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Agensir | L’intercessione, un ponte tra cielo e terra: l’esempio di La Pira.

Loris Maria Tomassini

 

Giorgio La Pira (1904-1977), luminoso testimone di santità laicale, aveva una grande stima per i monasteri di clausura. Vedeva i monaci e le monache come “parafulmini” dell’umanità attraverso la loro preghiera di intercessione. Ho sempre sostenuto che i monaci non sono gli specialisti della preghiera perché essa è di tutti i battezzati. Ma come monaco, ho sentito molto forte questo aspetto dell’intercessione per tutti nella mia vocazione al cuore della Chiesa e del mondo.
Il sostantivo “intercessione” deriva dal verbo latino intercedere: cioè camminare in mezzo, come tra due eserciti, tra due sponde, pronti ad aiutare ciascuna delle due parti o interporsi a favore di una di loro. Si potrebbe dire che è come porsi tra cielo e terra, tra Dio e gli uomini. L’intercessione realizza l’incontro tra il bisogno dell’uomo e la salvezza di Dio.
La preghiera ha sempre a che fare con la salvezza. Pregare, infatti, è entrare nel desiderio di Dio e permettere alla bontà del Signore di mostrarsi in tutta la sua forza. Colui che chiede aiuto, per sé o per gli altri, si rivolge a Qualcuno che non ha bisogno di essere convinto a intervenire, ma che sempre e solamente desidera aiutare, perdonare, guarire e salvare attraverso il suo immenso amore.
Nella Scrittura è evidente che l’intercessione è desiderare quello che Dio stesso desidera: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). L’intercessore si fa portavoce del desiderio di Dio per l’umanità. L’uomo che supplica con l’intercessione è, allo stesso tempo, solidale con Dio e con gli uomini, entra in lui la compassione per tutte le creature, la stessa compassione di Gesù (Cf. Mc 6, 34-44).
Nella storia di Israele, Abramo e Mosè hanno praticato la preghiera di intercessione, prefigurando quella di Cristo, il vero e unico grande intercessore presso il Padre: “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2, 5-6).
La nostra intercessione sfocia nel grande fiume della preghiera della chiesa, soprattutto nella liturgia che è l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo alla quale tutti i credenti vengono associati in ragione del loro Battesimo.
Non sempre ci è dato di vedere l’esito, l’esaudimento della nostra preghiera di intercessione. Essa è “morte”, è fatica, lotta: va vissuta nella pura fede e nell’abbandono al Padre. Talvolta, però, ci è dato di vedere dei segni, delle piccole luci, come è accaduto a Santa Teresa di Gesù Bambino con la famosa grazia da lei chiesta per il criminale Pranzini, per il quale aveva pregato e offerto sacrifici, che si convertì in punto di morte, prima di essere giustiziato. Questo episodio la illuminò circa la sua missione in favore dei peccatori e della sua maternità spirituale universale, considerando Pranzini come il suo primo “figlio”.
Dobbiamo credere di più nella potenza della preghiera di intercessione fatta dai figli di Dio: “Molto potente è la preghiera fervorosa del giusto. Elia era un uomo come noi: pregò intensamente che non piovesse, e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. Poi pregò di nuovo e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto” (Gc 5, 16-18).

 

 

Loris Maria Tomassini è nato nel 1961 e nel 1988 è ordinato sacerdote della diocesi di Fano. Due anni dopo è entrato nel Monastero trappista di Frattocchie (Roma). Dopo essere stato anche maestro dei novizi, viene eletto Abate nel 2020.

Made in Italy che vola: Frecce Tricolori e Pininfarina insieme.

Una nuova era si apre per le Frecce Tricolori, eccellenza dell’Aeronautica Militare riconosciuta a livello internazionale, che si doteranno del velivolo M-346, gioiello dell’industria italiana firmato Leonardo, adattato alle esigenze specifiche della Pattuglia Acrobatica Nazionale. A

rendere ancora più iconico quello che sarà il nuovo protagonista delle esibizioni è la livrea, ideata dai designer di Pininfarina, un altro ambasciatore dell’eccellenza italiana. Con questa collaborazione, tre simboli del “Made in Italy” si uniscono per portare il Tricolore nei cieli di tutto il mondo.

La nuova livrea è stata presentata oggi [ieri per chi legge, ndr] durante la cerimonia per il rientro delle Frecce Tricolori dal loro “North America Tour 2024”, alla presenza del vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio, del Ministro della Difesa Guido Crosetto, del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Gen.SA Luca Goretti, del Capo di Stato Maggiore della Difesa Amm. Giuseppe Cavo Dragone, e di numerose altre istituzioni. L’evento si è svolto presso l’aeroporto militare di Istrana, sede del 51° Stormo Caccia “Ferruccio Serafini”.

La livrea, “Design by Pininfarina”, esalta la bellezza e la fluidità del volo delle Frecce Tricolori.

Il risultato è un disegno visibile su tre dimensioni, per garantire che, durante le evoluzioni dei velivoli, ci sia sempre un elemento grafico riconoscibile in grado di trasmettere al pubblico una sensazione di velocità e dinamismo. Una combinazione perfetta di eleganza e potenza, tratti distintivi sia di Pininfarina che della Pattuglia Acrobatica Nazionale, rappresentazione di operosità, ingegno e lavoro di squadra, valori fondanti dell’Aeronautica Militare. Questa sinergia tra Pininfarina, rinomata per il suo design innovativo e raffinato, e le Frecce Tricolori, pattuglia acrobatica inserita nel Guinness World Records nel 2022, è dunque un omaggio all’eccellenza italiana.

“È un grande onore presentare la nuova livrea delle Frecce Tricolori disegnata da Pininfarina – dichiara Silvio Angori, Vicepresidente e Amministratore Delegato di Pininfarina. – Questo progetto si ispira a quello che abbiamo definito il Rinascimento del Tricolore, un’idea che incarna il nostro orgoglio nazionale e la celebrazione del simbolo che ci rappresenta nel mondo. Le Frecce Tricolori non sono solo un emblema di abilità tecnica e precisione, ma anche di passione e dedizione. Con questa livrea celebriamo il loro spirito e il loro impegno, creando un’opera che accompagnerà le loro esibizioni mozzafiato per decenni.

Ringraziamo l’Aeronautica Militare per la fiducia riposta nella Pininfarina e nella sua creatività che da quasi 95 anni continua a rappresentare il design italiano nel mondo”.

La prestigiosa collaborazione tra Pininfarina e l’Aeronautica Militare, per il progetto Frecce Tricolori, è stata catturata in un video che illustra il “dietro le quinte” del lavoro svolto dai designer di Pininfarina. Dalle fasi iniziali di ricerca creativa, fino alla rappresentazione in realtà virtuale immersiva 3D della scelta finale in scala 1:1. Il video è stato proiettato in anteprima in occasione dell’evento di Istrana, e reso da oggi disponibile su tutti i canali di comunicazione.

ISPI | Analisi del dibattito tra Kamala Harris e Donald Trump.

Alessia De Luca

 

Se non è stata la serata di Kamala Harris, poco ci è mancato. Nel primo e forse unico dibattito contro Donald Trump la vicepresidente non ha commesso passi falsi, si è mostrata serena e determinata e ha lanciato una serie di esche che Trump ha prontamente colto al volo.  La vicepresidente – è opinione condivisa di numerosi commentatori – ha dominato gran parte della serata, tenendolo sulla difensiva, distraendolo dai temi in cui avrebbe potuto segnare dei punti ed evitando che si concentrasse troppo sulle sue vulnerabilità. Come quando, parlando di immigrazione, Harris ha concluso invitando gli elettori “ad andare ai comizi di Trump” per vedere quanta gente se ne andasse prima della fine dell’evento perché stanchi e annoiati. Una dichiarazione che ha punto nel vivo la vanità dell’ex presidente, che ha passato i due minuti successivi a magnificare i suoi appuntamenti elettorali anziché attaccare l’avversaria sul merito di un argomento potenzialmente problematico per i democratici. Il contrasto tra i due era evidente anche quando erano in silenzio: lei sorridente, lui torvo, lei con il sopracciglio inarcato, lui torvo, lei che scuoteva la testa, lui torvo. E anche se lui ha parlato più a lungo, lei ha dettato il ritmo della serata.

Tra i momenti più improbabili e commentati, c’è stato poi quello in cui Trump ha rilanciato una teoria complottista secondo cui immigrati di origine haitiana avrebbero mangiato cani e gatti dei vicinidi casa a Springfield, una cittadina in Ohio. “È questo il tipo di persone che stanno facendo entrare nel nostro paese” ha detto l’ex presidente, costringendo i moderatori a intervenire, sottolineando che le stesse autorità locali smentiscono l’intera vicenda. Nel frattempo, Harris ha colto l’occasione per lanciare un appassionato appello alle famiglie che hanno dovuto affrontare gravi complicazioni durante la gravidanza e non sono state in grado di ricevere assistenza a causa dei “divieti di aborto di Trump”, come li ha chiamati. Quello che accade negli stati che restringono l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza “è un insulto alle donne americane” ha insistito. Ecco i 5 punti salienti della serata.

 

Nonostante Harris abbia preso il testimone da Biden nella corsa alla Casa Bianca, Trump ha mantenuto per gran parte del dibattito il focus sul presidente in carica e le sue politiche, ritenute il bersaglio più facile da attaccare. L’ex-presidente continua, infatti, a cercare di sfruttare l’insoddisfazione popolare verso l’attuale presidenza per rafforzare il proprio consenso, presentando l’amministrazione Biden, e quindi Harris, come il simbolo del declino del paese. Durante il dibattito la vicepresidente ha faticato a mantenere questo equilibrio complesso: ha evitato di discostarsi troppo da Biden, ma allo stesso tempo ha arrancato nel proporre una ‘linea Harris’ dai contorni ben definiti.

 

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https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/harris-allattacco-trump-in-difesa-183701

Formiche | Una piattaforma unitaria per i centristi.

Ogni volta che emergono difficoltà nel bipolarismo, alcuni ambienti politico-culturali mostrano interesse nel concepire un’alternativa. Tuttavia, non bastano le buone intenzioni, né nuovi soggetti con gli stessi opportunismi e manchevolezze del sistema che criticano.

Parliamo della galassia delle presenze politiche e prepolitiche comunemente chiamate centriste: cattoliche, socialiste, liberali. Queste rispecchiano le idee di una parte consistente degli elettori, ma la loro forza si disperde in tre direttrici finora votate a vicoli ciechi. Alcuni si turano il naso e si accomodano a sinistra o a destra tra mille tormenti; altri costituiscono formazioni politiche che vanno in rotta di collisione con altre di simile cultura per contendersi l’egemonia di un’area ancora da costruire; altri ancora sono rappresentati da elettori sfiduciati sulle sorti future.

I primi due gruppi hanno fallito per opportunismo, cercando di bruciare le tappe convinti del mito premiante di chi è in campo a prescindere da ogni altro requisito. In tale situazione, è chiaro che si imprigionano in un contesto dominato da populisti e demagoghi, senza progredire tra i cittadini che votano o tra quelli che non votano, ormai più del 50% dell’elettorato.

Nel nostro sistema politico manca l’apporto dei centristi, forze inclini al buon senso nell’economia, nel governo delle istituzioni, nei costumi, disposte a compromessi per raggiungere larghe intese e non aduse al muro contro muro o alle facili invettive. Queste forze basilari in politica ostacolano gli eccessi e tendono a stroncarli nelle parti estreme.

Oggi, le due estreme si sono congiunte e hanno occupato lo spazio più ampio nella politica e nelle istituzioni, orientando la spesa pubblica improduttiva alla continua rincorsa elettorale. A dispetto della dinamica governo-opposizione, le estreme sono accomunate dall’incustodia dell’economia, dall’equilibrio del funzionamento del Welfare, dalla demolizione della terzietà delle funzioni dello Stato, e dall’indifferenza e ostilità verso le storiche alleanze con i Paesi democratici.

Se i centristi vogliono cambiare, devono smettere di pensare ai tempi brevi per la loro fortificazione, testimoniare la loro alternatività al sistema bipolare per apparire credibili a chi attende cambiamento, ripudiare drasticamente i partiti personali e rendere democratici e scalabili gli organismi dirigenziali. La loro credibilità e alternatività dovrà manifestarsi nel rigore verso le politiche di bilancio, nei sostegni mirati ai settori di eccellenza delle produzioni e dei servizi, nelle politiche energetiche che superino quelle fossili a favore di quelle pulite e nucleari per ridurre i costi e conquistare autonomia, nel cambiamento dell’educazione e nelle politiche incentivanti per la produttività e il merito.

Anche l’organizzazione dello Stato nella nostra Repubblica e nella prospettiva dell’evoluzione dell’Unione Europea merita una battaglia culturale e politica per ripristinare la piramide naturale statale nella ricerca dell’efficienza e dello snellimento. La logica della sussidiarietà verticale deve svilupparsi dall’Europa allo Stato nazionale per poi procedere verso gli enti locali. Stato ed enti locali dovranno snellirsi per efficienza e per raggiungere costi minori rispetto alla situazione attuale, che vede ogni articolazione straripare nei costi e richiedere sempre più tasse ai contribuenti.

 

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https://formiche.net/2024/09/forze-centriste-governo-italia/#content

Orcel fa sul serio: UniCredit sempre più vicina a Commerzbank.

Mossa a effetto di UniCredit che indirizza con decisione le proprie mire espansive verso la Germania, dove è già presente attraverso la controllata HypoVereinsbank. Oggi, l`istituto guidato da Andrea Orcel ha avuto “il piacere” di annunciare di aver acquistato complessivamente il 9% della seconda banca tedesca, Commerzbank.

Il 4,49% è stato acquistato per un controvalore di circa 702 milioni di euro nell’ambito di un`offerta di accelerated book building condotta per conto della Repubblica Federale di Germania, in linea con l`intenzione annunciata da quest`ultima appena una settimana fa di ridurre la propria partecipazione nella banca. Il prezzo di 13,20 euro offerto per azione era a premio rispetto ai 12,60 euro della chiusura di mercato di ieri.

Il restante 4,5% circa è stato acquistato in precedenza sul mercato, ma non sono stati forniti dettagli su prezzo e tempistica degli acquisti. Si ipotizza comunque che nel complesso l`investimento sia stato intorno agli 1,5 milioni di euro.

Per lo Stato federale tedesco – che aveva operato il salvataggio pubblico di Commerzbank dopo la crisi finanziaria del 2008-2009 – l`operazione rappresenta il “primo step” dell`uscita definitiva dalla banca, nel cui capitale è così intanto sceso al 12%. Lo Stato tedesco rimane il primo azionista, tallonato ora da UniCredit, e si è impegnato a non cedere altre quote per i prossimi tre mesi (90 giorni).

Per UniCredit, che negli scorsi anni aveva già tentato invano diverse volte di farsi avanti con l`intenzione di accorpare la seconda banca della Germania alla sua controllata tedesca, questa prospettiva si fa concreta. L`istituto di piazza Gae Aulenti UniCredit ha infatti annunciato che “esplorerà insieme a Commerzbank possibili opportunità di creazione di valore per gli stakeholder di entrambe le banche” e che “se e quando necessario” chiederà le autorizzazioni per “poter eventualmente superare la soglia di partecipazione del 9,9% in Commerzbank”. Qualsiasi decisione in merito alla partecipazione, ha puntualizzato, dipenderà anche dalla coerenza di tale investimento con gli stringenti parametri finanziari di UniCredit, così come sono stati chiaramente e costantemente comunicati al mercato. Il riferimento è in particolare al parametro di un Roi “almeno del 15%”.

Il mercato, in base ai primi report degli analisti, sembra scommettere sulla creazione di un grande polo bancario in Germania sotto il cappello di UniCredit con una integrazione tra Commerzbank e Hvb. Polo che sarebbe in grado di tenere testa a Deutsche Bank, primo gruppo bancario tedesco. In ambienti finanziari si fa notare che non si tratterebbe quindi propriamente di una operazione “crossborder”, bensì “domestica”, che avverrebbe in uno dei 13 mercati dove UniCredit tradizionalmente opera. Oggi, intanto, l`Ad di UniCredit Andrea Orcel avrebbe effettuato una semplice “chiamata di cortesia” a Commerzbank, nel corso della quale non si sarebbe parlato di “nessuna opzione strategica, quale ad esempio una potenziale acquisizione”, come si è appreso da fonti finanziarie.

Si vedrà nei solo nei prossimi mesi come procederanno e in quali direzioni andranno le “esplorazioni” con i vertici di Commerzbank. Orcel ha comunque iniziato a mettere sul piatto una fiche di peso e, date le caratteristiche della transazione annunciata oggi, è difficile immaginare che il governo tedesco possa ritenere la banca italiana un partner ostile. UniCredit, peraltro, ha espresso “il proprio supporto agli attuali consigli di gestione e di sorveglianza di Commerzbank e ai progressi che questi ultimi hanno compiuto nel migliorare le performance della banca”.

La stessa Commerzbank, in una nota stringata, ha dichiarato di aver “preso atto” della mossa della banca italiane e ha commentato che “ciò è anche una testimonianza dei progressi compiuti e della posizione di Commerzbank”, aggiungendo che “il consiglio di amministrazione e di sorveglianza di Commerzbank continuerà ad agire nel migliore interesse” di tutti i suoi azionisti e dei principali stakeholder, come dipendenti e clienti. Per quanto riguarda i dipendenti, forti preoccupazioni sono state espresse dal consigliere Stefan Wittmann, che siede consiglio in loro rappresentanza e che ha dichiarato a Reuters che si opporrà con tutte le proprie forze a qualsiasi potenziale acquisizione di Commerzbank da parte di UniCredit. Il board si sarebbe poi riunito in convocazione straordinaria nel tardo pomeriggio per discutere della mossa di UniCredit.

Sul versante borsistico, infine, Commerzbank è balzata a Francoforte del +16,8% a 14,7 euro, mentre UniCredit ha chiuso a 36,15 euro (+0,22%) con il massimo di seduta toccato a 37,26 euro.

Misasi, un ritratto dell’uomo di pensiero e di azione.

Franco Cimino

 

Parlare di Riccardo Misasi equivale a parlare di Democrazia, tema quantomai importante oggi in un Paese che, progressivamente, sembra allontanarsene. La Democrazia, con la maiuscola. Quella costruita con le mani dei coraggiosi resistenti nel quarantatré del secolo scorso, rafforzata dalla intelligenza colta dei padri della Repubblica e dai costituenti illuminati e coraggiosi, difesa dal popolo italiano negli anni in cui è stata gravemente minacciata dalle trame golpiste, dalle forze delittuose nere e sanguinarie.

E, poi, da quelle del terrorismo rosso, quasi tutte al servizio anche di qualche paese che vedeva l’Italia, nella sua cultura antica, nella sua forza politica, nel suo spirito di autonomia, nella sua ferma vocazione di costruire l’Europa, quale forza di libertà e di progresso, agente di Pace nel mondo attraverso i principi universali della sua Costituzione.

Quella che ha, come ci insegna Misasi, nel valore assoluto e non negoziabile della Persona, tutto ciò che serve per realizzare la Pace nel mondo. Non soltanto nel nostro Paese. Ché Persona è Libertà, il suo elemento vitale e costitutivo. Persona è dignità, irrobustita dal lavoro degno cui si ha diritto. È partecipazione. Anche alle scelte di governo. E perciò è governo stesso delle risorse comuni. Persona, è diritto al libero confronto.

Quello nel quale ciascuna posizione ha pari dignità e pari valore rispetto a tutte le altre espresse. Quella pari dignità che misura la verità possibile non dalla forza maggioritaria, democraticamente realizzatasi, ma dai contenuti ed anzi dal fatto stesso che la singola posizione venga liberamente maturata e culturalmente prodotta.

E dove cultura sia non solo erudizione e profondità e molteplicità delle conoscenze, ma sensibilità con cui ci si approccia alla realtà per cambiarla in direzione del Progresso, il quale è sempre e incessantemente una tappa della Democrazia, che nel suo divenire diviene se stessa.

Persona è, quindi, la maggioranza che liberamente si forma. È, di riflesso, la minoranza che ha il coraggio di esserci, di resistere alla tentazione del conformismo e del trasversalismo, le malattie più gravi del tessuto democratico e della stessa coscienza individuale e collettiva. Persona è l’opposizione che vigila sulle tentazioni dei governi di essere dominatori e impositori della e sulla realtà unitaria e complessa.

Persona è dunque Democrazia.

É Libertà, quella vera. Libertà che si libera e libera. Si libera dai lacci invisibili che la stessa Democrazia usa quando non è piena. Sincera. Quando é affatica o ha paura di essere. Libera uomini e culture, da ogni forma di oppressione. Soprattutto, quelle mascherate e dietro le quali si nascondono interessi preponderanti, prepotenze ed egoismi che creano ingiustizie. E il dominio di pochi, che decidono della vita di tutti.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1566-riccardo-misasi-guardare-al-futuro-con-cuore-antico.html

Liguria, accordo sul programma: Azione conferma il sostegno ad Orlando.

“La delegazione di Azione, composta da cinque rappresentanti, l’altro ieri ha incontrato Andrea Orlando e ha avuto la conferma che le istanze programmatiche poste da Carlo Calenda sono state non solo recepite ma anche condivise”. Lo afferma in una nota Massimo Musso, presidente dell’assemblea regionale ligure di Azione.

“È chiaro – prosegue la nota di Azione Liguria – che dopo anni di governo del centrodestra le opere pubbliche non sono state realizzate. È maturata una forte condivisione non solo sul tema delle infrastrutture ma anche riguardo la necessità di riportare in Liguria attività produttive e porre una particolare attenzione al calo demografico e alla costruzione di condizioni che consentano ai giovani di rimanere e di investire in Liguria il loro progetto di vita. La sanità resta la priorità evidente e confermiamo che l’adesione a questo progetto di coalizione in Liguria nasce a fronte del fallimento politico delle giunte Toti non solo in sanità ma anche nel trasporto pubblico locale e nella gestione del ciclo dei rifiuti”.

“Tra le opere promesse e non realizzate – sottolinea Musso – gli ospedali di Taggia, Erzelli, il Felettino di Spezia e la mancata realizzazione delle Case della Salute pubbliche. Quindi noi partecipiamo alla coalizione che sostiene Orlando a fronte del fallimento politico del centrodestra. Parteciperemo ad una lista riformatrice con chi vorrà stare con noi in questo percorso. Ieri all’incontro organizzato da Alleanza Civica c’è stata una confluenza tra l’alleanza e con i partiti che erano presenti e confidiamo di poter essere il riferimento di quel centro riformista che, con gli standard europei sui temi di crescita e compatibilità, interpreta questo ruolo dentro la coalizione”.

“Ad oggi – conclude il presidente dell’assemblea regionale di Azione riferendosi ad una nota firmata da ‘una parte del gruppo dirigenziale di Azione Liguria’ in cui si critica la scelta di aderire al campo largo – negli organi del partito non si sono sollevate particolari contrarietà, è inevitabile che qualcuno possa non essere d’accordo. Non sappiamo chi ha espresso pubblicamente il dissenso perché non ci sono le firme, se sono iscritti suggeriamo di portare il loro punto di vista nelle sedi deputate, sperando che non sia un’iniziativa solo tesa a delegittimare la nostra comunità, nel caso ce ne faremo una ragione”.

Scienza, politica, fede: La multiforme eredità di Enrico Medi

Enrico Medi nasce a Porto Recanati il 26 aprile 1011.  Dal 1914, e negli anni seguenti, trascorre la sua infanzia a Belvedere Ostrense con la famiglia e i nonni, e qui frequenta la scuola elementare.

Di fondamentale importanza è l’educazione cristiana che riceve dai nonni e dai genitori. Nel 1920, per motivi di lavoro, la famiglia si trasferisce a Roma, dove Enrico frequenta prima il collegio di Santa Maria dei Padri Marianisti e in seguito il liceo classico “Istituto Massimo dei Gesuiti”, dove si diploma e diviene il primo presidente della “Lega Missionaria Studenti”, da lui fondata insieme a Gabrio Lombardi.

Precoce e brillante negli studi, all’età di 16 anni inizia la sua carriera universitaria e nel 1932 consegue la laurea – a soli 21 anni – in Fisica, con Enrico Fermi, presentando un lavoro di tesi sul neutrone. In seguito diviene assistente del Prof. Lo Surdo sino al 1937, anno in cui consegue la libera docenza in fisica terrestre.

Dopo qualche anno, e precisamente nel 1942, vince la cattedra di fisica sperimentale dell’Università di Palermo. Tra i suoi lavori si ricordano le prime esperienze con il radar e l’ipotesi di fasce ionizzanti nell’alta atmosfera, oggi note come fasce di Van Allen, entrambi stroncati dal regime fascista e in seguito confermati da studiosi stranieri.

La sua carriera si ferma temporaneamente durante la seconda guerra mondiale poiché, per motivi di sicurezza, nel 1943 torna a Belvedere dove si adopera per alleviare le sofferenze causate dalla guerra alla popolazione. Singolare è l’episodio di due uomini che stanno per essere fucilati: saputene, senza pensarci due volte, animato da coraggio e pieno di fervore cristiano, si reca al comando di Jesi e offre la propria vita in cambio di quella dei condannati, che, infine, vengono risparmiati.

Al termine del conflitto, nel 1946, è eletto dall’Assemblea Costituente per la DC e nel 1948 confermato Deputato al Parlamento per la prima legislatura della Repubblica Italiana.

Nello stesso anno consegue la laurea in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana.

Tornato a Palermo, avvia il “Censimento della sofferenza“, per conoscere direttamente, recandosi nelle case dei più umili, la vera condizione dei poveri. Riguardo alla situazione terribile dei bambini mutilati di guerra e degli orfani, interviene in Parlamento per richiamare l’attenzione dei colleghi parlamentari al dovere della democrazia, rilevando la necessità di dover “risollevare” un popolo sia dal punto di vista morale, sia fisico.

Nel 1949 Diventa Presidente dell’istituto Nazionale di Geofisica e realizza una rete di Osservatori Geofisici in tutta Italia. Nel 1952 è chiamato alla Cattedra di Fisica Terrestre all’Università di Roma.

Nel 1953 rinuncia alla carriera politica per dedicarsi interamente alla scienza e all’apostolato. Egli, infatti, oltre ad essere un genio della scienza, aveva spiccate doti di scrittore e di oratore che, con slanci mistici, sentimenti di poeta e con l’entusiasmo dell’apostolo, attirava folle di ascoltatori e seguaci. In questi anni intuito il valore divulgativo della televisione per la scienza, inizia presso la RAI-TV corsi di fisica sperimentale che risultano molto seguiti. Conduce anche uno dei primi programmi televisivi di divulgazione scientifica, “Le avventure della scienza”.

 

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https://www.ilpopolo.cloud/politica/1575-enrico-medi-genio-della-fisica-scienziato-di-dio-prestato-alla-politica.html

Linus Festival, ad Ascoli Piceno 60 anni di una rivista iconica.

Da venerdì 27 a domenica 29 settembre si terrà ad Ascoli Piceno la terza edizione di Linus – Festival del Fumetto, ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi: tre giorni ricchi di appuntamenti sul tema del fumetto con dialoghi con i tanti ospiti attesi, concerti, proiezioni, letture, mostre, incontri con le scuole.

Questa terza edizione coincide con l’avvicinarsi dei 60 anni della rivista linus, che verranno celebrati nel 2025, rappresentando un momento di grande rilevanza per il mondo della cultura fumettistica italiana. linus ha segnato una pietra miliare nel panorama editoriale, introducendo e valorizzando il fumetto come forma di espressione artistica e intellettuale e, a distanza di sei decenni, la sua influenza è ancora viva e risuona nelle generazioni di autori e lettori che hanno trovato nelle sue pagine uno spazio di riflessione e creatività. Il festival, in questo contesto, diventa non solo un luogo di celebrazione, ma anche un’occasione per riflettere sul percorso evolutivo del fumetto, dalla satira graffiante dei Peanuts fino alle nuove forme narrative contemporanee.

Questo anniversario segna il continuo dialogo tra tradizione e innovazione in un’arte che, oggi più che mai, si dimostra capace di parlare alla complessità del presente, attraverso un festival che, proprio come La Milanesiana, si propone di unire al suo interno diverse forme artistiche.

«Tre giorni ricchi e “indisciplinati”, come sempre, otto appuntamenti, una mostra, in cui, sotto la lente del fumetto, e di linus, affronteremo temi importanti come quelli dei diritti e delle differenze (con FumettiBrutti), come la grande storia (la graphic novel di Guez / Matz / Maillet “La scomparsa di Joseph Mengele”), come il racconto di sé (con Gipi), tutti in dialogo con Sandro Veronesi. E, ancora, sempre nella lente del fumetto, renderemo omaggio a personalità che fanno parte del nostro immaginario poetico: De André, Paperino, Topolino, i cartoon degli anni `80 con Cristina d`Avena. Ci sarà tanta musica, e musica legata al fumetto e alla animazione. E ci prepareremo a festeggiare i 60 anni di questa straordinaria rivista di fumetti, unica al mondo, che è linus» dichiara Elisabetta Sgarbi.

Partendo dal fumetto come comune denominatore, questa terza edizione spazierà dalla narrativa alla musica, creando un vero e proprio dialogo a 360° sull’evoluzione e gli sviluppi di questo genere letterario.

Tra gli ospiti di questa edizione torna il due volte Premio Strega Sandro Veronesi che condurrà il dialogo principale delle tre serate in cui si alterneranno Josephine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti, icona generazionale di libertà e autodeterminazione, il pluripremiato fumettista Gianni Pacinotti, in arte Gipi, e lo scrittore francese Olivier Guez, il cui successo internazionale “La scomparsa di Josef Mengele” è stato riadattato in graphic novel con i disegni di Jörg Mailliet (in uscita per La nave di Teseo).

Ogni serata si concluderà con un concerto.

La voce di un dissidente: un prete russo contro la guerra.

Lo ieromonaco Afanasij (Bukin) è uno dei tanti sacerdoti russi contrari all’aggressione nei confronti dell’Ucraina, e a febbraio del 2023 ha abbandonato la missione della Chiesa ortodossa russa a Gerusalemme, spiegando questa sua scelta con una lettera aperta. Per decreto del patriarca Kirill è stato sospeso e quindi ridotto allo stato laicale, oggi vive in Belgio e sta preparando una tesi all’università di Leuven, e ha raccontato a Radio Svoboda la sua esperienza e le sue riflessioni sulla tragedia che sta vivendo l’ortodossia russa.

A Gerusalemme padre Afanasij, nato nel 1988 a San Pietroburgo, è rimasto quattro anni, avendo una buona conoscenza del greco moderno che era molto necessaria per accogliere i tanti pellegrini ortodossi, facendo spesso anche da interprete al patriarca Teofilo III. Durante il Covid si è occupato principalmente del sito della missione e di iniziative editoriali, oltre ai turni del servizio liturgico. Ora sta cercando di approfondire le prospettive ecclesiologiche di Oriente e Occidente, da San Giovanni Crisostomo a Sant’Agostino, anche per capire come è stato possibile che i vertici della Chiesa ortodossa russa siano scivolati nel “neo-conservatorismo estremo, fino al culto del militarismo e del neo-imperialismo”.

A suo parere, il patriarcato di Mosca ha fatto nel periodo post-sovietico “un passo indietro e due in avanti”, accompagnando le tendenze in atto nello Stato russo. Dopo qualche apertura, con il dialogo con le altre Chiese che sembrava “estremamente interessante, e stimolava la creatività intellettuale”, si è passati alla chiusura totale, con grande delusione di chi si era dedicato ai rapporti esterni, come lo stesso padre Afanasij. Sembrava che si potesse finalmente arrivare a una nuova traduzione della Bibbia in russo corrente (l’ultima è stata fatta 200 anni fa, senza il crisma dell’ufficialità), integrando i grandi sviluppi della teologia russa all’estero nel periodo sovietico, ma improvvisamente si è “rialzata una barriera conservatrice, che si è messa a denunciare qualunque apertura pericolosa per la nostra salute spirituale”.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/P.-Afanasij-e-il-pentimento-dei-preti-ortodossi-russi-61468.html

Ius scholae, la proposta del presidente del Consiglio regionale delle Marche.

Realizzare e concretizzare lo ius scholae al più presto. Lo chiede il presidente del Consiglio regionale delle Marche, Dino Latini (Udc), con una proposta di legge per la formalizzazione concreta di concessione di cittadinanza ai giovani e alle giovani bambini stranieri. Il testo, che intende far arrivare alle Camere, introduce una nuova specie di concessione orientata al principio per cui “acquisisce il diritto di cittadinanza il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il dodicesimo anno nascita che risieda legalmente in Italia e che abbia frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno dieci anni, cicli scolastici in istituti appartenenti al sistema educativo nazionale di istruzione o precorsi di formazione professionale regionali”, si legge nella proposta.

Obiettivo, ha commentato Latini, “è quello di offrire ai minori la prospettiva di far parte di una comunità di cittadini favorendo la loro partecipazione alla vita della comunità stessa, rimuovendo così le disparità di trattamento attualmente esistenti rispetto ai minori cittadini italiani”.

La proposta nasce anche dal raffronto con i maggiori Paesi europei, ha sottolineato Latini, rispetto ai quali l`Italia figura tra quelli più restrittivi riguardo la concessione della cittadinanza ai minori stranieri nati e cresciuti in Italia ed è pertanto opportuno, a suo parere, che per l`acquisto della cittadinanza venga riconosciuta maggiore centralità al ruolo svolto dalla scuola come rilevante fattore di integrazione. A trent`anni di distanza dall`approvazione della legge 91 del 1992 è necessario, ha proseguito Latini, “prendere atto delle decisive trasformazioni della società italiana e aggiornare le norme in materia di cittadinanza secondo una prospettiva che ponga al centro la finalità dell`integrazione dei minori stranieri cresciuti in Italia e che abbiano studiato o che studino in Italia”.

La norma proposta dal Latini prevede inoltre che “la cittadinanza possa essere acquistata ad istanza dell`interessato o se minore ad istanza del genitore legalmente residente i Italia o da che ne esercita la responsabilità genitoriale al sindaco del comune di residenza. Nel caso non sia stata presentata l`istanza, l`interessato acquista la cittadinanza se ne fa richiesta al sindaco del comune di residenza entro due anni dal raggiungimento della maggiore età”.

Con la Falcucci la stagione di una scuola aperta e inclusiva

Stefania Boscato

 

Per 13 anni restò alla guida del Movimento femminile della DC, per circa cinque anni restò in carica come Ministro della Pubblica istruzione. In entrambi i casi una longevità non comune. Franca Falcucci è stata una personalità di spicco del panorama politico della prima Repubblica, protagonista di una vasta e complessa attività, sul piano politico ideale e realizzativo. Fu delegata nazionale del Movimento Femminile, senatrice, sottosegretario e poi Ministro della Pubblica istruzione, Presidente della Sezione italiana e membro del Consiglio europeo dell’Unione europea femminile.

 

Gli esordi

Nell’immediato dopoguerra rappresentò nella CGIL la corrente sindacale cristiana nella Commissione femminile nazionale dal 1946. Aveva maturato l’interesse per la politica durante gli anni del liceo, quando il fratello di una compagna di scuola l’aveva messa in contatto con i gruppi democristiani clandestini che frequentò fra il 1940 e il 1944. Quando cominciò ad avere contatti con i gruppi clandestini della Dc, lei stessa affermò, «riconobbi in questo movimento le ragioni profonde ed i valori che avevo maturato nel mio animo, come presupposto del mio impegno politico».

 

Nel Movimento Femminile della DC

Iscritta nel 1944 alla sezione DC di Trastevere, cominciò non ancora diciottenne la sua attività nel partito della DC. Nel 1945, con Clelia D’Inzillo, fu fra coloro che vennero chiamate “le ragazze della Maraglio”, instancabile organizzatrice di leve femminili. Nel marzo del 1947, al secondo congresso nazionale del MF della DC venne eletta nel Comitato centrale. L’allora delegata nazionale Maria De Unterrichter Jervolino, la nominò nel 1951 incaricata delle giovani. Nel primo convegno delle giovani democristiane che si svolse a Roma dal 22 al 24 ottobre del 1950, preparato sulla base di un vasto lavoro di indagine sulla condizione giovanile, svolto in ottanta province, Falcucci tenne la relazione principale dal titolo Istanze della nostra età «la civiltà moderna [affermò], come conseguenza di una evoluzione sociale e tecnica, offre al giovane un’ampia possibilità di realizzare sé stesso. Questa evoluzione porterebbe a delle gravissime disarmonie se ogni uomo, specie se giovane, non sentisse di dovervi partecipare con una presenza cosciente. Questa presenza si concreta in una sincera realizzazione della propria personalità (…)».

L’accento posto sulla realizzazione della “persona umana”, ispirata al pensiero di Mounier segnava, in quegli anni, l’apertura di un nuovo spazio di riflessione, soprattutto fra le avanguardie giovanili, sul concetto cristiano della dignità femminile concepito nei termini più ampi della realizzazione della donna come persona e come soggetto di responsabilità. Insegnamento, questo, appreso nella pratica sotto la guida di Maria Iervolino. Questo concetto diede senso, spessore, coerenza alla sua azione politica. D’altronde ella stessa affermò, in una intervista a Tiziana Noce, «Dossetti, Fanfani hanno contribuito tantissimo alla mia formazione, non parliamo di De Gasperi. (…) e ricordo che soprattutto nei primi anni era forte l’influenza degli autori francesi, di Maritain di Mounier».

 

Delegata nazionale del MF

Venne eletta delegata nazionale al X congresso di Roma, nel 1964.  Come ha affermato Paola Gaiotti, fu un periodo in cui il MF conobbe un notevole salto di qualità anche nei dibattiti politici che animarono gli anni Sessanta. L’evoluzione della società metteva in evidenza i limiti di una pura parità giuridica, c’era il tema irrisolto del diritto di famiglia, sul piano del costume venivano alla ribalta le questioni della moralità sessuale, dell’inserimento professionale paritario. Il 1964 era anche l’anno in cui Paola Gaiotti De Biase pubblicava su Donne d’Italia il suo articolo dal titolo La questione femminile è una questione nazionale. L’approdo a questa consapevolezza era stata parte integrante dell’azione del MF nel suo ruolo essenziale di formazione, di studio, di sollecitazione verso il partito e verso l’opinione pubblica sui temi femminili, nella convinzione che solo un impegno responsabile del Paese avrebbe potuto avviarne la soluzione.

Una guida equilibrata, ferma e autorevole. Così emerge la sua leadership nel MF. Seppe tenere unito il Movimento  in momenti difficili, contenendone spinte centrifughe che avrebbero compromesso anche l’unità del partito, ma senza rinunciare per questo a far sentire la propria voce, anche di dissenso rispetto ai vertici. Con un cambio generazionale, Franca Falcucci succedeva alla dorotea Elsa Conci. L’allora segretario politico della DC Mariano Rumor accolse con favore la sua elezione ma non fu la vicinanza alla maggioranza del partito a determinare di per sé un salto di qualità del MF anzi, la presenza femminile fra le elette, anche negli organi del partito, restò esigua.

Ma ben lontano dall’appiattirsi sulle posizioni maggioritarie, la guida Falcucci vide istanze sempre più critiche rispetto ai pericoli delle derive correntizie del partito e sui grandi temi che agitavano le coscienze soprattutto femminili in quegli anni, in particolare sulle politiche riguardanti la famiglia. Durante gli anni Sessanta erano nati vivaci fermenti provenienti dalla base, dalle sezioni provinciali femminili. Si lamentava una sorta di delega fiduciaria della direzione DC sui temi femminili, di cui si occupava solo il MF. Era, però, difficile stabilire quanto questo significasse un autentico segnale di fiducia da parte del partito o un modo per defilarsi da un impegno organico verso la questione femminile, soprattutto con riguardo alla famiglia.

A farsi portavoce dei malumori fu Franca Falcucci in una lettera a Mariano Rumor. A scatenare le rimostranze di Falcucci era stato il contegno del partito di fronte al problema della riforma dei codici relativamente al Diritto di famiglia. Alla fine del 1968 il governo presieduto dallo stesso Rumor, dovendo fronteggiare l’avanzata del fronte divorzista, predispose una commissione di esperti in materia. Il MF puntò sulla partecipazione ai lavori di Tina Anselmi che, consigliera nazionale della Dc dal 1959, era già una personalità di rilievo nel partito, impegnata costantemente sui temi  della famiglia e del lavoro femminile.

Le aspettative vennero presto deluse perché nella commissione del governo non venne inclusa nessuna donna democristiana, pur essendo il partito a conoscenza del fatto, come scrisse Falcucci, che il MF era stato «l’unico settore che in questi anni ha approfondito, con la collaborazione di giuristi, i problemi connessi alla riforma del diritto di famiglia», formulando anche proposte concrete. Il crescente malcontento non tarderà a manifestarsi al congresso nazionale di Maiori nel settembre del 1969.

Il XII congresso delle donne DC venne incentrato sul tema “Democrazia e partecipazione”, erano presenti 420 delegate. Già osservando i documenti preparatori, il congresso si preannunciava ricco di fermenti ed elementi di dibattito, qualche delegata aveva proposto di inserire nell’odg dei lavori anche la questione del cattolicesimo del dissenso, iniziativa prontamente dissuasa dalla delegata nazionale.

L’ultima giornata assunse toni accesi e vide interventi polemici. Quelli più palesemente contestatari verso i vertici del partito furono quelli di Paola Gaiotti De Biase e di Maria Paola Colombo Svevo. In particolare, riferendosi al partito, le argomentazioni di quest’ultima facevano perno sul fatto che una ristretta minoranza detentrice del potere e persuasa, «con scarso senso della realtà, di esercitarlo bene», metteva fuori gioco tutte le spinte provenienti dalla base: «Non intendiamo operare una rottura delle istituzioni esistenti. Vogliamo però che il sistema subisca un cambiamento. Vogliamo partecipare ai livelli decisionali». Colombo Svevo contestò anche la dirigenza del MF, troppo timida nel proporre al partito il vero punto di vista femminile tant’è che, ironizzò Svevo, i documenti del Mf erano «approvati sempre all’unanimità».

L’altro elemento di frizione tale da rasentare la spaccatura, si manifestò in occasione del dibattito sulla introduzione della legge sul divorzio. Molte delegate, soprattutto le giovani, si dichiararono favorevoli al nuovo istituto giuridico ma dichiararono al contempo di volersi uniformare alla disciplina del partito «per rispetto della maggioranza», una motivazione da cui risultava assente il fattore religioso-sacramentale che pure era al centro del dibattito all’interno del mondo cattolico. Fu opera delicata e complessa quella di Falcucci, ma riuscì a riportare ad un clima sereno la discussione che si concluse, non senza difficoltà, con la sua rielezione a delegata nazionale.

 

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Carta Toniolo, in 12 punti il Manifesto per un nuovo umanesimo.

Si sono ritrovati in tanti  alla conferenza stampa a Pieve di Soligo, appartenenti alla comunità ecclesiale e civile del territorio, alla vigilia della memoria liturgica del 4 settembre del grande economista e sociologo cattolico Giuseppe Toniolo, beato dal 2012, nato a Treviso e sepolto nel Duomo della città del Quartier del Piave, su invito dell’Istituto Beato Toniolo. Le vie dei Santi.

La Carta Toniolo – presentata per la prima volta nell’occasione, articolata in dodici punti principali che ribadiscono la pregnanza e la concretezza del pensiero e dell’azione dell’insigne professore trevigiano – è stato il manifesto condiviso che ha trovato l’adesione di importanti attori della Chiesa, della società e dell’economia di Marca, tutti impegnati con le loro organizzazioni negli ultimi dieci anni, in particolare, in un costante e proficuo rapporto di collaborazione con l’IBT pievigino.

“Oggi ribadiamo con forza, convinzione e determinazione la straordinaria concretezza e lungimiranza del magistero e dell’opera del Toniolo – si legge nella Carta Toniolo promossa e condivisa dall’Istituto Beato Toniolo –  icona e simbolo fecondo di vita vissuta al servizio del bene comune, alimentata alle radici dei valori profondi  di libertà, giustizia e solidarietà verso tutti. E manifestiamo l’impegno, con l’incipit “Noi vogliamo”, a riconoscere, assumere e promuovere una serie di fondamentali valori e basilari linee di azione ispirati dal beato Toniolo, per un nuovo umanesimo capace di dare risposte di senso, di vita e di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo e delle nostre comunità”.

Dopo i saluti introduttivi dell’assessore Valentina Lucchetta, del presidente IBT Annalina Sartori e dell’arciprete pievigino monsignor Luigino Zago, ecco i titoli dei dodici punti della Carta Toniolo illustrata dal direttore scientifico IBT, Marco Zabotti: Pienezza di vita; Persona al centro; Sostegno alle famiglie; Centralità di scuola, cultura e formazione; Primato dell’etica in economia; Impresa e lavoro per tutti in sicurezza; Nuovo welfare aziendale e di comunità; Cooperazione nella modernità; Democrazia sociale e sussidiarietà; Corpi intermedi protagonisti; La pace bene necessario; Partecipazione al bene comune.

Concorde sul manifesto tonioliano il delegato vescovile per la pastorale sociale della diocesi di Vittorio Veneto, don Andrea Forest, che ha sottolineato l’apporto eccezionale del beato Toniolo alla storia della dottrina sociale cristiana, mettendo in luce in particolare il valori espressi della persona e del bene comune. Pieno apprezzamento, totale sintonia e completa adesione ai principi, alle tesi e agli orientamenti per l’attualità della Carta Toniolo sono arrivati negli interventi dei partecipanti al tavolo dei relatori, che hanno messo in luce il grande contributo del Toniolo all’elevazione delle popolazioni di Marca e alla tenuta del territorio tra fine ‘800 e inizi ‘900, e alla visione attuale di un’economia veramente umana dentro una democrazia di socialità e sussidiarietà

il presidente della Camera di Commercio di Treviso e Belluno Dolomiti, Mario Pozza; in rappresentanza del presidente di Banca Prealpi San Biagio, Carlo Antìga, Marta Sclip; la presidente della cooperativa Insieme Si Può, Raffaella Da Ros; il presidente di Latteria Soligo e di Confcooperative Belluno – Treviso, Lorenzo Brugnera; il segretario regionale Fai Cisl del Veneto, Andrea Zanin; il presidente dell’Associazione Famiglie Rurali “Giuseppe Toniolo”, Alessandro Toffoli; il vice direttore di Coldiretti Treviso, Francesco Faraon; il presidente della Fondazione Capitale&Lavoro, Giuseppe Milan. Tutti gli intervenuti hanno avuto parole di elogio, soddisfazione e gratitudine per l’attività svolta in rete e in sinergia con l’Istituto Beato Toniolo, che ha visto realizzate negli anni tante e significative iniziative culturali di animazione delle comunità cristiane e della società civile. A loro si è unito il cardinale pievigino Beniamino Stella, che ha fatto pervenire un messaggio, letto in sala: nel testo, il porporato ha sottolineato che “ i dodici punti tonioliani sono un riferimento programmatico di alto profilo e di grande spessore, che illumina il cammino orientato alla costruzione di una comunità umana più giusta e solidale, prendendo esempio proprio da una vita in pienezza come quella del Beato Toniolo, che tutti speriamo di vedere presto riconosciuto come Santo, venerato dalla Chiesa universale”.

 

 

[Dal comunicato stampa diramato dagli organizzatori]

 

Per leggere il testo della “Carta Toniolo” Clicca qui

Dibattito | Renzi e Calenda? Presto nel Pd…

Dunque, il “campo largo” – seppur tra insulti e scomuniche quotidiani dei capi dei vari partiti personali contraenti l’accordo – prende il largo e si sta consolidando come un vero e proprio “Fronte popolare” contro il nemico giurato ed implacabile che era e resta la coalizione di centro destra.

Ora, però, all’interno del Fronte popolare diventa sempre più curioso conoscere e verificare l’evoluzione dei due cosiddetti partiti centristi. Entrambi partiti personali ed entrambi, almeno pubblicamente – ma, come ben si sa, le cose che Italia Viva e Azione dicono pubblicamente valgono lo spazio di un mattino – prendono quotidianamente le distanze dai 5 Stelle e minacciano di non far parte del “campo largo” se non riescono a dettare l’agenda politica. Ma, come dicevamo, al di là delle chiacchiere, dell’ipocrisia e della propaganda, è di tutta evidenza che difficilmente possono coesistere due piccoli partiti personali centristi all’interno di una coalizione di sinistra. E, oltretutto, con il veto esplicito, seppur alterno e balbettante, dei populisti pentastellati nei confronti di Renzi e di Italia Viva. Per non parlare dei rapporti tra i due capi dei rispettivi partiti personali, cioè Renzi e Calenda.

Ecco perché, per guardare un po’ oltre la contingenza e senza fermarsi ai tatticismi trasformistici quotidiani, è doveroso anche iniziare ad anticipare l’epilogo finale di questo balletto. Pur senza avere alcuna vocazione profetica, è abbastanza evidente che questi due piccoli partiti personali sono destinati a confluire definitivamente ed irreversibilmente nel Partito democratico. E la conferma plateale di questa banale osservazione è la smentita quasi quotidiana dei capi dei due partiti personali rispetto a questo epilogo. Secondo le regole che vigono da quelle parti. E cioè, le cose smentite sono quelle vere e le tesi sbandierate pubblicamente, di norma, sono quelle ad uso solo per i creduloni.

Dopodiché, come sarà organizzata questa confluenza è oggetto di discussione e di confronto con l’azionista di maggioranza, cioè il vertice del Partito democratico. E questo perché, banalmente, è l’unico modo per superare tutte le pregiudiziali ideologiche e personali che vengono ancora accampati dagli uni e dagli altri nei confronti di questi due partiti e dei rispettivi capi. Perché nel momento in cui si confluisce nel Pd l’accordo lo si fa con il Pd e non più con i due piccoli partiti personali. E, di conseguenza, non possono che cadere tutte le attuali opposizioni che ancora oggi aleggiano attorno alla composizione ed alla costruzione di questo nuovo ed inedito “Fronte popolare”.

Questo epilogo, abbastanza naturale e del tutto ovvio, offre anche la concreta opportunità per ricostruire altrove e con maggior coerenza una forza centrista, riformista, democratica e di governo. E, al contempo, cancella anche tutti i dubbi e le perplessità attorno a chi si autocandida a rappresentare un’area politica, culturale e programmatica pur non avendone alcuna affinità e, soprattutto, con una prassi ed un metodo quasi alternativi rispetto ad una credibile ed efficace “politica di centro”.

Per tali motivi, semplici ma essenziali, la prossima confluenza di ciò che resta di Italia Viva e di Azione nel Pd rappresenta un elemento di chiarezza e di trasparenza non solo per il futuro del Centro e della ‘politica di centro’ nel nostro paese ma un momento di verità, anche e soprattutto per tutta la politica democratica italiana.

Venezuela, la Chiesa come baluardo della democrazia contro l’autoritarismo.

La storia del Venezuela, sin dai tempi successivi all’indipendenza dalla Spagna promossa da Simon Bolivar, è sempre stata caratterizzata dall’affermazione dei cosiddetti “caudillos”, figure militari a cui è stata demandata la gestione del potere e che hanno saldato il “legame tra politica e Forze Armate” (cit. Treccani).

Questa condizione, nonostante i tentativi di affermazione della democrazia durante il XX secolo, si ripropose con la salita al potere di Hugo Chavez nel 1999, un militare nazionalista, che teorizzò una dottrina formalmente ispirata all’ideale panamericano di Simon Bolivar, tanto da far approvare in un referendum popolare una Costituzione che proclamò la Repubblica Bolivariana del Venezuela. Questa ispirazione, comunque contrassegnata da un populismo con forti legami con l’ideologia comunista anche se nella versione propria del Sud America, ha portato il governo venezuelano a chiudere i rapporti con il mondo occidentale e ad intensificare le relazioni con la Cina, la Federazione Russa, la Turchia e l’Iran, oltre che divenire riferimento di una serie di governi centro-sudamericani dagli stessi tratti politico-istituzionali. Il “chavismo” si è poi progressivamente caratterizzato come forma di “autocrazia”, con una pesante riduzione degli spazi di democrazia e di limitazione dei diritti del libero associazionismo e delle opposizioni politiche. Un potere in grado di “adulterare” le stesse consultazioni elettorali, così come certificato dall’impossibilità di intervento degli organismi internazionali di garanzia.

Con la morte di Chavez nel 2013, il suo delfino-successore e attuale Presidente Nicolas Maduro, pur non provenendo dalle Forze Armate (è stato autista di autobus e sindacalista dei trasporti), ha seguito l’impostazione politica tracciata da Chavez, amplificando ulteriormente i tratti autoritari e centralisti del potere.

Nonostante il Venezuela sia un Paese ricco di risorse energetiche fossili (petrolio e gas naturale) sia come produttore che come riserve accertate, gli indirizzi statalisti ed accentratori del “chavismo” hanno segnato anche la politica economica del governo venezuelano, con riflessi negativi sul libero mercato e la libera iniziativa, riducendo notevolmente gli investimenti esteri e amplificando il processo di isolamento, conseguenza del dichiarato contrasto del governo venezuelano con gli USA e il mondo libero. Scelte che hanno ulteriormente penalizzato il Paese a livello internazionale, anche in presenza del programma di sanzioni imposte in particolare dagli Stati Uniti. Gli effetti di questa condizione economica hanno pesantemente amplificato i problemi sociali, generando una grave povertà per milioni di persone, addirittura prive dei beni di prima necessità.

In questo contesto si collocano i rapporti degli ultimi 25 anni tra Stato e Chiesa cattolica venezuelana, rappresentativa di milioni di fedeli, prima e autorevole istituzione religiosa del Paese. Una presenza diffusa sul territorio attraverso diocesi, parrocchie, istituzioni formative ed assistenziali; un punto di riferimento a sostegno delle popolazioni sia dal punto di vista spirituale che dell’assistenza sociale ed educativa. Il regime chavista, pur in presenza di patti concordatari, ha sempre tentato di limitarne l’azione evangelizzatrice e caritatevole, essendo consapevole dell’identificazione di gran parte della popolazione nelle iniziative e nelle posizioni espresse dalla gerarchia e dalla comunità ecclesiastica.

La chiesa cattolica venezuelana, a partire dalla Conferenza Episcopale, in questo lungo periodo di regime, si è fatta più volte carico della dura condizione economica e sociale della popolazione, evidenziando inoltre il palese deficit democratico in corso nel Paese ormai da troppo tempo, entrando spesso in deciso contrasto con le posizioni del governo sia di Chavez sia di Maduro.  Allo stesso tempo, in condivisione con la Segreteria di Stato Vaticana e la politica diplomatica di Papa Francesco, le  gerarchie locali hanno cercato di favorire mediazione tra il governo e le opposizioni per evitare violenze, in modo particolare nelle fasi più delicate delle crisi istituzionali del 2019  tra Parlamento e governo e in quella recente  del luglio scorso, con la contestata (giustamente) rielezione di Maduro, non riconosciuta anche dai Paesi sudamericani tradizionalmente in sintonia con il chavismo: il Presidente brasiliano Lula ha dichiarato qualche giorno fa che “il comportamento di Maduro lascia a desiderare”. La deriva tirannica del regime di Maduro ha poi costretto in questi giorni all’esilio in Spagna, il leader dell’opposizione e “vero vincitore” delle elezioni presidenziali, Edmondo Gonzaléz Urrutia. A questi atti intimidatori mirati a cercare di “chiudere” il dibattito e le attenzioni su una consultazione elettorale falsata, si è aggiunta una vicenda indicativa ed emblematica di un metodo proprio di un regime dai contenuti dittatoriali: la decisione di Maduro di anticipare al primo ottobre i festeggiamenti del Santo Natale. In un intervento televisivo di fine agosto, l’autocrate venezuelano ha dichiarato “Settembre sta arrivando e mi sono detto: è settembre e già profuma di Natale. Ed è per questo che quest’anno in omaggio a voi, in segno di gratitudine nei vostri confronti, decreterò l’anticipo del Natale al 1° ottobre. Il Natale è arrivato per tutti, con pace, felicità e sicurezza”. Un atto strumentale e violento, già utilizzato in precedenti occasioni, teso a distrarre la popolazione dalle vicende politiche; infatti il provvedimento non modifica formalmente la tradizionale data del 25 dicembre, ma ne precorre i festeggiamenti e le iniziative conseguenti: aiuti alla popolazione meno abbiente, anticipazione di ratei della mensilità aggiuntiva per i dipendenti pubblici, tradizionalmente erogata nel mese di dicembre. Di fronte a questo atto che utilizza il Santo Natale come forma di distrazione di massa e indirizzato esclusivamente a fini politici, la Conferenza Episcopale Venezuelana ha reagito con grande determinazione sia sul piano degli aspetti religiosi che sulla situazione politica del Paese: “Il Natale è una festa universale. Il modo e il tempo della sua celebrazione sono di competenza dell’autorità ecclesiastica. Questa festività non deve essere utilizzata per scopi propagandistici o politici particolari”. E ancora: “Il Natale, come tempo liturgico, inizia il 25 dicembre con la nascita di nostro Signore Gesù Cristo e si prolunga fino all’Epifania del Signore nel mese di gennaio.”, “la persecuzione nei confronti di scrutatori, comunicatori sociali e contro il candidato e i leader dell’opposizione, in palese contraddizione con i principi di pluralità politica e di indipendenza dei poteri pubblici garantiti dalla Costituzione e dalle leggi della Repubblica”.

I vescovi venezuelani si pongono pertanto a difesa dei diritti democratici, richiamando il governo di Maduro al rispetto delle persone e dei valori universali delle feste cristiane; insomma, un ruolo fondamentale per una possibile e auspicabile transizione verso l’autodeterminazione del popolo venezuelano e la legalità dei poteri politici.

A fine giugno Papa Francesco ha nominato tre nuovi vescovi in diocesi fondamentali per la vita del paese sudamericano, gli Arcivescovi metropoliti di Caracas, Valencia e Barquisimeto.

Tre personalità forti e di provata esperienza teologica, sociale e pastorale.

Anche a loro sarà demandato il ruolo di individuare una classe dirigente che possa gestire la transizione di un Paese, verso una democrazia compiuta, rispettosa dei diritti fondamentali, della giustizia sociale e del mondo libero.

Un Paese fondamentale negli equilibri delle Americhe ed internazionali; un Paese a cui anche l’Italia, vista la presenza di un’importante comunità di nostri connazionali emigrati, dovrà dedicare impegno ed attenzione.

Elezioni USA, il mondo in allarme.

Ieri una breaking news del New York Times rivelava che Harris e Trump sono testa a testa secondo l’ultimo sondaggio Times/Siena Poll Coverage. Come noto la battaglia decisiva si concentra nei sette swingle states (Arizona, Georgia, Nevada, Nord Carolina, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin) e lì la rimonta della candidata democratica è stata notevole durante l’estate ma ora la spinta propulsiva derivata dalla rinuncia di Biden prima, dalla grinta positiva della Harris poi, dalla Convention di Chicago infine si è inevitabilmente affievolita. Adesso sono molti – informa il NYT – gli elettori che vogliono conoscere meglio “Kamala”, saperne di più sul suo imprinting culturale e soprattutto sui suoi programmi, volutamente ancora un po’ troppo generici su diversi temi. E dunque Donald Trump rimane forte anche alla fine di un mese e più assai duro per lui.

Non è da escludere, anzi è probabile, che Harris prenderà – come già Hillary Clinton nel 2016 – un numero di voti assoluti maggiore, trainata dal consenso femminile e afroamericano ma ciò potrebbe non bastare perché il sistema elettorale imperniato sul federalismo e quindi sull’elezione di delegati statali premia la vittoria in ogni singolo Stato e non quella numerica a livello complessivo. Sono gli Stati Uniti d’America: uniti sì, ma Stati.

Giusto o sbagliato che sia (certo qualche perplessità è più che comprensibile) questa è la regola. Che reca con sé una distorsione evidente, perché il grosso del confronto sostanzialmente si riduce alla fine a un quinto degli Stati. Un po’ poco, vero?

Il testa a testa a nemmeno due mesi dal voto ci dice una cosa importante e assai inquietante per tutti, non solo per gli americani, dato il rilievo che gli USA hanno nel pianeta su ogni questione, a cominciare da quelle geopolitiche. Ci dice che non ci sarà un vincitore netto e che il rischio di conteggi e riconteggi da qualche parte è elevato, e con esso il pericolo, reale, di una non accettazione dell’esito finale da parte dell’eventuale sconfitto Trump. Che per quattro anni non ha riconosciuto il risultato del 2020, gridando alla truffa e animando la gravissima e drammatica rivolta del 6 gennaio 2021.

Uno scenario da incubo per quel grande Paese ma pure per il mondo intero. Già la profonda divisione che così emergerà dalla società americana indebolirà l’azione esterna della nuova presidenza, che dovrà innanzitutto concentrarsi sui problemi nazionali. Trump lo farebbe in maniera hard, attuando il suo programma anti-migranti e tutto il resto; Harris al contrario lo farebbe in modo soft, cercando di coinvolgere parte del mondo conservatore moderato, come ha già fatto intendere con l’idea di mettere almeno un repubblicano nel suo eventuale governo. In ogni caso entrambi dovrebbero affrontare una seria crisi di consenso interno addirittura su uno dei principi-base della democrazia statunitense, la rappresentanza di tutti gli americani, riconosciuta da tutti gli americani, da parte del Presidente eletto.

Di questa situazione, che precipitando creerebbe una condizione assolutamente drammatica dagli esiti impossibili a prevedersi, potrebbero voler approfittare russi e cinesi, e sappiamo bene quali sono i loro primari interessi territoriali. Ma naturalmente non si tratterebbe solo di Ucraina e Taiwan, perché la partita per il dominio mondiale si giocherebbe su molti altri fronti, da quelli tecnologici a quelli ambientali, e su diverse altre aree geografiche, dall’Artico al Mediterraneo.

C’è dunque da seguire le prossime elezioni USA con molta attenzione e altrettanta preoccupazione. Se le cose andassero male, e c’è davvero da sperare che così non vadano, il mondo potrebbe subire un impatto non indifferente.

 

 

  1. Avviso ai naviganti europei: sarebbe meglio tenersi pronti.

Cosa accade a destra? Una storia d’imbrogli e sorprese.

«Metta da parte i guantoni, serve gentilezza», così Maria Rosaria Boccia risponde a Giorgia Meloni dopo i commenti della premier sul caso Sangiuliano. È la richiesta di un break o l’annuncio di una ripresa del combattimento a un diverso livello? Sembrava che, con le dimissioni del ministro Sangiuliano, la stucchevole vicenda fosse finita e, invece, continua questa storia ricca di imbrogli e di sorprese, ahinoi, alimentata dalle improvvide sortite della premier Meloni che continua a riferirsi alla dr.ssa Boccia, come a  “ questa signora”, favorendo le immediate repliche puntute dell’interessata, che sembra annunciare altre sorprendenti rivelazioni. Se Sangiuliano con la sua “storia affettiva” si è giocato il ministero conservando, almeno glielo auguriamo, il connubio familiare, più intrigante diventa la vicenda per il governo, a cominciare da quella che spetterà al successore del ministro, Alessandro Giuli, ennesimo giornalista prestato alla politica. Sono molti i riferimenti della dr.ssa Boccia a donne e a situazioni poco trasparenti che sembrerebbero accadute in quel ministero e il dr. Giuli, dovrà usare tanta accortezza nell’effettuare le sue future decisioni.

Il progetto meloniano di superare la lunga egemonia della sinistra nella cultura italiana avviata assai prima del ‘68, non potrà essere perseguito con successo continuando con nomine più attente alla fedeltà delle persone amiche che alle loro competenze specifiche, col rischio, come nel caso vissuto di Sangiuliano, di passare dall’idea della riedizione del Minculpop alla replica dilettantesca delle comiche di Starace del tempo che fu.

A Cernobbio, la Meloni ci ha assicurato che “il caso personale di Sangiuliano” non indebolirà il governo, destinato, secondo lei, a durare sino al termine della legislatura. Attendiamo gli sviluppi del caso Santanché (per molti versi molto più grave di quello del ministro napoletano) e la nomina di Fitto nell’esecutivo dell’UE. Con altri due sottosegretari da nominare (posti vacanti di Sgarbi e Delmastro), l’accordo sulle candidature a presidenti nelle tre regioni interessate dal prossimo voto, le difficoltà a trovare una quadra credibile in politica estera, sull’autonomia differenziata e sul presidenzialismo, un equilibrio tra i diversi interessi nella prossima difficilissima legge di bilancio, a me pare che ci siano molte materie scivolose per un rimpasto che rischia di diventare assai pericoloso e che potrebbe sfociare in una seria crisi di governo. Aggiungiamo, le tensioni sociali d’autunno conseguenti alla difficile situazione vissuta dai ceti medi produttivi e dalle classi popolari, con la mancata attuazione delle molte promesse elettorali, per cui l’ottimismo ostentato dal governo sembrerebbe di pura facciata. Il risultato del prossimo voto nelle tre regioni (Emilia-Romagna, Liguria, Umbria) non sarà, infine, indifferente rispetto agli sviluppi della politica nazionale, anche se le difficoltà incontrate anche dalle opposizioni, ancora incerte e divise sul tipo di campo da costruire (largo quanto e, alla fine, con chi?), rendono più facile al centro destra continuare a sopravvivere nonostante tutti i limiti e le contraddizioni. Aggiungiamo, ripetendolo come un mantra, che stride il permanere dell’assenza di un centro politico credibile, che può nascere solo dall’incontro tra le culture di riferimento storiche di quell’area: popolare, liberale e riformista. Sta a noi cattolici, politicamente ispirati dai valori democratico cristiani e popolari, avviare senza indugi la nostra ricomposizione politica, fattore indispensabile per la costruzione del nuovo centro della politica italiana.

Cleopatra, alias Meloni, tra la bionda procace e il ministro incauto.

Cesare lo sa, le ferie possono essere più stressanti delle giornate di lavoro, un po’ perché ti devi comunque divertire e riposare, ed è uno stress solo il pensarci, e poi perché il lavoro ti segue sempre e cerca di angosciarti con il rientro (chissà che troverai..). E neanche a dirlo Cesare è stressato dal rientro.  La sua protetta, la regina Cleopatra, dopo una breve vacanza ospite degli Apuli non in riva al mare ma in collina (ohibò, è una regione penisola per tre lati nel mare), rientra in città con un messaggio tutto trionfante: “Sono qui, bella forte e riposata (boh!) pronta all’azione”.

Nel frattempo, però, un ministro incauto e un poco babbeo insieme ad una bella signora bionda ed avvenente preparavano lo scivolone di fine estate.

Lei, la regina consultava il calendario post ferie…avanti adagio ma con convinzione: Cesare attende la proposta per il bilancio di fine anno e le proposte per l’anno prossimo; e Cleopatra dovrà essere convincente perché l’imperatore ha speso tanto ed è diventato parsimonioso. Ma lo scivolone appare e distrae tutto il popolo, pure Cesare che di “storielle” così ne ha viste centinaia. Un ministro dello staff della regina Cleopatra non si sente all’altezza per i grandi eventi (boh, boh?!) e chiama a sé una giovane donna professionista del settore (eventi moda, eventi cinema, matrimoni reali?..non è dato sapere) che è anche avvenente. Il ministro perde la “capa” colpito da una debole freccia di Cupido, e la nomina nello staff svanisce. Lei non ci sta e inizia lo scivolone.

La regina Cleopatra sottovaluta, prima respinge e poi accetta il cambio: va via uno e avanti un altro, e si continua come prima. Cesare però, da romano de Roma, avverte che la ciurma non è unita: ognuno pensa per sé, la propria posizione avanti a tutto. Primi fra tutti i due luogotenenti a ricordare ai loro e alla regina Cleopatra che sulla barca ci si sta per via di un accordo, ma con la propria identità, che è sì simile ma non uguale, ci sono delle differenze che ora appaiono più evidenti. La classe dirigente degli egiziani è “deboluccia per non dire vistosamente sbandata e sbadata”, quella degli alleati più solida e organizzata, ci sanno fare in politica e non mancano di farlo vedere a tutti.

Ci saranno altri cambi nella ciurma della regina Cleopatra/Meloni, e Cesare vedrà chi la regina scaglierà e chi abbandonerà, ma più di tutto aspetta di vedere il piano delle spese che si annuncia manco a dirlo in deficit (la regina è mugnifica come da pari suo e racconta meraviglie nei consessi con i leader dell’impero), ma in verità conta solo sui sesterzi del popolo romano e dell’Impero, che certo Cesare provvederà a raccogliere.

Solo che Cesare sa che al popolo suo non potrà chiedere più lo sforzo iniziale, l’entusiasmo è scemato mese dopo mese. Due anni sono tanti, la nave di Cleopatra costa troppo, la ciurma è indisciplinata e il progetto…beh, quello è andato a farsi benedire! Per Giove pluvio che rogna!

Autonomia differenziata, Cheli e De Siervo primi firmatari dell’appello contro la legge.

La legge n. 86 del 2024 su “l’autonomia differenziata” delle Regioni presenta gravi criticità dal punto di vista costituzionale.

Questa legge è presentata come una legge di “attuazione costituzionale” dell’art.116,comma 3, Cost., disposizione aggiunta nel quadro della riforma del Titolo V della Costituzione approvata nel 2001, senza appropriato coordinamento con l’art. 117Cost. Il testo è stato approvato da una maggioranza di centro sinistra ma è stato confermato dal successivo referendum.

I costituzionalisti si sono divisi nel giudizio su quella riforma ed in particolare sull’art.116 comma 3. Quella disposizione è stata giudicata discutibile dal punto di vista dell’ampliamento della articolazionedelle competenze regionali ed anche per l’evidente contrasto con il primo comma dello stesso articolo (che impone la legge costituzionale per l’approvazione degli statuti speciali) e ritenuta preoccupante in chiave di eguaglianza e di parità tra cittadini nell’esercizio dei diritti costituzionali.

Oggi, un presunto intervento legislativo “di attuazione” come quello realizzato con la legge Calderoli risulta del tutto fuorviante rispetto ad una norma costituzionale, che si limita a prevedere “su iniziativa della Regione interessata” la possibilità di un limitato ampliamento dei poteri di una singola Regione per soddisfare specifiche esigenze territoriali e in via di eccezione rispetto alla disciplina del Titolo V della Costituzione.

La legge n. 86 del 2024, infatti, tende a porsi come una legge che definisce i principi, esplicitamente qualificati come “generali” (art. 1, co. 1), per “l’autonomia differenziata” delle singole Regioni, incentivandone l’adesione alle procedure di cui al terzo comma dell’art. 116 della Costituzione. La legge risulta così improntata ad un principio antitetico rispetto a quello del titolo V: sembra voler far diventare regola quella che nell’art. 116 è chiaramente concepita come eccezione.

Del resto, nell’esperienza costituzionale italiana anche la differenziazione delle competenze delle Regioni speciali è stata introdotta solo per le particolarità di situazioni politiche contingenti, tra l’altro caratterizzate da spinte secessionistiche. Quindi alla base di quelle autonomie speciali risulta chiaro un concetto di eccezione rispetto ad una regola che va in altra direzione.

Non c’è niente, nell’art. 116 ed in genere nel Titolo V che possa fornire base ad una legislazione che tende a costruire “l’autonomia differenziata” come una sorta di “principio generale”.

A questa distorsione di fondo si accompagnano altre forzature. Secondo Costituzione “L’autonomia differenziata” dovrebbe essere attuata con atto del Parlamento, e in particolare con una legge approvata a maggioranza assoluta, per evitare l’emarginazione delle forze politiche non appartenenti alla maggioranza di governo.

Con il pretesto di semplificare e di incentivare le “iniziative” delle singole Regioni, (ma in realtà complicando le cose contro lo spirito della Costituzione) la l. n. 86/24 conferisce al Governo un peso preponderante per giungere “all’autonomia differenziata”. I ruoli vengono capovolti: al Parlamento si riconosce solo il compito di “ratificare” l’”Intesa” con la Regione sostanzialmente decisa dal Governo.

Il Governo, oltre ad avere la guida dell’Intesa con la Regione, ha anche il ruolo di stabilire, prima con decreti legislativi delegati, privi peraltro di principi e criteri direttivi, i livelli essenziali per la garanzia dei diritti civili e sociali, che dovrebbero vincolare, anche secondo la legge Calderoli, le Regioni pur dotate di “autonomia differenziata”.

Tutto questo sconvolge l’ordinato assetto delle fonti normative. Secondo l’art. 117, co. 2 lett. m) la determinazione dei livelli essenziali dei diritti civili e sociali spetta al legislatore statale, con quella competenza legislativa esclusiva che, per la giurisprudenza costituzionale, è una competenza “trasversale” in grado di vincolare la competenza regionale in qualunque materia.

A questo si deve aggiungere che la legge Calderoli non solo ha attribuito ad atti del Governo la fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni, ma ha perfino voluto sottrarre talune competenze regionali all’osservanza dei livelli essenziali dei diritti civili e sociali.

È doveroso inoltre sottolineare che manca un momento di chiara e complessiva valutazione dei costi dell’autonomia differenziata. L’idea che si tratti di una riforma a costo zero è priva di fondamento. In realtà il calcolo dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e politici comporterà inevitabilmente lo stanziamento di un ammontare molto consistente di risorse per il loro finanziamento. Non a caso questa operazione è sin qui rimasta lettera morta, in assenza di una seria valutazione sul suo impatto sul livello complessivo della spesa pubblica. Non solo, ma, ove i lep fossero davvero definiti, la loro attuazione accentuerebbe il divario tra Regioni ricche e Regioni povere, in assenza di garanzie certe circa l’istituzione di meccanismi di perequazione.

Tutto questo non ha nulla ha a che vedere con “l’autonomia differenziata” dell’art. 116 Cost. ma, prima ancora, non ha a che fare con un’autonomia regionale autenticamente realizzata.

Alla base dell’intera impalcatura del nostro regionalismo è posto un principio di solidarietà e di leale collaborazione. Il disegno che scaturisce da questa legge è diametralmente opposto. Spacca l’Italia: divide le Regioni e costruisce i presupposti per una diversificazione delle prestazioni essenziali garantite ai cittadini. Fonti autorevolissime (Banca d’Italia, Ufficio parlamentare di bilancio, sindacati ed associazioni laiche e cattoliche etc.) hanno affermato che l’autonomia differenziata è un modo per creare due Italie: una prospera e l’altra abbandonata a sè stessa, oltre a mettere a rischio il bilancio dello Stato e la stessa economia nazionale. Infine, uno Stato arlecchino renderebbe incerta l’interpretazione delle norme applicabili per le pubbliche amministrazioni, le imprese e i cittadini.

L’autonomia differenziata così deformata, avvicinerebbe le Regioni italiane a tanti piccoli Stati in competizione tra loro che rimetterebbero in gioco l’unità nazionale. L’art. 5 della Costituzione, nel riconoscere le autonomie, sancisce il principio dell’unità ed indivisibilità della Repubblica anche come corollario e presidio della tutela dei diritti fondamentali (art. 2), dell’eguaglianza (art. 3) e del principio lavoristico (art. 4)”.

La conseguenza inevitabile sarebbe il sacrificio dell’eguaglianza e dell’uniformità dei diritti politici, civili e sociali: in una parola dei diritti fondamentali dei cittadini. L’Italia per fortuna, non intende collocarsi in una simile prospettiva storica.

L’Italia, come altri Paesi Europei e Occidentali, ha invece esigenza di un sistema di autonomie che valga a rendere l’azione dei poteri pubblici più efficiente e più rispondente alle reali esigenze dei cittadini al fine di realizzare progressivamente l’effettiva eguaglianza e le pari opportunità di progresso sociale.

 

Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Vittorio Angiolini, Gaetano Azzariti, Maria Agostina Cabiddu, Paolo Caretti, Roberto Zaccaria, Roberta Calvano…..seguono le altre adesioni secondo l’ordine di conferma.

Europa, Draghi lancia un monito: o si sveglia o scompare.

C’è molta attesa per la presentazione di domani alla Commissione Europea del rapporto sulla competitività, curato da Mario Draghi, dopo le anticipazioni fatte dall’ex presidente della Bce al Coreper, l’organismo delle rappresentanze permanenti degli Stati membri, e ai capigruppo dell’europarlamento,

Prima che il dibattito si sposti sui dettagli del corposo documento che si articola in cinque macro-capitoli sulla base dei dieci principali dossier economici che riguardano l’Ue, si può sottolineare, e raccomandare, di non perdere di vista l’idea centrale che sta alla base della visione di Draghi dell’Ue, alla luce del cambiamento d’epoca in corso. Tale idea consiste nel prendere coscienza del divario che ormai esiste con gli Stati Uniti e con la Cina e cercare di colmarlo con, sono parole sue, “una cooperazione senza precedenti”.

Per dare l’idea di quanto sia necessario accogliere la sfida indicata da Draghi basta fare qualche esempio.

A iniziare dal settore della ricerca. L’Accademia Cinese delle Scienze (CAS), divenuta l’organizzazione di ricerca più grande del mondo, da sola è leader mondiale in ben 31 delle 64 tecnologie chiave del futuro  (come intelligenza artificiale, biotecnologie, batterie per veicoli elettrici, ecc.), secondo l’Australian Strategic Policy Institute (ASPI) think tank espressione dei Five Eyes.

Se l’Ue della ricerca continua a procedere divisa con il nostro Cnr, il Cnrs francese, il Csic spagnolo e la tedesca Max Planck Society, non c’è futuro per l’Ue. Così in ogni altro campo.

Lo stesso avviene in campo geopolitico, in cui l’Ue sconta una colpevole perdita di attrattività a cominciare dal bacino del Mediterraneo. Se l’Unione Europea non prenderà sul serio l’invito di Draghi a svegliarsi, si vedrà semplicemente sostituita da altri nelle sue sfere di influenza. I due più grandi Paesi del Nord Africa, Algeria ed Egitto, quest’ultimo anche membro full-fledged del Coordinamento Brics, sono sempre  più integrati finanziariamente con i Brics. Sono i dirimpettai dell’Ue ma Brasile, Russia, Sudafrica, India e Cina sono sentiti da loro più vicini di Bruxelles. La strategia per il Mediterraneo costituisce una delle grandi priorità per il rilancio dell’Ue, per recuperare il tempo e il vantaggio competitivo perduti, di cui è ennesima conferma la notizia che l’Algeria, che è divenuta tra i primi (se non il principale) partner energetici dell’Italia, è entrata nella Nuova Banca di Sviluppo, la maggiore istituzione finanziaria dei BRICS con sede a Shanghai. Lo ha annunciato la stessa presidente della New Development Bank, Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile, a Città del Capo a margine della riunione annuale della banca. Inoltre, si può ricordare anche che il principale partner di Algeri per la costruzione di oltre 6000 km di ferrovie che farà dell’Algeria il principale hub ferroviario del Nord Africa, è la Cina.

Infine, ma non meno importante, tra i fatti recenti che suggeriscono dall’esterno la necessità di una profonda riforma dell’Ue, si può citare anche la clamorosa mossa della Turchia di presentare formale domanda di adesione ai Brics in vista del vertice di Kazan del 22-24 ottobre prossimi. Una scelta dettata in gran parte da motivazioni tattiche ma che esplicitamente accusa il deficit di iniziativa, di capacità di integrazione dimostrato dall’Ue nei confronti di potenziali Paesi partner.

Rapidi accenni che sembrano suggerire che bisogna cambiare l’Ue dall’inteno per fare fronte alle sfide esterne di un mondo che cambia rapidamente e che non ci sta ad aspettare,. E lo si può fare cogliendo la sostanza del messaggio di cambiamento che domani Mario Draghi presenterà alla Commissione Europea.

8 settembre 1943: mancando lo stato, Castellano fece da solo.

Il Generale pratese di origini siciliane Giuseppe Castellano non fu solo colui che l’8 Settembre del ’43 firmò per l’armistizio per l’Italia (‘Italia’ in senso lato, visto che andò a Cassibile senza alcun foglio di delega, per cui gli Alleati lo rispedirono a Roma, e alla fine il Re lo accontentò con un mandato scritto), ma fu anche colui che il pomeriggio del 25 Luglio assunse l’iniziativa di organizzare l’arresto di Mussolini a Villa Savoia, dal Re. D’accordo aveva il Generale Giacomo Carboni, che con il Generale Ambrosio – in ambito militare quindi, indipendentemente da Grandi e Ciano e dal Gran Consiglio del Fascismo – studiavano da tempo lo sganciamento dalla Germania e dalla guerra.

Ma Castellano, uomo semplice ma coraggioso, dai poteri limitati, che aveva una idea del dover essere al servizio del futuro della Patria, anche quando non sembrava ve ne fossero le condizioni, fu soprattutto quello che visse in prima persona e seppe condurre tutto il rocambolesco processo che dalla nomina di Badoglio a capo del governo portò infine il Re ad accettare la resa incondizionata, chiamata ‘short military armistice’  – 12 brevi punti di una riga ciascuno -, firmata a Cassibile, vicino Siracusa, il 3 Settembre 1943: consegna di tutte le armi, esercito, marina, aeronautica, etc. etc.

Nei vertici militari e nel Consiglio della Corona non c’era unanimità. Quest’ultimo, nella sua seduta del 7 Agosto 1943, approvò alla fine la decisione di uscire dalla guerra ma solo a maggioranza di due terzi. Al Consiglio della Corona del 1° Settembre che accettò le clausole dell’armistizio corto – ovvero della resa incondizionata – il Sovrano fu inspiegabilmente assente.

D’altra parte proprio l’8 Settembre il Re in un incontro con l’Ambasciatore tedesco Rudolf Rahn gli ribadì l’indissolubilità dell’alleanza con la Germania (“…dica al Führer che l’Italia non capitolerà mai”).

Tali rassicurazioni erano state date pochi giorni prima ai tedeschi anche da Badoglio e Ambrosio. Mentre giurava questo, Badoglio metteva in salvo a Losanna figlia e nuora. Insomma, da una parte Castellano da solo dovette dimostrare agli Alleati che l’Italia aveva capito le loro richieste; dall’altra doveva, sempre da solo, sgusciare fra i paletti, i freni, le assurde e comiche contro-condizioni con cui il Re e Badoglio volevano si trattasse, al solo scopo di rimanere al potere in quei drammatici frangenti, e per di più pretendendo il sostegno militare e ‘politico’ degli Anglo-Americani.

“Etiamsi omnes, ego non”: Castellano comprese come doveva agire e per questo si dimostrò essere l’uomo giusto al momento giusto. Rischiare di persona: scegliere da solo come comportarsi. Cosa dire. Cosa fare.

Quando il 12 Agosto del ’43 Castellano viene mandato a Madrid in incognito, in zona franca (impiegherà tre giorni di treno), per primi contatti con gli Alleati, incontra nella capitale spagnola il Console italiano a Lisbona Franco Montanari.

Montanari ha trentotto anni, è stato funzionario del Ministero degli Affari Esteri e nel 1936 ha intrapreso la carriera diplomatica. Era figlio del Generale Carlo Montanari, morto sull’Isonzo nel 1915, e dell’americana Helen Day, originaria di Boston, che aveva studiato l’italiano al Radcliffe College di Cambridge, nel Massachusetts. Dopo la morte in guerra del marito, Helen Day si trasferisce negli Stati Uniti con i figli.

Franco Montanari si laurea all’Università di Harvard nel 1927, ma poi torna in Italia per continuare gli studi presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia, dove di nuovo si laurea nel 1932.

Castellano, inviato in gran segreto a vedere come prendere qualche primo contatto con gli Alleati, non parla mezza parola di inglese. Decide allora di chiedere a Montanari il favore di assisterlo. Da qui nasce l’ingaggio. Entrambi si trovano così a doversi destreggiare in una missione fragilissima, mezzo ignota, e con credenziali deboli dinanzi ai primi diplomatici anglo-americani con cui cercano – molto loro sponte – convergenze. Per entrambi gli obbiettivi erano due: liberarsi dall’alleanza con Hitler e chiudere per l’Italia la guerra.

Il 25 Luglio le divisioni tedesche in Italia erano tre; Hitler ad Agosto – con l’operazione Achse (Asse) – ne fa affluire un congruo numero, e all’8 Settembre sono sedici, distinte in due potenti armate. Nelle settimane dopo l’Armistizio i tedeschi fanno prigionieri quasi 1 milione di soldati italiani, gente senza comandi e senza guide, l’ultima ruota di un carro, istituzionale e militare, in pieno disfacimento. E il peggio, soprattutto per i civili, doveva ancora venire. Per garantire la ritirata della Wehrmacht l’ordine fu di terrorizzare i territori che dovevano essere attraversati.

Castellano e Montanari, da soli, avevano fatto la loro parte, la parte in cui la Storia li aveva messi: quella di condurre in porto una delle premesse fondamentali per la Guerra di Liberazione, meritarsi – con la propria faccia – la fiducia degli Alleati (Eisenhower si vantò sempre di avere come amico uno come Castellano) e portarli a firmare una resa la meno infamante e soprattutto la meno insostenibile possibile.

Dibattito | Il trasformismo pesa sulle sorti del campo largo.

Sì, ammetto di essermi sbagliato. Il futuro “campo largo” è proprio un “Fronte popolare”. Francamente pensavo che riproporre il 3° Fronte popolare nel nostro paese fosse la solita bufala patrocinata e proposta dalle tre sinistre italiane – quella radicale e massimalista della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 Stelle e quella estremista e fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis – dopo quello del 1948 organizzato dai comunisti di Palmiro Togliatti e quello patrocinato dall’ex comunista Achille Occhetto nel 1994. E invece no, devo prendere amaramente atto che il campo largo non esiste perchè si tratta, appunto, di un Fronte popolare che viene costruito e messo a terra per battere il rischio di un fascismo risorgente, la deriva illiberale, la torsione autoritaria, la negazione delle libertà democratiche e di espressione e tutte le baggianate che ormai conosciamo quasi a memoria perchè vengono ormai snocciolati tutti i santi giorni in questi ultimi due anni.

Del resto, è appena sufficiente registrare ciò che dicono quotidianamente i capi dei tre partiti personali del “campo largo” – Italia Viva, Azione e i 5 Stelle – per rendersi conto che non si tratta di un progetto politico e, men che meno, di governo ma solo e soltanto di una sommatoria di sigle che si deve unire per battere un nemico giurato e implacabile e che, almeno così pare di capire, sia pericolosissimo per la conservazione della democrazia e delle libertà nel nostro paese. E questo perchè il capo di Azione, Carlo Calenda, dice che non farà mai parte del campo largo; il capo dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, raccoglie applausi a scena aperta alla Festa dell’Unità quando solennemente dichiara che non andrà mai con Renzi e il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, a sua volta rincara la dose dicendo tutti i giorni che se la coalizione di sinistra sarà guidata o condizionata eccessivamente da Travaglio e dai 5 Stelle lui andrà altrove.

Detto questo al mattino o al pomeriggio, alla sera tutti e tre i capi di questi partiti personali

concordano sulla necessità di dar vita al “campo largo” nelle tre regioni che a breve andranno al voto. E cioè, l’Umbria, l’Emilia Romagna e, soprattutto, la Liguria.

Ora, di fronte a questo concreto e tangibile comportamento politico – inattaccabile perché oggettivo – si impongono almeno due riflessioni finali. Innanzitutto ci troviamo di fronte ad un persin plateale atteggiamento trasformistico dettato unicamente da ragioni di potere. Nulla a che vedere con la cultura delle alleanze, con la cultura di governo e, men che meno, con una prospettiva politica condivisa a livello politico, culturale e programmatico. Appunto, solo e soltanto trasformismo e ipocrisia.

In secondo luogo, e questo è indubbiamente l’aspetto più grave di questo decadimento etico e culturale, è l’ennesima riduzione della politica ad uno scontro ideologico. Uno scontro ideologico – violento e senza sconti – che, però, avviene in un contesto dove le ideologie sono ormai tramontate da alcuni lustri. E questo segna, appunto, la crisi profonda ed oggettiva della politica e dei suoi strumenti, cioè i partiti o ciò che resta di loro.

Ecco perché, a fronte di questa doppia regressione politica e culturale, possiamo tranquillamente dire che ci troviamo di fronte ad un inedito “Fronte popolare” delle sinistre. Un “Fronte popolare” dove semplicemente la politica è assente perché l’unico elemento che conta, e che vale, è la sconfitta del nemico giurato ed ideologico. L’esatto opposto, cioè, di quella democrazia dell’alternanza frutto di un moderno e credibile bipolarismo che vengono quotidianamente predicati ma che poi vengono sistematicamente smentiti nella prassi comune dai capi dei partiti personali e non.

Meloni al contrattacco, le opposizioni devono rispondere.

Stava mettendosi male, alla fine la Meloni è uscita dall’angolo sgusciando vittoriosa. Ne ha dato una vivida rappresentazione nella conferenza stampa di stamane a Cernobbio. La rapidità nel passaggio di consegne da Sangiuliano a Giuli costituisce in effetti un successo d’immagine. Questo almeno si dice. Il neo ministro, per giunta, guadagna all’istante il blasone del possibile sfidante di Gualtieri nel 2027: dai Beni culturali al Campidoglio, questo sarebbe il percorso tratteggiato per l’ex militante di Meridiano Zero. In ultimo, con la casella del Maxxi da coprire, avanza pure l’ipotesi della nomina di Rossi, attuale Dg della Rai, grazie alla quale potrebbe essere chiuso agevolmente il dossier relativo ai nuovi vertici di Viale Mazzini. Il caso Sangiuliano si chiude dunque all’insegna di un rilancio in grande stile della leadership meloniana.

Eppure, dietro questo sfoggio di destrezza ed efficienza si legge comunque la difficoltà di un mondo a corto di classe dirigente e obbligato, per questo, ad affidarsi alla cerchia ristretta di Colle Oppio e dintorni. Mentre si discetta sulla strategia di apertura al centro – ed ecco l’attrazione degli osservatori per la scelta del “democristiano” Fitto quale Commissario a Bruxelles – quel che prevale nel concreto è il posizionamento di Fratelli d’Italia sulla linea di confine più spostato a destra. La narrazione non combacia con la realtà, anzi ne rappresenta in fondo la smentita. L’eccentrica mediazione tra Hobbit e neo-doroteismo, con l’ambizione di occupare uno spazio di originale centralità politica, alla lunga non può che rivelare i suoi limiti.

Comprensibilmente, la convergenza dei partiti che occupano il paesaggio dell’opposizione si presenta quanto mai necessaria. Ciò non significa abbandonare l’idea di un ritorno al centro, da posizioni riformatrici e democratiche, della politica italiana; piuttosto significa comprendere che prima viene il ridimensionamento della destra,  facendo leva sulle imminenti elezioni regionali in Liguria Umbria ed Emilia Romagna, poi la riarticolazione dei rapporti complessivi con l’impresa ineludibile di un rinnovato e autonomo protagonismo del centro. Solo piegando le discutibili ambizioni della destra si rilancia la prospettiva del riformismo democratico, non subalterno alla sinistra e libero dai condizionamenti del nazional-populismo.

Non possiamo assistere passivamente al declino della democrazia

Le recentissime elezioni regionali in Germania, con l’affermazione di due partiti populisti, estremisti e filo putiniani, ha nuovamente fatto risuonare un campanello d’allarme tra chi ha a cuore il futuro delle democrazie liberali.

Medesima preoccupazione viene posta dalle numerose fake news create dall’intelligenza artificiale e pubblicate sui social network, sia in occasione dei disordini verificatisi nel Regno Unito, sia durante la campagna elettorale americana.

Noi italiani non siamo certamente immuni da questi problemi, anzi. Come non ricordare i risultati delle elezioni del 2018 e la sgangherata compagine governativa battezzata da una indecorosa richiesta di impeachment per il nostro Presidente della Repubblica e prim’ancora eletta sull’onda del referendum per l’uscita dall’Euro, l’annunciata abolizione della povertà e le baby pensioni per tutti?

Tutto ciò era solo l’antipasto di una legislatura in cui fummo costretti ad assistere alle derive no vax e alla follia del super bonus, meno male che alla fine arrivò Draghi a salvarci con il suo governo di Grande Coalizione.

Onde evitare di riprovare quei mesi paradossali, non ci possiamo non porre la domanda di come arginare questi fenomeni populisti e illiberali per salvaguardare la nostra democrazia liberale. Non ho di certo la soluzione al problema, proverò però a dare il mio contributo.

Partiamo da un presupposto, la democrazia se non è liberale non è una democrazia. Se democrazia significa governo espressione del popolo, proveniente dal popolo e al lavoro per il popolo e il suo bene, essa non può che garantire ai singoli cittadini i propri diritti universali, la loro libertà e i principi cardini dello Stato di diritto.

L’invenzione della così detta democrazia illiberale è una truffa, una bugia più falsa delle banconote da 33 euro. Nasce dal desiderio di ottenere nuove e finte sicurezze ma è solo un inganno che genera una riduzione dello spazio di libertà di ogni singolo individuo, a vantaggio di chi comanda. Questa forma di governo non è più del popolo, dal popolo, per il popolo ma comanda attraverso il popolo, contro gli interessi di tutto il popolo e sfruttando il popolo.

Si tende a disegnare la democrazia illiberale come la risposta alla dicotomia tra popolo ed elite, si tratta di un abile stratagemma propagandistico. In verità, alle sue fondamenta, la democrazia illiberale è una oligarchia che serve ad alcuni del popolo per divenire una elite di governo piccola e distante dagli interessi del Paese, accentrando il potere nelle mani di pochi.

È successo così in Russia, dove, dopo la caduta della dittatura comunista, agli albori della nuova democrazia, alcuni soggetti corrotti, per l’appunto chiamati oligarchi, hanno via via accumulato così tanto potere da allargare sempre di più i propri diritti, restringendo quelli altrui.

Eppure, oggi, alcuni partiti di governo e di opposizione, sembrano attratti da questi autocrati. Pensiamo alla vicinanza di alcuni con Orban o Putin, all’impossibilità di altri partiti a condannare la dittatura venezuelana, all’ambiguità di certi leader a scegliere tra Harris e Trump, nonostante l’esperienza del tentato golpe del 6 gennaio 2021.

Nonostante questa attrazione e questa vicinanza a regimi non democratici, gli elettori continuano a votare questi movimenti senza porsi il problema: se il mio voto contribuisse a trasformare l’Italia in una democrazia illiberale, sarei contento?

Alla luce di ciò, mi chiedo, noi elettori abbiamo gli anticorpi sufficienti perché la nostra democrazia resti sana e forte? Quali sono questi anticorpi e dove si formano?

Prima di rispondere però dobbiamo condividere una certezza: la difesa della democrazia liberale e della libertà non si può imporre con divieti o censure. Sarebbe un controsenso.

Questi anticorpi si devono formare e l’unico luogo dove questo può avvenire è la scuola. Solo l’istruzione può creare una coscienza democratica e un patriottismo costituzionale. Cittadini, elettori istruiti sono l’arma più potente che una democrazia ha per la sua difesa nel lungo periodo.

È triste e sconvolgente pensare ad alcune frasi filo-naziste pronunciate da alcuni esponenti politici dell’Afd. Nonostante ciò, più del 30% dei giovani elettori delle due regioni tedesche ha votato questo movimento estremista e molti di loro percepiscono questo partito come un partito di Centro!

Da elettorale centrista mi chiedo: in Italia, frasi di questo tipo avrebbero uguale successo? I nostri ragazzi sarebbero coscienti degli orrori dei regimi nazi-fascisti e più in generale di tutti i regimi totalitari o cadrebbero nel tranello propagandistico? Sarebbero in grado di riconoscere e respingere un tale rigurgito anti-democratico?

Forse sì, forse no, non so dare una risposta precisa, sono tuttavia convinto che gli strumenti forniti dall’attuale sistema didattico non siano sufficienti per evitare che ciò accada. Pensiamo all’insegnamento della Storia. Oggi i programmi ministeriali prevedono che il dramma della Seconda guerra mondiale, l’Olocausto, le disgrazie impartite dai regimi dittatoriali europei siano studiati solo in terza media.

Nella maggioranza dei casi temo che i nostri ragazzi, prima di conoscere queste tragedie, siano già sottoposti a stimoli esterni in grado di strumentalizzare questi momenti storici, mettendone in dubbio anche l’esistenza.

Per fare un esempio, prima di frequentare la terza media, sicuramente i bambini già posseggono uno smartphone e navigano su internet e sui social network. Sarebbe opportuno dunque ritornare a studiare i drammi del Novecento già alle elementari.

Così come sarebbe opportuno avere degli elettori neomaggiorenni che almeno durante il Liceo abbiano studiato i principi base del diritto e dell’economia. Se fosse stato così, forse, nessuno sarebbe andato dietro a pifferai magici che promettevano un referendum sull’uscita dall’euro, costituzionalmente impossibile.

Investire nell’istruzione dovrebbe essere una delle battaglie principali per una forza politica che si propone come erede di coloro che, tra i democristiani, i liberali e i repubblicani, contribuirono a scrivere la Costituzione democratica della nostra Repubblica Italiana.

L’istruzione è il nostro vero tesoro, fonte di sviluppo per il futuro, difesa della patria e garanzia delle conquiste più importanti della nostra società. Se non investiamo su di essa, le nostre libertà diminuiranno e la nostra vita perderà qualità.

Appunti per una ripresa d’iniziativa politica

L’Italia sta attraversando un periodo di profonda incertezza, segnato da dichiarazioni contrastanti all’interno del panorama politico e da una guerra mediatica fatta di pettegolezzi e scontri verbali. Il dibattito sembra allontanarsi dai problemi reali, favorendo una narrazione distorta che confonde i cittadini. Il disdicevole episodio che ha visto coinvolto un Ministro della Repubblica – fino alle sue dimissioni delle ultime ore – ci porta a riflettere su come stiamo assistendo a un graduale allontanamento dai valori che a lungo hanno segnato la nostra società.

Un tempo centrali nel discorso pubblico, questi valori sembrano oggi essere messi da parte in favore di dinamiche politiche e mediatiche che frammentano la nostra identità collettiva. La vera domanda da porsi è se noi italiani meritiamo davvero questo declino. Uno statista come Alcide De Gasperi ha lavorato, riuscendovi, per la ricostruzione di una nazione dilaniata dalla guerra, ponendo al centro dell’agenda politica valori come la solidarietà, l’unità nazionale e il bene comune. Non bisogna perdere la rotta tracciata.

 

La questione dell’autonomia differenziata

Un altro tema che merita attenzione e che richiama l’epoca della Democrazia Cristiana, è la recente legge pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 26 giugno 2024, n. 86, riguardante l’autonomia differenziata. Si tratta di un argomento delicato e complesso, che sta suscitando ampie discussioni non solo in ambito politico, ma anche nella Chiesa cattolica.

Esponenti di spicco come Mons. Zuppi e Mons. Savino hanno espresso preoccupazione, evidenziando come l’autonomia differenziata potrebbe creare disuguaglianze ancora più marcate tra le regioni italiane. In particolare, le regioni meno sviluppate dal punto di vista economico rischierebbero di essere ulteriormente marginalizzate. Ciò potrebbe indebolire non solo la struttura economica del Paese, ma anche l’unità nazionale e l’integrazione sociale, che sono pilastri su cui si è fondata la Repubblica Italiana.

Questa legge, secondo molti, va contro i principi cardine della nostra storia, a partire dal processo risorgimentale di unificazione fino alla elaborazione della Carta costituzionale del 1948. Infatti, anche gli articoli 116 e 117 del riformato Titolo V salvaguardano l’equilibrio tra le regioni e la solidarietà territoriale.

 

Un appello all’unità

Dobbiamo ricordarci di essere un popolo con una lunga tradizione storica e culturale che ci ha visto affrontare sfide ben più gravi di quelle attuali. Come ha detto più volte Papa Francesco, abbiamo bisogno di un laicato sensibile e preparato che sappia riproporre una giusta tensione identitaria da porre al servizio dell’interesse generale della nazione. Qui si colloca, nel pluralismo delle opzioni politiche, la scelta di una nuova politica di centro. Un centro che sappia porsi al di là dei facili o comodi compromessi e che sia in grado, pertanto, di guidare il Paese verso un futuro migliore. Serve una iniziativa che recuperi in maniera creativa  la migliore lezione della Democrazia Cristiana. Il futuro del Paese dipenderà dalla nostra capacità di riscoprire questi forti elementi d’indirizzo, per farne con coraggio la leva di un processo di cambiamento.

Roma, un Central Park a Centocelle? La riflessione dell’ex sindaco Giubilo.

Nell’ormai lontanissimo tempo, a cavallo degli anni nei quali venne approvato il Piano Regolatore di Roma del 1965, il dibattito urbanistico si presentava sempre con l’obbiettivo di connettere ogni scelta importante, definita strategica, progettata o avviata, con il sistema generale delle funzioni e del disegno complessivo della Città. Anche successivamente, non sempre, ma di frequente, questo essenziale criterio ha animato confronti, prospettive, interventi di amministratori ed esperti intorno al difficile presente e l’ancor più incerto futuro dell’impianto urbano della Capitale.

Per la verità, dagli anni ’90 del secolo scorso, questo modo corretto è stato sostanzialmente abbandonato con l’avvento della modalità amministrativa del “pianificar facendo” e delle regole (non regolate) della “urbanistica contrattata” che, troppo spesso e con l’alibi del recupero di risorse,  finivano per assecondare disegni e interessi privati, rispetto al principio dell’interesse generale, fino ad arrivare alla approvazione di un nuovo Piano Regolatore Generale del 2008 che, nella sostanza, acquisiva ciò che, appunto si andava, alacremente, “facendo”, mentre rimaneva sulla carta ciò che si riteneva fossero i progetti innovativi, cioè un policentrismo, comunque senza strategia e ispirato dal clima “contrattuale” imperante. Fallimento splendidamente descritto nella riedizione del saggio di Italo Insolera “Roma Moderna”, curata da Paolo Berdini.

Centocelle un quartiere della Roma periferica che, nel dopoguerra, aveva subito una trasformazione della tipologia edilizia da “villini” a “palazzine”, cioè una densificazione residenziale povera di servizi, rappresentava un esempio di quartiere “dormitorio”, evidente dimostrazione della necessità di un riscatto urbano, con le necessarie funzioni superiori e di servizi. Due aree immediatamente vicine al quartiere (l’area di Torre Spaccata e quella dell’Aeroporto) venivano inserite nella grande novità del PRG del 1965, come importante polo dell’Asse Attrezzato, poi Sistema Direzionale Orientale (SDO), di quella infrastruttura strategica, cioè, che non solo avrebbe trasferito funzioni direzionali e di servizio, decongestionando il Centro storico, ma avrebbe concorso, per la sua forza di attrazione, a riqualificare la periferia orientale della Città, che invece, slittava verso la diffusione di costruzioni abusive.

Particolarmente significative le dichiarazioni del sindaco di allora Amerigo Petrucci che, nell’aprile del 1966, indicava Centocelle come il “quartiere del Centenario” dell’unità d’Italia che sarebbe ricorso sei anni dopo, nel 1971. “Onorare il passato guardando all’avvenire”, dichiarava il Sindaco, con la necessità di accelerare l’attuazione del Piano Regolatore…dando l’avvio ”al Quartiere di Centocelle, attrezzandolo come secondo quartiere direzionale che si affianchi all’Eur, in attesa di essere a sua volta affiancato dal quartiere di Pietralata”. In particolare veniva sottolineato che “l’ex aeroporto di Centocelle ha una funzione determinante in tutti i nostri progetti per il nuovo quartiere”, ove “sarà possibile collocare gli insediamenti determinanti del quartiere stesso“.

Veniva auspicato dall’allora capo dell’amministrazione capitolina che “con precisi accordi con lo Stato” sarà possibile “l’insediamento di ministeri ed altri centri operativi”, oltre che “la creazione dei necessari servizi di base del quartiere medesimo”. Questo intento, attraverso il progetto della nuova direzionalità, pur nelle successive modifiche, veniva confermato  con la delibera del dicembre del 1988 per l’affidamento del Progetto direttore che indicava “l’obbiettivo strategico della riqualificazione del settore orientale della città, in termini non solo di funzioni urbane direzionali e produttive, ma anche la realizzazione di centri integrati di servizi e di verde che trasformino la periferia in una parte integrante della città”, attraverso “una valutazione dei problemi e dei fabbisogni delle zone circostanti lo SDO”, con la finalità anche “di indurre interessi capaci di riqualificare anche il tessuto edilizio circostante”.

La politica capitolina successiva non riuscì mai a realizzare questo intervento così decisivo per la modernizzazione della Città. L’immagine della Roma moderna resta quella dell’unico quartiere di grande spessore urbano e architettonico, cioè l’Eur, progettato alla vigilia della seconda guerra mondiale, rivisto e completato con eccezionale competenza dal professor Virginio Testa, già segretario generale del Comune (allora Governatorato) e dalle amministrazioni cittadine che operarono sia con progetti altamente qualificati,  determinando il trasferimento di Ministeri e realizzando nelle immediate vicinanze quartieri di edilizia pubblica progettati da Luigi Moretti. Questa dolorosa inadempienza è avvenuta anche per responsabilità della miopia governativa centrale – ridestatasi solo con l’approvazione della legge 396 del 1990 che ne previde la realizzazione all’art. 8 – e per l’influenza  di una opposizione di sinistra, oltre che di settori produttivi e proprietari, mai convinti del disegno strategico dello SDO. Lo dimostra la fine dell’ultima possibilità di realizzarlo, esperita con il menzionato Progetto Direttore, commissionato, come già accennato, nel 1988 a Cassese, Scimemi e Tange, a guida Italstat, dalla giunta Giubilo, documento operativo prima smontato e  ridimensionato, poi “messo nel cassetto” dalle giunte di sinistra che succedettero per alcuni anni.

Ne ha descritto, con puntualità e amarezza pari al suo impegno propositivo, Piero Samperi con il saggio richiestogli da Bruno Zevi “Distruggere Roma. La fine del Sistema Direzionale Orientale”.

Centocelle, come gli altri quartieri che si sono sviluppati fin sotto i Castelli romani e lungo le vie Prenestina e Tiburtina, ha pagato caro questa scelta, ovvero questa mancata realizzazione. Il quartiere e il settore urbano che lo comprende, rappresentano, assai emblematicamente, l’esigenza di una strategia urbanistica che punti alla realizzazione di quel policentrismo, delineato già negli anni ’60 e mai realmente avviato, anche per un adeguamento alle influenze speculative che a Roma hanno spostato l’asse degli interventi dalle aree vaste e strategiche a quella dei comparti a livello di quartiere e, spesso, di dimensioni più ridotte, indotte dall’assetto proprietario dei terreni e dallo spengersi della forza progettuale della politica capitolina.

Possiamo ricordare, perché vissuta in prima persona, la vicenda emblematica di come –  contro la possibilità di realizzare, con le opere per i mondiali di calcio del ’90, presentata alla Presidenza del Consiglio dei ministri, una delle “porte” dello SDO, con il progetto del tunnel sotto l’Appia Antica, vistato dalla Regione, che avrebbe collegato l’Eur con il polo di Torre Spaccata e Centocelle – si scatenò una campagna di disinformazione e preannunciata, all’allora premier De Mita, una ostruzionistica opposizione parlamentare da parte del PCI che ne determinò la rinuncia da parte dell’amministrazione comunale, al fine di evitare il conseguente allungamento dei tempi di ratifica dei decreti per l’evento calcistico, che avrebbe compromesso la fattibilità delle altre opere. In quella sollecitazione, probabilmente non fu estraneo il conflitto di interessi imprenditoriali e politici che, nel passaggio di proprietà dell’area ex Gerini di Torre Spaccata, aveva visto prevalere Italstat rispetto a cooperative e imprese romane che, quindi, agirono di conseguenza.

Qual è il destino di quelle aree che avrebbero dovuto vedere la realizzazione del polo direzionale? L’area in questione di cui sopra è, attualmente, negli appetiti dell’Ente Cinecittà per allargare le sue strutture, cioè una prospettiva monofunzionale che non rappresenta, fino a prova contraria, cioè alla eventuale previsione di un progetto di centro integrato, nessun vantaggio per la riqualificazione urbana di quel settore della Città che avrebbe bisogno di una offerta di funzioni più ampia e diversificata. Alla sua acquisizione e valorizzazione si contrappone l’idea, presentata con raccolte di firme, di cancellare ogni ipotesi edificatoria e realizzare, nel cosiddetto “pratone”, un parco archeologico ambientale, pur non avendo, le Sovrintendenze competenti, riscontrato elementi sufficienti per giustificare un vicolo in tutta l’area.

La sorte dell’area dell’Aeroporto, d’altra parte, è stata segnata da tempo, quando, dopo la cessione della proprietà da parte dello Stato al Comune di Roma, si susseguirono una serie di vicoli da parte della Soprintendenza Archeologica che andarono oltre quelli già applicati, forse con maggiori giustificazioni, nel 1965. Oggi la quasi totalità delle aree comunali, cioè i 107 ettari, sono vincolati, senza che da parte delle amministrazioni di allora, sia stata fatto molto per mantenerne una utilizzazione, ma la stessa ultima stesura, a suo tempo, del Progetto direttore, ha finito per prenderne atto. A questo proposito sarebbe da rilevare un aspetto deplorevole delle tendenza dell’urbanistica romana, con  la realizzazione di zone verdi in aree di proprietà pubblica, indirettamente favorendo la valorizzazione di altre aree private, fino alla adozione, dagli anni ’90, di quei meccanismi che consentono compensazioni applicabili al trasferimento di diritti edificatori, prevalentemente di vaste superfici.

Ora, qual è la questione reale per questo settore della Città?  Due grandi aree destinate a dotare di verde pubblico i quartieri prospicenti, rispondono alle esigenze complessive solo parzialmente  e per aspetti meno urgenti, in quanto assecondabili con le aree attrezzate dei parchi dell’Appio Claudio e a fronte di Cinecittà, oltre lo stesso non lontano parco dell’Appia Antica. La stessa idea della Città in 15 minuti, vaga e problematica proposta nel programma della giunta attuale, richiederebbe progetti di offerta di servizi e attività in aree periferiche, i cui residenti, come accade quotidianamente, devono recarsi in altre zone della Città, incrementando i problemi di un traffico caotico sulle radiali e sulle poche tangenziali, non risolvibile con i mezzi pubblici.

Per concludere, una notazione esplicativa per comprendere la questione dello sviluppo della Città di Roma. In buona sostanza la politica urbanistica della Giunta Gualtieri, appare ormai definitivamente orientata ad operare nella prospettiva delle giunte di sinistra che l’avevano preceduta, Cinque stelle compresa. Cioè nel perseguire un disegno accentratore che mantenga, cioè, il primato del Centro storico. Se pensiamo ai poli previsti dal Prg del 1965, cioè al Tiburtino con l’impatto della Stazione ferroviaria e delle linee su gomma, oltre ad alcuni importanti insediamenti direzionali; allo Stadio della Roma in progettazione a Pietralata che sostituirà la previsione di altre funzioni urbanistiche ed, eventualmente, alle ipotesi di intervento a Torre Spaccata; se anche si riuscirà a realizzare qualche altra previsione delle polarità previste, la loro forza attrattiva si svilupperà in senso radiale, essendo del tutto insufficienti i collegamenti tangenziali, non solo per la cancellazione della modalità strutturale del trasporto pubblico – linea metropolitana –  e privato – asse stradale –  prevista per lo Sdo, ma anche per la riduzione delle tangenziali interne al Raccordo, decisa con l’ultimo Piano Regolatore. Non solo, le infrastrutture più importanti del trasporto pubblico, cioè la linea C in costruzione e la prevista linea D, che attraversano il Centro storico, presentano uno sviluppo radiale e, quindi, confermano definitivamente la visione di una Città che continuerà a gravitare sul Centro. A questo punto lo sbandierato policentrismo, con le nuove previsioni, se pur in parte verrà realizzato, non avrà modo di avere una portata urbanistica adeguata per una Città che affronti e risolva i suoi atavici problemi dell’abitare, del lavorare e del muoversi.

È un po’ come il progetto del cosiddetto “Central Park di Centocelle”. Pur comprendendo – soprattutto da parte di chi ha avuto analoghe responsabilità – le oggettive difficoltà di operare in un complesso tracciato di normative e risorse, il Sindaco Gualtieri si è espresso con una enfatizzazione comunicativa al fine di valorizzare qualcosa che, a parte la possibilità di fruire di una ampia area verde, nella quotidianità, purtroppo, lascerà gli abitanti del quartiere nella stessa condizione di alienazione rispetto ai loro problemi di mancanza servizi sufficienti, di lavoro, di libertà di movimento, di luoghi di reale e sicura socializzazione.

Non si può non rilevare che, nelle condizioni date, gli abitanti delle periferie non vivono in una condizione urbana accettabile e non sarà un grande parco a renderli cittadini. Viene da sorridere quando si abbia nella memoria l’immagine del grande parco newyorkese, contornato da edifici di pregio, centri direzionali internazionali, luoghi ove si decidono le finanze mondiali, con le sue diffusissime reti metropolitane. Centocelle non è Manhattan, proprio come l’ex Aeroporto non è il Central Park. E Roma resta nei suoi immensi problemi irrisolti, mentre cresce la confusione sul futuro suo e di una parte notevole della Città sempre più periferica.

La Voce del Popolo | Giorgia Meloni e quella insofferenza latente.

È del tutto irrituale che si possa giudicare “titubante” Giorgia Meloni. Eppure così appare agli occhi di chi osserva e misura il grado di confusione che impera dalle parti della maggioranza. Salvini e Tajani si sono fatti il controcanto a vicenda per tutta l’estate. Ma è evidente che tutto quel loro reciproco batti e ribatti sottintendeva una critica neanche troppo velata verso la principale inquilina di Palazzo Chigi.

Ed è evidente pure che la situazione non si aggiusterà né con la mozione degli affetti né con il richiamo ai sacri vincoli di disciplina della maggioranza di governo. Il fatto è che c’è come una scissione tra la postura di Meloni quale leader politico e la sua condotta degli affari di governo. Nel primo caso appare assertiva – fin troppo. All’opposizione e ai critici di ogni colore risponde con frasi stentoree e perfino urticanti, mostrando quasi di provare gusto ogni volta che la disputa si fa più acuminata. Ma quando poi si trova ad affrontare le obiezioni e le (fin troppo) libere uscite dei suoi alleati prevale in lei la tentazione di defilarsi.

Si intuisce la sua insofferenza verso Salvini, questo sì. Ma poi quella insofferenza resta lì, a mezz’aria, senza mai tradursi in uno showdown. Così, il leader leghista macina e impasta forzature, alzate d’ingegno e passi falsi senza mai pagare dazio. Come se le sue parole d’ordine, ormai di estrema destra, incutessero una sorta di timore reverenziale da parte della sua stessa premier. Che non lo ama abbastanza per condividerlo, ma forse lo teme quanto basta per non prenderlo mai troppo di petto. E così l’equivoco continua.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 5 settembre 2024

[Testo qui riroposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

La testimonianza politica di Mino Martinazzoli: per la Dc, oltre la Dc.

Il giovane Martinazzoli, conosciuto ad Orzinuovi per la sua serietà e preparazione, nel 1953 va in giro ad attaccare manifesti. O almeno così piace immaginarlo, come un militante di altri tempi. La campagna elettorale mette a dura prova la tenuta della maggioranza quadripartita, uscita vincitrice il 18 aprile di cinque anni prima. Stavolta è diverso, De Gasperi ne esce sconfitto perché la sua riforma elettorale, bollata come “legge truffa” secondo la definizione che Stalin avrebbe suggerito in un colloquio a quattr’occhi con Pietro Nenni, non passa. Il paradosso è che la coalizione delle forze di governo avrà comunque la maggioranza assoluta dei seggi, senza tuttavia superare in percentuale la fatidica soglia del 50 per cento. È la fine del centrismo, ed anche la fine di De Gasperi: un ultimo tentativo di formare il governo gli riserverà l’amarezza della bocciatura in Parlamento. I partiti alleati, per motivi diversi e convergenti, ritenevano a quel punto necessario un diverso rapporto tra laici e cattolici nel governo del Paese.

I manifesti di Martinazzoli non sono quelli della Dc. A 22 anni, il futuro (e ultimo) segretario sceglie infatti di schierarsi con Alternativa Democratica Nazionale, il partito fondato dal liberale Corbino pochi mesi prima delle elezioni.     Magro per Alternativa il responso delle urne, appena lo 0,3% sul piano nazionale, ma quanto basta, unitamente ai voti raccolti da altre minuscole formazioni politiche, per far deragliare il progetto di stabilizzazione del “polipartito” (Dc, Psdi, Pri, Pli). Era quanto prefigurato dall’iniziativa di De Gasperi, con la protezione di un “centro” favorito dall’attribuzione del premio di maggioranza, sostanzialmente libero dall’ipoteca delle “estreme” (non solo a sinistra, ma anche e soprattutto a destra).

Errori di gioventù? Martinazzoli non ne ha fatto mai menzione. Dopo quell’avventura entra nella Dc, si fa presto valere, assume ruoli importanti: prima assessore ad Orzinuovi e dirigente di partito a Brescia, poi Presidente della Provincia. Siamo nel 1970, due anni dopo approderà a Montecitorio. La professione di avvocato gli aveva permesso d’inseririsi in città nell’ambiente della buona borghesia cattolica, dove a tessere i fili delle alleanze e delle iniziative nel tessuto civile ed economico arriverà presto il notaio Giuseppe Camadini, pur nel contesto di una storia locale di matrice laico-risorgimentale che aveva al centro la figura di Giuseppe Zanardelli. Brescia vivrà per tutto il Novecento, anche nel periodo del Ventennio fascista, sull’equilibrio tra cattolici e liberali. Neppure la Dc, forte in città e in provincia di un largo consenso popolare, ne potrà ignorare la valenza.

Entrare nella Dc significava, in via preliminare, mettere piede in una corrente. La vicenda di Martinazzoli non fa eccezione, visto che il punto d’attrazione sarà quello della “sinistra degasperiana”, vale a dire la Base. Questa nuova sinistra, sorta sulle ceneri del dossettismo, è un luogo di confronto permanente: l’ideale per un avvocato penalista, amante del teatro, abituato dunque alle arringhe nei tribunali e alla malia del palcoscenico. De Mita un giorno chiederà ad Albertino Marcora, uno degli esponenti nazionali della corrente e capo dei basisti lombardi, un giudizio su di lui: “Mino? È un calligrafo della politica”. Insomma, un fine cesellatore di perifrasi e aggettivi in un linguaggio perlopiù sofisticato. Parlava sempre a braccio, ma non sbagliava una consecutio temporum. Non era mai, il suo, un discorso improvvisato (anche se così appariva in virtù di battute e silenzi che trasmettevano ad arte un senso di immediatezza e casualità). Eppure, in questo o quel passaggio poteva accadere che il pensiero risultasse ostico, avvolto in un linguaggio oracolare, per molti aspetti allusivo. Tuttavia, quando finì di parlare nell’ultimo congresso del 1989, celebrato in anticipo di qualche mese rispetto alla caduta del Muro di Berlino, il Palasport dell’Eur venne giù: venticinque minuti di applausi, sicuramente non orchestrati; commozione tra i più giovani per l’esortazione a “non pensare il futuro come ritorno, ma di pensare al nostro ritorno al futuro”; rispetto di una platea smaliziata che pure avvertiva in quel momento tutto il suo carisma.

Perché Martinazzoli amava la parola? Abbiamo detto della sua predilezione per il teatro, ma forse c’è qualcosa di più. Anzi, c’è senz’altro qualcosa di più; un qualcosa di più profondo e ben coltivato nell’intimo, evocativo di un appello etico. Ecco, gli si poteva attagliare il monito di Huitzinga: “Con la svalutazione della parola, cresce, in proporzione diretta, l’indifferenza verso la verità”. Non lo fece mai suo, forse la frase non la conosceva, ma l’avrebbe condivisa certamente. Ma cos’è la verità? Martinazzoli resta un politico, sempre, anche quando antepone alla politica una motivazione più remota. La verità è una ricerca faticosa, per questo esige misura e senso della realtà. Più che la scolastica adesione alla dottrina sociale della Chiesa, vale per Martinazzoli l‘autonoma capacità di mediazione tra messaggio evangelico e impegno politico. Siamo nel circuito della scuola liberale cattolica, laddove primeggia la figura del Manzoni grande letterato e del Manzoni sincero patriota (come non ricordare il suo voto da Senatore a favore del passaggio della capitale da Torino a Roma, anche se in contrasto con il Vaticano?).

Manzoni e Rosmini, dunque, sono i fari di questo suo cattolicesimo liberale che pur sensibile alle istanze di moderazione non è allineato, sul piano strettamente politico, alla tradizione moderata lombarda, quella ad esempio di un Filippo Meda. Soccorre piuttosto, nelle citazioni ricorrenti in varie circostanze, la feconda lezione del Tocqueville a riguardo della “misura del potere”; una misura necessaria ad evitare che la libertà, facendosi assoluta, trascenda nell’arbitrio e la democrazia, ergendosi a pura sovranità di numeri, devii nel dispotismo della maggioranza. Qui sta il punto più sensibile della visione che abbraccia il pensiero di Martinazzoli: se la politica non è tutto, perché prima viene la vita, allora anche il potere, che della politica è solo strumento, sebbene decisivo, non è tutto. C’è un orizzonte etico, in sostanza, che rende l’agire umano confacente a un bisogno di promozione, sia per la persona in quanto tale che per la comunità che ne accoglie la presenza e l’operato.

S’è detto di lui che era uno “strano democristiano”, diverso dagli altri, a buon conto per la distanza dai giochi di partito e dalle trame di potere. Eppure fu parlamentare di lungo corso e ministro per tre volte, a dimostrazione della capacità di porsi, nei momenti più significativi della vita politica italiana, come punto di riferimento essenziale di un mondo che andava misurando le difficoltà della Dc e per questo incominciava a guardare avanti, fuori dall’orbita della rappresentanza di partito. Questa spinta, infine, lo portò nella stanza più importante di Piazza del Gesù. Doveva essere lui, il volto pulito di una Dc ormai sotto scacco dei magistrati di Mani Pulite, a traghettare lo Scudo Crociato oltre le colonne d’Ercole della Prima Repubblica. La sua  storia di leader politico è fatalmente concentrata nel poco tempo che ebbe a disposizione per questa impresa di auto rigenerazione della Dc.

Volle tornare alle origini. A dargli conforto con la sua autorevolezza di storico del popolarismo e di massimo custode della memoria di Sturzo fu Gabriele De Rosa. Il 18 e 19 gennaio, le date di fondazione del “vecchio” Ppi, nacque solennemente il “nuovo” Partito popolare. Pochi mesi dopo si svolsero le elezioni politiche anticipate e l’alleanza elettorale con Segni si attestò su un decorosissimo 15-16 per cento, considerato tuttavia deludente da Formigoni e Buttiglione. E si dimise, con un fax, destando stupore e irritazione. Spiegò così quel gesto clamoroso: “Volendo analizzare criticamente l’esito elettorale, sull’Avvenire Buttiglione chiedeva senza perifrasi: “Cosa fa un generale che ha portato ad una disfatta? Va a casa”. A caldo, mi son sentito di replicare: “Cosa fa Martinazzoli, che non è un generale, e ha tanta voglia di andare a casa? Va a casa”. Questo è tutto, cos’altro dovevo fare?”.

Doveva resistere, anche per i molti che avevano condiviso la sua battaglia. A maggior ragione possiamo dirlo oggi, con lo sguardo rivolto al passato e con la mente aperta al domani, stilando all’occorrenza un rendiconto che serva possibilmente alle dinamiche future. Martinazzoli era ripartito da Sturzo, ma ha fatto come De Gasperi: se il primo aveva raccolto i cattolici in un partito moderno, dirigendo il flusso spontaneo di tante energie sparse sul territorio verso un esperimento unitario, senza eccessive mediazioni; l’altro aveva plasmato la Dc come una nuova proiezione del cattolicesimo politico, costruendo un ponte tra generazioni diverse e amalgamando le diversità, sotto molteplici aspetti. Con lo spirito di chi non è stato degasperiano – lo abbiamo visto su tutt’altre sponde nel 1953 – Martinazzoli riprende tuttavia il lavoro che fece proprio De Gasperi: mise insieme, come il leader trentino, i “pezzi” di un grande mosaico, chiamando al suo fianco chi doveva rappresentare il legame con la Cisl (Marini) e le Acli (Bianchi), con Cl (Buttiglione) e l’Azione cattolica (Monticone), con l’ambiente della Cattolica (Balboni) e le donne più legate alla Chiesa del rinnovamento post conciliare (Maria Eletta Martini). E altro ancora.

Cosa gli si rimprovera, di non aver accettato la proposta di accordo lanciata da Berlusconi? O di aver sottovalutato la polarizzazione della politica a seguito della riforma elettorale di tipo maggioritario? O di aver decapitato, infine, molta parte della vecchia classe dirigente, indebolendo la presa del partito sul territorio e generando un vuoto di rappresentanza? Sono le critiche che più facilmente gli vengono mosse quando, oggi più di ieri, ci si interroga sulla fine della Dc. È un dibattito aperto. Resta il fatto che Martinazzoli colse nel successo del Cavaliere un elemento strutturale di degenerazione – non a caso adattò al fenomeno berlusconiano il giudizio di Gobetti sul fascismo come “autobiografia morale” della nazione – e tracciò per questo una linea di demarcazione a salvaguardia dell’identità dei popolari. Fece dunque una battaglia che costò sacrifici, lasciando tuttavia in eredità il fatto dell’autonomia come requisito essenziale di una politica di centro (per la quale fu prodigo di spiegazioni innovative rispetto al lessico sturziano e degasperiano). Certo, di fronte all’urgenza di una svolta moralizzatrice fu impietoso nell’azione di sradicamento della malapianta della corruzione all’interno del partito, ma non agì con la faziosità di chi sfrutta le emergenze per l’utile suo e degli amici. Insomma, non ne trasse vantaggio.

A Martinazzoli si deve riconoscere il merito di una tenace e originale “reinvenzione” – cosa che Moro avrebbe apprezzato – dell’esperienza democratico cristiana. Nel suo orizzonte c’era la traversata nel deserto e quindi, concretamente, l’inevitabile scelta dell’opposizione. Era convinto che i valori di una grande tradizione, dove confluivano oltre i “classici di partito” gli apporti di Rosmini e Manzoni – lo si di diceva sopra -, di Tocqueville e Capograssi, di Mounier Maritain e Mazzolari, sarebbero tornati alla luce. Il suo realismo non escludeva la speranza. Negli ultimi anni andò in una scuola a parlare di Dante e agli studenti, sulla scia del Poeta, invitò a riflettere sul fatto che “se possiamo parlare di laicità dello Stato, questo si deve al cristianesimo”. Realismo e speranza, dunque, ma anche rivendicazione orgogliosa dell’essere dalla parte giusta, da democratici e da cristiani, senza la corazza dell’integralismo o peggio ancora dell’arroganza. Questo stile, legato strettamente alla sostanza, rende attuale e stimolante la testimonianza politica di Martinazzoli.

 

Fonte: Mino Martinazzoli e la reinvenzione del cattolicesimo politico

Sangiuliano, ultimo atto…o no?

Alla fine si è alzato o e caduto il sipario, ma fa lo stesso. Il Ministro Sangiuliano ha avuto il coraggio di confessare pubblicamente un momento di debolezza ed una relazione sentimentale con Maria Rosaria Boccia di Pompei.

Il fuoco del Vesuvio ha quindi arso le speranze di poter gestire la situazione con discrezione ed ha messo tutto in piazza. L’eruzione di un tradimento ha portato allo scoperto una faccenda che il Ministro avrebbe preferito restasse nascosto sotto la cenere per millenni.

Il punto di interesse non è se la sua amante abbia approfittato delle casse pubbliche per le sue missioni di accompagno all’uomo caduto in tentazione. E’ un tema su cui si sta accanendo squallidamente l’opposizione, indaffarata a capire se la donna sia stata improvvidamente omaggiata di qualcosa.

In una storia tutta sbagliata la televisione nazionale ha quindi regalato, dopo il telegiornale della sera, una intervista a Sangiuliano, come si trattasse di spiegare agli italiani lo scoppio o meno di un conflitto di guerra. Il fatto in se stesso non merita l’enfasi che gli si è dato. D’estate in genere si è a corto di notizie succose ed allora tutto fa brodo.

Ne è venuto fuori un qualcosa tra le “Relazioni pericolose”, il romanzo di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, ed il film “Attrazione fatale”, dove il protagonista, uomo di successo, viene stalkerato dalla sua amante che smetterà la persecuzione solo quando verrà uccisa dalla moglie dell’uomo.

Da queste confessioni di un italiano di rilievo sembra di aver compreso che la Boccia si sia occupata solo di questioni marginali, come ad esempio ragionare sulla definizione di un menù da proporre ad eventi di carattere istituzionale e forse poco di altro.

Pare che il momento di passione, andato fuori margine di ogni convenienza, sia durato un paio di mesi o poco ancora. Tutto si è bruciato in poco tempo, al pari di un gustoso sugo lasciato eccessivamente a lungo sulla fiamma troppo impetuosa dei fornelli. Questo, a dirla per il vero, rattrista ancor più.

Non si è compromessa la propria vita affettiva per qualcosa di importante, che abbia semmai giustificato l’aver fatto saltare il tavolo dei propri consolidati assetti familiari. Al contrario, siamo di fronte ad una scappatella consumata con una persona avvezza a registrare e filmare ogni passaggio dei giorni in cui si è sentita investita di un ruolo.

“Se non puoi essere casto, sii almeno cauto” è un vecchio adagio che converrebbe sempre aver presente.

Sangiuliano ha avuto il coraggio di ammettere pubblicamente la propria debolezza e questo gli fa onore. Ha chiesto scusa alla moglie, cadendo in un momento di commozione di chi vuole pagare ogni prezzo pur di uscire da un incubo che lo perseguita.

In questo modo, forse, spera anche non ci sia più la possibilità di alimentare un conflitto, ribattendo colpo su colpo contro la Boccia, ora finalmente all’altare della cronaca.

La donna in questione ha attaccato in qualche modo le istituzioni con stile opposto ad Anonymus. L’impressione che se ne ricava è la preoccupazione di non cadere nel dimenticatoio di chi non conta nulla. Sappia che della Lewinsky nessuno più di fatto ormai se ne cura. Giusto o sbagliato che sia, le è rimasta addosso una fama non proprio onorabile. È supponibile che difficilmente da oggi in poi la Boccia troverà altro credito nel mondo pubblico.

Ci sarà forse da aspettarsi nuove pubblicazioni, piccanti sbandieramenti su ciò che accaduto nel tempo dell’amore.  Qualche ghiotta anticipazione già c’è stata.

La donna a bocce ferme non sa stare; ha bocciato la dichiarazione di Sangiuliano ed ha tirato fuori la storia di possibili ricatti ai danni del suo Ministro per aver favorito chissà chi. Nulla di scandaloso. Fuori da ogni ipocrisia, la politica è piena di cortesie e di attenzioni verso il prossimo. Chi si scalda a tal proposito vive nel paese delle meraviglie che non ha aderenza con la realtà.

Ricatto è una strana parola, basta una consonante, una anonima “S” per cambiare il senso delle cose. Il riscatto suona di recupero, di una inversione di tendenza che speriamo trovi riscontro nello squallore della faccenda che si commenta.

Altro ancora è possibile verrà fuori ma da oggi, Sangiuliano potrà però difendersi senza più prudenze ed esitazioni, libero di agire come riterrà più opportuno contro un’amante, se ben si si comprende, con molte aspettative di primeggiare in prima fila ad ogni costo.

Per questo, Sangiuliano, piuttosto che ostinarsi a dimostrare se siano stati spesi soldi pubblici a sostegno delle trasferte della sua ammaliatrice, dovrebbe subito dimettersi, sua sponte, irrevocabilmente.

Talvolta occorre saper giocare d’anticipo e non di rimessa. Fino ad ora la sua scelta dei tempi non ha pagato. Sbatti il mostro in prima pagina è l’esercizio che Sangiuliano deve evitare. Smetta di fare il Ministro e torni, quando potrà, a fare il suo mestiere di giornalista che gli riesce senza dubbio meglio.

Non più da Ministro della Repubblica, ma da uomo privo di incarichi condizionanti, sarebbe libero di dedicarsi a recuperare un matrimonio messo evidentemente in crisi.

Sarebbe libero di cadere nel dimenticatoio dell’opinione pubblica, senza invece attendere che la Meloni gli chieda magari tra qualche giorno il passo indietro a cui lui immediatamente ha promesso di dare, in quel caso, certamente esito.

Nel corso della intervista ansiosamente ha sfogliato tra le mani i documenti che comprovano la sua versione dei fatti. Ne è emersa una ansia di prestazione, un desiderio di immediata riabilitazione che ci può essere solo se si togliesse di mezzo, se si affrancasse dalla zavorra del suo ruolo pubblico che continuerebbe a solleticare la voglia di notorietà della sua controparte.

Non è primaria una questione di morale, di un uomo pubblico da mettere all’indice per questioni di tradimento, per un decoro appannato. E’ rimproverabile certamente per mancanza di accortezza politica e per questo ha ammesso il suo errore e non va messo in croce.

Dimettersi corrisponderebbe piuttosto all’esigenza di poter avere il tempo a disposizione per smaltire la sbornia e ritrovare la lucidità che occorre per ciò che nella vita davvero conta.

A sua volta l’opposizione politica dovrebbe smettere di chiedere la sua testa dimenticando gli stessi trascorsi di simili assenze di avvedutezza.

Scriveva Choderlos de Laclos che “il tempo porta sempre la verità. Peccato che non la porti sempre in tempo”.

A Sangiuliano occorre tutto il tempo possibile per rimettere sui binari la sua vita. Così smetterà di essere sulla gogna pubblica per un prezzo che ha dimostrato già di aver saputo coraggiosamente pagare con l’ammissione della sua colpa.

A suo modo ha dolorosamente sgusciato la sua spada incagliata nella roccia o nella boccia. Ora potrà difendersi, non ultima, anche con l’arma finalmente del silenzio o dell’oblio.

Talvolta un consiglio può tornare utile.

Israele tra pace e guerra: dove può arrivare Netanyahu?

È opinione comune che le ragioni principali delle scelte di Netanyahu, tutte improntate ad una linea di totale chiusura rispetto ad ogni ipotesi negoziale con Hamas, siano dettate dalla composizione della sua radicale maggioranza politica di estrema destra e ancor più dalla consapevolezza che la sua carriera politica finirebbe nel momento stesso nel quale dovesse lasciare la premiership (e in contemporanea riprenderebbero quota tutti i suoi conti aperti con la Magistratura israeliana), che ovviamente non intende cedere a maggior ragione visto il conflitto in corso. Sono senz’altro osservazioni corrette, ma forse non sufficiente per comprendere sino in fondo la scelta di allargare lo scontro anche in Cisgiordania, come gli ultimi eventi paiono dimostrare,

Il fatto è che fra pochi mesi gli Stati Uniti avranno una nuova o un vecchio-nuovo presidente nel pieno della sua forza politica poiché appena eletta/o. E quindi – valutata la debolezza attuale di Biden, del quale infatti non considera gli appelli, né le minacce –Netanyahu ritiene conveniente, per sé e per Israele, occupare quanto più spazio territoriale possibile a scapito dei palestinesi nelle ormai non molte settimane che ci separano dalle elezioni americane.

Ovviamente anch’egli ritiene che avere Harris o Trump come interlocutore non sia la stessa cosa. Ed è probabile che auspichi un successo dell’ex presidente, col quale per la verità i rapporti non sono cordialissimi ma quanto meno il campo di riferimento, quello della Destra, è il medesimo. Ma al contempo il premier israeliano, politico di lunghissimo corso, è consapevole che prima o poi ad un qualche compromesso occorrerà arrivare: se non per la pressione interna, almeno per quella del potente alleato d’oltreoceano, desideroso di tornare a concentrare i propri sforzi nel confronto con la Cina e dunque nel Pacifico diminuendo una presenza mediterranea che la crisi innestata il 7 ottobre ha reso nuovamente significativa e assai onerosa. Inoltre, sia Trump (che ne fu l’artefice) sia Harris lavoreranno per un ampliamento all’Arabia Saudita degli Accordi di Abramo: ma ciò condurrebbe a riaprire il discorso – oggi chiuso da Gerusalemme – relativo alla nascita di uno Stato palestinese, con tutti i relativi problemi annessi.

Insomma, un insieme di considerazioni portano Netanyahu alla scelta cui si sta assistendo: prosecuzione dell’assedio di Gaza; rafforzamento ulteriore del controllo territoriale in Cisgiordania, sia tramite i coloni sia con azioni di polizia; presidio offensivo del confine nord, per tenere lontano Hezbollah minacciando una invasione del Libano meridionale. E poter poi affrontare la Casa Bianca partendo da una situazione sul campo la più allargata e favorevole possibile.

Questa è un’ipotesi, fondata e realistica. Ve ne è però anche un’altra, molto più insidiosa. E cioè che la convinzione del governo israeliano – e non solo del governo – sia che lo sbocco inevitabile della crisi attuale sia un confronto duro (definiamolo così, per ora) con il nemico più acerrimo, l’Iran degli ayatollah. Nel caso, quanto più si indeboliscono, sin da ora, i suoi alleati terroristi sul terreno prossimo a Israele tanto meglio si potrà affrontare Teheran, quando sarà. Per alcuni, a Gerusalemme e Tel Aviv, molto presto.

Galli della Loggia inventa una Giorgia Meloni nazional-liberale

Nei giorni scorsi Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale apparso sul Corriere della Sera, si è cimentato a descrivere lo stato di salute della maggioranza concentrandosi sul fenomeno dell’immigrazione e sulla proposta di Forza Italia che, per marcare spazi e ruolo, ripropone lo “ius scholae” per il riconoscimento della cittadinanza ai figli di stranieri che vivono in Italia dopo un ciclo di istruzione.

Il tema, riconosce Galli della Loggia, complica la navigazione non tranquilla della maggioranza, resa sempre più difficile dai rapporti tra la Lega e gli alleati. A nessuno conviene provocare una crisi di governo, possibile con Conte, ma con una guida continuamente celebrata per la sicurezza, la forza e la determinazione non è possibile. Cadrebbe un mito. E i miti si difendono ad ogni costo anche a spese del Paese, che avverte sempre più le distanze tra l’ideale, cioè gli intendimenti propagandati, e i risultati raggiunti.

Sempre per l’editorialista la Lega è condizionata da Vannacci. Un semplice accenno al generale europarlamentare. Nessun commento circa il fatto che proprio Vannacci, con le sue oltre cinquecentomila preferenze, non è un problema di Salvini, ma è il prodotto di un clima spugnoso della non politica che pesa sul Paese.

Galli della Loggia attribuisce alla Presidente del Consiglio di essere portatrice di un disegno nazional-liberale sia “pure di orientamento conservatore”. Ora, come si fa a parlare di disegno nazionale liberale attribuito a chi intende stracciare la Costituzione abbattendo la Repubblica parlamentare?  Come si fa a ritenere un disegno nazionalistico liberale la divisione del Paese con l’Autonomia differenziata, che vanifica conquiste solidaristiche raggiunte negli anni? Come si fa a parlare di disegno nazionalistico liberale quando il Parlamento ha perso centralità e agiscono i poteri forti come quelli dell’Energia e tanti altri, che muovono centinaia di miliardi indisturbati, riveriti e incoraggiati ? Come si fa a parlare di disegno nazionalistico liberale quando in una compagine di governo il ministro dell’economia sembra un ministro di un governo ombra o all’esilio?

Il tenace professore Galli della Loggia arriva ad una conclusione, indicando per la continuità del governo l’allargamento della coalizione al Centro non per farlo vivere ma per occuparlo strumentalmente. Un insulto allo storia da parte di uno storico famoso e un inciampo in una corsa che non vede ostacoli, ma solo la volontà di rendersi gradito.

Il punto più in alto Galli della Loggia lo raggiunge quando auspica per la Meloni di rifondare il destino politico italiano.  Ricordo che da bambino consultavamo il vocabolario italiano Zingarelli in edizione del fascismo. L’autore l’aveva dedicato a Mussolini, “restauratore delle sorti dell’Italia” e fondatore dell’impero. La storia si ripete con le sue luci e tante miserie.

Il Centro significa politica, valori, civiltà dove vive una comunità di uomini liberi, non di sudditi, e uomini di cultura libera, altrimenti sono menestrelli. Ancora pensiamo che l’area della moderazione possa essere occupata da sussulti estremisti pur mascherati per le circostanze, ma neppure tanto? È un richiamo a tanti amici perché si prenda coscienza e si ritrovi dignità nella identità. Chi intende perseguire il folclore faccia pure, ma chi non ama il padronato imbocchi la strada di una libertà ritrovata.

 

[Il testo è pubblicato sulla pagina Fb dell’autore]

Il Mediterraneo e la pace: un convegno nel solco di Moro.

Nuovo pensiero, nuovo sguardo sulla/per/nella città-territorio. Una pre-comprensione dell’intero: tutto è (e deve essere) connesso. La cultura della Laudato si’,  che apre, evoca la cultura della complessità. Non l’opzione aut/aut: le culture lineari non tengono, la visione binaria non innova, le contrapposizioni no risolvono.

La svolta è nell’et/et. La nostra città va liberata dalle stantie contrapposizioni e deve conquistare la sua unità nella pluralità, nella cooperazione: non la sfida a chi vince – la vittoria di uno è sempre sconfitta…di tutti – ma la gestione serena del confronto, che non  fa dividere gli spazi (lobbies – ideologie) ma mette in moto processi: non lottizzazioni, ma una processualità a inclusione, aperta.

In questa visione, lo sguardo e il ruolo del cristiano e della sua forma mentis: rendere umano, dar senso, rendere fraterno il clima, aiutare a far crescere la cultura del bene comune, la cultura di tutti e di ognuno (oltre il PIL). Non per sé ma per tutti.

Se bisogna aiutare a far crescere la cultura comune, l’opinione, vittima di semplicismi e populismi, va anche messa in cantiere una più idonea cultura-mentalità per gli stessi cristiani. Non una cultura rivendicatrice, difensiva, ma una capacità attrattiva, agapica, accogliente che non è né riduzionismo, né relativismo: la ragione da sola non basta, la crescita non è sufficiente,   non tutto è sostenibile!

Nessun monopolio o garanzia di verità, ma criterio, sale, luce, senso del limite.  La cultura della relazione e nella relazione esercitare empatia, reciprocità. Il pensiero cristiano convoca la corresponsabilità, l’inter-disciplinarità, la trans-disciplinarità; la verità, che nessuno possiede, non è nel particolare, ma nel tra, nei confini intercomunicanti e non murati.

Non un pensiero arrogante, il pensiero che sa, prometeico, ma un sapere che intercetta, che penetra nel concreto vivente; un pensiero civile, che incivilisce, che serve alla città. Un pensiero in uscita, non di conquista, ma che presuppone un nuovo tempo oltre la crisi, una nuova teologia per una via di uscita!

È la teologia a cui fa riferimento la costituzione apostolica Veritatis gaudium, che motiva, convoca, impone all’attenzione il nuovo pensiero (si muore per mancanza di pensiero, Paolo VI): in una nuova agorà  ri-centra  la sua natura trinitaria. Il dogma della Trinità: non basta l’assioma, la sostanza, ma anche la ricchezza, la prospettiva e la postura relazionistica.

Ritorna la persona. Un dogma, non solo sociale, ma paradigma del sociale. Il cristiano legge e interpreta trinitariamente (Laudato si’) e inaugura un nuovo stile di pensiero che non viene da un concetto, ma da una relazione; abita una reciprocità aperta; accede ed abita un luogo dinamico, includente.

La visione si fonda con l’esperienza concreta e con l’azione (Dio – persona – luogo). Questo mettere insieme la dimensione relazionale  del tutto connesso (Laudato si’), dell’intero, con la dinamica  della percezione secondo complessità che costruisce e rinnova una soggettività del territorio, è stata già un’esperienza del Centro di Cultura G.Lazzati nel seminario Una lettura comunitaria del Manifesto per una riforma del pensare (Taranto, 15 settembre 2022) di cui è in corso la pubblicazione degli atti: una sorta di carta programmatica, una mission per il prossimo tempo a venire.

Ma l’esperienza che ha aperto consuetudini e frequentazioni coerenti con l’elaborazione del Manifesto per la pace dal Mediterraneo (Marsiglia, 21 settembre 2023) in stile trinitario, ci dà oggi la possibilità di un ulteriore confronto sia con le istituzioni culturalmente impegnate, sia con le singole personali competenze che converranno a Taranto dal 21 al 23 settembre p.v. per il convegno

“Dal mediterraneo grembo e frontiera di nuova umanità. L’inquieto realismo per la pace: Aldo Moro”. Apriremo l’evento con un’autorevolissima panoramica geopolitica del Mediterraneo: una visione esperta, competente e appassionata  e su questa visione d’insieme l’osare di una teologia che apre ad una prassi e ad uno stile trinitario (la peculiarità dei due Manifesti, quello sul Mediterraneo e quello sull’ontologia trinitaria) per l’intreccio di contenuti e di azioni possibili per una pace (21-22 settembre).

Questo tracciato incontrerà un’esperienza, parallela a quella di Giorgio La Pira, a cui la CEI ha voluto intestare la questione mediterranea; l’esperienza di Aldo Moro protagonista geopolitico degli anni ‘60/70 dello scorso secolo.

Non è, quella di Moro, una giustapposizione, ma un concreto esempio di uno stile, di una concezione della politica internazionale, di un’innovazione nella diplomazia, la pace nella sicurezza che s’impone per attualità e creatività dell’ispirazione cristiana.

Ad incontrare Moro non sarà la mera politica, ma l’ispirazione cristiana del far politica.  Ci collochiamo così, come Centro di Cultura, nel dopo Marsiglia, in continuità con quanto già avvenuto a Palermo, nello scorso mese e con un’ulteriorità di attenzione: un’esperienza sdoganata di grande momento, Aldo Moro, e un accadere sui territori sia nel pensare che nell’agire in una svolta d’epoca: alla ricerca di un nuovo paradigma.

La tavola rotonda conclusiva del Convegno (23 settembre) darà il senso di un cammino che vorrebbe proseguire. Un’internazionalità  per una comunità di destino, una nuova generatività di itinerari formativi, di incontri, di corridoi oltre i muri e i porti.

Dibattito | Dobbiamo davvero appassionarci alla storia di Sangiuliano e Boccia?

Al di là dei bigotti laicisti e dei moralisti di sinistra – sempre esistiti e sempre riemergenti, anche dopo la stagione post ideologica e la fine del comunismo – e di coloro che vivono la politica con la matita rossa permanente, è indubbio che la vicenda Sangiuliano/Boccia oltrechè di boccaccesco sa anche di goliardia. Diciamocelo senza ipocrisie e senza tema di essere smentiti: ogni qualvolta scorrono le immagini televisive – o sui social – di questo singolare duo simil-ministeriale vien da ridere.

Sì, certo, poi c’è l’inevitabile polemica politica, la richiesta delle solite e noiosissime dimissioni del Ministro e la richiesta alla Presidente del Consiglio di riferire in Parlamento di una vicenda che rischia di mettere a soqquadro l’intero paese… Nel frattempo, però, si continua a ridere o a sorridere, dipende dai punti di vista. A maggior ragione dopo l’intervista-confessione nello speciale del Tg1 in onda ieri in prima serata. Diciamoci comunque un’altra verità, quand’anche si tratti di una verità laica, e quindi del tutto discutibile ed opinabile. E cioè, in una estate caratterizzata, purtroppo, dalle solite e drammatiche notizie legate ad omicidi e tragedie familiari, mancava come il pane una sorta di simpatica “love story” casereccia. Tipicamente estiva e che un tempo, quando ancora trionfavano Jerry Calà, Cristian De Sica e Isabella Ferrari con le musiche di Edoardo Vianello, Gianni Pettenati e Gianni Morandi, si consumavano sulle spiagge italiane.

Quest’anno, purtroppo o per fortuna, eravamo ancora digiuni. L’anno scorso dall’inizio del mese e sin oltre il ferragosto l’Italia vacanziera si è divertita attorno alla cosiddetta “festa per l’annuncio del matrimonio” fra due facoltosi torinesi Segre/Seimandi, espressione e rappresentanti dell’alta borghesia sabauda finita in una burrascosa storia di tradimenti reciproci, accuse virulente, minaccia di denunce con tutti gli annessi e connessi. Quest’anno, appunto, eravamo ancora digiuni di questo ghiotto spettacolo estivo. Finalmente, con un pizzico di ritardo, è arrivato.

Ecco perchè, nel massimo rispetto delle notizie riservate, di un potenziale “affare di Stato”, della virtuale crisi di governo e di un imminente rimpasto di ministri, noi preferiamo fermarci alla soglia di tutto ciò. E cioè, passato agosto e ritornando alla vita normale, piaccia o non piaccia, possiamo dichiararci soddisfatti. Anche quest’anno abbiamo avuto la storia “rosa” per eccellenza. In attesa, come ovvio, della prossima. Sperando, però, che il tutto rientri nella normalità e non rimanga l’epicentro della politica nazionale.

Emmanuel Carrère: il fascino delle vite che avrebbero potuto essere.

Emmanuel Carrère è uno dei grandi nomi della letteratura contemporanea e il primo grande autore internazionale a salire sul palco di Festivaletteratura 2024 a Mantova. Con un ciuffo bianco che dà al suo volto, normalmente severo e piuttosto tormentato, una felice aria sbarazzine, lo scrittore francese è venuto a parlare di un suo vecchio saggio ripubblicato in Italia da Adelphi, che parla di “Ucronia”, ossia il genere letterario che immagina mondi alternativi, nei quali, il presente è stato profondamente modificato.

“Questo libro che ho scritto molto tempo fa – ha detto alla stampa – sta avendo una sorta di seconda vita con questa nuova edizione italiana. Credo anche che 35 anni dopo averlo scritto, l’argomento di questo libro resti molto attuale. Non ho cambiato nulla, non mi piace portare cambiamenti ai libri quando vengono ripubblicati, se devo cambiare cambio tutto, e quindi scrivo un altro libro, diverso”.

Ma quanto è diverso il modo di scrivere del saggista, rispetto a quello del narratore, anche alla luce di un’opera che, negli anni, si è quasi sempre posta sul confine tra il resoconto reale e la fiction narrativa? “È vero che questa forma di saggio quasi accademico non l’ho più usata negli anni successivi – ci ha detto Carrère – ma mi piace pensare che anche la mia saggistica abbia sempre una qualche forma di pulsione narrativa”.

“Tutto ciò che esiste – ha aggiunto lo scrittore – è circondato da migliaia e migliaia di storie che l’opportunità di esistere non l’hanno avuta. Una cosa vera è che ciò che è iniziato molti anni fa come una specie di gioco intellettuale si è trovato ad avere una strana attualità, perché oggi siamo di fatto circondati da verità alternative, pensiamo a Donald Trump che di fatto ha negato la realtà dei fatti: l’ucronia è ancora con noi”. E poi ecco che arriva una domanda sui pochi centimetri per i quali lo stesso Trump è stato solo ferito di striscio dall’attentatore della Pennsylvania, Carrère ha risposto che è stato un evento potenzialmente epocale, ma ha aggiunto che “riusciremo a sbarazzarci di Trump senza dover ricorrere a una pallottola”.

E se in una realtà alterativa tipica delle ucronie Emanuel Carrére non fosse uno scrittore, gli abbiamo chiesto, che personaggio sarebbe? “Ci penso spesso – ha risposto ad askanews – e credo che mi piacerebbe avere un vero lavoro, un lavoro con una utilità sociale, per esempio un medico… In Francia con il Covid si è fatta una chiara distinzione tra le professioni essenziali e quelle non essenziali e per esempio un netturbino è risultato molto più importante per la società di uno scrittore. Questa cosa mi ha fatto pensare”.

Carrère poi ha parlato anche di giornalismo, di quanto peso abbia avuto nella sua carriera e di quale valore può avere.

“Credo che il giornalismo non sia inferiore o diverso dalla letteratura – ha concluso l’autore – è un genere letterario. Per me è stata una grande fortuna poter fare questo lavoro e non ho mia smesso di fare anche giornalismo. È un mezzo prezioso per andare verso l’esterno, fuori dalla mia zona di comfort, per andare a incontrare molte persone che altrimenti non avrei mai potuto conoscere”.

Caro prezzi e tariffe: la Cisl chiede un nuovo patto per i redditi.

Eurostat ha recentemente attestato che nonostante il nostro Paese recuperi sul fronte occupazionale, nel 2023 si è registrata una crescita del divario fra le famiglie italiane e quelle dell`area Ue determinata dal caro prezzi e tariffe. Un tema che conferma la preoccupazione più volte palesata dalla Cisl che da tempo sollecita scelte condivise sul fronte della tutela del potere di acquisto di retribuzioni e pensioni”. E` quanto sottolinea il segretario confederale della Cisl, Ignazio Ganga.

“Questo tema ripropone la necessità di un esame della congiuntura tra Governo e sindacato tesa a conseguire la sottoscrizione di un nuovo patto di politica dei redditi con l`obiettivo di calmierare prezzi e tariffe anche ricercando soluzioni utili che dovranno trovare, possbilmente, un punto di approdo nella prossima manovra economica – dice – per la Cisl la tutela del potere di acquisto delle famiglie dovrà poter prevedere la messa in campo di strumenti tesi ad arginare la speculazione che insiste nel carrello della spesa da associare necessariamente al rinnovo tempestivo dei contrati pubblici e privati scaduti, non abbassando la guardia sul versante dell`adeguamento delle pensioni al costo della vita. Tutto ciò si rende necessario anche allo scopo di evitare contraccolpi sulla crescita economica del Paese che, perdurando tale situazione, potrebbe ingenerare elementi di criticità sul fronte dei consumi”.

Secondo la Cisl per restituire potere di acquisto ai redditi “sarebbe necessario un intervento a ventaglio che agisca su più variabili fra cui prezzi, tariffe, carburanti, affitti, fisco nazionale e locale, tutti aspetti che incidono in modo significativo sul potere di acquisto di lavoratori e pensionati”.

Sangiuliano e la donna di Pompei: la leggerezza del potere.

Il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano deve avere il culto della attenzione e su come meglio procedere nella sua esperienza di governo. Sembra sia caduto adesso in un brodo di coltura sfavorevole al suo prestigio. Gli viene contestato di essersi circondato di una donna che si sarebbe spacciata per una sua consigliera, con tanto di incarico ministeriale, che spesso è apparsa negli incontri in cui è stato istituzionalmente presente.

Sono seguite le sue smentite mentre la donna, Maria Rosaria Boccia, ha ribadito al contrario di essersi mossa in virtù di incarichi che le sono stati ufficialmente conferiti. La questione di sostanza, oltre i formalismi, non è se per i diversi viaggi del Ministro, i soldi dei contribuenti siano serviti, o meno, anche a supportare le spese di trasferimento della donna. Il punto di maggiore rilevanza sembra essere piuttosto un altro.  Si tratta di capire se il Ministro, nella confusione delle dichiarazioni a sua giustificazione e nelle repliche della Boccia, meriti di essere bocciato per una mancanza di prudenza, posto che sembra siano circolati anche documenti riservati che, tra un viaggio ed un altro, la donna non avrebbe mai dovuto visionare.

Su questo l’opposizione sta montando un caso cercando di usare la questione come un boccino per far saltare uno dei membri della compagine alla guida del Paese e poi festeggiare semmai facendo bisboccia. Per quanto si legge sembra che la Boccia sia persona che abbia un paio di lauree a corredo conseguite con università oggi di gran moda, oltre che vantare una attività familiare di commercio in quel di Pompei. I contestatori pompano aria sul fuoco che cova sotto la cenere della diatriba in corso ed il fatto non accenna a placarsi. Prima o poi si arriverà ad un chiarimento.

Da quelle parti c’è una parola del dialetto che può essere utile per rendere nitida la situazione. “Traseticcio” è colui che non essendo invitato marca la sua presenza in una determinata situazione, entra in un contesto non essendo invitato. Potremmo aggiungere che ha la smania di apparire, di inventarsi un ruolo, di mostrarsi tra quelli che fanno parte di una situazione anche se gli spetterebbe, in caso eventuale, solo una parte assai marginale, si potrebbe dire di semplice contorno. Può darsi, ma non è detto, che sia stato questo l’atteggiamento della Boccia che forse ha smaniato per riconoscersi una visibilità in un certo mondo.

Il mondo politico è pieno di gente che desidera mettersi in luce anche esaltando requisiti scarsi o inesistenti. È pieno anche di gente che pure con i titoli perfettamente in ordine sgomita per avere un momento di notorietà. Per questo occorre un massimo di prudenza che argini certe umane pruderie.

Qui non si tratta di aver messo in luce la pompeiana insula dei casti amanti, di una storia tra un Ministro ed una sua collaboratrice. Qui è piuttosto richiesta una massima accortezza quando si compone un cast di collaboratori utili alla propria azione istituzionale, mettendo innanzitutto e in via preventiva le carte in ordine. Su questo storicamente c’è sempre un Capo di Gabinetto che dovrebbe saper bene vigilare, suggerire e provvedere.

Tra accedere ad ambiti riservati e rovinare in un ascesso che infiammi le carni vive del governo il passo è breve. Il Ministro dichiara che era ipotizzata la nomina della Boccia Consigliere a titolo gratuito per i grandi eventi, mai poi concretata a seguito di perplessità sollevate appunto dalla struttura ministeriale.

Resta il fatto che la Boccia, in modo formale o informale, pare fosse in carne ed ossa spesso e volentieri a corredo dello staff del Ministro.

C’è confusione. Il Capo del Dicastero alla Cultura porta il fardello, quanto ad identità, di due Santi. Stando al cognome, di San Giuliano se ne contano almeno una dozzina, oltre ad un paio di beati. La confusione è tanta ma forse quella che potrebbe più facilmente appuntarsi al Ministro è quella di San Giuliano “l’ospitaliere” che per riparare al fatto di aver ucciso i genitori, passò il resto dei suoi giorni ad offrire assistenza a viandanti e pellegrini.

Sarà forse per questo che il nostro Ministro forse mosso ad attenzione per una donna, che chiedeva un piccolo ruolo nel mondo, le ha concesso per buon animo uno spazio senza stare troppo a ricamarci sopra.

L’opposizione ha poco da sbraitare chiedendo la testa del Ministro. Non dimentichi che qualche tempo fa venne fuori un episodio relativo ad un giornalista con il ruolo di capo segreteria di Sandro Gozi, al tempo Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Governo Renzi. La persona, peraltro, era anche consulente dell’allora Sindaco di Firenze Nardella. Venne poi fuori che il soggetto in questione, per quanto si legge, aveva millantato una laurea mai conseguita e che il suo curriculum non era pertanto veritiero. Anche per i forcaioli occorre ricordare che la prudenza non è mai troppa.

Mino Martinazzoli, l’esteta della Democrazia Cristiana.

Parlare di Mino Martinazzoli a 13 anni dalla scomparsa non è affatto un’operazione facile. E non solo perché Martinazzoli, come del resto molti leader democristiani, non è un personaggio classificabile secondo schemi predefiniti. Ma perché Martinazzoli era ancora di più. Era, cioè, un esteta della politica. Molto di più di un intellettuale prestato alla politica o di un letterato funzionale alla politica. Perché Martinazzoli non era solo un raffinato affabulatore, un creativo della lingua e della sintassi italiana ma era, soprattutto, un politico che ti affascinava con la sua narrazione e il suo inimitabile talento. Insomma, Mino Martinazzoli non era un politico come tutti gli altri. Per questo era ascoltato, riverito, ricercato ma mai temuto. Perché le sue riflessioni erano così profonde e pervasive che non sempre venivano immediatamente percepite e metabolizzate dal “popolo democristiano” e dall’area cattolica italiana ma poi, e puntualmente, diventavano oggetto di riflessione e di approfondimento. Nella Dc e fuori della Dc. E sono celebri, al riguardo, le molteplici ed infinite citazioni del leader politico bresciano. Citazioni che snocciolava e dispensava nei mille incontri lungo la penisola. Vale la pena ricordarne alcune, e forse neanche le più importanti, per sottolineare ancora una volta il profilo e la ricchezza di questo statista. “Non credo alla politica come una totalità dell’esistere, ho un rapporto abbastanza controverso con la politica”; “Una volta nel 1994 incontrai Silvio Berlusconi e cercai di spiegargli che fare politica significava fare gli interessi degli altri e non i propri. Non ebbi successo”; “Massimo D’Alema è bravo, intelligente. Non è l’uomo che punta a un partito democratico indistinto e confuso come Veltroni. È un leader della sinistra diverso da noi. Proprio per questo ci si potrebbe alleare perché non ci sarebbe confusione”; e ancora, “Mi lusinga che uno come me, fuori dal ‘milieu’ della politica, ogni tanto possa essere evocato anche nella parte di outsider nella corsa al Quirinale”; “Constato una certa insufficienza della politica, almeno da quel che leggo. Mi sembra la fase del riduttivismo, la politica ridotta ad evento”; “Una volta dicevo che l’arte imita la natura, ora dico che la politica imita l’economia”.

Ecco, alcune rapide pillole che evidenziano in modo plastico che le riflessioni di Martinazzoli non sono mai banali ma vanno sempre ascoltate, lette ed interpretate perché sono semplicemente profonde e capaci, al contempo, di cogliere l’essenza dei processi politici che di volta in volta si susseguivano.

Un curriculum politico ed istituzionale, quello di Mino, ricco, variegato e composito ma sempre ispirato e condizionato dai valori, dai principi e dalla fedeltà alla miglior tradizione del cattolicesimo politico italiano. Presidente della Provincia, Sindaco di Brescia, tre volte Ministro – Difesa, Grazia e Giustizia, Riforme istituzionali e affari regionali -, parlamentare dal 1972 al 1994, ultimo segretario della Dc in un periodo drammatico e carico di incognite e primo segretario del nuovo Partito popolare italiano.

Certo, anche il percorso politico di Martinazzoli è carico di contraddizioni, di sbandamenti e di scatti d’umore. Che, del resto, appartenevano al carattere dell’ex Sindaco di Brescia. Eppure Martinazzoli, al di là dei suoi tormenti intellettuali, è sempre rimasto un autorevole e qualificato punto di riferimento. E non solo per la sinistra democristiana – la sua casa naturale – ma per tutta la Democrazia Cristiana e l’intera politica italiana. Memorabile, comunque sia, resterà il suo intervento all’ultimo congresso della Dc nel 1989 accompagnato da oltre 25 minuti di applausi ed ovazioni da parte dei congressisti/delegati di tutta Italia.

Insomma, l’insegnamento, la testimonianza e il magistero politico, civile, culturale ed istituzionale di Mino Martinazzoli sono destinati ancora a segnare in profondità il cammino e il percorso, a volte tortuoso e a volte entusiasmante, della storia del cattolicesimo democratico, popolare e sociale del nostro paese. E Martinazzoli, al riguardo, è stato e rimane una pietra miliare di questo cammino.

Rivista Il Mulino | Riflessioni sulle radici cristiane dell’Europa.

Michele Dantini

 

Tenutosi in disparte nella prima fase della Rivoluzione francese, nel dicembre 1792 Malesherbes, uomo dei Lumi e illustre magistrato, scrive al presidente della Convenzione, Bertrand Barère, montagnardo intransigente, per offrirsi di difendere Luigi XVI, detenuto in attesa di processo. Questa sua iniziativa comporta grande coraggio. È vero: i giacobini ricordano ancora i titoli di merito del «virtuoso Malesherbes», nobile di orientamento liberale, patrocinatore dei Parlamenti e sostenitore della riforma in senso costituzionale della monarchia, protettore di Diderot e D’Alembert ai tempi dell’Encyclopedie. Tuttavia i precedenti di scrupoloso servitore della Corona, ancorché critico del regime assolutistico, avrebbero dovuto suggerire maggiore prudenza all’anziano uomo di Stato, se questi, per sua stessa ammissione, non «disprezz[asse] ormai la vita» tanto da disinteressarsi di perderla (è ghigliottinato nell’aprile 1794).

Alla data in cui scrive a Barère, Malesherbes ha tratto da tempo le conclusioni sul processo rivoluzionario, il cui estremismo aborre; e sviluppato amare riflessioni sul fallimento dei moderati – monarchici costituzionali, prima, “foglianti” e girondini poi. La disfatta del progetto riformista è per lui imputabile in primo luogo alle ambiguità tenute dal partito dei monarchiens in merito alla religione e alla Chiesa e all’adozione di misure patentemente illiberali che, tra 1789 e 1790, violano una prima volta le norme del rispetto della proprietà e della persona, fanno leva sull’anticlericalismo “militante” parigino (e di poche altre regioni: il Midi, il Sud Ovest) e aprono la strada al Terrore. Le misure antireligiose prese a partire dall’ottobre 1789 costituiscono retrospettivamente, per Malesherbes, non la prova di un superiore cinismo o di scaltrezza da parte monarchico-costituzionale, ma un deprecabile atto di slealtà e un suicidio politico.

Sulla scorta di considerazioni di Burke e Tocqueville, gli storici di orientamento non pregiudizialmente filogiacobino hanno spesso osservato che la Chiesa francese, nell’ultimo periodo dell’Ancien Régime, era ben lungi dal costituire un territorio di privilegio, crapula e licenziosità. Al contrario. Se spesso il demanio ecclesiastico era amministrato con scrupolo pari, se non superiore, al feudo “fisiocratico”, il clero secolare, nelle figure del curato di campagna o del sacerdote dei quartieri meno abbienti delle città, era bene in grado di comprendere le privazioni e le rinunce cui erano costretti i ceti minori, tanto da poterli egregiamente rappresentare. Gli Stati Generali prima e la Convenzione poi offrono ampia esemplificazione di un clero riformista e “liberale” schierato con il Terzo Stato – il cui “manifesto”, è noto, è redatto da un abate, Emmanuel-Joseph Sieyès.

Preparato dall’anticlericalismo settecentesco, che non distingue tra Cristo e Chiesa e riconosce nell’esperienza religiosa solo “fanatismo” o “superstizione”, l’anticristianesimo rivoluzionario è per così dire l’“elefante nella stanza” della Rivoluzione francese. Fatta eccezione per la storiografia in lingua inglese, che si è molto spesa in proposito nei decenni recenti, la memoria delle stragi del clero «refrattario» o di semplici credenti (stragi di marca di volta in volta maratista, giacobina, brissottina o hébertista) compiute a Parigi, Nantes, Marsiglia, Lione e altrove all’insegna del progetto di “decristianizzazione” – progetto che, inviso al solo Robespierre, a partire dal 1792 assume tratti genocidari con le esecuzioni di massa, gli affondamenti di barconi carichi di donne e uomini legati nudi o i primi studi sperimentali sull’efficacia di gas e veleni – non è a mio avviso diffusa così come pure dovrebbe nella coscienza europea moderna, al pari, ad esempio, della memoria della Shoah e del Gulag. Una simile rimozione fa sì che possa sembrare facile, o addirittura ovvio, richiamarsi oggi, da parte di questo o quello schieramento, alla Rivoluzione francese come a un’“origine” senza curarsi di distinguere tra moderazione e Terrore: dimenticando che solo il rifiuto della menzogna e della sopraffazione – o, in termini più concreti, l’immediata avversione per una qualsiasi ideologia della tabula rasa; per l’estremismo dottrinario; per la costruzione razziale o sociologica o sessuale dell’Altro e del “nemico” – può costituire oggi criterio attendibile per la creazione di un’opinione pubblica europea “progressista” e “liberale” (rimando qui, per le implicazioni di lungo periodo del Terrore e le continuità tra estremismo rivoluzionario francese e bolscevismo, a François Furet, Penser la Révolution française, saggio del 1978 purtroppo non tradotto in italiano. Michael Walzer si è di recente soffermato sul problema di una sinistra dottrinaria qui. Riferimento polemico immediato sono talune prese di posizione occidentali a favore di Hamas: le osservazioni di Walzer meritano però di essere considerate in termini più generali e profilate su uno sfondo storico-culturale).

 

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La scelta del premierato scardina l’attuale forma di governo.

Si ritorna ciclicamente a dibattere di riforme costituzionali, sia quelle attinenti la forma di governo – parlamentare o presidenziale? Quale rapporto tra gli organi di rappresentanza e quelli di direzione politica? Quanta e quale indipendenza e autonomia della magistratura? – sia con riguardo alla forma di Stato: autonomie, federalismo, regioni, con le implicazioni collegate alla cosiddetta autonomia differenziata.

È noto che l’inizio dei discorsi di revisione della Costituzione, nella sua Parte seconda, quella attinente all’organizzazione della Repubblica, risale agli anni Ottanta, con la Commissione bicamerale presieduta dall’on. Bozzi. Poi negli anni Novanta abbiamo avuto le Commissioni presiedute da De Mita, lotti e infine D’Alema. Per ultimi hanno tentato questa strada, non facile, sia Berlusconi sia Renzi. Ebbene, tutti i tentativi sono falliti lungo il percorso, ovvero sono stati bocciati nei referendum popolari confermativi.

Unica eccezione positiva è stata la proposta di revisione in senso più autonomista e regionalista, ai limiti del federalismo, che il centrosinistra approvò, ma con maggioranza assai risicata, nel 2001 e che venne confermata dal referendum popolare.

Tanti insuccessi hanno una loro spiegazione generale nell’idea della “coalizione contro”, nel senso che tutti gli elettori che sono contrari alla maggioranza che in quel momento governa e al suo esponente principale – ieri Berlusconi e Renzi e, forse, domani Meloni – si coagulano sul fronte del no, quasi prescindendo dai contenuti. Ecco perché l’attuale presidente del Consiglio dei ministri, pur avendo dichiarato che la sua proposta di premierato è la «madre di tutte le riforme» si è subito affrettata a precisare che, in caso di insuccesso, lei non si dimetterebbe… Sul punto si vedrà, perché le conseguenze di una sconfitta dopo tanto impegno non sarebbero facili da smaltire.

C’è dunque in campo la proposta di modificare in modo largo e profondo l’attuale forma di governo, nonostante che gli articoli da modificare non siano tanti, ma tutti significativi. Si progetta il transito da una forma di governo parlamentare – a dominanza dei partiti politici, i quali coalizzandosi esprimono una maggioranza a fronte della quale il presidente della Repubblica sceglie e nomina il presidente del Consiglio dei ministri, e in caso di crisi è il dominus della situazione politica che ne scaturisce, potendo rinviare il governo alle Camere o sciogliere il Parlamento – a una forma di governo di nuovo conio, perché diventerebbe invece a dominanza del premier, che si trascinerebbe dietro la “sua maggioranza” la quale resterebbe a lui/lei legata per tutta la legislatura: nel bene e nel male.

Per ottenere la legittimazione a far ciò e stringere a sé i parlamentari in un progetto politico pensato per cinque anni, il Capo della maggioranza ha bisogno di un’elezione popolare diretta. Tuttavia, questa ipotesi è non solo una novità assoluta per l’Italia, ma addirittura per il mondo intero, salvo il caso di Israele che la sperimentò per un paio d’anni, ma la abbandonò perché risultava impraticabile, portando più difficoltà che benefici.

Ovviamente il discorso è diverso per le repubbliche presidenziali o semi presidenziali, quindi per gli Stati Uniti d’America o per la Francia, ma per questi ordinamenti le differenze di sistema sono tali da non consentire paragoni utili.

Non è adesso indispensabile scendere nei dettagli ordinamentali del progetto, che sembra ancora incompleto e non maturo presentando anche tecnicamente difetti e lacune, ma se dovesse andare in porto esso stravolgerebbe la nostra forma di governo.

Ne cito solo alcuni: il vulnus al principio della separazione dei poteri, che è da sempre garanzia fondamentale di uno Stato di diritto; il venir meno della centralità del Parlamento e il netto abbassamento del livello di rappresentatività democratica; la perdita di autorevolezza e di efficacia del ruolo del capo dello Stato, che diventerebbe soltanto il notaio di volontà politiche e amministrative deliberate altrove.

La proposta governativa, che ha già ottenuto il primo voto favorevole del Senato, sui quattro complessivi richiesti, corredati almeno dalla maggioranza assoluta dei deputati e senatori, sarebbe tuttavia realizzabile solo dopo che fosse approvata una legge elettorale apposita. Questo sarà il passaggio politico cruciale perché la questione è aperta, ma i contrasti assai forti.

È ovvio che moltissimo dipenderà dalla scrittura di tale legge elettorale, un mix di proporzionale e maggioritario, ma con tutti gli occhi puntati sul punto dell’asticella che consentirebbe la vittoria: quella che porrebbe il Parlamento “al traino” della elezione diretta della o del premier. La regola democratica di base richiederebbe il 50% dei voti.

Si è molto insistito sulla esaltazione della sovranità popolare, sostenendo che sarebbero i cittadini come singoli e non i malvisti partiti a decidere, ma si vuole dimenticare che tale sovranità decidente si esprimerebbe una volta ogni cinque anni, esaurendosi nella giornata dell’investitura diretta di un Capo. È ancora l’obiezione sarcastica che Rousseau sollevava contro la forma di governo inglese, col suo modello parlamentare rappresentativo, operante ogni cinque anni.

Mancano ancora diversi mesi, anzi semestri, prima di arrivare alla stretta finale, che probabilmente coinciderà con la fine della legislatura nell’autunno del 2027, preceduta verosimilmente dal referendum costituzionale apposito. Ma è sin d’ora indispensabile che tutti comincino a prendere coscienza del fatto che, nel progetto da poco approvato in Senato, è rinvenibile una torsione leaderistico-autoritaria che mette in discussione la forma di governo democratico parlamentare, che a sua volta è l’essenza del nostro ordinamento repubblicano attuale.

A ogni modo il difetto maggiore che rinvengo è identico a quello che caratterizzava, in negativo, tutte le passate esperienze: non si fanno riforme costituzionali partigiane, o a dispetto. È indispensabile cercare testardamente e lealmente i punti di accodo, come fece in maniera solenne e fruttuosa l’Assemblea costituente nel lontano, ma nobilissimo, biennio 1946/47.

 

Enzo Balboni, già ordinario di Diritto costituzionale, Università cattolica del Sacro Cuore di Milano.

La credibilità delle alleanze è un imperativo per il futuro

La cultura delle alleanze, come ben si sa nel nostro paese, è strutturalmente riconducibile alla tradizione, alla cultura e al pensiero del cattolicesimo politico, seppur declinata nelle diverse fasi storiche in modo diverso. Non a caso, Mino Martinazzoli diceva efficacemente che “in Italia la politica è sinonimo di politica delle alleanze”. Nulla a che vedere, quindi, con la “vocazione maggioritaria”, con la dittatura di un solo partito e, sopratutto, con alleanze che vengono fatte e pianificate attraverso la sub cultura del pallottoliere.

Ora, è di tutta evidenza che ci troviamo di fronte ad una situazione politica dove uno dei postulati essenziali della cultura cattolico popolare e della stessa cultura democratica è stato sacrificato sull’altare delle mera convenienza momentanea, delle pregiudiziali ideologiche ed esclusivamente dettato dall’odio implacabile nei confronti dei nemico politico. E, del resto, è appena sufficiente registrare, anche solo come osservatori, allo spettacolo che viene offerto quotidianamente dai tre leader della sinistra – quella radicale della Schlein, quella estremista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella populista dei 5 stelle – per rendersi conto che l’allargamento di quella coalizione non è dettato da criteri politici o di contenuto ma ispirato dal criterio impolitico e qualunquista della pura sommatoria numerica. Insomma, l’esatto contrario di quello che viene sbandierato ad ogni ora e rimproverato strenuamente al centro destra. E cioè, la necessità di possedere una solida cultura di governo. Senza la quale, qualsiasi ipotesi di governare una città, una regione o una nazione è semplicemente impossibile e compromessa. E gli screzi, gli insulti, le accuse reciproche e gli attacchi politici tra il capo del partito personale di Renzi, Italia Viva, e il leader del partito populista Conte sono persin troppo eloquenti per approfondirli ulteriormente. Certo, l’ultima piroetta politica di Renzi appartiene più al campo del trasformismo che non a quello della coerenza e della prospettiva polica. Del resto, quando si rinnega tutto ciò che si è detto, scritto e ripetuto per anni per intraprendere, poi, una strada politica del tutto opposta se non addirittura alternativa qualunque commento è puramente superfluo.

Ecco perché, se si vuol recuperare con coerenza e lungimiranza uno dei cardini centrali della politica e della stessa prassi democratica del nostro paese, la credibilità della cultura delle alleanze è un aspetto prioritario e costitutivo. E la risposta a questa domanda non è nè la logica del pallottoliere, né la coltivazione della vocazione maggioritaria e né, tantomeno, la sub cultura dell’annientamento e della distruzione del nemico politico individuato come l’epicentro di tutto il male possibile. Questa, come ovvio, non risponde ad una concezione democratica e costituzionale ma è il frutto e la conseguenza di una prassi tribale dove non si contempla la stessa democrazia dell’alternanza per la semplice ragione che l’avversario è un nemico da abbattere che non viene riconosciuto sotto il profilo politico e neanche programmatico e men che meno etico/morale.

Dibattito | Problemi per Meloni se Salvini strizza l’occhio all’ultradestra tedesca.

In un consiglio nazionale della Dc riunitosi poco tempo dopo la riunificazione della Germania (3 Ottobre 1990), Giulio Andreotti fece un discorso, a noi giovani apparso un po’ disallineato, di cui all’uscita a Piazzale Sturzo gli chiedemmo spiegazione. Con garbo e ironia ci disse: “Amo tanto la Germania che ne preferisco due”. Andreotti aveva la vista lunga e, onestamente, dopo il voto in Turingia e in Sassonia, con lo tsunami del voto alla destra “Alternativa per la Germania” (AfD), ci dovremmo ricordare di quella sua illuminante predizione. La Germania, insomma, va trattata sempre con molta attenzione.

Quello di ieri nei due Länder tedeschi è stato un voto destinato a sconvolgere non solo i governi delle due regioni interessate, ma lo stesso equilibrio del governo centrale, considerato che due partiti della “coalizione semaforo” – i verdi e i liberali –  in Turingia non hanno nemmeno raggiunto la soglia del 5% necessaria per accedere al Parlamento (in Sassonia si sono salvati solo i verdi). Un voto, questo, che potrebbe riflettersi sulla tenuta del governo Scholz, con conseguenze sugli stessi equilibri dell’Unione europea.

Puntale la soddisfazione espressa dalla Lega di Salvini per l’esito del voto, con l’ennesima evidenziazione del carattere bicefalo della politica estera del governo. L’uscita leghista non avrà fatto piacere né alla Presidente Meloni, né al ministro Fitto, indicato come commissario dell’Italia nell’esecutivo europeo. Credo che dovrebbe essere necessario un chiarimento in sede parlamentare, per valutare correttamente quale sia l’esatta direzione di marcia della politica estera italiana. Un chiarimento che noi dc e Popolari ci sentiamo di sollecitare in particolare agli amici di Forza Italia, che del Ppe sono attualmente i principali rappresentanti, interessati come siamo, e da tempo andiamo proponendo, a costituire la sezione unitaria italiana dei Popolari, nella quale i dc e i Popolari del nostro Paese hanno il diritto di partecipazione, in quanto eredi dei padri co-fondatori del Ppe.

Se il dibattito sullo ius scholae può legittimamente rientrare tra le diverse opzioni che sul diritto di cittadinanza sono presenti trasversalmente nella maggioranza, altra questione è quella dell’unità della politica estera del Paese che dal 1949 in avanti tutti i governi, da De Gasperi a Draghi, hanno sempre rispettato, tenendo ferma la solidarietà euroatlantica. Nessun governo della Prima o della Seconda Repubblica sarebbe mai sopravvissuto a una situazione in cui tra Presidente del consiglio e uno dei suoi vice fosse in atto la netta alternativa di orientamento politico sulle alleanze internazionali presente oggi nel governo Meloni.

Ora, a questo governo già vittima di molti casi difficili al suo interno (Santanché, Sgarbi, Lollobrigida, Valditara, ecc..) sembra che questa divaricazione nella politica estera non significhi nulla, quasi fosse un semplice gioco delle parti della commedia recitata a soggetto senza copione. Presidente Meloni, se accetta un consiglio faccia molta attenzione alla confusa squadra di governo che le tocca guidare. Non basteranno i sorrisi e gli abbracci con Ursula van der Leyen per accreditarsi in Europa o evidenziare il solo ricordo della natura dell’Italia Paese fondatore dell’Ue per essere rispettati. Si ricordi del monito andreottiano, pur con i dovuti aggiornamenti, tenendo presente comunque che la maggioranza parlamentare si potrà anche continuare a controllare, ma alla lunga, le italiche giravolte in politica estera, ben note ai nostri partner internazionali, finiranno col dover essere pagate e, se e quando accadrà, il prezzo sarà pesantissimo.

Tra progresso e responsabilità: i dilemmi dell’Intelligenza Artificiale.

L’IA rappresenta una frontiera di straordinaria importanza, capace di trasformare radicalmente le nostre società, economie e persino il nostro modo di concepire l’esistenza umana.

Dal punto di vista etico, l’IA solleva interrogativi significativi. Basti citare la questione della responsabilità nelle decisioni autonome delle macchine: chi risponde degli errori commessi da un sistema di IA? Inoltre, è imperativo garantire che lo sviluppo dell’IA avvenga nel rispetto dei diritti umani, evitando bias e discriminazioni insite nei dati e negli algoritmi. La trasparenza e l’equità devono essere principi guida nella progettazione e nell’implementazione di queste tecnologie.

Dal punto di vista religioso, l’IA pone domande profonde sulla natura dell’uomo e del divino. Alcune tradizioni religiose potrebbero vedere nella creazione di entità autonome una sfida ai concetti di anima e coscienza. È necessario un dialogo aperto e rispettoso tra teologi, eticisti e scienziati per affrontare queste tematiche e trovare un terreno comune che rispetti le diverse sensibilità.

Sul fronte dell’innovazione tecnologica, l’IA rappresenta un motore di crescita senza precedenti. Le sue applicazioni spaziano dalla medicina alla finanza, dalla logistica all’educazione, promettendo di aumentare l’efficienza, ridurre i costi e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, è fondamentale che gli Stati valutino attentamente i rischi di ulteriori squilibri indotti da questa tecnologia dal potenziale così dirompente.

Squilibri che possono generarsi sia all’interno delle singole nazioni, sia tra nazioni stesse. Occorre quindi bilanciare, attraverso un opportuno sistema di regole nazionali ed internazionali, l’opportunità di sfruttare l’IA come motore di evoluzione e benessere, con la necessità di garantire equità sociale e interessi collettivi.

In conclusione, l’intelligenza artificiale offre opportunità straordinarie, ma richiede anche un’attenta riflessione su temi etici, religiosi e tecnologici. Solo attraverso un approccio equilibrato e inclusivo potremo sfruttarne appieno il potenziale, garantendo al contempo il benessere e i diritti di tutti i cittadini.

Sulla scorta di queste premesse, è in programma un convegno presso l’Università di San Marino, esattamente il prossimo 28 Novembre, dal titolo “Innovare Responsabilmente: Dialoghi su Intelligenza Artificiale ed Etica”. Un appuntamento da mettere in agenda.

 

Nicola Barone è Presidente di Tim San Marino e Ambasciatore-Inviato speciale della Repubblica del Titano.

In Turingia e Sassonia si fa sentire il peso della Storia

Nell’annunciato trionfo dell’estrema destra di Afd (Alternative für Deutschland) nei due länder orientali di Turingia e Sassonia, in cui si è votato ieri, incidono certo scelte di politica interna contingenti, di cui è responsabile la coalizione “semaforo” tra socialdemocratici, verdi e liberali, che dal 2021 gestisce soprattutto il declino dell’ex locomotiva d’Europa. In particolare il furore ideologico dei Verdi della ministra degli esteri Annalena Baerbock, proprio negli anni in cui eventi straordinari come la pandemia e la guerra sull’uscio di casa della Germania, avrebbero consigliato un approccio più flessibile in materia di energia e di ambiente, hanno contribuito a incattivire il clima, soprattutto agli occhi delle fasce sociali e dei territori più vulnerabili, come quelli dell’ex Ddr. Ma una ascesa così consistente dell’estrema destra in questi due länder, peraltro accompagnata da una clamorosa affermazione del partito nato da una scissione della sinistra di Linke, la Bsw, l’Alleanza “Sahra Wagenknecht – Ragione e Giustizia”, fondata appena nel gennaio scorso dalla stessa Wagenknecht, non appaiono spiegabili solo con cause interne recenti o di lunga data, come l’approccio predatorio che molti tedeschi orientali rimproverano ai fratelli dell’Ovest, dopo una riunificazione di cui l’intera Unione Europea si è fatta carico.

Ciò a cui si sta assistendo in Germania, sembra implicare  un discorso più complesso.

Mentre l’ascesa dell’estrema destra, che trova il suo principale argine nella tenuta del centro della Cdu (primo partito, seppur di poco, in Sassonia), appare sempre più difficile da contenere nelle istituzioni, emerge una spaccatura nella sinistra, generalmente liquidata in termini di rossobrunismo, nonostante la leader della sinistra nazionalista Sahra Wagenknecht abbia già categoricamente escluso qualunque ipotesi di collaborazione con AfD in Turingia e Sassonia. Accanto a un crescente malcontento sociale, a una crisi economica spaventosa, la politica tedesca è portata dagli eventi a chiedersi come reagire, in un impasto di sentimenti tra la coscienza della grandezza del popolo tedesco, della colpa per un certo suo passato, della sua  vocazione sempre contrastata fra l’Europa e l’immensità di un Est di cui sente profondo il richiamo.

È sufficiente un sommario richiamo a ragioni di tale ordine per capire che, da una prospettiva di ragione storica,  sia estremamente rischioso trattare un Paese dagli equilibri così complessi e fragili come la Germania, come è stato trattato in questo secolo dagli alleati americani e britannici. Fino allo scorso decennio dandole carta bianca in Europa, incuranti degli enormi danni causati dall’ordoliberismo e dalla conseguente austerità, e in questo decennio, dopo aver avvelenato i pozzi di una possibile soluzione diplomatica della questione ucraina, antecedente all’invasione russa, imponendo alla Germania i canoni di una anacronistica geopolitica mackinderiana fondata sull’eurasia-fobia, che l’ha privata del fondamentale apporto dell’energia russa a basso costo, in seguito al sabotaggio dei gasdotti North Stream.

Mentre giustamente in molti ora avvertono il rischio di una deriva estremista di destra in Germania, pochi sottolineano che un tale rischio non poteva non essere messo nel conto (e i maligni insinuano forse anche voluto, ancora una volta, dopo la non lineare ascesa del politico di origini austriache nel secolo scorso) da quei gruppi dirigenti che hanno avuto un ruolo di primo piano nel riportare, sin da subito dopo la caduta del Muro di Berlino, la guerra in Europa e che stanno ora cercando attraverso il conflitto ucraino di realizzare il loro progetto di una separazione strutturale e duratura dell’Europa dall’Asia, da perseguire anche al prezzo di sfidare la Storia, ovvero al prezzo di rischiare una nuova, imprevedibile destabilizzazione tedesca. A queste forze va opposto l’impegno per un’Europa che punti al più presto a uscire dal suo status di nano politico per proporsi invece come uno dei cardini del nuovo multipolarismo che si sta affermando nel mondo attuale.

Preambolo e Ulivo, momenti di grande politica. Oggi invece…le piroette di Renzi.

Diciamolo subito per evitare spiacevoli equivoci. Non si può confondere il sacro con il profano. Ovvero, l’intera stagione politica della prima repubblica e l’inizio della cosiddetta seconda repubblica con il nulla che caratterizza l’attuale geografia politica italiana. Del resto, è appena sufficiente indagare su come decollavano i progetti politici nel passato e confrontarli con quelli di oggi per rendersi conto del profondo e quasi antropologico cambiamento intervenuto. Un cambiamento non solo nel metodo – il che è già decisivo per la credibilità stessa di una politica democratica e partecipativa – ma soprattutto nel merito. E, tra i molti passaggi decisivi che hanno accompagnato e caratterizzato la prima e la seconda repubblica, possiamo citarne due, forse tra i più importanti ai fini della svolta politica impressa al paese. Il cosiddetto “preambolo” scritto e pianificato dal leader della sinistra sociale della Dc Carlo Donat-Cattin al congresso del partito nel febbraio del 1980 che bloccava “allo stato dei fatti ogni accordo di governo con il Pci” e il decollo dell’Ulivo in vista delle elezioni politiche del 1996 che faceva partire la nuova stagione di un rinnovato e qualificato centro sinistra di governo. Due momenti, due progetti politici, due visioni della società che sono stati preceduti da un fortissimo e qualificato dibattito politico e culturale, da un confronto – anche duro e spietato – sui contenuti e sugli elementi decisivi che dovevano declinare una nuova cultura di governo. L’uno, tutto ancora incardinato all’interno del sistema dei partiti e delle correnti democristiane ma che investiva il futuro e la prospettiva della intera politica italiana e l’altro, già frutto dell’impianto maggioritario e bipolare, che doveva dar vita ad una vera e

propria democrazia dell’alternanza.

Ecco, in entrambi i casi era la politica a prevalere. Erano i contenuti ad avere la meglio perché in gioco, infatti, c’era quello che Pietro Scoppola definitiva “un progetto di società”. Al di là, come ovvio e scontato, della profonda differenza tra i due progetti collocati in contesti storici ormai

lontani l’uno dall’altro. Ovvero, la politica vissuta all’insegna della progettualità, della cultura, della visione di futuro e, soprattutto, dell’autorevolezza della classe dirigente che doveva incardinare e declinare quell’iniziativa politica.

Ora, di grazia, cos’è rimasto di tutto ciò nella politica contemporanea? Per fermarsi alle ultime scintille ferragostane, domina la piroetta di Renzi, capo di Italia Viva, uno dei tanti partiti personali – seppur di piccole dimensioni – che ha rinnegato tutto ciò che ha detto, scritto, teorizzato e urlato in questi ultimi due anni per approdare nel cartello delle sinistre, cioè il futuro “Fronte popolare” composto dalla sinistra radicale della Schlein, da quella fondamentalista del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e dai populisti dei 5 stelle. Una piroetta che nasce da una intervista personale ad un quotidiano, che innesca un dibattito – prevalentemente di natura tattica, opportunistica e trasformistica – che prescinde radicalmente da qualsiasi contenuto e che può, com’è altrettanto ovvio, essere modificato o rinnegato o confermato con una successiva piroetta.

Ecco perché, quando si parla di credibilità della politica, di autorevolezza della classe dirigente e di serietà degli stessi progetti politici dei partiti – o di ciò che è rimasto di loro – non possiamo non fare dei semplici e anche banali confronti con il passato. E non solo con la prima repubblica, quando la politica era protagonista e decisiva ai fini del governo della società, ma anche con l’inizio della seconda repubblica prima dell’avvento del populismo anti politico, demagogico e qualunquista. Cioè prima dell’affermazione del partito di Grillo e di Conte e della Lega salviniana.

Adesso non ci resta che attrezzarsi per invertire lentamente questa deriva fatta solo di tatticismo, di opportunismo, di trasformismo e di tutto ciò che faceva dire all’indimenticabile Martinazzoli che siamo passati dal “tutto è politica al nulla della politica”. Questa è, oggi, la vera sfida e scommessa per rilanciare la qualità della democrazia da un lato e la credibilità della politica e di chi la interpreta dall’altro.

la nota sul tema dell’autonomia differenziata dell’Episcopato italiano.

Pubblichiamo di seguito la nota sul tema dell’autonomia differenziata. Il testo, approvato dal Consiglio Episcopale Permanente il 22 maggio nel corso dei lavori della 79ª Assemblea Generale, raccoglie e fa proprie le preoccupazioni emerse dall’Episcopato italiano.

«Il Paese non crescerà se non insieme»[1]. Questa convinzione ha accompagnato, nel corso dei decenni, «il dovere e la volontà della Chiesa di essere presente e solidale in ogni parte d’Italia, per promuovere un autentico sviluppo di tutto il Paese»[2]. È un fondamentale principio di unità e corresponsabilità, che invita a ritrovare il senso autentico dello Stato, della casa comune, di un progetto condiviso per il futuro.
Sono parole molto attuali anche oggi, in cui si discutono le modalità di attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, secondo quanto consentito dal dettato costituzionale. Ed è proprio la storia del Paese a dirci che non c’è sviluppo senza solidarietà, attenzione agli ultimi, valorizzazione delle differenze e corresponsabilità nella promozione del bene comune.
Ci dà particolare forza l’esperienza di sinodalità delle nostre Chiese, grazie alla quale stiamo crescendo nella capacità di “camminare insieme” come comunità cristiane e con i territori e la comunità civile del Paese.
In particolare, crediamo che la parola “insieme” sia la chiave per affrontare le sfide odierne e la via che conduce a un futuro possibile per tutti. Siamo convinti infatti – e la storia lo conferma – che il principio di sussidiarietà sia inseparabile da quello della solidarietà. Ogni volta che si scindono si impoverisce il tessuto sociale, o perché si promuovono singole realtà senza chiedere loro di impegnarsi per il bene comune, o perché si rischia di accentrare tutto a livello statale senza valorizzare le competenze dei singoli. Solidarietà e sussidiarietà devono camminare assieme altrimenti si crea un vuoto impossibile da colmare. Con Papa Francesco, ripetiamo che «la fraternità universale e l’amicizia sociale all’interno di ogni società sono due poli inseparabili e coessenziali. Separarli conduce a una deformazione e a una polarizzazione dannosa» (Fratelli tutti, 142).
Da sempre ci sta a cuore il benessere di ogni persona, delle comunità, dell’intero Paese, mentre ci preoccupa qualsiasi tentativo di accentuare gli squilibri già esistenti tra territori, tra aree metropolitane e interne, tra centri e periferie. In questo senso, il progetto di legge con cui vengono precisate le condizioni per l’attivazione dell’autonomia differenziata – prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione – rischia di minare le basi di quel vincolo di solidarietà tra le diverse Regioni, che è presidio al principio di unità della Repubblica.
Tale rischio non può essere sottovalutato, in particolare alla luce delle disuguaglianze già esistenti, specialmente nel campo della tutela della salute, cui è dedicata larga parte delle risorse spettanti alle Regioni e che suscita apprensione in quanto inadeguato alle attese dei cittadini sia per i tempi sia per le modalità di erogazione dei servizi.
Gli sviluppi del sistema delle autonomie – la cui costruzione con Luigi Sturzo, nel secolo scorso, è stata uno dei principali contributi dei cattolici alla vita del Paese – non possono non tener conto dell’effettiva definizione dei livelli essenziali delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali che devono essere garantiti in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale.
Di fronte a tutto questo, rivolgiamo un appello alle Istituzioni politiche affinché venga siglato un «patto sociale e culturale» (Evangelii gaudium, 239), perché si incrementino meccanismi di sviluppo, controllo e giustizia sociale per tutti e per ciascuno.

Quando il mobbing lavorativo diventa stalking

La recentissima Sentenza della terza sezione penale della Corte di Cassazione n° 32770 del 21 agosto 2024 rappresenta un importante punto di svolta nella considerazione del mobbing lavorativo. Parliamo di quel comportamento che si estrinseca attraverso reiterate azioni vessatorie nei confronti di un lavoratore, deliberatamente messe in atto allo scopo di umiliarlo, emarginarlo, compromettere la sua integrità psico-fisica e persino costringerlo ad abbandonare il posto di lavoro o ad estrometterlo dallo stesso, solitamente generate in senso deteriore e fuorviante da un rapporto di sovraordinazione gerarchica (ma anche tra pari, il cdosiddetto ‘mobbing orizzontale’) che, ove ripetuto assumendo sembianze sistematiche, finalizzate e persecutorie, può essere assimilato al reato penale di stalking, ai sensi degli artt. 572, 610 e 612 bis del c.p.

Non sono infrequenti le situazioni lavorative – solitamente addebitabili al datore di lavoro – nelle quali il dipendente è fatto oggetto di trattamenti umilianti, offensivi, lesivi della sua dignità personale e professionale, esplicitando un accanimento nei suoi confronti, che sovente viene emarginato o escluso da comunicazioni o applicazione di norme che lo riguardano e persino da attività lavorative che potrebbe normalmente svolgere così come – di converso – attraverso l’assegnazione di compiti faticosi o umilianti, fino ad imporre in modo unilaterale e non concordato condizioni personali di lavoro, allo scopo di creare un demansionamento lavorativo, ovvero obbligando il sottoposto ad impegni che non tengono conto delle disposizioni normative derivanti da leggi che riguardano la fattispecie dell’impiego: a titolo di esempio si cita il caso di quei lavoratori collocati in smart working ai quali sono state chieste prestazioni onerose ed esorbitanti dall’orario di lavoro o dal tipo di attività assegnata, disapplicando apposite, esplicite indicazioni normative che prevedevano un tipo diverso di utilizzo del personale.

Si tratta di comportamenti umilianti sotto il profilo psicologico, ispirati in genere ad un disegno di emarginazione e di sottostima del soggetto, a volte usando lo strumento delle visite mediche di controllo per accertarne l’idoneità/inidoneità, accompagnando la richiesta di accertamento con affermazioni del tutto prive di competenza specifica – riservata al personale sanitario –  come il riferire di “condizioni fisiche che facciano presumere l’inidoneità fisica permanente assoluta o relativa al servizio”: al verificarsi di situazioni analoghe pare opportuno stigmatizzarle e ricondurle alla fattispecie prevista dalla citata Sentenza della Cassazione nel senso che integrano il passaggio dal ‘mobbing’ allo stalking che è un vero e proprio reato penale.

È dunque significativa, fino a diventare una sorta di vera e propria svolta epocale interpretativa dei comportamenti autoritari e umilianti in ambito lavorativo, la parte della Sentenza laddove la Corte di Cassazione ha, infatti, sottolineato che “il mobbing, quando esercitato con modalità vessatorie reiterate e idonee a determinare un perdurante stato di ansia o di timore nella vittima, può essere ricondotto alla fattispecie dello stalking”. Poiché è noto che le Sentenze di Cassazione sono equiparabili per cogenza e applicabilità all’interpretazione autentica di fattispecie non espressamente previste da una apposita normativa vigente, oppure riconducibili ad un combinato disposto, ovvero dirimenti in caso di dubbio di liceità, ne consegue che questa Sentenza n° 32770 sarà richiamata nei ricorsi proposti da coloro che si riterranno lesi da azioni ‘vessatorie reiterate’ e foriere di stati d’ansia, timore, disagio emotivo, stress in costanza di accanimento persecutorio e – di converso – sarà assunta e integrata nelle Sentenze degli adìti Tribunali.

Carlo Levi, un pittore con le parole: stasera su Rai 5.

“La paura della libertà è il sentimento che ha generato il fascismo. Per chi ha l’animo di un servo, la sola pace, la sola felicità è nell’avere un padrone e nulla è più faticoso e veramente spaventoso dell’esercizio della libertà”.

Parole di Carlo Levi, medico, pittore, scrittore, antifascista torinese: il valore della sua testimonianza civile e politica, ma soprattutto profondamente umana, è al centro di “L’altro ’900: Carlo Levi” che “Sciarada, il circolo delle parole” in onda domani [oggi per chi legge, ndr] alle 22.50 su Rai 5.

Parte della puntata è stata girata ad Aliano, la Gagliano del capolavoro di Levi, nei luoghi che videro, tra il 1935 e il ’36, il medico-pittore confinato perché antifascista e fondatore di “Giustizia e Libertà”, il movimento di ispirazione gobettiana nato a Torino. Ne parla la storica Anna Foa, figlia di Vittorio, che con Carlo Levi, Massimo Mila, Michele Giua e altri giovani intellettuali, subì l’arresto nella Torino antifascista.

Destinato in un primo momento a Grassano, in Basilicata, Levi fu successivamente spostato ad Aliano perché considerato particolarmente pericoloso per l’ordine pubblico nazionale, ma da quella esperienza nacquero alcune delle pagine più appassionate e vibranti della nostra storia letteraria e molti dei più intensi ritratti dell’arte del Novecento.

Nella “cella senza muri del confino”, Levi imparò a conoscere e ad amare la gente di Aliano, i loro volti scuri, il loro dolore a volte rassegnato. Seppe ritrarla con fedeltà e rispetto e seppe scriverne. Non pensò mai di voler cambiare qualcosa di quella cultura contadina che lo aveva accolto, ma capì il valore del confronto e del rispetto tra mondi diversi. È quanto raccontano nella puntata lo storico e critico della letteratura Giulio Ferroni e la storica dell’arte contemporanea Daniela Fonti, presidente della Fondazione Carlo Levi.

La questione del tempo e della memoria, nodo centrale nella vita dell’uomo, è anche l’elemento che maggiormente caratterizza la scrittura testimoniale di Carlo Levi, come osserva Giulio Ferroni. Per “trovare voce nella Storia”, cioè dignità, presenza, un popolo ha bisogno della sua memoria e soltanto testimoniando e tramandando la verità avrà la possibilità di restare nella Storia, di avere una identità nel tempo.

Ha scritto Vincenzo Consolo che la forza e la poesia delle pagine di Carlo Levi è “l’amore per tutto quanto è umano, acutamente umano, vale a dire debole e doloroso, cioè nobile”. La narrativa civile di Levi porta con sé il grande valore del documento e della testimonianza, il senso di giustizia, la difesa della dignità dell’uomo.

Accompagnata dal “paesologo” e scrittore Franco Arminio per le strade di Aliano e dalle letture dell’attore Alessio Vassallo, la puntata fa emergere il sentimento di Levi che parla ancora con una straordinaria forza e attualità.

Toni Bisaglia, l’idea di una Dc popolare e moderna.

Toni Bisaglia fu una figura politica incompiuta. Morì quando era ancora giovane e aveva appena imboccato il percorso di una sorta di rinnovamento di se stesso, nel bel mezzo di un tentativo più corale di ridisegnare la Dc e attrezzarla in vista di quei tempi nuovi che si annunciavano imminenti, promettenti e insidiosi. Inoltre egli era piuttosto restio a raccontarsi, tantomeno a celebrarsi. Contava sul fatto che a parlare in suo conto sarebbero state le sue opere, e tanto più il tempo (pur poco, e affrettato) che sentiva di avere ancora davanti a sé. Tempo che quella caduta da una barca nel mare di Portofino gli portò via tutto a un tratto.

Quella sua morte così accidentale finì per essere a quel punto il tratto più conosciuto di lui, alimentando un mistero che non aveva ragioni e oscurando una biografia che non era ancora compiuta. Alle sue spalle, però, c’era già una storia politica di rilievo, come esponente e poi come leader di quel “Veneto bianco” che rimase a lungo il bacino di consenso più ampio del nostro insediamento popolare. E davanti a lui, in un futuro che non ebbe modo di vedere, c’erano quei legami solidi e promettenti che aveva annodato con De Mita, segretario del partito; con Cossiga, allora presidente del Senato e di lì a poco capo dello Stato; e in modi forse un tantino meno intimi e meno complici, con Forlani. La terza generazione, come la si etichettò. Egli si trovava insomma ben dentro la vita democristiana di quegli anni, ignaro che quella vita sarebbe stata assai più breve, e soprattutto assai più tormentata, di come all’epoca si immaginava.

Avesse avuto più tempo davanti a sé avrebbe tagliato i traguardi più apicali cui sembrava destinato. Ma in realtà lui stesso  aveva una sorta di presentimento di quel che sarebbe potuto accadere. Non alla sua persona, affatto. Ma semmai al suo mondo, al suo partito, alla sua terra politica. Come avesse intuito per tempo lo sfacelo che sarebbe capitato dieci anni dopo. In una parola, aveva ben chiara la fragilità del potere. Del suo, prima di tutto.

Per molti anni Bisaglia fu a lungo un outsider. Era figlio di un ferroviere. La sua famiglia era povera e marginale. E la sua città era a suo modo marginale anch’essa. Aveva mosso i suoi primi passi politici nella provincia di Rovigo, allora la meno democristiana del Veneto. Per giunta era stato guardato con sospetto dai notabili che governavano il partito in quegli anni. Troppo giovane, troppo dinamico, troppo ambizioso, forse troppo disinvolto. Privo di quelle ambiguità e di quelle ipocrisie un po’ untuose che allora andavano per la maggiore, specie da quelle parti.

Come tutti in quegli anni, cominciò con le associazioni cattoliche e con il Movimento giovanile del partito. Ricordava sempre che alla morte di De Gasperi s’era precipitato con altri ragazzi a Sella di Valsugana e aveva assistito all’arrivo di Andreotti, allora giovane sottosegretario. Accolto dalla moglie dello statista trentino con un’espressione che lo aveva colpito: “Eppure, le voleva bene”. Dove quell’”eppure” poteva essere letto in molti modi (e Bisaglia indulgeva da parte sua al modo più malizioso, o almeno più severo).

Arrivare in Parlamento, muovendo da quella provincia più povera (anche di voti) e quasi periferica, non fu affatto impresa facile. A rendergliela un pochino meno proibitiva fu il legame intessuto con Mariano Rumor, gran capo dei dorotei e quasi sul punto di diventare segretario del partito e poi presidente del consiglio. Quel legame lo accompagnò e lo aiutò per molti anni. E quando poi si ruppe e le loro sorti si divisero, non senza qualche asprezza, Bisaglia ne ricavò una sorta di imbarazzo. Poiché lui si sentiva più moderno, più dinamico, più adatto ai tempi nuovi rispetto al suo capo storico. Avvertendo però il peso di una frattura che non si rimarginò mai del tutto.

Arrivato a Roma, si dedicò all’organizzazione del partito. Il tema era quasi un suo pallino, in quei primi anni importanti. Era convinto che i modelli politici adottati fin lì avessero fatto il loro tempo. Sia quelli del notabilitato degasperiano. Sia anche quelli, apparentemente più moderni, introdotti poi dal dinamismo di Fanfani e dei “giovani” di Iniziativa democratica, la nuova corrente di maggioranza. La sua idea era che la Dc dovesse a quel punto cercare nuove sintesi tra i “valori” e gli “interessi”. E cioè le due polarità -non più opposte l’una all’altra- intorno a cui si snodava il rapporto con l’elettorato. Quelle due polarità incarnavano nella sua visione il legame tra passato e futuro.

 

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Ius scholae, l’emendamento di Azione al ddl in materia di sicurezza.

“Azione presenterà un emendamento sullo ius scholae al disegno di legge in materia di sicurezza (AC 1660-A), che all`articolo 9 già reca una norma di modifica della legge 91/92 in materia di cittadinanza degli stranieri, e che l`aula della Camera inizierà a discutere il prossimo 10 settembre”. Lo riferisce una nota di Azione.

“Si tratta della traduzione normativa della proposta avanzata, ma non ancora formalizzata, da Forza Italia. Il termine per la presentazione degli emendamenti è il prossimo 9 settembre, quindi c`è tempo e modo per raccogliere, a partire ovviamente da Forza Italia, suggerimenti di modifiche e integrazioni e per approfondirne tecnicamente la formulazione normativa, fermo restando il contenuto della proposta, cioè il riconoscimento della cittadinanza ai minori stranieri, che abbiano completato un percorso di studio di 10 anni nel territorio nazionale, fino all`assolvimento dell`obbligo scolastico”, spiega la nota.

“La proposta di emendamento è la seguente: all`articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti: “2-bis. Il minore straniero nato in Italia che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente nel territorio nazionale per almeno dieci anni la scuola primaria e secondaria, con la conclusione positiva del primo ciclo d`istruzione e l’assolvimento dell’obbligo scolastico, acquista la cittadinanza italiana. La cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell`interessato, da un genitore legalmente residente in Italia o da un esercente la responsabilità genitoriale, all`ufficiale dello stato civile del comune di residenza, da annotare nel registro dello stato civile.

Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l`interessato può rinunciare alla cittadinanza italiana se in possesso di altra cittadinanza.

2-ter.: Qualora non sia stata espressa la dichiarazione di volontà di cui al comma 2-bis, l`interessato in possesso dei relativi requisiti acquista la cittadinanza se ne fa richiesta all`ufficiale dello stato civile entro due anni dal raggiungimento della maggiore età”, conclude Azione nella nota.

Durov, pedina o re nel gioco della disinformazione?

L’evento più clamoroso per la Russia negli ultimi giorni non è stata la previsione sulla vittoria dell’Ucraina nella guerra, sbandierata dal presidente Volodymyr Zelenskyj sulla scia dell’entusiasmo per l’offensiva nella regione di Kursk, ma l’arresto dello zar russo di internet, Pavel Durov, in un aeroporto francese. Sia i portavoce del potere, sia la maggior parte delle voci di opposizione in Russia hanno reagito all’unisono, in modo stupefacente, in difesa della libertà di espressione e di comunicazione. La guerra dell’informazione è infatti ben più estesa e devastante di quella sul campo, non ovviamente per il numero delle vittime e la portata delle distruzioni, ma per la sensazione effettiva del potere, o della consistenza della lotta contro di esso.

La piattaforma di messaggistica Telegram, fondata da Durov nel 2013, è in effetti l’unico spazio in cui il pubblico russofono può avere accesso ai contenuti politici senza blocchi, interruzioni o sanzioni, e questo vale non solo per la Russia, ma per molti Paesi del Medio Oriente, dell’Asia centrale e di quella sud-orientale. Nell’Europa occidentale, e in particolare in Francia, Telegram viene invece spesso associata al narcotraffico, al terrorismo, alla pirateria informatica e alla diffusione di materiali pornografici, compresi quelli di pedofilia.

Pavel Durov, imprenditore pietroburghese che compirà quarant’anni a ottobre, domina lo spazio dei social network in Russia fin dal 2006, agli inizi della diffusione nel mondo di questi nuovi mezzi di comunicazione. Insieme al fratello Nikolaj aveva fondato la prima rete VKontakte (“In Contatto”), che divenne immediatamente popolare in Russia e in molti altri Stati ex-sovietici, insieme con l’altro messenger Odnoklassniki (“Compagni di Classe”), anch’esso legato al sistema di Durov. Questi primi strumenti sono stati lasciati al totale controllo del Cremlino dopo l’inizio del conflitto con l’Ucraina nel 2014, e il giovane magnate digitale ha rivendicato la propria libertà di diffondere qualunque informazione, anche criticando il governo, rimanendo sul trono di Telegram.

Durov ha quindi lasciato ufficialmente la Russia, dove comunque ritorna ogni volta che lo ritiene necessario, e ha stabilito la sua residenza a Dubai, prendendo allo stesso tempo la cittadinanza degli Emirati, delle isole di Saint Kitts & Nevis e della Francia, rinunciando agli Stati Uniti e a Singapore, dove “sentiva troppe pressioni”, come da lui raccontato in un’intervista a Tucker Carlson, l’unico giornalista occidentale amato dai russi. Il passaporto francese gli era stato concesso per via assolutamente privilegiata, dopo alcune cene con il presidente Emmanuel Macron, che gli consigliava di spostare a Parigi la sede della sua impresa.

Il suo arresto in Francia – con rilascio ai domiciliari su cauzione dopo una settimana, con obbligo di rimanere nel Paese – ha scatenato una tempesta di reazioni in Russia, sollevando numerose perplessità sui suoi reali motivi. Durov si è recato a Parigi con il suo aereo privato dall’Azerbaigian, dove sembra avesse avuto l’opportunità di incontrare direttamente Vladimir Putin. Sembra improbabile che non fosse al corrente dei rischi del viaggio, viste le sue relazioni ai massimi livelli, per cui si ipotizza che si tratti di una manovra dalle finalità oscure, a meno che non dimostri la protervia di chi si crede al di sopra di tutte le leggi. Per i russi, il sospetto è che il padrone di Telegram sia andato a consegnare le chiavi d’accesso alle informazioni cruciali del suo messenger, per favorire gli occidentali nella guerra globale.

La piattaforma è in effetti molto usata dai soldati russi per comunicare tra loro (anche dagli ucraini, del resto), ma non è molto credibile che i comandanti militari vi facciano passare i piani strategici, e del resto il sistema di Telegram non ha vere e proprie “chiavi d’accesso”, essendo costruito su un castello di database e di server non comunicanti tra loro. Al di là dell’effettivo significato tecnico-militare della vicenda, la sua risonanza dimostra il significato più vasto degli intrecci nel mondo della comunicazione; la Russia, isolata politicamente ed economicamente dall’Occidente e in cerca di una nuova dimensione a cavallo dei mondi, non può rinunciare al suo ruolo nello spazio globale virtuale.

Il controllo sulle informazioni è infatti lo strumento principale per imporre un’interpretazione degli eventi favorevole ai propri scopi. Non si tratta certo di una novità: la manipolazione della realtà era già uno degli obiettivi principali degli antichi storici romani, dallo stesso Giulio Cesare a Tito Livio, Tacito e Sallustio, come arma ideologica dell’impero. I russi ne hanno tratto insegnamento fin dalla medievale “Cronaca di Nestor” che narra gli eventi della Rus’ di Kiev, presentando il “popolo nuovo” chiamato a riscrivere la storia, a cui si sono ispirati gli zar e i segretari sovietici, fino al loro attuale emulatore del Cremlino. Uno scrittore e filosofo russo dell’Ottocento, Vladimir Odoevskij, aveva addirittura profetizzato la nascita dei blog e di internet nel suo romanzo utopico “Anno 4338”, scritto nel 1835, in cui narrava che “tra le case sono stabiliti dei telegrafi magnetici, grazie ai quali coloro che vivono a grandi distanze possono conversare tra loro”, diffondendo perfino dei “giornali casalinghi, preparati da chi ha maggiori conoscenze e che sostituiscono l’abituale corrispondenza”, che oltre a informare sulla vita interna delle famiglie offrono “diverse riflessioni, osservazioni, scoperte e proposte”.

Di proposte su Telegram ce n’è effettivamente un gran numero, e molte di esse suscitano reali preoccupazioni. In passato Durov ha dovuto piegarsi controvoglia alle imposizioni di Stati stranieri, come nel 2022 quando la Germania lo accusò di non moderare i contenuti secondo le leggi, la stessa accusa che ha portato all’arresto di Parigi. Non molto tempo fa in Europa è stata elaborata la versione finale del Digital Services Act, il regolamento Ue sui servizi digitali 2022/2065, a cui i rappresentanti di Telegram giurano di attenersi scrupolosamente, bloccando i contenuti pirata e non diffondendo agli europei i canali vietati come RT, il derivato della Russkoe Televidenie, uno dei principali mezzi di propaganda del Cremlino. Del resto, la Commissione europea ha specificato che non sono state rilevate violazioni a queste regole da parte di Telegram.

 

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https://www.asianews.it/notizie-it/L’arresto-di-Durov-e-i-paradossi-della-libertà-61402.html