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Vajont 1963, una tragedia costellata di umili arroganti e corrotti.

C’è una lapide al cimitero di Longarone, con alcune immagini di persone scomparse. Dice: “Barbaramente e vilmente trucidati per leggerezza e cupidigia umana attendono invano giustizia per l’infame colpa – Eccidio premeditato Vajont 9 – X – 63”.

Il potere della cupidigia e della presunzione e i loro molti servitori

Come affermò il Notaio di Longarone Isidoro Chiarelli, superstite, fu “un eccidio e non una disgrazia”. “Una strage decisa a tavolino” secondo sua figlia Francesca. 

Nello studio del Notaio “nei giorni precedenti la tragedia, si incontrarono alcuni dirigenti della Sade, la società proprietaria della diga del Vajont. Si doveva definire la compravendita di un terreno, quando a un tratto il discorso virò. «Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera», propose uno di quei dirigenti. «A quell’ora saranno tutti davanti alla tv, e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove. Le onde saranno alte al massimo 30 metri (arrivarono a 300, ndr) non accadrà niente, e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo».

Questa la conversazione, ha raccontato Francesca Chiarelli al “Gazzettino di Venezia”, tenutasi davanti alla scrivania di suo padre. Poi, come se la scena si svolgesse a Brooklyn, ecco le minacce al notaio, morto nel 2004. «Lei ha un segreto professionale da rispettare, caro notaio, altrimenti se ne pentirà…» (“Il Giornale”, 30 Settembre 2013).

Quello che è certo che i tecnici (gli arroganti) dovettero prendere rapidamente atto che le pendici del Monte Toc e tutta l’area dell’invaso – contro ogni studio di vari geologi e anche di modellini a tavolino (la presunzione in nome dell’insindacabilità della tecnica, da cui l’arroganza) – non erano adatti ad assicurare i risultati produttivi ipotizzati con la Diga (la più alta del mondo, allora; oggi la quinta; o, forse, ancora primeggiante come il più alto catafalco al mondo…). Ma nessuno ritenne evidentemente possibile, e comunque assolutamente improponibile nonché ‘sconveniente’ (i corrotti), dubitare o contrastare il Progetto “Grande Vajont” messo a punto dall’Ing. Carlo Semenza tra il 1929 e il 1959 e che aveva nell’immensa Diga il suo fulcro. 

Il Progetto ottenne l’approvazione ministeriale il 17 Luglio del 1957 (Lavori Pubblici) e il Governo italiano finanziò il 45% dell’importo. 

Nonostante la consapevolezza che l’invaso si sarebbe appoggiato in una zona caratterizzata da accertate paleofrane non si tornò indietro. La Diga fu costruita fra il 1957 e il 1960.

Così dopo aver sistemato tutto, e tutti, si dovette cominciare a fare i conti con la realtà. La questione numero uno divenne allora quella di come pilotare senza troppi pericoli e senza dismettere l’impianto le frane che si sarebbero a breve presentate. Perché era certo che ci sarebbero state (da qui la testimonianza della Chiarelli).

Il Vajont, collezione di primati negativi

La tragedia del Vajont è al primo posto (ancora) tra i 10 peggiori esempi di gestione del territorio e dell’ambiente nel Rapporto Onu presentato in occasione dell’ International Year of Planet Earth del 2008. «Il Vajont è un classico esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel  comprendere il problema che tentavano di risolvere», dice il documento indirizzato a Governi ed esperti di tutto il mondo, con il monito a non ripetere gli stessi errori.

Casomai questo non bastasse, a Maggio 2023 l’Italia ha collezionato una nuova significativa iscrizione nel Registro Internazionale del Programma UNESCO Memory of the World: è l’ “Archivio Processuale del Disastro della Diga del Vajont”. I documenti di questo archivio ricostruiscono la vicenda, gli sviluppi e l’iter giudiziario successivamente alla tragedia del 9 Ottobre 1963, un esempio di come non si fanno le inchieste per accertare i fatti, di come sistematicamente si misconosce la verità nonché una testimonianza di come un Paese democratico nega la giustizia più elementare.

Per il mondo, insomma, il Vajont è un case study globale per i secoli a venire.

Quella sera a Longarone intorno alla TV

Mercoledì 9 Ottobre 1963 la Rai trasmetteva in differita, dalle 21,55, la partita di Coppa dei Campioni Real Madrid-Rangers Glasgow. I bar di tutta Italia erano pieni, in casa pochi avevano la TV. I bar di Longarone erano pienissimi perché era scesa anche gente dalle valli vicine, dove il segnale non era ancora arrivato.

Il Sacrificio degli umili: Giancarlo Rittmeyer.

Quella sera Giancarlo Rittmeyer, giovane geometra triestino, competente, ingaggiato dall’Ing. Biadene e dalla “Sade” – Società Adriatica di Elettricità, che in un sistema molto disarticolaro e assai lasco (per essere buoni) di soggetti che vi intervenivano a vario titolo, gestiva l’impianto del Vajont, quella sera fu raggiunto telefonicamente nella sua casa di Venezia da Biadene, preoccupatissimo – ma troppo tardi – di come stava finendo la giornata sulla Diga.

Rittmeyer lascia la moglie incinta, e senza cenare in due ore, poco dopo le 21,00, è sulla Diga. 

C’è una squadra di 54 operai in una casetta alla base della Diga, c’è una palazzina comandi più oltre, ci sono gli uffici della Sade, ci sono le passerelle metalliche, c’è il ponte del Colombèr sul torrente Vajont.

Rittmeyer s’inerpica e raggiunge la cabina comandi centralizzati sul versante sinistro del bacino. Da sotto si vede poco ma di lì, da sopra, si vede la montagna, il Monte Toc (‘Toc’ significa ‘marcio’…), che cede. Telefona a Biadene alle 22 e chiede urgenti istruzioni. Biadene la racconterà diversamente in uno dei processi, tanto ormai nessuno poteva più smentirlo. Ne aveva già raccontate tante, Biadene, da tempo. La Sade aveva deciso che chiunque si fosse messo di traverso al suo colossale affare, ‘aiutato’ da una congerie di interessi/ritorni politici, doveva essere allontanato, o manipolato, o ‘convinto’. Ci si era abituati ad ‘aggiornare’ in un batter d’occhio anche vecchie perizie geologiche, ‘tanto cosa vuoi che succeda’…

Rittmeyer sparì in quella notte. Il corpo non è più stato trovato. 

Gli operai della squadra, anche loro, morirono tutti (impauriti, avevano da tempo chiuso le finestre verso la Diga con assi di legno).

Arnaldo Olivier, scampato con i genitori.

Arnaldo Olivier aveva diciassette anni ed era a vedere la partita in un bar di Codissago. Ha un presagio, l’aria sospesa all’improvviso, come in attesa di farsi da parte per far venire il padrone di quella sera, la morte. Va via la corrente e lui sente quello che chiamerà “l’odore della morte (che) sa di fango, di marciume, di sangue, di paura” (da quel momento Arnaldo perderà per sempre l’olfatto). Arriva l’acqua e rovescia e ribalta tutto, si ritrovano nel fango fino al collo lui e la mamma, senza vestiti.

Arnaldo viene sbattuto come un mulinello tra mobili e pareti. Minuti interminabili di puro terrore; poi all’improvviso l’acqua inizia a defluire, lo spinge verso l’esterno.

Sicuro di venir portato via a valle rimane invece incastrato per puro miracolo da qualche parte, finché aperti gli occhi vede passare un detrito simile ad un albero. Era invece sua mamma che se ne andava via con l’acqua. Fece in tempo a fermarla e assieme rimasero intrappolati tra il fango e i detriti: erano salvi.

La notte del 9 Ottobre

270 milioni di metri cubi del Toc in una ventina di secondi precipitarono nel bacino ad una velocità stimata tra i 60 e i 100 km orari. Delle tre gigantesche onde che s’innalzarono nel cielo notturno del Vajont, la terza, 50 milioni di metri cubi di acqua e detriti, alta 230 metri, scavalcò la Diga e si precipitò giù per la gola del torrente, che fece da canale di convogliamento, potenziamento e accelerazione. Si generò uno spostamento d’aria di potenza eccezionale. Inoltre, è stato poi stimato che l’onda d’urto fosse addirittura il doppio dell’intensità generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima, la metà delle vittime che si trovavano all’aperto fu smembrata e polverizzata, e di loro non si è più ritrovato nulla.

Quasi tutti i cadaveri recuperati, quando interi, erano completamente nudi. Un inferno come ad Auschwitz.

L’alba del giorno dopo: la tragedia messa a nudo. 

I morti sono 1917, di cui poi sepolti 1454. Di questi solo 701 sono stati identificati, i restanti irriconoscibili. Circa 500 persone mai più rinvenute. 487 furono i bambini morti, solo una cinquantina fra tutti sopravvissero. Allora le comunità locali erano allietate da moltissimi bambini e ragazzi, e la morte ne approfittò.

Si vogliono qui ricordare i volti sorridenti e innocenti di Giuseppina Nicoli, nella foto della sua Classe della 5a Elementare di Longarone. Di Graziano, sette anni, e Stefano, nove mesi, e della loro mamma, Pia Maraner. Di Marinella Callegari, dieci anni, e dei suoi genitori, Almerino e Maria Luisa. Delle tre cuginette di Mirella Bratti: Lidia, detta Didi, di diciassette anni, Antonella di quattordici, e Marilina di dodici.

Il volto felice di Antonella Serafini, sette anni, 3a Media, sepolta nell’acqua della Diga insieme a babbo, mamma e le sue due sorelline.

E si vogliono ricordare le 6 figliolette festanti del Maestro di Longarone, Paolino De Bona, tutte morte con babbo e mamma. Il corpo del Maestro fu ritrovato dopo qualche giorno, senza testa, identificato solo per la fede nuziale all’anulare. Morto anche il fratello di Paolino, Elio De Bona, pur’esso Maestro, con moglie e figlioletto. Ma non si può proseguire senza mettersi inconsolabilmente a piangere.

“Colpa o non colpa, ci sono duemila morti” – Mario Pancini

Così era solito chiudere ogni discorso al termine delle udienze l’Ing. Mario Pancini, il tecnico rodigino residente al cantiere della Diga, che si era già preoccupato di far presente a Semenza la necessità di favorire artificialmente la scivolata della montagna nell’invaso. Prima che lei ci pensasse fa sola (“…Tanto avverrà” – Pancini).

Su questo insistette poi anche con l’Ing. Alberico Biadene, il quale alla morte di Semenza nell’Ottobre del 1961 aveva preso il suo ruolo di Direttore del servizio Costruzioni Idrauliche e dal  gennaio del 1962 anche quello di Vice Direttore Generale Enel-Sade. Figura conosciuta per la sua intransigenza (anche verso gli operai del cantiere alla Diga).

“La Diga ha resistito bene”, f.to Biadene

Celebre il cablogramma che Biadene inviò a Pancini in quel momento in ferie negli Stati Uniti, all’hotel Niagara a Buffalo, il giorno successivo per informarlo dell’accaduto: “Improvviso crollo enorme frana ha provocato tracimazione Diga Vajont con gravi danni Longarone Stop Diga ha resistito bene Stop f.to Biadene”.

Biadene, l’altezzoso irruente e spregiudicato Direttore del Vajont post Semenza, fu alla fine – 1971 – riconosciuto responsabile di disastro d’inondazione, aggravata dalla sicura previsione dell’evento (che lui volutamente trascurò e occultò in ogni modo), e degli omicidi. 

Venne condannato a cinque anni di reclusione (due per il disastro e tre per gli omicidi), di cui tre condonati “per motivi di salute” (!).

Restò nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia dal Maggio 1971 al Maggio 1973, scarcerato in anticipo per buona condotta. Il 17 Maggio del 1972 aveva presentato domanda di grazia al Presidente della Repubblica Giovanni Leone, che era stato il Capo degli Avvocati Enel-Sade al processo. Motivazione: l’imprevedibilità del disastro. La motivazione fu accettata.

Nei due anni in carcere fu ospitato in una cella confortevole, con tutti i servizi che aveva richiesto: un detenuto che gli faceva da domestico, la visita quotidiana della moglie e ricchi pacchi di viveri della Enel-Sade.

Non fu questa invece la sorte dell’Ing. Mario Pancini, il vice di Biadene, che ossessionato dal peso della colpa preferì suicidarsi con il gas a cinquantasei anni nella sua casa di Cannaregio a Venezia il 24 Novembre del 1968.

Ecco la Piazza, finalmente o purtroppo è tornato il Partito comunista.

Adesso lo possiamo dire tranquillamente e senza tema di essere smentiti: finalmente è ritornato il Pci. Certo, sotto altre sembianze e in un contesto storico, politico e culturale molto diverso rispetto a quel passato. Ma è indubbio che le modalità politiche ed organizzative sono le stesse e anche la scenografia si ripete. Mutatis mutandis, chi ha osservato con sufficiente distacco e senza alcun pregiudizio politico la manifestazione della Cgil di sabato scorso a Roma e, presumibilmente, tutte quelle che seguiranno, non può che arrivare ad una persin banale conclusione. E cioè, siamo ritornati ad una gloriosa pagina del passato. Accompagnata da un rituale facile da descrivere perchè risponde sempre allo stesso copione. Tasselli di un mosaico che si possono riassumere rapidamente e con estrema facilità.

Il continuo e sistematico ritorno della Piazzacome arma decisiva e qualificante della stessa azione politica della sinistra. Una sorta di carta di identità esclusiva.

Il sindacato, nel caso specifico la Cgil di Landini, come vera ed autentica cinghia di trasmissionecon il partito di riferimento. Con la differenza che, rispetto al passato, oggi non si sa bene chi detta lagenda. Ovvero se sia il sindacato che indica le priorità al partito o se sia il partito che vincola il sindacato alla sua agenda. Nellun come nellaltro caso non cambia, comunque sia, la sostanza della questione.

In terzo luogo il partito, e non poteva che essere così, assume un profilo politico sempre più radicale, massimalista, estremista e anche culturalmente libertario, secondo la miglior tradizione del passato. Certo, sullapproccio libertario c’è una maggior caratterizzazione rispetto alla tradizionale esperienza del principale partito della sinistra italiana perchè riconducibile, esclusivamente, alla estrazione e alla cultura dellattuale segretaria del Pd.

Inoltre, lattacco senza quartiere a chi momentaneamente è al governo. Che sia la Dc o il centro destra a trazione berlusconiana o la destra guidata dalla Meloni, non cambia affatto la posta in gioco. Si tratta sempre di un nemicopolitico da abbattere al più presto per il bene della democrazia, per salvarela Costituzione, per difendere i ceti più deboli e per salvaguardare le nostre istituzioni democratiche. Perchè ieri come oggi la minaccia fascista, la deriva autoritaria e la compressione di tutte le libertà democratiche sono sempre dietro langolo. E, di conseguenza, è necessaria ed indispensabile la mobilitazione costante e permanente della piazzaper sventare il pericolo sovversivo di chi vuol archiviare definitivamente la democrazia e sfregiare la Costituzione a vantaggio di un regime ancora alquanto nebuloso da tratteggiare. Ma il pericolo, comunque sia, è sempre alle porte.

E in ultimo, ma non ordine di importanza, la solita compagnia di giro che affianca e sostiene la mobilitazione del sindacato di riferimento e liniziativa del partito che racchiude le istanze di tutto luniverso valoriale della sinistra post ed ex comunista. Da alcuni e noti organi di informazione agli storici intellettuali e gurudel pensiero della sinistra; dai movimenti fiancheggiatrici alla sempreverde società civile di riferimento; dagli artisti e conduttori milionari a perenne difesa degli interessi dei più deboli e delle istanze e dei bisogni degli ultimi alla vasta rete del circo mediatico cha da decenni attende larrivo messianico e salvifico della sinistra e che auspica, al contempo, un centro democratico e riformista o una destra democratica e di governo – cioè i nemici irriducibili ed implacabili – normalie, di conseguenza, del tutto irrilevanti a livello politico ed inconsistenti sotto il versante elettorale. Insomma, per capirci, una destra come quella di Fini o un Centro come quello di Tabacci.

Ora, senza dilungarci in una analisi persin troppo semplice da descrivere e da inquadrare, non resta che una conclusione. E cioè, chi punta a ricostruire una vera cultura di governo, ad un progetto autenticamente riformista e democratico, ad un approccio meno ideologico e non fazioso e settario, non può che guardare altrove. Con il rispetto dovuto, come ovvio, per questo ritorno al passato della sinistra italiana ma con la convinzione che un Centro democratico, riformista, dinamico e di governo non può avere come bussola di riferimento il ritorno di un Pci, seppur con una veste aggiornata e rivista, alleato con la sinistra per casodi marca populista, anti politica e demagogica dei 5 stelle. Appunto, i riformisti guardano altrove.

Viaggio nella notte della scuola: acronimi modulistica e progetti a ripetizione.

Per una maggiore trasparenza, efficienza ed efficacia nel monitorare i progetti previsti dal PEI/PTOF si chiede a ogni docente/team/CdC /GLO di compilare il FORM al seguente link.

Ecco lincipit di una circolare inviata dal dirigente scolastico ai docenti, che fa riferimento ad un adempimento atteso in corso danno. Un tempo i direttori didattici e i presidi organizzavano incontri con gli insegnanti allo scopo di focalizzare il piano di lavoro, le metodologie, gli obiettivi educativi ed erano essi stessi in grado di offrire indicazioni, di consigliare, ascoltare le problematiche emergenti nella gestione della classe e dei singoli alunni, che stavano al centro degli impegni di tutti. In genere queste riunioni erano utili, i docenti potevano esprimersi in un clima solitamente colloquiale, commisurando i programmi nazionali di studio con la progettazione dagli stessi utilmente declinata nel proprio ambito professionale. I capi distituto – provenendo dai ruoli magistrali – custodivano unesperienza didattica che prevaleva sulle incombenze burocratiche ed erano una guida per i propri docenti.

Con lintroduzione delle procedure collegiali, della sperimentazione didattica e dellaggiornamento attraverso i decreti delegati del 1974 la scuola si era aperta al territorio e alle logiche della programmazione, mentre con la legge 517/1977 scritta da tecnici competenti e con una forte carica innovativa temi nobili come il diritto allo studio, lintegrazione degli alunni disabili, la libertà di insegnamento conferivano unaura di grande fervore pedagogico al sistema formativo. Non si indulge a nostalgie del passato ma commisurando quel contesto educativo al presente si nota un incremento smisurato degli adempimenti burocratici e un cambiamento nei temi prevalenti e negli stessi stilemi linguistici e comunicativi, interni ed esterni.

Un passaggio lento ma inesorabile verso una impostazione gerarchizzata e sincopata, con organigrammi in stile aziendale di cui dobbiamo esser grati ad una malintesa gestione dellautonomia scolastica e ad una verticalizzazione delle relazioni professionali introdotte dalla riforma della cosiddettabuona scuola, quella dei dirigenti sceriffi(e poi capitani della nave) e dei progettifici, della proliferazione di acronimi, neologismi e anglicismi, dove le formule prevalgono spesso sui contenuti.

I miti dellefficienzaefficacia e lossessione della privacy e della trasparenza finiscono per condizionare le relazioni interne e verso le famiglie: bisogna progettare, compilare moduli, rispondere a test, partecipare a riunioni con ordini del giorno smisurati e pletorici dove non si dialoga più, basta rispondere il giorno dopo approvo, non approvo, mi astengo. Quanto di tutto ciò che si fa incida sulla qualità sostanziale della didattica non è dato sapere poiché il controllo tecnico è stato sostituito da unaccomodante ed autoreferenziale autovalutazione, i registri cartacei da quelli cripticamente digitali: e così il cerchio si chiude con un incremento di impegni prevalentemente fuori dallaula a cui non corrisponde un tangibile miglioramento della effettiva qualità del servizio scolastico, solitamente stigmatizzato nel grado successivo degli studi: Cosa possiamo fare se ereditiamo studenti somari?.

In realtà questa scuola delle sigle e delle formule non piace molto a chi ci lavora (dai dirigenti oberati di responsabilità ai docenti vessati dalla burocrazia) anche se ha i suoi estimatori, specialmente attinti tra i fanatici delle nuove tecnologie, dove gli acronimi, i codici alfanumerici, le password e le username prendono il posto di un testo scritto lineare, intellegibile, interlocutorio. La corsa alla digitalizzazione e allabuso dei linguaggi informatici impoverisce il lessico della scuola in tutti i suoi contesti comunicativi interni ed esterni e vanifica la ricchezza della dimensione colloquiale e relazionale. Alla stregua di quanto accadrebbe nei concorsi pubblici per laccesso ai ruoli professionali della scuola, se malauguratamente e definitivamente i quiz sostituissero la trama di un tema sintatticamente corretto e semanticamente descrittivo, in grado di far interagire tra loro significati e significanti, di dare un senso compiuto alla sua stesura, di esplicitare una narrazione.

Questa deriva culturale minimalista sta dilagando e riguarda sia i docenti che i loro alunni, cambiano i parametri del merito e delleccellenza, il livellamento verso il comune denominatore della mediocrità non sostituisce certo il perseguimento del diritto allo studio e delluguaglianza delle opportunità di partenza e di arrivo.  Ma nemmeno integra la pratica della libertà di insegnamento poiché la consuetudine didattica si accomoda sullomologazione anziché stimolare la creatività. Girano molti sedicenti esperti in questa nuova scuola ma in genere si tratta di persone che si sono stancate di insegnare e dirottano verso più miti compiti: fare counseling, tutoring, mastery learning. Sono quelli che sostengono da anni (applicando la regola a se stessi) che leggere (cioè comprendere), scrivere (cioè esprimersi) e far di conto (cioè misurare e commisurarsi) non servono più perché bisogna aprirsi al nuovo e alla molteplicità dei saperi e dei linguaggi. Tutto diventa implicito, superfluo e scontato: infatti vediamo i risultati.                                                                                

Francesco Provinciali, già dirigente ispettivo del MIUR e delMinistero della Pubblica Istruzione.

Cdu e Csu frenano in Germania l’avanzata della destra radicale

In Germania avanza qualcosa di nuovo. Il voto in Assia e in Baviera ha visto la sconfitta della “coalizione semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) attualmente al potere nella Repubblica federale. Nei due Länder i liberali non raggiungono il quorum e restano fuori dai rispettivi parlamenti locali. Flettono i verdi, crescono gli Elettori Liberi (partito liberal-liberista), avanza l’AfD (destra radicale), senza riuscire tuttavia a sfondare. Va male anche la Spd, scendendo in Baviera addirittura sotto l’8 per cento. A brindare sono i due partiti di matrice cristiano democratica – Cdu e Csu – poiché il primo, in Assia, guadagna il 7,5 per cento e il secondo, in Baviera, conserva il primato con un dignitosissimo 36.6 per cento, quindi con una leggerissima perdita dello 0.6 per cento.

Chi vince veramente è Boris Rhein, brillante primo ministro uscente di Wiesbaden, che in serata poteva festeggiare con parole di entusiasmo:  “È un giorno d’incredibile valore (…) i cittadini hanno dato alla Cdu un chiaro mandato di governo”. A lui si univano i suoi predecessori, Roland Koch e Volker Bouffier, intonando in platea l’inno della campagna elettorale. Un successo, quello di Rhein, che riveste particolare importanza perché ottenuto sulla base di un chiaro posizionamento al centro.

In questo caso, gli elettori hanno premiato la coerenza e la chiarezza di una proposta agli antipodi della demagogia e del populismo. Sebbene in crescita, l’AfD resta fuori dal perimetro delle possibili alleanze di governo. Nessun cedimento all’estremismo, nessuna rincorsa a destra: la Cdu si è imposta con un messaggio di forte ancoraggio democratico, denunciando la pericolosità dell’Afd. Anche a Berlino ne devono tener conto, perché a conclusione di questa campagna elettorale si palesa un’alternativa credibile (e vincente) alla leadership di Fiedrich Merz – presidente federale della Cdu – e alla sua politica di ammorbidimento della pregiudiziale anti Afd.  

I giochi per la candidatura alla Cancelleria non sono chiusi. E non lo sono, a maggior ragione, dopo quello che è accaduto nelle elezioni di ieri. I buoni risultati ottenuti in Assia e Baviera non consolidano l’esistente equilibrio all’interno della Cdu. Chi canta vittoria sono altri, non Merz e la sua squadra.

La solidarietà a Israele per un nuovo percorso di pace

L’attacco delle milizie di Hamas a Israele dalla Striscia di Gaza, con il suo carico di morte, distruzione, di rapimenti indiscriminati di cittadini israeliani ha ricevuto una condanna unanime dalla politica nazionale e europea dall’intero Occidente. Il riconoscimento del diritto di Israele alla difesa proporzionata, accompagnato dalla solidarietà e dalla vicinanza a Israele, costituisce un sostegno in questo delicato momento al Paese che ha subito l’attacco, e allo stesso tempo un avvertimento volto a scongiurare ogni tentativo di escalation e di intromissione di forze esterne alle due parti in conflitto.

Nel contempo questo nuovo riesplodere del conflitto irsaelo-palestinese offre molti motivi di riflessione.

Una delle domande che viene spontanea è come sia stato possibile un attacco così imponente, fatto da commando armati e evidentemente ben addestrati, e da un ingente lancio di razzi, provenienti da un territorio così esiguo e sottoposto a controllo, come quello di Gaza. Com’è che Hamas ha potuto lanciare l’attacco più significativo subito dagli israeliani negli ultimi 50 anni, senza che l’imponente apparato di sicurezza e di intelligence israeliano ne abbia avuto sentore?

Inoltre, vi sono aspetti oggettivi di politica internazionale da tenere presenti, anche se non ne condividiamo le posizioni. Ci sono i Paesi arabi e la più ampia e influente cerchia dei Paesi musulmani, che pur con sfumature diverse, con maggiore o minore moderazione, addossano a Israele la responsabilità di quanto accaduto a causa – a loro dire – delle sue ripetute provocazioni e della privazione dei diritti dei palestinesi. Anche se va evidenziato il fatto che Arabia Saudita ed Egitto sono i Paesi che più mettono in guardia contro il rischio di un’escation del conflitto. Tutto il mondo arabo appare unito come non mai nel chiedere la cessazione delle ostilità da entrambe le parti e il ritorno alle trattative per la soluzione a due stati.

C’è in questa fase – altro fattore non trascurabile – una situazione di acceso confronto, che produce anche situazioni di stallo, nella politica e nelle istituzioni americane, legata al ruolo degli Usa nel nuovo mondo che si sta plasmando in questo tempo, testimoniata anche dalle dimissioni senza precedenti nella storia degli Stati Uniti dello speaker della Camera, che fa seguito a una mancanza di iniziativa della Casa Bianca rispetto alla soluzione del conflitto tra Israele e Palestina.

Un vuoto che la Cina si è preoccupata di colmare negli ultimi tempi, intensificando i rapporti con lo stato d’Israele e con l’Autorità Nazionale Palestinese il cui presidente Abu Mazen, lo scorso 14 giugno è stato in visita in Cina, ricevuto da Xi Jinping con tutti gli onori. La Cina, come al solito, è silente, ma fa la differenza negli equilibri.

E così pur con l’appoggio di tutto l’Occidente, Israele si scopre vulnerabile e isolato in un mondo che sta avendo sempre di meno l’Ovest come proprio baricentro. Questo nuovo conflitto ci ricorda che non c’è altra via per affermare sia la sicurezza di Israele, sia il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio stato, che la via della cessazione della guerra e del ritorno ai mezzi della diplomazia e della politica, se necessario anche aggiornando la composizione dei mediatori internazionali.

Di fronte a questa nuova ondata di violenza, in particolare l’Occidente è chiamato ad archiviare dottrine e visioni che in passato hanno avuto l’effetto di allontanare la pace non solo dalla Terra Santa ma da gran parte del Medio Oriente. E che, alla prova dei fatti, non hanno certo contribuito a rafforzare la sicurezza di Israele, per il carico di distruzione e di risentimento che hanno sparso attorno ai suoi confini. Per adottare al loro posto una strategia che abbia concretamente a cuore un futuro di pace per Israele e Palestina, a suggello di un più generale accordo di coesistenza pacifica fra le Potenze di questo XXI secolo.

Caso Apostolico, le polemiche fanno fare all’Italia un passo indietro.

Il caso Apostolico è uno di quelli che da un podi tempo mancava dalla cronaca quotidiana. La morte di Berlusconi aveva messo in letargo, forse si credeva per un tempo lungo, il conflitto tra politica e magistratura.

Ci ha pensato una donna che di mestiere fa anche il giudice a rompere la monotonia di unacqua che a star ferma ha laspetto di palude.

La Apostolico porta dunque la toga ma non quella pretestatache al tempo dei Romani spettava ai giovani fino ai 16 anni od ai magistrati di alto grado. Più che pretestata ora c’è aria di protesta della politica contro di lei e non sembra affatto ci sia intenzione di cedere armi alla sua veste autorevole.

Una sua recente decisione in materia di immigrazione ha scatenato un pandemonio e per rivalsa le si è contestato di essere di parte e non imparziale come dovrebbe essere chi provvede allapplicazione ed al rispetto della legge ed estraneo e privo di interessi nel caso che deve decidere.

A controprova della sua faziosità è stata beccata inoltre mentre partecipava ad una manifestazione anni fa in cui chiedeva lo sbarco dei migranti dalla nave Diciotti.

A ricordare una vecchia barzelletta di Gigi Proietti meglio sarebbe stato se si fosse fermata al numero diciotto, cioè a farsi i fatti suoi ma ormai le cose sono andate in questo modo e ne vedremo le conseguenze.

Luciano Violante ricorda che un giudice non solo deve essere imparziale ma deve anche apparirlo, mostrarsi come se lo fosse, facendo giustamente vivere unipocrisia comunque fondamentale e che, pur se tale, aiuta le istituzioni a reggersi in piedi.

A difesa della magistrata tutta lopposizione scalcia muovendo accuse di dossieraggio politico al Governo che avrebbe tirato fuori dal cilindro un video che la ritrae nel corso di una protesta a favore degli emigranti.

Dossier viene da dorso, fa pensare al fatto che in certe circostanze è bene comunque tenere la schiena dritta anche se non si comprende se questo spetti alla politica o alla magistratura o ad entrambi.

Dal suo dorsale è stata tirata fuori una cartellina che si riteneva ormai in uno scaffale impolverato e che ora conosce al contrario nuovo lustro.

Apostolico deve essere conforme al suo nome, essere apostola e quindi rappresentante della sua funzione e delle sue idee. Questa e quella, messe insieme, formano però una miscela esplosiva che riaccende uno scontro condotto in modo da mettere in secondo piano le difficoltà del Governo e la esiguità di chi lo contrasta.

Tutto questo sa di vecchio, come si fosse tornati indietro di anni. Non è soltanto avvilente il motivo della contesa ma la scelta di tornare a confrontarsi su un livello che si sperava caduto nel dimenticatoio.

Due dei poteri della nostra fragile democrazia si combattono da decenni usurandosi continuamente senza riuscire a fare un salto di qualità che porti il confronto a livelli di decenza. Così procedendo si accresce il loro logorio progressivamente privandosi delle energie necessarie per riscattarsi. Tutti in una difesa di posizioni e di idee che, ricordando Manzoni, spesso sono amate più del dovuto proprio perché sono poche.

A rimetterci non è solo il paese ma anche la parte più debole di esso che attende un segnale di fumo e di speranza per non finire arrosto nel forno dei crescenti tassi di interesse sui mutui e lo scarso potere dacquisto dello stipendio medio di un italiano.

Ci va di mezzo anche la solidarietà verso i migranti. Alzandosi il livello dello scontro, portandolo in baruffa, nessuno pagherà in solido per i migranti in cerca di un futuro oltre le onde del mare.

LApostolico avrebbe dovuto rinunciare al suo impeto di testimonianza e restare nelle retrovie di una battaglia dove non stava a lei sparare i colpi.

Ora potrebbe da alcuni essere tacciata di apostasia. Potrebbero rimproverarla di aver rinunciato al suo giuramento di fedeltà al potere a cui appartiene per abbracciare la fede esclusiva dei suoi convincimenti.

I migranti non hanno bisogno di paladini e neppure meritano di essere strumentalizzati per interessi altrui. Così continuando sarà forse il solo modo, semmai ancora ne arrivassero, perché preghino di andar via al più presto dalla terra triste di primo approdo. Come alternativa non resterebbe che lindifferenza verso la guerra condotta sulla loro pelle. Potrebbero citare Jean Jacques Rousseau Tutto è finito per me sulla terra, nessuno può farmi né bene né maletranquillo in fondo allabissoma impassibile al pari di Dio.

Per adesso c’è un gran vociare e così sarà nei prossimi giorni. Il conflitto tra poteri istituzionale ha smentito il pensiero di Max Picard quando nel Mondo del silenzioscrive:Non è possibile rappresentarsi un mondo in cui ci sia soltanto la parola; al contrario è possibile immaginarsi un mondo in cui vi sia soltanto il silenzio. Ciò che è fatto è fatto.

Formiche | Gargani, con la lanterna di Diogene alla ricerca  del centro.

Simona Sotgiu

[] Professore, il centro tutti lo cercano e nessuno lo trova o nessuno ha capito davvero dove sta?

È da oltre 30 anni, dagli anni 90, che ciascuno di noi va con la lanterna di Diogene alla ricerca del centro, e naturalmente è sparito soprattutto per una ragione fondamentale: la crescita dei partiti personali. Il personalismo ha affogato le ideologie e siamo andati avanti con partiti che non hanno identità, che non hanno avuto riferimenti culturali, la possibilità di realizzare quello che la costituzione ritiene allarticolo 49, cioè partiti democratici. E la responsabilità di questa situazione si può individuare, io credo, negli anni 90.

Cosa intende?

Quello degli anni 90 è stato un periodo di transizione perché i movimenti e i partiti non sono stati democratici, e quindi non ci sono stati né il centro, né la destra, né la sinistra essenziali per la dialettica democratica. Nelle elezioni del 25 settembre è venuta fuori una identità e se non teniamo conto di questo non facciamo una valutazione politica adeguata: la destra di Meloni. Quindi è finito il periodo di transizione anodina dellindistinto ed è venuta fuori una identità, la destra, che naturalmente ha compresso il centro, per cui non c’è più il centrodestra.

Vale lo stesso con la sinistra?

Certo. Dopo le elezioni, con lelezione di Schlein, è emersa una sinistra sia pure radicale, sia pure forse un povelleitaria, ma pur sempre sinistra. E allora io sono fiducioso che dopo 30 anni, sempre andando alla ricerca della lanterna di Diogene che cercava una cosa che non poteva trovare, io credo che questa identità a destra e questa pseudo sinistra possano determinare quello che è la dialettica normale che c’è anche negli altri Paesi: destra, sinistra, centro.

Come legge i tentativi di un centro unitario delle varie forze politiche italiane, da Italia Viva a Azione?

Avevo apprezzato il tentativo che Renzi e Calenda avevano fatto prima delle elezioni, con tutte le riserve sui due personaggi che immaginavo, avendo avuto un buon consenso elettorale, fossero proiettati rispetto a una posizione centrale alternativa alla destra e alla sinistra. Questo hanno capito gli elettori quando li hanno votati, con una percentuale significativa dell8,3%. Ecco, un tale risultato doveva portare ad un processo politico che aggregava le varie opposizioni, vecchi democristiani, democratici, liberali, riformisti, se non che la diaspora pesa anche su di loro e si sono divisi. Ora Renzi pare convertito verso il centro mentre Calenda sembra un azionista anticattolico, privo di ispirazioni religiose, giobertiano, mazziniano, non so bene, anche se invoca i popolari forse in modo un postrumentale.

Quindi Italia Viva ha forse trovato il centro?

Renzi sembra faccia sul serio, e la sua tradizione democratico cristiana mi auguro si ponga, seppure senza Calenda, in una posizione centrale alternativa alla destra e alla sinistra. Insieme ai popolari uniti si può creare una forza determinante, che pure esiste nel Paese, e vorrebbe vedere un riferimento forte e credibile sul piano centrale. Gli italiani per decenni hanno votato per il centro, per i partiti di governo, e non per gli estremi. Vuol dire quindi che c’è un popolo che crede in una politica illuminata e nella cultura di governo.

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Per leggere il testo integrale dellintervista (Titolo originale: Tra Meloni e Schlein c’è lo spazio per il centro. Parla Gargani)

https://formiche.net/2023/10/meloni-destra-centro-partiti-gargani/

Vita e Pensiero | Grande rigore sulla questione dei silenzi di Pio XII.

I media hanno presentato come scoopil ritrovamento di due documenti – che sembrerebbero spingere verso giudizi opposti su Pio XII proprio alla vigilia del Convegno che si terrà presso lUniversità Gregorianadal 9 all11 ottobre su Nuovi documenti del pontificato di Pio XII. Si tratta di un elenco di circa 3200 ebrei romani salvati in strutture ecclesiastiche di Roma tra il 1943 e il 1944 e di una lettera del 14 dicembre 1942 del gesuita tedesco Lothar König al segretario particolare del Papa, Robert Leiber, in cui si parla del forno crematorio delle SS nel lager di Bełzec.Trovare nuovi documenti è sempre importante per la ricerca storica. Ma su Pio XII e gli ebrei oggi più che nuovi documenti servono soprattutto interpretazioni rigorose, profonde e convincenti, capaci di tener conto della mole impressionante di informazioni oggi disponibile e di una molteplicità di problemi da considerare contemporaneamente.

Che le cose stiano in questo modo è controintuitivo: davanti a questioni controverse, è istintivo pensare che solo trovando il documento che ancora manca si possano sciogliere definitivamente tutti i misteri.Cerchiamo, insomma, la classica pistola fumante. Diffidiamo, viceversa, di interpretazioni capaci di spiegare questioni complesse: sospettiamo per principio che esprimano visioni di parte. È la classica fiducia nel visto con i miei occhicontro il sentito dire. Ma nel caso di questioni complesse non è possibile prescindere dal sentirsi direda qualcuno a che punto siamo arrivati, anche se ovviamente non tutti i sentito direhanno lo stesso valore. Lesaltazione unilaterale di un nuovo documento rischia infatti di far dimenticare le puntate precedenti e cioè gli elementi di verità che altri sono riusciti a identificare e le ipotesi fantasiose che altri sono riusciti ad escludere. È il problema dei cosiddetti misteri italiani, dalla strage di Bologna alla tragedia di Ustica. Ma vale anche per Pio XII.

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Lelenco dei circa 3200 ebrei nascosti in 155 conventi romani, peraltro, non è nuovo: lo aveva già visto Renzo de Felice. Lo compilò tra il 1944 e il 1945 il gesuita Gozzolino Birolo su indicazione di padre Agostino Bea, rettore dellIstituto Biblico. Dopo De Felice non era stato più consultato, ma la cifra di circa 4000 ebrei salvati nei conventi è stata citata dai più autorevoli studi su questa ospitalità sulla base anche di molti altri documenti.

Oggi, insomma, lelenco del Biblico non aggiunge molto ad una certezza ormai acquisita: tra 43 e 44 gran parte del mondo ecclesiastico e cattolico romano più vicino al papa e, anche se manca il documento che lo dimostri inequivocabilmente, tutto fa pensare che lo abbia sollecitato lo stesso Pio XII si mobilitò largamente per salvare gli ebrei. Non è unacquisizione da poco. Ma sbaglierebbe chi usasse questo elenco per chiudere definitivamente la questione dellatteggiamento di Pio XII verso gli ebrei.

Il problema del silenzio, infatti, non può essere rimosso. Emerge anche dalla lettera del gesuita Lothar König al segretario particolare del Papa, meritoriamente ritrovata dallarchivista vaticano Giovanni Coco. Se il segretario di Pio XII sapeva di forni crematori, è fondato presumere che lo sapesse anche il Papa: perché dunque ha taciuto? Un giudizio storico negativo sembra inevitabile. Ma sarebbe il risultato sbagliato di un azzeramentoprovocato anche in questo caso da un eccesso di enfasi sul documento nuovo. Non si deve guardare allalbero dimenticando il bosco: ci sono altri documenti che vanno nella stessa direzione. Il primo a porsi il problema del suo silenzio fu lo stesso Pio XII, parlando con Roncalli nel 1942: lo sappiamo dagli Actes et documents du Saint-Siège pubblicati molti anni fa. Gli studi più seri hanno riconosciuto che Pio XII non ha pubblicamentecondannato la Shoah: il punto, dunque, non è se c’è stato un silenzioma perché c’è stato. È una questione molto complessa su cui però sono stati raggiunti nel tempo risultati importanti, che non vanno dimenticati nella corsa alla pistola fumante.

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Di seguito il link per leggere il testo integrale dellarticolo pubblicato sul numero 4/2023 di Vita e Pensieroe reso disponibile sul sito della rivista.  

https://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-i-silenzi-di-pio-xii-6298.html

La Voce del Popolo | I complotti? Teoria senza fondamento.

Sarà un difetto della mia immaginazione ma mi riesce davvero assai difficile vedere tutti quei complottiche con cadenza oramai regolare vengono denunciati.

In politica esistono conflitti, contese, difficoltà, insidie, rischi. In grande abbondanza, perfino eccessiva. Ma lidea che da qualche parte, di nascosto, agendo nellombra, questo o quel potere forte stia tramando per decapitare il governo eletto appena un anno fa appare davvero come una fantasia malata. Oppure come una ricerca di alibi.

Questa visione cupa che di tanto in tanto si riaffaccia non è una novità, peraltro. E non appartiene solo a questo governo. È una delle eredità di questa stagione politica vissuta un poda tutti allinsegna del populismo. Laddove cioè non regna più fiducia, né raziocinio, ma si dilatano a dismisura i confini della più fantasiosa diffidenza. Fino a incoronare il sospetto come legittimo sovrano della nostra arena pubblica.

Si vorrebbe incoraggiare la maggioranza a non cercare troppo facili vie di fuga dalle fatiche e dalle responsabilità a cui è chiamata. E incoraggiare lopposizione a costruire con metodo e pazienza una possibilità di alternativa. Liberandosi tutti, e liberandoci, da questa cappa di cu- pezza che grava sui nostri destini politici. Sulla nostra scena non esiste il minaccioso dottor No raccontato da Ian Fleming, capace di ogni nefandezza. E non esiste neppure James Bond, lagente 007 al servizio di sua maestà.

Più prosaicamente, siamo tutti alle prese con avventure molto meno grandiose, ma anche con trame molto meno minacciose.

Fonte: La Voce del Popolo, 5 ottobre 2023.

[Testo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Il feudalesimo democratico: dalla democrazia dei partiti alla democrazia plebiscitaria.

In vista delle prossime elezioni regionali (si voterà in 5 regioni) e amministrative ci sembra opportuno fare alcune brevi considerazioni circa lo stato di salutedella democrazia nelle istituzioni periferiche e sul livello di tollerabilità della concentrazione del potere. In altri termini, valutare gli effetti che la indotta mutazione genetica del cosiddetto sistema dei partiti, inteso come un complesso di soggetti che operano in un contesto di relativa stabilità ed interna armonia, ha prodotto nel corso degli anni sulle istituzioni e sulle modalità di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica.

Preliminarmente si ricorda come, a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, una attenta e martellante campagna tesa a convincere la collettività che le regole allora in vigore erasno obsolete e inadeguate, che avevano perso efficacia, e che perciò fosse bene liberare le mani della politica dai lacci del diritto, dalle regole, dal controllo democratico, alimentata a sua volta dalla contestuale campagna giudiziaria passata sotto il nome di tangentopoli, hanno prodotto una serie di sostanziali mutamenti del quadro politico delle istituzioni. I partiti politici che per i primi cinquantanni della storia repubblicana avevano rappresentato il principale strumento attraverso cui garantire la partecipazione e la determinazione della politica nazionale/locale, hanno subito una pesante battuta di arresto.

La nuova architettura istituzionale locale e regionale introdotta in quegli anni, strutturata in modo tale da andare oltre gli stessi, li ha trasformati infatti da luoghi di partecipazione a disposizione dei cittadini a macchine elettorali a disposizione del capo, con strutture intermittenti, senza ideologia e senza organizzazione. Svuotati della propria base ideologico-valoriale e della tradizionale organizzazione politica, tali compagini sociali sono diventate di fatto entità occasionali e deboli, pronte ad attivarsi solo in occasione di grandi appuntamenti elettorali, ridotte ormai alla condizione di soggetti privi di una coerente legittimazione politica e sociale.

In pratica essi hanno perso i loro connotati originali e parallelamente si sono leaderizzati, trasferendo il loro tradizionale rapporto con la società e con gli elettori sempre più attraverso i media e il marketing politico. In sostanza, si sono trasformati in comitati al servizio del leader di turno, il quale sviluppa il proprio rapporto con i cittadini/elettori utilizzando i media e le tecniche del marketing politico-elettorale.

Tutto ciò, ameno sul piano locale, non è accaduto per caso. Vi è stata una precisa volontà politica di trasformare lassetto democratico, per rispondere al principio secondo il quale sistema di governo deve essere in grado di fornire riposte rapide, la cosiddetta riduzione delle complessità”. In questo modo ciò che conta non sono più i principi e i valori un tempo incarnati nei partiti, ma sempre di più le caratteristiche personali dei protagonisti, sicché la richiesta di consenso senza offerta politica favorisce il rifluire della ratio del principio rappresentativo nellemotio di quello plebiscitario, saldate in ununica logica binaria nella quale il primitivismo prepolitico dellincarnazione in un leader fa premio sulla strutturazione identitaria di tipo programmatico-politico.

In questo contesto il ruolo del corpo elettorale diviene del tutto marginale e inscritto in una logica di passività – fondato com’è sullinstaurazione di un magnetico circuit de confiance che si accende e si spegne esclusivamente nellarena elettorale in grado solo di conferire al potere una legittimazione sentimental-servile. Leclissi dei partiti tradizionali, chiamati al rispetto delle convenzioni e delle consuetudini politiche, ha di fatto liberato il sistema da ogni freno inibitorio, favorendo pratiche impensabili in un contesto di sana democrazia e di rispetto degli elettori.

Lesempio più fulgido è dato dal proliferare delle cosiddette Liste civiche, coacervo di interessi personali, prive di ogni ancoraggio politico e istituzionale, funzionali solo al perseguimento di interessi di parte, che hanno inteso linvestitura popolare in chiave di autonomizzazione dalla trama del pluralismo politico e sociale. In tale ampia situazione, la scelta poi di legare il vertice dellesecutivo al voto popolare ha voluto marcare il carattere extraistituzionale della legittimazione ad amministrare. In questo modo si è largamente superato il limite tollerabile di concentrazione del potere. Listituzione di un vertice monocratico dotato di ampi poteri (nomina e revoca unilaterale dei componenti degli organi esecutivi) ha ridotto di grand lunga gli spazi democratici non solo nelle istituzioni, determinando una torsione antidemocratica del sistema locale e regionale.

OLa rigidità introdotta, prima nellordinamento degli Enti Locali, poi in quello regionale secondo il principio del simul stabunt simul cadent ha nei fatti svuotato lorgano collegiale supremo (Consiglio comunale o Consiglio regionale) da ogni effettiva libertà, perché sottoposto al potere autonomo e incondizionato di scioglimento da parte del Sindaco/Presidente. È vero che è prevista la sfiducia, ma può essere attivata solo da un organismo kamikaze, posto che in caso di approvazione della stessa decade il Sindaco/Presidente con lo stesso organismo proponente. Questo equilibrio del terrore ha prodotto latrofizzazione di fatto degli istituti della sfiducia e dello scioglimento anticipato degli organismi assembleari nei quali risiede la rappresentanza popolare.

La svolta cesarista ha allontanato i cittadini dalle istituzioni, ha creato un élite autoreferenziale che non rappresenta più il corpo elettorale. La voragine che è sotto i nostri occhi tra il corpo elettorale e le istituzioni rappresentative, manifestata per altro dalla sempre più larga astensione elettorale, pone evidenti interrogativi sullo stato di salute del nostro sistema democratico, di fronte ai quali per il bene delle istituzioni non si può continuare a tacere. È necessario rivedere alcune norme, per ridare smalto e partecipazione a questa nostra democrazia in grave difficoltà.

Rotondi tradisce i valori della tradizione democratico cristiana e popolare

Ho conosciuto Gianfranco Rotondi alla fine degli anni 80, in uno dei tradizionali incontri annuali di Saint Vincent della nostra corrente Dc di Forze Nuove, nella quale partecipò, graditissimo ospite, Gerardo Bianco, appena uscito indenne dallo scontro politico avellinese e nazionale con De Mita. Rotondi si rivelò subito dotato di grande appeal, eloquio chiaro e diretto e una cultura storico politica inusuale tra i giovani della sua età.

Sin da allora lo considerai, se non il migliore, uno dei migliori fichi del bigonciodei giovani della quinta e ultima generazione dei democratici cristiani.

Anche lui divenne componente importante della corrente della sinistra sociale Dc, Forze Nuove, che con Pastore (leader di Rinnovamento, come allora si chiamava la sinistra sociale), Donat Cattin, Labor, Acquaviva, Bodrato, Vittorino Colombo, Mannino, Macario, Marini, Sandro Fontana, Toros, Fracanzani, Girardin, e molti altri esponenti, hanno rappresentato i miei riferimenti politici e organizzativi.

Con la diaspora del 1993, tutta quella grande esperienza cessò ma subito si avviarono diversi tentativi per farla sopravvivere. Chi, pensando che avrebbe potuto esistere allinterno dei fronti contrapposti del bipolarismo forzato da una legge elettorale impropria come quella del Mattarellum, e quanti, me compreso (che dal 2011 cercarono di dare pratica attuazione alla sentenza della Corte di Cassazione n.25999 del 23.12.2010, secondo cui la Dc non è mai stata giuridicamente sciolta) si sono impegnati per far rinascere, senza successo, la Democrazia Cristiana.

Rotondi, da scaltro politico, fu tra quelli che innanzi tutto pensò come altri che la discesa in campo del Cavalierepoteva rappresentare loccasione per dar vita al centro nuovo della politica italiana. Obiettivo condiviso da autorevoli amici come Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo, che furono gli ispiratori della scelta strategica decisiva di Berlusconi per il Ppe . Una rendita di posizione importante utilizzata sino ai nostri giorni da Forza Italia e accoliti.

Rotondi cercò sempre di mantenere viva la sua etichetta di democratico cristiano, che rappresentava il marchio necessario per le trattative alle diverse scadenze elettorali. Grazie ad essa seppe sempre garantirsi una posizione sicura, alle regionali lombarde prima, alle politiche poi, sempre per se stesso e qualche altro stretto amico collaboratore.

Non sono mancati, in verità, alcuni tentativi da lui operati per ricomporre unarea centrale, contando sulla presunta disponibilità di alcuni amici e amiche, tanto che si inventò la formula di Verde Popolare, marchio presentato proprio a Saint Vincent nel 2021.

Gli è che, quando con Gargani, Tassone, il sottoscritto e altri abbiamo tentato di avviare la Federazione dei Dc e Popolari, Rotondi traccheggiò, assunse una posizione di surplace; nella sostanza non aderì a quello che poteva rappresentare un tentativo serio di ricomposizione politica dellarea cattolica nelle su tre componenti essenziali: democratica, liberale e cristiano sociale.

Con la vittoria della destra di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del settembre 2022, si assiste allultima giravolta del nostro fico del bigoncio. Ora la soluzione, secondo lui, sarebbe quella di stare tutti con la destra, presumendo di essere il traghettatore-trasformatore della stessa, dal partito degli eredi almirantiani a una nuova Democrazia cristiana formato 2.0.

Penso che anche la più sottile lucidità e il più ostinato realismo politici non possano superare certi limiti di compatibilità con i propri valori, salvo ridurre la politica a mero strumento di sopravvivenza e di gestione del potere.

Leggere il programma annunciato di una nuova edizione di Saint Vincent sotto le insegne di Fratelli dItalia e Fondazione Fiorentino Sullo, costituisce, da un lato, il disconoscimento della storia politica di un uomo integerrimo come Sullo, uno dei padri della sinistra politica Dc della Base, e, dallaltra, lennesima capriola del nuovo Tarzan della politica italiana.

Celebrare a Saint Vincent lentrata ufficiale di Rotondi nellarea della destra meloniana costituisce, infine, il più grande torto alla memoria di Carlo Donat Cattin, che dei convegni di St Vincent, della sinistra sociale Dc di Forze Nuove, fu linventore e linterprete unico e non replicabile. Gli italiani, scriveva Ennio Flaiano “sono sempre pronti a salire sul carro del vincitore” e Prezzolini nel suo Codice della Vita italiana aggiungeva che i fessi hanno dei principi, i furbi soltanto dei fini. Col trasformismo si può sempre galleggiare, ma si finisce col tradire le proprie radici.

Disperdere il seme del popolarismo è impoverire la democrazia italiana

Da molto tempo abbiamo preso atto del profondo e radicato pluralismo politico nelle varie aree culturali del nostro paese. Nessuna esclusa. Eppure, almeno per una cultura politica sufficientemente identitaria e antica come quella del popolarismo di ispirazione cristiana, fa sempre un certo effetto vederla dispiegare su tutto larco costituzionale, come si diceva un tempo. Forse con la sola assenza nel campo del populismo anti politico, qualunquista e demagogico dei 5 Stelle e nei gruppuscoli estremistici e violenti presenti tanto allestrema destra quanto allestrema sinistra, non possiamo non registrare una presenza in tutte le altre formazioni politiche dei Popolari.

Ora, senza avere la presunzione di distribuire pagelle a destra e a manca – tentazione che, purtroppo, continua a circolare massicciamente in alcuni settori dellarea popolare – diventa francamente difficile, se non addirittura imbarazzante, comprendere le ragioni politiche, culturali, programmatiche e forse anche etiche che giustificano la presenza di molti amici Popolari in alcune formazioni politiche contemporanee. Certo, tutti conosciamo le ragioni specifiche, perchè sono umanamente comprensibili, che legittimano questa presenza: dal ruolo nelle istituzioni ai vari livelli alle prebende del sottogoverno; dagli incarichi negli organigrammi di partito alla legittima aspettativa nelloccupare futuri ruoli politici. Ma, al di là di questa dimensione, pur sempre presente nellagone politico, è indubbio che ci sono anche delle ragioni più profonde che spiegano e, appunto, giustificano la presenza di molti amici Popolari in quasi tutti i partiti italiani.

Ecco perchè diventa francamente curioso, se non addirittura divertente, conoscere le ragionipolitiche e culturali di queste singolari ed anacronistiche appartenenze.

Senza fare un censimento, anche un poridicolo e patetico, verrebbe da chiedersi però che cosa centrano i Popolari con la sinistra radicale, massimalista, estremista e tardo libertaria della Schlein. Oppure qual è la sintonia dei cattolici popolari e sociali con la cultura laicista, liberista, repubblicana e azionista di Calenda. Per non parlare del sovranismo e del cattolicesimo ‘à la cartedella Lega salviniana o di alcuni settori della destra estrema di Fratelli dItalia. E lelenco potrebbe continuare.

Certo, ogni esponente, e giustamente, è in grado di spiegare dettagliatamente le ragioni o le motivazioni che lo portano a militare in partiti e in formazioni radicalmente estranee ed esterne alla radici culturali, sociali, politiche e programmatiche del popolarismo. Ma, tuttavia, anche le giustificazioni più rocambolesche hanno sempre dei limiti. Dettati più dalla coerenza che non dalla sola convenienza.

E la conclusione, pertanto, è abbastanza semplice anche se al tempo stesso complessa. E cioè, se si vuol ridare prestigio ed autorevolezza alla politica e agli stessi politici, non si possono al contempo ridicolizzare le culture politiche di riferimento. A cominciare, nel caso specifico, dalla cultura storica, antica ma fortemente attuale e moderna del cattolicesimo popolare e sociale. Perché senza una proiezione politica coerente e lungimirante con la sua storia, sono le stesse ragioni di quella cultura ad entrare irreversibilmente in crisi. O perché estranee ai partiti di riferimento o perchè, peggio ancora, piegate a motivazioni riconducibili unicamente alla convenienza di potere dei singoli.

Forse è bene pensarci prima che sia troppo tardi. Soprattutto in questa fase che segna, seppur timidamente, il ritorno della politica e delle sue categorie costitutive.

Ruffini boccia l’idea che più leggi facciano più innovazioni

Foto di M. da Pixabay
Foto di M. da Pixabay

“La PA è la più grande infrastruttura esistente in Italia. La PA ha bisogno di investimenti, di manutenzione, di cura, esattamente come un`opera pubblica. La PA è il telaio su cui poi cresce tutto il resto: se non si investe in quello, non cresce tutto il resto, non si rende il sistema Paese così come dovrebbe essere”. Lo ha affermato Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia Entrate, secondo quanto riporta una nota intervenendo oggi (ieri per chi legge, ndr) a Roma al convegno Renael, Rete Nazionale delle Agenzie Energetiche Locali, dedicato alla discussione dei temi più importanti legati alle questioni energetiche nazionali.

 

“Se non si riparte da quello continueremo ad arricchire la nostra collezione di Gazzette Ufficiali ma, allo stesso tempo, continueremo a calpestare un Paese dove le innovazioni, i cambiamenti, sono molto più lenti delle parole scritte in Gazzetta Ufficiale – ha proseguito -. In Italia siamo convinti che per cambiare la realtà che ci circonda sia necessario approvare una norma. E invece in Italia le leggi non sono sufficienti: c`è bisogno di qualcuno che attui le norme, e il primo ingranaggio che dalla Gazzetta Ufficiale deve portare nella realtà concreta è l`apparato amministrativo dello Stato, la PA”.

 

Secondo Ruffini “c`è una consapevolezza da acquisire, che siamo ciò+ parte di una comunità, di un Paese, dove essere tutti sulla stessa barca non è solo un modo di dire. Quando si è tutti sulla stessa barca o si inizia a fare la propria parte o si è un pericolo per gli altri: alla prima burrasca la barca rischia di fermarsi o di andare a picco.

Riuscire ad avere la consapevolezza che ciascuno di noi è all`interno di un contesto, per cui l`ecosistema non è una cornice ma parte integrante del nostro vivere. L`industrializzazione di intere aree del mondo ha sottratto aree alla terra con deforestazione e desertificazione: c`è uno squilibrio tra siccità e alluvioni nel giro di pochissimo negli stessi territori. Bisogna comprendere come ciascuna nostra azione possa interferire positivamente su tutto questo, possa avere effetto positivo. Ci sono scelte di ciascuno di noi che possono influire. Grazie alla scuola mia figlia ha preteso che a casa non entrassero bottiglie di plastica: è una regola stabilita da mia figlia oltre 10 anni fa. Questa terra è da consegnare ai miliardi di uomini e donne che la calcheranno più avanti, alle future generazioni”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Dibattito | L’attrazione irresistibile del centro: l’ostacolo è il leaderismo dei partiti odierni.

 

Non deve essere di poco conto l’attrazione che in questa fase politica sta esercitando il centro sul cammino e gli obiettivi di breve periodo di alcune forze politiche, FI, IV e Azione, tese a ridefinire il loro profilo identitario.

Ovviamente ciascuno di esse guarda al centro per motivi diversi, ma la ragione comune è il tentativo di sottrarsi ad una inevitabile incorporazione, per chi come FI sta nella coalizione di centrodestra, pur se Tajani ne sta inventando di tutti i colori per avere una ribalta mediatica quotidiana, riproposta a tutte le ore dalle reti Fininvest, mentre è palese la fatica – in quanto partito assolutamente personale e con una classe dirigente scelta,intuitu personae, ossia uno ad uno da Berlusconi – a riprogrammarsi in un quadro di autentica democrazia interna.

A sinistra il pericolo non è l’incorporazione, ma l’irrilevanza di IV e Azione che tornati divisi rischiano di accreditare, come peraltro sta avvenendo nel dibattito interno che li vede più marginalizzati, la prospettiva di non superare la soglia di sbarramento del 4% alle prossime elezioni europee.

In questo quadro c’è chi in linea con la propria originaria identità e nel solco di un patrimonio di esperienze pregresse, che oggi si vogliono riproporre, sia pure in un visione aderente alle realtà odierne, sta sciupando quel comune filo conduttore che tiene legati ad obiettivi di lungimirante e sostenibile sviluppo del paese, le diverse componenti culturali e di pensiero politico che fanno capo, da una parte, alla valorosa missione di quanti stanno provando a rifondare la DC, che con la segreteria di Totò Cuffaro sembra aver abbandonato la linea del distinti e distanti dalla destra (che peraltro oggi con FdI è maggioritaria nel centrodestra) e dalla sinistra(con un Pd sempre più massimalista e radicale) attestandosi irreversibilmente su posizioni di permanente alleanza con il centrodestra (cosa che ci fa prefigurare anche con riguardo alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo) e, dall’altra, a tutta quell’area del popolarismo che con la segreteria della Schlein si sono trovati nel Pd, spiazzati e stranieri in casa.

Non sono pochi a scommettere che quel cordone ombelicale che ha legato le diverse sfumature di pensiero che si sono articolate all’interno della cornice concettuale e dottrinale espresse da una parte dal popolarismo sturziano e dall’altra da un certa area democristiana più intransigente poco incline a quell’apertura laicista capace di rendere più viva e aderente alle inevitabili evoluzioni della società, ogni scelta politica, vada ricomposto non come ritorno a una ingenua adolescenza politica ma come collante di due direttrici culturali che in questi trent’anni hanno finito per trovare strade diverse, nel centrodestra e nel centrosinistra,seguendo l’onda del bipolarismo.

E quale altro se non questo può essere il momento migliore per cogliere il segnale, che con il disertare le urne di fronte ad un florilegio insoddisfacente di proposte politiche, spesso ingannevoli o effimere, da anni ci manda un elettorato non distratto che attende pazientemente la ricomposizione di questi due filoni culturali, Cristiano-democratico e Popolare, unici a saper rappresentare una politica della mediazione pacata e della sintesi decisionale se non si vuole, ancora una volta, destinare quel vuoto politico alla perenne evanescenza, rendendo immanente questo bipolarismo deleterio.

Il tema vede peraltro commentatori molto più illustri che con pregiati contributi sui media (in particolare sul valoroso giornale-blog Il Domani d’Italia, che in questo momento appare come un prezioso laboratorio di idee e di analisi)discutere da tempo sulla opportunità o meno di una ricomposizione dell’area democristiana.

Proprio su Il Domani d’Italia di qualche giorno fa, a firma di Giorgio Merlo, leggiamo:

“…il Centro e la stessa ‘politica di centro’ nel nostro paese non possono essere disgiunti e separati dalla presenza politica, culturale e programmatica – ancorché decisiva – della cultura cattolico popolare, cattolico democratica e cattolico sociale. E questo non per una civetteria moralistica ma per la semplice ragione che il Centro e la ‘politica di centro’ non possono essere interpretati e declinati da chi storicamente è estraneo, esterno se non addirittura alternativo a quella sensibilità, a quella cultura, a quella prassi e, soprattutto, a quell’indole. E la conferma arriva quotidianamente dalla concreta dialettica politica italiana”.

E Giuseppe Davicino nel suo articolo pubblicato sempre su Il Domani d’Italia di giorni fa, aggiunge:

“Un centro dinamico e riformista necessita anche di una capacità di lettura e di visione dell’attuale fase, con le quali costruire una narrazione in grado di parlare in profondità a un elettorato interessato a capire dove si sta andando, la direzione e il governo dei cambiamenti, e ormai stanco di veder soffocata nella sterile contrapposizione destra-sinistra la discussione sui principali problemi che ci stanno davanti”.

Ad essi fa eco Fioroni, sullo stesso giornale,che così scrive: “L’analisi del “caso Italia” ci porta a convergere con Renzi e con Calenda, senza annacquare con ciò la specificità del nostro popolarismo…”. Dialoghi interessanti ma talvolta singolari, come appare trarsi dalle note di un ennesimo articolo di Merlo del 1 ottobre scorso, ove così si esprime in risposta adesiva a Fioroni: “E, come ha giustamente ricordato Beppe Fioroni nelle conclusioni del convegno romano, i passaggi politici sono sostanzialmente due: e cioè, prima si costruisce la lista di Centro per le prossime elezioni europee con tutti i soggetti, i partiti e i movimenti che rifiutano la prassi e la deriva del “bipolarismo selvaggio” e poi, ma solo in un secondo momento, si gettano la basi per la costruzione definitiva di un partito di Centro”.

Cui segue, a distanza di pochi giorni, oggi (ieri per chi legge, ndr) questo appello di Fioroni: “…Ecco, rimettiamo mano all’aratro. Perché dovrebbe vincere l’incomprensione? Calenda e Renzi, con carismi diversi, possono legittimamente rivendicare un ruolo da protagonisti. Lo sono a pieno titolo, malgrado la separazione recente, perché intercettano meglio di tutti gli umori della pubblica opinione. Non devono soccombere però all’impazienza di fare da soli, tanto da rimanere prigionieri singolarmente della loro stessa solitudine”. Finendo il concetto con una visione progettuale che ha dell’incredibile: “…Anche il centro può rivestirsi dei colori dell’arcobaleno, così dando a tutti, attraverso la molteplicità degli apporti, il modo di riconoscersi nel caleidoscopio di motivazioni e propositi che in fondo la domanda di nuova proposta politica esige”.

L’appello rivolto ai due leader di quello che fu il terzo polo affinché si ricompongano in vista del comune obiettivo di una ruolo politico del centro, non più schiacciato dagli estremismi dei due poli, appare davvero incomprensibile. Di certo nell’appello di Fioroni pesa tutta la perniciosa pregnanza del leaderismo dei partiti odierni. Peggio ancora se questa linea si perseguisse secondo l’intendimento che accomuna Fioroni e Merlo. Pur riconoscendo che un partito non si costruisce in poche settimane, di certo appare assai singolare che si parta da una lista per poi costruire su di essa un partito. Normalmente avviene il contrario e non per un semplice manierismo di facciata ma perché solo sulla base di una proposta progettuale si possono trovare le candidature adatte a rappresentare questa o quella proposta politica del proprio partito.

Un tale groviglio rende ancora più dissonante l’inusuale auspicio mentre auspichiamo da tempo il senso di un recupero di quel virtuoso metodo basato sul confronto politico di ogni questione ora preordinata a scelte tattiche ora a scelte strategiche del partito.

Certo, peculiarità di un altra epoca, ove saldamente il gioco della dialettica interna portava, ora al prevalere dell’una, ora dell’altra tesi in un quadro di assoluto rispetto della collegialità.

Oggi ci si appella ai leader che come ologrammi rifrangenti mostrano profili multiformi, e spesso ingannevoli: mutazioni che servono per tentare di attrarre un elettorato assai liquido e che vuole trovare risposta immediata ed esclusiva ai propri interessi personali, senza guardare all’insieme del paese.

Del resto nella stessa classe politica sempre meno troviamo qualcuno incline a come recuperare il senso di comunità che ogni paese deve orgogliosamente saper curare e custodire. Fa poi un certo effetto, nonostante gli inviti che ci è capitato di rivolgere a Fioroni per un maggior focus sul processo di ricomposizione dell’area democristiana, in stallo da tempo, per ricostruire un partito che ne fosse in qualche modo l’erede politico di quello che seppe essere la Dc, leggere di appelli a leader, che da tempo non si tollerano e che se ne sono detti di tutti i colori, bruciando l’idea credibile di un nuovo centro come asse del sistema.

Mentre appare ancor più lontano da una certa idea di centro il ragionamento di Fioroni che arriva nelle sue conclusioni a scomodare espressioni come “anche il centro può rivestirsi dei colori dell’arcobaleno”, dove non è difficile immaginare quale fine farebbe una formazione ancora ben poco strutturata in confronto alle dinamiche egemoniche, di leader, così ben rodati, nell’idea, assai ingenua, di poter esprimere la migliore sintesi di posizioni variegate e di una multiformità di metodi politici, finendo magari per non essere più nemmeno la foglia di fico con cui spesso si sono paludate certe linee politiche, così nelle coalizioni di centrodestra: l’Udc, ultimo periodo berlusconiano; come in quelle di centrosinistra: i Popolare nel Pd, tenendo ai bordi, pur esibendoli, esponenti politici di altre culture.

Non sarebbe improprio anziché provare a rinverdire quello spirito personalistico che pervade purtroppo l’intero sistema politico, invocare con una proposta politica una visione più uniformante delle forze politiche più affini ad una piattaforma progettuale comune sul lungo periodo, per l’Italia e per l’Europa piuttosto che rivolgersi direttamente a leader che si sono ampiamente dimostrati inadatti per incompatibilità, dissidi personali, metodi, talvolta disinvolti, e per cambiare idea nel giro di pochi giorni (emblematiche le performance che li hanno caratterizzati in questi mesi precedenti con il fallimentare esperimento del terzo polo) per dare una qualche fisionomia credibile ad una autentica idea politica di centro.

1938, il Gran Consiglio del Fascismo emette la vergognosa Dichiarazione sulla razza.

Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell’Impero, dichiara l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un’attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema di carattere generale.

Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:

  1. a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;
  2. b) il divieto per i dipendenti dello Stato e di Enti pubblici – personale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;
  3. c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno;
  4. d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’

Ebrei ed ebraismo

Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l’ebraismo mondiale – specie dopo l’abolizione della Massoneria – è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoriuscito è stato – in taluni periodi culminanti come nel 1924-25 e durante la guerra etiopica – unanimemente ostile al Fascismo. L’immigrazione di elementi stranieri – accentuatasi fortemente dal 1933 in poi – ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani, nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, perché antitetico a quello che è la psicologia, la politica, l’internazionalismo d’Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo a elementi ebrei; l’ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevichi di Barcellona.

Il divieto di entrata e lespulsione degli ebrei stranieri

Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto di ingresso nel Regno degli ebrei stranieri non poteva più oltre essere ritardata, e che l’espulsione degli indesiderabili – secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie – è indispen- sabile. Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all’esame dell’apposita commissione del Ministero dell’In- terno, non sia applicata l’espulsione degli ebrei, i quali:

  1. a) abbiano un’età superiore agli anni 65; b) abbiano contratto un matrimonio misto italiano prima del 1 ottobre XVI.

Ebrei di cittadinanza italiana

Il Gran Consiglio del fascismo, circa l’appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:

  1. a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;
  2. b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;
  3. c) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all’infuori dell’ebraica, alla data del 1 ottobre XVI.

Discriminazione tra gli ebrei di cittadinanza italiana

Nessuna discriminazione sarà applicata – escluso in ogni caso l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti di ebrei di cittadinanza italiana – quando non abbiano per altri motivi demeritato – i quali appartengano a:

1) famiglie di caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in questo secolo: libica, mondiale, etiopica, spagnola;

2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;

3) famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, insigniti della croce al merito di guerra;

4) famiglie dei caduti per la Causa fascista;

5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;

6) famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni ‘19- ’20-’21-’22 e nel secondo semestre del ‘24 e famiglie di legionari fiumani;

7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione.

Gli altri ebrei

I cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette categorie, nell’attesa di una nuova legge concer- nente l’acquisto della cittadinanza italiana, non potranno:

  1. a) essere iscritti al Partito Nazionale Fascista;
  2. b) essere possessori o dirigenti di aziende di quasiasi natura che impieghino cento o più persone;
  3. c) essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno;
  4. d) prestare servizio militare in pace e in guerra.

L’esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti.

Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:

1) che agli ebrei allontanati dagli impieghi pubblici sia riconosciuto il normale diritto di pensione;

2) che ogni forma di pressione sugli ebrei, per ottenere abiure, sia rigorosamente repressa;

3) che nulla si innovi per quanto riguarda il libero esercizio del culto e l’attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti;

4) che, insieme alle scuole elementari, si consenta l’istituzione di scuole medie per gli ebrei.

Immigrazione di ebrei in Etiopia

Il Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilità di concedere, anche per deviare l’immigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia. Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei potranno essere annullate o aggravate a seconda dell’atteggiamento che l’ebraismo assumerà nei riguardi dell’Italia fascista.

Cattedre di razzismo

Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Ministro dell’Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali Università del Regno.

Alle camicie nere

Il Gran Consiglio del Fascismo, mentre nota che il complesso dei problemi razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano, annuncia ai Fascisti che le direttive del Partito in materia sono da considerare fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del Gran Consiglio devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate dai singoli Ministri.

 

[6 ottobre 1938]

Calenda e Renzi, l’imperativo dell’unità in vista delle elezioni europee.

 

 

La destra ha vinto dicendo che aveva le carte in regola per governare. Lo slogan più volte ripetuto in campagna elettorale – “siamo pronti” – a distanza di un anno risuona insincero. Anche le persone che appaiono ben disposte a concedere tempo e fiducia a Giorgia Meloni, non hanno grandi motivi per difendere a spada tratta l’operato della compagine governativa. Può darsi che questo sentimento di insoddisfazione si faccia più acuto nel corso dei prossimi mesi, con l’approssimarsi cioè della scadenza del 2024 riguardante le amministrative e le europee. Quale alternativa, seppur germinale, sarà allora presente sullo scenario politico? E dunque, quale la novità possibile per gli italiani?

Se avanza l’analisi, impietosa, di una sinistra agitata e sterile, viene di conseguenza a maturazione la prospettiva di un nuovo centro politico. Lo s’invoca da più parti, salvo denunciarne l’impotenza per la catena di presunzioni ed errori. Eppure, l’Italia profonda avverte la positività di una riaggregazione nel grande perimetro del riformismo democratico, in sintonia con la storia più creativa e costruttiva del lungo dopoguerra, fino alle soglia della caduta del Muro. Anche l’europeismo, quello più autentico e convincente, ha le radici nella collaborazione tra forze distinte ed affini, tutte impegnate in un orizzonte di libertà e di progresso.

Ecco, rimettiamo mano all’aratro. Perché dovrebbe vincere l’incomprensione? Calenda e Renzi, con carismi diversi, possono legittimamente rivendicare un ruolo da protagonisti. Lo sono a pieno titolo, malgrado la separazione recente, perché intercettano meglio di tutti gli umori della pubblica opinione. Non devono soccombere però all’impazienza di fare da soli, tanto da rimanere prigionieri singolarmente della loro stessa solitudine. Ci sono realtà locali in cui la metafora dell’aratro ha preso una fisionomia concreta: a Foggia, ad esempio, la ricerca dell’unità ha favorito la convergenza di Azione, Italia Viva e Tempi Nuovi-Popolari Uniti in una lista dai tratti fortemente competitivi. È questa la testimonianza che occorre valorizzare.

Anche il centro può rivestirsi dei colori dell’arcobaleno, così dando a tutti, attraverso la molteplicità degli apporti, il modo di riconoscersi nel caleidoscopio di motivazioni e propositi che in fondo la domanda di nuova proposta politica esige.

La commemorazione irriguardosa di Napolitano rivela l’estremismo dei 5 Stelle. 

La commemorazione odierna (di ieri per chi legge, ndr) della figura del Presidente Giorgio Napolitano, nell’aula del Senato, ha avuto un effetto politico preciso,  , almeno per chi abbia occhi per vedere, orecchie per sentire e cervello per riflettere: la fine dell’equivoco, sul quale vi è chi disserta e chi campa politicamente, che pretende di individuare il Movimento 5 Stelle come una nuova “costola della sinistra”.

È da quando è sorto questo fenomeno, che a sinistra si dibatte sulla natura politica di questa forma di populismo. E nel Pd, da alcuni anni, si è andata affermando la teoria bettinian-dalemiana che immagina i grillini nel solco della tradizione del ceppo della sinistra italiana. Sono, secondo questa vulgata, al più “compagni che sbagliano”, delle nuove “costole della sinistra” appunto, pecorelle da ricondurre all’ovile dentro la retorica del “campo largo” che già costò molto cara a Nicola Zingaretti ai tempi del governo giallorosso inducendolo alla definizione che gli resterà appiccicata addosso di Conte fortissimo punto di riferimento dei progressisti.

Bene, mentre ieri il fortissimo punto di riferimento dei progressisti era intento a far votare a favore – insieme con la Meloni – del contratto di servizio della Rai (la Rai, la sentina di tutte le lottizzazioni per il Beppe Grillo d’annata, ora diventata la terra promessa dei “contiani” su regia di Rocco Casalino), in aula è andata in scena una rappresentazione che taglia definitivamente ogni equivoco, almeno per chi abbia onestà intellettuale.

Intervenendo a nome del Movimento 5 Stelle, il senatore Licheri ha pronunciato un discorso duro, a tratti quasi sprezzante, nei confronti della figura di Giorgio Napolitano. Tratteggiato come un Presidente della Repubblica eversivo, che andò oltre i suoi poteri per esercitare la propria funzione come un monarca chiuso alle istanze del popolo. Un uomo refrattario e riluttante – uso le parole di Licheri – al cambiamento, una personalità che secondo i grillini-contiani è stato corresponsabile dei guasti e delle degenerazioni della Repubblica, perchè – seguo sempre il ragionamento dell’oratore – si sarebbe opposto all’interno del Pci alla politica di Berlinguer della questione morale.

Quasi un traditore del popolo, insomma, che si oppose all’ondata rivoluzionaria dal basso del populismo e per questo da ricordare con lo stigma del dileggio.

Una lettura sideralmente opposta rispetto alla lettura del periodo storico che ne hanno fatto in questi giorni molti esponenti della sinistra italiana che con Napolitano condivisero l’esperienza all’interno del Pci-Pds-Ds e all’interno delle istituzioni repubblicane.

Come sia possibile fondare una alleanza politica tra quelli che pretendono di essere gli eredi di Napolitano e quelli che ancora oggi si sono impalcati a iconoclasti di quella esperienza politica, resta un mistero.

Quale dimensione dell’ethos, dell’antropologia del potere, della prospettiva ci possa essere tra chi presenta l’operato di Napolitano come un modello e chi ne rappresenta la figura come la sentina di tutti i mali resta un equivoco non rimuovibile, neppure dalla tattica più sfrenata e dalla cosmesi più accentuata.

A meno che si pensi che la politica sia solo la rincorsa del potere per il potere, cinica rappresentazione di una rincorsa affastellata per la sopravvivenza di una classe dirigente.

Ma in questo caso, non è politica.

 

 

[Il testo è tratto dal profilo Fb dell’autore. Titolo originale: “Fine di un equivoco, per chi abbia occhi per vedere”]

 

Il contributo del mondo islamico alla multipolarità nello scenario planetario

Foto di Pexels da Pixabay
Foto di Pexels da Pixabay

 

L’epocale transizione geopolitica in corso rende sempre più complesso l’intreccio di relazioni fra le nazioni del mondo e incoraggia i multi-allineamenti, ovvero l’appartenenza di uno stato a più organizzazioni internazionali fondate su ragioni diverse quando non addirittura concorrenti. In questo quadro emerge il ruolo crescente di una fra le più diffuse religioni mondiali, l’Islam, anche dal punto di vista geopolitico. Se ne può parlare non solo in relazione ai singoli stati ma anche alle organizzazioni internazionali musulmane. Due di queste ieri hanno concluso importanti eventi, svoltisi in Qatar e in Iran, che hanno qualcosa da dire anche al mondo occidentale.

A Doha, dall’1 al 3 ottobre si è svolto il 2° Forum della IOFS sulla sicurezza alimentare. La IOFS (Organizzazione Islamica per la Sicurezza Alimentare) è un organo specializzato dell’OIC, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica. L’OIC raggruppa 57 stati (poco meno di un terzo dei membri delle Nazioni Unite) e costituisce, dopo ONU e G77, la terza più grande organizzazione internazionale al mondo. Ha sede a Gedda, città saudita che ospita pure la sede della Banca islamica per lo sviluppo, istituzione finanziaria creata dall’OIC. L’OIC condivide con i BRICS+ l’alta eterogeneità degli Stati membri per posizione geografica, cultura, lingua, economia, ma a fare da collante è la religione islamica pur nella diversità delle confessioni. Fra i Paesi membri dell’OIC la Turchia fa parte della Nato mentre dal prossimo primo gennaio Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iran e Arabia Saudita entreranno a far parte del Coordinamento BRICS. Ed è soprattutto l’evoluzione in corso del posizionamento internazionale del regno saudita, accompagnato dalla storica pacificazione con il mondo sciita, che può imprimere un ruolo maggiore e nuovo all’intera organizzazione islamica.

Per tali ragioni il Forum settoriale di Doha appare di rilevanza globale. Il tema della sicurezza alimentare, insieme a quello della sicurezza data dal controllo del territorio da parte dello stato, costituisce ancora la priorità per un buon numero di stati del Sud del mondo, anche di quelli aderenti all’OIC. Si assiste all’incentivazione alla coltivazione di nuove terre strappate al deserto. È il caso di Algeria, Egitto ma anche dell’Afghanistan come attestano le rilevazioni satellitari di una agenzia britannica specializzata, la Alcis Geo che evidenzia il fatto che, dopo appena due anni dalla fine dell’occupazione straniera, in Afghanistan gli agricoltori sono riusciti ad estendere le aree coltivabili in zone prima desertiche, usando pompe ad energia solare per perforare il terreno alla ricerca di acqua per irrigare i raccolti. Ed è proprio trovare una propria via alla sostenibilità, alla realizzazione degli obiettivi dell’agenda ONU 2030 il messaggio centrale della Dichiarazione di Doha, approvata al termine del Forum. Una linea che testimonia il fatto che il mondo nonostante tutto è più unito di ciò che possa sembrare, sulle cose fondamentali per la vita delle persone. Ma dobbiamo capire che ormai l’ottica di questi stati è profondamente cambiata. Illuminante è stato l’intervento a Doha del ministro dell’agricoltura tunisino, Abdel Moneim Bilati, che ha confermato come sia sulle questioni finanziarie che su quelle della sicurezza alimentare, si cercano collaborazioni paritarie, non elemosine, inserite in precisi piani di sviluppo e con ampia scelta dei partner con cui realizzare i progetti.

Sempre nella giornata di ieri a Teheran si è conclusa un’altra importante iniziativa nel mondo musulmano, promossa dal governo iraniano. Si tratta della 37esima Conferenza internazionale sull’unità islamica, il cui scopo è innanzitutto religioso e culturale, una forma di ecumenismo islamico, ma con notevoli ricadute pratiche anche sulla sfera civile, date dal miglioramento delle relazioni fra gli stati di cultura e tradizione islamica. Processi di cui non possiamo non tenere conto, se vogliamo dare un senso alla domanda, per certi versi temeraria ma ineludibile, che il presidente del consiglio Meloni ha posto ieri a Torino, al Festival delle Regioni: qual è il ruolo dell’Italia (e dell’Ue si deve aggiungere) nel mondo odierno?

Campo largo? Non è la proposta che possa attrarre i Popolari.

Diciamolo con franchezza senza equivoci e fraintendimenti. Il cosiddetto ‘campo largo’ della Schlein è un progetto politico che non può che trovare centristi, moderati e riformisti con una spiccata cultura di governo dall’altra parte della sponda. O meglio, distinti, distanti se non addirittura alternativi rispetto a quel miscuglio. E questo per una ragione persin troppo facile da spiegare. Ovvero, il radicalismo massimalista del gruppo dirigente del Pd unito al populismo anti politico e demagogico del partito di Conte e di Grillo più qualche rimasuglio vetero comunista e tardo ambientalista, ripropone un caravanserraglio che non può contemplare al proprio interno tutti coloro che hanno un’altra cultura politica, che praticano un altro stile politico e che, soprattutto, non hanno nulla da condividere con la cifra estremista e radicale della politica. E, di conseguenza, è del tutto naturale nonchè scontato che attorno a quello zoccolo duro di Schlein e di Conte si formi un’alleanza che culturalmente e storicamente è semplicemente alternativa, perchè agli antipodi, rispetto a tutto ciò che ha caratterizzato per molti decenni l’esperienza della Dc prima, del PPI, della Margherita e del primo Pd dopo. Al di là delle piccole ed insignificanti schermaglie tra i due per motivazioni del tutto contingenti e tattiche.

Una esperienza, quella del ‘campo largo’ attuale, che ripropone del resto la versione, ben nota alla politica italiana, fatta di radicalismo, di estremismo, di ricorso sistematico alla piazza, di demolizione dell’avversario/nemico e, dulcis in fondo, di cronica delegittimazione morale verso chiunque vada al governo e che non fa parte della propria corte. Un impasto politico e culturale, sociale e valoriale che era e resta alternativo non solo a tutti coloro che sono riconducibili alla cosiddetta ‘politica o cultura di centro’, ma anche e soprattutto a tutto quel mondo che fa del riformismo la stella polare della sua azione politica e di governo. Del resto, è appena sufficiente registrare i grandi sponsor di questo progetto politica per rendersi conto della lontananza che coltiva nei confronti di culture politiche, mondi vitali, gruppi sociali e aggregazioni civiche che non sono accomunate dall’estremismo radicale, massimalista e populista. E cioè, dal supporto della grande borghesia salottiera ed aristocratica attraverso i suoi organi di informazione ai talk e all’informazione televisiva schierata massicciamente a sinistra; dal ritorno organico e quasi perfetto della “cinghia di trasmissione” del sindacato della Cgil al principale partito della sinistra al protagonismo dei soliti settori politicizzati della magistratura; dalla sacralità della piazza ad un linguaggio perennemente e strutturalmente protestatario. Il tutto condito dalla sub cultura populista, demagogica, gruppettara, movimentista e vagamente anti politica.

Insomma, una fotografia persin troppo facile da fare e dove la cifra politica e culturale emerge in modo nitido ed inequivocabile. Certo, e per chi lo vuol cogliere, un campo politico dove la cultura libertaria è uno degli elementi centrali e costitutivi dell’intero progetto. Almeno sotto il profilo valoriale e dei principi culturali ed etici.

Ora, è di tutta evidenza che in un progetto del genere l’area popolare e cattolico sociale è del tutto estranea, se non addirittura alternativa. Sotto il profilo culturale ed ideale innanzitutto; sotto il profilo politico e progettuale e, in ultimo, anche sotto il versante del metodo e dello stile. Tre tasselli decisivi e qualificanti che, da un lato hanno l’indubbio merito di delimitare con sufficiente chiarezza un campo politico e, dall’altro, offrono anche la possibilità concreta di far capire che per il nostro mondo, cioè quello riconducibile alla storia del cattolicesimo popolare e sociale, la prospettiva politica è diametralmente opposta ed alternativa rispetto all’aggregato massimalista, radicale, populista e libertario. Il tutto solo per chiarezza, e non civetteria moralistica.

Calenda e i Popolari: e che ci azzeccano?

Dunque, andiamo con ordine. Il capo di Azione, Carlo Calenda adesso “apre ai radicali e ai Popolari”. E, partendo da questo assunto, è bene mettere in fila alcuni elementi. Azione è un partito personale guidato dal suo capo, Carlo Calenda. Regola, questa, simile a quasi tutti i partiti italiani. E sin qui nulla di nuovo.

Il capo del partito, Calenda, ha una cultura politica – del tutto legittima, come ovvio – di impronta squisitamente laicista. A livello culturale, valoriale e politico.

Il suo programma economico e sociale ha una cifra liberal/liberista frutto del suo lungo percorso politico. E, di conseguenza, difficilmente un partito personale dove il capo ha una cultura politica deliberatamente laicista e storicamente anti popolare, può declinare un progetto politico in grado di intercettare e rappresentare le domande, le istanze e gli interessi ideali, sociali e culturali dei radicali, dei popolari, dei liberali, dei repubblicani e dei progressisti. Insomma, una sorta di macedonia indigeribile.

Ora, in vista delle prossime elezioni europee, il capo di Azione “apre ai radicali e ai popolari”. Una contraddizione in sè perchè, per fare un solo paragone, sarebbe come sostenere che il nuovo Pd della Schlein è un partito che declina una “politica di centro dove i popolari e i cattolici democratici hanno un ruolo decisivo” nella costruzione del progetto del partito. Appunto, un ossimoro. E, al riguardo, è invece del tutto coerente, a livello politico e culturale, che il capo di Azione ha candidato il radicale Marco Cappato nel collegio uninominale di Monza. E ancora, è anche coerente e lungimirante che il capo di Azione voglia riproporre un progetto politico che ricorda i valori azionisti, repubblicani e liberali del nostro paese.

Ecco perchè, al di là di qualsiasi polemica politica e men che meno di carattere personale, sorge una sola domanda, crediamo fondata e del tutto legittima: ma che centrano i popolari, i cattolici democratici e i cattolici sociali con il partito laicista, liberista, tardo repubblicano e azionista di Calenda? La risposta è alquanto semplice e scontata: nulla. E allora, e di conseguenza, se vogliamo far sì che la politica recuperi credibilità, autorevolezza e prestigio, evitiamo di continuare a mischiare le pere con le mele, come si suol dire. Ognuno declini il suo progetto politico e di governo, come ovvio e scontato, ma nel rispetto di un minimo di coerenza e di lungimiranza culturale e quindi politica.

E i Popolari, in ultimo, declinino il loro progetto politico e culturale in partiti e in formazioni politiche che non sono strutturalmente alternativi alle loro ragioni politiche, culturali, valoriali e forse anche etiche. E anche qui per coerenza, lungimiranza e soprattutto per serietà.

Il centrismo di Gelmini e Carfagna adombra il modello Forza Italia

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L’ambizione dichiarata è proporre al Paese soluzioni concrete e praticabili, con la premessa rappresentata da un’opzione di tipo neo centrista e cattolico popolare. A farsene paladina è stata ieri Mariastella Gelmini, senatrice e portavoce di Azione, a margine di un evento di partito svoltosi a Salerno. Dello stesso tenore anche il discorso di Mara Carfagna, presidente di Azione.

“Siamo per una politica che vada oltre il bipolarismo”, quello che “finora ha ostacolato riforme e investimenti”, ha detto la Gelmini. “Azione è la sintesi di culture politiche diverse e presto presenteremo un Manifesto che abbia al centro i valori del popolarismo: la centralità della persona, l`europeismo, l`atlantismo, la sussidiarietà, il valore della formazione, l`importanza del dialogo con i corpi intermedi”.

A seguire anche Mara Carfagna ha voluto rimarcare l’impegno del partito in questo “processo aggregativo per la costruzione di una realtà che riporti all`esperienza del Terzo Polo”. L’obiettivo è unire – ha precisato –  “le diverse culture e sensibilità politiche che si ispirano al popolarismo, al liberalismo, al riformismo e creare una grande area che possa parlare con il linguaggio della verità, della serietà, della competenza”. Quindi – ha concluso –  è fondamentale che tale area politica “possa fare della responsabilità, della serietà e della concretezza le sue parole d`ordine”.

Siamo di fronte a una proposta senza basi culturali chiare, quasi nel solco, potremmo dire, di un pallido ritorno al berlusconismo. C’è l’imitazione di un modello, intriso di leaderismo, scambiando Calenda per il Cavaliere. A prevalere è un misto di generosità e provocazione. In effetti, come tutti sanno, è al centro che si gioca la partita. E ora  Gelmini e Carfagna ne vogliono interpretare la valenza puntando sui valori popolari, perché il centro senza i popolari patisce fatalmente l’inclinazione al pragmatismo o all’efficientismo, perdendo la sua anima sociale.

Tuttavia, appoggiarsi come che sia a una storia politica gloriosa – quella del popolarismo risalente a Sturzo – evidenzia il carattere maldestro dell’operazione. Viene da osservare che il popolarismo rischia di trasformarsi in un amuleto del post berlusconismo. Basterebbe solo chiedersi quanto valga l’appello alla mobilitazione dei popolari, se i diversi attori e interlocutori che occupano la scena poco o nulla hanno a che vedere con l’esperienza del Partito popolare di Martinazzoli, Marini e Bianco.

E Azione, erede anche nel nome dell’azionismo, può rispecchiare credibilmente il processo di ricomposizione del substrato dirigente del “sospeso” Ppi? E Calenda parla ai cattolici quando si butta a precipizio sulla candidatura di Cappato a Monza? E cosa contano i moderati e i centristi in un partito che sul salario minimo ignora le obiezioni sollevate da Bonanni, ex segretario generale della Cisl e da tempo a pieno servizio nell’esecutivo di Azione? E dove possono andare Rosato e la Bonetti, “assunti” come fiancheggiatori di una linea anti-renziana e perciò inadatti a contribuire all’opera di ricucitura, difficile ma necessaria, del cosiddetto Terzo Polo?

Queste sono le domande, non tutte per altro, che pesano come macigni sui progetti o meglio i desideri di Gelmini e Carfagna.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattarella, la Costituzione assegna con chiarezza un ruolo fondamentale alle Regioni.

[…] Il Presidente della Regione Piemonte ha sottolineato anche come le Regioni siano l’asse portante, la colonna vertebrale del nostro Paese, di un’Italia che contiene un’ampia varietà di specificità, di condizioni, di ambienti, di tradizioni, di esperienze. Con una conseguente grande ricchezza e, naturalmente, con numerosi problemi.

Vi sono divari che vanno colmati, come ha detto il Presidente Fedriga, ricordando – come ha fatto – l’importanza fondamentale del capitale sociale, del capitale umano del nostro Paese. E, per questo, è di grande importanza – e vorrei esprimere un apprezzamento per questo – che, tra i tavoli di confronto predisposti, uno sia dedicato ai giovani e alla formazione dei giovani.

Altrettanto importante è il tavolo di confronto predisposto e scelto per la difesa del territorio, per la gestione degli eventi disastrosi che frequentemente il mutamento climatico provoca nel nostro Paese.

[…] Un altro tavolo di pari importanza è dedicato al Servizio Sanitario del nostro Paese, patrimonio prezioso da difendere e adeguare.

E, in questo, la riflessione delle Regioni, in dialogo con il Paese e con la società, è particolarmente preziosa e importante.

È anche di rilievo – vorrei sottolinearlo – come nell’interessante formula del “Villaggio delle Regioni” sia data molta importanza, attenzione e centralità, al digitale, altro elemento decisivo per il futuro del nostro Paese, in tutti i suoi luoghi, particolarmente per quanto riguarda le aree interne, quelle montane, e le isole minori.

Per tutte queste ragioni, e altre ancora, è stato saggio porre al centro della riflessione di questo incontro il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che poc’anzi ci ha puntualmente illustrato il Ministro Fitto […].

Per concludere, vorrei ricordare quanto tutti sappiamo: la nostra Costituzione si ispira al principio e al valore dell’autonomia. Già dall’articolo 5 torna a ricordare che la Repubblica è una e indivisibile, sottolinea come la Repubblica riconosca e promuova le autonomie.

E lo ribadisce all’articolo 114, elencando gli elementi portanti della Repubblica: i Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni, lo Stato. In una crescita non gerarchica, ma territoriale. Sottolineando, quindi, l’esigenza di collaborazione che vi è.

Per questo vorrei richiamare, facendo mie e apprezzando le parole del Presidente Fedriga, che ha ricordato come quel che vi anima sia il senso di servizio alle istituzioni, il fare squadra – come ha detto – cioè collaborare secondo quello spirito che è poi un canone costituzionale della leale collaborazione.

[…]

Card. Bagnasco, servono luoghi dove si lavori e si coltivi la vita spirituale.

L’uomo ha bisogno di vivere in unità con se stesso, altrimenti perde la sua identità, si smarrisce, perde il senso del suo fare. Se questa è la condizione umana allora si comprende che il cattolico non può mai mettere tra parentesi la sua vita di fede, perché verrebbe separato da sé stesso e dato che la fede è totalizzante, vale a dire che essa salva tutto l’uomo, la fede non può non ispirare ogni ambito e ogni azione, ambito privato o pubblico che sia.

Qualcuno ha scritto che l’oblio del passato spiega l’inconsistenza del presente. Nel 1958, di fronte al Parlamento europeo, Schumann disse che tutti i Paesi Ue sono permeati dalla civiltà cristiana, essa è l’anima dell’Europa che occorre ridarle. Lo stesso avevano detto De Gasperi e Adenauer. Se questo vale per il Continente tanto più vale per il nostro splendido Paese, possiamo averne paura?

Accanto alla politica è necessario l’ambito prepolitico. Si potrebbero realizzare dei laboratori pre-politici, luoghi cioè collegati tra loro dove si lavora e si coltiva la vita spirituale. In questi spazi sarebbe da riprendere la dottrina sociale della Chiesa, strumento che presenta in modo organico e sistematico le ricadute sociali della fede alla luce della ragione. Questi spazi e questi momenti formativi in questo senso preciso, dove la fede e la ragione si incontrano e si aiutano a vicenda, è un’emergenza per qualunque società occidentale.

 

 

P.S. I relatori sono stati il Sen. Alfredo Bazoli, la Vice Ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Maria Teresa Bellucci, lon. Alessandro Cattaneo, lon. Patrizia Marrocco e il Vice Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili, Edoardo Rixi. L’evento è stato moderato da Marco Italiano, esperto di relazioni istituzionali

Valditara rilancia il libro ma il Pnrr impone il digitale

 

L’utilizzo sempre più intensivo delle nuove tecnologie sta cambiando la nostra vita: si tratta di una deriva inarrestabile che richiede capacità di metabolizzare l’innovazione conservando un certo distacco tra sé e gli strumenti informatici, per non essere assorbiti in meccanismi di dipendenza che ci privino della facoltà di decidere quando e come utilizzarli. Significativo il distinguo del Ministro Valditara che esprimendosi nel merito di una introduzione massiva della didattica digitale e dei suoi derivati in ambito scolastico, con il rischio di una graduale espunzione della cultura tradizionale, ha usato la felice e sintetica espressione dell’et-et anziché quella drastica e preclusiva dell’aut-aut. L’auspicio di una convivenza possibile evitando il rifiuto dell’innovazione o la cancellazione della tradizione. La vita stessa, la cultura è sintesi di ‘ratio’ e di ‘traditio’, dovremmo rammentarlo più spesso.  Ricordando che il libro e l’apprendimento della letto-scrittura e dei saperi non potranno mai essere espunti dai compiti formativi ed educativi del sistema scolastico.

Se la pedagogia comparativa fosse materia obbligatoria di approfondimento per gli indirizzi metodologico-didattici della burocrazia ministeriale e delle scuole dell’autonomia ci accorgeremmo che l’esterofilia – malattia tipicamente italiana – ci porta ad inglobare acriticamente tendenze e stilemi linguistici mutuati da altri sistemi scolastici, trascurando l’enorme bagaglio di esperienze consolidate della nostra migliore tradizione culturale. È di questi giorni l’annuncio del Ministro all’Istruzione della Svezia Lotta Edholm del ritorno alle metodologie di apprendimento nella scuola di base: libri, quaderni, penna, scrittura manuale. Una rivincita sui tablet e gli smartphone finora utilizzati in via sperimentale, considerati i deludenti risultati ottenuti sul piano degli apprendimenti. Circostanza peraltro riscontrabile anche in casa nostra: non sono un sostenitore dell’Invalsi e della cultura misurata attraverso i test ma osservo che ogni grado del sistema di istruzione esprime un regresso in termini di competenze, capacità, conoscenze, padroneggiamento dei meccanismi comunicativi verbali e scritti. Assai probabile che anche la Finlandia, che aveva abolito l’uso del corsivo a favore della digitazione faccia marcia indietro: certamente gli indirizzi programmatici e i contenuti di studio dei Paesi più evoluti e di più consolidato know how culturale stanno virando verso un ritorno ai fondamentali che promuovono una formazione solida e affidabile, spendibile come arricchimento personale e declinabile come fattore di promozione sociale e di avviamento ad un’attività lavorativa.

Ora, scorrendo le (attuali) 17 pagine della Piattaforma Scuola Futura del Ministero dell’istruzione e del merito, che propongono  (ad oggi) 168 corsi di formazione per i docenti e i dirigenti scolastici con i fondi del Pnrr si evince in modo inequivocabile che la scelta dei temi è invece orientata decisamente verso l’aut-aut: eccetto poche eccezioni che si contano sulle dita di una mano tutti i titoli, gli argomenti e gli indirizzi del Piano sono, in modo persino sovrapponibile, duplicabile  e ripetitivo, monotematici e digitalizzati, infarciti di neologismi e anglicismi, fondati su una metodologia meccanicistica per cui si presume che con 20 o 30 ore di corso i docenti/discenti ne escano specialisti ed esperti in applicazioni didattiche da realizzare tout court . Molta retorica pedagogica basata su schemi precostituiti da trasferire nel proprio contesto professionale, sia esso l’istituto o la classe.

È sorprendente che i fondi assegnati per la formazione degli insegnanti siano spesi per anglicizzare la scuola italiana: nei contenuti, nei metodi, nei linguaggi, a conti fatti il nostro idioma è una sorta di convitato di pietra in un consesso pedagogico dove dominano incontrastati sigle, acronimi, algoritmi, neologismi che peraltro si ritrovano traslati negli impianti didattici e organizzativi delle scuole dell’autonomia, in forma quasi omologante e taumaturgica: “applicate queste formule e risolverete i problemi della complessità delle relazioni scolastiche, faciliterete gli apprendimenti”. Tutto questo ce lo chiede l’Europa? Sinceramente penso che ne faremmo anche a meno. Nessun corso ispirato alla tradizione scolastica del nostro Paese e della nostra scuola che è stato un riferimento culturale di indiscusso valore, con insegnanti e Dirigenti di assoluto rilievo culturale e professionale.

Nessun cenno alla letteratura, all’arte (quella vera, non quella della riproducibilità tecnica e deprivata della sua “aura”, come ricordava Benjamin nel suo celebre saggio), alla musica, alla pittura, alla poesia, alla “bellezza”: non la scuola della creatività ma quella del transfert di meccanismi precostituiti e deprivati del valore del pensiero critico. Non è accettabile una proposta formativa quasi monotematica perché limitativa della libertà di insegnamento che – dottrina e pedagogia ci insegnano – è libertà di metodo. Quasi nessuno riflette sulle conseguenze di questa onda d’urto delle nuove tecnologie e sulla pervasività della digitalizzazione: ricche di potenzialità positive vanno misurate e commisurate con la tradizione culturale ereditata. Di fatto gli insegnanti stanno perdendo a poco a poco il diritto alla libertà di insegnamento, troppo spesso le scuole dell’autonomia risultano in tal senso più coercitive di quanto non lo sia mai stato il Ministero nazionale, su questo si riflette poco ed è una conseguenza irrazionale. Il valore del libro e della lenta metabolizzazione del sapere che il Ministro esalta come aspetto essenziale e imprescindibile di un processo formativo – riguardi esso gli alunni o i docenti – non è sufficientemente menzionato nel Piano finanziato dal Pnrr. E se queste sono le premesse la strombazzata “Scuola superiore di formazione” sarà un orpello burocratico farraginoso e forse inutile.

Sono fermamente convinto che la lettura di un capolavoro della letteratura di ogni tempo, cito a mero titolo di esempio le pagine di Kafka, Proust, Dostoevskij, Leopardi, Garcia Marquez, Pirandello sia di gran lunga più utile e suscettibile di positivi sviluppi pedagogici di qualsivoglia corso di formazione on line. La pedagogia dei non pedagogisti è un tesoro che si scopre leggendo, è “altro” dalle lezioni monotone ed effimere dei medagliati sedicenti specialisti ed esperti.

Quando Occhetto respinse l’accordo con Forlani all’alba di Mani Pulite

[…] e intanto Democrazia Cristiana e Partito Democratico della Sinistra si mandano segnali, come si dice, in politichese. In quei giorni, il fondatore dell’erede del Pci saluta compiaciuto la “rivoluzione dal basso” sostenuta dalle indagini che finora hanno risparmiato i suoi compagni e fa ottimi ascolti nei talk-show, anche quelli allestiti sulle reti di Berlusconi, un altro a cui Tangentopoli piace molto. Questa rivoluzione sta per sotterrare il vecchio sistema ma, fuori gioco Craxi, la responsabilità di avanzare una proposta per il primo governo dell’undicesima legislatura, una legislatura “piena d’incognite”, appartiene questa volta, dopo una sospensione durata moltissimi anni, ai due partiti di massa.

Mercoledì 6 maggio 1992, il bollettino di Mani Pulite ha come prima notizia l’arresto a Milano di importanti dirigenti del partito di Occhetto. “Tra questi non c’è un solo amico mio, sono tutti miglioristi”, mi saluta sorridente, entrando di buon mattino in casa mia con il suo “omologo” democristiano Forlani. Due segretari, un vertice in luogo sicuro, senza giornalisti alle spalle. Io parto fortissimo: facciamo un monocolore democristiano con il vostro appoggio esterno e l’accordo che, tempo sei mesi, voi entrate al governo. Cambiamo sul serio: sarà il primo governo tra democristiani e comunisti, cioè postcomunisti, dal 1946. Forlani, al quale non ho anticipato l’idea, tace. Divertito, Occhetto indaga: “Chi sarebbe il presidente del Consiglio?”. Non gli do il tempo di finire: Mino Martinazzoli. Riflessivo, Occhetto crolla il capo e allarga le braccia: “Mi dispiace, Martinazzoli no, qui ci vuole una faccia nuova”. “Che significa?”, chiede stralunato Forlani. “Io dico Mario Segni”, risponde Achille Occhetto che, dopo lo smarrimento iniziale, ragiona come uno cui è toccata una bella vincita e, comprensibilmente, non ha intenzione di dividerla.

Occhetto sa benissimo che i democristiani considerano l’autore del referendum sulla preferenza unica l’uomo che ha ucciso la Prima Repubblica, anche se le successive inchieste renderanno più ampie le ricerche. In quel momento, però, il principale indiziato era proprio lui, Mario Segni fu Antonio e, dopo la risposta di Occhetto, a Forlani non rimane che ravviarsi i capelli, alzarsi di scatto, raggiungere la porta e salutare. Sull’uscio il segretario del PDS fa in tempo a raccontargli che il giorno prima è stato ospite di “Mezzogiorno italiano”, su Italia 1, la popolarissima trasmissione di Gianfranco Funari che assicura grandi ascolti. “Dovresti andarci anche tu”, mi consiglia e scompare nella cabina dell’ascensore.

Il tatticismo di +Europa mette in difficoltà Calenda per l’europarlamento

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Stavolta gli ex radicali, nella spiegazione della loro linea politica, si mostrano abbastanza poco…radicali. A chiusura dell’Assemblea nazionale di +Europa, svoltasi ieri a Roma, lanciano l’idea di una lista – Per gli Stati Uniti d’Europa – suggestiva ma generica: non si capisce per adesso quale composizione dovrebbe avere. Da notare, in effetti, è l’accenno a “non dare per scontato” un accordo con le forze collocate idealmente nell’area politica di centro. Da ciò sembra dedursi una certa disponibilità al dialogo con Calenda a condizione che i diritti civili campeggino sovrani nel programma. Nel comunicato finale si alternano considerazioni e propositi che restano circonfusi in aura di indeterminatezza.

“Abbiamo deciso di lanciare la piattaforma di una lista per gli Stati Uniti d’Europa in vista delle prossime europee” – ha detto il segretario Riccardo Magi. “Una lista che abbia al centro le sfide e i problemi dell’Ue a partire dalla necessità di un salto di qualità nell’integrazione politica europea con maggiore sovranità e un più efficace assetto istituzionale, una lista che è una impresa aperta, che cercherà l’interlocuzione con personalità e soggetti che condividano questa priorità politica. E ci sarà evidentemente l’interlocuzione con quelle forze che hanno affinità politica con noi su questi temi.

Ma è lecito, senza megalomanie ma anche senza complessi di inferiorità – ha sottolineato il segretario di +E – non dare per scontato che l’alternativa liberale che ricerchiamo si faccia con chi tutti i giorni ricorda che ha posizioni conservatrici o che vuole fare il centro come luogo geometrico della politica?

Da questo punto di vista, saremo intransigenti su questioni come libertà individuali, diritti civili, libertà economiche e di un approccio alla questione migratoria che sia coerente con le necessità del nostro paese. Questa chiarezza è il nostro contributo al dialogo nella nostra area – ha aggiunto Magi – riportando al centro la politica, evitando di morire di tatticismi e di mossette a fini mediatici. E proprio da questo appuntamento importante per le scelte e la democrazia interna del nostro partito, quale è l’assemblea nazionale, abbiamo deciso di lanciare la piattaforma di una lista per gli Stati Uniti d’Europa in vista delle prossime europee”.

Questo il discorso a viarie uscite del segretario di +Europa. Va letto, riletto e interpretato, cercando di coglierne l’essenza. Non è facile. Su tali basi potrebbe accadere che l’alleanza elettorale con Calenda si risolva in un cupio dissolvi tanto dei “riformisti non radicali” quanto dei “radicali non progressisti” (quest’ultimi così definiti dall’ex senatore Marco Perduca, storico dirigente del partito della Bonino). In effetti, l’unione di +Europa e Azione lascia intravedere un incrocio di motivazioni e prospettive senza un’intima coerenza. Che tutto ciò possa reggere al confronto con l’elettorato, consentendo di raggiungere la fatidica soglia di sbarramento al 4 per cento, è tutto da verificare. Per questo il disegno si presta a una deriva imbalordita. Si vedrà.

Prendeva vita 60 anni fa la riforma istitutiva della scuola media

Foto di Pexels da Pixabay
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Sessant’anni fa, il 1 ottobre 1963 venivano applicate per la prima volta le disposizioni della legge n. 1859 che istituisce e disciplina la scuola media, obbligatoria e gratuita.

Secondo l’articolo 1 “in attuazione dell’articolo 34 della Costituzione, l’istruzione obbligatoria successiva a quella elementare è impartita gratuitamente nella scuola media, che ha la durata di tre anni ed è scuola secondaria di primo grado. La scuola media” prosegue l’articolo – “concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i princìpi sanciti della Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai  fini  della  scelta  dell’attività successiva”. Al termine del triennio gli alunni devono sostenere l’esame di licenza, che è esame di Stato e consente l’accesso a tutte le scuole istituti di istruzione secondari di 2° grado; solo per coloro che intendono iscriversi al liceo classico è necessario il superamento della prova di latino.

L’adempimento dell’obbligo scolastico è a carico dei genitori o di chiunque ne faccia le veci: sono previste forme di facilitazione (contributi economici, fornitura di libri e materiale didattico, organizzazione di servizi di refezione e di trasporto) per le famiglie che versano in condizioni economiche di disagio.

Alla Camera il testo era stato approvato il 21 dicembre 1962 a scrutinio segreto con 243 sì e 137 no. Il deputato Zaccagnini, intervenuto prima della votazione finale, aveva affermato: “si apre un periodo di accesso agli studi per larghissimi strati del nostro popolo; la scuola sarà mobilitata per dare alla nostra gioventù, con uguaglianza di diritti per tutti, senza alcuna discriminazione sociale, il bene supremo dell’elevazione culturale, morale e spirituale”.

 

[Camera dei Deputati – Resoconto della seduta: https://bit.ly/Aula_211262

 

Post scriptum della nostra redazione

Una bella curiosità. Alla votazione in esame prese parte anche Salvatore Aldisio, fondatore della Dc in Sicilia (1943) e padre Costituente. Sarebbe scomparso di lì a poco, esattamente il 27 luglio luglio del 1964. Ricoprì l’incarico di Ministro dell’Interno dopo la cosiddetta svolta di Salerno e di Ministro dei Lavori Pubblici nel secondo dopoguerra. Fu anche Vice Presidente del Senato nella prima legislatura repubblicana. Merita altresì ricordare che nel 1921, all’età di soli 30 anni, risultò eletto alla Camera nelle file del partito Popolare Italiano di Luigi Sturzo. Il più giovane Deputato italiano.

Urge chiarire le modalità d’impiego dei docenti fragili in Smart working

 

Il ritorno silente ma in crescita esponenziale del Covid ha indotto il Governo a prorogare i termini dello Smart Working per i lavoratori fragili – scaduti il 30/09 u.s. – fino al 31/12 p.v. Ad onor del vero già la legge n.° 85 del 3/7/2023 aveva stabilito questo differimento a fine anno per la categoria dei cosiddetti “super-fragili”, ovvero per coloro le cui patologie sono comprese nel D.M. Salute 4/2/2022. Riportando lo stralcio del D.L. 29/09//2023 non può sfuggire il passaggio dove – su iniziativa del Ministro del Lavoro Calderone – si considera la fattispecie relativa alla declinazione nel lavoro agile del personale docente della scuola, che in passato aveva suscitato più di un interrogativo in ordine alla conversione nello smart working di una mansione professionale non del tutto compatibile sul piano del pratico utilizzo degli insegnanti in un’attività differita a domicilio.

Ciò che aveva suscitato polemiche e contenziosi soprattutto considerando la atipicità della funzione docente, non sempre convertibile ad esempio nella didattica a distanza, soprattutto per la scuola primaria e dell’infanzia, creando difficoltà operative sia per gli interessati – per i quali il lavoro agile si configura come diritto soggettivo non subordinato ad un potere limitativo discrezionale – che per i dirigenti scolastici cui compete l’onere di focalizzare prestazioni lavorative a distanza rispettose del profilo professionale degli insegnanti, in vista di un accordo individuale utilmente praticabile, nell’ambito dell’area di inquadramento contrattuale.

A parte i provvedimenti iniziali del primo Governo Conte, che aveva equiparato l’assenza per malattia al ricovero ospedaliero, la vexata quaestio era rimasta irrisolta creando una disparità di trattamento tra i “fragili” –  la cui mansione lavorativa poteva essere svolta a domicilio – e coloro per i quali era difficoltoso individuare attività compatibili, tra queste in primis, per numero degli aventi diritto, gli insegnanti.

Il provvedimento Calderone – recepito nel D.L. che segue – risolve sul piano formale l’aspetto critico della disparità di trattamento tra fragili aventi lo stesso diritto. Tuttavia, come vedremo, necessita di ulteriori disposizioni ad evitare che le modalità concrete di attuazione del portato normativo creino difficoltà interpretative ed applicative. Ad ogni buon conto si riporta il passaggio testuale dell’articolo che proroga i temini dello smart working (nel pubblico e nel privato), specifica in quale modo i docenti potranno realizzare attività di lavoro agile e a quali compiti possono essere adibiti.

“DECRETO-LEGGE 29 settembre 2023, n. 132. Disposizioni urgenti in materia di proroga di termini normativi e versamenti fiscali. Art. 8. Proroga del termine in materia di lavoro agile per i lavoratori fragili 1. All’articolo 1, comma 306, della legge 29 dicembre 2022, n. 197, le parole: «30 settembre 2023» sono sostituite dalle seguenti: «31 dicembre 2023» ed è aggiunto, — 10 — 29-9-2023 GAZZETTA UFFICIALE DELLA REPUBBLICA ITALIANA Serie generale – n. 228 in fine, il seguente periodo: «Per le finalità di cui al primo periodo, il personale docente del sistema nazionale di istruzione che svolge la prestazione in modalità agile è adibito ad attività di supporto all’attuazione del Piano triennale dell’offerta formativa»”.

Se questo chiarimento fosse stato esplicitato nei vari rinnovi tardivi della tutela dello smart working, ai docenti fragili sarebbe stata assegnata una mansione riguardante la “formazione”, evitando dubbi interpretativi, provvedimenti restrittivi e rinunce allo smart working stesso in assenza di istruzioni esplicite. È trascorso ad esempio l’intero mese di settembre e ciascun docente certificato “lavoratore fragile con patologia certificata” ha negoziato con il proprio capo d’istituto un accordo individuale sul “da farsi”.

In linea di massima ha prevalso il buon senso da ambo le parti ma ci sono stati casi in cui si sono verificati attriti e disparità di vedute. Il dirigente scolastico che pretende che il docente fragile assolva il doveroso orario di servizio giornaliero e settimanale trascorrendo ore ed ore connesso online o in modalità webinar per seguire un corso dietro l’altro, intende la formazione come una serie ininterrotta di lezioni da seguire, senza consentire momenti di riflessione e rielaborazione degli apprendimenti anche in modalità di autoformazione. Non riconosce che i corsi della piattaforma “Scuola futura” hanno calendari di lezioni che si sovrappongono e obbligano ad una scelta: o segui uno o segui l’altro.

Inoltre, che nell’insieme dei corsi a cui ci si può iscrivere ci sono giorni in cui non ci sono lezioni: se non si ricorre ad un webinar differito si rischia di rimanere “scoperti” rispetto al monte ore settimanale da assolvere. Ho stimato che se ogni giorno di smart working viene legittimato solo con la frequenza della lezione di un corso o di un webinar, dal 1° settembre al 31 dicembre (inizio e fine del periodo quantificato dai provvedimenti legislativi) può accadere che un docente arrivi a seguire tra i 300 e i 400 corsi: una prestazione da guinness dei primati che potrebbe integrare la fattispecie del mobbing. Credo che neanche al Massachusetts Institute of Technology (MIT) sia richiesta una prestazione del genere. Ma poiché il provvedimento di cui all’art. 8 del D.L 29/9/2023 n.°132 specifica che gli impegni dei docenti in smart working dovranno vertere sul Piano triennale dell’offerta formativa (PTOF) mi pare che ci sia spazio per una interpretazione più estesa e flessibile dell’impegno richiesto, non dimenticando che la ratio della norma concerne la tutela di soggetti “certificati fragili” dalle Autorità sanitarie competenti.

Senza tacere che un Dirigente scolastico dovrebbe interpretare la formazione con un’accezione più estesa della passiva fruizione di lezioni online – una cosa da fondere il cervello a chi segue decine e centinaia di argomenti tematici diversi – nel senso che formarsi (cioè imparare, migliorare le proprie conoscenze) comporta una metabolizzazione e un’interiorizzazione degli apprendimenti. Come si fa, ad esempio, ad escludere la lettura di un libro come fonte primaria di acculturazione se mai integrata o integrabile con i corsi online?

In questi giorni il Ministro Valditara ha sottolineato l’importanza di questa compresenza – definita et-et, una coesistenza di cultura digitale e cultura tradizionale – e ci si augura che sia lui adesso a dare indicazioni che consentano di realizzare in ogni istituto un piano formativo più flessibile, sostenibile sia fisicamente che psichicamente. Seguire mediamente 100 lezioni online al mese, su temi e argomenti sempre diversi, con l’ansia che salti una lezione per problemi tecnici o organizzativi e il giorno resti “scoperto”, non forma un docente fragile. Se mai lo rende inebetito e confuso, una cosa da alzare bandiera bianca e dire “mi arrendo”.

La politica dei giovani prima della rivoluzione giovanile del Sessantotto

Arrivati alla fine del liceo o all’inizio dell’università o già affacciati nel mondo del lavoro in una società italiana dove l’eredità del regime pesa ancora forte malgrado la netta discontinuità istituzionale e politica, i nostri testimoni sono i figli diretti dei dirigenti antifascisti che hanno fondato nel 1945 la nuova Italia repubblicana e democratica. Da De Gasperi, da Nenni, da Togliatti e dai tanti dirigenti che per tutto il ventennio hanno combattuto il regime e guidato il paese nella guerra civile, questi giovani più o meno ventenni mettono tutta la loro passione giovanile nella politica. 

È la stagione più feconda dell’intera prima Repubblica, quando a metà degli anni Cinquanta cattolici, socialisti, socialdemocratici e repubblicani si accordano per guidare il paese investito dal “miracolo economico”. I progetti riformatori, messi in cantiere nella lunga gestazione dell’apertura a sinistra, realizzati dai governi di centrosinistra via via nel corso dei vent’anni successivi, palesano una capacità di comprendere e governare il cambiamento che mi pare manchi ai loro eredi nella seconda Repubblica.

A partire più o meno dalla svolta politica del 1960, i nostri testimoni sono i protagonisti della prima ondata di movimentismo giovanile che il faro troppo accecante sul Sessantotto ha finito per lasciare in ombra. Eppure sono proprio loro, che vivono per così dire le trasformazioni in diretta, a intercettare le aspettative e gli umori di protesta dei loro coetanei impazienti di liberarsi e di liberare il paese da quella cappa di autoritarismo ancora incombente nel paese. 

Rispetto ai fratelli minori del 1968, fratelli minori sessantottini incantati dai miti rivoluzionari e intossicati dai veleni ideologici proprio quando le ideologie totalizzanti stanno declinando, i “ragazzi dalle magliette a strisce” – immortalati cosi da Camilla Cederna – hanno fiducia nei partiti, credono nella politica, anzi, credono nel primato della politica, l’arte per affrontare la complessità di società, mai immobili, sempre investite da una perpetua trasformazione dell’esistente.

 

Link per vedere e ascoltare la registrazione dell’evento

https://www.youtube.com/live/scwpyNUw_5Y?si=Ttkp17DX-X4i-Ugf

2024, Obiettivo Centro: prima la lista e poi il partito.

Dunque, il Centro non può più attendere. Al di là dei rancori personali, delle recriminazioni tra i principali contendenti e le dispute meschine. Un luogo politico che adesso serve tremendamente al paese e serve anche e soprattutto all’Europa. Una presenza politica che, come abbiamo ribadito e fortemente sostenuto durante il convegno di ‘Tempi Nuovi’ a Roma (giovedì 28 settembre) con gli amministratori locali, non può essere sacrificata sull’altare delle incomprensioni tra Calenda e Renzi o con altri leader politici che potenzialmente si riconoscono in questo raggruppamento.

E, come ha giustamente ricordato Beppe Fioroni nelle conclusioni del convegno romano, i passaggi politici sono sostanzialmente due: e cioè, prima si costruisce la lista di Centro per le prossime elezioni europee con tutti i soggetti, i partiti e i movimenti che rifiutano la prassi e la deriva del “bipolarismo selvaggio” e poi, ma solo in un secondo momento, si gettano la basi per la costruzione definitiva di un partito di Centro. Organizzato nel territorio, radicato nella società e, soprattutto, rappresentativo di interessi sociali, culturali e professionali. Questo è il percorso concreto che deve accompagnare l’obiettivo di ricostruire una presenza politica quantomai necessaria ed indispensabile per la stessa qualità della nostra democrazia.

Ora, è di tutta evidenza che la lista di Centro in vista delle elezioni europee non può che essere fortemente inclusiva, plurale e realmente rappresentativa dell’articolato e composito universo valoriale e politico dell’area centrista. Nessuno escluso. Sarebbe curioso, al riguardo, se dovessero persistere ridicoli e grotteschi pregiudizi personali o caratteriali per giustificare la propria assenza da una lista riformista, democratica, centrista e di governo e poi, al contempo, sostenere pubblicamente che si lavora per un progetto politico centrista, democratico, riformista e di governo. Sarebbe, semplicemente, una contraddizione in sè e getterebbe un forte discredito su chi si fa protagonista di un simile ed originario comportamento. Dopodichè, e solo in un secondo momento, sarà possibile trasformare questa presenza elettorale in un vero e proprio partito. Un partito, sia chiaro, autenticamente ed organicamente democratico, contendibile, plurale e con un chiaro e percepibile profilo politico e culturale centrista e riformista. Insomma, l’esatto opposto di un partito personale, o del capo, o proprietario dove la democrazia interna è solo un optional o un principio astratto da sventolare propagandisticamente a giorni alterni.

Ecco perchè, da adesso in poi, conteranno solo e soltanto i comportamenti personali e politici. Le enunciazioni, i solenni pronunciamenti e la propaganda saranno drasticamente secondari e del tutto irrilevanti. Come diceva Pietro Scoppola, conterà sì la “cultura del progetto” ma sarà decisiva e determinante, ai fini della credibilità dello stesso progetto politico, la cosiddetta “cultura del comportamento”. Lo verificheremo concretamente a partire dai prossimi giorni.

Il bipolarismo non è più una risposta, di qui la sfida del popolarismo.

Vogliamo costruire un progetto politico con il Paese e per il Paese. Crediamo sia questa la sfida del popolarismo: coinvolgere le persone per animare insieme una nuova impresa collettiva, riconoscendo le attese, i desideri, le paure delle donne e degli uomini, delle bambine e dei bambini, dei giovani per sostenerli e per valorizzarli. Per creare opportunità e prospettiva, partendo dalla sfida educativa. 

Per questo continuiamo a pensare che il bipolarismo non possa più essere la risposta, perché è degenerato in politica astratta, conflittuale, che contorce la realtà per semplificarla e  incastrarla in schemi ideologici precostituiti. Siamo altrettanto convinti che per generare un nuovo processo politico trasversale, che promuova dialogo e sintesi nel Paese, non si possano indossare vesti litigiose, populiste, che riducono la realtà a slogan. 

Un metodo di politica popolare non può accontentarsi di esistere per sola differenza dalla destra e dalla sinistra, non può cedere al pensiero unico, al leaderismo come forma istituzionale. 

Una politica popolare non tratta  gli elettori alla stregua di consumatori, non centra se stessa su “io sono”, ma sull’essere popolo, connettendo le esperienze dei territori e accogliendo il pluralismo di idee come necessario per contribuire insieme allo sviluppo del Paese. 

Con Mariastella Gelmini, Raffaele Bonanni, Carmine Pacente, Massimo Vizzardi, Fabrizio Benzoni, Roberto Zini, Massimo Pesenti ne abbiamo parlato oggi [ieri per chi legge, ndr] a Brescia al convegno “I popolari di fronte alle sfide che interpellano il Paese. Educazione, scuola, lavoro”.

 

[Il testo è tratto dal profilo Fb della ex ministra]

Andalusia pronta a reagire se Sánchez cederà alle richieste della Catalogna

Non sappiamo cosa farà Sánchez, ma sappiamo dove è capace di arrivare ed è per questo che, dal sud, vogliamo avvertirlo che se sta pensando di accettare le condizioni che avanza il movimento indipendentista catalano, incontrerà l’opposizione frontale e radicale degli andalusi.

Difenderemo l’uguaglianza con le unghie e con i denti, ovvero difenderemo il principio che un andaluso e un catalano, un basco o un madrileno abbiano le stesse opportunità, ovunque essi vivano. Non permetteremo che per l’esclusiva ambizione personale di Sánchez di rimanere al potere si rompa l’uguaglianza tra gli spagnoli.

Che non si pensi che l’Andalusia sia una cosa qualsiasi: è infatti la comunità più popolosa, la terza economia del paese. L’Andalusia crede nel progetto unitario e condiviso rappresentato dalla Spagna. E questo lo difenderemo con tutte le armi, dal campo giudiziario a quello istituzionale e politico. Saremo ancora una volta la diga di contenimento rispetto alla deriva di Sánchez e di questo suo disegno che manda in frantumi l’integrità territoriale del nostro paese.

Non si può dividere il paese, non si può governare solo la metà del paese e non si può stressare la politica come sta facendo il Partito socialista in tutti gli angoli di Spagna. Il Partito Popolare (PP) ha la responsabilità di agire in modo preventivo per evitare il costo dell’operazione imposta dagli indipendentisti di Junts, ERC e Bildu. Hanno chiesto un’amnistia e in più un sovrafinanziamento per la Catalogna.

Non lo permetteremo. L’Andalusia giocherà un ruolo importante in questo momento politico. Non guarderà dall’altra parte né incrocierà le braccia di fronte alla sfida territoriale, con rischi per l’uguaglianza. Invece serve rimboccarsi le maniche e portare le opere necessarie in Andalusia, così da garantire per esempio l’approvigionamento idrico. Da oltre nove anni abbiamo un modello di finanziamento, concordato da ERC con Zapatero, che ha significato ancora una volta benefici per le comunità più prospere e danni per l’Andalusia. Siamo la comunità peggio finanziata. 

Con senso di responsabilità, educazione e correttezza istituzionale abbiamo rivendicato ciò che ci spetta, ora la pazienza degli andalusi sta finendo: gli otto milioni di spagnoli che vivono al sud cominciano a stancarsi. Se non ci si tratta su un piano di parità, scenderemo in strada a chiedere ciò che ci spetta, ciò che è nostro e di cui abbiamo bisogno per migliorare la salute, l’istruzione e l’occupazione in Andalusia, essendo per noi un obbligo garantire tutto questo.

Juan Manuel Moreno è Presidente della Comunità della Catalogna e leader del Partito Popolare locale.

Autonomie e sussidiarietà a fondamento della nostra Costituzione

Puzzle map: Rom and Italy macro

Una simpatica ma significativa coincidenza ha voluto che il convegno di Tempi Nuovi dedicato alle autonomie locali si svolgesse a poche ore dalle dichiarazioni di Macron in Corsica. Il presidente francese ha infatti aperto al riconoscimento dell’autonomia corsa, intervenendo su un’antica e complessa questione che ha probabilmente avuto il suo momento più drammatico nell’omicidio del prefetto Claude Érignac per mano del Fronte di liberazione corso.
La coincidenza come dicevo ha un forte significato, ricordandoci come il tema delle autonomie e del rapporto fra livelli amministrativi sia centrale nella vita di qualsiasi istituzione politica. In Italia è fortemente tornato di attualità a causa del progetto dell’autonomia differenziata proposta dal ministero Calderoli che, come ha affermato il governatore Zaia durante una Pontida di qualche anno fa, rappresenta per la lega il motivo centrale dell’azione dell’attuale governo.

Il principio autonomistico è presente nella nostra Costituzione che all’articolo V “riconosce e promuove le  autonomie locali”. Come ha magistralmente spiegato il presidente Cesare Mirabelli aprendo l’appuntamento, lo fa tuttavia inserendo una “clausola di salvaguardia, affermando cioè che la Repubblica è “una e indivisibile”. Non si tratta solo dell’integrità territoriale della nazione, ma anche delle condizioni sociali e di vita dei cittadini delle varie regioni. Ecco perché ogni progetto di autonomia che si voglia pienamente coerente con la nostra costituzione deve necessariamente essere improntato ad un principio di solidarietà.
La lezione di Mirabelli, qui ingenerosamente sintetizzata, mi ha fatto pensare ad un testo casualmente letto questa estate. Si tratta del discorso tenuto da Guido Gonnella in occasione del congresso Dc dell’aprile 1946. Immaginando la forma della costituzione che avrebbe dovuto fondare la nuova Italia, Gonnella parlò di uno stato costituzionalmente decentrato, contrapponendo il decentramento allo sfasciamento dello stato.

Particolarmente interessante è inoltre l’idea che, oltre ad essere radicata nella storia stessa del nostro paese, la pluralità dei livelli amministrativi rappresenti una tutela della democrazia contro il dispotismo: se “l’autonomia locale è la cittadella della libertà”, il centralismo “è stato l’arma del dispotismo”. Ma è lo stesso Gonnella a richiamarsi ad una radice più antica dell’intuizione autonomista, cioè a quella rappresentata dal pensiero di Sturzo. Il tema è presente già al VI punto del programma dei Liberi e forti e, anche se non ho di certo la competenza riassumere la vastità dell’elaborazione politica di Sturzo sull’argomento, mi permetto di porre l’attenzione solo su un aspetto in particolare. Faccio riferimento ad un discorso tenuto a Napoli nel 1923 il cui tema non sono le autonomie ma il mezzogiorno. L’interesse di questo testo risiede appunto nel fatto che la questione delle autonomie viene guardata da sud. Fra le cause dell’arretratezza del mezzogiorno Sturzo pone infatti l’uniformità dell’azione legislatrice:
“Le leggi non sono creazione aprioristica di cervelli – siano pure come quello di Giove, dal quale uscì Minerva -; sono invece, e hanno un vero valore, un processo di realtà vissuta e concreta che, in un determinato momento critico, trovano la loro espressone morale, legale e la loro formula scritta. Questo processo dinamico della realtà economica e amministrativa dovrebbe essere lasciato all’adattamento locale: come avviene in Inghilterra, come in parte era nella vecchia Austria, come, per il sistema federativo di un tempo, aveva il suo naturale fondamento anche nella Germania di ieri. Invece l’Italia prese per modello la Francia, la Francia di Napoleone e la Francia repubblicana, dove la vita centralistica di Parigi assorbe e polarizza tutta la Francia, e dove la tradizione storica e l’ampio respiro economico assorbono le energie di provincia e spesso le annullano. Così le leggi scritte, stilizzate fino all’ultima virgola, i regolamenti di esecuzione sino ai più minuti dettagli, partono dal centro, dall’unità di dominio e di interessi”.

Ecco allora che nella prospettiva sturziana l’autonomismo non è necessariamente nemico del sud, ma può rivelarsi uno strumento di riscatto: “La redenzione comincia da noi! La nostra parola è questa: il Mezzogiorno salvi il Mezzogiorno! Così il resto dell’Italia riconoscerà che il nostro problema è nazionale e unitario, basato sostanzialmente sulla chiara visione di una politica italiana mediterranea e di una valorizzazione delle nostre forze”.
Certo, questo è possibile se come ci ha ricordato Mirabelli non si dimentica la parola solidarietà. Scrive Benedetto XVI in Caritas in Veritate: “Il principio di sussidiarietà va mantenuto strettamente connesso con il principio di solidarietà e viceversa, perché se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo che umilia il portatore di bisogno.” Sussidiarietà e solidarietà sono dunque le due parole d’ordine.

Un ultimo accenno. Fra qualche mese saremo chiamati a recarci alle urne per il rinnovo del parlamento europeo. Le difficoltà dell’Europa sono talmente note e discusse che sarebbe ridondante parlarne anche in questa sede. E tuttavia credo si possa affermare che il principio di sussidiarietà trovi anche lì una sua possibile applicazione: la massima autonomia possibile agli stati nazionali eccetto per quelle materie fondamentali per la nostra vita e che tuttavia, per le loro dimensioni, non possono essere affrontate se non a livello europeo. E tuttavia bisogna prendere coscienza che ciò rende ancor più impellente la formazione di una nuova presenza politica che in forza della sua tradizione possa farsi carico di questa esigenza, salvando l’Europa e forse la possibilità stessa della  politica in un mondo così complesso.

i rischi dei Sindaci e una realtà associativa…a rischio

Non ho mai condiviso e ho sempre duramente avversato la sub cultura e la deriva populista, qualunquista, demagogica ed irresponsabile dei 5 stelle, di buona parte della sinistra post ed ex comunista e di alcuni settori della destra sui “costi della politica”. E di conseguenza, sui “costi della democrazia”. Era, ed è, una posizione che ha contribuito – com’è ormai evidente a quasi tutti, salvo agli ipocriti e agli ingenui – alla crisi della democrazia, all’indebolimento delle istituzioni democratiche e al precipizio di credibilità della stessa classe dirigente politica. A tutti i livelli.

Detto ciò, con forza e convinzione, emergono però a volte notizie che semplicemente ti fanno rimanere basiti e addirittura frastornati. È il caso degli stipendi sontuosi e stratosferici di alcuni dirigenti dell’Anci, l’Associazione che raggruppa i Comuni italiani, emersa da una recente inchiesta della trasmissione “Fuori dal coro”. Senza fare nomi e cognomi, già fatti del resto dalla trasmissione in questione, ci limitiamo a ricordare che alcuni dirigenti dell’Anci guadagnano molto di più del Presidente della Repubblica. Per l’esattezza, il segretario generale dell’Anci percepisce, sommando le varie indennità, un totale di 282 mila euro annui. Ma non si tratta di un caso isolato perchè, sempre secondo ciò che riporta l’inchiesta, non mancano altri stipendi stellari di altri dirigenti della suddetta associazione, tutti ben al di sopra dei 200 mila euro annui contro i 179 mila del Capo dello Stato.

Ora, da Sindaco di un piccolo Comune montano anche se “olimpico” come Pragelato e con una forte vocazione turistica e sportiva, mi limito a richiamare due soli aspetti.
Innanzitutto i compensi. Adesso, credo, assisteremo alla solita litania, squallida ed indecente, dei professionisti dell’anti casta guidata dai populisti dei 5 Stelle e puntualmente supportata dai noti organi di informazione con i relativi talk televisivi, per l’aumento dei compensi ai Sindaci di poche centinaia di euro. Mi riferisco ai grandi Comuni, come ovvio, perchè la stragrande maggioranza dei Sindaci italiani, essendo alla guida di piccoli Comuni, percepiranno un incremento del tutto irrisorio rispetto a quello avuto sino ad oggi. Con tutto il carico di responsabilità e di rischi personali che proprio i Sindaci continuano a pagare direttamente per l’insipienza e la persistente indifferenza del legislatore. Ma, comunque sia, aspettiamoci trasmissioni televisive e commenti giornalistici da parte di opinionisti che, dall’alto dei loro contratti milionari, scaraventeranno insulti e ogni sorta di contestazioni per l’aumento di 100 o 200 euro mensili ai Sindaci….

Ma, accanto a questa considerazione, persin scontata ma purtroppo realistica, credo sia importante anche avanzare un’altra osservazione. Che riguarda direttamente l’Anci. E cioè, come può essere credibile una Associazione che rappresenta tutti i Comuni italiani quando poi al suo interno esistono situazioni a dir poco equivoche, contraddittorie, imbarazzanti e anche opache? Com’è possibile che i Sindaci, soprattutto i Sindaci di piccoli Comuni – che rappresentano, tuttavia, l’ossatura centrale del sistema delle autonomie locali del nostro paese – continuino ad avere fiducia in una struttura che contempla al suo interno stipendi e consulenze stellari che suscitano francamente vergogna?
Ecco perchè, se vogliamo fugare qualsiasi equivoco e cancellare zone d’ombra che gettano discredito sull’Anci e, di conseguenza, sull’intero comparto delle autonomie locali, i vertici dell’Associazione Nazionale dei Comuni italiani hanno il dovere di dire pubblicamente come vengono spese le risorse della medesima Associazione. E questo non per assecondare l’anti politica dei populisti grillini e di chi li sostiene a livello politico e giornalistico – purtroppo ancora tantissimi – ma, al contrario, per ridare la dovuta credibilità al mondo delle autonomie locali e a chi li rappresentata a livello nazionale. Per la credibilità della politica e non per il solito spirito moralistico.

Italia a scuola di musica perché viva l’amore per le note

Con la ripresa dell’anno scolastico arrivano puntualmente motivi di polemica o di riflessione sullo spazio da concedere a nuove didattiche più al passo con i tempi a dispetto dell’arretratezza della tradizione e del “si è sempre fatto così”. Così come con il sesso e promuovendo liberalizzazione dai vecchi licenziosi costumi, la Svezia di nuovo brucia tutti sul tempo ribaltando questa volta la tendenza modernista che si sta imponendo ultimamente.

Almeno nelle classi materne si deve tornare all’uso di carta e penna abbandonando computer ed altri strumenti tecnologici da ultimo in gran voga. Carta e penna possono garantire il tempo necessario per la riflessione, la lentezza richiesta per maturare ragionamenti e pensieri che l’immediatezza di un tablet brucia invece sul tempo. Si arriva al traguardo ma non si sa come. Anche l’Unesco è sulla stessa linea e richiama ad esseri accorti a come utilizzare i supporti informatici di ausilio agli studenti.
Sull’altro fronte in Italia è in via di allestimento un concorso per appena 30.216 professori, un’orda di insegnanti che con tutti questi temi si dovranno confrontare sperando possa acquisire rapidamente esperienza in un settore a dir poco nevralgico quanto delicato per la società presente e per quella che sarà.

Si troveranno in un agone più complesso di qualche anno fa. Ad Atene c’era la figura del “grammatista” preposta ad insegnare lettura, scrittura e a far di conto. A fianco ad esso c’era poi il “citarista” che insegnava l’uso della cetra e della poesia, dando riconoscimento e non in via incidentale anche all’arte musicale. Infine al “pedotriba” era il ruolo di formare la gioventù nella cura del fisico. Così fino ai 18 anni.
Oggi le cose sono cambiate, anche i programmi trovano negli stessi docenti motivi di distinguo e di critica. Mesi fa, non un millennio, un professore, nel mentre di una rappresentazione teatrale sul tema del nazismo, ha interrotto clamorosamente l’evento dicendo la sua a proposito di un negazionismo tutto da rispettare.
Anche con questo si dovrà fare i conti, nuove e vecchie tendenze tornano ad incrociare le spade sulla testa delle nuove generazioni da formare.
Scuola, va rammentato, prende origine dal termine greco che indicava il tempo libero da indirizzare allo svago della mente, qualcosa di comparabile all’otium latino. Solo successivamente si è stravolto diventando lo spazio dello studio e dell’impegno formativo. Eppure ci sono momenti in cui i due aspetti sembrano ricongiungersi senza stridore.
Si è conclusa a Orvieto, da giorni, la Settima Edizione del Festival della Piana del Cavaliere. Un moderno mecenate da anni ha dato infatti vita all’orchestra Vittorio Calamani composta da giovani musicisti che nel tempo si alternano nonché ad una Accademia di alto perfezionamento musicale che sviluppa la sua attività nell’arco di un semestre; ed in più, ancora, una serie di master class con docenti di eccellenza, un incontro continuo di energie di talenti di generazioni diverse che si confrontano e che apprendono vicendevolmente l’arte di stare insieme e di arricchirsi culturalmente.

Parliamo di centinaia di giovani che negli anni hanno potuto cimentarsi finalmente su un palcoscenico che non deve restare un ricordo, la nostalgia di un momento mai più vissuto.
Non si tratta delle prove d’orchestra felliniane dove, anche lì dove è richiesta l’armonia, era invece un gran subbuglio. È lo sforzo di essere comunità composta dove a ciascuno è riservato un ruolo ed una responsabilità. Solo quest’anno si sono rappresentati 10 eventi sinfonici, lirici, cameristici e vocali con il coinvolgimento di oltre 130 artisti. Nella serata di chiusura si sono esibiti 30 ragazzi della scuola di Musica di Faenza in un concerto benefico per l’alluvione che nel mese di maggio ha distrutto buona parte degli strumenti di quella scuola. È motivo d’emozione poter ammirare tanti ragazzi che, a fronte di studi musicali a dir poco impegnativi, si dedicano a concertarsi tra di loro per muovere tutti nello stesso tempo con il rispetto che l’esecuzione richiede, assecondando le imbeccate dei maestri che li conducono a questa meravigliosa esperienza d’insieme.

Vedere questa gioventù capace di sacrificio e di bellezza è commovente e nello stesso tempo nasce l’apprensione che non vengano traditi da una società che non sappia riconoscerne il merito e gli sforzi e non li sostenga nel futuro, costruendo opportunità adeguate alla professione musicale. L’auspicio è che possano avere stabilmente delle occasioni di lavoro in orchestre, oltre la più scontata prospettiva dell’insegnamento della materia nelle scuole. Tanta abnegazione e tanta fatica non andrebbe tradita con uno sciogliete le fila non appena usciti da un Conservatorio o similari per mandarli allo sbaraglio nel mondo, vanificando la fatica di anni. Un paese senza musica è un paese morto, ne resterebbe afona e sorda la storia ed il futuro, la condanna ad una indicibile tristezza e ad un appassimento dello spirito.

Da questi giovani di valore potremmo tutti imparare, per prima la politica, a muoverci tutti con maggiore assonanza con il rispetto di una melodia, senza sopraffazioni ed ingerenze, senza urla schiamazzi e sbavature e partiture di comodo. La musica è una palestra di integrazione continua con l’altro, di assist senza sosta, di staffette di attacchi da scambiarsi e di assoli da cedere al compagno vicino di spalla; è un rispettoso mischiarsi con un ordine meraviglioso dove nessuno è lasciato indietro ma si va tutti alla meta. Così sarebbe garantito il risultato di una musica che gioverebbe al nostro paese da troppo non più esempio di bel canto e di attenzione alle note ed a chi le muove con la sensibilità richiesta. Accantonare in un angolo, giocando di sordina, tanta bellezza sarebbe un delitto. Canta che ti passa è un detto che risolve in una faciloneria un problema che resta irrisolto. Sostenere chi canta e suona, per avere un paese migliore, è la cosa da fare. Ascoltare è il nostro dovere.

Il convegno di Tempi Nuovi rilancia l’unità del Centro

Il convegno di ieri presso la Casa Bonus Pastor del Vicariato di Roma ha conferito un profilo più marcatamente politico a Tempi Nuovi, l’associazione che in pochi mesi, sotto l’impulso di Beppe Fioroni, può vantare una prima definizione organizzativa sul territorio e una capacità d’interlocuzione con il variegato mondo delle formazioni riconducibili all’area di centro. Per dirla in maniera semplice, l’associazione è giunta a quello stadio che si avvicina alla struttura tipica di un partito. Ancora manca il dimensionamento e l’articolazione che permette di identificare una compiuta espressione partitica, con le peculiarità conseguenti. È dunque, senza omettere o aggiungere, la qualificazione più appropriata rimanda alle classiche esperienze della politica pre-partitica, uno stato germinale che reca in sé le potenzialità di uno sviluppo organico, fino alla figura di partito, come pure l’insidia di una regressione per difetto di capacità rappresentativa.Tempi Nuovi ha intanto deciso di aderire al Partito Democratico Europeo, uno dei due pilastri che sorregge, insieme all’Alde, il raggruppamento guidato da Emmanuel Macron. Renew Europe – questo il nome – ha una spiccata vocazione europeistica e concorre, da una posizione di equilibrio tra Socialisti e Popolari, a stabilizzare la convergenza tra le grandi famiglie politiche del continente. Anche Italia Viva e Azione fanno parte di questa aggregazione così importante nel Parlamento di Strasburgo, tanto da autorizzare la domanda attorno alla plausibilità della recente divisione, nel contesto italiano, tra Calenda e Renzi. Sul punto si esercita, non a caso, la pressione dialettica di Tempi Nuovi. Anche alla Bonus Pastor è risuonato l’invito a superare le incomprensioni, abbattendo il muro delle rispettive idiosincrasie. La psicologia sembra inghiottire la politica, con quel che consegue in termini di discredito nel dialogo con la pubblica opinione.Certo, anche i rapporti personali contano e i loro risvolti, quando provocano danno, meritano di non essere banalizzati. Al riguardo, Tempi Nuovi non balla tra l’uno e l’altro dei contendenti, visto che la mediazione, almeno in questa fase, non ha gli artigli per incutere un preliminare rispetto. Fioroni non è l’ambasciatore chiamato a mettere pace, semmai può ambire a tratteggiare una linea di confine tra la legittima rivendicazione delle proprie ragioni e l’abbandono alla rancorosa contestazione, l’uno contro l’altro armato. C’è bisogno di un supplemento di razionalità e compostezza, altrimenti si scivola nel pantano d’infinite recriminazioni a cui l’elettorato riserva istintivamente un giudizio di condanna. Difficile immaginare un esito differente. Ecco perché la pazienza del confronto è l’unica arma a disposizione, se ancora si ha voglia d’investire sulla rimobilitazione dei tanti elettori insoddisfatti dell’Italia polarizzata, dove per troppo tempo la parola “centro” ha patito la stretta di una censura ideologica.

La Voce del Popolo | Napolitano: un uomo di un’altra stagione.

Non era un uomo facile, Giorgio Napolitano (29 giugno 1925 – 22 settembre 2023). Era severo, rigoroso, puntiglioso. Non concedeva nulla alla spettacolarità. Seguiva il filo di un disegno e non la tra-ma di una moda. Custodiva la politica e le sue istituzioni dentro lo scrigno di una visione. Che poteva convincere oppure no ma che assai difficilmente si piegava alle circostanze.Faticava a lasciarsi andare alla deriva di una stagione che – da tempo – non era più la sua. Si può discutere su quante di queste sue caratteristiche siano da considerare dei pregi e su quante invece possano appuntarsi delle critiche. Ma egli era, se così posso dire, un uomo tutto d’un pezzo. Convinto che le sue letture fossero un titolo di merito, anche politico. E che la sua lunga esperienza dovesse essere d’aiuto a una classe dirigente che pure non si lasciava più guidare lungo i percorsi di una volta, quelli che la sua generazione aveva appreso in gioventù.Il suo lascito politico in questi giorni è stato sviscerato in lungo e in largo. E il tributo di stima che gli è stato riservato da gran parte delle persone che lo hanno conosciuto è stato accompagnato anche da qualche critica (e da qualche freddezza di troppo che l’attuale maggioranza non gli ha fatto mancare).Personalmente, l’ho votato per il Quirinale e l’ho apprezzato la gran parte delle volte. Ma è ovvio che una figura politica – tanto più quando riveste incarichi così significativi e lungo un arco di tempo così lungo e pieno – si trovi esposta alla controversia. Poiché anche la controversia fa parte del destino di quei leader politici che non passano invano.Fonte: La Voce del Popolo – 28 settembre 2023[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia].

Cassa Depositi e Prestiti, nuovi investimenti per un miliardo di euro.

Foto di Nattanan Kanchanaprat da Pixabay
Foto di Nattanan Kanchanaprat da Pixabay

Il consiglio di amministrazione di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), presieduto da Giovanni Gorno Tempini, su proposta dell`amministratore delegato e direttore generale, Dario Scannapieco, ha approvato nuove operazioni a favore di imprese, territori, infrastrutture e cooperazione internazionale per un valore complessivo di un miliardo di euro.Il Consiglio ha inoltre dato il via libera alla Politica Generale sul Responsible Procurement che definisce i principi ispiratori e le modalità operative per promuovere presso la catena dei fornitori di CDP le migliori pratiche in materia di sostenibilità ambientale, sociale e di buona governance.In linea con il ruolo di Cassa a sostegno dell`economia del Paese, il CdA ha approvato nuove operazioni che comprendono fondi di investimento alternativo e finanziamenti, anche in pool con altre istituzioni finanziarie, volti a favorire l`accesso al credito, l`internazionalizzazione e i piani di crescita delle imprese. Fra i destinatari delle operazioni ci sono aziende di piccole, medie e grandi dimensioni, eccellenze del Made in Italy, che puntano a nuovi programmi di investimento, con impatti positivi sulle filiere strategiche.Coerentemente con gli obiettivi di CDP quale Istituzione Finanziaria Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, il Consiglio ha deliberato due nuove iniziative a favore della crescita sostenibile in Africa e, in particolare, delle aziende attive nel Continente, incluse le Piccole e medie imprese (Pmi), per lo sviluppo di progetti dedicati alle energie rinnovabili, all`efficienza energetica, alla sicurezza alimentare e alle infrastrutture. A queste si aggiunge anche un`operazione finalizzata a sostenere la crescita delle Pmi attive in specifiche aree dei Balcani, con effetti positivi sui livelli occupazionali nei Paesi di riferimento.In coerenza con gli obiettivi ESG definiti nel Piano Strategico 2022-2024, il CdA ha approvato la Politica Generale sul Responsible Procurement, volta a definire standard etici, economici, sociali e ambientali con l`obiettivo non solo di guidare CDP nella selezione dei propri fornitori in ottica di premialità, ma anche di verificare che le controparti si impegnino a loro volta a promuoverne i principi e a garantire il rispetto dei requisiti di sostenibilità nella loro catena di approvvigionamento. La politica include anche un Codice di Condotta per i Fornitori ispirato ai valori già espressi nel Codice Etico di CDPFonte: Notiziario Askanews

Spagna senza governo, i democristiani baschi sbarrano la strada alla destra.

Il primo dibattito di investitura di Alberto Núñez Feijóo nel Congresso dei Deputati si è concluso senza successo. Feijóo ha raccolto 178 voti contrari e 172 a favore, ma c’è ancora un secondo turno di votazioni che avrà luogo domani. Bisogna ricordare che il Partito Popolare – formazione politica di centro destra – ha ottenuto 137 seggi nelle elezioni del 23 luglio, quindi per raggiungere la massioranza assoluta occorrono almeno 39 deputati in aggiunta perché Feijóo sia investito presidente. In realtà,  nella prevista seconda votazione sarebbe sufficiente in base alla legge la maggioranza semplice, cioè ottenere più voti a favore che contro. Al momento, un’ipotesi inesistente.

Il leader del Partito Popolare ha fatto un discorso che gl osservatori hanno paragonato a quello di un oppositore, non di un candidato alla guida del governo. Forse il calcolo di Feijóo consiste nel ritenere inevitabile, anche dopo il passaggio di mano all’attuale premier Sánchez per un ulteriore tentativo, il ricorso alle elezioni anticipate. Un esito infelice se si tiene conto che già si è tornati alle urne in giugno dopo un’apertura senza speranza della legislatura inaugurata con il voto svolto in primavera. L’instabilità grava pesantemente sulla politica spagnola.

Qual è la ragione dell’impasse? Con 5 seggi a disposizione i democristiani baschi del PNV risultano determinanti. Ad essi tuttavia risulta indigesta, per ragioni ideali e politiche, l’adesione a un blocco di maggioranza inclusivo di Vox, il contestato partito di destra radicale che in Europa fa parte della famiglia dei Conservatori e Riformatori (con a capo, ancora per un po’, Giorgia Meloni). In Aula il PNV ha ribaditoil suo “no” a Feijóo, sempre con la preoccupazione, però, di non essere incasellato in uno schieramento politico polarizzato: né con i popolari, dunque, né con i socialisti. “Ci fidiamo poco di Sánchez, proprio come ci fidiamo poco di lei”, ha detto rivolto a Feijóo il portavoce dei nazionalisti baschi, Aitor Esteban, durante il dibattito in Congresso (il Parlamemto spagnolo). Poichhé Vox è essenziale, il PNV non può accordare la fiducia.

Allo stesso tempo, il PNV non intende rompere i ponti con i Popolari, sicché Esteban ha sottolineato come nel corso delle trattative il suo partito abbia osservato sempre un atteggiamento di attenzione e disponibilità, ben sapendo che i “colloqui non avrebbero avuto successo”. Di contro, nel discorso di replica ha accusato il Partito Popolare di non tenere un profilo amichevole dal momento che nel Parlamento basco, dove PNV gioca un importante ruolo di governo, almeno nella metà dei casi si registra l’opposizione dei Popolari. In queste condizioni diventa ulteriormente complicato avvicinare le posizioni nel Parlamento di Madrid. Tutto resta bloccato.

L’unità del Centro realizzabile nel segno dell’ “agenda Draghi”

L’appello lanciato ieri su queste colonne da Giuseppe Fioroni per l’unità del Centro esprime, a mio avviso, una linea politica chiara che tiene conto sia degli aspetti contingenti, la concreta dislocazione dell’elettorato di centro, che di quelli strategici, come presupposto per una iniziativa programmatica all’altezza di questi tempi nuovi, alla quale i Popolari, nonostante il perdurare delle loro divisioni, possono dare un contributo qualificante.

Toccherà anche a Renzi e Calenda assumersi le loro responsabilità. Sapendo, tuttavia, che l’unità del Centro non è riducibile a una pur auspicabile e saggia unità di sigle e di dirigenti.

Un centro dinamico e riformista necessita anche di una capacità di lettura e di visione dell’attuale fase, con le quali costruire una narrazione in grado di parlare in profondità a un elettorato interessato a capire dove si sta andando, la direzione e il governo dei cambiamenti, e ormai stanco di veder soffocata nella sterile contrapposizione destra-sinistra la discussione sui principali problemi che ci stanno davanti.

In questo senso, un comune riferimento dei soggetti interessati a promuovere una lista unitaria di centro alle prossime Europee, alle priorità, per l’Italia e per l’Ue, delineate da Mario Draghi nei due suoi ultimi interventi pubblici negli Stati Uniti e sulle colonne dell’Economist lo scorso 6 settembre, sembra opportuno e decisivo, se lo scopo comune è veramente quello di fare decollare un progetto politico adatto ai tempi e non una gara fra vanità. Si può, e si deve, discutere nel merito della scala di priorità indicata dall’ex premier ma riconoscendo che i temi che la costituiscono sono quelli da cui dipende l’avvenire del Paese e la serenità di lavoratori e famiglie.

In questa chiave, credo che il miglior modo per rigenerare fra un elettorato disilluso il senso dell’importanza del voto, e in particolare di quello per il rinnovo del parlamento europeo, sia proprio quello, come suggerito dall’ex presidente della BCE, di affrontare ora, non fra 20 anni, il tema del rafforzamento della sussidiarietà fra Paesi membri su voci come la fiscalità comunitaria, la difesa, l’energia, il commercio internazionale e la geopolitica per permettere all’Ue di dire la sua e di perseguire i propri interessi in una logica win-win con le altre aree del mondo, le quali appaiono sempre più determinate nel far valere il loro effettivo peso demografico ed economico.

Il centro ha la possibilità di presentarsi di fronte alla classe media, che teme l’estremizzazione delle principali questioni – fra cui le guerre in corso, la transizione ecologica, i processi di automazione e di intelligenza artificiale – come forza stabilizzatrice e di buon senso. Fra noi di centro si deve provare a raggiungere sensibilità comuni su tali questioni. Onde potersi proporre con chiarezza, senza lasciar dubbi all’elettore, sulle questioni ambientali come quelli che puntano a una transizione energetica effettiva ma graduale, attenta a non creare nuove disuguaglianze, laica, cioè improntata alla neutralità tecnologica, senza arroccamenti su sistemi destinati a esser superati da nuove e più efficienti tecnologie.

E sulle questioni internazionali, non cessando di trarre le conseguenze del detto che Matteo Renzi citò alla presentazione della sua candidatura alle prossime Europee: in geopolitica i Paesi che non siedono a tavola stanno nel menù. Ovvero, se come Italia e come UE, ci accontentiamo di partecipare al gioco degli altri, senza perseguirne uno nostro, ci ridurremo ad essere il loro premio in palio. Come, ad esempio, ci ricorda l’intricata vicenda del Nagorno Karabakh, presentata nella sua complessità su queste colonne da Enrico Farinone il 26 settembre scorso. Ci si è illusi che bastasse mettere una impossibile pietra tombale sui rapporti economici euro-russi per stroncare l’innegabile condizionamento che Mosca tenta di imporre sulle forniture energetiche. Per ritrovarci adesso a sperimentare che non esistono Paesi per gli approvvigionamenti energetici a zero condizionamento geopolitico, come si vede dalla accresciuta forza contrattuale raggiunta, anche per meriti propri, dall’Azerbaijan (su cui l’Europa ora punta per ridurre la dipendenza dal gas russo) e dalla OTS, la grande Organizzazione degli Stati turchi, non solo verso l’Ue ma anche verso due importanti Paesi BRICS come Russia e Iran. Con il rischio che le ragioni  della sicurezza dell’Armenia e la sorte dei 120 mila armeni del Nagorno Karabakh passino in secondo piano, nella doverosa ricerca di un accordo che permetta a questi due stati di vivere in pace.

Se riusciremo a costruire insieme, al di là  dei personalismi, una forza di centro capace di mostrare affidabilità, equilibrio e visione sui temi decisivi per il domani dell’Italia, non solo potremmo ambire a rilanciare il centro di cui il sistema politico italiano ha bisogno, ma arricchiremo l’offerta politica di una proposta di cui molti elettori sono in ricerca.

I partiti sono morti, sulla scena rimangono solo i leader.

Gli interessanti stimoli di Francesco Provinciali sulla cancel culture pubblicati su questo blog, mi hanno riportato alla mente un tema che mi ha sempre interessato e su cui ho sempre osservato da parte degli studiosi un silenzio incomprensibile. Ed è quello sulla “cancel politics” – mi  si consenta il termine – parente stretto della “cancel culture”.  La  digitalizzazione e tutto il mondo informatico, entro cui siamo ormai senza scampo immersi, “…costituiscono mondi paralleli dove il virtuale si confonde e si sostituisce al reale”, scrive Provinciali. Bene. Io evito la confusione  virtuale, e  mi soffermo solo  sul fenomeno (politico) della  sostituzione virtuale. Non solo su quella causata dal digitale, ma anche su quella dell’immagine televisiva e della politica-spettacolo, su cui esiste peraltro una letteratura critica immensa. 

Lo studioso che dal mio punto di vista ha però individuato e  previsto con chiarezza il fenomeno delle trasformazioni politiche in rapporto alla comunicazione è stato  il filosofo francese Bernard Manin con il suo libro “Principi della democrazia rappresentativa” e con  la sua “Democrazia del pubblico”. Mentre si chiudeva il Novecento, ha infatti sostenuto che la democrazia rappresentativa e partecipata, assieme al partito politico, sono entrati in una crisi irreversibile – quella che constatiamo e viviamo –  perché consegnati  integralmente nelle mani del singolo leader che stabilisce, ormai in solitaria, un rapporto diretto col pubblico, grazie, e solo grazie, alla comunicazione dei media.  

Facciamoci caso. Oggi conta solo il leader, spesso sognato e desiderato come uomo forte. Forse un leader carismatico e calvinista, individuato e scelto dalla grazia di Dio. Oggi contano di più la sua faccia e la sua immagine, anziché la sua mente, la sua morale, la sua serietà, il suo passato, e il partito che rappresenta. E contano di più la TV e  Internet, anziché le sezioni territoriali di partito. Il programma e gli accordi con altri leader che ha in mente, li conoscono solo i pochi addetti ai lavori e i giornalisti amici, non essendo stati discussi nelle direzioni dei partiti, nei congressi, nelle sedi locali, se ci sono. E se si tratta di un vecchio e storico partito – di destra, sinistra o centro che sia – ci rimane solo il leader assieme al ricordo e alla sua “…trappola identitaria nostalgica e..sentimentale. Gabbie che si aprono lentamente mentre la realtà intorno a noi cambia velocemente”scrive Sergio Fabbrini sul Sole 24 ore di domenica 24 settembre. Insomma è con la PAD, (politica a distanza), con la sua virtualità e con la sua spettacolarità che oggi dobbiamo fare i conti. Ed è con gli strumenti vecchi e nuovi della comunicazione sociale che il leader fa oggi politica. Altro non c’è!

Tento allora di spiegarmi meglio. Perché mentre il leader di un partito è spesso utile e necessario, e la personalizzazione della politica non è un fenomeno nuovo, quello che c’è di tragicamente nuovo, risiede nel fatto che la politica spettacolo a distanza ha però rivoluzionato del tutto la politica reale di vicinanza e di prossimità. Quella locale delle comunità cittadine; quella dei grandi valori liberali e democratici; quella ispirata ai valori dell’uguaglianza cristiana. Facendo saltare il voto identitario, di appartenenza e di stima reciproca,  accantonando definitivamente la condivisione di principi e programmi discussi e approvati, e consentendo al  voto di opinione e d’immagine un dominio assoluto una volta concentrata tutta la politica sul volto del leader e sulle sue posture grazie ai mass media.

Escludendo il conteggio dei Gruppi parlamentari, non si spiega in altri modi il perché ci troviamo oggi di fronte a ben 33 partiti presenti in Parlamento, tra partiti maggiori, minori  e regionali,  apparentemente diversi, con 33 leader, questi sì diversi; e non si spiega perché ci siano stati ben 68 apparentemente diversi partiti presenti alle elezioni regionali, diversi solo con gli autoproclamati leader, ma senza rappresentanza nei Consigli. È un aiuto indiretto ai partiti centrali più importanti o è il vero segno della  proliferazione di un leaderismo individualista, anche locale, che non ha niente da spartire con un autentico pluralismo? E se c’è stata di mezzo l’insana voglia di non mettersi insieme ma di correre gelosamente isolati, non  sbagliamo allora di molto se si dà ragione alla diade di Bernard Manin: la politica oggi la fanno i leader solitari e la comunicazione mediatica. Stop!

Al riguardo, basterebbe studiare bene il perché siamo in presenza di una abbondante – come abbiamo notato –  proliferazione di partiti parlamentari e il perché assistiamo a una continua volatilità del voto politico, nonché di  trasferimenti di voti fra partiti fondamentalmente diversi, se non opposti. Non escludendo il motivo dell’assenteismo. È grazie però a tutto questo che il leader si è trasformato in un divo cinematografico. Un fenomeno interamente nuovo sulla scena della democrazia. Un fenomeno però  sicuramente pericoloso, che ci porta a valutare una squadra di calcio solo e soltanto in rapporto al pur necessario capitano, che, come è noto, vale molto di meno di tutta la sua squadra messa insieme, di tutti i suoi giocatori e di tutti i suoi tifosi. Un vizio leaderistico,  insomma, che si è trasformato in una sorta di “leaderpatia”. E cioè in una vera e propria malattia grave della democrazia politica rappresentativa, con le sue ripercussioni infettive e gravi sui presidenzialismi e sui premierati. Una malattia da curare urgentemente. Se si riesce!  Perché arrivati a questo punto, neanche forti dosi di democrazia deliberativa potrebbero far guarire dalla svolta individualistica e chiusa dei partiti italiani. 

Gli studiosi attenti –  escludendo naturalmente il lavoro dei giornalisti amici o di quelli alla ricerca della originale intervista quotidiana, dello scoop, della polemica – devono allora spiegare il perché quando ormai  si parla in Italia di politica e non solo di partiti, si parla sempre della Meloni, della Schlein, di Conte, Salvini, Tajani, Renzi, Calenda, ecc. Sono i segretari, ed è vero; ma oggi sono segretari della politica-spettacolo. E altro oggi non si nota. 

Concludo con delle domande. Ma questi nomi dei leader sono nomi di portavoci e di rappresentanti in continuo rapporto con i loro rappresentati? Sono i potenziali governanti in rapporto costante con i governati? Sono nomi che hanno dietro un reale seguito sociale che condivide quello che dicono e pensano? Sono nomi che studiano a fondo la societa concreta come suggeriva don Luigi Sturzo vestito da sociologo? O sono nomi di leader che rappresentano solo se stessi? E che si rivolgono ad una società astratta, desiderata e ipotetica, con la loro faccia  riproposta ripetutamente in primo piano sui media, con le promesse, con i vestiti cambiati e nuovi tutti i giorni, che fanno rimpiangere la giacchetta sempre uguale di Angela Merkel, con le passeggiate occasionali nei mercati rionali dopo aver informato  la televisione amica, con il rosario  e il Vangelo in mano, con la loro camminata velocissima da maratoneti sempre col cellulare all’orecchio, che attaccano e offendono l’avversario politico ad ogni occasione?  

Spero non siano domande impertinenti.

Khaled, cittadino italiano, rinchiuso nel carcere israeliano di Petah Tiqwa

“Se fossi nato in Palestina sarei stato un terrorista”. Non è una frase di un pericoloso estremista ma di Giulio Andreotti. Molti sostengono che le sue posizioni sulla questione palestinese, sicuramente poco gradite a Washington e alle lobby israeliane, siano state la vera causa della sua mancata ascesa al Quirinale. Non sappiamo se sia andata veramente così. Sta di fatto che Andreotti non ha mai disdegnato di dire la sua sulla politica estera e ha sempre avuto il coraggio di esprimere le sue posizioni garantendo con dignità il ruolo internazionale del Governo italiano. 

Purtroppo non possiamo dire lo stesso della Meloni: dinanzi ad una situazione che colpisce un nostro connazionale, sta preferendo la strada del silenzio. La vicenda ancora una volta riguarda la Palestina e in particolare un cittadino italo palestinese, Khaled El Qaisi, traduttore e studente alla Sapienza, che il 31 agosto 2023, di ritorno insieme alla moglie e al figlio di 4 anni da una vacanza nella sua terra di origine, si è visto fermare dai servizi di sicurezza israeliani. Da allora Khaled è detenuto in un carcere israeliano senza che ancora sia stata formulata nei suoi confronti alcuna accusa e con udienze di rinvio che si susseguono di settimana in settimana. 

Una vicenda che ricorda tanto quella di Patrick Zaki ma con due differenze: lì lo stato coinvolto era l’Egitto e Zaki non era un cittadino italiano. Stavolta lo stato coinvolto è Israele e Khaled è un cittadino italiano. E proprio questa ingiustificata detenzione presso uno Stato straniero di un cittadino italiano farebbe apparire scontata una reazione di Palazzo Chigi e della Farnesina a difesa dei diritti del nostro connazionale. Ed invece il nulla. Non un comunicato, non una ferma presa di posizione diplomatica ma il silenzio. Un silenzio purtroppo fatto proprio dalla stampa italiana che alla vicenda ha dedicato poche righe come se Khaled, colpevole di essere figlio di mamma italiana ma di padre palestinese, fosse un cittadino di serie B.

Khaled si trova nel carcere di Petah Tiqwa una struttura destinata alla detenzione di chi è sotto indagine, nota per i metodi illegali ed intimidatori utilizzati per estorcere dichiarazioni. Pare sia stato interrogato più volte senza ovviamente la presenza del difensore e anche i beni di prima necessità consegnati alla struttura carceraria dal console italiano gli sono stati privati. Nel sistema israeliano non vi sono le garanzie proprie degli Stati occidentali: nessuna accusa formalmente rivolta all’imputato, nessuna assistenza del difensore, in pratica una detenzione illegittima senza che il detenuto ne conosca le ragioni. 

La prossima udienza è stata fissata per il 4 ottobre. Fino ad ora Tajani si è limitato a dire che l’Italia non può interferire su una vicenda giudiziaria di un altro Paese. Una posizione che si commenta da sé e che mostra la totale inadeguatezza di questa classe politica preoccupata di non disturbare gli alleati anche dinanzi a violazioni di diritti umani ai danni di un cittadino italiano. L’auspicio è che la società civile e i mass media facciano pressioni sul governo nazionale perché prenda posizione, perché abbia il coraggio di difendere un cittadino italiano e magari rimettendo al centro del dibattito internazionale la questione palestinese, la cui soluzione non può che essere quella dei due Stati. Forse non ci sarà il Governo ma facciamo modo che Khaled, il nostro connazionale, non sia solo.

Appello a Calenda e Renzi, soltanto uniti daremo forza al Centro.

Talvolta, come capita a Calenda e Renzi, prevale la diffidenza. È un vero peccato, si sprecano occasioni irreperibili. Abbiamo detto e ripetuto per quale ragione non ci piace l’Italia del bipolarismo. Radicalizzare il confronto politico, con l’illusione di produrre una benefica semplificazione, si è rivelato un errore micidiale. Anni dopo, ordinato il sistema in senso maggioritario, non si vedono risultati positivi: ancora stiamo indietro, nei valori economici, rispetto alla crisi del 2007. La politica è diventa più povera, come più povera è la società civile.

L’analisi del “caso Italia” ci porta a convergere con Renzi e con Calenda, senza annacquare con ciò la specificità del nostro popolarismo. Ad esso rimaniamo fedeli perché sinceramente persuasi della forza creativa che ne preserva la capacità di orientare pensiero ed azione nella realtà contemporanea. È l’unica dottrina politica che resiste al naufragio delle ideologie del Novecento. Tenere insieme sensibilità affini ma diverse è un’impresa comunque impegnativa, per questo deploriamo l’incomprensibile rottura tra Italia Viva e Azione. Nessuno è in grado di spiegare ciò che è accaduto negli ultimi mesi, se non facendo ricorso a ragioni esterne alla politica. Agli elettori che cercano un’alternativa non si risponde con litigi e  contumelie, dando aggio a tattiche e riposizionamenti personali, ora di qua e ora di là, sotto il tendone di una politica ridotta a circo. Ci rifiutiamo di inseguire tali movimenti sperando di riportare il confronto sul piano della politica delle idee e del confronto costruttivo. Serve una tregua operosa, serve un nuovo appello.

E allora? Proviamo, per quanto ci riguarda, a lanciare un messaggio chiaro. La nostra alternativa non è andare al centro, ma partire “dal centro” per ridare spinta, energia e convinzione a un Paese che patisce la dialettica tra questa destra e questa sinistra, simili nell’impronta radicale. Gli aggettivi per “colorare” tale centro non mancano, sebbene valga per tutti quello che meglio indica il carattere di mobilitazione: l’aggettivo “dinamico”. Dobbiamo e vogliamo investire sul fattore innovativo di un processo politico. Certo, con passione e intelligenza; certo, pure con valori ben identificabili; ma nell’orizzonte di una scelta che dia il senso del cambiamento. Non a caso abbiamo deciso di chiamarci “Tempi Nuovi”.

In Europa esistono ancora  tracce indelebili della originaria vocazione federativa dei grandi democratici cristiani: De Gasperi, Schuman, Adenauer. Questa vocazione si persegue mantenendo in vita, e quindi rinnovando, la collaborazione tra Ppe, Pse e Renew Europe. Noi, aderendo al Partito Democratico Europeo (Pde), intendiamo rafforzare l’elemento democratico cristiano che opera nella formazione neo-centrista (quella rappresenta, appunto, dalla coalizione di Macron). Non siamo infatti socialisti, ma nemmeno popolari conservatori. Sarebbe incoerente una collocazione diversa da quella del Pde, già forte della presenza dei democristiani del Partito Basco (PNV) e dei centristi progressisti francesi di Bayrou (MoDem). Siamo in buona compagnia.

Ecco, dunque, che ritrovarci tutti nel medesimo raggruppamento europeo – per altro Renzi e Calenda questa scelta l’hanno fatta già per tempo, anche se Calenda ha preferito ultimamente trasferirsi dal Pde all’Alde, i due pilastri di Renew Europe – rende ancora più incomprensibile una divisione in vista delle elezioni del prossimo anno. Non possiamo permettercelo, l’elettorato non esiterebbe a punire una prova di evidente irresponsabilità e inconcludenza. Nessuno deve essere forzato, ma tutti devono agire con senso del dovere, sapendo quale partita delicata di sta giocando. Una speranza vive se a crederci sono anzitutto i suoi propugnatori, specie in questo tempo di confusione e incoerenza. Prendiamo coraggio, uniti siamo forti e anche liberi. Ai nostri padri lo disse niente meno che De Gasperi.

In memoria di Napolitano, Cassese ricorda le parole di J.F. Kennedy.

Ricordando il Presidente Giorgio Napolitano, Sabino Cassese ha spiegato la differenza tra un normale uomo politico e uno statista. Tra chi cerca il consenso a breve, costi quel che costi (politicante) seguendo “come tira il vento”, e chi, spesso contro “lo spirito del paese” in quel momento, sceglie vie nell’interesse della collettività. 

Cassese  ha ricordato un libro scritto da John F. Kennedy, quando, giovane senatore pubblicò un saggio titolato “Profiles in Courage” che gli permise di vincere il prestigioso premio Pulitzer. Una Nazione ha bisogno, per crescere e favorire benessere economico ma anche culturale e sociale di uomini di governo che decidano aldilà della “pancia” della gente o delle loro convenienze elettorali. Essere umani che sappiano resistere alle pressioni elettorali e agli “interessi di bottega”, assumendosi la responsabilità di imporre, ad esempio, sacrifici piuttosto che concedere facili sussidi. Oggi ci si limita ad amministrare, spesso male, il quotidiano senza strategie lungimiranti. 

Il messaggio dell’allora futuro presidente degli USA fu quello di confutare l’opinione diffusa che: “Gli uomini politici bisogna che si occupino di guadagnarsi voti non dell’arte di governare lo Stato”. JFK  nel libro esalta il valore del coraggio di sfidare la pubblica opinione, di credere nelle proprie idee rischiando anche la propria popolarità e carriera: ”Senza voler togliere nulla a quel genere di coraggio che porta alcuni uomini a morire, non dobbiamo dimenticare quegli atti di coraggio grazie ai quali gli uomini vivono; il coraggio della vita quotidiana è spesso uno spettacolo meno grandioso del coraggio di un atto definitivo, ma resta pur sempre una miscela magnifica di trionfo e di tragedia… Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni, e questo è il fondamento della moralità umana; in qualsiasi sfera dell’esistenza un uomo può essere costretto al coraggio, quali che siano i sacrifici che affronta seguendo la propria coscienza: la perdita dei suoi amici, della sua posizione, delle sue fortune e persino la perdita della stima delle persone che gli sono care. Ogni uomo deve decidere da sé stesso qual è la via giusta da seguire; le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci insegnano molte cose, possono offrirci una speranza, possono farci da modello, ma non possono sostituire il nostro coraggio… Per quello ogni uomo deve guardare nella propria anima”. 

E ancora: “Questo libro non mira a sminuire il concetto del governo democratico e del potere popolare – scriveva Kennedy nelle conclusioni. “La democrazia vuol dire molto di più di governo popolare e dominio della maggioranza… La vera democrazia pone la sua fede che il popolo non eleggerà semplicemente uomini i quali rappresenteranno le sue opinioni abilmente e coscienziosamente, ma eleggerà anche uomini i quali eserciteranno il proprio giudizio coscienzioso”.

In questi ultimi decenni caratterizzati da volgari  populismi rampanti sempre miranti ai “like”e alla pance dei cittadini e non alla loro intelligenza, abbiamo potuto constatare il degrado che ne deriva. Mino Martinazzoli diceva che non partecipava ai talk show perché erano fumerie d’oppio. Drogando e strumentalizzando le grandi questioni (es. il fenomeno migratorio) si avvelenano i pozzi della civile convivenza e non si costruiscono risposte vere e durature. Le classi dirigenti del paese devono ritrovare e riseminare il senso, la dignità e qualità della Politica.

Il populismo carcerario che Giorgia Meloni mette in campo per insicurezza

Il progressivo degrado della politica passa anche attraverso la qualità dei messaggi che i politici inviano ai cittadini, che poi di anno in anno votano in misura sempre inferiore rispetto al passato. Fanno sorridere le famose “promesse elettorali” che facevano i partiti della prima repubblica, se rapportate alla spregiudicatezza dei messaggi con i quali alcuni leader cercano oggi di aggregare il consenso, confidando nella memoria corta dell’elettorato. A metà degli anni novanta nel passaggio dalla prima alla seconda repubblica abbiamo avuto la fase del “più soldi per tutti” con l’annuncio del “famoso” milione di posti di lavoro, seguito da promesse di condoni, sanatorie, aumenti delle pensioni, diminuzione delle tasse e tante altre cose.

Oggi invece il governo Meloni sembra muoversi sulla falsa riga dello slogan “più carcere per tutti”. Carcere per chi cerca riparo nel nostro paese, salvo pagare un “riscatto di stato” (parlano di cinquemila euro, ovvero più di quanto si deve agli scafisti!); carcere per chi non manda i figli a scuola, senza contare che in quei casi c’è bisogno di altro o che forse l’abbandono scolastico deriva proprio dal fatto che i genitori già hanno problemi con la giustizia; carcere per chi organizza e partecipa ad un rave-party; carcere anche per gli adolescenti che violano delle norme, anche se si trattasse del famigerato spinello. Il governo sta esibendo una politica muscolare fatta di annunci ad effetto per impressionare chi si accontenta di slogan e parole d’ordine, ripetute con sguardo accigliato e serioso dalla premier nelle comunicazioni che fa ai giornalisti senza che questi le possano rivolgere alcuna domanda. 

È la stessa logica che porta la premier a fare la passerella nei luoghi interessati da gravi fatti di cronaca, mentre poi a Roma il suo governo definanzia e cancella gli interventi del PNRR destinati proprio a quelle aree urbane (3,5 miliardi per interventi di rigenerazione urbana e 2,5 miliardi per il recupero di periferie degradate). È un segno di insicurezza che tradisce la mancanza della visione necessaria per governare dei nuovi fenomeni come quello dei crescenti flussi migratori. Poi la folle idea di far pagare ai migranti un “riscatto” di cinquemila euro per sottrarsi ad una immotivata detenzione nei cosiddetti Cpr, rappresenta l’ultima diabolica perversione concepita da chi – per dirla con le parole di Papa Francesco – lancia degli inesistenti allarmi a soli fini propagandistici; in altre parole, pensata per puro e basso sciacallaggio politico-elettorale. Il governo non capisce (o non vuole capire!) la differenza tra un’emergenza ed un fenomeno strutturale ed epocale che non si può certo fronteggiare con decreti e spot mediatici.

Ma oltre al danno c’è la beffa! Il polverone mediatico-sicuritario serve infatti a coprire le vere emergenze del paese di carattere economico ed occupazionale; al Pil e alla produzione industriale in decrescita si sommano la disoccupazione in aumento, il taglio alle forme di sostegno per le famiglie in condizioni di povertà e lo spreco della preziosa ed irripetibile occasione fornita dal “Next Generation Eu”; giova ricordare che fino ad oggi nessun governo si era trovato sul tavolo circa duecento miliardi di euro da spendere oltre le risorse ordinarie. Ma purtroppo questa sbandata populistico-carceraria del governo Meloni creerà dei seri problemi all’intero paese e non solo a chi porta la responsabilità storica e politica di queste scelte sbagliate.

Inquinamento luminoso, una minaccia per il cielo di Manciano.

Manciano, con frase di rito, potrebbe dirsi un ridente paese del grossetano che da qualche mese ha motivi per spegnere ogni sorriso sulla bocca dei suoi residenti. Una grande Società che si occupa di comunicazioni ha avuto l’arguzia di voler realizzare proprio su quel territorio un parco eolico di tutto rispetto. Otto pale alte duecento metri potrebbero fare la parte dei giganti della montagna o meglio della collina, oltretutto ornate da un impianto fotovoltaico con a supporto un massiccio sistema di illuminazione studiato a fagiolo per ragioni di sicurezza. Messe così le cose non si comprenderebbe lo sconcerto dei Mancianesi se non per la minaccia della perduta tranquillità della loro terra, anche se, quando le pale girassero, non produrrebbero poi un gran rumore.

In realtà hanno qualcosa da difendere assai più di valore del milione di bottiglie di vino che, in un film di anni fa, gli abitanti di Santa Vittoria nascondevano ad ogni costo ai nazisti che li avevano occupati. La gente di Manciano ha un animo sensibile e per un verso distaccato. Hanno preso dal loro protettore, San Leonardo, che era dedito all’eremitaggio ed era avvezzo più a guardare il cielo che agli affari degli uomini. Hanno da difendere ciò che purtroppo non si può nascondere ed è la bellezza del loro cielo stellato, tra i più ammirati d’Europa, ancora non compromesso dall’inquinamento luminoso che fa dell’Italia uno dei paesi più insozzati dalla luce tra quelli del G20.

Manciano viene da “Mancius”, cioè da “Possesso” ed i suoi abitanti tengono al loro paese e non amano quelli che vogliono sottrarre, appannandolo, quel pezzo di cielo che sta sviluppando un autentico fenomeno di turismo astronomico. A quel Comune, per farla breve. vogliono rifilare un tiro mancino ma loro non si faranno corrompere con qualche mancia di convenienza. Non si illudano quelli della Società se credono di poter vincere la resistenza messa in campo e non solo per folkore. I Mancianesi adorano il loro cielo primitivo che imparano a leggere fin da piccoli con il naso puntato verso l’alto, il buio della notte è un’oasi dove gli occhi possono riposarsi dal bagliore del giorno e sgranarsi senza tema di essere feriti o di vedere ciò che non resta in memoria per mancanza di senso.

È stato detto che l’inquinamento luminoso, per paradosso del destino, è alle stelle ma, al contrario, da quelle parti sono fieri di essere la città dove con il calar del sole la mappa degli astri stende le sue gemme non temendo possano esserle sottratte. E loro sanno come guardarle senza turbarne il pudore. C’è un ambiente minacciato da quanto di più avanzato da tecnologie ambientali. Pale contro cielo, chissà chi la spunterà. Ambiente è ambire nel saper andare intorno, circondando ciò che ti riguarda. Quel paese sogna di non essere intaccato da fasci di luce notturni. Se si andasse oltremodo avanti, spezzeranno ad ogni costo l’accerchiamento del nemico che li avvolge nell’assedio dei ricavi da portare in bilancio. Sarà perché forse sono a un tiro di schioppo da Saturnia, che pure di certe cose potrebbe intendersi, due Comuni complici sul da farsi. Il fatto è che si stenta a guardare il cielo perché è fermo e non si muove, troppo immobile per la nostra frenesia di aggiornare in continuazione le scene da passare davanti ai nostri occhi. 

A Manciano hanno invece la tradizione di saper educare il tempo ad ammirare la volta celeste, così che si arresta per una volta rinunciando a se stesso ed a far battere le sue imperturbabili lancette. In estasi, ogni notte rischia di estinguersi in quella magica apnea, ma il giorno dopo e lì a godersi nuovamente lo spettacolo. C’è una nicchia di piccoli eroi o di scriteriati, o semplicemente di appassionati, che con i loro strumenti di precisione, cannocchiali con tecnologia sofisticata passano ore a studiare il cielo. C’è chi di recente ha scoperto la cometa Nishimura composta da roccia e ghiaccio. Avvicinandosi al sole evaporerà lasciando la sua traccia che incanterà quelli che sapranno orientarsi verso la costellazione della Vergine, la direzione ideale per scorgerla, ideale per chi abbia un cuore puro e immacolato di buone intenzioni. Altri preferiranno invece concentrare lo sguardo sulla curiosa costellazione della “Seppia” ed altri ancora, assai meno romantici, punteranno per un asteroide che sta commuovendo il portafoglio di chi ha interessi di tasca.

 

Gli hanno dato il nome di Psyche 16 forse per ammantare intime e stimabilissime ragioni per spenderci, la NASA,  un miliardo di dollari, mandando in orbita un satellite che possa studiarne la composizione. Sembra sia fatto di metalli preziosissimi, ferro e nichel in misura tale da valere diecimila quadrilioni di dollari, un dieci seguito da quindici zeri. Tutto questo poco interessa a Mancianesi. A loro basta poco, far restare le cose come sono e che nessuno imbratti il loro quadro. Per quanto si legge il nome della Società che promuove il progetto sembra sia la WIND. Qualcuno mormora non proprio sotto voce, che da lì se la porti via il vento.

La digitalizzazione pervasiva alimenta la disintermediazione sociale

Francesco Ungaro Licenza Unsplash

La poderosa avanzata della digitalizzazione ha le sembianze della cancel culture. Da sempre la nostra vita è un’alternanza di abitudini, stili comportamentali e stilemi comunicativi ma con l’introduzione delle tecnologie sempre più avanzate nella nostra quotidianità il cambiamento ha impresso una vistosa accelerazione, le stesse dimensioni spazio temporali dell’essere e dell’agire vanno perdendo i limiti angusti dei confini e delle costrizioni. La galassia di internet, l’universo del web, il metaverso, l’I.A., la robotica e tutte le infinite applicazioni e i loro ulteriori cascami tecnici e operativi costituiscono mondi paralleli dove il virtuale si confonde e si sostituisce al reale. Ciò crea scompensi e dissonanze, non tutto ciò che circola viene dal basso, molto è introdotto nel circuito comunicativo-relazionale da network e media con finalità commerciali e di profitto, influencer e creator sono ad esempio figure professionali nuove che realizzano fatturati mostruosi introducendo nei comportamenti, specie tra i giovani, induzioni e convincimenti, persuasioni e modelli che sovente sono in aperta distonia con le regole che si apprendono a scuola o in famiglia.  

L’identità digitale va sostituendo quella anagrafica, i social sono potenti strumenti di informazione e di trasmissione di dati, di motivazione a comportamenti disparati: molto di quanto accade ha una potenzialità di implementazione imprevedibile ma certamente agisce sulla nostra esistenza, non sempre la liceità e il controllo di ciò che viene riversato in quel grande contenitore di flussi e scambi che non ha confini è assoggettato al controllo etico che riguarda l’utilità sociale, la dignità personale, il rispetto della privacy. Cambiano i linguaggi, gli anglicismi prevalgono sul piano della definizione dei concetti, esiste ad esempio un “Internet of Thing”, cioè un internet delle “cose” dove confluiscono a livello digitale e di interfaccia degli scambi semantici e simbolici tutti gli oggetti della nostra esperienza quotidiana.

Che l’inglese sia la lingua universalmente più diffusa è pacifico e assodato, paradossale che sia l’idioma di un Paese che ha scelto l’isolamento istituzionale con la Brexit: per diffondere l’italiano nel mondo forse dovremo affidarci ai viaggi di Papa Francesco. Questo irrompere sul palcoscenico della vita di sigle, acronimi, algoritmi, espressioni lessicali nuove crea problemi di adattamento e produce una sorta di selezione generazionale, di nicchie e target culturali. Il nostro stesso sistema scolastico sta sostituendo l’italiano fluente con il gergo tecnologico di matrice anglosassone, la narrazione con gli acronimi e i test, le sigle sono criptiche e non sempre esplicative, le metodologie introdotte nulla hanno a che fare con la nostra migliore tradizione didattica: basta leggere una circolare, seguire un corso di formazione per i docenti, soffermarsi a decifrare i linguaggi con cui gli alunni si esprimono. Qualcuno sta rovinando la scuola e sono grato al Direttore Paolo Pagliaro per aver riassunto il senso di una mia riflessione su questo tema con un titolo magnifico: “Una scuola fast-food dove prima c’era Manzoni”. C’è un punto essenziale su cui occorre essere espliciti, e cioè che non si rema contro l’uso e l’introduzione delle nuove tecnologie: la scienza, la medicina, l’istruzione, la nostra vita quotidiana ne hanno tratto straordinari, immensi vantaggi. Quel che colpisce è un (apparentemente) irreversibile processo che va nella direzione opposta a quello consegnatoci dalla storia e dalla tradizione, da Aristotele, a Newton, a Leonardo, a Kant: la cultura come passaggio continuo dall’esterno all’interno, l’apprendimento, la crescita, la formazione, il radicamento di una personalità, la metabolizzazione del sapere come processo di interiorizzazione.

Ora tutto sembra muovere nella direzione opposta. Riprendo una breve riflessione del grande antropologo francese André Leroi-Gourhan: Dall’invenzione della scrittura in poi, attraverso una serie di tappe analizzate da una letteratura sterminata, siamo arrivati alla fase attuale, in cui la situazione non è ancora molto diversa in apparenza: la società continua a disporre di tutti i suoi mezzi, ma li trasferisce in maniera crescente in organi artificiali”.

I processi di digitalizzazione favoriscono la trasmissione di dati e informazioni: possiamo tuttavia affermare che producono lo stesso risultato in quanto a comprensione e valutazione? Trovo molto solipsismo nel flusso comunicativo generato attraverso internet e le sue derivazioni, leggo un’implementazione delle condizioni esistenziali di solitudine pur in presenza di una potenzialità relazionale smisurata. Ci sono ricadute sul piano macrosociale poiché – pur nella disseminazione, parcellizzazione e fruizione delle dinamiche informative e di scambio – vengono a mancare i luoghi deputati all’intermediazione, al supporto interpretativo, al contatto umano. La vera comprensione è quella che si realizza tra due o più persone che si parlano: i processi di digitalizzazione pervasiva inducono ad un rapporto non mediato tra l’uomo e la macchina, tra il pensiero-azione e la tecnologia. Come sottolineato dal Presidente CENSIS Giuseppe De Rita “transizione ecologica, digitalizzazione sono parole generiche. La società ha bisogno di evoluzioni lente e partecipate”.

Per colmare questa mancanza non bastano i call center, icona dell’incomunicabilità e della frustrazione per il cittadino. Se devo capire un procedimento che mi riguarda, se devo risolvere un problema di difficile approccio non basta mandare o ricevere una mail: questo ruolo di mediazione tra apparati e istituzioni da un lato e utenti dall’altro un tempo era svolto dalle OO.SS, dal mondo dell’associazionismo, del volontariato, dai corpi intermedi dello Stato. Ora tutti sono arbitri che valutano la corrispondenza formale tra domanda e risposta. Pochi sanno capire, pochi sanno spiegare, quasi nessuno riesce ad aiutare. A chi rivolgersi? Nessuno è competente. Così, in un mondo dove la digitalizzazione sembra essere più un feticcio che la reale soluzione dei problemi (il PNRR ha destinato un quarto dei fondi all’implementazione del digitale, di cui 6.14 miliardi di euro nella sola P.A) mentre cresce in modo abnorme il numero dei poveri, le pensioni minime sono da sempre ancorate al palo della miseria, gli anziani, i fragili, i disabili non ricevono assistenza sufficiente, le famiglie sono vittime della speculazione finanziaria e ci sono 14 miliardi di euro di mutui non pagati, ci riempiamo la bocca di app e di coding, password e username, non possiamo vivere senza SPID e veniamo identificati con codici alfanumerici perché non conta più chiamarsi Mario Rossi ma essere ribattezzati con una identità digitale. Francamente una vergogna, persino una cosa inutile: speriamo che i corsi e ricorsi storici riportino un po’ di buon senso.

Germania, la Turingia si riscopre antinazista: battuta l’Afd in una competizione municipale.

Il distacco dal candidato dell’AfD sembrava incolmabile. Nel primo scrutinio di due settimane fa, Prophet aveva ottenuto di gran lunga il miglior risultato con il 42,1 per cento dei voti. Kai Buchmann, sindaco uscente «indipendente», era arrivato al 23,7 per cento, il candidato socialdemocratico (SPD) al 18,6 per cento, quello cristiano democratico (CDU) all’11,2 per cento, mentre Verdi e liberali (FDP) si erano dovuti accontentare di percentuali a una cifra. Al primo turno l’affluenza alle urne era stata del 56,4 per cento e, non avendo raggiunto il 50 per cento nessuno dei candidati, si era reso necessario il ricorso al ballottaggio.

Ed ecco la sorpresa: a dispetto delle previsioni, Kai Buchmann vince con il 54,9 per cento dei voti. Eppure solo i Verdi lo avevano appoggiato ufficialmente, sicché l’esito del voto sembra davvero attribuibile alla mobilitazione spontanea della società civile. D’altronde parliamo di un sindaco divisivo, addirittura sottoposto a giudizio degli organi di controllo per aver disatteso alle deliberazioni del Consiglio comunale. 

In ogni caso, un lungo applauso ha salutato nell’Aula del Municipio l’annuncio ufficiale dei risultati elettorali. «Sono incredibilmente sollevato», ha detto subito Jens-Christian Wagner, direttore della Fondazione “Memoriale di Buchenwald e Mittelbau-Dora”. Il nome si ricollega al campo di concentramento nazista realizzato durante la seconda guerra mondiale alla periferia di Nordhausen. Furono più di 60.000 le persone qui recluse, tutte impegnate, in condizioni disumane, nella massiccia produzione di missili e armamenti. Oltre 20.000 vi trovarono la morte.

Per capire l’esultanza di Wagner, basti tener presente che Jörg Prophet vede nel modo di commemorare l’Olocausto quello che definisce il «culto della colpa dei tedeschi». Per giunta, l’esponente dell’AfD è dell’opinione che gli americani mostrarono una certa «assenza di morale» quando, nell’aprile del 1945, il lager fu liberato. A suo dire, infatti, il loro interesse fondamentale fu di prendere possesso di «tecnologie di morte», con l’obiettivo strategico di «assicurarsi la propria posizione [dominante] nel mondo».

Ciò nondimeno. la campagna elettorale di Prophet si è giocata ampiamente su specifiche questioni di tipo amministrativo. È stato questo il suo sforzo maggiore, anche per allontanare i sospetti che continuano a gravare sull’impianto ideologico dell’AfD. In effetti poche cose, e tutte molto concrete, hanno caratterizzato il suo programma, ovvero: il circostanziato divieto di bevande alcoliche, l’installazione di telecamere di sorveglianza di fronte al teatro e alla stazione ferroviaria, l’incremento del numero dei bidoni della spazzatura, nuove aree destinate ai cani e nuovi parcheggi. Solo in alcuni passaggi ha fatto irruzione la xenofobia, laddove ad esempio è risuonato nei suoi comizi il discorso sui cosiddetti «interessi della città in materia di immigrazione».

Il mondo democratico tedesco tira dunque un sospiro di sollievo. Almeno in questa circostanza l’onda della destra non ha prodotto danni. Solo spavento. Resta comunque l’allarme per la forza di un partito che nei sondaggi raccoglie in Turingia, Sassonia e Brandeburgo più del 30 per cento dei consensi. E proprio in questi tre Länder, nell’autunno del 2024, si terranno le elezioni. C’è tempo per lavorare, ma nulla va trascurato. 

Anche il Nagorno Karabakh testimonia la debolezza della Russia

Anche se la regione caucasica del Nagorno Karabakh può apparire lontana ai nostri occhi occidentali quanto sta accadendo in quei territori montuosi dell’altopiano armeno ci offre preziose indicazioni circa le difficoltà anche geopolitiche che sta incontrando la Russia a causa della sua guerra in Ucraina.

Gli eventi delle ultime settimane sono noti: dopo aver bloccato per mesi il “corridoio di Lucin”, cinque km che costituiscono l’unico collegamento fra la regione nella quale vivono 120.000 persone di origini armene e l’Armenia medesima, l’Arzebaigian ha bombardato la città di Stepanakert (“capitale” dell’Artsakh, nome armeno della regione) e nel giro di sole ventiquattro ore ha ottenuto la capitolazione degli armeni, sottoscritta dal primo ministro di Erevan, Nikol Pashinyan (ora duramente contestato per questo dai suoi connazionali). In queste ore è in corso un drammatico esodo verso l’Armenia di migliaia di persone di etnia armena provenienti dal Nagorno Karabakh, timorose delle conseguenze che l’occupazione territoriale operata dagli azeri potrebbe comportare per le loro esistenze.

Il corridoio di Lucin avrebbe dovuto essere controllato dalle forze di interposizione russe sulla base degli accordi siglati all’indomani della guerra del 2020, combattuta in piena pandemia, durata 44 giorni e conclusa con una sostanziale vittoria dell’Arzebaigian, da sempre sostenuto dalla Turchia, sull’Armenia, tradizionale alleata della Russia ma non fino al punto, evidentemente, di essere difesa con ogni mezzo. 

Le ragioni dello scontro ormai trentennale fra Baku e Erevan risalgono alla fase anarchica succeduta alla caduta dell’Unione Sovietica, della quale erano entrambe parte. La regione del Nagorno Karabakh (Artsakh in armeno), popolata in prevalenza da armeni ma in territorio azero, si autoproclamò indipendente contro il volere dell’Arzeibagian, a sua volta appena divenuto stato indipendente. Era il 1991. Ne seguì un conflitto sanguinoso concluso solo tre anni più tardi con un sostanziale successo armeno, fotografato dall’assunzione del controllo dell’intera regione dell’Artsakh e delle zone limitrofe situate ai confini dell’Armenia. La situazione rimase così codificata per un ventennio, con sporadici ma persistenti violazioni del cessate il fuoco ad opera di due contendenti rimasti ostili gli uni agli altri. 

La guerra scatenata dagli azeri nel 2020 venne annunciata quattro anni prima da un brevissimo conflitto durato quattro giorni scatenato dall’Arzebaigian che, forte anche dell’appoggio turco, aveva negli anni rafforzato la propria potenza economica e militare al contrario dell’Armenia, fra l’altro sostenuta sempre più stancamente da Mosca. Il conflitto del 2020 fu così nettamente vinto dalle truppe di Baku, che riconquistarono ampie zone del Nagorno Karabakh nonché le sue aree limitrofe. Quasi centomila armeni dovettero abbandonare le loro abitazioni. Il cessate il fuoco venne mediato dalla Russia, che mise a disposizione anche le necessarie forze di interposizione nelle zone di contatto fra le parti.

La guerra in Ucraina ha distolto però l’attenzione del Cremlino da questa partita geopolitica e di questo ben presto gli azeri hanno avuto piena contezza. Agendo di conseguenza. Dapprima hanno bloccato parzialmente il “corridoio” con la motivazione assai speciosa secondo la quale esso veniva utilizzato per fornire armamenti alle milizie armene. Successivamente, lo scorso giugno, lo hanno blindato ermeticamente, interdicendo la consegna di viveri, medicinali, carburante: creando dunque le premesse per una severa crisi umanitaria. Il tutto nell’immobilismo delle forze di pace russe che avrebbero dovuto impedire il blocco. Infine lo scorso 19 settembre il bombardamento e la rapida vittoria, che per Baku significa completare quella del 2020, conclusasi con l’incompleto asservimento del territorio del Nagorno Karabakh. 

Perché l’Arzeibagian ha deciso di chiudere la partita proprio ora? La risposta è evidente: perché Mosca, garante dell’accordo di tregua del 2020 e storicamente protettrice di Erevan, non ha più l’interesse di prima nella regione, o forse lo avrebbe ancora ma non ha più la forza per garantirlo. La guerra in Ucraina assorbe risorse economiche e umane, e soprattutto mentali: Putin sa bene che non può perderla, ma probabilmente capisce anche che non riuscirà a vincerla. E allora le relazioni geopolitiche assumono un’importanza ancora maggiore di prima ma possono subire dei cambiamenti una volta impensabili. Così l’Arzeibagian diviene uno stato importante quale possibile riserva di approvvigionamento di gas e per la sua collocazione geografica, snodo dei collegamenti con l’Iran. Se gli sviluppi della situazione creano problemi al premier armeno, del resto mai particolarmente amato al Cremlino, pazienza. Le manifestazioni di questi giorni nella capitale Erevan contro di lui potrebbero anche condurre ad una sua caduta. La qual cosa non dispiacerebbe forse del tutto…

Perché divisi? La diaspora dei Popolari è inutile e dannosa.

Dunque, è un dato abbastanza oggettivo che il Centro non può più mancare nella cittadella politica italiana. Perché dopo il ritorno della destra politica e di governo, della sinistra radicale e massimalista, del populismo anti politico e demagogico, anche un Centro riformista, dinamico e di governo deve fare breccia nel nostro sistema politico. E non per una volontà astratta o meramente politologica ma perché, storicamente, il Centro rappresenta una costante politica e culturale quasi fisiologica nel nostro paese. Del resto, è appena il caso di ricordare che dal secondo dopoguerra in poi in Italia si è sempre governato ”dal centro” e “al centro”. E la conferma, per chi avesse ancora qualche dubbio al riguardo, arriva anche dal Governo guidato da Giorgia Meloni.

Ma il dato che era, e resta centrale in questa discussione, è che il Centro e la stessa ‘politica di centro’ nel nostro paese non possono essere disgiunti e separati dalla presenza politica, culturale e programmatica – ancorché decisiva – della cultura cattolico popolare, cattolico democratica e cattolico sociale. E questo non per una civetteria moralistica ma per la semplice ragione che il Centro e la ‘politica di centro’ non possono essere interpretati e declinati da chi storicamente è estraneo, esterno se non addirittura alternativo a quella sensibilità, a quella cultura, a quella prassi e, soprattutto, a quell’indole. E la conferma arriva quotidianamente dalla concreta dialettica politica italiana. Certo, e per fare tre soli esempi, immaginare che Salvini o la Schlein o Conte possano interpretare o farsi carico di una ‘politica di centro’ è quasi surreale, oltrechè un’operazione del tutto virtuale ed astratta.

E, se è vera com’è vera questa affermazione, è altresì vero che la divisione politica ed anche organizzativa tra i Popolari e nella stessa area popolare non aiuta ma, al contrario, indebolisce un progetto centrista, democratico e di governo nel nostro paese. Del resto, ci si divide su che cosa? Attorno a quali opzioni politiche alternative? E, soprattutto, su quali valori così divisivi?

La verità, semmai, è che la divisione politica ed organizzativa – purtroppo storica, almeno a partire dalla fine della Democrazia Cristiana e dopo la prima fase del Partito Popolare Italiano – è sempre coincisa con la volontà di riaffermare il proprio orticello a prescindere dallo sguardo complessivo e da una progettualità a lunga scadenza. Con il risultato, puntuale come l’arrivo delle stagioni meteorologiche, che il Centro non è decollato, che il cosiddetto ‘bipolarismo selvaggio’ si è consolidato e che, soprattutto, il mondo e l’area popolare si sono prima indeboliti e poi quasi eclissati. Con la triste consolazione che nella destra si sono ridotti a presenza personale e del tutto testimoniale e, sul versante della sinistra, a riproporre la triste e rassegnata esperienza dei “cattolici indipendenti di sinistra” che venivano eletti nelle fila del Pci per confermare la natura cosiddetta “plurale” di quel partito.

Ma la politica, come ci insegnavano i grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana, è sempre in evoluzione e la capacità del politico è proprio quella di saperla leggere, interpretare e rappresentare. E oggi, come ricordavo all’inizio di questa breve riflessione, ricostruire il Centro” e una ‘politica di centro” sono diventati quasi un’esigenza non più rinviabile. E a questa domanda, come ovvio, non possono rispondere coloro che sono quasi strutturalmente estranei per storia e per cultura. Ma tocca, semmai, a tutti coloro che storicamente si riconoscono in questo filone, a cominciare appunto dai Popolari, dare una risposta compiuta, convincente, credibile e coerente. Ad una condizione, però; e cioè, che venga superata definitivamente quella “diaspora” che è semplicemente incomprensibile e del tutto estranea e anche nociva per lo stesso raggiungimento del risultato che si vuole perseguire.

Prima lo si capisce e meglio è. Non per il bene dei Popolari. Ma, al contrario, per la qualità della nostra democrazia, per una maggior credibilità delle nostre istituzioni e, infine, per la stessa efficacia dell’azione di governo.