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Dopo Marsiglia Macron dà una prima risposta alle preoccupazioni del Papa sull’immigrazione

In un certo senso è una svolta, quella di Emmanuel Macron, sebbene nel tempo di queste svolte sull’immigrazione ne abbiamo registrate diverse, senza però riscontrare le conseguenti decisioni pratiche. Le difficoltà sovrastano le buone intenzioni, i discorsi dei leader europei faticano a innescare processi virtuosi. “Il Papa ha ragione – ha detto il Presidente francese nell’intervista in onda su Tf1 e France 2, poi ripresa da Le Figaro – a invitare a un soprassalto contro l’indifferenza”. Evidentemente l‘incontro di Marsiglia ha prodotto un effetto positivo.

La nota significativa sta nel prendere atto che l’egoismo delle nazioni non aiuta a governare un fenomeno di portata epocale. Dice il capo dell’Eliseo: “Non possiamo avere una risposta franco-francese. Dobbiamo fare la nostra parte come europei e non lasciare soli gli italiani. Dobbiamo avere un approccio coerente con i paesi di origine. Noi francesi facciamo la nostra parte, accogliamo sempre più bambini. Abbiamo un modello sociale generoso ma non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo”. E poi ha continuato: “Dobbiamo fare una legge per entrare in sintonia con l’Europa. Il cuore di questo testo è accelerare le nostre procedure e avere una politica efficace per rimpatriare le persone che non devono essere nel paese. Dobbiamo andare molto più veloci”. Al tempo stesso però  “dobbiamo usare il buon senso e non essere ipocriti. Ci sono molte imprese che, avendo difficoltà [a reclutare in Francia il personale, ndr], assumono lavoratori immigrati”.

L’analisi di Macron è stringente. La maggior parte dei migranti “vengono dall’Africa subsahariana”. Si tratta di Paesi ai quali la Francia fornisce aiuti allo sviluppo. Cosa bisogna dire loro? “Vi aiutiamo, ma voi dovete aiutarci a smantellare le organizzazioni” dei trafficanti. Macron ha proseguito spiegando il suo piano per affrontare le ondate di migranti: “Ci sono diverse migliaia di migranti che arrivano a Lampedusa e che partono tutti dal porto di Sax, in Tunisia. Voglio proporre un accordo alla Tunisia, mettere più mezzi in un Paese di transito, proporre partnership. Intendo esportare esperti e materiale [in Tunisia e in Algeria, ndr]  per “smantellare queste organizzazioni” [di trafficanti, ndr]. Infine il Presidente francese ha pure affermato che i soldati francesi “lasceranno il territorio del Niger entro la fine dell’anno” e in questo contesto “l’ambasciatore di Francia a seguito del colpo di Stato sarà richiamato a Parigi”. 

Le reazioni di parte italiana non si sono fatte attendere. Là Premier Meloni, a botta calda, ha salutato con soddisfazione il discorso di Macron. Ora bisogna capire quali possano essere a breve i passi da compiere. E quale strategia l’Europa immagina di adottare per mettere a terra i propositi che generosamente vengono tratteggiati. La buona notizia consiste nella consapevolezza di dover agire in forma integrata, come Europa, altrimenti sarà impossibile contenere le massicce ondate di immigrati.

Sull’esempio di Papa Francesco rendiamo giustamente omaggio a Giorgio Napolitano

Erano trascorse poche ore dalla morte di Giorgio Napolitano che i commentatori più accreditati del giornalismo ne hanno ricordato il passato politico con puntigliosità e livore.  La fede giovanile fascista, l’ideologia comunista, il culto di Stalin, la giustificazione dell’invasione dell’Ungheria con il corollario di tanti aneliti di libertà soffocati. Tutto vero anche, se poi vi e stata da parte di Napolitano una revisione.

Perché si sono scritte pagine così rancorose a poche ore della morte?  Perché si sta facendo un processo postumo?  Napolitano è stato un militante, un dirigente politico che sosteneva idee sbagliate a cui altri giustamente si opponevano. La Dc e i partiti democratici salvaguardarono le conquistate libertà. Erano a confronto visioni contrapposte e alternative: c’era la politica, c’erano i partiti. Oggi non ci sono visioni a confronto perché non ci sono idee. Il Parlamento non è espressione della scelta dei cittadini ma nominato dalle oligarchie dei Partiti. 

Quando il Parlamento non è il centro dove le pulsioni della società si misurano alla ricerca di giuste soluzioni ai problemi, la democrazia è in crisi. L’ho sempre detto: ho nostalgia di quei tempi, quando ci confrontavamo e ci scontravamo con i comunisti e non solo. Oggi non c’è materia del contendere. I leader di oggi sono capi di movimenti personali, soffrono di un egocentrismo verboso, e non coinvolgono, non sollecitano la partecipazione, ma pretendono non l’adesione a ideali ma la fedeltà.

Napolitano è stato un dirigente politico. All’avversario che scompare va il rispetto sempre, soprattutto nel deserto di oggi. Eppure in queso Paese vi sono state tante devianze: democristiani che sono transitati nel Pd, un derivato post comunista e acrobati che hanno successo perché lo spettacolo…è gratis. Ma la cosa più grave è che è in atto un disegno eversivo riguardante la forma di Stato, di governo e l’unità del Paese. 

Il comunismo di Napolitano è stato sconfitto, mentre oggi c’è l’insano progetto di cancellare la Costituzione del 1948. Sallusti e altri dovrebbero essere avvisati. Il Santo Padre è andato a sorpresa al Senato, alla camera ardente di Giorgio Napolitano. Un gesto che non ha precedenti. Una bella e grande pagina di storia. Un messaggio di carità che rimarrà nella memoria dell’umanità. Napolitano non è morto nella fede e i funerali si svolgeranno nella forma laica. Il Vicario di Cristo ha pregato in silenzioso profondo raccoglimento.

Che significato può essere dato a tutto questo che è un atto di fede: ci possono essere percorsi di salvezza che sembrano impossibili. Nulla è impossibile a Dio. Solo Lui conosce in profondità il cuore e la mente di tutti. Questo pontefice non finirà mai di sorprenderci. Tante chiusure, tanti vuoti formalismi stanno cadendo. L’amore e la fede portano la luce e spazzano via le ombre della ipocrisia. Papa Francesco ha portato questa luce di carità e di fede nella camera ardente di Napolitano, ma in quella camera c’era il Mondo Intero.

 

[Il testo è tratto dal profilo Fb dell’autore]

La differenza esistente tra filosofia della liberazione e teologia della liberazione

Molto spesso si è parlato in questi decenni, soprattutto negli anni novanta, della Teologia della Liberazione, indirizzo sviluppatosi in America Latina ad opera del teologo Leonard Boff, in quanto oggetto di frequenti scontri col Magistero e non perfettamente in linea con gli indirizzi pastorali dell’allora pontefice Giovanni PaoloII, oggi agli onori degli altari.

 

Meno frequente è la conoscenza della Filosofia della Liberazione, che nulla ha a che fare con la omonima teologia e non ha nessun valore o intendimento contrario al “depositum fidei”della Chiesa Cattolica. La “filosofia della liberazione” è un indirizzo speculativo che nasce anch’esso in sudamerica, ma con finalità completamente differenti. Innanzitutto si tratta di un indirizzo filosofico e non teologico, quindi non ha a che fare con questioni dottrinarie ma di carattere squisitamente filosofico e quindi non ha nulla a che spartire con dispute pastorali e di indirizzo gerarchico, ma vuole essere un itinerario da percorrere affinché la vita sociale possa intersecarsi con i criteri di giustizia e di rispetto dei valori comuni di pace e tolleranza.

 

La “filosofia della liberazione” nasce come indirizzo speculativo nel lontano 1971 a Buenos Aires, in Argentina, in un periodo socialmente e politicamente assai complessso e convulso: un’epoca di passaggio, nel grande e non facile paese sudamericano, da un regime oligarchico militare ad un ritorno in grande stile del peronismo giustizialista. Juan Domingo Pèron ha influenzato e caratterizzato con la sua figura e la sua presenza la politica argentina per mezzo secolo; in quel crinale di anni settanta tuttavia si accingeva a tornare in patria dopo un lungo esilio nella Spagna falangista, dopo il crollo del suo regime nel 1955 e la fine delle speranze dei “descamisados”.

 

Ma era un altro Pèron! Non solo perché lo scalpello della storia ne aveva scalfito i lineamenti e al “caudillo” degli anni quaranta era subentrato un attempato signore avanti con l’età, accompagnato per altro da una nuova moglie, Isabelita, che faceva solo che rimpiangere il fulgore e l’entusiasmo destato tra il 1944 e il 1952 dalla prima, Eva Duarte; ma perché Pèron tornava in patria, e di li a poco al potere, onusto di contatti con logge massoniche, soprattutto la P2 di Licio Gelli che ne aveva favorito il ritorno e avrebbe creato le condizioni nel 1973 per una sua nuova presidenza.

 

I tre anni del potere del rinato “caudillo de Argentina”sarebbero stati forieri non di giustizia sociale, come nel nome del suo movimento, ma di contraddizioni e contrasti anche interni al Partito Giustizialista, in una corte dei miracoli assiepata più intorno alla vorace nuova signora Pèron e i suoi esoterici accoliti che cercavano invano di presentarla al popolo come una nuova “Evita”. Vi erano tutte le condizioni del fallimento politico e della fine drammatica di una parabola politica che molti anni prima, sulle note del “Don’t cry for me Argentina!”, aveva realizzato le speranze di giustizia di un intera generazione di giovani che erano volutamente “descamisados” perché la camicia “nueva” non l’avevano mai posseduto e non solo indossata. La morte di Pèron mise fine al peronismo con una coda di lenta agonia del regime attraverso i brevi e convulsi mesi della presidenza della moglie Isabelita, deposta dal golpe del generale Videla che di lì a poco avrebbe fatto sprofondare il paese negli anni terribili e bui dei “desparesidos”.


In questo contesto nasce e si consolida la “filosofia della liberazione” per porre un argine alla deriva reazionaria e violenta del golpe militare, ma anche per offrire un percorso filosofico politico nuovo nel solco tuttavia di valori consolidati, ad un paese e un continente che erano sempre più preda di appetiti capitalistici senza scrupoli, creando fasce sempre ampie di ingiustizia ed emarginazione. In questo senso ci sono molti punti in comune con la visione filosofico-politica espressa da Emmanuel Mounier soprattutto nel celeberrimo studio “Il Personalismo”.

 

Cosa si propone allora la filosofia della liberazione e cosa puo offrire oggi tale indirizzo ad un mondo postglobalizzato? Certamente tale filosofia non voleva e tantomeno vuole oggi fare concorrenza al comunismo o al marxismo in genere, bensì vuole semplicemente richiamare l’attenzione sul dovere della giustizia sociale e sull’acquisizione del “senso di cittadinaza attiva”.
Alcuni anni orsono mi è capitato di incontrare il Padre gesuita Juan Scannone, il quale mi ha illustrato i cardini della “filosofia della liberazione” e anche fatto dono di un suo articolo pubblicato su “La Civiltà Cattolica” riguardante i concetti fondamentali di tale indirizzo filosofico e politico ancora in Europa poco conosciuto, che egli mette in relazione con alcuni aspetti dell’attuale pontificato. È un indirizzo filosofico che vuole risolvere anche i problemi del profitto, restando nel solco del “giusto guadagno”; vuole rinnovare l’impianto assiologico radicandolo ai valori forti della “persona” come soggetto centrale della vita sociale, ma, soprattutto, vuole aprire l’uomo al confronto con il mondo moderno.

 

Ciò non vuol dire cedere di fronte al relativismo, ma fortificare i valori centrali dell’uomo nella relazionalità sociale come momento essenziale per costruire una “città dell’uomo” espressione della giusta dignità da riconoscere ad ogni soggetto, pur nella forte presenza del pensiero morale cristiano, allo scopo di creare un’etica dello stato e non gia uno stato etico.

 

Come realizzare tutto ciò? Il discorso ci porterebbe oltre i limiti di un breve e modesto intervento, ma credo necessario osservare alcuni momenti del pontificato di papa Francesco per capire che egli non viene solo da un paese “alla fine del mondo”, come disse la sera stessa della Sua elezione ad una piazza S. Pietro gremita di fedeli. Papa Bergoglio si fa interprete nella tradizione della Chiesa Cattolica Apostolica e Romana di un pontificato atteso dai fedeli per dare risposte forti e valide in un mondo che sta cambiando velocemente e dove l’uomo spesso inconsapevole vive avvolto in una pluralità di linguaggi che sovente non è in grado di interpretare.

 

Ecco il grande carisma di questo Pontefice che non ha solo riportato milioni di persone alla fede, ma che scuote a volte inaspettatamente la tradizione per aprirla alle sfide del mondo contemporaneo, pur restando nell’alveo della tradizione dottrinale cattolica. Pertanto “filosofia della liberazione” non va confusa con “teologia della liberazione”. La filosofia della liberazione vuole “liberare” l’uomo dai suoi sentimenti gregari come l’invidia, la superbia, la permalosità, anticamera dell’ideologia della dominanza che nella solitudine dell’emarginazione ha relegato tutti coloro che non hanno voce sociale e dignità umana, facendoli restii ad ogni sollecitazione e risoluti nell’identificare il Magistero con la collusione con il potere politico ed economico.

 

La proposta di papa Francesco è di liberare l’uomo con una filosofia forte che ci renda persone vere, restituendo a ciascuno la degna creaturalità di figli di Dio, quel Dio Padre che ci accumuna tutti nella fraternità umana e che fa dire al Pontefice,”..chi sono io per giudicare?”, giacche è nel tribunale della coscienza, in quel pezzettro di infinito che Dio ha misteriosamente messo dentro a tutti noi, anche a chi ufficialmente non crede, che avviene la vera maturazione dell’uomo. Un uomo libero e forte di capire, giudicare e comportarsi in virtu di principi morali convintamente condivisi e non obbligatoriamente e passivamente obbediti!

 

 

Prof. Giulio Alfano
Presidente Istituto “Emmanuel Mounier-Italia”

 

[Il testo originario è apparso sul sito dell’Istituto Mounier nel 2015]

Mediterraneo laboratorio di pace nelle parole di Papa Francesco a Marsiglia

[…]

Un grande sindaco leggeva nel Mediterraneo non una questione conflittuale, ma una risposta di pace, anzi «l’inizio e il fondamento della pace fra tutte le nazioni del mondo» (G. La Pira, Parole a conclusione del primo Colloquio Mediterraneo, 6 ottobre 1958). Disse infatti: «La risposta […] è possibile se si considera la comune vocazione storica e per così dire permanente che la Provvidenza ha assegnato nel passato, assegna nel presente e, in un certo senso, assegnerà nell’avvenire ai popoli e alle nazioni che vivono sulle rive di questo misterioso lago di Tiberiade allargato che è il Mediterraneo» (Discorso di apertura del I Colloquio Mediterraneo, 3 ottobre 1958). 

Lago di Tiberiade, ovvero Mare di Galilea, un luogo cioè nel quale, ai tempi di Cristo, si concentrava una grande varietà di popolazioni, culti e tradizioni. Proprio lì, nella «Galilea delle genti» (cfr Mt 4,15) attraversata dalla Via del mare, si svolse la maggior parte della vita pubblica di Gesù. Un contesto multiforme e per molti versi instabile fu la sede dell’annuncio universale delle Beatitudini, nel nome di un Dio Padre di tutti, che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Era anche l’invito ad allargare le frontiere del cuore, superando barriere etniche e culturali. 

Ecco allora la risposta che viene dal Mediterraneo: questo perenne mare di Galilea invita a opporre alla divisività dei conflitti la «convivialità delle differenze» (T. Bello, Benedette inquietudini, Milano 2001, 73). Il mare nostrum, al crocevia tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, concentra le sfide del mondo intero, come testimoniano le sue “cinque rive”, su cui avete riflettuto: Nord Africa, vicino Oriente, Mar Nero-Egeo, Balcani ed Europa latina. È avamposto di sfide che riguardano tutti: pensiamo a quella climatica, con il Mediterraneo che rappresenta un hotspot dove i cambiamenti si avvertono più rapidamente; quanto è importante custodire la macchia mediterranea, scrigno di biodiversità! Insomma, questo mare, ambiente che offre un approccio unico alla complessità, è “specchio del mondo” e porta in sé una vocazione globale alla fraternità, vocazione unica e unica via per prevenire e superare le conflittualità. 

Fratelli e sorelle, nell’odierno mare dei conflitti, siamo qui per valorizzare il contributo del Mediterraneo, perché torni a essere laboratorio di pace. Perché questa è la vocazione, essere luogo dove Paesi e realtà diverse si incontrino sulla base dell’umanità che tutti condividiamo, non delle ideologie che contrappongono. Sì, il Mediterraneo esprime un pensiero non uniforme e ideologico, ma poliedrico e aderente alla realtà; un pensiero vitale, aperto e conciliante: un pensiero comunitario, questa è la parola. Quanto ne abbiamo bisogno nel frangente attuale, dove nazionalismi antiquati e belligeranti vogliono far tramontare il sogno della comunità delle nazioni! Ma – ricordiamolo – con le armi si fa la guerra, non la pace, e con l’avidità di potere sempre si torna al passato, non si costruisce il futuro.

 

Per leggere il testo integrale del discorso del Papa

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2023/september/documents/20230923-marsiglia-rencontres-mediterraneennes.html

Realismo e propaganda nei discorsi della Meloni sull’emergenza immigrazione

L’intervento della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’Onu è destinato, al netto di chi è pregiudizialmente contraria all’azione della Premier, a segnare il cammino politico della sua permanenza a Palazzo Chigi. Anche alla luce del dibattito divampato in questi ultimi tempi attorno alla concreta gestione della immigrazione, occorre prendere atto, piaccia o non piaccia, che le riflessioni e le stesse proposte avanzate dalla Premier in sede internazionale – a livello europeo come a livello mondiale – non sono banalmente da archiviare. Perché si tratta di riflessioni che, il più delle volte, colgono nel segno e, al contempo, sono largamente condivise da molti leader politici degli altri paesi.

Dopodiché, com’è evidente a tutti, c’è la concreta gestione delle singole politiche. A cominciare, anche e soprattutto, dalle politiche dell’immigrazione. Però, anche su questo versante, è forse arrivato il momento per bandire definitivamente la propaganda e la sola speculazione. Come quella che viene quotidianamente avanzata dalla Schlein o, peggio ancora, strumentalizzata dal populismo dei 5 Stelle. 

Il nodo della questione non è solo quella di predicare principi astratti e poi disinteressarsi radicalmente della gestione concreta della situazione. Il vero nodo da sciogliere, semmai, resta quello di come saper coniugare realisticamente il principio dell’accoglienza con quella, ancor più importante, del governo reale dell’immigrazione nei territori periferici. Ed è proprio su questo versante che si gioca la partita della gestione e del governo dell’immigrazione. Perché nessuno, comprensibilmente, mette in discussione il fenomeno globale dell’immigrazione. Ma pochi, almeno nel nostro paese, accendono i fari su come si può far scendere a terra in modo realistico e pragmatico l’accoglienza senza violentare i singoli territori. Come, puntualmente, sta capitando registrando il comportamento concreto di alcuni partiti della sinistra radicale e populista.

Insomma, il capitolo dell’immigrazione sarà sempre più destinato a condizionare la competizione politica. Anche e soprattutto nel nostro paese. Ma la partita politica su questo tema – difficile e anche drammatico – sarà vinta, probabilmente, solo da coloro che sapranno coniugare una doverosa e credibile accoglienza con chi si pone, non qualunquisticamente, il problema del governo sul territorio della stessa immigrazione. Il resto appartiene solo al mondo delle chiacchiere e della propaganda spicciola.

Umanesimo civile 5.0, una nuova visione per l’Italia e l’Europa.

L’Europa è di fronte a una sfida storica: quella di riaffermare la sua identità e il suo ruolo in un mondo sempre più complesso e interconnesso, dove emergono nuove minacce e nuove opportunità. Per farlo, ha bisogno di una visione chiara e condivisa, che sia in grado di ispirare e motivare i suoi cittadini, di rafforzare la sua coesione interna e la sua influenza esterna, di promuovere lo sviluppo sostenibile, la democrazia liberale e la pace.

 

Questa visione non può essere solo economica o politica, ma anche e soprattutto culturale. Deve essere fondata sui valori dell’umanesimo, che hanno plasmato la storia e l’identità dell’Europa, riuscendo tuttavia ad aggiornarli e adattarli alle sfide del XXI secolo. Con ciò va posto al centro il valore della persona umana, della sua dignità, dei suoi diritti-doveri e delle sue potenzialità, tenendo conto, allo stesso tempo, della complessità e interdipendenza delle società globali, della necessità di una convivenza pacifica e solidale tra i popoli, della salvaguardia dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile, e del ruolo sempre più rilevante della scienza e della tecnologia nella trasformazione del mondo.

 

Si tratta di quello che amiamo definire umanesimo civile 5.0, una corrente di pensiero che si propone di rinnovare i principi dell’umanesimo, alla luce delle sfide del XXI secolo. Occorre perciò che ai centro ci sia il cittadino, parte attiva della comunità, in rapporto ad uno Stato che promuova i principi di libertà, responsabilità, emancipazione, solidarietà e partecipazione. L’umanesimo civile 5.0 si propone quindi di offrire una risposta culturale, basata su una concezione aperta e pluralista dell’umanità, alle grandi questioni del nostro tempo.

 

Non è un’idea astratta o un ideale utopico, ma un progetto concreto e realizzabile, fatto di azioni e proposte dirette a migliorare la qualità della vita delle persone e delle comunità. Allora, vediamone alcune:

 

  • Creazione di un’Europa federale, che sia capace di esprimere una voce unitaria e forte nel mondo, di difendere i suoi interessi e i suoi valori, di promuovere la cooperazione internazionale e il multilateralismo, di contribuire alla risoluzione dei conflitti e alla prevenzione delle crisi;

 

  • Partecipazione attiva dei cittadini alla vita democratica e partecipazione dei lavoratori alla governance e agli utili delle aziende. Da ciò consegue l’impegno a rafforzare partiti e sindacati secondo una regola di democrazia e inclusività.

 

  • Realizzazione di un’economia sociale di mercato, fortemente competitiva, che sia orientata alla crescita inclusiva e sostenibile, alla riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche, alla valorizzazione del capitale umano e sociale, alla tutela dei diritti dei lavoratori e dei consumatori, alla responsabilità sociale delle imprese.

 

  • Innovazione tecnologica al servizio dell’uomo e dell’umanità, che sia guidata da principi etici e democratici, che rispetti la privacy e la sicurezza dei dati personali, che favorisca l’inclusione digitale e la partecipazione civica, che stimoli la creatività e la competitività.

 

  • Diffusione della cultura umanistica, che sia capace di integrare le diverse discipline del sapere, di valorizzare il patrimonio storico-artistico europeo, di incoraggiare la ricerca scientifica e la formazione permanente, di sostenere la libertà di espressione e di informazione, di promuovere il dialogo interculturale e interreligioso.

 

In conclusione l’umanesimo civile 5.0 si pone come alternativa al populismo e al nazionalismo, con l’obiettivo di costruire un futuro migliore. 

Napolitano, uomo delle istituzioni e autorevole interprete del rinnovamento della sinistra.

La storia gli renderà sicuramente onore. Giorgio Napolitano, scomparso ieri all’età di 98 anni, è stato una figura di spicco della politica italiana a partire dal secondo dopoguerra. Nella sua carriera politica, ha ricoperto ruoli di primo piano sia come dirigente del Partito Comunista Italiano che come uomo delle istituzioni.

Aderì al PCI nel 1945, all’età di 19 anni. Nel corso degli anni, ebbe incarichi importanti all’interno partito, tra cui quello di segretario della federazione di Napoli (1973-1975) e componente del Comitato centrale (1964-1991). A partite dagli anni ‘80, si contraddistinse come leader della corrente dei cosiddetti “miglioristi”, coerentemente schierato a favore della modernizzazione del suo partito e del dialogo costruttivo con le altre forze democratiche.

In particolare, dopo la caduta del Muro di Berlino contribuì da par suo a guidare il PCI verso lo scioglimento favorendo perciò la nascita del Partito Democratico della Sinistra (PDS). Senza la tenacia e il rigore che seppe profondere in quella complessa operazione, non è detto che gli eredi di Togliatti e Berlinguer avrebbero conseguito per il loro partito la dignità di forza responsabile di governo.

Al tramonto della Prima repubblica, Napolitano fu chiamato a ruoli di primo piano nelle istituzioni italiane. Eletto nel 1992 alla presidenza della Camera dei deputati, nel 2006 fu scelto presidente della Repubblica Italiana ottenendo poi la riconferma alla scadenza naturale del settennato. Rimase in carica, come è noto, fino al 2015. Durante il suo duplice mandato presidenziale, ha dato prova di costante attenzione ai problemi di stabilità della politica italiana, intervenendo con fermezza nelle varie crisi di governo. Nel giudizio comune è apparso sempre come un politico di grande sensibilità e cultura istituzionale, con le qualità incontrovetibili di uomo austero, nient’affatto incline alla demagogia.

Il mio ricordo personale si ricollega fatalmente alla formazione del secondo governo Prodi, quando entrai al governo come Ministro della Pubblica Istruzione. In quella circostanza, al Quirinale, giurai davanti a lui. All’emozione del momento, comprensibile per una matricola di governo, si aggiunse l’ossequio verso un presidente che godeva di grande considerazione in vasti strati della pubblica opinione. Ora, di  fronte al mistero del distacco da questa vita terrena, sento di dover esprimere, oltre ai sentimenti di sincero cordoglio, anche il pieno rispetto per la sua testimonianza di fede politica al servizio del progresso dell’Italia.

Calenda Renzi e il cavallo scosso: realtà e metafora del Centro.

In politica accade raramente che si affermi un processo politico senza l’infrastruttura di un pensiero e di una strategia, pure rudimentale, fatta propria in qualche modo da un gruppo dirigente. Difficile immaginare che succeda come per il fortunato destriero senza fantino del Palio di Siena: in pratica non esiste, nella vita democratica, il fenomeno del cavallo scosso che taglia trionfante il nastro del traguardo. Senza un’idea guida, con il sacrificio che essa richiede a chi ne intende nobilitare la ragione, non può emergere un progetto credibile ed efficace.

A dispetto di tanti sacerdoti del bipolarismo, sempre più conservatori nel loro approccio alla lettura degli eventi, l’opinione pubblica avverte la plausibilità di un nuovo appello che metta in discussione la dialettica tra destra e sinistra. Renzi e Calenda, ammaestrati dagli esiti della democrazia maggioritaria, hanno scoperto malgré tout l’esistenza di questa domanda riconnessa alla politica di centro. Dovrebbero concorrere a spiegarla e difenderla, mettendo insieme quante più energie, competenze, passioni ed entusiasmi l’impresa reclama nel tempo attuale. Invece, come giocatori di ping pong che si contendono la partita, tirano la pallina sempre più forte, buttandola fuori dal tavolo da gioco.

Ci sono motivi di contesa o differenze di prospettiva? Certo, anche se alle volte non appaiono chiari e comprensibili, almeno agli occhi di tanti osservatori interessati. Le polemiche a raffica intristiscono la platea. Insomma, i gladiatori danno spettacolo ma il pubblico si annoia; anzi, con l’andar del tempo comincia a dare segni di fastidio. Un grande potenziale di consenso viene sprecato per mancanza di umiltà e generosità, un’endiade gentile e vaporosa che va tanto di moda al giorno d’oggi perché sa di politica buona, salvo rimanere largamente inapplicata.

Ora, poiché le pratiche di divorzio s’inbattono nella futilità della lite, visto che l’analisi sul fallimento del bipolarismo resta comune ai litiganti, andrebbe chiesto proprio a loro – Calenda e Renzi – di fermarsi per un attimo e distogliere lo sguardo dallo specchio d’acqua che riflette la loro immagine solitaria. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. È il monito che scivola facilmente in direzione di una nuova formula: ci sono più cose qui sulla terra, nella politica che rinasce e si ritempra al centro, di quanto voi possiate concepire nella fantasmagoria di varie pretese contrapposte. Di questo passo vedremo spuntare alla prossima curva il cavallo scosso che la politologia non contempla, ma la forza degli accadimenti finisce per imporre.   

Il Centro rappresenta il luogo della riforma per la democrazia.

“Occorre una riflessione sulla storia e la cultura del nostro paese negli ultimi anni, sui mutamenti intervenuti fra e nelle forze politiche, nonchè sui fatti internazionali che hanno modificato la situazione politica in Italia. Il dato certo è la crisi delle istituzioni e della capacità di mediazione dei partiti. Generale è il riconoscimento che le istituzioni non reggono più. I partiti non mediano più gli interessi della società civile”.

Sembra la fotografia di oggi. Sono parole – a metà strada tra l’analitico e il profetico – pronunciate da Ciriaco De Mita nell’aprile 1969, durante un convegno della “Base” tenutosi a Firenze.

Occorrerebbe forse partire da qui, per provare a dare un senso compiuto all’esperienza del Centro che Matteo Renzi ha voluto lanciare e che sarà al centro del percorso politico che ci separa dalle prossime, cruciali, elezioni europee del giugno 2024.

Una riflessione sulla storia e la cultura del nostro paese. Sui mutamenti intervenuti fra e nelle forze politiche. Sui fatti internazionali che impattano sulla politica in Italia.

Il metodo demitiano è ancora utile per l’oggi. E  soprattutto le conclusioni alle quali lui perveniva allora, domandandosi i motivi della stagione della contestazione, sono assolutamente valide per l’oggi.

La crisi dei partiti, della rappresentanza democratica è stata terribilmente accentuata dall’involuzione che abbiamo conosciuto dal 1989 ad oggi. Il crollo del Muro di Berlino sorprese “la Repubblica dei partiti” – per riprendere la definizione di Scoppola – e mise in crisi il meccanismo che secondo De Mita aveva presidiato alla democrazia repubblicana: nel funzionamento a singhiozzo delle istituzioni, aveva funzionato solo la mediazione fra i partiti, e le tensioni sociali presenti nel Paese non avevano trovano una possibilità di mediazione nel rapporto governo-parlamento, ma nella parzialità di una sintesi ideologica tra le forze politiche. Una volta saltati i partiti con la slavina di Mani Pulite, sono rimaste sul campo le sole istituzioni come guarnigioni della democrazia, con tutti i loro limiti e la loro farraginosità. E tutte le stagioni di riforma messe in campo in 30 anni, per motivi vari e noti sono risultate sterili.

Il risultato, preoccupante per chi ha a cuore le sorti della democrazia, è quello che oggi ci troviamo a dover fare i conti con un panorama nel quale i partiti sono in profonda crisi (e la leaderizzazione personalistica di tutti, tutti quanti nessuno escluso ne è la conferma) e le istituzioni democratiche arrancano (mai come in questa legislatura il Parlamento, costituzionalmente centrale, è stato trasformato in un luogo di ratifica veloce e burocratica di decreti emanati a getto continuo dall’esecutivo, con l’evaporazione della autonomia capacità di produzione legislativa e di impulso politico).

Il futuro della democrazia rappresentativa non è un argomento sufficiente per definire una politica di Centro, una proposta alternativa rispetto alle pulsioni bonapartiste della destra e alle logiche da democraticismo diretto  che albergano tra Schlein e Conte?

Già Norberto Bobbio nel 1984 aveva ammonito, riflettendo sul futuro della democrazia, che la democrazia diretta era impraticabile (per la complessità dei fenomeni, per l’estensione degli Stati, per il bagaglio di competenze necessarie alla soluzione dei problemi). E nei fatti richiamava la lezione di Max Weber e sul professionismo della politica, rimandando all’esigenza della costruzione di regole per rendere attuali le condizioni della democrazia.

La garanzia dei diritti e delle libertà civili, del suffragio universale, della partecipazione dei cittadini, pongono un problema essenziale di regole, sapendo però guardare oltre di esse.

Per questo appare essenziale la riforma degli strumenti della democrazia, che siano tanto le istituzioni repubblicane quanto i partiti.

De Gasperi ammoniva a cercare nella struttura della democrazia interna ai partiti la qualità della democrazia per il Paese, qualora quei partiti fossero arrivati al governo della Repubblica. Un partito democratico al proprio interno è sinonimo di pluralismo per tutti, un partito totalitario al proprio interno è sinonimo di compressione di libertà per ciascuno.

E negli anni ‘70 Giovanni Marcora ricordava come fosse la non funzionalità dei meccanismi istituzionali a non consentire al sistema democratico di esprimere appieno le sue potenzialità.

Su questo terreno, la destra arriva con un deficit evidente dalla propria Storia, che immagina una soluzione sbrigativa e semplicistica dentro la compressione dei poteri; e la sinistra vi giunge con una confusione argomentativa che l’ha vista in 30 anni praticamente sostenere tutte le posizioni, da quelle iconoclaste di Mani Pulite a quelle maggioritarie della stagione dei sindaci, fino all’attuale stagione proporzionalista, resa peraltro vaga dal vuoto pneumatico espresso sin dalla segretaria in materia di forme delle istituzioni democratiche e relative riforme.

Il Centro, innescato da chi sulla stagione delle riforme istituzionali ha pagato anche un prezzo altissimo come Matteo Renzi pur di essere coerente con lo sforzo di ammodernare il paese, può e deve essere il luogo della riscrittura di un moderno patto per la democrazia rappresentativa. Lo è per cultura, per storia, per tradizione. E per prospettive. Tutto sta nel mettersi in marcia, come intendiamo fare insieme con tanti altri.

 

[Tratto dal profilo Fb dell’autore]

Nel Pd i riformisti si trovano di fronte a un bivio

Ci sono dei momenti nella vita politica dei partiti dove è utile mettere in campo alcune categorie che, purtroppo, scarseggiano nella politica contemporanea rispetto a quella praticata nel passato. Mi riferisco, nello specifico, alle categorie della coerenza e del coraggio. Due elementi, appunto, che nelle fasi di crisi della politica e della sua rappresentanza stentano a trovare una vera e credibile cittadinanza. Perché, il più delle volte, prevalgono altre derive: e cioè, la subalternità al pensiero dominante, l’accomodamento passivo e la rinuncia a svolgere un ruolo politico e culturale decisivo e qualificante perchè sacrificato sull’altare della convenienza personale o di corrente.

 

È il caso dei cosiddetti “riformisti” all’interno del Partito democratico. Riformisti di diversa provenienza culturale, in particolare quelli di matrice cattolico popolare, laica e liberale. Ora, al di là dei vari gossip e retroscena che leggiamo al riguardo sui vari organi di informazione, è indubbio che il nuovo corso politico, culturale, valoriale e programmatico del Pd della Schlein è semplicemente alternativo rispetto a quella cultura riformista. E questo per la ragione che il nuovo Pd, come non si stanca di ripetere la segretaria nazionale del partito, ha una impronta politica sufficientemente chiara per non essere immediatamente percepita: e cioè, si tratta di un partito di sinistra – il che è del tutto naturale nonché scontato – radicale, estremista, massimalista e libertario. Profilo ovviamente legittimo ma che segna dei confini politici ben precisi e che, al contempo, delimita rigorosamente chi può riconoscersi in quella comunità. O, meglio ancora, chi può riconoscersi in quel progetto politico. Dopodiché, saranno sempre e solo i cittadini elettori a decidere la bontà e l’efficacia, o meno, di quel progetto politico, culturale e di governo elaborato dalla Schlein e dal suo staff.

 

Comunque sia, quello che certamente emerge, al di là della propaganda e delle chiacchiere, è molto semplice. Ovvero, tutti coloro che formalmente e sostanzialmente non si riconoscono in un partito che declina una linea politica ispirata ad una sinistra radicale, massimalista e libertaria hanno di fronte tre sole strade da percorrere: abbandonare per coerenza personale quel partito e intraprendere un percorso politico più credibile per rispetto della propria cultura; continuare a restare opportunisticamente in un partito estraneo alle proprie radici per motivi di mero potere personale e di gruppo o, in ultimo, fingere che non sta capitando nulla e rinunciare così organicamente e oggettivamente a giocare qualsiasi ruolo politico all’interno di quel partito.

 

Ecco perché è giunto il momento per fare chiarezza anche all’interno del principale partito della sinistra italiana. Una chiarezza che non deve affatto fare Elly Schlein che, coerentemente, ha vinto le primarie del Pd attorno ad un progetto politico chiaro, definito ed inequivoco e adesso lo declina concretamente con il suo profilo, la sua personalità e il suo metodo. Detto questo, la sfida riguarda tutti coloro che manifestano ed ostentano un piagnisteo quotidiano e poi, silenziosamente ed opportunisticamente, si nascondono dietro il dito della sola convenienza di potere. Perchè, se questo dovesse continuare ad essere il comportamento concreto dei vari Delrio e Guerini, si arriverebbe alla semplice conclusione che persiste una dissociazione radicale tra i propri convincimenti politici, culturali e valoriali e la concreta appartenenza ad un partito.

Per questi semplici motivi anche nel Pd è arrivato il momento della chiarezza. Politica e non personale. Per il bene e la qualità del riformismo, come ovvio, e non per il destino personale e di potere di singoli esponenti del Pd.

La Voce del Popolo | Non si governa dalle posizioni laterali

Per Meloni la destra è un destino, ma è anche un rischio. Da quel lato stanno la sua storia, la sua identità e la gran parte dei suoi consensi. Ma su quello stesso versante si nascondono le maggiori insidie e il più cospicuo rischio di perdere il filo della sua matassa di governo. È chiaro ormai che il suo principale avversario è il suo alleato Salvini. Il quale non perde occasione di evocare quegli argomenti e quelle parole d’ordine che il capo del governo ha dovuto dismettere. 

Poco conta se lo ha fatto dimalavoglia. Resta che per restare in quel di Palazzo Chigi ella non può continuare a intonare gli inni a cui dava voce quando militava sui banchi dell’opposizione. E però il leader della Lega a sua volta deve fare i conti con una difficoltà tutta sua. E cioè col fatto che può tirare la corda, e molto, ma non può spezzarla. Infatti egli è costretto a fermarsi sempre un millimetro prima del precipizio, promettendo che il governo e la maggioranza dureranno tutti i cinque anni della legislatura e dunque implicitamente riconoscendo che i suoi margini di manovra non sono poi così ampi. 

Così Meloni da un lato deve fare buon viso a cattivo gioco e dall’altro può confidare che alla fin fine il gioco non sia troppo cattivo. Cosa che la tiene in sella, ma la logora anche. Il fatto è che la presidente del consiglio avrebbe tutto l’interesse a trattare la destra più a destra di lei con mano assai più ferma e senza tutte le timidezze (e tutti i richiami della foresta) a cui invece sembra indulgere. Poiché l’Italia non si governa mai da posizioni troppo laterali. E quando si insiste a farlo, prima o poi le cose vanno a finir male.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 21 settembre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’Osservatore Romano | A Gerusalemme la riscoperta della dimensione fisica della fede.

Presentando il suo libro a Roma il cardinale Tolentino è partito da questo splendido passaggio: «Il mio cristianesimo non costituisce un sapere, ma un modo di abitare ciò che la mia ragione ignora. Grazie a esso mi dirigo attraverso una foresta, l’oscura condizione umana. Sempre a tentoni, ma con sempre più luce». Un’immagine quasi dantesca della vita vista come «selva oscura»…

Quando ero ateo vedevo la condizione umana simile a quella del labirinto in cui ci si smarrisce e da cui non si esce. Adesso la vedo come un cammino, anzi, come un passaggio. Il cammino è oscuro però ci sono delle luci per proseguire nel cammino e per uscire. Per questo ammiro molto le persone che sono profondamente atee, perché pensano che per fare luce hanno soltanto la lampada che loro stessi hanno fabbricato. Io la lampada, l’ho ricevuta. Gli atei attraversano la vita con coraggio, io l’attraverso con fiducia.

Questa sfida di Gerusalemme di cui lei parla è legata al fatto che, come scrive nel libro, «Gerusalemme ci sveglia. O meglio, Dio ci sveglia attraverso Gerusalemme» e più avanti: «Il luogo in cui tutto è cominciato, niente è finito». Una città aperta, che non chiude e non può essere chiusa in definizioni, ma dispiega una potenza vitale e, nel suo cuore, una promessa.

Esatto, perché Gerusalemme siamo noi, gli umani. Capaci di tirar fuori il meglio ma anche il peggio di noi stessi. Questa città è un concentrato delle diversità e delle contraddizioni umane: fraternità e fratricidio, il muro e il ponte. E quindi può parlare a tutti gli uomini: al cristiano, all’ebreo, al musulmano e al non credente. Quando ho attraversato Gerusalemme la città mi chiedeva: chi sei? Alla fine del viaggio rispondevo: “sono cristiano” e, sempre alla fine, ero ancora più io stesso di prima ed insieme sentivo l’obbligo di riconoscere gli altri. Gerusalemme è una chiamata, nello stesso tempo, ad approfondire la propria identità e a rispettare l’identità degli altri. Un luogo unico.

Alla fine lei risponde alla domanda di Gesù «chi dite che io sia?» e dice che da ragazzo pensava a Gesù come a un mito, poi ammetteva che era un profeta, da più grande è arrivato ad affermare che era un filosofo, infine oggi può mormorare che è il Figlio di Dio». Questo verbo, “mormorare”, è un richiamo biblico, la teofania di Dio a Elia sul monte Oreb…

Credo alla forza del mormorare, del sussurrare. Uno si fa capire meglio dall’altro quando mormora rispetto a quando grida. Abbiamo bisogno di parlare sottovoce e smettere di gridare, perché parlare così, con un mormorio leggero, crea l’intimità. È come nella musica, bisogna lasciar spazio ai diversi toni, alle sfumature, e anche al silenzio.

Infine, la nudità. È un tema che torna spesso in queste pagine. Gli uomini, scrive, vivono i tre momenti più importanti della vita, da nudi: nascere, amare, morire. E questo libro appare come una lunga confessione, un mettersi a nudo. Forse perché Gerusalemme è una città che mette a nudo?

In un primo tempo la città provoca il contrario, un istinto, un desiderio di protezione, di avere una corazza di difesa, ti trasforma in un carapace. Ma dopo aver frequentato la città, essa ti porta a essere quello chi siamo. È un rituale iniziatico questa città. Io ero già stato in qualche modo a Gerusalemme, quando ho scritto Il Vangelo secondo Pilato, ma oggi ho vissuto l’esperienza concreta, fisica. Anche se scrivere è un’esperienza per me molto particolare, ha a che fare con il partorire e il nascere, perché la penna rivela i pensieri più reconditi di chi scrive. Quando mi capita di parlare e rispondere alle altre persone, anche su temi complessi, penso o parlo in modo molto netto, diretto, perché nella vita normale sono soltanto io. Ma quando prendo la penna e scrivo tutto diventa molto più complesso, perché non sono più io, ma sono gli uomini, sono in un terreno dove ci incontriamo tutti. Un po’ come è Gerusalemme.

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 21 settembre 2023

Titolo originale: Nella città dove tutto è iniziato (e nulla finisce)

[Testo riproposto per gentile concessione del direttore del giornale della Città del Vaticano]

Éric-Emmanuel Schmitt, La sfida di Gerusalemme. Un viaggio in Terra Santa (traduzione di Alberto Bracci Testasecca), Edizioni E/O, pagine 160, euro 17.00, arricchito da una lettera di Papa Francesco all’autore.

Banca d’Italia, il direttore generale valuta insufficiente la digitalizzazione nei servizi pubblici

[..] Un altro ambito nel quale l’applicazione della tecnologia digitale può apportare grandi vantaggi sono i servizi pubblici. È un punto importante soprattutto nel nostro paese, dove la qualità scarsa, o almeno diseguale, dell’azione pubblica incide sulla vita dei cittadini e frena la competitività del sistema produttivo. Per intervenire occorrono però competenze adeguate, e un atteggiamento delle amministrazioni orientato un po’ di più all’efficacia delle procedure e forse un po’ meno all’iper-sicurezza legale e burocratica.

L’indice DESI dell’economia e della società digitali, sviluppato dalla Commissione europea, vede i paesi del Nord Europa ai primi posti; paesi come la Grecia e la stessa Italia mostrano invece ritardi, determinati dall’insufficiente dotazione di capitale umano e dall’inadeguatezza dei servizi digitali delle amministrazioni pubbliche. L’Italia ha migliorato un po’ la propria posizione nelle ultime indagini, grazie alla maggiore diffusione delle tecnologie digitali tra le imprese, a sua volta riconducibile tra l’altro all’introduzione della fatturazione elettronica e alla rapida adozione delle tecnologie cloud. I ritardi dunque non sono incolmabili; ma occorre agire in modo tempestivo e mirato, partendo dai punti deboli evidenziati dai dati.

Sono notevoli anche le differenze tra regioni italiane. Un indicatore regionale (“r-DESI”), sviluppato dalla Banca d’Italia, fa vedere – e non è una sorpresa – che le regioni del Centro Nord si collocano al di sopra della media nazionale e sono in linea con i maggiori paesi europei; il Mezzogiorno fatica a recuperare. Alla vigilia della pandemia (ultimo dato disponibile), l’indicatore collocava la Toscana in settima posizione, in linea con la media (ce ne ha parlato il direttore Venturi).

Al livello di impresa, l’eterogeneità nell’adozione delle tecnologie digitali avanzate, come l’intelligenza artificiale, i big data, l’internet delle cose e la robotica, è ancora più evidente. Questi divari sono influenzano fortemente i differenziali di performance tra imprese leader e imprese in ritardo. Nel nostro Paese la dicotomia è particolarmente pronunciata. La trasformazione digitale riguarda principalmente le aziende più mature e più grandi.

Uno studio condotto da ricercatori di Banca d’Italia, Istat e Ocse identifica nel capitale umano di lavoratori e manager uno dei principali fattori interni associati alla digitalizzazione delle imprese italiane. Data l’elevata complementarità tra competenze umane e tecnologia, le imprese in cui è più elevata la quota di lavoratori dotati di istruzione superiore sono quelle che mostrano sia una propensione più elevata all’adozione di tecnologie avanzate, sia la capacità di trarne i maggiori benefici di produttività. La diffusione della tecnologia digitale risente inoltre della disponibilità di collegamenti in banda ultra larga e della prossimità di corsi di laurea nelle materie scientifiche; quest’ultimo effetto è più intenso per le imprese medio-piccole, che dipendono di più dall’offerta di lavoro locale.

La scolarità media in Italia è minore che altrove, con la conseguenza di un’offerta limitata di lavoratori qualificati. Anche il livello delle competenze per data scolarità è relativamente poco soddisfacente, come continuano a mostrare le indagini internazionali. […].

 

Per leggere il testo integrale della relazione

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2023/Signorini-21.09.2023.pdf

A quale criterio di opportunità risponde l’assunzione di Foschi (Pd) alla Regione Lazio?

ENZO FOSCHI

Una nota dell’Adn-Kronos, a firma di Silvia Mancinelli, ha messo in subbuglio ieri pomeriggio il Pd romano, non senza suscitare in generale curiosità mista a stupore. È stata l’agenzia di stampa a rivelare che il segretario di Roma, Enzo Foschi, ha trovato lavoro: infatti dal primo settembre è stato assunto dal presidente del Cal (Consiglio delle Autonomie Locali della Regione Lazio), Sandro Runieri, con una imprecisata funzione amministrativa. L’interessato ha dichiarato all’agenzia che si tratta di un contratto a tempo determinato con “uno stipendio normalissimo, tra i 1600 e i 1800 euro”. Per giunta, nel caso in cui alle prossime elezioni del Cal, in programma il 9 novembre prossimo, dovesse esser nominato un presidente di opposto schieramento rispetto al suo, il segretario dem non esiterebbe a dare le dimissioni.

Il nocciolo della difesa di Foschi consiste nel ricordare la natura del Cal, un organismo regionale indipendente. “Non c’entra nulla con il presidente della Regione” – ha voluto precisare, perché si tratta di “un ente strumentale, il cui presidente non viene nemmeno nominato dal governatore o chi per lui, ma eletto dai sindaci del Lazio, a maggioranza di centrosinistra”. Da qui la conclusione rispetto alla opportunità di questo incarico di lavoro: “Non ho alcun imbarazzo, visto che ho anche una esperienza amministrativa tale che mi consente di assolvere le funzioni che il Cal svolge, cioè controllo sui bilanci e sostegno ai comuni”.  

Ora, tutta l’argomentazione di Foschi si presta a un interrogativo molto semplice: non stride con il buon senso la combinazione per la quale alla vittoria della destra, e quindi alla sua legittima funzione di governo, si associa un “normale ingresso” – diciamo così –  in organismi regionali, ancorché indipendenti, di un esponente autorevole del principale partito di opposizione? A dire il vero, poi, la domanda ancora più incisiva e dirimente riguarda la sostenibilità di un metodo largamente clientelare, imparagonabile per dimensione e sistematicità con le blande operazioni della cosiddetta prima repubblica, grazie al quale numerosi quadri ed iscritti del Pd nel corso degli uanni sono stati assunti a chiamata diretta o, secondo gli inquirenti, con dubbie procedure concorsuali. È chiaro che a tutto ciò dovrebbe rispondere anzitutto il segretario del partito, anche perché a Roma rappresenta il nuovo Pd della Schlein; dovrebbe cioè assumere lui l’onere di una vera riflessione politica che aiuti a sciogliere il viluppo di usi e costumi disdicevoli. Ma come fa, il segretario dem, se lui stesso è coinvolto in questo marasma da cui il Pd dovrebbe uscire quanto prima?

Competition is competition, Conte sull’immigrazione scavalca a destra la Schlein.

Come era stato ampiamente previsto all’indomani della elezione di Elly Schlein alla segreteria del Pd, l’abbraccio con il M5S non porta a grandi risultati. Conte sfrutta i momenti più delicati per affermare la piena autonomia dei 5 Stelle. Singole occasioni di convergenza, ad esempio sul salario minimo, non cementano la prospettiva di una organica unità a sinistra. Sull’immigrazione riaffiora nel Movimento un populismo che non esita ad affiancare le posizioni radicali della destra. Al Nazareno quasi si respira aria di tradimento, anche se l’esperienza di questi anni avrebbe dovuto consigliare maggiore prudenza nel confronto ravvicinato con i grillini. 

In ogni caso, stando alle cronache di giornata, il Pd prova ad incalzare il governo. Elly Schlein ha presentato le sue proposte contro la perdita del potere d’acquisto delle famiglie rinfacciando a Giorgia Meloni le promesse mancate. Al Nazareno preparano “l’autunno in piazza” voluto dalla segretaria, ma i piani rischiano in parte di essere rovinati dalla nuova linea presa appunto da Giuseppe Conte, ‘l’alleato-non alleato’ che sembra pronto a giocare anche colpi bassi in vista della corsa delle europee.

L’uscita sui migranti aveva già infastidito il partito, in particolare quella frase sulla “accoglienza indiscriminata”, che secondo Conte sarebbe nei piani del Pd, non era piaciuta affatto. “Parla come Salvini o la Meloni”, ha commentato un parlamentare schierato con la Schlein. Ma il leader M5s ha rincarato la dose, dicendo che “nessuno si deve sentire offeso” ma aggiungendo: “Chi parla solo di accoglienza, accoglienza, accoglienza e non offre integrazione, cade nell’ipocrisia”.

La Schlein aveva replicato dicendo che Conte “evidentemente non ha letto le sette proposte” del Pd in cui si parla innanzitutto della “necessità di cambiare il regolamento Dublino”, di ” vie sicure legali e alternative” di immigrazione” e di “un grande piano di cooperazione internazionale”. La leader Pd punta a chiudere rapidamente la polemica, convinta che le opposizioni debbano semmai unirsi di nuovo sulla sanità, come già fatto sul salario minimo, per contrastare un governo in affanno sulla manovra e con la Lega che sferza ogni giorno Fdi.

Mettere in difficoltà il centrodestra, insomma. La sanità pubblica “va migliorata” insiste la Schlein, sui temi concreti stiamo cercando in vista dei prossimi appuntamenti (elettorali, Ndr) importanti di costruire una coalizione alternativa a quella della destra che sia vincente”. A questo servono anche le proposte contro la perdita del potere d’acquisto: le famiglie si impoveriscono “nella totale assenza e indifferenza del governo”, ha attaccato la Schlein. Bisognerebbe invece prendere misure efficaci, a cominciare dall’uso dell’extragettito Iva prodotto dall’aumento dei prezzi dei carburanti (“Oltre due miliardi”) per sostenere le famiglie contro il caro-prezzi. “Non dimentichiamo i video di Giorgia Meloni che prometteva di tagliare le accise che invece sono aumentate”.

Ma la leader Pd deve fare i conti con un M5S sempre più deciso a marcare i distinguo dai democratici, probabilmente per recuperare quei consensi che da quando la Schlein è segretaria sono migrati verso il Nazareno. Una dinamica che sta assumendo, in effetti, toni preoccupanti per i democratici. Certo, le europee sono una prova della verità importante per tutti, per la segreteria Schlein – alla sua prima tornata elettorale nazionale – e per il M5s, che cerca il sorpasso o perlomeno il pareggio con i democratici. E tutto lascia pensare che Conte pensi che il modo migliore per far crescere i 5 Stelle sia provare a soffiare voti proprio al Pd.

Ruolo sempre più importante del G77 con i suoi 134 stati

Il mondo che procede verso la multipolarità è un mondo a geometrie variabili, che da un lato vede crescere il numero dei soggetti che ambiscono a esercitare un ruolo globale, e che dall’altro non ama riproporre una rigida divisione per blocchi ma piuttosto appartenenze talora multiple, multi-allineamenti pragmatici in funzione di una comunanza di obiettivi da raggiungere.

Solo in questo senso si può dire che fra Occidente e BRICS+ si stia rafforzando il ruolo di un nuovo soggetto globale, il Gruppo dei 77, che a dispetto del nome coinvolge 134 stati del Sud Globale (che equivalgono a oltre i due terzi dei membri dell’Onu) e rappresenta 80% della popolazione mondiale. Il Gruppo dei 77 fu costituito nel 1964 come coordinamento economico fra Paesi non Allineati in ambito Unctad, l’agenzia ONU per l’integrazione dei Paesi in via di sviluppo. E nacque come messa in comunione di difficoltà di Paesi di Asia, Africa e America Latina con l’obiettivo di superarle. Un risultato raggiunto da alcuni Paesi, come la Cina che dal 1992 partecipa come membro esterno. Molto rimane da fare per superare gli squilibri. Per questo il G77 punta a trovare il minimo comune denominatore fra le istanze dei Paesi in via di sviluppo su questioni di rilevanza globale come commercio, ambiente, sviluppo sostenibile. A tal fine il 15-16 settembre scorsi a L’Avana (perché Cuba detiene la presidenza di turno) si è tenuto l’ultimo vertice del Gruppo dei 77, un evento che ha costituito, insieme al G7 di Hiroshima, al vertice BRICS di Johannesburg e al G20 di Nuova Delhi, uno dei maggiori forum di rilevanza politica globale dell’anno.

Non poteva pertanto mancare l’intervento del segretario generale dell’Onu António Guterres, che ha espresso sostegno alle richieste di adeguamento del peso dei Paesi del Global South nelle istituzioni globali, ricordando che molte istituzioni attuali, in particolare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, sorsero “quando molti Paesi in via di sviluppo erano incatenati dal dominio coloniale e non avevano voce in capitolo sui propri affari o sugli affari globali”. La dichiarazione congiunta del vertice nella forma G77 + Cina, oltre a ribadire l’impegno per riformare il sistema economico e finanziario globale, sottolinea e ribadisce in particolare il riconoscimento di una via propria dei Paesi in via di sviluppo allo sviluppo sostenibile, che non può essere la stessa dei Paesi sviluppati, pur nella comune condivisione dei fini. Il summit della settimana scorsa ha contribuito  a rafforzare notevolmente il peso del G77 in seno all’Onu, insieme alla Global Development Initiative (GDI), il progetto all’interno dell’Onu promosso dalla Cina per lo sviluppo sostenibile del Sud Globale, ed ha consentito ieri al suo presidente di turno, il cubano Miguel Díaz-Canel durante il suo intervento alla 78ª Assemblea Generale ONU a New York di esprimere istanze condivise dai quattro quinti del mondo.

Anche in relazione all’ascesa del G77 credo non si debba commettere l’errore compiuto riguardo all’allargamento dei BRICS, quello di sottovalutarne la portata e il significato. Siamo in un mondo multipolare in cui, fortunatamente, l’impegno a costruire un futuro migliore e più giusto per tutti sembra prevalere ancora su un approccio di diverso tipo. Per consolidare questa tendenza l’Italia e l’Ue devono sforzarsi di improntare il dialogo e la collaborazione ai nuovi principi del multipolarismo, aggiornando e ampliando il concetto di comunità internazionale. Le forze politiche, a cominciare da quelle che fanno riferimento al centro, come i Popolari, hanno di fronte la sfida di saper cogliere l’analogia e la connessione che esistono, fra le dinamiche globali e quelle interne alle società nazionali, sapendo che sulla scia di relazioni più eque fra le nazioni possono rafforzarsi anche politiche per rendere più giuste le società dei Paesi ricchi. Il riformismo sociale non è disgiunto da quello internazionale. Non si possono criticare i partiti che tendono a rappresentare per lo più gli interessi delle Ztl, se non ci si sforza di abbandonare una visione delle relazioni internazionali, che nei fatti concepisce ancora  l’Europa, e l’Occidente, come una sorta di Ztl del mondo senza tenere in debito conto l’esistenza del Resto del Mondo.

Radici e futuro dell’Europa: la resistenza delle democrazie ai modelli autoritari.

Nel 2023 si può parlare di tecnica, di diritto e di filosofia insieme. Non solo si può. Si deve. Soprattutto quando si parla di Europa. È il messaggio che emerge dal libro del docente Ciro Sbailò, preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi internazionali di Roma, dal titolo Europe’s call to arms. Philosophical Roots and Public Law Profiles of the confrontation with the Monster of the 21st Century: Westernization without Democratization, recentemente pubblicato dall’editore tedesco Nomos; in italiano, La chiamata dell’Europa alle armi, radici filosofiche e profili di diritto pubblico di confronto con il mostro del XXI secolo: l’Occidentalizzazione senza la democratizzazione.

Avanzano modelli autocratici, che hanno copiato la capacità di auto-potenziamento infinito della tecnica propria dell’Occidente, ma che dell’Occidente hanno deriso la presunta debolezza derivante dalla tutela dei diritti umani e delle libertà. Eppure, il modello democratico euro-americano resiste. Stretto oggi tra il panslavismo russo, l’autocrazia cinese e l’alternativa islamica, questo tipo di ordinamento fatto di libere elezioni, di libera informazione e di tutela della dignità umana continua a vincere sulle lunghe distanze.

Nel libro emerge come in una dittatura le soluzioni emergenziali siano sì molto più veloci ed apparentemente efficienti, ma la tutela delle libertà democratiche – presente in una democrazia – costituisca un prezzo che vale la pena pagare. Durante la pandemia, a fronte del dilagare del contagio in Cina per mancanza di libertà di informazione, i Paesi democratici – che pure hanno dovuto adottare soluzioni emergenziali, bilanciandole però con i diritti fondamentali – hanno avuto alla fine risultati migliori nel contrasto all’emergenza epidemiologica.

Il volume propone varie riletture della cronaca dei nostri giorni. Oggi non si può parlare di democrazia senza parlare di cybersecurity; non si può parlare di pace (il fine per il quale l’Europa è nata), senza parlare anche di difesa europea. Non a caso il libro è scritto in inglese, lingua più diffusa dell’italiano in Europa e nel mondo. Perché, per quanto complesso, il testo non si rivolge solo ai giuristi e ai filosofi. Si rivolge a tutti coloro che in Europa e nel mondo hanno avuto, da settant’anni a questa parte, democrazia e pace. E democrazia e pace non devono essere mai date per scontate: perché è quello il preciso momento che identifica l’inizio della loro fine, quello è l’attimo in cui finiscono nel loro contrario. E il contrario della democrazia e della pace sono la dittatura e la guerra.

Durante la presentazione del libro svoltasi il 14 luglio scorso all’Università degli Studi internazionali di Roma, alla domanda sul ruolo della democrazia oggi Ciro Sbailò rispondeva: “Occorre un atto di fiducia nella civiltà giuridica occidentale, per la natura ibrida delle nuove guerre, e all’interno dell’attuale sintassi dell’Unione europea è impossibile costruire la difesa europea: occorre mettere a sistema nuovi fatti politici e recuperare il ruolo e la responsabilità dei giuristi europei”.

E qui l’autore riparte dal pensiero del filosofo Emanuele Severino, da quel nichilismo che è il destino dell’Occidente, e non solo. Ma l’occidentalizzazione senza democratizzazione non è altro che condivisione della tecnica senza la filosofia e il diritto, senza la tutela delle libertà, senza la dimensione umana. E questa forma di occidentalizzazione è pericolosissima, perché le dittature si reggono sulla tecnoscienza condivisa (nata in Occidente), ma non comprendono che è nel dibattito di idee – possibile solo nelle democrazie – che si sviluppano le scienze, comprese quelle umane. La tecnica pervade ogni disciplina, compreso il diritto. Ma nel diritto diventa comparazione. E la comparazione, il confronto, è un elemento fondamentale per l’evoluzione di ogni democrazia.

Nel destino della tecnica ritroviamo allora la separazione dei poteri, la dignità della persona, il limite come fonte di legittimazione del potere. E a questo proposito Sbailò precisa: “Il giurista europeo è quello che riparte dalle radici per leggere in modo critico l’attualità e trovare soluzioni.”  Un ruolo importante in mondo come quello di oggi, che l’autore ama definire bebelarchico – dall’aggettivo greco βέβηλος, traducibile con profano – perché caratterizzato da diversi centri di potere e di influenza, in cui scenari geopolitici e dibattiti filosofico-giuridici, apparentemente lontani, nel tempo e nello spazio, possono rivelarsi simili nel significato.

Carta penna e libri non possono essere rimossi dalla scuola

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L’inizio del nuovo anno scolastico impone una coraggiosa riflessione sull’introduzione delle nuove tecnologie che negli ultimi anni, in parte complice la DaD, hanno modificato in modo incisivo la didattica – intesa come applicazione delle metodologie di insegnamento-apprendimento e dei loro contenuti- fino allo stesso concetto di formazione, delle finalità educative, e dei modi di espletamento di questo fondamentale pubblico servizio. Ciò non ha riguardato solo gli alunni ma ha comportato una profonda e radicale trasformazione delle competenze richieste ai docenti, poiché l’uso massivo dell’informatica e la digitalizzazione pervasiva hanno di fatto imposto loro il possesso di requisiti aggiornati e di una professionalità innervata nel volano dell’innovazione.

La vecchia metafora di Elio Damiano della società-lepre che fugge e della scuola-tartaruga che la insegue non è più accreditabile e non corrisponde al vero: nel 2024 celebreremo i 50 anni di vita dei cd. ’decreti delegati’ e lo faremo immersi in una realtà organizzativa e funzionale sideralmente lontana da quella riforma di cui resta – è pur vero — l’impianto di fondo anche se l’introduzione dell’autonomia scolastica ha configurato un quadro d’insieme parcellizzato, difforme, a volte persino sfuggente rispetto all’esigenza inderogabile di conservare l’unitarietà del sistema scolastico nazionale.

Temi come il diritto allo studio, l’uguaglianza delle opportunità educative, la didattica compensativa delle diversità, l’integrazione, la stessa libertà d’insegnamento che illuminavano quegli anni di una luce nuova e li caratterizzavano di motivazioni forti, hanno subito l’inevitabile scorrere del tempo e l’inquadramento in un assetto istituzionale diverso dove spesso l’autonomia si è tradotta in un rafforzamento della funzione dirigenziale a capo di monadi scolastiche fortemente differenziate tra loro e sovente ad impianto strutturato in modo verticistico. Entrando in una scuola oggi, da quella dell’infanzia alle superiori, si osserva un ambiente educativo nettamente diverso a cominciare dai linguaggi circolanti dove si colgono neologismi, anglicismi e acronimi in continua elaborazione: i corsi di formazione dei docenti previsti dal PNRR sono in maggioranza online e la sovrabbondanza dei modelli della cultura anglosassone risultano persino prevalenti rispetto alla tradizione del nostro sistema scolastico, in linguaggi, metodi e contenuti.

Taluni in modo persino imbarazzante poiché mutuano metodologie didattiche che sono già state ampiamente messe in discussione nei Paesi d’origine. Se la pedagogia comparativa fosse materia obbligatoria di aggiornamento professionale per gli addetti ai lavori si scoprirebbe che i sistemi scolastici accentrati muovono sperimentalmente verso il decentramento mentre quelli decentrati vanno nella direzione opposta: quella di un ‘common core’, un curricolo scolastico comune a livello nazionale per superare il fallimento didattico e organizzativo delle scuole gestite dalle autorità locali.

Gli anglicismi circolanti nelle nostre scuole, insieme agli acronimi, alle sigle, alle parole magiche e ai progetti effimeri senza verifiche rappresentano l’acritica adesione verso derive di omologazione superate dall’esperienza applicata alle circostanze. Senza contare l’ossessione – una vera patologia che si vanifica nelle procedure senza produrre risultati – della didattica e della formazione online: tutto deve passare attraverso la connessione ad internet (nel momento in cui la stessa Google sperimenta per i propri dipendenti l’uso di PC disconnessi, solo per scrivere testi). Dalla formazione dei docenti viene gradatamente espunta la lezione in presenza, con un relatore di livello a cui porre domande pratiche (anziché rispondere solo a test preconfezionati), molti dirigenti scolastici comunicano solo attraverso circolari (se ne contano oltre 300 l’anno – più del Ministero), alle riunioni via Zoom senza interlocuzione, al registro elettronico utile nelle superiori (anche per l’accesso ai voti da parte delle famiglie) ma inutile e complicato nella scuola d’infanzia e primaria: succede così che nella scuola – il posto di lavoro che secondo il pedagogista Cesare Scurati ‘realizza relazioni umane’ – la gente non si parla più ‘de visu’, solo contatti domanda-risposta come succedeva al cane di Pavlov. Gli alunni leggono poco e scrivono ancora meno, troppa fatica. In Finlandia da tempo è stato abolito l’uso del corsivo e si scrive solo usando i tablet: vediamo di non cadere nello stesso errore. La scuola dovrebbe essere il luogo dell’incontro e della socializzazione, dello stare insieme: ripeto – e mi scuso — la metafora del Prof. Lombardi Vallauri che paragona la classe ad un’astronave degli assorti, intenti ad imparare sotto la guida maieutica e istruttiva di un insegnante.

A poco a poco il nostro sistema scolastico prende le distanze dalla tradizione e dimentica la cultura letteraria, artistica, musicale, scientifica che ci ha resi famosi nel mondo. Parlare solo in italiano è arcaico, leggere un libro una cosa fuori dal tempo, studiare storia e geografia una perdita di tempo, usare un quaderno e una penna per scrivere una roba da lista della spesa. Ci avviamo verso un nuovo analfabetismo culturale, semantico e sintattico, persino grammaticale e ortografico, disdegnando la conoscenza acquisita attraverso lo studio dei classici: per i numeri ci sono le calcolatrici, al posto della creatività subentrano gli algoritmi. E dunque la scuola che dovrebbe coltivare la bellezza e i buoni sentimenti finisce per essere un archivio docimologico di cui tener conto per promuovere o bocciare. Come concludere dunque questo cahiers del doléances, che menziona delusioni e disappunti raccolti specialmente tra gli insegnanti? 

Con le parole del Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, pronunciate al Convegno “Scuola digitale: il valore imprescindibile di carta e penna” organizzato il 18/7 u.s. dalla Fondazione Einaudi. “La rete non può né deve spazzare via la carta e la penna perché lettura su carta e scrittura a mano sono insostituibili. L’apprendimento attraverso i libri non è rimovibile dal sistema dell’istruzione”…“Il digitale non è rinunciabile ma va governato: alla logica dell’aut-aut preferisco la logica dell’et-et, valorizzare al massimo entrambe le opportunità”. E l’invito a riflettere su questi temi che sta nell’incipit del mio scritto non potrebbe trovare sostenitore più autorevole poiché il Ministro rappresenta l’unitarietà del sistema scolastico nazionale e gli compete per questo una linea di indirizzo. Speriamo che venga raccolto da coloro che disdegnano i libri come strumento di formazione culturale e magari li manderebbero al rogo per far posto al coding digitale.

La credibilità dei banchieri centrali alla base della solidità della moneta

[…] Se la moneta è sempre un costrutto sociale, la moneta fiat è un costrutto particolarmente delicato. Vive solo della fiducia che le accorda il pubblico. Lo strumento necessario per renderla di fatto robusta, strumento affinato in teoria e in pratica dopo l’abbandono della parità aurea convenzionale del dollaro e gli episodi inflazionistici degli anni settanta del secolo scorso, è costituito dallacredibilità e dalla coerenza della politica monetaria delle banche centrali, cui l’emissione di valuta legale è riservata. L’indipendenza di queste istituzioni e il mandato statutario che esse hanno di perseguire la stabilità dei prezzi sono l’elemento di gran lunga più rilevante del ‘nomos’ da cui la ‘nomisma’ prende nome.

Per le banche centrali si tratta di una responsabilità gravosa, importantissima. Se gli esempi di iperinflazione che ho appena citato sono estremi, la mia generazione non può aver dimenticato l’esperienza, meno estrema, di un’inflazione persistentemente alta e variabile, dannosa per il funzionamento ordinato dell’economia, potenzialmente pericolosa per la stessa tenuta della compagine sociale, difficile da debellare una volta che abbia preso l’avvio.

Lasciatemi dunque concludere questa conversazione sottolineando l’importanza di avere presente, quando si discute di politica monetaria, questo quadro di fondo. Nel momento attuale, la percezione del pubblico è forse ancora influenzata da quel periodo abbastanza lungo in cui la politica monetaria, di fronte a eventi eccezionali, è stata eccezionalmente accomodante: tassi tanto bassi non si erano mai visti nella storia dell’euro; la liquidità non era mai stata così abbondante. Gli eventi sono mutati e quel periodo è finito. “Di fronte a una fortissima crisi energetica, l’impatto sui prezzi e la non possibilità di considerarli una tantum, il recupero su redditi e margini è tale che il rischio che [l’inflazione] scappi di mano c’è”, ha spiegato il Governatore Visco in un recente intervento. “I tassi erano molto bassi; li abbiamo portati a un livello di guardia, non direi straordinariamente alto, ma di attenzione”.

“Attenzione”, appunto: sui passi da compiere di volta in volta, vi possono essere, vi sono, legittime discussioni. Anche perché la politica monetaria è tutt’altro che una scienza esatta. Ha molteplici ramificazioni reali e finanziarie; e, se pur si avvale di esperienze consolidate, teorie avanzate e modelli scientificamente sofisticati, deve sempre tenere conto di una realtà in cui la tecnologia dei pagamenti, le preferenze dei detentori di attività finanziarie, il sentimento dei mercati e mille altre variabili si evolvono di continuo. Deve essere pronta ad agire e, se necessario, a correggersi tempestivamente.

Non si dovrebbe però semplificare o drammatizzare troppo il dibattito; tanto meno ricondurre tutto a contrapposizioni geografiche stereotipate. “Falchi” e “colombe”, ammesso che queste etichette abbiano un senso, restano largamente concordi sul fine ultimo: salvaguardare il ruolo intrinsecamente fragile, ma vitale, della moneta fiduciaria.

Rammentiamoci, insomma, che l’oro e l’argento dei nostri tempi sono costituiti dalla prudenza dei banchieri centrali, dalla loro indipendenza costituzionalmente riconosciuta, da quelle preziose materie prime che sono la competenza tecnica, il rigore e, quando occorre, l’umiltà.

 

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Indispensabile per Ucraina e Unione Europea un cambio di narrazione sulla guerra

Dopo più di un anno e mezzo dall’invasione russa dell’Ucraina si può constatare come questo conflitto nel cuore dell’Europa, e fra due Paesi di cultura e tradizione cristiana, si stia stabilizzando in una guerra di logoramento che miete vite umane e brucia enormi risorse con tragica costanza, e che promette di durare indefinitamente.

La narrazione ufficiale del conflitto, quella che ne colloca l’inizio con l’aggressione a freddo, ritenuta improvvisa e immotivata dell’Ucraina da parte della Russia, ha finito con il togliere all’Ue ogni spazio di manovra diplomatica, rendendo pressoché indistinguibile la posizione dell’Unione Europea da quella della Nato. Il sostegno militare all’Ucraina “for as long as it takes” si è imposto come l’unica linea che si sappia tenere nelle ostilità contro un Paese come la Russia che ha proprio nella guerra di logoramento il suo maggior punto di forza, potendo attingere a riserve umane e risorse naturali praticamente illimitate e potendo contare su una vasta e robusta rete di alleanze internazionali.

In tal modo non solo l’Europa si è posta fuori dai vari tavoli dei tentativi di pace; non solo ha sperimentato l’eterogenesi dei fini delle sanzioni che in un sol colpo danneggiano gravemente l’economia europea e accelerano i processi di autonomia economica e finanziaria non solo della Russia ma del Resto del Mondo dall’Occidente, ma addirittura essa si sta ponendo il problema nel caso, non impossibile, di un disimpegno americano dopo le prossime presidenziali, di come proseguire da sola il conflitto, come se non dovesse esser l’Ue più interessata degli Stati Uniti a fare cessare il conflitto che ha praticamente in casa.

Ora ciò che più conta è salvare il salvabile, cercando almeno di fare tacere le armi. E sapendo che il non aver contrastato adeguatamente a tempo debito (prima di Maidan e dopo, dal 2014 al 2022) la deriva verso la guerra, sta producendo condizioni di sicurezza in Europa peggiori di quelle che si sarebbero potute mantenere con un accordo tra Stati Uniti e Russia sulla neutralità dell’Ucraina.

Vale la pena di ricordare che in molti avvertirono al tempo giusto i rischi che avrebbe corso l’Europa dalla mancata soluzione della questione ucraina. Da Enrico Letta che da premier andò, unico leader occidentale, alla cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi del 2014 in un estremo tentativo di evitare l’irreparabile deriva violenta che di lì a poco avrebbe sconvolto l’Ucraina. A Romano Prodi che scriveva su Il Messaggero del 19 ottobre 2014, quando già il conflitto russo-ucraino era divenuto di tipo militare: “la via per trovare un accordo che permetta all’Ucraina di vivere in pace e di avere accesso sia al mercato russo che a quello europeo è tecnicamente percorribile: basta avere la sufficiente volontà politica ed elasticità mentale per percorrerla, partendo dall’imprescindibile dato di fatto che l’Ucraina non può essere né russa né europea e che può vivere bene solo se diventa un ponte fra Russia ed Europa. L’Ucraina è, per la sua natura e la sua storia, un ponte. Non può essere un campo di battaglia”.

E l’allora presidente delle Acli Gianni Bottalico in un appello alle rappresentanze in Italia di UE, Stati Uniti, Ucraina e Russia del 3 marzo 2014, per i rispettivi governi, ricordava la necessità che “venga risparmiata all’Ucraina la triste sorte della divisione per linee etniche e religiose” in sintonia con quanto chiesto allora dal Consiglio delle Chiese ucraine.

Poi le cose hanno preso la piega che sappiamo, e qualcuno ne è responsabile davanti alla Storia e davanti a Dio. Se il passato è irreversibile, il futuro invece dipende dalle scelte che l’Europa vorrà compiere. Perché tali scelte possano incidere occorre che l’Ue – o almeno i Paesi membri che intendano farlo – capisca che non c’è più tempo da perdere per parlare con una sola voce a livello internazionale, esprimendo il proprio originale ed autonomo punto di vista sui principali temi della politica globale. A cominciare dalla questione ucraina, sulla quale la realtà dei fatti sembra consigliare un cambio di narrazione che tenga conto innanzitutto del fatto che è l’Ucraina la parte maggiormente danneggiata dalla mancanza di un accordo, e che includa il riconoscimento della complessità dei fattori al posto di una semplificazione manichea dalla cui spirale distruttiva è sempre più difficile uscire, con conseguenze terribili sul popolo ucraino e non meno gravi in prospettiva sull’economia, sui livelli di vita e sulle democrazie dell’Europa occidentale.

Dinamico e inclusivo, altro non può essere il Centro in formazione.

Il Centro ha finalmente iniziato la sua corsa politica. Una corsa che, è inutile negarlo, risponde ad una precisa domanda che sale dalla società italiana dopo aver registrato che questo “bipolarismo selvaggio” ha sempre più il fiato corto ed è sempre più inutile per l’intera politica italiana. Lo si evince ogni giorno scorrendo i noiosissimi pastoni politici della carta stampata o dell’informazione televisiva. Agli attacchi personali – sempre più ridicoli, grotteschi e ripetitivi – della Schlein contro la destra, i fascisti, l’autoritarismo e la disumanità della destra e della Meloni, fanno da contro canto le dichiarazioni di alcuni settori della stessa destra sovranista ed oltranzista contro la sinistra. Trascuriamo i populisti dei 5 stelle perché da quelle parti gli insulti e gli attacchi personali sono la regola quasi aurea del progetto politico complessivo di quel partito.

Ora, è di tutta evidenza che il Centro, e “la politica di centro”, sono categorie che non possono più tardare per essere nuovamente protagoniste in vista dell’ormai prossima consultazione elettorale europea. Certo, dovrà essere un Centro autenticamente plurale, sicuramente democratico e riformista e, soprattutto, ‘dinamico’. Come ci ha ricordato sino alla fine dei suoi giorni un grande leader della Dc e un testimone autorevole del cattolicesimo democratico del nostro paese, Guido Bodrato.

Ma adesso, e oggi, si tratta di capire in cosa consiste essere un Centro ‘dinamico’. È persin ovvio ricordare che non può essere un luogo politico equidistante, che vive di una semplice rendita di posizione, con una cifra tardo dorotea, senza una precisa identità politica e culturale e, soprattutto, privo di un indispensabile progetto politico come, purtroppo, è concretamente avvenuto dopo la fine della cinquantennale esperienza della Democrazia Cristiana. Perché il Centro ‘dinamico’ può nuovamente giocare un ruolo decisivo, e protagonistico, nella cittadella politica italiana se riesce a dispiegare un progetto politico in grado di interpretare e farsi carico delle attese, delle domande e delle istanze che provengono da settori crescenti della società ma che, soprattutto, riesca ad essere realmente e autenticamente ‘inclusivo’. 

Detto in termini ancora più chiari e comprensibili, adesso è utile mettere in campo una iniziativa politica che sia in grado di rendere il Centro nel nostro paese il più ‘inclusivo’ possibile. E cioè, chi si auto definisce di Centro, o centrista, o riformista moderato o lontano dagli alfieri del ‘bipolarismo selvaggio’ che ci caratterizza, non può non convergere al Centro. Tocca a chi ha avuto il coraggio, l’intuizione e la determinazione di mettere a terra questo progetto, come si suol dire, dispiegare un’azione che sia in grado di parlare a tutti costoro. Che militano, attualmente, in forze politiche diverse e anche in coalizioni diverse ma che sono accomunati da un modo d’essere in politica che li rende simili e, probabilmente, lontani se non addirittura alternativi rispetto agli stessi compagni di viaggio. Serve, cioè, quello che comunemente viene definito come un salto di qualità o un atto di coraggio. Perché l’alternativa sarebbe, ancora una volta, la frammentazione cronica dell’area centrista a vantaggio del radicalismo massimalismo ed estremista della Schlein o del sovranismo oltranzista della Lega salviniana. Una deriva che non solo non sarebbe utile per il futuro dell’area centrista ma sarebbe dannoso e nocivo per la stessa qualità della democrazia italiana.

Ecco perché, anche e soprattutto per il Centro, in vista delle prossime elezioni europee si gioca una partita decisiva. I cultori della frammentazione, dei pregiudizi ad personam, della divisione preconcetta e dogmatica – alla Calenda, per intenderci – non lavorano per la costruzione del Centro ma, anche se pubblicamente sostengono il contrario, lavorano per perpetuare questo bipolarismo per lucrare la solita e collaudatissima rendita di posizione di potere. Chi, invece, sostiene realmente il Centro e ‘la politica di centro’ si deve comportare esattamente al contrario. Solo così sarà possibile interpretare e costruire un Centro politico riformista, democratico, di governo o autenticamente e realmente ‘dinamico’.

Le Fondazioni bancarie al centro del convegno promosso dall’Associazione ex parlamentari.

“Fondazioni di origine bancaria, Una storia tutta italiana”: è il titolo del convegno che si terrà martedì 19 settembre alle ore 10.30 presso l’Istituto Luigi Sturzo, in via delle Coppelle 35 a Roma. Secondo quanto riporta un comunicato, l’incontro, organizzato dall’associazione nazionale ex parlamentari in collaborazione con The Skill Group, è ispirato dall’omonimo volume di Luigi Grillo, già parlamentare, sottosegretario di Stato al Ministero del bilancio e della programmazione economica e presidente della Commissione lavori pubblici del Senato.

Al centro del dibattito il tema sull’evoluzione del sistema bancario in Italia, che affonda le radici nella normativa plasmata tra il 1987 e il 1998. Grillo è testimone diretto di questa stagione: durante la sua permanenza nella VI Commissione Finanze della Camera dei deputati fu infatti scelto come relatore di cinque leggi che si riveleranno epocali, la legge Amato-Ciampi (1990), il decreto Carli (1991), il testo unico del Governo Amato (1993), la riforma Ciampi (1997) e il decreto Ciampi (1998).

Queste norme diedero il via al processo di privatizzazione delle banche pubbliche e alla nascita delle Fondazioni di origine bancaria, soggetti no profit, privati e autonomi, che perseguono scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico.

Attualmente, prosegue il comunicato, le Fondazioni italiane sono 88 e dispongono di ingenti patrimoni che devono investire in attività diversificate, prudenti e fruttifere, strettamente legate al settore in cui operano.

La loro governance prevede una composita presenza di rappresentanti delle istituzioni pubbliche, economiche e del Terzo Settore. Giuseppe Gargani, già deputato ed europarlamentare, oggi Presidente dell’associazione Nazionale ex Parlamentari, e Nicola Saldutti del Corriere della Sera apriranno la discussione. Sarà poi il momento degli interventi di Angelo De Mattia, editorialista, Antonio Fazio, già Governatore della Banca d`Italia, e Giuseppe Guzzetti, già Presidente della Fondazione Cariplo e di Acri. Seguiranno poi Fabrizio Palenzona, Presidente della Fondazione Crt e del Gruppo Prelios, Francesco Profumo, Presidente Acri, e Giovanni Sabatini, Direttore Generale di Abi.

L’evento si concluderà con le considerazioni dell’autore del volume, Luigi Grillo.

 

Fonte: Notiziario Ascanews

Merz a Günther: nessun colloquio o negoziato tra Cdu e AfD.

Il caso della Turingia continua ad alimentare il confronto politico all’interno del partito dei cristiano democratici tedeschi. Il presidente federale Friedrich Merz ha difeso l’operato del gruppo parlamentare della Cdu di Erfurt dopo il voto congiunto con l’AfD, la formazione estremista di destra. “Non ci concentriamo su chi è o non è d’accordo, ma su ciò che pensiamo sia giusto nel merito, ha detto Merz in un’intervista andata in onda ieri sera sui canali ProSieben e Sat1.

In particolare, il leader della Cdu ha reagito con fastidio alle critiche del primo ministro dello Schleswig-Holstein Daniel Günther ai dirigenti di partito della Turingia. In realtà, le dichiarazioni di Günther rappresentano un’«opinione personale all’interno della Cdu», ha detto Merz. «Non c’è nessun altro che le condivida.» La Cdu al proprio interno ha «coordinato in modo stringente le sue iniziative, anche con tutte le organizzazioni regionali del partito», ha detto il leader del partito. «Questa è l’opinione della Cdu.»

Va ricordato che il parlamento della Turingia aveva approvato giovedì scorso, con i voti di Cdu, Fdp (Liberali) e AfD, la mozione presentata dai cristiano democratico per ridurre l’imposta sui trasferimenti immobiliari. Invece i partiti di governo  (Sinistra, Verdi ed Spd) avevano votato contro, senza poter contare tuttavia su un’autonoma maggioranza parlamentare. A seguito di questo voto, la Cdu era stata accusata di violare le sue stesse decisioni, sempre puntuali sul rifiuto di qualsiasi collaborazione con la destra radicale. Da parte sua Günther era stato molto severo per la pericolosa scivolata della Cdu del piccolo Land dell’Est: «La crescente radicalizzazione dell’AfD richiede un atteggiamento ancora più coerente». 

Al contrario, nell’intervista televisiva Merz non ha voluto riconoscere la gravità di quanto avvenuto, benché il voto di giovedì fosse stato giudicato dall’AfD come la fine di quel «muro di fuoco» imposto ai suoi danni dal gruppo dirigente cristiano democratico. In ogni caso, Merz è stato costretto a precisare che in Turingia tra la Cdu e l’AfD non è intervenuto «nessun colloquio, nessun negoziato, nessun accordo». Per questo, ha concluso, «non mi interessa molto, onestamente, quello che l’AfD afferma al riguardo».

Alla fine, il tenore della dichiarazione non cancella i dubbi che attraversano la Cdu rispetto ad una condotta poco limpida di Merz. Da questa vicenda è proprio lui, il leader del partito, ad uscire sostanzialmente indebolito. C’è una fronda all’interno che non sembra nascondersi più.

Prodi individua nella regola della unanimità la debolezza della Ue

A chiudere la terza giornata della Summer School della Scuola di Politiche è stato l’ex premier e presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, che nel suo dialogo con gli studenti, intervistato da Fabio Martini de ‘La Stampa’, ha parlato della questione della guerra in Ucraina e dell’Europa.

“L’unanimità non è democratica””, ha dichiarato Prodi citando l`esempio della moneta unica “Il grande passo in avanti sull’euro é stato fatto quando non si é applicata l`unanimità. All’euro aderirono inizialmente solo 12 Paesi. Gli altri si sono aggregati solo dopo. Tutte le grandi decisioni oggi vengono prese all’unanimità: è questa la paralisi dell’Europa”.

E ancora: “Il diritto di veto rende un nano un gigante. Se vogliamo fare progressi bisogna lavorare con la maggioranza qualificata. Non c’è altra strada”.

Sulla guerra in Ucraina Prodi ha poi dedicato ampio spazio al mancato ruolo di mediazione dell’Europa: “Nella guerra in Ucraina non c’è stata una mediazione europea, non c’è un momento di autonomia europea. C’è stato qualche viaggio di Scholz, di Macron, iniziative di singoli, almeno sono andati la. Ma l’idea che l’Europa non abbia una forza mediatrice, che si lasci quel poco di mediazione alla Turchia, è una umiliazione impressionante”.

“L`Europa ha perso la sua occasione di avere una leadership mondiale – ha concluso Prodi – Adesso è molto più difficile, prima contava il 12% della popolazione mondiale ora siamo tra il 5% e il 6%”. Dal primo giorno di questa guerra, a malincuore, “sono costretto a dire continuamente che qui la pace viene solo se gli americani e i cinesi si mettono d`accordo. L`Europa era prima una coprotagonista del mondo”.

 

Fonte: Notiziario Askanews

Monaco scomunica il progetto di Centro di Renzi e Fioroni

A volte i vecchi vizi non tramontano mai. Leggendo un articolo di Franco Monaco sul “Fatto Quotidiano” di ieri a riguardo del progetto politico di Renzi, Fioroni, i Popolari e di molti altri per dar vita ad un Centro politico e di governo nel nostro paese, ci vengono in mente le antiche invettive e i vecchi, e ben collaudati, anatemi contro gli avversari/nemici. Verrebbe da dire “nulla di nuovo sotto il sole”, ma quello che ci colpisce sempre sono i giudizi, ovviamente sprezzanti e carichi di livore, che provengono da quei pulpiti. Giudizi e anatemi che appartengono ad un metodo – che misteriosamente si fa risalire al cattolicesimo democratico – ricco solo di attacchi personali, di demolizione delle rispettive storie culturali e politiche e, infine, di scherno e dileggio nei confronti del profilo stesso delle persone che si vogliono colpire. Un metodo che, come noto, si caratterizza per la sua carica etica riconducibile ad una ineffabile e alquanto singolare ispirazione cristiana….

Certo, quando si accusano altri esponenti di mera ricerca del potere, di trasformismo e di altre “nefandezze” occorre sempre essere sempre, di norma, esemplari. Anche sul terreno del potere e della sua ricerca. Terreno su cui Monaco non può vantare grandi meriti se è vero, com’è vero, che lo stesso Monaco è stato quattro volte parlamentare – ruolo esercitato sempre con diligenza ed onore – eletto però sempre in collegi diversi di volta in volta. O in collegi uninominali cosiddetti “blindati” o nelle liste bloccate.

Ma, al di là di questo dettaglio e per tornare all’inizio di questa breve riflessione, quello che ci colpisce è l’approccio dogmatico e ultimativo di questi giudizi. A questo proposito, ci ricordano molto ciò che dicevano i cosiddetti “indipendenti cattolici di sinistra” negli anni ‘70 – quelli che venivano eletti nella fila del Pci per confermare la natura plurale di quel grande partito – nei confronti dei leader e statisti cattolici che militavamo nella Dc. Era sempre un misto di disprezzo, di altezzosità, di disistima, di svilimento e di scherno, che non risparmiava quasi nessuno di quei grandi e qualificati leader. Salvo i pochi, all’epoca, che individuavano nel Pci l’unico interlocutore politico per il consolidamento futuro della democrazia italiana.

Mutatis mutandis, è lo stesso atteggiamento che oggi gli accaniti sostenitori della sinistra massimalista e radicale della Schlein e dell’alleanza con i populisti dei 5 stelle – come Franco Monaco, nello specifico – riversano nei confronti di tutti quei popolari, cattolici democratici e cattolici sociali che non si rassegnano a giocare un ruolo del tutto subalterno, ornamentale e sostanzialmente inutile in partiti che hanno un’altra ‘ragione sociale’, che coltivano un’altra prospettiva politica e che credono e predicano valori e principi diversi se non addirittura alternativi rispetto al patrimonio storico del popolarismo di ispirazione cristiana. Popolari e cattolici democratici che continuano a credere che un Centro dinamico, riformista, democratico e di governo, nonchè plurale, possa e debba ancora avere un ruolo politico determinante e decisivo per le stessa qualità della democrazia italiana. E, soprattutto, per poter declinare, soprattutto oggi, una vera ed autentica cultura riformista nel nostro paese, lontana da ogni sorta di massimalismo ideologico e radicale e alternativa rispetto al populismo anti politico, demagogico e qualunquista.

Il tutto con buona pace dei moralisti di ieri e di oggi e di coloro che continuano a dividere la politica tra chi può e deve essere preso in considerazione e quelli che, al contrario, sono indegni – appunto, anche sotto il profilo morale per non parlare di quello politico e culturale – di frequentare la cittadella politica italiana. Per fortuna nostra, e non solo, per il momento contano ancora le regole democratiche e il voto popolare. E non solo gli anatemi politici e le ‘fatawa’ moralisteggianti.

 

La bella sorpresa dei migranti alla festa della Madonna a Lampedusa

La miglior gioia è quella che non ti aspetti, che ti prende d’un tratto alle spalle e che poi ti si presenta in faccia prima che tu possa organizzare le difese. La gioia, stando alla parola, conosce una serie di rimandi, quasi che devi sapertela sudare; questa volta le cose sono andate in modo diverso. Infatti Gioia, si legge, viene dal francese “joie” che muove dal latino “gaudium” che ha il suo rimbalzo in “gaudere”, insomma un bel tratto di strada che percorre il godimento prima di andare ad un miglior traguardo ancora. Dice Dante che “Ne la corte del cielo… Si trovan molte gioie care e belle” ma nel nostro fatto, per eccezione, si sono degnate di scendere sulla terra lasciando la loro forza sull’isola di Lampedusa.

Strano nome per questo puntino nel Mediterraneo. Dice di luce e di scoglio, una terra che si illumina e fa da riferimento a chi vi si vuole aggrappare ed a cui prestare attenzione per non infrangerti malamente sui suoi sassi o su quelli che ti aspetteranno quando la lascerai per paesi senza mare, che il destino ti tirerà addosso se provi a cambiar pelle. Un gruppo di migranti, qualche giorno fa, si è dunque imbucato nel corso della festa patronale per la Madonna di Porto Salvo ed hanno ballato con i nativi locali, un momento di tripudio inatteso. Dopo essere stati sballottati dalle onde a bordo di improbabili barche stanno andando in ballottaggio con la vita che li aspetterà ed intanto si sono regalati un attimo di improvvisa leggerezza ed hanno ballato senza pensarci su, hanno ballato senza pensare. Hanno danzato con i loro passi, aprendo e stendendo le gambe verso un attimo di futuro di colpo sorridente.

“Jerusalema” è la canzone che l’ha fatta da padrone per tutta la serata. È un pezzo di musicista e produttore africano – un certo Mister KG – messo in piedi con la collaborazione della cantante Nomcebo. Il passaggio chiave del testo è nella invocazione a Dio quando recita: “Gerusalemme è la mia casa, guidami, portami con te non lasciarmi qui. Il mio posto non è qui, il mio Regno non è qui, guidami, portami con te”. Sembra composta appositamente per i migranti che hanno approfittato del momento di festa per partecipare insieme agli abitanti dell’isola. Forse anche il desiderio di voler dare loro una garanzia. Non preoccupatevi, non resteremo qui. Altrove è la terra promessa dove Dio ci condurrà.

Hanno stravolto con il loro canto le leggi antiche del proverbio “carta canta, villan dorme”. Questa volta sono stati loro a cantare mentre le carte della burocrazia sonnecchiano, sommerse da timbri e bolli di ogni tipo che pure occorrono perché tutto sia sotto forma di legge. Hanno cantato e incantato il tempo a che scorresse lentamente con formule magiche, mistura di note e di entusiasmo, alambicchi di contentezza e pentagrammi almeno finché dura la partitura. Domani sarà un altro giorno con le fatiche che gli appartengono. Ma per adesso….

La magia è stata nella reazione dei lampedusani che li hanno accolti e non gliene hanno cantate quattro, dismettendo, per come possibile, le tensioni e le angosce legate alla massiccia invasione di gente straniera fin dentro alle loro coste. Non gli hanno fatto la festa e neppure li hanno trattati da intrusi, da persone che secondo, la Treccani, godono di un beneficio cui non hanno diritto. È stata una occasione dove tutti si sono distratti dal peso della realtà. Il ballo impone una confidenza che non conosce misure. Sarà stato forse perché a Lampedusa sanno bene di che cosa si tratti la migrazione.

Stando alla storia, al tempo degli Arabi erano meno di mille abitanti. Alla fine del 1770 l’isola fu colonizzata da uno sparuto gruppo di francesi e maltesi e poi da inglesi. Sotto Ferdinando di Borbone vi furono insediati centocinquanta abitanti di Pantelleria. Nel 1861, finalmente sudditi del Regno d’Italia, gli isolani conobbero la presenza di una colonia di domiciliati coatti poi soppressa.

A sbarchi ed ingressi a Lampedusa sono abituati e sanno bene come cavarsela con la cultura ed il cuore che occorre in certi frangenti e che non devono però impattare sgretolandosi su quel suolo di speranze. Ciò che importa è che la musica abbia fatto la sua parte abbattendo le naturali barriere che corrono tra sconosciuti. Le note hanno di bello che non chiedono permesso per poggiarsi su chi capita a tiro e così far muovere gambe, braccia e anime. 

Ci sono situazioni in cui ci si deve dar da fare alacremente, lanciarsi senza indugio. “Dove ci sono cocci ci sono feste”, diceva Verga.  A Lampedusa uomini a pezzi, pur se qualche feroce di turno invece ne invoca la rottamazione, si sono ritrovati in una pausa di felicità, ricomponendo almeno per pochi minuti il puzzle delle loro storie tutte di nuovo da incastrare. “Allegria” urlava il nostro Mike nazionale. Ed allora che allegria, è la nostra preghiera, abbia a ripetersi.

 

Roberta Gisotti mette sul palco dieci donne straordinariamente italiane

Gisotti, giornalista della Radio Vaticana, autrice Rai e docente di Economia dei media all’Università Salesiana di Roma, affronta il complesso tema delle migrazioni in questo originale ed approfondito lavoro di ricerca che posa lo sguardo con delicatezza e genuina curiosità su dieci figure femminili eclettiche, intraprendenti ed inarrendevoli: dieci esempi di virtù e progettualità trapiantate con successo nel nostro Paese.

 

“Noi che siamo italiane” è una raccolta di storie vere indagate e raccontate con empatia e cura attraverso la formula dell’intervista, una scelta che asseconda la spontaneità della narrazione e la fedele ricostruzione biografica, accompagnando il lettore in un percorso a ritmo incalzante nelle tappe più significative della vita delle protagoniste. Le voci delle intervistate emergono con vivacità e carisma dalle pagine che compongono i dieci capitoli del libro e narrano con passione le loro difficoltà, le sfide affrontate, le cadute e le vittorie, gli orizzonti da inseguire e i sogni che queste cittadine del mondo tutt’oggi perseguono e alimentano nella loro quotidianità.

 

Le loro sono storie di occasioni da cercare, da trovare oppure da creare, di destini ribaltati, di rivalse sui condizionamenti sociali, di libertà conquistate e rivendicate: le donne “venute da lontano” di Roberta Gisotti hanno fatto come volevano loro. E hanno fatto bene. Nonostante la diversità delle loro origini geografiche, della loro formazione culturale e della loro estrazione sociale, le loro esperienze sono unite da elementi chiave come la determinazione, l’impegno, la forza di volontà, l’intelligenza (specialmente quella emotiva), la resilienza, l’esigenza di riscatto e di autoaffermazione in quanto “straniere” e in quanto donne, un “doppio ostacolo”, o anche una doppia risorsa a seconda della prospettiva.

 

Dopo tanto vagare, le protagoniste hanno trovato la loro strada e l’hanno trovata in Italia contribuendo a fare del nostro Paese (tutto sommato) un Paese bellissimo, all’occorrenza addirittura la terra promessa. I traguardi raggiunti, allora, sono da osservare e considerare non solo come conquiste personali ma anche come prezioso apporto alla nostra società, una società arricchita (più spesso di quanto sembri) dall’entusiasmo e dall’energia trainante e innovatrice di chi ha tutto da perdere e tutto da vincere: quell’energia che bisognerebbe valorizzare molto di più all’interno dei consistenti e controversi flussi migratori di cui il nostro Paese è crocevia e anche destinazione.

 

Gisotti si fa “esploratrice” di queste integrazioni riuscite, le chiama a raccolta per veicolare un messaggio di speranza e di condivisione: un libro da leggere, da rileggere e da far leggere nelle scuole, nelle associazioni che operano sul territorio, nelle Facoltà umanistiche e non solo, ma anche un libro per chiunque voglia approfondire il tessuto multietnico che caratterizza il nostro Pianeta globalizzato e la verità degli esseri umani che ne vivono (e non solo subiscono) le conseguenze.

 

La puntuale e approfondita prefazione è di Padre Federico Lombardi, giornalista della Compagnia di Gesù, già direttore della Sala stampa della Santa Sede. L’immagine di copertina dell’artista Giancarlo Piranda (1922-2006) ritrae delle donne di fronte a una finestra in uno spaccato di vita familiare che si apre alle opportunità e al futuro fuori dalla sicurezza delle mura della propria “casa”, dove per casa si intende tutto ciò che è già noto. Che è passato.

 

 

P.S. Qui di seguito i nomi delle migranti al centro dell’indagine:

 

Sihem Zrelli, imprenditrice nata a Gabès, vive ad Aprilia. Promuove scambi interculturali tra Italia e Tunisia e diffonde la contro-narrazione degli stereotipi sul proprio Paese di origine;

Isabel Fernandez, psicoterapeuta uruguayana, vive a Milano. Tra le massime esperte nel suo settore nella cura di vittime di eventi traumatici;

Suor Angel Bipendu, medico, proveniente dal Congo, in prima linea nel mare di Sicilia per il soccorso degli immigrati e nei reparti di vari ospedali durante la pandemia di Covid-19;

Miriam Sylla, nata a Palermo da genitori della Costa d’Avorio, oggi campionessa e capitana della Nazionale Italiana di pallavolo;

Blerida Banushi, nata in Albania e diventata scienziata biologa presso l’Università di Pavia, oggi ricercatrice contro il cancro;

Alganesc Fessaha, di origine eritrea, vive a Milano, attivista dei diritti umani e manager;

Rosaline Eguabor, vittima del traffico di essere umani dalla Nigeria, oggi mediatrice culturale, vive in Sicilia;

Liliana Ocmin Alvarez, nata in Perù, vive a Roma dove è stata nominata prima donna straniera ai massimi vertici della Cisl;

Tetyana Shyshnyak, originaria di Donetsk in Ucraina, oggi vive a Benevento di cui è promotrice dell’antico canto della città;

Parisa Nazari, nata in Iran, oggi farmacista romana e attivista a favore del popolo iraniano.

 

Giovedì, insieme all’autrice, sarà presente Padre Federico Lombardi, la moderatrice Marina Tomarro (giornalista di Radio Vaticana) e alcune delle protagoniste del libro.

Mattarella, in Costituzione l’economia non è separata dalla utilità sociale

[…] 

Nel discorso con cui Franklin Delano Roosevelt inaugurò la sua presidenza degli Stati Uniti – giusto novant’anni fa – utilizzò una locuzione divenuta, giustamente, famosa, che calza a proposito: “la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa, l’irragionevole e ingiustificato terrore senza nome che paralizza gli sforzi necessari a convertire la ritirata in progresso”. Si era nell’ambito della Grande depressione economica del 1929 e si fu capaci di passare al New Deal, al “nuovo patto” che vide gli Stati Uniti affrontare i drammatici problemi economici e occupazionali che li avevano devastati, assumendo la leadership del mondo libero. Oggi siamo in una condizione, fortunatamente, ben diversa, che ci conduce, tuttavia, a richiamare il legame, per quanto possa a molti apparire scontato, tra economia e democrazia. La crisi del capitalismo, in quegli anni, mise in discussione anche gli ordini politici esistenti, registrando un diffuso malcontento verso la democrazia, ritenuta noiosa e inefficace rispetto ai totalitarismi che si erano affacciati e che si stavano consolidando.

Gli argomenti non erano nuovi, qualche studioso li indicava nella ricerca di un sentimento di unità perduto, che fosse incentrato sulla autenticità culturale, sulla originalità delle proposte di comunismo e fascismo, sulla creazione di “uno spazio affrancato – così si diceva – dalle pressioni della mercificazione e dalle grigie logiche dei mercati”. Così testualmente ricorda Harry Harootunian, storico americano.

Le idee dovevano essere davvero confuse se una casa automobilistica americana, la Studebaker, sia pure con intenti diversi, denominava un suo prodotto di punta “Dictator”, dittatore. L’ascesa di Hitler in Germania avrebbe dato poi un colpo decisivo alla produzione di quel modello. In alcune situazioni europee, com’è noto, la crisi dell’economia concorse alla crisi della democrazia ed ecco perché, al contrario, una economia in salute contribuisce al bene del sistema democratico e della libertà, alla coesione della nostra comunità.

[…]

Nel dibattito pubblico del dopoguerra italiano si è, spesso, lamentato che la Costituzione non poteva fermarsi ai cancelli delle fabbriche, segnalando, con questo, una sofferenza del sindacato dei lavoratori per molti temi che hanno trovato poi riscontro nella contrattazione tra le parti sociali […] Le imprese sono veicoli di crescita, di innovazione, di formazione, di cultura, di integrazione, di moltiplicazione di influenza, fattore di soft-power. E sono, anche, agenti di libertà. Generare ricchezza è una rilevante funzione sociale. È una delle prime responsabilità sociali dell’impresa. Naturalmente, non a detrimento di altre ricchezze, individuali o collettive. Non è il capitalismo di rapina quello a cui guarda la Costituzione nel momento in cui definisce le regole del gioco. Il principio non è quello della concentrazione delle ricchezze ma della loro diffusione.

Il modello lo conosciamo: è quello che ha fatto crescere l’Italia e l’Europa Il bilancio che ne va tratto non interpella i singoli stake-holder aziendali ma si rapporta all’intero sistema economico e sociale. È quel concetto ampio di “economia civile” che trova nella lezione dell’illuminismo settecentesco napoletano e, puntualmente, in Antonio Genovesi, un solido riferimento. Qual è un principio fondamentale della democrazia? Evitare la concentrazione del potere, a garanzia della libertà di tutti. Vale per le istituzioni. Vale per le imprese, a proposito delle quali possiamo parlare di concorrenza all’interno di un mercato libero. E la lotta ai monopoli ne rappresenta capitolo importante. L’impresa è una formazione intermedia nella nostra società, un corpo sociale di quelli richiamati dalla Costituzione che contribuiscono alle finalità da questa definite, concorrendo al soddisfacimento di bisogni.

Lo Stato coordina gli interessi e le necessità di ciascuno degli interlocutori, orientandoli al soddisfacimento delle istanze delle comunità. Poc’anzi ho richiamato il tema sostanziale del rapporto sostanziale tra economia e istituzioni. L’impresa, non a caso – è stato ricordato – è normata nella Parte I della Costituzione: quella sui diritti e i doveri dei cittadini. L’art. 41 scandisce che l’iniziativa economica privata è libera. Che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

Cosa significa libera? Significa che non vi è più bisogno di “regie patenti”, come ai tempi medievali, per esercitare una professione, un’attività, un’impresa. Significa che la Repubblica ha spostato dal Sovrano al cittadino il potere di scegliere, di decidere. Significa evadere dal dirigismo economico e dal protezionismo tipico delle esperienze autoritarie. Significa trasferire sul terreno dell’economia il principio di libertà. La Costituzione opta decisamente per un’economia di mercato in cui la libertà politica è il quadro entro cui si inserisce la libertà economica, le attività con le quali le imprese partecipano, come si è detto, a raggiungere le finalità delineate nella Prima parte della Costituzione.

[…]

Si è discusso a lungo sull’esistenza di una “Costituzione economica” separabile dal resto della Costituzione. Sarebbe davvero singolare immaginare percorsi separati per lo sviluppo dei rapporti economici, quelli politici, quelli sociali. Al centro della Costituzione vi sono, difatti, i diritti della persona umana non quelli del presunto “homo oeconomicus”. Ecco, quindi, il riferimento all’utilità sociale. Era l’Abate Galiani a dirci – anche lui nel ‘700 – che “la tirannide è quel governo in cui pochi diventano felici a spese e col danno di tutto il rimanente, che diventa infelice”. Il crescere delle disuguaglianze rischia di rendere attuale questo scenario.

[…]

È anzitutto il tema della sicurezza sul lavoro che interpella, prima di ogni altra cosa, la coscienza di ciascuno. Democrazia è rispetto delle regole, a partire da quelle sul lavoro. Indipendentemente dall’ovvio rispetto delle norme, sarebbero incomprensibili imprese che – contro il loro interesse – non si curassero, nel processo produttivo, della salute dei propri dipendenti. Incomprensibili se non si curassero di eventuali danni provocati all’ambiente, in cui vivono e vivranno. Incomprensibili – e di breve durata – se non sapessero guardare al futuro. Fuor di logica se pensassero di non dover rispondere ad alcuna autorità o alla pubblica opinione, in merito a eventuali conseguenze di proprie azioni.

Con eguale determinazione vanno rifiutate spinte di ingiustificate egemonie delle istituzioni nella gestione delle regole o, all’opposto, di pseudo-assolutismo imprenditoriale, magari veicolato dai nuovi giganti degli “Over the top” che si pretendono, spesso, “legibus soluti”. Democrazia e mercato – scrive, nel suo ultimo libro, Martin Wolf – hanno in comune l’idea di uguaglianza e concorrono entrambi alla sua attuazione. Non c’è bisogno di particolare acume per osservare che gli imprenditori sono attori sociali essenziali nella nostra società.

[…]

Abbiamo fiducia nel nostro Paese e nel suo futuro; e sapere di avere il mondo dell’impresa impegnato, con convinzione e con capacità, per il progresso dell’Italia, è motivo di conforto e di grande apprezzamento.

Germania, Günther contro Merz: nella Cdu resiste il no agli estremisti di destra.

Ancora una volta i cristiano democratici (Cdu), i liberali (Fdp) e la destra radicale (AfD) hanno votato insieme in Turingia, piccolo Land dell’ex Germania dell’Est. Ancora una volta, a livello nazionale, la sinistra (Die Linke), i socialdemocratici (Spd) e i Verdi (Die Grünen) reagiscono indignati. Ancora una volta la Cdu si divide al proprio interno e l’AfD esce trionfante.

Vediamo nel dettaglio. Giovedì scorso il gruppo parlamentare della Cdu, che nel parlamento di Erfurt sta all’opposizione del governo rosso-rosso-verde (Linke-Spd-Grünen), è riuscito a far approvare una norma che riduce dal 6.5 al 5 per cento l’imposta sui trasferimenti immobiliari. A parte la convergenza dei liberali, ciò che ha a fatto rumore è stato il voto favorevole dell’AfD, un partito che proprio in Turingia è classificato dall’Ufficio per la protezione della Costituzione come forza estremista di destra. 

Da tempo i riflettori sono puntati sulla Turingia. Solo qualche mese fa l’Afd vinceva le elezioni nel distretto di Sonneberg, scuotendo la pubblica opinione tedesca. Ciò spiega perché anche l’ultimo episodio si riverberi ben oltre la dimensione regionale. Far saltare la barriera a destra intacca un pilastro del “patto repubblicano” e mette in evidenza come i partiti democratici si indeboliscano sempre più a forza di contrapposizioni elettorali e ideologiche. 

Il presidente federale della Cdu, Friedrich Merz, aveva espresso ancora di recente un netto rifiuto verso qualsiasi accordo con l’Afd. All’ultimo congresso, quello che nel 2021 lo aveva insediato al vertice della Cdu, aveva promesso che contro l’Afd ci sarebbe stato un “muro di fuoco” e quindi, a carico di eventuali trasgressori, l’immediato “procedimento di espulsione dal partito”. Ora tutto questo sembra declinare per ragioni di dubbia convenienza. 

In ogni caso, contro l’ondivaga condotta di Merz ha preso posizione il primo ministro della Cdu dello Schleswig-Holstein, Daniel Günther. “La crescente radicalizzazione dell’AfD – ha detto ieri mattina – richiede un atteggiamento ancora più coerente”, mentre un approccio come quello registrato in Turingia appare in contraddizione con l’indirizzo strategico del partito. Insomma, “un’interazione di qualsiasi tipo con l’AfD è esclusa” anche nel caso di convergenze sì non richieste, come in Turingia, ma evidentemente necessarie a garantire il successo di una determinata iniziativa. 

Tuttavia, ha concluso Günther, anche il blocco di governo rosso-rosso-verde ha fatto un “grave errore” per non aver saputo o voluto “organizzare una maggioranza con il centro democratico rappresentato dalla CDU”. In Germania, infatti, tutte le forze democratiche portano sulle loro spalle una “comune responsabilità nel fare fronte contro l’AfD” e pertanto dovrebbero essere all’altezza di un compito così impegnativo, smettendo di “puntare il dito” l’una verso l’altra.

 

Dibattito | La rinascita della Dc deve prescindere dal gioco delle somiglianze.

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Come sempre, interessante e pregevole l’articolo di Marco Follini pubblicato ieri su “Il Domani d’Italia” dal titolo: “Somiglianze improbabili. La storia finita della Dc”. L’articolo si chiede, e non è la prima volta, se possono rinvenirsi somiglianze nell’azione politica dei leader odierni o nel loro partito con la Dc. Così sin dalle prime battute leggiamo: ”Il racconto che di tanto in tanto riaffiora secondo cui Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, starebbe prendendo caratteri “democristiani” in virtù del suo primato numerico e governativo appare come una delle invenzioni più debosciate del nostro attuale discorso pubblico. Non c’è nulla di democristiano né nella Meloni né nel suo partito. Cosa sulla quale peraltro si trovano d’accordo la gran parte di quanti hanno voluto bene alla Dc e la gran parte di quanti vogliono bene alla premier. Eppure quella ricerca di improbabili somiglianze di tanto in tanto riaffiora, quasi a voler dire che il nostro destino politico evolve sempre per imperscrutabili continuità e mai per innovazioni, buone o cattive che siano.”.                      Ora il problema, come si diceva, non è nuovo. Del resto è lo stesso Follini che ricorda come già nella precedente legislatura si attribuissero a Conte atteggiamenti e stile democristiani.                                          

Di certo è che l’esperienza della Dc, almeno per come si è concretizzata nei cinquant’anni di vita politica fino al suo apparente scioglimento e riconversione con Martinazzoli nel Ppi, non sarà più ipetibile. Una constatazione, seppur ovvia, che nessuno può negare, nemmeno chi oggi è impegnato a 

rifare la Dc. Sia perché ogni prassi politica è figlia del suo tempo e quindi non può che essere contestualizzata, ed in quel percorso politico il ruolo della Dc fu tutto proiettato nel fare argine ad un temibile blocco comunista che avevamo proprio ai confini delle nostre frontiere, e nel ricostruire, cosa che seppe fare egregiamente, un paese stremato da una guerra brutale e fratricida; sia perché un vuoto di attività e di esercizio del potere, per ben trent’anni, non può consentire di ritrovare un classe dirigente ben addestrata, capace di scelte e azioni che in qualche modo ne riproponesse stile e capacità di mediazione.                                                                 

 

Così l’autore giunge, ancora una volta alla facile conclusione che non v’è che “…prendere atto che la storia democristiana è finita da quel dì e non sarà più ripresa”.  Certo ce ne vuole a dare della democristiana a Giorgia Meloni, pur con i suoi tentativi di stop and go nel governo, attenta a mediare nelle strettoie di un confronto politico con le opposizioni, per non farsi scavalcare a destra dalle provocatorie iniziative del solito Salvini “di lotta e di governo”. La conclusione di Marco Follini forse appare un po’ affrettata e richiede di ingrandire il focus riguardo al contesto politico attuale. Ciò che emerge dal Suo pregevole commento è il fatto di aver ignorato, o non aver valutato con il dovuto realismo, il tentativo di ripresa dell’esperienza democristiana, sia pure, in una nuova chiave di lettura, attualizzata, appunto, al contesto politico nell’intento di dare risposte in chiave, stile e visione politica e con il proposito di costante apertura al dialogo con le altre forze politiche, in conformità e nel pieno rispetto dei principi e dei valori scolpiti nella nostra Costituzione. Così l’occasione non ci pare di poco rilievo per non addentrarci in una, sia pur breve, messa a fuoco del nobile tentativo di rifare la Dc.                                                       Intanto non si può negare quanto sia stato fervente lo spirito pionieristico dei promotori nell’iter con cui si è proceduto a celebrare il XIX Congresso nel 2018, nel quale c’è stato persino un riconoscimento giudiziale (Sentenza resa lo scorso anno dal Tribunale di Roma sul ricorso di due iscritti) nell’essersi fedelmente attenuti alle direttive operative dettate nel noto provvedimento giudiziale del 2016 del giudice Romano del Tribunale di Roma che ne asseverava le conformità allo Statuto.

Una iniziativa valorosa non foss’altro perché non si poteva accettare di chiudere politicamente, dopo che le Sentenze ne avevano accertato il mancato scioglimento, un percorso politico così denso di valori e di principi che hanno consentito di costruire una società libera e prosperosa, dalle macerie della guerra. Chiaramente al di là dei nominalismi nessuno si nascondeva il fatto che non è facile riproporre un partito nella sua versione originaria. Così come è impossibile riprodurne fedelmente l’opera quando si agisce in realtà diverse, espressioni di epoche diverse.

Al contempo si era consapevoli del percorso irto di ostacoli, che in qualche modo finiscono con il deformarne il profilo. Di certo poi non ha pesato positivamente la singolare vicenda legata alla inibita spendita dell’uso dello scudo crociato, al momento inopinatamente in uso all’Udc, pur se disgiunto dalla originaria titolarità, che resta in capo al partito storico, ma che paradossalmente non consente al partito riedito di poterne riproporre l’originario simbolo. A ciò si innesta l’emergente tendenza della nuova segreteria Cuffaro ad una angusta regionalizzazione. Alludiamo ovviamente all’enorme sproporzione tra i consensi registrati in Sicilia e la pressoché esigua percentuale nel resto dei territori dove in questi due anni si è votato. Questioni che ad uno sguardo esterno potrebbero fare affievolire ogni idea della somiglianza e della continuità. Quel che soccorre però sono i contenuti del rinascente partito, ove appare inequivoca la volontà di riproporsi nel solco della costante orientamento che trova le sue radici in primis nella dottrina sociale della Chiesa e con esse nel proposito di metodi e stili politico-istituzionali il più possibile somiglianti all’esperienza pregressa.  Impegni che vanno sperimentati nella realtà ma che di  certo esigono rigore e serietà nelle scelte.

Certo il momento storico non è dei più favorevoli, ma ogni democristiano non si è mai cibato di fantasie. E già un bel po’ di anni ove persiste una diffusa metamorfosi dei partiti, irriconoscibili rispetto alle formazioni tradizionali, come erano ai tempi della Dc: oggi, quasi tutti leaderisti (ove nessun peso sembra avere una convinta democrazia interna) populisti, demagogici e talvolta, con l’aggravante di aver usato la circostanza di essere stati maggioranza di governo, per mettere in campo obiettivi di astiosa antipolitica. Questa comune mutazione trova, soprattutto nell’attuale bipolarismo del sistema il suo maggior artefice. Giungendo persino, nell’intento di dare una  maggior protezione del sistema, sempre più chiuso, ad inventarsi meccanismi elettorali che da una parte consentono al leader del partito di scegliersi i rappresentanti più vicini ai suoi obiettivi (i cosiddetti nominati), dall’altra non favorevoli al facile ingresso delle forze politiche di nuova formazione nelle competizioni elettorali, costringendo i nuovi partiti ad alleanze, talvolta ibride, per essere presenti nelle competizioni elettorali (famosa la definizione: porcata, data da uno degli ispiratori di queste disinvolte leggi elettorali).

Il problema si porrà anche nel corso delle prossime elezioni europee, pur non essendoci alcuna parvenza di bipolarismo nella legge elettorale per il rinnovo dei rappresentanti al parlamento dell’Ue. In questo caso c’è da superare l’ostacolo della raccolta delle firme se non si vuole ricorrere alle alleanze di lista o ad altri espedienti. Questo stato di cose, aggiunge alla valutazione del partito da parte di ciascun elettore il rischio di un qualche opportunismo entro obiettivi ridotti e strumentali ad una visione poco lungimirante e più tesa a rappresentanze di bandiera, dissolvendo l’idea di una reale continuità.

C’è poi una parte dell’opinione pubblica che, attraverso i media, accredita la percezione che questa riproposizione politica della Dc vada letta come fenomeno autonomo, che ha trovato il brodo di coltura in un contesto molto favorevole ove fu fondato il partito. Insomma un territorio che non ha mai smesso di continuare a vagheggiare e pensare democristiano. Forse quell’etichettare come “Nuova Dc” il partito che Cuffaro ha presentato in lungo e in largo appena due anni fa con le sue dichiarazioni di voler ricostruire la Dc, non gli ha portato bene. Così egli rischia di essere accomunato come una delle tante versioni cesariste dell’attuale sistema politico, mentre una maggiore collegialità potrebbe portargli vantaggio in termine di maggiore somiglianza con la vecchia Dc. Probabilmente letture un po superficiali, che forse non colgono l’infaticabile lavoro dietro ogni dichiarazione che ne affermi l’ideale continuazione, pur su nuove basi valoriali, in linea con il progredire della società e con i nuovi bisogni, e con gli obiettivi, a breve e lungo periodo, che il contesto storico interno e geopolitico pone tassativamente per la salvaguardia del futuro del pianeta e delle nuove generazioni.

Di certo però non aiutano a comprendere fino a che punto può legittimarsi una lettura nel segno della continuità, la pervicace vocazione, emersa in tutte le tornate elettorali che finora abbiamo potuto contare, a schierarsi a destra, disdegnando le formazioni più centriste, anche se, pur vero, attualmente poco affidabili (eloquenti soprattutto le competizioni elettorali in terra di Sicilia) nell’ambito di un bipolarismo che, come è noto era per la Dc antitetico e distorsivo nella scelta delle rappresentanze politiche, tanto che nella sua esperienza politica cinquantennale aveva campeggiato ininterrottamente il sistema proporzionale, assicurando autentica rappresentanza a tutti i territori della penisola. Un intreccio di comunanze progettuali (spesso dense di obiettivi poco compatibili con la visione di paese di questa Dc) con i partiti del centrodestra, mentre gli organi del partito si prodigavano per affermare nei manifesti programmatici di voler restare identitariamente distinti e distanti dalla destra e dalla sinistra. Scelte che hanno finito per far deragliare dagli iniziali binari con cui si stava cercando di ricostruire il partito.

Ma trovo al contempo singolare che nessuno si chieda come mai né la dirigenza di questa Dc, né il fronte sparso dei popolari non stiano provando a mettere insieme le preziose energie per riaggregare buona parte dei pezzi della galassia dopo l’arbitrario ed illegittimo scioglimento della Dc nel 1994, anche in vista delle prossime importanti elezioni europee. Non c’è invece alcun dubbio, ai sensi dello Statuto, che l’attuale partito, che ebbe Renato Grassi come segretario, va ritenuto il legittimo continuatore della vecchia Dc, non essendoci nessuna sentenza che abbia detto ad oggi il contrario. Certo poco meno potrà affermarsi la continuità di azione politica, stante l’abissale differenza dei contesti storici in cui comparativamente si è operato e oggi si è chiamati ad operare. Spero si finisca con il gioco delle somiglianze, come lo stesso Follini decisamente rileva, augurandomi che insieme si possa contribuire a recuperare, in chiave attuale, tutto il patrimonio di valori, di stile e di metodi che rese per cinquant’anni la Dc il partito più votato.

Il rock beat dei Dik Dik: un mondo migliore è possibile.

“Come un sasso che l’acqua tira giù, Io mi perdo nel blu/ Degli occhi tuoi/ La mia libertà/ Non la voglio più/ Amo il bianco e tu/ Sei candida” . Con queste parole la band rock beat dei Dik Dik nel 1970 apre “Io mi fermo qui”. Anni di speranze, di sogni, di desideri, di riscatto ma anche di permanenza  e di stabilità. Mentre allora movimenti storico-politici sconvolgono l’umanità e i Beatles di Let it Be annunciano lo scioglimento, qualcosa muta, cambia, si evolve tra nostalgia e malinconia. 

I Dik Dik annunciano un romanticismo realistico, vero, autentico ma anche l’esigenza di connessione, di relazione e di costruzione di una “comunità nuova”.  Si riparte da un “non luogo”, dai sotterranei dell’anima per ricongiungersi con l’amore civico, quella solidarietà ritrovata tra i popoli, diremmo oggi con le parole di Papa Francesco quel “tutto è connesso”.  Ma da dove ripartiamo per lo sviluppo umano integrale della persona? “Si, io mi fermo qui/ Qui dove vivi tu/ No, più non cercherò/ Un altro nido ormai”. Non è l’assolutismo umanistico della stasi, della stanchezza popolare che non conosce protesta e rivolta. Al contrario. Fermarsi per pensare, riflettere, programmare, progettare. Nessuno si salva da solo. 

È la connessione riformista comunitaria della ripartenza. È la città della persona per la persona. Non cercare un altro nido ma cercare insieme soluzioni per il progresso comune nell’amicizia civica e nell’amore solidale della ricerca del bene comune.  La carica emotiva del vocalist dei Dik Dik ha ispirato la versione rock di altri gruppi contemporanei, ma la poesia di questo brano resta scolpito nella memoria di chi c’era negli anni ’70 ma anche di coloro che oggi si avvicinano ad un genere rock beat che segna una poetica sonora sempre attuale. Ascoltare il ritmo del brano è comprendere che nel 2023 come allora è in gioco la dignità di noi stessi. La nostra responsabilità civica e sociale allo stesso tempo. “Quel gabbiano che si nasconde in me/ più non volerà in Africa/ Quando sto con te/ Sento dentro me/ Che tu abiti ormai nell’anima”. La riconciliazione con la natura, con l’ambiente, con il Pianeta, è la proposta della persona “nuova”, di un umanesimo integrale che mentre si “ferma” si prepara per il lancio, per il dinamismo, per la ripartenza. 

C’è un fuoco che anima la passione sociale, l’umanesimo dell’impegno, la comunità solidale, quella passione e desiderio di “ri-costuzione” dell’umanesimo sociale. I Dik Dik ci donano una preghiera “rock beat” tra voce soave e armonie alla batteria con richiami progressive dell’epoca, dove il valore romantico dell’amore si intreccia con l’idea che è il tempo del rilancio, della scoperta, della connessione sociale con la persona. La ricerca del bene comune, diventa permanente e dirompente, forma ponti e noi siamo frontiere senza confini, uniti dalla speranza che un mondo migliore è possibile: “Tu sei l’acqua dopo il fuoco / Non ti lascio più”. 

La Voce del Popolo | Somiglianze improbabili. La storia finita della Dc.

Il racconto che di tanto in tanto riaffiora secondo cui Fratelli dItalia, il partito di Giorgia Meloni, starebbe prendendo caratteri democristianiin virtù del suo primato numerico e governativo appare come una delle invenzioni più debosciate del nostro attuale discorso pubblico.

Non c’è nulla di democristiano né nella Meloni né nel suo partito. Cosa sulla quale peraltro si trovano daccordo la gran parte di quanti hanno voluto bene alla Dc e la gran parte di quanti vogliono bene alla premier. Eppure quella ricerca di improbabili somiglianze di tanto in tanto riaffiora, quasi a voler dire che il nostro destino politico evolve sempre per imperscrutabili continuità e mai per innovazioni, buone o cattive che siano.

Sarebbe il caso allora di togliere di mezzo lequivoco una volta per tutte, a beneficio degli uni e degli altri. Prendere atto che la storia democristiana è finita da quel dì e non sarà più ripresa. E che se mai la politica italiana troverà un altro architrave numerico e politico la cosa avverrà in nome di ideali e identità ben diversi da quelli che richiamano il vecchio scudo crociato.

In passato era toccato a Conte e al suo Movimento di vedersi cucita addosso una improbabile maschera democristiana. In futuro potrebbe capitare ad altri. È bene allora mettere tutti in guardia. Sono falsi storici e politici. Non meritati né dai cultori delle memorie né dai fautori delle novità. Lasciamo in pace la storia ed evitiamo di costringere la politica a praticare uninfinita serie di ripetizioni. Tanto più quando nulla, proprio nulla, si sta ripetendo.

Fonte: La Voce del Popolo – 14 settembre 2023.

[Articolo riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Esiste una bussola per i Popolari? Sì, dentro una nuova fase politica.

Quando si parla di coerenza o di lungimiranza o di fedeltà ad una cultura politica – nello specifico alla tradizione e al patrimonio ideale del cattolicesimo popolare e sociale – nessuno pensa di distribuire pagelle o, peggio ancora, di credere di essere il depositario esclusivo e principale di quel pensiero. Certo, non mancano eccezioni al riguardo. Ma chi compie operazioni del genere oltre ad essere semplicemente ridicolo rischia anche di esporsi ad un esercizio macchiettistico. Soprattutto quando questo esercizio viene praticato allinterno di partiti che hanno unaltra ragione sociale o che fanno riferimento ad altre culture politiche.

Ora, non è il caso di soffermarsi al riguardo perché gli esempi sono noti a tutti. Almeno a chi li vuol vedere. Ma, se vogliamo citare quattro soli casi macroscopici, è di tutta evidenza che la tradizione, la cultura e i valori del popolarismo di ispirazione cristiana e la stessa esperienza storica del cattolicesimo sociale italiano non sono facilmente compatibili con la sinistra radicale, massimalista, estremista e libertaria della Schlein; né con il sovranismo clericale della Lega salviniana; né con il populismo anti politico, qualunquista e demagogico dei 5 Stelle e né, infine, con il laicismo liberista e tardo repubblicano dei Calenda di turno.

Certo, non è affatto sufficiente limitarsi alla cosiddetta pars destruensperché, nella vita come nella politica, quella che conta è la cosiddetta pars costruens, ovvero la capacità di indicare una strada, una prospettiva e un progetto credibili perché coerenti con la propria storia e la propria tradizione culturale e valoriale. E, sotto questo versante, non esiste una sola ricetta. Vuoi perché persiste da anni un legittimo e del tutto fisiologico pluralismo delle varie opzioni politiche da parte dei Popolari e vuoi perché, altrettanto legittimamente, non esiste un solo percorso politico in grado di unire i Popolari sotto lo stesso tetto.

Detto questo, però, è indubbio che il momento è propizio, come ricordava su queste colonne Beppe Fioroni in una suggestiva riflessione commentando la candidatura del radicale Cappato nel collegio uninominale di Monza, perfavorire una oggettiva ed indispensabile ricomposizionedellarea popolare nel nostro paese. Del resto, seppur nel rispetto di tutte le opinioni e delle varie scelte politiche, com’è pensabile di poter dispiegare la propria cultura politica in soggetti che perseguono pubblicamente e platealmente un disegno politico distinto, distante se non addirittura alternativo rispetto alla centenaria tradizione del popolarismo italiano? Perché anche le singole, ed umanamente comprensibili, convenienze personali o di gruppo o di corrente hanno un limite che non si può oltrepassare, pena ridicolizzare la propria esperienza e la stessa cultura che virtualmente si pensa di poter rappresentare. Dopodiché, se vogliamo essere realisti e non ipocriti od ingenui, tutti sappiamo che oggi non esistono affatto le condizioni politiche per dar vita ad un partito/movimento identitario ed esclusivo. E tutti i tentativi che in questi ultimi 30 anni sono andati in quella direzione sono miseramente falliti. Perché irrilevanti a livello politico e non pervenuti sul versante elettorale.

Ecco perché, infine, recuperando un profilo che storicamente ha contraddistinto ed accompagnato la miglior esperienza del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese, forse è giunto proprio il momento per rideclinare nellattuale contesto politico italiano, quel progetto riconducibile ad un Centro dinamico, riformista, plurale e di governo che da un lato può dare uno scossone a questo maldestro bipolarismo e, dallaltro, può contribuire a riscoprire un pensieroche in questi ultimi tempi ha proseguito il suo cammino con la sola inerzia. Senza passione, senza convinzione e, purtroppo, anche senza coraggio e determinazione. Detto in altri termini, si può finalmente aprire una nuova fase politica anche per il popolarismo e per una cultura politica che è stata e che resta decisiva per la qualità della nostra democrazia, per la credibilità delle nostre istituzioni e per la stessa efficacia dellazione di governo.

Padre Spadaro lascia dopo 12 anni la direzione di Civiltà Cattolica

[] La Civiltà Cattolica non è un oggetto, cioè non coincide con il suo supporto cartaceo o digitale [] è, infatti, una «visione» del mondo, della cultura, della politica, delle tensioni di questa realtà. È dunque una interpretazione, un modo di vedere le cose, che si esprime nella carta stampata e nel web, ma anche in tutta la comunicazione e nelle relazioni che è in grado di generare in termini di dibattiti social, riflessioni giornalistiche, saggi accademici, reazioni emotive, siano esse polemiche o di sostegno. Essa è generata da una comunità di gesuiti e, dunque, da unesperienza spirituale condivisa.

[] La Civiltà Cattolica è una rivista viva, così come quando è nata nel 1850. Essa la più antica di cultura italiana tuttora attiva – è «più giovane a misura del suo invecchiare», come disse san Giovanni XXIII al direttore dellepoca, p. Roberto Tucci, il 9 febbraio 1963.

Ho iniziato a scrivere sulla rivista nel 1993 30 anni fa con san Giovanni Paolo II; sono stato nominato direttore con Benedetto XVI nel 2011; ho vissuto la mia direzione con Francesco. La Civiltà Cattolica ha attraversato questo tempo come sempre è stato: con fedeltà alla Santa Sede, al Papa, e al mondo di oggi nelle sue istanze più intense e significative. La Chiesa? Oggi «ha bisogno di protestare, chiamare e gridare»[3], ha detto Francesco. La rivista ha protestato, chiamato, gridato. Lo ha fatto con diplomazia, ma anche con parresia. Come sia stato possibile mettere insieme queste due cose è un mistero che solo i lettori possono giudicare nei suoi esiti.

La nostra è una rivista giornalistica e non accademica. È di «opinione», e dunque opinabile. La cosa peggiore che possa capitare a una testata di questo genere è quella di non generare discussione, di lasciare indifferenti. Oggi mi sento grato a tutti voi: sia a coloro che sono stati daccordo col pensiero espresso nelle nostre pagine sia a coloro che lo hanno criticato in maniera seria e intelligente, allargando così il cerchio concentrico della riflessione sui nostri argomenti.

Certamente ho cercato di essere fedele a quel che avevo promesso ai lettori nel mio primo editoriale del 1° ottobre 2011: «Per quanto sarà possibile, non vorremmo semplicemente commentare riflessioni già formulate, ma anche tentare di anticipare le tendenze e prevederne limpatto, mirando a tener desta lattenzione dei lettori»[4]. E abbiamo cercato, come ci è stato possibile, non tanto di prevedere il futuro partendo dalloggi, ma di vedere loggi partendo dal futuro possibile con un pensiero aperto, con inquietudine e con immaginazione, così come ci ha chiesto Francesco.

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[Tratto dal sito web de La Civiltà Cattolica]

L’omicidio di Masha Amini e la denuncia del più grande giocatore dell’Iran.

Garry Knight from London, England Wikimedia
Photos taken at a protest at London's Piccadilly Circus against mandatory hijab in Iran.

La questione non è un affare per sole donne. Un certo Alì ne è una valida testimonianza. Le cose si muovono a volte seguendo un filo di tragica fatalità. Era scritto nel libro della storia che quelluomo fosse una testa calda. Uno di quelli da tener docchio perché non si sa mai… Non invasato, ma certamente un presuntuoso, convinto di essere qualcuno e, peggio ancora, di essere sprezzante verso il potere. Sarà stato perché lhanno chiamato Alì. Un nome teoforico, portatore di deità. Per questo si sarà gasato, aumentando già il trambusto causato dalla inziale contraddizione del suo nome. Per alcuni suona come Illuminato, per altri un Sublime e per altri ancora addirittura un Onnipotente. Comunque la si metta, uno che insomma che crede di essere chissà chi.

Qualche motivo di merito lo ha avuto, anche se poi, da uomo di calcio, è diventato il tallone dAchille del regime in Iran. Per i governanti ha tirato alle parti basse, slealmente, proprio lui il suo eroe! Ora è un allenatore e potrebbe mantenere in forma gli oppositori in modo che possano durare più a lungo nella protesta. Alì Daei è stato il più grande calciatore del suo paese. Nel 1997 con due assist fondamentali, durante la decisiva partita di calcio contro lAustralia, ha consentito allIran di qualificarsi per i mondiali. Per colpa sua la gente, impazzita di gioia, è scesa per strada a festeggiare e, con essa, le donne, addirittura dimenticando il velo in un cassetto.

Dopo qualche mese il fatto si è ripetuto. Nel corso del Mondiale del 1998, con un altro conclusivo passaggio di Alì, lIran batte il nemico giurato, gli Stati Uniti. Nuovo tripudio di donne in mezzo alla strada sempre a volto scoperto. Per una volta i guardiani della morale hanno fatto finta di nulla ma lallarme è scattato. Alì è un attaccante, uno che sa andare al punto con poche esitazioni. È anche un assist man. Chi assiste è capace di aiutare o anche di restare impassibile, indifferente agli eventi. Non è il caso di Alì che esprime il suo sdegno per la morte di Mahsa Amini e altre ragazze e ragazzi torturati e uccisi dal regime. Così facendo ha dato un calcio al suo facile destino di star e forse firmato in calce una sua possibile condanna.

Il potere teme che il calcio di Alì faccia presa incrostandosi nel cuore della gioventù, incoraggiandoli alla rivolta. Dal calcare, alla calca di fermenti rivoluzionari, il passo è breve.

Di conseguenza, un anno fa le autorità iraniane hanno ordinato ad un volo di Mahan Air da Theran a Dubai di invertire la rotta e atterrare sullisola di Kish. A bordo ci sono la moglie ed il figlio di Alì. Siamo malpensanti. È stato un gesto di gentilezza. Perché mirare verso Dubai, pur con tutti i documenti in regola, quando il proprio paese può vantare la bellezza dellisola di Kish? Non è forse quello il luogo ambito dove passano le vacanze i ricchi del paese, i bazaari, i figli del nord di Teheran, dove sono tollerati canti e balli, e dove è zona franca del commercio? Barriere coralline e libertà sono il pregio di quel posto, esentato anche dalle regole di condotta del governo.

Hanno fatto scendere madre e figlio dallaereo. Quello che sta nellaria è impalpabile e inafferrabile e non va bene. In botanica, si definisce aereolorgano di una pianta che si sviluppa al di sopra del terreno, avverso le parti che si trovano sotto terra. Fusti orgogliosi e rami pavoneggianti contro le radici incollate per arginare la terra che frana, vibra e si crepa per gli acuti strilli dei manifestanti. Risulta che circa un anno fa hanno arrestato Alì e non se ne conosce la sorte. A suo tempo, anche un altro AlìMohamed Alìun grande pugile, ha combattuto contro la politica di allora pagando il prezzo delle sue scelte e vincendo sempre come il migliore di tutti. Questa volta il regime ha commesso un imperdonabile fallo da rigore. Stia attento: Alì non è un tipo che ne sbagli lesecuzione.

La sinistra sceglie Cappato, anche per questo i popolari devono tornare uniti.

Ci sono passaggi della vita democratica di una nazione   che spiegano molto più e molto meglio di qualsiasi trattato la “verità” dei processi politici. Abbiamo consumato mesi a discutere del radicalismo proposto dalla nuova dirigenza del Pd. Ci siamo interrogati sulle conseguenze di una scelta che rompe con la fisionomia di un partito votato, in origine, alla ricomposizione delle culture riformatrici del Paese. Siamo stati anche attaccati in ragione del rifiuto di questa mutazione genetica per la quale il cattolicesimo democratico paga un prezzo inaccettabile. Tutto questo si riassume e si chiarisce nella decisione adottata ieri di allineare il Pd all’auto candidatura del radicale Cappato alle suppletive di Monza.Naturalmente non è in discussione le qualità oggettive della persona, perché Cappato, con le sue idee e le sue battaglie, ha dimostrato negli anni di essere una persona coerente, capace di sacrificarsi per l’affermazione di libertà che considera dogmi. Il problema è che una coscienza cristiana, per quanto aperta e fiduciosa nel progresso, fatica ad adeguarsi al dogma di una libertà umana senza più limiti. Cappato questo limiti, da buon radicale, non sente il bisogno di riconoscerli.La sua è una candidatura vincente? No, con il suo carico divisivo può solo ambire al consolidamento di una minoranza, sia pure corposa, che sfida la destra nel segno di un progressismo di marca libertaria. Vedremo quali scenari può aprire, anche in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Andiamo incontro all’inevitabile trasformazione del quadro politico.C’è da chiedersi se Calenda abbia valutato il contraccolpo che determina la vicenda di Monza. È stato il primo a spianare la strada alla candidatura di Cappato, in sostanza mettendo il Pd alle strette. Ora, se il carattere di questa operazione politica obbliga tutti a un supplemento di riflessione, anche tra le fila di Azione può aprirsi un dibattito. In un certo senso potrebbe essere salutare, per fare chiarezza politica. Non credo sia agevole per i “moderati” di quel partito rassegnarsi allo schema applicato in queste suppletive. Un conto è lanciare slogan sulla necessaria convergenza di popolari e liberal-democratici, altro è mortificare il popolarismo con la sua riduzione ad orpello della visione radicale della società e della politica. È una deriva inaccettabile, per questo bisogna recuperare l’autonomia dei popolari. Non è più tempo di divisioni.

Lampedusa, impotenza e contraddizioni della destra di fronte agli sbarchi.

Foto di tivissima da Pixabay
Foto di tivissima da Pixabay

Lampedusa, impotenza e contraddizioni della destra di fronte agli sbarchi.

 

La condizione esplosiva che si registra in queste ore nell’isola porta alla luce la difficoltà del governo ad assumere una posizione credibile in Europa, unica condizione per affrontare l’emergenza.

 

Enrico Borghi

 

 

Sui migranti è iniziata una sfida a destra, con Salvini che attacca e si pone in una posizione competitiva nei confronti di Meloni. La premier è costretta ad ‘abbozzare’ per non rompere il sistema delle relazioni con von der Leyen e gli altri partner europei. Anziché affrontare in maniera organica la questione, al governo si apre una crepa significativa che è destinata ad allargarsi, perché Salvini utilizzerà costantemente il fenomeno dell’immigrazione per mettere sempre più in difficoltà a destra la Meloni.

 

Invece servirebbero, intanto, misure straordinarie perché la vicenda dell’hot spot denota impreparazione e incultura di governo. E poi serve affrontare alla radice la questione migrazione, che va gestita, anziché presumere di risolverla con palliativi. In aula avevamo detto che l’accordo con la Tunisia, che per Meloni sarebbe stato addirittura un modello, non avrebbe funzionato, e i fatti ci stanno dando ragione. Occorre una politica organica sui mali dell’Africa e non cullarsi su ipotetiche e aleatori misure come il piano Mattei di cui non c’è traccia, per altro basato su una presunzione di leadership italiana nel Mediterraneo ancora del tutto da esplorare in termini di riconoscibilità e capacità.

 

Il governo dovrebbe abbandonare la logica del nazionalismo che è alla base di quanto sta accadendo. La chiusura di Francia e Germania è l’allargamento a livello continentale della logica perseguita da Meloni e Salvini di soluzioni nazionali. E a chi polemizza con Parigi e Berlino, va ricordato che quei paesi hanno accolto molti più migranti di quanti ne abbia accolti l’Italia, per cui non servono le crociate contro i nostri partner europei ma una capacità di tessitura politica e diplomatica su un progetto reale e di impronta europeista e non orbaniana.

 

[Nota ripresa dal Notiziario Askanews di ieri]

Natalità, non lasciamo alla destra il tema brandito da Meloni a Budapest.

Foto di Madlen Deutschenbaur da Pixabay
Foto di Madlen Deutschenbaur da Pixabay

L’intervento di stamane del presidente del consiglio Giorgia Meloni al V Vertice demografico di Budapest, al di là della cornice, quello di capi di stato e di governo annoverabili nella destra sovranista internazionale, pone un tema, quello della crisi della natalità, che è centrale per l’avvenire. Infatti, come ha ricordato Papa Francesco agli stati generali della natalità nel maggio scorso, dalla nascita dei figli si misura la speranza di un popolo.

 

Per questo, su un tema così decisivo come quello del contrasto al calo demografico delle società più sviluppate, va respinto sia il tentativo di strumentalizzazione della destra, sia la sottovalutazione del problema che proviene dalla cultura radicale.

 

È un fatto che l’Italia sia in pieno inverno demografico. Il picco negativo si è avuto nel 2022 con appena 393.000 nuovi nati su una popolazione di 60 milioni di abitanti. Lo squilibrio demografico con una popolazione sempre più anziana è preoccupante in sé, ma se si guarda tale fenomeno in relazione ai tassi di natalità del Sud Globale, emerge un secondo grande squilibrio, quello tra la crisi della natalità dei Paesi ricchi e il tasso di natalità troppo alto di quello dei Paesi emergenti. Per rendersene conto  è sufficiente guardare a un Paese vicino all’Italia, come l’Egitto che con una popolazione di 105 milioni, quasi doppia dell’Italia, ha però avuto, nello stesso anno, il 2022, 2.200.000 nascite, più di 5 volte dell’Italia, al punto che in Egitto si sta discutendo, al contrario che in Europa, su come incentivare la popolazione a fare meno figli.

 

Questi opposti squilibri demografici sembrano suggerire che sia nei Paesi ricchi che in quelli emergenti servono economie più eque per superarli. Un giusto sviluppo per i Paesi del Sud Globale e salari più equi per i ceti medio-bassi da noi, che consentano l’acquisto della prima casa alle giovani coppie, e l’esercizio di una paternità e di una maternità responsabile non come un lusso riservato ormai a pochi ma come un diritto da poter esercitare a vantaggio di tutta la società.

 

Sulla natalità serve una visione che vada oltre gli opposti estremismi, una visione di centro e di buon senso, con i fatti. Affrontare il problema demografico non è in antitesi con l’accoglienza di migranti e nel contempo non si può guardare con sospetto, come sembra fare una certa sinistra, a ogni tentativo di invertire l’attuale trend demografico, salvo poi fare certe battaglie per invertire a ogni costo, persino contro dati oggettivi di realtà, le leggi naturali della procreazione.

 

I problemi demografici dell’Occidente sviluppato e quelli dei Paesi emergenti, a prima vista opposti, hanno la stessa radice in comune, una radice che si chiama giustizia sociale. Questione, quella sociale, su cui non servono scontri ideologici, ma concretezza, equilibrio e lungimiranza.

Roma, urge riflettere sul futuro di una città unica al mondo.

Partire da alcuni dati di base (cosa è Roma) e da alcuni scenari attesi (cosa sta succedendo e succederà nel futuro prossimo e oltre) e confrontarsi con esperti, persone di cultura, imprenditori, manager, politici e cittadini per costruire un progetto sul futuro della città considerando peraltro la sua storia incredibile ed unica nel mondo e il suo ruolo attuale di capitale del Paese.

 

Nel saggio “Roma il coraggio di cambiare” (Gangemi 2021) ho provato a fare alcune ipotesi dalle quali partire così come a porre al centro del tema la necessità di avere coraggio, competenze e capacità politica e tecnica. Occorre risvegliare un’opinione pubblica che appare ormai indolente, quasi rassegnata a una prospettiva di declino.

A Per Roma, un’associazione civica presieduta da Marco Ravaglioli insieme con Roberto Corbella (il segretario Generale) e Carlo Cafarotti e a tutti gli amici del Consiglio abbiamo avviato un progetto denominato “Roma 2030-2050 – Per un futuro della città eterna” per contribuire a fare di Roma una comunità innovativa, sostenibile e moderna. Abbiamo già tenuto due seminari con il CNEL, il primo sulla “Legge per Roma Capitale”, il secondo su “La cultura chiave per il futuro”. Ne seguiranno altri sui diritti e la partecipazione, sulla sostenibilità e tecnologie e sulla città attuale verso la città futura. Sono inoltre previsti una raccolta dei progetti e delle proposte per la Roma futura, una serie di incontri da tenersi nelle sedi di aggregazione e dibattito culturale principalmente a cominciare dalle librerie e un programma di sensibilizzazione degli studenti delle scuole medie e dei licei di ciascun territorio lanciando concorsi sulle tematiche della città futura.

 

L’obbiettivo un po’ ambizioso (ma altrimenti è inutile farlo) è quello di portare alle soglie del 2025 ad avere una serie di proposte per realizzare un progetto per la Roma del 2050 da mettere a disposizione della politica e delle istituzioni. È una goccia nell’oceano, è uno stimolo per sensibilizzare chi deve e può a immaginare, insieme a tutti noi cittadini romani, un futuro auspicabile e possibile per le città.

A prescindere dall’Expo e da qualsiasi altro evento internazionale.

 

 

Link accedere al testo integrale pubblicato da Mobility Press (7-IX-2023)

 

https://www.perroma.org/wp-content/uploads/2023/09/Mobility-Press-398-EXPO-30.pdf

Il mio sogno cinese: un ponte tra occidente e oriente.

È nella realtà che prende forma il contenuto della Rivelazione, il che significa catturare, conoscere ed esprimere la presenza di Dio dentro una determinata cultura.

 

Ma se il contenuto della Rivelazione prende forma nella realtà, ciò non appare di per sé esaustivo dal momento che la realtà è qualcosa di più grande. Ad esempio, il dogma cristiano è formulato nei termini greci del IV secolo, e così lo recita ancora oggi tutta la Chiesa. Tuttavia, il significato insito nella realtà di questa formulazione è qualcosa di più grande, e persone legate ad altre culture, come i Cinesi, gli Indiani o gli Africani, possono afferrare significati e ricchezze che non provengono dal mondo occidentale.

 

 

[…] Il punto di riferimento è sempre la Rivelazione. Ora, quella realizzata nel mondo greco non è l’unica inculturarazione possibile. Ci possono essere altre inculturazioni, come nel caso dell’India. Nell’enciclica Fides et Ratio, Giovanni Paolo II ha dedicato un capitolo alla questione del rapporto tra la Rivelazione e le varie culture. Al riguardo, fissa alcuni criteri: “Nessuna cultura può mai diventare il metro di giudizio, tanto meno il criterio ultimo della verità per quanto riguarda la Rivelazione di Dio. Il Vangelo non si oppone a nessuna cultura”. E poi continua:

 

“Al contrario, il messaggio che i credenti trasmettono al mondo e alle varie culture è una vera liberazione da tutti i disordini causati dal peccato ed è, allo stesso tempo, una chiamata alla pienezza della verità. Le culture non sono affatto sminuite da questo incontro; esse, piuttosto, sono spinte ad aprirsi alla novità della verità del Vangelo e a prendere spunto da questa verità per svilupparsi in modi nuovi”.

 

È accaduto in Cina con la vicenda di Matteo Ricci. Fu lui ad intuire che il cristianesimo poteva essere inculturato e quindi espresso nella lingua e nella cultura cinesi, ma la Controversia dei Riti (diatriba teologica che oppose tra XVII e XVIII secolo due scuole di pensiero sul modo di conciliare il cristianesimo con gli usi e i costumi religiosi locali, ndr)  finì per impedire lo sviluppo di questo disegno. Ciò nondimeno, oggi la Chiesa ha arricchito la sua coscienza proprio alla luce dell’inculturazione.

 

[Il messaggio del Vangelo è per tutte le culture, pp. 8-9]

 

Link

https://claretonline.org/product/my-chinese-dream-2

Cooperazione, motore di sviluppo economico e sociale. Intervista a Luca Galletti (UCID).

Presidente Gian Luca Galletti, quanto contano in un contesto sociale, istituzionale e produttivo qual è il mondo del lavoro i temi e le metodiche della cooperazione? Trovo che questi principi possano diventare i cardini per l’ottimizzazione delle risorse umane in funzione del raggiungimento di un risultato condiviso non solo in termini di ‘prodotto’ ma anche come espressione di consapevolezza del concetto di bene comune.

 

Il paradigma cooperativo è stato ampiamente sottovalutato nel corso della storia del Novecento, che si è orientata intorno a prassi di contrapposizione, di scontro. Quando metti l’antagonismo tra classi alla base delle relazioni sociali, ogni progetto di bene comune scade, perché il bene è comune solo riguarda tutti. Siamo figli di questa storia. Oggi però la contrapposizione come metodo delle relazioni industriali è superata: le sfide che abbiamo davanti richiedono cooperazione tra le parti, non antagonismo.

 

Lo scrittore Mario Rigoni Stern affermava che non c’è soddisfazione maggiore di una “cosa ben fatta”. Trovo che l’aspetto motivazionale costituisca una leva formidabile di coinvolgimento consapevole poiché in una impresa dobbiamo prestare attenzione ai fattori oggettivi e a quelli soggettivi, in egual misura. È d’accordo?

 

Charles Peguy parlava di falegnami che costruiscono sedie con lo stesso spirito con cui si costruiscono le cattedrali. Il lavoro ha questa sacralità, qualsiasi lavoro. Il sistema di fabbrica ci ha abituati a pensare il lavoro come movimento esanime, all’operaio-macchina. Oggi il taylorismo è superato. Sempre più la tecnologia sostituisce l’uomo nella componente macchinale del lavoro. L’imprenditore ha bisogno di dipendenti che credono in quello che fanno e chi lavora ha bisogno di imprenditori che riconoscano il proprio valore: motivazione e produttività vanno insieme.

 

Viviamo in un mondo di interessi, ma l’aspetto computazionale non deve necessariamente sacrificare il dato umano. Numeri e idee possono coesistere in un progetto di condivisione e cooperazione?

 

Quando i portatori di interessi economici dimenticano il dato umano la società va in crisi. Giuseppe De Rita, in una pubblicazione sul Meridione italiano, “Il lungo Mezzogiorno”, sottolinea come sul lungo termine sia sempre il sociale a sostenere l’economia. Non il contrario. Perché i legami sociali funzionano innanzitutto su logiche cooperative.

 

Si impone a mio avviso la necessità di mutuare alcuni valori in uso nella prassi scolastica: educazione alla convivenza, socializzazione, promozione del senso civico, rispetto della dignità della persona, valorizzazione delle competenze. Possiamo pensare ad un transfert nelle aziende al fine di migliorare le relazioni industriali, in un’ottica di alleanza strategica tra capitale e lavoro, produttività e compartecipazione emotiva?

 

Senza dubbio l’alleanza tra capitale e lavoro è la grande sfida della dottrina sociale. In questo senso, la proposta di legge sulla partecipazione dei lavoratori in azienda, promossa dalla Cisl, ci trova concordi. L’idea è di prevedere incentivi al coinvolgimento dei lavoratori nella gestione dell’azienda, nella sua organizzazione, fino ad arrivare quando ci sono le condizioni anche ad una partecipazione all’azionariato, all’espressione di propri rappresentanti in consiglio di amministrazione. Una revisione radicale dei paradigmi delle relazioni industriali, che a quel punto non potrebbero che orientarsi verso forme di collaborazione e corresponsabilità tra azienda e sindacato. Certo, è un percorso. Più che un trasferimento delle prassi scolastiche, immagino un’ispirazione della migliore pedagogia per ripensare i ruoli tra le parti sociali.

 

Si va delineando una lunga deriva in cui la digitalizzazione avrà una valenza ubiquitaria ma anche una connotazione pervasiva: trovo che una delle conseguenze negative consista nella progressiva disintermediazione sociale. A partire dal dopoguerra, in epoca di ricostruzione del tessuto economico e sociale del paese i corpi intermedi dello Stato, delle istituzioni e del sistema produttivo, esercitavano una funzione di mediazione e collegamento tra apparati complessi e singolo cittadino.

 

È così. La digitalizzazione rischia di acuire le tendenze che isolano il singolo, che lo riducono a molecola invisibile di fronte ad apparati de facto legibus soluti. Pensiamo alle grandi realtà sovrannazionali della tecnologia, all’impersonalità dei loro algoritmi ai quali oggi sono demandate anche le scelte sulle assunzioni e sui licenziamenti. La tecnologia però può costituire anche un’occasione per mettere al centro la rappresentanza: da una parte per l’evidente necessità di governare i fenomeni, dall’altra perché tende a creare occupazione a livelli elevati della catena del valore e quindi spinge verso l’alto il ruolo della persona nel processo produttivo. Ovviamente, va governato il rischio di ricadute occupazionali. In questa prospettiva, i corpi intermedi – rappresentanti sindacali e datoriali – hanno ampi margini per svolgere un ruolo e di farlo a partire dai territori.

 

In che misura va considerata la dimensione relazionale, in una realtà di vita e di lavoro in cui paradossalmente da un lato crescono l’innovazione tecnologica e gli strumenti di comunicazione, mentre specularmente emerge un dato allarmante, più volte considerato nei più recenti Rapporti del CENSIS: quello di una società rancorosa, fatta da monadi isolate, di ‘mucillagine’ o ‘poltiglia di massa’, intesa come complessità, liquidità e ibridazione (per usare un’espressione di Giuseppe De Rita), solipsistica, acefala? Presidente Galletti, siamo un Paese che cresce (forse), ma senza sviluppo?

 

Lo sviluppo è un fatto di comunità, più si allentano i legami, meno la crescita si trasforma in vero sviluppo sociale. Il Censis ci mette in guardia. Scorgere questa complessità ibrida e indefinita fa parte del periodo di transizione. Dobbiamo decidere che forma vogliamo raggiungere, chi vogliamo essere, in un momento di forte cambiamento. E quindi chiederci: come promuovere la dimensione relazionale? Dal punto di vista dell’impresa, credo che il rinnovamento delle relazioni iniziare dal paradigma partecipativo.

 

Oltre la contingenza epocale del momento sembra che la crisi italiana sia forse più sociale che economica: la gente è spaventata da un futuro incerto e senza prospettive. In che misura partendo dal mondo del lavoro l’impresa che assume in sé i connotati della cooperazione e della condivisione può diventare cantiere per un nuovo progetto collettivo?

 

La divisione del lavoro nasce per rispondere efficacemente ai problemi della collettività. Dobbiamo tornare qui. Oggi l’impresa può diventare erogatrice di beni e di servizi di welfare, a sostegno della persona e della sua famiglia. Penso agli asili nido aziendali, all’assicurazione sanitaria, alle misure di bilanciamento tra vita e lavoro. Nel conciliare vita professionale e familiare, in un tempo in cui cerchiamo la parità tra i generi, l’impresa può avere un ruolo importante. Ancor di più, credo che l’impresa possa divenire – e in parte sia già – uno dei luoghi di ricostruzione di un senso condiviso. Da presidente di una banca cooperativa mi chiedo: dietro il lavoro di ogni giorno i miei colleghi ed io vediamo davvero il ruolo sociale del credito? Vediamo davvero le famiglie che acquistano casa, le imprese che creano occupazione, le persone che fanno nascere nuovi progetti? Se sappiamo vedere questa dimensione di senso, il lavoro si illumina.

 

Transizione ecologica e digitale, metaverso, intelligenza artificiale, cloud computing, algoritmi, robot: sono alcuni dei termini con cui ci si avvia ad elaborare una strategia di crescita sociale ed economica. Con quali risultati attesi? Con quale considerazione del fattore umano? Ci aspetta un destino non scritto o il risultato di uno sforzo di volontà?

 

Siamo davanti a quelle che potremmo definire singolarità della storia: dalle scelte che facciamo possono dipendere conseguenze molto grandi. Per la prima volta ci è posta la sfida di rendere i nostri modi di vivere e di produrre compatibili con l’ecosistema. Nelle precedenti rivoluzioni industriali ci siamo occupati solo di rendere i nostri modi di produzione più efficienti. Al contempo, è la prima volta che dobbiamo gestire automatismi inanimati a cui abbiamo conferito la possibilità di scegliere al posto nostro. Per Luciano Floridi, tra i massimi esperti al mondo in materia di intelligenza artificiale, le due sfide sono interconnesse e la tecnologia può favorire la transizione ecologica. Prima di tutto però la sfida è culturale.

 

 

 

 

Chi è Gian Luca Galletti

Commercialista, già deputato, sottosegretario al Ministero dell’Istruzione e Ministro dell’Ambiente nei Governi Renzi e Gentiloni, Gian Luca Galletti è oggi presidente di Emilbanca ed è al secondo mandato alla presidenza di Ucid, Unione cristiana imprenditori e dirigenti.

Tour di Delrio, il tentativo di trattenere i cattolici nel Pd.

Abbiamo appreso con stupore, ma con grande rispetto, che il simpatico Delrio farà nelle prossime settimane un tour in tutto il paese per parlare con la periferia del Pd e in particolare con i cattoliciper invitarli a continuare a restare nel partito che, dice sempre il Nostro, “è lunico partito in grado di interpretare le attese dei riformisti.

Ora, su un punto dobbiamo essere onesti. E lo dico senza alcuna polemica politica o, men che meno, personale. Ovvero, Delrio è un politico coraggioso e ama, almeno in questa stagione politica, andare controcorrente e contro vento. E questo per la semplice ragione che andare in giro per lItalia a convincere i cattolici ad aderire ad un partito come il Pd, con un profilo politico e culturale – con la guida Schlein – chiaramente e coerentemente massimalista, estremista, libertario e radicale ci vuole francamente un grande coraggio e una grande volontà.

Certo, tutti sappiamo poi in cosa consistono questi incontri: confrontarsi con la propria corrente in alcune grandi città. Dove lincontro è con tutti quelli che già fanno parte del Pd e che non se ne andrebbero neanche con le cannonate. Ma, al di là di questo dettaglio, è indubbio che la volontà e lottimismo di Delrio vanno apprezzati e comunque non sottovalutati. A conferma che la passione politica e la volontà di dare sempre un respiro culturale ed ideale allazione politica contribuisce al rinnovamento stesso della politica e anche alla credibilità della sua classe dirigente.

Resta un però, come si suol dire. E cioè, com’è possibile rendere compatibile – anche in un partito plurale e composito comera un tempo il Pd – una corrente cosiddetta cattolicacon un soggetto politico che, francamente, è alternativo rispetto a quei valori, a quella cultura, a quei principi e a quella tradizione politica? E, ancora, com’è possibile rendere compatibile una corrente cosiddetta cattolicacon un partito che persegue un progetto politico che individua nel populismo demagogico, qualunquista e anti politico dei 5 Stelle linterlocutore privilegiato e principale per costruire una visione di società e una prospettiva di governo? E, in ultimo, com’è possibile rendere compatibile una corrente cosiddetta cattolicacon chi fa della prassi e della cultura libertaria lasset culturale e valoriale decisivo per orientare le scelte e le proposte dellintero partito nel campo dove sono in discussione i valori di fondo della nostra società?

Ecco perché, senza ergersi a giudici di nessuno, senza distribuire pagelle di coerenza a chicchessia – come fa ogni giorno il prode Calenda – e senza alimentare polemiche sterili e moralistiche, è abbastanza evidente che si tratta di unimpresa, quella di Delrio, utile più per giustificare la propria presenza negli organigrammi del partito e nelle sedi istituzionali sempre per conto del partito che non per rilanciare lesperienza, la cultura, la tradizione, i valori e il patrimonio del cattolicesimo popolare, sociale e democratico del nostro paese.

Comunque sia, saranno incontri importanti ma del tutto autoreferenziali perché la missionculturale, il progetto politico e la stessa visione della società incarnati oggi dal Pd della Schlein, che ha vinto legittimamente le primarie di quel partito, sono semplicemente alternativi rispetto a tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile alla tradizione del popolarismo. Lo ricordiamo sottovoce anche al simpatico Delrio.

La regina Cleopatra ovvero Giorgia Meloni nella solitudine del potere

Finalmente la regina si è decisa a convocare la ciurma per un aggiornamento della rotta. Lo fa ovviamente a porte chiuse, perché quello che deve dire va tra il piacevole e il deciso spiacevole. Blandisce la ciurma, specie i rematori che se non motivati a dovere alzano il remo nello scalmo e addio navigazione. Cesare l’aveva avvertita, i rematori e i loro battitori del tempo di voga (capovoga o celeuste per gli eruditi) sono da tenere in massima considerazione perché i soli che ti consentono di navigare felicemente verso il porto sicuro. Blandisce gli ufficiali che i rematori debbono spronare e controllare. Blandisce anche i sostenitori rimasti sulla riva (i non prudenti non imbarcati) convincendoli tutti che si tratta di una squadra. Agli ufficiali che si erano azzardati con un lieve..”forse si dovrebbe..” è bastato un sopracciglio alzato e l’indicazione del punto del mare, lì dove barracuda e pescecani aspettano la loro paga, per ridurre, in un attimo, al silenzio.

 

Ma “la squadra” è lei e non sono gli altri. Gli altri stanno fuori con il ruolo di comprimari, al centro c’è solo lei, unica a governare il bastimento. È il capitano, è salita sulla nave per fare questo, ma da sola non andrà lontano. Lo sanno quelli che si sono zittiti masticando pazienza e fiele, e quelli che sono stati blanditi, perché sotto sotto sanno che c’è poca acqua per navigare, i remi qualche volta toccano un banco di sabbia..

 

Quello che resta fuori sono le riparazioni del fasciame e il cambio, pure questo auspicato tanto, di qualche ufficiale in plancia, lì dove le inesperienze si vedono tutte. Passi per i primi ufficiali di coperta, e pure per il primo ufficiale di macchina, ma per i tracciatori della rotta e per il cambusiere qualche riserva la ciurma, silente ma attenta, l’ha espressa dopo questi mesi di navigazione. Solo che Cleopatra non vuole deludere Cesare, che parte di quei ufficiali lì ha indicati e pure per non sfigurare ai suoi occhi nel non saperli comandare a dovere.

 

Quelli che stanno a riva e osservano la nave in rada con l’ancora tirata giù, guardano alla Luna e calcolano l’arrivo dell’alta marea che consentirà alla nave di riprendere il largo, e sornioni, contano pure al calendario le altre maree in arrivo. Bassa la nave si ferma, troppa chiglia per navigare; alta la nave riparte e il fasciame ormai logoro soffre la salsedine. Niente navigazione in alto mare e correnti amiche per ora.

Iran, donna condannata a morte per aver preso a calci un paramilitare

Foto di Shima Abedinzade da Pixabay
Foto di Shima Abedinzade da Pixabay

Le brutte notizie conoscono lulteriore sfregio di cadere fatalmente nelloblio. Si sa che in Provincia c’è notoriamente poca autonomia, comanda da sempre un rappresentante del potere centrale. C’è chi la chiama scherzosamente Provingia”  per sottolineare un accento da retroterra.

Siamo a Natale 2022. A Pakdasht, provincia di Teheran, è stata inflitta la pena di morte a Fahimeh Karimi,  una donna che ha preso a calci un paramilitare governativo Basiji. Qualcosa che contraddice la fonte del suo nome che la descrive come persona intelligente e brillante. È avvenuto in occasione della protesta contro il regime per la brutale repressione contro le donne dopo le proteste per luccisione di Masha Amini colpevole di non aver indossato perfettamente il velo. Paramilitare ci dice che è affine al potere, gli è da presso ma non lo incarna in prima persona. Forse per questo Fahimeh, poco considerandolo, lo ha preso a calci e non ha usato lesperienza delle sue mani.

Da allenatrice di Volley avrebbe potuto fare di meglio. Il potere comunque ha temuto di subire il colpo in virtù di una sua lezione di schiacciata, che alzasse in alto la palla, facendo volare in cielo la speranza per poi farla cadere veloce in campo avversario, facendo il punto della vittoria finale con una decisa smanacciata di quelle buone. È accusata del reato di moharebh, cioè di guerra contro Dio. anche se non risulta ufficialmente che Dio si sia mosso da dove risiede per ingaggiare uno scontro per punirla. È unallenatrice: potrebbe insegnare ad altre come si agisce. Meglio non correre rischi e farla subito fuori. Se pensava di fare una rivoluzione, hanno deciso come le si rivolgerà contro.

Sarà perché Teheran si porta appresso la frustrazione di essere a sua volta provincia, sempre in ombra rispetto alla più antica e blasonata città di Ray. È sempre stata seconda a questultima, tant’è che la intendono anche come un incastro di fondo o profondità”, insomma, almeno ai primordi, non più di un villaggio a ridosso della bella Ray. Altri, sviando la frustrazione delle origini, indicano come sia piuttosto la città di coloro che cacciano e sparano. Riassumendo: unanima selvaggia. Su questo, vista la storia recente, non sembra si possano sollevare dubbi eccessivi.

Ogni potere ha il naso lungo e sa scavare negli archivi del passato per scovare i nemici. Il Volley da principio si chiamava Mintonette, un gioco dal sapore tutto lezioso e femminile, praticato in Francia da nobili e dame. In apparenza nulla di pericoloso. Alla fine dell800 fu ribattezzato con il nome di Faustball cioè “pallapugno. Qui già le avvisaglie di un pericolo incombente. In seguito divenne Volleyball, Pallasparata. Il regime, a tanta evidenza, non ha potuto chiudere gli occhi e far finta di nulla. È sui media di questi giorni una foto di Fahimeh. Ritrae un volto intenso, con sguardo e inclinazione simili alla Madonna della Pietà di Michelangelo mentre stringe il Figlio morto. Fahimeh, tutto presagendo, guarda, consapevole, a ciò che sarà di lei. A Teheran, vista la situazione, temono colpi di mano. Sarà per questo che mozzano i cuori di chi respira.

In questi giorni, invece, lappello del padre di Masha Amini che, malgrado i divieti, ha annunciato che celebrerà religiosamente lanniversario della morte di sua figlia. La giornalista Nazila Maroufian sta andando assai meglio. Dal carcere di Evin dove è rinchiusa, attraverso un messaggio registrato, fa sapere di essere stata solo violentata dai suoi carcerieri. Non potendo decidere lastinenza dal sesso, ha deciso di fare lo sciopero della fame. Sta andando meglio al regista Saeed Roustayi condannato a sei mesi di carcere per aver presentato a Cannes un suo film senza la preventiva autorizzazione del regime. Per cinque anni dovrà seguire un corso di cinema approvato dalle autorità, una sorta di rieducazionealla materia. Si accantona ciò che è ormai una partita chiusa. Se da una ferita esce ancora sangue si può temporaneamente, per ribrezzo, distogliere lo sguardo ma non dimenticare. Il solo medicamento è la nostra attenzione.

Il partito repubblicano di Calenda non ha molto da dire ai popolari  

Giorgio Merlo

Dunque, diciamocelo francamente e senza alcun pregiudizio. Leggere le interviste di Calenda è divertente, molto divertente. Per un motivo di fondo. E cioè, un esponente politico di cui ormai non si contano più i cambiamenti di posizione, le giravolte, le piroette e le smentite quotidiane di ciò che ha detto sino al giorno prima, si erge continuamente ad una sorta di tribunale della coerenza sui comportamenti politici altrui.

Adesso, almeno così pare, vorrebbe costruire un nuovo partito dove si rappresenta una sintesi operosa e feconda tra i liberali, i repubblicani e i popolari. Insomma, una maionese impazzita guidata da un capo politico – perchè Azione, come tutti sanno, era e resta un partito personale– che non fa mistero del suo laicismo, della sua persin plateale lontananza da qualsiasi riferimento al cattolicesimo popolare, sociale e democratico e da tutto ciò che sa di Centro, di politica di centroe di riformismo plurale.

Ora, di fronte a questa concreta situazione, noi assistiamo e leggiamo giudizi politici e personali nei confronti di altri leader da parte di Calenda attorno ai quali, francamente, è difficile persino replicare. Oltre a continuare a ridicolizzare vari esponenti per il loro passato politico e per la loro provenienza culturale, e non si sa in base a quali criteri oggettivi si prende questa licenza, è indubbio che tra Calenda e un riformismo dolce, e una politica di centroe un approccio moderato e una rappresentanza degli interessi popolari e del ceto medio impoverito, c’è una distanza siderale per non dire quasi antropologica. E di fronte ad un quadro del genere il simpatico Calenda non rinuncia, del tutto legittimamente, a scagliarsi contro tutto e contro tutti coloro che interpretano e si fanno carico di elaborare un progetto politico e di costruire una iniziativa politica di cui lui, francamente, vorrebbe farsi paladino e portavoce ma che, altrettanto francamente, non ha la sensibilità ideale e la cultura politica specifici per poterli rappresentare.

Ecco perchè, e senza alcuna polemica politica e tantomeno di carattere personale – diversamente da come si atteggia e si comporta Calenda – forse è giunto il momento per dire con chiarezza almeno due cose.

In primo luogo tutto ciò che è seppur lontanamente riconducibile al Centro e a ciò che rappresenta storicamente, culturalmente e politicamente nel nostro paese, non può essere interpretato e sostenuto da chi vuole rifare, in miniatura e con una versione aggiornata e rivista, una sorta di neo Partito Repubblicano con annessoPartito Liberale. E cioè, uno zoccolo duro liberista, laicista e tendenzialmente elitario nella cittadella politica italiana.

In secondo luogo nel partito di Calenda il ruolo dei Popolari, dei cattolici democratici e sociali è semplicemente fuori luogo e fuori campo. E cioè, avendo il partito di Calenda unaltra missione unaltra ragione sociale, è del tutto evidente e persino naturale che persegua altri obiettivi politici, culturali e programmatici rispetto a quelli sostenuti dalla cultura del cattolicesimo popolare e sociale italiano.

Infine, un consiglio non richiesto. Se Calenda si astiene, almeno una volta alla settimana, dal rilasciare giudizi sprezzanti e volgari su esponenti politici che non sono compatibili e allineati con la sua storia politica, culturale e professionale, forse contribuisce indirettamente anche a rilanciare la credibilità della politica e la qualità della sua classe dirigente.

Undurraga rende omaggio a nome della Dc cilena alla figura di Allende.

Foto di jorono da Pixabay

Santiago ha reso onore ad Allende. La giornata dedicata alla memoria del golpe del 1973 ha visto dal mattino presto di ieri larrivo di numerose personalità al Palazzo della Moneda, residenza ufficiale del Presidente della repubblica. Gli ospiti, ricevuti secondo protocollo dal cancelliere Alberto van Klaveren nel portico O’Higgins, hanno epoca te fatto poi colazione con il Presidente Gabriel Boric nella sala Montt Varas. Intanto, da Madrid, il premier Pedro Sánchezfaceva sapere che il suo governo ritirerà la Gran Croce al Merito Militare che Francisco Franco aveva concesso al dittatore Augusto Pinochet.

Quando nel pomeriggio sono iniziate le commemorazioni ufficiali – non senza qualche tensione – con gli interventi dei vari rappresentanti di partito, il deputato della Dc Alberto Undurraga non si è voluto sottrarre a un primo giudizio autocritico: Ho detto che stiamo parlando di luci e ombre. Tra le ombre, c’è l’atteggiamento ufficiale della Democrazia cristiana che, nellora del colpo di stato e nei primi mesi successivi, fu di acquiscienza. Il presidente Aylwin avrebbe anche riconosciuto che la cosiddetta «dichiarazione dei tredici» – firmata da tredici generali e ammiragli per annunciare lazione militare contro il governo Allende, ndrera stata corretta.

Diverso è il giudizio odierno del partito. È questa Democrazia cristiana, con luci e ombre, che oggi rende omaggio al presidente Allende. Un uomo – ha sottolineato Undurraga – che ha lasciato un segno perché al Cile e al mondo intero ricorda che le sue idee, ovvero le idee socialiste, potevano legittimamente esercitare il potere nel quadro della democrazia cilena. Allepoca fu un pioniere e per questo, non solo da destra ma anche tra i suoi, fu contrastato“.

Undurraga ha quindi aggiunto: Nel tempo, lidea [di Allende] è andata maturando e in Cile ha preso forma l‘alleanza tra socialisti e democratici cristiani affinché, insieme ad altri, fossero assicurati i migliori governi possibili – attraverso la Concertación e quindi la Nuova Maggioranza. Dunque, a 50 anni dal golpe, siamo qui a rendere omaggio al Presidente costituzionale Salvador Allende. I colpi di stato sono sempre evitabili. E il miglior omaggio che possiamo tributare al Presidente non è solo quello di evidenziare la sua figura, ma di impegnarci nel futuro con lo spirito di chi si batte per la democrazia, i diritti umani e la non violenza nella lotta politica. Se tutto questo fosse prevalso 50 anni fa, non ci sarebbe stato il colpo di stato. Dipende solo da noi che ciò non accada mai più“.

Una risposta forte a modifiche costituzionali che sanno di eversione


Le analisi sulle difficoltà economiche e sulle incertezze politiche mancano di seri approfondimenti. Si rimane in

Non ci sono le comunità organizzate, le associazioni,le organizzazioni sindacali, le rappresentanze di categorie, tutte assorbite nel sistema che li garantisce, ma li priva degli strumenti per tutelare i loro rappresentati. Non ci sono i Partiti che sono stati alimento della politica e della partecipazione. Dopo tanti anni di sospensione della democrazia, iniziata con la riforma elettorale del 1994, si sta andando verso il superamento della Costituzione del 1948. Le grandi motivazioni ideali e morali,che sono le fondamenta della nostra repubblica sono eliminatenel disegno della maggioranza di governo.

I sacrifici di un popolo e di tanti militanti che hanno costruito un Paese nella democrazia e nella libertà sono considerati passato. Il nuovoa cui si tende è una nuova forma di Stato e di governo. Si entrerebbe ora nella seconda repubblica e non nel 1994, quando si cercodi introdurre surrettiziamente un presidenzialismo finto, attraverso una legge di riforma elettorale. Lidea è quella di procedere alla elezione diretta del premiercon i poteri di nomina e di revoca dei ministri e di sciogliere il Parlamento (si scioglie anche se dale dimissioni). I poteri del presidente della repubblica rimarrebbero solo di rappresentanza.

Non più una Repubblica Parlamentare ma un presidenzialismo monarchico. Una democrazia dei laeder, una vaste aree di extraterritorialità dove poteri senza controllo operano e decidono. Siamo alleversione. Negli anni con i colleghi avevamo proposto il sistema tedesco del cancellierato con la sfiducia costruttiva. Bisogna prevedere una riforma per i comuni e le regioni. Se un sindaco e un presidente non va o si dimette, perché sciogliere le assemblee elette che possono trovare al loro interno le soluzioni ?

Mai un padrone del Parlamento, ma un Parlamento libero per un Paese libero. Le riformein cantiere non delineano nemmeno un presidenzialismo. Negli USA il Congresso ha un ruolo fondamentale e la sua vita non dipende dalla volontà del presidente. Completa il quadro dello smantellamento dello Stato lautonomia differenziata. In tutto questo il mondo della cultura tace. Sono silenti gli intellettuali, i moralisti di professione, i cattedratici: realtà comunitarie sterilizzate. Non vedo alcuna reazione, un sussulto di amore per il proprio Paese.

Ecco perché filoni di pensiero oggi nascosti debbono uscire allo scoperto. I cristiani democratici potranno dare il loro forte contributo senza svendere un giacimento di valori per rispetto di milioni di persone che hanno creduto e combattuto con fede. La fedenon può essere svenduta per qualche beneficio illusorio. La dignità, la coerenza sono il vero bene che resistono e lasciano il segno.

[Il testo è tratto dal profilo Fb dellautore]

Il polpettone di Piketty e Cagé per capire storicamente il conflitto politico

Al di là del suo interesse storico, il libro porta un nuovo sguardo sulle crisi del presente e sul loro possibile esito. La tripartizione della vita politica derivante dalle elezioni del 2022, da un lato con un blocco centrale che raggruppa un elettorato socialmente molto più favorito della media – e che riunisce secondo le fonti qui raccolte il voto più borghese di tutta la storia della Francia -, e dall’altro con classi popolari urbane e rurali divise tra gli altri due blocchi, può essere adeguatamente analizzato solo facendo il necessario passo indietro nella storia.

In particolare, è solo risalendo alla fine del 19° secolo e all’inizio del 20° secolo, in un’epoca in cui si osservavano forme simili di tripartizione prima che la bipolarizzazione vincesse per la maggior parte del secolo scorso, si possono capire le tensioni all’opera oggi. La tripartizione è sempre stata instabile mentre è stata la bipartizione che ha permesso il progresso economico e sociale.

Confrontare attentamente le diverse configurazioni consente di considerare meglio diverse traiettorie di possibili evoluzioni per i decenni a venire. Impresa di un’ambizione unica che apre nuove prospettive per uscire dalla crisi attuale. Tutti i dati raccolti a livello dei circa 36.000 comuni della Francia sono disponibili online ad accesso libero sul sito https://www.unehistoireduconflitpolitique.fr che comprende centinaia di mappe, grafici e tabelle interattive a cui il lettore potrà fare riferimento per approfondire le proprie analisi e ipotesi.

Il testo costituisce la presentazione delleditore sulle diverse piattaforme social.

Chi sono gli autori

Julia Cagé è professoressa a Sciences Po Paris e vincitrice del Premio per il miglior giovane economista (2023). Thomas Piketty è direttore di studi all’Ecole des hautes études en sciences sociales e professore all’École d’économie de Paris. In questa occasione firmano il loro primo libro in comune.

Il Salvini di lotta incrocia a Bari i Decaro ed Emiliano di governo.

Non dimentichiamo che fanno la gioia degli studiosi i  discorsi di Moro alla Fiera del Levante. Intrisi di pensiero, condensavano le ragioni del meridionalismo democratico e davano conto dei progressi del Paese. Oggi nessuno pretende che Salvini abbia gli strumenti per stare allaltezza della lezione morotea. Fa quel che può, senza risparmiarsi.

Ed ecco che a Bari, proprio nella cornice della Fiera, lo statista del Papete è riuscito a superarsiin negativo. Il suo sforzo è stato quello di parlare bene di se stesso, nemmeno del governo. Ha fatto il primo attore con laiuto di Emiliano e Decaro, i dioscuri della sinistra pugliese di governo e di governo(lasciamo perdere la lotta!). Tutti insieme, appassionatamente, per una cerimonia che doveva prestarsi alla comune impresa di fare il vuoto attorno a un altro ministro, per altro assente: Raffaele Fitto, notoriamente colpevole di mirare al ruolo che ricopre Gentiloni in Europa e di pompare consenso, nella regione di cui fu giovane Presidente, con le armi del suoPnrr.

Uno spettacolo avvincente. Ora, nessuno ha spiegato a Elly Schlein che a Bari il suo partito radicale fa da scendiletto, quando serve, alla posizione radicale della destra e che i dioscuri pugliesi applicano così quel radicalismo dolce, fatto di dolci abbracci con Salvini, che Prodi ha scodellato per gli affamati di vera alternativa di governo. Poi ci si lamenta che la Segretaria voglia fare piazza pulita soprattutto nella periferia del partito, avendo la premura al Nazareno di parlare a nome della sinistra che soffrequando altrove, stando ai fatti, si materializza la sinistra che soffre.

Non importa che a sovrastare lo spettacolo della Fiera abbia provveduto il fantasma della signora Le Pen, invitata platealmente da Salvini, nelle stesse ore, allimminente raduno della Lega. Il sovranismo tesse le trame a Bari e scalda i cuori a Pontida. Ebbene, Emiliano e Decaro hanno fatto finta di non sapere e di non capire: nessun commento, nemmeno per sbaglio, ma solo strizzatine docchio allinsegna della responsabile collaborazione istituzionale. Lo stile non è acqua. Le cronache registrano, allopposto, che intristito in generale per il lessico salviniano il Rettore dellUniversità, Stefano Bronzini, abbia abbandonato anzitempo il padiglione centrale della Fiera. A Bari, daltronde, è iniziato il dopo Decaro. Per parte sua il sindaco rivendica grandi meriti, essendo lui, in giro per lItalia, il banditore della “école barisienneallo sviluppo sostenibile. Tuttavia, nello stesso centrosinistra gli rimproverano loblio di cose importanti, come la definizione del Piano regolatore della città.  

Dunque, un uomo di lettere sindigna e se ne va, mentre un uomo del fare, con la fascia tricolore, non saduggia e non si scansa, ma concelebra il connubio virtuale di populismo e sovranismo. Chi ha ragione, il Sindaco o il Rettore?

Ricordi e pensieri sul golpe di Pinochet del 1973

Quaranta anni fa, durante le proteste contro il regime di Pinochet nel decennale del golpe dell11 settembre, andai in Cile armato di penna, quaderno e di spirito davventura. Ero solo e in tasca avevo il telefono dei dimafonisti de Il Popolo per il quale scrissi qualche corrispondenza. Il Paese era in fermento ed io con i miei giri, gli incontri e le interviste dovevo capirne le ragioni. Non era facile perché per comprendere il senso profondo della protesta bisognava liberarsi della narrazione che fin lì era stata fatta (almeno in Italia) del pueblo unido jamas serà vencidoche ogni anno risuonava con grande eco mediatico alle feste de LUnità e nei tanti raduni e incontri della sinistra. Lo slogan (tratto da una canzone degli Intillimani), ammetto, aveva una sua carica di suggestione, ma una volta entrato nellinverno cileno compresi che quellespressione non corrispondeva alla realtà. Era semplicemente ideologica.

Il Cile a differenza di tanti altri Paesi del continente sudamericano, aveva una realtà sociale nella quale il ceto medio era stato ed era decisivo con la sua sponda politica nella Democrazia Cristiana. È vero che da lontano le differenze nella protesta generalizzata si vedevano poco, ma da vicino, parlando con i protagonisti politici e sindacali,le differenze emergevano con chiarezza a partire proprio dai ricordi del golpe militare di dieci anni prima.

Allende era salito al potere sì con il voto popolare, ma anche con il beneplacito della Dc che, convinta dalla tenuta democratica del sistema, temeva conseguenze peggiori. Fu uno sbaglio? Forse no, anche perché la classi medie erano abbastanza aperte verso la novità. Le cose però andarono diversamente e Unidad Popular (la coalizione di governo) si spinse molto in avanti fino ad impattare con lo sciopero dei camionisti che di fatto bloccò il Paese esasperando la popolazione. Mancavano i beni essenziali, i mercati erano deserti. In questa situazione estrema, mi raccontò il cardinale primate Raul Silva Enriquez che incontrai nella sua semplice casa, Allende lo andò a trovare, ma non volle accettare il consiglio di fare un passo indietro e di trattare con la Dc e gli altri partiti. Così scelse la via più tragica per sé e per il suo popolo. E fu il golpe crudele e repressivo di cui tutti siamo stati lontani spettatori.

Avvenimenti di un altro secolo è vero, ma con un nucleo di verità che ancora oggi, in tante situazioni neppure paragonabili, possiamo però leggere politicamente. La vicenda cilena insegna che nelle società complesse con dinamiche di ceti diversi la polarizzazione dello scontro politico non paga. Non avere compreso limportanza del centro sociale ha avuto tragiche conseguenze.

Certo, non si possono fare paragoni con la nostra situazione; è vero. Ma levocazione di quei fatti lontani però ci fa capire quanto sia importante che la politica non si lasci prendere dallideologia e mantenga sempre vivo il suo rapporto con la società e con gli interessi legittimi dei diversi ceti che la compongono. Il pueblo unido” è una forzatura ideologica ovunque. La democrazia (non quella bipolare che appunto esalta le polarizzazioni), presuppone infatti unazione politica capace di comporre le differenze tra i legittimi interessi contrastanti. È difficile? Certo che lo è; ma è anche la ragione più vera che motiva una organizzazione nuova e forte di un centro politico capace di interpretare il Paese e rilanciarne il suo sviluppo.