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Coronavirus: l’anticorpo che riduce la mortalità e accelera il miglioramento

La somministrazione dell’anticorpo monoclonale mavrilimumab riduce la mortalità e accelera il miglioramento del quadro respiratorio nei pazienti con polmonite da Covid-19 e iper-infiammazione sistemica. Lo suggerisce uno studio dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano, pubblicato su ‘The Lancet Rheumatology’. La sperimentazione è stata condotta su 39 pazienti, quasi tutti maschi con età media 57 anni, non sottoposti a ventilazione meccanica e ricoverati al San Raffaele tra marzo e aprile.

Mavrilimumab è un farmaco ad azione immunosoppressiva al momento in sperimentazione contro l’arterite a cellule giganti. Agisce bloccando una molecola chiamata Gm-Csf, che viene prodotta dal sistema immunitario e costituisce uno dei primi anelli della catena infiammatoria.

A condurre la ricerca è stato Giacomo De Luca, reumatologo, con il coordinamento di Lorenzo Dagna, docente dell’Università Vita-Salute San Raffaele e primario dell’Unità clinica di Immunologia, Reumatologia, Allergologia e Malattie rare. La sperimentazione fa parte del maxi studio clinico osservazionale su Covid-19 coordinato da Alberto Zangrillo, prorettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele e direttore delle Unità di Anestesia e Rianimazione generale e cardio-voraco-vascolare, e da Fabio Ciceri, vice direttore scientifico per la Ricerca clinica e docente di Ematologia e Trapianto di midollo dell’ateneo.

Italia-Germania 4-3…e oggi?

Come per il direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda, anche nel mio caso Italia-Germania è soprattutto un “relato”, un racconto di seconda mano. Non solo la sfida in Messico, anche quella seguente in Spagna (ricordata soprattutto per i gesti in tribuna di Pertini e l’aplomb del Cancelliere Schmidt). Anzitutto bisogna ricordare che, nel 1970 come nel 1982, era un’Italia diversa. La semifinale messicana, così pazza nel suo andamento per i canoni dell’epoca, rappresentò una “festa mobile”, forse il canto del cigno degli anni del Boom economico. Non si era più nella spensieratezza degli anni’60 e non si era ancora entrati nel vivo della stagione stragista.

Il telecronista, Nando Martellini, era solito chiacchierare amabilmente durante l’esecuzione degli inni nazionali. Come minimo, i “puristi” che oggi imbrattano le statue, ne avrebbero chiesto le immediate dimissioni. Le partite si giocavano ancora nel pomeriggio messicano (notte fonda da noi) per tutelare la salute dei calciatori. La stampa sportiva era mediamente più aggressiva di oggi. La sconfitta (onorevole) nella finale col Brasile di Pelè, fu fatta passare come una vergogna nazionale. Al ritorno della squadra a Fiumicino, i giocatori furono accolti da un lancio di pomodori. Eppure quella era una generazione di fenomeni, come poche altre volte nel Dopoguerra. 

Sul piano tecnico, Italia-Germania è l’incontro delle due più grandi autonomie calcistiche rimaste. Siamo sempre molto preoccupati dall’invasione degli stranieri, ma ci resta difficile capire che quello che conta nel calcio è la forza del movimento, la conferma delle tradizioni. È proprio la conservazione di un modo di essere che salva la qualità e mantiene la forza, anche nei momenti di maggiore dispersione. Ciò è potuto accadere grazie alla solidità dei loro movimenti e delle loro esperienze, e all’insistenza con cui Italia e Germania hanno continuato sempre a giocare a calcio in modo italiano e tedesco. Noi per i tedeschi siamo sempre stati un avversario scomodo, perché non ragioniamo come loro. La Germania gioca più velocemente, massimo due tocchi di palla, ma con ordine. Ed è proprio un gioco ordinato, quello che si aspetta dall’avversario. Gente strana, gli italiani, non giocano mai la stessa partita. È questo che fa soffrire i tedeschi e li ha portati spesso alla sconfitta contro di noi.

La targa commemorativa che campeggia allo stadio Azteca di Città del Messico ricorda Italia-Germania 4-3 come “el partido del siglo”. In realtà, nel secolo XX di incontri assai migliori ce ne sono stati parecchi. Certo, nel 1970 era il trionfo del calcio “all’italiana”, grande difesa e contropiede. Ricordo che, durante gli anni del liceo, andai un’estate in vacanza nel sud dell’Inghilterra per un corso di lingua. Quando mi presentai alla famiglia ospitante, il ‘pater familias’ mi apostrofò così: “Italian football? Oh, just catenaccio”. A quanto pare, non era cambiato molto…

La partita del secolo: 50 anni fa Italia Germania.

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

Il 17 giugno 1970 avevo solo quattro anni. Non ho quindi esperienza diretta della partita del secolo. Il mio è solo un “relato” come si dice in spagnolo, un racconto di seconda mano. Ma in famiglia quel racconto mi ha accompagnato per anni, amplificando l’enfasi e anche la retorica, finché non ho avuto modo di vederla (e rivederla) con i miei occhi in televisione quella partita. Epica, è questa la parola giusta, lo sappiamo.

Quei 120 minuti, con i giocatori arrivati allo stremo delle loro forze, tutti gli schemi saltati, i terzini diventati goleador, con Beckenbauer fasciato al braccio come un antico soldato che ancora combatte fino all’ultimo minuto, e Domenghini inesauribile su quella fascia destra… Da ragazzo appassionato di epica e di mitologia greca per me quei ventidue giocatori avevano il volto degli eroi delle antiche leggende.

La faccia di Riva era quella di un condottiero romano, il suo terzo goal è uno dei capolavori della storia del calcio, potenza e geometria in quel piede sinistro di Rombo di Tuono e poi l’eleganza di Facchetti e la grinta di Tarcisio Burgnich che, già nel nome, era l’emblema della difesa rocciosa, inespugnabile. E che soddisfazione quel suo secondo goal, sorprendente (che ci faceva lì davanti alla porta avversaria?) e conquistato con prepotenza. Un’Italia commovente per tenacia e creatività. Per una notte sovvertendo i pronostici e sconfiggendo i favoriti tedeschi quella squadra ha dato a tutti gli italiani la sensazione di essere invincibile.

Eppure qualche giorno dopo si è dovuta arrendere di fronte al Brasile, ma quel giorno in campo erano scesi gli dei del calcio e gli uomini, pur valorosi, contro gli dei non possono farcela. Anche l’eroico Burgnich, che generosamente ci ha provato, ha dovuto vedere una spanna sopra di lui, elevarsi e volare il divino Pelè che con un potente colpo di testa ha messo la palla scagliata da Rivelino oltre il tuffo di Albertosi. La nostra percezione di quella partita è segnata dal fatto che poi non siamo diventati campioni del mondo, che alla fine abbiamo perso.

Alla fine noi e i tedeschi abbiamo perso entrambi. Se avessimo vinto anche la finale il ricordo di quella partita sarebbe stato diverso. E qui ritorna l’epica, anzi, proprio Omero e Virgilio. Il grande poema della guerra di Troia è un poema greco ma celebra i nemici, inizia con Achille ma termina con i funerali di Ettore, canta la sconfitta non la vittoria. Si poteva chiamare Achillea, come l’Odissea e invece si chiama, non a caso Iliade. E tutti poi hanno voluto essere discendenti dei troiani, non degli achei, a partire proprio da quei romani, figli di Enea, che nella mia immaginazione di bambino avevano tutti il volto forte e virile di Gigi Riva, Rombo di Tuono.

Possibili evoluzioni

Di una cosa siamo certi, che il mondo politico non fa che cambiare se stesso. Un tempo aveva l’abitudine a stare su vagoni lenti, ma ormai sono diverse stagioni in cui sembra abituato ad utilizzare la Freccia Rossa.

Basta girare il capo all’indietro, esaminare gli ultimi dieci-venti anni, e troveremo un bazar ricco di diversi articoli.

Se così è, non sarà difficile presumere che lo sia anche domani. Non un domani lontano, ma dietro l’angolo. Qualche scritto fa mi sono soffermato sulla possibile evoluzione del partito oggi a caratura maggiore. Sempre e solo ipotesi di lavoro, possibilità in gioco. Non sono certo un indovino, svolgo solamente il divertente esercizio di presumere quali passi consumeranno i diversi soggetti in campo.

Non sarà scappato a nessuno il diverbio magistralmente edulcorato all’inter no della sfera del movimento 5Stelle. Che segnale mai sarà quello? Forse di uno stato stabile del movimento momentaneamente guidato da Vito Crimi? Già il fatto che sia Crimi a capo di quella squadra fa capire quanto sia minato il terreno su cui stanziano i vecchi grillini. L’uscita di Alessandro Di Battista, segna una faglia ormai inarrestabile dentro quel movimento: la compattezza sembra ormai un sogno svanito.

Dobbiamo forse attenderci una disgregazione? È una ipotesi certamente non peregrina. Non subito. Dubito infatti, che abbiano già maturato la diaspora, ma si avverte inconfutabilmente un’aria di gelida differenziazione.

Non vorrei precorrere troppo in tempi, devo pur risparmiare dei giorni per scrivere qualcosa. Per ora, mi basta pronosticare una scissione che terremoterebbe il decennio appena concluso.

Una semplice mossa in un angolo del mondo politico, implicherebbe una serie di spostamenti anche sugli altri versanti. Non credo di dar troppo fiato alla fantasia. Anzi, semmai, la tengo un po’ frenata.

Povertà assoluta: Istat, nel 2019 colpiti un milione e 137mila minori

Nel 2019, si stimano quasi 1,7 milioni di famiglie in povertà assoluta (con un’incidenza pari al 6,4%), per un totale di quasi 4,6 milioni di individui (7,7%), in significativo calo rispetto al 2018 quando l’incidenza era pari, rispettivamente, al 7,0% e all’8,4%. In particolare, nel Mezzogiorno la povertà familiare scende dal 10,0% all’8,6% e quella individuale dall’11,4% al 10,1%. Anche nel Centro la povertà degli individui residenti registra una riduzione significativa, dal 6,6% del 2018 al 5,6%.

La diminuzione della povertà assoluta si deve in gran parte al miglioramento, nel 2019, dei livelli di spesa delle famiglie meno abbienti (in una situazione di stasi dei consumi a livello nazionale).

L’andamento positivo si è verificato in concomitanza dell’introduzione del Reddito di cittadinanza (che ha sostituito il Reddito di inclusione) e ha interessato, nella seconda parte del 2019, oltre un milione di famiglie in difficoltà.

L’intensità della povertà, cioè quanto la spesa mensile delle famiglie povere è in media sotto la linea di povertà in termini percentuali (“quanto poveri sono i poveri”) è pari al 20,3% (19,4% nel 2018) con valori che vanno da un minimo del 18,1% nel Centro a un massimo del 21,6% al Sud.

L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (8,5% nel Sud e 8,7% nelle Isole) rispetto alle altre ripartizioni (5,8% nel Nord-ovest, 6,0% nel Nord-est e 4,5% nel Centro). Per questa ragione, anche se le famiglie del Nord sono di più rispetto a quelle del Mezzogiorno (rispettivamente 47,8% e 31,7% del totale), il numero di famiglie povere nelle due ripartizioni è sostanzialmente uguale: 43,4% al Nord e 42,2% nel Mezzogiorno. Nel Centro si trova il restante 14,4% (rispetto al 20,5% delle famiglie residenti in questa ripartizione).

Le differenze territoriali rilevate per le famiglie si confermano per gli individui: sono oltre due milioni i poveri assoluti residenti nel Mezzogiorno (45,1% del totale, di cui il 70% al Sud e il 30% nelle Isole), contro 1 milione e 860mila nelle regioni del Nord (40,5%, di cui il 58,7% nel Nord-ovest e il 41,3% nel Nord-est). Ciò si deve anche alla maggior presenza nel Mezzogiorno di famiglie numerose tra le famiglie in povertà assoluta rispetto al Nord. L’incidenza di povertà individuale è pari a 10,5% nel Sud e a 9,4% nelle Isole mentre nel Nord e nel Centro è molto più bassa, rispettivamente 6,8% e 5,6%.
Rispetto al 2018, si riduce la quota di famiglie povere nei comuni centro di area metropolitana, sia a livello nazionale (da 7,2% a 5,9%), sia nel Centro (da 3,5% a 2,0%) e nel Mezzogiorno (da 13,6% a 9,8%), soprattutto nelle Isole (da 11,3% a 6,4%).

REPORT_POVERTA_2019

Oggi la conferenza nazionale sulla Sharing Mobility

Le misure di confinamento e distanziamento sociale per l’emergenza Coivid-19 e l’ampliarsi della pratica dello smart working hanno avuto ricadute rilevanti ed immediate sull’uso di tutti i servizi di mobilità condivisa e sulla mobilità in generale che, durante il lockdown , ha visto calare spostamenti e percorrenze rispettivamente quasi del 70% e dell’83%. Ma con la Fase 2 la sharing mobility è tutta in ripresa, soprattutto quella “all’aperto”, bike e scooter sharing e monopattini.

La IV conferenza nazionale sulla Sharing Mobility, dal titolo #LessCARS, organizzata dall’Osservatorio Nazionale sulla Sharing Mobility, promosso dal Ministero dell’ambiente, dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, in partnership con Deloitte, Rete Ferroviaria Italiana (RFI), Uber e KEY ENERGY si svolge quest’ anno in modalità digitale, attraverso il sito www.lesscars.it, una piattaforma innovativa che permetterà agli utenti la fruizione on-demand dei contenuti, delle interviste, delle tavole rotonde e di tutti gli approfondimenti prodotti dall’Osservatorio nazionale della sharing mobility

L’evento servirà a tracciare un quadro della mobilità condivisa nel periodo di lockdown e nel successivo periodo di lento ritorno alla normalità, indicherà le città che hanno recuperato più velocemente ed elaborerà temi , farà analisi e proporrà soluzioni che gettino un ponte tra le condizioni di emergenza di oggi e la nuova normalità di domani.

Programma-17-giugno_Conferenza-Nazionale-OSM-1

GECO: campagna informativa sulle Comunità energetiche

Lanciata attraverso un video-decalogo la campagna informativa sul funzionamento delle comunità energetiche del progetto GECO per sensibilizzare i cittadini sui temi chiave della sostenibilità ambientale. Finanziato con circa 2,5 milioni di euro dal fondo europeo EIT Climate-KIC, GECO (Green Energy COmmunity), il progetto è promosso da ENEA, Università di Bologna e Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile – AESS (coordinatore) con l’obiettivo di dare vita a una comunità energetica nel quartiere Pilastro-Roveri alla periferia del capoluogo felsineo (Bologna). L’iniziativa, che s’ispira ai concetti di smart city e di economia circolare, mira a contrastare la povertà energetica mediante l’uso condiviso dell’energia e delle fonti rinnovabili, favorendo in tal modo la riduzione delle bollette per i cittadini e le circa 900 aziende che operano nei due quartiere. Tutto ciò attraverso un mix di fonti rinnovabili, generazione distribuita, stoccaggio di energia e ottimizzazione dei consumi.

In cosa consiste il video-decalogo? In dieci video messaggi, della durata di circa un minuto ciascuno, che si concentrano su alcuni concetti fondamentali della green economy spiegati dagli esperti dei tre partner del progetto. L’ENEA, in particolare, contribuisce al progetto attraverso lo sviluppo di un modello di business green finalizzato a rendere flessibile la domanda di energia dei partner della comunità energetica. “L’obiettivo di questa iniziativa è trovare soluzioni locali per generare un ciclo economico a basse emissioni di carbon,io” spiega la ricercatrice Francesca Cappellaro, referente ENEA per GECO, e aggiunge – Attraverso la promozione dell’autoconsumo e dello scambio interno di energia rinnovabile, prodotta localmente nel quartiere Pilastro-Roveri, ci proponiamo di aumentare del 76% la produzione di energia rinnovabile nell’arco di tre anni, con una riduzione di 70 mila tonnellate di CO2”.

 

Per scaricare il video-decalogo e per maggiori informazioni sul progetto GECO: https://www.gecocommunity.it/ .

Il video decalogo è disponibile anche su ENEA Channel: https://www.youtube.com/playlist?list=PL-pM5wY3E9gndF59lZjGReoMospI1WLJ5

le infezione delle vie urinarie

Un’infezione delle vie urinarie, anche chiamata infezione del tratto urinario, è un’infezione che colpisce una parte dell’apparato urinario.

Generalmente, quando l’infezione è a carico delle basse vie urinarie, è anche conosciuta con il nome di cistite semplice (ovvero infezione della vescica), mentre nel caso colpisca le vie urinarie superiori è anche conosciuta con il nome di pielonefrite (ovvero un’infezione del parenchima, dei calici e della pelvi renale). I sintomi di un’infezione a carico delle vie urinarie inferiori riguardano la minzione che si presenta dolorosa, frequente e ripetuta (pollachiuria) e urgente, ovvero l’impossibilità di procrastinarla. I sintomi della pielonefrite includono invece la febbre e dolore addominale al fianco, oltre ai sintomi di infezione delle basse vie urinarie. Nell’anziano e nei soggetti molto giovani i sintomi possono essere vaghi o non specifici. L’agente che più spesso è in causa in entrambi i tipi di infezione è Escherichia coli, anche se, con minore frequenza, possono essere chiamati in causa altri batteri, virus o funghi. L’infezione delle vie urinarie si verifica più comunemente nelle donne rispetto agli uomini.

È stato calcolato che una percentuale variabile tra il 30% e il 50% delle donne abbia un’infezione del tratto urinario nel corso della sua vita. Le recidive sono estremamente comuni. I fattori di rischio sono molto vari e includono le caratteristiche anatomiche delle femmine (la cui uretra è decisamente più corta rispetto a quella maschile), i trascorsi sessuali e una storia di familiarità. Le pielonefriti, quando si verificano, in genere sono conseguenti a un’infezione della vescica e delle basse vie urinarie, ma possono anche derivare da un’infezione ematica.

I soggetti con tendenza alle infezioni ricorrenti, cioè 3 episodi in un anno oppure 2 o più episodi nell’arco di 6 mesi, così come pazienti che manifestano episodi recidivanti entro 30 giorni dall’interruzione di un precedente trattamento, dovrebbero essere avviati a un trattamento antibiotico profilattico. La profilassi si basa sulla somministrazione di un antibiotico a basso dosaggio, alla sera e prima di mettersi a letto. Tra i farmaci utilizzati più frequentemente per questo scopo vi sono, a titolo d’esempio, la nitrofurantoina al dosaggio di 50 mg, l’associazione trimetoprim/sulfametossazolo al dosaggio di 40 mg oppure una dose di 100 mg del solo trimetoprim, 500 mg di cinoxacina o altro chinolone, 250 mg di cefalexina.

In particolare le donne con tendenza a infezioni recidivanti e una stretta correlazione con il rapporto sessuale, possono beneficiare di un trattamento che prevede l’assunzione di uno dei farmaci citati il mattino successivo a un amplesso (trattamento postcoitale)

Dylan, una certa DC e il tornare a desiderare

Inaspettatamente Carlo Rossella, nelle sue ultime settimane a “Panorama”, e in pieno Governo Berlusconi II (2001-2005), di cui era stato scribacchino, per piazzare il libro di Marilena Gala fa una copertina – Febbraio 2004 – contro i ‘realismi’ del buon governo, e rilancia il tempo della leadership mondiale di John F. Kennedy. Quasi un epitaffio: grazie Silvio, ma governare non ci è bastato, manca qualcosa. Non la metterei sul ‘sogno’ ma sul desiderio: come per Dylan (che associa Kennedy ai bisogni di ora), anche in quella copertina c’è il desiderio di essere ri-associati a una Spinta. Bisogna immaginare l’icona di quei tempi: la più potente macchina volante mai costruita dall’uomo, il Saturno V, i cui motori accesi facevano saltare i sismografi fino a 80 miglia di distanza.

Il Saturno V sembrava prendere tutto il mondo su di sé e lanciarlo oltre il globo, fuori negli spazi siderali. Si andò sulla Luna quando non eravamo rinchiusi nella globalizzazione.
Se non si capisce questo non si capisce perché dobbiamo procedere con il Desiderio, e che questo è un Saturno V per non tradire la tradizione con la nostalgia ma, anzi, portarcela sulla Luna (oltre noi) per rigenerarla; perché la tradizione deve ancora dare molto alle nuove generazioni in allevamento (siamo spesso noi l’ostacolo…).

Perché il vero rischio, per dirla con il Buonarroti, non è porsi obbiettivi troppo alti e non raggiungerli, ma porseli troppo bassi e raggiungerli.
Non c’è verso, allora, non avere nostalgia del Desiderio, un motore e una spinta. Come scriveva su “Avvenire” Luigino Bruni in un editoriale del 12 Maggio 2013 (“Narciso e l’accidia”), commentando una incisione di Dürer dal titolo “Melancolia I”, l’angelo imbronciato seduto in terra getta uno sguardo fuggevole e disilluso su un cielo che si va rabbuiando, e senza stelle. ‘De-sidera’, le stelle sono cadute, non si vedono più. La voglia di ritornare a vederle. Chi possiede un desiderio possiede quindi più che una soluzione (la fissa del ‘soluzionismo’ di oggi), possiede un motore, l’energia che oggi manca per metter mano a se stessi e al mondo.

Del discorso di John Kennedy il 26 Giugno del 1963 al Muro di Berlino, quasi del tutto ignorato prima del finale in “Ich bin ein Berliner”, è questo passaggio (un avvertimento contro compiacimenti): “… Voi vivete in una isola difesa di libertà, ma la vostra vita è parte della collettività. Consentitemi di chiedervi, come amico, di alzare i vostri occhi oltre i pericoli di oggi, verso le speranze di domani, oltre la libertà della sola città di Berlino, o della vostra Germania, per promuovere la libertà ovunque, oltre il muro per un giorno di pace e di giustizia, oltre voi stessi e noi stessi per tutta l’umanità. La libertà è indivisibile e quando un solo uomo è reso schiavo, nessuno è libero. … “.

Non bastava buttar giù il muro, bisognava avere una proiezione sul Dopo. Andare oltre se stessi, e anche oltre noi stessi (essere tutti d’accordo non basta), dice Kennedy. La spinta, senza voltarsi indietro, per metter mano all’aratro e al lavoro da fare.

Giulio Giorello ci ha lasciati

Le ultime parole che mi aveva detto al telefono erano state : ” Un abbraccio, caro”, pochi giorni prima della pubblicazione su il Domani d’Italia della sua intervista, avvenuta il 6 aprile u.s.

Non so se ne aveva poi concesse altre ma quella per la quale mi diede – quando lo avevo chiamato – il suo  “sta bene si stampi” , dopo averla riletta, resta per me , penso per noi, una sorta di prezioso testamento spirituale.

Debbo al Dott. Giuseppe Sabella , suo allievo prediletto e coautore con lui di alcune pubblicazioni, il sostegno e la presentazione per quella intervista, ad alcuni anni di distanza dalla prima.

Sono grato all’amico Giuseppe per avermi aiutato a realizzare quella che era per me un’opportunità lungamente desiderata, un’occasione per ricapitolare una visione della realtà, dopo l’ubriacatura della globalizzazione e il ritorno di un nichilismo di fondo, negazionista del valore della ragione e dell’uso del pensiero critico, l’abbandono nell’inazione e in ogni speranza nel futuro.

Era stato a lungo titolare della cattedra di  filosofia della scienza alla Statale di Milano e sapeva stare in compagnia della matematica e della filosofia come si sta con due compagni di viaggio nella vita.

In quella intervista riferì cose importanti per chi dubitava che la preponderanza della tecnica potesse offuscare una prospettiva umanistica sul piano antropologico ed esistenziale, che la scienza finisse per spegnere l’afflato del sentimento e della poesia.

L’impresa scientifica e tecnica ha rappresentato una delle grandi componenti della emancipazione umana, perché scienza e tecnica unite insieme permettono di controllare i ‘rischi ambientali’ e in qualche modo rispondono ad alcuni bisogni primari, dal cibo alla sicurezza. Non dobbiamo dimenticare – sotto questo profilo – che la scienza è ‘comprensione del mondo’ ma è anche ‘intervento sul mondo’, attraverso la tecnologia, in quanto tecnica pianificata alla luce delle migliori teorie scientifiche di cui noi disponiamo”.

“Ciò che caratterizza e fasi migliori della modernità è l’uso della ragione critica nello smantellare forme ingombranti di “pensiero-pensato” e questo si chiama illuminismo: ….io francamente non condivido le visioni catastrofiche e il pessimismo apocalittico di chi sostiene che noi oggi vivremmo nel “tramonto dell’occidente”.

“La ricerca della verità scientifica e quella di senso vanno insieme e – forse – questa è la lezione che noi traiamo almeno da Galilei in poi”. Chiudendo la sua lunga e affascinante intervista Giorello mi fece il dono di trattare due temi che fanno parte intensamente delle riflessioni e delle aspirazioni della nostra vita: il senso della felicità e il valore del silenzio.

“Non so cosa sia la felicità: so che noi abbiamo bisogni e desideri che cerchiamo di soddisfare nel miglior modo possibile ma per fortuna non ci fermiamo qui, altrimenti la nostra vita sarebbe piatta e banale.

La felicità secondo me non è utopia, né immaginazione, né speranza: è semplicemente una componente della nostra libertà, è la sua soddisfazione, quella che ci dà la libertà maggiore”. E sul silenzio:  “Io attribuisco un grande valore al silenzio, alla possibilità di estraniarsi e di racchiudersi in se stessi, non esser turbato da chiacchiere, godersi un’alba o un tramonto, in natura, in montagna, al mare ma anche in una grande città – le città, non dimentichiamolo-  hanno un grande fascino con le loro luci e le loro ombre…”.

Ecco che il filosofo della scienza e il difensore del valore della tecnica nella storia dell’umanità, come tensione al progresso e al perseguimento del bene comune, come con un gesto di magia che riesce solo ai geni che sono consapevoli che tutto ciò che viene spiegato non sempre può essere capito, perché resta nell’intimità di ciascuno un pensiero nascosto e inespresso, aveva riconciliato l’esprit de geometrie e l’esprit de finesse, che dopo Pascal aveva creato due mondi.

La sua intervista ebbe grande successo e fu rilanciata sulla prestigiosa Rivista “Diritto penale e uomo”, diretta dall’amico dott. Raffaele Bianchetti.

Un paio di giorno dopo mi telefonò la segretaria del Prof. Giuseppe De Rita per dirmi che il Presidente l’aveva distribuita a tutti i Ricercatori del Censis.

Caro Professore, non dimenticherò mai come mi accolse a casa Sua, la Sua ospitalità, il trasporto emotivo con cui assecondava le mie magari banali domande, l’attenzione che mi dedicava, rischiando di perdere un aereo. Ora che ha spiccato il Suo volo, la Sua assenza si fa – come ebbe a scrivere il poeta Attilio Bertolucci- “più acuta presenza”. Una presenza che anche ora si fa viva e colma il nostro cuore di speranza.

Il business davanti alla verità

La vendita da parte italiana di due fregate all’Egitto (anticipo di un più corposo programma che potrebbe arrivare a oltre dieci miliardi) ha sollevato l’indignazione della famiglia Regeni e di molti semplici cittadini, oltre che di qualche intellettuale e di qualche politico.
La questione si presta ad almeno tre ordini di considerazioni. In ordine crescente d’importanza.

La prima riguarda, al solito, l’assenza di una qualsivoglia linea comune europea. Non a caso, una delle risibili motivazioni addotte è quella che la Francia era pronta a sostituirci nel caso non avessimo concluso noi l’affare. Nulla di nuovo. Il Mediterraneo è un’area di competizione fra alcuni Paesi europei. Il risultato – come già si è scritto qui – lo si sta vedendo in questi giorni in Libia: dove le carte ora le daranno i turchi e i russi.

Esiste poi un profilo prettamente economico (quello che ha contato davvero) che è stato artatamente (e molto ipocritamente) collegato con la situazione politica dell’area. L’accordo commerciale è stato giustificato come un utile strumento non solo per sostenere finanziariamente il nostro rilevante apparato industrial-militare ma anche per stabilire una relazione diplomatica ancora più amichevole col Cairo utile ai fini dell’indagine sull’omicidio di Giulio Regeni. Nonché come un atto di cooperazione con un governo importante ai fini della stabilizzazione del Mediterraneo orientale, ove le ambizioni della Turchia, e della Russia, sono ormai evidenti. E di aiuto ad un Paese attivo nel contrasto al terrorismo jihadista, terreno sul quale il generale al-Sisi è coinvolto parallelamente al suo impegno contro i Fratelli Musulmani, considerati in patria alla stregua di terroristi della peggior specie.

Se però si segue questo ragionamento occorre allora aggiungere qualcosa di più: l’Egitto non gode di buona salute finanziaria. Facile quindi immaginare chi sta finanziando il riarmo del Paese delle Piramidi: i sunniti degli Emirati e, soprattutto, l’Arabia Saudita. E il motivo è altrettanto semplice da comprendere: garantirsi un alleato fedele nella regione. Un alleato che a sua volta mantiene stretti rapporti con la Russia, interessata ad una propria rafforzata presenza mediterranea come ormai ben sappiamo. E che in Libia sostiene le pretese, oggi ridimensionate dall’azione turca a difesa del legittimo governo di Tripoli, del ribelle generale Haftar.

Ora, un conto è limitarsi al business. Purché lo si riconosca con onestà intellettuale. Un altro è avventurarsi sul terreno accidentato della politica mediterranea: perché in questo caso non si può non comprendere cosa significhi armare l’Egitto, quali siano i suoi legami, quali i suoi avversari. E le conseguenze che possono derivarne, a cominciare dal futuro della nostra presenza in Libia.

C’è, infine, la terza considerazione. Lasciata ai margini, ed invece è la più importante. Se vogliamo che la Politica torni ad appassionare le persone, e soprattutto i più giovani, non possiamo dimenticarci che essa, per entusiasmare, necessita di un profilo etico, ideale. Ma allora, come si fa a rinvenirlo nella vendita di armi a un dittatore che tiene in carcere lo studente Patrick Zaki senza nessun reale motivo e che non ha offerto alcuna collaborazione reale nell’indagine, che porta diritto ai suoi servizi segreti, per scoprire prima, punire poi i responsabili delle torture e dell’omicidio efferato di un giovane studioso italiano?

Istat: alta l’attenzione delle imprese per le precauzione sanitarie ma difficoltà ad adeguare gli spazi lavorativi

Il tema della sostenibilità ha un crescente impatto sull’agenda politica e sui comportamenti di famiglie, imprese, istituzioni. In particolare, all’interno del perimetro organizzativo dell’impresa, questo tema induce nuove pratiche, potenzialmente in grado di coniugare crescita e performance economica, sostenibilità sociale e ambientale. In questa ottica gli aspetti economico-finanziari vengono inseriti in un più ampio quadro, che considera la dimensione della sostenibilità declinata in comportamenti e pratiche d’impresa misurabili: diventa quindi sempre più importante verificare gli avanzamenti rispetto ai cosiddetti criteri ESG (Environmental, Social, Governance), che vengono assunti come base giuridica per la sostenibilità degli investimenti .

A livello nazionale, negli ultimi anni l’Istat ha avviato una intensa attività per la definizione e la progressiva implementazione di un quadro statistico di riferimento in grado di fornire prime evidenze empiriche sulle caratteristiche dei comportamenti sostenibili delle imprese .
I dati del censimento permanente delle imprese permettono ora di misurare compiutamente il tema della sostenibilità nelle imprese e integrarlo in un quadro informativo estremamente ricco e articolato.

La rilevazione censuaria ha interessato un campione di circa 280mila imprese con 3 e più addetti, rappresentative di un universo di poco più di un milione di unità, corrispondenti al 24,0% delle imprese italiane che producono però l’84,4% del valore aggiunto nazionale, impiegano il 76,7% degli addetti (12,7 milioni) e il 91,3% dei dipendenti: si tratta quindi di un segmento fondamentale del nostro sistema produttivo. La rilevazione diretta è stata svolta tra maggio e ottobre del 2019, l’anno di riferimento dei dati acquisiti dalle imprese è il 2018.

Inflazione, balzo dei prezzi nell’alimentare

Balzano i prezzi al consumo nel carrello, dai salumi (+3,7%) alla frutta (+7,9%) ma anche latte (+3,5%) e carne (+2,7%), in controtendenza con l’andamento generale che su base tendenziale vede il Paese in deflazione (-0,2%). E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sui dati Istat relativi all’inflazione a maggio che registra in media un aumento dei prezzi del +2,5% per gli alimentari. Nel carrello della spesa si rilevano aumenti anche per il pesce surgelato (+5%), la verdura (+5,3%) pasta (+3,5%), burro (+2,1%), formaggi (+2,4%), acqua minerale (2,3%) e zucchero (+2,2%) spinti dall’andamento anomalo della domanda che ha favorito l’accumulo di scorte di prodotti, soprattutto a lunga conservazione, e dallo sconvolgimento in atto sul mercato per le limitazioni ai consumi fuori casa, con le difficoltà per la ristorazione e per il commercio ambulante causate dall’emergenza coronavirus.

A incidere sulle quotazioni – sottolinea la Coldiretti – sono stati i problemi di ristoranti, bar, agriturismi e, in molte regioni, anche di mercati rionali e degli agricoltori che, moltiplicando le offerte, ampliano la concorrenza aumentando le possibilità di scelta dei consumatori. Una situazione che ha favorito le speculazioni al ribasso nei campi e nelle stalle con il taglio ai compensi pagati agli agricoltori e agli allevatori, dalla carne al latte fino a molti ortaggi. Le quotazioni riconosciute ai produttori in molti settori – sottolinea la Coldiretti – non coprono più neanche i costi e mettono a rischio il sistema agroalimentare nazionale.

Occorre evitare che i comportamenti scorretti di pochi compromettano il lavoro della maggioranza degli operatori della filiera ai quali va il plauso della Coldiretti in una situazione in cui quasi 4 aziende agricole su 10 (37%) secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ registrano un deciso calo dell’attività. A pesare oltre all’andamento sfavorevole del mercato è stato il clima impazzito in una maledetta primavera che – secondo la Coldiretti – è iniziata con il gelo che ha compromesso le fioriture ed è proseguita con il caldo torrido e la siccità, per andare a concludersi con le tempeste di vento e grandine.

Il risultato – conclude la Coldiretti – è la perdita a livello nazionale di più un frutto su tre con il crollo dei raccolti, dalle pesche alle nettarine (-28%) alle albicocche (-58%) fino alle ciliegie ma danni sono starti subiti da vigneti, ortaggi, mais, pomodoro, tabacco e segnalate anche serre sventrate, campi allagati e frane e smottamenti con milioni di euro di danni nelle campagne

Oggi si paga l’Imu

Il 16 giugno: si paga la prima rata della nuova Imu, frutto della fusione tra Imu e Tasi. Coinvolti 25 mln di proprietari di seconde case o di abitazioni di lusso che verseranno in media, secondo i calcoli elaborati da diversi centri studi, se l’immobile è in un capoluogo di provincia, 535 euro per la prima rata che salgono a oltre 1000 nelle grandi città.

In 18 capoluoghi, peraltro, l’aliquota sarà più alta del 10,6 per mille, perché già era applicata l’addizionale Tasi fino allo 0,8 per mille, consentita quando le due imposte erano separate. Si arriva all’11,4 per mille a Roma, Milano, Ascoli, Brescia, Brindisi, Matera, Modena, Potenza, Rieti, Savona, Verona. E sempre a Roma si registra il costo maggiore per una seconda casa, 2.064 euro totali in media, seguita da Milano con 2.040 euro medi; a Bologna 2.038 euro; a Genova 1.775 euro; a Torino 1.745 euro.

 

 

Vaccino Covid, AstraZeneca: “Lo stiamo producendo”.

“Stiamo iniziando a produrre il vaccino” per Covid-19 “a rischio”, già prima degli esiti delle prove di efficacia. “AstraZeneca ha preso un impegno di produrre 2 miliardi di dosi con l’obiettivo di avere un accesso ampio, equo e senza alcun profitto durante la fase della pandemia. Posso dire che il costo del vaccino sarà di pochi euro per distribuirlo. Inizieremo verso fine anno a distribuire ed entro la fine dell’estate avremo i risultati dei test clinici di efficacia. Qualora fossero positivi, faremo il processo regolatorio e immediatamente inizieremo la distribuzione”. A fare il punto è Lorenzo Wittum, presidente di AstraZeneca Italia, intervenuto ad ‘Agorà’ su Rai3.

“Siamo fiduciosi che funzioni – argomenta – Le prime fasi sono andate bene”, però in questo momento “siamo nell’ultima fase, quella della sperimentazione su migliaia di volontari per verificare che effettivamente” il vaccino “protegga dal contagio” da coronavirus Sars-CoV-2.

Bob Dylan e Pippo Baudo non sono gli araldi della nostalgia

Ieri era domenica, Festa del Corpus Domini, giorno solenne della liturgia cattolica. È accaduto di striscio qualcosa d’interessante, lontano dai canoni della ricorrenza religiosa, eppure meritevole di essere esaminato. Infatti, l’amena vocazione critica dei frequentatori di chat si è cimentata nel prendere di petto la presunta caduta di Pippo Baudo nella botola della nostalgia. Intervistato da Renato Franco per il “Corriere della Sera”, il vecchio principe dei conduttori televisivi ha confessato di sentirsi ancora un “democristiano doc”. Secca e pungente la battuta del giornalista: “Guardi che la Dc non esiste più…”. E secca, però, anche la risposta di Baudo: “Io penso che la Democrazia Cristiana sia la grande assente della politica, se ci fosse un vero leader di una Dc rinnovata avrebbe una grande possibilità di governare. Oggi la politica è molto confusa”.

In effetti, questo parlare della Dc è un esempio di nostalgia. La trappola, se il sentimento appare, può manifestarsi impietosa. Acuti osservatori rilevano che si maneggia il ricordo di un partito scomparso nel 1994. È passato un quarto di secolo, praticamente un’eternità: un giovane tra i venti e i trent’anni non ha memoria diretta di ciò che appartiene a questa storia. E allora? Data la premessa, è facilmente prevedibile la conseguenza. Mettersi a discutere di un’epoca morta, e soprattutto di un’entità defunta con essa, induce a pensare che dietro la nostalgia ci sia il vuoto. Baudo, come l’aitante Mercuzio nel Romeo e Giulietta di Shakespeare, deve infine tacere parché parla di nulla. Questa la sentenza, quasi ovvia nella sua semplicità di formulazione, che i critici hanno stilato. Si puô fare obiezione?

Sì, un’obiezione andrebbe fatta, perché tutto ruota attorno al truismo che imperversa nella politica esangue, perlopiù improvvisata, senza cuore e senza cervello, che tristemente occupa lo scenario del nostro presente. Andrebbe sollevato il velo d’ipocrisia che cela il bisogno di conoscenza e garantisce altresì la colpevole pigrizia intellettuale di molti. Ad essere onesti, una politica desiderosa di verità richiede sempre uno sforzo di analisi retrospettiva, per capire il passato e impostare il futuro. Senza questo esercizio ci si dimena nell’inferno dei luoghi comuni, delle banalità più o meno eleganti, degli sproloqui volgari. Asserire che la Dc ha rappresentato una “civiltà politica” – Follini dixit – non è di per sé censurabile, così da trovare riscontro nella lapidaria accusa di nostalgismo.

Sempre ieri, sulle pagine di “Repubblica”, Bob Dylan si è lasciato interrogare sul nostro tempo, dando risposte suggestive come solo un artista, premio Nobel per la letteratura, è in grado di fornire. A un certo punto Douglas Brinkley, che in origine ha raccolto l’intervista per il “New York Times”, ha chiesto ragione di quello che egli stesso definisce un “epico brano” (Murder most foul), della durata di 17 minuti, pubblicato su YouTube nei giorni più difficili della pandemia. Si tratta di una piccola opera che ha per tema l’assassinio del presidente John F. Kennedy. Ecco, allora, la domanda di Brinkley: “È stata scritta come una celebrazione nostalgica per un’epoca perduta?”. E di seguito la risposta del menestrello di Duluth: “Per me non è un pezzo nostalgico. Non lo vedo come una glorificazione del passato o come una specie di commiato da un’età perduta. È un pezzo che mi parla qui, nel presente. Ed è sempre stato così, soprattutto quando scrivevo il testo”.

Piace credere, dunque, che Bob Dylan metta a nudo, con questa sua replica, le false certezze degli anti nostalgici. Egli ritiene che parlare di Kennedy, assassinato nel lontano 1963, così da raccontare il dolore e lo smarrimento per un atto che ha violato in modo irrimediabile il “sogno americano”, equivalga a recitare una poesia con l’animo di chi avverte l’urgenza di questo ricordo, esattamente “qui, nel presente”. Nondimeno, forse, ha ragione Pippo Baudo nel fare memoria, con orgoglio, della sua appartenenza a una storia importante, quella della Dc. Insomma, egli ne ha celebrato la forte suggestione che appare felicemente imbrigliata, nonostante tutto, nei reticoli dell’attualità. Anche lui, nella stessa domenica del Corpus Domini, ha voluto battere un colpo, per attirare l’attenzione su ciò che manca alla politica odierna. La nostalgia di Baudo ha il fascino di una domanda inevasa.

 

Un’Italia incivile

In un recente saggio pubblicato nella Rivista il Mulino (n.2/2020), Giovanni B. Sgritta, professore emerito di Sociologia all’Università Sapienza di Roma, ragiona sul “senso civico degli italiani”: tema non nuovo e spesso dibattuto allo scopo di evidenziarne la labilità in ogni contesto, dagli stili di vita cd. “quotidiani”, ai luoghi di lavoro, nella città, alla vita sociale del Paese in generale. Un approccio, dunque, che ha radici letterarie, politiche e morali, lontane, ma che racconta una storia basata più su suggestioni che su solide indagini empiriche.

L’analisi del Prof. Sgritta, che avevamo già apprezzato in un lavoro con M. Raitano sulle “disuguaglianze intergenerazionali”, prende le mosse da un lavoro di Carlo Tullio Altan del 1986, da quella “sindrome di arretratezza socio-culturale” da cui “emergeva una costellazione di disvalori, che possono essere riassunti nella povertà di spirito pubblico, di corresponsabilità collettiva, di senso civico”.

La base empirica del saggio di Sgritta è il Rapporto pubblicato nel 2019 dall’Istat sul senso civico degli italiani; un’indagine che ha il pregio di basarsi su un’ampia dimensione campionaria, oltre ad aprire lo sguardo su un largo ventaglio «di comportamenti e atteggiamenti che attengono al rispetto degli altri e delle regole di vita in comunità». I dati raccolti dall’Istat tramite interviste strutturate si riferiscono alle situazioni più ricorrenti del vivere sociale, e offrono uno spaccato conoscitivo importante ma non adeguatamente valorizzato e ripreso dall’analisi sociologica: potremmo considerare un’importante eccezione, ma con una storia a se’, gli annuali Rapporti del Censis dove il tema del senso civico viene inglobato nell’alveo di una più ampia deriva degenerativa (egoismo, indifferenza, rancore, relativismo etico) che confluiscono in quello che Giuseppe De Rita da sempre definisce il “corpaccione sociale”.

L’approccio di Sgritta tasta il polso della situazione attraverso la rilevazione di comportamenti individuali che forniscono una connotazione e una tendenza di tipo sociale. E lo fa – partendo dall’indagine dell’Istat-  attraverso la lettura delle interviste e la valutazione delle risposte, pur senza adombrare la pretesa di ricavarne un quadro di insieme omnicomprensivo, compiutamente esplicativo e totalizzante: gli ambiti e i contesti considerati sono tuttavia efficaci al fine di verificare atteggiamenti prevalenti, soggettività che danno conto di derive condivise e in via di consolidamento, tendenze, scelte e convincimenti che sostanziano uno stile comportamentale che genera opzioni maggioritarie in cui riconoscere se stessi.

Ad esempio il parcheggiare l’auto in seconda fila è ritenuto disdicevole dal 70% degli intervistati, mentre un significativo 30% lo considera tollerabile, con maggiore  enfasi tra i giovani.

Comportamenti ben più gravi seguono la stessa china. Vale per ottenere regali, favori o denaro in cambio del proprio voto alle elezioni; offrire regali o denaro a un funzionario pubblico per ottenere favori; non pagare le tasse; ma anche abbandonare i rifiuti dove capita, imbrattare muri, affiggere annunci, avvisi e pubblicità su pali, cassonetti ecc. Con proporzioni di coloro che non valutano riprovevoli tali azioni tra il 20 e  il 70%, con i giovani in prevalenza sempre più indulgenti, con il Nord più ligio del Centro e del Sud, i piccoli centri più virtuosi delle grandi città, le donne più “civili” degli uomini, i più istruiti più dei meno istruiti: specchio di un Paese nel quale «la dimensione del sociale – come scriveva C. Tullio Altan – ha così scarsa consistenza da apparire qualcosa di evanescente, di fronte all’interesse personale e familiare, tanto da rendere difficile il considerare la società stessa come titolare di diritti propri».

Scopo dell’analisi di Sgritta è dunque quello di valorizzare i dati dell’indagine condotta dall’Istat; perché da essa si ricavano comportamenti e atteggiamenti che si vanno radicando nel tessuto sociale, a partire dal considerare le regole assoggettate ai principi di discrezionalità, eccezione e sospensione “fino al consolidarsi di comportamenti sempre meno rispettosi della convivenza civile”. Ottengono così percentuali “bulgare” di giustificazione il buttare cartacce per terra (88,7%), il viaggiare sui mezzi pubblici senza biglietto (84,5%), guidare usando il cellulare senza cuffie o vivavoce (79.6%).

Le infrazioni al codice della strada rivelano ammissioni pesanti: Il 38,4%, dei 18-24enni maschi non reputano grave «passare con il rosso», «non allacciare le cinture» (52,6%), «non indossare il casco» (30,8%), «guidare dopo aver bevuto» (21,2%), con gli anziani che si collocano su livelli non significativamente dissimili, mentre le donne stanno in media sotto i dati dei maschi di appena due punti percentuali. Su un gradino più alto della civicness si collocano i comportamenti che afferiscono all’interesse collettivo: corruzione, voto di scambio, fedeltà fiscale, il copiare a scuola, l’avvalersi di una raccomandazione per ottenere un posto di lavoro. Partendo da quest’ultimo ambito, una percentuale tra il 60 e il 70 % ritiene riprovevole farsi raccomandare mentre il restante 40-30% lo giustifica ove non esistano altre vie per ottenere un posto di lavoro.

Circa il non pagare le tasse, un buon 25% lo ammette se la qualità dei servizi è scadente, la stessa percentuale si riscontra in chi considera la corruzione un “inevitabile male italico”, con minimi scostamenti tra uomini/donne e giovani/anziani, mentre sembra che due terzi degli interpellati insista per ottenere lo scontrino fiscale ma al di sopra dei 35/40 anni: il resto se ne va senza reclamare, “pro bono pacis”.

Circa il copiare a scuola i giovani – a seconda dell’età – lo considerano grave tra il 45,7% e il 52,3%, mentre gli anziani sono più severi con un indice tra il 73,2% degli over 65 e il 74,8% dei 56/65enni.

Le giustificazione alla deroga del non copiare sembra un’attenuante prevalente nelle popolazioni latine mentre tendenzialmente nei paesi anglosassoni questo comportamento va sanzionato in modo severo.

In sintesi e in via generale e riassuntiva, il Prof. Sgritta rileva una deriva giustificazionista al mancato rispetto delle regole più accentuate tra i giovani rispetto agli anziani, quasi cogliendo una tendenza a marcata connotazione generazionale e questo non è certo un buon segno se pensiamo al senso civico come valore che sta cadendo in disuso: forse ciò è anche in parte dovuto alla precarietà esistenziale del presente che produce modelli etici flessibili e meno rigidi e vincolanti per chi brancola nel buio di un futuro incerto.

 

Quasi 100 milioni di lavoratori a rischio

Il lockdown per contrastare il Covid potrebbe mettere a rischio quasi 100 milioni di posti di lavoro a livello globale e rappresentare il de profundis per alcuni servizi legati alla vendita al dettaglio o al turismo. E’ quanto emerge da un paper del Fmi. Secondo le stime del Fondo “oltre 97,3 milioni di lavoratori, pari a circa il 15% della forza lavoro sono ad alto rischio licenziamento o mancato rinnovo nei 35 Paesi avanzati ed emergenti” esaminati nel paper.

Per gli autori dello studio infatti il lavoratore ‘smart’ in genere tende ad avere un identikit preciso: giovane, non laureato, con contratti precari il che suggerisce che la crisi del coronavirus “potrebbe esacerbare le disuguaglianze,” visto che l’eterogeneità tra Paesi nelle capacità a lavorare da remoto riflettono il differenziale di accesso alla tecnologia. Da qui la necessità che la politica tenga “conto di queste valutazioni demografiche e distributive sia durante la crisi che dopo”.

D’altra parte “l’evidenza delle crisi del passato suggerisce che le perdite di posti di lavoro durante recessioni gravi possono avere effetti prolungati e negativi su salari e sicurezza lavorativa”. L’impatto del Covid di conseguenza ridisegnerà l’offerta dei servizi.

Cambio gomme da invernali a estive: il 15 giugno scade proroga 2020

Oggi è l’ultimo giorno disponibile per la sostituzione delle gomme invernali. La scadenza, inizialmente prevista per il 15 maggio, è stata prorogata a causa dell’emergenza coronavirus.

In generale, i pneumatici previsti per la stagione invernale possono essere utilizzati in estate – anche se fortemente sconsigliati – ma la sigla sulla spalla della gomma deve essere la stessa riportata sulla carta di circolazione. Violando la norma si rischia una multa che va da 422 a 1.695 euro e il ritiro della carta di circolazione.

Prima della fine del lockdown l’operazione era consentita solo a coloro che per comprovate ragioni avevano diritto di spostamento. In questo caso potevano rivolgersi al gommista su appuntamento per effettuare la sostituzione.

Coronavirus: scoperte molecole che impediscono ingresso nelle cellule

I ricercatori dell’Università Federico II di Napoli e dell’Università di Perugia hanno identificato molecole endogene in grado di impedire l’ingresso di Sars-Cov2 nelle cellule umane. I gruppi di ricerca del professore Stefano Fiorucci (Gastroenterologia del Dipartimento di Scienze chirurgiche e biomediche dell’Università degli Studi di Perugia) e del dottor Bruno Catalanotti e della professoressa Angela Zampella (entrambi appartenenti al Dipartimento di Farmacia dell’ Università di Napoli Federico II) sono i co-autori della ricerca appena pubblicata in pre-print sul sito Biorxiv che riporta l’identificazione di nuovi target molecolari in grado di interferire con il meccanismo d’ingresso del Sars-Cov2 nelle cellule bersaglio.

Lo studio ha consentito l’identificazione di “tasche” funzionali nella struttura del receptor binding domain (Rbd) della proteina Spike del virus Sars- Cov2. L’ulteriore caratterizzazione di tali strutture ha portato alla sorprendente scoperta dell’esistenza di sostanze endogene in grado interferire nel legame del Rbd di spike con il recettore Ace2 (Angiotensin Converting Enzyme 2). Le molecole endogene descritte sono di natura steroidea e alcune di esse sono degli acidi biliari, ovvero sostanze prodotte nel fegato e nell’ intestino dal metabolismo del colesterolo.

Gli acidi biliari primari legano, anche se con bassa efficienza, l’Rbd di Spike, mentre acidi biliari attualmente usati in terapia e loro metaboliti inibiscono il legame tra Rbd di Spike ed Ace2 di circa il 50%. Anche acidi biliari semisintetici possiedono la tale capacità. Analogamente ad acidi biliari endogeni, sostanze naturali quali alcuni triterpenoidi (acido betulinico, acido oleanolico ed acido glicirrizzico) sono in grado di legare l’Rbd di Spike e sono moderatamente efficaci nel ridurre il legame con Ace2. Infine, farmaci e loro metaboliti a struttura steroidea (ad esempio il carnenoato di potassio) interferiscono con il legame tra Spike ed Ace2.

 

Preoccupano le ondate di tensioni e proteste ma il nostro futuro sarà migliore

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Marco Bellizi

Non è uno studioso votato all’ottimismo a tutti i costi, Riccardo Cinquegrani, docente di Previsione umana e sociale alla Gregoriana. Anche se, da “liceale degli anni Ottanta” l’impressione è che non abbraccerebbe neanche la categoria degli apocalittici cara a Umberto Eco. In fondo, dipende sempre tutto da noi, e dalla lezione che sapremo mettere a frutto in questo scenario “postbellico”.

Professore, l’11 settembre del 2001 abbiamo avuto tutti la percezione immediata che niente sarebbe stato più lo stesso. E in effetti, almeno sotto alcuni aspetti, così è stato. Il virus ha prodotto all’inizio lo stesso giudizio, eppure si fa sempre più strada la sensazione che alla fine non cambierà poi molto. Anche a partire dalla sua esperienza di studioso della “scienza della previsione”, come detonatore del cambiamento è più efficace la paura o la creatività?

Credo che lo scoppio di questa pandemia abbia prodotto come reazione generalizzata l’aspettativa di un ritorno alla normalità. Tutti quanti noi abbiamo visto come futuro migliore possibile e auspicabile il tornare indietro, alle condizioni ante febbraio-marzo 2020. Questo è un meccanismo noto e studiato, chiamato ”retrotopia”, sostanzialmente la proiezione di un’utopia rivolta al passato. Ed è già una grande differenza rispetto a quanto accaduto invece dopo l’11 settembre del 2001, quando soprattutto nella nostra percezione occidentale c’era il desiderio in primo luogo del superamento di uno stato di paura. Penso che in questa fase sia la creatività il driver rispetto al quale possiamo sperare di trarre buone conseguenze. Due esempi su tutti: il primo è una rivisitazione delle regole che dettano l’andamento democratico delle istituzioni. Abbiamo vissuto una fase nella quale la decisione politica è stata subordinata alla scienza, all’esperienza di virologi e medici. Anche questo nella scienza della politica è un meccanismo studiato da parecchi anni, almeno dagli anni Ottanta, quando si sono studiate le comunità epistemiche, cioè i gruppi di esperti che riescono con il loro agire a dettare l’agenda politica. Quello che è stato meno studiato tuttavia è qual è la relazione fra queste comunità e i gruppi di pressione, i partiti e la società civile: in che modo la comunità politica in una fase di emergenza può derogare a quelle che sono le regole democratiche. E questo è un punto che secondo me, farà generare una creatività organizzativo-istituzionale che dovrebbe portare a in un certo senso a reingegnerizzare la nostra democrazia. Il secondo punto di riflessione viene dalla storia. La fine della prima guerra mondiale ha portato alla crisi del 1929, ai nazionalismi che hanno aperto la strada al secondo conflitto. La fine della seconda invece ha portato a disegni di grande respiro, le visioni di Spinelli, Schuman, l’Europa, e conseguentemente anche un periodo di pace, quantomeno per noi, e comunque la fine del colonialismo. Adesso, parafrasando un po’ la “terza guerra mondiale a pezzetti”, citata da Papa Francesco, noi usciamo da una situazione postbellica e abbiamo la possibilità di scegliere quale delle due strade prendere. Abbiamo la possibilità di rivendicare modelli alternativi, come quelli presentati per esempio dalla dottrina sociale della Chiesa, che puntano molto di più sullo sviluppo umano integrale, sul dialogo, su una riconsiderazione anche del modello economico.

Delle cose cambiate sino ad ora, cosa è destinato a rimanere diverso e cosa invece è destinato a una sorta di restaurazione?

Penso che sia destinato a cambiare il ruolo degli stati nazione nello scacchiere internazionale. Gli stati hanno sofferto molto in questa fase perché pressati dal basso dal localismo e anche della lecita aspettativa dei cittadini di avere dei servizi di prossimità che concretizzassero il principio di sussidiarietà. In Italia per esempio abbiamo sentito parlare tantissimo di “medicina del territorio”. Pensare che queste cose vengano ora gestite centralmente è piuttosto complicato. L’idea di Stato così come è uscita dalla Rivoluzione francese in poi sarà progressivamente rivista, così come le attuali forme di governo e le modalità dei meccanismi decisionali. Quello che invece non credo cambierà ma anzi sarà per certi versi rafforzato è il modello pedagogico, il modo in cui noi impariamo. La scuola e l’università sono state messe a durissima prova in questa fase, ci sono state reazioni a mio parere di eccellenza, una capacità di adattamento e di resistenza veramente encomiabili da parte degli studenti in primis ma anche dei docenti e delle famiglie. Ma quello che abbiamo imparato è che la didattica a distanza non può sostituire completamente quella che è un’esperienza formativa e umana che, mi perdoni forse la banalità, passa anche dal litigio con il compagno di banco, dal lavoro di gruppo, dallo sviluppo di tutta una serie di competenze relazionali fondate sulla presenza.

Lei definisce gli ultimi 25-30 anni come l’epoca del “Prima io”. Rimanendo in tema di cose che non cambieranno, il virus non rischia semmai di accentuare questo malinteso senso di conservazione?

Sono d’accordo. Il virus secondo me ha messo in evidenza alcuni sintomi di quelle che sono le malattie delle nostre società. La pandemia secondo me ha lanciato dei messaggi anche abbastanza chiari. Primo: il restare troppo in superficie, l’abboccare alle fake news, ai messaggi gridati. La bulimia di informazione accompagnata dall’anoressia di approfondimento. Il secondo punto riguarda l’incapacità di mettere a frutto l’insegnamento. Ho notato in più circostanze, quando si parla di nuovi progetti, non solo per l’Italia ma anche per scenari molto più estesi dal punto di vista geografico, che viene quasi passata sotto silenzio la necessità di ripensare la mission delle istituzioni, il fine per il quale si lavora, per il quale di educa, per il quale si è disposti a fare dei sacrifici. Noto che non c’è la volontà di approfondire questo tema.

Nello studio degli scenari evolutivi di determinati fenomeni si distingue fra scenari tendenziali, ideali (auspicabili) e di “contrasto”, ovvero negativi. Riguardo alla pandemia quest’ultimo fino a marzo scorso era il più accreditato. Ora?

Devo premettere che i parametri che usiamo in questa situazione di pandemia sono diversi da quelli che utilizziamo per gli scenari tradizionali: ad esempio il “breve periodo” sta a significare da qui a pochi mesi, sino alla fine del 2020, inizio 2021. Osservo che da più parti si tende ad avanzare l’ipotesi infausta di una seconda ondata del virus. Ovviamente non ho le competenze sanitarie per giudicare se questo sia possibile o probabile, però credo che sia verosimile che i governi e le istituzioni si siano preparati a uno scenario di questo genere. La “previsione” aiuta proprio in queste situazioni. Non è possibile dire se una cosa avverrà o non avverrà ma è utile definire come ridurre i margini di incertezza rispetto al verificarsi di determinati eventi: se noi ora sappiamo che questa possibilità esiste allora dobbiamo concentrare i nostri sforzi massimamente per essere pronti e organizzati nel caso in cui questa situazione si verifichi. Ma quello che a me fa più paura è la situazione sociale ed economica, non soltanto dell’Italia. Mi chiedo se la situazione negli Stati Uniti, con queste proteste in cui sicuramente l’elemento relativo al problema razziale è forte e presente, possa anche essere ricondotta ai 40 milioni di disoccupati generatisi negli ultimi tre mesi o dal crollo a due cifre del pil, da un orizzonte di ripresa ancora lontano… Non possono essere credibili detonatori di un malessere che in realtà evidentemente già serpeggia nella società? Per contro, in positivo, c’è stato un risveglio di attenzione nei confronti della casa comune, questa interconnessione, come dice Francesco nella Laudato si’, ci ha fatto capire che l’attenzione all’ambiente non è una moda bohemienne, è una necessità che deve dettare la nostra agenda. La forza del virus è stata nella velocità, che ha cambiato in maniera altrettanto rapida e profonda addirittura anche i diritti per quasi la totalità della popolazione mondiale. Ora però c’è da chiedersi se abbiamo imparato qualcosa e se sì cosa abbiamo imparato e come lo mettiamo a frutto. Qui la previsione ci viene incontro: non è una scienza esatta ma è una disciplina volta a suggerire comportamenti nel presente per far sì che si possano più probabilisticamente realizzare degli eventi nel futuro. È una struttura che disciplina e organizza una risorsa importante come il tempo in una maniera innovativa e interdisciplinare. L’interdisciplinarietà è un bel filo conduttore che collega diverse encicliche, dalla Populorum progressio di Paolo VI fino alla Evangelii gaudium di Francesco. Questo filo rosso del sapere messo a servizio e a reddito del bene comune è qualcosa che il virus ci ha insegnato. È come quei giochi della settimana enigmistica in cui bisogne unire i punti per fare emergere l’immagine nascosta. Questa è l’occasione giusta per poterlo fare.

Ha citato la questione ambientale. L’impresa segue i profitti, gli investimenti girano di conseguenza, e siccome anche l’ecologismo è un settore che, come abbiamo imparato, può essere in grado sempre più di generare guadagni, cresce anche il rischio di perdere di vista l’obiettivo originario. In quest’ottica quali sono le maggiori insidie?

Torno a quanto dicevo prima. Finché il modello di sviluppo è dettato essenzialmente da meccanismi di profitto il rischio è altissimo. Tuttavia, su questo, per il futuro, sono decisamente ottimista. Non nel brevissimo periodo, ma su una scala più lunga di tempo. C’è un dato molto semplice: vedo una sensibilità altissima nelle nuove generazioni, Siamo di fronte a un bivio: da un lato l’autodistruzione e dall’altro un tentativo di ricostruzione. È ovvio che tutto questo passa per un nuovo modello di sviluppo e anche qui la Chiesa ha delle proposte concrete e significative che prendono il nome di “sviluppo umano integrale” .

Sempre rimanendo nelle divisioni temporali proprie soprattutto della scienza economica, nel medio e nel lungo periodo secondo lei ci sarà una maggiore o minore delocalizzazione produttiva?

Penso che nell’immediato ci sarà ancora un bisogno di prossimità. Quindi una maggiore fiducia in quello che viene prodotto vicino a casa mia. Se però dovesse continuare questo modello di sviluppo, ovviamente la ricerca del minor costo di produzione tornerà a prevalere insieme con un’ulteriore delocalizzazione. Un effetto del virus è stata la riconsiderazione dei meccanismi di approvvigionamento che abbiamo seguito a livello famigliare o comunitario. Molti di noi hanno dovuto fare degli acquisti online anche per i generi di prima necessità. Ciò ha fatto sì che ci sia una sempre maggiore dematerializzazione dell’acquisto e questa è un’altra rivoluzione in nuce per quanto riguarda il mondo del commercio. Credo che fintanto che le nostre scelte saranno irrazionali, o meglio, guidate dalla consapevolezza della paura (sarà così fintanto che l’ombra del virus aleggerà sulle nostre teste) saremo molto “glocali”, cercheremo tutto ciò di cui abbiamo bisogno o cui siamo abituati, seguendo meccanismi di vicinanza. Superata questa paura, se non verrà interiorizzata l’eredità che questa pandemia ci ha lasciato, si tornerà alla logica del profitto e quindi del minor costo di produzione.

Quali possono essere gli effetti dell’euforia “da rimbalzo”, da scampato pericolo?

Esattamente come ha detto lei, la logica del rimbalzo. È come un tonfo della borsa che il giorno dopo si tramuta in una crescita inspiegata del valore di determinati titoli. Molti hanno vissuto questo periodo di lockdown quasi come una privazione. Ho sentito parlare di termini come “reclusione”, “prigionia”, quindi è chiaro che quando si aprono le porte c’è soprattutto una reazione psicologica che può portare a degli eccessi. Torna il tema della superficialità, il non avere utilizzato in maniera propositiva questo periodo per riflettere, per leggere, per studiare, per capirsi anche all’interno delle proprie famiglie, delle proprie comunità. Sono consapevole che questo è un lusso che si è potuto prendere per esempio chi non aveva l’angoscia di perdere il posto di lavoro o il timore di non riuscire ad arrivare a fine mese, ma nelle ultime ore leggiamo della legittima volontà di andare in vacanza, di divertirsi, di tornare a ballare… Come se il vero obiettivo sia ancora una volta realizzarsi nelle proprie fisicità e nelle proprie abitudini. E come ogni stato euforico, si tratta di uno stato altrettanto irrazionale di quello dettato dalla paura. E quando si è irrazionali il rischio di commettere degli errori è più alto rispetto a quando si cerca di riprogrammare una ripresa.

Se un giovane imprenditore venisse da lei e le chiedesse di suggerirgli un settore nel quale investire, cosa gli risponderebbe?

È una domanda molto difficile. Cercherò di rispondere dividendo la risposta in due tranche. La prima, da idealista (ho visto di recente in televisione la storia di Olivetti): se questo è un giovane imprenditore che ha visione, desiderio di mettersi al servizio della collettività, se è alla ricerca di un legittimo profitto per sé ma non è orientato a massimizzarlo infischiandosene di tutto ciò che gli sta intorno, gli suggerirei di investire nella conoscenza e nelle scienze umane. Investi nella conoscenza, investi nella formazione di tuo figlio, dei giovani… Può essere anche un apprendimento del tutto informale, non per forza un corso, ma un abituarsi al bello, all’arte, alla letteratura… alla natura.. Questo se fossimo in un mondo ideale. Se invece dovessi dargli un suggerimento pensando a un investimento che sia remunerativo nel breve periodo gli suggerirei tecnologia e comunicazione. Questi permettono, come dire, di soddisfare il motto “pochi, maledetti e subito”. Se poi vuole comunque un ritorno economico ma magari cercare anche di fare qualcosa di bene alla comunità, sicuramente la green economy può essere il settore su cui cercare di puntare. Intendo con questo una vastissima area che passa anche, se non soprattutto, per ricerca e innovazione. Non soltanto l’applicazione pratica del pannello solare ma tutto ciò che gli può stare dietro: la lotta alla desertificazione, per esempio, o come portare acqua in parti del mondo che attualmente ne sono quasi completamente sprovviste… Questo sarà un settore trainante dell’economia perché apparentemente riesce a mettere insieme tre anelli: la dimensione economico finanziaria, la dimensione etica e quella valoriale.

Lei ha parlato di un’Europa che nel giro di un secolo potrebbe passare dall’essere colonizzante a colonizzata. Colonizzata da chi?

C’è un elemento che meriterebbe di essere approfondito: la nascita di quelli che definisco “stati virtuali”. La popolazione di facebook per esempio è una popolazione che supera o comunque avvicina quella di Cina o India. Può sembrare un follia: ma c’è qualche paese che abbia un ambasciatore presso Google? Forse estremizzo, ridicolizzo per certi versi. Forse accade già e io non lo so, però l’esistenza di questi nuovi soggetti internazionali, i grandi gruppi tecnologici, le comunità epistemiche di cui abbiamo parlato prima, sono tutti nuovi soggetti che interagiscono nel processo decisionale uscendo da quelle che sono le logiche di rappresentatività, di democrazia e quindi per forza diventano degli elementi esterni la cui forza è difficilmente misurabile e comprensibile. Da qui nasce l’esigenza di ripensare non solo l’organizzazione, l’amministrazione degli stati nazione ma anche la partecipazione, i modelli di sviluppo che vogliamo seguire. Torno sul concetto: quando noi vogliamo fare una previsione partiamo dai dati storici e dai trend. I dati storici più o meno li conosciamo. I trend sono stati spezzati dall’arrivo di questa pandemia. Questa rottura può essere trattata o con una semplice ingessatura che ci permette semplicemente di tornare a camminare oppure, dopo l’ingessatura, facciamo una buona riabilitazione, rinforziamo tutti i muscoli, ci prendiamo più cura di tutto il corpo e creiamo qualcosa di più duraturo e stabile. In fondo sono ragionamenti che i padri fondatori dell’Europa hanno fatto 80 anni fa.

Parliamo tutti di cambiamento. Eppure si è ormai accettata l’idea di correre il rischio di centinaia, o migliaia, di nuovi morti in nome di esigenze economiche e di mercato, di riaprire tutto e subito. Non è in fondo la stessa logica della guerra?

Sì. Decisamente sì. È una logica che pospone il bene supremo della vita alla realizzazione di un modello di sviluppo, mi scuso se torno lì, che alla fine deve prevalere a tutti i costi. La mia speranza è che si esca da questo meccanismo per analizzare più in profondità quelle che sono le storture di questo modo di agire. Questa logica di guerra, come ha detto lei, per forza produce poi una reazione postbellica e molto spesso queste reazioni come abbiamo visto possono condurre a un nuovo conflitto. Non abbiamo mai parlato di Africa, per esempio. Se a Milano, o a Bergamo, a Brescia, con i respiratori, la capacità di riconvertire i reparti ospedalieri in quattro e quattr’otto per attivare terapie intensive, abbiamo avuto questo numero di morti, cosa potrebbe accedere nelle parti più povere del mondo? Come ci stiamo attrezzando? Sono convinto che qualora ci fosse una situazione drammatica in certe parti del continente africano nascerebbe una nuova forma di emigrazione; dopo i migranti economici, quelli ambientali, avremmo i migranti della salute. Questo cosa genererebbe in Europa? Una nuova chiusura? Paradossalmente uno degli effetti della pandemia potrebbe essere un lockdown relazionale su scala mondiale: la conferma della logica del Muro di Berlino. Farlo significa creare disparità. Ed è difficile che quando tu hai disparità e fame, non scoppi anche la tensione, è difficile che il muro non venga abbattuto dalla pressione di chi è stato ridotto alla disperazione dalle tue scelte. Vede, questo è ciò che la scienza della previsione può aiutare a fare. Non è una sfera di cristallo, però può aiutare a cogliere quelli che noi tecnicamente chiamiamo i weak signals, i segnali deboli. Non so se ricorda, un tempo quando ascoltavamo la radio usavamo la manopola per sintonizzare bene la trasmissione. Questa immagine noi la utilizziamo per registrare quelli che sono i segnali deboli che arrivano dal cambiamento sociale, cambiamenti dei quali non è possibile ancora tratteggiare le caratteristiche ma che si cominciano a percepire. Io credo che questa pandemia sia esattamente la manopola: abbiamo in mano la possibilità di sintonizzarci o meno su questi deboli segnali che sono emersi. Papa Francesco ci ha dato un’immagine molto bella quando ha detto che una buona formazione poggia su due piedi: uno deve rimanere saldo nella zona di sicurezza ma l’altro deve cercare di esplorare l’ignoto, per consentire di fare un passo in avanti.

Moschea di Pisa: Salvini intollerante, non può bloccare, in nome della cristianità occidentale, il diritto costituzionale dei musulmani.

Salvini non ha avuto né il mandato di togliere diritti né quello di rappresentare la cristianità occidentale
Il leader della Lega Salvini entra in campo oggi a favore della battaglia giudiziaria perdente della Giunta di Pisa contro la Moschea.

Nella sua esternazione mette in fila due gravissimi errori, non compatibili con lo Stato costituzionale di diritto e col corretto rapporto tra Stato e comunità religiose.
Il primo è quello secondo cui una vittoria elettorale può legittimare qualsiasi cosa, compreso la disponibilità sui diritti costituzionali altrui. L’impegno a non dare il via libera alla moschea non andava preso perché illegittimo.

Il secondo è quello di parlare a nome, addirittura, della cristianità occidentale da difendere. Anche questo mandato è impossibile perché nessuno gliel’ha dato. Tutte le comunità cristiane presenti a Pisa non gliel’hanno dato e comunque non condividono l’idea intollerante e anche rozza che per difendere la propria libertà religiosa bisogna negarla agli altri.

Twitter, rimossi 30mila account coinvolti in piano di disinformazione

Nell’incessante lotta alla disinformazione, Twitter ha reso noto di aver rimosso oltre 30mila account per violazioni delle politiche di manipolazione della piattaforma.

“I set di account che pubblichiamo oggi nell’archivio includono tre distinte operazioni che abbiamo attribuito rispettivamente alla Repubblica popolare cinese (RPC), alla Russia e alla Turchia”, spiega l’azienda, precisando che ogni profilo collegato alle operazioni di propaganda cinese, russa e turca è stato rimosso definitivamente dal servizio.

In totale sono stati sospesi 32.242 account,  23.750 dei quali erano correlati a una rete di propaganda che il social Network ha attribuito alla Cina.

Sono stati sospesi anche 7.340 account che operavano dalla Turchia, 1.152 profili originari dalla Russia e  23.750 cinesi.

In attesa

Si tratta di una valanga di denaro. Secondo quello che sappiamo, nel 2021, si dovranno stabilire le linee guida e i progetti di spesa per una quantità di soldi mai visti nella nostra storia politica. Non si può assolutamente affrontare questo tema a cuor leggero.

Anche io, fossi stato al posto del Presidente del consiglio dei ministri, avrei messo in moto tutto il Paese per individuare come utilizzarli. Sembrerebbe che un brogliaccio vi sia. Un terreno su cui confrontarsi. Si fa per solito così. Non si chiama il modo imprenditoriale, i sindacati, i soggetti di conoscenza e tutte le realtà del Paese, raccogliendo solo le idee, senza offrir loro un panorama dove collocarle.

Quanto sia valido, some supporto di partenza il lavoro seminariale di Colao, non so dirlo. Alcuni sostengono che sia costruito a maglie troppo larghe; altri ritengono che abbia virato leggermente a favore di certuni o di certi impianti politici, e altri ancora che non poteva fare di più. Generico quanto basta, ma sufficientemente articolato per incasellare i temi più i portanti.

Resta semplicemente un punto di partenza. Non credo vi sia stata ancora, da parte di chi deve fare scelte politiche, una decisione a favore o contro il lavoro presentato. Credo sia semplicemente, come detto sopra, punti su cui coagulare le idee e gli interessi di chi verrà interpellato nel corso di questi dieci giorni di confronto.

Non voglio pertanto né elogiare, né criticare quanto fino ad oggi è stato prodotto. Mi limito ad evidenziare il sistema adottato. Su questo, posso o non posso essere d’accordo. Del resto, si procede sempre in quel modo.  È una forma canonica che si addotta anche per licenziare una semplice legge. Figuriamoci, pertanto, se trattasi di una formulazione di portata capitale, per la nostra prossima avventura economica.

È evidente che il politico può utilizzare questi momenti anche per tornaconto d’immagine. Ma su questo non vorrei spendere alcuna parola. Sarebbe dire l’ovvio. Quello che invece mi attendo è la sostanza di quanto emergerà nel lavoro di queste intensissime e delicate “idi di giugno”. Solo a compimento dell’intera vicenda, si potrà dire, con cognizione di causa, se hanno o non hanno fatto un lavoro lodevole.

Ci sta pure che l’opposizione giri la schiena all’invito. È normale che così sia. Non vogliono, e li capisco, far da comprimari. In politica, c’è una grammatica da rispettare. Certo è che stare all’interno poteva permettere di avanzare proposte nel cuore della vicenda, ma tant’è, non vogliamo assolutamente calpestare gli stili classici: chi governa sta nel centro della vicenda, l’opposizione, si distingue, e incalza dall’estero.

 

Fase 3, 3,1 mln di italiani in vacanza a giugno

Sono 3,1 milioni gli italiani che quest’anno scelgono di andare in vacanza, anche per qualche giorno a giugno, sfidando la paura della pandemia e dando il primo vero impulso alla ripresa delle attività turistiche dopo il lungo lockdown. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti/Ixe’ nel week end che con la fine della scuola segna tradizionalmente l’inizio delle ferie per i cittadini del Belpaese ma con partenze più che dimezzate (-54%) rispetto allo scorso anno a causa dell’emergenza Coronavirus che ha generato incertezza, preoccupazioni e difficoltà economiche.

Le vacanze 2020 registrano già da giugno una netta preferenza verso le mete nazionali – sottolinea la Coldiretti la Coldiretti – per il desiderio di sostenere il turismo nazionale ma anche per l’apertura delle frontiere che procede lentamente con l’Austria e la Slovenia che riapriranno all’inizio della prossima settimana il confine con l’Italia come la Grecia che ha ripristinato i voli ma pero’ chiede agli italiani i test per il Covid 19 mentre sono ancora sostanzialmente precluse tutte le tradizionali mete fuori dall’Unione Europea. Gran parte del circa 40% di italiani che preferivano vacanze all’estero quest’anno stanno dunque decidendo, per forza o convinzione, di rimanere nel Belpaese secondo un’analisi Coldiretti. Una tendenza importante – precisa la Coldiretti – per cercare di compensare la pesante incognita sulla presenza degli stranieri in Italia con gli arrivi completamente fermi soprattutto per i turisti provenienti da Paesi extracomunitari come Giappone, Cina e Stati Uniti mentre deboli segnali arrivano da Germania e Nord Europa.

Le partenze in “bassa stagione” – sottolinea la Coldiretti – sono particolarmente apprezzate da chi ama la tranquillità e vuole stare lontano dalle folle, tanto più considerate le misure sul distanziamento sociale per garantire la sicurezza, senza rinunciare però a visitare le principali mete turistiche. Ma in avvio della stagione turistica è anche più facile avere degli sconti rispetto all’alta stagione, fino al -25% con i listini per l’alloggio, il vitto ma anche ombrelloni e lettini che infatti subiscono – sottolinea la Coldiretti – un’impennata a partire dal mese di luglio per toccare i valori massimi nella prima metà di agosto. Un’opportunità importante anche considerato il rischio generale di rincari a causa delle misure di prevenzione che si sono tradotte in un netto aumento dei costi a carico delle strutture ricettive.

La maggioranza degli italiani in viaggio – continua la Coldiretti – ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono nell’ordine anche alberghi, bed and breakfast e campeggi con i camper molto gettonati. Tra le mete privilegiate delle vacanze di giugno ci sono sicuramente – precisa la Coldiretti – le oltre 24 mila aziende agrituristiche italiane che, spesso situate in zone isolate della campagna in strutture familiari con un numero contenuto di posti letto e a tavola e con ampi spazi all’aperto, sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche secondo Terranostra e Campagna Amica.

Il ritorno alla vacanza degli italiani rappresenta una grande speranza per il turismo nazionale dopo che – sottolinea la Coldiretti – durante gli ultimi tre mesi si contano 81 milioni di presenze perse per effetto del lockdown che ha azzerato i flussi dei viaggiatori a partire da marzo che segna tradizionalmente il rilancio stagionale con il susseguirsi di occasioni di vacanza tra le festività di Pasqua, Festa della Liberazione, 1 maggio e Pentecoste, rilevante soprattutto per gli arrivi dall’estero. L’impatto economico fra marzo, aprile e maggio è stato drammatico con l’azzeramento della spesa turistica nel trimestre e una perdita stimata dalla Coldiretti in quasi 20 miliardi di euro per l’alloggio, la ristorazione, il trasporto e lo shopping.

A rischio c’è un sistema turistico Made in Italy che si compone di 612mila imprese con oltre 700 mila unità locali e rappresenta – conclude la Coldiretti – il 10,1% del sistema produttivo nazionale, superando il settore manifatturiero, con 2,7 milioni di lavoratori, il 12,6% dell’occupazione nazionale secondo elaborazioni dati Unioncamere.

Il 5G non può ancora rimpiazzare la connessione domestica

Connettersi in 5G da un dispositivo mobile è piuttosto costoso, ma consente di navigare a velocità rapidissime, anche se è a oggi possibile soltanto in poche città d’Italia. Alcune aziende nel frattempo stanno sviluppando i primi router mobile con connessione 5G. Tuttavia pensare di sostituire una connessione da rete mobile in 5G con una da rete fissa è ancora per certi versi un azzardo, salvo nel caso si riesca a ovviare agli attuali problemi di costo e copertura. SOStariffe.it ha analizzato limiti e virtù della nuova tecnologia, vagliando le ragioni per le quali il 5G potrebbe rappresentare un’ottima alternativa alla connessione di casa, ma di certo non nel breve periodo.

ADSL e 5G: il confronto

Le reti di quinta generazione hanno fatto il loro esordio in Italia all’inizio dell’estate 2019. Il 5G garantirà una velocità di connessione ad oggi inimmaginabile, fino a valori di picco di 20 Gbps, promesse almeno sulla carta. Tempi istantanei sia in download che in upload. Anche la latenza è di circa 20 volte più bassa rispetto alla rete 4G. Questa nuova tecnologia, stando le prime previsioni, raggiungerà prestazioni di tre volte superiori rispetto alla fibra ottica. E chiaramente non paragonabili all’ADSL e all’attuale velocità delle offerte internet casa. Tuttavia i nuovi standard sono accessibili ancora in poche città d’Italia, come Milano, Torino, Bologna, Roma e Napoli. Inoltre, le prime offerte di telefonia mobile dedicate alla nuova tecnologia sono molto costose se confrontate con quelle pensate per le reti di quarta generazione. Un aspetto che rema contro la sua diffusione.

L’avanzata dei nuovi router mobile

Il sorpasso del 5G rispetto alle connessioni domestiche potrebbe essere determinato però dall’avvento dei primi router mobile dotati di connessione su reti di quinta generazione. Diverse aziende infatti stanno lavorando a modelli di modem minuscoli. Dei veri e propri micro router da portare sempre con sé, che rimpiazzino l’acquisto di una SIM aggiuntiva per la navigazione.

Questi nuovi dispositivi, e in particolare quelli dotati di protocollo WiFi 6, ridurrebbero il gap tra la velocità di connessione delle offerte di telefonia fissa con ADSL o fibra ottica e quella da dispositivi mobili in 5G.

I principali limiti del 5G: portata ridotta e pochi dati mensili

Il 5G anche nel momento in cui avrà coperto tutto il territorio nazionale sarà soggetto ad alcune limitazioni. Poiché viaggia su onde millimetriche, cioè su frequenze molto alte, ha una portata ridotta che può essere ulteriormente ostacolata da oggetti di grandi dimensioni e dalla pioggia. Perciò pensare di affidarsi fin da subito solo a questa nuova tecnologia risulta oggi piuttosto rischioso.

Altro limite è rappresentato dalla soglia massima di traffico dati di cui si può disporre ogni meseGB restano sempre pochi rispetto a quelli illimitati offerti dalle connessioni ADSL o in fibra ottica che oggi entrano nelle nostre casePossono bastare per chi usa la rete solo per consultare i social o navigare. Ma se si ha intenzione di giocare online tutti i giorni o usare una smart TV, il discorso cambia.

FWA 5G-Ready, un’alternativa alla fibra

La fibra che arriva fino a casa e non si ferma all’armadio stradale, la cosiddetta fibra FTTH, la più veloce, nelle zone rurali è ancora difficile da installare. Al suo posto sta prendendo piede il FWA, acronimo di Fixed Wireless Access, che potrebbe sfruttare la potenza del 5G, costituendo così un surrogato più efficiente e più economico rispetto alla fibra ottica, soprattutto in termini di costruzione delle infrastrutture.

Tuttavia, resta sempre l’incognita dei costi. Il FWA garantirebbe la velocità di download elevate al crescere della sua capillarità. Ci si domanda tuttavia se sarà possibile proporre promozioni che concilino performance elevate con piccoli prezzi. Fino a raggiungere meno di 30 euro, come avviene per le connessioni internet casa in fibra ottica. Si potrebbe utilizzare l’infrastruttura già esistente per portare la rete FWA in ogni casa a prezzi accessibili, ad ogni modo questo abbasserebbe le performance di connessione.

La connessione fissa resta l’opzione a oggi più conveniente

Dall’analisi di SOStariffe.it emerge pertanto che il 5G potrebbe costituire una valida alternativa alle connessioni domestiche solo allorquando siano avviati i problemi attuali di costo e copertura. A oggi le connessioni casalinghe sono le uniche in grado di offrire una connessione illimitata ad alta velocità. Anche se la corsa del 5G potrebbe essere favorita dallo sviluppo dei router WiFi e dal debutto di promozioni a basso costo e con più traffico dati compreso.

La forza della nuova Europa è la comunità

ROMA, Villa Pamphili, 13 giugno 2020

Ringrazio il Presidente del Consiglio Conte ed il Governo italiano per questo invito che ho accettato con grande piacere e saluto tutti coloro che sono collegati con noi.

È importante che i governi nazionali in questo momento si concentrino sulle strategie da adottare per rendere concreti gli strumenti che l’Unione ha reso già disponibili o intende sviluppare.

In Europa c’è grande fiducia nel governo italiano e nella comunità nazionale che ha dato prova di coraggio, disciplina, solidarietà.

A Bruxelles, la prima fase della pandemia ci ha spinto a riflettere sulla necessità di un’Europa diversa. Avevamo capito che stavamo entrando in una fase nuova e le scelte sono state molto diverse dal passato. I cittadini giorno dopo giorno hanno capito che non eravamo di fronte alla solita Europa, vista spesso lontana dalla vita reale. L’Unione ha prodotto in poche settimane un cambiamento di portata storica e non coglierlo sarebbe un errore politico. È vero, ci sono ancora questioni da chiarire, trattative da completare, e non mancheranno contrasti anche duri. Ma una svolta si è compiuta.
Invito tutti a considerare come parte della stessa risposta europea il programma di acquisti della Bce, la sospensione del Patto di stabilità e crescita, la deroga agli aiuti di Stato, la linea di credito MES senza troike e condizionalità, il raddoppio del Bilancio UE, il suo finanziamento con strumenti comuni, l’introduzione nell’erogazione delle risorse del principio del maggior bisogno, la soppressione del finanziamento statale nei fondi della coesione.

Non siamo di fronte soltanto a misure emergenziali: sono mutate le coordinate, cioè le linee guida delle politiche che hanno governato l’Europa negli ultimi 20 anni. I canoni neoliberisti che avevano spinto l’Unione nelle difficoltà e negli squilibri che conosciamo sono stati ritenuti non idonei ad affrontare la fase nuova. Questo è il nodo politico che occorre afferrare e da cui ripartire.

Ora dobbiamo impegnarci tutti a dare basi solide al nuovo corso. E dimostrare che dopo l’austerità che ha generato diseguaglianze, può esservi un’Europa più forte, vicina ai suoi cittadini, capace di giocare un ruolo come attore globale.

Senza l’Italia questo salto di qualità non potrà compiersi. E da questo ne deriva una grande responsabilità. Non meno grande delle opportunità che vengono offerte a tutti i nostri paesi.

La grande lezione del Covid ci dice che non c’è politica, non c’è sovranità, non c’è neppure identità nazionale senza l’orizzonte europeo.

Le attuali difficoltà possono essere affrontare e superate solo con politiche comuni.

Che futuro può esservi, senza una visione europea, per i Paesi che stanno affrontando questa crisi?
È chiaro a tutti ormai che nessuno può farcela da solo e che il primo e più importante interesse nazionale è quello della coesione europea, della sua unità e solidarietà.

Il Parlamento europeo ha subito chiesto all’Unione una risposta ambiziosa e all’altezza della sfida e ringrazio la Presidente von der Leyen e il Commissario Gentiloni per aver ascoltato il Parlamento.

In questi mesi difficili il Parlamento europeo ha continuato ad esercitare la propria funzione, con modalità diverse, nell’interesse dei cittadini. Siamo co-legislatori, autorità di bilancio e organo di indirizzo politico e non vogliamo rinunciare alle nostre prerogative. Anche in questa fase di negoziati non faremo sconti. Per noi la proposta della Commissione è la base minima di compromesso e non accetteremo nessun passo indietro. E su questo sappiamo di poter contare sull’impegno del governo italiano.

La proposta del Recovery fund modifica radicalmente le dinamiche fra Governi nazionali e Bruxelles. Se prima era la Commissione ad indicare ai Governi come utilizzare i fondi, oggi i termini del meccanismo si sono invertiti. Saranno i Governi ad indicare le riforme che intendono promuovere.

Si tratta di un cambiamento profondo che dimostra come l’Unione abbia saputo trarre lezioni dagli errori del passato.

Ora i governi sono chiamati ad una maggiore responsabilità dando prova della loro capacità di programmazione. Per molti Paesi questo significa avviare riforme per utilizzare le risorse e non rimandarle indietro. Serve un cambio di marcia nel rapporto fra regioni e governo centrale. In Italia c’è bisogno di infrastrutture. Una strada o una ferrovia in meno nel Mezzogiorno è di certo un danno per i cittadini di quelle regioni, ma è anche un danno per tutti i cittadini e le imprese europee. S’impone uno sguardo nuovo.

Ricordo che i fondi che arriveranno nelle casse nazionali saranno pubblici e non sarà ammissibile la perdita o lo spreco di questo denaro. La capacità di spesa dovrà aumentare considerevolmente. E i paesi che hanno difficoltà nella progettazione ordinaria dovranno rapidamente modificare le loro procedure.

Sarà fondamentale, comunque, l’indirizzo pubblico delle risorse sulla base delle priorità europee. Il pubblico dovrà essere l’attore protagonista della ricostruzione. E questo è il momento giusto per riaffermare un rinnovato ruolo pubblico nella politica economica e industriale.

Non si tratta di recuperare modelli del passato, ma di affermare una funzione di difesa dei più deboli e di allineamento dei programmi nazionali agli obbiettivi europei.

Serve coerenza, trasparenza, pragmatismo.

Spetta al Governo italiano, insieme agli attori economici, sociali e istituzionali, decidere quale strada intraprendere e su quali riforme insistere.

Da parte mia, solo alcuni spunti di riflessione.

La prima sfida da affrontare è quella dell’adeguatezza dei nostri sistemi sanitari. Non smetteremo mai di ricordare e ringraziare tutto il personale sanitario per lo straordinario contributo fornito. In questa emergenza abbiamo capito l’importanza di preservare e rafforzare il modello sociale europeo che assicura a tutti anche l’accesso ai servizi sanitari. Oggi si discute in Europa sulla necessità di un migliore coordinamento nella gestione delle emergenze sanitarie ed una maggiore autosufficienza nel campo delle attrezzature mediche e della ricerca. Dopo la mucca pazza si è sviluppata una politica europea integrata della sanità animale; sarebbe assurdo se dopo il Covid non fossimo capaci di avere standard comuni di gestione e intervento sulla salute umana.

Credo che anche a livello nazionale si debba avviare un piano di riforma del sistema sanitario in modo da renderlo più robusto, efficiente, omogeneo e accessibile nei diversi territori. Occorre riflettere su una migliore cooperazione tra Stato e Regioni. Ricordo che molte disfunzioni e polemiche si sono verificate anche in altri paesi.

L’Unione europea ha messo a disposizione una linea di finanziamento del MES destinata alla copertura delle spese sanitarie dirette o indirette.

Non voglio entrare nel dibattito interno relativo alle scelte del Governo anche perché la mia opinione è nota. Indipendentemente dallo strumento che si vorrà utilizzare quello della sanità è un bene pubblico che merita investimenti e che incide considerevolmente non solo sul Pil dei nostri paesi ma anche sul benessere delle nostre società.

Il piano di ripresa è stato giustamente denominato Next Generation EU. Si chiama così perché servirà ad investire sulle prossime generazioni. Noi indebiteremo le generazioni future e dobbiamo sentire la responsabilità di ripagarle in prosperità e sviluppo.

Occorrerà quindi concentrarsi sui giovani.

Ci vorrà un grande piano di investimenti sui beni comuni, come educazione e formazione, per dare a tutti le stesse opportunità. Basta scuole di serie A e di serie B in Europa. Le difficoltà per numerosi studenti europei di accedere all’insegnamento a distanza per mancanza degli strumenti tecnologici è la cartina di tornasole di pesanti arretratezze. Accedere alla tecnologia dev’essere considerato un diritto. Sì, un nuovo diritto umano e sociale, perché nessuno resti indietro o venga discriminato.

Giovani, ma anche le donne, molto colpite dalla crisi. I dati ci dicono che potremmo tornare indietro e questo non dobbiamo consentirlo. È a loro che dobbiamo guardare quando parliamo di piani di rilancio dell’economia, nella consapevolezza che la disoccupazione femminile non è solo causa di disuguaglianza sociale, ma anche un clamoroso sperpero di risorse e di potenzialità per le nostre società.

Ma quale dovrà essere la nostra visione del futuro?
La scelta dell’Unione è un modello di sviluppo nuovo, basato sulla Green economy, la sostenibilità, e la transizione digitale. Vogliamo diventare leader nella lotta al cambiamento climatico. È quindi assolutamente necessario che i piani di rilancio nazionali siano ben allineati a questo traguardo. Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale corrono di pari passo.

In Europa, anche in questo periodo, abbiamo toccato con mano quanto le pratiche fiscali aggressive di alcuni paesi sottraggano risorse ad altri paesi. Ed è giusto porvi rimedio. Ne ha parlato di recente anche la Cancelliera Merkel e le ho espresso il sostegno del Parlamento europeo.

Per pretendere comportamenti diversi dagli altri, però, bisogna dimostrare di avere le carte in regola. L’Italia deve riflettere di più su una strategia di lotta all’evasione che ogni anno sottrae ai cittadini, secondo l’Istat, circa 100 miliardi di euro. Credo che sia arrivato il momento, perché in questo periodo la stragrande maggioranza dei cittadini che fanno il proprio dovere si sono resi conto dell’importanza dei servizi pubblici e dei servizi essenziali messi a disposizione anche di coloro che non contribuiscono. Si tratta non solo di un fenomeno anti-sociale, ma anche di un ostacolo alla credibilità internazionale dei nostri paesi.

La crisi ha dimostrato inoltre che l’apertura dei nostri Paesi alle altre economie è un fenomeno indispensabile.
Questo comporta rischi sia in termini di autonomia strategica che di integrità del mercato interno. A livello europeo è in corso una riflessione e l’idea che si fa strada è quella di un bilanciamento tra difesa della concorrenza e possibilità di consentire la formazione di campioni industriali in grado di competere ad armi pari con i loro concorrenti extraeuropei. Abbiamo bisogno di accrescere le capacità di concorrenza dell’Europa e questa sfida è una grande opportunità anche per l’Italia.

Caro Presidente Conte bisogna fare in fretta. Tutti gli indicatori ci riferiscono che la crisi colpirà duramente. Servono riforme strutturali e interventi di sostegno diretto alle persone. Ieri la Spagna ha annunciato il reddito minimo vitale per sostenere il diritto alla vita dei suoi cittadini più poveri.

Semplificare, garantire efficienza nel pubblico e nel privato, agire con tempestività. Serve uno sguardo lungimirante. Questo è quello che tutti gli europei si aspettano.

L’Unione sta indicando il porto da raggiungere, i Governi europei fissino la rotta e tengano la mano salda sul timone.

Dobbiamo costruire insieme una nuova personalità del nostro Continente e farlo, come invitava Hermann Hesse “spingendo più in fondo le radici senza scuotere i rami”.

Buon lavoro.

Il ministro Speranza ha firmato un accordo per 400milioni di dosi di vaccino

Insieme ai Ministri della Salute di Germania, Francia e Olanda, dopo aver lanciato nei giorni scorsi l’alleanza per il vaccino, il ministro della Salute Roberto Speranza ha sottoscritto un contratto con Astrazeneca per l’approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino.

Il  vaccino nasce dagli studi dell’Università di Oxford e coinvolgerà nella fase di sviluppo e produzione anche importanti realtà italiane. La prima trance di dosi arriverà entro la fine dell’anno.

Il suo nome provvisorio, in fase di sperimentazione, è : ChAdOx1 nCoV-19.

I risultati, ottenuti a tempi di record, sembrano promettenti: dopo aver dimostrato sicurezza ed efficacia sugli animali, la sperimentazione sull’uomo del candidato vaccino italo-britannico è entrata in una fase cruciale. Già svolti i test sui primi volontari, infatti, è scattata la somministrazione su diecimila persone, per un ampio studio di fase II/III da cui si attende il responso definitivo, previsto prima dell’inverno. Il vaccino si basa sulla tecnica del “vettore virale”, ossia l’utilizzo di un virus simile a quello che si vuole prevenire ma non aggressivo, a cui si “incollano” le informazioni genetiche che si spera facciano scattare la risposta immunitaria dell’organismo.

Law and Order! Negli anni Sessanta e oggi?

Articolo pubblicato dalla rivista Atlante di Treccani a firma di Arnaldo Testi

Agli inizi degli anni Sessanta, a parlare di “legge e ordine” non è, come oggi, il presidente degli Stati Uniti. È piuttosto il Sud razzista, il Sud dell’ala razzista e segregazionista del Partito democratico. Da quelle parti vuol dire “tenere i negri al loro posto”. Tenerli dove i meridionali bianchi li hanno costretti intorno all’anno 1900, segregati ed esclusi dalla vita politica (si vede bene in una delle scene finali di Nascita di una nazione, il film capolavoro di Griffith del 1915: gli eroi a cavallo del Ku-Klux Klan fanno il loro eroico lavoro di richiudere gli ex schiavi nei loro quartieri). Tenerli dove fanno sempre più fatica a tenerli, perché i movimenti di protesta e per i diritti civili sono nati insieme con la segregazione stessa, e stanno diventando più aggressivi.

Law and order è dunque uno slogan che evoca un sogno di stabilità in un contesto instabile, un desiderio che rimuova la paura, con effetti di disordine e illegalità spesso letali (i linciaggi, per dire).   Non che l’ordine e la legge non siano cose buone in sé, magari prese una per volta. Il governo della legge, la “rule of law” è lo Stato di diritto. E chi non vuol vivere in una società ordinata?

È la loro accoppiata a diventare uno strumento contundente, quando è agitata nella vita pubblica per dire, da parte di chi ha il potere per dirlo, in genere in nome di una reale o inventata maggioranza: la nostra legge e il nostro ordine, contro voi minoranze rompiscatole. La si trova dunque usata, oltre che nel Sud segregato, in altri luoghi e periodi di vita inquieta, di conflitti politici affrontati come problemi di ordine pubblico, di disordine inteso come somma di disobbedienza sociale e criminalità comune. Subito dopo la Rivoluzione, per esempio, o subito dopo la Guerra civile (durante una guerra, o durante una rivoluzione, non è il caso).

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Pd, 5 stelle e le alleanze locali.

Dunque, prima o poi si vota. Almeno per le elezioni locali. Cioè regionali e comunali. E, come capita da sempre, il capitolo delle alleanze da costruire resta un elemento decisivo per la stessa vittoria finale dei vari schieramenti in campo. 

Ora, è inutile farsi grandi illusioni sulla originalità delle alleanze che saranno definite nei prossimi mesi. Di norma il modello nazionale si replica, quasi meccanicamente, in tutto il paese perchè, alla fine, prevale sempre – e comprensibilmente – l’orientamento del gruppo dirigente centrale dei vari partiti. Ma, per fermarsi al campo del centro sinistra, è del tutto ovvio che il vero nodo politico da sciogliere riguarda il rapporto tra il Pd e i 5 stelle. O meglio, l’eventuale accordo politico ed elettorale tra i due principali partner di governo. Certo, tutti conosciamo le vere motivazioni che hanno giustificato il decollo del secondo governo Conte. E tutti sappiamo anche le difficoltà oggettive, e non personali, che caratterizzano questa strana e singolare alleanza. Ma, e qui è il vero punto politico, quando si tratta di arginare la destra nelle regioni o nei comuni al di sopra dei 15 mila abitanti, è del tutto naturale che i partiti che fanno parte dell’alleanza di governo si pongano il problema di come comportarsi a livello periferico. O facendo una vera e propria alleanza oppure fingendo di andare per conto proprio – come in Emilia Romagna – ma appoggiando sostanzialmente la coalizione più forte e competitiva che è alternativa alla destra. 

Ma le prime tecniche di alleanza a Roma e a Torino – che sono le due realtà comunali e nazionali più importanti – non sono particolarmente incoraggianti. E, del resto, è anche abbastanza comprensibile. Dopo quasi 5 anni che hanno visto i due partiti su posizioni alternative – 5 stelle al governo e Pd all’opposizione – accompagnati da scontri, insulti e rispettive delegittimazioni e attacchi politici e personali, è del tutto ovvio che le posizioni rimangono lontane. Soprattutto tra le seconde fila dove un mix di ambizioni personali e di coerenza politica porterebbe ad altri lidi che non ad accordi organici e ferrei tra i due contendenti. Ma la realtà è diversa, come ben sappiamo. E giustamente Dario Franceschini l’ha richiamata pubblicamente alcuni giorni fa con una intervista. Certo, anche in passato a livello locale c’erano esperimenti di governo diversi rispetto al quadro nazionale. Chi non ricorda, ad esempio, le cosiddette “giunte anomale” in molti comuni italiani alla fine degli anni ‘80 e ad inizio degli anni ‘90 dove si siglavano accordi locali tra la Dc e il Pci e che escludevano, di fatto, alleanze di pentapartito, cioè con i partiti di area laica e socialista e la Dc. Anche allora non mancavano frizioni e dure polemiche, soprattutto all’interno della Dc. Ma in quel contesto politico e storico le “giunte anomale” , è bene ricordarlo, erano anche il frutto di classi dirigenti politiche locali autorevoli, compatte, unite e coraggiose. Tutte categorie che semplicemente oggi non esistono più. 

Ecco perchè, adesso, è molto più difficile dar vita a progetti che si differenziano radicalmente rispetto agli orientamenti politici nazionali. E allora, almeno su due versanti è necessario essere intransigenti e il più possibile coerenti. Al di là di come andrà a finire la convivenza tra il Pd e i 5 stelle, più o meno forzata che sia. 

Innanzitutto è decisiva la scelta di candidati a Sindaco autorevoli e competenti. Dopo l’esperienza, sostanzialmente fallimentare di Torino e Roma, per non parlare di molti altri comuni periferici, forse è giunto il momento per riqualificare sotto il profilo della autorevolezza, della preparazione politica e della competenza amministrativa la scelta dei vari candidati a Sindaco. In secondo luogo vanno scritti programmi che poi sono realisticamente percorribili. Il tempo delle promesse a vuoto e della sola propaganda devono cedere il passo al realismo e alla concretezza. Soprattutto dopo la drammatica stagione che abbiamo vissuto e che speriamo sia ormai alle nostre spalle. 

Due condizioni essenziali e decisive per garantire il buon governo locale. A prescindere dalle stesse alleanze che ci saranno. Dopodichè, ci sarà il tema politico dell’alleanza tra il Pd e i 5 stelle. Ma con un gruppo dirigente, soprattutto il Sindaco, autorevole e un programma serio e realistico, il resto è semplicemente secondario e del tutto marginale. 

Gli stati generali e i tavoli della democrazia

Pare che l’esercizio della democrazia consista oggi nel disporsi di buon grado intorno a un tavolo.

Si “aprono” tavoli di concertazione, di confronto, di trattativa, di riflessione, di mediazione, di lavoro, persino di decisione.

Il capo degli ultimi due governi, per scelta o necessità, ne ha convocato molti di “verifica”, salvo che i verificatori non si siano alla fine nemmeno presentati.

Siamo ora in presenza del “tavolo dei tavoli”, la madre di tutte le ostensioni, la parata delle star (quelle che aderiscono), dove ciascuno darà il meglio di se’: arrivano gli “Stati generali”.

Siamo all’apoteosi dell’apparenza e all’oblio della Storia.

Ma perfettamente inseriti nella logica oggi prevalente: un debordante uso della parola che produrrà l’enciclopedia del nulla, una monografia dell’autoreferenzialità, un gigantesco tomo i cui contenuti saranno obsoleti il giorno dopo.

Ma la politica dov’è? Perché il Parlamento delega esperti esterni? Eppure l’etimologia del suo nome rende ragione della sua funzione: in quella sede dovrebbe progettarsi il futuro del Paese.

Siamo forse all’anticamera di una Repubblica del Presidente (del Consiglio)?

Un vezzo – quello di convocare tavoli – dunque assai in voga nella democrazia delle inconcludenze.

Già lo spoil system ci aveva abituati all’uso disinvolto delle scrivanie;  uno, piombato da chissà dove ma certamente mandato lì con tanto di “manuale cencelli”, si sistemava in un ufficio e cominciava il suo lavoro: “adesso mi occuperò di questo progetto”.

Ma l’icona del tavolo risulta adesso di gran lunga prevalente.

E’ la regola non scritta del confronto che ci impone questa consuetudine e non possiamo certo negare che si tratti, all’origine, di un lodevole proposito.

Convocare “tavoli”, far ricorso ai “tavoli” sembra rispondere ad una logica di metodo ma coincide anche con una più ampia deriva sociale.

Il tavolo è l’icona della collegialità, della condivisione, della trasparenza.

Ma è anche il surrogato del presenzialismo autoreferenziale, il ring dei conflitti di interesse, il luogo delle sovrapposizioni e delle intersezioni, il mix del bla-bla-bla ostentato e molto spesso inconcludente.

Una specie di tributo sociale che si paga sull’altare della demagogia e del populismo, l’occupazione di uno spazio per significare una presenza, il ritualismo che celebra il limbo dell’incerto e dell’indeterminato. 

Oggi tutto dev’essere socializzato, perciò più è alto il numero dei convenuti e più il tavolo acquista rilevanza, in questo va ammesso che la sinistra del confronto, delle convergenze e del campo progressista batte la destra decisionista dieci a zero.

I tavoli si compongono e si scompongono, si allungano e si accorciano, ci sono infatti tavolate e sottotavoli, nuovi commensali e situazioni sempre fluide, in divenire.

Non è che il menu sia poi così invitante e c’è in genere chi prende il sopravvento: gli affabulatori professionisti la fanno quasi sempre da padrone e le ragioni sono spesso di chi sa alzare di più la voce. 

Nelle intersezioni delle presenze, delle deleghe e delle appartenenze uno deve avere l’avvertenza di mantenere la propria identità partecipando a tavoli diversi, per non contraddire almeno se stesso.

Negli ultimi due anni ci sono state molte occasioni per vertiginose cadute di coerenza e di stile, non è da tutti ribaltare le proprie decisioni ma la fascinazione dell’apertura di nuovi tavoli che esprimano sensibilità più avanzate esercita un magico potere.

Vedo molta sofferenza intorno ai tavoli: è come celebrare un rito, uno si siede e comincia l’abbuffata delle parole, l’ostensione dell’eloquio, la rivendicazione delle primazie.

E’ tutto uno sciorinare di espressioni ad effetto: sinergie, interrelazioni, convergenze, diagrammi di flusso, co-costruzioni, maglie larghe, reti, stimoli. 

Soprattutto molti stimoli con prevedibili effetti collaterali.

In genere non si conclude niente: vedremo, faremo, valuteremo, ne stiamo parlando, ci sono interessanti prospettive per il futuro. 

L’autoelogio dell’arte del procrastinamento e del rinvio  è un abile giochino di simulazione e dissimulazione.

La società chiede decisioni sollecite e assunzioni di responsabilità precise, autorevolezza e competenza.

Responsabilità e competenza sono anzi i due cardini imprescindibili del corretto funzionamento degli apparati, i due pilastri che sorreggono ogni istituzione preposta ad erogare un qualunque servizio, a prendere finalmente una decisione.

Nel creare tavoli su tavoli la società esprime un nichilismo di fondo che è lo specchio di un pensiero debole, perché questa politica non sa, alla fin fine e dopo tante parole, esprimere uno straccio di progetto condiviso.

Il mercato del lavoro perde il 7,5%

Le dinamiche del mercato del lavoro misurate nel primo trimestre 2020 risentono, a partire dall’ultima settimana di febbraio, delle forti perturbazioni indotte dall’emergenza sanitaria.

Nel primo trimestre 2020, l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una forte diminuzione sia rispetto al trimestre precedente (-7,5%), sia rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (-7,7%). Tali dinamiche risultano coerenti con la fase di eccezionale caduta dell’attività economica che, nell’ultimo trimestre, ha risentito degli effetti della crisi sanitaria, con una flessione del Pil pari a -5,3% in termini congiunturali.

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel primo trimestre del 2020 il numero di persone occupate diminuisce in termini congiunturali (-101 mila, -0,4%), a seguito dell’aumento dei dipendenti a tempo indeterminato e del forte calo di quelli a termine e degli indipendenti. Il tasso di occupazione è pari al 58,8%, in diminuzione di 0,2 punti rispetto al quarto trimestre 2019. Nei dati più recenti del mese di aprile 2020, al netto della stagionalità, l’effetto dell’emergenza Covid-19 è più evidente: gli occupati calano di 274 mila unità (-1,2%) rispetto a marzo 2020 e il tasso di occupazione scende al 57,9% (-0,7 punti in un mese).

Nell’andamento tendenziale, rallenta la crescita del numero di occupati (+0,2%, +52 mila rispetto al primo trimestre 2019), ancora una volta per effetto dell’aumento dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato a fronte del calo di quelli a termine e degli indipendenti. La crescita è più accentuata tra gli occupati a tempo parziale; per il 63,0% di questi lavoratori si tratta di part time involontario. Diminuiscono, inoltre, gli occupati che hanno lavorato per almeno 36 ore a settimana (57,8%, -8,8 punti), a seguito delle assenze dal lavoro e della riduzione dell’orario dovute all’emergenza sanitaria.

Nel confronto annuo, per il dodicesimo trimestre consecutivo, a ritmi ancora più intensi, si riduce il numero di persone in cerca di occupazione (-467 mila in un anno, -16,3%). Dopo la diminuzione nei due precedenti trimestri, aumenta a un ritmo sostenuto il numero di inattivi di 15-64 anni (+290 mila in un anno, +2,2%).

Il tasso di disoccupazione è in diminuzione rispetto sia al trimestre precedente sia a un anno prima e si associa all’aumento, anch’esso congiunturale e tendenziale, del tasso di inattività delle persone con 15-64 anni. Nel mese di aprile 2020 si accentuano ulteriormente il calo del tasso di disoccupazione e la crescita di quello di inattività.

Dal lato delle imprese, si registra una diminuzione della domanda di lavoro su base congiunturale, con un calo delle posizioni lavorative dipendenti dello 0,5% sul trimestre precedente, a fronte di un aumento dello 0,6% su base annua. La riduzione delle posizioni lavorative è associata a una notevole diminuzione delle ore lavorate per dipendente, pari a -8,8% su base congiunturale e a -9,4% su base annua. Il ricorso alla cassa integrazione registra una variazione positiva pari a 68,6 ore ogni mille ore lavorate. Il tasso dei posti vacanti diminuisce di 0,9 e 1,1 punti percentuali, rispettivamente su base congiunturale e su base annua. Il costo del lavoro registra un aumento dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’andamento del costo del lavoro è determinato dalla crescita delle retribuzioni (+0,4%) e degli oneri sociali (+1,0%) su base congiunturale e dal proseguimento della crescita su base annuale, sia delle retribuzioni (+0,7%) sia degli oneri sociali (+1,2%).

Le indagini statistiche dirette e l’acquisizione delle fonti di natura amministrativa per finalità statistiche hanno risentito degli ostacoli che l’emergenza sanitaria in corso ha posto alla raccolta dei dati di base e alla continuità di altre fonti. Sono state sviluppate azioni correttive che ne hanno contrastato gli effetti statistici e hanno permesso di elaborare e diffondere i dati relativi al primo trimestre 2020. Si sottolinea comunque il carattere provvisorio delle stime presentate in questo comunicato – anche per quanto riguarda la coerenza di alcuni indicatori provenienti da fonti diverse – che potranno subire revisioni sulla base di ulteriori analisi e della progressiva estensione e completamento delle informazioni disponibili.

Ottenuto sulla Stazione spaziale il quinto stato della materia

The Event Horizon Telescope (EHT) — a planet-scale array of eight ground-based radio telescopes forged through international collaboration — was designed to capture images of a black hole. In coordinated press conferences across the globe, EHT researchers revealed that they succeeded, unveiling the first direct visual evidence of the supermassive black hole in the centre of Messier 87 and its shadow. The shadow of a black hole seen here is the closest we can come to an image of the black hole itself, a completely dark object from which light cannot escape. The black hole’s boundary — the event horizon from which the EHT takes its name — is around 2.5 times smaller than the shadow it casts and measures just under 40 billion km across. While this may sound large, this ring is only about 40 microarcseconds across — equivalent to measuring the length of a credit card on the surface of the Moon. Although the telescopes making up the EHT are not physically connected, they are able to synchronize their recorded data with atomic clocks — hydrogen masers — which precisely time their observations. These observations were collected at a wavelength of 1.3 mm during a 2017 global campaign. Each telescope of the EHT produced enormous amounts of data – roughly 350 terabytes per day – which was stored on high-performance helium-filled hard drives. These data were flown to highly specialised supercomputers — known as correlators — at the Max Planck Institute for Radio Astronomy and MIT Haystack Observatory to be combined. They were then painstakingly converted into an image using novel computational tools developed by the collaboration.

Grazie a un esperimento condotto sulla Stazione spaziale è stato ottenuto il quinto stato della materia. Si tratta di uno stato distinto da quello liquido, solido, gassoso e dal plasma: è possibile averlo solo a temperature vicine allo zero assoluto e in esso atomi ultrafreddi si muovono all’unisono comportandosi come onde anziché come particelle. Il risultato si deve al California Institute of Technology.

Ipotizzato nel 1925 da Albert Einstein in base alle ricerche del fisico indiano Satyendra Nath Bose, il quinto stato della materia si chiama condensato di Bose-Einstein. E’ stato possibile ottenerlo grazie all’esperimento Cold Atom Laboratory della Nasa, basato su uno strumento che può essere controllato anche da Terra, nel quale sono stati utilizzati atomi di rubidio.

Secondo l’esperto, il risultato “può aprire la strada a molte applicazioni, a partire da interferometri atomici da inviare nello spazio per condutte esperimenti molto precisi per verificare la relatività generale, a rivelare le onde gravitazionali e a misurare in modo molto preciso la gravità terrestre per vedere, per esempio, i cambiamenti dei movimenti del magma nei vulcani, lo spostamento dei ghiacciai, le variazioni sottili del livello del mare”.

 

Coronavirus: in acqua “più mascherine che meduse”.

L’organizzazione non profit Opération Mer Propre prevede che presto ci potrebbero essere “più mascherine che meduse” in mare. Come riporta il Guardian, la previsione si basa sull’osservazione dell’aumento dell’inquinamento dei mari e delle spiagge in tutto il mondo. Opération Mer Propre, che pattuglia costantemente i litorali francesi compresa la Costa Azzurra, teme che la situazione possa peggiorare dopo l’ordine di due miliardi di mascherine partito dalla Francia.

Durante le operazioni di pattugliamento delle coste del Mediterraneo, i sub hanno trovato quelli che vengono chiamati “rifiuti del Covid”: dozzine di guanti, maschere e bottigliette di disinfettanti per le mani, mescolati a lattine e bicchieri di plastica. La quantità di rifiuti legati al Coronavirus preoccupa gli ambientalisti, che vedono in guanti e mascherine gli elementi di un nuovo tipo di inquinamento che potrebbe presto diventare globale. L’organizzazione spera che, attraverso la metafora “più mascherine che meduse”, l’opinione pubblica venga spinta a scegliere mascherine riutilizzabili. Inoltre, Opération Mer Propre raccomanda di lavarsi più spesso le mani, invece di indossare i guanti monouso, precauzione sconsigliata anche dall’Oms. “Con tutte le alternative a disposizione, la plastica non è la soluzione che ci proteggerà dal Covid. Questo è il nostro messaggio”, spiega l’attivista Joffrey Peltier.

230mila malati di tumore rimasti senza controlli durante il lockdown

In Italia, oltre 230mila persone con tumori hanno dovuto fare a meno dei controlli. A dirlo è Stefania Gori, presidente della Fondazione Aionm l’associazione dei medici oncologi, che ha ricostruito il numero a partire dai tanti che hanno visto le loro visite di accertamento o le verifiche rimandate a data da destinarsi.

A sottolinearlo, ad aprile, era stato anche il Salvagente, intervistando una paziente oncologica che ci aveva raccontato tutte le ansie vissute in pieno lockdown. Eppure, in quegli stessi giorni la preoccupazione dei malati oncologici (raccontata anche dall’associazione Codice Viola) era stata ridimensionata da più parti.

Anche se l’emergenza Covid-19 ha dimostrato che i pazienti si possono assistere in un altro modo, non per forza in corsia, con meno visite ed esami e più attenzione alla persona e alla sua qualità di vita.

L’Italia da cambiare, il centro da inventare.

La confusione che accompagna l’iniziativa degli “Stati Generali” non è un buon segno, comunque la si guardi.
Incide certo una spiccata e talvolta esorbitante attitudine al protagonismo mediatico del Presidente del Consiglio.
Ma traspare anche il timore dei partiti di maggioranza e di opposizione di vedersi scavalcati da una iniziativa che presuppongono di non “controllare”. Un timore che segnala debolezza e insicurezza.

Il Presidente Conte utilizza il metodo oggi purtroppo di moda. Non è il primo e non è il solo. Non sono sicuro che sarà l’ultimo. E men che meno sono sicuro che, come qualcuno sostiene, sia il “nuovo De Gasperi”.
D’altra parte, le forze politiche riscoprono il ruolo delle Istituzioni (e del Parlamento in particolare) dopo averle svuotate di senso riempiendole di rappresentanti improvvisati e dopo averle delegittimate con campagne demagogiche e decisioni che hanno solleticato l’anti politica e l’avversione del popolo agli istituti della democrazia rappresentativa. Come la riduzione del numero dei parlamentari motivata per “contenere le spese” e decisa con una improvvida modifica costituzionale priva di senso e slegata da ogni riflessione di riforma complessiva dell’ordinamento istituzionale.

Quando la politica era la “Politica”, gli Stati Generali (cioè la costruzione di un progetto per il Paese con il coinvolgimento delle sue componenti sociali ed economiche) non erano un evento mediatico eccezionale. Erano il metodo quotidiano della vita politico-istituzionale.
Le forze politiche non avevano nessun complesso di inferiorità rispetto alle idee e alle aspettative prospettate dalle così definite “menti illuminate” o dai vari portatori di interessi.
Il dialogo era costante, fisiologico, libero e rispettoso dei diversi ruoli.
La Politica si assumeva poi la responsabilità della sintesi e delle decisioni.
Oggi pare non sia più così.

Le grandi corporazioni sociali ed imprenditoriali faticano a indicare idee nuove e “di sistema”, ma non sono affatto aliene dalla tentazione di “insegnare” il mestiere a chi governa, piuttosto che dimostrare di saper fare il loro, di mestiere.
Infatti, la struttura produttiva del Paese sconta un grave deficit di innovazione (gli investimenti privati in ricerca e sviluppo sono tra i più bassi a livello europeo); di solidità finanziaria (poche famiglie e consorterie finanziarie sempre più ricche e imprese sempre più povere); di strategia internazionale (molte piccole e medie imprese che forniscono semilavorati ad imprese tedesche e di altri Paesi Esteri, ma poche aziende capaci di collocarsi al vertice della catena del valore); di competitività e di filiera (poca volontà di costruire vere reti di impresa e progetti comuni, capaci di attenuare il “nanismo” tipico dell’impresa italiana, anche nei settori di maggiore successo del Made in Italy, per non parlare del campo dei servizi e delle nuove tecnologie e poca voglia di crescere anche con acquisizioni a livello globale).

Tutte cose che solo in parte possono essere addebitate ai Governi ed alle politiche pubbliche.
Lo stesso sindacato, che giustamente rivendica un ruolo centrale, è tremendamente in ritardo – con poche lodevoli eccezioni, tra le quali quella di Marco Bentivogli – nel rapportarsi ai cambiamenti epocali del lavoro e della società.
Il Terzo Settore, evocato con lucidità e generoso impegno da Stefano Zamagni e dagli altri pensatori di una “nuova economia”, svolge un ruolo fondamentale nella tenuta del tessuto comunitario, ma non pare oggi capace di esprimere una forza di sistema ed un progetto unitario per il Paese.

Quanto alla politica, si nota una schizofrenia pericolosa.
Da un lato si gioca al piccolo cabotaggio: provvedimenti “erga omnes”, a fronte di una moltitudine smisurata di istanze, senza alcuna vera griglia di priorità.
Dall’altro si evoca la suggestione di una sorta di “Grande Piano Quinquennale”.
Questa schizofrenia lascia sguarnito il terreno vero della buona Politica, che non è né quello delle prestazioni “a là carte”, né quello del dirigismo statalista.
Molto più semplicemente (ma proficuamente) sarebbe quello del “governo” democratico dei processi.

Cosa che presuppone di esercitare – senza tante grancasse – il carisma dell’autorevolezza, ontologicamente tipico delle Pubbliche Istituzioni ed, assieme, di dimostrare consapevolezza dei “limiti” della funzione del Governo in una società complessa e matura.
Lo spazio fecondo per costruire una democrazia moderna (per noi Popolari dovrebbe essere pacifico) è proprio quello che colma il vuoto tra le due derive che oggi rischiano di portarci fuori rotta: la deriva di una politica che rincorre le svariate, convulse e mutevoli esigenze dei singoli e delle corporazioni costituite e la deriva di chi confonde la saggezza del “governo” con l’arroganza del “comando”.

Il senso di un nuovo (nuovo) “centro” e di una rielaborazione – senza ridicole presunzioni di eredità – della vicenda democristiana, sta tutto qui.

Seduti su un cumulo di macerie

Ho ascoltato recentemente una riflessione di Giuseppe De Rita che considera imparagonabile l’attuale fase critica, economica e sociale, post-pandemica con il periodo di ricostruzione del dopoguerra.

Mi è venuto in mente quando mi raccontò delle notti trascorse a guardare le ellissi sul soffitto per le allucinazioni dovute alla fame: una metafora significativa per rappresentare un’idea di Paese distrutto e ridotto alla  miseria. Guardandoci intorno e valutando i danni dello tsunami provocati dal Covid-19 , anche nella loro proiezione nel medio-lungo periodo ci rendiamo conto che le due epoche non sono comparabili.

Allora si ripartiva da zero, oggi non siamo nelle condizioni di vedere rimosso del tutto ciò che lentamente abbiamo costruito: l’economia, l’industria, le tutele sociali, persino le rendite accumulate dalla “società signorile di massa” di cui ci parla il sociologo Luca Ricolfi (nella sua ultima definizione divenuta “società parassita di massa”), ciò che osserviamo intorno a noi nella realtà e nella virtualità dell’esistenza, tutto ci spiega di due condizioni storiche diverse, di un certo benessere raggiunto.

Ed è proprio il lungo periodo di ricostruzione post-bellica che enfatizza il disagio provocato dal dover rinunciare ad abitudini, conquiste, condizioni di vita di un contesto antropologico consolidato.

Ci sono limitazioni oggettive nei comportamenti individuali e collettivi, basti pensare al distanziamento e al non potersi dare la mano, due situazioni che si protrarranno per lungo tempo,  ma le automobili circolano, gli aerei volano, le navi solcano i mari, i supermercati garantiscono l’approvvigionamento necessario (basta avere i soldi), la moda soddisfa le esigenze quotidiane dei tanti e il lusso dei pochi, la sanità ha dimostrato di funzionare, la DAD ha sostituito le lezioni frontali grazie alla straordinaria evoluzione tecnica, tecnologica e digitale, perché smartphone e tablet non smettono di funzionare.

Certo, l’ascensore sociale è fermo ma può ripartire, il lavoro manca ma una politica economica oculata potrebbe redistribuire redditi e tutele sociali e dare liquidità alle imprese, l’allungamento dell’età della vita determina problematiche nuove cui la medicina e l’welfare possono metter mano.

Eppure, paradossalmente l’evocazione di un paragone – tra l’allora e l’oggi- che De Rita ha spiegato essere illogico e improponibile ha i suoi fondamenti: è proprio lo spaesamento dovuto al venir meno di certezze considerate acquisite che evoca la paura di non farcela e il panico di un imminente futuro catastrofico.

Due condizioni del presente- attingendo ancora a piene mani dal De Rita-pensiero – rendono problematico immaginare modelli sociali sostenibili: le disuguaglianze sociali e la lenta estinzione della biodiversità ambientale che coinvolge anche l’essere umano: e la pandemia in atto ne è prova eloquente e conseguenza, insieme. 

C’è poi quella che considero una differenza di fondo che separa il dopoguerra dal presente: a quel tempo era l’Italia intera che voleva crescere e creare benessere, la politica la guidava ed era capace di scelte coraggiose: la nazionalizzazione dell’energia elettrica, il piano casa, il lavoro (anche doppio-triplo) che si spalmava sui vari gradini dei target sociali: soprattutto era la “motivazione” la molla che spingeva verso la crescita e la diffusione del benessere, il desiderio di impegnarsi, la voglia di farcela.

La spinta motivazionale rende ragione ad una spiegazione che oggi ci sfugge: il considerare le idee di  soggettività e comunità come motore della ricostruzione.

Nell’immediato dopoguerra si sperava nella ricostruzione, c’era un senso di comunità e condivisione, adesso ci si sente soli e impotenti, c’è chi si suicida per la disperazione.

Oggi siamo annichiliti dal decadimento della politica, nessuno è capace di proporre modelli di sviluppo sociale, la burocrazia è cresciuta a dismisura, fino a soffocare in una spirale autoreferenziale quella motivazione che era un tempo il motore della crescita.

Quando la politica è in crisi, “arrocca” e verticalizza sempre: da qui il gap che cresce tra paese legale e paese reale. Essa è stata attraversata in questi anni da un progressivo impoverimento culturale che l’ha resa acefala, da una corruzione dilagante, da una personalizzazione che ha sostituito gli ideali con le opinioni.

Per questo, anche se non è storicamente corretto il paragone che De Rita censura, prevalgono sfiducia e depressione, solitudini siderali, egoismo, narcisismo, indifferenza.

L’assenza di motivazione prende corpo in un vuoto abissale di valori e di luoghi comuni.

Immaginando che ciò che è (o può essere) oggettivato governi il presente e il futuro riempiendoci di progetti, algoritmi e documenti tecnici elaborati da esperti che la sostituiscono, la politica finisce per diventare una cosa inutile, formale, sganciata dalla vita che pulsa in ogni soggettività, sia essa la start-up che vuole provarci, la memoria degli anziani che ricorda e insegna, la voglia di vivere dei giovani, di metter su famiglia, di guardare al domani.

A cosa serve formalizzare nuovi, inutili tavoli di concertazione, invocare un’unità che non esiste più in un mondo frantumato, immaginare che siano gli “stati generali” la rappresentazione iconica della ripartenza, se la politica non sa, non conosce, non impara, non decide, abbandona la competenza strada facendo e delega la responsabilità che le pertiene a soggetti esterni che non vanno oltre l’ipertrofia di piste, tracce, schemi, diagrammi, documenti che nessuno riuscirà mai ad applicare?

Riservandosi il compiacimento di organizzare l’ennesima sfilata o il nuovo testo unico dello scibile umano. 

I veri “stati generali” sono il Parlamento eletto dal popolo sovrano.

Per questo, caro Presidente De Rita ha forse ragione Lei: il continuismo è tenacia che ricompone le discontinuità e l’oggi è migliore dell’ieri. Basta essere capaci di fare sintesi efficaci.

Non aveva dunque torto Voltaire quando affermava: “Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile”? Non esistendo un anno zero questo aforisma ci ricorda che tutto è ciclico e relativo.

Resta il fatto che in molti, in tanti, in troppi abbiamo la sensazione di essere seduti su un cumulo di macerie, senza avere il cemento per rimetterle insieme.

Per ripartire non basta la sufficienza

La pandemia ed il lockdown ci hanno obbligato, ob torto collo, a riflessioni e comportamenti virtuosi, che come cittadini, manager, imprenditori dobbiamo mettere a reddito e non disperdere.

 I valori che alcuni già stanno dimenticando, su cui invece può fondarsi il comportamento individuale ed aziendale, possono riassumersi in un acronimo: DIECI

D come DEDIZIONE

Abbiamo rivalutato, ammirato ed esaltato i mestieri “utili”, quelle delle infermiere, dei medici, dei volontari, degli insegnanti a distanza, delle madri e dei padri (soprattutto le prime) in bilico tra smartworking e gestione dei figli chiusi in casa. In generale abbiamo apprezzato, e la recente indagine Istat sulla “reazione dei cittadini al lockdown” lo dimostra, tutte quelle figure professionali che si sono donate con generosità ed hanno messo a disposizione della collettività il loro saper fare e la loro abnegazione. L’istat registra un indice di fiducia altissimo ( 9 in una scala da 1 a 10) per professionalità meno glamour e probabilmente meno pagate degli pseudo-nuovi mestieri che andavano di moda ante-covid (pensiamo a c.d. influencer) ma sicuramente più preziose e nobili. Dovremo avere  quindi le idee più chiare quando consiglieremo le discipline socialmente utili quale percorso di studio ai nostri figli e quando, come manager o imprenditori , valuteremo i risultati delle risorse aziendali , l’attitudine alla dedizione dovrà rimanere un fattore di scelta del personale e un elemento di merito e di premio.

I come INFORMAZIONE

Siamo tornati ad informarci a fondo e su fonti accreditate e non più solo di sfuggita e  solo sui social network. Durante il lock down hanno parzialmente recuperato i quotidiani, soprattutto i locali, non ovviamente i giornali sportivi, Abbiamo avuto fame di capire in tempo reale quello che succedeva nella nostra regione, nel paese e nel mondo. Cultura, curiosità, confronto devono rimanere pilastri su cui si fondano i piani per la ripartenza, che nel mondo aziendale vogliono dire analisi di scenario, scouting, benchmarking, formazione e continuous learning,nel mondo sociale vogliono dire confronto e contraddittorio costruttivo.

E come ETICA

La maggior parte della popolazione ha capito  , forse perché spaventata, l’importanza del rispetto del prossimo e delle regole.  Ligi alle nuove regole, gli italiani hanno modificato le loro abitudini. A cominciare dalla più semplice: lavarsi le mani. Secondo il report dell’Istat sulla «Reazione dei cittadini al lockdown», i cittadini lo fanno circa 12 volte al giorno. E altre 5 volte usano il disinfettante e nel 90% dei casi hanno rispettato il distanziamento di 1 metro. L’educazione civica, comportamentale ,il rispetto  di processi e procedure non deve limitarsi alle misure di prevenzione, sanificazione, distanziamento sociale ma deve diventare un modus operandi di privati , manager ed imprenditori. L’attenzione all’ambiente, alla sostenibilità ,al welfare dovrà far parte del DNA delle aziende. Dovranno crescere le  Business Corporation, ovvero quelle aziende che decidono di fare impresa  e certificarsi  “B-corp”, unendo alla attività economica il perseguimento di un impatto positivo su persone e ambiente. 

C come COMPETENZA

Formazione, curriculum , preparazione, sudore e gavetta devono tornare di moda rispetto all’improvvisazione della classe dirigente politica e manageriale degli ultimi anni. Occorre rivalutare l’importanza di aver studiato , di vantare esperienza per essere all’altezza di fronteggiare le situazioni più difficili, le scelte e le decisioni sociali , economiche e aziendali dei piani di ripartenza. Non a caso da più parti si auspica alla guida dell’azienda Italia, Mario Draghi , massimo esponente della Competenza , figura non schierata ma riconosciuta bi-partisan per gestire la FASE 3 e massimizzare le risorse che avremo a disposizione. E anche nel mondo aziendale, privato o pubblico, la preparazione e la capacità devono prevalere su logiche di fiducia e di obbedienza. 

I come INNOVAZIONE

L’innovazione è quanto mai necessaria per gestire il prossimo futuro e per trovare nuove strade di sviluppo, efficienti e d efficaci. L’innovazione però deve essere Utile e non fine a se’ stessa e  con un giusto time to market ( basti pensare ad Immuni…). L’innovazione può essere” hard” ovvero tecnologica e qui le competenze sono condizione non sufficiente ma sicuramente necessaria per scegliere le soluzioni adeguate e valutare i modelli di business profittevoli, ma può essere anche “soft” ovvero di pensiero di marketing per trovare nuovi modelli commerciali, nuove revenue stream o per ripensare i processi. Non c’è bisogno di essere una start up per fare innovazione, né c’è bisogno di un grande reparto di R&D, ma di curiosità, pensiero laterale, voglia di rimettere in discussione il modus operandi e poi rigore, metodo e eccellenza nell’execution.

Ogni azienda, pubblica o privata,  sta scrivendo le proprie DIECI ( o anche meno) priorità per la ripartenza: dalla revisione di costi ed investimenti alla ricerca di nuove revenue stream, dalla focalizzazione sul core business al ripensamento del modello commerciale, dalla ricerca di nuove forme di finanziamento a politiche di  cash recovery, dall’accelerazione della digitalizzazione all’adozione di strumenti per lo smart working, dalla revisione dei processi in un’ottica di maggiore flessibilità alla revisione e messa in sicurezza della supply chain. L’importante però sarà redigere il piano per la ripartenza facendo tesoro dei valori di base imparati nel lockdown, interiorizzati nelle mission e vision aziendali. 

Che questo dolore ci sia utile. perché per ripartire non basta la sufficienza…..

 

Restoincampo: l’app per chi offre e cerca lavoro agricolo

Favorire l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro nel settore agricolo e fronteggiare il fabbisogno di manodopera nell’emergenza Covid 19. E’ l’obiettvo di ‘restoincampo’, l’applicazione sviluppata da Anpal in collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e che nasce dal riuso di un’app per l’intermediazione della Regione Lazio, appositamente adattata dall’Anpal. Restoincampo è scaricabile gratuitamente per dispositivi Android (Google Play) o iOS (App Store) in 5 lingue (italiano, inglese, francese, rumeno e punjabi).

L’applicazione si rivolge alle aziende agricole in cerca di manodopera, che potranno inserire offerte di lavoro, aggiungere le posizioni lavorative ricercate, ricercare lavoratori disponibili, visualizzare le candidature ricevute e contattare il lavoratore; ai lavoratori agricoli in cerca di occupazione, che potranno inserire le competenze e le disponibilità sul territorio, cercare un’offerta di lavoro e inviare la propria candidatura.

Restoincampo è anche un’opportunità per i giovani che cercano un lavoro stagionale e per i percettori di sussidi. La versione 2.0 di restoincampo è oggi completamente integrata con il sistema Dol (Domanda e offerta di lavoro), accessibile da MyANPAL anche agli operatori dei centri per l’impiego e a tutti i soggetti accreditati all’intermediazione del mercato del lavoro, inclusi gli enti bilaterali dell’agricoltura se iscritti all’Albo di Anpal.

 

La bicicletta regina della mobilità sostenibile

Le vendite di biciclette fanno boom a maggio, +60% rispetto allo stesso mese del 2019. Il merito di questo straordinario risultato è tutto del bonus bici previsto dal Dl Rilancio. Lo comunica Confindustria Ancma (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori), che stima un aumento di circa 200mila pezzi venduti in questo periodo. Sale così il totale dei veicoli a due ruote acquistati dai cittadini dopo il locdown, pari a circa 450mila unità. Un dato che, secondo Ancma, “cresce anche al di fuori delle restrizioni individuate dalle misure del Governo (capoluoghi di Regione e di Provincia anche sotto i 50.000 abitanti, nei Comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti e nei comuni delle Città metropolitane), interessando in modo omogeneo anche territori meno popolosi.

“Gli incentivi – si legge nel comunicato Ancma – hanno sicuramente rivitalizzato in modo significativo il mercato, pertanto le imprese del comparto stanno lavorando a pieno regime per rispondere, non senza qualche affanno, in modo adeguato alla crescente domanda che abbiamo registrato in queste settimane. Tuttavia crescono l’interesse e la domanda attorno alla bicicletta a prescindere dagli incentivi e come associazione chiediamo alle istituzioni di cogliere questa occasione per investire su un’infrastrutturazione ciclabile finalmente più capillare, sicura, equilibrata e rispettosa degli interessi di tutti gli utenti della strada. Allo stesso tempo monitoreremo la reale applicazione del bonus, affinché non sia per i consumatori e i rivenditori una corsa a ostacoli o, peggio, contro il tempo”.

Il carcinoma duttale in situ

Carcinoma duttale in situ (DCIS) Il DCIS è una forma iniziale di tumore al seno (detto anche precancerosi, pre-invasivo, intraduttale): le cellule tumorali si sviluppano all’interno dei dotti ma rimangono “in situ” cioè non si estendono al di fuori del dotto nel tessuto circostante o in altre parti del corpo.

uno studio britannico che ha seguito 35.024 donne inglesi con DCIS diagnosticato tramite screening tra il 1988 e il 2014 ha dimostrato che le donne con carcinoma duttale in situ (DCIS), sono esposte fino a 20 anni dopo a un maggior rischio di sviluppare un tumore al seno invasivo o fatale rispetto alla popolazione generale.

Alla fine del 2014, 13.606 donne erano state seguite per un massimo di cinque anni; 10.998 donne erano state seguite per un periodo variabile tra cinque e nove anni; 6.861 per 10-15 anni; 2.620 per 15-19 anni e 939 erano state seguite per almeno 20 anni. Tra queste donne, 2.076 avevano sviluppato un tumore al seno invasivo, per un tasso di incidenza di 8,82 ogni 1.000 all’anno. “Si tratta di oltre il doppio del tasso di incidenza previsto sulla base ai dati nazionali relativi alla popolazione generale, con un rapporto tra tasso osservato e tasso atteso di 2,52”, scrivono i ricercatori su The BMJ.

Inoltre, 310 sono decedute per tumore al seno, per un tasso di mortalità di 1,26 donne ogni 1.000 all’anno, una mortalità del 70% più elevata rispetto a quella osservata per tumore al seno nella popolazione generale.

Ci manca la Dc? Ha ragione Merlo, bisogna evitare confusioni

Martedì 9 giugno si è tenuto un interessante dibattito in modalità on-line, promosso dal Domani d’Italia, sul tema “Ci manca la Dc?”. Relatori Marco Follini e Lucio D’Ubaldo, autori di due volumi sulla Dc e su Moro, moderati da Daniela Preziosi del “Manifesto”. Chi scrive non nasconde di aver avuto qualche perplessità sulla scelta del titolo. Poteva sembrare infatti una rievocazione, soffusa inevitabilmente di un’indulgente memorialistica e di qualche malinconia, come capita (legittimamente) quando il pensiero ritorna alle esperienze del passato che non ci sono più, e che già solo per questo ci sembrano più belle di quanto forse in realtà non fossero.

A un osservatore under 40 del dibattito, che dunque non ha vissuto “i migliori anni” del cattolicesimo democratico, rimane una riflessione di fondo. Sul fatto che la Dc, nata nel 1943 da una precisa idea dell’Italia e della sua collocazione internazionale, da un certo punto in avanti non riuscì più a farsene carico, esaurendo progressivamente la sua spinta propulsiva. Da un certo punto in avanti non riuscì più a elaborare un’idea sul futuro del Paese che corrispondesse ai suoi reali bisogni. Può darsi che ciò dipendesse dalla “conventio ad excludendum”, cioè che il problema fosse quello di decifrare “l’intelligenza degli avvenimenti” (come avrebbe detto Moro) favorendo in qualche modo l’avvicinamento del Pci all’area di governo. A distanza di tanti anni, oggi possiamo dire che forse un tentativo dell’alternanza poteva essere costruito con il Psi, che durante i 55 giorni aveva dimostrato di non voler “lasciare nulla di intentato” per liberare l’ostaggio. Non solo per indubbie ragioni di calcolo politico-elettorale (la rottura della “linea della fermezza”) ma anche per i valori del “socialismo umanitario” che facevano parte della tradizione storica di quel partito. Invece si è preferito guardare soprattutto al “compromesso storico”, all’inevitabile incontro con il Pci dalle cui ceneri, dopo la caduta del muro di Berlino, era destinato a nascere (come poi è nata) una sinistra minoritaria, spesso confusa e divisa, senza idee e senz’anima.

Nelle scorse settimane è passato (quasi) sotto silenzio l’anniversario dello Statuto dei diritti dei lavoratori, voluto dal ministro del Lavoro, Carlo Donat Cattin, ed elaborato da un nutrito gruppo di giuslavoristi di matrice cattolico-sociale. Leggendo gli interventi che portarono alla redazione dello Statuto (1970), non si può non rimanere colpiti dalla tensione intellettuale e civile e dalla cultura storica e politica che li animano e, insieme, dalla profonda conoscenza della realtà di cui sono intrisi.

Tutte questioni che mancano, in modo drammatico, nel dibattito pubblico odierno. Nell’incontro promosso dal Domani d’Italia ci si è soffermati a lungo sull’attualità politica, sul “piano di rinascita” del Premier Conte (che ricorda, almeno nel nome, quello di Gelli). Si è posto l’accento sul fatto che una ipotetica “lista Conte”, secondo gli ultimi sondaggi, si attesterebbe intorno al 15%. Ma esiste oggi uno spazio politico (pur minoritario) per il cattolicesimo democratico? Bisogna superare, come ha suggerito Giorgio Merlo, “i tentativi di impadronirsi, a volte in modo un po’ macchiettistico, dell’intera esperienza democratico-cristiana citando a giorni alterni i suoi esponenti più prestigiosi se non, addirittura, le encicliche papali”.

Adelante amigos, con juicio !

Ho seguito con interesse il dibattito svoltosi in streaming tra gli amici D’Ubaldo e Follini sul tema: “Ci manca la DC? “. L’impressione ricevuta è quella di un disincanto che, in Follini sfocia in una sorta di pessimismo dissolvente, sino all’idea che nulla può essere compiuto da questa generazione ex DC, appesantita dai tanti errori commessi, i più importanti dei quali sono stati:

  1. il non aver saputo adempiere il disegno moroteo del compimento della democrazia in Italia, ossia la garanzia dell’alternanza col superamento della conventio ad excludendum verso il PCI;
  2. il peccato originale del debito pubblico che, partito negli anni’80, certo con la complicità di molti, ebbe nella DC uno dei responsabili più diretti.

Di qui l’idea che solo da una rinascita dal basso, dalle diverse realtà territoriali di una nuova classe dirigente potrà esserci una rinascita. Più ottimistica la visione di Lucio D’Ubaldo il quale, analizzate le ragioni del fallimento dell’esperienza da entrambi vissuta nel PD, soprattutto a causa del “populismo di potere o di governo” renziano, durante la segreteria del giovane fiorentino, ritiene che si potrebbe avviare un nuovo percorso a partire dai rinnovi delle prossime elezioni nelle grandi città, come quelle di Roma, purché si tratti, ha ricordato D’Ubaldo, di una rinascita di “ un partito dalle robuste radici sociali, dotato di un forte senso delle istituzioni”; un partito in grado di intercettare e inverare nella politica le grandi novità espresse dagli orientamenti della dottrina sociale cristiana di Papa Francesco.

Diverso anche il giudizio sul caso del presidente del consiglio Conte che, per Follini, non si potrà mai considerare un campione della rinascita del pensiero cattolico democratico. Un politico che è stato capace di passare senza indugi da un’alleanza con la Lega a quella del PD con estrema disinvoltura, ha sostenuto Follini, è incomparabilmente diverso della storia della DC che, per passare dall’alleanza con i liberali a quella di centro sinistra col PSI, ci mise dieci anni. Più possibilista D’Ubaldo che riconosce all’avvocato fiorentino la formazione cattolico sociale, alla quale, però, andrebbe associata anche una capacità innovativa e di  forte discontinuità, ricordando l’intuizione degasperiana all’atto della fondazione della DC in casa Falck, con Malvestiti e gli amici neoguelfi lombardi, dove anziché perpetuare il vecchio PPI decisero la costruzione del nuovo partito.

In entrambi, infine,  e nemmeno malcelata o sotto traccia, permane l’irrisolta polemica verso quella scelta del “preambolo che, nel Febbraio 1980 mise fine al disegno moroteo della “solidarietà nazionale”. Con Sandro Fontana e Emerenzio Barbieri, ho avuto l’onore di essere accanto a Carlo Donat Cattin la mattina del 16 Febbraio di quell’anno, quando sul vecchio altare sconsacrato del convento della Minerva a Roma, il leader di Forze Nuove scrisse il testo del preambolo. Il documento che determinò il  cambiamento strategico di quel Congresso e permise di riannodare i fili del rapporto con i socialisti della linea craxiana, risultata vincente in quel partito. Sono passati quarant’anni e il giudizio sul “preambolo” divide tuttora gli storici e soprattutto i cattolici impegnati in politica. Secondo  quella sinistra democristiana che si richiamava alla corrente di  “Base”(De Mita, Galloni, Martinazzoli) fu l’inizio del via alla presidenza Craxi con tutte le conseguenze negative che portarono alla liquidazione della prima Repubblica. Al contrario, per la sinistra sociale della DC, ossia la nostra di Forze Nuove, come per Forlani e Piccoli, fu la fine di quella “solidarietà nazionale” che rischiava di rendere subalterno il partito dei cattolici alla “egemonia gramsciana” ed alla forza organizzativa e alla macchina elettorale dei comunisti.

A me pare che continuare a perpetuare quella divisione non faciliti alcun progetto di ricomposizione dell’area  cattolico democratica e cristiano sociale. Ha ragione Guido Bodrato, secondo la citazione dell’amico Merlo, secondo cui: la “Dc era come un vetro infrangibile. Quando si è rotto è andato in mille frantumi e, pertanto, non è più ricomponibile”. Una difficoltà di ricomposizione che è resa ancor più complicata dalla vasta e complessa realtà politico sociale e culturale cattolica, dove, secondo l’infausta regola aurea italica: “ tutti vorrebbero coordinare, ma nessuno vuol essere coordinato”. Nel saggio che ho appena concluso sul travaglio politico del cattolicesimo italiano, approfondisco le ragioni di queste difficoltà, tanto sul piano della situazione interna alla Chiesa e alla CEI, quanto nell’insieme delle realtà sociali e politico culturali di quel grande fiume carsico dell’area cattolica. A Follini e a D’Ubaldo, come agli altri amici che a diverso titolo si ritrovano sulle indicazioni strategiche del “manifesto Zamagni” e intendono costruite la cosiddetta “parte bianca”, ricordo quanto ebbi modo di scrivere loro nel Gennaio di quest’anno: “Vorrei che facessimo nostro il messaggio inviato da Papa Francesco al cardinale Peter K.A. Turkson: “ Dialogare è difficile, bisogna essere pronti a dare e anche a ricevere, a non partire dal presupposto che l’altro sbaglia ma, a partire dalle nostre differenze, cercare, senza negoziare, il bene di tutti e, trovato infine un accordo, mantenerlo fermamente”- 

Ho letto attentamente il nostro patto federativo e il manifesto Zamagni e sono convinto che non esistano motivi di scontro o di contrapposizione tra di noi. Proveniamo tutti dalla stessa esperienza politico della DC storica, nella quale il momento di divisione e più serio scontro fu quello che divise i “ preambolisti” dell’accordo con i socialisti, come noi di Forze Nuove, e gli anti preambolisti, per il confronto e l’alleanza con il PCI, dell’area ZAC. Una divisione che si è protratta oltre la fine politica della DC (1994) e che, temo, permanga in qualcuno di noi. 

Non esistono più le condizioni al tempo del preambolo ed è netta la scelta fatta anche dalla Federazione Popolare dei DC di “alternativa alla deriva nazionalista e populista a dominanza salvinian-meloniana”. A me sembra che sia questo il presupposto strategico che ci può unire, ma, aggiungo, che, con il sistema elettorale proporzionale, che sembra e/o speriamo sarà adottato, sia del tutto fuori luogo discutere sulle alleanze, prima ancora di esserci confrontati sui contenuti di un possibile programma di governo per il partito dei cattolici democratici e cristiano sociali. Prima, allora,  impegniamoci alla costruzione del partito che non potrà che essere un partito di centro, democratico, popolare, riformista, europeista, inserito a pieno titolo nel PPE, alternativo alla deriva nazionalista di destra, poi, e solo dopo, concordato il programma, affronteremo il tema delle alleanze che, data la premessa strategica condivisa, si svilupperà con le forze riformatrici che intendono con noi attuare la principale delle riforme: la difesa e l’attuazione integrale della Costituzione”.  Adelante, dunque, amigos, con juicio! 

Piccoli Comuni turistici, adesso Conte crei un Fondo speciale. A rischio il futuro.

“Per il futuro dei piccoli Comuni turistici adesso servono atti e scelte politiche concrete e non annunci propagandistici. Serve, cioè, un fondo speciale che copra, almeno in parte, la riduzione delle entrate direttamente connesse con il turismo dei piccoli comuni e per garantire un minimo di liquidità quando i flussi turistici ripartiranno. Alcune richieste sono state già avanzate al Presidente del Consiglio attraverso un appello sottoscritto da molti piccoli comuni turistici italiani. 

A cominciare dalle norme: semplificazione delle procedure per gli investimenti locali e per gli affidamenti. Inoltre, norme e garanzie che, in caso di disequilibri economici dei bilanci, siano in grado di dare certezze alle amministrazioni locali per poter rientrare dagli squilibri determinati dalla pandemia nei prossimi anni. E ancora, la possibilità di attingere non solo all’avanzo di amministrazione di parte libera e destinata ma anche a quello vincolato per affrontare con tutti gli strumenti la crisi in atto. Da non sottovalutare la possibilità di trattenere il gettito Imu destinato allo Stato e stabilire una soglia di solidarietà al Fondo per lo sviluppo e la coesione, oltre la quale bloccare il contributo dei singoli comuni. E, in ultimo, norme specifiche per la riduzione della Tari alle imprese più colpite dall’emergenza sanitaria. 

Proposte e misure che, accanto a molte altre, se non vengono accolte, rischiano di mettere in seria difficoltà il futuro di moltissimi piccoli comuni turistici. A cominciare da quelli del comparto territoriale della Via Lattea”. 

In festa la comunità di Santa Maria della Misericordia ai Gordiani per i 90 anni di Antonio Marsoner

Nella nostra  vita quotidiana ci sono momenti  che vengono ricordati con gioia e con particolare felicità, altri momenti invece,  il ricordo di difficoltà e di amarezze, rendono la nostra quotidianità più   problematica e complessa. Poi ci sono le coincidenze, quasi sempre casuali, infatti a Roma il 4 giugno ricorre l’anniversario della Liberazione ad opera delle forze Alleate del 1944, dall’occupazione  tedesca, giorno importante per la Città Eterna, perchè è stata la prima capitale europea liberata dal nazismo, ma è anche il giorno del compleanno di Antonio Marsoner, che ha tagliato il traguardo dei 90 anni. Una vita per il lavoro, per la famiglia e l’impegno laico di “ministro della Comunione.” 

Ma chi è Antonio Marsoner e perché desideriamo far conoscere la sua personalità? Nasce nel 1930 nel trevigiano in Veneto, nel 1938 la sua famiglia si trasferisce a Roma. E’ un testimone della seconda Guerra Mondiale,  ha vissuto le vicende belliche, durante il periodo scolastico: la paura,  i bombardamenti, le sirene dell’allarme, le corse al rifugio,  e la conseguenze come la mancanza di generi alimentari, le file ai negozi e al mercato, le tessere annonarie e la borsa nera. Poi il giorno della Liberazione di Roma, l’arrivo dei soldati americani, e la lenta ripresa della vita da uomini liberi e la difficile situazione del dopo guerra.

Lo studio e la ricerca di un lavoro, (in quegli anni si andava presto ad imparare “un mestiere”), il sogno e le aspirazioni di molti giovani di quel periodo, era quello di trovare un occupazione per essere utili alla società che faticosamente rinasceva, e Antonio partecipò a un concorso alle Ferrovie dello Stato. Il sogno di guidare il treno, cioè la carriera del macchinista, era un obiettivo di tanti giovani, che avevano superato i 18 anni, ma non era facile, perché le prove di selezione richiedevano tanti requisiti: dalle conoscenze culturali e tecniche, alle perfette  condizioni fisiche e  psicologiche, per le prove attitudinali, e soprattutto il numero sempre elevato di partecipanti alla selezione, considerando che una parte elevata di posti era riservata alle categorie protette (ex combattenti, orfani di guerra, ecc).  Superato il concorso per aiuto macchinista, otto mesi di scuola professionale, esami finali, e i primi viaggi sulle locomotive a vapore, quelle dove si impalava il carbone, i macchinisti, non a caso venivano chiamati benevolmente “ musi neri.”

Poi il passaggio sulle automotrici diesel ( all’epoca si chiamavano Littorine) e successivamente  sui locomotori elettrici. Dopo alcuni anni il concorso a macchinista, stessa trafila: studio, esami e  anche abilitazione per gli elettrotreni. I nuovi mezzi di trazione nelle Ferrovie dello Stato sono stati, nel corso dell’ultimo mezzo secolo, motivo di grande innovazione, e per i macchinisti oltre al duro e impegnativo lavoro in tutti i periodi dell’anno, hanno rappresentato un continuo aggiornamento tecnico e professionale. Certamente Antonio Marsoner era un macchinista speciale, perché ha guidato anche i nuovi mezzi di trazione veloci, come la locomotiva elettrica E 444, soprannominata  “La Tartaruga” e gli elettrotreni come il “Pendolino” che permettono velocità superiori ai convogli tradizionali di oltre il 30%. Inoltre per la sua competenza e affidabilità ha avuto compiti particolari, come quelli di guidare treni speciali, con viaggiatori di riguardo, come Capi di Stato, Autorità e  Rappresentanti esteri in visita in Italia.

Nel 1988, arriva il momento della pensione per Antonio, che conclude una interessante esperienza di vita lavorativa, ma   decide di rendersi ancora utile,  dedicandosi con impegno al servizio liturgico della distribuzione, come ministro straordinario della Comunione, nella Parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia ai Gordiani. Una chiesa di frontiera, originariamente al centro della Borgata Gordiani, una baraccopoli cresciuta nel dopo guerra, poi dopo lo sviluppo urbanistico degli ‘60 e ‘70 a lato del nuovo quartiere, ma  confinante con il campo nomadi dei Gordiani, La Chiesa era stata affidata dapprima ai sacerdoti della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza di Verona (fondata da don Calabria),  e poi al clero della Diocesi di Roma.

La disponibilità di Marsoner, oltre a manifestarsi con il servizio di ministro straordinario della  comunione durante la Messa, e in altre situazioni fuori della Messa, agli ammalati, in casa o in ospedale,  ma anche come volontario e donatore di sangue.  Volontario all’Ospedale del Policlinico Umberto I°, dopo un corso di un anno per la preparazione ospedaliera, per poter  assistere gli ammalati, e anche come donatore di sangue che ha determinato il conferimento del diploma di benemerenza, da parte della Croce Rossa, “per la donazione volontaria e continuativa, quale gesto di solidarietà per contribuire a salvare  vite umane.”

I parroci che Antonio ha conosciuto e con i quali ha collaborato sono stati: Don Giovanni, Don Giuseppe, Don Primo (religiosi di Don Calabria), Don Pietro, Don Paolo, Don Stefano e attualmente Don Saju (sacerdoti del clero diocesano). E così siamo arrivati alla celebrazione della Santa Messa vespertina del 4 giugno 2020, giorno del 90° compleanno di Antonio Marsoner, con tutti i limiti previsti dalle norme determinate dell’emergenza del Covid – 19, sul distanziamento sociale. Ai primi banchi la famiglia del festeggiato, Antonio con la moglie signora Olimpia, sposati nel 1958, ( 62 anni di matrimonio), i cinque figli (due maschi e tre femmine) e le rispettive famiglie con sette nipoti. Altri parenti, conoscenti, parrocchiani, in una parola la comunità parrocchiale che si è stretta, dopo un lungo isolamento, a un personaggio singolare, riservato, umile e altruista come la sua vita ci racconta.

La Santa Messa è stata concelebrata da tre sacerdoti: Don Saju, Don Isidoro e Don Francesco. Alla fine  della celebrazione Peppe Tedesco ha espresso il saluto  e gli auguri ad Antonio, a nome della comunità parrocchiale, e  ha consegnato un orologio, come “segno di riconoscenza per il suo lungo servizio liturgico parrocchiale.” Per la parrocchia di Santa Maria Madre della Misericordia è stato un momento di gioia e di commozione, che difficilmente verrà dimenticato dalla comunità.

 

Un soggetto politico insieme digitale e radicato nel territorio

Ho letto il commento di Giorgio Merlo al dialogo Follini-D’Ubaldo a proposito della Dc. Così ho pensato di richiamare l’attenzione dei lettori del Domani d’Italia sull’esistenza di un soggetto politico denominato SOLIDARIETÀ – Libertà Giustizia e Pace, per il quale proprio ieri, come prevede la legge, ho inviato il rendiconto 2019 alla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici. Ormai è da cinque anni che il partito denominato SOLIDARIETÀ è iscritto nel registro nazionale dei partiti politici. La sua storia è descritta nel suo sito internet www.solidarieta-italia.eu.

Qui voglio ricordare che è stato fondato quando gli ex-dc guardavano verso destra o verso sinistra, pensando che ormai era tracciato il cammino verso il bipartitismo, che avrebbe di fatto resa ininfluente, come lo è ancora, la presenza dei cristiani in politica. Noi di SOLIDARIETÀ ci siamo sempre opposti a una simile prospettiva, incontrando però troppe orecchie da mercante. Abbiamo pensato insieme ad un soggetto politico che fosse insieme digitale e radicato nel territorio. Il nostro statuto prevede che il partito sia organizzato in comitati di collegio (era ed è impossibile pensare a rappresentanze in ogni singolo comune), comitati provinciali e comitati regionali.

Così è stato costruito un sistema on line per il dibattito tra i soci a livello nazionale ma anche e soprattutto un sistema di votazione (palese o segreto) sia a livello nazionale sia a livello territoriale. E tutto nella massima trasparenza. Disponiamo pertanto di una piattaforma con la quale la presenza dei cristiani in politica potrebbe diventare di tutto rispetto. La quota di iscrizione annuale è di soli 15 euro. Siamo convinti che per fare politica non sia necessario il contributo di qualche milionario. SOLIDARIETÀ per dimensione potrebbe essere pari ad un oceano, perché come diceva santa Madre Teresa di Calcutta l’oceano è fatto da tante piccole gocce.

Google Maps: arrivano le informazioni riguardanti il COVID-19

Google Maps ha introdotto nuove funzionalità per i pendolari di alcuni paesi.

Avvisare gli utenti di quanto potrebbe essere affollata una metropolitana durante le ore di punta o far conoscere l’ubicazione dei punti di controllo della temperatura sono le nuove utilità della popolare app di navigazione che stanno per essere lanciate negli Stati Uniti, così come in Australia, Spagna e Regno Unito.

Se un utente sta pianificando di viaggiare in autobus, la sua app avviserà sulle condizioni della corsa.

“Avere queste informazioni prima e durante il viaggio è fondamentale per i lavoratori che devono spostarsi in sicurezza verso il lavoro e diventerà più importante per tutti man mano che i paesi di tutto il mondo inizieranno a riaprire”, ha affermato Nagarajan capo di Google Maps

Google afferma che gli avvisi di transito si stanno diffondendo in Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Colombia, Francia, India, Messico, Paesi Bassi, Spagna, Thailandia, Regno Unito e Stati Uniti, dove le informazioni provengono da agenzie di transito locali, con altre in arrivo a breve. Inoltre, gli utenti che navigano verso strutture mediche o centri di test COVID-19 riceveranno avvisi che ricordano loro di verificare l’idoneità e le linee guida della struttura per evitare di essere respinti o causare ulteriore stress al sistema sanitario locale.

Al momento, comunque, il servizio non è ancora disponibile in Italia.

 

Il robot giapponese contro il Coronavirus

Mira Robotics ha sviluppato un robot “ugo” per rinforzare l’ingrigimento della forza lavoro giapponese.

Un declino della popolazione senza precedenti che sta riducendo la forza lavoro giapponese di oltre mezzo milione di persone all’anno

Ma poiché, ora la vera minaccia è il coronavirus, la startup giapponese sta offrendo la sua macchina come strumento nella lotta contro l’epidemia.

“Il coronavirus ha creato la necessità di robot perché possono ridurre il contatto diretto tra le persone”, ha detto Ken Matsui CEO dell’azienda. “Abbiamo anche ricevuto richieste da oltreoceano, tra cui Singapore e Francia”.

L’ultima funzionalità del robot telecomandato è un accessorio manuale che utilizza la luce ultravioletta per uccidere i virus sulle maniglie delle porte.

Ci vogliono circa 30 minuti per imparare a usare il robot, con ogni operatore in grado di controllare fino a quattro macchine,

Per quanto riguarda il costo, Ugo, si può avere a  $ 1.000 al mese in affitto, può essere impiegato come guardia di sicurezza, effettuare ispezioni delle attrezzature e pulire i servizi igienici e altre aree.

Finora, però, la startup Matsui ha solo un Ugo che opera in un edificio per uffici a Tokyo.

Coronavirus: il primo volontario sano ha ricevuto il nuovo anticorpo

Assorted pills

Il primo volontario sano ha ricevuto, in uno studio di fase I, il secondo trattamento anticorpale (JS016) per Covid-19 sviluppato da dall’azienda farmaceutica Lilly, sviluppato questa volta con Junshi Biosciences.

Se i risultati della fase I mostreranno che l’anticorpo può essere somministrato in modo sicuro, le aziende inizieranno studi di fase 2 per valutarne l’efficacia.

Questo è il secondo anticorpo neutralizzante di Lilly che entra negli studi clinici, dopo LY-CoV555 che recentemente è entrato nella Fase I e che attualmente si sta testando in pazienti Covid-19 ospedalizzati.

A Roma serve un po’ di serietà

Un quotidiano nazionale annuncia un sondaggio del Pd per testare alcuni possibili candidati Sindaci tra cui il sottoscritto.

Poiché non so nulla di questo sondaggio devo ritenere priva di fondamento la paternità del Pd che peraltro ha prontamente smentito di averne commissionati.

Del sondaggio e delle candidature non mi importa letteralmente nulla perché servirebbe un’istruttoria politica e di contenuti che invece tarda ad emergere nel campo del centro sinistra, ed è la cosa che in modo del tutto disinteressato ho sempre sottolineato.

Però il sondaggio c’è ed è probabilmente frutto di qualcuno che è patologicamente ossessionato da manie sondaggistiche, ha soldi da spendere e tempo da buttare e si camuffa abusivamente dietro il Pd.

Tempo che potrebbe meglio impiegare per onorare il ruolo politico e istituzionale magari importante che ricopre.

Troppe figure a Roma non consumano le scarpe per camminare, ne le meningi per studiare e lavorare concretamente ma giocano come se fossero sulla tavola di un Risiko per immaginare scenari, poltrone e percentuali.

Far uscire Roma dal pantano con questi metodi è molto difficile e servirebbe un po’ di serietà e di operoso silenzio.

 

[Roberto Morassut, Pd, è Sottosegretario all’Ambiente. Il testo appare sul suo profilo Fb]