Home Blog Pagina 578

NUOVO GOVERNO, UNA SCUDISCIATA PER LE OPPOSIZIONI: IL CENTRO ACCENDA I MOTORI.

Il governo Meloni, oltre al vantaggio avuto dai fatti che Draghi ha lasciato come eredità, può contare anche sull’inadeguatezza dell’opposizione a parlare alla classe media. finché il centrosinistra rimarrà aggrappato all’agenda radical chic non avrà nessuna possibilità di vittoria. Essenziale il ruolo del centro nel definire un nuovo profilo del centrosinistra.

Il primo governo dall’unità d’Italia guidato da una donna nasce nel contempo nel momento storico più grave dalla fine della seconda guerra mondiale ma con le condizioni politiche interne ad esso più favorevoli.

Infatti, il governo di destra-centro guidato da Giorgia Meloni sembra beneficiare di un duplice vantaggio. Da un lato deve solo limitarsi a proseguire nel solco tracciato sui dossiers più scottanti da Mario Draghi in particolare in economia e in politica estera. Dall’altro gode del vantaggio di trovare già risolte dal precedente esecutivo molte cose importanti che andavano fatte nei tempi giusti, prima fra tutte la concreta definizione di una strategia di diversificazione delle forniture energetiche.

Sebbene nella nuova coalizione di governo non manchino le contraddizioni e anche  punte di estremismo, sarà sufficiente un pizzico di buon senso nelle cose per mantenere il consenso riportato alle scorse elezioni, che non è stato affatto ampio nei numeri seppur netto nel risultato dei seggi ottenuti, e per recuperare una astensione in gran parte composta da delusi del centrodestra. Anche perché il centrodestra ha finito per ritrovarsi quasi senza più avversari, se si eccettua l’astensionismo,  tra l’elettorato dei ceti medi, popolari, lavoratori.

Credo che occorra riconoscerlo: finché il centrosinistra rimarrà aggrappato all’agenda radical chic (con amenità tipo: smettere di estrarre il petrolio e il gas in nome di una singolare concezione della pur auspicabile transizione ecologica, che ritiene l’uomo, o meglio le masse, un problema per il nostro pianeta anziché considerare il Creato in funzione dell’uomo; negare la diversità dei generi e indottrinare alla fluidità; combattere la Russia fino all’ultimo ucraino salvo contrordine americano che potrebbe arrivare già dalle prossime elezioni di midterm, senza ammettere, come chiede Papa Francesco, che la pace si fa con i nemici, e senza considerare il multipolarismo come la condizione per la pace nel XXI secolo) non avrà nessuna possibilità di vittoria. 

Ecco perché credo che la sconfitta  della sinistra, elettorale e culturale, presso i ceti popolari imponga una riflessione per definire un nuovo profilo della coalizione riformatrice, che sia “potabile” e votabile per la classe media. Si tratta di un obiettivo che deve coinvolgere le molte persone di buon senso che ci sono in tutte le forze alternative al centrodestra. Ma realisticamente non potrà che nascere prima nell’area di centro data la difficoltà del Pd ad esprimere delle posizioni che non siano omologate con gli interessi dei salotti alto borghesi. È il momento in cui il cosiddetto terzo polo dovrebbe iniziare a marcare le differenze con il resto di una potenziale coalizione di centrosinistra, dando in tal modo la forza alle molte componenti di buonsenso rinvenibili ancora nel Partito Democratico di uscire allo scoperto  senza essere “fucilate” pubblicamente dalle trasmissioni tv e dagli editorialisti dei grandi giornali cui il Pd pare aver subappaltato la definizione della propria linea politica.

In questo senso credo che se si vuole davvero un centrosinistra che ritorni ad essere competitivo, occorre in questa fase che il centro si assuma la responsabilità di dettare le condizioni dell’alleanza. Con la sinistra così com’è ridotta non si va da nessuna parte. A questo obiettivo i difetti di Matteo Renzi  che lo rendono antipatico perché si propone come uno che appare più bravo a distruggere che a costruire, potrebbero addirittura rivelarsi dei pregi. Perché servono discussioni franche, capaci di cambiare la sostanza della proposta politica. Poi naturalmente l’alleanza dovrà esser ampia e capace di contenere visioni anche distanti. Ma ciò che conta è prefiggersi di iniziare fin dal giorno in cui inizia il governo della destra a costruire un centrosinistra che possa risultare nel complesso quantomeno non ostile ai ceti medi e popolari e alla ripresa economica e sociale del nostro Paese pur in una fase alquanto complicata.

PERCHĖ AL TERZO POLO E ALLE OPPOSIZIONI POLITICHE NON CONVIENE GUFARE

Ad una donna, la prima nel Paese che riesce a raggiungere un traguardo che sembrava precluso, va dato lustro e risonanza liberandosi dalla visione che si tratti solo di un ‘avversario politico”. L’opposizione e il terzo polo si devono liberare nel lessico della dipendenza psicologica per la quale si esiste in funzione del confronto con l’altro. Tanto più attacco tanto più sono. Anche qui è tempo che il lessico politico faccia il suo salto di qualità nel linguaggio e si dedichi a rafforzare i propri contenuti.

La caduta della premier inglese dopo 40 giorni di Governo nello stesso giorno che la candidata premier italiana riceveva l’incarico a formarne uno, ha indotto il terzo polo e l’opposizione ha rilasciare dichiarazioni sulle possibili similitudini con le sorti inglese. Commettendo un grosso errore di stile e di valutazione della realtà politica del nostro Paese. 

Sull’errore di stile non possono essere concesse attenuanti. Primo perché l’esercizio del “te lo avevo detto”, unito al “vedrete che fine farà”, è proprio tipico della favola di Esopo, la volpe e l’uva che insegna la miseranda fine che fa l’invidia e la stizza per non aver raggiunto un obiettivo (l’uva) è un sentimento difficile da governare. Una lezione di buona educazione nei rapporti sociali vuole che si traduca sempre in cordialità e rispetto il riconoscimento del “nemico” che ci ha battuto. Ma a questa educazione, di cui forse in questi tempo moderni abbiamo perso il contatto, si aggiunge un secondo punto: il fatto che il “nemico” sia donna, in un universo, quello politico, che vede poca partecipazione femminile. Qui non si può risolvere facilmente con l’affermazione “ma la Meloni di fatto è un uomo” (che pure ho sentito girare), perché puzza di machismo e discriminazione di genere. Né può essere valida la regola contraria, in un mondo con prevalenza maschile, secondo la quale le regole sono queste e vanno accettate, perché vuol dire che quel mondo non fa autocritica ritendo le regole consolidate giuste e perfette. Essere gentiluomini è più che comportarsi come tali. Quindi ad una donna, la prima nel Paese che riesce a raggiungere un traguardo che sembrava precluso e che ha la stessa valenza delle prime volte delle donne italiane in tutto quello che hanno conquistato, va dato lustro e risonanza liberandosi dalla visione che si tratti solo di un ‘avversario politico”, perché non si coglie che l’essenza nell’evento è dopo questo: da qui in poi si parlerà di una seconda donna premier e così via. 

Sulla valutazione politica la questione è più ampia. Lo scontro nella campagna elettorale è stato duro nei termini e nei modi. Ad un confronto sui contenuti, si è preferito un modello di “demonizzazione” del nemico, non avendo a mio giudizio validi esperti di comunicazione del genere umano.  Da che è civiltà in questo mondo, chiarito che esiste il bene e il male, per l’umanità il male ha un’attrattiva ben superiore al bene. L’attrattiva per male/satana è preponderante; dovendo scegliere tra bene/angeli, si tende a scegliere il primo binomio, tant’è vero che chiamiamo santi quelli che scelgono il secondo. La lezione degli elettori è stata chiara. Sono piaciuti i “demoni”.  Che poi demoni non sono, sono avversari politici e quello è l’unico perimetro entro il quale ci si deve muovere. 

Oltre all’”educazionale istituzionale” che si deve praticare nei rapporti tra i partiti, che lo ricordo a mente di Costituzione sono il modo con il quale i cittadini di questo Paese organizzano la propria rappresentanza per partecipare alla vita politica del Paese, l’opposizione e il terzo polo si devono liberare nel lessico della dipendenza psicologica per la quale si esiste in funzione del confronto con l’altro. Tanto più attacco tanto più sono. Anche qui è tempo che il lessico politico faccia il suo salto di qualità nel linguaggio e si dedichi a rafforzare i propri contenuti, essendo evidente che alla platea degli elettori sono piaciuti poco o non hanno convinto soprattutto perché ben il 37% di questa platea non si è mosso da casa. Senza acrimonia perché il viaggio per riconquistare l’elettorato e anche per prendere nuovi viaggiatori si presenta molto lungo.

SOCIETÀ DIGITALE, OVVERO LA SCISSIONE TRA VITA REALE E VITA VIRTUALE

L’introduzione massiccia della tecnica e poi della tecnologia nella nostra vita sta mutando inesorabilmente i nostri orizzonti vitali verso una dimensione speculativa dell’esistenza: si fa e si progetta solo ciò che diventa utile. Ora, colpisce la leggerezza con cui la politica asseconda certe tendenze di mercato senza valutarne le conseguenze sui processi di crescita e di sviluppo dei bambini e dei ragazzi che apprendono. Sicuramente la digitalizzazione della società e del mondo è una tendenza inarrestabile che postula tuttavia – cum grano salis – il nodo della sua governance.

Ciò che emerge da una rilettura dei Pensieri di Blaise Pascal, oltre allo stupore suscitato dalla sua intelligenza poliedrica (fu matematico, fisico, filosofo, teologo) e dalle intuizioni ermeneutico-interpretative maturate nella sua breve, intensa esistenza è la domanda ricorrente sul “senso della vita”. Smontando la granitica certezza cartesiana del “cogito ergo sum”, Pascal valorizzò la dimensione del pensiero divergente accostando all’esprit de geometrie l’esprit de finesse. A ben rifletterci – siamo nel XVII secolo –inizia con lui il tema della problematizzazione filosofica della vita così come si è sviluppata nell’’800 e nel ‘900, ed è giunta fino ai nostri giorni, nel post moderno, post ideologico, e post globale.

L’esistenza umana genera più problemi che certezze nell’eterno presente mentre l’esplorazione del futuro non è fatto che riguardi solo la scienza: nelle pieghe dei suoi risvolti antropologici e nelle cavità carsiche dei suoi impliciti individuali e sociali c’è spazio per ogni aspetto della cultura, dell’etica dei comportamenti, della produzione del pensiero. Se accostiamo la problematizzazione del vivere alla certezza della dimensione razionale che insegue soluzioni codificabili, cogliamo ad esempio il passaggio kantiano dal fuori al dentro di noi, la cosmologia ineffabile di Leopardi, la dialettica hegeliana che è forse il passaggio culturale più caratterizzante e significativo della civiltà occidentale, ciò che rende – ad onor del vero – irto e denso di difficoltà il conclamato percorso dell’integrazione con le radicate concezioni totalizzanti e dogmatiche di altre civiltà. E se, saltando in avanti di due secoli e guardandoli adesso a ritroso, consideriamo i due autori di romanzi distopici più famosi del ‘900, George Orwell e Aldous Huxley, e le loro opere più note (‘1984’ per il primo, ‘Il mondo nuovo’ e ‘Ritorno al mondo nuovo’ per il secondo) cogliamo alcuni temi esponenziali delle derive culturali di oggi: le incertezze e le angosce del presente, le incognite e le paure del futuro, l’omologazione del pensiero, la perdita delle libertà individuali, lo spaesamento di fronte ad un mondo globale ed inafferrabile, le solitudini esistenziali, la ricerca di approdi che evitino i pericoli di naufragi apocalittici e incombenti, il senso della vita: l’incipit da cui Pascal era partito rendendosi conto che scienza e tecnica non risolvono da sole la congerie dei problemi umani. 

Solo che la libertà del pensiero divergente rispetto ai vincoli e agli algoritmi delle certezze razionali può generare distonie laceranti e conflitti interiori latenti. Che sia codificato da regole vincolanti o gestito da poteri forti e omologanti il futuro si appalesa sempre come luogo dell’incerto e dell’indeterminato. Solo una mente esplorativa e capace di organizzare e descrivere la realtà mutuandola dall’osservazione e dalla immaginazione romanzesca come quella di Zygmunt Bauman poteva far ordine e riportare a sintesi i grandi temi del nostro tempo.

Ma sullo sfondo, quell’intuizione di accostare alla logica “il conoscere della mano sinistra” (come l’avrebbe definito tre secoli dopo Jerome Bruner) del mite e introverso Pascal ha introdotto un tema che si è fatto essenziale dall’epoca dei lumi in poi e che riguarda, appunto, il senso dell’esistere e la sua direzione di marcia. E così oggi, in questo eterno presente senza sbocchi risolutivi ai grandi problemi dell’umanità, denso di conflitti, astioso ed effimero, rancoroso ed individualista possiamo meglio comprendere – partendo proprio dalla distinzione di Pascal – perché mai un grande filosofo come Heidegger abbia intuito che il prevalere del pensiero calcolante ci porti inevitabilmente prima o poi a fare i conti con noi stessi.

La logica degli interessi e del cambiamento spacciato per progresso, l’introduzione massiccia della tecnica e poi della tecnologia nella nostra vita sta mutando inesorabilmente i nostri orizzonti vitali verso una dimensione speculativa dell’esistenza: si fa e si progetta solo ciò che diventa utile, produce profitto, per cui la bramosia del possesso e la conquista e l’uso di ogni angolo del pianeta ci gratifica assai più della gratuità di un gesto libero.

In questa dimensione riesce difficile pensare a concetti come il bene comune, mentre pace e libertà sono sempre valutate da soggettivi punti di vista. Poiché l’invadenza della tecnologia e del prodotto che sostituisce il pensiero ha oggi dimensioni di possesso totalizzanti. Come giustamente osservano Severino e Galimberti la scienza persegue il progresso ma la mente umana, la psiche non riescono ad adattarsi  a starle dietro. Qual è allora il vero pericolo di questa deriva? Che gli oggetti d’uso, gli strumenti che la tecnologia produce e il concentrarsi stesso di tutti gli sforzi in un continuo superamento di ciò di cui possiamo già ora disporre creino una sorta di obsolescenza del pensiero pensante (della facoltà e capacità di pensare) sul pensiero pensato (il prodotto confezionato che sostituisce il pensiero).

Ormai la tecnocrazia domina le abitudini e i comportamenti dell’uomo. In un interessante libro intitolato “L’uomo con il cervello in tasca” Vittorino Andreoli considera come sia più agevole, veloce e disponibile utilizzare uno smartphone o un tablet per trovare la soluzione ad ogni problema della vita quotidiana, piuttosto che affidarsi ad un ragionamento, ad un processo mentale. Il rischio è di traslare a poco a poco dalla mente ad un oggetto la facoltà di pensare, scegliere, decidere. Non c’è solo una valenza utilitaristica in questa prassi (ciò che la renderebbe giustificabile): poiché essa diventa modo per passare il tempo, ciò che proprio Pascal chiamava “divertissement”, una cosa fine a se stessa. Si pensi al dominio sugli uomini che può esercitare chi detiene il potere di gestire su scala mondiale la costruzione e la finalizzazione di questi strumenti tecnologici, orientando ed omologando i pensieri-pensati dominanti. Dobbiamo proprio ad Orwell la definizione di “grande fratello”, una sorta di dittatore delle menti che attraverso regole e gerarchie finisce per dominare il mondo mediante i comportamenti della vita domestica e relazionale, preordinandoli e finalizzandoli secondo un’etica che espunge democrazia e libertà.

Ora noi dobbiamo una immensa gratitudine alla scienza, all’evoluzione tecnologica, agli enormi vantaggi che hanno prodotto nella vita dell’uomo. Si pensi alla medicina, all’ingegneria, alle comunicazioni: tutto mira al miglioramento delle condizioni di vita, come vincere una malattia, come costruire un ponte sicuro, come sveltire la burocrazia, come mettere in contatto le persone in ogni angolo del pianeta. Il problema comincia quando questa virtualità positiva genera azioni coatte, quando la scienza non è più neutra, ma posta al servizio di finalità recondite che valicano i concetti dell’etica condivisa e generano legami insolubili tra la persona e l’oggetto.

Chi si occupa di educazione e formazione sa quanto sia utile disporre di dotazioni sempre più avanzate che facilitino la conoscenza. Tutti, però, si stanno capacitando dei danni enormi che la digitalizzazione degli apprendimenti e l’ingresso in quell’universo sconosciuto racchiuso in una scatoletta di plastica possono generare. La dicotomia fondamentale riguarda la scissione tra la vita reale e quella virtuale, il loro continuo interconnettersi, l’incapacità per i giovani (e gli adulti) di interrompere flussi di conoscenze e passaggi di dati che possono incidere sui comportamenti della vita di tutti i giorni, fino a confondere il gioco con la simulazione, la prossimità reale con quella immaginifica, la percezione del dominio di sé e delle cose.

Quanti giochi pericolosi passano in rete? Quali conoscenze imperscrutabili attendono i navigatori del web al varco del lecito e del pericolo senza ritorno? Si sente discettare con una disinvoltura disarmante della necessità di digitalizzare non solo la congerie dei servizi pubblici, in funzione di una migliore fruizione e percepibile utilità, ma – ad esempio –tutti i processi di apprendimento, dimenticando che la vera cultura richiede una lenta ed avvertita metabolizzazione di ciò che si impara, affinchè ne resti traccia nella mente e nel cuore piuttosto che in un tablet. Andiamoci piano, lento pede. Cerchiamo di approfondire e mantenere la conoscenza del soggetto (la persona – l’alunno) oltre che migliorare le caratteristiche tecniche dell’oggetto.

 

Colpisce la leggerezza con cui la politica asseconda certe tendenze di mercato senza valutarne le conseguenze sui processi di crescita e di sviluppo dei bambini e dei ragazzi che apprendono. Ma poiché essi imparano soprattutto per induzione e attraverso gli esempi degli adulti occorre rivedere tutto il processo di digitalizzazione pervasiva che spesso semplifica, a volte complica la nostra vita. Pensiamo ad esempio agli anziani: una generazione che – in un Paese in calo demografico – assume le sembianze di una maggioranza silente o silenziosa. Quanti di loro saprebbero utilizzare strumenti di cui per tutta la vita hanno ignorato l’esistenza semplicemente perché non esistevano? 

Questi aspetti anche umani non vengono quasi mai considerati, generando di fatto processi di marginalizzazione generazionale.

Da alcuni anni il tema del “metaverso” (termine coniato nel 1992 da Neal Stephenson, autore del romanzo postcyberpunk “Snow Crash”) si sta imponendo come una rete di mondi virtuali interconnessi di cui gli utenti possono interagire, costruire e comprare oggetti digitali e svolgere attività ludiche e d’intrattenimento in contesti digitali. Questo mondo parallelo assorbirà in sé tutte le esperienze virtuali dalla nascita di internet in poi. La digitalizzazione della società e del mondo è una tendenza inarrestabile che postula tuttavia – cum grano salis – il nodo della sua governance,  ragionando con la testa che abbiamo sul collo piuttosto che con quella che teniamo in tasca. 

UNA ROAD MAP PER USCIRE DALLA MORSA DELLA POVERTÀ. IL CONTRIBUTO DI PADRE ALBANESE SULL’OSSERVATORE ROMANO.

Il poeta povero, 1839, di Karl Spitzweg (Monaco 1808-1885) – olio su tela – Opera esposta alla ‘Alte Nationalgalerie’ di Berlino

Un recente rapporto delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), intitolato “Avoiding: To little, too late”, sull’alleggerimento del debito internazionale segnala cinquantaquattro economie di Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di una riduzione urgente del debito a causa delle crisi globali in atto a livello planetario. Achim Steiner, amministratore dell’Undp, ha sollecitato una serie di misure, fino addirittura la cancellazione del debito; l’offerta di un sollievo più ampio ai Paesi colpiti dalla crisi; e persino l’aggiunta di clausole speciali ai contratti obbligazionari per fornire respiro durante le crisi. È evidente che la soluzione per venire incontro alle necessità dei Paesi svantaggiati, africani in primis, è quella di una concertazione, nell’ambito del consesso delle nazioni, che tenga conto dell’auspicata New Economy di Papa Francesco.

Sono cinquantaquattro le economie di Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di una riduzione urgente del debito a causa delle crisi globali in atto a livello planetario, con particolare riferimento agli effetti del Global Warming. Lo si evince da un recente rapporto pubblicato lo scorso 11 ottobre, dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) intitolato “Avoiding: To little, too late” sull’alleggerimento del debito internazionale.

Lo studio si riferisce a Paesi che rappresentano, dal punto di vista demografico, quasi il 18 per cento della popolazione mondiale e oltre il 50 per cento di tutte le persone che vivono in condizioni di povertà estrema. I rischi determinati da un’eventuale inazione, rispetto al progressivo deterioramento della situazione economica globale, sono inquietanti. Infatti, se questi Paesi — tra i più vulnerabili agli effetti dei gas serra, 25 dei quali sono nella macroregione Subsahariana — non otterranno l’accesso a un’efficace ristrutturazione del debito, la povertà aumenterà a dismisura e verranno meno gli investimenti necessari nel contrasto ai cambiamenti climatici. Da rilevare che i 54 Paesi con gravi problemi di indebitamento rappresentano, paradossalmente, poco più del 3 per cento dell’economia globale. Non solo, guardando proprio all’Africa, meno del 4 per cento delle emissioni globali di gas serra sono generate da questo continente. Queste considerazioni, in sostanza, pongono una questione che, prim’ancora che essere politica o economica, è etica: perché devono essere proprio loro, i Paesi poveri, a pagare il prezzo più alto?

Il rapporto dello Undp propone una road map da seguire per operare l’indispensabile ristrutturazione del debito, concentrandosi su aree chiave: analisi della sostenibilità del debito, coordinamento dei creditori ufficiali, partecipazione dei creditori privati e utilizzo di clausole sul debito statale che mirano alla futura resilienza economica e fiscale.

Lo Undp propone pertanto una ricalibrazione del cosiddetto Common Framework for Debt Treatment beyond the Dssi adottato dal G20 insieme al Club di Parigi, per fornire una soluzione strutturale ai Paesi a basso reddito con livelli di indebitamento non sostenibili. Concettualmente, esso dovrebbe essere in grado di fornire un quadro comune di riferimento per il trattamento del debito dei singoli Paesi, per poi valutarlo caso per caso, in base alle richieste dei Paesi debitori eleggibili.

In risposta a queste richieste, è prevista la convocazione di un comitato dei creditori i quali negoziano con la controparte sulla base delle analisi sulla sostenibilità del debito, fornite dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale (Bm). Lo Undp propone di fare un passo ulteriore in avanti, rispetto alla prima formulazione del Common Framework for Debt auspicando innanzitutto un indirizzo mirato sulle ristrutturazioni globali che consentiranno, in chiave globale, un ritorno più rapido alla crescita e conseguentemente allo sviluppo.

È comunque evidente che la ristrutturazione del debito è solo un aspetto, certamente quello più rilevante, per garantire che le economie di questi Paesi fortemente svantaggiati dispongano delle finanze necessarie per compiere progressi nello sviluppo sostenibile. Sono pertanto necessarie anche altre fonti di finanziamento affinché queste economie nazionali intraprendano iniziative efficaci per far fronte ai cambiamenti climatici.

Achim Steiner, amministratore dell’Undp, ha sollecitato una serie di misure, tra cui la riduzione se non addirittura la cancellazione del debito; l’offerta di un sollievo più ampio ai Paesi colpiti dalla crisi; e persino l’aggiunta di clausole speciali ai contratti obbligazionari per fornire respiro durante le crisi. Lo Undp ritiene che i Paesi ricchi dispongano delle risorse necessarie per porre fine alla crisi del debito, che si è rapidamente deteriorata in parte come conseguenza delle loro politiche interne. Steiner è giustamente convinto che non sia lecito ripetere l’errore di fornire «troppo poco sollievo e troppo tardi», ai Paesi poveri nella gestione dell’onere del debito.

Purtroppo, pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto dello Undp, si è svolta una riunione ai massimi livelli del Comitato monetario e finanziario internazionale (Imfc) e del Comitato per lo sviluppo del Gruppo della Banca mondiale dove sono state prese in esame le proposte formulate dallo Undp; e il risultato è stato ben al di sotto delle aspettative. Al termine dei lavori, Steiner ha dichiarato che «mentre il mondo lotta con molteplici shock economici e crisi politiche (…) la risposta delle Nazioni del G20 e delle istituzioni finanziarie internazionali in questo momento critico rimane inadeguata per mobilitare la liquidità e le misure di alleggerimento del debito urgentemente necessarie per contrastare un ulteriore deterioramento delle prospettive economiche per molte economie in via di sviluppo».

Di fronte a questo scenario, anche il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, è sceso in campo, sottolineando con forza che il sistema multilaterale ha bisogno di attuare un Piano «Sdg Stimulus» urgente e di vasta portata, che inizi con azioni immediate di liquidità e riduzione del debito per consentire alle economie in via di sviluppo di raggiungere gli obiettivi di sviluppo globale. In un comunicato diramato il 14 ottobre scorso, lo Undp ha insistito sulla necessità di liquidità a breve termine per le economie in via di sviluppo, particolarmente quelli dell’Africa Subsahariana, per sostenere gli sforzi di ripresa nel breve termine. «I problemi di liquidità non sono ingestibili: ci siamo già misurati con il covid-19, quando le economie del G7 hanno fornito 16 trilioni di dollari di liquidità tra il 2020 e il 2021. Le banche centrali hanno, e possono ancora una volta, fornire liquidità alle economie in via di sviluppo ed emergenti», ha dichiarato Steiner, precisando che l’«Fmi può espandere le sue linee di credito di emergenza e accelerare la ricanalizzazione dei diritti speciali di prelievo».

Ribadendo poi l’urgenza di una ristrutturazione del debito, Steiner ha sottolineato la necessità di una spinta urgente per finanziare gli obiettivi di sviluppo sostenibile (Oss) e gli obiettivi dell’accordo sul clima di Parigi, in linea con le priorità e le esigenze ogni singolo Paese.

Una cosa è certa: alla luce di queste considerazioni, tenendo soprattutto conto degli effetti devastanti non solo della pandemia e della crisi russo-ucraina, ma anche dei cambiamenti climatici, è evidente che la soluzione per venire incontro alle necessità dei Paesi svantaggiati, africani in primis, è quella di una concertazione, nell’ambito del consesso delle nazioni, che tenga conto dell’auspicata New Economy di Papa Francesco.

Occorre certamente un nuovo ordine economico-finanziario che tenga conto dei diritti di tutti a partire dal mercato delle materie prime, delle tecnologie e dei prodotti chiave, scongiurando che alcuni attori internazionali esercitino una leva geopolitica indesiderata a scapito di altri.

Pertanto è oggi più che mai necessaria la convocazione di una conferenza a livello di capi di Stato e di governo, simile a quella di Bretton Woods del 1944, ma anche più inclusiva e rappresentativa, per definire globalmente un nuovo e più giusto sistema monetario, finanziario e commerciale, anche attraverso meccanismi di controllo che tengano a freno, ad esempio, la speculazione selvaggia che inquina i mercati. In effetti, se così fosse, i 54 Paesi indebitati di cui sopra non sarebbero certamente oggi nella condizione in cui versano.

Fonte: L’Osservatore Romano – 21 ottobre 2022

USCIRE DI SCENA È LA PARTE SEMPRE PIÙ DIFFICILE.

Utilizzo gratuito con licenza Unsplash

Con la visita di Berlusconi a Giorgia Meloni in via della Scrofa finisce un’epoca. Shakespeare fa dire al suo Tommaso Moro: “Il sole del potere è splendido, ma tramonta a mezzogiorno nel pubblico disprezzo”. Un finale mesto va in scena, così quel teatrino sempre contestato dal vecchio leader di Forza Italia diventa la cornice del suo tramonto politico.

C’è qualcosa di iconico, nella visita recata da Berlusconi a Giorgia Meloni nella sede del suo partito. Anche senza scomodare Gregorio VII, Enrico IV e Matilde di Canossa non c’è dubbio che quella visita simboleggi, insieme, una resa e un passaggio di consegne. Peraltro ulteriormente sottolineati dagli esiti di una trattativa sui posti di governo non propriamente così fruttuosa (né così nobile) per il leader di Forza Italia. 

Il fatto è che la longevità del potere finisce per essere quasi sempre la smentita di ogni sua virtù. Come Shakespeare fa dire al suo Tommaso Moro: “Il sole del potere è splendido, ma tramonta a mezzogiorno nel pubblico disprezzo”. In questo caso, mezzogiorno era già passato da un bel po’ di tempo. Berlusconi a suo modo ha fatto epoca. E anche chi, come il sottoscritto, ne ha contestato molte cose deve pur sempre rendergli l’onore delle armi. Se non altro in ragione delle molte tracce che ha lasciato dietro di sé e che così tante volte hanno finito per suggestionare anche i suoi avversari e nemici. 

Anche per questo avrebbe dovuto immaginare per se stesso un finale meno mesto di quello che infine s’è apparecchiato. Possibilmente evitando di infilarsi in una trattativa ministeriale che sa molto di teatrino della politica per usare uno stilema berlusconiano. Il fatto è che uscire di scena è sempre la parte più difficile. Tanto più per chi si considera un grande attore. Così grande da non essersi mai preparato l’ultima e decisiva battuta della sua lunga recita. Quella dedicata al senso di se stesso.

BERLUSCONI INQUIETANTE, OPINIONE PUBBLICA (ANCHE INTERNAZIONALE) DISORIENTATA: MENO MALE CHE SERGIO C’È

 Il rientro del Cavaliere in Parlamento non poteva essere più chiassoso e maldestro, pare evidente che tutto il trambusto debordato dal suo insediamento in Senato e dalla sua rumorosa discesa in campo non giovino alla compattezza del centro destra e suggeriscano più di una domanda sui futuri step che attendono il Governo. Intanto il Presidente della Repubblica porta avanti le consultazioni al Quirinale e stringe i tempi per conferire l’incarico di formare il nuovo Governo.

La stampa italiana e internazionale ha dato grande risalto all’ennesima esternazione di Berlusconi, questa volta davanti alla platea dei parlamentari di F.I. e si interroga su chi e per quale motivo abbia passato la registrazione dell’audio all’agenzia La Presse che l’ha divulgato facendogli fare il giro del mondo. 

Le parole del Cavaliere pesano come macigni e in molti si sono affrettati a chiedersi se non precludano la presenza di esponenti del partito nella coalizione di Governo, segnatamente evidenziando l’incompatibilità di Tajani al Ministero degli Esteri, visto che mentre Giorgia Meloni ribadiva la linea atlantista e l’appartenenza alla NATO, l’ex premier spiegava ai suoi come sono andate le cose in Ucraina: tutte le colpe sono di Zelensky che aveva aggredito le due repubbliche del Donbass per cui Putin è stato costretto a dare il via all’operazione speciale, “le truppe dovevano entrare in Ucraina, raggiungere Kyiv e in una settimana deporre Zelensky per mettere al suo posto delle persone per bene e di buon senso”… purtroppo l’esercito e il popolo Ucraino hanno resistito all’attacco e le cose sono andate per le lunghe. La faccenda delle persone per bene da insediare a Kyiv era già stata anticipata nel salotto televisivo di Bruno Vespa ma nessuno nel partito si era imbarazzato o preoccupato. Adesso che il teorema esplicativo della guerra in Ucraina è stato ripetuto con ampia trattazione forse qualcuno dei suoi fedelissimi comincia a dubitare sulle reali intenzioni del leader, mentre dall’esterno c’è chi sottolinea la lacerazione del partito e il tormentone della scissione.

Questo siparietto rubato dalle segrete stanze del gruppo parlamentare segue a breve distanza l’episodio dell’uscita dall’aula dei senatori forzisti al momento dell’elezione del Presidente La Russa, il foglietto scritto di suo pugno da Berlusconi con il profilo personologico della Meloni, il braccio di ferro sui Ministeri, la comparazione sul numero ridotto di deputati e senatori rispetto alla Lega mentre l’incontro in Via della Scrofa con la premier in pectore sembra cosa passata, la stessa Meloni pare aver perso la pazienza e tira dritto sui tasselli del Governo che intende presentare al più presto alle Camere e al Paese.

Tuttavia la più recente esternazione del Cavaliere non sembra passata in sordina, lo stesso PPE è stato chiamato a chiarire la sua posizione su alleanze e strategie. Certamente gli applausi registrati nell’audio dei parlamentari forzisti pesano quanto le parole del loro capo e i chiarimenti postumi di qualche singolo onorevole in odore di nomina ministeriale non convincono: sarebbe stato più opportuno tacere visto che ciò che ha detto Berlusconi non può essere smentito se non prendendo le distanze in modo netto, cosa non avvenuta e che rivela una forzatura interpretativa, excusatio non petita, accusatio manifesta

Anche la storia della datata amicizia con Putin che lo ritiene il primo dei suoi cinque amici, lo scambio di doni (vodka & lambrusco) e di lettere ‘dolcissime’ rivela equivoci e suscita dubbi che non possono essere spiegati solo con la ‘contestualizzazione’ delle parole. La verità storica dell’aggressione militare della Russia non può essere confutata, la devastazione di città e villaggi, le numerose vittime civili, tra cui donne e bambini, il massacro di un popolo in nome della denazificazione con la benedizione del patriarca Kirill, il regime autarchico del Cremlino che cancella la libertà di stampa e mette in carcere i dissidenti non sono bazzecole che si possano dimenticare.

Il rientro del Cavaliere in Parlamento non poteva essere più chiassoso e maldestro, pare evidente che tutto il trambusto debordato dal suo insediamento in Senato e dalla sua rumorosa discesa in campo non giovino alla compattezza del centro destra e suggeriscano più di una domanda sui futuri step che attendono il Governo: se queste sono le premesse c’è da aspettarsi altre coreografie pirotecniche per il futuro.

La versione secondo cui ci sono due Berlusconi, uno dal carattere forte e dalle esternazioni facili e l’altro che mantiene la barra dritta sulla stabilità e porta la bandiera dei liberali e moderati è un’interpretazione veritiera ma indulgente. L’audio registrato del discorso tenuto ai suoi parlamentari  non può essere rimosso: in un mondo politico grigio e sciatto questi fuochi d’artificio sono forse l’espressione di un declino personale e politico in atto, l’indisponibilità – per un leader con una esperienza comunque internazionale e rilevante – a recitare un ruolo gregario e di secondo piano, cedendo lo scettro della guida e del comando ad una giovane donna.

Lo conferma lo stesso Cavaliere nel suo pistolotto finale: “Oggi purtroppo nel mondo Occidentale non ci sono leader. Non ci sono in Europa e negli Stati Uniti d’America…Posso farvi sorridere? L’unico leader vero sono io”. E giù applausi. Intanto il Presidente della Repubblica porta avanti le consultazioni al Quirinale e stringe i tempi per conferire – nella serata di oggi? – l’incarico di formare il nuovo Governo: meno male che Sergio c’è.

LAICITÀ, L’ULTIMO REGALO DELLA DC.

Basta prendere atto dello storico comportamento dei leader e degli statisti della Democrazia Cristiana per rendersi conto di come i cattolici declinavano con ineccepibile correttezza la laicità dell’azione politica. Contro il laicismo della sinistra massimalista e radicale, e contro anche le tentazioni confessionali e integralistiche di alcuni settori della destra, la “lezione” della Democrazia Cristiana ha rappresentato  un modello di come si può essere testimoni di un fede religiosa e, al contempo, legislatori di uno Stato laico.

Tra le molte eredità positive lasciate dalla Democrazia Cristiana alla politica italiana, c’è indubbiamente il capitolo della laicità. Ovvero, della laicità dell’azione politica e, di conseguenza, della laicità dello Stato. Un elemento decisivo per qualificare la buona politica ma, soprattutto, un tassello fondamentale per evitare ingerenze inopportune e soprattutto per battere alla radice concezioni politiche e culturali lontane se non addirittura alternative ad una corretta laicità dell’azione politica e ad un vero rispetto dello Stato laico. Su questo versante, è appena sufficiente prendere atto dello storico comportamento dei leader e degli statisti della Democrazia Cristiana per rendersi conto di come i cattolici – praticanti ed espressione della cultura cattolico popolare, sociale e democratica – declinavano con ineccepibile correttezza la laicità dell’azione politica, nelle varie scelte legislative, e soprattutto la laicità dello Stato.

Per arrivare all’oggi, non si tratta di avere pregiudizi culturali e pregiudiziali ideologiche sulle convinzioni politiche del nuovo Presidente della Camera come manifesta concretamente la sinistra. Molto più semplicemente, si tratta di prendere atto che la storia, non la caricatura, del cattolicesimo politico italiano è esente da qualsiasi deviazione integralistica e, tantomeno, da qualsiasi ingerenza confessionale. E questo perchè si può manifestare tranquillamente la propria ispirazione religiosa ed etica nella dimensione politica, nel pieno rispetto delle altre culture politiche, degli altri filoni ideali e del principio democratico e costituzionale della laicità. 

Sotto questo profilo l’esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana è un esempio da richiamare. Si trattava, cioè, di una classe dirigente politica che anche di fronte a snodi delicati e fondamentali che emergevano nelle varie fasi storiche per misurare concretamente la laicità dell’azione politica e dello Stato – si pensi solo alla legge sul divorzio, sull’aborto e sulla legislazione sulla famiglia – ha sempre manifestato trasparenza di comportamento e pieno rispetto dei principi costituzionali. E questo, al di là di qualsiasi giudizio politico e culturale su quel partito, è semplicemente un fatto. Politico, culturale e storico. Contro il laicismo della sinistra massimalista e radicale e contro le tentazioni confessionali e integralistiche di alcuni settori della destra – facilmente verificabili come le ultime vicende hanno platealmente confermato – la “lezione”, il “magistero” e lo “stile” degli uomini e delle donne della Democrazia Cristiana rappresentano tuttora un modello di come si può essere testimoni di un fede religiosa e, al contempo, legislatori di uno Stato laico. Certo, anche nella Dc – come tutti sanno – c’erano sensibilità e modalità diverse nel declinare la concreta azione politica. Ma, per citare due soli leader storici della Dc molto diversi tra di loro – penso all’esponente della destra cattolica Oscar Luigi Scalfaro e al leader della sinistra sociale Carlo Donat-Cattin – c’era, però, una perfetta coincidenza di come si doveva rispettare e tradurre la laicità dello Stato e della stessa azione di una politica di ispirazione cristiana.

Ecco perchè le ultime polemiche attorno alle mille dichiarazioni rilasciate dal neo Presidente della Camera prima di essere eletto alla terza carica dello Stato, non rappresentano affatto la storica tradizione dei cattolici impegnati in politica nel nostro paese. Si tratta, seppur legittimamente, di una concezione politica e di una radice culturale del tutto estranea ed esterna alla miglior tradizione del cattolicesimo politico italiano per come si è manifestato nel nostro paese dal secondo dopoguerra in poi. Dopodichè, come ovvio e scontato, abbiamo sempre saputo che esiste una concezione integralistica e neo confessionale nel panorama variegato e pluralistico dell’area cattolica italiana. Ma, com’è altrettanto evidente, non è mai stata maggioritaria nel mondo cattolico nè, tantomeno, nella cultura politica italiana

Forse è giunto anche il momento affinchè i cattolici democratici, popolari e sociali alzino di più la voce non per aizzare polemiche inutili e fuorvianti ma, molto più semplicemente, per chiarire – e per l’ennesima volta – che si può essere tranquillamente credenti e legislatori senza ripristinare vecchi steccati e, soprattutto, senza ledere i convincimenti e le opinioni di ciascun cittadino. Per questo è sufficiente rileggere e far tesoro della storia e della prassi concreta della Dc nel corso degli anni per fugare qualsiasi equivoco e alimentare confusione e caos. Sappiamo che c’è un modello, corretto e trasparente, nel disciplinare il rapporto tra i cattolici e la politica e poi ci sono nicchie ideologiche e tardo integralistiche che la pensano diversamente. Se verranno a galla basta denunciarle sotto il profilo politico e culturale. Senza ingigantirle e senza tanta enfasi.

“OLTRE DIO. IN ASCOLTO DEL MISTERO SENZA NOME”. UN LIBRO PUNTA A LIBERARE IL DIVINO DAL SOVRACCARICO D’IMMAGINI ARCAICHE.

Come indicano gli autori e le autrici di questo libro, la rinuncia definitiva all’immagine di un Dio trascendente, provvidente e personale non comporta di per sé il passaggio all’ateismo. 

Ma cosa possiamo dire rispetto alla realtà divina in cui si vuole continuare a credere, se “credere” ha ancora un senso? E, soprattutto, possiamo dire qualcosa, se è vero che, più di ogni altra parola, “Dio” «nasce dal Silenzio e conduce al Silenzio»? È a questi interrogativi, e a molti altri, che cercano di rispondere le pagine che seguono,  nel segno di una riflessione su un Mistero senza nome che va oltre, immensamente oltre, la nostra capacità di comprenderlo.

Di seguito riproponiamo alcuni stralci della Prefazione di Scquizzato.

 

Paolo Scquizzato

 

“Ognuno di noi si porta dentro una certa immagine di dio, come un marchio impresso a fuoco. È la risposta puntuale alle domande del catechismo, l’abbiamo invocata nei momenti di necessità, celebrata nei nostri culti.

Nell’immaginario collettivo si tratta di un dio maschio, detto anche padre, onnipotente, creatore, che nutre passioni; ad esempio ama, si offende, reagisce, interviene, si pente, perdona, redime, salva, progetta, desidera, plaude, castiga i cattivi premiando i buoni, vede tutto, conosce tutto, anche i segreti più reconditi del cuore.

Tale dio ha il suo domicilio nell’alto dei cieli, gestendo una sorta di cabina di regia; da lassù muove i fili del mondo, tracciando l’orbita degli astri e segnando la sorte delle creature che hanno imparato a chiamare questo suo agire – spesso oscuro e indecifrabile – volontà di Dio.

(…)
Il peccato – trasgressione della norma – lo irrita e l’offende, una sorta di atto di lesa maestà. Per questo è necessario che le sue creature invochino il suo perdono, ma a patto che si mostrino previamente pentite e che la colpa venga poi adeguatamente espiata. Dopo la morte dell’individuo, egli riserverà di certo un futuro alle sue creature: dannazione eterna per i reprobi, beatitudine infinita per i buoni.

(…)
Questo dio noi umani ce lo siamo costruiti tutto sommato recentemente, se è vero che prima della rivoluzione agricola, una decina di millenni fa, l’immagine della divinità era femminile, feconda energia, identificata quasi tout court con la natura.

Ebbene, questo piccolo dio all’uomo e alla donna del XXI secolo pare essere semplicemente inverosimile, e quindi del tutto indifferente. (…) Le antiche risposte, elaborate da una certa teologia nel passato, oggi non dicono più nulla riguardo alle attuali domande di donne e uomini che si sanno parte di un immenso Universo, abitanti di un piccolissimo pianeta alla periferia del cosmo, granello infinitesimale sperduto tra 250 miliardi di galassie.

(…)
Io credo anzitutto che dinanzi alla grande domanda su Dio, si dovrebbe assumere un atteggiamento di grande umiltà, ossia rinunciare alle definizioni e alle cosiddette verità su Dio.

L’uomo e la donna, spiritualmente maturi, sono coloro che sanno di non potersi avvalere di alcuna definizione, di non poter professare nessuna verità apodittica su ciò che viene denominato dio. Sono consapevoli che il rapporto con la divinità è sempre tensione in avanti, mai il godimento di un oggetto, o il raggiungimento di una meta. Sanno che hanno a che fare con la verità senza però possederla; sono consapevoli d’esserne partecipi”.

 

Per saperne di più

https://www.gabriellieditori.it/shop/scienze-religiose/claudia-fanti-jose-maria-vigil-paolo-scquizzato-oltre-dio/

IL QUIRINALE SI FA TEATRO DELLA REGOLAZIONE PER GIUNGERE ALLA NASCITA DEL GOVERNO: PROCEDURA E TEMPI. 

La nota dell’AGI, qui di seguito riprodotta, elenca i passaggi che da domani scandiranno il processo di formazione del nuovo Esecutivo. “Nulla trapela dal Quirinale – spiega l’agenzia di stampa – sulle polemiche seguite […] alle parole di Silvio Berlusconi sulla guerra in Ucraina”. Mattarella, in ogni caso, ha il delicato compito di accertare la corrispondenza tra volontà politiche e conseguenti responsabilità dei partiti della maggioranza, anche in relazione al “personale di governo” che verrà proposto da Giorgia Meloni. I tempi sono stretti, ma non è detto che si proceda a passo di carica. Le ambiguità di Forza Italia, volutamente date in pasto alla pubblica opinione, si rifrangono sulla credibilità dell’operazione che dovrebbe portare alla formazione del primo governo a guida di un’esponente della destra post fascista.

Agenzia Italia

Sergio Mattarella entra ufficialmente in scena e convoca per domani e dopodomani le consultazioni. Completate tutte le procedure istituzionali, eletti presidenti e uffici di presidenza di Camera e Senato, eletti anche i capigruppo parlamentari, il Capo dello Stato si appresta da domani a esercitare le sue funzioni costituzionali. Secondo l’articolo 92 della Carta, infatti, tocca al Presidente nominare “il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. La speranza, ovviamente è quella che il Paese possa avere al più presto un governo in carica: c’è la legge di bilancio da varare, il Pnrr da attuare, la situazione internazionale è infuocata e il costo dell’energia grava su famiglie e imprese.

Domani e dopodomani dunque al Colle saliranno prima i presidenti del Senato Ignazio La Russa e della Camera Lorenzo Fontana, poi via via i gruppi parlamentari dal più piccolo al più grande. Venerdì mattina, per ultima, sarà consultata la delegazione del centrodestra che si presenterà unita. In un unico colloquio saranno ascoltati i rappresentanti di FdI, Lega, Fi, Noi Moderati, Maie.

Nulla trapela dal Quirinale sulle polemiche seguite ieri e oggi alle parole di Silvio Berlusconi sulla guerra in Ucraina, dal Colle si risponde con il silenzio a chi chiede commenti. Ovviamente, come è sempre successo, il Presidente non entra nel dibattito politico e aspetta di conoscere le dichirazioni che faranno i gruppi parlamentari durante le consultazioni.

Concluse le consultazioni, venerdì mattina, il Capo dello Stato trarrà le sue conclusioni e affiderà l’incarico di formare il nuovo governo, e non è un mistero che la candidata è Giorgia Meloni. La quale potrà accettare con riserva e ritagliarsi qualche altra ora per limare le sue proposte di lista dei ministri, oppure potrebbe accettare senza riserva. Una volta accettato l’incarico, la leader di FdI avrà un colloquio con il Capo dello Stato per proporre la sua lista e spiegare a grandi linee il programma cui intende dedicarsi. Se come tutti auspicano non ci saranno criticità, Giorgia Meloni si presenterà alla stampa nella loggia alla Vetrata e leggerà l’elenco dei ministri.

La previsione è che possa fare questo passaggio sabato; se succederà sabato mattina si potrà organizzare la cerimonia di giuramento del nuovo governo già sabato pomeriggio, altrimenti si passerà a domenica mattina. Queste date sono ovviamente ipotetiche e poggiano sulla previsione che non sorgano problemi politici nella maggioranza. Se tutto procederà a passo spedito, nei primi giorni della prossima settimana ci sarà il voto di fiducia prima alla Camera e poi al Senato e il governo potrà cominciare il suo impegno. 

Fonte: Agenzia Italia (AGI) – 19 ottobre 2022.

UNA PROPOSTA DI PROGRAMMA “ELEMENTARE” PER IL NUOVO GOVERNO: IL RIPRISTINO DELLA LEGGE BANCARIA DEL 1936. 

Se i derivati possono essere annullati, liberando i Comuni – come dice la sentenza dell’Alta Corte di Londra – da un fardello pesante e ingiusto, vuol dire che l’azione della Magistratura può spingere verso la “liberazione” da un sistema bancario a sfondo altamente speculativo. Tornare a distinguere tra credito al consumo e credito a lungo termine, finalizzato agli investimenti, varrebbe una rivoluzione nella misura in cui gli istituti finanziari non avrebbero più titolo a mischiare le carte. Come fare? Semplice, basterebbe cancellare la formula della banca universale tornando a una vecchia e tuttavia fondamentale normativa introdotta negli anni ‘30 a seguito del crollo di Wall Strett nel ‘29. In Italia quella disciplina bancaria ha retto, con Carli e la Dc, fino al 1992.

Importante sentenza dell’Alta Corte di Londra per il comune di Venezia: i derivati comprati da Dexia Crediop e INTESA sono nulli e inapplicabili. Con questa sentenza l’amministrazione è legittimata a sospendere i pagamenti dei differenziali futuri a favore delle banche. Considerati gli attuali tassi di interesse, si tratta di un risparmio di circa 30 milioni di euro. Inoltre otterrà la restituzione delle somme versate dalla data di sottoscrizione dei contratti. Una sentenza decisiva per molti altri comuni italiani. Ricorderò che il solo Comune di Torino ha sottoscritto 21 derivati quando sindaco nel 2001 era l’On. Piero Fassino.

L’amico Alessandro Govoni, già CTU del Tribunale di Cremona in materia bancaria e finanziaria, interpellato nel merito, mi ha scritto quanto segue: “Secondo un rapporto della Guardia di Finanza 900 Comuni italiani su 6000, 45 Province su 90, e 12 Regioni su 21, hanno sottoscritto derivati sul tasso come quelli sottoscritti dal Comune di Venezia, che la Corte di Londra ha finalmente sancito che debba essere risarcito di tutte le perdite arrecate e che nulla più deve sui flussi futuri. Tutti questi derivati fatti sottoscrivere agli Enti italiani sono delle truffe perché  riportano un algoritmo nascosto tra le righe del contratto per cui ogni 6 mesi la banca d’affari incassa il tasso (Euribor+spread), mentre il Comune vi è scritto che incassa solo l’Euribor, perdendoci il Comune ogni 6 mesi lo spread  in genere del 2% calcolato sul mutuo sottostante.  In media  i mutui sottoscritti dai Comuni ammontano a 350 milioni di euro, ciò significa che ogni 6 mesi agli Enti locali italiani sono stati prelevati dal conto corrente 7 milioni di euro, dal 2001 ad oggi. I contratti derivati hanno la durata  del mutuo sottostante in genere 30 anni. 

Scrive ancora Govoni: “È necessario che il governo emetta un decreto che imponga ai Sindaci e ai Governatori, i cui Enti hanno sottoscritto derivati, di procedere sia in sede civile che penale, nonché un decreto che autorizzi alla Magistratura italiana di procedere d’ufficio contro le banche d’ affari per dichiarare truffa contrattuale tutti questi derivati che incorporano già una perdita certa alla stipula per l’Ente locale italiano”. E continua: “Si rammenta che tutte queste banche d’affari – Dexia Crediop, Nomura, Morgan Stanley – appartengono ai fondi delle grandi famiglie luterane tedesco orientali Rothshild e Rockfeller. I luterani tedesco orientali pensano che l’uomo non possa essere giudicato dall’uomo, ma solo da Dio, ma poiché sono atei,  pensano che nessuno li possa giudicare in terra, pertanto si sentono liberi di truffare, manipolare, usurare fino ad eliminare fisicamente chi si frappone ai loro interessi. I Rothshild e i Rockfeller, proprietari della IG Farben, che era proprietaria dei campi di sterminio, eliminarono gli ebrei perché gli ebrei avevano scoperto la cura dei tumori biologica nutrizionale che andava contro agli interessi della IG Farben, unica produttrice mondiale di preparati chemioterapici, su cui la IG Farben guadagnava e guadagna ancora oggi con Bayer/BASF, Pzifer 80 volte i suoi costi di produzione, mentre sulla cura dei tumori con terapia biologica nutrizionale i Rothshild  e i Rockfeller non avrebbero guadagnato nulla perché non brevettabile”.

Credo ci sia materia di seria riflessione giuridica, politica e amministrativa; e invece di assistere alle quotidiane schermaglie di una maggioranza già in fibrillazione in vista della formazione del nuovo governo, credo dovrebbero essere questi alcuni dei temi di interesse della politica. Ho scritto più volte sul ruolo svolto dai poteri finanziari degli hedge funds anglo caucasici/kazari, con sede operativa nella city of London e fiscale, a tassazione zero, nello stato USA del Delaware (BlackRock, Bridgewater Associates, Citibank, Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, Pioneer e Vanguard, tutte multinazionali finanziarie luterane tedesco orientali) proponendo alcune idee di politica economica finanziaria riassumibili in una proposta semplicissima: il ritorno alla legge bancaria del 1936, con la riconferma della netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. 

Ci piacerebbe che, nel programma che Giorgia Meloni esporrà alle Camere appena sarà incaricata per formare il nuovo governo, assumesse questo impegno, ossia quello della riproposizione di una legge voluta dal suo mentore di formazione giovanile, il Duce, che, sollecitato dal fidato Alberto Beneduce, volle quella legge bancaria che la DC, con Guido Carli, difese sino al 1992. Senza quella riforma che, vista la grande maggioranza parlamentare potrebbe essere varata facilmente con una legge ordinaria, ogni altro progetto per dare risposte alla crisi economica e sociale italiana risulterà una velleitaria indicazione propagandistica. E sarebbe anche un’ottima cartina di tornasole per valutare il grado di condizionamento dei poteri finanziari citati sui diversi partiti e parlamentari italiani.

CICLISMO: CI VUOLE PIÙ PISTA. ROMA È LA CITTÀ CHE PUÒ FARE LA DIFFERENZA RICOSTRUENDO IL VELODROMO DELL’EUR.

E’ da troppo tempo che il ciclismo su pista nel nostro paese viene discriminato. Serve porre rimedio a questo degrado sportivo al più presto. Sarebbe bello se Roma raccogliesse la sfida.

C’è un’Italia che pedala e conquista successi in serie. Basti pensare al record dell’ora di Filippo Ganna ed ai 4 ori e 3 argenti conquistati nei Mondiali di ciclismo su pista appena conclusi. Ma “il paradosso, clamoroso, sta nel fatto che pur essendo diventati un Paese di riferimento nel ciclismo su pista non abbiamo un impianto coperto di utilizzo generale”, spiega Silvio Martinello, cinque volte campione del mondo e quattro volte vincitore della Sei giorni di Milano.

Non è possibile che uno sport così nobile debba sempre fare i conti con la carenza di strutture, che nel nostro paese, riguarda tutto ciò che non è il calcio. Abbiamo una nuova generazione di campioni da far crescere e non sappiamo dove farlo. Molti sono i progetti avviati e non conclusi; la federazione lombarda si è già attivata da tempo per recuperare il velodromo di Montichiari (unico al chiuso). Per tale progetto saranno destinati due milioni di euro stanziati dalla regione Lombardia e 4 milioni del PNRR. Un velodromo che nell’idea della federazione dovrà diventerà un’eccellenza, un centro sia di preparazione olimpica che giovanile ma che oggi versa nel degrado e che rimane aperto solo per gli azzurri.

Ma, se anche fosse sistemato in tempi velocissimi, un solo impianto non basterebbe sicuramente. Bisognerà avere più poli dove poter concentrare lo sviluppo di questo sport. E quale città potrebbe essere meglio di Roma, nel centro Italia, per ridare forza alla pista? Anche perché Roma è l’unica capitale senza velodromo. In realtà già esisteva un anello olimpico (disegnato da Cesare Ligini a fine anni ’50 e destinato a ospitare i Giochi del 1960) ma è stato fatto brillare nel 2008. Al suo posto ora troviamo un bel buco.

Non sarebbe male se il Sindaco Gualtieri ripartisse da qui per dare nuova vita alla pista. Sarebbe un segnale importante per i cittadini dell’Eur e per la nazione. La realizzazione potrebbe essere eseguita anche grazie alla delibera votata il 13 ottobre scorso, finalizzata al rafforzamento patrimoniale e finanziario di Eur S.p.a., mediante aumento di capitale sociale pari a 93 milioni di euro. Non si può permettere che anche quest’area subisca la triste fine dello Stadio Flaminio, della Vela di Calatrava a Tor Vergata e delle torri di Cesare Ligini, medesimo architetto progettista del Velodromo, che si stagliano ancora disarmate e fatiscenti davanti al lago dell’Eur.

LA GUERRA IN UCRAINA HA MESSO IL CAUCASO RUSSO IN GINOCCHIO. LA NOTA DI ASIANEWS.

Pesano le sanzioni e la mobilitazione militare. Nella “Ciscaucasia” le imprese hanno perso fino al 90% del fatturato. Redditi consumati dall’inflazione. I proventi dalla vendita delle risorse energetiche basteranno per un anno. Difficile il governo centrale possa fare concessioni finanziarie alla periferia.

Vladimir Rozanskij

Tutta l’economia russa sta subendo in misura sempre più massiccia le conseguenze della guerra in Ucraina, ma a soffrire maggiormente tra le regioni della Federazione sono quelle del Caucaso settentrionale. Il blocco quasi totale delle importazioni, il rallentamento delle attività lavorative in ogni campo, la netta diminuzione delle spese dei cittadini e della produzione locale, l’emigrazione di massa dei rappresentanti della classe media e la morte al fronte di migliaia di uomini in età lavorativa: sono soltanto alcuni dei fattori che stanno mettendo in ginocchio tutto il sistema di vita dei russi e dei caucasici.

Se nella Russia in generale il crollo economico non ha intaccato ancora del tutto il tenore medio di vita dei cittadini, nelle repubbliche caucasiche della Cecenia, Inguscezia, Daghestan, Calmucchia, Ossezia del nord, Kabardino-Balkaria e Russia meridionale, la zona definita “Ciscaucasia”, le conseguenze si fanno già sentire in modo più acuto. Tra gennaio e agosto solo nel Daghestan le imprese hanno perso quasi il 90% del fatturato. Nella regione di Stavropol il commercio all’ingrosso è sceso di oltre il 91% (del 30% quello al dettaglio); in Ossezia è calato del 72%.

In tutta la regione sono aumentati spaventosamente i prezzi dei prodotti (tra il 15 e il 40%) e l’inflazione galoppante ha consumato i redditi della popolazione, come confermano i dati statistici dell’istituto Rosstat. Le repubbliche caucasiche dipendono molto dai trasferimenti economici dal centro della Russia, come ricorda la professoressa Natalia Zubarevič, specialista di economia all’università Mgu di Mosca: “I finanziamenti governativi sono aumentati in tutte le regioni, in maniera diversificata, senza poter colmare i buchi creati dal contesto bellico, e la mobilitazione delle ultime settimane avrà conseguenze sempre più catastrofiche per le entrate delle amministrazioni locali, e in generale delle famiglie”.

Un altro dato preoccupante è  la crescita del debito pubblico, che mediamente nei soggetti federali russi è intorno al 5%, mentre in Ciscaucasia supera il 20%. Lo Stato centrale sarà sempre meno in grado di assistere le regioni, soprattutto con il progressivo embargo occidentale sul gas e il petrolio, che è anche un “auto-embargo”, come osserva il politologo Sergej Žavoronkov della fondazione “Missione liberale”, secondo il quale “i mezzi per mantenere un livello sufficiente di benessere collettivo basteranno al massimo per un anno”.

Come fanno notare molti esperti, le sanzioni energetiche per ora non si fanno molto sentire a causa degli alti prezzi della risorse, ma questo fattore è destinato a cambiare in fretta nei prossimi mesi, e da dicembre la Russia potrà vendere solo ai partner asiatici e dei Paesi meno abbienti, a prezzi molto più bassi degli attuali, e anche di quelli precedenti. Gli effetti economici della mobilitazione sono difficilmente quantificabili al momento, ma le statistiche cominceranno presto a calcolarli. Forse soltanto le entrate dai lavori agricoli potranno crescere, grazie ai prezzi alti degli alimentari e all’aumento della domanda per il calo delle importazioni.

Mosca sarà costretta a mantenere i finanziamenti alle regioni caucasiche, dovendo comprare la loro lealtà ed evitare i sentimenti separatisti sempre più diffusi, e non sarà facile se gli sviluppi della guerra si faranno ancora più drammatici, con l’eventuale uso di armi atomiche e la condanna internazionale della Russia come Paese terrorista, a causa delle stragi e delle distruzioni delle centrali energetiche, per lasciare gli ucraini al freddo e al gelo.

 

Continua a leggere

https://www.asianews.it/notizie-it/La-guerra-in-Ucraina-ha-messo-il-Caucaso-russo-in-ginocchio-56909.htm

La spedizione dei 22, dall’Italia all’Everest nel segno della scienza. Il progetto supportato e seguito dall’agenzia ‘Dire’

Gli ambienti difficili producono una serie di adattamenti fisiologici che possono alterare la composizione corporea e le stesse prestazioni fisiche. L’alta quota, in particolare, può essere considerata un ‘laboratorio’ naturale per studiare tali adattamenti, in relazione all’altitudine e quindi ad una minore disponibilità di ossigeno. È noto che l’alta quota abbia effetti negativi sulle persone che normalmente vivono a livello del mare, tanto che l’esposizione ad ipossia ipobarica può avere ripercussioni negative, ma fortunatamente reversibili, su diversi aspetti della fisiologia umana che spaziano dalla fertilità alla struttura e funzione muscolare, alla funzione respiratoria e cardiovascolare alla composizione corporea ed ematica, nonché all’alterazione del sonno.
Per indagare questi aspetti e fare un confronto delle risposte fisiologiche adattattive, tra le popolazioni caucasiche e quelle dei nativi nepalesi di differenti etnie compresa quella degli Sherpa, sta per partire il Progetto Internazionale dal titolo ‘Lobuje Peak-Pyramid: Exploration & Physiology 2022’ che impegnerà, dal 20 ottobre all’8 novembre 2022, un gruppo di 22 italiani, uomini e donne, di età compresa tra i 20 e i 60 anni, e che è seguito e supportato dall’agenzia Dire. Il gruppo dei 22, dopo un anno di preparazione fisica e mentale, sfideranno i loro limiti, vinceranno resistenze e paure ataviche per arrivare alla base dell’Everest presso la Piramide di Desio, osservatorio e laboratorio internazionale a 5000 m di quota.

Obiettivi
Rilevare, registrare e studiare, durante le varie tappe del viaggio, i parametri fisiologici e clinici, le performance fisiche individuali e l’impatto psicologico che un viaggio del genere può avere su sportivi a livello non agonistico. Sarà questa una vera spedizione scientifica dal carattere squisitamente ‘ecologico’.

La spedizione ‘Lobuje Peak-Pyramid: Exploration & Physiology 2022’, per quanto riguarda spostamenti, vitto e alloggio durante il trekking, sarà coadiuvata dall’Agenzia nepalese Going Nepal Pvt Ltd / Going Nepal Adventure e dal suo Direttore Liladhar Bhandari. L’organizzazione della fase scientifica a Kathmandu si avvarrà del supporto del centro ‘Omkaar Polyclinic Medical Diagnostic and Therapeutic Center’ diretta dal Dr. Suwas Bhandari. Quanto alla sperimentazione presso il Laboratorio Piramide, il progetto avrà come sostegno la competenza, l’esperienza e la disponibilità del Dr. Agostino Da Polenza, Segretario Generale per il Coordinamento di EvK2Minoprio e del Ricercatore alpinista Gian Pietro Verza che si occupa del sistema di monitoraggio climatico della Piramide.

Le tappe fino a toccare l’Everest
I partecipanti partiranno da Kathmandu per arrivare a Lukla (2840 metri) con un volo interno.
Di seguito arriveranno a Phakding e via fino a Namche Bazaar (3446 metri) dove è prevista una sosta di due giorni per favorire l’acclimatamento del gruppo. Si riprenderà la scalata fino a Tengboche (3867 metri) e ancora su a Dgboche (4343 metri) per arrivare ai 5mila metri di Lobuche dove è situata la Piramide di Ricerca di EV-K2 Minoprio. Si salirà ancora, ma sempre in progressione per evitare il ‘mal di montagna’, arrivando al Passo Cho La (5420 metri). Dalla Piramide laboratorio verranno effettuate delle escursioni verso il Campo Base Everest a 5384 metri e verso il Kala Patthar, in hindi e nepalese ‘pietra nera’, altura sotto la spaventosa parete sud del Pumori (7.161 m). Un gruppo di 4 alpinisti, del gruppo dei 22, capitanato da Gaetano Di Blasio, tenterà, nei giorni di permanenza in Piramide, la salita del Lobuje Peak di 6.119 m tra le montagne mozzafiato dell’alto Khumbu.

Lo studio coinvolge 12 atenei italiani ed esteri, oltre a 7 centri di ricerca internazionali i risultati di questa sperimentazione saranno presentati a congressi nazionali ed internazionali e confluiranno nella pubblicazione di articoli di rilievo mondiale. L’ideatore del progetto nonché Principal Investigator è il professor Vittore Verratti, professore dell’università degli studi ‘G. D’Annunzio’ Chieti-Pescara che ricoprirà il ruolo di Ateneo Capofila nel progetto scientifico.

Test in alta quota nel laboratorio Piramide Di Ev-K2minoprio

Sono nove in totale gli ambiti di ricerca che coinvolgeranno i docenti delle università e centri di ricerca interessati da questo progetto. Gli scienziati, suddivisi in diverse aree tematiche di studio, andranno ad indagare, attraverso l’analisi di campioni di sangue, saliva, urina, feci e sperma, nonché a mezzo di vari test di valutazione funzionale, la capacità adattativa umana e le risposte fisiologiche che si manifesteranno in alta quota. Per i test, sarà utilizzata la strumentazione di dotazione della spedizione nonché quella presente all’interno del Laboratorio-Osservatorio Internazionale Piramide, base scientifica gestita da EV-K2Minoprio, situata a Lobuche, nel Distretto di Solukhumbu, in Nepal, sul versante meridionale del monte Everest ad un’altitudine di 5000 metri. Un luogo di alto profilo dove possono accedere solo pochi gruppi composti da scienziati internazionali e che sviluppano progetti approvati dal governo nepalese.

Il team di lavoro
Questo tipo di indagine ovviamente richiede il lavoro corale con esperti nelle diverse aree della salute e che si interessano di fertilità, epigenetica, endocrinologia, salute orale, respirazione & sonno, metabolismo, impatto fisiologico-muscolare e nutrizionale, cardiovascolare e respiratorio, neurologico, psicologico e infiammatorio. A seguire il team anche esperti in suolo, geologia e climatologia.

I collegamenti dal campo base online su FB

Quanto incideranno sui partecipanti le condizioni climatiche? E le simpatie e antipatie? Un’alimentazione diversa potrà incidere sull’umore? E la lontananza dagli affetti e la scarsa possibilità di connettersi quanto proverà i partecipanti? Qualcuno abbandonerà?

“Il progetto nato dal precedente studio ‘Kanchenjunga: Exploration & Physiology 2019’- spiega il professor Vittore Verratti del Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio dell’università ‘G.D’Annunzio-Chieti-Pescara’ nonchè ‘Principal Investigator’ dello studio- ha come protagonisti 13 uomini e 9 donne di nazionalità italiana di età comprese tra i 20 e i 60 anni, sportivi sì ma non a livello agonistico e accumunati sicuramente dall’amore per la montagna. Sarà questa una vera spedizione scientifica dal carattere squisitamente ‘ecologico’. Intendiamo studiare – prosegue Verratti- le risposte adattative del corpo umano all’alta quota, tenendo in considerazione la ‘differenza di genere’, l’età e l’appartenenza a diverse etnie. Con particolare attenzione cercheremo di indagare le differenze fisiologiche tra coloro che vivono stabilmente in alta quota e coloro che vivono in bassa quota, cercando di studiare, nello specifico, come lo spostamento degli uni e degli altri, rispettivamente a bassa ed alta quota, possa favorire modificazioni nell’assetto fisiologico umano”.

“Abbiamo consigliato ad ogni partecipante un protocollo di allenamento al fine di aumentare la capacità polmonare e la resistenza muscolare. L’obiettivo- precisa invece Gaetano Di Blasio, Presidente del Collegio Regionale D’Abruzzo Guide Speleologiche che guiderà sotto il profilo tecnico la spedizione- è evitare il ‘mal di montagna’ che si traduce in pratica in un mal di testa pulsante e che può degenerare, se non curata, in edema cerebrale oppure in un edema polmonare, condizioni gravissime, che meritano cure ospedaliere. In ogni caso l’alta quota, anche per le persone più allenate, è sempre un punto interrogativo. Una volta che la persona ha raggiunto l”acclimatamento’, il livello ideale tra ossigeno ed emoglobina, si può raggiungere la massima performance fisica. Anche se questo è un trek noto, la somma dei vari dislivelli del percorso è pari a 8mila metri. Il gruppo dovrà dare il massimo e dovrà essere in grado di reggere lo stress sia fisico che mentale. Sarà compito della parte medica e tecnica fare in modo che le persone, a 5mila metri di altitudine, siano perfettamente in salute”.

“Più che un viaggio è una sfida personale” spiega infine Federica Romano, avvocato a Roma e maratoneta, che sarà impegnata nella scalata “credo di essere l’interprete del sentimento di tutte le donne e gli uomini che parteciperanno con me a questa spedizione. Un vero e proprio sogno per chi ama la montagna. Ma oltre alla passione- precisa la Romano- ci vuole una adeguata preparazione fisica e uno stato di salute ottimale visto che si tratta di un viaggio dal duplice obiettivo: sportivo ma soprattutto scientifico”.

LA DESTRA AVANZA, ANZI SI FERMA, ADDIRITTURA CAPITOMBOLA ALL’INDIETRO: IL (FUTURO) GOVERNO PENCOLA NEL VUOTO.

Le uscite di Berlusconi possono anche apparire bislacche, ma danno il segno di una slabbratura seria della maggioranza. Cosa si nasconde dietro le scompostezze e le ambiguità? 

“La posizione di Forza Italia e del presidente Silvio Berlusconi rispetto al conflitto ucraino e alle responsabilità russe, è conosciuta da tutti, è in linea con la posizione dell’Europa e degli Stati Uniti, ribadita in più e più occasioni pubbliche. Non esistono né sono mai esistiti margini di ambiguità”. Questa la smentita, giunta in serata, alle parole del leader azzurro su Putin e la guerra. È l’ennesimo pasticcio, se non l’ultima provocazione, che viene a complicare l’iniziativa della Meloni in vista delle imminenti consultazioni al Quirinale. Tutto sembrava risolto e tutto s’ingarbuglia di nuovo.

L’uscita berlusconiana giunge a ridosso della visita di Macron a Mattarella e a Papa Francesco. Il Presidente francese, in difficoltà all’interno per gli scioperi e le proteste di piazza come ai tempi dei Gilet jaunes, cerca di riannodare i fili di una iniziativa di pace che arrechi beneficio in prossimità dell’inverno all’opera di stabilizzazione energetica e quindi al rilancio dell’economia. Gli “sproloqui” di Berlusconi, in questa ottica di realpolitik, possono tornare utili, allora, se corrispondenti a una possibilità di ripresa dei colloqui con Putin. Ciò non giustifica la stravaganza della sortita del Cavaliere, semmai aiuta a capire quanto le turbolenze del centro-destra intersechino vicende più complesse, non relative al solo gioco del toto-ministri.

Ora, fino a che punto Berlusconi è deciso a tirare la corda? E quale rischio corre la Meloni nella sue veste di Presidente del Consiglio in pectore? Può accadere, in definitiva, che Mattarella sia costretto a registrare la sostanziale disomogeneità del centro-destra sui punti in agenda, tanto da escludere la formalizzazione dell’incarico alla leader di Fratelli d’Italia? Ogni interrogativo di questo tipo passa per una lucida comprensione dei fatti, al di là delle buone intenzioni. In realtà, il centro-destra muove comunque dall’interesse a tesaurizzare la vittoria del 25 settembre. Sta di fatto, però, che in Europa e negli USA cresce la preoccupazione per il passaggio insidioso da Draghi a un governo neo-conservatore e sovranista. Berlusconi non può ignorare che duri contraccolpi potrebbero interessare le attività della famiglia, specie sul fronte Mediaset. Per questo, a scanso di guai, prova a buttare la palla in tribuna…

LE AMBIGUITÀ ISTITUZIONALIZZATE DEL PD POSSONO APRIRE LA STRADA ALLA PERENNE EGEMONIA DELLA DESTRA.

Il Mulino analizza le contraddizioni della sinistra. Dopo le elezioni del 25 settembre molti sostenitori del Pd hanno dovuto riconoscere il fallimento dell’ambizioso progetto riformista e l’apertura di una nuova difficile fase della politica nazionale, con probabili influenze negative anche sull’avvenire dell’Unione europea. Il rischio, a questo punto, è che la Destra possa blu darsi nel suo primato.

 

Il Mulino è la rivista che commenta dal loro inizio le vicende che hanno caratterizzato il declino della Repubblica dei partiti, vicende caratterizzate dalla centralità politica della Dc e del Parlamento, e poi dalla svolta impressa da Prodi e dall’Ulivo alla politica nazionale con il consolidarsi di questa svolta politica nel Partito democratico di Veltroni. 

Di questo positivo rapporto tra il Mulino e il Pd sono state testimonianza la direzione della rivista da parte di alcuni tra i più autorevoli sostenitori del Partito democratico (Salvati, Vassallo), i quali dopo le elezioni del 25 settembre hanno dovuto riconoscere il fallimento di quell’ambizioso progetto e l’apertura di una nuova difficile fase della politica nazionale, con probabili influenze negative anche sull’avvenire dell’Unione europea.

Per diverse ragioni è pertanto interessante leggere un contributo scritto sempre per Il Mulino da Andrea Ruggeri, un giovane ricercatore che affronta con grande pragmatismo le ragioni della crisi – non solo elettorale – del Pd e la riferisce senza incertezze al fatto di “avere istituzionalizzato le sue ambiguità per non affrontare i propri conflitti interni” (quelli nascosti della fusione a freddo tra ex Dc ed exPci) costringendosi così nella gabbia di un modello politico caratterizzato dalla radicalizzazione delle posizioni più che da una “precisa linea politica”, e dalla messa in ombra di differenze che in questa fase potrebbero essere una ricchezza; specie per un partito che affida il dibattito ad un’assemblea nazionale di alcune centinaia di “dirigenti”, che si riferiscono però alle scelte politiche di un leader che – per Statuto – dovrebbe essere eletto con elezioni primarie. Che “non possono essere la scorciatoia per risolvere decisioni e possibili conflitti di “chi” e “come si decide”.

E continua: “Non si fanno politiche attraverso le primarie ma attraverso lo studio, la discussione…il coraggio delle scelte di una Segreteria che svolga il ruolo di governo ombra sulle questioni centrali, in alternativa alla destra…con una Direzione ridimensionata…e rilanciando i circoli come luogo di partecipazione”. Questa la riflessione conclusiva: “Il Pd ha istituzionalizzato le sue ambiguità (io ho twittato: come un cane, si morde la coda) per non affrontare i propri conflitti, ma così rischia di costringere non solo se stesso ma l’intero sistema politico alla perenne egemonia della destra”.

 

[Il testo, in origine, è stato pubblicato su Fb]

PERCHÉ ALLA MELONI SAREBBE CONVENUTO ANDARE DA SOLA DA MATTARELLA. BERLUSCONI PERMETTENDO…

Avremmo avuto un segno positivo se la Meloni avesse deciso di andare da sola al Quirinale prendendo su di sé oneri e onori, a prescindere dal risultato finale. Comunque dobbiamo avere ben chiaro che i partiti non sempre lavorano per il bene comune rappresentato dalle donne che scelgono la politica quale terreno per la propria affermazione.   

Dopo aver soggiogato il leader di Forza Italia nella scelta dei Presidenti di Senato della Repubblica e Camera dei Deputati, Giorgia Meloni si accinge ad affrontare il colloquio con Mattarella per l’incarico a Presidente del Consiglio. Ma parte già con uno svantaggio. Al Quirinale si saranno fatti due conti, visti i diverbi nella maggioranza con l’ultima sortita di Berlusconi nella serata di ieri, e avranno cercato una soluzione nel caso non ci fosse il voto a maggioranza nel Parlamento, quando Meloni si presenterà per il voto di fiducia. Non è proprio un’iniezione di fiducia per questo primo leader donna, ma neanche si può parlare di una sfiducia precostituita; piuttosto al Quirinale hanno al primo posto la tutela delle Istituzioni, in questo caso il Governo. Quindi, una soluzione diversa per dare comunque un Governo al Paese va pensata. 

La Meloni tuttavia affronta la “questione alleati” con la dovuta prudenza. Poiché ci si è presentati insieme agli elettori, pur avendo dedicato non pochi giorni alla scelta oculata dei collegi elettorali dove presentarsi, è certamente logico andare insieme da Mattarella, ciascuno con le proprie identità. Qui però la convenienza politica, insieme al peso politico, potrebbe far giocare alla Meloni un ruolo diverso. Una prima osservazione è sul fatto di essere donna. Se fosse stato un uomo, l’opinione pubblica non avrebbe trovato nulla di contrario a che si presentasse da solo, poiché avrebbe considerato la coalizione elettorale per quello che è: un modo per vincere con la legge elettorale vigente il maggior numero di seggi disponibile. 

Qui invece la si vuole fare difficile. La premier in pectore va accompagnata dalla coalizione tutta in modo da rappresentare al Presidente Mattarella quella unità di intenti e visioni del Paese, che era nelle premesse della coalizione elettorale. Ma la comunità di intenti e visioni non è obiettivamente avvenuta, perché questo passaggio politico non si è ancora verificato e, semmai, avverrà nel momento stesso della composizione del Governo, quando i programmi e le azioni che si vogliono intraprendere saranno chiari.  Da una parte la convenienza politica del presentarsi insieme, che giova ai piccoli e non ai grandi, e che ha l’indubbio effetto di far sembrare la Meloni accompagnata dalla sua “corte di consiglieri” al pari di una Regina e non di una Statista quale si appresta ad essere, almeno per le sue ambizioni e speranze.  

Dall’altra, il far sembrare questo primo leader donna con la necessità di “essere accompagnata” dai più esperti soci uomini nella gestione dei rapporti istituzionali. Questa deminutio di certo involontaria – ma non è da escludere una certa premeditazione – non solo si riverbera sulla figura politica del primo leader donna di un partito di maggioranza nel Paese, ma ha anche l’effetto di non voler riconoscere alle donne in politica quella autonomia di giudizio, forza morale e autorevolezza che sono le caratteristiche positive di un leader politico. Atteggiamento diffuso anche a Londra, se lo ritroviamo per la premier Truss, leader traballante dopo solo un mese di Governo. 

E allora se siamo pronti a sostenere pubblicamente la posizione delle donne e a lottare per ogni possibile pensiero, azione, atteggiamento che sia in qualche modo portatore di discriminazione (vedi il recentissimo caso della pallavolista Egonu), e questa discriminazione si sostanzi sempre in un disvalore della figura femminile, avremmo avuto un segno positivo in tal senso se la Meloni avesse deciso di andare da sola al Quirinale prendendo su di sé oneri e onori, a prescindere dal risultato finale, incarico ottenuto o respinto che sia, e avendo noi tutti ben chiaro però che i partiti non sempre lavorano per il bene comune rappresentato dalle donne che scelgono la politica quale terreno per la propria affermazione. 

PARTECIPAZIONE, UNA PRIORITÀ POLITICA. AVANZA LA PREPARAZIONE DEL CONVEGNO DI C3DEM SULLA DEMOCRAZIA.

Il prossimo 26 novembre, a Milano, la “Rete dei cattolici democratici” C3Dem (Costituzione, Concilio, Cittadinanza)    terrà un convegno sul futuro della democrazia. In vista dell’appuntamento, l’associazione mette in rete i vari contributi dei partecipanti. Di seguito riportiamo l’intervento del Coordinatore Demos di Milano.

Pier Vito Antoniazzi

Bene ha fatto C3Dem ad aprire un dibattito sulla democrazia. Essa soffre infatti in Italia (ma non solo) di sempre maggiore disaffezione popolare, di distanza tra governanti e governati. La mia convinzione è che il tema sia eminentemente politico. Deriva infatti dalla crisi di credibilità dei partiti (che ha avuto il suo primo picco con “tangentopoli”) ma soprattutto non è affrontato politicamente dai partiti che lo sottovalutano.

Per brevità affronterò solo due fenomeni che sono indicatori del calo di partecipazione e del disinteresse dei partiti ad affrontarlo: l’astensionismo ed il non funzionamento del decentramento. Che l’astensionismo sia connesso alla crisi dei partiti lo dimostrano i dati. Nel 1992 l’astensionismo elettorale era al 12% (come noto gli arresti iniziarono il giorno dopo il voto), nel 2001 già al 18%, 23% nel 2008, 25% nel 2013, 28% nel 2018, 36% oggi (ma nelle europee 2019 e nelle amministrative 2021 eravamo al 45%).

I partiti non se ne interessano. Sembra che condividano il pensiero di un politologo statunitense “la democrazia è chi vota”. Come a dire chi c’è, c’è …chi non c’è fatti suoi. Come se un elettorato più ridotto fosse più affine e più facilmente orientabile. Peccato che l’art.3 della costituzione reciti “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E tra l’altro secondo molti ricercatori il fattore sociale (la povertà) è il fattore primo (sia perché problema più pressante sia per la disillusione sulla possibilità della politica di darvi una risposta) di distanza dalla partecipazione. Ma esistono anche ostacoli fisiologici e tecnici all’astensionismo (oltre allo scandalo della negazione di cittadinanza ai nuovi italiani con background migratorio).

Il governo Draghi ha costituito una commissione tecnica per studiare il fenomeno e fornire proposte, presieduta da Franco Bassanini, che il 14 aprile 22 ha presentato la relazione finale dal titolo “per la partecipazione dei cittadini. Come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto”.

Tra le proposte la introduzione dell”election pass” (per risolvere il problema dei fuori sede che incide significativamente). Capisco che lo scioglimento delle camere abbia derubricato la discussione parlamentare ma la totale assenza di dibattito politico sul tema e le proposte, anche in campagna elettorale, mi conferma il disinteresse quasi fisiologico di tutti i partiti.

Se il tema non è riconosciuto, discusso, vuol dire che non si esprime volontà politica di affrontarlo e combatterlo. Una vicenda analoga di assenza di volontà politica si esprime sul tema del decentramento istituzionale. Da quando Giuseppe Dossetti nel suo programma di Sindaco a Bologna (sconfitto da Giuseppe Dozza nel 1956) introdusse i consigli di quartiere (che poi Dozza realizzò anche con il suo voto), il tema del decentramento nelle città ha sfondato.

Però la sua attuazione non ha dato i risultati di partecipazione che ci si attendeva. Ed è stato un problema, ancora una volta di volontà politica. Si è costruito un insieme di statuti e regolamenti sul modello parlamentare ma non si è decentrato nessun potere ne si è dato ascolto ai territori. Addirittura siamo al paradosso (parlo di Milano che conosco meglio) che i Presidenti di Zona dei primi anni 70 (nominati dal sindaco e non eletti, con coinvolgimento di tutto l’arco costituzionale, compreso il PCI allora all’opposizione) contavano di più degli attuali Presidenti di municipio eletti.

Perché? Perché in una Milano in grande trasformazione, con case, scuole, strade da costruire, il sindaco ascoltava quasi settimanalmente i Presidenti, che avevano dietro un fenomeno partecipativo che erano i comitati da quartieri.

La politica deve decidere cosa fare dei municipi. O delega almeno una parte di gestione oppure rischiano di divenire lo sportello dei reclami. Lo sportello aperto ai cittadini sarebbe cosa utile, ma se qualcuno l’ascolta, se la loro voce è perlomeno ascoltata dal sindaco.

La riduzione dei consigli territoriali a parlamentini, a luoghi dove si gioca una politica recitata, distante dalla gente (ho visto consigli di zona votare mozioni sulla Palestina!), dove si allevano quadri politici ad una politica di schieramento più che costruttiva, non serve a nulla se non mantenere un po di attivisti per i partiti.

 Sono convinto che la partecipazione sia oggi il più grande problema che ha la democrazia. Deve divenire la priorità di ogni forza politica. Se non si esprime in fatti concreti (che discendono da una visione culturale), se non c’è una forte volontà politica, sarà problematico costruire un allargamento della democrazia e sperimentare (sul lavoro, sul territorio) nuove forme di responsabilità verso il futuro, i giovani,l’ambiente.

 

Per saperne di più

https://www.c3dem.it

LE MOLTE FACCE DELLA POVERTÀ NEL 21° RAPPORTO DELLA CARITAS.

Dovrebbe essere utile all’agenda politica del nascente Governo e del nuovo Parlamento il 21° Rapporto della Caritas italiana sulla povertà in Italia, presentato il 17 ottobre u.s. sulla base dei dati raccolti dai circa 2800 “centri di ascolto” del Paese. In attesa del 56° Rapporto CENSIS, l’elaborazione delle evidenze da parte del più importante organismo di assistenza delle persone indigenti costituisce un documento utile per conoscere, analizzare, comprendere e intervenire sul crescente disagio che i riflessi e le ricadute della pandemia, della guerra in Ucraina, della ripresa dell’inflazione, dell’incombente recessione e del gap sempre più divaricato in tema di disuguaglianze sociali stanno vistosamente accelerando.

I dati sono eloquenti e significativi, presentando i molteplici aspetti della povertà che ormai interessano e coinvolgono 1 milione 960 mila famiglie, pari a 5.571.000 persone (il 9,4% della popolazione).

Lo studio di Caritas Italia comprende inoltre un’indagine comparativa transnazionale condotta complessivamente in 10 paesi europei, congiuntamente a Caritas Europa e Don Bosco International, sul tema della transizione scuola-lavoro per i giovani che vivono in famiglie in difficoltà, mettendo al centro delle conseguenti riflessioni le politiche di lotta alla povertà, utilmente declinabili per chi dovrà porre mano alla gestione del Pnrr e al Programma europeo Next generation. I dati esposti dalla Caritas presentano dunque uno spaccato sulle facce della povertà del nostro tempo.

Nel 2021 nei centri di ascolto le persone incontrate e supportate sono state 227.566, con un più 7,7% rispetto al 2020, e un correlato incremento delle persone provenienti da altri Paesi (il 55% del totale ma fino al 65,7% e al 61,2%, rispettivamente nel Nord-Ovest e nel Nord-Est, mentre nel Sud e nelle isole prevalgono gli assistiti di cittadinanza italiana pari rispettivamente al 68,3% e al 74,2% dell’utenza) e con margini di oscillazione fluttuanti dentro e fuori dalla condizione di bisogno. Quasi paritetico il rapporto tra uomini (50,9%)  e donne (49,1%) mentre l’età media dei beneficiari si attesta a 45,8 anni.

Significativo il dato delle persone senza dimora assistite: 23.976 in totale, corrispondente al 16,2% dell’utenza, concentrate per quasi la metà nelle regioni del Nord, dove il divario tra agiatezza e povertà estrema si fa più marcato. Cresce la correlazione tra stato di deprivazione e bassi livelli di istruzione: chi ha la licenza media passa dal 57,1% al 69,7%, comprese le persone analfabete o con la sola licenza elementare, mentre nelle isole e al Sud si contano l’84,7% e il 75%, con prevalenza di cittadini italiani.

Altrettanto eloquente il dato innervato nella situazione di chi ha un lavoro e di chi invece è senza: l’evidenza pertiene le ricadute delle fragilità in epoca di pandemia, così i disoccupati incrementano dal 41% al 47,1 mentre di converso gli occupati scendono dal 25% al 23,6%. Tra le cause delle povertà latenti o emergenti si devono considerare nell’ordine le condizioni economiche, la carenza lavorativa e abitativa, le problematiche familiari come le separazioni, i divorzi, i conflitti di coppia, infine la salute e i flussi migratori. Sono evidenze causali che vanno lette in un’ottica multidimensionale, in quanto sovente compresenti tra loro. A fronte delle situazioni riscontrate Caritas Italia ha realizzato circa 1.500.000 interventi, provvedendo al fabbisogno alimentare, abitativo e di accoglienza, di sussidi, di igiene personale, di pagamento di utenze morose. Il dossier della Caritas evidenzia i poliedrici aspetti della condizione di povertà, soffermandosi in particolare su quella ereditaria e intergenerazionale, che incide in prevalenza sulle classi sociali medio-basse: da anni gli istituti di ricerca  (ISTAT e CENSIS in primis) hanno sottolineato il progressivo blocco dell’ascensore sociale e i dati della Caritas confermano questa deriva, che peraltro lambisce e interessa anche quella che un tempo era chiamata ‘borghesia’. 

Non solo questo ascensore è fermo ma anche inaccessibile anche agli strati un tempo più benestanti della popolazione: si tratta di situazioni spesso nascoste, che vanno intercettate e lette nella loro esponenziale pervasività, in un mix di condizionamenti oggettivi e dirompenti (si diventa ‘poveri’ a poco a poco o per evenienze improvvise e devastanti come gli affitti e le bollette non pagate o il lavoro perso) e di percezioni e cadute emotive e psicologiche (bassa autostima, sfiducia, frustrazione, traumi, mancanza di speranza e progettualità, stile di vita familiare).

In conseguenza di un vissuto a lungo esposto alla povertà ci si trova soli ed emarginati.

Questa deprivazione di status si riverbera e si ‘eredita’ anche nelle giovani generazioni, con un condizionamento esercitato dalle disuguaglianze nelle condizioni di partenza: “sono infatti i figli i figli delle persone meno istruite a interrompere gli studi prematuramente, fermandosi alla terza media e in taluni casi alla sola licenza elementare; al contrario tra i figli di persone con un titolo di laurea, oltre la metà arriva ad un diploma di scuola media superiore o alla stessa laurea. Anche sul fronte lavoro emergono degli elementi di netta continuità. Più del 70% dei padri degli assistiti risulta occupato in professioni a bassa specializzazione”. A fronte delle situazioni di bisogno, il sostegno della Caritas riguarda pertanto non solo la presa in carico per elargire aiuti materiali ma – specialmente nella fattispecie delle povertà  intergenerazionali – la restituzione di relazioni di fiducia e l’integrazione nella comunità di appartenenza, per evitare l’isolamento sociale. 

Questo indicatore sarà utile per rimodulare radicalmente la tipologia degli interventi di welfare, a cominciare dal reddito di cittadinanza che deve perseguire l’ottica inclusiva nel mondo del lavoro e riguardare i casi accertati di effettivo bisogno: da quanto illustrato nel Rapporto risulta infatti che i percipienti sono stati 4,7 milioni di persone, dato che riguarda meno della metà dei poveri assoluti (44%). Secondo la Caritas il “reddito” dovrebbe raggiungere “tutti coloro che versano nelle condizioni peggiori”, a partire dalle situazioni di indigenza totale. Occorre superare una concezione assistenziale e una metodica burocratica degli ammortizzatori sociali, con particolare attenzione verso le giovani generazioni sulle quali ricadono pesantemente le deprivazioni socio-culturali ereditate da condizioni di partenza cariche di oggettive, gravi limitazioni di status e di appartenenza.

DOVE VA GIORGIA MELONI? LA TREGUA CON BERLUSCONI NON RENDE MENO ARDUA LA SFIDA DEL GOVERNO.  

Anche dopo l’incontro di ieri i rapporti fra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi rimangono tesi. Al di là delle inevitabili differenze di personalità, e soprattutto generazionali, di storie individuali, e di genere (che nel modo di concepire la vita da parte del Cavaliere hanno senz’altro il loro peso) le considerazioni che vengono svolte al riguardo dai commentatori oscillano fra due opposti: chi ritiene che, certo, Meloni è davvero tosta, e complimenti, ma sta sfasciando il suo campo elettorale e quindi ne pagherà le conseguenze neppure troppo in là nel tempo. E chi all’opposto reputa che la determinazione con la quale la leader di Fratelli d’Italia si è mossa nelle scorse giornate ne certifichi la capacità di rischiare e di guidare i processi politici, e questo in prospettiva è un dato che i suoi avversari (sia fra gli alleati, sia nel centro e nella sinistra) dovranno necessariamente considerare.

 

In genere in casi come questi si dice che la verità sta probabilmente nel mezzo. E forse sarà anche così. Eppure qualcosa lascia intendere che non solo Meloni la partita voglia giocarsela sino in fondo alle sue condizioni (come del resto il combinato disposto di risultato delle urne e legge elettorale in vigore le consentono di fare) ma pure che dietro questa sua tenacia vi sia, oltre che carattere, un preciso disegno politico.

 

Il punto è capire quale sia questo disegno. E qui io azzardo due possibili ipotesi, aggiungendo che sono propenso a ritenere fondata più la seconda che la prima, essendo peraltro quest’ultima la più semplice a immaginarsi e quella che l’opposizione preferirebbe senz’ombra di dubbio.

 

Consapevole d’esser figlia di un dio minore, erede sia pure non diretta di una tradizione politica emarginata da oltre 70 anni a causa dei tragici misfatti compiuti, ora che – grazie soprattutto a lei (“io sono Giorgia”) – quel piccolo partito nazionalista e sovranista orgogliosamente “di destra” da lei fondato è divenuto maggioranza elettorale nel Paese è giunto il tempo di togliersi qualche soddisfazione. Facendo capire con le buone e con le cattive a Berlusconi che il suo tempo è concluso (elezione di La Russa alla Presidenza del Senato) e a Salvini che vi sono spazi per un’alleanza politica più stretta in nome del sovranismo e di taluni valori identitari (elezione di Fontana alla Presidenza della Camera) ma in posizione subordinata, in quanto la leader – così hanno voluto gli italiani – dell’alleanza medesima è lei (definizione dei ministri più importanti: no allo stesso Salvini agli Interni, probabile promozione del suo principale avversario nella Lega, Giorgetti, all’Economia).

 

Una partita dura, ad alto rischio ma di sicuro rafforzamento di una leadership (per di più, per la prima volta, femminile) che non esclude nemmeno (nel caso la faccenda si mettesse male) il ricorso a clamorose elezioni anticipate (nessun governo tecnico sarebbe oggi possibile, per tanti motivi, a giudizio di Meloni: e qui forse si sbaglia).

 

Questo scenario, da un certo punto di vista persino inquietante, potrebbe però lasciare lo spazio ad una seconda ipotesi. Molto più insidiosa per il centro e la sinistra, o per il centro-sinistra nel caso decidesse di risorgere, un giorno. Muovendo dal suo ruolo apicale presso i Conservatori europei, Meloni può cercare di costruire nel tempo (il tempo di un governo medio italiano, un anno e mezzo) un movimento inserito a pieno titolo nelle dinamiche comunitarie – e quindi non direttamente ostile alla UE – il cui fine sarebbe di conquistare un ampio consenso alle elezioni per il Parlamento Europeo del giugno 2024 e da lì cercare di cambiare (senza stravolgerla, ma comunque cambiandola significativamente) la linea politica dell’Unione provando a costruire un’alleanza conservatrice con i Popolari (un partito che dopo il ritiro di Angela Merkel si trova in crisi e per questo più orientato a destra rispetto al passato, recente e meno). Il partito-traino di questa operazione sarebbe Fratelli d’Italia, in virtù di un risultato elettorale molto importante (questa, la scommessa) in uno dei Paesi (anzi, come dice lei, delle Nazioni) principali d’Europa.

 

Se questo fosse lo schema di gioco, la semi-rottura con Berlusconi e il semi-accordo con Salvini hanno lo stesso obiettivo: piegare una parte dei loro partiti al suo disegno politico e portarla con sé. Un rischio enorme per i due leader usciti ammaccati il 25 settembre.

 

E un grosso problema per le opposizioni. Che dovrebbero, a quel punto, decidere come e cosa fare per contrastare una possibile nuova forza politica conservatrice libera dai cascami del Novecento e guidata da una donna, giovane e talentuosa, che si muove senza problemi come un vero leader politico. La quale però, e qui sta il punto, nei prossimi mesi avrà un enorme problema da affrontare: le crisi multiple (economica, energetica, sociale…) che rischiano di abbattersi sull’Italia se la guerra di Putin non finirà. Queste crisi, esse sì, potrebbero rompere il suo ambizioso progetto, se davvero fosse questo.

CENTRO, TERZO POLO E CATTOLICI DEMOCRATICI.

Il Centro, il “terzo polo” e il futuro dei cattolici popolari sono temi che, bene o male, si intrecciano tra di loro. E questo per motivazioni politiche, culturali e forse anche storiche.

Innanzitutto quando si parla di Centro – o di “politica di centro” – nel nostro paese il pensiero corre rapidamente e quasi istantaneamente alla esperienza storica e di governo della Democrazia Cristiana. E, di conseguenza, al ruolo politico che per molti decenni hanno avuto e giocato i cattolici popolari e i cattolici sociali nello scenario politico italiano. Un ruolo che non è cessato di esistere ma che si è articolato diversamente mancando, di fatto, un partito di riferimento. Del resto, oggi i cattolici popolari esistono in molti partiti e nessuno di loro può pensare di rappresentarli in modo esclusivo. Anzi, in molti partiti non sono neanche più presenti con una “corrente” organizzata come si sarebbe pensato e definito un tempo. Semplicemente, si tratta di presenze singole, seppur autorevoli e qualificate, ma del tutto ininfluenti e sostanzialmente irrilevanti ai fini della concreta incidenza nella elaborazione complessiva del progetto del partito. È appena sufficiente citare un solo caso, quello del Partito democratico, per rendersi conto dell’ irrilevanza della cultura del cattolicesimo popolare e sociale. Per non parlare degli altri partiti dove la stessa cultura politica di riferimento coincide, il più delle volte, con il messaggio e il progetto del “capo” partito.

Ecco perchè continua ad esserci una certa attesa per chi, nel panorama politico italiano, dice di richiamarsi e di riproporre il Centro. O meglio, che non si riconosce più nell’attuale “bipolarismo selvaggio” che da ormai troppi anni caratterizza la politica italiana e che è riesploso dopo il risultato del 25 settembre scorso. Un bipolarismo selvaggio alimentato e forgiato soprattutto dal comportamento politico concreto assunto dalla sinistra nella sua compolessita. Cioè dalla sinistra politica, culturale, sindacale, televisiva, editoriale, televisiva ed intellettuale. Dove, cioè, la “superiorità morale” da un lato e la denigrazione sistematica dell’avversario/nemico dall’altro hanno avuto il sopravvento rispetto a qualsiasi altra valutazione.

Ma, per tornare al Centro e ai cattolici popolari, non c’è alcun dubbio che il cosiddetto “terzo polo, per come è nato e per come si è sviluppato recentemente, resta un elemento di forte interesse. Purchè ci siano due condizioni di fondo che lo accompagnino nel suo percorso politico.

Innanzitutto questo progetto politico non può ridursi ad essere la somma di due “partiti personali”. Ma, al contrario, un progetto che sappia valorizzare realmente l’apporto di molte energie presenti nella società e che, nello specifico, sappia realmente aprirsi alle forze nuove che sono convinte di impegnarsi e di essere presenti nel partito per superare, seppur lentamente e con molte difficoltà, l’ingessatura sempre più bislacco e forzato dell’attuale bipolarismo.

In secondo luogo, e non meno importante, la necessità che il futuro partito di Centro sia realmente un “partito plurale”. E questo non solo perchè un partito, se vuol essere credibile, deve avere una cultura politica di riferimento. Ma anche, e soprattutto, per la ragione che solo attraverso un riconosciuto e praticato pluralismo culturale interno è possibile costruire un vero e credibile progetto politico riformista e di governo.

Si tratta, però, di due condizioni essenziali che devono ancora avere una vera ed autentica cittadinanza all’interno del cosiddetto “terzo polo”. Due condizioni che, se non saranno protagoniste nei prossimi mesi, ridurranno lo stesso ruolo di quel partito ad un soggetto politico molti simile agli altri. E quindi per nulla originale ed innovativo.

Infine, l’unico elemento che dovrà caratterizzare tutti quei cattolici popolari e sociali che intendono ancora scommettere su un progetto di Centro nello scenario politico italiano, è quello che dovranno essere il più possibile uniti e determinati. Senza questa unità di intenti – e quindi di natura politica e anche organizzativa – il tutto rischierebbe di trasformarsi nell’ennesima scommessa perdente e autoreferenziale. È bene saperlo prima che sia troppo tardi.

ADLAI STEVENSON, LA TESTA D’UOVO CHE KENNEDY NON AMAVA. GRAZIE A LUI NEL 1962 LA CRISI DI CUBA NON ESPLOSE.

I documenti desecretati dal National Security Archive – su cui si appunta la nota dell’AGI che qui di seguito riportiamo – gettano un fascio di luce sui drammatici frangenti che videro sfidarsi Kennedy e Krusciov. Davanti alle provocazioni sovietiche e alla scoperta di quei missili affacciati sull’America, Stevenson fu l’uomo che dissuase il presidente da un attacco aereo contro Cuba e da qualsiasi reazione militare, ammonendo Kennedy delle “incalcolabili conseguenze” di una mossa del genere. 

Agenzia Italia

Uno come Adlai Ewing Stevenson II poteva persino ambire, e forse ambì, alla presidenza degli Stati Uniti, favorito dal lignaggio familiare e da una preparazione talmente raffinata che sarebbe stato coniato per lui, per poi entrare nell’uso comune, il termine ammirativo (e dispregiativo assieme) di “egg-head”: testa d’uovo. Giunto ai piani alti della carriera, dopo essere stato governatore dem dell’Illinois e avere onorato i successi politici dell’omonimo nonno, che era giunto alla vicepresidenza degli States, Adlai Stevenson si dovette accontentare – per così dire – della nomina a rappresentante permanente degli Usa all’Onu. 

Non s’era mai preso moltissimo con il presidente John Fitzgerald Kennedy e questa fu, con il senno di poi, una vera fortuna rispetto alla Storia. Fortuna che emerge oggi, sancita dai documenti desecretati dal National Security Archive, e che riguarda i drammatici frangenti della crisi dei missili a Cuba. Sessant’anni dopo viene fuori il ruolo probabilmente decisivo di Stevenson per evitare un disastro nucleare al quale mancò giusto un passo. Perché era uno che sapeva dire di no al presidente.

Lo stop decisivo si riassume nel rigo e mezzo autografo dell’appuntino che l’ambasciatore Stevenson consegnò a JFK e che potrebbe essere la sua epigrafe tombale, la sua massima nobiliare e un viatico per qualunque diplomatico: “Ricatto e intimidazione mai; negoziato e buon senso sempre”. Dove due parole sottolineò la penna: il never di “mai” e l’always di “sempre”. Davanti alle provocazioni sovietiche e alla scoperta di quei missili affacciati sull’America, Stevenson fu l’uomo che dissuase il presidente da un attacco aereo contro Cuba e da qualsiasi reazione militare, ammonendo Kennedy delle “incalcolabili conseguenze” di una mossa del genere. 

Negoziare. Negoziare senza cedere alle intimidazioni però con la “sanity” di non determinare una disastrosa escalation. E in quella manciata di giorni, che da drammatici potevano diventare tragici, la linea della “testa d’uovo” prevalse su quella di altri consiglieri della Casa Bianca. Ma a un prezzo che all’epoca, e per decenni, è stato mantenuto “top secret”. Il leader del Cremlino Nikita Krusciov non ritirò i suoi missili da Cuba soltanto perché gli Stati Uniti si impegnarono a non invadere Cuba in futuro. Ma anche perché – secondo “negoziato e buon senso” – Kennedy si accordò con Mosca sul ritiro dei propri missili Jupiter dalle basi in Turchia.

A Washington la linea soft di Stevenson – e forse il passo cui aveva spinto Kennedy – non la perdonarono né gliel’avrebbe perdonata lo stesso presidente, stando alla documentazione che oggi emerge dagli archivi. Un violento articolo intitolato “In Time of Crisis”, pubblicato ai primi di dicembre 1962 su The Saturday Evening Post, accusava la “testa d’uovo” di avere suggerito una pacificazione comparabile a una Monaco 1938, che avrebbe “barattato le basi Usa per le basi cubane”. Bisognava celare il ritiro statunitense dalla Turchia e propugnare la narrazione che nel braccio di ferro con l’Urss i sovietici avevano chinato il capo di fronte alla determinazione americana smantellando le basi di Cuba. E nient’altro più.

Ora emerge che quell’ingeneroso articolo, firmato da due uomini vicini a Kennedy, Charles Bartlett e Stewart Alsop, fu addirittura letto e riaggiustato in bozza per mano di JFK. Al “top secret” sull’intera vicenda sarebbe seguita neanche un anno dopo la fine cruenta del presidente, ucciso a Dallas il 22 novembre 1963. Meno di due anni dopo, stroncato da infarto il 14 luglio ’65, se n’andava l’ambasciatore “testa d’uovo”, cui oggi nell’ottobre corrusco del 2022 – soffiando i venti di un altro paventato disastro – s’inchina chi ritiene che “Blackmail and intimidation never; negotiation and sanity always” sia ancora una valida massima. 

PUNITO IL RIFORMISMO SENZA BASI POPOLARI, ORA È TEMPO DI RIFONDARE UNA POLITICA DI LIBERTÀ E SOLIDARIETÀ.

L’accentuazione del carattere “radical-riformista” del Pd ha indebolito progressivamente la capacità di raccolta del consenso. La sconfitta è figlia della falsa iridescenza di un progressismo fantasioso, non incline a fare i conti con le preoccupazioni dell’Italia profonda. Adesso urge prendere nota della necessità di una opposizione che muova da condotte responsabili, senza l’inciampo di vecchi e nuovi radicalismi. Dobbiamo essere pronti a a rimescolare le carte affinché la politica di centro-sinistra mostri il volto del riformismo popolare e democratico.

La sconfitta ha posto il Pd dinanzi allo specchio della realtà. Qualcosa ha interrotto il flusso di attenzioni e simpatie che fino a metà campagna elettorale davano nei sondaggi la misura di una crescita non eccezionale, ma neppure trascurabile. Dicevano, i sondaggi, che l’asticella poteva salire al 22 per cento, per alcuni istituti anche sopra. Non a caso, sull’onda di questi dati, Letta si determinava a spingere sull’acceleratore della competizione diretta ed esclusiva con Fratelli d’Italia. Sembrava possibile compensare il successo della coalizione di destra, data per scontata, con l’affermazione del Pd come primo partito in assoluto. Anche un giornale importante come “Repubblica” ha finito per appoggiare questa impostazione immaginando che le conseguenze del voto andassero calibrate sulla scorta di una duplice vittoria: quella della Meloni come leader della destra coalizzata e quella di Letta come leader del Pd. 

Tutto questo si è dissolto nel prosieguo della campagna elettorale. L’accentuazione del carattere “radical-riformista”, specie sul fronte dei diritti individuali, e insieme l’attenuazione del legame con l’esperienza del governo Draghi, hanno indebolito progressivamente la capacità di raccolta del consenso. Una parte dell’elettorato non si è più sentita rappresentata, nemmeno in forza di quel richiamo insistito e un po’ altezzoso al cosiddetto voto utile. È iniziato così il calo nei sondaggi tra lo sconcerto dei quadri di partito e lo scetticismo degli strateghi elettorali, spesso troppo sicuri delle loro personali convinzioni circa la condotta delle persone in carne ed ossa, anche quelle tradizionalmente legate al Pd. È stato un grave errore di valutazione.

La sconfitta è figlia della falsa iridescenza di un progressismo fantasioso, non incline a fare i conti con le preoccupazioni dell’Italia profonda e destinato perciò a rendere meno inclusiva la proposta della rabberciata coalizione di centro-sinistra. Eppure il Pd aveva in origine   l’obiettivo di saldare nell’unica opzione riformista segmenti di opinione pubblica e di elettorato oscillanti tra la sinistra democratica e il centro progressista. Dentro la sconfitta c’è il peso di una visione alterata dell’Italia, da cui, infine, discende quel tratto “antipatico” di partito dei ceti più protetti, prevalentemente urbani, di fatto meno esposti ai venti della crisi. Al Pd è mancata in campagna elettorale la capacità di rafforzare il suo profilo di partito responsabile, architrave del governo Draghi, pilastro della politica di solidarietà atlantica, punto di riferimento ineludibile dell’europeismo, difensore “senza se e senza ma” delle ragioni del popolo ucraino: questo patrimonio è parso frantumarsi in episodiche sortite, senza più l’efficacia di un messaggio a tutto tondo.

Adesso, nell’imminenza di consultazioni che preludono alla nascita dell’esecutivo a guida Meloni, urge prendere nota della necessità di una opposizione che muova da condotte responsabili, senza l’inciampo di vecchi e nuovi radicalismi. 

Lo scenario è destinato a mutare. È chiaro che si deve quanto prima ricomporre l’area autenticamente riformista ed è altrettanto chiaro che questa ricomposizione può esigere soluzioni al momento imprevedibili. Occorre una buona dose d’intransigenza nella difesa dei principi, ma serve al tempo stesso un disegno di apertura, per coinvolgere i distanti e i dubbiosi. Dobbiamo essere pronti a a rimescolare le carte affinché la politica di centro-sinistra mostri il volto del riformismo popolare e democratico, dando respiro alle identità diverse di una coalizione incentrata sui valori di libertà e solidarietà. Molto possono, fare ancora, i cattolici democratici.

Luca Bedoni, Presidente del Consiglio municipale – Roma IX.

LA LEGISLATURA È PARTITA MALE, ORA OCCORRE COSTRUIRE UN’AREA DI CENTRO.

Quanto è avvenuto al Senato l’altro giorno, con Forza Italia in contrasto con gli alleati sulla elezione di La Russa, è il cedimento di quel sistema che ha rimosso la politica e avviato l’era dei capi. Chi ha una certa età ricorda il confronto a volte aspro per il centro sinistra. Altri tempi? Altro mondo? Sì, ma era il tempo della democrazia. Da queste considerazioni prende spunto il discorso sulla ricostituzione di un centro vero dove anche la componente democratica cristiana prenda corpo.

Anche questa legislatura non è partita benissimo. La divergenza registratesi nella elezione del presidente del Senato tra Forza Italia (che non ha votato La Russa) e Fratelli d’Italia non è un incidente di percorso, ma la spia di un sostanziale distacco tra le componenti del centro destra, che esiste sin dal 2018 nelle formazioni degli ultimi tre governi, dove solo Fratelli d’Italia ha presidiato il campo della opposizione. Una scelta su cui il Partito di Giorgia Meloni ha lucrato, ottenendo un successo il 25 settembre, ribaltando i rapporti di forza con le formazioni di Salvini e Berlusconi,rimasti sul campo con qualche ammaccatura e robuste delusioni da smaltire. Berlusconi ha ripetuto sin dal 1994 che con l’avvento di F.I. sarebbe finito il “teatrino della politica” messo in atto dai vecchi partiti. 

Quanto è avvenuto al Senato l’altro giorno è il cedimento di quel sistema che ha rimosso la politica e avviato l’era dei capi. Nella cosiddetta prima repubblica non son mancate furbizie, intralci umanamente inevitabili. Ci saranno stati anche dei teatrini ma gli attori erano dirigenti politici di elevata sensibilità istituzionale. Nessuno mai avrebbe provocato un strappo istituzionale nella elezione della seconda carica dello Stato. 

Le difficoltà economiche, la guerra alle porte dell’Europa,la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo non hanno indicato la strada della compostezza istituzionale, venuta meno sull’altare distributivo dei posti ministeriali. Ma il malessere è più complesso. Il sistema delle signorie non regge più. Una situazione rabberciata,lacerata che nessuna rammendo risolve. Nella prima fase della repubblica è vero che i governi avevano vita breve, ma il sistema reggeva,il disegno di governo resisteva ed era quello scelto dagli elettori.  Ma prima delle alleanze maturavano nei partiti i processi di approfondimento programmatico, in un dibattito che si svolgeva in ogni sezione di partito in tutti i comuni e le frazioni e quindi nel Paese. 

Chi ha una certa età ricorda il confronto a volte aspro per il centro sinistra. Altri tempi? Altro mondo? Sì, ma era il tempo della democrazia, il mondo della dignità delle istituzioni rappresentative. Qualcuno oggi vagheggia un possibile accordo tra Fratelli d’Italia e il PD.  È una ipotesi da rigettare. Le scelte degli elettori vanno rispettate e non può essere ripetuto quello che avvenne nel 2018, quando il governo si fece con gli avversari che si erano contrapposti per tutta la campagna elettorale. Il responso delle urne va seguito altrimenti si torna alle urne. La legislatura si salvò,  ma a quale prezzo! Le astensioni il 25 settembre sono aumentate. Bisogna costruire un’area di un centro vero dove anche la componente democratica cristiana prenda corpo, con operazioni di contenuti e non…commerciali… 

I principi, i valori non si comprano ma si vivono

DIO BENEDISSE IL FUTURO

I grandi passaggi storici non sono percepiti dai contemporanei. L’Occidente si è salvato, epoca dopo epoca, in forza della produzione di nuove sintesi da parte del cristianesimo. Vale oggi un pensiero illuminante di Joseph Ratzinger, guardando al futuro: «Nonostante la cultura oggi dominante sia una cultura dell’assenza di trascendenza, la Chiesa non mancherà di forza creatrice, come avvenne ai tempi di San Benedetto».

 

Quando finisce un mondo, difficilmente i contemporanei se ne accorgono. Sono gli storici, secoli dopo, che individuano tagli netti, cesure tra un prima e un dopo. A scuola si data la fine del mondo antico al 476 dopo Cristo, l’anno in cui fu deposto l’ultimo imperatore romano d’Occidente, il dodicenne Romolo Augustolo. Ma nessuno ebbe la sensazione chiara che si aprisse una nuova epoca. Del resto, un altro imperatore continuava a regnare sulle sponde del Bosforo. Siamo noi ad aver dato al suo regno il nome di “impero bizantino”, con quel tanto di decadente che l’aggettivo ha assunto nel tempo. Lui si continuava a firmare e si firmò per secoli come basileus ton Romaion: re dei Romani. Ed era vero.

Ma era pur vero che un mondo si stava inabissando a poco a poco e nessuno vedeva chiaro nel groviglio di popoli e nazioni che procedevano da Oriente a complicare, o ad arricchire il mosaico di popoli che era già allora l’Europa. E comunque, quasi mai in pace.

L’impero — o ciò che ne restava — era ufficialmente cristiano. Costantino aveva aperto la strada nel 313, Teodosio aveva ratificato 80 anni dopo la sua scelta comandando col braccio secolare ai pagani di tacere per sempre. Costantino aveva fatto un sogno e seguito un’intuizione, Teodosio aveva voluto imporre per legge ciò che per legge non può essere imposto.

Dopo di lui, l’eredità del mondo classico era ormai smisuratamente a rischio e sembrò volervi porre una pietra tombale, un secolo dopo, il suo successore Giustiniano.

Nel 529, dopo aver promulgato il Corpus iuris civilis, Giustiniano credette di aver assolto al suo compito principale. Assicurare all’impero l’eredità del diritto. Sul resto, manifestò altre intenzioni e compì l’atto simbolico più importante del suo lungo regno: la chiusura definitiva delle scuole filosofiche di Atene, in particolare di quell’Accademia che Platone in persona aveva aperto nel 387 a.C. Tramontava così, per decreto, l’ultimo baluardo di un mondo che si voleva dissolto per sempre.

Ma in quello stesso anno, nelle campagne laziali, un giovane cristiano di nobili natali decise di porre la prima pietra di un luogo di preghiera e scrisse di suo pugno una Regola in cui, fra le altre cose, imponeva ai suoi monaci di imparare a leggere e a scrivere. E affidò loro il compito di conservare quello che il mondo antico aveva trasmesso fino a quel momento. Non solo testi cristiani, ma tutto ciò che l’umano aveva creato di grande e che Cristo rendeva più vero dandogli compimento.

Così commentava qualche anno fa questo momento cruciale della storia Joseph Ratzinger: «Nonostante la cultura oggi dominante sia una cultura dell’assenza di trascendenza, la Chiesa non mancherà di forza creatrice, come avvenne ai tempi di San Benedetto. Egli non richiamava particolare attenzione a livello dell’opinione pubblica, ma ha fatto qualcosa che indicava il futuro. Sembrava ai margini della realtà, fece qualcosa di strano. Tuttavia, in seguito, questa stranezza si è dimostrata come l’arca di sopravvivenza dell’Occidente».

In questo modo, nonostante i potenti del tempo che credono di interpretare i segni dei tempi, «Dio — come si legge del libro di Giobbe (Gb 42, 12) — benedisse il futuro». 

A 60 ANNI DAL CONCILIO VATICANO II. FAGGIOLI: «COME 60 ANNI FA IL PAPA È LA VOCE PIÙ AUTOREVOLE». 

Tra analogie e differenze, indagare il periodo storico in cui si è aperto il Concilio può diventare una bussola anche per orientarsi nel presente. Il settimanale “La voce dei Berici” ne ha parlato con Massimo Faggioli, storico della Chiesa e docente alla Villanova University in Pennsylvania, Usa che spiega: “Oggi il magistero si trova in un empasse: è impossibile pensare alla ‘guerra giusta’ quando sono in ballo armi nucleari”.

 

Andrea Frison

 

Professor Faggioli, partiamo dalle differenze: quali sono quelle tra oggi e sessant’anni fa, quando si è aperto il Concilio Vaticano II?
Sono molte. La prima: sessant’anni fa si pensava di avere imparato la lezione della Seconda Guerra Mondiale e c’era una fiducia nella capacità del genere umano di non ricorrere alla guerra che oggi non c’è. Le organizzazioni internazionali godevano di maggior prestigio e, tutto sommato, era un mondo “semplice” che vedeva contrapporsi due modelli economici: quello liberale e quello comunista. Infine, la Chiesa cattolica appariva più compatta in pubblico su questi temi di quanto non lo sia oggi sulla Russia.

E le analogie?
Una, soprattutto: il papato continua ad essere la voce più influente dal punto di vista spirituale. Questa cosa non è cambiata anzi, è ancora più evidente.

Tuttavia, la voce del Papa sembra avere difficoltà a farsi ascoltare. Perché?
Nel 1962 c’era un Concilio e un magistero di Papa Giovanni XXIII che con “Pacem in terris” pensava a come risolvere la questione della legittimità della guerra in era nucleare. Oggi il magistero si trova in un empasse: è impossibile pensare alla “guerra giusta” quando sono in ballo armi nucleari. C’è un dilemma da affrontare: fino a che punto affermare il diritto all’autodifesa quando questo ci porta vicini a una guerra nucleare.

Qualcuno ha ricordato il rischio guerra atomica toccato con la crisi dei missili di Cuba. Eppure Kennedy e Kruscev erano più disposti a dialogare di Zelensky e Putin. È d’accordo?
All’epoca l’azione dell’Unione sovietica era all’interno di uno schema bipolare, ma non attentava alla sovranità di uno Stato. Questa guerra ha caratteristiche coloniali, più da seconda guerra mondiale che da guerra fredda.

Lei vive e lavora negli Stati Uniti. Qual è la narrazione prevalente sul conflitto in Ucraina?
Non c’è più di tanto una narrazione. Tra poco si terranno le elezioni di mid-term e la questione Ucraina sta sullo sfondo. Negli Usa sono tutti molto stanchi di parlare di guerra, lo fanno ininterrottamente da vent’anni, dall’11 settembre e dall’invasione in Afghanistan. C’è riluttanza anche a sinistra nel vedere la guerra come episodio importante per i destini dell’Occidente. È una faccenda seguita molto da vicino dagli ambienti militari e diplomatici. Anche se gli Usa sono molto impegnati, è materia di élite.

 

[Precedentemente pubblicato su “La Voce dei Berici”. Il testo qui riprodotto è stato rilanciato da AgenSIR]

NO ALLA RADICALIZZAZIONE DEL CONFRONTO POLITICO: LA POLITICA DI CENTRO È ANCHE POLITICA DI EQUILIBRIO E DI RISPETTO.

Si è votato “terzo polo” perchè si è data una delega in bianco a chi cercava di riproporre, dopo la lontana stagione di Martinazzoli e di Marini con il progetto del Ppi, una politica di centro. Ora, l’alternativa non si può costruire  sulle pregiudiziali ideologiche e sull’odio personale. Il ruolo del centro si applica a questa ricerca, anzitutto nella dialettica parlamentare, del rispetto politico e istituzionale. In ogni caso, senza l’apporto decisivo del filone del cattolicesimo politico non si potrà parlare di una politica di centro, ma solo e soltanto di una posizione “terza”.

Diciamoci la verità sul cosiddetto Centro che pare essere timidamente rinato dopo le elezioni dello scorso 25 settembre. Sì, è vero, il cosiddetto “terzo polo” non ha centrato l’obiettivo di un risultato a doppia cifra. Come, del resto, e almeno per il momento, non è stato determinante ai fini della costruzione degli equilibri politici. Ma il consenso al “terzo polo” – questo è abbastanza evidente al di là delle stesse analisi demoscopiche – è stato il frutto di due elementi incrociati. Da una lato una sorta di “identità in negativo”, come si suol dire, ovvero si è votato il “terzo polo” perchè il bipolarismo selvaggio che ha caratterizzato gli ultimi anni della politica italiana era ormai giunto al capolinea come credibilità complessiva. E, non a caso, l’esordio di questa legislatura lo ha già confermato platealmente. E, in secondo luogo, si è votato “terzo polo” perchè si è data una delega in bianco a chi cercava di riproporre, dopo la lontana stagione di Martinazzoli e di Marini con il progetto del Ppi, una “politica di centro” nella cittadella politica del nostro paese. 

Queste, in sintesi, le due argomentazioni decisive che hanno portato il “terzo polo” ad un consenso che ha sfiorato l’8%. Al di là e forse anche al di fuori degli stessi leader che si sono fatti carico di questa scommessa politica ed elettorale.

Ora, però, questo Centro e, soprattutto, “la politica di centro”, devono ritrovare piena cittadinanza e visibilità nelle dinamiche quotidiane della politica italiana. Sarebbe quantomeno singolare, nonchè anacronistico, se il tutto si trasformasse nel consolidamento di due partiti personali con le rispettive ambizioni e prospettive. Forse è giunto veramente il momento per far decollare un cantiere che sia in grado di incidere nelle dinamiche politiche nazionali e per affrontare la nuova stagione che si è aperta. Una stagione che, inevitabilmente, sarà ricca di novità e forse anche di colpi di scena ma che, comunque sia, richiede di essere affrontata con le armi della politica e non della sola propaganda. Al riguardo, è persin patetico se non addirittura ridicolo, continuare ad assistere al grido d’allarme della sinistra italiana sul “nuovo corso” della politica contemporanea. 

Ma come si può, di fronte alle sfide immani che attendono il nostro paese e che ci metteranno alla prova nei propri mesi, continuare con la noiosissima litania del rischio della “postura fascista” dopo la vittoria del centro destra? Ma come si può declinare un’iniziativa politica credibile e seria se si limita ad un semplice e banale prolungamento dei soliti talk televisivi e dei rispettivi “soloni” che fanno ormai della battaglia antifascista e anti dittatura la loro ragion d’essere? È evidente a tutti, al di là del giudizio che ognuno di noi può e deve dare sul profilo politico della coalizione vincente e sui vertici appena eletti delle istituzioni parlamentari, che non si può costruire un progetto e una prospettiva politica se sono basati esclusivamente sul pregiudizio politico, sulle contrapposizioni ideologiche e sull’odio personale. Altrochè battere la “cultura dell’odio” che quotidianamente viene predicata e blaterata dai “guru” politici, televisivi e giornalistici della sinistra post comunista italiana.

Ecco, di fronte ad un quadro del genere è quantomai necessario, nonchè quasi imperativo, il ritorno della politica e di quegli istituti che sono collaterali ad una politica alta e nobile. E cioè, cultura della mediazione, cultura di governo, rispetto degli avversari e delle istituzioni democratiche, capacità di comporre interessi contrapposti, stop alla radicalizzazione del conflitto politico ed un approccio autenticamente e credibilmente riformista di fronte ai problemi che sono sul tappeto. Ed è proprio su questo versante che il Centro e una politica di centro possono e debbono giocare un ruolo determinante e decisivo ai fini del recupero della stessa qualità della democrazia. Un Centro che non deve vivere di soli pregiudizi e di disprezzo degli avversari, come la sinistra ha già manifestato in questo nuovo corso che la caratterizza e che, su questo versante, ritrova una piena corrispondenza con il qualunquismo e il populismo grillini.

È persin inutile ricordare, al riguardo, che l’apporto decisivo per declinare una vera ed autentica politica di centro arriva dal contributo della cultura cattolico popolare e cattolico sociale. Il Centro, cioè, non si può ridurre ad essere una semplice somma tra la cultura post azionista, liberale e repubblicana. Senza l’apporto decisivo del filone del cattolicesimo politico non si potrà parlare di una politica di centro ma solo e soltanto di una posizione “terza”. Però, senz’anima e forse anche senza una prospettiva reale di crescita elettorale e di spessore politico.

VOX POPULI. COSA HA SIGNIFICATO E QUALI CONSEGUENZE IMPLICA IL VOTO DEGLI ITALIANI? 

C’è la necessità di studiare i risultati con molta attenzione. Ancora una volta il primo partito è risultato vincitore, con margini ancora più consistenti. Dopo il taglio (sconsiderato) dei parlamentari, le nuove Camere registrano un certo grado di nepotismo: mogli, mariti, cognati, figli e nipoti. De Gasperi, andrebbe ricordato, non pagava lo stipendio alla figlia Maria Romana. È stucchevole, più in generale, agitare questioni pregiudiziali. Le opposizioni aspettino le scelte del governo per orientare i loro comportamenti. Infine, la campagna elettorale del PD è sembrata concentrata sul ‘contro’ invece che sul ‘saremo’: ovvero, l’impegno ad essere una forza tranquilla, forte, attenta ai bisogni di chi è fragile di fronte al futuro.

I voti degli elettori non si contestano ma, come le sentenze, si possono analizzare e studiare. L’antica aspirazione, soprattutto dei cittadini, è di sapere la sera delle elezioni “chi ha vinto“- e questa volta è accaduto – e desiderano che governo e legislatura siano stabili. E questo è l’augurio. L’alternanza nelle democrazie è la vera occasione di controllo da parte dei cittadini sull’operato e sulla efficacia dei programmi con cui la maggioranza ha ottenuto il consenso.

Tuttavia il maggior partito, anche questa volta, e in modo accentuata, ma perfino previsto, è quello della astensione. La recente campagna elettorale è stata breve – forse menomale! – e brutta. Dopo una legislatura in cui più di 300 parlamentari hanno cambiato casacca (coerente rappresentanza del mandato!), un taglio sconsiderato del numero dei parlamentari senza riforme conseguenti a partire dalla legge elettorale, uno sfarinamento delle alleanze, la distribuzione “fuori sede” dei candidati hanno reso la rappresentanza territoriale ridicola, anche a causa di collegi enormi. I sondaggi si sono autorealizzati. La comunicazione del centrosinistra è stata complessa in un tempo e con un sistema che ormai ha abituato alla semplificazione.

Un elemento di novità assoluta è stato il protagonismo di una donna leader, che non si è proposta come possibile rivincita femminile, in nome di una rivendicazione ‘femminista’. Semplicemente ha fondato un partito e lo ha guidato da percentuali irrisorie fono al 26% e alla guida del Paese. Le donne di sinistra non hanno mai conteso il vertice dei loro partiti storici o attuali, nemmeno presentando liste autonome, di genere, ai congressi. Il risultato di Giorgia Meloni fa emergere con più evidenza la timidezza del centrosinistra – e di tutte le donne parlamentari – nel proporre una donna alla Presidenza della Repubblica. Col retropensiero che Sergio Mattarella non avrebbe potuto rifiutare la rielezione, si è giocato a vedere le proposte altrui, con grande disprezzo della dignità delle personalità che venivano quotidianamente affidate al circo mediatico. In tal modo la prima donna del Paese è la leader della destra.

Da qui la necessità di studiare i risultati molto attentamente e non può essere che prima di qualsiasi riunione, direzione, congresso e proposte i giornali incominciano col totosegretari (i giornalisti non inventano i nomi! Qualcuno li suggerisce oltre alle autocandidature esplicite). Soprattutto non si accampino giustificazioni femministe: ricordiamo come sono state nominate le sottosegretarie del governo Draghi? Le nuove Camere registrano un certo grado di nepotismo: mogli, mariti, cognati, figli e nipoti. De Gasperi non pagava lo stipendio alla figlia Maria Romana, che lavorava come segretaria, perché riteneva che non potessero essere a carico dello Stato due stipendi in famiglia. Altri tempi, e infatti erano Statisti! Si conta un certo numero di immarcescibili che hanno scantonato la stagione delle rottamazioni ma la maggioranza è di neoeletti che ci aspettiamo si facciano conoscere per la loro diligenza nel frequentare il loro posto di lavoro e nel percorrere il territorio in cui sono stati eletti per confrontarsi, proporre, ‘imparare’ dalla gente le vere priorità della vita quotidiana.

Hanno capito tutti – anche i proponenti – che uno non vale uno. Diverse le responsabilità e diversi i doveri e obblighi. I deputati e i senatori non sono semplici cittadini, investiti di onore e oneri che nelle democrazie rappresentano il massimo della dignità istituzionale, perché devono interpretare ‘la sovranità del popolo italiano’ (art. 1 Cost.). Senza disturbare ancora i nostri esemplare predecessori, significa che anche i comportamenti personali, pubblici e privati, devono esprimere coerenza e rispetto delle regole. I media offrono una ribalta tanto importante quanto difficile da governare con saggezza.

A tutti compete rappresentare tutti, perché è una prerogativa – direi privilegio – rappresentare tutti ‘senza vincolo di mandato’ come garantisce la preziosa norma costituzionale (art. 67). E da questo punto di vista il parlamentare non può essere vincolato alla disciplina di partito per le questioni ‘non negoziabili’. La libertà di coscienza è un diritto mai comprimibile e a maggior ragione per un legislatore.

È stucchevole anche in questi giorni, agitare questioni pregiudiziali. Le opposizioni aspettino le scelte del governo per orientare comportamenti che siano funzionali a far emergere con chiarezza il profilo della propria forza e la forza delle proprie proposte alternative e contestative. Ci sono già stati due governi di destra e per due volte Prodi li ha sconfitti. Ad ogni sconfitta non può subentrare – in politica! – lo scoramento e il pessimismo. Si riparte dal consenso ottenuto e…si pedala. Cambiare nome al partito? Scioglierlo? Per ripartire da quale piattaforma? I cittadini sono disorientati da continui rivolgimenti: hanno bisogno di riconoscersi in proposte radicate in una storia che fa immaginare il futuro. L’ultima campagna elettorale del PD è sembrata concentrata su ‘contro’ invece che ‘saremo’ una forza tranquilla, forte, attenta ai bisogni di chi è fragile di fronte al futuro. L’assenteismo, che rende minoritario nel Paese anche i vincitori (fatta la tara dell’assenteismo cronico), a questo è dovuto, all’assenza di uno specchio nel quale i cittadini si vedono rappresentati. Per tutte le forze politiche è questo il punto di partenza.

 

IL PAPA AI 50 MILA DI COMUNIONE E LIBERAZIONE: «VI INVITO AD ACCOMPAGNARMI NELLA PROFEZIA PER LA PACE».

«Vi invito ad accompagnarmi nella profezia per la pace — Cristo, Signore della pace! Il mondo sempre più violento e guerriero mi spaventa davvero, lo dico davvero: mi spaventa —; nella profezia che indica la presenza di Dio nei poveri, in quanti sono abbandonati e vulnerabili, condannati o messi da parte nella costruzione sociale; nella profezia che annuncia la presenza di Dio in ogni nazione e cultura, andando incontro alle aspirazioni di amore e verità, di giustizia e felicità che appartengono al cuore umano e che palpitano nella vita dei popoli». Con queste parole Papa Francesco si è rivolto alla “compagnia” di Comunione e Liberazione ricevuta — sabato mattina 15 ottobre, in piazza San Pietro — in occasione del centenario della nascita del fondatore Luigi Giussani (1922-2005). 

Ecco il discorso del Pontefice.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

 

Siete venuti in tanti, dall’Italia e da vari Paesi. Il vostro movimento non perde la sua capacità di radunare e mobilitare. Vi ringrazio di aver voluto manifestare la vostra comunione con la Sede Apostolica e il vostro affetto per il Papa. Ringrazio il Presidente della Fraternità, prof. Davide Prosperi, come pure Hassina e Rose, che hanno condiviso le loro esperienze. Saluto il Cardinale Prefetto, il Cardinal Farrell, e i Cardinali e Vescovi presenti.

 

Siamo riuniti per commemorare il centenario della nascita di Mons. Luigi Giussani. E lo facciamo con gratitudine nell’animo, come abbiamo sentito da Rose e Hassina. Io esprimo la mia personale gratitudine per il bene che mi ha fatto, come sacerdote, meditare alcuni libri di don Giussani — da prete giovane —; e lo faccio anche come Pastore universale per tutto ciò che egli ha saputo seminare e irradiare dappertutto per il bene della Chiesa. E come potrebbero non ricordarlo con gratitudine commossa quelli che sono stati i suoi amici, i suoi figli, i discepoli? Grazie alla sua paternità sacerdotale appassionata nel comunicare Cristo, essi sono cresciuti nella fede come dono che dà senso, ampiezza umana e speranza alla vita. Don Giussani è stato padre e maestro, è stato servitore di tutte le inquietudini e le situazioni umane che andava incontrando nella sua passione educativa e missionaria. La Chiesa riconosce la sua genialità pedagogica e teologica, dispiegata a partire da un carisma che gli è stato dato dallo Spirito Santo per l’“utilità comune”. Non è una mera nostalgia ciò che ci porta a celebrare questo centenario, ma è la memoria grata della sua presenza: non solo nelle nostre biografie e nei nostri cuori, bensì nella comunione dei santi, da dove intercede per tutti i suoi.

 

So, cari amici, fratelli e sorelle, che non sono per niente facili i periodi di transizione, quando il padre fondatore non è più fisicamente presente. Lo hanno sperimentato tante fondazioni cattoliche nel corso della storia. Bisogna ringraziare padre Julian Carrón per il suo servizio nella guida del movimento durante questo periodo e per aver mantenuto fermo il timone della comunione con il pontificato. Tuttavia, non sono mancati seri problemi, divisioni, e certo anche un impoverimento nella presenza di un movimento ecclesiale così importante come Comunione e Liberazione, da cui la Chiesa, e io stesso, spera di più, molto di più. I tempi di crisi sono tempi di ricapitolazione della vostra straordinaria storia di carità, di cultura e di missione; sono tempi di discernimento critico di ciò che ha limitato la potenzialità feconda del carisma di don Giussani; sono tempi di rinnovamento e rilancio missionario alla luce dell’attuale momento ecclesiale, come pure delle necessità, delle sofferenze e delle speranze dell’umanità contemporanea. La crisi fa crescere. Non va ridotta al conflitto, che annulla. La crisi fa crescere.

 

Sicuramente don Giussani sta pregando per l’unità in tutte le articolazioni del vostro movimento; sicuro. Voi sapete bene che unità non vuol dire uniformità. Non abbiate paura delle diverse sensibilità e del confronto nel cammino del movimento. Non può essere diversamente in un movimento nel quale tutti gli aderenti sono chiamati a vivere personalmente e condividere corresponsabilmente il carisma ricevuto. Tutti lo vivono originalmente e anche in comunità. Questo sì è importante: che l’unità sia più forte delle forze dispersive o del trascinarsi di vecchie contrapposizioni. Un’unità con chi e con quanti guidano il movimento, unità con i Pastori, unità nel seguire con attenzione le indicazioni del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, e unità con il Papa, che è il servitore della comunione nella verità e nella carità.

 

Non sprecate il vostro tempo prezioso in chiacchiere, diffidenze e contrapposizioni. Per favore! Non sprecare il tempo!

 

Adesso vorrei ricordare alcuni aspetti della ricca personalità di don Giussani: il suo carisma, la sua vocazione di educatore, il suo amore alla Chiesa.

  1. Don Giussani uomo carismatico. È stato certamente un uomo di grande carisma personale, capace di attrarre migliaia di giovani e di toccare il loro cuore. Ci possiamo chiedere: da dove veniva il suo carisma? Proveniva da qualcosa che aveva vissuto in prima persona: da ragazzo, a soli quindici anni, era stato folgorato dalla scoperta del mistero di Cristo. Aveva intuito — non solo con la mente ma con il cuore — che Cristo è il centro unificatore di tutta la realtà, è la risposta a tutti gli interrogativi umani, è la realizzazione di ogni desiderio di felicità, di bene, di amore, di eternità presente nel cuore umano. Lo stupore e il fascino di questo primo incontro con Cristo non lo hanno più abbandonato. Come disse alle sue esequie l’allora Cardinale Ratzinger: «Sempre don Giussani ha tenuto fisso lo sguardo della sua vita e del suo cuore verso Cristo. Ha capito in questo modo che il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che il cristianesimo è un incontro; una storia d’amore; è un avvenimento». Qui sta la radice del suo carisma. Don Giussani attraeva, convinceva, convertiva i cuori perché trasmetteva agli altri ciò che portava dentro dopo quella sua fondamentale esperienza: la passione per l’uomo e la passione per Cristo come compimento dell’uomo. Tanti giovani lo hanno seguito perché i giovani hanno un grande fiuto. Quello che diceva veniva dal suo vissuto e dal suo cuore, perciò ispirava fiducia, simpatia e interesse.

 

Il Presidente ha detto che vi impegnate affinché il carisma donato a don Giussani per il bene di tutta la Chiesa produca sempre nuovi frutti. Questa è la custodia saggia del dono trasmesso a voi, una custodia che non è solo conservativa del passato ma che, vivificata dallo Spirito Santo, sa riconoscere e accogliere i nuovi germogli di questo albero che è il vostro movimento, che vive nella terra buona della comunione ecclesiale.

 

A questo proposito vi chiederete: come possiamo rispondere alle esigenze di cambiamento del tempo presente custodendo il carisma? Anzitutto, è importante ricordare che non è il carisma a dover cambiare: esso va sempre nuovamente accolto e fatto fruttificare nell’oggi. I carismi crescono come crescono le verità del dogma, della morale: crescono in pienezza. Sono i modi di viverlo che possono costituire un ostacolo o addirittura un tradimento al fine per il quale il carisma è stato suscitato dallo Spirito Santo. Riconoscere e correggere le modalità fuorvianti, laddove necessario, non è possibile se non con atteggiamento umile e sotto la guida sapiente della Chiesa. E questo atteggiamento di umiltà lo riassumerei con due verbi: ricordare, ossia riportare al cuore, ricordare l’incontro con il Mistero che ci ha condotti sin qui; e generare, guardando avanti con fiducia, ascoltando i gemiti che lo Spirito oggi nuovamente esprime. «L’uomo umile, la donna umile ha a cuore anche il futuro, non solo il passato, perché sa guardare avanti, sa guardare i germogli, con la memoria carica di gratitudine. L’umile genera, l’umile invita e spinge verso ciò che non si conosce. Invece il superbo ripete, si irrigidisce […], va indietro e si chiude nella sua ripetizione, si sente sicuro di ciò che conosce e teme, teme sempre il nuovo perché non può controllarlo, se ne sente destabilizzato… perché? Perché ha perso la memoria»1. Guardate la memoria del fondatore.

 

Carissimi, abbiate a cuore il dono prezioso del vostro carisma e la Fraternità che lo custodisce, perché esso può far “fiorire” ancora molte vite, come ci hanno testimoniato Hassina e Rose. La potenzialità del vostro carisma è ancora in gran parte da scoprire, ancora c’è gran parte da scoprire; vi invito perciò a rifuggire da ogni ripiegamento su voi stessi, dalla paura — la paura non ti porterà mai a un buon porto — e dalla stanchezza spirituale, che ti porta alla pigrizia spirituale. Vi incoraggio a trovare i modi e i linguaggi adatti perché il carisma che don Giussani vi ha consegnato raggiunga nuove persone e nuovi ambienti, perché sappia parlare al mondo di oggi, che è cambiato rispetto agli inizi del vostro movimento. Ci sono tanti uomini e tante donne che non hanno ancora fatto quell’incontro con il Signore che ha cambiato e reso bella la vostra vita!

 

  1. Secondo aspetto: don Giussani educatore. Fin dai primi anni del suo ministero sacerdotale, di fronte allo smarrimento e all’ignoranza religiosa di molti giovani, don Giussani sentì l’urgenza di comunicare loro l’incontro con la persona di Gesù che lui stesso aveva sperimentato. Don Luigi aveva una capacità unica di far scattare la ricerca sincera del senso della vita nel cuore dei giovani, di risvegliare il loro desiderio di verità. Da vero apostolo, quando vedeva che nei ragazzi si era accesa questa sete, non aveva paura di presentare loro la fede cristiana. Ma senza mai imporre nulla. Il suo approccio ha generato tante personalità libere, che hanno aderito al cristianesimo con convinzione e passione; non per abitudine, non per conformismo, ma in modo personale e in modo creativo. Don Giussani aveva una grande sensibilità nel rispettare l’indole di ognuno, rispettare la sua storia, il suo temperamento, i suoi doni. Non voleva persone tutte uguali e non voleva nemmeno che tutti imitassero lui, che ognuno fosse originale, come Dio lo ha fatto. E infatti quei giovani, crescendo, sono diventati, ciascuno secondo la propria inclinazione, presenze significative in diversi campi, sia nel giornalismo, nella scuola, nell’economia, nelle opere caritative e di promozione sociale.

 

Questa, amici, è una grande eredità spirituale che vi ha lasciato don Giussani. Vi esorto a nutrire in voi la sua passione educativa, il suo amore per i giovani, il suo amore per la libertà e la responsabilità personale di ciascuno di fronte al proprio destino, il suo rispetto per l’unicità irripetibile di ogni uomo e ogni donna.

  1. E terzo: Giussani figlio della Chiesa. Don Giussani è stato un sacerdote che ha amato tanto la Chiesa. Anche in tempi di smarrimento e di forte contestazione delle istituzioni, ha sempre mantenuto con fermezza la sua fedeltà alla Chiesa, per la quale nutriva un grande affetto — amore! —, quasi una tenerezza, e nello stesso tempo una grande riverenza, perché credeva che essa è la continuazione di Cristo nella storia. Diceva: «Tu hai incontrato questa compagnia: questa è la modalità con cui il mistero di Gesù […] ha bussato a casa tua»2. Usava questa bella espressione: la “compagnia”. I gruppi del movimento erano per lui una “compagnia” di persone che avevano incontrato Cristo. E, in definitiva, la Chiesa stessa è la “compagnia” dei battezzati che tutto tiene insieme, da cui tutto trae vita, e che ci mantiene nel giusto cammino.

 

Don Giussani ha insegnato ad avere rispetto e amore filiale per la Chiesa e, con grande equilibrio, ha saputo sempre tenere insieme il carisma e l’autorità, che sono complementari, entrambi necessari. Voi cantate spesso nei vostri incontri il canto “La strada”. Giussani, proprio usando la metafora della strada diceva: «L’autorità assicura la strada giusta, il carisma rende bella la strada»3. Senza autorità si rischia di andare fuori strada, di andare in una direzione sbagliata. Ma senza il carisma il cammino rischia di diventare noioso, non più attraente per la gente di quel particolare momento storico.

 

Anche tra voi, alcuni sono incaricati di un compito di autorità e di governo, per servire tutti gli altri e indicare la strada giusta. Questo consiste, in concreto, nel guidare e rappresentare il movimento, nel favorirne lo sviluppo, nel portare avanti progetti apostolici specifici, nell’assicurare la fedeltà al carisma, nel tutelare i membri del movimento, nel promuovere il loro cammino cristiano e la loro formazione umana e spirituale. Ma accanto al servizio dell’autorità è fondamentale che, in tutti i membri della Fraternità, rimanga vivo il carisma, affinché la vita cristiana conservi sempre il fascino del primo incontro. Non dimenticatevi mai di quella prima Galilea della chiamata, di quella prima Galilea dell’incontro. Sempre tornare lì, a quella prima Galilea che ognuno di noi ha vissuto. Questo ci darà forza per andare sempre in obbedienza nella Chiesa. Questo è ciò che “rende bella la strada”. Così i movimenti ecclesiali contribuiscono, con i loro carismi, a mostrare il carattere attraente e di novità del cristianesimo; e all’autorità della Chiesa spetta indicare con saggezza e prudenza su quale via i movimenti devono camminare, per rimanere fedeli a sé stessi e alla missione che Dio ha affidato loro. Con parole di don Giussani possiamo affermare che «è un’esigenza irrinunciabile dell’incarnazione questo continuo scambio tra istituzione e carisma. In nessun modo questo rapporto tra grazia e libertà può essere pensato in alternativa dialettica, quasi che l’istituzione non sia il carisma e che il carisma non abbia bisogno dell’istituzione. Un carisma va istituzionalizzato. E un’istituzione deve mantenere la dimensione carismatica. Essi sono alla fine l’unica realtà della Chiesa. Si potrebbe forse pensare l’organismo umano senza lo scheletro che lo sostiene? Così non è pensabile che la Chiesa viva senza istituzione»4.

 

Voi sapete che la scoperta di un carisma passa sempre attraverso l’incontro con persone concrete. Queste persone sono testimoni che ci permettono di accostarci a una realtà più grande, che è la comunità cristiana, la Chiesa. È nella Chiesa che l’incontro con Cristo rimane vivo. È la Chiesa il luogo in cui tutti i carismi vengono custoditi, alimentati e approfonditi. Pensiamo, negli Atti degli Apostoli, all’episodio di Filippo e dell’eunuco, funzionario della regina di Etiopia. Filippo fu determinante per la sua conversione, egli fu il mediatore dell’incontro con Cristo per quell’uomo in cerca della verità. Ebbene, come termina questo episodio? Filippo battezza l’eunuco e il testo dice: «Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più» (At 8, 39). “Non lo vide più”! Dopo averlo condotto a Cristo, Filippo scompare dalla vita dell’eunuco! Ma la gioia dell’incontro con Cristo rimane, — quella gioia dell’incontro rimane sempre! — infatti il racconto aggiunge: «E pieno di gioia, proseguiva la sua strada». Tutti siamo chiamati a questo: essere mediatori per gli altri dell’incontro con Cristo, e poi lasciare che essi percorrano la loro strada, senza legarli a noi.

 

E, per concludere, vorrei chiedervi un aiuto concreto per oggi, per questo tempo. Vi invito ad accompagnarmi nella profezia per la pace — Cristo, Signore della pace! Il mondo sempre più violento e guerriero mi spaventa davvero, lo dico davvero: mi spaventa —; nella profezia che indica la presenza di Dio nei poveri, in quanti sono abbandonati e vulnerabili, condannati o messi da parte nella costruzione sociale; nella profezia che annuncia la presenza di Dio in ogni nazione e cultura, andando incontro alle aspirazioni di amore e verità, di giustizia e felicità che appartengono al cuore umano e che palpitano nella vita dei popoli. Arda nei vostri cuori questa santa inquietudine profetica e missionaria. Non rimanere fermi.

 

Carissimi, amate sempre la Chiesa. Amate e preservate l’unità della vostra “compagnia”. Non lasciate che la vostra Fraternità sia ferita da divisioni e contrapposizioni, che fanno il gioco del maligno; è il suo mestiere: dividere, sempre. Anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia, e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi quale fu il ’68. E in seguito don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa.

 

Ringraziamo insieme il Signore oggi per il dono di don Giussani. Invochiamo lo Spirito Santo e l’intercessione della Vergine Maria, perché tutti voi possiate proseguire, uniti e gioiosi, sulla strada che egli vi ha mostrato con libertà, creatività e coraggio. Di cuore vi benedico. E per favore, vi chiedo di pregare per me. Grazie.

Fonte: L’Osservatore Romano – 15 ottobre 2022.

IL SUD, LA FIDUCIA E L’ITALIA CHE CE LA PUÒ FARE. SU FORMICHE.NET LA LECTIO MAGISTRALIS DI CARLO MESSINA.

Il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha ricevuto dal Politecnico di Bari una laurea magistrale honoris causa in Ingegneria gestionale. Ecco cosa ha detto alla cerimonia che si è tenuta nell’aula magna del dipartimento di Architettura.

 

Carlo Messina

 

Vi ringrazio moltissimo. Devo dire che sono rimasto particolarmente colpito da quello che avete detto rispetto a quello che ho fatto. Quindi, prima di entrare nell’argomento di oggi, vorrei fare alcune considerazioni, se me lo permettete, rispetto a quello che avete descritto come il mio percorso fino ad oggi.

 

La prima considerazione immediata, mentre descrivevate le motivazioni, è che in qualunque organizzazione, quando si raggiungono dei successi, non è mai soltanto merito di chi guida l’organizzazione, perché puoi essere la persona con i maggiori talenti (e questo lo dico per i ragazzi che sono presenti), puoi avere la maggior capacità di apprendere, di avere competenze tecniche, ma, se le squadre e le persone che lavorano con te non sono motivate e non sono tutte orientate a raggiungere il tuo stesso obiettivo, le organizzazioni non saranno mai organizzazioni di successo con i risultati che si vogliono ottenere anche sul fronte della responsabilità sociale, cioè fare in modo che quello che viene realizzato in un’azienda di successo possa essere portato a vantaggio della comunità, della collettività, che è sempre più una priorità di tutti noi e lo sarà sempre di più… e nella mia relazione, entrerò più in dettaglio su questo.

 

In Intesa San Paolo noi abbiamo centomila persone che lavorano, centomila persone che, dal punto di vista delle considerazioni che facevate, meritano di avere lo stesso tipo di complimento, lo stesso tipo di felicitazione per il modo con cui noi lavoriamo, perché non c’è nessuno, in nessuna organizzazione, che possa rappresentare una leadership sostenibile se l’organizzazione non è un’organizzazione di successo grazie a tutte le persone che ci lavorano. Quindi devo dirvi che, da questo punto di vista, la vostra visione assolutamente positiva, e che mi onora, nei miei confronti, io la voglio condividere con le persone che lavorano con me in banca, perché indubbiamente questo è un passaggio fondamentale.

 

Avete descritto il mio percorso dentro la banca. Io ho iniziato partendo e scalando tutta la struttura organizzativa dell’azienda, ma non sarei mai riuscito a far diventare Intesa Sanpaolo un leader europeo ormai certo e indiscusso, se non avessi avuto con me tutte le persone della Banca orientate al raggiungimento di questi stessi risultati, dalla persona che interagisce nelle filiali con i clienti fino alle persone che hanno responsabilità apicali all’interno dell’organizzazione.

 

Detto questo, prima di entrare nei miei ragionamenti, vorrei fare una considerazione sulla coesione sociale, l’inclusione sociale, le disuguaglianze, perché questo è un tema che tutti noi nel corso della fine del 2022 e del 2023 dovremo aver ben chiaro. Noi ci troviamo di fronte, in questa fase del mondo e in particolare dell’Italia, che è quello che ci interessa principalmente, ad uno scenario in cui certamente gli effetti del conflitto, l’incremento dei prezzi, la scarsità delle risorse energetiche, rappresentano un grandissimo elemento di attenzione e anche un grandissimo punto che deve portarci a guardare chi ha più bisogno in questo momento nel nostro Paese.

 

Io sento moltissimi che fanno delle previsioni catastrofiche sul futuro del nostro Paese nel corso del 2023, che io non condivido per nulla. Noi abbiamo di fronte uno scenario complesso, indubbiamente complesso, abbiamo di fronte la necessità di mitigare l’impatto di quello che sta accadendo su chi ha più bisogno, perché quello che succederà è che chi è povero diventerà più povero, chi è un cosiddetto working poor avrà bisogno di essere supportato in una fase in cui il suo potere di acquisto si ridurrà, le aziende e, in particolare, quelle di più piccole dimensioni, avranno bisogno di essere supportate per riuscire a superare questo momento, ma parliamo di una fase transitoria, cioè non parliamo della fine di un sistema industriale.

 

Questo è importante che tutti lo abbiamo in mente. Noi dobbiamo lavorare in questa fase per sostenere chi ha più bisogno, ma avendo chiaro che noi, nel corso del 2023, avremo un recupero che ci porterà nel 2024 a una crescita. Questo significa che tutte le nostre azioni dovranno essere orientate a continuare ad investire, a continuare a guardare al futuro nella prospettiva di riuscire a portare il nostro Paese di nuovo a una fase di crescita e da questo punto di vista, vi ricordo solo che quando siamo entrati nel periodo del Covid, non esistevano i vaccini, non avevamo una prospettiva e il Pil è sceso del 9% nel nostro Paese, lì, veramente, avevamo di fronte un’incertezza drammatica, su quelli che potevano essere gli sviluppi futuri.

 

Oggi, qualunque previsione voi guardiate di quello che sta accadendo nel mondo nel corso del 2023, la peggiore ipotesi su cui si immagina è che il Pil del nostro Paese, possa scendere dell’1, dell’1,5, nel peggior caso, per poi ritornare a crescere nel 2024. Allora, cerchiamo di mantenere il giusto equilibrio anche nella prospettiva che abbiamo di fronte, dove dobbiamo aiutare chi ha bisogno e aumenterà il numero di quelli che avranno bisogno, aumenterà per le famiglie e aumenterà per le imprese.

 

Però, come accennavate prima, io sono fortemente convinto che ognuno deve fare la propria parte e, in particolare, quelli che hanno di più come nel caso di Intesa, dove abbiamo utili, abbiamo dotazioni patrimoniali, abbiamo possibilità di sostenere chi ha bisogno, ma tutte le aziende che hanno questa posizione di strutturale forza, acquisita negli anni passati, devono usare questo anno 2023 per contribuire ad arrivare a un 2024 di crescita. Non dobbiamo aspettare che sia lo Stato soltanto ad aiutarci, dobbiamo fare in modo che ognuno di noi si impegni, e moltissime aziende l’hanno dimostrato, moltissimi bilanci nel 2022 delle aziende chiuderanno con degli utili molto importanti – anche se nel 2023 ci sarà una riduzione degli utili – che destineremo a favore di chi ha più bisogno, creeremo le condizioni per un 2024 di forte crescita per tutti noi.

 

Quindi, questo è un messaggio che vorrei portare a tutti voi e a completamento del percorso che avevate descritto del come sono state condotte le valutazioni per poter assegnarmi questa laurea di cui sono veramente onorato. Però, detto questo, vi vorrei ribadire che abbiamo di fronte uno scenario complesso dove i più poveri e le aziende più, in difficoltà dovranno essere aiutati, ma chi è in condizioni di poter aiutare gli altri, questo è il momento in cui lo deve fare perché non abbiamo un bilancio pubblico che può sostenere in modo infinito le aziende, solo perché ridurranno gli utili nel corso del 2024 o le banche o tutti gli operatori, che opereranno nel nostro sistema.

 

Per leggere il testo integrale

https://formiche.net/2022/10/sud-lectio-magistralis-carlo-messina/

UNA NUOVA EUROPA PER COSTRUIRE IL MONDO FUTURO.

 

Dobbiamo portare in dote, nei rapporti con il mondo, il soft power italico guardando oltre le macerie e le miserie della politica domestica. Abbiamo le carte in regola. L’esempio straordinario di De Gasperi si lega idealmente, lungo un tragitto di elaborazione e aggiornamento programmatico-culturale, alla bella testimonianza di Sassoli. Vale anche la pena rileggere le carte che sono a fondamento della costruzione del Partito popolare europeo: siamo lontani anni luce dal sovranismo. Perché non eleggere nel 2024 un Parlamento che sia espressione di un collegio unico europeo, senza “filtri” nazionali?

 

Umberto Laurenti

 

 

Chissà se Alcide De Gasperi ha seguito dall’aldilà la riunione dei Capi di Stato e di Governo svoltasi pochi giorni fa a Praga, per la nascita della Comunità Politica Europea, una sua proposta per la quale si era tenacemente battuto nel 1951, non riuscendo però a vederla realizzata. Questa volta la proposta veniva dal presidente francese Macron, ed abbiamo letto sui giornali del debutto di questo “nuovo Organismo”: un forum intergovernativo che dovrebbe favorire e rappresentare “l’intimità strategica tra i Paesi Europei”. I governanti di 44 Paesi (Russia e Bielorussia non erano invitati) si sono riuniti il 6 ottobre scorso per “organizzare l’Europa, dal punto di vista politico, oltre il perimetro dell’Unione Europea” ma in realtà il comunicato ufficiale emanato a fine incontro, parla più modestamente della “volontà di promuovere il dialogo politico e la cooperazione per affrontare questioni di interesse comune in modo di rafforzare la sicurezza, la stabilità e la prosperità del continente europeo”: un po’ poco per giustificare e dare credibilità ad un nuovo Organismo Internazionale, in una fase che già vede terribilmente appannata l’immagine dell’Onu, incapace di influire sull’andamento della crisi Ucraina. Non so se abbia ragione Sergio Fabbrini che sul Sole 24 Ore del 9 ottobre, sbrigativamente liquida l’iniziativa come espressione della logica sovranista delle destre europee, favorevoli a ridimensionare l’Unione Europea a semplice coordinamento tra le Nazioni pienamente sovrane.

 

Certo è però che, al di là di tutte le buone intenzioni anche dei non-sovranisti, l’espandere il perimetro dell’Europa Unita, non l’ha rafforzata, e non aiuterebbe il disegno unitario politico un ulteriore allargamento, che meglio dovrebbe essere chiamato annacquamento. Non ritengo quindi di esagerare se definisco “bizzarra” la proposta lanciata nel maggio scorso da Macron ed ora recepita senza entusiasmo ma anche senza un tentativo di approfondimento, dai Governi interessati, nel totale disinteresse dell’opinione pubblica, complice l’assordante silenzio dei media. La Comunità Politica Europea reclamata da De Gasperi, analogamente alle proposte dei “padri fondatori” ed alle istanze federaliste, immaginava una Comunità solidamente unita e formata da una decina di Paesi Europei accomunati da valori, obiettivi, pratica democratica, solidità istituzionale, modelli socioeconomici. Sappiamo bene come è andata nel concreto: la visione federalista ha segnato il passo, e ci si è accontentati di rafforzare l’integrazione economica e sociale, lasciando in vigore il principio dell’unanimità dei Governi e del diritto di veto, allargando sempre di più i confini esterni dell’Unione, senza abbattere davvero i confini interni, rinunciando al percorso della integrazione politica, istituzionale e culturale.

 

Doppiamente “bizzarra” la proposta di Macron, visto che un Organismo internazionale con finalità simili, partecipato da 46 Stati membri (compresi ovviamente i 27 dell’Unione Europea, e praticamente tutti gli altri presenti a Praga, dal Regno Unito alla Turchia, e con l’estromissione analoga di Russia e Bielorussia) esiste dal 1949 e funziona egregiamente, organizzato con un modello istituzionale che prevede come organo decisionale il Comitato dei Ministri dei Governi membri, ma anche una Assemblea Parlamentare con rappresentanze di tutti Paesi ed una Assemblea  dei “Poteri locali e regionali”, una Conferenza delle ONG Internazionali ed infine la notissima Corte dei Diritti dell’uomo, il tutto con sede a Strasburgo, in Francia. Come è possibile che nessuno abbia sollevato questi dubbi a livello governativo o parlamentare?

 

Lo so, potrà apparire secondario tutto ciò, rispetto alle priorità della guerra Russia-Ucraina, della crisi energetica, del rischio di uso bellico del nucleare, delle criticità climatiche ed ambientali,  del costante divario tra Nord e Sud del mondo, e così via, della incapacità di prevedere ed anticipare le diverse crisi che si vanno accumulando ed intensificando, un problema non certo del solo pensiero occidentale, bensì globale, tanto da non riuscire finora ad intervenire per correggere il modello  che regola gran parte della produzione, degli scambi, dell’utilizzo delle risorse, in primis quelle naturali.  So bene che gran parte dei politici ha rinunciato da tempo a riflettere sulla sempre più debole incisività delle Istituzioni multilaterali, in primis dell’ONU, sul ruolo imprescindibile dei movimenti culturali e sociali e dei popoli stessi, sul recupero di una visione dello sviluppo che non si regga sull’unico criterio del profitto e del potere incontrollato delle multinazionali, della necessità di una ricerca condivisa tra le grandi culture/civiltà del mondo, sulle modalità per la coesistenza equilibrata a medio e lungo termine.

 

La comunicazione sempre più semplificata dai media, sta accreditando una frettolosa e rinunciataria identificazione dell’Occidente come un “unicum” socio-culturale-politico, cosa non vera ed a cui non dobbiamo rassegnarci, sia perché nel cosiddetto Occidente convivono da sempre culture diverse che interagiscono tra loro, alcune delle quali abituate storicamente ad accettare l’ibridazione culturale, ed anche perché non deve passare il concetto semplificatorio di un Occidente omologato ed a guida Usa, poiché questo è un modello che attiene situazioni strategico-militari e già esiste e si chiama NATO. Per noi poi è autolesionismo il dimenticare il tema Europa e Mediterraneo, dando per cosa ininfluente ed irreversibile l’assenza politico-diplomatica dell’Unione Europea, la quale sembra aver rinunciato al proprio sogno di unione politico istituzionale, accontentandosi di esprimere indirizzi ed attuare misure, pur necessarie, economiche.

 

La guerra in corso tra Ucraina e l’invasione russa che l’ha determinata, è il colpo di coda del vecchio equilibrio mondiale basato sui blocchi di potere, quella che un tempo si chiamava politica imperiale, con la rinascita dei nazionalismi ed il ricorso alla forza militare, opzioni che l’umanità sembrava aver archiviato o almeno limitato ai conflitti locali. Non a caso questa guerra dagli esiti ancora indecifrabili vede convivere l’utilizzo massiccio delle nuove tecnologie ed il ricorso a brutalità fisiche proprie d’altri tempi, il tutto vissuto da gran parte dell’opinione pubblica come un virtual war game.

 

È innegabile la pressoché totale assenza dell’esercizio di un ruolo politico-diplomatico, nella gestione di una situazione conflittuale a livelli critici mai finora registrati, da parte dell’Unione Europea, con l’opinione pubblica concentrata sulle conseguenze economiche e sociali della guerra, anziché sulle cause ed i modi per fermarla. In particolare, in Italia, Parlamento devitalizzato e forze politiche sempre meno rappresentative, si apprestano ad affrontare il tema europeo “dopo” la soluzione degli equilibri di potere post-elettorali, con un antistorico ritorno alla retorica della “nazione”, nonostante ne sia evidente l’inconsistenza a fronte della crisi sia economica che politica in atto, e nonostante i confini siano solo “immaginari” a fronte dell’espandersi dei virus e dell’inquinamento atmosferico, anche nucleare.

 

Noi italiani sappiamo benissimo che l’Italia unita si è avuta anche perché lo ha voluto il “concerto degli Stati Europei”. Davvero possiamo pensare che uno staterello come il Piemonte poteva arrivare, certo anche con il sostegno e la mobilitazione della “minoranza del pensiero” risorgimentale di ispirazione mazziniana e le scorrerie delle bande irregolari garibaldine, a conquistare l’intera penisola senza il consenso delle potenze europee? E proprio questa intuizione coltivata ed assecondata con manovre diplomatiche ed atti concreti certifica la grandezza di Cavour come statista. Il biennio cruciale che consente al piccolo Piemonte di uscire dall’emarginazione ed abbandonare momentaneamente la tradizionale inimicizia con l’Austria è il 1854-1855, con la crisi e la guerra di Crimea e l’invio a fianco delle potenze europee contro la Russia, di un corpo di spedizione piemontese.

 

Agli oppositori che nel difficile dibattito parlamentare rinfacciano al Governo di aver abbandonato le aspettative di unificazione della Penisola per andare a combattere in una lontana landa, Cavour ribatte in maniera definitiva e perentoria che il Piemonte è parte dell’Occidente e dell’Europa e solo in quell’ambito si troverà la soluzione del problema italiano. E ad un parlamentare genovese che lamenta la perdita economica per i suoi elettori, noleggiatori di navi per il trasporto del grano russo verso l’Europa occidentale, visto che lo Zar ne aveva disposto il blocco, Cavour risponde che la situazione sarebbe di facile soluzione se il problema fosse solo l’approvvigionamento del grano, visto che lo Zar non vorrà tenerselo ancora per molto e farlo marcire. Noi sappiamo oggi che il problema non è solo il grano, ma sempre più l’approvvigionamento e quindi la autosufficienza delle fonti energetiche, E sappiamo pure che rispetto alle baionette dei soldati allora inviati in guerra, ci sono purtroppo i rischi della guerra nucleare globale. Sappiamo anche che gli attori sul campo sono sempre gli stessi: la Russia, la Turchia, allora Impero Ottomano, l’Europa, più debole di allora. Dovremmo studiare di più la storia e la geografia, in modo di non accorgerci solo all’improvviso e troppo tardi della esistenza dell’Ucraina, ed in modo anche di constatare che la Crimea è rimasta ancora un nervo scoperto nei rapporti tra Russia ed Europa.

 

Tornando ai giorni nostri, possibilmente accompagnati dalla conoscenza del passato e dalla consapevolezza della complessità sempre più accentuata della situazione geopolitica, mi pare di poter affermare che il “nostro” progetto per una Europa unita politicamente e militarmente, oltre che sul piano dell’economia reale, attenta ai bisogni sociali, è tuttora valido ed attuale, anche a beneficio della pace e sicurezza nel Mediterraneo, e dello sviluppo per il Sud del Mondo. Dico “nostro” poiché chi si riconosce nella storia politica dei cattolici democratico-popolari e nei valori che ne hanno ispirato la presenza nelle Istituzioni, non può e non deve rinunciare all’obiettivo di una Europa federale, unita innanzitutto sul piano politico-istituzionale.

 

La prematura scomparsa di David Sassoli è stata una gravissima perdita personale per tutti noi che eravamo a lui legati da amicizia e condivisione di idee, ma ha pure privato l’Italia e l’Europa della voce di chi più nitidamente aveva ribadito ed aggiornato quella nostra posizione (1). Davide Sassoli aveva infatti, da Presidente del Parlamento Europeo lucidamente cercato soluzioni in grado di preparare un futuro istituzionale migliore: “Per prevenire crisi future e migliorare le nostre risposte, il mondo di domani dovrà più che mai essere strutturato intorno alla cooperazione, al multilateralismo ed alla solidarietà” (2).

 

Occorre coltivare la speranza che tutto ciò non vada disperso e possa manifestarsi e crescere una proposta politico-programmatica che abbia il coraggio di parlare ai cittadini europei, anziché solo agli italiani, con l’obiettivo di avere presto un Parlamento europeo composto dai rappresentanti di forze politiche europee, transnazionali. Occorre infatti superare le barriere nazionali, anche in politica, anche nella strutturazione e nelle proposte dei partiti; non salveremo le nostre idee ed i nostri valori, né riusciremo ad immaginare e costruire una proposta per il futuro, continuando con piccole manovre tattiche, furbe fughe in avanti, ridicole nostalgie di tempi irripetibili: dobbiamo guardare “oltre”, ed il nostro più naturale e rassicurante approdo, che consenta al contempo di confrontarci con i protagonisti di un assetto planetario in rapida evoluzione, è l’Europa.

 

Un impegno politico nuovo ma radicato alla storia ed ai valori, sarebbe positivo in funzione di un’Europa realmente unita anche nel suo assetto politico-istituzionale, ed al contempo occasione e stimolo per una rigenerazione delle forze politiche, finalmente orientate a legiferare e governare in maniera e con ottica europea. Credo pure che ciò potrebbe favorire anche la possibilità per il Partito Popolare Europeo, di esprimere una proposta politica più “plurale” e rappresentativa, recuperando la partecipazione di espressioni politiche significative, in particolare quella della ex-Margherita fuoriuscita nel 2004 e poi troppo frettolosamente confluite nel “contenitore socialista”.

 

Essendo io, per banali motivi anagrafici, rimasto unico vivente tra i DC italiani che sottoscrissero gli Atti fondativi del PPE (3), ho il dovere di testimoniare, anche se per motivi di spazio non posso farlo in questa sede, che le Tesi programmatiche approvate nel 1978 all’atto della costituzione del Partito Popolare Europeo, non sono assolutamente di destra, nazionaliste, sovraniste, arretrate, conservatrici. Tutt’altro, e molte di quelle proposte sono pienamente valide, purtroppo non ancora messe in atto.

 

Abbiamo le carte in regola, fornite dal nostro passato di presenza politica in Italia ed in Europa, e peraltro la storia millenaria della civiltà italica (4), che è anche europea, testimonia che è possibile la condivisione dei valori e degli obiettivi comuni, vissuti in solide comunità locali ma con l’attitudine dell’approccio globale per comprendere le altre culture e civiltà, recependone stimoli utili a costruire il futuro. Infatti l’alleanza tra cultura e tecnologia, genera, rinnova e rafforza la piena cittadinanza, superando i confini di spazio e tempo, dando ai cittadini, alle Istituzioni ed anche alle realizzazioni dell’ingegno e del lavoro, quindi al modo di vivere e rapportarsi, una impronta moderna ed al tempo stesso con radici riconoscibili. Come obiettivo concreto nel futuro di una Europa rafforzata nelle sue istituzioni, vedo un Parlamento eletto dall’Europa identificata come circoscrizione elettorale unitaria, e quindi  con liste e forze politiche europee, con parlamentari eletti per rappresentare il popolo europeo, e nell’immediato, auspico la presenza di candidature di “italici” nelle liste dei vari Paesi Europei già dalle elezioni del 2024, per lasciare un’impronta politica ed al contempo culturale.

 

 

(1)https://ildomaniditalia.eu/persona-grata-gli-italici-con-sassoli-il-senso-di-una-proposta-di-speciale-valore-simbolico/

(2)https://ildomaniditalia.eu/quale-europa-per-il-futuro-che-ci-attende/

(3)Firmatari italiani dell’Atto costitutivo del Partito Popolare Europeo 7.3.1978: Zaccagnini, Piccoli, Andreotti, Colombo, Granelli, Rumor, Falcucci, Laurenti, Antoniozzi.

(4)https://www.quotidianoarte.com/category/soft-power-italico/

GIOCHI DI POTERE E MAGGIORANZE VARIABILI. ANCORA SUL CASO LA RUSSA: LE TENSIONI TRA LEGA E F.I. RESTANO.

Anche dopo l’elezione di Lorenzo Fontana (Lega) alla Presidenza della Camera, con la ritrovata unità della maggioranza meloniana, rimane sullo sfondo il problema di come al Senato la stessa maggioranza abbia clamorosamente sbandato. L’elezione di La Russa premia comunque la forza traente di Giorgia Meloni. La XIX legislatura comincia però con un colpo di scena, l’irritazione di qualche primattore e i giochi di palazzo tra l’improvvisato e lo studiato dietro le quinte.

Francesco Provinciali

Quella andata in scena al Senato per l’elezione del Presidente Ignazio La Russa secondo alcuni è la rappresentazione del trasformismo politico che adatta tatticamente alle circostanze – con una caduta di tono verticale e in modo disinvolto – le affermazioni di principio e i distinguo esternati nella campagna elettorale ormai lontana.

Per altri si è trattato di una ‘genialata’ ma con un conto da saldare per i pompieri che hanno spento sul nascere l’incendio – appena se ne presenterà l’occasione – al fine di supplire allo sbandamento nella maggioranza causato dalla presa di posizione di Berlusconi (che, dopo aver mandato a quel paese Ignazio La Russa, tuttavia ha votato insieme alla Presidente uscente Elisabetta Casellati) e degli altri senatori forzisti che invece non hanno partecipato al voto.

Due vecchie volpi come Casini e Mastella hanno commentato negativamente l’opportunità persa dall’opposizione di proporre un candidato di bandiera per contarsi ma anche per dignità, senza considerare che l’astensione di Forza Italia e il puntiglio del Cavaliere avrebbero potuto provocare un grosso guaio alla maggioranza di centro destra: il primo ha detto di intuire a quali gruppi parlamentari attribuire questo endorsement offerto al candidato di FdI e di capire anche il ‘do ut des’ sotteso a questa machiavellica e spregiudicata operazione di supplenza e di puntello alla Meloni e alla coalizione che dovrebbe guidare il Paese. Il secondo – richiesto di immaginare il titolo di un giornale a commento dei fatti – ha proposto in modo esplicito  “Una prova di imbecillità dell’opposizione”.

Più sobriamente forse sarebbe bastato “Abbiamo una nuova maggioranza”, non importa se con il punto interrogativo o senza. Potrebbe forse essere stata infatti per alcuni una ghiotta e imprevista circostanza per prendere parte al convivio delle nomine e delle poltrone, una sorta di prova generale per dare una mano al centro destra e al governo che verrà, prendendo intanto il posto di chi per un ministero in meno adombra di salire per conto proprio al Colle e poi smarcarsi magari con un appoggio esterno o una clamorosa uscita dalla coalizione.

Il potere logora chi non ce l’ha: questa lezione di Andreotti, che dell’arte di governare anche in mezzo ad insidie di ogni tipo era un maestro sopraffino, potrebbe essere un’occasione offerta su un piatto d’argento per ottenere inattesi risultati varcando quella linea la

bile e sottile che separa le opposizioni dalla maggioranza di governo e che di volta in volta può essere spostata per mera convenienza.

Per ora niente patti, staremo a vedere, ma un segnale importante è stato consegnato al destinatario.

Qualcuno ha indagato sul tempo di transito sotto il catafalco dei vari senatori che avevano appena ritirato la scheda di votazione ed in effetti quello che in parte si è visto, almeno per i maggiori sospettati, è significativamente eloquente. Chi è passato velocemente non avrebbe avuto il tempo necessario per scrivere un nome a differenza di chi si è soffermato una decina di secondi in più.

La politica parlamentare ci ha riservato sovente in passato questi siparietti e non sembra il caso di approfondire, oggi a me domani a te. Certamente conta il risultato che premia la forza traente di Giorgia Meloni. La XIX legislatura comincia dunque con un colpo di scena, l’irritazione di qualche primattore e i giochi di palazzo tra l’improvvisato e lo studiato dietro le quinte. Le maggioranze variabili sono un classico della letteratura parlamentare, cambiano i suonatori (poi mica tanto…) ma la musica resta sempre la stessa: navigare necesse est, vivere non est necesse.

UDIENZA DI CL IN VATICANO. DON GIUSSANI, «IL MONDO C’È: LA COMPAGNIA CHE DA CRISTO È NATA HA INVESTITO LA STORIA».

Oggi Papa Francesco, in occasione del centenario della nascita di don Luigi Giussani, riceverà in udienza la Fraternità di Comunione e Liberazione.

Di seguito riportiamo la lettera che il Presidente della Fraternità ha inviato in preparazione dell’evento.

 

Davide Prosperi

 

Cari amici,

 

con l’approssimarsi dell’udienza che papa Francesco ci ha concesso per il Centenario della nascita del nostro amato don Giussani, riempiendoci di profonda gratitudine e gioia, avverto l’urgenza di rinnovare con voi le ragioni della nostra partecipazione a un evento così importante, per aiutarci ad attenderlo con cuore umile e sincero, spalancato nella preghiera.

 

L’udienza sarà un passaggio fondamentale del cammino che stiamo compiendo. In un momento così delicato per il movimento, con il pellegrinaggio alla casa di Pietro vogliamo affermare ancora una volta la nostra affezionata sequela al Papa e in essa il nostro appassionato amore a Cristo e alla Chiesa. A papa Francesco affidiamo, dunque, come figli, il desiderio che dal profondo ci anima di offrire, attraverso la concretezza della nostra esistenza, il nostro contributo di fede e di costruzione del bene comune a vantaggio di tutti i nostri fratelli uomini, continuando a mendicare, anzitutto per noi stessi, Colui che solo può compiere la sete del cuore dell’uomo: Gesù di Nazareth. È questo che don Giussani ci ha insegnato e testimoniato con la sua vita: «Nel grande alveo della Chiesa e nella fedeltà al Magistero e alla Tradizione, abbiamo sempre voluto portare la gente a scoprire – o a vedere in modo più facile – come Cristo è presenza» (don Giussani). Noi «esistiamo solo per questo».

 

Teniamo quindi desta nelle settimane che ci separano dall’udienza la domanda a Cristo che ci renda capaci di rinnovare in ogni istante il nostro sì alla Sua chiamata: è nel sì di ciascuno di noi, infatti, che si concretizza la sequela alla Chiesa che desideriamo esprimere con la presenza di tutti noi, uniti, in piazza San Pietro il 15 ottobre.

 

Nella attesa dell’incontro col Santo Padre, con il cuore aperto ad accogliere con gratitudine lieta le sue parole e la sua benedizione, fiduciosi nell’abbraccio misericordioso della Chiesa, affidiamo all’intercessione della Madonna il cammino del nostro movimento. Siamo coscienti del nostro nulla e allo stesso tempo pieni di indomita speranza in Colui che può tutto, nel percorrere quella «strada bella» della quale don Giussani non ha mai smesso di renderci certi: «La familiarità con Lui, da cui nasce l’evidenza della sua parola come unica che dia senso alla vita, come possiamo viverla? Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia: è la Chiesa, suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi. È perciò una familiarità quotidiana di impegno nel mistero della sua presenza entro il segno della Chiesa. Di qui può nascere l’evidenza razionale, pienamente ragionevole, che ci fa ripetere con certezza ciò che Lui, unico nella storia dell’umanità, disse di sé: Io sono la via, la verità, la vita» (don Giussani).

 

Preghiamo lo Spirito Santo perché ci accompagni e ci illumini, e preghiamo sempre per il Papa e le sue intenzioni.

RIFLETTENDO SULL’ILIADE. SIMONE WEIL E LA «PRIGIONIA» DELLA FORZA.

Fonte wikimedia

 

Per la pensatrice francese il poema omerico non è solo un documento ma un modello sempre attuale perché individua nella forza il centro della storia umana. In linea con le parole di Papa Francesco che definisce la guerra una follia, la Weil già scriveva (per esempio in Non ricominciamo la guerra di Troia, 1939) che le parole della guerra sono insensate.

 

Fabio Pierangeli

 

Simone Weil (1909-1943) è tra le più acute pensatrici del nostro secolo che hanno riflettuto sulle dinamiche della guerra, passando, drammaticamente, da una radicale posizione pacifista, alla giustificazione della resistenza armata contro Hitler. Il breve saggio LIliade o il poema della forza viene elaborato poco prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale, tra il 1936 e il 1939. Per Weil il poema omerico non è solo un documento ma un modello sempre attuale perché individua nella forza il centro della storia umana. Si tratta della forza che rende un uomo disarmato e nudo, minacciato da un’arma, già cadavere, materia servile, ma è anche la forza della sopraffazione che uccide subdolamente, del piccolo o grande potere dell’uomo contro l’altro uomo.

 

Nella guerra «la forza annienta tanto impietosamente, quanto impietosamente inebria chiunque la possiede o crede di possederla». Si finisce tutti schiavi della forza, si elimina ogni spazio di alterità, in un meccanismo atroce dove, come per Achille davanti alle suppliche di Ettore umiliato, viene cancellata la pietà, devastata dalla logica della vendetta.

 

In altri scritti sulla guerra (si veda la raccolta presso Il Saggiatore, Sulla guerra, 1933-1943, a cura di Donatella Zazzi) la Weil dichiara, contro i nazionalismi, che il nemico capitale è l’apparato amministrativo, poliziesco, militare, qualunque sia il nome di cui si fregi (democrazia, fascismo, Stato) quello che dice di essere nostro difensore e fa di noi degli schiavi, il peggior tradimento possibile è di sottostare a questo apparato che calpesta in se stessi e negli altri ogni valore umano.

 

In linea con le parole di Papa Francesco che definisce la guerra una follia, la Weil già scriveva (per esempio in Non ricominciamo la guerra di Troia, 1939) che le parole della guerra sono insensate: «Se potessimo afferrare, nel tentativo di comprenderla, una di queste parole gonfie di sangue e di lacrime, vedremmo che è priva di contenuto. Le parole che hanno un contenuto non sono omicide». Per quanto strano possa sembrare, screditare alcune parole vuote può salvare vite umane. Considerato che ogni nazione non vuole perdere il prestigio, inseparabile dall’esercizio del potere (ma potremmo dire lo stesso per i conflitti quotidiani tra le persone e i popoli) «Sembra di trovarsi davanti ad un vicolo cieco da cui l’umanità potrebbe uscire solo per miracolo. Ma la vita umana è fatta di miracoli. Chi crederebbe che una cattedrale gotica possa restare in piedi, se non lo constatassimo tutti i giorni? Poiché in effetti non c’è sempre la guerra, non è impossibile che vi sia pace per un periodo indefinito. Un problema posto con tutti i suoi dati reali è molto vicino alla soluzione. Il problema della pace internazionale e civile non è ancora mai stato posto in questi termini».

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 14 ottobre 2022

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del giornale]

SCEGLIERE CON CURA AMICI E AVVERSARI.

 

La maggioranza parlamentare – ampia ma non amplissima – promette al governo che verrà una navigazione tribolata. Perché non offrire all’opposizione la presidenza di una delle due Camere? Moro e Zaccagnini lo fecero, Berlinguer rispose indicando Ingrao (suo avversario all’interno del partito). Un galateo politico ormai scomparso.

Marco Follini

 

Giorgia Meloni farebbe bene a scegliere con più cura amici e avversari. Riservando ai primi una severità ancora maggiore di quella offerta in questi primissimi giorni di legislatura. E ai secondi un’apertura di credito più generosa di quella, così avara, che si ricava dall’elezione dei nuovi presidenti di Senato e Camera.

 

Infatti la maggioranza parlamentare – ampia ma non amplissima – promette al governo che verrà una navigazione tribolata. Tanto più se si considera che, sotto la coltre dei dissensi di bottega (Ronzulli e dintorni) cova un dissidio ben più serio e perfino drammatico sulla politica estera, che sarà il vero cuore delle dispute di questa legislatura. Per questo sarebbe stato un gesto nobile offrire all’opposizione la presidenza di uno dei due rami del Parlamento.

 

Nobile e anche furbo. Così da associare le minoranze al proprio stesso travaglio. E magari da dividerle al loro interno dato che il Pd, Conte e Calenda non sembrano certo così ansiosi di concertare le cose tra loro. Nel 1976 fu la Dc ad offrire ai comunisti la presidenza di Montecitorio. Lo fecero Moro e Zaccagnini (nella foto), venendo a capo di molte obiezioni dei loro stessi parlamentari disorientati da tanta generosità verso la loro storica controparte.

 

A Botteghe Oscure venne fatto in prima battuta il nome di Amendola. Che poi rinunciò per ragioni personali e indicò – in modo piuttosto irrituale – il nome di Ingrao, che era il suo principale avversario nelle dispute interne del Pci. Esempi di un antico spirito di cavalleria di cui ora si sono purtroppo perse molte tracce.

 

 

Fonte: La Voce del popolo – 13 ottobre 2022

[Il testo è qui pubblicato per gentile concessione dell’autore]

IL LABURISMO NELL’0RIZZONTE DEL CRISTIANESIMO DEMOCRATICO. FELICE E ROSSINI NE PROPONGONO LA RISCOPERTA.

 

Non si tratta di una semplice ricognizione storica. Scrive infatti Acocella che “in anni come i nostri resta la inestinguibile eredità del principio, pronunciato da [Achille] Grandi, della preminenza morale del lavoro, a cui in momenti critici il mai sviluppato laburismo cattolico ha potuto appellarsi”.

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore un estratto dalla Prefazione” al volume, presentato ieri all’Istituto Sturzo, di Flavio Felice e Roberto Rossini, Per un laburismo cattolico. Idee per le riforme, Scholé, pp. 240, € 18,00.

 

Giuseppe Acocella

 

[…] Il primo ad ipotizzare la consistenza di un laburismo cattolico fu, nel medesimo anno della promulgazione della Rerum novarum, il ventitreenne Francesco Saverio Nitti, che pubblicò l’ampio saggio Il socialismo cattolico, che – improntato alle tesi del germanesimo economico – esaminava le varianti ormai numerose della galassia socialista, dedicando speciale ed acuta attenzione alle formazioni sociali (ma anche politiche) pro-labour del mondo cattolico. Nasce in quegli anni e nel contesto leoniano la vocazione sociale di Luigi Sturzo, la cui posizione nei confronti del sindacalismo di ispirazione cattolica è complessa e dinamica. Felice e Rossini – come sottolineano la rilevanza della conoscenza diretta da parte di Sturzo della vita pubblica nella esperienza dell’esilio londinese – così scrivono che le «categorie di libertà, intesa come rule of law, di inclusione, intesa come democrazia competitiva, e di pluralismo sociale, inteso come irriducibile pluralità delle forme sociali potrebbero non essere estranee ai socialisti italiani, nella misura in cui si adoperino pere dar vita ad un “laburismo italiano” che assuma una posizione non classista e non marxista».

 

[…] Un elemento di grande novità è costituito dall’itinerario tracciato dagli autori attraverso Camaldoli, Friburgo e Londra per delineare consonanze e risonanze tra Il Manifesto della Scuola di Friburgo del 1936, il Piano Beveridge del 1942 ed il Codice di Camaldoli del 1943, che si sforza di rintracciare audacemente una linea di continuità la quale possa decisamente collocare le fonti dirette ed indirette del laburismo cristiano al di fuori delle aree politicamente antagoniste al libero mercato, sottraendole decisamente alle suggestioni marxistiche. Il Piano Beveridge è costantemente presente (insieme a Keynes) alle elaborazioni sviluppatesi nella prima metà del Novecento nell’area cristiano-sociale di tutta Europa, alla ricerca di una strategia politico-sociale di valorizzazione del lavoro e della sua centralità che risultasse compatibile con le esigenze economiche del mondo libero e con gli orizzonti solidali che si profilavano dopo la fine della seconda guerra mondiale, il crollo del nazifascismo e l’avvento delle democrazie costituzionali. In questa prospettiva La Pira è sicuramente più propenso a confidare nell’azione dello Stato, in decisa contrapposizione a Sturzo (a sua volta distante dalle inclinazioni degasperiane).

 

La chiave di volta per intendere dunque e giungere a definire la riconoscibilità del laburismo cristiano sta nella affermazione del principio della preminenza morale del lavoro, espressione che un fondamentale esponente di questa tendenza affermò in una sede alta come l’Assemblea Costituente, di cui era Vice Presidente, Achille Grandi, mentre erano appena iniziati i lavori dell’Assemblea che configurava la nuova Costituzione ed in essa i caratteri fondativi del nuovo Stato.

 

[…] Il Capitolo terzo del volume ricostruisce con grande acribia le esili tracce che, convergendo idealmente, contribuiscono a delineare un quadro consistente del percorso di questa sorta di laburismo cristiano che non vuole essere né una dilatazione della specificità del sindacalismo bianco di ispirazione cattolica, né una corrente di sinistra del complesso movimento politico dei cattolici, ma – pur attingendo dall’una e dall’altra esperienza – di fatto si presenta come un filone politicamente rilevante e socialmente nutrito di principi di dottrina sociale cristiana.

 

[…] Contribuiscono a spiegarlo bene gli autori del volume con i larghi riferimenti del capitolo terzo al dossettismo e con lo scavo delle fonti culturali cui una generazione si è abbeverata. In anni come i nostri resta la inestinguibile eredità del principio, pronunciato da Grandi, della preminenza morale del lavoro, a cui in momenti critici il mai sviluppato laburismo cattolico ha potuto appellarsi. Se un’età nuova si sta profilando, con tutte le novità che il volume annuncia e descrive, la questione sociale si presenta con nuovi profili: l’accesso delle masse popolari alla fruizione di diritti e di servizi vien ostacolato e suscita la preoccupazione delle èlites che considerano proprio dominio l’esercizio della cosa pubblica e il godimento di beni e servizi.

 

[…] Nel capitolo quarto gli autori portano a conclusione la ricostruzione, indicando gli elementi insopprimibili per un laburismo cristiano: «Il laburismo non è un cartello politico-elettorale per la maggiore dignità dei lavoratori. È semmai la convinzione che la maggiore dignità dei lavoratori derivi, più che da un atto potestativo, da un’attenta costruzione sociale dove i corpi intermedi esistono, collaborano e concorrono con lo Stato – pur nella inevitabile conflittualità – nella costruzione del bene comune».

 

Il video del dibattito organizzato all’Istituto Sturzo

https://www.facebook.com/istitutoluigisturzo/videos/414054467581783/

GIGI MERONI, UN ANNIVERSARIO CHE NON TRAMONTA.

 

Domani ricorre l’anniversario della scomparsa del grande calciatore granata. È ormai inutile raccontare lincredibile incidente stradale che lo vide tragicamente coinvolto. Ma da quella serata il mito” di Gigi Meroni non solo è entrato per sempre nella leggenda granata ma è destinato a segnare la stessa storia del calcio italiano.

 

Giorgio Merlo

 

Era il 15 ottobre 1967. Muore in un incidente stradale, a sera inoltrata e in una giornata piovosa, nel centralissimo corso Re Umberto, Gigi Meroni, il George Best del calcio italiano. Un calciatore singolare, originale, estroso e straordinario. Un idolo del “popolo granata”, ma soprattutto una persona, un giovane ragazzo che ha saputo anticipare le dinamiche di una società in perenne evoluzione e in continuo cambiamento.

 

Gigi Meroni è scomparso ad appena 24 anni e, per tutti, resta la famosa ala destra dal numero 7, i calzettoni abbassati, i capelli lunghi con baffi folti che abita in una soffitta di piazza Vittorio Veneto a Torino, che convive con una donna già sposata e che, soprattutto, entusiasma gli stadi di tutta Italia con i suoi dribbling inconfondibili e le sue fantasie inimitabili sul campo. Un ragazzo corretto in campo che non litiga mai con i difensori, anche quelli che lo marcano duro perchè non riescono a fermarlo nè sulle ali e nè, tantomeno, al centro del terreno di gioco.

 

Eppure Gigi Meroni, anche nella sua trasparenza e correttezza di comportamento, è un “segno dei tempi”. Anticipa, forse inconsapevolmente, il ‘68. Con la sua personalità negli stadi, con il suo stile di vita – mai ostentato – nella dimensione privata e, soprattutto, con il suo modo d’essere nella società di quel tempo. Meroni, per fare un solo esempio, non gioca granché in Nazionale – pur avendone, come ovvio, il talento e le capacità – perchè la sua “capigliatura” è incompatibile con il clichè di quella stagione. E lo stesso Avvocato Gianni Agnelli, recita la leggenda, – ma non solo – rinuncia all’acquisto della mitica “farfalla granata” per ben 600 milioni di lire nel 1966 perchè le avvisaglie parlano già di una rivolta degli operai “granata” della Fiat se quella operazione dovesse andare in porto. E anche l’Avvocato, straordinario conoscitore dei talenti calcistici, si dovette fermare….

 

Ma Gigi Meroni si ferma per sempre in quella brutta, fredda e piovosa serata del 15 ottobre 1967. È ormai inutile raccontare le dinamiche di quell’incredibile incidente stradale e le ore che lo hanno preceduto. Si spiega solo con quel “destino” crudele e spietato a cui non ci si può ribellare. Ma da quella drammatica serata il “mito” di Gigi Meroni non solo è entrato per sempre nella leggenda granata ma è destinato a segnare la stessa storia del calcio italiano. Perchè oggi, come ieri e come ieri l’altro, quando si parla di Gigi Meroni il pensiero corre subito, e senza esitazioni, lungo la strada del talento calcistico, della capacità di stupire, dell’anticonformismo vissuto e non urlato e della sua voglia di fantasia creativa e non replicabile.

 

E noi, tifosi “granata” ma anche e soprattutto amanti del calcio, ogni qualvolta corriamo lungo corso Re Umberto non possiamo non volgere lo sguardo o a destra o a sinistra – a seconda della direzione di marcia – per continuare a salutare Gigi ricordato da una targa, un pallone e quel suo sguardo triste, genuino e pulito. Uno sguardo identico a quello che lo vede uscire dal prato verde dello stadio “Comunale” di Torino nel tardo pomeriggio di quel 15 ottobre 1967 dopo aver contribuito, con la consueta maestria, a battere la Sampdoria per 4 a 2. In attesa del derby con la Juventus della domenica successiva che vincemmo con un sonante 4 a 0 ma dove Gigi Meroni lo seguì già in compagnia dei “campioni” del Grande Torino di Valentino Mazzola.

20° CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE: XI ASPETTA L’INCORONAZIONE. I DISSIDENTI LANGUONO IN CELLA.

 

Rafforzato lo Stato di polizia e il controllo sociale con la politica zero-Covid”. Casi estremi in Tibet e Xinjiang. Molti attivisti e avvocati per i diritti umani rimangono in prigione in attesa di processo o di una sentenza. In Cina si devono affermare i due capisaldi” di Xi.

 

 

 

Asia News

 

Mentre il Partito comunista cinese si appresta a celebrare il suo 20° Congresso, il regime intensifica la repressione e il controllo sociale. Per assicurarsi un terzo, storico mandato al potere, Xi Jinping ha rafforzato il suo Stato di polizia con la politica “zero-Covid”, anche a scapito delle prestazioni economiche della nazione. L’obiettivo di “azzeramento” del Covid è usato a scopi politici soprattutto in Tibet e nello Xinjiang, dove Pechino dice di combattere separatismo e terrorismo.

 

Come riporta Chinese Human Rights Defenders, sono molti ad esempio gli attivisti umanitari che languono in prigione in attesa di processo o della sua conclusione. Xu Zhiyong e Ding Jiaxi sono tra i più noti: per loro si attende la sentenza in un procedimento già concluso. Lo stesso discorso vale per Chang Weiping, processato il 26 luglio. Ci sono preoccupazioni per Li Qiaochu, fidanzata di Xu. Non versa in buone condizioni di salute: il suo avvocato sostiene che le autorità carcerarie la obbligano ad assumere farmaci che le hanno fatto perdere molto peso.

 

È in condizioni peggiori la attivista Xu Qin: in una visita in luglio al centro detentivo di Yangzhou il suo avvocato l’ha trovata sulla sedia a rotelle. Malgrado la sua situazione fisica, Xu si rifiuta di dichiararsi colpevole. La nota avvocato per i diritti umani Li Yuhan è in carcere da più di cinque anni. Attende la sentenza di un processo chiuso un anno fa: da tempo i suoi familiari e difensori hanno chiesto la scarcerazione per gravi motivi di salute. Alla vigilia del Congresso, la macchina partitica è impegnata a promuovere i “due capisaldi” di Xi: stabilire il suo ruolo come “centro” del Partito e affermare il suo pensiero come guida per il Paese. Per i dissidenti non c’è spazio.

 

 

Fonte

https://www.asianews.it/notizie-it/20°-Congresso-Partito-comunista:-Xi-aspetta-incoronazione.-I-dissidenti-languono-in-cella-56872.html

LILIANA SEGRE. IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO

Buongiorno a tutti, colleghe senatrici e colleghi senatori.

Rivolgo il più caloroso saluto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest’Assemblea (Applausi). Con rispetto, rivolgo un pensiero a Papa Francesco. (Applausi).

Certa di interpretare i sentimenti di tutta l’Assemblea, desidero indirizzare al presidente emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri, con la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato. (Applausi). Il presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: «Desidero esprimere a tutte le senatrici e i senatori di vecchia e nuova nomina i migliori auguri di buon lavoro al servizio esclusivo del nostro Paese e dell’istituzione parlamentare, ai quali ho dedicato larga parte della mia vita». (Applausi).

Anch’io, ovviamente, rivolgo un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove colleghe e a tutti i nuovi colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dall’austera solennità di quest’Aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi.

Come da consuetudine, vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali. Incombe su tutti noi, in queste settimane, l’atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore, in una follia senza fine. Mi unisco alle parole puntuali del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «La pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino». (Applausi).

Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva. In questo mese di ottobre, nel quale cade il centenario della marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio a me assumere momentaneamente la Presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente, perché – vedete – ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre ed è impossibile, per me, non provare una specie di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco della scuola elementare. E oggi si trova, per uno strano destino, addirittura sul banco più prestigioso del Senato. (L’Assemblea si leva in piedi). (Applausi).

Il Senato della XIX legislatura è un’istituzione profondamente rinnovata non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai diciotto ai venticinque anni, ma anche e soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a duecento.

L’appartenenza a un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità, ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l’esempio. Dare l’esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con disciplina e onore, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse. Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa Assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto (Applausi), interpretando invece una politica alta e nobile che, senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.

Le elezioni del 25 settembre hanno visto – come è giusto che sia – una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. Il popolo ha deciso: è l’essenza della democrazia. La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l’imperativo di preservare le istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell’interesse del Paese e devono garantire tutte le parti.

Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.

In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione repubblicana che – come dice Piero Calamandrei – è non un pezzo di carta, ma il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943, ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti. (Applausi).

Il popolo italiano ha sempre dimostrato grande attaccamento alla sua Costituzione, l’ha sempre sentita amica. In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi. Anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali – e purtroppo questo è accaduto spesso – la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte costituzionale e alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.

Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata, come essa stessa prevede all’articolo 138. Ma consentitemi di osservare che, se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione, peraltro con risultati modesti, talora peggiorativi, fossero state invece impiegate per attuarla (Applausi), il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.

Il pensiero corre inevitabilmente all’articolo 3, nel quale i Padri e le Madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, che erano state l’essenza dell’ancien régime. Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla Repubblica: «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Non è poesia (Applausi) e non è utopia. È la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere gli ostacoli.

Le grandi Nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perché non dovrebbe essere così per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date divisive, anziché con autentico spirito repubblicano (Applausi): il 25 aprile, Festa della liberazione (Applausi), il 1° maggio, Festa del lavoro (Applausi), il 2 giugno, Festa della Repubblica (Applausi)? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.

Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico (Vivi e prolungati applausi. L’Assemblea si leva in piedi) e contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.

Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso della passata legislatura. I lavori della Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza. Questi lavori si sono conclusi con l’approvazione all’unanimità di un documento di indirizzo, segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.

Concludo con due auguri. Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di questa Assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative e riaffermare, nei fatti e non a parole, la centralità del Parlamento. Da molto tempo viene lamentata, da più parti, una deriva ed una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell’abuso della decretazione di urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.

Nella mia ingenuità di madre di famiglia, però, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato. Per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei Governi quando era minoranza e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.

Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni. (Applausi).

Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo, in collaborazione col Governo, un impegno straordinario ed urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese, che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia, che vedono un futuro nero, che temono che disuguaglianze ed ingiustizie si dilatino ulteriormente, anziché ridursi.

In questo senso, avremo sempre al nostro fianco l’Unione europea, con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale. Non c’è un momento da perdere. Dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere livelli di guardia e tracimare. (Applausi).

Senatrici e senatori, cari colleghi, buon lavoro.

A 25 ANNI DALLA SCOMPARSA DI DON LUIGI DI LIEGRO: LE COMMEMORAZIONI RICHIEDONO UN DI PIÙ DI VERITÀ.

 

In Campidoglio, ieri, il ricordo del Fondatore della Caritas romana. Iniziativa opportuna, ma prigioniera di uno schema consolidato. Si è persa la memoria della formazione, implicitamente politica, che aveva portato il giovane prete alla scoperta del cattolicesimo sociale…à la Maritain. Perché non ricordare il Di Liegro che confessava, in una intervista a “Il Popolo”, la disponibilità a seguire le orme di Sturzo, per assumere all’occorrenza la guida dei Popolari.

 

Lucio D’Ubaldo

 

L’incontro in Campidoglio, svoltosi ieri nella Sala della Protomoteca, ha avuto il merito di rimettere a fuoco dopo anni di relativa trascuranza la figura di Luigi Di Liegro. In serata il Card. Zuppi, un tempo giovane vice parroco di Santa Maria in Trastevere, legato alla Comunità di Sant’Egidio e impegnato “à còté” della Caritas di don Luigi, quindi un po’ in accordo e un po’ in concorrenza nell’opera diuturna di servizio ai poveri della città, ha celebrato nella Chiesa dei Santi Apostoli la messa in memoria. Ad organizzare questa opportuna celebrazione ha provveduto, come per altre analoghe iniziative del passato, la Fondazione Di Liegro e in particolare la nipote Luigina, che all’interno della strutttura ricopre la carica di segretaria generale.

 

Di particolare rilievo il messaggio inviato da Sergio Mattarella al Presidente della Fondazione, P. Sandro Barlone S.I.: «Don Luigi Di Liegro – scrive il Capo dello Stato -, Fondatore e Direttore della Caritas romana, ha impresso segni che resistono al trascorrere dei decenni. Opere concrete che tuttora recano sollievo e conforto ai più bisognosi ed emarginati. Percorsi di amicizia e di condivisione sui quali tante persone, tanti giovani, si sono incamminati, seguendo il suo esempio. Testimonianze così forti e impegnative da rappresentare una sfida permanente per l’affermazione dei diritti di cittadinanza garantiti dalla Costituzione. A 25 anni dalla morte, la sua instancabile opera di costruttore della solidarietà, di testimone tenace e coerente di quei valori umani che sono fondamenta di vita per la comunità rimane una ricchezza inestimabile per Roma e l’Italia. Don Di Liegro ha offerto e chiesto a tutti condivisione. Ha indicato la dignità e i diritti dei più poveri come orizzonte necessario di un’autentica crescita sociale. Ha promosso l’incontro tra gli operatori della solidarietà affinché la loro rete e i loro valori fossero ben visibili alle istituzioni, alla politica, alla società».

 

Nel confronto a più voci, in Protomoteca, si sono affiancate e sovrapposte le tante sfumature di una pressoché unanime considerazione per l’uomo di fede e di azione. Si sa, comunque, che le commemorazioni si estenuano il più delle volte nell’eco di postumi riconoscimenti, senza il guizzo dell’interrogazione critica su ciò che la memoria ha definito o persino irrigidito. In questi 25 anni, nel progressivo assestamento del ricordo pubblico, è andata perduta la “radice democristiana” della visione sociale e politica di don Luigi; andrebbe invece riconosciuta, non solo per quanto attiene alla sua formazione sul campo, nella parrocchia di San Leone Magno al Prenestino, con l’incontro che porta il prete fresco d’ordinazione a “scoprire” le letture militanti  dei giovani democristiani degli anni ‘50 e ‘60, anzitutto l’Umanesimo integrale di Jacques Maritain; come pure, infine, andrebbe dissotterrata l’intervista a Giuseppe Sangiorgi su “Il Popolo”, quando la Dc si era già liquefatta e il nuovo Ppi stentava a proseguirne la storia, nella quale si stagliava l’affermazione circa la disponibilità a “scendere in campo” sulle orme di Sturzo, per farsi guida all’occorrenza dei Popolari.

 

È questo profilo, ingiustamente smarrito, che oggi potrebbe restituire alla pubblica opinione una verità più profonda, pur essa suscettibile di analisi critica, in grado di illuminare l’opera di un cristiano testardo e generoso, fedele alla missione, in tutti i sensi, di  “prete romano”, sempre al fianco dei più deboli ed emarginati, dei più bisognosi, come erano e sono i tanti immigrati per disperazione.

FINO A QUANDO LA LITANIA SUL RITORNO DELLA DITTATURA?  

 

Se il buongiorno si vede dal mattino, è abbastanza naturale, nonché scontato, che la battaglia della sinistra post comunista sarà tutta concentrata sugli slogan che conosciamo da oltre 50 anni e che troveranno puntualmente nella deriva degli opposti estremismi” il suo epilogo finale.

 

Giorgio Merlo

 

Che la sinistra comunista e post comunista, in Italia e da sempre, identifichi i propri nemici/ avversari con i fascisti è una notizia talmente risaputa che non merita neanche di essere commentata. È stato così per molti lustri con la straordinaria esperienza politica, culturale, sociale e di governo della Democrazia Cristiana. È stato così per Berlusconi, poi per Salvini, addirittura per Renzi ai tempi del referendum costituzionale. Figurarsi con l’arrivo al governo di Giorgia Meloni e della sua coalizione di centro destra.

 

Certo, è un vecchio difetto della sinistra comunista e post comunista quello di criminalizzare politicamente il suo avversario/nemico e il tentativo di annientarlo e distruggerlo a livello politico ed elettorale. Sotto questo aspetto, c’è una straordinaria convergenza politica e metodologica con il partito populista e qualunquista per eccellenza, cioè il partito di Grillo e di Conte.

 

Ma, detto questo – cioè un fatto abbastanza risaputo nella storia politica italiana – adesso il tema assume un’altra valenza. E cioè, si tratta di capire se la sinistra italiana nelle sue molte sfaccettature – politica, culturale, sindacale, televisiva, artistica ed editoriale – concentrerà la sua battaglia politica nei prossimi mesi quasi esclusivamente sul “rischio del ritorno del fascismo”, sulla “deriva illiberale”, sulla “potenziale dittatura”, sulla “compressione dei diritti”, sul potenziale pericolo della “riduzione delle libertà” e simili cianfrusaglie propagandistiche e demagogiche. Del resto, è appena sufficiente ascoltare le simpatiche, ma sempre più noiose e ripetitive, prediche del segretario del Pd Letta e di tutti i suoi sostenitori a livello politico, giornalistico e televisivo per rendersi conto che questa litania forse è appena agli inizi. Altroché l’opposizione dura ma costruttiva; altroché accettare il responso democratico delle urne; altroché la centralità dei contenuti a scapito delle pregiudiziali ideologiche e novecentesche. Se il buongiorno si vede dal mattino, è abbastanza naturale, nonché scontato, che la battaglia della sinistra post comunista sarà tutta concentrata sugli slogan che conosciamo da oltre 50 anni e che troveranno puntualmente nella deriva degli “opposti estremismi” il suo epilogo finale.

 

Ora, tutti sanno che il ruolo dell’opposizione è storicamente quello di cacciare al più presto la maggioranza di governo per ritornare al potere. E questo vale a maggior ragione per un partito come il Pd, cioè di una formazione politica “governista” per eccellenza, espressione del sistema e garante ufficiale dell’establishment del potere nel nostro paese. Ma se questo obiettivo non merita neanche di essere approfondito talmente è scontato ed ovvio, resta aperta la vera posta in gioco: ovvero, e guardando solo agli interessi del paese in una fase così delicata a livello economico e sociale, ci sarà una opposizione ispirata alla sola logica distruttiva del “tanto peggio tanto meglio”, con ricorso sistematico alla “piazza” e con ripercussioni e ricadute ad oggi imprevedibili ed imponderabili? Dico questo perchè se la litania della dittatura, del rischio fascismo, del regime alle porte, della libertà in discussione, della democrazia in pericolo e dei diritti che saltano dovesse continuare in modo incessante ed incontenibile, il vero pericolo sarebbe quello di un avvelenamento del clima sociale e democratico con conseguenze incalcolabili per la stessa tenuta delle nostre istituzioni.

 

Ecco perchè, d’ora in poi, tutto dovrebbe avere un limite. Anche la propaganda più sfacciata deve avere un limite oltre il quale non si può andare. Soprattutto quando si denuncia un pericolo virtuale ed astratto che pochissimi percepiscono. Se non coloro che lo agitano per ritornare, comprensibilmente ma irresponsabilmente, al più presto al potere.

NON SI SFUGGE: SE LA DESTRA SI PRESENTA COMPATTA, LE ALTRE FORZE POLITICHE NON POSSONO ANDARE DIVISE.

 

Non si è capito (o meglio, non si è voluto capire!) che per competere con una destra che si attesta complessivamente sempre tra il 42 ed il 45 per cento dei consensi è necessario mettere insieme più o meno tutto il resto. La mancanza di questa visione da parte delle forze politiche non ricomprese nella coalizione di centrodestra rischia di minare anche l’organizzazione di una seria opposizione in grado di esercitare la legittima funzione di controllo e proposta in Parlamento e nel paese.

 

Massimo De Simoni

 

Il fatto che il Partito Democratico – a differenza di altre forze politiche che hanno preso meno voti – sia impegnato nell’analisi di una sconfitta è un sintomo di serietà culturale e politica, che denota un senso di responsabilità che resiste anche in presenza di un il risultato tutt’altro che soddisfacente. In altri partiti si assiste invece alla presentazione di risultati oggettivamente scarsi, ma che vengono celebrati come fossero dei successi elettorali; per non parlare poi della continua girandola di commenti sul PD, con consigli dall’esterno – non richiesti – su ciò che lo stesso PD ha fatto o che dovrebbe fare, arrivando ad esprimere il gradimento sulla segreteria politica presente e sulle ipotesi per quella futura.

 

Purtroppo i problemi con i quali ci si deve confrontare non riguardano solo il nome del segretario o del partito, ma investono una questione più profonda che attiene alla difficoltà che si incontra oggi nel far passare dei contenuti complessi in un sistema di comunicazione – e soprattutto di ricezione – che recepisce solo slogan, ovvero solo messaggi molto semplificati e diretti che non richiedano elaborazione e comprensione di un testo articolato. E alcune proposte avanzate dal Partito Democratico erano e rimangono giuste, ma non si limitavano ad un semplicistico “si o no” su alcuni importanti temi di carattere economico, lavorativo e sociale; quelle proposte richiedevano infatti uno sforzo di approfondimento che oggi non è “di moda”.

 

Una riunione di oltre dieci ore della direzione nazionale, sicuramente non esaustiva né sufficiente, indica quantomeno la volontà di comprendere le difficoltà che attraversano il centrosinistra al proprio interno e il paese più in generale. Una consapevolezza che è certamente mancata in chi ha deciso di staccare anticipatamente la spina al governo presieduto da Mario Draghi, salvo poi dal giorno dopo sollecitarlo quotidianamente ad intervenire e prendere decisioni sulle diverse questioni aperte. La stessa consapevolezza che è mancata nelle forze politiche che non hanno capito (o meglio, non hanno voluto capire!) che per competere con una destra che – prescindendo da oscillazioni e travasi interni alla stessa coalizione –storicamente si attesta complessivamente sempre tra il 42 ed il 45 per cento dei consensi è necessario mettere insieme più o meno tutto il resto, ovvero tutto ciò che è fuori da quel perimetro di destra; e invece niente! Finti accordi, ripensamenti e veti incrociati hanno determinato per Meloni & C. la classica situazione del rigore da calciare a porta vuota. E il risultato poteva essere solo quello che poi è stato il 25 settembre.

 

Questa mancanza di visione da parte delle forze politiche non ricomprese nella coalizione di centrodestra rischia di minare anche l’organizzazione di una seria opposizione in grado di esercitare la legittima funzione di controllo e proposta in Parlamento e nel paese. Le forze che hanno già impedito la nascita di una coalizione elettorale di centrosinistra incarnano la tentazione di arrivare a momenti di collaborazione con la destra ed in particolare con la vera vincitrice delle elezioni, Giorgia Meloni, che già oggi si trova in difficoltà nei rapporti con i suoi alleati.

 

Uno scenario del genere spiegherebbe molte cose, apparentemente incomprensibili, accadute negli ultimi tre mesi e renderebbe più difficile anche la formazione di un’area progressista e riformista in vista dei prossimi appuntamenti politici.

LA DISCRIMINAZIONE SUI LAVORATORI FRAGILI LASCIA IN GRAVE DIFFICOLTA’ COLORO CHE NON POSSONO USUFRUIRE DELLO SMART WORKING.

 

Coloro che non possono accedere allo smart working sono costretti al rientro in servizio e – se malati o contagiati dal Covid – devono fare ricorso al congedo contrattuale, esaurito il quale restano le ferie e poi scatta la tagliola del licenziamento. Una discriminazione oggettiva. Se non si risolve questo problema si possono determinare situazioni di estrema gravità sotto il profilo della carenza di tutele giuridiche e di responsabilità che ricadono sul datore di lavoro.

 

Francesco Provinciali

 

Solo chi vive sulla propria pelle il vulnus normativo lasciato in eredità dal Governo uscente può descrivere la solitudine, il disagio e la frustrazione che concretamente ne derivano. Ecco: assenza di lungimiranza, di conoscenza delle realtà diversificate nel mondo del lavoro, di bisogni e di diritti dei soggetti più deboli ed esposti al pericolo di contagio e mancanza di senso della concretezza hanno caratterizzato la soluzione politica al problema dei lavoratori fragili privi di tutele, segnatamente per il vuoto normativo che – dopo due anni di rattoppi e provvedimenti retroattivi – ha lasciato davvero senza fiato e senza speranze alcune migliaia di persone a cui non sono state prorogate integralmente le previgenti tutele, scadute il 30 giugno u.s.

 

Nonostante le promesse che hanno preceduto la campagna elettorale la montagna ha partorito un topolino nel cd. “decreto aiuti-bis”: il Ministro del Lavoro Orlando l’ha appunto definita una promessa mantenuta, per la quale si è speso in prima persona e ha messo sul piatto un obolo di diciotto milioni di euro, il tutto per rinnovare solo una delle due tutele sulle quali in passato – nei due anni di pandemia-  i fragili potevano contare, quello smart working che è stato propagandato come brillante soluzione al problema ma che in realtà ha lasciato nei guai proprio quei lavoratori che non possono avere accesso al  lavoro agile e ciò per due ragioni cogenti.

 

La prima è l’impossibilità oggettiva di declinare nello smart working il proprio lavoro, ci sono alcune categorie di lavoratori che non possono farlo, basti citare gli insegnanti, gli operatori scolastici, i postini, le cassiere del supermercato, i magazzinieri e tutte quelle realtà che non consentono a certe professioni di poter essere svolte da casa.

 

Queste persone fragili – non essendo stata rinnovata l’equiparazione della loro malattia al ricovero ospedaliero senza computo dei periodi di assenza nel comporto contrattuale – sono costrette a svolgere il servizio nella ordinaria sede di lavoro: se si ammalano, se si sottopongono a terapie delicate, se contraggono il Covid per assentarsi devono attingere al congedo del rispettivo contratto collettivo, esaurito il quale possono solo contare sulle ferie, dopo di che inesorabilmente scatta la tagliola del licenziamento.

 

La seconda riguarda il rischio di prossimità dei chemioterapici, degli immunodepressi e dei soggetti certificati fragili rispetto alla promiscuità del rispettivo ambiente lavorativo: proprio coloro che necessiterebbero di maggior protezione e tutela finiscono per essere sovraesposti al contagio, tenuto conto che ad oggi e nel giro di una settimana i positivi sono aumentati di oltre il 50%, i ricoveri del 30% e si viaggia su una media giornaliera superiore al tasso di positività del 20%. Si oscilla senza bussola tra provvedimenti restrittivi e liberalizzazioni, mascherine sì e mascherine no, vaccini non obbligatori ma consigliati, il tutto senza tener conto che l’auspicata normalizzazione e il ritorno ad una vita di contatti e relazioni non sono per tutti uguali. Ciò che è stato deciso ha il sapore amaro della propaganda e della beffa.

 

Garantire la sola opzione dello smart working non ha risolto il problema dei lavoratori fragili anzi ha creato un gap, una vera e propria discriminazione tra i soggetti che possono optare per il lavoro da casa e coloro che invece – non potendo esercitare questa facoltà – sono obtorto collo – costretti a rimanere in servizio e in caso di malattia o contagio ad attingere al proprio congedo, alle condizioni sopra specificate.

 

Francamente non si capisce come possa essere definita “promessa mantenuta” e archiviata come una conquista, una evidente discriminazione determinata dal tipo di attività ordinariamente svolta a fronte di una condizione patologica che spesso richiederebbe invece maggiori tutele. I decisori politici non potevano e non possono ignorare la realtà dei fragili negli ambienti lavorativi ma nel Pnrr e nei provvedimenti legislativi hanno scelto per altre priorità: i soggetti deboli ed esposti a patologie degenerative sono stati abbandonati ad un destino ingrato, per loro solo elemosine, concesse quasi con fastidio e cadute dall’alto senza approfondire le situazioni oggettive nella loro evidenza, nel prima e nel dopo, senza valutare cum grano salis le conseguenze che una soluzione rabberciata, parziale e decisamente discriminante avrebbe potuto provocare.

 

Detto fatto: ci sono situazioni delicate che necessitavano di tutele più estese, come deciso in passato, nei due anni di pandemia e di stato di emergenza fino al 31 marzo u.s. Successivamente, un rinnovo stiracchiato fino al 30 giugno con un vuoto totale di protezioni dal 1° aprile al 24 maggio, per la tardiva approvazione della legge 19/05/2022 n. 52.

Ora, con il decreto aiuti-bis, c’è solo il lavoro agile ma anche la rimozione della tutela della malattia equiparata al ricovero ospedaliero, introdotta nel lontano 2020 con DL 17/3 n.° 18 , art. 26 – comma 2. Come scritto in esordio ci sono soggetti affetti da patologie immunodepressive, peraltro riconosciute dal DM del Ministero della Salute del 4/2/2022 che – pur rappresentando la fattispecie più esposta e bisognosa di tutele – non beneficiano di alcuna protezione.

 

Francamente una vergogna per un Paese che voglia dirsi civile e che abbia a cuore le sorti dei deboli e degli svantaggiati.

 

Va inoltre considerato che i ‘fragili’ sono ‘persone’ prima di essere lavoratori e come tali sono portatori di diritti inalienabili che precedono e prescindono dalla contingenza pandemica: qui sono in discussione principi e valori che riguardano la cultura giuridica di un Paese e le sue declinazioni nel sociale. Le persone fragili sono oggettivamente svantaggiate e questo assunto va recepito nella sua interezza: le tutele non sono un dono ma un diritto di chi le riceve e un dovere per chi le provvede. Ora non resta che sperare che il Governo che si insedierà prenda in mano il dossier dei lavoratori fragili ed assuma decisioni che vadano oltre il 31/12 p.v. superando la discriminazione tra chi può accedere al lavoro agile e chi invece ne è precluso. Due pesi e due misure eticamente inaccettabili e insostenibili.

LA CRISI ENERGETICA, NUOVA SFIDA PER L’UE (E PER GIORGIA MELONI).

 

La UE non sta offrendo sin qui ai suoi cittadini quella buona capacità di azione comune messa in campo con successo in risposta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia. Occorre avere il coraggio per decidere di fare nuovo debito comune, così come fatto con Next Generation UE. In caso contrario, ogni Paese andrà per conto suo con esiti nefasti. E fra pochi giorni a Palazzo Chigi siederà Giorgia Meloni. È auspicabile, nellinteresse dellItalia, che la nuova premier sappia gestire la situazione, che è tremendamente seria.

 

Enrico Farinone

 

La brutalità con la quale la Russia continua ad aggredire gli ucraini, con il drammatico corollario di lutti e disperazione, ha avuto ieri l’altro una sua plastica rappresentazione nell’attacco missilistico su obiettivi civili della capitale Kyiv e di altre città dell’Ucraina. Queste vili azioni però non possono che rafforzare il senso di solidarietà degli europei nei confronti del popolo aggredito.

 

Per creare problemi sempre maggiori agli europei e provocarne la divisione, un altro dei suoi obiettivi, Putin utilizza invece un diverso strumento: la leva energetica. Confida nel “generale inverno”, ovvero nelle prevedibili contestazioni popolari ai governi che inevitabilmente dovranno definire e adottare misure d’emergenza di contenimento dei consumi di gas. Oltre a dover affrontare l’ondata di proteste e il rischio di una seria crisi recessiva a fronte del gigantesco aumento dei costi che i consumatori (famiglie e imprese) stanno già ora cominciando a patire. Non avendo alcuna considerazione della UE, è altresì convinto che le difficoltà porteranno i diversi esecutivi occidentali a cercare soluzioni individuali piuttosto che comunitari.

 

Al momento la scommessa del Cremlino ha buone probabilità di essere vinta. Le divisioni già emerse, a cominciare dal fondo anticrisi da 200 miliardi per finanziare il tetto al prezzo del gas deciso in piena autonomia dalla Germania, sembrano andare nella direzione immaginata da Mosca. La UE non sta offrendo sin qui ai suoi cittadini quella buona capacità di azione comune messa in campo con successo in risposta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia. Acquisti comuni dei vaccini e Recovery Fund sono stati la dimostrazione che, uniti, i paesi europei hanno la forza per conseguire eccellenti risultati. E’ dunque di tutta evidenza che pure in questa nuova crisi solo una risposta comune potrà fornire una valida alternativa alla altrimenti inevitabile spaccatura fra i membri dell’Unione.

 

Se quest’ultima non dovesse comprendere, nel suo insieme, che le bollette monstre” sono insostenibili per famiglie e imprese, e quindi non attuasse quegli interventi di emergenza che si rendono indispensabili e che sono, già ora, urgenti, perderebbe quel credito di fiducia che ha riconquistato con la gestione della crisi pandemica.

 

È di questo che dovrà occuparsi il Consiglio Europeo del 20 ottobre. Occorrerà una forte e determinata “volontà politica” per raggiungere un qualche risultato degno di nota. Perché senza di essa ognuno cercherà di salvarsi per conto proprio, come appunto la Germania ha già cominciato a fare. Berlino dovrebbe però sapere che la divisione fra europei nel medio termine produrrà difficoltà serie anche al sistema economico tedesco (ma purtroppo il suo attuale esecutivo non pare avere compattezza interna sufficiente, al riguardo).

 

Quali siano i principali interventi da adottare è ormai abbastanza chiaro a tutti. Dall’ormai famoso price cap per i contratti (in vigore e futuri) di acquisto del gas da tutti i fornitori; allo sganciamento dal prezzo del gas del costo dell’energia elettrica prodotta con fonti alternative al metano; alla creazione di una piattaforma di acquisti comuni che garantisca ciascun Paese evitando una stolta corsa all’accaparramento che produrrebbe speculazioni e quindi rialzi delle quotazioni.

 

Occorre avere il coraggio per decidere di fare nuovo debito comune, così come fatto con Next Generation UE. In caso contrario, ogni Paese andrà per conto suo con esiti nefasti, e non solo per la crisi di legittimità che la UE subirà di fronte ai propri cittadini. Per prendere decisioni così impegnative è necessario avere leadership politiche autorevoli e riconosciute. Il problema è che oggi, dopo l’uscita di scena di Angela Merkel e ora di Mario Draghi (che per 18 mesi ne ha di fatto preso l’eredità), non c’è nessuno (nemmeno Macron, che pure ci prova, e certo non Scholz, come si è visto) in grado di guidare l’Unione con accortezza e visione generale.

In questo vuoto il rischio che il virus nazionalista si insinui nuovamente negli Stati torna ad essere reale. E fra pochi giorni a Palazzo Chigi siederà Giorgia Meloni. Al di là della contesa politica e della giusta opposizione che al suo governo dovrà essere fatta dalle forze del centro e della sinistra, è auspicabile, nell’interesse dell’Italia, che la nuova premier sappia gestire la situazione, che è tremendamente seria, all’insegna del realismo e della capacità di governo e non di quella sloganistica nazionalistica con la quale ha sino ad oggi alimentato i suoi comizi.

LA MELONI DI “PIAZZA” E LE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO.

Elisabetta Campus

 

A poche ore dall’inizio della legislatura, le aspettative sulla capacità di governo della nuova maggioranza sono alte, di una altezza che potrebbe far venire le vertigini e qualche brivido a chi non può sottrarsi alla prova, essendo ormai noto che di gran lunga si vive meglio a fare l’opposizione che a governare. La prova vede un politico donna cimentarsi per la prima volta nella leadership di Governo: sulle sue spalle c’è qualcosa che potremmo definire il “sovraccarico dei principianti”, tanto che il futuro appare costellato di severi giudizi e poche concessioni benevole.

 

L’investitura della Meloni viene non dal partito ma dal Paese che ha scelto lei prima e poi il partito che rappresenta, allo stesso modo che avvenne per la Thatcher, ma non per la May e la Truss, uscite dalle dinamiche o dalle alchimie del Partito conservatore,  scontando perciò un appeal modesto nel rapporto con la gente comune. Ma la Meloni invece in piazza ci va e la tiene, eccome, la piazza: un comizio dopo l’altro anche al di fuori dalla campagna elettorale, in un dialogo diretto che è fatto di uno stile che premia passione e ragione, tralasciando il ragionamento perché quest’ultimo…richiederebbe più tempo. La Meloni “di piazza” ha una posizione di rendita politica che dovrà essere tesaurizzata con molta oculatezza, se vorrà resistere più della stagione dei primi 100 giorni di governo. Questa giovane donna sale al potere in un pessimo momento storico. Infatti, per la prima volta dopo 70 anni la guerra è di nuovo presente in un angolo del Vecchio continente, la politica europea è concentrata sulla crisi energetica, con tanto d’inflazione e recessione alle porte. Tutto incide, negativamente, sul portafoglio dei cittadini.

 

Già oggi il Paese avverte i venti della crisi e di conseguenza appesantisce l’azione che spetta alla politica. Avere un portafoglio ridotto non è una buona partenza. A questo si aggiunge che le aspettative del mandato elettorale per un cambio netto di rotta (quasi un colpo di bacchetta magica) sono il vero macigno sul quale si gioca la leadership meloniana. Perché si sa, nella vulgata della cultura popolare le donne riescono per tenacia ed ingegno laddove gli uomini sembrano arrestarsi, senza più risorse interiori. Ora anche a lei, leader donna, si chiede la “salvezza” che stenta a manifestarsi altrove, nel campo della politica maschile. La stessa salvezza del passaggio nel Mar Rosso, che questa volta prende i connotati della crisi energetica e della guerra ai bordi dell’Europa (guerra che – dobbiamo saperlo – è destinata ad inasprirsi).

 

Qualunque sia la capacità di presentare un gruppo coeso, capace di essere “governo” e di agire per il meglio, la Meloni non potrà scansare la doppia emergenza rappresentata dalla crisi energetica e dalla guerra. Il timore è che non ci sia una classe dirigente preparata ad affrontare problemi come questi, se non altro perché li avevamo dimenticati. Apparivano fino a ieri un oggetto di ricerca, al più un ricordo di scuola. Invece ne dobbiamo recuperare la potenza, aprendo nuovamente gli occhi sulla “verità” della guerra, di cui giova rammentare l’intima e tremenda funzione di conquista, per dare al vincitore più territorio e più risorse.

LA POLITICA AMMESSA E VEICOLATA DA “CHE TEMPO CHE FA”.

 

“Che Tempo Che Fa” si conferma fedele alla sua missione: quella di presidiare il recinto delle opinioni ammesse, all’occorrenza di autorizzarne di nuove, di sdoganare svolte o ripensamenti, in un gioco condotto esclusivamente dall’alto. Ecco, da esso ci si deve sottrarre, se si vuole rilanciare la sfida dell’autonomia politica e culturale delle forze popolari.

 

Giuseppe Davicino

 

 

Le scorse elezioni politiche hanno confermato la strutturale debolezza della politica ufficiale, quella che si fa nei palazzi, che spesso non coincide più con i reali centri decisionali. A questa crisi concorre la qualità della classe politica e dirigente nel suo insieme, che sembra non riuscire più ad assolvere in modo sufficiente al suo compito di rappresentanza dei cittadini e di guida.

 

Com’è noto però in politica i vuoti non esistono: c’è sempre comunque qualcuno che decide. Di questa catena di comando di fatto, che in Occidente inizia dai piani alti del potere economico transnazionale, uno snodo fondamentale è costituito dal sistema dell’informazione. Da anni si assiste sulle questioni fondamentali ad una curiosa quanto anomala inversione delle parti: sono gli operatori dell’informazione, al massimo comunicatori (il temine giornalista non sembra più adatto a designare queste figure professionali) in quanto espressione dei poteri che, come direbbe monsieur La Palisse,  comandano, che incalzano e chiedono conto ai politici dell’agenda portata avanti dai padroni del circuito dell’informazione.

 

Talora questa supremazia degli uni può infierire sulla subalternità degli altri con una gamma di strumenti che può variare dall’ironia, al dileggio, al discredito fino alla censura per quanti non ripetono ossequiosamente il mantra richiesto dal mainstream.

 

Ma c’è una trasmissione che assolve al suddetto medesimo compito, di recinto del politicamente corretto ovvero degli interessi dell’élite ultra-ricca,  in maniera gentile. Si tratta di “Che Tempo Che Fa”, che domenica scorsa ha iniziato la sua 20ª edizione. Un ventennio dolce, che ha visto scorrere come un fiume di latte e miele, un flusso di mai casuali narrazioni e ospitate, intervallate da momenti culturali e di finissima comicità, che ambiscono a irrorare con un mellifluo glu-glu-glu le menti dei telespettatori affinché, come le oche che vengono ingozzate si risparmiano la fatica di ingoiare, questi si possano risparmiare la fatica di valutare.

 

Il tutto è agevolato da una tassativa mancanza di contraddittorio, con buona pace di ciò che rimane del concetto di servizio pubblico, per non richiamare quello di pluralismo di cui sembrano essere scomparse anche le vestigia, cancellate da una narrazione che, sulle cose che più andrebbero discusse ( siano esse la pace o la guerra, l’economia, la giustizia sociale, la salute, l’istruzione…) procede ormai a senso unico.

 

La prima puntata – in onda lo scorso 9 ottobre – della nuova edizione della trasmissione non ha fatto eccezione. Dal segretario del Pd che recita la parte scontata della riflessione sui motivi della sconfitta e dei buoni propositi per una opposizione credibile, alla virostar che in un sol colpo può permettersi di cambiare la narrazione sull’efficacia dei rimedi al virus, al climatologo malthusiano che ravviva l’allarme e inneggia alla decrescita, all’intellettuale di sinistra che instilla i pensieri “giusti” nei delusi per la sconfitta elettorale.

 

“Che Tempo Che Fa” si conferma fedele alla sua missione che è quella di presidiare il recinto delle opinioni ammesse, all’occorrenza di autorizzarne di nuove, di sdoganare svolte o ripensamenti, in un gioco condotto esclusivamente dall’alto, non dissimile da quello dei sistemi totalitari dove un’opinione che prima era passibile della Siberia, solo al momento opportuno, da quando lo decide il Politburo, diventa pensabile e dicibile in pubblico.

 

Da un tal sistema non credo ci siano particolari morali da trarre. È la bruta legge dei rapporti di forza che determina una siffatta deriva. Chi ha il potere lo esercita, pensando di essere così forte da poter fare a meno delle opinioni e prescindere dagli interessi degli altri gruppi sociali. Ma questo ferisce al cuore lo spirito democratico, causando gli scompensi di natura sociale, economica e bellica che possiamo purtroppo ammirare.

 

Programmi come “Che Tempo Che Fa” misurano il grado di asservimento della politica all’economia, indicano a quale punto sia giunta la subalternità culturale delle tradizioni e delle forze politiche, e sociali, rispetto ai poteri effettivi. Temo valga per tutti. Ma pensando all’area che ci sta più a cuore, la componente cattolica del centro che guarda a sinistra, non credo si potrà mai rilanciare la sfida dell’autonomia culturale e organizzativa delle forze di matrice popolare, non si potrà mai formare un personale politico che sia all’altezza di questa sfida se nella definizione delle strategie, dei programmi e prima di ogni dichiarazione pubblica ci si porrà la seguente domanda: “ma questo giudizio lo possiamo dare, è già stato detto a “Che Tempo Che Fa?”.

CHARLES DE FOUCAULD, UNA VITA “CONTROCORRENTE” CERCANDO IL GETSEMANI.

Considerazioni a margine di un libro, curato dal giovane studioso Francesco Marcelli, che oggi pomeriggio viene presentato nell’aula Paolo VI della Pontificia Università Lateranense.

 

Giulio Alfano

Sintetizzare  in poche parole un libro singolare e non comune è sempre un operazione se non ardua certamente non facile, soprattutto dopo che il libro lo si è letto e se ne è assaporato il gusto innovativo. Cercherò comunque di farlo traendo un bilancio da quanto il volume consegna al lettore.

Lo sviluppo delle tesi argomentate riguardo la singolare esperienza di Charles de Focauld recentemente elevato agli onori degli altari da Papa Francesco nel maggio 2022, in questa sua ricerca muovono da tre versanti fondamentali: il valore della persona, la sua singolare irripetibilita, la sua attualita nella dimensione della creauturalità. Il tutto nella meravigliosa cornice che il curatore, brillante studioso che ha perfezionato la sua formazione presso la University of York in Gran Bretagna, ha saputo offrire rispetto alla “missionarietà” di questo singolare testimone di Cristo.

Il concetto di “persona” ancora oggi non trova collocazione neanche nei manuali di sociologia, ma deriva essenzialmente dal diritto canonico, vale a dire da quel diritto che conferisce alla persona il suo “statuto ontologico”. Dire “persona” oggi significa andare incontro a non poche aporie e va fatta subito una distinzione in omaggio alla chiarezza che De Foucauld ha dimostrato – basta scorrere il ricco repertorio di lettere che Marcelli acclude al suo studio – facendo perno sulla persona come fede sussistente.

Il concetto di persona non va confuso con quello di individuo, almeno nella moderna concezione filosofica, giacchè in De Foucauld sussiste una “concordia discors” tra individuo e persona, in ossequio anche alla concezione boeziana che parla di persona come “sostanza individuale e di natura razionale”, arricchita da parte sua con la preghiera, non solo liturgica ma relazionale. Qui si riscontra il senso dei suoi viaggi, dei suoi incontri con tribù e società ai margini della vita industriale all’inizio del secolo scorso; e qui, dunque, l’aspetto centrale per comprendere il volto intenso dell’uomo di Dio.

Oggi viceversa occorre una precisazione in virtù dell’esperienza missionaria di questo straordinario religioso. S’intende per “individuo” l’uomo “in sé”, mentre per persona si considera l’uomo “per sé”, vale a dire l’uomo in relazione con il suo prossimo e immerso nella socialità intersoggettiva; un uomo capace, appunto, di essere e sapersi porre in collegamento con la propria vocazione sociale. Fa bene quindi Marcelli, presentandole anche cronologicamente, a definire le lettere del monaco Charles frutto di meditazione, ma anche espressione della ricchezza dell’essere persona. Come pure fa bene a sottolineare il valore attualissimo della persona in quanto soggetto etico di matrice ontologica, che proprio la missione di Foucauld, a volte solitaria ma intensamente sociale, ha espresso.

Importante  la sottolineatura etica, che è l’insieme di comportamenti ispirati da imperativi morali, ma soprattutto spirituali. Occorre capire che il perfezionamento non riguarda solo il perfezionamento di sé. Ecco, in questo monaco così ignorato per molto, direi troppo tempo, la “compagnia” dell’essere uomo solitario, e tuttavia mai solo, è per il tempo inquieto che viviamo motivo di grande riflessione.

Charles de Foucauld si rivela nella sua attualità direi anche e proprio attraverso la lettura politica sviluppata da Marcelli, in particolare laddove viene alla luce il valore fondamentale della persona all’interno delle società contemporanee. Il monaco Charles parla chiaramente del diritto di ribellione al conformismo borghese, senza con ciò fare della disobbedienza gratuita qualcosa che supera l’obbedienza, essendo questa rivestita comunque di virtù. Tuttavia, quando l’uomo è spogliato della propria dignità, allora l’indignazione è legittima e lo è di fronte ad ogni tiranno, sia per l’oppressione fisica che per la limitazione morale in ordine al suo diritto naturale; un diritto all’interiorità irripetibile che la preghiera sublima nel silenzio del getsemani, come Foucauld riscopre e indica, forse non primo ma tra i primi nel tempo della sua esistenza.

Significativo è pure, nel volume del giovane studioso, il chiarimento attorno al concetto di “controcorrente” – termine assunto nel sottotitolo – che non va identificato con il diritto di ognuno a fare ciò che meglio crede o vuole, bensì come diritto a seguire cio che la natura ci ordina di fare nell’orientamento, naturale e corretto, delle nostre indicazioni. E ciò anche in relazione all’impegno morale che l’uomo di fede deve svolgere all’interno della società, così da realizzare quello sviluppo armonico delle diverse componenti che qualificano il dialogo quale vero servizio per la promozione dell’uomo.

In definitiva questo saggio non solo si inserisce a pieno titolo tra le opere che significativamente trattano aspetti fondamentali della dottrina cristiana e di quella che il Santo Padre Francesco definisce “a servizio della creatura umana specchio di Dio”, ma rivela una sua originalità per quanto attiene alla visione ontologica che Charles de Focauld esprime nella sua originale e mai egotica solitudine: in quel Getsemani, dicevamo, che egli frequenta nella terra di Cristo e che assume spiritualmente a “regola” del suo rapporto con gli altri, per dialogare e non per insegnare. La sua vitale solitudine è legata altresì ai fondamenti assiologici di un dettato di cultura della pace, ancor oggi attualissimo e, sovente, ignorato. Quindi un sentito ringraziamento per questo bel volume su un santo che ha vissuto il cristianesimo anche tra le sperdute genti del Sahara, sempre con la forza di una limpida fede, capace di un dialogo tra etnie e culture, senza volontà di egemonia, esempio di anima mai turbata da vuoto attorno, così da essere compresa solo in ritardo.

Prof. Giulio Alfano – Pontificia Università Leteranense

INTEGRALISMO RUSSO, LA SFIDA CHE METTE L’OCCIDENTE DI FRONTE A NUOVI IMPEGNI E NUOVE RESPONSABILITÀ.

 

Difronte a tutto quello che sta accadendo, nessuno può cavarsela con generici, asettici e magari equidistanti appelli alla Pace. Anche da questo punto di vista, è il tempo della Responsabilità. Il tempo di una Politica che non abbia paura di indicare un percorso, benché difficile ed in salita.

 

Lorenzo Dellai

 

Mentre in Italia si discute – giustamente – sul voto del 25 settembre; il PD vive il suo psicodramma da formicaio impazzito;  i vincitori delle elezioni sono alle prese con la spartizione del potere acquisito e con il problema di come conciliare le attese suscitate con la dura realtà della vita e l’Unione Europea manco riesce a trovare un accordo su una comune strategia energetica di emergenza, la Guerra di Putin procede imperterrita.

 

Che quella di Putin contro l’Ucraina non fosse una “semplice” guerra di confine e neppure una azione a tutela della minoranza russa sotto la sovranità di Kiev era evidente fin dall’inizio. Ciò che è acceduto in questi lunghi sette mesi ed i fatti degli ultimi giorni lo stanno a dimostrare. Solo l’ingenuità o il pregiudizio filo-putiniano ed anti occidentale potevano indurre a analisi diverse. Un conto è la nostra profonda “volontà di Pace”, che per fortuna – da noi – possiamo manifestare liberamente senza temere di finire in carcere. Un altro conto è capire quello che sta succedendo. Non si è mai costruita Pace “vera e giusta” senza comprensione delle volontà in campo.

 

Putin vuole ricostruire l’Impero Russo dentro un nuovo assetto mondiale. E si gioca il tutto per tutto. Reagisce al – presunto – atto di “terrorismo” di Kiev per via dello smacco subìto al Ponte di Crimea, quando dal 24 febbraio Mosca sottopone gli ucraini a bombardamenti a tappeto, torture, deportazioni, esecuzioni sommarie di civili, ad opera del suo esercito e delle bande di tagliagole reclutate in Cecenia e in mezzo mondo. L’aggressione all’Ucraina – finora riuscita in minima parte, grazie al coraggio degli Ucraini e al sostegno di alcuni Paesi liberi – e il ridicolo Referendum nei territori militarmente conquistati – puntano ad un “nuovo ordine internazionale”. Anche a costo di minacciare la violazione del tabù nucleare. Un ricatto che non può essere accettato, né da parte della Russia, né delle altre, troppe, Nazioni dotate di armi atomiche.

 

L’Occidente affronta questa drammatica sfida nelle condizioni peggiori. L’Europa – nonostante i coraggiosi tentativi degli ultimi mesi, che pure non vanno sottovalutati – è ancora largamente incapace di assumere decisioni unitarie ed efficaci. Non meravigliamoci: senza una ulteriore cessione di “sovranità” da parte degli Stati Nazionali all’Unione, in particolare nei campi della politica estera e di difesa, non potrà esserci nessun vero ruolo europeo. Altro che rafforzamento della sovranità statale, di cui si legge nei programmi trapelati del futuro governo italiano. L’Europa paga una pluridecennale, miope incertezza sul proprio assetto politico. Molte delle Nazioni che la compongono – Francia e Germania comprese –  non hanno capito che, nel mondo globalizzato, semplicemente non toccano palla senza una Unione Europea forte e coesa. E senza strumenti comuni di politica estera e di difesa. L’aveva invece capito Alcide Degasperi, con la sua incredibile, inascoltata lungimiranza, fin dai primi anni cinquanta.

 

Gli Stati Uniti vivono la loro stagione di credibilità più bassa, e non da oggi. La recente decisione dell’OPEC – concordata con Mosca – di ridurre la produzione di petrolio per tenere alti i prezzi la dice lunga al riguardo. Così come il posizionamento ambiguo di grandi Paesi come l’India, mentre l’Africa sta ormai diventando un condominio spartito tra l’influenza cinese e quella russa. Gli Stati Uniti pagano la loro illusione di poter “governare” un mondo globalizzato senza una “dottrina” adeguata ai tempi e senza un nuovo pensiero politico globale. Mancano da anni di “soft power”. E la loro marginalizzazione nelle aree più critiche e strategiche del pianeta lo dimostra.

 

Dentro queste due crisi (dell’Europa non compiutamente decollata e degli Stati Uniti in progressivo declino) si manifesta una crisi ancor più grave: quella della Democrazia Occidentale. Pochi mesi prima di invadere l’Ucraina, Putin disse con chiarezza esemplare: “La Democrazia Liberale è ormai morta e sepolta”. Putin lo sa bene. La nostra è una Democrazia stanca, con un carisma affievolito presso il suo stesso popolo, alle prese con cambiamenti antropologici, economici, sociali e tecnologici rispetto ai quali non ha ancora rielaborato un suo “pensiero”. Non a caso, Putin rafforza il suo legame con tutte le “autocrazie”; intensifica la repressione interna verso ogni forma di dissenso; cerca di condizionare le opinioni pubbliche europee, facendo leva sui suoi “amici” e sul disagio di crescenti ceti popolari; utilizza la benedizione del Patriarca Ortodosso di Mosca – che promette la remissione dei peccati ai russi che si arruolano per la battaglia finale contro l’Occidente – come una sorta di copertura religiosa per la sua strategia aggressiva, dispotica, nazionalista e violenta.

 

La domanda è: quanto siamo disposti a pagare noi – che viviamo oggi nella libertà e nella sicurezza delle Democrazie Occidentali – per difendere i nostri valori, che non sono solo nostri, ma di tutta l’Umanità e per rigenerarli ed innovarli nei nuovi scenari? E quanto siamo consapevoli che la nostra libertà e la nostra sicurezza non sono un bene acquisito una volta per sempre, ma esigono cura, attenzione, educazione, talvolta anche sacrificio, spesso determinazione e robusta capacità di “tenuta”? Siamo capaci – col supporto necessario dei pubblici poteri nazionali ed europei, che gli strumenti li avrebbero, se solo li volessero attuare – di immaginare e condividere un periodo di difficoltà energetica ed economica per non tradire i nostri principi di umanità e democrazia e per non finire dentro un assetto mondiale che ci vedrebbe vassalli di autocrazie illiberali ed imperialiste?

 

La Storia dovrebbe insegnarci qualcosa, al riguardo. Lo scambio tra Democrazia e presunta Sicurezza (anche economica) non ha mai portato nulla di buono.

 

Il Movimento 5 Stelle propone una manifestazione nazionale per la Pace. Ma Conte non è il Papa, che può chiamare a raccolta le comunità attorno ai valori cristiani e umani della Pace, come peraltro ha fatto fin dall’inizio. E non è neppure il capo di una Associazione della società civile. Conte è un rappresentante politico. E ha il dovere di dire – al pari dei suoi colleghi leader di tutti i partiti – come e con quali scelte concrete intende perseguire la Pace. Deve dire se essere per la Pace significa abbandonare l’Ucraina – Paese candidato ad entrare nella UE – al suo destino di Nazione smembrata, violentata e oppressa. Se significa adottare una ipocrita strategia di “neutralità”. Oppure ricercare una sorta di “pace separata” con l’aggressore, in cambio di un po’ di gas o di petrolio. Oppure ancora se condivide la necessità di una forte e unitaria iniziativa europea ed atlantica per fermare Putin e costringerlo ad un vero tavolo di trattativa. In questo caso, deve dire se e come il nostro Paese è tenuto a partecipare (politicamente e militarmente) a questa iniziativa.

 

In assenza di questa chiarezza, personalmente non parteciperò a nessuna manifestazione di questo genere. Anche se il valore della Pace ispira gran parte della mia formazione etica, culturale e politica. Il Papa, per nostra fortuna, fa il Papa: è tutto il contrario del Patriarca Kirill. Bisogna ascoltarlo, perché rappresenta l’unico riferimento morale globale in questo momento di follia. Ma la Politica deve fare la Politica. Difronte a tutto quello che sta accadendo, non può cavarsela con generici, asettici e magari equidistanti appelli alla Pace. Anche da questo punto di vista, è il tempo della Responsabilità. Il tempo di una Politica che non abbia paura di indicare un percorso, benché difficile ed in salita. Il resto, tutto il resto, è propaganda effimera. Non è la soluzione, ma è parte del problema.

LA PACE NON È ARRENDEVOLEZZA. LA VERSIONE DI FIORONI.

 

La vera pace, quanto mai urgente, si può ottenere solo con la difesa. Non può valere, pertanto, un appello alla pace che scivoli ambiguamente sulla piatta esigenza di un cessate il fuoco, senza individuare chi debba operare in questa direzione. Spetta a Mosca compiere un gesto di buona volontà

Giuseppe Fioroni

 

La guerra diventa ogni giorno più insopportabile, ma non può cadere nel vuoto la prova di fermezza degli ucraini, il sacrificio di un popolo aggredito, le sofferenze dei civili sotto le bombe dell’esercito putiniano. Non può valere, pertanto, un appello alla pace che scivoli ambiguamente sulla piatta esigenza di un cessate il fuoco, senza individuare chi debba operare in questa direzione. Spetta a Mosca compiere un gesto di buona volontà.

 

Un rilassamento della pubblica opinione, certo sull’onda di un seducente pacifismo, costituirebbe in potenza l’avallo della logica imperiale della Russia. Ciò non toglie che si pensi alla pace e si lavori per essa, sforzandosi di trovare gli spazi, anche minimi, di una iniziativa diplomatica. Tuttavia la diplomazia è proiezione necessaria della politica, non vive e sussiste a prescindere dalla politica. Finora l’Europa ha tenuto una linea rigorosa, anche mettendo a rischio i suoi legittimi interessi: non ha ceduto alla “minaccia del gas” e ha avviato il processo di sganciamento dalla dipendenza energetica da Mosca. Ciò rende l’impegno dell’Europa un pilastro ineludibile della possibile strategia di pace.

 

Ecco, invocare la diplomazia non significa immaginare soluzioni improbabili. Appare francamente illusoria la prospettiva di una pace costruita sull’intesa tra America e Cina, mettendo all’angolo l’Europa. È più realistico pensare a una ripresa di dialogo tra Washington e Mosca, con un ruolo importante delle cancellerie europee e della stessa Unione Europea. Non è uno scenario impossibile, benché al momento la guerra sul terreno renda tutti pessimisti.

 

E pessimisti è dir poco, visto come si articola con leggerezza, da qualche tempo a questa parte, la discussione sull’apocalisse nucleare. Ma proprio nel gorgo della irrazionalità si deve a tutti i costi rintracciare la possibile “controffensiva” della razionalità politica. L’occidente può temere l’olocausto, ma nondimeno la Russia, responsabile del temibile primo colpo, sarebbe chiamata a patirne le conseguenze. L’esigenza impellente della pace, ancor più dell’auspicio in virtù di buoni sentimenti, marcia ai bordi di questa tremenda consapevolezza sui danni dell’opzione atomica.

 

Putin non deve contare, in sostanza, sulla divisione dell’Occidente e dell’Europa. Non deve illudersi che la forza gli consenta di vincere l’orgoglio del popolo ucraino. Non deve affidarsi, men che meno, alla convinzione che il “sogno di pace” degli europei si muova al di fuori dei confini della ragione, prigioniero di un istinto di arrendevolezza morale e psicologica. La vera pace, quanto mai urgente, si può ottenere solo con la difesa e la riconferma di un sacrosanto principio di rispetto di quell’indipendenza di popoli e nazioni a sostegno l’ordinamento di sicure e stabili relazioni internazionali.

 

 

 

Fonte: formiche.net – 10 ottobre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore)

UN PD DA RIFONDARE? LA POLITICA ESCA DAL GUSCIO DELLE FORMULE E FACCIA I CONTI CON LA REALTÀ. 

 

L’Italia si mostra sempre più incapace di operare scelte incisive riguardo a sviluppo complessivo e crescita economica.  Isogna cambiare paradigma. Giorgio La Pira, negli anni Cinquanta del secolo scorso, formulò in un libro la seguente domanda: “Come può pregare un disoccupato?”.

 

Paolo Frascatore

 

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dal quel 20 marzo 2021, quando su queste colonne usciva l’articolo dal titolo “Un Pd a trazione posteriore”. Certo è che non eravamo (e non siamo) né profeti, né astrologi e tanto meno chiromanti, ma probabilmente solo un poco intuitivi e riflessivi rispetto ad azioni ed idee riferite a personaggi dell’attuale panorama politico nazionale e regionale. A quel periodo sopra richiamato risalgono alcuni fatti determinanti del Partito Democratico: Zingaretti sbatte la porta e lascia la segreteria; subito i maggiorenti del partito, in evidente difficoltà, si precipitano a richiamare Enrico Letta da Parigi per offrirgli su un piatto d’argento la segreteria nazionale.

 

Il neo-segretario, nominato e non eletto dal congresso (ma ormai questa sorta di prassi sta diventando regola, anche all’interno delle istituzioni repubblicane, in primis a livello parlamentare), ritorna di buon grado in Italia per assumere le funzioni di segretario nazionale del Pd e poi ricominciare la sua carriera parlamentare. La sua è una gestione grigia, che non sa se spostare il Partito democratico a sinistra o al centro e, nel dubbio, arranca, non convince neanche i propri elettori. Il Pd sembra essere solo un “partito di potere”, cioè di mera gestione del potere.

 

Le elezioni politiche del 25 settembre ne sono la prova lampante, inconfutabile: sotto accusa è un partito nato dall’idea veltroniana (sbagliata) di favorire il bipolarismo e il leaderismo, attraverso prima di tutto una legge elettorale maggioritaria e senza preferenze, per far decidere alle oligarchie dei partiti, o meglio al capo di turno, chi deve sedere in Parlamento. Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto di chi mastica un poco di politica. Ossia una sorta di liquidazione sia del centro che della sinistra, entrambi storicamente in Italia punto di riferimento dei ceti medi e di quelli meno abbienti, che costituiscono la maggioranza degli elettori.

 

Se si parte dal dato che quasi il cinquanta per cento degli aventi diritto al voto hanno preferito disertare le urne, allora la prima analisi corretta da fare è che in questa circostanza non ha vinto la destra, ma quella metà del popolo italiano che è ormai stanca e stufa di questi partiti, di questi politici e, soprattutto, dell’evanescenza dei programmi. Qual è stato durante tutta la campagna elettorale la proposta del Partito democratico e di Letta in particolare? Il monito di non consegnare il Governo del Paese alla destra. Invece quest’ultima con tutti i problemi che oggi affliggono la maggioranza delle famiglie italiane ha saputo. come si suole dire, parlare alla pancia di chi deve scontrarsi giorno per giorno con tributi, cartelle e bollette da pagare a fronte di remunerazioni che ormai sono ferme da vent’anni.

 

Non è questo un discorso ed un ragionamento che vuole esaltare il populismo; piuttosto si tratta di guardare negli occhi la realtà sociale attuale, il dato cioè di questa Italia sempre più povera e sempre più incapace di operare scelte incisive riguardo a sviluppo complessivo e crescita economica. Un politico ed un credente d’altri tempi, ma comunque straordinariamente attuale, Giorgio La Pira, negli anni Cinquanta del secolo scorso formulò in un libro la seguente domanda: “Come può pregare un disoccupato?”. Tradotto nella realtà sociale attuale: come può votare per il Partito democratico un cittadino medio che, tra problemi economici quotidiani, si sente continuamente rimbombare in testa lo slogan “attenzione, non consegniamo il Paese alla destra”?

MA CHI AFFRONTA LA QUESTIONE SOCIALE? È TEMPO DI AGGIORNARE E RILANCIARE LA CULTURA POLITICA CATTOLICA.

 

Si tratta di capire come politicamente, e culturalmente, si può affrontare di petto e con coscienza critica la “questione sociale” contemporanea. La storica cultura storica del cattolicesimo sociale, seppur rinnovata ed aggiornata alle domande della società contemporanea, deve uscire dal letargo e dalla pura rimeditazione del passato. Deve trasformarsi, ancora una volta, in iniziativa politica.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, tutti parliamo – giustamente – di bollette care, di povertà crescente, di ceto medio fortemente impoverito, di disuguaglianze spaventose e, soprattutto, di incertezza del futuro e di assenza di speranza. Di fronte ad una situazione francamente difficile e complessa, chi è in grado oggi – al di là della propaganda di rito e della conseguente demagogia – di farsi carico sotto il profilo politico di questo pesante fardello? Ma, soprattutto, chi ha l’armatura culturale, ideale, valoriale e forse anche etica per affrontare di petto questa rinnovata ed inedita “questione sociale?

Noi oggi ci ritroviamo di fronte una sinistra – tradizionalmente il campo politico più funzionale e più gettonato per affrontare e governare l’intera “questione sociale” – che è sostanzialmente divisa in tre tronconi, al di là delle stesse percentuali numeriche.

 

C’è una sinistra populista, trasformista e qualunquista, che è interpretata in modo eccellente dalla nuova veste del partito di Grillo e di Conte, ossia il M5S: una “sinistra per caso”, la potremmo definire, dove la rappresentanza degli interessi varia a seconda delle convenienze del momento. Oggi, per fermarsi all’ultima svolta compiuta, è una sorta di sinistra assistenziale e pauperista. Sino a quando? Non si sa, almeno sino alla prossima piroetta.

 

Poi c’è la storica sinistra massimalista, estremista e tardo comunista. O meglio, una sorta di Democrazia Proletaria aggiornata per la stagione contemporanea. Una esperienza dove la cultura di governo è sostanzialmente estranea, se non per occupare i posti e coprire gli spazi di potere nelle istituzioni. Come è puntualmente capitato anche alle recenti elezioni politiche.

 

In ultimo la sinistra per eccellenza, cioè quella che si identifica nella storica filiera italiana del Pci/Pds/Ds/Pd. La “gauche caviar”, come viene ormai comunemente definita. Si tratta, cioè, dell’ultima esperienza concreta del Partito democratico. Ovvero, parliamo di un partito che interpreta, intercetta ed è votato prevalentemente dai ceti medio alti, dalla media/alta borghesia, dai garantiti e dalla società che sostanzialmente “sta meglio”. Un partito, come dicono gli stessi protagonisti, nonchè i vari istituti demoscopici, radicalmente avulso dalle condizioni concrete in cui vivono i ceti popolari e tutti coloro che non riescono più a condurre una vita normale e dignitosa. Appunto, un partito funzionale agli interessi della zona “ztl” e neanche più realmente rappresentativo di quel mondo alto/borghese. Il resto della sinistra, presente anche alle ultime elezioni, appartiene al mondo dei “gruppettari” e quindi non è degno di nota.

 

Accanto alle varie articolazioni della sinistra contemporanea, non possiamo però dimenticare – come ovvio ed evidente – la tradizione e la cultura della “destra sociale” che storicamente e politicamente nel nostro paese non è mai stata estranea ai temi sociali e che in queste ultime elezioni ha premiato massicciamente il partito di Giorgia Meloni.

 

Ora, però, al di là della descrizione oggettiva di ciò che offre il mercato politico contemporaneo, è indubbio che la cosiddetta “questione sociale” non può essere affrontata in modo saltuario ed approssimativo. È sempre più indispensabile, nonchè necessario al riguardo, recuperare la tradizione, la cultura e la sensibilità di quella che un tempo veniva comunemente definita come la “sinistra sociale”. Seppur in mancanza di leader autorevoli che oggi possono incarnare concretamente quella sensibilità culturale ed ideale e di strumenti, cioè i partiti, che possano farsi carico organicamente di quei problemi e di quelle istanze. A volte drammatiche e sconvolgenti per centinaia di migliaia di persone e relative famiglie.

 

Insomma, si tratta di capire come politicamente, e culturalmente, si può affrontare di petto e con coscienza critica la “questione sociale” contemporanea. Senza improvvisazione, senza dilettantismo e, soprattutto, senza appaltarla a partiti o singoli esponenti politici che non sono affatto attrezzati e muniti di cultura politica per farsi carico di quelle istanze. Per questi motivi la storica cultura del cattolicesimo sociale, seppur rinnovata ed aggiornata alle domande della società contemporanea, deve uscire dal letargo e dalla pura rimeditazione del passato. Deve trasformarsi, ancora una volta, in iniziativa politica. Come era un tempo e come deve diventare oggi. Non per il bene di quella cultura, ma per un futuro dignitoso e più equo della nostra società. Delle persone e delle famiglie.