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Il volo degli Angeli attorno alla grotta di Betlemme

Anche dalle parti di Dio le cose sono a volte contorte o perlomeno si muovono nel verso contro corrente per farla franca al destino che, da avverso, vorrebbe scorrere liscio come l’olio. 

Fu compito assegnato all’Angelo Gabriele quello di annunciare a Maria l’inizio di una storia che sarebbe stata letta da molti, mentre molti altri ancora l’avrebbero contestata come menzogna o qualcosa del genere, arricchendola di sfumature fino a perderne la sostanza. 

Era un copione non semplice da digerire soprattutto per il finale drammatico che apriva porte ad una luce che, comunque, dal principio alla fine, sarebbe stata imbrattata di sangue.

Gabriele si traduce in uomo forte di Dio ma al nostro angelo fu prestata solo la voce per far comprendere alla donna quali fossero le intenzioni del Creatore. Per il resto, che avesse le ali o meno, di umano non aveva che una forma, sembianza anch’essa assunta solo per il tempo necessario a portare il suo messaggio, quel tanto per farsi riconoscere ed essere chiaro nelle parole. 

Da quel momento non restarono che pochi mesi, meno di un anno, per disporre tutto come si conviene. Insieme alle sue schiere avrebbe dovuto organizzare ogni cosa nel migliore dei modi. Godeva della fiducia assoluta del suo Padrone che, pur avendo dato una traccia chiara sul da farsi, non aveva però grande sapienza con i dettagli degli uomini ai quali aveva dato vita e per i quali ancor sudava per la loro salvezza. 

Si teneva insomma sulle linee generali lasciando ai suoi fedelissimi Spiriti di mettere a punto lo sviluppo degli andamenti quotidiani, almeno per quanto riguardava i primi tempi. Messo mano al più, le ultime rifiniture erano materia dei suoi angeli più esperti di Lui a chiudere il cerchio del suo disegno, avvezzi com’erano a seguire gli uomini ed i loro affari giorno per giorno. 

Avrebbero dovuto improvvisare all’impronta, inventando soluzioni di volta in volta, a seconda di come si presentavano le circostanze.

A Lui era bastato aver dato principio a tutto. Le cose poi si sarebbero sviluppate secondo un abbrivio fatale, tranne una messa a punto talvolta necessaria da parte dei suoi santi emissari per non andare irreversibilmente troppo fuori strada.

Pochi mesi per organizzare la nascita del Figlio di Dio con il comando di rispettare le regole dell’umiltà. Occorreva uno stile dimesso, rasentando la povertà pur senza eccedere neanche in quella, per non chiamare fuori quelli che storcono il naso appena vedono qualcuno con i cenci addosso. 

Si era in una condizione di necessità. Le locande dove dimorare erano già piene di ospiti arrivati un po’ per prima o in tempo per un ricovero. Giuseppe sarebbe stato disposto a pagare ma non c’era chi prendesse i suoi soldi. 

Gabriele e le sue truppe si erano a lungo interrogati se fosse stato quello il giusto modo di procedere. I fatti dovevano essere giustificati con un minimo di logica umana. Per questo ricorsero ad un censimento che costrinse Giuseppe a Maria a mettersi in viaggio malgrado fosse prossima l’ora del parto. 

Si trattava per Angelo e compagni di calarsi bene nella parte e subito si accorsero che l’impresa era forse superiore alle loro possibilità. Ogni sobbalzo sulla groppa dell’asino era per Maria una stilettata, in anticipo sui dolori che in seguito le avrebbero trafitto il cuore. 

Avrebbero potuto facilmente prendere in braccio Giuseppe e Maria ed il loro asino e portarli in un lampo a Betlemme. Non ci fu nulla di espresso al riguardo ma sentirono che avrebbero dovuto trattenersi da prodigi miracolosi. 

Non dovevano immischiarsi al punto di agevolare lo scorrimento della vicenda e contemporaneamente dovevano vigilare che tutto andasse grosso modo secondo previsto. Era questione di una misura che generava in continuazione crisi continue nei loro cuori o in quello che loro avevano per registrare i sentimenti. 

Trattenersi e trattare sono termini che si lambiscono, qualche volta accavallandosi, mai rinunciando alla loro unicità. Questa volta era richiesto uno sforzo maggiore. Avrebbero dovuto presidiare l’evento mantenendo un fare impassibile, non un velo di aria o di luce che potesse segnare la loro presenza. 

Giuseppe e Maria da subito avrebbero dovuto imparare a cavarsela da soli senza l’aiuto di un cielo che non poteva fare sconti o favoritismi, nessun olio negli ingranaggi per farli scorrere meglio, nessun unguento a lenire le ferite che seguiranno.

Finalmente la Santa Famiglia era giunta a destinazione. Il posto era di quelli dimessi, da regalare insolitamente speranza per il futuro. Peggio di così non avrebbe più potuto essere. Erano su un trampolino pronti per un decollo, comunque più radioso di come ora erano seduti su di un mucchio di paglia.

Maria prese ad agitarsi. Il bambino che aveva in grembo premeva dalla voglia di affacciarsi al mondo. Prima avrebbe cominciato e più presto avrebbe finito la missione assegnata. 

Ciò che è insopportabile del dolore è che sia sopportabile, così portandoti al limite estremo della tolleranza. Non hai diritto a lamentarti perché ti dicono che è cucito a pennello per le tue misure e quindi non resta che consumarsi dal patimento in attesa che tutto finisca. 

Gli angeli sembra che, tradotti talvolta in carne ed ossa per essere visibili, abbiano parvenza di uomini e non di donne. Di doglie e di parti non ne sanno nulla. Sentivano la voglia di inventare qualcosa per essere di aiuto a Maria ma non gli era chiaro come fare. Loro non erano nati e non sarebbero morti. Né genitori né funerali. Semplicemente erano chiamati ad essere, senza un principio da ricordare ed una fine da temere. Punto e basta. 

Anche essere presenti alla scena non era compito loro. Non si doveva violare una intimità che riguarda solo una donna imminente ad essere madre e che nessuno ha il diritto di assistere per poi essere raccontata magari ai quattro venti. 

Solo per quella volta, unica eccezione, Satana era stato rinchiuso da qualche parte per non rovinare il compimento di salvezza.

Anche Giuseppe rispettava l’istintiva consegna di pudicizia con una distanza da mantenere. Così gli angeli si decisero di lasciarli soli e sperimentarono eccezionalmente essere disgiunti dai loro assistiti. Non erano abituati a quella libertà. Starsene per loro conto era una condizione del tutto inusuale alla quale era difficile adattarsi. 

Erano servi e per sempre lo sarebbero stati di un padrone che amavano oltre ogni possibile cuore. Non chiedevano di essere riscattati e neppure di avere qualche grammo di pelle e di quei sentimenti propri degli uomini. 

Se un giorno Dio avesse cambiato idea liberandoli dall’amore che li consumava per loro sarebbe stata probabilmente la fine. Quando Dio gli ricordava che gli era in odio sia la servitù che la schiavitù, chiamandoli amici, loro, opponendosi, si sgolavano di luce. Dicevano che gli stavano bene le cose in quel modo e pregavano non ci fosse alcun cambiamento. 

Solo un rammarico si portavano appresso e di cui neanche tra di essi si faceva mai cenno. Li opprimeva un certo senso di estraneità ovunque fossero. Potevano sperare di ispirare gli uomini ma, anche quando vi riuscivano, non avrebbero mai fatto parte della loro cerchia. 

Vicini al loro padrone sentivano di essere incompiuti, una sorta di anello mancante tra gli uomini e Dio con il dramma di essere loro stessi carenti di qualcosa. Non erano uomini, non avevano sesso e carne e neppure erano persona come invece il loro Dio. Erano puri Spiriti, un insieme di un più ed un meno con cui ogni giorno dovevano adattarsi a fare i conti. 

Il bambino strepitò anticipando che avrebbero dovuto al più presto abituarsi alla sua voce che almeno per tre anni avrebbe tuonato come non mai. Bastò quel pianto per ridare serenità alla scena. Il peggio era passato. 

Maria si era già lasciata alle spalle le sofferenze del parto in un esercizio di impossibile dimenticanza; anche questa fatica le sarebbe tornata utile quando le avrebbero ucciso il Figlio e le sarebbe toccato sopravvivere per suo volere almeno fino alla sua Resurrezione. 

Giuseppe aveva smesso di sentirsi impotente. Ora cominciava finalmente la sua parte di padre senza indicazioni dall’alto. Stava a lui soltanto mandare avanti la baracca mettendo in mostra quello che anche gli uomini possono fare senza necessariamente sfigurare a confronto dell’Onnipotente.

Gli angeli erano fuori dalla grotta ad una distanza che sembrava ideale per essere presenti, comunque non interferendo. Si divisero i compiti. Un gruppo di essi era fermo a presidio della stalla dove il Figlio di Dio avrebbe installato per il futuro l’amore tra gli uomini. 

Gli altri si sparsero per la zona circostante spingendosi fuori dal villaggio fino ai pascoli dove i pastori dimoravano insieme alle loro greggi. Evidentemente, quando tutto accadde, doveva essere giorno perché la luce non voleva mancare a godersi lo spettacolo e volle trovarne per sé una nuova fonte alla quale caricarsi. 

Gli angeli non si accontentarono di un approccio di prima mano, un invito composto a rendere omaggio al Signore di tutte le genti e di tutte le cose. Avevano a che fare con pastori attaccati più alle loro bestie che alla loro stessa vita. Assai poco convinti dell’annuncio che gli era stato rivolto, decisero di mettersi in rotta per Betlemme per non stare a sentire quei pazzi sconosciuti che incitavano a mettersi in marcia per non perdere un evento irripetibile. 

Si mossero per come potevano, con la velocità occorrente per far camminare a passo ordinato pecore e montoni, un andamento coerente alla incredulità della notizia che li rallentava per l’impossibilità di un briciolo di verità. 

Qualcuno di loro invece affrettò il passo per il gusto di mettere a nudo l’esortazione di quegli invasati che li pungolavano come fossero loro le bestie da condurre al sicuro dopo le ore di pascolo. 

Altri angeli andarono incontro ai Magi. Questi, muniti di robusta scienza, già sapevano come orientarsi seguendo il segno di una stella. Mancava loro un ultimo decisivo particolare per raggiungere il posto dove Maria e Giuseppe avevano messo in piedi l’animazione tipica che serpeggia attorno ad ogni nascita. 

I Magi, malgrado le notizie che avevano in dote, non sapevano con certezza a cosa andare incontro e la visione degli angeli li mise inizialmente in sospetto. Poteva essere un trucco di Erode per sviarli e condurli dalla sua parte, volendo lui, a dispetto degli accordi presi, provvedere direttamente a riaggiustare il verso della storia. Avrebbe da subito fatto fuori un neonato che strillava da rivoluzione. I Magi accettarono il rischio ed arrivarono anche loro alla meta. 

Confusi tra i pastori e qualche abitante del posto, si sentirono da principio fuori posto rispetto alla situazione in cui erano caduti. Anche i loro cammelli poco avevano a che fare con un bue ed un asino. Anche gli animali sanno guardarsi con diffidenza. 

Si andò verso sera, il tempo che chiama al silenzio. I bambini e gli animali e tutti gli innocenti del mondo a quell’ora sono soliti dormire. Gli adulti tendono a tirare più a tardi mettendo parole a commento del giorno, ma quella sera invece tacquero per non disturbare il neonato che finalmente aveva preso sonno. Dunque, stettero tutti lì, raccolti alla corte di una nuova vita, forse maggiormente assorti al pensiero di che altro ci fosse da fare già al domani venturo. 

Una adorazione non può mai spingersi oltre un certo tempo, i doveri a cui far fronte hanno l’orologio dello stomaco da riempire più che dello spirito da nutrire.

Gli angeli erano in attesa di nuovi comandi che non arrivavano. Sentivano il bisogno di fare ancora qualcosa. Erano ancora pieni di eccitazione. Per primi facevano fatica ad essere fermi, assorbiti soltanto nella contemplazione del loro Signore. Avrebbero dovuto abituarsi a non muovere altri passi per realizzare il piano di Dio. 

Da quel momento in poi gli era richiesto di vegliare ed adorare. Per questo avrebbero desiderato avere fattezze umane e prendere in braccio il bambino per cullarlo con melodie che solo in Paradiso sanno cantare. Maria forse glielo avrebbe concesso e forse accadde mentre anche lei riposava insieme a Giuseppe.

Il giorno dopo, a mistero svelato, tutti si sarebbero rimessi in cammino. I pastori verso i campi, ancora interrogandosi sull’accaduto, con la sorpresa di essere stati spalla a spalla con gente nobile come i Magi. 

Questi ultimi avevano aggiunto alla loro scienza la fede e la verità della quale erano sprovvisti. Maria e Giuseppe pian piano si organizzarono per tornare verso Nazareth sconvolti come lo è ogni genitore appena divenuto tale. I nostri angeli scoppiarono di gioia. Così credevano. 

Un angelo instancabile, forse Gabriele, di quelli eternamente vigili e che non si fidano del tutto degli uomini, scrollò Giuseppe dal suo sonno intimandogli di scappare via da Betlemme e correre in riparo verso l’Egitto, terra di esodi di entrata e di uscita. Avrebbe annunziato lui il tempo del ritorno in tutta sicurezza.

Di lì a poco Erode sterminò tutti i nati sotto i due anni a Betlemme e dintorni. Le strade puzzavano di pozzanghere di sangue e i diavoli ci sguazzavano dentro come scugnizzi impazziti di gioia. 

Malgrado tutto, Gesù era nato e per il momento salvo. La sua vita sarebbe stata zeppa di seguaci e di perseguitati. Da allora, negli angeli, nessuna ombra di rimpianto per essere ciò che erano. Non dovevano dedicarsi come gli uomini al lavoro o peggio al peccato da cui per costituzione erano esenti. 

Gli restava di dare una occhiata sulla terra per evitare che il male non corresse troppo a briglie sciolte. Appena liberi, di volta in volta si rinfrancavano potendo essere vicini al Signore, a Maria e Giuseppe come neanche i santi mai avrebbero potuto.

Era Natale, il primo dell’infinito.

Tenere unite la cultura del progetto e la cultura del comportamento

Pietro Scoppola, qualificato ed autorevole storico cattolico, amava dire che nella politica sono due le categorie che devono sempre accompagnare l’impegno attivo di un cattolico. E cioè, “la cultura del progetto” e “la cultura del comportamento”. Ovvero, un progetto politico non è credibile, e neanche serio, se non viene affiancato da una rigorosa e altrettanto coerenza personale e, di conseguenza, di partito.

Ora, per uscire dalla metafora ma tenendo comunque bene a mente il severo monito di Scoppola, non possiamo non rilevare che il progetto politico di un Centro dinamico, innovativo, riformista, plurale e di governo è legato, oggi, quasi esclusivamente alla categoria del comportamento. E cioè, di come viene concretamente declinato nel contesto politico contemporaneo. Che è quello, per intenderci, dei partiti e dei movimenti che si candidano ad occupare e soprattutto ad interpretare quello spazio politico sempre più indispensabile e necessario per la stessa qualità della nostra democrazia.

E, al riguardo, sarebbe ridicolo, nonchè addirittura grottesco, che partiti – mi riferisco ad Italia Viva e ad Azione – che riconducono la propria azione politica, seppur con sfumature diverse, a quel campo politico, non facessero la lista insieme e di comune accordo per il rinnovo del Parlamento europeo. Perchè nella politica, come nella vita, c’è un solo modo per perdere definitivamente la credibilità anche e soprattutto nei confronti della pubblica opinione, e quindi e a maggior ragione del proprio elettorato. E cioè, quello di annunciare solennemente e pubblicamente un progetto politico e poi minarlo concretamente attraverso comportamenti sconclusionati e del tutto incoerenti. Anche perché quando prevalgono atteggiamenti dettati unicamente da pregiudiziali personali e dalla logica della vendetta e del rancore, la politica stessa cessa di esistere a

vantaggio della sub cultura dell’anti politica.

Per queste semplici ragioni, e senza scomodare i comportamenti della classe dirigente della prima repubblica nei grandi partiti popolari e di massa e dove c’era una spiccata e vivace dialettica interna come, ad esempio, nella esperienza della Democrazia Cristiana, si tratta anche e soprattutto di credibilità e di serietà della classe dirigente. Ed è perfettamente inutile continuare a blaterare di discontinuità, di modernità e di cesura rispetto al passato, recente o mento recente, e poi assumere atteggiamenti infantili ed adolescenziali che fanno veramente e realmente

rimpiangere le classi dirigenti di quel passato. E quando in ballo, e a maggio ragione, c’è il profilo e la natura di un progetto politico è ancora più nefasto registrare comportamenti dettati unicamente dal rancore. Anche perchè, e infine, la stessa battaglia contro il cosiddetto ‘bipolarismo selvaggio’ e la contemporanea assenza di una vera e credibile ‘politica di centro’, verrebbero definitivamente compromessi e messi in discussione proprio dai comportamenti infantili di alcuni leader politici. Elemento, questo, che non può essere assolutamente preso in considerazione quando si tratta di elaborare e ricostruire un progetto politico di lunga durata. Ecco perchè, dunque, la “cultura del progetto” era, e resta, strettamente intrecciata con la “cultura del comportamento”. Ieri come oggi l’insegnamento di Pietro Scoppola conserva la sua straordinaria attualità e modernità.

Sentirsi dentro il Presepe: messaggio natalizio dell’ordinario militare, S.E. Santo Marcianò.

“Cari amici, cari militari, nello scenario di morte che oggi sembra prevalere, il ‘Mistero del Natale’ vi faccia sentire ancora mandati a fasciare le tante ferite dell’umanità. Vi faccia sentire ‘dentro’ quel presepe che allestite nelle vostre famiglie, nelle caserme, nelle lontane basi delle missioni internazionali, sulle navi impegnate in navigazione, attingendovi la capacità di avvolgere di amore il Bambino Gesù e, in Lui, tutte le donne, gli uomini, i bambini ai quali il vostro servizio alla Pace vi avvicina”. Così dice nel suo messaggio natalizio l’arcivescovo ordinario militare, Santo Marcianò. “Non dimenticatelo: qualunque operazione di ordine o sicurezza, di difesa o protezione, di salvaguardia o intelligence, avrà sempre bisogno della carezza di queste fasce: segno della presenza del ‘Dio con noi’; segno della bellezza della vita che nasce, rinasce e risorge, se donata per amore”.

Carissimi, da ottocento anni, l’intuizione misteriosa e meravigliosa di San Francesco d’Assisi ci fa contemplare il Mistero del Natale del Signore nella semplicità eloquente del Presepe. Al centro, un piccolo Bambino coperto solo da qualche straccio; d’altra parte, si usava fare così al tempo in cui nacque Gesù: bendare i neonati per tener fermi gli arti.

Passano i tempi, cambiano i luoghi e i contesti, e i Presepi si adattano alle diverse culture, epoche, tradizioni, situazioni, proponendo tante ambientazioni e paesaggi, utilizzando vari materiali, introducendo nuovi personaggi, quasi a riprodurre vicende o persone. Ma quelle fasce rimangono: il Bambino Gesù non ha, non può avere altro abito!

Quelle fasce sono segno della povertà in cui Gesù è nato e ha vissuto per noi. E lo stesso Francesco, rappresentando il Bambino nel Presepe, voleva “in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello” (cfr. Fonti Francescane, 468).

Contemplando quelle fasce, vediamo ancora tutta la povertà di bambini afflitti dalla fame e dalla sete, impossibilitati ad accedere alle cure o all’istruzione, sfruttati da lavori illegali e schiavizzanti, abbandonati alla solitudine delle strade o dei ricchi palazzi. E ci sentiamo chiamati alla giustizia!

Quelle fasce richiamano anche le bende con cui si avvolgeva il corpo dei defunti nel Sepolcro: rappresentano il segno della morte di Gesù e, al contempo, il mistero di quel Sepolcro vuoto, con le bende al posto del Suo cadavere, segno di una vita offerta per amore.

Tanti bambini, oggi, muoiono di malattie gravi, talora provocate dall’incuria degli uomini; tanti sono scartati, fin dal grembo materno, perché imperfetti o indesiderati; tanti bambini muoiono di abusi, di violenza o di guerra; e tanti bambini, purtroppo, sono educati a dare essi stessi la morte con la criminalità, la violenza, la guerra. Come non pensare, oggi, alla morte impressa negli occhi di tutti i piccoli ai quali la guerra stronca l’esistenza o spegne i sogni?

Ma quelle fasce, toccate da tutta la tenerezza con cui la Madonna avvolge il Bambino, sono pure segno della consolazione, della misericordia, della compassione con cui Gesù avvolgerà per sempre le ferite dell’umanità, ne fascerà le piaghe, ne curerà le malattie del corpo e della mente, ne custodirà la vita, servendosi del servizio e della carità di tanti uomini e donne come voi.

Persecuzioni nel mondo, il Natale in cella dei cristiani iraniani.

Teheran (AsiaNews – 23/12/2023) – In Iran il Natale per alcuni cristiani è una cella oscura, in una delle prigioni più famigerate del Paese, senza alcun capo di imputazione o accusa ufficiale ascritto e la consapevolezza di essere rinchiusi per la sola fede professata. E senza alcuna prospettiva di una notifica di reato imminente dalla quale potersi difendere, privati dei diritti prima ancora della libertà. Questo è quanto emerge dalla vicenda di un cittadino armeno, fra gli oltre 100 cristiani arrestati la scorsa estate e rinchiuso a Evin, a nord di Teheran, e a distanza di quattro mesi ancora ignaro del suo destino, con la sola certezza di trascorrere la festa lontano dalla famiglia.

A raccontare la storia del 35enne Hakop Gochumyan sono gli attivisti di Article18, sito specializzato nel documentare le repressioni degli ayatollah contro le minoranze religiose nella Repubblica islamica. L’uomo si trovava in visita in Iran assieme alla moglie Elissa, quest’ultima con doppia cittadinanza armeno-iraniana, e i loro due figli; il 15 agosto scorso i genitori vengono arrestati a Pardis, prima periferia di Teheran. Secondo alcune testimonianze la famiglia, con i figli di sette e 10 anni, era a casa di amici per un pranzo quando una decina di poliziotti in borghese del ministero dell’Intelligence ha fatto irruzione, prelevandoli. 

Gli agenti hanno perquisito la casa, poi hanno condotto in prigione a Evin sia Hakop che Elissa, affidando i figli della coppia alle cure di una zia, confiscando effetti personali fra cui testi cristiani. I coniugi sono stati rinchiusi in regime di isolamento nel famigerato Reparto 209, controllato dall’Intelligence, sottoposti a intense torture psicologiche e ripetute sessioni di interrogatorio, ciascuna delle quali durava dalle due alle cinque ore.

Le autorità iraniane non hanno notificato alcuna accusa formale (e ufficiale) ad Hakop ed Elissa, pur mantenendoli in stato di fermo, in violazione all’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici ratificato da Teheran. Dopo oltre due mesi di detenzione, il 19 ottobre Elissa è stata rilasciata dietro pagamento di una cauzione di 40mila dollari (ridotta dalle 100mila iniziali), che le ha permesso di tornare in Armenia dai due figli, rimpatriati in precedenza con un parente. 

In tutto questo tempo il marito è rimasto in carcere. 

Interpellata da Article18 la moglie ha raccontato che gli agenti dei servizi segreti l’hanno accusata di coinvolgimento in “attività cristiane illegali”. Ha poi aggiunto di non sapere “da dove derivino” le incriminazioni e che lei e il marito “non hanno fatto nulla di illegale, né si sono impegnati in attività cristiane durante la loro visita in Iran”. Elissa è figlia di un noto pastore iraniano-armeno, Rafi Shahverdian, scomparso a inizio anno, che aveva guidato una chiesa a Erevan da quando aveva lasciato la Repubblica islamica nel 1993.

I casi di persecuzioni contro i cristiani rappresentano una ulteriore conferma del fatto che in Iran vi sia una “netta regressione” in tema di libertà religiosa, in linea con la crescente repressione delle autorità legata alle proteste divampate in seguito alla morte di Mahsa Amini per mano della polizia della morale. Un dato emerso anche nel rapporto 2023 della US Commission on International Religious Freedom, pubblicato a maggio, che invita a riclassificare la Repubblica islamica come “nazione di particolare preoccupazione (Cpc)” per le sue “violazioni sistematiche ed eclatanti”.

Fra giugno e settembre oltre un centinaio di cristiani, in maggioranza convertiti dall’islam ma non mancano assiro-caldei battezzati sin da piccoli, sono stati arrestati in 11 diverse città. Siti attivisti riferiscono di 69 persone trattenute in stato di fermo e almeno 10 – quattro uomini e sei donne – incarcerate. Per quanti hanno ottenuto la libertà su cauzione, le famiglie hanno versato importi variabile da 8mila fino a 40mila dollari. L’ondata di arresti è coincisa con una nuova repressione che ha colpito pure la comunità baha’i, che insieme ai convertiti cristiani è un altro gruppo non riconosciuto da Teheran. Alcuni fra quanti sono stati rilasciati hanno dovuto firmare l’impegno ad astenersi da ulteriori attività cristiane o hanno dovuto partecipare a sessioni di rieducazione islamica. Altri sono stati convocati per ulteriori interrogatori, perso il lavoro o sono stati espulsi. 

Fra i cristiani detenuti per fede, e che trascorreranno il Natale sotto chiave in una località segreta, vi sono anche due fratelli uno dei quali è un noto (ex) prigioniero di coscienza. Milad Goodarzi è stato rilasciato a inizio anno, nell’ambito di una più ampia amnistia dei detenuti in occasione del 44mo anniversario della Repubblica islamica. Ma come molti altri prigionieri, Milad aveva già scontato la maggior parte della sua condanna: una pena di tre anni, ridotta da cinque, per “propaganda deviante e contraria alla santa religione dell’islam”. Un caso che ha avuto ampio risalto, a dispetto di molti altri che restano nell’anonimato. “La stragrande maggioranza dei cristiani arrestati quest’anno – conferma una fonte – ha scelto di non rendere pubblica la propria situazione, nella speranza che ciò possa aiutare a liberarli, aggiungendosi al novero di vittime senza volto”.

Medio Oriente, quel costante disinteresse arabo per la causa palestinese.

La distruzione di Gaza prosegue e anche se il blocco delle operazioni militari israeliane dovesse realizzarsi domani, il che rimane altamente improbabile, il carico di morte e di odio che essa avrà generato non potrà essere scordato, accantonato. Così come non verrà mai dimenticato quello provocato dalla ignobile azione terroristica condotta da Hamas il 7 ottobre. La pacifica convivenza in quella parte del mondo rimarrà una chimera ancora per lungo, lunghissimo tempo.

Ciò detto, con grande tristezza ancor più alla vigilia del Santo Natale, in questa tragedia non può non colpire ogni attento osservatore il comportamento concreto, politico, del mondo arabo nel suo insieme, al di là dell’atteggiamento di facciata, aggressivo verso Israele e simpatetico (ma neanche troppo, a dire il vero) nei confronti dei palestinesi. In coerenza, del resto, con il disinteresse quando non anche l’ostilità da sempre dimostrati di fronte alla causa palestinese.

Il vertice dello scorso 11 novembre tenuto a Riad indetto dalla Lega Araba e dall’Organizzazione per la Cooperazione Islamica lo ha dimostrato una volta di più. Quello che accaduto, o, meglio, non è accaduto nelle settimane successive ha confermato, appunto, quel sostanziale disinteresse.

Ognuno di quei paesi gioca una sua propria partita regionale e, al di là della condanna generale nei confronti di Israele, non è minimamente interessato alla nascita di uno stato di Palestina. Questa è la realtà. Ed è bene averla presente.

Non solo. È realistico ritenere che i paesi arabi sunniti organizzino una vera collaborazione con la Repubblica Islamica dell’Iran, sciita, che sostiene Hamas e che gestisce una parte del Libano attraverso Hezbollah e insidia il Mar Rosso con i guerriglieri Houthy yemeniti? Oppure che sostengano davvero i palestinesi in cooperazione con la Turchia neo-ottomana di Erdogan il cui palese obiettivo è riconquistare il potere regionale ivi un tempo detenuto, oltre che – addirittura – assumere la guida dell’islamismo sunnita? No, non è realistico.

L’Arabia dei Saud non può permettersi alcuna perdita di influenza sul mondo islamico e deve contenere le mire espansioniste iraniane. Per farlo necessita ancora di una stretta alleanza con gli USA, anche se non disdegna il progetto alternativo BRICS+, al quale si è associata per non lasciarsi incastrare in un’alleanza col solo occidente che potrebbe – non è detto, ma potrebbe – rivelarsi perdente nel lungo periodo. La causa palestinese è l’ultimo dei suoi problemi. A maggior ragione essendo essa sostenuta dal Qatar, spina nel fianco nella penisola arabica che è costretta a sopportare.

L’Egitto del generale al-Sisi è nemico giurato del fondamentalismo dei Fratelli Musulmani, contro i quali organizzò a suo tempo il colpo di stato che lo ha portato al potere, e non può permettersi l’invasione del Sinai da parte di due milioni di palestinesi ed infatti ben si guarda dall’aprire il valico di frontiera di Rafah. La Giordania è terrorizzata da qualsiasi radicalizzazione della situazione, specie in Cisgiordania, ben sapendo che ne potrebbe nascere un serio problema per il regno, rimasto indenne ai tempi della Primavera del 2011 e ben determinato a non correre alcun rischio. Per cui basta una dura e accorata dichiarazione della fascinosa regina Rania e tutto può finire lì. La Siria dello sterminatore Assad non rinuncia al senso sprezzante del ridicolo quando denuncia il “massacro israeliano” di Gaza ma in concreto non può e non vuole fare nulla.

I paesi che hanno siglato gli Accordi di Abramo (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco, Sudan) non hanno alcun interesse a disdirli dopo la fatica fatta per approdarvi e farli digerire alle proprie popolazioni. Sapendo per di più che l’Arabia vuole pure essa aderirvi, anche perché così facendo otterrà dagli Stati Uniti importanti aiuti nello sviluppo del suo nucleare civile, ma ora non può. Domani però…

L’Iran sostiene i palestinesi solo in funzione anti-israeliana e per mostrare le contraddizioni sunnite e giocare un ruolo di potenza regionale e non certo per amore assoluto della causa di quel popolo negletto. Della Turchia si è detto, e comunque Erdogan sa bene che una rottura totale con Israele non è possibile per via della reazione che essa produrrebbe presso l’alleato americano, che nel frattempo ha ripreso spazio in un mare, il Mediterraneo, che stava quasi abbandonando.

Insomma, un insieme di ipocrisia e ambiguità che rende i palestinesi quello che sono sempre stati: deboli, e non aiutati davvero da alcuno. Costretti a misurarsi col proprio isolamento. Che crea spazio, purtroppo ma inevitabilmente, a chi predica la visione più estrema, la distruzione del nemico. A quelli come Hamas.

Lettera aperta alla Madia su Renzi e altro ancora

Cara Marianna, sono un decano dei parlamentari pontini, dalla Dc al Pd, 45anni nelle istituzioni, comune, provincia, regione e gli ultimi 18 alla Camera dei deputati, con un piccolo record nell’arco mio di tempo  il più presente nelle sedute a Montecitorio, un record come omaggio a mio padre insignito della medaglia mauriziana per 40 anni nella Marina Militare! 

Ebbene, cara Marianna, quando sulla Repubblica di domenica 17 dicembre ho letto queste tue parole “Renzi è uno di noi! Può far parte del campo largo? Assolutamente sì!”, mi sono detto: questa ragazza è trasparente e coraggiosa! Ecco perché ti scrivo solo ora dopo aver assistito in Tv al tuo esordio come ministra con immediata simpatia. 

Ti ritrovo in questo articolo e da poeta (è il mio limite in politica) sai che ho pensato: ora affido a Marianna il compito nel gruppo di promuovere un albo di chi è disponibile ad adottare un vecchio parlamentare che si sente in servizio permanente effettivo per dare ancora un suo contributo al Paese. So di averti strappato un sorriso! 

Ma tornando alle tue parole su Renzi, a conferma aggiungo la considerazione: chi può vantare nel partito durante la sua gestione di aver tentato con l’unica forza resasi disponibile di abbattere il bicameralismo paritario, unico in Europa, la vera palla al piede di un Paese in continuo degrado con 12 Presidenti del Consiglio in 20 anni, impossibilitato a fare riforme di struttura, con un ping pong che costringe a raffiche di voti di fiducia, esautorando tutti minoranza e maggioranza? 

Saremmo al punto d’oggi se ci fosse stata la conquista di una sola Camera a legittimare il Governo riconquistando la sua centralità-indispensabilità? E invece fior fiore di costituzionalisti scesero in campo perchè dopo il voto eclatante all’europee, oltre il 40%, c’era il dovere di sbarrare la strada al nuovo Cesare? Ed ora siamo di fronte al premierato (da premier primus inter pares) che si fa eleggere direttamente asservendo tutto il resto? Non aveva la Meloni all’atto d’insediamento aperto al vice presidenzialismo alla francese? È lì che va sfidata con due fonti di legittimazione popolare: il Presidente ed il Parlamento, a costo della coabitazione forzata, per non dovere azzerare tu tutto! 

Grazie dell’ascolto, cara Marianna, e facci un pensierino sull’adozione!

Dibattito | È preferibile operare nel quadro della famiglia democratico cristiana europea.

L’on Susta con spirito di “correzione fraterna” ha giudicato il mio articolo “datato” e, in qualche misura, disinformato sulla reale natura del Partito Democratico Europeo, del quale Susta è stato membro autorevole, così come parte altrettanto autorevole è stato del Pd italiano, insieme a molti dei Popolari da lui nominati cofondatori del Pde. Quel Pd dal quale, molti degli stessi attuali esponenti di Tempi nuovi, sono usciti, dopo l’infelice esperienza vissuta da sostanziali emarginati di un partito nel quale “è sempre il cane che muove la coda”.

Caro Susta, ciò che ci divide in questo momento è la diversa prospettiva: tu continui a guardare al tema delle alleanze, verso quel sol dell’avvenire che si dovrebbe incontrare con una rinnovata collaborazione con Renzi e il Partito democratico europeo. Un Pde che, a parte i soci cofondatori da te citati, oggi è inconfondibilmente caratterizzato dall’egemonia del partito più forte, ossia di Macron (En marche), mentre, da parte mia, rivolgo interesse primario al tema della nostra ricomposizione politica. Intendo quella della vasta e articolata area cattolica, nelle sue tre espressioni storico culturali più importanti: democratica, liberale e cristiano sociale. Tema che si può efficacemente perseguire, non dividendoci sulle alleanze a destra o a sinistra, ma rimanendo fermamente al centro, alternativi alla destra nazionalista e sovranista e alla sinistra ridotta dalla Schlein a “partito radicale di massa”. 

Perché tale progetto si avveri non possiamo dividerci alle elezioni europee tra chi, come me e tanti altri amici, dalla Dc di Cuffaro e Grassi ad Iniziativa Popolare, Federazione dei Dc e Popolari e altri movimenti e gruppi politici, intendono rimanere legati al Partito Popolare Europeo dei padri fondatori Dc, pena la nostra sostanziale irrilevanza. Il Ppe è il partito nel quale il ruolo preminente oggi è quello della Cdu tedesca, il cui programma è quello più vicino alla nostra cultura politica, sia con riferimento ai principi della dottrina sociale cristiana, che a quelli euro-atlantici da sempre difesi e consolidati da Adenauer, Khol, Merkel e dall’attuale presidente, Ursula von der Leyen. Scegliere, come ha deciso Tempi Nuovi e da te condiviso, di andare al voto europeo insieme al Partito democratico europeo, vorrebbe dire rinunciare ai voti di quell’area cattolica liberale e cristiano sociale che è fortemente orientata per il Ppe.

In secondo luogo, come ho scritto nel mio articolo “datato”, la scelta di Tempi Nuovi comporta lasciare a Forza Italia e all’Udc di Cesa il ruolo dominante italiano nel Ppe. Io credo, invece, che una lista unitaria della nostra area, che si presentasse forte nelle sue tre componenti con chiaro orientamento per e nel Ppe, potrebbe raccogliere il consenso ampio delle tre aree della nostra realtà, ma, soprattutto, favorirebbe il ritorno al voto dei tanti renitenti che hanno abbandonato la scheda da diverse tornate elettorali.

Come è emerso nel recente importante incontro promosso dagli amici di Iniziativa Popolare con alcuni esponenti della nostra area Dc e Popolare, altra cosa sarebbe quella di un accordo di lista con amici del centro già collegati con il Pde, al fine di favorire una futura convergenza europea come quella che ha portato all’elezione alla Presidenza UE della Von der Leyen. Anche in tal caso, però, meglio, molto meglio e più opportuno, presentarci  tutti noi uniti nella lista dei Dc e Popolari italiani. 

Sarò “datato”, caro Susta, ma vengo da una scuola politica di una grande leader, Carlo Donat Cattin, che ci ha sempre insegnato che il nostro ruolo era di porci come parte avanzata di un partito di centro moderato, piuttosto che, come avete dolorosamente sperimentato molti di voi, sottoposti in un partito di sinistra, senza più i riferimenti storico culturali della sua tradizione.

Continuo a ritenere che, alla fine, prevarrà il buon senso e insieme ci impegneremo tutti per riportare in campo gli interessi e i valori della nostra migliore storia politica.

Lavoratori fragili, ennesima disparità di trattamento tra dipendenti pubblici e privati.

Termina il 31/12 p.v. la tutela dello smart working per i lavoratori certificati fragili, con patologie incluse nel D.M. Salute del 4 febbraio 2022.  Le ultime notizie che giungono dal Parlamento danno per certa una proroga fino al 31/3/2024 del portato normativo previsto dalla legge 85 del 3/7/2023 per i lavoratori del settore privato mentre i dipendenti pubblici resterebbero privi di questa tutela. 

Èquasi inconcepibile come tra alti e bassi questa telenovela vada avanti in un clima di incertezza intollerabile.

Si tratterebbe di una disparità di trattamento che sarebbe più corretto definire “discriminazione” ai limiti dell’incostituzionalità poiché a parità di condizioni di salute si applicherebbero due criteri diversi di trattamento.

Questo accade in un periodo di impennata apicale dei casi di COVID, gli ospedali comunicano l’aumento dei ricoveri e l’apertura delle unità di crisi, le varianti impazzano ed alcune sono veramente pericolose. Ma questi dati lasciano indifferente la politica mentre c’è chi trova nelle pieghe della legge di bilancio degli intollerabili privilegi: dai golf club, allo sci nautico, alle associazioni culturali locali, contigue ai collegi elettorali. Un Parlamento, un Governo che non hanno a cuore i problemi delle persone fragili, disabili, immunodepresse fino ad esporle al rischio di contagi che giudizio possono aspettarsi? Soprattutto se si fanno figli e figliastri: lo Stato non trova i fondi per tutelare i propri cittadini sfortunati e già colpiti da malattie gravi, con situazioni a volte drammatiche?

Molti lavoratori fragili del pubblico appartengono al mondo della scuola, e di ciò il Governo ne ha contezza tanto che su iniziativa del Ministro del Lavoro era stato approvato il D.L 132 del 29/9/2023 che all’art 8 prevede che il personale docente della scuola collocato in smart working venga utilizzato in compiti inerenti il Piano Triennale dell’offerta formativa. Una ipotesi sempre affidata alla discrezionalità dei capi d’Istituto: so di un’insegnante che nel periodo di vigenza del lavoro agile è stata incaricata – disattendendo le disposizioni del decreto legge citato- di seguire corsi formazione online in via continuativa, collezionandone 200: una cosa da guinness dei primati, assai contigua al mobbing. Ma tralasciando i casi limite che nella disparità della gestione dello smart working danno una rappresentazione disomogenea e discrezionale del concetto di “lavoro agile”,  resta l’incognita del futuro imminente.

Se il Parlamento non integra la tutela dello smart working anche per il settore pubblico dei lavoratori fragili certificati dalle autorità sanitarie competenti, si assume una responsabilità che definire grave sarebbe eufemistico: sperando sempre che chi fosse obbligato al rientro in comunità non ne subisca danni e conseguenze alla propria salute: parliamo – lo ripetiamo da anni- di malati di tumore, artrite reumatoide, assenza o immunodepressione di difese immunitarie. Tutte patologie che il Decreto del Ministro della salute 4/2/2022 ha riconosciuto e catalogato e che la visita del medico competente ha certificato: negare questa evidenza sarebbe un segno di miopia inspiegabile.

Concludendo: la telenovela continua, lo spettacolo è indecoroso e il contenzioso incombente.

In Italia siamo specialisti nel rinviare le decisioni (salvo recuperarle a tempo scaduto) e nel rendere complicate le evidenze più lampanti. Un’abilità non comune di cui la politica nostrana si fregia da lungo tempo.

Conte in soccorso della Meloni: sul Mes l’abbraccio dei nazional-populisti.

Con il voto di oggi [ieri per chi legge, ndr] alla Camera sul Mes, le banche di tutta Europa non avranno più alcun paracadute in caso di crisi finanziaria, per la gioia dei nemici dell’Euro in Europa e fuori.

La destra sovranista si è dimostrata ancora una volta per quello che è, riportando la premier alla sua dimensione reale nonostante tutti gli sforzi di cosmesi di questo anno e rilevando una volta di più che cos’è il Movimento 5 Stelle del suo camaleontico leader che oggi ha votato contro il Conte che era al governo. Ma la prova più evidente di inanità arriva da una Forza Italia che conferma il suo ruolo sempre più ancillare e secondario all’interno del governo, sempre più ruota di scorta della destra sovrani. 

L’europeismo di facciata di Tajani si sgretola nel voto alla Camera sul Mes, con la pavida scelta di non scegliere, mentre Fratelli d’Italia e Lega partono lancia in resta con i loro slogan anti Ue, facendo fare l’ennesima brutta figura all’Italia in una spaccatura interna alla maggioranza che nella Prima Repubblica avrebbe significato crisi di governo. 

In tutto questo, il ministro degli esteri, già degradato e spogliato delle sue prerogative dal decreto sul piano Mattei, si accomoda due passi indietro a Giorgia Meloni e Matteo Salvini, e si astiene nel tentativo, fallito, di salvare la faccia. Quella che ha perso e che non potrà più usare per giustificare il no dell’Italia alla ratifica del Mes davanti ai vertici del Partito popolare europeo, e al leader della Cdu in particolare che ora avrà seri motivi di riflessione.

 

P.S. In sostanza, come opposizioni, abbiamo avuto una chance clamorosa di “golden gol”: se avessimo votato tutti in modo compatto sul Mes, in presenza dell’astensione di Forza Italia, la destra sarebbe andata sotto. E a quest’ora [il riferimento è sempre alla giornata di ieri, ndr] Giorgia Meloni sarebbe al Quirinale a rassegnare le dimissioni. Questo non è avvenuto, e lei può ringraziare una persona sola se è ancora in sella: Giuseppe Conte. Perché, al dunque, il sovranismo e il populismo insieme nascono e insieme vivono.

 

Enrico Borghi

Capogruppo di Italia Viva al Senato

 

[Testo ricomposto sulla base di due post pubblicati dall’autore su fb]

Il futuro dell’Europa oltre il voto sul Mes

Il voto sul Mes ieri alla Camera ha diviso trasversalmente maggioranza e opposizioni, evidenziando affinità politiche non dichiarate, come quelle fra Fratelli d’Italia, Lega e Movimento Cinque Stelle, e altre, come quelle fra i partiti di centro sinistra, ricercate ma non sempre vistesi nei fatti.

Ci può stare che su un tema come il fondo salva-stati, che ha tenuto banco per oltre un decennio probabilmente senza mostrare il lato più attraente dell’Europa, le forze politiche ne abbiano fatto un’occasione per ribadire i loro rispettivi orientamenti ideologici. Purché la bocciatura del Mes non diventi un alibi per distogliere l’attenzione dalle priorità per l’Europa e dalle sfide che attendono il Paese e l’Ue nell’ormai prossimo 2024.

Occorre guardare avanti, non indietro, sia riguardo alla questione Mes che alla riforma del Patto di Stabilità, sulla quale è stata già raggiunta un’intesa di massima attorno alla proposta franco-tedesca.

Un’intesa che vedrà i tempi necessari per la sua ratifica dai parlamentari nazionali coincidere con il periodo di rinnovo degli organismi europei, che inizierà con il voto per il parlamento europeo di giugno. Passibile quindi di ulteriori aggiornamenti determinati sia dai processi politici intraeuropei che dall’evoluzione del quadro generale economico e geopolitico.

Ben sapendo che il sistema che ha governato le politiche di bilancio dell’Europa negli anni dieci, quello del primato delle regole, difficilmente potrà risultare applicabile fino in fondo a questi tempi. Tempi nei quali è soprattutto il manifestarsi delle emergenze, prima fra tutte quella inerente la sicurezza, a dettare i criteri per i bilanci.

La riforma dell’Ue, anche sul versante economico e finanziario, non potrà esser intesa come una mera questione interna, come una tappa pur decisiva di un processo di integrazione europea concepito in modo avulso da quanto avviene nel mondo.

Occorre piuttosto un impegno straordinario e a tutto campo per agire sui fattori che determinano e possono garantire la stabilità europea. E questo è possibile farlo se c’è qualcosa che fa da collante e da motore dell’Europa insieme e oltre i pur legittimi interessi nazionali. E questo qualcosa non può che essere un’idea del ruolo, della missione, dell’Europa in un mondo ormai caratterizzato da un crescente pluralismo dei centri decisionali.

Come ha in più occasioni ricordato Mario Draghi, si deve percepire la pressione dello stato di necessità per fare avanzare riforme improntate al principio di sussidiarietà per conferire al livello comunitario quei compiti che gli stati nazionali non sono più in grado di svolgere adeguatamente rispetto alla dimensione assunta da molti stati extraeuropei. Se non c’è adeguata consapevolezza di questa forte pressione che deriva dal semplice fatto che il mondo corre veloce e non sta certo ad aspettare i tempi dell’Europa, si rischia di non poter uscire dalla spirale dei veti incrociati che paralizzano le iniziative interne ed esterne, e dal labirinto di progetti di piccolo cabotaggio.

È mai possibile, ad esempio, che proprio mentre sul calcio l’Europa dimostra col progetto della Super Lega di essere attrattiva per i club di mezzo mondo, altrettanto non avvenga verso i Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo che guardano più ai BRICS che all’Ue?

Il motivo principale di ciò probabilmente consiste nel fatto che fintantoché l’Europa non riesce a chiarire a se stessa quale debba essere il suo ruolo in un mondo molto cambiato, dove tutti rivendicato il proprio diritto allo sviluppo e all’autodeterminazione, nel quadro sancito dalle organizzazioni internazionali che però devono essere di tutti e non di una piccola minoranza dell’umanità, non potrà ambire a attrarre altri o quantomeno a esser considerata un attore globale.

L’Europa, che è attraversata sin dai tempi delle guerre balcaniche e ora più che mai con la guerra in Ucraina, dalle contraddizioni e dalle ferite derivanti dalla mancanza di un accordo riguardante un reciproco riconoscimento fra le potenze di questo secolo e la superpotenza del secolo scorso – senza il quale accordo è bene non illudersi circa la fine della “guerra mondiale a pezzi” – ha la necessità, innanzitutto per la propria sicurezza e per salvaguardare la propria economia, di avanzare una iniziativa su come giungere a una coesistenza pacifica fra i principali sistemi e blocchi in cui si articola il mondo attuale, all’interno della quale si possa giungere anche alla tanto auspicata “pace giusta” per l’Ucraina.

Credo, pertanto, sia auspicabile interpretare inquesto modo il voto sul Mes, in particolare del sì che ha compattato il centro che guarda a sinistra e lo stesso Pd.

La Voce del Popolo | Un favore, restituiteci la controversia

Umile preghiera di un democristiano: restituiteci la controversia. Non trascurate quella parte di noi che avete sempre criticato. Smettetela di raccontarci ogni giorno, con un pretesto o un altro, come un modello di flessibilità che si può adattare a ogni circostanza. Risparmiateci il dubbio favore di accomunarci un giorno alla Meloni, un’altra volta a Conte, un’altra volta ancora non si bene a chi. Quasi che ci si potesse inventare democristiani venendo dai suoi antipodi. 

L’ultimo a regalare l’epiteto democristiano è stato il premier albanese Rama verso Giorgia Meloni volendole fare un complimento. Ma nel lessico di casa nostra quell’epiteto ormai risuona più e più volte. Come una sorta di benevola, ammirata caricatura. Siamo grati a quanti ricordano questa antica sapienza, che oggi è largamente venuta meno. 

Ma la Dc non fu solo un eterno barcamenarsi nel mezzo dei contrasti degli anni scorsi (ormai lontani). Fu un partito controverso, non privo di spigolosità, chiamato ad af- frontare il mare in tempesta di un mondo diviso in due e di un’Italia piena di contrasti. Ne avemmo in cambio, noi e i nostri padri, molte insofferenze e qualche contumelia. Ora invece tutta l’animosità d’un tempo lascia il posto a un fervoroso riconoscimento. 

Peccato che si tratti di un riconoscimento largamente fasullo. Poiché la Dc non fu solo un metodo, e tanto- meno un’astrazione. Fu a suo tempo una scelta a cui si tenne fede in anni tutt’altro che facili. Raccontarla come si fosse trattato solo di un manuale di buone maniere, messo ormai a disposizione di chiunque, è un falso storico.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 dicembre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La ricerca di unità nell’area dei democratici di ispirazione cristiana

Il 20 dicembre scorso, a Roma, un’altra importante pagina politica dei Popolari Democratici Cristiani si è realizzata, e forse la dovremo ricordare; questo grazie all’incontro delle maggiori forze politiche e di diversi autorevoli esponenti che si richiamano a questa storia, insieme si è dato vita ad un tavolo di confronto e lavoro con uno sguardo rivolto al presente ed al futuro, con le radici ben salde nei valori e nella più profonda ispirazione comune che ci contraddistingue.

Queste rappresentanze che nel tempo si sono  battute per affermare e riaffermare  la più vera ed autentica storia del Popolarismo Democratico Cristiano, se pur in sigle diverse per via della diaspora del 93’, si sono confrontate con grande spirito costruttivo e con interventi di altissimo spessore politico.

Nel 2019 si sono festeggiati i 100 anni dalla nascita del Partito Popolare Italiano e quest’anno ricorrono gli 80 dalla nascita della DC 1943 e 30 dalla sua dolorosa diaspora del 1993, e per questo l’omaggio migliore a questa storia a termine di quest’anno e alle porte del Natale, poteva altro non essere che un tavolo d’incontro e di lavoro fatto in maniera corale, proprio come avrebbero desiderato i padri fondatori di questa storia politica.

Nei fatti l’incontro del 20 dicembre ha fatto ribattere quel cuore plurale ed unitario che da sempre ha contraddistinto e caratterizzato proprio la Dc e prima ancora il Ppi, nelle sue varie anime e correnti, e soprattutto ha caratterizzato quella capacità d’incontro, confronto e sintesi che ha reso grande l’Italia e l’Europa nella società del dopoguerra.

 

Ieri dopo 30 anni, il cuore più  vero e più profondo di questa storia politica è tornato a rivivere con forza.

Il percorso è lungo,certo, ma non lontano, si è preso atto che occorre essere uniti, e proprio  grazie a questo incontro, la speranza ha ripreso forza e vigore, si sono aperte le porte per una fase terza, nuova e di volontà di vera rinascita comune, plurale ed unitaria per un progetto condiviso, aperto e plurale, in divenire per tutti.

Il giorno 10 gennaio dell’anno che verrà, ci sarà un’altro tavolo d’incontro e di lavoro di queste forze politiche a conferma di tutto questo.

Ora sta ad ogni uno di noi  che crediamo in questa storia politica lavorare affinché questo cuore abbia un unico volto una voce e pensiero plurale ed unitario allo stesso tempo, fondato sotto la stessa comune ispirazione; Il  Santo Natale ed il nuovo anno porti a noi tutti ed al paese la rinascita di quel sogno interrotto 30 anni fa che fece grande l’Italia, l’Europa e portò una politica di pace, benessere e prosperità nel mondo.

L’adesione di Tempi Nuovi al Pde rispecchia le scelte degli europeisti dc.

Caro Direttore, ho letto come sempre con interesse la riflessione di Ettore Bonalberti in replica alle conclusioni di Fioroni al comitato direttivo di Tempi Nuovi. Lo spirito di “correzione fraterna” a cui ci ha conformati la nostra pluridecennale appartenenza all’Azione cattolica mi porta però a dire che la lettura di Bonalberti è un po’ datata e anche poco approfondita, se posso permettermi. 

Il Pde non è il “partito di Macron”, anche se sono tra quelli che hanno sempre auspicato che l’alleanza in Francia tra il Modem (Movimento Democratico) di François Bayrou, presidente del Pde ed erede della tradizione democratico-cristiana francese, e Renaissance, il movimento di Macron, si potesse trasferire anche in Europa e al Parlamento Europeo nella comune appartenenza al Pde; e questo perché liquidare Macron come espressione del potere economico e finanziario europeo è non solo riduttivo, ma anche assai ingeneroso. 

Il Pde nasce dai democristiani innanzi tutto, ovvero dal Gruppo Schuman; da Guido Bodrato, Luigi Cocilovo, Franco Marini, Ciriaco De Mita, Romano Prodi, quando l’ingresso di Forza Italia e di altre forze conservatrici (il Partido Popular spagnolo, ad es.) hanno snaturato il Ppe facendolo diventare in Europa il perno del polo conservatore e sempre meno democratico cristiano. 

La nascita della Margherita e la felice intuizione di Rutelli di trasferire in Europa, nel Pde, il modello del partito plurale nel quale i cattolici democratici avevano ancora un ruolo da protagonisti, ha portato all’alleanza con i laico-liberali nel gruppo parlamentare dell’Alde prima e di Renew Europe poi. Alleanza con i liberali, ma non fusione, in un gruppo in cui cui il Pde ha gelosamente difeso la sua autonomia e la sua centrale vocazione liberale, sociale e riformatrice. 

D’altra parte basterebbe leggere il manifesto politico del Pde per ritrovare in esso l’essenza di una cultura politica di ispirazione cristiana a noi cara. Aggiungo che il nostro ruolo e quello più in generale di Renew Europe ha consentito di evitare che il Ppe scivolasse ulteriormente a destra; non è un caso che FI continui a dire che il suo obiettivo per le prossime elezioni europee non è la riedizione della maggioranza Pse-Ppe-RE (Pde, Renaissance e Alde party) ma una maggioranza di centro destra, senza i socialdemocratici, con Renew Europe e con i conservatori della Meloni (e magari pure di Le Pen, Salvini, Orbán e Afd) cosa che non ci vede, come Pde, assolutamente d’accordo e disponibili perché occorre la massima unità delle forze europeiste e democratiche. Questo è quanto ci tenevo a precisare, plaudendo sia all’adesione di Tempi Nuovi al Pde, sia alle indicazioni programmatiche di Fioroni. 

 

Gianluca Susta

Già Vice Presidente del Partito Democratico Europeo (Pde)

Centro, prendiamo sul serio l’appello all’unità rilanciato da Giuseppe Fioroni.

Beppe Fioroni, coordinatore nazionale di Tempi Nuovi-Popolari uniti, concludendo i lavori del direttivo a Roma nei giorni scorsi, ha giustamente sottolineato che l’area cattolico popolare e sociale appoggerà una lista di Centro alle prossime elezioni europee solo se si tratta di un progetto politico fortemente unitario e capace, al contempo, di mettere realmente in discussione quel ‘bipolarismo selvaggio’ che era e resta il vero vulnus per ridare qualità alla nostra democrazia, respiro alla cultura riformista e credibilità alle stesse istituzioni. 

Un progetto, quindi, che non può essere sacrificato sull’altare di nessuna bega personale o di posizioni che sono riconducibili ai rancori e alle vendette trasversali. Atteggiamenti, questi, che denotano solo una dimensione adolescenziale della politica e che rispondono a comportamenti squisitamente impolitici se non addirittura anti politici.

E un progetto centrista, autenticamente riformista e profondamente democratico, non potrà che essere culturalmente plurale. E questo non solo per richiamare, ancora una volta, la centralità del pensiero e della cultura cattolico popolare e sociale per ricostruire un luogo politico centrista, dinamico e innovativo. Ma per la semplice ragione che il Centro politico storicamente nel nostro paese è stato un presidio plurale. E oggi, e a maggior ragione, di fronte ad una sinistra radicale, massimalista e libertaria, ad un populismo ancora in sella e a settori della destra marcatamente sovranisti ed anti europeisti, quasi si impone la ricostruzione di un Centro e, soprattutto, di una ‘politica di centro’. Ma, per essere chiari sino in fondo, deve essere un Centro credibile ed affidabile. Nello specifico, deve essere espressione e manifesto di un progetto politico duraturo e non lo strumento per occupare qualche seggio al Parlamento Europeo. Detto in altri termini, l’esatto opposto di un banale ed incolore cartello elettorale.

Ed è per queste semplici ma essenziali motivazioni che l’area cattolico popolare e sociale si impegna per ricostruire un Centro politico, culturale e programmatico facendolo coincidere con il rinnovo del Parlamento Europeo e con una elezione che segna anche il potenziale ritorno di una Europa come è stata pensata, disegnata e progettata dai suoi fondatori ancorati all’ideale democratico e cristiano.

E l’unica risposta concreta può arrivare proprio da questa nuova e rinnovata progettualità politica.

Dove l’area cattolico popolare, accanto ad altre sensibilità culturali ed ideali, può ancora una volta giocare un ruolo politico decisivo e determinante. Con l’unica, se non esclusiva condizione, che si tratti realmente di un progetto politico di meglio/lunga durata e non legato alla sola contingenza politica. Perchè se la nostra cultura, i nostri valori e il nostro pensiero continuano ad avere una straordinaria attualità e modernità non è solo per la freschezza della loro origine ma anche, e soprattutto, per la coerenza e la serietà con cui sono stati declinati, vissuti e concretamente praticati nelle diverse fasi storiche del nostro paese.

Governanti o gladiatori? Una classe politica sempre più lontana dalla realtà.

C’è un quadro politico generale nel paese che allarma sempre di più la società civile, i corpi intermedi e il mondo dell’imprenditoria.

Ed è evidente soprattutto nel crescente clima da resa dei conti – come si fosse già in piena campagna elettorale – con tanto di duelli verbali, ora con rappresentanti delle opposizioni, ora con organismi sindacali, ora con singoli cittadini, senza alcun risparmio dei colpi bassi, nel palese obiettivo di mettere all’angolo ogni avversario politico.

La misura è tale che il groviglio che si è creato sul terreno politico-istituzionale nella miriade di attacchi accesi, e talora livorosi contro chiunque esprima giudizi critici e oppositivi che sta caratterizzando le performance mediatiche, e negli interventi in entrambe le camere (e di ieri l’approvazione della legge che limita la libertà di informazione) lo stile di Giorgia Meloni, come fosse in una permanente disfida tra gladiatori, in difesa ora  della manovra finanziaria, ora dei propositi sempre più destabilizzanti della figura e delle prerogative del Capo dello Stato, e un consistente indebolimento della rappresentanza parlamentare, dopo l’esplicito intervento del presidente del Senato, Ignazio La Russa, circa i reali obiettivi del disegno di riforma costituzionale sul cosiddetto premierato, rende inestricabile e fosco lo scenario politico, mentre le famiglie sono costrette a tirare sempre più la cinghia per far quadrare i conti a casa e la popolazione fluisce inarrestabilmente verso percentuali di denatalità, che sembrano oramai inconvertibili.

A dire il vero non solo questi sono stati gli argomenti di conflitto rovente.

Solo per completezza non possiamo trascurare il gran battage propagandistico e la grande eco sulla tv di stato (divenuta Tele Meloni a reti unificate) sugli accordi scoop con l’Albania in materia di immigrazione, bocciati sonoramente dalla Corte Costituzionale di quel paese; i frequenti annunci su una radicale riforma della giustizia, ove a tirar la polemica è persino il ministro della difesa Crosetto, con il pretesto di una parte della magistratura che trama contro gli altri poteri; i tentativi di giubilarsi e le antologie apologetiche che si leggono nei media interni come primaria protagonista nel consesso dell’Unione europea a fronte di magri risultati, mentre Germania e Francia, con l’intesa di ieri sul Patto di stabilità, rinverdiscono l’asse privilegiato che li ha visti protagonisti nei tanti anni di vita istituzionale dell’Europa.

E, come se la misura non fosse colma, si è finito con l’altalenante diatriba sul Mes, ove quasi come a cercare un solido alibi, per una prossima possibile firma, non si sono risparmiati atti di odiosi j’accuse, sventolati come coupe de theatre, con tanto di ricorso  al giurì d’onore della Camera dei deputati, da parte di Giuseppe Conte.

Manco a farlo apposta in un clima così rovente, da permanente botta e risposta, mentre però il governo continua ad andare per la sua strada, senza trovare nel merito dei provvedimenti, spesso usati per lanciare chiari segnali identitari e, come si dice, marcare il territorio, e non si vede alcuna forma di opposizione efficace, oltre le vampate mediatiche che durano il tempo di qualche giorno, il Censis ci descrive come sonnambuli in un paese dove sempre meno si ha la consapevolezza di quello che si sta effettivamente facendo.

In questo scenario, sempre più scomposto, ove si è aggiunto, in questi giorni, come ulteriore strumento  propagandistico, la festa di Atreju, in versioni autocelebrative, con tanto di megafono Rai, a riportarci una narrazione unidimensionale e gli immancabili franchisti come Santiago Abascal, la coalizione di governo sembra aver perso l’aderenza ai fondamentali, ossia a quella corrispondenza minima tra condizioni del paese e azione politica di governo, i cui obiettivi nella maggior parte delle volte appaiono più mirati a sostenere la propaganda di partito che di andare incontro ai problemi della gran parte della classe media e operaia.

Ma la disfida non ha come protagonista solamente la nostra premier.

Tiene banco in questi giorni nel campo del centrosinistra la proposta di Romano Prodi che indicando senza tentennamenti in Elly Schlein la più adatta tra i possibili federatori del centrosinistra si fa spin doctor della segretaria del Pd, tanto da far dire ieri a Giuseppe Conte che le alternative di costruiscono sui contenuti e non attorno alle persone.

Pur tra le incommensurabili differenze che ci dividono dai 5 Stelle, ritengo assai condivisibile la risposta che Giuseppe Conte – per un attimo ha risposto in perfetto stile democristiano – ha indirizzato al prof. Romano Prodi e al Pd, anche se si intravede tutta la strumentalità di tale affermazione inquadrata nel braccio di ferro che da tempo egli sta tenendo sul tema della leadership del cosiddetto campo largo, concepito principalmente come ipotesi di alleanza tra Pd e 5 Stelle.

In quella risposta piccata, con cui l’ex premier 5 Stelle ammonisce con determinazione che un’alternativa si può costruire credibilmente solo partendo da contenuti, temi e programmi, e non dagli uomini che ne devono guidare le attività politiche, c’è tutto il senso di una idea di politica che non si lambicca in laboratorio nel tentativo di identificare un modello di persona attorno a cui costruire un partito o una coalizione, ma che deve partire dagli ideali, da valori e contenuti per elaborare un progetto di paese e di convivenza civile e politica.

Al contempo non possiamo trascurare gli enigmatici passaggi che si colgono in filigrana in quell’intervista all’ex presidente del consiglio, ideatore della stagione dell’Ulivo, 

Non si capisce infatti in base a quale logica politica egli intraveda nella segretaria del Pd, la più plausibile tra le diverse ipotesi di possibile federatore del centrosinistra, senza pesare nel giusto conto, anzi ignorando, stranamente, le ragioni del dichiarato disimpegno dei tanti popolari che hanno preso il largo, cercando altri lidi, in risposta ad una segreteria che ha nettamente spostato l’asse del partito su posizioni massimaliste e radicali, come riconosciuto da autorevoli commentatori.

In quell’intervista si ricavano anche altre cose.

Non sono infatti pochi i segnali che frantumano l’annosa attesa di un possibile approdo ad una nuova stagione del proporzionale.

L’idea messa in campo sembra rafforzare il modello bipolare maggioritario, di cui se ne fece artefice Veltroni, basato sugli accordi preventivi sui programmi e sulla leadership apparendo lo strumento più efficace per aggregare una seria proposta alternativa al predominio delle destre.

Indubbiamente non poco peso avrà avuto per il prof. Prodi, nella proposizione di tale modello, la performance ingloriosa che ha mostrato l’esperimento centrista del Terzo polo, deflagrato nel giro di pochi mesi.

Eppure c’è ancora una parte dei popolari che guarda a quell’esperimento, in una riproposizione più allargata all’area cattolica, azionista e riformista. L’idea guida è che da quel crogiolo di forze politiche possa emergere un federatore, guardando con particolare interesse a Renzi e Calenda. Se ne coglie lo spirito nel documento varato, la settimana scorsa dal Comitato direttivo di Tempi Nuovi, di cui è coordinatore l’on. Giuseppe Fioroni.

Espressione di un pregevole momento di confronto all’interno di un processo di costruzione della ricomposizione dei cattolici in politica e di una solida area pluralista di centro, in esso si traggono tanti spunti e tante risposte sul come articolarsi sulle diverse questioni poste sul tappeto.

Così si alternano chiusure nette ad aperture incoraggianti. 

Di certo non si intravede un grande spazio politico all’idea di una aggregazione attorno alla proposta della Dc, espressa anche nel mio articolo su questo stesso giornale dell’8 dicembre scorso, di fare una lista comune denominata “Liberi e Forti” di ispirazione popolare per le prossime elezioni europee, quando si afferma:”..ma neppure accettiamo un’aggregazione transitoria, di pura convenienza, solo per mettere a segno un qualche risultato elettorale (ammesso che sia positivo)..”.

Vien da chiedersi, allo stato delle cose,quali sondaggi nascosti stiano alimentando tra questi amici aspettative così ambiziose.

Tuttavia questo primo giudizio poco sembra raccordarsi con il passaggio successivo:   “..L’entusiasmo si genera se proviamo a dare forma e sostanza a un’idea di “umanesimo democratico”: contro le deformazioni o lo svuotamento della democrazia..”, ove si da  l’impressione che si possa trovare uno spiraglio di confronto positivo per un progetto di comune azione politica.

E vien da chiedersi, in questo caparbio rimarcare allusivamente il coinvolgimento di un più ampio elettorato centrista – sicuramente con il pensiero alle forze azioniste e cattolico-democratiche di Azione e di Italia Viva, che peraltro hanno dimostrato netta incompatibilità a stare insieme – come si fa a proporre una lista unica in presenza di adesioni diversificate alle famiglie politiche europee (Ppe,Pse,Pde, Renew Europe)?

Va da se pertanto che un’occasione di incontro servirebbe anche a far chiarezza su queste incoerenze.

Molto più pregnante e condivisibile  mi pare, invece, l’idea di centro come delineato nel documento.

“..Il centro a cui siamo interessati non vive nell’ossessione dell’equidistanza e della moderazione, sebbene vi sia della verità in queste parole della politica; ma vive soprattutto nel dinamismo di riforme che servano ad allontanare l’Italia dalle false aspettative..”.

Mi pare il giusto manifesto per sostenere ad ampio raggio una comune azione che non può in primo luogo disperdere ma deve saper trovare la forza di aggregare una realtà ancora assai frantumata.

Basta guardare alle sfide del momento sia al nostro interno, che sul versante geopolitico, dove proseguono senza sosta due guerre cruente, in confronto alle quali si assiste ad una crescente e preoccupante assuefazione di buona parte dell’opinione pubblica, e altri conflitti latenti, pronti ad esplodere, perché non si  possa avvertire come un dovere morale verso quella parte di elettorato che ancora oggi disorientato si attende un nuovo protagonismo politico da quella fucina di valori e di ideali che furono la linfa vitale del protagonismo dei cattolici, il superamento di talune specificità identitarie che oggi non ha più senso rappresentare isolatamente e separatamente, in un quadro di ricomposizione nell’ampia matrice culturale e di valori che fu la scuola politica democristiana.

Così diviene quasi anacronistico alimentare ancora quelle che oggi appaiono come pretestuose ragioni di divisione al cospetto di un quadro di orizzonti comuni che trovano soprattutto nella promozione della convivenza pacifica come condizione primaria per la tutela della vita e la fiducia nel futuro, e nella indifferibile difesa della Costituzione, e del suo sapiente impianto soprattutto con riferimento al giusto mantenimento dell’equilibrio dei poteri, dagli attacchi apertamente demolitori da parte di una cultura di destra che sembra voglia riscrivere la storia recente, nella difesa del lavoro come fonte insostituibile di mantenimento e di miglioramento della esistenza di ciascuno,che attende politiche capaci di rendere la produzione e la redistribuzione della ricchezza compatibile con le nuove tecnologie e al contempo suscettibile di dare una concreta soluzione all’accumularsi di una questione sociale che tocca sempre più continenti, una prima incoraggiante affinità.

È, in altre parole, una sfida per il paese e per un nuovo modello di convivenza tra popoli cui non possiamo sottrarci.

C’è in essa tutta la tensione di un’epoca che volge tumultuosamente verso trasformazioni impensabili fino a pochi decenni fa.

Questo scenario reclama politiche di sapiente gradualità dei processi di sviluppo e di attuazioni dei programmi di riduzione delle diverse fonti di inquinamento e delle nuove tecnologie di passaggio alle nuove fonti energetiche improntate ad un modello globale di Umanesimo integrale, mentre la transizione geopolitica deve credibilmente ispirarsi a confronti permanenti su tavoli di mediazione multilaterale, a cominciare da un’Europa più protesa  su politiche ed ordinamenti comuni sui temi cruciali della convivenza civile e politica.

In altre parole dobbiamo recuperare l’idea precipua del “bene comune”.

La Dc nell’idea di una lista unitaria Liberi e Forti e una inequivoca affiliazione al Ppe, è pronta a confrontarsi subito se davvero si è nell’idea di voler ripartire con obiettivi comuni e per un Europa federale, più equa e solidale.

Noi non ci saremo. I Nomadi tra universi sognati e speranze ritrovate.

Vedremo soltanto una sfera di fuoco / Più grande del sole, più vasta del mondo / Nemmeno un grido risuonerà / E solo il silenzio come un sudario si stenderà / Fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno / Ma noi non ci saremo”. Inizia così uno dei successi più graffianti di ogni tempo – “Noi non ci saremo” – della beat rock band de I Nomandi. Era il 1966 e Francesco Guccini da compositore regala una perla, una preghiera, un manifesto di impegno. 

I Nomadi con il loro beat rock hanno contribuito allo sviluppo del pensiero critico di generazioni e tracciato nuovi percorsi sonori nelle varie collaborazioni anche nel post Daolio. L’armonia eclettica e la voce carismatica di Augusto Daolio ci ha riportato in mondi lontani, universi sognati, ecosfere sociali e forse, perché no, anche speranze ritrovate. 

“Noi non ci saremo”, dal mio punto di vista, è una canzone che parla del pianeta, dell’andare in giro, della mancanza di qualcuno che si è lasciato a casa, la casa comune, la comunità. “Poi per un anno la pioggia cadrà giù dal cielo / E i fiumi correranno la terra di nuovo / Verso gli oceani scorreranno / E ancora le spiagge risuoneranno delle onde / E in alto nel cielo splenderà l’arcobaleno / Ma noi non ci saremo / Noi non ci saremo”. Le parole “piombali” di questo brano logo-terapeuticamente scavano in noi stessi e nei labirinti del mondo, della natura, dell’anima che ci contiene e ci lega. I Nomadi entrano nei sotterranei inconsci della persona, della società, del sentimento profondo delle città. “E il vento d’estate che viene dal mare / Intonerà un canto fra mille rovine / Fra le macerie delle città”. 

La connessione che Guccini descrive e che la voce di Daolio interpreta nel suono rock beat del gruppo risplende oggi nella modernità rappresentata da Papa Francesco quando ci ricorda che “l’unità è superiore al conflitto” e che siamo pars pro toto, parte di un tutto. “Fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà / Fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo / Ma noi non ci saremo/ Noi non ci saremo”. La sociologia del brano è un appello al pensiero critico ed attivo, ci fa riflettere sull’orrore della guerra, del conflitto, dell’abbandono, del disagio sociale, della cattiveria e delle disuguaglianze quotidiane. E ancora riflette sulla ricerca del “progresso spasmodico” che rende ogni cosa nulla dinanzi al ciclo inevitabile dell’essere. Desideri, auspici, pensieri, ricordi ma anche futuro e impegno. Un’elaborazione del pensiero sociale che una performance testuale così densa di tensione emotiva si abbandona al pianto e alla malinconia per poi “risorgere” nell’energia connessa al riscatto di ogni persona nel solco della solidarietà con uno sguardo al divino, in una sorta di teologia del nostro essere. 

E dai boschi e dal mare ritorna la vita / E ancora la terra sarà popolata / Fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni/E ancora il mondo percorrerà / Gli spazi di sempre per mille secoli almeno / Ma noi non ci saremo / Noi non ci saremo / Noi non ci saremo”. La strada che ci hanno suggerito i Nomadi è già tracciata e sta a noi – persone – intraprenderla nella ricerca permanente di scoprire l’umanità, o meglio l’umano, ogni giorno.

Toni Negri, l’intellettuale radicalmente politico che faceva guerra alla realtà

Quella di Toni Negri è stata una vita movimentata. Solo a scorrere le iniziative di cui si è reso protagonista emerge l’urgenza che evidentemente lo ha animato nel muovere le acque, l’opposto di “quieta non movere e mota quietare” di insegnamento latino. 

Sembra quasi che, ovunque fosse, avesse poi l’esigenza di rompere il giocattolo per inventarne subito un altro. Forse tutto questo sapendo leggere più di altri i limiti della realtà in cui si era riconosciuto o perché animato da un protagonismo non indifferente o per la incapacità di accettare i limiti di ogni esperienza umana e la fatica di condividere la mediazione delle scelte con gli altri compagni di avventura.

Da principio è stato nel Partito Socialista. Quindi chiama un distinguo dando vita al Movimento Socialista Indipendente. Fonda il mensile “Quaderni Rossi” e aderisce alla rivista “Classe operaia”. Ancora inquieto fonda la Marsilio Editore. A seguire aderisce a Potere Operaio e diventa fondatore di “Controinformazione” e di “Autonomia Operaia”. Occorre ovviamente ricordare la qualità dei suoi incarichi di docenza universitaria e dei suoi studi filosofici.

La stagione degli anni di piombo scatenò un ampio dibattito in merito al ruolo di fiancheggiamento dei movimenti extraparlamentari a sostegno della violenza terroristica. Si polemizzava sulle mancate esplicite condanne e sui silenzi e i distinguo che contribuivano ad una difficoltà di messa a fuoco delle identità di quei movimenti che mancavano un ripudio netto del sangue sparso dai terroristi dell’epoca.

Negri, coinvolto nel processo “7 aprile”, conosce oltre 4 anni di carcere preventivo, accusato di complicità politica e morale con le Brigate Rosse. Al termine del processo è condannato a 12 anni di carcere a cui si dovranno aggiungere quelli per associazione sovversiva e concorso morale nella rapina di Argelato.

Nel 1983 è eletto al Parlamento nel Partito Radicale ma dopo pochi mesi scappa in Francia. Dopo un patteggiamento con la giustizia tornerà in Italia per scontare altri 2 anni di carcere a cui seguirà un regime di semilibertà e nel 2003 la libertà definitiva. Se ben si è letto, questa in sintesi la storia.

Lo hanno chiamato “cattivo maestro”. Cattivo viene dal latino “captivus” cioè prigioniero. Si ha l’impressione che Negri, soprattutto in quel contesto storico, sia stato, come molti, prigioniero di se stesso e della sua ideologia e che con il suo credo abbia influenzato parte di una gioventù che guardava ad un mondo migliore e più giusto del quale si ha sempre in ogni tempo bisogno.

Secondo Capanna predicava l’insubordinazione di massa contro le malefatte del capitalismo. Ebbe cadute “violentiste” ma non fu un terrorista. Deaglio dice che sulla violenza di classe Negri ne era assolutamente a favore ma sosteneva che fosse un logico portato dello sfruttamento del capitalismo. Era insomma una cosa spontanea e non organizzata. Aggiungeremmo, una inevitabile reazione alle provocazioni dei regimi di allora. In parole povere la violenza di una parte come fatale naturale conseguenza della violenza di un’altra parte. 

Il limite di un pensiero di tal genere è stato nell’immaginarne la condivisione delle “masse” operaie o popolari qualsivoglia. La storia dice che non ci fu alcuna rivoluzione. 

Quella interpretazione della realtà fu del tutto marginale nel paese. Il sistema istituzionale politico dei partiti di massa, compresi quelli d’opposizione, rimase al suo posto e sul campo rimase solo il sangue sparso da terroristi sempre più isolati nel loro delirio di cambiamento di una società che non voleva seguirli.

Il Ministro Sangiuliano ha dichiarato che “una cosa è l’espressione delle idee, un’altra è la pratica materiale della violenza”. Insomma, par di capire, si può giudicare l’uomo ma non il suo pensiero.

Caravaggio fu certamente un genio pittorico malgrado una vita dissoluta dove non mancò neanche l’assassinio. 

Da sempre si dibatte in merito al valore più o meno necessario della coerenza tra l’azione e la qualità dell’uomo e l’opera dell’artista.

Se non nelle arti, almeno in politica, la coerenza, per ciò che comporta di suggestioni ed eccitazioni, non è proprio un dettaglio trascurabile. Si ha l’onere di essere esempi permanenti del proprio pensiero.

La coerenza è un avere idee strettamente unite, attaccate logicamente tra di esse e non in modo contradditorio, a sua volta tradotte in omogenei comportamenti quotidiani. 

La fuga in Francia rappresentò un momento di caduta della vita di Negri, tanto più dopo essere stato eletto come rappresentante del popolo in Parlamento. 

Avrebbe potuto comunque riparare in Francia evitando al Partito Radicale una gran brutta figura. Quanto ai suoi compagni di lotta non valse, almeno in una fase, il motto latino “simul stabunt simul cadent”. 

Tirare il sasso e nascondere la mano senza preveggentemente preoccuparsi se poi l’ispirazione di quel sasso, raccolto da eventuali prossimi terroristi, sia diventato valanga di morte non è responsabilità da poco.

Guttuso dice che un uomo non si giudica per le idee che ha ma per come le ha servite. Falcone di rimando ammonì che gli uomini passano, le idee restano.

Pur essendo incontestabile il valore dei suoi studi scientifici, Negri ha avuto idee, come tutte le idee, oggetto di critica e di censura e che non devono ritenersi immacolate. Quanto all’uomo avrebbe potuto essere utile il richiamo alla regola per la quale “l’uomo fa il ruolo ed il ruolo fa la persona”. In questo senso qualcosa per certo è mancato.

Cattolici, Enzo Bianchi coglie nel segno. Serve presenza politica, non saccenza intellettuale.

In un editoriale su Repubblica il monaco laico Enzo Bianchi avanza una riflessione degna di nota. In sostanza, dice Bianchi, i cattolici nella vita pubblica italiana non ci sono più, al di là di ciò che capita concretamente nel centro destra e nella sinistra. Perché, anche se abbiamo una coalizione di governo che sbandiera continuamente il richiamo ai valori cristiani e cattolici e una sinistra che, purtroppo, registra l’assenza della cultura cattolico democratica, popolare e sociale, semplicemente – dice il Nostro – è venuta a mancare la presenza di quei cattolici che sono ancorati al messaggio conciliare e al magistero di Papa Francesco. Il tutto, conclude Bianchi, frutto anche della prassi inaugurata dal cardinal Ruini all’inizio degli anni ‘90 quando i Vescovi, di fatto, hanno sostituito nel rapporto con la politica e il potere il ruolo tradizionale svolto per molti

decenni dal laicato cattolico. 

Quello che, per dirla in breve, ha fatto per quasi 50 anni la Democrazia cristiana attraverso la sua autorevole e qualificata classe dirigente. Ora, è abbastanza evidente che Bianchi coglie nel segno. Soprattutto quando lamenta l’assenza politica e culturale di una componente specifica del laicato cattolico. Ovvero, quello che comunemente viene definito come cattolicesimo popolare e sociale. Perché è inutile negare che quella cultura, quel pensiero e quella tradizione si sono progressivamente affievoliti se non del tutto scomparsi nella cittadella politica italiana. 

Nella sinistra perché il nuovo corso della Schlein ha inaugurato una fase dove la cifra radicale, massimalista e libertaria ha soppiantato, di fatto, quella feconda pluralità culturale che aveva caratterizzato la vita di quel partito per alcuni anni. Nella destra perchè da quelle parti la tradizione del cattolicesimo politico è storicamente un corpo estraneo a vantaggio di un approccio grossolanamente integralista e confessionale. Non citiamo i 5 stelle perchè si tratta di un partito populista antropologicamente alternativo alla cultura del cattolicesimo politico italiano. 

Per quanto riguarda il costituendo Centro è abbastanza evidente che quello spazio politico resta il luogo politico privilegiato e più coerente per declinare, laicamente, la cultura e la tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. A due condizioni, però. E cioè, che sia un luogo politico culturalmente plurale e che, soprattutto, sia caratterizzato da una leadership diffusa. Insomma, l’esatto contrario dei ‘partiti personali’ e dei ‘partiti del capo’.

Ecco perchè l’invito di Enzo Bianchi, lo ripeto, non può e non deve essere sottovalutato. E l’assenza dei cattolici nella politica contemporanea, per riprendere le sue parole, merita adesso una puntuale ed attenta riflessione. Al di là della propaganda spicciola, della convegnistica autoreferenziale e della presunzione intellettuale di rappresentare l’intero mondo cattolico in politica in virtù della propria saccenza culturale e moralistica.

Dibattito | Tempi Nuovi si contraddice, auspica l’unità dei Popolari ma sceglie Macron.

Il 14 Dicembre scorso si è riunito il comitato direttivo nazionale di Tempi Nuovi. Il giorno dopo, su questo spazio online, è stato pubblicato il testo dell’introduzione del coordinatore, Giuseppe Fioroni. Non sapendo se, alla fine sia stato approvato un documento, posso solo fare riferimento a quanto indicato da Fioroni nel suo intervento.  Credo sia quanto mai interessante e condivisibile quanto da lui affermato: “Occorre da un lato ricomporre l’area cattolico popolare e sociale, oggi ancora frammentata e troppo dispersa o ridotta a giocare un ruolo del tutto ininfluente, se non addirittura inutile, sia a destra che a sinistra; come pure, dall’altro, rilanciare un Centro dinamico, innovativo, riformista e di governo attraverso la riscoperta di una vera e credibile “politica di centro”. Obiettivi che richiedono, però, uno sforzo di unità e di inclusione che superino definitivamente ed irreversibilmente le piccole meschinità, personali e politiche, a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi in un campo che era e resta decisivo per il rinnovamento e il cambiamento della politica italiana. Perché un luogo politico centrista e riformista non potrà che essere culturalmente plurale e con una leadership diffusa. Dove, cioè, vince il pluralismo e la convergenza di più culture politiche per riaffermare con forza e convinzione un progetto politico che sia in grado di battere alla radice quel bipolarismo e quella radicalizzazione della lotta politica che erano e restano nefasti per la qualità della  nostra democrazia”.

Una proposta che, tuttavia, contraddice nel suo proposito di ricomporre, quanto lo stesso Fioroni, poco più avanti afferma: “Tempi Nuovi ha pertanto aderito al Partito Democratico Europeo perché sicuramente, più di quanto possa accadere stando nel Partito Popolare Europeo – tradizionale luogo di convergenza storica, fino all’ingresso di Forza Italia e del Partido Popular, dei partiti di autentica matrice democratico cristiana – questa scelta garantisce il prosieguo della cooperazione tra le grandi famiglie dell’europeismo, in contrasto con l’avventura di un governo europeo di tipo conservatore, fatalmente esposto alle insidie della destra nazionalista”.

Come ho avuto modo di esporre in un mio precedente articolo (https://ildomaniditalia.eu/dibattito-uniti-alle-europee-occorre-superare-la-diaspora-post-dc/) “il discrimine da condividere alle europee dovrebbe essere la scelta a sostegno del Partito Popolare Europeo, l’unica famiglia politica nella quale possiamo collocarci in continuità con la scelta dei padri fondatori: De Gasperi, Adenauer, Monnet e Schuman. Guai se favorissimo, con scelte divisive e miopi, il tentativo della Meloni di collegare i conservatori e la destra europea al Ppe perché, a quel punto, di ricomposizione della nostra area politico culturale ne parleranno i nostri nipoti”.

Non comprendo perché i Dc e i Popolari dovrebbero cambiare la loro naturale collocazione nella casa fondata dai padri, per inserirsi in quel partito di Macron, espressione dei poteri finanziari a livello europeo e mondiale, lasciando la strada aperta nel Ppe ai partiti dell’area di destra e moderata della politica italiana. Meglio lasciare questa, a mio parere errata direzione di marcia, al leader di Rignano sull’Arno, Matteo Renzi, noto consulente e relatore ai seminari di studio di quei poteri. Renzi che, da leader del Pd, non fu una della cause delle difficoltà di diversi amici Popolari a restare in quel partito nel quale, come ben ammoniva Carlo Donat Cattin “è sempre il cane che muove la coda?”.

Come ho ripetuto più volte, impegniamoci prima a raccogliere le firme per la presentazione di una lista unitaria della nostra area alle elezioni europee, ricompattando a livello territoriale le diverse componenti, sin qui sparse e/o disperse, preparando in tal modo il terreno per riproporre le nostre indicazioni di programma dettate dalla lettura dei bisogni della società italiana, alla luce dei principi della dottrina sociale cristiana e della fedeltà ai valori della Costituzione repubblicana, alle successive elezioni amministrative e alle politiche nazionali.

Rallenta l’economia cinese, nessun sorpasso sugli Usa.

La crescita della Cina sta rallentando sempre più, tanto che la previsione che il suo Pil possa superare quello degli Stati uniti sarebbe ormai velleitaria. Lo afferma uno studio del Japan Center for Economic Research (JCER), un think tank governativo nipponico, nel suo Nona Previsione economia asiatica a medio termine, che effettua proiezioni di crescita di Pil per 18 paesi e regioni dell`Asia-Pacifico fino al 2035.

La stima è che il Pil reale della Cina possa avere un tasso di crescita nel 2029 inferiore al 3% e dell`1% nel 2035. La differenza nel Pil tra Usa e Cina sarebbe nel 2035 di 10.600 miliardi di dollari, circa il doppio della precedente stima pubblicata nel 2022.

“I problemi del settore immobiliare e le relative preoccupazioni per la crisi finanziaria, i timori che l’amministrazione Xi Jinping del terzo mandato diventi una dittatura, un declino della popolazione oltre le aspettative e vari altri rischi gettano un’ombra sul futuro della Cina, rendendo quasi impossibile la sua ambizione di diventare la più grande economia del mondo”, afferma la stima del JCER.

Il rallentamento della Cina, però, potrebbe non essere indolore per il resto del mondo. Secondo uno degli scenari prospettati da JCER, questa frenata “si diffonderà al resto del mondo sotto forma di commercio stagnante. Supponendo che il volume del commercio globale scenda allo stesso livello del perio dello shock Lehman, i tassi di crescita reali di paesi e regioni diversi dalla Cina saranno inferiori di circa 1 punto percentuale rispetto allo scenario di base”.

Mattarella esalta l’impegno del corpo diplomatico al servizio della pace

[…]

Signore Ambasciatrici, Signori Ambasciatori,

in un quadro tanto complesso, la scelta multilaterale dell’Italia si declina anche nel convinto sostegno all’azione delle Nazioni Unite, fulcro di quella architettura di governance mondiale oggi così palesemente sotto pressione.

Si tratta di una crisi di fiducia che si manifesta sovente nella contrapposizione, per molti versi pregiudiziale nella sua artificiosità, fra Occidente e resto del mondo e che tende ad aggregare, in questa denominazione, condizioni anche con molte differenze – di volta in volta economiche, sociali, di assetti istituzionali, di rispetto dei diritti umani – cercando di accantonare, nell’immagine, incompatibilità e interessi discordanti.

Il patrimonio di valori che si intende definire come occidentali corrisponde, in realtà, a molti dei documenti fatti propri dagli Stati nell’ambito delle Nazioni Unite: Stato di diritto, diritti umani, diritti dei popoli nella accezione più ampia.

Sul piano dell’architettura di governo multilaterale – miglior baluardo alle spinte destabilizzanti che stiamo sperimentando – occorre restituire slancio a una riforma che renda più efficaci i meccanismi spesso tuttora cristallizzati a immagine del secondo dopoguerra, come pocanzi cercavo di ricordare.

Si tratta di un processo evolutivo, che richiederà tempo e realismo e che attiene, in primo luogo, ad una revisione di quegli strumenti di governo economico mondiale, che oggi rappresenta una priorità per i Paesi del Sud globale.

L’Europa ha il dovere e l’interesse strategico di lavorare con quei Paesi che condividono i principi democratici e che sollecitano, tuttavia, maggiore attenzione alle loro istanze. Uno sviluppo equilibrato delle regioni del mondo è nell’interesse di tutti.

L’Italia si trova in una condizione privilegiata per contribuire a questa azione.

Con l’assunzione della Presidenza del G7, avremo la possibilità di dare ulteriore impulso a molte sfide globali, tra le quali trovano posto quella dei flussi migratori e quella della sicurezza alimentare. Tematiche fra loro strettamente connesse, soprattutto nel continente africano.

Al centro della Presidenza italiana vi sarà anche il tema dell’Intelligenza Artificiale: un avanzamento scientifico che apre all’umanità opportunità di affrontare e risolvere problemi che credevamo al di là delle nostre possibilità, ma che espone al tempo stesso al rischio di pericolosi condizionamenti nell’informazione, di intrusioni nella sfera privata dell’individuo, di mutamenti radicali degli assetti produttivi, di potenziale crescita del già rilevante divario fra ricchi e poveri, fra forti e deboli. In ultima analisi a un rischio di tenuta per i sistemi democratici.

Si tratta di una prospettiva di grande valore che andrà adeguatamente e sollecitamente governata per trarne tutta la portata positiva.

Desidero concludere ringraziandovi per l’attenzione e augurando a tutti voi buon lavoro per questi due impegnativi giorni di approfondimento e per l’anno laborioso che ci attende.

Assegno di Inclusione, per le Acli meno efficace  rispetto al Rdc.

“L’Assegno di Inclusione (ADI) rappresenta un passo indietro nella lotta al contrasto alla povertà che continua ad aumentare: i poveri assoluti oggi in Italia sono intorno ai 6 milioni”. Lo ha dichiarato il presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia. “Il Reddito di Cittadinanza, una misura non perfetta che sicuramente aveva bisogno di correzioni, era di fatto universale e ha aiutato, in un momento complicato, milioni di cittadini. L’Adi, secondo l’analisi fornita dall’Ufficio parlamentare di bilancio, porterebbe alla diminuzione delle risorse di circa 2 miliardi e il 58% delle famiglie che percepivano il Rdc, pari a circa 800mila persone, resteranno senza alcun sostegno economico. Anche per questo motivo oggi è necessario rendere finalmente strutturali le politiche di contrasto alla povertà, con una presa in carico reale delle persone in difficoltà e con la creazione di infrastrutture di welfare permanenti”, ha aggiunto Manfredonia.

L’Assegno di Inclusione, il nuovo strumento di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che sostituisce il Reddito di cittadinanza, si può richiedere a partire da oggi 18 dicembre.

Per le domande presentate dal 18 dicembre al 31 gennaio 2024, e completate con la sottoscrizione del Patto di Attivazione Digitale (Pad) entro lo stesso mese, la decorrenza del beneficio sarà riconosciuta da gennaio 2024. “Questa apertura è stata effettuata dall’Inps su pressione dei Patronati e delle Parti Sociali per evitare una ‘corsa alla domanda’ entro la fine dell’anno, quando i tempi erano troppo stretti per dare a tutti la possibilità di inviarla”, ha dichiarato il presidente nazionale del Patronato Acli, Paolo Ricotti. “Metteremo a disposizione l’intera rete territoriale delle nostre sedi, invitando tutti da ora, comunque a non attendere gli ultimi giorni di gennaio 2024”, ha aggiunto.

La nuova prestazione economica è rivolta ai nuclei familiari che includono almeno una persona disabile, minori, over 60 o in condizioni di svantaggio. Stando alle prime stime dell’Inps, la misura riguarda oltre 737mila nuclei familiari. Di queste, 348.100 hanno al proprio interno un minore, 215.800 una persona disabile, 341.700 un anziano.

La domanda, riepiloga il comunicato, può essere presentata sul sito dell’Inps, tramite Spid o attraverso i Patronati e, dal primo gennaio 2024, anche attraverso i Caf. Una volta compilata e inviata la domanda di Assegno di Inclusione, si dovrà procedere contestualmente all’iscrizione alla piattaforma SIISL (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) e alla successiva sottoscrizione del Patto di Attivazione Digitale (PAD) del nucleo familiare. Il beneficio economico viene erogato attraverso uno strumento di pagamento elettronico ricaricabile, denominato Carta di Inclusione.

Il mistero della preghiera, la forza dell’umiltà.

Foto di Jan da Pixabay
Foto di Jan da Pixabay

Quando chiesi al Cardinale Carlo Maria Martini in che misura la via del silenzio, della meditazione e della preghiera può essere fonte di rivelazione e di incontro con Dio, mi rispose con parole che debbo trascrivere, tanto sono ricche di pathos, accessibili a tutti e umane.

Non dogmatiche ma aperte e universali: le rileggo ogni tanto per trovare una spiegazione all’idea di fraternità e a quella di affidamento, che sono due buone ragioni per dare un senso al transito terreno, a qualunque credo ci si ispiri e persino per i non credenti, quel popolo di Dio che il Cardinal Martini amava in modo particolare e verso il quale prestava attenzione e ascolto.

“Francamente se dovessi dire alla fine della mia vita qual è il fondamento razionale della preghiera, non saprei dirlo. Prego perché Gesù ha pregato, prego perché il Signore ci invita alla preghiera, prego perché la preghiera è un mistero che ragionevolmente non sembra spiegabile. La preghiera ci mette nel cuore di Dio, nella sua mente, allarga la dimensione dello spirito. Nella preghiera sincera talvolta sgorgano delle lacrime: queste lacrime sono benedette quanto un battesimo, dobbiamo pregare per ottenere il dono delle lacrime. Una lacrima di pentimento scioglie la durezza di cuore e irriga la pianura desolata della nostra anima. La via del silenzio è irrinunciabile. Quanto più crescono le responsabilità, tanto più cresce il bisogno di tempi di silenzio. E d’altra parte la parola è un dono che comprende l’imprevedibilità appassionata di Dio e che ci coglie nella nostra sprovvedutezza. Soltanto così si rivela come parola vivente, che ha da dirci qualcosa di nuovo che non conosciamo ancora, se ci mettiamo di fronte ad essa in reale ascolto”.

Credo che in questa spiegazione che mi fu data stia tutta la grandezza e l’umiltà di un interlocutore di eccezione, un dono di grazia: la pacatezza e i toni miti e rasserenanti di queste parole hanno le sembianze di un’illuminazione disvelatrice, colmano il vuoto di quella inadeguatezza esistenziale di cui siamo inevitabilmente portatori e che riscopriamo ogni volta in cui – come in una sorta di “ricapitolazione di tutte le cose della nostra vita” (come direbbe San Paolo), ci immedesimiamo nella riflessione e nel raccoglimento.

È questa la Chiesa che amo e che ritrovo oggi nell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco: immersi nelle diaspore e nelle fatiche dell’esistenza, sofferenti per tutte i disagi della vita quotidiana ci trovo un valore oggi caduto in disuso: la ‘motivazione’, che sa dare forza ai convincimenti, e stempera i dubbi che ci assalgono nelle relazioni umane. Come scrisse Charles Peguy “la fede che più amo è la speranza”.

Guardare oltre, vedere lontano, provare la folgorazione di un attimo di intensità e raccoglimento. Così come ripenso spesso a ciò che ebbi la fortuna di ascoltare dal Cardinale Ersilio Tonini, quando trascorsi una giornata con lui nella casa per religiosi di Ravenna. “Mio papà – come ho detto era un salariato agricolo (un bifolco) – un certo giorno, quando un mio fratello di 17 anni, un muratore ‘magnifico’, aveva deciso di lasciare la famiglia per andare in America a raggiungere una zia che lì aveva fatto dei soldi,  ci riunì tutti (5 figli, di cui tre maschietti) e disse: “Vostro fratello vuole andare in America per fare un po’ di soldi ma io non ho piacere”. “Ragazzi, tenetevi bene in mente quello che vi sto dicendo. Ciò che conta nella vita sono tre cose: un pezzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”.

“Un contadino, quando morì mio padre, mi raccontava dei tempi di quando dormivano nella stalla: ‘alla sera spegnevamo il lumino alle sei e ci svegliavamo alle quattro che fumava ancora“. “Tutto questo, però, senza mai maledire la fatica o il lavoro: fare il proprio dovere fino in fondo”.

Aveva appeso a fianco alla scrivania un Crocifisso e sopra una grande foto che lo ritraeva con sua madre. Dopo avermi parlato di filosofia, di Platone, Aristotele, Kant, Hegel conoscendo a menadito i libri che in numero impressionante riempivano due grandi scaffali, aveva riassunto con quelle parole il vero senso della vita: “Un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza netta”. Mi serve e mi aiuta ripensarle spesso: mi chiedo quanto oggi siano dimenticate e quali siano le conseguenze di questo oblio nelle tassonomie di valori della nostra quotidianità, confusa da parole diverse, opinioni irricevibili, sentimenti divisivi e laceranti.

Dobbiamo fermarci un attimo in questa corsa frenetica verso l’ignoto, recuperare i valori veri della vita.

La Chiesa benedice…le benedizioni anche alle coppie omosessuali

Un prete cattolico può accogliere la domanda di una benedizione avanzata da coppie in situazioni irregolari dal punto di vista del diritto canonico e da coppie di persone dello stesso sesso. Ma deve avvenire in un modo che renda chiaro che questo tipo di benedizione è qualcosa di diverso dal sacramento del matrimonio. È quanto afferma la dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni, approvata da papa Francesco e pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della fede.

Il testo – che porta la firma del prefetto, il card. Victor Manuel Fernandez, e del segretario, mons. Armando Matteo – interviene su un tema molto caldo all’interno del dibattito interno alla Chiesa cattolica, sollevato anche alla vigilia del Sinodo da alcuni cardinali (Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun) in alcuni Dubia (domande dottrinali) sottoposte a papa Francesco.

Il documento diffuso oggi [ieri per chi legge, ndr] sviluppa la risposta che il pontefice aveva già dato alla domanda in questione, in cui si sosteneva che “nel rapporto con le persone, non si deve perdere la carità pastorale, che deve permeare tutte le nostre decisioni e atteggiamenti”; e dunque invitava a “discernere adeguatamente se ci sono forme di benedizione” che senza “trasmettere un concetto errato del matrimonio” possono dare risposta a quella che è “una richiesta di aiuto a Dio, una supplica per poter vivere meglio”.

In questa direzione la dichiarazione Fiducia supplicans approfondisce quello che definisce “il senso delle diverse benedizioni”. Il Dicastero per la Dottrina della fede ribadisce in premessa che “sono inammissibili riti e preghiere che possano creare confusione tra ciò che è costitutivo del matrimonio, quale unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta a generare figli, e ciò che lo contraddice”. Definisce “perenne” la dottrina cattolica del matrimonio e spiega che “soltanto in questo contesto i rapporti sessuali trovano il loro senso naturale, adeguato e pienamente umano”.

Nello stesso tempo, però, invita a una “comprensione teologico-pastorale delle benedizioni” che il sacerdote offre nel suo ministero. “Chi chiede una benedizione – spiega il documento vaticano – si mostra bisognoso della presenza salvifica di Dio nella sua storia e chi chiede una benedizione alla Chiesa riconosce quest’ultima come sacramento della salvezza che Dio offre. Questa richiesta deve essere, in ogni modo, valorizzata, accompagnata e ricevuta con gratitudine. Le persone che vengono spontaneamente a chiedere una benedizione mostrano la loro sincera apertura alla trascendenza, la fiducia del loro cuore che non confida solo nelle proprie forze, il loro bisogno di Dio e il desiderio di uscire dalle anguste misure di questo mondo chiuso nei suoi limiti”.

In questo orizzonte più generale – collocato al di fuori dei riti liturgici e molto comune nelle forme della pietà popolare – la benedizione diventa un gesto che accompagna il cammino, senza preclusioni nei confronti di nessuno. Ed è in questo preciso ambito che va collocato anche il tema della benedizione delle coppie in situazioni irregolari e delle coppie dello stesso sesso. Va letta come “l’invocazione di una benedizione da parte di Dio stesso su coloro che, riconoscendosi indigenti e bisognosi del suo aiuto, non rivendicano la legittimazione di un proprio status, ma mendicano che tutto ciò che di vero, di buono e di umanamente valido è presente nella loro vita e relazioni, sia investito, sanato ed elevato dalla presenza dello Spirito Santo. Queste forme di benedizione esprimono una supplica a Dio perché conceda quegli aiuti che provengono dagli impulsi del suo Spirito affinché le umane relazioni possano maturare e crescere nella fedeltà al messaggio del Vangelo, liberarsi dalle loro imperfezioni e fragilità ed esprimersi nella dimensione sempre più grande dell’amore divino”.

Nella consapevolezza che “la grazia di Dio opera nella vita di coloro che non si pretendono giusti ma si riconoscono umilmente peccatori come tutti”. Resta però essenziale – si legge ancora nel documento del Dicastero per la Dottrina della fede – “cogliere la preoccupazione del papa, affinché queste benedizioni non ritualizzate non cessino di essere un semplice gesto che fornisce un mezzo efficace per accrescere la fiducia in Dio da parte delle persone che la chiedono, evitando che diventino un atto liturgico o semi-liturgico, simile a un sacramento”. Per questo motivo “non si deve né promuovere né prevedere un rituale per le benedizioni di coppie in una situazione irregolare, ma non si deve neppure impedire o proibire la vicinanza della Chiesa ad ogni situazione in cui si chieda l’aiuto di Dio attraverso una semplice benedizione. Nella breve preghiera che può precedere questa benedizione spontanea, il ministro ordinato potrebbe chiedere per costoro la pace, la salute, uno spirito di pazienza, dialogo ed aiuto vicendevole, ma anche la luce e la forza di Dio per poter compiere pienamente la sua volontà”.

“Ad ogni modo – conclude il testo diffuso oggi dal Vaticano – proprio per evitare qualsiasi forma di confusione o di scandalo, questa benedizione mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio. Lo stesso vale quando la benedizione è richiesta da una coppia dello stesso sesso. Tale benedizione può invece trovare la sua collocazione in altri contesti, quali la visita a un santuario, l’incontro con un sacerdote, la preghiera recitata in un gruppo o durante un pellegrinaggio”. Perché attraverso queste benedizioni “non si intende legittimare nulla ma soltanto aprire la propria vita a Dio, chiedere il suo aiuto per vivere meglio, ed anche invocare lo Spirito Santo perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà”.

 

Fonte: Asianews

Centro, serve un salto di qualità in vista delle europee.

Le prossime elezioni europee potrebbero rappresentare la chiusura di una finestra di opportunità per rilanciare il centro in Italia. Infatti, il sistema proporzionale permette di valorizzare la specificità della proposta politica rispetto alle alleanze, come in parte è già successo alle Politiche dello scorso anno, in cui il centro si è proposto come terzo polo, anziché come parte di una alleanza. Ma difficilmente alle prossime politiche, si potranno ripetere le medesime condizioni. Per la semplice ragione che, al netto della variante dell’astenionismo, la somma dei consensi delle forze di centro sinistra nel Paese è almeno pari, se non superiore, a quella dell’alleanza di centro destra. È prevedibile pertanto che la pressione per il cosiddetto campo largo, per un’alleanza la più ampia possibile, benché politicamente assai fragile, sia destinata a divenire col tempo insostenibile, fino a portare a una intesa fra PD e M5S, che facendo pregustare il profumo della vittoria, potrebbe portarsi dietro il grosso delle forze di centro sinistra. Non credo che il recente endorsement di Prodi alla Schlein sia stato casuale. La segretaria Pd come sfidante della Meloni quando si tornerà a votare per il rinnovo del parlamento, sembra l’epilogo più naturale, per non dire scontato, dell’attuale bipolarismo.

Solo un centro capace di compiere un salto di qualità in maniera sostanziale e tangibile alle prossime Europee, capace di raggiungere percentuali a due cifre, e con una solida proposta politica, può provare a dischiudere un diverso scenario, attraverso il raggiungimento della forza necessaria per proporre una alleanza di governo che tagli fuori le ali estreme, a destra come a sinistra.

Per questo credo sia fondamentale per le forze di centro arrivare alle elezioni del prossimo anno non facendosi trascinare dallo stato di necessità, e decidendo solo in base alle indicazioni degli ultimi sondaggi in tempo utile il da farsi, e con ciò ammettere implicitamente di fare una mossa dettata più dalla disperazione per il quorum che dall’ambizione di riformare il nostro sistema politico. Ma decidendo sin d’ora di avviare una lista comune aperta a tutte le componenti e articolazioni dell’area di centro con lo scopo dichiarato di scardinare l’attuale bipolarismo, e con l’obiettivo di procedere in seguito alla trasformazione della lista di centro per le Europee in un partito, dotato di proprie regole e di effettiva democrazia interna,.

Non si tratta certo di un compito facile e tuttavia senza alternativa che non sia quella dell’insignificanza.

In questa fase di cambio di epoca, in cui si assiste a molteplici fenomeni inediti, ed a un imprevisto ritorno di tempi di guerra, proprio perché ci si muove in un territorio inesplorato, risulta più arduo mostrare i pericoli e le contraddizioni della destra e della sinistra. Ma non può esistere un centro credibile e utile, se non si è in grado di indicare in modo incisivo e chiaro tali limiti. Gradualità nella transizione ecologica nella linea dell’ecologia integrale, un nuovo umanesimo per le nuove tecnologie, una visione della epocale transizione geopolitica che non si limiti ai giudizi consentiti in tempo di guerra, non sono frasi fatte ma l’essenza del compito che ha di fronte un centro che voglia proporsi come interlocutore politico degno di attenzione. A tutti i livelli, e cominciando dal riuscire di nuovo a parlare con la classe media, perché un centro senza popolo (soprattutto per come lo indende la cultura del popolarismo, in termini più sociali che politicistici) è qualcosa di simile a un ossimoro.

Se, pur con tutte le difficoltà e con tollerabili dosi di confusione del giorno dopo giorno, si rinuncia a cercare una simile forma di mediazione sui grandi temi della nostra epoca, inevitabilmente il campo del centro verrà occupato da altri. Come abbiamo visto la Meloni populista, e forse nostalgica, trasformarsi prontamente in una specie di allieva di Draghi sui principali dossiers, così non stupirebbe trovarsi un giorno di fronte alla radical chic Elly Schlein, una volta indossati i panni della donna di governo, trasformata in una buona prodiana.

Il centro non può dunque continuare a rimanere ostaggio dei personalismi che ne frenano la crescita e la maturazione ma dovrebbe sin d’ora preoccuparsi di come alzare l’asticella delle responsabilità che intende assumersi.

Schlein federatrice? La proposta di Prodi interpella la sinistra, non il centro-sinistra.

Dunque, il sempreverde Romano Prodi ha lanciato la Schlein come miglior “federatrice” per il futuro della sinistra italiana. Una scelta, questa, talmente curiosa, singolare ed originale che non si sa bene a quale logica risponda. Insomma, un segretario di partito che interpreta una sinistra radicale, massimalista e libertaria che si candida ad aggregare il campo del centro sinistra, così dice il simpatico Prodi, e che dovrebbe essere la miglior alternativa politica ed elettorale al centro destra a guida Meloni.

Ora, pur senza entrare nelle dinamiche misteriose che hanno portato Prodi ad avanzare questa proposta, si impongono al riguardo almeno tre riflessioni immediate.

Innanzitutto la proposta segna definitivamente ed irreversibilmente la fine della ‘vocazione maggioritaria’ del Pd. Detto in altri termini, l’archiviazione della stagione veltroniana del Pd che resta, checchè se ne dica e se ne pensi, la miglior stagione politica, culturale e anche programmatica che ha caratterizzato la vita di quel partito sino ad oggi. Certo, indicare la segretaria più divisiva ed oltranzista della storia del Pd come soggetto in grado di creare una coalizione vincente risponde a propositi e convinzioni che, francamente, prescindono da ogni logica politica se non addirittura dal buonsenso. Fuorchè non si pensi che l’unica strada per ostacolare un alquanto astratto e virtuale “regime” sia quello di organizzare una opposizione ideologica, barricadera, frontale, radicale appunto ma strutturalmente minoritaria. Ma se da quelle parti la proposta arriva da Prodi ci sarà pur una motivazione. Misteriosa e politicamente incomprensibile ma ci sarà.

In secondo luogo, e di conseguenza, questa proposta segna subito e meccanicamente un punto  irreversibile. E cioè, le forze, i gruppi, i movimenti e i partiti centristi guardano inesorabilmente altrove. Del resto, cosa centri la Schlein e il suo progetto politico, peraltro legittimo e coerente con la piattaforma politica e culturale con cui ha vinto le primarie del Pd, con il Centro e la stessa ‘politica di centro’ resta un mistero. Si tratta, infatti, di categorie radicalmente esterne, estranee, distanti se non addirittura alternative rispetto alla cultura e alla politica della segretaria del Pd. Ma è abbastanza evidente arrivare alla conclusione che, questa, si tratta di una proposta che guarda esclusivamente al pianeta della sinistra ex e post comunista e a tutto ciò che ruota attorno alla sinistra italiana nelle sue mille sfumature di rosso. Una proposta, del resto, perfettamente congeniale e pertinente con il progetto, la cultura, i valori, il percorso e l’approccio della Schlein alla guida del Pd.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, è abbastanza evidente che, al di là dei seppur numerosi “cattolici indipendenti di sinistra del Pci” oggi nel Pd – per citare l’antica esperienza dei cattolici di sinistra degli anni ‘70 – si tratta di un progetto che prescinde dalla stragrande maggioranza di chi continua a riconoscersi nell’area cattolico popolare e cattolico sociale del nostro paese. E questo non solo perchè il Centro nel nostro paese non esiste se non c’è la presenza attiva e protagonista della tradizione e del pensiero del cattolicesimo popolare e sociale ma anche per la semplice ragione che il campo della sinistra massimalista, radicale e populista non è la casa politica e culturale del mondo e della cultura centrista. Qualunque sia la cultura politica di riferimento.

Per queste semplici ragioni la misteriosa e singolare proposta di Romano Prodi non rilancia il tradizionale  campo del centro sinistra ma, al contrario, contribuisce a radicalizzare e a restringere sempre di più il campo della sinistra.

L’Italia descritta dal Censis e la metafora del grande sonno

Leggendo con una piccola attenzione sul lavoro svolto dal Censis in questi anni ne emerge che da oltre un cinquantennio svolge una attività di ricerca, consulenza e assistenza tecnica in campo socio economico.

Negli anni ’60 si è concentrata l’attenzione sul welfare e alle strategie che ne governano l’impostazione e la gestione. Negli anni ’70 il Centro Studi si è soffermato sulla economia sommersa e sul suo impatto nel nostro paese. Per il decennio successivo ha indagato sulla sua modernizzazione, mentre nel decennio iniziato nel 1990 è seguita una analisi relativa alla sua struttura sociale ed economica progressivamente “densa”. Infine dal 2000 si è avviata una articolata riflessione sul tema del modello socio economico italiano.

Di grande risalto in questi giorni il “Rapporto 2023” che al solito propone una serie di numeri e percentuali che a prima vista potrebbero inaridire l’occhio alla lettura. Se si presta maggiore accuratezza a quei numeri assai indicativi di cifre, ne emerge un quadro che non può essere affatto trascurato e che viene sintetizzato crudamente nel commento che accompagna tutti i dati proposti.

Nel 2050 l’Italia accuserà un deficit di 4,5 milioni di residenti. Diminuiranno di 9,1 milioni le persone con meno di 65 anni contro un aumento di 4,6 milioni di persone con 65 anni e un incremento di1,6 milioni di persone con 85 anni e oltre. Il nostro Paese sta invecchiando, è una evidenza che non suscita stupore e che proprio per questo ci deve allarmare.

Gli 11,6 milioni di donne oggi in età feconda diminuiranno al 2050 di 2 milioni. Si stimano poi quasi 8 milioni di persone in età attiva in meno nel 2050 che vedrà una spesa sanitaria pubblica pari a 177 miliardi di euro, a fronte dei 131 miliardi attuali.

La società italiana accusa nel complesso un disarmo identitario e politico, afflitta da un senso di sostanziale impotenza e frustrazione a cui ha contribuito una globalizzazione che avrebbe portato più danni che benefici.

Ne deriva un ridimensionamento dei propri desideri, nessun compiacimento verso modelli di sfrenato consumismo e il riconoscimento del lavoro come una affermazione sociale. Al contrario si pensa piuttosto alla qualità delle proprie relazioni e al tempo da dedicare a se stessi.

Con il blocco dell’ascensore sociale, oggi nel nostro Paese i 18-34enni sono poco più di 10 milioni, pari al 17,5% della popolazione; nel 2003 superavano i 13 milioni, pari al 23,0% del totale: in vent’anni abbiamo perso quasi 3 milioni di giovani. Nel 2050 i 18-34enni saranno solo poco più di 8 milioni, appena il 15,2% della popolazione totale.

I giovani con il loro modesto peso demografico sono condannati ad una scarsa rilevanza. Quanto alle famiglie, in Italia sono complessivamente 25,3 milioni. Quelle tradizionali, composte da una coppia, con o senza figli, sono il 52,4%. Di queste, il 32,2% (8,1 milioni) è formato da una coppia con figli (nel 2009 la percentuale era invece del 39,0%). All’opposto le altre tipologie non convenzionali stanno aumentando:

– il 33,1% delle famiglie è composto da persone che vivono da sole, e nel 20,9% dei casi (5,3 milioni) si tratta di single, ovvero di persone sole non vedove, cioè persone che vivono da sole per scelta o comunque senza un partner; – il 10,7% delle famiglie (2,7 milioni) è di tipo monogenitoriale, in quanto è composta da un genitore solo con figli (nel 2009 la quota era dell’8,7%). Si tratta generalmente di nuclei formati a seguito di separazioni o divorzi, e nella grande maggioranza dei casi il genitore che vive con i figli è la madre. Il numero dei matrimoni si riduce e oggi esistono 1,6 milioni di famiglie (l’11,4% del totale) costituite da coppie non coniugate.

Si potrebbero riportare altre informazioni preziose per interpretare correttamente lo stato di salute della nostra società ma sembra assai più utile il commento per mano dello stesso Censis: “Dinanzi ai cupi presagi, il dibattito pubblico ristagna, e la bonaccia di qualche indicatore congiunturale non è in grado di gonfiare le vele per prendere il largo. Il sonnambulismo come cifra delle reazioni collettive dinanzi ai presagi non è solo attribuibile alle classi dirigenti, ma è un fenomeno diffuso nella “maggioranza silenziosa” degli italiani”.

Il presagio è di chi ha capacità profetiche, dotato di un acuto fiuto per il futuro, essendo per questo dotato di uno spirito fine, sensibile nel prevedere ciò che sarà. Si ha però l’impressione che non siamo più in una forma di apprensivo presentimento quanto in una dimensione assai più grave di rassegnazione o di prostrazione, come non possa più sperarsi di invertire la rotta dei fatti, l’inesorabile declino di un paese che nel 1991 era stato tra le prime 4 economie mondiali.

La sentenza del Censis è di un sonnambulismo del quale colpevolmente siamo vittime e artefici. Sonnambulo è colui che di notte si muove senza averne perfetta coscienza e sviluppa nella fantasia popolare qualità di funambolo, sapendo camminare in equilibrio su una fune senza precipitare nel vuoto.

Gli italiani sembrano come arresi ad una crisi inarrestabile, concentrati a preservare per come possibile la qualità della vita per quel poco che gli è concesso nel proprio ambito quotidiano, solo perché ancora indipendente dai grandi andamenti della economia. Una passeggiata in compagnia di amici non comporta oneri particolari dai quali guardarsi.

Non sembra esserci un desiderio di futuro quanto piuttosto di salvezza. Non la prospettiva di un riscatto di un paese ma il ritrarsi nella propria sfera particolare.

I sonnambuli sono i protagonisti della notte, vivi immersi nella dormienza. Contrastano con il mondo degli zombie che viceversa da morti si muovono in forma di vivi. Forse è questo l’ultimo passaggio che ci attende se non ci svegliamo. In un film dal genere poliziesco a titolo “Il grande sonno” un detective veniva infine a capo di una faccenda quanto mai ingarbugliata. Che sia così anche per il nostro paese.

Flannery O’Connor, la scrittrice cattolica che Thomas Merton accostava a Sofocle.

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[…]

Limpatto della grazia
La O’Connor sembra più interessata alla pre-evangelizzazione che a una più diretta comunicazione del Vangelo (anche se questa terminologia non le sarebbe piaciuta). Le sue trame, la cui azione è indiretta, puntano a suscitare un risveglio di interesse verso l’esperienza religiosa più che a trasmettere specifici contenuti della fede o della dottrina. Ciò che disse circa una di esse ha una validità generale: «È la storia non tanto di una conversione quanto di un’autoconoscenza, che ritengo il primo passo verso la conversione».

Una parte della sua retorica narrativa mira ad ampliare l’autoconsapevolezza del lettore, anche ricorrendo alla tattica dello shock.

Nella stessa lettera, la O’Connor parla del «senso religioso» che viene mortificato abbassando le dottrine al livello umano per spiegarle, ottenendo così di abolire «il senso della potenza divina capace di realizzare l’Incarnazione e la Resurrezione». Da qui la sua speranza di modificare l’atteggiamento dei lettori, staccandoli dalle loro sicurezze e spingendoli ad aprire la loro immaginazione all’esperienza religiosa.

In questo senso le sue trame dipendono spesso da momenti di grazia che non sono solo sorprendenti, ma talvolta anche violenti. «Mi sembra che tutte le storie buone riguardino una conversione, un cambiamento di un personaggio […]: l’azione della grazia cambia un personaggio». La O’Connor insisteva sulla natura conflittuale dell’incontro con la grazia e sul fatto che, se non capivano questo, i lettori finivano con il respingere le sue opere come puramente pessimistiche.

«Tutte le mie storie riguardano l’azione della grazia su un personaggio non troppo disposto ad assecondarla, ma la maggior parte delle persone pensa che si tratti di storie dure, disperate, brutali». Aveva poco tempo per quelli che pensavano alla religione come a un modo di soddisfare le loro esigenze vere o presunte, per cui spesso c’è un tono tagliente nel suo parlare della fede: «La verità non cambia a seconda della nostra capacità di sopportarla emotivamente». La fede può essere «emotivamente scomoda, perfino ripugnante», come nei momenti di tenebra dei santi. La fede, a suo modo di vedere, è spesso causa di agitazione e tormento prima che si possano gustare i frutti della gioia. La O’Connor non sembra aver conosciuto gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, ma avrebbe apprezzato la sua metafora circa la grazia che penetra in uno spirito ricettivo come l’acqua delicatamente in una spugna, mentre in chi è chiuso nel suo egoismo accade come quando l’acqua colpisce rumorosamente una pietra. Le storie della O’Connor sono un esplosivo narrativo con cui aprire e frantumare simili pietre. La sua arte mina il nostro razionalismo, ma di questo ci si accorge a posteriori.

Dopo la sua morte «Time» non aveva tutti i torti nel commentare che la O’Connor aveva «scritto su altro che le cose ultime». È vero infatti che le sue trame riguardano spesso persone che incontrano la morte o il giudizio in modo imprevisto, ed è ugualmente vero che simili situazioni sono raccontate con una crudezza che mira a scuotere la soddisfatta inerzia del lettore. La scrittrice era rimasta colpita da questa frase di Emmanuel Mounier: «L’amore è una lotta: la vita è un duello con la morte». Ella deve aver avuto una quotidiana percezione della propria mortalità, anche se la sua narrativa non è mai direttamente autobiografica. Trasformava le sue ombre in storie comiche, incarnazionali e mai moralistiche. Il genere di fede che amava rappresentare può apparire austero, ma le sue storie, con il loro feroce umorismo, alludono spesso a più gioiose scoperte e nascono anche da un’autentica solidarietà e compassione per le sofferenze dei non credenti. In una lettera del 1959, scrisse: «Penso che non ci sia sofferenza più grande di quella causata dai dubbi di coloro che vogliono credere. So che tormento è, ma posso solo vederlo, per lo meno in me, come il processo con cui la fede si approfondisce».

 

Una storia di conversione
Per quanto ricchi, gli scritti non narrativi della O’Connor non rivelano in pieno la luce da lei proiettata sul vissuto della fede. Ho quindi scelto un suo racconto, Rivelazione, per rappresentare l’irrompere della grazia nella vita di una donna che soffre di un «senso distorto di uno scopo spirituale», caratterizzata da una specie di orgogliosa sicurezza riguardo al modo di vivere, compresa la fede cristiana. È un personaggio di una rigidezza comica, abituato a dominare gli altri. La storia, suggestiva e ricca di dettagli, accompagna la protagonista e, con lei, i lettori alla crisi di una nuova visione. I suoi aspetti “grotteschi” ci guidano a una sorta di paradiso, ma solo attraverso il purgatorio e gli incontri drammatici con il mistero dell’invisibile.

Rivelazione è la storia preferita della O’Connor, completata nell’ultimo inverno della sua vita. Racconta il risveglio della signora Turpin da un cristianesimo ipocrita al riconoscimento della radicale diversità di Dio. Le rivelazioni sono quindi due, umiliante una, giubilante l’altra. In contesti assolutamente ordinari (la stanza di attesa di un medico e, in seguito, un allevamento di maiali) la soddisfazione di sé della donna è sottoposta a una duplice terapia. Nella sala d’attesa (anch’essa, forse, un simbolo comico) la signora Turpin si vanta con i presenti di poter ringraziare Gesù di avere «un po’ di tutto, e in più un buon carattere». A questo punto una ragazza disturbata di nome Maria Grazia (!) la aggredisce verbalmente e la colpisce a un occhio lanciandole un volume intitolato Lo sviluppo umano. Il trauma apre una prima breccia nella corazza psicologica della signora Turpin, che si arrabbia con il Padreterno e quella sera, tra i maiali, gli rivolge ogni sorta di rimproveri. Gli echi scritturali di Giacobbe e della parabola del figliol prodigo sono probabilmente voluti, ma il modello fondamentale è la conversione di un fariseo. «Chi credi di essere?» chiede polemicamente a Dio la signora Turpin, ma ironicamente l’eco della sua domanda le torna indietro, «come una risposta da oltre il bosco».

Immobile nel recinto dei maiali la signora Turpin fissa «il cuore stesso del mistero», «quasi assorbendo un qualche sapere terribile e vivificante». La storia finisce con la visione di una folla di gente da lei disprezzata che come in processione «avanza verso il paradiso» mentre i rispettabili credenti del suo tipo marciano in fondo alla fila con aria sostenuta. «Poteva vedere dai loro volti scossi e alterati che perfino le loro virtù erano consumate come da un fuoco». Tornando a casa per «un viottolo su cui scende l’oscurità», sente ancora «le voci delle anime che scalano il pendio stellato gridando alleluia».

Anche da un riassunto così stringato, è chiaro che la “mappa della fede” propostaci dalla O’Connor ci spinge verso una dolorosa consunzione dell’io prima di far balenare più liete immagini di salvezza. Il suo metodo è concreto, a volte umoristico, ma radicato in una ricca teologia. Possiamo aver bisogno di scosse che ci costringano a rinunciare alle nostre sicurezze religiose, prima di scorgere quella seconda rivelazione della divina grandezza. In modi meno drammatici di quello della signora Turpin, il nostro senso del divino può esso stesso diventare una comoda e rassicurante stampella. La O’Connor vuole invece spingerci verso più aspri percorsi di autoconoscenza, preparando il terreno a un Dio che è sempre più grande – e più esigente – di quanto ci piacerebbe.

 

(Traduzione di Stefano Galli)

 

Michael Paul Gallagher

Gesuita irlandese, Gallagher ha vissuto per più di vent’anni a Roma, dove è stato Rettore del Collegio Bellarmino e ha insegnato Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana. Attento al confronto e alle sfide che la fede cristiana si trova a vivere con la postmodernità, ha dedicato a questo tema diversi volumi.

 

Per leggere il testo integrale dell’articolo

https://rivista.vitaepensiero.it//news-dallarchivio-flannery-oconnor-assalto-allimmaginazione-6375.html

Calenda strapazza il bullo Musk e blocca Prodi sulla Schein 

foto IPP/zumapress 14-04-2022 nella foto il profilo twitter di elon musk e il logo del social network twitter WARNING AVAILABLE ONLY FOR ITALIAN MARKET

“Il problema del fare figli in Italia è un grande problema” ma la dichiarazione di Elon Musk “è fatta in termini assurdi, sembrava Dio. ‘Italiani fate più figli’, ma chi cacchio sei Elon Musk? Mo’ perché hai fatto i soldi vieni in Italia e ci spieghi che dobbiamo fare i figli? Io penso che questi sono ricchi, viziati, plutocrati digitali e che bisognerebbe trovare l’orgoglio nazionale, e lo dico proprio qui, per dire ‘Caro Elon Musk, noi usiamo X, fai la Tesla benissimo, ma quando parli come se fossi Dio ti diamo una pedata nel sedere metaforica’”. Lo ha detto il leader di Azione, Carlo Calenda, a margine di un dibattito ad Atreju.

Quanto al fatto che poi Musk si sia presentato con un figlio avuto con la Gpa, Calenda ha replicato: “È un immenso controsenso, è tutto un controsenso. Loro pensano di potersi permettere qualunque cosa, anche di potersi affittare un anfiteatro romano, che non sono pietre ma la nostra storia, per darsele di santa ragione. Hanno perso il senso del limite. E la cosa più deprimente sono gli stati nazionali che si sottomettono a questi bulli ragazzini straricchi che pensano che tutto gli sia consentito. ‘Fate figli’ ce lo dice, e non ce lo dice neanche più, il Papa. Elon Musk, per cortesia, pensasse a mettere i filtri perché X non sia invaso da bot russi: quello è il suo lavoro, non questo”.

Calenda ha poi aggiunto: “Io andai a visitare la fabbrica di Tesla, all’epoca era molto primordiale. Ma loro andavano verso l’Olanda. Sarebbe molto buono far arrivare Tesla qua, ci mancherebbe. Io separo sempre le opinioni di Elon Musk, di cui non condivido assolutamente niente, e l’imprenditore che come tutti, se fa impresa, contribuisce a generare occupazione”.

Non è mancato, infine, un accenno alla politica in senso stretto. Prodi rilancia il ruolo della Schelein come guida dei riformisti, ma il leader di Azione non si mostra affatto interessato. “Quello che incorona Prodi è una cosa che riguarda il centrosinistra, non riguarda me”. Fare il campo largo resta ancora e solo una parola d’ordine che risuona nelle stanze del Nazareno.

 

P.S. Anche sull’appello della Bonino a unire i riformisti – più che al Terzo Polo l’ex Ministra degli Esteri pensa a una federazione con il Pd – Calenda s’è mostrato quanto meno freddo.

 

Fonte: Notiziario Askanews (con integrazioni)

Legge elettorale e partiti personali, una fatale connessione ai danni dei cittadini.

Con il dovuto rispetto per qualsiasi riflessione politica, c’è una sola legge che possiamo definire come “la madre di tutte le riforme”. E questa legge è quella elettorale. Del resto, è evidente anche ai sassi che con le leggi elettorali nascono e tramontano partiti, prendono il largo e scompaiono alleanze e coalizioni e, in ultimo, decollano ed escono dalla scena leader politici. Insomma, sono,le leggi elettorali che aprono e chiudono le stagioni politiche e storiche nel nostro paese.

Un esempio tra tutti. Con la legge elettorale maggioritaria, e non più proporzionale, è uscita definitivamente di scena la stessa Democrazia cristiana, cioè il partito che ha caratterizzato la scena politica italiana per quasi cinquant’anni. E con l’abolizione delle preferenze multiple a vantaggio della preferenza singola, si è introdotta prima una competizione violenta all’interno dei partiti fra i vari candidati per poi completare l’operazione con la designazione centralistica dei futuri eletti, espropriando di fatto i cittadini dalla possibilità di scegliersi i propri rappresentanti.

Ora, e proprio soffermandosi su questo aspetto, peraltro al centro del dibattito anche in vista della futura riforma istituzionale e costituzionale, non possiamo non evidenziare un aspetto che resta decisivo se vogliamo ridare credibilità alla politica e qualità alla nostra democrazia. E cioè, non ci sarà la possibilità di ridare il potere ai cittadini di scegliere la rappresentanza parlamentare finchè ci saranno i cosiddetti ‘partiti personali’ o i ‘partiti del capo’. E questa per una ragione persin troppo semplice da spiegare. Ovvero, non può un partito personale, cioè fatto ad immagine e somiglianza del suo capo, avere una rappresentanza parlamentare scelta liberamente dai cittadini che non individua nella fedeltà al capo la regola aurea da rispettare e da venerare. Ed è altrettanto inutile continuare a parlare di dare maggiore forza al popolo nella sua accezione più generale se poi, contemporaneamente, non si dà l’opportunità allo stesso popolo di scegliere la classe dirigente politica del nostro paese.

Questo, purtroppo, resta il vero vulnus della democrazia italiana e che pochissimi mettono in discussione. O meglio, tutti si esercitano nella propaganda di ridare il potere ai cittadini nella scelta dei propri rappresentanti ma poi, al contempo, non mettono in campo iniziative concrete per spezzare definitivamente il tabù o il dogma dei ‘partiti personali’ o ‘del capo’.

Ecco perchè la vera iniziativa politica, e culturale ed organizzativa, per invertire la rotta resta quella di riformare profondamente la natura e il profilo dei partiti, cioè degli strumenti principali e decisivi della politica italiana come recita la stessa Costituzione repubblicana. Ed è proprio su questo versante che il contributo, e la cultura storica, del pensiero cattolico popolare e sociale possono, ancora una volta, essere decisivi per ridare credibilità ed autorevolezza alla politica da un lato e qualità alla democrazia dall’altro. Partiti cioè, dove la ‘nomina dall’alto non può mai precedere la legittimazione democratica dal basso’ come ci ricordava alla fine degli anni ‘80 Carlo Donat-Cattin e dove, soprattutto, non può essere la fedeltà passiva ed incolore nonché sterile e anche un po’ squallida al capo la regola decisiva per selezionare le classi dirigenti nei partiti. Insomma, per dirla con Norberto Bobbio, non può diventare la ‘democrazia dell’applauso’ lo strumento essenziale per regolare i rapporti tra i dirigenti – o il dirigente massimo – del partito e la base del partito stesso.

E sin quando non ci sarà una profonda e sempre più indispensabile riforma dei partiti, non ci sarà una vera e credibile riforma delle istituzioni. Del resto, come ci ricordava sempre Sandro Fontana, è appena sufficiente vedere come un partito pratica la democrazia al suo interno per capire come pensa di riformare le istituzioni quel partito. Appunto, come puntualmente e concretamente sta capitando oggi.

La mannaia dell’Antitrust s’abbatte sul pandoro della Ferragni

Foto di Silvia Rao da Pixabay
Foto di Silvia Rao da Pixabay

L’Antitrust nasce nell’esperienza inglese per impedire che le grandi organizzazioni potessero ostacolare la libera iniziativa delle piccole imprese. Una tutela antimonopolio che nel tempo si è affermata anche in Italia allargando progressivamente il suo campo di azione.

Ci sono andati di mezzo il noto marchio Balocco, quello per intenderci del pandoro, e le società della influencer Chiara Ferragni.

“Le suddette società hanno fatto intendere ai consumatori che acquistando il pandoro ”griffato” Ferragni avrebbero contribuito a una donazione all’Ospedale Regina Margherita di Torino. La donazione, di 50 mila euro, era stata invece già effettuata dalla sola Balocco mesi prima. Le società riconducibili a Chiara Ferragni hanno incassato dall’iniziativa oltre 1 milione di euro”.

Questa, in sintesi, l’argomentazione della Autorità Antitrust. Per spiegarci meglio non si sarebbe incrementata la donazione all’Ospedale proporzionalmente all’acquisto del noto dolce natalizio.

Le Società della Ferragni per griffare il prodotto avrebbero messo a monte in portafoglio invece una somma non poco sostanziosa.

Tra le condotte contestate è quella di “aver diffuso, tramite cartiglio, apposto sopra ogni singolo pandoro griffato Ferragni, informazioni idonee ad avvalorare la circostanza non vera che l’acquisto del prodotto avrebbe contribuito alla donazione pubblicizzata”.

Qualche perplessità era già balenata nella testa dei protagonisti. Per quanto si legge in cronaca giornalistica, in uno scambio di mail tra l’azienda di Fossano e la Società della influencer, vien fuori un commento non proprio trascurabile: “In realtà le vendite servono per coprire il vostro cachet esorbitante”. Seguono altri messaggi dove si richiama l’attenzione a non esporsi a pubblicità ingannevole correlata a vendite.

È restata però salva l’ultima decisione in mano alla Ferragni che alla fine ha partorito un comunicato il cui si legge: “Lo storico brand piemontese Balocco, conosciuto ed apprezzato nel mondo per l’eccellenza della sua offerta natalizia, presenta una novità esclusiva: il pandoro Chiara Ferragni, le cui vendite serviranno a finanziare un percorso di ricerca promosso dall’Ospedale regina Margherita di Torino”.

Per come si comprende dalle cronache, alla fine l’avrebbe spuntata, malgrado l’apprensione della azienda dolciaria, la proposta comunicativa della influencer.

Dicono che il pandoro sia nato nella Repubblica di Venezia attorno al 1500, dolce conico ricoperto di sottili sfoglie d’oro. Secoli dopo ripreso e rielaborato per giungere al dolce che sappiamo. Una predestinazione: poteva accadere solo al Pandoro di spargere metallo prezioso attorno a sé e non certo al volgare panettone.

Questa volta il dolce è stato arricchito da una griffe, una firma, che più propriamente corrisponderebbe al termine “artiglio”, è così che in sostanza si accalappiano acquirenti. Quanto al “cartiglio”, è raffigurazione di un rotolo cartaceo, in parte spiegato, contenente una iscrizione o più sinteticamente una stretta lista di carta, una sorta di “bugiardino” che racconta qualcosa del prodotto, il contrario del cartiglio invisibile su cui immaginava talvolta di scrivere D’Annunzio.

Tornando al pandoro, in origine fu disegnato dal pittore Angelo Dall’Oca Bianca e qualcosa evidentemente è rimasto di quel primo imprinting.

L’oca è un animale fedele al padrone e gregario nelle abitudini. Segue le indicazioni cadute dall’alto. È simile il destino dei consumatori attratti in blocco dalla proposta di un palato da far gioire insieme al cuore compiaciuto per una contestuale azione buona verso il prossimo.

Tra i motivi che spiegano la credenza circa la pretesa stupidità delle oche è quello da ricondurre alle fiabe dove l’animale è descritto come ingenuo e credulone.

A dirla tutta, nel racconto dei fratelli Grimm “La volpe e le oche”, le cose sono andato in modo diverso.

Le oche prima di essere uccise, come espediente di salvezza, chiesero alla loro aguzzina di poter prima dire una preghiera che si sarebbe rivelata interminabile, tanto da non lasciarci più le penne.

A sua volta, in una fiaba celtica, l’oca, da vittima, esortò la volpe a che recitasse una preghiera di ringraziamento per il pasto imminente che si andava a compiere. Non appena la volpe aprì la bocca, l’oca scappò via.

Questa volta sembra che la realtà si sia ispirata alle fiabe trovando la maniera di ribaltare la situazione e non farsi prendere per il naso e reclamare il rispetto del diritto.

La Ferragni legittimamente ha dichiarato che chiarirà tutto e che impugnerà la decisione dell’Antitrust nelle sedi competenti continuando a fare attività di beneficenza come in passato.

Sul campo resta un elemento di certezza. Quella che di messaggi e parole ha fatto scuola, diventando riferimento per i non pochi appassionati delle dritte della influencer, è inciampata, proprio lei, in un inqualificabile difetto di comunicazione che ne dovrebbe far dubitare improvvisamente il mestiere.

Il mondo animale resta a guardare se prevarranno i profumi o i balocchi, se qualcosa di oro e ferro insieme porterà ad una nuova insolita lega, non solo di interesse.

Giornata Mondiale dei Migranti, progetto CNDDU per l’integrazione nelle scuole.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione del 18 dicembre, data in cui ricorre la Giornata internazionale dei migranti (International Migrants Day), che è stata proclamata dall’Assemblea generale dell’Onu con risoluzione 55/93, intende proporre alcune riflessioni in merito al tema. Già, in precedenza, nel 1990, sempre il 18 dicembre, l’Assemblea sanciva la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, con risoluzione 45/158.

L’Onu e tutte le organizzazioni votate alla difesa dei diritti umani in tale giornata promuovono una serie di azioni finalizzate alla salvaguardia delle libertà fondamentali degli esseri umani, soprattutto di coloro che sono costretti a spostarsi dal proprio Paese d’origine per garantire a sé stessi e ai propri familiari condizioni di vita decorose.

Significative sono le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres: “Nella Giornata internazionale dei migranti, evidenziamo l’urgente necessità di una governance della migrazione sicura, radicata nella solidarietà, nella partnership e nel rispetto dei diritti umani.”

Le migrazioni di popoli esistono da sempre e sempre esisteranno; innalzare barriere e vincoli non permette di eliminare un fenomeno storico connaturato al genere umano.

Quello che si può fare oggi è cercare di analizzare le cause che generano simili spostamenti di massa e intervenire mediante strumenti condivisi dalle organizzazioni umanitarie per contrastare sottosviluppo, regimi antidemocratici, conflitti e cambiamenti climatici.

“Negli ultimi dieci anni vi è stato un incremento delle migrazioni in tutte le aree del mondo, soprattutto in Asia e in Europa. Nel 2020 una persona su 30 risultava vivere in un paese diverso da quello di nascita. Nello stesso anno il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani nel mondo ammontava, nonostante la pandemia, erano circa 281 milioni, il 3,6% della popolazione mondiale: di questi, circa 36 milioni sono minori” (Save The Children).

Il destino di ciascuno di noi e dei nostri figli è tutt’altro che definito; molti giovani italiani, anche in tempi recenti e correntemente, sono costretti a cambiare città o a trasferirsi all’estero definitivamente, non solo per un periodo di apprendistato/studio. Tutti potremmo conoscere da vicino la condizione del migrante; una condizione in alcuni casi drammatica perché correlata al traffico di esseri umani e a losche organizzazioni che traggono profitto dalla disperazione altrui. Ancora più straziante è lo stato dei giovani migranti, frequentemente minorenni non accompagnati, in balìa di eventi e incontri spesso funesti. Chi è più vulnerabile subisce angherie di tutti i tipi.

A scuola, nelle nostre aule, incontriamo quotidianamente i visi e le storie di adolescenti di prima e seconda generazione in Italia; perché i giovanissimi costituiscono quasi un terzo di tutti coloro che giungono in Europa dalle più disparate regioni del pianeta.

Molte volte intorno ai nuovi arrivati si crea un muro di diffidenza, dettata proprio dalla scarsa conoscenza degli altri popoli. In tal senso, per avvicinare gli studenti e favorire l’inclusione si potrebbe nella settimana della giornata in questione promuovere una serie di attività tese a comprendere meglio chi ci sta vicino tra i banchi.

Il CNDDU propone il progetto trasversale “#StorieLontaneInMovimento” strutturato sulle vicende degli studenti stranieri presenti nelle classi per raccontarne il vissuto con le caratteristiche di ciascun Paese di provenienza. Inoltre, per sostenere il dialogo tra i popoli e il rispetto della persona, il CNDDU, in vista della futura IV edizione delle Olimpiadi Digitali dei Diritti Umani, chiede al Ministero dell’Istruzione e del Merito che tale progetto venga riconosciuto come eccellenza educativa tra le strategie didattiche innovative. Ricordiamo che la terza edizione ha fatto registrare la partecipazione di circa 40 istituti secondari di secondo grado e che le prime quattro scuole classificate sono state le seguenti: 1. IIS Celestino Rosatelli, Rieti (RI); 2. ITIS Enrico Fermi  Roma (RM); 3. Istituto di Cultura e di Lingue Marcelline (Arona); 4. Liceo scientifico Barsanti e Matteucci, Viareggio (LU).

“Ovunque decidiamo di costruire il nostro futuro, nel Paese dove siamo nati o altrove, l’importante è che lì ci sia sempre una comunità pronta ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare tutti, senza distinzione e senza lasciare fuori nessuno” (Papa Francesco).

 

 

prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

(Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani)

coordinamentodirittiumani@gmail.com

 

Carcere e suicidi: Davigo disarmante sulla questione Gardini.

La questione ogni tanto torna a galla dando la ribalta a chi ne resta indifferente e chi invece se ne fa un punto di tristezza. Ciò detto non sembra che i fatti possano neanche per il futuro prendere una piega diversa per la sua complessità.

La soluzione sarebbe forse in una rilettura radicale del sistema di giustizia e penitenziario nel nostro paese che attende ancora la piena attuazione dei principi propri della nostra carta costituzionale in materia.

Su una giustizia giusta e sulla necessità di recupero e reinserimento di un reo nel mondo di fuori si sono scritte pagine innumerevoli ma nei fatti poche incisive. A monte la condizione che abbia scontato la pena comminata e pagato il suo debito con la società.

Nel 2022 nelle carceri del nostro paese si sono registrati 85 suicidi. Parliamo di persone che hanno deciso di togliersi di mezzo non intravedendo un filo di speranza né dentro le mura di una casa di pena né oltre esse.

Sembra che il termine “suicidio” sia stato coniato da un certo abate Desfontaine  e rappresenta in certe condizioni il solo potere ancora in mano a chi sia sprovvisto di ogni restante altro.

Nella mitologia nordica in origine era considerato un gesto di qualificata rilevanza. I Maya Ixtab adoravano la dea dei sucidi ai quali era assicurato il Paradiso.

Nell’antica Grecia, diversamente, per dispregio, al cadavere del suicida era invece mozzata una mano ed il cadavere seppellito fuori dalla città.

Il suicida segna ancora la sua presenza in questo mondo con un gesto estremo che lasci non solo traccia di sé ma che gli consenta di tagliare i ponti con una realtà che non riconosce per costruirsene un’altra di rinascita.

A settembre del 2023, sono state 51 le persone che hanno detto basta al regime carcerario e di recente nell’ultimo mese nella casa circondariale di Montoro a Verona 3 detenuti hanno deciso di farla finita.

L’ultimo di questi, l’8 dicembre, Oussama Sadek: nel mese di Marzo pare che avrebbe conosciuto la libertà ma non ce l’ha fatta a resistere fino a quella data. Si dirà che soffriva di un disagio emotivo e per questo non ha atteso il fatidico giorno di porte finalmente aperte. Se fosse vero, avrebbe dovuto essere tanto più assistito e protetto.

In un recente podcast condotto da persona di spettacolo, un ex giudice protagonista della stagione di Mani Pulite, ha dato con sincerità una risposta alla domanda di come avesse vissuto umanamente la vicenda del suicidio di Raul Gardini.

Piercamillo Davigo, articolando la risposta ha premesso, una ovvietà. “Le conseguenze dei delitti ricadono su coloro che li commettono e non su coloro che li scoprono e li reprimono”. Le indagini non possono essere inibite dalla ipotesi che qualcuno possa decidere di ammazzarsi.

L’intervistatore ha poi incalzato l’ex magistrato chiedendo se avesse avvertito comunque del dispiacere per la morte di uno dei protagonisti della impresa economico finanziaria in Italia.  Il primo commento è stato di disarmante per quanto apprezzabile onestà: “Il fatto che uno decide di suicidarsi lo perdi come possibile fonte di informazione”. Subito dopo ha aggiunto un passaggio anche sulla pietà umana che non deve però condizionare l’andamento delle indagini.

La “fonte” non è solo una sorgente d’acqua a getto continuo. Nel mestiere tipografico e nella tecnica di fotocomposizione indica anche un insieme completo di caratteri contraddistinti da un particolare disegno e stile. Verrebbe in questo caso da pensare ad una fonte di parole, ammissioni e confessioni auspicabili per poter mandare ulteriormente avanti un’inchiesta.

Un po’ prima del podcast, Macchiavelli, insistendo sulla necessità di un giudice di essere determinato e indipendente, nella “Allocuzione fatta a un magistrato” diceva: “Dovete pertanto, prestantissimi cittadini, et voi altri che sete preposte ad giudicare, chiudervi gl’ochi, turarvi gl’orechi, legarvi le mani,  quando voi habbiate ad vedere nel iudicio o parenti, o a sentire preghi o persuasioni non ragionevoli,  o ad ricevere cosa alcuna, che vi corrompa l’animo, et vi devii da le pie et giuste operationi”.

Non per contrapposto ma ad integrazione, sembra anche opportuno rammentare quanto detto da Leonardo Sciascia, uno che di giustizia si era occupato, quando ricordava che un giudice non dovrebbe tanto godere del potere che ha, quanto soffrirlo.

Nel sistema delle immediate priorità espressive, Davigo si è imposto di prediligere quella professionale, mettendo in seconda battuta quelle di sentimenti di umana pietà. È prevalsa insomma al tempo la preoccupazione di un ramo reciso che non potesse dare più frutti. Ogni valutazione va contestualizzata come sempre all’epoca dei fatti.

Per la cronaca Gardini si tirò un colpo di pistola, non era in carcere e non intendeva andarci. Si uccise nella sua casa in Piazza Bel Gioioso, a Milano. Un domicilio come paradossale scherzo del destino.

Roma bocciata mezzo salvata: il suo futuro non dipende dall’Expo.

Potrà sembrare paradossale ma la umiliante bocciatura di Roma all’Expo potrebbe aprire gli occhi a tutti. Occorre un cambio storico di rotta a partire dall’elemosinare risorse in occasioni dei grandi eventi, come se l’esistenza stessa di Roma non fosse un evento di per stesso di assoluta eccellenza.

Eppure l’esito era scontato per coloro come me che seguono il calcio e che sanno qual è il motivo di seduzione nel pianeta calcio! Una montagna di dollari e di affari per le forniture energetiche!

Per politici anche più distratti non si può più tacere l’inadeguatezza cronica dei poteri di Roma, Capitale di due Stati. Mi è di conforto la constatazione che una personalità di grande autorevolezza ed autonomia come Andrea Riccardi abbia constatato che con gli attuali poteri Roma non potrà rifugiarsi nell’una tantum degli eventi tipo Export, peraltro venuto a mancare.

Un confronto in Europa, prima fra tutte la Germania, offre un esempio da seguire con ben tre città regioni: la capitale Berlino, Brema ed Amburgo, come dire in Italia Roma, Milano e Napoli, L’attuale città metropolitana con poteri speciali schiaccerebbe definitivamente la Regione-Lazio dando l’addio al riequilibrio regionale.

Invece Roma deve essere competitiva con tutte le grandi città metropolitane. Basterebbe pensare al nuovo ruolo che potrebbe assumere come la capitale europea più vicina e protesa verso un legame più stretto tra Europa ed Africa!

 

Rodolfo Carelli

Ex parlamentare dc

Il Commissario tecnico della Nazionale visita un centro di accoglienza di Sant’Egidio

Il Commissario Tecnico della Nazionale Italiana, Luciano Spalletti, ha visitato ieri sera la chiesa del Buon Pastore, a Roma, un centro di accoglienza notturna aperto dalla Comunità di Sant’Egidio nel gennaio 2021. La chiesa, già parte di un grande convento femminile dismesso da oltre 50 anni – spiega una nota della Comunità -, attualmente offre a 16 persone senza dimora e in emergenza abitativa un letto comodo, biancheria pulita, un armadio e un comodino dove riporre i propri effetti personali.

“Sosteniamo la Comunità di Sant’Egidio nell’aiutare chi ha bisogno e queste persone ci restituiranno la felicità”, ha dichiarato Spalletti, che nei giorni scorsi ha diffuso un video-appello in favore della campagna solidale “A Natale aggiungi un posto a tavola” con il numero solidale 45586, nell’ambito del sostegno del presidente della FIGC Gabriele Gravina ai pranzi con i poveri della Comunità di Sant’Egidio.

A dare il benvenuto al Ct Spalletti tanti giovani volontari e il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo. “Il Buon Pastore – ha spiegato Impagliazzo – è un approdo e un rifugio per quella che viene definita ‘povertà estrema’, ossia non avere un luogo dignitoso dove vivere. Ma è soprattutto un’occasione preziosa per riprendere una vita migliore, perché qui non si trova solo un letto, ma anche amicizia, ascolto, fiducia e incoraggiamento, per lasciarsi alle spalle un passato difficile e ricominciare”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Cannabis ancora più legale nei Paesi Bassi: esperimento valido per sei mesi.

Foto di Ofoto Ray da Pixabay
Foto di Ofoto Ray da Pixabay

Nei Paesi Bassi, ieri 19 cannabis café sono stati autorizzati a vendere per la prima volta cannabis coltivata legalmente nelle città di Tilburg e Breda. Si tratta di un esperimento della durata di sei mesi, che dovrebbe estendersi a tutto il paese. I Paesi Bassi avevano già deciso di avviare l`esperimento nel 2019, ma il suo avvio è stato costantemente rinviato per vari motivi.

Nella prima fase, i cannabis café potranno acquistare cannabis da tre coltivatori approvati dalle autorità, afferma l’emittente pubblica olandese NOS.

La capitale dei Paesi Bassi, Amsterdam, è diventata famosa per i suoi numerosi cannabis café e per i turisti che arrivano in città apposta per loro. Ma la cannabis è ancora classificata come una droga illegale.

Ciò ha portato a una strana situazione dove i cannabis café possono vendere cannabis, ma devono acquistarla illegalmente. Pertanto, la coltivazione della cannabis è stata in gran parte lasciata sinora alle organizzazioni criminali.

Lo scopo dell’esperimento adesso è quello di aumentare il controllo delle autorità sulla vendita di cannabis e sottrarre il mercato ai criminali.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Tempi Nuovi partecipa alla costruzione del centro, non alla sua divisione.

Tempi Nuovi partecipa alla costruzione del centro, non alla sua divisione.

 

Si è riunito ieri pomeriggio a Roma il Comitato direttivo nazionale di Tempi Nuovi. Sono stati sedici gli interventi nel corso della riunione, Di seguito riportiamo il testo dell’introduzione di Fioroni.

 

Giuseppe Fioroni

 

 

“Siamo un partito liberamente raccolto attorno agli ideali della ispirazione cristiana, che costituiscono parte significativa della tradizione e della storia italiana”. Con queste parole Benigno Zaccagnini definiva la  Democrazia cristiana, il partito che lo ebbe come fulgido interprete del “rinnovamento”, dal 1975 alla guida di un gruppo dirigente che costruì sapientemente la prospettiva della solidarietà nazionale (1976-1979) e la tragedia di via Fani, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. È un tempo lontano dal nostro, ma non così lontano da rendere impossibile un ritorno alle radici ideali e politica di una storia importante, con l’intento però di guardare avanti e mettere in campo una visione di nuova politica. Per questo anche noi, sulla scia di Zaccagnini, vogliamo riferirci a questa idea di partito “liberamente raccolto attorno agli ideali dell’ispirazione cristiana”.

Il Comitato direttivo nazionale non può non esprimere in questo Natale funestato dalla guerra in Ucraina e nella Striscia di Gaza la sua ferma condanna per gli atti che ne hanno determinato il drammatico innesco – da un lato l’azione imperialistica della Russia, dall’altro l’assalto terrostico di Hamas – riprovando al tempo stesso tutto ciò che mette a repentaglio il rispetto dei diritti umanitari sanciti dalle Convenzioni internazionali. Una incessante “offensiva di pace” richiede ancora più impegno, specie da parte degli Stati Uniti e dell’Europa, perché l’Occidente democratico non deve rinunciare alla edificazione di un sistema di relazioni tra popoli e nazioni all’insegna della solidarietà e della pacifica convivenza, dato essenziale per la giustizia e il progresso del mondo.

I Popolari, storicamente, hanno un ruolo politico, culturale e sociale nel nostro paese se riescono a dispiegare la loro presenza ed originalità. Occorre da un lato ricomporre l’area cattolico popolare e sociale, oggi ancora frammentata e troppo dispersa o ridotta a giocare un ruolo del tutto ininfluente, se non addirittura inutile, sia a destra che a sinistra; come pure, dall’altro, rilanciare un Centro dinamico, innovativo, riformista e di governo attraverso la riscoperta di una vera e credibile “politica di centro”. Obiettivi che richiedono, però, uno sforzo di unità e di inclusione che superino definitivamente ed irreversibilmente le piccole meschinità, personali e politiche, a cui abbiamo assistito in questi ultimi tempi in un campo che era e resta decisivo per il rinnovamento e il cambiamento della politica italiana. Perché un luogo politico centrista e riformista non potrà che essere culturalmente plurale e con una leadership diffusa. Dove, cioè, vince il pluralismo e la convergenza di più culture politiche per riaffermare con forza e convinzione un progetto politico che sia in grado di battere alla radice quel bipolarismo e quella radicalizzazione della lotta politica che erano e restano nefasti per la qualità della  nostra democrazia.

Solo attraverso questo percorso, politico e civico, saremo in grado di rimettere in gioco il popolarismo di ispirazione cristiana. Grandi sfide interrogano le coscienze e le menti degli uomini di questo tempo. Noi, laici impegnati in politica, non pretendiamo di avere l’esclusiva nella trasposizione dell’insegnamento sociale della Chiesa, bensì cerchiamo di assumerci le nostre responsabilità in piena autonomia, anche se con partecipe attenzione al messaggio di Papa Francesco sui temi principali della nostra epoca, dalla pace nel mondo, appunto, alla battaglia per un’economia sostenibile, fino alla salvaguardia del creato nell’ottica di un pensiero conforme alla visione di un’ecologia integrale.

Guardiamo alle prossime scadenze politiche, in particolare allle elezioni europee, con un sentimento di aggravata preoccupazione.

L’impegno per l’Europa significa per noi un salto in avanti sulla scia di una storia che muove dall’intuizione e dal coraggio di Alcide De Gasperi, dei democratici cristiani,  dell’intera classe dirigente democratica del secondo dopoguerra. Oggi si tratta di sconfiggere anzitutto il virus del populismo e del sovranismo, dando più energia alla politica di integrazione come sviluppo di una politica coerentemente indirizzata alla costituzione degli Stati Uniti d’Europa.

Tempi Nuovi ha pertanto aderito al Partito Democratico Europeo perché sicuramente, più di quanto possa accadere stando nel Partito Popolare Europeo – tradizionale luogo di convergenza storica, fino all’ingresso di Forza Italia e del Partido Popular, dei partiti di autentica matrice democratico cristiana – questa scelta garantisce il prosieguo della cooperazione tra le grandi famiglie dell’europeismo, in contrasto con l’avventura di un governo europeo di tipo conservatore, fatalmente esposto alle insidie della destra nazionalista.

Agli italiani va spiegato quanto lo schieramento di destra patisca il formidabile condizionamento della Lega, ora più che mai allineata in Europa a pericolose forze ultra-nazionaliste e xenofobe, incompatibili con la formula della cosiddetta “maggioranza Ursula”. A maggior ragione, dunque, una lista di centro, forte di premesse e ambizioni genuinamente europeistiche, potrebbe fornire piena rassicurazione a un elettorato in cerca di un approdo convincente, senza cioè il ricatto dell’alternativa secca tra destra e sinistra.

Da ciò deriva un preciso elemento di giudizio che qualifica la posizione di Tempi Nuovi: la chiusura a destra non contempla la subalternità alla sinistra. Infatti, il nuovo corso del Partito democratico, con l’avvento di Elly Schlein alla segretaria, ha infranto il patto che sosteneva la scommessa del “partito unico dei riformisti”, con la conseguente riduzione dei cattolici democratici a pallidi testimoni di un’istanza di solidarismo in seno alla comunità politica più adesiva e confacente al disegno del neo-radicalismo di massa. A dispetto di alcune aperture, pubblicamente esibite come nuovo dialogo con i cattolici, il partito che doveva tradurre l’uscita dal Novecento in una formula di riformismo “a base umanistica” arretra in direzione di una politica “a vocazione radicale”, destinata a unire minoranze non in grado di comporre una maggioranza.

Come promuovere, dunque, un’alternativa largamente attesa? Siamo obbligati, nostro malgrado, a dover registrare la frammentazione della rappresentanza parlamentare derivante dal risultato elettorale del 2022, quando il Terzo Polo ha visto un primo esempio delle evidenti potenzialità di una proposta politica in via di attecchimento nella società. Siamo convinti perciò che la una lista unitaria di centro farebbe da volano a un processo di rimobilitazione dell’elettorato a cavallo tra disillusione e frustrazione.

Sta di fatto però che il divorzio in sede parlamentare tra Italia Viva e Azione chiude questa prospettiva di larga convergenza e consegna la bandiera del centro – democratico e popolare – ad una indebita competizione tra forze nondimeno portatrici di visioni programmatiche comuni. Lo stallo non si supera con i proclami a vuoto. Realisticamente, l’unico varco aperto è rapppresentato per adesso dal lavoro molecolare nello spazio delle comunità locali e regionali, laddove si può e si deve tentare di proseguire sulla strada della cooperazione, in particolare sulla scorta di esperienze positive, come nel caso recente delle elezioni comunali a Foggia nelle quali, per altro, Tempi Nuovi ha dato un contributo significativo.

Dobbiamo tenere fermo il punto decisivo della nostra iniziativa politica. Il centro a cui siamo interessati non vive nell’ossessione dell’equidistanza e della moderazione, sebbene vi sia della verità in queste parole della politica; ma vive soprattutto nel dinamismo di riforme che servano ad allontanare l’Italia dalle false aspettative, imprimendo nuovo vigore alle necessarie scelte di risanamento economico e sviluppo produttivo, per dare speranze alle giovani gionerazioni.

Arriviamo, dunque, alle conclusioni. Non vogliamo un partito tutto nostro, secondo una concezione oltranzista dell’identità, ma neppure accettiamo un’aggregazione transitoria, di pura convenienza, solo per mettere a segno un qualche risultato elettorale (ammesso che sia positivo). L’entusiasmo si genera se proviamo a dare forma e sostanza a un’idea di “umanesimo democratico”: contro le deformazioni o lo svuotamento della democrazia, di cui ne è prova il disegno di riforma costituzionale (con l’introduzione del premierato assoluto, avrebbe detto Leopoldo Elia); l’esasperazione anche cinica delle questioni correlate all’immigrazione; la resa in molti casi alle ingiustizie e alle sperequazioni della società; il cieco abbandono alle logiche di una tecnoscienza nemica dell’umano; il cedimento a un’etica lesiva della dignità delle persone; la svalutazione in via pratica della cultura della solidarietà e dell’inclusione.

Si può costruire un partito nuovo, un partito che innervi un progetto di “blocco democratico” per uscire dalla crisi del bipolarismo, aprendo l’orizzonte alla riconversione di forze tendenzialmente amiche, con un quadro politico che abbia l’ambizione di aggregare la maggioranza reale del popolo italiano.

Fedeli alla tradizione del cattolicesimo democratico e popolare, gettiamo le basi per una rinnovata presenza nella società. A tal fine, rivolgiamo un caloroso invito i coordinatori regionali ad attivare iniziative sul territorio per dare gambe e braccia al progetto di Tempi Nuovi. Prendiamo dunque impegno a convocare entro la fine di marzo la prima Assemblea nazionale per eleggere democraticamente tutti gli organismi dirigenti. Siamo in marcia, dobbiamo avanzare a passo spedito.

 

Roma, 14 dicembre 2023

I cattolici si rendano utili agli altri e a se stessi.

I cattSul destino politico dei cattolici ci si continuerà ad interrogare a lungo. Senza che queste domande preludano a partiti nuovi – e meno ancora a partiti vecchi. Il plu- ralismo politico infatti è ormai un dato acquisito e non è il caso di rimetterlo in discussione. Ma l’inesorabilità delle dif- ferenze non attenua il valore di alcune fondamentali affinità. Che rimangono.

Ci sono due terreni sui quali la coscienza civile dei cristiani deve cercare di ritrovare un tratto comune. Il primo è quello delle istituzioni. Il secondo è quello della politica di pace. In un caso e nell’altro il richiamo alla tradizione democristiana ha ancora un senso. Furono gli uomini di quel partito a imprimere l’impronta più forte sulla stesura della Costituzione repubblicana. E furono ancora loro, magari con qualche travaglio in più, a conciliare la lealtà verso gli alleati e la vocazione a un dialogo più largo.

Ora si dà il caso che questi due argomenti siano anche i più cruciali del nostro tempo. E soprattutto quelli più esposti al rischio. Infatti l’assetto costituzionale viene messo sotto pressione (uso un eufemismo) dal progetto del premierato. E tutto quello che accade in giro per il pianeta mette a sua volta a soqquadro il difficile equilibrio tra la nostra appartenenza alla sfera occidentale e la sfida che ci rivolge, nelle sue molteplici forme, il sud del mondo.

Per questo forse, più che inseguire traguardi di partito che non sono più alla portata, i cattolici animati da vocazione politica possono dedicarsi ora a questioni perfino più rilevanti. Rendendosi utili agli altri e forse un pochino anche a se stessi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 14 dicembre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Tucidide, Meloni, Gobetti e il Fascismo: ancora una sorprendente attualità.

Foto di Dianne Hope da Pixabay
Foto di Dianne Hope da Pixabay

“La posizione del Movimento 5 Stelle è quella che l’Ucraina deve arrendersi per ottenere la pace. È una posizione risaputa, ma per me è codardia applicata alla geopolitica”. Così la premier Giorgia Meloni ha affermato alla Camera in replica agli interventi.

Non c’è dubbio che il clima di scontro muscolare che caratterizza l’attuale confronto politico produca inevitabilmente una sorta di stravolgimento linguistico che altera il senso tradizionale delle parole. L’uso della parola diviene così un’arma.

Il linguaggio della premier richiama alla memoria una breve ma significativa antologia di brani tucididei pubblicata il 18 novemnre 1924 su “La Rivoluzione Liberale” di Piero Gobetti con il titolo “ Tucidide ed il fascismo”.

La rivista gobettiana rievocando fatti ed eventi narrati dallo  Storico ateniese ne sottolineava la sorprendente attualità con quanto avveniva sotto il regime fascista senza mai nominarlo.

Sullo stravolgimento della lingua la Rivista pubblicava un breve corsivo dal titolo “La lingua nuova” riportando quanto scriveva Tucidide nel libro III delle Storie, capitolo 82 par 4-5: «Era cambiato il consueto significato dei vocaboli. La sconsigliata audacia si chiamava coraggio, il cauto indugio timidezza, la moderazione viltà. Sicuro era considerato solo l’uomo violento, il sospetto circondava gli egregi cittadini».

Chi si pone il problema degli effetti della guerra russo-ucraina e si interroga sulle iniziative per riportare la pace non è un moderato ma un vile o meglio “un codardo”. Fra l’altro, secondo un Dictionary inglese online, codardo è “La più offensiva tra le parole note all’uomo».

Sulla genitorialità il bandierone alzato del Parlamento europeo

Foto di serrano1004 da Pixabay
Foto di serrano1004 da Pixabay

Il via libera del Parlamento Ue al riconoscimento della genitorialità in tutta l’Unione europa, che mira a far sì che nessun bambino sia discriminato a causa della famiglia di appartenenza o del modo in cui è nato, ha riacceso lo scontro politico e spaccato gli euro-parlamentari di Fi nel Ppe (il gruppo dei Popolari europei si è espresso a larga maggioranza a favore).

L’appello di Vincenzo Sofo di Fdi-Ecr, che ha chiesto ai colleghi del Ppe di votare in modo “compatto contro questo regolamento perchè non possiamo consegnare ai nostri figli una società nel quale tutto, compresi donne bambini e persino feti, può essere oggetto di compravendita”, non ha sortito l’effetto sperato. E alla prova del voto, hanno votato contro la proposta tre eurodeputati Fi-Ppe (Francesca Peppucci, Stefania Zambelli e Massimiliano Salini) e in sei a favore (Adinolfi, Chinnici, Martusciello, De Meo, Mussolini). Anche Dorfman della Svp, che non è nel centrodestra in Italia ma è nel Ppe a Strasburgo, si è espresso a favore.

Un tema incandescente per la maggioranza del governo Meloni e subito i parlamentari di Fdi e Lega sono andati all’attacco.

La responsabile ‘Famiglia e Valori non negoziabili’ di Fratelli d’Italia, Maddalena Morgante, non ha usato mezzi termini: “la scelta del Pd e del M5S di votare a favore alla proposta di regolamento Ue per la creazione di un certificato europeo della genitorialità è dichiaratamente una scelta fatta per raggiungere l’obiettivo di poter legittimare il ricorso all’utero in affitto.

Non possiamo accettare la strumentalizzazione del corpo della donna, non possiamo accettare che i bambini diventino merce di scambio. Continueremo a batterci perché questa brutale pratica non venga utilizzata e i diritti umani, conseguentemente, tutelati”. Ha detto ‘no’ alle “forzature” sulla famiglia l’europarlamentare della Lega, Danilo Oscar Lancini, il quale ha accusato l’Europa di “ipocrisia”.

Di tono diametralmente opposto, Pd e M5S. Il Dem Giuliano Pisapia, vicepresidente commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo: “Oggi è un giorno importante per tutti i cittadini europei che credono nella civiltà del diritto e dei diritti civili. Tutti i Paesi Ue saranno tenuti a riconoscere la genitorialità indipendentemente da come è stato concepito il bimbo o a quale famiglia appartiene. E’ da augurarsi che forze sostenitrici – a parole – dell’uguaglianza dei diritti de, ma in pratica contrari alla sua pratica applicazione – abbondino posizioni ideologiche e sappiano veramente guardare all`unico ed esclusivo interesse delle bambine e bambini”.

Per la senatrice Alessandra Maiorino, vice presidente del gruppo M5S e coordinatrice del Comitato Diritti civili e Politiche di genere, il voto del Parlamento europeo sul riconoscimento della genitorialità in tutta la Ue “smentisce in un sol colpo tutta la retorica di Giorgia Meloni sulla cosiddetta ‘famiglia tradizionale’, che contrariamente alla sua propaganda nessuno ha mai attaccato. È triste constatare che il nostro Paese è tra i pochi ad essere condannato ad avere una destra retrograda e medievale che sul tema dei diritti guarda più ad Orban che all`Occidente progredito. Il voto ha visto il sì di gran parte dei popolari europei: quando anche in Italia avremo una destra liberale capace di concepire i diritti come un fondamento della democrazia e una opportunità per tutti, sarà sempre troppo tardi.

Desidero ringraziare sinceramente tutta la delegazione M5S al Parlamento Europeo per l’intenso lavoro svolto per arrivare a questo voto finale”.

Il riconoscimento non prevede alcuna modifica alle leggi nazionali sulla famiglia, ma si applica solo ai movimenti transfrontalieri. Secondo quanto previsto nel testo approvato dagli euro-deputati, quando si tratta di stabilire una genitorialità a livello nazionale, i Paesi membri potranno continuare a decidere se accettare o no situazioni specifiche, come ad esempio la maternità surrogata, ma saranno tenuti comunque a riconoscere sul loro territorio la genitorialità così come stabilita da un altro Paese dell’Ue, per i residenti di quel Paese indipendentemente da come il bambino è stato concepito, è nato o dal tipo di famiglia che ha. Dopo aver consultato il Parlamento, i governi degli Stati membri dovranno trovare un accordo, all’unanimità, sulla versione finale della normativa.

 

 

Fonte: Notiziario Askanews

Ceneri, cremazione e Dicastero della Fede: qualche chiarimento e qualche dubbio.

Foto di krystianwin da Pixabay

Cindarella è nella storia delle fiabe popolari una fanciulla cosparsa di cenere. È stata scritta da Charles Perrault o dai Fratelli Grimm. Altri la riferiscono ad un racconto che correva invece nell’Antico Egitto, almeno secondo l’indicazione del filosofo romano Claudio Eliano. L’attribuzione dell’autore diventa così un’altra storia nella storia, ma non è questo che ora interessa.

Il mondo è diventato zeppo di un’umanità errante alla ricerca del posto giusto dove spargere le ceneri di un proprio caro. Vien da pensare, per libera associazione, alle campagne abitate da pattuglie di spigolatrici di un’epoca ora scomparsa.

Si tratta di andare per mare o per campi per restituire alle acque o alla terra i resti essenziali di un defunto amato. Oltre il trasporto “naturalistico” che ha mosso non pochi a questa pratica di spargimento, è sottesa una ragione di carattere economico.

I funerali oggi comportano un onere non indifferente che si può in qualche caso sopportare con considerevole sacrificio, a volte materialmente impossibile da fronteggiare.

Grava sempre il sospetto, almeno in qualche circostanza, che si faccia solo un ragionamento di convenienza economica. Si dia respiro ai resti del caro estinto e si dia respiro al proprio portafoglio sostenendo solo le spese di una cremazione. Pur potendo, non vale la pena impegnare somme per chi non c’è più. Ci sono urgenze maggiori e di maggiore soddisfazione a cui dare priorità.

La scelta si accompagna anche ad una pratica di frequentazione dei cimiteri che sta perdendo sempre più la battuta. Ci si va raramente, forse solo il giorno delle esequie.

Se ne è smarrita la dimensione di un luogo di raccoglimento, lontano dal trambusto del giorno, dove poter fermare con i tempi giusti i propri pensieri in ricordo di un parente o di un amico.

Al contrario un cimitero potrebbe diventare una occasione per riprendere le misure esatte alla quotidianità e per non disperdere delittuosamente il vissuto con le persone non più tra noi.

In materia la Chiesa si è finalmente pronunciata dirimendo libere interpretazioni e motivi di confusione.

“SI potrà predisporre un luogo sacro per l’accumulo commisto e la conservazione delle ceneri dei battezzati defunti”, insomma un cinerario comune dove sarà possibile riversare le singole ceneri.

Così si è espresso il Dicastero della Dottrina della Fede ammonendo di rifuggire da ogni suggestione di elementi panteistici, naturalistici e nichilistici. Quindi, per rozza sintesi, evitare di considerare divina la totalità delle cose, così erroneamente identificando la divinità con il creato. Analogamente non si deve indugiare in una chiave di lettura negativa del mondo, concependo la realtà nella sua dimensione di nullità.

In definitiva le “ceneri devono essere conservate in un luogo sacro e anche in un’area appositamente dedicata allo scopo, a condizione che sia stata adibita a ciò dalla autorità ecclesiastica”.

Sempre il Dicastero istruisce i Credenti: “La nostra fede ci dice che resusciteremo con la stessa identità corporea che materiale” pur tenendo conto che “quella materia sarà trasfigurata, liberata dai limiti di questo mondo. In questo senso la risurrezione sarà in questa carne nella quale viviamo”.

Tutto ciò “non implica il recupero delle identiche particelle di materia che formavano il corpo”. Da risorti il nostro corpo ”non necessariamente sarà costituito dagli stessi elementi che aveva prima di morire. Non essendo una semplice rivivificazione del cadavere, la risurrezione può avvenire anche se il nostro corpo è stato totalmente distrutto o disperso. Ciò ci aiuta a capire perché in molti cinerari le ceneri dei defunti si conservano tutte insieme, senza mantenerle in posti separati”.

Fin qui il messaggio è chiaro ed anzi indica un dato comunitario: le ceneri di tanti poste in un unico luogo, una esperienza che probabilmente in vita non si è sperimentata. Resta fermo l’ammonimento di indicare per ciascun defunto i dati anagrafici per non disperderne la memoria nominale. A volte però per chiarire può accadere si possano alzare altri dubbi. Il Dicastero dice anche che l’Autorità ecclesiastica “può prendere in considerazione e valutare la richiesta da parte di una famiglia di conservare debitamente una minima parte delle ceneri di un loro congiunto in un luogo significativo”. Nessun libero capriccio lasciato pertanto in mano ai familiari del defunto. La Chiesa dovrà esprimersi caso per caso.

Resta una perplessità sulla quota da considerarsi “minima” in un sistema di dosaggi che in materia sembra essere demandata alla sensibilità dei vivi e che può generare punti interrogativi, non essendo immaginabile la previsione quantitativamente numerica di che misura da una parte e quanto dall’altra. Mettersi con la bilancia in mano soppesando le grammature ha un senso che suona al primo impatto triste e sinistro. Ciascuno si regoli per come crede. Cindarella è andata per l’opposto, andando dalla cenere al fasto. Ma la sua è solo una fiaba.

Duplice sfida per i Popolari: ripartire dal basso e riordinare il centro.

Foto di janoazs da Pixabay
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La necessità di riscoprire il Centro da un lato e di rilanciare “la politica di centro” dall’altro è diventato quasi un imperativo nella vita pubblica italiana. E questo non solo perchè il Centro è sempre più necessario ed indispensabile nella politica del nostro paese ma anche, e soprattutto, perchè è l’unica strada per ridare credibilità ed autorevolezza alla politica e per spezzare la violenta ed innaturale deriva bipolare che mina alle fondamenta la stessa qualità della nostra democrazia.

Ma anche per il Centro, soprattutto alla vigilia di una doppia sfida elettorale, arriva il momento di un rinnovato impegno e anche di una scelta netta e precisa. Innanzitutto si deve ripartire dal livello comunale e regionale. E cioè, dal rinnovo di moltissimi comuni e di alcune Regioni che andranno al voto. Ed è proprio ripartendo dal basso, come del resto ci ha insegnato la miglior cultura cattolico popolare, che si legittima la presenza politica e culturale del Centro. È persin inutile aggiungere al riguardo che l’apporto, soprattutto a livello comunale, dei cattolici popolari è decisivo e qualificante per costruire coalizioni e alleanze con una spiccata cultura di governo. Un apporto, quello dei cattolici popolari e sociali, che è presente e radicato nei territori anche se, purtroppo, non ancora strutturato in una “forma partito” autonoma e organizzata.

Tuttavia, ripartire dal basso, cioè dal primo livello istituzionale comunale, significa anche rilanciare la qualità della democrazia e, al contempo, creare le condizioni per formare e consolidare una nuova classe dirigente. In secondo luogo le elezioni europee. Lo sforzo, oggi più che mai, è quello di lavorare per far convergere in una unica lista le formazioni, i gruppi, i movimenti, i gruppi e i partiti che dichiarano di riconoscersi in una politica e in un progetto centrista. Superando le ridicole e grottesche divisioni o, peggio ancora, i rancori e le vendette di matrice personale. Del resto, è appena sufficiente gettare uno sguardo alle esperienze politiche del passato per rendersi conto che i grandi partiti, e le rispettive classi dirigenti, sapevano sempre anteporre gli interessi generali alle ripicche personali e alle stupide pregiudiziali. Atteggiamenti, questi, che evidenziano solo un comportamento profondamente impolitico destinato, di conseguenza, a far saltare un progetto politico. E cioè, un comportamento che evidenzia l’esatto contrario rispetto ai solenni pronunciamenti pubblici.

Occorre, quindi, accelerare il processo di unità di tutte le forze di centro in vista del delicato ed importante appuntamento europeo. Senza ulteriori divisioni, spaccature, frammentazioni e pregiudiziali di qualsiasi genere. Ecco perchè, adesso, occorre concentrare l’attenzione sul prossimo turno elettorale consapevoli che solo attraverso un buon risultato delle forze e dei partiti centristi si potrà mettere in discussione quel “bipolarismo selvaggio” che era e resta il nemico più insidioso se si vuole

rilanciare la qualità della politica e spezzare quella ingessatura e rigidità ideologica sempre più logora ed insopportabile.

Non perdiamo altro tempo, alle elezioni europee dobbiamo andare uniti.

Siamo al limite del tempo massimo consentito per l’eventuale raccolta delle firme per una lista unitaria dell’area politica cattolica: democratica, liberale e cristiano sociale, necessarie per poter partecipare autonomamente alle prossime elezioni europee.

La possibilità offerta dalla legge elettorale proporzionale che regola il voto europeo dovrebbe suggerire il buon senso e permetterci di superare le suicide divisioni che hanno caratterizzato la lunga stagione della diaspora, tuttora in atto. A sinistra, si è sentita la voce  dell’amico Castagnetti interessato a richiedere “un posto in segreteria” per i popolari nel Partito democratico, per il quale la Schlein ha contribuito a confermare la profezia di Del Noce di un “partito radicale di massa”. Da quel fronte, dunque, come ha ben rilevato Giorgio Merlo nel suo ultimo articolo su “Il Domani d’Italia”, nessun segnale di novità o di movimento, quanto piuttosto la continuazione del vecchio gioco degli “indipendenti di sinistra” di ricercare o ricevere qualche posizione sicura nel partito e nelle liste elettorali.

Anche sul fronte delle diverse formazioni partitiche di ex Dc al centro, sono timidi i segnali orientati al progetto di ricomposizione politica, anche se qualche novità è emersa dal gruppo di Insieme, Iniziativa Popolare e di Piattaforma Popolare 24, in attesa di conoscere se e quali decisioni saranno assunte dagli amici di Tempi Nuovi.

Interessante e fuori dagli schemi consueti la proposta della Dc di Cuffaro per una lista unitaria dei “Liberi e Forti”, che potrebbe rappresentare lo strumento per presentare finalmente una rappresentanza ampia e plurale dell’area cattolica e popolare alle elezioni europee.

Una lista che richiederebbe la raccolta delle firme per esser rappresentata e che avrebbe il pregio di porre in evidenza il consenso esistente nei diversi collegi elettorali. Auguriamoci che tale offerta vada a buon segno, quale scelta alternativa al prevalere di logiche derivanti da egoistici interessi particulari di quanti sembrano preferire la collocazione in liste sicure di destra o di sinistra.

Una cosa è certa: o cogliamo quest’occasione e facciamo prevalere il buon senso, sperando che, come scrive Manzoni nei Promessi sposi, non se ne stia “nascosto per paura del senso comune”; oppure non ci resterà che ripartire, con grande umiltà, dalle periferie, cercando di rimettere insieme quanti si ritrovano sui valori del popolarismo sturziano e degasperiano, in vista delle elezioni locali: comunali, provinciali e regionali.

Tutto ciò per preparare al meglio la lista unitaria dei cattolici democratici, liberali e cristiano sociali alle prossime elezioni politiche, per le quali sarà indispensabile batterci per una legge elettorale proporzionale. Obiettivo che si potrà ottenere, io credo, solo cercando la più ampia maggioranza politica e parlamentare sul sistema del cancellierato alla tedesca. Un punto di mediazione tra la “deforma costituzionale” della Meloni, e la difesa passiva dell’esistente. Con il cancellierato alla tedesca, si reintrodurrebbe la legge elettorale proporzionale e si sperimenterebbe l’istituto della sfiducia costruttiva, che ha garantito alla Germania la stabilità politica. Servirà anche una seria revisione degli errori compiuti con la modifica al Titolo V della Costituzione, per garantire un diverso e innovativo rapporto tra Stato e Regioni, sul piano dell’autonomia differenziata, nella garanzia dell’uniformità dei servizi fondamentali dal Nord al Sud d’Italia. Questo, io credo, sarebbe quanto dovremmo impegnarci a perseguire, in una fase storico politica interna e internazionale nella quale la presenza di una realtà politica organizzata di ispirazione democratica e popolare è quanto mai necessaria.

Auto elettrica, ottimismo nell’indagine presentata al Ministero delle Imprese.

Auto elettrica, ottimismo nell’indagine presentata al Ministero delle Imprese.
Auto elettrica, ottimismo nell’indagine presentata al Ministero delle Imprese.

La filiera automotive italiana guarda con fiducia alla transizione verso la mobilità elettrica e si sta già attrezzando per cogliere le nuove opportunità e creare posti di lavoro, ma troppo spesso le aziende riscontrano ancora difficoltà a reperire le professionalità di cui avrebbero bisogno. È quanto emerge dall’analisi presentata al ministero delle Imprese e del Made in Italy dall’Osservatorio Tea, l’osservatorio sulle trasformazioni dell’ecosistema automotive italiano guidato da Cami (Center for Automotive & Mobility Innovation) del Dipartimento di Management – Università Ca’ Foscari Venezia e Cnr-Ircres, nell’ambito dell’evento “Presente e futuro delle filiera automotive italiana”.

La nuova analisi, condotta su un campione di 217 aziende rappresentativo delle 2.152 imprese mappate dall’Osservatorio TEA, indica che per la maggioranza delle aziende (il 48,4%) le trasformazioni dell’ecosistema automotive non avranno alcun effetto sul portafoglio prodotti e per il 30,9% avranno addirittura un impatto positivo, a fronte di un 20,7% che non esclude invece potenziali riflessi negativi.

Netta prevalenza della fiducia anche guardando al sentiment sugli effetti strettamente occupazionali della transizione, con la maggioranza assoluta delle aziende (il 55,5%) che prevede un impatto nullo sul numero dei propri dipendenti e quasi un’impresa su 3 (il 27,7%) che si dice convinta di poter aumentare i livelli occupazionali, proprio in virtù della trasformazione in atto, che vede nell’elettrificazione del powertrain il suo elemento centrale. In questo caso, scende al 16,8% la quota del campione che teme eventuali riflessi negativi.

 

Se l’incrocio di questi dati evidenzia come 8 aziende della filiera su 10 si muovano con confidenza verso la transizione, grazie alla clusterizzazione del campione è possibile andare ancora più in profondità e osservare che tendenzialmente le imprese più fiduciose sui riflessi sul proprio portafoglio prodotti sono quelle dei raggruppamenti “media” e “micro”, con l’83,6% e l’80% di quanti rispondono che si aspetta un impatto della transizione positivo o nullo.

Quanto al lavoro, le micro imprese sono quelle che più delle altre ritengono di poter aumentare il numero degli occupati (il 51,7% degli intervistati), davanti alle aziende piccole (il 33,3%) e a quelle più grandi (il 31,3%), in un contesto che vede la gran parte della filiera aspettarsi una sostanziale stabilità dei livelli occupazionali: nel caso delle aziende di medie dimensioni l’impatto sui posti di lavoro sarà nullo secondo il 67,6% degli intervistati. Il risultato delle risposte al questionario, quindi, conferma quanto valutato già lo scorso anno dall’Osservatorio Tea partendo dall’analisi del portafoglio prodotti delle imprese: la maggioranza delle aziende della filiera automotive italiana fornisce prodotti o servizi invarianti rispetto all’alimentazione dei veicoli.

Il tema occupazionale si incrocia però con quello delle competenze, e qui le imprese suonano l’allarme. A fronte della diffusa intenzione di procedere con nuove assunzioni, infatti, a seconda dei ruoli dei dipendenti, una quota dal 40 al 50% del campione denuncia grandi difficoltà nel reperimento delle professionalità richieste. In questo senso, le maggiori preoccupazioni sono quelle segnalate dalle grandi imprese, quelle attive in Italia ma a controllo estero e quelle del Sud, per un problema che investe parimenti i ruoli operativi, quelli specialistici e gestionali, quelli tecnici specifici e quelli di gestione del cambiamento e innovazione.

Accanto alla diffusa ricerca di nuove competenze da inserire in azienda, le stesse imprese della filiera manifestano una richiesta di supporto e guida da parte del Governo in questa trasformazione. In cima alle priorità di intervento segnalate alla politica ci sono la defiscalizzazione delle assunzioni di personale giovane (il 65,4% la ritiene importante o molto importante) ed esperto (64,4%). Misure che sul fronte dei giovani potrebbero essere corroborate da una più stretta cooperazione tra le aziende, gli Istituti tecnici professionali e gli ITS, per avvicinare il mondo del lavoro alle scuole, ma anche per contribuire a definire percorsi formativi più coerenti con le nuove competenze ricercate dall’industria.

E ancora, allargando il campo, il 58% delle imprese della filiera attribuisce grande importanza ai bonus per l’acquisizione di tecnologie e la riconversione produttiva e il 54,3% pone l’accento sulle agevolazioni per la formazione dei lavoratori.

L’Alleanza contro la povertà fa 10 anni e interpella la politica

Il quadro che va delineandosi sembra suggerire che accanto a puntuali e adeguati strumenti di lotta alla povertà - la quale ormai interessa circa un italiano su dieci - serve una adeguata iniziativa politica generale.
Il quadro che va delineandosi sembra suggerire che accanto a puntuali e adeguati strumenti di lotta alla povertà - la quale ormai interessa circa un italiano su dieci - serve una adeguata iniziativa politica generale.

Anniversari come quello ricordato ieri alla sede nazionale delle Acli – i dieci anni di attività dell’Alleanza contro la povertà in Italia – travalicano lo specifico campo di azione, che pure è molto vasto e può vantare anche risultati importanti (come il progetto del Reddito d’Inclusione Sociale, Reis, che, ispirò il Reddito di inclusione, Rei, introdotto da Paolo Gentiloni nel 2017), e finiscono per stimolare la politica a elaborare una nuova visione complessiva più adeguata a questo tempo.

Perché ciò che emerge non è un quadro semplicistico da grillina “abolizione della povertà” ma un invito comune e corale a non sottovalutare le nuove forme che il fenomeno della povertà sta assumendo, in tutte le sue implicazioni. E mentre fa ancora discutere gli esperti degli strumenti per la lotta alla povertà, la decisione del governo di superare il reddito di cittadinanza (tema su cui è appena uscito il volume “Sostegno ai poveri: quale riforma?“, curato dal comitato scientifico dell’Alleanza), l’Alleanza contro la povertà, nata nel 2013 su decisivo impulso di Acli e Caritas, finendo per coinvolgere oltre trenta organizzazioni – tra realtà associative, rappresentanze dei comuni e delle regioni, enti di rappresentanza del terzo settore, e sindacati – che portano con loro sia il sostegno di un’ampia base sociale sia l’esperienza della gran parte dei soggetti oggi impegnati nei territori a favore di chi vive condizioni d’indigenza, invita a guardare al futuro. E lo fa, partendo dalla consapevolezza che la crisi economica del 2008-2009 ha reso sorpassato il paradigma sociale della società dei due terzi garantiti. Da allora diversi strati di ceto medio sono stati costretti a familiarizzare con il rischio di povertà e la situazione si è ulteriormente complicata in questi primi anni venti nei quali si sono verificate crisi, se non imprevedibili, almeno inaspettate, alle quali si aggiungono sulla concreta situazione sociale del popolo gli effetti indiretti del cambiamento geopolitico e geoeconomico in corso, col riaffacciarsi di tensioni tra blocchi contrapposti, conflitti e guerre, e con le sfide poste dai cosiddetti “megatrend”, come la rivoluzione digitale, quella ecologica e energetica, i cambiamenti demografici, i flussi migratori.

Il quadro che va delineandosi, sembra suggerire che accanto a puntuali e adeguati strumenti di lotta alla povertà la quale ormai interessa circa un italiano su dieci, anche a causa della folata inflazionistica spalmata su tutti i generi di prima necessità, che infierisce maggiormente sulla fascia più debole della popolazione che spende una quota maggiore del proprio reddito per la sopravvivenza, occorre uno sforzo da parte della politica nel definire e nell’affermare un sistema di rapporti internazionali che renda il mondo meno conflittuale e un sistema di creazione e ripartizione della ricchezza che da un lato accetti la sfida delle nuove tecnologie ma senza rinunciare a porre con decisione la questione sociale come dimensione irrinunciabile per la gestione dei cambiamenti e foriera essa stessa di maggiore uguaglianza e prosperità, e di un contesto in cui anche le misure per fronteggiare le povertà estreme, possano funzionare.

Ciò appare tanto più necessario anche alla luce di un pluridecennale dibattito nel nostro Paese sulle “regole” e riacceso dalla proposta del governo di riforma costituzionale. Per quanto importanti e decisivi, i temi istituzionali non possono costituire, soprattutto per forze politiche di ispirazione popolare e riformista, i soli argomenti con cui governare il cambiamento e gestire le trasformazioni sociali in modo non traumatico ed anche imprimendo un segno positivo, di avanzamento, non regressivo dal punto di vista sociale, ai cambiamenti in atto.

Credo che anche sotto questo profilo, quello dell’elaborazione politica, il lavoro svolto in questi dieci anni dall’Alleanza contro la povertà sia denso di stimoli per la politica.

Ruolo della donna e crisi demografica: prendiamo sul serio la Costituzione.

Foto di Марина Вельможко da Pixabay
Foto di Марина Вельможко da Pixabay

Circa 2000 anni fa nacque un bambino che fece contare gli anni della Storia, prima e dopo di Lui. Era un Galileo nato a Betlemme in Palestina. Era tutti noi e tutti i bambini del mondo, che anche in questo secolo, sono le vittime più innocenti e più numerose di tutti gli scempi di cui l’umanità è stata capace di incolparsi. Anche il nostro tempo è macchiato da stragi di innocenti in ogni parte del pianeta: guerre, fame, malattie da povertà, ecc.

Ucraina, Gaza e Israele ci opprimono il cuore. I bambini sono la garanzia che esiste futuro per la umanità e per ogni nazione. Si tramandano culture, tradizioni, progressi, sviluppo. È questo il motivo per cui le culle vuote, fenomeno diffuso in Paesi ad alto sviluppo, come il nostro, recano con sé una molteplicità di problemi.

In Italia si è parlato di “apocalisse demografica” e anche di “deserto demografico”. Infatti l’ISTAT prevede che i residenti in Italia, se non si inverte la tendenza, nel 2050 saranno 54,1 milioni; il rapporto tra giovani e anziani sarà di 1 a 3. In quella sede l’accento era posto sulla “perdita economica pari a un terzo di Pil…l’attuale modello di welfare sarebbe insostenibile”, ecc.

Ma le culle vuote rappresentano soprattutto un urgente messaggio da raccogliere: incertezza del futuro, la paura che si riducano le garanzie di tutela sociale e di occupazione. È la maternità il successo della vita contro ogni preoccupazione per il futuro. Negli anni ‘50 le nascite erano circa un milione l’anno; nel 2023 circa 400.000. La ricchezza delle culle è promessa di sviluppo, di ricchezza per il Paese, di successo nelle attività sempre innovative che esigono tanti vivaci cervelli per il benessere di tutti.

La nostra Costituzione ci ha pensato, ma noi siamo smemorati. La maternità è un valore sociale, la famiglia radice della società, tuttavia sembra che tocchi solo alle donne farsi carico di questi beni comuni: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio“ (art.29 Cost.)

Non sono mancati, soprattutto recentemente, interventi destinati ad aiutare le famiglie con figli. Sono certamente utili gli aiuti economici ma non può essere sufficiente una serie di bonus o assegni svincolati da un pensiero socialmente rilevante che riguarda direttamente chi ha la maggior responsabilità, la donna. Non può toccare a lei risolvere problemi che riguardano una idea di organizzazione sociale. Un imprenditore veneto ha deciso di premiare le sue dipendenti che hanno figli. Si potrebbe imparare…

La nostra Costituzione ha visto con lungimiranza i problemi che avrebbero investito la famiglia e ha descritto quali scelte si sarebbero dovute abbracciare. La donna nella famiglia e nel lavoro deve godere parità di diritti “e a parità di lavoro le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore“ (art. 37 Cost.), ma non è ancora così. Soprattutto si dichiara solennemente che per la donna “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. (ibid)

Non si realizzano queste condizioni se la carriera viene interrotta, se diminuisce la retribuzione durante il periodo di assenza dal lavoro, se di conseguenza sarà decurtata la pensione. I congedi di maternità e paternità non suppliscono l’assenza di servizi di custodia, socializzazione e istruzione nei primi anni di vita del minore. E là dove esistono sono onerosi.

Pare si diffonda la pratica del congelamento degli ovuli per consentire alla donna di non rinunciare – quando sarà, quando potrà?- a generare un figlio, rimandando la maternità ad un tempo più propizio, compatibile con la carriera. Ma la “maternità congelata” rinvia ad età più matura e quindi anche più difficilmente aperta a più figli.

Credo sia tempo che le forze politiche affrontino con radicale coerenza con la Costituzione una vertenza unitaria, tempestiva, per razionalizzare tutte le frammentarie provvidenze garantite dalla legislazione vigente. Invece!

Cosa prevede il Bilancio 2024? Mantenuto l’assegno unico. Asilo gratuito dal secondo figlio, ma non è l’arrivo del primo che crea situazioni critiche nuove nella organizzazione familiare? Asili dove? Pubblici o privati, comunque costosi solo in alcune Regioni. La maggior parte del territorio italiano è assai povero di servizi per l’infanzia. Invece di continui bonus servirebbe ‘raggruppare’ le risorse per un disegno strutturale.

L’Alto Adige, e soprattutto la provincia di Bolzano, è la prima in Italia e supera la media europea per indice di natalità. Il governo indaghi quali sono le cause e le copi.

La nostra Costituzione introduce verbi asseverativi: la Repubblica rimuove gli ostacoli, tutela, riconosce i diritti: insomma non concede ma garantisce.

Se non si modifica lo status della donna in funzione della possibile scelta di essere madre, lo Stato, noi tutti, lasciamo sulle spalle solo della donna la responsabilità del “deserto demografico” che invece merita il calore della solidarietà sostanziale della comunità. Significa eliminare le diseguaglianze nel lavoro con stipendi e contributi invariati, durante la gravidanza, e servizi per la famiglia, in assenza dei quali si monetizzino gli impegni per la cura dei figli. La riduzione dell’Irpef per 4 miliardi sarebbe stata più utile alle

famiglie, se data alla sanità. Mantenuta la quota ‘opzione donna’ ma la riforma Fornero, lungi da essere stata abrogata, è forse diventata anche più severa. Se le donne perdono stipendio e pensione a causa della maternità sarà difficile che scelgano di avere più figli. Ogni legge di bilancio trova la coperta sempre troppo corta…

Bisogna andare a cercare i soldi dove sono “nascosti”: il bilancio dello Stato ha un credito enorme da parte degli evasori delle tasse. Sarebbe bene andare a scovarli, perché le culle vuote sono un danno anche per loro.

La Turchia di Erdogan, attore ambiguo del Levante.

foto di İbrahim Mücahit Yıldız da Pixabay
foto di İbrahim Mücahit Yıldız da Pixabay

Confermato al vertice dello Stato, anche se non plebiscitato, Recep Tayyip Erdogan ha davanti a sé alcuni anni per completare il proprio disegno ormai sviluppato progressivamente in un ventennio di ininterrotto potere e così entrare nella storia della Turchia e finanche nel Panteon della Patria. L’ambizioso progetto, ormai evidente, è quello di ridare alla propria nazione lo status di potenza regionale, mediterranea e mediorientale, e di araldo moderno dell’Islam, riconosciuto come tale dall’intero mondo sunnita. Questo sogno neo-ottomano viene declinato attraverso una azione politica internazionale quanto mai complessa e non sempre intelligibile. Assai ambigua ma alquanto efficace. Anche rischiosa, però. E non è detto, dunque, che possa alla fine conseguire tutti gli obiettivi immaginati.

La Turchia è membro dell’Alleanza Atlantica. Di rilievo, sia per la sua posizione geografica assolutamente strategica sia per le dimensioni del suo apparato militare (il secondo in ambito NATO). Membro talmente importante da potersi consentire finanche qualche sgarbo all’alleato americano (l’unico che in realtà ad essa importa davvero) come quando ha acquistato dai russi il famoso sistema di difesa missilistico S-400, o da imporre una studiata dilatazione dei tempi prima di fornire il suo assenso all’ingresso nell’Alleanza di Finlandia e Svezia.  Importante agli occhi di Washington anche per la sua ostilità conclamata al regime iraniano, per motivi religiosi, ideologici, territoriali, politici. Ogni sua mossa va sempre considerata e valutata alla luce di questa rivalità.

Così è per il sostegno fornito, non da oggi, ad Hamas. Un sostegno consistente, politico e finanziario: i principali esponenti del movimento terrorista a cominciare dal capo Ismail Haniyeh viaggiano con passaporto turco, garantendo dunque loro una protezione non indifferente; le casse del movimento sono state riempite da Ankara con almeno 300 milioni di dollari all’anno a partire dal 2010. Sostenere attivamente il sunnita Hamas significa per Erdogan tenerlo sufficientemente lontano, o almeno non troppo vicino, al regime sciita insediato a Teheran.

L’obiettivo dell’Iran è come noto la cosiddetta “Mezzaluna sciita”, ovvero quel collegamento continuo fra i suoi territori e il medio oriente mediterraneo che ne rafforzerebbe lo status di primattore regionale oltre a favorire l’incuneamento dello sciismo fra i fedeli sunniti. Quello del Sultano di Ankara è esattamente impedirne la realizzazione. Ponendo dunque il proprio ombrello protettivo sui palestinesi e, con la “scusa” di dover contenere i “terroristi” interni annidati nel PKK curdo (ovviamente aiutato dagli iraniani), controllando militarmente alcune aree della Siria (alleata dell’Iran) e dell’Iraq settentrionale (pure esso sottoposto alla forte influenza iraniana).

Per altro verso, sostenere accesamente Hamas, con un vocabolario eccessivo ma chiaro per le masse popolari islamiche, significa contrastare il troppo timido e mai reale supporto arabo al popolo di Palestina ponendosi così ai loro occhi alla guida della riscossa musulmana nelle terre che furono parte del grande e potente impero ottomano. In questo modo insidiando la leadership politica e spirituale dei sauditi. Questa ambiziosa concorrenza con Riad però deve essere gestita con grande accortezza, essendo la monarchia saudita tuttora stretta alleata di Washington (anche se gli sviluppi che potrà prendere la nuova iniziativa BRICS+ di cui l’Arabia è partecipe, ma anche l’Iran, potrebbero in futuro segnare una svolta clamorosa negli assetti geopolitici planetari: ma non è un tema immediato, c’è tempo – ragiona Erdogan – per osservare e valutare le mosse e le scelte che eventualmente verranno effettuate in quel contesto, tuttora un po’ confuso e magmatico).

L’alleato americano, è noto, ha puntato molto sui cosiddetti Accordi di Abramo fra Israele e alcuni stati a guida musulmana, ai quali avrebbe dovuto a breve associarsi anche l’Arabia Saudita. Nella prospettiva pan-islamica turca se da un lato essi rafforzerebbero il rivale saudita dall’altro allontanerebbero ulteriormente l’Iran da qualsiasi possibilità di influenza regionale, che come detto rimane per Erdogan l’obiettivo prioritario. E anche il risultato positivo per Israele che da essi deriverebbe sarebbe controbilanciato dall’accennata ricaduta negativa per gli ayatollah e per le loro ambizioni territoriali e religiose.

E comunque – ritiene Erdogan – l’iniziativa di Hamas (mai denominata “terroristica”) ha avuto il duplice pregio di allontanare l’Arabia dagli Accordi di Abramo, almeno per un certo tempo, creando così problemi non previsti a Mohammed bin Salman, offrendo per contro alla Turchia e al suo leader un visibile palcoscenico di fronte al mondo sunnita.

La mattanza del 7 ottobre ha assestato un duro colpo a Israele e la cosa a Erdogan non dispiace affatto. Con lo Stato della Stella di David i rapporti sono tesi o interrotti a seconda dei momenti sin da quando, nel 2010, uno scontro sul mare di fronte alla striscia di Gaza fra la marina israeliana e la “flottiglia della libertà” ivi inviata da una ONG turca (con espressa autorizzazione dell’allora primo ministro Erdogan) allo scopo di forzare il blocco navale predisposto al tempo da Gerusalemme provocò la morte di dieci attivisti imbarcati sulla nave principale della flottiglia.

Eppure, al fondo, con Israele la rottura definitiva non potrà esserci, non foss’altro per via del comune legame con gli Stati Uniti. Ma anche perché, talvolta, gli interessi possono coincidere, e in questi casi la politica richiede malleabilità, della quale Erdogan ha fatto sfoggio già numerose volte nel corso della sua carriera. E i tempi della lunga crisi del Nagorno-Karabach, in un teatro che guarda a oriente e che quindi coinvolge il nemico iraniano, lo hanno dimostrato: solo poche settimane prima del 7 ottobre l’Azerbaigian ha chiuso la partita conquistando la regione contesa con l’Armenia, non più adeguatamente supportata dalla Russia ma sostenuta dall’Iran. Gli azeri per contro hanno ricevuto aiuto militare dalla Turchia ma pure, guarda caso, da Israele: Ankara e Gerusalemme si sono così ritrovate dalla stessa parte del campo contro un alleato del comune avversario persiano.

Le cose in quella parte del globo appaiono sempre diverse da come in realtà stanno. Stati Uniti e Israele da una parte (e magari anche la UE, anche se marginale in tutto il quadro); mondo islamico sunnita dall’altra. È fra questi due poli che Erdogan deve muoversi, con un nemico comune, in mezzo: quell’Iran sciita che vorrebbe contrastarne il disegno neo-imperiale sul Levante. Forse è questa la chiave di lettura con la quale cercare di interpretare le ambigue mosse di Recep Tayyip Erdogan.

Lotta alla corruzione, in Cina scatta la pena di morte.

Un tribunale cinese ha emesso una sentenza di morte per un funzionario che si sarebbe appropriato in maniera indebita di 3 miliardi di yuan (388,5 milioni di euro), nel più grande caso di corruzione mai scoperto nel paese.

Lo racconta il giornale economico Caixin. Li Jianping, che un tempo era a capo di una zona economica speciale a Hohhot – in Mongolia interna – e dell’autorità di gestione dell’acqua della città. È stato giudicato colpevole di aver intascato questa enorme somma nel settembre 2022. La pena capitale è stata decisa sulla base di una condanna per corruzione, concussione, appropriazione indebita e coinvolgimento nella criminalità organizzata.

Il funzionario ha presentato appello e l’Alta Corte della Mongolia Interna ha riprocessato il caso ad agosto. Si attende ancora un nuovo verdetto.

È solo l’ultima condanna che viene nella più che decennale campagna anti-corruzione voluta dal presidente Xi Jinping. Sono quasi 5 milioni i funzionari che sono stati indagati a partire dal 18mo Congresso del Partito comunista cinese, secondi i dati della potente Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare (CCDI), massimo organo di vigilanza.

Il ritmo delle indagini e delle sanzioni sembra essere in aumento, con 405.000 funzionari sanzionati nei primi tre trimestri del 2023, secondo il CCDI.

Il 63enne Li è il terzo funzionario ad essere condannato a morte dopo essere stato giudicato colpevole di corruzione dal 2007, quando la Cina ha inasprito le norme sull’applicazione della pena di morte. Gli altri sono Lai Xiaomin, ex presidente della China Huarong Asset Management di proprietà statale, e Zhang Zhongsheng, ex vice sindaco di Luliang nella provincia dello Shanxi.

L’unico caso di sentenza capitale eseguita in questo ambito è quella di Lai, messo a morte nel 2021, mentre solitamente le condanne a morte per corruzione vengono commutate in ergastolo. Secondo i documenti del tribunale, ha speso una parte del denaro giocando d’azzardo, acquistando oggetti di lusso o portandoli all’estero.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Il caos del premierato e il presidenzialismo di cui non sapevamo

È bene dirlo chiaramente! La modifica della forma di governo parlamentare, che dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana ha guidato il nostro Paese, l’avevamo fatta e non ce ne eravamo accorti.

Dagli interventi sul tema di Giuliano Amato, Gianni Letta, Marta Cartabia, Silvana Sciarra ed altri abbiamo ora appreso, infatti, che la riforma costituzionale proposta dal governo Meloni per eleggere direttamente da parte del popolo il presidente del consiglio (cd. premierato) non si può fare perché essa ridimensionerebbe poteri e ruolo del capo dello stato assurto ad organo centrale di un sistema neo-presidenziale. Non perché, dunque, intaccherebbe le prerogative del parlamento come da sempre si è paventato quando per correggere la strutturale debolezza dei governi si è proposto di modificarne la forma parlamentare. O perché, comunque, metterebbe in discussione il rapporto fiduciario tra i due organi (parlamento-governo) o, ancora, perché il baricentro dell’indirizzo politico si sposterebbe sul versante del governo o, infine, perché in questa fase tendente ad uno scivolamento personalistico dell’autorità l’elezione popolare diretta del premier favorirebbe ancor di più la propensione dell’attuale politica a caratterizzarsi plebiscitariamente mortificando ancora di più la rappresentanza.

La riforma del premierato non si può fare, invece, perché intacca le prerogative del presidente della Repubblica il quale, secondo l’art. 92 secondo comma della Costituzione, “nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri” e, secondo una prassi costituzionale consolidatasi negli ultimi tempi, assicura in situazione di emergenza – anche attraverso governi tecnici o di larga unità – la continuità dell’azione di governo e della legislatura (Stefano Passigli, Premier, vizi e pericoli della riforma in “Corriere della Sera” dell’8 dicembre 2023, pag. 36).

Ora, che l’esercizio di questi poteri da parte dei presidenti della Repubblica sia diventato negli ultimi tempi sempre più ‘presidenziale’ (vale a dire: personale perché non più adeguatamente collegato al sistema dei partiti politici presenti in parlamento) è un dato indiscutibile. Basti semplicemente andare a verificare l’evoluzione della prassi costituzionale delle consultazioni parlamentari in occasione delle crisi di governo dove la voce dei partiti è diventata sempre più flebile. Così come non solo è assolutamente vero ma è anche inoppugnabilmente confermato dalla grande popolarità che hanno goduto presso l’opinione pubblica che i nostri presidenti della Repubblica abbiano svolto con saggezza i loro delicati compiti istituzionali ed abbiano esercitato con grande senso di equilibrio le funzioni di garanti delle istituzioni repubblicane. Ma tutto questo non autorizza a pensare che essi siano diventati il baricentro del nostro sistema di poteri costituzionali anche se non va trascurato il loro ruolo di capi dello stato e di rappresentanti dell’unità nazionale.

Piuttosto bisogna ricordare che essi sono configurati dalla Carta costituzionale come organi di garanzia e, per alcune competenze, come organi di controllo. Non certo come titolari-protagonisti della determinazione dell’indirizzo politico nazionale, spettante al duo governo-parlamento. Nessun loro atto, infatti, “è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità” (art. 89.1 Cost.), e, come aggiunge l’art. 90.1 Cost., la responsabilità degli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni non gli è imputabile “tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.

Evocare, quindi, non si capisce bene quale irreparabile vulnus determini nelle prerogative dei presidenti della Repubblica l’elezione diretta popolare del premier è, a me sembra, una vera e propria petizione di principio. A meno che non si intenda colpire con tale critica il principio in sé dell’elezione popolare del primo ministro perché si preferisce mantenere sempre quello indiretto della designazione attraverso il parlamento ed i partiti politici. Magari secondo la modalità, ultimamente invalsa, dell’indicazione dello stesso nella scheda elettorale del partito di maggioranza relativa nella coalizione risultante vincente. Ma se così fosse, bisognerebbe dirlo diversamente e chiaramente, continuando ad indicare negli attuali partiti politici (diventati sempre meno popolari e più personali) i detentori veri della sovranità che in parlamento possono fare e disfare a proprio piacimento i governi mentre i cittadini sono sempre più ridotti a consumatori, utenti, spettatori ed, infine, sudditi dei poteri forti che si sono impadroniti della società e delle istituzioni. Lasciando così cadere ogni riferimento al presidente della Repubblica per ‘coprire’ una tesi che, forse, anche dai suoi sostenitori si ritiene non molto popolare. Ma tant’è!

Ciò che è necessario, sia chiaro, è, quindi, che il premierato è tale soltanto se prevede l’elezione popolare del primo ministro e contemporaneamente la cancellazione del potere di nomina del presidente del consiglio da parte del presidente della Repubblica. Ma non solo del premier eletto direttamente dal corpo elettorale ma anche del cd. “secondo premier”, che, alla luce del disegno di legge costituzionale presentato dal governo, in caso di cessazione dalla carica del presidente del consiglio, il presidente della Repubblica può incaricare di formare il governo “per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il Governo del Presidente eletto ha chiesto la fiducia delle Camere”.

Quest’ultima ipotesi, escogitata più per soddisfare esigenze di accordi all’interno della maggioranza che di equilibrio tra i poteri costituzionali, lasciando al capo dello stato comunque un margine di manovrabilità nella gestione delle crisi di governo, sarebbe infatti in contraddizione con la corretta costruzione del figurino del premierato non solo per la permanenza di poteri impropri in capo al presidente della Repubblica ma anche e soprattutto per la mancanza di automatismo tra la caduta del premier eletto dal popolo e il ritorno alle urne per una nuova sua elezione (non allo scioglimento delle Camere che, come vedremo, non devono essere legate da nessun meccanismo di simul stabunt vel simul cadent al premier eletto). Ma non basta. Perché se si vuole rafforzare la figura del premier non gli si può poi negare ciò che altri sistemi di governo ad elezione non diretta – quali Gran Bretagna, Germania, Spagna – già gli riconoscono e, cioè, il potere di nomina e di revoca dei propri ministri, mentre l’attuale disegno di legge prevede che il presidente del consiglio possa esercitare soltanto la facoltà di “proposta”.

Chiarito questo primo profilo del premierato, quale forma di governo del premier eletto direttamente dal corpo elettorale e titolare del potere di nomina dei suoi ministri, l’altra fondamentale quistione da chiarire subito – per evitare che nelle discussioni che ormai si sviluppano sempre più confusamente si prospettino soluzioni caotiche e pasticciate – riguarda il rapporto del governo con il parlamento che non può essere più di fiducia ma dovrà trasformarsi in rapporto funzionale di controllo. Perché è evidente che se il premier è eletto direttamente dal popolo non può essere un diverso (per elezione e composizione) organo di quest’ultimo a validarne la legittimità in quanto ciò lo metterebbe subito in contrapposizione con il primo ed invece di supportarne il ruolo e le funzioni ne impedirebbe la possibilità di esplicare qualsiasi azione. Diversamente, invece, se al rapporto fiduciario tra governo e parlamento si sostituisce una relazione funzionale di controllo delle attività poste in essere dal governo da parte del parlamento. Perché, in questo modo, il carattere indipendente dei due organi costituzionali non sarebbe sacrificato ed anzi le loro funzioni avrebbero modo di integrarsi perfettamente.

Ciò però implica una contestuale ed ineludibile riforma strutturale e funzionale del parlamento per rafforzarne, sotto il primo profilo, la rappresentatività e, sotto il secondo, la capacità di controllo. In altri termini, si tratta finalmente di superare il bicameralismo paritario e di istituire il senato delle autonomie in modo tale da introdurre accanto alla rappresentanza politica nazionale della camera dei deputati la rappresentanza territoriale delle comunità locali e regionali del senato e così rafforzare in maniera indiscutibile il ruolo del parlamento di fronte a quello del nuovo presidente del consiglio direttamente eletto dal corpo elettorale. Non solo. Ma la riforma del parlamento dovrebbe poi investire anche le sue funzioni con particolare riferimento a quella di controllo che nella sua nuova relazionalità con il premier costituirebbe la modalità principale di organizzare non più i vecchi poteri pubblici derivanti dalla sovranità dello stato ma i nuovi servizi comunitari di cui la Repubblica si è fatta carico per garantire i diritti inviolabili dell’uomo. Il che significa che il controllo parlamentare non potrà più limitarsi alla sola attività ispettiva con i famosi istituti dell’interrogazione, dell’interpellanza e della mozione ma dovrà espandersi a tutte le altre attività parlamentari per fare concretamente valere la responsabilità politica del governo.

Chiaramente, qui, il discorso dovrebbe essere ancor di più portato in profondità almeno nei suoi contenuti essenziali ma, in questa sede, maggiormente necessario appare fare almeno un cenno alle modalità elettorali sia del premier che del parlamento che risultano completamente distoniche rispetto al sistema di governance che si vuole costruire.

Come è noto, infatti, il testo del ddl. di riforma costituzionale si limita a precisare che la legge disciplina il sistema elettorale delle camere “in modo che un premio assegnato su base nazionale garantisca ai candidati e alle liste collegati al Presidente del Consiglio dei Ministri il 55% dei seggi nelle Camere”. Nulla, invece, dice circa quanti voti il premier dovrebbe ottenere per risultare eletto. Lo stabilirà, poi, la legge elettorale (da approvare magari di volta in volta alla vigilia delle elezioni sulla base delle previsioni e degli interessi della maggioranza!).

Non è una scelta di poco conto, questa adottata dal ddl. in discussione. È una decisione gravissima. Innanzi tutto, perché in questo modo, si introduce l’elezione diretta del premier senza stabilire che ciò avvenga nel rispetto del principio di maggioranza dei suffragi espressi o, almeno, a seguito di ballottaggio come nella maggior parte dei Paesi democratici dove si elegge direttamente una carica di governo. E, poi, perché all’elezione del presidente del consiglio dei ministri viene collegata quella delle due Camere con l’assegnazione di un premio del 55% dei seggi ai candidati e alle liste, presupponendo la persistenza di una continuità tra i due organi costituzionali che l’introduzione del premierato spezza proprio a motivo della diversa legittimazione popolare che, per quanto riguarda il parlamento, porta ad una sua elezione di carattere proporzionale.

Insomma, un caos perfetto dal cui guazzabuglio non potrà che sortire un ulteriore aggravarsi della nostra governabilità e, soprattutto, della nostra democrazia resa ancora più incomprensibile e lontana dall’opinione pubblica e dai cittadini-elettori.

 

Andrea Piraino

Ordinario di diritto costituzionale – Università di Palermo

I cattolici e la tristezza della condizione politica attuale

Certo, è triste prendere atto che dopo aver svolto un ruolo politico, culturale e programmatico importante, se non addirittura storico, nella vita pubblica del nostro paese adesso – e ormai da tempo – per i cattolici italiani si apre solo uno spazio testimoniale e del tutto evanescente. E una

delle plateali conferme di questo assunto, peraltro mesto e malinconico, arriva anche e soprattutto dalla piccola corrente popolare nel Pd della Schlein, che si limita a richiedere, attraverso i suoi referenti, un piccolo posto nella segreteria nazionale del partito. Una richiesta mesta e triste se si pensa, appunto, che quest’area culturale e questo pensiero politico sono stati decisivi, con quello della sinistra democratica ex e post comunista e altre correnti culturali, per costruire il progetto politico del Partito democratico negli anni scorsi.

Dunque, da asset decisivo e costitutivo del partito alla richiesta di un posto in segreteria in “quota cattolici” come premio di consolazione per la fedeltà al partito. Un partito che, com’è evidente a tutti dopo la vittoria della Schlein alle primarie di inizio anno, ha un altro altro profilo culturale e persegue un’altra prospettiva politica – del tutti legittimi, come ovvio – che non solo sono diversi ma quasi alternativi rispetto alla storia, alla cultura, ai valori e alla tradizione del cattolicesimo popolare e sociale. Altroché richiesta infima per mendicare un posto nella segreteria nazionale!

Purtroppo, anche nei partiti di centro destra la situazione non è granchè migliore. Anzi. Il tutto si riduce purtroppo ad una presenza, seppur autorevole, ma sostanzialmente personale e quindi destinata a giocare un ruolo politicamente irrilevante se non addirittura inesistente.

Sul populismo antipolitico e demagogico dei 5 stelle è inutile soffermarsi perché da quelle parti prevale “il nulla della politica”, per dirla con una felice espressione di Mino Martinazzoli, e quindi ogni ulteriore commento al riguardo è del tutto superfluo. Ecco perché la vera scommessa politica per i cattolici popolari e sociali italiani nella fase storica contemporanea non è quella di continuare a mendicare qua e là qualche piccola prebenda di posizionamento di potere personale o di gruppo (politicamente insignificante e culturalmente del tutto irrilevante); ma, al contrario, cercare di segnare con la propria cultura, la propria storia e il proprio comportamento il progetto delle formazioni politiche in cui si milita. Il tutto in attesa che all’orizzonte si riaffacci la possibilità di ricostruire una presenza politica di un partito popolare, riformista, di governo, laico e di ispirazione cristiana.

Ora, in attesa appunto che si creino quelle condizioni politiche e culturali, non si deve contribuire a svendere una nobile tradizione politica, culturale, sociale e anche etica per mere, e anche un po’ squallide, esigenze e soddisfazioni puramente personali. In gioco c’è, e continua ad esserci, la credibilità e la dignità di una storica tradizione politica e culturale che non può essere sacrificata sull’altare di una presenza politica e partitica effimera e del tutto incoerente con i propri valori di riferimento.