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Grande preoccupazione tra i Democratici USA: Trump rischia di vincere.

Il rischio di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è grande. Sono gli stessi Democratici a riconoscerlo. Nelle mail che il loro Comitato Nazionale invia agli iscritti, così come in quelle del Comitato elettorale Harris-Walz, si riconosce apertamente la crescita continua registrata dai sondaggi in favore dell’ex Presidente.

Certo, si tratta di messaggi che vengono trasmessi ai sostenitori con accentuato tono drammatico per motivarli ad un impegno straordinario in questi ultimi giorni di campagna elettorale e soprattutto per richiamarli al voto, portando ai seggi parenti, amici, chiunque possa essere convinto a votare Harris. Si è giunti alla fase finale e dunque non è più solo il momento per chiedere contributi finanziari (ossessivamente invocati da mesi a questa parte ai “grassroots”, la base popolare che con piccoli importi da 7 $ in su ha sostenuto parte importante delle spese di propaganda elettorale, ora concentrate negli ultimi spot televisivi e sui social nei cosiddetti “swing states”, quelli davvero decisivi per il risultato finale) bensì di mobilitare le persone per recarsi a votare, un’azione non così scontata in America (ma ormai, a quanto si vede, neppure più in Europa).

Il sistema elettorale statunitense, si sa, è antiquato nel suo favorire la vittoria in ogni singolo Stato piuttosto che nel voto complessivo federale (si ricorderà, al proposito, che Trump ottenne meno voti, molti meno voti popolari di Hillary Clinton ma vinse). Nessuno però si sogna di contestarlo apertamente, trattandosi di una eredità dei Padri Fondatori sulla quale si regge il federalismo di quella grande Nazione. Il risultato è che di fatto tutto si gioca in genere in una sola decina dei 50 Stati che compongono gli USA, più o meno sempre gli stessi. Ed è in questi ultimi che si incentra lo sforzo dei candidati, lasciando ai margini gli elettori di Stati enormemente più rilevanti per popolazione come ad esempio la California, attribuita ai democratici senza discussione alcuna. O il Texas repubblicano.

È proprio guardando ai sondaggi degli Stati in bilico che Harris-Waltz sudano freddo in queste ore. Lo dicono apertamente ai propri supporters: vi sono 4 Stati (Pennsylvania, Nord Carolina, Georgia, Arizona) nei quali Trump è in vantaggio: di poco, ma il trend delle ultime settimane è a lui favorevole; in altri 3 (Michigan, Wisconsin, Nevada) prevale ancora Harris ma pure in questi il trend di Trump è in crescita. La battaglia è “testa a testa” (“neck to neck”) ma occorre essere onesti, ammettono: “Dobbiamo bussare a più porte, fare più telefonate, mobilitare più supporters” altrimenti “perdiamo le elezioni”.

Tutto può ancora succedere. Ma la vittoria di Trump è altamente possibile, se non addirittura probabile (alcuni istituti specializzati in sondaggi elettorali la danno ormai per certa). Ciò che inquieta di più, però, è un’altra eventualità: che una vittoria di stretta misura di Harris inneschi una contestazione violenta del risultato da parte di Trump e dei suoi sostenitori MAGA più estremisti. Che minacciano sin da ora azioni violente. Questo odio inoculato in parte della società americana è il peccato mortale che non si può perdonare a Donald Trump. Ed è il motivo principale per il quale c’è da sperare in una sua sconfitta, martedì prossimo.

Ma Report fa parte di TeleMeloni?

Dunque, è ormai entrato nella vulgata generale che esiste “TeleMeloni”. La propaganda martellante e massiccia della sinistra italiana e di tutto il circo mediatico, politico, culturale, sindacale ed intellettuale che quotidianamente la accompagna, arriva alla conclusione che nel nostro paese il servizio pubblico radiotelevisivo è sostanzialmente sdraiato sull’attuale maggioranza di governo e, nello specifico, sul Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Ora, per non vivere solo di slogan o di propaganda, chi ha potuto vedere l’ultima puntata di Report tutta dedicata al centro destra, con un attacco politico e personale che oltrepassa addirittura la militanza politica e faziosa di Santoro dei tempi d’oro, uno si chiede candidamente se anche Report fa parte di “TeleMeloni”. Ovvero, se trasmissioni come queste siano inquadrate nella propaganda che la Rai fa solo ed esclusivamente al centro destra di governo. E questo ancora al di là del fatto che nel giorno in cui si vota in Liguria la Rai trasmette un programma di attacco politico frontale ad un candidato alla Presidenza di quella Regione e al relativo schieramento.

Ora, forse è arrivato il momento di verificare la bontà e la verità della vulgata messa in atto dalla sinistra populista, radicale ed estremista in questi mesi di governo del centro destra. Senza pregiudizi politici e, men che meno, senza alcuna pregiudiziale personale. Perché basta ricordare trasmissioni come Report per mettere in discussione l’egemonia del centro destra sul servizio pubblico. E, se vogliamo allargare lo sguardo all’intero panorama televisivo italiano, non possiamo non ricordare che c’è una Tv, ovvero la La 7, che di fatto è una emittente riconducibile al cosiddetto “campo largo”. 

Da quelle parti vanno in onda dei talk dove la faziosità e il settarismo politico non fanno neanche più notizia. Da Floris a Gruber, da Formigli a Parenzo a Augias e via discorrendo la stessa lettura dei fatti politici è talmente di parte che diventa quasi inutile il confronto. Ma, comunque sia, si tratta di una emittente privata seppur molto importante nello scacchiere televisivo nazionale. E, di conseguenza, anche la faziosità e il settarismo politico non possono e non debbono essere messi in discussione. 

Sul fronte Mediaset il canale che si dedica prevalentemente alla politica e al suo approfondimento è Rete 4. Ora, al di là e al di fuori di Giordano, gli altri talk di approfondimento politico e culturale sono improntati ad un vero e proprio rispetto del pluralismo di opinioni. E, tra tutti, svettano Bianca Berlinguer e Paolo Del Debbio. Sul versante dell’informazione quotidiana, cioè i molteplici Tg – sia del servizio pubblico che dell’emittenza privata – il pluralismo politico va semplicemente garantito per legge e quindi non c’è alcuna possibilità di compiere delle singolari forzature o di praticare faziosità particolari. Per quanto riguarda le altri emittenti, a partire dal canale Nove, è persin inutile perdere tempo nel descriverli talmente sono noti la linea politica ed editoriale.

Ed è di fronte a questo quadro concreto e non virtuale, che si deve affrontare in modo tangibile il capitolo di “TeleMeloni”. A partire anche e soprattutto dalla Rai. Fuorché non vogliamo anche noi cadere nella goliardia e nella ricostruzione carnevalesca dei “martiri” dell’informazione, degli alfieri della libertà d’informazione – ovviamente con sontuosi e rispettabili contratti milionari – e dei nuovi “resistenti” per la libertà e la democrazia che hanno lasciato la Rai per approdare in altri lidi televisi. Perché, al di là di queste buffonate, quello che si può e si deve rimarcare è che, alla luce della concreta e non virtuale offerta televisiva, la cosiddetta “TeleMeloni” è la solita operazione politica che viene gestita e patrocinata da chi ha scientificamente e materialmente occupato il servizio pubblico radiotelevisivo negli ultimi 30 anni della vita democratica del nostro paese. Cioè dalla fine della Dc e l’avvento della cosiddetta seconda repubblica.

Semmai, la vera sfida resta quella di saper coniugare la qualità dell’offerta informativa con il rispetto, sempre e rigoroso, del pluralismo. Dopodiché, uno può anche essere fazioso e settario, come sono la stragrande maggioranza dei conduttori dei vari talk. Ma il tutto deve avvenire in una cornice democratica e pluralistica.

La linea Schlein produce sconfitte anche laddove si potrebbe vincere.

Quattro anni fa lo scarto tra i due contendenti fu di ben 17 punti. In modo trionfale, l’uscente Giovanni Toti era perciò riconfermato alla guida della Liguria. Stavolta la destra vince, malgrado l’indagine dei magistrati che ha travolto la Giunta Toti; e però vince con uno scarto minimo, essendo di appena un punto e mezzo, circa 9000 voti, il divario tra Bucci e Orlando. Allora, tutto si può dire meno che sia un trionfo, specie in considerazione dell’alto tasso di astensione (dieci punti in più rispetto al 2020). Per giunta avviene che Bucci strappi la vittoria ovunque, ma non a Genova, la sua città, dove accusa un distacco di circa 8 punti da Orlando. Questa la fotografia, a grandi linee, che i risultati elettorali di ieri consegnano all’attenzione delle forze politiche  

Il centro-sinistra si è mangiato in un mese il vantaggio cospicuo – un dieci per cento tondo tondo – che i sondaggi scodellavano nel bel mezzo della bufera mediatico-giudiziaria. In verità è la linea politica della Schlein, con l’incancellabile suo accento tardo-gruppettaro, a rendere insicuro per i riformisti il terreno della coalizione. Così facendo il Pd guadagna a spese del M5S e il centro-sinistra perde sul versante moderato: fatta la somma algebrica, si arriva inevitabilmente alla sconfitta.

Per parte sua, a caldo, Orlando è stato molto sobrio. Il risultato “era a portata di mano” – ha commentato – ma la candidatura ha pagato lo scotto di “qualche difficoltà del cosiddetto campo largo che si è ripercossa anche sulla nostra realtà: i numeri sono indicativi”. A suo giudizio, il prossimo passo dovrebbe essere “costruire un centrosinistra stabile a livello nazionale” perché “ci sono le condizioni per proseguire una battaglia e per realizzare nelle prossime elezioni amministrative ciò che non è riuscito in questa battaglia regionale”.

Più duro è stato Matteo Renzi. Questa, pressoché per intero, la sua dichiarazione: “Saluto la battaglia di Andrea Orlando: ha combattuto una partita equilibrata e ha perso per un pugno di voti… ha perso soprattutto chi concepisce la politica come uno scontro personale, come un insieme di antipatie e vendetta. Ha perso chi mette i veti. Ha perso chi non si preoccupa di vincere ma vuole solo escludere e odiare. Ha perso Giuseppe Conte, certo, e tutti quelli che con lui hanno alzato veti contro Italia Viva. Solo le mie preferenze personali delle Europee sarebbero bastate a cambiare l’esito della sfida, solo quelle. Senza il centro non si vince: lo ha dimostrato la Basilicata qualche mese fa, lo conferma la Liguria oggi. Vedremo se qualcuno vorrà far tesoro di questa lezione”.

Ecco, la lezione in fondo è proprio questa, e cioè che la Liguria squaderna lo “scandalo”, se così possiamo dire, di un centro dematerializzato, senza profilo, tristemente all’angolo. Il problema è se l’Italia possa sopportare a lungo un’assenza che denuncia, per molti aspetti, la permanente devastazione di un progetto politico. Che resta valido, nonostante la devastazione.

Orme bianche sulla storia dell’Italia contemporanea

Nell’ultimo libro di Paolo Mieli (Fiamme dal passato. Dalle braci del Novecento alle guerre di oggi, Rizzoli) c’è un ampio paragrafo dedicato alla Dc. Come ricorda l’autore, è stata una delle forze politiche più influenti e longeve nella storia italiana. Nata nel 1943-1944, ha guidato con sapienza la rinascita democratica e la ricostruzione postbellica del Paese. Eppure, a poco più di 80 anni dalla fondazione e a 30 dallo scioglimento, nei media ‘mainstream’ se ne parla assai poco. “C’è ancora una sorta di leggenda nera”, conferma l’autore. Colpa forse del nostro sistema politico, “che dall’unità d’Italia a oggi ha prosciugato chi lo ha retto. Il potere forse, al contrario di quanto diceva Andreotti, logora anche chi ce l’ha”.

Anche nella ricerca storica ci si è a lungo soffermati soprattutto sui leader scudocrociati e sull’attività di governo, trascurando gli aspetti organizzativi del partito che ha plasmato l’Italia del dopoguerra.  Un merito importante della Dc è quello di essere stata, almeno fino alla metà degli anni ’60, il primo canale di formazione di una nuova classe dirigente (che è espressione più ampia del personale politico). Come spiega l’autore, “soprattutto con il fallimento del centrosinistra, l’appeal innovatore viene meno proprio mentre nella Chiesa si inizia a parlare di riforma. Per questo dopo il Concilio buona parte delle nuove generazioni di cattolici sceglie di non entrare nel partito”.  Lo stretto rapporto con la Chiesa non va comunque confuso con una dipendenza dalle gerarchie ecclesiastiche. Una parte importante del gruppo dirigente, a partire dai dossettiani fino a Moro, “resiste più volte in maniera decisa al tentativo della Chiesa di ‘dare la linea’, perché si rende conto che il Paese va verso una modernizzazione che non può essere bloccata”. 

Per quanto riguarda, invece, il rapporto con gli Stati Uniti “vale la grande intuizione di De Gasperi, che fin dagli anni ’30 comprende il declino della Gran Bretagna e che, a differenza di quanto proporranno i dossettiani, in un mondo diviso in blocchi non si può restare neutrali. La linea resterà quella, pur con qualche aggiustamento: Fanfani, pur essendo atlantista è attento al mondo arabo, mentre La Pira e il suo discepolo Enrico Mattei guardano con interesse al processo di decolonizzazione”.

Negli anni ’70 la Dc si adagia in quella che Ruggero Orfei definisce in un libro l’occupazione del potere. Si parla apertamente di ‘questione democristiana’, ma la classe dirigente del partito si sente al riparo da rischi e, non affrontando i problemi, rende strutturale il proprio declino. Memorabile a questo riguardo il film di Roberto Faenza Forza Italia (di cui anche Moro darà conto in una delle lettere dalla prigione del popolo) che compone il ritratto di un gruppo dirigente democristiano sostanzialmente allo sbando, soprattutto dopo il sequestro e l’assassinio dello stesso Moro e la fine traumatica del “compromesso storico”.

Un gioco che dura fino agli sconvolgimenti della fine degli anni ’80: se da una parte con il crollo del muro di Berlino viene meno il ruolo della Dc come argine al comunismo, dall’altra l’esplosione del debito pubblico e – soprattutto – il trattato di Maastricht ridisegnano l’intero contesto socio-economico europeo.

Un’esperienza analoga (l’unità politica dei cattolici) è oggi del tutto irripetibile, ma resta comunque un esempio interessante, in un’epoca di polarizzazione estrema, in cui si insiste molto sulla verticalizzazione del potere e sull’uomo o la donna “soli al comando”. In conclusione, la Dc ha saputo tenere unito il Paese in una fase storica di grande difficoltà, attraverso la capacità di mediazione, la costruzione paziente del consenso e la ricerca di itinerari condivisi. Un’immagine rovesciata rispetto alla politica attuale, ma che proprio per questo, forse ha ancora qualcosa da dirci…

La soddisfazione del sindaco di Udine per l’incontro sulla pace

“È stato emozionante oggi vedere un tavolo così numeroso, pieno di giovani, di istituzioni, di rappresentanti religiosi di fedi diverse. L’evento a Rondine non è stato programmato a tavolino, ma è emerso da un momento di difficoltà. La partita tra Italia e Israele dello scorso 14 ottobre si è svolta, purtroppo, in un contesto di conflitto, creando divisioni. Questa esperienza ha toccato profondamente sia me che la città di Udine. Vedere oggi che quella difficile occasione è stata tramutata in un momento di dialogo e di pace è per noi un grande orgoglio”, con queste parole il Sindaco di Udine Alberto Felice De Toni ha voluto commentare l’evento organizzato dall’Associazione Rondine-Cittadella della Pace nell’omonima località in provincia di Arezzo, a cui hanno partecipato una trentina di rappresentanti delle istituzioni tra cui gli Assessori Gea Arcella e Andrea Zini e il consigliere Alessandro Colautti per il Comune di Udine, del mondo sociale, economico, civile e religioso regionale e non. 

“Ho portato con me un libro di David Grossman, scrittore israeliano che ha perso un figlio in guerra, ma che, nonostante tutto, continua a credere che la strada verso la pace sia l’unica via possibile. Nel libro, Grossman racconta l’aneddoto di un giornalista che negli Stati Uniti chiese a un manifestante contro la guerra in Vietnam: «Pensi che protestando qui cambierai il mondo?» e il manifestante risponde: «Magari non cambierò il mondo ma non voglio che il mondo cambi me». Noi – commenta De Toni – dobbiamo farci guidare proprio da quello stesso spirito: non lasciarci guidare dalle divisioni, ma cercare sempre la pace in ogni contesto. L’odio porta all’assenza di felicità, alla perdita dei propri cari, al dolore. La guerra porta solo altra guerra. Ecco perchè oggi a Rondine è stata una grande occasione di arricchimento per tutti quanti, un primo passo per iniziare, tutti quanti insieme, un percorso concreto per portare il messaggio di pace nelle nostre realtà, partendo proprio dal mondo dello sport.”

 

A questo link potete trovare un commento video del Sindaco De Toni 

https://we.tl/t-7UZ8vAh9Nq

 

Effetto Uomo: la terra sotto stress paga le nostre scelte.

Sono trascorsi più di cinque anni da quando lessi le 40 pagine di evidenze scientifiche, priorità e raccomandazioni ai governi, redatte dal 29/4 al 4/5 2019 in sede OCSE  dai rappresentanti di 130 Paesi aderenti all’Ipbes (la piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) per esaminare un Rapporto dell’ONU stilato in 3 anni di lavoro da parte di oltre 150 esperti. Il Rapporto era volto allo studio e all’approfondimento dei rischi delle biodiversità e allo sfruttamento dissennato del suolo terrestre. 

Già allora ebbi la sensazione di un imminente “tsunami” globale che potrebbe portare in tempi “relativamente brevi” all’estinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite, pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di ‘specie’ animali e vegetali. Si può dire che a partire dalla “Conferenza delle parti” (COP 21) svoltasi a Parigi nel novembre/dicembre 2015 (Accordo firmato da 177 Stati c/o la Sede ONU a New York il 22/4/2016) , con la presenza originariamente di 195 Paesi, il focus tematico centrato dalla politica abbia riguardato la sostenibilità ambientale, con tutti i sottotemi ad essa correlati, ciò che definiamo l’antropocene, in poche parole le condizioni di vita prodotte dall’essere umano che con le sue attività è riuscito con modifiche territoriali, strutturali e climatiche ad incidere addirittura sui processi geologici. Molte parole, altrettanti documenti e protocolli di impegno ma risultati finora non all’altezza delle aspettative.

In questo caso oggetto di studio e dei risultati della ricerca condotta dagli scienziati è stato di anno in anno principalmente l’erosione lenta ma graduale della “biodiversità”: in pratica il pericolo paventato e sottoposto alla responsabilità dei governanti a livello planetario ha riguardato la scomparsa di specie viventi- animali e vegetali – a causa del deterioramento della “salute” degli ecosistemi che inglobano l’uomo e le altre forme di vita, sullo sfondo di uno stravolgimento ambientale, a partire dal suolo, dalla gestione delle acque, dalla decarbonizzazione energetica, dall’inquinamento tossico dell’aria, in grado di alterare irrimediabilmente ogni contesto territoriale. 

Ciò che influisce sull’alterazione delle biodiversità esistenti sono i comportamenti umani: in primis lo sfruttamento del suolo e delle risorse naturali, come l’acqua e il legno, l’agricoltura intensiva, la caccia e la pesca, l’inquinamento ambientale, l’uso dei pesticidi, urbanizzazione e cementificazione selvaggia. Sono nato in una regione – la Liguria – che ha coniato il termine “rapallizzazione” per definire l’invadenza delle costruzioni edilizie fino a stravolgere visivamente l’impatto ambientale mentre – a ponente di Genova – la costruzione dell’eco-mostro portuale di Pra’ ha cambiato i connotati al territorio: dal mare alla costa, dalle infrastrutture alla viabilità, dal tasso di inquinamento acustico e dell’aria, alle condizioni di vita che ne sono state inevitabilmente alterate. 

 

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La fragilità delle democrazie. Capanna, Cazzullo e… Adriana Zarri.

Adriana Zarri, nel suo saggio Teologia del quotidiano pone il problema così: “Diciamo la verità: se Mussolini non avesse restaurato la pena capitale non sarebbe stato un assolutista serio. I cosiddetti ‘governi forti’, così come le coscienze che, al vertice dei valori, mettono l’ordine, anziché la libertà, tendono necessariamente alla pena di morte: essa è l’ultima rifinitura, il tocco finale, il fastigio di un organismo con i ‘nervi i d’acciaio’ che non indulge a ‘femminee’ debolezze”. 

Sull’ “Unità” di sabato scorso, Mario Capanna ha replicato a una riflessione di Aldo Cazzullo sul tema della fragilità delle democrazie. Perché i governi dell’Occidente appaiono così incapaci e incerti nell’affrontare le grandi sfide – economiche, sociali, politiche – dei nostri giorni? Perché sono così prigionieri delle loro incertezze? La nostra parte di mondo resta la migliore, sostiene l’editorialista del “Corriere della Sera”, “ma se non le si dà gli strumenti per prendere le decisioni, affrontare i problemi delle persone e intervenire nelle crisi internazionali, la democrazia stessa è in pericolo”.  

Ribatte Capanna: andiamo al fondo del problema, “il fatto è che la democrazia rappresentativa da tempo è stata trasformata (e fatta regredire) in una realtà formale e astratta, dove si vota ogni tanto per eleggere chi farà finta di occuparsi dei nostri problemi mentre nei fatti a comandare, nella società dell’1 per cento, è la minoranza opulenta. Si è giunti così al trionfo della prepotenza – il primato del più forte –  al posto dell’armonia, della giustizia e della pace da costruire fra le persone e i popoli”.

Il trionfo della prepotenza al posto dell’armonia: è il vero punto, Capanna ha ragione. Ma allora, andiamo più a fondo ancora. Perché il primato della prepotenza, o dell’armonia, derivano a loro volta dalla scelta iniziale che pone la Zarri: che cosa mettiamo in testa alla scala dei valori, l’ordine o la libertà. Il resto deriva da questa scelta. Lo stesso problema può essere affrontato muovendo dall’esigenza dell’ordine, o da quella della libertà. Il problema è lo stesso, ma la soluzione sarà diversa. 

Prendiamo il tema dei temi sotto i nostri occhi, la politica delle migrazioni. Il decisionismo dell’attuale Governo è perfettamente in linea con il paradigma dell’ordine. Paradigma dell’ordine, attenzione, che il Governo sta ponendo al Paese – anzi “alla Nazione” – come il riferimento generale della propria azione politica perché …. l’Italia è un Paese di destra, come si va argomentando. Il decisionismo fa presa, appare risolutore. Il punto è che la coerenza interna dell’equazione ordine premessa, decisionismo soluzione, non è sufficiente perché questa coerenza interna sia tale anche al suo esterno, nel rapporto col sistema dei diritti e con i principi di umanità di una società civile.

E’ l’essenza del problema. Il Governo rivendica un corretto agire, dal punto di vista legale, sulla vicenda del centro di smistamento degli immigrati realizzato in Albania. Anche se fosse, quante volte il dovere  è compiuto in maniera non conforme al dovere stesso, mentre un’azione formalmente non conforme al dovere è compiuta per realizzare un dovere di rispetto della dignità umana. Non sappiamo che ne pensi il nuovo ministro della cultura Alessandro Giuli, ma questo è un cardine della filosofia classica che il Governo dovrebbe interiorizzare.

Si dice: il rispetto della dignità genera la licenza, guardiamo le centinaia di migliaia di immigrati sbandati intorno a noi, possiamo continuare così? La semplificazione è suadente, ma falsa. Il fatto è che porre la libertà in cima alla scala dei valori, è decisamente più impegnativo che non mettervi l’ordine. Paga meno nell’immediato, rende tanto di più alla distanza per raggiungere quegli obiettivi di armonia, giustizia e pace sociale che pone Capanna. Ma richiede, appunto, una politica, che non può essere quella del contenimento/respingimento con i relativi, grotteschi slogan tipo blocco navale e viso dell’arme. 

Lo spiega Giuseppe De Rita: “Ci vuole una capacità di fare accoglienza senza l’idea che siamo buoni, che siamo ospitali, che facciamo del bene. Il salto di qualità è dare il senso che si tratta dal primo istante di un impegno istituzionale. Certamente l’accoglienza va combinata con le iniziative volte  a rimuoverne le cause, gli accordi con i Paesi d’origine e di transito, la solidarietà europea, ma quando gli arrivi avvengono si innesta un meccanismo istituzionale. Il Paese cresce anche con queste persone, stiamo costruendo un’Italia nuova e lo facciamo anche in questo modo”. 

Questo chiama in causa il tema della cittadinanza, con il non detto retrostante alle diverse posizioni dei partiti. “Le forze politiche –  spiega di nuovo De Rita –  sono attente soprattutto ai loro elettorati di riferimento. Se non ne fai parte vieni emarginato, a maggior ragione se non hai neppure  il diritto di voto”. Ecco il punto, ecco lo strumento di partecipazione che si teme di porre nelle mani di quei nuovi cittadini che sono gli immigrati. Perché da quel momento le loro condizioni e necessità peseranno nelle urne elettorali.

Portano lontano le diverse conseguenze secondo cosa si pone al vertice della scala dei valori, se l’ordine o la libertà. Non è solo la politica, sono diverse le concezioni della vita, le priorità, le sensibilità, si declina in modi diversi l’umanità. C’è il senso di umanità del presidente del Senato, che si preoccupa di come non separare i parlamentari dai loro animali domestici quando c’è seduta alle Camere. C’è il senso di umanità della Caritas, che si adopera a non separare i senza tetto dai loro amici a quattro zampe, impareggiabili compagni delle loro difficili esistenze. 

Emilia-Romagna, Rete Bianca: nel centro-sinistra con Andrea Babbi.

Il movimento politico Rete Bianca, in occasione della presentazione ufficiale avvenuta a Bologna ieri 27 ottobre della lista “Civici, con de Pascale Presidente”, ha annunciato il proprio sostegno alla candidatura di Andrea Babbi all’Assemblea regionale dell’Emilia-Romagna nella circoscrizione di Bologna.

Oggi più che mai risulta fondamentale poter garantire la presenza nell’Assemblea regionale dell’Emilia-Romagna di competenze, responsabilità, sensibilità e “metodo” basati su un approccio concreto e differente da quanto realisticamente possono in questa fase esprimere e offrire i partiti politici.

Il civismo oggi si pone nei fatti come il principale serbatoio da cui attingere quanto necessario a supporto dell’azione amministrativa regionale in un quinquennio, il prossimo, in cui tutta la nostra comunità sarà di fronte a sfide mai viste prima d’ora.

Il coordinatore regionale del movimento Rete Bianca, Nicola Caprioli, ha dichiarato: “In un momento storico segnato da profonde trasformazioni socioeconomiche ed enormi sfide ambientali, riteniamo indispensabile la presenza di una forte ed autorevole componente, autenticamente civica, all’interno dell’Assemblea regionale. Una presenza capace di portare avanti un disegno concreto e orientato culturalmente al “fare” per rispondere adeguatamente a quanto necessario per il nostro territorio. Una presenza che condivida inoltre tre pilastri del nostro movimento: comunità, solidarietà, sussidiarietà”.

Per questo Rete Bianca vede in Andrea Babbi una figura che, grazie alla sua storia professionale e personale, unisce competenza, esperienza e un profondo senso di responsabilità civica. La sua presenza nell’Assemblea regionale garantirà un impegno tangibile verso un futuro più giusto, equo e sostenibile per tutti i cittadini di oggi e di domani. Insieme a Michele de Pascale e Andrea Babbi, Rete Bianca è pronta a lavorare fin da subito per costruire un’Emilia-Romagna più forte, più solidale e più responsabile verso le nuove generazioni.

Russia, Georgia e Ucraina: storie intrecciate dalla Rivoluzione ai tempi d’oggi.

Vladimir Vladimirovič Majakovskij nasce il 7 luglio 1893 in Georgia in un villaggio di nome Bagdati (ha la stessa radice di Bagdad e significa “dono di Dio”). Il padre è  Vladimir Konstantinovič Majakovskij, russo di origine cosacca di professione “forestale”; la madre è Aleksandra Alekseevna Pavlenko, Ucraina di professione casalinga. Il 1906, all’età di 13 anni, si trasferisce a Mosca ove si afferma come il Poeta della Rivoluzione bolscevica. Ufficialmente muore suicidandosi il 1930 ; altri storici sostengono che sia stato “suicidato” da sgherri del regime di Stalin.

Dopo la morte del Poeta, il villaggio Bagdati viene chiamato Majakovskij ma nel 1991 riassume il nome originario dopo la fine dell’URSS e la svolta autonomista in Georgia.

Ottobre 2024: la Russia è in guerra da 2 anni con l’Ucraina; si vota in Georgia e si assiste ad uno scontro tra il governo uscente filorusso e l’opposizione filo europea. I risultati elettorali sono contestati.

La vicenda legata  alla vita di Majakovskij forse è la metafora  dell’evoluzione delle storie di Paesi che passano  dall’integrazione o addirittura dalla fusione delle etnie (siamo al tempo dell’ impero russo e regna lo Zar  Nicola II) ai conflitti attuali conseguenti alla dissoluzione del’Unione Sovietica. 

Il sogno della Grande Madre Russia dell’Impero dei Romanoff e l’internazionalismo sovietico (Stalin era georgiano ) si sono dissolti forse irrimediabilmente. Riuscirà lo Zar Vladimir a ricomporre le etnie attraverso le operazioni speciali? Majakovskij direbbe: “La barca dell’amore si è spezzata contro la vita quotidiana”. Ed infatti la Rivoluzione è fallita ed anche il toponimo è stato rimosso.

La vita oltre la morte, un dialogo tra scienza e spiritualità.

È una riflessione profonda che mette in dialogo scienza, teologia e mistica attorno al concetto di resurrezione. In un momento storico di crisi dei vecchi paradigmi e di nascita di nuove prospettive, il volume offre un approccio innovativo e multidisciplinare. Il tema centrale è la resurrezione, non solo vista come un evento religioso, ma interpretata attraverso lenti moderne, come la fisica quantistica e le nuove correnti teologiche e spirituali.

Federico Faggin, scienziato noto per il suo lavoro nel campo della fisica quantistica e della coscienza, propone una visione rivoluzionaria del problema. Egli afferma che la coscienza non risiede nel corpo, ma che è il corpo a essere una manifestazione della coscienza. Questa visione si oppone all’idea scientifica tradizionale secondo cui la coscienza è un prodotto del cervello e offre una via per unire scienza e spiritualità. Secondo Faggin, solo invertendo questo paradigma si potranno affrontare le sfide future, aprendo nuove prospettive non solo sulla morte, ma anche sulla vita e il libero arbitrio.

Accanto alla visione di Faggin, il volume esplora anche nuove interpretazioni teologiche e bibliche dell’evento pasquale della resurrezione di Gesù. I contributi di teologi come Luciano Locatelli, Annamaria Corallo e Paolo Gamberini presentano un rinnovato dialogo tra fede e scienza, evidenziando come il linguaggio scientifico moderno possa offrire nuove chiavi di lettura a concetti millenari. L’aspetto mistico è esplorato da Paolo Scquizzato, che vede la resurrezione come una metafora di trasformazione, un cambiamento che non implica la fine della vita, ma la sua trasformazione.

Il testo rappresenta un’inedita convergenza tra le intuizioni della fisica quantistica e quelle della spiritualità cristiana, offrendo una nuova antropologia capace di unire razionalità e fede. S’insiste sulla necessità di superare il dualismo tra scienza e spiritualità, affermando che la coscienza stessa è un fenomeno quantistico che può essere compreso solo attraverso una fusione tra le due dimensioni. Questa visione riprende in parte le intuizioni di Carl Jung, che con il fisico Pauli aveva già esplorato il legame tra la psiche umana e i fenomeni quantistici.

In definitiva, Resurrezione è un libro che sfida le convenzioni, proponendo una lettura innovativa della vita e della morte, in cui la scienza diventa un linguaggio utile per comprendere intuizioni già presenti nella mistica e nella teologia. Un’opera che invita il lettore a esplorare nuovi orizzonti, dove la resurrezione non è solo un tema religioso, ma un simbolo di trasformazione universale.

Mantovano scomunica il De Gasperi antifascista

Un passaggio del discorso di Alfredo Mantovano, tenuto venerdì scorso nell’Aula di Montecitorio in occasione della cerimonia per i 70 anni dalla scomparsa di Alcide De Gasperi, lascia francamente perplessi. Infatti, dopo aver esordito con un interrogativo abbastanza scivoloso sulla vicenda che vide Guareschi soccombere in tribunale per un’accusa infondata ai danni dello statista trentino, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha tirato il suo fendente: “Ulteriori interrogativi (dopo quelli sullo scontro giudiziario appena richiamato, ndr) si sono aggiunti in chi ha un percorso politico che può definirsi da conservatore, per esempio sulle ragioni del diniego che lo stesso De Gasperi oppose alla cosiddetta operazione Sturzo, che avrebbe potuto costituire uno schieramento politico di centrodestra ante litteram in occasione delle elezioni per la Città di Roma nel 1952”. 

Ebbene, l’interrogativo di Mantovano suona come un’incomprensione profonda della figura politica di De Gasperi e della sua visione democratica. Occorre ricordare che il contrasto sull’Operazione Sturzo, nata negli ambienti della destra cattolica e avallata inizialmente dallo stesso Pio XII, nasceva dalla preoccupazione per la rottura dell’equilibrio di governo, con la declinazione dell’anticomunismo in chiave di blocco d’ordine, associando in modo camuffato – si parlava di lista civica senza simboli di partito – tutta la destra, anche quella neofascista. De Gasperi fu particolarmente risoluto, se l’Operazione fosse andata avanti non avrebbe esitato a presentarsi come capolista della Dc, sfidando la maldestra corrente clericale. 

I fatti sono noti. La lista civica non si fece e i partiti di centro, apparentati secondo le regole della legge elettorale vigente, riportarono un netto successo (per il quale Salvatore Rebecchini, immune dalle manovre del “partito romano” e fedele alla linea degasperiana, fu confermato Sindaco di Roma). Anche questo episodio, illuminante circa i pericoli che correva la democrazia, accelerò il processo diretto a stabilizzare il quadripartito, ovvero la maggioranza centrista, con il varo della sfortunata “legge truffa”. 

Insomma, nell’immaginifico 1952 di Mantovano non sarebbe nato il centrodestra, anticipando di qualche decennio, come pensa lui, la svolta (equivoca) della seconda repubblica, ma sarebbe andato in crisi il centro e con esso il gracile assetto democratico del Paese. Un salto nel buio, indubbiamente. Ecco perché ignorare questo dato storico autorizza a credere che residui nella destra odierna, galvanizzata dal successo della Meloni, una memoria malata, vuoi o non vuoi legata al vissuto di emarginazione di un mondo estraneo, se non ostile, al processo di formazione politica e di organizzazione costituzionale della Repubblica. Per questo De Gasperi, uno dei Padri della Repubblica, è colpevolmente travisato.

 

Per leggere il discorso del Sottosegretario Mantovano 

 

https://www.governo.it/it/articolo/lintervento-del-sottosegretario-mantovano-alla-cerimonia-pace-prosperit-patria-l-ere

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Israele umilia l’Iran: e adesso?

Era solo questione di tempo. E il tempo è giunto. Come prevedibile, prima delle elezioni USA. La risposta israeliana al bombardamento iraniano con missili balistici di quasi un mese fa è arrivata, colpendo siti militari e non – come si temeva e come gli americani avevano chiesto non si facesse – quelli collegati al progetto nucleare né le infrastrutture vitali per l’economia iraniana quali raffinerie e oleodotti.

L’azione israeliana ha dimostrato l’inefficacia del sistema antiaereo di Teheran e offre credito alle minacce di Tel Aviv quando ammoniscono circa la possibilità reale di provocare un danno al nemico tale da “liberare” il suo popolo dalla tirannia del regime islamista. Un timore, o meglio una paura, che effettivamente gli ayatollah covano al loro interno perché è evidente che, al di là dei proclami, essi non vogliano impegnarsi in una guerra contro Israele con la quasi certezza di perderla. Il gruppo dirigente sciita, ormai in là con gli anni, ha precisa memoria di quanto tragica per la nazione fu l’interminabile guerra degli otto anni con l’Iraq ed ha consapevolezza di quanto un nuovo conflitto, per di più contro un nemico molto più forte militarmente, potrebbe costare non solo al popolo ma anche allo stesso loro potere, fin nelle sue fondamenta. Questa consapevolezza non è però presente fra le leve più giovani dei pasdaran, propense invece ad affrontare Israele con l’obiettivo – sempre dichiarato ufficialmente – di farlo sparire dalla faccia della Terra. 

Dunque la situazione è ora in bilico, pericolosamente in bilico: fra una nuova iniziativa bellica di Teheran, che ne produrrebbe una in risposta di Israele avviando così per inerzia l’innesco di una guerra vera e propria, e la stasi. In questo secondo caso sarebbero soprattutto Hezbollah e Houthy a cercare di colpire e naturalmente Israele continuerebbe la sua iniziativa demolitoria in Libano e in parte pure in Siria se ritenuto necessario per colpire più a fondo i proxy iraniani. Nel primo, invece, diverrebbe probabile e forse inevitabile un intervento statunitense a supporto dell’alleato, a quel punto col fine più o meno dichiarato di distruggere i siti nei quali l’Iran sta lavorando alla propria bomba nucleare, un risultato che gli si vuole impedire ad ogni costo. Ma l’ingresso americano nella guerra non lascerebbe, è lecito temere, la Russia silente.

Putin vuole “creare un nuovo ordine internazionale”, come ha ribadito più volte. L’iniziativa dei BRICS, peraltro ricca di ipocrisie e di punti tutt’altro che chiari, mira esplicitamente a questo obiettivo. E dunque il sostegno all’Iran (da cui acquista droni che impiega in Ucraina e al quale assicura tecnologia balistica) in una eventuale guerra a Israele, bastione dell’Occidente in Medio Oriente, potrebbe agevolare il raggiungimento dell’obiettivo.

Al tempo stesso, però, anche al Cremlino sanno che il rischio di un conflitto aperto è il crollo del regime degli ayatollah e quindi la prudenza diviene un ingrediente del quadro inevitabilmente necessario. Anche perché l’Iran può essere un alleato utile in ambito BRICS, ed è pertanto meglio un suo consolidamento piuttosto che il rischio di un suo crollo.

De Toni, Sindaco di Udine, a Rondine: uniti per la pace.

Domani, il sindaco di Udine Alberto Felice De Toni parteciperà a un importante incontro presso la Cittadella della Pace di Rondine, in provincia di Arezzo, per discutere di pace e fratellanza. De Toni sarà affiancato dagli assessori Andrea Zini e Gea Arcella e dal consigliere delegato ai rapporti internazionali Alessandro Colautti. Ad accoglierli sarà Franco Vaccari, fondatore di Rondine, il celebre centro impegnato nella promozione della pace a livello internazionale.

Questo incontro nasce dall’appello lanciato da Rondine pochi giorni prima della gara della Nazionale Italiana a Udine, con l’obiettivo di promuovere lo sport come veicolo di pace e dialogo. “Sono orgoglioso dei risultati che abbiamo ottenuto,” ha dichiarato De Toni, “da una logica di contrapposizioni ideologiche, strumentalizzata anche politicamente, siamo riusciti a spostare il focus, creando un’occasione di dinamismo anche per le istituzioni. Abbiamo bilanciato proposte divergenti facendoci portatori di un messaggio di dialogo”.

A rispondere all’appello di Rondine sono stati in molti, tra cui il Ministro dello Sport Andrea Abodi, la Federcalcio e altre importanti cariche istituzionali e religiose del Friuli Venezia Giulia e d’Italia. L’incontro vedrà partecipanti di spicco come Monsignor Riccardo Lamba, Arcivescovo di Udine; Beniamino Quintieri, presidente dell’Istituto per il Credito Sportivo; e Roberto Pinton, rettore dell’Università di Udine. Anche il mondo economico e sindacale sarà rappresentato, a fianco di figure religiose provenienti dalle comunità ebraiche, islamiche e cristiane, tutte unite dalla volontà di promuovere un messaggio di pace e coesione.

L’incontro a Rondine sarà articolato in una sessione istituzionale seguita da un tavolo di lavoro a porte chiuse, a cui prenderanno parte rappresentanti istituzionali, enti coinvolti e alcuni studenti internazionali. Questo momento di confronto vuole individuare azioni concrete e coinvolgere le nuove generazioni nella costruzione di un futuro di pace e solidarietà.

Dibattito | Antifascismo sì e sempre. E anticomunisti…mai?

Sì, diciamolo ad alta voce e a scanso di equivoci: i veri ed autentici democratici sono chiaramente antifascisti. Ma, al contempo, i veri ed autentici democratici sono anche chiaramente anti comunisti? E, come ben sappiamo, di fronte a questa domanda si apre sempre il finimondo. Ovvero, si scatena l’universo progressista ed ex e post comunista italiano ad impartirci la solita lezione che il fascismo nel nostro paese c’è stato realmente 100 anni fa mentre il comunismo, con quella deriva dittatoriale, illiberale, anti democratica ed autoritaria che si trascinava dietro semplicemente non ha avuto cittadinanza. Ma questo grazie esclusivamente a quei partiti che si sono opposti. A cominciare dalla Dc con il contributo dei partiti centristi alleati. Elemento, questo, che quasi sempre non viene nè citato ed nè ricordato dalla “mainstream” nostrana.

Ora, ho voluto ricordare questa vecchia ed antica polemica per arrivare ad una sola conclusione. E che spiega, con molta semplicità e senza tante riflessioni politologiche, perché nel nostro paese persiste da decenni una indubbia, oggettiva, palpabile, manifesta e persin plateale “egemonia

culturale” del mondo progressista o di sinistra che dir si voglia. E cioè, ogni qualvolta in un qualsiasi dibattito – politico, culturale, sociale, religioso e men che meno giornalistico o televisivo – si pone la domanda banale di dichiararsi anche anticomunisti scatta immediatamente un tic che evidenzia l’inopportunità e, soprattutto, la provocazione della domanda stessa. Accompagnata da dotte ed argute argomentazioni sul fatto che rispondono ad un principio di fondo: e cioè, visto che il comunismo non ha mai governato nel nostro paese sin quando esisteva a livello europeo e mondiale qualunque ipotesi di deriva illiberale, dittatoriale, antidemocratica ed autoritaria legati quel sistema ideologico non ha avuto un riscontro concreto e tangibile. E, pertanto, ci si può tranquillamente definire ex e post comunisti senza alcun problema. Anzi, e al contrario, ci si può anche vantare ed essere orgogliosi di aver appartenuto a quella grande e gloriosa tradizione senza mai porsi il problema della compatibilità di quel pensiero e di quella tradizione ideale con la cultura e la prassi democratica.

Ora, senza infierire ulteriormente attorno ad un aspetto che è noto a quasi tutti, si può solo avanzare un’ultima considerazione. E cioè, per ragioni certamente spiegabili e del tutto razionali – e la responsabilità politica della Dc, al riguardo, è persin plateale e non richiede neanche di essere

ulteriormente approfondita – l’egemonia culturale, o la storica vocazione egemonica che dir si voglia, della sinistra ex e post comunista non è stata affatto scalfita in questi anni e continua a svolgere un ruolo decisivo e determinante. Nella Rai come nel cinema; nel teatro come nella letteratura; nelle università come nella carta stampata; nei giornalisti come nelle case editrici per non parlare della magistratura che resta il luogo prediletto di questa cultura. 

I casi sono talmente evidenti e verificabili quasi quotidianamente che non vale neanche la pena di soffermarsi più di tanto. L’unica domanda che si può fare, almeno da parte di tutti coloro che non sono nativi di sinistra o ex e post comunisti o progressisti, è una sola. E cioè, sino a quando dovremmo fare i conti con questa sostanziale egemonia culturale? Perché è vero che si tratta di una costante storica che addirittura parte già dopo la vittoria della Dc del 18 aprile 1948. Ma, al contempo, è anche vero che non basta continuare a denunciare l’egemonia culturale della sinistra nella società italiana ma ci si deve attrezzare sullo stesso terreno per cercare di ridimensionarla e, se possibile, di entrare in competizione. Senza alcuna volontà di azzerare quella cultura o di ricreare una nuova e rinnovata egemonia.

De Gasperi pensava la Dc come strumento e forza della Nazione

Il 19 marzo del 1943 un gruppo di esponenti cattolici, tra cui De Gasperi, si riunì a Roma per approvare “Le idee ricostruttive della Democrazia cristiana”, il documento costitutivo del nuovo partito. Dopo più di un anno proprio Alcide De Gasperi viene eletto primo segretario nazionale della Democrazia cristiana. Lo statista trentino volle creare una discontinuità con l’esperienza del Partito Popolare fondando un nuovo movimento che fosse un ponte per una nuova generazione di politici. 

Un partito laico di ispirazione cristiana perché, come dichiarato dallo statista: “Abbiamo fondato il nostro Stato democratico su un principio di laicità e di autonomia, con profondo rispetto per ogni fede religiosa. La Chiesa può guidare le coscienze ma lo Stato deve restare imparziale, legislatore di tutti e per tutti”.

Per lui la Democrazia cristiana è strumento e forza della Nazione, ma al centro della sua azione politica non può che esserci la persona umana: “Quando la concezione dell’uomo si affievolisce, l’organizzazione dello Stato tende a diventare collettivista ed assoluta. La dignità della persona umana porta invece all’uguaglianza nella legge. Cioè alla democrazia”.

Un partito, come dichiarato al Congresso di Napoli, capace di interpretare la maggioranza degli italiani, imperniato sull’antifascismo e sull’avversione ad ogni totalitarismo, come il comunismo sovietico che si avviava ad occupare mezza Europa.

De Gasperi vince le elezioni del 1948. La Dc da lui guidata prende la maggioranza assoluta dei votanti, ma subito il suo leader ricerca l’alleanza con i partiti laici: capisce che l’esercizio solitario del potere rischia di acuire le spaccature della società italiana. Avverte la necessità di associare altri alla guida dell’Italia e di allargare progressivamente il perimetro dei valori condivisi. “La democrazia – egli dice – non può essere il governo di un solo partito, ma deve basarsi sul dialogo e sulla cooperazione tra le diverse forze”. 

E ancora: “Noi dobbiamo avere la capacità di unire più forze per il bene comune”. In De Gasperi si manifesta immediatamente la grande attitudine della Dc: essere forza di attrazione della democrazia italiana attraverso un processo di apertura e di ricerca continua di alleanze.

Dal centrismo degasperiano, infatti, si passerà nei primi anni ’60, al centrosinistra di Fanfani e Moro e successivamente, nell’epoca buia del terrorismo, alla solidarietà nazionale, con un coinvolgimento istituzionale del Partito comunista a cui era preclusa, per le note ragioni internazionali, la presenza diretta nell’esecutivo.

La Democrazia cristiana sceglie la solidarietà con gli Stati Uniti e l’Alleanza Atlantica e, proprio per questo, è europeista. De Gasperi accompagna il processo di unificazione europea. Lo vorrebbe imperniato non solo sull’economia e sul commercio, ma sull’anima più propriamente politica: per questo sarà angosciato, alla vigilia della sua morte, per l’imminente bocciatura da parte francese della sua creatura, la Comunità Europea di Difesa. Egli diventò, con la sua Democrazia cristiana, riferimento della famiglia europea dei democratici cristiani.

Rimane nella storia italiana il discorso che il Presidente De Gasperi tenne nel 1952 in Trentino in occasione del suo 50° anniversario di azione politica; un compendio di ciò che è stato il suo servizio allo Stato e i valori che lo hanno sospinto nell’impegno partitico. “La Democrazia cristiana – disse in quell’occasione – è una forza conservatrice e rinnovatrice ad un tempo. Conserva e alimenta le forze spirituali, le nobili tradizioni nazionali e trae dal Vangelo frammenti di vitalità e fraternità. Rinnova le strutture sociali, l’organismo economico, l’architettura politica”.

Un partito di centro che sfugge ovviamente le classificazioni del giorno d’oggi: pluralista e interclassista, ma con la stella polare di una socialità diffusa che, non a caso, negli anni porterà frutti benefici come l’universalità e la gratuità dei servizi sanitari, l’accesso al sistema scolastico per tutti, la riforma agraria.

Infine, la Dc come grande partito plurale, con una classe dirigente rappresentativa dei diversi settori della società. Niente a che fare con la dimensione dei partiti personali leaderistici che si affermerà poi negli anni successivi. 

Certe amarezze di De Gasperi, nella fase finale della sua vita, quella “solitudine” di cui parlò la figlia Maria Romana, si spiegano anche con un dibattito interno molto aspro: la più grande dimostrazione di come un partito vero e grande, costruito su motivazioni solide, sopravvive anche alle leadership più forti e sa metterle in discussione.

Comunque vorrei lasciare proprio a De Gasperi le ultime parole sul suo partito: «Voi costituite un partito, cioè una parte della nazione, ma questa parte non è accampata nella nazione per dominarla o per dividerla, ma è collocata in mezzo ad essa per servirla». 

Per questo forse oggi, a 70 anni di distanza, ciascuno di noi non può, in qualche modo, non sentirsi degasperiano.

 

Il video della cerimonia alla Camera

https://webtv.camera.it

Lo zoccolo duro della povertà assoluta in Italia

C’è un Paese che cresce e uno che arranca. I dati dell’indagine ISTAT sulla situazione economica dei cittadini italiani e dei nuclei familiari nel 2023 confermano sostanzialmente la rilevazione effettuata l’anno precedente e il quadro che era emerso dall’ultimo rapporto della Caritas. Questo, nonostante l’andamento positivo del mercato del lavoro nel 2023 (+2,1% di occupati in un anno), registrato anche nei due anni precedenti, poiché l’impatto dell’inflazione ha frenato la possibile riduzione dell’incidenza di famiglie e individui in povertà assoluta. Nel 2023, la lievitazione dei prezzi al consumo è risultata infatti ancora elevata (attestandosi a un +5,9%) ed è evidente che ciò ha inciso negativamente in particolare sulle famiglie meno abbienti.

A conti fatti, si stimano 2,2 milioni di famiglie (pari all’8,4% del totale) e in totale 5,7 milioni di persone (corrispondenti al 9,7% della popolazione residente) che vivono in condizioni di povertà assoluta. Per calcolare il livello oltre il quale le condizioni economiche di vita rientrano in una cornice definita di povertà assoluta, si tiene conto di alcune variabili che concorrono a determinare un quoziente reddituale individuale e familiare: il tipo di lavoro, la sua stabilità nel corso dell’anno, ovvero la condizione di precarietà fino alla disoccupazione, la composizione del nucleo domestico (le famiglie numerose sono tendenzialmente penalizzate), l’ammontare dei trattamenti previdenziali (con evidente incidenza delle pensioni minime, specie per chi vive da solo), le consuetudini alimentari rilevabili dal carrello della spesa, i livelli di istruzione raggiunti e quelli perseguibili in relazione ai costi della formazione scolastica, le spese per la casa (affitto – che riguarda il 46,5% del totale – bollette, mutui laddove sostenibili ma che erodono il potere d’acquisto di ciò che diventa insostenibile o superfluo), e le variabili territoriali e geografiche.

Nella classificazione dei livelli di povertà, l’ISTAT individua anche una fascia intermedia tra la povertà assoluta e le condizioni di sostenibilità: si tratta della cd. “povertà relativa”. Secondo l’Istituto di statistica, “sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia di povertà assoluta (che si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per regione e per tipo di comune di residenza), mentre sono considerate povere relative le famiglie che hanno una spesa per consumi pari o inferiore a una soglia di povertà relativa convenzionale (linea di povertà). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore sono classificate come povere. Per famiglie di ampiezza diversa, il valore della linea si ottiene applicando un’opportuna scala di equivalenza, che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti”. Significativo il dato relativo all’incidenza di povertà relativa individuale, che arriva al 14,5% dal 14,0% del 2022, coinvolgendo quasi 8,5 milioni di individui. La sostanziale conferma dei dati circa gli indici di povertà degli ultimi due-tre anni depone per il consolidamento di una sorta di ‘zoccolo duro’ che rimuove o vanifica la teoria del cd. ‘ascensore sociale’: una metafora sociologica che inchioda al piano terra chi era povero e povero rimane.

Nel rapporto sono presenti – in estrema sintesi – diverse “forbici” che si divaricano, avvalorando la narrazione del benestante o del ricco che rafforza il proprio status mentre – di converso – i poveri restano tali o non riescono ad affrancarsi dalla condizione di povertà. Lo “zoccolo duro” – come lo definisco leggendo i dati – comprime anche iconograficamente verso il basso chi sta sotto la soglia di povertà: non è un buon segnale, questo assestamento-consolidamento di stato, perché indice di un gap che resta incolmabile. Non sono certo i bonus e le mance a poter affrancare dalla fatica di vivere chi deve lottare quotidianamente per mettere insieme il pranzo con la cena. L’immagine di un Paese proiettato verso il new deal, la transizione ecologica e la panacea della digitalizzazione pervasiva e risolutiva resta appannaggio di imbonitori, affabulatori e contaballe. Solitudine e umiliazioni affliggono milioni di persone, perché non esiste il povero felice.

Le forbici che si allargano in tema di povertà riguardano come sempre il Sud nei cfr. del Nord, le famiglie numerose, la correlazione tra livelli di istruzione raggiunti o perseguibili (come fattori di riscatto sociale), i valori apicali nella povertà assoluta tra gli stranieri (che aprono a una necessaria riflessione sulle politiche migratorie in relazione alla conservazione della dignità personale e sociale: nel 2023 si contano oltre 1,7 milioni di stranieri in povertà assoluta, con un’incidenza individuale pari al 35,1%, oltre quattro volte e mezzo superiore a quella (7,4%) degli italiani), la stabilità e la remunerazione del lavoro, che resta il maggiore volano del possibile benessere (il termine “agiatezza” non si usa più e riguarda un target di lobbies anche professionali), ma anche il fattore più devastante della precarizzazione esistenziale. Tuttavia, c’è un dato nel rapporto che amplia in misura marcata la forbice della povertà e riguarda i minori: nel 2023, la povertà assoluta in Italia interessa oltre 1 milione 295 mila minori (13,8% rispetto al 9,7% dell’intera popolazione a livello nazionale). Credo sia questo il dato più negativo, emergente e in crescita, il fatto nuovo più preoccupante, poiché interessa il 12,4% delle famiglie italiane.

Kamala Harris è l’America che guarda al futuro: la sua vittoria è possibile.

Ho seguito con passione e una certa apprensione i sondaggi americani sulla sfida tra Kamala Harris e Donald Trump. E ora trovo conferma nelle previsioni iniziali: la mobilitazione delle donne è scattata immediatamente, in segno di solidarietà contro un personaggio accusato di abusi e disprezzato da molte per la sua condotta verso il genere femminile. Questo scontro, senza precedenti nella storia americana, si intreccia con la speranza di vedere, per la prima volta, una donna alla Presidenza degli Stati Uniti.

L’enorme afflusso di voti anticipati rappresenta una tangibile conferma del coinvolgimento e della mobilitazione femminile. Il Partito Democratico è sceso in campo con determinazione, consapevole delle minacce alla democrazia e preoccupato per la mancata azione della Corte Suprema contro Trump, nonostante le prove del suo sostegno all’assalto al Campidoglio. In questo scenario, Kamala non sembra risentire dell’eredità di Biden: anzi, l’attuale Presidente incontra un crescente favore per i suoi sforzi in direzione di una tregua in Medio Oriente, considerando che il conflitto potrebbe trasformarsi in un pericoloso scontro globale.

Kamala ha già superato il suo avversario sia nella raccolta fondi sia nel sostegno di importanti personalità, specialmente nel mondo dello spettacolo. I sondaggi, che oscillano di giorno in giorno, sono funzionali a entrambi i candidati, mantenendo alto l’impegno dei rispettivi elettorati.

Infine, è difficile immaginare che negli Stati Uniti possa prevalere un approccio ambiguamente “disarmista”, pensando soprattutto alla questione dell’ordine mondiale in bilico e al protagonismo delle potenze rivali – Russia e Cina – pronte a sfidare l’egemonia americana. L’industria bellica degli Stati Uniti difficilmente sarà ridimensionata: le guerre in Vietnam e Afghanistan furono abbandonate per preservare vite americane, ma oggi questa preoccupazione resta confinata ai margini per la natura e l’organizzazione della guerra contemporanea. Le potenze nucleari, grandi e piccole, optano per conflitti per procura, dove sono e saranno altri popoli a combattere per difendere la propria terra.

Quale formazione politica arriva dal mondo cattolico?

Conosciamo la storia del passato. Ovvero, parlando dei politici cattolici e di ispirazione cristiana, la classe politica era preparata perchè proveniva dalla formazione qualificata e autorevole organizzata e gestita dal mondo cattolico italiano. Un mondo cattolico che attraverso una mirata, consapevole e responsabile formazione politica, culturale, sociale ed anche etica contribuiva a formare la futura classe dirigente del paese. Sì, certo, erano altri tempi. C’erano altri partiti, un altro sistema politico e, soprattutto, un altro contesto culturale e sociale. E, di conseguenza, un’altra classe dirigente.

Ora, senza fare un esame approfondito e dettagliato, è abbastanza evidente che quando viene a mancare una formazione culturale adeguata e pertinente, non c’è alcuna possibilità concreta per poi avere una altrettanto adeguata classe dirigente politica. Non è un caso, del resto, se quasi

tutte le scuole di formazione alla politica delle varie diocesi disseminate in tutto il paese – peraltro importanti e degne di nota – non hanno avuto alcuna ricaduta politica concreta. Non c’è, oggi, una classe dirigente che arriva dalle fila dell’area cattolica italiana, seppur composita e frastagliata; non c’è una volontà concreta della Chiesa italiana nella sua complessità di porsi il problema di una presenza politica di ispirazione cristiana e, in ultimo, persistono vaghi richiami – seppur sempre ricchi di citazioni e di inviti all’impegno pubblico – che però puntualmente si disperdono nel momento in cui devono tradursi nella cittadella politica italiana. Si tratta, peraltro, di autorevoli inviti a partecipare ma, purtroppo, il tutto si infrange contro la realtà di tutti i giorni.

È indubbio, al riguardo, che l’assenza di un partito – al di là del suo consenso elettorale – che seppur vagamente è riconducibile al pensiero, alla cultura e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano pesa nella sostanziale assenza pubblica dei cattolici. Come, del resto, è del tutto inutile, se non addirittura patetica, la presenza dei cosiddetti cattolici democratici o cattolici popolari in partiti che hanno un’altra ragione sociale, un’altra base valoriale e soprattutto un progetto politico radicalmente estraneo ed esterno alla stessa cultura della tradizione cattolica italiana per come si è declinata nelle diverse fasi storiche. Si tratta, perlopiù, di presenze a conferma della natura plurale dei partiti ma del tutto ininfluenti ai fini della concreta elaborazione del progetto politico del partito stesso. Come dimostra in modo persin troppo plateale l’esperienza del Pd della Schlein.

Ecco perchè l’antico monito di Carlo Donat-Cattin, seppur pronunciato in un contesto storico, culturale e politico del tutto diverso da quello contemporaneo – cioè verso la fine degli anni ‘80 – conserva una straordinaria modernità ed attualità. Ovvero, diceva lo statista piemontese, “è difficile continuare a resistere in prima linea quando non arrivano le munizioni dalle retrovie”. Uno slogan, ma anche una puntuale e precisa riflessione particolarmente calzante per la stagione politica contemporanea. Insomma, anche per i cattolici non basta evocare od invocare un rinnovato e generico impegno politico. Senza una adeguata, paziente ed intelligente formazione politica e culturale anche il miglior incitamento non è nient’altro che una paura esortazione o un banale diversivo.

La Voce del Popolo | Il vincitore ha diritto di prendere tutto?

Dove intenda approdare Giorgia Meloni, e se il suo possa essere un approdo ovvero un passaggio, non è affatto chiaro. È ovvio che la sua tentazione sia quella di dar fuoco alle polveri. E dunque di cercare un’occasione per misurare le forze in maniera pressoché definitiva. Che si tratti del premierato o dello scontro con i giudici c’è (sempre sullo sfondo) l’idea che verrà un momento in cui la conta delle forze si farà decisiva e brucerà tutte quelle possibilità di compromesso che la premier considera troppo poco limpide e troppo poco coraggiose. 

Il problema è che, se davvero la premier seguirà questa rotta, non si troverà contro i nemici (o, più pudicamente, gli avversari). Piuttosto, a quel punto avrà contro la natura politica del paese, il suo istinto profondo, la sua natura diffusa. Tutto quello cioè che è stato vincolo e limite per i suoi predecessori: dai vecchi democristiani che hanno subito l’onta di Mani pulite con una sorta di dolorosa e impotente rassegnazione allo stesso Berlusconi che ha fatto tuonare più di quanto sia riuscito a far piovere (per fortuna, dico io).

Non sono tanto in discussione le ragioni e i torti che pure contano assai. È in discussione per l’appunto la natura po- litica del paese. E cioè se il vincitore abbia diritto di prendere tutto in ragione dei suoi numeri o se invece la vera conquista del potere stia nella sua capacità di generare un equilibrio più vasto che comprenda anche qualche ragione da parte degli altri. Viene da dire, troppi nemici, nessun onore.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 24 ottobre 2024

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Dove si forma la classe dirigente del futuro?

Uno dei temi decisivi per rinnovare la politica, rafforzare la qualità della democrazia e, soprattutto, restituire credibilità alle stesse istituzioni democratiche è come si costruisce la classe dirigente politica. La classe dirigente del futuro, come ovvio. E, su questo versante, diventa decisivo affrontare il tema del “dove”, oggi, si forma o si può formare la classe dirigente politica ed amministrativa. Al riguardo, noi conosciamo dove si è formata e come è cresciuta la classe dirigente del passato e anche parte di quella contemporanea. 

Nel passato, come tutti sanno, c’erano delle agenzie formative precise e sufficientemente definite. Dai partiti politici all’associazionismo – in particolare quello cattolico -; dai gruppi culturali e sociali all’esperienza diretta nelle amministrazioni locali, quindi nel cosiddetto “civismo”. Ma, soprattutto, erano i partiti gli strumenti principali che assolvevano concretamente a questo compito. Certo, si trattava di partiti popolari e di massa, democratici e collegiali. Partiti con una cultura politica alle spalle che avevano anche la forza e il coraggio di dispiegare un progetto politico e, al contempo, anche una visione della società. 

Dopodiché, rasi al suolo per svariate motivazioni questi strumenti democratici, sono rimaste sul terreno solo le macerie. E le macerie sono rappresentate dall’irruzione dei partiti personali, dei cartelli elettorali, dal criterio della “fedeltà” nei confronti del capo partito di turno e, in ultimo, dall’improvvisazione e dalla casualità della stessa classe dirigente. Frutto e prodotto dell’ideologia del populismo anti politico, demagogico e qualunquista che ha visto nel grillismo il suo compimento definitivo. 

Una deriva che ha contribuito a ridicolizzare quella che un tempo veniva semplicemente chiamata classe dirigente. Politica ed amministrativa. Di conseguenza, abbandono della capacità di saper definire un progetto politico, archiviato il coraggio di disegnare un modello di società, abdicato al ruolo di essere esempio per le giovani generazioni e, soprattutto, radicale impossibilità di declinare una presenza politica popolare, sociale e radicata perché gli stessi partiti, nel frattempo, sono diventati semplici pallottolieri ed inguardabili cartelli elettorali.

Ecco perché chi continua a credere nell’importanza e nel ruolo dei partiti e nella loro funzione, prevista dalla stessa Costituzione, di contribuire a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, non può non porsi il tema della formazione della classe dirigente e, di conseguenza, della sua stessa qualità ed autorevolezza. Perché senza classi dirigenti politiche preparate, radicate nei territori, espressione di pezzi di società e riconosciute come tali dalla intera pubblica opinione, sarà la stessa politica a uscirne fortemente ridimensionata se non addirittura sconfitta. 

E per invertire la rotta si deve, altrettanto semplicemente, buttare a mare la stagione dei partiti personali, della vulgata “uno vale uno”, dell’esaltazione dell’incompetenza e della superficialità e sul fatto, forse il più importante, che la politica non richiede professionalità. No, perché la politica non è professionismo ma richiede ed impone la professionalità. E questo perché politici non ci si inventa ma si diventa.

Voto popolare, argini costituzionali e metamorfosi delle democrazie

Quale legittimazione ha un partito o una coalizione, in un sistema democratico, di modificare unilateralmente le regole fondamentali, ossia con le sole forze di maggioranza, sulla base di una pretesa prevalenza del responso popolare (che, nel nostro caso, rappresenta appena il 30% degli elettori, su poco più della metà degli italiani che si sono recati al voto) rispetto alle garanzie di libertà e autonomia poste a fondamento della convivenza democratica dalla Carta Costituzionale?

Questo interrogativo si ripropone nelle preoccupazioni e nei commenti di una parte significativa della stampa, di fronte alle crescenti pretese del governo delle destre sovraniste e populiste di non tollerare ostacoli normativi di alcun genere per attuare gli impegni assunti in campagna elettorale, anche a costo di stravolgere i principi basilari della nostra Costituzione.

Molti costituzionalisti mettono in guardia: modifiche unilaterali, seppur a maggioranze risicate, così temerarie della Carta costituzionale, senza un minimo di dialogo con l’opposizione, pur nel rispetto delle garanzie procedurali (compreso l’ineludibile referendum), non fanno altro che esporre il Paese a divisioni perniciose e tensioni sociali.

È evidentemente il segnale inquietante di uno scenario in cui l’attacco concentrico alla nostra Costituzione è ormai una costante.

L’ultimo esempio in ordine di tempo è la stupefacente affermazione del Presidente del Senato, La Russa, che ha dichiarato, senza equivoci: “Serve più chiarezza sui rapporti tra politica e magistratura, cambiamo la Carta”.

Questa dichiarazione segue la recente pronuncia del Tribunale di Roma, che ha sancito l’invalidità e l’illegittimità della decisione governativa di eseguire determinati trasferimenti, in contrasto con le normative europee e con la linea interpretativa della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Anche il governo ha reagito duramente, bollando la magistratura come un organo che, più che fare giustizia, farebbe politica attiva, quasi schierandosi con le attuali opposizioni.

 

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Brics, la governance globale anche col loro contributo.

Il XVI Vertice Brics chiusosi ieri a Kazan in Russia sembra aver definitivamente consacrato questa associazione di stati come uno dei protagonisti della scena globale, insieme ai Paesi G7 e ad altre organizzazioni internazionali.

Di fronte ad una ascesa così rapida sulla ribalta mondiale dei Brics, sorti nel 2009, prima nel formato a quattro, costituito da Brasile, Russia, India, Cina, a cui si è aggiunto il Sudafrica nel 2011, e poi allargati a partire dal primo  gennaio di quest’anno a Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti e Iran, si impone la necessità di approfondire la loro conoscenza anche per poter definire le strategie migliori rispetto ai cambiamenti avvenuti nel mondo.

È quello che si è cercato di fare ieri all’incontro per una prima valutazione a caldo dei risultati del vertice di Kazan presso il Centro Russo di Scienza e Cultura, promosso dall’“Istituto Diplomatico Internazionale” di Roma in collaborazione con il Laboratorio Brics dell’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali (Eurispes).

Tra i punti chiave in tema di Brics vi è quello, decisivo, della postura internazionale di questo Coordinamento, che raggruppa più del 40% della popolazione mondiale e rappresenta circa un terzo del pil globale, all’incirca alla pari con i Paesi del G7. Che si autodefinisce non un soggetto contro qualcuno, ma per qualcosa, per la riforma della governance globale. O, come ha osservato a Kazan  il presidente dell’India Narendra Modi, non un’associazione “anti” occidentale ma solamente “non” occidentale.

Il vero collante dei Brics, a giudizio di Marco Ricceri, coordinatore del Laboratorio Brics dell’Eurispes, è costituito dall’integrazione interna, che ormai sta raggiungendo i settori più diversi, da quelli culturali a quelli scientifici a quelli economici, fiscali, doganali. L’intento comune  è quello di costituire un sistema di scambi e di relazioni non necessariamente alternativo a quello occidentale ma certamente autonomo, seppur non separato o disconnesso.

In questa direzione si è mossa la presidenza russa dei Brics, che prima di passare il testimone al Brasile che assumerà la presidenza annuale per il 2025, rivendica i risultati ottenuti. Risultati che sono stati riassunti da un consigliere dell’Ambasciata russa a Roma, Mikhail Rossiysky, che ha definito i Brics come una delle piattaforme della cooperazione globale. Uno fra i maggiori risultati è stato quello della gestione dell’allargamento, dando la priorità alla armonizzazione fra i nove Paesi membri (più l’Arabia Saudita che potrà divenirlo quando lo riterrà opportuno, avendo già ottenuto, e mai respinto, l’invito ad aderirvi). Ma non per questo eludendo le attese dei Paesi che hanno fatto domanda di adesione. Da Kazan è uscito il formato di Paesi Partner Brics che comprende i seguenti tredici Paesi:  i nostri vicini mediterranei Algeria e Turchia (che è anche nella Nato), l’europea Bielorussia, Bolivia e Cuba, Nigeria e Uganda, Kazakistan, Uzbekistan, Indonesia, Malesia, Thailandia e Vietnam.

Rilevanti appaiono anche i progetti avviati per rafforzare i legami economici fra i Brics, le infrastrutture dei trasporti e quelle finanziarie, come la New Development Bank, la banca di sviluppo dei Brics per la quale è previsto un aumento dei finanziamenti. E per incentivare le transazioni nelle valute locali. È stata lanciata anche la proposta di una borsa del grano estendibile alle altre commodities.

Un’altra notizia rilevante per i Brics è stato l’annuncio di una intesa tra Cina e India che pone fine alle loro annose dispute frontaliere. 

L’orizzonte dei Brics rimane quello di contribuire, insieme ad altri, alla costruzione di un nuovo ordine internazionale multilaterale nel quadro delle Nazioni Unite, rappresentate al Summit dal Segretario Generale Antonio Guterres. Il documento finale, la Dichiarazione di Kazan, conferma, come in passato, l’opzione dei Brics per un nuovo multilateralismo che consenta a tutti gli stati, quelli ricchi e quelli di più recente industrializzazione o in via di sviluppo, di partecipare con pari dignità e in modo più equo al sistema economico e finanziario globale, nonché di ottenere una più adeguata rappresentanza nell’ambito Onu. 

Il tempo ci dirà se gli obiettivi che si prefigge l’iniziativa dei Brics, la riforma della governance globale, avranno la possibilità di essere raggiunti. Di certo un dublice risultato questo organismo internazionale sui generis, non disponendo  di un proprio segretariato, in meno di vent’anni sembra già averlo raggiunto. Da un lato è stato innescato un profondo cambiamento interno, non eterodiretto con interferenze straniere, nei Paesi membri, un cambio di mentalità, un allargamento di orizzonti, una maturazione che porta all’assunzione di nuove responsabilità di portata globale. Nel contempo il consolidamento del Coordinamento Brics influisce anche sulla narrazione e sui profondi equilibri socio-economici dei Paesi occidentali, che a loro vota vedono aprirsi nuovi orizzonti, accanto a quelli ereditati dal XX secolo. Al punto che, se ben interpretata, l’iniziativa dei Brics potrebbe addirittura contribuire a fare emergere elementi di rivitalizzazione della vita democratica nei nostri sistemi politici occidentali, stimolati a reinventarsi di fronte alle nuove sfide di questa nuova epoca che si sta aprendo.

Il predellino di Marina Berlusconi

La scena politica continua a rivelare dinamiche che suscitano curiosità e sorpresa. Marina Berlusconi, figlia del fondatore di Forza Italia, ha espresso ieri il pieno sostegno al governo Meloni, dando con ciò l’idea di un allineamento a destra dopo mesi di sotterranee tensioni nel quadro di maggioranza. Tuttavia, come spesso accade nella politica italiana, le apparenze vanno interpretate con attenzione.

Vediamo i fatti. A margine dell’inaugurazione del nuovo Store Mondadori presso la Galleria Alberto Sordi, a due passi da Palazzo Chigi, Marina Berlusconi ha sciorinato vari pensieri, in primis quello riguardante la stabilità dell’Esecutivo, bene prezioso per il Paese. “Il mio giudizio sul governo è assolutamente positivo, sia come cittadina sia come imprenditrice,” ha voluto aggiungere riferendosi soprattutto alla gestione responsabile dei conti pubblici e alla condotta accorta in politica estera. Parole di conforto, indubbiamente, che giungono in un contesto alquanto complicato per la Premier (v. “caso Spano”). 

La vera novità, però, non risiede tanto o solo nell’iconico endorsement che sa di antichi proclami dal predellino. Quello che emerge, in modo più sottile, è la posizione che Marina Berlusconi sta assumendo all’interno di Forza Italia. Fuori dall’agone politico, ella gioca comunque una partita politica. Ieri era presente tutto il gotha di Forza Italia, quasi a coronamento di un’investitura, sebbene non ufficiale. Evidentemente l’immagine che si vuole proporre è quella di un volto rassicurante per gli elettori forzisti, perlopiù orfani del carisma di Silvio. Circondata dal gruppo dirigente di Forza Italia, Marina ha dunque indossato i panni della garante suprema del berlusconismo.

In ogni caso, non ci sono stati segnali di cambiamento sul  tema dei diritti civili. Le posizioni restano aderenti alla tradizione liberale di Forza Italia, segnando una linea di netta distinzione rispetto alle “intemperanze” della Lega. 

Alla fine, il vero nodo della questione sta sempre nella fatica con la quale si cerca d’inquadrare il futuro di Forza Italia. Nel medio termine resta in piedi l’aspettativa di un riequilibrio strutturale all’interno della maggioranza, immaginando di riguadagnare consensi in vista di un nuovo asse FdI-Forza Italia. Nessuno ha interesse – nemmeno a sinistra – a forzare i tempi del chiarimento, ben sapendo che spingere sull’acceleratore porterebbe dritti alle elezioni anticipate. Riuscirà, tuttavia, questa manovra di aggiustamento o finirà per imporsi il redde rationem tra le diverse anime della coalizione? Il dilemma è questo e non lo scioglie, a onor del vero, l’attivismo scenografico della figlia più famosa d’Italia.

Premierato o modelli europei? L’Italia a un bivio costituzionale.

Elly Schlein sembra percorrere una strada promettente quando, osservando che le forze di opposizione insieme potrebbero avere i numeri per sconfiggere la destra, invita a superare i veti incrociati e ad aprire un dialogo politico basato su responsabilità comuni, piuttosto che su ideologie o vecchi rancori. Questo approccio potrebbe ricevere una prima conferma già alle prossime elezioni regionali, segnando un punto di svolta e indicando che, dopo i primi due anni di governo caratterizzati dalla cosiddetta “luna di miele”, anche l’attuale esecutivo potrebbe entrare in una fase discendente, come i suoi dodici predecessori. Questo confermerebbe che il vero problema del Paese è di natura costituzionale, e l’idea di un premierato, proposta dalla maggioranza, rappresenta l’ennesimo tentativo di correggere efficacemente un bicameralismo ormai paralizzante.

Il Parlamento italiano, soffocato dai continui voti di fiducia, è lo specchio di un’anomalia unica in Europa. Eppure, non mancano modelli sperimentati che potrebbero offrire soluzioni praticabili: il sistema tedesco, con la sfiducia costruttiva, che previene le crisi istituzionali innescate da imboscate parlamentari, oppure il modello francese, che bilancia due poteri legittimati, il Presidente della Repubblica e il Parlamento, creando un equilibrio di forze. Che la destra illiberale punti a soluzioni drastiche, come il premierato, non sorprende. Ma sarebbe forse più opportuno per entrambi gli schieramenti esplorare uno di questi modelli, già testati e funzionanti, piuttosto che arrivare a una riforma che rischierebbe di spaccare il Paese.

In questo contesto, torna di grande attualità l’appello alla solidarietà nazionale, ma questa volta in una forma diversa: una riforma costituzionale condivisa, senza mescolarsi con questioni di governo, in quanto uno dei principi fondamentali da consolidare è proprio l’alternanza democratica. La riforma del sistema politico dovrebbe garantire che governi diversi possano succedersi regolarmente, senza rischi di stallo o instabilità.

Ieri Sabino Cassese, sulle pagine del Corriere della Sera, ha fatto presente la necessità di affrontare con urgenza il tema della stabilità politica. Ignorare questo problema, sottolinea Cassese, potrebbe portare a una pericolosa disaffezione dell’elettorato e ad alimentare tentazioni autoritarie, facendo breccia tra i crescenti numeri dell’astensionismo.

In definitiva, il nodo della stabilità e dell’efficacia istituzionale è cruciale per il futuro del Paese. Se la classe politica non saprà individuare uno sbocco, il rischio di una deriva anti-sistema potrebbe diventare sempre più concreto, minando il cuore stesso della nostra democrazia.

Geo-politica e geo-economia nelle relazioni internazionali: e la geo-cultura?

Il binomio “economia – cultura” è stato da sempre percepito all’estero come un elemento di rilievo o un “atout” importante del nostro Paese nei rapporti internazionali, pur tuttavia continuando in Italia a suscitare dubbi (se non sterili polemiche) derivanti probabilmente anche dalle difficoltà di valorizzarne l’impatto in termini di reale peso politico e di concreti ritorni finanziari. 

La questione della misurazione della cultura è di tale vastità da non poter essere evidentemente sviluppata in maniera esauriente in un articolo necessariamente contenuto. 

Tuttavia anche recenti eventi quali la Fiera del Libro di Francoforte (con l’Italia come ospite d’onore) piuttosto che la “Settimana della Lingua Italiana” confermano come questo sia un tema di periodica ricorrenza e tuttora di grande attualità.

Quando si affronta il tema delle risorse assegnate e dell’analisi costi/benefici, o dei “ritorni” connessi ad interventi o investimenti nel campo culturale, ci troviamo proprio  nell’ambito concettuale di grande complessità sintetizzabile col termine “soft power”.  A sua volta, entrano in gioco ulteriori nozioni qualitative di non semplice valutazione quantitativa, quali “indotto”, “impatto”, “dividendi sociali” piuttosto che “reputazionali” ed altri di altrettanta difficile misurazione. 

Negli ultimi anni si sono registrati alcuni segnali che denotano una crescente sensibilità verso il fenomeno e le sue potenzialità, tuttavia non ancora sufficientemente e diffusamente percepite e, quindi, non adeguatamente sfruttate.  

A proposito di “soft power” e della rilevanza inespressa di questa “risorsa” nelle relazioni internazionali, si rammenta l’emblematica decisione di creare nel gennaio 2022 una nuova struttura nell’organigramma del MAECI denominata DGDPC (“Direzione Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale”) con il precipuo obiettivo di consolidare e valorizzare le potenzialità dirette ed indirette del “soft power” italiano nello sviluppo dei rapporti con l’estero del nostro Paese.

 

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L’alternativa necessaria alla polarizzazione tra destra e sinistra

Alle elezioni politiche del 2022, gli elettori di area cattolica si sono divisi tra chi ha sostenuto la coalizione di destra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia), chi ha continuato a supportare la sinistra (PD e partiti affini), pochi nelle residue formazioni di centro, mentre una componente significativa si è rifugiata nell’astensione. Dal referendum Segni e dalla successiva introduzione della legge elettorale maggioritaria del Mattarellum, sosteniamo l’idea che, senza il ritorno a un sistema proporzionale, non sia possibile ricomporre un centro politico nuovo, alternativo alla destra nazionalista e sovranista, oggi egemonizzata da Fratelli d’Italia, e distinto dalla sinistra, dove è dominante il PD guidato da Elly Schlein.

Le tre diverse culture presenti nell’area politica dei cattolici – democratica, liberale e cristiano-sociale – se rimanessero fedeli agli insegnamenti dei padri fondatori come Sturzo e De Gasperi, non vi è dubbio che, di fronte alla deriva sempre più autoritaria della coalizione di governo, dovrebbero fare fronte comune con le forze politiche che intendono porsi in alternativa alla destra, per combattere insieme in difesa della Costituzione repubblicana. Persino la seconda carica dello Stato (che conserva in bella evidenza, nella sua casa milanese, il busto del Duce) vorrebbe modificarne uno dei suoi elementi essenziali: la separazione dei poteri, ereditata dalla cultura politica di Montesquieu.

Ciò che rende difficile, se non impossibile, per molti cattolici accettare una tale alleanza – scelta che a mio parere è indispensabile quando sono in gioco i valori fondanti della Repubblica nata dalla Resistenza – è il permanere a sinistra di una cultura che, come mi ha scritto un caro amico, “vuole rendere lecito l’utero in affitto, dopo aver legalizzato l’aborto, il divorzio, la pornografia, le nozze gay, e vuole anche violentare le donne e rubar figli per darli agli omosessuali”. Finché il PD, definito a suo tempo dal professor Del Noce un “partito radicale di massa”, continuerà a sostenere tali posizioni su quelli che per noi cattolici sono valori non negoziabili, sarà molto difficile trovare punti di intesa. Eppure, tali intese sarebbero indispensabili per costruire un’alternativa reale, forte e credibile alla destra di governo.

Il permanere dell’attuale sistema elettorale maggioritario – evolutosi dal Mattarellum al Porcellum fino all’attuale Rosatellum – favorisce una polarizzazione tra destra e sinistra, lasciando ai cattolici la sola alternativa del rifugio nell’astensione, rafforzando così la schiera di coloro che scelgono di non partecipare alle elezioni. Questa scelta, come accaduto nel 2022, ha favorito l’ascesa della destra al governo.

Una via d’uscita ci sarebbe, e continuo a proporla da tempo: ricostruiamo innanzitutto la nostra unità sui valori e sugli interessi che ci distinguono. I valori della dottrina sociale cristiana, che ispirano la nostra etica, cultura, e politica, e la fedeltà alla Costituzione. Quanto agli interessi, si dovrebbe favorire l’equilibrio, come fece la Democrazia Cristiana, tra quelli dei ceti medi produttivi e delle classi popolari, adeguandosi ai tempi del capitalismo finanziario dominante.

Solo dopo aver ritrovato la nostra unità, potremo scegliere democraticamente le alleanze più consone alla nostra proposta politica e programmatica. Iniziativa Popolare, nella recente riunione del direttivo, ha invitato gli amici del tavolo di coordinamento dei DC e Popolari a battersi insieme per il ritorno alla legge elettorale proporzionale e a proporre un’alternativa al folle disegno presidenzialista di Meloni, promuovendo un sistema simile al modello tedesco del cancellierato. Questo sistema garantirebbe la rappresentanza politica reale del Paese, con una legge elettorale proporzionale, e la governabilità attraverso l’istituto della sfiducia costruttiva, mantenendo centrale il ruolo del Parlamento. Indicazioni molto positive sono emerse dalla riunione degli amici di Politica Insieme; ora attendiamo quelle degli altri componenti del tavolo di coordinamento dei DC e Popolari.

L’Italia che cambia: quando i numeri non bastano a raccontare la realtà.

In questi giorni giunge ai cittadini il questionario di rilevazione del Censimento ISTAT.
L’Istat ha una tradizione di serietà e autorevolezza istituzionale esemplare; i dati statistici che raccoglie ed elabora sono fondamentali per fotografare la realtà del Paese. In passato, ho recensito diverse ricerche dell’Istituto, quando era presieduto dal Prof. Giancarlo Blangiardo, illustre demografo con cui ho avuto l’onore di collaborare sui temi delle problematiche minorili.

Ricordo, ad esempio, che il termine “culle vuote” fu coniato in una indagine dell’Istat, così come fu esemplare il saggio sul tema della sostenibilità generazionale, curato dai Prof. Raitano e Sgritta della Sapienza di Roma, elaborato per l’Istituto con sede in via Cesare Balbo a Roma.
Noto con piacere che la guida attuale dell’Istituto di statistica conserva e valorizza il prestigio consolidato nel tempo.

L’Italia di oggi è una realtà in continua evoluzione; scorrendo le domande poste ai cittadini, trovo che sia irrilevante, persino ai fini statistici, sapere se tengo l’auto nel box o fuori, o se la mia casa è dotata di impianto di aria condizionata.
Ci sono fenomeni sociali che irrompono nella nostra quotidianità e incidono nella nostra vita in modo più rilevante. Forse non è compito dell’ISTAT accertarli e analizzarli, ma faccio solo un esempio che ci tocca da vicino e ci riguarda eticamente, oltre che per la sua incidenza nelle preoccupazioni ricorrenti nell’immaginario collettivo, direi nella nostra comune sensibilità.
Chi computa, monitora e analizza i fenomeni dell’immigrazione clandestina? Quanti sono coloro che vivono in Italia senza permesso di soggiorno? E tra costoro, quanti commettono reati e quanti invece sono sfruttati nel lavoro nero, vivono emarginati o controllati dal caporalato? Non posso dimenticare quell’immigrato morto dissanguato per un braccio amputato sul lavoro (e gettato in una cassetta di verdure) e poi abbandonato morente davanti a casa. Né posso restare indifferente di fronte alla reiterazione di atti criminali, come rapine, stupri e omicidi commessi da irregolari di cui si ignorava fino a un minuto prima l’identità e la presenza sul territorio italiano.

Molti di loro sono in possesso di numerosi “alias”: espulsi con un cognome, possono rientrare con un altro. Ne ho esperienza ricordando i casi di cui mi ero occupato come giudice minorile. Quanti e dove sono ospitati i minori stranieri non accompagnati?
Non è retorico affermare che in altri Paesi queste problematiche ricevono una considerazione istituzionale più ‘avvertita’ e regolamentata. L’ex premier inglese Sunak, prima di lasciare l’incarico, aveva introdotto norme restrittive per il diritto di ingresso nel Regno Unito, in materia di reddito e posto di lavoro. Non mi risulta che il successore laburista Keir Starmer le abbia rimosse. Esse riguardano peraltro tutti i cittadini provenienti da altri Paesi, compresi quelli dell’U.E. (di cui la GB non fa più parte, Brexit docet).
In Svezia, il governo concede un bonus di 30 mila euro agli irregolari per lasciare il Paese. In casa nostra, certamente il CENSIS, la Caritas e le autorità di P.S. conoscono queste realtà, che a mio modesto parere andrebbero rubricate e monitorate. Non spetta all’ISTAT questo compito, ma per completare i dati raccolti dal Censimento, qualche istituzione dovrebbe analizzare il quadro di una situazione peraltro in continua transizione.
Solo dopo si possono trattare – a ragion veduta – problematiche come lo ius soli, lo ius culturae e lo ius scholae. Parlarne prima, senza evidenze note e conosciute, è solo demagogia. Qualunque sia la soluzione proposta, essa risulta condizionata da preconcetti e pregiudizi.

Mi sembra che la politica sia animata da suggestioni e calcoli elettorali, piuttosto che ispirata da ragionamenti che abbiano una testa e una coda, sorretti dalla conoscenza delle evidenze, dalla realtà e dalle previsioni demografiche che configurano tendenze e scenari non sempre collimanti con gli azzardi ipotizzati dalla politica, peraltro basati su un presente non inquadrato e configurato secondo dati computati. Del tutto assente è una valutazione lungimirante, proiettata al futuro: basti ricordare che nel 2050 la popolazione nigeriana sarà la terza del pianeta e una fetta consistente di essa si prevede possa essere stanziale e stabilizzata nei Paesi del vecchio continente. Questo è un dato previsionale ‘neutro’, numerico, che va rapportato e commisurato con la realtà in divenire: nei flussi migratori ci sono spinte autogenerate che devono essere gestite da politiche di accoglienza corrette, non fumose e generiche.

L’UNRWA lancia l’allarme: il campo profughi di Jabalya sotto assedio.

La situazione nel campo profughi di Jabalya, situato nel nord della Striscia di Gaza, è drammatica. Secondo quanto riportato dall’UNRWA, migliaia di persone sono bloccate da giorni senza accesso all’acqua potabile e con riserve di cibo ormai esaurite. I soccorritori non riescono a raggiungere le aree colpite dai bombardamenti israeliani, nonostante le numerose richieste di intervento umanitario presentate dalle Nazioni Unite. Questi ritardi hanno un costo umano significativo, con molte persone rimaste intrappolate sotto le macerie e le squadre di soccorso impossibilitate ad operare.

L’assedio di Jabalya è solo una parte della più ampia crisi che sta coinvolgendo tutta la Striscia di Gaza, dove si stima che circa 400.000 persone siano bloccate nelle zone settentrionali a causa degli intensi bombardamenti e degli ordini di evacuazione. La carenza di beni essenziali come cibo, acqua e medicinali sta peggiorando una situazione già gravissima, in particolare per i bambini, che sono tra le principali vittime del conflitto.

Le autorità israeliane hanno respinto le richieste di accesso urgente presentate dall’UNRWA e dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), aggravando ulteriormente la crisi umanitaria in corso. Nel frattempo, l’UNRWA continua a lanciare appelli disperati affinché si ponga fine al blocco per permettere ai soccorsi di entrare nelle zone colpite, ma la risposta delle forze israeliane è stata finora negativa.

La gravità della situazione è testimoniata anche dalle organizzazioni umanitarie presenti sul campo, come Medici Senza Frontiere, che ha confermato la presenza di operatori intrappolati a Jabalya e la difficoltà di portare assistenza medica alle popolazioni colpite. La mancanza di vie di fuga e l’assedio del campo rendono la situazione sempre più insostenibile.

Tim Walz all’attacco: Trump schiva il confronto con Kamala Harris.

La campagna elettorale si è intensificata dopo che Donald Trump ha rifiutato di partecipare a un secondo dibattito con Kamala Harris, la candidata democratica alla Casa Bianca. Il gesto ha scatenato una serie di reazioni, in particolare da parte di Tim Walz, candidato alla vicepresidenza per i Democratici. Durante un recente comizio, Walz ha duramente criticato Trump, definendo la sua decisione come una prova della sua mancanza di resistenza e preparazione per la presidenza. Walz ha ironizzato sul fatto che Trump avrebbe evitato il confronto diretto con Harris per timore di una nuova sconfitta, paragonando l’ex presidente a chi, dopo aver subito una “frustata”, non sarebbe disposto a tornare per un secondo round.

Il contesto di questo scontro riflette la tensione della campagna elettorale in una fase cruciale, a pochi giorni dalle elezioni del 5 novembre. Trump ha infatti declinato gli inviti rivolti da reti televisive come Fox News e CNN per ulteriori confronti, limitandosi ad apparizioni e comizi, dove continua ad attaccare Harris e i Democratici. La scelta del Tycoon ha dato ai Democratici un’arma retorica, con Walz che sfrutta l’assenza di Trump per sottolinearne la debolezza.

Questa strategia di attacco è tuttavia rischiosa. Walz, che ha affronrato recentemente il candidato alla vicepresidenza repubblicano, JD Vance, non ha convinto tutti gli osservatori. Ciò nonostante, la “fuga” di Trump sembra aver offerto ai Democratici una narrazione più favorevole in questa fase della campagna elettorale, sebbene resti da vedere se tale “botta mediatica” riuscirà a convincere gli elettori ancora indecisi.

Un gesto imprevisto: Il Vescovo di Bogor rifiuta la creazione a Cardinale.

Papa Francesco ha accolto la richiesta del vescovo di Bogor, Paskalis Bruno Syukur, di non essere creato cardinale durante il prossimo Concistoro. La notizia è stata confermata da una dichiarazione del direttore della sala stampa della Santa Sede, che ha messo in evidenza il profondo significato di questa scelta.

Paskalis Bruno Syukur ha infatti manifestato il suo desiderio di continuare a crescere nella vita sacerdotale e di dedicarsi in modo più intenso al servizio della Chiesa e del popolo di Dio. La sua decisione è rappresentativa di un approccio spirituale che pone l’accento sulla vocazione personale e sull’importanza del ministero, piuttosto che su posizioni di prestigio o “potere”. Il vescovo Syukur, la cui diocesi si trova in una delle aree più vivaci e culturalmente ricche dell’Indonesia, ha sempre dimostrato un forte impegno per il dialogo interreligioso e la promozione della pace.

La scelta ha suscitato una certa sorpresa nel mondo ecclesiasiale, dove la nomina a cardinale è vista come un riconoscimento importante. Tuttavia, il gesto di Syukur rivela una profonda consapevolezza della propria missione e un desiderio sincero di servire la comunità senza le distrazioni che possono derivare da un più elevato grado di responsabilità.

Nella Papa di valorizzare il servizio umile e autentico nella Chiesa. È un invito a riflettere sulla vera natura della leadership ecclesiastica, che dovrebbe sempre essere orientata al bene comune e alla crescita spirituale.

In questo orizzonte, Papa Francesco ha dimostrato chiaramente di voler prestare tutta la sua attenzione al “modus essendi” dei pastori locali, che conoscono meglio di chiunque altro i bisogni delle loro comunità. In un momento storico in cui la Chiesa affronta sfide significative, questa vicenda inattesa ripropone la necessità di fondare il ministero sacerdotale sulla testimonianza e la piena dedizione, piuttosto che su titoli e onorificenze. In definitiva, la scelta del vescovo di Bogor invita a mettere in primo piano l’essenza del servizio cristiano.

Il Fondo Monetario Internazionale potenzia gli aiuti ai paesi a basso reddito

Il Consiglio esecutivo del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha approvato una serie di importanti riforme volte a migliorare il sostegno ai paesi a basso reddito, garantendo al contempo la sostenibilità del Poverty Reduction and Growth Trust (PRGT), lo strumento principale attraverso cui il Fondo eroga aiuti a queste nazioni. In una nota ufficiale, il FMI ha sottolineato che le modifiche alle politiche di assistenza mirano a “rafforzare la capacità del Fondo di supportare i paesi a basso reddito nell’affrontare le loro esigenze di bilancia dei pagamenti, ripristinando al contempo l’autosostenibilità del PRGT”.

Il PRGT rappresenta uno dei meccanismi chiave attraverso cui il FMI eroga finanziamenti agevolati ai paesi più poveri, spesso gravati da pesanti squilibri di bilancio e crisi economiche. Negli ultimi anni, in particolare a seguito della pandemia di COVID-19, molti di questi paesi si sono trovati in condizioni ancora più difficili, aggravate dall’inflazione globale, dall’aumento dei costi delle materie prime e dalle difficoltà nel ripagare i debiti internazionali. Il pacchetto di riforme, dunque, arriva in un momento cruciale, fornendo nuove risorse e strumenti per far fronte a tali sfide.

Un elemento centrale delle riforme approvate è la previsione di prestiti annuali a lungo termine per un ammontare di circa 3,6 miliardi di dollari, una cifra significativa che consentirà al FMI di rispondere in maniera più efficace alle necessità finanziarie dei paesi più vulnerabili. Inoltre, è stato delineato un nuovo quadro per facilitare la generazione di ulteriori risorse per il PRGT, che prevede la mobilitazione di circa 8 miliardi di dollari in sussidi aggiuntivi. Questo meccanismo dovrebbe garantire una maggiore autosufficienza nel lungo termine, riducendo la dipendenza del Fondo da contributi esterni per mantenere la propria capacità di erogare aiuti.

La riforma si inserisce in un contesto più ampio di sforzi del FMI per rendere più sostenibile il suo supporto ai paesi a basso reddito, promuovendo allo stesso tempo una maggiore stabilità economica globale. Secondo gli esperti, queste misure sono particolarmente significative poiché molti dei paesi destinatari degli aiuti del PRGT si trovano ad affrontare crisi economiche interconnesse, dall’elevato debito pubblico alla ridotta capacità di crescita economica, passando per la vulnerabilità agli shock esterni.

Grazie a queste riforme, il FMI intende non solo garantire l’erogazione di aiuti immediati, ma anche creare un ambiente più stabile e sostenibile per la crescita di lungo termine. I paesi a basso reddito potranno contare su un maggiore sostegno per riequilibrare le loro bilance dei pagamenti, migliorando la resilienza economica interna e contribuendo, in ultima analisi, a ridurre la povertà e promuovere lo sviluppo economico.

L’approvazione di questo pacchetto di riforme, che richiede anche un impegno significativo da parte dei membri del FMI, rappresenta un passo avanti nella lotta per un’economia globale più equa e inclusiva.

Caos manovra e scivolone sui rimpatri: compleanno amaro per il governo.

Il rinvio della conferenza stampa sulla manovra della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che avrebbe dovuto tenersi domani mattina (stamane per chi legge, ndr) alle 9.30, ha un po’ rovinato il “compleanno” numero due del primo esecutivo italiano guidato da una donna, ricorrenza a cui lo stesso governo teneva particolarmente, tanto da pubblicare un documento di quasi sessanta pagine contenente slides con i numeri e i provvedimenti “più significativi approvati e avviati dall’insediamento del governo Meloni, avvenuto il 22 ottobre 2022”.

Ufficialmente il rinvio è stato causato dagli “impegni improrogabili del ministro Tajani, occupato” per tutta la giornata di domani “con la riunione dei ministri dello Sviluppo del G7 a Pescara”. Quasi tutti gli osservatori però ci leggono la difficoltà, per la premier e i suoi ministri, di affrontare una conferenza stampa su una legge di bilancio il cui testo non è ancora stato trasmesso al Parlamento e quindi, di fatto, non valutabile nel dettaglio da giornalisti ed analisti economici.

Senza contare che alcuni di questi analisti, almeno quelli più critici verso l’operato del governo, vedono proprio nel ritardo nella trasmissione del testo al Parlamento il segnale del fatto che “i conti non tornano”.

Di sicuro però, ha molto influito il pasticcio d’immagine provocato dalla decisione del Tribunale di Roma di non convalidare il trattenimento di alcuni migranti spediti nel centro per i rimpatri, appena ultimato, di Gjader in Albania, in quanto provenienti da Paesi non sicuri. Centri per il rimpatrio di migranti irregolati, dal forte effetto “deterrente”, per la cui realizzazione la premier Meloni aveva speso non poche energie e su cui i partiti della sua maggioranza avevano costruito un po’ il mito di un “modello italiano” che altri Paesi sarebbero stati pronti a imitare. Un danno d’immagine notevole per il governo, tanto che stasera (ieri sera per chi legge, ndr)  il Consiglio dei ministri, il cui ordine del giorno non è mai stato pubblicato ufficialmente, ha approvato un decreto che ridefinisce, portandolo al rango di norma primaria, l’elenco dei Paesi ‘sicuri’, risolvendo così l’impasse.

Secondo quanto si apprende da fonti di maggioranza, la conferenza stampa è stata in ballo fino all’ultimo proprio per il timore che alla fine si sarebbe parlato solo della questione dei centri in Albania. Timore accresciuto da fatto che al centralino di Palazzo Chigi erano arrivate richieste di informazioni per l’accredito anche da parte di trasmissioni televisive satiriche. Da qui, prima l’idea di mandare il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a ‘Cinque minuti’ di Bruno Vespa e in conferenza stampa, dopo il Cdm, per smorzare e anticipare un po’ il tema migranti, poi la decisione di rinviare.

Impotenza o rinnovamento? La sfida politica dei cattolici.

Si moltiplicano, e giustamente, le iniziative per rilanciare una rinnovata presenza politica e pubblica dei cattolici italiani. Certo, si tratta prevalentemente di iniziative che purtroppo si inseriscono in un solco che conta molte delusioni, sconfitte, illusioni e, soprattutto, improvvisazione. Al riguardo, negli ultimi anni della sua vita Guido Bodrato, “maestro” del cattolicesimo democratico nonchè storico leader della sinistra dc, amava sempre ricordare che “un progetto politico è credibile nella misura in cui si colloca attivamente nel tempo in cui si vive”.

Detto in altre parole, quando una intuizione, una proposta o un progetto politico, culturale e programmatico non riescono ad incidere o a condizionare concretamente il contesto politico è perché quel progetto non riesce ad intercettare ciò che in quel particolare momento storico caratterizza la nostra società. E questo malgrado la cultura politica, la testimonianza disinteressata, la serietà dei proponenti e forse anche lo stesso progetto, siano seri e del tutto rispettabili. E, allora, a fronte di questo specifico e perdurante problema, sorge spontanea una domanda: e cioè, ma passa attraverso la riproposizione dello stesso progetto e della medesima modalità organizzativa la soluzione del problema? Detto con termini ancora più crudi, la riproposizione di una sorta di Ppi – esperienza cara ed indimenticabile per molti di noi – può continuare ad essere la carta decisiva per rilanciare la presenza politica e culturale dei cattolici nella cittadella politica italiana?

Eppure, ed è inutile negarlo, nella vasta e variegata periferia italiana cresce la volontà e la necessità di ridare un maggior e miglior protagonismo ai cattolici democratici, popolari e sociali da ormai troppo tempo marginali e periferici rispetto alla soluzione dei problemi che sono in cima all’agenda della politica italiana. Ma si tratta di un protagonismo che, forse, non è più veicolabile lungo i tradizionali percorsi organizzativi. Anche se, e non si può negare, cresce l’insoddisfazione nei confronti di una sudditanza culturale a partiti che hanno un’altra ragione sociale, una prospettiva politica e anche una dimensione valoriale del tutto estranea ed esterna rispetto alla storia, alla cultura e alla stessa prassi del cattolicesimo politico italiano. Basti citare il Pd della Schlein, la Lega salviniana o i partiti estremisti e populisti che sono quasi antropologicamente alternativi rispetto al popolarismo di ispirazione cristiana.

Ecco perché, e in attesa che maturino le condizioni affinché quella precisa e definita modalità organizzativa e politica possa realisticamente decollare e seppur in presenza di un pluralismo elettorale sempre più marcato dell’area cattolica italiana, si tratta nel tempo presente di saper condizionare il più possibile la prospettiva di quei partiti che perseguono un dichiarato e spiccato progetto centrista e riformista. Cioè che praticano una linea politica dove proprio l’apporto e il contributo dei cattolici democratici, popolari e sociali possono essere ancora una volta decisivi e determinanti. E questo per evitare che una strutturale e quasi scientifica impotenza dell’agire politico possa trasformarsi, nell’arco di poco tempo, in una sostanziale e rinnovata fuga dalla dimensione pubblica e politica. Che, lo ripeto ancora una volta, non riflette affatto la concreta sensibilità contemporanea della stragrande maggioranza dei cattolici italiani.

Gli emigranti e l’Isola dei famosi

L’emigrazione è il tema di un perenne conflitto che “confrigge” politica e magistratura, rosolandole giorno dopo giorno per ogni verso. È strano come a volte la soluzione sia a portata di mano e nessuno se ne accorga. Il cruccio non è solo italiano ma ha dimensioni assai più vaste. Da tempo ci si arrovella in mille modi mentre hai proprio sotto al naso la chiave di volta per sbarazzarti del problema. 

Allo stato attuale, integrazioni, coabitazioni e convivenza stentano ad affermarsi in maniera da arginare il cammino di speranza dei poveri del mondo. Creare un modello di vita accettabile nella patria di quelli che vogliono abbandonarla sembra purtroppo ancora una pia illusione. Se proprio si deve essere cinici, in omaggio alla praticità richiesta da queste circostanze, allora resta solo una ipotesi, per quanto suggestiva, da coltivare. 

È passato un po’ di moda ma alcune sue canzoni restano nella memoria e non perdono di attualità. Edoardo Bennato ha scritto “L’isola che non c’è” indicando anche la direzione di marcia per trovarla. Se non bastasse, basterebbe che si tracciasse la mappa dell’isola del tesoro, dove il bottino prezioso di cui impossessarsi è l’isola stessa.

Occorre fare i conti con la realtà e non perdersi nei meandri di leggi, sentenze e cavilli di ogni tipo. Con tutta l’aridità del caso, si dovrebbe andare al sodo per levarsi di dosso una rogna che segna in buona parte la pelle e la pace dei paesi dell’Occidente. Se ciascuno Stato rinunciasse ad una parte del suo territorio e lo cedesse gratuitamente agli uomini che vengono dal mondo dei morti di fame la questione avrebbe finalmente fine.

In alternativa, essendo questa ipotesi di astratta attuazione, si potrebbe più realisticamente individuare una sorta di isola abbastanza grande da accogliere le migliaia di persone che altrimenti scalpitano per entrare dove la ricchezza non disdegna di fare la sua parte. Risponderebbe al bisogno di non restare a diretto contatto con il popolo dei migranti e dare quest’ultimi comunque una prospettiva di vita decente. Naturalmente, se il lambirsi non fosse un problema, andrebbe bene anche un qualsiasi altro luogo a digiuno di mare.

Si dovrebbe immaginare una terra grande almeno come la Sardegna e ancor di più che possa darsi i connotati di un nuovo Stato. Gli immigrati, tramite libere elezioni, si dovrebbero autonomamente dare un loro governo e delle loro leggi, e quindi amministrare la giustizia e provvedere all’economia. Gli altri Stati potrebbero impiantare lì fabbriche ed imprese in grado di dare lavoro ma anche di garantire una produzione di beni da mettere sul mercato. Si dovrebbe insomma far nascere un nuovo Stato in grado di essere indipendente, per come possibile, dal resto del mondo, inizialmente sostenuto dai paesi che ne hanno permesso la creazione.

Per individuare un’isola per ogni Stato ufficialmente censito, che garantirebbe i sonni tranquilli a non pochi governanti di questo pianeta, sarebbe opportuno che quest’ultimi fossero un po’ più ispirati, rinunciare all’istrionismo di chi urla allo straniero come un appestato, liberarsi dalle isterie di chi teme soltanto l’invasione di un prossimo sconosciuto, erigendo inefficienti barricate e poco altro ancora.

Una politica illuminata dovrebbe invece provvedere ad istruire quella gente per come organizzarsi e per come, infine, issare in alto una bandiera che per ora non c’è. Non c’è da temere per la concorrenza di un’isola che non sia dei famosi, dove si lotterebbe non più per togliersi la fame ma per il riconoscimento di una dignità. Basterebbe aver letto la Bibbia per comprendere che per un progetto del genere non siamo nella dimensione dell’impossibile ma invece nel pieno di una concretezza che sfugge agli uomini d’oggi. 

Oltre un paio di millenni or sono, il preveggente Padreterno ha tracciato una via a cui guardare, pur essendo quella una lezione solo di riflesso, ad integrazione di un eccesso di orgoglio da punire. Babele era il luogo in cui le lingue si confusero ma impararono, preso atto della realtà, anche a coesistere, dove le differenze rallentarono l’efficienza ma assicurarono la ricchezza delle diversità.

Per dirla alla Dostoevskij, ci vorrebbe una terra in cui se non è possibile vedere “il daino che gioca accanto al leone” potrebbe almeno realizzarsi una unione di culture diverse per il traguardo di una comune salvezza. Per prima l’Europa, di cui è chiaro solo il nome, e poi anche gli Usa, piuttosto che nascondere la polvere sotto al tappeto, sostenendo costi continui per una incerta pulizia, un’idea impossibile di ordine, meglio farebbero pragmaticamente ad ammucchiarla mettendo in piedi, granello dopo granello, zolla dopo zolla, uno Stato mancante.

Un modello a cui ispirarsi potrebbe essere quello dei Padri Pellegrini che non troppi secoli fa, a bordo della Mayflower, muovendo dall’Europa, sbarcarono sulle coste americane alla altezza di Capo Cod e sottoscrissero il patto della Mayflower dandosi una forma di autogoverno. Con gli accorti adattamenti, la storia potrebbe in forma aggiornata anche ripetersi. 

Gli oppositori a questa idea potrebbero commentare con un “neanche per sogno” ed i favorevoli potrebbero replicare con un “sarebbe un sogno”. Quelli con poca visione direbbero che è idea da libro dei sogni e quindi è inutile perderci tempo. Altri, più sensibili, urlerebbero ad inaccettabili provvedimenti di confino. Eppure, in mancanza d’altro…

Più debito, la seconda repubblica ha smentito le sue promesse.

Nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica le cronache s’arricchirono, giorno dopo giorno, d’un florilegio di motivazioni ad opera di politici e intellettuali per l’abbandono del proporzionale in favore del sistema maggioritario. La tesi centrale faceva leva sulla convinzione che le nuove regole elettorali avrebbero assicurato la formazione di maggioranze coese e perciò capaci di governare senza il sovraccarico di mediazioni e compromessi, causa non secondaria della crescita abnorme del debito pubblico italiano. 

In modo ossessivo, il proporzionale era stato accusato di generare governi deboli e instabili, costretti a continue verifiche interne e a transazioni sotterranee con l’opposizione. Il modello consociativo aveva impedito, secondo i suoi critici, di affrontare con efficacia le principali sfide del Paese, in particolare quella legata all’equilibrio finanziario dello Stato. 

Nel 1993 Michele Salvati espresse lucidamente le ragioni della scelta in un articolo pubblicato su Il Mulino: “Il sistema maggioritario favorisce la creazione di una maggioranza omogenea, capace di governare senza i vincoli imposti dalle coalizioni eterogenee, tipiche del proporzionale. Ciò consente una più efficace gestione della spesa pubblica, un maggiore controllo sui conti dello Stato e una più rigorosa responsabilità fiscale”. Questo ed altri interventi analoghi ebbero un impatto notevole sulla pubblica opinione, dando una nobile copertura ideologica alla battaglia in corso.

E i risultati? La stabilità, ancorché formalmente acquisita per effetto del premio di maggioranza, sempre contemplato pur variando nel tempo il modelli elettorali, non è stata così solida (per usare un eufemismo). Le coalizioni si sono proposte e riproposte con un tasso elevato di ambiguità, cavalcando preferibilmente le facili promesse e l’elusione dei problemi più impegnativi. Nel 1992 il debito pubblico toccò quota 105 – in percentuale sul Pil – mentre nelle previsioni di quest’anno finirà per attestarsi al 137 per cento.

È accaduto, in sostanza, che il maggioritario abbia prodotto una spirale di radicalizzazione di cui si avvertono tutti gli effetti negativi sulla vita democratica, con un crescendo di sfiducia verso il mondo della politica. Ieri, intervistato dal “Corriere della Sera”, Mario Monti ha pure evidenziato che la verticalizzazione del potere – emblema della logica maggioritaria – smentisce la pretesa di maggiore efficienza. “In questa fase – ha commentato – le due grandi repubbliche presidenziali, Francia e Stati Uniti, hanno due caratteristiche in comune. Una è la polarizzazione. L’altra è un deficit elevato, proprio perché le divisioni incoraggiano politiche di bilancio squilibrate in nome del consenso o prodotte dalla paralisi politica”. Tutto il contrario, in filigrana, delle baldanzose promesse della rivoluzione di trent’anni fa.

G7 | Crosetto e il ruolo centrale dell’ONU nella risoluzione dei conflitti.

All’interno del G7 sulla Difesa svoltosi lo scorso fine settimana non a caso a Napoli, centro strategico per la sicurezza nazionale e comunitaria, che ha riaffemato la comunanza di vedute dei Paesi membri sulle principali questioni internazionali, dal Medio Oriente all’Ucraina, credo meritino una particolare attenzione alcune dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa Guido Crosetto nella conferenza stampa di sabato scorso, che arrivano a ridosso del XVI Vertice dei Paesi Brics che si aprirà domani a Kazan in Russia, che vedrà la partecipazione dei maggiori leaders non occidentali.

La piena e convinta condivisione da parte del nostro Paese della dichiarazione finale del G7 Difesa, che ribadisce “il sostegno incrollabile all’Ucraina” e la condanna della “brutale e illegale guerra di aggressione su vasta scala della Russia” costituisce la base per sviluppare una iniziativa politica in grado di misurarsi con tutte le questioni aperte che richiedono una risposta politica. In questa prospettiva alcune considerazioni espresse dal ministro Crosetto possono contribuire ad arricchire un dibattito forse carente di sostenitori delle ragioni del dialogo accanto a quelle della fermezza e della deterrenza.

“Ho sempre sostenuto – ha detto Crosetto nella suddetta conferenza stampa – che la Nato, i Paesi occidentali devono, e questo è ancora più vero oggi, devono interagire con i Paesi del Sud del mondo e con molti Paesi che ora sono membri del gruppo Brics. Perché se vogliamo che le organizzazioni multilaterali guidate dall’Onu diventino attori chiave nella risoluzione delle controversie, beh, dobbiamo evitare contrasti e divergenze con Paesi come Brasile e India. Sono membri del gruppo Brics, ma non dobbiamo essere di parte a questo riguardo. Dobbiamo abbattere le barriere e aumentare il numero di Paesi che chiedono che le crisi internazionali siano risolte attraverso organismi multinazionali e multilaterali ”.

” Non giudico – ha proseguito il ministro – cosa fanno le altre nazioni, da sempre dico che la Nato e i Paesi occidentali devono ogni giorno di più dialogare con i Paesi del Sud del mondo perché noi abbiamo la possibilità di dare dignità alle organizzazioni multilaterali, Onu per prima”. 

Crosetto ci ricorda che nel mondo c’è una necessità di stabilità che va oltre alcuni Paesi. ” Non basta il G7, non basta la Nato, – ha affermato rispondendo ad una domanda nel corso dell’incontro  con la stampa – non basta più  per nessuna crisi del mondo un gruppo di Paesi. Serve allargare la base. Proprio per questo ci vedete richiamare l’importanza delle Nazioni Unite ormai da mesi. Mai come oggi è necessario ridare credibilità  alle Nazioni Unite. Non si esce da nessuna delle crisi che stiamo vivendo senza un grandissimo impegno internazionale che coinvolga più Paesi possibili. Quindi è il contrario del blocco, è cercare di allargare il più possibile: Sud del Mondo, quelli dei BRICS che riconoscono il diritto internazionale”.

Il titolare della Difesa evidenzia un dato che spesso sembra essere trascurato in molti giudizi: il mondo attuale  ha raggiunto un grado di interconnessione tale da  apparire irreversibile e da far apparire avventurosi i tentativi di riproporre una nuova divisione per blocchi.

“Io non penso al G7 – ha rivelato Crosetto –  come a un club, io penso al G7 come al tafano di Socrate, che ha la forza di pungere il resto del mondo che deve muoversi.”. Che deve fare da coscienza che non basta una parte del mondo:  “C’era un tempo – ha giunto – in cui si pensava bastassero gli Stati Uniti, l’Occidente, non è più così, abbiamo bisogno dell’impegno di tutti per fare finire le crisi che abbiamo in atto.  Questa è una consapevolezza che, in qualche modo, si sta facendo strada”.

Gli auspici di dialogo formulati da Crosetto trovano una concreta corrispondenza nel fatto che il Brasile, attuale presidente  di turno del G20, sarà il nuovo presidente di turno dei Brics nel 2025 e che il Sudafrica, altro membro Brics avrà la presidenza di turno del G20 nel 2025.

Ciò che Guido Crosetto ha detto a Napoli nella conferenza stampa al G7 sulla Difesa, suona dunque come la conferma della necessità  per la politica di esprimere una visione adeguata alle sfide dei tempi. Una lancia spezzata a favore di un nuovo multilateralismo nella cornice dell’Onu e a favore del dialogo fra i differenti soggetti che si muovono sulla scena globale, come via per superare i conflitti in corso e costruire una nuova era di pace, senza prima dover passare nuovamente da un altro conflitto mondiale.

Se l’Unifil non viene rafforzata, la missione fallisce.

Il drone che ha colpito l’abitazione privata di Netanyahu a Cesarea è partito dal Libano e quindi è stato lanciato, con grande probabilità, da Hezbollah. Ciò nondimeno Israele ne ha attribuito la responsabilità direttamente all’Iran, sin da subito. Un segnale inequivocabile, secondo molti analisti, della decisione ormai adottata dal governo di Tel Aviv ovvero attaccare direttamente il regime degli ayatollah. Come, se attentando alla vita dei suoi vertici o colpendo infrastrutture strategiche oppure militari, è solo questione di tempo per saperlo.

Questa visione, così pessimistica e così preoccupante, è attenuata da quanti ritengono invece che Israele sia ora concentrata nel contrasto ai proxy iraniani e non direttamente contro Teheran, almeno in questa fase. E quindi, sul suo fronte settentrionale, contro Hezbollah insediato nel Paese dei Cedri.

È in questo quadro che si è posta la questione Unifil, ovvero la richiesta perentoria e inaccettabile rivolta all’ONU di ritirare la sua missione di interposizione e assistenza alla popolazione di stanza proprio nel sud del Libano. Come sempre dovrebbe essere, il tema va affrontato in maniera laica e senza pregiudizi ideologici o di parte: impresa quasi impossibile in tempi di guerra, quando è l’odio e non la ragione a prevalere. Proviamoci.

Israele contesta a Unifil un totale fallimento, non essendo stata in grado di impedire a Hezbollah di utilizzare il territorio per creare suoi punti di appoggio destinati ad essere impiegati per attaccare i villaggi israeliani allocati nel nord del Paese. In realtà uno dei motivi che ha spinto Netanyahu a intimare all’ONU un umiliante ritiro è poter operare nell’area senza testimoni indipendenti, senza incontrare intralci difficili anzi impossibili da eliminare con la forza. Per poter liberamente distruggere le basi di Hezbollah così come fatto a Gaza con quelle di Hamas. Quello che al momento non si è ancora capito è se l’IDF intenderà invadere il sud del Libano anche oltre il fiume Litani, oltre a colpire rifugi e uffici del “Partito di Dio” a Beirut e altrove, oppure si limiterà (si fa per dire) ad effettuare incursioni mirate, per quanto numerose e protratte nel tempo.

Ciò detto, occorre però anche onestamente riconoscere che dal 2006 a oggi la missione promossa dalle Nazioni Unite se da un lato è stata efficace e utile nell’assistenza e nella protezione della popolazione locale (e questo non va sottovalutato) dall’altro non ha saputo o forse potuto (non avendo regole d’ingaggio precise in argomento) impedire ad Hezbollah il suo rafforzamento logistico, ad esempio scavando tunnel fin nei pressi delle postazioni Unifil o insediando rampe missilistiche dalle quali far partire i razzi destinati a colpire il territorio israeliano. Tunnel e rampe basati su aree territoriali, tra il fiume Litani e la “Linea Blu” definita dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dichiarate smilitarizzate per tutti eccetto le forze armate libanesi e appunto l’Unifil. Che invece non hanno mai saputo opporsi all’azione svolta in loco da Hezbollah, prodromica ai periodici attacchi lanciati contro lo Stato ebraico e, dopo il 7 ottobre 2023, all’invio di missili che ha costretto 60.000 cittadini israeliani residenti nel suo nord a lasciare le loro case. Provocando, così, l’inevitabile reazione israeliana che a sua volta ha determinato lo sfollamento dalle proprie comunità di quasi centomila civili libanesi residenti nel sud della loro nazione.

Stando così le cose ci si trova in una situazione assai complicata: l’ONU – sempre più debole, un dato che ormai non sfugge più a nessuno – non può sottostare alle intimazioni israeliane ma non può neppure mettere a rischio i propri Caschi Blu, le cui regole di ingaggio devono a questo punto essere rafforzate. Altrimenti la loro missione diviene non solo inutilmente rischiosa, ma anche inefficace. Sarà in grado il Consiglio di Sicurezza di operare in tal senso? Lecito, purtroppo, dubitarne.

InTerris | La speranza nel mondo in crisi: verso il Giubileo 2025.

Il mondo è in subbuglio, e molti accadimenti segnalano che le motivazioni di tale malessere sono diffuse e profonde. Un malessere concomitante a uno sviluppo tecnologico prodigioso, della conoscenza e del benessere materiale senza precedenti nella storia dell’umanità, che comunque è un segno importante della vitalità dell’uomo ispirato dal trascendente. Ma questi beni non hanno una diffusione uniforme. Anzi, le sperequazioni tra i popoli e tra le singole persone aumentano ancor di più che in epoche passate. La potenza che scaturisce dalle invenzioni feconda inevitabilmente chi è già avanti e gode del vantaggio competitivo accumulato nel tempo, a discapito di chi è già tanto indietro. Allora l’umanità dovrà porsi il tema essenziale per il suo progresso: come potrà essere possibile nel prossimo futuro progredire con persone in pace con altre persone?

Sfiducia e frustrazione, risentimento, odio e violenza maturano in ambienti in grande difficoltà. Bisogna considerare che spregiudicati avventurieri che mirano ad assumere potere sono sempre pronti a sfruttare le ingiustizie per condurre i popoli alla violenza e comunque a servirsi di atti esecrabili per raggiungere i loro scopi. E così, alla povertà si aggiungono altri guai: quelli di essere condotti in avventure come è accaduto con le dittature rosse e nere del Novecento, ma anche in questi tempi ambigui in Medio Oriente e nell’occupazione russa ai danni degli ucraini. Anche nei paesi tradizionalmente evoluti, pochi uomini possiedono beni che superano quelli posseduti da molti Stati, e con essi sbiadiscono i poteri democratici per sostituirvisi. Vanno alla ricerca di poteri unici attraverso il pensiero unico, richiedendo di far tramontare le tradizioni secolari che rappresentano l’identità di un popolo. Ma va ricordato che la storia è sempre stata maestra: quando le persone perdono la speranza perché oppresse dalla miseria, dalla mancanza di dignità e identità, il mondo regredisce e muore.

La Terra vive attraverso la vitalità dei suoi abitanti, che si nutre di libertà. Un’opportunità per riaffermare queste verità ci viene dal Giubileo del prossimo anno voluto dal Papa. L’Anno Santo si celebra nel nome della Speranza: di risolvere conflitti con la pace; di promuovere la dignità di ogni persona; di rispettare tutto il creato; di ridare senso alla vita donataci da Dio, riportandola al centro del Creato. Un’opportunità grande per superare la paura che molti provano per tante ingiustizie e la possibilità di ridare alle persone la bussola per la convivenza pacifica.

 

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https://www.interris.it/editoriale/giubileo-2025-speranza-risolvere-conflitti-pace/

Politica e magistratura: altro giro e altra corsa, insieme ai migranti di turno.

Ci sono aggettivi che si incollano ai sostantivi alla stregua di matrimoni indissolubili, tanto da indurre a credere che la fine del primo comporterebbe anche quella del secondo e viceversa. 

Da ieri ha ripreso fiato il battibecco continuo tra politica e magistratura. Non è un diverbio intermittente, saltuario, di quando proprio non si ha altro da fare. Di nuovo, lo dicono le cronache, si è su fronti contrapposti a causa di emigranti o di clandestini sottratti alle acque e portati direttamente nel centro di permanenza per il rimpatrio in Albania. E’ questo un tema intrinsecamente ricco di contraddizioni, dove sembra si permane e poi invece si rimpatria, è uno stare ed un muoversi all’un tempo.

All’alba di ieri, una sentenza del tribunale di Roma ha detto che quanto fatto non è corretto. Gli ospiti del nostro centro a Shengjin, in terra straniera, devono essere portati in Italia in attesa che vengano rivalutate le loro richieste di asilo. Ciò in quanto i paesi di loro provenienza non sarebbero sicuri per eventuali rimpatri e ritorni a casa.

Da qui la solita ridda di dichiarazioni a favore o contro, di leggi spiattellate dai giudici per dire della fondatezza della loro posizione e di risposte della politica che rivendica la propria autonomia ed indipendenza di scelte. In campo, giuristi di ogni tipo a dar mano agli uni o agli altri.

L’opposizione non si fa sfuggire l’occasione per attaccare con un suono più di disco rotto che di proposte, tutti intenti a non cadere nelle sabbie mobili della spinosa questione e pronti a pungere l’avversario ogni volta  sia possibile.

La sola consolazione è che in Europa la situazione non è così dissimile. Non pochi i leaders politici di quel continente, plaudendo alla Meloni, hanno individuato la “mossa albanese”, come quella vincente per mettere sotto al tappeto la polvere migratoria; ciò mentre la Corte di Giustizia stabilisce un criterio diverso di valutazione della sicurezza che cozza intanto contro l’elenco dei 22 paesi stilati dal nostro Ministero degli Esteri e forse quello anche di altri paesi che compongono la grande nazione europea.

In sostanza, chi proviene da un paese sicuro non ha diritto ad una richiesta di asilo e quindi viene provvisoriamente trattenuto in un CPR e poi allontanato, espatriato dall’Italia in 4 settimane.

Sicuro sta per non avere preoccupazioni; ad oggi i nostri migranti stanno per essere sballottati da una parte all’altra con il rischio prossimo di tornare a breve di nuovo in Albania e diventare oggetto e vittime di una contesa di poteri sopra le loro teste. Sono, in anticipo, condannati ad una spola da una sponda all’altra similmente alle fatiche di un certo Sisifo. Secondo il vocabolario fare la spola significa “andare avanti e indietro, muoversi o spostarsi continuamente tra due punti o luoghi, come fa nel telaio la spola, detta anche tecnicamente “navetta”. 

Ed è appunto a bordo di una nave che quegli uomini in cerca di approdo sono ora destinati a far tana su una riva per poi tornare probabilmente al punto di partenza fino a che non si farà chiarezza. Occorrerebbe un lavoro di spola per rimettere ordine su certe faccende. 

Parlarsi prima, tra i due poteri dell’esecutivo e quello giudiziario, per chiarirsi le idee, confrontarsi preventivamente per decidere una linea accettabile ad entrambi su come procedere potrebbe essere utile, evitando di scoprire all’ultimo istante una posizione in grado di far cadere il fragile castello di carte, proprio di materia così spinosa.

Manca evidentemente un pontiere che lavori in tal senso ed a monte la stessa volontà di legittimarne uno.

In una recentissima intervista l’ex parlamentare Marcello Dell’Utri ha ricordato il ruolo diplomatico svolto, vicino a Berlusconi, con impareggiabile abilità da Gianni Letta, chiamato “Smorzaitalia”, capace di tutto comporre e tutto stemperare.

In mancanza oggi di un Letta, ne deriva, stando ai fatti, soltanto una ingrata spola a cui verranno sottoposti gli uomini saliti a bordo della nave Libra della Marina Militare dopo essere stati soccorsi dalla nostra Guardia di Finanza nel mare di competenza della zona Sar italiana.

C’è poco da librare in volo le speranze di una facile soluzione della faccenda e non ci sarebbe da scommetterci né una libbra né una sola oncia, delle sedici che la compongono, che la cosa venga superata agevolmente.

Per adesso la situazione presenta solo una spoletta che è un congegno per far esplodere colpi di artiglieria da una parte contro l’altra e viceversa. Del resto, quando si parla di emigrazione, per orientarsi occorre ragionare sempre al contrario. Su una nave, la parte immersa nell’acqua, priva di respiro è detta stranamente “opera viva”. La parte emergente, quella del ponte di comando, è battezzata “opera morta”. Sarà perché “presagamente” gli uomini a bordo odorano più spesso della morte di una speranza piuttosto che di vita nuova.

Pare che il nostro Governo darà vita ad un nuovo decreto e si attiverà con un ricorso in Cassazione per dare un suo corso deciso alla gestione dei migranti. Ci aspettano giorni in cui ci si avviterà su norme, interpretazioni e codici alla mano. 

Per adesso, direbbe Carducci “passa la nave mia con vele nere”, navicella priva di ingegno che non sa se privilegiare la rotta della prua o della poppa. Gli uomini a bordo guarderanno sconsolati un paese che sta sulla collina, disteso come un vecchio addormentato, in attesa che almeno il buon Dio ci mette una mano.

Le incompatibilità che pesano nel rapporto con il centro

Ormai lo dicono un po’ tutti. In Italia, storicamente, “si governa dal centro” e, soprattutto, nel nostro paese, “si vince al centro”. E preso atto che questa vulgata si adegua praticamente a tutti i governi di qualsiasi schieramento tranne a quelli di trazione populista e demagogica perché semplicemente esulano dalla logica e dalla cultura democratica, credo sia arrivato anche il momento per chiedersi di quale Centro siamo parlando. E questo perché se per quasi 50 anni sapevamo perfettamente cos’era il Centro – si identificava, infatti, con il ruolo politico, culturale ed istituzionale esercitato dalla Democrazia Cristiana – già all’inizio della cosiddetta seconda repubblica la confusione cominciava a prendere piede perché vi erano molti soggetti politici che si intestavano quella categoria.

Ora, per non dilungarsi su chi è più patentato e legittimato a fregiarsi di questo progetto politico, credo che almeno su tre elementi non si può non condividere una comune valutazione politica.

Innanzitutto un partito di centro e che declina una vera e credibile ‘politica di centro’ – per dirla con i grandi leader della Dc – non è mai un partito personale. Una deriva, questa, che è sostanzialmente incompatibile con la cultura, la prassi, il pensiero e l’esperienza di un luogo politico centrista. E questo per la semplice ragione che il Centro è un progetto che si costruisce nell’alveo del pluralismo culturale. Non può mai identificarsi con gli umori, le bizze, il trasformismo e l’opportunismo politico e parlamentare di un singolo, indiscutibile ed indiscusso capo partito.

In secondo luogo il Centro rifugge, storicamente e culturalmente, da ogni sorta di massimalismo, radicalismo e populismo. Detto con parole ancora più semplici, un progetto politico di centro non può mai essere presente all’interno di partiti che, seppur legittimamente, praticano e coltivano quelle prassi. Del resto, un Centro è credibile, e di conseguenza, esiste solo se quelle derive sono largamente minoritarie e marginali all’interno delle singole coalizioni politiche o alleanze elettorali.

Sarebbe singolare ed anacronistico, quindi, definire partiti come il Pde la Lega, per non parlare dei populisti pentastellati, partiti che coltivano una cultura e una politica di centro. Ne sono, almeno sotto il profilo politico e culturale, antropologicamente alternativi.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, il Centro e una politica di centro quasi si identificano con una ricetta politica e di governo riformista. Non esistono, cioè, partiti o luoghi centristi che praticano disinvoltamente politiche demagogiche, massimaliste e puramente propagandistiche.

Sono, questi, metodi funzionali a partiti che fanno della sola propaganda populista la loro ragion d’essere. Non a caso, sono partiti che non contemplano al loro interno presenze e culture politiche riconducibili, seppur vagamente, all’indole centrista. Al massimo, si distribuiscono una manciata di seggi parlamentari a sedicenti centristi per dire che il partito è, comunque sia, plurale.

Ecco perché si deve essere chiari quando qualcuno si autoproclama centrista. Sono solo i fatti concreti che ci dicono se un partito ha una cultura, un metodo e un progetto politico centrista, riformista e moderato. Tutto il resto appartiene solo al campo vacuo e sterile della propaganda.

A Nicola Barone, manager Tim, il titolo di Grande Ufficiale.

Nicola Barone, figura di spicco nel panorama manageriale italiano, sarà insignito prossimamente dell’onorificenza di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana. Il prestigioso titolo, conferito dal Presidente della Repubblica, rappresenta uno dei massimi riconoscimenti civili che il nostro Paese assegna a coloro che si distinguono per meriti particolari nel campo professionale, culturale o sociale. Ufficializzata ieri con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, la nomina di Barone si affianca a quella di altri pochi “Junior Nobel” – definiamoli pure così per rispetto dei Cavalieri di Gran Croce – scelti sulla base di una selezione accurata e severa.

Originario di Cerchiara, piccolo comune della provincia di Cosenza, Barone vanta una lunga e brillante carriera nella più grande azienda di telecomunicazioni d’Italia (una volta Sip, oggi Tim). Ha svolto ruoli diversi, con il tempo sempre più importanti, che ne hanno esaltato la capacità di gestione e la visione strategica. Oggi è il referente del Gruppo guidato da Pietro Labriola per la Provincia Autonoma di Trento. Pochi mesi fa, per la quarta volta consecutiva, è stato eletto Presidente di Tim San Marino. 

Si noti che il piccolo Stato è campione europeo nel campo della digitalizzazione e questo, evidentemente, risente del decisivo apporto di Tim. Si può capire, allora, perché i Capitani Reggenti abbiano chiamato proprio Barone, lo scorso anno, ad assumere le funzioni di Inviato Speciale (pari al rango di Ambasciatore) della Repubblica del Titano. Questo duplice incarico “a specchio”, da un lato aziendale e dall’altro lato istituzionale, non rientra nella “normalità” delle vicende italiane e sanmarinesi. Segno di stima, indubbiamente.

Il titolo di Grande Ufficiale rappresenta un meritato tributo anche alla intensa attività di conferenziere e scrittore – vale la pena ricordare il suo saggio del 2022 “Progetto Mezzogiorno” edito da Rubettino – che Barone ha saputo affiancare alla vocazione manageriale. Con i suoi molti interventi pubblici, ha contribuito a diffondere conoscenze e riflessioni non solo nel campo delle telecomunicazioni, ma anche su temi più generali legati all’incessante evoluzione tecnologica.

In conclusione, l’onorificenza di Grande Ufficiale non è qualcosa di puramente onorifico, bensì il sigillo apposto alla felice combinazione di rigore professione e passione civile. A Nicola, da sempre amico de “Il Domani d’Italia”, va dunque il sincero e convinto plauso per questo traguardo così egregiamente raggiunto.

Cos’è S.U.P.E.R.? Un ponte di solidarietà tra Italia e Ucraina.

Nasce il progetto S.U.P.E.R. (Support Ukrainian Population for Emergency and Rehabilitation), un’iniziativa dal grande valore umano e sociale, finanziata per 1,9 milioni di euro. Di questi, 1,8 milioni provengono dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), mentre Caritas Italiana contribuisce con 130.000 euro.

L’obiettivo principale del progetto è sostenere le persone colpite dal conflitto in Ucraina, in un momento di profonda difficoltà. L’iniziativa rientra nel più ampio programma di emergenza promosso dall’AICS, che ha stanziato complessivamente 46,5 milioni di euro per fornire assistenza salvavita in molteplici settori, intervenendo sia nelle zone direttamente interessate dal conflitto sia in quelle dove si concentra un alto numero di sfollati. Questo impegno rappresenta la prosecuzione di quanto già avviato nel 2022-2023, quando, attraverso 14 progetti, oltre 20.000 persone hanno ricevuto aiuti concreti in ambiti cruciali come l’emergenza sanitaria, l’istruzione e la protezione.

All’interno di questo contesto, Caritas Italiana, in collaborazione con la Congregazione Salesiana, si impegna in modo particolare per fornire supporto ai rifugiati interni provenienti dalle regioni orientali dell’Ucraina. Questi rifugiati si trovano nel campo modulare di Mariapolis a Leopoli, nella zona di Syhiv, un’area dove la presenza di sfollati è significativa. Il campo, dotato di alloggi prefabbricati donati dal governo polacco, può accogliere fino a 1.400 persone, offrendo loro una sistemazione sicura in un momento di grande precarietà.

Grazie al progetto S.U.P.E.R., la Congregazione Salesiana e VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) sono in grado di garantire ai rifugiati almeno un pasto caldo al giorno, un gesto semplice ma fondamentale per mantenere vivo il senso di dignità e comunità. Ma l’impegno non si ferma qui: vengono anche offerti corsi di formazione professionale, rivolti soprattutto a ragazze e donne che si trovano in condizioni di vulnerabilità. Questi percorsi formativi non rappresentano solo un’opportunità per acquisire nuove competenze, ma soprattutto un modo per promuovere l’indipendenza economica e restituire un senso di sicurezza.

In un momento di forte instabilità, progetti come S.U.P.E.R. sono fondamentali per accompagnare queste persone verso un futuro più sereno, offrendo loro strumenti concreti per affrontare l’incertezza e costruire una nuova vita. La dignità, la forza e la resilienza di chi partecipa a questi progetti sono il cuore pulsante di un’iniziativa che va oltre il semplice aiuto materiale: è un sostegno alla rinascita umana e sociale di un popolo che non ha mai smesso di lottare.

Il flop dell’hotspot albanese e l’esempio dimenticato di Mimmo Lucano

I primi 14 emigranti erano già in Albania, sbarcati su una torpediniera della marina militare italiana. Trattati, usando la metafora della filosofa Francesca Rigotti, come polvere da aspirare e buttare. Tuttavia, secondo il tribunale di Roma, devono tornare urgentemente in Italia. Un fallimento in ogni senso, compreso quello economico.

La “felice allegria” iniziale di Giorgia Meloni, alimentata dal sostegno di alcuni paesi europei al suo metodo, è stata celebrata da Tg e giornali. Ma il nostro Primo ministro ha regalato oltre 700 milioni di euro al collega albanese Edi Rama, invece di investirli a Lampedusa o nella sanità pubblica. In cambio, ha ottenuto 5-6 ettari di terra a Shengjin, un paesino di fronte a Brindisi con una spiaggia modesta, lontana dalle bellezze di Lampedusa e dalla sua famosa “Spiaggia dei Conigli”.

L’isola, proposta a più riprese come candidata al Nobel per la pace, vede oggi il suo centro per migranti chiuso e in rovina. Al contrario, in Albania è stato costruito un hotspot: non un lager o una prigione, ma un “punto caldo di accesso” recintato e sorvegliato, creato per identificare, registrare e controllare chi arriva senza regolare permesso. Persone, non oggetti. Tuttavia, i costi di gestione – personale, medici, sorveglianza, manutenzione – si stanno rivelando enormi, suscitando critiche al governo.

In difesa della Meloni è intervenuto anche Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, attaccando con leggerezza la Caritas e le cooperative, accusate di gestire un lucroso business sull’accoglienza.

Riflettendo sulla soddisfazione iniziale della Meloni, mi viene in mente un’altra “felice allegria”, vissuta però in silenzio: quella di Mimmo Lucano. Quattro volte sindaco di Riace, oggi eurodeputato, premiato nel 2010 come uno dei migliori sindaci al mondo e nel 2016 come uno dei leader più influenti. Lucano ha fatto rivivere il suo borgo accogliendo 400 migranti e integrandoli, offrendo loro casa e lavoro, risollevando l’economia locale e incarnando quei valori di accoglienza tipici della cultura meridionale.

Il suo esempio ricorda i valori espressi da Papa Francesco in Fratelli Tutti, dove il mondo intero è rappresentato come un’unica barca, nella quale dobbiamo remare insieme, senza dividerci in piccole e pericolose barche sovraniste.

Dalla propaganda alla verità effettuale: è così forte la destra di governo?

Esiste un grande scarto tra la propaganda – “attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni” (1) – e quella che Machiavelli definiva come “verità effettuale”, ossia la descrizione realistica e non distorta degli atti e dei fatti. Ogni detentore del potere dovrebbe, da un lato, fondare la propria azione politica sulla verità effettuale, ma dall’altro, spesso utilizza la propaganda per consolidare il suo potere. Ciò è avvenuto con tutti i governi e accade anche con l’attuale governo di destra, che controlla gran parte del sistema televisivo pubblico e privato, con Tele Meloni e le tre reti Mediaset, lasciando a La7 il ruolo di unica voce critica. Anche i quotidiani si dividono lungo linee editoriali dominate da ideologie socialmente condizionate, a destra come a sinistra, a scapito di un pensiero critico.

Questa contrapposizione tra propaganda e verità effettuale è particolarmente evidente nei provvedimenti del governo sul bilancio dello Stato. Ad esempio, il governo può sostenere, numeri alla mano, di aver destinato più risorse alla sanità, ma l’opposizione dimostra facilmente come il rapporto tra spesa sanitaria e PIL sia inferiore a quello dei precedenti governi e insufficiente rispetto alle reali esigenze del settore. Non a caso, i diversi attori della sanità avvertono: “Così si va verso il collasso del sistema sanitario nazionale”.

Lo stesso vale per i provvedimenti finanziari del ministro Giorgetti: la tassa sugli extraprofitti bancari si è ridotta a un’anticipazione di cassa, una sorta di prestito, mentre per i lavoratori autonomi è stato introdotto l’ennesimo condono. Nel frattempo, i lavoratori dipendenti e i pensionati continuano a subire la tassazione alla fonte, perpetuando un sistema di ingiustizia fiscale sempre meno tollerabile. Attendiamo le tabelle definitive del bilancio per capire quanto saranno colpiti Comuni e Regioni, oltre ai tagli del 5% già decisi per i ministeri, e quale impatto questi avranno sui servizi ai cittadini.

Alle distorsioni della realtà propagandate dal governo si contrappongono le prime risposte della società: scioperi nel settore dei trasporti in crisi, nella scuola, nei vigili del fuoco, nell’INPS e nella pubblica amministrazione, fino al comparto metalmeccanico, che sta affrontando una delle crisi più gravi della sua storia.

A tutto ciò si aggiungono i dati drammatici sulla povertà in Italia: 2,2 milioni di famiglie, pari a 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta, secondo i dati ISTAT del 2023. La povertà è più diffusa nel Mezzogiorno, dove colpisce il 10,2% delle famiglie, seguita dal Nord-Ovest (8,0%) e dal Nord-Est (7,9%). Questi numeri descrivono una “verità effettuale” che nessuna propaganda può negare. Solo una visione socialmente condizionata può oscurare il pensiero critico necessario per comprendere cosa sta accadendo in Italia.

Non meno preoccupante è la situazione in politica estera. Per la seconda volta, la nostra Presidente del Consiglio è stata esclusa dal “quartetto di Berlino” sull’Ucraina. I nostri alleati continuano a mostrare incertezze verso un governo che appare ambiguo, diviso tra l’atlantismo della premier e il sostegno a Putin del vicepremier Salvini. Allo stesso modo, mentre Giorgia Meloni si vanta del suo discutibile “modello albanese” per la gestione dei flussi migratori, applaudito da alcuni Stati sovranisti, Francia, Germania e Spagna hanno risposto con un netto NO, ampliando l’isolamento dell’Italia in Europa anche su questo fronte.

Serve una seria alternativa a questo governo, espressione della maggioranza della minoranza elettorale. In un panorama politico confuso a sinistra, si attendono segnali dall’area cattolico-democratica, liberale e cristiano-sociale, ancora frammentata e divisa. Alcuni amici mi criticano per il mio insistente richiamo a un nuovo centro politico, ma credo che, per il bene dell’Italia, è proprio da lì che si dovrebbe ripartire, per evitare che il malcontento sociale, privo di un’adeguata rappresentanza politica, sfoci in situazioni difficili da gestire.

Netanyahu tra guerra e diplomazia: in attesa del nuovo Presidente Usa.

Dopo l’uccisione del capo di Hamas, l’ideatore della mattanza del 7 ottobre, l’auspicio diffuso è che con questo evento si sia aperta una fase nuova del conflitto, verso una auspicabile tregua. Possibile, ma difficile sia così, almeno per le prossime due settimane. Quando si saprà il nome del nuovo Presidente degli Stati Uniti.

È ormai infatti chiaro che Netanyahu abbia inteso utilizzare sino in fondo l’evidente debolezza di Biden a fine mandato, una debolezza resa ancor più evidente dalla sera nella quale il Presidente fallì disastrosamente il confronto televisivo con Trump. Il premier israeliano sa perfettamente che il sostegno americano è indispensabile, sul piano politico e su quello militare. Sa pertanto che col nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà assumere un atteggiamento ben diverso, naturalmente consapevole che un conto sarà discutere con Harris e un altro con Trump. Quindi ha cinicamente “sfruttato” tutto il tempo garantitogli dalla forse imprevista debolezza di Biden nell’ultimo anno di mandato. Con l’obiettivo dichiarato di distruggere la catena di comando e l’insediamento territoriale di Hamas a Gaza, prima, e di Hezbollah in Libano, dopo. Impegnando tutta la forza e la violenza a suo avviso (e dei suoi sostenitori e alleati, alcuni dei quali estremisti assoluti) necessarie per ottenere il risultato voluto. Incurante del progressivo discredito e isolamento nel quale Israele è sprofondato agli occhi della comunità internazionale.

Ora Netanyahu può dichiarare che il “lavoro non è finito” e proseguire con gli attacchi, a Gaza e nel Libano. Rinviando ancora l’apertura alla inderogabile necessità di un intervento umanitario internazionale senza del quale il rischio è la morte per fame di altre decine di migliaia di civili palestinesi imprigionati nella Striscia. 

Il Segretario di Stato USA, Anthony Blinken, effettuerà ora l’ennesima missione recando con sé il piano americano per una tregua: consapevole, questa volta, di poter convincere il governo israeliano della opportunità di un cessate-il-fuoco ora che le strutture di vertice, e non solo, dei due gruppi terroristici finanziati dall’Iran sono state annichilite o quasi.

Occorre cominciare a costruire il futuro, sosterrà l’inviato di Biden, posto che ormai tutti, nella regione e nel mondo, devono aver compreso (questo era l’intendimento dall’inizio della guerra, oltre al desiderio di vendetta) che Israele non tollererà più, mai più, la presenza di organizzazioni terroristiche ai suoi confini. Via dunque Hamas da Gaza, via Hezbollah dal Libano meridionale (e comunque da ogni posto di governo, formale o di fatto, a Beirut). Un messaggio chiaro rivolto innanzitutto, come ovvio, all’Iran, nei confronti del quale è tuttora in sospeso la reazione all’attacco missilistico subìto nelle scorse settimane. Una ritorsione che Blinken raccomanderà essere contenuta, efficace nella sua simbolicità più che nella sua distruttività.

Ora che è più forte sul piano interno Bibi, come è chiamato il Primo Ministro più longevo di Israele, dovrà decidere se seguire il proprio personale istinto vendicativo e le pressioni dell’ala fondamentalista e radicale del suo governo o il respiro della politica, teso a superare una fase e aprirne una nuova proiettata sul domani. È probabile che si prenderà questi giorni che ci separano dal 5 novembre per decidere in quale direzione procedere e, naturalmente, per vedere chi sarà il suo nuovo interlocutore a Washington. Nel frattempo continuerà con i bombardamenti e i rastrellamenti, per continuare e perfezionare il “lavoro”.

Formiche | Se l’ONU non c’è: lezioni dall’Ucraina al Medio Oriente.

Ormai è sin troppo chiaro che l’Organizzazione delle Nazioni Unite è parte importante del problema della propagazione dei conflitti che rischiano di far divampare un nuovo conflitto mondiale. L’Onu è nata con l’obiettivo di favorire la pace e prevenire i conflitti, tuttavia, la sua operatività è spesso limitata dal potere di veto dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Russia, Usa, Regno Unito e Francia). Questo potere di veto permette a questi Paesi di bloccare qualsiasi intervento che non sia in linea con i loro interessi nazionali, rendendo l’Onu inefficace in molte situazioni critiche.

Un esempio della limitazione dell’Onu è la crisi in Ucraina, dove la Federazione Russa clamorosamente ha invaso il Paese violando i trattati internazionali, e l’Onu non ha potuto intervenire a causa del veto russo. Un altro esempio si trova in Medio Oriente, dove il gruppo paramilitare Hezbollah, finanziato e diretto dall’Iran, ha insediato basi nel sud del Libano e lancia missili contro Israele. Nonostante la presenza di 10 mila soldati dell’Onu (di cui oltre mille italiani) come forza di interposizione, l’organizzazione non riesce a fermare questi attacchi, interpretando la risoluzione Onu n. 1701 come mero monitoraggio senza azioni concrete. Unifil dovrebbe sostenere l’esercito libanese al controllo del Paese proteggendolo da Hezbollah, ma non fa nulla a che costoro non spadroneggino nelle zone di confine con Israele sparando missili e costruendo sottoterra infrastrutture militari.

La situazione a Gaza è simile, con Hamas che gestisce tunnel e postazioni missilistiche e l’Unwra (l’agenzia Onu presente a Gaza con 12 mila operatori) che non interviene. L’intelligence israeliana denuncia che molti dipendenti dell’Unwra hanno legami con Hamas o la Jihad islamica, contribuendo ulteriormente all’inefficacia dell’Onu nella regione. Inoltre, i ribelli Houthi nello Yemen, anch’essi sostenuti dall’Iran, lanciano missili contro Israele e le navi occidentali nel Mar Rosso, danneggiando l’economia mediterranea ed europea.

Insomma l’Onu oltre ad essere inefficace, sembra prestare il fianco ai Paesi autocratici per conseguire i loro obiettivi di rivolgimento degli equilibri mondiali, e tale anomalia rischia di infiammare ancor più i focolai regionali del mondo.

 

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https://formiche.net/2024/10/riformare-onu-conflitti-ucraina-medio-oriente/#content

La Voce del Popolo | I danni dell’illusione del populismo.

Il populismo non ha sconfitto le élites. Le ha solo peggiorate. Quelle di ieri avevano almeno un barlume di visione, e spesso dialogavano in modo proficuo con le élites del resto del mondo (o almeno di quella parte di mondo con cui eravamo interessati a intenderci). 

Quelle di oggi sono sulla difensiva, dunque svendono, si nascondono, si ritirano, cercano maldestramente di acchiappare qualcosa senza avere più molto da offrire in cambio. Ha ragione Giuseppe De Rita, nel suo ultimo libro. 

Nel dopoguerra furono le oligarchie ad accompagnare il paese lungo il percorso della sua ricostruzione. Banchieri e imprenditori illuminati, dirigenti politici provvisti di un senso di missione, insegnanti e pensatori abituati a guardare avanti. Un insieme di persone e di ambienti che avevano chiaro il destino da costruire e che, a suo tempo, fecero del loro meglio per attrezzare un paese nel quale ancora fumavano le macerie della guerra. 

Nessuno di quei signori era troppo concentrato sui propri vantaggi. Ognuno di loro era guidato da una visione che abbracciava, insieme, l’utile e l’ineluttabile. Quella generazione aveva quello che manca a noi: e cioè il senso del tempo. Che vuol dire un misto di pazienza e di misura. 

Quelle virtù sono state via via impoverite, ma non del tutto dilapidate. A bruciarle definitivamente, direi, ha provveduto soprattutto l’illusione del populismo. Laddove ha preso di mira le poche élites che erano ancora rimaste a disposizione del paese, facendo di ogni erba un fascio e senza neppure tentare di distinguere tra i costruttori e i predatori. Con tutto vantaggio per questi ultimi.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 17 ottobre 2024.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della diocesi di Brescia]

Armida Barelli, il lungo viaggio delle donne verso la partecipazione democratica.

 

“Tua res agitur. Le sorti della famiglia, della convivenza umana…sono nelle vostre mani”. Le parole del papa alle 15000 persone presenti, donne dell’A.C, del CIF, delle ACLI, della DC appena costituita, con una sottolineatura della uguale dignità di donne e uomini nella sfera pubblica.

È il riconoscimento di un lungo percorso di consapevolezza e di crescita culturale che ha permeato la formazione spirituale e umana delle donne cattoliche dal primo dopoguerra e questo percorso ha una protagonista soprattutto: Armida Barelli, presidente dal 1918 della Gioventù Femminile di A.C., cofondatrice e strenua sostenitrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Animatrice della fioritura di associazioni nel mondo cattolico già nel primo dopoguerra e alla fine della dittatura fascista, quando forte comincia a essere la partecipazione femminile; una partecipazione che contribuirà in maniera determinante alla ricostruzione del Paese e alla costruzione della vita democratica.

Alla guida della Gioventù Femminile crede fermamente nel valore della formazione, sia umana che spirituale e non abbandona questa prospettiva neanche negli anni bui della dittatura fascista e della guerra, preparando una intera generazione al processo di rinascita del dopoguerra e alla costruzione della convivenza democratica. Infatti l’investimento sulla formazione, sviluppato e custodito negli anni del regime offre alla neocostituita Democrazia Cristiana e al paese la classe dirigente che guiderà la ricostruzione, garantendo l’unità nazionale e il passaggio difficile dalla monarchia alla repubblica. Si riversa nell’agone politico un laicato di donne e uomini responsabili e culturalmente radicati nei valori cristiani.

In vista delle elezioni del plebiscito e delle elezioni dell’Assemblea Costituente Armida gira l’Italia in lungo e in largo, scrive sulla rivista “Squilli” chiamando le donne all’esercizio del voto per una Costituzione cristianamente ispirata. La sua G.F. è il primo modello di organizzazione femminile di massa in cui la soggettività femminile è un tutt’uno con la esperienza di fede. L’esercizio del voto è il riconoscimento di questa soggettività e insieme una responsabilità da assumere con consapevolezza.

Ma l’investimento sulla formazione per Armida Barelli continua, non si ferma con l’elezione dell’Assemblea  Costituente. Sa che la democrazia è un processo complesso, che le sirene della lotta di classe come ricerca della giustizia sociale  e di una prospettiva solo storica e immanente della vita umana sono in agguato. Il Comunismo, percepito come nemico della  religione, è  una prospettiva che va allontanata con impegno missionario per diffondere invece gli ideali di una società cristianamente ispirata. Lasciata la G.F. per la vicepresidenza dell’Azione Cattolica promuove la “Missione religioso-sociale”, un tempo di “aratura cristiana” che la porta a girare nelle  diocesi italiane per un’opera di educazione sociale e politica in vista delle elezioni politiche del ’48.

È un lavoro di sinergia con il partito della DC, non propaganda, ma il convincimento di contribuire a “portare l’Italia verso la pace, il lavoro, la giustizia sociale e la religione”.

Il partito è lo strumento per veicolare nella politica, nelle Istituzioni gli ideali della società cristiana. Nel dibattito sui rapporti tra mondo cattolico e politica, in vista delle elezioni del 1948, Armida si esprime per favorire l’unità dei cattolici intorno alla DC anche con immissione di candidati dell’A.C. nelle liste, contro le propensioni “qualunquiste” di alcuni.

Svolge con passione questo ultimo impegno, certamente politico, certamente finalizzato a creare una consapevolezza collettiva dei cattolici sui temi della democrazia e della partecipazione.

Armida Barelli protagonista della storia del movimento cattolico, della storia delle donne italiane. A lei dobbiamo la formazione spirituale, civica e sociale di una generazione di donne che ha contribuito alla nascita della democrazia, al suo irrobustimento quotidiano, sia sul piano dell’azione politica, con leggi che hanno progressivamente garantito diritti e parità, sia sul piano sociale con la capacità di resilienza  nei cambiamenti epocali che hanno segnato il ‘900.

Famiglie, città, campagne, fabbriche, uffici, scuole, comunità ecclesiali: luoghi attraversati dalle Donne del ‘900 con sofferenza, discriminazioni, fatica, nella costanza del lavoro di cura che non è mai venuto meno e che ha sostenuto come una rete invisibile i momenti più difficili della nostra storia. La loro emancipazione è stata determinante nei cambiamenti culturali, la loro forza elemento di coesione sociale nelle tempeste.

A queste donne dovremmo ancora ispirarci nei giorni in cui la nostra democrazia mostra le sue crepe per una politica debole, autoreferenziale, spesso lontana dalla realtà. Con queste donne ripensare i valori della partecipazione consapevole e gratuita, scrutare il presente per cogliere con intelligenza i problemi e le soluzioni, esercitare con discernimento la forza di opinioni pubbliche sui temi che interessano la comunità. Perché forse il presente e il futuro sono ancora nelle nostre mani.

Lungotermismo, 80.000 miliardi di motivi per non curarsi del presente.

In un succoso articolo sul Corriere della Sera, nella rubrica “Dataroom” di Milena Gabanelli, si racconta del “lungotermismo”, una corrente di pensiero che ha fatto presa sui signori della Silicon Valley e che si traduce nella attenzione che occorre avere per le generazioni future.

Detta in questo modo, nulla di veramente originale se non fosse per il fatto che il nostro procedere rischia realmente di compromettere i giorni delle future generazioni. Si tratta di guardare ai prossimi 80.000 miliardi di abitanti del pianeta da qui fino ai prossimi 700.000 anni, periodo in cui si prevede l’estinzione della razza umana. 

Ogni cosa ha un suo prezzo. Così piuttosto che riempire lo stomaco e dare la sopravvivenza ai 733 milioni di poveri al mondo sarebbe preferibile spendere risorse investendo in tecnologia che permetterebbe di colonizzare il “Superammasso della Vergine”, quindi andare su pianeta che ancora non soffre del riscaldamento climatico della terra. 

Insomma, se si è ben compreso, si tratta di prendere piede su un altro pezzo di terra all’interno della nostra galassia che etimologicamente indica il latte e induce subito ad una immagine dove gli uomini trovano salvezza nutrendosi del prezioso liquido che la dea Era, ” Regina del cielo ”, aveva utilizzato per disegnare la Via Lattea, il retto percorso di crescita per l’umanità. Poteva essere solo questa dea, con il suo nome, ha richiamare all’un tempo il passato necessario per destreggiarsi nel futuro.

La brillante idea è quella di organizzarsi per trasferirsi prima o poi in qualche altra parte del cielo ancora vergine di uomini. Del resto è fatale che armati di desiderio ci si voglia rivolgere proprio dalle parti di una Vergine su cui ammassarsi come via di scampo.  

Vergine è una strana parola che nella sostanza è il contrario del comune convincimento di una creatura imberbe. Par che segni invece chi è ormai maturo per generare e per l’attività sessuale, quindi in una fase assai più avanzata della nostra idea di innocenza. Tanto che in astronomia era ricondotta dai Greci a Demetra, dea appunto della fecondità.

Non va trascurato che Vergine è colei che, stando al vocabolario, non ha avuto rapporti sessuali completi, ma che comunque qualche esperienza, sia pure al minimo della misura, ha consumato. Si dovrà vedere di che pasta sarà l’ammasso della Vergine di cui si ipotizza la colonizzazione, se sarà un territorio del tutto illibato o già in parte corrotto.

C’è chi dice che il lungotermismo non sia altro che spostare egoisticamente l’asticella più in alto fregandosene di quello che avviene ora dabbasso. Si guarda ipocritamente al futuro per non risolvere hinc et nunc ciò che affligge nel presente i terrestri. Siamo in attesa di un nuovo Cristoforo Colombo che ci porterà alla salvezza con tutta la violenza della nostra civiltà e celebreremo anche lui nei millenni a venire, siliconando il cielo a nostra immagine e somiglianza.

Ci dicono, per salute e per eleganza, di mantenere sempre una postura eretta senza guardarsi sgarbatamente i piedi; i santi dicono di guardare il cielo piuttosto che pensare alle cose di qua sotto. “Per aspera ad astra” è il motto consigliato per destreggiarsi nella vita, “duc in altum” è la regola a cui ispirarsi. Lungotermismo sarà forse il nuovo credo, come termiti invaderemo altri suoli da rosicchiare per poi cominciare da capo e ancora. Stare a dieta non fa per noi, solo i poveri ne sono campioni.

Su “Il Popolo” non polemiche ma costruzione di un progetto.

La riflessione che ho innescato con il mio recente articolo sulla gloriosa testata de “Il Popolo” su queste colonne ha prodotto, comunque sia, un utile e costruttivo confronto. Innanzitutto, però, credo sia doveroso sottolineare la gratitudine all’amico Ettore Bonalberti e a tutti i suoi collaboratori per aver proseguito in questi anni, in versione on line, l’esperienza del Popolo.

Detto questo per onore di cronaca, è evidente a tutti che sulla riproposizione del “Il Popolo” non ci si può e non ci si deve accontentare della sola versione online, pur importante ed encomiabile. E, sotto questo versante, esiste un nodo politico – purtroppo antico ed endemico – che prima o poi andrà sciolto. Sempreché chi oggi detiene la chiave per sciogliere quel nodo decida di non decidere, come si suol dire – com’è capitato, del resto, sino ad oggi – oppure che non si ritenga più la riproposizione de “Il Popolo” una strada utile ed indispensabile per riattualizzare e rilanciare il patrimonio politico, culturale, sociale, storico ed etico del cattolicesimo politico italiano. 

Certo, tutti ci rendiamo conto che “Il Popolo” non può più diventare l’organo di un partito e, men che meno, lo strumento di qualche corrente all’interno di un partito. Nello specifico, e per non essere ipocriti, non può diventare il mezzo per organizzare l’ennesima corrente in un partito come quello della sinistra radicale e massimalista della Schlein.

Ora, c’è una sola possibilità concreta per poter rilanciare – eventualmente e realisticamente – unatestata come quella de “Il  Popolo” in un contesto politico che registra un forte e radicato pluralismo politico ed elettorale dei cattolici democratici, popolari e sociali. E la soluzione resta quella di fare de “Il Popolo” un organo – sempre autorevole e qualificato – di un’area culturale, seppur articolata e composita, che abbia come obiettivo centrale, se non addirittura esclusivo, quello di rilanciare un patrimonio culturale anche nell’attuale cittadella politica italiana. Poi, come ovvio, una testata plurale – almeno per quanto riguarda la sua linea editoriale – ma, comunque sia, consapevole che un nobile nonché moderno filone di pensiero non può ridursi a giocare un ruolo del tutto ornamentale e periferico nel concreto dibattito politico del nostro paese.

Questo era, e resta, l’obiettivo prioritario per il futuro di una testata come “Il Popolo”. La speranza, anche se remota, è che in un clima che vede una multiforme e variegata presenza politica degli ex democristiani, permanga un sussulto di buon senso e di responsabilità nel saper convergere nella ricostruzione di una testata giornalistica. E politica al tempo stesso. Perchè, per dirla con il sempre acuto e problematico Mino Martinazzoli, “l’unità dei cattolici in politica non è un dogma, ma non è un dogma neanche la diaspora”. Facciamo sì, soprattutto per chi può decidere, cioè l’Associazione nazionale dei Popolari, che questo monito del simpatico Mino non vada disperso.

Almeno per il futuro de “Il Popolo”.