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Noi siamo comboniane. Le storie: tre donne, una scelta di vita.

Gabriella Bottani e Mariolina Cattaneo 

Missione è vita, è incontro che trasforma. Racconteremo la missione attraverso la vita di tre donne dedicate a Dio e impegnate in Paesi teatro di conflitti o in battaglie per i diritti della persona. In una chiesa spesso ferita e confusa queste donne condividono i loro sogni, il loro lavoro di ogni giorno, partendo dalla passione per Cristo che continuamente cambia la loro esistenza, la arricchisce di nuove prospettive, la apre a nuove possibilità. Sono suore comboniane e da sempre la vita missionaria comboniana è volta a testimoniare Cristo nel servizio alla vita, in particolare ai più poveri; un invito raccolto da molte giovani donne che mettono in campo la loro fede e loro stesse per costruire ponti tra culture, intessere relazioni di pace, sostenere il grido di giustizia e dignità che proviene da uomini, donne, interi popoli. E con uno sguardo attento all’oggi, intraprendente, aperto alla interculturalità, lavorando e confrontandosi con altri.

Dal Messico al Medio Oriente


Suor Lourdes Garcia è messicana e negli ultimi cinque anni è vissuta nel Medio Oriente. Attualmente è in Israele e lavora presso le comunità beduine Jahalin nel deserto della Giudea. Dall’ascolto dei loro bisogni nascono idee e programmi di formazione ed educazione che vengono sviluppati e realizzati attraverso una fitta rete di volontari e collaboratori di diverse fedi religiose, e di suore di diverse congregazioni.

Come lei stessa ci dice, «questo ci motiva a sentirci ponte tra due popoli, il nostro intento è infatti accompagnare questo popolo minoritario ma essere, contemporaneamente, ponti di pace». Così «si sta creando una piccola rete non solo intercongregazionale, se non addirittura interreligiosa, per uscire ad incontrare i nostri fratelli e sorelle più vulnerabili. Ho molta speranza che possiamo vivere e lavorare insieme per un bene comune, unendo le forze, vivendo ciascuno/a la propria fede, ebrei, musulmani, cristiani». Una fede che viene proclamata attraverso gesti e azioni quotidiane, dove i valori del Vangelo diventano realtà: l’accoglienza, il rispetto, l’incontro, la generosità. «Si sono creati legami di vicinanza, dialogo, fratellanza e affetto con i nostri fratelli e sorelle mussulmane. Vivendo insieme i momenti significativi della loro vita, ho potuto conoscere, oltre che la loro cultura e tradizioni, la realtà intima di queste comunità, le difficoltà, i problemi delle donne, ad esempio, che si sposano giovanissime e non proseguono gli studi nè acquisiscono qualche altra formazione».

L’impegno missionario continua anche con la piccola comunità cristiana di El-Azariyeh, la città di Lazzaro, la zona palestinese in cui vive. «Una piccola comunità cristiana di circa 10 famiglie. Ci riuniamo tutti i giorni per la recita del Rosario con le donne, organizziamo momenti di preghiera e visitiamo gli ammalati».

Dal Portogallo al Sud Sudan


Suor Joana Carneiro viene dal Portogallo e da cinque anni vive e lavora come medico al St Daniel Comboni Catholic Hospital, di Wau, la seconda città del Sud Sudan. Un bacino di circa 5.000 pazienti a settimana. Una realtà sanitaria importante in un Paese segnato dalla guerra.

L’ospedale ha 110 posti letto divisi per i quattro reparti: chirurgia, medicina generale, maternità e pediatria; in più c’è un servizio di radiologia che è il più avanzato di Wau. Joana attualmente è responsabile del reparto di chirurgia.

Lei racconta: «L’assistenza sanitaria in Sud Sudan è molto fragile, nel XXI secolo ci sono ancora molte persone che non hanno accesso alle cure sanitarie di base, e tra di loro molti bambini e donne. La nostra presenza, come suore missionarie comboniane, in un ospedale diocesano non è semplicemente una soluzione per la mancanza di assistenza sanitaria nel paese perché questo è un diritto di base al quale debbono provvedere dalle strutture sociali del paese. La nostra presenza è un richiamo e un segno sacramentale: la società del Sud Sudan, e del mondo intero, non può dimenticare e abbandonare i più vulnerabili tra loro. É la manifestazione che l’amore di Dio è presente, non importa quanto la situazione possa essere buia e difficoltosa».

Quando Joana arrivò in Sud Sudan «la mia prima impressione – ha raccontato- è stata di shock: non avevo mai visto così tanta povertà materiale. Un primo impatto molto forte, l’aeroporto era fatto di tende, non c’era una struttura. Quando sono scesa dall’aereo, ho camminato sulla pista, ho visto la mia valigia sotto una tenda, mi hanno messo un timbro e fine. Un popolo molto disorganizzato, tutto un paese senz’acqua e senza elettricità. Nemmeno nelle zone più povere dove ero stata in precedenza avevo trovato così tanta povertà materiale».

«Quindi – dice oggi – il mio sogno come suora missionaria comboniana non è solo di fornire un aiuto ai bisogni medici delle persone, fin dove è umanamente possibile, ma di seguire le orme di Gesù, che andava in giro “facendo il bene”. E come suora comboniana, seguo il nostro carisma nello sviluppare concretamente l’apostolato e il mio è essere tra i sud-sudanesi». Il metodo di Daniele Comboni è quello di salvare l’Africa con l’Africa.

Dal Ciad al Perù


C’è chi va in missione partendo da terre che sono da sempre luogo di missione. Suor Benjamine Kimala Nanga è una comboniana proveniente da Ciad che, dopo un periodo in Spagna dove ha studiato e lavorato nella pastorale dei migranti, dei giovani e di animazione missionaria, vive e lavora da sei anni in Perù. Qui si occupa della prevenzione contro la tratta di persone e da circa un anno vive in una zona, il distretto del Carmen (Chincha Alta), che è la culla degli afrodiscendenti peruviani.

Come ella stessa ci scrive: «vivo la missione come una chiamata di Dio, questo Dio che cammina con il suo popolo, in questo caso con il popolo peruviano nelle sue diverse realtà. La missione per me oggi è camminare con e al passo delle persone che ci accolgono dalla loro realtà. Il mio servizio missionario nella prevenzione della tratta di esseri umani mi ha portato a conoscere le situazioni socio-politiche, economiche ed ecclesiali del Paese. Questo apprendimento mi ha spinto a vivere la mia presenza missionaria con i piedi sulla terra peruviana e con il cuore pieno di speranza in Gesù Cristo. La dimensione del lavoro nelle commissioni permanenti della Conferenza dei Religiosi ( GPIC -Diritti Umani e Rete Kawsay) del Perù, con la Rete Talitha Kum (inter-congregazionale) sono stati per me spazi di dare e ricevere».

Kawsay, una parola quechua che significa vivere, è una rete composta da più di 38 congregazioni religiose e da alcuni sacerdoti diocesani.

Non ci sono cifre ufficiali ma secondo l’ufficio del difensore civico, lo scorso anno sono scomparse circa cinquemila persone. Di queste, 1.506 erano donne adulte e 3.510 ragazze. In media scompaiono 15 persone al giorno, una ogni due ore. Secondo la polizia, le sparizioni sono legate alla violenza di genere, al traffico di esseri umani, ai traumi familiari. E manca un sistema standard di rintracciamento rapido delle donne scomparse. Durante il lockdown, l’organizzazione per i diritti umani in Perù ha denunciato soprattutto la scomparsa di adolescenti in fuga da una vita di violenza che vengono rapiti o finiscono per essere trafficati.

La missione vissuta da queste giovani donne che si sono messe in cammino partendo da varie parti del mondo, sono uscite verso altre terre, altri popoli e altre culture, è un percorso di trasformazione personale oltre che di evangelizzazione. Per questo Lourdes può dire: «vivere qui nel Medio Oriente ha arricchito il mio essere missionaria. Ho appreso tanto dalle diverse culture e religioni di questa terra, ne risente positivamente il modo di esprimere la mia fede».

È un cammino che trasforma il modo di sentirsi parte della Chiesa. Così ci dice Joana: «non posso essere una donna consacrata se non facendo parte della Chiesa, come comunità di credenti, come “cenacolo di apostole”. Essere qui, in Sud Sudan mi chiama a camminare insieme, a non cercare un passo diverso, più lento o più veloce, ma quello della chiesa concreta che vive, si incarna e celebra la vita stessa di Gesù Cristo».

Tutto questo richiede un nuovo modo di essere consacrate missionarie, una metodologia che, come afferma Benjamine: «vede il centro nel Vangelo come pienezza di vita, ecologia integrale nel linguaggio di oggi. È importante che continuiamo ad evangelizzare e a lasciarci evangelizzare dalle periferie esistenziali, dalle nuove vie di evangelizzazione, per combattere l’ingiustizia e lo sfruttamento delle persone alla radice, in particolare attraverso la prevenzione. È un lavoro trasversale a tutto ciò che facciamo e viviamo; è prendersi cura della vita nella sua totalità”. E conclude: «continuerò ad imparare e a condividere il mio essere missionaria comboniana africana anche qui in Perù con gli afro-discendenti, figli e figlie degli schiavi strappati all’Africa».

Gabriella Bottani e Mariolina Cattaneo
Suore missionarie comboniane

Fonte: Donne Chiesa Mondo – Mensile dell’Osservatore Romano

(Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano edito nella Città del Vaticano)

Primarie PD: Bonaccini è in vantaggio tra i tesserati al partito, ma nei gazebo può vincere la Schlein.

Si comincia a delineare il quadro delle operazioni congressuali nei circoli del Pd. Alla data del 6 febbraio sono 20184 gli iscritti che hanno già espresso il loro voto. I risultati comunicati dalla Commissione nazionale risultano così articolati: Bonaccini 9808 voti, pari al 48,8%; Schlein 7424 voti, pari al 36,94%; Cuperlo 1690 voti, pari all’8,41%; De Micheli 1176 voti, pari al 5,85%. Il vantaggio di Bonaccini, il candidato più forte secondo le previsioni della vigilia, appare consistente ma non fino al punto di dare per scontato il successo alle primarie.

“Dai dati congressuali – si legge nella nota diffusa ieri dalla Commissione – si conferma ogni giorno che Il Partito Democratico è l’unico partito non personale. Con le Convenzioni dei circoli, centinaia di migliaia di iscritti e iscritte partecipano a una discussione democratica sulle piattaforme politico-programmatiche delle candidate e dei candidati e sui problemi reali del Paese. Successivamente, con le Primarie aperte, tutti saranno coinvolti nella scelta della leadership e degli organismi dirigenti”. E poi prosegue:

“Per questo ringraziamo i dirigenti del territorio e i militanti che in queste ore stanno lavorando con grande generosità e impegno per i congressi nei circoli e per organizzare la più ampia partecipazione degli elettori”. 

Non manca, per altro, una precisazione sulla regolarità del voto. “La Commissione Nazionale per il Congresso esaminerà le criticità ove si registrano. Ad oggi si è evidenziata in particolare la situazione della Provincia di Caserta nella quale la Commissione provinciale non ha approvato l’anagrafe degli iscritti e il tesseramento mostra numerose irregolarità. Per questo si è dato mandato ad un gruppo di lavoro di fare una verifica approfondita sulla situazione del tesseramento 2022 nella suddetta provincia. Più in generale la Commissione ha effettuato un controllo su tutte le tessere online, identificando 4681 tessere che sarebbero state fatte in modo difforme e per le quali abbiamo dato indicazioni puntuali perché siano verificate e annullate alle commissioni provinciali interessate”. 

Si evidenzia, in conclusione, la volontà di scongiurare polemiche laceranti su possibili irregolarità. “Il nostro lavoro – conclude infatti la Commissione – in questa fase è teso a garantire la più ampia e trasparente partecipazione degli iscritti ed iscritte e ad organizzare al meglio le Primarie aperte del 26 febbraio”. Dunque, lo sguardo si sposta già all’evento decisivo delle Primarie, quando la competizione si restringerà ai due principali contendenti: Bonaccini e Schlein. La partita è aperta, anzi apertissima, specie se dovesse verificarsi un’intesa a sinistra, con l’impegno di Cuòerlo a sostenere la Schlein. Anche lo scenario non improbabile di una sconfitta alle regionali in due regioni importanti come la Lombardia e il Lazio, potrebbe dare spazio da lunedì prossimo a una più marcata e finanche brutale richiesta di cambiamento, per la quale a pagare il prezzo maggiore sarebbe Bonaccini, più “istituzionale” rispetto alla “movimentista” Schelein.       

Per certi versi, il sensibile lasso di tempo che intercorre tra le operazioni nei circoli e la chiamata ai gazebo, con l’ingresso di elettori potenzialmente più radicalizzati in ragione della rabbia derivante dall’esito delle regionali, non giova alla serenità del confronto sul futuro del partito. L’idea di una spallata, fino al ripudio di un’intera classe dirigente, potrebbe risultare incontenibile. E incontenibile, di conseguenza, la rimonta della candidata che i media dipingono da mesi come espressione di una spinta dal basso, contro l’anchilosata dirigenza del Nazareno.


Quando il partito era una comunità…Può tornare quel tempo?

Giorgio Merlo

È inutile girarci attorno. I partiti del passato, e soprattutto alcune correnti della Democrazia Cristiana, non erano soltanto strumenti politici previsti dalla Costituzione, ma anche delle vere e proprie comunità. Comunità umane innanzitutto. Cioè vere e proprie scuole di formazione, momenti di autentica amicizia tra i vari leader, militanti e simpatizzanti, luoghi dove si cresceva politicamente e culturalmente. Certo, luoghi anche di sano confronto e di duro scontro ma sempre riconducibili alla politica e al rispetto tra le persone e delle persone. Qualcuno potrebbe dire, e forse anche giustamente, che si tratta di un periodo ormai consegnato alla storia e che non sarà mai più riproponibile. C’è però un aspetto che non può essere facilmente eluso. E cioè, in quella lunga stagione – che coincide con l’intera prima repubblica e con l’inizio della cosiddetta seconda repubblica – i partiti, e le rispettive correnti al loro interno, coincidevano non solo con la militanza delle persone, il radicamento territoriale, la rappresentanza sociale e culturale ma erano anche momenti di crescita personale e comunitaria. Insomma, a prescindere che si facesse, o meno, politica per tutta la vita, si continuava a mantenere un ricordo straordinario per una esperienza che ti aveva segnato profondamente. A livello politico ed umano.

Ora, cosa c’entri tutto ciò – come afferma qualche sofisticato politologo – con la nostalgia o con la testa rivolta al passato resta un mistero. Quello che va evidenziato, semmai, è che oggi il confronto politico è sostanzialmente disciplinato da criteri e da metodi che sono semplicemente estranei ed esterni a tutto ciò che ha caratterizzato quella lunga stagione. E quindi sono altri i metodi, e i disvalori, che ne segnano il comportamento quotidiano. Si potrebbero sintetizzare con alcune parole d’ordine: fedeltà incondizionata al “capo”; partiti personali; inutilità cronica del dibattito e del confronto; correnti di mero potere senza alcuna rappresentatività sociale e culturale; leadership che si affermano e che si sciolgono come neve al sole; sottovalutazione e rinnegamento delle culture politiche e, in ultimo, aridità ed indifferenza alla volontà di dare anche un valore ed un rilievo umano ai rapporti politici all’interno dei partiti e delle rispettive correnti.

Certo, molte di queste degenerazioni sono anche il frutto e la conseguenza dell’irruzione della sub cultura del populismo grillino e di tutto ciò che ha caratterizzato quella malapianta politica. Ma è indubbio che la politica, al di là dello scorrere delle stagioni e del susseguirsi delle varie novità che la caratterizzano, non può rinunciare a delle specificità che conservano una bruciante attualità e una altrettanto e straordinaria modernità. Del resto, che cosa potrà mai nascere dalla concreta esperienza dei partiti personali, dall’azzeramento delle culture politiche o dal sostanziale abbandono del confronto politico se non una politica arida, disumana e finalizzata solo ed esclusivamente ai rapporti di potere? Appunto, rapporti tribali come a quelli a cui abbiamo assistito in queste ultime settimane in Parlamento dove gli insulti, le delegittimazioni morali, personali e politiche hanno il sopravvento su qualsiasi altra considerazione e criterio. 

Verrebbe da dire, usando una celebre affermazione di Mino Martinazzoli, il trionfo “del nulla della politica”. Per questi semplici motivi, forse, è giunto il momento per iniziare ad invertire la rotta. Non per replicare il passato, come ovvio e scontato, ma per riscoprire quelle “fondamenta” che rappresentano gli elementi costitutivi dell’agire politico anche nella società contemporanea.

Signorello, l’affabulatore e il condottiero.

Per capire Nicola Signorello, sindaco di Roma per appena tre anni (1985-1988), è necessario inquadrare il suo modo dintendere e praticare limpegno politico. Era un grande mediatore, ma si rivelò un vero combattente. In fondo riuscì a cogliere lanima della città.

Silvia Costa

Nicola Signorello era anzitutto una persona perbene. Incarnava la versione un po’ aristocratica e papalina del mondo andreottiano romano, dando testimonianza a sinceri e radicati valori democratici maturati fin da giovanissimo e poi coltivati tutta la vita. La sua attenzione al dialogo con le nuove generazioni si manifestava attraverso l’impegno de “Il Domani”, il suo Circolo politico, uno spazio di confronto e approfondimento aperto anche a chi non era di stretta appartenenza correntizia. Nel 1976 fu lui ad accogliere, da segretario della Dc romana, la mia candidatura al consiglio comunale. Avevo 25 anni e da poco mi ero laureata: il Movimento femminile, immaginando di contribuire al “rinnovamento” proposto da Zaccagnini, chiese di mettermi in lista. Mi accompagnava in quel lontano incontro a Piazza Nicosia (sede della Dc romana) Marco Ravaglioli, con cui avrei condiviso la mia esperienza giornalistica a “Il Popolo”, dove approdai nel 1978 (direttore Corrado Belci) dopo vari anni di collaborazione a “La Discussione” (e lì, con Ciccardini e un bel gruppo di giovani, realizzammo il supplemento “Noi giovani idee”). 

Ricordo bene il nostro passaggio all’opposizione dopo 30  anni di continuità amministrativa targata Dc. Iniziava con Argan, insigne figura di studioso, il ciclo delle giunte rosse. Il nostro era un gruppo di eletti molto numeroso (27 consiglieri sugli 80 previsti allora) e profondamente rinnovato. Sulla scia del convegno sui Mali di Roma, promosso nel 1974 dal Card. Ugo Poletti, ci lasciammo volentieri coinvolgere da don Luigi Di Liegro in un lavoro intenso e proficuo per affrontare i nodi del degrado della città. Furono gli anni terribili del terrorismo, che ogni giorno colpiva un magistrato, un politico, un militare, fino al culmine della tragedia di Via Fani; ma anche gli anni di una personale scoperta dell’altra Roma, che conoscevo poco: le periferie sterminate, le mie amate borgate, la marginalità dei giovani, e al tempo stesso la forza del volontariato, delle associazioni e dei militanti, la novità dell’impegno di stuoli di studenti e genitori negli organi collegiali…da quella partecipazione nacque una nuova realtà di impegno politico e sociale .

Giova rammentare la serietà del confronto con i sindaci comunisti che si alternarono nel periodo 1976-1985 : Argan, Petroselli, Vetere. Sarebbe un capitolo di storia politica cittadina da studiare fin nei dettagli. Comunque, dopo quasi un decennio, rovesciammo il quadro politico. Nicola Signorello, che avevo sempre visto un po’ compassato e ironico, abile mediatore e persino affabulatore, sfoderò all’improvviso la grinta del condottiero – tra i suoi collaboratori si faceva notare il prof. Alighiero Erba, ma tanti erano i professionisti romani coinvolti nella battaglia della Dc – che ci guidava alla “reconquista” del Campidoglio! Dimostrò in quella circostanza insospettabili qualità di stratega politico e insieme di “manager” dellacomunicazione e dell’organizzazione: prima il questionario distribuito capillarmente nella città e poi la campagna giocata sulle priorità programmatiche per Roma, furono i cardini di una operazione straordinariamente efficace, da cui scaturì la vittoria dello Scudo crociato! Ci galvanizzò tutti, coinvolgendoci e impegnandoci in una raffica diriunioni e incontri pubblici.

Un’ultima annotazione. Nel 1983 ero stata candidata alla Camera e a causa di brogli (che denunciai) non fui eletta. Entrai due anni dopo, nel mentre si insediava il nuovo Consiglio comunale e lui, a seguire, come nuovo sindaco. Restai poco in Campidoglio, ma potei comunque incrociarel’iniziativa che lui prese con autorevolezza: invitò tutti i capi nazionali dei partiti per chiedere loro l’impegno a presentare una legge che finalmente riconoscesse lo status di Roma Capitale. Anche in quel caso si dimostrò un politico innovatore, capace di un colpo d’ala al momento giusto.Per la Dc intervennero sia Clelia Darida che Giulio Andreotti. Ecco, mi sovviene ancora la battuta di Andreotti con cui si concluse quella seduta finanche austera. In risposta a chi enumerava, con aria mesta, i problemi pressoché insolubili di Roma, rispose alla maniera sua: “Caro collega, dobbiamo interrogarci sul perché di queste difficoltà (di cui parlava anche mia nonna dopo la presa di Porta Pia!) e cercare come classe dirigente politica di rimuovere le cause, trovando possibilmente le risposte adeguate”. E poi concluse: “Spesso diciamo che Roma è “invivibile”, ma non credo che lo sia per l’estensione fisica. Molte città in Europa e nel mondo sopravanzano Roma per dimensione, eppure sono ben governate e servite. Nécredo che il problema sia dato dal numero di abitanti:quando erano solo due, per Remo la città fu veramente invivibile!”.

In fondo Signorello partecipava di questa visione disincantata e forse proprio per questo sapeva cogliere le diverse facce di Roma, riuscendo a stabilire una ineffabile “connessione sentimentale” con l’anima popolare della città. 

Nicola Signorello sarà ricordato stamane in Campidoglio in una cerimonia pubblica voluta dal Sindaco Roberto Gualtieri in collaborazione con gli “Amici di Piazza Nicosia”.

Ucraina, la follia nucleare.

Putin con le spalle al muro potrebbe osare limpensabile. Per questo che i timori dellOccidente circa lapocalisse nucleare non sono infondati. Tuttavia, un utilizzo anche solo di armi nucleari tattiche renderebbe la Russia un paese negletto agli occhi del mondo intero.

Enrico Farinone

Pessime notizie dall’Ucraina. Con l’approssimarsi della primavera si avvicina la nuova offensiva russa, che questa volta – un anno dopo la prima, rivelatasi fallimentare – promette di invadere il paese aggredito e di arrivare, forse, fino a Kiev. Cinquecentomila soldati sono stati reclutati e addestrati in questi ultimi mesi a questo scopo specifico. La disperata richiesta di carri armati e jet da parte di Zelensky muove esattamente da questa consapevolezza, dalla paura – questa volta – di non essere più nelle condizioni di resistere. Anche perché si presume che, dopo i troppi errori inanellati nella precedente campagna, i generali russi dovrebbero aver elaborato un piano tattico sufficientemente efficace e supportato da una preponderanza in uomini al combattimento.

Putin questa guerra deve vincerla, non può nemmeno pareggiarla. Ed è qui che sorge la domanda, e la preoccupazione occidentale, circa il possibile utilizzo da parte di Mosca dell’arma nucleare. Una minaccia velata, talvolta addirittura esplicita, che il Cremlino lancia da quasi un anno e che sinora tutti noi abbiamo lasciato sullo sfondo, increduli in quanto consapevoli che essa è troppo abnorme, anche per i russi. Eppure. Eppure essa oggi fa più paura, rende maggiormente inquieti. Perché lo zar con le spalle al muro – nel caso, ad esempio, di una difesa ucraina efficace grazie alle armi pesanti in arrivo (ma arriveranno in tempo utile?) da Stati Uniti ed Europa e magari addirittura di una controffensiva – potrebbe davvero, spinto a ciò dalla cerchia più oltranzista del regime e dei suoi affiliati, come i ceceni o i mercenari della Wagner, osare l’impensabile. 

A livello semantico, come detto, l’ipotesi è stata messa in campo ormai molte volte. Al punto che abbiamo tutti cominciato a temere che essa nelle stanze segrete del Cremlino non venga considerata meramente tale. Anche solo a pensarci pare tutto pazzesco. La teoria M.A.D. (mutual assured destruction, e in inglese mad significa “matto”, appunto) ha impedito l’esplosione della follia umana ai tempi della Guerra Fredda. Il segretario americano alla Difesa, Robert McNamara, che l’aveva ideata, si basava sulla considerazione che a un primo attacco nucleare sarebbe immediatamente seguita una risposta devastante. Nessuna delle due parti aveva dunque interesse a cominciare le ostilità nucleari. Ora, sul piano della logica e del raziocinio, nulla è cambiato. Ma dal punto di vista delle potenze in grado di decidere la follia dell’attacco invece sì. Il regime russo oggi non è più come quello sovietico, imperniato su una ideologia assoluta ma proprio per questo non manipolabile. E l’obiettivo era l’affermazione del comunismo e il suo consolidamento nelle aree del mondo ove esso si era affermato. Non la sua espansione oltre la cortina di ferro (almeno, così fu sino all’invasione dell’Afghanistan). Oggi invece si mira a rovesciare un governo democraticamente eletto e a conquistare militarmente un Paese che reclama la propria autonomia e indipendenza. Che l’occidente non può abbandonare a sé stesso perché sono in gioco i valori della democrazia, della libera determinazione dei popoli e della loro libertà. Lo scontro è dunque oggi possibile ed è per questo che i timori circa l’apocalisse nucleare non sono infondati.

Questa è la preoccupazione di Papa Francesco, il primo in assoluto a comprendere cosa stava avvenendo nel mondo, già anni fa. Ed è oggi la preoccupazione di tutte le persone raziocinanti. Che a questo punto, credo, devono sperare soprattutto in due fattori, o forse tre. Il primo è quello psicologico. Un utilizzo anche solo di armi nucleari tattiche (“solo” si fa per dire: si tratta di bombe assai più devastanti di quelle lanciate su Hiroshima e Nagasaki) renderebbe la Russia un paese negletto agli occhi del mondo intero; neppure i cinesi giustificherebbero una tale insensatezza (forse solo il pazzo che sta a Pyongyang lo farebbe). Nessuno dei paesi con i quali Mosca sta allacciando rapporti più stretti in funzione anti-occidentale potrebbe tollerare una provocazione che mette a rischio l’intera umanità. Il secondo è d’ordine territoriale. Un attacco nucleare su territorio ucraino renderebbe inabitabili migliaia di chilometri quadrati per conquistare i quali Mosca ha intrapreso una guerra. Non solo. Sono territori confinanti con la Russia medesima, e il vento (che non è governabile) potrebbe portare proprio in Russia le radiazioni nucleari. Ve n’è infine un terzo, forse: la certezza – perché è immaginabile che di questo gli americani abbiano reso edotto il Cremlino – che la risposta della NATO per quanto non nucleare sarebbe devastante sui terreni e sulle acque contese: la Crimea, il Mar Nero tanto per cominciare. E questo potrebbe produrre conseguenze a oggi imprevedibili nelle stanze del potere a Mosca. Un altro dei motivi che dovrebbero consigliare prudenza a Putin. 

Speriamo. Ma in ogni caso non c’è da stare molto allegri. Il 2023 non sarà un anno facile.

Un orizzonte transumano con l’IA? ChatGPT lo nega.

Nelle ultime settimane si parla molto di ChatGPT, progetto sviluppato OpenAI e che vede la partecipazione di grandi guru della ricerca nell’ambito delle tecnologie, (Elon Musk fondatore di Tesla e SpaceX, Reid Hoffman co-fondatore di LinkedIn, Satya Nadella CEO di Microsoft). Ma c’è davvero da preoccuparsi? ChatGPT è un algoritmo di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI, un’organizzazione leader nel settore dell’IA. Si tratta di un modello di linguaggio di ultima generazione che utilizza la tecnologia di Generative Pre-trained Transformer (GPT) per generare testo in modo autoregolato e adattarsi a molteplici attività linguistiche. Ma quali sono le attività che ChatGPT può svolgere meglio? 

Ecco alcuni degli ambiti nei quali può essere utilizzata. ChatGPT è in grado di tradurre testo da una lingua all’altra, permettendo agli utenti di comunicare con persone che parlano lingue diverse. Il modello è in grado di tradurre testo in modo preciso e coerente, adattandosi a molteplici contesti linguistici. Questo modello di linguaggio di ultima generazione tramite la tecnologia di Generative Pre-trained Transformer per generare testo in modo autoregolato e adattarsi a molteplici attività linguistiche. Il sistema è stato addestrato su un vasto insieme di informazioni, compresi codici sorgenti, permettendogli di acquisire conoscenze e competenze in molte aree, tra cui l’informatica. Ciò gli consente di svolgere molteplici attività legate, come la scrittura di software in molti linguaggi e la risoluzione di problemi matematici. Uno dei punti di forza di ChatGPT è la sua capacità di scrivere software in molti linguaggi. Il modello è in grado di comprendere il contesto e formulare codici sorgenti coerenti e funzionali per molteplici linguaggi, tra cui Python, Java, C++ e molto altro. Ciò significa che gli sviluppatori possono utilizzare ChatGPT per accelerare il processo di sviluppo del software, risparmiando tempo e riducendo gli errori.

ChatGPT è in grado di risolvere problemi matematici complessi. Il modello è in grado di comprendere le equazioni matematiche e formulare soluzioni precise e informate. Ciò significa che gli ingegneri, i matematici e altri professionisti che utilizzano frequentemente equazioni matematiche possono utilizzare ChatGPT per accelerare il processo di risoluzione dei problemi, anche in questo caso, riducendo i tempi di produzione. ChatGPT è dotata di un modello di autoapprendimento, il che significa che continua a migliorare man mano che acquisisce nuove conoscenze e competenze. La sua versatilità continuerà a crescere nel tempo, aprendo nuove opportunità per il suo utilizzo nell’informatica e in molte altre industrie. L’utilizzo di ChatGPT nell’informatica è solo l’inizio. Questo modello di intelligenza artificiale potrebbe avere un impatto significativo anche in altre aree, come l’educazione, la finanza e molte altre. Ad esempio, ChatGPT potrebbe essere utilizzato per generare materiali didattici personalizzati per gli studenti, per analizzare i dati finanziari e per supportare la prevenzione delle frodi. In definitiva, ChatGPT rappresenta un passo importante verso il futuro delle tecnologie. Con la sua capacità di autoapprendimento e la sua versatilità, questo modello di intelligenza artificiale apre la strada a nuove opportunità e possibilità senza precedenti. È solo questione di tempo prima che ChatGPT diventi uno strumento essenziale per molte professioni e la sua versatilità continui a crescere. È sicuramente interessante osservare che laddove le risposte sono di carattere tecnico-matematico un computer (ma questo già lo sapevamo), è molto più veloce per la sua capacità di calcolo.

Abbiamo provato a chiedere di scrivere il linguaggio “C” un programma che, dopo aver verificato la correttezza formale di due date (tra il 1700 e il 2400), ci calcolasse i giorni che intercorrevano tra le due. In pochi secondi ci ha sviluppato il codice. Posso affermare che il codice sviluppato è risultato corretto in relazione alla richiesta fatta. Sicuramente un risultato strabiliante considerando che è stato scritto in una manciata di secondi. Lo stesso tempo non sarebbe bastato ad un umano per digitare il codice sulla tastiera! Gli investitori sono restii a fornire dati sul budget finora utilizzato e, anche se non è pubblicamente disponibile una cifra precisa sugli investimenti finanziari effettuati per realizzare ChatGPT possiamo pensare che siano stati investiti centinaia di milioni di dollari. OpenAI, l’azienda che ha sviluppato il modello, è stata finanziata da investitori tra cui il co-fondatore di Tesla e SpaceX Elon Musk, il co-fondatore di LinkedIn Reid Hoffman e il CEO di Microsoft Satya Nadella ed ha ricevuto finanziamenti da aziende come Microsoft e Infosys.

Tuttavia, è probabile che gli investimenti necessari per sviluppare un modello di intelligenza artificiale di tale portata saranno ancora molto più significativi. Sviluppare un modello di questa complessità richiede non solo investimenti finanziari, ma anche ingenti risorse tecniche, come server potenti, grandi quantità di dati e un team altamente qualificato di ingegneri e ricercatori. In ogni caso, gli investimenti effettuati in ChatGPT sono stati considerati strategici dai finanziatori di OpenAI, poiché ritengono che la tecnologia dell’intelligenza artificiale rappresenti un’opportunità enorme per il futuro e che modelli come ChatGPT avranno un impatto significativo in molte discipline. Infine, sperimentando ChatGPT e sottoponendo quesiti dai quali ci aspettavamo risposte più peculiari, abbiamo notato, invece, la ripetitività dei vocaboli utilizzati ed una limitata capacità di “sofisticazione” del linguaggio che appare poco più che nozionistico. Manca, quindi, quella capacità lessicale che è legata alla formazione, alla cultura ed allo stile di chi si appresta a scrivere su un argomento di cui ha profonda conoscenza e laddove i sinonimi e le sofisticazioni lessicali fanno la differenza.

Possiamo stare quindi tranquilli ed affermare che un computer (seppur diventato indispensabile, basta pensare alla funzione che tablet e smartphone hanno assunto nella nostra quotidianità), non è ancora possibile che possa sostituirsi alla fantasia ed al genio umano. Potranno svolgere mansioni al servizio della comunità così come lo fanno le varie App che oramai tutti utilizziamo, ma pur sempre frutto della fantasia e del genio degli uomini. Alla luce di quanto sopra, appare corretto affermare che chatGPT, come l’intelligenza artificiale in generale sia una grande opportunità, come per l’informatica lo sono state le e-mail negli anni ’90 ed i social dai primi anni di questo millennio, in medicina la chirurgia laparoscopica e con l’ausilio di robot, in ingegneria l’utilizzo di droni o aerei senza il pilota, etc etc. Ma la definizione di “Intelligenza” che offre il vocabolario Treccani recita così: “Complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento; propria dell’uomo, in cui si sviluppa gradualmente a partire dall’infanzia e in cui è accompagnata dalla consapevolezza e dall’autoconsapevolezza, è riconosciuta anche, entro certi limiti (memoria associativa, capacità di reagire a stimoli interni ed esterni, di comunicare in modo anche complesso, ecc.), agli animali, spec. mammiferi (per es., scimmie antropomorfe, cetacei, canidi)”. 

Dunque non si puo, come definizione, certamente applicare alla AI (Intelligenza Artificiale). Un computer è sicuramente in grado di effettuare calcoli con una velocità che per noi umani è impensabile, ma possiamo ancor più sicuramente affermare ciò che ancora resta ovvio: un computer non è capace di pensare! L’AI (Intelligenza Artificiale) è sicuramente da considerare un’enorme occasione che sicuramente offrirà utilità e vantaggi. L’espressione “intelligenza”, ad ora, secondo il parere di chi scrive, è utilizzata più per stupire che per determinare uno stato oggettivo.

Non è obbligatorio il registro elettronico di classe

Il classico registro cartaceo dovrebbe essere sostituito da quello elettronico. Quanto è valido? Molti ne segnalano l’inutilità, la compilazione faticosa, la farraginosità della modulistica, le difficoltà per le famiglie di accedervi. Non può essere imposto.

Francesco Provinciali

Non è vero che le azioni che si compiono, i comportamenti che si mettono in atto e ciò che si utilizza per mera abitudine consolidata e persino prevalente sia o possa diventare obbligatorio per prassi: come si dice in termini giuridici “la consuetudine non può mai operare contra legem”. In molti istituti scolastici i dirigenti scolastici hanno di fatto imposto ai docenti l’utilizzo del registro elettronico in sostituzione di quello cartaceo, in ogni ordine e grado, dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado. La motivazione più accreditata è l’estensione – per una sorta di transfert applicato ad ogni contesto istituzionale e degli apparati della P.A. – della digitalizzazione come modo di svolgere operazioni d’ufficio, pratiche, annotazioni: insomma la sostituzione dei tradizionali mezzi – carta e penna – con le nuove tecnologie, per comunicare o archiviare. 

Una deriva che ha assunto toni e modalità attuative persino parossistiche, applicando un principio generale a fattispecie sulle quali occorrerebbe esercitare il prioritario uso del pensiero critico e del buon senso. Specie quando l’uso del digitale vale più come metodo a prescindere, senza chiedersi se ci sia una corrispondenza pratica in termini di efficienza, efficacia, praticità, riservatezza ovvero trasparenza degli atti: se la forma prevale sulla sostanza si rischia di compromettere la concretezza per favorire una prassi acritica, suscettibile di generare complicazioni anziché la tanto decantata semplificazione. Ma la manualità non si riduce alla sola digitazione, premere un tasto non potrà mai sostituire lo scrivere una parola., il passato non si cancella e vanno conservate tutte le modalità attraverso cui esprimersi e comunicare.

Le contestazioni al registro elettronico riguardano in prevalenza la sua effettiva utilità, il tempo necessario per compilarlo, il suo essere strumento di annotazione e certificazione consultabile. Un ispettore scolastico in visita ad una classe avrebbe difficoltà, ad esempio ad accedere ai dati: esercitando una funzione istituzionale di controllo nell’interesse del pubblico servizio dovrebbe poter disporre ‘ictu oculi’ cioè ‘de visu’ di tutti gli elementi di valutazione. L’archiviazione digitale dei dati richiede username e password (per non dire il resto) che la rendono criptica, differibile e persino potenzialmente alterabile (qui non vale l’antico detto ‘scripta manent). Questo è un aspetto riduttivo di una malintesa autonomia scolastica perché gli atti di istituto devono essere consultabili: la qualità del servizio scolastico viene verificata attraverso il controllo tecnico, per le vie amministrative ma il registro di classe è un documento pubblico che afferisce ad un pubblico servizio. Su questo la giurisprudenza è pacifica. Esiste peraltro – e non è stato soppresso- un modello cartaceo di registro di classe validato dal Ministero e distribuito – con oneri di acquisto – a tutti gli istituti scolastici della Repubblica. Mandarlo al macero in attesa che venga ufficialmente sostituito da quello digitale (se e quando ci sarà) sembra francamente uno spreco di denaro pubblico.

Vero è che il D.L. n. 95 del 2012, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 135, aveva introdotto l’obbligo per le scuole di dotarsi di registro elettronico a decorrere dall’anno scolastico 2012-2013, prevedendo che il MIUR predisponesse entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto un piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, studenti e famiglie. Questo piano tuttavia non è mai stato predisposto, vanificando la norma e rendendo non obbligatorio l’utilizzo di registro e pagelle elettroniche. Come peraltro puntualizza in modo inequivocabile la sentenza della Cassazione Sez. V, Sent., (ud. 02-07-2019) 21-11-2019, n. 47241 ed è noto che le Sentenze di Cassazione fanno giurisprudenza fino a diversa legislazione.

Si aggiungano le due Sentenze del Giudice del Lavoro del Tribunale di Catania dell’8/9/2020 secondo cui le disposizioni del citato D.L 95/2012 sul registro elettronico assumevano una valenza meramente programmatica, non essendoci stata una successiva regolamentazione attuativa. Infine il Presidente della stessa Sezione Lavoro del Tribunale di Catania in data 2/12/2020 annullava la sanzione disciplinare inflitta da una Dirigente Scolastica ad alcune insegnanti si erano rifiutate di utilizzare il registro elettronico. Da quando grazie alle intuizioni di una politica che predilige gli effetti speciali sono state accreditate metafore come quelle del ‘preside sceriffo’ o ‘capitano della nave’, sta passando una declinazione para-militare dell’organizzazione scolastica. Fino a quando non sarà reso obbligatorio, il registro digitale di classe è solo sperimentale e non è sufficiente una delibera del collegio dei docenti per imporlo né tanto meno che qualcuno possa dire… “si usa perché lo dico io”. Sic stantibus rebus, dunque, il tipo di registro da usare deve rispondere ai criteri di utilità, praticità, certezza delle modalità di compilazione e resta – fino a prova contraria – uno strumento d’uso del docente che rientra nel più ampio contenitore della libertà d’insegnamento: che è indefettibilmente e per giurisprudenza libertà di metodo.

Francesco Provinciali, è stato dirigente ispettivo del MIUR.

Il saluto dei “carristi” al loro amico e maestro Enzo Carra 

Sabato si sono svolti i funerali alla presenza di numerosi amici. Giornalista e politico, Carra è stato vittima dellodio anti Dc. Alla fine del rito funebre, sono intervenuti Francesco Giorgino, Paolo Franchi, David Riondino: del primo riportiamo il testo del discorso.

Francesco Giorgino

Prendo la parola con enorme commozione e con una grande tristezza nel cuore, che dall’alba di giovedì 2 febbraio non mi ha abbandonato nemmeno un istante. È lo stesso stato d’animo che pervade gli amici e i colleghi, in rappresentanza dei quali, intervengo in questa Chiesa avvolgente, a due passi dalla sede della più alta istituzione repubblicana. Li cito in ordine alfabetico: Bruno, Cristiano, Davide, Emanuela, Fabio, Fabrizio, Giuliano, Laura, Pierluca. (Con noi anche Andrea, Ernesto, Vittorio). 

Agli inizi degli anni 90 ci chiamavano i “carristi”, espressione che non ci ha mai dispiaciuto, nemmeno quando veniva pronunciata con una certa dose di malizia. Anzi, un’espressione che ci ha sempre inorgogliti, consapevoli come siamo sempre stati -e come sempre saremo- di aver ricevuto da Enzo, quando lavoravamo tutti insieme a Palazzo Cenci Bolognetti, a Piazza del Gesù, con il coordinamento di Maurizio, non solo lezioni di giornalismo, ma anche lezioni di vita, di sensibilità, di stile e signorilità, di ironia, di capacità di sdrammatizzazione e di rinuncia alla pratica (pur istintiva) del rancore e del risentimento, anche quando la vita ti pone di fronte a situazioni dolorose. Lezioni di etica e di “rispetto” nel senso rosminiano del termine, frutto cioè della considerazione costante della persona come fine e mai come mezzo. 

Caro Enzo, sei stato per tutti noi la spalla su cui poggiarci nei momenti di difficoltà e lo sprone ad andare avanti, il nostro motivatore. Se mi è concesso l’uso di una metafora sportiva, sei stato il nostro coach: ci hai dato la cassetta degli attrezzi, ci hai allenato alle troppe insidie della sfera pubblica mediata, ci hai ricordato che i valori sono più importanti di qualsiasi altra cosa. Ci hai abituato ad interpretare la realtà senza fermarsi al livello di superficie, immergendoci al contrario nel livello più profondo, in linea del resto con la complessità dell’era tardo-moderna. E da buon coach hai sempre voluto seguire le nostre vicende professionali e personali, individualmente o in una dinamica di gruppo (dinamica resa costante grazie allo straordinario spirito d’iniziativa di Fabio).  

Quanto ci mancheranno le cene a casa tua, con la regia impareggiabile di Olga, sempre affettuosa e premurosa nei nostri confronti. Cene nelle quali parlavamo di attualità, di politica, di presente e di scenari futuri. Noi discettavamo (a volte facendo a gara a chi era più sul pezzo degli altri) e tu ci osservavi con quello sguardo tenero, dolce, sereno, pieno di felicità e di orgoglio, fino a pronunciare la tua parola saggia e illuminante, che per noi rappresentava un dono prezioso. 

Sei stato un grande giornalista. Sei stato un grande comunicatore politico e anche un grande politico. Sempre al servizio del primato della verità, della moderazione e sempre attento alla valorizzazione della logica istituzionale e del buon senso. Un aspetto quest’ultimo resoti più agevole non solo dalla tua indole, ma anche dalla tua vasta cultura. Una cultura in grado di muoversi sui terreni più disparati della conoscenza, compresi la letteratura, il cinema, il teatro, la musica. Soprattutto, caro Enzo, sei stato un grande uomo. 

Hai rappresentato per molti italiani un esempio di dignità quando sei stato vittima della sbornia giustizialista della prima metà degli anni Novanta, quella sbornia che ti espose senza alcun motivo alla pubblica mortificazione. E che tu avessi avuto gli strumenti e la forza d’animo per rimettere a posto l’ordine delle cose, i tasselli del puzzle delle enormi contraddizioni del nostro Paese, non solo lo hai dimostrato nel passato remoto (addirittura ci rassicurasti la sera prima della tua improvvisa partenza per Milano, pur sapendo che quella giornata ti avrebbe cambiato la vita e che all’imbrunire non saresti tornato a Roma), ma lo hai certificato anche nel passato più recente. 

Ci avevi comunicato, infatti, con entusiasmo la notizia della realizzazione del tuo ultimo libro, che contiene nell’introduzione un dialogo con Gherardo Colombo. Libro, “L’Ultima Repubblica”, già disponibile ai lettori in versione online. Un modo per rileggere la storia della fine della cosiddetta Prima Repubblica con uno sguardo più obiettivo e con una postura ripulita dalle incrostazioni dell’emotività tipiche delle contingenze dei cicli storici. Ieri nella chat che da anni abbiamo noi “carristi”, abbiamo condiviso un proverbio cinese che recita così: “La calunnia non distrugge l’uomo onesto, poiché passata l’inondazione, la roccia riaffiora”. E’ quello che è accaduto dopo quei giorni bui, anche se sappiamo quanto sia stata profonda quella ferita. E quanto ti abbia segnato. 

Tutti noi, caro Enzo, Ti promettiamo che staremo vicini ad Olga e a Giorgio, al quale spetta ora il compito di continuare almeno una parte dell’azione da te intrapresa. Olga e Giorgio…che aiuteremo nell’intento di non far spegnere i riflettori sulla tua figura, che noi abbiamo avuto il privilegio di vivere come allievi e come amici veri. Se lo vorranno, daremo loro una mano per tenere sempre vivo il tuo ricordo. 

Grazie Maestro! Fai buon viaggio. E da lassù, per favore, continua a sorriderci!

Questioni aperte nel passato e nel presente dei Popolari 

Il 29 dicembre 2022, Guido Bodrato scriveva questo lungo post su Fb per rivendicare lattualità di un suo vecchio articolo. A distanza di oltre 20 anni, la questione dei Popolari” propone analoghi pensieri: arrendersi al pensiero unico” era ed è sbagliato.

Guido Bodrato 

Nel dicembre del 200, il Consiglio nazionale convocava, per il marzo del 2002, l’ultimo Congresso dal PPI. In quell’occasione ho scritto, come facevo quasi ogni settimana, un articolo sul settimanale “Il nostro tempo”. In realtà, un solo articolo, in due successive settimane, poi unificato in cinque cartelle. Ho ritrovato questa riflessione dopo ventidue anni. Chi lo rileggerà, noterà che molte cose sono radicalmente cambiate. Allora, la destra che stava vincendo era guidata da Berlusconi; il centro sinistra era “in mezzo al guado”, tra il tramonto dell’Ulivo di Prodi e la nascita del Partito democratico di Veltroni. L’impianto della coalizione dei conservatori aveva un’impronta qualunquista, ma per apparire amica dell’Unione europea (cosa necessaria per ragione del bilancio) Forza Italia aveva aderito al PPE, mentre i popolari si opponevano ancora all’idea di “morire socialisti”. 

Tuttavia, molte mie riflessioni già suggerivano una strategia che i “nuovisti”, gli ulivisti, consideravano “rivolta al passato”, poiché temevo che la strada imboccata, quella del bipolarismo e del doppio turno, avrebbe finito col radicalizzare le posizioni politiche a vantaggio delle tendenze populiste che già si stavo delineando, e del finale successo dell’autoritarismo. Queste questioni sono ancora aperte, e  ne discuteremo. 

Vorrei, per ora, invitarvi a leggere la conclusione di quello scritto, che a mio parere conserva una straordinaria attualità. Evidentemente, notando che allora i popolari si apprestavano ad essere La Margherita, ed oggi sono in maggioranza nel Pd. Ho scritto: “La Margherita deve caratterizzare il suo programma. Deve essere il partito della Costituzione, cioè il partito della distinzione dei poteri, dell’indipendenza della magistratura, della democrazia parlamentare, del pluralismo sociale, della libertà dell’informazione; deve modernizzare il sistema economico per assicurare la competitività del paese, senza tuttavia ridurre i “diritti di cittadinanza” del mondo del lavoro che rappresentano una conquista della democrazia, e senza dimenticare i valori della solidarietà ed il ruolo che ha la concertazione anche per la competitività del sistema industriale”. Ed ho aggiunto, riferendomi alla politica europea, che era necessario rinnovare l’europeismo e la strategia federalista per evitare che, con l’allargamento dell’Unione all’Est ed a nazioni di piccola dimensione, finisse per prevalere la tendenza a ridurre l’Europa alla difesa dei confini e al mercato comune, con la deriva ad una confederazione (ognuno comanda a casa propria) con sempre più marcate tentazioni corporative: questa sarebbe l’Europa delle nazioni, pronta a scivolare nel nazionalismo…

Ed ecco la conclusione. “Queste scelte delineano una moderna strategia democratica, ripropongono i valori del popolarismo ed un profondo contrasto con una destra che pensa di cavalcare spregiudicatamente la mondializzazione dei mercati al fine di restaurare il potere di una oligarchia senza patria, interessata a fare comunque i suoi affari…Chi guadagna in Italia dalla rottamazione del welfare?…dalla privatizzazione della sanità? Non sono questioni che chiudono il discorso sull’avvenire della nostra comunità, del mercato e della democrazia, ma sono questioni che dimostrano a quante domande debba ancora rispondere quel “pensiero unico” liberista che pretende di essere senza alternative. E quanto è lo spazio a disposizione del popolarismo, se avremo il coraggio e la passione necessaria per fare politica, per riconoscere il primato della politica e il valore della solidarietà, e per difendere la democrazia dai suoi nemici”

Il mare e la culla

La notizia è stata data, per dovere di cronaca, al telegiornale in una manciata di secondi. A seguire, assai più tempo dedicato al lavoro di un’ultima novità musicale presto sul mercato. Non tutti i giornali nazionali ne hanno fatto cenno, comunque non certo in prima pagina. Solo Avvenire ha dato risalto al fatto ma, si sa, “un giornale cattolico, non poteva farne a meno”, potrebbe essere il commento di qualche ben pensante. In un album di Mina, c’è un brano dal titolo evocativo, “È la solita storia”. Ha parole eloquenti, che sembrano adattarsi alla nostra circostanza: “C’è nel sonno l’oblio / Come l’invidio / Anch’io vorrei dormir così / Nel sonno almeno l’oblio trovar/ La pace sot cercando io vò / Vorrei poter tutto scordar”. 

Sfax è la seconda città della Tunisia che prenderebbe il nome dal re Siface o meno nobilmente da un ortaggio, il faksus equivalente del nostro cetriolo, che dalle nostre parti indica nella vulgata corrente un problema che incombe ai nostri danni. Da lì è partita una imbarcazione con circa una cinquantina di persone a bordo, che prima ancora erano state richiuse in una così detta safehouse a Mhadia. Quest’ultima città, al tempo dei Romani con il suggestivo nome di Aphrodisium, è nota agli archeologi per un suo relitto, una ricca galea affondata nel I secolo a.C. zeppa di oggetti d’arte attici. Oggi non parliamo di una barca di prestigio ma un po’ di chiasso si sta facendo lo stesso. Ad essere meticolosi a 42 miglia dalla costa di Lampedusa l’imbarcazione è stata recuperata da unità di Marina. A bordo anche 8 morti di fame e di freddo. Tra questi una donna in avanzato stato di gravidanza, un avanzo di umanità che non ha più nulla da dire. Il gelo, giocando a ruba bandiera con il mare, ha vinto il confronto, afferrando per primo il drappo della morte. Il mare, intirizzito dall’avversario, ha avuto uno scatto impacciato ed ha ceduto il passo. 

Le cronache si dividono. C’è chi dice che sulla imbarcazione una mamma disperata abbia gettato in acqua il suo infante di pochi mesi. Forse per liberarlo dal gelo che opprimeva; le onde sarebbero state clementi, regalare una fine migliore, una sorte di liquido amniotico di nuovo alla ribalta. Altri dicono che la donna, poi morta, sia svenuta ed il piccolo gli sia scivolato dalle braccia, cadendo in mare. “C’è nel sonno l’oblio…”  sarà stato il maligno richiamo di qualche sirena. L’oblio per certo è quello che quotidianamente ci attraversa alle notizie del genere. Come tutti i veri eroi, un uomo che resterà ignoto, si è tuffato per salvare la creatura ed è invece, a sua volta, annegato. Sembra appena un dettaglio mentre meriterebbe una storia a parte. La vicenda ricorda un fatto simile accaduto a settembre che torna utile ricordare.

Il Libano è una gran bel paese con il vizio di fondo degli opposti. Ha due catene montuose. Il Libano e l’Antilibano, un conflitto in casa fin dalla sua nascita. È una terra inquieta, come stanca del benessere di un tempo, affezionata alle turbolenze della sua nuova stagione. C’è chi ne scappa prima di annoiarsi della solita storia. Per quanto di successo, un film, dopo qualche replica, tende a stancare. Una mamma sogna per un figlio una felicità all’infinito. Non si lascia ingannare dall’iniziale incasso del botteghino. Prevedendo la fiacca della fila, dopo i giorni di primo entusiasmo, passa subito ad altri copioni. “Légami” è il titolo di un film che racconta di un amore caparbio e indomito. Si chiama sapientia cordis la sapienza del cuore di una mamma verso il figlio. Libano è anche una corda di fibre intrecciata usata in marina. Se la terra di quel paese si era avvinghiata fino a non saper più sciogliere i nodi del suo male, la sua corda non avrebbe però mancato il mestiere, almeno ora che, su un barcone, una mamma ne stava prendendo il largo. 

I barconi, soprattutto quando sono stracarichi di passeggeri e di speranze, tendono ad affondare, per liberarsi del peso più delle seconde, che dei primi. Stavano precipitando sul fondo insieme ad altri; ma a lei del prossimo non interessava. In alcuni momenti è stupefacente stringere a sé la libertà di essere egoisti e sguazzarci dentro senza alcun impaccio e vergogna! Mentre l’acqua era quasi alla gola, un oblò ha dato il suo obolo di salvezza, offrendosi alla mamma ed a suo figlio per indicare una via di uscita, malgrado stava lestamente facendosi buio sulla scena. Un oblò è un berretto che una barca porta sempre all’altezza del suo fianco, salutando per rispetto ogni onda del mare. Ha spazio solo per uno alla volta. La mamma avrebbe dovuto intanto lasciare suo figlio correre per il mare aperto, nella speranza di raggiungerlo immediatamente dopo, seguendolo subito da presso, congiunta alla cima tenace dell’amore. Suo figlio sarebbe passato per primo. La decisione era presa. Poi un ripensamento, un dubbio, che rovina il piano presto congegnato. Se lei non ce l’avesse fatta a leggerne le flebili tracce nell’acqua, come abbandonarlo al largo del destino? 

Neanche a parlarne di far lei da apri strada, nella speranza che poi il figlio, districandosi, sul fondo della barca, nel panico dei futuri morti, potesse riagguantarla. Ha deciso per un abbraccio forte, facendo scoppiare di invidia la corda che presuntuosamente andava in giro a dire che solo lei poteva tenere insieme le parti. Delle volte delle semplici consonanti fanno la differenza. Brachium è il braccio in latino, mentre le branchie sono quelle che sarebbero servite per sopravvivere. Hanno provato a passare attraverso l’oblò, insieme abbracciati, madre e figlio, stretti stretti per non far scoppiare il portellino, troppo innamorato delle sue guarnizioni per poterle sacrificare. Li hanno trovati così, incastrati nell’oblò, con mezzo corpo fedele alla nave e mezzo corpo già tra le onde pronte ad accoglierli.

La Global Dream, la nave più grande del mondo, ha imparato dalla storia degli altri, non prende rischi e non affonderà. Non ha preso il largo e non lo prenderà. Lunga 342 metri, avrebbe potuto imbarcare oltre 9000 passeggeri, forte dei suoi 20 ponti e chissà quante centinaia di oblò. 

Difficoltà finanziarie sopravvenute la stanno facendo smantellare prima ancora di bagnarsi anche solo di una spruzzata di mare raccolta dentro un secchiello di un bimbo. Come si direbbe oggi, tutto ormai è questione di barche. 

La Global Dream è un sogno fallito. Come le mamme e i loro bambini inghiottiti nel Mediterraneo, che poco medita sulle costanti tragedie. “Ma” come mare, “ma” come l’obiezione che il solito cretino potrebbe sollevare, “ma” come martiri della speranza. Sul nostro calendario, tra tutti i santi, non dovrebbe mai mancare la loro ricorrenza.

Meloni e Menelao

A rileggere il dialogo tra Menelao e Proteo, così come ci è stato consegnato letterariamente da Luciano di Samosata, si scopre che il mito si attualizza: le potenze marine diventano fuoco. La Destra non ha remore a vivere nella contraddizione di se stessa.

Giuseppe Aloise

Nel corso della conferenza stampa tenuta di recente a Berlino alla  Premier  Giorgia Meloni, da alcuni giornalisti  è stata ricordata la sua “allergia“ nei confronti della Germania. La Meloni, sorridendo e con grande disinvoltura ha testualmente replicato: “non so quando avrei detto questa cosa…francamente non ne ho memoria”. Con questa affermazione ha smentito se stessa. Diceva, infatti, Giorgia Meloni in un’intervista a Libero: “Sono allergica alla Germania anche sui libri”.

Nel corso dell’informativa alla Camera sul caso dell’anarchico Alfredo Cospito, il Ministro  Carlo Nordio ha affermato con fermezza e chiarezza sul carcere duro: “Mai messo in discussione l’istituto del 41 bis. La possibilità di mutare questa normativa è inesistente”. Cosa invece scriveva l’ex Procuratore della Repubblica Nordio in un editoriale apparso sul Messaggero del 28 marzo 2019? “Il nostro ordinamento ha introdotto quella figura di isolamento mortuario che è il 41 bis e che per certi aspetti è più incivile della  mutilazione farmacologica”.

Le incredibili metamorfosi della Meloni e di Nordio richiamano il mito di Proteo nella versione di Luciano di Samosata (Dialoghi marini / 4). Luciano, infatti, ha il merito di contemporaneizzare il mito  annullando ogni distanza tra il mito stesso e la realtà.

Com’è noto Proteo, dio marino, riusciva a cambiare forma in ogni momento mutando il proprio aspetto. Menelao, sorpreso da questi mutamenti,  nel dialogo si rivolge così a Proteo: “Che tu diventi acqua, o Proteo, non è incredibile perché sei marino; che diventi albero, può passare; che ti tramuti in leone, ti si può credere; ma che tu possa diventare fuoco stando tu nel mare, questa è meraviglia e non la credo”.

Nel panorama politico del nostro Paese, anzi della nostra Nazione, il mito si attualizza: le divinità marine diventano “fuoco”.


In Parlamento continua a mancare il Centro

Il “caso Cospito” ha confermato lassenza di una politica e di una cultura di centro nel nostro paese. Destra e sinistra finiscono per riscoprire una brutta e triste stagione: quella degli opposti estremismi. Il nuovo ruolo dei Popolari per bloccare questa deriva.

Giorgio Merlo

Il Centro, purtroppo, non c’è ancora. Nè in Parlamento nè, soprattutto, nella cittadella politica italiana. E lo si è potuto verificare concretamente anche in questi ultimi giorni dopo un surreale e lunare dibattito sul “caso Cospito”. Perchè, al di là delle cosiddette ‘sgrammaticature istituzionali” e regolamentari di singoli parlamentari della destra, continua a prevalere una logica politica ed una prassi che un tempo venivano comunemente definite come la cultura degli “opposti estremismi”. E cioè, la voglia di una delegittimazione permanente e costante degli avversari politici che, nel caso specifico, sono e restano veri ed autentici “nemici”. Come sia possibile in un clima del genere consolidare quella che viene comunemente definita come una normale e fisiologica democrazia dell’alternanza resta un mistero. E proprio il “caso Cospito” è stato, forse inconsapevolmente, la miccia che ha contribuito a riaccendere il fuoco della contrapposizione muscolare, se non addirittura violenta, tra la destra e la sinistra nel nostro paese. E questo perchè continua a mancare quella “politica di centro”, o meglio, quella “cultura di centro” che è sempre più indispensabile se si vuole ridare qualità alla nostra democrazia e civiltà allo stesso confronto politico.

Ora, al di là delle indubbie ed oggettive capacità della Premier Meloni, è risaputo che la destra italiana, per motivazioni storiche e culturali, è sempre stata abbastanza allergica ad un confronto politico ispirato ad un marcato rispetto degli avversari. Per non parlare della cosiddetta “cultura di governo” di questo schieramento politico. E i risultati concreti che sono emersi in questi ultimi giorni lo confermano in modo persin plateale. Sul comportamento della sinistra italiana è persin inutile perdere tempo. La cosiddetta “superiorità morale” da un lato – rivendicata pubblicamente per svariati lustri nella storia della democrazia italiana e adesso semplicemente interpretata come un fatto politicamente acquisito – e la sostanziale delegittimazione di tutti coloro che vanno, seppur legittimamente, al potere dall’altro, confermano come da quelle parti la democrazia dell’alternanza è riconosciuta ad una sola condizione: che governi, appunto, la sinistra. E questo perché la demonizzazione dell’avversario e la sua demolizione politica, culturale ed etica sono e restano i due capisaldi costitutivi dell’ormai ormai lunga storia della sinistra – ex e post comunista – italiana. Le dichiarazioni di rito e protocollari sulla bontà della democrazia dell’alternanza restano, appunto, solo indicazioni burocratiche e senza alcuna conseguenza di natura politica. E gli avvenimenti di questi giorni sono, anche qui, la conferma che le stagioni politiche scorrono velocemente ma i vizi e i tic restano immutati e, purtroppo, anche condivisi.

Ecco perché nel nostro paese si impone sempre di più una politica e una cultura di Centro. Un Centro che non sia, come ovvio e scontato, un luogo geometrico e consociativo ma, al contrario, uno spazio politico innovativo e dinamico dove convivono cultura di governo e cultura della mediazione, valorizzazione del pluralismo e ruolo dei corpi intermedi, senso dello Stato e delle istituzioni e, soprattutto, rispetto rigoroso degli avversari politici. Sembrano, queste banalità e ovvietà ma, invece, rappresentano tasselli quasi rivoluzionari in un contesto politico così lacerato e profondamente diviso. È anche lo stile, che poi in politica si trasforma in sostanza, che caratterizza il ritorno del Centro o meno. Ed è proprio su questo versante che un rinnovato protagonismo dei Popolari può essere decisivo ed essenziale. E questo non solo perchè in Italia quando si parla di Centro il pensiero corre immediatamente all’impegno politico dei cattolici, ma per la semplice ragione che proprio quella tradizione culturale è la più congeniale ed idonea per declinare concretamente la politica di centro nel nostro paese.

L’Azione cattolica di Pio XI: il focus della rivista Segno.

Sul primo numero dellanno, la rivista Segno” mette a fuoco la riforma, voluta nel 1923 da Pio XI, dello statuto dellAzione cattolica. Gli studiosi sono concordi nel ritenere che si trattò di una riforma che aprì le porte alla moderna” Azione cattolica. 

Paolo Trionfini 

Ricorre quest’anno il centenario di un’importante riforma che interessò l’Azione cattolica italiana nel 1923. Praticamente appena eletto papa nel febbraio del 1922, Achille Ratti, il quale assunse il nome di Pio XI, pensò diriformare l’associazione, dopo che il precedente riassetto di Benedetto XV, approvato nel 1915 ed entrato in vigore l’anno successivo, non si era rivelato del tutto funzionale, anche se aveva permesso una maggiore unitarietà, con l’accentuazione del suo carattere religioso attorno all’Unione popolare.

Il contesto associativo dopo la Grande Guerra. 

La Grande Guerra probabilmente incise sull’applicazione puntuale della riforma, anche perché la Giunta centrale, per quanto totalmente obbediente alle posizioni della Santa Sede, assunse posizioni non perfettamente collimanti con il magistero pacifista di Benedetto XV. Dopo il conflitto, il mondo cattolico si definì attraverso nuovi ambiti di azione, con il varo della Confederazione italiana dei lavoratori, un moderno sindacato che, superando le diffidenze precedenti nei confronti del conflitto sociale, raggruppava tutte le federazioni di categoria esistenti in un’unica centrale, la quale si articolava sul territorio a livello provinciale, e con la nascita del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo, che finiva per superare il non expedit, che aveva escluso la partecipazione attiva alla vita politica. 

Sulla base di questa spinta, poi, di cui tenne conto nel pesare pregi e difetti, Pio XI, per l’appunto, incaricò il segretario di Stato, il cardinal Pietro Gasparri, di redigere la bozza dei nuovi Statuti dell’Azione cattolica italiana, che fu mandata ai vescovi per un parere, con l’esigenza di rimettere ordine, per distinguere più chiaramente i motivi specificamente religiosi dagli impegni di carattere economico, sociale e politico. L’ampio sondaggio, sperimentato per la prima volta, divenne un punto fermo anche per le successive riforme statutarie di Pio XII, e poi fu ampliato alle presidenze diocesane dell’associazione nella gestazione della nuova carta del 1969, che recepì lo spirito del Vaticano II. Ad ogni modo, la risposta dell’episcopato italiano tra il 1922 e il 1923 risultò sostanzialmente positiva. La dipendenza dell’Azione cattolica dall’autorità ecclesiastica – anticipata da una circolare del card. Gasparri – fu ribadita dagli ordinari, che ne apprezzavano, come conseguenza della natura religiosa dell’Ac, l’incorporazione all’istituzione, con la relativa subordinazione ai suoi legittimi pastori, che in passato avevano lamentato le tendenze, per così dire, centrifughe.

Un debito di gratitudine per lo statuto di cento anni fa

Dopo l’accoglienza dei suggerimenti fatti arrivare, il nuovo assetto dell’associazione era pronto per entrare in vigore. Lo Statuto, infatti, riconosceva quattro associazioni: la Federazione italiana uomini cattolici (Fiuc), appena istituita; la Società della gioventù cattolica ita-liana, che nel 1931, dopo lo scontro con il re- gime fascista, avrebbe assunto la denominazione di Gioventù italiana di Azione cattolica; la Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci); l’Unione femminile cattolica italiana, a sua volta suddivisa – per le diffidenze nei confronti delle più giovani – nelle tre realtà dell’Unione fra le donne cattoliche d’Italia, la Gioventù femminile cattolica italiana, fondata nel 1918 da Armida Barelli, e le Universitarie cattoliche italiane, che erano pertanto separate dalla componente maschile. Di fatto, seppur con la complicazione della ripartizione dell’associazionismo femminile, l’Azione cattolica italiana si articolava in quattro rami per età e sesso. La peculiare organizzazione del movimento che riguardava l’“altra metà del cielo”, alla prova dei fatti, si rivelò farraginosa, inducendo a scorporare la componente studentesca e a distinguere chiaramente tra il ramo adulto e quello giovanile. Conseguentemente l’impalcatura centrale veniva replicata a livello diocesano, mantenendo il legame preesistente con le Chiese locali sotto la responsabilità dei vescovi, per quanto anche in questo passaggio veniva confermato il principio democratico dell’elezione dei dirigenti, che non veniva, invece, applicato a livello nazionale. Il criterio poi fu sospeso dopo lo scontro con il fascismo del 1931, che venne ricucito con nuovi accordi, i quali, tra le altre modifiche, rendevano di nomina episcopale i dirigenti diocesani.

Si deve anche sottolineare che la riforma strutturale si appoggiava all’ecclesiologia vigente, arricchita da papa Ratti con la teologia del «mandato» nell’apostolato dei laici. Al riguardo, Pio XI, che elaborò un fitto magistero su questo punto, variando i termini da «partecipazione» a «collaborazione», ma senza modificare l’intenzionalità di fondo, promosse, come «pupilla dei miei occhi», il modello dell’Azione cattolica italiana, per renderlo universale, che quindi divenne il calco delle associazioni nazionali di tutto il mondo. Forse questo non è l’ultimo dei meriti della riforma del 1923 ma è sicuramente un riferimento imprescindibile per l’intero laicato associato, che ne beneficiò – la stessa Apostolicam actuositatem fu approvata tenendo conto di questo retroterra – fino al Concilio Vaticano II. Anche per questo motivo, insomma, bisognerebbe conservare una memoria grata alla Carta “costituzionale” di cento anni fa dell’associazione, che aprì la strada alla “moderna” Azione cattolica, come è stato riconosciuto da molti studiosi.

Fonte: Segno 1/23 (gennaio-febbraio-marzo)

Una bella pagina di Enzo Carra: il suo ricordo di Ruffilli.

Si svolgeranno oggi alle ore 11.00, nella chiesa di SantAndrea al Quirinale, i funerali di Enzo Carra. Amico a noi molto caro, lo vogliamo qui salutare riproponendo questo suo articolo, scritto per Il Domani dItalia” il 18 aprile del 2019, nel quale tratteggiava un delicato e intenso ricordo di Roberto Ruffilli.

Redazione

Primo pomeriggio di un giorno di metà aprile, è il 1988. Squilla il telefono sulla mia scrivania, accanto all’Olivetti 32. È la voce di un mio amico di Forlì. Hanno ammazzato Ruffilli, detta d’un fiato. È un giornalista e cura i dettagli. Questa non è una telefonata ma una notizia d’agenzia. Sento un campanello e vedo il padrone di casa che apre la porta. È l’ora di pranzo, quell’uomo mite e pacificamente pingue, con gli eterni Ray-Ban che a lui non riescono a fornire l’aria da duro, è rientrato da poco e vorrebbe mangiare un boccone in santa pace. Scapolo, è solo in casa. Ha passato una mattinata trascorsa a uno dei soliti convegni ai quali un parlamentare, e lui è senatore da cinque anni, non può facilmente sottrarsi. Quel giorno di primavera poi, alla Camera di Commercio di Forlì, si celebra il centenario dell’oratorio salesiano nel quale si è mosso da ragazzo Ruffilli e viene presentato “Liberi per la fede e per l’amore” di don Franco Zaghini. Come fai a non andarci, si è chiesto il giorno prima Roberto.

Che sabato ragazzi. La sua è stata una grande settimana. Mercoledì scorso De Mita, del quale lui è uno dei consiglieri più ascoltati, ha giurato con il suo governo. Qualcuno ha pensato che lì ci sarebbe stato posto anche per Ruffilli, ma niente…e lui notoriamente non ha fame di potere. La fame piuttosto ce l’ha ora. Vuole riprendere fiato e si mette comodo, in maniche di camicia. Non aspetta nessuno. Buon sabato pomeriggio, professor Ruffilli.

Suonano alla porta. Chi può essere? È il postino, anzi sono due postini che devono consegnargli un pacco. Appena dentro, questi lo spingono verso lo studio: “inginocchiati”, gli urlano Franco Grilli e Stefano Mingozzi, autori dell’ultimo delitto delle “vecchie Brigate Rosse”. Infine, compare l’arma, la mitica Skorpion Vz.61 di acciaio color morte, che scarica tre colpi alla nuca di Roberto. Il pacco dei finti postini verrà ritrovato tempo dopo, macchiato dal sangue di Ruffilli. Presto arrivano gli uomini della Questura e spuntano le prime ipotesi. Tra queste non c’è la pista che porta alle Brigate Rosse. La rivendicazione lascia perplessi, come si usa dire in questi casi. Possibile che siano ancora loro? Invece è così.

Cinque anni prima. Elezioni politiche del 1983. Roberto Ruffilli viene candidato da Ciriaco De Mita per il Senato, a Roma. Mi telefona una sera. “Senti, sai dov’è Fidene?”. “Sì”, gli dico. “Ecco, questi della Dc organizzano un dibattito giovedì sera. Vieni con me a discutere? Lo dico anche a Paolo Giuntella”. “Certo”, rispondo. Giovedì pomeriggio lo vado a prendere alla sede dell’Arel, in piazza Sant’Andrea della Valle. Suono alla porta e mi apre lui. “Prendo la borsa e andiamo”, garantisce. Entro. Nel salone, seduti dietro due enormi tavoli vedo Nino Andreatta e Romano Prodi. Il tempo di salutarci e riappare Roberto. “Dove andate?”, fa Andreatta. E Ruffilli, divertito, usando un lei fortemente accademico: “Sa, professore, io sto in campagna elettorale e bisogna pur farsi conoscere dagli elettori”. Andreatta scuote la testa: “Già, bisogna pure farsi conoscere!”.

A Fidene, sulla Via Salaria, il dibattito organizzato dalla sezione democristiana è affollatissimo. Giuntella è in gran forma ed espone con la sua voce soave e cavernosa argomenti definitivi e apocalittici. Io interpreto la parte del dubbioso e dell’incerto. Roberto si diverte e non chiede voti, tanto che alla fine è il segretario della sezione ad imporsi: “Mi raccomando a voi, questo è il nostro nuovo senatore!”.

Torniamo verso il centro e quando siamo in macchina Roberto mi chiede come sta mia madre. Sa che mio padre è morto il primo marzo di quel 1983. “Che vuoi fare”, dico, “gli sto dietro, ma puoi immaginare”. “Sì, immagino”. “Dopo le elezioni facciamo qualcosa per lei”, promette in una nuvola di fumo. Così è. Una volta eletto, a luglio, Roberto mi dice che deve andare a Venezia, per un convegno sull’isola di San Giorgio. Io in quei giorni ho in programma un’intervista sulla Biennale. “Andiamo assieme, ma porta con te mamma”, dice. E partiamo. Noi due davanti, mia madre dietro. Lui e lei grandi fumatori che si stanno simpatici. Scherzano tutto il tempo e sarebbe bello che il viaggio fosse ancor più lungo. Ci vediamo spesso dopo.

Fino a quel giorno d’aprile, che è ”il più crudele dei mesi, genera lillà dalla terra morta, confondendo memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia della primavera”.

N.B. I versi finali fanno parte del famoso incipit de La terra desolata di T. S. Eliot.

Appendice

Il messaggio dellIstituto Maritain

La scomparsa di Enzo Carra ha suscitato vasta eco e commozione. Tra i vari messaggi di cordoglio, questo dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain, riveste un significato particolare. All’attività dell’Istituto, fin dagli anni 80, Carra aveva infatti dedicato molta cura, sempre con garbo e intelligenza. Di seguito il testo del messaggio.

Il Presidente e il Segretario Generale dell’Istituto Internazionale Jacques Maritain comunicano con profondo dolore che è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari e di tutto l’Istituto il suo Vice Presidente Enzo Carra. Enzo lascia a tutti noi che lo abbiamo conosciuto attraverso la sua dedizione all’Istituto il ricordo di una persona gentile, dal sorriso appena accennato ma sempre rassicurante, dall’intelligenza tanto profonda e acuta da saper condividere con tutti – soprattutto con i giovani – la sua rarità ed eccezionalità. Prima che Vice Presidente del nostro Istituto, prima del politico, del giornalista e dello scrittore, Enzo è stata una persona bella capace di affrontare pienamente la vita anche nella sofferenza.

Equipaggio Meloni: un radioso avvenire di governo?

La regina Cleopatra e i giorni che scorrono lenti sulla triremi del governo. A terra intanto crescono i malumori. E tra poco bisognerà mettere mano al portafoglio. Noi, ogni caso, Cleopatra l’aspettiamo ai prossimi 100 giorni.

Elisabetta Campus

Centouno, centodue, centotre,…i giorni del governo di Cleopatra/Meloni scorrono lenti nel mare aperto della navigazione dei governi dell’Impero. Sono ormai lontani i giorni festosi della partenza con la gente gioiosa che salutava l’inizio del primo Governo a guida femminile e di destra dopo 10 anni di sinistra. E sulla tolda della nave, il capitano (la capitana) e gli ufficiali, l’equipaggio tutto e financo i mozzi tutti sorridenti per la felice partenza. Ricco il cuore di speranza per un radioso avvenire.

Ma non tutti da terra avevano salutato la partenza. Qualcuno, molti in verità, avevano visto la novità della nave in rada armata dalla destra pronta a salpare e non avevano mostrato alcun interesse, anzi se ne erano disinteressati proprio avendo preferito restare ad occuparsi dei casi loro non rinvenendo né promesse né vantaggi immediati degni di attrattiva. Tra questi, alcuni attendisti aveva considerato utile tornaconto vedere se nelle prime settimane di navigazione di potesse palesare una possibilità di imbarco futuro o di un più semplice scambio merci ad un futuro porto di attracco lungo la rotta. Nell’uno e nell’altro caso, la regina Cleopatra e i suoi ufficiali avevano già ben calcolato che cosa avrebbero potuto concedere e che cosa avrebbero negato. Perché tutto si può dire di questo equipaggio in navigazione tranne che siano sprovveduti, inesperti di certo sì perché non hanno avuto l’accortezza e la scaltrezza di allenarsi per tempo in acque di bacino più piccolo, ma quanto a scuola di navigazione teorica, se la sono fatta tutta, ripetendola più volte per insicurezza sulla scienza, laddove gli avversari invece molto hanno praticato l’esercizio dell’allenamento nel bacino piccolo e in mare dimenticando la teoria. E ora mentre questi della regina Cleopatra corrono soli in mare aperto gli altri tirata la barca in secca, guardano il fasciame, che con navigazione forte ed incauta, hanno contribuito a rovinare.

Superate le noiose prime secche vicino alla costa, ben presto la nave romana di Cleopatra, che si sa non proprio atta a navigazioni in mare aperto, aveva cominciato a sentire la forza delle onde. La rotta tracciata e le mappe di navigazione studiate da tempo, tenere il sole sulla destra e navigare con lo scafo leggermente piegato a tribordo; per chi si intende di nautica significa che il fianco sinistro sta un po’ più fuori dall’acqua e i rematori faticano di più e quelli che stanno a destra si trovano più acqua e faticano anch’essi, sarebbe meglio navigare con la barca ben equilibrata al centro ma il peso del carico nella stiva la fa pendere naturalmente un po’ di più a tribordo.

Sarebbe stato opportuno imbarcare anche un secondo ufficiale greco esperto di navigazione in mare, se non proprio mare aperto almeno tempestoso, perché la nave romana naviga bene in acque profonde ma ferme, poiché a muoverla necessita di una compagine di rematori ben forgiata e stimolata nello stare insieme da un comune sentire e non solo dal fatto di stare legati al remo che mette in acqua. E qui non c’è ritmo di tamburo che regga se i rematori battono la fiacca o sono demotivati. Se poi hai imbarcato anche i riottosi (quelli del “non ci voglio venire ma se proprio devo”), la navigazione indubbiamente rallenta.

Notizie da terra ogni tanto arrivano. Buone o cattive come è d’uopo, e anche colorate come dal lontano villaggio gallico di Asterix e dell’estroverso bardo Panoramix con suo vertex tertium. E Cleopatra è ben grata che i galli siano cugini alla lontanissima degli agguerriti navigatori vichinghi, sennò la sua barca avrebbe avuto ben altra sorte. Assicurate le poche risorse finanziarie dell’impero per la gestione di tutti i giorni, la regina, su suggerimento di Cesare, si è avviata ad un giro perlustrativo nelle acque del mare tempestoso del sud dell’Impero, alla ricerca di buoni alleati. Il che fa della regina Cleopatra l’immagine tipo dell’impero da spendere per ottenere il meglio per tutti. Senonché i tempi non sono felici poiché di questo metodo sono in molti ad avvalersene e non tutti/e operano con successo e dignità; poi, a ciò si aggiunga che venire dopo altri/e non è certo degno di una regina e nemmeno dell’impero che si tiene per il momento. Epperò vuoi la novità, vuoi la convenienza, i risultati si portano a casa. Ma è proprio a casa, che iniziano a vedersi più evidenti i malumori.

Quelli che non sono saliti sulla barca e che secondo loro stanno a terra a fare il lavoro più duro, (dimenticando che il lavoro in mare da che mondo è mondo è quello duro), lamentano che c’è poco da fare e quel poco è già deciso. E sono in gran parte quelli della Curia, factionorum, e diariorum/quotidianiorum. Quasi che in ognuno di essi albergasse un improbabile animo di rivoluzionario-organizzatore stacanovista che non trovandosi nulla fare per sé avesse puntato niente di meglio che organizzare la vita degli altri. E sono tra i più pericolosi in ogni compagine. Ed eccoli lì sul come aggiustiamo noi l’Impero, e il qui non va, e il qui nemmeno, e il qui ci vorrebbe. Sono coloro i quali non potremmo definire “ben-pensanti” per il solo fatto che le critiche sono pur giuste (Cleopatra ha fatto poco) ma neanche definire “mal-pensanti” per il solo fatto che le critiche sono malevole (Draghi le ha la lasciato la cassa quasi tutta già impegnata), ma certamente sono nella loro funzione complessivamente inutili e la percezione inconscia della loro inutilità determina il loro livore. Ma trovano ascolto quanto meno tra i loro e ne fanno grancassa come se fossero vaticini. Il guaio è che a Roma se vuoi farti davvero un’opinione su che cosa sta accadendo per paradosso non dovresti ascoltare nessuno, iniziando da te stesso.

Da sempre, si sa, quando una coalizione politica sale al potere e governa il paese, quanto più è composita tanto più i malumori sono difficili da contenere e tendono a manifestarsi con sempre più frequenza. L’aumentare delle frequenze non giova ai singoli partiti e alla coalizione.  Prima i ministri e i sottosegretari che faticano da sempre a trovare un equilibrio tra l’esercizio collegiale nel governo e l’azione singola per la materia che hanno assegnata per delega. Quindi nel gioco la singola materia vale più del lavoro collegiale.  E nel contempo i segretari di partito politico che sono al governo, se poi sono anche ministri la questione è come elevare un numero a potenza n². La materia singola si raddoppia. Il progetto costa il doppio. Se poi il capo del governo è anche capo politico il numero è elevato alla terza n³. La materia singola si triplica e in questo caso significa che le spese correnti si triplicano. Delle spese di investimento per ora non abbiamo traccia evidente. E questo è un serio problema perché la Regina Cleopatra o immagina per sé un regno breve o non ci ha detto dov’è il porto dove si fermerà a fare quel rifornimento che ci servirà per arrivare al 2025. Tra poco, infatti, bisognerà mettere mano al portafoglio. Navigare costa e necessita fermarsi in un porto per rifornire l’equipaggio di viveri e merci: qualcuno scenderà per il mal di mare, qualcun altro salirà non vedendo l’ora di un passaggio, qualche scaltro avrà pagato il passaggio per il prossimo porto. Non sappiamo se ci sarà gente festante o saranno aumentati i perplessi a guardare; ma sarà marzo, più o meno, e saranno le Idii di Cleopatra, se si ferma; o Scilla e Cariddi, se le supera e trova anche qualche altro armatore. In ogni caso noi l’aspettiamo ai prossimi 100 giorni. Appuntamento fisso. E buona navigazione, ci mancherebbe.


L’ecumenismo al servizio della dignità dei popoli africani

In un continente come lAfrica, ricchissimo di risorse umane e materiali, ma oggetto di continua predazione, lecumenismo e il dialogo interreligioso possono rappresentare, se giustamente interpretati, una straordinaria occasione di riscatto.

Giulio Albanese

Le Chiese cristiane e tra queste quella cattolica hanno svolto in questi anni un ruolo importante nelle aree di conflitto disseminate nel continente africano. Anche se lontano dai riflettori, esse hanno impresso un rinnovato impulso al dialogo ecumenico: la ricerca della pace. Non è un caso se Papa Francesco ha deciso di visitare il Sud Sudan assieme all’arcivescovo di Canterbury e primate anglicano Justin Welby e al moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia Iain Greenshields. Ciò è stato reso possibile anche per l’impegno pregresso durante la seconda guerra civile tra Nord e Sud Sudan (1983-2005) del New Sudan Council of Churches, un organismo communionale che, a seguito dell’indipendenza del Sud Sudan è divenuto South Sudan Council of Churches. La sua attuale missione copre l’educazione civica, la pace e la riconciliazione, oltre a programmi di sviluppo. Un modo davvero profetico per testimoniare il Vangelo della pace all’insegna dell’ecumenismo.

È bene notare che questo dinamismo ha rappresentato una costante in molti Paesi africani dove in questi anni è stato versato sangue innocente a seguito di cruenti e persistenti stati di belligeranza. Ecco che allora la comunione tra le Chiese cristiane ha trovato la sua piena convergenza sui valori del Regno di Dio: pace, giustizia, solidarietà, bene comune, rispetto del creato e soprattutto il rispetto nei confronti della sacralità della vita umana. Emblematico è quanto sta avvenendo nel settore orientale della Repubblica Democratica del Congo e in particolare nella provincia del Nord Kivu, dove la guerra va avanti da oltre vent’anni. La deflagrazione di una bomba artigianale, il 15 gennaio scorso, nella chiesa pentecostale di Kasindi, ha causato la morte e il ferimento di numerosi civili. L’attentato è stato perpetrato da uno dei principali gruppi eversivi presenti nella zona, le Allied Democratic Forces (Adf), d’origine ugandese e di matrice jihadista. Le ragioni che rendono infuocato questo territorio sono legate alla presenza di numerose formazioni armate che seminano quotidianamente morte e distruzione. Si stima che nella regione siano attive circa 160 formazioni ribelli, con un totale di 20.000 combattenti. A parte l’Adf, sono presenti sul campo le Forces Democratiques de Liberation du Rwanda (Fdlr), di origine rwandese (antagoniste nei confronti del governo di Kigali), il Mouvement du 23 mars (M23) e la galassia delle milizie autoctone Mai-Mai.

Da rilevare che gli abitanti del Nord Kivu potrebbero essere a dir poco benestanti se potessero gestire le immense risorse minerarie del proprio sottosuolo: oro, cobalto, petrolio, manganite, cassiterite e coltan. Sta di fatto che il controllo delle terre e il sistematico sfruttamento delle risorse naturali, unitamente ai continui approvvigionamenti di armi e munizioni, consentono a miliziani, trafficanti e mercenari di perseguire una massiccia e devastante appropriazione e (s)vendita di un bene comune mai condiviso. Ecco che allora anche i jihadisti dell’Adf, strumentalizzando la religione islamica per fini eversivi, sono tra quelli che hanno il loro tornaconto. Peraltro, colpendo una comunità religiosa come la chiesa pentecostale, hanno inferto un grave colpo alla società civile locale — al cui interno opera anche quella cattolica — molto attiva nel promuovere la pace e difendere i diritti umani.

È importante sottolineare che in questo caso l’ecumenismo rivela il suo pragmatismo testimoniale proprio in quanto rende intelligibile la fraternità, facendosi interprete del messaggio evangelico e del conseguente magistero di Papa Francesco. Non v’è dubbio che queste Chiese di frontiera si collocano come avamposti nelle periferie, geografiche ed esistenziali, dove risiede il locus della missione. Dalla parte dei poveri. Si tratta dell’ecumenismo del sangue di cui ha parlato Papa Francesco; un indirizzo che trova la sua ricapitolazione in questa frase incisiva: «Se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?» (Discorso al Movimento del Rinnovamento nello Spirito, il 3 luglio 2015). In questa prospettiva, essendo la sofferenza di così tanti cristiani nel mondo odierno un’esperienza comune, l’ecumenismo del sangue rappresenta per Papa Francesco addirittura il «segno più evidente» dell’ecumenismo oggi. (Messaggio in occasione del Global Christian Forum, 2 novembre 2015).

Ma proprio perché la missione dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo della pace è senza confini, la fraternità tra le Chiese cristiane dispiegate sul campo, in alcuni casi, si è spinta ben oltre il perimetro ecumenico, assumendo addirittura una connotazione interreligiosa. È il caso, ad esempio, dell’Interreligious Council in Sierrra Leone dove nell’ultimo decennio del secolo scorso si è combattuta una delle più sanguinose guerre nella storia dell’Africa post-coloniale. L’intento di questo organismo fondato sull’alleanza tra diverse confessioni religiose — componenti cattoliche e protestanti, islamiche e tradizionali — fu quello di promuovere un tavolo negoziale tra le forze filogovernative e quelle ribelli facendo leva sull’autorità etico-religiosa delle rispettive confessioni. Particolarmente significativo fu il contributo offerto dal mondo missionario cattolico nella figura di monsignor Giorgio Biguzzi, saveriano, allora vescovo della diocesi di Makeni, che tanto si prodigò nell’avviare un processo di riconciliazione nazionale. E cosa dire della testimonianza di monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu, nel Nord Uganda? Anch’egli, soprattutto a cavallo degli anni ‘90 e 2000, si distinse, assieme ai leader cattolici, anglicani, ortodossi e musulmani del Nord Uganda — riuniti nell’organizzazione interreligiosa denominata Arpli (Acholi Religious Leaders’ Peace Initiative) — nel perseguire l’obiettivo di promuovere e sostenere una piattaforma negoziale con gli olum (in lingua Acholi «erba»), vale a dire i famigerati ribelli dello Lra (Lord’s Resistance Army) di Joseph Kony. Chi scrive, ebbe modo di apprezzarne lo zelo e la parresia in un contesto sociale segnato da violenze indicibili perpetrate nei confronti dell’allora stremata popolazione civile.

Da rilevare che la stessa sensibilità emerse palesemente attraverso l’impegno e la dedizione delle donne — cristiane, musulmane e animiste — in vasti settori della macroregione subsahariana. Proprio come avvenne nel corso della guerra civile sudanese tra le forze governative di Khartoum e gli allora ribelli dello Spla (Sudan People’s Liberation Army), in particolare a cavallo tra il 1995 e il 2005. Stiamo parlando delle donne della Sudan Women’s Alliance, della Sudan Women’s Association insediate nella diaspora di Nairobi (Kenya), della New Sudan Women’s Federation e della Sudan Women’s Voice for Peace, tutte organizzazioni femminili che diedero il loro contributo fattivo al processo di pace (in patria, ma anche in esilio), mostrando sicuramente più interesse dei loro mariti per le condizioni di miseria della popolazione civile sudanese stremata dalle violenze. Un impegno che molte di loro hanno proseguito recentemente nei due Sudan, divisi a seguito del referendum del 2011.

È importante sottolineare che l’impegno condiviso e profuso per la pace, prescindendo dall’appartenenza a questa o a quella Chiesa, a questa o a quella religione, rende intelligibile la fraternità universale tra i popoli tanto cara a Papa Francesco. È evidente che, nello specifico, per la Cristianità la posta in gioco è alta. Infatti le diverse Chiese e i singoli cristiani sono tralci originati dalla vite che è Cristo, tralci che tutti insieme costituiscono un’unica pianta, ma che hanno ciascuno la capacità di portare frutti propri e specifici. È l’architrave dell’ecumenismo: non si tratta di irenismo o relativismo religioso, ma di piena consapevolezza di poter imparare dagli altri dialogando, condividendo e insieme interpretando i segni dei tempi. In un continente come l’Africa, ricchissimo di risorse umane e materiali, ma oggetto di continua predazione, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso possono rappresentare, se giustamente interpretati, una straordinaria occasione di riscatto per tutelare la dignità di popoli oppressi dalle guerre e da quegli interessi egemonici su cui si regge il colonialismo moderno, versione riveduta e «scorretta» di quello che in passato legittimò la tratta dei popoli africani.

Fonte – L’Osservatore Romano – 3 febbraio 2023. (Titolo originale: La nuova frontiera del dialogo per la pace). L’articolo è qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano stampato nella Città del Vaticano.

La propaganda del governo mette in scena l’autonomia differenziata.

Riparte la grande illusione del federalismo, sebbene sotto altre forme. Malgrado le rassicurazioni di Palazzo Chigi, non si vede all’orizzonte quale possa essere il meccanismo virtuoso in grado di garantire, al tempo stesso, l’estensione dell’autonomia regionale e la coesione nazionale. Siamo alla propaganda.

Cristian Coriolano

La versione più insidiosa del federalismo, essendo formalmente nel perimetro delle norme costituzionali, suscita non poche perplessità. Continua a dividere l’opinione pubblica e a provocare reazioni contrastanti. Nella maggioranza solo la Lega tiene alta la bandiera, mentre il partito di riferimento, Fratelli d’Italia, preferisce contenere e ammorbidire il progetto di riforma. Malgrado le abbondanti rassicurazioni, non si vede all’orizzonte quale possa essere il meccanismo virtuoso in grado di garantire, al tempo stesso, l’estensione dell’autonomia regionale e la coesione nazionale. Nella legislatura 2008-2013 si dette vita alla legge di delega n. 42 sul cosiddetto federalismo fiscale nella quale tutto gli equilibrismi tecnici attualmente riproposti erano fissati con puntigliosità. Ciò non produsse l’attuazione della riforma, visto il garbuglio di principi e procedure che il legislatore aveva immaginato. Adesso si tenta di ripercorrere la strada che nel recente passato è risultata impraticabile.

Comunque, il Consiglio dei ministri ieri ha approvato all’unanimità, in via preliminare, il disegno di legge preparato da Roberto Calderoli. Il ddl delinea la cornice entro la quale le Regioni potranno, in futuro, chiedere allo Stato il trasferimento delle funzioni e competenze definite dagli articoli 116 e 117 della Costituzione. Ora il testo dovrà passare all’esame della Conferenza unificata e poi del Parlamento. Nel frattempo la cabina di regia istituita in manovra avrà un anno di tempo per definire i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi (Lep), “nucleo invalicabile” per calcolare le risorse da destinare a ogni Regione per coprire le spese sostenute per il trasferimento dei servizi. 

“Puntiamo a costruire un’Italia più unita, più forte e più coesa”, ha precisato Giorgia Meloni, in una nota diffusa in serata. “Il governo avvia un percorso per superare i divari che oggi esistono tra i territori e garantire a tutti i cittadini, e in ogni parte d’Italia, gli stessi diritti e lo stesso livello di servizi. La fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni, in questi anni mai determinati, è una garanzia di coesione e unità. Un provvedimento che declina il principio di sussidiarietà e dà alle Regioni che lo chiederanno una duplice opportunità: gestire direttamente materie e risorse e dare ai cittadini servizi piu’ efficienti e meno costosi”.

In conferenza stampa la presentazione del ddl è stata affidata a Calderoli, insieme ai ministri Elisabetta Casellati e Raffaele Fitto. Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha parlato di “giornata storica”, mentre il segretario leghista Matteo Salvini ha voluto rivendicare “l’ennesima promessa mantenuta”. Al contrario, Silvio Berlusconi è stato più cauto. “Questo è l’avvio di un percorso – ha puntualizzato il Cavaliere –  che dovrà essere condiviso in Parlamento, dove il testo potrà essere ulteriormente migliorato, e che potrà ritenersi concluso soltanto dopo la definizione dei Lep e del loro effettivo finanziamento”.  

Già, l’effettivo finanziamento…Non è un dettaglio, bensì la sostanza del problema. Si prova a cambiare sistema, annuendo al discorso sulla razionalità del riordino dei rapporti tra Stato e Regioni, ma ci si dimentica di rilevare che nel presente e nel futuro, almeno a medio termine, non esistono spazi di bilancio per la politica di perequazione finanziaria, unica premessa credibile per l’innesco dell’autonomia differenziata. È un gioco di prestigio, quello che la destra utilizza per apparire coerente con le sue avventate promesse elettorali; un gioco, tuttavia, che genera tensioni di cui il Paese non avverte la benché minima plausibilità. Il governo, in sostanza, vuole fare propaganda.

Appunti sulla pace e sulle guerra, fuori dall’ipocrisia.

Un certo pacifismo semplificatorio e autarchico non si sa per che pace sia impegnato. Il tormentone dei carri armati pro Ucraina ne è, appunto, un bell’esempio. In questo senso il pacifismo ha i suoi totem immarcescibili: le guerre non ci sarebbero se non ci fossero le armi.

Antonio Payar

Hai voglia ad operazioni chirurgiche ed interventi di precisione: nessuna devastazione missilistica dal Febbraio 2022 in qua ha suscitatato più almanaccamenti della colletta d’una quarantina di carri armati da inviare a combattere in Ucraina. Sembra che allora la guerra ci sia davvero, e che cominci ora. Dopo manca solo la fanteria. Mentre il razzo è il simbolo della guerra dei bottoni, a distanza, il carro armato è l’emblema del corpo a corpo, delle corazze, degli elmi, dei soldati e non dei tecnici. Anche perché mentre a lanciar missili nell’aere può giocare anche Mr. Razzo da casa sua (Kim Jong-un), carri armati come i Leopard 2 devono farsi sotto perché al massimo possono raggiungere un bersaglio – ammesso di centrarlo – entro quattro chilometri. Insomma per combattere devono muoversi, essere guidati, manovrati, avvicinarsi. Peraltro in Europa il Paese che possiede più carri armati è proprio l’Ucraina, seguita dalla Germania e dalla Grecia. In tutta Europa sono disponibili poco più di 3.300 carri armati, e non è che ci siano industrie al lavoro per sfornarne in continuazione tutti i giorni.

Il carro armato, l’immaginario di ogni conflitto, dalla difesa della democrazia ai golpe.

Il fatto è che il carro armato richiama tutto un immaginario bellico molto più potente di qualsiasi altra arma, un drone in confronto fa parte degli aereoplani di carta dei ragazzini. “Il Domani d’Italia” del 26 gennaio riporta un brano di una intervista dell’AGI – di cui è direttore Mario Sechi (sull’Ucraina sempre critico circa le posizioni occidentali) – ad Andrea Gaiani, direttore del magazine online “Analisi Difesa” che si occupa di letture di tematiche militari e nessi e connessi, tecnici e meno tecnici. Da febbraio 2022, invasione dell’Ucraina, Gaiani è spesso consultato da Rete 4 ed altre reti Mediaset, sporadicamente anche Rai. Questo tecnico dell’arte militare nell’agosto del 2018 – e fino a settembre 2019 – entrò nello staff del Ministro dell’Interno Matteo Salvini con l’incarico di consigliere per le politiche della Sicurezza: stipendio 65 mila euro l’anno. Putiniano da sempre ed anti accoglienza immigrati da sempre (si veda “Immigrazione, la grande farsa umanitaria””- Aracne 2017 – con Giuseppe Valditara).

Nell’intervista Gaiani solleva dubbi riguardo gli effetti attesi (o a cui forse si è già rinunciato) sulla strategicità del contributo pro-Ucraina dei carri armati, un’operazione che avrebbe più un valore politico che di peso militare. Direi invece che nell’immaginario collettivo il valore non è né politico (troppo contorto per essere capito) né militare, ma simbolico. Lo disse già il Gen. Graziano a fine febbraio scorso, quando spiegò che nessuno si sarebbe più aspettato oggi una guerra con i carri armati, i cannoni, la fanteria ecc, cioè con un armamentario che più classico non si può. La guerra ha poi preso una piega più attuale, ovvero missilistica. Adesso sembra d’improvviso tornare a certe sue canoniche basi ovvero l’avanzata a suon di truppe corazzate. Senza l’aviazione e la missilistica balistica l’avanzata via terra non è decisiva. In ogni caso il deterrente di numerose, attrezzate e preparate truppe corazzate non sarebbe affatto cosa da poco per contenere l’invasore, ma questo significherebbe una messa in moto di una nuova industria bellica in grado di fornire abbondanza continuativa di armamenti e non le cessioni a singhiozzo di quaranta o sessanta carri.

Ma c’è un’altra cosa da considerare. Chi oggi ancora dice preferibili i pur imperfetti sistemi democratici occidentali forse dimentica che il 6 Giugno del 1944 senza 150mila soldati americani, britannici, canadesi, polacchi e francesi che parteciparono al D-Day, con 3.100 mezzi di sbarco provenienti da 1200 navi da guerra e 7.500 aerei, non sarebbe stato possibile avere ragione dei tedeschi dislocati lungo tutta la costa atlantica, dalla Norvegia al sud della Francia, in un sistema di bunker e fortificazioni blindatissimi e riforniti chiamato il Vallo Atlantico. Lo sbarco avvenne su cinque spiagge a est di Cherbourg e ci vollero poi sei giorni per riunire tutte le truppe disperse lungo un fronte di cento chilometri.

Arrivano i nostri

C’è stato un tempo in cui vedere affacciarsi un M-26 Pershing o un M4 Sherman americano o un IS-2 (Iosif Stalin 2) sovietico voleva dire liberazione ed esultanza generale. (Naturalmente vale anche il contrario, vedi Praga ’68 o Piazza Tienamnen ’89.) Quando esaminò l’IS-2 Stalin disse: “Con questo carro armato porremo fine alla guerra”.  Entrato in forze nell’Ottobre del 1943, fu il carro con cui i Sovietici – la 70ª Brigata di Carri armati dell’Armata Rossa – arrivarono ad Auschwitz. Che non fu il primo dei Campi di concentramento nazisti liberati: i Sovietici avevano già raggiunto quello di Majdanek, vicino a Lublino (Polonia), nel Luglio del 1944. Nell’Estate di quell’anno i russi conquistarono anche le zone in cui si trovavano i Campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka, tutti Campi però che i Tedeschi avevano smantellato nel 1943, dopo l’eliminazione della maggior parte degli Ebrei polacchi. Sul fronte occidentale, il 4 aprile del 1945 la 4ª Divisione Corazzata e l’89ª Divisione di Fanteria della Terza Armata statunitense liberano Ohrdurf, un Campo secondario di Buchenwald. Una settimana più tardi, dopo aver visitato Ohrdurf, il Generale Eisenhower, esterrefatto, ordinò una minuziosa documentazione delle atrocità perpetrate dai nazisti nei Campi di concentramento, affinché nessuno in futuro avesse potuto negare che fossero avvenute.

La pace e il pacifismo da operetta

“La pace è la sintesi di tutte le cose buone che possiamo desiderare” (Papa Francesco agli artisti del Concerto in Vaticano, 17 dicembre 2022). Se questo è vero, se la pace è la derivata di una composizione, che si capisce complessa, allora non basta che non si spari. Un certo pacifismo semplificatorio e autarchico non si sa per che pace sia impegnato. Il tormentone dei carri armati pro Ucraina ne è,  appunto, un bell’esempio: un caccia, un’arma aerea, una tecnologia missilistica è ben più guerresca, ma c’è da scommettere che se venissero paracadutati quattro soldati si griderebbe alla guerra mondiale più che un attacco di diecimila droni. In questo senso il pacifismo ha suoi totem immarcescibili: le guerre non ci sarebbero se non ci fossero le armi (come dire che i ladri diserterebbero se la polizia li lasciasse perdere); le armi ci sono perché chi le fabbrica alimenta e non sopisce i conflitti; i militari, chi veste una divisa, in tutto questo è uno stupido, riprovevole e ridicolo sub-umano che gioca a soldatini.

Due parole sugli Abrams

Ancora ferma ai films della Seconda Guerra Mondiale la gente pensa che potenze come Stati Uniti o Russia abbiano riserve infinite di armi convenzionali, e quindi carriarmati e autoblindo come noccioline. Naturalmente questo ragionamento non tiene conto che se anche ciò corrispondesse a verità equivarrebbe, ad esempio, all’avere conservato in deposito dal ‘700 un milione di sciabole di cavalleria. L’ingegneria militare scade più delle bottiglie del latte. Gli USA hanno oltre 6000 carri armati e la Russia oltre 4000. Ma di quelli un po’ più moderni ed efficaci – gli M1A1 Abrams (in attesa dell’Abrams-X) – l’America ne ha poco più di 200 (e ne ha promessi 31 all’Ucraina); il contro-Abrams, e contro Leopard 2 A7 Plus della Bundeswehr, dei russi è oggi il T14, ma Putin ne ha al momento, sembra, poco più di 100. Questi sono i dati.
Appendice
Chi era Creighton W. Abrams

Aveva meno di trent’anni quando da Tenente Colonnello al comando del 37° Battaglione corazzato scese sul fronte della Normandia, partecipò alla battaglia delle Ardenne, arrivò al Reno, entrò in Germania ed in Cecoslovacchia e fu tra i protagonisti del crollo delle esigue truppe tedesche rimaste. Nel 1963 Kennedy lo promosse a Tenente Generale, grado con cui prese il comando del V Corpo d’Armata in Europa. Nel 1964 ottenne la quarta stella e quindi il grado di Generale d’Armata, assumendo subito dopo l’incarico di Vice-Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Americano (si parlò di lui anche come serio candidato alla carica di Capo di Stato Maggiore generale). Il momento culminante, più complesso e difficile della carriera di Creighton Abrams giunse nella Primavera del 1967, quando venne inviato in Vietnam come Vice-Comandante a fianco del Generale William C. Westmoreland (l’ammirato generale della Carolina del Sud molto simpatico ai johnsoniani e poco ai kennediani). La situazione sul campo era difficilissima, al di là dell’ottimismo di facciata sbandierato dai politici e dallo Stato maggiore.

Nei primi mesi del suo incarico, Abrams supportò pienamente la strategia offensiva condotta da due anni dal Generale Westmoreland, mentre la sua prima importante assunzione di responsabilità sul campo venne solo nel Gennaio 1968 quando, durante l’assedio di Khe Sanh, il Comandante in capo americano, preoccupato dalla situazione e continuamente sollecitato dal Presidente Johnson, costituì un Comando avanzato del MACV nelle regioni settentrionali del Vietnam del Sud per coordinare con più efficacia le operazioni. Abrams assunse, il 9 Febbraio 1968, la guida  del MACV e nel Giugno sostituì Westmoreland come Comandante in capo di tutte le forze USA nel Vietnam. Il 20 Gennaio del 1969 Richard Nixon divenne Presidente degli Stati Uniti al posto di Johnson. Abrams passò subito alcuni suggerimenti al nuovo Presidente: l’operarazione “search and destroy”, la colonna portante dell’aiuto statunitense al Vietnam del Sud (individuare le cellule comuniste infiltrate nel Sud e distruggerle) era un fallimento e i 543.000 americani lì in azione non avevano ottenuto “il progressivo logoramento e il crollo politico morale del nemico” come assicurato da Westmoreland. Al contrario, come preconizzato da Robert McNamara che nel Febbraio del 1968, in pieno contrasto con Johnson, si era dimesso da Segretario di Stato alla Difesa, vincere la guerra combattendo al posto dei sud-vietnamiti poteva essere al massimo ormai “una chiacchiera da salotti di Washington”, e come considerò Abrams con Nixon il problema era ormai “uscire dalla guerra il prima possibile senza sembrare di averla persa”.

Con casistiche poi in parte ripetutesi recentemente nello scenario afgano, gli Stati Uniti cercarono una de-escalation attraverso una vietnamizzazione del conflitto, a cominciare dal rafforzamento dell’apparato istituzionale, governativo e militare del Vietnam del Sud. Ma la credibilità dell’ammininistrazione di Saigon era meno di zero, e le alleanze locali, le strategie politiche per popoli di tutt’altra cultura non si possono esportare. Così, con Abrams che aveva portato da 500mila a meno di 50mila uomini gli effettivi americani in tutto il Vietnam, le scompaginate e deboli classi dirigenti locali si sciolsero come neve al sole allorché gli indottrinati ed addestrati, coriacei Vietcong di Võ Nguyên Giáp si presentarono a Saigon ad aprile del 1975. Ma prima, a cominciare dall’Aprile 1970, gli Stati Uniti, pur in ritirata, avevano continuato (Abrams pure d’accordo) a sommare errori, invadendo la Cambogia dove pensavano che l’obliquo principe Sihanouk a ospitasse basi nord-vietnamite. Poi da questo errore gli orrori dei Khmer rossi.

La frase di Nixon “non voglio essere il primo Presidente degli Stati Uniti a perdere una guerra”, segnò anche il declino di Abrams. Cedette il comando del MACV nel Giugno del 1972 al Generale Frederick Weyand. Per lui il Vietnam era faccenda chiusa. Fece ritorno in Patria con il suo prestigio ancora intatto ma amareggiato dai contrasti politici tra le varie autorità, e anche dalle polemiche nell’opinione pubblica. Affetto da un tumore al polmone, Creighton Abrams morì prematuramente a neanche 60 anni, il 4 Settembre del 1974. Ancora oggi egli mantiene un grande prestigio all’interno delle forze armate americane: dotato di dimostrate capacità morali ed intellettuali, riconosciuto dalle truppe come uno di loro (suo padre era un operaio, la famiglia rurale), modesto, schivo, semplice, alieno da atteggiamenti roboanti eppur tuttavia tenace e preparato, resta uno dei migliori comandanti che un insieme di uomini in divisa, se ragionevoli e realisti, possa auspicare di avere.

Un’idea di crescita e sviluppo degna del popolarismo.

Fatto salvo il valore dell’economia circolare, del riciclo e della riduzione dello spreco, non si può indulgere su una “decrescita felice” valida solo per i ricchi. Qui si gioca la reputazione delle forze politiche agli occhi dei ceti lavoratori e popolari. Il centro non può non tenerne conto.

Giuseppe Davicino

L’intervista al prof. Flavio Felice, riproposta ieri da “Il Domani d’Italia”, costituisce un importante contributo che ci aiuta a pensare politicamente e a meglio definire una strategia tra quanti ritengono insoddisfacenti o addirittura preoccupanti i luoghi comuni che, solo in Occidente peraltro, sono elevati ormai ad assiomi intoccabili nei media e nel dibattito politico. Uno di questi è l’idea malsana e socialmente devastante che occorra procedere a una riduzione ulteriore della domanda interna e del consumo di energia, anziché puntare sullo sviluppo integrale della persona e sulla ricerca e l’introduzione di nuove fonti di energia pulite, meno inquinanti e nel contempo capaci di soddisfare una domanda di energia che per una transizione energetica socialmente equa, non potrà che crescere.

Sembra una discussione solo teorica (un livello peraltro fondamentale senza il quale l’azione politica risulterebbe menomata), in realtà definire una posizione chiara di alternativa alla retorica classista della decrescita cosiddetta “felice”, è uno di quei temi da cui passano le scelte elettorali della classe media. Per l’elettorato che rischia di subire la distopia generata dall’ubriacatura dell’ideologia della decrescita costituisce una delle principali questioni di cui tener conto per la propria scelta di voto.

Così pure credo che vadano meditate le parole del prof. Felice a proposito della pianificazione alimentata dal furore ideologico, dietro al quale si celano precisi ed enormi interessi di pochi. Una descrizione che a me pare purtroppo calzante anche per certe politiche definite a livello internazionale, che vanno oltre l’inimmaginabile, relative alla transizione ecologica, che a volte danno l’impressione addirittura di riuscire a  danneggiare l’esistente, creando nuove forti disuguaglianze, più che a costruire un ragionevole percorso di progresso capace di tenere insieme coesione sociale e rispetto, non fanatismo, per l’ambiente.

Se si vuole dare forza a una proposta di centro, occorre, a mio avviso, anche stare attenti a costruirsi una buona reputazione di fronte agli elettori a proposito della crescita economica.

Si tratta di una fascia di elettorato che teme il fenomeno di una pianificazione “sovietica”, che il prof. Felice ha così bene descritto e di cui purtroppo si può trovare più di un esempio. «Solo una visione perfettista – ha affermato Flavio Felice – e, di conseguenza, totalitaria può immaginare di sostituire il mercato e la democrazia con un apparato centrale pianificatore, mosso dalla presunzione fatale di imporre, magari anche con lacrime e sangue, a persone chiamate ad essere libere e responsabili, una sedicente “infallibile” direzione di marcia, spacciandola per il “senso della storia”». Un rischio tutt’altro che remoto, che viene avvertito in concreto sulla loro pelle, da ampi strati sociali e sul quale chi aspira a dare a quei ceti la rappresentanza che meritano, deve avere, e dimostrare di avere, le idee chiare.

Progressista e di sinistra, a che serve il nuovo Pd?

Il “nuovo” Pd sarà oggettivamente diverso da quello che abbiamo conosciuto sino ad oggi. E cioè, sarà un partito che persegue, legittimamente, un progetto e una prospettiva di sinistra. Con tanti saluti alla sbandierata “pluralità” politica e culturale.

Giorgio Merlo

Il “nuovo” e futuro Pd, come lo definiscono i suoi molteplici capi corrente, sarà inesorabilmente diverso da quello del passato. Perchè altrimenti, come ovvio e persin scontato, non sarebbe nè “nuovo” e nè “diverso” rispetto a quello che è stato sino ad oggi. Ma, comunque lo si giudichi, non tutto vien per nuocere. Il “nuovo Pd” sarà, e giustamente, il partito della sinistra italiana. O meglio, il partito che si candida ad essere l’interprete esclusivo del tradizionale e storico filone della sinistra italiana che si riconosce nella esperienza del Pci/Pds/Ds. Certo, esiste la concorrenza della “sinistra per caso”, interpretata egregiamente dalla versione populista e trasformista dei 5 stelle. Una minaccia insidiosa perchè non avendo una cultura politica definita alle spalle e un progetto politico altrettanto chiaro, costoro possono cavalcare qualunque spinta della società per marcare la propria natura “progressista” e di “sinistra”. Per cui possono essere contemporaneamente ecologisti, poi pacifisti, poi assistenzialisti, poi pauperisti e poi di nuovo il contrario di tutto a seconda di ciò che si decide di cavalcare di volta in volta. Una minaccia, comunque sia, indubbiamente pericolosa ai fini della rappresentanza di alcuni segmenti della società, come hanno confermato le elezioni dello scorso 25 settembre e come confermano anche i vari sondaggi sul peso reale dei rispettivi partiti.

Ma, per fermarsi alla storia della sinistra italiana, è abbastanza evidente che si è chiusa definitivamente una fase politica nella esperienza concreta del Partito democratico. Riflessione che, del resto, viene ripetuta con insistenza da parte della stessa maggioranza dei dirigenti dell’attuale Pd nel dibattito congressuale. Salvo, comprensibilmente, alcuni storici capi corrente che hanno giocato tutte le parti in commedia in questi anni e che sono legati solo ed esclusivamente dal collante del potere.

L’elemento politico che, però, merita di essere richiamato ed approfondito è che il Partito democratico chiude definitivamente, al di là della propaganda e delle dichiarazioni burocratiche e di rito, la stagione del “partito plurale” che era stato disegnato e costruito con il “Manifesto dei valori” stilato nel 2007 con il contributo fondamentale e determinante di autorevoli personalità della politica e della cultura del nostro paese. È di tutta evidenza che l’obiettivo politico, condiviso questo sì da tutto il partito, di ricostruire e ridefinire l’identità, il ruolo, la funzione e la “mission” della sinistra italiana nel nostro paese, fa del Pd ‘un’ partito – o ‘il’ partito – della sinistra italiana al di là e al di fuori di qualsiasi altra finalità politica. E la ricostruzione della sinistra, seguendo la filiera della cultura ex e post comunista del nostro paese, può dare un contributo decisivo anche per la stessa correttezza e trasparenza della dialettica democratica contemporanea. Certo, poi ci sono – del tutto legittimamente – delle sfumature all’interno del campo della sinistra italiana. Da una interpretazione di “partito radicale di massa” interpretato con coerenza e determinazione dalla candidata alla segreteria del partito Elly Schlein, per dira con Luca Ricolfi, ad una interpretazione altrettanto coerente e trasparente della concezione di partito post comunista interpretata da Bonaccini.

Comunque sia, e al di là delle mille “sfumature di rosso” presenti all’interno del pianeta della sinistra italiana, è evidente a tutti – tranne a chi continua a beneficiare di ruoli di potere e di incarichi prestigiosi – che altre culture, come ad esempio quella popolare e cattolico sociale, sono del tutto fuori luogo e fuori tempo in quel campo politico. E la conferma arriva proprio dalla volontà di protagonismo che sale dalla base della tradizione e della cultura del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese in questa fase storica. Un protagonismo che non può più essere inglobato all’intero di partiti o movimenti politici che hanno un’altra ragione sociale, che perseguono un altro progetto politico e che, soprattutto, sono espressione di un’altra cultura politica. Per questi semplici motivi, il ritorno della sinistra italiana – semprechè si avveri nella coerenza del suo progetto politico e di governo – può finalmente innescare un meccanismo virtuoso anche per altre culture politiche che, come ovvio, sono “radicalmente altro” rispetto alla tradizione del post comunismo nella storia politica italiana. Per chiarezza e non per polemica.

Andreoli indaga la vecchiaia, il tratto della vita che ci avvicina a Dio.

La vecchiaia, metamorfosi sulla linea retta della vita. Vittorino Andreoli si spinge, nel suo ultimo libro, a definire “favolosa” questa stagione esistenziale di cui dobbiamo cogliere opportunità prima inesistenti, mantenendo vitale quella che lui definisce ‘humani corporis fabrica’.

Francesco Provinciali

La lettera che lo psichiatra Vittorino Andreoli imbuca nella metaforica cassetta postale della vita ci spiega molte cose che riguardano il destinatario e forse ancor di più il mittente. Da costui viene spedita come un dono che ci racconta quelle che siamo soliti definire le tappe dell’esistenza, per spiegarne più compiutamente l’ultima: ciò che emerge dalla scorrevole lettura è la pacatezza esplicativa dei toni che rendono fluida e colloquiale la narrazione. Non vi si colgono forzature o maldestri tentativi di ammiccante persuasione, come potrebbe accadere ad un imbonitore che voglia dimostrare una magnificenza inesistente, trovo persino generoso il modo in cui – quasi senza farlo notare – l’estensore di questa lettera si rivolge al suo immaginario interlocutore raccontando di se stesso.

Qui si coglie come in tutta la sua immensa produzione scientifica e letteraria una trasparente consapevolezza, talmente spontanea da sovrapporsi all’io narrante, così convincente da farci accogliere con benevola disponibilità ogni spiegazione, oltre il nostro stato d’animo del momento.

La condizione paritetica che il prof. Andreoli evoca negli impliciti di questa missiva riguarda la situazione anagrafica di chi scrive e di chi leggerà: vecchio l’uno e vecchio l’altro, sgombrando subito il campo dalle scorie concettuali e culturali che questo aggettivo sostantivato denotativo dell’età potrebbe evocare (lo preferisce ai termini “anziano” o “terza età”)  e introduce fin da subito ad una dimensione confidenziale dell’esposizione, insieme alla qualità empatica del messaggio, alla presentazione mite e convincente della teoria che implicitamente la sottende: la vita è un dono che va vissuto nella sua interezza multidimensionale, in ogni passaggio che la caratterizza per condizione dell’essere e specificità delle funzioni proprie dell’età. Ciò riguarda ciascuno e la società poiché entrambi questi poli di considerazione hanno bisogno che venga messa in circolazione la vera ricchezza della specie umana: l’affettività, che ci permette di vivere nella consapevolezza di esser-ci e di sopravvivere nel buio delle più laceranti debolezze.

Fondamentale è accettare la vecchiaia come condizione fisiologica dell’esistere, non mascherarla con creme, postiches, trapianti e siliconi, questo giovanilismo di maniera rende ancor più espliciti i camuffamenti che la rendono paradossalmente più riconoscibile, sotto mentite spoglie. La vita è metamorfosi, lento transito che si muove su di una linea retta, non lo convince l’idea della parabola, delle iperbole apicali e delle cadute nell’arco temporale che la contiene: ci sono processi di trasformazioni biologiche che incedono per mutazione degli stili di vita, dalla crescita all’età adulta fino alla vecchiaia il cui inizio è una sorta di convenzione sociale peraltro storicamente in evoluzione: un tempo si viveva meno e con segni più evidenti di decadimento fisico e psichico, per questo Andreoli si spinge a definire “favolosa” questa stagione esistenziale che si protrae nel tempo e di cui dobbiamo cogliere opportunità prima inesistenti: curando il corpo, l’alimentazione, il movimento per mantenere vitale quella che lui definisce ‘humani corporis fabrica’. Con garbo e delicatezza l’autore della lettera ricorda ai coetanei che anche la dimensione della sessualità ha una sua peculiarità che si esprime come bisogno di incontro e legame dei corpi, l’eros è energia vitale che perde vigore ma non passione. Il legame d’amore si rafforza con la considerazione dell’altro.

E la stessa fragilità che rende vulnerabile il corpo e la mente con lo scorrere del tempo va letta non solo come segno di debolezza perché merita tenerezza: ‘senectus caritas est’, la vecchiaia è l’ultima sintesi dell’amore. Vivere questa stagione non si traduce in una nostalgica ricerca del tempo passato e perduto: è vero che viene un’età della vita in cui si vive più di ricordi che di speranze ma lo sguardo a ritroso anche se melanconico ha una possente valenza rievocativa. Vi si coglie ad esempio un tipo di memoria focalizzata su eventi, persone, incontri, sentimenti, vissuti, una rievocazione mirata, persino iconica, fotografica, intima, quasi non esprimibile compiutamente: per chi sa che il tempo che resta può essere breve, i richiami del passato, anche quelli più lontani hanno una straordinaria potenzialità di immedesimazione nel “qui e adesso”. Anche il colonnello Aureliano Buendia nel celebre incipit di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, di fronte al plotone di esecuzione cioè negli ultimi istanti della sua vita si era ricordato di “quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio” e quella folgorazione di un attimo lo aveva riportato a rivivere la sua infanzia. Ci sono ricordi che attraversano tutta la vita e a volte spiegano il presente.

Così come esiste una memoria più estesa, ampia, omnicomprensiva che abbraccia verso la fine dell’esistenza l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, degli altri, del mondo: la filosofia la chiamerebbe Weltanschauung, San Paolo la definirebbe “ricapitolazione di tutte le cose”, Emanuele Severino ce l’avrebbe presentata come riflessione sullo stato attuale del mondo, fatta per passi a ritroso. Questa per Andreoli è la saggezza, una forma particolare di memoria che ingloba l’esperienza dei vissuti – ciò di cui Oscar Wilde direbbe …”così chiamiamo i nostri errori”…- ma anche quello che nella dimensione sociale e degli affetti, nelle relazioni umane, riusciamo a tramandare di positivo, l’essenziale riassuntivo ed esplicativo del senso vero dell’aver vissuto.  Certo nella vecchiaia la memoria si offusca, i ricordi diventano sbiaditi, subentra una certa ritrosia nel comunicare: i linguaggi sono diversi, la vita viene considerata più per ciò che si ha davanti piuttosto che per quello che resta del passato: la soggettività dell’intera esistenza finisce per confondersi nell’oblio dell’indifferenza, per essere zittita dal chiassoso presente. La solitudine – cercata o subìta – è una conseguenza di questa sorta di disallineamento generazionale dei vissuti e dei valori fino a mettere in discussione la loro reciproca sostenibilità.

Le tecnologie, l’uso smodato di internet e dei computer non riescono – e Andreoli ce lo ricorda – a compensare la soggettività del pensiero e i drammi esistenziali delle molte facce della solitudine. Se poi subentra la malattia si pensa che la fine si avvicini, che sia l’inizio di un declino. Per non parlare dell’indebolimento cognitivo, della perdita della memoria, del disorientamento spazio-temporale, dell’appiattimento degli affetti, della depressione, dell’imbarazzo nel compiere azioni comuni fino alla demenza e alla diagnosi della sindrome di Alzheimer, che esplicita sintomi e segni da cause diverse, che provocano una lenta e progressiva degenerazione del tessuto cerebrale, come descrive il Prof. Arnaldo Benini, neurochirurgo Emerito a Zurigo, nel suo libro La mente fragile. Nonostante tutto questo Andreoli resta convinto che sulla linea retta della vita, l’ultimo tratto – che ci avvicina a Dio anche se attraverso la fine del transito terreno – meriti di essere valorizzato, difeso e accolto come un dono, segno di una pienezza esistenziale che si esprime tra l’affettività e la fede. Perché come scrisse Erich Fromm “morire è un’esperienza dolorosa per tutti ma morire senza aver vissuto è una cosa assolutamente insopportabile”.

Il libro

V. Andreoli, Lettera a un vecchio (da parte di un vecchio), Edizioni Solferino, 15.50 €.

Francesca Leoncini, “Giuliano Ferrara per D’Amato: un grande endorsement” | Intervista

In lista per la Pisana con il Terzo Polo, la consigliera comunale di Italia Viva, Francesca Leoncini, plaude all’endorsement del fondatore del Foglio a favore di Alessio D’Amato, candidato di una coalizione di centro-sinistra che nel Lazio fa a meno dei 5 Stelle.

David Tesoriere

Ebbene, Giuliano Ferrara è entrato in scena da par suo in questa campagna elettorale per la Regione Lazio. Sul Foglio di ieri ha scritto senza mezzi termini quale sia il suo pensiero: “Non votare per DAmato presidente a Roma mi pare una stranezza, una bizzarria, un azzardo”.  Che ne pensi tu che sei candidata per il Terzo Polo (Azione-Italia Viva)?

Non è difficile intuire dietro queste parole – un grande endorsement – una certa preoccupazione per le sorti della nostra regione. Ferrara dà voce a un mondo che tradizionalmente non vota a sinistra, ma rifugge da possibili involuzioni a destra. È un sentimento diffuso nella pubblica opinione, non ancora ben organizzato sul piano politico.

Nello specifico cosa vedi? È un messaggio ideologico, vale a dire politicamente pregiudiziale, quello del fondatore del Foglio?

No, Ferrara invita a un sano pragmatismo. Sostiene infatti che “nella gara l’assessore alla Salute del Lazio (D’Amato, ndr) porta, tra l’altro, una campagna di vaccinazione pressoché perfetta”. In questo modo riporta il confronto elettorale sul terreno della concretezza. Il suo è un contributo intelligente e prezioso: non dobbiamo accettare, in questo senso, che la competizione tra i candidati presidenti sia appesantita da un clima di provocazioni e sciatterie.

Eppure non si avverte il pathos che accompagna di regola una campagna elettorale. Sembra che prevalgano stanchezza e disillusione, almeno in questa fase. Non c’è il rischio che l’astensionismo si gonfi ulteriormente?

Anch’io noto che l’apatia, espressione di un disagio nascosto, rende più opaco il dialogo con gli elettori. Il momento politico non è dei più sereni. Non giova, poi, la crisi che attraversa il Partito democratico. Nel Lazio abbiamo costruito un’alleanza che mette al centro la cultura del riformismo. A sinistra, però, si vive con affanno la rottura con i 5 Stelle. Invece di mettere a valore lo sforzo che ha portato qui nel Lazio alla convergenza tra Pd e Terzo Polo, si esprime ancora sotto traccia un motivo di sofferenza per la rottura con Conte. 

D’altronde il voto si avvicina e questa fragilità della coalizione a sostegno di D’Amato frena la mobilitazione elettorale. La destra, già data per vincente, può solo guadagnare dalle incertezze del centro-sinistra.

Per questo l’appello di Ferrara – e torno al cuore della nostra conversazione – sprona tutti a “stringere” sulle cose che contano in campagna elettorale. Abbiamo un candidato presidente che può esibire grandi qualità di amministratore. Agli elettori, pertanto, deve arrivare una forte sollecitazone a non disperdere l’esperienza di governo da lui accumulata in questi cinque anni. Alessio D’Amato, se confortato da una coalizione motivata, è in grado di sottrarre spazio alla destra. Può vincere. Nulla è scontato quando a decidere sono le urne.

Il nuovo Pd con due Manifesti? Così sarà un Giano bifronte.

Il Manifesto del 2023 abroga quello del 2008 o si limita ad integrarlo? Non si sa. Aumentano perciò i dubbi su quale sia la reale anima del Pd. Al momento sembra un partito che dal non avere una chiara identità è arrivato ad averne persino due. Ma quanto può durare questa ambiguità?

Luca Castelli

La conclusione della prima fase del cosiddetto percorso costituente, con l’approvazione da parte dell’Assemblea nazionale del “Manifesto per il nuovo Pd – Italia 2030”, fornisce l’occasione per svolgere qualche considerazione sul merito di questo documento, specie alla luce del confronto con il precedente Manifesto del 2008, nonché sul rapporto che si è venuto a creare tra le due Carte. Sul piano formale si tratta di un testo di 13 pagine, divise in 5 capitoli, rispetto alle 11 pagine e ai 7 capitoli del Manifesto originario. In continuità con il passato, dunque, si conferma la scelta per una Carta dei valori “lunga” e non “breve”, com’è invece il Party Credo dei Democratici americani, che consta di appena 34 righe ed è incorporato nello statuto del partito.

Il che naturalmente non fa altro che accentuare i margini di indeterminatezza già di per sé propri di ogni carta di principi. Ed infatti il Manifesto del 2023 contiene concetti talmente vaghi e generici che riesce davvero difficile, a prima lettura, non condividerli. Come dissentire, ad esempio, quando si dice che «non può esistere una crescita duratura senza la lotta alle diseguaglianze»; che «lavoro, istruzione e sanità pubblica sono i pilastri di un modello sociale che mette al centro la persona e i suoi diritti fondamentali»; che «pretendere che chi è stato lasciato ai margini debba cavarsela da solo significa tradire e umiliare chi avrebbe più bisogno d’aiuto»; che «democrazia e umiliazione non stanno insieme». Così come senz’altro condivisibile è il richiamo al lavoro dignitoso, all’inscindibilità tra diritti civili e diritti sociali, alla valorizzazione degli strumenti di giustizia riparativa, all’esigenza di prendersi cura delle persone garantendo che la loro dignità sia rispettata.

Anche la parte più istituzionale merita un generale apprezzamento. Si rifiuta la scorciatoia del presidenzialismo; si afferma la necessità di regolamentare i partiti dando finalmente attuazione all’art. 49 Cost.; si valorizza il carattere cooperativo e solidale del nostro regionalismo, il principio di sussidiarietà orizzontale, il ruolo fondamentale dei sindaci e degli amministratori locali quali soggetti che “operano in corsia” e sono il primo punto di riferimento per i cittadini. Ma soprattutto, si insiste sulla capacità delle nostre istituzioni di prendere decisioni in grado di cambiare la vita delle persone. Dunque, una democrazia decidente come antidoto contro i rischi del democratic backsliding, dell’involuzione dello Stato di diritto. Ad un più attento esame, tuttavia, gli elementi di discontinuità con il Manifesto del 2008 sono evidenti. A cominciare dalle parole che prima c’erano ed oggi non ci sono più. Come la parola merito, da riferire ai talenti che tutti devono avere la possibilità di sviluppare, nonostante le diverse condizioni di partenza, all’interno di una scuola che educa e non discrimina. Una lacuna, questa, che nel centenario di Don Milani fa un certo effetto.

Non c’è più il riferimento all’affermazione di un nuovo umanesimo né sul piano dell’accesso al sapere, né sul terreno dell’integrazione europea. L’esigenza di anteporre l’essere umano concepito nella sua totalità sembra invece soppiantata dal riferimento preponderante alla sola dimensione dell’uomo lavoratore. Il termine doveri, declinato accanto a quello di diritti, compare solo una volta e solo con riguardo agli italiani che vivono all’estero rispetto ai connazionali residenti in Italia. E questa scissione tra la dottrina dei diritti e quella dei doveri fa il paio con il rilievo accordato all’autodeterminazione delle persone, che è concepita come «la bussola di ogni nostra azione» ed affermata in termini assoluti, senza alcun senso del limite. Scompare poi ogni richiamo alle culture fondative del PD. Nella Carta del 2008 si parlava, per quanto genericamente, di un partito che raccoglie «le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese». L’obiettivo non era mettere insieme pezzi del passato, ma elaborare una visione condivisa del mondo attraverso la reciproca contaminazione di quelle storie per costruire una nuova idea di Paese.

Di queste radici e quindi della natura intrinsecamente plurale del partito, come casa comune di tutti i riformisti, nel nuovo Manifesto non c’è traccia. Non stupisce, pertanto, che neppure le parole riformismo o riformista vengano mai adoperate. Non solo. «Bisogna fare un’Italia nuova» esordiva il Manifesto originario e rispetto a questo obiettivo sviluppava poi i suoi intendimenti, in una prospettiva chiaramente rivolta al Paese. Il Manifesto odierno, invece, esibisce un orizzonte di più corto respiro, perché sembra parlare più al partito che al Paese. Frasi come «il cuore della nostra identità è la lotta contro tutte le forme di diseguaglianza»; «siamo e saremo un partito femminista»; dobbiamo «agire con ben più coraggio e determinazione di quanto abbiamo fatto finora»; vogliamo che «chi fa vivere ogni giorno il partito sul territorio pesi di più nelle scelte che saremo chiamati a fare» tradiscono un’impostazione di fondo rivolta prevalentemente a correggere errori o omissioni dei quindici anni passati. Insomma una visione più introversa, fortemente condizionata dalla contingenza, che non riesce a sprigionare quella spinta propulsiva e quella proiezione al futuro che animavano invece il precedente Manifesto. Da questo punto di vista, in effetti, il richiamo all’Italia 2030 appare puramente formalistico, oltre che collegato alla sola emergenza climatica.

Ma ciò che più distingue i due Manifesti è, ovviamente, il diverso contesto politico, economico e sociale che ha fatto loro da sfondo. Il documento del 2008 nasce in un momento storico segnato, sul piano economico, dalle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione; su quello politico dall’assetto bipolare del sistema dei partiti.  Di qui, da una parte, la missione del Pd di «ricollocare l’Italia negli inediti scenari aperti dalla globalizzazione» e di «rispondere alle nuove sfide della mondializzazione»; dall’altra, la vocazione maggioritaria, cioè «il suo proporsi come partito del Paese», che pensa la propria identità «non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma come proiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessità della società contemporanea». Dal 2008 ad oggi è cambiato il mondo. E il nuovo Manifesto ne prende atto, sottolineando che «le crisi finanziarie, la pandemia, il ritorno delle tensioni internazionali e la crisi energetica ci hanno drammaticamente mostrato i limiti del modello di interdipendenza globale che ha caratterizzato l’inizio di questo secolo».

Ecco allora l’enfasi sul «cambio di paradigma», locuzione ribadita ben quattro volte; sull’art. 3, citato quattro volte; sulla lotta alle diseguaglianze, richiamata tre volte. Ecco l’esigenza dell’«azione complementare strategica di uno Stato regolatore e innovatore […] in grado di orientare la dinamica dei mercati, inclusi quelli finanziari, verso gli obiettivi di uno sviluppo sostenibile che metta al centro la persona, difendendone i diritti, la libertà e la dignità, indipendentemente dal luogo di nascita o di provenienza». Ecco, infine, il ridimensionamento della vocazione maggioritaria, che viene appena accennata e riferita, anzitutto, «agli interessi dell’intero sistema democratico» oltre che «ai soli interessi di rappresentanza della propria parte». Rispetto al testo del 2008 c’è una completa inversione a U. Lì si leggeva, infatti, che «compito dello Stato non è interferire nelle attività economiche, ma fissare le regole per il buon funzionamento del mercato, per mantenere la concorrenza anche con politiche di liberalizzazione e per creare le condizioni di contesto e di convenienza utili a promuovere innovazione e qualità».

Certo, a guardarlo con gli occhi del presente neppure quel Manifesto era esente da limiti. Ad esempio, l’idea che lo Stato debba limitarsi al ruolo di regolatore, oltre che di erogatore dei servizi pubblici essenziali, è ormai superata. Al giorno d’oggi lo Stato è tante cose insieme: promotore, garante, gestore, investitore, ecc…Ma il problema, ieri come oggi, è quello di evitare, da una parte, un’illimitata espansione dell’intervento pubblico che finisca per comprimere le opportunità offerte dai mercati; dall’altra, l’attuazione di politiche che frenino il cambiamento anziché indirizzarlo per il verso giusto. Su questi temi, che chiamano in causa l’approccio di allora, un vero dibattito dentro il Pd in tutti questi anni non c’è mai stato. Ed allora concentrarlo in soli tre mesi restituisce inevitabilmente l’impressione di un’operazione più finalizzata ad un obiettivo politico immediato – il rientro di Articolo 1 –, che non volta ad un ripensamento funditus delle basi teoriche su cui poggia la piattaforma politico-programmatica.

Come che sia, alla luce della comparazione svolta, la conseguenza è oggettivamente quella di uno spostamento a sinistra del baricentro del partito. Il punto di equilibrio su cui si basava il patto fondativo del 2008 è rimesso in discussione. La cesura è netta. A questo punto viene da chiedersi: ma se il Manifesto rappresenta la “Costituzione” del partito sul piano dei valori, è necessario cambiare la Costituzione ogni volta che cambia il contesto di riferimento? Se fra quindici anni lo scenario muterà di nuovo bisognerà scrivere un altro Manifesto? In realtà la Costituzione è per sua natura destinata a durare nel tempo, va aggiornata alla luce dei mutamenti che nel frattempo intervengono, ma non certo riscritta ogni volta da capo a piedi. Allora sarebbe stato più opportuno distinguere il piano dei valori fondativi da quello delle linee programmatiche dell’azione politica e agire prevalentemente su quest’ultime, modificando cioè le policies da mettere in campo per rispondere alla crisi e non i principi, che come tali sono suscettibili di essere variamente interpretati e modulati a seconda delle diverse condizioni di contesto.

Invece si è scelto di redigere un nuovo Manifesto, anziché intervenire in modo mirato emendando singole parti di quello originario. Il che pone l’ulteriore problema della convivenza tra il vecchio e il nuovo testo.  Quello del 2008 non viene soppiantato, ma resta accanto al nuovo, che tuttavia è da subito valido e cogente. Ma allora che rapporto c’è tra le due Carte? Il Manifesto del 2023 abroga quello del 2008 o si limita ad integrarlo? E quale prevale in caso di conflitto? Come si vede un bel dilemma, la cui soluzione è affidata agli esiti del congresso. Il che non fa altro che aumentare i dubbi su quale sia la reale anima del Pd. Il Pd è quello del 2008 o quello del 2023? Al momento sembra un partito Giano bifronte, che dal non avere una chiara identità è arrivato ad averne persino due.  Ma quanto può durare questa ambiguità? Sembra difficile accontentarsi della mancata archiviazione del Manifesto fondativo, finché non si chiarisce se il mutamento che è avvenuto nel codice genetico del Pd – che in quel Manifesto era iscritto – è definitivo oppure no.

Luca Castelli, professore associato presso l’Università di Perugia, è stato relatore al convegno promosso recentemente da Pierluigi Castagnetti all’Istituto Sturzo (19 dicembre 2022).

Il Pd, il congresso e il grillo saggio.

Giarrusso uno e Giarrusso due: storie intrecciate che raccontano lo smarrimento della politica. Il pasticcio più grande lo si è visto quando uno dei due, e cioè Dino, ha pensato bene di annunciare il suo ingresso nel Pd. S’è alzato un coro che ricordava Iannacci: “Vengo anch’io, no tu no”.

Giovanni Federico

Il Movimento 5 Stelle sa per tempo interpretare i propri astri e agire di conseguenza con la giusta preveggenza. Sarà per questo che hanno eletto al Parlamento italiano ed a quello europeo due Giarrusso, uno Mario, l’altro Dino. Il primo eletto nella circoscrizione Sicilia, il secondo eletto nella circoscrizione Italia insulare della Sicilia e Sardegna. Entrambi amanti delle isole. Se uno dovesse, per infedeltà, passare in altro campo, un altro resterebbe. Se mai mollassero entrambi le cime, per muovere verso altri porti, allora non ci sarebbe che arrendersi. Contro l’irriconoscenza umana anche le stelle devono alzare bandiera bianca. È finita che sia Mario che Dino hanno tolto le tende. È una questione che sta suscitando polemiche, non essendoci cose più serie su cui impegnarsi. C’è qualcosa di animale nella storia che commentiamo, c’è un’affascinazione rivolta al passato.

Dino è una ex Iena, di quel gruppo che ficca il naso dappertutto, denunciando in televisione qua e là i misfatti del paese. La iena, il cui nome in greco designa in verità il maiale, può essere striata o ridens. Nel nostro caso c’è poco effettivamente da sollazzarsi ma si deve comunque andare avanti. Quindi ha abbandonato le Iene, perennemente fameliche di ribalta, per spendersi in politica. Nei 5 Stelle è richiesto piglio e martello per farsi un nome. In coerenza alla regola, ha morso con denti da iena il povero Pd, accusandolo di ogni nefandezza politica. Ma la nostalgia di essere ancora un “ex” deve averlo stuzzicato senza che ne potesse resistere. A maggio dello scorso anno ha abbandonato i 5 Stelle, accusandoli di essere il centro di ogni ipocrisia e di una direzione verticistica da parte di pochi eletti. Gli è stato replicato di essere un poltronista ma non ci ha fatto troppo caso. Ha poi lasciato intendere di voler fondare un ennesimo partito, raccogliendo intanto tutti gli ex 5 Stelle che tutti insieme c’è chi dice facciano meno del voto di un condominio. Ormai determinato, non si è fatto mancare un passaggio brillante. Il 27 giugno nelle elezioni regionali siciliane l’inquieto Dino fonda il partito “Sud chiama Nord”. Neanche una manciata di giorni dopo però rompe l’accordo con il cofondatore Cateno De Luca e presenta un suo simbolo autonomo, poi non ammesso all’esame ministeriale.

Al termine di questa dannata peregrinazione il nostro Dino ha pensato bene, giorni fa, di annunciare più opportunamente la sua adesione al Pd, subito esternando un pensiero forte, risolutivo e sopra ogni cosa originale. Il PD deve tornare ad avere una identità di Sinistra.  Questo il suo prepotente biglietto da visita, che fa la “differenza” tra lui e il resto del mondo. Giarrusso porta in dote una traditio di battaglie e movimentismo, una tradizione di cui è depositario, a cui far seguire una reditio, una consegna anche ad altri che possano continuare il suo lavoro. Tra gli attuali pentastellati corre, a dirla tutta, un giudizio più di tradimento che di traditio. Un grillo saggio sa bene come orientare un PD in affanno nell’incertezza se andare un po’ più a destra o un po’ più a sinistra, per arrivare al tesoro segnato su una mappa che solo pochi eletti sanno decifrare. Tutto si spiega e tutto ha una ragion d’essere. Di nuovo soccorre il fascino di partiti con il logo di animali. Forse l’elefantino repubblicano e l’asinello democratico degli USA hanno mosso suggestione.

Di Maio, più leggero, aveva scelto l’ape operosa. Ancor prima Prodi scelse, ispirandosi ad oltre oceano, l’asinello. Senza dimenticare che nella Prima repubblica la Democrazia Cristiana era solita essere bollata come la Balena Bianca. Di recente è stato il turno dei “grillini”, la coscienza buona del paese, forse con troppi grilli per la testa con tante idee di fantasia, spesso frantumante contro la realtà dei fatti da fronteggiare. Giarrusso, che nel frattempo è diventato un tipo pratico, si è voluto togliere un grillo dalla testa e chiodi dalla scarpa e passare ad altro. Avrà considerato la monotonia di una dieta a base di grilli, sia pure oggi molto di voga e assai nutriente, dei quali sembra, peraltro, non si butti vantaggiosamente via nulla. Avrà pensato che la vita di un grillo non si prolunga oltre i due mesi e mezzo. Per questo è acconcio cambiare aria per continuare a dispiegare il proprio messaggio politico. I grilli non friniscono con le corde vocali, ma singolarmente con le elitre che sono delle creste presenti sulle ali. Da qui l’importanza di Giarrusso di svolazzare forse di fiore in fiore, volendo cantare in ogni stagione e non solo d’estate nel tempo degli amori. Giarrusso legittimamente ha bussato alle porte del PD durante una assemblea promossa da Bonaccini che, proprio a voler mettere timbri addosso, è più un riformista che un massimalista.

L’ex Iena ed ex grillino forse ha guardato a quel candidato alla Segreteria perché ha intuito essere preferibile l’aria di bonaccia a fronte della tempesta che si sta comunque sollevando per la sua dichiarazione d’intenti. Sanremo è vicino, tante canzoni della storia italiana vengono in questo periodo in mente. “Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più, se sposti un po’ la seggiola stai comodo anche tu” è un ritornello che non ti si leva dalla testa dopo averlo ascoltato anche solo una volta. Torna il tema delle poltrone su cui sedersi. Potrebbe alzarsi un Enzo Iannacci indispettito e gridare il suo celebre “Vengo anch’io, no tu no!”. Giarrusso di nuovo, indomito, potrebbe replicare: “Non sarà un’avventura, non può essere soltanto una primavera”. Piuttosto che ricorrere a leggi sempre minacciate e mai efficacemente adottate, ad argine del trasformismo imperante basterebbe un semplicissimo “no”, chiudere la porta a chi chiede di far parte di una cordata. Tanto semplice da non essere mai fatto. Questa volta potrebbe aiutare quel monito che, richiamando terre cimiteriali, suggerisce di non “andare a sentire cantare i grilli”. Da quelle parti c’è infatti aria di morte e il PD attuale non ne ha proprio bisogno.

La decrescita nuoce ai poveri. | Intervista a Flavio Felice.

L’intervista a Flavio Felice, curata da Paolo M. Alfieri per  “Avvenire” del 19 gennaio 2023 – https://www.avvenire.it/economiacivile/pagine/prospettivenon-solo-crescita-ma-sviluppo-altro -, nella versione integrale è stata pubblicata ieri sul sito del Centro Studi e ricerche “Tocqueville-Acton”.

Per gentile concessione dell’autore, e d’accordo con il Centro, la stessa versione integrale è di seguito riproposta.

Paolo M. Alfieri

D. La decrescita è una scelta economicamente conveniente per la nostra società? E se sì, perché?

R. Non vedo come la “decrescita” possa essere considerata “una scelta economicamente conveniente”. Se una persona decresce è perché non sta bene, così come se cresce in maniera eccessiva o disarmonica. La crescita economica è la fisiologia del sistema economico, la decrescita è una delle forme patologiche che può assumere il sistema. Senza crescita si cristallizzano le posizioni di potere, chi è bene posizionato avrà la forza per poterle consolidare e chi è mal posizionato può solo rassegnarsi e sperare nella benevolenza di coloro che stanno meglio di lui. La decrescita produce sfruttamento nei confronti dei più disagiati da parte delle élite e, occasionalmente, qualche rivolta che mira a sovvertire l’ordine gerarchico: i servi mireranno a diventare padroni e i padroni vivranno la loro condizione come quella di coloro che devono difendersi ogni giorno da chi vorrebbe spodestarli. La decrescita è una sciagura per i poveri e una garanzia per coloro che occupano posizioni di potere.

D. È davvero possibile abbandonare lidea della crescita economica esclusivamente come crescita del Pil? Quali strumenti utilizzare? A quali parametri fare riferimento per una crescita che sia vero sviluppo integrale?

R. Ragionare in termini di sviluppo integrale, come d’altronde fa la Dottrina sociale della Chiesa almeno da Paolo VI con la sua Popolurum progressio, non significa rinunciare alla crescita. La crescita economica è tanto necessaria allo sviluppo quanto lo è la crescita dell’apparato scheletrico – e non solo – nello sviluppo di un essere umano. Il fatto che sia necessario non dice tuttavia che sia sufficiente. Un adolescente può crescere fisicamente, ma rimanere un bambino nei comportamenti. La crescita economica è necessaria, ma non ancora sufficiente per consentirci di parlare di sviluppo integrale. Oltre l’elemento quantitativo della crescita economica è necessario che si consideri anche l’elemento qualitativo che comprende il rispetto che ciascuno deve all’altro in quanto immagine visibile del Dio invisibile. In questo quadro qualitativo si inserisce il tema dello sviluppo integrale che coinvolge la questione ambientale, la difesa e la promozione del creato, la questione istituzionale, attraverso la difesa e la promozione della qualità inclusiva dei processi democratici e infine la questione culturale, favorendo la dimensione plurale della conoscenza e la sua funzione di esaltare la dignità di ciascuna persona, dal concepimento alla morte naturale. A tal proposito non mancano indici che misurano altre forme di crescita, oltre allo strumento del PIL, che non andrebbe abbandonato quanto integrato. Resta il fatto che lo sviluppo umano integrale non è riducibile ad alcun indicatore quantitativo, mentre si risolve nel giudizio che ciascuno di noi è tenuto a dare alla qualità della vita sociale, sulla base della propria prospettiva culturale e antropologica: la società, ci insegna Luigi Sturzo, è sempre la proiezione multipla, simultanea e continuativa dell’azione umana. Una società nella quale l’aborto – tanto per fare un esempio – è considerato un normale mezzo contraccettivo è conforme alla nostra idea di persona e, dunque, di sviluppo umano integrale?

D. Il mercato non sembra favorire in maniera naturale linclusione sociale o promuovere sic et simpliciter la sostenibilità. Quali aggiustamenti” dovrebbero essere promossi dalle istituzioni?

R. Il mercato è lo strumento mediante il quale ciascuno tenta di soddisfare le proprie aspettative, incontrando le aspettative altrui. Da questo punto di vista, il mercato – che è appunto uno strumento – presenta le caratteristiche di coloro che ne animano i processi. Affermare che il mercato “non sembra favorire in maniera naturale l’inclusione” significa presumere che nel mercato possano operare solo personaggi loschi e criminali. Il mercato, al contrario, se ben regolato e sottoposto a costante controllo, è lo strumento che meglio di altri favorisce l’inclusione. Esso è uno strumento umile, dato che non conta il ceto di appartenenza dell’operatore, e incredibilmente efficace, consentendo una tale distribuzione della conoscenza, da rappresentare il più potente strumento di problem solving che mente umana possa immaginare. L’alternativa al mercato è la pianificazione, in tal caso però è necessario che si individui una persona o una cerchia di persone che ne sappiamo più della miriade di consumatori e produttori che quotidianamente riempiono le piazze reali e virtuali e che, con le loro scelte, indirizzano gli investitori; oltretutto, chi controllerebbe il pianificatore? Saremmo di fronte ad un potere totalitario. Altro discorso è quello che riguarda il ruolo delle istituzioni. Il mercato non esiste al di fuori delle regole del gioco che disciplinano gli operatori, di conseguenza, il compito della politica è di garantire che il mercato resti competitivo e che nessuno possa avanzare pretese monopolistiche e, qualora dovesse accadere, è compito della politica espellere simili giocatori. La concorrenza è un bene pubblico e come tale andrebbe difeso dai percettori di rendite.

D. Secondo lIpcc, le politiche di decrescita possono avere un ruolo anche nella lotta al cambiamento climatico. Quali politiche andrebbero messe in atto per una strategia di questo tipo?

R. Non comprendo come la decrescita possa aiutare a fronteggiare il cambiamento climatico se non in negativo; i paesi più poveri non sono certo un esempio di cura ambientale, non che lo siano i paesi più ricchi, ma certamente dove assistiamo ad un’importante crescita economica è più probabile che si sviluppino tecnologie che affrontino creativamente il problema del cambiamento climatico, ed è ciò che sta accadendo. Nessun trionfalismo, perché la strada è lunga e piena di insidie, ma pensare che la decrescita possa essere la soluzione mi sembra che sia un’autentica sciocchezza.

D. Riduzione dellorario lavorativo e più servizi pubblici universali: la società e leconomia di mercato di oggi sono pronti per cambiamenti di questo tipo?

R. L’economia di mercato non tollera la pianificazione, se dal basso emerge una simile esigenza, le istituzioni che presiedono e fondano una economia di mercato assumeranno la forma affinché tale esigenza sia soddisfatta. Negli ultimi 200 anni la vita delle persone che vivono nelle aree nelle quali è presente l’economia di mercato è migliorata in maniera impensabile. Solo qualche decennio fa, i nostri nonni temevano di morire per una (oggi) banale infezione, i re e le regine non godevano delle più elementari condizioni igieniche di cui oggi godono persone normalissime. Questo non significa che possiamo ritenerci soddisfatti, significa semplicemente che la strada che abbiamo intrapreso non è poi così sbagliata, si tratta di intervenire ogniqualvolta ci accorgiamo di aver perso la rotta. Le istituzioni del mercato sono imperfette come imperfette sono le persone che in esse operano. Solo una visione perfettista e, di conseguenza, totalitaria può immaginare di sostituire il mercato e la democrazia con un apparato centrale pianificatore, mosso dalla presunzione fatale di imporre, magari anche con lacrime e sangue, a persone chiamate ad essere libere e responsabili, una sedicente “infallibile” direzione di marcia, spacciandola per il “senso della storia”.

La profezia di Moro | Vide la crisi della società e parlò di tempi nuovi.

Quando si enunciano alcune parole, o citazioni, scatta d’incanto un preciso richiamo storico, culturale e politico. È il caso, nello specifico, delle parole “tempi nuovi”. Un incipit, questo, di uno storico intervento di Aldo Moro pronunciato in occasione di un Consiglio nazionale della Dc il 21 novembre del 1968. “Tempi nuovi si annunciano – diceva il leader della Dc in quel discorso – ed avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze all’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità. Nel profondo, è di una nuova umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della storia”.

Sì, ho voluto citare un passo, forse il più significativo, di uno degli maggiori interventi dello statista pugliese barbaramente ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse senza alcuna convivenza con alcuni settori democristiani, come una recente vulgata informativa vuol far incredibilmente e grottescamente credere. Certo, eravamo a fine degli anni ‘60 e, soprattutto, si parla del linguaggio ‘moroteo’, quasi antropologicamente alternativo rispetto a quello che caratterizza il dibattito politico italiano dopo la fine ingloriosa della prima repubblica. Eppure, se riletto con attenzione e con la dovuta pazienza, è proprio il linguaggio ‘moroteo’ che spinge continuamente la politica a riflettere su se stessa, sui suoi limiti e sulla sua capacità di saper anticipare i “tempi nuovi che si annunciano”. E, al di là dello scorrere delle fasi storiche e dei profondi cambiamenti che caratterizzano la politica italiana in continuo divenire, è indubbio che l’unico elemento che qualifica una classe dirigente politica è quello di saper leggere ciò che capita nella società dando, al contempo, una risposta politica, culturale e anche istituzionale. Cioè, di natura legislativa e strutturale.

Questa è stata, del resto, la grande originalità della classe dirigente democratico cristiana per quasi cinquant’anni nella vita democratica nel nostro paese e questa, d’altro canto, resta la grande sfida attorno alla quale si gioca la capacità, oggi, di chi continua a riconoscersi in quel filone ideale per dare un contributo significativo al cambiamento e al rinnovamento della politica italiana. Altrochè limitarsi a giocare un ruolo marginale, ornamentale e del tutto ininfluente in alcuni partiti cosiddetti “plurali”. Come, ad esempio, gli amici Popolari che pensano ancora di declinare una presenza significativa in un partito come il Pd che persegue, invece, un disegno politico e un progetto politico del tutto estranei ed esterni alle ragioni e alle attese della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico e sociale italiano. Ma, al di là del futuro e della prospettiva del Pd, quello che semmai va evidenziato è che, quando si evocano e si annunciano “tempi nuovi” per la politica del nostro paese, occorre riempire di contenuti e di scelte concrete quell’orizzonte ideale che si delinea. 

Un’esperienza come quella dei Popolari, frutto della cultura e della tradizione del cattolicesimo politico e sociale, ha il dovere di continuare ad ispirarsi a quel richiamo per segnare la sua presenza nella cittadella politica italiana contemnporanea. Respingendo la tentazione di limitarsi a declinare un ruolo testimoniale o puramente dadaista. L’orizzonte dei Popolari, oggi, è quello di saper recuperare la capacità di anticipare i problemi che attraversano la nostra società per poter guidare un processo politico di avanzamento sociale, di consolidamento democratico e di crescita della dignità della persona. Per questo, credo, il nostro compito, oggi, è anche quello di affrontare e, possibilmente, di contribuire a governare i “tempi nuovi che si annunciano” nel nostro paese. Senza arroganza e senza alcuna presunzione di “superiorità morale” ma solo e soltanto con le armi della politica, della cultura politica e dell’autorevolezza della classe dirigente.

Il mondo cambia e cambia anche il lavoro | Il boom delle dimissioni volontarie. 

I dati forniti dalle comunicazioni obbligatorie trimestrali del Ministero del Lavoro offrono uno spaccato interessante e suscettibile di approfondimenti: nei primi 9 mesi del 2022 si sono registrate oltre 1,6 milioni di dimissioni dal posto di lavoro, con un più 22% rispetto allo stesso periodo del 2021 quando ne erano state computate oltre 1.3 milioni. Non si tratta peraltro di un fenomeno solo italiano, negli USA la deriva sta assumendo una dimensione tanto consistente da essere definita ‘Great resignation’, ‘le grandi dimissioni’. Per decenni politica, sindacato e associazionismo hanno posto il problema della carenza dei posti di lavoro come motore che innesca il volano dell’impoverimento e il blocco dell’ascensore sociale: analisi radicata negli anni e che permane, confermata ad esempio dal recente 56° Rapporto del Censis sullo stato di salute del Paese. Viene da chiedersi allora se esista un’analogia tra questa tendenza a sciogliere i legami con un’attività lavorativa e il più generale scollamento tra società e istituzioni, agevolato dal venir meno dei corpi intermedi, che il Direttore Generale dell’Istituto di analisi sociale, Massimiliano Valerii ha stigmatizzato come “ritrazione silenziosa dei cittadini”. Così come considerando questo disallineamento tra stili di vita prevalenti e fonti di produzione del reddito sarebbe utile rileggere La società signorile di massa di Luca Ricolfi, un libro che esamina  le contraddizioni tra Neet generation, vita di rendita, risparmio accumulato dai padri in un contesto in cui il numero dei cittadini che non lavorano ha superato ampiamente quello dei cittadini che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti si è generalizzato raggiungendo larga parte della popolazione e la stagnazione economica è causa-effetto del declino della produzione. 

Last but not least, cioè ultimo riferimento ma non per importanza, l’insieme del mismatch socio-economico andrebbe parametrato con i dati emergenti dal 21° Rapporto Caritas che censisce 1.960.00 famiglie e un totale di 5.571.000 soggetti che vivono in condizioni di povertà. I dati statistici assumono un rilievo fondamentale a supporto delle analisi dei micro e macro fenomeni sociali e si pongono come zoccolo su cui dovrebbero innervarsi le politiche in tema di welfare e di lavoro. In questa fascia di target sociali ereditati o nuovi a motivo dell’emergente precarietà dell’esistenza il lavoro diventa un miraggio o un ripiego mentre – ad esempio – il reddito di cittadinanza è una misura compensativa ma indubbiamente da rivedere, ad evitare l’accomodamento e l’inazione.

Tra le cause di cessazione dei rapporti di lavoro le dimissioni volontarie costituiscono, dopo la scadenza dei contratti a termine, la quota più alta. Ma i dati indicano come risalga anche il numero dei licenziamenti, dopo la fine del blocco deciso con la crisi pandemica: nei primi nove mesi del 2022 sono stati infatti 557mila i rapporti interrotti su decisione del datore di lavoro, contro i 379mila nello stesso periodo del 2021, con un incremento del 47% rispetto al periodo di vigenza del blocco. Nel terzo trimestre del 2022 le dimissioni sono state 562mila, con un aumento del 6,6% rispetto agli stessi mesi del 2021, mentre i licenziamenti– rapportati ai predetti periodi dei due anni- sono stati 181mila nel terzo trimestre 2022 con un più 10,6% rispetto al 2021. Il primato delle dimissioni volontarie sui motivi di chiusura di rapporto di lavoro suggerisce molte riflessioni di natura culturale, economica, di mera opportunità ovvero di necessità: a cominciare dal cercare un lavoro meglio retribuito, più gratificante dal punto di vista della soddisfazione personale o professionale, come pure dal dover conciliare i tempi lavorativi con le esigenze familiari. Si tratta di un fenomeno che si amplia e si diversifica nelle motivazioni soggettive (che inglobano certamente la ricerca di stili di vita sostenibili e gratificanti oltre che la realizzazione di aspettative elettivamente inespresse) e di fattori legati a dati oggettivi (tempo, distanza, disagi, trasporto, stress psicologici, spese, vincoli burocratici, gerarchie, competizioni, carenza di tutele). Dopo la fase emergenziale della pandemia si sono riaperti spazi di flessibilità e mobilità, a cominciare dallo smart working, ma è maturata la consapevolezza di un equilibrio tra vita privata e lavorativa che si ascrive alla più ampia deriva di un ritorno dell’individualismo come freno alle invadenze sociali, ne è prova il tema emergente dei cosiddetti ‘diritti soggettivi’ e delle libertà personali. 

In certi contesti territoriali e in taluni settori emerge anche la volontà di mettersi in proprio, il desiderio di provarci. In via generale la motivazione più ricorrente che spinge a lasciare un lavoro per cercarne un altro è legata al tentativo di far coincidere la qualità della vita con il benessere personale. In un mondo caratterizzato da una forte conflittualità di interessi e pulsioni si alza il livello di competitività che accorcia i tempi e la durata delle esperienze esistenziali, a fronte di una maggior durata media della vita: cambiare, provarci, tentare è segno di insoddisfazione ma anche ricerca di una sostenibilità messa a dura prova dall’usura delle esperienze e dalla stessa fatica di vivere. Ecco che il lavoro non è più solo un fattore strettamente economico poiché nei macro fenomeni sociali riemerge la necessità di un equilibrio psicologico come prevalente agente regolativo nelle alterne vicende della vita.

1458, Il trattato di Cotrugli sul perfetto mercante | Regole e virtù del commercio.

Considerato da alcuni il fondatore delle discipline economico-aziendali, il mercante e umanista rinascimentale Benedetto Cotrugli è autore di un libro tanto importante quanto ingiustamente caduto per secoli nell’oblio e solo recentemente riscoperto. Un vero gioiello nascosto nella nostra storia culturale, economica e sociale, da valorizzare e fare conoscere al mondo. Questo trattato, scritto nel 1458 e pubblicato un secolo dopo, viene proposto ora per la prima volta in una ricca edizione integrale contenente sia il testo originale in volgare sia la versione in italiano contemporaneo.

Diviso in quattro sezioni, che spaziano tra un ampio repertorio di regole mercantili, contabili e suggerimenti pratici ancora attuali per lo svolgimento dell’attività commerciale, fino ad arrivare alle virtù morali, culturali, professionali, etiche, politiche e allo stile di vita del «mercante perfetto», il libro di Cotrugli è una testimonianza vivace delle dinamiche che ruotavano attorno al commercio nel Mediterraneo agli inizi del Rinascimento.

Questo testo rappresenta un fondamentale contributo alla comprensione delle origini del management e delle pratiche commerciali moderne, anticipando di oltre cinquecento anni molti dei principi del cosiddetto umanesimo imprenditoriale e della responsabilità sociale, di cui oggi si parla molto. Dimostrando in modo inequivocabile come è proprio in Italia e nel Mediterraneo che affondano, profonde, le più antiche radici dell’attività commerciale e dello spirito imprenditoriale.

[Sinossi proposta dall’editore]

LANCISI, «DON MILANI…LA PIETRA SCARTATA» / Intervista a RaiNews

A cento anni dalla nascita del priore di Barbiana, esce una bella biografia scritta dal giornalista e scrittore Mario Lancisi. In questo saggio esce un profilo di un prete e di un maestro fuori dal comune, forse di un grande santo. Sicuramente di un profeta religioso e civile. E disobbediente. Uno che per rovesciare il mondo antico, gli egoismi individuali e sociali, le logiche del potere disobbedì mosso da una radicale obbedienza al Vangelo.

Lancisi, la sua biografia su don Lorenzo Milani, uscita nel centenario della nascita del priore di Barbiana, ci offre un ritratto chiaro e profondo del sacerdote fiorentino. Le chiedo come nasce il suo interesse su Don Milani?

“Mi sono imbattuto in don Milani per una bocciatura. Da figlio di mezzadri mi ero ritrovato a frequentare il liceo classico e l’impatto è stato duro. Finché sei povero tra i poveri non provi infatti il senso odioso della discriminazione di classe, ma quando i tuoi compagni di banco sono figli di avvocati, notai, medici, allora provi sulla tua pelle il classismo, l’emarginazione. Fui così respinto. Qualcuno mi suggerì di leggere Lettera a una professoressa. Questa esprimeva tutto quello che io sentivo dentro ma non sapevo tirare fuori. La grande lezione di don Milani: se un povero possiede la parola è come se possedesse la fionda usata da Davide contro Golia”.

Entriamo un po’ in profondità. Sappiamo che Don Lorenzo ha avuto una giovinezza borghese. Cosa è stato decisivo per la sua conversione a Cristo?

“La ricerca di senso. Che senso ha la vita? Una domanda che molti non si fanno, oppure se la pongono in maniera superficiale. Lorenzo la mise al centro della sua gioventù inquieta. Comprese che il senso, la sua pienezza e felicità di vita non risiedevano nella ricchezza e nella grande cultura della famiglia. È l’inquietudine del giovane ricco del Vangelo. Ma al contrario di questi Lorenzo a vent’anni rispose sì alla chiamata di Gesù: divenne cristiano e prete”.

L’assillo di Don Lorenzo è sempre stato quello di essere vicino ai lontani e agli ultimi . Come avviene questa maturazione evangelica? 

“Avviene gradualmente. Come per Francesco d’Assisi, la conversione di Lorenzo fu in realtà una spogliazione. Si spogliò di tutti i privilegi del suo mondo”.

Quanto ha influito in questa maturazione la sua prima esperienza pastorale nella zona di San Donato di Calenzano? Una zona particolare…. 

“San Donato rafforza la maturazione spirituale di Lorenzo e la sua scelta dei poveri”.

La sua vicinanza agli ultimi lo ha portato ad una esigente testimonianza di povertà. Cosa significava per lui essere povero?

“Vivere sulla propria pelle le Beatitudini. Beati i poveri, i miti, i misericordiosi…è questo l’orizzonte spirituale ed evangelico di don Milani”.

Don Lorenzo è vissuto in un tempo dove la contrapposizione politica e ideologica era molto forte e la Curia fiorentina molto schierata. E questo creava conflitto con il suo radicalismo evangelico. Come si è sviluppato il suo rapporto con la politica? 

“Credo che cruciale sia l’idea di politica che viene affermata in “Lettera a una professoressa dove si afferma: “Ho  imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Il rapporto di don Milani con la politica viene esemplificato anche nella lettera al giovane comunista Pipetta:  “Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: Beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso”.

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https://www.rainews.it/articoli/2023/01/don-milani–un-esempio-per-la-chiesa-del-futuro-efa9939b-33b6-4251-ab6a-b8a44712ef60.html

[Titolo originale dell’articolo: Don Milani è un esempio per la Chiesa del futuro]
Mario Lancisi. Giornalista e scrittore, a lungo inviato del Tirreno e collaboratore dell’Espresso, scrive per il Corriere Fiorentino. Tra i massimi esperti del priore di Barbiana, gli ha dedicato diversi libri, tra cui: I Folli di Dio. La Pira, Milani, Balducci e gli anni dell’Isolotto (2020), Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani (2016), Il segreto di don Milani (2002). È autore di inchieste, biografie e testi dedicati a Gino Strada, Adriano Sofri, padre Alex Zanotelli. Nel 2015, insieme al magistrato Gian Carlo Caselli, ha pubblicato Nient’altro che la verità. Per TS Edizioni ha curato il libro-intervista a padre Guidalberto Bormolini Questo tempo ci parla. La rivoluzione spirituale e il sogno di una nuova umanità (2022) e l’inchiesta Preti verdi. L’Italia dei veleni e i sacerdoti simbolo della battaglia ambientalista.

TRONTI, “IL PD DEVE SCEGLIERE, IL CENTRO-SINISTRA NON ESISTE PIÙ” / Intervista a formiche.net

Giulia Gigante

Comunista, schmittiano per compensazione e occhio critico puntato sul mondo. Sono sufficienti poche parole per descrivere Mario Tronti perché la sua voce è chiara. Secondo Tronti, chi invece non sa più come parlare è il Partito Democratico, che dovrebbe porsi delle priorità: partire da una classe dirigente all’altezza dei tempi, rappresentare una parte della società, troncare con i Cinque Stelle, conoscere il proprio nemico e farsi trovare intellettualmente pronto difronte alle sorprese che riserva “il mondo grande e terribile”.

Partiamo da una parola: sinistra. Cosa indica, oggi, e quali interessi dovrebbe rappresentare questa parte per poter essere definita tale?

Da com’è messa la sinistra, non solo in Italia ma in Europa e nel mondo occidentale, credo che si tratti di una parola politicamente debole, deteriorata e neutralizzata. Difatti, molti affermano: “non c’è più la sinistra, non c’è più la destra”.  In realtà, le due postazioni contrapposte esistono ancora. Però, nella concezione generale questo termine non evoca qualcosa di preciso, tant’è vero che coloro che si reputano di sinistra preferiscono dirsi “progressisti”. Bisognerebbe fare uno sforzo creativo per inventare un’altra parola forte come quelle di una volta: socialismo, comunismo. Parole forti, appunto, e riconoscibili, capaci di trasmettere un’identità.

Mentre, oggi, quando parliamo di “sinistra” è necessario spiegare che cos’è, che cosa vuoi, da che parte stai. Penso che vivere in una società capitalistica significhi vivere in una società divisa. E un tempo, la divisione si esplicitava attraverso le grandi classi sociali. Per esempio, il Partito Comunista era il partito della classe operaia, almeno fino a Berlinguer perché successivamente questa posizione si diluirà. Oggi, la classe operaia non è certo scomparsa, ma il punto è che gli operai non fanno più classe, non fanno più parte di un’organizzazione.  E anche la classe contrapposta si è molto frantumata. Insomma, con la fine del capitalismo industriale la differenza radicale, la contrapposizione di classe si è molto indebolita…

Il Pd si accinge a celebrare il suo congresso. Ci aspettavamo un cambio radicale. Cosa serve per avviare una vera fase costituente della sinistra e cosa serve per ottenere una rottura?

Ultimamente, mi sono convinto di una cosa: c’è una doppia crisi a sinistra, dell’alto e del basso. In primis, una crisi di classi dirigenti. Il ceto politico della sinistra ha subito un’involuzione lenta, graduale, quasi definitiva. Parliamo di dirigenti che non possono più vantare un riferimento reale, sociale, di classe, un punto di vista di parte. Inoltre, il vero difetto del Pd è di non essere un partito, ma piuttosto un movimento di opinione. Perché un partito è un’organizzazione di parte, non un’organizzazione che fa l’interesse generale…quello fingono di farlo i capitalisti. Poi, c’è anche una crisi di popolo. Abbiamo un mondo del lavoro frantumato e preda di un disorientamento politico di massa, visibile a occhio nudo ad ogni elezione.

Ormai gli elettori, vittime di una comunicazione sfacciatamente demagogica, votano inseguendo le ultime novità; prima si è andati dietro a Berlusconi, poi  a Grillo, poi a Salvini, adesso è il turno di Giorgia Meloni. Io non sono mai stato uno spontaneista. Sai, nel movimento operaio vigeva una distinzione tra i luxemburghiani che preferivano partire dalla spontaneità delle lotte e i leninisti, i quali ritenevano che bisognasse prima creare un soggetto politico (un partito) in grado di guidare le lotte e dopo, quando possibile, una frattura rivoluzionaria. E allora, penso che ripartire dal basso, come molti generosamente vogliono fare, dalla partecipazione, dal civismo, dalle primarie, dall’opinione pubblica, sia insufficiente.

Oggi, il popolo è stato spodestato dalla “gente”, unificata virtualmente attraverso i social, e la funzione di questi non è quella di orientare ma di disorientare. Quindi, sono convinto che bisogna partire dall’alto. Risulta vitale costruire una classe dirigente forte, decisa, che riscopre la propria parzialità dentro questa società divisa, e la rivendica e su questa base riorganizza il fronte mediante il conflitto sui temi caldi dell’agenda sociale. Tuttavia, qui, vediamo riemergere il problema grande e insolubile: dove sono questi uomini e queste donne capaci di fornire un orientamento alle masse?

Tutti i candidati al congresso democratico intendono mettere al centro della propria agenda politica il lavoro. Eppure, il Partito Democratico è il quarto partito fra i lavoratori. Quando e perché è crollato questo legame e, soprattutto, come ricostruire una connessione con la classe lavoratrice e con il blocco sociale storico della sinistra?

Dunque, la domanda è impegnativa perché il mondo del lavoro è profondamente cambiato. Questo non da oggi, ma da molti decenni. Dobbiamo fare sempre riferimento e ritornare a quella svolta di capitalismo moderno avvenuta dagli anni Ottanta in poi. A metà degli anni Settanta, si fece corrispondere la famosa riunione della cosiddetta Trilaterale (Stati Uniti, Europa, Giappone) alla fine del grande Novecento politico. Irruppe l’idea dell’andare oltre e questo comportò il deperimento del capitalismo connotato dalla centralità della grande industria e la nascita di un capitalismo a centralità tecno-finanziaria, e quindi la fine, con neoliberismo, dell’intervento statale in economia e del welfare.

La reazione ai trent’anni gloriosi, dal ’45 al ’75, si materializzò in una forte contestazione delle conquiste dei lavoratori fin lì raggiunte. La Trilaterale cominciò a parlare di un eccesso di domande che bisognava arginare, poiché si trattava di rivendicazioni troppo avanzate, troppo pericolose. Da quel momento, il tramonto del capitalismo industriale segnò la fine della centralità operaia e, di conseguenza, il mondo del lavoro si frantumò in tanti rivoli. Non più il lavoratore salariato al centro di un blocco sociale. È cresciuto il lavoro nei servizi, è cresciuta la figura del lavoratore autonomo che ha avute tante generazioni (di prima, di seconda, di terza); è riemerso l’esercito di riserva che è stato ed è tutt’ora fondamentalmente rappresentato dal precariato, dai contratti a tempo determinato.

Cioè il mondo del lavoro è molto difficile da riunificare e il sindacato lo sa bene. Si pensi alle grandi fabbriche, oggi mutate in luoghi post-industriali. Pensiamo ai grandi capannoni della Fiat dove oggi si organizzano la fiera del libro, convegni intellettuali, mostre d’arte. Dell’antica concentrazione operaia non vi è più traccia. Tra l’altro, in Italia è emersa la rete di piccole e medie industrie, ossia di un lavoro orizzontalmente stratificato che risulta arduo unificare.  Ripeto il sindacato fa grande fatica, e non a caso, ormai, anche la stessa CGIL (senz’altro il sindacato più vicino a un’idea di sinistra) è più un sindacato dei pensionati che dei lavoratori.

E se fatica il sindacato a rappresentare il mondo del lavoro figuriamoci il partito politico…

Già, eppure questa riunificazione non è impossibile. Appare impossibile perché né il sindacato né il partito si impegnano in un’azione che miri a riunificare questo mondo del lavoro, bensì lo rappresentano così com’è: stratificato e disperso, a volte in modo corporativo. Ma questo non basta, perché così il lavoro non conta, così il lavoro non ha forza. Oggi si dice: non esiste il lavoro, esistono i lavori. Una pluralizzazione che implica una operazione di neutralizzazione. Prendiamo questo Pd in gran tempesta. Qualcuno propone di inserire la parola “lavoro” nel nome del partito.

Una decisione che reputo di buon senso, forse utile, anche se non risolutiva. Ma ecco che  subito si è scatenato il putiferio: queste sono categorie novecentesche, così facendo torniamo indietro, ecc..! Io, al contrario, sostengo che tra le persone normali il lavoro è ancora centrale nelle loro vite. Voglio dire, le famiglie di cosa parlano a casa? Del lavoro che c’è e del lavoro che non c’è, della condizione di precarietà che attanaglia i loro figli, del lavoro femminile che è del tutto minoritario, del salario che non è sufficiente per arrivare alla fine del mese. Di questo parla, di questo vive una famiglia! Piuttosto, mi piacerebbe sapere dove vivono coloro che classificano il lavoro come un qualcosa di vecchio e superato.

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https://formiche.net/2023/01/centro-sinistra-pd-tronti/
[Titolo originale dell’articolo/intervista: O centro o sinistra. Per Tronti il Pd deve scegliere da che parte stare]

IL CONFRONTO TRA RATZINGER E HABERMAS SULLO STATO LIBERALE / Intervento su Appunti

Forse non sono ancora maturi i tempi per una valutazione pacata e meno “calda” dell’apporto che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI ha fornito non soltanto all’istituzione che lo ha annoverato tra i suoi figli più eminenti, ma al dibattito culturale e scientifico, anche quello non strettamente teologico.

Sembra tuttavia possibile già avanzare alcune ipotesi ricostruttive di una linea intellettuale che è stata capace di fare i conti con le trasformazioni che hanno condotto alla società post-secolare, e lo è stata in quanto sin dall’inizio attenta alle correlazioni tra fede e ragione, religione e scienza: correlazioni che l’enciclica postuma Lumen fidei esprime con speciale nettezza, come si trae da uno dei suoi passaggi  più conosciuti (n. 34), non casualmente ripreso, due anni dopo, da papa Francesco nella Laudato si (n. 199, nt. 16): «La luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù (…) Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli occhi della scienza».

Se questo è il punto di partenza, qual è il punto di arrivo? Proprio nel modo con cui Joseph Ratzinger ha risposto a questa domanda risiede, a parere di chi scrive, uno dei nuclei di maggiore interesse della sua riflessione. L’economia di questo mio intervento suggerisce, al fine di dimostrare l’assunto, di ricorrere a un’esempio. Traggo l’esempio da un avvenimento che ha avuto una risonanza mediatica anche al di fuori della cerchia ristretta degli studiosi, tanto da essere oggetto di pubblicazioni in diverse lingue e da continuare a essere ricordato come emblematico: alludo al dialogo, svolto a Monaco di Baviera il 19 gennaio 2004, tra il cardinale Joseph Ratzinger e il filosofo Jürgen Habermas sul tema I fondamenti morali e prepolitici dello Stato liberale.

Il dialogo prendeva espressamente spunto da un celebre dictum, o teorema, proposto a metà degli anni Sessanta del secolo scorso dal costituzionalista assiano Ernst-Wolfgang Böckenförde: «Lo Stato liberale, secolarizzato, vive di presupposti che esso di per sé [ndr: cioè senza venire meno ai suoi caratteri intrinseci] non può garantire». Il suo autore chiarì il punto attraverso la seguente domanda: «Di cosa vive lo Stato, dove trova la forza che lo sostiene e garantisce l’omogeneità e le intrinseche virtù regolative della libertà, delle quali ha bisogno da quando la forza vincolante tratta dalla religione non è né può più essere essenziale per esso?». Su queste basi, il dialogo si incentrò sulle fonti di legittimazione degli attuali ordinamenti costituzionali e sul ruolo pubblico delle religioni in contesti sociali secolarizzati. L’intervento di Ratzinger viene generalmente e correttamente ricordato soprattutto sotto tre profili.

In primo luogo, per il modo con cui viene sintetizzato lo stato della questione, a partire dalla perspicua delineazione dei caratteri e del compito della politica («sottoporre il potere al controllo della legge, in modo da garantirne un uso assennato») e dalla conseguente importanza che venga superata la diffidenza nei confronti della legge e dei suoi ordinamenti («solo così, infatti, si esclude l’arbitrio e la libertà può essere vissuta come libertà condivisa dalla comunità«), cui si aggiunge la consapevolezza che il principio di maggioranza, il quale, insieme a quello di rappresentanza, struttura «la forma di ordinamento politico più adeguata», cioè la democrazia, non può escludere che una maggioranza opprima con norme persecutorie una minoranza e che esso pertanto «lascia sempre aperta la questione dei fondamenti etici della legge» Ciò ha indotto l’età moderna a formulare un insieme di «elementi normativi nelle differenti dichiarazioni dei diritti», sottraendoli al gioco delle maggioranze, ma la discussione verte proprio sull’evidenza interna di tali valori e sul loro fondamento.

In secondo luogo, per la lucidità con cui viene analizzata la questione del diritto naturale, cioè della figura argomentativa con cui la chiesa cattolica «richiama alla ragione comune nel dialogo con le società laiche e con le altre comunità di fede e con cui ricerca i fondamenti di una comprensione attraverso i principi etici del diritto in una società laica e pluralista». Per Joseph Ratzinger tale strumento è («purtroppo»…) diventato inefficace, in quanto la vittoria della teoria evoluzionista ha comportato il superamento di una «idea di natura in cui natura e ragione si compenetrano, la natura stessa è razionale»: oggi prevale nettamente l’idea che «la natura come tale non sarebbe razionale, anche se in essa v’è un atteggiamento razionale: questa è la diagnosi che per noi ne deriva e che oggi appare per lo più inoppugnabile». Circa l’ultimo elemento del diritto naturale che sembra essere sopravvissuto alla crisi della nozione di natura, cioè i diritti umani, egli sottolinea che «essi non sono comprensibili senza presupporre che l’uomo in quanto tale, semplicemente per la sua appartenenza alla specie umana, sia soggetto di diritti, che il suo essere stesso comporti valori e norme che devono essere individuati, ma non inventati». E in proposito il cardinale prospetta che la teoria dei diritti umani oggi dovrebbe forse «essere integrata da una dottrina dei doveri umani e dei limiti umani, e ciò potrebbe però aiutare a rinnovare la questione, se non ci possa essere una ragione naturale, e dunque un diritto razionale, per l’uomo e la sua esistenza nel mondo. Un simile discorso dovrebbe oggi essere interpretato e applicato interculturalmente. Per i cristiani ciò avrebbe a che fare con la creazione e con il Creatore. Nel mondo indiano corrisponderebbe al concetto di “Dharma”, la legge interna all’essere, nella tradizione cinese all’idea degli ordinamenti celesti».

In terzo luogo, per la constatazione circa l’importanza cruciale dell’interculturalità come dimensione inevitabile della discussione sulle questioni fondamentali dell’essere umano, con la connessa non universalità di fatto di entrambe le principali culture dell’occidente, quella della fede cristiana e quella della razionalità laica (ancorché «entrambe esercitino – ciascuna a suo modo – un influsso su tutto il mondo e su tutte le culture», resta «un dato di fatto che la nostra razionalità secolare, per quanto illumini la nostra ragione di formazione occidentale, non è comprensiva di ogni ragione che, in quanto razionalità, nella sua ricerca di rendersi evidente urta contro dei limiti»). Se dunque «la cosiddetta etica globale resta un’astrazione» (e il riferimento, garbato ma fermo, è evidentemente al suo antico condiscepolo Hans Küng), l’unica strada sotto il profilo pratico è quella – e sul punto Ratzinger manifesta un ampio accordo su quanto aveva esposto Habermas – della disponibilità ad apprendere e della autolimitazione da entrambe le parti, per cui abbiamo «necessità di un rapporto correlativo tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca chiarificazione e devono far uso l’una dell’altra e riconoscersi reciprocamente», all’interno di un processo universale e interculturale di chiarificazione, «in cui infine le norme e i valori essenziali in qualche modo conosciuti o intuiti da tutti gli esseri umani possano acquistare nuovo potere di illuminare, cosicché ciò che tiene unito il mondo possa nuovamente conseguire un potere efficace nell’umanità». Come si vede, al termine del ragionamento si torna idealmente al punto di partenza della Lumen fidei.

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https://appuntidiculturaepolitica.it/2023/01/25/joseph-ratzinger-benedetto-xvi-dal-dialogo-con-habermas-alla-lumen-fidei/
[Titolo originale dell’articolo: Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: dal dialogo con Habermas alla «Lumen fidei»]

POPULISMO, L’AVVERSARIO DA BATTERE.

C’è un grande ostacolo da rimuovere se si vuol perseguire sino in fondo il triplice obiettivo di rilanciare la politica, ridare un ruolo ai partiti popolari e democratici e riscoprire le culture politiche tradizionali che sono in grado di archiviare la mediocrità del dibattito pubblico di questi ultimi anni. E questo ostacolo da rimuovere lo si definisce con un semplice sostantivo: populismo. Perchè il populismo è il tarlo che corrode la nostra democrazia, è il metodo che criminalizza tutto ciò che è riconducibile al passato e, in ultimo, introduce nella dialettica politica reale la deriva trasformistica ed opportunistica. E questo per la semplice ragione che il populismo non ha una cultura politica, non ha una storia politica nè, tantomeno, un progetto politico di medio/lungo periodo. Per non parlare della classe dirigente… E, di conseguenza, chi cavalca la deriva populista è disposto a tutto pur di restare al potere o di conquistare nuovi consensi trasversali.

Ora, senza disperdersi in lunghe analisi, è appena sufficiente fotografare il comportamento concreto del partito populista per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte, in questi ultimi anni per avere la precisa consapevolezza di come si declina il populismo nella concreta dialettica politica italiana. E se questo partito ha avuto un brusco rallentamento elettorale alle ultime elezioni politiche, non si può non ricordare che i consensi ai populisti pentastellati continua ad essere significativo. Certo, uno degli elementi decisivi di questo consenso massiccio è dovuto al fatto che essendo un partito senza linea e senza alcun progetto politico, può coprire tutte le parti in commedia, come si suol dire. E cioè, ad esempio, dopo essere stati fortemente europeisti ed atlantisti durante la prima fase del conflitto russo/ucraino, nell’arco di pochi giorni diventare scientificamente pacifisti se non addirittura equidistanti. E, ancora, nell’arco di poche settimane si diventa sostenitori per eccellenza della sub cultura assistenzialista e pauperista del nostro paese senza battere ciglio. Per non parlare dell’ultima vocazione ecologista ed ambientalista. Insomma, come si suol dire, ci troviamo di fronte ad un approccio politico che contempla “il tutto e il contrario di tutto”.

Ecco perchè il populismo è pericoloso e soprattutto insidioso per chi crede nel recupero di credibilità ed autorevolezza della politica e dei suoi strumenti principali, cioè i partiti e le culture politiche. E può rappresentare, purtroppo, un vulnus che blocca lo stesso rinnovamento della politica dopo una stagione all’insegna della improvvisazione, del decadimento etico e del “nulla della politica”, per dirla con Mino Martinazzoli. Stupisce, al riguardo, che il partito erede della storica filiera della sinistra italiana del Pci/Pds/Ds, cioè il Partito democratico, pensi ancora di stringere alleanze organiche con il partito populista per eccellenza, declinandola come alleanza “dei progressisti”.

Ma, al di là di questo ‘mistero’ politico, è indubbio che il populismo era, è e resta il pericolo politico, culturale ed etico maggiore se vogliamo realmente invertire la rotta della politica italiana rispetto a ciò che è concretamente capitato in questi ultimi tempi. E questo al di là della costruzione delle rispettive coalizioni politiche e della stessa dialettica politica contemporanea.

OCCIDENTE-BRICS, UN DIALOGO POSSIBILE ANCHE GRAZIE ALL’ITALIA.

La guerra è sempre un inutile e intollerabile spreco di vite umane (e rivela pure con spietatezza quali siano le classi sociali e gli stati “spendibili” e quelli no). Non fa eccezione la guerra in Ucraina, deliberatamente “seminata” negli anni dal 2014 in avanti da una parte, la “nostra”, e colpevolmente non evitata dall’altra, la Russia, nonostante le gravi provocazioni ricevute e nonostante possa contare su innumerevoli strumenti di pressione e su una invidiabile reti di relazioni e di alleanze internazionali, con cui avrebbe potuto cercare comunque una soluzione diplomatica al conflitto nel Donbass.

Ma tant’è. A questo punto siamo giunti. Quando il sistema di alleanze di cui fa parte l’Italia si schiera, le nostre istituzioni si schierano. Tocca piuttosto alla opinione pubblica, e alle forze politiche nelle modalità più appropriate e responsabili, dibattere le opzioni per giungere alla pace, avanzare domande, prospettare una strategia per il dopoguerra. Partendo dal considerare tutti gli scenari possibili (almeno quelli immaginabili) tra i quali anche quelli più sfavorevoli per ciascuna parte. Come, ad esempio, ha provato a fare il sociologo Mauro Magatti, nel suo editoriale di ieri su Avvenire. In particolare quali potrebbero essere le conseguenze per l’Europa di una non vittoria in Ucraina? E per la Nato? Come si comporterebbe la Turchia nel caso? Uno sguardo sullo scenario peggiore aiuta a guardare con più realismo a quelle che sono le reali posizioni delle parti anziché a quelle che si vorrebbe che fossero.

La linea della Russia verso l’Occidente appare chiara, sintetizzabile nel seguente modo: “smettetela di pestarci i piedi, in passato non avete voluto riconoscere la neutralità dell’Ucraina, anzi ve la siete presa, comprata, l’avete militarizzata; ora dovrete accettare la sua divisione”. Stop, nessuna ulteriore minaccia. Invece la linea dell’Occidente verso la Russia rischia di risultare più ambigua. Nessuno sano di mente in Europa (ad eccezione della setta neocon, che, anche in Italia, detta la linea nelle redazioni) si sognerebbe di cimentarsi in una guerra che abbia come obiettivo ultimo lo smembramento della Russia, passando dalla “liberazione” di tutti i territori dell’Ucraina (cosa che nella situazione data viene interpretata da Mosca come una dichiarazione di guerra totale). Anche una parte dell’establishment americano sembra essere di questo avviso.

Ma c’è un’altra parte di élite occidentale, espressione del “magico” mondo della speculazione finanziaria, di alcuni fra i giganti del digitale, che controlla pressoché integralmente la catena dell’informazione occidentale, che coltiva il sogno, la distopia, di un “proprio” governo mondiale e che vede nel multipolarismo che nei fatti si sta affermando, una alternativa (per loro una minaccia) a questo loro progetto di potere, e quindi appare determinata ad andare fino in fondo nel regolare i conti con la Russia. Questo, e non altro, a giudizio di molti osservatori a livello internazionale, costituisce il principale ostacolo al dialogo e alla pace. Un ostacolo che solo l’Occidente, cominciando dal suo centro, gli Stati Uniti, può cercare di rimuovere dal proprio interno, prima che possa scoccare l’ora di una concatenazione di eventi inarrestabili.

Se invece dovesse perdurare l’attuale situazione di stallo nel potere americano, con i neocons che spingono per l’escalation del conflitto in Europa, e l’ala “realista” non sufficientemente forte per imporre una definitiva via d’uscita ma ancora in controllo della situazione, su impulso di quest’ultima gli Stati Uniti potrebbero finire per puntare proprio ancora sull’Italia per superare il loro attuale arroccamento su un unilateralismo d’altri tempi, puntando sul fatto che il nostro Paese possa fungere in qualche modo da ponte se non addirittura da apripista, verso il mondo dei Brics. E così magari la strettissima collaborazione che si registra tra Algeri e Roma in campo energetico (frutto, per parte italiana di una totale intesa bilaterale con gli Usa)  potrebbe finire per rivelarsi ancor più preziosa in futuro nell’avvicinare l’Occidente, attraverso l’Italia, al formato Brics Plus (i Brics allargati) del quale l’Algeria va a costituire un perno fondamentale. Non a caso il prossimo vertice Brics che la presidenza di turno sudafricana sta organizzando per il prossimo agosto, avrà per tema proprio “BRICS e Africa”. 

Forse un giorno si giungerà a un accordo di pace sui territori contesi in Ucraina. Ma ciò che potrà renderlo stabile e duraturo, dipenderà innanzitutto da un riconoscimento reciproco tra Occidente, Russia e le altre nuove potenza di questo secolo, come attori con pari dignità nella definizione della politica mondiale. Una cosa appare sin d’ora abbastanza chiara: opporsi al multipolarismo solo con la guerra, impedisce all’Occidente di concorrere a guidarlo e ci espone al rischio di doverlo poi in qualche modo subire.

LAZIO, PADOVANO (LISTA D’AMATO): “LA DESTRA DIVIDE, VA FERMATA” | INTERVISTA

Negli ultimi anni il territorio è andato acquisendo un’importanza crescente nelle politiche di sviluppo in Italia, mentre si è riacceso il dibattito sul suo significato e sulle trasformazioni che segnano il nostro tempo. Come “ripensare” il territorio regionale alla luce del nuovo scenario sociale?

In questa fase molto particolare della storia del nostro Paese, della sua modernizzazione e della sua trasformazione, in un momento marcato da una lunga crisi economica, ma anche di valori che segnano la conclusione di un ciclo di sviluppo, sembra importante confrontarsi con un periodo di transizione altrettanto complesso nel quale affondano le radici di molti dei processi che oggi mostrano i loro controversi esiti.

Nell’ultimo quinquennio, ovvero il periodo della crisi che ha travolto molti Paesi del mondo e in particolare l’Europa, le trasformazioni politiche, economiche e sociali intervenute hanno generato un disorientamento diffuso a partire dal nesso tra politiche urbane e luoghi (città, metropoli, regioni urbane, territori, paesaggi) e dunque anche la città di Roma di cui sono evidenti le rovine e le ferite lasciate nel sistema sociale e ambientale. Le ultime e ravvicinate crisi hanno colpito le persone e le comunità in modo profondo, nella ricchezza materiale e in quella interiore.

Una strategia di uscita dalla crisi globale non può essere che una strategia articolata, aperta, in grado di agire sulla molteplicità dei fattori che ne sono all’origine. Dobbiamo vedere il territorio, nella sua concezione più ampia e considerarlo una fondamentale possibilità e opportunità per l’uscita positiva dalla crisi: il territorio come chance plurale, complessa, come opificio di futuro durevole. Dobbiamo perseguire l’idea di uno sviluppo che sia a misura del territorio. Questo è l’elemento culturale su cui edificare il futuro. La riscoperta e la reinvenzione del territorio può essere il fondamento di un processo di trasformazione e di riconversione dell’economia e dello sviluppo. Un tema su cui anche Papa Francesco in questi anni ci ha invitato a riflettere. Non si tratta di un obiettivo semplice e riposante. La condizione attuale è infatti il risultato di un lungo processo di crescita basato sullo sfruttamento senza limiti del territorio e dell’ambiente. 

La “nuova economia” passa attraverso un modo nuovo di intendere il territorio. Favorire l’innovazione e investire sulla qualità e sulle tecnologie consentendo alle imprese e alle persone servizi sempre migliori innovando spazi e i luoghi d’incontro sociale e di identità lavorativa incentivando la creazione di nuova occupazione con il coinvolgimento dei giovani, in modo da non disperdere saperi, identità e conoscenze. L’idea della comunità al centro del sistema economico e non il contrario.

D: Nella Lista Civica D’Amato in ogni provincia del Lazio c’è una donna capolista: Marta Bonafoni a Roma, Valeria Campagna a Latina, Silena D’Angeli a Rieti, Pina Barattelli a Viterbo, Jole Falese a Frosinone. Una scelta politica forte e una dimostrazione di sensibilità da parte del candidato presidente…

Certamente sì, una scelta importante e impegnativa per le candidate che dimostra una sensibilità verso le donne.

D: Nel programma della Lista Civica D’Amato spicca il reddito di formazione: 800 euro al mese per i giovani in cerca di occupazione. Come si può contrastare con efficacia la sotto-occupazione giovanile, anche in un’ottica di superamento del Reddito di cittadinanza?

Direi che è uno strumento diverso per natura. Il “Reddito di formazione” è un’indennità mensile di 800 euro a chi partecipa a corsi di formazione: con l’ambizione di avere una formazione ‘utile’. Le nostre imprese spesso lamentano di non trovare personale adeguato alle loro esigenze. Questo strumento, la cui applicazione va condivisa con il mondo dell’impresa, necessita di una fase iniziale di sperimentazione che consentirà di valutarne l‘efficacia, per poi diventare strumento ordinario. Il reddito di formazione è una tessera di una proposta più complessiva. Nei prossimi anni dobbiamo intervenire sulle politiche del lavoro perché questa è una fase di transizione e il futuro non è confortante. Il lavoro debole, che è parte di questa realtà, si contrasta con la formazione e incrociando domanda e offerta. Occorre anche intervenire sulle politiche industriali a partire dall’accesso al credito. E tra le urgenze c’è la realizzazione di un piano che sostenga le PMI: dalla formazione alla sostenibilità, dal passaggio generazionale alle indicazioni europee ispirate al principio “Pensare prima in piccolo” per adeguare il sistema normativo alle esigenze delle PMI. 

D: Analoga attenzione viene dedicata al tema della sanità territoriale. Le parole del candidato presidente della coalizione di centrodestra, Francesco Rocca, sulle “sinergie tra pubblico e privato” (nell’ottica di ridurre le liste d’attesa) lasciano intendere, in realtà, una graduale privatizzazione del sistema sanitario regionale. Il ‘modello Lombardia’ è auspicabile per la regione Lazio?

Il nostro sistema regionale e nazionale è già integrato pubblico – privato e semmai occorre rilanciare il pubblico se vogliamo risolvere problemi come quello delle liste d’attesa. Le quali sono dovute a carenze infrastrutturali, di personale e fondi, nonché alle “difficoltà” della medicina del territorio, assistenza e cure primarie. Tutto ciò sovraccarica i PS ed i reparti ordinari con conseguenze devastanti sulle liste di attesa che si allungano e si “sfaldano” a favore di privato e privato convenzionato, creando ulteriore caos e disorganizzazione. Bisogna intervenire per eliminare le difficoltà esistenti. Occorre rifondare il sistema investendo nella medicina del territorio e di prossimità, nella medicina generale, possibilmente non libero professionale ma con impegno orario subordinato facendosi carico delle necessità assistenziali dei pazienti creando percorsi definiti e coordinandosi con un adeguato sistema di cure ed assistenza domiciliare. E’ parte di questo quadro garantire una stabilità e giusta remunerazione per rendere il SSN attraente per giovani medici e professionisti di alto profilo ad oggi concentrati su un pubblico e/o privato accreditato più competitivo ed efficiente. Inoltre occorre creare un sistema di prevenzione con osservatori continui onde evitare future criticità nel caso di eventuali pandemie, nonché carenza di assistenza e cura nelle patologie da affrontare in urgenza, come quelle cardiologiche, neurologiche, pneumologiche, chirurgiche, traumatologiche, infettivologiche e nelle patologie oncologiche vera grande sfida per un’incidenza che cresce ed una popolazione che invecchia.

Mi sembra che il modello di sanità lombarda, e non solo per quello, ha mostrato tutte le sue difficoltà durante la pandemia.

D: Parliamo di Roma Capitale: all’orizzonte ci sono traguardi importanti, di cui potrà beneficiare tutta la Regione (Giubileo 2025, candidatura a Expo 2030). Quanto è importante una rinnovata partnership istituzionale tra la Pisana e il Campidoglio?

Ci dobbiamo credere. La partnership è fondamentale perché questa regione vive una complessità in più rispetto alle altre: quella di avere all’interno la Città Capitale la quale impone il suo ruolo nell’articolato sistema delle autonomie territoriali che caratterizza il nostro Paese. Questo tema antico si ripropone anche oggi alla “vigilia” del Giubileo 2025 e candidatura a Expo 2030. Il tema delle relazioni centro-periferia da tempo è diventato, in tutti i Paesi, oggetto di forti tensioni istituzionali, che in qualche caso sfiorano le forme di aperto conflitto.

Qual è il senso della battaglia elettorale, perché scegliere D’Amato? La destra punta a vincere e sembra avere il vento in poppa. 

Nel Lazio si è formata una coalizione che corrisponde al modello più genuino di centro-sinistra, di cui conoscemmo in passato, con la formazione dell’Ulivo, la prima importante sperimentazione. Votare D’Amato significa investire, quindi, sulla difesa e sul rilancio di una coalizione autenticamente riformatrice. Dobbiamo fermare la destra, il suo consenso non è stabilizzato. In effetti, l’opinione pubblica oscilla nel giudizio sul Governo Meloni. Passa da Palazzo Chigi un messaggio di divisione, quando invece nel Paese c’è voglia di coesione e solidarietà. Allora, se vinciamo nel Lazio l’ambizione della destra può essere fortemente ridimensionata. Responsabilmente, noi vogliamo unire e non dividere.

GIORGIA MELONI, OBIETTIVO PARTITO CONSERVATORE.

Giorgia Meloni è da tre mesi alle prese con le difficoltà del governare. Un’impresa certo più complicata del contestare chi governa, esercizio nel quale lei per anni si è cimentata con buona qualità e indubbio successo. In queste prime battute è parsa muoversi con una certa prudenza, anche se talvolta condita con qualche asperità rimasta inevitabilmente nelle sue corde, ma tuttora non è riuscita ad evitare alcuni passi falsi, suoi o più frequentemente dei suoi ministri, che hanno comportato imbarazzanti retromarce di sicuro non gradite alla premier ma oggettivamente non evitabili. Oltre a ciò, ma questo è noto, deve guardarsi le spalle dai suoi due infìdi alleati, entrambi invidiosi del suo successo e smaniosi di recuperare un consenso perduto che però non tornerà. 

Eppure, dietro la coltre di queste tutto sommato inevitabili difficoltà (e scontando il pedaggio dovuto all’inesperienza: Palazzo Chigi non è un luogo facile), pare di individuare nella leader di Fratelli d’Italia un disegno politico e culturale assai ambizioso, necessitante di tempo (e infatti non per caso ripete spesso che il suo governo durerà l’intera legislatura) e di costanza tutt’altro che illusorio, e perciò sarebbe utile per i suoi avversari politici, al centro e alla sinistra, non sottovalutarlo. Dal punto di vista culturale l’ambizione è connettere il vecchio pensiero conservatore, a suo dire da troppi anni in Italia dileggiato e lasciato ai margini della politica e della società, con la modernità espressa dal mondo occidentale così che essa non sia solo il portato del progressismo della Sinistra e di certo radicalismo liberal, bensì venga contaminata dal senso profondo della tradizione incarnato dalla religione, dalla famiglia, dalla nazione e insomma dai valori tipici della Destra conservatrice, ma non più meramente post-fascista e neppure post-missina.

A questo fine sarà utile andarsi a rileggere il discorso col quale la premier ha presentato il proprio governo alle Camere e in particolare il “pantheon” di personalità ivi citate. Un ruolo rilevante nel recupero di figure importanti per il sentire della Destra è immaginabile che Meloni lo abbia assegnato al ministro Sangiuliano, un giornalista con il vezzo dell’intellettuale che per il momento si è distinto solo per una esibita saccenza peraltro alquanto vacua, ma che è uno studioso di Giuseppe Prezzolini, nazionalista non fascista amico di uomini rilevanti del conservatorismo italiano, Indro Montanelli per citarne uno. E questo qualcosa vuol dire. L’uscita su Dante del Ministro della Cultura per quanto assurda possa apparire (ed essere) è parte, a mio avviso non improvvisata, di questo disegno teso a costruire un profilo nazionale più sostenuto e consapevole al Paese (termine non a caso mai utilizzato dalla Presidente del Consiglio, che in ogni circostanza utilizza e ostenta il vocabolo “nazione”, appunto).

Altrettanto rilevante, in questo caso sotto il profilo sociale, è la vicinanza empatica che Giorgia Meloni desidera trasmettere se non proprio interpretare fisicamente con i ceti più popolari, i meno favoriti nella battaglia quotidiana della vita, gli sconfitti della globalizzazione, i disagiati, insomma chi non ce l’ha fatta o rischia di non farcela. L’insistito richiamo alle sue origini umili, al suo essersi cavata da sola fuori da una condizione di partenza difficile non è casuale, né un mero vezzo da esibire in qualche trasmissione televisiva. Il suo libro autobiografico, una sincera confessione che ha trovato un forte riscontro di vendite un anno prima del successo elettorale, è un inno al suo essere una “underdog”, come ha voluto – sempre non per caso – rimarcare nel suo intervento alla Camera dei Deputati. Un termine anglosassone per rimarcare un concetto, l’essere stata “sfavorita” nel suo approccio alla vita, una condizione che è di tanti, persone che vanno aiutate dallo Stato ma che – come lei ha fatto, ad esempio anche imparando l’inglese – devono pure impegnarsi da sé, attivarsi per uscire da una situazione di difficoltà che può essere provvisoria, che deve essere provvisoria se davvero c’è la volontà di uscirne (l’ostilità verso il reddito di cittadinanza può essere letta anche attraverso questa luce interpretativa).

L’aspetto sociale è dunque ben presente nella sua visione politica, non per nulla sviluppatasi in un’organizzazione di destra avente al suo interno una forte componente sindacale e, appunto, sociale. Pure di questo l’opposizione dovrà tenere conto. Infine v’è l’aspetto politico, che come sempre è quello decisivo. Diversi indizi lasciano ritenere che questa partita Meloni intenda giocarla a un livello più alto, ovvero sul piano internazionale. Volendo lei saldare fortemente la “nazione Italia” all’occidente atlantico, sta procedendo lungo due direttrici di fondo. Da un lato l’alleanza con gli USA, anche quando a Washington comandano i democratici. E questo comporta la condivisione stretta della linea americana sulla guerra in Ucraina, con tutte le conseguenze del caso. Così facendo Meloni mantiene un raccordo con i Paesi dell’oriente europeo, ovvero quelli più scettici o addirittura ostili nei confronti della UE come è oggi (al pari di quanto pure lei ritiene) e maggiormente inclini ad una alleanza di ferro con gli Stati Uniti. Dall’altro il tentativo (ancora appena abbozzato, tutto da costruire, trattandosi di operazione assai delicata e complicata) di cambiare l’asse portante dell’Unione Europea, che è sempre stato detenuto dalla collaborazione fra Popolari e Socialisti lungo la direttrice franco-tedesca. Ora, muovendo dal suo ruolo apicale presso i Conservatori europei e da quello di leader del primo partito italiano, sta studiando la possibilità di mutare gli equilibri di Bruxelles. Primo passo per una “rivisitazione” dell’impostazione generale se non addirittura dei Trattati fondativi dell’Unione.

È questa la cornice entro la quale collocare i ripetuti incontri con Manfred Weber, capogruppo PPE a Strasburgo, uno dei massimi dirigenti popolari tedeschi maggiormente interessati ad un possibile progetto neo-conservatore. Come si sa, con l’uscita di scena della signora Merkel la CDU, complice anche la sconfitta elettorale patita nel 2021, ha virato verso destra le proprie politiche e dunque l’ipotesi di un asse europeo in grado di emarginare i socialisti non viene disdegnata. Il tempo, un anno, per sviluppare il progetto c’è. Non tutto è, naturalmente, così semplice. Numerosi sono gli intoppi – a cominciare da quelli di natura interna, Meloni lo sa bene – che si incontreranno lungo la strada. Ma è percorrendo quest’ultima che la Destra italiana avrà la possibilità – aiutata anche dall’immersione di realismo che il governo di un paese necessariamente impone – di lasciarsi alle spalle l’ingombrante peso di un passato inquinato da intollerabili rigurgiti fascisti e missini. Un’altra possibile variazione di scena, quella di un nuovo e forte Partito Conservatore italiano, che i suoi avversari dovranno esaminare con cura per adottare le più opportune contromosse. Naturalmente ciò di cui si è scritto qui naviga nel mare delle ipotesi, con una qualche effettiva possibilità, però, che il disegno sia effettivamente questo. I prossimi mesi ci diranno qualcosa in merito. In un senso o nell’altro.

DIALOGHIAMO, NON C’È TEMPO DA PERDERE PER I LIBERI E FORTI.

Le riflessioni degli amici Fioroni e D’Ubaldo su Il Domani d’Italia di ieri (Il PD fa passi indietro: tempi nuovi per i Popolari?) e contestualmente quella di Giorgio Merlo (Cambio di scena: destra sinistra e centro…non più tabù) confermano le difficoltà/impossibilità di continuare l’esperienza politica in un PD sempre più orientato a ricomporsi nella sua unità originaria della sinistra italiana. Anche a destra, come scrive Giorgio Merlo, la presidente Meloni tenta “di interpretare con eleganza e diligenza, la destra politica, culturale e sociale italiana”.

Contrariamente a quanto alcuni amici democratico cristiani hanno deciso, nel recente ufficio politico di quel partito, ossia di scendere in campo anche nelle prossime elezioni regionali del Lazio e della Lombardia a sostegno delle candidature di destra, appartengo a quel gruppo di “DC non pentiti” convinti che la fedeltà alla nostra migliore tradizione storico politica, ci imponga di concorrere alla ricomposizione politica dell’area cattolico democratica e cristiano sociale. Una ricomposizione dell’area popolare, premessa indispensabile per favorire la nascita del centro nuovo della politica italiana, ampio e plurale: democratico, popolare, liberale, riformista, europeista, atlantista, ispirato ai valori dell’umanesimo cristiano, alternativo alla destra nazionalista e populista, distinto e distante dalla sinistra alla ricerca della propria identità. 

Un centro aperto alla collaborazione con quanti intendono difendere e attuare integralmente la Costituzione repubblicana. È quanto con gli amici della Federazione Popolare Dc ci siamo proposti alcuni anni fa e che, adesso, potrebbe essere concretamente sperimentato con gli amici Popolari già partecipi dell’esperienza nel Pd. Uniti sui valori fondanti della dottrina sociale cristiana e sulla fedeltà alla Costituzione repubblicana, dovremmo impegnarci tutti insieme per un progetto indispensabile al rafforzamento del sistema democratico del nostro Paese.

A Venezia siamo interessati a favorire l’avvio di un centro civico popolare di partecipazione democratica, nel quale aprire finalmente, dopo anni di silenzi e di divisioni nella diaspora post democristiana (1993-2023), il dialogo tra i diversi movimenti, associazioni, gruppi e persone appartenenti alla vasta area politico culturale popolare. Se anche dal centro nazionale tale progetto fosse favorito, con l’obiettivo di preparare un’assemblea costituente nella quale definire la proposta politico programmatica di area popolare e scegliere la nuova classe dirigente, credo che sarebbe oltremodo utile e opportuno. Lasciamo alle foglie caduche d’autunno di quanti sono interessati, pur di sopravvivere, al ruolo di ascari reggicoda della destra o della sinistra, di sottrarsi a questo impegno. Crediamo, invece, che spetti ancora ai “liberi e forti italiani del XXI secolo”, raccogliere il testimone della migliore tradizione sturziana e degasperiana, per offrire una nuova speranza a un Paese in grave crisi culturale, economica e sociale, e una sponda sicura per il sistema democratico italiano. 

LAVORATORI FRAGILI, LACRIME DI COCCODRILLO E LACRIME VERE.

Notizie di stampa riferiscono di un ripensamento, potremmo dire un ravvedimento, della politica di fronte al problema insoluto delle tutele dei lavoratori fragili. Pare che in questi gg il Ministro del Lavoro Calderone si sia pronunciata a favore di una riscrittura delle tutele, oltre la situazione veramente miserevole e ingiusta attualmente in vigore, per portare un po’ di equità di trattamento tra lavoratori di serie A e di serie B: sembra infatti che se ne parli in Senato. Il decreto aiuti-bis – quello definito un “traguardo raggiunto” dal Ministro pro-tempore Andrea Orlando – scaduto il 31 dicembre u.s. era stato rinnovato pari-pari, recando con sè una discriminazione di fondo persino inaccettabile: quella che riguardava e riguarda tuttora la possibilità per i fragili di accedere allo Smart working. Tutela che non spettava e non spetta al momento tutti i lavoratori bensì coloro il cui profilo professionale consente questa opzione. Per gli altri il nulla. Eppure la Costituzione parla chiaro: tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, non si possono creare discriminazioni per sesso, credo, fede e aggiungo lavoro, soprattutto in una Repubblica fondata sul lavoro. Questa separazione tra aventi diritto e reietti ha gettato nel panico migliaia di lavoratori fragili le cui patologie sono comprese nel D.M. salute (cd. “Speranza”) del 4 febbraio 2022. Prima era il “medico competente” a valutare situazioni di inidoneità temporanea, in regime di pandemia e di “stato di emergenza”, ora il D.M. citato elenca le patologie dei “fragili” per definizione.

Stiamo parlando, signore e signori, di chemioterapici, immunodepressi, affetti da patologie degenerative, che assumono farmaci pesanti, che si sottopongono a terapie cicliche, che sono sovraesposti al contagio da Covid. Ci si chiede innanzitutto perché in tutto il periodo di vigenza del decreto aiuti-bis non si sia provveduto a sanare la discriminazione tra chi può fare lavoro agile e chi invece deve recarsi nella sede di servizio (e per auto-tutelarsi deve fare ricorso alla malattia del proprio comporto contrattuale e poi alle ferie) : la domanda si è protratta per tutto il mese di gennaio, nonostante il pressing di chi si rivolgeva al Presidente del Consiglio, ai Ministri competenti, alla loro burocrazia, al Parlamento (io mi metto tra questi) senza mai ottenere un cenno di riscontro, una parola di attenzione, una dichiarazione basata su sentimenti di consapevolezza e umanità. Non ne ha parlato nessuno, l’argomento non è stato mai affrontato neanche nei programmi televisivi dedicati alla politica, alla legge di bilancio e al decreto milleproroghe. Un silenzio assordante che ora sta prendendo voce a seguito delle segnalazioni di casi disperati. Ho letto la dichiarazione di vari esponenti politici di ogni parte. “Sarebbe molto grave se il Governo non facesse quello che la Ministra Calderone ha dichiarato in aula” ha tuonato un’esponente del Pd, dimenticando che questa situazione vige dai tempi del decreto aiuti bis voluto dal Ministro Orlando.

Dov’era allora la politica? Ai tempi della Presidenza Conte – è vero, si era in periodo di emergenza – però le tutele erano state approvate e poi, tra alti e bassi, prorogate fino al 30/6/2022. Dopo il nulla, o peggio: la discriminazione in base al lavoro svolto a parità di gravità di patologia. La politica dimostra sovente superficialità e ignoranza: uno è fragile non per il lavoro che fa ma per la malattia che ha. Delegando pilatescamente ogni decisione ai datori di lavoro nuove ingiustizie hanno alimentato quella di fondo. Associazioni e riviste “tecniche” con leggerezza hanno scritto articoli da cui si evinceva che la tutela dello smart working valeva per tutti, senza distinzioni. E ciò ha creato disorientamento e disparità di trattamento. I datori di lavoro si sono trovati a gestire una situazione incredibile: rispondere a quesiti e istanze dei dipendenti senza alcuna istruzione o direttiva governativa. Nella scuola si è creata una realtà caotica: c’ stato persino chi ha chiesto di fare smart working in quanto fragile e questa fragilità, anziché essere una condizione da tutelare e proteggere ha finito per diventare un vulnus, un difetto: si ha notizia di lavoratori spediti alla visita di controllo del MEF solo perché ammalati di una patologia che è inclusa nel D.M. Salute citato: cornuti e mazziati, con il rischio di essere licenziati.

Ora siamo al capolinea: o si chiariscono e si stabiliscono norme eque, giuste, capaci di tutelare tutti i fragili o la discriminazione è destinata a durare nell’indifferenza generale. A questo punto solo la magistratura potrebbe intervenire per l’incostituzionalità manifesta di una legge dello Stato che fa figli e figliastri: io lo segnalo come quel tale che invocava un giudice a Berlino (per noi a Roma). Una vergogna, non c’è termine più adatto. Ma se il Governo e il Parlamento intervengono, ripristinino le tutele previgenti: e non chiamiamo per favore populista chi le aveva introdotte, piuttosto considerino la leggerezza di valutazione e l’incompetenza di chi le ha tolte e non rinnovate, gettando la gente nel caos: ci sono situazioni disperate e di umiliazione, solo una legge chiara e certa, illuminata potrebbe risolvere. Vediamo se questa volta si fa sul serio e si azzera tutta la burocrazia nata da una situazione di partenza iniqua, che ha generato comportamenti persino di accanimento nei confronti di persone malate che meritano solo comprensione e aiuto. Stato o Nazione che sia dobbiamo essere civili, non dire che lo siamo.

CRISTIANESIMO, LA STRADA PER IL RINNOVAMENTO DELL’OCCIDENTE.

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Vittorio Possenti

La questione dell’umanesimo rimane in modo permanente al centro della storia contemporanea, come lo è stata per il Concilio che ne ha rilanciato il problema, ricordando il compito del cristiano nella città dell’uomo. All’inizio del suo pontificato Giovanni Paolo ii osservava: «La verità che dobbiamo all’uomo è innanzi tutto una verità sull’uomo». Esplicito era l’invito ai credenti ad essere presenti nella controversia sull’humanum e sul divinum. Decenni dopo, il convegno della Chiesa italiana a Firenze riprendeva il tema: «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo» (2015). Era ormai chiaro che la crisi dell’umanesimo cristiano entro l’Occidente secolarizzato si era accentuata, per cui rimaneva ineludibile la domanda su come ridargli vita. Il nuovo umanesimo in Cristo altro non è che è l’umanesimo dell’Incarnazione del Verbo, procedente dal Verbum caro.

In questa visione si riassume il significato di Umanesimo integrale (1936), al cui centro sta l’evento dell’Incarnazione del Verbo, e il suo valore nella storia universale. Da ciò prende origine ciò che Maritain chiama sì umanesimo, «ma umanesimo teocentrico, umanesimo integrale, umanesimo dell’Incarnazione», ossia cristocentrico, in cui il divino e l’umano si danno la mano. Con ciò si introducevano il rapporto religione-cultura, l’idea di cristianesimo come promotore delle civiltà ed il compito dei credenti nella città. Il rapporto fra cristianesimo e culture veniva impostato come necessario, ma non in forma univoca. Il primo, ponendosi come trascendente e perciò “altro” rispetto alle civiltà, ha interrotto quel nesso rigido fra una religione e una cultura che sembra sussistere in altri ambiti religiosi. L’alterità e la trascendenza del cristianesimo sono garanzia della sua efficacia benefica: la religione cristiana «trascende ogni cultura e ogni civiltà. È la suprema benefattrice delle civiltà e delle culture e, d’altra parte, è indipendente in sé stessa da queste: libera, universale, strettamente universale, cattolica».

Il Concilio Vaticano II ha fatto propria questa prospettiva: «In realtà, solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et Spes, n. 22). Il brano continua: «con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato». Il nesso cristologia-antropologia viene ormai affermato come il criterio ermeneutico per l’antropologia cristiana. L’uomo fa riferimento a Cristo e si comprende a partire da lui, non viceversa: non è Adamo che spiega Cristo, ma Cristo che spiega Adamo. La teologia della politica nell’evo cristiano mantiene la trascendenza e l’immanenza del cristianesimo: non perde il suo significato soterico, divino, né la capacità di ispirare liberazione, giustizia, rispetto e amore nella vita sociale e politica, contrastando la distruzione della verità antropologica da parte delle varie forme del secolarismo. La capacità del cristianesimo di edificare civiltà non è esaurita, e non si riduce a magniloquente universal-umanismo, sempre a rischio del suo contrario.

Tutto ciò si riflette sulla Chiesa, che non è in primo luogo una comunità di argomentazione, ma un popolo, una comunione di fede, di prassi, di preghiera, di unione nella vita buona; una comunità di discorso-racconto di quanto accadde (memoria storica) e di quanto attendiamo (atteggiamento prolettico rivolto al futuro ed alle cose ultime). Anche la Chiesa è un “popolo”, il popolo di Dio, ed un “corpo”. Non un corpo politico come lo Stato o la società politica, ma il corpo mistico di Cristo, centrato sull’eucaristia. Quest’ultima è la continuazione dell’Incarnazione, è “liturgia pubblica” che crea e nutre: essa ricuce una comunità che le vicende politiche tendono a lacerare.

La perdurante importanza di Umanesimo integrale sta anche nell’aprire la porta alla filosofia cristiana della storia, di cui Maritain fissò le fondamentali direttrici. Proprio quando al culmine dello storicismo questa disciplina stava per essere dichiarata morta e sepolta, nell’ambito della filosofia dell’essere e del tomismo sorgeva su antica radice e con speciale attenzione alla modernità una concezione della storia che rappresenta tuttora una possibilità aperta. Facendo posto all’azione umana indirizzata da un umanesimo integrale, la filosofia della storia elaborata da Maritain accoglie l’idea dello sviluppo, e intende completare l’opus philosophicum con tale disciplina. Ne abbiamo particolare bisogno in quanto i sistemi di filosofia della storia ereditati dal XIX secolo risultano inservibili e superati. Forse solo la visione di Comte rimane in auge, non perché sia vera, ma perché rappresenta meglio di altre lo spirito del tempo: la rivoluzione attraverso la scienza-tecnica che aprirebbe la definitiva età del mondo.

Guardando alle società liberaldemocratiche dell’Occidente, l’umanesimo della persona deve affrontare temibili sfide che non provengono più dal marxismo, ma dall’involuzione del concetto di liberalismo e in specie di individuo, ridotto a esclusiva libertà di autodeterminazione, in cui l’altro è sentito come un limite. Il liberalismo, che da decenni si è trasformato in neoliberalismo e libertismo sul piano etico, e liberismo in campo economico, occupa tutta la scena. Le nuove versioni predominano in Occidente, e il loro richiamo alla persona e alla sua dignità è spesso di comodo per coprire altri cammini: le società liberali sono in crisi a motivo della loro concezione aggressiva dell’individuo autocentrato e del distacco dall’idea cristiana di persona. Definito dal principio dell’autonomia soggettocentrica, l’occidentalismo sposa non l’autolegislazione dell’imperativo categorico del dovere, quanto invece la ricerca di vitalità. Esso è inscrivibile entro il perimetro della volontà di potenza, intesa soprattutto come volontà di vitalità. Il suo stesso agnosticismo è in genere di tipo ludico o spensierato, lontano dall’ateismo tragico o prometeico. Il complesso etico-culturale dominante ha oggi come scopo la libertà e il benessere dell’individuo isolato, come contenuto il godimento del soggetto privato, come principio la sua volontà naturale, come conseguenza la crisi del bene comune.

L’obiettivo diventa la ricerca di un minimo comune denominatore etico, dove la vita morale si attesta su valori minimali: il reciproco non offendersi dei soggetti, il difendersi dall’altro, rinchiudendosi in se stessi senza dono solidale; il mettere tra parentesi l’interdipendenza e reciprocità degli uomini. Ogni uomo è un’isola. Il punto più critico della cultura e delle istituzioni liberali risiede dunque nella sfera etico-culturale: relativismo e vitalismo, l’autodeterminazione come valore in sé, l’autorealizzazione. Nel recente Il liberalismo e i suoi oppositori (2022) F. Fukuyama prende partito contro l’individuo egoista e l’io sovrano. La libertà dell’individuo è stata intesa in due modi: libertà economica e di proprietà che ha condotto a immense diseguaglianze, e libertà di autonomia individuale che mette a rischio l’idea stessa di società e di bene comune. Mi si perdonerà se ricordo un mio lavoro del 1991 (Le società liberali al bivio. Lineamenti di filosofia della società), in cui le deviazioni delle liberaldemocrazie erano tratteggiate, e nuovi cammini proposti. Un obiettivo primario dell’opera stava nell’intento di fermare il moto degenerativo delle idee liberali, e il declino intellettuale e religioso di tali società, imperniate sulla libertà parossistica del singolo, a sfavore di eguaglianza e solidarietà. Le società occidentali devono riformarsi profondamente, non solo per reggere il confronto geopolitico con le potenze autocratiche in crescita, ma soprattutto per essere sé stesse, correggendo i loro punti pericolosamente scoperti prima che si aggravino ulteriormente. Un motivo in più per rinnovare la via verso l’umanesimo del Verbum caro.

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Fonte: L’Osservatore Romano – 20 dicembre 2022

[L’articolo, in origine pubblicato con il titolo “Il cristianesimo è la vera strada per il rinnovamento dell’Occidente”, è qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano stampato nella Città del Vaticano]

IL PD FA PASSI INDIETRO: TEMPI NUOVI PER I POPOLARI?

A leggere il Manifesto del nuovo Partito democratico si resta incatenati al dubbio se compiacersi o dolersi,  essendo comunque nitida la percezione di quanto ancora possa incidere sulla fragilità delle scelte la combinazione di un programmismo onnivoro con una permanente incertezza d’identità. Abbiamo sotto mano un compendio di fervide intenzioni progressiste, tutte ricamate con il filo d’oro della costante esortazione al cambiamento, da cui fatica ad uscire però un messaggio di aderenza alla complessità della vita reale. La somma di attenzioni a gruppi o segmenti – le diverse minoranze del panorama sociale – non pareggia l’esigenza di una sintesi politica, improntata a realismo, di cui abbisogna una proposta per il governo del Paese. 

Nel 2007, il Manifesto dei Valori redatto da Mauro Ceruti sulla scia di colloqui con Scoppola Reichlin e Parisi, lanciava un messaggio di fiducia. Si guardava al futuro, si delineava la speranza di un nuovo umanesimo, si accoglieva la novità di un sistema-mondo, con le sue luci e le sue ombre. Il contagio delle culture alla base del riformismo era pensato come elemento generativo di una svolta democratica, anche oltre i confini dell’Italia. Questa tensione ideale aveva bisogno di incorporarsi nel vivo della battaglia politica, dando respiro e vigore all’iniziativa di partito. Non è stato così. Da quel momento il Pd ha conosciuto l‘affastellarsi di gestioni diverse, tutte sostanzialmente disallineate, per una ragione o per l’altra, dall’iniziale volontà di cucire con certosina sapienza i panni del riformismo. Un partito che doveva trasformare il sistema di gioco, rompendo le gabbie di un bipolarismo rudimentale, ha perso slancio e credibilità man mano che irrigidiva il posizionamento di potere lungo una complicata traiettoria di tipo, per così dire, “demo-social-radicale”. In questo modo l’alba di un nuovo centro-sinistra è stata ben presto cancellata dalla folgorazione di una sinistra inquieta d’idee e suggestioni, ma finanche adattiva rispetto al potere. E si è visto, alla stretta finale, come le elezioni del 25 settembre abbiano segnato clamorosamente la distanza di questo Pd “di sinistra” dal grosso del suo elettorato potenziale, tanto da toccare nella circostanza il minimo storico dei consensi.

Dopo la sconfitta era dunque attesa una risposta coraggiosa, un ripensamento alla luce del progetto del 2007 – ben concepito e mal realizzato -, una più sofisticata elaborazione della piattaforma politica democratica. In realtà il testo finale, rimesso nelle mani di Letta e Speranza, non sembra corrispondere appieno a questo bisogno di rigenerazione. Ebbene, ci sono interi passaggi insuscettibili di contestazione, a cominciare da quelli che affrontano la questione delle riforme istituzionali: si mette un punto fermo, giustamente, contro l’intenzione della destra di fare dell’Italia una repubblica presidenziale, differenziando per altro il regionalismo, senza riguardi alla coesione territoriale e sociale, e quindi con il rischio di ulteriori squilibri ai danni del Mezzogiorno. Poi seguono le grandi opzioni, anch’esse da salutare con favore, a fresco contatto con le tante emergenze dell’ora: l’imperativo della pace, il sogno europeistico sempre vivo, l’ansia di equità e giustizia specialmente in rapporto al globalismo selvaggio degli ultimi decenni, la scommessa sul clima e l’energia, la fascinazione del comunitarismo come ombrello di solidarietà, l’appello alla dignità del lavoro umano, e altro ancora. E quando si legge nelle ultime righe che “democrazia e umiliazione non stanno insieme”, rimbalza la sensazione di un vasto sentire comune: resta, in definitiva, una radice etica che conferma il Pd nella sua missione di partito con una regola di progresso umanamente apprezzabile.

Ciò nondimeno, se il Manifesto rappresenta l’atto di fondazione del nuovo partito, alcune perplessità di fondo ne inficiano seriamente l’impostazione. È la traiettoria inclinata a un’etica giacobina, per la quale i diritti nascono dalla persona ma vanno oltre la persona, fissandosi in astrazioni e camuffamenti di dogmi, a rubare lo spazio di una superiore unità dei riformisti. Sembra che sui valori insorga il pregiudizio dei più radicali, il loro concetto di verità, l’esclusivismo delle loro visioni. Si tratta di una vera e propria retrocessione quanto a ricerca di punti focali di convergenza. Il paradosso è che mentre si rifiuta in economia il primato dell’individualismo, lo si accetta, per contro, nel modo d’intendere e coltivare la cultura dei diritti delle famiglie (solo al plurale) e delle persone, non incrociando minimamente, in questo modo, la posizione storico-filosofica del personalismo d’ispirazione cristiana.  

Si perde contatto, insomma, con una linea di pensiero politico. Anche l’europeismo, eredità saliente della storia democristiana – storia da cui il Pd dovrebbe ricavare il collegamento con il “riformismo reale” del Ventesimo secolo italiano – sfuma nel panegirico del Manifesto di Ventotene. Un documento, questo, davvero insigne e rispettabile, figlio dell’antifascismo di matrice azionista, ma piegato al disegno di un’Europa equidistante tanto dagli Stati Uniti quanto dall’Unione Sovietica. In più, l’Europa tratteggiata da Spinelli e altri figura all’apice di una rivoluzione neo-illuminista a carattere aspramente anticlericale – basti pensare che la Chiesa è bollata come “naturale alleata di tutti i regimi reazionari”. È vero, nel Manifesto del Pd si parla dello “spirito di Ventotene”, quasi a voler scontornare le affermazioni più ostiche per un partito desideroso di aprire varchi, e non di chiuderli, evidentemente. Il problema però è che l’europeismo di De Gasperi – agli atti qualcosa di fondamentale e decisivo per la formazione della prima Comunità – cede il passo all’europeismo finanche mitizzato di Ventotene, sicché anche su questo terreno il Pd sconta l’incapacità di fare i conti con un passato degno di rispetto.

In conclusione, alla luce di un esame come quello affrontato qui brevemente, bisogna riconoscere con serenità che il Pd non fa un passo avanti, bensì ne fa uno o più indietro. In cerca d’identità, finisce per annullare quel dato innovativo che dava fiducia all’equilibrio tra centro e sinistra. E ciò a misura della impermeabilità nei riguardi della lezione rappresentata dal popolarismo, fino alle sue ultime evoluzioni, dopo la lunga stagione di governo della Dc, alle quali si agganciava il proposito di una politica rinnovata in forza di un partito capace di mettere insieme progresso e solidarietà. Il Pd si contrae, il Pd frena: non c’è più lo slancio iniziale. E il passaggio al “nuovo Pd” avviene con la premura di rialzare una bandiera, quella della sinistra, che nella nostra vicenda democratica è comunque identificabile con la controstoria di un’Italia minoritaria. 
L’impressione è che non s’avverta – dovrebbe invece avvertirlo Bonaccini, il più accreditato contendente alla segreteria, data anche la sua solida esperienza amministrativa – che il riformismo non fa solo rima con popolarismo, ma reclama e contempla l’apporto insostituibile del popolarismo. Finora tanti “sussurri e grida” di un congresso invero concitato, ma di una strana concitazione a freddo, si sono andati a spegnere sulle risonanze di questo discorso impegnativo, mortificandone  la portata. L’eco di qualche striminzita laudatio, volta a rassicurare più che a coinvolgere, ha preso il posto della discussione a tutto campo sul futuro della buona politica di avanzamento e sviluppo democratico. Ecco dove sta l’insidia della marcia indietro! E allora, che fare? Non si può cedere alla lusinga di una felice sopravvivenza, svuotando l’anima della narrazione che chiama in causa il cattolicesimo politico. Lo sguardo va rivolto al domani, sapendo di andare incontro a tempi nuovi, per i quali bisogna sempre essere  pronti.

CAMBIO DI SCENA: DESTRA SINISTRA E CENTRO…NON PIÙ TABÙ.

Lentamente, ma irreversibilmente, ritornano le tradizionali categorie della politica italiana,. E cioè, la destra , la sinistra e il centro. A cui, purtroppo, si deve aggiungere il populismo dei 5 stelle. Ma, per fermarsi a quelle categorie che erano e restano centrali per districarsi all’interno dei meandri e delle dinamiche della politica italiana, è sicuramente un fatto positivo ed incoraggiante che proprio attorno al ritorno di quelle categorie si possa anche rilanciare il prestigio, il ruolo e l’autorevolezza della stessa politica. E questo dopo una stagione caratterizzata dalla deriva populista, qualunquista e anti politica di matrice grillina che ha distrutto gli storici riferimenti ideali, azzerato il ruolo dei partiti ed indebolito settori consistenti della classe dirigente. E proprio dopo l’irruzione di questa malapianta, che purtroppo continua ancora a scorrere nelle viscere del nostro paese, è inevitabile che il confronto politico avvenga lungo categorie che esprimono e riassumono le culture politiche tradizionali. Che, seppur aggiornate e riviste perchè adeguate ai bisogni, alle domande e alle istanze della società contemporanea, sono espressione di valori e di principi precisi che delimitano e qualificano i rispettivi campi politici.

Ora, il ritorno di queste antiche ma sempre attuali categorie politiche, contribuisce anche in modo decisivo a sciogliere alcune contraddizioni che da tempo campeggiano nella politica italiana. Per fare un solo esempio, è positivo che la sinistra italiana si caratterizzi per quello che storicamente è stata. Certo, adesso deve competere con la “sinistra per caso” interpretata e declinata dal populismo anti politico dei 5 stelle, ma è indubbio che l’antica filiera del Pci/Pds/Ds/Pd non può continuare ad essere ambigua e balbettante. Di conseguenza, sarà del tutto naturale, nonchè fisiologico, che chi non si riconosce o non proviene o non è riconducibile a quella filiera storica e culturale sarà semplicemente un corpo estraneo rispetto alla “mission” politica di quel partito.

E, specularmente, la stessa riflessione si può fare sul versante del centro politico e culturale del nostro paese. E cioè, le istanze politiche, culturali, sociali e programmatiche e quindi valoriali di questa area politica non possono continuare ad essere vagamente e strumentalmente confuse con la sinistra e nella sinistra. Dopodichè, è del tutto ovvio e scontato che la costruzione delle alleanze richiede la convergenza di più forze politiche che danno origine alle tradizionali e collaudate coalizioni di centro destra e di centro sinistra. Ma quello che va rilevato in questo momento è che la ripartenza della destra, del centro e della sinistra, chiarisce anche il cammino concreto di alcuni partiti che in questi ultimi anni hanno giocato un ruolo poco chiaro al punto di confondere le idee agli stessi elettori se non addirittura allontanarli dal partito stesso. È il caso del Pd che, per continuare a praticare una sempre più astratta e virtuale “vocazione maggioritaria” e di partito di centrosinistra senza trattino, ha finito per smarrire definitivamente la sua identità e il suo ruolo. 

Ora, finalmente, seppur dopo un congresso che appare sempre più bizzarro ed originale, potrà finalmente essere il vero erede del Pci/Pds/Ds senza più avere rimorsi e ripensamenti. E, al contempo, toccherà al centro declinare, con altrettanta chiarezza, una “politica di centro” che sia in grado di recuperare quel ruolo che negli anni bui del populismo è stato sostanzialmente spazzato via. Purchè non si riduca ad essere un banale e semplice “partito personale” o “del capo” ma, al contrario, sappia rappresentare al suo interno le principali culture riformiste e costituzionali del nostro paese. E la stessa riflessione vale per la destra politica, culturale e sociale italiana interpretata con eleganza e diligenza dall’attuale Premier Giorgia Meloni.

Ecco perchè, finalmente, si può aprire una stagione ricca di contenuti, di scelte coerenti e di lungimiranza politica. Con la speranza che il trasformismo, l’opportunismo e un ridicolo e grottesco consociativismo siano ormai alle nostre spalle.

NON SBARRIAMO LE PORTE ALL’EMIGRAZIONE DALL’AMERICA LATINA

In questo mondo globalizzato e in questa società cosmopolita ci sono derive sociali e umanitarie alle quali non prestiamo la dovuta attenzione, presi come siamo da una sorta di atteggiamento refrattario, di indifferenza verso il nostro prossimo, infastiditi dalle preoccupazioni familiari o dalle beghe condominiali. O semplicemente perché usiamo lo smartphone e le nuove tecnologie per assecondare il nostro egoismo e metterlo al centro del mondo. Nelle nostre scuole i genitori protestano perché la merenda viene data in un orario non gradito, non accettano voti di insufficienza, affrontano in malo modo gli insegnanti che ritirano i cellulari durante i compiti in classe. O li aggrediscono perché hanno osato richiamare il proprio figlio ai suoi doveri.

Ci sono luoghi del mondo dove le scuole non esistono: un amico giornalista mi ha mandato da Londra alcune foto di alunni dell’Afghanistan che preparano gli esami seduti in mezzo alla neve o studiano su una stuoia stesa sul prato semplicemente perché l’aula, la scuola, fisicamente non ci sono. Ma c’è un fenomeno sociale nuovo al quale finora il mondo occidentale non ha prestato la dovuta attenzione. Me ne sono capacitato dalla crescita delle domande di permesso di soggiorno di genitori stranieri per la tutela dei figli minori che via via giungevano in tribunale. Triplicate in 4/5 anni. È il fenomeno della migrazione biblica verso l’Europa e l’Italia di famiglie provenienti da Paesi dell’America Latina (El Salvador, Colombia, Perù, Venezuela in primis): gente che fugge per sottrarsi alla delinquenza dilagante, alla violenza su donne e minori, ai taglieggiamenti, alle estorsioni, ricatti, minacce, rapine a mano armata. Ti fermano per strada machete alla mano e ti spogliano di tutto.

È sconsigliato portare orologi al polso negli aeroporti ma anche nei centri urbani, monili, o semplicemente borse da lavoro, per non parlare di borsette o portafogli in vista.

Recentemente il 56° Rapporto CENSIS ha confermato un calo di reati nel nostro Paese, nonostante le apparenze: probabilmente è il clima di paura e diffidenza diffuso che induce a maggiori cautele e ingigantisce il fenomeno della microdelinquenza. In centro America i reati sono all’ordine del giorno e aumentano, furoreggiano le Maras (così si chiamano le bande locali, spesso di minorenni) che tengono in scacco le forze dell’ordine, a volte colluse o corrotte. Rapimenti di bambini a scopo estorsivo, ragazzine dodicenni che diventano le donne dei capi che le sottraggono alla famiglia. Esercenti di locali e negozi sistematicamente taglieggiati, forze dell’ordine minacciate o indifferenti per evitare ripercussioni personali o familiari. Bimbe e bimbi sequestrati all’uscita da scuola e di cui non si sa più nulla. Arriva a casa dei genitori una foto del figlio ritratto fuori dall’edificio scolastico o nei giardini pubblici: è un avvertimento a pagare un pizzo, pena il suo rapimento.

Qui in Europa, in Italia non ce ne rendiamo conto se non ascoltando i racconti di chi viene nei nostri Paesi, considerati più rassicuranti e ordinati nella vita sociale. È gente in fuga dal proprio luogo nativo per salvare i figli e ricostruirsi un futuro, che lasciano casa, lavoro, imprese non avendo tutele nei cfr. della malavita crescente oppure per trovare attività più remunerate che consentano di mettere via qualche risparmio da inviare ai parenti, specie anziani rimasti nel luogo di residenza. Non giungono con i barconi, non passano attraverso lo SPRAR, non vanno nei centri di prima accoglienza.

Ma senza un’autorizzazione a soggiornare stabilmente sono pur sempre irregolari. Per questo portano con sé i figli minori ciò che consente loro di ottenere un permesso di soggiorno per assistenza alla prole. “Vogliamo crescere qui i nostri figli, trovare un lavoro, una casa per dare loro un futuro più sicuro”. Si tratta di una migrazione atipica che predilige il modello occidentale di vita e in genere riguarda persone animate da buone intenzioni, che chiedono di integrarsi, non solo di ‘essere integrate’. Lavorando onestamente – come badanti, portieri di condomini, corrieri, trasportatori, magazzinieri – e regolarizzandosi sul territorio italiano contribuiscono alla crescita dell’economia nazionale. Vogliamo rimandare indietro anche loro?

L’AZIONE CATTOLICA E LA QUESTIONE DELLA DEMOCRAZIA OGGI

Le piazze colorate dei Fridays for future e gli sguardi appassionati dei giovani di Segni del Tempo ci raccontano l’esistenza di un vivo interesse tra i cittadini (e in particolare tra i giovani) per le grandi questioni che riguardano la vita pubblica e il bene comune.

Allo stesso tempo, il crollo dell’affluenza in occasione delle ultime elezioni politiche (alle quali ha votato solo il 63,91% degli aventi diritto) ci ricorda sia l’incapacità del nostro sistema politico di incanalare al suo interno le migliori energie presenti nella società, sia l’esistenza di un clima di diffusa sfiducia sulla capacità delle nostre istituzioni rappresentative di raccogliere e fare sintesi delle istanze e dei bisogni dei cittadini e di tradurle in politiche idonee a incidere effettivamente sulla qualità della vita delle persone.

Nella distanza tra cittadini e istituzioni fotografata da questo accostamento si manifesta quella crisi della democrazia rappresentativa di cui si discute da tempo in Italia, senz’altro aggravata dall’accentuarsi della crisi economica e dal progressivo aumento delle disuguaglianze a seguito dei tragici eventi che hanno segnato e ancora segnano il nostro tempo (su tutti la pandemia e la guerra ancora oggi in corso).

Una crisi che non riguarda e interroga solo i partiti politici (che appaiono sempre più come meri centri di potere e non come canali effettivi della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica)\ e le istituzioni (strette tra l’esigenza di governare la complessità e di dare risposte tempestive e adeguate ai problemi del nostro tempo e quella di non sacrificare la dimensione pluralista e partecipata dei processi decisionali pubblici) ma che interpella tutti noi – come cittadini e come cristiani – e ci chiede di riflettere sull’efficacia del nostro impegno per una cittadinanza attiva e consapevole, sulla nostra capacità di creare reti per la promozione del bene comune e per l’elaborazione e la condivisione di cultura politica, nonché, più in generale, sul nostro modo di abitare gli spazi del dibattito e della decisione pubblica, tanto a livello locale quanto a livello nazionale, ovvero di esserne protagonisti.

Per queste ragioni l’Azione Cattolica Italiana e l’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici “Vittorio Bachelet” hanno deciso di impegnarsi – in occasione del XLIII Convegno Bachelet, che si svolgerà a Roma il 10 e l’11 febbraio 2023 presso la Domus Mariae (Via Aurelia, 481) – in una riflessione sulla necessità di “Rigenerare la democrazia”, coscienti – a quarantatré anni dalla sua morte – dell’attualità dell’invito di Vittorio a «gettare seme buono» nei momenti in cui l’aratro della Storia rivolta le zolle della realtà sociale italiana.

Nella consapevolezza che la rigenerazione della democrazia italiana richiede sia un intervento sui meccanismi della rappresentanza politica (per favorire l’effettiva partecipazione di tutti i cittadini alla vita pubblica ed evitare il consolidarsi di posizioni di monopolio nell’esercizio del potere da parte di cerchie ristrette, nonché per rendere effettivo il legame tra eletti, elettori e territori) sia l’elaborazione di una cultura politica che guardi alle sfide che come comunità siamo chiamati ad affrontare (nella prospettiva di promuovere il benessere e lo sviluppo di ogni persona umana, così come richiesto dall’art. 3 della Costituzione), il Convegno si articolerà in due distinte sessioni di lavoro: la prima venerdì pomeriggio dalle ore 15.30 alle 18.45; la seconda sabato mattina dalle ore 9.00 alle 13.00.

Per leggere il testo integrale

https://azionecattolica.it/rigenerare-la-democrazia/

GAIANI, “I CARRI ARMATI A KIEV? HANNO UN VALORE POLITICO” | AGI

Non saranno assolutamente sufficienti i carri armati che l’Occidente fornirà a Kiev. Inoltre, serviranno “moltissimi mesi” per addestrare gli ucraini a utilizzarli. Motivo per il quale “il tema dei carri armati, che è quello più seguito dai media occidentali, ha più una valenza politica che militare concreta”. Lo afferma all’AGI Gianandrea Gaiani, direttore della rivista online Analisi Difesa, commentando la decisione della Germania di inviare all’Ucraina 14 Leopard 2.

“Il Leopard 2 – spiega Gaiani – fa parte dell’ultima generazione di carri armati sviluppati in Europa. Sono stati progettati durante le fasi finali della Guerra Fredda, alla fine degli anni 70, e sviluppati negli anni successivi”. “Finita l’epoca di quel confronto, i mezzi corazzati sono stati via via dimenticati, hanno assunto un ruolo sempre meno rilevante negli eserciti occidentali. Non sono quindi stati sviluppati nuovi carri armati, ma sono stati aggiornati quelli che erano in servizio, come appunto i Leopard 2, che oggi sono arrivati alla versione A7 Plus, una versione molto avanzata di un carro datato, ma con il meglio della tecnologia europea in termini di mezzi corazzati”, precisa l’esperto.  

“Il motivo per il quale il Leopard 2 viene così richiesto da Kiev – aggiunge – è legato al fatto che la gran parte degli eserciti europei ha acquisito una parte di questi carri, che alla fine della Guerra Fredda la Germania aveva in quantità superiori alle sue necessità e che quindi ha poututo cedere a tantissimi Paesi alleati, non soltanto in Europa”. Questi mezzi sono però “così sofisticati adesso che occorre chiedersi come possono essere gestiti da personale militare ucraino, che si presume debba essere addestrato in poche settimane per il loro utilizzo”.

Fra l’altro, osserva Gaiani, “l’esercito ucraino è un esercito che sta combattendo da un anno, ha subito perdite spaventose, anche di mezzi corazzati”. E “le flotte di carri armati occidentali sono composte oggi da poche centinaia – in molti casi solo poche decine – di mezzi. La Germania ha 260 Leopard in servizio, di cui solo la metà operativi, ne ha altri nei magazzini e potrà arrivare a 330. Per questo non potrà darne più di qualche decina agli ucraini, altrimenti disarmarebbe i suoi reparti corazzati. Il Regno Unito, la Francia e anche l’Italia hanno numeri ancora più piccoli. La Francia ha un altro tipo di carro armato, il Leclerc, il Regno Unito darà invece 14 Challenger 2 e potrà darne anche qualcun altro in futuro, ma quello che voglio dire è che alla fine i numeri che potremo fornire non saranno alti, a meno che non si decida in Europa di disarnmare i nostri reparti”. Inoltre “servono diversi mesi per addestrare personale militare preparato, ma per le reclute – e oggi l’esercito ucraino è in buona parte composto da reclute – a mio parere serviranno moltissimi mesi. Basti pensare che a volte occorrono 2 anni per convertirsi da un carro a un altro e parlo di un esercito in pace”. “Gli ucraini – prosegue Gaiani – combattono già con 4 tipi di carri armati sovietici diversi, ora gli aggiungiamo altri 3 tipi di carri occidentali – ognuno con un suo sistema di manutenzione – che impiegano cannoni calibro 120 mm e non i 125 mm sovietici”.

Per Gaiani “i Paesi occidentali hanno fatto del sostegno militare all’Ucraina non solo una bandiera comune, ma anche uno strumento di disputa interna. Basti vedere l’aggressività con cui la Polonia sprona la Germania a fornire sempre più armi, ma anche il dibattito fra americani e europei, che è un po’ più sottotraccia, e le critiche tra paesi europei, in particolare le critiche dei piccoli Stati baltici verso i grandi Paesi perché non hanno fornito abbastanza armi o munizioni. Quandi è un dibattito politico che vede anche delle sfide, delle diatribe, all’interno della Nato e dell’Ue”. 
Insomma, sottolinea Gaiani, “io penso che in realtà le difficoltà di addestramento e quelle logistiche” questi carri armati “non diventeranno certo decisivi” in questo conflitto. “Fra l’altro – continua Gaiani – quante munizioni potremo fornie per questi mezzi? È chiaro che se dobbiamo alimentare noi lo sforzo militare ucraino nel tempo o convertiamo la nostra industria – ma questo significa miliardi di investimenti – oppure ci troveremo con la coperta molto corta”.   Piuttosto, osserva infine il direttore di Analisi Difesa, “mi pare che ci occupiamo poco di un altro tema, ovvero che i russi hanno ripreso l’iniziativa. Stanno avanzando lentamente, ma progressivamente, nel Donbass, stanno scardinando le difese ucraine sull’asse Siversk a Bakhmut e stanno avanzado a Zaporizhzhia. Lo dico anche se è difficile capire se i russi hanno le capacità oggi di condurre un’offensiva che possa addirittura portare a circondare una buona parte dell’esercito ucraino a est del fiume Dnipro. Però, oggi la notizia è che i russi hanno ripreso l’iniziativa e hanno potuto farlo dopo le ritirate molto disordinate da Kharkiv e da Kherson. Ora hanno accorciato il fronte e ridotto il peso della loro inferiorità numerica facendo affluire volontari e riservisti, che stanno addestrando anche per future operazioni”.

SOLIANI, “RITROVARE LE RADICI, IL COMPITO DEL PD” | C3DEM

Una nuova consapevolezza ci scuote, in questi primi due decenni del nuovo secolo: le democrazie sono minacciate nel mondo, il valore umano è travolto dalla disumanità, la violenza e le guerre sembrano prevalere all’orizzonte. Restano le coscienze il luogo ove proteggere la democrazia, affermare la fraternità universale, costruire le vie della pace.

Mai come oggi la politica appare indebolita di fronte al potere e agli interessi dei pochi, dei più forti, eppure mai come oggi essa appare così necessaria, alla guida dei Paesi, dei processi di unità nel mondo, a cominciare dall’Unione Europea, del dialogo internazionale tra i popoli.
Il valore della politica, la dignità della politica, l’efficacia della politica, unica via nonviolenta per il futuro dell’umanità.

Di nuovo la coscienza è chiamata in causa, oggi come ieri. Nel baratro della sconfitta, gli antifascisti e i resistenti riflettevano sul futuro. Esserci, partecipare è ancora il nostro compito, oggi. Non lasciare campo libero agli autocrati, alle persone sole al comando, a chi detiene le leve della finanza, dell’economia, degli eserciti, della comunicazione, talvolta della stessa rappresentanza religiosa intrecciata al potere. Non è questo il secolo che avevamo immaginato dopo le sfide del ‘900, dopo le catastrofi del ‘900, dopo le liberazioni del ‘900. Dopo la nascita delle Costituzioni democratiche, la proclamazione dei diritti umani universali, il dialogo tra le religioni che ha aperto orizzonti nuovi all’umanità.

La sfida è questa, oggi: difendere la democrazia, difendere il valore umano, il diritto, la salvaguardia del pianeta, portare l’umanità al potere, rendere ineluttabile la pace.
Con la cultura, con la solidarietà, con il dialogo tra le religioni, con la politica. Con la politica, nella sua espressione democratica, cioè con i partiti. Logorati dalla storia, travolti non di rado dalla corruzione, dai comportamenti autoreferenziali, dall’incompetenza, eppure sempre necessari per far vincere la volontà dei più, del popolo, unico sovrano in democrazia.

La vicenda del Partito Democratico, dalla sua nascita nel 2007 ad oggi, è tutta iscritta in questo nostro tempo. Nato dalla volontà di unire forze politiche e culturali diverse, secondo lo spirito di questi decenni, di cui il processo di unità dell’Europa è simbolo – “unità delle diversità”, come recita il suo motto –, il Partito Democratico ha affrontato l’indebolimento della politica, la supplenza dei governi dei tecnici, le insidie del populismo e del nazionalismo, il venir meno dell’orizzonte del “noi”, della fiducia nel futuro delle nostre società, del consenso degli elettori.

[Il titolo originale scelto dai redattori di “c3dem” è “Il tempo politico e le scelte”]

Per leggere il testo integrale 

https://www.c3dem.it/il-tempo-politico-e-le-scelte/

CASELLI, “LA MAFIA NON È UNA SEMPLICE EMERGENZA”.

Dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio del 1992 che chiusero l’esperienza giudiziaria ed esistenziale di Falcone e Borsellino quanto fu difficile raccogliere il testimone e riannodare pazientemente le fila della giustizia, sia in termini operativi che di ripensamento di un percorso che voleva ricostruire un tessuto di legalità nella società e nel Paese?

I risultati delle indagini dopo le stragi (ottenuti con il decisivo concorso delle forze di polizia) sono stati imponenti. Si fa luce su numerosissimi omicidi commessi da Cosa Nostra aventi come vittime sia affiliati sia esponenti delle istituzioni, sacerdoti, giornalisti, imprenditori, professionisti. L’elenco è interminabile. Ma all’inizio va menzionata la strage di Capaci, perché la prima decisiva confessione al riguardo fu resa il 23 ottobre 1993 – in un interrogatorio svoltosi dalle ore 1.45 alle ore 6.00 – a me come procuratore di Palermo.

Proprio a me infatti aveva chiesto di parlare il pentito Santino Di Matteo, per ricostruire nei dettagli l’attacco criminale (cui egli aveva personalmente partecipato) che aveva causato la morte di Falcone. Posso poi ricordare che sono stati individuati, arrestati, processati (e in gran parte già condannati anche con sentenze definitive) i responsabili degli omicidi del colonnello Giuseppe Russo e dell’insegnante Filippo Costa (Corleone, 20 agosto 1977), di Giuseppe Impastato (Cinisi, 9 maggio 1978), del giornalista Mario Francese (Palermo, 26 gennaio 1979), di Michele Reina (9 marzo 1979), di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), di Pio La Torre e Rosario Di Salvo (30 aprile 1982), del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Domenico Russo (Palermo, 3 settembre 1982), del vicequestore dottor Giuseppe Montana (28 luglio 1985), del vicequestore dottor Antonino Cassarà e dell’agente di Polizia Roberto Antiochia (6 agosto 1985), dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco (Palermo, 12 gennaio 1988), dell’imprenditore Libero Grassi (Palermo, 29 agosto 1991), dell’onorevole Salvo Lima (Palermo, 12 marzo 1992), del potente esattore Ignazio Salvo (Santa Flavia, 17 settembre 1992), del parroco di Brancaccio don Pino Puglisi (Palermo, 15 settembre 1993) e di altri ancora. 

Si scoprono delle vere e proprie “centrali” del crimine. Vengono recuperati arsenali di armi e di esplosivi. Si ricostruiscono occulti canali di riciclaggio. Vengono catturati pericolosissimi latitanti. Fra i tanti – e per citare soltanto quelli appartenenti al vertice dell’organizzazione mafiosa – basti qui ricordare: Salvatore Riina (15 gennaio 1993), Giuseppe Montalto (5 febbraio 1993), Raffaele Ganci (10 giugno 1993), Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994), Domenico Farinella (29 novembre 1994), Michelangelo La Barbera (3 dicembre 1994), Leoluca Bagarella (24 giugno 1995), Salvatore Cucuzza (4 maggio 1996), Giovanni Brusca (20 maggio 1996), Pietro Aglieri (6 giugno 1997), Gaspare Spatuzza (2 luglio 1997), Vito Vitale (14 aprile 1998), Giuseppe Guastella (24 maggio 1998), Mariano Tullio Troia (15 settembre 1998), Salvatore Genovese (12 ottobre 2000), Benedetto Spera (30 gennaio 2001), Antonino Giuffrè (16 aprile 2002). Un numero così imponente di latitanti, ciascuno di elevatissima caratura criminale, non si registra né prima né dopo il periodo in oggetto. Anche se, ovviamente, di catture ve ne sono state anche in seguito, in particolare quelle “eccellenti” di Bernardo Provenzano (11 aprile 2006) e Matteo Messina Danaro (16 gennaio 2023). Si individuano e si sequestrano beni e capitali di provenienza illecita per un valore complessivo superiore a 5,5 milioni di euro (pari a circa 11 miliardi di lire). 

Grazie al determinante contributo dei collaboratori di giustizia (una slavina!) si celebrano processi che si concludono con condanne per 650 ergastoli e un’infinità di anni di reclusione. Infine è possibile impostare una nuova strategia d’attacco al lato oscuro del pianeta mafia, iniziando a indagare anche le sue “relazioni esterne” con alcuni settori inquinati della società civile e dello Stato. 

Sono trascorsi 30 anni, perché un periodo così lungo fino ai fatti di questi giorni? Il Procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha affermato che “c’è stata certamente una fetta di borghesia che negli anni ha aiutato Messina Denaro e le nostre indagini ora stanno puntando su questo”.

È evidente che Cosa Nostra stragista (quella dei Corleonesi) ha subito durissimi colpi: se non è finita, sembra in via di estinzione. Come una corazzata colpita più volte anche sotto la linea di galleggiamento che però non affonda. Perché? Non si deve dimenticare (mai!) che la mafia, tutte le mafie in verità, non sono “soltanto” una banda di gangster pericolosi. Esse sono anche e soprattutto un’organizzazione criminale strutturata, non una “semplice” emergenza. Vanno affrontate e colpite appunto come organizzazione, oltre che nelle singole componenti individuali. 

Va anche detto che le associazioni di tipo mafioso non operano nel vuoto. Sono inserite in un sistema di rapporti di complicità che coinvolgono professionisti, imprenditori, amministratori pubblici, uomini politici, soggetti che affiancano i capi della mafia e formano la “borghesia mafiosa” (di cui ha parlato anche l’attuale procuratore capo di Palermo De Lucia) o “zona grigia”. È proprio questa a costituire la vera spina dorsale del potere mafioso. Un esempio: il riciclaggio non sarebbe possibile senza il contributo ben ricompensato di esperti che sanno agire nelle banche e nel sistema finanziario sia nazionale che internazionale. Il prefetto-generale Dalla Chiesa parlava di “polipartito” della mafia, a significare la compenetrazione dell’organizzazione criminale nella politica, nell’economia, nelle istituzioni, nell’informazione e nella società civile. Le “relazioni esterne” con pezzi del mondo legale offrono alla mafia coperture e complicità, formando un intreccio di interessi e favori scambiati, sussumibili nei casi più gravi nel reato di “concorso esterno” in associazione mafiosa. In sostanza, la mafia è forte non solo per la sua organizzazione interna ma anche per le alleanze e gli appoggi esterni, e sono questi che ne spiegano la resilienza nel tempo oltre a favorire le lunghe latitanze. Quindi, oltre a perseguire i boss occorre colpire la zona grigia più di quanto non sia fin qui avvenuto. 

C’è poi un ulteriore fondamentale aspetto da considerare. Pochissimi giorni prima di essere  ucciso da Cosa Nostra il 3 settembre 1982, a un giornalista che gli chiede come sconfiggere l’organizzazione criminale, Dalla Chiesa (lui, uomo votato alla repressione nel rispetto delle regole) non risponde “manette!”, ma spiega che se i diritti fondamentali dei cittadini (lavoro, casa, assistenza sociale e sanitaria) non sono soddisfatti, i mafiosi li intercettano e li trasformano in favori che concedono a chi vogliono, rafforzando così il loro potere. In questo modo Dalla Chiesa afferma la necessità di affiancare all’antimafia “della repressione” (arresti, processi e condanne ai mafiosi o a chi li aiuta) anche l’antimafia “sociale o dei diritti”. Dopo Dalla Chiesa (absit iniuria…), Pietro Aglieri, un pezzo da novanta di Cosa Nostra, che ad un pm di Palermo, Alfonso Sabella, ebbe a dire: “Quando voi venite nelle nostre (sic) scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri (sic) ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni, chi trovano? A voi o a noi?”. 

Ecco, finché i cittadini incroceranno soltanto il volto “militare” dello Stato, e invece dello Stato troveranno soprattutto i mafiosi, finché saranno costretti ad essere sostanzialmente loro sudditi, la guerra alla mafia non sarà vinta. E sarà vano pretendere un duraturo, costante impegno della società civile. Infine, quel che si è sempre evidenziato e va evidenziato ancor oggi è un chiaro limite culturale. Quello di percepire la mafia come un problema esclusivamente di ordine pubblico, cogliendone la pericolosità soltanto in situazioni di emergenza, quando, cioè, la mafia mette in atto strategie sanguinarie; quello di trascurare i rischi della convivenza con la mafia quando essa adotta strategie «attendiste», dimenticando la sua lunga storia di violenze che ha fatto di un’associazione criminale un vero e proprio sistema di potere criminale. Di qui un andamento discontinuo, una specie di stop and go, dell’attenzione al problema mafia e delle reazioni ad esso. In particolare nella politica (tutta, senza distinzioni di casacche) poco incline – al di là dei proclami di facciata – ad inserire la mafia in posizioni di rilevo della propria agenda.

Contano ancora i collaboratori di giustizia e i pentiti? Questa indagine sembrerebbe smentirlo. Sull’uso delle intercettazioni come strumento investigativo prima c’erano molte polemiche, ora sembrano tutti d’accordo, o quasi…

Premessa: le organizzazioni criminali mafiose sono fondate sul segreto; per combatterle efficacemente, penetrando al loro interno, occorre rompere la corazza del segreto; lo si può fare ascoltando i mafiosi che – appunto perché tali – conoscono quei segreti; l’ascolto può essere diretto (il “pentimento”) o “captato” usando le intercettazioni telefoniche o ambientali. È semplicemente l’ABC dell’antimafia. Quanto alle intercettazioni, Il Ministro Nordio sembra, poco razionalmente, dubitarne persino in materia di criminalità organizzata di stampo mafioso. Tant’è che è arrivato a dire che i mafiosi non parlano al telefono e se parlano sanno di essere ascoltati e quindi lanciano messaggi. Cosa che se può essere parzialmente vera nel caso di intercettazioni telefoniche su utenza abitualmente usata dal mafioso, non è per nulla verosimile nel caso di intercettazioni ambientali, quando le voci dei mafiosi e dei loro compari vengono captate da “cimici” nascoste (parentesi: piazzarle costa una gran fatica intrisa di rischi e pericoli gravi, che è poco riguardoso trascurare con l’argomento che tanto i mafiosi non parlano…). 

Ma c’è di più. I rimedi alle eventuali disfunzioni dello strumento delle intercettazioni di certo non si contrastano buttando via il bambino con l’acqua sporca (come vorrebbe l’ossessione compulsiva di certi affaristi e politici), ma piuttosto operando nel solco della legge Orlando, una di quelle varate perché “ce lo chiede l’Europa”. Il rimedio suggerito dal Ministro ha invece del surreale, perché propone di ricorrere massicciamente alle cosiddette “intercettazioni preventive”, che però hanno un leggero inconveniente: non sono utilizzabili nel processo (!); per cui Davide – lo Stato – contro Golia – il malaffare organizzato – non avrebbe neppur più la fionda…Ferma restando l’importanza decisiva delle intercettazioni, anche in questo quadro i pentiti conservano un ruolo importante quanto meno perché sono spesso loro che indicano dove piazzare le cimici.

Vuole chiarirci il concetto di “ergastolo ostativo” e il dibattito in atto? Le pena del carcere in regime di 41/bis secondo Lei è sempre attuale e necessaria?

Il senso di una giustizia giusta, attenta anche alle esigenze della persona coinvolta in problemi di giustizia, è di evitare che ci si accanisca sul colpevole fino a schiacciarlo e impedirgli di cambiare.

Se la pena scivola nelle spirali tortuose della persecuzione vendicativa finisce per essere inefficace, sia per chi subisce il castigo sia per chi da quel torto o sbaglio è stato ferito. Il colpevole deve essere punito secondo le leggi, ma se non capisce (anche con le modalità di esecuzione della sanzione) il perché del suo errore, la punizione finisce per servire a poco. Perché incattivisce chi la subisce, confermandolo in una scuola di violenza che inevitabilmente genera altra violenza, nuovi errori e nuova insicurezza per la società civile.

Sono principi sacrosanti di civiltà (non solo giuridica), basilari in un regime democratico. Ma che in concreto possono funzionare solo per i condannati che danno prove concrete, riconoscibili e sicure di volersi reinserire o almeno fanno sperare che prima o poi ci proveranno davvero. Non è questo il caso dei mafiosi “irriducibili” che non si sono pentiti. Quelli cioè che hanno rifiutato e rifiutano ogni forma di ravvedimento operoso attraverso la collaborazione con la giustizia (comunemente detta “pentimento”) nel contrasto alla criminalità mafiosa.

L’ergastolo non è più ostativo in modo assoluto dopo che il parlamento ha convertito in legge il D.L. 16/2/2022 in base al quale anche i mafiosi ergastolani non pentiti possono accedere ai benefici purchè sussistano gli stringenti requisiti stabiliti con tale decreto. Resta un ”doppio binario”. Il mafioso è vissuto e vive per praticare un metodo di intimidazione, assoggettamento e omertà capace di dominare parti consistenti del territorio nazionale e momenti significativi della vita politico-economica del Paese. In questo modo il mafioso contribuisce in maniera concreta e decisiva a creare tutta una serie di ostacoli di ordine economico e sociale che limitano fortemente la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana. 

Allora, si può dire che con la pratica sistematica dell’intimidazione e dell’assoggettamento (articolo 416 bis codice penale) i mafiosi si mettono sotto le scarpe tutti i valori della Costituzione e si pongono fuori della sua area? Si può dire che per rientrarvi – senza collaborare con la giustizia – devono offrire prove granitiche di ravvedimento? Si può dire che la Costituzione non è un bancomat? Si può dire, in ultimo, che il “doppio binario” risponde a criteri di ragionevolezza stante la specificità della mafia?

L’AMA, LA MORTE A DENTI STRETTI NEI CIMITERI ROMANI.

Quando la morte è a farti visita si ha sempre un comprensibile disagio. Sarà per questo che un dipendente dell’AMA, l’Azienda Municipale Ambiente di Roma, con giusta sollecitudine, si è affrettato a togliere i denti d’oro ai morti che gli capitavano sotto mano. AMA è l’acronimo di “Ask Me Anything”. Tradotto significa “chiedetemi quello che volete”. Per questo il becchino si è preso diligentemente dalla salma un souvenir di valore. Ciò non ad integrazione del lavoro fatto, ma invece ricordando che souvenir sta per subvenire, andare in soccorso a chi ne abbia bisogno. Non se l’è fatto ripetere due volte e subito si è speso per il morto, di fresco estumulato, per fargli prendere una boccata d’aria dopo tanto buio. 

AMA il prossimo tuo come te stesso è il comandamento al quale non si è sentito di disattendere. Probabilmente, appassionato di poesia, ne ha pensata una con una nuova formulazione, appena cambiando la geografia del volto: “Verrà la morte e avrà i tuoi denti” potrebbe calzare a pennello. Del resto la morte non è avvezza al sorriso e pur priva di un dente nessuno potrà accorgersene. La pubblicità potrebbe sbizzarrirsi sopra attingendo dallo slogan di un vecchio detersivo. Da “Ava come lava!” ad “Ama, come ama!” il passo è breve. È ora questo il grido di battaglia di quel cimitero.

La giustizia si sta interrogando se l’uomo estirpatore, così ricco di pietà, si sia mosso con l’innocenza di chi ha denti da latte o con la saggezza di chi vanta i denti del giudizio. Sensibile agli scritti di letteratura, davanti al magistrato, potrà difendersi richiamando Baricco: ”Aveva un dente d’oro proprio qui, così in centro che sembrava l’avesse messo in vetrina per venderlo”, ed ho pertanto provveduto all’incombenza. Forse, più ragionevolmente ammettendo la sua colpa, potrà dire che quando c’è poco da mettere sotto ai denti è meglio rimuovere il migliore, per far intendere agli altri che è inutile aspettare qualcosa da mangiare. È bene, ancor più da morti, avere il senso della realtà e non abbandonarsi agli inganni. L’età dell’oro, secondo la mitologia, è il momento in cui l’uomo può nutrirsi e vivere senza lavorare, al bando ogni malanno e la giustizia. Infine si muore senza invecchiare o soffrire. 

Troppo bello per essere vero. La morte pretende l’incertezza della sorte di chi le si affida. Ostentare un dente d’oro non vale a condizionarla, facendola indulgere per consegnarti in Paradiso. Per il poeta Esiodo l’età dell’oro sarebbe il tempo di «un’aurea stirpe di uomini mortali», che passavan la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro…tutte le cose belle essi avevano». Pare che il binomio sia inscindibile, che non possa esserci traccia d’oro senza la scorta di un’aura nei paraggi. L’aura è un soffio vitale e un’aura di santità deve aver avvolto, come un’aureola, il becchino che non si è risparmiato nel puntiglioso adempimento delle proprie incombenze del tutto complice con le proprie vittime. Con lo stile dell’epoca, Petrarca scriveva: «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi…». Manzoni per primo comprese che di fronte al mistero della morte ogni giudizio non ha senso, tutto si riduce ad unità; la carità, nella sua forma estrema del perdono, primeggia su tutto, per cui “In qual ora, in qual parte del suolo, Trascorriamo quest’aura vital, Siam fratelli”. 

L’addetto ai servizi cimiteriali non è stato nuovo a queste gesta. Sulle spalle già un processo per vilipendio di cadavere per una mancia chiesta ai familiari di un defunto nello svolgimento del suo lavoro. Dai giornali si legge che abbia rivenduto la refurtiva ad uno di quei Compro Oro tanto di moda da trent’anni a questa parte, da quando la crisi economica ha fatto mordere non solo i denti agli italiani. Il titolare sembra sia della zona di Centocelle che, stando all’onomatopea, non lascia sperare nulla di buono per il suo destino di libertà in mano alla giustizia. Par che si chiami Ciabattini. Ciabattino è detto chi fa male il proprio mestiere. Peggio, se in panciolle, è in attesa di una manciata di oro mentre con le comode scarpe di riposo, calzate dall’originario tempo del giorno dello Shabbat, se ne sta a casa vagheggiando sui prossimi profitti. Si deve battere il ferro finché è caldo è la regola da osservare, così precipitando nell’età in cui si torna al sudore. Il ferro è utile a fabbricare armi. Il nostro becchino è uomo ispirato. Sarà per questo che si è rifugiato nell’oro.

EPIDEMIA DELL’INDIFFERENZA: PADRE TUROLDO SUI POVERI.

Ribelle e fedele. David Maria Turoldo combatté ogni fenomeno che potesse offendere la dignità della vita e i diritti della persona e, nello stesso tempo, visse con spirito integrale la propria vocazione, la quale si riconosceva nel dialogo costante con Dio, suo “unico confidente”, come rileva il cardinale Gianfranco Ravasi nella prefazione a David Maria Turoldo, Il sapore del pane (Edizioni San Paolo, 2002), che raccoglie riflessioni e poesie del presbitero composte in momenti differenti. Un libro che vale la pena di riprendere e rileggere tanto vibra dell’ardore e della passione che caratterizzano lo stile comunicativo di Turoldo, che non si limitava a dire, ma andava oltre volendo annunciare e proclamare.

In queste pagine si riscontra, con icastica evidenza, il suo indomito impegno per la causa della giustizia e della moralità. «I poveri – afferma – li sopportiamo perfino alle porte delle chiese la domenica, quando andiamo per abitudine ad assistere alla tua morte, Signore. Siamo tutti come l’Epulone, con questo bassorilievo di Lazzaro alle soglie del palazzo, per dar risalto alla nostra distinzione». Sottolinea il cardinale Ravasi che per il teologo e scrittore «fede e vita, preghiera e società, culto ed esistenza, tempo e piazza s’incontrano e convivono». È per questa ragione che in filigrana a tutte le sue pagine, anche quelle più marcatamente politiche, s’intravedono continue citazioni, allusioni e ammiccamenti alle Sacre Scritture. «Quello che egli sente — afferma il porporato — è il dramma dell’uomo che si tormenta per le strade della storia, e il dramma di Dio che si pone accanto alla sua creatura più cara, libera di accoglierlo o di respingerlo». Le riflessioni e le poesie di Turoldo costituiscono, al contempo, un inno liturgico e un canto di battaglia, e «ci conducono nell’eremo ma anche nel groviglio della città».

Le riflessioni assumono spesso la caratura di una vera e propria denuncia che squarcia il velo della prudente e anodina diplomazia. In virtù di questo “strappo” Turoldo non ha dunque difficoltà nel dichiarare che «ormai siamo uomini senza rimorsi». E quindi lamenta che «quando un popolo è indifferente, allora sorgono le dittature e l’umanità diventa un gregge solo, appena una turba senza volto. Allora il bene è uguale al male, il sacro uguale al profano, e l’amore è unicamente piacere, un male il sacrificio, un peso la libertà e la ricerca». Il suo auspicio è di essere salvato «dal colore grigio dell’uomo adulto» e che tutto il popolo sia liberato «dalla senilità dello spirito» e che quindi possa ritornare a cantare nelle chiese. Le sue poesie sono anzitutto una celebrazione del Signore, la cui presenza è garanzia di serenità e sicurezza. «Vieni tu che ci ami, nessuno è in comunione col fratello se prima non lo è con te, o Signore. Noi siamo tutti lontani, smarriti, né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo. Vieni, Signore», scrive. E subito dopo aggiunge: «Vieni sempre, Signore».

Non si fa certo scrupoli Turoldo di lanciare attacchi alla Chiesa. Rileva che la religione può contare anche sugli istinti, «ma non è questa la sua base». Le passioni sono sempre «una vegetazione effimera». Per questa ragione la piazza è sempre piena per tutti, lussureggiante. «Stiano tranquilli i capi, i dittatori di ogni colore — scrive —. La piazza sarà sempre il loro regno, e il popolo lo strumento di manovre infallibili. Invece non si illudano i pontefici circa le masse acclamanti, non si gonfi soprattutto il nostro cristianesimo delle adunate spettacolari. Non è questa la Chiesa adorante». Le radici dello Spirito, infatti, sono altrove. Esse «possono germinare anche nella carne, ma la loro resistenza viene dalla verità e dalla grazia».

Nella ferma consapevolezza che senza una sincera e convinta umiltà non è possibile affermare uno spirito di autentica comunione, Turoldo prega il Signore affinché faccia scoprire e riscoprire a ogni credente «il sapore dell’acqua e il dolciore del pane e dell’olio». Una preghiera che si innalza al Creatore che «nudi e uguali ci generi alla luce, uguali e nudi ci ghermisci poi nella tua inviolata tenebra». Senza la povertà non ci sarà benessere per nessuno e nessuna cosa è nostra che non sia di tutti. «Anche l’unico mantello è dell’ignudo — sottolinea con forza Turoldo — e l’ultimo avanzo è dell’indigente. E l’ultimo pane è per chi ha fame!». Tali asserzioni si configurano come insegnamenti che il Signore impartisce al suo popolo. Così prega Turoldo: «Signore, insegnaci tutto questo, affinché possiamo dirci cristiani».

Fonte: L’Osservatore Romano – 19 gennaio 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del quotidiano stampato in Città del Vaticano]

CARD. ZUPPI, «LA CHIESA NON FINISCE SULLE SUE SOGLIE».

[…]

Un’intuizione importante, che Benedetto XVI ha proposto all’attenzione della Chiesa, è quella delle minoranze creative. Colgo l’occasione di questo richiamo, per esprimere il nostro dolore per la sua recente scomparsa, nonostante fosse “sazio di anni” e di una vita carica di bene per la Chiesa, l’umanità, la cultura. Gli siamo grati per il suo servizio generoso alla Chiesa, per i suoi quasi otto anni di ministero come Vescovo di Roma, Primate d’Italia, Papa della Chiesa universale: ha amato l’Italia come sua seconda patria e la sua Chiesa. 

Anche se minoranza, la Chiesa non può cercare riparo nella chiusura, come se unica via sia estraniarsi dal mondo e la distanza garantisca la salvezza dell’identità. Non vogliamo nemmeno accettare svogliatamente di essere minoranza, in fondo con la paura di prenderci responsabilità e di essere creativi. Lo diventiamo se uniti e se pieni di Spirito, docili a questo anche per non finire catturati dalle preoccupazioni interne. Senza andare dove ci manda Gesù che ci ha chiamati per sederci con Lui, finiamo per discutere inevitabilmente su chi sia il più grande o del vittimismo di Marta. 

La minoranza non è solo l’espressione di una progressiva riduzione, ma esprime una volontà autentica di vivere il Vangelo, capace di energie di bene, che si riversano sulla società intera che è sempre il suo orizzonte. Del resto la nostra è una società di minoranze, di frammenti, se non di tante isole, le solitudini dell’“io”. E guai quando questo avviene anche nelle nostre comunità! La Chiesa deve ritessere il senso comunitario in una società dell’io e dell’estraneità, richiamando a un destino comune. Questa visione della minoranza creativa è tutt’altro che contraddittoria con quella di Chiesa di popolo di cui è testimone Francesco. Anch’essa è una realtà nel nostro Paese, come manifesta la pietà popolare. 

Una Chiesa di popolo è una realtà che non pone confini, “dogane” – disse all’inizio Francesco: una Chiesa di popolo per il popolo della città. Certamente ci interroga la flessione nella partecipazione dei cristiani alla Messa domenicale dopo la pandemia, ma dobbiamo sempre pensare che i nostri confini sono ben più larghi. La Chiesa non finisce sulle sue soglie.

[…]

Per leggere il testo integrale

https://www.chiesacattolica.it/card-zuppi-una-nuova-stagione/

DESTRA | IL BOUQUET DELLA PREMIER MELONI MOSTRA QUALCHE FIORE APPASSITO.

Manca una decina di giorni alla fine della luna di miele dei cento giorni di Governo Meloni e nel suo bouquet cominciano ad apparire i primi fiori appassiti. È fisiologico, i fiori non sono destinati a durare per non più di tre settimane, ma se tenuti con un buon ricambio di acqua sorpassano le cinque/sette settimane. A guardare il bouquet, i fiori appassiti sono quelli che erano i più belli in partenza, rappresentando le promesse elettorali facili e acchiappasogni di ognuno di noi: meno spesa corrente e quindi più soldi nel portafoglio, che significava anche la possibilità di qualche piccola soddisfazione in più prima in occasione del Natale. Non è andata così. Il Natale è stato di magro. Bollette e carburanti rincarati, spesa corrente salita, portafogli smagriti, stipendi ridotti all’osso. Abbiamo non dico fatto la fame (anche se alcuni di noi la fame l’hanno fatta davvero) ma certo il cenone di Natale, quello che te lo raccontavi per le settimane successivi per quanto avevi mangiato, è stato un ricordo. I regali sotto l’albero o il presepe, la befana con tutta la scopa è stato fatto tutto per i bambini, per noi adulti poco o meglio niente: andrà meglio l’anno prossimo. Si spera.

Certo governare il Paese in tempo di recessione strisciante non è da augurare a nessuno, se poi ti capita che la tua compagine politica ci torna dopo dieci anni e che per giunta sei anche la prima donna premier da che c’è il sistema repubblicano, alla sfortuna, come dicevano le nostre nonne, si aggiunge una certa dose di ostinata sfiga. L’inizio dell’anno è l’occasione per la presentazione delle statistiche di andamento dell’anno precedente da parte di tutti gli istituti di studi demografici, socio-politici ed economici. E per quanto siano tediosi, per via della non facile lettura a primo colpo dei numeri, andrebbero letti, prima che servano a presentare una qualsivoglia soluzione per la popolazione nostrana. L’Italia lo si sa è un Paese di vecchi, ma la sua distribuzione sul territorio non è omogenea. L’Istat che ce li fotografa al gennaio 2022, li distribuisce per aree territorialmente abbastanza somiglianti: Nord ovest – Nord-est – Centro – Sud – Isole. Prendiamo la classe da 65 anni a 100 anni e più, dentro potrebbero esserci tutti quelli che vanno in pensione quest’anno per raggiunti limiti di anzianità di servizio, le donne, i cargiver, i lavoratori precoci, e ovviamente i già pensionati. Nel Nord-ovest sono 3.886.988, nel Nord-Est 2.783.832, nel Centro 2.870.917,  nel Sud  3.010.952 e nelle Isole 1.498.715. Inutile dire che le donne sono in misura più alta e che la classe di maggiore presenza è quella che va dai 75 ai 90 poi i numeri decrescono sensibilmente, ma certamente non scompaiono totalmente. Di questo esercito di anziani che come vedete costituisce l’ossatura della popolazione, ben 4 milioni e 300 mila sono anziani soli perché hanno perso il loro compagno/a (dizione più corretta statisticamente: mono-famiglia di anziani).

Succede però che a guardare invece la voce risorse economiche, sviluppo del territorio, livelli di assistenza su base locale la situazione è quella che si sospettava da tempo: il Centro, il Sud e le Isole sono i territori dove il deficit di servizi sanitari in termini di risorse disponibili per fare assistenza è più alto. Si traduce che non ci sono risorse per assistere gli anziani presenti sui territori e che non ve ne saranno nei prossimi anni. Lo aveva ben detto il rapporto Osservasalute presentato a maggio 2022 dove l’analisi del rapporto regionale tra la spesa pubblica e il PIL aveva rappresentato distanze interregionali molto ampie, poiché al Centro, al Sud e nelle Isole la spesa per case di cura private o in convenzione è una voce rilevante del bilancio sanitario (invero mette in evidenza nel Nord il caso Lombardia come regione con alta spesa sanitaria non pubblica); per l’assistenza territoriale domiciliare integrata, l’unica in grado di “garantire una adeguata continuità ai bisogni di salute, anche complessi, delle persone non autosufficenti”, il dato evidenzia sì una riduzione della ospedalizzazione rispetto agli anni passati, ma soprattutto una distribuzione non omogenea dell’assistenza domiciliare perché, ancora una volta, è condizionata dalle risorse del bilancio regionale e dalla capacità della strutture regionali socio-sanitarie di conoscere e raggiungere la popolazione anziana. E qui l’efficienza organizzativa fa la differenza. Se vivi in una Regione che non si è dotata di una struttura socio-assistenziale capillare efficiente, la condizione di abbandono a se stessi e ai propri familiari è quella più frequente. Se poi andiamo a vedere i posti letto nelle RSA nel Sud e nelle Isole, gli anziani presenti sono significativamente meno che nelle regioni del Nord. E questo perché le pensioni percepite sono mediamente di valore inferiore e non consentono la copertura di parte dei costi delle strutture RSA a carico dei familiari o pazienti. Qui gli anziani vivono da soli, prevalentemente nelle loro abitazioni, con i figli a fare visita.

Se questa è la fotografia del Paese rappresentata dalla scienza dei numeri, è evidente quanto sia stridente il tono del comunicato personale della premier Meloni nel presentare il 19 gennaio la soluzione trovata per l’assistenza agli anziani e per tutti coloro che ne hanno bisogno, definendola solennemente “patto per la terza età”. Non per colpa propria, ma nell’intento di voler parlare a chi aveva messo a settembre nel suo bouquet quel fiore, assicurando che non lo aveva dimenticato, anzi lo aveva debitamente rinfrescato con acqua fresca, ha presentato quelli che altri hanno preparato per lei non guardando i nuovi dati sulla gente, sulle risorse attuali e non quelle che verranno, immaginando per noi, che già soffriamo abbastanza, una bengodi della salute che non arriverà. Forse la cecità della burocrazia di questo distratto Governo immagina che quel patto unilaterale comporti una serie infinita di torpedoni di arzilli vecchietti e vecchiette che percorrendo le italiche strade vada da Sud a Nord, non solo a trovare i nipoti emigrati, ma pure a curarsi l’artrite che piega le ginocchia e inarca le spalle, aggiustare dentiere, sciogliere cataratte, ecc…sognare una gioventù svanita e lottare ancora per una voglia di vivere che ancora esiste. Un patto per sognare sarebbe più onesto chiamarlo. 

Però…che tristezza Signora Presidente.

SÌ, UNA VOLTA LA POLITICA C’ERA E CASINI LO RACCONTA BENE. E PER IL FUTURO?

L’ultimo libro di Pier Ferdinando Casini “C’era una volta la politica. Parla l’ultimo democristiano” è decisamente un bel libro. E lo dico senza alcuna piaggeria, senza la benché minima regressione nostalgica e, soprattutto, senza pensare di replicare un passato ormai consegnato agli archivi storici. Ma è indubbio che scorrendo le pagine scritte dell’amico Casini – o meglio del ‘racconto’ della storia democratica del nostro paese in questi ultimi anni – emerge in modo inequivocabile la differenza quasi ‘antropologica’ di “quella” politica rispetto a quella contemporanea. O almeno di quella stagione politica che ha dovuto convivere con la malapianta della deriva populista, anti politica e qualunquista. Una fase caratterizzata dall’irruzione del populismo grillino che ha letteralmente sconvolto le fondamenta tradizionali del nostro agire politico e della stessa dialettica democratica. E la politica, oggi, può ritornare protagonista solo se, seppur lentamente, faranno capolino almeno tre elementi costitutivi, come emerge chiaramente anche da questa preziosa pubblicazione.

Innanzitutto è necessario avere una classe dirigente autorevole e qualificata capace di interpretare e declinare la politica nella stagione contemporanea. Se dovessero continuare a prevalere le categorie del populismo grillino, e cioè l’improvvisazione, la casualità e il pressappochismo, la politica sarebbe condannata a giocare ancora una volta un ruolo subalterno, marginale e del tutto periferico rispetto alla scelte concrete che condizionano, orientano e segnano lo sviluppo e il futuro del nostro paese. Una classe dirigente, cioè, autorevole, rappresentativa e radicata nel territorio. Come quella che, seppur con alti e bassi, ha caratterizzato per lungo tempo il cammino della democrazia italiana.

In secondo luogo la politica può nuovamente essere protagonista nella società italiana se, al contempo, viene disciplinata e rappresentata da quegli strumenti democratici per eccellenza che rispondono al nome di ‘partiti’. Cioè partiti autenticamente democratici, popolari ed espressione di interessi sociali e culturali. E quindi, e di conseguenza, no ai “partiti personali”, no ai grigi ed anonimi “cartelli elettorali” e ai partiti “del capo” che fanno e disfano la politica a loro piacimento. Ma, al contrario, partiti che sappiano veicolare il consenso popolare e che, soprattutto, sappiano indicare quella “visione di società” o quel “progetto di società” che ormai sono categorie sostanzialmente scomparse dall’orizzonte politico italiano.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la centralità delle culture politiche. Culture politiche, riformiste e costituzionali, che sono state spazzate via dall’irruzione dei disvalori del populismo che hanno raso al suolo tutto ciò che era seppur lontanamente riconducibile al passato. Culture politiche che possono nuovamente ridare respiro ideale alle scelte politiche, battere l’ordinaria amministrazione e la semplice gestione dell’ esistente. Strumenti culturali che possono, e devono, giustificare la stessa distinzione tra la destra, la sinistra, il centro, i riformisti, i conservatori, i moderati, i reazionari e via discorrendo. Perché con le categorie grottesche e vuote del ‘vecchio’ e del ‘nuovo’ si dura sicuramente una stagione ma poi si ripiomba nell’anonimato politico, nel trasformismo e nell’opportunismo politico e parlamentare e, soprattutto, nel “nulla della politica” , per dirla con Mino Martinazzoli. Come puntualmente è capitato nel nostro paese in questi ultimi tempi.

Ecco perché il libro di Casini è un utile strumento che aiuta la riflessione e anche, e forse ancor di più, incentiva all’azione politica, culturale ed organizzativa. Sotto questo aspetto, non si tratta di rifare goffamente ed irresponsabilmente la Democrazia Cristiana ma, semmai, di continuare a prestare ascolto all’insegnamento e ai consigli che arrivano dai ‘democristiani’. E Pier Ferdinando Casini ci aiuta in questo percorso. Per questo il libro va letto, dibattuto ed approfondito.