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L’Italia insofferente al rigido bipolarismo esige un’iniziativa politica forte

Al fine della costruzione di un nuovo centro sinistra penso che il 2023 ci abbia lasciato in eredità un dato chiaro, anche se non positivo: il mancato decollo politico-organizzativo e programmatico di un soggetto politico di centro. Questo anche in caso di sempre possibili colpi di scena dell’ultim’ora per le liste alle prossime Europee, perché un processo di tale portata, e di cui il Paese ha bisogno, come il rilancio dell’area di centro non lo si può improvvisare. Da dopo le ultime politiche del 2022 non è scattata la scintilla della dedizione a un comune progetto, ed è mancata generosità e visione di ampio respiro. Si sono visti più aspiranti mietitori che seminatori, e più iniziative politiche da sartoria su misura personale che da stilisti della politica.

È evidente che la mancanza di uno strumento organizzativo comune in fieri limita il ruolo del centro e nei fatti lo consegna temporaneamente nella quotidianità ai due partiti personali che occupano tale spazio.

Tuttavia, a mio avviso, esistono dei filoni sui quali i gruppi, come i Popolari, che coltivano il progetto del rilancio di una politica di centro, possono scommettere e investire per l’avvenire del Paese.

Non si tratta di buttarla sul programma per nascondere il deficit sul piano organizzativo. Al contrario si tratta di riscoprire il primato degli elementi caratterizzanti della politica di centro sulle forme organizzative e come loro collante.

Di fronte alle sfide del mondo attuale c’è un enorme bisogno di una politica capace di mediazione, di composizione, di visione ampia e lungirante. Sotto questo profilo occorre riconoscere che i pronunciamenti (universali) della la Chiesa sui nodi cruciali del nostro tempo paiono molto più avanti, in termini di coscienza del tempo che viviamo, di quelli dei laici impegnati in politica, cattolici-democratici compresi. Un umanesimo per le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale; una transizione ambientale ed energetica “integrale”, sociale ed ecologica, con al centro l’uomo; un nuovo equilibrio internazionale capace di porre fine alla guerra mondiale “a pezzi”.

Vi è poi il grande filone della riforma dell’Europa sul quale è auspicabile che emerga una riconoscibile posizione di centro. Purtroppo anche la vicenda del voto parlamentare sul Mes non è stata, per quanto ci riguarda, l’occasione per porre l’accento più sulla necessità di quella che si può definire l’agenda-Draghi per l’Europa (l’esigenza inderogabile di rendere l’Ue al pari degli altri giganti della politica mondiale, pena l’esser tagliati fuori) che su regole che in gran parte appartengono a una fase storica oramai conclusa.

Accanto ai temi del lavoro e del welfare che sono qualificanti per una nuova politica di centro, andrebbe poi considerato maggiormente il tema della rappresentanza, cercando di interrompere quel circolo vizioso che di fatto ha privato gli elettori della facoltà di scelta dei propri rappresentanti. I partiti personali si perpetuano proprio perché ai partiti è stato concesso un potere abnorme di nomina, nei fatti, dei parlamentari. C’è quindi tutto un filone di lavoro in direzione di restituire ai cittadini il potere di scelta dei deputati, qualunque sia la legge elettorale, pur propendendo noi per il proporzionale che risolverebbe il problema alla radice con le liste con preferenze. Collegi uninominali, listini bloccati? Benissimo, però prima siano preceduti da primarie con cui gli elettori di ciascuna forza o coalizione possano scegliere i candidati, presentabili possibilmente in un solo ed unico collegio per rimarcare l’imprescindibile legame con il territorio.

L’ancora ritardato decollo del progetto del centro, peraltro, si accompagna a una ormai lunga crisi della sinistra, che appare sempre più distante dalla sua storia e dai suoi valori. Un profilo radical chic, testimoniato anche dalla nuova dirigenza del PD, culturalmente affine alle varie forme di estremismo di Verdi, Sinistra Italiana e Più Europa. Per il partito della Schlein, lei peraltro assai meno movimentista di quanto appaia, non sarà facile uscire dal dilemma fra alleanza col M5S, scelta competitiva ma politicamente fragile, o linea di chiusura al populismo e di apertura al centro, politicamente più solida ma elettoralmente ostica, almeno fintanto che il partito di Conte manterrà percentuali a due cifre.

Nel frattempo il progetto politico del centro credo debba continuare soprattutto attraverso la capacità di porre questioni fondamentali che l’artificiale e semplificatoria dialettica destra-sinistra elude, non rinunciando ad incoraggiare i tentativi nei due poli nel superare tale limite.

La destra c’è, la sinistra pure, il populismo anche. E il Centro?

Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay
Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay

La destra c’è, la sinistra pure, il populismo anche. E il Centro?

Le elezioni europee si avvicinano e le varie caselle politiche si vanno definendo. Anche l’ultima conferenza stampa della Premier Giorgia Meloni non solo ha confermato – cosa ormai nota e collaudata – la sua indubbia ed oggettiva leadership politica ma, al contempo, ha individuato e riconosciuto attraverso la varie risposte ai giornalisti presenti le leadership altrui. O perconvenienza o per convinzione.

Ma, comunque sia, è abbastanza evidente che la destra ha un leader. Oserei dire, un vero leader politico e con un progetto politico altrettanto chiaro e definito. Che poi si articola in una coalizione, come ovvio. Ma la leadership “maggioritaria” ha un volto e un nome definiti. Stesso metro per quanto riguarda la sinistra. Certo, si tratta di una leadership diversa, molto meno autorevole e molto meno carismatica. Ma, al di là dei giudizi e delle singole opinioni, è indubbio che oggi la sinistra radicale, massimalista e libertaria ha il volto della segretaria del Partito democratico. E, in ultimo, anche il populismo anti politico, demagogico e qualunquista ha il suo progetto. Si fa per dire, ma il suo programma – con la conseguente e strutturale deriva trasformistica – è chiaro, netto e pare che continui a registrare anche massicci consensi, almeno così dicono i sondaggi. Poi vedremo cosa capita alle europee….

Ora, all’interno di questo quadro è altrettanto evidente che manca all’appello quel luogo politico, quel progetto politico e quello spazio politico che nel nostro paese ha sempre avuto un ruolo determinante se non addirittura decisivo nei vari tornanti politici e storici. Ovvero quello che comunemente viene definito come Centro. È persin inutile ricordare le ultime tappe che hanno scandito lo scontro all’interno di quest’area politica. La deflagrazione dell’ex terzo polo ha rappresentato un elemento profondamente negativo per dare voce e consistenza a questo progetto politico. Eppure, malgrado ciò che è concretamente capitato, non possiamo non registrare – come dice la stessa Ghisleri, a capo di uno degli istituti più autorevoli nel campo

demoscopico italiano – che il campo politico cosiddetto centrista continua ad essere gettonato da quasi il 20% dell’elettorato del nostro paese. Un risultato che spiega anche e soprattutto come le tendenze storiche della politica italiana non vengono archiviate così facilmente.

Certo, se poi manca una concreta offerta politica capace di rappresentare quest’area politica, sociale e culturale, l’elettorato di riferimento o si rifugia nell’astensionismo o sceglie, per inerzia e svogliatezza, altre offerte politiche. Ecco perchè, se vogliamo raccogliere sino in fondo l’invito formulato nelle settimane scorse da ‘Tempi Nuovi’, l’area cattolico popolare e sociale che punta alla ricomposizione della vasta e composita area popolare del nostro paese, è arrivato il momento per dimostrarlo concretamente. Ovvero, lavorare per la presentazione di una sola lista centrista alle ormai prossime elezioni europee.

Sarebbe francamente ridicolo, nonchè grottesco, che movimenti e partiti che si riconoscono nel medesimo gruppo europeo si presentassero con liste diverse alla competizione elettorale nazionale. Il tutto perchè prevalgono le pregiudiziali personali, le vendette trasversali e i veti dogmatici sui singoli. Categorie, queste, che appartengono ad una fase adolescenziale della politica ma che, se vengono proiettate anche nella fase adulta, forse c’è da preoccuparsi seriamente per la stabilità psicologica di chi assume simili comportamenti. Per questo è giunto il momento della responsabilità e della coerenza. Altre cianfrusaglie e altre motivazioni non hanno più alcuna importanza. È il momento di dare priorità alla politica o, al

contrario, far vincere l’anti politica con atteggiamenti semplicemente impolitici.

Vita e Pensiero | Quesito per il nuovo anno: cosa significa amare il nemico?

Foto di Alexa da Pixabay
Foto di Alexa da Pixabay
  1. Dilectio di Giovanni Gobber

‘Siate benevoli verso chi vi vuol male’, dice Gesù (Luca 6, 35). L’imperativo greco è ἀγαπᾶτε, che in latino è reso con diligite, non con amate. Cicerone nota che diligere è ‘più lieve’ (perché amare vim habet maiorem). Isidoro aggiunge che amare ci è dato come qualcosa di naturale, mentre diligere è frutto di una scelta. A ben vedere, ama il tuo nemico è una traduzione che non rende in modo chiaro la fatica del ‘volere il bene’ di chi ci vuole male. Questo diligere non è un moto sentimentale, da ingenui disarmati davanti alla malvagità. Non è neppure un atteggiamento superficiale, un ‘volemose bene’ relativista, che rinuncia a giudicare i comportamenti. È una decisione che matura nella scelta di ‘aver cura’ del prossimo, il quale è fatto a immagine e somiglianza di Gesù. Il giudizio sul comportamento altrui non è dimenticato. L’amore verso chi vuole il nostro male non è disarmo; è disponibilità a farci carico anche del destino di chi ci vuole annientare. E per questo siamo disponibili a subirne le azioni malvagie. L’amore come dilectio è ragionevole scelta di chi mira a conquistare il nemico alla causa del Signore. Un atto d’amore degno è pregare per il nemico, affinché, sentendosi benvoluto, si chieda se valga la pena odiare; potrà costui forse cambiare atteggiamento, mutar consiglio, perfino dimenticarsi di volerci male. E se questa conversione non accade? Beh, pazienza. Ma che altro fare? Odiare a nostra volta? Non è ragionevole, cioè non è congruo con la nostra natura di figli di Dio. E poi, è anche una cosa faticosa, che sottrae tempo alla cavalleresca nostra avventura umana. Infine, a odiare poi diventiamo brutti, mentre a voler bene diventiamo più belli e invecchiamo meglio.

  1. Grazia di Anna Maria Fellegara
    Amare il nemico è impossibile. Per il nemico degli altri posso forse trovare qualche giustificazione, ma amare il mio: non scherziamo. Non ne ho la forza, né trovo abbia senso farlo, anzi sono convinta delle mie ragioni, intimamente certa che la mia causa sia buona e la sua sbagliata. Contrappormi al mio avversario, lottare contro di lui è difendere la verità, contro il male e l’ingiustizia.
    E allora cosa c’entra l’amore? E non si può promuovere il bene senza amare il nemico?
    Perché Gesù mi propone di seguirlo su questa via? Confesso che senza la Sua vicenda umana, mi fermerei qui.
    E invece mi fido, provo a domandarmi cosa significhi questa richiesta, sento crescere in me la convinzione che sia questione di Grazia e non di Legge, di risposta al dono ricevuto e non esercizio di buona volontà. Che amare il mio nemico abbia a che fare con la dignità della persona e con la sopravvivenza del genere umano, che sia questione di necessità – in senso evangelico (cf Lc 17,25) – e non di bontà. Riconosco che il mio essere stata ascoltata e accolta, dove sono inaccettabile anche da me stessa oltre che dagli altri, mi aiuta ad accogliere, ed anche a perdonare, senza scorciatoie, senza sconti, senza banalità, senza derogare alla verità (anzi affermandola in modo più autentico). Alimenta la mitezza, mi istruisce ad astenermi dall’uso della violenza che sempre mi porto dentro, e mi degrada, ma mi rimanda al riconoscimento dell’Altro in me e negli altri.

    3. Perfezione di Gabrio Forti
    Dentro la conchiglia di ogni ‘dover essere’ giace la perla di un suo ‘essere’. Ogni precettistica, sia essa giuridica, morale o religiosa, nasconde infatti una sua antropologia o, quanto meno, allude a una disposizione d’animo quale condizione di adeguamento non esteriore, ipocrita o coatto, ma all’altezza della dignità di esseri umani liberi di determinarsi e, quindi, responsabili. Se è così, allora l’osservanza si presenta come il punto di arrivo di un processo, nel corso del quale non solo il risultato atteso andrà perdendo via via l’aura di irraggiungibilità o addirittura di assurdità (quando mai si può prescrivere a qualcuno di amare?) con cui ci si era parato dinanzi; ma esso avrà già cominciato a rilasciare benèfici succhi dopo che ci si sia avviati verso la lontana meta di una ‘perfezione’ che ci veda finalmente trasformati, rinnovati nel nostro modo di pensare (Gv 12,2). Così i primi salutari passi nella direzione di amare il nemico si saranno fatti già solo trattenendosi dal vedere troppo facilmente nemici attorno a sé. E ciò forse anche vivendo l’esperienza «molto personale», «esemplarmente etica e, al medesimo tempo, religiosa» grazie alla quale, come osservava il filosofo Ludwig Wittgenstein, «mi meraviglio per l’esistenza del mondo» e dico «quanto è straordinario che ogni cosa esista», «quanto è straordinario che il mondo esista». O. per dirla con J. W. Goethe, quando io arrivi a pensare che ognuno «non sia dotato da natura di alcun difetto che non potrebbe tramutarsi in virtù».

  2. Europa di Milena Santerini

Dopo il “mai più” della Seconda guerra mondiale e della Shoah, l’Europa ha vissuto un’era straordinaria di pace, in cui la parola “nemico” è suonata aggressiva e incivile. Insieme, i paesi europei hanno costruito un sistema di diritti, fondato sui valori del rispetto, dell’uguaglianza, della libertà. I nemici, se c’erano, erano lontani. Abbiamo sprecato questi anni di pace così preziosi? Siamo in un tempo in cui la vendetta è tornata legittima e normale l’uso della forza. La violenza sembra connaturata all’umanità mentre invece ne è la negazione. L’amore per il nemico appare velleitario e irrealistico, in un mondo governato dalla forza e dal potere. Sempre più il cristianesimo sembra debole, incapace di far tacere le armi, e riconciliare gli offesi: tutti reclamano la loro parte di giustizia. Quanto è difficile prendere sul serio questa carta di identità dei cristiani, che non possono limitarsi a non odiare, ma devono far del bene anche a chi li avversa. Ci accorgiamo ora che limitarsi a non essere ostili non basta, ma solo facendo del bene a chi ci odia si costruisce la pace, dura e difficile ma possibile. D’altronde, amando solo chi ci ama, che merito ne avremmo?

 

  1. Cooperazione di Paolo Molinari

La lunga storia dell’umanità, dall’antichità a oggi, è costellata di scontri tra popoli e stati. Questi scontri si sono spesso combattuti attraverso guerre, colonizzazioni, sottomissione di popolazioni considerate “altre”, nonché per mezzo di guerre commerciali e scoperte scientifiche e tecnologiche al servizio della conquista. Tutto ciò ha pesato negativamente su numerosi spazi geografici, con strascichi di dolore, rancori, desideri di vendette, distruzioni materiali e simboliche. Anche la vecchia e cara Europa si è caratterizzata per tensioni e scontri portati alle loro forme più parossistiche dalle due guerre mondiali “calde” e da quella “fredda”. Ma proprio in Europa abbiamo anche esempi di come stati e popoli, un tempo nemici, siano ora partner strategici e propositivi e abbiano saputo immaginare un nuovo futuro di cooperazione mettendo da parte risentimenti e vendette, senza rinunciare alle proprie memorie e identità. Tra questi esempi si ricorda il fiume Reno, a lungo conteso tra Francia e Germania e barriera tra due mondi spesso in antagonismo per il possesso dell’Alsazia e della Lorena, che oggi rappresenta una forte cerniera capace di unire le popolazioni che risiedono lungo le sue sponde e di favorire lo sviluppo economico transfrontaliero. Ma anche la città di Strasburgo, sede politica dove si sperimentano nuove forme di cooperazione sovranazionale nel quadro dell’Unione europea, testimonia simbolicamente come sia davvero possibile dare collettivamente forma alla rielaborazione del pesante fardello di un passato di aspri conflitti per dare vita a una “storia” comune e a un nuovo progetto di cittadinanza.

 

Per leggere il testo – titolo originale “Ama il tuo nemico” – con tutte le risposte

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-ama-il-tuo-nemico-6380.html

La Voce del Popolo | Mattarella al di sopra di faziosità e miserie.

Il discorso di fine d’anno del capo dello Stato è stato oggetto di molti giudizi e commenti, quasi tutti più che positivi. Un tributo dovuto al ruolo e, insieme, alla persona. E anche forse a quella peculiare capacità che Mattarella ha sempre mostrato di sapersi ergere al di sopra della mischia politica e di certe sue faziosità e miserie.

Resta da capire se quella mischia, che continua, gli consentirà a lungo andare di conservare questo suo profilo, così rigoroso e insieme così rispettoso. Poiché è evidente che il magistero quirinalizio dovrà affrontare nei prossimi mesi ed anni due, tre argomenti che inevitabilmente potranno modificare le coordinate entro cui ci si è mossi fin qui.

Se la riforma del premierato cancellerà alcuni dei poteri del capo dello Stato. Se l’autonomia regionale comprometterà l’equilibrio fati- coso tra nord e sud. Se la crisi geopolitica legata alle due guerre in corso farà altri drammatici passi verso l’abisso. Se, se tutto questo succederà, Mattarella finirà per trovarsi davanti a un bivio. O marcare di più il suo ruolo. Oppure sfumarlo.

In un caso e nell’altro egli avrà meno applausi di quelli meritatamente raccolti fin qui. Ma sarà proprio all’interno di quel quadro scompaginato che il suo secondo settennato troverà la sua chiave di lettura. È certo che Mattarella non si farà trascinare dentro l’agone politico vero e proprio. Ed è altrettanto certo che non si disporrà a un ruolo puramente notabilare.

Il problema è che tra questi due scogli che egli cercherà in ogni modo di evitare, lo spazio della registrazione si farà molto più stretto.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 4 gennaio 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Dal trionfo alla scomparsa, 700 pagine per capire la Dc.

[…] a inizio aprile (del 1990, ndr), comincia la prima raccolta di firme sulle leggi elettorali di Comuni, Camera e Senato, da parte di un composito fronte trasversale che coinvolge un pezzo di mondo dc moderato che avrebbe voluto riconvertire la Dc in un soggetto diverso di centro-centrodestra alternativo alla sinistra (Mario Segni), una parte dell’associazionismo cattolico (Fuci e Acli, con la leadership intellettuale di Pietro Scoppola) che a partire dai propri legami europei intendeva superare la Dc contribuendo a creare un soggetto politico che si collocasse a sinistra in una nuova logica bipolare che le nuove leggi elettorali avrebbero incentivato, il nuovo Pds e i radicali (p. 537).

Mentre avanza quell’iniziativa, il mese successivo, il 6 e 7 maggio, nella prima consultazione dopo la caduta del Muro di Berlino, le elezioni per i consigli regionali delle Regioni ordinarie, la Lega Lombarda balza al 18,9% nella sua Regione (p. 523).

Dall’estate 1990, mentre il movimento referendario riesce a superare le 500 mila firme, iniziano le irrituali picconate del Presidente Cossiga che, al netto di alcune caratteristiche personali e dei conflitti con alcuni capicorrente dc per la scadenza presidenziale del 1992, coglie però il punto chiave: lo strumento della Dc era connaturato come tale alla funzione di baluardo democratico contro il comunismo, “ora tale funzione veniva meno e, di conseguenza, poteva essere accettato il pluralismo politico” (p. 541). In altri termini la fuga di parte degli elettori dc verso la Lega, verso la Rete di Orlando, l’impegno di parte del suo retroterra nel movimento referendario al fine esplicito di superare l’unità politica e le esternazioni di Cossiga erano fenomeni diversi ed eterogenei, ma accomunati da questa riflessione e ritenevano che i tentativi ecclesiastici, oltre che della dirigenza della Dc, di puntellare lo strumento tradizionale fossero destinati alla sconfitta per le stesse ragioni internazionali che ne avevano favorito l’affermazione e il successo. A questo si aggiunse poi come fattore di accelerazione la vicenda di Mani Pulite, ma appunto accelerando processi che erano già in moto per cause proprie.

Del resto che il crollo del Muro di Berlino, con la scomparsa dell’avversario tradizionale, rendesse ingovernabili e divaricanti le dinamiche della Dc lo si vide con chiarezza nelle elezioni presidenziali del 1992 con la caduta dei due candidati previsti, Forlani e Andreotti.

Per quanto tradizionalmente le elezioni presidenziali fossero sempre state terreno difficile per la Dc, anche perché in esse non valeva, a differenza che per il Governo, la conventio ad excludendum verso il Pci e neanche verso il Msi, in questo caso, a differenza del solito, oltre ai franchi tiratori nel segreto dell’urna, si manifestarono anche dissociazioni esplicite e rivendicate come quella di Mario Segni e dei suoi deputati pattisti (p. 554).

Per questa ragione anche la trasformazione della Dc nel Ppi unitario era destinata ad un inevitabile fallimento, in quanto “viziata dalla mancanza di realismo” (p. 576), tanto più considerando che le energie cattoliche esterne coinvolte avevano già rivelato nel corso degli anni precedenti una profonda divaricazione già all’interno delle dinamiche ecclesiali oltre agli elementi di differenziazione politica.

In questo senso il Volume descrive una storia complessivamente di successo, soprattutto per le lungimiranti scelte di collocazione europea ed atlantica, ma che è stata trascinata oltre il logico e il dovuto dall’incapacità di comprendere che a volte gli strumenti vengono logorati non solo da fallimenti ma anche da successi. Andando oltre gli Autori, che spingono a ritenere illusorie alcune persistenti nostalgie dell’unità politica e a ritenere tuttora valida l’esigenza di trasmettere una cultura di governo, ci si possono forse chiedere le ragioni per le quali nel contesto odierno il venir meno di quello strumento sembri comportare anche un declino delle ragioni di un efficace impegno politico del cattolicesimo organizzato nei nuovi contenitori partitici che si sono venuti a creare. Al netto della netta secolarizzazione della società che rende impossibili significative aggregazioni di soli cattolici, come negli altri Paesi europei dove i cosiddetti partiti popolari sono in realtà partiti molto laici di centro-centrodestra mentre a sinistra sono più diffuse collocazioni individuali di questa cultura politica oppure in piccoli gruppi, è plausibile ritenere che si sia essiccata quella cultura di governo, di ricerca di mediazioni tra principi e realtà, di rifiuto di un'”atmosfera ossigenata” fatta tutta di principi astratti (ripudiata de De Gasperi alla Settimana Sociale del 1945, p. 43), che potrebbe essere utile in entrambi gli schieramenti.

La logica dei principi non negoziabili, dell’isolamento di alcuni temi su cui proporre posizione identitarie ove non anche fondamentaliste, sembra nuocere sia a destra sia a sinistra, sia pure con gerarchie diverse di temi, chi a destra privilegiando il contrasto frontale ai nuovi diritti civili chi a sinistra assumendo posizioni ‘no border’ sull’immigrazione o di pacifismo astratto. Non stupisce che con questa impostazione che pretenderebbe superare non solo lo strumento non riproponibile del partito unitario ma anche la logica della cultura di governo che ha innervato cinquant’anni di storia, che avrebbe invece valore permanente, il declino della fecondità storica dell’impegno dei cattolici si acceleri fatalmente.

 

[G. Formigoni, P. Pombeni, G. Vecchio, Storia della Democrazia cristiana. 1943-1993, Bologna, Il Mulino, 2023, pp. 720]

 

Per leggere il testo completo della recensione

https://bit.ly/3TVAzlE

Meloni, il bagno e l’invidia degli altri.

Ogni conferenza è un’occasione per incontrare un certo mondo e potersi confrontare. Ne è stato esempio luminoso l’incontro della Presidente del Consiglio Meloni con i rappresentanti della stampa prevista secondo tradizione per la fine dell’anno, rimandata solo di qualche giorno a causa delle condizioni di salute della Giorgia nazionale.

Tutto è andato secondo il previsto, una intuibile raffica di domande e le inevitabili risposte di rito che hanno dato la stura alle altrettante presumibili critiche di dissenso e contestazioni o di plauso. È un gioco delle parti che non appassiona nessuno e che serve per riempire le pagine dei quotidiani in quei giorni a secco di notizie interessanti.

Questa volta qualcosa è accaduto di insolito tanto da muovere un po’ le acque della banalità. Si era quasi sulla dirittura d’arrivo; mancavano solo tre maledette domande alla fine dell’evento, quando la nostra Premier in un impeto di onestà, una delle sue migliori qualità, ha chiamato un provvisorio time out.

Chiedendo scusa agli intervenuti ha dato una di quelle giustificazioni che non lasciano spazio ad altre interpretazioni di comodo che possano dar vita a chissà quali retroscena da film giallo.

“Devo andare in bagno” è stata la sincera ammissione della leader Giorgia che a passo spedito si è diretta dove risolvere l’impellenza accompagnata, anche lì, fino ad un certo punto, dal suo portavoce Fabrizio Alfano.

Non si è discusso se fosse stato più corretto dire “andare in bagno” o “al bagno” come pure l’opposizione di questi tempi avrebbe potuto protestare incartandosi per l’ennesima volta. Ci si è rassegnati all’evidenza ed è anzi probabile che tutti abbiano approfittato, durante la pausa, per riprendere fiato per scatenarsi solo dopo l’incontro nei commenti da strombazzare alle proprie parti.

Si legge come l’eufemismo sia una figura retorica. Si adotta una certa parola al fine di attenuare il carico espressivo di ciò che si intende dire perché di contenuto potenzialmente offensivo o troppo crudo.

Si sostituisce, per buona maniera, una certa espressione con un’altra di significato attenuato. Manzoni ne richiama il senso sulla pelle del povero Renzo. ”Il notaio fa un altro cenno a’ birri; i quali afferrano, l’uno la destra, l’altra la sinistra del giovine, e in fretta in fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell’ipocrita figura d’eufemismo, chiamati manichini”.

In questo caso si sarebbe potuto dire ad esempio della esigenza di doversi andare a lavare le mani o semplicemente di doversi assentare un minuto. Quasi tutti avrebbero compreso e si sarebbe obbedito ad una forma forse più attenta di galateo.

La Meloni, va riconosciuto, è persona schietta. Per l’urgenza del momento non è stata invece a menarla tanto per le lunghe. Ha dichiarato risolutivamente il suo moto per luogo senza aggiungere altro. In seguito si sono risparmiati opportunamente i particolari di cronaca.

Ci sono termini che in ogni caso vanno maneggiati con cura.

Il 19 novembre si celebra la Giornata mondiale del Gabinetto, così ha stabilito l’Assemblea Mondiale della Nazioni Unite, nata anche su iniziativa di un certo mr. Toilet, posto che al mondo 2,5 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione del pianeta, versa in una mancanza di servizi igienici adeguati con tutte le conseguenze immaginabili, non ultime una spesa di 260 miliardi di dollari l’anno per le malattie che ne derivano.

Non a caso Ghandi diceva che “la sanità è più importante della indipendenza”.

Oggi “cesso” è una parola considerata volgare; in realtà viene da “secessus”, cioè “appartato”. Così latrina ha origine da “lavatrina”, cioè un posto utile per lavarsi.

Per sua fortuna la Meloni è a Capo di un Governo in Italia, paese che vanta l’uso di un bidet che lo distingue da altre nazioni che ne trascurano l’utilità. In altri casi sono proposte delle “doccette”, ma insomma almeno in questo caso si può sostenere che non siamo gli ultimi al mondo.

 

La nostra Presidente del Consiglio ha saputo segnare anche in questa singolare episodio un punto in suo favore: è stata la prima, durante decenni di Repubblica, ad ammettere un’umana esigenza fisiologica che l’ha resa ancor più in diretta sintonia con il suo popolo, evitando giri di parole che non vanno dritti al punto della questione.

Comunque è stata una prima volta su cui il cerimoniale della Presidenza del Consiglio dovrà riflettere e predisporre opportune procedure in caso di altri simili circostanze.

C’è da pensare che gli altri politici ne saranno rimasti livorosi di invidia. Chissà se sapranno competerle sullo stesso campo e che tireranno fuori per sorprenderci maggiormente. Non se ne avverte nessuna urgenza.

Biden passa all’attacco, Trump rappresenta un pericolo per la democrazia americana.

Foto di Barbara da Pixabay
Foto di Barbara da Pixabay

Roma, 5 gen. (askanews) – Donald Trump è pronto a “sacrificare” la democrazia americana. È l’accusa lanciata dal presidente Joe Biden durante un discorso elettorale in Pennsylvania, alla vigilia del terzo anniversario dell’assalto al Campidoglio.

“Il team della campagna di Donald Trump è ossessionato dal passato, non dal futuro. È disposto a sacrificare la nostra democrazia pur di ottenere il potere”, ha accusato il presidente democratico in carica, che vuole dare il via alla sua campagna per il 2024.

Trump giustifica la “violenza politica”, così come i suoi sostenitori, ha proseguito Biden nel suo discorso. “Trump e i suoi sostenitori MAGA (“Make America Great Again”, lo slogan di punta del miliardario repubblicano) non solo condonano la violenza politica, ma ne ridono”, ha denunciato l’81enne democratico. Biden ha inoltre accusato Trump di ricorrere alla retorica della “Germania nazista”. “Parla del sangue degli americani che viene avvelenato, usando esattamente lo stesso linguaggio che veniva usato nella Germania nazista”, ha attaccato il presidente democratico.

Il presidente in carica ha voluto rivolgere un appello agli elettori americani sul tema della democrazia durante un discorso nei pressi di Valley Forge, in Pennsylvania, sito storico della guerra d’indipendenza americana.

Il presidente avrebbe dovuto tenere il suo discorso domani (oggi per chi legge, ndr), tre anni dopo l’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump il 6 gennaio 2021 nel tentativo di impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden, ma la data è stata anticipata a venerdì a causa delle avverse previsioni meteo.

L’assalto al Campidoglio resta una questione divisiva negli Stati Uniti: il 25 per cento degli americani crede, senza prove, che ci sia dietro l’Fbi, secondo un sondaggio del Washington Post e dell’Università del Maryland pubblicato questa settimana.

Gli sforzi per dare impulso alla campagna di Joe Biden, che ama presentarsi come difensore della democrazia, continueranno lunedì quando visiterà una chiesa in South Carolina dove un suprematista bianco ha ucciso nove afroamericani nel 2015. Questo desiderio di dare un’accelerata alla campagna elettorale di Joe Biden arriva sulla scia delle critiche di alcuni democratici che ritengono che sia partita troppo lentamente

La crisi dei partiti favorisce e rispecchia la crisi della democrazia

Delle tante forme assunte dalla crisi italiana, quella più radicata è l’astensionismo, espressione della crescente sfiducia degli italiani nei confronti dei partiti. Perché la crisi dei partiti è anche la crisi della democrazia.

Storicamente i partiti nascono come anello di congiunzione tra il corpo elettorale e le istituzioni democratiche rappresentative. All’indomani dell’unità d’Italia, con una legge elettorale che attribuiva il diritto di voto ai cittadini di sesso maschile di età superiore ai venticinque anni e con determinati requisiti di censo, questa funzione era svolta dai Prefetti. Già con la legge elettorale del 1881 e con l’allargamento del suffragio elettorale e, quindi, con l’emersione di nuovi gruppi di interessi, i partiti iniziano a svolgere una vera e propria funzione di mediazione tra gli interessi dei cittadini e le istituzioni.

Verso la fine degli anni Cinquanta del Novecento compaiono due saggi sulla soppressione dei partiti politici, uno a firma di Simone Weil, l’altro di Adriano Olivetti. Seppur sorrette da differenti motivazioni, i due saggi teorizzano una democrazia senza partiti. Ebbene, a Costituzione invariata, la questione non è quella di una democrazia senza partiti, ma di partiti senza democrazia, di partiti costruiti dal capo. Riprendendo le riflessioni di Giorgio Merlo pubblicate nei giorni scorsi, i partiti personali contribuiscono sicuramente a generare col tempo la sfiducia degli elettori. E la legge elettorale per il rinnovo del Parlamento, dove il parlamentare è semplicemente un nominato, contribuisce ad incrementare l’astensionismo. Come uscirne? Innanzitutto con una riforma elettorale che consenta agli elettori di esprimere la propria preferenza per il proprio candidato. Ma ciò non basta a ridurre l’astensionismo che si registra nelle altre competizioni elettorali, dove vigono differenti sistemi elettorali.

È necessario, allora, che si ritorni ad avere fiducia nei partiti. E ciò può essere possibile soltanto costruendo partiti che non siano espressione di un capo, ma di valori radicati nella cultura del popolo. Solo con una rinnovata fiducia nei partiti, si potrà tornare a sperare. Perché ciò che si avverte nei giovani, nelle famiglie e negli anziani è l’assenza della speranza. Ernst Bloch ci insegna che la speranza ha a che fare con il futuro. E ciò che deve distinguere la politica di centro dal populismo o dal sovranismo o, ancora, da una sinistra priva di identità che sembra inseguire i populisti è proprio la capacità di guardare al futuro e non al contingente senza mettere in discussione i principi della democrazia né distruggere con riforme la Costituzione. Già, la carta costituzionale deve essere il faro per consentire ai cittadini di tornare a sperare. Quella Costituzione che recepisce il personalismo cattolico di Mounier e di Maritain. Quella Costituzione che sancisce il principio solidaristico che i populismi oscurano o ignorano con la costante costruzione del nemico, la cui espressione più evidente è un inedito populismo penale.

Pertanto, occorre costruire un partito che recuperi la fiducia perduta. E in questo percorso costituente i principi fondamentali della Costituzione sono una difesa appassionata di una dignità che la politica non può abbandonare. È la dignità della persona, intesa da Rosmini come l’essere che entra in relazione con altri, e che si contrappone all’individuo, essere chiuso, isolato, che considera l’altro un nemico. E, allora, la centralità della persona e la solidarietà, in quanto valori universali, devono ispirare un nuovo modo di intendere il partito. E la politica.

Senza un alternativa al centro e a sinistra vincerà l’astensionismo

La recente votazione parlamentare sul MES ha delineato in maniera netta una divisione di campo assai chiara, di natura squisitamente politica in quanto fondata su un tema dirimente, non legato alla spicciola e spesso vuota conflittualità verbale ad uso social nella quale i partiti si esercitano quotidianamente nel disinteresse sostanziale dei cittadini italiani.

Al di là della sua valenza propriamente tecnica la questione verteva sulla visione che si ha dell’Unione Europea e del suo futuro, proprio alla vigilia del rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Ne è uscito un quadro limpido, che solo l’ottusità degli attuali attori politici si rifiuta di trasformare in un disegno politico per quanto pure ad essi risulti evidente, tanto è cristallino.

Trascinata dai suoi demoni del passato e preoccupata dalla concorrenza a destra che l’irrequieto Salvini ha deciso di portarle con una determinazione pari forse solo al suo terrore di non riuscire più a recuperare il consenso perduto, Giorgia Meloni ha abbandonato – tatticamente? questo non si sa – il progetto al quale lavorava da quando si è insediata a Palazzo Chigi, ovvero la sua integrazione nei salotti buoni dei palazzi europei e la progressiva costituzione di un raggruppamento conservatore continentale in grado di competere con il popolarismo moderato in crisi di leadership dopo il ritiro di Angela Merkel e in grado, al tempo stesso, di rafforzarla ulteriormente qui in Italia.

Uno spostamento anche semantico (le parole in politica hanno sempre un valore alto, pure in questi tempi inquinati dal misero vocabolario social), dal ghetto “populista” e “sovranista” alla più nobile aggettivazione “conservatrice”. L’obiettivo sarebbe poi stato di integrare un “nazionalismo” ribadito quasi ossessivamente con un “europeismo” peraltro ancora da definirsi meglio, non appartenendo certamente quest’ultimo alla sua cultura di provenienza, né alla sua storia e né probabilmente ai suoi convincimenti più profondi. Alcune mosse palesemente errate, come il sostegno all’estremismo iberico di Vox invece che al “moderatismo radicale” del Partido Popular, avevano per la verità indebolito, ma non azzerato, la sua lenta ma sicura marcia di avvicinamento verso il suo obiettivo politico, e verso quei salotti.

Il voto contro il fondo salva-stati ha ora interrotto quel percorso avviato a bordo della confortevole vettura della Presidenza del Consiglio e l’ha riportata alla piazza dalla quale era partita e nella quale deve pur tornare di tanto in tanto. Il problema è che quella piazza, come si è visto alla festa annuale di Atreju, è rimasta, nel suo profondo, nazionalista, sovranista e pure un poco populista. Non facilissimo guidarla sul nuovo percorso se a fianco qualcuno cerca di sfilargliela urlando più forte e fregandosene bellamente di qualsiasi reale interesse nazionale, che invece Palazzo Chigi non può, nemmeno volesse, trascurare.

Quel voto ha pure mostrato agli occhi di qualunque osservatore l’ectoplasma di Forza Italia, ora che non c’è più il suo ineguagliabile fondatore. Sarebbe stata un’eccellente opportunità per marcare una distanza vera, politica, dalla Destra, per rafforzare il legame – così spesso rivendicato – col popolarismo moderato europeo e per osare una rinnovata ricerca del consenso in un campo, quello appunto dei moderati, lasciato libero da tutti.

Il voto di astensione – ossia, il non voto, la non decisione – ne ha al contrario sancito l’irrilevanza, il suo semplice essere ancella governativa di una leadership che fatalmente (in assenza di fatti nuovi, di scelte innovative che però a questo punto potrebbero essere prese solo dai figli del fondatore e non certo dal pallido Ministro degli Esteri) è destinata ad assorbirla nel suo più vasto e moderno contenitore. Lasciando così libero uno spazio che torna ad essere disponibile per una formazione europeista moderata e riformista, disponibile a collaborare con la Sinistra non radicale e non massimalista. A conferma che il futuro si gioca in Europa, perché è la politica internazionale a imporlo.

Uno spazio impossibile a non vedersi che però, incredibilmente, le divise e deboli forze “centriste” non riescono a occupare, tutte intente a farsi una mediocre guerra fra di loro. L’insieme di sigle, più o meno recenti, più o meno durature nel tempo, che affollano il cosiddetto “Centro” della geografia politica italiana è talmente vasto da renderne difficile – e probabilmente inutile – la loro elencazione. Chi con un tratto maggiormente identitario – è il caso di quelle d’area cattolica – chi con accenti più pluralistici, tutte queste esperienze si intestano una volontà, una aspirazione – legittima, per carità – alla rappresentanza di quell’elettorato stufo di questo pseudo bipolarismo destra-sinistra che necessita e dunque impone uno scontro permanente, molto spesso intorno a temi di scarso valore effettivo, ora però amplificato dalla logica binaria zero/uno, on/off, yes/no imposta dalla nuova sottocultura digitale. Una volontà alla quale però non sanno far seguire i fatti. Pur di fronte ad un elettorato la cui consistenza è sì difficile quantificare ma che plausibilmente potrebbe raggiungere le due cifre e che, esso pure come quello di altre aree politiche, tende ultimamente a rifugiarsi nell’astensionismo in assenza di un’offerta politica credibile.

Sempre più spesso, credo sia esperienza diffusa, si ascoltano persone in “crisi elettorale”, del tipo “non so davvero per chi votare, la prossima volta”. Un elettorato consapevole che in politica, come nella vita, molto spesso è necessario raggiungere un compromesso (termine non necessariamente negativo, anzi in politica nobilitato da quella che è definita “arte della mediazione”) nell’interesse generale, per fare qualche passo in avanti piuttosto che rimanere fermi scambiandosi reciprocamente l’accusa di immobilismo, di ostruzionismo, di rifiuto del cambiamento. Compromesso che invece non è mai accettabile sui valori ultimi, sui principi costituzionali, sulle questioni di fondo che attengono alla vita umana.

Questo elettorato potrebbe anche, in ultima istanza, essere interessato a una seria proposta di centro-sinistra, posta la deriva a destra cui la pressione di Salvini rischia di condurre la Meloni e il suo partito, ancora sostanzialmente composto da personale di provenienza missina. Un elettorato che, però, si trova innanzi da un lato i personalismi autocentrati di Renzi e Calenda, capaci di distruggere l’idea del Terzo Polo ma anche, più gravemente, l’idea stessa che si possa costituire una forza politica di Centro.

E dall’altro incontra un Pd che, ormai da tempo abbandonata anche solo la suggestione della “vocazione maggioritaria” (che era la pietra angolare della sua costituzione), ha nell’ultimo anno intrapreso una strada opposta, identitaria, di sinistra più che di centrosinistra, centrata su valori individualistici lontani dalle reali necessità della gente comune. Una strada che forse ora sta cominciando ad apparire angusta anche alla sua principale promotrice: ed è proprio sull’idea europeista, oltre che sui temi dell’equo compenso lavorativo, che Schlein forse cercherà di correggere almeno in parte la rotta. Il problema suo è che, per farlo, deve ricorrere a personalità non appartenenti alla sinistra tradizionale e neppure di giovane età – da Prodi a Gentiloni, da Bindi a Letta – che con tutta evidenza cozzano con quell’idea di una “nuova classe dirigente” che supera le scelte a suo tempo adottate dal “precedente Pd” elargitaci in favore di telecamera quasi ogni sera dai protagonisti del nuovo corso, quel ristretto nucleo dirigente asserragliato intorno alla segretaria incapace di rendersi interessante a chi non si sente in sintonia col loro pensare ma non per questo è di destra o è ostile in termini preconcetti ad una sinistra di governo.

Non solo. Il Pd rimane ancora legato alla suggestione del “campo largo”, da seminare e arare insieme ai 5 Stelle ora guidati dall’avvocato on. Conte, a suo tempo improvvidamente definito “punto di riferimento della sinistra” da dirigenti dem palesemente ubriacati dall’esperienza governativa del Conte 2. Senza rendersi conto, il Pd oggi in versione neo-radicale, che l’obiettivo di Conte e dei suoi pentastellati è esattamente quello di svuotarlo di una parte del consenso per divenire essi la guida dell’eventuale alleanza di sinistra. Ma rivelando nei passaggi topici la loro vena populista, demagogica, antieuropeista che ben si era manifestata col governo giallo-verde, il Conte 1. Ed infatti emergono le ambiguità nel rapporto con la Russia di Putin, nascoste all’ombra di un opportunistico pacifismo; o in quello con la Cina, emerse con l’autolesionistico, per l’Italia, accordo sulla nuova “Via della Seta” ora opportunamente ricusato dal governo Meloni; o nei rapporti con gli americani sostenitori di Donald Trump, nella speranza segreta e neanche troppo di un suo ritorno alla Casa Bianca; o nel rapporto conflittuale con la UE, vera cartina di tornasole emersa in occasione del voto sul MES. Una alternatività al Pd addirittura clamorosa, tanto che non vederla, ai piani alti del Nazareno, appare francamente incomprensibile.

Questo è il quadro, per sommi capi, che si presenta davanti a quel potenziale elettorato “centrista” di cui si è qui detto, sempre più sconsolato e sempre più tentato dal rifugio astensionista. Chi è disposto a rivedere le proprie posizioni e a cercare un recupero, sia pure in “zona Cesarini”?

L’alternativa alle destre passa per la rifondazione di un centro vitale

È sempre più forte la sensazione che si avverte in larga parte dell’opinione pubblica del travalicamento da parte di esponenti della maggioranza, in particolare delle due destre FdI e Lega, di quei limiti fisiologici ed etici volti a presidiare la nostra architettura costituzionale da tentazioni autarchiche del sistema politico-istituzionale, oggi dominato da una classe dirigente inadatta a ruoli e compiti di rappresentanza istituzionale.

Ad essa si associa la diffusa preoccupazione per il propagarsi di intrecci corruttivi – pur nel riconoscimento ad personam del principio della presunzione di innocenza – sufficienti a evidenziare un inquietante stato di degrado della nostra etica pubblica, con tutti i rischi che la frequenza di abusi e arbitri non finiscano per indebolire prestigio ed autorevolezza delle istituzioni, al contempo esposte ad un disegno ideologico di occupazione del potere e collateralmente della Rai, che da presidio dell’informazione pubblica e del pluralismo è diventata uno strumento, a reti unificate, di propaganda politica di questo governo.

Persino l’ex presidente della Consulta, e già presidente del consiglio, Giuliano Amato, non è stato tenero, in una recente intervista, sul pericolo emergente di insidiosi segnali di deriva autocratica, intravedendo i sintomi di uno sbriciolamento della democrazia di cui l’astensionismo, giunto alla preoccupante soglia del cinquanta per cento, ne è  l’effetto più evidente.

Così non si contano più i segnali di un affievolimento etico della condotta di tanti rappresentanti delle istituzioni, tanto sono ormai gli episodi dove a farla da padrone c’è una costante arroganza del potere e l’esibizione della più disinvolta impudenza.

Dalla tragedia, a ridosso della spiaggia, di Cutro, con circa ottanta migranti morti, tra cui tanti bambini e donne, e tanti dispersi; al caso Cospito, ove certe notizie riservate sono transitate tranquillamente in mani estranee e utilizzate come una clava per attaccare avversari politici sulla base di teoremi spregiudicati e senza fondamento; al caso Lollobrigida, che usa i treni come taxi, ottenendo un trattamento speciale non previsto per i comuni passeggeri, e propalando come giustificazione che chiunque potrebbe chiedere e ottenere di far fermare un treno anche a una stazione non prevista nel suo percorso tabellare, fosse pure un treno ad alta velocità,  con una semplice richiesta al capotreno; all’ultimo tragico episodio del deputato di FdI, Pozzolo, che va in tarda notte al cenone di fine anno facendo mostra di un piccolo revolver da cui inopinatamente (è tutto ancora sotto accertamento giudiziario) parte un colpo e ferisce un giovane, parente di un uomo della scorta del sottosegretario Del Mastro.

Questi sono solo alcuni dei casi eclatanti, da quando si è insediato il governo Meloni, che ne costellano il firmamento con mirabili imprese politico-istituzionale di cui si sono resi protagonisti tanti campioni del guasconismo di questa destra eccentrica e trumpiana, anzi di queste due  destre, FdI e Lega, che si rincorrono a vicenda come fosse una competizione a chi la fa più grossa.

Il messaggio che passa attraverso queste disinvolte imprese non è certo dei più rassicuranti, trattandosi di azioni messe in atto, nella gran parte di esse, nell’esercizio di attività istituzionali.

È di ieri un preoccupante Comunicato di Libertà e giustizia dove tra l’altro di legge: “Un connubio opaco fra affari e politica, un uso di risorse pubbliche impiegate per ampliare il consenso, una normalizzazione di legami familiari e amicali nelle funzioni pubbliche, sono modelli negativi che contrastano con l’interesse generale e il governo della legge. Mai come in questi mesi si è palesato il nesso perverso tra aggressioni alla magistratura, volte ad intimidire il corpo dei magistrati e uso familistico e fazioso delle istituzioni, e si è resa evidente, al contrario, l’importanza strutturale dell’equilibrio dei poteri, dell’indipendenza degli organi di controllo e di un’informazione libera da bavagli che sia garanzia di trasparenza per i cittadini”.

Si spiega allora l’inatteso attacco alla magistratura da parte di uno dei suoi più autorevoli esponenti del governo, il ministro Crosetto, notoriamente persona pacata e seria.

C’è evidentemente la consapevolezza di un parterre di rappresentanti della maggioranza, difficilmente controllabile e imprevedibile, trattandosi di una classe dirigente, in buona parte improvvisata, che, come in una commedia dell’arte, opera sopra le righe travalicando prima ancora che, come in qualche caso, i limiti penali, quei confini etici il cui rispetto deve contraddistinguere l’azione politica di ogni persona.

Ancora più grave è il fatto che in tale contingenza politica, questa maggioranza sembra avere campo aperto, per la palese inefficacia ed inconcludenza delle due forze di opposizione (Pd e 5 Stelle) che non riescono ad incardinare un’azione politica di contrasto forte e al contempo propositiva, incapaci di rappresentare le aspettative di tanta parte del paese nel chiaro obiettivo di una mediazione politica idonea a non lasciare senza tutele aree del paese e ceti sociali chiamati, ancora una volta, invece, a pagare il prezzo di politiche sbilanciate, fondate su una progettualità che esalta il fai da te, in perfetto stile ultraliberista, senza alcun raccordo con una visione compartecipativa e solidarista tra i diversi ceti sociali.

Del resto, l’invito e la glorificazione che si è fatta di Elon Musk durante la kermesse di Atreju non è stato altro che un chiaro messaggio all’esaltazione dell’ultra individualismo post moderno di cui ne sono mentori Elon Musk e la ristretta élite di paperoni con patrimoni incommensurabili.

Insomma una rappresentazione da “superuomo” che non piacerebbe nemmeno a Nietzsche, autore di questo archetipo nichilista, nel contestuale groviglio con il manifesto propagandistico: Dio, patria e famiglia; e insieme nella teatrale esaltazione dello spirito dionisiaco, che alimentandosi dentro un vitalismo senza freni, si percepisce nella volontà di potenza, libero dalla morale, e in questo contesto trova la sua affermazione.

Inoltre, le performance esibite in occasione degli incontri canonici con la stampa, sono state  all’insegna di sermoni, invettive, gossip e vittimismo.

Un quadro inquietante e fortemente insidioso per il futuro del paese che nella conclamata fragilità di una inconcludente opposizione, tra velleitarismo radicale, massimalismo progettuale e qualunquismo demagogico e populista – come può dirsi diversamente il voto favorevole dei 5 Stelle alla linea della maggioranza che ha bocciato la ratifica del Mes? – sembra non cogliere tutti i pericoli di un lucido disegno teso ad una sfrontata anticipazione del vagheggiato accentramento dei poteri in capo alla presidente del consiglio. E ciò secondo le linee del progetto di legge di riforma costituzionale ad opera del governo, rendendo intanto ordinario, nonostante gli annosi richiami della Consulta e le recenti sottolineature del Capo dello Stato, l’uso della decretazione d’urgenza, e quindi imponendo tempi strettissimi al dibattito parlamentare. Da qui l’aggravante di mettere la sordina ai parlamentari della sua maggioranza, mentre non c’è istituzione di garanzia, dalla Presidenza della Repubblica alla Consulta, che non sia stata messa sotto assedio.

Tanta insidia non può farci restare inerti. Occorre creare le giuste premesse per una riaggregazione dell’area cattolico democratica e popolare.

Ma, lo stato delle cose non rende più sufficiente questo processo aggregativo se ad esso non si accompagna, nel contempo, una contestuale iniziativa tesa a mettere in campo una coalizione di centro attraverso un’alleanza con i partiti che gravitano in quest’area, espressione delle culture liberali, riformiste e repubblicane.

E la sfida è talmente epocale che impone la convergenza di tutte quelle culture politiche che seppero trovare virtuosa intesa per dare all’Italia, devastata da una guerra brutale e fratricida, una Carta costituzionale dall’evidente ed innegabile impronta antifascista. Una Carta improntata a sapiente tutela dei diritti fondamentali, capace perciò di essere linfa per un futuro di sviluppo e di progresso nella democrazia.

Occorre allora uno sforzo comune nel saper cogliere l’irripetibile occasione che,  nello scorrere vorticoso di eventi, tanto rapidi quanto imprevedibili e funzionali, come risulta essere il recente  posizionamento di Tajani e di Forza Italia, al lucido disegno ideologico di queste due destre – in competizione mediante metodi ora guasconi, ora spregiudicati – ci offre il presente vuoto politico, restituendo rappresentanza solida e credibile ad un centro rissoso e finora percepito come poco affidabile da un elettorato attento.

Occorre riportare in quello spazio politico tutta la potenzialità del patrimonio culturale, politico e istituzionale di cui da tempo parte del paese avverte la mancanza, pagandone le conseguenze in termini di forte depauperamento sociale ed etico e con tutti i suoi riverberi nei modelli quotidiani di qualità della vita politica, sociale e comunitaria.

Se vogliamo salvare il paese dai minacciosi disegni autocratici che sta perseguendo questo esecutivo, non abbiamo che da accelerare le occasioni di confronto, sia con le diverse componenti culturali tutte riconducibili all’area cattolico popolare, sia con le forze in questo momento presenti in parlamento, distanti sia dall’attuale maggioranza di governo che dall’opposizione inconcludente, principalmente di Pd e 5 Stelle.

La prima sfida cui siamo chiamati è a pochi mesi di distanza e si tratta del rinnovo del Parlamento europeo: competizione importante e cruciale per le ambizioni di una nuova e più dinamica identità dell’organismo rappresentativo sovranazionale europeo.

Sicuramente è la migliore occasione per concordare un’alleanza tra le tre aree culturali titolate a rappresentare l’area di centro del sistema politico ed al contempo quale migliore opportunità per contribuire a bilanciare in prospettiva il disequilibrio del nostro sistema politico, complice il trentennale modello maggioritario su cui si sono conformate le leggi elettorali che si sono succedute, trasferendo nel concreto in capo ai leader di partito la sovranità popolare. E questo grazie ad un meccanismo che consentendo di prefigurare anticipatamente la possibile schiera di parlamentari, permette a chi ha in mano il partito un diritto di nomina, collocando in successione le candidature ritenute più fedeli alla sua linea.

C’è dunque un dovere da parte di tutte queste forze politiche che hanno contiguità in molti punti programmatici e, soprattutto, nel fatto d’identificarsi appieno nell’impianto costituzionale antifascista e antitotalitario, ad agire, superando ogni vecchia logica di ripicche personali, di personalismi o di pretese autoreferenziali. È tempo di costruire un’alleanza che, fuori da ogni velleitarismo, potrebbe trovare nella concretezza di una lista che espliciti palesemente la propria vocazione in difesa della Carta costituzionale, l’identità centrista e pluralista contro ogni tentativo teso a stravolgere e demolire l’impianto virtuoso del nostro assetto istituzionale, con tanto di pesi e contrappesi.

Scelta che non solo darebbe un chiaro segnale di compattezza e di credibilità politica nel segno di una conclamata difesa della Costituzione e dei suoi principi fondanti, ma anticiperebbe l’eco di un progetto di governance dell’Ue facendo argine al tentativo di spostamento dell’asse di governo dell’Unione da parte dei partiti di destra (che inizialmente aveva trovato una favorevole sponda anche nel presidente del Ppe, Manfred Weber) le cui politiche anti migratorie e sovraniste, già predittive in campo nazionale – emblematicamente rappresentate dalle misure autoritarie di V. Orban, in Ungheria, ablative dello stato di diritto di quel paese, (per fortuna la Polonia è riuscita a divincolarsi da un nuovo governo autocratico)  – finirebbero per creare le condizioni per una rapida destrutturazione del processo di integrazione.  Tutto ciò mentre l’europeismo volge verso una logica di rafforzamento e di ricerca di una maggiore autorevolezza dell’Unione, unico antidoto contro le politiche divisive di cui sono foriere sovranismo e populismo.

In questo scenario serve avere tra le forze di area democristiana e popolare dei negoziatori autorevoli, ossia senza background o profili precedenti poco sovrapponibili o in antitesi con la cultura cattolico popolare. In effetti, quando manchino di autorevolezza, è fatale che i negoziatori rendano poco plausibile una rappresentanza politicamente affidabile e non scevra da intima diffidenza, con riferimento agli impegni da assumere e agli obiettivi da raggiungere.

Esigenza che a maggior ragione si pretende da parte di chi ne incarna al momento la rappresentanza di quel patrimonio di valori e di principi, che furono pietra miliare della Democrazia Cristiana, in questo processo confederativo con cui si propone di offrire, attraverso una sapiente mediazione con le culture delle altre forze politiche affini, la migliore sintesi programmatico-progettuale tesa a costruire una coalizione di centro.

 

Cleopatra schiva abilmente i dilemmi di una navigazione a vista

Abbiamo aspettato due settimane e la nostra Cleopatra non delude. Sale in tolda e ci sta per più di tre ore, illustra il suo programma e non la manda a dire né agli avversari né ai suoi. Grande senso di concretezza e certezza di non lasciare il comando a breve.  Non ci sono alterative all’orizzonte e seppure a mezza bocca Cesare prende atto che non potrà cambiarla tanto presto.

Cleopatra in queste due settimane ha preso le misure ai suoi e non è stata tenera e non lo sarà in vista del prossimo appuntamento elettorale. Quelli che ha lasciato a terra a svolgere l’ingrato compito di fare i supporter hanno appreso loro malgrado (e vale per quelli più giovani del gruppo) che la logica di appartenenza non consente fughe personalistiche, iniziative di velato smarcamento. Se Cleopatra chiede un sì incondizionato, s’intende proprio “incondizionato” ovvero non trattabile; se ci sono tentennamenti, incertezze, dubbi o perplessità, restano nella sfera privata e non debbono trasparire.

Finché le cose vanno bene mandare giù il boccone, pur faticosamente, si fa. Per quelli che stanno nella barca con lei, dalla ciurma agli ufficiali di bordo, la questione è più complessa. Primo, Cleopatra non concede a nessuno visibilità per il pubblico: si sapeva ma viverlo direttamente sulle proprie spalle è diverso. I due ufficiali di bordo con il più alto grado, ormai parlano sommessamente e svolgono la funzione di controcanto e rarissimi sono i casi di espressione di opinione propria, seppure mediata nel quadro generale del piano di navigazione.

Neanche la malattia del capitano Cleo ha consentito loro occupare lo spazio mediatico libero, si sono limitati a brevi interventi di spiegazione del piano generale e null’altro. Eppure un certo sotterrano malcontento serpeggia tra la ciurma che si vede compressa al solo ruolo di remare pescando con il remo più acqua possibile. Eppure sarebbe il caso che qualcuno di loro avesse un riconoscimento per tanta fatica profusa, ma nei fatti la realtà cozza con le affermazioni del capitano Cleo che davanti a tutti afferma di avere più stima della sua classe dirigente, ma di fatto non consente a nessuno di emergere veramente, fuori dal ruolo di comprimario. Il che pone a Cesare il quesito di che farne della barca e del suo equipaggio quando la capitano Cleo si sarà stancata della navigazione anche se è certo che manca tempo che accada.
Nel frattempo il popolo dell’impero ha ascoltato pazientemente il lungo discorso di capitano Cleo, caratterizzato dall’aver elencato i traguardi raggiunti e quelli che si debbono ancora raggiungere, ma notando che di errori inciampi e ritardi non si è parlato. Quelli della classe di capitano Cleo non conoscono l’errore e se lo fanno non riescono a riconoscerlo. Sembra un gioco di parole ma è così ed è sufficiente prestare attenzione a come vengono scelte le parole per constatare che errore/sbaglio/imprecisione/inesattezza sono scomparse dal linguaggio.

Tutto quello che si è fatto è ben fatto, tutto quello che non si è potuto fare è colpa di condizioni esterne, prima fra tutte l’alleanza europea con le sue regole rigide di partecipazione, e in secondo luogo è colpa di quelli che con altra barca hanno governato questa parte dell’impero di Cesare. Osservazione che può essere fatta valere dopo i primi mesi di navigazione, allo scorso inverno, per intenderci, ma dopo un’anno di navigazione non è proprio possibile; ocome suggeriamo da tempo, qualche rinfrescamento alla ciurma e agli ufficiali di bordo andrebbe dato,; oppure desolatamente delle carte nautiche si fatica a comprenderne il significato profondo, che non è solo frutto di un buon disegnatore, ma del racconto dell’esperienza di chi quei mari ha solcato e ha consentito di essere trasferito nelle mappe.

Il popolo dell’impero si sa che è esigente e volubile nelle decisioni. Ciò che incensa oggi, domani butta giù. I tanti che avevano sperato, sostenendo anche a malincuore le idee di Cleopatra/Meloni si ritrovano nella delusione e più soli che mai, alle prese con i pochi sesterzi a disposizione e con ancora meno servizi di prima. E anche un po’ più malaticci perché, sembra strano davvero, ma in questa parte dell’impero curasi è diventato un costo, e le borse dei più sono vuote. Se devi decidere se mangiare oggi o curarti, diventa gioco forza che mangi oggi e ti curerai domani. Vale per tutti e tutti, dai nonni/e ai bambini, agli uomini e alle donne, anzi quest’ultime ne sopportano il peso maggiore dovendo assolvere molti assieme: famiglia/lavoro prima di tutto. Così molti dei servizi che nel tempo Cesare aveva contribuito ad assicurare ai molti del popolo, sono spariti o si sono ridotti di molto.

Ma la narrazione di Cleopatra/Meloni non guarda a costoro, non ci sono queste famiglie nella sua narrazione. Un po’ perché stare sempre a lamentarsi fa menagramo e la visione cruda e pessimistica non è della cultura del capitano Cleo, che preferisce successi, sorrisi, sogni e speranze, è un po’ perché obbiettivamente affrontare la reale condizione del Paese e del suo popolo dimostrerebbe un’inefficacia delle scelte politiche che non è contemplata.

Eppure saranno proprio queste famiglie che affronteranno l’anno secondo del governo del capitano Cleo con la certezza di essere state dimenticate e che non saranno recuperate le loro speranze di un “avvenire migliore”. Il loro unico potere è andare a votare. Finora la maggior parte è stata a guardare o si è dispersa nei mille rivoli del dissenso, ora ha difronte un appuntamento che non si lascerà scappare tanto facilmente. Su questo appuntamento elettorale si stanno buttando in molti dei gruppi politici, alcuni tentando di recuperare il consenso disperso, apparendo come i saggi governanti che finora sono mancati (ma si sa quando cerchi di essere più di qualcun’altro appare sempre uno che è più di te…), altri confutando a tutta voce il dissesto dell’impero prodotto da Cleopatra/Meloni. In realtà fanno un gran chiasso e una gran cagnara, ma presentando ben poco di concreto in termini di soluzioni politiche alternative. Il gruppo Cleo/Meloni è sull’andiamo dritti per la nostra strada che se ci seguite (continuate a seguire perché meglio quelli che già si conoscono che i nuovi arrivi) sarete premiati con uno “starete meglio” generico, che soddisfa tutti e non ha controindicazioni ( quale stupido non vorrebbe stare meglio?).

Lei stessa però, per la sua parte ma non solo, ha dettato le regole. Si scelga prima della data dell’appuntamento al voto, io devo governare in “santa pace”: quindi niente sgambetti post elettorali (ove mai ci fosse un improbabile mutamento di equilibri) e se mi avanza tempo mentre faccio il capitano, mi candido pure a questo ruolo. Della serie non sono affezionata alla poltrona ma se ci resto è meglio per me e pure per voi. Intesi? Ed è scesa dalla tolda a passo svelto verso la sua cabina a leggere le mappe.

La violenza nella Corea del Sud riflette largamente l’aggressività sui social

Foto di Big_Heart da Pixabay
Foto di Big_Heart da Pixabay

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La forte polarizzazione del panorama politico sudcoreano è attestata anche da un sondaggio del Pew Research Center del 2021 che collocava Seoul al primo posto tra i Paesi economicamente più avanzati del mondo quanto a divergenza politica, con lo stesso punteggio degli Stati Uniti. Proprio le figure di Yoon e Lee  ne sono un esempio molto chiaro: alle elezioni del 2022 Lee uscì sconfitto contro il People Power Party per meno dell’1% dei voti, ottenendone il 47.83%, e presentando un programma politico quasi diametralmente opposto a quello del suo avversario.

La Corea del Sud è una democrazia relativamente giovane (è nata nel 1987) in un Paese segnato da da cambiamenti politici repentini, violenti e polarizzanti che ne hanno caratterizzato la storia nell’ultimo secolo: basti pensare alle conseguenze della Guerra Fredda e al Movimento del Primo maggio. Ma ai cambiamenti politici devono essere aggiunte anche le rivoluzioni sociali figlie delle rapide trasformazioni industriali e tecnologiche, che creano faglie profonde tra la popolazione e richiedono soluzioni politiche spesso in contrasto.

Sebbene però si stia assistendo a una crescente polarizzazione delle ideologie politiche interne ai partiti, l’opinione pubblica, almeno fino al 2020, presentava una situazione molto diversa. Uno studio del Korean Economic Insitute che si avvale dei dati ottenuti da sondaggi svolti dal 2004 al 2020, mostra come la maggior parte della popolazione sudcoreana abbia in realtà opinioni centriste. Mentre un sondaggio del National Election Commission and Gallup Korea, svolto nel 2020, rivelava che per il 40.5% dell’elettorato i fattori di scelta principali siano legati a caratteristiche come i tratti personali, l’integrità morale e le competenze del candidato più che ai programmi politici. La rilevanza di questi aspetti si evince anche dalla risposta del pubblico ai casi di corruzione, sia le inchieste contro Lee Jae-Myung sia l’impeachment a Park Geun-Hye.

Aggressioni come quella a Lee e agli altri politici, tuttavia fanno pensare a un pubblico sudcoreano molto più fazioso rispetto a quanto appare dai sondaggi. Una spiegazione al fenomeno veniva offerta dal Korea Herald già nel 2021, sottolineando il peso dei social media e del mondo digitale, dove le opinioni più estremiste rimbombano e si alimentano continuamente, influenzando così anche il processo di formazione di un’identità politica e dando spazio a chi ha opinioni più estremiste. Quanti si dimostrano attivi online, inoltre, tendono anche ad essere politicamente più presenti anche in manifestazioni reali, rispetto a quanti hanno opinioni più moderate e che sembrerebbero costituire la maggioranza della popolazione.

 

Per saperne di più

https://www.asianews.it/notizie-it/L’attentato-a-Lee-e-la-polarizzazione-della-politica-a-Seoul-59863.html

Cattolici e politica, basta vuoto pluralismo o pretesa integralistica.

Verrebbe da dire che c’era un tempo in cui prevaleva l’unità politica dei cattolici. Certo, era una stagione profondamente e radicalmente diversa da quella contemporanea. Una fase caratterizzata dalla presenza di un grande partito popolare, di massa e di ispirazione cristiana, la Dc. Una fase divertita sotto il versante storico, politico, culturale, sociale ed economico. E in quel contesto l’unità politica dei cattolici era quasi una prassi scontata, anche se mai divenne un dogma, seppur laico.

Tramontata la Democrazia Cristiana, finita la prima repubblica e modificato soprattutto il sistema elettorale, si è chiusa forse definitivamente ed irreversibilmente anche la stagione dell’unità politica dei cattolici. Consolidandosi, al contempo, il pluralismo politico dei cattolici italiani si è ridotto, progressivamente, anche il peso e il condizionamento dei cattolici nella concreta dialettica politica italiana. Non per la qualità e l’autorevolezza dei cattolici presenti nei vari partiti o nelle varie istituzioni ma per la semplice ragione che gli stessi ‘progetti politici’ dei vari partiti sono cambiati profondamente rispetto al passato. E cioè, l’identità culturale e il progetto politico che, il più delle volte, prescindono radicalmente dalla cultura e dal patrimonio storico ed ideale del cattolicesimo popolare, democratico e sociale. E, per queste motivazioni, la cultura politica dei cattolici, di fatto, è stata sostituita da comportamenti politici e da iniziative dei partiti del tutto esterni e estranei rispetto al filone del cattolicesimo politico italiano.

In questo contesto, accanto ad una oggettiva e palese irrilevanza politica e culturale, emerge quella che continua ad essere un vero vulnus ai fini di una presenza politica e pubblica qualificata dei cattolici italiani. Perchè se è vero, com’è vero, che non era un dogma l’unità politica dei cattolici non lo è neanche la diaspora dei cattolici stessi, per dirla con una felice espressione di Mino Martinazzoli di molti anni fa, ma purtroppo è emerso un dato che non possiamo non prendere atto. E cioè, il vizio dell’autoreferenzialità dei cattolici stessi. Ossia, per dirla con altri termini, ognuno fa per sè. Ogni gruppo, ogni movimento, ogni ‘parrocchietta’ presente nei diversi partiti si ritiene del tutto esclusiva ed escludente rispetto all’universo cattolico. Di qui il vizio e il vezzo dell’autoreferenzialità che resta alla base della debolezza e della disorganizzazione dei cattolici stessi nel rapporto con la vita pubblica del nostro paese. Un tasso, quindi, di integralismo, di presunzione e di arroganza che contribuisce, purtroppo, a delegittimare ulteriormente la qualità e la specificità della cultura dei cattolici italiani nell’attuale contesto politico contemporaneo.

Ecco perché, forse, è giunto anche il momento per rendersi conto che se si vuole rilanciare e riattualizzare la storica cultura del cattolicesimo politico italiano occorre dismettere

definitivamente i panni dell’arroganza esclusivista di chi pensa di rappresentare con il proprio gruppetto il mondo variegato e complesso dei cattolici italiani e, al contrario, assumere un atteggiamento più umile, e più laico, finalizzato a ridare cittadinanza ad un ‘pensiero’ che ormai da troppo tempo – e per svariate ragioni – vive ai margini della cittadella politica italiana.

Oggi a Roma l’ultimo saluto a Michele Zolla

Michele Zolla fu uno dei primi colleghi che conobbi nel 1976. Era un parlamentare alla seconda legislatura con esperienze consumate nelle istituzioni con Scalfaro a cui rimase amico leale. Mi colpi in Michele la sua pacatezza, il commentare comportamenti politici non coerenti con giudizi lontani da eccessi verbosi ma comunque fermi nella non condivisione. Era il Suo un ragionare senza pregiudizi, senza condanne definitive.

La Sua formazione cristiana si manifestava nella tolleranza e nella convinzione dei ravvedimenti. Niente di irreversibile, nessuna presunzione di possedere la verità ma la disponibilità al dialogo. Michele Zolla era portato a parlare con tutti, a intrattenersi anche con le “matricole” parlamentari. Cercava il confronto mentre il clima non sempre lo favoriva.

Fu in controtendenza. Fu parlamentare a tempo pieno vivendo con i colleghi un rapporto dì solidarietà. Non una presenza fugace. Non considerava Montecitorio un club da intrattenersi lo stretto necessario, ma il luogo dove si operava a tempo pieno,  perché la centralità del Parlamento fosse garantita. Gli uomini di Stato esistevano se c’era lo Stato, di cui solo un Parlamento funzionante ne era il garante.

Fu Vice Presidente della Camera, ruolo che svolse con scrupolosità. Ricordo che quando per la prima volta si trovò a presiedere era imbarazzato di trovarsi seduto nello scranno più alto, cioè in una posizione preminente rispetto ai colleghi. Finiti i turni di presidenza ci cercava per socializzare quasi scusandosi. La Sua visione sulla indispensabilità del ruolo del Parlamento lo ha accompagnato nell’Associazione degli ex Parlamentari, dove ha avuto ruoli importanti.

Negli ultimi tempi era molto critico difronte alle impennate anti Parlamento, nate soprattutto all’interno: un tradimento di chi aveva fatto cadere le difese immunitarie della Istituzione, espressione della sovranità popolare.

Michele era preoccupato per una deriva pericolosa per la democrazia. Ricordo il collega e amico. Un ricordo commosso e grato per la testimonianza di essere Uomo delle istituzioni.  Un esempio quello di Michele Zolla che non ho mai dimenticato!

 

 

N.B. I funerali si svolgeranno oggi,  giovedi 4 gennaio,  alle ore 11.00, nella chiesa della Santissima Trinità, via filippo marchetti 36,  zona quartiere africano, vicino viale somalia.

L’Etiopia, Paese BRICS, cerca lo sbocco al mare: è crisi con la Somalia

Lo scorso primo gennaio, l’Etiopia nello stesso giorno in cui ha ufficialmente iniziato la sua avventura nel gruppo dei BRICS, ha stipulato un accordo con il Somaliland per ritrovare l’accesso al mare, a cui ha dovuto rinunciare dal 1993 in seguito all’indipendenza dell’Eritrea.

Il memorandum d’intesa sottoscritto lunedì ad Addis Abeba dal premier etiope Abiy Ahmed e dal presidente dell’autoproclamata repubblica del Somaliland Muse Bihi Abdif, mira a consentire all’Etiopia di utilizzare uno specchio di mare di 20 chilometri quadrati di acque costiere del Somaliland, tramite la concessione dello strategico porto di Berbera, situato nel Golfo di Aden, che dà l’accesso sia al Mar Rosso che all’Oceano Indiano da cui passano le rotte commerciali con l’Asia.

“Il passo dell’Etiopia mette in pericolo la stabilità e la pace della regione”. Così recita il comunicato emesso dopo una riunione di emergenza del governo somalo. Com’era prevedibile, non si è fatta attendere la reazione di protesta della Somalia che considera il Somaliland, che coincide con l’ex Somalia britannica, territorio dello stato somalo indivisibile, e pertanto ritiene nullo l’accordo siglato a Capodanno. Il Somaliland infatti non è riconosciuto dall’Onu né da alcun stato ad eccezione di Taiwan, fattore di ulteriore complicazione visti gli interessi cinesi nel Corno d’Africa.

L’accordo fra Addis Abeba e Hargheisa (la capitale del Somaliland) rischia anche di compromettere i colloqui fra la Somalia e il Somaliland che entrambe le parti avevano deciso di riprendere per trovare una soluzione alla divisione, appena la settimana scorsa, in seguito al ruolo di mediazione esercitato da Gibuti. Proprio da Gibuti, Paese cruciale per il commercio mondiale perché affacciato sullo stretto di Bab el Mandeb che consente l’accesso al Mar Rosso, passa ben il 90% del traffico commerciale per un Paese di oltre 120 milioni di abitanti qual è l’Etiopia. Ed è stata la Cina a realizzare nello scorso decennio un salto di qualità infrastrutturale, modernizzando e potenziando la linea ferroviaria Gibuti-Addis Abeba dopo che era fallito un piano per l’ammodernamento finanziato dall’Ue nei primi anni duemila.

Dunque, il collegamento marittimo per l’Etiopia costituisce un problema oggettivo che la Comunità internazionale non può non riconoscere soprattutto dopo che i Paesi vicini, Eritrea, Somalia e Gibuti, hanno di recente ribadito ad Addis Abeba la loro indisponibilità a discutere della questione.

Problema che l’Etiopia sta tentando di risolvere attraverso un accordo con il Somaliland, pur mostrando cautela circa il riconoscimento etiope di questa entità secessionista, per non fare aumentare ulteriormente la tensione con la Somalia in un quadrante come quello del Corno d’Africa già afflitto da molteplici conflitti e al centro di interessi globali per la sua posizione strategica sia dal punto di vista geopolitico che da quello del commercio fra Asia ed Europa.

Ora tocca alla Igad, l’organizzazione regionale nel Corno d’Africa, all’Unione Africana, all’Onu cercare di disinnescare questa nuova crisi, evitando che possa degenerare in una nuova guerra. L’Etiopia negli ultimi anni ha già dato prova di responsabilità nella sua controversia con l’Egitto, ora suo partner nei BRICS, per l’utilizzo dell’acqua del Nilo. Nel braccio di ferro che sembra profilarsi in occasioni come queste fra chi fomenta le contrapposizioni pensando di trarne vantaggio, e chi cerca di ricomporre i tasselli della ragionevolezza, ogni soggetto che opera sulla scena globale, Unione Europea compresa, è chiamato a fare la propria parte per la ricerca di una soluzione equa che assicuri pace e stabilità.

Da Gaza al Mar Rosso, il conflitto minaccia di allargarsi.

Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay
Foto di Welcome to All ! ツ da Pixabay

La guerra di Gaza minaccia di espandersi, lungi dal concludersi. Come temuto, l’Iran potrebbe aver deciso di entrare nel conflitto agendo attraverso i suoi emissari operanti ai confini di Israele, come Hezbollah nel Libano meridionale oppure, più subdolamente, fornendo – come sta in effetti accadendo – i guerriglieri yemeniti Houthi di droni tecnologicamente all’avanguardia utili per attaccare le petroliere e le imbarcazioni commerciali che quotidianamente percorrono il Mar Rosso verso lo sbocco settentrionale mediterraneo raggiungibile tramite il Canale di Suez.

È di tutta evidenza il colossale danno economico, l’aggravio di costi derivante dalla necessità – se gli attacchi dovessero proseguire e andare a segno – di circumnavigare l’intero continente africano per giungere a Gibilterra e accedere al Mediterraneo o per approdare ai grandi porti del nord Europa. La coalizione istituita a presidio del Mar Rosso dagli Stati Uniti e della quale pure l’Italia è parte al momento funge da dissuasore, ma non ha di per sé eliminato completamente il rischio. E nel frattempo qualche grande compagnia di navigazione ha già diminuito gli accessi ad un mare divenuto così pericoloso.

Questa iniziativa dei guerriglieri Houthi ha da un lato dimostrato quanto il conflitto israelo-palestinese possa davvero estendersi a tutta l’area mediorientale e alla penisola arabica. Dall’altro ha riacceso l’interesse su un una guerra dimenticata, quella nello Yemen, che si trascina ormai da dieci anni e che ha provocato sin qui oltre 350.000 morti e una “crisi umanitaria” (espressione testuale delle Nazioni Unite) di proporzioni gigantesche nel sostanziale disinteresse della comunità internazionale.

Lo Yemen è un disgraziato paese nel quale si sta combattendo una delle tante “guerre per procura” che ormai sempre più numerose si stanno sviluppando nel mondo: in questo caso le contendenti sono le due nazioni che si stanno disputando la preminenza regionale nell’area oltre che essere radicalmente divise dalla rivalità religiosa: l’Iran sciita e l’Arabia sunnita. Da oltre un anno è in vigore una tregua che ora, però, potrebbe venire interrotta dagli sviluppi che si stanno determinando in seguito ai fatti del 7 ottobre e alla conseguente reazione israeliana a Gaza. Una tregua cui si è arrivati, nel 2022, dopo oltre otto anni di guerra civile nella quale a un certo punto, era il marzo 2015, si è inserita l’Arabia, che avviò una campagna terrificante di bombardamenti che provocarono la morte di migliaia di inermi cittadini. I sauditi erano intervenuti a supporto del governo sunnita di San’a’, capitale peraltro occupata dagli Houthi sin dal 2015, finanziati e armati da Teheran.

Ma chi sono, esattamente, gli Houthi? Sono un gruppo sciita (del ramo zaydita, per essere precisi, ma non è questa la sede per approfondire oltre) insediato sulle montagne delle Yemen nord-occidentale da sempre in contrasto con la maggioranza sunnita; in seguito ai sommovimenti determinati dalle primavere arabe del 2011 gli Houthi riuscirono a conquistare terreno a sud sino, come detto, alla capitale e poi ancora sino alle rive dell’oceano Indiano con l’obiettivo evidente – non raggiunto – di arrivare a controllare lo strategico porto di Aden all’imbocco del Mar Rosso.

L’alleanza siglata con i correligionari sciiti di Teheran se da un lato ne ha rafforzato il potenziale militare dall’altro non poteva non allarmare Riad che infatti, come detto, intervenne.  Ma senza ottenere, nonostante il costosissimo intervento militare attuato, una vittoria chiara e rapida. Anzi. La guerra si trascinò per anni aggravando la disperata condizione degli yemeniti, assaliti da bombe, carestie, epidemie che hanno ucciso fra l’altro moltissimi bambini innocenti. I ribelli Houthi, infatti, riuscirono non solo a resistere ma pure a colpire l’Arabia sul suo territorio come accadde nel 2019 a due impianti petroliferi di primaria importanza. Teheran in questi anni ha vieppiù rifornito gli Houthi di droni, missili balistici, missili da crociera. E ora, evidentemente, ha chiesto loro di sostenere la causa di Hamas attaccando le navi della Stella di David ma non solo. Anche quelle commerciali dell’occidente. La “guerra mondiale a pezzi” si allarga.

La cultura politica del Centro agli antipodi della partitocrazia dei capi

Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay
Foto di Jeyaratnam Caniceus da Pixabay

La cultura politica del Centro agli antipodi della partitocrazia dei capi

 

Se c’è un luogo dove la deriva antipolitica, come quella dei partiti personali e del capo, non può avere alcuna cittadinanza è proprio quello che declina una politica di centro”.

 

Giorgio Merlo

 

Storicamente il Centro nel nostro paese è stato rappresentato da partiti e movimenti fortemente democratici, con una marcata e visibile cultura politica, una classe dirigente autorevole e qualificata e un progetto politico autenticamente riformista e di governo. Ma, per fermarsi ad un solo aspetto di questo rapido elenco, il Centro è anche credibile se il partito o il luogo politico che lo interpreta è schiettamente democratico e trasparente. Detto in altri termini, c’è una sostanziale incompatibilità tra un Centro democratico, di governo, plurale, riformista e dinamico e l’esperienza dei partiti personali e del capo. Perché un partito che raccoglie l’eredità di un progetto politico e culturale di straordinaria importanza per la storia democratica del nostro paese non può essere guidato e governato da un partito che affida al solo capo la soluzione miracolistica di tutti i nodi politici.

Ci sono delle costanti nella politica italiana che non possono essere sacrificate sull’altare di nessuna pseudo-modernità. E la cultura politica di centro e il progetto politico di un centro riformista e di governo declinato durante l’intera prima repubblica dalla Democrazia cristiana e poi da partiti che hanno cercato di ricondurre la propria azione ai principi e ai valori che hanno, comunque sia, caratterizzato storicamente l’esperienza della Dc, non può essere a maggior ragione gestito attraverso il criterio della fedeltà al capo e ad un modello puramente personalistico.

Ecco perchè, se c’è un luogo dove la deriva antipolitica, falsamente modernista e vagamente autoritaria come quella dei partiti personali e del capo non può avere alcuna cittadinanza è proprio quello che declina una “politica di centro”. Perché, al di là di ogni propaganda o tentazione nostalgica, si tratta di un luogo che esiste in quanto produce politica e progettualità poltica. Un luogo quasi statutariamente plurale che contempla al suo interno la presenza attiva e feconda di più culture politiche e che, di conseguenza, invoca ed esige quella che comunemente viene definita come una leadership politica diffusa. Cioè, appunto, l’esatto contrario della ‘democrazia dell’applauso’ e della radicale identificazione tra il capo e i suoi supporter e tifosi.

Inoltre, un luogo che deve saper recuperare sino in fondo la progettualità politica e la dimensione democratica e collegiale del partito. E, anche su questo versante, l’esatto contrario dei partiti personali e del capo. E le prossime elezioni europee possono segnare l’avvio di questa scommessa politica. Purchè il progetto di un nuovo e qualificato Centro sappia recuperare sino in fondo quei tasselli democratici e costituzionali che hanno caratterizzato le migliori stagioni della politica italiana. E, ancora una volta, su questo versante sarà decisivo l’apporto della cultura, dei valori, della prassi e della concreta esperienza del cattolicesimo popolare e sociale. Convinti, come siamo, che solo attraverso una nuova etica politica e una rinnovata cultura democratica sarà possibile riscoprire e rilanciare una vera e credibile ‘politica di centro’.

Delta del Gange e Piana pontina: terre lontane sotto un’unico allarme.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Se doveste mettere un termometro climatico per rilevare la febbre più ardente del pianeta scegliete il sito tra India e Bangladesh dove sorge la più grande foresta di mangrovie del pianeta! A proposito di mangrovie è stata una sorpresa apprendere la loro funzione di assorbimento di CO2 e di barriera naturale contro l’erosione!

Dove le acque del Gange sfociano nel golfo del Bengala è evidente il disastro incombente se non si corre ai ripari. Lo strazio che sta subendo un sistema così delicato che ospita 5 milioni di abitanti a soli 100 Km da una delle più grandi megalopoli al mondo, Calcutta. Non sono mancati gli scettici di turno: è un caso eccezionale! Subito zittiti da episodi analoghi in pieno Pacifico dove nello stato polinesiano, il Tuvalu tra le isole Hawaii e l’Australia, parte delle isole sono state già sommerse dall’innalzamento del livello del mare a causa del massiccio scioglimento dei ghiacciai a partire dagli anni 90.

Un risultato storico di grande rilievo è stato raggiunto con la pronuncia del Cop 28, la recente assise dell’Onu che ha decretato la fine dell’energia dai fossili i più inquinanti entro gli anni ‘50 E proprio agli anni ‘90 che risalgono i primi rilievi e le grida dall’arme lanciate. Per quanto riguarda il nostro territorio pontino, valgono gli avvertimenti da parte di un suo appassionato figlio, per giunta geologo, Nello Ialongo. Tant’è vero che su suo impulso un primo gruppo di amici – oltre me, amico fraterno dall’età di 18 anni, anche Massimo Di Marco, Rocco Flora, Ennio Zaottini e Giacomo Curatolo, consulente giuridico – ritenemmo di aggiornare la ricca documentazione di Nello sull’argomento.

La perdita di Nello prima ci ha lasciato sgomenti poi il gruppetto unanime, come investito da una missione, ha optato per la nascita del centro studi “Nello Ialongo”, raccogliendo così il suo testimone. Con la ferma intenzione di essere stimolo e sostegno verso l’associazionismo e tutti gli enti pubblici interessati, per dare autorevolezza all’associazione abbiamo ritenuto necessario investire del compito di Presidente del Centro studi un’autorità già conosciuta e di grande autorevolezza il già Prefetto di Latina, Giuseppe Procaccini, che con passione ha coinvolto altre personalità di rilievo, dal già prefetto di Latina Antonio Reppucci a tecnici di grande esperienza in campo tecnico-scientifico da Fabrizio Ricci Cappucci. Dulcis in primis da Alba moglie di Nello come Presidente onoraria. Già il primo convegno tenutosi il 25 novembre dello scorso anno con il convinto apporto delle autorità locali, dal Sindaco Mosca al Presidente del Parco nazionale del Circeo, Giuseppe Marzano, è servito alla messa a punto della situazione di emergenza da cui ripartire in maniera unitaria senza le separatezze del passato.

Lavoro agile, nel Pubblico Impiego occorrono fondi per la sostituzione dei docenti.

Come già considerato in un precedente articolo la Direttiva del 29/12/2023 del Ministro per la Pubblica Amministrazione Sen. Paolo Zangrillo intende aprire uno spiraglio per i pubblici dipendenti che richiedano di svolgere il lavoro in modalità agile con documentati motivi. Ciò allo scopo di evitare una disparità di trattamento con i lavoratori del comparto privato ai quali la legge di bilancio 2024 consente la proroga dello smart working fino al 31 marzo 2024.

Al fine di superare questa diversità di considerazione normativa la citata Direttiva così si esprime: … “allo scopo di sensibilizzare la Dirigenza delle Amministrazioni Pubbliche ad un utilizzo orientato alla salvaguardia dei soggetti più esposti a situazioni a rischio per la salute, degli strumenti di flessibilità che la disciplina di settore – ivi inclusa quella negoziale – già consente, si ritiene necessario evidenziare la necessità di garantire, ai lavoratori che documentino gravi, urgenti e non altrimenti conciliabili situazioni di salute personali e familiari, di svolgere la prestazione lavorativa in modalità agile, anche derogando al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza. Nell’ambito dell’organizzazione di ciascuna amministrazione sarà, pertanto, il dirigente responsabile a individuare le misure organizzative che si rendono necessarie, attraverso specifiche previsioni nell’ambito degli accordi individuali, che vadano nel senso sopra indicato”.

Nella P.A. la modalità di svolgimento agile (leggasi smart working) non comporta di norma oneri per lo Stato: si pone tuttavia il problema nel comparto scuola, poiché il docente impiegato nel lavoro agile deve essere sostituito con la nomina di un supplente nella sua sede di servizio.

La Direttiva detta indicazioni generali indirizzate ai Dirigenti degli uffici decentrati della P.A. ma evidentemente non considera la specifica fattispecie dell’ambiente di lavoro scolastico. Se – giustificato da motivi ‘gravi, urgenti e non altrimenti conciliabili di salute personali e familiari”… anche “derogando al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza “- il lavoro agile è “un utilizzo orientato alla salvaguardia dei soggetti più esposti a situazioni di rischio per la salute” esso si configura come forma di tutela che assume i connotati del diritto soggettivo.

Affinchè la Direttiva possa essere applicata al personale docente della scuola è necessario che essa venga integrata con una specifica previsione di copertura finanziaria, destinata al pagamento dei supplenti.

Altrimenti essa rischia paradossalmente di diventare una fonte di disparità di trattamento nel pubblico impiego: più esattamente una disparità che si somma a quella tra pubblico e privato.

Per i diretti interessati – i dipendenti pubblici ‘fragili’-  ma anche per i dirigenti scolastici che da un lato devono tener conto della necessità di tutelare i propri dipendenti ma dall’altra possono farlo solo se esiste una specifica copertura finanziaria che glielo consenta.

Sarebbe utile colmare questo vulnus potenziale, per evitare contenziosi facilmente intuibili.

La lezione spirituale e politica del terziario domenicano Giorgio La Pira

 

La caratteristica del contributo dei cattolici alla rinascita della democrazia in Italia è emblematicamete rappresentata dalla vicenda politica di Giorgio La Pira, il quale ha espresso le tre linee fondamentali del contributo cattolico: centralità della persona; pluralismo politico e sociale e affidamento allo stato di un ruolo fondamentale nel superare le diseguaglianze sociali. Sono le tematiche, appunto, destinate a riassumere una lunga tradizione di pensiero politico che da Rosmini fino a Sturzo hanno trovato un punto di sintesi nei grandi messaggi degli anni di guerra di Pio XII, forieri degli sviluppi successivi anche in termini politici.

Queste linee di pensiero in qualche modo sono state recepite dalla Costituzione Repubblicana. Ad essa La Pira diede un contributo basilare con l’emergenza del valore della politica. La prima dimensione della sua esperienza politica è collegata al rapporto profondo tra valori politica e storia, con un altrettanto forte richiamo alla radice religiosa della politica, alla sua finalizzazione del bene dell’uomo nella sua totalità, intesa anche come contemplazione e preghiera. Nell’insieme realizzano l’uomo nella sua più profonda dimensione. Ora, quando parla di “architettura dello stato democratico”, La Pira non intende uno stato  clericale, bensì che i valori evangelici sono di per se stessi il fondamento di una compiuta democrazia al servizio della persona.

Va comunque detto che tali valori religiosi non devono essere appariscenti, ma implicitamente concreti nell’azione politica, perché è il cristiano che deve  renderli espliciti con la sua azione e il suo esempio. Quanta attualità di fronte a queste parole ci sovviene, specie quando la politica oggi sembra avvolgersi su se stessa di fronte alle sfide etiche, mentre i bisogni degli uomini restano esclusivamente “umani”, pur non restando esclusivamente materialisti. Secondo La Pira i veri materialisti sono i cristiani stessi che non  diffidano della materia e non hanno timore del corpo; e prestano invece a ciò la dovuta attenzione, perché del resto, come ricorda il Vangelo, ”dar da mangiare agli affamati” non significa appiattire l’uomo sul bisogno fisiologico dell’alimentazione, bensì compiere una atto di misericordia spirituale. In effetti, lo Spirito Santo passa anche attraverso i bisogni umani da soddisfare!

La Pira ricorda in una famosa lettera a Pio XII che il politico che si impegna su questo terreno realizza il livello più elevato della sua vocazione al servizio della persona e di Dio. Per questo motivo le istituzioni ritrovano nella sua concezione politica tutta la loro importanza, la passione per gettare le basi prima della Costituzione e poi nel suo servizio come sindaco di Firenze. Creare la “casa comune” non rientra per lui in un opera seppur egregia di ingegneria costituzionale, ma vuol dire creare le premesse perché la convivenza civile possa realizzarsi nel modo più efficace. Quando la politica indica regole non esprime solo “leggi”, che sovente sono simulacri solitari, ma innerva in modo positivo il tessuto della convivenza civile, visto che offre alle relazioni umane regole sicure e condivise come punti di riferimento per costruire una società giusta. Le strutture “esteriori” devono essere piegate al servizio dei valori che esprimono, all’interno della coscienza dell’uomo, le sue vere ragioni, capaci di renderlo persona unica, irripetibile e inviolabile.

Il bagaglio culturale di Giorgio La Pira evidenziava il carisma specifico dei Figli del Santo Padre Domenico, nel cui Ordine religioso entrò come  Terziario “donato”. Si tratta di una scelta che non consiste nella sequela di un santo, ma nella vivificazione di un ideale secondo il motto dell’Ordine “Contemplata aliis tradere”. Non deve apparire strano quindi il modo con cui egli seppe, con umile e disarmato atteggiamento, impensierire anche gli alti dignitari dell’allora gerarchia ecclesiastica e turbare le certezze dei grandi della terra.

La capacità profetica di La Pira non consisteva nel predire il futuro, ma nell’aver ricevuto il dono del discernimento che è proprio delle grandi vocazioni come quella domenicana. È lo Spirito Santo a suggerire al profeta il modo adatto e opportuno di trasferire i valori cristiani alle esigenze della storia vigente, essendo il profeta è anche apportatore di grandi novità. Il suo sguardo di studioso era sovente rivolto al passato, ma il suo animo guardava sempre al futuro, infondendo la mai perduta speranza; ecco perché ancor oggi diciamo che fu un “profeta” con un carisma autentico che si adatta alla complessità semplice dello spirito evangelico dell’Ordine Domenicano.

La maturazione politica del futuro sindaco di Firenze, si evince anche dailla corrispondenza epistolare tra lui, don Primo Mazzolari e mons.Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI, oggi agli onori degli altari.

Il trait d’union è il problema della pace che tutti e tre cercano come metodologia, quasi grammatica – mi sia consentito dire. Essi avevano già presente il problema della pace in modo “scientifico”, quasi da profeti.

Emmanuel Mounier (1905/1950) aveva anticipato quanto i cattolici democratici avrebbero realizzato nella costituzione italiana, perché aveva caratterizzato il percorso democratico secondo alcuni punti fissi: riteneva indispensabile operare la creazione di una rappresentanza diversificata e reale dei cittadini da promuovere attraverso una coscienza dell’interesse comune. Tale coscienza, che laicamente definiamo in Scienza Politica come “cultura civica”, doveva concorrere al servizio della persona, la quale poteva così opporsi al culto indiscusso del leader a detrimento delle identità. È ciò che invera le matrici del pensiero lapiriano e la rivoluzione che negli anni ’30 rappresentò il personalismo.

In effetti il personalismo che La Pira rielabora e propone nei suoi contributi alla Costituente consiste in una operatività rinnovata del cristianesimo, lontano dal clericalismo ottocentesco, ma anche antitetico all’agnosticismo pragmatico che porta alla dittatura del relativismo, sclerotizza il panorama politico, inaridisce la proposta politica dei partiti, senza i quali una vera democrazia non può funzionare. A La Pira del personalismo mouneriano interessava l’opposizione al disordine costituito, incarnato dalla falsità della democrazia borghese, che non rende possibile radicare la giustizia sociale perché incapace di esprimere un’alternativa al valore antipersona del capitalismo consumistico, essendo vincolato a un “diritto” di proprietà assolutamente astratto, ingiusto e avverso alla dignità della persona.

La libertà è la disposizione della volontà ad attuare equilibri tra atti interni ed esterni dell’uomo ed è ciò che gli inglesi definiscono “freedom”, indicando la libera esperienza morale. La dignità della persona umana nasce dal rispetto dei valori valutati dalla ragione e dal sentimento con l’espressione delle virtù come equilibrio tea indole ed atti, per cui la legge diventa ordine della convivenza, così da realizzare il bene quale perfezionamento delle virtù attraverso la ragione.

La volontarietà che implica sempre l’assenza dell’ignoranza, manifesta come ancora oggi non abbia funzionato la cosiddetta “opzione fondamentale”,perchè attribuisce valore solo a ciò che si vuole, mentre sussiste già un implicito indirizzo al bene morale, attraverso la ragione pratica che conduce alle azioni. Il personalismo di Mounier che La Pira incontra negli anni ’40, scopre e valorizza l’uomo come soggetto, attento al pericolo sempre latente di identificare il mezzo col fine, eliminando ogni possibile mediazione con esiti tradizionalistici estremi.

La Pira coglie allora nel personalismo l’avversione alla mediocrità, al compromesso spicciolo,ma soprattutto all’egoismo rappresentato dalla borghesi. Dunque, avanza in questo modo l’idea di persona nella quale Mounier quanto La Pira avvertivano il respiro dell’eternità vittoriosa sul tempo e sulla storia.

In questo senso l’attualità di La Pira rappresenta ancor oggi il lucido tentativo di recuperare e saldare – ma al tempo stesso superandola – la tradizione individualistica dei diritti dell’uomo, senza cedere alla suggestione collettivistica.  E questo sforzo ha condotto, proprio nella costituzione italiana, al riuscito collegamento etico di tutte le libertà, non limitandosi a riconoscerle, ma unendole all’insegna dell’eminente libertà dell’uomo, perché uno stato democratico ha il compito di ordinarsi in tal modo da agevolare il libero sviluppo interiore ed esteriore della persona.

Di conseguenza la comunità nazionale non è un assoluto; essa piuttosto fa parte organicamente della comunità internazionale che immunizza ogni tentativo sovranista e ogni tentazione di ricorrere alla violenza per risolvere le controversie.

In sostanza l’attualità dell’opera di La Pira emerge nella costruzione della pace, per cui il naturale referente non è neanche più lo stato, ma il tentativo di recuperare il senso profondo della civiltà umana e il valore etico e spirituale della comunità civile. Soltanto grazie all’incontro tra “civilitas” e “civitas” si potrà pervenire ad un mondo di giustizia e di pace, e quindi a nuovi rapporti di solidarietà tra gli uomini. Per costruire la pace bisogna operare tanto sul piano della formazione delle coscienze, quanto su quello delle istituzioni in cui la politica si svolge, ovvero nella pratica della giustizia nata dalla fraternità.

È su questo crinale che il ricordo di La Pira si rivolge anche ai giovani del nostro non facile tempo, perchè la lezione che se ricava ruota intorno al problema assai sentito, dopo le emergenze planetarie recentemente vissute, di come annunciare il Vangelo nelle coordinate della storia in cui il Signore ci ha fatto vivere.

 

Prof. Giulio Alfano

Presidente Istituto Emmanuel Mounier – Italia

Nel 2023 sono stati almeno 20 i missionari uccisi nel mondo

Foto di Anonymous Traveller da Pixabay
Foto di Anonymous Traveller da Pixabay

“Nell’anno che si conclude, i missionari, le operatrici e gli operatori pastorali cattolici uccisi sono stati almeno venti. E anche alla fine di quest’anno (il testo è uscito il 30 dicembre scorso, ndr), come ogni anno, l’Agenzia Fides fa memoria di loro”. “Un atto consueto, ripetuto ogni volta con stupore e gratitudine. Non per dovere d’ufficio, non per abitudine. Perché le storie accennate anche quest’anno nel dossier curato da Stefano Lodigiani non danno mai ‘assuefazione’. A esse non ci si abitua”.

Lo scrive Gianni Valente, direttore dell’Agenzia Fides, a commento del Dossier sui Missionari Uccisi nell’anno 2023. “Molti di loro – prosegue Valente – sono stati ammazzati in luoghi e situazioni segnati da conflitti. Sono stati uccisi da soldati di eserciti regolari, da miliziani di bande armate fuori controllo, da gruppi di terroristi, da sbandati con il mitra.  Nelle propaggini disperse di guerre oscurate. Nelle metastasi disseminate in tutto il mondo dal cancro della Guerra mondiale ormai non più “a pezzi” che dissangua la vita di popoli interi, come ripete con ostinazione il magistero di Papa Francesco”.

Il direttore di Fides propone qualche storia. Quella di don Isaac Achi, ucciso dalle fiamme durante l’assalto di un gruppo armato alla sua parrocchia, in Nigeria; o quelle della 18enne Janine Arenas e del 24enne Junrey Barbante, studenti filippini coinvolti nelle attività della Cappellania universitaria della Mindanao State University, uccisa da una bomba fatta esplodere nella palestra dell’Ateneo, dove si stava celebrando una messa.

“La nuova guerra mondiale in atto esige il sangue dei poveri, reclama il sacrificio umano di moltitudini di innocenti”, scrive Valente. “E le povere vite spezzate dei venti operatori e operatrici pastorali uccisi nel 2023 incrociano il destino del mondo. Hanno a che fare con la possibilità di salvezza o di dannazione che si affacciano all’orizzonte di tutti. Il loro sangue si mescola al dolore muto e rimosso delle innumerevoli vittime sacrificali nei nuovi mattatoi della storia”.

Agli italiani, il discorso di fine anno di Sergio Mattarella

Care concittadine e cari concittadini,

questa sera ci stiamo preparando a festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Nella consueta speranza che si aprano giorni positivi e rassicuranti. Naturalmente, non possiamo distogliere il pensiero da quanto avviene intorno a noi. Nella nostra Italia, nel mondo. Sappiamo di trovarci in una stagione che presenta tanti motivi di allarme. E, insieme, nuove opportunità. Avvertiamo angoscia per la violenza cui, sovente, assistiamo: tra gli Stati, nella società, nelle strade, nelle scene di vita quotidiana.

La violenza. Anzitutto, la violenza delle guerre . Di quelle in corso; e di quelle evocate e minacciate. Le devastazioni che vediamo nell’Ucraina, invasa dalla Russia, per sottometterla e annetterla. L’orribile ferocia terroristica del 7 ottobre scorso di Hamas contro centinaia di inermi bambini, donne, uomini, anziani d’Israele. Ignobile oltre ogni termine, nella sua disumanità. La reazione del governo israeliano, con un’azione militare che provoca anche migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti (qui le parole più citate nel discorso).

La guerra – ogni guerra – genera odio. E l’odio durerà, moltiplicato, per molto tempo, dopo la fine dei conflitti. La guerra è frutto del rifiuto di riconoscersi tra persone e popoli come uguali. Dotati di pari dignità. Per affermare, invece, con il pretesto del proprio interesse nazionale, un principio di diseguaglianza. E si pretende di asservire, di sfruttare. Si cerca di giustificare questi comportamenti perché sempre avvenuti nella storia. Rifiutando il progresso della civiltà umana. Il rischio, concreto, è di abituarsi a questo orrore. Alle morti di civili, donne, bambini. Come – sempre più spesso – accade nelle guerre. Alla tragica contabilità dei soldati uccisi. Reciprocamente presentata; menandone vanto. Vite spezzate, famiglie distrutte. Una generazione perduta. E tutto questo accade vicino a noi. Nel cuore dell’Europa. Sulle rive del Mediterraneo. Macerie, non solo fisiche. Che pesano sul nostro presente. E graveranno sul futuro delle nuove generazioni. Di fronte alle quali si presentano oggi, e nel loro possibile avvenire, brutalità che pensavamo, ormai, scomparse; oltre che condannate dalla storia.
La guerra non nasce da sola. Non basterebbe neppure la spinta di tante armi, che ne sono lo strumento di morte. Così diffuse. Sempre più letali. Fonte di enormi guadagni. Nasce da quel che c’è nell’animo degli uomini. Dalla mentalità che si coltiva. Dagli atteggiamenti di violenza, di sopraffazione, che si manifestano.

È indispensabile fare spazio alla cultura della pace. Alla mentalità di pace. Parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità. Sappiamo che, per porre fine alle guerre in corso, non basta invocare la pace. Occorre che venga perseguita dalla volontà dei governi. Anzitutto, di quelli che hanno scatenato i conflitti. Ma impegnarsi per la pace significa considerare queste guerre una eccezione da rimuovere; e non la regola del prossimo futuro. Volere la pace non è neutralità; o, peggio, indifferenza, rispetto a ciò che accade: sarebbe ingiusto, e anche piuttosto spregevole. Perseguire la pace vuol dire respingere la logica di una competizione permanente tra gli Stati. Che mette a rischio le sorti dei rispettivi popoli. E mina alle basi una società fondata sul rispetto delle persone.

Per conseguire la pace non è sufficiente far tacere le armi. Costruirla significa, prima di tutto, educare alla pace. Coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera. Dipende, anche, da ciascuno di noi. Pace, nel senso di vivere bene insieme. Rispettandosi, riconoscendo le ragioni dell’altro. Consapevoli che la libertà degli altri completa la nostra libertà. Vediamo, e incontriamo, la violenza anche nella vita quotidiana. Anche nel nostro Paese. Quando prevale la ricerca, il culto della conflittualità. Piuttosto che il valore di quanto vi è in comune; sviluppando confronto e dialogo.

La violenza. Penso a quella più odiosa sulle donne. Vorrei rivolgermi ai più giovani. Cari ragazzi, ve lo dico con parole semplici: l’amore non è egoismo, possesso, dominio, malinteso orgoglio. L’amore – quello vero – è ben più che rispetto: è dono, gratuità, sensibilità. Penso alla violenza verbale e alle espressioni di denigrazione e di odio che si presentano, sovente, nella rete. Penso alla violenza che qualche gruppo di giovani sembra coltivare, talvolta come espressione di rabbia. Penso al risentimento che cresce nelle periferie. Frutto, spesso, dell’indifferenza; e del senso di abbandono. Penso alla pessima tendenza di identificare avversari o addirittura nemici. Verso i quali praticare forme di aggressività. Anche attraverso le accuse più gravi e infondate. Spesso, travolgendo il confine che separa il vero dal falso. Queste modalità aggravano la difficoltà di occuparsi efficacemente dei problemi e delle emergenze che, cittadini e famiglie, devono affrontare, giorno per giorno.

Il lavoro che manca. Pur in presenza di un significativo aumento dell’occupazione. Quello sottopagato. Quello, sovente, non in linea con le proprie aspettative e con gli studi seguiti. Il lavoro, a condizioni inique, e di scarsa sicurezza. Con tante, inammissibili, vittime. Le immani, differenze di retribuzione tra pochi superprivilegiati e tanti che vivono nel disagio. Le difficoltà che si incontrano nel diritto alle cure sanitarie per tutti. Con liste d’attesa per visite ed esami, in tempi inaccettabilmente lunghi.

La sicurezza della convivenza. Che lo Stato deve garantire. Anche contro il rischio di diffusione delle armi. Rispetto allo scenario in cui ci muoviamo, i giovani si sentono fuori posto. Disorientati, se non estranei a un mondo che non possono comprendere; e di cui non condividono andamento e comportamenti. Un disorientamento che nasce dal vedere un mondo che disconosce le loro attese. Debole nel contrastare una crisi ambientale sempre più minacciosa. Incapace di unirsi nel nome di uno sviluppo globale. In una società così dinamica, come quella di oggi, vi è ancor più bisogno dei giovani. Delle loro speranze. Della loro capacità di cogliere il nuovo. Dipende da tutti noi far prevalere, sui motivi di allarme, le opportunità di progresso scientifico, di conoscenza, di dimensione umana.

Quando la nostra Costituzione parla di diritti, usa il verbo «riconoscere». Significa che i diritti umani sono nati prima dello Stato. Ma, anche, che una democrazia si nutre, prima di tutto, della capacità di ascoltare. Occorre coraggio per ascoltare. E vedere – senza filtri – situazioni spesso ignorate; che ci pongono di fronte a una realtà a volte difficile da accettare e affrontare. Come quella di tante persone che vivono una condizione di estrema vulnerabilità e fragilità; rimasti isolati. In una società pervasa da quella «cultura dello scarto», così efficacemente definita da Papa Francesco. Cui rivolgo un saluto e gli auguri più grandi. E che ringrazio per il suo instancabile Magistero.

Affermare i diritti significa ascoltare gli anziani. Preoccupati di pesare sulle loro famiglie; mentre il sistema assistenziale fatica a dar loro aiuto. Si ha sempre bisogno della saggezza e dell’esperienza. E di manifestare rispetto e riconoscenza per le generazioni precedenti. Che, con il lavoro e l’impegno, hanno contribuito alla crescita dell’Italia. Affermare i diritti significa prestare attenzione alle esigenze degli studenti, che vanno aiutati a realizzarsi. Il cui diritto allo studio incontra, nei fatti, ostacoli. A cominciare dai costi di alloggio nelle grandi città universitarie; improponibili per la maggior parte delle famiglie. Significa rendere effettiva la parità tra donne e uomini: nella società, nel lavoro, nel carico delle responsabilità familiari. Significa non volgere lo sguardo altrove di fronte ai migranti.

Ma ascoltare significa, anche, saper leggere la direzione e la rapidità dei mutamenti che stiamo vivendo. Mutamenti che possono recare effetti positivi sulle nostre vite. La tecnologia ha sempre cambiato gli assetti economici e sociali. Adesso, con l’intelligenza artificiale che si autoalimenta, sta generando un progresso inarrestabile. Destinato a modificare profondamente le nostre abitudini professionali, sociali, relazionali.. Ci troviamo nel mezzo di quello che verrà ricordato come il grande balzo storico dell’inizio del terzo millennio. Dobbiamo fare in modo che la rivoluzione che stiamo vivendo resti umana. Cioè, iscritta dentro quella tradizione di civiltà che vede, nella persona – e nella sua dignità – il pilastro irrinunziabile.

Viviamo, quindi, un passaggio epocale. Possiamo dare tutti qualcosa alla nostra Italia. Qualcosa di importante. Con i nostri valori. Con la solidarietà di cui siamo capaci. Con la partecipazione attiva alla vita civile. A partire dall’esercizio del diritto di voto. Per definire la strada da percorrere, è il voto libero che decide. Non rispondere a un sondaggio, o stare sui social. Perché la democrazia è fatta di esercizio di libertà. Libertà che, quanti esercitano pubbliche funzioni – a tutti i livelli -, sono chiamati a garantire. Libertà indipendente da abusivi controlli di chi, gestori di intelligenza artificiale o di potere, possa pretendere di orientare il pubblico sentimento.

Non dobbiamo farci vincere dalla rassegnazione. O dall’indifferenza. Non dobbiamo chiuderci in noi stessi per timore che le impetuose novità che abbiamo davanti portino soltanto pericoli. Prima che un dovere, partecipare alla vita e alle scelte della comunità è un diritto di libertà. Anche un diritto al futuro. Alla costruzione del futuro. Partecipare significa farsi carico della propria comunità. Ciascuno per la sua parte.

Significa contribuire, anche fiscalmente. L’evasione riduce, in grande misura, le risorse per la comune sicurezza sociale. E ritarda la rimozione del debito pubblico; che ostacola il nostro sviluppo. Contribuire alla vita e al progresso della Repubblica, della Patria, non può che suscitare orgoglio negli italiani. Ascoltare, quindi; partecipare; cercare, con determinazione e pazienza, quel che unisce. Perché la forza della Repubblica è la sua unità. L’unità non come risultato di un potere che si impone. L’unità della Repubblica è un modo di essere. Di intendere la comunità nazionale. Uno stato d’animo; un atteggiamento che accomuna; perché si riconosce nei valori fondanti della nostra civiltà: solidarietà, libertà, uguaglianza, giustizia, pace. I valori che la Costituzione pone a base della nostra convivenza. E che appartengono all’identità stessa dell’Italia.

Questi valori – nel corso dell’anno che si conclude – li ho visti testimoniati da tanti nostri concittadini. Li ho incontrati nella composta pietà della gente di Cutro. Li ho riconosciuti nella operosa solidarietà dei ragazzi di tutta Italia che, sui luoghi devastati dall’alluvione, spalavano il fango; e cantavano ‘Romagna mia’. Li ho letti negli occhi e nei sorrisi, dei ragazzi con autismo che lavorano con entusiasmo a Pizza aut. Promossa da un gruppo di sognatori. Che cambiano la realtà. O di quelli che lo fanno a Casal di Principe. Laddove i beni confiscati alla camorra sono diventati strumenti di riscatto civile, di impresa sociale, di diffusione della cultura. Tenendo viva la lezione di legalità di don Diana. Nel radunarsi spontaneo di tante ragazze, dopo i terribili episodi di brutalità sulle donne. Con l’intento di dire basta alla violenza. E di ribellarsi a una mentalità di sopraffazione.

Li vedo nell’impegno e nella determinazione di donne e uomini in divisa. Che operano per la nostra sicurezza. In Italia, e all’estero. Nella passione civile di persone che, lontano dai riflettori della notorietà, lavorano per dare speranza e dignità a chi è in carcere. O di chi ha lasciato il proprio lavoro – come è avvenuto – per dedicarsi a bambini, ragazzi e mamme in gravi difficoltà.

A tutti loro esprimo la riconoscenza della Repubblica. Perché le loro storie raccontano già il nostro futuro. Ci dicono che uniti siamo forti. Buon anno a tutti!

Roma, città della speranza nelle parole del Papa.

(AgenSIR-Dom. 31 dic. 2023) – “Il cristiano, come Maria, è un pellegrino di speranza”. Lo ha ribadito il Papa, nell’omelia del tradizionale “Te Deum” di fine anno, nella basilica di San Pietro. “E proprio questo sarà il tema del Giubileo del 2025: ‘Pellegrini di speranza’”, ha ricordato Francesco, che ha lanciato un interrogativo esigente: “Roma si sta preparando a diventare nell’Anno Santo città della speranza?”.

“Tutti sappiamo che da tempo è in atto l’organizzazione del Giubileo”, ha argomentato Francesco: “Ma comprendiamo bene che, nella prospettiva che qui assumiamo, non si tratta principalmente di questo; si tratta piuttosto della testimonianza della comunità ecclesiale e civile; testimonianza che, più che negli eventi, consiste nello stile di vita, nella qualità etica e spirituale della convivenza”. “Stiamo operando, ciascuno nel proprio ambito, affinché questa città sia segno di speranza per chi vi abita e per quanti la visitano?”, la domanda rivolta ai cittadini della Capitale.

“Entrare in Piazza San Pietro e vedere che, nell’abbraccio del Colonnato, si muovono liberamente e serenamente persone di ogni nazionalità, cultura e religione, è un’esperienza che infonde speranza”, ha argomentato il Papa: “ma è importante che essa sia confermata da una buona accoglienza nella visita alla Basilica, come pure nei servizi di informazione”. “Il fascino del centro storico di Roma è perenne e universale – l’altro esempio citato da Francesco – ma bisogna che possano goderlo anche le persone anziane o con qualche disabilità motoria; e occorre che alla ‘grande bellezza’ corrispondano il semplice decoro e la normale funzionalità nei luoghi e nelle situazioni della vita ordinaria, nella vita feriale. Perché una città più vivibile per i suoi cittadini è anche più accogliente per tutti”.

Quando Bodrato interloquiva con Ceccanti e Tonini sul futuro del centro-sinistra…

 

Intervento

di Guido Bodrato

 

Nell’articolo che Europa ha pubblicato il 13 settembre, Stefano Ceccanti riprende le riflessioni che Giorgio Tonini ha usato per replicare a Pier Luigi Castagnetti, al fine di giustificare l’approdo del partito democratico (ed in particolar modo dei cattolici democratici) al partito del socialismo europeo.

Dirò subito che non ho obiezioni all’invito a non trasformare in una «guerra di trincea» il dialogo sul rapporto tra spiritualità, etica e politica; e non contesto l’affermazione che si possa «stare da cristiani nella maggior parte dei partiti socialisti europei».

Questo è l’argomento che Ceccanti sviluppa soprattutto con riferimento al socialismo francese e spagnolo, ed a questa riflessione (che per molti aspetti condivido) desidero fare riferimento, considerandola intrecciata all’altra «sul ruolo politico della religione », sul ruolo politico di un cristianesimo che in Italia nella fase risorgimentale ed unitaria ha avuto a che fare sia con i socialisti come con i liberali, e poi con il bolscevismo e con il fascismo, ed infine con una sinistra dominata dal partito comunista, prima che le ideologie dovessero fare i conti con la secolarizzazione e con la dissoluzione dell’Unione sovietica.

È con riferimento al divenire della storia ed alle sue contraddizioni che si parla, quando si parla di popolarismo e di democrazia cristiana, di un partito «storicamente determinato» che ha dovuto confrontarsi con il clerico-moderatismo (e con il clerico-fascismo) prima che con la possibilità per i cristiani di aderire a partiti di destra o di sinistra, spesso in contrasto con le direttive della Chiesa (penso alla sinistra cristiana), qualche volta assecondandole. Cosa sia stata la Dc, in questo contesto storico, e perché si sia dissolta, è questione che sembra accantonata anche da autorevoli democristiani, soprattutto perché la semplice evocazione del fantasma democristiano (di una politica che oggi – non potendo caratterizzarsi come diga anticomunista – non può appellarsi alla maggioranza silenziosa) getta nel panico i sacerdoti del bipolarismo ma anche chi, tra i post-democristiani, interpreta la politica solo in funzione della conquista del potere.

Se di questo dovessimo discutere, potrei ricordare a Ceccanti che quando Donat Cattin si è incontrato a Roma con Peces-Barba, esponente del cattolicesimo socialista francese, la sinistra sociale della Dc stava dibattendo con Livio Labor sul progetto di una “nuova sinistra” che avrebbe

dovuto interpretare il movimento di contestazione giovanile ed operaia, che era in competizione con la Dc ma anche con il Pci. È noto come quel progetto, che coinvolgeva anche il socialista Lombardi, si sia concluso e come nel ’72 sia fallita la prova elettorale del Mpl, mentre il terrorismo cercava di conquistare la guida del “movimento” per dare una spallata al sistema capitalista ed al regime democristiano.

Non si tratta quindi di discutere solo di cultura politica, ma soprattutto di concrete scelte politiche. Delle scelte fatte possiamo pentirci (lo hanno fatto, con riferimento all’invasione sovietica dell’Ungheria del ’56, Napolitano e Ingrao), ma non possiamo censurare o manipolare la storia in funzione dell’immediato interesse politico, raccontando del socialismo solo ciò che può coniugarsi con il nuovo riformismo. Ora, se intendiamo occuparci della storia che abbiamo vissuto, è impossibile non riconoscere che la rinascita della democrazia europea, dopo la fine del nazifascismo, è stata caratterizzata in Europa soprattutto dalla presenza dei partiti democristiani, che si ispiravano al personalismo comunitario e che, forse anche per il fatto che i cattolici italiani erano stati ai margini della costruzione dello stato nazionale (fino al punto che una parte dei “democristiani” che poi confluiranno nel partito popolare di Sturzo, partecipa alla guerra del ‘15/18 nella convinzione che si tratta dell’ultima occasione «per riconciliarsi con il Risorgimento»), erano più aperti dei liberali e dei socialisti al progetto del federalismo europeo.

Mentre in Italia dopo la liberazione il compromesso costituzionale ha solide radici nel pensiero e nell’azione della Dc, nei paesi della Comunità europea saranno i democristiani a costruire il welfare, spesso (in Italia come in Francia) contro una sinistra (comunista) che rifiutava un riformismo che rappresentava la subalternità della classe operaia al capitalismo. In realtà cosa abbia significato a metà ‘900 il riferimento alla “democrazia cristiana” lo ha testimoniato Strafford Cripps, autorevole esponente del partito laburista e uomo di governo del “dopo Churcill”, che nel ’44 ha dato alle stampe un libro che propone di discutere dei problemi della democrazia, della sua crisi etica e del suo futuro, e conclude questa analisi affermando che «siamo tutti interessati all’attività che dovrà essere svolta dalle Chiese in genere, nel guidare il nostro paese e il mondo lungo la strada del progresso cristiano», e dedicando i capitoli conclusivi alle scelte necessarie per camminare «verso una democrazia cristiana».

C’è dunque una radice cristiana nel laburismo, che tuttavia se è coerentemente sviluppata porta oltre il socialismo.

Pochi anni dopo sarà Emmanuel Mounier, che non è mai stato democristiano ed è considerato affine alla famiglia socialista, ad introdurre un libro sul personalismo annotando che nella Francia di quel tempo i partiti democristiani (che pure temeva non sapessero resistere alle

pressioni clericali) «se non ci fossero stati avremmo dovuto inventarli » poiché hanno saputo dare una speranza ad un popolo dominato dalla paura. Per la prima volta si è parlato di “terza via” (oltre il capitalismo ed oltre il collettivismo marxista) con riferimento ai partiti democristiani ed al loro keynesismo.

All’inizio anche Jacques Delors era un democristiano, cioè era un militante della corrente di sinistra del Mrp, del partito di centro che si dissolverà quando De Gaulle conquista Parigi per evitare che la città sia conquistata dalla destra estrema che non vuole abbandonare l’Algeria…Ma quando una parte dei socialisti penserà di candidare Delors alla presidenza della Repubblica, in alternativa a Jospin, il più autorevole quotidiano francese, il conservatore Le Figarò, contrasterà questa possibilità con un titolo ironico: «Delors, un mendesist demochretien», per ricordare che questo straordinario europeista era stato, con Mendes France, contrario al regime gollista. Ed il partito socialista liquiderà la candidatura del democristiano Delors alla presidenza dell’Eliseo.

Il fatto che anche i partiti democristiani siano “storicamente determinati” (e condizionati dai mutamenti della storia) riguarda anche gli altri partiti. Lo ha scritto molto bene Massimo Salvatori su Repubblica a proposito del socialismo, dei massimalisti e dei riformisti. E questo fatto spiega perché, se è possibile ragionare con i “se”, in Gran Bretagna voterei per i laburisti, mentre il libertario Rutelli (così lo ha definito Sciarelli) voterebbe per i liberali, ed in Francia quando regnava De Gaulle, probabilmente avrei seguito Delors nel partito socialista, ma oggi voterei per i centristi di Bayrou.

E spiega soprattutto perché insisto su una questione che ancora non ha trovato una convincente risposta: perché il partito democratico è considerato il naturale approdo – alla fine della contrastata traversata del deserto – di una sinistra che si è piegata per quasi mezzo secolo alla politica sovietica, mentre questo approdo è considerato una svolta, se non una rottura con il passato, quando è riferito ai democristiani.

E perché c’è anche su Europa chi demonizza i democristiani “irriducibili” che la destra ed i clerico-moderati consideravano “i catto comunisti”, poiché aderivano alla “strategia dell’attenzione” di Moro, mentre alla festa dell’Unità il dibattito tra D’Alema e Fini è sembrata una contesa tra chi è più europeista e più atlantico, cioè “più democristiano”.

Dovrebbe essere chiaro perché io sollevo qualche interrogativo sul Pd e critico le tendenze che dominano un processo che dovrebbe concludersi con la ratifica di ciò che la nomenclatura vuole imporre per garantirsi il futuro: non sui temi “eticamente sensibili” (che appartengono alla coscienza di ogni uomo) ma su ciò che caratterizza una politica democratica (e laica), cioè sull’assetto istituzionale, sulla qualità della democrazia, sulla cultura politica cui si fa riferimento, che è anche memoria del passato e speranza di futuro.

 

 

Controreplica

di Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini

 

Carissimo direttore, Guido Bodrato ci ha chiamati in causa ieri in modo quasi sempre convincente. Segnaliamo però tre questioni.

La prima è la ricostruzione del ruolo di Delors. Nelle memorie di quest’ultimo si dimostra che fu egli stesso a rifiutare la candidatura presidenziale nel 1995 perché in grado di vincere, ma senza una coerente maggioranza parlamentare che per essere tale, a suo avviso, avrebbe dovuto comprendere socialisti e Udf. Delors ricorda peraltro che nel 1962 si schierò per il sì al referendum sull’elezione diretta del presidente, ritenendo ormai fallito il sistema precedente ed essendo quella l’unica alternativa possibile.

La seconda questione è legata all’analisi di Delors sulla maggioranza. Bodrato al primo turno del 2007 vorrebbe votare Bayrou, che non ha chances per il ballottaggio. Al secondo turno Bodrato ritiene auspicabile che si arrivi a un accordo con Ségolène Royal anziché con Sarkozy o a un non schieramento infecondo? Da questo punto di vista la provvisoria dislocazione europea diversa di Ds e Margherita potrebbe aiutare.

Terza questione: Bodrato ha tutte le ragioni per sostenere che il Pd non può essere visto come una conferma per i Ds e una svolta per la Margherita. Tuttavia, questo rischia di essere anche un effetto non voluto del dibattito falsato sulla

collocazione europea. Gli eletti del Pd alla fine siederanno in un gruppo che comprenderà una gran parte di eletti dell’odierno Pse. Ciò non accadrà perché alcuni si devono omologare ad altri che già ci sono, ma perché avremo costruito tutti insieme un partito comparabile a quelli nazionali che aderiscono al Pse per quantità e per pluralismo di ispirazioni.

Un partito che in Italia nessuno oggi possiede, indipendentemente dalle sue appartenenze europee odierne.

 

 

Le note qui riportate furono pubblicate sul quotidiano della Margherita – “Europa” – nelle edizioni del 15 e 16 settembre del 2006. Il titolo usato qui non è quello originale attribuito all’intervento di Guido Bodrato. Il giornale, infatti, sceglieva di titolare il pezzo così: “Il socialismo è morto? Risposta a Ceccanti. Ieri Delors, oggi Bayrou”.

Schlein apre al Centro? La Fase 2 del Pd è un azzardo.

Dunque, scorrendo le pagine dei quotidiani che appoggiano la sinistra italiana, nello specifico il Pd, apprendiamo con stupore e con curiosità che sta per iniziare la “fase 2 della Schlein”. Non avendo ancora bene compreso in che cosa sia consistita la fase 1, si rende noto dalle colonne di Repubblica e della Stampa che adesso la segretaria del Pd punta a conquistare il Centro e i moderati. Apparentemente sembra una barzelletta – perché di questo si tratta, in sostanza – ma è appassionante il tentativo di alcuni organi di informazione di accreditare la leader di una sinistra radicale, massimalista, estremista e libertaria come la nuova paladina in grado di conquistare il voto moderato nel nostro paese e quindi, e di conseguenza, il cosiddetto Centro politico.

Ora, al di là della legittima e comprensibile ambizione del capo della sinistra radicale italiana di portare il consenso moderato e centrista sulle rive della sinistra stessa, diventa curioso capire attraverso quale messaggio politico si dovrebbe centrare questo obiettivo. E questo per almeno due motivi di fondo.

Il primo, sufficientemente chiaro che non merita neanche di essere particolarmente approfondito, è che sino ad oggi non è mai avvenuto nella storia democratica italiana che un partito dichiaratamente e smaccatamente di sinistra diventi il punto di riferimento, politico e elettorale, di chi si riconosce nel campo politico, sociale e culturale del Centro. Perché, a parte l’intera storia della prima repubblica caratterizzata dalla presenza della Democrazia cristiana che non era, come tutti sanno, un partito di sinistra, anche nella cosiddetta seconda repubblica il consenso riconducibile ad un elettorato centrista è sempre stato intercettato e rappresentato da partiti distinti, distanti se non addirittura alternativi alla sinistra. E la conferma arriva anche dalla concreta composizione delle due coalizioni che hanno visto il tradizionale centro-sinistra e il vecchio centro-destra confrontarsi sino a poco tempo fa. Due coalizioni che dopo l’avvento del populismo grillino da un lato e il destra-centro dall’altro hanno radicalmente mutato il contesto politico complessivo.

In secondo luogo, e anche su questo versante non è necessario un supplemento di riflessione, è addirittura grottesco pensare che l’attuale Pd abbia il profilo politico, culturale, valoriale ed ideale giusto e pertinente per ambire a rappresentare ciò che storicamente nel nostro paese viene definito come Centro. Solo con un atto di fede incrollabile o con la logica di una tifoseria senza confini si può immaginare di confondere la Schlein con il Centro e viceversa. Forse è giunto il momento che anche nella politica, e nelle tifoserie più incallite, prevalga un briciolo di onestà intellettuale. Detto in altri termini, chi vuole giustamente farsi carico di una nuova sinistra radicale e massimalista lo faccia sino in fondo. E chi fiancheggia e sostiene attraverso i media questo progetto politico, rende un miglior servizio al suo beniamino politico se non fa confusione o se non prende lucciole per lanterne. Perchè a volte si rende un peggior servizio al partito che si sostiene accreditando tesi che appaiono ridicole se non addirittura comiche agli stessi promotori.

Noi, il Te Deum e Bach

Un giorno solo di tutto un anno si invitano particolarmente gli uomini a ringraziare un Dio che non si attende forse nulla di speciale, convinto com’è che ogni giorno sarebbe quello buono per scambiarsi un po’ di sorrisi e qualche pensiero appena oltre i soliti convenevoli delle buone maniere. 

In genere si aspetta l’ultimo dell’anno per mettere a posto le cose, riordinare le carte dentro casa, armarsi di qualche buon proposito per andare oltre. Anche a Dio alcuni tra gli uomini concedono un’oretta di tempo facendo finta di dimenticare i risentimenti per le fatiche dell’anno appena trascorso e per le prove superate e quelle ancora in sospeso, convinti che sia tutta farina del suo sacco.

Si dice grazie così come si fanno gli auguri. Qualcosa ancor meno di un rito, un suono di parole che invece di sollevarti da terra ti inchiodano ad essa, perché un “tanto per dire” è quello che uccide la tua lingua che schiocca la morte ad ogni sillaba. 

Si entra in Chiesa, ci si raccomanda più al destino che a lui aggiungendo altre richieste oltre quelle ancora insoddisfatte e si va avanti così per chiudere in bellezza gli adempimenti della tradizione.

Malgrado le dimenticanze, qualcosa di buono questo Dio ha fatto. Basta meno di una mezz’ora per ritirarsi da qualche parte ma non per pregare un Rosario, che perde petali immediatamente secchi ad ogni parola pronunciata con ritmo tutto umano. 

Basterebbe un solo dito su di un tablet per dare avvio ad un po’ di musica. Un certo Bach un po’ di tempo fa ha composto la English Suite. Sommo com’era, di musica ne ha tirata fuori tanta, ma quella sua invenzione “inglese” è tra le perle certamente riuscite. 

Ora si esegue al pianoforte. Il tema della mano destra e rincorso dalla mano sinistra che replica aggiungendovi qualcosa, rilanciando la sfida di nuovo alla mano destra e così via. Le dita corrono e si rincorrono, sembrano intrecciarsi, non incespicano, per un verso si sfidano, passandosi continuamente il testimone in un discorso che fa spola convulsa tra terra e cielo.

È una preghiera continua di domande a Dio e di sue risposte, di altri umani interrogativi e di continui rilanci divini, di note che scavano verso l’impossibile per arrivare ad una verità che lascia senza respiro chi la intuisce e lasciano esausti, atterriti di gioia quando la si afferra. 

Parole in musica scandite con un ordine immisurabile che scavano un pentagramma di alfabeti fino a scomporlo all’esaurimento, riducendo in ridicolo l’immaginazione. 

Note che si inerpicano su una scala che sale verso Dio e vanno dentro all’animo suo per tornarci indietro con passaggi che invitano a provare un accosto che sembra non raggiungibile e che comunque ci appartiene. 

Dio ci ha dato anche la musica, un modo per sentire come Lui. Dovremmo dirgli grazie. Sono gli uomini a comporla ma è Lui che ce ne ha dato la capacità. 

Così mentre Bach ha obbedito alla sua attesa, scendono, inevitabili, lacrime meravigliose a detergere le dita del pianista ristorando il cuore smarrito per il troppo che arriva. 

Anche Dio piange compiaciuto per ciò che ascolta questa volta da un altro creatore e si commuove per il modo che l’uomo ha scelto per agguantarlo. 

Oggi è il Te Deum anche per questo dovremmo dirgli grazie, per una dote che qualcuno tra noi ha saputo sfruttare e di cui tutti possiamo godere. Una sorpresa anche per Lui quello che gli arriva dal basso e che lo prende in contropiede per l’audacia della intensità, con suoni che non gli danno tregua e lo costringono al colloquio ed a smascherarsi per quanto giusto.

Dio ci ha fatti grandi di miseria e di opportunità, di opportuna miseria e di straordinaria qualità. Oggi è il Te Deum. Non dimentichiamolo.

Brics, scatta l’allargamento ma senza l’Argentina.

I Brics, il coordinamento promosso da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa da domani, primo gennaio 2024, raddoppiano, passando da cinque a dieci Stati membri a pieno titolo, con l’ingresso di Egitto, Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia.

Si tratta del primo allargamento, deciso all’ultimo vertice Brics di Johannesburg lo scorso agosto, di questa associazione intercontinentale sui generis, se si esclude l’ingresso del Sudafrica avvenuto nel 2010, dopo appena un anno dalla sua costituzione. E un altro gruppo di Paesi potrebbe unirsi già nel 2024, fra le decine di quelli che hanno intenzione di aderirvi.

Tuttavia il processo di allargamento dei Brics subisce anche uno stop a sorpresa, con la rinuncia dell’Argentina che era il sesto Paese candidato a entrare adesso. Una decisione dovuta al cambiamento politico avvenuto nel Paese sudamericano con le presidenziali dello scorso autunno, che hanno portato al potere l’economista ultraconservatore Javier Milei. Sarà interessante vedere se questo deciso cambio di politica estera aiuterà il nuovo presidente argentino a superare la grave crisi economica del paese oppure se renderà tale compito più arduo. In ogni caso si tratta di una decisione che distingue l’Argentina dal vicino Brasile dove la permanenza nei Brics è stata condivisa da presidenti di diverso colore politico nel corso degli ultimi quindici anni.

Questo allargamento dei Brics presenta un altro grande motivo di interesse per un’area a noi vicina, il Mediterraneo e il Medio Oriente.

L’Egitto è il primo Paese mediterraneo formalmente membro dei Brics. Questo costituisce un motivo di riflessione per noi. I Brics sembrano capaci di costruire un coinvolgimento anche con altri Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, a partire dall’Algeria, pari, se non addirittura superiore a quello che è riuscita a compiere l’Unione Europea.

Se si esclude la travagliata Etiopia, Paese dalle enormi potenzialità, ma ancora insanguinata da diversi conflitti armati, gli altri quattro Stati che entrano ora nei Brics sono situati in una delle aree più calde del pianeta, tra Medio Oriente (Arabia Saudita, Emirati, Iran) e Nord Africa (Egitto), proprio mentre è in corso una guerra che da Gaza minaccia la stabilità in quella regione. Sotto questo profilo l’ingresso nei Brics dei suddetti quattro stati contribuisce a cambiare gli equilibri della regione, rafforzando da un lato la ricerca di una completa normalizzazione delle relazioni con Israele, ma nel contempo rendendo improcrastinabile la fine delle ostilità a Gaza e la ricerca di una soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese.

Vi sono poi le incognite rappresentate dall’ adesione dell’Iran ai Brics, controbilanciate dal fatto che l’entrata in questo Coordinamento ha reso il regime di Teheran più sensibile alle istanze di pace, espresse soprattutto dalla Cina, sia in termini di riappacificazione con l’Arabia Saudita, sia, di conseguenza, con la ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra nello Yemen.

Questo allargamento, storico per i Brics quanto per ciascuno dei cinque paesi che entrano, alla fine riguarda anche noi, come europei innanzitutto, e come occidentali.

Di fronte al modo multipolare in cui il mondo va configurandosi, comunque va adottata una linea. Una linea che può essere quella del confronto, anche duro, ma riconoscendo i nuovi interlocutori costituiti da associazioni internazionali (non solo i Brics), regionali o tematiche di stati che si affacciano sulla scena globale per esprimere il loro punto di vista. Probabilmente ciò costituisce il presupposto per un disinnesco effettivo ed equo dei principali conflitti in corso e per radicare le speranze di pace che nutriamo per il 2024 e per gli anni a venire.

Se invece nei nostri gruppi dirigenti dovesse prevalere la convinzione che occorre mantenere sostanzialmente immutato l’assetto internazionale ereditato dal secolo scorso, occorrerà spiegare ai cittadini anche il prezzo via via crescente, che richiederà un tale orientamento.

Con il rischio che, già in vista delle elezioni europee, e di quelle americane, del 2024, possa ricrearsi il terreno adatto allo sviluppo di illusorie risposte populiste a questioni che invece richiederebbero di esser affrontare in modo sostanziale, concorrendo a costruire insieme quel mondo nuovo che il XXI secolo sembra deciso a volerci portare.

Concertiamo la pace, evento musicale con giovani di varie religioni.

La manifestazione, in programma presso il Sermig il 1° gennaio 2024, a partire dalle h 18.00, ha avuto il patrocinio del Consiglio regionale del Piemonte, del Comitato regionale per i diritti umani e civili, della Città di Torino e del Comitato Interfedi.

Il titolo prescelto è: “Concertiamo la pace”, col quale intendiamo emblematicamente esprimere i contenuti che ci stanno più a cuore. Ovvero che la pace non è una realtà che si ottiene in maniera “facile facile”, neanche invocandola generosamente nelle piazze, o scagliandosi contro  a volte reali, a volte ipotetici “nemici della pace”. Invece va costruita con determinazione e pazienza, lungimiranza e profezia,  utopia e realismo, conversione del cuore e comprensione di tutti gli elementi in gioco, dalla tutela della vita alla difesa della libertà e dei diritti fondamentali dell’essere umano. Per questo, con il Cardinale Zuppi, parliamo di “Pace giusta” che vuol dire non imposta con la forza delle armi e il disprezzo del diritto internazionale. Anni fa al rappresentante del governo degli Stati Uniti e a quello del governo Nord Vietnamita, fu conferito il premio Nobel per la pace in virtù dell’ accordo raggiunto per porre termine alla guerra in Indocina. Dopodichè…ci fu la tragedia dei “boat people”  e l’orrendo massacro di quasi un terzo del popolo cambogiano ad opera dei vincitori Khmer Rossi! Noi vogliamo una pace vera che crei un clima fraterno – o almeno di rispetto reciproco fra le parti in causa – e non sia foriera di altra guerra o violenza.

Per questo la pace va “concertata” cioè costruita in maniera giusta e solida. Ma “concertiamo la pace” vuole anche dire un bellissimo concerto di un orchestra formata da giovani di religioni diverse, che l’armonia e la collaborazione fra loro l’hanno già trovata, che dopo un percorso di conoscenza reciproca, studio, impegno e collaborazione, offriranno il prodotto di questo nobile percorso a tutte/i noi, grazie al fatto che la musica è un linguaggio universale capace di  incontrare direttamente l’animo umano.

 

Giampiero Leo

Portavoce del Coordinamento Interconfessionale “Noi siamo con voi”

Il governo va incontro finalmente ai lavoratori fragili del Pubblico impiego

Il giorno stesso in cui il Parlamento ha approvato la Legge di Bilancio del 2024 che, tra le altre cose, esclude la proroga della tutela del lavoro agile per i dipendenti pubblici certificati fragili, mentre la rinnova per quelli del settore privato fino al 31 marzo 2024, la Presidenza del Consiglio ha emanato una Direttiva (29 dicembre 2023) a firma del Ministro per la Pubblica Amministrazione, Sen. Paolo Zangrillo.

Si legge a riguardo che “allo scopo di sensibilizzare la Dirigenza delle Amministrazioni Pubbliche ad un utilizzo orientato alla salvaguardia dei soggetti più esposti a situazioni a rischio per la salute, degli strumenti di flessibilità che la disciplina di settore – ivi inclusa quella negoziale – già consente, si ritiene necessario evidenziare la necessità di garantire, ai lavoratori che documentino gravi, urgenti e non altrimenti conciliabili situazioni di salute personali e familiari, di svolgere la prestazione lavorativa in modalità agile, anche derogando al criterio della prevalenza dello svolgimento della prestazione lavorativa in presenza. Nell’ambito dell’organizzazione di ciascuna amministrazione sarà, pertanto, il dirigente responsabile a individuare le misure organizzative che si rendono necessarie, attraverso specifiche previsioni nell’ambito degli accordi individuali, che vadano nel senso sopra indicato”.  

La Direttiva consente, con grande e avvertita sensibilità, che va oltre la decisione politica del mancato rinnovo per tutti i lavoratori del pubblico e del privato, di avvalersi della tutela dello smart working, da parte dei soggetti fragili interessati e demanda ai dirigenti della P.A. che integrano la fattispecie del diretto superiore — nonchè datore di lavoro — la valutazione delle circostanze riguardanti il diritto di accesso a questa forma di tutela. Con essa si supera dunque l’eventuale critica di una disparità di trattamento dei lavoratori certificati fragili, basata solo sul profilo contrattuale pubblico o privato di lavoro. Va peraltro evidenziato che le condizioni di salute che finora avevano consentito di avvalersi della provvidenza del lavoro agile erano certificate tali sulla base di due convergenti requisiti: l’inclusione delle patologie che integravano il requisito della fragilità nella cornice del D.M. Salute del 4/2/2022 e la valutazione delle condizioni di salute dei richiedenti da parte del medico competente, previo vaglio della documentazione sanitaria, prodotta dai diretti interessati, rilasciata da strutture sanitarie specialistiche pubbliche. 

Non si ha ragione di pensare che queste precondizioni siano state rimosse né che si possano prevedere contesti diversi di accertamento che nulla hanno a che fare, ad esempio con la valutazione dei requisiti di fragilità, il cui possesso è peraltro consustanziale ai due premessi livelli di considerazione. L’iniziativa della Direttiva è dunque lodevole e ne va apprezzata la sensibilità e la volontà di tutelare i soggetti fragili da possibili sovraesposizioni al contagio nei contesti comunitari. È peraltro facilmente intuibile che non può ricadere sui dirigenti, cui i dipendenti fanno capo, l’onere dell’accertamento sanitario delle condizioni dei lavoratori fragili che avanzino istanza di lavoro agile ma solo il possesso delle precondizioni di accesso, attraverso la verifica dell’inclusione della patologia nel D.M Salute citato e la valutazione, nella maggior parte dei casi già espressa- da parte del medico competente. Ciò anche al fine di evitare contenziosi nel merito di dinieghi non suffragati da giustificate motivazioni, ove ne possa derivare pregiudizio per la salute dei lavoratori fragili, ciò che par di capire che la ‘Direttiva Zangrillo’ voglia saggiamente evitare.

La nuova questione post-democristiana

Chi ha consapevolezza della inanità del sogno restauratore che investe e riguarda la Dc, non può mancare di stupirsi allo spettacolo di nuovi rifondatori in preda alla irresistibile ubriachezza dell’autostima. Alle volte si supera il livello di guardia, cadendo fatalmente nel ridicolo. Un uomo della levatura di Andreotti, cresciuto all’ombra di De Gasperi e poi protagonista della vita politica nazionale per vari decenni, quando nel 2001 scelse con D’Antoni di formare una lista autonoma rispetto alle due coalizioni antagoniste – il centrosinistra a guida Rutelli e il centrodestra a guida Berlusconi – fu molto attento a scansare il pericolo nascosto nella riproposizione del nome di democrazia cristiana. Gli preferì infatti la denominazione di “Democrazia Europea” e con ciò dette prova di saggezza, anche a prescindere dall’esito elettorale non proprio entusiasmante (poco più del 3 per cento dei voti). 

Sarebbe bene non dimenticare una lezione di stile e di buon senso, che certo suona ancora come monito per quanti si ergono a paladini del ritorno a una gloria passata. Si tratta, nel caso, di un’intenzione generosa e fallace al tempo stesso. La storia di un grande partito non si può e non si deve maneggiare con l’ardire di farne all’occorrenza un’imitazione purchessia,  finanche scialba e addirittura strumentale.

All’opposto, invece, cosa avviene? Un pensiero sempre ostativo della temuta fuga nella nostalgia, considera incongruo anche il solo ricorso all’idea di un’aggiornata mediazione politica in nome di principi e valori che furono alla base della Democrazia cristiana, ma in un tempo – il secondo Novecento – certamente assai diverso dal nostro. Anche questo approccio eccede una misura di ragionevolezza. È vero, la società è cambiata ed è cambiato anche il mondo attorno a noi. I cattolici, specie quelli più impegnati, sono una minoranza e in politica si comportano liberamente, senza vincoli di preferenza. Ciò nondimeno, alla luce di esperienze illuminanti, l’essere minoranza stimola o accresce la ricerca di nuove proiezioni identitarie sulla scena pubblica. La lentezza di un fenomeno non va scambiata per assenza di progressione: avanza, a ben vedere, una rinnovata domanda di senso circa il ruolo e la responsabilità dei cristiani nel mondo, per dirla con la sempre attuale Gaudium et spes, pietra miliare del Concilio Vaticano II.

Bisogna allora adoperare sia la discrezione, per non essere o apparire esorbitanti a motivo delle proprie idee, che il discernimento, per non soccombere alla pigrizia di un giudizio superficiale, se non superfluo. La destra al potere e la sinistra all’opposizione, modellate in trent’anni di democrazia maggioritaria sulle logiche della polarizzazione, lasciano senza rappresentanza una quota crescente di elettori, accentuando perciò il fenomeno dell’astensionismo. Qui si addensa un elettorato esigente e sfiduciato, perlopiù identificabile con i termini di “centro” o “area intermedia”, secondo un generico parametro di classificazione. Il problema politico sta dunque nella riorganizzazione di questa galassia indistinta, puntando ad esercitare su di essa un potere di attrazione in virtù di quella che Sturzo chiamava “sintesi popolare”. Quanto più la società si accartoccia nell’agnosticismo, perdendo addirittura il senso del progresso a misura dell’umano, tanto più la politica d’ispirazione cristiana appare come  “cembalo che tintinna”, forte nelle premesse ideali e debole nella prassi. 

Allora, se vale l’avvertenza di una sfida per il nuovo, prima di ogni appello organizzativo occorre l’adozione di un codice sorgente – se è lecito dir così – per trascrivere nel linguaggio e nel costume dell’odierna società ciò che persiste e rimonta di una vocazione autenticamente riformatrice del cattolicesimo democratico. Si manifesta, insomma, la spinta derivante da una nuova questione post-democristiana. C’è tanta energia e poca sinergia, anche ad onta dei buoni propositi, mentre nel Paese matura l’attenzione verso il necessario riordino, anche grazie ai cristiani, della vasta platea di democratici senza partito. Bisogna fare, perché urgono scadenze importanti, ma fare con equilibrio e spirito di umiltà.

 

L’articolo appare su “Democraticicristiani” (n.1-dicembre 2023), organo dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC).

Ritratto di Laura Bianchini e della la modernità del suo pensiero

Il 29 novembre scorso la Camera dei deputati ha ospitato il convegno “Laura Bianchini 1903-1983. L’attualità del pensiero e dell’opera di una Madre Costituente” organizzato dall’Associazione Dieci Giornate di Brescia e dalle Fiamme Verdi di Brescia. Impegnata nel coordinamento della stampa clandestina delle formazioni antifasciste cattoliche, si era so- prattutto dedicata alla composizione e alla diffusione del foglio Il Ribelle. Negli anni in cui l’Italia cercava, con forza e determinazione, di scrollarsi di dosso le macerie materiali e morali della Seconda Guerra mondiale, Laura Bianchini si è distinta per il suo impegno forte e determinato.

Pensiero moderno 

È stata una donna dal pensiero estremamente moderno. Come moderna era stata, per lei che con fatica aveva portato avanti gli studi in campo filosofico e pedagogico all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’idea di una scuola “aperta” e capace di preparare cittadini tesi a formare una società solidale e “giusta”, rispetto alla ribellione, prima culturale, poi attiva, contro il fascismo e ogni altra forma di negazione della libertà.

Testimonianza 

Laura Bianchini ha incarnato con la sua vita la testimonianza di una donna capace di vincere tante difficoltà per riaffermare pari dignità e ruolo nell’impegno civile e politico, difficoltà, purtroppo, spesso anche oggi ancora presenti. Chi si è alternato al tavolo dei relatori non ha fatto altro che sottolineare, ogni volta con maggiore intensità, la “vita buona” di Laura Bianchini, nata a Castenedolo nell’agosto di 120 anni fa, che già nella Resistenza si ritagliò il ruolo di pensatrice con l’obiettivo di costruire un progetto politico volto alla ricostruzione morale ed etica, oltre che materiale, del Paese.

Alfabetizzazione 

Era necessaria una nuova alfabetizzazione al vivere civile, una formazione al senso sociale e alla solidarietà, un’educazione alla pace e alla democrazia. Laura Bianchini si occupò in prima persona, come ha ricordato Roberto Tagliani, Presidente Nazionale della Federazione Italiana Volontari della Libertà nel corso del convegno, dei temi della formazione e dell’eguaglianza, esprimendo la sua determinazione nell’impegno culturale, educativo e pedagogico volto alla ricostruzione sociale del Paese.

Rivolta

La sua fu una modalità nella quale la Resistenza era una doverosa rivolta morale contro l’ingiustizia, rivolta non teorica, ma unita ad atti concreti, in quell’essere “ribelli per amore” che rappresenta la sintesi dell’esperienza resistenziale cristianamente intesa. Dopo la brusca conclusione della sua esperienza parlamentare, nel 1953 tornò all’insegnamento a Roma, dove contribuì a formare generazioni di studenti ai valori cristiani ed etico-civili che avevano guidato la sua esistenza.

Madre costituente

Nella sua azione di “madre costituente”, Laura Bianchini si impegnò nella costruzione di un ordinamento che garantisse diritti e doveri per tutti i cittadini. Determinante il suo apporto alla scrittura degli articoli 33 e 34 della Costituzione, così come lo fu l’azione di Tina Anselmi per l’emancipazione delle donne. Merita non solo un doveroso ricordo, ma una riflessiva rilettura sia del pensiero sia della testimonianza di vita. Una vita che, come è avvenuto nel convegno che le ha dedicato la Camera dei Deputati, non bisogna esitare a definire “buona”.

 

Fonte: Il testo è tratto da “La vita buona”, supplemento a “La Voce del Popolo” (21 dicembre 2023). Titolo originale: “Laura Bianchini. La modernità del pensiero”.

La solitudine di Paolo VI dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae.

1967-03-26 Paolo VI celebra la Messa di Pasqua in Piazza San Pietro

[…] L’enciclica Humanae vitae (datata del 25 luglio 1968) escludeva l’uso dei metodi di contraccezione per i coniugi cattolici. «Nel compito di trasmettere la vita – ricordava il papa – essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della Chiesa» (n. 10). «Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite. Ma, richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la chiesa insegna che qualsiasi: atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita» (n. 11). 

L’enciclica generò una valanga di critiche dentro e fuori la Chiesa. «Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del Nostro ufficio» dichiarò Paolo VI, visibilmente provato, durante la prima udienza generale dopo la pubblicazione del testo. Più ancora che la sostanza dell’enciclica, che non faceva che richiamare la dottrina tradizionale della Chiesa sulla morale coniugale e la contraccezione, era piuttosto il modo con il quale fu preparata e presentata che venne duramente criticato. La procedura di elaborazione dell’enciclica, almeno nella sua fase finale, molto «personale» e relativamente opaca, sembrava ben lontana dallo «spirito del concilio Vaticano II» basato sulla consultazione e la collaborazione tra il papa e i vescovi, tra il magistero e i teologi. 

La pubblicazione dell’enciclica scatenò un movimento di rivolta tra i teologi cattolici. Il meno che si possa dire è che la quasi coincidenza della sua pubblicazione durante l’estate con gli avvenimenti della primavera non facilitò la sua ricezione. Alla fine di luglio, un appello firmato da oltre duecento teologi invitava i cattolici a disobbedire all’enciclica di Paolo VI. Il punto culminante della protesta fu la pubblicazione, nel dicembre 1968, di una dichiarazione sulla libertà della ricerca teologica, firmato da trentotto teologi appartenenti al gruppo della rivista Concilium. Mentre voleva essere un appello per la libertà dei teologi nella Chiesa, la dichiarazione affermava senza mezzi termini l’esistenza di una forma di magistero «scientifico» parallelo a quello «pastorale» esercitato dal papa e dai vescovi: 

«Noi affermiamo con convinzione che c’è un magistero del Papa e dei vescovi, che, sotto la Parola di Dio, è al servizio della Chiesa e del suo insegnamento. Ma sappiamo nello stesso tempo che questo magistero pastorale di insegnamento non può né ignorare né ostacolare la missione dell’insegnamento scientifico. Ogni forma di inquisizione, pur sottile che possa essere, pregiudica lo sviluppo di una sana teologia e nuoce molto, del resto, alla credibilità di tutta la Chiesa nel mondo d’oggi». 

Sebbene sconvolto da queste reazioni negative, Paolo VI scelse di non rispondere. Nel suo discorso di fine anno al Sacro Collegio, si limitò a «prendere nota» di ciascuna di esse, «con il rispetto che a tutti portiamo e con il proposito di non lasciar mancare, quando ne sia il momento, le risposte che apparissero necessarie, specialmente sul piano di pastorali preoccupazioni». Il papa non accolse l’invito del cardinale Karol Wojtyla, di cui il ruolo effettivo nella stesura dell’enciclica esce fortemente ridimensionato dall’indagine di Marengo, di pubblicare una “Istruzione pastorale” destinata a riaffermare l’autorevolezza della dottrina di Humanae vitae di fronte al movimento di contestazione. Alla fine del ’68, Paolo VI era diventato più che mai un uomo solo. Con le sue decisioni e i suoi insegnamenti, aveva manifestato con coraggio che lo spirito rinnovatore del concilio Vaticano II non poteva essere confuso con la spinta libertaria del movimento di contestazione dell’anno più difficile di tutto il suo pontificato.

 

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L’Uncem contesta la legge di bilancio: troppo poco per la montagna.

Roma, 29 dic. (askanews) – “Troppo poco nella legge di bilancio per montagna, territori, enti locali”. Lo afferma in una nota Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem.

“Avevo a nome di Uncem – ricorda – auspicato misure in legge di bilancio che nel testo varato dal Parlamento non troviamo. Come il finanziamento dei primi LEP, per ridurre le disuguaglianze anche tra zone montane e aree urbane. Non c’è decontribuzione sulla compravendita di terreni nei Comuni montani, semplificando le procedure. Ma anche interventi sostanziali sulla fiscalità nelle zone montane e sull’Iva, come quella sul pellet portata dalla finanziaria 2024 al 10% ma solo per i primi due mesi dell’anno. Non va bene. Ci sono purtroppo i tagli agli Enti locali, ai Comuni e alle Province per 250 milioni di euro. E questo apre una spirale che vogliamo correggere con Governo e Parlamento”.

“Dovremo fare di più, rispetto a quanto varato stasera, per la transizione ecologica ed energetica, per i piccoli Comuni e per agevolare le assunzioni, non solo nelle Prefetture e in alcune regioni come previsto nel testo della legge di bilancio approvato stasera a Montecitorio. Sono positivi – continua la nota di Bussone – i 285 milioni di euro per ridurre il rischio sismico degli edifici pubblici. Ma resta da capire come applicare l’articolo che prevede l’obbligo per le imperse di stipulare contratti assicurativi a copertura dei danni a terreni e fabbricati, impianti e macchinari, causati da calamità naturali come sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Non ci convince la riduzione in legge di bilancio 2024 delle risorse stanziate per contributi volti alla promozione dell’economia locale mediante la riapertura e l’ampliamento di attività commerciali, artigianali e di servizi nei piccoli Comuni. Tagli che non erano necessari. Bene il rifinanziamento del Piano invasi per 300 milioni di euro per il 2027 e 150 milioni di euro per il 2028. Ma vorremmo che dessero, le risorse già stanziate per questi accumuli idrici, immediati progetti concreti sui territori montani. Bene 50 milioni di euro per il 2027 e 25 milioni di euro per il 2028, per programmi straordinari di manutenzione straordinaria e adeguamento ai cambiamenti climatici della viabilità stradale. Dobbiamo capire però cosa fare dal 2024 al 27. Troppo pochi secondo Uncem i 7,5 milioni di euro, per ciascuno degli anni dal 2024 al 2026 per assicurare il finanziamento di interventi urgenti di riqualificazione, ristrutturazione, ammodernamento, ampliamento di strutture e infrastrutture pubbliche. Positivo il Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche, che viene rifinanziato per 200 milioni per l’anno 2024 e 100 milioni per l’anno 2025. Anche se tutti questi fondi andrebbero ricondotti ad unum”.

“Mi auguro – dice ancora il ”Presidente dell’Uncem Bussone – che i 430 milioni di euro per la Rai per il miglioramento della qualità del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale su tutto il territorio nazionale, servano ai territori montani. Dove con il nuovo digitale terrestre la situazione impianti di trasmissione è gravemente compromessa. Milioni di italiani faticano a vedere la tv e devono farsi carico dei soldi delle piattaforme satellitari – conferma Bussone – Il canone RAI in manovra diminuisce, ma ora si usino finalmente parte delle risorse date al servizio pubblico per dare a tutti segnali televisivi efficaci”.

“Sorprende – continua – sia stato soppresso in Senato, rispetto al testo iniziale varato dal Governo, il fondo con i 300 milioni di euro per interventi volti alla messa in sicurezza del territorio – afferma il Presidente Uncem – Peraltro viene introdotto un nuovo fondo per i piccoli Comuni di 30 milioni, dimenticando la legge 158/2017 che aveva strumentazione e fondi, di cui è in corso il bando per l’assegnazione. A fronte dei 250 milioni di tagli di fondi ordinari ai Comuni, vi è in manovra un altro fondo di 14 milioni di euro per i Comuni, per interventi in materia sociale, di infrastrutture, sport e cultura. Si dovrebbe avere un unico fondo”.

“E mentre in legge di bilancio non c’è niente per le comunità sostenibili territoriali, le Green Communities appunto – sottolinea il Presidente Uncem – viene rifinanziato il Fondo per l’ammodernamento, la sicurezza e la dismissione degli impianti di risalita e di innevamento, con 30 milioni per ciascuno degli anni 2024 e per il 2025, 50 milioni per il 2026 e ulteriori 80 milioni per il biennio 2027-2028. Auspichiamo che questa volta vadano agli Enti locali, per progetti forti e decisivi, nuovo paradigma, da montare con imprese e associazioni”.

Quale spazio oggi per il cattolicesimo politico e sociale?

C’è una domanda centrale a cui, prima o poi, occorrerà pur dare una risposta convincente e il più possibile coerente. Ovvero, molti osservatori – e gli stessi detrattori – sottolineano la necessità di rilanciare, riscoprire e riattualizzare la cultura e il patrimonio del cattolicesimo popolare e sociale nella cittadella politica italiana. Ma, al contempo, emerge la cronica difficoltà di dove collocare concretamente e realisticamente questa cultura nell’attuale geografia politica del nostro paese. Ed è proprio di fronte a questa difficoltà che emergono le risposte più strampalate ed anacronistiche.

Ora, senza avere la presunzione di delineare un unico percorso di coerenza e di lungimiranza – atteggiamento che appartiene ai moralisti di professione e agli integralisti incalliti – è abbastanza evidente che questa cultura politica non è funzionale e pertinente con tutti i partiti. Per fare due

soli esempi, e del tutto macroscopici, il cattolicesimo popolare e sociale è antropologicamente alternativo rispetto al populismo anti politico e demagogico dei 5 Stelle come al sovranismo anti europeista e volgarmente clericale della Lega salviniana. 

Ma, al di là di questi due estremi, è anche abbastanza chiaro che si tratta di una cultura che difficilmente può convivere – semprechè non si riduca ad un banale mobilio di casa da ricordare negli anniversari – con partiti e movimenti che perseguono un progetto politico e che hanno una ragione sociale alternativi rispetto al filone di pensiero del cattolicesimo popolare e sociale. Al riguardo, e per fare altri esempi molto concreti, cosa centri la destra conservatrice e larvatamente sovranista o la sinistra massimalista e radicale con il pensiero di Sturzo, De Gasperi, Moro, Donat-Cattin, Bodrato e molti altri leader e statisti cattolici popolari e sociali, resta sostanzialmente un mistero. Un mistero politico, come ovvio, e non di fede.

Certo, la soluzione migliore resta sempre quella di un luogo politico autonomo, politicamente e culturalmente identitario, seppure laico nella sua declinazione concreta. Ma questa è una soluzione che, ad oggi, registra purtroppo una impraticabilità di fondo. E la risposta risiede nei mille tentativi, tutti puntualmente falliti a livello elettorale, di dar vita ad una presenza politica ed organizzativa autonoma dei cattolici popolari e sociali nelle varie consultazioni nazionali.

Per questi motivi, e seppur senza avere o distribuire alcuna patente di coerenza o di corsia preferenziale, è altrettanto chiaro che lo spazio concreto che si dischiude per una cultura politica come quella del popolarismo di ispirazione cristiana resta l’area di Centro. Ovvero, quel Centro riformista e plurale, democratico e di governo, dinamico ed innovativo che ha scandito le migliori stagioni di questa storica e qualificata corrente di pensiero. 

Ma questa area politica, se non la si vuole appaltare a chi si candida ad occuparla ma è di fatto estraneo a quella cultura, dipende anche e principalmente dall’iniziativa, dal coraggio e dalla determinazione di chi continua a riconoscersi nel filone del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Un coraggio che adesso, come si suol dire, si deve armare di progettualità politica e di coerenza culturale senza inseguire il solo posizionamento tattico e contingente. Solo così sarà possibile salvaguardare e rilanciare una nobile, storica e costituente cultura politica del nostro paese e, al contempo, ridarle coerenza ed incisività nella concreta dialettica politica italiana. 

La stagione della sola testimonianza e del gregariato dei cattolici popolari e sociali sono ormai alle nostre spalle. Il ritorno della politica, e delle sue tradizionali categorie, impone anche ai cattolici popolari, democratici e sociali, un soprassalto di dignità e una nuova consapevolezza per inaugurare, realmente e finalmente, una nuova stagione politica. Senza ulteriori tentennamenti e rinvii.

Ok alla nomina di Chiara Scotti a Vice Direttrice di Bankitalia

Roma, 28 dic. (askanews) – Il consiglio dei ministri, su proposta del Presidente, ha approvato oggi la nomina di Chiara Scotti a Vice Direttrice generale della Banca d’Italia, a seguito della deliberazione del Consiglio Superiore dell’Istituto avvenuta lo scorso 18 dicembre. Ne dà notizia Palazzo Chgi nel comunicato ufficiale seguito al Consiglio dei ministri.

Chiara Scotti, nel suo ultimo incarico ricopriva la carica di senior vice president e direttore della ricerca della Federal Reserve di Dallas.

Prima dell’incarico presso la Federal Reserve di Dallas, Scotti ha ricoperto diversi ruoli presso il Board of Governors della Federal Reserve di Washington D.C.: advisor del vice presidente della Federal Reserve e di altri componenti del Board, membro del Direttivo della Divisione di Stabilità Finanziaria, economista presso la Divisione di Finanza Internazionale. Ha maturato un’ampia esperienza internazionale, in particolare in materia di politica monetaria, comunicazione delle banche centrali, macroeconomia e finanza empirica, stabilità finanziaria, pagamenti e asset digitali.

È, inoltre, autrice di numerosi lavori di ricerca pubblicati su riviste internazionali e presentati nell’ambito di seminari e conferenze. Dopo la laurea all’Università Bocconi di Milano, ha conseguito un Master e un Dottorato di Ricerca in Economia presso la University of Pennsylvania.

Via libera in Svizzera ai referendum su foie gras e pellicce

Roma, 28 dic. (askanews) – Gli svizzeri presto al voto per decidere se vietare le importazioni di foie gras e pellicce dopo che i movimenti animalisti hanno raccolto firme sufficienti a far scattare referendum sulle due questioni. Lo riportano i media locali.

Davanti agli edifici del Parlamento del Palazzo federale nella capitale Berna, gli attivisti dell’Alleanza svizzera per gli animali, che ha lanciato l’iniziativa, hanno ammucchiato scatole che simboleggiano le firme autenticate.

L’iniziativa popolare sul foie gras ha raccolto 106.448 firme, mentre quella sulla pelliccia ne ha raccolte 116.140, entrambe al di sopra della soglia di 100.000 richiesta per innescare un voto nazionale.

Il foie gras è ampiamente consumato durante le festività natalizie di dicembre, dando ulteriore risonanza alla campagna.

L’alimentazione forzata di anatre e oche – un modo fondamentale per produrre il foie gras – è vietata in Svizzera da più di 40 anni, ma l’importazione di prodotti derivati da questo metodo non lo è.

L’iniziativa popolare “Sì al divieto di importazione di foie gras” vuole modificare la Costituzione per vietare l’importazione di tali prodotti.

Con 200 tonnellate di foie gras importate ogni anno, “la Svizzera si posiziona purtroppo come uno dei principali importatori di questo prodotto”, afferma l’Alleanza Svizzera per gli Animali.

“Ogni anno vengono uccise 400.000 anatre e 12.000 oche per soddisfare la domanda specifica del nostro Paese.

La seconda proposta si intitola “Sì al divieto di importare prodotti in pelliccia di animali maltrattati”.

Per quanto riguarda le pellicce, l’Alleanza svizzera per gli animali denuncia “metodi di allevamento e di uccisione (che) contravvengono chiaramente alla nostra legislazione sulla protezione degli animali e sarebbero considerati crudeltà punibili con sanzioni penali in Svizzera”.

Ogni anno vengono importate 350 tonnellate di pellicce, corrispondenti alla macellazione di circa 1,5 milioni di animali.

“Più della metà di queste pellicce provengono dalla Cina, dove vengono regolarmente denunciate le terribili condizioni in cui vengono detenuti e uccisi gli animali, alcuni dei quali vengono scuoiati mentre sono ancora vivi”, si legge.

Spente le fiamme a Malagrotta, l’Ama tampona l’emergenza coinvolgendo i sindacati.

Potenziamento e rafforzamento del servizio nei due siti Ama di via Romagnoli e di Ponte Malnome che lavoreranno a ciclo continuo con la continuità del servizio garantita dal reimpiego di circa 50 operatori della ditta privata E. Giovi, destinati al Tmb di Malagrotta. È questo l’elemento portante del verbale d’accordo sottoscritto ieri dai rappresentanti di Ama e delle Organizzazioni Sindacali Fp-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Fiadel.

Le parti si sono incontrate urgentemente per garantire la continuità del servizio e sopperire all’incendio che ha interessato il Tmb di Malagrotta, che lavorava giornalmente circa 500 tonnellate di indifferenziato. Tale quantitativo, dunque, sarà trattato “internalizzando” le relative lavorazioni nei due impianti Ama, che passeranno da un terzo a due terzi nella saturazione della capacità produttiva giornaliera (Romagnoli da 200 a 400 tonnellate/giorno; Ponte Malnome da 300 a 600 tonnellate/giorno), mantenendo comunque il necessario margine gestionale degli eventuali imprevisti.

In tal senso l’accordo ha ridisegnato l’organizzazione e l’assetto turnistico e dimensionale dei due siti interessati al fine di renderli adeguati all’effort produttivo. In particolare, è stato previsto un incremento complessivo di circa 50 unità attraverso il reimpiego del personale esterno operante su Malagrotta, reso inoccupato dall’incendio, combinato anche con piani di crescita professionale riservati al personale degli Impianti Ama e reimpieghi di personale Ama permanentemente non idoneo, in tal senso recuperato alla produzione.

Al riguardo il Presidente di Ama, Daniele Pace, ha affermato: “Desidero ringraziare le Organizzazioni Sindacali per il senso di responsabilità mostrato in un frangente di estrema urgenza come l’attuale. La soluzione trovata nell’accordo permetterà di dare una risposta tempestiva in termini di continuità del servizio ai cittadini e a Roma Capitale”.

Per le Organizzazioni Sindacali, “è importante che da una criticità sia sorta – tramite un confronto serio e serrato -, un’opportunità per decine di persone di E. Giovi, che attraversavano un momento di difficoltà. Abbiamo fatto il possibile, con spirito costruttivo e con celerità, per garantire lavoratori e cittadinanza in un frangente davvero complesso”.

Fonte: Askanews

Jacques Delors nelle parole di cordoglio di Mattarella, Prodi e Draghi.

È morto ieri all’età di 98 anni l`ex presidente della Commissione europea, padre dell’euro e figura della sinistra francese, Jacques Delors. La storia ricorderà anche il suo mancato incontro con i francesi nel 1995, quando rinunciò a candidarsi alla presidenza.

Appena diffusa la notizia, le agenzie di stampa e i principali social media sono stati inondati di messaggi di cordoglio. Ecco quelle, nell’ordine, di Mattarella Prodi e Draghi.

 

Sergio Mattarella

Il Presidente della Repubblica ha inviato al Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il seguente messaggio:
«Con la scomparsa di Jacques Delors l’Europa tutta perde uno dei principali artefici degli storici progressi compiuti alla fine dello scorso secolo dal processo di integrazione europea, culminati con la firma del Trattato di Maastricht e la nascita della moneta unica.
Figura eminente della vita politica francese, in qualità di Presidente della Commissione Europea Jacques Delors ha rappresentato un modello di europeismo sensibile a valori essenziali come la solidarietà, capace di portare avanti con razionalità e con passione grandi progetti che potessero unire e far progredire la costruzione comunitaria.
Nel ricordarne il contributo fondamentale, desidero porgere a Lei, al popolo francese e alla famiglia Delors le più sincere condoglianze del popolo italiano e mie personali».

 

Romano Prodi

“Provo un sincero a grande dolore per la scomparsa di Jacques Delors, straordinario Presidente della Commissione Europea. Delors è stato un protagonista della storia dell’Europa che egli ha saputo guidare nella stagione della sua costruzione, operando con Kohl e Mitterrand in un clima di profonda intesa tra Francia e Germania. Ho sempre nutrito nei suoi confronti una profondissima stima e un’autentica amicizia e quando fui indicato come Presidente della Commissione Europea ho avuto in lui non solo un amico, ma un prezioso consigliere.

Ripensando al suo operato provo un forte rimpianto per quegli anni così importanti poichè le condizioni di oggi sono profondamente mutate e ci troviamo dinanzi ad una drammatica frammentazione”. Lo ha dichiarato l’ex premier ed ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi.

“Oggi – aggiunge Prodi – abbiamo perso un testimone della migliore storia europea che ci lascia un grande insegnamento: la ricerca dell’unità, la sola che ci consentirà di realizzare in modo compiuto il grande sogno europeo.Il mio pensiero commosso va alla sua famiglia e ai suoi cari”.

 

Mario Draghi

“Jacques Delors è stato il padre dell`Europa moderna. Dal Trattato di Maastricht agli Accordi di Schengen, ha presieduto a cambiamenti epocali che ancora oggi definiscono l`Unione Europea, il suo potenziale, le sue aspirazioni. Delors ha mostrato a generazioni di europei come si possano combinare idealismo e concretezza per costruire un`Europa più forte, più prospera, più giusta. Questo metodo, fatto di visione e pragmatismo, deve continuare a guidarci nelle sfide sempre più complesse che abbiamo davanti. Ai suoi cari, le mie più sentite condoglianze”. Questa la dichiarazione resa dall’ex premier ed ex presidente della Bce Mario Draghi.

N.B. Si segnala anche il post su Fb di Pierluigi Castagnetti, il quale ricorda come Delors si professasse, anche dopo la scelta della militanza nel Partito socialista francese, un sincero democratico cristiano.

Dibattito| Natale in casa Cuperlo, ovvero una novità che richiede coraggio.

Il richiamo al titolo di un lavoro teatrale del grande Edoardo De Filippo “Natale in casa Cupiello” non nasce da un’assonanza verbale, ma da molte consonanze. Intanto l’articolo di Cuperlo su Repubblica data 23 Dicembre – più Natale di così non è possibile – e nel titolo l’invito al “primato delle idee” non è esclusivo della ed alla sinistra. In chiusura dell’articolo si legge che l’invito non è esclusivamente rivolto alla sinistra ma come minimo parte dal Pd, sempre più lontano dall’illusione iniziale della vocazione maggioritaria. Infatti il compito sta “in capo ad un centrosinistra vincente” non per “inseguire la propria ombra (maggioritaria!) piuttosto (per) ritrovare il bandolo di una passione ed identità (plurale) tanto ambiziose da spronare un paio di generazioni ad uscire di casa per cambiarsi la vita e con questa un pezzo di mondo!”. 

Parole ispirate al Natale, ovvero ad una nascita di redenzione! Cuperlo chiude con l’asserzione “altra strada non c’è!” Ma le occasioni storiche vanno colte, come ad esempio l’emergenza istituzionale di cui non c’è cenno e che può sfociare in una spaccatura del Paese con esiti disastrosi per la struttura democratica del Paese. “Qui si parrà la nostra nobilitate”, per dirla con Dante, ed il primo decisivo passo è quello di evitare un confronto ristretto come quello delle bicamerali, sempre fallimentari anche in seconda istanza nei referendum confermativi; ma piuttosto promuovere un’Assemblea costituente da eleggere insieme con le elezioni europee, a costi ridotti e stesso sistema elettorale proporzionale! 

Un salto di qualità che deve fare affidamento sulla disponibilità della Meloni al momento della presentazione del Governo verso il semi-presidenzialismo alla francese! Altro che premierato elettivo con una persona sola al comando di tutti! L’alternativa è quella di due poteri legittimati dall’investitura popolare che si bilanciano fino alla coabitazione forzata, per il bene del Paese. Un’occasione storica da non perdere!

I presepi del nostro tempo più che il presepismo della Meloni

Nel periodo prenatalizio la Giorgia nazionale ha annunciato al mondo la sua grande svolta, che l’ha vista trasformarsi da “alberista” a “presepista”; “Da quest’anno cambio tutto….ho deciso di fare il presepe quando non lo fa più nessuno”. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire! Perché le famiglie italiane fanno il presepe da sempre, senza sentire la necessità di definirsi “presepisti” o di fare particolari annunci dal vago sapore strumentale. 

Il problema ovviamente non è il presepe che è un importante simbolo della cristianità, oltre che un riferimento in termini storici e culturali anche per molti non credenti. Il problema è l’uso disinvolto che viene fatto di alcuni simboli dalla cristianità, come già in passato è accaduto con gli squallidi episodi di ostentazione di rosari e crocifissi nei comizi salviniani. Probabilmente è un vizio, anche contagioso, presente in quella particolare zona del panorama politico italiano.

Ma la cosa ancora più interessante è che nello stesso filmato la “neo-presepista” – nell’intento di spiegare e sostenere ulteriormente la propria scelta – si domanda in modo chiaramente retorico “come fa ad offenderti una famiglia che scappa per difendere quel bambino?”. 

La domanda è assolutamente condivisibile. Ma per rendere credibile l’idea che la ispira, ci si dovrebbe interrogare anche su quanto accade nei tragici presepi del nostro tempo, nei tanti scenari di guerra e di devastazione; o su come vengono trattate persone e famiglie che ogni giorno scappano da guerre, violenze e carestie, anche a rischio della vita (proprio come la famiglia e il Bambino del presepe!). Ma non conviene farsi troppe domande. Meglio fermarsi a “quanto è bello il presepe…” (ma per questo bastava il mitico Eduardo…).

Gesù e la sua famiglia in fuga ripararono prima in quel di Betlemme e poi a Nazaret di Galilea. Oggi con le sconclusionate scelte del governo Meloni verrebbero imprigionati in un CPR, magari in Albania. Il presepe di ieri lo dismetteremo dopo l’Epifania. Invece purtroppo i presepi di oggi resteranno con tutta la loro disumanità.

Malagrotta, un altro incendio mette a dura prova la pazienza dei romani.

Il grande accusato si fa accusatore. Non da oggi. Manlio Cerroni continua la sua battaglia per restituire elementi di verità a una controversa vicenda di aggressione industriale che lo ha visto perdere la presa sul sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti a Roma. Si è parlato di monopolio, come se la gestione potesse facilmente e utilemente frazionarsi, non si sa bene in virtù di quale modello di concorrenza. 

Sta di fatto che nel passaggio dal vecchio al nuovo regime, culminante con la scelta del termovalorizzatore a Santa Palomba operata da Gualtieri in qualità di commissario di governo, s’intravede la formazione di un monopolio a strati, più sofisticato, sotto la regia di Caltagirone. Intanto l’incendio – il secondo dopo appena 18 mesi – ha spinto la Procura ad aprire l’indagine con l’ipotesi di dolo: causa dell’incidente non sarebbe la scarsa attenzione ai dispositivi di sicurezza e sorveglianza (v. Cerroni), ma un possibile sabotaggio ad opera della criminalità organizzata (o di stampo mafioso).  

Ebbene, mentre la Procura si dispone al lavoro investigativo, le forze politiche sono chiamate a una rigorosa lettura degli avvenimenti, per dirigere lo sguardo oltre gli aspetti della contingenza o della casualità. Il Pd, in particolare, dovrebbe spiegare una volta per tutte se chiudere Malagrotta. come fece il sindaco Marino senza offrire concrete alternative, ma solo affidandosi alla promessa di estensione della raccolta differenziata, possa essere stato un esempio di buona amministrazione.   

Ora, se il sindaco Gualtieri ha un merito, in tutto questo trambusto che mette i romani alla berlina per la vergogna di una città sporca e trasandata, è quello di aver resistito alle pressioni della sinistra ambientalista e del Movimento 5 Stelle per dismettere il progetto del termovalorizzatore. Tuttavia, nell’esercizio dei suoi poteri straordinari egli non può sfuggire alla sollecitazione che sale prepotentemente dalla pubblica opinione per un salto di qualità nella gestione transitoria, evitando di trascinare per anni, in attesa della realizzazione del nuovo impianto, l’attuale regime di grave disservizio.

Infine, anche il governo deve fare la sua parte in questa operazione di carattere emergenziale, ben sapendo che il degrado della capitale non può non essere – basta leggere ogni tanto i commenti della stampa – un fattore di profondo discredito per l’intera nazione. I tempi stringono. A un anno ormai dall’apertura del Giubileo, i romani hanno il diritto di vedere la messa in opera di ciò che serve nell’immediato per rompere l’assedio dell’incuria e del disdoro.          

 

Comunicato stampa di Manlio Cerroni

 

A distanza di soli 18 mesi dal gigantesco rogo che il 15 giugno 2022 ha distrutto completamente il TMB2 di Malagrotta e danneggiato gravemente il Gassificatore, un altro incendio ha investito questa volta, alla vigilia di Natale, il TMB1 creando gravi danni all’unico impianto superstite della Città delle Industrie Ambientali di Malagrotta al servizio della Capitale e suscitando ancora una volta la legittima preoccupazione dei cittadini del territorio.

Mi auguro che si vogliano e si sappiano dare ai cittadini le doverose risposte e chiarire una buona volta le responsabilità di questo ennesimo gravissimo episodio che si ripete in così poco tempo in un Complesso industriale che, è bene ricordarlo, dal 27 luglio 2018 è stato posto dal Tribunale di Roma nelle mani di un Amministratore Giudiziario a cui competono tutte le scelte tecniche e gestionali e che, dalla sera alla mattina, ha estromesso e licenziato tutti quei tecnici competenti, che avevano visto nascere e crescere gli impianti di Malagrotta, a partire dal Direttore Tecnico e dal Capo Impianto, rendendo così di fatto l’azienda acefala, priva di quelle competenze indispensabili per un Polo Industriale complesso come la Città delle Industrie Ambientali di Malagrotta.

Nel pieno rispetto dell’operato degli inquirenti che si apprestano ad accertare le cause dell’incendio vorrei però suggerire loro di verificare quanti operatori erano presenti

nell’impianto al momento dell’incendio e se era disponibile e operativo l’Astra, il potente e specifico automezzo antincendio di cui Malagrotta dispone da sempre, mezzo che più di una volta si è rivelato indispensabile a domare per tempo quei principi di combustione che possono verificarsi in un impianto di trattamento dei rifiuti indifferenziati, come accadde il 25 maggio 2017 quando un focolaio partito dalla fossa di stoccaggio del Cdr del Gassificatore di Malagrotta fu spento, ancora prima dell’arrivo dei Vigili del Fuoco, dal personale interno addestrato a spegnere incendi nell’area. Quando arrivarono i Vigili del Fuoco presero atto dell’ottimo lavoro svolto e non fecero altro che controllare che non ci fossero altri focolai e il servizio di trattamento proseguì senza interruzioni.

A quanto sembra dalle 13 in poi del 24 dicembre nell’impianto non c’era addirittura nessuno, neanche quel minimo e indispensabile presidio in grado di intervenire

tempestivamente e domare sul nascere un principio di incendio prima che si trasformasse in rogo.

Semplici domande a cui può e deve rispondere l’Amministratore Giudiziario, visto il ruolo e la responsabilità che ricopre.

Mi sono chiesto più volte, anche pubblicamente, come mai un “mozzo” sia stato messo a guidare un Transatlantico. Oggi, dopo due incendi a distanza di soli 18 mesi, credo che questa risposta qualcuno debba finalmente e doverosamente darla.

Non solo a me ma a tutti i Romani.

In morte di Piero Craveri

È morto lo storico Piero Craveri. La sua scomparsa, avvenuta sabato 23 dicembre 2023, 10 giorni prima del suo 86° compleanno (era nato nel 1938), arriva pochi giorni dopo quella di Marisa Cinciari Rodano. Il legame  di Piero Craveri con la parlamentare di lungo corso e moglie di Franco Rodano risiede nello stretto rapporto di quest’ultimo con suo padre,  Raimondo Craveri (marito di Elena Croce, la primogenita di Benedetto Croce): colonna del mitico Ufficio Studi della Comit di Raffaele Mattioli (dove lavorano Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi), co-fondatore del Partito d’Azione, amicissimo e mentore appunto di Franco Rodano, che era stato assunto allo stesso Ufficio Studi da Mattioli su segnalazione di Sergio Paronetto. 

Insigne studioso delle due principali forme politiche e sociali, la forma partito e la forma sindacato, Piero Craveri ha trovato il modo di eccellere anche nella storia generale; si pensi alla collaborazione con Giuseppe Galasso per la monumentale Storia d’Italia della Utet. La sua monografia su Alcide De Gasperi resta esemplare e riferimento imprescindibile per gli studiosi. Si può avanzare l’ipotesi che per primo Piero Craveri abbia mostrato convintamente come De Gasperi sia figura da rapportare non a un partito ma all’Italia e alla sua rinascita e all’Europa, senza pregiudiziali ideologiche distintive. 

La storiografia italiana, invece, non è mai riuscita a fare la storia del Novecento operando uno scarto rispetto al dato ideologico e di appartenenza partitica e relegando questi aspetti a mero fattore accessorio. Così, l’indagine storica su De Gasperi è destinata a lettori  cattolici, quella su Togliatti a lettori comunisti, quella su Nenni a lettori socialisti e così via. Quando non è chiaro a quali lettori destinarla, l’opera storiografica semplicemente non viene prodotta; o, peggio, incorre in censure. E se il personaggio è di peso agli effetti della storia d’Italia e degli italiani, tanto peggio (ovvero, tanto peggio per lui: così impara a non essere né democristiano, né comunista, né socialista). È esattamente quello che è successo, ad esempio, con un ricostruttore d’Italia importante come Meuccio Ruini. 

Politico militante fin dagli anni universitari (ha partecipato alla vita politica universitaria come presidente dell’Unione goliardica romana e capogruppo dell’Unione goliardica italiana nell’Unione Universitaria delle Rappresentanze Unuri), Piero Craveri ha militato nel Partito Radicale e, nella decima legislatura, è stato eletto senatore nel gruppo radicale-federalista europeo-ecologista. Assistente ordinario di Storia del diritto italiano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza, nel 1971 ottiene l’incarico di Storia dei partiti politici all’Università di Genova e, in seguito, di Storia delle istituzioni politiche all’Università di Messina, nonché, infine, della stessa materia all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Nel 1980, vinto il concorso da ordinario, viene chiamato ad insegnare Storia delle istituzioni politiche all’Università Federico II di Napoli. Membro del Consiglio di Amministrazione dell’ Università Suor Orsola Benincasa di Napoli dal 1993. L’anno successivo vi trasferisce, dall’Università Federico II, la cattedra, assumendo l’insegnamento di Storia contemporanea e divenendo fondatore e preside della nuova Facoltà di lettere. Nel 2018 viene nominato presidente dell’Ente Morale Suor Orsola Benincasa, preposto al patrimonio dell’intera istituzione.  Dal 2016 è presidente della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce. Egli succede a sua zia Silvia Croce nelle cariche relative.

Una non comune caratteristica dello storico Piero Craveri è la riflessione critica sul sindacato in Italia e sull’ordinamento sociale. Assunto l’incarico di direttore del Centro ricerche economia e lavoro Crel, il centro studi della Uil, nel 1977 pubblica l’esauriente volume “Sindacato e istituzioni nel dopoguerra”, insistendo sul ruolo istituzionale e la responsabilità sociale, distinta dalla politica, delle parti sociali. 

Nel 1989 pubblica, curato da lui con Giuseppe Pignatelli, l’importante “Per una riforma delle relazioni industriali”. In veste di esperto figura tra gli estensori, con Tiziano Treu ed Ezio Tarantelli, del manifesto in favore della riduzione della scala mobile, la materia del referendum del 1985. Dal 1982 al 1984 è membro del Consiglio scientifico della Confindustria. Fin dalla fondazione del quotidiano, nel 1974, viene chiamato da Eugenio Scalfari e sarà a lungo il commentatore dei fatti sindacali su ‘La Repubblica’. Fino all’ultimo collabora con ‘il Sole 24 ore’. 

Noti i suoi libri scritti a quattro mani con l’amico Gaetano Quagliariello, anch’egli di scuola radicale, studioso del rapporto tra fede e politica, promotore di una nuova generazione di politici cristiani: “Atlantismo ed europeismo”, “L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra”, “La seconda guerra mondiale e la sua memoria”. Europeista di vaglia, Piero Craveri è curatore-autore con Antonio Varsori dell’importante libro “L’Italia nella costruzione europea. Un bilancio storico (1957-2007)”, che raccoglie una serie di contributi di rilevante interesse.

L’ultimo suo libro di peso è “Dalla democrazia incompiuta alla postdemocrazia”, del 2022, per i tipi de Il Mulino. 

La morte lo ha colto mentre era alle prese con la sua nuova fatica, designato come uno degli autori dell’opera in sei volumi sulla storia della Democrazia Cristiana: a lui era stato affidato il periodo fino al 1953, ossia quello della leadership di De Gasperi; non avrebbe potuto esserci una designazione migliore. 

Campione riconosciuto di laicismo, colpisce nell’opera e nella figura di Piero Craveri l’apertura verso il pensiero e il ruolo dei cattolici in politica, nel sindacato, nelle dinamiche sociali, quasi rispecchiando l’argomento usato da suo nonno Benedetto Croce: ‘perché non possiamo non dirci “cristiani”’.

Messaggio natalizio del Papa: un no realista e non populista alla guerra.

Il messaggio natalizio rivolto ieri al mondo da Papa Francesco sembra discostarsi in almeno due aspetti fondamentali dalla narrazione sulla guerra che va per la maggiore.

Il primo aspetto, quello più evidente, è che le guerre in corso purtroppo sono molto di più delle due di cui si parla, quella in Ucraina e quella in Terra Santa. Il pontefice ne ha citato una dozzina, la gran parte delle quali si sta svolgendo nel continente africano in un sostanziale disinteresse. Una cappa di silenzio, quella sui conflitti in corso nel mondo, che rischia di non restituirci una rappresentazione affidabile e aderente al reale dell’attuale fase. Perché esiste un filo rosso che collega e unisce queste guerre e le rende dei pezzi di una unica guerra su scala mondiale, come ha ripetutamente avvertito il Santo Padre sin dall’inizio del suo ormai più che decennale pontificato, essendo già nel 2013 ben chiaro quali rischi si sarebbero potuti correre affidandosi alla guerra per dirimere conflitti risolvibili in altro modo.

L’altro aspetto, quello che più si allontana dai luoghi comuni e dalla retorica bellica di ciascuno degli stati attualmente belligeranti, è costituito dal fatto che il Papa ieri ha lanciato con parole molto dure una dichiarazione di guerra alla guerra, “a ogni guerra, alla logica stessa della guerra, viaggio senza meta, sconfitta senza vincitori, follia senza scuse”.

È facile prevedere che non mancheranno reazioni di sorpresa a questo suo giudizio e accuse da fronti opposti. Tuttavia sembra difficile negarne il realismo concreto e ampiamente suffragato dai fatti. Un’affermazione che lungi dal delegittimare i responsabili delle nazioni, pare incoraggiarli a realizzare ciò che i settori più avveduti fra i gruppi dirigenti già avvertono, e che ormai dicono apertamente: la guerra si è rivelata una delusione, è l’ora delle soluzioni diplomatiche. Per l’Ucraina, per il Medio Oriente, per l’Africa. È arrivata l’ora di innescare un’epidemia di accordi sui vari pezzi in cui si articola il conflitto globale in corso, che conduca all’Accordo di cui ha bisogno il mondo, anche per scongiurare non impossibili punti di non ritorno. L’accordo sulla coesistenza e sull’unità di intenti per il bene del genere umano fra le Potenze del nostro tempo.

Operando ora uno stacco netto, dal livello universale e spirituale del messaggio natalizio del pontefice, al locale ambito della politica italiana, sembra abbastanza chiaro che anche nel Paese di cui il pontefice è primate, questo suo ultimo messaggio natalizio non potrà esser ignorato. E tantomeno può esserlo da chi, come i Popolari, guarda ai problemi in uno stile di laicità e di distinzione dei piani. Forse l’apporto originale e più utile che possiamo dare nel Centro (e nel PD per chi è nel PD), consiste nel contribuire a far maturare una diversa sensibilità sul perché dei conflitti in corso, a partire dai due che riguardano l’Europa. E sull’inaffidabilità e sull’insostenibilità manifeste della guerra per risolverli. Sapendo che le elezioni europee, e quelle americane, nel 2024 avranno molto da dire al proposito. In particolare per il Centro sarebbe importante pensare più a esser parte del processo di ricerca di soluzioni ormai non più rinviabili, piuttosto che continuare a cimentarsi in una gara fra i diversi leaders per misurare fino al millimetro il loro grado di posizionamento, con il rischio di rimanere con il cerino in mano allorquando il governo, l’Europa, insieme agli alleati americani, sapranno adottare, anche in conseguenza dell’anno elettorale che sta per iniziare, le decisioni ritenute più necessarie alla sicurezza comune.

Componente essenziale della Dc, la sinistra sociale merita di essere attualizzata.

Ho riascoltato in questi giorni un intervento di Franco Marini durante la presentazione di un mio libro, scritto con l’amico Gianfranco Morgando sulla storia piemontese della sinistra Dc di Forze Nuove. L’iniziativa si tenne all’Istituto Sturzo nel gennaio del 2017. E, sempre grazie all’ottimo servizio di Radio Radicale, mi è stato possibile ascoltare un passaggio importante dell’intervento di Marini sulla cosiddetta “eredità” – tema affrontato anche nel libro – di quella straordinaria esperienza politica, culturale, sociale e istituzionale. E l’eredità si contemplava, a quel tempo, all’interno del Partito democratico.

Ora, seppur il contesto generale rispetto a quella data sia di nuovo radicalmente cambiato – a mio parere in peggio anche se non manca affatto la coerenza di fondo sul profilo e la prospettiva politica del principale partito della sinistra italiana – Marini sostenne in quella occasione che “nel Pd non c’è più traccia della esperienza e della storia della sinistra sociale. O meglio – disse ancora il leader abruzzese – si deve prendere atto che si tratta di una realtà che non è più organizzata anche se nella società più in generale la storia e il pensiero del cattolicesimo sociale continuano ad essere molto presenti, radicati e anche moderni”.

Ecco, sono passati 7 anni da quella riflessione e la situazione non è mutata per quanto riguarda la ‘sinistra sociale’ ma, nel frattempo, è cresciuta la consapevolezza che quella cultura politica, quella esperienza e quel pensiero non possono non fare capolino nella cittadella politica italiana contemporanea. E questo non per una “operazione nostalgia” che in politica non è mai un valore, ma per la semplice ragione che di fronte ad una nuova e dirompente “questione sociale” non può non esserci la presenza di un presidio politico che, seppur con altri, può dare una risposta qualificata e autorevole. Una presenza politica, però, che non può ridursi ad una sorta di mobilio da esporre per le grandi occasioni e i grandi eventi. Perché una esperienza come quella della ‘sinistra sociale’, pur se disorganizzata come diceva giustamente Franco Marini già qualche anno fa, ha un senso ed un significato solo se è in grado di giocare un ruolo politico determinante all’interno di un partito. E, pur non essendoci eredi diretti, è indubbio che esiste una grande e straordinaria eredità politica, culturale e sociale che non può andare dispersa. Soprattutto quando si è in una situazione dove crescono in modo esponenziale le disuguaglianze sociali, la povertà, la disoccupazione, l’emarginazione sociale e, purtroppo, la crisi della speranza e quindi di futuro nelle giovani generazioni.

E la risposta, com’è altrettanto ovvio, non può essere quella fornita dal populismo assistenzialista o dalla sinistra pauperista o, sul versante opposto, da una destra sociale sempre più opaca e priva di identità. È necessario mettere in campo una ricetta politica – quindi una cultura politica – che sappia trarre dalla crisi sociale la spinta per elaborare una nuova  progettualità accompagnata da una spiccata cultura di governo. Due condizioni, guarda caso, che hanno storicamente accompagnato la storia e l’esperienza della ‘sinistra sociale’ democratico cristiana e di alcuni partiti, seppur in forma più sfumata, che sono succeduti alla stessa Dc.

E il monito di Marini in quel confronto dell’inizio del 2017 all’Istituto Sturzo conserva, ancora oggi, tutta la sua attualità e modernità. Ma adesso, però, serve un salto di qualità e una nuova e rinnovata assunzione di responsabilità di chi si riconosce in quella cultura e in quella sensibilità politica, culturale ed etica.

La pace, la guerra, il bene comune: da Sant’Agostino a Sturzo.

[…] Il compito della politica, tutt’altro che sovrano, in quanto incontra le pietre d’inciampo poste da altre sfere storico-esistenziali, è servire e nutrire la tranquillitas ordinis, un concetto dinamico, nella quale possa fiorire tale attitudine originaria e sarà questa la posizione che secoli dopo assumerà anche Luigi Sturzo nel negare il primato della politica e nel dichiarare fuorilegge la guerra. In pratica, Agostino afferma che senza la pace «nulla sarebbe affatto», di conseguenza, la pace è la condizione stessa della vita, in assenza della quale non avremmo che il nulla; dunque, neppure la possibilità di dissentire.

In Agostino, dunque, la tematizzazione della pace va ben oltre il campo della politica, poiché la pace si esprime in tutta la sua pienezza nella Città di Dio, lì dove è possibile assistere ad una «unione sommamente ordinata e concorde di avere Dio come fine e l’un l’altro in lui». Nella città dell’uomo, la persona sperimenta invece il travaglio della contingenza: l’insicurezza, le insidie, i conflitti, sin dai rapporti più intimi e prossimi come quelli familiari, fino a quelli più remoti come le relazioni politiche, tanto nella dimensione domestica quanto in quella internazionale. Tuttavia, anche nella città dell’uomo, nelle situazioni più conflittuali, la domanda di pace sarà sempre presente, in quanto autentico scopo della vita umana; si pensi che persino le guerre sono combattute in nome della pace.

È per tale ragione che tanto la persona quanto qualsiasi associazione di persone, come ad esempio la civitas, traggono la loro ragion d’essere, e la stessa possibilità di esistere, dalla pace, una concordia che è resa possibile dall’armonia degli elementi di cui ciascuna realtà è composta; ed è questo il senso ultimo della pace come tranquillitas ordinis. Si spiega la ragione per cui per Agostino, la pace terrena, la tranquillitas ordinis, non sarà mai assoluta, ma sarà sempre intrecciata con il disordine e con il conflitto, mentre si manifesterà in tutta la sua espressione con l’avvento della Città di Dio, lì dove «non vi sarà la vita destinata a morire, ma definitivamente e formalmente vitale».

Nel linguaggio di Agostino, potremmo dire che l’amore concorde per il bene comune è fonte di una pace interna, senza la quale l’ordine politico non potrebbe neppure esistere, ma non sarà mai una pace perfetta, in quanto la concordia civium sarà sempre riferita ad una realtà contingente: «ad mortalem vitam pertinentes».

Sulla base di quanto abbiamo potuto constatare, è possibile affermare che il problema del rapporto tra pace e guerra non sia riducibile alla pur importante questione del disarmo, mentre rinvia primariamente alla dimensione culturale e comporta l’edificazione della civitas, intesa come disposizione a vivere in un intreccio dinamico non gerarchizzato di forme civili: politica, economia e cultura; in tal senso, il bene comune, piuttosto che essere il fine comune verso cui le parti tendono, rimanda, innanzitutto, a un metodo: il metodo di libertà.

Tale metodo passa per il chiarimento del ruolo svolto dalle istituzioni della società civile, immaginando la politica non come una totalità: «il gran tutto», come il campo che perimetra il regno della verità, quanto piuttosto come una forma sociale tra le altre forme sociali non gerarchizzate e tutte limitate dal carattere plurarchico che la società civile è in grado di manifestare. In tal senso, il politico esprime la forma politica della società civile e non della società nel suo complesso. Una forma che contribuirà al bene comune nella misura in cui saprà indicare la via istituzionale che favorisce l’ordine e la pace: la tranquillitas ordinis, per il perseguimento delle condizioni che descrivono il bene di ciascuno.

Spogliata del suo carattere naturale e di quello idealistico-valoriale, la guerra viene ricondotta a ciò che concretamente è: la negazione dell’essere. Non è un caso che nella celebre allegoria del Buongoverno di Siena, la personificazione della pace occupi il centro della scena e che nel pronunciato dai reggenti della città in occasione del loro insediamento venisse enunciato in maniera diretta il compito che avrebbero assunto, impegnandosi a giuramento conservare la città di Siena «in bona pace et concordia».

 

Link per leggere il testo completo dell’intervista pubblicata su “Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee” (n° 14, anno VIII, dicembre 2023, pp. 349). Il titolo del fascicolo è “Maestri per il XXI secolo”.

Crisi demografica, a fine secolo popolazione dimezzata in Thailandia.

Steve Suwannarat

Bangkok (AsiaNews – 22 dicembre 2023) – Demografia con indici in negativo per l’anno 2023 in buona parte dei Paesi asiatici, con il record sudcoreano. Tuttavia, tra i Paesi che più guardano con sconforto alla situazione attuale e con preoccupazione a quella futura vi è anche la seconda economia del Sud-est asiatico: la Thailandia, infatti, in una prospettiva di revisione delle possibilità e dei piani di sviluppo dovrà tenere conto di fattori essenziali tanto per la competitività quanto per il “peso” crescente sul welfare. La concomitante diminuzione delle nascite e l’invecchiamento sostenuto della popolazione ne fanno un caso limite, con il dato forse più eclatante di un dimezzamento entro il secolo dei 66 milioni di abitanti attuali se non interverranno fattori decisivi.

Per ora, l’anno che si chiude ha visto il più basso numero di nascite da 74 anni e, sempre per i nuovi dati diffusi dal ministero della Sanità di Bangkok, il numero è del 40% rispetto a soli dieci anni fa. Con 485.085 nuovi nati nel 2022, la Thailandia ha confermato di essere ben al di sotto della soglia di 2,1 figli per donna in età fertile, arrivando a uno sconfortante 1,08. Occorrono misure efficaci e urgenti, segnalano gli esperti thailandesi, a partire da un’opera di convincimento per contrastare la tendenza a considerare la prole un peso economico e un freno alla crescita individuale. 

Molto però, si sottolinea, dovrà essere predisposto dalla convergenza di intenti fra Stato, settore privato e società civile. Nessuno può ignorare le implicazioni di un inverno demografico sulla disponibilità di forza lavoro, produzione e sviluppo. Lo stesso ministro della Sanità, Cholnan Srikaew, lo ha incluso tra le priorità di governo nel discorso con cui a settembre è entrato in carica, parlando di “distorsioni nella società” che spingerebbero chi ha maggiori, istruzione, conoscenza e possibilità ad avere meno figli.

Significativamente, il giorno di Natale il comitato costituito all’interno del ministero della Sanità per affrontare il problema avrà un incontro con tutte le parti in causa. Al centro della discussione un progetto di rilancio delle nascite, che includa una maggiore sicurezza per le madri e migliori possibilità per i neonati e i bambini. Anche per valutare la proposta del ministero di aprire cliniche per la fertilità in ciascuna delle 76 provincie del Paese, come pure proporre incentivi materiali e di opportunità per ridurre il costo dei figli per le famiglie. A questo si aggiungono infine sostegni per le donne che hanno difficoltà a concepire e anche per rendere le tecniche riproduttive accessibili a single e a individui e coppie Lgbtq.

Gli economisti evidenziano d’altra parte le conseguenze di una transizione demografica definita “drastica e molto veloce”, che ha portato nell’ultimo biennio a un numero di morti superiore a quello delle nascite. Entro il 2083 la forza lavoro potrebbe calare dai 40 milioni attuali a 14 milioni, mentre la crescita parallela dell’età media rischia di portare la popolazione anziana a 18 milioni, la metà circa dei futuri thailandesi.

Titolo e presentazione dell’articolo non corrispondono all’originale di AsiaNews (v. https://www.asianews.it/notizie-it/Il-buio-demografico-oscura-le-prospettive-di-crescita-della-Thailandia-59810.html)

Francesco: “Non è il dio della prestazione, ma il Dio dell’incarnazione”.

“Il nostro cuore stasera è a Betlemme, dove ancora il Principe della pace viene rifiutato dalla logica perdente della guerra, con il ruggire delle armi che anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo”. Il primo pensiero di Papa Francesco, nell’omelia della Messa della notte di Natale presieduta nella basilica di San Pietro, è per la tragica attualità. 

Citando il censimento ai tempi di Gesù, Francesco ha fatto notare che “manifesta da una parte la trama troppo umana che attraversa la storia: quella di un mondo che cerca il potere e la potenza, la fama e la gloria, dove tutto si misura coi successi e i risultati, con le cifre e con i numeri. È l’ossessione della prestazione”. 

Ma nello stesso tempo, “nel censimento risalta la via di Gesù, che viene a cercarci attraverso l’incarnazione”: “Non è il dio della prestazione, ma il Dio dell’incarnazione. Non sovverte le ingiustizie dall’alto con forza, ma dal basso con amore; non irrompe con un potere senza limiti, ma si cala nei nostri limiti; non evita le nostre fragilità, ma le assume”.

“Stanotte possiamo chiederci: noi in che Dio crediamo? Nel Dio dell’incarnazione o in quello della prestazione?”, si è chiesto il Papa, mettendo in guardia dal “rischio di vivere il Natale avendo in testa un’idea pagana di Dio, come se fosse un padrone potente che sta in cielo; un dio che si sposa con il potere, con il successo mondano e con l’idolatria del consumismo”. 

“Sempre torna l’immagine falsa di un dio distaccato e permaloso, che si comporta bene coi buoni e si adira coi cattivi; di un dio fatto a nostra immagine, utile solo a risolverci i problemi e a toglierci i mali”, il monito di Francesco: “Lui, invece, non usa la bacchetta magica, non è il dio commerciale del ‘tutto e subito’; non ci salva premendo un bottone, ma si fa vicino per cambiare la realtà dal di dentro. Eppure, quanto è radicata in noi l’idea mondana di un dio distante e controllore, rigido e potente, che aiuta i suoi a prevalere contro altri! Ma non è così: lui è nato per tutti, durante il censimento di tutta la terra. […]

 

Per leggere il testo completo

https://www.agensir.it/chiesa/2023/12/24/papa-francesco-il-nostro-cuore-stasera-e-a-betlemme/

Il nostro Natale negli occhi di Padre Turoldo

Tre decenni dopo la sua morte, le parole di padre David Maria Turoldo continuano a risuonare con forza. Scritte nel 1992 e raccolte nella raccolta “Il sapore del pane” (2002), le sue riflessioni, sconcertanti nella loro attualità, scuotono le nostre coscienze e costringono l’Occidente a confrontarsi con le proprie contraddizioni.

In un mondo dove la ricchezza e il benessere di pochi contrastano con la povertà e la sofferenza di molti, le parole di Turoldo ci invitano a riflettere sul senso della nostra esistenza e sulla nostra responsabilità verso il prossimo.

Mentre le nostre città si illuminano a festa per celebrare il Natale, Papa Francesco denuncia con forza la costruzione di muri e fili spinati attorno a noi. Un monito che risuona ancora più forte oggi, in un momento in cui il mondo è scosso da guerre, conflitti e ingiustizie.

 

La tristezza di questi natali

Signore, ti muova a pietà.

Luminarie a fiumane,

ghirlande di false costellazioni

oscurano il cielo di tutte le città.

Nessuno più appare all’orizzonte:

nulla che indichi l’incontro con la carovana del Pellegrino;

non uno che dica in tutto l’Occidente:

“Nel mio albergo sì, c’è un posto”!

Non un segno di cercare oltre,

un segno che almeno qualcuno creda,

uno che attenda ancora colui che deve venire…

Non attendiamo più nessuno!

Tutto è immoto, pure se dentro un inarrestabile vortice!

È così, è Destino, più non ci sono ritorni,

né ricorsi: è inutile che venga!

Tale è questa civiltà gravida del Nulla!

Ora tu, anche se illuso di credere

o figlio dell’ateo Occidente, segui pure la tua stella

– così è gridato per tutta la città dai vessilli –

segui, dico, la stella e troverai cornucopie vomitare leccornie,

o non altro che spiritati manichini di mode folli in volo dalle vetrine…

Poiché falso è questo tuo donare (è Natale!),

falso perfino stringerci la mano avanti la Comunione,

e trovarci assiepati nella Notte a cantare “Gloria nei cieli… “.

Un amaro riso di angeli obnubila lo sfavillio dei nostri presepi,

Francesco cantore di perfette, tragiche letizie:

pure se un Dio continuerà a nascere,

a irrompere da insospettati recessi:

là dove umanità alligna ancora silenziosa e desolata:

dal sorriso forse di un fanciullo della casba a Daccà, o a Calcutta…

Nessuno conosce solitudine come il Dio del Cristo:

un Dio che meno di tutti può vivere solo!

Certo verrà, continuerà a venire,

a nascere ma altrove,

altrove…”

(Da Il sapore del Pane, San Paolo, 2002)

Tajani, gregario delle destre. Il centro diventa la nuova frontiera politica.

È appena di ieri la disastrosa  vicenda del voto sul Mes in parlamento con l’uscita dall’aula, al momento del voto, dei deputati di FI per consentire con il loro astensionismo di far prevalere la maggioranza del no. Un esito che ha lasciato di stucco buona parte dell’opinione pubblica, favorevole al Mes, spiazzando le Cancellerie europee.

Eppure l’europeismo di Tajani sembrava incrollabile. Surclassato da una vocazione alla subalternità e al tatticismo, sperimentata prima nel partito di Berlusconi, si è prestato supinamente al gioco degli alleati dove quel meccanismo è andato sempre di traverso, eppure usato spregiudicatamente in questi mesi come merce di scambio per ottenere ascolto o vantaggi in campo negoziale sulle diverse questioni aperte con la Commissione europea che affliggono il nostro paese, a cominciare dalla vertenza sul nodo concernente l’immigrazione.

Ora, non c’è commentatore politico che non scorga, ma anche buona parte dell’opinione pubblica si è resa conto che questo marchingegno machiavellico, nell’intento di mascherare un reale appoggio alla contrarietà sul Mes da parte di Meloni e Salvini e dei loro rispettivi partiti, ha finito per mostrare palesemente in tutta la sua ampiezza lo spessore di una condizione di vassallaggio politico tra l’attuale ruolo di FI e la destra meloniana.

Così non solo non è valso a salvare la faccia del partito di cui oggi Tajani è il leader, giocandosi, d’un colpo, la fedeltà e la stima di cui godeva nella concorde attuazione degli obiettivi delle politiche europee, agendo secondo le direttrici espresse dal Ppe.

Ma quella fuga dall’aula della camera, molto più assimilabile ad una fuga di responsabilità a votare dentro un quadro di valori condivisi per trent’anni da Berlusconi, anche se sul Mes non aveva mai mostrato una grande affezione, ha finito per recidere, a mio modo di vedere, in modo irreversibile il legame di fiducia e di affidabilità verso FI, su cui gli altri paesi contavano e della cui vocazione europeista nessuno avrebbe mai dubitato.

Seppur nessuno può negare che già da tempo si cogliessero forti segnali anti europeisti, nelle dichiarazioni dei dirigenti delle due destre, dominate da plateali impulsi anti-Eu: accentuati, con l’avvio di questa legislatura, a seguito dell’insediamento del governo Meloni.

Eppure, nell’iniziale stop and go con cui là premier ha inteso affrontare le diverse e spinose questioni comunitarie, altalenando proclami i e mani tese, non era apparso inappropriato il ruolo che si era ritagliato Tajani ponendosi come punto di equilibrio circa l’indirizzo dell’esecutivo nei rapporti con l’Ue, per rassicurare sulla sostanziale immutabilità della politica europea del governo, pur nella dissonanza, talvolta plateale, di toni propagandistici ad opera delle due destra sovraniste.

Che appunto non spaventavano più di tanto, perché quelle digressioni sembravano più indirizzate ad uso interno che comunitario.

A escludere ogni ipotesi di inverosimiglianza, quelle  rassicurazioni di Tajani, trovavano sostegno nelle perduranti promesse dello stesso ministro dell’economia, Giorgetti, che, a sua volta, non mancava di rassicurare che alla fine il Mes sarebbe stato approvato, pur se non era difficile scorgere qualche sottile ricatto sul tempo e sull’iter procedurale in vista di possibili ammorbidenti della linea più austera pretesa dalla Germania, e in una visione più duttile dalla Francia.

Linea adesiva al Mes ribadita, con un ambiguo dissenso, da Giorgetti, in una intervista sulle pagine de Il Giornale, dopo la sciagurata votazione in parlamento.

Dichiarazioni che non hanno mancato di provocare dai banchi dell’opposizione un coro di richieste di dimissioni sulla palese contraddizione, all’interno del governo, su uno strumento comunitario così importante, su cui peraltro, in qualità di ministro dell’economia, ne rassicurava sull’esito finale.

In realtà sul Patto di stabilità il governo non ha toccato palla, anticipato dall’accordo a due tra Scholz e Macron, con cui si è riportata, seppur aggiornata e corretta, la linea dura del rapporto Pil – Debito pubblico, recepito dagli altri partner, con la prevedibile conseguenza di un futuro assai fosco per la tenuta del nostro sistema economico.

A questo punto dire che hanno combinato un disastro è poca cosa.

L’aver l’Italia perso credibilità, come paese, nel consesso europeo per un così disinvolto atteggiamento anodino ci porterà ad una preoccupante emarginazione nel quadro delle scelte cruciali e nella promozione di una nuovo profilo identitario europeo, più attento alle tutele e agli obiettivi di un Umanesimo equo e solidale, secondo un modello organizzativo e ordinamentale più idoneo a realizzare le condizioni per promuovere ed affermare la dignità di ogni persona.

Di certo l’autorevolezza non è una qualità che ci si può inventare, se uno non ce l’ha!

Con Draghi non sarebbe successo, mentre oggi l’Italia si trova all’angolo assieme ad Orban (la Polonia per fortuna è riuscita a divincolarsi dall’asfissia della destra dispotica di Kaczynski, con le recenti elezioni nazionali) anch’egli sotto stretta osservazione per la sequela di riforme che hanno stravolto l’equilibrio dei poteri costituzionali e lo stato di diritto di quel paese.

Insomma, una compagnia non certo rassicurante. 

La vicenda, alla luce della sempre più affermata teoria della società liquida, di Zygmunt Bauman, dove i mutamenti di opinione sono oramai talmente rapidi che spesso non si fa a tempo a coglierne l’integrale portata, pone ora nuove questioni nella concreta ipotesi di quello che c’è da attendersi nel rimescolamento di nuovi flussi elettorali che si aprono con riguardo alle prossime elezioni europee di giugno.

La riflessione tocca soprattutto l’evidente ulteriore ridimensionamento del ruolo e della funzione di FI, finora insostituibile riferimento politico nel raccordo con gli obiettivi e le strategie sugli assetti istituzionali della Ue, delineati dal Ppe, per la sua posizione di baricentro politico nelle mediazioni istituzionali dell’Unione europea.

Così, se a Tajani, fino a qualche giorno fa, gli bastava atteggiarsi a “punto di equilibrio della politica italiana”. Dopo questa inusitata svolta, in direzione di una completa assimilazione  organico-funzionale nelle file del blocco delle destre sovraniste e populiste, diviene quasi blasfemo per lo stesso e per Forza Italia continuare a ritenersi punto di equilibrio di questa maggioranza.

C’è insomma davanti a noi uno scenario inusitato che apre, in una visione da “nuova frontiera”, un inedito spazio al centro, soprattutto per quelle forze politiche che, in un quadro di aderente rispetto degli assi portanti della nostra Carta Costituzionale e di convinto sentimento del suo spirito antifascista ed antitotalitario, sapranno mostrare affidabilità e solida comunanza negli obiettivi e nella chiara prospettiva di un’Europa meno conflittuale e più versata su orizzonti di prosperità sostenibile, di convivenza pacifica, di solidarietà e di autonomia di azione politica nel concerto internazionale, pur nel rispetto paritario delle alleanze in difesa delle libertà e della democrazia.

Lo scenario, per certi versi inatteso e inedito, ci impone una profonda rimodulazione del processo di ricomposizione dell’area cattolico democratica e popolare.

Mentre la riaggregazione delle diverse componenti democristiane, a questo punto, non ha più alibi per trascinarsi ininterrottamente in discussioni inconcludenti,appare auspicabile che prima possibile, si ricomponga attraverso una concordata assimilazione nella rinata DC, un primo agglomerato della nuova formazione nell’intento di tradursi,nella ritrovata unità e nel quadro di un più ampio pluralismo, in un virtuoso itinerario volto a contestualizzarsi identitariamente, nella prospettiva di una nuova frontiera che attui, in aderenza con la visione di un Umanesimo solidale ed equo dei padri fondatori, un’Europa dei popoli e non espressione del turbo capitalismo e della tecnocrazia, ponendo all’orizzonte, se del caso a breve, un Congresso straordinario, con l’auspicio che sia accantonata definitivamente ogni pulsione divisiva. 

Ma è soprattutto l’obiettivo principale che dovrà dominare il percorso elettorale europeo, del quale restano utili pochi mesi, a dover trovare la giusta strada nel quadro di una concordata e lungimirante strutturazione di una “coalizione di centro” attraverso il coinvolgimento delle forze liberaldemocratiche, riformiste e azioniste, al di fuori da logiche di contiguità, sia con le destre sovraniste, sia con la sinistra massimalista e radicale della Schlein e il populismo qualunquista e anti europeo di Conte e del suo movimento.

In fondo basterebbe guardare al modello polacco con cui Donald Tusk ha costruito la sua coalizione di centro, moderata ed europeista, come appaiono connotarsi, anche nel quadrante parlamentare europeo le diverse affiliazioni identitarie alle diverse famiglie da parte delle singole forze, con cui oggi, da premier, governa il paese: idea vincente che gli ha consentito di ridimensionare l’egemonia del partito di destra, Diritto e Giustizia(PiS) di Kaczynski e Mazowiecki, che, pur rimanendo il partito più votato, non è riuscito a ricomporre una nuova maggioranza, perdendo la titolarità dell’esecutivo dopo otto anni ininterrotti.

Perché il “miracolo” che è riuscito a fare Donald Tusk, nella sua Polonia sfigurata da un governo autocratico, sodale della Meloni, che con una sequela di normative ne aveva eroso lo stato di diritto di quel paese, non possiamo farlo anche noi?

Rua Catalana, una passeggiata nel borgo incastonato nella bellezza di Napoli.

Napoli, 24 dic. (askanews) – Un programma di passeggiate-spettacolo alla scoperta di Rua Catalana, un borgo incastonato nel dedalo di strade di Napoli, nella zona del Porto, che riconduce i visitatori direttamente nel Medioevo. E’ l’iniziativa Rua Viva, che si svolgerà durante le festività natalizie, nata dalla collaborazione fra la compagnia teatrale Taverna Est e l’associazione Apsis Tour Napoli. Le visite guidate alla scoperta del quartiere Porto si snoderanno per i vicoli, raccontando dei personaggi storici, letterari e immaginari che hanno vissuto in città. Rua Viva, che fa parte del progetto Amuleti creato da Sara Sole Notarbartolo per arricchire la proposta culturale rivolta al turismo cittadino, è l’occasione per attraversare la città e scoprirne i segreti restando al centro storico, ma in percorsi meno battuti e affollati. “Con la mia compagnia – scrive Notarbartolo – desideriamo impegnarci per proporre ai visitatori della città, ma anche ai napoletani che desiderano approfondire e curiosare sulla nostra storia, un’offerta di qualità, un’esperienza che si trasformi in un bel ricordo e restituisca a chi partecipa il valore e la preziosità di un approccio culturale ai nostri luoghi storici”.

Tutte le visite, curate da Sal Cammisa, guida autorizzata della Regione Campania, termineranno con uno spettacolo in un luogo speciale. Gli itinerari inizieranno alle 19: il 26 dicembre sarà dedicato ai fantasmi del porto e della Rua, che terminerà con lo spettacolo Capuzzelle dedicato al culto delle anime pezzentelle a personaggi tra i più e meno noti della storia di Napoli. Fra loro: Ferdinando di Borbone, Gesualdo Da Venosa, La Capuzzella di Lucia la sposina e la Ciulla della Pignasecca, prima direttrice di teatro d’Europa che nel 1600 fece scandalo in città. Il 28 dicembre l’appuntamento sarà dedicato ai poeti e agli scrittori che hanno attraversato Napoli, con lo spettacolo ‘Quel fantasma di poeta famosissimo’ che farà scoprire una nuova prospettiva dei giorni vissuti a Napoli da Giacomo Leopardi. Infine, il 30 dicembre l’itinerario sarà dedicato alle figure femminili che hanno fatto la storia di Napoli pur rimanendo nell’ombra, con in finale lo spettacolo Lucrezia, Regina Fantasma.