consenso al massimo delle potenzialità, nell’ipotesi che possa magari essere determinate.

Ha colto uno dei punti essenziali di difficoltà e di stallo nella strategia di ricostruzione della rappresentanza dopo la crisi della cosiddetta Seconda Repubblica.
Essa infatti non ha prodotto forme nuove di partiti plurali, capaci di coltivare e valorizzare le diverse culture politiche, autonome nella loro esistenza politica organizzata, ma “federate” nel perseguimento di una comune proposta di Governo.
E neppure – almeno nel campo del centro sinistra – ha saputo far crescere l’esperienza delle coalizioni.

Difficile infatti che essa potesse convivere con l’idea di un Partito a vocazione maggioritaria, convinto di rappresentare tutte le identità del proprio “campo”, salvo formazioni satelliti o “liste aggregate” a immagine e somiglianza dei leader locali o nazionali di volta in volta proposti.
Le cose potevano andare diversamente?

Certo che si. Se l’Ulivo avesse continuato nella sua impostazione originaria pensata, mi risulta, da Beniamino Andreatta (qualcosa di più di una semplice coalizione elettorale ma qualcosa di meno di un partito unico) e se non fosse prevalsa la scelta della “reductio ad unum” con la nascita del PD e con la conseguente fine della Margherita, che – sempre Andreatta – ipotizzava invece dovesse evolvere verso una sorta di CDU italiana.
Ma ragionare con il senno di poi non ha molto senso, compreso per chi, come il sottoscritto, queste cose le ha sempre pensate, dette e testimoniate anche quando sembrava che il vento andasse inesorabile in altra direzione.
Torno a quanto scritto dal saggio Bodrato.

Grave temere oggi una legge proporzionale con lo sbarramento alto.
È l’unico modo per ricostruire un legame tra cittadini ed elettori (magari con il superamento delle liste bloccate che hanno portato in Parlamento non certo le migliori competenze) e per dare forza ad un quadro di rappresentanza politica potenzialmente alternativo alla suggestione nazionalista, demagogica e di destra.

Ed è anche l’unico modo per far sì che le tante formazioni nazionali e locali che si contendono oggi, con risultati non lusinghieri almeno sul piano quantitativo, lo spazio elettorale e politico popolare e liberal-democratico (parlo di quelle che mantengono il “confine a destra” di degasperiana memoria, delle altre non mi interessa)) siano indotte a ritrovarsi assieme in una proposta innovativa, unitaria, capace di evocare una idea di futuro per il Paese, oltre i limiti del tatticismo e della aspirazione ai “partitini personali”.
Ciò chiama in causa anche noi popolari di ispirazione cattolico democratica, da anni ormai alla ricerca di una nuova cifra di presenza politica.
Noi dobbiamo definire il nostro “ubi consistam” identitario, sulla base del Manifesto Zamagni.

Dobbiamo impostare una “costituente popolare” a breve, come mi pare che sia negli obiettivi dichiarati di Politica Insieme e di altri. Nella chiarezza politica e al riparo da tentazioni nostalgiche e di fatto orientate ad un “centro” permeabile dalle istanze della destra.
Ma dovremmo lavorare nel contempo a costruire una “area politico-elettorale” più ampia rispetto a noi, che possa dare voce e rappresentanza ai tanti cittadini che non vogliono cedere alla destra (vedendone i pericoli sul piano europeo e su quello dei valori civili e comunitari); non credono ad una semplice alleanza fatta dal PD e da suoi eventuali “satelliti”; non pensano che sulla cultura grillina, pur portatrice di stimoli anche interessanti, possa innestarsi una prospettiva di governo del Paese.

Serve dunque voglia di “esserci” come soggetto autonomo ed organizzato (perché senza identità la politica non esiste) ma anche voglia di “condividere” e di costruire assieme ad altri uno spazio politico-elettorale.

I valori antichi di democrazia comunitaria, di europeismo adulto, di lotta alle disuguaglianze, di autonomia della società e dei territori, di rispetto delle Istituzioni e della loro efficienza, di scommessa sull’intrapresa privata e cooperativa, assieme a quelli più nuovi di difesa del creato e di “umanizzazione” delle tecnologie digitali sono la base di una possibile “piattaforma neo-popolare” potenzialmente in grado di dare un contributo importante alla rappresentanza politica, anche oltre il perimetro della nostra pur essenziale cifra identitaria.

Del resto – mi viene in mente leggendo l’ultimo tweet di Lucio D’ubaldo sulla situazione politica americana – noi in Italia abbiamo molti piccoli Trump, alcuni Sanders, qualche (improbabile) aspirante Degasperi, ma non abbiamo un Joe Biden. Ci tocca trovarlo (lavorando dal basso).

Effetti collaterali

Non so se nei nostri comportamenti sociali, nel nostro dire e nel nostro fare in rapporto al prossimo, valga di più la motivazione o l’esempio, se si agisca più consapevolmente di propria iniziativa o se contino di più i condizionamenti diretti o indiretti che riceviamo dall’agire altrui.

Penso che l’avvento della tecnologia e la sua contestualizzazione nella nostra quotidianità abbiano favorito l’omologazione e la standardizzazione dei modi di essere della gente, ormai tutto ciò che passa attraverso i canali dei mezzi di comunicazione e di informazione viene metabolizzato molto in fretta, entra nelle nostre case, incide sulle nostre abitudini, cambia i nostri stili di vita e modifica profondamente il nostro modo di essere.

Per questo, pur godendo di una serie di tutele formali un tempo impensabili semplicemente perché non necessarie, finiamo per essere meno indipendenti e meno capaci di compiere scelte autonome, trovo infatti che i condizionamenti esterni costituiscano ormai una rete, una sorta di involucro che ci avvolge e ci costringe, lasciandoci solo l’apparente illusione della libertà.

E’ evidente allora che in un mondo dove prevalgono le logiche computazionali, cioè i criteri di efficienza, di efficacia e di interesse – che a loro volta producono modelli sociali pedagogicamente devastanti come il valore dell’apparenza, il criterio della convenienza, la realizzazione del massimo di sé a scapito del prossimo, il possesso del mondo fino alla sua usura e il suo inesausto consumo affinchè si possa sopravvivergli – parlare di ideali e di valori significa disquisire astrattamente di cose di cui non si ha riscontro, a meno che non ci si impegni in un lavoro di ricerca storica, non ci si eserciti nel ‘ricordare’ ciò che lentamente è rimasto sepolto dalle abitudini in una labile memoria collettiva.

Però il nesso esempio-motivazione rimane e conta, eccome.

Pensiamo al significato etico delle Istituzioni che sono espressione e sintesi di un lungo processo di sedimentazione di valori: lo Stato rappresenta l’interesse generale, i suoi apparati sono articolati in modo da tutelare l’esercizio del diritto e il rispetto del dovere, la differenziazione delle competenze e delle funzioni in modo che il cittadino trovi risposta ai suoi bisogni e il potere si eserciti nei limiti e nelle forme delle specifiche responsabilità.

Non è sempre stato così, ci furono epoche lunghe e buie di incertezze e di sopraffazioni, di prevaricazioni e di soccombenze.

Ora io non credo che Montesquieu si sia svegliato una mattina dicendo: “ecco l’uovo!”… “la soluzione sta nella tripartizione dei poteri, quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario”.

Fatto sta che da quell’intuizione in poi ha preso forma e sembianza l’apparato dello Stato moderno, che in genere ha funzionato sui concetti di ‘competenza’ e di ‘limite’: ciascuno sa ciò che deve fare e fin dove può arrivare.

Questo concetto vale se l’insieme di questo marchingegno che prende il nome di politica viene inteso come un ‘servizio’ che consente l’ottimizzazione dei risultati.

Mi pare che l’esempio oggi sia un tantino diverso: l’epopea confusa e incolore dei nostri tempi consiste nella logica voluta e consapevole dello sconfinamento e della prevaricazione, fino alla lotta tra i poteri dello Stato.

Quando questo si è verificato nella Storia ha costituito il preambolo di un rimescolamento di carte che ha generato confusione, veleni, sotterfugi, sopraffazioni,  sovvertimenti di un ordine costituito, fino al ribaltamento estremo: la dittatura.

Ci sono state situazioni e luoghi dove ciò è accaduto con un colpo di mano, dall’oggi al domani, e altre in cui c’è stato un lento sgretolamento di credibilità delle istituzioni, la lotta tra i poteri forti sostenuta del pessimo esempio dei governanti.

Al cittadino resta l’effimera fruizione di tutele puramente formali: cito tra tutte le conclamate virtù della trasparenza e della privacy che hanno finito col paralizzare le stesse relazioni sociali, ribaltando l’originaria ispirazione semplificativa e generando una conflittualità come sistema, da cui non si vede come si possa uscirne.

Questa è davvero la società del tutti contro tutti, senza centro e senza periferia, priva di certezze sui diritti e sui doveri.

La società dell’acrimonia, dell’invidia, dell’odio e del rancore.

Quando la politica deborda, la legge è incerta e precaria perché assoggettata alle cure dei pochi e non alla tutela dei molti, quando viene cambiata e adattata strada facendo per renderla malleabile ai propri interessi e tornaconti, saltano le regole che dovrebbero ispirare – a cascata – la stessa organizzazione sociale, nelle sue declinazioni più vicine alla quotidianità della gente, ai suoi spiccioli comportamenti.

Quando i rappresentanti del popolo finiscono per essere autoreferenziali e lontani dai problemi reali del Paese, quando litigano come bambini capricciosi ed offrono un pessimo esempio di condotta morale non si può immaginare che il loro esprimersi generi stimoli virtuosi all’agire collettivo.

Essendo il prodotto elettivo della collettività ne consegue che la società non è migliore dei suoi rappresentanti.

Globalizzazione e parcellizzazione sono l’ossimoro di un esponenziale e pervasivo processo degenerativo che nasconde certezze e punti di riferimento.

Il trionfo del relativo e del possibile, la sostituzione delle idee con la opinioni sono la matrice di un’etica flessibile che estirpa le radici e rende incerto e confuso il presente.

Quando lo stesso potere giudiziario– che dovrebbe essere garante della certezza del diritto- viene ad esser parte della deriva di intorbidimento prodotta da veleni, da sospetti, da collusioni di potere non solo declina l’idea di una giustizia super partes ma si trasmette un messaggio pedagogicamente negativo all’intero corpo sociale, generando uno spaesamento senza confini.

Max Weber aveva fondato sullo spirito etico e sulla rettitudine i tratti connotativi delle figure dello scienziato e del politico, di chi svolge un lavoro intellettuale per professione. Ma…..“tempora mutantur et nos mutamur in illis”….. se lui resta un gigante nella storia del pensiero, ci vorrà più tardi Zygmunt Bauman a riportarci alla realtà in divenire.: «Forse la parola democrazia non sarà abbandonata, ma sarà messa in questione la classica tripartizione di potere tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario». Addio, dunque Montesquieu: porte spalancate a possibili forme dittatoriali. Anche perché, «perfino la speranza è stata privatizzata».

Se saltano le regole può accadere tutto e il contrario di tutto: in un grigiore incerto e senza fine non si intravvedono gli sprazzi di luce dei fulgidi esempi.

Regge solo il rituale stanco di una gigantesca finzione collettiva, dove tutto è ammesso e giustificato perché si ha la percezione di poter fare esattamente quello che si vuole.

Fin qui l’effetto collaterale del buono e del cattivo esempio.

E la motivazione? In una società defedata non se ne immagina nemmeno l’ombra.

“Guardatevi dalla collera dei miti” diceva Platone.

In questo guazzabuglio di sentimenti confusi e contraddetti, di etica accomodata e contestualizzata al relativo, dove chi cerca la bontà è deriso come debole e soccombente, alzi la mano chi, onestamente, pensa di essere ancora mite di cuore.

Enit: sono 4 su 10 le camere delle strutture ricettive prenotate online

L’Italia reagisce: ad oggi sono 4 su 10 le camere delle strutture ricettive prenotate online – dai turisti italiani e stranieri – che risultano ancora prenotabili nel 62 per cento dei casi. Venezia un po’ più in affanno con il 68% di camere ancora disponibili mentre Rimini si sta riprendendo con la metà delle notti già prenotate. Resistono le grandi città d’arte con una quota di mancate prenotazioni del 26% a Firenze, 38% a Roma, 39% a Milano, 47% a Napoli.

Ma le nostre città d’arte sono ancora penalizzate dalla forte dipendenza con il turismo internazionale che – in una proiezione annuale sul 2020 – vede Firenze a -63,9% di arrivi internazionali, Napoli a -61,5%, Venezia a -60,7%, Roma a -60,5% – comparabili con quelli di Nizza-Cannes (-61,8%), Barcellona (-59,2%) e Parigi (-57,9%). Il settore si affida al turismo domestico.

Dall’indagine telefonica effettuata ad hoc da Enit su un campione di quasi 4mila individui italiani, sono soprattutto gli uomini i vacanzieri italiani di quest’anno (56% dei casi), che hanno tra i 36 ed i 55 anni (40%). In vacanza andranno soprattutto i diplomati (45%), mentre solo il 23% dei laureati si concederà un meritato riposo. E’ l’estate delle famiglie. Più della metà organizzerà viaggi familiari (54%) e solo il 38% in coppia. Il 23,7% dei pensionati non rinuncia alle ferie, seguiti da impiegati (23,6%), operai (15%) mentre solo il 5,4% è dirigente ed il 4,2% libero professionista. Segnali di positività grazie a quel 69% di italiani che percepisce un miglioramento della situazione.

Con l’apertura delle frontiere da parte dei Paesi europei – tra cui Francia, Paesi Bassi, Germania e Spagna – stanno aumentando i voli delle principali compagnie aeree europee: Ryanair (+ 46%), Easyjet (+ 22%), Klm (+ 12%) con una crescita settimanale positiva delle prenotazioni nel mondo (+ 23%) e si assiste a una ripresa regionale del turismo. Gli arrivi esteri non sono ancora stabili. Nel monitoraggio settimanale dell’Italia da parte di Enit, alla tredicesima settimana di osservazione sull’andamento degli arrivi aeroportuali nel 2020, le perdite indicano dal 1° gennaio al 15 giugno, un dato complessivo del -77,3% rispetto allo stesso periodo del 2019, con una tendenza discendente costante nella diminuzione della domanda internazionale.

Dall’estero alcune novità alla luce delle riaperture, dell’allentamento delle misure e delle facilitazioni per l’ottenimento dei visti in Italia: si nota nel calo delle prenotazioni estive per l’Italia una leggerissima ripresa complessiva (da -89,4% a -85,4%).

Il 48% degli inglesi ha prenotato per i prossimi 30 giorni mentre il 2% manifesta l’intenzione di viaggiare tra 6 mesi. Stop alle disdette dalla Francia per l’Italia che si stabilizza sul -70,7%. Le diminuzioni più evidenti sono da Cina (-85,9%) e Usa (-84,1%).
L’Italia è indiscutibilmente desiderata.

Dal 18 marzo al 28 giugno, si contano un totale di 837,2 mila mention – di cui 68,3 mila comparse sul web e 768,9 mila dai social – che hanno prodotto 227,1 milioni di interazioni per un valore totale di investimento (ave) pari a 661,8 milioni di euro. per la settimana di rilevazione 22-28 giugno si rilevano ulteriori 13,1 mila menzioni – di cui 4 mila 300 comparse sul web e 8 mila 800 dai social – che hanno prodotto 7,8 milioni di interazioni – più 93% rispetto ai dati della settimana precedente – per un valore totale di investimento (ave) pari a 38,3 milioni di euro.

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani contro il tragico fenomeno delle spose bambine

Il tragico fenomeno delle spose bambine che non solo persiste, ma che potrebbe diventare legge in Turchia.
Pochi mesi fa, infatti, tra le varie riforme presentate al Parlamento turco è stata proposta, come già precedentemente nel 2006, la normativa Matrimonio riparatore che concede a chi è accusato di stupro la possibilità di far cadere le denunce sposando la propria vittima. È stato inoltre precisato che la differenza di età tra colpevole e vittima non deve superare i 10 anni, anche se la persona violata non ha raggiunto la maggiore età. Ora se si tiene presente che tra le regole islamiche sulla pubertà e le nozze il matrimonio tra un adulto e un adolescente (da 9 a 12 anni) non solo è ammesso, ma è considerato lecito, ne consegue che diventa davvero complesso per l’Unione europea conciliare la richiesta della Turchia di entrare a far parte dell’ONU con questo fenomeno che lede i diritti dei bambini.

È evidente che la notizia giunta dal parlamento turco ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale, e ciò è comprensibilissimo perché se passasse la legge in questione, si correrebbe il rischio di far aumentare il numero delle violenze che si tramuterebbero, di conseguenza e con consenso della LEX, in matrimonio riparatore. Ma nessuno, all’interno del Parlamento, ricordava che da tempo la Turchia vuole entrare nell’Unione europea?

Erano davvero tutti d’accordo? Ovviamente no! Le voci di dissenso sono arrivate puntuali e numerose proprio durante la seduta. Ma non sono state prese in considerazione, nonostante le accese manifestazioni di protesta e il presumibile eco mediatico che una tale proposta di legge avrebbe generato. E così tale disegno di legge che calpesta i diritti delle vittime e dell’infanzia è andato avanti noncurante del fragore generato. C’è un’altra cosa che inoltre spaventa e preoccupa a livello planetario. Se questa legge passasse, anche lo stupratore di una bambina ne potrebbe usufruire e potrebbe trasformare il suo reato in matrimonio riparatore.

La natura del problema è ovviamente legata ad una radicata cultura maschilista che crede nel riparo al torto subito, che crede di potere preservare l’onore di una famiglia. In Italia quest’ultimo, che affondava le radici nel codice Rocco del ventennio fascista, fu abolito solo nel 1981. Abbassiamo gli tutti gli occhi ogni volta che ce ne ricordiamo, perché poco meno di quarant’anni fa la legge nel Nostro Paese permetteva di mutare una violenza sessuale in matrimonio per restituire onore e onorabilità alla vittima e alla sua famiglia. La legge 530 lo spiegava in modo chiaro: “Il matrimonio che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato”, quindi, bastavano poche parole di legge per far diventare innocente un colpevole.

Negli ultimi anni la situazione è molto cambiata perché i matrimoni precoci risultano essere in contrasto con i principi della Convenzione sui diritti del fanciullo redatta a New York nel 1989.
Nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile e l’uguaglianza di genere le Nazioni Unite hanno adottato l’eliminazione del matrimonio riparatore e soprattutto di quello infantile diffusissimo in tanti Paesi votati alla Shari’a, nell’Asia meridionale e nell’Africa subsahariana.

Il matrimonio precoce è una delle più grandi violazioni dei Diritti Umani perché tocca l’Infanzia e coinvolge oltre 700 milioni di spose bambine in tutto il mondo. A tal proposito l’Unicef sta lavorando nei Paesi coinvolti per migliorare le leggi, le politiche e i servizi sociali. I risultati finora ottenuti sono incoraggianti, ma ancora lontani dal pieno traguardo.
Bisogna quindi continuare su questa strada e promuovere, nei Paesi in cui il fenomeno è radicato, una scuola che lavori incessantemente sulle tematiche della parità di genere e che permetta alle bambine di svincolarsi dai barbari retaggi del passato che non permettono la piena realizzazione dell’esistenza.

Tuteliamo la loro esistenza. Difendiamo le spose bambine con la forza del diritto.

Stop allo studio su idrossiclorochina e il lopinavir/ritonavir

L’Organizzazione mondiale della sanità fa sapere di aver accettato la raccomandazione del Comitato direttivo internazionale del trial Solidarity che chiedeva di interrompere questi due rami della sperimentazione, che punta a trovare un trattamento efficace per i pazienti ricoverati in ospedale.

Il Comitato direttivo internazionale ha formulato la raccomandazione alla luce dei risultati provvisori dello studio Solidarity su idrossiclorochina contro terapia standard e su lopinavir/ritonavir contro la terapia standard, e da una revisione dei dati di tutti gli studi presentati a il vertice dell’Oms dell’1-2 luglio sulla ricerca e l’innovazione contro Covid-19. Questi risultati provvisori “mostrano che l’idrossiclorochina e il lopinavir/ritonavir producono una riduzione minima o nulla nella mortalità dei pazienti ricoverati rispetto agli standard di cura. I ricercatori del trial interromperanno la sperimentazione “con effetto immediato”.

Per ciascuno dei farmaci bloccati “i risultati provvisori non forniscono prove concrete” di benefici ma nemmeno di aumento della mortalità. Vi sono, tuttavia, “alcuni segnali di sicurezza nei risultati dello studio aggiuntivo Discovery, parte dello studio Solidarity. Questi saranno anche riportati nella pubblicazione peer-reviewed”, fa sapere l’Oms. Questa decisione si applica solo alla sperimentazione Solidarity su pazienti ricoverati “e non influisce sulla possibile valutazione in altri studi dell’idrossiclorochina o di lopinavir/ritonavir in pazienti non ricoverati o come profilassi pre o post esposizione a Covid-19”, conclude l’Oms. I risultati provvisori di Solidarity sono pronti per la pubblicazione peer-reviewed.

Sul Mes si gioca la credibilità dell’Italia

C’è un nodo molto importante da sciogliere da parte del governo, che sta lì come il convitato di pietra del ‘Don Giovanni’. Infatti il fantasma è lì, non si vede, ma tutti sanno della sua presenza. Si tratta del Mes e dei soldi europei per il recovery fund, messi a disposizione dalla UE a interessi, insignificanti per riorganizzare la sanità e renderla più capace di fronteggiare la pandemia ed ogni altra emergenza sanitaria possa insorgere nel futuro.

Il M5S è restio a discuterne, quando non ferocemente contrario, anche se in questi mesi abbiamo drammaticamente costatato che il nostro sistema sanitario è largamente insufficiente a fronteggiare emergenze importanti, ed ha bisogno di grandi quantitativi di denaro per riorganizzarsi. I grillini, infatti, sono suggestionati dalla idea che all’interno delle clausole della concessione di prestiti Mes, vi siano delle norme capestro pronte a strangolare in un commissariamento chi vi fa ricorso: un’esca pronta ad intrappolare chi per bisogno fa richiesta di fondi. Va sottolineato che il mistero su questo nodo si è infittito ancor più dopo la decisione presa a Bruxelles, e dopo le vittoriose pressioni di Italia Francia e Spagna tese a sfoltire, fino a nullificare, le norme di garanzia per il ricorso alle linee Mes di prestito, ma alla sola condizione che l’impiego dei denari fossero esclusivamente destinate a piani di investimento per la sanità.

Ma quello che non è comprensibile, è la paura di innescare processi di ‘commissariamento’ per incapacità remotissima di restituzione di soldi all’Europa, quando invece, gli stessi che paventano tali rischi, non mostrano alcuna preoccupazione a spendere e spandere a debito, attraverso l’inevitabile attivazione di acquisti di risorse dalla finanza internazionale, in presenza di un rapporto debito Pil che raggiunge il 160%.

Dunque, se fossero davvero preoccupati, questa possibile evenienza, sì che è molto pericolosa, perché può portare al default dell’Italia per incapacità di fare fronte agli obblighi di restituzione dei prestiti, ed alla attivazione di crescenti quantitativi di credito per arginare il costo dell’abnorme e scriteriata politica di spesa pubblica improduttiva. Peraltro rifiutare il Mes, come taluni sostengono, non solo ci fa spendere molti miliardi di Euro in più ricorrendo a finanziatori privati, ma aumenterebbe enormemente i sospetti sulla nostra affidabilità rispetto alla Commissione Europea, proprio in un momento decisivo per lo sviluppo della Unione come entità politica. Ultimamente i leaders europei, Frau Angela Merkel in testa, si sono convinti di controbattere alle palesi azioni ostili dei paesi più potenti del mondo, con la edificazione rapida degli Stati Uniti d’Europa.

È proprio in questi frangenti che si noterà in Italia chi possiede lungimiranza, chi ama cultura e tradizioni europee, chi ha la libertà di perseguire la unica e sola possibilità di sovranismo dei nostri popoli, utile per difendersi dalla invadenza della finanza e dalle potenze mondiali più grandi. Si può dire che il Mes è la cartina di tornasole della affidabilità italica, ma anche della sopravvivenza del governo attuale. Infatti difficilmente l’attuale maggioranza potrà reggere con il simbolico diniego al ricorso ai fondi del Mes. Dunque chi con il Mes vuol ferire, di Mes perisce.

Il Mes: si decida

La ragionevolezza deve sempre guidare chi ha competenze pubbliche. Soprattutto se la realtà sta subendo una condizione triste e difficile. Le ideologie hanno altri momenti in cui manifestarsi. Possono funzionare davanti a un mondo sorridente, non certo di fronte a un tragico inginocchiamento economico.

Questa premessa per dire che, indipendentemente da dove ci si collochi, non è pensabile lasciare fuori porta una possibilità senza precedenti. Trentasette miliardi di euro, non possono essere lasciati ai margini e ancor peggio, respinti. Fossi in Parlamento, sedessi in qualsiasi angolo nell’emiciclo, non avrei dubbi: voterei a favore di questo provvedimento.

Da quanto so, non ha nulla più a che fare con il capestro del 2014, è stato sostanzialmente modificato e quindi, non c’è alcun pericolo di vivere la tremenda pagina vissuta dalla Grecia. Sarebbe una quantità di denaro, a tasso bassissimo, da restituire nell’arco di trent’anni.

L’ammontare di questa cifra consentirebbe soprattutto al Ministero della Salute una miracolosa boccata d’ossigeno. Tutto ciò libererebbe una quantità significativa di risorse, risorse impiegate oggi nello stesso ambito, per rafforzare i tratti dell’economia in grave difficoltà.

Eppure, nonostante tutto questo, ci sono quelli che non solo storcono il naso, ma sembrano votati a respingere la possibilità. Pazienza che siedano nei banchi dell’opposizione, giocano una partita totalmente rinviabile al classico teatro o al classico teatrino politico; fa invece specie, chi occupa i posti di comando. In primis Giuseppe Conte, il quale tergiversa ingiustificatamente in modo del tutto ingiustificatamente e la componente dei 5Stelle. Qui, Conte mostra la sua, intrinseca debolezza. Più che in altri momenti, su questo tema svela una inconsistenza politica che non gli fa onore.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri deve avere sempre dalla sua la forza di chi dirige le danze. Mentre oggi, da quanto leggo, sembra più un damerino che si muove secondo i passi di danza definiti dal partito di maggioranza relativa del suo Governo.

Avesse uno scatto d’orgoglio, potrebbe estendere la sua influenza nel Paese a caratteri magistrali.

Verso la metà del prossimo mese dovranno però, giungere alla conclusione. Non si tratta di quisquilie, né di espressioni ideali, ma di decisioni fondamentali per il nostro prossimo tormentatissimo autunno economico.

Ai nuovi poveri serve 1 mld di cibo Made in Italy

Acquistare un miliardo di euro di cibo 100% Made in Italy da destinare alle famiglie povere per far fronte a quella che è diventata una vera e propria emergenza sociale senza precedenti e, allo stesso tempo sostenere il lavoro e l’economia del sistema agroalimentare tricolore duramente colpito dalle difficoltà delle esportazioni e della ristorazione. E’ quanto afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel commentare l’allarme lanciato dalla Caritas sul drammatico aumento delle famiglie in difficoltà.

La pandemia coronavirus negli ultimi mesi – sottolinea la Coldiretti – ha fatto salire il numero di famiglie che hanno bisogno di aiuto anche per mangiare per effetto della crisi economica e sociale provocata dall’emergenza sanitaria e dalla conseguente perdita di opportunità di lavoro. Da qui la proposta della Coldiretti di aumentare ad un miliardo di euro la dotazione dei fondi per l’acquisto del cibo destinato agli indigenti, scegliendo solo prodotti agroalimentari 100% Made in Italy.

Si tratta di un impegno necessario – sostiene la Coldiretti – per accompagnare lo slancio di solidarietà che sta coinvolgendo tanti italiani. Un milione di chili in frutta, verdura, formaggi, salumi, pasta, conserve di pomodoro, farina, vino e olio 100% italiani, di alta qualità e a chilometri zero – ricorda la Coldiretti – sono stati donati dall’l’inizio della pandemia dagli agricoltori di Campagna Amica ai piu’ bisognosi nell’ambito dell’iniziativa la “spesa sospesa” operativa lungo tutta la Penisola. L’iniziativa la spesa sospesa di Campagna Amica si ispira al modello dell’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente successivo che non se lo può permettere.

Mise: Intelligenza Artificiale, online la Strategia

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato oggi il documento definitivo con le proposte per la “Strategia italiana per l’Intelligenza Artificiale”. Si completa così il lavoro del gruppo di esperti selezionati dal MiSE che hanno recepito le osservazioni pervenute a seguito della consultazione pubblica dello scorso anno.

Lo sviluppo delle tecnologie emergenti è uno dei punti al centro dell’azione portata avanti dal Ministro Patuanelli per favorire l’innovazione e la competitività delle imprese, che pone l’Italia all’avanguardia nella trasformazione digitale dei processi produttivi, garantendo anche la tutela occupazionale, sociale e ambientale.

“La pubblicazione di questo ambizioso piano strategico, tra i più completi al mondo per visione, suggerisce un uso inedito e responsabile dell’Intelligenza Artificiale indicando la via per un salto verso nuovi livelli di efficienza e sostenibilità per le imprese”, dichiara il Sottosegretario Mirella Liuzzi“L’obiettivo – aggiunge – “è quello di raccogliere i benefici che l’AI può apportare al Paese, con un approccio che integri tecnologia e sviluppo sostenibile e metta sempre al centro l’individuo e il suo contesto”.

“L’intelligenza artificiale è una delle grandi sfide per il nostro sistema produttivo. Passa anche da qui la competitività di domani”, dichiara il Sottosegretario Gian Paolo Manzella“Grazie a questo documento il Governo ha idee e proposte per mettere l’Italia sulla strada giusta in questa trasformazione. Per questo voglio ringraziare gli esperti che hanno lavorato al documento, che sta già avendo riconoscimenti importanti per la sua qualità. Una ottima base per definire nei prossimi mesi una policy all’avanguardia”.

La strategia è strutturata in tre parti: la prima è dedicata all’analisi del mercato globale, europeo e nazionale dell’Intelligenza Artificiale. La seconda parte descrive gli elementi fondamentali della strategia, mentre la terza approfondisce la governance proposta per l’AI italiana e propone alcune raccomandazioni per l’implementazione, il monitoraggio e la comunicazione della strategia nazionale in tema di intelligenza artificiale, una visione – quella proposta – con una chiara impronta antropocentrica e orientata verso lo sviluppo sostenibile.

Il documento sarà alla base della definizione della strategia italiana nell’ambito del Piano Coordinato europeo. Prossimamente sarà inoltre organizzato un webinar di presentazione del lavoro con la partecipazione dei Sottosegretari Liuzzi, Manzella e degli esperti.

In ogni goccia c’è una storia. La nostra

Le cifre 2019

  • i donatori di sangue sono stati 1.683.470, stabili rispetto al 2018
  • i nuovi donatori sono poco più di 362mila, in calo del 2,3%
  • il 92% del totale è rappresentato da donatori iscritti alle associazioni di volontari
  • le donne sono 538.386 (il 32%).
  • I donatori tra i 18 e i 25 anni sono 213.422 (+1,6%) un aumento che inverte una tendenza al ribasso che durava dal 2013.

Obiettivi

In ogni goccia c’è una storia. La nostra”, vuole sottolineare come dietro un piccolo gesto ci sia in realtà qualcosa di grande. L’headline “Lo fai per la comunità. Lo fai per te stesso”.

Quale futuro per l’Europa?

Quest’articolo che compare sulla rivista La cìciviltà cattolica a firma di Marc Rastoin indaga sulla crisi sanitaria ed economica legata al Covid-19 che ha reso solo più evidenti doman­de troppo a lungo in attesa di risposte: esiste un’alternativa al progetto politico europeo sorto dopo il terribile fallimento del secondo con­flitto mondiale?

Perché l’articolo è importante?

L’articolo esamina le fratture del processo di integrazione europea, esemplifica le tensioni in atto tra europeisti ed euroscettici, indicando chiaramente gli ostacoli al progetto europeo; e, infine, individua il terreno fertile di una possibile speranza per l’Europa.

Gli ostacoli che il progetto europeo deve affrontare e che sono emersi in tutta evidenza a causa della pandemia sono:

  1. una demografia depressa, che influisce sulle scelte pubbliche, esigendo politiche a favore degli anziani e guidate dalle preoccupazioni degli anziani;
  2. una vera e propria crisi del modello politico democratico;
  3. la forbice, generata dalla specializzazione economica spinta dalla globalizzazione, tra pochi che ganno conservato posti di lavoro importanti e ben remunerati, e molti membri delle classi popolari e del ceto medio che hanno subito declassamento e la disoccupazione.

Come ha affermato il card. Jean-Claude Hollerich, «le politiche devono prendere in considerazione le paure. […] Se politiche sensate non terranno conto delle paure dei cittadini europei, questi ca­dranno in preda a populismi che enfatizzano tali paure per presentarsi come salvatori».

La sfida prima che culturale e politica è spirituale. E si possono intravedere strade verso il futuro: l’Europa potrebbe essere il laboratorio della Laudato Si’, di un’uma­nità guarita dalla sua folle corsa verso il «sempre di più» nella produzione e nel consumo; di un’umanità che rispetta le differenze e accetta le solidarietà, onorando ogni storia e ogni lingua, ma riconoscendo la necessità di una vera unità politica.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • L’Europa, che ha dominato il mondo in così tanti modi, ha ancora un futuro? Ha ancora una speranza collettiva?
  • Lo status e la storia di Russia e Turchia fanno emergere una domanda essenziale: che cos’è l’Europa?

Per leggere l’articolo integrale

Europa, la sfida di David Sassoli

“L’Europa dopo il Covid, il tempo dell’ideale, il ritorno degli ideali” è il titolo di un convegno organizzato su piattaforma e promosso dalle Fondazioni Donat-Cattin, Goria e Nocentini che si è svolto nei giorni scorsi a Torino. Ovvero dalle realtà culturali e politiche di matrice cattolico/sociale più radicate e rappresentative nel panorama piemontese. Il convegno, che ha registrato un massiccio e significativo ascolto sulla rete, ha visto la presenza di Francesco Occhetta, Claudio Sardo e, soprattutto, l’intervento di David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo. 

La nuova Europa, dunque, dopo la terribile pandemia che ha sconvolto non solo le nostre abitudini, i nostri modelli di vita e le nostre tradizionali modalità di presenze nella società contemporanea ma che anche, e soprattutto, ha dettato le nuove priorità politiche della nostra agenda. A cominciare,appunto dalla nuova e futura Europa. E, su questo versante, l’intervento di Sassoli è stato quanto mai significativo e pungente. Perchè la sfida politica, culturale e sociale per una nuova Europa dopo la pandemia non può non tenere presente un dato di fondo.

E cioè, che siamo quantomai esposti al vento della globalizzazione e dei fenomeni globali. E l’ultima drammatica vicenda sanitaria lo ha, questa volta, platealmente confermato. Certo, gli ultimi passi politici che l’Europa ha compiuto hanno fatto intravedere una significativa inversione di rotta rispetto ad un passato anche solo recente. È maturata una nuova assunzione di responsabilità che non si limita più ad una sola politica di redistribuzione o ad una presa d’atto dell’egemonia tedesca.

È intervenuta, come ha sottolineato Sassoli, una profonda diversità nel “pensare europeo”. Un rinnovato europeismo che non va confuso, come ovvio, con la certificazione dell’esaurimento delle esperienze nazionali ma che richiede, al contempo, una “profonda riforma del sistema democratico europeo” per garantire maggiore funzionalità e per rendere le istituzioni europee più vicine ai cittadini e alle loro esigenze. Sotto questo versante, Sassoli ha insistito sulla necessità di avere “partiti europei” dove può emergere, in tutta la sua potenzialità e modernità, anche la cultura cattolico democratica. E questo anche perchè “l’europeismo non è una ideologia”.

Ma per centrare questo obiettivo è indispensabile avere una “classe dirigente formata e consapevole del suo ruolo”. Una classe dirigente che non potrà più essere il frutto di un “processo verticale” dominato dalla cooptazione e dalla chiamata dall’alto. Al contrario, dice Sassoli, va favorito un “sistema politico orizzontale” capace di mettere in relazione la democrazia con la dimensione concreta della vita dei cittadini. Insomma, va riscoperta la partecipazione popolare perchè le “classi dirigenti non possono nascere in laboratorio ma devono essere in grado di dare risposte alle domande della vita”.

Ecco perchè, forse, siamo alla vigilia di una nuova fase storica, dove l’Europa può e deve giocare un ruolo politico decisivo. E dove, come ha detto giustamente il Presidente Sassoli, ancora una volta la tradizione, i valori e il progetto dei cattolici democratici e popolari potranno essere nuovamente decisivi per dare una rinnovata cornice politica, sociale e culturale al vecchio continente”. 

Celebrata la Giornata mondiale 2020 contro la droga. La situazione a Roma, che fare a livello capitolino?

E’ passata una settimana dal 26 giugno, giorno  prescelto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1987, per istituire “La Giornata mondiale contro l’uso e il traffico illecito di droga”, e da allora si celebra, ogni anno, secondo le diverse sensibilità, in tutto il mondo questa ricorrenza. Le cronache raccontano come la droga sia presente a Roma, per questo è necessario riflettere e ragionare, su quanto accade nella Città Eterna e nel nostro Paese, anche a posteriori, dalla data in cui l’ONU invita le Nazioni, nella giornata celebrativa, a “riprendere” conoscenza del fenomeno droghe.

Gli obiettivi di questa ricorrenza sono quelli di prevenire i problemi legati all’uso e al traffico della droga, ma anche di cercare di portare avanti azioni  coordinate e imponenti piani di lotta contro il più distruttivo veleno del secolo. Il fenomeno delle droghe chiama in causa le responsabilità delle comunità civili e nazionali, perché ancora inefficaci risultano essere le iniziative culturali e sociali di prevenzione, ma soprattutto di opposizione alla droga, la più grande sfida che l’umanità intera si trovi ad  affrontare.

Che senso ha scrivere e parlare di droga, quando viene classificata sui media “troppo spesso” solo come episodi di cronaca nera? Occorre, in modo particolare, anche per l’opinione pubblica,        conoscere e valutare una situazione che non può essere ignorata, e individuare soluzioni, per cercare di contenere e ridimensionare una questione che è ormai  globale. “Il problema della droga continua a peggiorare inesorabilmente di anno in anno. ( Si legge in un documento del Parlamento Europeo) I cartelli internazionali della droga stanno adottando una strategia sempre più aggressiva ed espansionistica nell’invadere nuovi mercati con nuove droghe, con schemi di distribuzione in continua evoluzione e con un’abilità sempre più spiccata nell’occultare e trasferire i proventi dei loro traffici.” 

L’afflusso massiccio di eroina dall’Asia, di cocaina dal Sud America, di cannabis dal Nord Africa e delle droghe sintetiche dalle basi europee è inarrestabile. I sequestri sempre più numerosi e frequenti delle Forze dell’Ordine e delle Autorità Doganali, possono significare un maggior successo nell’individuazione delle partite di stupefacenti. Più spesso però tali sequestri danno un’indicazione dell’aumento del flusso di droga. Particolarmente significativo ed emblematico quanto avvenuto in questi giorni, nel Porto di Salerno, dove la Guardia di Finanza di Napoli  ha sequestrato 14 tonnellate di droga dell’Isis, prodotta in Siria, per una quantità di 84 milioni di pasticche. Secondo gli inquirenti il valore del sequestro – se immesso sui mercati avrebbe fruttato oltre un miliardo di euro – sarebbe stato certamente il più alto a livello mondiale.

Da queste brevi ma significative  considerazioni, si può capire come la criminalità di strada (territori, quartieri, borgate, ecc.) può continuare ad apparire una minaccia più evidente per la nostra sicurezza quotidiana, ma è il costante aumento del potere delle grosse organizzazioni criminali, presenti in tutti i continenti del mondo, che in collaborazione anche con il terrorismo, alimentano la crescita del narcotraffico, e  rappresentano una delle più gravi minacce del nostro tempo.

Come è stata celebrata questa ricorrenza nel nostro Paese e in particolare a Roma? Non è facile rispondere, perché è vero che dall’inizio del mese di marzo  2020, le misure del Governo come il lockdown, cioè l’isolamento e il blocco delle attività  pubbliche, con il distanziamento sociale, al fine di contenere e contrastare il Covid 19, ha messo in difficoltà anche le iniziative per la “Giornata mondiale contro la droga”.

 Alcune sono state anche realizzate in maniera simbolica, come quella promossa dalla CNCA (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza), che è la maggiore federazione italiana di gruppi (associazioni, cooperative, ecc.) impegnati nel fornire risposte alle persone in disagio sociale. 

“Per una politica dell’ascolto” è stato il tema della manifestazione in 14 città italiane con una sorta di happening, in strada, davanti  un servizio per tossicodipendenze del Sert della ASL a Bari, Bologna, Catanzaro, Firenze, Genova, Giulianova, Messina, Milano, Napoli, Reggio Emilia, Roma, Torino, Trento e Vicenza. Dal CNCA è stato ribadito che “solo l’integrazione tra pubblico e privato sociale, in un sistema di interventi imperniato sui Dipartimenti per le Dipendenze – previsti da un Atto d’Intesa tra Stato e Regioni, sottoscritto nel 1999, ma mai attuato – è una risposta sensata di fronte alla complessità del fenomeno droghe”.

Perchè il richiamo al Comune di Roma? Nell’autunno del 2019, la Città Eterna, venne definita da alcuni media la “Capitale dello spaccio” a causa di tante vicende legate alla droga, ed i più gravi episodi di cronaca nera sono legati a questo filone, che ferisce in continuazione la Capitale del nostro Paese. In estrema sintesi ricordare quattro episodi, fra i molti accaduti, che hanno “scosso” l’opinione pubblica e i meda, non solo italiani, per la loro efferatezza.

Il 3 febbraio 2019, Manuel Bortuzzo, di 19 anni, giovane promessa del nuoto italiano, in compagnia della sua ragazza, all’uscita da un Pub, nella zona di Axa (fra l’Eur e Ostia) viene colpito da un colpo di pistola e rimane paralizzato, per una lesione midollare. E’ stato coinvolto in una sparatoria perché scambiato per un altro. Oggi vive su una sedia a rotelle. Il 26 luglio 2019, il Vice Brigadiere dei Carabinieri   Mario Cerciello Rega, di anni 35, ucciso a coltellate da due studenti americani, in via Pietro Cossa nei pressi di Piazza Cavour. Era sposato da poco più di un mese, e da anni prestava servizio come volontario, nel tempo libero, distribuendo pasti ai senza tetto e alle persone in difficoltà, nelle stazioni di Termini e Tiburtina, per conto dell’Ordine di Malta. Il 7 agosto 2019, Fabrizio Piscitelli, di 53 anni, noto come Diabolik, leader degli irriducibili della Lazio, viene ucciso al Parco degli Acquedotti, in pieno giorno su una panchina. Era uno dei capi riconosciuti nel traffico di droga nel territorio romano. Il 23 ottobre 2019, l’omicidio di Luca Sacchi, di anni 24, nei pressi del pub “Jonh Cabot “ vicino al Parco della Caffarella. Viene colpito alla testa da  un colpo sparato a bruciapelo, per reagire a un tentativo di furto.  Un giovane  incensurato e trasparente che svolgeva l’attività di personal trainer,  ucciso per difendere la propria fidanzata.

Se su questi drammatici episodi si riflette, non si può dimenticare ciò che accade in alcuni quartieri di Roma, come Tor Bella Monaca, San Basilio e Ostia, evidenziando i roghi di locali a Centocelle e il continuo arresto di spacciatori per droga. Tutto questo per richiamare le Istituzioni Capitoline ai diversi livelli, per dire che è giunto il tempo di guardare al futuro, prima di essere travolti da problemi sociali di dimensioni preoccupanti. Ecco perché bisognava ricordare il 26 giugno, con degli impegni, serve costruire una strategia, un progetto, che veda  la scuola, la associazioni, le istituzioni in tutte le sue espressioni, gli operatori, per costruire una risposta culturalmente efficace a questa minaccia presente, in modo particolare per tutelare i giovani. Il Consiglio Comunale di Roma dovrebbe, con sollecitudine, iniziare a orientarsi su queste problematiche drammatiche, dopo tutto quello che accade a Roma.

Infine, è utile ricordare quanto affermato in occasione della celebrazione del 26 giugno 2020, dal Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, il greco, Margaritis Schinas: “Il traffico di droga continua ad essere il più grande mercato criminale dell’Unione Europea, i gruppi della criminalità organizzata sono rimasti attivi durante la pandemia e hanno rapidamente adottato le loro operazioni alla nuova situazione. Ciò ha un costo per le nostre società e ha ripercussioni gravi sulla salute pubblica e sulla sicurezza. Siamo determinati a combatterli con tutti i mezzi a nostra disposizione.”

Il car sharing sta cambiando cresce e si diversifica nelle città italiane

Il carsharing cresce, cambia personalità e si diversifica. La differenziazione e l’integrazione delle offerte già esistenti sono i punti focali attraverso i quali sta convergendo, in maniera sempre più estesa, forte e dinamica, la crescita dell’auto condivisa in Italia. I dati ci dicono che nel 2019 sono cresciute le flotte rispetto all’ anno precedente, del 3% in modalità free-floating (7.009 veicoli) e del 7% in station based (1.255), sono cresciute le iscrizioni del 28,7%(2 milioni e mezzo di iscrizioniai servizi di carsharing nelle nostre città). Milano e Roma hanno registrato la crescita maggiore dei noleggi del 2019, raggiungendo insieme circa 10 milioni di noleggi annui, con la durata media di un noleggio di circa mezz’ora, e con veicoli sempre più ecologici.

Naturalmente, con il lockdown di Marzo e Aprile 2020 i servizi di car sharing sono crollati, con punte anche del 90%, ma già a maggio 2020 è ripartita la tendenza positiva, con un + 30%. A giugno ci si attende un +50% con alcune novità interessanti.

È quanto è emerso all’interno dell’incontro “Diverse sfumature di car sharing”, quarto appuntamento online della conferenza #lessCARS organizzata dall’Osservatorio Nazionale della Sharing Mobility (puntata disponibile on-demand e gratuitamente per gli spettatori sul sito www.lesscars.it), che ha sottolineato come l’ evoluzione dei modelli operativi, integranti o alternativi ai sistemi free-floating e station-based, hanno l’obiettivo di offrire un servizio sempre più completo ed intercettare nuovi segmenti di domanda.

Formule nuove per migliori servizi

Sono sempre di più le modalità di noleggio di autovetture presenti nelle città italiane: molti operatori di car sharing, infatti, stanno sviluppando nuove formule, che vanno ad integrarsi con quelle già esistenti e superano la distinzione tradizionale fra car sharing “station based”(con parcheggi dedicati) e car sharing “free floating” (a flusso libero).Alcuni operatori di servizi “station based”stanno ripensando le proprie offerte in modo più flessibile,rendendo possibile anche il noleggio solo andata (consentendo quindi di rilasciare l’autovettura in altre stazioni cittadine, come sta accadendo ad esempio a Torino, Roma, Cagliari e Palermo); viceversa aziende specializzate in car sharing “free-floating” oggi operano anche attraverso aree di parcheggi dedicate in vari punti strategici delle città italiane, come aeroporti e stazioni ferroviarie, senza maggiorazione di tariffa (ed è questa la novità), come nel caso di Enjoy e Corrente presso stazione centrale FS di Bologna. Tutto questo per offrire un servizio sempre più vasto e completo agli utenti, visti i numeri in crescita.

Un’altra evoluzione in corso nel mondo del car sharing è quello di adattare il modello operativo alla tipologia di città e di spostamenti: nelle grandi città italiane sono presenti soprattutto le grandi aziende internazionali che operano nel carsharing free floating e continuano a puntare ad un consolidamento dei servizi già esistenti. Nei centri di dimensione più piccola, come Cagliari, Palermo, Genova, Venezia nascono o si consolidano invece nuovi operatori locali, che progettanoil servizio anche in base alle caratteristiche dell’utente medio presente in quelle città. Si tratta di servizi più ridottidal punto di vista del numero di auto  ma più diffusi nel territorio e che vedono spesso l’affermazione di operatori locali, spesso anche in partnership con le aziende di trasporto pubblico.

Insomma, un settore dinamico che si adatta costantemente alle necessità e richieste degli utenti, che sono diverse caso per caso.

Numeri e trend del 2019
Anzitutto va sottolineata la crescita delle iscrizioni al car sharing, passate da 1.865.765 nel 2018 a 2.409.309 nello scorso anno, con un incremento pari al 29,1%. Poi l’aumento del numero di noleggi, cresciuti nel 2019 rispetto all’anno precedente del 1,5% e del 33,7%, rispettivamente in modalità free-floating ed in modalità station-based. Ancora, l’incremento dei km percorsi, che vede un aumento del 9,9% in free-floating e del 10,3% in station-based. Un noleggio medio, nel 2019, ha avuto una durata media di 33 minuti in free-floating e di 178 minuti in station-based. Crescono anche le flotte, in crescita del 3,3% in modalità free-floating (7.009) e del 6,9% in station based (1.255).

Milano è la città nella quale, nel 2019, si sono effettuati complessivamente più noleggi in free-floating (6.156.385), con una percorrenza nel noleggio media di 7,4 km, una durata media temporale di 33 minuti ed un tasso di rotazione di 5,8 (ovvero mediamente 5,8 noleggi giornalieri ad auto).
Segue Roma: nella capitale i noleggi si attestano a 3.233.448 con una percorrenza media a noleggio di 8,4 km e 36 minuti di durata del noleggio medio ed un tasso di rotazione di 4,1.
Da sottolineare i dati di Torino: 1.720.224 noleggi nel 2019, 5,4 km di percorrenza del noleggio medio in 22 minuti e 6 noleggi giornalieri a vettura. A Firenze sono stati effettuati 533.680 noleggi, con una percorrenza medi di 6,7 km (28 minuti mediamente a vettura) ed un tasso di rotazione di 2.8 noleggio giorno per auto.
Numeri diversi, rispetto alle altre città, a Bologna dove il carsharing in free-floating ha visto 284.164 noleggi complessivi lo scorso anno, con una percorrenza media di 9,3 km ed una durata del noleggio medio pari a 50 minuti ed un tasso di rotazione di 2,0. Dunque, a Torino si predilige l’utilizzo di una vettura per brevi percorsi, a differenza di Bologna, dove i fruitori di carsharing in free-floating percorre distanze più lunghe.

In generale, nel 2019 in Italia c’è stato un tasso di rotazione medio di 4,7 noleggi a vettura, in linea con il 2018. Il numero totale dei veicoli in sharing attualmente è di 8.264 di cui 7.009 del free-floating e 1.255 dello station-based ed 1 su 4 è un veicolo elettrico. Il venerdì è il giorno della settimana in cui si effettuano più noleggi, sia in modalità free-floating che in modalità station-based, con un picco di utilizzo medio, durante tutta la settimana, nelle fasce orarie 18-19 per lo station-based e 19-20 per il free-floating. Infine, 1 noleggio su 4 di vetture in carsharing viene effettuato tra le 22 e le 6 del mattino, a testimonianza di come sia un servizio sfruttato 24 ore su 24.

Inoltre il parco circolante condiviso messo in relazione con il parco circolante privato fa emergere alcuni aspetti fondamentali, che lasciano intendere i benefici del carsharing in termini di mobilità e diminuzione dell’inquinamento nelle principali città italiane.

Nel 2019 l’età media dei veicoli di carsharing è stata di 1,2 anni, rispetto agli 11,5 anni delle auto private (dati UNRAE). Il 75% delle automobili in carsharing è EURO6, a differenza del 23,90% delle vetture private (dati UNRAE) ed il 25,01% del parco circolante condiviso è composto da veicoli elettrici, mentre il parco circolante privato ha soltanto lo 0,06% in questa modalità (dati ACI).

Da questi numeri si può ripartire, continuando uno sviluppo del carsharing che in un futuro prossimo prevederà modalità di fruizione e di condivisione dei servizi con tendenze sempre più innovative,  tra le quali carsharing condominiali, multiproprietari, corporate carsharing, peer to peer.

Afferma Giusy Lombardi, Direttore Clima Energia del Ministero dell’Ambiente, co-promotore dell’Osservatorio Nazionale della Sharing Mobility: “La riduzione del tasso di motorizzazione italiano, che attualmente è di 645 auto private ogni 1000 abitanti,  è l’ obiettivo fondamentale della sharing mobility: meno auto private nelle città e meno auto in sosta, infatti, vuol dire liberare spazio per le modalità di trasporto condiviso e ridurre la congestione e l’inquinamento.  Un buon obiettivo per l’Italia, ambizioso ma fattibile, sarebbe quello di portare entro il 2030, anche grazie alla sharing mobility, il tasso di motorizzazione privata a 500 auto ogni mille abitanti, corrispondente a quello attuale della Francia. Il Ministero dell’Ambiente è in prima linea su questo fronte”.

Dall’Oglio, il sequestro che non deve finire

“Dall’Oglio, il sequestro che non deve finire”. Si intitola così l’e-book di Riccardo Cristiano, edito da Castelvecchi, dedicato al sequestro del gesuita padre Paolo Dall’Oglio, avvenuto a Raqqa, in Siria, il 29 luglio di 7 anni fa. Da quel giorno un susseguirsi di notizie e di voci incontrollabili danno il gesuita un momento vivo un altro morto. Un sequestro mai rivendicato sul quale aleggiano le ombre dello Stato islamico e del regime di Assad, entrambi nemici giurati del missionario da sempre impegnato nel campo del dialogo tra le religioni, fondatore della comunità monastica di Mar Musa (Monastero di san Mosè l’Abissino) situato nel deserto a nord di Damasco.

Ma perché è stato sequestrato? A scopo estorsivo come per tanti altri sequestri? E cosa è successo poi? Perché è sparito dopo essere entrato nel quartier generale dell’Isis a Raqqa? Ed è sicuro che non ne sia mai uscito?

A queste domande cerca di rispondere, “con fatti e testimonianze”, il giornalista e scrittore Riccardo Cristiano, facendo emergere anche una verità: “L’Isis e il regime di Assad, hanno agito così, insieme o separatamente, perché entrambi avevano paura di lui, della forza del suo messaggio di fratellanza. Fino al punto che entrambi potrebbero detenerlo o averlo ucciso senza trovare neanche il coraggio di dirlo. Il loro obiettivo è negargli la forza dei vivi e quella dei martiri, chiudendolo in un limbo sospeso”.

Il costo delle abitazioni aumentano dello 0,9%

Secondo le stime preliminari, nel primo trimestre 2020 l’indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) acquistate dalle famiglie, per fini abitativi o per investimento, aumenta dello 0,9% rispetto al trimestre precedente e dell’1,7% nei confronti dello stesso periodo del 2019 (era +0,2% nel quarto trimestre 2019).

L’aumento tendenziale dell’IPAB, il più ampio dal secondo trimestre 2011, è da attribuire sia ai prezzi delle abitazioni nuove, che crescono dello 0,9% (era +1,4% nel trimestre precedente) sia soprattutto ai prezzi delle abitazioni esistenti che aumentano su base tendenziale dell’1,9% mostrando una netta accelerazione rispetto al quarto trimestre del 2019 (quando la variazione era stata nulla).

Questi andamenti si manifestano in un contesto di brusco calo dei volumi di compravendita (-15,5% la variazione tendenziale registrata per il primo trimestre del 2020 dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale) imputabile alle misure adottate per il contenimento della Covid-19 che hanno drasticamente limitato la possiblità di stipulare i rogiti notarili, determinando una forte flessione delle transazioni a partire dal mese di marzo.

La divaricazione tra gli andamenti dei prezzi (in aumento) e quelli dei volumi (in forte calo) testimonia come le misure restrittive introdotte, sebbene già in vigore a marzo, non abbiano avuto alcun impatto apprezzabile sulle quotazioni degli immobili residenziali registrate nel primo trimestre, che si riferiscono, anche per il mese finale, al perfezionamento di contratti di compravendita a condizioni stabilite prima dell’emergenza sanitaria.

Su base congiunturale l’aumento dell’IPAB (+0,9%) è dovuto unicamente ai prezzi delle abitazioni esistenti che crescono dell’1,2%, mentre quelli delle abitazioni nuove diminuiscono dell’1,2%.

Il tasso di variazione acquisito dell’IPAB per il 2020 è positivo e pari a +0,9%.

Con i dati del primo trimestre 2020 sono stati aggiornati, come di consueto, i pesi utilizzati per la sintesi degli indici delle abitazioni nuove e di quelle esistenti. In particolare, il peso delle abitazioni nuove è pari a 16,7% (sostanzialmente stabile rispetto al 2019 ma fortemente in calo rispetto al 2010 quando rappresentava quasi il 35%) contro l’83,3% delle abitazioni esistenti.

Il coronavirus si rafforza

Un nuovo ceppo più contagioso di Sars-Cov-2 domina nel mondo. La notizia della scoperta di questa variante era circolata settimane fa, grazie alla pubblicazione su alcune riviste scientifiche di una serie di studi internazionali – fra i quali uno italiano, firmato da Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, Roberto Cauda, docente di Malattie infettive all’Università Cattolica di Roma e Antonio Cassone, docente di Microbiologia dell’Università di Perugia.

Ora un team internazionale di ricercatori dimostra che la variante ha migliorato la capacità del virus di infettare le cellule umane e l’ha aiutata a diventare il ceppo dominante che circola oggi nel mondo.

I ricercatori sottolineano comunque che è necessario effettuare ulteriori analisi di laboratorio nelle cellule vive per determinare le implicazioni complete di questa mutazione.

Europa, il cambio di paradigma. Dialogo Sassoli, Morin, Saviano

Il 6 luglio alle 15, il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli si incontrerà in videoconferenza con il filosofo Edgar Morin e lo scrittore Roberto Saviano in occasione dell’evento “Europa, il cambio di paradigma”.

L’incontro sarà il primo appuntamento di un ciclo di dialoghi pubblici – Idee per un nuovo mondo – promossi dal Presidente del Parlamento europeo con filosofi, scrittori, economisti, esponenti della società civile europea, rappresentanti del mondo del lavoro. L’obiettivo è quello di ragionare insieme sull’Europa post-covid.

Un’Europa più utile e più vicina ai suoi cittadini in un momento che richiede immaginazione, azione e coraggio politico per abbandonare le ricette del passato e affrontare le sfide del presente con strumenti nuovi.

Istat: il Coronavirus, le diseguaglianze e l’economia italiana

La crisi determinata dall’impatto dell’emergenza sanitaria ha investito l’economia italiana in
una fase caratterizzata da una prolungata debolezza del ciclo: dopo la graduale accelerazione del triennio 2015-2017 la ripresa si era molto affievolita, lasciando il passo a un andamento quasi stagnante dell’attività.

Lo scorso anno il Pil è cresciuto di appena lo 0,3 per cento e il suo livello non è riuscito a
recuperare completamente la caduta della crisi dei primi anni del decennio, restando inferiore dello 0,1 per cento a quello segnato nel 2011. In particolare, nella seconda parte
Figura 1.3 Economic sentiment indicator. Gennaio 2016-Maggio 2020.

Il quadro economico e sociale

La politica di bilancio fortemente espansiva, necessaria per contrastare la crisi e resa possibile dalla sospensione del Patto di stabilità e crescita, avrà quest’anno un impatto rilevantissimo sui saldi di finanza pubblica e sul rapporto tra debito e Pil. Lo scorso anno, l’Italia ha proseguito il percorso di risanamento della finanza pubblica, favorito da un ulteriore ampliamento dell’avanzo primario (l’1,7% del Pil). Il rapporto deficit/Pil è sceso dal 2,2% del 2018 all’1,6%. Questi progressi hanno consentito di mantenere invariata l’incidenza del debito sul Pil (al 134,8%) che tuttavia è rimasta molto sopra la media Uem (all’84,1%).

Un’Italia in cui non si nasce più, nonostante il desiderio di maternità, ma che nelle previsioni dell’Istat rischia l’assoluto tracollo demografico. Secondo alcune simulazioni, afferma l’Istat, la paura e l’incertezza causate dalla pandemia porteranno entro il 2021 a un calo di 10mila nuovi nati, passando dai 435mila del 2020 a 426mila alla fine del 2021. Se però la crisi economica non dovesse alleggerirsi, la previsione diventa tragica: i nati, sempre alla fine del 2021, potrebbero scendere, addirittura, a 396mila. In pratica un’Italia senza più figli.

L’Istat sottolinea inoltre “che il crollo del fatturato a partire dal mese di marzo 2020 ha accentuato le difficoltà finanziarie delle imprese, ponendo sfide severe anche per quelle con una solida situazione economico-finanziaria”.

In particolare si stima che il 16,5% (quasi 131mila unità) fosse già illiquido alla fine del 2019; un ulteriore 13,3% (circa 105mila) lo sarebbe diventato tra gennaio e aprile 2020; per il restante 5,9% (oltre 46mila imprese) il deterioramento delle condizioni di liquidità è tale da mettere a rischio l’operatività nel corso del 2020.

La fotografia del mercato del lavoro pre-pandemia mostra diseguaglianze crescenti. Gli uomini, i giovani, il Mezzogiorno e i meno istruiti non hanno ancora recuperato i livelli e i tassi di occupazione del 2008. Nel 2019 il numero di occupati ha superato di 519mila unità il valore del 2008 nel Centro-nord mentre nel Mezzogiorno il saldo è ancora negativo di 249mila. Tra i giovani di 25-34 anni gli occupati sono oltre 1 milione e 400mila in meno. Al contrario le donne segnano un aumento di 602mila unità mentre gli uomini occupati in settori particolarmente esposti agli andamenti del ciclo hanno subito un calo di 332mila unità.

Rispetto alla qualità del lavoro aumentano le diseguaglianze a svantaggio delle donne, dei giovani e dei lavoratori del Mezzogiorno.

Nella prima fase dell’emergenza sanitaria conclusasi il 4 maggio, il 45% delle imprese ha sospeso l’attività, in gran parte a seguito dei decreti del Governo e circa una su sette per propria decisione Tra le imprese che si sono fermate prevalgono largamente quelle di piccola dimensione.

Le misure di contenimento dell’epidemia hanno provocato una significativa riduzione dell’attività economica per una larga parte del sistema produttivo: oltre il 70% delle imprese ha dichiarato una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; oltre il 40% ha riportato una caduta maggiore del 50%.

Ci lascia Paolo Cabras

È morto all’età di 89 anni Paolo Cabras, autorevole esponente della sinistra democristiana romana e nazionale. Ha iniziato il suo impegno tra i banchi del Campidoglio per assumere poi, anche come parlamentare per varie legislature, importanti incarichi di partito.

Unanime è stato, in vita, il riconoscimento per le qualità di solerte interprete della vocazione sociale del cattolicesimo democratico. Uomo di grande vivacità intellettuale, ha legato le sue battaglie politiche alla estensione di un disegno di avanzamento democratico e progresso civile, sempre nel solco della lezione morotea.

Al figlio Daniele, collaboratore del Presidente Mattarella, vadano le condoglianze dei tanti amici che hanno stimato e voluto bene a suo padre.

Il primo ministro francese Edouard Philippe si è dimesso

Lo ha reso noto la Presidenza della Repubblica francese  con un comunicato stampa in cui si dice che Philippe ha presentato le dimissioni al presidente Emmanuel Macron, che le ha accettate.

La scorsa domenica, al secondo turno delle municipali, si sono imposti sindaci verdi nelle maggiori città del Paese e la République en Marche, il partito di Macron, ne è uscito decisamente sconfitto. Ormai un rimpasto governativo s’imponeva, anche se le dimissioni del premier in carica già questo venerdì mattina sorprendono, dato che un consiglio dei ministri era previsto in giornata.

Macron, ora, potrebbe trovare quella libertà di spostarsi più a sinistra e attirare l’elettorato perso durante le elezioni municipali.

 

Il travagliato ma utile ritorno dell’educazione civica nelle scuole

Il precedente Ministro del MIUR (ora Ministero dell’istruzione) Marco Bussetti l’aveva annunciato con enfasi, come una svolta epocale: “Oggi è una giornata storica! Finalmente ritorna l’educazione civica come materia obbligatoria nelle scuole. Un traguardo necessario per le giovani generazioni perché sono i valori indicati nella Costituzione a tenere unito il nostro Paese. Il compito della scuola è di educare alla cittadinanza attiva, al rispetto delle regole, all’accoglienza e all’inclusione, valori alla base di ogni democrazia”.
Correva l’estate del 2019 e l’educazione civica sarebbe dovuta rientrare con pieno titolo tra le materie scolastiche nelle scuole di ogni ordine e grado con l’inizio dell’anno scolastico 2019/20, con 33 ore all’anno di insegnamento ad hoc. Poi era successo il pasticcio della tardiva pubblicazione della legge istitutiva sulla G.U. del 20 anziché del 16 agosto, a cui aveva tentato di rimediare lo stesso Ministro con un decreto ministeriale in data 27 agosto che introduceva la materia come “sperimentazione nazionale obbligatoria”, a sua volta definitivamente cassato dal Consiglio nazionale della P.I. che aveva ritenuto inopportuno un così tardivo provvedimento a tre giorni dall’inizio del nuovo anno scolastico.
Tutto rimandato ope legis al 2020/21, dunque: infatti con il prossimo mese di settembre l’educazione civica ritornerà ad essere materia curricolare, dalla scuola dell’infanzia alle superiori.

Nel frattempo le cose si sono complicate per ciò che è accaduto nell’a.s. 2019/20: la chiusura delle scuole da fine febbraio del corrente anno per il Covid-19, gli alunni a casa, le famiglie in enorme difficoltà, la sperimentazione della didattica a distanza, i salti mortali doppi, tripli e carpiati degli insegnanti che hanno cercato di mantenere un contatto didattico e visivo, persino telefonico con i loro scolari, gli esami di licenza media e di maturità riveduti, corretti e semplificati a motivo dell’insorta emergenza pandemica.
Un lungo periodo di latenza del sistema formativo che ha provocato complicazioni didattiche e turbamenti emotivi: le scuole chiuse sono state una necessità sanitaria e – a un tempo- una sventura pedagogica, poiché la formazione e l’istruzione sono elementi costitutivi della crescita umana, sociale ed economica di un Paese. Un disagio profondo vissuto da docenti, famiglie, alunni che resterà nella memoria collettiva come un incubo degno di un periodo bellico, all’atto pratico una sorta di catastrofe sociale irripetibile.
Adesso che Governo, Ministero PI, Regioni, enti locali e istituti dell’autonomia scolastica stanno prendendo consapevolezza dei ritardi con cui sono partite le operazioni di organizzazione della riapertura delle scuole a settembre e si trovano di fronte a problemi enormi , ai quali non si è colpevolmente pensato prima, nonostante il documento degli esperti sanitari e le linee guida della commissione ministeriale, i collegi dei docenti in videoconferenza e i dirigenti scolastici in presenza stanno tentando di ipotizzare quella che più volte abbiamo definito una quadratura del cerchio.

I vincoli sanitari (in primis distanziamento e mascherine, sanitizzazione e igiene personale e degli ambienti) imporranno situazioni al limite di ogni possibile previsione organizzativa. Ci sono problemi di spazio e di tempo: il che vuol dire le coordinate entro cui riprendere la frequenza scolastica e le attività didattiche. La carenza di personale e la disponibilità degli spazi sembrano le problematiche a cui sarà concatenato tutto il resto: come formare piccoli gruppi di alunni rispettando il metro “da bocca a bocca”, dove allocarli fisicamente sfruttando tutti gli spazi attrezzabili, come garantire la continua igienizzazione degli ambienti, come assicurare una frequenza proficua e dignitosa agli alunni portatori di disabilità, la refezione scolastica (che è momento educativo ma anche soluzione senza alternative visto che permane il divieto di portare il panino da casa, a meno che non si svolgano solo turni orari antimeridiani), il possibile allungamento al sabato ecc. a cui si aggiungono le solite ipotesi demagogiche: usare ambienti esterni, teatri, sale pubbliche, musei, fare didattica all’aperto, magari in pieno inverno o utilizzare improbabili e non meglio definiti esperti, volontari, figure esterne pur sapendo che la responsabilità di vigilanza e gestione degli alunni sarà del tutto a carico dei docenti di classe.
Dirlo è facile, realizzarlo decisamente meno. L’anno scolastico inizierà il 14 settembre ma in alcune regioni sarà interrotto subito dalla tornata elettorale, il calendario è formulato ma è solo una cornice a cui manca un quadro tutto da dipingere. Gli addetti ai lavori sanno bene che ci sono problemi quasi irrisolvibili, ‘sic stantibus rebus’ rispetto alle risorse umane e agli spazi disponibili , decisamente insufficienti.

Che il “settembre della scuola che riapre” sarebbe tornato puntuale era un pensiero a cui dedicare tempo e ingegno, investimenti e studi di settore con largo anticipo rispetto agli assilli del presente.
Evidentemente scuola e formazione stanno agli ultimi posti degli investimenti pubblici (il Ministro Fioramonti si era dimesso per non aver ottenuto ciò che chiedeva, non per se’ ma per il buon funzionamento di un pubblico servizio essenziale) e dell’agenda della politica. Penso che si prospetteranno difficoltà che toglieranno il sonno a più di una persona ma sono convinto che l’impegno e la serietà di fondo che anima gli addetti ai lavori, a cominciare dai dirigenti scolastici, agli insegnanti, agli ausiliari, con loro grande sacrificio e abnegazione a poco a poco toglierà molte castagne dal fuoco.

Ecco allora che, rovesciando la medaglia del disagio incombente e dei mille problemi da risolvere, il ritorno dell’educazione civica nelle scuole potrebbe diventare non un grattacapo aggiuntivo da gestire ma una risorsa da utilizzare, una sorta di fulcro tematico e pedagogico, uno snodo per stimolare in tutti, anche negli alunni e nelle loro famiglie, sentimenti di condivisione, partecipazione, solidarietà.

Nel rispetto dell’istituzione e del compito che le viene assegnato.
Nel prossimo anno scolastico, così denso di incognite e di difficoltà l’educazione civica può diventare strumento formativo per radicare un’idea di appartenenza, il sentirsi parte di una comunità affinchè ciascuno sia responsabilmente consapevole di portare, secondo le sue potenzialità, un piccolo mattone alla costruzione del bene comune.

L’allontanamento del calcio dal sentimento popolare

Ognuno a modo suo ha cercato di sopravvivere alle pandemia. Anche il calcio e, forse, dovremo riconoscere proprio al virus il merito di avere sollevato l’ultimo lembo d’ipocrisia che facendo leva sul tifo, nascondeva l’indecenza di un sistema che ha trasformato uno sport bellissimo e ricco di leggende in un lurido e volgare mercato.

Da spettacolare come lo è stato per oltre un secolo, il calcio è diventato spettacolo con imprenditori pronti a rischiare una quota dei propri capitali nelle società professionistiche, con sensali di carne umana ormai globalizzati e con i padroni delle televisioni che acquistando i “diritti”, di fatto condizionano e determinano le sorti del sistema. La pandemia ha svelato questo meccanismo che ha ancora la pretesa (avallata da un giornalismo compiacente, se non complice) di essere nazional-popolare, cioè di tutti. Quando così non è più.

La prosecuzione del campionato (a porte chiuse che per i padroni delle televisioni è ancora meglio) voluta a tutti i costi da chi lucra (e molto) su questo mercato, sta mostrando l’allontanamento di questo sport dal sentimento popolare di cui prima godeva e il suo restringimento nel più modesto bacino dei tifosi, o illusi dalle glorie del passato, o, peggio, frutto di un degrado culturale che li avvicina pericolosamente alle strategie di una violenza diffusa che ha nel calcio un proprio punto di reclutamento e di forza. Non so se il campionato a porte chiuse abbia fatto aumentare gli abbonamenti alle televisioni “proprietarie” del sport, ma dubito che vi siano nuovi abbonati estranei al bacino di utenza della tifoseria. Con un rischio per chi ha investito capitali nel calcio e cioè che il gioco più bello del mondo sia ormai vicino all’implosione.

Tutti abbiamo superato senza danni l’astinenza della sospensione del campionato, né ci rinfranca questo spezzatino che ci propone qualcosa di indefinibile quasi ogni giorno (e questo per gli interessi dei noti investitori di questo mercato). Certo la platea della tifoseria è ancora numerosa, ma l’impossibilità di riunirsi attorno alle bandiere tradizionali ormai irriconoscibili nell’indistinzione affaristica delle plusvalenze e degli ingaggi di “campioni” sempre più simili essi stessi a titolari di società di investimento, alla fine peserà sulla scelta “inevitabile” di fare a meno di questo spettacolo sempre meno attraente e, soprattutto, sempre meno credibile. Amavo il calcio; l’ho giocato (credo benino) nel ruolo di portiere; seguivo “Tutto il Calcio Minuto per Minuto” e, prima di quello, la domenica pomeriggio andavo alla latteria dove il titolare esponeva sul tabellone del Totocalcio i risultati; conservo ancora calzettoni, calzoncini, scarpini, maglie e guanti come cimelio di una bella memoria che gli interessi forti stanno distruggendo per sempre.

Con un dubbio: se, come si è detto tante volte, il calcio è la metafora della società, non succederà che prima o poi quegli stessi interessi finiranno per fare implodere anche il sistema sociale che fino ad oggi abbiamo conosciuto?

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Come ottenere il bonus vacanze

Dal 1 luglio è disponibile su IO, l’applicazione dei servizi pubblici (io.italia.it) la nuova funzionalità per richiedere e utilizzare, fino al 31 dicembre 2020, il Bonus Vacanze: l’agevolazione prevista dal “Decreto Rilancio” (art. 176 del DL n. 34 del 19 maggio 2020) come misura di sostegno al turismo in Italia dopo l’emergenza Covid-19. Alle ore 16:00 del primo giorno di attivazione del servizio, sull’app sono stati erogati più di 110.000 Bonus Vacanze, per un controvalore economico complessivo pari a oltre 50 milioni di euro. La possibilità di ottenere il Bonus Vacanze non si esaurisce nella sola giornata odierna: le famiglie che vorranno usufruire dell’agevolazione potranno richiederla durante tutto il periodo di validità dell’iniziativa.

Il Bonus è rivolto ai nuclei familiari con un reddito ISEE non superiore a 40 mila euro e offre un contributo fino a 500 euro per soggiorni in alberghi, campeggi, villaggi turistici, agriturismi e bed&breakfast sul territorio italiano. L’importo del Bonus dipende dal numero dei componenti del nucleo familiare: 500 euro per i nuclei composti da 3 o più persone, 300 euro per quelli composti da 2 persone, 150 euro per quelli composti da 1 persona. Il Bonus può essere utilizzato per l’80% sotto forma di sconto sul corrispettivo dovuto alla struttura turistica e per il 20% in detrazione d’imposta nella prossima dichiarazione dei redditi. Come stabilito dal Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 17 giugno 2020, il contributo può essere richiesto ed erogato esclusivamente in forma digitale attraverso l’app IO, sviluppata da PagoPA S.p.A. e disponibile gratuitamente negli store online per dispositivi Android e iOS (iPhone).

Come si richiede il Bonus Vacanze dall’app IO?

Dopo aver installato l’app sul proprio telefono, per i cittadini in possesso dei requisiti necessari l’attivazione del Bonus Vacanze tramite IO avviene rapidamente, in pochi passaggi, come descritto su io.italia.it/bonus-vacanze.

  1. Accedi con SPID o CIE
    Per iniziare a utilizzare l’app IO, l’utente deve accedere con la propria identità digitale SPID* o, in alternativa, con la Carta d’Identità Elettronica (CIE 3.0)** abbinata al PIN ricevuto al momento del rilascio della nuova carta. In seguito, sarà possibile accedere all’app digitando semplicemente un codice numerico o tramite il riconoscimento biometrico (impronta digitale o riconoscimento del volto) scelti dall’utente alla prima registrazione.
  2. Vai nella sezione “Pagamenti” alla voce “Bonus e Sconti”
    Entrando nella sezione “Pagamenti” dell’app e cliccando su “Aggiungi” in corrispondenza della funzionalità “Bonus e Sconti”, l’utente maggiorenne può selezionare “Bonus Vacanze” dalla lista di quelli disponibili. Prima di cliccare su “Richiedi il Tuo Bonus”, l’app IO ricorda all’utente come funziona e a chi spetta l’agevolazione.
  3. Verifica il tuo ISEE e ottieni il Bonus
    Dopo aver richiesto il Bonus l’app verifica con i sistemi di INPS che l’ISEE del nucleo familiare del richiedente sia in corso di validità e rientri nella soglia prevista. Il processo di verifica è pressoché immediato. In caso di esito positivo, l’app IO conferma al cittadino che la sua richiesta è valida e mostra in anteprima l’importo massimo dell’agevolazione che spetta al suo nucleo familiare, oltre all’elenco degli altri componenti che potranno spendere il Bonus. Se i dati sono corretti, è sufficiente cliccare su “Attiva il Bonus”: dopo qualche secondo, il cittadino potrà visualizzare il proprio Bonus Vacanze nella sezione “Pagamenti” dell’app.
  4. Utilizza personalmente o condividi il tuo Bonus
    Il Bonus attribuito al proprio nucleo familiare è identificato da un codice univoco alfanumerico, a cui è associato anche un codice QR. Per ottenere lo sconto (pari all’80% dell’importo massimo indicato nella schermata di riepilogo del Bonus, oppure all’80% del corrispettivo dovuto per il soggiorno, se questo è inferiore all’importo massimo riconosciuto), basta comunicare alla struttura turistica questo codice, insieme al proprio codice fiscale, al momento di pagare presso la struttura dove si trascorreranno le vacanze.
    Se il cittadino che ne ha fatto richiesta sull’app IO non utilizzerà personalmente il Bonus, attraverso la funzione “Condividi” potrà inoltrarne facilmente una copia agli altri componenti del proprio nucleo familiare che non hanno accesso all’app.
    Il Bonus Vacanze rimarrà sempre disponibile nella sezione “Pagamenti” dell’app IO. Dopo l’avvenuto utilizzo presso la struttura turistica prescelta, da “attivo” il Bonus risulterà “speso” e non potrà più essere utilizzato da nessuno dei componenti del nucleo familiare a cui è stato attribuito.
    Per le strutture turistico-ricettive, lo sconto applicato all’ospite in possesso del Bonus Vacanze sarà rimborsato sotto forma di credito d’imposta utilizzabile in compensazione senza limiti di importo, attraverso il modello F24. In alternativa può essere ceduto a terzi, compresi gli istituti di credito e gli intermediari finanziari. Il credito d’imposta non utilizzato dal cessionario, in tutto o in parte, può essere oggetto di ulteriori cessioni.

Maggiori informazioni

Bonus fino a 4mila euro per il motorino elettrico

Ecobonus fino a 3mila euro nel 2020 sull’acquisto di motorini elettrici o ibridi, il contributo sale a 4mila in caso di contestuale rottamazione di quello vecchio.

Lo prevede un emendamento riformulato al dl Rilancio approvato in commissione Bilancio alla Camera.

Non cambiano i vincoli previsti dalla legge. Il veicolo da rottamare deve essere intestato all’acquirente del nuovo mezzo o a un suo familiare convivente da almeno 12 mesi.

L’obiettivo è promuovere l’acquisto di moto e motorini elettrici o ibridi. Gli incentivi riguardano in particolare i ciclomotori appartenenti alle categorie L2e, L3e, L4e, L5e, L62 e L7e.

Melanoma. Meno colite indotta da farmaci con la vitamina D

I pazienti con melanoma trattati con inibitori dei checkpoint immunitari hanno minori probabilità di sviluppare colite indotta dai farmaci quando assumono anche integratori di vitamina D.

I ricercatori del Gastrointestinal Cancer Center del Dana Faber Institute di Boston hanno condotto un’analisi retrospettiva dei dati su una coorte di 213 pazienti con melanoma trattati con inibitori dei checkpoint immunitari (ICI) presso il Dana Faber Cancer Institute.

Nel complesso, 37 pazienti (il 17%) hanno sviluppato colite indotta dal trattamento. 66 pazienti (31%) assumevano vitamina D prima di iniziare il trattamento con ICI e mostravano minori probabilità (OR 0,35%) di sviluppare una colite indotta da questi farmaci.