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Uno scontro insidioso al confine tra Cina e India

La tradizionale scarsa attenzione per i temi di politica estera si è accentuata in questi mesi dominati dall’emergenza sanitaria. E’ quindi comprensibile (parzialmente) il poco spazio che la stampa ha dedicato allo scontro avvenuto a metà mese nell’area himalayana fra cinesi e indiani, un incidente che avrebbe provocato qualche decina di vittime. Ma un episodio sanguinoso che coinvolge le due nazioni che da sole hanno oltre un terzo della popolazione mondiale non può essere sottovalutato.

La questione è molto complessa, in quanto inerisce l’ansia di sviluppo commerciale e di rafforzamento strategico del quale si stanno nutrendo i nazionalismi dei due Paesi, alimentati dalle loro leadership politiche. Lo scontro è avvenuto in montagna tra le catene del Karakorum e dell’Himalaya ma un domani potrebbe trasferirsi sul mare, essendo l’Oceano Indiano (e gli insediamenti portuali in esso presenti) un elemento fondamentale della Belt & Road Initiative (BRI) cinese. Sarà quindi il caso, da ora in avanti, di prestare estrema attenzione all’evolversi delle relazioni sino-indiane.

Sono quasi 3000 i chilometri di confine che, lassù al nord, separano India e Cina. Una frontiera che in realtà è il risultato di una arbitraria linea definita dagli inglesi nel XIX° secolo e che non è mai stata formalmente riconosciuta dalle parti interessate. Vige però, dal 1962 (dopo il conflitto perduto dagli indiani) una c.d. “linea attuale di controllo” (LAC) che in un qualche modo separa i due enormi Stati. Da allora, qualche puntura di spillo, qualche colpo d’artiglieria sparato, qualche sconfinamento ma mai nulla di così grave come quanto accaduto ora. Anzi, dal 1996 è istituita un’apposita commissione per la pace nella regione. 

Quelle centinaia e centinaia di chilometri assumono un’importanza notevole per una serie di questioni. Alcune squisitamente politiche, ma tutte legate a concreti interessi economici e di approvvigionamento idrico. Esempio lampante è lo stato nord-orientale indiano chiamato Arunachal Pradesh, confinante con Cina, Bhutan e Myanmar ma rivendicato da Pechino in quanto “Tibet meridionale”. E poiché queste rivendicazioni territoriali cinesi si fanno sempre più numerose (soprattutto nel Mar Cinese Meridionale) è ovvia la preoccupazione di Dehli. Chiaramente è un segnale per dire al mondo che di indipendenza al Tibet non si può nemmeno far cenno, e questo è l’aspetto politico. Ma poi v’è anche un profilo economico. Perché in quella regione percorsa dai fiumi Bramaputra e Yarlung Tsangpo – essenziali per l’approvvigionamento idrico dell’India orientale – corrono voci circa la progettazione da parte cinese di alcune dighe che inevitabilmente destano forti preoccupazioni fra gli indiani. 

Più a ovest, non molto, incastonata fra il Bhutan e il Nepal c’è la regione del Sikkim: amministrata dall’India, non è mai stata riconosciuta dalla Cina. Qui nel 2018 ebbe luogo una scaramuccia provocata da una strada costruita dai cinesi su un altopiano che essi considerano loro mentre il Bhutan ritiene suo. Al confine c’è l’India, ovviamente non disinteressata a quanto accade.

Ancora più a occidente, decisamente più a occidente, è la regione dell’Aksai Chin, questa invece amministrata dalla Cina e confinante col Kashmir indiano. E’ qui che si è prodotto lo scontro del quale si è detto. Anche qui c’è di mezzo una strada lungo un fiume che scorre in un’ampia vallata rivendicata, pure questa, dalla Cina ma invece gestita dagli indiani. Ma perché una strada può essere tanto importante? Perché da quelle parti ve n’è un’altra che attraversa il Kashmir pakistano per approdare nello strategico porto di Gwadar, uno dei punti di massima rilevanza della BRI, la “via della seta”. Fondamentale come il “corridoio” che lo collega al territorio cinese consentendo alle merci del Dragone di aggirare il subcontinente indiano e raggiungere le acque del Mar Arabico, da dove proseguire il viaggio verso Africa ed Europa. 

Ebbene, quando il premier indiano Nahandra Modi ha trasformato in semplice regione autonoma lo stato del Kashmir indiano addirittura lasciando intendere di avere qualche mira sul Kashmir pakistano a Pechino è scattato l’allarme rosso, perché il “corridoio” sino-pakistano, come si è visto, è decisivo nei piani del Presidente Xi Jinping. 

Probabilmente lo scontro rientrerà, come è sempre avvenuto negli ultimi sessant’anni. Ma che Cina e India siano destinate ad essere confliggenti, durante il “secolo asiatico” ormai iniziato, è pressoché certo.

Come si tornerà a scuola: ora c’e una bozza del Ministero dell’Istruzione

Dopo il Documento elaborato in sede di Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile e reso pubblico il 28 maggio, ecco la bozza delle linee guida licenziata dalla Commissione di esperti operanti presso il Ministero dell’istruzione, guidata dal Prof. Patrizio Bianchi, che fornisce indicazioni più dettagliate sugli aspetti organizzativi e didattici circa la riapertura delle scuole nel prossimo mese di settembre.

Chi si aspettava scenari risolutivi e soluzioni definitive dopo il periodo di lockdown e l’esperienza della didattica a distanza probabilmente resterà deluso, poiché gli indirizzi esposti nella bozza ricalcano in larga parte ciò che gli stessi istituti scolastici avevano ipotizzato, seguendo l’evolversi della pandemia e immaginando come attrezzare spazi e tempi della ripartenza: nel documento esplicitamente non sta scritto ma l’invito sotteso è “usare il buon senso e rimboccarsi le maniche”.

Considerata la molteplicità dei contesti scolastici, la disponibilità di risorse umane e materiali, i legami con il territorio, la variegata situazione geografica, con particolare riguardo alle differenze tra nord e sud del Paese, l’articolazione del sistema scolastico dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado bisogna ammettere che il compito di elaborare disposizioni o semplici indicazioni risultava arduo e complesso. Ancor di più per chi sarà chiamato ad applicare le linee-guida.

L’abbiamo paragonato ad una sorta di quadratura del cerchio e pensiamo che questa metafora non sia molto dissimile dalla realtà che attende dirigenti, docenti e operatori scolastici.

Il distanziamento sociale e l’uso delle mascherine – evidenziati nel Documento degli esperti sanitari – fino a diversa disposizione resteranno due fattori di condizionamento oggettivo: lo svolgimento delle lezioni non potrà avvenire come in passato con classi al completo poiché dovrà essere prevista la strutturazione di piccoli gruppi di apprendimento, con ingressi a turno, orari ridotti, apertura al sabato, alternanza tra didattica in presenza e didattica a distanza: è prevedibile immaginare (ma qui bisogna fare – metro alla mano – una preventiva valutazione di tutti gli spazi a disposizione, compresi quelli esterni (anche in inverno?), persino le strutture ricettive come teatri, palestre ecc.) che gli alunni possano essere vincolati ad una alternanza tra presenza a scuola e didattica in video-collegamento da casa. La vita relazionale e organizzativa di una classe, di un plesso, di un istituto è troppo complessa per essere ricondotta a istruzioni generalizzate da estendere ovunque. 

Si consideri anche che il distanziamento dovrebbe comportare l’uso di banchi singoli (quante sedi ne sono attrezzate?), si pensi alla ricreazione come consolidata prassi di pausa a metà mattina: sarà necessario evitare assembramenti e contatti ravvicinati. Lo stesso dicasi per la mensa, considerata anche nella sua valenza didattica e inglobata nell’orario scolastico: eccetto i bambini della scuola dell’infanzia gli altri alunni dovranno indossare la mascherina e toglierla al momento del pasto. E’ probabile che il consumo del cibo (ricordate la Sentenza di Cassazione che vietava il panino portato da casa? Ebbene: è sempre vigente) possa avvenire – anch’esso a turni – non in refettorio ma nelle aule di appartenenza.

La costituzione di raggruppamenti ridotti di alunni comporterà – per il principio del non poter dividersi in due e per quello della impenetrabilità dei corpi – un esponenziale aumento delle figure adulte di riferimento: in teoria dovrebbero essere tutti docenti – per questioni di responsabilità civilistica e contrattuale- ma si ipotizza il ricorso a figure esterne: chi saranno, da dove potranno provenire, da chi saranno nominate, con quale ruolo e autorizzazione sanitaria potranno sostare nei locali scolastici, con quali competenze è tutto da vedere. 

Speriamo che la scuola non diventi un luogo di mera assistenza custodiale.

Il pericolo del contagio sussisterà fino a quando le autorità sanitarie non daranno disco verde: prevedo una enorme responsabilità in capo ai dirigenti scolastici e immagino pure le apprensioni delle famiglie che dovrebbero sapere a chi sono affidati e dove stanno fisicamente i loro figli. C’è materia per possibili contenziosi poiché in Italia il concetto di responsabilità non è un plusvalore, non è il motore che muove gli apparati e le istituzioni ma diventa la rappresentazione simbolica di un timore, persino di una “paura”: quella di navigare a vista tra l’eccesso di zelo e l’omissione di atti d’ufficio, in un gioco di scaricabarile che scende fino ai gradini più bassi delle gerarchie. 

Mi pare che la commissione del ministero dell’istruzione abbia conservato il pudore di questa consapevolezza: la scuola – più di ogni altro contesto sociale – per la delicatezza dei compiti richiesti ai suoi attori educativi e la tipologia dell’utenza che fruisce del servizio, conserva una atipicità che va compresa e rispettata. Sarà necessario un patto fiduciario con le famiglie: l’emergenza della situazione e la complessità della gestione della didattica secondo coordinate spazio-temporali ai limiti del possibile e del praticabile lo esige, in senso pratico e in senso etico.

Tutti gli adulti dovranno indossare mascherine e visiere, specie chi è a contatto con i bambini piccoli, gli insegnanti che presentano elementi di fragilità fisica – come gli immuno-depressi – saranno valutati dal medico-competente ai fini di un eventuale utilizzo in compiti diversi.

Le difficoltà per il corpo docente sono evidenti e probabilmente ancora più complesse nella fase iniziale della ripartenza: si pensi alla gestione degli alunni più piccoli, alla didattica differenziata per i disabili che meriteranno un raddoppio di attenzioni e cure.

La Commissione degli esperti di pedagogia-educazione-didattica ha elaborato il suo documento e le scuole si attrezzeranno per attuarne le linee guida: resta il fatto che in regime di autonomia scolastica ogni singolo istituto dovrà veramente affrontare la specificità del proprio contesto.

Libertà di insegnamento e flessibilità organizzativa saranno un valore aggiunto da dimostrare ed esprimere.

Auspicando che la scuola resti scuola e non si trasformi in una sorta di ambulatorio medico.

Maratona “Green Deal per l’Italia” Un confronto per un progetto di sviluppo sostenibile

Una maratona green di sette ore che metterà a confronto politici, protagonisti dell’industria italiana, intellettuali, artisti, rappresentanti delle istituzioni europee per tracciare la strada di un’economia verde in grado di sostenere la crescita con un progetto di sviluppo all’altezza delle sfide attuali.

L’evento “Green Deal per l’Italia” è organizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, si avvale della media partnership di RAI e andrà in streaming su Raiplay oggi dalle ore 10.00 alle ore 17.00. La maratona, con il supporto di eprcomunicazione, trae ispirazione dal Manifesto per il Green New Deal per l’Italia, una proposta articolata di riforme, trasversale a tutti i settori e basata su una visione sostenibile e innovativa del futuro, firmato finora da oltre 500 imprese italiane.

Il programma prevede un’apertura istituzionale sulle proposte strategiche per il green new deal e prosegue con sei incontri tematici su energia, economia circolare e innovazione, gestione circolare dei rifiuti, mobilità, green city, sistema agroalimentare. Tra gli oltre 50 ospiti anche il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il Vice Ministro dell’Economia Antonio Misiani, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Riccardo Fraccaro, il messaggio del Commissario Europeo all’Economia Paolo Gentiloni, il Presidente della Rai Marcello Foa e l’Amministratore Delegato Fabrizio Salini, il Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile Edo Ronchi e numerosi ospiti tra i quali l’astronauta Samantha Cristoforetti, lo scrittore Sandro Veronesi, nonché amministratori delegati, imprenditori e sindaci di importanti realtà.

Link alla diretta streaming su Raiplay, attivo il giorno dell’evento

www.raiplay.it/dirette/raiplay

Fiere: a settembre si riparte. Appuntamento a Milano per rilanciare il made in Italy.

Fiere, si riparte. Sono infatti confermate a partire da settembre alcune manifestazioni prestigiose per le piccole imprese. Il primo appuntamento è a Milano, dal 20 al 23 settembre, con TheOneMilano, dedicata alle aziende della moda. Una rassegna molto apprezzata dagli imprenditori di Confartigianato che ne riconoscono la funzione di piattaforma ideale per far decollare i prodotti verso i mercati di tutto il mondo. E proprio per agevolare la partecipazione delle aziende colpite dagli effetti della pandemia e del lockdown, FieraMilano applicherà condizioni particolarmente favorevoli per gli imprenditori associati.

Agevolazioni che si applicano anche alle altre rassegne in programma a settembre nel capoluogo lombardo.

Tornano anche le fiere a livello internazionale.

Dal 28 al 30 ottobreTokio ospiterà ‘Interior Lifestyle Living 2020’ e ICE Agenzia sta organizzando, in collaborazione con Confartigianato, la partecipazione delle imprese italiane a questa importante fiera giapponese dedicata al settore dell’arredamento. Anche in questo caso, gli imprenditori potranno fruire di condizioni di favore e delle agevolazioni previste dalle misure straordinarie di sostegno alle aziende italiane per l’emergenza Covid-19.

Commissione Ue: Italia appena sufficiente in innovazione

Si fa un gran parlare d’innovazione da parecchio tempo, soprattutto negli annunci. Un mantra che si è intensificato in questa fase post lockdown, ma la realtà è ben diversa, stando almeno alle valutazioni della Commissione di Bruxelles. Un suo recente Report certifica che “l’Italia si conferma un ‘innovatore moderato’ in Ue e, ferma al 19esimo posto, registra prestazioni lontane dalla media europea soprattutto nel capitale umano, nei finanziamenti alle Pmi e nella collaborazione internazionale”.

E’ quanto afferma l’indice annuale sull’innovazione pubblicato dalla stessa Commissione, dal quale si evince che lo scorso anno Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Svezia – definiti “leader dell’innovazione” – hanno sorpassato gli USA, con prestazioni ben superiori alla media Ue (fissata a un punteggio di 90). Seguono – sempre secondo il Report – gli “innovatori forti”, tra cui Germania e Francia.

L’Italia invece è considerata, insieme ad altri 12 Paesi, un “innovatore moderato”, mentre ristagnano in fondo alla classifica Bulgaria e Romania. Ciò non toglie che la stessa Commissione riconosca i progressi del Belpaese che, nel 2019, ha fatto registrare un punteggio di 82,8, in costante aumento negli ultimi nove anni. A fare da traino – segnala Bruxelles – sono stati soprattutto le Pmi innovative, i settori intellettuali (brevetti) e la ricerca. Mentre, i punti deboli sono invece costituiti dai seguenti fattori: capitale umano, istruzione terziaria, investimenti in venture capital, collaborazione internazionale e penetrazione della banda larga.

Speranza: “Vaccino Irbm-Oxford arriverà prima degli altri”

“Non possiamo immaginare di scommettere solo su questo vaccino. Ma questo è il vaccino che, secondo i nostri scienziati, arriverà prima degli altri. In questo momento, non c’è nessun’altra società che dice che potremmo avere il vaccino entro la fine dell’anno. Mi fa venire la pelle d’oca pensare che stiamo parlando della possibilità di salvare vite umane”.

Così il ministro della Salute, Roberto Speranza, in un colloquio realizzato con il quotidiano statunitense Washington Post, durante la visita alla Irbm di Pomezia, l’azienda italiana che sta lavorando, in collaborazione con l’Università di Oxford, alla sperimentazione del vaccino contro il Covid-19.

Speranza sottolinea inoltre che “proteggere le persone con il vaccino è la priorità”. E assicura: “Faremo tutto il necessario per arrivare a quel punto”.

Scuola: si prevede una ripartenza complicata

L’avvio di ogni anno scolastico, da alcuni decenni, è sempre stato incerto e farraginoso: troppi problemi irrisolti e procedure non adeguatamente programmate lo hanno caratterizzato come fase densa di criticità.

La prossima riapertura delle lezione (prevista per il 14 settembre ma occorre tenere presenti i calendari  stabiliti dalle Regioni) avverrà dopo un lungo  lockdown per il Covid-19 e questo renderà le cose ancora più complicate poiché non possiamo prevedere un allineamento temporale tra fine della pandemia e successivo ritorno a scuola.

Attualmente tutto è da definire: c’è stato il lavoro della Commissione dei saggi istituita presso il M.I.: si fanno molte ipotesi, altre molto coreografiche (come l’inscatolamento degli alunni nelle cabine di plexiglass) sono state accantonate.

Restano per ora gli imperativi categorici delle mascherine e dei distanziamenti: prescrizioni che hanno messo a dura prova la diligenza degli adulti, possiamo immaginare quanto possa essere difficile conciliare questi vincoli con la vivacità degli alunni e le oggettive necessità di organizzare e gestire didatticamente i loro raggruppamenti.

Ci sono al momento due riferimenti che sarebbe utile considerare prima di decidere le linee guida del Ministero.

Innanzitutto valutare le soluzioni adottate in altri Paesi, molti dei quali per riaprire le scuole non hanno atteso il prossimo anno scolastico.

La pedagogia comparativa dovrebbe esse assunta come strumento di concertazione, almeno a livello di U.E.

Ci si chiede se far parte dell’Europa non possa offrire agli Stati membri opportunità di condivisione di azioni concordate al di fuori dei soliti ambiti di concertazione prevalentemente economica. 

L’altro indicatore ci viene offerto dal “Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive nel settore scolastico” licenziato il 28 maggio u.s. dal Comitato Tecnico scientifico della Protezione civile , operante presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Un documento che riguarderà le 8094 istituzioni scolastiche statali, che comprendono 40749 sedi distaccate o plessi che a loro volta ospitano 901.052 bambini di scuola dell’infanzia suddivisi in 42258 sezioni, 2.443.092 scolari di scuola primaria ‘spalmati’ su 128.143 classi, 1.628.889 alunni della secondaria di primo grado in 77.976 classi di scuola media e  2.626.226 alunni della secondaria di secondo grado in 121.392 classi di scuole superiore. In totale una popolazione scolastica di 7.559.259 alunni di cui 259.757 affetti da una disabilità certificata, ospitati in 369.769 classi.

A fronte di questi dati si consideri una disponibilità organica di 684.880 docenti su posti comuni e 150.609 su posti di sostegno.

Senza contare gli 866.805 alunni che frequentano le scuole paritarie, troppo spesso dimenticate nelle statistiche e nei conteggi, che fanno invece parte a pieno titolo del sistema pubblico di istruzione.

E considerando infine le scuole private soggette comunque alle norme stabilite dallo Stato in materia di edilizia scolastica, locali, programmi di studio, dotazioni organiche del personale e relativi contratti di lavoro.

Il quadro dimensionale del sistema scolastico rende ragione alla complessità delle procedure che attendono le scuole. Tenuto conto che allo stato attuale la Commissione degli esperi sanitari ha espresso tre vincoli:

  1. a) il distanziamento sociale (mantenendo una distanza interpersonale non inferiore al metro); 
  2. b) la rigorosa igiene delle mani, personale e degli ambienti; 
  3. c) la capacità di controllo e risposta dei servizi sanitari della sanità pubblica territoriale e ospedaliera. 

Queste rigorose disposizioni vanno naturalmente commisurate e rapportate alle effettive possibilità di organizzare lo  svolgimento delle lezioni nelle scuole, dall’ingresso degli alunni negli edifici scolastici e poi nelle classi, le loro necessità di movimento, lo stare nei banchi, la ricreazione, l’uso dei servizi igienici, la frequentazione delle palestre e degli altri spazi agibili, gli spostamenti interni per motivi didattici e quant’altro, viene in mente ricordando o immaginando quanto sia vivace e movimentata  la vita scolastica Ciò rende evidente la difficoltà di gestione del rispetto delle regole.

A scuola, più che altrove, l’incidenza delle coordinate spazio-temporali è determinante, forse regolamentabile ma certamente non del tutto prevedibile.

Fermo restando il valore “esperto” delle raccomandazioni contenute nel Documento occorre anche considerare la necessità di organizzarne la “ricaduta” nelle singole, concrete realtà scolastiche 

Non va dimenticato che la  scuola è un luogo di apprendimento non un ambulatorio sanitario.

C’è molta attesa nelle famiglie, nei docenti, nei Dirigenti Scolastici e anche presso gli alunni, almeno dalla scuola primaria a quella superiore. 

Ma anche ai “piccoli” della scuola dell’infanzia farà piacere rivedere le loro maestre.

I bambini e i ragazzi hanno vissuto con interesse la fase della didattica a distanza, facilitati dall’essere parte della cosiddetta generazione dei nativi digitali.

Tuttavia è emersa anche in loro (oltre che negli operatori scolastici e presso le famiglie) la consapevolezza  della insostituibilità del rapporto umano diretto, non mediato dalle tecnologie.

Forse questa è la grande lezione che la DaD ha offerto: apparati, mezzi tecnici, strumentazioni digitali devono integrare con la didattica cd. tradizionale ma non possono sostituire l’empatia di una relazione vissuta de visu, in presenza.

E questo riguarda più l’aspetto metodologico che quello dei contenuti del programma.

Certamente le aspettative degli addetti ai lavori (praticamente tutto il personale scolastico) e quelle delle famiglie si intersecano e si sovrappongono.

C’è il pericolo che ai protocolli di profilassi sanitaria si aggiunga una presenza ipertrofica della burocrazia amministrativa.

In fondo questo appuntamento di settembre è una messa alla prova della capacità dei singoli istituti scolastici di gestire le situazioni di organizzazione scolastica, degli spazi e dei tempi, del raggruppamento degli alunni secondo le linee di indirizzo che arriveranno dal Ministero dell’Istruzione ma tenendo conto delle previsioni normative sull’autonomia scolastica di cui al DPR 275/1999. 

Prevedere come si metteranno le cose è arduo e difficile: si tratta di una fattispecie mai considerata o attuata nella storia della Scuola italiana.

Occorre riconsiderare il rapporto docenti/alunni (ma per farlo servono risorse umane in quantità), la sussistenza in alcune situazioni di classi piene “a tappo” , gli spazi a disposizione in ogni plesso, i modelli didattici preesistenti, la mobilità fisica degli alunni che può essere controllata ma non irreggimentata o compressa: tante situazioni  che non sfuggono a chi direttamente a scuola o di riflesso vive empaticamente le fisiologiche distonie del sistema, ma deve cimentarsi nell’impresa di realizzare un contesto di vita che contemperi bisogni e divieti, spontaneità e vincoli.

Urge dare il via ad una generosa operazione di ridimensionamento dei vincoli burocratici: lo deve fare il Ministero e ci devono provare i singoli Dirigenti Scolastici, non “presidi sceriffi” o “comandanti delle loro navi” ma professionisti dell’organizzazione della vita della scuola.

Serve, inutile dirlo , molto buon senso.

Partendo da una considerazione più attenta da parte della politica nei cfr. degli investimenti finalizzati all’istruzione e all’ottimizzazione dei risultati del pubblico servizio scolastico. Non dimentichiamoci che l’Italia occupa l’ultimo posto per investimenti nella formazione, tra i Paesi aderenti all’OCSE.

Sarò fondamentale – in situazione, in loco, in ogni contesto di interazione , riscrivere un patto tra scuola e famiglia: un patto fiduciario che parta dalle sofferenze emotive vissute – specie a livello domestico- nel periodo di sospensione delle lezioni per il lockdown.

Sarà necessario che le famiglie usino comprensione e fiducia nei confronti della scuola e degli insegnanti dei loro figli.

Anche i docenti sono chiamati ad una prova difficile, soprattutto loro: una cosa è certa,  bisogna reinventarsi e provarci.

Si dovrà creare le premesse per dare una cornice umana e praticabile all’idea di comunità educante.

Evitando la burocrazia autogenerata dal sistema e la diffidenza a priori.

Semplificare in sicurezza: questa dovrebbe essere la regola maestra.

Servirà sopra ogni cosa la capacità di usare il buon senso comune: la scuola deve restare scuola, non diventare la succursale improvvisata di un ambulatorio e nemmeno una sorta di “Fort Apache” che attende con ansia eccessiva l’assalto da un momento all’altro, del “nemico”.

Abbiamo bisogno di idealismo e voglia di cambiare. Intervista a Dacia Maraini

Per gentile concessione del magazine “L’equilibrio delle parti” numero di maggio-giugno della rivista Fondazioni

Viviamo in un’epoca priva di ideali e di valori condivisi. Ma qualcosa resiste, ed è il sentimento di partecipazione e di solidarietà a cui molti credono. Lo dimostra la grande quantità di volontari italiani, giovani o meno giovani, che girano per il mondo, portando assistenza, sostegno, collaborazione». Ne è convinta la scrittrice Dacia Maraini, che in quasi cinquant’anni di carriera ha pubblicato una mole sterminata di romanzi, raccolte di racconti, saggi e opere teatrali, e ha vinto i Premi Strega e Campiello, oltre a tantissimi altri riconoscimenti. «Oggi abbiamo bisogno di “idealismo” – prosegue –, ovvero di un atteggiamento di fiducia verso il futuro, voglia di cambiare, di migliorare, di capire e solidarizzare con gli altri. Insomma un nuovo slancio di umanesimo».

Nei suoi libri c’è una galleria eterogenea di personaggi femminili: le sue protagoniste rispecchiano degli aspetti del suo modo di essere?

Certo, c’è sempre qualcosa dell’autore nei personaggi, ma non bisogna pensare che uno scriva solo di sé, sarebbe monotono e noioso. Lo scrittore racconta il mondo. Si guarda intorno, osserva e scrive.

Nelle sue opere dedica ampio spazio alla condizione femminile: la donna italiana è cambiata nel tempo?

Sì, è cambiata e anche molto. Dopo il femminismo, che è stata una grande rivoluzione pacifica, tutte le leggi sulla famiglia e sulla parità sono cambiate. Non è poco. Il diritto di famiglia, la parità di salario, l’abolizione dell’indulgenza sul delitto d’onore, e tante altre leggi sono mutate. Solo che è più facile cambiare una legge che una mentalità millenaria. «V Per quella ci vorrà più tempo. Ma qualcosa si sta lentamente modificando. Basta pensare alla grande quantità di donne che entrano con successo nelle professioni prima esclusiva degli uomini. Troppo spesso però queste donne intelligenti e preparate non riescono a raggiungere posizioni di prestigio, perché ancora funzionano forme, a volte dissimulate, di discriminazione. Ma comunque, piano piano, una trasformazione della posizione delle donne nel mondo, ancora simbolicamente patriarcale, si sta compiendo.

Le “sue” donne sono ribelli, indomite, coraggiose. La volontà di disegnare personaggi così forti ha anche lo scopo di spronare, incoraggiare, stimolare?

I personaggi non nascono con lo scopo di incoraggiare. I personaggi nascono da passioni profonde e a volte imperscrutabili. Li raccontiamo perchè ci interessano, non per ragioni funzionali.

Accanto alla sua attività di scrittrice, c’è sempre stato anche l’impegno civile: dalla lotta femminista alla condanna del razzismo, della mafia e dell’emarginazione. Lo scrittore è solo un testimone o può essere anche motore dei cambiamenti sociali?

I testimoni possono essere importantissimi nella interpretazione della realtà. Non fanno politica ma lavorano sulla crescita della consapevolezza.

Ci sono scrittori contemporanei che apprezza?

Certo, moltissimi. Oltre tutto penso che gli scrittori fanno un importante lavoro sulla lingua italiana, ovvero sul pensiero. Chi conosce e pratica bene la propria lingua, ragiona e riflette meglio

Da “L’equilibrio delle parti” numero di maggio-giugno della rivista Fondazioni

La destra italiana e la novità Zaia.

Sei mesi fa, Matteo Salvini non avrebbe potuto immaginare che la più grande minaccia alla sua leadership nel partito sarebbe arrivata da uno dei suoi più stretti alleati.

Luca Zaia, governatore del Veneto, è diventato un nome familiare nel paese ed il suo punteggio nei sondaggi è al 51 percento subito dietro il primo ministro Giuseppe Conte, al 59 percento.

Però Zaia è conosciuto all’interno del movimento come un politico che mantiene un basso profilo, cosa che lo porta a minimizzare tutti questi dati.

Però il fatto che la stella di Zaia stia sorgendo non è roba da poco per il panorama politico italiano, ormai da tempo incardinato sulla figura di Salvini come leader indiscusso della Destra.

L’ondata di Zaia nei sondaggi e la crescita nei sondaggi di Fratelli d’Italia potrebbero far pensare ad un avvicendamento al timone del partito dopo le elezioni regionali di settembre.

Insomma, sembra che si ripercorrerà la già nota vicenda leghista.

Un partito storicamente diviso in due fazioni: la Lega Lombarda, ora dominata da Salvini, e la Lega Veneziana, i cui membri si sono sentiti a lungo emarginati e che probabilmente si raduneranno dietro a Zaia, che considerano uno di loro.

Un partito, oltretutto che nasce autonomista e ha nel Veneto il cuore di questo processo storico.

Inoltre a differenza di Salvini, Zaia, europeista convinto, cercherà fino a fine settembre di far parlare il suo lavoro e non i social media.

Secondo Flavio Tosi, ex sindaco di Verona ed ex membro della Lega, la differenza più grande tra Zaia e Salvini è che uno sa governare e l’altro no.

Chissà, se conoscendo il soggetto Salvini, Il governatore non abbia appositamente messo sul tavolo della conferenza quel cesto di ciliege.

 

Estate, 34 mln di italiani in vacanza (-13%)

Sono 34 milioni gli italiani che hanno deciso di andare in vacanza per almeno qualche giorno nell’estate 2020 che fa registrare un calo del 13% rispetto allo scorso anno per effetto dell’emergenza Covid 19. È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixe’.

La gran parte dei vacanzieri – sottolinea la Coldiretti – ha scelto di ritardare le partenze che sono concentrate nei mesi di luglio e soprattutto agosto mentre quelle di giugno risultano praticamente dimezzate (-54%) rispetto allo scorso anno le per le incertezze sull’evoluzione della pandemia

L’Italia è di gran lunga la destinazione preferita che è scelta come meta dal 93% rispetto all’86%% dello scorso anno. Un incremento significativo per compensare la pesante incognita che grava sulle presenze straniere con deboli segnali che arrivano da Germania e nord Europa mentre completamente fermi sono gli arrivi da Stati Uniti ed oriente.

La novità di quest’estate sta anche nel fatto che 1 italiano su 4 (25%) ha scelto una destinazione vicino casa, all’interno della propria regione di residenza, nonostante il via libera agli spostamenti su tutto il territorio nazionale e all’estero.

La stragrande maggioranza degli italiani in viaggio ha scelto di alloggiare in case di proprietà, di parenti e amici o in affitto mentre in difficoltà sono gli alberghi e i 24mila agriturismi che spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche.

Case vacanza gratis in Molise

Spesso l’innovazione germoglia nelle periferie e nelle piccole comunità locali sparse per la Penisola. Guardate cosa si sono inventati in Molise per rilanciare il turismo e contrastare lo spopolamento dei borghi e dei piccoli Comuni.

‘Vieni in vacanza in Molise, ti diamo la casa gratis’, questa l’idea-forza degli amministratori di San Giovanni e dei dirigenti della associazione ‘Amici del Morrutto’ che in breve ha catalizzato l’interesse internazionale, con telefonate giunte da ogni dove: Irlanda, Francia, Spagna, Polonia, Ucraina, e prenotazioni da Trieste, Ragusa, Genova, Bologna ecc. Tutto grazie a questo ‘bando free turistico’ rivolto a chi non è molisano, a chi non abbia parenti molisani e non disponga di alcuna proprietà immobiliare in Molise. Soprattutto a chi voglia innamorarsi del Molise.

Di che si tratta in concreto? Di quaranta soggiorni gratuiti nelle case del borgo, da sabato a sabato, offrendo silenzio, aria pulita, virus free, cibi strepitosi (la frecassea, un trionfo di carni di gallinella in brodo, coratella e agnello, formaggio), paesaggi suggestivi e pace interiore… Il progetto è stato presentato il 20 giugno scorso. “Ci stanno chiamando giornali e tv, qualcuno voleva già venire, ma l’iniziativa partirà dal prossimo 4 luglio – spiega Stefano Trotta, presidente dell’associazione – Nel centro storico di San Giovanni abbiamo 440 immobili e solo 12 famiglie residenti. Il vero patrimonio turistico del Molise è la sua enorme dotazione d’immobili da sfruttare, pronti. Ad agosto ripartirà il nostro ben conosciuto Jazz Festival nel centro storico, il Morrutto, alla 16/a edizione, e dimostrazione pratica nelle aziende enograstronomiche del posto su come si fanno i prodotti, formaggi, pasta, pane, salumi”.

Non c’è dubbio che quello del Morrutto sia un progetto pilota: alla presentazione c’erano i Sindaci di altri Comuni intenzionati a partecipare al progetto mettendo gli immobili dei propri centri storici a disposizione del turismo lento e di qualità.

Oms: per il coronavirus il Desametasone può essere un salvavita

Assorted pills

Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra ha dichiarato: “Sebbene i dati siano ancora preliminari, la recente scoperta che lo steroide desametasone può essere un potenziale salvavita per i pazienti Covid-19 in condizioni critiche ha fornito un motivo per festeggiare. La prossima sfida è ora aumentare la produzione e distribuire rapidamente ed equamente il desametasone in tutto il mondo, concentrandosi su dove è maggiormente necessario”.

“Fortunatamente, questo è un farmaco economico e ci sono molti produttori in tutto il mondo, che siamo fiduciosi possono accelerare la produzione. È inoltre importante verificare che i fornitori possano garantire la qualità, poiché esiste un rischio elevato di ingresso sul mercato di prodotti scadenti o falsi”.

L’Oms sottolinea comunque che questo medicinale deve essere usato solo per pazienti grave o critici, sotto stretto controllo clinico. Non ci sono prove che questo farmaco funzioni per i pazienti con malattia lieve o come misura preventiva e potrebbe anche causare danni.

Donald Trump scuote l’equilibrio politico del Venezuela

La possibilità che Donald Trump incontri Nicolás Maduro  scuote l’equilibrio politico del Venezuela e suscita preoccupazione nell’opposizione. Il presidente degli Stati Uniti ha infatti sostenuto durante un’intervista, la possibilità di incontrare Maduro esprimendo i suoi dubbi sul sostegno che la sua amministrazione aveva dato a Juan Guaidó riconoscendolo come presidente ad interim.

In altre parole, ha messo in dubbio la strategia mantenuta per l’ultimo anno e mezzo e ha inferto un colpo quasi mortale al capo del Parlamento.

Le sue parole hanno costretto la Casa Bianca a chiarire ufficialmente che il presidente non ha perso la fiducia nel leader dell’opposizione. Lo stesso Trump aveva infatti dichiarato su Twitter che lo scopo dell’incontro sarebbe stato solo quello di discutere l’uscita di scena del leader Chavista. 

Scenario sconfessato dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, che nel suo libro in uscita, sconfessato da Trump, ha riferito che il presidente riteneva Guaido’ “debole” in opposizione a Maduro che era “forte”.

Intanto Nicolas Maduro si è detto “pronto” a parlare con Donald Trump.

 

Contro il nazionalismo religioso

Articolo pubblicato sulla rivista “La Civiltà Cattolica” a firma di Joseph Lobo

Il contesto dell’articolo. Sembra tornare in auge, in alcuni Paesi nel mondo, una forma di nazionalismo religioso-culturale. La religione viene così usata sia per fini di consenso personale sia per lanciare un messaggio politico solo apparentemente patriottico.

Perché l’articolo è importante?

L’autore innanzi tutto definisce la sua posizione, poi descrive sia le forme storiche che quelle attualizzate del nazionalismo e della sua capacità di strumentalizzazione delle religioni. Infine, spiega perché a suo modo di vedere solo una risposta profondamente religiosa, teologicamente fondata ma popolare e non elitaria, può contrastare e decostruire questa distorsione della religione.

Il nazionalismo religioso-culturale infatti è un discorso «pubblico». Cioè, la sua plausibilità è affidata ad atti e narrazioni pubbliche (metafore, esegesi, «riti»), nonché a un linguaggio comprensibile, mo­dellato su problemi reali della vita quotidiana, sui quali il naziona­lismo religioso-culturale viene proiettato come panacea. Sempre nascondendo le contraddizioni interne al discorso e a chi lo utilizza. Alla base di queste narrative, si dà per scontato che le persone di una certa nazione abbiano in comune l’identità, l’origine, la storia, con un’omogeneità ideologica, culturale e religiosa, rinsaldata dai confini geopoliti­ci. In realtà, nell’odierno mondo globalizzato non c’è alcuna tra le entità geografiche che possono definirsi «nazione» che abbia al suo interno una sola identità omogenea sotto il profilo linguistico o religioso. Un nazionalismo in senso stretto è possibile soltanto se esso elimina questa diversità.

Una simile apoteosi di una nazione fa del nazionalismo una religione e fa coincidere l’impegno per la nazione con la fede religiosa, riducendo la religione a un’ideologia nazionalista. Da questa strumentalizzazione all’idolatria il passo è breve.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

Dio si schiera sempre dalla parte dei suoi adoratori, qualsiasi cosa facciano?
Come si può dare una risposta teologica ai tentativi di omologazione del nazionalismo religioso-culturale?

Per leggere l’articolo integrale

Ecobonus, ulteriori 20 milioni per l’acquisto di veicoli a ridotte emissioni

È stata aperta sulla piattaforma online https://ecobonus.mise.gov.it/ la nuova fase di prenotazione dei contributi per l’acquisto di veicoli nuovi a ridotte emissioni appartenenti alla categoria M1, omologati come autovettura e destinati al trasporto di persone.

A seguito delle numerose richieste che hanno determinato l’esaurimento dei primi 40 milioni di euro stanziati per il 2020, il Ministero dello Sviluppo economico ha subito disposto l’ulteriore finanziamento della misura con 20 milioni di euro.

Il fondo dedicato all’ecobonus è stato inoltre potenziato dal Decreto Rilancio con risorse pari a 100 milioni di euro per l’anno 2020 e 200 milioni per il 2021, che si aggiungono ai 70 milioni già stanziati dalla Legge bilancio 2019 per il prossimo anno.

La misura promossa dal MiSE e gestita da Invitalia ha l’obiettivo di favorire, attraverso contributi statali fino a 6.000 euro, la mobilità sostenibile con l’acquisto di veicoli elettrici o ibridi a basse emissioni di CO2.

La scadenza della nuova fase di prenotazione è stata fissata al 31 dicembre 2020.

Qualità dell’aria nelle settimane di emergenza coronavirus: i risultati dell’analisi LIFE PrepAIR

Life PREPAIR – il progetto europeo che si occupa di politiche della qualità dell’aria nel bacino padano, e che ha come partner le Regioni Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e relative ARPA, la Provincia Autonoma di Trento, ARPA Valle d’Aosta, le municipalità di Milano, Torino e Bologna, ART-ER, Fondazione Lombardia Ambiente e l’Agenzia per l’Ambiente della Slovenia – sta seguendo in maniera approfondita il tema del rapporto tra l’emergenza coronavirus e l’inquinamento atmosferico in Pianura Padana, di cui si è molto discusso negli ultimi mesi.

Nelle scorse settimane ci si è concentrati sull’elaborazione di un report di approfondimento sulla correlazione tra misure adottate nelle settimane di emergenza coronavirus e qualità dell’aria: report di cui oggi abbiamo i risultati.

Nei primi mesi del 2020, infatti, la crisi sanitaria causata dalla pandemia COVID-19 e le conseguenti misure di contenimento adottate hanno generato una drastica e repentina riduzione di alcune tra le principali sorgenti di inquinamento atmosferico. Una condizione completamente inedita che, nella sua tragicità, ha creato un’occasione per studiare le complesse dinamiche della qualità dell’aria in una delle aree più complesse d’Europa, quella del Bacino Padano, che purtroppo è anche tra le aree più drammaticamente colpite dall’emergenza sanitaria.

I risultati

I principali risultati ottenuti hanno evidenziato quanto segue:

Gli inquinanti gassosi presi in considerazione, benzene e ossidi di azoto (NOx), hanno mostrato cali importanti sia rispetto ai mesi di marzo 2016-2019 sia rispetto ai periodi precedenti il lockdown.

Tali decrementi hanno raggiunto valori fino al 58% per l’NO e al 33% e 38% rispettivamente per benzene e NO2. Il confronto con il periodo medio degli anni precedenti ha mostrato come le concentrazioni di questi gas presentino valori ampiamente inferiori alla media. In sintesi, per quanto riguarda gli inquinanti gassosi, tutti gli indicatori scelti confermano una riduzione importante dell’impatto sulle concentrazioni atmosferiche, rispetto allo scenario “NO-COVID”.

Il particolato – PM10 e PM2.5 – presenta una dinamica complessa: i valori di PM10 registrati dalle stazioni nel mese di marzo sono mediamente inferiori rispetto agli anni precedenti anche se con una diminuzione meno marcata rispetto agli inquinanti gassosi, pur con una rilevante diminuzione dei valori massimi.

Le frazioni PM10 e PM2,5 variano in modo simile per tutto il mese di marzo, molto influenzate dalle condizioni meteorologiche, con valori minimi nei giorni ventilati e valori massimi nei giorni di stagnazione, condizione favorevole al loro accumulo. In queste condizioni (intorno al 13 e al 19 marzo), in alcune aree, sono stati osservati valori superiori al valore limite giornaliero (50 mg/m3).

Discorso diverso per il picco di concentrazione di PM10 registrata a fine mese, causata di un trasporto di masse d’aria ricca di polvere dai deserti dell’area del Caspio.

Possiamo ipotizzare che la relativamente minore diminuzione del particolato rispetto agli inquinanti gassosi sia dovuta a una serie di concause quali: la presenza di quantitativi di inquinanti precursori, come l’ammoniaca derivante dall’agricoltura e dall’allevamento, in concentrazione sufficiente a produrre PM di origine secondaria. Allo stesso tempo l’aumento dei consumi di gas e di legna per riscaldamento domestico, in condizioni meteorologiche che hanno limitato la dispersione degli inquinanti, ha prodotto emissioni della componente primaria.

Questi primi risultati sembrano confermare la necessità di una strategia incentrata su interventi plurisettoriali e multi-inquinante a larga scala, con interventi mirati a ridurre sia le emissioni dirette che dei precursori delle PM. In questo senso, i risultati dello studio, seppur preliminari, portano a confermare alcuni punti chiave della pianificazione adottata dalle Regioni e Province autonome del Bacino del Po nei propri piani di qualità dell’aria adottati e degli accordi interregionali.

Tuttavia, per poter essere più precisi su tali aspetti è necessario attendere i risultati delle fasi successive, cioè del prossimo rapporto che si occuperà dei mesi successivi e dei risultati delle analisi della composizione del particolato che verranno realizzate sempre nell’ambito del Progetto Prepair.

Il Rapporto completo e le infografiche sono disponibili sul sito di progetto www.lifeprepair.eu

 

Via libera alla prescrizione dei nuovi anticoagulanti orali

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Anche i medici di famiglia potranno prescrivere i nuovi anticoagulanti orali per la fibrillazione atriale non valvolare (FANV). È stata infatti pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 17 giugno 2020 la determina dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) che adotta la Nota 97, con effetto immediato, che finalmente estende la prescrizione dei “nuovi anticoagulanti orali” per la fibrillazione atriale non valvolare (FANV) anche al medico di medicina generale

Non sarà necessario la compilazione del PT web AIFA che sarà sostituito dalla scheda di prescrizione cartacea, che ogni regione potrà gestire come tale o informatizzandola, a seconda delle proprie esigenze organizzative.

La Nota 97 definisce l’ambito di rimborsabilità e fornisce ai medici di medicina generale e agli specialisti gli strumenti di natura tecnico-scientifica utili per una prescrizione efficace e in sicurezza della terapia anticoagulante ai pazienti con FANV, tenuto conto delle migliori evidenze scientifiche disponibili sul profilo beneficio-rischio dei medicinali.

Putin vuole un vertice a 5 per le armi nucleari.

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha proposto un vertice di Russia, Cina, Francia, Stati Uniti e Regno Unito, i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dotati di armi nucleari, per cercare “risposte comuni alle sfide e alle attuali minacce”.

In una nota dell’Ambasciata Russa si legge che: “nell’anno del 75° anniversario della fine della Grande Guerra Patriottica e della Seconda Guerra Mondiale, vorrei sottolineare in maniera particolare che in nome di un futuro di pace, la Russia continuerà a promuovere una politica di rafforzamento della stabilità internazionale e a tutelare i frutti della Vittoria”.

Putin inoltre spera che: “l’incontro in presenza possa avvenire il prima possibile”.

L’Oms intanto avverte che eventi di massa potrebbero pregiudicare l’andamento dei contagi nella crisi del Covid 19.

Quirinale, teniamoci stretto il nostro Presidente.

È un atteggiamento indecente, nonché politicamente inelegante e istituzionalmente pericoloso, iniziare a snocciolare i nomi e i cognomi che saranno eventualmente candidati alla guida della Repubblica italiana. E questo non solo perchè il settennato dell’attuale Presidente, Sergio Mattarella, scade fra due anni. Ma per la semplice ragione che argomentazioni del genere, che non sono quasi mai fatte in buona fede e a prescindere dal pulpito da cui vengono lanciate, rischiano solo di indebolire il nostro tessuto istituzionale e di creare inutili e nocive tensioni politiche. 

Ora, ci sono almeno tre solide argomentazioni che sconsigliano di esercitarsi in queste astratte suggestioni. 

Innanzitutto abbiamo in carica un Presidente – e io aggiungo un grande Presidente – che in questi anni difficili e complessi ha saputo guidare il paese con un chiaro, trasparente e coerente ancoraggio alla Costituzione repubblicana. Punto di riferimento di tutti gli italiani e capace, al contempo, di saper comporre conflitti politici ed interessi contrapposti senza mai rinunciare al suo ruolo di terzietà e di fedele servitore dello Stato. Un modello di comportamento esemplare suffragato, del resto, da tutti i sondaggi che hanno registrato – sin dall’inizio del suo mandato – una popolarità altissima dell’attuale Presidente. Popolarità che, in questo caso, significa anche e soprattutto credibilità personale. 

In secondo luogo il paese sta attraversando una fase delicatissima sotto il profilo sociale ed economico causa la recente pandemia. Tutti gli indicatori parlano di una progressiva, crescente ed esponenziale diseguaglianza sociale che rischia, se non governata adeguatamente, di esplodere in rabbia e rivolta sociale. Forse non è questo il momento opportuno per iniziare il valzer delle candidature al Quirinale per l’elezione del Presidente fra due anni. Un’operazione politica non utile al paese. 

Infine, la fase politica che si è aperta dopo il voto del marzo 2018 è stata governata, e guidata, anche grazie al sensoì di responsabilità e all’intelligenza istituzionale messe in campo dal Presidente della Repubblica. Se c’è una riflessione politica, culturale, istituzionale e forse anche giornalistica che si potrebbe fare di questi anni complessi e turbolenti, riguarda proprio la rilettura, anche critica se si vuole, su come si sono affrontati i principali nodi che di volta emergevano all’attenzione dell’agenda pubblica italiana. Nodi che sono stati sciolti dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sempre con toni sobri e coerenza costituzionale. 

È sufficiente, almeno a mio parere, citare questi tre elementi per archiviare al più presto la campagna nazionale sul totonomi per la prossima Presidenza della Repubblica. Per il momento teniamoci stretto questo Presidente per il bene dell’Italia, per la qualità della nostra democrazia e per la stessa credibilità delle nostre istituzioni democratiche. 

Il bandolo della matassa

Il fascino della vita consiste nei suoi chiaroscuri: quando ci sembra di aver capito tutto, di aver afferrato il bandolo della matassa, ci tocca di cominciare tutto da capo.
Possiamo forse dire: ho capito, è tutto chiaro, ecco la soluzione?
L’evidenza dei fatti e le smentite della vita mettono spesso in discussione il nostro acume ma la difficoltà ancora più grande consiste nell’ammettere quanto sia arduo condividere i reciproci punti di vista.

Siamo letteralmente immersi nei luoghi comuni: di tutte le spiegazioni avute, di quelle date e sentite nessuna è stata finora così convincente da metterci d’accordo su uno zoccolo duro, un comune denominatore di sentimento e di civiltà, nel darci quattro o cinque principi che ci consentano di vivere in armonia prima di accorgerci che l’esistenza è troppo breve e sempre piena di imprevisti e fregature.
L’aspetto più grottesco della situazione consiste nel fatto che abbiamo tutti ragione da vendere: chi parla, chi tace, chi urla, chi rivendica, chi annuisce, chi contesta, chi protesta, chi comanda, chi ubbidisce.

La regola dei distinguo, dei “ma” e dei “se” è trasversale: età, paese, ceto sociale, cultura, religione.
Il mondo è bello perché è vario, basterebbe almeno capirsi ma la pedagogia sociale è oggi scienza dei perdenti.
Siamo tutti consapevoli che molta parte delle difficoltà quotidiane dipendono spesso dalle reciproche incomprensioni: a volte si tratta di carenza di volontà altre di ottusa ostinazione, altre ancora di supponenti certezze.
Come ebbe a dire Leone Tolstoj tutti pensano a cambiare l’umanità e nessuno pensa a cambiare sé stesso.

Può darsi che la rivendicazione delle proprie convinzioni ci riempia di gratificazione e di autostima, non è certo infatti che il successo arrida ai soccombenti.
Difficile però mettere d’accordo teste e pensieri, c’è sempre chi ha qualcosa da aggiungere o da levare, chi abbandona e chi prende il sopravvento.
Ho conosciuto chi ha passato la propria vita a spiegare: per scelta, per vocazione o professione.
Che l’abbia fatto con umiltà o alterigia, con capacità o approssimazione, l’esito dell’impegno è stato sempre pesantemente condizionato dalla disponibilità a capire da parte dell’interlocutore, anche ben oltre il contenuto del messaggio o il metodo della comunicazione.

Il seme gettato nella buona terra germoglia, nella sabbia rinsecchisce.
Ci sono due categorie di comportamenti sociali oggi prevalenti che ci impediscono una comunicazione efficace: da un lato il relativismo come trionfo del lecito e del possibile, l’assenza di punti di riferimento capaci di orientare in modo stabile il timone della nostra vita.
Troviamo naturale cercare giustificazioni a tutto.
Dall’altra parte c’è una rivendicazione quasi mono direzionale del senso del diritto, di ciò che spetta per natura o per conquista.

Tutto deve essere facilitato, reso accessibile, trasversalizzato, trasparente.
Il paradosso consiste esattamente in questo: che in una società dove prevalgono le attese di soddisfacimento dei propri interessi, dove tutto ci spinge ad occupare spazi, a marcare presenze, a sottolineare ragioni riesce poi quasi impossibile spiegare – e chi mai lo potrebbe fare, con quale autorità – che i doveri non abitano soltanto nelle stanze altrui.
Questa società così scientificamente progettuale è troppo impegnata a garantirsi il presente per immaginare un futuro convincente.

A forza di impossessarci di questo mondo lo stiamo consumando.
Girando e rigirando nelle mani la matassa della vita finiamo per ingarbugliarne i fili, rimanendo noi stessi impigliati nei suoi nodi inestricabili.
John F. Kennedy diceva di essere un “idealista privo di illusioni”.
Trovo che oggi abbondino invece molti “illusionisti privi di ideali”.

Fase 3: un incremento di 10 mld con lo smart working.

Lo smart working gonfia di 10 miliardi di euro la spesa alimentare domestica degli italiani nel 2020 per effetto del maggior tempo fra le mura di casa anche per i timori ancora diffusi sulla sicurezza dei pasti in bar, ristoranti e pizzerie. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti che sulla base dei dati Ismea evidenzia un aumento del 6% del valore dei consumi domestici durante l’anno, in controtendenza con l’andamento generale di tutti gli indicatori economici.

Un trend in crescita nel corso dell’anno – evidenzia la Coldiretti – dopo che il lockdown ha profondamente modificato le abitudini di spesa delle famiglie italiane sia per quanto riguarda i canali di approvvigionamento con il graduale spostamenti verso botteghe e piccoli negozi sia per quanto concerne i cibi da acquistare per colazioni e pranzi a casa invece che al bar o al ristorante.

Lo smart working – sottolinea Coldiretti – ha spostato fra le mura domestiche tutti gli intervalli del tradizionale orario di lavoro con la necessità di organizzarsi a casa, magari anche per gli aperitivi di fine giornata. Infatti – continua la Coldiretti –si registra un +14% degli acquisti al dettaglio di latte UHT +29% per le mozzarelle, +14% pasta, +18% riso, +18% prosciutto crudo, +16% salame, +14% frutta fresca, +21% salse e passate di pomodoro, +23% uova, nei primi cinque mesi dell’anno. Con la fine delle limitazioni agli spostamento l’effetto “scorta” legato ai timori ingiustificati sugli approvvigionamenti si è progressivamente affievolito, ma è rimasta la spinta sugli acquisti domestici che segnala – sottolinea la Coldiretti –  nuove abitudini di spesa e di vita.

Una situazione che – continua la Coldiretti – sta rivoluzionando anche gli equilibri all’interno delle filiere produttive con i consumi alimentari fuori casa in bar, ristoranti e pizzerie dove la spesa registra nel 2020 un drammatico crollo per un valore di 34 miliardi di euro. Una drastica riduzione dell’attività che – sottolinea la Coldiretti – pesa sulla vendita di molti prodotti agroalimentari, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco.

In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione – precisa la Coldiretti – rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato.  La spesa alimentare fuori casa prima dell’emergenza coronavirus – conclude la Coldiretti – era pari al 35% del totale dei consumi a tavola degli italiani.

L’uragano Coronavirus e il disastro della sanità USA

Articolo pubblicato sulle rivista Atlante di Treccani a firma di di Mattia Diletti e Martino Mazzonis.

La sanità americana è un oggetto misterioso: sappiamo che è un tema elettorale, sappiamo che non funziona per tutti, ma non molto di più. Cosa succede quando su una macchina mal funzionante si abbatte un’epidemia come quella del Coronavirus? Nella prima puntata di VentiVenti, il podcast del progetto Treccani AtlanteUSA2020, proviamo a fare un po’ di chiarezza, raccontando delle storie e analizzando l’effetto della pandemia su un sistema iniquo.

Qui l’articolo completo 

Il webinar “Heritage e Territorio. Turismo e coesione economica e sociale”

Si svolgerà, lunedì 22 giugno, dalle 15.30 alle 19, il webinar “Heritage e Territorio. Turismo e coesione economica e sociale”, organizzato dall’Università europea di Roma ed Editoriale scientifica, con il supporto dell’Ufficio formazione integrale dello stesso Ateneo. “L’incontro affronterà il tema del turismo quale fattore di sviluppo dei territori e di coesione economica e sociale”, spiega Loredana Giani, coordinatore del corso di laurea in Turismo e valorizzazione del territorio all’Ateneo.

“In questa prospettiva si propone di offrire sia un quadro di carattere generale sulle politiche pubbliche di sviluppo dei territori (con un focus sulle aree interne), sia l’approfondimento di alcuni temi particolari, quali il rapporto tra turismo e cultura e quello tra turismo e innovazione”.

Si alterneranno interventi a carattere teorico-scientifico e interventi di professionisti di settore. Il seminario avrà un respiro internazionale, con la partecipazione di Yosef Garfinkel della Hebrew University di Gerusalemme.

Ai lavori si potrà assistere gratuitamente tramite la piattaforma Zoom. A tal fine, è necessaria la previa iscrizione via email a: webinar.turismo.sostenibilita.uer@unier.it.

I casi e i morti di coronavirus sono stati molti più di quelli censiti

Un nuovo studio sul coronavirus, fatto da economisti in base a un modello matematico che ha preso in considerazione anche i ‘casi sommersi’ rivela che sia il numero dei decessi che quello dei guariti è stato enormemente sottostimato.

Lo studio è stato fatto da Carlo Giannini” Fellow al Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e coautore dello studio con Salvatore Lattanzio dell’Università di Cambridge

Lo studio ha analizzato due situazioni specifiche: la Lombardia e Londra. I due economisti italiani sono giunti a questa conclusione considerando sia i dati ufficiali di contagi, guarigioni e decessi, sia i numeri, più difficili da stimare, dei casi non osservati (almeno il doppio di quelli censiti) e delle morti per Covid-19 non rilevate (il 35% in più del dato ufficiale in Lombardia, il 17% in più a Londra). Lo studio è stato pubblicato nei giorni scorsi su Covid Economics, una pubblicazione speciale del Centre for Economic Policy Research.

Grazie al modello, poi, gli economisti hanno calcolato scenari di progressivo riavvio della mobilità, ipotizzando una ripresa della circolazione delle persone fino al 75% del livello pre-pandemia.

“Senza alcuna misura di contenimento, vediamo inevitabile un secondo picco dell’epidemia e una ripresa dei decessi – afferma Palumbo – tuttavia, agendo sulla probabilità di contagio il secondo picco diventa meno probabile. In particolare, riducendo tale probabilità del 40% in Lombardia e tra il 20 e il 30% a Londra, il bilancio delle vittime torna in linea con quello di un lockdown permanente”.

 

Firenze: Fondazione Palazzo Strozzi, Tomás Saraceno in Aria

Artista visionario e poliedrico, la cui ricerca creativa unisce arte, scienze naturali e sociali, Tomás Saraceno invita a cambiare punto di vista sulla realtà e a entrare in connessione con elementi non umani come polvere, ragni o piante che diventano protagonisti delle sue installazioni e metafore del cosmo.

In un percorso di opere immersive ed esperienze partecipative tra il cortile e il Piano Nobile, la mostra esalta il contesto storico e simbolico di Palazzo Strozzi e di Firenze attraverso un profondo e originale dialogo tra Rinascimento e contemporaneità: dall’uomo al centro del mondo, all’uomo come parte di un universo in cui ricercare una nuova armonia.

Le emissioni di carbonio riempiono l’aria, il particolato galleggia nei nostri polmoni, mentre le radiazioni elettromagnetiche avvolgono la terra. Tuttavia è possibile immaginare un’era diversa, l’Aerocene, caratterizzata da una sensibilità proiettata verso una nuova ecologia di comportamento.

Gli ecosistemi devono essere pensati come reti di interazione al cui interno ogni essere vivente si evolve insieme agli altri. Focalizzandoci meno sull’individualità e più sulla reciprocità, possiamo andare oltre la considerazione dei mezzi necessari per controllare l’ambiente e ipotizzare uno sviluppo condiviso del nostro quotidiano.
Lasciamo che la ragnatela ci guidi.
(Tomás Saraceno)

La mostra è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi e dallo Studio Tomás Saraceno. Con il sostegno di Comune di Firenze, Regione Toscana, Camera di Commercio di Firenze e Fondazione CR Firenze. Con il supporto di Terna. In collaborazione con Manifattura Tabacchi e con la partecipazione di IED.

L’improbabile grazia di stato della Casellati

Non ci sono tante parole da spendere sull’episodio che ha visto coinvolta la Presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, nella seduta ultima dell’Assemblea di Palazzo Madama. Soprattutto non ce ne sono sulla sua reazione, dovuta certamente a nervosismo e stanchezza, dopo che i richiami a un’Aula turbolenta non avevano sortito effetto. Ripetere a distanza di ventiquattr’ore un voto di fiducia è un fatto di per sé insolito, segno anch’esso della conflittualità che domina l’attuale fase politica.

Non ci sono da spendere tante parole neppure sull’imprecazione uscita incautamente dalla bocca della Presidente, in stato di evidente agitazione, senza perciò il necessario self control che l’alta carica istituzionale impone. Diciamo solo che è imbarazzante ciò che riguarda, in effetti, tanto la forma quanto la sostanza di tale condotta.  Si è trattato di un cedimento che finisce per incrinare il prestigio del Senato della Repubblica.

Un’evocazione semi blasfema non offende soltanto la sensibilità delle persone che nutrono sentimenti religiosi. Anche i laici, intendendo per essi i lontani dalla Chiesa, possono cogliere il disvalore di quella che appare come una maldestra espressione d’ira. Tuttavia, sarebbe altresì sbagliato mettere tra parentesi l’offesa recata agli assistenti parlamentari, con lo sgraziato appellativo di “pupazzi” affibbiato loro dalla Casellati. Incommendevole!

In realtà, bisogna riconoscere che dirigenti funzionari e commessi, cioè tutti coloro che popolano l’universo burocratico di Palazzo Madama, costituiscono un “corpo scelto” di servitori dello Stato. Chiamarli pupazzi è a dir poco sconveniente. In altri tempi, sarebbero state invocate le dimissioni “per indegnità” della seconda carica dello Stato. Oggi si preferisce soprassedere, lasciando alla Rete il compito di irridere l’esorbitanza volgare di chi avrebbe il compito di rappresentare il massimo della compostezza ai “piani alti” delle istituzioni. Da questo momento la Presidente del Senato è destinata a convivere con l’immagine della sua improbabile grazia di stato.

Un terzo polo, ripartendo dal popolo

La politica autoreferenziale è quella che si esprime e si alimenta nel vorace consumo delle parole.

Quando ciò accade si verificano alcune derive critiche che la allontanano dal perseguimento del bene comune e dal rapporto con la gente.

Chi immaginava che la crisi della cosiddetta “Prima Repubblica” e il processo di transizione ad una “fase nuova” attraverso il “bipolarismo” realizzasse compiutamente un progetto politico chiaro, definito, comprensibile, condivisibile, concreto non può che constatare il fallimento di questa speranza.

Bipolarismo è stato soprattutto radicalizzazione, scontro, demonizzazione dell’avversario, appropriazione esclusiva del potere, creazione di nuove oligarchie, dogmatismo cieco e acritico, svuotato dai valori della concertazione, della moderazione e del dialogo, atteggiamento pervasivo di possesso, concezione manichea del bene e del male: o di qua o di là.  Tertium non datur.

Ma i processi di modernizzazione e di differenziato sviluppo di un Paese, le emergenze economico-sociali, la gestione della cosa pubblica non possono essere ascritti ad una visione monotematica, ad una concezione alternativa ed esclusiva della progettualità: oggi è necessario condividere e confrontarsi sui valori e sulle idee, verificarne la fattibilità in un contesto dialogico aperto, modulare e contemperare le esigenze di tutti secondo gli interessi della collettività, saper gestire il consenso popolare senza creare discriminazioni, corporativismi, settorializzazioni, contrapposizioni tra la parti organiche della società civile.

L’interscambiabilità delle alleanze degli ultimi due governi hanno reso l’ambizione pentastellata di porsi come elemento nuovo e diverso della politica italiana una mera simulazione del postulato cambiamento.

Partendo da  una posizione di estraneità alla logica delle alleanze e al metodo della mediazione, il partito di Grillo ha finito per diventare un esempio da manuale di situazionismo legato alla gestione del potere, partecipando alla logica spartitoria, allo scacchiere delle nomine, all’utilizzo dell’welfare come strumento di potere, al mutamento degli orientamenti in tema di geopolitica e di geeoeconomia. La scatola di tonno è stata aperta ma il contenuto è stato abilmente riciclato secondo nuovi pesi e contrappesi: come diceva Amintore Fanfani bisogna distinguere la qualità del cibo.

Occorre fare attenzione ad evitare impropri paragoni storici con il passato.

Anche se il pensiero debole dell’attuale PD consegna di fatto ai grillini uno smodato potere di condizionamento, restando la sinistra fatalmente imprigionata tra ambizioni di governo e cicliche frammentazioni e scissioni.

I cinque stelle non possono esprimere il nuovo baricentro di alleanze intercambiabili: sono troppo condizionati dai conflitti interni che portano a posizioni centrifughe e il policentrismo rivendicato come ago della bilancia del cambiamento va da un estremo all’altro, nulla ha a che fare con le correnti di centro del tempo andato. 

Un terzo polo mediano ha ispirazioni storiche, cultura fondativa, parvenze e prospettive diverse.

Non è necessario come punto di equilibrio tra posizioni contrapposte, non è un luogo geografico, un’invenzione geometrica, un ritorno alla democrazia bloccata, un macchinoso escamotage per privilegiare le alleanze sui programmi e sui contenuti della politica.

Recentemente ho letto erudite esegesi epistemologiche sul concetto di centro come nuovo polo.

Essere terzo polo significa saper dare risposte nuove e convincenti ai bisogni della gente, pensare ad un modello sociale non necessariamente conflittuale, privilegiare il concetto di “bene comune” sugli interessi di parte, realizzare una politica fortemente centrata sul ruolo alto, neutro e terzo delle istituzioni, dar spazio ad una prospettiva di organizzazione sociale che privilegi la compresenza e la solidarietà piuttosto che la competizione e l’appartenenza secondo meri princìpi d’interesse.

Occorre pensare a un terzo polo di centro con l’ambizione di presentarsi con le carte in regola: puntando sul rinnovamento della classe dirigente, sul sostegno alle famiglie e ai giovani, su un’economia di mercato che non sia vittima della finanziarizzazione, sulla tutela dell’ambiente e del territorio, sulla difesa dei valori che caratterizzano la nostra storia e che sono espressi dalla Costituzione Repubblicana.

Una visione moderna, efficiente, efficace della politica, lontana dal casting mediatico e dai siparietti personali cui la politica degli ultimi due decenni ci hanno abituati.

Si sente in giro una gran voglia di ricominciare, se ‘siamo quello che siamo stati’ non ci resta altra speranza che si possa davvero cambiare, essere concretamente migliori.

Non c’è altra direzione di marcia –‘indietro non si torna’- per questo ci tocca di dare la mano al futuro ed attrezzarci per affrontare il cammino, rimboccarci le maniche per costruire, come ebbe a dire Voltaire,  ‘il migliore dei mondi possibili’.

Nel grande volano della globalizzazione nulla ci è estraneo e tutto ci riguarda: il nichilismo non governa mai il cambiamento, essere disfattisti non paga e non risolve, per questo il sogno diventa un dovere più che un auspicio, un’opportunità invece che un inconcludente passatempo.

Diceva quel tale: ‘l’analisi conosce, la sintesi crea’ e allora ‘basta spiegare!’, ‘basta capire!’, è ora il tempo di immaginare, se programmare oggi ha un respiro breve e molte ricette sono già sepolte nel cestino, nulla ci impedisce però di sognare qualcosa di nuovo e importante.

Da dove ripartire? Guardiamoci  intorno e azzardiamo tre impegni: gli spunti ci sono, vicini e lontani. 

Al primo posto – senza generalizzare – si può mettere il destino del mondo, l’emergenza ambientale.

Ci sono dati che fanno rabbrividire: deforestazione galoppante, tonnellate di polveri sottili, alterazioni genetiche, inquinamento come deriva inarrestabile, compromissione irreversibile della salute generale, esaurimento delle fonti energetiche, cementificazione selvaggia.

Un crescendo distruttivo e tossico che sta distruggendo il pianeta. E’ stato calcolato che rapportando la presenza della vita sulla terra alle 24 ore di un giorno, lo spazio temporale occupato dall’avvento dell’uomo corrisponderebbe agli ultimi due minuti prima della mezzanotte. E in queste poche migliaia di anni di ‘umanità’ gli ultimi cinquant’anni sono più brevi di un nanosecondo: eppure la maggior parte dello sfacelo provocato dall’uomo è concentrato in questo soffio finale.

La tutela ambientale è la precondizione contestuale alla sussistenza della vita stessa: urge, è assolutamente indilazionabile, che ogni comportamento umano, dall’azione del singolo alle scelte collettive, sia ispirato alla conservazione e alla valorizzazione della natura, alla stabilizzazione dell’ecosistema. Finora è stato il contrario: l’ambiente è quasi un ostacolo, un nemico che rallenta un progresso che si rivela poi effimero e breve, ogni metro di verde uno spazio da conquistare. 

La scienza è al servizio della vita, l’una per l’altra: possiamo dire che è sempre così?

I chiaroscuri della pandemia Covid -19, che attendono di essere spiegati al mondo, possono evidenziare errori di laboratorio o uso improprio della ricerca scientifica da un lato e l’immane sforzo che i sistemi sanitari stanno affrontando per arginare il morbo e preparare un vaccino che lo sconfigga.

Ma sullo sfondo restano una presenza border line dell’uomo sulla terra, a discapito della natura, lo sforamento della sostenibilità umanità-ambiente, gli scompensi demografici incontrollabili, il rischio dell’estinzione della biodiversità.

Vanno rimodulati i rapporti tra studi e ricerca della scienza e flessibilità discrezionale o strumentale della politica.

C’è poi l’urgenza di accogliere tutte le sfide educative del nostro tempo e non si tratta solo di un fatto generazionale o istituzionalizzato, per esser chiari non è solo un problema di scuola.

Inutile investire sulla formazione, educare alle buone maniere se l’eloquenza dei comportamenti umani è poi di segno nettamente contrapposto.

C’è bisogno impellente di una ‘buona educazione’, in un mondo dove le relazioni sociali si sono incancrenite nell’invidia, nella cattiveria, nel sospetto e nel rancore.

Dopo la lunga stagione dei diritti è adesso l’ora di riparlare di doveri, qualcuno deve avere il coraggio di farlo.

Un’umanità svuotata di sensibilità e rispetto, di tolleranza e senso del dovere è un’umanità abbruttita che brancola sulla soglia del baratro dove tutto è possibile, ogni violenza può prendere forma, anche per mano o per bocca di chi parla in nome della ‘verità’ .

C’è molto passato che non deve più tornare, dobbiamo educarci reciprocamente al buono e al bello.

Mitezza, benevolenza, temperanza, rispetto sono ingredienti emotivi di una più estesa educazione sentimentale che urge a tutti: quella che accanto all’alfabeto dei saperi potrebbe dar voce all’alfabeto del cuore.

Ciò che dobbiamo insegnare ai nostri figli ancor prima lo dobbiamo praticare noi stessi.

E’ decisivo che del problema formativo si faccia carico la società: non come di un fardello inutile e dispendioso ma come del miglior investimento collettivo possibile per conservare la civiltà come valore condiviso.

C’è poi una terza domanda che non può essere elusa mentre  ristagna da sempre, sopita, nelle coscienze: quella che riguarda il perdurare delle disuguaglianze sociali che generano discriminazioni e rinnovano povertà materiali e spirituali.

Un recente studio della FAO ha calcolato che un miliardo di persone vivono nella fame.

Contemporaneamente una società opulenta e senza vergogna spreca risorse e beni materiali, elude il solo pensiero di rinunciare a qualcosa per consentire la sopravvivenza di altri esseri umani.

Il debito dei paesi poveri pesa come un macigno sulle coscienze: non basta respingere barconi e migranti, la miseria e la disperazione busseranno con sempre maggior forza alla porta della nostra anima e delle nostre case.

Serve una civiltà ispirata all’equità sociale e alla sobrietà nei consumi, dopo proclami e statuti, protocolli e trattati urge metter mano concretamente al problema del welfare.

A partire da qui, fino ai confini del mondo.

Convivere con questi drammi planetari, senza far nulla di concreto, ci rende tutti colpevolmente complici. Senza dimenticare che accoglienza e rispetto delle regole devono coesistere.

I popoli soggiogati alla schiavitù della miseria non hanno la forza della ribellione, ma l’ignavia della nostra indifferenza la trasformerebbe in una condanna senza appello.

Senza contare che anche intorno a noi si sedimentano sacche di emarginazione, solitudine e povertà.

Il tema del lavoro fa affrontato con concretezza e lungimiranza: la ricchezza generata dalla finanza è a vantaggio di pochi quella prodotta dal lavoro crea uguaglianza di opportunità.

Sta scritto all’articolo 1 della nostra Costituzione.

Scuola e lavoro sono stati i due contesti tematici più trascurati nei programmi della politica di questo inizio secolo.

Eppure sono le basi sulle quali una società moderna e civile si fonda, i fondamenti per un progetto politico nuovo che costruisca un modello sociale stabile.

Tre contesti: ambiente, educazione, giustizia sociale e lavoro. 

Tre risposte: sobrietà, tolleranza e solidarietà.

Tre motivi per i quali vale la pena di darsi da fare per il bene comune, oltre gli interessi di parte e la progettualità asfittica e inconcludente di una società che sembra priva di orientamenti fondativi e di gerarchie valoriali.

Sono occasioni di un rinnovato impegno che possono sostanziare di contenuti condivisibili la stessa politica, fino a renderla finalmente concreta, utile e lungimirante se il metodo è quello del dialogo pacato e costruttivo e il fine è la persona, al centro di ogni progetto.

Il gap tra paese legale e paese reale si è allargato, è cresciuta la sfiducia della gente nella politica, occorre un radicale ricambio della classe dirigente e un modo nuovo di pensare la politica e il sociale.

E’ venuto il momento di uscire dal limbo delle incertezze, si fa pressante l’urgenza delle scelte, la scala delle priorità.

Ci serve uno slancio vitale nuovo e necessario per far tesoro della storia ed affrontare a viso aperto, con speranza e coraggio, le inevitabili sfide che un futuro per molti aspetti ancora ignoto e imprevedibile ci sta preparando, che lo si voglia o no.

Per uscire dalla crisi non basta “volerlo” e neanche “progettarlo”: bisogna concretamente impregnare la quotidianità di azioni esemplari e consapevoli, fino a dare un ‘buon senso’ alla nostra vita.                                                                                          

Conte rimane in testa fra i leader italiani

Resta alto il consenso degli italiani per il governo Conte – a quota 57% – nonostante le difficoltà legate alla ripartenza. Che non sembrano incidere nemmeno sul gradimento verso il presidente del Consiglio, che resta stabile al 61%, in testa a tutti gli altri leader e di gran lunga.

A fotografare la situazione è il ‘cruscotto settimanale’ realizzato da Ipsos.

Abissale la forbice tra Conte e gli altri esponenti politici. Dietro il presidente del Consiglio figurano Giorgia Meloni – al secondo posto con 36 punti e un trend positivo a + 3 -, Roberto Speranza in terza posizione (con trend stabile) e Matteo Salvini al 33% (+2).

A 28 punti, ma in calo di 3 rispetto alla settimana scorsa, c’è il ministro dem Dario Franceschini, seguito a 27 punti da Luigi Di Maio (trend stabile).

Sul fronte partiti, la Lega resta sempre in testa (24,3%) e guadagna anche un +0,8 rispetto alla scorsa settimana. Seguono Pd al 20,8% (-0,5%) e M5S al 17,7% (+0,6%), quindi Fdi con il 16,7% (-0,8%), FI al 7,1% (+0,1%) e Italia Viva, che chiude al 2,7% con trend positivo pari a +0,4%.

L’Italia turistica tenta di ripartire

L’Italia turistica non prende un anno sabbatico e alla vacanza non si rinuncia neppure in tempo Covid. Del 47,5% di italiani che partiranno in estate, la maggior parte quest’anno resta in patria (83%) mentre il 6,9% andrà all’estero ed il 3% andrà sia in Italia che all’estero. I viaggi si allungano fino ad ottobre, distribuendo così i flussi su periodi normalmente di bassa stagione. Sceglierà quel periodo “sicuramente” il 17,9% dei pluri-vacanzieri a cui si aggiunge chi lo farà “probabilmente” pari al 46% di chi trascorre più di un soggiorno. Si parte con la famiglia (40,2%), e in coppia (46,2%) mentre solo il 16,1% sceglierà di viaggiare con gli amici.

Enit ha interrogato un campione significativo di italiani, oltre 3mila sull’intenzione di andare in vacanza nel periodo dal 21 giugno al 10 ottobre e addirittura c’è chi se ne concederà ben due (il 41,4%), a fronte di un 27,5% che non potrà dedicarsi un momento di pausa. E’ indeciso invece un italiano su quattro: il 25% di popolazione ancora non riesce a scegliere se organizzare o meno spostamenti. Il 73,5% dei vacanzieri italiani partirà, quindi, tra fine giugno e agosto, mentre il 26,5% sceglierà settembre/ottobre. Per tutti però il mordi e fuggi sarà uno dei trend della stagione estiva: la “gita fuori porta” resta irrinunciabile, nonostante la congiuntura economica. Il 34,4% ne farà poche, due o tre in tutta l’estate mentre il 27,5% non crede di potersele concedere. In compenso uno su dieci (il 10,9%) è sicuro di dedicare ogni weekend al viaggio mentre il 21,1% si concederà la gita fuori porta ogni 2 settimane.

Per la vacanza principale molto richieste le abitazioni private e le case vacanze: il 16,5% dei vacanzieri alloggerà in albergo preferendo dal 3 stelle in su, mentre una quota complessiva del 36,3% di turisti si recherà nelle abitazioni private: il 16,1% in appartamenti in affitto, il 10,4% ospite da amici e parenti, il 9,8% nella propria abitazione di vacanza. Seguono i B&B (8,9%) e i villaggi turistici (6,3%) e l’agriturismo (5,2%).
Il 32,8 per cento si concederà fino a 10 notti, il 26,4% anche di più. Soggiorni inferiori a una settimana per il 17,4% che trascorrerà una vacanza da 4 a 6 notti, e per il 10,4% che farà soggiorni brevi da 3 notti o meno. Per chi resta in Italia le principali destinazioni dell’estate in testa sono Puglia (12,4%), Sicilia (11%), Toscana (10,6%), un podio che stacca le altre località in Trentino Alto Adige (7,2%), in Sardegna (6,5%) ed Emilia Romagna (6%). Chiudono la Top10 il Veneto (5,8%), la Liguria (5,7%), la Campania (5,1%) ed a pari merito la Lombardia e la Calabria (4,9%). All’estero gli italiani sceglieranno l’Europa Mediterranea (37%), il nord Europa (29%) e l’Europa dell’Est (12,7%).

Tra coloro che andranno in località extraeuropee il 6,9% negli States, il 3% in Cina e Asia, il 2,7% nell’America Latina, lo 0,8% in Canada e lo 0,2% in Russia. Parola d’ordine outdoor: oltre la metà dei vacanzieri italiani quest’estate sceglierà il mare (59,8%), o comunque la vacanza naturalistica (30%). Seguono le scelte di montagna (25,6%) ed il relax (25,5%) mentre per il 23,2% il soggiorno estivo è motivo di esperienza culturale. Tra le altre motivazioni di soggiorno rilevanti, la vacanza enogastronomica (13,6%) e quella esperienziale del territorio (11,2%), il turismo termale (10,1%) sportivo (6,9%) e d’avventura (6,8%). Ancora a seguire il soggiorno al lago (4,5%), il turismo rurale (3,8%) e la vacanza zaino in spalla (3,7%).

Dall’estero segnali leggermente positivi di voglia di vacanza in Italia: stop al calo delle prenotazioni aeroportuali dal 1° giugno al 19 luglio (complessivamente stabili al -91,4%): in particolare, la Germania passa da -88,4% a -86,1%, e la Francia da -86,6% a -83,4%, i Paesi Bassi da -84,6% a -80,6%, la Russia da -91,2% a -90,4%.

Covid: “Epidemia non è conclusa”

Complessivamente “il quadro generale della trasmissione e dell’impatto dell’infezione da Sars-CoV-2 in Italia rimane a bassa criticità, con una incidenza cumulativa negli ultimi 14 giorni – dall’8 al 14 giugno – di 6.03 per 100.000 abitanti”. Lo si legge nell’ultimo aggiornamento del monitoraggio della situazione Covid realizzato da Iss-ministero della Salute.

“Tuttavia, a livello nazionale, si osserva un lieve aumento nel numero di nuovi casi diagnosticati rispetto alla settimana di monitoraggio precedente, riscontrato sia nel flusso di sorveglianza coordinato dal ministero della Salute e pubblicato sul sito della Protezione civile, sia nel flusso di sorveglianza coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità”. Persiste, comunque, “l’assenza di segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali”. </p><p>Rezza: “Focolai sotto controllo”

Il periodo esaminato è successivo alla terza fase di riapertura avvenuta il 3 giugno. “Per i tempi che intercorrono tra l’esposizione al patogeno e lo sviluppo di sintomi e tra questi e la diagnosi e successiva notifica, verosimilmente molti dei casi notificati in questa settimana hanno contratto l’infezione 2-3 settimane prima, ovvero nell’ambito della seconda fase di riapertura (tra il 18 maggio e il 1 giugno 2020)”, precisano gli esperti. “Alcuni dei casi identificati tramite screening, tuttavia, potrebbero riferirsi a periodi precedenti”.

In alcune realtà regionali, continua ad essere segnalato un numero di nuovi casi elevato. “Questo deve invitare alla cautela in quanto denota che in alcune parti del Paese la circolazione di Sars-CoV-2 è ancora rilevante”. In tutta la Penisola sono stati diagnosticati nuovi casi di infezione nella settimana di monitoraggio corrente, “con casi in aumento rispetto alla precedente settimana di monitoraggio in diverse Regioni e Province autonome”. Sebbene ciò “possa essere in parte da attribuire alla intensa attività di screening e indagine dei casi con identificazione e monitoraggio dei contatti stretti, questi segnali non devono essere sottovalutati in quanto – sottolinea il report – evidenziano come l’epidemia in Italia di Covid-19 non sia conclusa e come la situazione epidemiologica sia estremamente fluida”.

Sul caso Bentivogli

Le dimissioni di Marco Bentivogli, impreviste e sorprendenti, costituiscono un problema per tutto il movimento sindacale e in particolare per la Cisl. Il segretario generale dei metalmeccanici abbandona il campo con eleganza e sobrietà, ciò nondimeno il suo gesto suona altamente polemico. Sbatte la porta, negando tuttavia di voler segnare, con questa scelta drastica, una rottura con il “suo” sindacato.

La spiegazione fornita nel pomeriggio di ieri non lascia trasparire acredine. “Ho iniziato nel 1995 – scrive Bentivogli – a fare l’attivista della Fim Cisl. In questi 25 anni ho ricoperto tutti i ruoli e fatto sindacato in molte regioni e ho seguito dalle aziende più piccole ai più grandi gruppi. Un’esperienza formidabile”. E poi aggiunge: “Questa scelta è assolutamente libera e meditata con me stesso, nella sicurezza che la Fim possa proseguire il proprio cammino ancora più forte”. Quindi, la conclusione: “Non pensate a nessun rammarico e a nessuna dietrologia, ho sempre detto che bisogna fare più esperienze possibili per continuare a dare il senso alla propria esistenza, ho appena compiuto 50 anni e dopo 25 anni di Fim penso sia giusto cambiare reparto nel proprio impegno”.

Senza fare dietrologia, può essere tuttavia ricordato il malessere che da tempo  pesava nei rapporti interni al sindacato di Via Po. Anna Maria Furlan, da anni a capo della Cisl, non ha occultato i motivi di contrasto con l’erede più brillante della sinistra sindacale alla Carniti. Ora, evidentemente, tutti i nodi sono giunti al pettine, costringendo Bentivogli a una presa di posizione che appare, al tempo stesso, come un atto di sfida e di rassegnazione. Anche all’interno della Fim si è dispiegata l’azione di un’area più vicina alla linea della Furlan.

Sì può liquidare la vicenda con una semplice scrollata di spalle? È plausibile circoscriverne l’impatto alla dinamica tutta interna alla Cisl? Deve la pubblica opinione astenersi dall’invadere, più in generale, l’autonomia del sindacato? Niente di tutto questo: l’indifferenza, in questo caso, è solo una manifestazione di pigrizia intellettuale. Essere equanimi e distaccati significa, in realtà, cavarsela con poco e alla buona, mentre una riflessione seria sulle prospettive di rinnovamento del mondo sindacale chiama in causa, nel suo complesso, la classe dirigente del Paese.

Sulla Cisl sono accesi i riflettori. Derubricare queste dimissioni a mere faccende domestiche sarebbe un esercizio di totale incomprensione, segno per altro di un certo sbandamento ideale. L’errore della Furlan sarebbe allora imperdonabile qualora si acconciasse a gestire il caso con fastidio e disappunto, senza cogliere le pesanti implicazioni per l’immagine stessa della Cisl. È tempo di pensare a un vero esame di coscienza, non a una controreplica all’insegna della propria convenienza. 

Manca la DC, ma soprattutto manca il popolo che ne esprimeva la qualità e la funzione.

Il dibattito aperto da “Il Domani d’Italia” attorno al quesito “Ci manca la Dc?” ha messo in evidenza argomentazioni utili e interessanti, che in larga parte posso condividere. 

Da ex democristiano, cresciuto nella sacrestia d’italia (il Veneto), non posso nascondere la nostalgia per il partito che mi ha fatto scoprire i valori civici, la crescita nel confronto, la cultura, quale orizzonte dell’impegno politico, le esperienze amministrative quale presupposto per imparare a governare. Eppure, nonostante il batticuore che ancora provo nel rileggere interventi in parlamento, so che quel tempo è finito per sempre! 

Sempre! Per una semplice ragione: non c’è più quel popolo, quei giovani che volevano cambiare tutto e subito, frenati dagli anziani che vedevano un pochino più in là. Non ci sono più gli imprenditori che guardavano le economie delle piccole patrie e non esitavano assumere qualche operaio se il sindaco gli evidenziava che c’erano bocche da sfamare. Non ci sono più insegnanti che il tempo libero lo dedicavano a far crescere la cultura locale. Non ci sono più i preti che, con la scusa dell’oratorio, riuscivano a tenere vicini tanti giovani. Non ci sono più i medici che aprivano l’ambulatorio alle 6 del mattino. Non ci sono più i bar dove le partite di briscola erano il pretesto per staccare dalle giornate di lavoro interminabili. E neppure ci sono più i sindaci di allora.

È cambiato tutto! Ora sembra ci siano solo i soldi, la tecnologia, l’immagine, i viaggi. E quando parli con qualche sciattona chiamata ad amministrare il suo comune, neanche ti guarda perché impegnata a rispondere al telefono o a mandare ordini al suo segretario sulla chat. Perlopiù, anche, impegnata a lisciarsi i capelli. 

Cara DC quanto mi manchi!

E spunta sempre la Dc…

Dunque, andando con ordine. Nel 1993 – cioè 27 anni fa – la Democrazia Cristiana cessa di esistere. Cioè chiude i battenti. E dal 1994, cioè un anno dopo, ogniqualvolta decolla un progetto politico, un partito, un movimento o un semplice cartello elettorale c’è sempre qualcuno che obietta, e scrive, che questa potrebbe essere la volta buona. Ovvero, tradotto, finalmente “ritorna la Dc”. 

Ora, sulla Dc sono stati scritti chilometri di libri, la letteratura è pressoché sterminata e non mancano, al riguardo, i tifosi e gli eterni detrattori. Ma, al di là del giudizio storico e politico che ognuno di noi tiene ovviamente per sè, è indubbio che il fantasma della DC continua ancora ad aleggiare. Chi ha ancora un briciolo di memoria storica, ricorda perfettamente che nel 1994 quasi tutti gli osservatori sostenevano candidamente che Forza Italia non era nient’altro che la reincarnazione concreta della Democrazia Cristiana. Per svariate motivazioni. Poi toccò alla Lega di Bossi per i consensi che incassava nel nord del nostro paese, nelle tradizionali “zone bianche”. Per non parlare, in misura leggermente minore ma comunque sempre con lo stesso riferimento, della Lega di Salvini per i massicci consensi diffusi in tutto il paese. E poi, senza il benchè minimo pudore, abbiamo addirittura ascoltato, e letto, che il partito demagogico, populista e anti politico per eccellenza, cioè i 5 stelle, potevano rappresentare il “nuovo partito di centro” degli anni duemila. Per non contare gli oltre 60, dico 60, tentativi che in questi ultimi 20 anni hanno cercato di riproporre all’attenzione della pubblica opinione la riproposizione della Democrazia Cristiana come nuovo soggetto politico organizzato. Tentativi, come da copione, tutti miseramente falliti. Anche se va dato atto a questo gruppo di irriducibili amici ex democristiani di averci perlomeno provato. 

Ora, senza entrare nel merito delle varie esperienze fallite nè, tantomeno, senza giudicare i confronti tra la Dc e i molti partiti ed esperienze che ne avrebbero dovuto raccogliere l’eredità, almeno due aspetti li voglio ricordare. Prendendoli a prestito da un autorevole e qualificato esponente di quella nobile esperienza politica, Guido Bodrato. Diceva il leader piemontese in un dibattito, tempo fa, che la Dc è stata “un fatto storico”. Cioè una esperienza politica che, al di là delle singole opinioni, va collocata storicamente. Un partito collocato in una fase politica definita a livello nazionale ed internazionale che, come ovvio, non può essere banalmente e semplicisticamente replicabile. Una osservazione, verrebbe da dire, persin scontata. E, aggiungeva Bodrato con parole simpatiche ma efficaci, “La Dc era come un vetro infrangibile. Quando è andato in frantumi si è perso in mille pezzi e pertanto non è più ricomponibile”. Ecco, parole semplici ma che spiegano bene il senso di quella esperienza politica e che, soprattutto, azzerano alla radice ogni tentativo di emularla nell’attuale contesto politico italiano. Una riflessione che, però, vale anche per il passato più o meno recente. 

Ecco perchè sulla Democrazia Cristiana sarebbe consigliabile fissare un punto di non ritorno. Perchè un conto è rileggere criticamente quella straordinaria esperienza politica, i suoi riferimenti ideali, la sua classe dirigente nazionale e locale, la sua cultura di governo e il suo progetto politico. Tutt’altra cosa è copiarne il modello politico ed organizzativo e trasferirlo meccanicamente nella contesa politica. Quasi a prescindere. 

Tutt’altra cosa, invece, è continuare ad attingere a quella sorgente culturale, a quella esperienza di governo e, soprattutto, al magistero della sua classe dirigente nazionale. Un solo esempio. Nei giorni giorni abbiamo ricordato i 50 anni dello Statuto dei Lavoratori, una delle più grandi conquiste democratiche e costituzionali del secondo dopoguerra. Può essere dimenticato, al riguardo, il magistero e il ruolo concreto di un politico come Carlo 

Donat-Cattin, artefice di quella conquista democratica, civile e storica? Ma gli esempi sono infiniti e si potrebbero citare decine di leader e statisti che hanno costellato e contribuito a radicare e a qualificare la democrazia italiana nel corso degli anni, dal secondo dopoguerra in poi. 

Per questi semplici motivi, quando si parla della Dc e del ruolo che ha avuto nella politica italiana, forse è veramente giunto il momento per distinguere la storia dalla politica. La storiografia dalla militanza politica. E questo non solo per il rispetto della Dc e per quello che ha rappresentato in Italia ma anche per non continuare a fare confusioni e, soprattutto, per non cadere nel ridicolo o nel patetico. 

Commercio estero: svolta patriottica a tavola, -16% import

E’ svolta patriottica a tavola con le importazioni di cibi e bevande stranieri che crollano del 16% mentre tengono sostanzialmente le esportazioni alimentari Made in Italy che fanno segnare un calo di appena l’1%. E’ quanto emerge da un analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nel mese di aprile 2020.

L’emergenza coronavirus spinge l’82% dei consumatori a privilegiare nel carrello prodotti tricolori per sostenere l’occupazione e l’economia nazionale secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’. Non è un caso che il mercato dei cibi patriottici in grande espansione abbia raggiunto il valore record di 7,1 miliardi e interessa ormai il 25% di tutti gli alimenti sugli scaffali dei supermercati con bandiere, simboli, scritte e denominazioni che richiamano il Belpaese, secondo un’analisi Coldiretti su dati Nielsen.

L’attenzione alla provenienza nazionale ha portato a ridurre – rileva Coldiretti – la presenza di molti prodotti stranieri che negli ultimi anni si sono affermati sulle tavole degli italiani, dalla carne di manzo inglese, che crolla del 38%, allo champagne francese, che perde il 24%, fino alla frutta esotica come il mango in calo del 40%, secondo un’analisi Coldiretti sul valore delle importazioni a marzo 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

“La nuova tendenza degli italiani a prediligere prodotti di origina nazionale è un fenomeno importante per il rilancio del mercato interno che va sostenuto mettendo finalmente in trasparenza l’origine di tutti i prodotti in commercio” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “occorre però sostenere anche le esportazioni sui mercati esteri con  un piano straordinario di internazionalizzazione con la creazione di nuovi canali e una massiccia campagna di comunicazione per le produzioni 100% Made in Italy e per l’Italia a partire da quei paesi dai quali i flussi di arrivo sono storicamente più consistenti”.

Il cerchio si stringe attorno a Bolsonaro

Il cerchio si stringe attorno al presidente brasiliano, Jair Bolsonaro: nell’ambito di un’inchiesta per corruzione che coinvolge il figlio maggiore, Flavio, è finito in manette Fabricio Queiroz, storico amico di famiglia ed ex collaboratore del senatore. Nell’ambito della stessa operazione, la polizia di Rio de Janeiro ha anche eseguito un mandato di perquisizione e sequestro in una casa di proprietà di una donna legata al gabinetto di Flavio Bolsonaro, a Bento Ribeiro, nella zona nord della città.

La doppia operazione rientra in un’inchiesta lunga e complessa per accertare la posizione del figlio, il senatore Flavio, sospettato di essere a capo di un’organizzazione criminale dedita al riciclaggio di denaro durante il suo mandato nell’Assemblea legislativa di Rio de Janeiro (Alerj), durato 15 anni, organizzazione nella quale Queiroz avrebbe avuto un ruolo chiave.

La magistratura ha anche ordinato l’arresto della moglie. Dopo l’annuncio dell’arresto di Queiroz – in custodia in un commissario della polizia civile di Rio – l’opposizione brasiliana ha invocato il ritiro dell’immunità al senatore Flavio. “Queiroz è stato arrestato nella casa dell’avvocato di Flavio Bolsonaro. È giunto il momento di ascoltare la nostra denuncia contro Flavio. Flavio deve essere privato della sua immunità. È urgente”, ha detto Randolfe Rodrigues, senatore del partito ambientalista Rede Sustentabilidade.

 

Ciclomobilità, 137,2 mln euro per le ciclovie urbane

Via libera dalla Conferenza Unificata al Decreto proposto dalla Ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli che stanzia 137,2 milioni di euro da destinare alla progettazione e realizzazione di ciclovie urbane, ciclostazioni e di altri interventi per la sicurezza della circolazione ciclistica cittadina.

La ripartizione prevede l’assegnazione di 51,4 milioni per il 2020 e 85,8 milioni per il 2021.

Il provvedimento, in linea con il Decreto Rilancio che introduce gli incentivi per l’acquisto di biciclette e monopattini e prevede alcune modifiche al Codice della Strada attuate anche a mitigazione dei rischi legati all’emergenza da Covid-19, attribuisce le risorse ai Comuni e alle Città Metropolitane in base alla popolazione residente.

I fondi spettano alle Città Metropolitane, ai Comuni capoluogo di Città Metropolitana, Provincia o Regione, e ai Comuni con popolazione residente superiore a 50mila abitanti. Un secondo criterio è riferito alla premialità acquisita da tutti quegli Enti che hanno già adottato o approvato un PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile). Nella definizione delle risorse si è inoltre considerato il principio di riequilibrio territoriale in favore delle Regioni del Mezzogiorno.

In coerenza con questi criteri di ripartizione, stabiliti congiuntamente con gli Enti territoriali, nel biennio 2020/2021 alle Regioni del Sud saranno assegnate risorse per 45,9 milioni di euro e alle regioni del Centro-Nord risorse per 87,1 milioni di euro. A questi importi, si aggiunge un’ulteriore quota di risorse pari a 4,2 milioni di euro, destinata ai Comuni sede legale di un’istituzione universitaria, per consentire la progettazione e realizzazione di ciclostazioni e favorire l’intermodalità dei collegamenti tra i poli universitari e le stazioni ferroviarie.

Le risorse indicate rappresentano una solida base di partenza per il settore, sia in vista dell’adozione da parte del Mit del Piano Generale della Mobilità Ciclistica quale strumento principale per la programmazione delle future risorse, sia con riferimento ai “Biciplan”, già redatti o in fase di sviluppo da parte degli Enti territoriali.

Tabella di ripartizione risorse per regione
Tabella di ripartizione risorse per regione

Coronavirus, Oms: “Possibile seconda ondata in autunno”

“Non siamo fuori dall’oscurità. I lockdown ci hanno permesso di guadagnare tempo. Laddove ne abbiamo l’opportunità, dobbiamo coglierla per rafforzare la nostra preparazione. Ciò significa sperare nel meglio, ma prepararsi al peggio: un probabile ritorno di Covid-19, attraverso Paesi, regioni, città e comunità. La nostra priorità è prepararci per l’autunno”. A sottolinearlo è Hans Kluge, direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

“Covid-19 – ribadisce – è ancora in una fase attiva in molti Paesi. E’ fondamentale che continuiamo a recuperare e ricostruire la vita normale dopo il lockdown, ma è anche molto importante che le autorità investano nell’avere un sistema aggressivo di monitoraggio, test e tracciabilità per evitare misure aggiuntivi nelle settimane e nei mesi a venire in caso di ritorno del virus”.

Il Next Generation EU è la base necessaria per il negoziato. Indietro non si torna.

“Signor Presidente, signori Capi di Stato e governo, signora Presidente della Commissione,

l’ultima volta che mi sono rivolto a voi eravamo nel pieno della pandemia. Sebbene la situazione sanitaria nell’UE sembri essere sotto controllo grazie alle misure adottate dall’Unione e dagli Stati membri, la portata della crisi e le sue ripercussioni economiche sono diventate ancora più evidenti. Il tempo è un lusso che non possiamo permetterci: dobbiamo agire con urgenza e coraggio, perché i cittadini, le imprese e le economie dell’Unione hanno bisogno di una risposta immediata. I cittadini si aspettano un’azione coraggiosa. E noi dobbiamo rispondere alle loro aspettative.

Innanzitutto ringrazio la Commissione per aver presentato una proposta ambiziosa che per noi rappresenta la base minima di partenza e non accetteremo nessun passo indietro. Riteniamo che sia ancora possibile apportare alcuni miglioramenti, in modo da garantire che le decisioni fondamentali che adotteremo vadano a beneficio dei cittadini. Nessuno deve rimanere indietro.

Ciò mi conduce a una questione che sta a cuore al Parlamento, ossia che questo debito comune deve essere ripagato in modo equo senza lasciare l’onere alle generazioni future. E noi possiamo farlo puntando su lavoro e benessere. A questo proposito non dimentichiamo che intervenire solo con prestiti avrebbe conseguenze asimmetriche sul debito dei singoli Stati Membri e sarebbe più costoso per l´Unione nel suo insieme. Abbiamo ora l’opportunità di rimodellare l’Europa e di renderla più equa, più verde e più lungimirante. A tal fine dobbiamo cogliere al volo questa occasione per introdurre un paniere di nuove risorse proprie.

Serve riformare il versante delle entrate di bilancio e, per il Parlamento, l’introduzione di nuove risorse proprie è indispensabile. Il messaggio che vi rivolgiamo oggi è chiaro: vogliamo lasciare in eredità soluzioni permanenti sulle entrate rendendo l´ Unione europea forte, finanziariamente sostenibile e più autosufficiente. Per la stragrande maggioranza del PE questa è condizione indispensabile per qualsiasi accordo globale sul Quadro finanziario pluriannuale.

Oltre a rispondere alle sfide a breve termine, dobbiamo guardare al futuro con una visione strategica. Se da una parte abbiamo apprezzato la pronta risposta della Commissione alla crisi, dall´altra, la proposta riveduta relativa al Quadro finanziario pluriennale non é ancora all´altezza delle priorità che ci siamo dati all´inizio di questa legislatura e che oggi sono ancora più urgenti.

Dobbiamo proteggere i cittadini, ma anche offrire opportunità. Non possiamo parlare di investire nei giovani e nel contempo non sostenere adeguatamente Erasmus+, così come non possiamo sostenere in modo efficace il Green Deal e la digitalizzazione riducendo la dotazione del meccanismo “Connecting Europe”.

Sono molto preoccupato per l´impatto che la crisi sta avendo sulla vita delle persone. Ho ricevuto come voi un appello di numerosi associazioni di solidarietà che si occupano dei più poveri nei nostri paesi. E´ nostro dovere ascoltare queste voci ed assicurarci che il nostro sostegno ai più deboli non venga mai meno.

Essere autorità di bilancio e co-legislatore impone al Parlamento europeo una responsabilità nei confronti dei cittadini alla quale non intendiamo sottrarci. Ciò significa che il Parlamento europeo deve partecipare a pieno titolo alle decisioni sull’attuazione del piano di ripresa e sulla raccolta, ripartizione e utilizzo dei fondi.

La ripresa che vogliamo si baserà su una consistente parte di risorse esterne che si appoggiano al bilancio, pari a 500 miliardi. Sarebbe impensabile che queste risorse fossero sottratte al controllo democratico del Parlamento europeo.

Tutto ciò porta all’essenza del mio messaggio: abbiamo bisogno di un approccio comune che goda del massimo consenso, che unisca l’azione urgente allo sguardo rivolto al futuro e costruisca un’Europa più forte e più resiliente nell’interesse di tutti. Non é il momento di annacquare le nostre ambizioni. Dobbiamo mostrare ai nostri cittadini il valore dell’Europa e la nostra capacità di trovare soluzioni che contino per la loro vita. Questi strumenti permetteranno di ridurre le disuguaglianze e fare dell´Europa il leader delle trasformazioni epocali che abbiamo davanti. Transizione digitale e green economy, accesso alla tecnologia per tutti, creazione di nuovi posti di lavoro: sono le sfide dell´Europa del futuro.

Ringrazio la Presidenza croata che si é trovata ad esercitare la presidenza di turno, per la prima volta, in un semestre caratterizzato da una crisi senza precedenti e da un evento tragico come il terremoto. Vorrei rivolgere un saluto al primo Ministro e amico Andrej Plenkovic con il quale abbiamo lavorato con grande sintonia e spirito di collaborazione.

Infine per quanto riguarda le relazioni con il Regno Unito il Parlamento ha adottato ieri la sua risoluzione con una maggioranza dell´81% dei suoi componenti. Il nostro messaggio, che ho trasmesso al Primo Ministro britannico durante la Conferenza ad Alto livello, è chiaro: insisteremo per un accordo ambizioso, globale e completo, in linea con gli impegni congiunti assunti nella Dichiarazione politica. Riteniamo che questo sia il miglior risultato possibile per entrambe le parti e, nonostante il poco tempo a disposizione, con buona volontà e determinazione è ancora realizzabile.  Riponiamo piena fiducia nel nostro negoziatore Michel Barnier. Ho anche sottolineato al Primo Ministro che la Dichiarazione politica, accuratamente negoziata da entrambe le parti, costituisce le fondamenta su cui dobbiamo costruire un accordo. Non vi è alcuna possibilità, ma nemmeno alcuna ragione, per rinegoziare o rimettere in discussione quella Dichiarazione.

Dobbiamo essere ottimisti, ma anche realisti e farci trovare pronti ad un eventuale No Deal. Siamo alla vigilia di scelte importanti. Ci auguriamo che i governi dimostrino, nei confronti delle proposte della Commissione, lo stesso incoraggiamento manifestato dal parlamento. “Ogni lungo viaggio inizia con un primo passo” suggeriva Laozi. Se partiremo con il piede giusto, riusciremo ad andare tutti insieme molto lontano”.

Stati Generali, manovra anticipata e partito di Conte. La versione di Lorenzo Dellai

Riproponiamo d’intesa con Dellai l’intervista apparsa ieri, a firma di Francesco De Palo, sul quotidiano online formiche.net

Villa Pamphili sostituirà il Parlamento nelle prossime settimane? E la strategia di visione è legata al lungo periodo o rischia di avere solo un effetto-immagine? Secondo Lorenzo Dellai, già parlamentare di Scelta Civica, il primo elemento che viene in mente analizzando la kermesse riguarda “l’ambizione smisurata con la quale si intenderebbe così progettare addirittura il Paese dei prossimi decenni, come se, in un mondo sempre più complesso, mutevole e interconnesso, qualche giornata di incontri al vertice possa partorire le basi di un improbabile Nuovo Modello di Sviluppo”.

POLITICA E CRESCITA

“Mi viene di pensare, dice a Formiche.net che, quando la politica era la Politica, gli Stati Generali erano la quotidiana esperienza democratica di partiti ed istituzioni che vivevano in simbiosi con la comunità e con le sue forze vitali; ne interpretavano attese e tensioni; ne accompagnavano – nel rispetto dei ruoli – impegno e fatica; ne orientavano le pulsioni, paure comprese, secondo obiettivi di bene comune. Conoscevano bene la forza ed assieme il limite della politica”.

Questo secondo l’esponente centrista è stato uno dei segreti della crescita e della tenuta del Paese fino alla fine degli anni settanta, durante tutta la lunga stagione della cosiddetta “democrazia dei partiti”. Si chiede, quindi, come può essere possibile definire un progetto per l’Italia dei prossimi decenni senza ripartire da qui, da questa concezione “comunitaria” della democrazia. E ancora come possono cittadini, imprese, Terzo Settore e comunità territoriali identificarsi in un progetto di futuro senza sentirsi parte attiva e partecipe – non spettatori – di tutto ciò? E in che modo possono sentirsi partecipi.

TROPPE ILLUSIONI

“Vedo uno scarto incolmabile tra le ambizioni degli Stati Generali e la fragilità di una politica che pretende di disegnare il futuro del Paese senza fare i conti con la drammatica crisi di rappresentanza che da tempo la pervade. La droga del leader mediatico di turno, con la sua fugace fortuna nei sondaggi del momento, può dare l’illusione di andare oltre questa crisi, ma appunto è solo un’illusione. Perché essa è crisi profonda di senso della comunità e dunque della politica, di evanescenza degli strumenti democratici che la Costituzione chiama partiti; di smarrimento delle culture politiche, del loro ruolo di radar nella nebbia dei cambiamenti epocali che viviamo, della loro funzione di collante tra le persone e le comunità e di antidoto alle solitudini. Una politica che rinuncia alla sua cultura di riferimento non sarà mai capace di vera ‘rappresentanza’: semmai di rappresentazione. Non costruirà consenso su un progetto di futuro: semmai effimere, volubili ed interessate tifoserie”.

CORPORAZIONI

“Mi colpisce la debolezza di pensiero delle grandi corporazioni sociali ed economiche, a loro volta indisponibili a fare i conti con la propria crisi di ruolo. Pretendono di dettare la linea al governo, ma non sembrano consapevoli dei problemi strutturali che riguardano la loro propria funzione sociale ed imprenditoriale. Perché molto dipende dalle politiche pubbliche, certo, ma non tutto. Occorrerebbe, ad esempio, una misura minima di verità sui limiti interni del sistema imprenditoriale italiano e sulla sua capacità di produrre e investire valore”.

Ma di chi è la responsabilità di tale scenario strutturale? Secondo Dellai non è sempre colpa dei governi e delle istituzioni pubbliche se la percentuale di investimenti privati in ricerca e sviluppo è tra le più basse d’Europa e i nostri migliori talenti se ne vanno all’estero; se la rete delle imprese in tutti i settori fatica a superare il suo nanismo (sarà anche vero che siamo il Paese delle piccole imprese, ma esse oggi non bastano) e si colloca molto spesso nella parte bassa della catena globale del valore; se a fronte di una enorme crescita delle rendite, molte imprese sono poco patrimonializzate; se il loro finanziamento è per lo più tradizionalmente bancario, invece che fondato su nuovi strumenti finanziari, che esistono ma presuppongono una evoluzione dei meccanismi di gestione.

“Analoghi limiti – rispetto alla trasformazione delle modalità del lavoro e del suo rapporto con le imprese – si notano da parte sindacale, con poche lodevoli eccezioni alla Marco Bentivogli; nel Terzo Settore (che costituisce una delle ossature comunitarie ancora vitali, per fortuna, ma non pare purtroppo avere la forza unitaria per far valere una propria visione di sistema, nonostante la generosa azione di Stefano Zamagni e di altri); nella stessa rete istituzionale di Regioni e Comuni, che non sono oggi nelle condizioni di difendere e promuovere in modo nuovo il principio autonomistico insito nel Titolo V della Costituzione e di resistere alle spinte verso le solite derive stataliste e centraliste”.

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

E allora perché un evento rifondativo affidato ad un insieme di fragilità non può funzionare se costruito così? “Molto meglio – puntualizza – sarebbe se il governo avesse il coraggio di uno sforzo di verità. Del tipo: la situazione economica e sociale è difficilissima e in autunno sarà drammatica. I piani europei sono essenziali – se confermati – ma produrranno i propri effetti non subito e solamente se saremo capaci di valorizzarli compiutamente”.

Per questa ragione propone di recuperare una visione “resiliente”, per un futuro radicalmente diverso da ciò che abbiamo conosciuto: un passaggio che presuppone però “uno sforzo collettivo coraggioso e innovativo, di non breve momento, ben oltre il reciproco ascolto tra il potere politico e le categorie organizzate, postula una attitudine autocritica non banale e non si risolve in un evento spot”. Esige anzi processi di autentica “riconversione culturale e sociale, che non stanno tutti nelle mani del governo e che richiedono tempo, fatica, costruzione condivisa”.

POCHI PUNTI ESSENZIALI

Ciò che invece si può e si deve fare “subito” è fissare e condividere alcuni, pochi, punti concreti ed essenziali per rimettere in moto la macchina pubblica, sostiene, “guadagnando così efficienza, tempestività e serenità operativa per i pubblici funzionari, oggi costretti alle forche caudine di norme e procedure assurde e al rischio pressoché certo di sanzioni da parte delle autorità giudiziarie o delle Autorità di controllo e che devono invece potersi assumere le responsabilità di un fondamentale principio di discrezionalità amministrativa”. Inoltre garantire liquidità alle imprese per traguardare l’autunno; ridurre i processi di impoverimento di una larga parte di famiglie con misure efficaci di sostegno al reddito.

“Questo è oggi, a mio parere, il compito di una buona politica e di un governo che abbia in animo di gestire responsabilmente una transizione difficile e pericolosa. Magari con la definizione di questi alcuni provvedimenti precisi e sintetici dentro un coraggioso Piano Nazionale delle Riforme (previsto peraltro dalla legge) e nell’ambito di una manovra di Bilancio anticipata rispetto a ottobre (spiace dover dare ragione, su questo, all’onorevole Brunetta, che certo non mi è politicamente affine). Il punto è che questa emergenza rende ancor più palese ciò che da tempo si avverte: la mancanza in Italia di una area politica capace di esercitare quella centralità che è andata perduta.

IL CENTRO SERVE

Il “centro” non è mai stato lo spazio residuale tra destra e sinistra, ma secondo Dellai il motore di un equilibrio dinamico e progressivo della democrazia italiana, capace di mantenere (in coerenza con l’insegnamento degasperiano) il confine invalicabile a destra; di costruire assetti sociali e politici finalizzati alla evoluzione della democrazia, “seguendo il suo ideale di giustizia”, per dirla con il Moro degli scritti giovanili; di convincere su questa strada il corpo mediano della società italiana.

Anche in questo caso, dunque, gli scenari nuovi non si costruiscono con improvvisazioni, rimpasti di vecchi spezzoni di classe dirigente, iniziative personali o ridicole presunzioni di eredità diretta della Dc.

E conclude: “Oltre che un minimo senso del pudore, servono nuove idee, leadership fresche, forme organizzative e linguaggi all’altezza delle novità sociali. Leggo che alcuni vagheggiano, a tale scopo, un partito di Conte. Mah? Difficile però che l’area politica che manca da tempo al Paese possa nascere in vitro e – men che meno – da un innesto sull’esperienza del Movimento 5 Stelle, benché riveduta e corretta. Francamente, con tutto il rispetto, mi sembrerebbe una sorta di manipolazione genetica”.

Vaticano: “In cammino per la cura della casa comune – A cinque anni dalla Laudato si’ ”

Alle ore 11.30 di ieri, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo una Conferenza Stampa di presentazione del Documento dal titolo “In cammino per la cura della casa comune – A cinque anni dalla Laudato si’ ”, elaborato dal Tavolo Interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale.

Sono intervenuti: S.E. Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati della Segretaria di Stato; S.E. Mons. Fernando Vérgez Alzaga, L.C., Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; S.E. Mons. Angelo Vincenzo Zani, Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica (degli Istituti di Studi); il Rev.do Mons. Bruno Marie Duffé, Segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; il Signor Aloysius John, Segretario Generale di Caritas Internationalis; e il Signor Tomás Insua, Co-fondatore e Direttore Esecutivo del Global Catholic Climate Movement.

Ne riportiamo di seguito gli interventi:

Intervento di S.E. Mons. Paul Richard Gallagher

Care Eccellenze, Signore e Signori,

È un piacere per me essere qui con voi per la presentazione del testo «In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’», elaborato dal Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale, che ha cominciato questo lavoro nel 2018, quando ricevette l’approvazione del Santo Padre, al quale ho avuto il privilegio di consegnare la prima pubblicazione ieri pomeriggio.

Può essere interessante ripercorrere brevemente la genesi di questo testo, il cui principale obiettivo, è bene sottolinearlo, non è quello di duplicare la Laudato si’ attraverso riflessioni etiche valoriali che sono ben sviluppate nella stessa Enciclica. Le finalità del testo sono infatti diverse e molteplici:

– rilanciare la ricchezza dei contenuti di un’Enciclica che, sebbene abbia compiuto da poco cinque anni, è ancora molto attuale, come messo ancora più in luce dalla situazione mondiale determinata dalla pandemia da Covid-19;

– offrire un orientamento sulla lettura dell’Enciclica, promuovendone elementi operativi che scaturiscono dalle riflessioni contenute in essa e minimizzandone i rischi di fraintendimento;

– favorire la collaborazione tra i Dicasteri della Curia Romana e le Istituzioni cattoliche impegnati nella diffusione e nell’attuazione della Laudato si’, valorizzandone le numerose sinergie.

Il libro che avete davanti è infatti frutto di un lavoro collegiale di numerose entità che operano all’interno della Santa Sede e della Chiesa cattolica a cui va il nostro ringraziamento. Il Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale ha visto la collaborazione di molte realtà, oltre a quelle che sono rappresentate in questa Conferenza Stampa. Posso citare ad esempio la Congregazione per la Dottrina sulla Fede, il Dicastero per il Laici, la Famiglia e la Vita, il Dicastero per la Comunicazione, i Pontifici Consigli per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, per il Dialogo interreligioso, per la Cultura, per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, le Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali, il Sinodo dei Vescovi, numerose Conferenza Episcopali, rappresentate spesso dalle loro Riunioni Internazionali, come il SECAM per l’Africa, la FABC per l’Asia, la FCBCO per l’Oceania, il CELAM per l’America Latina, la CCEE e la COMECE per l’Europa, le Unioni Internazionali delle e dei Superiori Generali, alcune reti di Organizzazioni non governative come la CIDSE.

Oltre alla partecipazione delle suddette istituzioni, si è voluto poi coinvolgere anche le Nunziature Apostoliche, alle quali sono state chieste indicazioni sulle buone prassi e sui modelli operativi per l’attuazione della Laudato si’ che sono stati realizzati nei loro Paesi di pertinenza da realtà locali collegate con la Chiesa cattolica.

Solo questo lungo elenco evidenzia l’intenso lavoro che ha portato alla redazione di un testo che ha visto il susseguirsi di numerose bozze ed è diventato sempre più ricco di contenuti, mantenendo però una dimensione semplice, sintetica e orientata all’azione, e restando ancorato all’approccio sul quale è focalizzata l’Enciclica: quello dell’ecologia integrale.

Al riguardo, si è cercato di offrire al lettore risposte a un quesito che compare nella conclusione del testo: «e noi che cosa dobbiamo fare?», uniformandosi all’impostazione della Laudato si’ nel prendere in considerazione una vasta gamma di situazioni che vanno dalla quotidianità dell’economia domestica alle implicazioni per la comunità internazionale.

A proposito di quest’ultimo aspetto e ad ulteriore testimonianza di questo impegno, sono lieto di informarvi della prossima adesione della Santa Sede all’Emendamento di Kigali al Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono, strumento finalizzato a contrastare sia il problema del cosiddetto “buco dell’ozono”, sia il fenomeno dei cambiamenti climatici. Strumento che va nella direzione auspicata dal Santo Padre, quando afferma nella Laudato si’, al n. 112, che «la libertà umana è capace di limitare la tecnica, di orientarla, e di metterla al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale».

Care Eccellenze, Signore e Signori,

La pandemia da Covid-19 ci sollecita ulteriormente a rendere la crisi socioeconomica, ecologica ed etica che stiamo vivendo come momento propizio di stimolo alla conversione e a decisioni concrete e improcrastinabili, come messo ben in evidenza nel testo che avete di fronte.

Per fare ciò, abbiamo bisogno di una proposta operativa, che nel caso in oggetto è rappresentata dall’ecologia integrale. Come indicato nel testo, essa richiede una «visione integrale della vita per elaborare al meglio politiche, indicatori, processi di ricerca e di investimento, criteri di valutazione, evitando concezioni fuorvianti di sviluppo e di crescita» (pag. 9); una «visione lungimirante, che deve concretizzarsi nei luoghi e negli spazi in cui si coltivano e si trasmettono l’educazione e la cultura, si crea consapevolezza, si forma alla responsabilità politica, scientifica ed economica, e, in generale, si procede ad azioni responsabili» .

Ciò rappresenta una sfida impegnativa, ma anche un’occasione quanto mai attuale per «disegnare e costruire insieme un futuro che ci veda uniti nel custodire la vita che ci è stata donata e coltivare il creato che ci è stato affidato da Dio perché lo facessimo fruttificare senza escludere o scartare alcuno dei nostri fratelli e sorelle» (pag. 16). Si tratta di un compito complesso e pregno di insidie dettate dalla difficoltà del far prevalere gli interessi comuni su quelli particolari, di riconoscere che «il tutto è superiore alla parte» (Evangelii gaudium, n. 237). Si tratta di un compito che richiama ad un «dialogo onesto e coerente sul bene comune, capace di valorizzare il multilateralismo e la cooperazione tra gli Stati e inteso ad evitare i pericoli di strumentalizzazioni politico-economiche» (pag. 219). Cooperazione multilaterale che, è bene ripeterlo, è necessaria ma non sufficiente per dare una risposta adeguata, integrale e inclusiva, alla grande e stimolante sfida che la nostra epoca ha davanti a sé e deve essere affrontata con urgenza.

L’auspicio è che questo testo possa essere un effettivo contributo alla formulazione di questa risposta.

Grazie!

Intervento di S.E. Mons. Fernando Vérgez Alzaga

“La terra è ferita, serve una conversione ecologica”. Questa frase è molto più che un richiamo a cambiare le cose e ad agire per tutelare e salvaguardare il creato. È il punto di partenza e di approdo dell’Enciclica di Papa Francesco Laudato si’, di cui stiamo celebrando i cinque anni dalla sua promulgazione. Nell’ Enciclica il Pontefice collega la salvaguardia dell’ambiente alla giustizia verso i poveri e alla necessità di una inversione di marcia per un’economia che cerca solamente il profitto. Non vi è possibilità di uscita dall’attuale situazione in cui versa il creato se l’umanità non prende coscienza della necessità di cambiare stili di vita. Ma anche del modo di produrre e di consumare. È cronaca quotidiana il bisogno di un cambiamento radicale nei comportamenti umani, affinché la casa comune sia sempre più rispettata e tutelata. Anche l’emergenza sanitaria per il Covid-19 richiede una “conversione ecologica”, un maggior ricorso alla solidarietà e alla fraternità che eviti di riversare sul creato le scelte egoistiche non solo dei singoli, ma di intere entità statali.

È fuori dubbio che, come scrive Papa Francesco nell’Enciclica, la sfida ambientale è indissolubile da quella educativa. La persona deve imparare fin dai primi anni di vita a crescere nella consapevolezza delle proprie responsabilità. Questo significa che l’agire deve essere sostenibile dal punto di vista ecologico e solidale, a cominciare in primo luogo dalla famiglia. È indispensabile una “cittadinanza ecologica”, in cui i componenti del nucleo familiare, ma anche quelli di cui è caratterizzata la società, tendano ad aver cura del creato attraverso le piccole azioni quotidiane che si trasformino in stile di vita. È quanto abbiamo cercato di fare al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Sensibilizzando i nostri dipendenti e quanti ruotano intorno al Governatorato, direttamente o indirettamente, nei confronti di un’ecologia integrale che si concretizza nelle piccole azioni di ogni giorno. A cominciare dal riciclo dei rifiuti, dal rispetto del verde, dal risparmio nel consumo delle acque e dell’energia, nella scelta delle fonti rinnovabili, nell’evitare i gas serra, nel favorire un sempre minore inquinamento atmosferico privilegiando le modalità di trasporto elettrico e nello scegliere antiparassitari e concimi ecologici che rispettino la terra e i suoi frutti.

Prima ancora dei provvedimenti concreti che il Governatorato ha preso tenendo in considerazione i principi e le indicazioni della Laudato si’, vorrei sottolineare come, proprio seguendo lo spirito dell’Enciclica, occorra promuovere una vera e propria “spiritualità ecologica”, fondata sulla sequela di Gesù Cristo, di cui Francesco d’Assisi è stato testimone vivente. Infatti, come scrive il Pontefice, la vocazione “di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa”. Se è vocazione non può essere una scelta opzionale o un aspetto secondario del nostro rapporto con Dio e con il prossimo, ma deve influire sul nostro agire e sul nostro modo di affrontare le sfide quotidiane che la vita ci propone. Quanto fatto a livello personale va tradotto anche a livello istituzionale in modo da condizionarne l’operato in senso ecologico.

È quanto sta facendo il Governatorato a cominciare, ancor prima della pubblicazione della Laudato si’, dalla installazione di pannelli fotovoltaici sulla copertura dell’Aula Paolo VI. Essi sono in grado di produrre energia elettrica senza emissione di sostanze inquinanti. Ciò rientra tra gli obiettivi preposti per la riduzione del consumo delle risorse. In questo senso, si è cercato di attivare una serie di interventi per ottenere un maggiore controllo energetico e una relativa diminuzione delle emissioni di anidride carbonica. I pannelli sull’Aula Paolo VI sono solo i primi di una serie. Infatti, abbiamo installato diverse tipologie di pannelli solari anche nella sede residenziale della Specola Vaticana a Tucson, in Arizona. Ottenendo così una forte contrazione dei costi energetici e una riduzione dell’emissione di anidride carbonica. Inoltre, dal 2009 è in funzione un impianto “a raffreddamento solare” presso il Centro industriale vaticano, necessario alla conversione dell’energia solare in energia termica e frigorifera utilizzate per la climatizzazione della mensa di servizio nel periodo estivo.

Vi è poi un continuo ricambio degli impianti elettrici con corpi illuminanti a led, sensori crepuscolari di illuminazione e di presenza di ultima generazione, che regolano l’intensità in base al variare della luce naturale. Un esempio riuscito nell’applicazione della nuova illuminazione è quello della volta della Cappella Sistina. Ciò ha permesso di ridurre di circa il 60 per cento i costi energetici e le emissioni di gas serra, favorendo anche un notevole rallentamento dell’invecchiamento degli affreschi. Senza dimenticare la nuova illuminazione di Piazza San Pietro e del colonnato del Bernini che offre un risparmio energetico fino all’80 per cento. Nella stessa Basilica Vaticana l’adozione di nuovi apparecchi ha prodotto una minore spesa di quasi l’80 per cento. Al contempo, abbiamo dismesso le vecchie apparecchiature elettriche che venivano usate e rinnovato tecnologicamente i dispositivi di rete impiegando sistemi operativi di nuova generazione a minor impatto ambientale. Vi è stata anche l’adozione di sistemi domotici, i quali intervengono a spengere automaticamente l’illuminazione al termine della giornata lavorativa. Rientra in questo contesto la sostituzione dei trasformatori elettrici che producevano un elevato calore, con quelli di ultima generazione. La stessa sostituzione avviene anche nel settore informatico e nel Centro di elaborazione dati (CED).

Nei Giardini Vaticani, polmone verde dello Stato e in parte anche della Città di Roma, sono in corso dei progetti che vanno di pari passo con la premessa dell’Enciclica, ossia la difesa della casa comune. Con il progetto “Giardini Bio”, ad esempio, si è riusciti in soli tre anni ad eliminare completamente l’uso di pesticidi di origine chimica, lasciando spazio alla biodiversità ed all’impiego di prodotti di origine naturale per il controllo delle popolazioni infestanti e concimi di origine organica.

Uno sforzo ancora più propositivo volto alla tutela dell’ambiente e delle risorse arboree esistenti è avvenuto con la realizzazione di un vero e proprio censimento delle piante esistenti, che ha portato ad una riforestazione dello Stato con la piantumazione di 250 nuove alberature di alto fusto, lì dove nel tempo erano state rimosse, e alla sostituzione di circa 2.300 piante di siepi, caratteristica dei Giardini vaticani.

Una delle priorità che si prefigge lo Stato è anche la tutela delle risorse idriche per ridurre drasticamente lo spreco, adottando circuiti chiusi per il riciclo delle acque destinate alle fontane dei Giardini vaticani e alla rete antincendio all’interno delle Mura Leonine. Per raggiungere questo obiettivo sono in corso i lavori di rifacimento dell’impianto di innaffiamento dei Giardini, progetto realizzato con tecnologia di ultima generazione, che consente un risparmio delle risorse idriche di circa il 60% grazie anche all’automatizzazione dello stesso ed un uso equilibrato e razionale delle acque anche in funzione del tipo di coltura/piantumazione e delle condizioni meteorologiche.

Abbiamo poi pensato a rendere in forma concreta i principi dell’Enciclica in ambito agricolo. Il riferimento è all’attività agricola dello Stato della Città del Vaticano, che si svolge esclusivamente attraverso la Direzione delle Ville Pontificie nella zona extraterritoriale di Castel Gandolfo. Sia nelle colture, sia nell’allevamento, che viene portato avanti nella locale fattoria, vengono applicati sistemi e tecniche che rispettano la terra pur garantendo prodotti di ottima qualità.

Per quanto riguarda la trazione e i trasporti, dal 2014 si è provveduto a limitare il traffico dei veicoli dei dipendenti del Governatorato all’interno dello Stato. Può sostarvi solo chi risiede a più di due chilometri dal Vaticano. Altro ambito importante è l’installazione di una rete infrastrutturale di ricarica per veicoli elettrici ed ibridi. Abbiamo iniziato nel 2018 e ad oggi vi sono all’interno dello Stato dieci apparati che offrono venti punti di ricarica. Verrà anche rinnovato gradualmente il parco macchine dello Stato con vetture elettriche e ibride in comodato gratuito o noleggio per i servizi di Stato, come per le Poste Vaticane. Sempre nell’ottica del minor impatto ambientale, dal 2019 per i nostri mezzi usiamo il gasolio per autotrazione di tipo Diesel+, formato dal 15 per cento di componente green rinnovabile, ottenuto da oli vegetali esausti e grassi animali con riduzione dei consumi e delle emissioni gassose inquinanti, cioè di monossido di carbonio e di idrocarburi incombusti, fino al 40 per cento.

È stata posta molta attenzione anche al riscaldamento e al condizionamento degli edifici. In questo ambito, abbiamo riqualificato la Centrale termica dello Stato e sostituito gli impianti di condizionamento che utilizzano i gas derivati dai clorofluorocarburi, che causano l’effetto serra nell’atmosfera, con apparati conformi alle più esigenti norme internazionali alle quali lo Stato della Città del Vaticano e per esso la Santa Sede ha aderito. Si è anche provveduto, seppur con i vincoli di rispetto del patrimonio architettonico, storico e artistico del Vaticano, ad impiegare infissi e isolanti per la riduzione della dispersione termica in tutti gli uffici del Governatorato.

Risolvere il problema rifiuti è stato uno degli argomenti principali nell’operato del Governatorato. Nel mese di luglio del 2019 è stato emanato con Decreto del Presidente del Governatorato dello SCV il nuovo Regolamento sui rifiuti che si prefigge l’obiettivo di una gestione corretta ed ecologica dei rifiuti trattandoli come una risorsa e non più come uno scarto

La riorganizzazione del sistema di raccolta dei rifiuti urbani ha consentito una differenziazione nell’anno 2019 pari al 59% migliorando di 12 punti il risultato ottenuto nell’anno precedente. La riqualificazione del Centro di raccolta dello Stato ha consentito un netto miglioramento anche per quanto riguarda i rifiuti speciali, non pericolosi e pericolosi, riuscendo a differenziare il 99% dei rifiuti gestiti.

Un altro passo importante per la sostenibilità è quello della trasformazione dei rifiuti. Un programma, attualmente sospeso per l’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del COVID-19, che prevede l’installazione di una compostiera elettromeccanica per la trasformazione dei rifiuti organici prodotti nello Stato in un “Compost” di qualità. Così facendo, le 600 tonnellate di materiale organico prodotto tornano in natura sotto forma di terriccio.

Altri esempi che desidero evidenziare:

– la presenza di raccoglitori/compattatori per le bottiglie in PET dislocati progressivamente anche all’interno dei Musei Vaticani che consentono l’integrale recupero del materiale praticamente sempre riciclabile;

– la riduzione dell’indifferenziato al solo 2% (quindi ben il 98% dei rifiuti viene correttamente differenziato).

In questo modo, il rifiuto non è più visto come una spesa da sostenere per il suo smaltimento, ma una risorsa economica derivante dal suo proficuo e virtuoso utilizzo.

Quelli sopra descritti rappresentano solo alcuni dei numerosi ed articolati progetti di gestione ambientale ed energetica programmati e realizzati dalle singole Direzioni del Governatorato che il tempo a disposizione non consente di approfondire e spiegare, anche sul piano tecnico, i numerosi progetti in corso per applicare concretamente le indicazioni contenute nella Laudato si’.

Intervento di S.E. Mons. Angelo Vincenzo Zani

L’Enciclica Laudato si’, con i suoi richiami all’educazione, chiama in causa direttamente la Congregazione per l’Educazione Cattolica per la responsabilità che ha verso le scuole e le università.

Anzitutto, trattandosi di un documento che si colloca nell’ambito dell’insegnamento sociale della Chiesa, esso rimanda alla Costituzione Apostolica Ex corde Ecclesiae sulle Università in cui si raccomanda di sviluppare sempre di più l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa negli Atenei cattolici (ricordo che vi sono 1865 università cattoliche presenti in tutti i continenti, tra l’altro frequentate da un’alta percentuale di non cattolici).

In secondo luogo, le iniziative della Congregazione da tempo si stanno sviluppando in parallelo con il messaggio lanciato da Papa Francesco in questo documento. Mi riferisco ad alcune coincidenze significative. La Laudato si’ veniva pubblicata nel 2015 mentre un gruppo di circa 40 Facoltà di Agraria delle Università Cattoliche, in occasione dell’Expo di Milano su “Cibo e alimentazione”, presentavano progetti di intervento nel campo della pesca e dell’agricoltura per rispondere alle sfide della fame e della povertà. Il documento del Papa ha dato un impulso molto forte a questo lavoro avviato. Nello stesso anno si celebrava il primo Congresso mondiale delle scuole e università cattoliche per ricordare il 50° anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, dove si afferma che l’educazione deve formare ragazzi e giovani che siano protagonisti di una società umana più fraterna, tema questo ben sottolineato dalla Laudato si’.

Un terzo importante elemento di connessione è il lancio che Papa Francesco ha fatto il 12 settembre scorso annunciando l’evento del Patto educativo globale che si sarebbe dovuto celebrare il 14 maggio 2020 (V anniversario della Laudato si’) e che avrà una tappa telematica il 15 ottobre prossimo, in vista dell’evento vero e proprio che si terrà in una data successiva. Nel suo Messaggio, il Papa fa riferimento direttamente alla Laudato si’ con queste parole: “nell’enciclica Laudato si’ ho invitato tutti a collaborare per custodire la nostra casa comune, affrontando insieme le sfide che ci interpellano… Rinnovo l’invito a dialogare sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta e sulla necessità di investire i talenti di tutti, perché ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente”. Il patto educativo, collocato nella scia della Laudato si’, ha lo scopo di contribuire a costruire una umanità più fraterna, a comporre un nuovo umanesimo cristiano.

In tale prospettiva, nella pubblicazione sono inserite cinque schede di lavoro con vari suggerimenti didattici ed operativi destinati a: scuola dell’infanzia e primaria, scuola secondaria, università e ricerca, educazione permanente, educazione informale.

Questi strumenti vogliono stimolare educatori, docenti, studenti, ricercatori, giovani e adulti a far maturare la responsabilità verso la natura e l’ambiente per consegnare alle future generazioni un mondo e una umanità migliori.

Ma è interessante sapere che vi è già una lunga serie di esperienze significative in atto e molte altre in cantiere per sviluppare una “ecologia integrale”.

Ovviamente la coincidenza dell’anno speciale sulla Laudato si’ con i tragici eventi sanitari e socio-economici causati dalla pandemia rende il messaggio dell’enciclica ancora più profetico ed offre una bussola morale e spirituale di straordinaria attualità nel viaggio comune verso un mondo più unito, fraterno e sostenibile.

I contenuti del documento coinvolgono direttamente i processi educativi a tutti i livelli e offrono senza dubbio domande e stimoli alla ricerca scientifica non solo nel merito delle questioni ma anche nel metodo. Pedagogicamente il tema dell’ecologia integrale. offre una visione paradigmatica dell’attuale crisi, la quale non è soltanto ambientale ma antropologica, in quanto si estende a tutti gli aspetti della vita personale e della convivenza umana e sociale. In primo luogo il mondo dell’educazione è chiamato a creare una maggiore consapevolezza, stimolando l’azione concreta e promuovendo la vocazione ecologica dei giovani, degli insegnanti, dei dirigenti e degli amministratori impegnati quotidianamente nella gestione delle scuole e delle università.

Ma una forte provocazione, dal punto di vista educativo e scientifico, viene dal fatto che i differenti fenomeni legati alla crisi ambientale costringono a misurarsi con la radice comune dell’attuale crisi (e questo è un problema di lettura ermeneutica), e poi ad assumere una prospettiva olistica e, di conseguenza a superare la narcisistica e deleteria frammentazione del sapere per sviluppare a tutti i livelli la inter e transdisciplinarietà. A tutto ciò si lega la necessaria apertura alla trascendenza: per un autentico cambiamento non si può fare a meno della dimensione spirituale, che apre un cammino interiore di conversione e di rinnovamento.

Dal punto di vista sociale, oggi non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi, per questo – afferma la Laudato si’ – “c’è bisogno di leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future” (n. 53). A questo specifico compito devono contribuire le università e le scuole cattoliche con progetti interdisciplinari condivisi e con la creazione di reti di cooperazione a livello educativo, accademico e di ricerca.

Tra l’altro, l’esigenza di attivare dinamiche integrali è sottolineata dall’articolo 12 dell’Accordo di Parigi, dove si sostiene che “le Parti cooperano nell’assumere le misure necessarie, ove opportuno, a migliorare l’istruzione, la formazione, la coscienza e la partecipazione pubblica […].”

Qualche esperienza.

A livello di università vorrei ricordare tre esempi: a) la Pontificia Università Javeriana di Bogotà ha creato un Istituto di studi superiori per promuovere la “Casa comune” avviando e coordinando numerose iniziative in molte altre Università dell’America Latina; b) Una rete di Università Cattoliche sta promuovendo progetti di ricerca in vari continenti attraverso le Facoltà di Agraria e coinvolgendo le Istituzioni pubbliche locali; c) gli Atenei Pontifici Romani hanno creato da due anni un Joint Diploma in Ecologia Integrale, una pregevole iniziativa che riscuote successo.

A livello di scuole sono nate molteplici iniziative, soprattutto dalle Congregazioni religiose che hanno colto nella Laudato si’ un filone educativo molto concreto e coinvolgente per una pedagogia attiva; basti pensare ai progetti dei Salesiani, dei Gesuiti, dei Fratelli delle scuole cristiane e di tante altre istituzioni educative. Anche a livello interreligioso sta avendo una grande diffusione la metodologia Design for Change, nata in India e ora diffusa in centinaia di migliaia di scuole in tutto il mondo. Qualsiasi progetto o storia di cambiamento si compone di quattro fasi metodologiche che consentono di cambiare la propria realtà personale, sociale o ambientale, e cioè: sentire la necessità o i problemi, immaginare nuove soluzioni, agire o costruire il cambiamento, condividere la storia di cambiamento per contagiare e ispirare gli altri. Anche le scuole cattoliche hanno adottato questa metodologia basandola sui principi antropologici evangelici e l’hanno chiamata Yo puedoI can.

A livello di percorsi informali o di formazione continua si potrebbero citare tante esperienze molto interessanti: dalle iniziative di Scholas Occurrentes con i giovani, ai progetti delle Summer schools di Sant’Egidio, dagli incontri promossi da New Humanity con gli indigeni Guaranà alle proposte di Earth Day o dell’AVSI con gli Scout di varie religioni in Somalia o in Kenya.

Il lavoro di preparazione all’evento del Patto educativo ha scelto l’“ecologia integrale” come uno dei punti fondamentali su cui raccogliere le buone pratiche nel mondo.

Intervento del Rev.do Mons. Bruno Marie Duffé

Per introdurre brevemente il Documento che ci vede riuniti oggi, attirerò l’attenzione sul titolo, che evoca il cammino che siamo chiamati a percorrere insieme per prenderci cura della terra e della sua popolazione. Mi limiterò a tre riflessioni personali.

1. La prima riflessione colloca questa pubblicazione in un contesto particolare: quello di una crisi sanitaria e sociale che amplifica la crisi ecologica e morale messa in luce dall’Enciclica Laudato si’. In effetti, viviamo l’esperienza della fragilità, nel nostro corpo, come nei nostri legami, nelle nostre prassi assistenziali, nel nostro modo di pensare e di vivere lo sviluppo economico e sociale. Questa esperienza di vulnerabilità produce inevitabilmente paura e inquietudine nei confronti del futuro. L’appello dell’Enciclica Laudato si’ ad “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” non mira a dilatare la paura, ma a proporre un cammino di conversione. Lo sappiamo, questo cammino esiste unicamente grazie a coloro che lo percorrono. Oggi, Laudato si’ può produrre i frutti della conversione unicamente se dei testimoni proseguiranno il cammino che è stato tracciato da questa Lettera. “Testimoni” vuol dire “coloro che trasmettono”, “coloro che propongono”, “coloro che decidono e si decidono ad agire”. Chi sono questi testimoni? Sono gli attori della vita economica e politica; sono le comunità locali, con la loro memoria e le loro speranze, sono le chiese; sono i giovani ma anche gli anziani, in quando, come dice papa Francesco nell’Esortazione Christus vivit, affinché i giovani possano sognare il mondo di domani, occorre che gli anziani continuino a sognare anche il mondo di oggi. Abbiamo bisogno di illuminare i cammini pratici di attuazione di Laudato si’. È a questa pedagogia che il Documento “In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’ ” intende contribuire.

2. L’esperienza che viviamo quotidianamente in seno al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ci mostra che il programma e la costruzione dell’Enciclica Laudato si’. propongono, di per sé, un’andatura. Si tratta, prima di tutto, di posare lo sguardo sul mondo in cui viviamo – e nel quale alcuni “sopravvivono”. Guardare, ascoltare e lasciarsi toccare da ciò che viviamo e da coloro con cui viviamo.

Guardare e lasciarsi toccare da una terra che soffre in silenzio e la cui sofferenza è direttamente legata all’attività umana, così come alla sregolatezza climatica, che questa attività ha provocato.

Incontrare una comunità umana ferita dalle crescenti disuguaglianze e da una conflittualità sempre più forte.

Contemplare la bellezza e la promessa di ciò che ci è stato affidato nella Creazione del Padre e nell’amore del Cristo.

Agire e decidere a favore di un altro sviluppo che non si definisca più come un “sempre di più” e una “fuga in avanti”, che consuma tutte le forme di vita.

Educare mediante il dialogo e le prassi quotidiane della sobrietà. La presentazione di qualche “buona prassi” implica risvegliare altre iniziative educative e comunitarie. Qui penso all’iniziativa dei giovani in Argentina (“Cuidadores de la casa común”) o in Africa (con la CYNESA).

Infine, celebrare, ovvero fare memoria della promessa iscritta in ciascuno di noi, con i suoi talenti ed esperienze. E offrire ciò che abbiamo condiviso: le nostre pene e la gioia semplice, ma forte, della solidarietà.

Per compiere questo cammino, siamo chiamati a rivisitare i luoghi della nostra attività umana: il rapporto con gli elementi (l’acqua, la terra e gli oceani), la biodiversità, il lavoro, l’economia, la finanza, la vita delle comunità locali e il pianeta, il locale e il globale. Si tratta di osare uno sviluppo integrale che si ispiri all’ecologia integrale: questa nuova armonia con la terra, con gli altri e con se stessi. Questo cammino è, in effetti, un cammino per la vita e il futuro della vita, che impegna ogni persona e ogni comunità “fino a comprendere l’umanità intera” (Paolo VI, Popolorum Progressio, 1967). Come vivere quello che annunciamo, quando parliamo di dignità, di responsabilità condivisa, di bene comune e di priorità per i poveri (questi principi compongono la “Dottrina sociale della Chiesa”).

3. Nell’introduzione del Documento “In cammino per la cura della casa comune”, siamo invitati a tenere a mente la preghiera pronunciata da Papa Francesco, il 27 marzo 2020, per implorare la fine della pandemia: “Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita”.

Evidentemente, questa guida non dispensa dal leggere l’Enciclica Laudato si’, che rimane la fonte di ispirazione e di iniziativa.

Laudato si’ è un cammino per gli attori del futuro. È importante sostenere i compagni di viaggio: questo è il senso di questo documento, che si vuole catechesi manifesta della conversione all’ecologia integrale.

 

L’obiettivo climatico dell’Europa

Il Green Deal Europeo è un obbiettivo ambizioso e non c’è dubbio che per arrivare a emissioni zero entro il 2050 bisogna apportare una radicale revisione di quasi tutti gli aspetti dell’economia moderna. Bisognerà invogliare le persone a cambiare il modo in cui mangiano, lavorano, vivono e viaggiano.

Secondo Vincenzo Balzani, professore emerito all’Università di Bologna e autore di numerosi libri sulla transizione verso un mondo più pulito. L’ambizione dell’UE di decarbonizzare l’Europa, non è altro che “una proposta di rifacimento della civiltà”.

Il prossimo mondo, come dichiarato da Macron, si avvicina molto, come modello di cambiamento, al New Deal degli anni ’30 del presidente americano Franklin D. Roosevelt.

Infatti il New Deal mutò radicalmente i rapporti fra economia e politica, fra i cittadini e lo Stato. Grazie all’energia e alla fiducia che Roosevelt inculcò negli americani con le sue “chiacchiere al caminetto” e i suoi discorsi, i cittadini statunitensi iniziarono a rinunciare al sentimento di rassegnazione che aveva accompagnato i primi anni della depressione.

Si gettarono le basi del “welfare state”, un sistema in cui lo Stato assicurava alla popolazione dei diritti fondamentali come l’assistenza e la vita dignitosa in caso di disoccupazione o vecchiaia. Mutò anche il ruolo dello Stato nell’economia: il potere pubblico non era più un semplice spettatore ma, viceversa, aveva acquisito un ruolo di regolazione del sistema economico al fine di scongiurare la nascita di forti tensioni sociali.

La creazione di agenzie, enti e uffici, oltre a creare numerosi posti di lavoro, ampliò notevolmente i compiti e la sfera di influenza della pubblica amministrazione e della burocrazia, un fenomeno sino ad allora sconosciuto agli americani che erano abituati a vedere un’amministrazione federale snella e con poche attribuzioni.

E anche se sarà un modello ambizioso da eguagliare non c’è dubbio che vada raggiunto.

L’area terrestre classificata a rischio “alto o molto alto” di diventare deserto nell’Europa meridionale e nei Balcani è cresciuta fino a raggiungere le dimensioni di Germania e Ungheria messe insieme. Quelli che fuggono dalla siccità e dalla fame nei paesi più poveri cercheranno la relativa sicurezza nell’Europa, aumentando la prospettiva di una crisi dei rifugiati perpetua, destabilizzante e disumanizzante.

Insomma l’ultima chiamata per un’Europa che deve ora più che mai trovare il coraggio di riscrivere il suo futuro.

 

 

L’1 per cento della popolazione mondiale è in fuga secondo il rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, rivolge oggi un appello ai Paesi di tutto il mondo affinché si impegnino ulteriormente per dare protezione a milioni di rifugiati e altre persone in fuga da conflitti, persecuzioni o violenze che compromettono gravemente l’ordine pubblico. Come dimostra il rapporto pubblicato oggi, gli esodi forzati oggi riguardano più dell’1 per cento della popolazione mondiale – 1 persona su 97 – mentre continua a diminuire inesorabilmente il numero di coloro che riescono a fare ritorno a casa.

Il rapporto annuale dell’UNHCR Global Trends, pubblicato due giorni prima della Giornata Mondiale del Rifugiato del 20 giugno, rivela che, alla fine del 2019, risultava essere in fuga la cifra senza precedenti di 79,5 milioni di persone. L’UNHCR non aveva mai registrato un dato tanto elevato.

Il rapporto, inoltre, rileva come per i rifugiati sia divenuto sempre più difficoltoso porre fine in tempi rapidi alla propria condizione. Negli anni Novanta, una media di 1,5 milioni di rifugiati riusciva a fare ritorno a casa ogni anno. Negli ultimi dieci anni la media è crollata a circa 385.000, cifra che testimonia come oggi l’aumento del numero di persone costrette alla fuga ecceda largamente quello delle persone che possono usufruire di una soluzione durevole.

“Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi, ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine”, ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi. “Non ci si può aspettare che le persone vivano per anni e anni una condizione precaria, senza avere né la possibilità di tornare a casa né la speranza di poter cominciare una nuova vita nel luogo in cui si trovano. È necessario adottare sia un atteggiamento profondamente nuovo e aperto nei confronti di tutti coloro che fuggono, sia un impulso molto più determinato volto a risolvere conflitti che proseguono per anni e che sono alla radice di immense sofferenze”.

Il rapporto Global Trends mostra che dei 79,5 milioni di persone che risultavano essere in fuga alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. La cifra restante era composta da persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi.

L’incremento annuale, rispetto ai 70,8 milioni di persone in fuga registrati alla fine del 2018, rappresenta il risultato di due fattori principali. Il primo riguarda le nuove preoccupanti crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, in Yemen e in Siria, quest’ultima ormai al decimo anno di conflitto e responsabile dell’esodo di 13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni, più di un sesto del totale mondiale.

Il secondo è relativo a una migliore mappatura della situazione dei venezuelani che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo, ma per i quali sono necessarie forme di protezione.

Dietro a tutte queste cifre ci sono storie di sofferenza individuale profonda. Il numero di minori in fuga (stimato intorno ai 30-34 milioni, decine di migliaia dei quali non accompagnati), per esempio, è più elevato di quello dell’intera popolazione di Australia, Danimarca e Mongolia messe insieme. Contemporaneamente, la percentuale di persone in fuga di età pari o superiore ai 60 anni (4 per cento) è estremamente inferiore a quella della popolazione mondiale (12 per cento) – una statistica che attesta lo strazio, la disperazione, i sacrifici e la separazione dai propri cari.

8 dati essenziali sulle persone in fuga:

  • Almeno 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi dieci anni, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi. Si tratta di un numero di persone maggiore di quello dell’intera popolazione dell’Egitto, il 14° Paese più popoloso al mondo.
  • Il numero di persone in fuga è quasi raddoppiato dal 2010 (41 milioni allora contro 79,5 milioni oggi).
  • L’80 per cento delle persone in fuga nel mondo è ospitato in Paesi o territori afflitti da insicurezza alimentare e malnutrizione grave – molti dei quali soggetti al rischio di cambiamenti climatici e catastrofi naturali.
  • Oltre i tre quarti dei rifugiati di tutto il mondo (77 per cento) provengono da scenari di crisi a lungo termine – per esempio quella in Afghanistan, ormai entrata nel quinto decennio.
  • Oltre otto rifugiati su 10 (85 per cento) vivono in Paesi in via di sviluppo, generalmente in un Paese confinante con quello da cui sono fuggiti.
  • Due terzi delle persone in fuga all’estero provengono da cinque Paesi: Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar.
  • Il rapporto Global Trends considera tutte le principali popolazioni di sfollati e rifugiati, compresi i 5,6 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (United Nations Relief and Works Agency/UNRWA).
  • L’impegno a “non lasciare indietro nessuno” sancito dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ora include esplicitamente i rifugiati, grazie a un nuovo indicatore sui rifugiati approvato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite a marzo di quest’anno.

 

Antimafia: la circolare per l’attuazione del protocollo di legalità

È stato inviato ai prefetti il protocollo di intesa, sottoscritto lo scorso 8 giugno 2020, dal ministro dell’Interno, dal ministro dell’Economia e delle Finanze e dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, per l’adozione delle misure di prevenzione amministrativa antimafia nei confronti dei beneficiari del contributo a fondo perduto di cui all’art. 25 del decreto legge 34/2020.

Nel solco disegnato dal protocollo d’intesa con la Sace dello scorso 5 maggio, si è inteso assicurare la celerità nell’erogazione delle risorse e, in parallelo, garantire la sussistenza delle condizioni di legalità nell’utilizzo di risorse pubbliche. Ciò al fine di evitare che rallentamenti procedurali possano vanificare le misure governative adottate per rilanciare il sistema produttivo nazionale.

In tale direzione, il protocollo prevede, quale fattore di semplificazione, che non si proceda a nuovi accertamenti antimafia nel caso in cui l’operatore economico risulti iscritto alle cosiddette White List, ovvero all’Anagrafe antimafia degli esecutori predisposta per gli interventi di ricostruzione post sisma in centro Italia. In tali casi, infatti, l’iscrizione tiene conto delle verifiche del codice Antimafia.

Due le procedure individuate a seconda dell’importo del contributo:

  • per le erogazioni di valore non superiore a 150 mila euro, l’Agenzia delle Entrate procederà alla comunicazione antimafia per un campione delle istanze ricevute, corrispondendo comunque il contributo sotto condizione risolutiva legata all’esito dei successivi accertamenti antimafia;
  • per le erogazioni superiori a 150 mila euro, l’Agenzia delle Entrate è tenuta ad acquisire l’autocertificazione e poi a procedere all’assegnazione del contributo richiesto in via d’urgenza, ai sensi dell’art  92, comma 3, del codice Antimafia, sotto condizione risolutiva.

Nell’ottica di un miglior funzionamento del sistema, il protocollo disciplina anche le modalità di consultazione della Banca dati nazionale unica antimafia da parte dell’Agenzia delle Entrate.
La durata del protocollo è collegata alla definizione delle procedure di erogazione del contributo a fondo perduto.

Le aziende non possono distribuire ai farmacisti campioni gratuiti di medicinali soggetti a ricetta

Assorted pills

Le imprese farmaceutiche non possono distribuire gratuitamente ai farmacisti campioni di medicinali rilasciati unicamente dietro prescrizione medica. Per contro, Il diritto dell’Unione non vieta la distribuzione gratuita ai farmacisti di campioni di medicinali non soggetti a prescrizione. È quanto ha stabilito in una sentenza la Corte di Giustizia europea.

Secondo la Corte, il codice deve essere interpretato nel senso che “solo le persone autorizzate a prescrivere medicinali soggetti a prescrizione medica, vale a dire i medici, hanno il diritto di ricevere campioni gratuiti di tali medicinali, circostanza che esclude i farmacisti. Tali medicinali, infatti, non possono essere usati senza controllo medico tenuto conto del pericolo che presenta il loro uso o dell’incertezza quanto ai loro effetti. Il codice non priva, tuttavia, i farmacisti della possibilità di beneficiare, nell’ambito del diritto nazionale, della fornitura di campioni gratuiti di medicinali non soggetti a prescrizione, affinché possano familiarizzarsi con i nuovi medicinali e acquisire un’esperienza per quanto riguarda il loro utilizzo”.

 

Aldo Moro Vivere il tempo che ci è stato dato

Il centro e il Pd. Adesso c’è una sfida.

Recenti sondaggi ci dicono che ritorna ad essere contendibile l’area politica e culturale di centro. Non un partito, l’ennesimo, di centro, ma l’area di centro. Certo, è sempre difficile delimitare e circoscrivere con esattezza – soprattutto nell’attuale fase politica – il centro. Mentre non è particolarmente complesso tratteggiare il profilo di una “politica di centro” o ridefinire i contorni di una ”cultura di centro”, è molto più difficile declinare cosa dovrebbe significare nell’attuale contesto politico ridare voce e gambe ad un partito di centro.

E questo non solo perchè da oltre 25 anni circa – cioè della fine della esperienza politica, culturale ed organizzativa della Democrazia Cristiana – tutti i tentativi finalizzati a ricreare una forza o politica che si ispirasse non solo alla cultura democratico cristiana ma anche, e soprattutto, al ruolo politico della Dc, sono miseramente e tristemente falliti. Forse perchè, come ama sempre dire Guido Bodrato, “La Dc è stato un fatto storico”. E come tale va compresa e riletta. Cioè un partito che deve collocato in quel particolare contesto storico nazionale ed internazionale e con quelle precise caratteristiche del sistema politico italiano.
Ma quello che oggi è in discussione non è, come ovvio, ripetere o riproporre in miniatura o in formato bonsai quella gloriosa e nobile esperienza politica. La questione vera è un’altra. Ovvero, come farsi anche carico di quella cultura, di quel magistero politico e di quella cultura di governo? Sotto questo profilo, e per fermarsi all’ex campo del centro sinistra, non si può non porre, e per l’ennesima volta, il tema del rapporto tra il Pd – questo Pd – e la categoria del centro.

O meglio, del rapporto con l’area elettorale del centro, per dirla con i sondaggisti. Sotto questo profilo, credo che la vera sfida sia rappresentata dalla capacità non di predicare ma di praticare, cosa ben più difficile e complessa, anche una politica di centro. Il tutto per essere titolati ad intercettare una fetta di elettorato che, al di là di tutte le false e maldestre modernità, comincia a non fidarsi più degli “opposti estremismi” da un lato e ad essere sempre più perplessa di fronte al perdurante populismo demagogico in salsa grillina o, seppure in minor misura, in salsa leghista dall’altro. La vera sfida è proprio questa, ma oggi forse è più impellente ed urgente. E questo anche di fronte al rapidissimo cambiamento del quadro politico italiano tra scomposizioni, ricomposizioni, minacce di scissioni e tentazioni di dar vita a nuovi soggetti politici.

Ma, al di là dei retroscenisti e dei vari gossip, quello che realisticamente si può prendere in considerazione è che il Pd, proprio il Pd, può essere un baluardo contro la deriva trasformista da un lato e i tentativi di appropriarsi di una cultura, di una politica e di un modo d’essere in politica che può essere riconducibile al centro dall’altro. E quindi il Pd nuovo partito di centro? Assolutamente no. Non avrebbe alcun senso. Ma, semmai, deve e potrebbe diventare realmente e autenticamente un partito di centro sinistra per schiodarsi da quel 18-22% che tutti i vari sondaggisti lo inchiodano.

Si può fare? Sì, si può fare. Basta volerlo, come sempre. È una semplice questione di volontà politica. Tocca a tutti gli esponenti di questa cultura, di questo patrimonio ideale e di questa pratica politica saper declinare concretamente, senza arroganza e supponenza, questa esigenza e questa domanda politica nel Pd. Appunto, basta volerlo.

La doppia identità

C’è in ciascuno di noi una parte di coscienza e di volontà, di intelligenza e di sentimento che è protesa in quella onesta e trasparente ricerca della verità che si realizza nella conoscenza delle cose.
Siamo qui, nel mondo e davanti al mondo, immersi ogni giorno in una fitta rete di relazioni con tutto ciò che esiste al di fuori della nostra personalissima identità.
Ci educhiamo, impariamo, cresciamo e maturiamo entrando sistematicamente in contatto per scelta o per necessità con l’universo intorno a noi.
Questa parte è il periscopio della nostra anima che ci rende permeabili e quasi assorbenti verso la realtà.

C’è un altro aspetto della nostra identità che si esprime poi attraverso il consolidamento di opinioni sulle cose, che ci caratterizza per la selezione che operiamo sui contenuti della conoscenza e che consiste in una progressiva metabolizzazione della realtà fino a farla coincidere con un soggettivo discernimento cui possiamo dare il nome di “giudizio”.
L’uso del pensiero critico ci consente di selezionare le acquisizioni della nostra mente e di modulare i nostri comportamenti sulla base delle esperienze che ogni giorno realizziamo nel nostro incessante rapporto con il mondo delle persone e delle cose.
Trovo nei comportamenti oggi ricorrenti una prevalenza del giudizio sulla conoscenza, spesso una sua anticipazione, un condizionamento a priori basato su luoghi comuni consolidati che ci impedisce di aprire la nostra mente alla verità del discernimento e della riflessione.

Questa asimmetria spiega come spesso la nostra anima sia più abitata da pregiudizievoli luoghi comuni che da una serena disponibilità al dialogo rivelatore.
Il naufragio delle relazioni nell’epoca della trasparenza e della comunicazione si spiega forse con la simulazione della verità nell’uso disinvolto del pregiudizio, della diffidenza e della facile condanna.

La conoscenza è tensione alla reciproca educazione, il giudizio personale stabilisce distacchi e gerarchie in un tempo dominato dal relativismo etico e dalla soggettività.
Questo spiega la nostra doppia identità: quella dell’apertura alla conoscenza e al dialogo e quella della chiusura e della facile sentenza.

La verità consiste nella giustizia come sommo bene comune solo se questa, a sua volta, si esprime come nobile sentimento di redenzione: oltre la sanzione e la pena conta anche il riscatto, la consapevolezza dell’emendamento, la tensione morale al superamento dell’errore.
La verità è soprattutto conoscenza, cioè logos, discorso, relazione, rapporto, confronto, dialogo.

Il vero fraintendimento che sottende molta parte dei nostri comportamenti consiste nel ritenerci implicitamente depositari del compito-dovere di applicare i parametri del pre-giudizio all’osservazione e alla percezione della realtà, ai contesti di vita, alle situazioni esistenziali, agli altri.
Non siamo chiamati a giudicare ma a conoscere per riflettere e per capire: la comprensione, anche proprio originando dal suo significato etimologico, implica un’apertura di intelligenza e di sensibilità verso il mondo.

Viceversa, considerare e avvalorare la verità solo a partire dal nostro soggettivo punto di vista, significherebbe precludere all’anima ogni afflato universale, nella storia e nello spazio, sottraendole quella dimensione di condivisione che non annulla le identità ma le valorizza nella continua tensione morale alla ricerca del bene comune.
La strada che conduce alla pienezza della verità consiste nel superamento della particolarità, dei nostri egoismi, delle risposte precostituite: il cammino comincia dalla nostra anima, ci mette in relazione con il mondo e ritorna alla nostra coscienza, portando a compimento un percorso di conoscenza valorizzato dalla consapevolezza di sé in rapporto agli altri.

Solo andando oltre l’hortus conclusus dei nostri personali interessi e tornaconti possiamo incontrare il vero bene, che non coincide quasi mai con la giustizia-fai-da-te, anche a costo di essere impietosi con sé stessi.
La vera prova di coerenza consiste nel cercare la verità dentro di noi affinché possa coesistere in armonia con l’ordine universale delle cose, con ciò realizzando la nostra presenza nel mondo e dandole significato.

Questo è esattamente il contrario di quello che solitamente siamo abituati a fare, quando ci ergiamo a fieri paladini del pregiudizio partendo sempre dalle nostre soggettive valutazioni.
Molto spesso scopriamo infatti che la verità è il contrario di ciò che appare.
Diceva Fedor Dostoevksij: non hai detto che la verità, perciò sei stato ingiusto.

La coppa Italia è del Napoli

Il Napoli vince la sesta Coppa Italia della sua storia, con il primo trionfo nella carriera di allenatore di Gennaro Gattuso, battendo la Juventus sia nel gioco che ai rigori.

Un trionfo per Gattuso importante, che centra, come da promessa, anche la qualificazione Champions.

Sarri, invece, perde la seconda finale consecutiva dopo quella di Supercoppa contro la Lazio. Quindi ora la Juve dovrà preoccuparsi per una ripresa di campionato più complessa rispetto alle aspettative.

Sull’altro fronte il patron Aurelio De Laurentiis ha parlato alla RAI dopo la vittoria della Coppa Italia dichiarando che: “Era nell’aria, da quando è arrivato Gattuso, sono cambiate molte cose. Tutti si sono compattati intorno a lui, alla società e all’idea di Napoli.”

Il 6 luglio la conferenza sul trattato cieli aperti

I paesi membri del Trattato sui Cieli aperti si incontreranno il 6 luglio in conferenza. Lo ha annunciato il direttore del dipartimento per la non proliferazione e il controllo degli armamenti del ministero degli Esteri russo, Vladimir Ermakov.

Il trattato sui Cieli Aperti o Open Skies, è un trattato internazionale che ha l’obiettivo di promuovere la trasparenza sulle attività militari condotte dai paesi membri secondo il concetto dell’osservazione aerea reciproca.

Entrato in vigore nel 2002, conta 34 paesi membri.

Il 21 maggio scorso le autorità statunitensi avevano però annunciato la loro intenzione di ritirarsi dal Trattato entro sei mesi, specificando come valutazione il mancato rispetto dei parametri dell’accordo da parte della Russia.

Anche se l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Sicurezza della Ue, Joseph Borrell, in una nota ufficiale aveva, già a suo tempo, espresso il suo rammarico per la decisione degli Usa di recedere dal Trattato sui cieli aperti, “un elemento chiave della nostra architettura di controllo degli armamenti” e “misura vitale per la fiducia e il rafforzamento della sicurezza”.

Il capo della diplomazia europea aveva ricordato che, dal momento della sua entrata in vigore, nel 2002, l’accordo ha consentito di effettuare oltre 1.500 missioni di ricognizione sui territori di tutti quegli stati che lo hanno sottoscritto.

E anche per la Russia il trattato è “molto importante dal punto di vista della sicurezza europea”.

 

 

Edilizia scolastica: in arrivo con procedura accelerata 330 mln

Il Ministero dell’Istruzione stanzierà a breve 330 mln dal PON, utilizzando procedure accelerate mediante un avviso pubblico consultabile sul sito istituzionale. Intanto, per accedere rapidamente ai finanziamenti, gli enti locali potranno accreditarsi sulla piattaforma amministrativa per ottenere tutte le credenziali che serviranno per poter partecipare al bando che si aprirà la prossima settimana. Obiettivo, garantire l’assegnazione dei fondi entro la fine del mese di giugno.

Al fine di promuovere questa importante iniziativa ministeriale, l’Anci ha emanato una nota ad hoc nella quale si indicano i soggetti potenzialmente interessati: tutti gli Enti locali proprietari di edifici adibiti a sede d’istituzione scolastica statale o di cui abbiano la competenza ai sensi della legge 11 gennaio 1996, n. 23. L’Associazione ribadisce inoltre la finalità del bando: adeguare gli edifici, gli spazi e le aule didattiche alle misure di contenimento del rischio sanitario da Covid-19,in vista della ripresa delle attività didattiche a settembre. In attesa della pubblicazione dell’Avviso pubblico e al fine di velocizzare le procedure di finanziamento – prosegue la nota – tutti gli Enti locali interessati possono procedere alla fase preliminare di registrazione e di accreditamento dal 12 al 19 giugno 2020, secondo le modalità previste nel documento allegato predisposto dal Ministero Istruzione. La candidatura dovrà essere presentata dal legale rappresentante dell’ente locale o suo delegato che dovrà preliminarmente effettuare:

– la registrazione al portale del Sistema informativo del Ministero dell’istruzione (SIDI);

– l’accreditamento al sistema di gestione dei finanziamenti PON tramite il servizio SIDI “PON Istruzione – Edilizia Enti Locali”.

La registrazione e l’accreditamento ai sistemi informativi – avverte la nota – sono attività propedeutiche all’invio della candidatura per poter accedere ai finanziamenti, che sarà possibile solo a seguito della pubblicazione dell’Avviso pubblico, di cui sarà data tempestiva comunicazione. ANCI e UPI, infine, chiedono che le risorse vengano implementate e che siano rese note al più presto le linee guida per l’avvio del nuovo anno scolastico con indicazioni nazionali univoche, assolutamente necessarie per programmare gli interventi da realizzare.