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Il gossip sul caso Meloni Giambruno evidenzia una democrazia malata

La fine del rapporto tra la presidente del consiglio e il suo compagno è un tema che sta riscuotendo un diffuso interesse. Le guerre in Ucraina e nel Medio Oriente, dai risvolti preoccupanti, sono seguite con minore attenzione rispetto al caso Meloni-Giambruno. Anche la stampa internazionale dedica spazi non riscontrati nel passato. È una brutta vicenda soprattutto umana che dovrebbe essere gestita dagli organi di informazione con maggiore prudenza. 

Il gossip certamente aumenta “l’ascolto” ma crea delle difficoltà serie nel percorso della necessaria consapevolezza verso problemi veri. 

Il gossip limita gli approfondimenti necessari in un Paese tormentato. Il gossip limita il pensare e lascia spazi su cui i poteri, senza nessuna investitura democratica, aumentano il loro volume di azione.

In questi giorni molti mi hanno chiesto notizie e pareri sulla storia della Meloni e del suo compagno. Non ho notizie aggiuntive e non ho commenti da fare se non quelli di auspicare il riserbo e il rispetto umano per i protagonisti di questa storia (una bimba di 7 anni che va protetta). 

Tutto questo mi porta ad una considerazione molto amara nel constatare che sulle grandi questioni c’è apatia. Un disinteresse disarmante difronte una democrazia in affanno: un Parlamento umiliato (il governo impedisce anche la presentazione di emendamenti dei parlamentari della maggioranza alla legge di bilancio), un progetto eversivo di un premierato forte (il sindaco d’Italia), una giustizia che segna il passo della inefficienza, una legge elettorale per cui i parlamentari si nominano e non si eleggono, un disegno di legge che scompone il Paese con il regionalismo differenziato, la nostra politica estera che non trova sufficienti spazi mentre in Africa la fa l’Eni!

Questo il segno di una democrazia malata. 

Dopo anni di vuoto politico di partiti inesistenti, di sindacati e associazioni di rappresentanza trasformati in apparati del sistema, la vitalità della Paese è stata compromessa. Se la partecipazione non c’è più, sensibilità e volontà si stemperano. 

Il gossip ben gestito con chiare finalità speculative puo essere il motore? No, sarebbe la fine. Le vicende umane vanno viste con giudizio e non usate strumentalmente. Oggi le sfide sono altre. C’è bisogno di rintracciare il senso del nostro cammino ritrovando coscienza e responsabilità!

 

[Il testo è tratto dal profilo Fb dell’autore]

Argentina al voto, può vincere il liberista e anti casta Javier Milei.

L’Argentina va oggi alle urne per eleggere un nuovo presidente con l'(ex) outsider Javier Milei favorito al primo turno. Questi, candidato dell’ultradestra antisistema è accreditato del 30% delle preferenze; con il 29% lo insegue il delfino dell’uscente Alberto Fernandez, Sergio Massa, mentre la candidata della destra più tradizionale, Patricia Bullrich, raccoglierebbe solo il 20% dei voti.

A votare sono chiamati 35,8 milioni di argentini: i seggi apriranno alle 8 del mattino e chiuderanno alle 18, con i primi risultati attesi non prima delle 21 ora locale (le 2 di notte in Italia).

In base ai sondaggi, è ritenuto probabile che non ci sarà un’elezione al primo turno, dato che in base alla legge elettorale un candidato ha bisogno di una percentuale del 45%, oppure del 40% con dieci punti di margine sul secondo classificato, per evitare il ballottaggio.

Milei, in un secondo turno tutt’altro che ipotetico (che si svolgerebbe il 19 novembre), sembra avere il posto assicurato nel caso di confronto diretto con Massa. Invece la Bullrich, poco incisiva nei due dibattiti fra i candidati, paga una campagna elettorale condotta in maniera alquanto indecisa. Per questo sembrerebbe fuori dai giochi, anche se il voto dei suoi sostenitori finirebbe con l’essere decisivo nel ballotaggio.

Milei, economista ultraliberale di 52 anni, è comparso in televisione nel 2016 catalizzando il dibattito politico con dichiarazioni anti-sistema spesso estreme (tipo: la vendita di organi umani può costituire un settore in più del mercato). Le sue posizioni radicali, compresa una forte opposizione all’aborto, sono percepite come attacchi al sistema e alla ‘casta’ del potere, da cui il forte seguito elettorale.

Massa ha dalla sua la polarizzazione fra destra e sinistra, su cui Milei ha basato tutta la sua politica e che al momento gli sta dando ragione; di contro, quando il candidato antisistema parla di “sinistri” l’immagine nella mente degli elettori non è certo quella di Bullrich, e quindi potrebbe finire col mobilitare la base più progressista a favore del candidato governativo. Di fatto, anche se il profilo dell’elettore di Milei è ancora incerto data la novità del fenomeno, è di certo schierato tendenzialmente a destra, per cui l’effetto globale potrebbe essere quello di rubare voti al fronte anti-kirchnerista di Bullrich, ma non alla sinistra.

Bullrich ha invece basato la propria campagna elettorale sui valori tradizionali della destra conservatrice argentina: economia e sicurezza, precisamente i dossier su cui il governo uscente – di cui Massa era il titolare delle Finanze – si è dimostrato, per usare un eufemismo, meno brillante.

Nei primi sette mesi dell’anno l’economia ha fatto registrare una contrazione dell’1,8%, ma la preoccupazione principale degli argentini rimane l’iperinflazione arrivata al 138,3% a settembre (su un anno) e che secondo le stime della banca Centrale argentina dovrebbe raggiungere il 180,7%, il dato più alto dalla crisi del 1989-90.

Il tasso di disoccupazione di poco superiore al 6%, uno dei più bassi degli ultimi decenni, non vale a migliorare la situazione perché l’erosione del potere di acquisto comporta che anche chi lavora finisce col far parte di quel 40% della popolazione classifcata come povera.

Nei due dibattiti fra i candidati Massa ha peraltro rivendicato il suo lavoro all’interno dell’esecutivo (in sostanza, scaricando le colpe dell’inflazione e della disoccupazione sul precedente governo di Mauricio Macrì) di fronte a una Bullrich apparsa incerta, mentre Milei si è dedicato ai suoi slogan preferiti – come la dollarizzazione dell’economia – guardandosi bene dal presentare ricette concrete.

Verosimilmente saranno quindi Milei e Massa a contendersi l’approdo alla Casa Rosada, con l’economia e l’inflazione come arbitro: perciò l’interrogativo è quanto gli elettori argentini siano disposti a fidarsi delle idee anticasta ma piuttosto nebulose di Milei, che ieri si è concesso un ultimo

bagno di folla concluso al grido di “Viva la liberatd, carajo!”.

 

Fonte: Notiziario askanews

Le idee del Partito Democratico Europeo sull’Europa come potenza mondiale

 

Siamo fermamente impegnati nel promuovere i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto in Europa e nel mondo.

Decisi a combattere la corruzione, le violazioni dei diritti umani e la repressione politica, promuoveremo la giustizia e la sicurezza internazionale nei Paesi vicini, combattendo al contempo le ingerenze esterne.

Rafforzeremo la cooperazione con i nostri partner che condividono idee basate sul rispetto reciproco e sui valori comuni. La nostra ambizione è quella di svolgere un ruolo di primo piano nella riforma del multilateralismo e di promuovere i nostri valori nell’ambito della cooperazione internazionale.

Vogliamo consolidare la posizione e l’influenza dell’Unione Europea nel mondo, promuovendo la sua autonomia strategica e parlando all’unisono.

Vogliamo un’autentica Politica di Sicurezza e di Difesa Comune.

La sicurezza interna ed esterna dell’Unione Europea è una delle nostre priorità. Proporremo di rafforzare le agenzie di sicurezza europee e di intensificare la cooperazione transfrontaliera per raggiungere questo obiettivo. Sosterremo azioni specifiche come la creazione di forze di intervento europee congiunte e l’acquisto di attrezzature militari.

In materia di migrazione e asilo (si veda il capitolo Flussi migratori), vogliamo armonizzare le politiche europee e migliorare la protezione delle frontiere esterne dell’UE.

Infine, siamo determinati a combattere il traffico di armi, concentrandoci in particolare sul periodo postbellico in Ucraina. Siamo profondamente convinti che la pace sia la pietra angolare di qualsiasi civiltà prospera. In questo spirito, opereremo instancabilmente per coltivare relazioni pacifiche, incoraggiare la risoluzione non violenta dei conflitti e promuovere una cultura di pace su scala globale. 

Crediamo in un mondo in cui la pace non sia solo un ideale, ma una realtà per ogni individuo, garantendo un futuro sicuro e armonioso per tutte le generazioni a venire.

 

Per leggere il testo completo del Manifesto

Il ruolo di Tempi Nuovi e la saggezza politica dei Popolari

Il progetto politico è ambizioso e la scommessa elettorale deve essere vinta. Una lista di Centro, popolare e riformista, alle prossime elezioni europee non può fallire. Perché non si tratta della ennesima lista che si presenta in una delle tante elezioni. No, perchè una lista centrista, riformista, plurale e con una spiccata cultura di governo è la giusta risposta ad una forte e precisa domanda politica che richiede, adesso, di mettere fine ad un bipolarismo bislacco che ha indebolito la qualità della nostra democrazia, ridimensionato la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e fiaccato la stessa azione di governo. Una lista che, appunto, coltiva l’ambizione di riscoprire e rilanciare quella “politica di centro” che resta non solo una costante del sistema politico italiano ma, al contempo, vuol essere un luogo politico capace di riscoprire le ragioni culturali dell’europeismo e di avviare un progetto di governo che superi e azzeri la deriva degli “opposti estremismi” e della radicalizzazione del conflitto politico.

Ma questo progetto rischia di essere sacrificato sull’altare di singolari ed anacronistiche contrapposizioni personali. Veti e rancori, vendette ed insulti che erano, sono e restano estranei ed incompatibili con la politica, le sue regole, i suoi istituti e le sue dinamiche. Eppure chi pensa di voler presidiare quel campo politico e culturale, programmatico ed ideale, non rinuncia paradossalmente a frammentare e dividere ulteriormente proprio quell’area politica.

E, di fronte ad un quadro del genere, è necessaria una iniziativa politica che sia in grado di attutire queste spigolosità personali e di gruppo e far prevalere, ancora una volta, le ragioni della politica con la P maiuscola. E questo ruolo, ad oggi, lo può svolgere solo un personale politico che affonda le sue radici in una cultura politica e che si caratterizza per un ‘metodo’ che rifugge dai personalismi e che valorizza le categorie storiche della tradizione del cattolicesimo democratico e popolare. Ovvero, la cultura della mediazione, la ricerca della sintesi, la valorizzazione del pluralismo, la pratica del dialogo e del confronto, il rispetto dell’avversario, l’importanza dei corpi intermedi e la valenza della cifra riformista. Il tutto si potrebbe riassumere con 4 parole: il ritorno della politica.

Ecco perchè una realtà come ‘Tempi Nuovi’, il movimento politico e culturale che sta lavorando per ricomporre l’area popolare italiana che non si rassegna a giocare un ruolo ornamentale nella sinistra radicale e massimalista della Schlein o puramente personale e testimoniale nel centro destra, oggi può e deve svolgere un ruolo decisivo ed essenziale nell’azione di ricucitura e di sintesi tra le varie forze che dicono di riconoscersi nel campo centrista ma che poi non accettano di presentarsi sotto la stessa sigla politica ed organizzativa.

Per questo, a volte, solo la saggezza, l’esperienza, lo stile, il metodo e, soprattutto, la cultura politica possono segnare l’avvio di un processo politico. E il ruolo dei Popolari, ancora una volta, può risultare decisivo al riguardo. Per dar vita, questa volta, ad una rinascita e ad una riscoperta del Centro e di una ‘politica di centro’.

Ma quale Ulisse e Penelope, sola va Cleopatra in mare aperto.

Ahi ahi me duele el corazón, canta il poeta…e la nostra Cleopatra patisce il male antico dei marinai.

È Il cruccio di chi parte e si chiede, resterà fedele la mia amata/to? Molti ci hanno scritto bellissime storie a cominciare da Omero con il suo Ulisse e Penelope, ma qui le parti sono invertite e tuttavia il risultato non cambia. E sì, l’amore subisce anche le leggi della matematica (chi lo avrebbe pensato); maggiore è la lontananza, maggiore è il pericolo della dimenticanza e del tradimento dell’amato/ta.

Cesare l’aveva avvertita però, se non lo porti con te almeno mettigli un cane da guardia feroce che ti faccia dormire sonni tranquilli; ma lei, che è una regina tra i suoi, di certo non contempla il tradimento o il più sgradevole compagno sciocco che gioca a fare l’acchiappa fanciulle. La regina Elisabetta degli Angli ha avuto il suo da fare con il marito acchiappa fanciulle, ma lo ha in qualche modo tenuto a bada. Cleopatra è sanguigna ed è una donna che si è fatta da sé, quindi poco incline a lasciar correre. E anche volendo nel caso suo c’è poco da lasciar correre: i fatti sono spiacevoli ma evidenti da non lasciare dubbi.

Ma la povera Cleopatra che non è stata previdente in questo ultimo anno, subisce il doppio colpo da donna e da premier. Da donna c’è poco da dire, visti i tempi alla stupidità gli uomini sembrano non sottrarsi proprio, anzi quasi ci sguazzano in questo fare innocuo e “famigliesco” che ti fa apparire oltre che sciocco anche superficiale e maleducato nel senso che la buona educazione non la conosci proprio: una sorta di bifolco delle relazioni.

Quanto al premier, c’è anche in questo caso una prima volta. E così sei la prima donna premier e anche la prima tra esse (ne verranno altre, ne sono sicura) ad essere tradita senza se e senza ma. Benvenuta nel club delle donne normali, anche le premier lo sono, ahimè. Ah, è vero bisognerebbe fare un sondaggio tra le premier degli altri Paesi europei e mi ricordo il caso di una decina di anni fa della premier danese, ma lì si chiuse elegantemente con una separazione veloce. 

Ma al di là della provocazione di non fare il club delle premier tradite, la speranza è che Cleopatra si ricordi dei suggerimenti di Cesare, dati prima della partenza e di tanto in tanto anche con i messaggeri: si guardi intorno e scarichi al primo porto disponibile un po’ dei suoi ufficiali, nel dubbio che qualcuno di loro sapesse e tenesse bordone (tra uomini succede), e quindi imbarchi gente nuova e capace, che la navigazione ormai è tutta sulle secche e sarebbe il caso di girare la prora verso il mare aperto. 

E la pupa a terra? C’è la nonna che sempre salva le mamme che lavorano…una bella àncora da ricordare quando si mette mano al Governo del Paese. Ciao Cleopatra.

Pietro Parolin ricorda Achille Silvestrini, figura eminente della diplomazia vaticana.

Tante sono le parole che andrebbero spese anzitutto sulla persona del cardinale Silvestrini, anché per meglio comprendere il peso che la sua sensibilità umana e cristiana ebbe sugli eventi che precedettero e seguirono la Conferenza di Helsinki del 1975.

Come spesso accade, la migliore introduzione al ruolo eminente svolto da un protagonista delle vicende del suo tempo si evince dalle sue stesse parole. Dall’analisi di quanto egli ci ha lasciato cogliamo con precisione i passaggi storici che condussero la Chiesa a collocarsi sulla scena internazionale in modo nuovo rispetto all’epoca del grande schiacciamento nei Paesi a regime marxista e stalinista. Egli ricorda che i primi passi della Ostpolitik — un termine nato con il cambiamento della politica verso l’Est della Germania Federale del cancelliere Willy Brandt — sono antecedenti e si fondano su alcuni gesti resi possibili dall’attenuazione delle persecuzioni nei Paesi comunisti: l’invio dei delegati della Chiesa ortodossa russa per assistere al Concilio Ecumenico Vaticano II , l’udienza pontificia ai coniugi Adjubei, le prime visite di monsignor Casaroli in Ungheria e in Cecoslovacchia nel maggio del 1963. Si trattava di aperture avviate dalla lungimiranza di san Giovanni XXIII che, secondo le parole di Agostino Casaroli, «parve fondere una profonda barriera di ghiaccio».

Il cardinale Silvestrini fu un interprete sapiente ed efficace delle motivazioni e delle linee della Ostpolitik vaticana, le cui basi erano state poste da san Paolo VI nell’Enciclica Ecclesiam suam del 1967, allorché affermò: «Noi non disperiamo che quei regimi possano aprire un giorno con la Chiesa un positivo colloquio che non sia quello presente della nostra deplorazione, del nostro obbligato lamento». «Questa — aggiunge il cardinale Silvestrini — è la chiave della Ostpolitz’k di Paolo VI . Fu questa Spes contra spem che determinò la sua azione a non desistere da possibili tentativi anche con successo ridotto e anche quando addirittura si dimostrassero infruttiferi».

In questo quadro, la Conferenza di Helsinki «ha rappresentato un’esperienza unica nel suo valore. Era la prima volta, dopo il Congresso di Vienna del 1815, che la Santa Sede partecipava come full member in un congresso di Stati». E soprattutto, «la presenza della Santa Sede ad Helsinki ha rappresentato un segno concreto della concezione della pace tra le nazioni come valore morale prima ancora che come questione politica, e un’occasione per rivendicare la libertà religiosa come una delle libertà fondamentali di ogni persona e come valore e di correlazione nei rapporti fra i popoli».

Per meglio comprendere questo aspetto centrale delle scelte della Santa Sede, è bene ricordare che più volte, sia Agostino Casaroli che Achille Silvestrini hanno avvertito le difficoltà e le incomprensioni, emerse nella Chiesa Cattolica (e in altre comunità religiose), a proposito della Ostpolitzk, perché alcuni la intendevano quasi come una illusione, come una politica non lungimirante rispetto a un gigante politico e militare che comprendeva solo il linguaggio della forza. Il cardinale Silvestrini respinse nettamente questa interpretazione e offrì come testimonianza della scelta di fondo a favore della adesione e partecipazione alla Conferenza di Helsinki l’opinione di Paolo VI , per il quale si faceva forza del fatto che sul piano dei principi la Santa Sede «è competente a titolo speciale», e che dunque era un bene costringere gli avversari a riconoscere diritti, quand’anche essi, come nel caso del blocco sovietico, fossero poi denegati all’atto pratico, perché — sono sempre parole di Paolo VI — «quando il diritto è riconosciuto, anche se poi non è osservato, ha forza in sé». Un pensiero chiaramente profetico. Lo scenario che giunge fino agli inizi degli anni Sessanta è, infatti, quello della devastazione, della persecuzione, del tentativo d’annientamento della presenza religiosa e delle Chiese, con provvedimenti che sembrano scaturire da un’unica volontà distruttiva. «Dopo gli arresti, le condanne, la prigionia o la relegazione della maggioranza dei vescovi cattolici negli anni posteriori al ‘45, e in primo luogo del monsignor Stepinac, del cardinale Mindszenty, di monsignor Beran, di monsignor Wyszynski, e la rottura delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede nei Paesi comunisti dell’Europa orientale e centrale era scesa una pesante coltre di gelo».

Su questo sfondo, con l’esperienza della terribile glaciazione stalinista che pesò a lungo sul comunismo, inizia quel martirio della pazienza che ha condotto la Chiesa a cogliere ogni pur minino spiraglio di apertura, portando Casaroli e Silvestrini a quel pellegrinaggio doloroso in alcuni Paesi dell’Est europeo, come l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, e che è sfociato nella accettazione della prospettiva di una Conferenza che si sarebbe tenuta ad Helsinki, nel quadro di un Paese neutrale. Fin dall’inizio, la Santa Sede ha profuso il proprio impegno in favore della proposta di una Conferenza europea avanzata dagli Stati del Patto di Varsavia, andando «avanti con buona volontà e fiducia, ma senza fretta». È risaputo che «fu Achille Silvestrini, a Helsinki e a Ginevra, con grande tenacia, abilità, coraggio e costanza, a condurre le complicate trattative con le delegazioni degli Stati del Patto di Varsavia, a predominanza sovietica, e le portò a buon fine». In questo procedere lento, ma coraggioso e ragionato, non mancarono gesti significativi, e agli occhi di oggi clamorosi, tra i quali l’adesione, sollecitata dall’Unione Sovietica, della Santa Sede al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Proprio Achille Silvestrini fu capo-delegazione della Santa Sede alla Conferenza dell’Onu sull’uso dell’energia atomica del 1971 e alla Conferenza sul Trattato di non proliferazione delle armi atomiche del 1975. Tale ruolo di protagonista lo portò dunque a essere presente a tutti gli incontri ufficiali, informali, interlocutori e alle innumerevoli riunioni della Conferenza di Helsinki.

L’esito di tutto lo sforzo negoziale dei partecipanti alla Conferenza, fu la sottoscrizione dell’Atto finale di Helsinki, con al suo interno la Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli Stati partecipanti.

 

Il libro raccoglie gli atti del convegno tenutosi il 14 settembre 2020 all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Lo stralcio qui riportato è quello proposto dall’Osservatore Romano nell’edizione dell’altro ieri (19 ottobre).

La Voce del Popolo | Una comune visione della politica estera?

La guerra in Medio Oriente riduce la nostra politica interna ai minimi termini. Resta appena lo spazio per accapigliarsi sulla legge di bilancio e magari per predisporsi alle elezioni europee. Ma è del tutto evidente che il grande e feroce disordine mondiale fa apparire ogni altro argomento alla stregua di una cronaca minore. È giusto così, e semmai si può trarre un briciolo di consolazione dal fatto che i litigi di casa per una volta sembrano interpretati con qualche tratto in meno di animosità.

Vedremo se questa specie di tregua casalinga durerà oppure no. Per intanto vale la pena di apprezzarla (al netto di smentite). E tuttavia, se la politica estera diventa il motore di quella interna, è evidente che l’argomento esige un certo rigore per essere svolto fino in fondo. Già, perché quelle differenze di accenti che si intravedono dentro i due schieramenti non potranno restare a lungo avvolte nella nebbia. 

Sull’Ucraina si coglieva già a vista d’occhio la differenza che corre tra Meloni e Salvini. Per non dire di quella ancor maggiore che separa il Pd, anche nella versione Schlein, e il M5S di Conte. Differenze che ora possono facilmente ingigantirsi man mano che le cose diventano più difficoltose. E che altrettanto facilmente possono allargarsi sulla intricata e drammatica questione mediorientale. 

Una vecchia (e saggia) regola della prima repubblica imponeva di costruire le coalizioni di governo in funzione di una comune visione della politica estera. Tempi di guerra fredda e di opposte ideologie, si dirà. Eppure quella regola dovrebbe valere ancora oggi. A maggior ragione, semmai.

 

Fonte: La Voce del Popolo – 19 ottobre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

L’egocentrismo di Calenda e Renzi comporta la paralisi del Centro

È ricca di buon senso e di bontà di analisi politica la nota di Tempi Nuovi riportata ieri sul Domani d’Italia. L’appello alle “ragioni dell’unità” fra quanti immaginano possibile e soprattutto utile per il Paese la costituzione di una forza politica centrale e alternativa a quelle oggi presenti a sinistra e a destra dello schieramento parlamentare è intelligente e saggio, non solo volonteroso.

Non v’è dubbio che, in negativo, la radicalizzazione dello scontro, a cominciare dal linguaggio spesso volgare quando non violento veicolato dai social, abbia imbastardito il confronto tra i partiti, sceso a livelli frequentemente infimi; e che, in positivo, si avverta diffusamente la voglia di un ritorno alle ragioni e alla prassi del confronto civile, argomentato, effettuale, e non meramente propagandistico.

La gravità della situazione internazionale lo imporrebbe. La serietà della condizione economico-sociale dell’Italia lo esigerebbe. E questo è quanto probabilmente una buona parte dei nostri concittadini apprezzerebbe, ormai stufa della politica da talk-show (davvero divenuti peggio che “fumerie d’oppio”, secondo la celebre e preveggente definizione di Martinazzoli).

Dunque una formazione che sapesse incarnare questo spirito collettivo, questa esigenza d’aria politica fresca, questa voglia di serietà davvero potrebbe raccogliere un livello di consenso anche elettorale superiore ad ogni previsione. In questo senso, quindi, lo sforzo di Tempi Nuovi, coniugato alla volontà di rilanciare un cattolicesimo democratico un po’ appannatosi negli anni sia come capacità incisiva sia come presenza mediatica è importante, appezzabile e sostenibile.

Occorre però essere onesti e chiari se si vuole raggiungere un qualche risultato e non invece semplicemente illudersi. Il 25 settembre 2022 alle elezioni politiche questa tendenza verso il Centro, definiamola così, venne incarnata dal c.d. Terzo Polo, che ottenne un buon risultato, anche se non eclatante. Un primo passo, si sarebbe detto.

Nel giro di meno di un anno, però, tutto è precipitato in una penosa telenovela che ieri parrebbe aver finalmente chiuso le trasmissioni, anche se non ne siamo certi, con la rottura definitiva fra Italia Viva e Azione anche a livello parlamentare. Tutto quello che è accaduto in questi mesi, dallo scontro personale fra i due narcisi alla guida dei due partiti sino alla fuoriuscita di diverse personalità politiche dagli stessi, talvolta addirittura incrociandosi, ha inferto un danno enorme, incalcolabile alla suggestione del Centro. Cui non sarà affatto facile rimediare. Forse addirittura una mission impossible, in pochi mesi.

Il cittadino medio che osserva disincantato le cose della politica non può che provare disgusto per politici che invece di comprendere che solo nell’unione possono provare a costruire una vera forza si spernacchiano ogni giorno. Scriveva bene qui ieri Giorgio Merlo ricordando come i capi corrente della Dc non sempre si amassero ma al momento decisivo si ritrovavano sempre uniti per combattere la battaglia comune. Elementi basici di politica che solo ego obnubilati possono impedire di comprendere.

È chiaro che così stando le cose anche gli elettori (e parlo qui dei semplici cittadini, non dei politici di professione) più critici verso il Pd ma suoi attuali o passati elettori non troveranno attraente una proposta, quella del Centro, che in teoria poteva destare il loro interesse. E la stessa cosa potrebbe valere anche per molti ex elettori di Forza Italia, ora che Berlusconi non c’è più e che le carte in quel campo le dà la Destra. E così Italia Viva e Azione andranno alla ricerca di un faticoso 4% europeo, quando insieme ad altri movimenti e associazioni avrebbero potuto puntare alle due cifre e non necessariamente più vicine al dieci che al venti. Un’opportunità sprecata, e forse irripetibile.

In questo difficile contesto Tempi Nuovi assume senz’altro un ruolo importante, nello spirito del documento pubblicato. Ma tremendamente difficile, e non certo per sue responsabilità.

La risposta di Argomenti2000 alle critiche de Il Domani d’Italia.

In democrazia il dissenso e la critica hanno un valore assai superiore rispetto alle lodi e al compiacimento. Sono il segno della vitalità di idee e di un pluralismo di punti di vista che, per chi crede che la verità delle cose sia qualcosa da cercare e che nessuno deve avere la pretesa di possedere, dicono della sincerità di un confronto e di una dialettica che può essere dura ma è sempre sincera. Tutto questo comporta però il presupposto dell’ascolto delle ragioni dell’altro e uno sforzo di comprensione delle sue iniziative. Alla luce di queste convinzioni, che su Il Domani d’Italia sia stata pubblicata una nota fortemente critica rispetto a quanto Argomenti2000 ha organizzato sabato 14 ottobre a Roma, è certo un segno di diversità di idee e punti di vista. E tuttavia nei toni in cui quella critica è stata espressa e argomentata vi è un modo di presentare il lavoro che è alle spalle della giornata di incontro che domanda un chiarimento. Soprattutto perché le critiche vengono da chi, per storia personale, dovrebbe essere attento a prendere le mosse dalle cose e dalla loro verità.

Stupisce allora che si presenti il lavoro di Argomenti2000 tutto e solo come condensato nel momento di dialogo con la segretaria del Partito Democratico, lamentando l’assenza di una piattaforma politica e una mancanza di “un lavoro di scavo” sul terreno politico. Forse a chi ha steso quelle parole è mancato l’ascolto di una mattinata di lavoro che nella quale, interlocutori qualificati come Lapo Pistelli, Renato Balduzzi, Emiliano Manfredonia, Giuseppina Paterniti, Marina Berlinghieri e Beatrice Covassi, hanno discusso i contenuti di un Libro bianco che per 130 pagine presenta analisi politiche e proposte organiche su una molteplicità di aspetti della vita del nostro Paese. Forse è sfuggita una discussione che ha coinvolto rappresentanti di una vasta rete di associazioni che attorno ai contenuti di quel testo hanno provato a pensare in termini compiutamente politici il fisco, il lavoro, le politiche industriali, l’evoluzione del nostro sistema sanitario verso la logica della cura della persona, la costruzione di un sistema scolastico compiuto e l’articolazione di politiche della ricerca e della cultura che siano il vero investimento sul futuro del nostro Paese. Forse chi ha scritto su Il Domani d’Italia ha omesso di misurarsi con la proposta di un ripensare la politica a partire dalla presa d’atto del fatto che ambiente, Costituzione ed Europa non sono problemi ma le coordinate che in questo nostro tempo, per chi vive in Italia, tracciano il perimetro dell’agire politico e prima ancora del pensare politico.

Il punto dirimente delle osservazioni critiche avanzate ad Argomenti2000 è poi quello della fragilità e superficialità della proposta, che si presenterebbe come deriva nostalgica verso la formula dell’Ulivo. Anche riguardo a questo punto va registrata una incomprensione che tuttavia appare difficile da spiegare nella misura in cui il contributo che ha voluto offrire Romano Prodi si è posto espressamente come “storico”. Come anche nel testo del Il Domani d’Italia si osserva, la politica del nostro tempo rischia sempre l’oblio del passato e del valore delle esperienze politiche che ad esso appartengono. Ed è con questa profonda convinzione che è apparso giusto cercare di comprendere anche le ragioni dell’evoluzione del quadro politico italiano che oggi ci consegnano il governo più conservatore della storia della Repubblica e soprattutto, per quanto attiene alla presenza dei cattolici in politica, l’assenza di chiari punti di riferimento nel nostro arco costituzionale come anche, in modo più diffuso, nel tessuto culturale del Paese. Riflettere sulla stagione ulivista significa fare un esercizio di storia che ha un valore culturale per il Paese e che diventerebbe nostalgia se si prefiggesse l’obiettivo di ripete sine glossa quella formula politica. Sarebbe lo stesso errore di chi va gridando alla necessità di restituire ai cattolici la perduta unità politica e si intesta forme di ricostruzione di formule democristiane o popolari. È l’errore di chi guarda al passato come ad un’età dell’oro da restaurare e in cui rifugiarsi perché non ha o non cerca gli strumenti per comprendere cosa sia l’Italia di oggi e cosa sia, per quel che riguarda i cattolici, la chiesa italiana di oggi.

Un ultimo punto su cui è necessaria una parola di chiarezza riguarda il rapporto con il Partito Democratico e con la sua segretaria. Come è stato esplicitato pubblicamente sabato introducendo quella discussione – per altro non limitata ad Argomenti2000 ma estesa ad una rete che andava da Caritas al Forum delle famiglie – erano stati invitati più soggetti politici a sedere a quel tavolo. Nella libertà propria di una democrazia si è liberi di accettare o rifiutare un confronto e gli invitati, tranne la segretaria del Partito Democratico, hanno scelto con differenti motivazioni di non essere presenti. E tuttavia anche la scelta dell’assenza comporta responsabilità: quella di chiamarsi fuori da un confronto rispetto al quale poi non è rispondente al vero sostenere che sia stato un servizio reso al PD. A farne fede è il tono della discussione, dove a Elly Schlein sono state poste domande certo non facili se viste dal suo punto di vista: riguardo al tema della pace, a quello delle politiche familiari, al modo di equilibrare i diritti individuali a quelli sociali e comunitari, fino alle politiche che riguardano la povertà, lo sviluppo e la sostenibilità. Certo, da cattolici vi è la consapevolezza che vi sono temi delicati e complessi come quelli relativi al fine vita rispetto a cui esiste una diversità anche assai marcata. Questo significa forse che dovremmo avere timore del confronto e della discussione? Questo significa che dovremmo temere di dire che su altri temi, altrettanto importanti e dirimenti per una coscienza cristiana – l’accoglienza del sofferente, la tutela dei diritti di istruzione e salute, lo sforzo per salari equi e per un lavoro dignitoso, l’aspirazione alla pace come orizzonte politico per cui lavorare – vi è una convergenza che è foriera di bene comune? Appare superfluo ricordare all’autore del testo su Il Domani d’Italia che se questi timori avessero prevalso nella storia politica del cattolicesimo italiano la nostra Repubblica non avrebbe avuto una Costituzione democratica, non avrebbe avuto le politiche di ricostruzione e sviluppo, la costruzione della casa comune europea volute da Alcide De Gasperi e non avrebbe avuto l’allargamento della base democratica del nostro sistema repubblicano perseguito da Aldo Moro.

Nella scelta di fare politica in questo modo, spendendosi sul terreno della cultura politica, cioè su un piano tanto spesso citato quanto quasi mai praticato negli ultimi anni, Argomenti2000 ha voluto dare un proprio contributo per elevare la discussione pubblica. Saremmo felici se le critiche, che pure desideriamo che emergano, si muovessero su questo piano e avessero per oggetto quanto scriviamo e pensiamo. Perché siamo consapevoli di come, al netto della bontà delle nostre intenzioni e dell’impegno del nostro sforzo di pensiero politico, le nostre proposte restano parziali: tasselli di una verità che ha bisogno dell’apporto altrui. Chiediamo allora un esercizio di sincera democrazia che, al di sotto di toni che appaiono non solo superficiali ma a tratti ingenerosi verso un lavoro che da anni si dipana sui territori e nel dialogo con associazioni, esperienze e comunità, non celi il timore di una competizione per occupare lo spazio di ipotetici partiti cattolici. Se questa è la preoccupazione è opportuno chiarire che Argomenti2000 non è un partito ma un’associazione che fa cultura politica e che ragionare sulla possibilità di una opzione partitica per il cattolicesimo italiano nell’Italia del 2023 richiederebbe quanto meno un lavoro di scavo nel duro terreno della crisi, forse irreversibile, della forma partito e delle tradizioni politiche di un Novecento ormai tramontato da tempo.

 

P.S. Sia consentita un’ultima notazione, anche questa in amicizia e per amore di verità. Il testo de Il Domani d’Italia si gioca sulla equivalenza fra Argomenti2000 e il suo presidente, Ernesto Preziosi. Si tratta di un atteggiamento singolare da parte di un osservatore che, dichiarandosi legato alla tradizione cattolico democratica, sembra non cogliere come i lavori di Argomenti2000 siano figli di un dialogo fra molte persone e di un confronto a tratti lungo e complesso che ci si sforza di portare a sintesi. Schiacciare il lavoro di Argomenti tutto e solo su una identificazione personale fa torto alla sincerità di rapporti interni ad Argomenti e soprattutto restituisce l’immagine di una realtà personalistica che forse appartiene ad altre realtà politiche, ormai assuefatte all’individualismo imperante, ma che certo non appartiene ad un’associazione di amicizia politica fatta di donne e uomini che lavorano e fanno politica in tutta Italia.

 

Breve replica del Direttore Lucio D’Ubaldo

Siamo abituati a confrontarci e continueremo a farlo con piacere. 

Apprezzo il tono della risposta, anche se, volendo fare appello proprio al bon ton, avrei preferito che ci si rivolgesse direttamente ed esplicitamente alla mia persona, visto che la firma dell’articolo era la mia. 

Potrei evidenziare cosa ancora non mi convince di questa nota, ma è preferibile evitare il botta e risposta, lasciando eventualmente spazio ad altri contributi. Con amicizia.

L.D.

Università telematiche, ecco ciò che fa la differenza nel confronto internazionale.

Propongo che dalla scuola dell’infanzia agli atenei Universitari più prestigiosi, gli addetti ai lavori delle istituzioni interessate, a cominciare dai vertici della burocrazia del Ministero dell’Istruzione e del Merito e da quello dell’Università siano obbligati a frequentare ogni anno un corso intensivo di pedagogia comparativa: quel campo di studi e di ricerche che mette a confronto gli asset organizzativi e funzionali dei sistemi di istruzione del mondo. Siamo pregiudizialmente esterofili al punto di voler anglicizzare linguaggi, metodologie, programmi didattici delle nostre scuole e ostinatamente pervicaci nello sfrucugliare in casa nostra cercando tutti i difetti possibili, ma nello stesso tempo distratti rispetto alle tendenze veramente innovative che si realizzano altrove. 

L’attuale dibattito sulle Università telematiche, la loro utilità, la serietà degli insegnamenti disciplinari, il reclutamento del corpo docente, i criteri di valutazione e controllo della qualità dei risultati, la validazione dei corsi di studi e dei titoli rilasciati – che dovrebbero essere i temi da approfondire – si riduce a diatribe intorno alle competenze dei Dicasteri senza escludere pregiudiziali di interessi, incompatibilità di ruoli, finanziamenti e primazie gestionali. 

Per non saper né leggere né scrivere, da ex ispettore del MIUR sono sempre stato interessato alle tematiche pedagogiche e alla produttività del servizio di istruzione. Se le cose non vanno molto bene o se ci sono sospetti di litigi e di torbidi suggerisco di mettere in moto le macchine dei nostri apparati istituzionali, alla ricerca delle eccellenze che fanno testo e producono conoscenza, formazione e innovazione, in casa e in trasferta. Ad esempio andando a leggersi ciò che si scrive nel sito del Premio “Ydal prize”, considerato il Nobel dell’Istruzione, che quest’anno è stato assegnato a Shai Reshef, fondatore e Rettore dell’University of the People – con sede in California – “per lo sviluppo e la diffusione dell’Istruzione”. Anche i più accaniti opinionisti e autosedicenti depositari delle manovre di Palazzo avrebbero l’opportunità di documentarsi e auspicabilmente convincersi su ciò che conta davvero e produce esiti gratificanti e di livello nel complesso universo culturale delle Università telematiche. 

Se ciascuno di noi fa un passo indietro e prende atto della certificazione apicale dell’Ydal prize, si può forse tutti insieme prendere atto e capacitarsi di quali sono gli atout che in questo settore formativo veramente contano e possono fare la differenza. Rinunciando ad essere influencer culturali per indossare i panni dell’attento osservatore.

“A differenza di molte Università online, che sono molto costose e permettono di laurearsi grazie alla presenza costante di tutor anche a persone che hanno poco tempo da dedicare allo studio, questa Università offre una Istruzione inclusiva e a prezzi accessibili per ampliare l’accesso all’istruzione superiore di qualità ed è flessibile, adattiva, creativa e a basso costo. Molto diversa dalle altre università online. La differenza la fa il metodo. Questi principi sono al centro della visione di Shai Reshef per University of the People, la prima università online accreditata con sede negli Stati Uniti. Lo studente non deve pagare tasse universitarie. Paga solo 60 dollari all’iscrizione e poi 120 dollari ad ogni esame sostenuto. Se l’esame non viene passato, deve ripagare di nuovo la fee per quell’esame e ripeterlo studiando daccapo. 

A differenza della maggior parte delle università cosiddette “telematiche”, sono inoltre a disposizione borse di studio per quegli studenti che le richiedono: in questo modo, chi merita può superare barriere economiche insormontabili, perché la borsa di studio può essere spesa solo per alleggerire il carico economico richiesto per sostenere gli esami.

Questo è un fattore molto motivante e costruttivo, che rimarca l’intento del Rettore e il proposito del progetto universitario. 

Ogni libro o dispensa richiesto è gratuito per lo studente, incluso l’accesso al JStore e alle maggiori librerie online, con decine di migliaia di tomi a disposizione. Videoletture, lezioni video o anche in Pdf, ma anche siti interattivi preparati dai professori del corso dando accesso libero a quelle di prestigiose Università partner come il Massachusetts Institute of Technology (MIT), la Harvard Business School Online, l’Università di Edimburgo e la McGill University, con cui l’Università collabora strettamente. Gli studenti possono ottenere crediti che consentono loro di trasferirsi e studiare di persona presso alcune di queste prestigiose istituzioni.

Ogni settimana allo studente vengono assegnati dei compiti scritti che richiedono studio e preparazione costanti. Viene richiesto di compilare settimanalmente un Learning Journal valutato dal professore sempre con cadenza settimanale, di partecipare ad un forum di discussione con altri studenti anch’esso valutato sia dagli studenti che dal professore, un’assegnazione scritta con la risoluzione d’uno o più problemi, un quiz libero per verificare il proprio livello di preparazione, e ogni tre settimane un quiz con valutazione scritta pesata dal professore, fino all’esame finale. Ogni voto contribuisce al voto finale. La media di tutti i voti è monitorata costantemente e permette allo studente di accedere ad un numero di corsi per termine che va da uno a quattro. Di modo da non appesantire studenti che hanno meno tempo o meno bravi gratificando invece chi ha la media alta, che così può terminare prima il corso di studi. 

Ogni passaggio è tenuto strettamente sotto controllo dal sistema e dai professori, con particolare attenzione verso ogni forma di plagio, che è punita severamente anche con l’espulsione dall’Università. Copiare, all’University of the People, è praticamente impossibile. Abusare dell’intervento dei cosiddetti tutor, anche. Viene stimolato il senso critico degli studenti, chiamati settimanalmente a valutare l’operato di alcuni altri studenti, l’utilizzo delle regole dello stile APA per comporre un saggio accademico (che ogni settimana vengono chiamati a preparare per ogni materia).

Essendo completamente in inglese (come scritto, la sede è in California), include anche il progetto ESL (English Second Language), dando la possibilità d’ottenere la preziosa certificazione scritta. Per gli studenti di lingua araba è presente la versione in arabo del sito. 

Il voto non può essere rifiutato e incide sulla media pesata finale del voto di laurea. I programmi di Laurea includono sia la Associate (l’equivalente della triennale) che la Bachelor’s (l’equivalente della laurea magistrale). Per chi è già laureato, viene offerto un ampio pacchetto di Master (con prezzi superiori per il singolo esame, ma sempre nelle medesime modalità).

Avendo fondato l’Università senza tasse scolastiche e senza scopo di lucro nel 2009, Shai Reshef è determinato a garantire che ogni studente qualificato delle scuole superiori in tutto il mondo abbia accesso a un’istruzione superiore di qualità. 

I corsi dell’University of the People si basano sui punti di forza dell’apprendimento virtuale, adattandosi agli impegni lavorativi e familiari, consentendo agli studenti di progredire al proprio ritmo e mantenendo i costi per gli studenti il ​​più bassi possibile. Il numero d’esami a cui si può partecipare contemporaneamente dipende infatti dalla media dei voti dello studente, valorizzando chi è bravo senza penalizzare o costringere ad estenuanti tour de force chi invece necessita di più tempo. Sotto la guida di Shai, il metodo di studio proposto dall’University of the People mantiene anche alcuni dei vantaggi di un’esperienza universitaria più tradizionale: classi di sole 25 persone, attenzione personalizzata e un consulente dedicato per ogni studente. In meno d’un decennio, il corpo studentesco dell’University of the People è cresciuta fino a raggiungere oltre 137.000 studenti in 200 paesi. Tre quarti dei quali provengono da Paesi in cui i bassi redditi e le risorse limitate rendono i posti universitari relativamente scarsi e fuori dalla portata di molti studenti qualificati. Altri si trovano ad affrontare barriere finanziarie, geografiche, culturali o politiche; 16.500 studenti sono rifugiati. 

University of the People continua a concentrarsi sulle competenze trasferibili e rilevanti per il posto di lavoro, con corsi di laurea e master in materie come Amministrazione Aziendale e Ingegneria Informatica, o Scienze della Salute.

Con i fondi del progetto del Premio Yidan, Shai intende continuare a far crescere l’University of the People, fornendo ad un numero sempre maggiore di studenti una soluzione completa ai problemi di accessibilità all’Istruzione”.

Avendo potuto verificare personalmente il grado di soddisfazione di studenti italiani che hanno intrapreso questo tipo di percorso, credo si tratti di una lettura interessante che offre spunti di riflessione importanti: la pedagogia comparativa disdegna chiacchiere e distintivi a favore dei fatti.

Tempi Nuovi, il Centro richiede l’impegno dei liberi e forti.

Le elezioni di domenica scorsa hanno determinato una svolta nella politica della Polonia. Dalle urne è uscita una nuova maggioranza, convintamente europeista e alternativa perciò alla destra sovranista. Donald Tusk, leader di Piattaforma civica, è ora in condizione di formare un governo di coalizione in cui sarà determinante il contributo del Centro.

La lista-coalizione denominata Terza Via, con il suo 14 per cento, è l’esempio che attesta l’emergere di un sentimento di stanchezza verso la radicalizzazione della lotta democratica. Si tratta di un risultato che va oltre le aspettative della vigilia: la saldatura elettorale di due formazioni distinte – una di matrice popolare l’altra di orientamento liberal-ambientalista – ha dato respiro alla proposta di un Centro non più sulla difensiva.

L’esempio della Polonia suggerisce di confidare nelle potenzialità di una politica che persegua l’obiettivo di una necessaria ricomposizione dell’area intermedia dell’elettorato, oggi più che mai interessata a comprimere lo spazio di manovra del populismo e del nazionalismo oltranzista.  

Questa lezione invita a riflettere sulle prospettive che in Italia possono aprirsi alle componenti di Centro. Il nostro compito è passare dallo stadio di crisalide a quello di farfalla, ovvero dal fervore volontaristico alla proposta politica. Il Centro si costruisce sulla base di valori che nascono da un umanesimo a più voci, senza preclusioni ideologiche o pretese egemoniche. 

Tempi Nuovi registra le difficoltà esistenti nel vecchio Terzo Polo, ma non si sente partecipe del gioco di veti e rotture, purtroppo incombenti anche nelle sedi parlamentari. 

Tempi Nuovi considera inevitabile che alla conflittualità permanente subentri il dialogo di lungo respiro, cercando con ciò d’individuare la strada per una soluzione da offrire al giudizio degli elettori il prossimo anno.

Tempi Nuovi, pertanto, fa appello alle ragioni dell’unità, perché solo la manifestazione di un impegno concorde e solidale può attrarre il favore di una pubblica opinione desiderosa di cambiare il registro della politica nazionale.

Il nostro ancoraggio alla storia del cattolicesimo democratico e popolare ci rende sensibili alla formazione di nuovi scenari partendo dal basso, ovvero dai comuni piccoli e grandi, immaginando che la selezione di nuove idee e nuovi programmi venga dall’esperienza territoriale e comunitaria. Qui vogliamo mettere le radici. 

Non siamo nati per fare semplicemente, quali che siano i termini e le opportunità, una lista alle elezioni europee. È un’ipotesi, questa, che ci stimola ma non al punto di cedere a dubbie avventure. Siamo sicuri invece di dover lavorare alla tessitura di un “popolarismo di base”, come originariamente è stato nel pensiero e nell’opera di Luigi Sturzo, per reinventare e promuovere l’iniziativa di quanti amarono definirsi i “liberi e forti”. 

Centro, ora coraggio e unità…se si vuol competere.

Certo, se si dovesse guardare il recente voto polacco da un lato con la vittoria di Donald Tusk e le ottime prospettive di Keir Starmer nel Regno Unito arriveremmo alla facile conclusione che è giunto il momento, anche e soprattutto nel nostro paese, di costruire e consolidare al più presto un’offerta politica centrista, riformista e di governo. Alternativa ai populismi e, nello specifico, al massimalismo settario e radicale della sinistra della Schlein e al sovranismo leghista. Purtroppo, in Italia chi denuncia, e giustamente, la deriva del bipolarismo sempre più selvaggio e maldestro, nonchè nocivo per la stessa salute della nostra democrazia, si limita a condizionare – con scarsi se non impercettibili risultati – uno degli attori principali proprio di questo bipolarismo. E nulla più, almeno per il momento.

Insomma, sempre di più “si vince al centro” o, se piace di più, si vince con l’affermazione di una “terza via”.

Ora, al di là dell’attuale vittoria polacca e delle ottime prospettive del Regno Unito, è indubbio che il tema interpella a maggior ragione il nostro paese. E, soprattutto, l’area di Centro. Certo, non mancano i partiti e le formazioni politiche che vogliono occupare quello spazio. E noi, cioè il movimento politico e culturale dei Popolari di ‘Tempi Nuovi” non ci stanchiamo di ripetere che l’unica strada in grado di attenuare e battere il secco impianto bipolare è quello di irrobustire e rafforzare un polo di Centro. Ovviamente plurale e di governo, riformista e dinamico. Ma questo Centro, purtroppo e con altrettanta chiarezza, è credibile e con una prospettiva certa solo nella misura in cui è unito. Ma, di grazia, che senso ha un partito che ha l’ambizione di occupare politicamente uno spazio centrista e di farsi interprete di quella domanda e poi, al contempo, litiga a mani basse con l’altro partito che percorre lo stesso obiettivo? Ma come può un normale e semplice elettore che non si riconosce, o non si riconosce più, nell’attuale bipolarismo e nei partiti che lo compongono, fidarsi di un progetto che vede uno stillicidio quotidiano tra le 3 o 4 formazioni politiche che vogliono farsi paladine di una rinnovata “politica di centro” nel nostro paese? La domanda è talmente banale che non merita neanche di una risposta. E, ancora, quali sarebbero le motivazioni politiche di questa rissa quotidiana? Anche qui la risposta è semplice: beghe personali, vendette trasversali, personalismi senza limiti e litigi da cortile.

Ma, per fare un solo esempio concreto, i grandi leader e statisti della Democrazia Cristiana – cioè, per capirci, i vari capi corrente – si amavano all’infinito? Certamente no, anzi! Ma quei grandi leader e statisti hanno sempre avuto una precisa consapevolezza accompagnato da un comportamento altrettanto netto: e cioè, lo scontro politico era duro e senza esclusione di colpi ma le ragioni dell’unità, di natura politica, avevano sempre e puntualmente il sopravvento. Solo così la politica trionfava a scapito delle strutturali e del tutto fisiologiche contrapposizioni personali.

Ecco perchè, possiamo parlare e discettare della vittoria del polacco Tusk e delle aspettative crescenti del britannico Starmer solo se da noi riusciamo a trasformare la domanda di Centro in un vero e proprio progetto politico unitario. Senza fermarsi ai rancori fanciulleschi e alle pregiudiziali personali di natura prevalentemente adolescenziale.

Racconto da Gaza City per abbozzare una morale straziante

La stanza era spoglia, misera come chi la abitava ma assai simile a quelle di altre case di quel quartiere. La gente aveva uno stile dimesso, ben integrato con le mura segnate che accoglievano una umanità priva di fronzoli.

Non c’era competizione tra uomini e cose, tutto era coerente ad uno stile dimesso che non suscitava invidie a chi lo osservasse. Per chilometri e chilometri ogni casa era arredata appena con l’essenziale per sbarcare la giornata, non cadendo nel ridicolo di un passo avanti del tutto fuori luogo rispetto al circondario.

C’era solo una finestra che affacciava su un muro sempre pronto ad ingoiarla e che rifletteva la luce dopo una serie di infiniti rimbalzi così da farla arrivare esausta al suo ingresso dove l’attendevano con la inutile speranza fosse più forte del giorno precedente.

Là dentro due brande sdentate come i vecchi che sopra vi erano sdraiati. Le loro reti si erano smollate insieme alla ragione dei due di rimettersi ogni giorno in sesto per un girovagare che aveva perso di ogni mordente.

A dire il vero non sapevano più o forse non l’avevano mai saputo come mai si trovassero lì e pure gli era sconosciuto chi fosse l’altro. Forse insieme da un anno o forse appena da un giorno, amici da sempre o da mai, non avrebbero potuto giurare nulla al riguardo.

Erano nella crudele età di mezzo di quando hai ancora uno sprazzo di lucidità a farti compagnia o uno sprazzo di rimbambimento insieme al resto di presenza a te stesso.

Nell’incertezza non sapevano esattamente con chi prendersela se non fossero stati subito pronti a riconoscere la situazione per come era.

Si guardarono negli occhi per un tempo indeciso a prolungarsi o se finirla in quel momento. Giocare come il gatto con il topo con due male in arnese non è cosa di rispetto.

Borbottarono qualcosa, giusto per dire al silenzio che ancora non gli avevano rubato in tutto la parola.  Naturalmente nessuno comprese niente del biascicamento dell’altro.
Dovettero prima mettere a fuoco di appartenere a due popoli diversi e che le lingue per questo suonavano ciascuna con il suo vocabolario. Questo fu il primo ostacolo da superare. Riscontrare una differenza fu la complicazione non da poco con cui confrontarsi.

Per il resto erano identici in tutto. Le rughe si erano abbonate gratuitamente sulla loro pelle, approdando su un corpo senza subirne i reclami. Erano stese in attesa che altre arrivassero anche sui pensieri dei vecchi che rallentavano, giorno dopo giorno, la falcata indecisa circa qualcosa da dire su un mondo a vuoto di curiosità.

Finalmente si riconobbero malgrado fossero uguali soltanto negli acciacchi, che annullarono le differenze che dicevano la loro a dispetto di una età che porta tutti ad essere in qualche modo gemelli.

Furono dunque costretti a superare l’imbarazzo di quando non si sa se si tratti di una frequentazione antica o fossero per caso in quel momento l’uno contro l’altro.

Dovettero per questo venirsi incontro e usare quel tanto di parola che potevano comunemente comprendere, attingendo agli anni di esperienza consumati vivendo entrambi in terre di confine.

D’istinto decisero di non offendersi interrogando l’altro su che nome avesse o indagando sulla causa di quel fronteggiamento al momento insolito. Può darsi fossero amici da anni e non era il caso rischiare per un capriccio di curiosità di mostrarne la dimenticanza.

Fosse stato invece un incontro fresco di giornata, data la situazione, non era il caso di fare troppo gli schizzinosi. Si può essere sordi abbastanza per immaginare di sentire anche ciò che non arriva o sognare di prendere all’orecchio un suono che invece non c’è.

Nel loro caso, pur rifugiandosi di comodo in una demenza da prendere a prestito almeno per l’occasione, non poterono fingere di non capire.

Chissà da quanto tempo la terra aveva preso a tremare. Ormai non era più da farci caso. I palazzi avevano le convulsioni, vibrando i loro fusti non più all’impazzata come nei primi giorni di bombardamento.

Avevano assorbito un ritmo stabilito della coreografia propria delle circostanze, assecondando a turno il vibrato delle bombe che li scalfivano. Non c’era più alcuna forma di spasmo. Anche le mura hanno diritto a crollare ed a morire per rinascere insieme a nuovi padroni, in armonia con un ciclo che non ne mostri i segni definitivi del tempo.

Per rompere il ghiaccio non poterono far altro che scambiarsi una sigaretta senza dirsi troppe parole, giusto un minimo di fiato per ringraziarsi del fuoco che si erano passati per accenderla.

L’aspirarono con calma, con le pause richieste di come fosse l’ultima a spettargli pur avendo un pacchetto ancora pieno su cui appoggiare un vizio che sapeva di grazia.

Non si diedero alcuna fretta. Era adesso in loro potere mandare in fumo qualcosa, tutto attorno un altro fumo e polvere che entrava di sbieco, facendo ressa dalla finestra cercando riparo nella stanza per quanto fuori ci fosse una scottante aria di guerra.

Al termine della sigaretta avrebbero potuto riprendere quanto interrotto. Soltanto che non si trattò di una pausa che aveva spezzato un colloquio imbastito da chissà quanto.

Restarono invece zitti con la capacità rara di non fare commenti e neanche di pensarli. Erano lì fermi appartenendo ai fatti, non sgomitando per portarli da questa o quella parte, immobili e morti. Solo così accolti pienamente e non rintuzzati al pari di stranieri da ricacciare chissà dove.

Prima o poi tutto questo sarebbe finito e sarebbero tornati alle faccende quotidiane con cui avevano imparato a prendere confidenza dal giorno della loro nascita.

Tra queste era anche raccontarsi che la guerra, una volta per tutte, avrebbe spento i suoi bui fari smettendo di pavoneggiarsi. Lo dicevano per abitudine, perché è così che si dice ma non ci avrebbero scommesso un solo giorno ed un solo capello di quei pochi che gli restavano.

I due vecchi smisero di consumare il tabacco che si era fatto cicca tra le dita studiandosi appena per un attimo per dare esito al gioco di posizioni. Forse uno era ostaggio dell’altro, restava da stabilire chi fosse il guardiano e chi il prigioniero. O erano semplicemente insieme da tempo infinito, nella stanza solo per commentare la noia di qualcosa che conoscevano a memoria e che si erano stancati di accettare nel patrimonio delle cose ormai mischiate per abitudine nel loro sangue.

Nessuno sarebbe scappato e nessuno avrebbe rincorso. Concessero spazio, poco più di un farfuglio, a poche parole sufficienti per intendersi. Il vantaggio dei vecchi è di avere fiacco respiro a disposizione; quel poco se lo fanno bastare per andare subito al punto. Tolgono di mezzo gli aggettivi non avendo bisogno di spiegare quello che già si conosce fin dentro ai dettagli.

Evitano di prendere il discorso alla lontana non avendo voglia di entrare a forza nella comprensione dell’interlocutore, si limitano all’indispensabile riducendo al minimo lo spreco di energie.

Uno dei due fece accenno a quante ne aveva combinate fino a prima di mettere i capelli bianchi. Nulla di particolarmente eccezionale o che valesse tramandare, per eccezionalità, alle future generazioni. Insieme a tanti come lui si era sgolato per urlare contro gli oppressori, tante sassaiole e molotov per protestare.

Poi un giorno gli diedero una pistola in mano ed erano pronto a farne uso. Sparò ma non seppe mai se colse un bersaglio o se i colpi ferirono piuttosto la compattezza delle nuvole sovrastanti. Le ossa malconce ne avevano adesso ridotto l’azione.

Anzi aveva rinunciato a dire la sua perché non aveva più nulla da dire. Non era questione di sfiducia, di delusione per le batoste ricevute, per aver girato a vuoto per gran parte della vita.

C’era invece qualcosa che ora gli era chiaro e lo avviliva. Non poterne convincere il prossimo ancora fresco di giornata gli dava un senso di prostrazione che ne rendeva cieca la lingua. Che sibilava capace solo per quelli con il fiato stentato come il suo.

Nelle screpolate feritoie della sua pelle raggrinzita, accatastate alla rinfusa, erano alloggiate idee buone finché acquattate dentro la loro tana.

Finalmente il silenzio faceva giustizia sulla intemperanza degli anni precedenti. Era arrivata la stagione del riposo e con esso una lucidità impossibile da esportare fuori la punta del suo naso.

L’altro vecchio non gli fu da meno. Aveva ancora un occhio abbastanza svelto per poter cogliere il momento buono per scappare o per rincorrere chi avesse tentato la fuga. A dirla tutta non avrebbe fatto né questo né quello. Avrebbe lasciato andare l’evasore e neppure avrebbe abbandonato la stanza mettendo in affanno il suo carceriere.

Con le poche parole a disposizione per intendersi disse più o meno le stesse cose ma stando dall’altra parte della barricata. Non seguirono tra loro repliche od obiezioni.

Si strapparono una risata appena accennata quando convennero che in un mondo di vecchi non ci sarebbe stata mai alcuna guerra.

Erano entrambi alla finestra ammirando il fumo che ne nascondeva altro, svelandone la sorpresa appena al primo cenno di dissipazione di quello in prima fila. 

Essere appostati, sporgendosi verso un mondo che correva verso la salvezza non gli produceva alcun effetto. Chi partito prima o poi sarebbe tornato. Se non fossero stati gli stessi, la strada si sarebbe riempita di gente ugualmente anonima, conforme al destino di chi è condannato ad un movimento perenne, opposto a notizie sempre uguali anche dopo la loro prima stampa.

Tra le rovine delle mura ancora in piedi, gruppi di uomini, armi in mano, convinti di poter lasciare un segno sulla pelle del nemico. Adesso o dopo, loro od altri, ma l’avrebbero avuta vinta. Ogni guerra porta in dote l’annientamento dello sbadiglio delle ore consuete.

Ogni guerra si abbevera di un’energia che non ha tregua e che rintocca sempre più audace per ogni colpo schivato ed uno assestato. Si estingue davvero soltanto quando uno dei contendenti ha perso di adrenalina e comincia a stufarsi e fa finta di arrendersi o di vincere.

I due vecchi erano in attesa che tutto tornasse ad una normalità che li avrebbe incontrati ancora alla finestra, indispettita per essere stata riconosciuta con la sua forma nota, in grado di annichilire anche il brillare stupefacente di bombe sempre più forti.

Non c’è chi pianga per due vecchi stesi per terra, i corpi a lambirsi o nella peggiore della ipotesi a sovrapporsi. Poco sangue a macchiare per terra perché dalle teste dure c’è poco da cavare. Commenti precipitosi avrebbero sentenziato un amore per una casa che non si abbandona a nessun costo. Altri con maggiore realismo avrebbero deciso per un fisico poco agile per darsela per tempo a gambe.

Sarebbe rimasta per certo la stanchezza dei becchini ad arrampicarsi sulle pietre ammonticchiate dai soccorritori per prendere quei corpi di poco conto mettendoli al riparo della indifferenza di chi fosse passato da quelle parti.

La guerra non finisce per abulia o per stanchezza. Per la pace ci vogliono i vecchi, la fine di ogni fede e più di tutto l’amore per una gustosa sigaretta, questa sì qualcosa veramente da non uccidere.

Orgoglio per il nuovo Hilton accanto alla Nuvola di Fuksas

Filippo Rebecchini

Buona sera e grazie a tutti gli intervenuti, tra i quali, con nostro grande piacere, l’On. Sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Con l’Amministratore Delegato, mio nipote Onorio, desidero esprimere poche parole relative al presente albergo, chiamato “La Lama”.

Il fabbricato fu acquistato nel 2018 nello stato di shell and core dalla EUR SpA, – oggi rappresentata dall’ Ing. Angela Cossellu, graditissima ospite. Il progetto originario prevedeva una costruzione unica con LA NUVOLA al fine di dar vita ad un grande “Centro Congressi per Roma”, che fosse all’altezza delle grandi Metropoli Europee, ma più bella, affascinante e funzionale di quelle esistenti nelle altre città. Per tale scopo la la progettazione fu affidata al migliore e fantasioso degli architetti: l’Architetto Massimiliano Fuksas. Il nostro compito è stato quello di trasformare il manufatto “Shell and Core” in un albergo più che accogliente, grazie anche alla ultraventennale collaborazione e consulenza del marchio Hilton. Siamo onorati di averti qui Dominique.  

L’albergo, con le 439 stanze e le sue grandi dimensioni, descritte dal Direttore Paolo Bellè, darà lavoro a circa 300 dipendenti.

Tutto sembrava semplice, ma nei fatti dobbiamo ricordare, che, proprio nel momento di maggiore impegno costruttivo, abbiamo incontrate tre enormi difficoltà: pandemia, guerra e carenza nel reperimento di personale, soprattutto specializzato. Tale mancanza ha inciso soprattutto sui tempi di lavoro, nonostante le affannose ricerche di ottimo personale da parte dei nostri uffici di risorse umane e dell’impresa di costruzione, la “Stile”, condotta dal mio indicabile fratello Luigi e da suo figlio Nicolò.

Certamente l’incremento dei tempi di lavorazione hanno appesantito i costi e i tempi necessarie ad ultimare l’opera, ma, oltre all’ausilio della Sace, tre importanti Istituti bancari, Unicredit, Credit Agricole e Popolare di Sondrio, hanno creduto e dato fiducia all’azienda e a chi la conduceva, per superare il momento sfavorevole.

L’Amministratore Delegato ed io siamo certi che, non solo i dirigenti delle banche ma, molti altri operatori abbiano apprezzato una società estremamente compatta, magnificamente condotta fino all’età di 93 anni dal maggiore dei miei fratelli, Gaetano, e tuttora composta da una sola famiglia, con intenti e mentalità comuni, e con il medesimo desiderio di dimostrare il proprio amore per Roma, trasmessoci, da sempre, da nostro padre, Salvatore Rebecchini.

AgenSIR | Orrore a Gaza nella giornata di preghiera per la pace.

Maria Chiara Biagioni e Daniele Rocchi

 

Sarebbero circa 300, ma alcune fonti parlano di 500, le vittime di un attacco che, secondo un portavoce del ministero della Sanità di Hamas, stasera [ieri sera per chi legge, ndr] ha colpito l’ospedale battista Al-Ahli Arabi nel centro di Gaza City. Sotto le macerie ci sarebbero ancora molte persone, riferisce Al Jazeera attraverso reporter sul campo. Il nosocomio ospitava al suo interno un migliaio di sfollati, ha spiegato alla Bbc il canonico Richard Sewell, uno dei maggiori esponenti a Gerusalemme della Chiesa anglicana, che finanzia l’ospedale, totalmente indipendente da ogni fazione di Gaza. Alla fine della settimana scorsa, è il suo racconto, circa seimila abitanti di Gaza, quasi tutte famiglie, si erano rifugiati nel cortile dell’ospedale che il 14 ottobre è stato colpito una prima volta, provocando il ferimento di quattro persone. Dopo questo attacco aereo la maggior parte degli sfollati ha lasciato l’ospedale, ma mille persone sono rimaste. Molti dei feriti sono donne e bambini.

La versione di Israele. Pronta la smentita dell’Esercito israeliano (Idf) di fronte alle accuse rivoltegli da Hamas, riportata dalla Bbc: “L’ospedale non era un edificio sensibile e non era un obiettivo dell’esercito. L’Idf sta indagando sulla fonte dell’esplosione e, come sempre, dà la priorità, all’accuratezza e l’affidabilità. Esortiamo tutti a procedere con cautela nel riferire affermazioni non verificate di una organizzazione terroristica”. A questo primo comunicato ne ha fatto seguito un altro che attribuisce la totale responsabilità della strage a un razzo della Jihad islamica. Sulla base di “informazioni di intelligence, la causa dell’esplosione all’ospedale di Gaza è un fallito lancio di un razzo della Jihad Islamica”, sostiene l’Idf che precisa: “L’analisi dei sistemi operativi dell’Idf mostra che uno sbarramento di razzi nemici è stato lanciato verso Israele, passando vicino ad un ospedale, che è stato colpito. Secondo le informazioni d’intelligence, provenienti da diverse fonti, la Jihad Islamica palestinese è responsabile del fallito lancio che ha colpito l’ospedale”.

[…]

La reazione delle Chiese. “Si tratta di una perdita spaventosa e devastante di vite innocenti”. Così l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby commenta da Londra la strage avvenuta questa sera a Gaza all’al-Ahli Arab Hospital. In una dichiarazione su X che la Lambeth Palace ha fatto giungere al Sir, l’arcivescovo scrive: “L’ospedale Ahli è gestito dalla Chiesa anglicana. Piango con i nostri fratelli e sorelle: per favore pregate per loro. Rinnovo il mio appello affinché i civili siano protetti in questa guerra devastante. Che il Signore Dio abbia pietà”. I media locali e inglesi parlano di centinaia tra morti e feriti. Proprio oggi alla Lambeth Palace – cuore della Comunione Anglicana – l’imam di Leicester, sheikh Ibrahim Mogra e il rabbino della New North London Synagogue Jonathan Wittenberg si sono uniti all’arcivescovo di Canterbury per la preghiera per la pace. “Non possiamo permettere che i semi dell’odio e del pregiudizio vengano seminati di nuovo nelle nostre comunità”, ha detto Welby. 

Durissima condanna del Consiglio Mondiale delle Chiese (Wcc) che ha espresso “indignazione e shock” per la notizia dell’attacco all’ospedale Al-Ahli a Gaza. “Migliaia di palestinesi che avevano già perso la casa si stavano rifugiando nell’ospedale, gestito dalla Chiesa anglicana”, afferma il segretario generale del Wcc, Jerry Pillay. “L’attacco equivale a una punizione collettiva, che è un crimine di guerra secondo la legge internazionale”. In una dichiarazione giunta al Sir, Pillay ha aggiunto che “la comunità internazionale deve ritenere Israele responsabile dei crimini commessi contro i civili”. “L’attacco – prosegue il segretario generale – è anche contrario a tutto ciò che i nostri valori monoteistici ci richiedono; vale a dire la difesa della giustizia, la promozione della pace e della dignità umana di tutti coloro che sono stati creati da Dio e a Sua immagine. L’attacco non ha senso, dal momento che era diretto contro un ospedale, proprietà della chiesa, contro pazienti e famiglie che cercavano rifugio dagli incessanti bombardamenti di Israele”. 

Pillay ricorda inoltre che l’attacco è avvenuto lo stesso giorno in cui i leader delle chiese di Gerusalemme hanno organizzato una giornata di preghiera per la pace. “Poiché è prevista una visita del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Israele, lo invitiamo a condannare questo atroce attacco contro l’ospedale e a chiedere al governo israeliano di fermare il violento bombardamento di Gaza e di aprire un corridoio umanitario”, afferma Pillay. “In questo momento di dolore, preghiamo – conclude Pillay – affinché le persone uccise nell’ospedale Al-Ahli e tutti coloro che hanno perso la vita in questo conflitto possano riposare in pace. Inviamo le nostre condoglianze alle famiglie in lutto e i migliori auguri di pronta guarigione a coloro che sono rimasti feriti”.

I cristiani di Gaza. La notizia della strage all’ospedale anglicano ha suscitato “sgomento” all’interno della piccola comunità cristiana gazawa, in larga parte rifugiata nella parrocchia latina della Sacra Famiglia. A riassumere al Sir lo stato d’animo dei cristiani locali e suor Nabila Saleh: “In questo momento non riesco a non pensare alla sofferenza delle persone colpite. Si spendono miliardi per i missili e le armi mentre nel mondo c’è gente che muore di fame e di sete. Le cosiddette democrazie parlano di diritti umani ma questi vivono solo sulla carta. La nostra terra gronda sangue. Non abbiamo nessun luogo dove andare a chiedere pace. Non abbiamo nessuno, solo Te. In Te riponiamo speranza e giustizia”.

Fonte: AgenSIR

Con la guerra in Israele meno attenzione per l’Ucraina?

La guerra in Israele ha annullato mediaticamente l’attenzione, già di suo molto diminuita a causa del suo lungo protrarsi, per quella in Ucraina. Un problema in più per Kiev, che già da tempo avvertiva il progressivo anche se forse impalpabile allontanamento delle opinioni pubbliche occidentali dal suo dramma: perché di questo si tratta, essendo il paese in una condizione assai difficile, distrutto in molti suoi luoghi, sottoposto a minaccia di bombardamenti tuttora in quasi ogni sua città, con una economia che in queste condizioni ovviamente non riesce a ripartire.

A livello ufficiale la situazione non è mutata: pieno è il sostegno politico e militare da parte dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti in particolare, recentemente ribadito e mai posto in discussione. Però, e questo il presidente Zelenskji e i suoi più stretti collaboratori lo hanno ormai ben intuito, quegli stessi governi occidentali avvertono la “stanchezza” delle proprie opinioni pubbliche per una guerra che – vista da fuori – pare trascinarsi stancamente senza nessuna prospettiva di conclusione, né di chiara vittoria di una delle parti in campo.

L’enfasi posta la scorsa primavera su una “controffensiva” che avrebbe dovuto rispedire indietro di molte miglia i russi invasori forse non ha aiutato, in questo senso, posto che i suoi risultati sono stati largamente inferiori alle attese, o a quella che in realtà era solo propaganda di guerra. Anche se – è notizia di ieri – il successo nell’attacco alla base elicotteristica russa di Berdyansk senz’altro verrà enfatizzato nella comunicazione di Kiev.

Alcuni messaggi ricevuti paiono assai preoccupanti, a questo punto, per il governo ucraino. Il principale, probabilmente, è stato il mancato invito da parte dell’India al G20 tenutosi lo scorso mese, a differenza di quanto avvenuto l’anno precedente in Indonesia. Un segnale esplicito della “stanchezza” di cui si diceva ma, soprattutto e di più, una chiara indicazione di quanto della questione ucraina al mondo non occidentale poco interessi. E di quanto il costituendo asse fra i paesi cosiddetti neo-BRICS, tutti fra loro poco amici ma tutti fra loro sostanzialmente alleati nel cambiare le gerarchie del mondo imperniate sulla “civiltà” occidentale, sia ormai poco sensibile alle questioni relative al rispetto del diritto internazionale poste dal prepotente atto di guerra perpetrato da Mosca sul territorio di uno stato sovrano.

Poi davanti a Zelenskji e ai suoi c’è l’incognita elettorale. Non quella interna, che non è neppure detto vi sarà, posto che le elezioni previste per il prossimo anno non sono certe, continuando la guerra e proseguendo lo stato di legge marziale. Bensì quella esterna. A giugno si voterà per il Parlamento europeo, e questo sarà un test importante per comprendere meglio l’atteggiamento degli elettori dell’Unione anche in riferimento alla questione ucraina. Quella “stanchezza”, quella assuefazione favoriranno i partiti nazionalisti meno sensibili ai problemi di Kiev, se non addirittura – come ad esempio l’italiana Lega – vicini o comunque non certo ostili al regime moscovita. E poi, a novembre, il voto negli Stati Uniti confermerà Joe Biden, il più importante e fermo alleato di Zelenskji o al contrario vincerà un repubblicano? Una domanda terribile per Kiev. Perché, come si è visto anche nelle scorse settimane nello scontro al Congresso proprio nel dibattito sui nuovi aiuti militari all’Ucraina, un presidente repubblicano (non necessariamente Trump, col quale la situazione – è scontato – precipiterebbe) sarebbe assai meno generoso di quello oggi in carica. E senza il concreto sostegno militare di Washington la sorte di Kiev sarebbe segnata. E sarebbe una sconfitta netta per il sistema democratico occidentale, però. Questo sarebbe bene non scordarselo.

Dibattito | Quale centro vogliamo? Fondamentale l’impegno dei democratici d’ispirazione cristiana.

Col bipartitismo forzato introdotto in Italia, dopo il referendum maggioritario di Segni del 1993, con la fine politica della Dc è scomparso il centro che aveva garantito l’equilibrio politico istituzionale e la crescita e lo sviluppo economico-sociale dell’Italia.

Alla fine dei partiti storici sono subentrate le formazioni politiche di tipo personale-aziendale col prevalere dei caratteri populistici nella versione berlusconiana d’antan, della Lega nordista e del M5S nella sua espressione più rilevante del qualunquismo italico e, alla fine, al prevalere della destra estrema col risultato elettorale del settembre 2022.

Chi, come il sottoscritto, ha impegnato gli ultimi vent’anni di impegno politico nel progetto di ricomposizione politica dell’area cattolico democratica, liberale e cristiano sociale (nella convinzione che all’Italia serva, come nei momenti migliori della sua storia, la presenza di una forza politica ispirata dai valori della dottrina sociale cristiana, erede della migliore tradizione popolare e democratico cristiana), ritiene che nella condizione attuale del Paese, retto dalla “maggioranza di una minoranza” dell’elettorato italiano, per costruire un’alternativa alla destra nazionalista e sovranista oggi al potere, serva un’alleanza ampia e articolata di centro sinistra nella quale sia forte la componente centrale: democratica, popolare, liberale, riformista, euro-atlantista, nella quale possano convivere i principi e i valori dell’umanesimo cristiano, liberale e socialista.

Un centro, dunque, alternativo alla destra dominata dagli eredi almirantiani e alla sinistra che, con la Schlein, ha assunto il carattere di un partito radicale di massa, distinto e distante dai valori dell’umanesimo cristiano e dalla stessa migliore tradizione del vecchio partito comunista.

Condizione preliminare perché possa nascere questo centro è il ritorno alla legge proporzionale e il modello del sistema elettorale tedesco potrebbe essere quello su cui trovare un ampio consenso a livello politico e parlamentare. Ecco perché con gli amici di Iniziativa Popolare intendiamo aprire una forte iniziativa per il ritorno alla legge elettorale proporzionale e all’applicazione dell’art.49 della Costituzione sulla democraticità interna ai partiti che, con i nuovi movimenti-partito personalistico aziendali, è stata del tutto disattesa.

Credo che quanti si dichiarano interessati a tale progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica, dovrebbero orientare le loro scelte tattico operative in coerenza con questa prospettiva.

Certamente le prossime elezioni europee, nelle quali vige la legge elettorale di tipo proporzionale con sbarramento al 4%, è l’occasione irripetibile per favorire la formazione di una lista unitaria d’area, avendo consapevolezza che tale passaggio elettorale, costituisce un passo importante, necessario, ma non sufficiente per il progetto più ampio che riguarda il nuovo assetto politico del nostro Paese. Un passaggio però che, a mio parere, dovrebbe tener conto dei possibili sviluppisuccessivi.

Da diverse settimane siamo attenti a ciò che si sta muovendo tra diversi gruppi, partiti e movimenti di questa vasta e composita area, una frammentazione pulviscolare conseguente alla dolorosa diaspora democratico cristiana (1993-2023) e rileviamo atteggiamenti e comportamenti diversificati, alcuni dei quali condizionati da vecchie nostalgie di segno regressivo. Tralasciando la schiera di coloro che, ben ancorati nei due raggruppamenti del bipartitismo forzato destra-sinistra, aspirano a collocarsi comodamente in una delle due liste del raggruppamento di appartenenza, siamo più interessati alle vicende di quanti, almeno a parole, si dichiarano interessati al progetto di ricomposizione politica dell’area cattolica, quale elemento decisivo per la costruzione del nuovo centro ampio e plurale di cui sopra.

Con gli amici di Iniziativa Popolare crediamo che ci siano le condizioni per avviare un serio dialogo con gli amici della Dc, i quali, tuttavia, dovranno confermare che la scelta per una lista unitaria alle europee unita al Partito Popolare Europeo, deve rappresentare una scelta di campo dalle inevitabili conseguenze operative sul piano delle alleanze in Italia. È vero che Forza Italia, grazie a quanto indicarono a suo tempo i compianti amici Sandro Fontana e don Gianni Baget Bozzo a Berlusconi circa l’opportunità di aderire al Ppe, è oggi il più importante partito italiano inserito a pieno titolo nel Ppe, ma è altrettanto vero, che tale scelta si pone in netta alternativa a quelle della Meloni e di Salvini nettamente a destra in Italia e in Europa.

Se, da un lato chiediamo chiarezza alla Dc su questo piano, altrettanto chiarezza vorremmo dagli amici di Tempi Nuovi dopo l’annuncio della loro adesione in Europa al partito “En marche” di Macron nella sua versione europea di Renew Europe. Quale coerenza in tale decisione per un movimento che pure si ispira ai valori e ai principi del cattolicesimo democratico? Come conciliare tali valori con un partito marcatamente laicista che è quello che ha chiesto di inserire nella Costituzione europea il diritto all’aborto?

Confidiamo che, alla fine, in Tempi Nuovi prevalga la coerenza e si superi la nostalgia per una Margherita che, nella versione pro Macron, assumerebbe il carattere di uno spostamento a destra di quella stessa idea.

Penso che con gli amici di Insieme guidati da Giancarlo Infante sia possibile aprire un dialogo fecondo, anche alla luce delle loro indicazioni di programma sin qui espresse, molto vicine a quelle che sono indicate nel dibattito interno alla Cdu tedesca, partito guida del Ppe, che ha chiuso nettamente a ogni collaborazione con la destra estrema tedesca.

Credo che Iniziativa Popolare, dovrebbe favorire questo processo di ricomposizione, nel quale invitare tutte le diverse espressioni che si dichiarano interessate a una presenza forte dei democratici cristiani e popolari italiani, in larga parte facenti parte di quel vasto elettorato italiano renitente al voto, che sta solo attendendo la voce di un nuovo centro politico affidabile, espressione degli interessi e dei valori della povera gente e dei ceti medi produttivi.

Ad Avetrana il 20 ottobre il Premio nazionale della solidarietà

In un contesto internazionale molto delicato, la località di Avetrana, in Puglia, per un giorno diviene “Capitale della Proposta Sociale e Pastorale per la Persona”.  Il 20 Ottobre prossimo, infatti, nel cuore del Salento, nella splendida cornice della Masseria Grottella Resort in Avetrana, si terrà la cerimonia del Premio Nazionale Solidarietà 2023 promossa dalla NuovaOARI. 

La NuovaOARI, Associazione Nazionale per lo Sviluppo Umano Integrale e Socio Pastorale della Persona Don Giacomo Luzzietti, con a capo il Presidente Nazionale  Cosimo Derinaldis, in collaborazione con l’Ufficio Regione Puglia della Pastorale della Salute, il Laboratorio Sociale Tina Anselmi e ad altri enti ed istituzioni, ha promosso il Convegno Nazionale ispirandosi alla parole di Papa Francesco: “È sempre possible ricominciare, anche dalle macerie”. 

Il convegno affronterà temi che mettono al centro lo sviluppo umano della persona tra saluti introduttivi e sessioni tematiche su orientamenti psico-sociali, teologico-pastorali, culturali e della società della conoscenza con uno sguardo all’innovazione e ai temi del Mediterraneo.  Il programma prevede relazioni ed interventi di autorità istituzionali, del mondo accademico, ecclesiastico e sociale. Tra loro sarà presente il Sindaco di Avetrana Antonio Iazzi, Maura Ianni (Docente di Psicologia Generale dell’Università di Roma Tor Vergata), Aldo Bova (Presidente Forum Associazioni Socio Sanitarie), Mario Balzanelli (Presidente Sistema Nazionale SIS 118), il Vescovo della Diocesi di Oria Mons. Vincenzo Pisanello, Don Maurizio Patriciello (Parrocco di Caivano), Attilio Bombardieri (Segretario Generale UIL RUA), Michela Mercuri (Docente di Geopolitica dell’Università di Padova ed opinionista Tgcom24), Don Sabino Troia (Responsabile Pastorale della Salute CEI), Antonio Derinaldis, Padre Marcello Spada e tanti altri. 

L’iniziativa della NuovaOARI ha come finalità quella di riflettere ed analizzare le sfide del nostro tempo evidenziando idee e nuove proposte sociali e pastorali in tema di sviluppo umano integrale per la persona. Ruolo centrale sarà il processo formativo per la costruzione di un nuovo umanesimo. “La NuovaOARI, con i suoi aderenti, collaboratori ed amici di Don Giacomo Luzzietti, rinnovati nell’impegno operativo socio pastorale, in questa missione intendono proseguire con consapevolezza, passione e dedizione di chi soffre e per chi soffre” cosi Cosimo Derinaldis Presidente della NuovaOARI. 

Nel Corso della giornata e al termine delle sessioni tematiche sarà conferito il Premio Nazionale Solidarietà 2023 ad illustri personalità che in alcuni settori specifici della vita del paese si sono distinte nel loro impegno quotidiano al servizio del bene comune, con al centro sempre il rispetto della “dignità della persona”.

Delusione per un convegno di cattolici alla corte di Elly Schlein

A scuola ci hanno insegnato che i più bravi devono anche applicarsi affinché la loro capacità di apprendimento sia di stimolo per gli altri, invece di essere un mezzo per raggiungere gli obiettivi con il minimo sforzo. È un criterio di condotta che vale negli ambiti più diversi, dunque anche in politica. Chi maneggia di più e meglio strumenti di analisi complessi, ovvero chi può vantare l’appartenenza a un universo di valori e di esperienze, tanto da poter leggere la realtà dell’oggi avendo a disposizione un bagaglio di testimonianze importanti e di esempi significativi; chi, insomma, facendo tesoro della lezione del cattolicesimo democratico ha la possibilità di elaborare sintesi, piuttosto che limitarsi alla semplice rappresentazione dei problemi, non deve rinunciare a compiere un lavoro di scavo sul terreno impervio e faticoso della politica.

Questa premessa spiega le ragioni che portano a dire come l’incontro dell’associazione Argomenti 2000, svoltosi sabato scorso a Roma, sia stato una delusione. Ernesto Preziosi, già deputato del Partito democratico e prima ancora dirigente dell’Azione cattolica, ha suscitato un’attesa dimostratasi vana. L’associazione avrebbe potuto dare, grazie a lui, un contributo serio alla discussione sul presente e sul futuro dei riformisti, anzitutto perché da diversi mesi, sull’onda della vittoria di Elly Schlein, si è aperto il discorso sull’impianto radicale del “nuovo Pd”. A riguardo, non si è capito ancora bene l’ordito di questa trasformazione: il messaggio lanciato nelle primarie si è tradotto nell’apertura ai 5 Stelle, con risultati poco brillanti. Dopo una fiammata iniziale, i consensi del Pd sono andati affievolendosi. Secondo gli ultimi sondaggi la quota simbolica del 20 per cento è di nuovo a rischio. 

Preziosi ha evitato di entrare nel vivo delle questioni, salvo esibire lodevolmente la cura di Argomenti 2000 per alcuni temi fondamentali, come ad esempio l’emergenza ambientale, con ampio richiamo al magistero sociale di Papa Francesco. L’interlocuzione con la Schlein, durata quasi tre ore, non è servita però a focalizzare il motivo che dovrebbe rilanciare la suggestione del “partito unico” dei riformisti. Il sorvolo delle questioni etiche (matrimonio egualitario, utero in affitto, suicidio assistito, ecc.) ha fatto il paio con il dribbling delle materie su cui il “campo largo” dimostra, ad esempio sul salario minimo, un’inclinazione all’ideologismo. Il fatto che il Pd dialoghi con la Cgil e ignori la Cisl non ha prodotto quella necessaria interrogazione che pure una certa sensibilità sociale, sedimentata nel corso di mezzo secolo di politica democristiana, richiederebbe.

Certo, l’intervento registrato di Prodi e l’evocazione dell’Ulivo hanno voluto significare che una qualche nostalgia – evidentemente, come nel caso del debito buono, esiste anche una nostalgia buona – tende a provocare il desiderio di una reinterpretazione della svolta politica del biennio ‘95-‘96. Ce ne sarebbe comunque bisogno, a patto di non arrestarsi sulla soglia dell’amarcord.  In verità quella svolta fu il prodotto di una volontà collettiva che vide protagonisti i popolari, all’epoca organizzati in partito, più che le forze dello spontaneismo di base. La vulgata vuole però che su tutto abbia prevalso l’istanza di ricomposizione dell’area progressista, avendo il crollo del comunismo sovietico modificato i parametri della lotta per l’egemonia democratica. Orbene, l’errore di schiacciare a sinistra la logica di quel processo ha inciso ed incide sulla natura, la percezione esterna, il posizionamento del partito erede dell’Ulivo, vale a dire il Pd. E dunque, non dovrebbero essere i cattolici democratici presenti, malgrado tutto, all’interno del Pd a farsi carico di questa doverosa revisione critica, fino alle conseguenze più stringenti ed impegnative? Chi oggi parla di “centro”, facendo leva sulla lezione di Sturzo De Gasperi e Moro, ha compiuto con ordine questo percorso. 

Sta qui la delusione, a un uomo intelligente e capace come Preziosi è mancato forse il coraggio. Si fa presto a intavolare confronti quando la politica viene rimossa. All’illusione del successo immediato subentra inevitabilmente lo scacco dell’impotenza. La realtà non fa sconti a nessuno, bisogna tenerne conto per non passare per anime belle.

P.S. Vale la pena, in ogni caso, ringraziare Laura Rozza Giuntella che ha ricordato in assemblea la figura di David Sassoli, un amico di cui tutti avvertiamo la mancanza. 

Insieme | Giuseppe Di Vittorio incontra don Luigi Sturzo

Giuseppe Di Vittorio (Cerignola 11 agosto 1892 – Lecco 3 novembre 1957) rimane orfano a dieci anni. Il padre muore nei campi dopo una giornata di duro lavoro presso un latifondista. Peppino, come tutti lo chiamano, prende nei campi il posto del padre. È un contadino analfabeta, figlio di contadini analfabeti. Ancora bambino si vende l’unico paio di scarpe per comprare il vocabolario Zingarelli da un rigattiere. Tiene un quaderno dove annota le parole strane che ascolta e studia da solo per sfuggire all’ignoranza.

Nel 1911 dirige la Camera del Lavoro di Minervino Murge, poi quella di Bari. Nel 1921 è eletto per il Partito Socialista Deputato del Regno. Dotato di grande buon senso ed umanità, gira il territorio in sidecar per stare vicino ai contadini che vivono una condizione di sofferenza umana unica. Ritiene che il Mezzogiorno non debba pagare ulteriormente le spese dell’Unità d’Italia.

Nel 1924 aderisce al Partito Comunista. Non è eletto alla Camera ed è perseguitato dal Fascismo. Fugge in Francia ed in Russia. Arrestato, è rinchiuso nella colonia penale di Ventotene. 

Nel 1945 è eletto Segretario Generale della CGIL, nel 1946, 1948, 1953 è eletto Deputato per il PCI. Nel 1956 critica aspramente l’invasione russa in Ungheria e rischia, unico parlamentare comunista, l’espulsione dal PCI. 

Quando è segretario della Camera del Lavoro viene spesso a Terlizzi per questioni bracciantili. Pone il problema della luce e dell’acqua che devono riguardare la dignità della vita, non solo le abitazioni dei ricchi. Una sera invernale del 1921, nella cantina di Zocn (la zoccola è un topo grosso), sita in Terlizzi, in via De Napoli, Di Vittorio cena, a lume di candela, con i comunisti Michele Dello Russo (Terlizzi 6 giugno 1908 – Bari 19 maggio 1967) e Francesco Guastamacchia, (Terlizzi 28 aprile 1905 – 6 dicembre 1980) in seguito entrambi perseguitati dal fascismo e figure di spicco dei comunisti, con Dello Russo sindaco del CLN. Nella cantina si mangia ottima carne alla brace, tradizione di Terlizzi, si beve ottimo vino nero e si gustano le verdure prodotte in loco. La cena è consumata su tavolacci ricoperti da carta di imballaggio. I bicchieri, chiamati rzzuel, sono grossi ed in ceramica locale. La cantina è formata da una grande stanza e su un lato di essa il fuoco per arrostire.

I tre comunisti parlano di salari bassi, lotte contadine e terre tenute incolte da grandi proprietari terrieri. Accanto a loro, ad un altro tavolo, il notaio Lorenzo De Sario (Terlizzi 2 agosto 1872 – 9 luglio 1964) ed il giudice Francesco Paolo Ruggieri (Terlizzi 8 dicembre 1871 – 12 settembre 1963) nel 1946 assessori della prima Amministrazione Comunale eletta con il Sindaco Andrea Vendola (3 giugno 1917 – 13 agosto 2014). Mangiano anche loro carne, in compagnia di tre sacerdoti. Discutono di eguaglianza tra uomini, specificando che il cittadino non è solo il borghese, ma anche il contadino e l’operaio che devono essere preparati all’impegno politico. Gli uni ascoltano i discorsi degli altri. Un sacerdote di bassa statura suona il mandolino e canticchia una canzone che ripete spesso la parola Biancofiore.

Di Vittorio, incuriosito dal sacerdote che parla con cadenza siciliana, si avvicina al tavolo, si presenta e chiede da quale parte d’Italia proviene il sacerdote. La risposta è: Sono Don Luigi Sturzo, provengo da Caltagirone in Sicilia. Gli altri due sacerdoti sono don Pasquale Uva  (Bisceglie 11 agosto 1883 – 13 settembre 1955) e don Domenico Paparella  (Ruvo 13 marzo 1881 – 25 maggio 1928). Sono qui perché don Domenico mi ha detto che si mangia ottima carne. Aggiunge che in provincia di Bari il Partito Popolare ha altri quattro sacerdoti segretari: don Nicola Monterisi (Barletta 21 maggio 1867 – 30 marzo 1944), don Felice Bolognese (Altamura 21 gennaio 1878 – 12 agosto 1934), don Riccardo Lotti (Andria 26 settembre 1877 – 17 febbraio 1935), don Serafino Germinario (Santeramo 30 dicembre 1870 – 10 settembre 1953.

La cena continua a tavolacci uniti e Di Vittorio si dice felice di conoscere don Sturzo del quale apprezza le battaglie autonomiste e le lotte per la uguaglianza dei diritti tra le persone.

Di Vittorio e don Sturzo convengono sulla necessità che le terre incolte siano espropriate ai latifondisti e cedute ai braccianti, che la proprietà privata abbia utilità sociale. Appuntano queste idee sulla tovaglia di carta e la firmano. Ritroviamo questi principi nella Costituzione repubblicana del 1946.

Mi racconta questo episodio il senatore Gabriele De Rosa, (Castellamare di Stabia 24 giugno 1917 – Roma 8 dicembre 2009), massimo storico di Sturzo, suo amico. Prima comunista, poi democristiano.

Quando mi mostra la tovaglia di carta e la scritta Terlizzi una grande emozione mi avvolge. La vicenda mi è confermata dall’insegnante Nicola Stragapede di Ruvo di Puglia, deceduto pochi anni fa, nipote del sacerdote Paparella.

Don Luigi Sturzo viene in Puglia perché il ruvese don Domenico Paparella (detto don Mengucce pek pek, poco poco, perché esile e basso), è direttore della Banda Musicale di Ruvo e gli musica l’inno Bianco- fiore scritto da un sacerdote toscano. Biancofiore è l’inno del partito Popolare di Sturzo e della Democrazia Cristiana.

Don Domenico Paparella muore in giovane età, anche a seguito delle percosse e delle fucilate ricevute a Ruvo dai fascisti per le sue note posizioni di condanna del regime di Benito Mussolini.

*Insieme è pubblicato dal Partito democratico della Puglia. L’articolo, qui riproposto per gentile concessione dell’autore, più volte parlamentare del Pd, è apparso sul numero 2 (ottobre 2023).

Tempi Nuovi ha scelto il PDE per motivi di coerenza

L’adesione del movimento politico ‘Tempi Nuovi-Popolari Uniti’ al Partito democratico europeo è stato un passaggio importante non solo per l’area popolare e cattolico sociale del nostro paese ma anche, e soprattutto, per contribuire a caratterizzare maggiormente sul versante politico i partiti e i movimenti politici che si riconoscono nella tradizione popolare.

Ora, è di tutta evidenza che sarebbe una soluzione certamente auspicabile se tutti i democratici cristiani, i popolari e i cattolici sociali nazionali si riconoscessero in una unica sigla europea. Cioè, sotto lo stesso tetto politico. Penso, come ovvio, al PPE. Ma è altrettanto indubbio che a tutt’oggi esistono ancora profonde differenze politiche, culturali e programmatiche all’interno del nostro ex mondo di riferimento. Differenze che, purtroppo, hanno diviso, e continuano a dividere, uno dei campi politici più democratici ed europeisti del vecchio continente. Mi riferisco al versante del popolarismo e della cultura democratico cristiana.

Ma, se non vogliamo svendere il nostro patrimonio e la nostra cultura politica – andando a confluire, ad esempio, con i socialisti e con gli ex o i post comunisti – e in attesa di costruire, seppur pazientemente, le condizioni per ricomporre un universo valoriale e un’area politica tuttora frammentata e molto parcellizzata, abbiamo anche il dovere di compiere dei passi che siano il più possibile coerenti con la nostra storia e il nostro storico patrimonio culturale ed ideale.

E la scelta di ‘Tempi Nuovi’, ovvero l’area popolare appena ricostruita nel nostro paese, di confluire nel Pde, forte del rapporto con il francese Francois Renè Bayrou, storico amico di Guido Bodrato e dei centristi democristiani italiani, non è affatto una scelta incoerente o dettata dal solo tatticismo. Non a caso, siamo ritornati in un alveo che avevamo già conosciuto ai tempi della Margherita, sempre scegliendo il rapporto con il francese Bayrou. E, del resto, proprio nel Pde ci sono i democratici cristiani baschi del PNV. Anche loro, come l’esperienza italiana, usciti dal PPE dopo la sterzata conservatrice della rappresentanza tedesca. Ed è proprio grazie a quella scelta che confluirono nel PPE, al tempo, Forza Italia e lo stesso Partido Popular spagnolo, quest’ultimo di matrice post franchista.

E, inoltre, la scelta del Pde forse si qualifica anche su un altro aspetto. Ovvero, sul versante delle alleanze. Perché proprio questa decisione coincide con la volontà di ricostruire una coalizione composta da Popolari, socialisti e liberal democratici. Se, invece, si dovesse scegliere un’altra coalizione – basti pensare al PPE secondo la versione di Weber e la sua indubbia predilezione, ad esempio, per la destra italiana – non si avrebbe la stessa chiarezza politica complessiva.

Ecco perché, in attesa che si ricomponga un quadro politico europeo sufficientemente chiaro e lungimirante, occorre procedere con la politica dei “piccoli passi”. Ben sapendo che non possiamo pensare che la cultura, il pensiero e la tradizione del popolarismo di ispirazione cristiana possa coincidere con Tajani e con ciò che rappresenta attualmente Forza Italia nel nostro paese. Non può una tradizione come quella del popolarismo ridursi ad una versione macchiettistica.

Certo, abbiamo il dovere – questo sì – di essere all’altezza della situazione e di lavorare, tutti insieme, per rafforzare laicamente la nostra identità, la nostra cultura e il nostro progetto politico. Se lo faremo e se saremo all’altezza, potremmo anche essere credibili per favorire e ricostruire una ‘ricomposizione’ di tutti i popolari. A livello nazionale come a livello europeo.

Formiche | Cirino Pomicino critica Meloni su legge di bilancio e Ue.

Federico Di Bisceglie

[…]

Tra pochi mesi si voterà in Europa. L’Italia che partita deve giocare?

Se Meloni vorrà davvero diventare la guida di un gruppo di conservatori “potabili” per assumere un ruolo di rilievo nella governance europea, dovrà seguire il più possibile la linea di Guido Crosetto, che è un democristiano. Fratelli d’Italia dovrebbe selezionare un gruppo di intellettuali, politici e imprenditori per dare pensiero e prospettiva al partito. Diversamente si rischia di avere una vecchia storia vestita a festa. Ci vogliono i contenuti per fare una politica estera degna di questo nome.

 

In politica estera però Meloni è stata riconosciuta come leader credibile e affidabile. Anche in virtù del saldo ancoraggio atlantista, ridimensionando i rapporti privilegiati con i Paesi Arabi ai quali la politica della Prima Repubblica si era sempre rivolta.

 

Il premier ha fatto una scelta che in qualche misura interpreta l’ortodossia della società italiana che in grande maggioranza è europeista e filo atlantica. Però non ci dimentichiamo che la politica della Prima Repubblica seppe da sempre coltivare i rapporti con i Paesi Arabi mantenendo intatta una linea convintamente filo atlantica. Arafat nell’82 fu ospitato da Andreotti a Montecitorio nella seduta dell’interparlamentare, con qualche mugugno degli Stati Uniti. Undici anni dopo Arafat e Rabin firmarono gli accordi di Oslo alla presenza di un raggiante Bill Clinton.

 

A proposito di Israele. Quale potrebbe essere il ruolo dell’Italia nell’ambito del conflitto innescato dall’attacco di Hamas?

L’Italia deve essere un facilitatore per la pace. In prospettiva il governo dovrebbe pensare a una sorta di “Piano Mattei” per la Terra Santa. Solo attraverso un robusto piano di sviluppo sostenuto dal mondo Occidentale e da quello Arabo si potranno ottenere due popoli e due stati capaci di dialogare.

 

Sul piano interno l’esecutivo è alle prese con la stesura della Manovra. Che idea si è fatto?

Questa manovra è uguale a tutte quelle che sono state fatte negli ultimi trent’anni. Qualche intervento spot, qua e la, ma nessuno davvero strutturale e orientato alla crescita. Non c’è, insomma, il respiro necessario cui dovrebbe ambire un grande Paese come il nostro.

 

Bisogna fare i conti, al di là della congiuntura non facile, con un debito pubblico piuttosto pesante.

Il debito di 2850 miliardi toglie al benessere del Paese cento miliardi di interessi all’anno. Ciò che manca è, però, una visione di lungo periodo. Quando si è costretti a fare un debito, bisogna anche avere la capacità di crescere, come avvenne negli anni ’80 quando il Paese cresceva di 2,5 punti reali al netto dell’inflazione. Oggi siamo indebitati e impoveriti.

 

Fonte: formiche.net

Titolo originale: Gli estremismi in Ue non funzionano. Meloni segua la linea Crosetto. Parla Pomicino.

Unione Europea, la reazione di Israele sia conforme al diritto umanitario.

“L’Unione europea condanna con la massima fermezza Hamas e i suoi attacchi terroristici brutali e indiscriminati in tutta Israele e deplora profondamente la perdita di vite umane. Non esiste alcuna giustificazione per il terrorismo. Sottolineiamo con forza il diritto di Israele di difendersi, in linea con il diritto umanitario e internazionale, di fronte a tali attacchi violenti e indiscriminati. Ribadiamo l’importanza di garantire, in ogni momento, la protezione di tutti i civili in linea con il diritto internazionale umanitario”. È quanto si legge in una dichiarazione del Consiglio europeo che definisce la posizione comune dell’UE sull’evolversi della situazione in Medio Oriente.

“Esortiamo Hamas a liberare immediatamente tutti gli ostaggi senza alcuna precondizione. Ribadiamo l’importanza di fornire aiuti umanitari urgenti e siamo pronti a continuare a sostenere i civili più bisognosi a Gaza in coordinamento con i partner, facendo in modo che tale assistenza non sia oggetto di abusi da parte delle organizzazioni terroristiche. È fondamentale prevenire un’escalation regionale.

Manteniamo il nostro impegno a favore di una pace duratura e sostenibile sulla base della soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati, attraverso l’intensificazione degli sforzi nell’ambito del processo di pace in Medio Oriente. Sottolineiamo la necessità – si legge nella chiusura della dichiarazione – di un ampio dialogo con le legittime autorità palestinesi nonché con i partner regionali e internazionali che potrebbero svolgere un ruolo positivo nella prevenzione di un’ulteriore escalation”,.

Tajani condanna all’irrilevanza un centro impaniato nelle contraddizioni della destra

A destra s’ode uno squillo di tromba. Che cosa annuncia? Antonio Tajani, parlando a Monza nel corso di una manifestazione elettorale di Forza Italia, ha detto che l’adesione al Partito Popolare Europeo “è un grande valore”, tanto da aggiungere subito appresso: “Noi siamo gli unici in Italia a rappresentarlo”. Il messaggio vuole essere chiaramente un appello a serrare i ranghi sotto le bandiere del partito che in Europa, dopo aver accantonato la funzione di rappresentanza delle forze democratico cristiane, ha preso a cuore l’esigenza di rappattumare i moderati e i conservatori di vaga tendenza centrista presenti nei Paesi dell’Unione. Per questa scelta, contestata a suo tempo dal Partito Popolare Italiano e tradotta successivamente in una dolorosa rottura, è andato manifestandosi passo dopo passo un insieme di equivoci e contraddizioni a carico della immagine stessa del PPE, come è avvenuto in effetti per il “caso Orbán”, risolto solo ultimamente e a fatica con il provvedimento di espulsione. 

Difendere la tradizione del popolarismo, quella propriamente italiana che va da Sturzo a De Gasperi e da Dossetti a Fanfani, e quindi a Moro, è un impegno reso molto complicato dalla diaspora susseguente alla dissoluzione della Democrazia cristiana. Ciò non toglie, tuttavia, che un principio di continuità debba essere salvaguardato in un quadro di assoluta novità, badando a non trasformare con indebita manovra i popolari che proprio Sturzo, nel memorabile discorso di Caltagirone del 1905, definiva “democratici” per distinguerli dai cattolici “conservatori”, descritti addirittura come “fossili”.   

Sta qui la distanza, non solo sul piano ideale. Infatti, valgono anche motivazioni più specifiche, legate alla critica del presente. Tajani volta le spalle alla realtà e parla di un centro, identificato con Forza Italia, come “punto di equilibrio della politica italiana”. In verità, nell’attuale coalizione di governo si fatica a cogliere questa rivendicata centralità: in Parlamento la pattuglia degli Azzurri ha un peso relativo, piuttosto a menare le danze è la premier Meloni. La realtà, volutamente ignorata, parla di una destra di governo che si macera in un dissidio gigantesco, perché da un lato vorrebbe (con Salvini) esportare in Europa l’anomalia italiana – tutti uniti, a destra, contro i socialisti – ma dall’altro preferirebbe (con Tajani) la dissimulazione, ben sapendo che pure i cristiano democratici tedeschi si oppongono alla contaminazione con i sovranisti alla Le Pen o peggio alla AfD (la destra radicale incombente sulla Germania).

Dov’è il punto di equilibrio? La pretesa di Forza Italia è di fungere da garante in Europa, immaginando che la Lega pieghi la testa di fronte a un accordo ristretto all’ipotizzato asse tra Popolari e Conservatori, senza i sovranisti. Se ciò avvenisse, sarebbe un colpo durissimo alla credibilità dell’alleanza che regge il governo Meloni. È questo l’obiettivo di Tajani, cambiare cioè l’equilibrio attuale modificando la composizione della maggioranza? No, non è questo. Più volte, infatti, il titolare della Farnesina ha dichiarato che Forza Italia lavora per la stabilità del quadro di governo, escludendo l’eventualità di un redde rationem con la Lega. Allora, l’esito di questa politica non può che essere la contraffazione del centro, poiché verrebbe a proporsi, secondo lo schema di Tajani, in termini di asservimento alle dinamiche scomposte e dannose di una destra incapace di fare chiarezza al proprio interno e nei rapporti con l’Europa, e perciò votata a proseguire sul sentiero dell’ambiguità.

Il centro invece, a intenderlo come piace a noi, reclama una serietà maggiore.

Elly Schlein e il taxi vuoto di Churchill

Un anno da segretario è passato, e sulla Schlein resta un dubbio. È partita in salita con tanta volontà e un pizzico di sfrontatezza che in politica non guasta. A Natale era ancora in salita, ma spingeva bene e tutto faceva pensare che per la primavera si sarebbe delineato il profilo della leader eletta non da quelli del partito, ma anche per contrastare la Meloni, a sua volta regina Cleopatra in ascesa verticale.

Ma forse per il bisticcio delle stagioni che non ci sono più – ormai dobbiamo dire addio alle quattro stagioni – ad aprile la Schlein è arrivata con la voce fioca, tant’è che dal ponte maestro la regina Cleopatra in piena navigazione, non la sente nemmeno e tira dritta per la sua rotta, con un equipaggio assai bisbetico. 

Schlein ha avuto un incerto cammino da avviare: ascoltare una base che non l’ha voluta e non l’ascolta, oppure rivolgersi alla gente, quelli che l’hanno votata e a quelli che “proprio no, non la posso votare, resto a casa”. Si impegna molto nel portare argomenti di critica al governo della altrettanto giovane Cleopatra, ma senza la dovuta essenziale cattiveria nel dire le cose. Ancor prima del contenuto, il suo messaggio non arriva e si perde nei venti. Di fatti ce ne sono molti: in casa propria qualcuno sbatte la porta e se ne va, un gruppetto aspetta di vedere come va agli usciti, mentre il grosso, tra una riunione e l’altra, studia come sganciarsi. Nel Paese le politiche di difesa dei ceti deboli, che dovrebbero essere un must, la fanno i sindacati e, colpaccio della Cleopatra, la destra sociale. Nel settore produttivo industriale e finanziario del Paese la danno “non pervenuta”. All’estero succede di tutto, gravissime crisi internazionali che richiedono posizioni chiare e definite, ma è un rincorrere posizioni di altri, e la voce si spegne nei venti. La Cleopatra che è nata presenzialista non lascia uno spillo di spazio a disposizione anche solo per dire un sì o un no, e non essendo diventata un leader riconosciuto anche a livello europeo, a nessuno viene in mente di chiedere una opinione su qualcosa. 

Schlein ci passa l’estate a “gridare” con la voce che ha, e non ha dalla sua neanche il clima perché l’estate sembra durare all’infinito (si è presa già i primi giorni dell’autunno): i risultati sono pochi. Dopo così tante energie spese, con la prospettiva che se ne debbano impegnare di più ancora, lo spettro del taxi di Churchill si fa vedere…Schlein come Clement Attlee: “Si fermò un taxi vuoto davanti a Downing street e scese Schlein”.

Giorgio Giovannoni lascia un vuoto in Firenze e nel cattolicesimo democratico

La Firenze di La Pira perde un altro importante testimone, Giorgio Giovannoni. Aveva 92 anni. Il decesso è avvenuto oggi [ieri per chi legge, ndr] nella Casa di cura Villa delle Terme, ai Falciani, dove era ricoverato da qualche giorno. Le sue condizioni di salute si erano aggravate dopo la scomparsa del fratello gemello Gianni, avvenuta appena un mese fa. […] I funerali verranno celebrati dal card. Gualtiero Bassetti, [oggi] lunedì 16 ottobre, sempre alla Pieve di Rifredi, alle 15.30.

Dalla fine degli anni Sessanta Giorgio è stato il più stretto collaboratore di La Pira per la politica internazionale, accompagnandolo in quasi tutti i viaggi all’estero, sia in Medio Oriente che in Russia. Per questo, per una politica internazionale nuova orientata alla pace, al dialogo, ha dedicato la sua vita di autentico cristiano laico. Con l’avvio della Conferenza di Helsinki, nel 1973 fu scelto dai partiti dell’arco costituzionale quale segretario generale del Forum italiano per la sicurezza e la cooperazione in Europa e nel Mediterraneo, incarico mantenuto fino al 1992.

Giorgio, con la mamma, la sorella Grazia (1926) ed il fratello gemello Gianni, nel giugno del 1943 era dovuto sfollare in Mugello, per sfuggire ai bombardamenti su Firenze. Nella frazione della Mirandola (comune di Vicchio) si adoperò come staffetta per favorire le comunicazioni tra i partigiani della zona e quelli sul monte Giovi. Tornata a Firenze nella zona di Bellariva nell’ottobre 1943, la famiglia chiese ospitalità nel convento domenicano di San Marco, essendo stata la loro casa dapprima requisita dalle SS, il 1° agosto 1944; poi colpita dalle cannonate dei tedeschi in ritirata dopo la Liberazione di Firenze. Il 2 settembre era nel convento quando vide tornare da Roma nella sua cella, La Pira, dopo un anno di lontananza. 

Impegnato negli anni Cinquanta nel movimento giovanile Dc, insieme al fratello Gianni, sin dal 1954 organizzò la campagna in vista del Congresso provinciale della Dc, promuovendo insieme a Nicola Pistelli la lista «Iniziativa di Base», che nel marzo del 1955 conquistò la maggioranza assoluta nel nuovo comitato provinciale. Collaboratore dal luglio 1955 del quindicinale «Politica», ne divenne poi redattore capo fino al giugno 1965. Già dal 1964 aveva dato vita al mensile «Note di Cultura», periodico di politica nazionale e internazionale, che diresse fino al 1974. 

Dal 1987, insieme al fratello Gianni, ha curato la redazione del nuovo trimestrale «Cultura. Itinerari di politica e di cultura», con segretario di redazione Stefano Tilli. 

Con La Pira Giorgio aveva curato la scelta degli articoli (1963-1970) per l’antologia Unità disarmo e pace, pubblicata con la introduzione di dom Helder Camara dalla editrice Cultura nel 1971; per la stessa editrice aveva pubblicato nel 1978 Il sentiero di Isaia, riedito nel 1979.

«Era uomo di grande visione e intelligenza, lucidissimo nelle analisi politiche, buono con tutti. Sempre disponibile. – ricorda il vicepresidente della Fondazione La Pira, Maurizio Certini –. Varie volte ho accompagnato da lui i nostri ragazzi del servizio civile in formazione al Centro Internazionale Studenti La Pira, e anche se da alcuni anni faceva tanta fatica a parlare per i suoi gravi problemi polmonari da ex gran fumatore, non mi ha mai detto di no. Sostava con i ragazzi senza misurare il tempo. Ai giovani credeva intensamente. Era infatti molto legato all’Opera per la gioventù Giorgio La Pira, che considerava come parte della sua famiglia, contribuendo alla crescita di generazioni di ragazzi, con la sua parola, con la sua presenza sempre discreta e autorevolissima ai campi estivi internazionali de «La Vela». Era povero per scelta. Evangelicamente povero. Ricco di molti doni, spiccava per la sua grande umiltà e per la sua fede nel Risorto. Lascia un vuoto enorme. Con lui è partita una parte importante di Firenze, parte migliore e non minore rispetto alle persone più note che dettero alla Firenze degli anni Cinquanta, Sessanta e in parte Settanta, una straordinaria spinta spirituale e politica accanto alla “povera gente”, orientando alla fraternità universale».

Ebrei e palestinesi, due popoli in una terra contesa.

Foto di Tumisu da Pixabay
Foto di Tumisu da Pixabay

Sebbene queste ore e giorni siano quelli tragici in cui a parlare tra Israele e Palestina sono ancora le armi, e dunque la priorità è costituita dalla dimensione umanitaria per limitare le conseguenze sui civili, e dalla ricerca di un cessate il fuoco il più presto possibile, occorre guardare al dopo anche per evitare il rischio tutt’altro che remoto, di un allargamento del conflitto, proprio mentre Ovest e Est sono già in guerra in Europa.

Innanzitutto deve essere viva la convinzione che, come osservato dal patriarca di Gerusalemme, cardinal Pierbattista Pizzaballa, i due popoli sono destinati a fare i conti ognuno con l’esistenza dell’altro, sebbene questo ricorso alla violenza in forme così estreme, ricorso riacceso dall’attacco indiscriminato di Hamas a Israele la settimana scorsa, allontani e ritardi nuovamente la prospettiva del dialogo.

Anche perché, se è vero che l’Occidente si è stretto compatto attorno a Israele in seguito alla orribile strage perpetrata da Hamas la scorsa settimana in zone di Israele vicine al confine con Gaza, nel contempo però sta emergendo un fatto inedito: che la solidarietà e il sostegno dell’Occidente, per quanto essenziali, non sembrano più sufficienti, da soli, a garantire la sicurezza di Israele.

Le guerre nel Grande Medio Oriente degli ultimi trent’anni non hanno dato l’esito atteso dal loro principale promotore, gli Stati Uniti, ma hanno prodotto addirittura la fuoriuscita di alcuni stati chiave di quell’area, come Iraq e Afghanistan, dalla sfera di influenza occidentale. Altri, come l’Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, hanno intrapreso percorsi in autonomia, pur senza fratture con l’Occidente, che li hanno condotti a divenire dal prossimo primo gennaio membri effettivi del Coordinamento BRICS.

In questa luce appare difficile intravedere come effetto dell’attacco terroristico di Hamas, uno stravolgimento della linea dell’Arabia Saudita nei confronti di Israele. Perché già prima dei colloqui con Israele per la normalizzazione delle relazioni sullo schema degli accordi di Abramo, quei contatti erano intepretati da Riyad come propedeutici alla soluzione a due stati tra Israele e Palestina. Come lo era, a ben vedere, anche la controversa intenzione americana di trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme, perché contestualmente la parte Est della città santa per le tre grandi religioni monoteiste viene considerata capitale del futuro stato di Palestina.

Analogamente il punto di vista occidentale rischia di sottostimare la portata del cambio nelle relazioni tra Arabia Saudita e Iran, propiziata dalla paziente iniziativa diplomatica cinese, e rafforzata dalla comune adesione delle due potenze del Golfo Persico ai BRICS. Tali fattori sembrano dar forza alla tesi, al di là di sempre possibili nuovi motivi di attrito, che l’Arabia Saudita non rinuncerà a porre delle condizioni per riprendere la strada del dialogo con Israele e allo stesso tempo che l’Iran viene disincentivato dall’assumere una posizione più estremista di quella che già esprime sul conflitto israelo-palestinese, pur essendo completamente schierato dalla parte palestinese e addirittura dando un sostegno al movimento terroristico di Hamas.

Su richiesta dell’Arabia Saudita mercoledì prossimo a Gedda si terrà una riunione urgente del comitato esecutivo dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica sulla situazione dei civili a Gaza. È l’organizzazione che rappresenta circa due miliardi di musulmani nei Paesi aderenti, che fa sentire la propria voce. Cina e Russia rilanciano la prospettiva della soluzione a due stati, che peraltro è quella ufficialmente adottata dalle Nazioni Unite. E diversi altri attori di rilevanza globale, come stati singoli o come organizzazioni internazionali, si muovono nella medesima prospettiva, e incidono nel dibattito globale sulla ricerca di una soluzione diplomatica per il conflitto israelo-palestinese. Sono le nuove dinamiche della multipolarità, che si presentano in modo inedito di fronte a questa guerra, e delle quali occorre tener conto in modo che non appena, speriamo il più presto possibile, verranno messe a tacere le armi, si possa intraprendere come Paese e come Unione Europea l’iniziativa più appropriata per la pace.

Israele deve anche muovere guerra alla cieca logica della vendetta    

La gazza ladra ha la fama da secoli di essere attratta da oggetti metallici che ruba per portarli nel suo nido. Ce ne vorrebbero miliardi per portare via le munizioni che brillano in questi giorni a Gaza, sulla terra della Palestina e di Israele per dare fine alla ennesima guerra andata ben oltre quella delle passioni o della sua precedente fase fredda.

La Storia è la esposizione della ricerca, una indagine sui fatti passati, il tentativo di saperne leggere la composizione. Giocando a ruba bandiera Israeliani e Palestinesi si contendono uno stesso territorio rivendicandone a variotitolo la primogenitura.

Un centinaio danni prima di Cristo gli Ebrei di quel territorio a causa di repressioni romane migrarono verso lEuropa dando vita alla Diaspora.  Secoli dopo la Palestina, a seguito di conquista, venne sostanzialmente arabizzata.

Un paio di secoli fa ebbe origine il movimento sionista che ambiva alla costituzione di uno stato ebraico, tornando alla terra ormai occupata da un altro popolo.

Dopo la fine del mandato britannico nacque comunque lo Stato di Israele per come lo conosciamo oggi. Il conseguente conflitto con gli Stati confinanti ebbe per conseguenza la Nakba, la catastrofe, per quasi un milione di arabi in esodo nei campi profughi insediati nei paesi vicini.

Questo è un quadro sempre in movimento dove la cornice si deve continuamente adeguare alla tela che cambia forma senza pace.

Più di recente, dopo unaltra guerra, Israele vittoriosa ha annesso la Cisgiordania alla Giordania e la striscia di Gaza ed il Sinai allEgitto, a cui venne poi restituito, e infine il Golan al Libano.

Dopo una serie di accordi si stabilì di cedere una parte della Cisgiordania e Gaza per la creazione di uno Stato Palestinese a cui non si è ancora giunti. Qui è lasino che, cadendo, si è fratturato gli arti e non se ne trova il modo di rimetterlo in piedi.

In campo è infatti ancora insoluta la questione relativa allo status di Gerusalemme, il ritorno dei migranti arabi nella terra dorigine e linsediamento di coloni ebrei in Cisgiordania.

Sullesasperazione di una scena perennemente storpiata si destreggia  Hamas con la sua portata di morte. Già qui qualcosa suona in modo stonato.

Ci si deve rassegnare a questi terroristi che muovono in modo diverso dai nostri Carbonari risorgimentali che per lo più si nascondevano per tramare occultamente contro il potere ma non erano efferati nelle loro azioni di lotta.

Molto dopo le nostre Brigate Rosse hanno lasciato sul campo vittime innocenti. Nessuno però è giunto a violentare donne, torturare i prigionieri rapiti e decapitare bambini. Qui cade la logica della guerra e del terrorismo che è scontro non convenzionale e si dà il passo a pura brutalità.

Hamas ha del resto nel suo statuto lannientamento di Israele e non sembra abbia capacità di amare il prossimo, tanto meno le altre fazioni arabe, come Fatah, con cui pure si è fronteggiata. Gli Arabi tra di loro sono usi perennemente ad azzannarsi, i loro fallimenti sono evidenti.

Gaza ha nel nome lidentità di città forte e feroce, gli Egizi la consideravano preziosa. Sarà per questa serie di elementi che è tanto ambita e tormentata.

Ma tutta la Palestina da sempre è terra destinata ad una continua ebollizione. Prese il nome da Philistine perché in possesso dei Filistei che già da allora odiavano gli Ebrei. Prima ancora fu battezzata Canaan, la terra promessa. Ancora oggi non è dato sapere promessa a chi ed a chi spetti.

Sulla striscia di Gaza in queste ore la furia di Israele. Striscia è una parola che si presta naturalmente a questa tragedia. Da una striscia di sangue ne sta eruttando un fiume e, da ribrezzo, striscia a terra il serpente di morte. Tra lerba efior venia fori la mala strisciadirebbe Dante. La strage che si consumerà prenderà quella terra in pieno e non di striscio.

Lo Stato di Israele, ferito a morte, non lascerà questa volta facilmente la presa. Ecoluiche combatte con Dio, certa di averlo a suo fianco. Non lo fermerà, in mano ad Hamas, la minaccia degli ostaggi da usare come scudi umani.

Questi ultimi, nelle condizioni drammatiche di catturati, non godono della considerazione dorigine latina degli antichi ospiti. Piuttosto sembrano degli ostacoli alle prossime mosse di guerra.

Correranno ancora altri proiettili; avanti ai nemici verranno proiettati immediati messaggi di morte, gettati innanzi a loro condanne senza scampo. Eil momento delle bombe, con un fragore maggiore del ronzio che le hanno dato i natali, assai più di un rumore sordo a cui erano da principio ispirate. In quel cielo sono sparati razzi a tutto spiano, luminosi come i raggi del sole ma più devastanti.

Equestione di reagire alleccidio perpetrato da Hamas che ha fatto macelleria messicana nel rave party Supernovadi Reim , che ha squarciato il cuore di Israele, lacerandone il più intimo tessuto.

Prendendo spunto dal significato di ravei criminali hanno fatto parlare con eccitazione e in maniera non controllata le armi, mandando in frantumi con una imprevedibile esplosione la Supernova. Con il suo carico di morte e di violenza è stata colta di sorpresa, questa volta triste che qualcuno ne abbia emulato le scoppiettanti leggi del cosmo.

Ora dovremmo tutti aggrapparci alla speranza di una reazione spropositata. Al contrario del pensiero corrente, se dovesse esserci un peso pari al torto subito, Israele non dovrebbe conoscere alcun sentimento di pietà, di rispetto o di misura.

Se fosse coerente al male patito dovrebbe andare oltre il concepibile: Hamas ha oltrepassato con le sue gesta persino il confine dellodio, facendolo impallidire, relegandolo a dispettuccio dinfanzia.

La speranza è che metta invece in campo una reazione sproporzionata, più flebile della ferita che gli si è inflitto, ancora in armonia con le regole della guerra, semmai ve ne fossero.

Muoversi pro porzione, dando a ciascuno ciò che merita, è una prospettiva da non augurarsi. Ci auguriamo propositi diversi. Agli interessati del genere resta ancora larma della preghiera.

Gigi Meroni e la vergogna senza giustificazioni del calcio scommesse

Certo, la drammatica guerra medio orientale richiama, giustamente, lattenzione e la preoccupazione dellopinione pubblica mondiale. Eppure, altrettanto giustamente, la cronaca italiana non può non registrare un fatto che sconvolge il mondo del calcio di casa nostra. E che suscita un sentimento di rabbia e di sconcerto. Un settore, il calcio, che come tutti sappiamo, continua ad essere una sorta di religione civilenel nostro paese. Un calcio che, per lennesima volta, è nuovamente attraversato da fatti riconducibili alle cosiddette scommesseche coinvolge calciatori giovanissimi, famosi e ormai celebri. Miliardari e milionari a loro insaputa dove i problemi e le ansie della vita quotidiana delle persone semplicemente non esistono perchè avvolti da una nube dorata fatta di privilegi, soldi, tanti soldi, divertimento, popolarità e spensieratezza. E lì, in quelluniverso strano e singolare ma vero e reale, prosperano purtroppo vizi, deviazioni, dipendenze e a volte – forse addirittura irresponsabilmente – reati.

Ed è proprio in un contesto del genere, squallido e amaro, che dobbiamo aggrapparci ai miti, ai veri miti che hanno segnato il gioco più bello del mondoper continuare ad amare il calcio, a credere nel gioco duro ma pulito e anche nella serietà di chi lo pratica.

E, al riguardo, oggi non possiamo non ricordare la tragedia di Gigi Meroni, ala destra del Torino, lultimo calciatore beatdel nostro paese che concluse la sua vita in una fredda sera a Torino, travolto da unauto mentre attraversava lormai celebre Corso Re Umberto in compagnia di un suo amico, Fabrizio Poletti, anchegli calciatore. Era il 15 ottobre 1967, il Torino aveva vinto contro la Sampdoria per 4 a 2 e la domenica successiva cera il derby con la Juventus. E Meroni, nella sua ultima partita al Comunale, era stato – come quasi sempre gli capitava – magistrale nel condurre la gara.

Certo, era un altro calcio. Dove gli attori in prima linea, appunto i calciatori, erano persone che parlavano con i tifosi, che conducevano una vita ancora sostanzialmente normale – anche se già agiata -, e dove la maglia era vissuta come una sorta di identità e di appartenenza ad una comunità. E Meroni, e non solo per la tragedia che ha interrotto la sua vita e il suo straordinario ed unico talento, è stato e resta un mito per intere generazioni. Per il mondo granatainnanzitutto, ma direi per tutto il calcio italiano.

La farfalla granata, come lo definì in un memorabile libro Nando Della Chiesa, ha calcato i campi di tutta Italia con una leggerezza inimitabile accompagnata da un calcio poetico, fatto di creatività e spettacolo, estro e profondo rispetto dellavversario. Era già un calcio che coinvolgeva profondamente i sentimenti popolari e divideva le tifoserie ma cera un elemento che caratterizzava quei grandi campioni, alcuni dei quali sono diventati miti e non solo per i propri beniamini. E cioè, erano sì calciatori anche molto giovani ma soprattutto erano uomini che vivevano la loro professione con serietà e con responsabilità. Per questo erano dei punti di riferimento per la loro comunità sportiva innanzitutto ma per la stessa città in cui vivevano e giocavano.

E Gigi Meroni resta tuttora, nellimmaginario collettivo, come quel calciatore con i capelli lunghi, con i calzettoni abbassati, che viveva in una mansarda in Piazza Vittorio a Torino con una compagna, che amava dipingere, che aiutava silenziosamente i poveri del tempo e che infiammava ogni 7 giorni i propri tifosi e incantava gli avversari. E gli amanti del calcio continuano a guardare a quei miti per rinverdire lattaccamento a questo sport che, seppur ammaccato e profondamente inquinato, continua a suscitare le emozioni e la felicità di milioni di persone, di tutte le età e di tutti i ceti sociali.

La pubblicità in Rete crescerà del 5 per cento l’anno

I trend dell’e-commerce? La start-up innovativa Sharing Media (www.sharingmediasrl.com) ha identificato le macro-tendenze del webmarketing che caratterizzeranno i prossimi anni, evidenziando una ulteriore esplosione per il social media advertising, che nel prossimo triennio farà segnare un tasso di crescita annuale del 5%.

L’analisi condotta sui trend dei social ha rilevato che il mercato globale della pubblicità sulle reti sociali si chiuderà a 215 miliardi di dollari al 31 dicembre 2023, per arrivare poi a superare i 248 miliardi di dollari al 31 dicembre 2026.

“Una crescita importante che si spiega con il fatto che app e piattaforme social – quali Instagram, Facebook e LinkedIn– sono tra i principali ambienti digitali in cui fare marketing e non solo per le grandi aziende”, commentano i fondatori della start-up innovativa che pubblica anche l’omonimo quotidiano “Sharing Media” (www.sharing-media.com).

Attualmente, l’80% delle Pmi utilizza le reti sociali per connettersi con i propri clienti e il 90% dei consumatori segue almeno un brand sui social media. Il 78% degli utenti dei social ha acquistato almeno un prodotto o un servizio che ha visto sui social media. Insomma i social network che le imprese ed i professionisti usano per costruire una «brand awareness» si sono dimostrati anche il canale giusto per vendere e monetizzare, diventando così un concreto fattore di guadagno per le aziende.

Il social media marketing è andato ad assumere un ruolo di primo piano nelle strategie di promozione commerciale delle aziende di ogni dimensione ed è ormai uno strumento imprescindibile per le aziende e per i professionisti che vogliano raggiungere il loro pubblico in modo efficace, anche per le piccole imprese che così oltre ad ampliare la loro presenza online – possono accedere a una vasta platea di nuovi potenziali clienti.

“Sia le grandi imprese che quelle medie e piccole e perfino i professionisti stanno puntando sull’online, anche perché le soluzioni di visibilità sul web sono accessibili con investimenti alla portata di tutti”, spiegano in conclusione i responsabili di Sharing Media.

Fonte: Notiziario Askanews

Tempi Nuovi entra nel Partito Democratico Europeo e si schiera con Macron

Il comunicato diramato ieri da Tempi Nuovi-Popolari Uniti” mette un punto fermo sul posizionamento in Europa di quello che per adesso si definisce un pre-partito, forma in continua crescita dellorganizzazione politica nata poco prima dellestate e caratterizzata dal legame dei suoi fondatori con lesperienza democratico cristiana e popolare. Nel testo, ripreso da tutte le principali agenzie, si legge quanto segue.   

Laccoglimento della domanda di adesione di Tempi Nuovi-Popolari Uniti” al Partito Democratico Europeo (PDE), con la presentazione stamane (ieri per chi legge, ndr) di François Bayrou al congresso in corso a Magonza, è per noi motivo di grande soddisfazione. Una decisione così rapida, dopo appena due settimane dalla richiesta formale, è di per sé un atto di significativa attenzione politica.

Abbiamo chiesto di aderire al PDE – un caposaldo, insieme allALDE, del gruppo Renew Europe di Emmanuel Macron – perché ci riconosciamo nella piattaforma che unisce forze diverse ma di autentico orientamento riformatore, solide nel loro approccio europeistico, e dunque in linea, per quanto ci riguarda, con la tradizione democratica e cristiana” riscontrabile principalmente nellopera di Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Aldo Moro.

È stata questa, daltronde, la motivazione espressa da Fioroni, presidente di Tempi Nuovi, nella lettera inviata ieri (laltro ieri per chi legge, ndr) a François Bayrou, fondatore alcuni anni fa del PDE.

Noi crediamo che lUnione Europea debba crescere nello spirito che animò lazione coraggiosa e preveggente dei Padri fondatori. Il loro esempio ci deve guidare sulla strada della continua ricerca di tutto ciò che rafforza lintegrazione in un tempo di grandi trasformazioni globali, con scenari di guerra ai confini del nostro continente.    

Indubbiamente la scelta del PDE, al quale aderisce anche Italia Viva, indica la volontà di consolidare la collobarazione nel Parlamento di Strasburgo tra popolari, socialisti e liberal-democratici – la cosiddetta maggioranza Ursula” – che solo la cecità politica delle forze anti-europeiste si ostina a bersagliare con lobiettivo di provocare la formazione di unalleanza spostata a destra, anche prevedendo dincludere Marine Le Pen e gli estremisti di Alternative for Deutschland (AfD). È un disegno pericoloso, portato avanti con sfrontatezza da Salvini, in contrasto con Forza Italia e nellimbarazzo di Fratelli dItalia.   

Pertanto, rafforzare larea politica di centro, capeggiata dal presidente Macron, vuol dire proiettare sul piano europeo una formula che i cattolici popolari e democratici di Tempi Nuovi” assumono come base della loro iniziativa sul piano nazionale. È lemblema di un progetto che opera, tanto in Italia quanto in Europa, in funzione della piena riconoscibilità del ruolo dinamico, ma al tempo stesso equilibratore, del riformismo democratico e sociale.   

Europa carente di leadership annaspa su Israele e Gaza

Unfinished European Union Flag puzzle

Una posizione ufficiale dell’Esecutivo comunitario è stata espressa ieri dal portavoce capo, Eric Mamer, durante il briefing quotidiano per la stampa. Ma ascoltando poi le parole, da una parte, dell’Alto Rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Josep Borrell, e dall’altra della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è difficile tenerle insieme.

Una differenza di toni e di accenti si nota soprattutto nel modo in cui viene considerato (o ignorato) il blocco deciso e attuato da Israele sulle forniture alla popolazione di Gaza di cibo, acqua, elettricità e medicine, e lo stesso avvertimento ai civili affinché sia evacuato entro 24 ore il Nord della Striscia, per un totale di un milione di persone.

Borrell, parlando nel pomeriggio da Pechino, dove si trovava per una missione nell’ambito del “dialogo strategico Ue-Cina”, ha criticato come “irrealistico” l’avvertimento di Israele, a causa del pochissimo tempo, ventiquattro ore, concesso per l’evacuazione.

“Riguardo a questo avvertimento dell’esercito israeliano nei confronti dei civili affinché lascino il nord di Gaza – ha detto l’Alto Rappresentante -, certamente i civili devono essere avvertiti in anticipo. Devono essere avvisati delle imminenti operazioni militari per consentire loro di andarsene, che è ciò che ha fatto Israele. Ma tali avvertimenti, e i movimenti attesi di gran parte della popolazione che dovrebbero produrre, e stiamo parlando di un milione di persone, devono essere realistici. E certamente è del tutto irrealistico che un milione di persone possa spostarsi in 24 ore”, ha sottolineato.

“Lo ha detto anche – ha ricordato Borrell – il Segretario generale delle Nazioni Unite (Antonio Guterres, ndr), e mi unisco a lui nel dire che: sì, è positivo avere un avvertimento, ma l’avvertimento deve essere realistico per evitare conseguenze umanitarie devastanti”.

Sì, – ha continuato l’Alto Rappresentante – c’è profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione umanitaria a Gaza, in particolare a causa della carenza di acqua, cibo e forniture mediche, carburante ed elettricità. Come ha ricordato il Segretario Generale Onu, e come ho detto anch’io dopo in Oman” martedì scorso, dopo le riunioni dei ministri degli Esteri dell’Ue con gli omologhi dei Paesi del Golfo, “creare un blocco delle forniture di acqua, cibo, carburante e delle forniture mediche non è conforme al diritto internazionale”.

“Ci uniamo quindi – ha indicato Borrell – all’appello del Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres, e lo ringrazio per essere pronto ad agire. Sosteniamo gli sforzi delle Nazioni Unite per contribuire ad alleviare la situazione, anche incoraggiando la creazione di corridoi umanitari e creando lo spazio per gli aiuti umanitari tanto necessari”.

“Questo è perfettamente compatibile – ha puntualizzato l’Alto Rappresentante Ue – con la forte condanna del terribile attacco che Israele ha subito da parte di Hamas”.

Di tono molto diverso sono state le dichiarazioni della presidente della Commissione in occasione del suo incontro di ieri a Tel-Aviv con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, al quale ha espresso tutta la solidarietà dell’Unione europea. Dopo aver ricordato che “Israele ha il diritto di difendersi, anzi, ha il dovere di difendere il proprio popolo”, von der Leyen ha osservato: “Vorrei anche essere molto chiara sul fatto che solo Hamas è responsabile di ciò che sta accadendo”.

“Gli atti di Hamas non hanno nulla a che fare con le legittime aspirazioni del popolo palestinese. Al contrario, l’orrore scatenato da Hamas non fa altro che portare ancora più sofferenze ai palestinesi innocenti. Anche loro sono minacciati. Le azioni spregevoli di Hamas sono il segno distintivo dei terroristi. E so – ha sottolineato in modo sibillino la presidente della Commissione – che la risposta di Israele dimostrerà che si tratta di una democrazia”.

Questo è l’unico punto del suo intervento in cui von der Leyen ha fatto riferimento alla situazione di Gaza, senza mai menzionare il blocco delle forniture, le vittime civili dei bombardamenti israeliani, la situazione umanitaria sempre più drammatica nella Striscia, da cui la popolazione civile non può uscire né verso l’Egitto, che mantiene chiuso il valico di Rafah né, naturalmente, verso Israele.

A queste due diverse linee, bisogna aggiungerne poi una terza, la posizione istituzionale “ufficiale” della Commissione che cerca di contemperarle: è la “line to take” (la “linea da tenere” nel gergo di Bruxelles) così come è stata espressa ieri (per lo più leggendo fedelmente il documento che la riportava) dal portavoce capo Eric Mamer.

“L’Ue – ha ricordato Mamer – condanna inequivocabilmente gli attacchi terroristici violenti e indiscriminati sferrati da Hamas in Israele e deplora profondamente la perdita di vite umane; questa – ha indicato – è la premessa che dobbiamo sempre tenere presente in questa situazione”.

“Abbiamo anche detto e ripetuto che Israele ha il diritto di difendersi” ha continuato il portavoce, aggiungendo poi che questo deve essere fatto “in linea con il diritto internazionale umanitario e che la protezione dei civili è della massima importanza da tutte le parti e ovunque”, una precisazione importante, ma assente nelle dichiarazioni di von der Leyen.

“Questa – ha sottolineato Mamer – è la nostra posizione: i civili devono essere pre-avvertiti e allertati riguardo alle operazioni militari imminenti, consentendo loro di andarsene, e questo è ciò che ha fatto Israele”. Qui manca del tutto la critica di Borrell e di Guterres alla eccessiva brevità del periodo di preavviso. Ci sono, in compenso, i riferimenti alle Nazioni Unite: “Tali avvertimenti e le mosse previste da gran parte delle popolazioni devono evitare, come ha sottolineato l’Onu, forti conseguenze umanitarie”.

È anche importante chiarire – ha evidenziato ancora il portavoce – che Hamas non deve impedire alle persone di andarsene e non dovrebbe usarle come scudi umani i civili, poiché ciò costituirebbe un’altra atrocità da parte di Hamas ed equivarrebbe a un crimine di guerra”.

“Si teme – ha rilevato ancora Mamer – il deterioramento della situazione umanitaria a Gaza, in particolare a causa della carenza di acqua, cibo, forniture mediche ed elettricità“. Qui c’è un capolavoro di equilibrismo: la causa del “deterioramento” della situazione umanitaria sarebbe “la carenza” delle forniture essenziali alla popolazione, e non il fatto che Israele le ha bloccate.

“L’Ue – ha proseguito il portavoce, sbilanciandosi questa volta più verso Borrell – sostiene quindi gli appelli del Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres ed è pronta a sostenere gli sforzi volti ad alleviare la situazione, anche incoraggiando la creazione di corridoi umanitari e consentendo la consegna degli aiuti umanitari tanto necessari”.

“Intensificheremo ulteriormente i nostri impegni con tutti gli attori regionali e i principali partner internazionali. Questa – ha concluso Mamer – è la nostra posizione in seguito all’appello da parte delle autorità israeliane per l’evacuazione del Nord della Striscia di Gaza”.

Fonte: Notiziario Askanews

Insieme | Nella Chiesa c’è posto per tutti. Intervista con Mons. Ricchiuti.

Giovanni Ricchiuti, nato a Bisceglie il 1° agosto 1948, è stato eletto Arcivescovo di Acerenza il 27 luglio 2005 ed è attualmente Vescovo della Diocesi di Altamura-Gravina in Puglia-Acquaviva delle Fonti, nonché Presidente del movimento cattolico internazionale per la pace, Pax Christi. Da sempre impegnato per promuovere la pace e tutelare le esigenze di tutta la comunità ecclesiale, racconta la sua esperienza e i suoi pensieri.

Monsignor Ricchiuti, lei è Vescovo di una grande Diocesi. Quali emozioni e paure ha provato, in virtù della responsabilità di rappresentare una comunità così grande?

Provenendo da otto anni di Ministero Episcopale nella piccola Arcidiocesi di Acerenza, diventato Vescovo della Diocesi di Altamura – Gravina – Acquaviva, ho capito che avrei dovuto affrontare una situazione pastorale numericamente molto grande e che in passato ha ricevuto un forte impulso, grazie al mio predecessore – il Monsignor Mario Paciello – che ha indetto un Sinodo per la Chiesa diocesana, al fine di renderla al passo con i tempi e con le problematiche dei tempi. Sono arrivato in Diocesi, il 15 ottobre 2013, con aria serena. Tra laltro, essendo stato Rettore del Seminario Regionale di Molfetta dal 1994 al 2005, la gran parte del presbiterio della Diocesi di Altamura – Gravina in Puglia – Acquaviva delle Fonti era a me conosciuto, perché alcuni giovani sacerdoti erano stati miei alunni di formazione a Molfetta. Sapevo che laccoglienza nei miei confronti sarebbe stata molto gioiosa. Quindi sono arrivato con grande serenità, nella consapevolezza che la Diocesi presenta un cammino molto impegnativo. Tuttavia ho provato qualche timore perché, accanto alle situazioni pastorali, il Vescovo di questa Diocesi riceve anche limpegno di essere Governatore dellOspedale Miullidi Acquaviva delle Fonti, grande ospedale di eccellenza al servizio della Puglia. Questa è stata una responsabilità piuttosto grande perché, nonostante io non entri nelle logiche aziendali, da rappresentante legale di quellente ecclesiastico sono tenuto a vigilare sul buon andamento dellospedale. In ogni caso, il dialogo con i sacerdoti è stato fondamentale, per poter percorrere e orientare un cammino pastorale verso obiettivi comuni. Ricordo che nel mio indirizzo di saluto ho detto: Carissimi diocesani, dallArcidiocesi di Acerenza ho visto spesso le luci di Altamura, Gravina in Puglia e Acquaviva delle Fonti. Vengo tra voi con spirito di servire questa Chiesa e continuare ad edificare la comunità ecclesiale della Diocesi. Con questi sentimenti sono entrato, ed essendo io una persona molto sorridente, questo ha sicuramente facilitato il rapporto tra Vescovo e fedeli, che oggi pensano di me che sia un Vescovo alla mano, vicino alle esigenze pastorali e non solo.   

In riferimento al rapporto con i fedeli, stiamo assistendo negli ultimi anni ad un forte spopolamento delle parrocchie, soprattutto da parte delle nuove generazioni.  Avverte questo problema? Quali strumenti si dovrebbero adottare per un avvicinamento alla Chiesa ed alla fede?

Un momento molto delicato è stato rappresentato dallo scoppio della pandemia nel 2020, che ha segnato una cesura. Oggi possiamo parlare di una lenta ripresa, dopo aver notato una certa fatica negli anni passati. Tuttavia, secondo me da quel momento c’è stato un prima, un durante ed un dopo. Prima del Covid -19 abbiamo perseguito un cammino, in cui levangelizzazione, il dialogo con le nuove generazioni e la famiglia sono stati al centro delle priorità pastorali. C’è stato un bellissimo momento del cammino pastorale familiare che nel 2017 ha consentito – grazie a laiche, laici, sacerdoti e volontari – di concretizzare un mio sogno, ossia la realizzazione del Consultorio familiare di ispirazione cristiana, chiamato Amoris Laetitia, situato presso alcuni locali messi a disposizione dalla Santissima Trinità (nella Chiesa della Trasfigurazione), ad Altamura. Ad oggi, però, un problema che sta attraversando tutta la Chiesa occidentale è la mancanza di confronto con i giovani. La pastorale giovanile, che è sempre stata molto vivace, sta subendo la distanza tra la Chiesa ed i giovani. Tuttavia, devo ammettere che proprio la risposta dei giovani fedeli è stata importante in questi anni ed in diversi momenti: la Giornata Mondiale dei Giovani a Cracovia, dove cento giovani hanno partecipato; il pellegrinaggio di 100 km a Santiago, dove si sono presentati in ottanta dalla Diocesi; infine, la Giornata Mondiale dei Giovani a Lisbona, dall1 al 6 agosto 2023, dove cerano un milione e mezzo di ragazzi da tutto il mondo. Questi sono dati importanti, da cui dovremmo partire per lavorare con molta fiducia. Dal mio punto di vista, la spiritualità dei giovani non si misura solo dal fatto che in Chiesa, ad esempio, ce ne sono pochi, e soprattutto il problema del mondo giovanile non riguarda soltanto la Chiesa, ma diversi ambiti, come il lavoro. Ciò che possiamo fare è continuare a dialogare con loro, anche se ad oggi preferiscono altro alle parrocchie. Però la Chiesa è in cammino, è una Chiesa – utilizzando le parole di Papa Francesco –in uscita. Ed è necessario incontrare e ascoltare i giovani. Sarebbe bello se la Chiesa, la Scuola e tutta la comunità lavorassero affinché i giovani tornino a camminare insieme a noi. In definitiva, non bisogna scoraggiarsi, pur essendo realisti: è necessario lavorare per una Chiesa che sappia attrarre, tutti insieme.

In varie occasioni, Papa Francesco ha aperto le porte della Chiesa anche alla comunità LGBTQIA+. In particolare, durante la GMG (Giornata Mondiale della Gioventù) a Lisbona, ha affermato con fermezza: Nella Chiesa c’è spazio per tutti. Così come siamo, tutti.. In che modo, concretamente, ci si può ritagliare questo spazio? Lei crede che la Chiesa sia pronta ad una rivoluzione simile?

La Chiesa è consapevole di vivere nel mondo e di essere attenta a come questultimo cambia e si riorganizza. Le scelte delle persone vanno rispettate e ciò che conta, prima di tutto, è lumanità. Echiaro che nella Chiesa c’è posto per tutti, io sono in sintonia con Papa Francesco, ma bisogna mettere in atto questa apertura: bisogna cercare il dialogo con i fratelli e le sorelle della comunità LGBTQIA+. Poi si può discutere su temi delicati, come la genitorialità, ma anche in quel caso non bisogna farlo con preconcetti, ma magari avvalendosi di esperti che sappiano dirci se un bambino cresca sereno oppure no con due papà o due mamme.

E il matrimonio fra persone dello stesso sesso?

Per me il matrimonio è quello di cui, tradizionalmente, si parla nella Sacra Scrittura. Maschio e femmina li creò” (Genesi, 1,26-28), si legge nella Bibbia. Per noi questa non è unopinione, ma è la Parola di Dio. Sicuramente questa va interpretata: io sono dellopinione che non ci sono problemi se due uomini o due donne vogliono vivere insieme, tuttavia fatico a chiamare quel legame matrimonio. Noi Vescovi riceviamo spesso lettere di appartenenti alla comunità LGBTQIA+ cattolici, che chiedono di essere ascoltati e accettati. Noi abbiamo questo compito. Dico di più: se una coppia di due uomini o due donne credenti hanno un bambino e costoro chiedono che il bambino sia battezzato, quel bambino, per me, deve essere battezzato. C’è poco da fare. Non si può vietare il battesimo, quel bambino deve essere accettato dalla comunità. Se lei mi chiede, invece, se siamo pronti a questo cambiamento, le dico che probabilmente non lo siamo, non solo come Chiesa ma come società. Questa è una rivoluzione culturale che necessita dei suoi tempi, e la comunità ecclesiale – la cosiddetta Chiesa tradizionalista– deve certamente maturare. Ma in ogni caso, la Chiesa deve essere un esempio di accoglienza e di non discriminazione per tutti.

Un altro tema molto dibattuto è quello relativo al celibato sacerdotale. Sul tema il Papa ha affermato che questa disciplina potrebbe essere rivista. Lei è dello stesso avviso?

Io mi sono sempre espresso in merito affermando che la Chiesa chiama i sacerdoti al celibato per poter dedicare la propria vita completamente allevangelizzazione, diversamente da quanto accade nella Chiesa ortodossa, che consente invece il sacerdozio uxorato. Nella nostra Chiesa romana i giovani sacerdoti sono educati e sono consapevoli di questobbligo. Sicuramente non è facile, perché ogni persona ha le proprie istintualità e i propri sentimenti, ma un sacerdote deve saper dominare le passioni per coerenza con la propria scelta. La disciplina potrà cambiare? Per me la scelta dovrebbe essere affidata al sacerdote, ma anche per questa riforma la Chiesa non è del tutto pronta.

E il sacerdozio alle donne?

Come affermava il Cardinale Carlo Maria Martini, dobbiamo essere in ascolto dello Spirito Santo. Sarebbe un cambiamento radicale che avrà bisogno di moltissimo tempo. La Chiesa vive e continua a sopravvivere nel mondo e ogni cambiamento va commisurato con la tradizione, frutto della lettura del Vangelo, e le situazioni che si presentano devono essere lette nellottica del Vangelo.

Lei è il Presidente di Pax Christi ed a tutti è noto il suo incessante impegno per promuovere la pace, soprattutto in questi lunghi mesi di guerra in Ucraina. Ha anche pronunciato una bellissima omelia dopo la Marcia per la pace, tenutasi ad Altamura il 31 dicembre 2022. Abbiamo bisogno di pane e non di armi” è stata sicuramente la frase più significativa. Come si pone fine alla guerra? Ma soprattutto: come si promuove la pace?

Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale dal punto di vista della razionalità. Mi trovo in piena sintonia con lEnciclica Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII dell11 aprile 1963, definita dallOnorevole Giorgio La Pira (Sindaco di Firenze negli anni cinquanta e sessanta il manifesto di un mondo nuovo. La Pace è un dono di Dio ed è affidata alla ragione della persona umana. Se questa ragione non c’è, ecco che nasce la guerra. Alienum est a ratione si legge nellEnciclica: pensare di risolvere i conflitti con la guerra è pazzia. I conflitti vanno superati con il dialogo, con il riconoscimento che ogni persona umana ha la sua dignità, che non va toccata. Auspico un cambiamento di mentalità: è follia ritenere che i conflitti si possano risolvere con la guerra, perché i danni che provoca questa follia sono sotto i nostri occhi, soprattutto se pensiamo a tutte le guerre che ci sono nel mondo. La Chiesa e la comunità ecclesiale non possono tacere sulla questione della pace e non possono mettere in dubbio ciò che Gesù ha detto nel Vangelo: Beati quelli che non sono violenti” (Matteo 5,3-12). Se saremo educati alla fratellanza e alla solidarietà, allora saremo profeti di pace e riterremo razionale – finalmente – non la guerra, ma il dialogo.

Tra qualche mese terminerà il suo mandato da Vescovo della Diocesi di Altamura – Gravina in Puglia – Acquaviva delle Fonti. Questo è il tempo dei bilanci. Che valutazione dà al suo vescovado e quali sono le prospettive future, per questa Diocesi e per la Chiesa tutta?

Io sono sereno, so di aver messo limpegno di cui ero capace. Il 9 settembre 2023 ho compiuto cinquantuno anni da quando sono diventato sacerdote e sono nel diciannovesimo anno di Ministero Episcopale: sicuramente avverto la fatica, ma sono ugualmente contento del mio percorso. Continuerò il mio cammino nella Chiesa, come uomo e come cristiano, e mi aspetto che la Chiesa continui il suo cammino nel mondo di oggi. Mi aspetto una Chiesa che non si rinchiuda solo per paura. Importante è non perdere lentusiasmo, dire quel sì” che segna profondamente la vita dei fedeli e che ha segnato la mia esistenza ben cinquantuno anni fa. Continuare a dire questo sì alla Chiesa. Laugurio è che anche la Chiesa possa continuare a dire il suo sì di entusiasmo, continuando a dire parole e gesti che contribuiscano ad un futuro migliore.

L’Eur non è il quartiere che Rampelli vorrebbe ricondurre al Ventennio.

Foto di Alessandro Zazza da Pixabay
Foto di Alessandro Zazza da Pixabay

Se fosse un teorema matematico, il ragionamento sullEur sviluppato di recente da Fabio Rampelli (Corriere della Sera,  6 ottobre 2023) dovrebbe chiudersi in un solo modo: ciò che è bello non sta nel presente e ciò che possiamo immaginare per il futuro è nel ritorno al passato. Per quanto possibile, ovviamente. In fin dei conti, se lEur vale per limpianto architettonico e urbanistico dellEsposizione Universale del 1942, mai celebrata per lo scoppio della seconda guerra mondiale, il suo destino appartiene alfermo immagine di un museo a cielo aperto. E di quel museo sarebbe da ammirare la parte propriamente munumentale, originale per laspetto di moderna munumentalità razionalistica grazie allinventiva degli architetti reclutati da Marcello Piacentini, mettendo in disparte cosi le novità del dopoguerra per la loro insufficienza espressiva e funzionale. Un sogno, questo, che porta Rampelli a riproporre ancora una volta lArco di Libera, come se quellidea fascinosa – un arco imponente, sulla Cristoforo Colombo, come porta dingresso da sud –  non fosse legata alla vicenda dellEsposizione Universale. Oggi come potrebbe inserirsi nel contesto del quartiere? Cosa potrebbe significare, se non un esempio di magniloquenza archietttonica fuori dal tempo e dallambiente? A quale destino, per così dire, sarebbe votato?

Sembra di riconoscere in questa visione del Quartiere Europa– una definizione che Rampelli tiene ai margini del suo discorso – la spinta verso prospettive ancorate alla difesa di una italianità perduta. Si arriva pertanto alla polemica sulla Nuvola di Fuksas, non importa se apprezzata dentro e fuori i confini di Roma, anzi del Paese. Non si capisce se lavversione sia dovuta alla onerosità dellimpresa, per effetto della lievitazione dei costi rispetto alle cifre contenute nellappalto, o alla valenza artistica dellopera: da questa confusione, in sostanza, deriva il sospetto che un certo pregiudizio rovini la dovuta serenità di giudizio.

LEur è un quartiere che in sé contiene lenergia dellinnovazione. È stato così negli anni Cinquanta e Sessanta, quando si formò il quartiere che oggi conosciamo, con le decisive trasformazioni intervenute in occasione delle Olimpiadi del 1960 e poi via via con altre operazioni di analoga importanza, fino ai giorni nostri. Se il Palazzo della Civiltà del Lavoro è una testimonianza del progetto voluto dal Fascismo, anche Palazzo Sturzo   assurge a valore di testimonianza ma di unepoca successiva, quella della repubblica a guida democristiana. Andrebbe sempre ricordato che senza Virgilio Testa, il grande regista dellEnte Eur, scelto personalmente da Giulio Andreotti, la conformazione del quartiere non avrebbe goduto degli standard di qualità che sono sotto gli occhi di tutti. Egli fu capace, in effetti, di organizzare gli interventi urbanistici secondo le regole che il Ministro Fiorentino Sullo, osteggiato da una destra oltranzista al servizio della rendita edilizia, provò senza successo a tradurre nella riforma urbanistica, tuttora associata al suo nome. Labilità di Testa permise di adottare in via pratica una riforma pensata e non realizzata, con esiti straordinari: palazzine ordinate, strade larghe, verde in abbondanza. Un miracolo, senza dubbio!

Oggi questo dinamismo che forgia il carattere dellEur deve essere guidato in direzione di nuovi traguardi, rispettando lintegrazione virtuosa tra uffici e residenze. Il polo congressuale, con al centro proprio la Nuvola, esige più che mai una razionale ed organica sistemazione, ripartendo dal progetto del sottopasso tra il Palalottomatica e piazza Marconi. Ci vogliono parcheggi e mezzi pubblici ecologici, zone pedonalizzate, nuove corsie riservate ai biker. LEur può candidarsi a fungere da modello per la Roma del futuro. Il messaggio non è quello della musealizzazione, ma della trasformazione secondo canoni più sofisticati per la vivibilità, lefficienza di servizi, il decoro urbano. Rampelli si adagia nella retorica, altri devono invece mirare a vincere la sfida dellEur di domani.

Luca Bedoni è il Presidente dellAssemblea consiliare del Municipio Roma IX (Eur)

La Voce del Popolo | La sfida? Restare ancorati ai nostri fondamentali

La sfida è restare noi stessi. Non cambiare, non farsi cambiare. Evitare di venire trascinati nel baratro della barbarie, laddove i nostri nemici vorrebbero vederci trasformati in loro simili, trasfigurati in nome dello scontro di civiltà.

Valeva all’indomani dell’11 settembre americano, vale all’indomani di quello israeliano. Naturalmente la retorica collettiva in queste ore parla d’altro. La parola d’ordine ricorrente in questi casi è “nulla sarà mai più come prima”. E s’intende che una civiltà degna del nome ha sempre di che mettersi in discussione, di che ragionare su come affrontare nuove sfide e nuove insidie.

Lo sdegno per la barbarie di Hamas va di pari passo con il ripensamento su noi stessi – questo è ovvio. Ma quello che oggi ci viene chiesto, e che più ci preme, è di restare ancorati ai nostri fondamentali, chiamiamoli così. A noi liberal-democratici, a noi europei, a noi atlantici, a noi amici di Israele viene chiesto di non perdere di vista le nostre ragioni. E cioè, per quanto possibile, di non perdere la testa.

Tutto questo non implica una politica irenica, tutt’altro. Non si tratta di porgere un’altra guancia (non ne abbiamo più, avrebbe detto Andreotti). Né di trattare la bestialità del terrorismo con un’indulgenza che esso non merita e che “noi” non ci possiamo permettere. Più semplicemente, occorre dirci che la difesa della nostra civiltà sarà tanto più forte quanto più resteremo ancorati ai fondamentali su cui essa poggia: l’umanità, la libertà, l’apertura, la fiducia.

In una parola, le nostre “armi” migliori.

 

 

Fonte: La Voce del Popolo 12 ottobre 2023

[Articolo qui riproposto per gentile concessione del direttore del settimanale della Diocesi di Brescia]

Fa strame della politica il rientro della Moratti in Forza Italia

Bruno cordioli
Bruno cordioli

Che il trasformismo e l’opportunismo siano diventati, nell’era del populismo grillino, i cardini centrali del comportamento politico dei partiti e degli stessi politici è un fatto che non suscita alcuna notizia, talmente è nota la questione. Ma che il trasformismo e l’opportunismo debbano diventare i tasselli costitutivi e quasi dogmatici nella cittadella politica italiana non può diventare così scontato. Almeno per chi ritene che la coerenza e la trasparenza degli atteggiamenti e dei rispettivi comportamenti rappresentino ancora un valore da perseguire quotidianamente. Anche nel confronto politico.

Ho voluto ricordare questo aspetto perché, purtroppo, continuiamo ad assistere a giravolte improvvise e a cambiamenti altrettanto rapidi nelle scelte politiche di singoli esponenti che lasciano francamente basiti. Il caso di Letizia Moratti non è che l’ultimo esempio della serie ma credo che questi comportamenti proseguiranno in modo disinvolto in vista delle elezioni europee. Perché quello che impressiona e che sconvolge non è soltanto il passaggio da un partito all’altro – cosa, in sè, del tutto legittima perché il partito era e resta solo uno strumento della politica – ma, semmai, il cambio radicale della prospettiva politica che viene praticata nell’arco di pochi giorni o di poche settimane. Come si può essere credibili, per fare un solo esempio concreto, predicare pubblicamente la bontà di un partito di centro che pratica e declina una vera ‘politica di centro’ contro l’attuale bipolarismo e poi, nell’arco di pochi giorni, mutare radicalmente opinione e linea e sostenere che la radicalizzazione del conflitto politico è cosa buona e giusta e va perseguita sino in fondo? In gioco non c’è il legittimo e fisiologico cambiamento d’opinione ma, al contrario, la ridicolizzazione della politica, dei partiti e, soprattutto, dei politici stessi. Ed è poi perfettamente inutile lamentarsi della caduta di credibilità della politica e dei partiti, della scarsa partecipazione alla vita politica, del crescente astensionismo elettorale e del peso crescente di altri poteri: dalla magistratura al giornalismo, dalla burocrazia alla ceto tecnocratico.

Forse è arrivato il momento per denunciare pubblicamente, pur senza alcuna polemica personale, metodi e prassi che squalificano la politica perché la riducono esclusivamente a merce di scambio. Per obiettivi di chiara convenienza personale e di potere.

Ecco perché, per fermarsi al progetto politico di un Centro riformista, dinamico, di governo e democratico, diventa decisivo e quasi essenziale anche la “cultura del comportamento” di chi la sostiene e di chi la pubblicizza. Oltre alla “cultura del progetto”, per citare una bella definizione di Pietro Scoppola. Perché senza comportamenti credibili, trasparenti e credibili è lo stesso progetto politico che rischia di essere sacrificato e compromesso. E, in ultimo, per non far trionfare per l’ennesima volta la deriva trasformistica e la sub cultura opportunistica.

Nessuna scorciatoia, lavorare per un centro unito non è una chimera.

Questo tempo di massimo caos nell’area di centro è forse anche il tempo più propizio per considerare le ragioni che ancora possono rendere possibile una qualche forma di rappresentanza unitaria di tale area per le elezioni del prossimo anno, europee, regionali e provinciali, se le province saranno rese di nuovo elettive, come auspichiamo.

L’intuizione di Matteo Renzi di una lista unitaria denominata “Il Centro” merita attenzione, nonostante l’esercizio da parte sua di una leadership per certi aspetti visionaria ma non accompagnata da altrettanto slancio in direzione della collegialità nella gestione.

Perché lo spazio politico del centro esiste e aspetta solo che qualcuno ne assuma una rappresentanza credibile e capace di superare una frammentazione che sembra andare oltre l’immaginabile.

Si guardi, in questo senso, come ad un modello virtuoso, al processo di riorganizzazione della sinistra radicale. Dopo le percentuali a due cifre della stagione di Rifondazione Comunista quell’area si era così divisa al punto da non riuscire a superare le soglie di sbarramento. La sinistra italiana però ha imparato dai suoi errori ed è stata in grado di proporsi come La Sinistra, riuscendo non solo quantomeno a dimezzare la frammentazione dei consensi nella galassia della sinistra alternativa ma addirittura a portare il Partito Democratico di Elly Schein sulle sue posizioni. E lo ha fatto esprimendo una politica, non solo sfoggiando un’etichetta.

Qualcosa di analogo può avvenire nell’area di centro. A patto che si smetta di evocare la parola “centro” come un feticcio o di intenderla nei fatti come una posizione di rendita per pochi, che esime dalla fatica dell’elaborazione politica e del radicamento organizzativo, territoriale e sociale.

Il centro, tanto più quello di derivazione popolare, è equilibrio nell’affrontare i cambiamenti epocali e non equidistanza; mediazione non fine a se stessa e anche determinazione, pur nella mitezza dei toni, a perseguire gli obiettivi considerati irrinunciabili in virtù di una visione e di una strategia di ampio respiro. Questo ci insegna Sturzo. In breve, occorre fare del centro qualcosa di cui gli elettori possano fidarsi rispetto alle questioni del nostro tempo. Alcune, quelle relative a una rapida e improcrastinabile riforma politica e fiscale dell’Unione Europea, ce le ha indicate Mario Draghi. Altre, come la transizione geopolitica che non si può pensare di risolvere con le guerre né verso l’Est né nel Medio Oriente, ma riconoscendo la necessità di un dialogo aperto anche all’ascolto delle ragioni degli altri, ce le impone l’attualità. Insieme ad una transizione ambientale, socialmente equa, graduale e tecnicamente neutra, improntata all’ecologia integrale, come ha ribadito papa Francesco nella Laudate Deum. E ad un utilizzo delle nuove possibilità dischiuse in ogni campo dalla scienza e dalla tecnica, illuminato da un nuovo umanesimo.

Serve un centro che sappia interpretare questo cambiamento d’epoca in cui nulla sarà più come prima, perché dopo circa cinque secoli è al tramonto l’egemonia occidentale sul mondo, vedendo questo processo come un’opportunità anziché come una sciagura, e fermando la pericolosa tendenza all’arroccamento dell’Occidente, sostenuta sia da destra che da sinistra. Serve un centro che sappia proporsi come guida affidabile nelle acque agitate del nostro tempo.

Un tale lavoro programmatico e strategico, e organizzativo, non si improvvisa, lo si deve costruire giorno per giorno, cambiando innanzitutto il nostro habitus mentale.

I modi per realizzarlo possono esser diversi, ciò che serve è la volontà politica. Ad esempio, forse potrebbe esser utile un organismo collegiale non decorativo, ma operativo, nel quale si possano definire i tratti della proposta politica del Centro e abbozzarne la fisionomia organizzativa.

Sullo sfondo, infatti, dopo la tornata elettorale del 2024 ci deve essere la prospettiva di organizzare il centro in un partito. Già solo riuscire a costituire un partito dotato di effettiva democrazia interna, un partito degli elettori e degli iscritti, aperto alle liste civiche e agli amministratori locali, e non nei fatti di proprietà privata di capi per diritto mediatico, e perciò in grado di garantire le diversità e le minoranze, senza che ogni dissenso debba risolversi in una fuoriuscita dal partito, sarebbe un risultato notevole, specialmente se accompagnato da meccanismi democratici per l’elezione degli organi interni e per la definizione delle candidature a ogni livello e a prescindere da quale sia la legge elettorale della competizione di turno.

E senza mai smarrire il senso dell’autonomia del centro. Perché il centro che guarda a sinistra non significa alleanza obbligatoria con qualsiasi programma sostenga la sinistra. Tant’è vero che lo stesso De Gasperi, fuori dal breve periodo di emergenza post-bellica, non governò con la sinistra socialcomunista del suo tempo ma fu lui a estrometterla dal governo nel 1947.

E sapendo che il centro nell’era bipolare è un po’ come la Corea. Una nazione unica divisa da fattori contingenti. E una tale aspirazione all’unità non potrebbe che esser più fondata ora, nella fase in cui Forza Italia, lungi dall’essere quel movimento dai connotati incerti e preoccupanti delle origini, si è trasformata con la guida di Antonio Tajani, il cui equilibrio da ministro degli esteri va senz’altro riconosciuto, nella sezione italiana del Ppe. E senza dimenticare che l’esito del voto europeo del 2024 potrebbe costringere Forza Italia a dover fare delle scelte, anche a costo di mettere a repentaglio l’attuale alleanza di governo. Come già successe nel 2019 a scapito del governo Conte 1, quando la nuova maggioranza di Bruxelles mise in crisi l’alleanza del governo di Roma.

L’importante credo, per noi Popolari è cercare di non imboccare scorciatoie, presentandosi o imbellettandosi per ciò che non si è. Il lavoro che ci attende è ostico. Meglio ripartire dalla coscienza delle nostre, e altrui, debolezze, per impostare insieme un valido percorso per superarle.

Final countdown, ovvero la sociologia della contemporaneità dei mitici Europe.

 

Stiamo partendo insieme/ma è anche una separazione/e forse torneremo/sulla terra, chi può dirlo? Penso che non si possa incolpare nessuno/stiamo lasciando il terreno/le cose saranno mai di nuovo le stesse?”. Era il 1986, inizia così uno dei piu straordinari capolavori della musica per opera della rock band svedese degli Europe. La voce graffiante e senza confini di Joey Tempest, l’energia trasformativa del chitarrista Jhon Norum e le spinte pulsanti della testiera e della batteria entrano nei sotterranei dell’anima, incidono sigilli tra inconscio e subconsio nella metamorfosi del genere umano.

Band rock che proietta la visione “umanistica” di società nelle sue performance live, che ci piega su noi stessi per rileggere gli errori del comportamento umano. The final countdown/Its the final countdown” (trad. Il conto alla rovescia finale/È il conto alla rovescia finale”). Dieci anni dopo il lancio del brano degli Europe, intorno al 2015, quasi come una premonizione arriva l’Enciclica Laudato Sidi Papa Francesco sulla cura della casa comune. Ma è anche l’anno, in realtà, dell’Agenda 2030 ONU sullo Sviluppo Sostenibile.

L’impatto è forte e gli entusiasmi crescono, tuttavia i popoli soffrono. La sociologia degli Europe è quella di “connettere” lo spazio e il tempo con un Pianeta in forte criticità non solo per i cambiamenti climatici ma anche per gli “orrori” dell’umano e di una pace tra le comunità di persone che ancora fatichiamo a conservare. Le note “parlanti” della chitarra di Jhon Norun protestano, urlano, rivendicano, scendono in piazza per cercare di comunicare all’Umanità che “il conto alla rovescia finale” è già iniziato. Ci stiamo dirigendo verso Venere/e siamo ancora a testa alta/perchè forse ci hanno visto/e ci hanno dato il benvenuto/con così tanti anni luce da percorrere/e cose da trovare/sono sicuro che ci mancherà tanto”.

La proiezione abitativa di essere su una Terra “diversa da noi” chiamata Venere è la speranza di una società nuova, di un Mondo migliore, di una casa “che ci contiene e ci unisce” in un popolo che è culla di tutte le culture. Non sono solo immagini rock di mondi paralleli che ci mancheranno, che la Terra così come l’abbiamo distrutta c’è, ma anche come l’abbiamo amata non esiste più. Gli Europe con il loro brano nell’alternanza della voce, della chitarra, della batteria e della testiera descrivono con largo anticipo la crisi che si stava abbattendo: il disagio della Terra nella convivenza con l’Umanità.

Il sound rock di questa canzone “scultura” entra prepotentemente nelle nostra vita, unisce le generazioni e ci accompagna verso i sentieri della speranza dell’ecologia integrale e verso riscatti sinodali da populorum progressio, come scriveva Paolo VI. Il conto alla rovescia finale è iniziato. Se è vero che l’unità è superiore al conflitto, abbiamo tanti anni luce da percorrere per combattere la povertà, restituire la dignità agli esclusi, prendersi cura della natura. Non si tratta di essere “Eroi del Silenzio”, come ci ricordano i Litfiba, ma di concedere “Uno sguardo verso il Cielo”, come sostengono Le Orme. The final countdown/Its the final countdown” (trad. Il conto alla rovescia finale/È il conto alla rovescia finale”).

Premiamo il tasto “play”! Il conto alla rovescia finale parte. E decolla per far sì che siamo migliori e per trasformarci in “persone nuove”. Si può!

Letizia o mestizia, la parabola riporta a destra la Moratti.

Ci sono accadimenti che non possono scampare al loro destino anche quando appaiono incomprensibili o ingiustificati. È probabile che il motore della storia sia proprio nelle sue storture ed inciampi; altrimenti, nella monotonia di una logica da seguire, non si farebbe un sol passo in avanti precipitandosi in un mortorio che arresterebbe l’avvicendamento di ogni fatto.

Papa Francesco non troppo tempo fa ha tirato fuori una esortazione apostolica che ha per titolo Amoris Laetitia che ci dice della famiglia e della situazione che vive nel mondo attuale.

La letizia è un sentimento importante forse anche superiore all’amore da cui prende piede ed è quello stato d’animo che indurrebbe per esempio i Cristiani a servire il proprio Signore, è quella condizione che consente di avere il cuore lieto di gioia.

Deve essere questo modo di vivere la propria dimensione ad aver improntato i passi di Letizia Moratti nel corso della sua brillante e apprezzabile carriera di imprenditrice e politica. Nulla da dire a proposito anche se qualcuno immancabilmente ne contesterebbe gli effetti del suo impegno lì dove si è spesa.

“Era il tempo delle more” cantava Mino Reitano. Nel testo si legge di “quella notte quante stelle ma poche verità” ed è proprio quest’ultima che sfugge alla scelta, fresca di una giornata appena trascorsa, del ritorno della Moratti in Forza Italia, che ha un po’ il sapore del figliol prodigo, del suo desiderio di tornare ad un pascolo misericordioso.

Sarà stata alla porta e bussato per dare notizia di sé. Qualcuno, ascoltandone la voce, le avrà aperto. Difficile dire di certe dinamiche, chissà chi per primo sarà andato davvero incontro all’altro e quali trattative saranno semmai incorse in anticipo sul grande gesto.

Per certo il tempo delle more è quello che matura in estate e che possono gustarsi nel tempo a venire. Bisogna però essere prudenti nella raccolta e badare a non ferirsi con le spine che infestano i rovi dove i frutti trovano riparo. La politica è materia che va trattata con accortezza altrimenti ci si può far male.

Se la nostra Letizia avesse scelto il tempo delle mele non sarebbe caduta comunque in errore. Il frutto del peccato matura tra la stagione estiva ed ottobre, ma si mantiene ormai per l’anno intero con le tecniche moderne di conservazione.

Tutto sembra in armonia con la scelta in queste ore della prossima Responsabile della Consulta del Segretario Nazionale di Forza Italia. L’importante è restare in campo qualunque sia la stagione del momento e poter dire la propria.

Poco conta se a marzo ha detto di voler dare vita ad un nuovo partito senza leadership precostituite e con la volontà di voler lasciare un posto ai giovani. Qualcuno potrebbe accusarla di movimentismo eccessivo.

Da Assessore al Welfare nella giunta di Attilio Fontana in Lombardia passa poi al terzo Polo augurando, dopo ancora, buona fortuna ai suoi ultimi compagni di ventura, per tornare all’antico ovile.

Hegel diceva già nei suoi anni che i Partiti sono statue senz’anima, il che sembra intesa come una sentenza che non debba essere smentita in alcun modo, semmai confermata in tutte le sue capacità estensive.

La modernità va sotto braccio alla flessibilità e quindi si deve saper cambiare posizione ogni qual volta lo si ritenga conveniente. Non deve allora suscitare scandalo il richiamo di passi avanti, indietro e di lato della Moratti senza l’antica coerenza che era un valore della vecchia politica, un “da da um pa” apprezzato ormai come una nota di brillantezza. “Hello boys, traversando tutto l’Illinois, valicando il Tennessee, senza scalo fino a qui, è arrivato il da da um pa..”

La Moratti si è mossa dalla Lombardia verso Roma ed avrà avuto le sue ragioni nel farlo. C’è poco da mestarci dentro al riguardo. Delusa da dove era, si è mossa per terre nuove ed antiche di maggiore soddisfazione.

Può darsi si sia in presenza di un semplice rinsavimento, un tornare alla ragionevolezza ultimamente smarrita, abbandonando avventure infruttuose.

Qualunque cosa sia, si tratta sempre e solo di un gioco dei quattro cantoni che non segnerà e neppure peserà sul destino politico del paese. Tutto resta recluso nell’ambito esclusivo della persona che si agita, nulla di più.

Per tutto questo si avverte un po’ di mestizia, che fa rima con Letizia, ma di entusiasmi della Storia al riguardo sarà difficile vederne traccia.

Giorgetti smorza le preoccupazioni ma dal FMI arriva un monito sui conti pubblici

Foto di kalhh da Pixabay
Foto di kalhh da Pixabay

Il Fondo Monetario chiama, il governo italiano risponde. Il responsabile della politica fiscale dell’istituzione di Washington, Vitor Gaspar, rispondendo ai giornalisti a Marrakech durante la presentazione del ‘Fiscal Monitor’, ‘bibbia’ del Fmi che dà regolarmente conto dell’evoluzione della finanza pubblica in tutto il mondo, non si è sottratto alle domande dei giornalisti sul calo al rallentatore del colossale debito pubblico italiano. E lo ha fatto consigliando a Roma riforme pro-crescita e più ambizione nel risanamento dei conti pubblici. Pronta e pacata la risposta del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che, nel giorno della votazione parlamentare alla nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef), si è detto certo che gli interlocutori internazionali si renderanno conto che il governo italiano si è mosso in modo “responsabile e serio”.

“Per quanto riguarda il debito pubblico italiano – ha detto Gaspar in una conferenza stampa agli incontri annuali Fmi in corso a Marrakech – nelle nostre previsioni appena pubblicate abbiamo un profilo con il rapporto debito pubblico/Pil che cala molto lentamente e resta ben al di sopra dei livelli di debito precedenti alla pandemia. Siamo dell’avviso che se si vuole portare in basso il livello del debito pubblico in Italia – ha sottolineato l’alto esponente Fmi – due elementi sono cruciali. Il primo riguarda le riforme strutturali che aumenteranno la crescita potenziale in Italia che a sua volta è estremamente importante per diluire gradualmente nel tempo il debito pubblico. Ma devono manifestarsi anche ulteriori ambizioni in termini di risanamento dei conti pubblici in un’ottica di rafforzamento degli obiettivi delineati dal Governo italiano”.

Il ministro dell’Economia, sollecitato in merito alla posizione del Fondo Monetario, ha commentato così le parole di Gaspar. “È legittimo che il Fondo monetario faccia questo invito dopodiché, come ho detto e ribadisco, man mano che anche gli esperti leggono il contenuto della Nadef e ancor di più quando leggeranno il contenuto della legge di bilancio capiranno che il governo italiano ha fatto le cose in modo responsabile e serio. Sono molto tranquillo” ha aggiunto, sottolineando che con il Fondo “abbiamo già avuto modo di scambiare opinoni durante questo anno di governo”.

Ma da Marrakech il Fondo Monetario ha anche espresso il suo favore, in questa chiave, alla proposta della Commissione Ue di riforma del Patto di Stabilità, che peraltro ha accolto alcuni suggerimenti dell’istituzione di Washington. “Siamo a favore – ha aggiunto Gaspar – di un ritorno delle regole e a procedure di governance fiscale nell’Unione Europea e crediamo che la Commissione abbia sottoposto una proposta che introduce elementi molto positivi e costruttivi come un approccio concreto e specifico basato su un’analisi della sostenibilità del debito basata sul rischio e anche sul sentiero virtuoso della spesa pubblica come obiettivo operativo. Speriamo che i Paesi membri dell’Unione Europea raggiungeranno presto il necessario consenso perché penso che ciò contribuirebbe molto alla stabilità nella Ue”.

 

 

Fonte: Notiziario Askanews

De Pascale (UPI) incassa la promessa sul rilancio delle Province

Ravenna - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Ministro Dario Franceschini e il Sindaco di Ravenna Michele de Pascale, in occasione della cerimonia in ricordo del Sen. Benigno Zaccagnini, in occasione del 30° anniversario della scomparsa, oggi 5 novembre 2019. (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

“In questi due giorni abbiamo sentito parole importanti: il riconoscimento delle Province come enti essenziali per il Paese, la consapevolezza della necessità di assicurare risorse e personale perché possano contribuire al meglio alla ripresa economica dei territori, la condivisione rispetto all’urgenza di intervenire con norme che permettano di restituire a queste istituzioni funzioni chiare e un sistema di governo stabile e in linea con la Costituzione. Adesso ci aspettiamo che queste parole si traducano presto in fatti, a partire dalla prossima legge di bilancio”. Lo ha dichiarato il Presidente dell’UPI, Michele de Pascale, a conclusione dei lavori dell’Assemblea Nazionale delle Province italiane che si è svolta all’Aquila.

 

“Sono stati giorni importanti – ha sottolineato de Pascale – nei quali siamo stati guidati dalle parole del Presidente della Repubblica. La Costituzione, ha ricordato a tutti il Presidente Mattarella, richiede di essere attuata. Un messaggio chiaro e potente, che non può essere eluso. Il vicepremier Salvini ha sottolineato l’urgenza di restituire alle Province piena operatività finanziaria, organizzativa e funzionale. Il Ministro Fitto ha evidenziato il ruolo essenziale che le Province stanno svolgendo nell’attuazione del PNRR e il Ministro Zangrillo ha ricordato quanto le Province siano istituzioni vive proiettate al futuro, centri propulsivi di sviluppo e investimenti, capaci di rispondere alle esigenze della collettività”.

“Ci auguriamo – ha concluso il presidente delle Province italiane – che queste riflessioni possano contribuire a far riprendere con coraggio il cammino di riforma delle Province, dando seguito al bellissimo augurio che ci ha riservato il Presidente della Repubblica, di servire con onore e successo le nostre comunità e il Paese”.

 

 

Fonte: Notiziario Askanews

Diritto allo studio e libertà d’insegnamento nella nebbia del nuovismo

 

Tra i vari nuclei tematici che la scuola sembra aver perduto strada facendo il diritto allo studio e la libertà d’insegnamento sono indubbiamente quelli più rilevanti e con maggiore valenza simbolica e ricadute operative. Non si tratta tuttavia dei sassolini che Pollicino lasciava cadere dietro di sé per ritrovare la via del ritorno, quanto piuttosto di illustri convitati di pietra al banchetto della pedagogia oggi prevalente, acriticamente protesa al nuovo da inventare e dimentica della tradizione ricevuta.

Eppure si tratta di principi fondativi del sistema di istruzione ai quali i padri costituenti avevano attribuito un ruolo centrale sul piano politico e culturale e riassuntivo rispetto ai compiti della scuola, nell’ottica dei diritti e dei doveri irrinunciabili. Ricordando i cento anni dalla nascita di Don Milani viene spontaneo evocarne la figura e l’opera educativa, non in senso retorico e celebrativo quanto per l’operosità e l’esempio, l’umiltà e la dedizione agli ultimi che hanno caratterizzato il suo essere maestro nella scuola e nella vita. Nell’Italia del secondo dopoguerra – che affrontava la ricostruzione del Paese afflitta dalla piaga del diffuso analfabetismo – egli fu una delle figure più rappresentative della volontà di riscatto e di crescita. Di lui il Presidente Mattarella ha detto: “Il motore primo delle sue idee di giustizia e di uguaglianza era appunto la scuola. La scuola come leva per contrastare le povertà. Anzi, le povertà. Non a caso oggi si usa l’espressione “povertà educativa” per affermare i rischi derivanti da una scuola che non riuscisse a essere veicolo di formazione del cittadino. La scuola per conoscere”.

A ben guardare è proprio il vulnus della povertà educativa una delle derive negative del nostro tempo: in questo fu precursore di una intuizione che avrebbe poi caratterizzato non solo il tema dell’uguaglianza delle opportunità di partenza ma anche il completamento di un percorso nel perseguimento dell’uguaglianza delle opportunità di arrivo. Fondamentali sono stati alcuni passaggi normativi come i Programmi della scuola elementare del 1955, l’istituzione della Scuola Media unica nel 1963 e della Scuola materna statale nel 1968 (fortemente voluta da Aldo Moro fino a provocare una crisi di Governo) , l’istituzione della scuola a tempo pieno con la legge 820/1971, la “mitica” legge 517/1977 che legittimò il principio della programmazione educativa individualizzata e l’integrazione degli alunni disabili e svantaggiati: in quegli anni il tema del diritto allo studio fu posto al centro del dibattito pedagogico, come attuazione dell’art. 34 della Costituzione e come impostazione metodologico-didattica-organizzativa di una scuola aperta al sociale e orientata a valorizzare le potenzialità di ciascun alunno.

Erano gli anni dei famosi “decreti delegati” che operarono una trasformazione profonda nell’impianto del nostro sistema scolastico. Il tema della libertà d’insegnamento fu particolarmente rilevante per istituzionalizzare e incardinare nel sistema formativo la figura del docente, dei suoi diritti e dei suoi doveri: si può a ben vedere parlare di centralità della ‘funzione docente’ al punto che quella ‘direttiva’ e quella ‘ispettiva’ ne erano la derivazione per differenziazione di ruolo e attribuzione, a tali gradi si accedeva per concorso ma essere insegnanti era l’imprescindibile punto di partenza.

Da qualche decennio il metodo e la prassi dello spoil system hanno investito in parte anche la scuola, specialmente nel reclutamento per chiamata da parte della politica degli ispettori che dovrebbero esercitare non solo un compito di vigilanza e controllo ma essere cerniera tra l’amministrazione scolastica centrale e quella periferica, valorizzando la terzietà della loro funzione, svincolata dai lacci e laccioli della gerarchia e legata alla valutazione tecnica e all’esperienza professionale messa al servizio del rispetto delle norme e dell’ortodossia dei processi di organizzazione del pubblico servizio scolastico. Molto afflato sui temi del diritto allo studio e della libertà di insegnamento si è affievolito nei decenni successivi, paradossalmente in concomitanza con il progressivo emergere della lunga stagione dei diritti.

Perché l’uguaglianza di opportunità come ‘occasioni istituzionalmente date’ all’utenza scolastica propugnava —è vero — il diritto allo studio per tutti ma non lo disgiungeva dal dovere di perseguirlo. Raggiungere i più alti gradi degli studi non comporta un cammino in discesa: lo studio implica applicazione, metodo, diligenza e sacrificio. La stagione dell’uno vale uno e del tutto che spetta a tutti ha deprivato il processo di acculturazione e formazione soprattutto sul piano etico, le teorie della facilitazione e della semplificazione dei contenuti di apprendimento hanno completato l’opera di dissacrazione della scuola. Conta il risultato, non come arrivarci e questo spiega il fallimento scolastico, gli abbandoni e la cultura posticcia, omologata e impoverita.

Ricordo un pensiero di Antonio Gramsci: “non si può render facile ciò che non può esserlo senza esserne snaturato”. Quando un sistema scolastico ridimensiona storia e geografia –  che sono le coordinate spazio temporali della vita – per generare un mostriciattolo ibrido come la geo-storia vuol dire che si è fatto un passo indietro in “scienza e coscienza”. Gli insegnanti derisi e impallinati da adolescenti che sono meno studenti e più follower dei loro influencer, hanno poche speranze rispetto alla legittimazione della loro libertà di insegnamento. Gli istituti scolastici erano il tempio della cultura ora sono il luogo di sdoganamento dei social, nel nome delle nuove tecnologie: fermare le quali al cospetto della cultura tramandata è peccato di lesa maestà.

Ma oggi i docenti e la loro libertà di insegnamento (che è libertà di metodo come pedagogia e dottrina insegnano) si trovano in una scuola diversa, magari più autonoma ma non per questo meno burocratizzata. Qualche Ministro ha inventato per i dirigenti scolastici le metafore dei ‘presidi sceriffi’ e dei ‘capitani delle navi”: ma anche costoro, oberati da pesanti responsabilità, sono diventati vittime di un sistema reso più difficile e complesso, loro malgrado: troppe riunioni (sottraendo il tempo alla didattica e all’insegnamento), troppe circolari, troppe formule, sigle, acronimi: non ci si parla più, tutto viene formalizzato, irrigidito e irregimentato.

Nella scuola dei progetti effimeri e senza controllo di merito o verifica finale, si perdono i sentimenti e le emozioni, anticamera della creatività, non c’è spazio per il pensiero divergente, tutto diventa difficile e complicato. A cominciare dai registri di classe rigorosamente elettronici, imposti anche se non obbligatori: carta e penna basterebbero per semplificare l’appello del mattino. Non tutto è così, anzi: la maggior parte dei Dirigenti scolastici guida la propria scuola con lodevole abnegazione, competenza e responsabilità. Ma la libertà di insegnamento è un orpello fastidioso che si va smarrendo nei meandri angusti di ciò che viene concesso nelle troppe e lunghe riunioni: approvo/non approvo/mi astengo. Gli insegnanti entrano in aula sfiduciati da un clima sociale sospettoso e a volte ostile, schiacciati da una burocrazia oppressiva, con le manette ai polsi della privacy e della trasparenza.

Viva la scuola viva.

 

Borrell assicura l’impegno dell’Unione Europea a sostegno della Autorità palestinese

From Wikipedia
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“Una punizione collettiva contro tutti i palestinesi” per gli attacchi terroristici di Hamas contro i civili israeliani “sarebbe ingiusta e controproducente, sarebbe contro i nostri interessi e contro gli interessi della pace”. E il diritto di Israele alla propria difesa deve essere esercitato “rispettando il diritto umanitario internazionale”, ciò che “in alcuni casi non sta avvenendo”, nel blocco della striscia di Gaza.

Lo ha affermato nella serata di ieri l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue, Josep Borrell, sintetizzando i risultati della discussione sulle vicende in corso in Israele e Palestina, che si è svolta nel pomeriggio in videoconferenza con i ministri degli Esteri dell’Ue. Borrell e una parte dei ministri dei Ventisette (gli altri sono intervenuti da remoto) erano a Muscat, in Oman, dove stamattina si è svolto il 27esimo incontro ministeriale congiunto dell’Ue e dei Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo.

L’Alto Rappresentante ha anche rilevato che la “maggioranza schiacciante” degli Stati membri dell’Ue vuole continuare a sostenere l’Autorità palestinese, e non certo interrompere gli aiuti (come aveva indicato ieri il commissario europeo alla Politica di vicinato, l’ungherese Oliver Varhelyi, poi sconfessato dalla Commissione), perché questo sarebbe “il migliore regalo per Hamas”.

“Abbiamo discusso – ha riferito Borrell – su come continuare la nostra relazione con l’Autorità palestinese, è stata fatta una chiara distinzione tra Hamas e l’Autorità palestinese.

Consideriamo Hamas un’organizzazione terroristica e ciò che ha fatto dimostra che si comporta come tale. Ma l’Autorità palestinese è un’altra cosa, è un nostro partner. Noi non trattiamo con Hamas, ma trattiamo e lavoriamo insieme con l’autorità palestinese e la sosteniamo. E non tutti i palestinesi sono terroristi. Quindi una punizione collettiva contro tutti i palestinesi – ha sottolineato – sarebbe ingiusta e controproducente, sarebbe contro i nostri interessi e gli interessi della pace”.

Nella discussione “c’è stata una maggioranza schiacciante, con forse due o tre eccezioni, degli Stati membri che ha affermato chiaramente che la cooperazione con l’Autorità palestinese deve continuare, che devono continuare i finanziamenti e che i pagamenti non devono essere interrotti. Sì, la Commissione europea propone una revisione, e anche alcuni Stati membri vogliono riesaminare come questo sostegno è stato attuato, chi lo sta ricevendo, in modo da assicurare che non ci sia nessun legame, nessun tipo di supporto con le attività terroristiche di Hamas; ma questa revisione non deve essere una scusa per ritardare l’attuazione della nostra cooperazione con l’Autorità palestinese, deve essere fatta rapidamente, e io personalmente, con i miei servizi – ha annunciato Borrell -, spingerò perché sia attuata, dentro la Commissione e in partenariato con gli Stati membri, in modo da assicurare che non ci sia questo rischio di dispersione e di finanziamento occulto verso qualunque tipo di attività terroristica”.

“Tra l’altro – ha osservato l’Alto Rappresentante – se quattro anni dopo che siamo entrati in carica” nella Commissione europea “scopriamo che abbiamo finanziato attività terroristiche di Hamas, qualcuno dovrà prendersi la responsabilità politica per questo. Io non credo affatto che sia successo, ma facciamo i controlli. Alcuni Stati membri sono in un processo continuo di verifica del modo in cui l’aiuto è fornito, e a chi è dato, quindi non è qualcosa di straordinario. Ciò che è straordinario sono le circostanze attuali, che forse richiedono un’analisi profonda”. Comunque, ha ribadito, “molti Stati membri insistono sull’idea che questo non deve essere una scusa per ritardare la nostra cooperazione con autorità palestinese, e che i pagamenti non devono subire conseguenze da questo processo”.

“La nostra volontà – ha affermato Borrell – è quella di continuare a sostenere l’autorità palestinese, che è una cosa completamente diversa da Hamas, sarebbe un enorme errore in questo momento critico far cessare il nostro sostegno per l’Autorità palestinese. Sarebbe un errore perché sarebbe il miglior regalo che potremmo dare ad Hamas”.

“Sin dall’annuncio di ieri”, poi sconfessato, con cui il commissario Varhelyi prospettava la sospensione degli aiuti “c’è stata – ha riferito l’Alto Rappresentante – un’ondata di domande sulle ragioni” della decisione annunciata ” e di richieste di continuare il sostegno” al popolo palestinese “e naturalmente anche gli aiuti umanitari, che comunque non sono in discussione.

Ciò che è in discussione è la cooperazione allo sviluppo, il sostegno ai servizi pubblici fornito ai palestinesi e ai servizi forniti attraverso le Nazioni Unite”.

“Faremo la revisione, faremo i controlli, lo faranno anche gli Stati membri, ma ripeto: la schiacciante maggioranza dei paesi membri – ha insistito Borrell – considera che dobbiamo continuare il nostro sostegno all’Autorità palestinese e che i pagamenti dovuti non devono essere ritardati, in un momento critico per questa organizzazione perché anche la popolazione palestinese sta soffrendo”.

Borrell ha riferito che, come si aspettava, i ministri degli Esteri dell’Ue hanno appoggiato la comunicazione congiunta della riunione Ue-Paesi del Golfo che era stata adottata pubblicata nel pomeriggio” e in particolare “la condanna degli attacchi terroristici e di ogni attacco contro i civili, la richiesta di rilasciare gli ostaggi e di proteggere i civili, e di rispettare il diritto umanitario internazionale, che significa – ha evidenziato l’Alto Rappresentante – ‘no’ al blocco di acqua, cibo ed energia elettrica alla popolazione civile di Gaza”.

I ministri hanno anche sostenuto “l’apertura di corridoi umanitari per facilitare la fuga attraverso l’Egitto di chi sfugge dai bombardamenti a Gaza”. Bisogna, ha detto Borrell, “preparare il giorno dopo: è la quarta volta nella mia vita che sono testimone di una guerra a Gaza, di azioni terroristiche a cui rispondono le rappresaglie di Israele che esercita il suo diritto alla difesa”.

“Dobbiamo riflettere su cosa succederà dopo. Per questo – ha indicato l’Alto Rappresentante – dobbiamo aumentare la nostra cooperazione con il mondo arabo e ricalibrare e riqualificare (‘upgrade’, ndr) l’iniziativa presa alcuni mesi fa insieme alla Lega araba, l’Egitto, la Giordania, l’Arabia Saudita, per rilanciare il processo di pace e ricordare al mondo che il problema palestinese esiste ancora, che fare la pace tra Israele e i Paesi arabi è positivo e necessario, ma pure – ha sottolineato Borrell – che la pace deve essere fatta anche con i palestinesi. Altrimenti questo ciclo di violenza ricomincerà di nuovo”.

“Dobbiamo rilanciare e ricalibrare la dinamica”, che era stata sostenuta da tanti paesi, “della soluzione dei due Stati. Perché non conosciamo altre soluzioni. Quindi dobbiamo lavorare per rendere fattibile questa soluzione, sebbene – ha ricordato – 30 anni dopo gli Accordi di Camp David appaia ancora più lontana che mai”.

“Nel frattempo – ha aggiunto l’Alto Rappresentante – dobbiamo aumentare il nostro sostegno umanitario per le vittime di questa tragedia. E dobbiamo metterci in contatto con i partner in tutto il mondo: la comunità internazionale deve usare questo momento critico, che può essere un momento di sveglia, per re-impegnarsi nella questione israelo-palestinese. Israele ha il diritto di difendersi, ma questo deve essere fatto secondo il diritto umanitario internazionale. E alcune decisioni sono contrarie a questo diritto internazionale”.

“Questo attacco barbarico e terroristico che ha causato tante vittime, tante persone uccise, ha provocato una reazione dalle forze di difesa israeliane che sta causando a sua volta sofferenze umane. Noi – ha detto ancora Borrell – insistiamo sul fatto che questa reazione deve rispettare il diritto umanitario internazionale. Ma il fatto è che anche i morti a Gaza stanno aumentando, 150 mila persone sono sfollati interni in fuga all’interna, e la situazione umanitaria è terribile”.

“Quindi – ha avvertito l’Alto Rappresentante – dobbiamo fornire più sostegno, non meno” alla popolazione palestinese. “Questa è, credo, la posizione espressa dal 95% degli Stati membri oggi e segna il modo in cui dobbiamo lavorare. Sono giorni tristi ma questa può essere un’occasione per rimettere sul tavolo la ricerca della pace, per evitare – ha concluso – un altro ciclo di violenza”.

La forza della proposta resta valida, il Centro chiede solo più serietà.

Non ci possiamo rassegnare a questa involuzione del confronto politico. Mentre l’Ucraina combatte la sua guerra di resistenza e il Medio Oriente brucia per l’attacco dei terroristi di Hamas, la pubblica opinione resta suo malgrado invischiata nella farragine di polemiche incontrollate, ognuno esibendo le proprie ragioni e i propri disagi, senza una sincera prova di consapevolezza per le emergenze della nazione. La democrazia ha questi limiti fisiologici, ma serve ricordare che non andrebbero mai superati, specie quando si agita una bandiera di rinnovamento.

Non so se abbiamo fatto bene a usare la parola “centro” per sintetizzare la voglia di autonomia rispetto a uno schema di bipolarismo radicalizzato. Sta di fatto che in mancanza di un vocabolo più espicativo dell’essere “altrove”, né a destra né a sinistra, a tutti è sembrato più semplice ricorrere alla categoria meglio identificativa dello ‘stare nel mezzo’. Non siamo dunque riusciti a rendere apprezzabile ciò che esiste nel sentimento di un elettorato senza partito, e per questo deluso e smarrito come attesta da tempo l’abnorme livello di astensionismo.

Un elettorato che va comunque alla ricerca di una formula  corrispondente, per qualche verso, al sano connubio riformatore che nella storia d’Italia, anche nella fase preparatoria dell’unità nazionale e poi nei passaggi cruciali del Novecento, ha sempre determinato le scelte politiche più importanti. Ecco pertanto l’elemento di frustrazione: la domanda – diciamo pure la domanda di centro – non trova soddisfazione. Non ha sbocchi politici, tanto che nella paralisi o nella confusione si apre il varco alla critica spesso severa, se non irridente. I media ne approfittano.

Ci disegnano ‘cattivi’, come accadeva alla povera Jessica Rabbit; solo che l’aggettivo assume un valore diverso, come quando parliamo di ‘moneta cattiva’. Un po’ contribuiamo noi stessi a questa fama senza gloria, dando corso ad azioni individuali e collettive non propriamente adeguate. E siamo addirittura ‘cattivi’ tra di noi, con le nostre pregiudiziali e idiosincrasie, sfidando con ciò la regola della moderazione che vorremmo applicata alla buona politica. In effetti, avremmo bisogno di curare il giardino della casa comune, invece di pensare al nostro orticello privato. Non è uno spettacolo degno.

Nostro dovere è correggere il tiro, spezzando la catena di recriminazioni e incomprensioni, andando tutti insieme al sodo delle questioni politiche. Il disegno della ‘Terza Forza’ resta valido, perché convince ed attrae un vasto settore della società civile. Noi ci crediamo, per questo lo sguardo è diretto in avanti, a un futuro prossimo che ignora i difetti dell’opera fin qui realizzata. Ce la faremo.

 

Ardore ed intelligenza siano alla base di una politica nuova

Foto di Nina Garman da Pixabay
Foto di Nina Garman da Pixabay

Le questioni personali nella politica sono sempre esistite. Anzi, come in tutti i settori della vita, sono e restano una componente essenziale del consorzio civile. Ma nella politica la componente personalistica ha sempre avuto un ruolo più importante e, a volte, anche decisivo per la stessa costruzione degli equilibri politici. Certo, nei grandi partiti popolari e di massa del passato le fisiologiche rivalità personali erano quasi sempre subalterne rispetto al progetto politico che lo stesso partito perseguiva. Basti pensare agli scontri a volte duri e ruvidi tra le singole correnti della Dc e i rispettivi leader e statisti. Un nome per tutti, il leader e lo statista piemontese Carlo Donat-Cattin. Ma la specificità dei veri partiti, cioè dove la protagonista era la politica e non la sola contrapposizione tra i vari capi, è sempre stata quella di attenuare, se non addirittura azzerare la rivalità tra i leader di fronte al progetto politico da perseguire.

Com’è pensabile, oggi, mettere in crisi un progetto politico e una prospettiva politica per la sola contrapposizione caratteriale tra i vari leader in campo? L’idea corre immediatamente al futuro del Centro e della stessa ‘politica di centro’. L’idea, giusta, lanciata da Matteo Renzi di presentare una lista di Centro alle prossime elezioni europee non può e non deve cadere nel vuoto. Perché attorno a quel progetto, e a quella scommessa elettorale, può decollare una proposta in grado di mettere definitivamente in discussione quel bipolarismo maldestro e selvaggio che ha caratterizzato la politica italiana in questi ultimi anni. E, accanto al bipolarismo, la stessa e sempre più insopportabile radicalizzazione del conflitto politico e culturale. Ma tutto ciò è possibile, almeno a mio parere, ad una sola condizione. E cioè, le beghe personali, i rancori e le vendette, le rivalità personali e le stesse contrapposizioni caratteriali devono cedere definitivamente ed irreversibilmente il passo alla politica, ai suoi contenuti, ai suoi progetti e alle sue ambizioni.

Del resto, è la proposta avanzata recentemente da Beppe Fioroni su queste colonne. Ovvero, il progetto politico, culturale e programmatico del Centro realisticamente può decollare in questa fase politica del nostro paese dopo il ritorno della destra conservatrice e di governo, della sinistra radicale e massimalista e del consolidamento del populismo demagogico e anti politico dei 5 stelle. E il Centro, proprio in questo frangente, può rialzare la testa. Ma per poterlo fare è necessaria avere una classe dirigente che lo interpreta e che sia all’altezza. E l’unica strada resta quella di azzerare i fatidici contrasti personali. Sarebbe quantomai singolare, nonchè grave ed incomprensibile, prendere atto che si indebolisce un progetto politico e di governo causa l’incomunicabilità tra alcuni leader. Non ce lo possiamo permettere e, soprattutto, non se lo può permettere la cultura riformista e democratica del nostro paese.

I grandi problemi del Paese, sanità in testa, richiedono risposte urgenti.

La stagione politica autunnale è sempre segnata dal dibattito sul bilancio.

Questo esercizio è correttamente occasione di dialettica – o di scontro – fra le diverse forze politiche perché le cifre che vengono apostate sono la rappresentazione di scelte politiche, di una programmazione che vorrebbe rispecchiare le “promesse“ elettorali. Per queste vale il detto che “ogni promessa è debito”! La inaccettabile – e banale – fiera di attribuire le responsabilità di ciò che non si può o non di vuole scegliere ai governi precedenti non inganna nessuno. La coperta è sempre troppo corta rispetto alle necessità ed è purtroppo sempre vero, ma la scelta delle priorità è di alta politica.

Si modificano le opportunità quanto gli obblighi nei cambiamenti sociali e qualche scelta che sarebbe potuta essere opzionale in passato, oggi può rivestire carattere di urgenza o viceversa. Per questo rinfacciare sempre il passato può essere propaganda di partito ma non una seria presa di posizione realistica. È un modo per non assumere le responsabilità. Gli Italiani sono in grado di capire anche che il governo può ravvedersi “operosamente” rispetto a tempi e modi per mantenere i programmi elettorali. Una volta vinte le elezioni, i governanti fanno i conti con i problemi più urgenti degli Italiani, cooperano con gli Stati alleati e, qualsiasi sia la maggioranza, deve partecipare a costruire l’Unione europea più forte e coesa. Una Federazione che mantiene la pace fra i colossi contendenti di tre continenti, favorisce uno sviluppo economico fondato su un nuovo umanesimo. La politica può – e forse deve – confrontarsi fra opposte visioni e programmi ma è l’unico strumento inventato dagli uomini per evitare le guerre e costruire il futuro con innovazioni e speranza.

Nella enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco ha dedicato una parte alla “Fraternità e l’amicizia sociale”. Richiama un consiglio di San Francesco che dichiara beato colui che ama l’altro «quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui». Con queste poche e semplici parole ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica.

Un paio di secoli fa, una Repubblica scelse un motto programmatico “Égalité, liberté, fraternité”: la terza è la meno ricordata. Ci ha pensato Papa Francesco con la sua mirabile enciclica Fratelli tutti a riportarla alla ribalta con grande forza.

Quando si discute del Bilancio dello Stato figurarsi se può essere la fraternità la linea guida; eppure potrebbe esserlo.

Ci sono alcune priorità dettate dalla Costituzione, che suggerisce pure i criteri per rispettarle.

La Repubblica garantisce diritti, chiede doveri inderogabili ma “rimuove gli ostacoli “di ordine sociale ed economico.

Non c’è dubbio che attraversiamo un frangente difficile, se non altro per una variabile inaspettata quale la guerra alle porte della Europa. Ma fame, carestie, terremoti in Italia e nei Paesi amici, immigrati (ricordiamo gli albanesi e la guerra nella ex Jugoslavia?) sono variabili mai mancate e non possono essere alibi per i governanti. Giuliano Amato fece la Finanziaria 1993 di 100mila miliardi e quella di Prodi non fu da meno. Poi Ciampi compì un’opera di assestamento. A me, come ministero della Sanità chiese di cooperare con 7.500 miliardi. Fu possibile senza sottrarre finanziamenti ai servizi per i cittadini; 4.000 miliardi derivarono da una pulizia profonda del Prontuario Farmaceutico nazionale (che la legge 833/1978 chiede sia rivisto periodicamente) mai fatta, garantendo più farmaci essenziali gratuiti in Fascia A.

Il bilancio di uno Stato non è un campo di bandierine: il ponte sullo stretto data dal 1958: quanti finanziamenti e progetti…sempre esecutivi? L’Autostrada del Sole – da Milano a Napoli – fu costruita in 8 anni! Rispettati tempi e finanziamenti.

Al coraggio della politica deve accompagnarsi un sostegno attivo e appassionato della burocrazia, che non sempre è amica dei cittadini. Con il PNNR ci si aspettava innovazioni sostanziali e un cambio di passo nelle decisioni, nei tempi e modalità attuative.

Ovviamente questa trasformazione richiederebbe il passaggio da una logica parassitaria a quella di un mondo vivo, dove esistono regole chiare, rispettate con oggettività e larghezza di vedute (Tar, Corte dei Conti…) e trasparenza e onestà nell’uso dei fondi.

Per la sanità si sono accese particolari aspettative e speranze, tuttavia questo è il settore che soffre di insufficienti finanziamenti, programmazione non controllata, mancanza di personale ai vari livelli, ma soprattutto medici e infermieri. Miopia della programmazione universitaria in concerto col Ministero della salute per il fabbisogno di figure qualificate per il Ssn.

Non posso credere che la politica nazionale e regionale (competenza primaria) non siano al corrente della attuale drammatica situazione per cui i cittadini meno abbienti e meno preparati non sono in grado di ottenere risposte ai bisogni di salute. Visitino il Pronto Soccorso dove i pazienti si ammassano per giorni e gli operatori – tutti, medici e infermieri – sono sottoposti a turni di lavoro disumani. Sono sicura che conoscono famiglie che non possono ricevere a casa un anziano dopo una dimissione ospedaliera: dove accoglierli?

Le Rsa sono insufficienti, gli Ospedali di comunità e le Case di Comunità (previsti dal Pnrr) non sono ancora in quantità e qualità sufficienti. La assistenza domiciliare con quale personale si farà? Il Pnnr prevede 2,7 miliardi per questa (Adì) una cifra enorme, ma hanno almeno visto se non studiato come sono gli alloggi e quale la composizione delle famiglie (vedi dati Istat).

La legge 33, recentemente approvata, per l’assistenza alla non autosufficienza predispone servizi per anziani paralleli a quelli del Ssn e quindi interrompendo la filiera dalla assistenza primaria, casa, ospedale, Rsa, ecc. fino al Hospice.

Mi pare non ci sia sufficiente consapevolezza che non bastano i finanziamenti previsti in bilancio e anche mi preoccupa che non ci sia una generale vertenza dei cittadini per rivendicare il fondamentale diritto alla tutela della salute. Il Governo si macchia di una grave inadempienza se non trova la strada. C’è il Mes a disposizione con oltre 30 miliardi di euro, a tasso di interesse minimo; non perde la faccia il Governo se motiva la scelta con un alto valore sociale come salvare il SSN per tutti: universale ed equo. Le diseguaglianze in sanità non hanno esiti favorevoli: eutanasia del Ssn e dei poveri, per colpa dello Stato (non della Nazione!).

La Santa Sede tiene accesa la lampada della pace

Sono due registri diversi. La voce degli Israeliani risuona come un grido di dolore e di rabbia, quella della Chiesa sintona alla forza della preghiera e della pietà.

Deludente e frustrante: così lAmbasciata di Israele presso la Santa Sede ha definito la dichiarazione dei Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme, diffusa il 7 ottobre, a commento dellattacco di Hamas a Israele.

Dalla sua lettura non si riesce a capire cosa sia successo, chi fossero gli aggressori e chi le vittime, rimarca lAmbasciata, che ricorda un suo precedente comunicato stampa in cui – si legge –abbiamo menzionato limmoralità delluso dellambiguità linguistica in tali circostanze. Molti non hanno avuto difficoltà a capirlo e hanno condannato lorrendo crimine, nominando i suoi autori e riconoscendo il diritto fondamentale di Israele a difendersi da queste atrocità. È particolarmente incredibile che un documento così arido sia stato firmato da persone di fede.

È non manca una dura allusione finale. Non è fuori contesto ricordare che oggi avrà inizio presso lUniversità Gregoriana un convegno di 3 giorni sui documenti del pontificato di Papa Pio XII e sul loro significato per le relazioni ebraico-cristiane. A quanto pare conclude la nota qualche decennio dopo, c’è chi non ha ancora imparato la lezione del recente passato oscuro.

Sullaltro lato è invece chiaro che la preoccupazione per una escalation drammatica domina la posizione del Vaticano. Papa Francesco segue «con apprensione e dolore quanto sta avvenendo in Israele, dove la violenza è esplosa ancora più ferocemente, provocando centinaia di morti e feriti».

Lo confidava al termine dellAngelus domenicale dopo aver commentato la parabola dei vignaioli assassini proposta dal Vangelo dell8 ottobre ricordando che «la guerra è una sconfitta: ogni guerra è una sconfitta», ed esprimendo «vicinanza alle famiglie delle vittime» e a «tutti coloro che stanno vivendo ore di terrore e di angoscia». Per questo chiedeva alle parti interessate, «per favore», che «gli attacchi e le armi si fermino» e che si comprenda come «il terrorismo e la guerra» non portino «a nessuna soluzione, ma solo alla morte e alla sofferenza di tanti innocenti». Da qui lappello ai fedeli presenti in piazza San Pietro e a quanti lo seguono attraverso i media a pregare «perché ci sia pace in Israele e in Palestina».

Ma non solo in Terra Santa. Ricordando infatti che il mese di ottobre è «dedicato, oltre che alle missioni», anche al Rosario, Francesco ha esortato a non stancarsi «di invocare, per lintercessione di Maria, il dono della pace sui molti Paesi del mondo segnati da conflitti».

Ora, dalle parti di Gaza, il mondo è a un passo dal precipizio, per questo le parole di Papa Francesco sono decisamente importanti. Anche se dispiacciono allAmbasciatore israeliano.

Hamas rompe i precari equilibri di Medio Oriente e mondo arabo.

Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay
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Lattacco di Hamas ad Israele riporta la situazione mediorientale ai tempi bui di un passato di tensioni e di guerre. Dopo il secondo conflitto bellico, lo scacchiere geopolitico mediorientale subiva delle trasformazioni.

Il tramonto del colonialismo, il sorgere di una classe dirigente locale che rivendicava spazi di indipendenza e di gestione delle ricchezze naturali rispetto a nuove pretese di sfruttamento.

Si affermavano i nazionalismi, le autocrazie in continue sfide fra loro per la supremazia. Le antiche potenze coloniali si assicuravano attraverso accordi diplomatici la presenze di gruppi imprenditoriali importanti.

Nello sfondo i difficili rapporti tra Israele e Palestina.

Storie di guerre e di negazione alla esistenza dello Stato ebraico.

Sfuggono alcuni dati dellaggressione di Hamas: uninvasione e operazione in grande stile che certamente ha avuto un lungo periodo di gestazione, che stranamente nessuno ha rilevato in un area affollata di servizi segreti,anche occidentali. Qualcosa non torna in tutta questavicenda.

Infatti sembrava che si fosse raggiunto un equilibrio tra Israele e Palestina, quando a giugno Netanyahu aveva dichiarato che i due Paesi dialogavano per trovare un accordo sul gas dei grandi giacimenti di fronte a Gaza da sviluppare con il consenso dellEgitto.

Un dialogo che si inseriva – si disse – negli sforzi esistenti tra Israele, Egitto e Autorità palestinese, focalizzati sullo sviluppo economico della Palestina.

Rimaneva lincognita di Hamas. A pochi mesi da quelle dichiarazioni, ecco laggressione di Hamas contro Israele. LArabia Saudita è potente, sostiene leconomia egiziana, in fallimento, malgrado i giacimenti di oro blu scoperti dallEni; ha sostanziosi investimenti sia in Africa che in Occidente e porta avanti un processo di modernizzazione e laicizzazione in tutta la regione. LIran non vede con favore la politica del principe saudita Salman e sostiene i movimenti fondamentalisti come Hamas e Hezbollah.

LArabia stava scrivendo una pagina di storia importante, riconoscendo lo stato di Israele. In poche ore tutto è saltato. A questo punto c’è da chiedersi se il dialogo con la Palestina, annunciato da Israele per i giacimenti di gas di fronte la striscia di Gaza, abbia potuto essere la causa scatenante dellaggressione di Hamas. E poi ancora se in questa guerra vi è attinenza con quella tra Russia e Ucraina.

La Russia, che subisce le misure di riduzione del gas naturale inflitte dallEuropa, non ha linteresse adestabilizzare il medio oriente, che ambisce proprio a sostituire la Russia, rifornendo il vecchio Continente via mare anche sotto forma di Gnl? Sono interrogativi a cui bisogna dare delle risposte, altrimenti si contano i morti, le distruzioni e si rinuncia a ricercare le cause di questa ulteriore tragedia.

Senza conoscenza non si può operare per risolvere e ricomporre situazioni degradate e profondamente lacerate dagli sviluppi imprevedibili. Si fanno solo i resoconti. Ci sono sempre i ragionieriperduti in operazioni ingannevoli edi morte.

Il nostro Paese, per la sua storia, può svolgere un ruolo decisivo. Basta uscire dai commenti di circostanza, dalle dichiarazioni inutili e misurarsi con una adeguata presa di coscienza con una realtà drammatica.

[Il testo è tratto dal profilo Fb dellautore]

Monito della Banca d’Italia, la strada delle riforme è obbligata.

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Il quadro macroeconomico prefigurato nella NADEF è nel complesso plausibile anche se leggermente ottimistico, in particolare alla luce dei più recenti sviluppi interni e internazionali; permangono, per lattività produttiva, non trascurabili rischi al ribasso. La realizzazione delle previsioni di crescita è inoltre legata alla piena attuazione del PNRR.

Lelevato rapporto tra il debito pubblico e il PIL è un serio elemento di vulnerabilità: riduce gli spazi di bilancio per fare fronte a possibili futuri shock avversi; espone il Paese al rischio di tensioni sui mercati finanziari; aumenta il costo del debito per lo Stato, e in ultima analisi per le famiglie e le imprese.

Il Governo ha deciso di attuare una manovra espansiva per lanno prossimo e dallimpatto sostanzialmente nullo nel biennio successivo. Questa scelta, unitamente a un differenziale tra tassi di interesse e crescita meno favorevole di quello degli ultimi anni e al costo di misure espansive ereditate dal passato (tra le quali è di particolare rilievo il peso del Superbonus), fa sì che il rapporto tra il debito e il prodotto scenda solo marginalmente lungo lorizzonte di programmazione della NADEF.

Nel medio periodo, le analisi di scenario incluse nella NADEF mostrano come, senza una sensibile correzione dei conti e una maggiore capacità di crescita delleconomia, il rapporto tra il debito e il PIL assumerà una traiettoria crescente a partire dal 2027, anche a causa dellimpatto sulla spesa pubblica dellinvecchiamento della popolazione.

Pianificare già nel triennio 2024-26 una riduzione dellincidenza del debito sufficientemente ampia da essere robusta rispetto ad andamenti economici meno favorevoli delle attese diminuirebbe la possibilità di ripercussioni negative di eventuali turbolenze sui mercati; ridurrebbe gli elementi di incertezza, in un contesto reso complesso dallo shock energetico e da un quadro internazionale su cui pesano le tensioni geopolitiche, con rischi al ribasso per lo sviluppo globale. Anticipare la discesa del profilo del debito conterrebbe il rischio di dover ricorrere in futuro a forti aggiustamenti dei conti nelleventualità di shock avversi. Nellimpostare la prossima legge di bilancio è importante che a oneri di natura permanente facciano riscontro coperture certe, di entità adeguata, e anchesse di natura permanente.

Leconomia italiana mostra numerosi punti di forza. Ha riacquistato notevole competitività sui mercati internazionali. Le imprese hanno effettuato ingenti investimenti mostrando fiducia nel futuro e il tasso di occupazione ha raggiunto il valore più elevato dagli anni settanta. Il settore finanziario è solido anche grazie al basso indebitamento privato. Sono caratteristiche che consentono di trasformare in opportunità di sviluppo i ritardi che pur permangono in più ambiti. Alla necessaria azione sui conti pubblici va affiancato un incisivo sforzo di riforma volto a innalzare il potenziale di crescita delleconomia.

Per leggere il testo completo

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2023/Altimari-09.10.2023.pdf

Rivista Il Mulino | Radiografia del turismo spirituale

Foto di Mauricio A. da Pixabay
Foto di Mauricio A. da Pixabay

Giovanna Rech

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Nello scenario religioso contemporaneo, il numero considerevole di viaggiatori coinvolti nelle varie forme di mobilità spirituale e linteresse per i beni anche latamente religiosi è un indizio importante di un cambiamento a livello sociale. I temi specifici mobilizzati in relazione a questi cammini, percorsi, itinerari e pellegrinaggi consentono di rilevare unesperienza religiosa che viene filtrata attraverso le iniziative proprie della passione sportiva, della crescita personale e dellauto-realizzazione, nellambito più ampio dei consumi emotivi (cfr. G. Lipovetsky, Una felicità paradossale: sulla società delliperconsumo, trad.it. Cortina, 2007) e di un marketing che esalta leconomia delle esperienze.

La più recente estensione alla nozione di spiritualità mostra come gli individui e le agenzie di promozione e valorizzazione turistica non abbiano espulso il senso del sacro ma, anzi, questo sia foriero di una nuova centratura sul sé e sulle sue potenzialità, con unenfasi posta sulla dimensione immateriale e spirituale nella componente ludica delle attività sociali e delle conoscenze storico-culturali.

Luso della semantica del sacro costituisce qui lindizio più manifesto di questa commistione che si riflette in unofferta turistica che, sotto limperativo dellofferta di esperienze autentiche, sfida anche la fragilità di molti territori e ambienti, come quello delle Terre alte. I percorsi di memoria religiosa sono altresì un esempio dove si può intercettare il modo in cui una società secolarizzata guarda in maniera curiosa, distratta e bisognosa di senso alluniverso religioso, in relazione al valore intrinseco di antichità che queste rappresentazioni portano e porteranno con sé.

Nellanalisi delle forme turistiche, molto spazio è tradizionalmente dato alla motivazione del viaggiatore e allo scopo del suo viaggio. Nella nota classificazione fornita dallOrganizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite (Unwto), è turista anche chi viaggia per motivi religiosi o di pellegrinaggio. Tre elementi costituiscono le condizioni necessarie a intraprendere un viaggio: la disponibilità di tempo libero, un reddito disponibile e la desiderabilità sociale del viaggio (che può essere letta anche attraverso il suo reciproco ossia la pressione sociale al movimento).

Nella ricerca di dati affidabili sul turismo e la mobilità spirituale i numeri si rincorrono. Questo tipo di viaggi desta ampio interesse mediatico. Nella stampa, in occasione di manifestazioni commerciali e nelle più recenti iniziative di programmazione e sostegno del turismo da parte del governo italiano, i numeri lusingano e rendono interessante un fenomeno dai confini fluidi. La Unwto ha stimato nel 2011 in circa 660 milioni le persone che viaggiavano per motivi religiosi: ciò significa che quasi la metà dell1,46 miliardi di viaggi internazionali pre-Covid era motivato dalla religione: per questo il turismo religioso è di fatto la più ampia nicchia di mercato del turismo mondiale.

Se, su scala mondiale, il turismo religioso e il pellegrinaggio muovono molti milioni di persone, soprattutto in Asia e Medio Oriente, una destinazione importante resta certamente lItalia. E se ogni anno lHajj il pellegrinaggio rituale alla Mecca coinvolge circa due milioni di pellegrini (benché la pandemia abbia contratto notevolmente il numero di pellegrini ammessi), un rapporto sul turismo religioso curato da Mintel nel 2012 (Religious and Pilgrimage Tourism – International – February 2012, Mintel International Group Ltd: London) stimava che il Vaticano avesse più che raddoppiato i pellegrini nel primo decennio del millennio, raggiungendo per la prima volta i cinque milioni di visitatori, con un andamento crescente fra il Giubileo del 2000 e il 2006 (che è un anno spartiacque a causa della recessione economica).

Se il turismo religioso e il pellegrinaggio muovono molti milioni di persone, soprattutto in Asia e Medio Oriente, una destinazione importante resta certamente lItalia

La qualità dei dati disponibili per lItalia, tuttavia, è estremamente disomogenea. Nel 2009, la Trademark Italia cura una sintesi che mette in luce una domanda e unofferta di turismo religioso crescenti, ma ammette altresì che le cifre affidabili sul movimento esclusivo dei turisti religiosi, confrontati coi turisti che uniscono gli interessi culturali, quelli artistici e quelli religiosi, è davvero difficile per mete come Roma o per città di pellegrinaggio dotate di un patrimonio storico-artistico notevole, come ad esempio Assisi.

Nel 2020, Isnart (che cura le ricerche per le Camere di commercio per il turismo e la cultura) ha raggruppato i risultati delle sue inchieste campionarie secondo alcune tipologie di viaggiatori: una di queste è il turista spirituale (le altre riguardano cultura, enogastronomia, natura e sport). I risultati di questo particolare cluster non sorprendono: il turista viene definito un senior (con un range molto ampio, ossia i nati fra il 1965 e il 1980), il cui soggiorno dura fra 4 e 6 notti e ha una discreta capacità di spesa. La complessità di questo segmento è data da un abbinamento tra il benessere dellanima e quello, molto più laico, legato alla ricerca di aspetti culturali ma anche enogastronomici e ricreativi.

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Per leggere il testo integrale

https://www.rivistailmulino.it/a/le-catene-del-valore-del-turismo