Home Blog Pagina 572

Dalla scuola all’università: l’impatto della formazione a distanza.

Nei giorni scorsi ho partecipato a un seminario organizzato dall’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani) sul tema delle Regioni e autonomie locali, con una magistrale relazione introduttiva del Prof. Giovanni Maria Flick, già presidente della Corte Costituzionale. Oltre alla precisione e alla vastità delle conoscenze del Professore e degli altri illustri relatori, mi ha colpito la presenza di molti giovani, nonché il loro abbigliamento “serioso” (giacca e cravatta), raro nelle aule universitarie.

Questa partecipazione così “elegante”, attenta e coinvolta, mi ha portato a riflettere: chi valuta le attitudini e le potenzialità degli studenti nel passaggio dalla scuola superiore all’università? Questa transizione è cruciale per il loro successo accademico e le prospettive future, ma bisogna considerare i molti fattori che influiscono sul processo, come il luogo di nascita, il livello di istruzione familiare e, naturalmente, le possibilità economiche. In questo contesto, la formazione a distanza emerge come uno strumento efficace per ridurre tali disuguaglianze.

Il luogo di nascita incide significativamente sulle opportunità educative. Le risorse disponibili nelle scuole differiscono ampiamente tra aree urbane e rurali, con le prime che spesso dispongono di programmi più avanzati, tecnologie all’avanguardia e un’offerta extracurricolare più variegata. Gli studenti delle aree rurali, invece, devono spesso affrontare limitazioni di risorse e accesso all’istruzione superiore.

Anche il livello di scolarizzazione della famiglia è un fattore cruciale. Le famiglie con un buon livello di istruzione sono spesso più consapevoli delle opportunità educative disponibili e delle strategie necessarie per accedervi. Al contrario, chi proviene da famiglie con un basso livello di istruzione può trovarsi ad affrontare ostacoli come la mancanza di supporto accademico e una minore familiarità con il sistema educativo.

In questo scenario, la formazione a distanza rappresenta una soluzione innovativa per ridurre le disuguaglianze educative, consentendo agli studenti di accedere a risorse di qualità indipendentemente dalla loro posizione geografica. Le piattaforme online offrono corsi e materiali fruibili ovunque e in qualsiasi momento, superando così le barriere fisiche delle scuole tradizionali. La formazione a distanza consente inoltre di personalizzare i percorsi di apprendimento in base alle esigenze individuali, fornendo un supporto mirato a chi ne ha più bisogno. Questo approccio flessibile può contribuire a colmare le lacune educative e garantire pari opportunità di successo a tutti gli studenti.

Durante la transizione verso l’università, diversi soggetti valutano le attitudini e le potenzialità degli studenti. Gli insegnanti delle scuole superiori, attraverso raccomandazioni e voti, offrono un quadro delle capacità accademiche degli studenti; i test standardizzati, pur controversi, sono spesso impiegati per misurare competenze e conoscenze in modo uniforme. Anche le università, attraverso colloqui e revisioni dei dossier accademici, cercano di comprendere le ambizioni e le capacità dei candidati.

In definitiva, il luogo di nascita, il livello di scolarizzazione familiare e le possibilità economiche incidono profondamente sul percorso educativo. Per garantire pari opportunità, è essenziale affrontare queste disparità con politiche inclusive e supporti specifici per chi proviene da contesti svantaggiati. La formazione a distanza è una risorsa importante per abbattere le barriere e assicurare un accesso equo all’istruzione. Solo così potremo costruire un sistema educativo giusto, capace di valorizzare il potenziale di ogni individuo.

Sì al cappuccino, no alla fretta: gli italiani riscoprono la pausa.

Dire “sì” o “no” sembra una scelta semplice, eppure per molti italiani queste due parole racchiudono un universo di riflessioni e conseguenze. Una recente ricerca condotta da Astraricerche per Nescafé ha rivelato che l’80,3% degli italiani riflette attentamente prima di decidere, preferendo spesso ragionare anziché seguire l’istinto (25,8%). Nonostante ciò, otto italiani su dieci si ritrovano a dire “sì” quando vorrebbero dire “no” e, per il 27,5%, questa situazione è all’ordine del giorno. Le ragioni? La necessità di mantenere buone relazioni (58,7%) e di evitare scontri all’interno di dinamiche di gruppo (47,2%).

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dire “no” sembra più complicato con le persone care (60,7%) rispetto ai superiori o agli insegnanti (31,7%). Questo dato sfida il luogo comune secondo cui ci sentiamo più liberi di esprimere il nostro dissenso con chi ci è più vicino. Nescafé ha scelto di esplorare proprio queste sfumature emotive e sociali con la campagna “Say YES to CappucciNO“, invitando a ritagliarsi momenti di pausa e riflessione, utili per capire ciò che è veramente importante.

Dire “sì” quando si vorrebbe dire “no” non sempre ha un’accezione negativa. Per un italiano su cinque (22,8%), infatti, può suscitare emozioni positive come soddisfazione e orgoglio, vedendo questa scelta come un segno di intelligenza relazionale (50,4%) o apertura mentale (46,6%) nell’accettare esperienze che, pur sembrando inizialmente sgradite, possono rivelarsi utili.

Per gli italiani, la pausa è considerata un’occasione preziosa per ricaricarsi e riscoprire se stessi. Circa il 72,1% afferma di aver bisogno di questi momenti di stacco, spesso vissuti in solitudine, che rappresentano un antidoto alla frenesia della vita quotidiana. Ben l’82,7% apprezza la “jomo” (joy of missing out, gioia di non esserci), ovvero la felicità nel concedersi un momento lontano dalle interazioni sociali o digitali. Questo fenomeno, che rappresenta una risposta al più diffuso “fomo” (fear of missing out, timore di perdersi qualcosa), è particolarmente sentito dalle generazioni più mature, che cercano un equilibrio tra la presenza nel mondo digitale e il benessere personale. Come sottolinea Patrizia Martello, esperta di culture di consumo, “La jomo sta diventando più forte della paura di disconnessione che ha caratterizzato la prima fase dell’era social. Questo spostamento di prospettiva riflette non solo l’età, ma anche una differenza generazionale.”

Le pause, quindi, diventano momenti preziosi per ricaricare le batterie e riprendere il controllo sulle proprie priorità. E tra le attività preferite durante questi momenti di stacco, il 43,1% degli italiani sceglie di concedersi una bevanda come il cappuccino, spesso gustato come piccolo premio dopo un “no” ben ponderato. Per molti, il cappuccino rappresenta non solo una coccola quotidiana, ma anche un momento di relax e appagamento personale.

“Con questa campagna abbiamo voluto indagare la complessità delle decisioni quotidiane, in cui dire ‘no’ non è sempre semplice, ma a volte necessario per preservare il proprio benessere,” spiega Diletta Golfieri, marketing manager di Nescafé. “Il cappuccino diventa simbolo di una pausa significativa, un momento in cui l’attenzione si sposta sul proprio bisogno di rilassarsi e rigenerarsi.”

Con “Say YES to CappucciNO”, Nescafé racconta quindi la pausa come un’opportunità per dire “no” a ciò che ci distrae e “sì” a ciò che ci arricchisce, stimolando ognuno a prendere decisioni che portano al cuore delle proprie priorità e, in definitiva, a una vita più autentica e appagante.

 

 

[Fonte: Askanews – 10 novembre 2024]

 

Per molti italiani, il vero lusso è ritagliarsi una pausa autentica. Tra il desiderio di armonia nelle relazioni e la ricerca di benessere, il cappuccino diventa un simbolo di ricarica personale.

 

Alessio Ditta

 

Dire “sì” o “no” sembra una scelta semplice, eppure per molti italiani queste due parole racchiudono un universo di riflessioni e conseguenze. Una recente ricerca condotta da Astraricerche per Nescafé ha rivelato che l’80,3% degli italiani riflette attentamente prima di decidere, preferendo spesso ragionare anziché seguire l’istinto (25,8%). Nonostante ciò, otto italiani su dieci si ritrovano a dire “sì” quando vorrebbero dire “no” e, per il 27,5%, questa situazione è all’ordine del giorno. Le ragioni? La necessità di mantenere buone relazioni (58,7%) e di evitare scontri all’interno di dinamiche di gruppo (47,2%).

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, dire “no” sembra più complicato con le persone care (60,7%) rispetto ai superiori o agli insegnanti (31,7%). Questo dato sfida il luogo comune secondo cui ci sentiamo più liberi di esprimere il nostro dissenso con chi ci è più vicino. Nescafé ha scelto di esplorare proprio queste sfumature emotive e sociali con la campagna “Say YES to CappucciNO“, invitando a ritagliarsi momenti di pausa e riflessione, utili per capire ciò che è veramente importante.

Dire “sì” quando si vorrebbe dire “no” non sempre ha un’accezione negativa. Per un italiano su cinque (22,8%), infatti, può suscitare emozioni positive come soddisfazione e orgoglio, vedendo questa scelta come un segno di intelligenza relazionale (50,4%) o apertura mentale (46,6%) nell’accettare esperienze che, pur sembrando inizialmente sgradite, possono rivelarsi utili.

Per gli italiani, la pausa è considerata un’occasione preziosa per ricaricarsi e riscoprire se stessi. Circa il 72,1% afferma di aver bisogno di questi momenti di stacco, spesso vissuti in solitudine, che rappresentano un antidoto alla frenesia della vita quotidiana. Ben l’82,7% apprezza la “jomo” (joy of missing out, gioia di non esserci), ovvero la felicità nel concedersi un momento lontano dalle interazioni sociali o digitali. Questo fenomeno, che rappresenta una risposta al più diffuso “fomo” (fear of missing out, timore di perdersi qualcosa), è particolarmente sentito dalle generazioni più mature, che cercano un equilibrio tra la presenza nel mondo digitale e il benessere personale. Come sottolinea Patrizia Martello, esperta di culture di consumo, “La jomo sta diventando più forte della paura di disconnessione che ha caratterizzato la prima fase dell’era social. Questo spostamento di prospettiva riflette non solo l’età, ma anche una differenza generazionale.”

Le pause, quindi, diventano momenti preziosi per ricaricare le batterie e riprendere il controllo sulle proprie priorità. E tra le attività preferite durante questi momenti di stacco, il 43,1% degli italiani sceglie di concedersi una bevanda come il cappuccino, spesso gustato come piccolo premio dopo un “no” ben ponderato. Per molti, il cappuccino rappresenta non solo una coccola quotidiana, ma anche un momento di relax e appagamento personale.

“Con questa campagna abbiamo voluto indagare la complessità delle decisioni quotidiane, in cui dire ‘no’ non è sempre semplice, ma a volte necessario per preservare il proprio benessere,” spiega Diletta Golfieri, marketing manager di Nescafé. “Il cappuccino diventa simbolo di una pausa significativa, un momento in cui l’attenzione si sposta sul proprio bisogno di rilassarsi e rigenerarsi.”

Con “Say YES to CappucciNO”, Nescafé racconta quindi la pausa come un’opportunità per dire “no” a ciò che ci distrae e “sì” a ciò che ci arricchisce, stimolando ognuno a prendere decisioni che portano al cuore delle proprie priorità e, in definitiva, a una vita più autentica e appagante.

 

 

[Fonte: Askanews – 10 novembre 2024]

Dopo la sconfitta si accende il dibattito fra i Dem americani

Cominciano a volare gli stracci in casa democratica. Inevitabile, dopo la batosta subìta martedì scorso. Il tonfo è stato pesante e ha fatto male. Il dolore causato dalla botta si comincia ad avvertire qualche tempo dopo averla presa, è noto: e infatti, esauriti i prammatici “discorsi della sconfitta” tenuti dalla candidata perdente e dal Presidente uscente, i toni hanno cominciato ad alzarsi.

Del resto aver perso non solo nella conta dei delegati ma anche nel voto popolare (fatto accaduto assai di rado ai democratici) e aver ceduto quote rilevanti del tradizionale elettorato afroamericano e soprattutto ispanico e giovanile è un fatto che non può non indurre il Partito Democratico USA a profonde riflessioni. Che è auspicabile ci saranno, nel prossimo futuro. Ora però è ancora il tempo di quelle a caldo, rivelatrici però di un pensiero covato interiormente da chi le esprime ma tenuto nascosto in nome della necessaria unità di facciata durante il confronto elettorale con l’avversario.

L’immarcescibile e sempre combattiva Nancy Pelosi, già speaker della Camera, dove martedì è stata rieletta per la ventesima (!) volta, in una intervista sul podcast del New York Times ha una volta di più (fu lei, con Obama, a mettere Biden con le spalle al muro e di fatto a costringerlo a rinunciare alla ricandidatura) attaccato il Presidente: “Se avesse lasciato prima – ha detto – forse ci sarebbero stati altri candidati in corsa, ci sarebbero state Primarie aperte. Poiché il Presidente ha appoggiato immediatamente Kamala Harris, ha reso quasi impossibile lo svolgimento delle Primarie in quel momento. Se fosse stato molto prima sarebbe stato diverso”. “Kamala Harris ha ridato speranza alla gente”, ha doverosamente aggiunto. Ma è evidente l’insoddisfazione per la scarsa efficacia della campagna elettorale della candidata, oltre che l’arrabbiatura (chiamiamola così, del resto la Pelosi non è una che non le manda a dire) nei confronti del suo vecchio amico Joe Biden.

Pelosi però non sembra voler indagare oltre circa i motivi di fondo che hanno determinato la sconfitta del suo partito. Ed infatti, ad esempio, si mostra in “completo disaccordo” con la severa analisi di Bernie Sanders, secondo la quale il Partito Democratico ha abbandonato gli operai e non è stato vicino alle preoccupazioni economiche dei lavoratori, concentrandosi invece – ecco la stoccata alle californiane Harris e Pelosi – sulla politica identitaria, lontana dagli interessi veri della gente comune che deve arrivare alla fine del mese, ogni mese.

E in effetti il profluvio di star – da quelle più stagionate a quelle più giovani, da Robert De Niro a Taylor Swift, per dire – manifestatosi in favore di “Kamala” pare aver ulteriormente accentuato il senso di lontananza dei Democratici da quella che dovrebbe essere la sua base elettorale. Troppa attenzione ai diritti individuali e meno a quelli sociali, e meno ancora alle vitali questioni economiche (è l’inflazione alta che ha sconfitto in primis Biden, il cui operato per il rilancio dell’economia americana è stato molto buono, a giudizio diffuso), verrebbe da dire. Ciò ha portato ad errori gravi, anche se non decisivi per la sconfitta (che, visti i risultati, sarebbe comunque arrivata) ma indicativi di un modo di pensare: la scelta sbagliata del candidato vicepresidente, il gioviale ma troppo radicale governatore del Minnesota in luogo di quello più moderato della Pennsylvania (uno Stato, per di più, di quelli in bilico e quindi potenzialmente decisivo); la chiusura della campagna elettorale in Wisconsin (altro swing state) affidata alla famosa Alexandra Ocasio-Cortez, giovane affermata stella del wokismo newyorkese; l’accusa di maschilismo rivolta da Obama, dicasi Obama, agli uomini neri di colore. I risultati si sono visti: il candidato vice di Trump ha sconfitto fin dal confronto televisivo quello di Harris; nel Wisconsin ha vinto Trump; molti tradizionali elettori democratici di colore questa volta hanno virato sui repubblicani.

Troppo spazio in questi anni il Partito Democratico ha dato al radicalismo di successo nei media con campagne che hanno lisciato il pelo a movimenti quali Black Lives Matterallontanandolo così da segmenti ampi di popolazione più tradizionalista – i latinos, ma anche molte donne e molti afroamericani – che si aspetta dalla politica risposte alle preoccupazioni quotidiane: il lavoro, la spesa per il cibo, le bollette, la sicurezza. Lo ha detto in chiaro un deputato dello Stato di New York, Tom Suozzi: “dobbiamo smetterla di assecondare la nostra base e basta, dobbiamo iniziare ad ascoltare la gente”. Ecco, sarebbe una buona idea.

Una Dc bonsai e gregaria della destra rinnega il centro

Il contesto della Festa dell’Amicizia
In questi giorni si svolge la Festa dell’Amicizia, organizzata dalla nuova Dc siciliana, con un’importante tavola rotonda che riunisce esponenti di spicco delle forze politiche di centrodestra. Tra i partecipanti figurano protagonisti di vari partiti post-democristiani che, durante il ventennio berlusconiano, hanno rappresentato una significativa fetta dell’area moderata e liberale nel Paese.

Gli ospiti e il tema del confronto
Il tema del dibattito, “Quale centro per l’Italia?”, è senz’altro accattivante, e la discussione sarà affidata a vari esponenti, tra cui Totò Cuffaro (Segretario Nazionale Dc), Claudio Durigon (Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), Maurizio Lupi (Noi Moderati), Lorenzo Cesa (Segretario Nazionale UDc), Mara Carfagna (Centro Popolare), Clemente Mastella (Segretario Nazionale Noi di Centro) e Mario Tassone (Segretario Nazionale CDU).

Tentativi falliti di ricomposizione democristiana
Nonostante le molteplici iniziative, i tentativi di trovare una base comune per ricomporre l’area democristiana non hanno prodotto risultati concreti. A rendere ancora più complessa la situazione è l’indirizzo populista e demagogico dell’attuale maggioranza di governo, che punta a mettere in discussione principi fondamentali come la divisione dei poteri e gli assi portanti della Carta costituzionale.

La nuova era autoritaria e le aspettative del dibattito
Sul fronte internazionale, una situazione geopolitica inquietante, come l’ascesa di quella che alcuni definiscono una “democrazia autoritaria” sotto la presidenza Trump, aggiunge incertezza. Le aspettative di questo incontro non sono irrilevanti: l’auspicio è che emerga una visione di Paese condivisa, ispirata ai valori che guidarono la Dc nel promuovere sviluppo e progresso dopo la Seconda guerra mondiale.

L
’importanza di una visione condivisa
È cruciale che il dibattito non sia solo un’esibizione di leadership personali ma una discussione autentica, consapevole della posta in gioco. Più della metà degli elettori, infatti, non partecipa più alle elezioni, un dato che richiede lungimiranza e coraggio per evitare una semplice adesione alla corrente dominante.

Una scelta di campo incompatibile
Recentemente, Cuffaro ha dichiarato ai media l’intenzione della nuova Dc di impegnarsi stabilmente in un’alleanza con le forze di centrodestra, un proposito che contraddice gli obiettivi dichiarati nel 2018 al XIX Congresso, in cui si intendeva mantenere una Dc autonoma e distinta. La scelta di integrarsi stabilmente nel centrodestra, ora dominato da forze sovraniste e populiste, tradisce lo spirito interclassista, moderato e riformista della Dc storica.

Una rottura con il proporzionalismo
Questa decisione rompe anche con l’idea di proporzionalismo, cruciale per l’esercizio democratico dei diritti politici e per una partecipazione diffusa, che storicamente si è sempre opposta a politiche populiste e sovraniste, sia di destra che di sinistra.

Assenza di rappresentanti riformisti
Un altro elemento problematico è la mancata presenza di esponenti riformisti e azionisti al tavolo del confronto. Che si tratti di una dimenticanza o di un’esclusione deliberata, l’assenza rafforza l’impressione di una certa strumentalità nel dibattito e di un progetto orientato a legare l’area moderata e cattolica a una coalizione spinta verso politiche populiste e demagogiche.

Un rischio per il progetto centrista
Nell’attuale assetto politico, il rischio è che la nuova Dc finisca per diventare stabilmente gregaria di un progetto che naviga verso il populismo, indebolendo così ogni aspettativa seria di un centro realmente autonomo. Con la scelta di Cuffaro di entrare in “Noi Moderati”, guidato da Maurizio Lupi, la nuova Dc si è di fatto resa parte integrante di una coalizione di centrodestra, oggi dominata dai partiti sovranisti.

Il ruolo del centro in un sistema bipolare
In definitiva, la nuova Dc sembra orientata verso un ruolo subalterno in un sistema bipolare, lontano dall’esperienza della Dc storica, che aveva saputo attrarre un ampio consenso e costruire alleanze equilibrate. La tavola rotonda che si terrà promette però di offrire uno spunto interessante per comprendere le diverse posizioni su quale ruolo dovrebbe avere oggi un partito che si richiama a quei valori.

Tra estremismi e retorica: il rischio di una democrazia senza dialogo.

Il voto americano ha innescato un dibattito politico, culturale e programmatico che, come ovvio, non può ridursi a slogan ad uso e consumo dei propri fan. Detto con altre parole e con un singolare linguaggio propagandistico contemporaneo, non si può confondere questo risultato con il rischio di un continuo ed impellente ritorno del fascismo a livello continentale. Come, del resto, non si può citare disinvoltamente il famigerato “olio di ricino” come se parlassimo del derby tra il Torino e la Juventus. È, questa, una banale e quasi scontata riflessione che ci porta ad una altrettanto semplice considerazione. E cioè, se ogniqualvolta si affronta un tema politico il tutto viene interpretato all’insegna di una brutale e quasi violenta radicalizzazione è lo stesso confronto politico che cessa di esistere a vantaggio di categorie che sono e restano sostanzialmente estranee alla normale dialettica democratica e costituzionale.

Ora, al di là delle legittime posizioni dei rispettivi partiti, è abbastanza evidente che se il confronto politico è viziato da queste ridicole e anche grottesche considerazioni è l’intera politica italiana che rischia di prendere una deriva irrecuperabile con esiti alquanto imprevedibili. A cominciare dall’irrompere degli “opposti estremismi” che abbiamo conosciuto e sperimentato con tristezza dalla fine degli anni ‘60 alla fine degli anni ‘70. Una stagione che può ritornare, seppur con modalità politiche ed organizzative diverse, e che inesorabilmente può riportare indietro le lancette della nostra storia democratica. E, su questo versante, il comportamento politico della sinistra italiana, seppur nelle sue multiformi espressioni, non può non essere chiaro e netto. Certo, se le parole d’ordine, e soprattutto dopo l’esito del voto americano, continueranno ad essere nel nostro paese di “svolta illiberale”, di “deriva autoritaria”, di “soppressione della libertà di espressione”, di “regime alle porte”, di “rivolta sociale”, di “democrazia sospesa”, di “sfregio alla Costituzione”, di “messa in discussione della libertà” e di “rischio fascismo” può realmente capitare di tutto. A cominciare da una violenza di piazza di difficile controllo.

Ora, se è compito della maggioranza di governo, ovvero la coalizione di centro destra, lavorare per non radicalizzare ulteriormente il confronto politico con la sinistra e l’intero paese, è altrettanto vero che l’alleanza delle sinistre non può evocare a giorni alterni l’imminente minaccia del ritorno del fascismo, della dittatura e amenità varie. Certo, per centrare questo obiettivo sarebbe semplicemente necessario avere un partito di centro che coltiva e pratica una vera e credibile politica di centro. Partito che a tutt’oggi, purtroppo, ancora non esiste se non nello sforzo costante di Forza Italia di radicare la ricetta centrista nelle dinamiche politiche concrete del nostro paese.

Comunque sia, non ci sarà una vera democrazia dell’alternanza o una “democrazia adulta”, come la chiamava Pietro Scoppola, sin quando non ci sarà un reciproco riconoscimento tra i due schieramenti politici. Se, al contrario, continua a prevalere la delegittimazione morale e politica dell’avversario che nel frattempo è diventato un nemico implacabile, prepariamoci – purtroppo – al peggio. Anche e sopratutto nel nostro paese.

Un figlio a tutti i costi: sfruttamento e dignità della donna.

È di questi giorni la notizia di due uomini italiani fermati in Argentina con una bimba nata da maternità surrogata, insieme a sua mamma.

A prescindere dalle questioni di carattere giuridico (se tale pratica è reato, di quale gravità e dove è perseguito), il racconto dell’articolo mi ha profondamente colpito perché la nascita di un figlio, da straordinario evento di amore “da urlare al mondo”, si è trasformato in una specie di complotto internazionale dove la mamma svolge il ruolo segreto di babysitter (con tutto il rispetto per chi fa coscientemente quel lavoro).

Nel caso specifico, le Autorità argentine stanno indagando sull’ipotesi di tratta di bambini da parte di organizzazioni poco raccomandabili che sfruttano, in loco, donne vulnerabili e, nel mondo, persone desiderose di avere un figlio. Probabilmente un caso limite che però interroga sulla maternità surrogata e ciò che inevitabilmente rischia di ingenerare.

Premessa la buonafede di tante coppie che desiderano avere un figlio, preso atto dei limiti esistenti in Italia sia sulla possibilità di fecondazione assistita sia sulla disciplina delle adozioni, davvero si può credere che, dall’altra parte del mondo, in Paesi, città e quartieri con livelli esagerati di povertà, esista una donna che liberamente, spontaneamente e gratuitamente desideri offrire se stessa (scusate la crudezza, il proprio utero) a dei benestanti sconosciuti che vengono da lontano? Del caso in oggetto dell’articolo si parla di un compenso di 5.500 euro solo per la mamma, oltre altre numerose spese accessorie e l’agenzia di intermediazione.

Ricordo anche che la sentenza n.33/2021 della Corte costituzionale considera la maternità surrogata una intollerabile offesa alla dignità della donna, oltre che spesso occasione di abusi e di sfruttamento. Allo stesso tempo una recente Risoluzione del Parlamento europeo la considera violazione di diritti umani perché sfruttamento della donna e privazione al bambino di fondamentali diritti.

Dobbiamo avere il coraggio e la serenità di ribadire che non esiste il diritto assoluto, per un adulto, di avere un figlio; più che mai con la conseguenza di allontanarne per sempre la mamma come nella maternità surrogata.

Altra cosa è il diritto inviolabile del bambino (soggetto debole e innocente), una volta nato e a prescindere dal come nato, di avere una madre e di conoscere le proprie origini.

Questa fredda vicenda, ambientata fra Italia e Argentina, segnala però l’importanza di riflettere con le proprie sensibilità, senza guerre ideologiche di un sapore antico, su un argomento di grande umanità e sui soggetti più vulnerabili da difendere.

Sarebbe bello che alla fine, la mamma, innamoratasi della propria creatura, decidesse di crescerla lei, magari con l’aiuto del sistema pubblico e del volontariato.

Mattarella in Cina: “Costruiamo ponti culturali tra i nostri popoli”.

[…] La fascinazione reciproca dei popoli cinese e italiano per le rispettive, straordinarie, tradizioni culturali ha radici – come è stato ricordato – lontane, nell’arte, nella musica, nel teatro, nella letteratura.

È figlia di legami intrecciati e cresciuti attraverso i secoli.

Culle di civiltà millenarie, centri culturali cosmopoliti, Cina e Italia hanno nel tempo stimolato continue espressioni di ingegno e di creatività, sulla base di un naturale mutuo rispetto.

Marco Polo, della cui morte ricorre quest’anno – come ben sappiamo – il settecentesimo anniversario, è uno dei pionieri di questa lunga storia di rapporti.

Una storia di curiosità, di stima, di volontà di apprendere dall’altro per crescere e migliorare nel comune interesse.

Storia di radici antiche, ma protese con fiducia a un futuro da costruire con il contributo dei nostri popoli.

I tanti ambiti di collaborazione discussi in occasione della terza riunione plenaria del Forum Culturale daranno – lo spero – vita a iniziative che incentivino sempre più lo sviluppo di legami duraturi in ambito culturale: dagli scambi tra università allo studio delle lingue rispettive, dalla cooperazione tra istituzioni museali, tra teatri ed enti lirici e sinfonici fino alla promozione di un turismo sostenibile sempre più consapevole, valorizzando anche il comune impegno per la tutela dei siti Unesco.

[…] Il nostro rapporto bilaterale si articola in una gamma vastissima di temi e settori di comune interesse.

Conoscete, vivendolo ogni giorno, il ruolo fondamentale del dialogo interculturale, alla base di una sempre più profonda conoscenza reciproca, per creare rapporti solidi e duraturi non soltanto tra gli Stati, ma anche, e soprattutto, tra i popoli. La cultura accresce la dignità delle persone.

Non è un’aspirazione ingenua. Non è uno scambio che ignori le differenze. Al contrario, il valore dell’esercizio consiste nell’assumerle e analizzarle con franchezza, senza che debbano essere ostative al confronto e alla collaborazione.

Questo modo di porsi gli uni di fronte agli altri è un metodo fecondo, porta alla costruzione di un comune patrimonio.

È una riflessione, un atteggiamento, che spinge a evadere tentazioni di ritorni anacronistici a un mondo di blocchi contrapposti.

Gli italiani, membri fondatori dell’Unione Europea, sono sostenitori dell’importanza dei fenomeni aggregativi tra Paesi che condividono interessi o sensibilità.

Ma non contrapposte ad altri.

[…] È il senso del multilateralismo, fondato su regole certe, condivise e per tutti vincolanti.

Occorrono buona fede e buona volontà, e la convinta adesione a norme fondamentali di convivenza. Ad esempio, la norma che vieta l’uso – e anche la sola minaccia – della forza nei rapporti fra gli Stati.

Matteo Ricci, che con Marco Polo rappresenta una figura simbolica della profondità dei rapporti tra Cina e Italia, nel “De Amicitia” scriveva che “l’amicizia è più utile al mondo che non le ricchezze”.

E l’amicizia si nutre di conoscenza reciproca, di ascolto, di dialogo, di comprensione: cioè di cultura.

Il mio auspicio è quindi quello che il continuo lavoro operoso, di costruzione di ponti culturali tra i nostri popoli – tra la Cina e l’Italia -, sostenuto dal Forum e oggi arricchito dal dialogo tra i Rettori, contribuisca a far crescere l’amicizia tra di noi, fondamento della costruttiva convivenza e impulso a un lavoro comune di conciliazione di fronte alle sfide globali.

Trump, il ritorno delle classi e la fine della sinistra liberal.

Ha di nuovo vinto Trump, dunque, conquistando persino la maggioranza dei voti, anche se di poco, e non solo dei collegi. E ha perso la sinistra liberal. Che ha gridato «al lupo» per mesi, allertando il mondo sui rischi per la democrazia, dandogli del fascista e dell’autoritario, senza considerare anche solo per momento quanto avesse reso vuota quella stessa democrazia. Perché, se è vero che Trump ha preso più voti del 2020 e spesso anche del 2016 – anche negli “swing states” – è però vero che l’affluenza è rimasta poco sotto il 65%. Un dato normale per gli Stati Uniti ma che di per sé spiega molto di quanto lontane siano larghe fasce di popolazione dalle istituzioni, perché, se più di un terzo dei cittadini si autoesclude, qualcosa vorrà pur dire.

Il “fenomeno” Trump è dunque tornato, ma non se n’era mai andato e questa volta farà sul serio. Dopo l’irruzione sulla scena nel 2016 aveva portato con sé un variegato circo di advisor e staff poco avvezzi alla politica e a frequentare le stanze del potere a Washington. Aveva fatto danni, ottenendo poco delle sue roboanti promesse, ma non fino al punto di perdere completamente il suo elettorato. E i suoi fans sono rimasti, più fedeli che mai. Certo, perse nel 2020, grazie ad un’affluenza appena maggiore che premiò Biden – e non gli era parso vero – facendolo gridare al complotto, tentando addirittura il colpo di stato. E ora è tornato, e la rivincita sarà spietata. Perché il suo personale, advisor e consulenti, saranno questa volta scelti con più misurata accortezza per il suo progetto eversivo.

Con Trump, ha vinto il disordine, contro l’ordine. Certo, il grande sovvertitore ha vinto grazie alla macchina messa in piedi dal capitale che preferisce il potere agile alle “regole”, facendone un imbonitore. Ha vinto la plutocrazia, la longa manus del capitale che oggi più che mai tutto controlla, a partire dai media, i social e tutto l’apparato dell’informazione (dovremmo tutti abbandonare Twitter-X, ma sarà ben poca cosa). Ha vinto la politica muscolare, anima dei fascismi, ha vinto la politica della paura e dei muri, che sempre vince quando i deboli sono lasciati a se stessi. E ha perso la sinistra liberal, il cui appeal si è ristretto ai ceti medio-alti, alle fasce più istruite, al sindacalismo più “strutturato”.

Trump è il caos, il disordine – mentale, della politica, delle logiche – che tutto altera. Un ricco che fa appello ai meno ricchi per rovesciare le “élite”, con ciò intendendo quel vasto corpus di ceti medio-alti, colti e “moderati”. Trump è in qualche modo anarchico, un estremista che vuole rovesciare il tavolo delle convenzioni, per spazzare via il “buonismo” della cultura woke, con il cinismo tipico dell’autocrate che agisce in nome del popolo bistrattato da regole insopportabili. Un fascista, certo, che non esita a richiamare l’uso della forza, che pensa di poter comprare tutto, basta volerlo, come la sua storia con la porno-star dimostra. Che fallisce, va in bancarotta, vende fumo, ma ritorna e promette di fare pulizia, mentre coltiva amicizie ambigue. Un personaggio satanico, animalesco, brutale, che sa agitare l’animus dell’americano “brutto” che vuole solo la rivincita dello status. L’americano “quieto”, come ci ricorda Viet Thang Nguyen, che guardava ai democrat perché gli avrebbero garantito il suo quieto vivere nel benessere medio si ritrova ora sorpassato dalla massa dei rednecks e dei ceti proletari bianchi e dei latinos – gli ultimi parvenues alla tavola dei dannati – che reclamano cittadinanza piena, contro quei milioni di outsiders invasori per cui non c’è più posto, non ci deve essere più posto.

 

Continua a leggere

https://www.facebook.com/share/1Lz4pjMJAP/?

L’Europa punta sul GNL per rinnovare i legami con gli USA.

L’aumento delle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti verso l’Europa rappresenta un’opportunità strategica e di reciproco interesse per rafforzare i legami transatlantici sul piano energetico e commerciale. Potrebbe diventare uno dei punti cardine dei futuri negoziati con la nuova amministrazione Trump, che pur desta qualche preoccupazione a causa della possibile reintroduzione di dazi (anche per le merci europee). A sottolineare l’importanza di questo tema è stata la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, durante la conferenza stampa tenutasi al termine del Consiglio europeo a Budapest.

“Penso – ha dichiarato von der Leyen – che, prima di tutto, sia fondamentale impegnarsi a fondo nel rafforzamento del rapporto transatlantico con la futura presidenza Trump”. La presidente ha evidenziato come il GNL costituisca un esempio concreto di questi interessi condivisi, un settore che potrebbe offrire vantaggi tangibili sia per gli Stati Uniti che per l’Europa, promuovendo al contempo la diversificazione delle forniture energetiche europee.

Attualmente l’Europa importa ancora una quota rilevante di GNL dalla Russia o tramite infrastrutture russe, il che comporta dei rischi sia economici che geopolitici. “Perché non sostituire parte di queste forniture – ha detto ancora von der Leyen – con il GNL americano, che rappresenta una soluzione più competitiva dal punto di vista economico e potrebbe contribuire a ridurre i nostri prezzi dell’energia?”.

La Presidente ha concluso ribadendo che l’obiettivo è quello di mantenere un dialogo aperto e costruttivo con la nuova amministrazione statunitense, mirando a identificare ambiti di collaborazione concreta e a costruire su questi un’agenda di negoziati.

Aggiornamenti Sociali | La Parola e il potere: se la fede è strumentalizzata.

«Chi sta bene s’è procurato degli “amici”, o se li può, all’occorrenza, procurare col nome, il denaro, la prepotenza, la propaganda, l’astuzia: proclamandosi, all’improvviso, patrocinatore di quelle cause e di quegli interessi, che avendo legami con profondi sentimenti naturali – religione, patria, famiglia – sono condivisi da molti. Ed ecco lo spettacolo, poco edificante ma istruttivo, di uomini senza fede che si dichiarano per la religione; di senza patria, che s’accendono di furore nazionalistico; di corrotti celibatari, che esaltano la santità della famiglia. Gli ingenui e i timorati si commuovono davanti al miracolo, e la crociata viene proclamata pro aris et focis contro il nemico comune. E chi ne paga lo scotto sono i cristiani, che, per delle verità che non vanno difese in quel modo, né in quella compagnia, si assumono la tremenda responsabilità di puntellare un ordine sociale che è la negazione dell’ordine cristiano» (Mazzolari 1979, 60-61).

Le parole di don Primo Mazzolari, tratte da un suo intervento del settembre 1945, mantengono tutta la loro attualità. Descrivono in maniera efficace un modus operandi ricorrente: chi ha mire di potere e interessi da difendere ricorre a ogni mezzo per raggiungere i propri scopi, perfino mascherando di religiosità e di difesa dei più alti valori imprese che nulla hanno a che fare con Dio e con la sua volontà di giustizia e di pace.
La Scrittura conosce e denuncia un tale uso strumentale della religione e la connessa manipolazione delle coscienze di tanti, indotti dalla propaganda a dare il proprio appoggio a iniziative che hanno solo l’apparenza del bene.

Prendiamo in considerazione il racconto contenuto nel cap. 22 del Primo libro dei Re. Narra di Acab, re di Israele dall’874 all’853 a.C., che mira a riprendere con la forza dalle mani degli aramei (siriani) Ramot di Gàlaad, un territorio di confine a oriente del Giordano, ripetutamente perso e riconquistato da Israele (cfr 1Re 20,34; 2Re 8,28-9,14). È la sorte che segna sovente la storia delle regioni contese da nazioni vicine. Rivolgendosi ai suoi più stretti collaboratori, Acab afferma: Non sapete che Ramot di Gàlaad è nostra? Eppure noi ce ne stiamo inerti, senza sottrarla al dominio del re di Aram (1Re 22,3). Motiva la decisione di entrare in guerra, facendo leva sul sentimento patriottico: quella regione ci appartiene! Occuparla non è solo nostro dovere; è un nostro sacrosanto diritto: «Egli non si limita a rendere lecito, cioè permesso, l’atto [che sta progettando]; lo rende obbligatorio, un dovere a cui non può sottrarsi» (Rizzi 1981, 10).

Acab cerca alleati. In concreto, si adopera per coinvolgere il re di Giuda Giosafat nella campagna contro gli aramei. Giosafat accetta, ponendo però una condizione: consulta oggi stesso la Parola del Signore (1Re 22,5). Chiede, cioè, ad Acab di interpellare i profeti che vivevano presso la sua reggia. È ampiamente attestato che presso le corti reali del Medio Oriente antico si trovava una corporazione di profeti, incaricati di riferire al sovrano l’oracolo divino. Prima di intraprendere un’impresa, soprattutto militare, il re era solito chiedere il responso dei profeti, per ottenere una assicurazione ufficiale della conformità di tale impresa al volere divino. Il fatto che un gruppo di profeti facesse parte dei consiglieri del re di Israele rivela che c’è un rapporto costitutivo tra Parola di Dio e realtà sociopolitica. La Parola non riguarda soltanto la sfera personale, ma chiama in causa il potere e le decisioni che esso prende nella storia concreta. Essendo però funzionari reali, i profeti di corte traevano il loro sostentamento dal servizio reso al sovrano, e ciò spiega il rischio che comunicassero solo quello che il re desiderava sentirsi dire. La loro principale preoccupazione finiva per essere quella di approvare ogni suo progetto per avere, come è detto causticamente in Michea 3,5, qualcosa da mettere sotto i denti. Quanto finora richiamato mostra, da una parte, l’uso strumentale di un valore avvertito da tanti (la difesa dell’integrità territoriale della propria nazione) e, dall’altra, l’asservimento dell’istituzione religiosa a logiche di potere.

 

Continua a leggere

https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/la-parola-politicamente-scomoda/

 

Fonte: Aggiornamenti Sociali – Novembre 2024

Titolo originale: La Parola politicamente scomoda.

La Voce del Popolo | Cosa resta delle “lezioni americane”?

Confessione personale, personalissima. Sono un uomo di centro, lontano dalla sinistra e lontanissimo dalla destra. Se il centro finisce in fuori gioco la mia tentazione è quella di uscire dal gioco anch’io. Se invece debbo proprio restare dentro quel gioco mi è più facile votare a sinistra piuttosto che a destra. Non troppo volentieri. Fine della confessione.

Detto questo, credo che il voto americano ci racconti bene vizi e virtù degli uni e degli altri e ci faccia capire a cosa stiamo andando incontro. Se dovessi riassumere in un telegramma il senso di quel voto la metterei così: la destra è brutta ma è vera, la sinistra è più aggraziata, ma è finta. O almeno lo sembra. Naturalmente come ogni semplificazione anche questa è assai discutibile. Ma queste due maschere politiche riaffiorano ogni volta che si oppongono l’una all’altra.

Se le cose stanno così, è evidente che la destra parte in vantaggio. Un vantaggio che può essere rovesciato, qua e là, ma che si consolida non appena si dà fuoco alle polveri. Come appunto è accaduto in questa campagna d’oltreoceano. Si può dire che una certa rozzezza abbia giovato a Trump e che una certa artificiosità abbia nuociuto alla Harris. Naturalmente questa analisi è schematica, ridotta all’osso. Ma a spanne non sembra troppo lontana dal vero.

Il fatto è che, in un mondo dove domina l’insicurezza, le sirene di destra sanno come farsi sentire. Circostanza di cui le destre non dovrebbero però approfittare troppo. Su cui le sinistre farebbero bene a riflettere. E contro cui il centro dovrebbe cercare prima o poi di farsi sentire.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 7 novembre 2024.

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Costituzione, tasse e governi.

Quando si parla di tasse l’umore delle persone cambia. E non solo perché l’argomento è ostico e la tecnica l’ha reso anche ostile: è divenuto nell’immaginario collettivo un nemico e se non un nemico uno da cui è meglio stare alla larga.

Le tasse godono di cattiva fama poichè sono nate come un balzello imposto dal potere per ricavare ricchezze (disponibilità) da tutte le classi per fare guerre e/o mantenere gli agi della classe dirigente. Non una condivisione alla partecipazione con il contributo di tutti alle spese per il funzionamento della collettività (il popolo) ma il contributo di tutti per le spese di pochi.

Nella nostra Costituzione le tasse sono inserite nel principio generale della partecipazione di tutti i cittadini, secondo le proprie possibilità, alla gestione della spesa del Paese: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità” (art.53).

Articolo che fissa due principi: il siamo tenuti che è una forma elegante per non dire obbligati a… e la proporzionalità della contribuzione ovvero secondo le capacità di ciascuno.

Nel tempo da che è in vigore la Costituzione, siamo restii ad applicare questi due principi. Abbiamo un buon numero di evasori cioè di chi ritiene di “non essere tenuto a…” e la proporzionalità che è lasciata all’arbitrio della politica fiscale del governo di turno.

Al primo principio (obbligatorietà) una soluzione si è cercata di metterla con l’art.23 “ nessuna prestazione patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Un argine motivato da un sentimento di pessimismo dell’Assemblea costituente che avendo compreso che su base volontaria i cittadini giammai avrebbero pagato le tasse, ha messo l’obbligo dentro una legge, finendo così per far entrare dalla finestra il principio di imposizione alla contribuzione da parte di tutti che aveva scacciato dal portone. Bravi cittadini gli italiani ma poco propensi a partecipare di spontanea volontà e quindi meglio stringerli nelle maglie della legge finanziaria.

Quindi ogni governo quando presenta la propria politica fiscale andrebbe misurato sul rispetto di questi principi costituzionali.

Le misure fiscali presentate in questi giorni dal governo in carica, lato tasse per i cittadini, si presentano con una riduzione delle aliquote con cui viene fissata la parte del prelievo (contribuzione), sulla base di range di redditi annui dei cittadini, che va integrata con i dati statistici assoluti dei cittadini che si collocano in tre scaglioni;

 

Scaglioni di reddito in Euro Aliquota cittadini/contribuenti
da 0 a 28.000 23% circa 42 milioni  (12 milioni da 15 a 28 milioni di euro)
da 28.000,01 a 50.000 35% circa 6 milioni
oltre 50.000 43% circa 2 milioni

 

 

I conti non tornano perché nel Paese ci sono 5 milioni di disoccupati ovvero di senza reddito e ci sono 12 milioni di cittadini che stanno tra i 15 mila e i 28 mila euro del primo scaglione che sono la quota più grande del primo scaglione.

Per quest’ultimi il governo predispone una griglia di scaglioni ulteriormente dettagliata:

 

– non supera Euro 8.500, si applica la percentuale del 7,1%;

– supera Euro 8.500 ma non supera Euro 15.000, si applica la percentuale del 5,3%;

– supera Euro 15.000, si applica la percentuale del 4,8%.

 

Dunque tutti pagano le tasse, nessuno escluso ma la proporzione è quelli che stanno nel mezzo pagano la maggiore quota di tasse in una proporzione troppo alta rispetto a quelli che stanno ai due estremi (7,1% e 43%) ovvero la forbice che separa i due espremi è troppo stretta e penalizza il mezzo che è di fatto il gruppo più numeroso.

Ai  cittadini si uniscono le imprese che devono pagare le tasse sulla base dei profitti realizzati. E il governo si regola con misure fiscali per i premi di produttività e per il welfare aziendale Viene prorogato, estendendolo al triennio la 2025-2027, il dimezzamento (dal 10% al 5%) dell’aliquota dell’imposta sostitutiva sulle somme erogate sotto forma di premi di risultato o di partecipazione agli utili d’impresa. Le aziende hanno comunque degli scaglioni sulla base dell’utile (reddito)

 

Imprese

 

Scaglioni di reddito in Euro Aliquota Imposta dovuta
da 0 a 28.000 23% 23% sulla parte eccedente la no tax area
da 28.000,01 a 50.000 35% 6.440 € + 35% sulla parte eccedente i 28.000€
oltre 50.000 43% 14.140 € + 43% sulla parte eccedente i 50.000€

 

 

Anche in questo caso bisogna integrare il dato con i numeri assoluti di aziende che si collocano nelle fasce, e tenere conto del numero di aziende che sono state chiuse nell’anno in corso, di quante sono in stato di fallimento o presto ci entreranno. Ci sono 4.665.000 imprese attive in Italia e di queste imprese ben 4.430.000 sono con meno di 10 addetti e altre 207.00 hanno tra 10 e 49 addetti quindi ai fini fiscali del prelievo si collocano tra il primo e il secondo scaglione nei due settori che costituiscono il gettito maggiore

La prima condizione del principio della partecipazione di tutti (cittadini ed imprese) alle spese dello Stato (e non solo al welfare come è creduto da molti in questo periodo) sembra essere formalmente soddisfatta, ma nella sostanza tutti coloro che non producono reddito dovrebbero essere considerati non soggetti ad imposizione non per scaglione ma per cifra assoluta in modo tale da evitare il vergognoso fenomeno dell’evasione che proprio nella scelta del metodo della determinazione per scaglioni di reddito imponibile trova le maglie per dichiarare o non dichiarare secondo la convenienza dell’anno fiscale.

Quello che resta insoddisfatto è il criterio della proporzionalità ben temperata bisognerebbe precisare per che gli scaglioni che contribuiscono alle spese sono quelli dal lato dei cittadini che garantiscono una entrata certa ovvero dipendenti pubblici e pensionati e in misura minore gli autonomi (lavoro in proprio) e dal lato delle imprese le piccole imprese e le poce medie che riscono ancora ad andare avanti nonostante la grande distribuzione in alcuni settori le abbia falcidiate senza pietà (espulse dal mercato senza tanti complimenti).

La politica fiscale ovvero la capacità di raccogliere risorse dai cittadini e dalle imprese è il fulcro di ogni politica di governo di qualsiasi Paese e dalla capacità di essere persuasiva ed anche convincente diepnde anche il futuro dello stesso governo e non soltanto la “capienza della borsa”  della spesa pubblica e dell’indebitamento. E’ di questi giorni le dimissioni del ministro delle finanze della Repubblica Federale di Germania.

La nostra Costituzione resta in parte disapplicata nella politica fiscale ma la conoscenza esatta di quanto ampia sia la forbice che l’allontana dalla piena applicazione è già un elemento a favore del superamento della distanza; tuttavia per ovvie ragioni politiche questa azione non è da aspettarsi da parte dei governi poiché ciascuno di esso è interessato a farsi approvare politiche fiscali che recuperino il maggior gettito possibile,  quanto puiuttosto dall’opinione pubblica che nella sua funzione di controllo e senza eessere bloccata dal pregiudizio di “osticità” che ammanta la fiscalità , svolga la sua funzione e tuteli i propri interessi ivi compresi quelli di proporzionalità e di uguaglianza nel pagamento delle spese dello Stato .

Landini evoca la rivolta sociale: il sindacato fa politica?

Dunque, il segretario del più grande sindacato italiano, Landini, invita tutti i cittadini alla “rivolta sociale” contro questo Governo che viene accusato di qualsiasi nefandezza possibile. Un invito, è inutile negarlo, che arriva da un sindacato che ormai è un partito del ‘campo largo’ o, meglio ancora nel caso specifico, del ‘Fronte popolare’ contro un nemico ideologico giurato. Un appello, quello del segretario generale della Cgil, che ricorda una stagione tristemente nota nel nostro paese. Ovvero, quella della fine degli anni ‘60 e gli interi anni ‘70. Perché quando una organizzazione sindacale incita alla “rivolta” è di tutta evidenza che non si può escludere nulla. Anche perché, è bene non sottovalutarlo, questa “rivolta sociale” coincide anche con l’accusa, persin violenta a livello verbale e sbandierata quotidianamente da Landini, contro un Governo, una Presidente del Consiglio e una coalizione politica, cioè il centro destra, che secondo la Cgil nega le libertà, riduce la democrazia, prepara una svolta autoritaria e quindi una semi dittatura e che, infine, sfregia la stessa Costituzione repubblicana.

Insomma, una lotta senza quartiere contro un neo fascismo ormai alle porte. E la violenza verbale di Landini, lontana anni luce dal comportamento e dal linguaggio di un grande dirigente della Cgil, Luciano Lama, conferma che il profilo e l’identità dello storico sindacato rosso sono ormai squisitamente politici e partitici e del tutto avulsi ormai dal ruolo che storicamente può e deve svolgere un sindacato. Del resto, l’attuale corso della Cgil è un progetto politico e partitico. Interviene su qualsiasi provvedimento del Governo: dalla riforma istituzionale all’autonomia differenziata, dalla separazione delle carriere ai compensi milionari dei “martiri” dell’informazione che migrano dalla Rai ad altre emittenti televisive; dalla politica estera del nostro paese alla gestione dell’immigrazione e via elencando.

Come ormai tutti sanno, Landini interviene su tutto e su tutto lo schema della Cgil è quello di invitare gli italiani a scendere in piazza. C’è solo un tema, come dice magistralmente e ripetutamente Calenda, su cui Landini misteriosamente – si fa per dire – non dice una parola. Ovvero, la politica industriale, la prospettiva e la strategia del gruppo Stellantis. Cioè quando vengono toccati gli interessi degli editori della Repubblica e della Stampa cala il silenzio del capo del sindacato rosso. Un silenzio che evidenzia una palese contraddizione della Cgil da un lato e una eccessiva furbizia tattica di chi attualmente la guida dall’altro.

Ma, al di là di questo elemento che, lo ripeto, ormai non fa neanche più notizia talmente è nota e conosciuta, quello che semmai va evidenziato è che storicamente, istituzionalmente e costituzionalmente il sindacato svolge un altro ruolo. Che, al momento, non dovrebbe essere quello di trasformarsi scientificamente e strutturalmente in un partito politico a tutti gli effetti ma, al contrario, di difendere e di tutelare gli interessi, le esigenze, le domande e i bisogni dei lavoratori italiani. Di tutti i lavoratori italiani con qualsiasi contratto e che svolgano qualsiasi mansione professionale.

Per queste semplici ragioni, verrebbe quasi da dire – anche e sopratutto nell’attuale contesto politico – che per fortuna esiste ancora un sindacato nel nostro paese che svolge il suo antico ruolo. Un’affermazione, questa, quasi banale se non addirittura scontata. Eppure proprio oggi appare di una modernità straordinaria. Ecco perché, in conclusione, per fortuna che oggi esiste la Cisl. Ovvero un sindacato che semplicemente fa il suo mestiere. E cioè sintetizzando, centralità della contrattazione; no a pregiudiziali politiche e partitiche; esaltazione del dialogo e del confronto con le altre parti sociali, compreso il Governo; priorità al merito delle questioni e difesa dei lavoratori, di tutti i lavoratori. Tasselli che portano ad un solo obiettivo: il sindacato non è un partito perché il partito appartiene al campo della politica e degli schieramenti politici. Ecco appunto, un sindacato – quello della Cisl – che è l’esatto contrario dell’attuale strategia della Cgil di Landini.

Donald Trump e la crisi della sinistra americana

Questa volta Donald Trump ha vinto anche nel voto popolare, a differenza di quando – otto anni fa! – sconfisse Hillary Clinton. Ha aumentato i consensi in ogni Stato, in ogni gruppo etnico, in ogni segmento sociale della popolazione. Intendiamoci, nel voto popolare non ha stravinto – gli Stati Uniti rimangono spaccati quasi a metà – ma ha senz’altro vinto pienamente. Aggiudicandosi la maggioranza, ancorché di misura, in tutti gli otto Stati nei quali i sondaggi prevedevano con certezza un testa a testa fra i due candidati (ed è stato così) ma non certo la vittoria finale di Trump in ognuno di essi.

E’ un risultato – la vittoria dell’ex Presidente ora legittimato a tornare a Washington per un secondo mandato nonostante i capi di imputazione che ancora pendono sulla sua persona – che deve insegnare molto ai democratici sconfitti ma che soprattutto ci dice molto circa il “momentum” vissuto dagli Stati Uniti ma più in generale dal mondo occidentale (se ne parlerà prossimamente, ma non v’è dubbio che questo voto americano avrà riflessi non secondari in Europa).

Gli elementi di fondo che hanno favorito la vittoria di Trumphanno a che fare con la paura, un sentimento vissuto dai ceti popolari e dalla classe media falcidiati dall’aumento dell’inflazione, dalla perdita del potere di acquisto, dalla complessiva sensazione di caduta del tenore di vita e dalle conseguenti preoccupazioni sul proprio futuro. I positivi dati macroeconomici dell’economia statunitense post-Covid (prodotto interno lordo cresciuto, quasi piena occupazione, aumento dei salari) non sono stati sufficienti per tranquillizzare una parte ampia dell’elettorato medio americano, preoccupato dall’inflazione ancora alta che si mangia ogni incremento salariale e dalla conseguente caduta del potere d’acquisto. Il rilancio macroeconomico conseguito dalla presidenza Biden non è stato affiancato da quello micro, essendo rimasta alta l’inflazione che – come è noto – erode innanzitutto i redditi medi e quelli più bassi. Ciò ha prodotto incertezza e diffusa sensazione di precarietà presso il ceto medio e non solo presso i ceti più popolari sui quali, dunque, i pur ragguardevoli risultati macro conseguiti dal governo federale non hanno inciso più di tanto, erosi dall’inflazione e da un vago senso di malessere circa le prospettive future.

Il sostegno, tradizionale, dello star system al Partito Democratico ha questa volta più di altre nuociuto alla candidata dem, che pure aveva alcuni punti di forza innovativi (donna di colore, con una carriera importante nella magistratura e non nella politica) ai quali però ne associava alcuni altri irritanti per gli americani tradizionalisti che non vivono sulle due coste oceaniche della Nazione (il lassismo in genere ispirato all’americano medio non californiano da tutto quello che proviene da quello Stato, ora rafforzato dall’onnipresente ideologia woke con tutti i suoi derivati dalla quale Kamala Harris non mostrava quella pur minima distanza che traspariva a volte dai “non detti” del cattolico Biden; il sostegno dell’élite progressista milionaria in dollari che guarda dall’alto in basso con vero disprezzo classista i ceti popolari più tradizionalisti; il solito – e spesso in verità ingiustificato – senso di lassismo emanato della sinistra liberal nei confronti della criminalità di base, spicciola eppur devastante per le persone oneste appartenenti ai ceti popolari).

E così il mix prodotto nell’America profonda da rabbia nei confronti di uno star system che non la rappresenta sociologicamente (e che ciò nondimeno si può applaudire ma solo nei momenti di svago, il tempo di un concerto, il tempo di una trasmissione tv) e che pretende di farle la morale dall’alto dei suoi valori umanistici e dei suoi dollari e, ancora, dalla paura circa un futuro insidiato da nuove tecnologie, fine dell’era industriale, multiculturalismo, innovazioni tecnologiche e quant’altro ha generato una reazione uguale e contraria che ha condotto molte persone non necessariamente  ideologizzate o nemiche dei valori democratici e inclusivi della migliore tradizione americana a sostenere, se non proprio a sposare, le tesi in qualche modo eversive della migliore tradizione dell’American way of life: l’identitarismo contro un “altro” considerato un nemico da insultare; una qual certa noncuranza verso l’etica pubblica che ha fatto dimenticare, ad esempio, i gravissimi fatti del 6 gennaio 2021 (mai esplicitamente condannati da Trump); lo scadimento del linguaggio, sempre più volgare e offensivo nei confronti del concittadino espressione di un’altra idea, di una differente concezione della vita e della società.

La vittoria di Trump nasce da queste, e altre, divisioni dell’America più profonda rispetto a quella luccicante dello star system che noi non americani vediamo da fuori. Certo, se il Presidente Biden avesse con umiltà accettato prima i segnali provenienti a lui medesimo dall’inesorabile trascorrere del tempo avrebbe consentito al suo partito un confronto interno acceso ma profondo, e forse sarebbe da esso emersa una figura maggiormente in grado di rappresentare un’alternativa non solo generazionale a Donald Trump. Un errore questo che, insieme al ritiro dall’Afghanistan, macchierà l’eredità politica di Joe Biden, un Presidente che invece ha fatto bene (e oggi naturalmente non gli viene riconosciuto) in molti settori, incluso quello economico.

Invece, in una campagna elettorale divenuta brevissima dopo il ritiro dalla corsa– a quel punto inevitabile – del Presidente in carica, Kamala Harris ha fatto tutto quello che ha potuto, e pure di più, ma non ha certo potuto cancellare le sue debolezze e quelle del suo partito, diviso e segmentato come non mai e però costretto a improvvisare una unità di facciata intorno alla vicepresidente uscente. E nulla ha potuto a fronte del sentiment generato dalla paura del futuro così diffusa e prevalente in quella grande nazione in questo periodo storico presso larga parte della popolazione.

L’America profonda ha chiesto col suo voto a Trump quello che una società spaventata dalle novità emergenti in genere domanda alla politica: protezione.

Protezione dal rischio di crisi economica, protezione dalle migrazioni esterne, protezione dalla prevalenza delle minoranze a scapito della maggioranza, protezione degli integrati nel sistema, protezione del proprio territorio e dei propri interessi prima che di quelli altrui. Se a questo compito, poi, si dedicano miliardari come Musk e come lo stesso Trump poco importa. Del resto, cinicamente, per i più, in un tempo nel quale i grandi ideali sono confinati sullo sfondo, la leadership politica deve limitarsi a seguire gli umori della società individualista. Rovesciando uno dei cardini sui quali si fonda(va) il primato della politica. Stando così le cose, per ora e speriamo non per sempre, la vittoria di Trump era scritta. Inevitabile.

Verso una difesa comune: Ue, Nato e il ritorno di Trump.

La netta vittoria di Donald Trump si riverbera inevitabilmente anche a Bruxelles. A poche ore dalla chiusura dei seggi, regnano i dubbi sul futuro delle relazioni con l’altra sponda dell’Atlantico, soprattutto per la volontà dichiarata del neoeletto Presidente Usa di imporre dazi ai prodotti europei e per le incognite su Ucraina, Medioriente e relazioni con la Cina.

Preoccupazioni e incertezze che si rispecchiano anche nelle audizioni dei Commissari designati in corso in questi giorni in Parlamento europeo. In attesa della conferma definitiva del collegio il 27 novembre a Strasburgo, è, tuttavia, possibile evidenziare alcuni elementi. Fermo restando il ruolo forte dei Paesi più grandi, non si può non notare come l’Europa centrorientale sia diventata cruciale. Kaja Kallas, estone, è Alto rappresentante/vicepresidente incaricata di Affari esteri e politica di sicurezza. La vicepresidente finlandese Henna Virkkunen ha la delega a sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia, cruciale nella lotta alla disinformazione russa e alle ingerenze straniere nei processi elettorali europei. A loro, si aggiungono il lituano Kubilius, primo commissario europeo alla difesa e spazio, il ceco Sikela, con l’incarico delicato ai partenariati internazionali. Toccherà al polacco Serafin scrivere il prossimo bilancio settennale mentre il lettone Dombrovskis si occuperà di economia e produttività. La Bulgaria conferma la delega alla ricerca, con Ekaterina Spasova: il programma Horizon è, insieme alla politica agricola e alla coesione, la principale voce di investimenti del bilancio Ue, con capitoli dedicati alla ricerca in ambito militare. La slovena Marta Kos ha l’incarico per l’allargamento, con focus su Ucraina e Moldavia, ma anche Montenegro, Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord. Insomma, i Paesi dell’ex patto di Varsavia sono protagonisti nel nuovo assetto Ue.

A questo, si aggiunge la task force lanciata da von der Leyen e dal nuovo segretario generale della Nato, Mark Rutte, per rafforzare la cooperazione tra Ue e Alleanza atlantica. La necessità nasce, secondo, Von der Leyen e Rutte dalla guerra russa in Ucraina “la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza sul continente”, e dall’intervento della Corea del Nord “una escalation significativa” che evidenzia la “crescente aggressività degli stati autoritari che sfidano i nostri interessi e valori, con strumenti politici, economici, tecnologici e militari”.

Come se non bastasse, sempre nei giorni scorsi, l’ex presidente finlandese Sauli Niinistö ha presentato il report sulla preparazione della difesa della cui stesura Ursula lo aveva incaricato a marzo. La tesi è che va scardinata l’idea per cui gli Stati membri sono gli unici responsabili della propria sicurezza. È necessario, secondo Niinistö, “fidarci l’uno dell’altro”, condividendo risorse e conoscenze. “L’Unione europea deve passare dalla reazione alla preparazione attiva”. L’asticella del bilancio europeo da destinare alla sicurezza è fissata a un decisamente ambizioso 20%. Servono fondi per finanziare una rete europea antisabotaggio in caso di minacce alle sue infrastrutture critiche e un servizio Ue di intelligence. Mentre Draghi aveva chiesto nella sua relazione nuovi strumenti di debito comune, Niinistö non si spinge a proporre “defense-bond”. Non sappiamo, oggi, come questa nuova tendenza andrà ad interagire con il prossimo mandato di Trump e cosa sarà della relazione Ue-Stati Uniti.

Ma tre indizi fanno una prova. Se nel 2019, von der Leyen aveva annunciato una “Commissione geopolitica”, rimasta lettera morta, oggi sembra realizzare un indirizzo diverso senza annunciarlo, in molti casi affidando a esponenti Popolari europei le nuove pesanti deleghe. Troppo presto per dire quale ruolo avrà l’Italia. Certo è che mai come oggi servono competenze e capacità di manovra nuove, nella speranza che, parafrasando l’ultimo brano scritto da Augusto Daolio, l’Unione europea sappia “ad est ritrovare la vita”.

La riedizione di ‘America First’: un nuovo ordine mondiale alla prova.

Anche in questa occasione siamo stati tratti in inganno dai sondaggi, peraltro subito suffragati (a differenza di ciò che accade in casa nostra dove l’astensionismo è saldamente vincente da anni) dalla elevata partecipazione dei cittadini al voto per l’elezione del 47° Presidente USA. Tuttavia più che il previsto testa a testa il risultato si è rivelato un voto di ‘pancia’ ed è stato netto e significativo, oltre ogni valutazione sulle sue ricadute.

La vittoria di Trump è stata schiacciante e ha ammutolito (mentre scrivo tutto tace dal fronte democratico) gli avversari. Si può ragionevolmente ascrivere – come sottolinea un profondo conoscitore del mondo americano come Federico Rampini – l’esito del voto più agli errori del partito democratico che ai meriti personali del tycoon e del suo entourage. La candidatura di Kamala Harris è emersa come unica soluzione temporalmente possibile dopo i tentennamenti di Biden, come avvicendamento interno di leadership, ma senza l’investitura di un confronto congressuale, inoltre gli endorsement dei Clinton e degli Obama sono apparsi tardivi e coreografici, senza alcun sostanziale contributo ad un programma elettorale che sapesse rispondere alle domande emergenti da un Paese che si estende per sei fusi orari, nella sua complessità territoriale, etnica, di target e istanze sociali.

Alcuni temi come l’immigrazione, le guerre in atto, la politica dei dazi e quella fiscale sono stati sottostimati. E mentre c’è chi si strappa i capelli immaginando conseguenze catastrofiche verso un possibile nuovo ordine mondiale (a cui contribuisce certamente il concomitante compattamento dei Paesi aderenti al Brics) va rilevato che indubbiamente – ascoltate certe premesse del rieletto Presidente – qualcosa cambierà, per l’America, per l’Europa, per la NATO e nel posizionamento USA nello scacchiere internazionale e prevedibilmente non si tratterà di quisquilie. Certe osservazioni delle cancellerie e dei governi alleati sono condivisibili, altre dovrebbero farci riflettere sul fatto che la questione – con tutti i suoi punti nodali e i suoi corollari – riguardava le scelte degli elettori americani molto attenti ad alcuni temi dirimenti che interessano il futuro del Paese ma intanto anche l’ordinaria quotidianità.

Alla più grande democrazia dell’Occidente è stato chiesto di esprimersi in un momento storico in cui la protezione economica, il lavoro e i salari, la sicurezza dell’ordine sociale e gli interessi diretti e palpabili dei cittadini statunitensi erano temi di fatto trasversali agli opposti schieramenti: l’abilità di Trump è stata quella di dare risposte precise a questi temi anche se in modo persino ultimativo e potenzialmente esasperato. L’immigrazione e le guerre sono stati per il tycoon motivo per riaffermare una già espressa inversione di rotta: come osserva il Direttore del Centro Studi internazionali Andrea Margelletti se dovesse venire meno il sostegno economico e di armamenti all’Ucraina ciò non significherebbe una rinuncia della Russia a continuare le ostilità, peraltro mai interrotte  (siamo oggi al 986° giorno dall’inizio “dell’operazione militare speciale”) ed ora rafforzate dall’ingresso nel Kursk di 11 mila soldati nordcoreani inviati da Kim a sostegno di Putin.

Se Trump – non credo drasticamente – riducesse l’appoggio a Kyiv si porrebbe per l’Europa una domanda cruciale: potrebbe l’U.E. intervenire con i propri eserciti per supplire il venir meno del sostegno USA, al fine di evitare una possibile mira espansionistica in Europa da parte di Mosca? Le immediate congratulazioni di Zelensky al neo Presidente USA hanno il sapore di una implicita perorazione: non essere abbandonati ad un destino infame che ora si paventerebbe in tutta la sua drammaticità: l’Ucraina resiste (ma bisogna chiedersi fino a quando) ma è esausta e devastata dall’invasore. Peraltro – silente Putin – Medvedev e Peskov si sono affrettati a riaffermare distanze da guerra fredda con gli USA. E oltre il muro di Tijuana che separa gli Stati Uniti dal Messico, oltre l’immigrazione dilagante, Trump in campagna elettorale ha promesso drastiche misure di espulsione.

Sarà interessante inoltre osservare come i repubblicani, che hanno conquistato anche il Senato, intenderanno – se lo faranno – legiferare sul tema dell’uso delle armi in un Paese in cui il primo fucile viene regalato a Natale ai bambini di dodici anni. Terranno banco certamente i rapporti con l’Europa e le singole nazioni: la totalità dei Governi (non solo Orban) si sono affrettati ad anticipare con favore una continuità di rapporti nella cooperazione internazionale, nelle alleanze, nelle scelte commerciali e nella stessa appartenenza comune alla NATO. Trump ha più volte citato la pace come obiettivo futuro – ma non procrastinabile – della Casa Bianca, ha promesso benessere: “sarà l’età dell’oro dell’America”. Restano sul campo, come in una scacchiera che aspetta mosse imprevedibili, primazie e antagonismi inconciliabili: Trump loda Netanyahu e ne è lodato ma Putin invia armi in Iran, mentre Cina e India fanno parte dei Brics, l’U.E. è angustiata da conflitti interni.

La politica dei dazi che il tycoon intende adottare rilancerebbe produzione e consumi interni: resta da vedere se la faccenda riguarderà i Paesi ostili come la Cina o anche quelli europei. La riedizione di ‘America first” si giocherà stavolta a fronte di scelte di possibile isolazionismo e tutti i partners mondiali ne sarebbero puniti. La rielezione di Trump è una lezione per tutti: non sul piano etico (ogni popolo – se può, come in democrazia accade – sceglie da chi essere governato, per questo suonano retoriche le parole di disappunto di certa politica) ma su quello di un pragmatismo estremo. Anche sotto questo profilo, lezione è e lezione rimane.

Quando l’élite snobba il popolo: il caso USA come monito per l’Europa.

È difficile, molto difficile, tracciare dei confronti tra le elezioni americane e quelle che si svolgono nel nostro paese. Difficile perchè non è possibile, di fatto, individuare degli elementi strutturali che si possono confrontare. Dal sistema elettorale all’assetto politico, dal confronto tra i candidati al profilo delle società. Ma c’è un elemento, forse marginale ma sino ad un certo punto, che non possiamo non richiamare e ricordare. E riguarda il cosiddetto voto popolare, o dei ceti meno istruiti o meno scolarizzati e sicuramente meno vezzeggiati dai media che hanno scelto massicciamente Trump. Almeno questo dicono unanimemente i sondaggisti e gli esperti dei flussi elettorali dopo la vittoria schiacciante del miliardario repubblicano. E che, guarda caso, già non votarono Hillary Clinton contro Trump. “Spazzatura” il termine usato recentemente da Biden rivolgendosi a chi votava Trump e lo stesso giudizio venne espresso da Hillary Clinton quando lo sfidò alcuni anni fa. Insomma, si può dire tranquillamente, e senza alcuna polemica specifica o pregiudiziale, che c’è una sorta di disprezzo congenito della sinistra americana – e anche e soprattutto di quella italiana e di altri paesi europei – nei confronti di un elettorato ritenuto non all’altezza per scegliere un candidato, un partito, uno schieramento o un progetto politico e di governo.

Ora, questo è un tema che puntualmente fa saltare i sondaggi – di norma sempre compiacenti – e che evidenzia l’incapacità strutturale di chi pensa di rappresentare organicamente e fideisticamente i ceti popolari, i meno abbienti e gli ultimi e poi si accorge, dopo il voto, che questo non è accaduto. E il voto americano lo ha evidenziato, e per l’ennesima volta, in modo persin plateale. Un vezzo e una deriva, questi, che trovano piena cittadinanza anche nel nostro paese. E non solo. A conferma che non può mai essere confuso con il consenso reale e popolare la vulgata del “politicamente corretto”, la moda dei messaggi e delle dichiarazioni degli attori, dei conduttori televisivi milionari, degli opinionisti a gettone, dei cantanti e degli artisti alto borghesi, della rete culturale forte e convinta della propria superiorità morale e politica, dei maitre a penser eternamente arroganti e presuntuosi. Insomma, per capirci, quel circo mediatico, politico, culturale e televisivo che storicamente individua nella sinistra salottiera, aristocratica ed alto borghese l’unica classe dirigente titolata a governare. Il resto, appunto è solo “spazzatura”.

Così è stato nel nostro paese per quasi 50 anni con la Democrazia Cristiana; così è stato soprattutto con Berlusconi e così è adesso, e a maggior ragione, con l’attuale centro destra.

Ecco perchè, e al di là del profilo, del progetto e del messaggio politico di Trump e delle possibili ricadute che la sua vittoria potrà avere per il nostro paese e per l’intera Europa, forse è arrivato anche il momento che la sinistra salottiera, aristocratica e alto borghese – compresa, e soprattutto, quella italiana – si ponga una semplice domanda: ma dove votano e per chi votano i ceti popolari?

L’incontro tra spiritualità e impegno sociale: la riscoperta del Noi.

Foto concessa da S.E. MONS. VINCENZO PAGLIA – Presidente della PONTIFICIA ACCADEMIA per LA VITA Copyright Vatican Media

Anni fa, in occasione della vittoria dello scudetto del Napoli, sulle mura del cimitero di Napoli apparve la scritta! Che vi siete perso!”, a segnare il rammarico dei morti per non aver potuto godere della gioia popolare.

Il discorso vale per quanti non hanno partecipato all’incontro promosso da Don Andrea Manto, Parroco di Santa Chiara a Roma, sul tema “Destinati alla vita, l’esistenza il tempo e l’Oltre” con la presenza di Vincenzo Paglia e Fausto Bertinotti a dibattere con la caratura e l’intelligenza che li correda.

Nel teatro un pubblico attento all’ascolto di oltre 400 persone, posti in piedi, per dire di quanto la qualità muova ancora l’interesse ad una partecipazione.

Dopo i saluti di introduzione, Don Andrea Manto ha moderato il confronto con stile dinamico con commenti incisivi e mirati, rilanciando le riflessioni emerse con ulteriori spunti, intanto centrando il pensiero sulla figura del ruolo oggi della figura dell’Anziano, tema oggetto di particolare interesse e studio dei due relatori.

Per Bertinotti, nella società contadina l’anziano era naturalmente rispettato mentre nella società industriale è diventato un riferimento controverso. La perdita della capacità di lavoro ne ha impoverito il valore bilanciato dal riconoscimento della pensione il cui valore ne condiziona però costantemente il prestigio. Occorre prendere atto come nella società post industriale prevalga l’egoismo ed una attenzione tutta volta allo spettacolo e al divertimento. Si destinano fiumi di denaro per la cura dell’estetica. L’anziano così entra in crisi perché non è bello e spendibile mentre dovremmo guardare tutti ad una ragione superiore della vita delle persone. L’umanità ha invece una missione da compiere o su questo campo perdiamo tutti. Così il dovere delle minoranze è andare contro questo processo storico, consapevoli come la politica non può salvarci perché è essa stessa parte del sistema.

E’ quello che Paglia, citando De Rita, ha chiamato” l’egolatria”, un inquietante mondo di monoteisti. Il Presidente della Accademia Pontificia della Vita ha detto come oggi è più che mai il tempo della Chiesa. Così, richiamando l’Enciclica “Spe Salvi” di Papa Benedetto XVI, ciascuno non può salvare la sua anima per conto proprio, o si è insieme o si fallirà. Oggi urgentemente deve imporsi il magistero della fragilità, che proclama la sua disabilità, riscoprire il senso del Noi, la corresponsabilità di tutti per un’idea diversa di comunità. Per questo, con esempio concreto, gli anziani non devono essere relegati nelle residenze sanitarie assistenziali ma restare in famiglia per essere accuditi ed a loro volta per accudire. Paglia ha rammentato come la Bibbia dica come non è bene che l’uomo stia solo, quindi prendersi cura gli uni degli altri è  la sola prospettiva a cui guardare, si impone una alleanza per salvare il Noi.  La Chiesa deve essere serva, aiutare il mondo altrimenti il rischio è di finire drammaticamente nel buco del lavandino della storia. Grazie al progresso della medicina, è la prima volta che registriamo la contemporanea presenza di 4 generazioni e ciascuna è abbandonata per conto suo. Al contrario occorre costruire le scale e gli ascensori per dialogare e vivere fruttuosamente insieme.

Sulla stessa linea Bertinotti ha sottolineato come “il vecchio” ed i nonni rappresentino uno Stato sociale, che sostituisce la famiglia per ragioni economiche e di tenuta. Siamo di fronte ad un mondo che produce spaesamento e solitudine, privo di un riconoscimento di una prospettiva di futuro, con l’assoluta assenza attuale di profeti.

Sulla questione Don Andrea Manto ha osservato come è mancata del tutto la globalizzazione dell’umano, realizzandosi solo quella spietata dei mercati, affermandosi purtroppo una cultura dello scarto.  La rivoluzione industriale ha  creato anche con la sua tecnologia una incomunicabilità  tra giovani anziani. Se non sei utile alla macchina sei espulso dal sistema. La tecnologia, del resto, non ha certamente caratteri caritatevoli. La famiglia è in grave affanno minata dall’imporsi di ruoli fluidi che ne condizionano la tenuta. L’esigenza di trovare da tutti una fede condivisa è ciò che dovrebbe allertare i cuori e le coscienze di ciascuno.

Il dibattito si è poi orientato sul tema dell’Oltre e sul senso della vita.

Da qui Paglia ha denunciato la rottura di legami e ancor più la mancanza di una destinazione. La domanda è se ci sia un senso della vita o siamo soltanto un frutto del caso. La ragione, molto assorta ad indagare sul fatto che siamo venuti al mondo, parimenti dovrebbe impegnarsi anche sul nostro “oltre”. Ha sottolineato una verità spesso nel dimenticatoio: lo scandalo della resurrezione della carne e non solo dell’anima. Per Paglia ci attende la resurrezione della carne e non di una astratta energia. Tutti siamo destinati ad un fine e non siamo in balia dei drammi umani. Dio assegna a Noè, un vecchio, il compito di salvare tutta l’umanità. Ci attende una destinazione futura storica e umana ed il paradiso è una terra per tutti i popoli non solo per i Cristiani. E’inutile combattersi, si deve essere tutti insieme al mondo e il ruolo dei Cristiani è quello di essere fedelmente servi della fraternità.

Bertinotti ha contrapposto, da non credente, una diversa chiave di lettura, individuando nel suo “oltre” non la resurrezione della carne ma una permanente azione storica di riscatto delle ingiustizie della società, memori della lezione ricevuta da chi ci è preceduto e che costituisce la stella polare a cui ispirarsi.

Per l’uomo politico la sua destinazione è mettere la causa nella storia, è redenzione della umanità, nella causa di liberazione di alienazione degli uomini. Questa, dunque, è la sua idea di trascendimento.

Ha ricordato simpaticamente il felice rapporto tra Don Peppone e Don Camillo, ciascuno de quali vantava di conoscere i propri fedeli o compagni per nome e l’altro in aggiunta per nome e cognome, una sintesi valoriale del cattolicesimo e del movimento operaio. Ora si certifica una desertificazione del tutto ammettendo di non saper dare risposte al precipizio in cui si è caduti, allo scarto tra i sogni di un tempo e il vuoto di oggi, tra il Noi del passato e l’egoismo attuale.

In conclusione, Paglia ha rilevato che quella di Bertinotti non sia comunque storia minore. Siamo obbligati al bene e la resurrezione della carne e della storia costituiscono in ogni caso un dono di Dio. La storia Dio la regala a tutti i suoi figli, indipendentemente dal merito.

L’evento ha confermato come la Parrocchia di Santa Chiara sia un esempio speciale di comunità nel territorio su cui insiste, una osmosi fertilissima dei suoi abitanti che guardano e lavorano nella realtà parrocchiale arricchendola di contributi e trovando, in essa, il Noi a cui tutti dovremmo ambire. C’è da credere che si aprirà una stagione di nuovi appuntamenti di nuovo tutti da vivere.

La Repubblica delle autonomie. Incontro con Giovanni Maria Flick

Organizzato dall’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), si è svolto ieri pomeriggio (5 novembre 2024) nell’Aula Petrocchi dell’Università Lumsa l’incontro con il Presidente emerito della Corte costituzionale, prof. Giovanni Maria Flick, sul tema:

“Municipalismo e regionalismo. La Repubblica delle autonomie nella visione democratica e costituzionale”.

Di seguito il video integrale di Radio Radicale.

L’età dell’oro di Trump: l’America vede nel giardino di casa la sua frontiera.

Il trionfo di Trump viene da lontano e si nutre di agitazione, come se l’America avvertisse il bisogno di scrollarsi di dosso il peso delle sue responsabilità mondiali. Una netta maggioranza si è formata attorno alla convinzione che il futuro – Musk lo ha portato in dote alla campagna dei Repubblicani – si può piegare al sogno di una ritrovata fiducia e sicurezza nelle proprie dinamiche interne, in un orizzonte dove la “nuova frontiera” sta per ognuno nel giardino di casa.

“Questa sarà davvero l’età dell’oro dell’America”, ha scandito il neo-eletto Presidente nel saluto rivolto ai propri sostenitori. Dunque, in queste parole non c’è il mondo o se c’è appare lontano, poiché lo si osserva arcignamente con le lenti di un cannocchiale rovesciato.

Il punto debole di una tale politica, molto americana e poco occidentale, lo si scorge nel rapporto evasivo, se non conflittuale, con l’Europa. Anche se guadagna consenso in patria facendo la faccia feroce sui costi della difesa del Vecchio Continente, Trump perde il contatto con la realtà figurandosi di poter prescindere per convenienza dall’asse euro-atlantico. In un contesto internazionale a dir poco complicato, non è facile immaginare la tenuta dell’Occidente distanziando pericolosamente le due sponde dell’Atlantico. Anche sul piano economico si stenta a capire la razionalità di un atteggiamento aggressivo nei riguardi dell’Europa, come se l’’Europa, messa alle strette, non fosse in grado di reagire.

In ogni caso, il trumpismo è una grande prova muscolare che assume rilievi d’indubbia spettacolarità di fronte alla incresciosa svagatezza dei Democratici. Non si è capito se sostituendo Biden con la Harris cercassero un camuffamento o un rilancio, fatto sta che gli elettori hanno respinto a chiare note questa indecisione strutturale. L’impressione è che il partito dell’asinello abbia ignorato l’America profonda. Forse la Harris non doveva essere candidata, se si voleva lanciare in piena corsa, detronizzando Biden, un credibile messaggio di cambiamento. Lo stato maggiore del partito – ma dov’è o qual è? – si dovrà interrogare a fondo perché stavolta la lunga notte elettorale si è conclusa, più che con una sconfitta, con una vera e propria débâcle.

 

 

 

 

Dalla crisi di Stellantis al modello tedesco: come salvare l’automotive.

Nelle scorse settimane abbiamo osservato l’uscita di numerose informazioni circa le difficoltà del settore automobilistico in Europa ed in particolar modo nei due Paesi principali per la manifattura del vecchio continente: Italia e Germania.

Nel nostro Parlamento, l’audizione in commissione Industria del CEO del gruppo Stellantis ha reso pubblica e manifesta le difficoltà di comunicazione esistenti tra sistema Paese ed ex gruppo Fiat. In particolare, il CEO si è rifiutato di lasciare agli atti del Parlamento i documenti presentati durante l’audizione, un brutto segnale di scarsa trasparenza.

Anche oggi, dopo quell’intervento parlamentare, il futuro del gruppo Stellantis in Italia appare nebuloso e poco chiaro. In Germania, invece, il sindacato che fa parte del consiglio di fabbrica del gruppo Volkswagen ha lanciato l’allarme sulle possibili chiusure di alcuni impianti tedeschi e sulla possibile riduzione dello stipendio dei dipendenti.

L’allerta pubblica ha messo in moto un meccanismo grazie al quale ora, sindacato e dirigenza, stanno provando a trovare un accordo in grado di evitare la chiusura degli impianti e i numerosi licenziamenti. Molto probabilmente il nuovo accordo prevederà comunque dei sacrifici di breve periodo per gli operai tedeschi; tuttavia, garantirà, almeno per il momento, il loro posto di lavoro, permettendoli di scommettere sul rilancio dell’azienda.

Questo percorso, con le ovvie difficoltà del caso, si è potuto realizzare grazie alla presenza di rappresentanti dei lavoratori nei vari consigli amministrativi del gruppo tedesco. La loro presenza ha permesso di conoscere la realtà e i difficili numeri del gruppo, i rischi per i lavoratori e ha responsabilizzato i sindacati stessi nel cercare soluzioni alternative alla perdita di posti di lavoro.

L’esperienza tedesca ci insegna quindi che, più della presenza dello Stato nell’azionariato di una compagnia, più degli incentivi commerciali dati a pioggia che drogano il mercato, per tutelare i lavoratori serve una loro rappresentanza nei consigli direttivi delle grandi società.

Questa è una battaglia storica che gli esponenti cattolici hanno sempre portato avanti ma con scarso successo. Sarebbe un ottimo punto da mettere in agenda per chi in politica si professa centrista. Sarebbe poi ancora meglio se, come per il salario minimo, divenisse una battaglia comune di tutte le opposizioni. Per spingere questa proposta, ci vorrebbe anche una maggiore impegno per portare avanti questa istanza da parte di tutti i sindacati (non solo alcuni).

Schlein ferma De Luca ma apre al dialogo con i suoi

Il Pd dice no al terzo mandato, il voto dell’assemblea regionale campana non smuove di un millimetro la segretaria Pd Elly Schlein (“Possono votare tutte le leggi che vogliono”), ma la leader democratica in qualche modo tende anche una mano al “Pd campano” e dunque di fatto allo stesso Vincenzo De Luca. Parlando alla festa del quotidiano `Domani’, la segretaria è netta: “Possono votare tutte le leggi regionali che vogliono, ma questo non cambia la posizione del Pd, che non supporterà i presidenti uscenti per un terzo mandato. Le regole valgono per tutti”.

La leader Pd ribadisce anche il concetto già espresso qualche giorno fa: “Se qualcuno era abituato diversamente, perché prima funzionava diversamente, è bene che si abitui al cambiamento perché io sono stata eletta esattamente per fare questo”. Poi, però, esclude “espulsioni” e arriva invece quella che sembra un’apertura. Schlein indica l’esempio di Stefano Bonaccini e Antonio Decaro: “Prima dell consenso viene il buonsenso. Bonaccini e Decaro ci hanno aiutato a costruire una nuova classe dirigente. Questa è la posizione”.

Dunque, per essere ancora più chiara, “bisogna costruire insieme ciò che offriamo alle prossime elezioni regionali. Noi lavoriamo in questa direzione, ci interessa lavorarci con il partito regionale campano e naturalmente con la coalizione. Ma noi siamo pronti a fare questa discussione e chi vuole potrà contribuire ad aiutarci”. In pratica un invito anche al governatore in carica a sedersi al tavolo che dovrà scegliere il candidato per il prossimo anno, ovviamente insieme anche al resto della coalizione.

Si vedrà se questo basterà a De Luca. Il presidente campano ieri ha offerto la propria esibizione di forza, mostrando che il Pd della regione segue lui e non le indicazioni che arrivano da Roma. Una mossa che, in effetti, può essere letta anche in chiave tattica per assicurarsi un posto al tavolo che deciderà il nome del prossimo candidato. Questo è lo scenario ovviamente preferito dal Pd, perché una corsa solitaria dello “sceriffo” rischierebbe di regalare in partenza la regione al centrodestra.

Ma la Schlein ne ha anche per gli eterni rivali Conte-Renzi e non tralascia nemmeno di inviare qualche messaggio ai tanti nel Pd che cominciano a mugugnare per una linea ritenuta troppo accondiscendente verso i 5 stelle. Primo messaggio: “Ho l’impressione che invece i dibattiti, le competizioni, le polemiche, sono cose che hanno stufato i nostri elettori, che allontanano i nostri elettori”, dice quando le viene chiesto se alla fine bisognera scegliere tra M5s e Iv. Anche perché, insiste, “se non ti allei col Pd cosa ti rimane? Allearti con la destra! Spero di no e comunque non è per noi un’ipotesi. Ti rimane di sperare di arrivare da solo al 50% più uno dei voti…”.

Secondo, la segretaria ribadisce la linea “testardamente unitaria” e sottolinea: “Se cresciamo – e come noi Avs – è anche perché non ci avete mai visto attaccarci tra di noi o presi in dibattiti politicisti”. Una considerazione che sembra rispondere ai diversi distinguo che si sono sollevati nel Pd verso M5s dopo la sconfitta in Liguria.

Perché l’Italia ha bisogno di oligarchi: la provocazione di Giuseppe De Rita.

Al lettore del Domani d’Italia non bisogna suggerire chi è Giuseppe De Rita, fondatore e presidente onorario del Censis, il centro studi che da quasi 60 anni pubblica il noto Rapporto sulla situazione sociale del Paese, vera bussola per chi cerca di orientarsi tra le pieghe della società italiana.

Sulla soglia dei 90 anni, l’illustre sociologo dà alle stampe un volume (Oligarca per caso: il racconto della vita di un italiano alla ricerca degli italiani, Solferino 2024) che vuole essere un racconto autobiografico della sua lunga esperienza da “oligarca” con qualche riflessione per il futuro.

Nel 1951, il giovane De Rita viene «arruolato» nel castello di Sermoneta per i corsi di un’associazione civica ispirata, dietro le quinte, dagli Alleati per de-fascistizzare l’Italia del Dopoguerra. Da lì nasce una convinzione che mantiene per tutta la vita: l’oligarchia è uno strumento necessario per il buon funzionamento delle società moderne. L’oligarca, sostiene De Rita, può avere un ruolo positivo, anzi fondamentale, in una società disordinata e frammentata come la nostra. Questo perché l’oligarca “si muove in senso orizzontale, ha un tessuto e una rete di potere che non proviene dall’alto”.

Ciò detto per spiegare la differenza tra oligarca e gerarca, il cui potere viene meno quando cade – sovente in disgrazia – il suo dante causa (“dal 25 luglio 1943 ai giorni nostri”, chiarisce l’autore).

Il potere dell’oligarca, invece, risiede nella capacità di tessere rapporti in linea orizzontale con quelle 2-300 persone che in una società complessa come la nostra possono regolare singole materie ma hanno sempre il bisogno di confrontarsi collettivamente con gli altri.

Ben presente nel libro il legame con i poteri forti, in particolare con il ‘salotto buono’ di Cernobbio, in cui l’Avvocato Agnelli lo definisce – con una certa perfidia – “l’amico degli stracciaroli di Prato”. In realtà c’era una ragione, come spiega l’autore: “a Torino scoprimmo che molti fornitori Fiat erano gli stessi operai Fiat che facevano il secondo lavoro. A Roma, da una ricerca spot su alcuni ministeri, venne fuori che il 90% degli impiegati al pomeriggio si improvvisava idraulico o falegname. Persino gli autisti degli autobus, spesso e volentieri, la sera diventavano i gestori delle prostitute di Tor di Quinto, guadagnando più così che con lo stipendio, col risultato che nessuno voleva fare i turni di notte…”. E’ la scoperta dell’economia sommersa, aggettivo “impronunciabile” per molto tempo.

L’elenco degli oligarchi citati è lungo: a partire da quelli fondamentali per i rapporti atlantici dell’Italia nel dopoguerra (Raffaele Mattioli e altri), da Angelo Costa a Eugenio Scalfari, da Ugo La Malfa a Riccardo Misasi, da Gianni Letta (forse il principe degli oligarchi) a Romano Prodi.

Gerardo Chiaromonte era, per la sua capacità di relazione, “il vero oligarca del Pci, il più intelligente di tutti i comunisti italiani”. “Giorgio Napolitano – prosegue De Rita – aveva grandi sospetti su di me fino a quando gli dissi che ero amico di Chiaromonte”.

Un altro nome che appare più volte nel libro è quello di Giulio Pastore, il padre fondatore della Cisl e più volte ministro per il Mezzogiorno. A lui, a Vincenzo Saba e ad Enzo Scotti è dedicato uno dei tanti episodi gustosi che costellano il libro di De Rita (e che qui non sveliamo).

Tra gli oligarchi del sindacato sono menzionati Giuseppe Di Vittorio e Bruno Trentin. In particolare, agli anni della presidenza De Rita del Cnel (1989-2000) è dedicato un intero capitolo. I nomi di grandi personalità di quella stagione sono numerosi: tra questi, sono da ricordare Pierre Carniti e Franco Marini.

Tra i tanti documenti elaborati dall’autore, viene ricordato in particolare un rapporto del 1968 sul futuro della Rai (in un periodo di sostanziale monopolio televisivo), la relazione per il Convegno sui “mali di Roma” promosso dal Vicariato di Roma nel 1974 e la relazione sulla “evangelizzazione e promozione umana” preparata per il convegno della Cei nel 1977.

Molte le confessioni personali: gli otto figli (anche se lui ne voleva dodici “come le tribù di Israele”), la casa di Courmayeur, l’importanza della fede, la passione per il calcio. A delinearsi è, in definitiva, non solo una biografia appassionante, ma anche una rilettura della storia del Paese attraverso lo sguardo di un suo testimone d’eccezione.

Boom del biologico in Italia: cresce il consumo ma aumentano le Importazioni.

Foto di Niek Verlaan da Pixabay
Foto di Niek Verlaan da Pixabay

In Italia, quasi un campo su cinque (19%) è coltivato con metodo biologico, garantendo al nostro Paese la leadership europea tra i grandi produttori. In alcune regioni, questa percentuale supera persino il 25%, consentendo all’Italia di raggiungere con sei anni di anticipo gli obiettivi fissati dall’Unione Europea nell’ambito della strategia Farm to Fork.

L’analisi proviene da Coldiretti Bio, che ha scelto Ecomondo – la grande fiera di Rimini dedicata alla sostenibilità – per organizzare un incontro e fare il punto sulla situazione del settore. L’Italia detiene il primato europeo nel biologico grazie a 84.000 aziende agricole attive sul territorio nazionale, un numero che è oltre il doppio rispetto alla Germania e superiore di un terzo rispetto alla Francia.

Ora, è cruciale sostenere questo trend anche a livello di consumi interni. Nel 2023, la spesa per prodotti biologici nella Grande Distribuzione ha raggiunto 3,8 miliardi di euro, ma il settore ha ancora un potenziale di crescita, considerando che l’export dei prodotti bio italiani vale attualmente 3,6 miliardi di euro. Questo equilibrio quasi perfetto tra consumi interni e vendite all’estero differisce dall’agroalimentare generale, dove le esportazioni rappresentano circa un terzo della spesa alimentare delle famiglie italiane, secondo i dati Coldiretti.

Analizzando le categorie merceologiche del carrello bio, emerge che frutta, verdura, latte e formaggi costituiscono insieme il 66% della spesa biologica complessiva in Italia.

Tuttavia, a minacciare i successi del settore biologico italiano vi è l’aumento delle importazioni di prodotti bio dall’estero, che nel 2023 sono cresciute del 40%, in controtendenza rispetto ai dati complessivi dell’Unione Europea. Questi prodotti – denuncia Coldiretti – non garantiscono la stessa qualità e sicurezza di quelli nazionali. “Coldiretti Bio sostiene la necessità di affermare in Europa al più presto il principio di reciprocità nelle importazioni” – spiega la presidente Maria Letizia Gardoni – “ovvero applicare le stesse regole per il biologico comunitario e quello proveniente dai Paesi terzi. Non possiamo accettare che nel nostro Paese entrino alimenti coltivati secondo norme non permesse nella UE. Fermare la concorrenza sleale delle importazioni a basso costo e valorizzare il vero prodotto tricolore sono condizioni essenziali per costruire filiere biologiche dal campo alla tavola”.

Quanto conta il saliscendi del Pil nel Rapporto Censis

Il Censis, oltre agli autorevoli Rapporti annuali (attendiamo il prossimo, imminente…) che sono da decenni un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia osservare e seguire le derive evolutive (o involutive) del Paese, pubblica Ricerche tematiche centrate su argomenti specifici, legati alle dinamiche socio-economiche in atto e utili per comprendere il presente – senza renderlo “asfissiante” (preoccupazione ricorrente dell’Istituto) o pregiudizialmente negativo (ci è noto “l’ostinato continuismo “del suo fondatore Giuseppe De Rita) nelle sue dinamiche in divenire. Ciò avviene grazie ad uno staff interno di ricercatori di altissimo livello e avvalendosi delle analisi di esperti la cui competenza specifica si inserisce perfettamente nella cornice di eminenza e prestigio che caratterizza il Centro Studi di piazza di Novella a Roma. Ed ecco che dal cilindro Censis esce una raccolta – densa e pertinente – di saggi brevi in tema di economia, seguendo la traccia degli scenari che caratterizzano e configurano il dibattito interno del nostro Paese e i più ampi orizzonti dell’economia globale.

Lo puntualizza in modo chiaro nell’editoriale di esordio il Presidente dell’Associazione italiana banche estere, Guido Rosa, che focalizza due ambiti tematici come contenitori di più mirate analisi: il primo è “che cosa fare” per garantire continuità alla crescita economica, oltre le dinamiche protezionistiche, le crisi determinate dalle guerre e l’affacciarsi all’orizzonte di nuovi attori che incidono nella configurazione di un nuovo ordine mondiale. Il secondo pertiene il ruolo dell’Europa in rapporto alla crescita di India e Cina, alle elezioni americane e alla posizione dell’Italia, tra ricerca di innovazione ed elevato debito pubblico. Ci sono evidenze che incidono su questo incipit di riflessione riassuntiva. A fronte di una crescita globale del 3,2% nel 2024, nel 2025 solo questi Stati si collocherebbero sopra la media: India (+6,7 %), Indonesia (+5,1%), Cina (+4,9%), mentre la Russia – ferma all’1,1%- sarebbe superata da Arabia Saudita (+3,7%) e Argentina che compirebbe un balzo dalla recessione del 2024 (-4%) allo sviluppo nel 2025 (+3,9%). Dai dati OCSE si evidenzia l’assenza degli USA tra i protagonisti della crescita degli ultimi due anni (+2,6% di PIL nel 2024 e +1,6% nel 2025), cosi come l’Eurozona che partendo da un +0,7% nel 2024 non andrebbe oltre l’1,3% nel 2025 (Francia, Italia e Germania ferme al palo del +1% con la Spagna più brillante al +2%.).

Rilevanti altre evidenze: la competizione Usa-Cina su fronte delle spese per il riarmo e l’innovazione tecnologica, lo stallo dell’Europa (nonostante il piano Draghi – “riforme subito o sarà lenta agonia” – in realtà finora sottovalutato), il perdurare delle guerre in Ucraina e Medioriente, l’incognita dell’Africa sulla quale la Russia allunga le mani. C’è poi da considerare il compattamento dei Paesi del Brics, coesi per un “mondo multipolare” sottratto all’egemonia dell’Occidente. Il quadro complessivo sul piano socioeconomico – come detto – porta alla ribalta attori nuovi per scenari potenzialmente diversi: alla riunione Brics di Kazan, presenti Putin e Guterres, si è parlato apertis verbis di un nuovo ordine mondiale, affrancato dal colonialismo finanziario Usa e dall’influenza del dollaro.

Il panel di esperti che ha messo a punto la Ricerca patrocinata dal Censis tocca le corde allentate dell’Occidente e la debolezza dell’U.E., oltre ad evidenziare incertezze e distrazioni di utilizzo dei fondi Pnrr da parte dell’Italia, gravata dal debito pubblico, da carenza di investimenti esteri (a fronte di una crescita delle esportazioni) ma ancor più da un sistema sociale e istituzionale  – (fisco, pubblica amministrazione, istruzione, sanità, giustizia ecc.) – paralizzato da lentezze procedurali e burocrazia opprimente. Sono molti i segnali che fanno presagire per l’Italia un destino fatto di bassa crescita, stagnazione e graduale declino: se compariamo queste previsioni con il recente Rapporto Istat sugli indici di povertà assoluta e relativa del Paese non possiamo non rilevare una coerenza infausta tra analisi socio-economiche ed evidenze dei dati. L’Italia è un Paese dove i gap esistenti anziché ricomporsi aprono nuove falde mentre le forbici delle differenze si divaricano verso una sorta di indefinito disagio sociale ed esistenziale.

Tuttavia, come detto, gli esperti chiamati dal Censis al capezzale del malato tracciano percorsi di speranza e ripresa: con cauta lungimiranza cercano di separare le ombre dalla realtà pulsante del Paese, che c’è, esiste e manda segnali di inversione di rotta. La Ricerca Censis inoltre sottolinea e condivide in sostanza le linee di indirizzo del documento-Draghi, evidenziando però come gli impegni anche finanziari finora portati avanti dall’U.E. non si dimostrino sufficienti, soprattutto se paragonati a quelli delle potenze concorrenti, principalmente Stati Uniti e Cina. Inevitabilmente aggregata a questa tendenza è la deriva dell’Italia che soffre in modo evidente i trend in atto in Europa negli ultimi due anni: stretta creditizia, ripresa dell’inflazione (quella energetica ha pesato per il 24,3% sul totale, dall’inizio della guerra in Ucraina), riduzione degli investimenti. In una realtà economica prevalentemente manifatturiera sono più esposte ai rischi di crisi le piccole-medie imprese. Proprio quelle che – insieme alle famiglie – sono citate nei fervorini dei TG serali dai politici di tutti i partiti – per perorare e rivendicare ciò che non viene fatto ovvero per dimostrare ciò che si fa – come giaculatorie mandate a memoria per convincerci che va tutto male o che va tutto bene.

L’infaticabile Bettini dispensa soluzioni che sono la cosmesi dell’egemonismo di sinistra.

Lo definiscono in molti modi e con vari appellativi: da capo della corrente thailandese del Pd a guru; da stratega dei vari organigrammi a gran ciambellano. Insomma, una sorta di perenne suggeritore e consigliere. Comunque sia, si tratta di un politico raffinato che antepone sempre la riflessione e l’elaborazione al mero ed arido pragmatismo. Ma, al contempo, conserva una straordinaria attenzione al potere, ai suoi mille gangli e, da raffinato figlio della tradizione comunista e gramsciana, un’indole innata a condurre, pianificare e costruire gli algoritmi per conto di tutti. Parliamo, come ovvio, dell’amico Goffredo Bettini.

E, leggendo le ultime interviste rilasciate dal Nostro, non possiamo non soffermarci su come intende ricostruire l’alleanza progressista. O quella del ‘campo largo’ o, come dicono alcuni, quella del ‘Fronte popolare’. Quella che un tempo si chiamava semplicemente centro sinistra. E, in mezzo a mille proposte e suggestioni, quello che colpisce di più è come Bettini intende dar vita e riorganizzare la gamba centrista, o moderata o liberale. L’ultima in ordine di tempo è quella di stabilizzare, accanto al polo del Pd e a quello dei 5 stelle anche questo polo. Ovvero, come lo definisce sempre il Nostro, “un polo libertario, liberale, moderato in quanto modernizzatore”. Indicando, come da copione, anche il nome e il cognome del possibile federatore di questo fantomatico polo. E cioè, a scorrere l’elenco, tra i vari anche quello di Alessandro Onorato, assessore del Comune di Roma, capo della lista civica a sostegno del sindaco Gualtieri. Ma davvero?!

Una proposta e un progetto che rientrano perfettamente nello stile di chi concepisce una coalizione in chiave tolemaica. Ovvero, esiste l’azionista di riferimento, il partito cardine della coalizione, il perno decisivo dell’alleanza a cui si aggiungono o una serie di cespugli o di partiti o di movimenti che, però, devono ricevere il timbro finale del dominus. Nel caso specifico, il Partito democratico.

Tradotto in termini più chiari ed espliciti, il Nostro – seguendo con rara coerenza, trasparenza e lungimiranza la sua tradizione politica – indica il perimetro della coalizione, ne definisce i contenuti e, soprattutto, indica i potenziali protagonisti di questa operazione. E, per entrare ancora più nei dettagli, giustamente individua anche il potenziale federatore di un fantomatico polo centrista, libertario, modernizzante e vagamente liberale.

Ecco perché, e senza infierire ulteriormente su questo versante, è facile arrivare al punto finale di questa concezione. Che, peraltro, non è affatto una novità ma riassume la miglior tradizione comunista, gramsciana e togliattiana del nostro paese. Quella che storicamente veniva definita come “la via italiana al comunismo”. E quella che Veltroni ha sempre definito come una esperienza diversa ed innovativa rispetto alla vecchia e tradizionale esperienza del comunismo internazionale.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, non possiamo che arrivare a trarre le debite conseguenze. Ovvero, il polo o il luogo o il partito o il movimento centrista di cui il campo largo ha bisogno può decollare e consolidarsi ad una sola condizione: che venga respinta al mittente la concezione che viene quasi quotidianamente distillata dai Bettini di turno. Quello, semmai, è il modo migliore per consolidare il polo della sinistra in tutte le sue multiformi espressioni e spingere l’elettorato centrista e moderato a votare altri. Perché non sono i cespugli inventati a tavolino, i piccoli partiti personali come quelli di Renzi e di Calenda e i federatori scelti nella propria cerchia e sotto la propria tutela ad attrarre il vasto, composito ed articolato elettorato centrista nel nostro paese. Quello, come ovvio, guarda e vota i partiti che autenticamente e pubblicamente declinano, coltivano e praticano un progetto centrista e perseguono una vera e credibile ‘politica di centro’. Piaccia o non piaccia ai Bettini di turno.

La dottrina sociale può orientare percorsi di giustizia

Un vero e proprio appello il nostro vescovo papa Francesco ha lanciato durante l’Assemblea Diocesana della scorsa settimana: “vorrei chiedervi questo: valorizzate di più, nella pastorale ordinaria e nella catechesi, il pensiero sociale della Chiesa. É importante, è importante infatti, formare le coscienze alla dottrina sociale della Chiesa, perché il Vangelo sia tradotto nelle diverse situazioni di oggi e ci renda testimoni di giustizia, di pace, di fraternità”.

L’espressione “dottrina sociale della Chiesa” indica il «corpus» dottrinale riguardante tematiche di rilevanza sociale, a partire dall’enciclica «Rerum novarum», ossia i documenti del Concilio, il magistero dei pontefici e quello episcopale dal 1891 in poi .

Il Magistero Sociale della Chiesa fondato sullo Spirito delle Beatitudini ci sollecita a ribaltare le logiche che tendono a lasciarci distanti dalla politica, dalla economia, dalla gestione dei conflitti, per essere testimoni veri e credibili di “cieli nuovi e terra nuova”. L’intima connessione tra temi sociali e esperienza di fede non è una visione moderna di una fede che si adatta ai bisogni dei tempi, ma è da sempre frutto del mistero dell’Incarnazione che non ha rifiutato la storia ma ci si è immerso per trasformarla. Noi non possiamo cambiare la storia, ma sempre la possiamo trasfigurare. Forte di queste radici, la dottrina sociale della Chiesa può orientate percorsi di giustizia e di dignità per ogni uomo, e per ogni popolo.

Il punto di partenza è una esigente necessità di conversione. Proporre nuovi modelli di società, ci coinvolge solo per il fatto che in queste società ci siamo come cristiani e in parte anche le determiniamo. Il percorso di conversione globale passa inevitabilmente attraverso cammini personali, nelle nostre scelte quotidiane.

La libertà religiosa, l’economia come servizio e non come prevaricazione, la giustizia sociale che garantisce equità, la pace come vocazione per il mondo intero, la dignità di ogni vita, la cura della nostra “casa comune”, la questione migratoria, la sfida della innovazione tecnologica, la difesa di una cultura e di un’etica della democrazia, sono binari che la dottrina sociale della Chiesa indica, ed entro i quali misuriamo la nostra identità di cittadini e di credenti.

La dimensione politica è lo spazio nel quale verifichiamo l’efficacia della lettura dei segni dei tempi offerta dal magistero sociale della Chiesa. La convinzione è che occorre creare una realtà sociale alimentata da una visione spirituale che passa anche attraverso la capacità di far diventare le nostre proposte istanze politiche su cui confrontarsi. Non si tratta, nonostante tutto, di essere buoni; si tratta di annunciare il Regno: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”.  La vita eterna oggi appare lontana dalle preoccupazioni di molti giovani contemporanei, poiché, i beni temporali, da strumenti, sono stati trasformati in fini e così ci illudiamo di aver riempito completamente l’orizzonte della nostra esistenza. Ma la domanda sulla “vita eterna” ritorna prepotente quando il sole inesorabilmente tramonta.

Siamo infatti in un tempo della storia di non facile definizione; siamo in guerra; milioni muoiono ancora di fame; siamo un po’ spaesati, e la complessità delle situazioni non di rado assume la forma del turbamento. La tecnica si è fatta regina, non sappiamo più comunicare fra generazioni, viviamo una transizione che pare infinita e siamo quasi costretti ad ancorare le nostre speranze al passato; il presente poi è un tempo in gran parte senza preghiera, e abbiamo paura del futuro. Abbiamo urgente bisogno del pensiero sociale della Chiesa, oggi quando sono deboli non solo i saperi, ma anche i maestri e gli alunni. Dobbiamo uscire fuori dalle sagrestie e dai palazzi, per incontrare l’uomo e aspettare che lo sposo venga. Perché lo sposo viene proprio nell’incontro con l’uomo.

Francesco Pesce, Direttore dell’ufficio pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato della diocesi di Roma.

Giovani e violenza: quando la famiglia non è più un “rifugio”.

Foto di liza popova da Pixabay
Foto di liza popova da Pixabay

Dove stiamo arrivando? Alle porte di Roma, una ragazzina di dodici anni ha accoltellato un compagno, colpevole, secondo lei, di aver fatto la spia alla professoressa per aver copiato un compito. Per la dodicenne, questo gesto è stato un affronto intollerabile, che ha scatenato in lei una reazione violenta, spingendola a portare a scuola un coltello da cucina, dopo il ponte di Ognissanti, e a colpire il compagno con dei fendenti. Lucida e consapevole, la ragazza ha subito chiamato i carabinieri, confessando il proprio gesto. Dove stiamo andando?

La nostra società e le nostre famiglie stanno attraversando una crisi profonda. Mancano le regole, e molti giovani sembrano immersi in una realtà simile a quella di un videogame, dove basta poco per far esplodere la violenza. Solo pochi giorni fa, in provincia di Napoli, si è assistito a una sparatoria per motivi futili. Questo è solo uno dei tanti segnali di una crisi valoriale in atto.

In questo quadro, la famiglia sembra il grande assente. Se a dodici anni una ragazza esce di casa con un coltello in tasca, significa che è mancata un’educazione adeguata. Parliamo da tempo della crisi di valori che affligge le famiglie, ma la recente deriva è allarmante. Non possiamo ridurre tutto a un generico “disagio giovanile” come se riguardasse solo gli altri e non noi stessi. Oggi i ragazzi sono pervasi da molteplici problematiche — mancanza di autostima, disturbi comportamentali, depressione — spesso radicate nel contesto familiare.

La famiglia dovrebbe essere il primo luogo deputato a sostenere i giovani, intervenendo in caso di pressioni sociali o difficoltà relazionali, sia a scuola sia con gli amici o con gli adulti. La carenza di dialogo tra genitori e figli, però, spinge molti a rifugiarsi nella realtà virtuale dei social, un mondo artefatto che non fa che amplificare le loro difficoltà. Questa tendenza è stata accentuata dal COVID. L’ultimo rapporto ISTAT ha evidenziato come i giovani tra i 15 e i 34 anni siano economicamente instabili e alle prese con un disagio sociale e psicologico rilevante. La famiglia dovrebbe fare da cuscinetto, ma troppo spesso non lo è.

Il contesto familiare dovrebbe rappresentare per i ragazzi un approdo sicuro, dove trovare protezione e sostegno. Purtroppo, in molti casi non è così, e questo porta i giovani a una solitudine profonda, che spesso sfocia in gravi disagi psicologici. È la crisi della famiglia, e con essa la crisi del nostro futuro. Siamo consapevoli della portata di questa situazione? Cosa possiamo fare per affrontare questa crisi di valori e restituire un senso di sicurezza e supporto ai nostri giovani?

Nell’America radicalizzata e involgarita preme un’istanza di moderazione

Nella notte tra martedì e mercoledì sapremo chi è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. È un appuntamento a cui guarda il mondo intero. Per fortuna, non avendo un partito alle spalle e nemmeno una lobby a cui rispondere, possiamo allineare con maggiore libertà i nostri sentimenti politici, orientati alla visione di una democrazia intessuta di fraternità cristiana, con le strette esigenze del momento, quando le alternative in campo si mostrano in tutta la loro angustia e povertà. Ci sentiamo più liberi perché non siamo cittadini americani e pertanto non abbiamo l’incombenza della scelta tra una vicepresidente debole e un ex presidente indecoroso. In ultimo, grazie al ministro Tajani siamo edotti circa l’intangibilità dei nostri rapporti con Washington, quale che sia il vincitore: non muta la fedeltà dell’Italia all’alleanza atlantica, né viene meno, quand’anche vincesse Trump, l’amicizia con gli Stati Uniti. Amen!

Fin qui sono i pensieri del filisteo che è in noi, ma fuori di noi, nel quadrante di questa storia che ci riguarda e ci interpella, una personale riflessione sull’America s’impone. La facciamo sulla scia di una battuta di Papa Francesco, il cui atteggiamento sulle cose del mondo costituisce un ponte sicuro tra profezia e realismo: si tratta di prendere atto che nella lotta per la Casa Bianca prevale solo lo scrupolo di stabilire quale sia il male minore. Questo è quanto, non un briciolo di più. E anche Federico Rampini, quale che sia il suo rapporto con i consigli del Vescovo di Roma, pare abbia scelto di attenersi alla regola del male minore (v. il Corriere della Sera di ieri). Veniamo a sapere così che ha votato (in anticipo) per Kamala Harris perché il ritorno di Trump spaventa – non solo lui – soprattutto per lo sdegno legato all’assalto del 6 gennaio del 2021 al Congresso di Washington.

Tutti gli osservatori mettono in evidenza il carattere devastante di queste elezioni americane. La radicalizzazione ha toccato punte estreme, con insulti vicendevoli. Trump è stato definito “fascista”, la Harris una “pazza”. Mai l’America era giunta a queste vette di volgarità, ammesso che sia però volgare parlare di fascismo quando ci si trova di fronte a un fenomeno come quello del trumpismo (da cui può discendere una contestazione chissà quanto disordinata dei risultati nel caso sancissero la vittoria della Harris). Tuttavia non è un caso che Rampini – ancora lui – abbia confessato di aver fatto ricorso al voto disgiunto, optando per l’opposizione repubblicana al Congresso. A suo parere una forma di equilibrio, di questi tempi e con questi politici, va salvaguardata a tutti i costi.

È probabile che sia la preoccupazione di molti americani. Ecco, mentre si proclama la scomparsa del “centro” dalla dinamica elettorale, un surrogato di questo “centro” lo si scopre nel rifugio offerto proprio dallo “split vote”. Non bisogna trascurare questo fatto. In Italia s’afferma l’arma dell’astensionismo, negli Stati Uniti l’astuzia degli elettori in cerca di un equilibrio che l’offerta politica sostanzialmente disconosce. Ebbene, nelle pieghe di una polarizzazione poco entusiasmante, conforta che la candidata democratica si proponga come Presidente di tutti gli americani. È l’intonazione giusta, specie se espressiva di un impegno limpido e coerente. Dunque, con lei alla Casa Bianca potrebbe avviarsi una nuova stagione di pacificazione nazionale. Sarebbe il riscatto dell’America migliore, quella che resta nei cuori e nelle menti di tutti i democratici del mondo.

5 Stelle e campo largo: quale cultura di governo?

Nessuno, ad oggi, sa quale sarà il futuro e la prospettiva politica dei 5 Stelle, il partito populista per eccellenza nel nostro sistema politico. Un partito schiettamente populista – da lì la sua fortuna elettorale – e demagogico, populista e qualunquista. Questa è stata, ed è, l’unica cifra politica di questo partito/movimento. E non avendo alcuna specifica cultura politica alle spalle, non avendo un serio programma di governo se non quello di accentuare i dogmi del populismo – cioè il peggio di quello che si può immaginare nella dialettica politica italiana – è di tutta evidenza che se questo partito vuole ancora esistere e resistere, e non si sa per quanto tempo, non può non ritornare al verbo populista. Che viene completato con la squallida ed incommentabile deriva giustizialista.

Ora, a fronte di un quadro abbastanza difficile da definire, diventa francamente curioso il tentativo del ‘campo largo’ o dell’ex campo largo di continuare ad individuare in un partito/movimento del genere l’alleato decisivo per costruire una alternativa politica e di governo rispetto alla coalizione di centro destra. Detto in altri termini, che cosa centra il movimento dei 5 Stelle con una cultura di governo e con una solida e robusta cultura democratica e costituzionale?

Ecco perché di fronte a questa domanda delle due l’una: o si ragiona con il metodo del pallottoliere, e allora qualsiasi apporto è importante e da non sottovalutare ai fini della “vittoria finale” contro un nemico irriducibile ed implacabile. (prospettiva abbastanza gettonata nell’attuale comportamento del ‘campo largo’ contro il centro destra di governo); oppure, e questa forse è la motivazione principale, c’è una profonda convergenza culturale, ideale e quindi politica con il partito/movimento dei 5 Stelle. Anche e soprattutto con l’attuale gestione di Conte che rappresenta in modo persino plastico il legame tra l’antica vocazione populista e demagogica, con l’intramontabile deriva trasformistica.

Questa resta, d’altronde, l’unico elemento di somiglianza con i partiti personali di Renzi e di Calenda in vista della costruzione del ‘pallottoliere’ da contrapporre all’avversario/nemico. Ed è proprio questo l’elemento centrale su cui vale la pena soffermarsi al di là e al di fuori del solo dato numerico. Ovvero, la convergenza culturale e valoriale con i 5 Stelle. Verrebbe da dire quasi a livello prepolitico. Perché questo era, e resta, il vero vulnus della coalizione del ‘campo largo’ o del ‘Fronte popolare” che dir si voglia. Vale a dire la convergenza politica e culturale, e quindi programmatica, con il populismo demagogico e qualunquista. Una convergenza che, come ovvio e persino scontato, esclude qualsiasi alleanza con partiti e movimenti centristi o riformisti o moderati che non siano dettati da ragioni di puro potere o dalla richiesta di una manciata di seggi parlamentari.

Ma questo può essere l’orizzonte, e la finalità, dei piccoli partiti personali che non hanno altra ambizione se non quella di mendicare qualche strapuntino di potere per sé e per i propri cari, con tanti saluti a qualsiasi ipotesi di costruire una vera e credibile alleanza politica e riconducibile ad un centro sinistra riformista e con una spiccata cultura di governo. Per queste ragioni, semplici ma essenziali, i leader del ‘campo largo’ saranno chiamati a dire una parola chiara e precisa sul profilo politico e culturale – si fa per dire – del partito/movimento dei 5 Stelle dopo questo clamoroso e alquanto grottesco dissidio tra Conte e Grillo.

Perché se dovesse prevalere, in ultimo, la tesi che c’è una perfetta convergenza politica, culturale e programmatica con i populisti dei 5 Stelle dovremmo anche prendere atto che la coalizione del ‘campo largo’ o del ‘Fronte popolare’ ha un profilo fortemente populista e demagogico. Tertium non datur.

Spagna, quando l’ecologia diventa un pericolo: riflessioni sull’estremismo verde.

Quando dal centro si definiscono le posizioni di avversari politici come “estremiste”, a mio avviso occorre anche esemplificare, altrimenti l’elettorato non ha gli elementi per capire e può pensare che sia solo un pregiudizio. Credo che la tragedia che si è verificata in Spagna offra molti spunti su cui riflettere da questo punto di vista.

All’interno del programma europeo Dam Removal Europe la Spagna è il Paese che più ha abbattuto dighe, circa il 40% di quelle abbattute in Europa negli ultimi 4 anni. I nobili fini di tale iniziativa si sono però trasformati in un pericolo quando gli abbattimenti di infrastrutture per la gestione e il controllo dei corsi d’acqua sono stati sistematici e guidati da cieco furore ideologico, quando si sono rimossi intenzionalmente tratti di argini dei fiumi per favorire la de-antropizzazione dei territori (l’opera dei Benedettini al contrario), quando il disalveo e la manutenzione dei gli alvei dei fiumi sono stati considerati più reati ambientali che interventi di protezione civile preventiva e quando alcuni “scienziati” hanno esultato sottolineando che prima della rimozione delle dighe i pesci d’acqua dolce c’erano solo a valle della diga, mentre ora, non incontrando più ostacoli sono liberi di sguazzare ovunque a monte, con accanto però montagne di vittime umane.

Se non si ristabilisce il buon senso, la giusta misura delle cose, il senso che la trota è la trota e la persona umana è la persona umana, che il troppo stroppia, che non si può perseguire un solo fine, senza badare al fatto che si possono provocare disastri immani nel realizzarlo, c’è da aspettarsi una ulteriore caduta di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Una politica di centro a mio avviso deve avere questo compito, più che sparare a zero sulle follie delle estreme, indicare in positivo un percorso di composizione armonica tra le esigenze delle popolazioni e quelle della natura, coniugare nel concreto una ecologia integrale.

La banalità del male alle pendici del Vesuvio.

Questa volta il Vesuvio l’ha fatto grossa ed ha eruttato portando in superfice il peggio che c’è nell’uomo. Ha illuminato una scena dove la banalità del gesto esita esso stesso a riconoscersi. Banale è ciò che appartiene a tutti. Con un bando si annuncia al popolo una notizia che lascia sgomenti per la sua insensatezza. Alle pendici del vulcano, in quel del paese di San Sebastiano, un inavvertito pestone su una scarpa, ha dato luogo a un litigio. Il ragazzo che si è fatto da piacere per stemperare la stupida la lite tra i suoi coetanei ci ha rimesso la vita con un colpo di pistola in petto.

Non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima. Questa volta c’è però una “esse” che sibila e ha portato la morte senza che resti ancora silenziosa e trionfale al suolo. Santo è il nome del ragazzo ucciso, appena 19 anni, lavoratore e portiere di una Società di calcio dal nome “Asd Micri Calcio di Pomigliano d’Arco”. Al contrario, non sarà riducibile ad un episodio da minimizzare, da ridurre in pillole e da mettere subito nel dimenticatoio. Ha infatti ha trovato subito posto in quell’umano che ancora ci resta.

Tutto è accaduto a causa di una scarsa imbrattata, che non è servita in questo caso da tasca di pelle dove poter accudire e custodire intatto il proprio cuore. Si è “cloacato” un accessorio del vestiario, un qualcosa di marginale rispetto al tutto, andando fuori margine con una insulsa reazione di annientamento per rabbia.

Santo è morto tra le braccia degli amici. Di lui resta il trofeo di una sua scarpa che varrà come reliquia per chi vorrà ricordarlo. Sarebbe bene che quella comunità e il nostro paese si sporcasse le mani per dare frutto a questo delitto. Sterile perdersi in dibattiti di sociologia e quanti altri ne matureranno per mettersi la coscienza a posto.

San Sebastiano, secondo il nome, colui che è dotato di signorilità, ha avuto per chi non lo sapesse una strana sorte. Diocleziano ne dispose il martirio legandolo ad un albero di alloro e trafitto da frecce. Fu lasciato lì dai soldati che lo credettero cadavere lasciandolo in pasto agli animali selvatici. Evidentemente la faccenda non poteva concludersi con l’ovvietà dell’accaduto.

San Sebastiano, invece, solo moribondo, fu salvato da Irene che lo rimise in piedi prestandogli ogni cura per rimetterlo in forma. Fu tutto inutile perché il redivivo, appena in sesto, si ripresentò cocciutamente davanti al suo spietato aguzzino Imperatore per riconfermare la sua fede.  Questa volta fu fustigato fino a morte certa e gettato nella Cloaca Massima.

Sembra sempre quello il posto da fogna dove si va a finire quando si tenta a far bene da certe parti e si strusciano le scarpe di qualcuno.

Occorre avere simile caparbietà perché tutta la brava gente della nostra società per fare in modo che non si arrenda e proclami una inversione del modo di intendere la vita e la sua estinzione. Di come girino armi in mano ai ragazzi e alla incapacità di controllo delle famiglie e dell’inadeguato monitoraggio della gioventù si spenderanno fiumi di inchiostro.

C’è una lezione spietata che potrebbe impartirsi a chi ha sbagliato e forse anche a chi procede sempre lungo un border line tra indifferenza e male. Far visitare loro frequentemente gli obitori, fargli osservare la lenta macabra decomposizione degli organi e il loro disgustoso odore, far loro toccare il freddo dei corpi inerti e osservare la fauna cadaverica che si appresta alla banchettata. Una lezione da soli e non in gita scolastica a contatto di esperti a spiegare la faccenda.

Dovrebbero restare a contatto materiale con la morte per apprendere che da lì non c’è altra pagina da girare ma è l’ultima del libro che hanno drammaticamente scritto, credendo che poi segua comunque un altro dopo, che abbiano compiuto un fatto del giorno ma non definitivo. Dovrebbero avvertire materialmente il ribrezzo di carni in disfacimento, l’orrore del loro deperimento, la putrefazione che fa il suo corso, il terrore per quella compagnia da cui non ci si può adesso sottrarre.

Dovrebbero provare cosa vuol dire essere stesi per qualche secondo in una bara mentre se ne chiude la cassa, dovrebbero insomma mettere le mani nella morte che agisce e che non agiscono. All’assassino, reo confesso, potrebbe far bene essere isolato, costringerlo al cospetto del povero Santo, la vittima stesa su di un tavolo, per il tempo che occorre affinché la morte possegga il pensiero dell’autore del delitto. Per lui e per altri ci vorrebbero forse lezioni di morte.

La ricerca di un nuovo equilibrio politico

Il tema delle alleanze era un classico della Prima Repubblica. Con l’avvento del sistema maggioritario, nella Seconda (peraltro una scansione della pubblicistica che non ho mai apprezzato, anche perché non corrispondente alla realtà istituzionale), i cantori del bipolarismo ne avevano immaginato la scomparsa definitiva.

E invece eccolo qui, ancora presente e tutt’altro che superato. A conferma che una realtà sociale e politica plurale non può (e non deve) essere ingabbiata e compressa per decreto. Così come i corsi d’acqua tombati a un certo momento riemergono e si riprendono il loro tratto originario, la questione delle alleanze è riesplosa in tutta la sua importanza sia a sinistra sia a destra.

A destra ogni partito ovviamente cerca di allargare il proprio spazio ma nei momenti topici (le elezioni) la coalizione regge e si presenta unitariamente, superando o comunque gestendo le rivalità interne. Con ottimi risultati, come si sta vedendo di questi tempi. Quando la mediazione interna non riesce, come è accaduto in Sardegna, la sconfitta incombe e arriva puntuale.

A sinistra le cose sono molto più complicate. E certamente esiste una più forte propensione alla cura del dettaglio, essenziale agli occhi (e agli interessi) del ceto politico ma invisibile a quelli degli elettori ragion per cui le divisioni che ne derivano conducono a frequenti sconfitte che avrebbero potuto essere evitate, come è accaduto ora in Liguria.

Però da quelle parti c’è un altro problema, assai più rilevante e decisivo: l’alleanza è sostanzialmente minoritaria nel Paese – tranne che in alcune, poche, regioni – e quindi necessita di un allargamento non meramente formale bensì sostanziale, effettivo, verso il centro, verso quell’elettorato “moderato” che diffida istintivamente delle formazioni di sinistra più radicali o comunque meno inclini a una declinazione riformista dei valori costitutivi della Sinistra. Moderati che possono guardare a sinistra perché amano la “moderazione” nelle scelte della politica, la possibilità della mediazione in luogo degli eccessi dell’assolutismo ideologico o para-ideologico che si esprime con sempre maggior frequenza sui social o negli inguardabili talk show televisivi.

La “moderazione” non deve essere confusa col “moderatismo”, che invece appartiene legittimamente al campo del centro-destra ove oggi è a sua volta minoritario a fronte del predominio di una cultura fortemente conservatrice quando non reazionaria.

Come si ricorderà, alla fine del secolo scorso e agli inizi del nuovo l’Ulivo guidato da Romano Prodi – una personalità con una precisa appartenenza culturale non però riconducibile immediatamente ad uno specifico partito – riuscì per la prima volta a unire centro moderato e sinistra riformista creando così una alleanza organica capace di attrarre a sé anche parte (ma non tutta) della sinistra più radicale e di giocarsi con efficacia la partita elettorale. Vincendo o perdendo, ma comunque giocandosela.

Il Partito Democratico fondato nel 2007 e inizialmente guidato da Walter Veltroni fu l’evoluzione conseguente di quella esperienza, con esiti però inferiori alle attese che condussero attraverso varie vicissitudini alla costruzione di un partito alquanto diverso da quello originariamente immaginato, forse al tempo anche con qualche velleità o magari – è bello il pensarlo – con una romantica volontà sognatrice.

Oggi il Pd espressione di una generazione più giovane rispetto a quella dei fondatori  rivendica una propria maggior chiarezza identitaria che colloca senza riserve nella sinistra dei diritti, che vengono enfatizzati molto più dei doveri che pure una forza di governo o che ambisce a essere tale dovrebbe esprimere, anche per distinguersi dalla sottocultura delle promesse elettorali irrealizzabili che impera a destra da sempre e che infatti alla prova di Palazzo Chigi Giorgia Meloni (e Giancarlo Giorgetti) hanno lasciato ai margini con grande scorno di Matteo Salvini.

Ebbene, il punto è che proprio questa più rigorosa identità (che non è quella fondativa del Pd, peraltro, essendo quest’ultimo sorto con l’obiettivo della “vocazione maggioritaria”, ovvero proprio dell’incontro, la famosa eliminazione del trattino, fra centro e sinistra) se da un lato consente a quel partito un sicuro attracco elettorale oscillante intorno al 25% (un po’ più o un po’ meno a seconda dei luoghi e dei momenti) dall’altro gli impedisce di costruire una reale alternativa alla coalizione elettorale oggi al potere.

Perché immaginare di raggiungere la maggioranza con un Pd siffatto, con i 5 Stelle in caduta libera dopo la scomunica di Grillo, con la sinistra ideologica del duo Fratoianni-Bonelli è pura illusione. E le probabili prossime vittorie in Emilia e Umbria (qui non così scontata in verità) non cambieranno ilquadro, a meno che non ci si voglia continuare a illudere nascondendosi la realtà.

Il Partito Democratico ha allora l’onere e il dovere di allargare lo scenario, con intelligenza e   senza velleitarismi. Naturalmente se l’obiettivo è davvero quello dichiarato, ovvero una alternativa di governo destinata a adottare politiche sociali ed economiche più eque. Con la giusta attenzione alla conservazione dell’ambiente e al riassetto di un territorio troppo spesso depravato e offeso.

È questa la battaglia che i timorosi e timidi riformisti dem dovrebbero innescare nel loro partito. A fronte di livelli di astensionismo elettorale che fotografano non solo il disincanto di larga parte della popolazione (e questo è un serio problema per la tenuta della democrazia sul quale non si può più rinviare una riflessione approfondita) ma pure l’assenza di una proposta politica diversa da quella offerta dal bipolarismo muscolare proposto oggi via social media dai protagonisti attuali della contesa politica, è indispensabile riuscire a coinvolgere almeno una parte di quei cittadini che rifiutano questa contesa fra opposti priva di possibili mediazioni. E che peraltro sarebbero anche interessati a una politica più attenta ad esplicitare con scelte legislative adeguate e coerenti contenuti evidenti di solidarismo sociale.

Per vincere occorre, con umiltà e capacità, saper sottrarre consensi elettorali alla coalizione avversaria. Voti che valgono doppio: uno in più di qui, uno in meno di là. Questo dovrebbe essere il compito di un nuovo centro-sinistra, pragmatico e determinato. Viceversa la linea dell’intransigentismo identitario salverà la coscienza di qualche anima bella a sinistra ma consegnerà l’Italia ad un lungo predominio della Destra nazionalista e conservatrice.

Dibattito | Sbaglia la Schlein a chiedere la testa di De Luca.

In nome dell’opposizione al terzo mandato, Elly Schlein sembra orientata a proporre una figura alternativa a De Luca per la guida della Campania, individuando come possibile candidato Roberto Fico, ex presidente della Camera e noto esponente del Movimento 5 Stelle. Questa posizione, pur esibita come scelta di rinnovamento, rischia di generare una frattura nel centro-sinistra proprio mentre ci si prepara ad affrontare il referendum sull’autonomia differenziata. Potrebbe verificarsi una caduta di tensione nella difesa delle istanze del Meridione qualora fosse umiliato il protagonismo del governatore campano.

Il terzo mandato, considerato da alcuni un ostacolo al fisiologico ricambio della classe dirigente, trova pochi riscontri a livello europeo. Anzi, un po’ ovunque l’esperienza di leader locali è valorizzata, riconoscendo in pratica che l’innalzamento del tasso di longevità può comportare il prolungamento dell’attività politica. Guai a sciupare un patrimonio di competenze che la maturità di regola contempla: non ce ne dà una prova Sergio Mattarella, un Presidente che al secondo mandato – mai prima conferito – esalta, non più giovanissimo, l’affidabilità di uomo delle istituzioni? Senza un’apertura a queste considerazioni, Elly Schlein rischia di alienarsi una parte dell’elettorato e della classe dirigente.

Siamo tutti, in queste ore, con il fiato sospeso per la battaglia elettorale tra Harris e Trump. Vale la pena ricordare come il modello costituzionale americano contempli forti elementi di equilibrio e stabilizzazione. Un aspetto interessante è la rappresentanza paritaria nel Senato, dove ogni stato, indipendentemente dalla popolazione, elegge due senatori. Questo meccanismo è stato concepito per garantire “pari dignità” tra stati grandi e piccoli, impedendo che i territori più popolosi possano sovrastare quelli meno abitati.

Inoltre, sempre guardando all’America, è pure da considerare il valore unitivo del “ticket” quale formula elettorale per la conquista della Casa Bianca. Il “ticket” consente di presentare al corpo elettorale due candidati, uno per la presidenza e l’altro per la vicepresidenza. In questo modo le squadre contrapposte – quella dei Democratici e quella dei Repubblicani – non scadono nella “semplificazione” estrema della leadership solitaria, senza la possibilità di correggere, con la figura del vice, i difetti del candidato presidente. Insomma, la democrazia americana si aggrappa a questi ammortizzatori, malgrado la tendenza attuale all’inasprimento finanche brutale della competizione per il potere, come dimostrano gli ultimi scorci della campagna elettorale.

Da noi, purtroppo, i politici si soffermano solo sugli aspetti deteriori delle Convention a stelle e strisce, in perfetto stile hollywoodiano. Rifulge l’effetto speciale, non la sostanza. L’americanismo entra perciò nel circuito della politica nostrana più per le deformazioni del sistema che per le risorse (ancora) presenti al suo interno. Invece dovremmo fare il contrario, ovvero riscoprire la bontà dell’ascolto e del confronto costruttivo, e quindi della mediazione. Non si vince perché si tagliano le teste. In definitiva, il cambiamento opera seriamente, e produce cose buone, solo se assorbe e sviluppa le ragioni di un sodalizio a maglie larghe, con il pieno rispetto delle diversità. Se ne ricordi, la Schlein!

Zelensky: “Sanzioni inefficaci finché la Russia riceve componenti per il terrore”

“La Russia sta gradualmente intensificando”, la attività “con i missili e i droni ‘Shahed’, E, purtroppo, è ancora in grado di utilizzare componenti occidentali a questo scopo. Nel mese di ottobre, più di 2.000 droni ‘Shahed’ sono stati utilizzati contro l`Ucraina, contro il nostro popolo. Letteralmente, ogni singolo giorno. Questo numero di droni ‘Shahed’ significa che più di 170.000 componenti avrebbero dovuto essere bloccati dalla fornitura alla Russia”. Lo ha sottolineato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel suo messaggio sui social.

Per Zelensky si tratta di “microchip, microcontrollori, processori e tanti altri componenti senza i quali questo terrore sarebbe semplicemente impossibile. Tutto questo viene fornito alla Russia dall’estero. E purtroppo, anche da parte di aziende in Cina, Europa, America, molti micro-contributi al costante terrore russo. E questo, ancora e ancora, riporta il mondo alla necessità di lavorare molto più duramente per controllare l`esportazione di componenti e risorse speciali. Per impedire alla Russia di eludere le sanzioni imposte da tempo alla Russia per questa guerra”, sottolinea il presidente.

“Come per i droni ‘Shahed’, lo stesso vale per i missili russi. Hanno tutti componenti provenienti da altri paesi. Lottare contro gli attacchi russi significa tra le altre cose – incalza il leader ucraino -lottare per il potere delle sanzioni contro la Russia. Le sanzioni devono essere aumentate; devono essere efficaci. E ogni tentativo di eludere le sanzioni è un crimine contro le persone e il mondo. Sono proprio questi schemi che consentono alla Russia di contribuire a rafforzare la forza dei regimi iraniano e nordcoreano. Questa è una minaccia globale. E solo una pressione globale e speciale può superarla”.

Giappone, alleanze incerte e trattative serrate per il nuovo governo.

Il Partito Liberaldemocratico giapponese (Jiminto), di cui fa parte il premier Shigeru Ishiba, ha proposto di avviare l’11 novembre la sessione straordinaria della Dieta per eleggere il nuovo primo ministro, dopo la pesante sconfitta subita nelle elezioni per la Camera dei rappresentanti. Il Jiminto ha condiviso questo piano con il Partito Costituzionale Democratico, principale forza di opposizione, che ha visto una significativa crescita nel recente voto.

Il primo giorno della sessione sarà dedicato alla votazione. Se nessun candidato otterrà la maggioranza assoluta, si terrà un ballottaggio tra i due leader più votati, evento che non si verifica dal 1994. Gli sfidanti più probabili sono Ishiba, premier dal 1° ottobre, e Yoshihiko Noda, capo del Partito Costituzionale Democratico ed ex primo ministro. Qualora Ishiba non ottenesse la fiducia, diverrebbe il premier con il mandato più breve nella storia recente del Giappone.

A causa della perdita della maggioranza assoluta della coalizione Jiminto-Komeito, i principali leader politici sono impegnati in negoziati con altri partiti minori, tra cui il Partito Democratico per il Popolo e il Partito per l’Innovazione, per garantirsi il supporto necessario al governo. Anche il Partito Costituzionale Democratico, se vuole esprimere una nuova maggioranza, ha bisogno di alleanze.

Il segretario generale del Jiminto, Hiroshi Moriyama, ha incontrato Kazuya Shinba del Partito Democratico per il Popolo per discutere di possibili convergenze su questioni economiche. Moriyama ha chiesto la collaborazione per la stesura del bilancio supplementare, mentre Shinba ha dichiarato che il partito valuterà caso per caso. I due segretari hanno concordato di proseguire i colloqui sulle misure economiche.

In questo contesto, Shinba ha confermato che, durante l’elezione del primo ministro, il Partito Democratico per il Popolo voterà per il proprio leader Tamaki, anche in caso di ballottaggio. Intanto, Ishiba ha recuperato il sostegno di sei parlamentari rieletti nonostante il Jiminto avesse loro revocato il supporto per uno scandalo finanziario.

Il Komeito è invece impegnato nella scelta di un nuovo leader, dopo la sconfitta elettorale del capo uscente Keiichi Ishii; il partito deciderà la data delle elezioni interne in un incontro previsto giovedì.

Infine, il Partito Costituzionale Democratico, che ha ottenuto risultati migliori del previsto, cerca anch’esso di formare una maggioranza. Il suo leader, Yoshihiko Noda, ha incontrato Nobuyuki Baba del Partito per l’Innovazione e Tomoko Tamura del Partito Comunista, chiedendo il loro supporto in un eventuale ballottaggio. Tamura ha dichiarato di essere aperta alla possibilità e di voler consultare i membri del partito. Al contrario, il Partito Democratico per il Popolo ha rifiutato la richiesta di incontro con il principale partito d’opposizione, mantenendo le distanze.

Un federatore per chi? Sala e il mistero della gamba moderata.

Se la notizia non fosse vera ci sarebbe francamente da ridere. E lo dico, come ovvio, senza alcun pregiudizio politico e men che meno di carattere personale.

Dunque, per riassumere per i non addetti ai lavori. La coalizione del campo largo o dell’ormai ex campo largo si è resa conto che senza una presenza politica centrista, moderata e riformista l’alleanza progressista non vince. Così è stato in 10 regioni su 11 e così rischia di essere alle prossime elezioni politiche. Detto fatto, ecco la soluzione pronta all’uso. Il sempreverde Bettini e alcuni illuminati del Nazareno non perdono tempo e individuano subito la soluzione. A tavolino decidono che si deve fare una nuova Margherita, individuare un federatore e, soprattutto, elencare le forze che devono fare parte di questo virtuale e futuro contenitore elettorale che dovrebbe essere in grado – addirittura! – di bilanciare la massiccia deriva ideologica della coalizione che raggruppa le diverse espressioni della sinistra italiana.

Ora, di fronte a questa singolare se non grottesca situazione, emergono subito alcune domande di fondo che sintetizzo brevemente senza dare una risposta perchè altrimenti si dovrebbe fare un libello.

1) Di fronte ad un progetto del genere che destino dovrebbero avere i cosiddetti riformisti del Pd? Cioè di tutti coloro che arrivano dalla vecchia Margherita o comunque da esperienze che non sono riconducibili alla sinistra? Un mistero.

2) Per fermarsi alle vicende della seconda repubblica, prima il Ppi e poi la Margherita sono stati progetti politici che attraverso i rispettivi partiti rappresentavano pezzi di società, culture politiche e interessi sociali che non erano semplicemente di sinistra. Cioè, detto con altri termini, erano progetti politici funzionali alla costruzione di un’alleanza che univa il Centro con la Sinistra e non, invece, il frutto di una decisione pianificata a tavolino per dar vita a qualche cespuglio centrista ridicolo se non addirittura grottesco.

3) Ma come può essere credibile la proposta di dar voce ad una gamba centrista e moderata all’interno di una coalizione quando la suddetta coalizione è esclusivamente pianificata, decisa e gestita dall’azionista di maggioranza, cioè il Pd?

4) E poi c’è l’ultima questione, forse la più sorprendente. Ovvero, il nome e il cognome del futuro federatore. Che, salvo altra decisione sempre possibile in corso d’opera, dovrebbe essere il Sindaco di Milano Sala che scade come primo cittadino nel 2027 e quindi è in cerca di occupazione politica. Cioè un tecnocrate avulso da qualsiasi curriculum politico e culturale se non quello di essere un brillante manager al servizio dell’obiettivo di turno.

Ora, forse, sarebbe opportuno che da quelle parti qualcuno ricordasse un solo argomento. E cioè, il centro sinistra di D’Alema e di Marini, di Veltroni e di Rutelli e di altri autorevoli e qualificati dirigenti politici, prevedeva sempre un centro – che però esisteva come soggetto autonomo, visibile, credibile, espressivo e radicato nella società – che si alleava con una sinistra altrettanto autorevole, qualificata, espressiva e radicata. Adesso, invece, si parte dal federatore. Ecco perchè la domanda, semplice ma diretta è: ma il federatore Sala federa chi?

Emidemocrazia, ovvero la democrazia in cui solo mezzo popolo vota.

Il tema del basso tasso di partecipazione alle elezioni è complesso e preoccupante, non solo in Italia ma a livello internazionale. Alcuni studiosi vedono in questo fenomeno un segnale di crisi profonda, che inseriscono nell’ambito delle “rivoluzioni epocali” descritte da papa Francesco. Qualcuno arriva persino a parlare di “morte della democrazia.” Tuttavia, abituati ormai a questo declino, molti considerano l’astensionismo quasi fisiologico, una manifestazione normale del nostro tempo. C’è persino chi lo interpreta come un fenomeno “provvidenziale”, affermando che alle urne si presentano solo i più istruiti, i più giovani e i più benestanti. Si rischia così di tornare a una democrazia elitaria, in cui votano soltanto coloro che vengono considerati più adatti a decidere per tutti.

È forse tempo di accettare che ciò a cui aspiriamo sia una sorta di “emidemocrazia” o “semidemocrazia”? Questa nuova forma di governo potrebbe diventare la realtà con cui fare i conti, a meno che non si trovi un modo per invertire la rotta. La sfiducia e il disinteresse verso il sistema politico sono infatti in crescita e hanno conseguenze evidenti: sempre più cittadini delegano la propria voce al “leader forte” di turno, compromettendo i principi di rappresentatività su cui si basa la democrazia liberale. Oggi, solo metà degli aventi diritto vota, e i risultati elettorali rispecchiano inevitabilmente questa realtà, con i rappresentanti scelti da una minoranza che poi governa per tutti.

Se vogliamo una democrazia che includa davvero il “demos” nella sua interezza, dobbiamo partire dal profilo culturale ed etico della classe politica. Potrebbero anche essere introdotte nuove modalità di voto — come il voto postale, il voto nei gazebo o persino il voto online — ma, allo stato attuale, nessuna di queste soluzioni appare priva di rischi, tra cui frodi e attacchi informatici. Quel che è certo è che oggi solo una “mezza democrazia” è nelle mani di un “mezzo demos,” con rappresentanti eletti grazie a percentuali di consenso irrisorie rispetto al totale degli aventi diritto.

Gli esempi recenti dimostrano quanto sia limitata la legittimazione degli eletti: nelle elezioni liguri, Giorgia Meloni ha ottenuto il 7% dei voti complessivi, e nelle politiche del 2022, con il 25% dei voti, ha governato con il supporto effettivo del 17% degli italiani. Questo calo progressivo nella partecipazione elettorale è documentato da dati impressionanti: nel 1983 quasi il 90% degli italiani votava alle politiche, oggi la percentuale è scesa sotto il 70%; per le regionali si è passati dall’88% del 1985 al 45% del 2024; e alle comunali e europee, il calo è altrettanto drammatico.

Le élite e le oligarchie, che sembrano beneficiare di questa situazione, spesso puntano il dito contro gli astensionisti, ignorando che tale disaffezione è alimentata da sfiducia, protesta, e disinteresse. Di fronte a una molteplicità di partiti e liste, il cittadino spesso si sente confuso e indeciso. La proliferazione di partiti personalistici e privi di radicamento territoriale, che rispondono solo al carisma di un leader e alle logiche dei media, contribuisce ulteriormente a scoraggiare l’elettore. Lontani dalle grandi idee di solidarietà, eguaglianza, e giustizia sociale, questi partiti promuovono un modello in cui l’“Io” prevale sul “Noi”, minando i principi stessi della democrazia partecipativa.

Di fronte a questa situazione, dobbiamo accettare che solo metà degli aventi diritto eserciti il proprio voto? Forse, per comprendere appieno il problema, è necessario considerarlo in una prospettiva più ampia. Da anni, studiosi avvertono della crisi non solo del voto, ma dell’intero sistema della democrazia liberale. Si parla ormai di “postdemocrazia”, di “democrazia del pubblico”, della “dissoluzione della democrazia”, e di nuove “dittature democratiche”.

Il dibattito sul premierato si inserisce in questo contesto di crisi della rappresentanza. L’idea di un premierato rafforzato, che promette maggiore stabilità e decisionismo, appare a qualcuno una risposta necessaria al senso di inefficacia che affligge le nostre istituzioni democratiche. Tuttavia, la concentrazione del potere in un singolo leader potrebbe esacerbare l’allontanamento dei cittadini dal processo democratico, riducendo ulteriormente le occasioni di partecipazione e controllo. In un sistema già segnato dall’astensionismo e dalla sfiducia, un premierato forte rischia di allontanare ancor più il “demos” dalla gestione della cosa pubblica, rafforzando quella che ormai appare come una tendenza verso una “mezza democrazia”, aggiungendo il rischio che per eleggere il premier…del premierato, si rechi alle urne, anche nel caso di ballottaggio, solo una minoranza di elettori.

La questione, quindi, non è solo se accettare o meno questa “metà democrazia”. Piuttosto, dovremmo interrogarci su come affrontare una crisi profonda che mette in discussione i fondamenti della rappresentanza e della partecipazione politica.

Sulle soglie dell’inferno: l’Amore che non si arrende.

Foto di Hamsterfreund da Pixabay
Foto di Hamsterfreund da Pixabay

La famiglia è la famiglia, va amata e difesa sempre e comunque. Comunque stiano le cose, questo è il compito preceduto da un istinto a cui è difficile sottrarsi. Si fa schermo davanti ai ricordi che te la farebbero ripudiare e si pronunciano assoluzioni in anticipo per imbeccare il Padreterno in modo che non faccia troppo da solo, magari sviando dall’orientamento che gli hai dato malgrado il male commesso.

Non è buonismo ma egoismo; il desiderio un giorno di ritrovarsi tutti insieme, dopo la morte, ti fa sollecitare il grande giudice ad essere clemente e di non sbarrare con porte anti incendio la possibilità di un incontro.

La memoria è sempre lì a seviziarti per levarti la libertà che per tutta la vita hai desiderato, così ti porta a rovistare tra le carte di chi non c’è più per mettere ordine nel passato illudendoti di recuperare qualcosa per decenza e per affetto da non rottamare.

E’ un esercizio pericoloso. Il più è da gettare perché nessuna vita è addizionabile ad un’altra; salvi solo quello che può tornare utile o che credi possa comprimersi trovando spazio nella tua scorta di viveri per il presente.

In una lettera d’amore dei suoi cari, lesse un passaggio che cambiò il corso della sua vita. Non si dovrebbe mai mettere le mani in ciò che ormai è andato. Ne aveva avuto il sentore fin dalla infanzia, mancava però la certezza di una idea che respingeva a definire, intuendo la tragicità che ne sarebbe derivata.

Per un canto avrebbe dovuto tanto più amarli, per una finzione che avevano portato avanti con avvedutezza per tutta la vita senza tradirsi.

Tra le righe di passaggi d’amore, l’ammissione di suo padre per una fede che non aveva mai sentito, qualche volta forse praticato per convenzione solo per non far dispiacere in famiglia. Non credeva alla esistenza di Dio ed a tutte quelle storie sulla resurrezione, i miracoli, il Paradiso e la Madonna. Aveva messo in chiaro le cose per non generare incomprensioni per il prosieguo.

In uno scritto di risposta, quella che sarebbe diventata sua moglie rispondeva per le rime dicendo che anche su quello erano in piena sintonia. Con la prudenza di una donna, disse che sarebbe stato bene, in caso avessero avuto figli, lasciar loro comunque una porta aperta. Al peggio o al meglio, un po’di catechismo e qualche Messa non avrebbe prodotto frutto alcuno.

Per tanti anni nella sua famiglia la vita dello spirito era stata condotta appena sopra la sufficienza. A Pasqua e Natale, le celebrazioni di rito e poco di più, tutto in assenza di una parola a favore di Cristo o di una sua negazione. Era un tema su cui mai si ragionava. Del resto, se veramente fosse esistito, non c’era urgenza di contattarlo. Immobile e perenne nel cielo dove era insediato, non c’era rischio che scappasse via.

Stentò a tenere in mano quel foglio che improvvisamente acquistò un peso insostenibile, le parole si fecero di piombo e la sua mente non riusciva ad evitare che precipitassero a terra e con esse anche il suo cuore.

C’era assai poco da fare ricorrendo ad interpretazioni benevole, appellandosi ad un pensiero poi smentito dai fatti. Le cose erano state per tutti gli anni della vita dei suoi genitori esattamente per come le aveva lette.

Aveva avuto solo il torto di non comprenderle a volo fin da principio e di aver abboccato ad una fede che in quella casa si muoveva da sbandata, peggio fosse in un labirinto.

Continua a leggere

Non è mai troppo tardi: la lezione senza tempo di Alberto Manzi.

Centro Alberto Manzi
Centro Alberto Manzi

Era una sera d’autunno e dalle prime luci del mattino non aveva smesso di piovere neppure per un secondo. Non appena si svegliò, Elena, scelse di rimanere a casa. Era da un po’ di tempo che per la sua tesina di Storia contemporanea aveva deciso di recuperare dalla libreria della tavernetta un antico libro appartenuto a suo nonno, riposto lì, accanto al camino.

Tra le pagine ingiallite, una fotografia: un uomo dall’aspetto gentile, con gli occhi che brillavano di una luce particolare, stava disegnando a carboncino su fogli bianchi. Sotto, una scritta a mano: “Alberto Manzi, il mio maestro”.

Elena sorrise, ricordando le storie che suo nonno le raccontava di quel programma televisivo che aveva cambiato la vita di tanti italiani: “Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta”. Un programma dove un uomo semplice e appassionato, con l’ausilio di una lavagna luminosa (precorritrice della odierna LIM, lavagna interattiva multimediale), insegnava, o come amava dire il docente stesso, invogliava la gente a leggere e scrivere, coinvolgendo, soprattutto, quelle persone che, per motivi diversi, non avevano avuto questa opportunità.

Chissà se oggi, nel tempo dell’infocrazia, con tutti questi schermi e queste applicazioni, ci sarebbe ancora bisogno di un maestro come lui, pensò Elena, mentre si preparava una tisana bollente. I suoi compagni erano più interessati ai loro smartphone che ai libri. Eppure, quell’immagine appena scoperta celava un’umanità profonda, capace di rendere la trasmissione del sapere da parte di Manzi estremamente coinvolgente.

In quel momento Elena ebbe un’idea: indirizzare una mail al suo tutor con la proposta di recuperare le lezioni di Manzi, adattandole ai tempi moderni, utilizzando immagini, animazioni e suoni per rendere più accattivanti gli argomenti, ma senza mai dimenticare il cuore del metodo di Manzi: la semplicità, la chiarezza e la capacità di far sentire a proprio agio anche chi partiva da zero. Intuiva che per lei quell’esperienza poteva aprirsi a una feconda opportunità di apprendistato.

Iniziò subito a recuperare diversi contenuti, dai video di Rai Teche ai materiali del “Centro Alberto Manzi”, e poi: articoli di quotidiani, storie e testimonianze, contributi su riviste più specialistiche, fonti e documenti di archivio, un paio di testi sulla storia dei media insieme a saggi più recenti sulla rivoluzione del digitale, sull’impatto delle nuove tecnologie nei contesti educativi, sui rischi e le opportunità. Ne venne fuori un bel lavoro monografico, tanto apprezzato anche dal suo docente che le propose di convertirlo in un eBook.

Elena ne rimase piacevolmente sorpresa e i suoi genitori ne furono molto orgogliosi. La voce della pubblicazione del suo primo libro iniziò a girare, al punto che un giorno venne contattata da un’anziana signora, emozionata e incuriosita dall’argomento che la giovane studentessa aveva deciso di indagare.

Continua a leggere

La Voce del Popolo | Gli spioni evidenziano la fragilità del sistema.

La nostra è una democrazia ad alto tasso di spionaggio. Lo è da sempre, anche in ragione di quella sua collocazione di frontiera, a cavallo tra est e ovest, tra nord e sud. Da anni e anni un discreto numero di faccendieri e di imbroglioni scrutano le ombre delle figure che contano, cercando di trarre vantaggio da informazioni raccolte qua e là con metodi assai riprovevoli.

È storia antica, che la cronaca di queste ore aggiorna e amplifica tra lo scandalo generale. Ora, non si vuole certo minimizzare l’hackeraggio emerso in questi giorni, arrivato a mettere insieme 800mila fascicoli trafugati dalla banca dati del Viminale. La cosa è gravissima e inquietante, e ci fa sentire tutta la fragilità del nostro sistema politico e istituzionale. Si dirà che in questo caso la politica è vittima, e non carnefice. Ma sono appunto la sua debolezza, il suo smarrimento, certe sue fragilità, a mettere più paura di quante ne incuta il suo tratto a volte più autoritario e minaccioso.

Piuttosto, sarebbe il caso che partiti, governo e opposizione, almeno questa volta tentassero di rispondere all’unisono. Non per celebrare un desueto rito consociativo, di quelli che a tutti ormai destano raccapriccio. Ma per significare come la difesa dello Stato sia un’impresa comune, un dovere condiviso tra parti politiche che un attimo dopo potranno continuare a darsi addosso con tutta la parzialità del caso. A patto però di avere prima messo in sicurezza quell’insieme di regole, procedure e garanzie che riguardano tutti loro. E tutti noi, s’intende.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 30 ottobre 2024

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

PD, 5 Stelle e il peso dei veti: il centro guarda altrove.

Come volevasi dimostrare l’opposizione ha perso anche in Liguria, a causa dei veti imposti da Giuseppe Conte e dal silenzioso assenso fornito da Elly Schlein. Dopo il ricatto imposto dal leader 5 Stelle, la sconfitta ligure era facilmente prevedibile, così come lo era stato in Basilicata.

Finora il tandem Schlein-Conte, in sistemi elettorali non proporzionali e senza ballottaggio, ha portato sempre e solo allo stesso risultato: la vittoria del centrodestra. Unica eccezione a questa regola è stata la Sardegna, dove il campo largo ha vinto per gli errori dell’avversario, piuttosto che per i propri meriti.

A furia di imporre veti ai partiti centristi o della galassia liberaldemocratica (in Liguria sono stati espulsi dall’alleanza non solo i renziani ma anche più Europa e i socialisti) la sinistra ha allontanato anche gli elettori riformisti. Questi cittadini di fronte ad un candidato civico, moderato e non populista sono andati a votare per il centro destra, si veda l’analisi dell’istituto Cattaneo. Sono voti persi dal centro sinistra e guadagnati da Bucci, voti che per Andrea Orlando avrebbero fatto la differenza e sarebbero valsi doppio.

Al contrario invece i grillini delusi si sono rifugiati nell’astensione, senza andare ad ingrossare le file avversarie. Questo comporta che ogni voto centrista perso vale dopo rispetto a quelli lasciati a casa dai 5 Stelle.

È innegabile che il veto imposto da Giuseppe Conte sia costato la vittoria all’ex ministro della Giustizia ma sarebbe sbagliato mettere solo il leader 5 Stelle sul banco dei colpevoli. Sicuramente l’ex Presidente del Consiglio ha molte responsabilità in questa sconfitta; tuttavia, anche il Pd e la sua leadership non si sono sforzati minimamente di imporre all’alleato l’accordo con Italia Viva ma hanno accettato quasi silenziosamente il ricatto grillino, rinunciando anche ad alleati storici come il partito della Bonino e i socialisti.

Non credo che una leadership di coalizione possa funzionare in questo modo, accettare il ricatto di Conte vuol dire permettere a lui di guidare con i suoi veti l’opposizione. Peccato che il leader grillino abbia già dimostrato di non aver la stoffa (è stato senza dubbio il peggior premier della storia repubblicana) né i numeri (il misero bottino nella terra del fondatore l’ha dimostrato) per guidare l’alleanza.

Non è stato solo il veto di Conte e il silenzio del Pd ad allontanare i voti centristi, bisogna essere onesti, gli elettori avevano già storto il naso quando a gran voce i leader della sinistra erano scesi in piazza a chiedere le dimissioni di Toti, riportando agli albori una sinistra giustizialista che speravamo di aver lasciato ai libri di storia. Poi sono arrivate alcune indicazioni programmatiche troppe generiche sugli investimenti infrastrutturali e la frittata era ormai fatta, pochi centristi avrebbe potuto votare una coalizione così sbilanciata a sinistra.

Cosa insegna allora questa sconfitta? La prima lezione dovrebbe essere che i veti non sono più accettabili, a chi li propone dovrebbe essere imposta l’autoesclusione dall’alleanza. Sembra però che questo insegnamento la leader del Pd non lo voglia seguire.

Infatti, di fronte ai mezzi veti imposti da Conte per le prossime regionali, il Pd abbia acconsentito. Il simbolo di Italia viva, per esempio, non sarà nelle liste in Umbria e i suoi candidati saranno nascosti in liste civiche.

Non solo, Elly Schlein, intervistata al Corriere e Repubblica, ha detto che l’alleanza riparte dalla sinistra ciò da M5S e Avs e poi si potrà allargare al centro. Ancora una volta il Pd privilegia i suoi alleati più radicali e non i centristi, perché ai partiti centristi non può essere riconosciuta la stessa dignità degli altri alleati?

Secondo voi facendo così cosa faranno i cittadini moderati? Guarderanno da un’altra parte o si asterranno. Di fronte a questa imposizione, cosa dicono i riformisti del Pd? Si ricordano che il partito non è stato fondato solo da ex diessini ma anche da ex popolari?

La seconda lezione riguarda il programma. È necessario fornire ai cittadini risposte serie e non più populiste. Quello che nessuno ha capito dell’alleanza proposta dal Pd è il seguente punto: ci sia allea ma per fare cosa? Sarà forse arrivato il momento di fare qualche proposta seria e non solo slogan?

Infine, è urgente per la galassia centrista ritrovare un percorso di unità e di ricostruzione delle varie anime, le guerre personali tra leaderini non servono a nessuno. Ben venga anche l’innesto di nuove personalità o di nuovi federatori purchè non sia un papa straniero ma un leader capace di smussare vecchi rancori e di valorizzare le idee portate avanti da noi cattolici, liberali e riformisti.

Le alleanze si possono fare ma nessuna collaborazione potrà essere portata avanti se ci chiederanno di rinunciare alla nostra indipendenza e intelligenza.

La Margherita non era un orpello della sinistra, come oggi si vorrebbe.

Il recente voto ligure ci ha consegnato alcuni verdetti politici di rara chiarezza. Tra tutti spicca il fatto che il tradizionale elettorato centrista, civico e moderato – poco o tanto che sia non fa differenza alcuna – ha scelto seccamente la coalizione di centro destra. Alcuni si chiedono ancora ingenuamente il perché. Ora, senza menzionare che nel nostro paese, e storicamente, si “vince al centro” e soprattutto “si governa dal centro”, è appena il caso di ricordare che proprio quell’elettorato difficilmente si riconosce in una coalizione o in una alleanza molto caratterizzate sotto il profilo ideologico e culturale. E la coalizione progressista che vede saldamente unite – così è stato in Liguria ma così sarà anche in altre regioni e, soprattutto, a livello nazionale – la sinistra radicale della Schlein, la sinistra populista di Conte e la sinistra estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis, difficilmente può intercettare e rappresentare un mondo culturale, politico e valoriale radicalmente alternativo a quelle sensibilità. E, non a caso, il Pd ha avuto uno straordinario successo come del resto anche Avs ma, al contempo, ha dovuto prendere atto che un pezzo di elettorato, cioè quello centrista, guarda e vota altrove.

Ora, alla luce di questo risultato concreto e persin scontato per chi conosce seppur solo genericamente le dinamiche storiche del nostro sistema politico sin dall’inizio del secondo dopoguerra, è singolare che ci sia qualcuno all’interno della coalizione delle tre sinistre che continui a parlare della “necessità di riavere una nuova e rinnovata Margherita” per cercare di rappresentare anche un pezzo dell’elettorato centrista. E, al riguardo, alcuni maggiorenti del Pd – e lo stratega per eccellenza è sempre l’arguto Bettini – pensano che un’operazione del genere si possa tranquillamente pianificare a tavolino come avveniva con i tradizionali “partiti contadini” di antica memoria. Ma, per restare seri, credo sia evidente a quasi tutti che un potenziale elettorato centrista, e al di là e al di fuori degli organigrammi che qualcuno pensa di tracciare sulla sabbia, storicamente non si riconosce in una coalizione che, del tutto legittimamente, è fortemente caratterizzata sotto il profilo politico, culturale, valoriale e programmatico. È la storia concreta del nostro paese che lo ricorda e non c’è alcun bisogno di scomodare chicchessia per evidenziarne le ragioni politiche. E un progetto come quello di una rinnovata Margherita, diversa come ovvio da quella del passato, non potrà mai decollare se il profilo politico di una coalizione è massicciamente sbilanciata a sinistra. Come il voto ligure, del resto, ha platealmente e plasticamente confermato.

Ecco perché il difetto sta nel manico, come si suol dire. E cioè, se la coalizione ‘progressista’ o del ‘campo largo’ o del Fronte popolare’ resta quella di oggi, il voto centrista, civico e moderato semplicemente non ci sarà. Non per una polemica pretestuosa o per pregiudizio ideologico ma per ragioni di coerenza politica e culturale. Ed è anche perfettamente inutile, nonchè anche un po’ ridicolo, che qualcuno si agiti per dare vita a micro esperimenti che ricordano la vecchia Margherita. Perché proprio la vecchia Margherita di Rutelli e di Marini, per citare i due esponenti più significativi di quell’importante progetto politico, non era un accessorio delle sinistre riunite ma un elemento costitutivo dell’alleanza di centro sinistra. Ovvero, l’esatto contrario di quello che oggi pensano e teorizzano i sostenitori della Margherita bonsai.

In politica il voto è una scelta, le alleanze sono una necessità.

Le elezioni liguri hanno indubbiamente segnato un punto di svolta nel rapporto tra le forze di opposizione. I numeri hanno fortemente ridimensionato il Movimento cinque stelle che non raggiunge neanche il 5% dei voti, mettendo di fatto in discussione la pretesa di Giuseppe Conte di poter indicare chi può stare o meno nella coalizione. In altre parole, tanti veti e pochi voti. In un sistema elettorale maggioritario che premia la coalizione che riesce ad aggregare un voto in più rispetto agli altri competitor si assiste ancora ad una insensata politica di veti incrociati che non consente di ampliare il perimetro della coalizione.

Quando in una regione come la Liguria, dopo la vicenda Toti, il centrosinistra perde per poco più di un punto percentuale regalando la vittoria ad una classe dirigente che ha gestito la cosa pubblica in modo affaristico e spregiudicato, c’è da chiedersi – o meglio, si dovrebbe chiedere a Conte – se e quanto vale la pena abbandonare ancora per cinque anni l’amministrazione regionale nelle mani di quella destra che si è già distinta per inefficienza ed episodi corruttivi.

In effetti già da diverso tempo Il Movimento 5 stelle a guida Conte non è più la forza politica del cambiamento o della svolta, né il soggetto che promuove e stimola battaglie in difesa dei cittadini. Non è più il Movimento di Grillo che con il “vaffa-day” attaccava in modo irriverente la classe dirigente del momento. Il M5S deve ritrovare il prima possibile una linea politica che non sia quella dell’isolamento rispetto alle altre forze di opposizione, chiarendo a se stesso ed agli altri quali siano gli obiettivi e le modalità per raggiungerli.

In assenza di questo chiarimento Conte si ritroverà ad essere suo malgrado (almeno si spera!) il migliore alleato di questo sconclusionato governo di destra che sta creando sempre più problemi di vita quotidiana agli italiani e in particolare alle fasce più deboli della popolazione. Abbandonino quindi la logica delle beghe e delle risse interne per costruire un’alternativa ed una proposta credibile da presentare al Paese, non da soli ma con le forze necessarie per vincere le competizioni. Nella propria autonomia, ma insieme alle altre forze del centrosinistra. In politica il voto è una scelta e le alleanze sono una necessità; ed è così per tutti, non solo per qualcuno.

Tra nostalgia dc e nuove alleanze: il percorso europeo di Raffaele Fitto.

Momento di audizioni in Parlamento europeo: dopo il voto di luglio ha confermato Ursula von der Leyen come Presidente della Commissione europea, ora è il turno dei Commissari, indicati dai governi nazionali, a dover chiedere la fiducia dell’Eurocamera. Nel dettaglio: ogni Vicepresidente/Commissario ha una delega, esplicitata nella lettera di missione scritta da Ursula che sancisce obiettivi, competenze e limiti gestionali. Sulla base della lettera, il Parlamento europeo prepara le audizioni del candidato Commissario con le Commissioni parlamentari competenti. Per capirci: Raffaele Fitto dovra’ sostenere la propria audizione in Commissione Affari regionali, con le Commissioni Affari economici, Trasporti, Bilancio, Agricoltura, Pesca, Occupazione e affari sociali chiamate a dare un parere non vincolante. Teoricamente dovrebbe occuparsi anche di riforme, ma la Commissione Affari costituzionali, titolata a legiferare sulle modifiche ai trattati, non è coinvolta. Quindi, diciamo, come scrive Ursula, Fitto si occuperà di quelle riforme di cui l’Ue ha urgente bisogno, ma non troppo. 

Mentre il mondo vive sull’orlo di un conflitto globale fra democrazie e regimi autoritari, con un fronte che va dall’Ucraina al Medioriente, a Bruxelles ci si arrovella sulla questione: Fitto passerà l’esame del Parlamento europeo? Da settimane, va alla ricerca della maggioranza di due terzi della sua Commissione di riferimento richiesta per essere promosso, impresa complessa vista la frammentazione dell’attuale Eurocamera. 

Senza entrare nei complessi meccanismi procedurali, il dato è eminentemente politico. Il futuro vicepresidente esecutivo della Commissione europea, noto per essere tanto cauto quanto inesperto di lingue straniere, ha precauzionalmente messo le mani avanti, asserendo nelle risposte scritte alle domande preliminari rivoltegli dal Parlamento Ue, di essere stato democristiano. Testualmente: “Ho iniziato la mia carriera politica nel partito di cui condividevo i valori, compresa la vocazione europea: la Democrazia Cristiana”. Lo presenta come suo punto di forza, sperando che questo inizio faccia breccia i Popolari legati alla tradizione Dc e fra liberali e socialisti che ritengono l’identità democristiana come l’eredità politica migliore che l’Italia abbia donato all’Ue.

Nessuno mette in dubbio il pedigree di Fitto. Ma resta un dato di fatto. Se anche l’uomo della Meloni a Bruxelles si è sentito in dovere di ricordare le sue lontane origini democristiane per farsi accettare dal Parlamento europeo, come può la destra italiana, continuare a dire in Patria, anzi, alla Nazione, che l’Italia non è mai stata cosi rispettata e tenuta in considerazione a livello europeo? E che questa considerazione, ammesso che esista, sia merito della Meloni o di quella parte tanto centrista quanto ininfluente dell’attuale maggioranza?

Quanto bel nazionalismo che si fugge tuttavia!

Se vuoi esser Commissario, l’eredità di De Gasperi non buttar via.

In Liguria il centro-sinistra ha sbagliato, ora deve fare un’opposizione intelligente.

La recente sconfitta in Liguria dovrebbe essere considerata un momento di riflessione costruttiva per le forze di centro-sinistra. Seppure amara, essa offre una lezione importante, che evidenzia alcune criticità strutturali su cui lavorare per evitare il ripetersi di scenari simili in futuro. Il punto cruciale, in questo contesto, è l’ostinato veto su Matteo Renzi, una scelta che testimonia quanto Giuseppe Conte sia ormai vicino a un bivio decisivo per la sua carriera politica: o rivede le sue posizioni, o rischia di perdere qualsiasi rilevanza.

Pressato da Beppe Grillo, Conte ha sciupato un’opportunità preziosa. Una vittoria del “campo largo” avrebbe potuto garantire una rappresentanza in Regione, dando al Movimento una presenza più radicata sul territorio e un trampolino di rilancio politico. Così non è stato e la sconfitta, seppur di misura, ha significato un ulteriore arretramento rispetto al centro-destra.

Bisogna riconoscere che Elly Schlein aveva avvertito la coalizione dei rischi legati ai rancori interni e alle divisioni personali, specialmente in un momento in cui ogni voto è fondamentale. Con il senno di poi, forse avrebbe dovuto spingersi oltre, adottando una posizione più risoluta contro i veti imposti da chi, pur volendo contrastare la destra, finisce per dividere il fronte progressista. Ignorare queste divisioni significa, alla fine, facilitare la vittoria dello schieramento opposto.

L’esito elettorale merita un’analisi attenta, anche per il ruolo che conserva Giovanni Toti. Nonostante fosse stato costretto a dimettersi, l’ex governatore ha saputo resistere dimostrando di avere ancora un peso significativo sulla scena politica regionale. Bucci ne dovrà tenere conto. Non è detto che l’elettorato, visto l’enorme carico di astensionisti, sia nel complesso acquiescente a una politica di mera continuità. Dovrà essere, allora, il compito primario dell’opposizione portare allo scoperto la nascosta contraddizione della maggioranza.

Profeti collettivi sulle orme dello statista De Gasperi

Il tema a me assegnato evoca l’essenza del magistero di Alcide Degasperi e mette in luce l’estrema attualità della cultura cultura politica che egli ha interpretato. Degasperi non si capisce senza il riferimento alla sua cultura politica. A quel tempo, le leadership non erano effimere e solitarie: erano espressione di una visione culturale ben radicata in una esperienza di comunità. Il titolo propone di leggere l’eredità degasperiana attraverso tre “parole”: Persona, Comunità, Bene Comune.

 

Persona

In Degasperi, il termine richiama il “personalismo comunitario” di Mounier e di Maritain, filtrato attraverso l’esperienza di quel cattolicesimo sociale mitteleuropeo – del quale Degasperi era figlio – incarnato nella pratica quotidiana delle relazioni di prossimità tipiche delle sue valli alpine.

Degasperi aveva dunque robusti anticorpi sia verso le pulsioni di matrice individualistica, sia verso ogni concezione collettivistica.

Entrambe negavano un principio primo: il nesso di equilibrio (e non di reciproca sopraffazione) tra l’io ed il noi. 

Questa idea di “persona” dovrebbe essere oggi riscoperta come valore primario, sia difronte alla cifra puramente economicistica ed efficentistica dei rapporti sociali – con il portato della spersonalizzazione e delle disuguaglianze crescenti – sia come ancoraggio di “misura” nel confuso dipanarsi delle questioni antropologiche.

Vi si ravvisa, infatti, il rischio di uno scivolamento verso una idea di “diritti individuali” che è certo un segno del nostro tempo e non va disconosciuta, ma che appare sempre più slegata dai principi della responsabilità; insofferente rispetto al legame tra diritti e doveri; propensa a confondere desideri, anche legittimi, con diritti da esigere “senza se e senza ma”. Perfino per quanto riguarda il desiderio di avere figli.

Avere chiaro questo valore della Persona dovrebbe aiutarci oggi a vivere i cambiamenti senza pigre nostalgie del tempo che fu, ma anche senza acritiche e ideologiche adesioni alle iperboli di un “tempo nuovo” che ancora deve essere costruito, modellato, elaborato in maniera eticamente ed umanamente sostenibile.

 

Continua a leggere

Buccia, bocce e bocciature: la politica italiana in bilico.

Nel bel Paese tira aria di alta pressione, clima sereno in cielo ma burrasca ancora in terra, oscillando convulsamente tra Maxxi e più veriteriamente mini risse di modeste entità che pure, apparentemente in mancanza d’altro, si impongono alla cronaca quotidiana.

Il mondo va avanti ma ancora si è parlato dell’affettato modo di esprimersi del Ministro della Cultura, forse un po’ compiaciuto della laurea di recente acquisita, che certo sarebbe più esecrato se si esprimesse in modo approssimativo. 

Ci si è aggiunta la vicenda dei rotanti Capi di gabinetto, Gilioli e Spano e chi altro verrà, tema di ottima pesca per gli appassionati di storie sentimentali e indirizzi sessuali all’interno della struttura del dicastero, spanando lo sguardo su ciò che è di scarso interesse e consistenza per la politica di sostanza.

Abbiamo assistito alle fondamentali immagini del cranio dell’ex Ministro Sangiuliano, segnato come un tosaerba dalle unghie della sua amante Boccia.

L’uomo è scivolato su una boccia di banana e fino alla pensione gli resterà il tempo ormai per andare a giocare a bocce rimestando sull’arte dell’accosto, del tiro di raffa o di volo.  Su Report ci siamo consolati con le foto essenziali per la nostra sopravvivenza, immagini proposte da una sbandierata televisione di stato o meglio sarebbe dire di “strato” che per giustificarsi parla sempre alla stessa pancia degli ascoltatori e non al cuore o alla mente. Così potrà fare l’audience per continuare a pagarsi gli stipendi.

Per l’intanto in un paese a corto di idee, che più spesso appare una corte dei miracoli, la magistratura ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea per portare, alle “corti” o alle brevi, una questione rilevante e sapere quando un paese straniero sia o meno sicuro per i suoi cittadini.

Nello stesso tempo in Liguria, ha vinto Buccia. Il processo di piazza, evocato dalle Sinistre per chiedere la testa di Toti, non ha dato condanne dell’elettorato, come quella rimediata (fuori da elezioni) dal Cardinal Becciu che ancora legittimamente reclama la sua innocenza. 

Buccia ha avuto scarpe con saldo grip per conquistare i voti centristi, evitando inciampi e cadute, proclamando di aver raggiunto il brillante risultato perché ci ha messo la faccia. Non si vede che altro avrebbe dovuto metterci. Gomiti e quant’altro non sarebbero apprezzati.

Il neo Governatore ha rivisto le bucce alla Sinistra mettendone a nudo i limiti e le ambiguità e gli ha fatto le bucce sconfiggendola. “Qual suole il fiammeggiar de le cose unte muoversi pur su per la strema buccia, tal era lì dai calcagni a le punte”. Il cammino per il Pd e armata di scorta non sarà semplice, anzi più che mai arduo e scivoloso con il rischio di nuove bocciature.

Buccia ha goduto del sostegno decisivo anche di Scajola, una che nella sua terra vanta ancora un suo patrimonio di consensi e che evidentemente sa far diventare lisce le asperità delle pareti politiche. Saper trattare la scagliola non è da tutti.

Non è sbocciato il fiore della sinistra che è caduta sbucciandosi ulteriormente le ginocchia di una coalizione abortita in corso d’opera. Orlando ha preso più voti delle sue liste, non è caduto dall’orlo del precipizio ma sulla sua lista ha ottenuto comunque in percentuale la metà dei voti di quelli della lista del nuovo Capo della Regione. 

Par che già si pensi a riciclarlo come futuro candidato a Sindaco di Genova. Sarebbe un errore. Quando si sceglie un ruolo, anche di opposizione, in Consiglio regionale si permane e non si abbandona. “Michetti chi?” è un esempio di come così non si fa.

I 5S hanno preso un’altra cinquina, sfortunatamente non del lotto, sfiorando il 5% di consensi. Per questo, invece di far politica, si arroccheranno ancor più sulle loro posizioni pur di salvare lo spazio via via in riduzione, essendo solo questione di tempo. Si tratta di una cronaca di una morte annunciata. Meglio che il paese ne decreti una rapida agonia e si dia spazio ad altri senza che Conte agogni strumentalmente irrecuperabili fasti del passato. 

La Schlein potrebbe o dovrebbe forse decidere di congedarli ed aprire le braccia a Renzi o alla composizione di un eventuale centro. Un esperimento direbbe almeno come andrebbe a finire.

Ad oggi, muovendo per il contrario, ha portato a casa una sconfitta. Parodiando una vecchia canzone si potrebbe dire che “Bisogna saper scegliere, non sempre si può vincere, come vuoi e quando vuoi”.

La Segretaria del Pd ha raddoppiato i voti del suo partito ma sta correndo il rischio, con le prossime elezioni regionali, di mettere in crisi la sua Segreteria e di dover lasciare ad altri la sua provvisoria leadership. Lascia raddoppia o si sdoppia è la partita in gioco prossimamente.

Già si addensano ombre rosse in Umbria e sarebbe bene battesse un colpo chiaro a chi ne attende una indicazione e un programma politico a cui guardare.

Per non farsi mancare nulla, viviamo in un mondo di spie che avrà termine solo quando le notizie apprese non saranno mai di nessun interesse. Considerati i fatti di oggi, probabilmente siamo prossimi a quel punto.

Prossime elezioni del Presidente degli Stati Uniti, d’America: Stars di ogni tipo, più quotati dei nostri 5S, hanno dato il proprio endorsement a Trump o alla Harris. Sono andati in soccorso dell’uno o dell’altro dei rivali, quasi a dorso di cavallo pur di supportarli. 

Solo il fondatore di Amazon si è chiamato fuori non condividendo di mettere un settimo sigillo da una parte o dall’altra. Non spedirà a nessuno un suo abbraccio e tanto meno un suo…bezos.

Malgrado la Schlein nel Pd si riapre la questione del centro

C’è un sentimento ambivalente, nel Pd, il giorno dopo il voto ligure. Da un lato il peso di una sconfitta in una regione che sembrava terreno facile dopo le inchieste che hanno travolto la giunta di Giovanni Toti.

Dall’altra quel 28,5% che riporta il partito a livelli che non toccava da anni e che premia il lavoro di consolidamento del partito avviato dalla segretaria Elly Schlein. Due dati contrastanti, che per ora non aprono un dibattito pubblico nel Pd, perché – come ripetono tutti – prima ci sono le elezioni in Emilia Romagna e Umbria, e nel secondo caso il risultato è tutt’altro che scontato. Ma la riflessione, per ora solo a livello assolutamente interno, è iniziata e dopo il voto previsto nelle altre due regioni a metà novembre sarà inevitabile fare un punto su alleanze e profilo del Pd.

La stessa Schlein, del resto, i’altra sera a caldo ha posto il tema invitando gli alleati a “riflettere” e aggiungendo che il Pd non ha “mai speso un minuto in polemiche o competizioni con le altre opposizioni, perché il nostro avversario è questa destra che vogliamo battere”. Pesano le liti tra Calenda e Renzi, lo scarso risultato delle forze centriste, ma a questo punto si apre innegabilmente un problema M5s e a porlo non è più solo l’ala ‘moderata’ del Pd. Lo stesso Andrea Orlando, ieri sera, non ha nascosto il disappunto per le beghe che hanno appesantito la sua corsa: “Il pluralismo è una ricchezza ma la ricchezza a volte è un danno. Bisogna costruire centrosinistra stabile a livello nazionale” senza cambiare ogni volta “format”.

L’ex ministro mantiene un linguaggio diplomatico, ma qualche altro parlamentare della sinistra Pd è più netto: “Con i 5 stelle non si può andare così, non possiamo continuare con le alleanze ‘a geometria variabile’. Dire no a Renzi è stato un errore, non tanto per i voti che avrebbe portato ma perché abbiamo detto ai moderati ‘non votate per noi'”. Ma, d’altro canto – aggiunge la stessa fonte – “i centristi continuano a prendere troppi pochi voti C’è un problema anche lì”.

L’ala moderata del Pd si fa sentire con Alessandro Alfieri: la sconfitta “brucia”, spiega, perché “partivamo da una situazione favorevole” e arriva nonostante il Pd abbia ottenuto un “notevole 28%”. Ma, aggiunge, “purtroppo sono prevalsi i veti. “noi non abbiamo ancora definito il perimetro e il minimo comun denominatore di una coalizione, condizione per essere alternativa credibile alla destra in vista delle prossime elezioni politiche.

Ora dobbiamo concentrarci sulle sfide in Emilia Romagna e Umbria, ma subito dopo serve una discussione seria su questo tema”.

E la discussione non sarà semplice. Come spiega un altro parlamentare di area riformista “ci sono due possibilità: o esce fuori un ‘Rutelli’ degli anni ’20 o tocca al Pd svolgere quel ruolo, uno po’ come fece Veltroni”. Di fatto, una riscoperta della vocazione maggioritaria, che però né la sinistra del partito né la Schlein sembrano intenzionati a praticare. La segretaria ha difeso sì il profilo plurale del partito, ma rivendica in continuazione la scelta di avere dato una connotazione più precisa al Pd, più “chiara”, come ripete spesso, su temi-bandiera, dai migranti ai diritti, al lavoro. “Ora la gente ci riconosce”, ripete nei suoi comizi. Più praticabile, per la sinistra Pd, investire sulla nascita di un nuovo soggetto centrista, anche se al momento non si vede il possibile aggregatore di questa area moderata.

Di certo oggi ha fatto un passo avanti Beppe Sala. Il sindaco di Milano si è detto “preoccupato per la composizione, la consistenza e la competitività della coalizione di centrosinistra” e in particolare per la debolezza sul fronte moderato: “Ciò che palesemente è deficitario nel centrosinistra è la forza centrale, quella moderata, pragmatica, capace di riforme, europeista – una nuova componente liberal, che al momento ha una rappresentanza non definita”. In tanti hanno letto questa frase come un passo avanti per magari proporsi come catalizzatore di quest’area “moderata” al momento senza rappresentanza.

Ma, d’altro canto, in Avs si guarda con diffidenza a queste operazioni centriste: “Elly deve ripartire dalle forze che sono stabilmente e coerentemente all’opposizione, cioè Pd, noi e M5s.

Smettiamo di andare dietro a Renzi. Poi, al centro qualcosa nascerà”. Sia Fratoianni che Bonelli sono preoccupati dalle spinte ad un “chiarimento” con M5s che cominciano appunto ad arrivare anche in ambienti della sinistra Pd. La Schlein sa di avere un po’ di tempo, perché appunto la discussione non entrerà nel vivo prima delle regionali di metà novembre. E la speranza è che dall’Umbria possa arrivare un risultato che stemperi un po’ le tensioni. Ma il rebus irrisolto delle alleanze – e per qualcuno anche del profilo del Pd – è sempre più al centro della discussione.

 

P.S. L’analisi del voto diffusa ieri dall’Istituto Cattaneo rivela che l’elettorato di centro è scivolato a destra, contribuendo alla vittoria di Bucci. Servirebbe un’analisi seria, e anche nuova. Invece le interviste di stamane al Domani e a Repubblica di Elly Schlein non offrono elementi di novità circa la linea del Partito democratico. La segretaria si bea di aver rianimato il partito ma non avanza nessuna proposta seria in direzione di un nuovo centro-sinistra. [Redazione]

Dossieraggio, quando tecnologia e informatica sono usate per giochi di potere.

Quanto sta emergendo dalla vicenda dei dossier occulti che riguardano personaggi della politica, dell’economia, delle istituzioni ma anche di settori meno noti della vita pubblica e privata conferma una sensazione percepita e mai adeguatamente approfondita se non al palesarsi di evidenze con tanto di nomi e cognomi – delle spie e degli spiati – e cioè che siamo tutti potenzialmente sovraesposti al controllo illecito di tutto ciò che riguarda la nostra vita, le azioni quotidiane, anche le più abitudinarie e apparentemente banali. 

Telefonare, mandare un messaggio o una mail, usare un bancomat, compilare un modulo online, scaricare una ‘app’, fornire le nostre credenziali per operazioni di routine: la tecnologia sempre più pervasiva e l’informatizzazione di tutte le procedure che un tempo venivano fatte con carta e penna consentono la rapida trasmissione dei dati e la loro tracciatura: di questo aspetto non ci curiamo abbastanza perché sono cambiati ritmi e tempi nel passaggio di informazioni e comunicazioni e la rete ingloba una serie impressionante di transiti telematici dei quali non abbiamo contezza. Affidandoci agli hardware e ai software a disposizione immaginiamo che tutto ciò che ci riguarda sia garantito dalla neutralità degli apparati di cui ci serviamo: ma la mano e la mente dell’uomo, che ora tutti si affrettano ad invocare come garanzia, controllo e tutela nei confronti dell’invadenza e dei pericoli dell’I.A., possono interrompere quel circuito e creare percorsi non programmati, fino ad utilizzare per finalità distorte, divergenti e finanche criminali nomi, numeri, parole, codici, criptando password e intrufolandosi in modo sofisticato nelle loro procedure, impadronendosi di dati e informazioni al di fuori dell’ortodossia del sistema. 

Che privacy e trasparenza siano andate a farsi friggere da tempo è cosa nota, ma siamo inevitabilmente assoggettati ad una sorta di sindrome della rassegnazione ‘da male comune e da legge dei grandi numeri’. Simulatur ac dissimulatur, viviamo da tempo nell’epoca della fiducia apparente e della mistificazione galoppante: è in fondo questa una chiave di lettura e spiegazione del dissesto esistenziale che si è impadronito della nostra vita da quando le tecnologie se ne sono impossessate fino a renderci schiavi. Riservatezza e segretezza di quanto ci riguarda non sono mai esistite fin dai tempi in cui circolavano solo cicalecci e pettegolezzi: ma adesso esiste un mondo impenetrabile costruito affidandoci alle ‘macchine’ con un atto di delega ormai sottratto al vaglio del pensiero critico e di ogni sicurezza: nulla è protetto, tutto è vulnerabile. Si tratta di intrusioni e furti immateriali che in un mondo dove reale e virtuale si intersecano, si sovrappongono e si confondono possono creare danni incalcolabili. In questa vicenda si parla di “banda di hacker” e di “pericoli per la democrazia”. 

Certamente le parole del Ministro Nordio sono inquietanti: il malaffare è sempre un passo avanti rispetto alla legalità nell’intercettazione, nella gestione e nell’archiviazione di dati informatici. Mi ricordano quanto accadeva già oltre un decennio fa: non passava settimana che nell’account personale non arrivasse un ‘alert’ su tentativi di intrusione di hacker nel sito di giustizia.it.: allo stato, dalle indagini in atto, emergerebbero 800 mila accessi violati e oltre 52 mila visite nei siti del Viminale, dello SDI e delle Forze dell’ordine, senza citare il resto in fase di accertamento. Ciò che riguarda le finalità e gli interessi certamente economici intorno a cui è stata costruita questa sorta di “loggia informatica” sarà oggetto di accertamenti da parte della magistratura, per chiarire anche eventuali, ipotizzati collegamenti esteri. Indubbiamente un tipo di organizzazione pensata per violare le leggi e minacciare le libertà individuali e collettive costituisce un vulnus alla convivenza democratica e si presta a giochi di potere che possono sfuggire ad ogni tipo di controllo e andare oltre le già illecite intenzioni.  

Altrettanto suscettibile di approfondimenti e riflessioni è l’aspetto che riguarda i metodi e gli strumenti, cioè i “mezzi” attraverso cui si possono realizzare illeciti di natura informatica. Ci sono altri tipi di reato – fatte le debite proporzioni – su cui soffermarsi, dal cyberbullismo, allo stalking, al revenge porn; e qui la diffusione degli attori e delle potenzialità si muove su vasta scala anche perché è assai vasta la platea delle potenziali vittime. D’altra parte, basta usare un semplice smartphone dove è facile scaricare ogni tipo di applicazione per capire il livello di sovraesposizione, soprattutto dei giovani e dei giovanissimi, ad ogni tipo di porcheria accessibile. Vietarne l’uso a scuola, specie ai bambini, è una scelta saggia: il problema nasce negli altri contesti di vita dei minori. 

Del resto, lo sviluppo scientifico, l’evoluzione tecnologica e la stessa transizione ecologica sono potenzialità nuove al servizio della salute, dello studio, delle possibilità di comunicare. Emerge sempre più spesso tuttavia il lato opposto e speculare di tali opportunità, un versante che genera e favorisce violenze, inganni, aggregazioni malavitose, solitudini esistenziali, fino a dubitare che certe applicazioni tecnologiche si prestino a servire il male e il disagio più di quanto possano restare neutre. Per questo il discrimine tra il bene e il male passa sempre, oggi più che mai, attraverso il vaglio obbligato della coscienza morale.