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Il peso dell’Italia nell’Europa che deve cambiare

L’elezione di Raffaele Fitto rappresenta per l’Italia un punto fermo nella vicenda europea. Oltre a confermare il ruolo del nostro Paese, è un risultato che evidenzia il valore di una preziosa convergenza tra i principali attori della politica nazionale, dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un aspetto altrettanto sorprendente è l’inedita sinergia tra due ex premier, Mario Monti e Romano Prodi, che ha contribuito a rafforzare il peso politico italiano in una fase cruciale per il futuro dell’Unione Europea.

Il comune indirizzo espresso da queste personalità, che pure appartengono a tradizioni ed esperienze diverse, dimostra come il superiore interesse dell’Italia possa prevalere sulle divisioni politiche. L’obiettivo comune? Garantire al nostro Paese un ruolo da protagonista nel processo di rifondazione europea, spingendo verso una visione federalista e contrastando l’avanzata dei sovranismi. In questa dinamica, l’Italia si schiera contro modelli di leadership europei più conservatori e nazionalisti, incarnati da figure come Viktor Orbán e, in parte, Matteo Salvini.

C’è da dire che l’accordo tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni è sopravvissuto a numerosi scossoni, confermando l’abilità  della premier italiana a muoversi con pragmatismo nei Palazzi di Bruxelles. Anche il voto contrario sulla Presidenza della Commissione può essere letto a posteriori con altre lenti. Non è escluso che sia stato concordato con la stessa von der Leyen per non mettere a rischio l’equilibrio politico della sua fragile maggioranza di centro-sinistra.

In questa circostanza, il Presidente Mattarella ha sottolineato la necessità di riaffermare la funzione essenziale dell’Italia in un’Europa sempre più frammentata. Ciò richiama le radici storiche della nostra partecipazione al progetto europeo, inserendosi in un quadro in cui i partiti democristiani, per altro, continuano a rappresentare un argine efficace contro i movimenti di matrice sovranista.

L’esempio più lampante di questa tendenza arriva dalla Germania, dove la CDU (Unione Cristiano Democratica) sta recuperando consensi, accingendosi perciò a ridiventare il perno della politica nazionale. E in Europa? È plausibile immaginare un ritorno in grande stile all’asse strategico tra democristiani e socialisti, a patto che questi ultimi riescano a contenere il loro declino elettorale.

La capacità di rilancio di questo equilibrio politico dipenderà dall’impegno dei diversi protagonisti a cogestire le scelte di un’agenda condivisa. Allo stesso tempo, sarà fondamentale tradurre il senso di una comune visione in politiche concrete per affrontare i grandi nodi europei: dalla transizione ecologica al controllo del fenomeno migratorio, fino alla battaglia per una rinnovata competitività economica.

Se l’Italia riuscirà a proporsi come un ponte tra le diverse anime dell’Europa, potrà davvero aspirare a guidare il continente verso una nuova fase del processo di integrazion. L’elezione di Fitto, in questo senso, non è tanto un traguardo, ma un punto di partenza per riaffermare l’apporto decisivo del nostro Paese al futuro dell’Unione Europea.

Il caso Ruffini

La notizia ha subito mosso le acque suscitando reazioni di  vario genere. In realtà, un certo brusio di fondo  accompagnava da tempo la voce riportata mercoledì  scorso da Mario Ajello, un giornalista di lungo corso e  sempre ben informato, sulle pagine de “Il Messaggero”.  Nero su bianco, il direttore dell’Agenzia delle Entrate,  Ernesto Maria Ruffini, era catapultato sulla scena politica  come possibile homo novus del centro-sinistra. Ebbene,  tirato per la giacchetta, l’interessato non poteva che  dissipare con parole inequivoche il sospetto di una trama  politica all’ombra del suo delicato incarico pubblico. 

“Sono un servitore leale dello Stato – ha riferito nel giro di  poche ore all’Ansa – totalmente impegnato nell’attività  dell’Agenzia delle Entrate e qualcuno ha tratto letture  improprie dai miei interessi culturali, civili e storici”. E poi ha  voluto aggiungere: “Anch’io, come tanti, ho letto i giornali  stamattina mentre mi trovavo a Milano a fare, come ogni  giorno, il mio lavoro di Direttore dell’Agenzia delle entrate.  Non so l’origine di questi articoli. Quel che so è che sono  solo un servitore dello Stato totalmente impegnato con  lealtà e dedizione nel servizio che sto svolgendo. I miei  interessi culturali, civili e storici non sono mai stati un  segreto per nessuno. Da essi, mi sembra di capire che  qualcuno abbia tratto letture improprie”.

Effettivamente, in questa vicenda ancora aperta pesa  soprattutto un certo carico di “letture improprie”, e cioè  l’attribuzione, fuor di metafora, di un disegno politico che a  rigore non vive e cresce fuori da una limpida assunzione di  responsabilità, con tutte le debite conseguenze. Ruffini è  una persona che gode di stima e rispetto, qualora gli fosse  chiesto di gettarsi nella mischia sarebbe il primo a tirare le  somme, per non lasciare spazio agli equivoci.  

In ogni caso, bisogna pur notare che una congettura fatta  notizia, senza poi riscontro effettivo, ha suscitato  un’attenzione ben superiore a qualsiasi pronostico, anche il  più generoso. Allora, che dire? Forse c’è vita su Marte. Un  lampo di curiosità ha infatti illuminato il pianeta chiamato  “mondo cattolico”, rivelando l’esistenza di una domanda  propriamente politica. Non è un fatto da poco. Per questo,  al di là di ciò che attiene alla coscienza dell’interessato, il  “caso Ruffini” rimane aperto.

Sudafrica 2025: una presidenza G20 per unire il Nord e il Sud del mondo.

Questo 2024, anno elettorale in gran parte del mondo, si  sta chiudendo in modo contraddittorio. Il grado di  interconnessione fra i popoli e le economie, e le tante sfide 

globali che nessun Paese da solo può affrontare,  consiglierebbero, come ha osservato il presidente  Mattarella nel suo recente viaggio in Cina, “una concordia  mondiale”, basata sulla conoscenza di popoli, culture e  sistemi diversi. Ed invece sembra stia avvenendo il  contrario in questo periodo in cui i conflitti in corso  rischiano di andare verso una escalation. Tuttavia durante  l’anno che va verso il termine, si è registrato anche un  intenso lavoro della politica e della diplomazia per cercare e  fare prevalere soluzioni ragionevoli. Mentre volge al termine  il G7 a guida italiana e dopo i recenti vertici Brics di Kazan e  G20 di Rio de Janeiro, ieri, 22 novembre, alla Sioi (Società  Italiana per l’Organizzazione Internazionale) si è svolta una  interessante conferenza in collaborazione con l’Ambasciata  s u d a f r i c a n a d i R o m a , c o n l a p a r t e c i p a z i o n e  dell’ambasciatrice in Italia, Nosipho Jezile, sulle prospettive  di rafforzamento del multilateralismo in vista della prossima  presidenza di turno del G20 per il 2025, assegnata al  Sudafrica. 

Alvin Botes, Vice Ministro delle Relazioni Internazionali e  della Cooperazione del Sudafrica, ha affrontato subito la  questione di scottante attualità della decisione della Corte  penale internazionale di emettere un mandato di arresto  contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il  Sudafrica era stato uno dei Paesi che avevano richiesto  tale provvedimento. E lo ha fatto rivendicando un punto che  sta molto a cuore ai Paesi del Sud del mondo: non vi  devono essere doppi standard nel valutare i fatti,  rivendicando che il suo governo aveva tenuto lo stesso  atteggiamento, pur creando molto imbarazzo, con un  alleato nei Brics, la Russia, in occasione del vertice dello  scorso anno a Johannesburg per il quale, se avesse  partecipato il presidente russo Vladimir Putin, sarebbe 

scattato l’arresto obbligatorio da parte delle autorità  sudafricane. 

Il vice ministro degli esteri sudafricano ha avuto parole di  apprezzamento del G7 a guida italiana, condotto nella  consapevolezza che di fronte alle sfide globali nessuno può  pensare fare da solo, né il G7 né i Brics, ma si devono  trovare punti di incontro su temi come la lotta alla fame e  alla povertà, il clima, lo sviluppo, sui quali dal G20 di Rio ha  rilanciato l’impegno dei Paesi membri. L’ultimo G20 ha  anche sancito l’entrata a pieno titolo dell’Unione Africana,  fatto che la prossima presidenza di turno sudafricana del  G20, la prima di un Paese africano, intende valorizzare  anche in funzione dell’agenda Africa 2063, per il  rinascimento africano. In questa prospettiva il Sudafrica  mostra di apprezzare il metodo e gli obiettivi del piano  italiano per l’Africa, il Piano Mattei, e Alvin Botes ha citato il  Mozambico come esempio concreto di una strategia che  non si limita al piano economico o all’approvvigionamento  energetico ma che implica, pace, sicurezza, sviluppo  sociale, reciprocità. 

Il viceministro sudafricano ha colto l’occasione anche per  ribadire che la linea dei Brics non è contro qualcosa, che  sia l’Occidente piuttosto che il ruolo del dollaro e la de dollarizzazione, ma si tratta di un approccio cooperativo  che si esprime in tre direzioni principali: la cooperazione  politica e di sicurezza, cooperazione economica e  finanziaria, la cooperazione fra popoli, includendo anche la  richiesta di riforma degli organismi politici ed economici  internazionali. 

In questa prospettiva la presidenza sudafricana per l’anno  prossimo del G20, l’unico organismo che dopo l’Onu,  riunisce e fa dialogare le principali aree del mondo, può  dare impulso alle istanze di riforma delle istituzioni globali, 

non solo venendo incontro alle sollecitazioni del Paesi  Brics, ma nel comune interesse di tutti gli stati, compresi  quelli occidentali, a beneficiare di un modello di governance  globale più adeguato a gestire le sfide del mondo attuale.

La crisi dei corpi intermedi: quale futuro per i sindacati?

Dunque, un recente sondaggio pubblicato nella  trasmissione ‘Piazza Pulita’ – e quindi già in un talk  televisivo noto per la sua faziosità politica – i sindacati  rappresenterebbero appena il 28,5% dei lavoratori, contro  un 55,5% che dice che non li rappresenta più e un 16%  che non si esprime. Un dato, questo, che liquida da solo  tutta la narrazione di Landini che sentenzia,  goliardicamente, che la sua sigla sindacale, la Cgil,  rappresenterebbe quasi per intero i lavoratori del nostro  paese. Ora, al di là di Landini che confonde la virtualità con  la realtà oltre ad essere oggettivamente pericoloso per il  suo continuo ed insistente invito ed incitamento alla “rivolta  sociale” contro l’attuale Governo che ormai – secondo la  sua versione – lo considera un vulnus per la conservazione  della democrazia italiana, c’è da essere seriamente  preoccupati se anche a ‘Piazza Pulita’ emerge che il  sindacato è ormai un soggetto del tutto marginale e 

periferico nello scacchiere sociale e politico del nostro  paese.  

Quando la percezione popolare è che il sindacato, storico  pilastro e presidio dell’assetto democratico e costituzionale  del nostro paese, non rappresenta più i lavoratori significa  che la qualità della nostra democrazia si sta impoverendo  progressivamente. Ed è proprio di fronte a questo scenario  che ci dobbiamo porre semplicemente perché tutto ciò  capita concretamente. Non c’è, come ovvio, una risposta  immediata e nè, tantomeno, esiste una ricetta per sciogliere  positivamente questi nodi. Ma, almeno su un aspetto, non  possiamo non essere chiari seppur consapevoli delle  enormi difficoltà riconducibili alla crisi cronica degli  strumenti di mediazione di rappresentanza democratica.  Oltre ai partiti, e più dei partiti, appunto i sindacati. La  cosiddetta “disintermediazione dei corpi intermedi”. 

Ora, la risposta a questa pesante crisi di fiducia non può  certamente essere la ricetta della Cgil attuale, cioè di un  sindacato che da un lato si è ormai trasformato in un partito  a tutti gli effetti – che punta, quasi plasticamente, a  diventare il partito leader dell’alternativa politica al centro  destra – e, dall’altro, solletica gli istinti più triviali, e forse  anche più violenti, della società per perseguire un disegno  squisitamente ed autenticamente politico. La ricetta,  checchè se ne dica, continua a risiedere nella storica  cultura della Cisl. E cioè in un sindacato che antepone il  merito delle questioni alle pregiudiziali ideologiche; in un  sindacato che privilegia la contrattazione e quindi il dialogo  e il confronto rispetto al mero scontro politico ed  ideologico; in un sindacato, infine, che non fa dello scontro  frontale e della divisione cronica la sua ragion d’essere ma  indica la sua priorità nel difendere concretamente gli  interessi, le istanze e le domande concrete dei lavoratori e 

dei ceti popolari. Una concezione, questa, che è  sicuramente più moderna e più contemporanea perchè la  stella polare resta sempre quella di porre gli interessi del  s i n g o l o l a v o r a t o r e a l c e n t r o d e l l ’ a g e n d a d i  un’organizzazione sindacale. 

Dopodiché, e come ovvio, se non ritorna la fiducia negli  strumenti democratici previsti dalla nostra Costituzione  difficilmente si potrà invertire la rotta. Una rotta che rischia,  purtroppo, di essere esplosiva sotto il profilo democratico  se lega la crescente personalizzazione della politica e dei  partiti con un sindacato in preda ad una deriva  massimalista ed estremista che rischia di sconfinare anche  nella violenza. Per il momento, e per fortuna, solo verbale.  Ma, comunque sia, adesso il nodo non può non essere  affrontato e sciolto. E, purtroppo, già sappiamo quale  sarebbe l’alternativa.

Fra’ John Dunlap (SMOM): “Il nostro carisma al servizio dei pellegrini per il Giubileo”.

L’acquisto di un’ambulanza completamente attrezzata,  fortemente sostenuto dal Gran Maestro Fra’ John Dunlap,  segna l’inizio ufficiale delle attività dell’Ordine di Malta per il  Giubileo. Questo nuovo mezzo sarà messo al servizio della 

Direzione di Sanità ed Igiene del Governatorato per  supportare le iniziative giubilari, che si prevede attireranno  oltre 30 milioni di pellegrini. 

La cerimonia di donazione si è svolta presso il Palazzo del  Governatorato, alla presenza del Gran Maestro Fra’ John  Dunlap, accompagnato dal Grande Ospedaliere Fra’  Alessandro De Franciscis e dal Ricevitore del Comun  Tesoro Fabrizio Colonna. Nel corso dell’evento, Fra’ John  Dunlap ha dichiarato: “Queste iniziative non fanno che 

sottolineare ancora di più la grande sinergia con la Santa Sede e Papa Francesco e soprattutto rafforzano il nostro carisma e la nostra missione che sarà sempre al servizio dei poveri, dei bisognosi e della fede”. 

Ad accogliere la delegazione dell’Ordine di Malta sono stati  il cardinale Presidente del Governatorato, Fernando Vérgez  Alzaga LC, il segretario generale suor Raffaella Petrini FSE,  il Vice Segretario Generale Giuseppe Puglisi Alibrandi,  insieme ai rappresentanti della Direzione di Sanità ed  Igiene, il Direttore Andrea Arcangeli e il Vice Direttore Luigi  Carbone. 

L’iniziativa si inserisce in un piano più ampio predisposto  dal Sovrano Ordine di Malta per l’Anno Giubilare. Più di  2000 volontari provenienti da oltre 20 Paesi del mondo  garantiranno il servizio nei posti di Primo Soccorso gestiti  dall’Ordine di Malta nelle quattro basiliche papali: San  Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e  San Paolo fuori le Mura. 

In ciascuna basilica saranno assicurati due turni giornalieri,  con la presenza di un medico, un infermiere e due  soccorritori per turno. Questo impegno coinvolgerà  complessivamente 32 volontari a settimana per 55  settimane, in base alle date di apertura e chiusura delle  Porte Sante nelle quattro basiliche.

Il centro operativo di tutto il servizio sarà il Posto di Primo  Soccorso situato in piazza San Pietro, una struttura medica  gestita dall’Ordine di Malta che, da 45 anni, offre assistenza  ai pellegrini 365 giorni all’anno. In particolare, questo  presidio garantisce supporto durante le udienze papali del  mercoledì e le cerimonie religiose, rappresentando un punto  di riferimento essenziale per i pellegrini.

La Voce del Popolo | Buoni amministratori di condominio sugli scudi.

È quasi fatale che il centrosinistra si esalti per le vittorie in Umbria e in Emilia. Tanto quanto era fatale che il centrodestra facesse altrettanto, qualche giorno fa, per la sua affermazione in Liguria. C’è sempre un’attitudine all’esagerazione che fa da colonna sonora ai commenti del day after. Ma è più l’insicurezza da esorcizzare che il trionfalismo da celebrare. 

Semmai credo che l’opposizione dovrebbe cogliere il significato non troppo nascosto della sua affermazione. E cioè il successo di un certo “civismo”. Sono i sindaci a trainare il Pd. Quegli amministratori attenti e circospetti, capaci di tenere, come si dice, l’orecchio a terra e cogliere così quei segnali quasi impercettibili che racchiudono gli umori profondi dell’elettorato.

È pressoché inevitabile che all’indomani di questo voto si riapra la disputa infinita sul “campo largo” e sul “che fare” di Conte e di Renzi. Tanto più che il M5S si troverà a contabilizzare i suoi numeri non proprio esaltanti di questi giorni mescolandoli con quei dilemmi strategici che i garbugli dell’avvocato del popolo hanno troppo a lungo avviluppato. Ma si tratta pur sempre di questioni sovrastrutturali, come si sarebbe detto un tempo. 

In realtà la migliore carta offerta a tutta la politica, ma soprattutto all’opposizione, sta nel saper valorizzare quei casi di buona amministrazione capaci di riempire il vuoto delle ideologie e degli indirizzi strategici che un tempo muovevano milioni di elettori e ora non più. Insomma, è il momento dei buoni amministratori di condominio. In attesa che torni il tempo delle archistar capaci di disegnare immaginifiche metropoli.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 novembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dopo JFK un altro Kennedy entra nel governo Trump

Sono stati scritti innumerevoli memoriali ufficiali e libri divulgativi sul terribile evento dell’assassinio di JFK avvenuto il 22 novembre 1963, ma non tutte le zone d’ombra, ancora oggi, sono state illuminate dalla verità.
Tuttavia, ciò che John Fitzgerald rappresentava per gli USA e per il mondo intero, il suo carisma, il fascino del “grande sogno americano” (la fine della guerra fredda, l’apertura all’Unione Sovietica che passava attraverso gli incontri e gli scambi epistolari con Nikita Kruscev, l’inizio di un’era di pace duratura, l’attenzione alle minoranze etniche, la sintonia ideale con Martin Luther King, la fine della crisi dopo i missili di Cuba, l’idea di una democrazia partecipata ed estesa a tutte le fasce di popolazione), di fatto rappresentano ancora oggi un concetto di democrazia insuperato in ogni parte del mondo, al quale si è ispirato, ad esempio, Tony Blair.

Questa visione, poi ereditata dal fratello Robert, anch’egli tragicamente scomparso in un attentato nel 1968 per mano dell’immigrato giordano-palestinese Shiran Shiran, è transitata nella memoria collettiva di chi visse quegli anni e presso gli storici e cultori postumi come una stagione irripetibile che riguardava l’America certamente, ma anche il mondo intero.

Perché – come diceva JFK – “parlare di pace deve essere l’unico scopo razionale di ogni uomo razionale”: osservando oggi il nuovo ordine (o dis-ordine?) mondiale che va configurandosi – la devastante guerra in Ucraina, l’aggressione di Hamas a Israele e il terribile conflitto che ne è scaturito, la pendente minaccia su Taiwan, l’emergenza di nuove potenze economiche e nucleari come Cina e India, il fondamentalismo islamico, la bomba latente di un’Africa pronta ad esplodere – oggi, come e più di allora, il tema della concordia e della convivenza pacifica dei popoli e delle Nazioni si impone ancora una volta come cruciale.

Correvano i primi anni ’60: chi li ha vissuti ricorda le speranze legate ai grandi temi dei diritti civili e sociali, all’apertura della Chiesa cattolica alla scienza e al dialogo tra le diverse fedi, alla crescita economica, all’uguaglianza tra i popoli, alla messa in archivio dei residui ideologici post-bellici; ricorda Martin Luther King, John Kennedy, Nikita Kruscev, Papa Giovanni XXIII.
John Fitzgerald Kennedy fu l’uomo delle grandi speranze collettive e segnò una presenza indelebile nella cornice di quel tempo, artefice di una “Nuova Frontiera” che aprì ma non riuscì a realizzare.

Già nel suo discorso d’insediamento del 20 gennaio 1961 a Washington come 35° Presidente degli USA, rivolgendosi ai cittadini, ebbe a dire: «Non chiedete che cosa il vostro Paese può fare per voi; chiedete che cosa potete fare voi per il vostro Paese. Miei concittadini del mondo, non chiedete che cosa l’America vuole fare per voi, ma che cosa insieme possiamo fare per la libertà dell’uomo».
Un invito al senso del dovere che la lunga stagione della tumultuosa cavalcata dei soli diritti pare abbia davvero dimenticato.

Oggi si ascoltano e si leggono altre parole, altri propositi, diverse rappresentazioni dell’America ideale. In nome del pragmatismo e dell’hic et nunc, la storia rimuove il passato e lo riscrive: la vittoria di Trump segna una netta inversione di tendenza, destinata a durare e a cambiare il ruolo della più grande democrazia occidentale nella cornice di un nuovo ordine mondiale. Fatte le debite proporzioni sui tempi diversi e contestualizzando le visioni di JFK e Trump – diametralmente opposte – si tratta di una svolta epocale.

A sessantuno anni di distanza dall’uccisione di JFK, oggi un nuovo Kennedy, Robert F. Jr., negazionista e anti-vax, paladino della disinformazione antiscientifica al punto di considerare l’autismo una conseguenza dei vaccini, viene designato da Trump al Dipartimento della Sanità del futuro governo – Health and Human Services – che gestirà l’amministrazione dei servizi di assistenza, tutela della salute, controllo e supervisione dei farmaci per 330 milioni di americani.
Robert Kennedy jr, inizialmente candidato come indipendente per la corsa alla Casa Bianca, aveva successivamente abbandonato il Partito Democratico per sostenere apertamente Donald Trump.

Il futuro Segretario del Dipartimento per la Salute degli USA evidenzia sia la netta linea di demarcazione che lo separa dalla sua famiglia d’origine, essendo suo padre il procuratore generale Robert F. Kennedy, fratello del presidente John F. Kennedy, sia – mutatis mutandis – una rottura dell’appartenenza politica che costituisce un cambiamento rilevante e significativo, pur tenendo conto delle epoche diverse e della statura ideale indiscutibilmente superiore dei suoi illustri antenati.

Sembra che proprio tutto ciò che riguarda l’esito di queste elezioni presidenziali sia riconducibile al tema del pragmatismo, come evidenziato da tutti gli osservatori politici. Credo, perciò, che – in tempi di relativismo etico e culturale, di instabilità politica e di conflitti tra gli Stati, di guerre cruente – il pragmatismo non sia una prerogativa che appartiene solo agli attori del cambiamento, ma diventi quasi inevitabile per chi assiste agli scenari nuovi che si vanno configurando – fatti salvi gli ideali e le appartenenze radicati in ciascuno – una sorta di adaequatio rei et intellectus, per usare le parole tramandate da San Tommaso.

“Sarà l’età dell’oro, faremo grande l’America”: queste parole di Trump sono un programma e anche la declinazione pragmatica del grande sogno americano che aveva caratterizzato il dopoguerra, la crescita in democrazia e benessere, anche per i molti immigrati che negli Stati Uniti avevano trovato futuro e fortuna. Oggi quel sogno assume sembianze e prospettive diverse: “c’era una volta in America” e adesso non c’è più.

Cleopatra-Meloni e il cattivo presagio dei due luogotenenti

Cesare lo avevamo già visto, torvo e silenzioso, passeggiare su e giù per il Senato, meditando sulle sorti della nave ammiraglia affidata alla regina Cleopatra/Meloni. Questa volta, nascosto dietro una colonna dell’ampio portico, la nostra vedetta scorge una figura avvolta in un regale mantello.

Chi passeggia è Cleopatra/Meloni, preda di torvi pensieri e paure: sa che Cesare, presto o tardi, la convocherà, e non sarà per congratularsi.

La regina Cleopatra (l’amata Cleo di Cesare) ripete da mesi che rimarrà salda sulla tolda per altri tre anni. Questo è il patto stretto con Cesare, questo è il suo impegno. Nessuno, dice, potrà smuoverla dalla sedia di comando. Rassicura tutti che la rotta è quella stabilita e che, se qualche deviazione (virata a destra) c’è stata, è per il bene dell’Impero. Il popolo, sostiene, è sempre dalla sua parte.

Ma in realtà, tutti—e Cesare per primo—si sono accorti che quelle rassicurazioni sono rivolte più a sé stessa che agli altri. Un’iniezione di fiducia per convincersi che può farcela: “Sì, io posso farcela, e io sola posso!”

Sola. Ecco la parola che più le rimbomba nella mente. Sola e soltanto. È sola davvero: la masnada di truppa egizia che si è portata dietro continua a combinare guai, uno dopo l’altro. Neppure il suo occhio feroce riesce a contenerli o farli tacere. E Cesare l’aveva avvertita: le truppe abituate al mare di sabbia avrebbero faticato nei mari tempestosi dell’Impero, infestati di briganti e commercianti senza scrupoli. Per governare questa ciurma male assortita, la regina aveva affidato i comandi a due scudieri fidati. Ma col tempo, questi si sono rivelati sempre meno affidabili.

Il problema è che, adesso, hanno perso anche il consenso in patria. Erano stati accolti con acclamazioni dai loro compatrioti, forti di un ampio plauso che li aveva fatti salire a bordo della nave regale, tronfi e spavaldi. Ma dopo due anni di navigazione tra i mari dell’Impero, si sono dimenticati della loro terra d’origine. E lì, ormai, nessuno li acclama più. Le voci che arrivano alla regina non lasciano spazio a dubbi: non piacciono più. Il loro consenso si è ridotto di oltre la metà, un cattivo presagio. All’orizzonte, intanto, si delineano meglio le truppe della svizzera Scheil dei Celti e degli amici-nemici di Cesare, pronti a fare fronte comune.

E i due scudieri sono ancora sulla barca della regina: la loro cattiva sorte rischia di trascinarla verso un approdo infelice, o peggio ancora, verso il naufragio. Gli Egiziani, per ogni evento che accade nella vita, hanno una divinità che ne conosce le ragioni. Sembra che i luogotenenti di Cleo siano sotto il tiro del dio Bes, portatore di cattiva sorte. Forse è il caso di affidarsi al grande dio coccodrillo Sobek, creatore del mondo, affinché torni la buona sorte per la regina e i suoi.

Perché, agli occhi della ciurma, soltanto lei può condurli per mare. E i marinai, nel profondo del loro animo, percepiscono già ciò che la regina deciderà: se ordinare di dare con forza i remi in acqua per affrontare il mare aperto, o continuare a costeggiare la riva al ritmo attuale. Lei lo sa, ma tace. Ogni tanto, scende nei porti amici del vasto Impero. E ogni volta che risale in tolda, una nuova ruga compare sul suo volto candido.

Identità di genere: sfide e prospettive per gli educatori.

Un tema complesso, attuale e al centro del dibattito sociale, che la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” ha scelto di affrontare attraverso un Corso interdisciplinare. L’iniziativa, articolata in due incontri che si terranno il 23 e il 30 novembre, si propone di esplorare le molteplici sfaccettature del concetto di identità di genere, offrendo agli educatori strumenti utili per affrontare le sfide del presente.

Il percorso, supportato da esperti di diversi ambiti del sapere – dall’antropologia al diritto, dalla pedagogia alla psicologia – punta a individuare strategie educative che promuovano, in particolare tra le nuove generazioni, una crescita autentica nell’identità personale, accompagnata da atteggiamenti di accoglienza e inclusione. La riflessione è ancora più rilevante in un contesto mediatico sempre più pervasivo, spesso caratterizzato da messaggi ambigui e contraddittori sull’identità di genere e le relazioni interpersonali. Il Corso rappresenta dunque un’occasione preziosa per fare il punto sugli sviluppi della ricerca scientifica in materia e sugli orientamenti sociali che stanno influenzando le giovani generazioni.

La prima giornata, sabato 23 novembre, sarà dedicata all’esplorazione delle prospettive antropologiche e giuridiche. Nel corso di una Tavola rotonda, interverranno:

  • Susy Zanardo, docente presso l’Università Europea di Roma;
  • Sergio Cicatelli, scrittore e docente;
  • Assunta Morresi, docente presso l’Università degli Studi di Perugia.

La seconda giornata, in programma sabato 30 novembre, approfondirà le dinamiche psicologiche e pedagogiche, grazie agli interventi di:

  • Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta;
  • Emanuele Fusi, pedagogo e formatore.

Gli incontri si svolgeranno presso la sede della Pontificia Facoltà “Auxilium” a Roma, in via Cremolino 141, con la possibilità di partecipare anche in diretta streaming sul canale YouTube ufficiale della Facoltà.

Un’occasione di confronto e crescita per educatori e professionisti, chiamati a orientarsi in un panorama sempre più complesso, ma al contempo ricco di opportunità per promuovere un’educazione ispirata ai valori dell’autenticità, del rispetto e dell’inclusione.

Il risveglio di Bruxelles: verso una politica europea di larghe intese.

Dopo una settimana di faticose riunioni, si è sbloccato il nodo politico tutto interno ai palazzi di Bruxelles per dare il via libera alla Commissione von der Leyen bis.

Lo stallo dei giorni scorsi ha messo in luce per l’ennesima volta le tante difficoltà del processo decisionale a livello europeo e non basta indicarne la causa nei bizantinismi della politica. Il discorso è più complesso, passa dalla ormai non più rinviabile riforma dei Trattati, peraltro pensati in un mondo completamente diverso, alla necessità di creare una vera classe politica europea. 

Negli ultimi 5 anni, l’Unione europea ha dimostrato ottime capacità di reazione quando ha dovuto rispondere a shock esterni, come la pandemia di Covid e l’invasione russa dell’Ucraina. L’acquisto congiunto di vaccini e la successiva campagna vaccinale sono stati un grosso passo in avanti rispetto alla incapacità di dare una risposta collettiva alla crisi scatenata nel 2011 dai mutui sub prime e a quella dei migranti nel 2014. La decisione di emettere per la prima volta titoli di debito comune, convincendo anche i cosiddetti Paesi frugali, è stato uno strumento innovativo il cui successo si misurerà sul successo dei PNRR nazionali, con i fucili spianati di chi ha mal digerito la soluzione a suo tempo.

Sulla guerra, il pacchetto di assistenza finanziaria all’Ucraina di 35 miliardi stanziato il 23 ottobre scorso dal Consiglio è l’apice di una lunga serie di iniziative: non solo sanzioni, ma anche accoglienza dei rifugiati, sostegno militare, aiuti umanitari, protezione civile, indagini e perseguimento di crimini di guerra. Senza dimenticare le iniziative intraprese per garantire l’approvvigionamento energetico a cittadini e imprese europee e i “corridoi di solidarietà;” che hanno portato milioni di tonnellate di cereali dall’Ucraina ad Africa, Medio Oriente ed Asia per evitare una crisi alimentare mondiale e ulteriori flussi migratori.

Ora serve però un’Europa che sappia cambiare approccio. L’auspicio, nei prossimi 5 anni, senza voli pindarici, è che si trovi una formula che consenta all’Ue di essere protagonista sempre, non solo in questioni di emergenza. 

Pena un definitivo distacco dalla realtà quotidiana che vivono famiglie ed imprese. In fondo, in questi anni, i cittadini hanno guardando all’Ue come i genitori guardano un bambino imparare ad andare in bicicletta. Dispiace vederlo cadere, ma è normale che accada. Altrimenti non impara mai. Ora però il numero di cadute ha superato il limite di guardia. 

In questo senso, la riunione dei Ministri degli esteri di Polonia, Francia, Germania, Regno Unito Spagna, Italia e con l’Alto Rappresentante Ue Borrell, tenutasi nei giorni scorsi, non a caso a Varsavia, può essere un primo passo.  Ma solo se la strategia globale unitaria annunciata in quella sede saprà prendere il via in breve tempo e senza passare da una preliminare approvazione di Washington. Anche la richiesta di andare oltre il 2% del Pil per investimenti in difesa dovrà necessariamente passare per un percorso di consenso tra i governi nazionali e nelle pubbliche opinioni.

La guerra, il conflitto in Terra Santa, le tensioni commerciali con la Cina, le future probabili tensioni con gli Stati Uniti, non lasciano al Vecchio Continente tanto tempo. La ricreazione è finita e sta all’Ue dimostrare se ha imparato o no ad andare in bicicletta, se non vuole condannarsi da sola ad essere il vaso di coccio in un mondo di superpotenze più moderne, rapide, efficienti.

Israele, cosa si muove al suo interno?

Dal 7 ottobre 2023 l’immagine che Israele ha offerto di sé è sostanzialmente questa: il consenso nei confronti del governo Netanyahu, fino a quel momento sottoposto a critiche e contestazioni di piazza crescenti, è aumentato progressivamente a mano a mano che la distruzione di Gaza proseguiva e soprattutto che i vari capi dei movimenti terroristici ostili venivano eliminati con azioni più o meno spettacolari ma comunque sempre efficaci. L’opposizione politica si è nettamente indebolita e i sondaggi elettorali lo certificano con assoluta certezza. Quella di piazza è invece ancora numerosa e attiva, ma concentrata sulla questione degli ostaggi e solo lateralmente su un effettivo scontro con l’Esecutivo. La comunità nazionale, insomma, è abbastanza unita intorno alla bandiera, ovvero alla propria esistenza in quanto Stato e gli episodi, gravi, di antisemitismo che si registrano qua e là in Europa e pure negli Stati Uniti non fanno che rafforzarne il sentimento di solidarietà e fratellanza. Così è in apparenza ma così è pure nella realtà.

Dietro questa immagine, però, c’è dell’altro. E lo si scopre scavando un po’ in profondità nella composizione della società israeliana. Sulla base di una domanda: ma gli ebrei si rendono conto dell’odio nei loro confronti che stanno generando presso tutti i palestinesi, bambini inclusi, e presso larghe masse di musulmani nel mondo? E anche presso la popolazione araba? Un capitale di ostilità totale che costringerà lo Stato della Stella di David a vivere in perenne assetto di guerra. La risposta non è scontata, né immediata. E certo non la si può dare da lontano, senza vivere ogni giorno dal di dentro la realtà sociale del Paese. Alcune indicazioni, però, vengono dalla sua composizione. Assai diversa da quella delle origini, quando lo Stato di Israele venne costituito. 

Il 14 maggio 1948 nasceva uno Stato laico impostato sui tradizionali cardini liberal-democratici di marca occidentale, in particolare europei, con tratti ispirati al socialismo (si pensi all’esperienza dei kibbutz) e sostanzialmente governato dalla maggioranza ebraica askenazita proveniente dal Vecchio Continente (tutti i primi ministri, Netanyahu incluso, hanno avuto questo imprinting culturale). 

L’evoluzione sociale della nazione ne ha però modificato in parte – e quella demografica la sta cambiando sensibilmente in questi anni – la composizione originaria poiché sono cresciute numericamente le altre due “famiglie” del Paese: quella più orientale, i mizhraim (sefarditi tradizionalisti e accesi nazionalisti) e quella più teocratica, gli haredin, i “timorati di Dio” ultraortodossi. Alle quali vanno aggiunti i cittadini “arabo-israeliani”, eredi di quegli arabi che dopo la guerra del 1947/48 rimasero entro i confini del nuovo Stato non abbandonando le proprie abitazioni come fecero invece molti di loro. Su una popolazione complessiva che non raggiunge i dieci milioni di individui questi ultimi in virtù di un indice riproduttivo vivace ne rappresentano ormai poco più di un quinto. Ma pur essendo a tutti gli effetti “cittadini israeliani” sono nei fatti tenuti ai margini un po’ da tutto e nel 2018 questa loro condizione di estraneità è stata sanzionata con la modifica della Legge Fondamentale (approvata a stretta maggioranza dal Parlamento di allora) indicante esplicitamente lo Stato di Israele come la “casa nazionale del popolo ebraico”, la cui lingua è quella ufficiale della nazione (relegando l’arabo ad uno status speciale, non dunque lingua ufficiale).

Un’accentuazione di uno status minoritario che non viene certo vissuta bene da una popolazione giovane, tesa ad acquisire un ruolo economico e sociale, e pure politico, che le viene negato nei fatti ma non disposta più ad accontentarsi – come fecero i loro genitori – dello status di cittadini. E che quindi è sempre più in contrasto con la nuova maggioranza della popolazione, non più quella askenazita degli inizi, oggi inferiore a un terzo del totale, composta da ortodossi mizhrain (quasi il 40%) e ultra-ortodossi haredim (circa il 12% ma in crescita esponenziale, ad una media di sei figli per donna!).

È questa nuova maggioranza radicale (seppure per il momento ancora differenziata: meno integralisti i primi e ultraintegralisti i secondi) che ormai detta le condizioni e guida la politica del premier, di fatto – anche a causa dei suoi problemi giudiziari – ostaggio della loro visione radicale del conflitto con i palestinesi e su scala più larga con gli iraniani.

Oggi, a guerra in corso, il paese è relativamente unito intorno alle scelte del governo: solo i parenti degli ostaggi e la sinistra manifestano una netta opposizione a Netanyahu, mentre il 40% ritiene addirittura necessario spingere ancora di più l’acceleratore del conflitto. Ma le divisioni che al momento covano sotto la cenere sono destinate a rimanere tutte, e non è affatto detto che lo faranno in modo pacifico: dopo il 7 ottobre la vendita di armi a semplici cittadini è aumentata notevolmente, così come è cresciuto il consumo di droghe e l’abuso di bevande alcoliche. Una miscela che non promette nulla di buono.

Dibattito | Pd, ritorna la vocazione maggioritaria.

Nel 2007 Valter Veltroni, e con lui la segreteria nazionale del partito, teorizzò un “Pd a vocazione maggioritaria”. Ovvero, in una cornice bipolare e tendenzialmente bipartitica, il Pd si candidava a diventare l’asse pigliatutto dello schieramento di centro sinistra alternativo al centro destra. E, dopo il fallimento, peraltro annunciato, dell’Unione di prodiana memoria, si teorizzò che un partito, appunto il Pd, dovesse diventare il perno fondamentale dello schieramento progressista. Politicamente ed elettoralmente autosufficiente. Al punto che per mesi sia sostenne apertamente la tesi di non fare alleanze con altri partiti o cespugli o gruppi ai fini del potenziale governo del paese. Una tesi, questa, che poi fu misteriosamente messa in discussione perchè si siglò un’alleanza con il partito personale di Antonio Di Pietro, Italia dei valori.

Ma, per tornare all’oggi, è di tutta evidenza che, mutatis mutandis, la tesi della vocazione maggioritaria del Pd è uscita dalla porta ma rientra dalla finestra. E il recente voto in Umbria e in Emilia Romagna, ma anche già in Liguria, dimostrano in modo persino plateale – e senza scomodare politologi e sondaggisti – che attorno al Pd inizia a crescere il deserto. Sotto il profilo eletturale, come ovvio. Detto con altre parole, alla progressiva ed esponenziale crescita di consensi del Pd si ridimensiona l’apporto, e il peso, degli altri partiti. Al netto della sinistra estremista e fondamentalista di Fratoianni e Bonelli, che comunque ha già ottenuto il picco dei consensi con la vicenda Salis alle europee, è altrettanto chiaro che il Pd è destinato a prosciugare elettoralmente il campo progressista con la sua robusta e massiccia presenza. Non sapendo, ad oggi, quale sarà l’epilogo finale dei 5 stelle alle prese con una violenta disputa interna, il cosiddetto Centro da quelle parti semplicemente non esiste più. Dando per scontato che il futuro dei due partiti personali di Renzi e di Calenda – anche alla luce dei risultati concreti nelle ultime tre consultazioni regionali, per non parlare del voto europeo – è quello di confluire all’interno del Pd, chi si riconosce nel Centro nello schieramento progressista sarà semplicemente inglobato dal Pd. Tesi, questa, non virtuale ma che emerge in modo plastico dagli elettori. 

Un Pd, però, guidato dalla Schlein, cioè da una leadership che ha un chiaro, netto e del tutto legittimo profilo di una sinistra radicale e massimalista e, sul versante culturale, di impronta libertaria. E non è un caso, del resto, che la proposta di avere un Centro nella coalizione progressista sia guidato, pianificato e gestito proprio dai vertici del Pd. Una concezione cara alla tradizione comunista che prevede la presenza dei cosiddetti “partiti contadini” che vengono “inventati” dall’azionista di maggioranza a garanzia e a conferma della natura plurale della coalizione.

Ma, al di là di questa oggettiva considerazione, quello che non si può non cogliere è che la tradizionale “vocazione maggioritaria” del Pd, anche se non viene più caldeggiata e sbandierata platealmente, nei fatti è  riemersa. E, forse, questo è anche un elemento che contribuisce a fare chiarezza nella geografia politica italiana. E questo, sia chiaro, grazie al progetto e al profilo politico, culturale e programmatico del Pd a guida Elly Schlein.

Il Papa per le cliniche mobili “Salus” destinate ai bambini ammalati egiziani

Papa Francesco ieri mattina ha ricevuto una delegazione dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo” costituita dal Presidente Monsignor Yoannis Lazhi Gaid, già suo Segretario personale, dal Presidente della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Daniele Franco, dal Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Papa Francesco ha benedetto le due Cliniche Mobili, posizionate in Piazza dei Protomartiri romani, che verranno inviate e messe a disposizione per le cure dei bambini ammalati e vittime della guerra e dei loro familiari, nei posti dove mancano strutture sanitarie.

Le due Cliniche Mobili rientrano nell’iniziativa denominata “Salus”, promossa dall’Associazione “Bambino Gesù del Cairo”, dalla Fondazione della Fratellanza Umana in Egitto e dalla Fondazione Hospitals Without Borders. 

Sua Santità Papa Francesco ha espresso la sua gioia e benedizione verso questa iniziativa: “Ringrazio tutte le persone e gli enti che hanno lavorato e contribuito alla realizzazione di queste due Cliniche Mobili che daranno assistenza e cure a numerosi bambini e ammalati e rispecchiano lo spirito del Documento sulla Fratellanza Umana. Mi fa piacere vedere insieme l’Ospedale Bambino Gesù, il Gemelli, le autorità italiane e altre associazioni e fondazioni a cooperare insieme in questo bel progetto Salus. Vi incoraggio di continuare a sostenere queste concrete iniziative caritatevoli che Don Gaid, con voi, riesce a portare avanti. Con affetto saluti tutti voi presenti e le delegazioni dagli USA, dal Regno Unito, dall’Egitto, dall’Argentina e dall’Italia. Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca sotto il Suo manto materno e per favore pregate per me!”.Mons. Gaid ha espresso la sua gratitudine al Santo Padre e a tutti i benefattori che hanno reso possibile questo progetto che rappresenta una piccola luce in un mondo sconvolto da troppi dolori e sofferenza e sostiene il motto dell’Associazione: “Tutto l’oscurità del Mondo non può spegnere la luce di una piccola candela”.

Gli altri progetti dell’Associazione “Bambino Gesù del Cairo” sono l’Orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’, che è stato inaugurato il 5 maggio 2024 nella città del Cairo; la “Catena dei Ristoranti della Fraternità Umana”, denominata ‘Fratello’, che offre pasti gratuiti per le famiglie bisognose egiziane, inaugurata il 9 gennaio 2024. Il prossimo anno saranno avviati i lavori per la costruzione dell’Ospedale “Bambino Gesù del Cairo”, il primo “Ospedale del Papa” fuori dall’Italia.

La luna di miele si fa amara per la Meloni

Non sono solo le due sconfitte elettorali, in Emilia Romagna e soprattutto in Umbria, a preoccupare la Presidente, ma anche la crescente astensione che si rivela nettamente a suo svantaggio. A due anni dalla nascita del governo, il consenso inizia a calare, come accaduto ai suoi predecessori. Si avverte una certa stanchezza, specialmente nei confronti della squadra di governo, mentre emergono con evidenza scelte sbagliate o imposte dagli alleati.

Uno dei maggiori elementi di tensione con l’opposizione si collega al “ricatto” di Salvini sulla legge per l’autonomia differenziata. Questa riforma ha spaccato il Paese non solo tra nord e sud, ma ha generato dissensi anche all’interno di ampie fasce delle stesse regioni settentrionali. Una battaglia antistorica, che sembra riesumare lo spirito secessionista del primo Bossi, proprio mentre appare evidente a tutti la necessità di salvaguardare l’Unione Europea, da oggi potenzialmente sotto l’attacco del “trumpismo”.

Ma non è solo questa la ferita aperta: la Meloni deve affrontare un certo logoramento legato all’inadeguatezza della sua classe dirigente, un problema che cerca di tamponare come può, spesso ricorrendo a un vittimismo sempre meno credibile. La verità è che molte delle sue scelte strategiche risultano forzate e rivelano il fallimento del suo progetto istituzionale, incentrato come è noto sul premierato, e dunque sulla concentrazione del potere in una persona sola al comando. Questo disegno desta grande preoccupazione, anche a livello europeo.

Lo scontro con gli altri poteri dello Stato, inoltre, lascia intravedere una tendenza che mette in allarme tutti gli organi di garanzia democratica. In alcuni passaggi, anche il Presidente della Repubblica ha ritenuto necessario far sentire la sua voce, senza con ciò abbandonare il ruolo super partes che la Costituzione gli attribuisce. È immaginabile un Paese che – astrattamente parlando – resti inerte di fronte a un Mattarella costretto a rifiutarsi di firmare una legge, ricorrendo alla Corte Costituzionale?

Un dato certo emerge da questa situazione: la Meloni, in condizioni così critiche, potrebbe decidere di ricorrere ad elezioni anticipate pur di evitare il referendum sulla tanto declamata “madre di tutte le riforme”, ovvero sul premierato.

I 50 anni dell’Istituto Maritain: un convegno per fare il punto.

L’Istituto Internazionale Jacques Maritain è stato fondato a Gallarate nell’aprile del 1974 per volontà di alcuni intellettuali, amici e discepoli del filosofo scomparso da appena un anno, riuniti per intuizione di Roberto Papini, desiderosi di conservare la sua opera emi suoi insegnamenti. L’Istituto è ora costituito da numerosi esponenti del mondo culturale, accademico, scientifico e della società civile che condividono una comune ispirazione personalista e maritainiana e da allora promuove e diffonde il pensiero di Maritain nelle società dei paesi europei e americani in cui è presente con associazioni a carattere nazionale. Il riferimento a Maritain è stato, fin dalle origini, quello di una fedeltà coniugata con la libertà. L’Istituto è rimasto sempre fedele all’invito, rivolto dallo stesso Maritain ai suoi amici e discepoli: “allez de l’avant”.

Questo “andare avanti” ha significato anche l’apertura dell’Istituto verso orizzonti più vasti, con un’attenzione critica e propositiva verso i grandi problemi e i grandi mutamenti globali, spesso anticipando i tempi nelle sue proposte tematiche: si pensi alla governabilità della democrazia, alla globalizzazione ed ai suoi effetti, al rapporto tra etica ed economia, al riferimento alla pace.

L’impegno dell’Istituto è stato comunque sempre quello di rendere fecondo il pensiero di Maritain attraverso l’elaborazione, la promozione e la diffusione di una cultura centrata sulla persona e sul perseguimento del bene comune, recuperando il senso profondo dell’Umanesimo integrale. In particolare, questo tema della tutela della persona e del bene comune continua ad essere il fil rouge che fa da sfondo alle sue iniziative che ruotano attorno alle due Cattedre: la Cattedra Maritain “Pace e dialogo tra le culture e le religioni del Mediterraneo” e la Cattedra UNESCO “Pace, sviluppo culturale e politiche culturali”, non dimenticando che è stata creata ed è attiva

anche una “Biblioteca della Persona”.

L’Istituto nei 50 anni trascorsi ha operato attraverso la realizzazione di numerosi progetti di ricerca, di formazione, di promozione e divulgazione culturale in svariati ambiti disciplinari e per lo più a carattere internazionale. Ricordiamo l’organizzazione di oltre 600 eventi quali convegni, conferenze, corsi e master senza dimenticare la presenza nel settore editoriale con la pubblicazione di oltre 300 volumi ed una rivista internazionale “Notes et documents”.

Oggi i temi prioritari attorno ai quali si sviluppa l’azione dell’Istituto sono la promozione dei diritti umani e il dialogo tra le culture, il dialogo interreligioso, la giustizia e l’educazione alla pace come pure il riferimento alla ricerca di una economia più umana.

Per non dimenticare i risultati raggiunti, per valorizzare il pa-

trimonio di conoscenze, di esperienze e competenze acquisito, per riflettere sugli obiettivi da rilanciare, l’Istituto celebra questo speciale cinquantesimo anniversario della sua fondazione promuovendo a Roma un Convegno internazionale che partendo dall’analisi dell’influsso della sua azione, possa approfondire le ragioni del suo essere e

indicare piste di riflessione anche per il futuro.

 

Il link per accedere alla brochure

La sicurezza e la difesa comuni Ue non possono più attendere. Parola di Borrell.

Quello dell’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune europea “non è un ruolo impossibile, ma non è miracoloso, e se l’Unione europea vuole davvero avere una politica di sicurezza e difesa comune, ha bisogno di qualcuno che la organizzi”. Tuttavia, il diritto di veto di cui dispongono gli Stati membri in quest’area può “uccidere” la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue. Lo ha affermato l’Alto Rappresentante Ue Josep Borrell, nella conferenza stampa del Consiglio Difesa oggi a Bruxelles.

Un giornalista gli ha chiesto a cosa serva in realtà la posizione dell’Alto Rappresentante, che fa delle proposte che ritiene giuste ma che non vengono seguite, che non piace né alla Commissione europea, né agli Stati membri, e si trova in situazione “umiliante, “a litigare come Don Chisciotte tra i mulini a vento”.

Borrell, che a fine mese termina il suo mandato, ha risposto: “Il Trattato Ue dice che l’Unione europea vuole costruire una Politica di sicurezza e di difesa comune, e nomina per questo qualcuno chiamato Alto Rappresentante, con la capacità di fare proposte. Le proposte possono essere accettate o meno.

Normalmente lo sono, a volte no. Penso – ha sottolineato – che il compito di costruire una Politica di sicurezza e di difesa sia oggi più urgente e necessario che mai. Spero quindi che in futuro venga messa in risalto la dimensione di sicurezza e di difesa di questa posizione. In questi cinque anni abbiamo fatto tantissime cose, e niente di tutto questo sarebbe successo se non avessimo avuto qualcuno al posto di comando”.

“Per quanto riguarda la dimensione diplomatica – ha continuato l’Alto rappresentante – è ovvio che tutti gli Stati membri restano padroni della propria Politica estera, questo è previsto anche dai Trattati Ue. La Politica estera è ancora di competenza nazionale e nei Trattati si afferma chiaramente che la Commissione non rappresenta l’Unione nella Politica di sicurezza e di difesa e nella politica estera. Il Trattato – ha rilevato – lo dice chiaramente: la Commissione non rappresenta l’Unione in questi settori. Chi rappresenta allora l’Unione in questo ambito, che non è trascurabile? Il presidente del Consiglio europeo in primis e poi, a livello ministeriale, l’Alto rappresentante”.

Insomma, “il ruolo è chiaramente definito. Forse non sono riuscito a realizzarlo in modo soddisfacente, ma il ruolo dell’Alto Rappresentante è chiaro, nei Trattati”, ed è quello di rappresentare, a livello ministeriale, l’Unione europea nel settore della politica estera, di sicurezza e di difesa. “E posso assicurarvi che prende richiede molto tempo”, ha detto Borrell.

Fuori microfono, dopo la fine della conferenza stampa, gli è stato chiesto ancora se non sia piuttosto il diritto di veto degli Stati membri a rendere inefficace il ruolo dell’Alto Rappresentante e della Politica estera e di sicurezza comune.

“La regola dell’unanimità – ha riposto Borrell – uccide la Politica estera e di sicurezza comune, uccide qualsiasi politica. L’ho sempre detto. Se so di avere un diritto di veto, resto nel mio angolo e aspetto che vengano a prendermi, per provare a comprarmi”, ha concluso.

Il paradosso energetico del Vietnam: carbone al massimo, ma il futuro è elettrico.

Il governo vietnamita ha annunciato l’intenzione di potenziare al massimo l’attività delle centrali elettriche a carbone nel 2025, con l’obiettivo di soddisfare una domanda energetica in continua crescita. Secondo le fonti governative, la maggior parte delle centrali a carbone opererà tra le 6.400 e le 6.500 ore nel corso dell’anno, mentre si prevede un aumento del consumo elettrico compreso tra l’11% e il 14%. Nonostante gli sforzi per promuovere le energie rinnovabili, il carbone continua a rappresentare una quota significativa del mix energetico vietnamita. Ad esempio, nei primi dieci mesi del 2024, il carbone ha fornito il 48,7% dell’energia elettrica complessiva, pari a 256,7 miliardi di chilowattora, come riportato dalla società statale Vietnam Electricity Group (EVN).

I tentativi di Hanoi di favorire l’adozione di fonti rinnovabili, come l’eolico offshore e il gas naturale liquefatto (GNL), incontrano ostacoli di natura normativa, rallentando i progressi verso una transizione energetica completa. Il Vietnam, hub manifatturiero strategico dell’Asia-Pacifico, si trova quindi a bilanciare la crescente domanda energetica con i limiti della rete infrastrutturale. Il governo ha dichiarato che l’operatività delle centrali a carbone resterà elevata, in particolare nel nord del Paese, richiedendo piani di approvvigionamento tempestivi per garantire il funzionamento degli impianti.

Questa dipendenza dal carbone riflette una dinamica simile a quella cinese, dove lo sviluppo sostenibile e l’espansione industriale faticano a trovare un equilibrio. Nel nord del Vietnam, inoltre, l’aumento delle temperature e il cambiamento climatico hanno accentuato le difficoltà, con blackout frequenti che dal maggio 2023 colpiscono le zone industriali.

In parallelo, il Paese sta puntando sul mercato in espansione dei veicoli elettrici (EV), una strategia che potrebbe contribuire a diversificare l’economia. Il boom globale degli EV (Veicoli Elettrici) ha visto un incremento delle vendite del 35% nel 2023 rispetto all’anno precedente, con quasi 14 milioni di unità vendute. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), si stima che entro il 2035 i veicoli elettrici rappresenteranno la metà delle vendite automobilistiche globali. Questa prospettiva offre opportunità significative per produttori come VinFast, il primo brand vietnamita di auto elettriche, che sta guadagnando sempre più terreno nel panorama internazionale accanto a leader del settore come Tesla e la cinese BYD.

VinFast, recentemente, ha siglato importanti accordi di finanziamento, tra cui uno da un miliardo di dollari proveniente da investitori esteri, inclusa la Emirates Driving Company di Abu Dhabi. Tali intese, firmate durante la visita ufficiale del primo ministro vietnamita negli Emirati Arabi Uniti, coprono settori strategici come i veicoli elettrici, i trasporti ecologici, la digitalizzazione e lo sviluppo marittimo. Secondo l’agenzia Asia News (dei missionari del Pime), questa combinazione di sfide e opportunità riflette un Vietnam in trasformazione, stretto tra le pressioni del presente e le ambizioni di un futuro più sostenibile.

Fonte: Agenzia Asia News

Non banalizziamo la Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza

Ricorre la giornata mondiale dedicata all’infanzia e all’adolescenza ma, ascoltando certe notizie che riguardano bambini e ragazzi, ogni ‘celebrazione’ potrebbe assumere le sembianze di un finto e inutile rituale.

Oggi potrebbe essere un’occasione di riflessione e di sussulto per favorire una presa di coscienza collettiva sulla condizione minorile nella nostra epoca: in ogni contesto del pianeta essa suggerisce interrogativi ed inquietudini. Si può partire dagli echi di una cronaca locale che – specie negli ambienti urbani e metropolitani – descrive situazioni di abbandono, di miseria materiale e spirituale, di fame, di contesti degradati e anaffettivi, di violenze dentro e fuori la famiglia, di pedofilia, sfruttamento, prostituzione minorile, dipendenze precoci da alcol, gioco d’azzardo e droghe, dei pericoli di quella rete virtuale che facilita incontri fuori controllo e viaggi senza ritorno.

Tutto questo in una cornice esistenziale che non è certo fatta a misura di minori: dalla carenza degli spazi attrezzati, all’utilizzo inappropriato del tempo libero, da programmi televisivi e tecnologie che propongono modelli eticamente inaccettabili e un’idea di vita “senza frontiere”: tutto sembra essere pensato e costruito per ostacolare e rendere ardua e faticosa l’opera educativa della famiglia e della scuola. 

Essere bambini e adolescenti oggi significa incontrare difficoltà e tranelli in contesti di vita spesso imprevedibili e inesplorati, a volte concertati e programmati in modo conforme alle sole esigenze degli adulti: ci sono – è vero – nuove tutele e una maggiore attenzione nel sociale, non sono più i tempi di Oliver Twist e di Cosette dei Miserabili ma la cattiveria degli adulti si esprime – se mai – con modalità ancora più orribilmente sofisticate. 

E se volgiamo lo sguardo altrove troviamo condizioni di vita sovraesposte ad ogni tipo di violenza ed efferatezza: pensiamo ai minori che vivono in mezzo agli orrori della guerra, alle migrazioni di massa, agli eccidi, agli stermini etnici e familiari, ai bambini-soldati, al turismo sessuale in danno di bambini e bambine in età scandalosamente precoce, agli orfani vittime del terrorismo. Da un recente rapporto di Save the Children Italia risulta che più della metà dei settantadue milioni di bambini che non hanno accesso all’istruzione vivono nei Paesi colpiti dalle guerre e sono spesso i destinatari finali del commercio di armi. Pensiamo alle condizioni di vita dei minori nei Paesi attraversati dai fondamentalismi religiosi, dove si ammazza per motivi di appartenenza etnica, senza riguardo all’età, senza pietà, pensiamo alle mutilazioni genitali: anche i piccoli innocenti sono giudicati “infedeli”. È storia di questi tempi: un orrore disumano e senza fine che dovrebbe scuotere le coscienze e suscitare emozioni e iniziative. Per onorare oggi il senso di questa ricorrenza – nelle famiglie, nelle scuole, nelle Chiese, sui posti di lavoro, nelle istituzioni – si dovrebbe osservare una pausa di riflessione a questo continuo, interminabile eccidio di bambini: è un olocausto che non può esserci estraneo. 

Perché anche questa è una parte non trascurabile di quella “globalizzazione dell’indifferenza”, acutamente e a più riprese evocata da Papa Francesco.

30 anni della Fondazione Donat-Cattin: uno sguardo al futuro.

Anche a Roma, dopo le iniziative torinesi, si è ripercorsa la storia della Fondazione Carlo Donat- Cattin, nata l’anno dopo la scomparsa dello statista piemontese. Una iniziativa che si è svolta in Senato e che ha visto alcuni interventi importanti tra cui quello di Pier Ferdinando Casini, Guido Crosetto e Bruno Vespa. 

Una Fondazione che è nata non solo per ricordare il magistero e l’azione politica, culturale e sociale dello statista Dc e del leader indiscusso della sinistra di ispirazione cristiana. Ma, soprattutto, è una Fondazione che ha il merito, e l’obiettivo, di rilanciare e riattualizzare il pensiero, la cultura e la tradizione del cattolicesimo sociale nel nostro paese. Una tradizione e una cultura che conservano una straordinaria attualità e modernità nella società contemporanea. Perché la Fondazione, nel corso di questi anni, ha affrontato anche – e continua ad approfondire – tematiche strettamente legate alla società, con particolare riferimento alle istanze, alle esigenze e alle domande che provengono dalle giovane generazioni.

Ma, per fermarsi al dato politico, è indubbio che il lavoro della Fondazione Donat-Cattin è particolarmente utile e prezioso per richiamare un pensiero politico che ha segnato in profondità la stessa storia democratica del nostro paese. E questo, pur senza riproporre moduli ed esperienze politiche del passato, perché è abbastanza evidente che la democrazia nel nostro paese non può fare a meno di una cultura politica e di un pensiero che hanno qualificato ed arricchito la storia e la stessa esperienza del cattolicesimo politico nel nostro paese. E la rilettura dell’azione politica, legislativa, culturale e soprattutto sociale di Donat-Cattin e della sua storica corrente, Forze Nuove, significa anche rileggere i punti cardinali di un pensiero che non può essere banalmente e qualunquisticamente archiviato.

E l’iniziativa che si è tenuta al Senato ha confermato la bontà e l’efficacia di questa azione culturale e, soprattutto, le ricadute concrete che una presenza del genere può avere. E non solo nell’area di riferimento – cioè quella del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese – ma nell’intera società. E questo perché i valori, i principi e gli asset culturali della cultura del cattolicesimo sociale rappresentano tuttora un giacimento ideale, etico e politico che non può essere sacrificato sull’altare di nessun maldestro nuovismo. E la Fondazione Carlo Donat-Cattin – guidata per oltre vent’anni dal figlio Claudio scomparso nel 2022 dopo aver dato un impulso straordinario alla stessa Fondazione fortemente voluta dalla famiglia dello statista piemontese – come hanno giustamente evidenziato e ricordato Pier Ferdinando Casini e Bruno Vespa in Senato, può diventare, senza supponenza e senza arroganza, un autorevole punto di riferimento della tradizione e del pensiero del cattolicesimo politico italiano.

Sturzo, il bene comune e le insidie autoritarie delle attuali democrazie.

La grande attualità del pensiero di don Luigi Sturzo

C’è ancora una grande attualità nel pensiero di Sturzo. Quel grande patrimonio di insegnamenti resta una riconosciuta pietra miliare per chi si avventura nell’agone politico.

Mentre è diffusa l’idea che quelle analisi sociologiche che circostanziano i suoi giudizi su bene comune e dialettica democratica sono ancora dense di sviluppi non del tutto esplorati.

Ed è un dato di fatto che ogni riflessione sul pensiero del fondatore del popolarismo diviene ulteriore occasione di arricchimento e rafforza il sentimento democratico.

Tra postulati della buona politica e violenze di piazza

La premessa mi consente di cogliere lo spunto che offrono gli episodi ripetuti di violenza di piazza registratisi nel corso di manifestazioni di studenti, e non solo, a Torino e in qualche altra città del paese, mentre poca eco hanno il richiamo a politiche di maggiore equità sociale ed economica e ad una legge elettorale che renda effettivamente protagonista l’elettore e non i capi partito, con le liste bloccate, e riporti equilibrata rappresentatività di tutti i territori del paese.

Violenze, manganelli, politiche sociali e sfondi da anni ‘70

Quello che più ha inquietato sono gli accenni a condotte e simbologie che sembrano anticipare talune dinamiche degli sciagurati anni ‘70. Certamente il contrasto alle iniquità sociali non si fa con le violenze di piazza ma con le azioni politiche (che devono trovare un giusto coinvolgimento dialettico delle forze di opposizioni, stante la centralità del parlamento) e il corretto esercizio dei poteri, nelle forme previste dalla Carta Costituzionale.

Memorabile il messaggio di qualche mese fa del Presidente Mattarella: “L’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento”.

Non manca però chi riconduce il fenomeno all’effetto di certa compiacenza di “cattivi maestri”. Nel suo editoriale dell’altro ieri su Il Domani d’Italia Giorgio Merlo così scrive: “…Ora, e di fronte ad una cornice che ricorda, con gli inevitabili aggiornamenti e rivisitazioni, quel triste passato, si tratta di capire come le forze politiche che hanno maggiori frequentazioni e simpatie con quei “mondi” intendono reagire dopo queste manifestazioni cosiddette pacifiche e democratiche. L’epilogo finale, purtroppo, già lo conosciamo..”. E poi aggiunge: “…Ecco perché, e su questo versante sarebbe importante, nonché indispensabile e necessario, una comune consapevolezza della sinistra e della destra che la permanente criminalizzazione politica, culturale, sociale e morale dell’avversario/nemico si deve arrestare prima che la violenza di piazza diventi un normale codice di comportamento per movimenti, gruppi e organizzazioni varie. Ieri c’erano gli ormai noti “compagni che sbagliano”. Oggi non vorremo che ci fossero i giovani, i quali chiedono ad alta voce un cambiamento radicale della nostra società che contempla anche l’abbattimento di un “regime”, peraltro inesistente e del tutto virtuale, a farsi interpreti di una nuova ed inedita violenza di piazza. Ma quando questo “regime” viene insistentemente e quotidianamente richiamato dai sempre verdi “cattivi maestri”, la violenza è sempre dietro l’angolo. Perché questa, purtroppo, non si aggiorna ma si fa semplicemente prassi ed azione. E questo, veramente, ieri come oggi non cambia”.

Un giusto monito che si nutre opportunamente dell’indefettibile presupposto che ogni ricorso alla violenza è sempre una sconfitta per chi propugna idee di miglioramento o ancor più di cambiamento.

 

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Senza confronto non c’è salvezza: il limite delle idee di Del Noce.

[…] Insomma a me pare che Del Noce, volendo combattere il laicismo azionista, “protestante” e radicale (e più in là l’empirismo che a suo dire antepone gli interessi ai valori) si crei spesso un avversario di comodo. Solo un esempio: avrebbe potuto confrontarsi utilmente con Nicola Chiaromonte, uno dei maggiori intellettuali della seconda metà del *900 (proviene in parte anche lui da Tilgher), fondatore di “Tempo presente” , con Silone negli anni ’50, eretico e libertario, formatosi su Platone, screditato dalle due “chiese simmetriche”, comunista e cattolica. Un intellettuale che non coincide affatto con il paradigma delnociano dell’intellettuale laico e libertino, fanatico della scienza e della tecnica, devoto unicamente ai piaceri individuali (ma potremmo fare molti altri nomi, nel ‘900, da Camus ad Orwell).

Del Noce insiste sulla identificazione di modernità e gnosi, ovvero la pretesa di autoredenzione dell’uomo con le sue uniche forze, senza bisogno di Dio (l’antica eresia di Pelagio). Ma se l’uomo non tenta di “liberarsi” da solo – attraverso la ragione, la conoscenza, la cooperazione – chi potrà farlo al suo posto? E poi non è detto che la gnosi porti al superomismo, all’immagine luciferina dell’umanità che manipola le cose e intende rigenerarsi, all’hybris di dominio che sta devastando il pianeta.

Proprio Chiaromonte era rigorosamente laico e azionista (per Del Noce quasi il male assoluto, culturalmente), e non credeva nel “soprasensibile” o nel “sopraumano”, ma aveva il senso del sacro e una cognizione del limite che gli veniva dalla antica Grecia. Considerava la realtà mutevole e non modificabile, e la stessa Storia umana espressione di qualcosa di imperscrutabile, affermava il primato dell’etica sulla politica e della coscienza individuale sui doveri sociali, era devoto alla verità (contro ogni calcolo), criticava le utopie politiche (inclini al totalitarismo), ma coltivava l’unica utopia (impolitica) di tutto ciò che è gratuito e non funzionale, riteneva che occorre riconoscere “le cose come sono”(che si mostrano alla pura intuizione intellettuale) e infine era convinto che l’accadere storico fosse casuale e che ciò che non è accaduto ma sarebbe potuto accadere ha lo stesso valore del fatto compiuto (il concetto di ucronia, che Del Noce trae da Renouvier).

Ecco, un dialogo tra Del Noce e Chiaromonte – due outsider inclassificabili, “disorganici” a tutto – avrebbe certamente immesso nella nostra cultura bigotta e conformista, avvelenata dalla Guerra Fredda, una linfa vitale, arricchendo

quella battaglia delle idee cui accennavo all’inizio e che costituisce il cuore della modernità.

 

Titolo originale: Nessuna salvezza senza cattolicesimo. Il grande limite delle idee di Del Noce.

Il libro – Luciano Lanni, Attraversare la modernità. Il pensiero inattuale di Augusto Del Noce (Cantagalli, prefazione di G. Marramao, 2025).

Tutto da costruire il centro che cammina verso sinistra

Si cerca in tutti i modi di dematerializzare l’eredità della politica degasperiana, sminuendone il significato ideale e le implicazioni pratiche. Alle volte lo si fa per semplice inavvertenza. È stato Agostino Giovagnoli, ad esempio, a riproporre l’esegesi minimalista della celebre frase, quella dell’intervista di De Gasperi a “Il Messaggero” del 17 aprile 1948, alla vigilia cioè delle elezioni più importanti della storia repubblicana, per la quale la Dc era definita “partito di centro che cammina [non guarda, ndr] verso sinistra”. Secondo l’autorevole storico, tra i relatori al Teatro Quirino (il 20 giugno scorso) per le celebrazioni degli 80 anni dalla nascita della Dc, De Gasperi voleva indicare, con quel suo riferimento alla sinistra, una generica tensione alla giustizia e all’equità sociale, non un preciso ed organico orientamento politico. 

La tesi non regge alla luce della concreta esperienza politica degasperiana. Infatti, cosa fu il centrismo? Un’opzione strategica, con precisa discriminante democratica. Dopo il 18 aprile la Dc poteva farsi perno di un blocco conservatore, senza distinzioni a destra. Invece, poiché “camminare verso sinistra” aveva un significato eminentemente politico, non solo sociale, la scelta di De Gasperi fu quella di stabilizzare l’alleanza riformatrice, coinvolgendo appieno socialdemocratici e repubblicani, ovvero i partiti di sinistra democratica collocati saldamente nel campo occidentale. Insomma, De Gasperi scelse l’alleanza più avanzata possibile sul piano delle riforme – perché le riforme De Gasperi le fece sul serio – come espressione dinamica ed avanzata del cosiddetto “anticomunismo democratico”. A riprova di ciò, si tenga in considerazione che nel periodo del centrismo non mancarono dissensi e momenti di crisi con i liberali, a dir poco prudenti proprio sulle riforme (in specie sulla riforma agraria).

Malgrado questo, Aldo Cazzullo ha scritto che De Gasperi era un “uomo di centro-destra” (“Corriere della Sera”, 3 agosto). E subito dopo anche Ortensio Zecchino (“Il Foglio”, 10 agosto), promotore dell’incontro del Quirino, ha dato a vedere di muoversi lungo questa stessa lunghezza d’onda (con qualche malcerta citazione). Che dire? È un De Gasperi irreale, forzatamente consacrato come principe del moderatismo, anche a dispetto della rivendicazione del carattere “innovatore e riformatore” che proprio lo statista trentino volle attribuire, nel discorso del 28 giugno 1953, al ciclo di governo da lui diretto.

Certo, De Gasperi non è l’icona a disposizione di chi immagina un “centro mucillagine”, funzionale alla conquista di quel minimo che serve per vincere le elezioni. Una miseria, questa, lo dobbiamo ammettere! Pensare a una sorta di protesi della sinistra, quasi un’escrescenza funzionale al posizionamento in campagna elettorale, è la negazione di un vero progetto politico. L’orizzonte è un altro, deve essere un altro. Serve infatti un “centro innovatore”, così come lo concepì De Gasperi, ovvero un’aggregazione capace di fare la differenza, unendo tutti i democratici – riformisti ed europeisti, nondimeno laici ma rispettosi delle fedi – e fissando un chiaro confine anche a sinistra, per arginare il populismo in tutte le sue varianti e diramazioni. Un centro tutto da costruire e per adesso introvabile.

Ma i cattivi maestri non tramontano mai?

Quando parliamo di ‘cattivi maestri’ non si vuole solo ripercorrere una pagina del passato o di pura rievocazione nostalgica. E questo perché i cosiddetti ‘cattivi maestri’ – termine che nel nostro paese è coinciso con l’irruzione della triste e drammatica stagione terroristica – hanno sempre accompagnato il cammino dal democrazia italiana. Uomini e donne che, in virtù di una rivendicazione – del tutto presunta nonché opinabile – di superiorità intellettuale, e a volte anche morale, hanno contribuito a formare pezzi di generazioni plasmati sulla loro concezione della vita e della politica. Una categoria, comunque, pericolosa ed inquietante perché, di norma, non partecipa direttamente agli avvenimenti politici o pubblici ma si limita a dare consigli, a suggerire soluzioni e a convincere altri a scendere in campo. Che, ovviamente, si rifanno ai loro insegnamenti, suggerimenti, congetture e consigli.

Ora, è tremendamente difficile individuarli e classificarli perché, puntualmente, si nascondono dietro alle loro riflessioni e ai loro contorcimenti intellettuali ma che poi hanno delle precise e puntuali ricadute sui comportamenti concreti di chi affronta la questione di petto e senza filtri. Facciamo un esempio concreto, a proposito della difficile e drammatica questione israelo/palestinese. Di fronte alla violenza conclamata e manifesta dei vari cortei organizzati in tutta Italia in questi ultimi mesi, i ‘cattivi maestri’ non condannano mai la violenza direttamente, ma si limitano a sostenere che quella violenza è anche e soprattutto il frutto del comportamento delle forze dell’ordine o del Governo di turno. Nello specifico dello Stato repressore. Inoltre i ‘cattivi maestri’ spostano sempre l’obiettivo più avanti. La questione del Medio Oriente, ad esempio, diventa lo strumento per mettere in discussone la stessa politica estera delle nostro paese e quindi lo stesso modello di democrazia che si è determinata in Italia. 

In ultima analisi, ma non per ordine di importanza, i ‘cattivi maestri’ di norma attaccano frontalmente le persone. Individuano cioè l’obiettivo da colpire – sotto il profilo politico, come ovvio – spiegandone le cosiddette ragioni. Sempre stando attenti a non scadere nella diffamazione o nella calunnia che sono, seppur ormai debolmente, penalmente perseguibili. Creando, però, di fatto, il terreno affinché qualcun altro esegua concretamente il gentile invito partito dalle loro cattedre politiche, culturali, sociologiche e giornalistiche. E, se vogliamo ancora aggiungere una postilla, i ‘cattivi maestri’ si ritengono moralmente e strutturalmente superiori rispetto al resto dell’umanità. Da qui arriva la ragione per cui le loro riflessioni sono quasi sentenze inappellabili ed indiscutibili. E, ancor più, che superano la stessa dialettica politica quotidiana ritenuta, di norma, insufficiente e scadente.

Ecco perché, ieri come oggi, i ‘cattivi maestri’ rappresentano un pericolo per la qualità della nostra democrazia e per la solidità delle nostre istruzioni democratiche. E il compito della politica e dei partiti – o ciò che resta dei partiti -, se ne hanno ancora il coraggio, non è altro che saper dimostrare concretamente che i ‘cattivi maestri’ rappresentano un elemento strutturalmente diseducativo ed inquietante per la costruzione di quello che un tempo si chiamava “bene comune”. Se non si ha il coraggio di farlo si corre il serio rischio che vincano proprio i ‘cattivi maestri’ e, con i ‘cattivi maestri’, tutto ciò che ha contribuito negli anni a sfaldare e a inquinare il nostro assetto democratico e costituzionale.

Italia, da nord a sud uno stesso male affligge lo stivale.

Ci risiamo. A Grado, un lavoratore egiziano cade da una impalcatura e viene abbandonato ad una stazione di rifornimento di benzina. Lì, un buon samaritano, richiamato dalla sua attenzione, ha provveduto a chiamare aiuto e adesso speriamo se la cavi. È un’altra pagina nera di umanità come in nero è probabilmente l’ingaggio che lo aveva assoldato.

Sembra che benzina venga in origine da una bevanda vegetale chiamata romanticamente “incenso di Giava” che portò poi, evolvendo, al benzene e così via fino ai giorni nostri. È già tanto che al pover’uomo non gli abbiano dato fuoco per far scomparire la sua presenza.

C’è anche qualcosa di demenziale in ciò che si è fatto. Non saranno infiniti i cantieri in quel paese e non sarà impossibile per le forze dell’ordine risalire ai responsabili della faccenda. 

Grado non arriva a 10.000 abitanti ed è anche chiamata l’isola del Sole, che questa volta ha offuscato la coscienza di qualcuno. Si chiama così perché in passato era uno scalo mercantile con tanto di gradoni romani che consentivano lo sbarco di uomini e merci. 

Pare che Grado sia stata anche il primo centro di sabbiature europea. La cosa evidentemente ha condizionato qualche suo abitante che ha ritenuto di poter tutto insabbiare senza assumersi le responsabilità del caso, a tutto dispetto delle parole del Nievo a riguardo dei suoi turisti che torneranno a casa “edificati della piacevolezza del soggiorno, della commodità dei bagni, e della cortesia degli abitatori”.

Da quelle parti sono stati purtroppo in grado di rappresentare il male, ma di buon grado c’è anche chi si impegnerà per accertare le responsabilità degli autori che meriterebbero un terzo grado con i fiocchi perché confessino il malfatto.

Un po’ più giù, a Bari, dove c’è chi bara, confondendo la vita con la morte, un senzatetto indiano è stato ucciso per capriccio. Tre giovani balordi volevano sperimentare su un bersaglio umano il funzionamento di una pistola a salve poi modificata in modo che sparasse davvero. 

“Salve” è il saluto che non gli è bastato e l’hanno tradotto in una lingua di fuoco che lascia segni indelebili di presentazione nel prossimo. A questi delinquenti manca evidentemente il baricentro dell’esistenza, la nozione stessa di vita. 

Sguazzano nella palude di giorni consumati tra violenza e ignoranza. Si tratta di vite sprecate, prive di ogni consapevolezza, ignare dell’occasione che la vita offrirebbe anche a loro per riempirla, magari fosse, pur di minimi contenuti. Alle loro spalle, nessuno che per amore abbia mai indicato come approfittare di un dono che non può essere ripetuto.

Il Natale è alle porte. Speriamo che a Grado siano in grado di riscattarsi sostenendo materialmente come comunità chi ora lotta per la guarigione. Può darsi che anche a Bari accada un miracolo e ci si converta in futuro a miglior vita e si smetta di fare tragicamente i gradassi. Il bel paese per adesso è sfigurato, sarà dura mandar via le cicatrici.

Gotor guarda alla Roma del Giubileo e auspica un nuovo umanesimo.

A sorpresa, dopo aver lasciato appena un mese fa l’incarico di assessore capitolino alla cultura, Miguel Gotor torna a far sentire la sua voce sui problemi di governo della città. Lo fa sulle pagine di ‘Repubblica’ (“Il Giubileo e la mia Roma”, 15 novembre), di cui è stato collaboratore prima dell’ingresso nella politica attiva, andando a toccare con una nota ricca di stimoli le corde di una distratta sensibilità collettiva. Neppure ci rendiamo conto, infatti, che dietro gli eventi si stagliano o spesso si nascondono le persone: toccante, a riguardo, il richiamo all’eroismo dei tre operatori della Protezione civile e di un vigile del fuoco travolti nell’incendio scoppiato il 24 agosto a Torre Spaccata.

Andiamo per ordine. Perché Gotor ha preso carta e penna? Lo spunto gli è arrivato dal discorso che il sindaco Gualtieri ha tenuto giovedì scorso, in occasione del “Terzo Rapporto alla Città”, all’Auditorium della Musica. Sullo sfondo del lavoro svolto finora dalla Giunta e soprattutto degli impegni che essa deve ancora portare avanti, la riflessione dell’ex assessore gira rapidamente sulla diretta esperienza personale nel palcoscenico della vita pubblica romana. Gotor si riconosce in un percorso inverso a quello degli attori pirandelliani: da protagonista in politica a semplice osservatore in platea, sebbene ancora interessato e in qualche modo partecipe. 

E qui subentra l’apprezzamento per la visione del sindaco, il quale, giunto ormai a metà mandato, è di fronte alla sfida che riguarda la possibilità di irrobustire e qualificare la relazione tra cittadini e comunità, tenendo conto dell’avviato processo di trasformazione urbanistica, sociale e culturale. È stato aperto un imponente cantiere urbano, magari frammentario e poco leggibile, certamente gravido d’immancabili contraccolpi negativi sulla vita quotidiana. Tuttavia, ogni trasformazione richiede qualche sacrificio. Su questo insiste Gotor: pur riconoscendo i disagi attuali, egli ammira lo sforzo che tende a restituire ai romani una città più inclusiva e aperta, capace di generare “benessere” e un nuovo spirito di comunità, specialmente in connessione con il Giubileo della speranza. È perciò centrale il richiamo a un “nuovo umanesimo”, senza il quale ogni aspirazione al cambiamento rischia d’incrociare la pena della frustrazione, come l’apertura auspicata e ancora disattesa del Teatro Valle.

Un nuovo umanesimo, dunque; ma come si promuove la spinta giusta in questa direzione? Ecco, potremmo commentare in breve che serve un “ambiente”, anche fonte di dialettica tra culture diverse, destinato a far da incubatore alla crescita di un disegno tanto ambizioso. Gotor, evidentemente, ha voluto lanciare un sasso nello stagno. Si tratta di capire se questo può dar luogo a una riflessione più articolata, con soggetti responsabili e visibili, senza l’evanescenza di una retorica a rapido consumo. È una sfida da non trascurare e la Roma del Giubileo, prossima a dispiegarsi in vario modo, ne può accogliere le ragioni più immediate e suggestive. 

Sturzo e i problemi del suo tempo: la crisi è sempre spirituale.

[…] Sturzo, per parte sua, ricavava dall’intreccio fra natura e soprannaturale la reciproca influenza tra vissuto spirituale, opzioni etiche, strategie politiche e vita sociale. L’approdo di questa riflessione era che la secolarizzazione è, anche, una questione politica. Ed era questa constatazione che ispirava, di converso, l’apparentemente troppo devota conclusione secondo cui, quando si lascia orientare dall’umanesimo evangelico e si traduce in «servizio» alla comunità, in «cooperazione al bene», in «atto di giustizia», in «dovere di solidarietà» e quindi in «amore del prossimo», «la politica è un atto di carità», definizione quest’ultima che Sturzo mutuava da Pio XI.

In questa prospettiva molti potrebbero essere i «problemi spirituali» segnalati da Sturzo. Qui mi limito a ricordarne tre. Il primo è la necessità di (ri) educare il popolo alla democrazia. Soprattutto a disincantarsi dalla menzogna orpellata di verità, artificio demagogico tramite cui si dà «alla menzogna e all’inganno il lasciapassare dell’opinione pubblica»: «l’uso delle mezze verità, l’alterazione dei fatti, la confusione dei dati, l’abuso delle statistiche, la ripetizione artificiosa per far credere un fatto nuovo, mentre è lo stesso ripetuto sotto diversi aspetti; la propaganda amplificatrice, la denigrazione dell’avversario, tutti mezzi deplorevoli e usati comunemente senza alcuna attenuazione e differenza di gruppi e partiti». Per educare efficacemente occorre,  pertanto, recuperare l’autorevolezza di chi dice e fa la verita. Autorialità, potremmo anche dire: cioè capacità di vivere personalmente ciò che si sta esigendo dagli altri, per rintuzzare a giusto titolo la contestazione dell’autorità senza ricorrere all’autoritarismo.

Dalla secolarizzazione consegue pure lo statalismo: per Sturzo è il peggiore dei mali del secondo dopoguerra ita-liano, dato che prolunga e persino incancrenisce i risvolti liberticidi dei totalitarismi primo-novecenteschi. Anch’esso è lesivo della sfera spirituale e personale, non solo collettiva e politica. Lo statalismo, difatti, deflagra allorché lo Stato si costituisce come «un fuori di noi», perciò – giocoforza – come «diverso da noi, o altro da noi», usurpando il ruolo di Dio e prevaricando la libertà degli esseri umani, nella cui «personalità spirituale» non è più ravvisato «il segno divino». Così lo Stato, con la sua pretesa etica e normativa, si erge a «unica fonte di diritto» e non riconosce alcun «diritto naturale» che gli sia «precedente e superiore», presunzione «panteistica» che «lo assimila a quel Dio che lo Stato moderno non sa riconoscere come fuori di sé e sopra di sé».

Il terzo «problema spirituale» da rievocare infine – per la sua permanente attualità — è quello della pace. Sturzo, ne aveva tante volte discusso: il bombardamento di Guernica, nell’aprile 1937, gli aveva fatto presagire un nuovo conflitto in Europa, ma già nel 1928 – riflettendo sui disastri causati dalla Grande Guerra – aveva pubblicato il saggio La comunità internazionale e il diritto di guerra sull’abolizione delle guerre. Una generosa speranza, destinata a risultare utopica per via della minaccia atomica, cui ho già accennato.

Mi limito pertanto – per concludere – a citare quel che Sturzo scrisse nel 1943, usando parole ancora urgenti non solo negli anni immediatamente successivi a Hiroshima e Nagasaki, ma anche ai nostri giorni: «Alcuni immaginano che la pace futura possa essere, come la passata, imposta dal vincitore, senza preoccuparsi se sia o no accettata dal vinto. Errore colossale, che è stato alla radice di questa guerra e che, se si ripete, potrà essere alla radice di una terza guerra mondiale. La pace è essenzialmente fatto morale e solo subordinatamente fatto politico; la pace è anzitutto un atto di riconciliazione».

 

[Il testo integrale è stato pubblicato dall’Osservatore Romano nell’edizione del 23 ottobre 2024]

 

Il video dell’intervento di don Massimo Naro

https://youtu.be/H2DqOc1jE_c?si=s9R75tUNNZDHSOaU

X, Musk e il fascino della fuga digitale: è possibile rinunciare al web?

L’inventore Nikola Tesla non avrebbe mai immaginato che avrebbe, di riflesso, partorito il genio di Elon Musk con tutte le conseguenze del caso. Par che nella sua vita depositò 280 brevetti ma si è imprevedibilmente superato, eccitando la fantasia e le azioni dell’uomo oggi più ricco del mondo.

Eppure c’è chi non apprezza tutto questo e non vuole avere niente a che fare con il personaggio. Cominciano le pubbliche dichiarazioni di abbandono dal social network “X”: una volta si chiamava più innocentemente, un inoffensivo cinguettio che si è trasformato in una incognita, in una lettera che apre ad una cosa ignota con il fascino misterioso che ne consegue.

La X è anche una croce, una dannazione o un crocevia di strade che si intersecano portando all’uno notizie dell’altro e viceversa. “Ed io non ci sto più” cantava anni fa De Gregori. 

Gente di minor o maggior fama annuncia di abbandonare la X come fosse un fatto eroico da far sapere per non essere accusati di complicità con il suo padrone. Forse non tutti sanno che web sta per ragnatela estesa in tutto il mondo, qualcosa che ti avviluppa e dalla quale è difficile venir fuori.

Giorni fa una ragazza è morta a seguito di un intervento di rinoplastica. La magistratura sta indagando per eventuali responsabilità del chirurgo. Ciò che sembra emergere è la scelta del medico attraverso internet con annessi e connessi. Sembra che una Direttiva europea riconduca la professione di Ippocrate a quella di impresa, per cui sarebbe legittimo promuovere la propria attività nelle forme che si ritengono più convenienti. 

Flaiano diceva come “leggere è niente, difficile dimenticare cosa si è letto”; la promozione del web per quanto scadente non manca di attecchire da qualche parte.

Negli studi di Diritto ci sono casi in cui una fattispecie si può definire solo in termini residuali negativi. È insomma ciò che non è l’altro. 

Ci si potrebbe armare di coraggio e chiamarsi tutti fuori dal web. Si ha valore se non si è da quelle parti. “Via dalla pazza folla” diventerebbe così un elemento distintivo di qualità mentre stare nella rete dell’insetto dequalificherebbe chi invece vi ci dondola.

Ci vorrebbe un genio come Musk per lanciare una crociata del genere, l’unico in grado di andare contro se stesso. In via derivata, potrebbe impedire ogni forma di pubblicità. Sarebbe un gran bel segnale. Par che adesso lo abbiano ribattezzato “D.O.G.E”, imminente la sua nomina a Capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa dell’Amministrazione Trump.

Il Doge è uno che comanda. Forse ricalcherà le orme di Paoluccio Anafesto, il primo glorioso doge del Ducato di Venezia. Che Musk sarà nefasto o meno lo diranno solo i fatti.

In attesa che Musk dia un impossibile segnale in tal senso, ciò che intanto si potrebbe fare e abbandonare il campo perché a volte il gioco non vale la candela o perché chiamarsi fuori dal gioco può darti una patina di maggiore rispettabilità. “Non digito, ergo sum” potrebbe essere lo stile distintivo a cui ispirarsi.

Si resta in attesa di capitani coraggiosi.

La P38 e i nuovi cattivi maestri: un passato che ritorna?

Verrebbe quasi da dire, tutto secondo copione. Eppure sono trascorsi quasi 50 anni. Ma il copione, purtroppo, resta sempre lo stesso. Certo, cambiano leggermente i nemici da abbattere ma non di molto. Perché anche su questo versante i nemici sono sempre facilmente individuabili. E il ferimento di quasi 20 poliziotti a Torino ad una manifestazione, ovviamente violenta, contro Israele, contro il Governo, contro la Meloni e che ha coinvolto anche altri esponenti politici dell’attuale opposizione, e contro la presunta repressione che esisterebbe in Italia non fa altro che ricordarci il passato. Un triste ed indimenticabile passato. E, stando alle precise e dettagliate ricostruzioni giornalistiche della manifestazione di Torino, come di altre manifestazioni disseminate in tutto il paese, è comparso anche un richiamo alla ormai celebre e famosa P38. 

Fa comunque un certo effetto rivedere quel gesto, che era e resta uno dei simboli storici ed emblematici del ‘77 e, purtroppo, degli anni di piombo ad un corteo del 2024. E proprio tra i fumogeni e lo sventolio delle bandiere palestinesi, alcuni manifestanti a Torino hanno alzato le tre dita in cielo a simboleggiare, appunto, la P38. E, per chi conosce anche solo distrattamente la storia democratica del nostro paese, non riesce a non pensare proprio al capoluogo piemontese di quegli anni e al fatto che era il “saluto” per eccellenza dei militanti dell’Autonomia operaia prima che partissero alla carica. E la ventina di agenti che hanno dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso investiti dopo lo scoppio di un ordigno rudimentale da una nube di gas urticante non è che la conferma di un clima che sta progressivamente degenerando.

Ed è proprio su questo versante che iniziano le consuete e plateali contraddizioni politiche. Ieri come oggi lo stesso copione e lo stesso film. Perchè anche nella stagione pre terroristica le iniziative indirizzate contro il partito di governo dell’epoca, nello specifico la Dc, contro le solite forze dell’ordine e contro tutto ciò che richiamasse il “sistema” – termine quantomai vago, generico e difficilmente individuabile – c’erano reazioni sempre molto articolate e da interpretare. 

Ma, per tornare all’oggi, non possiamo non richiamare l’attenzione sul fatto che dal campo variegato e composito della sinistra italiana è subito emersa la condanna della violenza ma sempre con molti distinguo. Ovvero, detta con parole più semplici e comprensibili, c’è il no alla violenza ma accompagnato dal fatto che non si devono criminalizzare e né, tantomeno, criticare questi ragazzi che comunque manifestano per una causa giusta ed indiscutibile. E, ieri come oggi quindi, comprensione per le ragioni della protesta che non possono essere represse. E, a questo punto, si fa strada la convinzione che c’è anche da parte delle forze dell’ordine una precisa responsabilità politica nella concreta gestione dell’ordine pubblico. E, di conseguenza, esisterebbe – secondo questa strana e singolare vulgata di ieri come oggi – una responsabilità politica del Governo, di chi lo presiede e, nello specifico, del Ministro dell’Interno.

Ora, e di fronte ad una cornice che ricorda, con gli inevitabili aggiornamenti e rivisitazioni, quel triste passato, si tratta di capire come le forze politiche che hanno maggiori frequentazioni e simpatie con quei “mondi” intendono reagire dopo queste manifestazioni cosiddette pacifiche e democratiche. L’epilogo finale, purtroppo, già lo conosciamo.

Ecco perché, e su questo versante sarebbe importante, nonchè indispensabile e necessario, una comune consapevolezza della sinistra e della destra che la permanente criminalizzazione politica, culturale, sociale e morale dell’avversario/nemico si deve arrestare prima che la violenza di piazza diventi un normale codice di comportamento per movimenti, gruppi e organizzazioni varie. Ieri c’erano gli ormai noti “compagni che sbagliano”. Oggi non vorremo che ci fossero i giovani che chiedono ad alta voce un cambiamento radicale della nostra società che contempla anche l’abbattimento di un “regime”, peraltro inesistente e del tutto virtuale, a farsi interpreti di una nuova ed inedita violenza di piazza. Ma quando questo “regime” viene insistentemente e quotidianamente richiamato dai sempre verdi “cattivi maestri”, la violenza è sempre dietro l’angolo. Perché questa, purtroppo, non si aggiorna ma si fa semplicemente prassi ed azione. E questo, veramente, ieri come oggi non cambia.

Un raggio di speranza nella lotta all’Alzheimer: approvata una nuova terapia rivoluzionaria.

Una notizia che porta con sé una ventata di speranza per milioni di famiglie: l’Intergruppo parlamentare Alzheimer e Neuroscienze saluta con entusiasmo l’approvazione di una nuova terapia innovativa da parte del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA). Questa decisione rappresenta una svolta epocale nella battaglia contro la malattia di Alzheimer, aprendo la strada a un futuro più promettente per i pazienti e i loro cari.

“La decisione del CHMP rappresenta una luce in fondo al tunnel per oltre 600.000 persone affette da Alzheimer in Italia”, dichiara l’onorevole Annarita Patriarca, presidente dell’Intergruppo. “Per la prima volta, una terapia che rallenta il declino cognitivo diventa una realtà accessibile in Europa. Adesso è cruciale che il nostro Paese si muova con rapidità per recepire queste innovazioni e garantirle ai pazienti. In questa direzione, ho presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della salute per sapere se e quali iniziative intenda intraprendere per assicurare l’accesso tempestivo a queste terapie, riducendo il divario con altri Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Giappone, dove il farmaco è già disponibile”.

L’interrogazione, depositata recentemente, chiede un impegno chiaro e deciso da parte del Governo, affinché anche i pazienti italiani possano beneficiare delle cure più avanzate. “Ho chiesto esplicitamente al Ministro della Salute se e quali iniziative di competenza intenda intraprendere per garantire ai pazienti italiani affetti da Alzheimer le cure e le terapie più avanzate e innovative,” aggiunge la presidente Patriarca.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia sono circa 1.200.000 le persone colpite da demenza, di cui il 50-60% da Alzheimer. La terapia approvata dall’EMA, già disponibile in Paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Israele ed Emirati Arabi Uniti, rappresenta un’innovazione straordinaria: è in grado di rallentare il decorso della malattia, offrendo una qualità di vita migliore ai pazienti nelle fasi iniziali.

Questa notizia non è solo una conquista scientifica, ma un messaggio di speranza per tutte le famiglie che convivono quotidianamente con le sfide dell’Alzheimer, un passo concreto verso un futuro più rassicurante.

La Voce del Popolo | Se i partiti diventano sette radicali.

Negli Usa, ci avverte Lucio Caracciolo, il 94 per cento dei matrimoni avviene tra persone dello stesso credo politico. Mariti repubblicani con mogli repubblicane, mogli democratiche con mariti democratici. Solo nel 6 per cento dei casi avviene che l’amore sbocci tra uomini e donne di opposte fedi politiche ed elettorali. Montecchi e Capuleti senza nessuno Shakespeare a raccontarli. 

È un dato politico, non di costume. Ci avvisa di dove ci sta portando la radicalizzazione in corso. È evidente che intorno a Trump e ai democratici sono andate prendendo forma due comunità chiuse, serrate, sottratte ormai a ogni intesa con l’altra metà del mondo. Due sette, viene quasi da dire. Non più due partiti dentro una stessa comunità. La politica di casa nostra non è (ancora ?) arrivata fin lì. Ma vi si sta avvicinando a passo di carica. 

La polemica di questi giorni sulle “zecche” e sulle “camicie nere” a proposito delle opposte manifestazioni in quel di Bologna dice molto al riguardo. Tanto più quando l’argomento più estremo viene fatto proprio dai leader politici più alti in carica. Si comincia così, per l’appunto. Con parole in libertà da cui discendono comportamenti sempre più incendiari. 

Viene alle mente il vecchio ministro Taviani, che ai suoi tempi scrutava pensieroso la frontiera tra Russia e Cina lungo il fiume Ussuri e decretava che, da quelle parti, si stesse rischiando la guerra appunto perché le due popolazioni non mettevano mai al mondo figli insieme. Sarebbe ora che se ne preoccupassero anche Meloni e Schlein. Che almeno usano parole meno incendiarie di quelle che si ascoltano anche dalle loro parti.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 novembre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Con Trump al fianco, Israele che farà?

L’impressione diffusa è che il ritorno al potere di Donald Trump favorirà i piani di Benjamin Netanyahu di liquidazione definitiva della questione palestinese. Ovvero la fine della narrazione, ormai retorica e priva di qualsiasi realistica possibilità di avverarsi (quantomeno nel futuro prossimo), improntata allo schema “2 popoli, 2 stati” da ottenersi anche attraverso la decapitazione della guida politico-militare di Hamas e dei suoi alleati esterni (a cominciare da Hezbollah), la distruzione quasi radicale di Gaza e la sua parziale occupazione militare, il rafforzamento anche numerico degli insediamenti colonici in Cisgiordania.

Un’azione da intensificare nelle prossime settimane, prima del periodo natalizio e senz’altro prima dell’insediamento alla Casa Bianca del vecchio-nuovo Presidente, che si dichiara “pacifista” e dunque richiederà all’alleato israeliano di concludere le operazioni più eclatanti, per poter così affermare di aver fatto immediatamente finire la guerra a Gaza. Per poi sostenere Gerusalemme nella sua politica, ormai esplicita, finalizzata a liquidare, come detto, la “questione palestinese”. Anche mediante l’allargamento degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita, un risultato cui è prevedibile l’amministrazione americana si dedicherà con massimo impegno fin dalle prime settimane del proprio mandato.

La designazione alla Segreteria di Stato di Marco Rubio va in questa direzione.  Premesso che nel Trump 2 non ci sarà spazio per opinioni diverse dalle sue (Elon Musk è un caso a parte, tutto da scoprire), il noto politico della Florida è un acceso sostenitore di Israele e ritiene Hamas responsabile al “cento per cento” di quanto è accaduto nell’ultimo anno e dunque otterrà dal governo Netanyahu quella interlocuzione attenta e positiva che Anthony Blinken non ha mai ricevuto nelle sue numerose missioni effettuate nel corso dell’ultimo anno.

Anche il nuovo ambasciatore a Gerusalemme è sulla medesima linea. Mike Huckabee, già governatore repubblicano dell’Arkansas, cristiano evangelico, è un convinto assertore della giustezza degli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania. Dagli insediamenti all’annessione il passo è breve. Ed infatti i radicali che stanno dettando l’agenda governativa, Ben Gvir e Bezalel Smotrich, hanno già dichiarato che il 2025 sarà l’anno della “sovranità in Giudea e Samaria”, chiamando provocatoriamente la Cisgiordania col nome biblico utilizzato dagli ebrei.

Ma se questo accadesse Israele perderebbe la possibilità di trovare un’intesa con l’Autorità Nazionale Palestinese, che potrebbe sostituire Hamas e Gaza. Un’ulteriore conferma della volontà dell’attuale governo di chiudere la partita palestinese una volta per tutte. Convinto che, al fondo, il futuro di quel popolo non interessi ad alcuno dei paesi arabi vicini e meno vicini.

Europa senza un eureka: riscatto e visione cercansi disperatamente.

La nomina di Raffaele Fitto ad una poltrona di prestigio in Europa non è più un mistero fitto per la qual ragione non se ne viene a capo. I fatti sono evidenti, sempre li stessi, tipici delle dinamiche di certe vicende. Ci si divide in patria e si va in ordine sparso fuori dai confini nazionali per piccole convenienze di parte. 

Ora si usa dire che alla politica del nostro paese manca una “visione”, meglio sarebbe dire che manca tragicamente un canale sui cui sintonizzare l’interesse nazionale. Al meglio, come nei cinema di una volta con le sedie di legno, siamo in presenza di una terza visione, quella delle pellicole ormai vecchie d’uscita. 

I politici non si parlano fitto fitto per trovare una intesa ma si mandano messaggi di guerra da lontano. Sono fissamente ostinati sulle loro posizioni. La comodità e la povertà di futuro la fanno da padrone. Per loro sarà la fine già anticipata da Sommo Poeta per gli iracondi, quelli che schiumano rabbia per mestiere, che sono sempre pronti a mordere per metodo a capofitto il prossimo “Fitti nel limo, tristi fummo…”.

C’è una fitta nebbia sulla faccenda che non lascia intravedere per adesso nulla di buono, tutti conficcati a terra nelle loro piccole convinzioni. Sembra di essere all’epoca delle palafitte. “Politica fittansi”, potrebbe essere il cartello giusto per questa occasione.

Per non farsi mancare nulla, ci si è scontrati anche sul regolamento della deforestazione. Un motivo in più per restare impantanati nei meandri della boscaglia politica o diserbare quel poco di buono che semmai è rimasto.

La maggioranza Ursula par che stia andando rapidamente in frantumi. “acciò che ciascun pruovi il peso della sollecitudine insieme col piacere della maggioranza” direbbe Boccaccio. Ursula è la femmina dell’orso, un’ orsacchiotta che corre il rischio di estinguersi per quelli che ne temono il contatto ravvicinato o forse perché è una madre con troppi figli al seguito da sfamare e da mettere d’accordo.

Forse Ursula corre il rischio di fare la stessa fine di Uzala, l’innocente cacciatore del film di Kurosawa che tornato nella sua foresta viene fatto fuori in un agguato per mano ignota.

All’Europa occorrerebbe un’idea di riscatto, un’eureka che ne risparmi l’ennesima figuraccia. Siamo nel campo sorprendente dove battesimo e resurrezione si accavallano, vanno sotto braccio camminando con le stesse scarpe nello stesso tempo.

Si resta tutti in attesa di una scossa, di un’improvvisata che sovverta in pianto di vita un rantolo di morte. Siamo tutti in attesa di una fitta al cuore.

Il pasticcio albanese

Quello che sta accadendo tra le coste italiane e le coste albanesi è una vicenda su cui si potrebbe anche ridere o fare della facile e scontata ironia, se non si trattasse di qualcosa che coinvolge delle persone in carne ed ossa, ognuno con la propria vita e la propria storia di dolore e di sofferenza alle spalle.

Sostanzialmente si stanno traghettando da una costa all’altra delle persone (più o meno una decina alla volta) con dei costosi viaggi (circa 280.000 euro a viaggio) solo per giustificare una scelta propagandistica, sbagliata fin dal primo momento e che ha un costo totale che si aggira intorno al miliardo di euro. Ad oggi quegli assurdi viaggi con i quali si trasferiscono in Albania delle persone (ben sapendo che dovranno tornare in Italia dopo pochissimi giorni) servono quasi esclusivamente a creare un alibi a chi sarà chiamato a giustificare un tale sperpero di denaro pubblico; uno sperpero che grida vendetta, pensando ai tagli di spesa già previsti dalla prossima legge di bilancio per tutti i servizi pubblici essenziali. 

Il pasticcio combinato in Albania è ulteriormente aggravato dallo scontro tra la magistratura che applica la normativa italiana ed europea ed un governo che non sa leggere (o non vuole leggere!) quella stessa normativa e la relativa giurisprudenza. Come pure è un’aggravante l’incomprensibile interferenza di Elon Musk che, dall’alto del suo strapotere economico e galvanizzato dalla vittoria di Trump, fa delle “esternazioni” irricevibili sulle istituzioni italiane.

Spira sempre più forte un vento che sta disumanizzando la società, generando una preoccupante insensibilità rispetto al trattamento che viene riservato alle persone, ivi compresi minori e donne. Se su quelle navi dirette in Albania – anziché persone – fossero stati imbarcati dei cani, molto probabilmente avremmo assistito a scene di protesta e indignazione sulle banchine del porto (animalisti, ambientalisti, ecc.). E invece niente, perché – ahimè – sono solo persone!

Alberto Monaci, uomo di fede e di autentica passione politica.

La scomparsa di Alberto Monaci – un amico carissimo – segna una grave perdita per il cattolicesimo democratico. In particolare è motivo di cordoglio, giustamente, per la comunità senese e toscana. Alberto è stato un valido dirigente di partito e un vero servitore delle istituzioni, sempre devoto ai suoi principi e ai suoi ideali. Alla luce dei fatti, rifulge davanti a noi la fede che lo ha guidato nella sapiente apertura al bene della collettività.

Ha esercitato ruoli di assoluto rilievo, fino ad essere eletto alla Camera dei Deputati, anzitutto conservando nella specifica proiezione pubblica le stigmate della sua formazione di militante dc. Giova infatti chiarire bene che nella diaspora post-democristiana – dal Ppi alla Margherita, e poi al Pd – egli certamente ha brillato per fedeltà a un sentimento politico coltivato fin dalla giovanile età.

Profondamente legato alle sue radici senesi, incarnava la figura del “cristiano nel mondo” per il quale politica e fede si intrecciano come missione e mai come interesse personale. Per lui, la politica era ascolto e servizio: preferiva fare più che apparire, e mai si è piegato a compromessi per calcolo o peggio per opportunismo.

Per la sua coerenza ha pagato un prezzo salato, specie negli ultimi tempi quando gli è stata negata la possibilità di svolgere criticamente una funzione vivificatrice all’interno del Pd. D’altro canto, geloso della propria autonomia di pensiero, non poteva venire meno alle responsabilità di direzione, nel quadro di un impegno collegiale, rispetto al variegato mondo dei cattolici popolari e democratici della sua Toscana.

La politica perde con lui una figura che ha lasciato un segno, con discrezione e fermezza, e soprattutto con generosità. Ecco dunque che a nome di quanti gli hanno voluto bene, molti trovando in lui un fulgido punto di riferimento, vorrei rivolgergli un saluto con queste semplici parole, e non senza commozione: “Grazie, Alberto!”.

Il declino della democrazia: dall’era dei partiti all’era dei magnati.

Se ne è parlato a lungo, sotto ogni aspetto. Forse era il caso di soprassedere, dato che studiosi, editorialisti e politici di ogni schieramento hanno riflettuto seriamente sul tema, affrontando questioni di politica internazionale che, con le tragiche guerre in corso, risultano difficili da interpretare e commentare.

Mi riferisco alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, sulle quali Walter Veltroni ha offerto un assist significativo con il suo interessante e, al tempo stesso, preoccupato articolo pubblicato sul Corriere della Sera di mercoledì 13 novembre. Veltroni ha accostato due potenti magnati americani ultraricchi, consegnando nelle loro mani il destino geopolitico del mondo intero: il nuovo presidente Trump, noto per i trascorsi come attore e proprietario della multinazionale miliardaria “Trump Organization”, e il suo fidato amico, l’uomo più ricco del mondo, Musk, nominato capo del “Dipartimento per l’Efficienza Governativa”. Un Musk 53enne, con tre matrimoni e undici figli alle spalle, apparso di recente in Italia accanto alla Meloni come influencer e consigliato vivamente dal presidente Mattarella di “farsi i fatti suoi” in questioni che riguardano altri stati, che non conosce.

Questa coppia, aggregata al governo, segnerà la storia dei prossimi anni, in un’epoca che Veltroni ha definito “epoca Trusk”. Un binomio che rappresenta la nuova doppia presidenza americana, unita sotto il segno di un capitalismo iperliberista e calvinista, non solo digitale, e che si avvale abbondantemente della politica-spettacolo.

Una sorta di governo bi-presidenziale, guidato da leader “forti” solo per via della loro ricchezza, che cela più teatro di quanto si possa immaginare e davanti al quale l’era berlusconiana impallidisce. Conosciamo bene le sceneggiate di Trump con celebrità e star al seguito: il pugno chiuso, il cappello rosso, la visita al McDonald’s vestito da cuoco mentre frigge patatine, i comizi trasformati in spettacoli, con cantanti e attori invitati sul palco. E, dimenticando il Capitol Hill, migliaia di fan con t-shirt e cartelloni, il suo nome, cappelli rossi e la bandiera americana in bella vista. E infine, come gag comica conclusiva, il discorso finale di Trump sul palco, con Musk che balla alle sue spalle.

Sin dagli esordi della campagna elettorale, questi “due futuri presidenti” hanno sfruttato a pieno la politica-spettacolo per cercare il consenso, trasformando i palchi dei comizi in scenari di comicità. Il teatro, sin dall’Atene di Pericle, è sempre stato amico del populismo e, talvolta, anche della democrazia rappresentativa. È vero! Ma la recente campagna elettorale di “entrambi i presidenti” resterà impressa come uno spettacolo teatrale continuo, senza interruzioni, culminato con il discorso finale di Trump e la danza di Musk sullo sfondo.

La letteratura su questi temi è vastissima, ma in Italia non abbiamo dato sufficiente attenzione al rapporto tra politica-spettacolo ed elezioni, tra politica sceneggiata e spettacolo. Già nel lontano 1986, Gianni Statera pubblicava “La politica spettacolo. Politici e mass media nell’era dell’immagine”. Circa sei anni dopo, uno dei più seri e preparati sociologi italiani, Franco Ferrarotti — scomparso di recente — pubblicava “Mass media e società di massa”, dove, ispirandosi alla Scuola critica di Francoforte, ci metteva in guardia non solo sulla trasformazione consumistica della cultura in merce, ma anche sui rischi di una democrazia politica veicolata dalla comunicazione. Altri quattro anni dopo, con l’avvento dei social, il sociologo francese Bernard Manin pubblicava “Principes du gouvernement représentatif”, tradotto in Italia dal Mulino. Manin chiariva come, nell’era mediatica, la democrazia portata avanti dai media decreti la fine del partito politico e lasci spazio al solo leader, in relazione diretta col pubblico grazie ai mezzi della comunicazione sociale. Manin ci avvertiva che la “democrazia dei partiti” è ormai sostituita dalla “democrazia del pubblico”…a distanza.

Le elezioni presidenziali americane, inaugurando l’“epoca Trusk” come la chiama Veltroni, hanno dimostrato tutto ciò con evidenza. Il declino della democrazia sostanziale è iniziato da tempo, facendo sparire il Noi e sostituendolo con l’Io, rimpiazzando la persona in relazione con l’individuo isolato. Essere consapevoli di questo cambiamento è il primo passo.

Sogno americano o incubo autoritario? Trump, Musk e il declino dell’Occidente.

La rivoluzione è cominciata: l’inattesa alleanza tra Trump e Musk promette di smantellare tutto ciò che è stato costruito dal New Deal (anni ‘30) in poi. L’obiettivo di questo cambiamento radicale coinvolge profondamente la struttura interna dello Stato federale americano e i suoi riflessi internazionali, a partire dall’Europa. La visione proposta, quasi messianica, è che, eliminando le funzioni regolative dello Stato, il capitalismo possa promuovere l’innovazione e inaugurare una nuova età dell’oro per l’America e per il mondo. Tuttavia, il prezzo da pagare è alto perché  consiste nel liberarsi in qualche modo dai vincoli della democrazia, vista come il vero ostacolo alla rivoluzione planetaria che porterà i più ricchi sulla Luna e su Marte, mentre il resto dell’umanità osserverà, applaudendo da lontano.

Ma tutto questo ignora un aspetto fondamentale dell’evoluzione umana: la libertà dei singoli e dei popoli di autogovernarsi. Comunque gli “innovatori” alla Tramp e Musk rischiano – per fortuna – di andare incontro a un fallimento, ma con quale costi? In Europa, e noi italiani lo sappiamo bene, la storia insegna che quando un uomo solo detiene il potere assoluto, le conseguenze sono disastrose. E per il mondo intero, non cambierebbe molto con due uomini soli al comando e la loro corte.

Lo smantellamento del New Deal, simbolo dello Stato federale, sarebbe un colpo ben più grave dell’assalto a Capitol Hill promosso da Trump nel 2020 a urne appena chiuse: si tratterebbe di un attacco diretto al cuore stesso dello Stato federale, con il rischio di innescare una rivolta, partendo dai governatori democratici, contro la coppia “vincente”. Il tandem Trump-Musk si muove dunque su un terreno estremamente scivoloso.

Per quanto riguarda l’Europa, è evidente che la “coppia vincente” tenderà ad enfatizzare il disimpegno militare degli Usa e a innescare una possibile guerra commerciale, anche instaurando accordi bilaterali privilegiati, pur di ostacolare il sogno di un’Europa federale. In questo contesto, l’apertura di Ursula von der Leyen alla destra, contro la sua stessa maggioranza, potrebbe sfociare in una crisi istituzionale. Non è un caso che, proprio in questi giorni, un incontro pubblico tra Macron e Draghi, con espliciti apprezzamenti per le politiche dell’ex premier italiano, suggerisca che l’asse franco-tedesco, anche se ammaccato, ritenga auspicabile l’ingresso in campo di un leader del calibro di Draghi per affrontare la sfida posta dall’aggressiva ideologia trumpiiana.

Con queste premesse, l’Occidente rischia di rimanere spettatore nel nuovo ordine mondiale, lasciando spazio alle potenze autoritarie, vecchie e nuove.

Dibattito | Patriottismo coerente o sovranismo di convenienza?

Il capitolo della sovranità nazionale, e non del sovranismo, è un tema delicato della e nella politica italiana. Delicato perchè non solo, adesso, rientra anche nel burrascoso rapporto tra l’attuale maggioranza di governo di centro destra e la magistratura – che da molto tempo ormai è, forse inconsapevolmente, in perfetta sintonia con la sinistra politica, culturale, accademica, giornalistica ed editoriale del nostro paese – ma perchè si tratta di un tema, quello della difesa della sovranità nazionale, che si ripropone puntualmente e nelle più svariate occasioni. Gli esempi sono talmente tanti in questi ultimi due anni che per ricordarli tutti dovremmo scrivere un libello.

L’ultima occasione ce l’ha fornita il miliardario americano Elon Musk a cui ha risposto magistralmente il nostro Presidente della Repubblica. Ma gli esempi sono talmente tanti e diversificati – da parte di moltissimi esponenti politici ed istituzionali di altri paesi europei e non solo europei, soprattutto e quasi esclusivamente nei confronti della coalizione di centro destra – che non vale neanche la pena di ricordarli o citarli.

Ora, il nodo da sciogliere è molto semplice e tempo stesso complesso. Ovvero, come si difende la sovranità nazionale di un paese, nel caso specifico del nostro paese? Si deve sempre intervenire ogniqualvolta qualche Istituzione – nazionale o sovranazionale – bacchetta solennemente il nostro paese in tema di affidabilità democratica del suo Governo e, di conseguenza, delle sue istituzioni democratiche? Se sì, come io personalmente credo, ci deve essere una coerenza di fondo da parte delle forze politiche, di tutte le forze politiche, che debbono respingere al mittente qualsiasi “incursione” nelle vicende politiche nostrane. Da parte dei partiti, di qualsiasi istituzione e, soprattutto, di esponenti istituzionali e di governo di altri paesi.

Certo, non potrà sempre essere il Presidente della Repubblica, praticamente ogni settimana, a dover rispondere a questi miserabili attacchi o a queste singolari ed anacronistiche incursioni.

Ma se si segue una regola, quella cioè di far valere giustamente e in modo sacrosanto la difesa della nostra sovranità nazionale e non il nostro sovranismo, non si può procedere ad intermittenza. E cioè si deve rispondere solo a qualcuno e non a qualcun altro. Adesso ci ha pensato Mattarella. D’ora in poi ci devono pensare, però, tutti. Altrimenti dovremo prendere amaramente atto che la difesa della nostra sovranità nazionale viaggia a giorni alterni. E questa è l’unica strada che non sarebbe nè comprensibile e nè, tantomeno, tollerabile.

Al bivio della solidarietà, l’Europa nella policy del candidato Fitto.

Przemyśl, 60mila abitanti, voivodato della Precarpazia, Polonia: il primo luogo raggiunto dagli ucraini in fuga dai bombardamenti, dalle truppe e dai carri armati russi all’alba del 24 febbraio 2022. Przemyśl, Precarpazia: incastonata fra colline, Carpazi, Slovacchia e Ucraina, ancora oggi una delle regioni più povere dell’Unione europea.

Ed è proprio allo sviluppo delle regioni periferiche e rurali sono destinati i fondi Ue per la Coesione, circa 400 miliardi. Ed è nelle regioni più indietro che l’Unione europea mette in gioco la sua credibilità, si concretizzano i principi di sussidiarietà e solidarietà che sono le basi del processo di integrazione. Come quella regione è stata in prima linea nell’accogliere i profughi dalla vicina Ucraina fin dalle prime ore del conflitto, compito dell’Ue è investire e creare ricchezza, specialmente nelle regioni rimaste indietro.

Ed è questo il compito assegnato a Raffaele Fitto, indicato dal governo italiano al ruolo di Commissario europeo e che Ursula von der Leyen ha designato come Vicepresidente con delega a Coesione e riforme. Durante la sua audizione di fronte alla Commissione Affari regionali del Parlamento europeo, nell’aula De Gasperi di Bruxelles, ha dimostrato perché poter contare su di lui: profilo moderato, affidabile, pronto al dialogo, europeista. Non a caso, ha iniziato dicendo “Non sono qui per rappresentare un partito politico, non sono qui per rappresentare uno Stato membro. Sono qui oggi per affermare il mio impegno per l’Europa”.

Le dinamiche politiche e i veti incrociati hanno messo in stallo, a data da destinarsi, le conferme di tutti e 6 i vicepresidenti designati (oltre a Fitto, la spagnola Teresa Ribera, la finlandese Henna Virkkunen, il francese Stéphane Séjourné, l’estone Kaja Kallas – che però è stata designata dal Consiglio europeo di luglio-, la rumena Roxana Mînzatu). Si susseguono vertici e incontri riservati per uscire dall’impasse e mettere l’esecutivo europeo in condizioni di lavorare.

Nel frattempo, Trump ha nominato il suo futuro governo a una settimana dalla sua rielezione e il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha convocato le elezioni per il 23 gennaio prossimo, con la Germania che vede una crisi politica sommarsi a quella economica che mostra crepe profonde nella società tedesca. Nei giorni scorsi, dopo le elezioni Usa, il primo ministro polacco Donald Tusk ha invitato le Istituzioni europee ad “aspettarsi una proposta per un potenziale cessate il fuoco” a cui arrivare pronti. Il Presidente finlandese Stubb ha parlato di “finestra aperta per negoziati di pace”.

Insomma, sia detto con tutto il massimo rispetto per tutte le famiglie politiche europee e per le legittime battaglie politiche, si ha l’impressione che mentre il mondo corre, l’Europa vada a rilento, immobilizzata da procedure bizantine e alambicchi politici in una fase in cui servirebbero, invece, buon senso e rapidità di reazione.

Servirebbe, invece, la concretezza dei cittadini di Przemyśl e della Precarpazia che hanno accolto i profughi ucraini senza esitazioni. Mancano la saggezza e la lungimiranza dei democristiani padri fondatori dell’Unione europea. E se l’eredità di quest’ultimi, come dimostra anche l’audizione di Fitto, è sempre viva, forse l’esempio dei primi, pur cronologicamente più vicino, sembra distante. Bisogna invertire la rotta quanto prima, altrimenti, parafrasando i Romani, “Dum Bruxellae consulitur, Europa expugnatur”.

Mar-a-Lago: la nuova Casa Bianca di Trump.

Non si può dire che stia perdendo tempo, Donald Trump. Anche l’incontro con Biden, segnato da inaspettato fair play, scivola via come atto formale. Dal suo resort di Mar-a lago, nuova residenza alternativa alla Casa Bianca come già fu durante il primo mandato, ha avviato contatti informali con decine di capi di stato, di fatto esautorando il Presidente in carica. E ha già messo al lavoro la sua futura squadra di governo, man mano che indica il titolare dei singoli dicasteri.

Le nomine sinora rese pubbliche confermano le previsioni: la vittoria, per di più così netta, e l’esperienza acquisita (nonché, è probabile, un carattere iroso e vendicativo) spingono il Presidente eletto a circondarsi di figure che prima di ogni altra qualità e competenza ne devono avere una: la fedeltà assoluta al capo. E con questa, ai dettami del suo movimento MAGA.

Un movimento estremista che naturalmente cela dentro di sé estremisti radicali che potrebbero creare problemi allo stesso apprendista-stregone: ad esempio quando è uscita la notizia del probabile incarico a Marco Rubio alla Segreteria di Stato subito sui social molti MAGA-fan hanno sarcasticamente twittato (pardon, xato): “Rubio perché non era disponibile Hillary Clinton?”. Rubio è un repubblicano di destra, non certo un moderato tradizionale. È però un politico professionale esperto, consapevole che qualche mediazione ogni tanto è necessaria, che il confronto talvolta è utile. Per alcuni, evidentemente, è già troppo. Al momento, questa è l’unica nomina – per fortuna in un ruolo fondamentale – che non ha i tratti fondamentalisti di tutte le altre.

Basti citarne alcune. Tom Homan, ideologo della separazione delle famiglie di migranti irregolari alla frontiera, ha simpaticamente detto in una intervista che i governatori democratici devono “togliersi di mezzo” e che l’espressione “deportazione di massa” non è simbolica, ma concreta. Verrà supportato, nel ruolo di vice capo dello staff della Casa Bianca (il capo di gabinetto sarà la tostissima “lady di ferro” Susie Wiles) da Stephen Miller il cui slogan, autodescrittivo, è “l’America agli americani e solo agli americani”. Sul fronte della lotta al cambiamento climatico, oltre all’annunciato ritiro dagli Accordi di Parigi, Trump colloca all’Agenzia per la Protezione Ambientale un negazionista (del resto lo è anche lui) totale, Lee Zeldin.

Ambasciatrice al Palazzo di Vetro sarà Elise Stefanik, una deputata di New York che aveva contestato l’elezione di Biden e che apertamente ritiene indispensabile una “completa rivalutazione” dei finanziamenti USA all’ONU, ritenuto “antisemita e moralmente depravato”. La nomina alla Difesa di Pete Hegseth, un giornalista della amica Fox News privo di alcuna esperienza di governo, ha invece suscitato la motivata preoccupazione dei Democratici ma anche una qual certa indignazione nelle Forze Armate. A conferma che Trump ha proprio l’obiettivo di smantellare tutto quanto sa di establishment washingtoniano.

Ha promesso fuochi d’artificio. Speriamo non facciano divampare un incendio.

Cisl, dov’è finito il sindacato di lotta e di proposta?

Militante e dirigente delle ACLI durante la presidenza di Livio Labor, ho avuto la fortuna di conoscere tutti i segretari della CISL: da Giulio Pastore a Raffaele Bonanni. Inoltre, militando nella DC all’interno della corrente Forze Nuove sin dalla sua nascita (Congresso nazionale della DC del 1964), ho seguito, insieme a Carlo Donat Cattin e Franco Marini, le alterne vicende del sindacato di ispirazione cristiana, attraversando le segreterie di Bruno Storti, Luigi Macario, Pierre Carniti, Sergio D’Antoni e Savino Pezzotta.

La CISL si è sempre distinta per la difesa della propria autonomia e per una netta separazione tra attività sindacale e impegno partitico, pur restando fedele ai principi ispiratori della dottrina sociale cristiana, basata su solidarietà e sussidiarietà.

Da questa lunga e feconda tradizione sembra allontanarsi significativamente l’attuale segretario nazionale Luigi Sbarra, che appare quasi nel ruolo di “poliziotto-sindacalista buono” rispetto a quello dei “cattivi”, ricoperto dal leader della CGIL, Maurizio Landini, e da quello dell’UIL, Pierpaolo Bombardieri.

Se, da un lato, Landini ricorre spesso allo sciopero come ultima istanza sindacale, proseguendo la tradizione del sindacato di ispirazione comunista – storicamente legato all’opposizione della DC guidata dal PCI – da parte di Sbarra è raro persino sentire un commento critico sull’operato del governo.

La posizione di Sbarra è ben lontana anche da quella degli industriali, che sulla politica economica e sulla manovra di bilancio del governo non hanno mancato di esprimere rilievi critici. Al contrario, dalla CISL proviene solo un assordante silenzio o dichiarazioni imbarazzanti che appaiono proni ai dettami governativi.

La questione è emersa con forza nell’incontro di ieri a Palazzo Chigi tra governo e sindacati, soprattutto a fronte della dichiarazione di Sbarra riguardo allo sciopero generale indetto dalle altre due sigle sindacali. Sbarra ha sostenuto che gli scioperi a ripetizione proclamati da CGIL e UIL allontanerebbero i lavoratori dai sindacati. Tuttavia, a mio parere, il segretario CISL dovrebbe piuttosto interrogarsi se non sia proprio il suo atteggiamento passivo e la sua subordinazione al governo a rendere incomprensibile l’azione del suo sindacato.

In un editoriale di luglio scorso su Alefpopolaritaliani.it abbiamo osservato come “tiri una brutta aria” nel nostro Paese, e il giudizio appare oggi ancora più valido se consideriamo i recenti dati ISTAT sulla povertà assoluta in Italia, che interessa quasi sei milioni di persone, di cui 1,3 milioni sono giovani. “Record anche per i nuclei in cui la persona di riferimento è un lavoratore dipendente – l’incidenza ha toccato il 9%, in forte salita dall’8,3% del 2022 – e per il sottoinsieme che vede come “capofamiglia” un operaio: in quella platea l’indigenza raggiunge il 16,5% del totale, contro il 14,7% del 2022.” Oggi si può essere in povertà assoluta anche lavorando, non solo da disoccupati.

A ciò si aggiunge la grave disparità fiscale, con l’IRPEF che grava in larga parte sui lavoratori dipendenti e sui pensionati attraverso il sistema di trattenuta alla fonte, mentre il governo di destra concede continui condoni ad altre categorie, mantenendo una situazione in contrasto con quanto prescritto dall’articolo 53 della Costituzione.

Su questo tema, che è stato centrale nell’impegno sociale e politico dei cattolici durante la lunga stagione di responsabilità alla guida del Paese, e in particolare per le componenti di ispirazione cristiano-sociale (di cui la CISL con le ACLI era uno dei cardini essenziali), il silenzio di Sbarra – erede di quei padri fondatori – non rende onore alla storia di un sindacato che resta essenziale per la nostra repubblica.

È tempo che Sbarra e i dirigenti della CISL ripensino la loro strategia, consapevoli che ci troviamo di fronte a gravi ingiustizie sociali, che richiedono l’intervento di un sindacato di ispirazione cristiana, come quello che la CISL ha rappresentato nella sua lunga e gloriosa storia. Dopo i segnali positivi giunti in questi giorni dalle ACLI nazionali, attendiamo fiduciosi anche dalla CISL proposte coraggiose e significative.

Amare e pulire: l’arte della selezione in Ama.

Riprendendo Carducci, un De Sica ispirato e innamorato diceva in una celebre battuta di un film: ”Amate, amate, genti umane e affaticate”. Amare sta per prendere e orientarsi con passione verso l’altro.

Secondo la bellissima espressione della Treccani,l’amore è un sentimento di viva affezione verso una persona che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia.

Quindi, al contrario di quanto comunemente si creda, non è la soddisfazione di sé, quanto la gioia da donare al prossimo che scelgo per compagno di vita. Qualcosa da ricordare agli sposi di oggi e di domani.

Può darsi che non sia esattamente questa la cifra a cui l’Ama, l’Azienda Municipale Ambiente del Comune di Roma, si è ispirata per individuare i requisiti che dovrebbero avere i suoi futuri 40 apprendisti addetti alla conduzione di veicoli o mezzi d’opera.

Da quanto riportato in cronaca, la selezione pubblica in corso ha dovuto necessariamente individuare dei paletti che sbarrino o meno la strada ai pretendenti all’assunzione in azienda,con il compito di addetto alla conduzione di mezzi.

Non si tratta certo di auto comuni; tant’è che per la loro guida è richiesta la patente di guida “C” euna CQC, una carta di qualificazione del conducente. Evidentemente c’è al mondo chi, non sapendo cosa altro fare e non volendo bighellonare, si è intanto guadagnato questo titoloper buon capriccio personale.

Si legge che il futuro dipendente effettuerà il servizio di raccolta dei rifiuti, di concerto con gli altri addetti allo spazzamento e raccolta, e provvederà alla raccolta /o movimentazione manuale e/o meccanizzata dei rifiuti. In soldoni, se si è compreso, gioca sia di ramazza che al governo di un mezzo per scaricare i cassonetti.

Andiamo sulle dolenti note. Frequentemente l’ingresso al mondo del lavoro trova un severoostacolo non potendosi vantare esperienze lavorative già maturate in precedenza.

Ama ha invece ritenuto di dover ribaltare i termini della questione, forse esagerando. Non ha posto filtri di ingresso. Al contrario, sembra aver stabilito che chi abbia già da vendere un mestiere, esercitato con l’esercizio di mansioni uguali o similari a quelle richieste, non debba essere considerato, semmai escluso.

Così, trasportatori, autisti e quant’altri del settore non dovrebbero avere accoglienza a meno che non tacciano sul loro precedente passato.

“Amara terra mia” quella per un non neofita del campo, che si troverebbe inibito alla possibilità di un futuro impiego. “Ammazza, che criterio singolare!”, commenterebbe, forse, l’uomo della strada!

Ama, nel campo aeronautico, sta anche per Area mininum altitude, minima altitudine di zona.

La nostra Municipalizzata, alzando l’altitudine della l’asticella di ingresso, ha poi previsto, come motivi di merito, il possesso di una laurea triennale, così di fatto sbarrando la strada a chi, pur magicamente dotato delle categorie di patente richiesta, non può vantare la stessa formazione culturale.

C’è una logica singolare nell’avere regolamentato la faccenda. Si deve essere vergini della materia e nel contempo, se si fosse studiato, si sarà avvantaggiati nella scelta. Di fatto, si fa fuori chi, per avventura, da tempo ci sa fare alla conduzione di un mezzo e non ha titoli di studi da spendere.

In fisiologia, la conduzione è il propagarsi dell’eccitamento da un punto all’altro di una fibra nervosa o del tessuto del cuore. Ci vorrà un po’ di eccitamento per essere assunti in Ama e poi andare per zone della Capitale a mettere pulizia dove occorre. “Ama e fa’ ciò che vuoi”, insegnava Sant’Agostino. Non sarebbe male, come sempre, di nuovo ispirarsi a lui.

Non tutti i catto-conservatori sono trumpiani: ad esempio De Matteis…

La vittoria di Donald Trump appare come una rottura nella vita democratica americana, con inevitabili ripercussioni a livello internazionale. Secondo le analisi più accreditate, al successo del tycoon hanno contribuito in maniera consistente gli elettori più sensibili alle istanze etico-religiose. Oggi, al di qua e al di là dell’Atlantico, le motivazioni di fede tornano a pesare sul sentimento politico di stampo conservatore. Anche in Italia si registra la soddisfazione, più o meno esplicita, della destra cattolica per l’esito della competizione elettorale. Eppure, non tutti i “conservatori” – per usare un’etichetta generica – condividono visione e metodi del trumpismo. Roberto De Matteis, direttore di “Corrispondenza Romana” e tradizionalista a 24 carati, incarna un conservatorismo (vecchio stampo?) che rifiuta l’adesione al radical-populismo di Trump, preferendo un impegno più rigoroso che metta al primo posto la difesa dei valori morali, fuori perciò dalle facili strumentalizzazioni del populismo.

De Matteis osserva con malcelato scetticismo il fenomeno Trump e ne ravvede il pericolo nell’eccesso di realpolitik Certo, Trump si presenta come baluardo contro le derive culturali del progressismo radicale, al cui vertice troviamo il wokismo, ma il suo approccio alla “grande politica” appare ambiguo e contraddittorio, in particolare per la volontà di cercare alleanze tattiche con leader autoritari come Vladimir Putin. “L’operazione che forse ha in mente Trump è analoga, ma rovesciata rispetto a quella che tentò Nixon” – si legge nell’articolo firmato da De Matteis sul numero 1872 del suo bollettino online – quando questi provò ad isolare l’Urss aprendo improvvisamente alla la Cina di Mao. Oggi, poiché il pericolo (non solo in ambito commerciale) viene dalla Cina, avanza la suggestione di una contromossa favorita nell’eventualità dall’abbraccio con Putin, sicché “in nome della realpolitik, si dovrebbe sacrificare l’Ucraina, costringendola ad una pace ingiusta con il Cremlino”.

Questo, in effetti, è un elemento discriminante. Il vento che soffia sugli Stati Uniti finisce per corrodere ulteriormente le basi morali dell’Occidente, nel mentre ne assume a parole il valore depositato nel messaggio dell’America first. Per De Matteis, una politica di sano spirito conservatore non dovrebbe insomma fondarsi sulle emozioni deteriori del populismo e la spregiudicatezza delle alleanze internazionali, bensì mantenere una linea di coerenza – in senso autenticamente cristiano – rispetto ai grandi temi della politica d’oggi. Dunque, il tipo di tradizionalismo cattolico proposto dal direttore di “Corrispondenza Romana” tiene a distinguersi in modo esplicito da una politica freddamente realista, senza un ancoraggio a principi stabili e poco aderente, in fin dei conti, alle ragioni che dovrebbero favorire la rinascita dell’Occidente.

I trumpiani con il crocefisso sono lontani dall’esercitare una tendenziale egemonia. C’è destra e destra, anche nel campo cattolico.

Perché abbiamo ancora bisogno della cultura della concertazione

La cultura della concertazione ha rappresentato, negli anni, una delle migliori stagioni politiche e sindacali. La concertazione, del resto, si può solo declinare quando c’è una schietta cultura di governo sia da parte delle forze politiche – di qualsiasi schieramento siano – e sia anche da parte delle organizzazioni sindacali. E, come da copione, la concertazione non ha affatto cittadinanza quando prevalgono categorie politico e culturali antitetiche alla cifra riformista, di governo e autenticamente democratica. Per entrare nello specifico, la stagione della concertazione – che ha sempre trovato nella Cisl e nelle forze politiche riformiste i protagonisti decisivi – non è compatibile con alcune categorie che, purtroppo, caratterizzano molti partiti e sindacati contemporanei. Ovvero, il massimalismo, il radicalismo, il populismo e l’estremismo sono semplicemente esterni ed estranei a qualsiasi cultura e prassi riconducibile alla concertazione. Eppure ancora oggi ricordiamo il valore e la funzione della concertazione nell’affrontare e nel risolvere i maggiori problemi legati alla questione sociale e alla politica dello sviluppo e della crescita. È di tutta evidenza, quindi, che se prevale la sub cultura del massimalismo e del fondamentalismo qualsiasi ipotesi di concertazione, di accordo e di costruzione di progetti condivisi è destinata ad essere sacrificata sull’altare degli egoismi di partito.

Ed è per queste ragioni, semplici ma essenziali, che oggi la concertazione tra le parti sociali è impraticabile. E questo Perché il massimalismo del Pd, il radicalismo del trio Fratoianni/Bonelli/ Salis e il populismo dei 5 stelle da un lato e l’estremismo del nuovo corso della Cgil dall’altro sono inciampi invalicabili per costruire insieme una strategia concertativa. E, al riguardo, la strategia del sindacato rosso, con l’aggiunta servile della Uil, è perfettamente coerente e in sintonia con la rottura sistematica di qualsiasi accordo o dialogo con il Governo. Al di là del profilo, dell’identità e del programma del Governo di turno. Quando, cioè, prevale da parte sindacale il pregiudizio politico, la pregiudiziale ideologica e la concreta opposizione a qualsiasi ipotesi di accordo tra le parti sociali – emblematico proclamare lo sciopero generale prima ancora di avviare un confronto concreto e di merito con il Governo – l’epilogo non può che sfociare nella contrapposizione frontale e, speriamo di no, anche nella violenza di piazza. E questo Perché quando si invoca la “rivolta sociale”, come quotidianamente ormai ripete il capo della Cgil, tutto diventa possibile e qualsiasi modalità per contrastare le scelte del Governo diventa legittima. E non è il caso di scomodare sociologi o politologi per arrivare alla banale conclusione che siamo in una stagione dove prevale la contrapposizione ideologica e la perenne volontà di trasformare l’avversario politico in un nemico da abbattere e da criminalizzare. Sotto il profilo politico, culturale, morale e programmatico.

Ecco Perché, al di là di ciò che dice il sindacato rosso, abbiamo ancora tremendamente bisogno di non disperdere la cultura della concertazione che era, è e sarà l’unica via concreta ed efficace per evitare che il nostro paese ripercorra quelle strade che abbiamo tristemente conosciuto in un passato recente e meno recente. Ed è anche per queste ragioni che la cultura democratica non deve recedere da questo postulato. Il radicalismo, il massimalismo e l’estremismo non sono mai stati ricette di governo. Ma solo e sempre strumenti di propaganda dove il motto ‘tanto peggio tanto meglio’ era la stella polare da perseguire.

Roma, un nuovo parco sorgerà a ridosso dell’Abbazia delle Tre Fontane.

Ieri sera, la Giunta capitolina ha deliberato l’adeguamento del progetto di fattibilità tecnico-economica per la riqualificazione del Parco delle Tre Fontane, su proposta dell’Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti, Sabrina Alfonsi. Si tratta di un intervento che prevede un investimento di circa 3,4 milioni di euro e rientra nel più ampio programma “100 Parchi per Roma”.

Il Parco delle Tre Fontane si estende nel quadrante sud-est della città, nel Municipio VIII, fungendo da cerniera verde tra aree urbane densamente popolate e ampi spazi verdi. Questo nuovo parco costituirà il collegamento naturale tra due elementi essenziali della rete ecologica della capitale: il Parco Regionale dell’Appia Antica e il fiume Tevere. Circondato da aree residenziali e semi-agricole, il parco rappresenta un contesto variegato in cui natura e città convivono.

“Il nostro obiettivo è di creare, in dieci anni, 100 nuovi parchi a Roma, per restituire alla città spazi verdi accessibili a tutti, migliorando la qualità dell’aria e della vita dei cittadini”, ha affermato Sabrina Alfonsi. “A febbraio abbiamo presentato i primi 21 interventi, con un investimento complessivo di circa 63 milioni di euro. Tra questi, c’è il Parco Tre Fontane, che sarà concepito come un’area a doppia anima, unendo spazi naturali e agricoli. Il progetto valorizza la storia e le risorse del territorio, grazie anche alla vicinanza del complesso dell’Abbazia, e include il coinvolgimento di realtà sociali attive nella sensibilizzazione su cibo e filiere sostenibili, per fare del parco anche un luogo di apprendimento sullo sviluppo sostenibile”.

Il progetto appena approvato prevede diverse azioni di riqualificazione: risanamento della vegetazione esistente, rimozione di elementi infestanti, demolizione e ripristino della rete dei percorsi; verranno aumentati gli accessi al parco e realizzati nuovi percorsi, arricchiti di aree di sosta e nuove presenze arboree. Sono inoltre previste aree gioco rinnovate, spazi per attività conviviali e di scambio, capanni per attrezzi, aree didattiche, orti condivisi e installazioni informative sul ruolo del verde urbano per il miglioramento del clima. I lavori dovrebbero iniziare entro il 2025.

I parchi comunque devono essere mantenuti. Troppo spesso ce ne dimentichiamo e, dopo qualche anno, siamo costretti a osservare il degrado. La speranza è che Gualtieri abbia previsto di far fronte a oneri spalmati lungo un arco di tempo più lungo, effettivamente, di quello degli annunci e delle inaugurazioni.

 

[Fonte: Askanews – 12 novembre 2024]

La sfida dell’autonomia regionale: riformare ma senza dividere l’Italia.

Il problema di fondo di questa nuova e frettolosa “legge Calderoli” rimanda alla stessa fretta che caratterizzò la riforma del Titolo V nel 2001. Allora, una maggioranza parlamentare ormai al tramonto tentò, in un ultimo e poco ponderato slancio, di placare le spinte separatiste della Lega Nord con una riforma improvvisata, nel tentativo di offrire una parvenza di maggiore autonomia. Tuttavia, questo intervento si rivelò non solo inefficace, ma finì per rafforzare tali spinte, inaugurando un quadro normativo che permise, attraverso l’articolo 116 della Costituzione, un’apertura a varie riforme di segno autonomistico. Si tratta di una strada che, come oggi vediamo, è ancora aperta e rischia di essere percorsa con uno slancio “avventuroso”, come suggerito dagli stessi proponenti della nuova riforma.

A seguito della raccolta di firme per il referendum e di qualche incerta reazione da parte dei promotori della legge, si osserva ora che la volontà di procedere con una forma di autonomia differenziata potrebbe realizzarsi anche senza la legge, persino se il referendum sancisse un voto contrario.

Siamo dunque a ridosso di una negoziazione diretta tra il Governo e singole Regioni, come Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, che mirano a ottenere un’estensione delle loro competenze. Il caso del Veneto, che ha avanzato richiesta su tutte le 23 materie di competenza, ha messo in evidenza l’intento di ridisegnare l’equilibrio delle competenze tra Stato e Regioni, alterando l’architettura costituzionale.

Desidero esplicitare che il mio approccio a questo tema si basa su anni di esperienza come giudice costituzionale, durante i quali ho affrontato questioni riguardanti i conflitti di competenza tra Stato e Regioni. È un tema complesso e cruciale, che esige coerenza e sensibilità istituzionale, specialmente nell’ambito delle controversie relative alla ripartizione dei poteri. Riguardo all’ammissibilità del referendum, rammento che la Costituzione prevede solo il referendum abrogativo, che consente, a certe condizioni, di revocare una legge esistente. La Corte Costituzionale ha, tuttavia, aperto a interpretazioni che consentono abrogazioni parziali, rendendo possibile la modifica selettiva di norme che potrebbero assumere così nuovi significati.

Tornando alla questione dell’autonomia differenziata, la prospettiva federalista implica che le competenze e le risorse siano distribuite a ciascuna Regione con una logica di stretta connessione. Tuttavia, la riforma in atto sembra trascurare un aspetto fondamentale: i costi generali dell’intervento riformatore. Per intraprendere un’operazione di tale portata servirebbero risorse notevoli. Come verranno reperiti questi fondi? Quali saranno le ripercussioni finanziarie? Immaginate una grande torta – l’obiettivo federalista vorrebbe dividerla in fette proporzionate per ciascuna Regione. Tuttavia, senza un’adeguata pianificazione e senza risorse finanziarie garantite, rischiamo di procedere con una distribuzione incoerente, che potrebbe lasciare prive di risorse proprio le Regioni che entreranno per ultime in questo processo.

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L’Europa alla prova: Draghi traccia il futuro tra unità e competitività.

Quando il giorno dell’esito elettorale negli USA ho scritto che la lezione americana consisteva nel pragmatismo estremo dimostrato dal vincitore, intendevo cogliere, in estrema sintesi, la spiegazione più veritiera del voto per come è stato espresso in modo netto dal popolo americano. Un pragmatismo che consiste nell’aver individuato i temi su cui giocare la leadership, cogliendo e rappresentando i bisogni e le aspettative della gente. Sono perciò confortato nel vedere confermata da un editoriale del Washington Post questa chiave di lettura, che conferma tale interpretazione. Noi europei, e noi italiani in particolare, siamo abituati a esprimere ragionamenti politici basati su una narrazione complessa che finisce per perdere di vista i fondamentali, basandosi su presupposti più teorici che pratici, e spesso argomentando in modo divisivo. Per questo, nel nostro Paese la polarizzazione post-ideologica è fondata su retaggi del passato che ciclicamente ritornano, creando peraltro una sorta di incomunicabilità e difficoltà rappresentativa tra paese legale e paese reale.

Per questo, inoltre, essere parte dell’UE, dopo il lungo cammino storico e istituzionale successivo alla seconda guerra mondiale, lascia trasparire le difficoltà dello stare insieme piuttosto che le ragioni di una possibile unità d’intenti rispetto alle potenzialità che questo salto di qualità atteso da decenni ci consentirebbe di realizzare. Troppe primazie nazionalistiche da esportare in sede comunitaria, troppi punti di vista differenti, un’eccessiva e dispendiosa necessità di mediazione per conseguire un risultato condivisibile, mirando alto, puntando a una visione lungimirante del ruolo dell’Europa nel consesso internazionale.

Gli USA sono una federazione di Stati con modalità funzionali e istituzionali complesse, ma ciò non ha impedito a Trump – e neppure alla stessa Harris – di proporre i medesimi temi in ogni contesto: i punti nodali di un programma di governo che prescinde a conti fatti dai sei fusi orari che accorpano il Paese; un programma che punta invece a una sostenibile unità di intenti rispetto alle “diaspore trasversali” della società americana, e che si riassume in contenuti condivisi piuttosto che in peculiarità esportate dalle singole realtà territoriali. E cioè: inflazione, sicurezza sociale, regolamentazione dell’immigrazione, decadenza del ceto medio, rilancio della produzione, limitazione delle importazioni attraverso una politica mirata di dazi da imporre ai prodotti dei competitor internazionali.

Il principio di America First pungola l’orgoglio dell’appartenenza e tende a un’azione di rilancio che caratterizzi le peculiarità e le potenzialità del ruolo politico ed economico degli USA in uno scenario che sta configurando un nuovo ordine mondiale: resta da vedere fino a che punto questa spinta identitaria non declinerà verso derive di protezionismo e isolazionismo. Lo scacchiere planetario registra l’emergere di protagonisti nuovi con cui occorrerà misurarsi con pragmatismo tra posizionamenti strategici, alleanze e antagonismi. Chiudere le frontiere del confronto – anche psicologicamente e relazionalmente – indebolirebbe l’America nuova che Trump vuole disegnare, e credo onestamente che non sarà questa la via che sarà imboccata perché la politica necessita di oculatezza e mediazioni, di rapporti internazionali che sciolgano i dilemmi e le tragedie delle guerre in atto. Ed è proprio questo uno degli obiettivi che il tycoon si è prefissato di conseguire.

Lo scenario delle ambizioni dell’Europa non è proprio lo stesso: il vecchio continente appare indebolito da punti di vista diversi e da situazioni critiche in atto in alcuni Paesi membri dell’UE, pur sotto diversi profili di considerazione. Tuttavia, si avverte la necessità di intensificare i processi di integrazione europea pena la decadenza consolidata verso un ruolo complessivo di subalternità e soccombenza.

Nel recente summit di Budapest, la presenza e la proposta di Mario Draghi si sono rivelate determinanti per decifrare e interpretare gli scenari internazionali e per proporre scelte condivise. L’ex premier italiano ed ex governatore della Bce ha illustrato con chiarezza le linee di indirizzo che l’Unione Europea dovrebbe intraprendere, tenendo conto della nuova realtà americana. Innanzitutto, recuperando “uno spirito unitario con cui riusciremo a trovare il meglio da questi grandi cambiamenti. Andare in ordine sparso? Siamo troppo piccoli, non si va da nessuna parte. L’Unione Europea è pronta a una eventuale guerra commerciale con gli Stati Uniti? Ho appena detto che bisogna negoziare con l’alleato americano, in maniera tale da proteggere anche i nostri produttori europei”.

Partendo dal proprio Documento sul futuro della competitività europea, presentato il 9 settembre alla presidente della Commissione europea a Bruxelles, Draghi ha sottoposto ai leader europei un vero e proprio progetto da cui ripartire, tenendo conto che “la stabilità geopolitica sta diminuendo e le nostre dipendenze si sono rivelate vulnerabili. Il cambiamento tecnologico sta accelerando rapidamente. L’Europa ha perso ampiamente la rivoluzione digitale guidata da Internet e gli aumenti di produttività che ha portato: infatti, il divario di produttività tra l’UE e gli Stati Uniti è in gran parte spiegato dal settore tecnologico. L’UE è debole nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura. Solo quattro delle 50 aziende tecnologiche più importanti al mondo sono europee. Eppure, il bisogno di crescita dell’Europa è in aumento. L’UE sta entrando nel primo periodo della sua storia recente in cui la crescita non sarà sostenuta dall’aumento della popolazione. Entro il 2040, si prevede che la forza lavoro si ridurrà di quasi 2 milioni di lavoratori all’anno. Dovremo fare maggiore affidamento sulla produttività per guidare la crescita”.

Si può ragionevolmente sostenere che il Rapporto Draghi, elaborato e presentato due mesi prima del voto americano, contiene gli antidoti di politica economica utili per fronteggiare il pericolo di un possibile declino di rappresentanza e di ruolo strategico dell’Europa nel contesto planetario. Un’analisi riproposta a Budapest che contiene, tra l’altro, indicazioni circa “la possibilità di aumentare la spesa per la Difesa”; infatti, Draghi ha osservato che “è possibile spendere il 2% del Pil per la difesa rispettando il Patto di stabilità. Oggi bisogna decidere cosa fare perché questa è la nuova situazione”. Affermazione, questa, che va letta come anticipazione di un possibile disimpegno USA a sostegno della resistenza e dell’indipendenza dell’Ucraina. Un’ipotesi di assunzione di responsabilità che il Ce.S.I. (il Centro Studi Internazionali presieduto da Andrea Margelletti) ha quasi preconizzato ove i negoziati di pace che Trump intraprenderà con Putin comportino la soluzione di una cessione di territori ucraini alla Russia, ciò che costituirebbe un potenziale pericolo per l’Europa.

Insomma, a Budapest Draghi ha suonato la sveglia, augurando all’UE di ritrovare “uno spirito unitario”, che è il vero convitato di pietra in Europa, oggi. Accreditandosi con autorevolezza, forte di un’esperienza istituzionale di alto profilo, come un possibile stratega che sa indicare la strada per uscire dalle secche dell’irrilevanza, in un quadro di mutamenti del nuovo ordine mondiale a cui l’elezione di Trump ha impresso una brusca accelerazione. Come dire, pragmatismo vs pragmatismo.

Commissione UE, Fitto vicepresidente? Le perplessità di socialisti e liberali.

A Bruxelles si entra nel vivo delle nomine. I Socialisti e Democratici (S&D) si dispongono a non fare sconti  nell’audizione di oggi per la conferma di Raffaele Fitto come vicepresidente esecutivo della prossima Commissione europea. Gli eurodeputati del gruppo ascolteranno con attenzione le risposte del candidato per valutarne le competenze e l’adeguatezza rispetto al portafoglio assegnatogli (Coesione e Riforme). Ovviamente, per il gruppo S&D resta un problema politico rilevante da risolvere: il ruolo di vicepresidente esecutivo, più importante di quello di semplice commissario, che è stato assegnato a Fitto.

Lo confermano diverse fonti a margine della riunione dell’Ufficio di presidenza del gruppo S&D, svoltasi ieri pomeriggio al Parlamento europeo a Bruxelles.

In sostanza, i Socialisti accusano (con una critica simile da parte dei Liberali di Renew) che nell’assegnazione dei portafogli della nuova Commissione europea non si è tenuto conto del fatto che Fitto non appartiene a nessuno dei partiti della “maggioranza europeista” (Ppe, Renew, S&D, con l’appoggio dei Verdi) che ha approvato a luglio il secondo mandato per la presidente Ursula von der Leyen. Dunque, è stato premiato con uno dei sei posti di vicepresidente esecutivo, quando il suo gruppo di appartenenza, l’Ecr, ha votato contro la riconferma di von der Leyen, mentre la leader del gruppo, la premier Giorgia Meloni, si è astenuta nel Consiglio europeo.

Per il Pd, che ha la più importante delegazione nazionale del gruppo S&D nel Parlamento europeo (seguita dal Psoe spagnolo), la situazione è complessa, se non imbarazzante: gli europarlamentari della delegazione comprendono il problema politico e condividono le critiche al Ppe, ma sanno anche che dal punto di vista italiano sarebbe positivo avere Fitto, dopo la sua esperienza come ministro alla Coesione e al Pnrr, ora destinsto appunto alla carica di vicepresidente esecutivo per gli stessi compiti a livello Ue. È un problema che i Socialisti si aspettano sia von der Leyen a risolvere, ha detto una fonte del Pd ieri sera a Bruxelles. “Non sosteniamo il suo ruolo” di vicepresidente esecutivo, ma “naturalmente non giudichiamo la sua preparazione prima di ascoltarlo, vedremo come Fitto andrà oggi”, ha dichiarato un’altra fonte, non italiana, del gruppo S&D.

Più in genersle, rappresenta anche un segnale preoccupante – per Socialisti e Liberali (e Verdi) – il fatto che nelle ultime 20 audizioni i Conservatori del gruppo Ecr hanno votato quasi sempre a favore dei candidati proposti alla guida delle Commissioni, come se volessero entrare surrettiziamente nella “maggioranza Ursula”, spostandola a destra e indebolendo le posizioni e l’influenza del centro-sinistra sul nuovo Esecutivo comunitario.

 

[Fonte: Askanews – 11 novembre 2024]

Se Trump disdice l’Accordo di Parigi, Pechino è pronta a festeggiare.

Per la seconda volta, il mondo si prepara a un possibile ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima, con l’amministrazione del presidente eletto Donald Trump che ha ribadito la sua intenzione di abbandonare l’intesa.

Intenzione che sembra sempre più probabile vista anche la nomina di Lee Zeldin come nuovo capo dell’Environmental Protection Agency (EPA).

Nel 2014, Zeldin affermava di non essere affatto “convinto della narrazione climatica fornita dai media e dagli infuencer della sostenibilità”. Nel 2018 aveva scioccato l’establishment esprimendo opinioni molto forti contro l’accordo di Parigi sul clima.

La sua nomina, quindi, non proprio un bel messaggio per la cop29 di Baku.

Comunque, se questo dovesse avvenire, gli Stati Uniti si unirebbero a un gruppo ristretto di paesi che non hanno firmato il patto del 2015, al quale hanno aderito quasi 200 governi, impegnandosi a ridurre le emissioni di gas serra.

Trump ha ripetutamente affermato che il cambiamento climatico è una “bufala” e, durante la sua campagna elettorale, ha negato l’esistenza di un problema di riscaldamento globale, ignorando una vasta quantità di dati scientifici che dimostrano il contrario. Tuttavia, il ritiro degli Stati Uniti non avrebbe solo conseguenze interne, ma influenzerebbe notevolmente la comunità internazionale.

Non solo ridurrebbe la pressione degli Stati Uniti per una maggiore riduzione delle emissioni, ma potrebbe anche esentare altri paesi da impegni più ambiziosi, indebolendo gli sforzi globali per limitare il riscaldamento del pianeta.

Inoltre, un ritiro degli Stati Uniti potrebbe diminuire il loro ruolo nelle discussioni internazionali sull’espansione delle energie rinnovabili, avvantaggiando la Cina, che sta diventando il principale attore nel settore delle tecnologie verdi.

Nel 2023, la Cina ha notevolmente aumentato la propria capacità solare e ha venduto più veicoli elettrici in un anno di quanto gli Stati Uniti abbiano fatto in 30 anni. Attualmente, oltre un terzo delle auto vendute in Cina è elettrico, con previsioni che indicano che questa percentuale potrebbe raggiungere il 90% entro la fine del decennio.

Negli ultimi dieci anni, la Cina ha superato Stati Uniti ed Europa nell’elettrificazione, aumentando la quota di elettricità nel consumo finale di energia di un punto percentuale ogni anno, arrivando al 27% nel 2022. Questo rappresenta oltre cinque punti in più rispetto ai principali concorrenti.

Nel 2023, l’espansione economica della Cina è stata trainata in larga parte dalle tecnologie verdi, che hanno contribuito per il 40% all’incremento del suo PIL. La Cina ha inoltre esteso il suo impegno sul fronte della “green finance”, coinvolgendo la sua banca centrale nel finanziamento di progetti sostenibili.

Pechino ha previsto investimenti annuali nel settore delle energie rinnovabili che potrebbero arrivare a 640 miliardi di dollari entro il 2030.

Un aspetto significativo della strategia climatica della Cina riguarda la cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Il paese ha istituito il Fondo di Cooperazione Sud-Sud sui cambiamenti climatici, con un investimento iniziale di 20 miliardi di yuan (circa 3,1 miliardi di dollari), destinato a supportare le nazioni in via di sviluppo nella loro transizione verso un’economia verde e a basse emissioni di carbonio.

In questa corsa per il dominio delle tecnologie pulite, l’Unione Europea gioca anch’essa un ruolo importante, grazie alla sua leadership nella produzione di turbine eoliche e al possesso del 60% dei brevetti per i carburanti a basse emissioni. Tuttavia, con l’eventuale ritiro degli Stati Uniti, la Cina sembra destinata a consolidare la sua posizione dominante nel mercato globale delle energie rinnovabili, guidando la transizione verso un futuro a basse emissioni di carbonio e accelerando il cambiamento verso un mondo sempre più orientato verso le tecnologie verdi e le energie rinnovabili.

Costituzione e regionalismo in Sturzo: una rilettura per la campagna referendaria.

Da parte dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani, vale il riferimento alla tradizione autonomistica del Partito popolare di Luigi  Sturzo e poi della Democrazia cristiana, tradizione improntata alla cooperazione e non al distacco fra Stato centrale e sistema delle autonomie. “Regionalismo sì, separatismo no” è sempre stata la posizione di Sturzo, fin dalla relazione che tenne al terzo congresso nazionale del Partito popolare, svoltosi a Venezia nell’ottobre del 1921.

Il titolo della relazione era “La Regione” con riferimento al suo inserimento nel tessuto istituzionale. Sturzo ha ripreso continuamente questo tema, sviluppandolo nel saggio “La società: sua natura e leggi” e nel 1949, dopo l’approvazione della Costituzione, nel saggio “La Regione nella Nazione”. Così scrisse: “La Regione ha tre funzioni: quella di amministrazione autonoma degli interessi propri; quella di cooperazione con lo Stato per gli interessi comuni; quella di decentramento per gli interessi centrali sul posto”.

La campagna referendaria può diventare l’occasione per una rilettura del complesso di motivazioni che Sturzo svolge a sostegno delle sue posizioni, con un’analisi storica della Regione che muoveva da Cavour, traversava tutta la storia dell’unità d’Italia, e comparava la situazione italiana agli assetti federativi degli altri Paesi europei.

Va ricordato quanto affermò alla Costituente Meuccio Ruini, il presidente della “Commissione dei 75”, quando presentò in aula il progetto di Costituzione: l’istituzione delle Regioni rappresentava “l’innovazione più profonda introdotta dalla Costituzione”, ma in un quadro unitario saldamente indicato dall’articolo 5 della Costituzione: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomi locali …”.

Oggi, l’Istituto Sturzo è il più autorevole depositario della memoria del cattolicesimo politico del Paese. Il tema delle Regioni, delle criticità accumulate nel tempo dalla istituzione nel 1970 di quelle ordinarie, è stato oggetto allo Sturzo di un significativo convegno svoltosi il 24-25 gennaio 2014, dal titolo “Che fare delle Regioni? Autonomismo e regionalismo nell’Italia di oggi”.

Il convegno coinvolse il meglio del mondo accademico italiano dell’epoca gli atti, con tempestività, vennero pubblicati a cura di Nicola Antonetti e Ugo De Siervo, con una prefazione di Roberto Mazzotta, allora presidente dell’Istituto. Ma sono passati dieci anni. L’auspicio è che il tema venga ripreso per fornire contenuti di riflessione nel corso della prossima campagna referendaria. Una volta si diceva polemicamente che Sturzo era uno dei segreti meglio conservati della Democrazia cristiana. Non vorremmo che oggi diventasse uno dei segreti meglio conservati dell’Istituto Sturzo.

 

(ANDC – Consiglio Direttivo – Roma, 5 settembre 2024)

Se Trump fa Trump, avrà vita breve.

Non abbiamo motivi concreti per sperare che Trump, di fronte alle sfide globali, a partire dalla crisi climatica, possa cambiare atteggiamento. Sembra intanto che desideri vendicarsi di tutti i suoi nemici. È tutta colpa sua o sono le istituzioni americane a scricchiolare? La Corte Suprema, che dovrebbe garantire l’ordinamento democratico, ha giudicato “presentabile” proprio colui che ha incitato l’assalto a Capitol Hill, nonostante le molteplici accuse giudiziarie a suo carico.

A tutto ciò si aggiunge l’attentato da cui Trump è scampato, finendo per guadagnare agli occhi dei suoi sostenitori un immagine di eroe. Questo, però, non basta a giustificare il suo successo. Il fronte democratico non ha retto e ora, dopo la sconfitta, si nota la mancanza di una leadership di ricambio dopo quella di Clinton, Obama e Biden. In molti scaldano i motori.

Ci attende un periodo turbolento, in parte anche per colpa degli “amici” di Trump, come Netanyahu, che aspira a ottenere il via libera per un’aggressione all’Iran, con il rischio di scatenare una nuova guerra in Medio Oriente. E l’Europa? Che prove dovrà affrontare? Questa potrebbe sembrare una sfida quasi insormontabile, ma potrebbe rivelarsi anche un’opportunità storica: l’Europa ha infatti l’occasione di mostrare la propria autonomia di fronte a un’eventuale “guerra dei dazi” minacciata da Trump.

Purtroppo, Ursula von der Leyen non sembra avere la statura necessaria per questo ruolo, ma potrebbe dare un segnale attribuendo un ruolo importante a Mario Draghi, considerato da molti leader europei l’unico in grado di tenere testa a un’America “alla Trump”. Tuttavia, anche l’asse franco-tedesco è in crisi, con elezioni anticipate previste a marzo in Germania, dal risultato incerto.

Come ciliegina sulla torta degli effetti “trumpiani”, spicca Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, che ha già dimostrato di saper capitalizzare il sostegno offerto al Presidente neoeletto. Basta pensare che, con un investimento di circa 300 milioni in propaganda “pro-Trump”, ha ottenuto 13 miliardi di profitto. Non sorprende quindi che ci sia una fila alla sua porta, alla quale probabilmente, in virtù di una esibita simpatia reciproca, proverà a bussare la nostra Presidente del Consiglio.

In ogni caso, è certo che i diversi attori in campo non resteranno con le mani in mano. Ciascuno prenderà le sue contromisure, per non essere schiacciato dal rullo compressore della nuova leadership americana. Potrebbe accadere che la pretesa egemonica di Trump si riveli un bluff, non per mancanza di forza, evidentemente, ma per eccesso di sicurezza e di iattanza.