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NON SI SFUGGE: SE LA DESTRA SI PRESENTA COMPATTA, LE ALTRE FORZE POLITICHE NON POSSONO ANDARE DIVISE.

 

Non si è capito (o meglio, non si è voluto capire!) che per competere con una destra che si attesta complessivamente sempre tra il 42 ed il 45 per cento dei consensi è necessario mettere insieme più o meno tutto il resto. La mancanza di questa visione da parte delle forze politiche non ricomprese nella coalizione di centrodestra rischia di minare anche l’organizzazione di una seria opposizione in grado di esercitare la legittima funzione di controllo e proposta in Parlamento e nel paese.

 

Massimo De Simoni

 

Il fatto che il Partito Democratico – a differenza di altre forze politiche che hanno preso meno voti – sia impegnato nell’analisi di una sconfitta è un sintomo di serietà culturale e politica, che denota un senso di responsabilità che resiste anche in presenza di un il risultato tutt’altro che soddisfacente. In altri partiti si assiste invece alla presentazione di risultati oggettivamente scarsi, ma che vengono celebrati come fossero dei successi elettorali; per non parlare poi della continua girandola di commenti sul PD, con consigli dall’esterno – non richiesti – su ciò che lo stesso PD ha fatto o che dovrebbe fare, arrivando ad esprimere il gradimento sulla segreteria politica presente e sulle ipotesi per quella futura.

 

Purtroppo i problemi con i quali ci si deve confrontare non riguardano solo il nome del segretario o del partito, ma investono una questione più profonda che attiene alla difficoltà che si incontra oggi nel far passare dei contenuti complessi in un sistema di comunicazione – e soprattutto di ricezione – che recepisce solo slogan, ovvero solo messaggi molto semplificati e diretti che non richiedano elaborazione e comprensione di un testo articolato. E alcune proposte avanzate dal Partito Democratico erano e rimangono giuste, ma non si limitavano ad un semplicistico “si o no” su alcuni importanti temi di carattere economico, lavorativo e sociale; quelle proposte richiedevano infatti uno sforzo di approfondimento che oggi non è “di moda”.

 

Una riunione di oltre dieci ore della direzione nazionale, sicuramente non esaustiva né sufficiente, indica quantomeno la volontà di comprendere le difficoltà che attraversano il centrosinistra al proprio interno e il paese più in generale. Una consapevolezza che è certamente mancata in chi ha deciso di staccare anticipatamente la spina al governo presieduto da Mario Draghi, salvo poi dal giorno dopo sollecitarlo quotidianamente ad intervenire e prendere decisioni sulle diverse questioni aperte. La stessa consapevolezza che è mancata nelle forze politiche che non hanno capito (o meglio, non hanno voluto capire!) che per competere con una destra che – prescindendo da oscillazioni e travasi interni alla stessa coalizione –storicamente si attesta complessivamente sempre tra il 42 ed il 45 per cento dei consensi è necessario mettere insieme più o meno tutto il resto, ovvero tutto ciò che è fuori da quel perimetro di destra; e invece niente! Finti accordi, ripensamenti e veti incrociati hanno determinato per Meloni & C. la classica situazione del rigore da calciare a porta vuota. E il risultato poteva essere solo quello che poi è stato il 25 settembre.

 

Questa mancanza di visione da parte delle forze politiche non ricomprese nella coalizione di centrodestra rischia di minare anche l’organizzazione di una seria opposizione in grado di esercitare la legittima funzione di controllo e proposta in Parlamento e nel paese. Le forze che hanno già impedito la nascita di una coalizione elettorale di centrosinistra incarnano la tentazione di arrivare a momenti di collaborazione con la destra ed in particolare con la vera vincitrice delle elezioni, Giorgia Meloni, che già oggi si trova in difficoltà nei rapporti con i suoi alleati.

 

Uno scenario del genere spiegherebbe molte cose, apparentemente incomprensibili, accadute negli ultimi tre mesi e renderebbe più difficile anche la formazione di un’area progressista e riformista in vista dei prossimi appuntamenti politici.

LA DISCRIMINAZIONE SUI LAVORATORI FRAGILI LASCIA IN GRAVE DIFFICOLTA’ COLORO CHE NON POSSONO USUFRUIRE DELLO SMART WORKING.

 

Coloro che non possono accedere allo smart working sono costretti al rientro in servizio e – se malati o contagiati dal Covid – devono fare ricorso al congedo contrattuale, esaurito il quale restano le ferie e poi scatta la tagliola del licenziamento. Una discriminazione oggettiva. Se non si risolve questo problema si possono determinare situazioni di estrema gravità sotto il profilo della carenza di tutele giuridiche e di responsabilità che ricadono sul datore di lavoro.

 

Francesco Provinciali

 

Solo chi vive sulla propria pelle il vulnus normativo lasciato in eredità dal Governo uscente può descrivere la solitudine, il disagio e la frustrazione che concretamente ne derivano. Ecco: assenza di lungimiranza, di conoscenza delle realtà diversificate nel mondo del lavoro, di bisogni e di diritti dei soggetti più deboli ed esposti al pericolo di contagio e mancanza di senso della concretezza hanno caratterizzato la soluzione politica al problema dei lavoratori fragili privi di tutele, segnatamente per il vuoto normativo che – dopo due anni di rattoppi e provvedimenti retroattivi – ha lasciato davvero senza fiato e senza speranze alcune migliaia di persone a cui non sono state prorogate integralmente le previgenti tutele, scadute il 30 giugno u.s.

 

Nonostante le promesse che hanno preceduto la campagna elettorale la montagna ha partorito un topolino nel cd. “decreto aiuti-bis”: il Ministro del Lavoro Orlando l’ha appunto definita una promessa mantenuta, per la quale si è speso in prima persona e ha messo sul piatto un obolo di diciotto milioni di euro, il tutto per rinnovare solo una delle due tutele sulle quali in passato – nei due anni di pandemia-  i fragili potevano contare, quello smart working che è stato propagandato come brillante soluzione al problema ma che in realtà ha lasciato nei guai proprio quei lavoratori che non possono avere accesso al  lavoro agile e ciò per due ragioni cogenti.

 

La prima è l’impossibilità oggettiva di declinare nello smart working il proprio lavoro, ci sono alcune categorie di lavoratori che non possono farlo, basti citare gli insegnanti, gli operatori scolastici, i postini, le cassiere del supermercato, i magazzinieri e tutte quelle realtà che non consentono a certe professioni di poter essere svolte da casa.

 

Queste persone fragili – non essendo stata rinnovata l’equiparazione della loro malattia al ricovero ospedaliero senza computo dei periodi di assenza nel comporto contrattuale – sono costrette a svolgere il servizio nella ordinaria sede di lavoro: se si ammalano, se si sottopongono a terapie delicate, se contraggono il Covid per assentarsi devono attingere al congedo del rispettivo contratto collettivo, esaurito il quale possono solo contare sulle ferie, dopo di che inesorabilmente scatta la tagliola del licenziamento.

 

La seconda riguarda il rischio di prossimità dei chemioterapici, degli immunodepressi e dei soggetti certificati fragili rispetto alla promiscuità del rispettivo ambiente lavorativo: proprio coloro che necessiterebbero di maggior protezione e tutela finiscono per essere sovraesposti al contagio, tenuto conto che ad oggi e nel giro di una settimana i positivi sono aumentati di oltre il 50%, i ricoveri del 30% e si viaggia su una media giornaliera superiore al tasso di positività del 20%. Si oscilla senza bussola tra provvedimenti restrittivi e liberalizzazioni, mascherine sì e mascherine no, vaccini non obbligatori ma consigliati, il tutto senza tener conto che l’auspicata normalizzazione e il ritorno ad una vita di contatti e relazioni non sono per tutti uguali. Ciò che è stato deciso ha il sapore amaro della propaganda e della beffa.

 

Garantire la sola opzione dello smart working non ha risolto il problema dei lavoratori fragili anzi ha creato un gap, una vera e propria discriminazione tra i soggetti che possono optare per il lavoro da casa e coloro che invece – non potendo esercitare questa facoltà – sono obtorto collo – costretti a rimanere in servizio e in caso di malattia o contagio ad attingere al proprio congedo, alle condizioni sopra specificate.

 

Francamente non si capisce come possa essere definita “promessa mantenuta” e archiviata come una conquista, una evidente discriminazione determinata dal tipo di attività ordinariamente svolta a fronte di una condizione patologica che spesso richiederebbe invece maggiori tutele. I decisori politici non potevano e non possono ignorare la realtà dei fragili negli ambienti lavorativi ma nel Pnrr e nei provvedimenti legislativi hanno scelto per altre priorità: i soggetti deboli ed esposti a patologie degenerative sono stati abbandonati ad un destino ingrato, per loro solo elemosine, concesse quasi con fastidio e cadute dall’alto senza approfondire le situazioni oggettive nella loro evidenza, nel prima e nel dopo, senza valutare cum grano salis le conseguenze che una soluzione rabberciata, parziale e decisamente discriminante avrebbe potuto provocare.

 

Detto fatto: ci sono situazioni delicate che necessitavano di tutele più estese, come deciso in passato, nei due anni di pandemia e di stato di emergenza fino al 31 marzo u.s. Successivamente, un rinnovo stiracchiato fino al 30 giugno con un vuoto totale di protezioni dal 1° aprile al 24 maggio, per la tardiva approvazione della legge 19/05/2022 n. 52.

Ora, con il decreto aiuti-bis, c’è solo il lavoro agile ma anche la rimozione della tutela della malattia equiparata al ricovero ospedaliero, introdotta nel lontano 2020 con DL 17/3 n.° 18 , art. 26 – comma 2. Come scritto in esordio ci sono soggetti affetti da patologie immunodepressive, peraltro riconosciute dal DM del Ministero della Salute del 4/2/2022 che – pur rappresentando la fattispecie più esposta e bisognosa di tutele – non beneficiano di alcuna protezione.

 

Francamente una vergogna per un Paese che voglia dirsi civile e che abbia a cuore le sorti dei deboli e degli svantaggiati.

 

Va inoltre considerato che i ‘fragili’ sono ‘persone’ prima di essere lavoratori e come tali sono portatori di diritti inalienabili che precedono e prescindono dalla contingenza pandemica: qui sono in discussione principi e valori che riguardano la cultura giuridica di un Paese e le sue declinazioni nel sociale. Le persone fragili sono oggettivamente svantaggiate e questo assunto va recepito nella sua interezza: le tutele non sono un dono ma un diritto di chi le riceve e un dovere per chi le provvede. Ora non resta che sperare che il Governo che si insedierà prenda in mano il dossier dei lavoratori fragili ed assuma decisioni che vadano oltre il 31/12 p.v. superando la discriminazione tra chi può accedere al lavoro agile e chi invece ne è precluso. Due pesi e due misure eticamente inaccettabili e insostenibili.

LA CRISI ENERGETICA, NUOVA SFIDA PER L’UE (E PER GIORGIA MELONI).

 

La UE non sta offrendo sin qui ai suoi cittadini quella buona capacità di azione comune messa in campo con successo in risposta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia. Occorre avere il coraggio per decidere di fare nuovo debito comune, così come fatto con Next Generation UE. In caso contrario, ogni Paese andrà per conto suo con esiti nefasti. E fra pochi giorni a Palazzo Chigi siederà Giorgia Meloni. È auspicabile, nellinteresse dellItalia, che la nuova premier sappia gestire la situazione, che è tremendamente seria.

 

Enrico Farinone

 

La brutalità con la quale la Russia continua ad aggredire gli ucraini, con il drammatico corollario di lutti e disperazione, ha avuto ieri l’altro una sua plastica rappresentazione nell’attacco missilistico su obiettivi civili della capitale Kyiv e di altre città dell’Ucraina. Queste vili azioni però non possono che rafforzare il senso di solidarietà degli europei nei confronti del popolo aggredito.

 

Per creare problemi sempre maggiori agli europei e provocarne la divisione, un altro dei suoi obiettivi, Putin utilizza invece un diverso strumento: la leva energetica. Confida nel “generale inverno”, ovvero nelle prevedibili contestazioni popolari ai governi che inevitabilmente dovranno definire e adottare misure d’emergenza di contenimento dei consumi di gas. Oltre a dover affrontare l’ondata di proteste e il rischio di una seria crisi recessiva a fronte del gigantesco aumento dei costi che i consumatori (famiglie e imprese) stanno già ora cominciando a patire. Non avendo alcuna considerazione della UE, è altresì convinto che le difficoltà porteranno i diversi esecutivi occidentali a cercare soluzioni individuali piuttosto che comunitari.

 

Al momento la scommessa del Cremlino ha buone probabilità di essere vinta. Le divisioni già emerse, a cominciare dal fondo anticrisi da 200 miliardi per finanziare il tetto al prezzo del gas deciso in piena autonomia dalla Germania, sembrano andare nella direzione immaginata da Mosca. La UE non sta offrendo sin qui ai suoi cittadini quella buona capacità di azione comune messa in campo con successo in risposta alla crisi sanitaria ed economica provocata dalla pandemia. Acquisti comuni dei vaccini e Recovery Fund sono stati la dimostrazione che, uniti, i paesi europei hanno la forza per conseguire eccellenti risultati. E’ dunque di tutta evidenza che pure in questa nuova crisi solo una risposta comune potrà fornire una valida alternativa alla altrimenti inevitabile spaccatura fra i membri dell’Unione.

 

Se quest’ultima non dovesse comprendere, nel suo insieme, che le bollette monstre” sono insostenibili per famiglie e imprese, e quindi non attuasse quegli interventi di emergenza che si rendono indispensabili e che sono, già ora, urgenti, perderebbe quel credito di fiducia che ha riconquistato con la gestione della crisi pandemica.

 

È di questo che dovrà occuparsi il Consiglio Europeo del 20 ottobre. Occorrerà una forte e determinata “volontà politica” per raggiungere un qualche risultato degno di nota. Perché senza di essa ognuno cercherà di salvarsi per conto proprio, come appunto la Germania ha già cominciato a fare. Berlino dovrebbe però sapere che la divisione fra europei nel medio termine produrrà difficoltà serie anche al sistema economico tedesco (ma purtroppo il suo attuale esecutivo non pare avere compattezza interna sufficiente, al riguardo).

 

Quali siano i principali interventi da adottare è ormai abbastanza chiaro a tutti. Dall’ormai famoso price cap per i contratti (in vigore e futuri) di acquisto del gas da tutti i fornitori; allo sganciamento dal prezzo del gas del costo dell’energia elettrica prodotta con fonti alternative al metano; alla creazione di una piattaforma di acquisti comuni che garantisca ciascun Paese evitando una stolta corsa all’accaparramento che produrrebbe speculazioni e quindi rialzi delle quotazioni.

 

Occorre avere il coraggio per decidere di fare nuovo debito comune, così come fatto con Next Generation UE. In caso contrario, ogni Paese andrà per conto suo con esiti nefasti, e non solo per la crisi di legittimità che la UE subirà di fronte ai propri cittadini. Per prendere decisioni così impegnative è necessario avere leadership politiche autorevoli e riconosciute. Il problema è che oggi, dopo l’uscita di scena di Angela Merkel e ora di Mario Draghi (che per 18 mesi ne ha di fatto preso l’eredità), non c’è nessuno (nemmeno Macron, che pure ci prova, e certo non Scholz, come si è visto) in grado di guidare l’Unione con accortezza e visione generale.

In questo vuoto il rischio che il virus nazionalista si insinui nuovamente negli Stati torna ad essere reale. E fra pochi giorni a Palazzo Chigi siederà Giorgia Meloni. Al di là della contesa politica e della giusta opposizione che al suo governo dovrà essere fatta dalle forze del centro e della sinistra, è auspicabile, nell’interesse dell’Italia, che la nuova premier sappia gestire la situazione, che è tremendamente seria, all’insegna del realismo e della capacità di governo e non di quella sloganistica nazionalistica con la quale ha sino ad oggi alimentato i suoi comizi.

LA MELONI DI “PIAZZA” E LE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO.

Elisabetta Campus

 

A poche ore dall’inizio della legislatura, le aspettative sulla capacità di governo della nuova maggioranza sono alte, di una altezza che potrebbe far venire le vertigini e qualche brivido a chi non può sottrarsi alla prova, essendo ormai noto che di gran lunga si vive meglio a fare l’opposizione che a governare. La prova vede un politico donna cimentarsi per la prima volta nella leadership di Governo: sulle sue spalle c’è qualcosa che potremmo definire il “sovraccarico dei principianti”, tanto che il futuro appare costellato di severi giudizi e poche concessioni benevole.

 

L’investitura della Meloni viene non dal partito ma dal Paese che ha scelto lei prima e poi il partito che rappresenta, allo stesso modo che avvenne per la Thatcher, ma non per la May e la Truss, uscite dalle dinamiche o dalle alchimie del Partito conservatore,  scontando perciò un appeal modesto nel rapporto con la gente comune. Ma la Meloni invece in piazza ci va e la tiene, eccome, la piazza: un comizio dopo l’altro anche al di fuori dalla campagna elettorale, in un dialogo diretto che è fatto di uno stile che premia passione e ragione, tralasciando il ragionamento perché quest’ultimo…richiederebbe più tempo. La Meloni “di piazza” ha una posizione di rendita politica che dovrà essere tesaurizzata con molta oculatezza, se vorrà resistere più della stagione dei primi 100 giorni di governo. Questa giovane donna sale al potere in un pessimo momento storico. Infatti, per la prima volta dopo 70 anni la guerra è di nuovo presente in un angolo del Vecchio continente, la politica europea è concentrata sulla crisi energetica, con tanto d’inflazione e recessione alle porte. Tutto incide, negativamente, sul portafoglio dei cittadini.

 

Già oggi il Paese avverte i venti della crisi e di conseguenza appesantisce l’azione che spetta alla politica. Avere un portafoglio ridotto non è una buona partenza. A questo si aggiunge che le aspettative del mandato elettorale per un cambio netto di rotta (quasi un colpo di bacchetta magica) sono il vero macigno sul quale si gioca la leadership meloniana. Perché si sa, nella vulgata della cultura popolare le donne riescono per tenacia ed ingegno laddove gli uomini sembrano arrestarsi, senza più risorse interiori. Ora anche a lei, leader donna, si chiede la “salvezza” che stenta a manifestarsi altrove, nel campo della politica maschile. La stessa salvezza del passaggio nel Mar Rosso, che questa volta prende i connotati della crisi energetica e della guerra ai bordi dell’Europa (guerra che – dobbiamo saperlo – è destinata ad inasprirsi).

 

Qualunque sia la capacità di presentare un gruppo coeso, capace di essere “governo” e di agire per il meglio, la Meloni non potrà scansare la doppia emergenza rappresentata dalla crisi energetica e dalla guerra. Il timore è che non ci sia una classe dirigente preparata ad affrontare problemi come questi, se non altro perché li avevamo dimenticati. Apparivano fino a ieri un oggetto di ricerca, al più un ricordo di scuola. Invece ne dobbiamo recuperare la potenza, aprendo nuovamente gli occhi sulla “verità” della guerra, di cui giova rammentare l’intima e tremenda funzione di conquista, per dare al vincitore più territorio e più risorse.

LA POLITICA AMMESSA E VEICOLATA DA “CHE TEMPO CHE FA”.

 

“Che Tempo Che Fa” si conferma fedele alla sua missione: quella di presidiare il recinto delle opinioni ammesse, all’occorrenza di autorizzarne di nuove, di sdoganare svolte o ripensamenti, in un gioco condotto esclusivamente dall’alto. Ecco, da esso ci si deve sottrarre, se si vuole rilanciare la sfida dell’autonomia politica e culturale delle forze popolari.

 

Giuseppe Davicino

 

 

Le scorse elezioni politiche hanno confermato la strutturale debolezza della politica ufficiale, quella che si fa nei palazzi, che spesso non coincide più con i reali centri decisionali. A questa crisi concorre la qualità della classe politica e dirigente nel suo insieme, che sembra non riuscire più ad assolvere in modo sufficiente al suo compito di rappresentanza dei cittadini e di guida.

 

Com’è noto però in politica i vuoti non esistono: c’è sempre comunque qualcuno che decide. Di questa catena di comando di fatto, che in Occidente inizia dai piani alti del potere economico transnazionale, uno snodo fondamentale è costituito dal sistema dell’informazione. Da anni si assiste sulle questioni fondamentali ad una curiosa quanto anomala inversione delle parti: sono gli operatori dell’informazione, al massimo comunicatori (il temine giornalista non sembra più adatto a designare queste figure professionali) in quanto espressione dei poteri che, come direbbe monsieur La Palisse,  comandano, che incalzano e chiedono conto ai politici dell’agenda portata avanti dai padroni del circuito dell’informazione.

 

Talora questa supremazia degli uni può infierire sulla subalternità degli altri con una gamma di strumenti che può variare dall’ironia, al dileggio, al discredito fino alla censura per quanti non ripetono ossequiosamente il mantra richiesto dal mainstream.

 

Ma c’è una trasmissione che assolve al suddetto medesimo compito, di recinto del politicamente corretto ovvero degli interessi dell’élite ultra-ricca,  in maniera gentile. Si tratta di “Che Tempo Che Fa”, che domenica scorsa ha iniziato la sua 20ª edizione. Un ventennio dolce, che ha visto scorrere come un fiume di latte e miele, un flusso di mai casuali narrazioni e ospitate, intervallate da momenti culturali e di finissima comicità, che ambiscono a irrorare con un mellifluo glu-glu-glu le menti dei telespettatori affinché, come le oche che vengono ingozzate si risparmiano la fatica di ingoiare, questi si possano risparmiare la fatica di valutare.

 

Il tutto è agevolato da una tassativa mancanza di contraddittorio, con buona pace di ciò che rimane del concetto di servizio pubblico, per non richiamare quello di pluralismo di cui sembrano essere scomparse anche le vestigia, cancellate da una narrazione che, sulle cose che più andrebbero discusse ( siano esse la pace o la guerra, l’economia, la giustizia sociale, la salute, l’istruzione…) procede ormai a senso unico.

 

La prima puntata – in onda lo scorso 9 ottobre – della nuova edizione della trasmissione non ha fatto eccezione. Dal segretario del Pd che recita la parte scontata della riflessione sui motivi della sconfitta e dei buoni propositi per una opposizione credibile, alla virostar che in un sol colpo può permettersi di cambiare la narrazione sull’efficacia dei rimedi al virus, al climatologo malthusiano che ravviva l’allarme e inneggia alla decrescita, all’intellettuale di sinistra che instilla i pensieri “giusti” nei delusi per la sconfitta elettorale.

 

“Che Tempo Che Fa” si conferma fedele alla sua missione che è quella di presidiare il recinto delle opinioni ammesse, all’occorrenza di autorizzarne di nuove, di sdoganare svolte o ripensamenti, in un gioco condotto esclusivamente dall’alto, non dissimile da quello dei sistemi totalitari dove un’opinione che prima era passibile della Siberia, solo al momento opportuno, da quando lo decide il Politburo, diventa pensabile e dicibile in pubblico.

 

Da un tal sistema non credo ci siano particolari morali da trarre. È la bruta legge dei rapporti di forza che determina una siffatta deriva. Chi ha il potere lo esercita, pensando di essere così forte da poter fare a meno delle opinioni e prescindere dagli interessi degli altri gruppi sociali. Ma questo ferisce al cuore lo spirito democratico, causando gli scompensi di natura sociale, economica e bellica che possiamo purtroppo ammirare.

 

Programmi come “Che Tempo Che Fa” misurano il grado di asservimento della politica all’economia, indicano a quale punto sia giunta la subalternità culturale delle tradizioni e delle forze politiche, e sociali, rispetto ai poteri effettivi. Temo valga per tutti. Ma pensando all’area che ci sta più a cuore, la componente cattolica del centro che guarda a sinistra, non credo si potrà mai rilanciare la sfida dell’autonomia culturale e organizzativa delle forze di matrice popolare, non si potrà mai formare un personale politico che sia all’altezza di questa sfida se nella definizione delle strategie, dei programmi e prima di ogni dichiarazione pubblica ci si porrà la seguente domanda: “ma questo giudizio lo possiamo dare, è già stato detto a “Che Tempo Che Fa?”.

CHARLES DE FOUCAULD, UNA VITA “CONTROCORRENTE” CERCANDO IL GETSEMANI.

Considerazioni a margine di un libro, curato dal giovane studioso Francesco Marcelli, che oggi pomeriggio viene presentato nell’aula Paolo VI della Pontificia Università Lateranense.

 

Giulio Alfano

Sintetizzare  in poche parole un libro singolare e non comune è sempre un operazione se non ardua certamente non facile, soprattutto dopo che il libro lo si è letto e se ne è assaporato il gusto innovativo. Cercherò comunque di farlo traendo un bilancio da quanto il volume consegna al lettore.

Lo sviluppo delle tesi argomentate riguardo la singolare esperienza di Charles de Focauld recentemente elevato agli onori degli altari da Papa Francesco nel maggio 2022, in questa sua ricerca muovono da tre versanti fondamentali: il valore della persona, la sua singolare irripetibilita, la sua attualita nella dimensione della creauturalità. Il tutto nella meravigliosa cornice che il curatore, brillante studioso che ha perfezionato la sua formazione presso la University of York in Gran Bretagna, ha saputo offrire rispetto alla “missionarietà” di questo singolare testimone di Cristo.

Il concetto di “persona” ancora oggi non trova collocazione neanche nei manuali di sociologia, ma deriva essenzialmente dal diritto canonico, vale a dire da quel diritto che conferisce alla persona il suo “statuto ontologico”. Dire “persona” oggi significa andare incontro a non poche aporie e va fatta subito una distinzione in omaggio alla chiarezza che De Foucauld ha dimostrato – basta scorrere il ricco repertorio di lettere che Marcelli acclude al suo studio – facendo perno sulla persona come fede sussistente.

Il concetto di persona non va confuso con quello di individuo, almeno nella moderna concezione filosofica, giacchè in De Foucauld sussiste una “concordia discors” tra individuo e persona, in ossequio anche alla concezione boeziana che parla di persona come “sostanza individuale e di natura razionale”, arricchita da parte sua con la preghiera, non solo liturgica ma relazionale. Qui si riscontra il senso dei suoi viaggi, dei suoi incontri con tribù e società ai margini della vita industriale all’inizio del secolo scorso; e qui, dunque, l’aspetto centrale per comprendere il volto intenso dell’uomo di Dio.

Oggi viceversa occorre una precisazione in virtù dell’esperienza missionaria di questo straordinario religioso. S’intende per “individuo” l’uomo “in sé”, mentre per persona si considera l’uomo “per sé”, vale a dire l’uomo in relazione con il suo prossimo e immerso nella socialità intersoggettiva; un uomo capace, appunto, di essere e sapersi porre in collegamento con la propria vocazione sociale. Fa bene quindi Marcelli, presentandole anche cronologicamente, a definire le lettere del monaco Charles frutto di meditazione, ma anche espressione della ricchezza dell’essere persona. Come pure fa bene a sottolineare il valore attualissimo della persona in quanto soggetto etico di matrice ontologica, che proprio la missione di Foucauld, a volte solitaria ma intensamente sociale, ha espresso.

Importante  la sottolineatura etica, che è l’insieme di comportamenti ispirati da imperativi morali, ma soprattutto spirituali. Occorre capire che il perfezionamento non riguarda solo il perfezionamento di sé. Ecco, in questo monaco così ignorato per molto, direi troppo tempo, la “compagnia” dell’essere uomo solitario, e tuttavia mai solo, è per il tempo inquieto che viviamo motivo di grande riflessione.

Charles de Foucauld si rivela nella sua attualità direi anche e proprio attraverso la lettura politica sviluppata da Marcelli, in particolare laddove viene alla luce il valore fondamentale della persona all’interno delle società contemporanee. Il monaco Charles parla chiaramente del diritto di ribellione al conformismo borghese, senza con ciò fare della disobbedienza gratuita qualcosa che supera l’obbedienza, essendo questa rivestita comunque di virtù. Tuttavia, quando l’uomo è spogliato della propria dignità, allora l’indignazione è legittima e lo è di fronte ad ogni tiranno, sia per l’oppressione fisica che per la limitazione morale in ordine al suo diritto naturale; un diritto all’interiorità irripetibile che la preghiera sublima nel silenzio del getsemani, come Foucauld riscopre e indica, forse non primo ma tra i primi nel tempo della sua esistenza.

Significativo è pure, nel volume del giovane studioso, il chiarimento attorno al concetto di “controcorrente” – termine assunto nel sottotitolo – che non va identificato con il diritto di ognuno a fare ciò che meglio crede o vuole, bensì come diritto a seguire cio che la natura ci ordina di fare nell’orientamento, naturale e corretto, delle nostre indicazioni. E ciò anche in relazione all’impegno morale che l’uomo di fede deve svolgere all’interno della società, così da realizzare quello sviluppo armonico delle diverse componenti che qualificano il dialogo quale vero servizio per la promozione dell’uomo.

In definitiva questo saggio non solo si inserisce a pieno titolo tra le opere che significativamente trattano aspetti fondamentali della dottrina cristiana e di quella che il Santo Padre Francesco definisce “a servizio della creatura umana specchio di Dio”, ma rivela una sua originalità per quanto attiene alla visione ontologica che Charles de Focauld esprime nella sua originale e mai egotica solitudine: in quel Getsemani, dicevamo, che egli frequenta nella terra di Cristo e che assume spiritualmente a “regola” del suo rapporto con gli altri, per dialogare e non per insegnare. La sua vitale solitudine è legata altresì ai fondamenti assiologici di un dettato di cultura della pace, ancor oggi attualissimo e, sovente, ignorato. Quindi un sentito ringraziamento per questo bel volume su un santo che ha vissuto il cristianesimo anche tra le sperdute genti del Sahara, sempre con la forza di una limpida fede, capace di un dialogo tra etnie e culture, senza volontà di egemonia, esempio di anima mai turbata da vuoto attorno, così da essere compresa solo in ritardo.

Prof. Giulio Alfano – Pontificia Università Leteranense

INTEGRALISMO RUSSO, LA SFIDA CHE METTE L’OCCIDENTE DI FRONTE A NUOVI IMPEGNI E NUOVE RESPONSABILITÀ.

 

Difronte a tutto quello che sta accadendo, nessuno può cavarsela con generici, asettici e magari equidistanti appelli alla Pace. Anche da questo punto di vista, è il tempo della Responsabilità. Il tempo di una Politica che non abbia paura di indicare un percorso, benché difficile ed in salita.

 

Lorenzo Dellai

 

Mentre in Italia si discute – giustamente – sul voto del 25 settembre; il PD vive il suo psicodramma da formicaio impazzito;  i vincitori delle elezioni sono alle prese con la spartizione del potere acquisito e con il problema di come conciliare le attese suscitate con la dura realtà della vita e l’Unione Europea manco riesce a trovare un accordo su una comune strategia energetica di emergenza, la Guerra di Putin procede imperterrita.

 

Che quella di Putin contro l’Ucraina non fosse una “semplice” guerra di confine e neppure una azione a tutela della minoranza russa sotto la sovranità di Kiev era evidente fin dall’inizio. Ciò che è acceduto in questi lunghi sette mesi ed i fatti degli ultimi giorni lo stanno a dimostrare. Solo l’ingenuità o il pregiudizio filo-putiniano ed anti occidentale potevano indurre a analisi diverse. Un conto è la nostra profonda “volontà di Pace”, che per fortuna – da noi – possiamo manifestare liberamente senza temere di finire in carcere. Un altro conto è capire quello che sta succedendo. Non si è mai costruita Pace “vera e giusta” senza comprensione delle volontà in campo.

 

Putin vuole ricostruire l’Impero Russo dentro un nuovo assetto mondiale. E si gioca il tutto per tutto. Reagisce al – presunto – atto di “terrorismo” di Kiev per via dello smacco subìto al Ponte di Crimea, quando dal 24 febbraio Mosca sottopone gli ucraini a bombardamenti a tappeto, torture, deportazioni, esecuzioni sommarie di civili, ad opera del suo esercito e delle bande di tagliagole reclutate in Cecenia e in mezzo mondo. L’aggressione all’Ucraina – finora riuscita in minima parte, grazie al coraggio degli Ucraini e al sostegno di alcuni Paesi liberi – e il ridicolo Referendum nei territori militarmente conquistati – puntano ad un “nuovo ordine internazionale”. Anche a costo di minacciare la violazione del tabù nucleare. Un ricatto che non può essere accettato, né da parte della Russia, né delle altre, troppe, Nazioni dotate di armi atomiche.

 

L’Occidente affronta questa drammatica sfida nelle condizioni peggiori. L’Europa – nonostante i coraggiosi tentativi degli ultimi mesi, che pure non vanno sottovalutati – è ancora largamente incapace di assumere decisioni unitarie ed efficaci. Non meravigliamoci: senza una ulteriore cessione di “sovranità” da parte degli Stati Nazionali all’Unione, in particolare nei campi della politica estera e di difesa, non potrà esserci nessun vero ruolo europeo. Altro che rafforzamento della sovranità statale, di cui si legge nei programmi trapelati del futuro governo italiano. L’Europa paga una pluridecennale, miope incertezza sul proprio assetto politico. Molte delle Nazioni che la compongono – Francia e Germania comprese –  non hanno capito che, nel mondo globalizzato, semplicemente non toccano palla senza una Unione Europea forte e coesa. E senza strumenti comuni di politica estera e di difesa. L’aveva invece capito Alcide Degasperi, con la sua incredibile, inascoltata lungimiranza, fin dai primi anni cinquanta.

 

Gli Stati Uniti vivono la loro stagione di credibilità più bassa, e non da oggi. La recente decisione dell’OPEC – concordata con Mosca – di ridurre la produzione di petrolio per tenere alti i prezzi la dice lunga al riguardo. Così come il posizionamento ambiguo di grandi Paesi come l’India, mentre l’Africa sta ormai diventando un condominio spartito tra l’influenza cinese e quella russa. Gli Stati Uniti pagano la loro illusione di poter “governare” un mondo globalizzato senza una “dottrina” adeguata ai tempi e senza un nuovo pensiero politico globale. Mancano da anni di “soft power”. E la loro marginalizzazione nelle aree più critiche e strategiche del pianeta lo dimostra.

 

Dentro queste due crisi (dell’Europa non compiutamente decollata e degli Stati Uniti in progressivo declino) si manifesta una crisi ancor più grave: quella della Democrazia Occidentale. Pochi mesi prima di invadere l’Ucraina, Putin disse con chiarezza esemplare: “La Democrazia Liberale è ormai morta e sepolta”. Putin lo sa bene. La nostra è una Democrazia stanca, con un carisma affievolito presso il suo stesso popolo, alle prese con cambiamenti antropologici, economici, sociali e tecnologici rispetto ai quali non ha ancora rielaborato un suo “pensiero”. Non a caso, Putin rafforza il suo legame con tutte le “autocrazie”; intensifica la repressione interna verso ogni forma di dissenso; cerca di condizionare le opinioni pubbliche europee, facendo leva sui suoi “amici” e sul disagio di crescenti ceti popolari; utilizza la benedizione del Patriarca Ortodosso di Mosca – che promette la remissione dei peccati ai russi che si arruolano per la battaglia finale contro l’Occidente – come una sorta di copertura religiosa per la sua strategia aggressiva, dispotica, nazionalista e violenta.

 

La domanda è: quanto siamo disposti a pagare noi – che viviamo oggi nella libertà e nella sicurezza delle Democrazie Occidentali – per difendere i nostri valori, che non sono solo nostri, ma di tutta l’Umanità e per rigenerarli ed innovarli nei nuovi scenari? E quanto siamo consapevoli che la nostra libertà e la nostra sicurezza non sono un bene acquisito una volta per sempre, ma esigono cura, attenzione, educazione, talvolta anche sacrificio, spesso determinazione e robusta capacità di “tenuta”? Siamo capaci – col supporto necessario dei pubblici poteri nazionali ed europei, che gli strumenti li avrebbero, se solo li volessero attuare – di immaginare e condividere un periodo di difficoltà energetica ed economica per non tradire i nostri principi di umanità e democrazia e per non finire dentro un assetto mondiale che ci vedrebbe vassalli di autocrazie illiberali ed imperialiste?

 

La Storia dovrebbe insegnarci qualcosa, al riguardo. Lo scambio tra Democrazia e presunta Sicurezza (anche economica) non ha mai portato nulla di buono.

 

Il Movimento 5 Stelle propone una manifestazione nazionale per la Pace. Ma Conte non è il Papa, che può chiamare a raccolta le comunità attorno ai valori cristiani e umani della Pace, come peraltro ha fatto fin dall’inizio. E non è neppure il capo di una Associazione della società civile. Conte è un rappresentante politico. E ha il dovere di dire – al pari dei suoi colleghi leader di tutti i partiti – come e con quali scelte concrete intende perseguire la Pace. Deve dire se essere per la Pace significa abbandonare l’Ucraina – Paese candidato ad entrare nella UE – al suo destino di Nazione smembrata, violentata e oppressa. Se significa adottare una ipocrita strategia di “neutralità”. Oppure ricercare una sorta di “pace separata” con l’aggressore, in cambio di un po’ di gas o di petrolio. Oppure ancora se condivide la necessità di una forte e unitaria iniziativa europea ed atlantica per fermare Putin e costringerlo ad un vero tavolo di trattativa. In questo caso, deve dire se e come il nostro Paese è tenuto a partecipare (politicamente e militarmente) a questa iniziativa.

 

In assenza di questa chiarezza, personalmente non parteciperò a nessuna manifestazione di questo genere. Anche se il valore della Pace ispira gran parte della mia formazione etica, culturale e politica. Il Papa, per nostra fortuna, fa il Papa: è tutto il contrario del Patriarca Kirill. Bisogna ascoltarlo, perché rappresenta l’unico riferimento morale globale in questo momento di follia. Ma la Politica deve fare la Politica. Difronte a tutto quello che sta accadendo, non può cavarsela con generici, asettici e magari equidistanti appelli alla Pace. Anche da questo punto di vista, è il tempo della Responsabilità. Il tempo di una Politica che non abbia paura di indicare un percorso, benché difficile ed in salita. Il resto, tutto il resto, è propaganda effimera. Non è la soluzione, ma è parte del problema.

LA PACE NON È ARRENDEVOLEZZA. LA VERSIONE DI FIORONI.

 

La vera pace, quanto mai urgente, si può ottenere solo con la difesa. Non può valere, pertanto, un appello alla pace che scivoli ambiguamente sulla piatta esigenza di un cessate il fuoco, senza individuare chi debba operare in questa direzione. Spetta a Mosca compiere un gesto di buona volontà

Giuseppe Fioroni

 

La guerra diventa ogni giorno più insopportabile, ma non può cadere nel vuoto la prova di fermezza degli ucraini, il sacrificio di un popolo aggredito, le sofferenze dei civili sotto le bombe dell’esercito putiniano. Non può valere, pertanto, un appello alla pace che scivoli ambiguamente sulla piatta esigenza di un cessate il fuoco, senza individuare chi debba operare in questa direzione. Spetta a Mosca compiere un gesto di buona volontà.

 

Un rilassamento della pubblica opinione, certo sull’onda di un seducente pacifismo, costituirebbe in potenza l’avallo della logica imperiale della Russia. Ciò non toglie che si pensi alla pace e si lavori per essa, sforzandosi di trovare gli spazi, anche minimi, di una iniziativa diplomatica. Tuttavia la diplomazia è proiezione necessaria della politica, non vive e sussiste a prescindere dalla politica. Finora l’Europa ha tenuto una linea rigorosa, anche mettendo a rischio i suoi legittimi interessi: non ha ceduto alla “minaccia del gas” e ha avviato il processo di sganciamento dalla dipendenza energetica da Mosca. Ciò rende l’impegno dell’Europa un pilastro ineludibile della possibile strategia di pace.

 

Ecco, invocare la diplomazia non significa immaginare soluzioni improbabili. Appare francamente illusoria la prospettiva di una pace costruita sull’intesa tra America e Cina, mettendo all’angolo l’Europa. È più realistico pensare a una ripresa di dialogo tra Washington e Mosca, con un ruolo importante delle cancellerie europee e della stessa Unione Europea. Non è uno scenario impossibile, benché al momento la guerra sul terreno renda tutti pessimisti.

 

E pessimisti è dir poco, visto come si articola con leggerezza, da qualche tempo a questa parte, la discussione sull’apocalisse nucleare. Ma proprio nel gorgo della irrazionalità si deve a tutti i costi rintracciare la possibile “controffensiva” della razionalità politica. L’occidente può temere l’olocausto, ma nondimeno la Russia, responsabile del temibile primo colpo, sarebbe chiamata a patirne le conseguenze. L’esigenza impellente della pace, ancor più dell’auspicio in virtù di buoni sentimenti, marcia ai bordi di questa tremenda consapevolezza sui danni dell’opzione atomica.

 

Putin non deve contare, in sostanza, sulla divisione dell’Occidente e dell’Europa. Non deve illudersi che la forza gli consenta di vincere l’orgoglio del popolo ucraino. Non deve affidarsi, men che meno, alla convinzione che il “sogno di pace” degli europei si muova al di fuori dei confini della ragione, prigioniero di un istinto di arrendevolezza morale e psicologica. La vera pace, quanto mai urgente, si può ottenere solo con la difesa e la riconferma di un sacrosanto principio di rispetto di quell’indipendenza di popoli e nazioni a sostegno l’ordinamento di sicure e stabili relazioni internazionali.

 

 

 

Fonte: formiche.net – 10 ottobre 2022

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore)

UN PD DA RIFONDARE? LA POLITICA ESCA DAL GUSCIO DELLE FORMULE E FACCIA I CONTI CON LA REALTÀ. 

 

L’Italia si mostra sempre più incapace di operare scelte incisive riguardo a sviluppo complessivo e crescita economica.  Isogna cambiare paradigma. Giorgio La Pira, negli anni Cinquanta del secolo scorso, formulò in un libro la seguente domanda: “Come può pregare un disoccupato?”.

 

Paolo Frascatore

 

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dal quel 20 marzo 2021, quando su queste colonne usciva l’articolo dal titolo “Un Pd a trazione posteriore”. Certo è che non eravamo (e non siamo) né profeti, né astrologi e tanto meno chiromanti, ma probabilmente solo un poco intuitivi e riflessivi rispetto ad azioni ed idee riferite a personaggi dell’attuale panorama politico nazionale e regionale. A quel periodo sopra richiamato risalgono alcuni fatti determinanti del Partito Democratico: Zingaretti sbatte la porta e lascia la segreteria; subito i maggiorenti del partito, in evidente difficoltà, si precipitano a richiamare Enrico Letta da Parigi per offrirgli su un piatto d’argento la segreteria nazionale.

 

Il neo-segretario, nominato e non eletto dal congresso (ma ormai questa sorta di prassi sta diventando regola, anche all’interno delle istituzioni repubblicane, in primis a livello parlamentare), ritorna di buon grado in Italia per assumere le funzioni di segretario nazionale del Pd e poi ricominciare la sua carriera parlamentare. La sua è una gestione grigia, che non sa se spostare il Partito democratico a sinistra o al centro e, nel dubbio, arranca, non convince neanche i propri elettori. Il Pd sembra essere solo un “partito di potere”, cioè di mera gestione del potere.

 

Le elezioni politiche del 25 settembre ne sono la prova lampante, inconfutabile: sotto accusa è un partito nato dall’idea veltroniana (sbagliata) di favorire il bipolarismo e il leaderismo, attraverso prima di tutto una legge elettorale maggioritaria e senza preferenze, per far decidere alle oligarchie dei partiti, o meglio al capo di turno, chi deve sedere in Parlamento. Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti, ma soprattutto di chi mastica un poco di politica. Ossia una sorta di liquidazione sia del centro che della sinistra, entrambi storicamente in Italia punto di riferimento dei ceti medi e di quelli meno abbienti, che costituiscono la maggioranza degli elettori.

 

Se si parte dal dato che quasi il cinquanta per cento degli aventi diritto al voto hanno preferito disertare le urne, allora la prima analisi corretta da fare è che in questa circostanza non ha vinto la destra, ma quella metà del popolo italiano che è ormai stanca e stufa di questi partiti, di questi politici e, soprattutto, dell’evanescenza dei programmi. Qual è stato durante tutta la campagna elettorale la proposta del Partito democratico e di Letta in particolare? Il monito di non consegnare il Governo del Paese alla destra. Invece quest’ultima con tutti i problemi che oggi affliggono la maggioranza delle famiglie italiane ha saputo. come si suole dire, parlare alla pancia di chi deve scontrarsi giorno per giorno con tributi, cartelle e bollette da pagare a fronte di remunerazioni che ormai sono ferme da vent’anni.

 

Non è questo un discorso ed un ragionamento che vuole esaltare il populismo; piuttosto si tratta di guardare negli occhi la realtà sociale attuale, il dato cioè di questa Italia sempre più povera e sempre più incapace di operare scelte incisive riguardo a sviluppo complessivo e crescita economica. Un politico ed un credente d’altri tempi, ma comunque straordinariamente attuale, Giorgio La Pira, negli anni Cinquanta del secolo scorso formulò in un libro la seguente domanda: “Come può pregare un disoccupato?”. Tradotto nella realtà sociale attuale: come può votare per il Partito democratico un cittadino medio che, tra problemi economici quotidiani, si sente continuamente rimbombare in testa lo slogan “attenzione, non consegniamo il Paese alla destra”?

MA CHI AFFRONTA LA QUESTIONE SOCIALE? È TEMPO DI AGGIORNARE E RILANCIARE LA CULTURA POLITICA CATTOLICA.

 

Si tratta di capire come politicamente, e culturalmente, si può affrontare di petto e con coscienza critica la “questione sociale” contemporanea. La storica cultura storica del cattolicesimo sociale, seppur rinnovata ed aggiornata alle domande della società contemporanea, deve uscire dal letargo e dalla pura rimeditazione del passato. Deve trasformarsi, ancora una volta, in iniziativa politica.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, tutti parliamo – giustamente – di bollette care, di povertà crescente, di ceto medio fortemente impoverito, di disuguaglianze spaventose e, soprattutto, di incertezza del futuro e di assenza di speranza. Di fronte ad una situazione francamente difficile e complessa, chi è in grado oggi – al di là della propaganda di rito e della conseguente demagogia – di farsi carico sotto il profilo politico di questo pesante fardello? Ma, soprattutto, chi ha l’armatura culturale, ideale, valoriale e forse anche etica per affrontare di petto questa rinnovata ed inedita “questione sociale?

Noi oggi ci ritroviamo di fronte una sinistra – tradizionalmente il campo politico più funzionale e più gettonato per affrontare e governare l’intera “questione sociale” – che è sostanzialmente divisa in tre tronconi, al di là delle stesse percentuali numeriche.

 

C’è una sinistra populista, trasformista e qualunquista, che è interpretata in modo eccellente dalla nuova veste del partito di Grillo e di Conte, ossia il M5S: una “sinistra per caso”, la potremmo definire, dove la rappresentanza degli interessi varia a seconda delle convenienze del momento. Oggi, per fermarsi all’ultima svolta compiuta, è una sorta di sinistra assistenziale e pauperista. Sino a quando? Non si sa, almeno sino alla prossima piroetta.

 

Poi c’è la storica sinistra massimalista, estremista e tardo comunista. O meglio, una sorta di Democrazia Proletaria aggiornata per la stagione contemporanea. Una esperienza dove la cultura di governo è sostanzialmente estranea, se non per occupare i posti e coprire gli spazi di potere nelle istituzioni. Come è puntualmente capitato anche alle recenti elezioni politiche.

 

In ultimo la sinistra per eccellenza, cioè quella che si identifica nella storica filiera italiana del Pci/Pds/Ds/Pd. La “gauche caviar”, come viene ormai comunemente definita. Si tratta, cioè, dell’ultima esperienza concreta del Partito democratico. Ovvero, parliamo di un partito che interpreta, intercetta ed è votato prevalentemente dai ceti medio alti, dalla media/alta borghesia, dai garantiti e dalla società che sostanzialmente “sta meglio”. Un partito, come dicono gli stessi protagonisti, nonchè i vari istituti demoscopici, radicalmente avulso dalle condizioni concrete in cui vivono i ceti popolari e tutti coloro che non riescono più a condurre una vita normale e dignitosa. Appunto, un partito funzionale agli interessi della zona “ztl” e neanche più realmente rappresentativo di quel mondo alto/borghese. Il resto della sinistra, presente anche alle ultime elezioni, appartiene al mondo dei “gruppettari” e quindi non è degno di nota.

 

Accanto alle varie articolazioni della sinistra contemporanea, non possiamo però dimenticare – come ovvio ed evidente – la tradizione e la cultura della “destra sociale” che storicamente e politicamente nel nostro paese non è mai stata estranea ai temi sociali e che in queste ultime elezioni ha premiato massicciamente il partito di Giorgia Meloni.

 

Ora, però, al di là della descrizione oggettiva di ciò che offre il mercato politico contemporaneo, è indubbio che la cosiddetta “questione sociale” non può essere affrontata in modo saltuario ed approssimativo. È sempre più indispensabile, nonchè necessario al riguardo, recuperare la tradizione, la cultura e la sensibilità di quella che un tempo veniva comunemente definita come la “sinistra sociale”. Seppur in mancanza di leader autorevoli che oggi possono incarnare concretamente quella sensibilità culturale ed ideale e di strumenti, cioè i partiti, che possano farsi carico organicamente di quei problemi e di quelle istanze. A volte drammatiche e sconvolgenti per centinaia di migliaia di persone e relative famiglie.

 

Insomma, si tratta di capire come politicamente, e culturalmente, si può affrontare di petto e con coscienza critica la “questione sociale” contemporanea. Senza improvvisazione, senza dilettantismo e, soprattutto, senza appaltarla a partiti o singoli esponenti politici che non sono affatto attrezzati e muniti di cultura politica per farsi carico di quelle istanze. Per questi motivi la storica cultura del cattolicesimo sociale, seppur rinnovata ed aggiornata alle domande della società contemporanea, deve uscire dal letargo e dalla pura rimeditazione del passato. Deve trasformarsi, ancora una volta, in iniziativa politica. Come era un tempo e come deve diventare oggi. Non per il bene di quella cultura, ma per un futuro dignitoso e più equo della nostra società. Delle persone e delle famiglie.

CARITAS E FONDAZIONE MIGRANTES FOTOGRAFANO LA CONDIZIONE DEGLI OLTRE 5 MILIONI DI CITTADINI STRANIERI REGOLARI.

 

Presentato venerdì 7 ottobre a Roma, presso l’Auditorium della Conferenza episcopale italiana (CEI), il XXXI Rapporto Immigrazione.

Il tema di questanno è stato quello scelto da Papa Francesco per la 108esima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si è celebrata lo scorso 25 settembre: Costruire il futuro con i migranti”.

“Se non si interviene con politiche complessive e unitarie – ha detto nel suo intervento Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, Presidente della Caritas – per colmare le lacune che i dati ci mostrano ormai e da tempo fin troppo chiaramente, avremo perso tutti quanti, come società e paese, la sfida di costruire il nostro futuro”.

Riportiamo di seguito la prima parte della Sintesi del Rapporto, rinviando al link (fondo pagina) per la lettura del testo integrale.

 

Redazione

 

Contesto internazionale

La mobilità internazionale cresce, insieme alle situazioni di vulnerabilità.

 

Il numero di migranti internazionali è stimato in 281 milioni nel 2021 (3,6% della popolazione mondiale), a fronte dei 272 milioni del 2019. Di questi, quasi due terzi sono migranti per lavoro. La principale causa dell’aumento del numero complessivo di persone che si trovano a vivere in un Paese diverso dal proprio sta nell’acuirsi e nel protrarsi del numero di contesti di crisi registrati a livello mondiale, che hanno fatto superare ad inizio 2022 per la prima volta nella storia la soglia di 100 milioni di migranti forzati (con un notevole incremento rispetto agli 89,3 milioni di fine 2021). Significativa anche l’esistenza di circa 345 milioni di persone a grave rischio alimentare, quasi 200 milioni in più rispetto a prima della pandemia. Nell’area del Mediterraneo allargato si registra un incremento della situazione di vulnerabilità della popolazione straniera residente, con pesanti conseguenze sui processi di integrazione dei migranti nei Paesi di destinazione.

 

Contesto italiano

Popolazione straniera in Italia. Segnali di ripresa e opportunità da cogliere.

 

L’attuale edizione del Rapporto Immigrazione è la prima post-pandemia: i dati attestano sia lenti segnali di ripresa sia criticità e fatiche dei cittadini italiani e stranieri, dovute ad una scarsa attenzione delle politiche sociali verso le fasce più fragili della popolazione nel periodo culminante dell’emergenza sanitaria.

 

Fra i segnali incoraggianti troviamo, ad esempio, la ripresa della crescita della popolazione straniera residente in Italia: i dati al 1° gennaio 2022 parlano di 5.193.669 cittadini stranieri regolarmente residenti, cifra che segna una ripresa dallo scorso anno. Nel quadro delle prime 5 regioni di residenza, si conferma il primato della Lombardia, seguita da Lazio, Emilia-Romagna e Veneto, mentre la Toscana sopravanza il Piemonte al 5° posto. Il quadro delle nazionalità rimane sostanzialmente inalterato: fra i residenti prevalgono i rumeni (circa 1.080.000 cittadini, il 20,8% del totale), seguiti, nell’ordine, da albanesi (8,4%), marocchini (8,3%), cinesi (6,4%) e ucraini (4,6%). Sono aumentati anche i cittadini stranieri titolari di permesso di soggiorno (al 1° gennaio 2022 sono 3.921.125, mentre nel 2021 erano attestati sui 3,3 milioni), così come i nuovi permessi di soggiorno rilasciati nell’anno: nel corso del 2021 sono stati 275 mila, +159% rispetto al 2020 (105.700); in particolare si è registrata un’impennata dei motivi di lavoro, certamente come esito della procedura di sanatoria varata dal governo nel 2020. Anche i provvedimenti di cittadinanza hanno segnato una certa crescita: sono stati 118 mila nel 2020, ovvero un +4% dall’anno precedente.

 

Secondo le stime dell’Istat, nel 2021 le famiglie con almeno un componente straniero sarebbero il 9,5% del totale (ovvero 2.400.000); di queste 1 su 4 è mista (con componenti sia italiani che stranieri) e 3 su 4 hanno componenti tutti stranieri. Rispetto alle diverse tipologie delle famiglie, quelle unipersonali (composte da single/vedovi/separati/ divorziati) è per i cittadini stranieri leggermente più elevata che per gli italiani (34,7% contro 33,4%) ed è più cospicua anche la tipologia di coppia con figli conviventi senza altre persone (36,6% per i cittadini stranieri e 31,0% fra gli italiani). Rispetto ai ragazzi italiani è più alta di oltre 4 punti percentuali la quota di minori stranieri che vivono solo con la madre, mentre è più bassa la quota di quelli che vive con entrambi i genitori o solo con il padre.

 

In generale la popolazione straniera ha una struttura più giovane di quella italiana: ragazze e ragazzi con meno di 18 anni rappresentano circa il 20% della popolazione e per ogni anziano (65 anni o più) ci sono più di 3 giovanissimi di età compresa fra gli 0 e i 14 anni. I ragazzi nati in Italia da genitori stranieri (“seconde generazioni” in senso stretto) sono oltre 1 milione e di questi il 22,7% ha acquisito la cittadinanza italiana; se ad essi aggiungiamo i nati all’estero, la compagine dei minori stranieri (fra nati in Italia, nati all’estero e naturalizzati) supera quota 1.300.000 e arriva a rappresentare il 13,0% del totale della popolazione residente in Italia con meno di 18 anni.

 

Si è assistito nell’ultimo anno anche al preoccupante aumento del numero dei minori stranieri non accompagnati, arrivati nell’aprile del 2022 a 14.025, certamente anche per effetto della guerra in Ucraina, da cui proviene il 28% circa del totale. Il 46,4% dei giovani stranieri si dichiara molto o abbastanza preoccupato per il futuro: i timori riguardano principalmente la guerra, la povertà o il peggioramento delle condizioni economiche. Emerge altresì che i giovani stranieri (e le ragazze più dei ragazzi) sognano un futuro in altri Paesi molto più dei coetanei italiani (59% contro il 42%). Il quadro socio-anagrafico si presenta dunque per diversi aspetti preoccupante e pone l’urgenza di politiche che potenzino efficacemente le opportunità da offrire ai ragazzi stranieri, anche per non disperdere il potenziale prezioso che rappresentano per un’Italia sempre più vecchia.

 

Leggi il testo completo

https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2022/10/sintesi_XXXI_rapp_immigrazione.pdf

IL PRIMO GOVERNO DI DESTRA DEL SECONDO DOPOGUERRA. COSA ASPETTARSI? LA “LETTERA” DI COTTA.

 

“Che cosa è la Lettera quindicinale?”. Dice Maurizio Cotta a proposito della sua proposta di comunicazione: “Molto semplicemente lo sguardo, sperabilmente abbastanza oggettivo, di un osservatore su realtà politiche che gli pare debbano essere seguite con attenzione. Buona lettura!”.

Della Lettera pubblichiamo, con il consenso dell’autore,  lo stralcio della prima parte (Numero zero, ottobre 2022).

 

Maurizio Cotta

 

Non è ovviamente privo di interesse (e magari di preoccupazione) osservare il formarsi e poi i primi passi del governo che sarà guidato e dominato da quello che generalmente si considera il partito più a destra (sul punto però qualche ulteriore riflessione sarà necessaria) del sistema politico italiano. Certamente un inedito nella storia repubblicana.

 

Per il momento, a governo non ancora formato, più che di valutazioni è tempo di domande. E queste riguardano, in generale, come il futuro governo saprà affrontare i nodi critici che si pongono in questo momento per l’Italia (e l’Europa in generale), ma anche più specificamente che cosa potrebbe voler dire (e in quali campi) un governo guidato dalla destra.

 

Per semplificare potremmo delineare una scala di livelli di libertà di scelta per il nuovo governo. Le questioni di politica internazionale “calda”, dunque la guerra in Ucraina, sono quelle nelle quali il governo avrà il minore margine di manovra. Se le cose continuano così, sul campo e nelle sedi decisionali occidentali, sarebbe assai difficile per il nuovo governo spostarsi da un chiaro “allineamento euro-atlantico” e, nonostante le sbavature dei suoi alleati, Meloni ha già espresso con tutta chiarezza questa posizione (d’altra parte il suo alleato principale sulla scena europea, il PIS al governo in Polonia, è fermissimo su questa linea).

 

Sui temi europei cruciali quali il PNRR e la disciplina di bilancio i margini di libertà sono solo lievemente maggiori, ma anche qui non ci dobbiamo aspettare grandi movimenti perché i rischi per l’Italia sarebbero troppo consistenti. Su altre politiche europee ci sarebbe in teoria maggiore spazio di autonomia, ma nei fatti il governo Meloni dovrà faticare a ottenere ascolto a Bruxelles perché non potrà certo vantare il prestigio che Draghi aveva presso Francia e Germania e il suo partito di riferimento a livello europeo (i Conservatori) non ha certo il peso del PPE, dei Socialisti o del Renew Europe. Su alcune questioni non decisive potrebbe far comodo, ad uso interno, al governo presentarsi come il difensore intransigente degli interessi nazionali additando Bruxelles come il “nemico”….. ma con cautela.

 

Se ci spostiamo verso politiche più decisamente nazionali si aprono, almeno in teoria, per il governo maggiori spazi di scelta. In alcuni di questi ambiti i partiti della coalizione hanno espresso proposte- bandiera assai nette: pensiamo alla richiesta della Lega di abolire “la Fornero” o di introdurre la

 

cosiddetta flat tax (che proprio flat non è..), di Forza Italia di aumentare le pensioni minime, o il forte controllo dell’emigrazione e l’elezione diretta del Capo dello Stato proposti da Fratelli d’Italia ma anche dagli altri partiti. É presumibile che su alcuni di questi temi i partiti del nuovo governo vogliano prendere iniziative anche per accontentare il loro elettorato più identitario. Naturalmente alcune di queste richieste (in specie in materia fiscale e pensionistica) andrebbero ad incidere anche pesantemente sugli equilibri di bilancio e per questa via si ricollegano ai vincoli europei (a meno che non si tagli decisamente da altre parti). Gli spazi di manovra potrebbero essere nei fatti piuttosto limitati. Tanto più che contemporaneamente il governo dovrà provvedere alle urgenze prodotte dai costi dell’energia e dall’inflazione.

 

Più libertà d’azione il governo lo avrà invece su questioni che non toccano i bilanci e hanno valenza simbolica. Un esempio ovvio potrebbe essere una mossa sul “presidenzialismo” o, per esser più precisi, sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica (le due cose non sono proprio la stessa). Senza entrare qui sul significato vero di una misura del genere, si può facilmente rimarcare che questo tema potrebbe offrire il destro alle opposizioni di condurre una vigorosa campagna contro il governo evocando i pericoli (fondati o infondati che siano) di una deriva autoritaria del governo, anche richiamando le radici lontane del suo partito maggiore, e renderebbe difficile perseguire la strada di una approvazione a larga maggioranza della riforma costituzionale. Ma le riforme a maggioranza semplice non sono state in passato molto fortunate….

Interrogativi importanti riguardano anche la qualità della classe dirigente che Fratelli d’Italia, per la prima volta in prima fila nel governo, saprà metter in campo. Ricordando sempre che in UE i ministri nazionali sono anche costantemente impegnati sulla non facile scena europea.

 

Le domande sono dunque non poche e richiederanno una osservazione attenta dell’azione del governo, senza trascurare i comportamenti delle opposizioni che per un po’ saranno in cerca di nuovi equilibri.

 

 

 

Maurizio Cotta è professore emerito di scienza politica nell’università di Siena. Le sue ricerche si sono concentrate sullo studio delle elite politiche, delle istituzioni di governo e del sistema politico dell’Unione Europea. Sta scrivendo il libro “EU in turbulent times”.

UN PARLAMENTO «DI EMERGENZA E DI SPERANZA». LINEE DI RIFLESSIONE DELL’AZIONE CATTOLICA.

 

Continua il lavoro dellAc per accompagnare le persone in questa complessa fase politica, sociale ed economica. Il nuovo Parlamento assuma un ruolo centrale su tre parole-chiave: pace, ascolto, partecipazione.

 

Marco Iasevoli

 

In questa delicata e complessa campagna elettorale, intenso è stato lo sforzo dell’Azione cattolica per accompagnare soci e simpatizzanti, e chiunque fosse in cerca di piccole rotte da seguire, offrendo alcune note di politica per approfondire i temi e le modalità dell’appuntamento elettorale. In particolare, per la forte sensazione di solitudine in cui questo impegno si è svolto – solitudine che dovrebbe interrogare tanti –, ha assunto quasi il significato di una provocazione la campagna contro l’astensionismo, che ha visto soprattutto i giovani motivati protagonisti.

 

Il tempo successivo al voto certo non è meno importante. Anzi. Già la scorsa settimana la rivista Dialoghi  e la Presidenza nazionale hanno promosso un importante appuntamento di riflessione e discernimento a Spello, in cui sono state messe a fuoco le sfide attuali delle nostre democrazie. Anche il prossimo numero di Segno nel mondo, il periodico dei giovani e degli adulti di Ac, avrà un ricco dossier sulla legislatura che inizia, con un’ampia intervista al presidente nazionale Giuseppe Notarstefano. Una riflessione che proseguirà nell’approfondimento che Dialoghi  farà nei prossimi mesi e che costituirà un’ulteriore piattaforma di approfondimento formativo e associativo.

 

Ac, messe a fuoco le sfide attuali delle nostre democrazie

 

Ma capire cosa è successo, e cosa potrebbe succedere nel breve e nel medio periodo, è esercizio che attraversa tutta la vita dell’associazione e riguarda tutti: dai gruppi parrocchiali ai Consigli diocesani. E tanti soci si sentono personalmente mobilitati da questa fase oggettivamente straordinaria della vita del Paese. La stessa ripartenza della vita associativa lungo tutta la Penisola, proprio in questi giorni, non è estranea al momento che viviamo: ne riflette le preoccupazioni, le aspettative, ne riflette sia l’irrequietezza sia il desiderio di darsi da fare quasi a testa bassa, senza stare lì a fare calcoli. “Tempo di emergenze e di speranze”, sintetizza efficacemente proprio la rivista Dialoghi.

 

Per questo motivo, a pochi giorni dall’insediamento del nuovo Parlamento, dell’istituzione più importante e centrale della nostra democrazia, ciò che l’associazione mette sul tavolo non è l’ennesima lista di cose da fare. Si tratta piuttosto di ritrovare insieme le ragioni e i fondamenti essenziali e “costituenti” che animano la nostra democrazia, riconoscendo la centralità della dialettica parlamentare oltre che l’efficacia o meno dell’azione di governo, nella consapevolezza che entrambe le istituzioni, Parlamento e governo, agiscono in costante riferimento alle istituzioni comunitarie e alla condivisione della visione europea. E si tratta, sopra ogni cosa, di comprendere a fondo il duplice sentimento in cui oscilla il Paese: viviamo come se l’emergenza attanagliasse ogni secondo delle nostre giornate; al contempo viviamo con la ferma certezza che ne verremo fuori mettendo ciascuno il suo.

 

Valorizzare il contributo che tanti vogliono dare

 

Chiuse le feroci polemiche pre-elettorali, il nuovo Parlamento ha un compito che prescinde posizioni di parte: provare sincera empatia con questi due moti dell’anima collettiva del Paese. E quindi non dire solo a chiacchiere di comprendere quanto la gente stia soffrendo, ma di andare a vedere e toccare con mano sofferenze materiali e immateriali in cui milioni di nostri concittadini stanno provando, va detto crudamente, a sopravvivere (e il nuovo aumento delle bollette non potrà che acuire e allargare la fascia della fragilità socio-economica). Allo stesso tempo, compito del nuovo Parlamento è fare leva su questo desiderio di venirne fuori, valorizzare sul serio e non solo nei convegni il contributo che tanti vogliono dare generosamente e senza essere strumentalizzati dalla politica: ascoltare davvero e animare quel “terzo pilastro” rappresentato dai corpi intermedi di cui il nostro Paese è davvero ancora molto ricco. Questo Parlamento di un’era pandemica e bellica esca dalle dorate stanze per vedere come si sopravvive anche in case insospettabili. E allo stesso tempo faccia entrare tutte le istanze reali e concrete della società dentro dibattiti, confronti e decisioni, perché una politica autoreferenziale è destinata a fallire sia nell’affrontare le emergenze sia nel sostenere le speranze.

 

Marco Iasevoli, giornalista politico di “Avvenire” e direttore di “Segno nel mondo”.

 

 

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https://azionecattolica.it/un-parlamento-di-emergenza-e-di-speranza/

AFRICA IN TUMULTO. SPAZI DI COMPETIZIONE E NUOVI RISCHI PER LE POPOLAZIONI AUTOCTONE.

 

LAfrica è ricca di commodity dogni genere, fonti energetiche in primis, che in tempi di recessione economica globale e di manifesta crisi del multilateralismo politico ed economico, rappresentano un fattore destabilizzante, a dir poco letale. È interesse dellEuropa guardare al continente africano non solo per opportunità in considerazione della devastante crisi energetica scatenata dalla speculazione finanziaria. Come ai tempi della Guerra fredda, i paesi africani rischiano non solo di divenire spazi di competizione tra Oriente e Occidente, ma teatri dove a pagare il prezzo più alto saranno le popolazioni autoctone.

 

Giulio Albanese

 

Le divisioni determinate a livello globale a seguito della crisi armata che insanguina l’Europa orientale stanno manifestandosi sempre più anche nell’Africa subsahariana.

 

È proprio di questi giorni la dichiarazione di Vedant Patel, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, il quale ha messo in guardia la nuova giunta al potere in Burkina Faso dai rischi di un’alleanza con la Russia, il cui gruppo paramilitare Wagner ha mostrato un forte sostegno agli autori dell’ultimo colpo di stato. Infatti, la sera del 30 settembre scorso è stato deposto il precedente leader golpista, il tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, salito al potere lo scorso gennaio, con l’accusa di non aver mantenuto la promessa di reprimere l’insurrezione islamista che attanaglia il Burkina Faso dal 2015. Al suo posto si è insediato il trentaquattrenne capitano Ibrahim Traoré. Classe 1988, è di fatto il più giovane capo di stato africano, precedendo anagraficamente altri due leader golpisti: il colonnello guineano Mamady Doumbouya, classe 1981, e il colonnello maliano Assimi Goïta, classe 1983. Da rilevare che a seguito dell’ascesa al potere di Traoré, il fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Viktorovich Prigozhin, ha annunciato in un post sui social network di sostenere il capitano Ibrahim Traoré e i suoi uomini, che «hanno fatto ciò che era necessario (…) per il bene del loro popolo». Motivo per cui gli Stati Uniti, attraverso il portavoce del Dipartimento di Stato, hanno espresso preoccupazione per quanto sta avvenendo in Burkina Faso: «I Paesi in cui è stato schierato il gruppo [Wagner] sono lasciati indeboliti e meno sicuri, e lo abbiamo visto in diversi casi solo in Africa», precisando che occorre evitare un ulteriore deterioramento della situazione nel Paese saheliano: «Condanniamo qualsiasi tentativo di peggiorare l’attuale situazione in Burkina Faso e incoraggiamo vivamente il nuovo governo di transizione ad aderire al calendario concordato per il ritorno a un governo civile democraticamente eletto», ha aggiunto.

 

Non è un caso se martedì 4 ottobre alcune decine di manifestanti sono scesi in piazza nella capitale burkinabé Ouagadougou, scandendo slogan a favore della Russia e critici nei confronti della ex potenza coloniale francese. Durante il suo breve periodo al potere, il tenente colonnello Damiba non è riuscito a contrastare efficacemente i militanti islamisti i quali si sono impadroniti di vaste aree rurali, circondando in molti casi i centri abitati e lasciando ai militari burkinabé il controllo di solo il 60 per cento del Paese, secondo alcune stime della società civile. Il colpo di stato comandato da Traoré è l’ultimo di una lunga serie che da un paio d’anni interessano l’Africa subasahariana, dal Mali alla Guinea, dal Sudan al Burkina Faso, per non parlare della controversa morte del presidente ciadiano Idris Déby e dell’investitura del figlio Mahamat. È evidente che in un contesto planetario in cui l’attenzione dei grandi player internazionali è concentrata sulla guerra russo-ucraina, quanto sta avvenendo nel continente africano passa inevitabilmente in secondo piano.

 

Eppure la posta in gioco è alta in quanto la guerra che sta insanguinando l’Ucraina è in qualche modo rivelatrice di una dinamica in corso già da tempo in tutto il continente africano. Una dinamica — è bene precisarlo — che probabilmente è stata sottovalutata per gli effetti che potrebbe avere sugli equilibri internazionali. Occorre infatti considerare che l’Africa è ricca di commodity d’ogni genere, fonti energetiche in primis, che in tempi di recessione economica globale e di manifesta crisi del multilateralismo politico ed economico, rappresentano un fattore destabilizzante, a dir poco letale. A parte la presenza di Wagner in Libia, quello che il governo di Mosca ha portato avanti nei Paesi della macroregione subsahariana si identifica oggi, in molti casi, come supporto spiccatamente militare nei vari teatri di crisi, come nel caso della Repubblica Centrafricana o del Mali.

 

In gergo tecnico si tratta di una sorta di «conflict management» spesso criticato negli ambienti diplomatici ma anche nei circoli della società civile in quanto anziché favorire politiche negoziali, le ostacola, minacciando non solo il raggiungimento di una stabilità in questi contesti, ma anche gli interessi occidentali. Secondo Human Rights Watch (Hrw), nei mesi scorsi, «Il governo di transizione ha sempre più limitato la missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, la Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite nel Paese. Ha escluso le forze di pace dalle aree in cui le forze governative erano coinvolte in operazioni abusive, come la città di Moura, dove Human Rights Watch ha documentato gravi abusi a marzo da parte dell’esercito maliano e di soldati stranieri identificati come combattenti russi» (https://www.hrw.org/news/2022/08/09/mali-rights-reforms-crucial-civilian-rule). Le autorità russe hanno naturalmente sempre respinto queste accuse, stigmatizzando invece le ingerenze di matrice neocoloniale in Africa. È bene rammentare che Sergei Lavrov, ministro degli esteri russo, ha ribadito in più circostanze la posizione ufficiale di Mosca secondo cui Wagner «non ha nulla a che fare con lo Stato russo». Una cosa è certa: come ai tempi della Guerra fredda, i paesi africani rischiano non solo di divenire spazi di competizione tra Oriente e Occidente, ma teatri dove a pagare il prezzo più alto saranno le popolazioni autoctone. In ogni caso, qualsiasi potrà essere la portata delle azioni militari e diplomatiche russe nella macroregione, quello che appare evidente è che, almeno per il momento, le prospettive di cooperazione tra russi e attori occidentali sono compromesse.

 

Occorre comunque evidenziare, stando a fonti diplomatiche, che in questi ultimi mesi alcuni contingenti della Wagner sarebbero stati ritirati da alcune zone operative africane per dare manforte all’esercito russo impegnato in Ucraina. Rimane il fatto che di fronte a questo scenario africano, non deve venire meno il dialogo diplomatico dell’Occidente con il Cremlino, non solo in riferimento alla guerra russo-ucraina, ma anche in riferimento alle crisi in atto nell’Africa subsahariana; un dialogo che è sì difficile, ma indispensabile.

 

È impossibile fare previsioni guardando al futuro, visto il perdurare delle forti tensioni tra i Paesi occidentali e la Russia, ciò non toglie che è interesse dell’Europa guardare all’Africa non solo per opportunità in considerazione della devastante crisi energetica scatenata dalla speculazione finanziaria. Gli interrogativi posti dalla presenza di formazioni jihadiste nella fascia saheliana, nel Corno d’Africa e addirittura nel nord del Mozambico contribuiscono a definire un quadro macroregionale aleatorio e volatile, dove i movimenti islamisti insediati nelle zone rurali sono pronti a capitalizzare la rabbia popolare e rilanciare la loro sfida ai sistemi di potere in carica.

 

Inoltre, l’onda lunga della crisi pandemica e le incertezze sulla ripresa post-pandemia rischiano di prolungare il malcontento pregiudicando l’agognato riscatto, all’insegna della sicurezza e dello sviluppo. Scenari di povertà, conflitto ed alienazione così profondi, dove la migrazione come via di fuga o l’adesione alla militanza violenta sembrano essere le uniche alternative possibili, richiedono una maggiore assunzione di responsabilità da parte di tutti.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romamo – 7 ottobre 2022

(Articolo riprodotto per gentile concessione

QUELLA RETORICA FINTAMENTE PATRIOTTICA. GIORGIA MELONI TRA EUROPEISMO E NAZIONALISMO.

 

La campagna elettorale della Meloni si è snodata, con qualche abilità e qualche ambiguità, navigando tra questi due scogli.

 

Marco Follini

 

Sarà la politica tedesca a stabilire il grado di europeismo del governo italiano che verrà. Infatti, la decisione di Berlino di fare a modo suo sul fronte dell’energia costringerà Giorgia Meloni a decidere a sua volta se accodarsi al sovranismo altrui o invocare la prevalenza del diritto europeo sui calcoli (e gli egoismi) nazionali.

 

Non è questione da poco, come tutti intendono. Infatti la campagna elettorale della Meloni si è snodata, con qualche abilità e qualche ambiguità, navigando tra questi due scogli. Da un lato un malcelato nazionalismo (la “pacchia” di cui si annunciava la fine). Dall’altro una vaga consapevolezza, mai troppo visibile, del fatto che il nostro Paese avrebbe ben poche possibilità di contare mettendosi contro l’Europa che conta. Cosa che la retorica patriottarda fa finta di non accettare più di tanto ma a cui poi il realismo strategico consiglia di adeguarsi.

 

Ora è evidente che a questo punto Meloni può far finta di apprezzare che il governo tedesco, forte della sua maggior forza, faccia di testa sua. Un po’ come la destra italiana ha suggerito di fare o di minacciare tante altre volte. Ma è ancor più evidente che il nostro interesse nazionale richiede all’opposto che nessuno si distanzi dal concerto europeo. Andare in ordine sparso su argomenti così delicati vorrebbe dire infatti esporci – noi più di tutti – al maggior rischio.

 

Il bivio sta lì. Tra una retorica fintamente patriottica che rischia di far danno al paese. E una scelta europeistica che archivia quella retorica con saggezza e lungimiranza.

 

 

Fonte: La Voce del popolo – 6 ottobre 2022

(Articolo riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale della Diocesi di Brescia. Il titolo differisce in parte dall’originale).

I CATTOLICI, IL CENTRO E IL TERZO POLO: ADESSO SERVE UN’INIZIATIVA POLITICA.

 

Occorre che il Centro sia realmente il luogo politico in grado di dispiegare unazione decisiva ai fini della costruzione dei futuri equilibri politici. A riguardo, lapporto della tradizione cattolico popolare e sociale diventa, adesso, decisiva.

 

Giorgio Merlo

 

Il tema del ruolo politico del Centro – e, di conseguenza, di una politica di centro – nel nostro paese, la funzione dei cattolici popolari e sociali e l’esperienza del recente “terzo polo” sono elementi che si intrecciano l’un l’altro e che adesso, però, richiedono un salto di qualità. Mi spiego meglio.

 

Se il “bipolarismo selvaggio” che ha caratterizzato la dialettica politica italiana in questi ultimi anni si è rivelato uno schema inadeguato e profondamente sbagliato, è sempre più necessario far scendere in campo un Centro politico che sappia reintrodurre nella cittadella politica italiana contemporanea quegli istituti che storicamente hanno arricchito la “qualità” della nostra democrazia. E, al contempo, è anche giunto il momento affinchè i cattolici popolari, sociali e democratici battano un colpo. Non si tratta di organizzare la classica “corrente” identitaria di vecchio conio all’interno di questo contenitore politico ed elettorale. Molto più semplicemente, è proprio l’area cattolico popolare e cattolico sociale che si deve riappropriare della categoria del Centro politico, di comune accordo – come ovvio e scontato – con altri filoni ideali e culturali.

 

Del resto, per fermarsi ai due principali leader di questo futuro soggetto politico, se Calenda interpreta naturalmente la cultura liberale, laica, repubblicana e tardo azionista è indubbio che il profilo culturale di Renzi è molto diverso in quanto proviene dalla tradizione popolare e cattolico democratico. Ma, al di là delle singole provenienze culturali dei vari leader, è quanto mai importante che proprio in uno spazio di centro l’area cattolico popolare e sociale abbia un ruolo. E questo perchè in un partito che si candida a svolgere un ruolo importante nella cittadella politica italiana e con un consenso significativo, il suo profilo culturale può non essere “plurale”. Ed è nella pluralità che quest’area culturale può apportare un contributo di qualità all’elaborazione dello stesso progetto complessivo del partito.

 

Ora, credo sia giunto il momento per attivare una iniziativa e far sì che il Centro sia realmente il luogo politico in grado di dispiegare un’azione decisiva ai fini della costruzione dei futuri equilibri politici. Se le due coalizioni maggioritarie difficilmente potranno reggere di fronte alle difficoltà straordinarie che si prospettano all’orizzonte per il nostro paese, è giocoforza che sia proprio il Centro che possa svolgere un ruolo politico decisivo ai fini dell’efficacia della stessa azione di governo. Purchè sia un luogo politico plurale da un lato e, soprattutto, che svolga un ruolo determinante per la costruzione degli equilibri politici complessivi. Sotto questo versante è indubbio che molto dipenderà da come si costruisce il profilo politico del futuro partito e, nello specifico, dalle radici culturali del suo progetto politico.

 

Ecco perchè l’apporto della tradizione cattolico popolare e sociale diventa, adesso, decisiva. E, al riguardo, è indispensabile attivare una iniziativa politica finalizzata a centrare un obiettivo che da troppo tempo è atteso nel nostro paese e che non è più stato dispiegato nella sua interezza ed organicità dopo la fine della prima repubblica e il tramonto prima del Ppi e poi della Margherita.

 

 

CE LA FARÀ IL PD? OGGI LA DIREZIONE NAZIONALE AVVIA IL DIBATTITO IN VISTA DEL CONGRESSO.

Il rischio rimane quello di un dibattito nominalistico, fatalmente rovinoso, senza una chiara direttrice di marcia. Torna la critica di D’Alema sulla

 

Cristian Coriolano

La direzione nazionale del Pd avrà il compito stamane di frenare la spinta verso un congresso vampirizzato dal fatuo leaderismo che sembra dominare il confronto interno. È inevitabile, secondo logica, che Letta sia invitato a gestire con la dovuta calma una transizione a dir poco complicata. La richiesta di Base Riformista, tutta protesa invece ad imprimere un ritmo più accelerato alle operazioni congressuali, sconta il limite di una certa povertà di argomentazione. Il rischio rimane quello di un dibattito nominalistico, fatalmente rovinoso, senza una chiara direttrice di marcia. Finora si è cercato di nascondere il problema, per un verso o per l’altro relativo alle alleanze, con il liturgico appello alla riscoperta o alla ridefinizione dell’identità. Ma qual è l’identità di un partito che è sorto, all’opposto, con l’idea di liquidare le formule identitarie del Novecento?

 

Ieri D’Alema nella sua intervista al Fatto Quotidiano, al solito intelligente e velenosa, ha riconfermato la critica all’astrattezza di una scelta che ha preteso di forzare l’evoluzione del centro sinistra dando vita all’inglobante del nuovo riformismo post guerra fredda. Al contrario, sarebbe stato meglio tenere distinte due formazioni, una di matrice socialista e l’altra di orientamento cattolico progressista. Una tesi, si dirà, che D’Alema ha sempre sostenuto; ma non certo una tesi che per questo possa dirsi infondata, se i risultati elettorali del 25 settembre evidenziano il forte restringimento delle basi di consenso del “partito unico del riformismo”. Insomma, D’Alema può aver anche torto, ma a questo suo torto va opposta una ragione convincente.

 

Sta di fatto che il dilemma esiste e pesa enormemente. Non si può non osservare, infatti, quanto il Pd sia vittima di se stesso, ovvero della sua fluidità di genere, per stare al gergo dell’attualità. Indovinare la via d’uscita dalla crisi equivale a pensare la definizione di una identità condivisa, pena l’usura del criterio fondativo del partito e quindi delle sue aspettative presenti e future. Serve un dibattito serio, perciò con tempi adeguati alla serietà dei problemi in gioco. C’è la farà il Pd? Chi se lo augura, pur non essendo del Pd, ha a cuore il bene del Paese..

IL TEOREMA KADYROV: LA GUERRA FINO ALLE ESTREME CONSEGUENZE, NON ESCLUSA L’ATOMICA.

Forte di migliaia e migliaia di follower, sedicente perseguitato dalle sanzioni dell’Occidente, il leader ceceno diventa il riferimento di tutti coloro che – negando qualsiasi tentativo di giungere ad un accordo diplomatico – vedono nell’uso della forza e segnatamente nel ricorso alle armi nucleari l’unica scelta obbligata per proseguire il conflitto bellico fino alle conseguenze più estreme, giocando il tutto per tutto. Intanto il terrore resta sullo sfondo e corre sul filo delle minacce e delle incognite.

Francesco Provinciali

 

Mentre prosegue la controffensiva ucraina che recupera numerosi villaggi, si riprende Lyman e sfonda il fronte di Kherson, le cancellerie delle capitali europee convocano gli ambasciatori russi per formalizzare il mancato riconoscimento delle annessioni delle autoproclamate Repubbliche popolari di Luhans’k e Donetsk e le regioni di Zaporizhzhya e – appunto – Kherson, a seguito della farsa dei referendum a cui sono state chiamate le popolazioni di quei territori sotto la minaccia delle armi. “Il popolo ha fatto la sua scelta, una scelta netta. Non c’è niente di più forte della volontà di milioni di persone”, ha detto Putin, aprendo al Cremlino la cerimonia per la firma dei trattati. Poi ha chiesto un minuto di silenzio per quelli che ha definito gli “eroi” che combattono in Ucraina e per le “vittime delle azioni terroristiche di Kyiv”: “gli abitanti del Donbass vittime di attacchi da parte del regime di Kyiv” e tutti i filorussi d’Ucraina che hanno combattuto “per la loro nazione”. “Voglio che mi sentano a Kyiv e in Occidente: le persone che vivono nel Luhans’k, nel Donetsk, a Kherson e Zaporizhzhya sono nostri cittadini per sempre”.

 

Lo Zar prosegue la sua scellerata ‘mobilitazione parziale’, in realtà sempre più una guerra feroce che mette in conto atrocità e devastazioni, veri e propri eccidi di civili senza riguardo per donne, anziani  e bambini (secondo l’agenzia Ukrinform dall’inizio del conflitto sono stati uccisi 416 minori e ne sono stati feriti 784 mentre 240 mila sono stati deportati in Russia e di loro si è persa ogni traccia), sempre più infarcita di menzogne e minacce, con la chiamata alle armi dei riservisti e una movimentazione che adombra lo spettro del ricorso all’uso del nucleare. Intanto fa scivolare nei mari artici il sottomarino a propulsione nucleare K-329 Belgorod lungo 184 metri, largo 15 e con una potenziale autonomia sott’acqua di 120 gg, capace di scendere fino a mille metri e per questo di fatto praticamente inintercettabile.

 

Secondo la NATO esiste il sospetto che la sua vera missione sia di testare il missile-siluro Poseidon, capace di lanciare testate nucleari a diecimila km di distanza. Intanto sul sabotaggio del gasdotto Nord Stream (inizialmente attribuito al sommergibile ma finora senza prove) la Svezia e la Norvegia lanciano un allarme: “La fuga di gas non si è fermata, ma è aumentata”, come le immagini televisive peraltro riportano in tutto il mondo. Esce nel frattempo alla ribalta il leader ceceno e luogotenente di Putin, Ramzan Kadyrov, accusato da anni di atrocità e violazione dei diritti umani, sanzionato da USA e UE. Noto per la sua ferocia e per l’odio verso l’Occidente ma per questo benedetto dal Patriarca Kirill (secondo cui “morire in guerra equivale a togliere tutti i peccati commessi: chi muore per la patria va in paradiso”): lui, ben oltre Putin, Medvedev, Lavrov, Peskov e Lukashenko, rappresenta il frontman dell’ala più intransigente, ortodossa e dottrinale, ancora più feroce e ultimativa della linea ufficiale del Cremlino, tanto da diventare un alleato scomodo e oltranzista per Mosca.

 

 

Kadyrov critica i generali russi finora movimentati sul campo e ne chiede la rimozione per inerzia e scarsa determinazione: come prova della sua posizione intransigente e totalitaria, per una guerra senza remore umanitarie, manda al fronte i suoi tre figli minori Akhmat, Eli e Adam rispettivamente di 16, 15 e 14 anni. In realtà Kadyrov muove un attacco senza precedenti nei confronti dell’esercito regolare e quindi miratamente al ministro della Difesa Sergei Shoigu e al capo di stato maggiore Valerij Gerasimov, rappresentando il grosso delle milizie irregolari insieme ai mercenari prezzolati della brigata Wagner al comando di Evgenij Prigozhin. Ed è con lui che Kadyrov sta tessendo una tela ostile a Shojgu avendo come obiettivo di convincere Putin a desautorarlo per mettere al suo posto Aleksej Djumin, governatore di Tula ed ex guardia del corpo dello Zar. Mandando a combattere i suoi tre figli minori Kadyrov mette in campo la sua credibilità personale, disposto a rischiare un sacrificio familiare per onorare l’alleanza con Mosca e aderire ai sermoni visionari e sanguinari dell’onnipotente patriarca Kirill.

 

Ma sono le sue manovre di infiltrazione e convincimento rivolte al Cremlino per adottare una linea dura, intransigente e spietata che preveda l’uso tattico dell’atomica che stanno spingendo Putin a scelte estreme, per non essere sorpassato in quanto a efferata e sorda determinazione. Kadyrov gioca anche la carta dell’ironia per accreditarsi come esponente della linea più oltranzista: “A proposito, forse vogliono fare un film sul terribile Ramzan Kadyrov a Hollywood? Sono pronto per interpretare il ruolo principale”, ha detto Kadyrov secondo la Tass. Forte di migliaia e migliaia di follower, sedicente perseguitato dalle sanzioni dell’Occidente, il leader ceceno diventa il riferimento di tutti coloro che – negando qualsiasi tentativo di giungere ad un accordo diplomatico – vedono nell’uso della forza e segnatamente nel ricorso alle armi nucleari l’unica scelta obbligata per proseguire il conflitto bellico fino alle conseguenze più estreme, giocando il tutto per tutto (mentre da Mosca il portavoce di Putin – Dmitry Peskov – si affretta a smentire l’immediatezza di tale passo: “La Russia non intende prender parte alla retorica nucleare alimentata dai media occidentali”, come dire che la tattica russa del temporeggiare contempla il colpo alla botte e quello al cerchio). Nel frattempo – lo ha annunciato lo stesso Kadyrov sul suo canale Telegram – il leader ceceno è stato insignito da Putin del grado di colonnello generale: “Voglio condividere con voi una buona notizia. Il Presidente della Russia mi ha conferito il grado di colonnello generale, con decreto n.°709 e si è congratulato con me”.

 

Intanto il terrore resta sullo sfondo e corre sul filo delle minacce e delle incognite: mentre gli USA dipingono Putin come un pugile suonato all’angolo del ring, il consiglio comunale di Kyiv riferisce che sta fornendo ai centri di evacuazione le pillole a base di ioduro di potassio, nel timore di un eventuale attacco nucleare alla capitale ucraina. E di pastiglie di iodio si comincia a parlare – sommessamente – anche fuori dai confini del Paese.

DIALOGO CON L’OPPOSIZIONE RIFORMISTA: I DEMOCRATICI CRISTIANI NON POSSONO FARE DA SGABELLO ALLA DESTRA.

Ridursi al ruolo di valvassini della destra se può garantire, come a Cesa e De Poli, il galleggiamento politico, ora di qua e ora di là dei collegi elettorali sicuri, non può essere il progetto politico del partito che intende collegarsi alla storia del popolarismo sturziano e della DC di De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini, Marcora e Donat Cattin.

 

Ettore Bonalberti

 

Dopo il voto settembrino è nata una maggioranza articolata e scomposta, insieme a tre opposizioni: quella più numerosa del PD che, con il congresso avviato, è alla ricerca della sua identità; una di tipo populista, guidata da Conte col M5S e una di tipo liberal democratica riformista rappresentata dal terzo polo di Calenda e Renzi.

 

Noi DC sopravvissuti alla lunga stagione della diaspora (1992-2022) viviamo una fase particolarmente difficile, nella quale emergono due posizioni ben distinte: quella di coloro che hanno condiviso la scelta di Totò Cuffaro che, in Sicilia, ha scelto l’alleanza con la destra, e quella di coloro che come me, sono rimasti coerenti con la scelta per un centro politico nuovo democratico, popolare,liberale, riformista, euro-atlantista, alternativo alla destra nazionalista e populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità.

 

Ora il partito, alla vigilia del congresso nazionale, si trova a un bivio: confermare la scelta siciliana per aderire a un’alleanza con la destra italiana, oppure riprendere il dialogo con i parlamentari del Terzo Polo disponibili a concorrere alla costruzione del nuovo centro della politica italiana. Considero la scelta a destra del partito errata e contraria a tutta la storia politica e culturale dei cattolici democratici e cristiano sociali di cui, in questi dieci anni ( 2012-2022), ci siamo considerati legittimi eredi. Una scelta tanto più improponibile da realizzare con amici come i sopravvissuti dell’UDC, i quali, come ha ben scritto Carmagnola, in tutti questi anni hanno “abusato” dell’utilizzo del nostro glorioso simbolo scudo crociato per esclusiva rendita politica personale, spostandosi ora dalla parte di Forza Italia, ora da quella della Lega e finendo nel ruolo subalterno della destra estrema di Fratelli d’Italia e della Meloni. Come si possa ipotizzare addirittura l’unificazione con l’UDC, dopo le tante prove negative vissute, se può trovare una giustificazione tattica nella scelta di Cuffaro, con la quale sei consiglieri regionali si sono potuti eleggere al parlamento siciliano, o per tanti degli amici i quali quell’esperienza UDC l’avevano già vissuta dopo la fine della DC storica, non può assolutamente trovare l’adesione da chi, come il sottoscritto, dal 1993 si è battuto per la ricomposizione politica della DC, partito mai giuridicamente sciolto, da “democristiano non pentito”. Nessuna pregiudiziale, ovviamente, per ricomporre l’unità possibile dei DC, ma sull’alleanza con la destra della politica italiana, non ci sarà mai la mia adesione, sempre convinto dagli insegnamenti dei nostri padri fondatori che vollero la DC partito “democratico, popolare e antifascista”, rifuggendo sempre le tentazioni di alleanze organiche con la destra italiana.

 

Quanto ha scritto l’amico Giorgio Merlo su “ Il Domani d’Italia” in merito al progetto politico del Terzo Polo che non potrà perseguire l’obiettivo calendiano di “un partito repubblicano di massa”, una sorta di azionismo ex post che, ora come allora, non potrebbe che risultare del tutto minoritario, coincide con la nostra stessa idea; semmai, condividendo quanto espresso da Matteo Renzi nell’intervista all’Avvenire del 1 Ottobre, vorremmo concorrere alla costruzione di un partito nel quale la presenza della componente cattolica fosse decisiva. Certo, come scrive Renzi: “I sovranisti e i populisti prendono pezzi di mondo cattolico, ma l’anima culturale del pensiero politico popolare guarda al centro riformista”. Sì, tra l’adesione alla destra, per me un suicidio strategico per la DC, e il NO all’alleanza con l’opposizione populista del M5S o a quella con il PD in corso di restauro strutturale, credo che la nostra prospettiva sia quella di un incontro con l’opposizione di centro riformista che potrebbe assumere un ruolo decisivo per gli equilibri politici dell’Italia. Progetto al quale io credo potrebbe concorrere anche l’amico Bruno Tabacci, di sicura antica fede democratico cristiana.

 

Ridursi al ruolo di valvassini della destra se può garantire, come a Cesa e De Poli, il galleggiamento politico, ora di qua e ora di là dei collegi elettorali sicuri, non può essere il progetto politico del partito che intende collegarsi alla storia del popolarismo sturziano e della DC di De Gasperi, Fanfani, Moro, Zaccagnini, Marcora e Donat Cattin. Riprendere il dialogo al centro con l’opposizione riformista liberal democratica, credo, possa e debba essere la strada migliore da intraprendere con fiducia e forte determinazione.

“UNA DISTANZA DA COLMARE”. CONTINUA IL DIBATTITO DI C3DEM SULLA RIGENERAZIONE DELLA DEMOCRAZIA.

 

In vista del convegno su “Rigenerare la democrazia” (Milano, 26 novembre 2022), l’Associazione C3Dem (Costituzione Concilio Cittadinanza) prosegue nel lavoro di raccolta e pubblicazione di vari contributi (https://www.c3dem.it). Di seguito riportiamo il testo di Pizzul, presentato sul sito dell’Associazione il 3 ottobre.

 

Fabio Pizzul

 

Le recenti elezioni politiche hanno lanciato nuovi segnali riguardo la scarsa partecipazione degli italiani alla politica, anche al semplice, ma fondamentale momento del voto.
Mai si era registrata un’affluenza così bassa alle elezioni politiche e mai si era registrata una campagna elettorale così concentrata sui leader e su occasioni di comunicazione slegate dalla presenza fisica di candidati ed elettori. I partiti sono stati messi in secondo piano dai leader e i candidati, complice una sciagurata legge elettorale, non hanno, salvo poche eccezioni, fatto campagna elettorale. D’altronde, l’unica possibilità per l’elettore era quella di mettere una croce sul simbolo del partito prescelto con conseguente votazione a strascico per l’uninominale e il proporzionale.

Le elezioni del 25 settembre 2022 sono però solo l’ultima tappa di un percorso che già da tempo ha portato i partiti ad abbandonare un reale radicamento territoriale e gli elettori ad allontanarsi dalle istituzioni.

Una situazione preoccupante per chi ha sempre creduto a ciò che la Costituzione prevede a livello di partecipazione popolare, a livello sociale, economico e politico.

I partiti avrebbero dovuto favorire la partecipazione dei cittadini e consentire alla società di portare le proprie istanze all’interno delle istituzioni. Per qualche decennio i partiti hanno svolto una funzione di mediazione, anche in virtù della forte contrapposizione ideologica e del forte senso di appartenenza culturale delle masse popolari di allora. Negli ultimi anni, il rischio è che i partiti siano diventati, nella migliore delle ipotesi, dei semplici comitati elettorali, pronti ad attivarsi solo per garantire l’elezione dei propri candidati.

 

Come uscire da questa situazione per recuperare lo spirito di partecipazione auspicato e previsto dalla Costituzione?

Un primo elemento di riflessione riguarda la democrazia interna ai partiti e la possibilità di vedere applicate regole democratiche per la selezione della classe dirigente. Al di là di affermazioni di principio o iniziative formalmente volte alla promozione dell’attenzione ai giovani, la sensazione è che le dinamiche interne dei partiti siano bloccate da leadership personali, in alcuni casi al limite del padronale, o da gruppi di potere interni destinati a bloccare qualsiasi reale ricambio o rinnovamento.

Un passo significativo potrebbe essere quello di attuare quanto previsto dall’articolo 49 della Costituzione riguardo la democraticità dei partiti.

 

Negli anni si sono anche individuate da parte di alcuni partiti e movimenti alcune forme di partecipazione più ampia, sia nella definizione della posizione politica sia nella scelta dei candidati alle cariche monocratiche piuttosto che ad altri appuntamenti elettorali. Non sempre, però, l’utilizzo di questi strumenti si è poi trasformato in autentici percorsi di coinvolgimento di iscritti o simpatizzanti nelle scelte decisive per la vita dei partiti.

Sarebbe utile aprire una riflessione sul significato e l’utilizzo delle primarie, per quanto riguarda il PD, che le ha molto evocate, ma utilizzate ad intermittenza, e della piattaforma Rousseau da parte del Movimento 5 Stelle, strumento interessante, ma utilizzato in modo opaco e improvvisato. Ricorrere con troppa disinvoltura a una piattaforma di questo tipo potrebbe portare ad un’eccessiva disintermediazione e alla polverizzazione della vita di un partito, ma sarebbe comunque un passo avanti rispetto a scelte fatte in maniera opaca e calata dall’alto.

 

Le Agorà democratiche sono state un interessante esperimento di democrazia partecipativa, ma l’impressione è che non si siano trasformate in un dibattito davvero diffuso all’intero corpo del Partito Democratico. La stessa impressione, d’altronde, ha destato anche la ben più strutturata consultazione per il futuro dell’Europa promossa dalla Commissione Europea con l’utilizzo della medesima piattaforma scelta per le Agorà. Lo strumento informatico può essere molto utile, ma non può certo sostituire la vita reale di un partito che si deve basare anche su incontri e sedi fisiche sul territorio se non vuole smarrire la propria capacità di creare aggregazione e mobilitazione delle persone o, almeno, quanto resta di questa.

 

I partiti faticano sempre più a proporsi come i veicoli per portare nelle istituzioni le istanze della società civile e rischiano, come detto, di attivarsi solo in occasione degli appuntamenti elettorali. Non si ha più traccia, salvo poche eccezioni, di attività di studio e approfondimento da parte dei partiti che si limitano a rilanciare riflessioni che provengono da altre realtà senza essere reali protagonisti di una riflessione capace di proporre convincenti visioni per il futuro del Paese ed espressioni di posizioni magari diverse, ma che si rispettano sulla base della comune volontà di costruire un percorso comune.

 

In questo panorama, sarebbe interessante capire quale contributo possa portare la cultura politica che fa riferimento al cattolicesimo democratico.
Può bastare un impegno, peraltro non molto efficace negli ultimi tempi, affinché vengano eletti esponenti cattolici? Non ne sono per nulla convinto.

Credo, inoltre, che non possa bastare neppure il pur prezioso e meritorio impegno di centri culturali o associazioni di riflessione politica che rischiano di rimanere elitarie se non c’è un rinnovato impegno a trattare temi di carattere socio-politico all’interno delle comunità cristiane di base. La Dottrina Sociale della Chiesa è una delle grandi assenti nei percorsi formativi e nel dibattito interno a parrocchie, associazioni e movimenti. Questa assenza si trasforma in crescente indifferenza per i temi sociali e politici e, probabilmente, anche in una maggiore propensione a disertare gli appuntamenti elettorali.

Non ci si potrà neppure rammaricare per lo scarso contributo dei cattolici in politica se è la comunità cristiana per prima ad essere poco significativa o incapace di fornire un’autentica testimonianza della differenza cristiana che vada oltre la ripetizione di riti e tradizioni.

 

MATTARELLA AD ASSISI: “PACE, LIBERTÀ GIUSTIZIA SI DIFENDONO CON STRUMENTI DI PACE, DI LIBERTÀ, DI GIUSTIZIA, DI DEMOCRAZIA”.

 

“Il magistero di Francesco dAssisi – ha detto Mattarella nella Basilica di Assisi – ha un preminente valore religioso, che le istituzioni della democrazia hanno il dovere di rispettare. Contiene, tuttavia, anche un messaggio che al di là della fede interroga ciascuno: Francesco attribuiva maggiore importanza alla coerenza dei comportamenti piuttosto che alle parole che li descrivono e li interpretano”.

L’intervento del Presidente della Repubblica si segnala per una parola semplice e decisiva: dialogo. Il riferimento è alla guerra in Ucraina, alle tensioni che evocano una concreta minaccia nucleare, agli spiragli di una trattativa non ancora all’orizzonte. Eppure, per la prima volta in modo così esplicito, anche sull’onda dell’appello insistito e solenne del Santo Padre, Mattarella indica la strada del dialogo.

Di seguito riportiamo il testo integrale dell’importante discorso di Mattarella.   

 

Redazione

 

Oggi la Chiesa cattolica ricorda e celebra san Francesco. Di Francesco la figura, la vita e la testimonianza rivestono un significato profondo, non soltanto per i credenti. Il Parlamento della Repubblica ha infatti voluto riconoscere il 4 ottobre come momento dedicato ai valori universali di cui San Francesco e Santa Caterina, patroni d’Italia, sono espressione, qualificando questa giornata come “solennità civile e giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse”.

 

Vi è sapienza in queste norme dettate dal legislatore. Raccolgono anche il senso del messaggio spirituale del Santo e indicano alla nostra comunità un cammino di speranza, di condivisione, di attenzione anche nei confronti della natura che ci è madre e a cui non abbiamo portato il rispetto dovuto. Affermazione di questi sentimenti è la tradizione della “Lampada votiva”, offerta dai Comuni d’Italia. Un gesto di fraternità che è prova di unità ed è espressione della pluralità che rende il nostro Paese così ricco di esperienze, di bellezze, di creatività, di passioni civili.

 

San Francesco è una delle radici antiche della nostra identità. La forza profetica delle sue scelte di vita ha esaltato valori che sentiamo vivi per il domani dell’Italia, dell’Europa, del Mediterraneo, del mondo.

 

La pace, anzitutto.

 

La nostra Costituzione l’ha, coerentemente, iscritta come fondamento e traguardo della nostra comunità. Quella pace tradita proprio nel cuore dell’Europa, che, nella prima metà del secolo scorso, aveva conosciuto gli abissi del male e si era riscattata con nuovi ordinamenti interni e internazionali. Non ci arrendiamo alla logica di guerra, che consuma la ragione e la vita delle persone e spinge a intollerabili crescendo di morti e devastazioni. Che sta rendendo il mondo più povero e rischia di avviarlo verso la distruzione. E allora la richiesta di abbandonare la prepotenza che ha scatenato la guerra. E allora il dialogo. Per interrompere questa spirale.

 

Sono trascorsi ottocento anni dall’incontro tra Francesco d’Assisi e Malek al-Kamel. Ed è la sincera volontà di dialogo ciò cui sono chiamati anzitutto i Paesi e le istituzioni, per garantire futuro all’umanità. La pace è un diritto iscritto nelle coscienze e rappresenta l’aspirazione più profonda di ogni persona, appena alza lo sguardo oltre il suo presente. La pace non è soltanto assenza di combattimenti bensì – ci ricorda san Francesco – è connaturata all’armonia con il Creato. Quando si consumano a dismisura le risorse, quando si depreda la natura, quando si creano disuguaglianze tra i popoli, quando si inaridisce il destino delle future generazioni, ci si allontana dalla pace.

 

Dobbiamo riparare, restituire. È la grande urgenza della nostra epoca. Non abbiamo altro tempo oltre questo. È un compito che riguarda tutti noi – nessuno è irrilevante – nessuna buona opera è inutile. È un compito che va svolto insieme. Il Papa, che per primo ha scelto il nome di Francesco – e a cui rivolgiamo da Assisi un saluto deferente e riconoscente – ci ha offerto una chiave di interpretazione e di impegno parlando di “ecologia integrale”.

 

È proprio questa la sfida. Equilibrio ambientale da ricomporre; giustizia sociale da perseguire rimuovendo gli ostacoli che le contingenze frappongono; diritto di ogni donna e di ogni uomo a sviluppare appieno la propria personalità. Con la sua vita, con le sue rinunce, divenute pienezza, san Francesco aveva compreso in anticipo e si è posto alla testa di quanti vogliano condividere questa visione di salvezza per l’umanità.

 

I gesti compiuti oggi in questa Basilica non rappresentano, quindi, un rituale. Corrispondono alla consapevole rivendicazione del cammino che la Repubblica ha saputo compiere con la ricostruzione nazionale e lo sviluppo dopo la dittatura e la guerra, consolidando democrazia e libertà, recando nel mondo il contributo di un Paese operoso, creativo, aperto alla cooperazione e all’incontro tra le culture. Sono gesti, quindi, che avvertiamo come un vincolo morale, per esprimere l’assunzione di valori e di criteri di vita.

 

La Conferenza episcopale italiana ha voluto ricordare, in questa occasione, tutti coloro che, con sacrificio, talvolta anche della propria vita, si sono prodigati per contrastare il Covid19 e le sue molteplici conseguenze e, insieme, per ricordare le tante vittime di questa pandemia. Un atto di riconoscenza collettiva e un gesto di memoria riguardo a una calamità senza precedenti che ha colpito il nostro popolo.

 

Un ringraziamento per gli operatori della sanità anzitutto, per tutti i militari e i civili che sono stati volto e braccia delle istituzioni, per gli operatori dei servizi essenziali, per le famiglie che hanno sopperito con amore a ogni genere di carenza, per i volontari che hanno portato fraternità dove c’era dolore, conforto e amicizia dove cresceva la paura.

Quella drammatica emergenza ha reso evidenti sentimenti radicati. La solidarietà, la responsabilità verso gli altri, il senso del dovere.mAbbiamo saputo affrontare insieme i momenti duri e dolorosi della pandemia grazie all’apporto della scienza, all’organizzazione sanitaria e alla professionalità del suo personale. E – va sottolineato – grazie a quel senso di comunità che è presente anche se, talvolta, sottovalutato e che sa tradursi in comportamenti responsabili e attivi.

 

È accaduto nei decenni passati. Si è ripetuto. È stata una preziosa ancora di salvataggio. La pandemia ci ha ricordato i nostri limiti. Ci ha costretti a ripensare a ciò che è essenziale e a ciò che è superfluo. Ci ha fatto toccare con mano quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri. Anche a livello internazionale, con un’Europa che ha saputo essere protagonista positiva, aperta anche al sostegno verso popoli meno fortunati in altri continenti. È con questo senso di comunità che ci rivolgiamo nuovamente, con il nostro pensiero, ai tanti concittadini che non ci sono più, ai familiari che ancora li piangono, a coloro che – nei giorni più terribili – non hanno avuto neppure il conforto di un parente al capezzale o di un funerale.

 

La pandemia non è definitivamente sconfitta, anche se l’azione dei vaccini e la risposta responsabile degli italiani ne hanno frenato l’espansione, ne hanno ridotto grandemente la pericolosità e hanno salvato la vita a decine di migliaia di persone. Vi sarà ancora bisogno di intelligenza collettiva e responsabilità. Il magistero di Francesco d’Assisi ha un preminente valore religioso, che le istituzioni della democrazia hanno il dovere di rispettare. Contiene, tuttavia, anche un messaggio che al di là della fede interroga ciascuno: Francesco attribuiva maggiore importanza alla coerenza dei comportamenti piuttosto che alle parole che li descrivono e li interpretano.

 

Il Vangelo sine glossa di Francesco ne costituisce un esempio. La sua vita, la sua Regola ne sono state ulteriori illuminanti dimostrazioni. Più che le parole i comportamenti parlano; e la coerenza è la modalità, la condizione per dialogare in modo autentico. Le religioni – tutte – hanno responsabilità nella costruzione della pace. Scavano fossati quando legittimano la violenza e il sopruso, se giustificano comportamenti di morte. Diventano straordinari vettori di riconciliazione e di crescita quando professano con determinazione lo spirito del dialogo e dell’accoglienza, quando riconoscono l’umanità nell’uomo, in ogni persona, anche in quelle di altri fedi.

 

Abbiamo bisogno dello spirito di Assisi; e che si propaghi!Pace, libertà, giustizia, democrazia si difendono con strumenti di pace, di libertà, di giustizia, di democrazia. I mezzi sono parte dei fini; e devono essere con essi coerenti. Ci avviciniamo all’ottocentesimo anniversario della morte di Francesco d’Assisi. A lui guardiamo come a uno dei padri della nostra civiltà, come a un visionario che plasma la realtà, capace di indicare un percorso verso un futuro al quale intendiamo essere fedeli.

 

Un futuro migliore! È questo, oggi, da Assisi, l’augurio per l’Italia e per il mondo.

 

IL TERZO POLO COME LA MARGHERITA? IN EFFETTI L’ESPERIENZA DI “DEMOCRAZIA È LIBERTÀ” PUÒ ESSERE ESEMPLARE.

 

Occorre un partito plurale, capace di operare nella diversità delle ispirazioni e con vero spirito di tolleranza. Insomma, può esserci una somiglianza tra il “Terzo Polo” centrista di Renzi e di Calenda e il ruolo politico che giocò la Margherita di Rutelli e di Marini – per citare i due principali leader – nel condizionare il futuro della politica italiana.

 

Giorgio Merlo

 

Forse c’è più di una somiglianza tra il partito che recentemente si è presentato ale elezioni sotto il nome di “Terzo Polo” di Renzi e di Calenda e l’esperienza concreta della Margherita. Certo, si tratta di due contesti politici, culturali e storici profondamente diversi tra di loro. Un fatto, però, è indubbio. Allora come oggi c’è la necessità di dar vita ad un soggetto politico centrista, democratico, plurale e di governo nel nostro paese dopo una stagione caratterizzata dal cosiddetto “bipolarismo selvaggio”. Un partito, cioè, che non si adegua a giocare un ruolo marginale, se non addirittura ornamentale rispetto ai partiti principali degli opposti schieramenti. E, del resto, la Margherita seppe giocare un ruolo importante nei confronti dell’azionista di maggioranza del centro sinistra dell’epoca, cioè i Ds. E proprio grazie a quel ruolo la coalizione di centro sinistra fu realmente competitiva nei confronti del centro destra.

 

Ora, ci sono almeno due elementi decisivi su cui il cosiddetto “Terzo Polo” non può fare passi falsi. E questo non perchè deve assomigliare al ruolo politico e culturale che giocò negli anni duemila la Margherita, ma per la semplice ragione che proprio quei due elementi sono e restano decisivi per qualificare la stessa “mission” del futuro partito centrista nel nostro paese.

 

Innanzitutto ci dev’essere una leadership diffusa. Lo so che questa definizione è un po’ ardita in un partito che ha due leader naturali e carismatici come Matteo Renzi e Carlo Calenda. Ma la leadership politica diffusa di un partito giovane come il “Terzo Polo” può e deve rappresentare un valore aggiunto e una garanzia per la stessa crescita politica di questo partito. Un elemento, questo, decisivo per evitare la riproposizione di un partito personale da un lato e, dall’altro, per far sì che a livello territoriale emergano dirigenti e potenziali leader che possono solo qualificare il futuro soggetto politico. Un metodo, questo, che fu perseguito con tenacia e determinazione proprio dalla Margherita nel suo, purtroppo, troppo breve percorso politico.

 

In secondo luogo la Margherita fu un autentico partito “plurale”. Plurale sotto il profilo culturale ed ideale. Come ovvio, la pluralità culturale del partito non veniva appaltata al solo “capo” ma, soprattutto, erano le singole culture politiche a garantire e a rendere visibile questa ricchezza. Per fare un solo esempio concreto, la cultura cattolico popolare e cattolico sociale che si riconosceva nella leadership di Franco Marini conviveva tranquillamente con quella liberal democratica, come il filone ambientalista con quella liberale, repubblicana e tardo azionista. Insomma, si trattava di una pluralità culturale che fu in grado di sprigionare un progetto politico vincente e competitivo senza limitarsi a giocare un ruolo puramente ancillare o di affidare il suo futuro al solo capo o di essere ancorato ad una sola cultura.

 

Ecco perchè può esserci una somiglianza tra il “Terzo Polo” centrista di Renzi e di Calenda e il ruolo politico che giocò la Margherita di Rutelli e di Marini – per citare i due principali leader – nel condizionare il futuro della politica italiana. Purchè, per fermarsi all’oggi, quelle due caratteristiche vengano perseguite e diventino gli elementi costitutivi del nuovo partito di centro, riformista, democratico e di governo nel nostro paese.

NO A UNA DC CORICATA A DESTRA. ALESSI COMUNICA A CUFFARO LE SUE DIMISSIONI  DA OGNI CARICA DI PARTITO.

 

“Oggi il centro-destra in Italia – scrive l’ex parlamentare, figlio del primo presidente della Giunta siciliana – si è estinto laconicamente e impera la destra-centro e dunque gli affari della DC Nuova non mi riguardano più”.

 

Alberto Alessi

 

Garbato Cuffaro,

 

non puoi negare tutte le Tue espressioni pubbliche per Renzi e il fatto che proprio Tu mi abbia sensibilizzato perché la Direzione Nazionale della DC agevolasse, appunto, un accordo con Italia Viva e io in tal senso mi sono mosso.

 

La fonte della Tua richiesta di due candidature nel plurinominale non è una mia elucubrazione, ma proviene da fonte autorevole romana e comunque io doverosamente approfondirò  il tema e se tu hai ragione provvederò a scusarmi con Te. Constato però come Tu abilmente da vecchio lupo di mare eviti di scrivere tutto il resto e cioè la Tua inversione a destra e novello accordo con l’ UDC siciliano e la cui modesta dirigenza per mesi e mesi Ti ha calunniato in modo indegno e miserando e che l’ unico che Ti ha difeso apertamente sono stato io. Come nascondi la Tua silente ma con-creta ed esplosiva nei fatti e dei tuoi aderenti palermitani, e particolarmente il Tuo altro Vice Commissario Regionale palermitano, avversione concreta verso mio figlio Giuseppe e taci anche sul fatto e la circostanza che per mesi Ti sei apertamente dichiarato erede politicamente degli ideali e dell’azione di Giuseppe Alessi Maior e poi nel procedere avere archiviato il tutto.

 

Ritengo cosa buona e giusta la Tua nuova riconosciuta posizione giuridica e morale, come mi appare poco sobrio il Segretario nazionale della DC, Renato Grassi, il quale si spende ad ogni avvenimento che Ti riguarda e si spertica a comporre Lodi dannunziane e che sono fuori luogo, perché quei democristiani che seguono le nostre modeste vicende, hanno compreso che Tu sei per lui un faro che illumina i naviganti in difficoltà e non comprende che per un vero politico la prudenza e la cautela sono le migliori virtù, perché l’autorevolezza non si conquista con la riverenza uguale a quella di don Abbondio: o la si ha oppure no.

 

Per il resto, io mi sono dimesso da ogni carica e incombenza che riguardi il mio rapporto con una DC coricata a destra, perché oggi il centro-destra in Italia si è estinto laconicamente e impera la destra-centro e dunque gli affari della DC Nuova non mi riguardano più e Ti consiglio sommessamente di procedere correntemente e con prudenza, perché non vengano bruciate e ridotte in cenere le buone intenzioni.

 

Con ogni riguardo

L’ITALIA CHE STA A GUARDARE: I NUMERI IMPIETOSI DEL NON VOTO.

 

Un fenomeno da analizzare attentamente. Sono 17 milioni e mezzo gli Italiani che hanno deciso di stare alla finestra o con la penna sul tavolo. 

 

Elisabetta Campus

 

Per capire in quanti hanno votato il 25 settembre alle politiche, come si sono distribuiti nei territori e come hanno votato o non votato, ci vuole prima di tutto una buona dose di pazienza. Perché i dati del Ministero dell’Interno sono distribuiti su banche dati differenti e vanno prima di tutto incrociati ed è una attività che richiede concentrazione, ma alla fine riserva sorprese.

 

Ad andare a votare, ovvero il cosiddetto elettorato attivo che partecipa direttamente alla vita democratica del Paese, è costituito da 51 milioni e 422 mila, su una popolazione di 59 milioni; 5 milioni di noi o hanno meno di 18 anni o non sono iscritti alle liste elettorali dei Comuni della Repubblica (in tutto 7.904, un po’ di meno di quanto siamo soliti credere). Ed una prima riflessione va fatta per sapere esattamente quanti sono questi non iscritti e la loro composizione, la loro distribuzione sul territorio nazionale, tenuto conto che sono molte le ragioni, quasi tutte giudiziarie, per le quali si perde il diritto all’esercizio del voto in modo permanente o transitorio.

 

Degli aventi diritto, poi gli iscritti effettivi diventano 46 milioni, di cui 316 mila diciottenni, e quelli che sono andati a votare sono poco meno di 30 milioni. La media percentuale è del 64% con un 51% dei votanti della Calabria, segno che l’offerta politica è piaciuta davvero poco e la risposta è stata tiepida, al 72% dell’Emilia Romagna che da sempre ha un elettorato la cui partecipazione è alta e convinta, specie in questo caso dove la campagna politica della contrapposizione delle forze politiche avrà chiamato anche qualche elettore più stanco, in questa come in altre Regioni.

 

In termini numerici il non voto – sto a casa – significa 17 milioni di Italiani che non hanno trovato rappresentanza o non l’hanno neppure cercata come fanno da tempo. E qui un primo dato manca, i 316 diciottenni sono fra coloro che non si sono recati alle urne pur essendo il loro “primo giorno” da elettorato attivo? Quanto a coloro che stavano già alla seconda esperienza da elettori e oltre, difficile capire dai dati del voto la loro composizione, perché potrebbero esserci tanto gli anziani che i giovanissimi entrambi alla ricerca di un riconoscersi nelle proposte politiche, come anche l’età di mezzo (45/60 anni) che patisce gravemente la crisi economica e sociale in cui versa il Paese.

 

I poco meno dei 30 milioni che hanno votato hanno però mandato anche un altro segnale, di solito trascurato: le schede bianche: 530 mila schede bianche per lo scrutinio della Camera dei Deputati. In Sicilia sono il 5 % ovvero 112.519 schede bianche: gli elettori si sono recati alle urne ma non si sono espressi, è il caso di dire hanno messo la penna sul banco e probabilmente proseguiranno in questo loro modo di rappresentare il dissenso per l’offerta politica presentata. Seguono gli elettori della Valle d’Aosta, con il 3,7% ovvero 2.229 schede bianche, e la Basilicata con il 2,9 %. Le schede bianche andrebbero aggiunte come analisi politica ai 17 milioni che stanno a casa non essendo dissimili le ragioni del non-voto; l’unica differenza è l’esercizio, in un caso c’è nell’altro no.

 

E poi viene il dato dello spoglio delle schede per la Camera dei Deputati. Qui la questione come si sa è in fieri, l’unico raffronto possibile è quello tra i voti attribuiti e i votanti, (premesso che il caso del votante che si reca alle urne ma non ritira la scheda è rarissimo) che dovrebbero essere tutti coloro che hanno ritirato la scheda e l’hanno riconsegnata.  Se i dati sono corretti mancherebbero all’appello ben 1 milione e 200 mila voti, con una significativa presenza in Lombardia (195 mila voti), in Piemonte (101 mila) e in Sicilia (171 mila).  Da qui la difficoltà oggettiva di poter attribuire i seggi e la corretta composizione della Camera. Il sistema del voto e dello spoglio resta ancora farraginoso e questa incertezza dell’attribuzione del voto, il passare dei giorni senza la dovuta trasparenza sulle attività in corso, non giova certo alla causa di coloro che vorrebbero far tornare a votare i 17 milioni e mezzo di Italiani che ha deciso di stare alla finestra o con la penna sul tavolo.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE CAMBIA LA CONDIZIONE MATERIALE E PSICOLOGICA DELL’UMANITÀ.

 

Oggi sono richieste competenze sempre più sofisticate per professioni nuove mentre la transizione digitale e l’intelligenza artificiale possono sostanziare una nuova idea di razionalizzazione che sembra compiere il percorso inverso: dall’interno all’esterno, per costruire macchine, strumenti ed apparati che si sostituiscano al lavoro dell’uomo, lo facilitino e lo rendano più efficace e programmato.

 

Francesco Provinciali

 

La diffusione delle tecnologie e la prospettiva della digitalizzazione hanno introdotto procedure a valenza utilitaristica e semplificativa ma hanno anche posto questioni etiche che riguardano l’antropologia del nostro tempo. Attaccata dalla pandemia, in conflitto con la natura, condizionata dall’iperbole demografica, l’umanità è alla ricerca di una nuova dimensione di sostenibilità.

 

In che misura il pensiero computazionale e l’avvento delle macchine e degli algoritmi come fattori regolativi e guida in progress stanno modificando la nostra vita? Rivedere e aggiornare la dimensione ontologica comporta forse la necessità di riscrivere il concetto stesso di identità? Alcune problematiche etiche sono connesse ai temi della comunicazione, dell’informazione e delle relazioni umane: ad esempio la questione delle “fonti” della conoscenza e della loro attendibilità, l’utilità o la necessità di un controllo interno ed esterno a queste dinamiche.

 

Si pensi al transito in rete di una quantità incommensurabile di dati, notizie, eventi. Max Weber aveva posto il tema della conoscenza come processo di progressivo disincantamento dal mondo, una sorta di razionalizzazione che procede attraverso la specializzazione per cui non è necessario conoscere tutto lo scibile quanto piuttosto selezionare ciò che apprendiamo secondo il criterio di attendibilità delle fonti.  Questa Weltanschauung rafforzava il concetto di dominio dell’intelligenza umana rispetto alla realtà: scienza e politica – in due sue famose conferenze – erano suscettibili di diventare professioni se esercitate come ‘vocazione’.

 

Si trattava in sostanza di un processo di interiorizzazione del sapere: questa sistematizzazione riassumeva e spiegava secoli di storia, il transito dall’esterno all’interno, la metabolizzazione delle conoscenze diventava sapere e saper fare. Oggi sono richieste competenze sempre più sofisticate per professioni nuove mentre la transizione digitale e l’intelligenza artificiale possono sostanziare una nuova idea di razionalizzazione che sembra compiere il percorso inverso: dall’interno all’esterno, per costruire macchine, strumenti ed apparati che si sostituiscano al lavoro dell’uomo, lo facilitino e lo rendano più efficace e programmato.

 

Su questi temi ho realizzato l’intervista – presente oggi sul nostro blog – con il Prof. Luciano Floridi, uno dei più autorevoli studiosi a livello internazionale in materia di digitalizzazione e intelligenza artificiale.

FLORIDI, “L’ONLIFE È UNA RIVOLUZIONE. IL RISCHIO? UNA CULTURA INDIVIDUALISTA DI MASSA”. INTERVISTA ESCLUSIVA.

 

La nostra identità – spiega il prof. Floridi, uno dei massimi esperti di cultura digitale e di intelligenza artificiale – trova una capacità espressiva molto più ampia attraverso il digitale, ma ciò a condizione che il digitale sia al servizio della persona e non viceversa”

 

Francesco Provinciali

 

Prof. Floridi ogni pubblicazione è una scommessa, trovo che la sua sia molto speciale: il titolo – “In poche battute” – riassume suoi articoli e saggi scritti tra il 2011 e il 2021, il sottotitolo “Brevi riflessioni su cultura e digitale” inquadra e propone al lettore un’ampia serie di tematiche attuali, si potrebbe definire una ‘summa’ sulla contemporaneità, uno sguardo sulle evidenze del nostro tempo. Che cos’è oggi il digitale?

 

È un cambiamento nella natura delle cose, una rivoluzione ontologica, per dirla con il lessico della filosofia. Il mondo ha assunto una dimensione ulteriore rispetto a quella analogica. È la dimensione digitale. A volte, tale dimensione ha surclassato e surrogato quella fisica. Un esempio? La musica una volta era un solco inciso su un supporto – il disco – che poteva essere graffiato. La puntina che scorreva sul vinile riproduceva il suono. Questa era la musica che la mia generazione ha conosciuto. Poi sono arrivate le cassette, supporto magnetico riscrivibile, almeno in una certa misura, attraverso operazioni di smagnetizzazione e ri-magnetizzazione, a differenza dal disco. Oggi il supporto della musica digitale è totalmente riscrivibile, manipolabile all’infinito, perché liberata dalla dimensione analogica. La musica è generata a partire da un codice binario, fatto di zero e uno. Vediamo che è cambiato il modo di essere delle cose, che divengono immateriali e al contempo aprono un universo di possibilità. C’è un tema di libertà: il vinile non era trasformabile, la cassetta lo era poco, il supporto digitale lo è all’infinito. Se prendessimo le playlist delle app di ascolto di tutti gli smartphone del mondo non ne troveremmo una uguale all’altra. Ognuno può scegliere – e continuamente cambiare – l’ordine della sequenza e le canzoni stesse, l’assenza di vincoli che spalanca le frontiere della personalizzazione. È l’effetto che definisco “cut and paste” del digitale: la capacità di ricombinazione della realtà.

 

Lei insegna ad Oxford dove dirige il Digital Ethics Lab. Nel paragrafo dedicato all’intelligenza artificiale pone l’accento sulla necessità di dotarsi di un nuovo “codice ontologico”. La diffusione delle tecnologie e la prospettiva della digitalizzazione hanno introdotto questioni etiche che riguardano l’antropologia del nostro tempo.

In che misura il pensiero computazionale e l’avvento delle macchine e degli algoritmi come fattori regolativi stanno modificando la nostra vita? Ciò comporta forse la necessità di riscrivere il concetto stesso di identità?

 

 

La nostra identità trova una capacità espressiva molto più ampia attraverso il digitale, ma ciò a condizione che il digitale sia al servizio della persona e non viceversa. Pensiamo alla quantità di proiezioni personali che sono possibili a seconda che la persona si proietti su Linkedin, su un sito di incontri oppure sul metaverso. La moltiplicazione dei registri linguistici, delle comunità di riferimento, dei modi di rappresentare sé stessi si amplia enormemente.

La proiezione virtuale infatti fa saltare i vincoli di fisicità, i limiti territoriali, libera da essi l’individuo. Durante la pandemia ci sono stati concerti con milioni di partecipanti sul metaverso, quando la presenza fisica in un luogo era impedita dalle regole per il contenimento del contagio. Diverso quando il digitale viene usato da altri sull’individuo. Qui l’esito cambia, si rischia un’erosione dell’autonomia personale, la compromissione della libertà. Pensiamo ai sistemi di raccomandazione, che spesso non si limitano a segnalarci quello che potrebbe piacerci, ma finiscono per manipolare la nostra capacità di scelta, inducendo bisogni, creando preferenze.

Il risultato è la massificazione: tendiamo tutti verso gli stessi prodotti, gli stessi stili di vita, le scelte si fanno meno libere. Potremmo dire quindi che conta chi conduce il gioco: se è la persona che agisce attraverso il mezzo digitale, la realtà si amplia, si genera libertà, l’esperienza si personalizza. Se invece la persona non è che la pedina di un gioco agito da altri i margini di libertà si riducono, le scelte si spersonalizzano e la società tende alla massificazione. Vediamo come sartorializzazione e massificazione dell’esperienza siano le due facce della medaglia, i due risvolti estremi. Sembra contraddittorio, ma ci stiamo muovendo in entrambe le direzioni. Il digitale determina entrambi i movimenti e riscrive in questo modo le nostre identità.

 

Che cosa significa questo a livello sociale, di comunità?

 

Viene a comprimersi – se non a elidersi – la dimensione meso-sociale, quella che si realizza tra la massa e l’individuo, rischia di venire meno la mediazione tra l’uno e l’altro e questo è grave perché saltano i legami di comunità. I riflessi in termini civici – per non dire politici! – sono più che evidenti. Rischiamo una cultura individualista di massa.

 

La cultura – intesa come traditio e ratio, stabilità e trasformazione, radici e innovazione – sta evolvendo, Lei ben lo sottolinea, verso una cultura proxy. Come affrontare un tema così complesso “In poche battute”? E dove porta questo processo?

 

La cultura del secolo scorso, quella dei mass-media, ha lavorato tantissimo sugli aspetti classici della semiotica, quelli tanto cari a Umberto Eco. I semiologi hanno studiato molto ciò che “sta per” qualcos’altro, dalla marca della bibita in lattina sui manifesti pubblicitari, fino all’icona di pericolo sui cartelli in prossimità delle cabine elettriche. Si tratta di segni che “stanno per”, che rappresentano, che rimandano. Il proxy aggiunge un elemento, quello dell’operatività. Un sito proxy non è solo un sito che “sta per” un altro sito, ma è anche lo strumento attraverso il quale posso operare come se fossi sull’altro sito.

C’è un rapporto di surrogazione. Il proxy è un prodotto della cultura digitale che non si limita a dare rappresentazione a qualcosa, ma sostituisce quel qualcosa e opera al posto suo. Il proxy “sta per” e “lavora al posto di”.  L’icona del dischetto su un file non serve solo a rappresentare la possibilità di salvare quanto ho scritto, ma opera il salvataggio, lo realizza. Dal punto di vista culturale, il proxy ci porta a superare il livello meramente cognitivo, aggiungendo la dimensione dell’operatività. Finora la semiotica si è occupata di una lettura cognitiva-rappresentativa.

Ora ci stiamo spostando verso un mondo che è anche e soprattutto operativo. Oggi l’icona non è solo un modo per rappresentare la realtà, ma lo strumento per agire su di essa. Finora l’idea è stata che ci fosse il mondo da una parte, la sua rappresentazione dall’altra e le due cose non comunicassero se non a livello cognitivo, tramite rimandi, connessioni o associazioni. Oggi invece sul mondo si opera attraverso i proxy, che sono rappresentazioni a cui è aggiunta la dimensione di operatività. Qui sta il salto culturale. La semiotica non si è occupata di prassi, oggi invece tutto il mondo del digitale usa i proxy per operare sul mondo, sull’ambiente circostante. Oggi agendo attraverso il digitale si arriva ad operare anche sul mondo fisico.

Non è una transizione da poco. Pensiamo al denaro, qui la trasformazione è evidente. Il denaro è qualcosa che “sta per” qualcos’altro – una misura del poter d’acquisto – allora tanto vale che sia digitale. Il pezzo di carta non serve più, la banconota è superata, in quanto mera rappresentazione.

 

Mi sono sempre posto il problema del transito generazionale: chi non è nativo digitale, le persone anziane, chi si basa più sulle rassicuranti abitudini che sui codici alfanumerici non rischia forse di vedersi escluso per una parte significativa della propria vita dall’evoluzione imposta dai processi della digitalizzazione?

 

Il divario tra nativi digitali e generazioni precedenti è enorme. La distanza anagrafica determina una differenza nella forma mentis. In mezzo si è prodotto lo spartiacque della rivoluzione digitale, velocissima, pervasiva e con effetti indubbi sul modo di pensare e di vedere delle persone. Temo che non tutto il divide sia “recuperabile”, chi è rimasto indietro – parlo soprattutto delle generazioni meno giovani – farà molta fatica a integrare uno sguardo sulle cose radicalmente rinnovato, quello che si riassume nel termine onlife.

Cosa dobbiamo fare? Di certo, non possiamo arrestare i processi di sviluppo digitale per via delle reticenze delle generazioni più anziane. E parlo come uno di loro. Dobbiamo immaginare un mondo a due velocità, attraverso politiche che tengano conto dei divari e riproducano formule più analogiche per alcuni, continuando a generare opportunità digitali per gli altri.

 

In un interessante intervento, riportato nel Suo libro, Lei mette in relazione i processi di digitalizzazione della conoscenza e dei saperi con la transizione ecologica, evidenziando ad esempio quanto risparmio produca la dematerializzazione, nel pubblico e nel privato. Per questo motivo dunque digitalizzazione, green economy, risparmio energetico ed energie rinnovabili, share economy devono marciare affiancate.

Secondo l’ONU siamo alla vigilia della sesta estinzione della vita sul pianeta, la prima per mano dell’uomo. La conferenza di Glasgow Cop26  ha posto chiari ultimatum, l’ambiente si sta trasformando in modo irreversibile, dal rialzo termico allo scioglimento dei ghiacciai e dei poli, all’innalzamento dei mari, persino le stagioni sono caratterizzate da eventi climatici catastrofici.

Quale strada intraprendere per rendere verosimile la speranza in un futuro sostenibile, verde e blu scrive Lei, per il nostro pianeta?

 

Non possiamo salvare tutto, purtroppo dobbiamo essere realisti. Al punto in cui siamo abbiamo la possibilità di limitare i danni. Sappiamo che una parte della biodiversità è già andata perduta e che un’altra parte irrimediabilmente si perderà. Lo stesso vale per l’innalzamento delle temperature, che continuerà nei prossimi anni. L’obiettivo è evitare che superi soglie oltre le quali gli effetti sarebbero molto difficili da sostenere. Già sarebbe un risultato soddisfacente. Siamo partiti tardi e ora si tratta di contenere le conseguenze negative.

Dunque, al netto di aspettative salvifiche, il ruolo delle tecnologie digitali è certamente centrale. L’espressione che Lei ricorda – “il verde e il blu” – è l’espressione che coniai molti anni fa per dare una rappresentazione alla connessione profonda tra l’ambiente (il verde di tutti gli ecosistemi in cui passiamo la nostra vita, da quelli naturali a quelli urbani, da quelli sociali a quelli economici) e le tecnologie digitali (il blu elettrico delle tecnologie digitali presenti e future). La struttura di fondo di questo binomio riguarda la gestione migliore delle risorse, l’individuazione di tecnologie a basso impatto, la diffusione dell’informazione e la conseguente determinazione del consenso politico: tutto questo il digitale e le sue tecnologie già lo stanno realizzando.

Le potenzialità per invertire le tendenze che fin qui hanno danneggiato l’ecosistema ci sono. Potremmo addirittura dare luogo a strutture – le città, ad esempio – che invece di produrre emissioni carboniche, riescono ad assorbirne. L’obiettivo posto dall’Europa è net zero: saldo carbonico zero. Alcune città si sono candidate a raggiungere tale obiettivo già nel 2030. Si tratta di un traguardo molto ambizioso, quello successivo sarà il saldo carbonico negativo. Ci vuole il coraggio politico e la giusta governance e nei prossimi anni potremo invertire la rotta.

 

La rivista Time informa che “la US Securities and Exchange Commission riferisce che nei primi sei mesi del 2022 la parola metaverso è apparsa nei documenti normativi più di 1.100 volte. L’anno precedente ha registrato 260 menzioni. I due decenni precedenti? Meno di una dozzina in totale”.

Ci aiuta a capire in cosa consiste questo mondo virtuale che si sta preparando ad uno sbarco nella nostra vita, e che consentirà l’interazione umana in una sorta di universo parallelo al mondo reale?

 

Al contrario di quanto si racconta, non credo che il metaverso rappresenti un cambio di paradigma. Si tratta di un arcipelago di siti attraverso i quali avremo occasione di vivere esperienze immersive. Già ora, come accennavo, ci sono persone che usano il metaverso per seguire eventi (concerti, conferenze, etc). Si tratterà di una nuova possibilità di realizzazione della persona, se usato bene, e di un’ulteriore possibilità di massificazione se usato male, così come le altre tecnologie digitali. Non credo nella retorica dell’universo parallelo, pur molto in voga, penso invece che l’esperienza del metaverso si inserirà nel paradigma dell’onlife, come ulteriore punto di fusione tra mondo fisico e virtuale, in cui già oggi siamo immersi.

 

Nell’articolo “Come gestire i rischi dell’A.I” (l’acronimo A.I. sta per intelligenza artificiale) Lei individua alcuni strumenti di cui le aziende e le istituzioni dovrebbero attrezzarsi: “assicurazione, prevenzione, legislazione e audit: è questo il futuro prossimo della gestione dei rischi insiti nell’AI”.

Mi soffermerei sul concetto di prevenzione: attraverso quali mezzi è possibile anticipare utilizzo improprio dell’intelligenza artificiale? Stiamo parlando di altissima tecnologia…

 

Finora abbiamo avuto un rapporto falsato con i rischi dell’intelligenza artificiale, ciò era dovuto ad una scarsa conoscenza della tecnologia che finiva per ammantarla di ombre spaventose, ma ben poco realistiche. Pensiamo al timore della rivolta delle macchine. Oggi abbiamo un approccio più ponderato con la tecnologia e siamo capaci di individuare le vere dimensioni di rischio. Nell’ottica della prevenzione, che è senz’altro quella corretta, è importante anzitutto l’affermarsi di una coscienza diffusa di quali sono i rischi veri (pensiamo alla privacy, all’utilizzo non autorizzato dei dati per finalità manipolatorie, la sicurezza cyber, etc). A seguire bisogna cercare l’assetto legislativo e regolamentare che permetta di contenere i fenomeni deteriori. In sede Europea, finalmente vediamo porre i problemi giusti.

 

Professore, vorrei concludere questa interessante conversazione con una Sua valutazione del rapporto tra sistema scolastico e formativo del nostro Paese (anche a livello di specializzazione universitaria, master, dottorati di ricerca), rispetto alle competenze al termine del corso di studi e know how richiesti dal mercato del lavoro a livello internazionale.

 

 

Se da una parte abbiamo la generazione dei nativi digitali, che è naturalmente predisposta alla comprensione della tecnologia, dei rischi e delle opportunità che genera, dall’altra parte abbiamo ancora un sistema scolastico e formativo novecentesco, decisamente analogico e spesso poco consapevole. Questo fa sì che la rivoluzione digitale finisca per rimanere aliena alle strutture che educano, formano, costruiscono competenze. Questo poi si ripercuote sul lavoro, sui servizi, sul modo di funzionare delle cose.

 

Mi conceda un esempio personale: quando ho iniziato a insegnare anche a Bologna, volevo aprire un conto corrente in euro e pounds, non ho trovato in Italia una banca che mi permettesse di aprire un conto online di questo tipo. L’ho trovato in Inghilterra, a costo zero, interamente online e solo digitale, gestibile con una semplice app che funziona benissimo. Che cosa succede dunque? La rivoluzione digitale sembra riguardare pochi tecnici molto qualificati, ma finisce per giungere con grande ritardo a informare il funzionamento della società. Si produce uno scollamento che credo peserà molto anche dal punto di vista generazionale. L’aggiornamento del sistema formativo e delle competenze è fondamentale per ricucire questo strappo.

Chi è Floridi

 

Luciano Floridi insegna all’Università di Oxford, dove dirige il Digital Ethics Lab, ma si sta legando progressivamente anche all’Università di Bologna, dove tra l’altro dirige il comitato scientifico di Ifab, la Fondazione su Intelligenza Artificiale e Big Data, che governa la potenza di calcolo del Tecnopolo bolognese, i cui maxi-computer muovono ben l’80% della capacità di calcolo europea. 

IL RISULTATO ELETTORALE PONE IL TERZO POLO NELLA CONDIZIONE DI RAPPRESENTARE UN CENTRO DI ATTRAZIONE.

 

Il nuovo contenitore, non dovrà presentarsi come una forza politica caratterizzata soltanto dalla presenza liberal-democratica, infatti il suo progetto potrà essere attrattivo anche di un ampio spazio all’interno del mondo cattolico, oggi stressato tra il populismo di destra e di sinistra.

 

Antonello Assogna

 

Il quadro politico emerso nelle recenti elezioni del 25 settembre, segnato da un chiaro successo dello schieramento di centrodestra trainato dalla crescita di Fratelli d’Italia, conferma comunque la variabilità del consenso elettorale, che ha caratterizzato le consultazioni politiche nel nostro Paese dal 2013 in poi. Nel giro di qualche anno abbiamo assistito all’approdo dei flussi elettorali intorno a forze politiche dalle prospettive diverse: dal 40,8% del PD alle Europee del 2014 al 32,7% del M5S nelle politiche del 2018; dal 34,7% della Lega alle Europee del 2019 sino al 26% di Fratelli d’Italia (che partiva dal 4,3% del 2018 e dal 6,4% del 2019). Questo “disorientamento” è certamente il frutto delle condizioni derivanti dai lunghi riflessi economico e sociali della crisi finanziaria del 2007/2009: crescita delle disuguaglianze e delle differenze territoriali nel Paese; messa in discussione della rappresentanza democratica con il progressivo aumento dell’astensione al voto e dalla conseguente presenza di movimenti e partiti dagli accenti “antisistema”.

 

La vittoria elettorale del centrodestra è indubbiamente l’unico dato di stabilità (almeno elettorale), che è emerso negli ultimi dieci anni di storia nazionale; vedremo se questo successo saprà tramutarsi in visione programmatica e capacità di governo. Alcune indicazioni fanno però emergere uno dei tratti distintivi della condizione politica degli ultimi anni, sulle quali si dovranno confrontare le scelte delle prossime forze di governo, a partire da Fratelli d’Italia: l’elettorato non premia (o non gratifica particolarmente) chi governa o chi si ispira a chi governa, anche di fronte a comprovate capacità di gestione, come dimostra l’esperienza del Governo Draghi. I commenti espressi da Lega e M5S post voto, anche su condizioni diverse, confermano questa valutazione: Salvini parla del crollo del partito, come il risultato dell’eccessiva esposizione nel Governo Draghi; Conte invece sottolinea la validità della decisione di uscire dalla maggioranza, quale valore aggiunto nella campagna elettorale dei grillini, che ha permesso un parziale recupero del consenso perso negli anni di responsabilità governativa.

 

Su questo punto condivido molto il commento dell’On. Marattin, il quale afferma “Sembra che scopo e condizione ideale della politica sia stare all’opposizione. E io che pensavo fosse “cambiare lo stato presente delle cose”. Riconnettere il sentimento popolare alla cultura di governo sarà infatti la sfida vera che la politica dovrà affrontare nei prossimi anni, superando il confronto tra le forze politiche attraverso gli slogan e i provvedimenti ad effetto e dal taglio assistenzialistico (ad es. il reddito di cittadinanza, il contrasto strumentale dei flussi migratori), accompagnati da campagne mediatiche strutturate, così come avvenuto in questi anni. Considerando la crisi del PD, che non è riuscito a valorizzare gli anni di forza trainante delle maggioranze di governo e che non ha ancora definito con chiarezza la sua opzione identitaria, chi ha interpretato al meglio questa dimensione è la lista “Italia sul serio” guidata da Carlo Calenda e Matteo Renzi.

 

Tutto ciò al di là delle aspettative più o meno dichiarate alla vigilia delle elezioni. Infatti la nascita di questa aggregazione elettorale ha evidenziato, più efficacemente dell’esperienza di Scelta Civica di Monti, la possibilità di rappresentare una vasta area del Paese trasversale a diverse culture, ma caratterizzata da convergenze comuni sui temi dell’economia e del lavoro, delle infrastrutture, dell’innovazione, della qualità della spesa pubblica e del welfare e soprattutto dalla valorizzazione delle competenze e dalla capacità di affrontare i temi scottanti (energia, fisco, politica estera, europeismo etc..) con realismo e parlando con trasparenza all’elettorato. Questa proposta politica, organizzata elettoralmente in poco più di un mese, se accompagnata da un’attenzione diffusa alle varie sensibilità presenti nell’area riformista, potrà costituire la vera novità nel contesto politico nazionale.

 

L’intenzione espressa dai leader del cosiddetto Terzo Polo, di istituire non soltanto gruppi parlamentari unici, ma di andare verso la costituzione del contenitore italiano di Renew Europe, è un progetto interessante che potrà favorire la realizzazione di una forza moderna, con le caratteristiche giuste per presentarsi al Paese come baricentro per la modernizzazione e per la garanzia di equità sociale. E’ evidente che tutto ciò avrà una sua prospettiva certa se, come già precedentemente evidenziato, si sapranno mettere al centro del progetto la convergenza e il rispetto delle culture politiche del riformismo italiano, a partire dall’anima sociale e politica del cattolicesimo democratico e popolare. Il nuovo contenitore, non dovrà presentarsi come una forza politica caratterizzata soltanto dalla presenza liberal-democratica, infatti il suo progetto potrà essere attrattivo anche di un ampio spazio all’interno del mondo cattolico, oggi stressato tra il populismo di destra e di sinistra. Su questo punto, sono importanti le affermazioni di Matteo Renzi contenute nell’intervista all’Avvenire di domenica 2 ottobre che rivendica la provenienza dalla cultura democratico-cristiana di molti dei protagonisti di questa nuova esperienza politica.

 

Questo aspetto, tutt’altro che secondario, sarà un valore aggiunto per la costruzione di una grande alleanza di governo che possa presentarsi come alternativa al sovranismo, al populismo e all’assistenzialismo strumentale, partendo da un’opposizione determinata, che superi però lo stile e i metodi dell’antiberlusconismo.

 

Sarà una sfida nuova e qualificante per chi ha passione per la politica e per l’impegno sociale; una sfida che potrà avere effetti positivi anche per un’area della sinistra che non vuole arrendersi agli stereotipi di un radicalismo a tutti i costi, cogliendo trasversalmente i veri bisogni del Paese (lavoro, servizi efficienti, equità). Attendiamo di vedere realizzate le intenzioni e i progetti, oltre i nomi e le rendite di posizione e per essere all’altezza delle importanti questioni aperte nel Paese e nelle dinamiche internazionali.

DI GIOVAN PAOLO (PD) “SI FACCIANO LE PRIMARIE SUI TEMI IMPORTANTI, SOLO DOPO SI DECIDA IL NOME DEL SEGRETARIO”.

 

Ospite del Riformista Tv, per la rubrica Sotto Torchio di Aldo Torchiaro, Roberto di Giovan Paolo, brillante saggista politico nonché ex senatore del Partito Democratico, ha parlato della crisi della sinistra e, nello specifico, della crisi del Pd.

 

Riformista Tv

 

Le elezioni sono andate molto male per la sinistra italiana. C’è qualche soluzione?

 

Sono dieci anni che il Pd governa senza aver vinto le elezioni. Questo non è un male in una Democrazia Parlamentare, in cui i numeri si decidono in Parlamento, dove i più affidabili vengono chiamati: questo però ti rende un esperto che sicuramente avrà problemi nel dialogare con il popolo. Bisogna rivedere i modi di comunicazione e ritrovare il contatto con il popolo.

 

Il protagonista di questa crisi è Enrico Letta. Gli errori sono stati di sistema a cui Letta non poteva opporsi?

 

Secondo me Letta non poteva fare più di tanto. L’unica cosa era forse spiegare cosa significa costruire il campo largo. Ecco, costruire il campo largo vuol dire che un giorno fai l’accordo con Conte e il giorno dopo no, che fai l’accordo con Italia Viva e poi non lo fai. Qual è l’oggetto della riflessione del Pd? Nel 2007 era il bipolarismo maggioritario, oggi, in un’Italia polverizzata, c’è una polverizzazione anche dei produttori: se il Pd non parla del lavoro non parla a nessuno.

 

Gli esponenti del Pd sono in grado di parlare a queste nuove categorie di lavoratori (dagli artigiani ai giovani con la partita iva)?

 

Bisogna aprire un ragionamento su questo, tonare a fare un Congresso – sono anni che non si fa un Congresso, nel Pd sono state fatte solo le Primarie – sarebbe un punto di partenza.

 

Le primarie si possono fare per eleggere un sindaco, non chi ci deve governare. C’è voglia di riappropriarsi di quel corpo politico che è poi stato disintermediato?

 

Le primarie non sono un bene o un male, così come le leggi elettorali non sono un bene o un male. È la politica che deve far scegliere le primarie per fare il sindaco e gli iscritti per fare il segretario. È ovvio però che bisogna parlare ai simpatizzanti, bisogna avere la forza di parlare anche agli altri. Bisogna tornare a parlare di grandi temi. Ad esempio, qual è la posizione del Pd sull’Ilva, cosa si fa sul rigassificatore? Si facciano le primarie sui temi, solo dopo si decida il nome del Segretario. E chi si candida si dimetta da incarichi istituzionali.

 

Questo fa piazza pulita di tutti quei sindaci, quei magistrati, governatori, presidenti di Regione.

 

Facciano bene il loro mestiere. Servirebbe anche di farla finita con il populismo, sì al finanziamento pubblico dei partiti perché ottempera alla Carta costituzionale, cioè permette ai partiti di fare le attività che ovviamente devono essere controllate e certificate. In Germania lo fanno da anni. Il Parlamento europeo dà un sacco di soldi per garantire l’attività dei partiti, basta fare le certificazioni non le cose finte come venivano fatte spesso in passato. Questo permette di dire che il segretario del partito è pagato per stare 24 ore su 24, 7 giorni su 7 a disposizione del partito. E il partito torna a dettare la linea, non esiste che il parlamentare, quando non c’è questione di obiezione di coscienza, vota per conto suo. Il partito dà la linea e il gruppo parlamentare si adegua.

 

La lettera di intenti del segretario Letta agli iscritti, quel percorso a quattro tappe, la convince?

 

Mi convince in parte nel senso che non si può essere un po’ ministro e un po’ rivoluzionario.

 

Riassumendo, il Pd torni a parlare dei problemi del sociale, dellambiente, del lavoro, voti un programma di impegno rinnovato e sulla base di questo le dirigenze e solo in ultima istanza il segretario. Candidata alla segreteria del Pd è Elly Schlein, la vice di Bonaccini in Emilia Romagna. Un sondaggio dice che la maggior parte degli iscritti al Pd vedrebbe bene lei come segretario. Ma ci sono tanti altri nomi che potrebbero essere presi in considerazione.

 

Ci vuole un po’ di serietà, questo nome non va bene. Se qualcuno dice, ad esempio, che la pace fiscale e la rottamazione non sono provvedimenti a copertura dell’evasione, ma anzi la condizione per poter aiutare certe categorie, che succede? Mi sembra chiaro – ecco la premessa fondamentale – che alla segreteria non ci si candida al di fuori di una linea. Avrebbe senso che una politica anti demagogica venga poi rappresentata da chi alla demagogia si consegna? Torniamo ai contenuti.

 

Il video

https://video.ilriformista.it/pd-di-giovan-paolo-si-facciano-le-primarie-sui-temi-importanti-solo-dopo-si-decida-il-nome-del-segretario-e-chi-si-candida-si-dimetta-da-incarichi-istituzionali-28988/

NON ESISTE UNA TERZA VIA: SE IL PD NON VUOLE CEDERE AL POPULISMO, DEVE APRIRE IL DIALOGO CON IL TERZO POLO.

In definitiva, l’alternativa per il Pd è semplice, anche se dura: o si scioglie nel calderone del populismo, sia pure ingentilito dall’eleganza di Conte, o si rinsalda nel riformismo attraverso un chiarimento di fondo con Calenda e Renzi.

 

Giuseppe Fioroni

 

L’insoddisfazione per l’esito elettorale non basta a spiegare la concitazione del dibattito che si è aperto nel gruppo dirigente del Pd. O forse, più che di concitazione, dovremmo parlare di vistosa consapevolezza della crisi che investe, dopo il voto del 25 settembre, l’esistenza stessa del partito. Non a caso, sull’onda di un’emozione fatta di desiderio e revanscismo, s’è pure affacciato l’invito a sciogliere il Pd per ricreare un soggetto più ampio e inclusivo, vagheggiando altresì un parallelo processo di rigenerazione dei Cinque Stelle. Dunque, le insegne del Nazareno dovrebbero spegnersi perché, a giudizio di tali liquidatori, saremmo ai titoli di coda di una storia improseguibile lungo i sentieri che furono tracciati all’atto di fondazione del partito, nell’ormai lontano 2007.

Al netto della suggestione mediatica, l’enfasi della proposta di scioglimento nasconde un inganno. Distrugge infatti la ragione che fu identificata all’origine del processo di unificazione tra Ds e Margherita (senza qui dedicare attenzione alla fragilità di quella che poi fu definita una fusione a freddo o un amalgama riuscito male). In realtà, usciti a pezzi dalla esperienza dell’Unione, con il secondo governo Prodi messo alle corde dall’irresponsabile condotta della sinistra antagonista, emerse la convinzione che solo un soggetto che unisse le diverse tradizioni del riformismo italiano poteva ambire a fronteggiare la destra, lasciando ai margini, come opzione residuale e non vincolante, il rapporto con Rifondazione comunista. Un grande partito riformista – questa era la dottrina – doveva tenere ferma la separazione dal fatuo intransigentismo di sinistra.

Oggi, con l’apertura del vagheggiato processo costituente a sinistra, si ribalterebbe la prospettiva originaria: un nuovo aggregato, frutto del rimescolamento di carte tra Pd e M5S, finirebbe per presentarsi come luogo d’incontro delle culture riformatrici radicali, avendo perciò l’obiettivo di riplasmare il populismo in funzione di una politica più aderente alle aspettative genuinamente popolari. In qualche modo, verrebbe trapiantato in Italia l’esperimento di Mélenchon in Francia, scontando con ciò la residualità della componente propriamente riformista (l’esempio dei socialisti d’Oltralpe insegna). Tutto il contrario, insomma, di quello che fu lo scenario che portò alla nascita del “partito unico dei riformisti”.

È diversa l’analisi di Filippo Andreatta, e dunque diverse anche le sue conclusioni. Ferma restando la necessità di un ricambio di classe dirigente, per liberare il Pd dalla cappa del compromesso permanente tra logore oligarchie di potere, al centro come in periferia; e ferma restando anche la volontà di rimettere a lustro, con una energia che nel tempo si è persa, il complesso delle ragioni del riformismo, oltretutto per il cambiamento di fase a seguito della pandemia e della guerra; ecco, sia pure incidentalmente nell’intervista concessa ieri al Corriere della Sera, Andreatta indica con intelligenza la strada del rilancio dell’autentica politica riformatrice che fu quindici anni orsono alla base della bella avventura di Veltroni. In sostanza, egli rimette di nuovo al centro il netto rifiuto di una deriva che cede oggi al populismo come ieri cedeva allo spirito e alla prassi dell’antagonismo di sinistra. È evidente, allora, che la missione diretta a “salvare il Pd” è destinata a giocarsi, vuoi o non vuoi, sul terreno di una dialettica positiva con il Terzo Polo.

Queste sono le alternative: o sciogliersi nel calderone del populismo, sia pure ingentilito dall’eleganza di Conte, o rinsaldarsi nel riformismo attraverso un chiarimento di fondo con Calenda e Renzi. Immaginare che esista una terza via, e cioè un percorso che ridisegni il cosiddetto campo largo dove ripristinare la perduta centralità del Pd, è come sognare una fuga dalla realtà, voltando le spalle all’inclemenza dell’esito elettorale, ai dati inoppugnabili della sconfitta, ai nuovi rapporti di forza. È un’illusione, forse alimentata dal bisogno di procrastinare le scelte. E tuttavia, a questo punto, non scegliere avrebbe il significato di un salvacondotto fittizio essendo né più né meno che la debole copertura all’istinto di autoconservazione di un gruppo dirigente retrocesso dal voto a simulacro di una dissipazione storica. Nell’immobilismo verrebbe cancellata la scommessa che scaldò il cuore del popolo dei democratici e dei riformisti. Sotto questo profilo la novità che serve al Pd deve essere risolutiva: chiara nelle forme e precisa nei contenuti.

“SE MELONI RINUNCIA AGLI ESTREMISMI SI APRE UNA FASE INTERESSANTE”. INTERVISTA DI BONINI (LUMSA) A FAMIGLIA CRISTIANA.

 

Rispetto al voto dei cattolici, Bonini sottolinea che «è dimostrato che i cattolici votano o non votano come la generalità degli italiani. Dunque c’è una progressiva disattenzione rispetto alla politica. Un dato che va oltre i confini nazionali. Basta guardare alla Francia».

 

Redazione

 

«Indubbiamente se Giorgia Meloni vuole avere quel futuro politico che l’anagrafe le consente, dovrà sintonizzarsi in maniera efficace sulla questione della Nato e dell’Unione europea. Se riuscirà a farlo senza cavalcare le istanze radicali di una destra anti-europea e sovranista, allora si apre una fase interessante». Così Francesco Bonini, politologo e rettore della Lumsa, intervistato da Famiglia Cristiana sul numero uscito in edicola il 29 settembre scorso.

 

«Meloni finora si è mossa in maniera molto accorta sul crinale euroatlantico, che è il vero nodo, come dimostra la vicenda della guerra. Del resto il segretario di Fratelli d’Italia guida una delle forze politiche pienamente inserite nel contesto europeo, anche se non fa parte della cosiddetta maggioranza Ursula». «Certamente, una destra radicale in Europa non ci porta da nessuna parte. Una destra conservatrice, invece, potrebbe dare qualche segnale di evoluzione del Paese. La partita è del tutto aperta e credo che tutto il mondo ci guardi».

 

«Il dato dell’astensionismo è molto significativo», commenta il politologo Francesco Bonini, rettore della Lumsa. «Vuol dire che c’è un numero significativo di elettori che non si sono sentiti rappresentati dall’offerta dei vari partiti. E infatti nessuna forza politica arriva alla soglia del 30%, la soglia che qualifica una forza politica consistente. Significa che la situazione è estremamente frammentata. In questo momento credo che sia fondamentale che ci siano voci autorevoli del mondo cattolico che ricordino le priorità che abbiamo noi cittadini, a cominciare dai valori di equità, rispetto della persona in ogni sua forma, lavoro e giustizia sociale ricordati da papa Francesco e dalla Conferenza episcopale italiana. In una parola si tratta concretamente di dare gambe a ciò che è nella dottrina sociale della Chiesa».

 

Rispetto al voto dei cattolici, Bonini sottolinea che «è dimostrato che i cattolici votano o non votano come la generalità degli italiani. Dunque c’è una progressiva disattenzione rispetto alla politica. Un dato che va oltre i confini nazionali. Basta guardare alla Francia. Noi italiani stiamo addirittura ancora un po’ meglio rispetto ad altri Paesi vicini, anche se la partecipazione al voto italiana è sempre stata storicamente molto alta».

IL TERZO POLO NON È UN PARTITO REPUBBLICANO DI MASSA.

Se il partito dovesse rispondere alla scommessa che ha lanciato nella cittadella politica italiana riproponendo solo laspetto liberale, liberista e repubblicano sarebbe francamente una cocente delusione.

 

Giorgio Merlo

 

È indubbio che tra le – poche – novità del risultato elettorale del 25 settembre non possiamo non annoverare il dato politico del cosiddetto “terzo polo” di Renzi e di Calenda. Certo, non si è raggiunto quel traguardo che alcuni hanno auspicato prima del responso delle urne, cioè un risultato a doppia cifra. Ma è indubbio che quasi l’8% dei consensi a livello nazionale – con punte alte in Piemonte, Lombardia e Veneto che rasentano o superano il 10% a cui, va pur detto, si registra una profonda delusione in molte regioni del Sud – rappresenta un dato significativo e di tutto rispetto. Soprattutto per come è stato pianificato il progetto politico, quasi in “zona Cesarini”, come si suol dire, e mettendo insieme due partiti che sino a qualche giorno prima erano avversari se non addirittura conflittuali.

 

Ora, per restare sempre sul futuro e sulla prospettiva politica di questo partito non possiamo non evidenziare due elementi, seppur in attesa che decolli la “fase costituente”. Innanzitutto si tratta di un partito – di centro e che dovrebbe declinare una politica di centro, come quasi tutti auspicano e perseguono – che non può trasformarsi in una sorta di “partito repubblicano di massa” come ricordava recentemente sulle colonne di Repubblica Stefano Folli. Se il partito dovesse rispondere alla scommessa che ha lanciato nella cittadella politica italiana riproponendo solo l’aspetto liberale, liberista e repubblicano sarebbe francamente una cocente delusione. Un aspetto importante, sicuramente, ma fortemente limitativo rispetto ad un profilo che necessita di altri apporti politici e culturali. A cominciare, come dice talvolta lo stesso Calenda, dalla cultura popolare. È del tutto evidente che l’apporto popolare – e aggiungo io cattolico popolare e cattolico sociale – non può essere pianificato e gestito da chi è perfettamente esterno ed estraneo a quella cultura e a quella tradizione ideale. Su questo versante si misurerà anche l’apertura – reale e non solo virtuale – del futuro partito di centro.

 

In secondo luogo il partito, oltre ad essere un luogo democratico e collegiale, non potrà che essere fortemente e significativamente “plurale”. E cioè, un soggetto riformista e con una spiccata cultura di governo ma che sia autenticamente plurale, cioè caratterizzato dall’apporto di più culture riformiste e costituzionali. Non a caso, qualcuno parla – e giustamente – di una sorta di “Margherita 2.0”. Almeno, e come ovvio, sotto il profilo del metodo prima ancora che del merito. Ovvero, un soggetto riformista, di governo, democratico e culturalmente plurale al suo interno.

 

Se così sarà, il rischio che il “terzo polo” si trasformi in un “partito repubblicano di massa” sarebbe del tutto scongiurato. Se così non fosse questa importante e significativa scommessa politica ne uscirebbe fortemente ridimensionata se non addirittura sminuita. Tutto dipende – esclusivamente – dalle scelte politiche concrete che si faranno nei prossimi mesi.

NESSUNA SCIENZA VI DARÀ IL PANE. LO SGUARDO DISINCATATO DI DOSTOEVSKIJ SULL’OCCIDENTE DECADENTE.

 

Dostoevskij evoca la condizione in cui verte il mostruoso formicaio umano dellEuropa moderna: le seducenti promesse del capitalismo infervorano le masse intorpidite che si inchinano al dio-denaro. E però, finché linteresse utilitaristico e la conservazione egoistica della propria vita saranno lespressione più caratterizzante della libertà individuale, la coabitazione umana del mondo sarà contrassegnata dalle disuguaglianze, dalla miseria e dallingiustizia.

 

Diego Flores

 

Dopo i sentori lontani di un’Europa incantata dalla belle époque, Dostoevskij decide di vedere di persona e toccare con mano la siffatta bellezza, che irradiava luminosa e promettente dal vecchio continente. Deciso a constatare alla radice il fascino che palesemente attraeva anche una parte dell’animo russo, Dostoevskij intraprende un viaggio estivo nel cuore dell’Europa infatuata dai miti della modernità. Il resoconto critico di quel viaggio — serrato confronto con la realtà socioculturale europea della seconda metà dell’Ottocento — sarà riversato da Dostoevskij nelle Note invernali su impressioni estive; impressioni ottenute durante il suo soggiorno estivo a Londra e Parigi nel 1862.

 

L’esperienza di questo viaggio di Dostoevskij nell’Europa, infervorata dalle allettanti promesse del capitalismo trionfante, sarà il corollario della sua incisiva critica radicale alla decadenza culturale dell’Occidente moderno. La produzione letteraria di Dostoevskij, a seguito di quel viaggio, sarà attraversata dalle profonde e disincantate impressioni che una società come quella europea, lacerata dall’individualismo e dal più turpe egoismo utilitaristico, ha lasciato nel suo animo. Nella trama narrativa delle ultime opere di Dostoevskij traspare la cupa realtà di quel mostruoso formicaio di egoismi e interessi cui è diventata l’Europa moderna; attraverso i personaggi delle sue ultime produzioni Dostoevskij fa venire alla luce le diverse modulazioni di un declino etico-antropologico di proporzioni epocali. Memorie del sottosuolo, Delitto e castigo, e soprattutto I fratelli Karamazov attestano la presenza insidiosa in Occidente di quell’«ospite inquietante» avvertito anche da Nietzsche: il nichilismo.

 

Il Grande Inquisitore del capitolo V de I fratelli Karamazov — vecchio e decadente quanto il continente che raffigura —, che lavora per la puerile felicità del “gregge”, appare il portavoce di un nichilismo militante in grado di barattare la libertà per lo squallore di un’infantile tranquillità. Il vecchio cardinale, Grande Inquisitore, è convinto che gli uomini — «poveri bambini» — non saranno felici, di quella felicità dell’infanzia che è «di tutte la più dolce», finché non verranno «liberati dalla grave preoccupazione e dai terribili tormenti che comporta la libera decisione individuale». Il potere, che il Vecchio rappresenta, sembra offrire la risposta più soddisfacente all’incalzante grido della sventurata fragilità umana: «salvateci da noi stessi!». L’intollerabile «maledizione del discernimento tra il bene e il male» viene loro risparmiata a cambio di una «quieta, umile felicità, la felicità dei deboli», quali sono stati creati gli uomini.

 

Davanti a sé il Grande Inquisitore ha però un Prigioniero che non ha voluto privare l’uomo della libertà, ma ha rifiutato tale proposta pensando: «Quale libertà sarebbe se l’ubbidienza è ottenuta al prezzo dei pani?». L’anarchico Prigioniero «non ha voluto asservire l’uomo», ma voleva una fede libera, svincolata dall’infatuazione dei prodigi, affrancata dall’incantesimo del miracolo. Quel Prigioniero, che è venuto a disturbare l’opera del Grande Inquisitore, promette agli uomini «una libertà che nella loro semplicità e innata sregolatezza non possono neanche comprendere». Anzi, intuiscono gli uomini che finché non abdicheranno la loro libertà non saranno felici. E quindi urlano il loro lacerante bisogno di quiete e sazietà: «piuttosto asserviteci, ma dateci da mangiare».

 

In queste espressioni Dostoevskij evoca la condizione in cui verte il mostruoso formicaio umano dell’Europa moderna: le seducenti promesse del capitalismo infervorano le masse intorpidite che si inchinano al dio-denaro. La moltitudine degli uomini, cupa e senza allegria, schiaccia la loro umanità asservendola all’interesse egoistico e all’individualismo proprietario.

 

Finché l’interesse utilitaristico e la conservazione egoistica della propria vita saranno l’espressione più caratterizzante della libertà individuale, la coabitazione umana del mondo sarà contrassegnata dalle disuguaglianze, dalla miseria e dall’ingiustizia. Ricorda infatti Dostoevskij, per bocca del Grande Inquisitore, che gli uomini dovranno capire «che la libertà è inconciliabile con il pane terreno in abbondanza per tutti». Ma di quale libertà si tratta quella inconciliabile con la giustizia del pane in abbondanza per tutti? La libertà dell’egoismo beninteso — come direbbe Proudhon —, che contraddistingue l’ideale umano della società capitalistica: l’allettante invito a soddisfare ogni sedicente bisogno come un diritto inalienabile e irrinunciabile — come ricorda un altro personaggio de I fratelli Karamazov —, con l’insidiosa giustificazione di avere «gli stessi diritti che hanno gli uomini più potenti e più ricchi». E così «concependo la libertà come una moltiplicazione e una rapida soddisfazione dei bisogni, stravolgono la propria natura, giacché ingenerano in loro stessi una moltitudine d’insensati e stupidi desideri, insulsissime abitudini e fantasie».

 

E se il Baal del denaro illude l’umanità, neanche la scienza — sostiene ancora la pressante voce del Grande Inquisitore — «darà loro il pane finché resteranno liberi»; liberi di questa sedicente libertà che sa calcolare il profitto e l’interesse privato, che mai e poi mai riuscirà a dividere il pane in giuste parti. Nel migliore dei casi la scienza potrebbe procurarci il cibo, ma non il pane: frutto della terra e del lavoro dell’uomo che, nella scelta etica di condividerlo, rende conto della dignità umana e apre lo spazio alla fraternità, «principale pietra d’inciampo dell’Occidente».

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 1 ottobre 2022

(Articolo riprodotto per gentile concessione)

LONGUE DURÈE. LA DESTRA INTERCETTA IL MOTO DI RIFIUTO DEGLI ECCESSI DELLA GLOBALIZZAZIONE.

 

“Dobbiamo recuperare – scrive il dirigente del Pd, vicino al segretario Letta – il senso della “longue durèè”, della lunga durata, dello scorrere carsico e profondo del fiume della Storia nelle vicende umane”.

 

Enrico Borghi

 

Il dibattito sull’esito elettorale è fervente, e non potrebbe che essere così. Per fortuna, verrebbe da dire. Guai se assistessimo inerti e inani a ciò che ci sta attraversando.

 

Vorrei fornire un contributo personale all’analisi del voto del 25 settembre. Che non vuole essere in alcun modo autoconsolatoria o, peggio ancora, autoassolutoria. Ho già detto in diverse sedi pubbliche che chi -come me- ha avuto una qualche responsabilità in questo frangente, se le deve assumere fino in fondo anzichè fare spallucce. E chi mi conosce sa che, ogni volta, le mie responsabilità me le sono prese fino in fondo.

 

Ma qui il tema è molto più complesso, e molto più profondo, dei singoli destini personali. Magari avessimo perso le elezioni solo per alcuni errori (che pur ci sono stati) sulle candidature, o per qualche limite (che pò anche esserci stato) sulla comunicazione. Quando la politica non sa più fare analisi, la butta in corner dicendo che è un problema di persone e di comunicazione.

 

A mio avviso il tema è molto più profondo. E per comprenderlo, dobbiamo recuperare il metodo utilizzato dalla scuola francese degli storici degli “Annales” per lo studio della Storia. Dobbiamo recuperare il senso della “longue durèè”, della lunga durata, dello scorrere carsico e profondo del fiume della Storia nelle vicende umane.

 

La chiave per comprendere adeguatamente il processo in atto nella democrazia moderna in Italia, insomma, è la comprensione del passato. Quello recente ma anche quello più lontano.

 

Sono convinto, ad esempio, che il voto del 25 settembre in Italia sia l’epifenomeno di un processo in atto da tempo, in tutte le società occidentali in particolari: di fronte alla crisi della globalizzazione, che si è accentuata con la pandemia e la guerra (mondiale, ha ragione il Papa!), le destre hanno saputo fornire una loro chiave di lettura che ha convinto numerose opinioni pubbliche. È una chiave di lettura che poggia su elementi sedimentati della nostra struttura sociale. Si pensi, ad esempio, alla “longue durée” della civiltà contadina e del mondo rurale, che di fronte alle rivoluzioni industriali e tecnologiche hanno attraversato momenti di profonda trasformazione e di conflitto sociale che ha determinato processi di reazione e di rancore. Se oggi la destra mantiene, infatti, un insediamento maggioritario nei territori rurali, collinari, montani italiani è frutto di questo processo profondo di reazione e in alcuni casi di avversione verso gli impatti, spesso nefasti, dei processi di cambiamento indotti dalle rivoluzioni industriali, tecnologiche e digitali che hanno determinato lo sviluppo delle aree urbane. Da qui la dicotomia politica tra città – più orientate verso il progressismo – e campagne – più tutelate dalla logica reazionaria dei conservatori -.

 

La vittoria di Giorgia Meloni, al netto degli errori e delle divisioni di tutti coloro che a livello europeo si sono trovati nella “maggioranza Ursula” e in Italia si sono sprecati dentro la fiera delle vanità, dei personalismi, del narcisismo e dell’egotismo politico, è frutto di un processo globale di reazione delle destre alla crisi della globalizzazione. Un fiume carsico che di quando un quando riemerge in superficie, e produce il trumpismo negli States, Bolsonaro in Brasile, Orban in Ungheria, l’estrema destra in Svezia, Morawieck in Polonia, Vox in Spagna, la Le Pen in Francia e via discorrendo.

 

Dentro questa cornice, per non sbagliare la prospettiva dobbiamo avere anche coscienza di un altro processo di lunga durata. E cioè che viviamo in una parte del pianeta – l’Occidente – che ha perso la sua leadership globale, e che deve anche elaborare il fatto che non ha più anche l’egemonia ideologica sul mondo. Altro che “Fine della Storia” e affermazione globale del modello liberale (e talvolta liberista). Il nostro modello di democrazia liberale, insidiato all’interno da chi soffre di suggestioni verso le autocrazie, non si estende alle potenze mondiali in ascesa. Già oggi, e nel prossimo futuro, noi dovremo fare i conti con le autocrazie in Cina, in Russia, nel golfo Persico, con le teocrazie del Medio Oriente, con il dramma delle dittature africane, con il populismo di sinistra sudamericano. Siamo alla vigilia di una svolta globale, nella quale serviranno flessibilità ed equilibrio, e la consapevolezza che vanno riscritte le basi della democrazia.

 

E se non noi, che ci chiamiamo Partito Democratico, chi può farlo in Italia? Per rivitalizzare la democrazia, le nostre istituzioni e rispondere al ”flusso lungo” delle destre mondiali emerso anche in Italia, occorrerà un analogo processo di lunga durata e di approfondito scorrimento. Iniziando, magari, dalla riscoperta del ruolo economico dello Stato e nuove forme di coesione sociale, oltre che un atteggiamento pragmatico nelle relazioni internazionali. Sarebbe anche un modo per sprovincializzare un nostro dibattito interno, che il segretario Enrico Letta ha avviato con decisione ma che ha visto qualche eccessivo ripiegamento su logiche personalistiche sganciate da un’analisi e dalla elaborazione di un progetto.

 

Enrico Borghi

Deputato Pd

UN MONDO MENO SICURO. LA GUERRA DI PUTIN TRAVOLGE REGOLE ED EQUILIBRI INTERNAZIONALI.

 

Pur senza il riconoscimento della comunità internazionale, il territorio ucraino è stato unilateralmente annesso alla Russia. Ora, secondo la dottrina militare di Mosca,  può e deve essere difeso con “ogni mezzo” da qualsiasi possibile aggressione. Di qui, anche, la minaccia nucleare.

 

Enrico Farinone

 

Il discorso col quale Vladimir Putin ha celebrato l’annessione alla Russia delle regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhia sulla base dei referendum truccati svoltisi nelle scorse giornate con i quali le popolazioni locali avrebbero manifestato la propria “volontà di autodeterminazione” e di appartenenza al “mondo russo” segna una svolta nel conflitto che si sta combattendo dal 24 febbraio. Un discorso che ci dice almeno tre cose.

 

La cornice entro la quale il presidente russo colloca quella che egli ha definito “operazione militare speciale” rimane confermata ed è oramai consolidata. Deve essere ricostituito anche territorialmente, e non solo culturalmente, quel “mondo russo” (l’ormai noto Russkij mir) ancorato ai saldi valori della tradizione religiosa e popolare diametralmente opposti a quelli iper-individualisti e radicali di un Occidente del quale sono evidenti tutti i sintomi della decadenza morale e materiale. Un sistema occidentale, guidato dagli Stati Uniti, retto da sistemi democratici pure essi palesemente in crisi ma proprio per questo più pericolosi nel loro “unilateralismo” e nel loro approccio “neocoloniale” alla gestione del mondo che essi definiscono globalizzato.

 

Concetti che riprendono e rilanciano quanto Putin espresse – non ascoltato attentamente, a questo punto si può dire, dai leader politici occidentali – nella conferenza di Monaco sulla sicurezza del 2007 e che egli ha poi confermato in altre occasioni (ultima, il discorso televisivo col quale annunciò l’avvio delle operazioni militari in Ucraina). Solo espressi, questa volta, con toni più accesi e minacciosi, quasi escatologici.

 

Da ciò consegue che la ricostituzione territoriale del “mondo russo” è un obiettivo irrinunciabile nel medio-lungo periodo, non solo quale protezione geografica ma pure, e di più, quale concreta manifestazione culturale. In controluce significa che quasi l’intera Ucraina, a ovest, e il Kazakistan, a est, sono destinati a rientrare nell’orbita russa, secondo l’autocrate del Cremlino.

 

Per il momento, ed è questa la seconda osservazione, strettamente connessa alla prima, la disponibilità a sedersi al tavolo negoziale – che chiaramente Zelenskij non potrà su queste basi accogliere – dopo aver annesso la fascia territoriale che nel sud-est dell’Ucraina unisce lungo il Mar d’Azov la Russia alla Crimea conferma le gravi difficoltà militari nelle quali si sta trovando l’esercito russo: gli obiettivi dell’operazione speciale vengono così circoscritti a circa il 15% del territorio ucraino: non molto, ma neppure poco, in considerazione della stretta connessione geografica con la Crimea annessa nel 2014. Come detto, però, sarebbe un errore ritenere che ottenuto questo risultato parziale il Cremlino ritenesse di aver centrato per intero il proprio obiettivo strategico.

 

C’è un ultimo, e inquietante, messaggio nelle parole di Putin, che non vanno affatto sottovalutate, come giustamente ha ammonito a fare l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel: ed è, naturalmente, la velata minaccia dell’utilizzo dell’arma nucleare, rafforzata col richiamo (fatto per la prima volta) al primo e sinora unico suo utilizzo ad opera – ha ricordato perfidamente Putin – guarda caso di quegli stessi Stati Uniti che si atteggiano a tutori dell’ordine mondiale.

 

La differenza con le allusioni già esplicitate nei mesi scorsi è però sostanziale: sia pure privo del riconoscimento della comunità internazionale il territorio ucraino ora unilateralmente annesso alla Russia è secondo la dottrina militare di Mosca territorio nazionale sovrano che deve pertanto essere difeso con “ogni mezzo” da qualsiasi possibile aggressione. Da Kijv il governo ucraino ha già fatto sapere che la controffensiva per liberare le regioni occupate dai russi proseguirà senza sosta e al contempo ha formalizzato la richiesta di adesione alla NATO.

 

Il mondo da oggi è realmente un luogo meno sicuro.

CATTOLICI E DESTRA RADICALE. L’APPROFONDIMENTO DI “SETTIMANANEWS.IT”.

 

 

Riccardo Cristiano

 

Ernst Nolte, in uno dei suoi volumi (Controversie), ha sostenuto che la sinistra non l’ha inventata Marx, perché esisteva da sempre: l’eterna sinistra – così la definiva – che si radica nel pensiero delle religioni celesti e che solo nel corso dell’Ottocento ha conosciuto una, mai vista prima, opzione armata e violenta. Posta in tal modo, la discussione sulle colpe storiche del comunismo cambia: un conto è il comunismo comunitarista, altro quello che noi chiamiamo comunismo sovietico.

 

È evidente che andrebbe indagata approfonditamente la sostanza di questa eterna sinistra, per spiegare perché la sinistra politica non si sia ancora estinta nel mondo a tanti anni dalla fine dell’orrore sovietico, con i suoi gulag e il suo disastroso collettivismo. Per Nolte, l’eterna sinistra ha il profeta Isaia e Gesù tra i suoi punti d’origine.

 

Venendo ai nostri tempi ha scritto: «Nel contesto filosofico e sociale creato da Furier e da Owen fu coniato il termine socialismo, che venne contrapposto nel modo più fermo all’economia della concorrenza che rendeva gli uomini nemici tra loro facendo diventare l’uno ricco e l’altro povero. Solo in Babeuf era predominante l’idea della lotta di classe sanguinosa e quindi la disponibilità a distruggere tutto, purché l’eguaglianza regni sovrana».

 

Destra radicale

Analogamente, Umberto Eco ha parlato di un certo tipo di destra radicale quando, in una sua famosa conferenza, ha coniato l’espressione l’Ur-fascismo, ove il termine Ur, preso dalla lingua tedesca, sta per perenne o – come nella traduzione prescelta dai più – eterno, proprio nel senso dell’eternità indicata da Nolte.

 

L’Urfascismo è qualcosa che riguarda il confronto su quanto sta accadendo in Italia e non solo. L’importante è non cadere in equivoci e parlare di nostalgie per il fascismo storico. Non è questo il punto, almeno per me, così come con l’eterna sinistra il punto non può essere il partito unico o le derive violente.

Conta, invece, vedere i capisaldi culturali e le successive trasformazioni di entrambi e rendersi conto che del perenne fascismo qualcosa ci riguarda e riguarda in particolare gli elettori cattolici, non certo marginali nella recente vittoria di Fratelli dItalia e in passato della Lega.

 

Trovo interessante unire la tesi di Nolte e di Eco con la convergenza di definizioni così lampanti: piena, se gli autori avessero scritto eterna sinistra ed Ur-destra.

 

In una felicissima sintesi della seconda parte del testo di Eco, Giorgio Barberis così riassume gli archetipi che si intersecano, a volte anche in modo contraddittorio, in questo fenomeno politico dell’Ur-fascismo:

  • il culto della tradizione e la fede in una verità rivelata ab origine che deve essere solo correttamente individuata, interpretata, conosciuta e difesa, al di là delle sue manifestazioni apparentemente contraddittorie;
  • l’irrazionalismo, o – più precisamente – il rifiuto del modernismo più saldo e più forte dell’entusiasmo, talora pur presente, riguardo alla tecnologia;
  • il culto dell’azione per l’azione, ossia il sospetto nei confronti del mondo intellettuale e l’ostilità verso la cultura e le sue complicazioni dal momento che il dubbio paralizza e la riflessione rallenta la marcia;
  • il rifiuto della critica e del dissenso, che viene letto come un tradimento;
  • la paura della differenza, del pluralismo, e il conseguente corollario di chiusure xenofobe e di derive razziste, più o meno dispiegate;
  • in considerazione, poi, del fatto che l’Ur-fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale, uno dei suoi elementi fondanti è proprio l’appello alle classi medie frustrate, «a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni»;
  • altra caratteristica centrale e coerente con gli elementi appena descritti è la costruzione oppositiva di un’identità nazionale che si determina contro un nemico interno o esterno alla comunità, il quale trama contro di essa e da cui deriva l’ossessione Ur-fascista del complotto, che viene ad assumere tratti stereotipati, tanto netti da annullare, peraltro, ogni possibilità di valutazione obiettiva della situazione reale, nonché dell’equilibrio effettivo delle forze in campo;
  • contro questo nemico l’unica opzione possibile è una guerra permanente, sino alla vittoria definitiva;
  • il conseguente culto dell’eroismo e della morte, intesa come la migliore ricompensa per una vita eroica;
  • un malcelato e, talvolta, aperto, machismo, che implica spesso il «disdegno per le donne e una condanna intollerante per le abitudini sessuali non conformiste, dalla castità all’omosessualità»;
  • un forte spirito gerarchico e la devozione a un capo carismatico con un certo disprezzo per il parlamentarismo, incapace di interpretare e rappresentare correttamente la presunta volontà comune di un popolo che si sente eletto perché plasmato e condizionato dalla TV e da Internet, strumenti micidiali di un populismo che Eco definiva qualitativo, poiché questo popolo non esiste di per sé, ma è un’idea che prende voce e forza nelle piazze e nelle parole dei leader che lo rappresentano: dunque, un’astrazione o una «finzione teatrale».

 

Cristianesimo e Ur-fascismo

 

Era il 25 aprile del 1995 quando Umberto Eco, intervenendo alla Columbia University, tracciava questo attualissimo profilo di un pensiero politico che, a mio avviso, contiene molti dei motivi che hanno spinto e spingono larghi settori del cattolicesimo tradizionalista verso partiti di destra, quali  la Lega ieri e Fratelli dItalia oggi. È questo che mi interessa.

A me sembra che la domanda più importante sia questa: il cristianesimo di Cristo può essere Ur-fascista? Quella che molti hanno denominato cultura cristianista – non cristiana – se ieri ha vissuto la sua certezza di essere la societas perfecta da imporre a tutti ovunque, oggi non sente il gusto politico delle guerre culturali ove si prevale – o si soccombe – contro il modernismo e gli altri suoi surrogati?

 

Questi cattolici, posti davanti al rischio esistenziale rappresentato dall’estremismo avverso, si arroccano e radicalizzano a loro volta. È qui che nasce una spirale di opposti estremismi sempre più estremi e indispensabili l’uno all’altro? È per questo che Nolte parla anche del nazismo come di un «bolscevismo anti-bolscevico»?

 

Non tutto è, certamente, riferibile alla destra che vediamo oggi. L’Ur-fascismo ci viene presentato da Eco come sincretista, cosa che non sembra corrispondere al dato odierno, almeno apparentemente. Il sincretismo di cui parla Eco è funzionale all’idea che non può esserci avanzamento del pensiero: «La più importante fonte teoretica della nuova destra italiana, Julius Evola, mescolava il Graal con i Protocolli dei Savi di Sion, l’alchimia con il Sacro Romano Impero»: interessante, se si pensa a certi inneschi nel Pantheon Ur-fascista, del calibro di Che Guevara e dello stesso Gramsci.

 

La sinistra marxista ha sempre rifiutato il riferimento – per me piuttosto evidente – all’eterna sinistra da matrice religiosa. Ma l’utopia marxista-leninista di creare l’uomo nuovo da dove sarà mai venuta? E perché mai Mosca è stata, per molti, la capitale della Terza Internazionale e la Terza Roma dell’impero del bene contro l’impero del male occidentale? Il rifiuto di Dio ha spinto la branca dell’eterna sinistra a rifiutare un teologo di riferimento, accettando, al massimo qualche interlocuzione episcopale.

 

La destra – convinca o no l’etichetta di Ur-fascista – ha invece cercato i suoi teologi in modo ostentato. È una consulenza che pesa perché, se il cuore politico del centro destra sta ora nella rabbia degli impoveriti e degli sconfitti della globalizzazione del crescente disagio urbano, la spiegazione in termini di teologia tradizionalista e antimodernista rende il tutto politicamente più assoluto e aggressivo.

 

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http://www.settimananews.it/politica/cattolici-e-destra-radicale/

L’INVOLUZIONE DEL PROCESSO DI PARTECIPAZIONE.

 

Il prossimo 26 novembre, a Milano, la “Rete dei cattolici democratici” C3Dem (Costituzione, Concilio, Cittadinanza)   organizza un convegno sul futuro della democrazia. In vista dellappuntamento, l’associazione mette in rete i vari contributi dei partecipanti. Di seguito riportiamo un ampio stralcio del contributo del Presidente dellAssociazione Reagire” di Milano (a fondo pagina  si può accedere con il link al testo integrale).

Elio Savi

 

Può sembrare per alcuni aspetti strano  – sul finire di una campagna condizionata da una legge elettorale che poco ha a che fare con la  democrazia sostanziale e mentre alcuni dei partiti in lizza promettono un profondo cambiamento istituzionale destinato a modificare l’impianto costituzionale senza peraltro precisare come – lasciare da parte tutto questo per entrare in sintonia con l’articolo di Sandro Antoniazzi  (scritto a nome della rete c3dem) che ci propone quesiti inerenti aspetti fondamentali della democrazia scegliendo però una prospettiva ben diversa. Un articolo che,  non condividendo l’idea di una democrazia solo procedurale e istituzionale, alza lo sguardo proponendoci anzitutto una domanda non banale: in un quadro ricco di limiti, nonostante la si dia per scontata, è possibile pensare a un  progresso della democrazia, una realtà sempre da promuovere e realizzare?

 

Non solo perché lo afferma la Carta costituzionale ma anche per il senso comune, una società è tanto più democratica quanto più consente la partecipazione dei cittadini, direttamente o indirettamente, alle decisioni che li riguardano, ne garantisce i diritti fondamentali e propugna valori comunemente riconosciuti alla base di quella comunità.

 

Verificando l’attuazione di tutto questo nella esperienza concreta di ogni Paese ci si rende conto quanto sia spesso una questione sia di forma che di sostanza. La democrazia è tanto più compiuta quando la forma favorisce la sostanza; viceversa, quando la sostituisce fino a poterne prescindere, la democrazia viene meno.  Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha condannato l’Ungheria per i passi indietro della sua società in termini di democrazia sostanziale; chi la difende tra i partiti italiani e si candida a guidare il Paese dissente da tale posizione perché – sostiene – “in Ungheria ci sono le elezioni”.  Per il Parlamento europeo in questo caso la forma prevale sulla sostanza e ciò non basta a garantire ai cittadini ungheresi i livelli di democrazia sostanziale consolidatisi in Europa dopo la 2a guerra mondiale. Forma e sostanza sono due dimensioni dell’esperienza democratica costantemente in tensione; un equilibrio che non dobbiamo dare mai per scontato se abbiamo cara la democrazia. Non vale solo per il governo di un Paese o di un Comune ma più in generale per l’intera realtà sociale e le relazioni che viviamo.

 

Linvoluzione della partecipazione popolare negli ultimi decenni

Quando si pensa al passato siamo abituati a ripeterci che allora funzionavano i partiti e i cittadini trovavano in essi uno strumento di partecipazione. E’ vero, naturalmente, ma forse può aiutare la nostra riflessione provare ad arricchire con qualche altro spunto tale affermazione.

 

Non possiamo infatti dimenticare lo stimolo alla partecipazione democratica che nella seconda metà del secolo scorso è venuta dall’iniziativa dei sindacati, dell’associazionismo, di realtà ecclesiali, e più in generale dal desiderio dei singoli di partecipare alle vicende delle realtà che li coinvolgevano anche attraverso forme molto spontanee. Non è un caso che in quel periodo si sia ricominciato a mobilitarsi per i beni comuni.

 

Una spinta alla partecipazione che ha coinvolto modelli di gestione e di decisione in molte realtà della nostra vita sociale; che ha visto nascere gli organismi di partecipazione nella scuola come nelle parrocchie; che ha ispirato la normativa di settori dell’economia, come quella relativa al sistema delle autorizzazioni in campo ambientale, o le forme di decentramento amministrativo nelle grandi città.

 

Tutti conosciamo l’evoluzione di tale processo: dapprima la domanda di partecipazione di iniziativa popolare, quindi riforme che hanno portato necessariamente a istituzionalizzarla, poi il progressivo venir meno della sostanza e dell’interesse alla partecipazione in molti degli organismi così prodotti. Persino l’istituto referendario ha vissuto lo stesso ciclo.

 

Non è questa la sede per approfondire le cause di tale involuzione cui non sono di certo estranei fenomeni culturali di massa, come lo spiccato individualismo e il concentrarsi dei più nel privato, che hanno progressivamente pervaso negli ultimi decenni anche la nostra realtà sociale, nonostante lo sviluppo dell’associazionismo e i richiami al bene comune. Tra le altre, non è certo da dimenticare la percezione di inutilità in molti casi registrata circa gli effetti concreti della partecipazione popolare; sempre più spesso sostituita dal moltiplicarsi delle occasioni di condivisione della decisione tra i diversi livelli delle istituzioni la cui occupazione sembra essere ormai l’unico obiettivo dell’attività dei partiti, emblematicamente riflessa nella campagna elettorale.

 

La coincidenza sempre più stretta tra partiti ed istituzioni non è priva di conseguenze anche sul piano dei comportamenti attribuibili ai singoli protagonisti. Il partito visto come canale per avere un ruolo nell’istituzione. Chi vive l’istituzione non si pone quindi il problema di rendere conto a chi partecipa attivamente nella realtà sociale, neanche a quella parte con cui collabora per la realizzazione dei propri servizi, perché chi viene eletto a farne parte sente di dover rendere conto solo al vertice di partito che glielo consente.  Quindi, è vero quanto osserva Sandro Antoniazzi scrivendo che i  partiti non sono più un ponte tra il potere centrale e la gente; anche se un tempo ciò legittimava forme di clientelismo o una gestione di parte delle istituzioni, non solo la partecipazione democratica.  Ma direi di più: anche laddove la partecipazione popolare si traduce in impegno per il bene comune (le tante forme di associazionismo per esempio) questo impegno non è motivo di partecipazione democratica alla decisione pubblica perché la relazione con le istituzioni trova altre motivazioni: l’organizzazione di un servizio, la provvista finanziaria, la concessione del patrocinio o di una sala.

 

Il paradosso di parrocchie in cui sembra vietato parlare di politica

L’esaurirsi dell’esperienza dei partiti di massa con i relativi e ben riconoscibili “mondi” di riferimento ha comportato anche il rifiuto progressivo del collateralismo nel senso comune.  Basta pensare alla vicenda della Chiesa italiana, che ben conoscono i cattolici democratici, passata lungo l’arco temporale di una vita dal concepire un sistema complesso di relazioni a tutti i livelli quale fu il mondo cattolico, tra cui in primo piano le organizzazioni della politica, ad un contesto come l’attuale in cui nelle parrocchie anche i laici più impegnati si guardano bene da qualsiasi iniziativa riguardo argomenti che anche vagamente richiamino il dibattito politico, a maggiore ragione in campagna elettorale.

 

È un vero paradosso. Il magistero sottolinea l’importanza della politica nella vita di un cristiano fino ad esaltarla idealisticamente come un’alta forma di carità perché consente di cercare il bene comune,  ma nelle comunità cristiane ci si rifiuta di parlarne nel timore che possa alimentare spaccature e divisioni tra le diverse appartenenze partitiche.  Può un processo di per sè positivo come fu il superamento del collateralismo essere alla base della paralisi di un popolo nella sua esperienza democratica? D’altro canto, se non ci si abitua a confrontarsi sulle questioni attinenti la vita civile in un contesto di relazioni apparentemente favorevole perché basato su motivazioni forti e condivise, dove si può immaginare possa avvenire la maturazione necessaria a partecipare democraticamente nel perseguire il bene comune anziché consegnarsi inermi alla propaganda?

 

Non manca talk show in cui non si lamenti il distacco dei cittadini dalla politica nella forma dei partiti sempre più percepiti come comitati elettorali finalizzati alla conquista delle istituzioni; e persino un leader di una certa età come Berlusconi si butta su Tik Tok per parlare ai giovani; ma questo serve solo alla propaganda.

 

Anche l’introduzione della tecnologia, su cui tanto hanno puntato i Cinquestelle estendendo la prassi referendaria alle decisioni di partito, non sembra sia servita a favorire passi avanti sostanziali nella prospettiva democratica.  Ma forse questa è un’esperienza che andrebbe approfondita meglio prima di consegnarla semplicemente ai casi in cui la forma ha prevalso sulla sostanza o alle vicende interne di un solo partito.

 

La partecipazione democratica è impegnativa. Implica la fatica del discernimento e della ricerca di soluzioni ai problemi intercettati fino al formarsi di un punto di vista, se non anche di proposte, a partire dai valori in cui ci si riconosce; e poi l’impegno che richiede il confronto democratico con le idee o le ricette altrui. Non può ridursi semplicemente a riempire una sala allo scopo di ascoltare le proposte dei diversi esponenti di partito alimentando l’equidistanza, con la medesima passività che siamo abituati ad assumere di fronte alla TV, quasi che partecipare fosse sinonimo di informarsi.

 

 

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https://www.c3dem.it/linvoluzione-del-processo-di-partecipazione/

CHI HA PERSO E CHI HA VINTO. TEMPO DI RIFLETTERE.

Risultati sorprendenti e allarmanti: le elezioni raccontano di un paese inquieto e di malumore.

Erano stati quasi annunciati, i risultati elettorali. Sorprendenti ma non troppo, dunque. E allarmanti quanto basta, almeno secondo chi scrive. La vittoria della destra-destra consegna a Giorgia Meloni una possibilità e una responsabilità. Difficile dire già da oggi come verrà gestita. La nuova leader ha molte frecce al suo arco ma non è detto che riesca a centrare il bersaglio giusto. In particolare nelle cancellerie europee, laddove è attesa con un misto di curiosità e diffidenza.

Soprattutto diffidenza, almeno per ora. La mezza resurrezione del M5S, guidati da Giuseppe Conte in maniche di camicia e trainati dal voto del sud è l’altro dato saliente di queste ore. Ed è, diciamolo francamente, un’altra smentita del modo di ragionare che solitamente va per la maggiore. Si pensava che l’onda di piena del populismo grillino stesse rifluendo. E invece i risultati del voto meridionale ci avvisano che le cose non stanno affatto così. 

Per giunta il buon risultato dei pentastellati promette/minaccia di radicalizzare ancor più la destra, dando fiato alle correnti più sovraniste nonostante un esito meritatamente deludente della Lega versione Salvini e del fu Berlusconi. Insomma, ci sarà molto di che riflettere. Per chi ha perso, ovviamente. Che non potrà dar colpa al destino cinico e baro, come si diceva un tempo. Ma anche per chi ha vinto. Che non potrà crogiolarsi troppo in mezzo a numeri che, se ben interpretati, raccontano di un paese inquieto e di malumore. Con il quale si dovrà tutti amaramente far di conto.

 

Fonte: La Voce del popolo – 29 settembre 2022

 

(Articolo qui riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale).

IL PROBLEMA NON È LETTA

Il dibattito nel centrosinistra dopo la sconfitta elettorale deve affrontare questioni di fondo e ineludibili. Occorre ripartire dai contenuti, per definire con coraggio e allo stesso tempo con realismo una visione di società e una proposta politica. Tutto ciò richiede uno stile di mitezza e di tolleranza per un effettivo pluralismo.

Il dibattito che si è aperto dopo la sconfitta elettorale nel centrosinistra, rischia di essere sterile, di ridursi a una discussione intorno alla prossima segreteria del Partito Democratico, riguardante le persone più che il progetto politico. Per evitare questo rischio occorre affrontare le questioni di fondo da troppo tempo irrisolte nel campo riformatore. Questioni attinenti al profilo politico, culturale e programmatico e questioni di carattere organizzativo.

 

Non sarà facile perché i gruppi dirigenti sono quel che sono e anche l’elettorato progressista è quel che è. C’è chi, come Rosy Bindi, propone lo scioglimento del Pd ma questo ha un senso solo se si riesce a mettere vino nuovo in otri nuove. Se invece nelle otri nuove si rimette il vino vecchio dell’attuale mentalità di chi guida il centrosinistra, ci si ritroverebbe con una cosa molto simile a quella che si è sciolta.

 

La gran parte dei gruppi dirigenti del Pd si divide per cordate o correnti di potere. A parte qualche distinzione sulle questioni etiche, si deve registrare un preoccupante appiattimento della visione di società su quella dell’élite economica e finanziaria dominante e della catena dei media che quest’ultima controlla e usa per formare/indottrinare i cittadini al pensiero unico. Non vi è un reale confronto sull’economia, sullo stato sociale, sulla politica estera, sulla definizione di una agenda elaborata da un punto di vista popolare. La visione del Pd sembra piuttosto essere mutuata dall’alto: ciò che i giornali e certe trasmissioni televisive sdoganano, viene acquisito come linea del Pd, dei temi sgraditi nei piani alti dell’establishment il Pd tende a non più occuparsene.

 

Ma anche la base elettorale del centrosinistra è mutata. Di norma votano a sinistra gli strati sociali più agiati e non più, come una volta, la plebe, il popolo, il proletariato o come dir si voglia, le classi sociali subalterne. Con la parziale eccezione del Movimento Cinque Stelle, l’elettorato delle forze di centrosinistra è costituito dalla borghesia medio alta. Più si va verso sinistra e più si vede salire lo status sociale degli elettori.

 

E tuttavia, i risultati del voto dello scorso 25 settembre ci dicono anche che i consensi riportati dalle liste ascrivibili al centrosinistra, che si sono presentate separate, hanno superato i consensi ottenuti da un centrodestra unito. Ci sono poi 16 milioni di persone che non hanno votato. Al netto dell’astensionismo fisiologico, almeno una buona metà di questi elettori questa volta non ha votato per scelta, e quindi sono elettori con cui va cercato un dialogo.

 

Dunque, si deve ripartire dai contenuti, per definire con coraggio e allo stesso tempo con realismo una visione di società e una proposta politica. Un compito che appare facilitato dal fallimento dei capisaldi dell’impostazione mercatista e neoliberista, cui stiamo assistendo e su cui è stata edificata purtroppo l’Unione Europea, i cui trattati istitutivi appaiono purtroppo sempre più come la negazione, anziché l’auspicato compimento del percorso intrapreso dalla Comunità Europea, dalla Cee e dal Mec, a partire dalla visione dei padri fondatori. In una fase in cui si va verso la rinazionalizzazione di banche e monopoli naturali come le grandi infrastrutture dell’energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti e dei servizi pubblici, al centrosinistra è richiesto qualcosa in più della rassegnazione, magari, lungi dai furori ideologici, sempre nefasti, con prudenza e pragmatismo, appena un po’ di convinzione nel sostenere e rivendicare tali processi.

 

Sulla pace occorre iniziare a dire qualcosa, riponendo gli elmetti che la nostra collocazione internazionale ci chiede. Prima o poi la guerra in Europa finirà, anche se non sappiamo come e a che prezzo. Si deve cominciare a parlare del dopoguerra, in particolare il centrosinistra deve chiarire se è, come Giorgia Meloni e i falchi dell’Amministrazione americana, per un arroccamento a difesa, con qualsiasi mezzo, di un approccio unipolare ai problemi intenzionali o se ha il coraggio e la lungimiranza di aderire a una visione multipolare che implica il riconoscimento che al mondo, oltre all’Occidente, ci sono anche gli altri, l’85% dell’umanità, che deve essere coinvolta, con le sue organizzazioni, come i Brics, la Sco, l’Unione Africana e altre, con pari dignità nella gestione delle sfide globali. Si tratta di verificare in che misura il campo riformatore è disposto a riconoscere che l’egemonia occidentale sul mondo è tramontata, e non più proponibile senza la guerra, in un mondo che comunque si va facendo multipolare.

 

Sui temi dell’energia e dell’ambiente bisogna definire una proposta positiva e non angusta e regressiva. Non si può realizzare la transizione ecologica a scapito del lavoro, delle classi popolari, che implichi un drastico impoverimento e riduzione del tenore di vita della classe media. Tutte le rivoluzioni tecnologiche ed energetiche si sono sempre imposte perché si dimostravano incredibilmente vantaggiose per l’umanità rispetto a quelle precedenti. Così deve essere anche per le nuove fonti di energia, quelle rinnovabili fornite dalla natura e quelle nuove fornite dalle nuove acquisizioni della scienza e della tecnica, con l’obiettivo, fattibile molto più di quanto si pensi come attestano i modelli scientifici, della free energy, energia illimitata, pulita e a costi irrisori, con la tecnologia italiana strettamente coordinata alla guida politica americana, come già succede in ambito aerospaziale.

 

Inoltre, l’attenzione va posta non solo sul progetto politico ma anche sulla formazione, dei quadri, dei responsabili sul territorio, degli attivisti. Un tema che è rimasto sguarnito e che nei fatti è stato delegato ai media tradizionali e ad internet, in seguito alla crisi, al ritiro dai territori e dagli ambienti sociali popolari, dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa di ogni genere. Poiché tutte le agenzie formative sono in crisi, occorre partire dal riconoscimento della realtà dei fatti: gli elettori sono fortemente condizionati, “pre-formattati”, da una pressione, una propaganda mediatica poderosa e martellante che incide in profondità, fino nell’inconscio, sul loro modo di pensare e di formulare giudizi. Per nessuna organizzazione sociale ormai è semplice formare le persone così ridotte. Ma se non si inizia col riconoscere che il problema esiste, i gruppi dirigenti, posto che abbiano una visione non coincidente con quella dei poteri dominanti, troveranno sempre grandi difficoltà nel comunicarla e nel convincere i loro elettori.

 

Infine, ma non per ultimo, va affrontato il tema della selezione dei gruppi dirigenti nei partiti a partire dalla questione cruciale delle modalità di definizione delle candidature al parlamento. La nostra democrazia non può permettersi un altro parlamento di nominati. Occorre affrontare il duplice nodo  della reintroduzione delle preferenze oppure delle primarie, regolate per legge, per tutti i seggi parlamentari in palio e va abolita la possibilità delle candidature plurime, contemporaneamente in più collegi.

 

Tutto ciò richiede uno stile di mitezza e di tolleranza per un effettivo pluralismo. Le opinioni diverse, che esprimono punti di vista diversi, vanno di nuovo accettate, come fecero per quasi mezzo secolo la Dc e il Pci, che a tratti apparivano addirittura antitetici, ma mai è mancato il rispetto per le posizioni diverse come ora invece avviene senza ritegno sui media e a cascata nella vita interna dei partiti e delle organizzazioni sociali. Senza l’accettazione delle diversità, anche quelle di opinione, non può esservi vera democrazia. Ed è anche la condizione per una ripresa possibile e auspicabile nell’autonomia di visione e di giudizio, dello schieramento riformatore.

LA SINISTRA FACCIA LA SINISTRA. HA TORTO ROSY BINDI?

Di fronte all’ennesima e pesantissima sconfitta politica ed elettorale, adesso il Pd è chiamato nuovamente ad affrontare una dura ed inedita situazione. È giunto il momento che faccia la sinistra, al Centro provvedono altri.

Ogni due anni, circa, la sinistra viene rifondata. Se scorriamo le vicende politiche che riguardano la sinistra italiana, cioè il Pd, arriviamo facilmente a questa conclusione. E ormai conosciamo anche le parole che, puntualmente, vengono evocate e urlate dai capi delle moltissime correnti che compongono quel partito. Le possiamo riassumere quasi a memoria perchè, come da copione, sono già campeggiate anche questa volta dopo il responso disastroso delle urne di domenica 25 settembre. E cioè: cambiamento profondo del partito; ripartiamo dai territori; azzeramento delle correnti; ripensare l’identità; facce nuove e ricambio generazionale; apertura all’esterno e, dulcis in fondo, ripensare alleanze, programma e ‘mission’ del partito.

Ora, l’aspetto più curioso della vicenda non è che dal lontano 2008 gli slogan che vengono richiamati dai capi del Pd sono sempre gli stessi e con la medesima cadenza. No, il dato originale è che questi slogan vengono evocati proprio dai capi stessi del Pd. Cioè dagli innumerevoli azionisti delle correnti del Pd che da ormai svariati lustri sono presenti in Parlamento e spadroneggiano in questo partito sin dall’inizio della sua costituzione nel lontano 2007.

È appena sufficiente ricordare questo aspetto per arrivare alla conclusione che questi pronunciamenti ed impegni solenni sono parole vuote e ormai del tutto insignificanti. E, soprattutto, prese in considerazione da pochissimi perchè non credibili in quanto pronunciate da politici professionisti che smentiscono, nella prassi quotidiana e nella concreta azione politica di partito, proprio quelle parole solenni e ultimative.

Ecco perchè, di fronte all’ennesima e pesantissima sconfitta politica ed elettorale, adesso il Pd è chiamato nuovamente ad affrontare una dura ed inedita situazione. E la ricetta politica, culturale e programmatica per uscire da questo vicolo cieco è probabilmente duplice. Almeno a parere di molti osservatori disinteressati. Da un lato dar seguito, nel limite del possibile, a ciò che si predica pubblicamente o si scrive nei documenti o si rilascia nelle interviste. 

È perfettamente inutile cioè, blaterare sul superamento delle correnti militarizzate che fanno il bello e il cattivo tempo nel partito e poi continuare tranquillamente a spartirsi il potere attraverso l’applicazione rigorosa e matematica del rispettivo peso correntizio. Un dato che, come ovvio e scontato, tutti sanno e che è appena stato istituzionalizzato nella composizione centralistica delle liste dove i capi corrente si sono tutti blindati nella quota proporzionale abbandonando i collegi precari e difficili del maggioritario. Una spartizione scientificamente correntizia che porta le varie correnti sempre a buttare nel macero il segretario uscente e a benedire solennemente e collegialmente il nuovo leader. Una prassi, come dicono quasi tutti gli osservatori, che avviene ormai da sempre. Cioè da dopo la defenestrazione di Veltroni nel lontano 2008 e poi via via con tutti gli altri segretari nazionali.

In secondo luogo forse è arrivato il momento, come giustamente dice Rosy Bindi, che il Pd e tutto ciò che ruota attorno al Pd, sia realmente un partito di sinistra, faccia e declini una politica di sinistra e, infine, sia in grado di rappresentare politicamente, socialmente e culturalmente il “popolo” di sinistra. Solo se il progetto politico del Partito democratico riesce ad incrociare le istanze e le domande di quel popolo potrà essere all’altezza della situazione e, forse, ridare vita ad una alleanza di centro sinistra, credibile e trasparente. Se, invece, il tutto prosegue come oggi difficilmente potrà uscire dalla crisi che attualmente lo attanaglia: e cioè, continuare a rappresentare i ceti medio alti – le ormai famose zone ZTL -, difendere gli interessi alto borghesi, ostentare la propria superiorità culturale, trasmettere arroganza intellettuale e, soprattutto, manifestare la propria “diversità” morale. Tutti elementi che, come ovvio, centrano poco o nulla con la vita quotidiana dei ceti popolari.

Per questi motivi, e sempre con spirito costruttivo e non polemico, è arrivato il momento che la sinistra faccia la sinistra. Il Centro lo fanno altri. Ma, come ricordava molti anni fa lo storico cattolico Pietro Scoppola parlando della crisi della Dc, è quantomai urgente per il Pd – se vuole essere realmente credibile – riuscire a coniugare “la cultura del comportamento con la cultura del progetto”. Perché con l’ipocrisia e con l’inganno non si va molto lontano.

ADDIO A JOHN W. O’MALLEY: L’OMAGGIO DI “VITA E PENSIERO”.

Alla domanda “Qual è il tuo aforisma preferito?”, lo storico della Chiesa John O’Malley cita Mark Twain «La differenza tra la parola giusta e la parola quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola». Questa instancabile ricerca del mot just e il profondo rispetto del lettore animano tutti i suoi saggi, caratterizzati da precisione storica e ricchezza narrativa.

L’omaggio della rivista dell’Università cattolica di Milano a John W. O’Malley, che si è spento domenica 11 settembre a Washington: un ritratto per ricordarne la figura e le opere. 

L’11 settembre si è spento John W. O’Malley, gesuita, storico della Chiesa, un dottorato in Storia ad Harvard e una cattedra presso la Georgetown University di Washington. Tra i curatori dell’opera erasmiana, è stato autore di numerosi e pluripremiati saggi storici. Come ha scritto Marco Rizzi sul “Corriere della Sera”: «scompare uno dei massimi storici della cultura religiosa d’epoca moderna», che ne ha rivoluzionato gli studi, concentrandosi sulla corte papale e la cultura rinascimentale ma connettenedo storia religiosa, storia culturale e storia dell’arte. O’Malley si è poi dedicato alla storia del suo ordine, da Loyola e Bergoglio, e ai Concili di epoca moderna. 

Tra i suoi molti libri, Vita e Pensiero ha tradotto in italiano: I primi gesuiti (1999), Quattro culture dell’Occidente (2007), il notissimo Che cosa è successo nel Vaticano II (2010), Trento. Il racconto del Concilio (2013), Gesuiti. Una storia da Ignazio a Bergoglio (2014), I gesuiti e il papa (2016), Vaticano I. Il Concilio e la genesi della Chiesa ultramontana (2019), Quando i vescovi si riuniscono. Un confronto tra i concili di Trento, Vaticano I e Vaticano II (2020). Il suo stile è stato da sempre caratterizzato da un rigoroso studio unito a ironia e grande capacità narrativa, qualità che rendono i suoi libri di gradevole lettura anche per i non specialisti. Gli abbiamo dedicato un ritratto qualche tempo fa, intitolato Le parole giuste della storia, che iniziava così: «Alla domanda “Qual è il tuo aforisma preferito?”, lo storico della Chiesa O’Malley cita Mark Twain “La differenza tra la parola giusta e la parola quasi giusta è la differenza tra il fulmine e la lucciola”. E, in effetti, questa instancabile ricerca del mot just e questo altissimo rispetto del lettore è ritracciabile in tutti i suoi saggi, nella precisione storica e nella ricchezza narrativa con la quale sono stati costruiti».  

Dal libro dedicato al confronti dei concili, l’ultimo pubblicato in ordine di tempo, riportiamo qui un brano, un omaggio alla sua memoria e ai suoi studi. 

«Alcuni problemi, nella Chiesa come in altre istituzioni, non possono trovare una soluzione definitiva. Uno di essi è il rapporto fra tradizione e innovazione: è la sfida di conservare l’identità pur adattandosi a nuove situazioni, il problema di rimanere fedeli a se stessi senza cadere nell’irrilevanza. Per la Chiesa questa sfida è la conseguenza del suo essere un’istituzione storica, soggetta alle forze del processo storico. Un’istituzione del genere non può solcare il mare della storia senza esserne cambiata. Un altro problema è quello del rapporto fra centro e periferia, che per i concili è il rapporto fra i modi gerarchico e collegiale di governo della Chiesa. Ogni istituzione ha bisogno di una solida guida dal centro, una mano ferma al timone. Perché essa non perda vitalità, tuttavia, è necessario che l’autorità del centro sia bilanciata da una periferia legittimata ad agire sulla base della sua propria autorità. La perdita dell’equilibrio fra questi poli porta quasi inevitabilmente alla stagnazione da un lato e allo sbandamento dall’altro o, in casi estremi, alla dissoluzione.

Il confronto presentato in questo libro ha posto in rilievo il problema di valutare l’influenza dei concili. Ha suggerito come si debbano prendere in considerazione molti fattori e come essi siano generalmente intrecciati. Ha mostrato come una vera valutazione dipenda dal compito che il concilio s’è assunto. Tale compito, a sua volta, dipende da come la Chiesa intende se stessa e il suo ruolo nel mondo.

Dipende dall’implicita o esplicita autodefinizione del concilio, cioè da come esso intende quello che sta facendo. Gettando luce sul fenomeno concilio in quanto tale, il confronto qui proposto ha rivendicato la tradizione per cui i partecipanti chiave, tradizionali e determinanti ai concili sono i vescovi. Se questo non è mai stato messo in discussione, il confronto ha mostrato come il ruolo dei vescovi sia stato esplicato nei tre concili e come, nonostante tante pressioni, sia rimasto centrale e decisivo. Tale ruolo costituisce il primo e più fondamentale vincolo di continuità che lega i tre concili che abbiamo preso in esame. E il confronto tra loro ha dimostrato la validità della definizione: i concili sono incontri, principalmente di vescovi, riuniti in nome di Cristo per prendere decisioni vincolanti per la Chiesa. E ha messo in evidenza come, fra i vescovi, il vescovo di Roma abbia goduto senza alcun dubbio di un primato. 

 

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LETTA RESTI ALLA GUIDA DEL PD

La proliferazione di candidature alla segretaria, con tanto fervore e poca consistenza sotto il profilo strettamente politico, spinge a considerare la necessità di una piena conferma di Letta al vertice del Nazareno. Qual è l’alternativa, oggi e domani, al suo riformismo di centro-sinistra? Se il Pd si chiude nella ridotta della sinistra, alla resa dei conti…non è più il Pd. 

Le vicende tormentate del Nazareno passano sotto la lente d’ingrandimento della pubblica opinione. Le cronache dei media offrono ogni giorno lo spettacolo di un partito che fatica a stabilizzare l’effetto traumatico delle elezioni. Molti hanno apprezzato la serietà di Letta, quel gesto delle dimissioni che nessuno nel gruppo dirigente ha inteso contrastare. Da quel momento, in un profluvio di gesti incontrollati, sono venuti alla luce più problemi che soluzioni, come se la lotta interna avesse un dinamismo velleitario e sconsolante, un limite che in altri tempi sarebbe stato cagione di censura per il suo evidente carico di immaturità e infantilismo. Invece di ragionare sulle cause della sconfitta, si prende per buono il facile ricorso alla individuazione del capro espiatorio. In questo modo, invece di sciogliersi per il verso giusto, nel Pd si aggrovigliano ulteriormente i nodi della crisi.

Avvenne nel 1983 che De Mita, allora segretario della Dc, pur avendo condotto una campagna elettorale aggressiva, tutta all’insegna del rinnovamento, ebbe l’amara sorpresa di una perdita di ben cinque punti percentuali rispetto ai consensi raggiunti nel precedente turno elettorale del 1979. Tutta l’estate fu consacrata alla valutazione dei motivi di quella inattesa e preoccupante sconfitta. Naturalmente De Mita era pronto a farsi da parte, sebbene il suo incarico di segretario scaturisse da un congresso celebrato appena l’anno prima. Le dimissioni non furono formalizzate, ma entrarono nel dibattito che investì il gruppo dirigente: non si cedette all’isteria collettiva. Alla fine, dopo ampie consultazioni che servirono a confermare la fiducia dei maggiorenti del partito, il segretario ebbe l’avallo a proseguire nel lavoro di aggiornamento della proposta democristiana. Da ciò scaturì un’iniziativa che si tradusse nella maggiore incisività del partito nella dialettica sempre più accesa con il Psi di Craxi. 

Ora, se il passato insegna qualcosa, nel Pd dovrebbe  manifestarsi quel senso di responsabilità che le circostanze impongono proprio nella fase attuale, a dir poco complicata. Questo è il momento che deve  mettere alla prova la consistenza e la tenuta della dirigenza del partito. Non basta evocare la necessità che alle candidature si antepongano i programmi; serve piuttosto la consapevolezza che oggi il primo punto all’ordine del giorno è la piena conferma del segretario. Letta merita di ricevere un attestato di solidarietà, se non altro perché le sue scelte di fondo sono state assunte, tutte per altro all’unanimità, negli organi dirigenti. Per questo andrebbero cambiate le regole statutarie per consentire l’organizzazione di un congresso vero, come una volta accadeva nella pratica dei grandi partiti popolari. Quel che la pubblica opinione si attende non è la riffa delle candidature alla segreteria, ma la rivisitazione del progetto che diede vita al Pd nel 2007. 

Letta, malgrado lo smacco elettorale, conserva solidità e coerenza di linea politica. Del resto, egli ha il pregio di rappresentare una visione di centro-sinistra, certamente bisognosa di aprirsi a una nuova sintesi politica e culturale, tale da restituire dignità alle diverse anime del riformismo. Tutti gli altri, anzitempo candidati, ambiscono invece a “rigenerare la sinistra”, spingendo il Pd verso posizioni più radicali, ma anche più anguste. Non sarebbe una prospettiva capace di riconquistare il territorio abbandonato nel corso degli ultimi anni. Al Nazareno dovrebbero capire che l’abbandono di Letta può significare il disallineamento del Pd dalla sua missione, sacrificando l’idea di un partito veramente “progressista” e veramente “popolare”. Per andare dove? 

RISULTATI ELETTORALI, I NUMERI NON MENTONO: UN SISTEMA CHE ALTERA LA RAPPRESENTANZA È SEMPRE UN PROBLEMA.

Per garantire rappresentatività e democrazia l’unico sistema che esiste è quello proporzionale puro. Si può accettare una soglia di sbarramento, di per sé non finalizzata a stimolare la formazione di coalizioni, ma a facilitare l’aggregazione di tutti coloro che hanno affinità politiche, sociali ed economiche.

 

Senza volere assumere una particolare posizione nei confronti di una formazione politica o di un’altra e rispettando il risultato elettorale ottenuto sulla base di una legge dello Stato, mi sia consentito di affermare che detta legge non garantisce un risultato rispondente ad una aspettativa di pura democrazia.

Premetto anche che sono convinto, e non penso di essere il solo, che, a livello politico e filosofico un sistema elettorale non debba primariamente garantire la governabilità, che comunque è sempre affidata al buon senso degli eletti a prescindere da qualsiasi legge venga adottata, ma assicurare un voto democratico  che rappresenti gli elettori, ossia la composizione numerica dei cittadini che votano scegliendo il partito che reputano degno del loro voto. 

Per garantire rappresentatività e democrazia l’unico sistema che esiste è quello proporzionale puro. Si può accettare una soglia di sbarramento, di per sé non finalizzata a stimolare la formazione di coalizioni, ma a facilitare l’aggregazione di tutti coloro che hanno affinità politiche, sociali ed economiche.

Ora la prima domanda che mi pongo è questa: “Chi rappresenta un partito, e come si misura la sua rappresentatività?”. La risposta è semplice: “Con il numero dei voti ottenuti”. Tuttavia non è così, e se si analizza la tabella allegata si può vedere che un partito, come il PD, a cui si attribuisce una quota del 19,41% in base ai voti sul totale dei votanti, non corrisponde al vero perché la sua quota effettiva sul totale degli aventi diritto sarebbe del 11,15%, ossia su 100 Italiani solo 11 cittadini hanno votato questo partito. Tale analisi vale per tutti i partiti specie quando l’astensionismo è elevato. Quindi non è lecito e tanto meno etico che un partito si possa attribuire una rappresentatività più ampia.

Oggi, rispetto al passato, in base alle analisi sociologiche condotte, possiamo affermare che tra gli assenteisti ci sono circa un 5% di persone a cui non importa nulla di votare, ossia di esercitare questo importante e vitale diritto, mentre il restante 95% fa una scelta ben precisa, ossia vuole dire che non ha fiducia in nessuno e non si sente rappresentato da questa classe politica (e non a torto).

La coalizione vincente alle ultime elezioni conta un 43%, in realtà rappresenta il 25% dei cittadini aventi diritto di voto. Un’altra evidente anomalia, molto grave per il rispetto della democrazia e di chi è andato a votare, è che un partito può ottenere un numero di voti di gran lunga superiore ad un altro, ma ottenere meno eletti in Parlamento per effetto dell’elezione di un terzo del Parlamento con il sistema maggioritario.

Ne deriva che il PD che con i suoi 5.660.845 ottiene 65 deputati e 36 senatori, la Lega con 2.747.125 ottiene 65 deputati e 29 senatori, ovvero una cifra quasi identica pur avendo ottenuto circa la metà dei voti. Questo effetto vanifica l’impegno di quegli elettori che avrebbero voluto premiare il proprio partito e finisce per avvantaggiare altre formazioni minori. Ciò in virtù della legge attuale che non rispetta il volere dei cittadini nonostante le affermazioni di coloro che dicono di rappresentarci.

Se osserviamo i dati di questa tabella allegata si può notare come un sistema elettorale completamente proporzionale garantirebbe una più equa e democratica ripartizione dei seggi.

Se analizzassimo il risultato sulla base dei voti ottenuti avremmo, al Senato, questa situazione: Centro destra 12.424.259 voti, ossia il 43,37% e 88 senatori; Centro sinistra (compreso M5S e Calenda) 14.039.856 e 98 senatori.

Vorrei tornare ancora sugli assenteisti che hanno raggiunto percentuali rilevanti e sono il primo partito in Italia e in tanti altri Paesi. Se una parte significativa della popolazione non partecipa al voto, non si può affermare che il sistema sia democratico. Occorre trovare un modo per coinvolgerli e un modo potrebbe essere quello di eleggere tra di loro, a sorteggio, i parlamentari corrispondenti alla percentuale di astenuti.

 

 

Mario Turco Liveri

Presidente di Aspit, associazione no profit di dirigenti, professionisti e imprenditori. Dal 2020 è Presidente e Amministratore di SEIRE Srl, società che opera nel settore dei servizi in rete e che possiede una web radio.

LA GUERRA DI CRIMEA DELLE FIGLIE DELLA CARITÀ. NEL 1855 UN GRUPPO DI SUORE PARTÌ DA TORINO PER IL FRONTE.

“Fu una difficile missione in terra straniera e nello svolgersi di una guerra. L’assistenza ai poveri e agli infermi era però la vocazione di queste celebri suore, cui storia affonda le radici nel 1600 a Parigi”.

Una pagina di storia, caduta nell’oblio, viene riproposta da Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano. 

 

Francesco Grignetti

 

Le raccapriccianti immagini della guerra in Ucraina ci riportano con la memoria a un’altra terribile sanguinosa guerra di Crimea. La nostra Crimea. Era il 1855 e il piccolo Regno di Sardegna, sconfitto pochi anni prima dall’Austria nella Prima guerra d’Indipendenza, decideva di entrare nel gioco della grande politica estera. Il re Vittorio Emanuele II di Savoia, su consiglio del suo ministro più fidato, il conte di Cavour, mandava infatti nel Mar Nero un corpo di spedizione al fianco di inglesi e francesi, a sostegno di un traballante impero ottomano contro l’espansionismo russo.

 

A glorificare l’impresa, il re volle anche un’adeguata propaganda. Ecco dunque che fu commissionato al pittore-soldato Gerolamo Induno un quadro epico, La battaglia della Cernaia, per esaltare un fatto d’arme che in Crimea li aveva visti protagonisti. La possente tela di Induno fu esposta nel 1859, in una Milano appena conquistata agli austriaci e vi passò davanti, in deferente silenzio, un’immensa folla infiammata da ideali risorgimentali. Quella di Induno era arte, ma soprattutto un proclama politico. A ben guardare il dipinto, tra soldati, cavalli, cannoni, polvere, spiccano le vesti di due suore che accudiscono un soldato ferito. Portano vesti grigie e una larga cuffia bianca, tipiche all’epoca, delle Figlie della Carità. Ed è evidente che le due suore sono protagoniste della scena quanto i militari. Un omaggio non casuale: simboleggiavano infatti lo sforzo corale di un Paese che aspirava all’unità nazionale e alla modernità, cattolici compresi.

 

La guerra di Crimea del 1855 rappresentò una dura prova per l’armata sardo-piemontese che si misurò alla pari con gli eserciti francese e inglese, e contro il nemico russo. Ma fu ardua anche per le Figlie della Carità. Su indicazione del loro padre spirituale, il beato Marco Antonio Durando, fratello del generale Giovanni Durando, che in Crimea comandò una delle due divisioni sardo-piemontesi, un gruppo di coraggiose sorelle vincenziane aveva infatti lasciato la parrocchia di San Salvario, in quella che era all’epoca la periferia di Torino, capitale del Regno, per occuparsi di sanità militare.

 

«Il Governo – si legge nella storia ufficiale della congregazione – domandò alle Figlie della Carità di seguire il Corpo di spedizione di 15.000 soldati inviati a combattere contro la Russia in Crimea. Suor Cordero, economa provinciale, si offrì per questa missione pericolosa e raggiunse con 70 Suore le rive del Bosforo per curarvi i soldati feriti e soprattutto i colpiti dal colera che faceva strage fra le truppe. Parecchie sorelle vi lasciarono la vita».

 

Fu una decisione non facile. «Nella seduta del Consiglio provinciale del 22 febbraio 1855 – si legge nel libro Florence Nightingale e l’Italia, a cura dell’Ordine delle professioni infermieristiche – fu deciso l’invio di alcune suore. Il Superiore generale, Padre Étienne, presente all’incontro, evidenziò l’importanza della missione e la necessità che la scelta dei soggetti fosse oculata, a motivo del delicato compito affidato che richiedeva riserbo, prudenza, discrezione, capacità di non immischiarsi nella politica. Tutte le suore dovevano essere all’altezza del compito assegnato. Padre Étienne sottolineò l’importanza che le ambulanze avessero una Suor Servente e che un membro del Consiglio provinciale facesse parte della spedizione; chiese di formare un piccolo Consiglio autorizzato a decidere e ad agire secondo lo spirito di Dio in tutte le circostanze impreviste e per le quali non era possibile consultare i superiori».

 

Fu una difficile missione in terra straniera e nello svolgersi di una guerra. L’assistenza ai poveri e agli infermi era però la vocazione di queste celebri suore, cui storia affonda le radici nel 1600 a Parigi. Le vincenziane erano state le prime a uscire dal recinto della clausura e lanciarsi nel mondo. Come ricorda sempre la storia ufficiale della congregazione, «Luisa de Marillac e Vincenzo de’ Paoli fondarono l’innovativa comunità non “religiosa” delle Figlie della Carità. San Vincenzo non volle per loro clausura, non volle voti, abito, grata, parlatorio. Dovevano vivere semplicemente. Non volle cappella. Pretese per loro una casa simile a quella dei poveri».

 

Dalla Francia, le Figlie della Carità nel 1837 erano giunte anche a Torino e lì si prendevano cura dei malati nelle loro case; dal 1839 anche in un proprio ospedale. Quelle che Induno immortalava sulla tela, erano appunto due tra le settantasei Figlie della Carità giunte in Crimea con le truppe, in appoggio a 400 infermieri e 100 medici militari. Vestivano un lungo abito grigio e mantello bianco, e coordinavano principalmente il lavoro degli infermieri maschi negli ospedali agendo come le caposala in un ospedale moderno. Supervisionavano alla distribuzione del cibo, la lavanderia, le cucine, la pulizia e le medicine.

 

Non erano sole, però, le suore piemontesi. Anche i francesi si erano rivolti alle Sorelle della Carità per averle al seguito delle truppe. I russi tentarono di organizzare qualcosa di simile per le loro truppe: «La partenza delle Suore di Carità per il campo – si legge su La Civiltà cattolica (1858) – produsse in Russia un effetto incredibile. Da prima esso destò meraviglia e anche stupore; e siccome non volevasi rimanere al di sotto dei francesi in veruna cosa, così incominciò nei russi il desiderio di sapere che cosa potessero anch’essi fare dal canto loro». Gli inglesi, poi, non potendo contare su suore cattoliche, chiesero aiuto alle Dame di Carità di Londra, le Care of Sick Gentlewomen. Così dall’Inghilterra partì un gruppo di infermiere laiche guidate da Florence Nightingale, che diventerà famosa proprio in questa guerra. Il Times scrisse di lei un celebre articolo, La dama con la lanterna, perché andava per i campi di battaglia a recuperare feriti. Anche per lei ci fu l’apoteosi di un quadro magniloquente, La missione della Carità, opera di Jerry Barrett.

 

Il ruolo della Nightingale nell’innovare la professione infermieristica fu eccezionale. La sua figura di professionista e di donna che avrebbe curato ogni ferito, a prescindere dalla nazionalità, è considerata d’ispirazione per la nascita della Croce Rossa Internazionale, di lì a poco grazie allo svizzero Filippo Dunant. Ma sarebbe ingeneroso cancellare l’esempio che venne innanzitutto dalle suore cattoliche. Nel suo libro Notes of nursing, che divenne un best seller mondiale, Nightingale scriveva delle sorelle piemontesi: «La mia opinione, formata sopra un’esperienza personale, è che la donna italiana è dotata di attitudine speciale all’assistenza degli ammalati. Derivo questa opinione dall’aver veduto all’opera le suore italiane di San Vincenzo de’ Paoli, attaccate alle truppe sarde in Crimea. La superiora delle suore italiane in Crimea è una delle donne più distinte che io abbia mai incontrato nella nostra vocazione».

 

È questo forse il più bell’atto di omaggio verso suor Cordero e le consorelle. È stato ritrovato anche un dispaccio del 17 dicembre 1855, firmato dal generale Durando, che attesta: «Miss Nightingale visitò gli ospedali piemontesi al Bosforo e molto ammirò l’impianto loro. Fu essa nei migliori termini con le suore, delle quali conservò alta considerazione».

 

Si rievocava infine sul quindicinale Le missioni cattoliche (1880) a proposito delle vincenziane francesi: «Negli ospitali e nelle farmacie, dopo i francesi le suore accettano indistintamente gli ammalati di qualunque nazione, e qualsivoglia religione appartengano. Vengono benedette dai turchi, che nutrono per esse il più profondo rispetto e non soffrirebbero che altri loro facesse il benché minimo sfregio. Durante la guerra di Crimea, trenta suore morirono negli ospitali e nelle ambulanze dove avevano cura dei nostri feriti. Eccitarono così grande ammirazione negli inglesi, che da quel momento le autorizzarono a recarsi liberamente nei loro Paesi. La cuffia bianca di san Vincenzo de’ Paoli è la sola divisa che possa circolare impunemente nell’Inghilterra».

 

Finita la guerra, le truppe tornarono in patria. L’impresa era stata sanguinosissima. Più ancora dei proiettili, il colera aveva fatto strage tra i soldati. Le Figlie della Carità rientrarono nel convento-ospedale di Torino, ad occuparsi dei poveri e dei malati. Ma dell’impresa di Crimea non si perse il ricordo. Vi fece cenno il conte di Cavour, in un discorso parlamentare: «La soppressione delle suore di carità sarebbe il massimo degli errori. Io ritengo questa istituzione come una di quelle che maggiormente onorano la religione, il cattolicismo, la stessa civiltà. Io ho vissuto molti anni in Paesi protestanti, ho avuto relazioni con gli uomini più liberali appartenenti a quella religione, e li ho più volte uditi invidiare altamente al cattolicismo l’istituzione delle suore di carità».

 

E anni dopo, nel febbraio 1868, quando il Parlamento italiano discusse nuovamente sull’abolizione delle suore di carità dagli ospedali, insorse l’ex generale La Marmora: «Coloro che le videro in Crimea prestare i loro servigi sui campi di battaglia e negli ospedali, non possono dimenticarsi il coraggio e la perseveranza di queste buone donne, le quali ora esponevano la propria vita per ritirare un ferito dalle linee, ora sacrificavano notti e notti di sonno per vegliare al loro capezzale. Dopo ciò che hanno fatto e che fanno, il cacciare le suore sarebbe una vera ingratitudine».

 

Francesco Grignetti
Giornalista «La Stampa»

 

Fonte: Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano – 3 settembre 2022.

(Si ringrazia il quotidiano ufficioso della Santa Sede per l’autorizzazione concessa alla riproduzione dell’articolo)

RUINI, I CATTOLICI E LA POLITICA. DUE SOLE PUNTUALIZZAZIONI, MA TUTT’E DUE IMPORTANTI.

Il Cardinale ha ragione quando evidenzia la crisi attuale del cattolicesimo democratico, ma di esso non si può parlare come di un appendice insignificante nel panorama dell’area cattolica. Ruini ripropone anche la sua critica alla sinistra dc, perché avrebbe spinto lo scudocrociaato a dimenticare i moderati. Ma questa, perlomeno, è un’accusa ingenerosa.

Leggiamo sempre con molta attenzione e scrupolo i rari interventi del card. Camillo Ruini, già presidente della CEI per lunghi 16 anni. E lo abbiamo fatto anche questa volta. Ci riferiamo alla bella intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Al di là del giudizio sul recente voto politico e sul futuro governo di centro destra, ci sono due elementi – citati ed approfonditi, seppur fugacemente – che meritano una postilla.

Innanzitutto le perplessità che egli avanza sul ruolo dei cattolici democratici nella storia politica e democratica del nostro paese. Dice testualmente il Cardinale alla domanda di Cazzullo se il cattolicesimo democratico abbia esaurito definitivamente la sua spinta, come tempo fa lui stesso asserì, e soprattutto dopo questo voto: “Direi di sì – risponde -. Ma vorrei chiarire un malinteso sorto in quell’occasione: per cattolici democratici intendo un preciso gruppo che ama fregiarsi di quel titolo. Non certo tutti i cattolici, me compreso, che sono in favore della democrazia”.

Ecco, se il Cardinale ha sicuramente ragione quando evidenzia la crisi attuale del cattolicesimo democratico e la sua difficoltà a ritrovare una cittadinanza attiva nella cittadella politica italiana, è altrettanto indubbio che il medesimo cattolicesimo democratico nel nostro paese non può essere ridotto ad una insignificante appendice nel panorama variegato e plurale dell’area cattolica. Ma, al contrario, rappresenta una cultura politica e una tradizione ideale che sono riusciti a giocare un ruolo e una funzione decisivi in molti tornanti cruciali della storia democratica del nostro paese.

In secondo luogo, il cardinal Ruini attribuisce una responsabilità politica precisa alla Dc nel non aver saputo rappresentare i moderati. O meglio, per essere più chiari, il presule rilancia una vecchia critica: “I moderati furono rappresentati dallo scudo crociato. Poi nella Dc sono prevalse le istanze di sinistra. Ma la sinistra aveva già i suoi partiti”. Ora, però, attribuire alla sinistra dc – sia quella “politica” di De Mita, Granelli, Galloni, Martinazzoli, Tina Anselmi e molti altri e quella “sociale” di Carlo Donat-Cattin e Franco Marini – la responsabilità di aver coltivato politiche di sinistra rinunciando, di fatto, a rappresentare le istanze e le domande dei ceti moderati nel nostro paese, è francamente un giudizio forse troppo ingeneroso e poco aderente alla concreta realtà dei fatti. 

La sinistra dc, nel suo complesso, ha svolto un ruolo politico, culturale e programmatico importante e decisivo nel corso degli anni ai fini della conservazione e della salvaguardia della identità del partito e della sua funzione nella società e nella politica del nostro paese. Ed è proprio grazie anche al ruolo e alla funzione concreta della sinistra Dc se quel partito è riuscito per quasi 50 anni a guidare le sorti del nostro paese. Nella conservazione della democrazia, nel progresso sociale e nell’ancoraggio ai valori dell’europeismo e della dottrina sociale della Chiesa. E sempre nel rispetto della laicità dell’azione politica e dell’autonomia dei cattolici impegnati in politica.

LA LITANIA SUL “RITORNO DEL FASCISMO” FINO A QUANTO PUÒ DURARE?

Si corre il rischio che le “svolte illiberali” o le “derive dittatoriali” diventino argomenti che si affrontano a giorni alterni perchè, di fatto, nessuno ne percepisce il pericolo.

Il tema è indubbiamente serio e non si può continuare a ridicolizzarlo per motivazioni puramente e platealmente strumentali. Dopo la netta vittoria politica ed elettorale di Giorgia Meloni e la conseguente affermazione della coalizione di centrodestra, è nuovamente ripartita la solita litania sul possibile “ritorno della minaccia fascista”, sui “rischi per la democrazia”, su potenziali “svolte illiberali” e su una gamma di cianfrusaglie che ormai conosciamo a memoria. Da molti pulpiti giornalistici ed editoriali – per motivazioni puramente ideologiche e di potere, come ovvio e scontato -, dai soliti radical chic della sinistra salottiera, aristocratica e alto borghese partono strali quotidiani contro l’ormai prossimo oscurantismo della nostra democrazia e il vicolo cieco in cui ci stiamo incamminando.

Ora, personalmente provengo dalla tradizione politica e culturale del cattolicesimo popolare e sociale del nostro paese. Per capirci, dal filone ideale che si riconosceva in uomini come Carlo Donat-Cattin e Franco Marini. Una tradizione politica popolare e sociale, appunto, che non ha mai avuto particolare dimestichezza con i valori, la politica e la storia della destra italiana.

Detto questo, però, è francamente stucchevole che continui questo noiosissimo dibattito – alimentato per motivazioni squisitamente strumentali se non addirittura grottesche e ridicole – sulla presunta matrice “post fascista” e quindi potenzialmente antidemocratica della nuova vincitrice delle recenti elezioni. E questo lo dico per un semplice motivo. Non c’è cosa peggiore nella dialettica politica concreta che alimentare un pericolo o creare una paura quando le medesime suggestioni non corrispondono a ciò che capita realmente e tangibilmente nelle dinamiche stesse della società in cui si vive quotidianamente. È appena sufficiente ascoltare, seppur distrattamente, i simpatici soloni di molti talk televisivi o leggere, seppur distrattamente, i loro editoriali per rendersi conto concretamente la distanza siderale tra ciò che caratterizza i bisogni, le istanze, i drammi e le domande dei cittadini italiani e l’elaborazione e le “sentenze” di opinionisti e commentatori che affrontano temi che sono e restano estranei per la stragrande maggioranza dei cittadini e della stessa pubblica opinione. 

Del resto, cosa significano concretamente la “svolta illiberale”, “la deriva autoritaria”, la “compressione dei diritti e della libertà di pensiero” e “la minaccia di ridurre la democrazia” nella società contemporanea con un governo di centro destra? Francamente nulla, almeno a prova contraria. Sono asserzioni, convincimenti ed opinioni legati a cliché ideologici e a dogmi di un passato triste e storicizzato che non appartengono al dibattito politico contemporaneo, se non per motivazioni dettate solo ed esclusivamente da ragioni propagandistiche e demagogiche.

Certo, nessuno ridimensiona il rischio di una “deriva autoritaria” o le ragioni di una “crisi della democrazia”. E i primi che lo fanno sono proprio quelli che provengono da una cristallina e riconosciuta cultura democratica e liberale. Purchè questi rischi ci siano:  quando vengono inventati a tavolino si rischia di fare la fine del segretario del Pd Letta che alimenta i rischi di un “allarme democratico” a giorni alterni per arrivare poi alla conclusione, a fine campagna elettorale, che “l’allarme democratico” è sostanzialmente scomparso dall’agenda della stessa propaganda del partito. Un flop comunicativo e una caduta di stile a livello politico che poi sono stati puntualmente pagati nelle urne proprio dal partito che le alimentava politicamente, cioè il Partito democratico a guida Letta.

Ecco perchè quando si alimentano paure che non esistono, rischi che non sono percepibili neanche all’orizzonte e tentazioni che non hanno cittadinanza nel tessuto culturale del paese, non si può che incamminarsi in un vicolo cieco. Forse è opportuno che quando si affrontano temi delicati che attengono al profilo, all’identità e alla natura della nostra democrazia, si capiscano sino in fondo anche le dinamiche concrete che caratterizzano la nostra società contemporanea. Altrimenti si corre il rischio che le “svolte illiberali” o le “derive dittatoriali” diventino argomenti che si affrontano a giorni alterni perchè, di fatto, nessuno ne percepisce il pericolo. Con la speranza, al contempo, che tutti dimentichino in fretta chi le ha alimentate goffamente ed irresponsabilmente.

 

ASTENSIONISMO E DESTRA I VERI VINCITORI. E ORA, CHE FARANNO LE OPPOSIZIONI? IL PD È A UN BIVIO.

La riflessione che si deve aprire all’interno del centrosinistra, e del Partito Democratico in particolare, dovrà essere profonda e vera. Sarà essenziale capire se si potrà continuare a parlare di centrosinistra o se ci si dovrà rassegnare ad andare in ordine sparso, creando un evidente vantaggio per il centrodestra.

Il voto politico di domenica segna una inequivocabile svolta a destra del Paese, peraltro abbondantemente annunciata e prevista, con ripercussioni che per il momento non è possibile prevedere con esattezza. La reazione pacata della Meloni ci dice che anche in lei c’è la preoccupazione per una situazione che potrebbe complicarsi nei prossimi mesi a causa di una complessa congiuntura politica ed economica.

Non va altresì sottovalutato il dato che segnala l’assenza dalle urne di un abbondante 35% di elettori; un forte astensionismo che lede fortemente la rappresentatività di tutti gli eletti, anche degli appartenenti allo schieramento vincente. Con queste percentuali le forze politiche si trovano infatti a rappresentare poco più della metà della totalità dei cittadini. C’è una fetta crescente di popolazione che non cerca più nella politica e nelle istituzioni una risposta ai propri problemi quotidiani e questa è una oggettiva difficoltà per la nostra democrazia nel suo complesso.

Chi da domani avrà l’onore e l’onere di governare il Paese dovrà fare i conti con un dissenso e con una sfiducia di fondo che prescinderanno dal merito delle scelte fatte; e anche questa, alla lunga, non è una buona notizia per la tenuta del nostro sistema democratico. È necessario ritrovare delle modalità di comunicazione con la società e con i corpi intermedi, sapendo che viviamo in un’epoca di semplificazione nella quale non c’è spazio per i messaggi complessi ed articolati che aspirano a dare risposte a tutti. Oggi passa il messaggio che non richiede una decodifica e che non impegna l’interlocutore a fare approfondimenti. Lo slogan o la “parola d’ordine” sono meno impegnativi e quindi molto più efficaci. 

Molto più facile e conveniente evocare i blocchi navali anziché parlare di regolazione dei flussi migratori e di integrazione; peccato se poi non sono attuabili, l’importante è vincere le elezioni! Molto più facile e conveniente sventolare la bandiera del reddito di cittadinanza, anziché fare un ragionamento sulla possibilità di migliorare le reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro; peccato se poi il meccanismo non produce i risultati sperati, l’importante è vincere le elezioni!

Per la comunicazione può andare bene anche così. Ma l’attività politica e di governo che segue è invece molto più complessa e non sempre semplificabile a proprio piacimento. La riflessione che si deve aprire all’interno del centrosinistra e del Partito Democratico in particolare dovrà essere profonda e vera. Sarà essenziale capire se si potrà continuare a parlare di centrosinistra o se ci si dovrà rassegnare ad andare in ordine sparso, creando un evidente vantaggio per il centrodestra; bisognerà capirlo anche per definire meglio l’area democratica e riformista che si dovrà riorganizzare in vista dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali.

E SE IL PROBLEMA DIVENTASSE L’ASIA CENTRALE? 

L’invasione dell’Ucraina ha portato a Putin più guai che vantaggi. Ora, il tramonto del sogno di ricostituire uno “spazio russo” in Asia, a tutto vantaggio della Cina, che in questi ultimi giorni prende le distanze dal leader russo, non è qualcosa di  fantasioso.

Spesso da queste pagine abbiamo seguito il dramma ucraino dovuto all’invasione russa. Abbiamo segretamente sentito un piccolo sentimento di felicità per la liberazione di alcune città e siamo rimasti a guardare come il Cremlino stesse lapidando le sue sicurezze di super potenza agli occhi degli occidentali.

Ma da osservatori lontani non abbiamo rivolto spesso il nostro sguardo ai popoli dell’Asia Centrale che per primo hanno registrato le debolezze russe. Abbiamo assistito increduli all’Azerbaigian, che scatena le proprie artiglierie contro l’Armenia. E abbiamo visto come la Russia capofila dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) abbia lasciato sola l’Armenia che ospita sul proprio territorio due basi militari delle Forze armate russe.

Un chiaro segnale di un’esilità mentale del Cremlino che ha portato il 15 e 16 settembre i presidenti di  Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan a mantenere, durante il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), un atteggiamento molto freddo nei confronti di Putin. Secondo gli esperti, non solo i funzionari dell’Asia centrale sono preoccupati per il precedente stabilito dall’attacco di Mosca a un paese ex sovietico, ma stanno anche usando l’influenza in declino della Russia per riorientare le loro economie. 

Uno dei casi più eclatanti è quello del presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev che ha respinto gli appelli russi a riconoscere i separatisti filo-mosca dell’Ucraina orientale a giugno e che in seguito durante i finti referendum, ha dichiarato: L’integrità territoriale degli stati deve essere incrollabile. Questo è un principio chiave”, Sempre Tokayev, in queste ore di difficoltà con l’arruolamento, ha detto che: “Il Kazakistan garantirà la cura e la sicurezza dei russi in fuga da una situazione senza speranza”. “Recentemente vi sono state  molte persone russe  che sono venute qui, la maggior parte di loro è costretta ad andarsene a causa della situazione disperata. Dobbiamo prenderci cura di loro e garantire la loro sicurezza”.

Secondo il ministero dell’Interno del Kazakistan, circa 98.000 russi sono entrati nel Paese da quando è stata annunciata la mobilitazione il 21 settembre, mentre poco più di 64.000 se ne sono andati, secondo l’agenzia di stampa RIA Novosti. Comunque molti. Inoltre le banche kazake, kirghise e uzbeke questa settimana hanno sospeso il sistema di pagamento russo Mir, che Mosca propone come alternativa a Visa e Mastercard. Debacle russa che viene confermata anche dai dati commerciali.

Secondo Bloomberg , la più grande economia dell’UE, la Germania, ha incrementato il commercio con il Kazakistan dell’80% nella prima metà del 2022 e del 111% con l’Uzbekistan. “Il Kazakistan sta gradualmente iniziando ad allontanarsi dalla Russia”, ha affermato Venediktov. L’Uzbekistan, la seconda economia dell’Asia centrale, ha firmato alla SCO accordi commerciali e di investimento per un valore di 15 miliardi di dollari con la Cina. Allo stesso tempo, la regione ha ampiamente rispettato le sanzioni occidentali imposte alla Russia per il suo attacco all’Ucraina. 

Quindi è logico affermare che l’invasione ha portato a Putin più guai che vantaggi e non solo con l’occidente. Infatti il possibile tramonto del sogno di ricostituire uno “spazio russo” in Asia, a tutto vantaggio della Cina, che in questi ultimi giorni prende le distanze dal leader russo, non è qualcosa di fantasioso. Tant’è vero che a settembre  è iniziata la costruzione della grande linea ferroviaria Pechino-Biškek-Taškent, per una spesa di oltre 8 miliardi di dollari e una lunghezza di 4.380 chilometri.

CARD. ZUPPI, “COMINCIARE DAI PIÙ DEBOLI E MENO GARANTITI. PREOCCUPAZIONE PER L’ASTENSIONISMO”.

“La Chiesa non farà mancare il suo contributo, dice il Presidente della CEI, per la promozione di una società più giusta e inclusiva”. Sembra, con il garbo che circonda il discorso di un alto prelato, il monito preventivo a riguardo di una destra non incline a politiche di solidarietà.

 

“Agli eletti chiediamo di svolgere il loro mandato come ‘un’alta esponsabilità’, al servizio di tutti, a cominciare dai più deboli e meno garantiti”. Lo dichiara il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, dopo le elezioni politiche di domenica 25 settembre 2022. 

 

Richiamando l’appello del Consiglio episcopale permanente diffuso alla vigilia dell’appuntamento elettorale, il cardinale ricorda che “l’agenda dei problemi del nostro Paese è fitta: le povertà in aumento costante e preoccupante, l’inverno demografico, la protezione degli anziani, i divari tra i territori, la transizione ecologica e la crisi energetica, la difesa dei posti di lavoro, soprattutto per i giovani, l’accoglienza, la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti, il superamento delle lungaggini burocratiche, le riforme dell’espressione democratica dello Stato e della legge elettorale”. 

 

“Sono alcune delle sfide che il Paese è chiamato ad affrontare fin da subito”, precisa il presidente della Cei: “Senza dimenticare che la guerra in corso e le sue pesanti conseguenze richiedono un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa”. Quindi la “preoccupazione” per il crescente astensionismo che ha raggiunto livelli mai visti in passato: “È il sintomo di un disagio che non può essere archiviato con superficialità e che deve invece essere ascoltato”. 

 

La Chiesa, conclude Zuppi sulla scorta del documento, “continuerà a indicare, con severità se occorre, il bene comune e non l’interesse personale, la difesa dei diritti inviolabili della persona e della comunità”. “Da parte sua, nel rispetto delle dinamiche democratiche e nella distinzione dei ruoli, non farà mancare il proprio contributo per la promozione di una società più giusta e inclusiva”, conclude il presidente della Cei.

RIGENERARE LA DEMOCRAZIA. CONVEGNO A NOVEMBRE DELLA RETE DEI CATTOLICI DEMOCRATICI.

La rete dei cattolici democratici C3Dem (Costituzione, Concilio, Cittadinanza) intende promuovere, il prossimo 26 novembre, un convegno sul futuro della democrazia. In vista dell’appuntamento, la redazione di c3dem.it provvede a mettere in rete i vari contributi dei partecipanti. Di seguito riportiamo la nota (“Democrazia e governo del popolo”) del prof. Prenna, autore di un recente saggio dal titolo Dal cattolicesimo democratico al nuovo popolarismo. Sui sentieri di Francesco, edizioni Il Mulino.

  1. Una rete di cattolici democratici, che voglia proporre una riflessione pubblica sullo stato attuale in cui versa la nostra democrazia, non può non partire dalla cultura politica alla quale si ispira, cioè il cattolicesimo democratico.

 

  1. Dunque, oggetto del convegno dovrebbe essere: in che modo questa cultura politica, che noi riteniamo dotata di un potenziale di attualità, può contribuire a rigenerare la democrazia, nella convinzione che, oggi, la “questione cattolica” non è più la rivendicazione di spazi o la ricerca di visibilità, ma si identifica con la “questione democratica”, cioè con il processo di compimento della democrazia e, per i cattolici, di piena riconciliazione con la modernità, di cui la democrazia è la forma politica.

 

  1. La democrazia è, per definizione, “governo del popolo”. Perciò, rigenerare la democrazia vorrà dire “ricostruire il popolo”! “Costruire il popolo” è espressione cara a papa Francesco, che ha anche tracciato i sentieri che la politica dovrebbe percorrere, esercitando la sua arte di costruire la città,nella responsabile consapevolezza che la città si costruisce, costruendo un popolo!

 

  1. L’obiettivo di un siffatto progetto è “tornare al popolo”, favorendo la saldatura di quelle che la Gaudium et spes chiama “comunità civile” e “comunità politica” e concepisce questa in funzione di quella.

 

  1. “Ricostruire il popolo” vuol dire anche restituirlo alla sua sovranità, sottraendolo alla tentazione del sovranismo, secondo un progetto popolare, non populista.

 

  1. Che la politica sia lontana dal popolo e il popolo suggestionato dall’antipolitica è davanti agli occhi di tutti. Basti ricordare che il primo “partito”, in Italia, è l’astensionismo, fenomeno che restringe la platea decisionale e favorisce la formazione di gruppi elitari e oligarchici.

 

  1. Concretamente, noi riteniamo che la rigenerazione della democrazia o ricostruzione del popolo passi attraverso: le riforme istituzionali, in particolare della legge elettorale e dei partiti; la formazione, cioè l’educazione alla e della democrazia.

 

  1. Un passaggio necessario che la rete deve affrontare è il confronto con i partiti e, in particolare. col Partito democratico, nel cui progetto originario confluì, come componente strutturale, la tradizione del cattolicesimo democratico.

 

  1. L’educazione democratica o popolare può costituire l’ambito di impegno dell’associazionismo politico e, per la rete, può diventare l’espressione del proprio compito informativo.

 

Lino Prenna, coordinatore di Agire Politicamente

IL TERZO POLO E IL BARDO DI ASTERIX. LA LEZIONE DEL 25 SETTEMBRE. UNA CRITICA ALLA PROPOSTA DI CALENDA 

L’operazione tutta ideologica di rappresentazione delle forze moderate e responsabili, veicolata attraverso la coalizione di liste fatta da Italia Viva-Azione (due forze politiche che nel nome vorrebbero rappresentare il “fare” nella politica) è stata letta dall’elettorato come una battaglia ideologica.

 

Mentre sulle tv seguo le conferenze stampa, mi viene in mente il Bardo di Asterix quando parla Calenda. Questa competizione elettorale ci insegna qualcosa, in modo netto e forse pure brutale, ma certamente chiaro: l’offerta politica dev’essere chiara e orientata ai contenuti e non ai posizionamenti politici delle forze politiche. 

 

Le forze politiche che hanno rappresentato i propri avversari come nemici sul piano ideologico assurgendo esse stesse come baluardo sono state “punite” dalle urne dal voto o ancor meglio dal “non-voto”. Significa che altri due milioni di persone non hanno trovato rappresentazione oppure non l’hanno neanche più cercata. 

 

L’operazione tutta ideologica di rappresentazione delle forze moderate e responsabili, veicolata attraverso la coalizione di liste fatta da Italia Viva-Azione (due forze politiche che nel nome vorrebbero rappresentare il “fare” nella politica) è stata letta dall’elettorato come andava letta: una battaglia ideologica, quasi un fronte di uomini probi, argine contro la marea avanzante (l’ignoto fa sempre paura), che andava rafforzato con il voto degli italiani. I quali, però non parlano e non intendono più questo linguaggio, come se ora noi pur comprendendo le parole usate da un poeta medioevale ne perdessimo inevitabilmente il senso perché non contemporaneo. 

 

Allo stesso modo, questa modalità di rappresentazione non ha parlato un linguaggio contemporaneo all’elettorato ma il suo “medioevale” della contrapposizione ideologica. Chi parla un linguaggio desueto è condannato all’indifferenza degli altri perché la sua contemporaneità non è più contemporanea e oltre ai naturali “aficionados” debba annoverare tra i suoi solo pochi curiosi o distratti passanti.  

 

Così la sperimentazione detta “Terzo Polo” nel pur lodevole tentativo di sparigliare una competizione a due già definita e giocare il ruolo del “terzo incomodo”, abbia di fatto giocato il ruolo di quello che non è mai entrato nella partita vera, nell’indifferenza degli elettori, che come spettatori sugli spalti hanno tifato e premiato il contendente che hanno ritenuto loro più vicino, non necessariamente quello che le ha “date di più” per restare nella metafora degli stadi. Un po’ tristemente come il bardo Assurancetourix della Serie Asterix, condannato a cantare il suo poema sull’albero, mentre a terra i Galli festeggiano l’ennesima vittoria sui Romani.