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I cattolici in politica? Insieme. Ecco come

Fonte Formiche.net a firma di Raffaele Reina

È arrivato il tempo dell’iniziativa, è scoccata l’ora di un nuovo impegno. Mercoledì 3 luglio a Roma presso l’Istituto Sturzo, via delle Coppelle 35, si avvierà una riflessione politica che sarà aperta da Stefano Zamagni. Alla fine dei lavori ci sarà l’intervento di Leonardo BecchettiPolitica insieme ritiene che si siano create le condizioni per far emergere finalmente una proposta politica di ispirazione cristiana davvero nuova, recuperando anche la migliore tradizione dei popolari e dei cristiani democratici. Non c’è certezza dell’approdo, ma c’è consapevolezza che il limbo politico durato venticinque anni non può continuare. Galleggiare può salvare qualcuno, ma non l’Italia che incontrerà difficoltà sempre più aspre, se persiste l’attuale, spaventosa ed esiziale precarietà. È utile iniziare a ragionare sulle cose da fare, per guardare a un futuro caratterizzato da vero e sano sviluppo.

È maturo il tempo per chiamare alla partecipazione le persone di buona volontà intorno ad un progetto-Paese che sappia dare nuovo slancio all’Italia, bandendo vuote declamazioni e monotoni slogan, concentrandosi con determinazione sui problemi più spinosi e più urgenti: crescita, sviluppo, lavoro, fisco, sanità, istruzione e università, istituzioni, Mezzogiorno, rapporti con l’Europa, partiti politici. Vanno sconfitti sovranismi, populismi e qualunquismi.

Il rapporto dell’Italia con l’Europa Unita va consolidato, perché il nostro Paese recuperi il posto di rispetto che storicamente ha sempre avuto quale Paese fondatore. Un partito che si impegni per il bene di tutti e che eviti di alimentarsi solo di “parole magiche”: casta, inciucio, alternanza, bipolarismo, federalismo, emergenza che tante illusioni hanno creato negli italiani e tanti guasti hanno procurato all’Italia.

Non si vuole raccogliere l’eredità di qualcuno, ma si tratta di disegnare un progetto-Paese che risponda alle reali esigenze del popolo italiano in una fase storica ed economica, la globalizzazione, caratterizzata da ingiustizie devastanti e da rapidi mutamenti. Un partito che promuova un nuovo e concreto assetto istituzionale, e una sana economia sociale di mercato. Era il pensiero sturziano del Partito popolare che si manifestava quando si discuteva del ritiro dello Stato dalla vita dei cittadini, (famose le battaglie fatte da don Sturzo contro lo statalismo), della partecipazione alla cosa pubblica, di un nuovo sistema delle autonomie locali. Sono i temi che hanno accompagnato l’impegno politico dei cattolici nell’arco di un secolo, mettendo al centro l’uomo quale persona, e che ancora oggi sono elementi utili per il buon governo dell’Italia.

È un dato di fatto che esistono i presupposti, per pensare alla creazione di un nuovo soggetto libero ed autonomo. Alla sua nascita sono chiamati a concorrere i singoli, i gruppi e i circoli intenzionati ad animare una partecipazione alla vita politico-parlamentare, nazionale e locale…

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Benzinai, sciopero generale il 17 luglio

La Federazione autonoma italiana benzinai ha annunciato uno sciopero generale di tutti i distributori mercoledì 17 luglio. La giornata di assenza dal lavoro è stata organizzata per protestare contro l’entrata in vigore della comunicazione telematica dei corrispettivi. La Faib ha spiegato che la nuova direttiva desta “forti preoccupazioni nella categoria”

“Non ci sono ancora i nuovi registratori fiscali, c’è un ulteriore costo che si abbatte su benzinai per oltre 10 milioni di euro – ha sottolineato la Federazione – mentre l’atteso provvedimento contenuto nel dl Crescita di chiarimento non risolve il problema posto dalle Federazioni di categoria di uno slittamento dell’obbligo al primo gennaio 2020″.

 

Gesuiti, nel nuovo archivio storico anche la pagella di Ciampi

Fonte da Roma sette

La pagella e la documentazione scolastica di Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica italiana, fotografie di Ettore Majorana, dei fratelli e dei cugini, tutti allievi dell’istituto Massimo di Roma, il fazzoletto di Pio X, gli Ultimi Voti e le firme autografe di gesuiti illustri come padre Angelo Secchi, padre Tacchi Venturi, padre Pietro Pirri. Sono solo alcuni dei documenti peculiari raccolti nell’Archivio storico della Provincia Euro-Mediterranea (Italia, Malta, Albania e missione di Romania), inaugurato questa mattina, martedì 25 giugno, in via degli Astalli.

Una ristrutturazione che ha interessato quasi tutta l’intera residenza dei gesuiti a Roma e ha portato alla realizzazione tra l’altro della foresteria al IV piano per gesuiti e laici e del nuovo centro di accoglienza Matteo Ricci affidato al Centro Astalli e inaugurato lo scorso 4 febbraio. «Nella casa dove ha vissuto ed è sepolto Sant’Ignazio di Loyola, dove padre Arrupe volle sorgesse il primo centro di accoglienza del Jesuit Refugee Service e dove ogni giorno si servono pasti e visitano persone in fuga da guerre e povertà, accanto al Collegio Internazionale del Gesù, alla Curia e al governo della Provincia nasce un nuovo luogo, icona della nuova realtà Euro-Mediterranea – ha sottolineato il provinciale padre Gianfranco Matarazzo -. Un altro pezzo di cuore, spazi importanti e professionalmente qualificati, che mi auguro siano luogo vitale per custodire memoria e identità, supportare affari e questioni correnti, ispirare il futuro». A benedire i locali monsignor Renzo Giuliano, parroco di San Marco Evangelista al Campidoglio.

Il patrimonio documentario, in corso di accentramento nei nuovi locali, consta di circa 850 metri lineari tra registri, carteggi, faldoni, con un grande fondo fotografico. «L’Archivio raccoglie la documentazione prodotta dalle 5 Antiche Province: Veneto-Milanese, Torinese, Romana, Napoletana, Sicula e della ex missione di Albania, oggi parte della Provincia, a partire dalla ricostituzione della Compagnia nel 1814 – ha detto Maria Macchi, assistente dell’archivio della Provincia Euro Mediterranea -. Si conservano i fondi prodotti dalle singole province, dagli istituti da esse dipendenti e di singoli gesuiti. Tra gli Istituti quello del Massimiliano Massimo di Roma, del Collegio S. Francesco Saverio di Livorno e dell’ Opera Massaruti».

I documenti permettono di svolgere ricerche non solo sulla Compagnia di Gesù o su un determinato gesuita ma anche sulle città dove la Compagnia operava, potendo osservare e analizzare eventi storici attraverso la vita delle comunità, diffuse su tutto il territorio nazionale e presenti anche in numerose missioni: Brasile, India, Cina, Albania. In forte crescita le richieste di accesso: nel primo anno di apertura 137, nel secondo 200, il terzo anno quasi 400. Nelle tre mostre predisposte per l’occasione, gli scritti di padre Pietro Alagiagian gesuita armeno, imprigionato in Russia fino al 1954, le prediche di padre Giuseppe Massaruti, gli scritti spirituali di padre San Francesco De Geronimo, tra i più antichi databile fine ‘600 primi del ‘700. Ancora i diari del noviziato di Sant’Andrea al Quirinale a Roma fino al 1870 e oggi a Genova, un registro con memorie dei novizi, tra cui quella di padre Angelo Secchi, documento che ha permesso di riscrivere la sua biografia. Ancora diverse le testimonianze sulla prima guerra mondiale raccontata dai gesuiti cappellani al fronte o da Roma stessa dove in molti curavano i feriti, nello stesso Istituto Massimo destinato ad ospedale. I materiali, studiati e archiviati, sono conservati in fascicoli e supporti di condizionamento in carta non acida e consultabili da inventario in corso di preparazione. L’archivio storico ha anche una sua rubrica on line dove, due volte al mese, vengono pubblicati articoli.

L’Oratorio ascolti i piccoli della città

Il nuovo Programma Pastorale del Centro Oratori Romani dal titolo “Se non ritornerete… Dalla parte dei bambini – L’Oratorio ascolta i piccoli della città”  recepisce le linee per il cammino 2019-2020 consegnate dal Cardinal Vicario nello scorso 24 giugno, e le codifica secondo la chiave dell’ascolto dei più piccoli (https://www.centrooratoriromani.org/news/pastorale/item/approvato-il-nuovo-programma-pastorale-2019-2020 ).

Per ascoltare il grido dei più piccoli ci vuole un di più di attenzione, perché si tratta di un grido che spesso non è in grado di esprimersi: va colto con orecchi aperti, capaci di leggere segnali in brevi parole; va intuito con occhi profondi, che decifrano gesti e atteggiamenti; e va interpretato con un cuore largo, che riesca a compensare le solitudini con tenerezza. L’Oratorio ha il potenziale per rispondere a questa chiamata, perché ancora oggi si propone “non solo di amare, ma anche di stimare i ragazzi” (A. Canepa), ovvero di restituire loro la soggettività che gli è tolta dal mondo dei grandi. Non basta: l’Oratorio deve dar voce a chi non ha voce, amplificare quell’urlo minuto che i bambini non sanno alzare.

Se non ritorneremo come bambini e dalla loro parte, andandoli a cercare come pecorelle smarrite perché neanche uno si perda (cfr. Mt 18, 1-4) e accogliendoli nei nostri Oratori in tutte le loro fragilità, avremo sprecato la bellezza della vocazione che abbiamo ricevuto.

Europa contro la plastica: la direttiva SUP

La data fatidica è il 3 luglio del 2021, quando l’Italia compresa, dovrà recepire la direttiva SUP  che rappresenta una sorta di bussola per la crociata plastic free. Intanto, le iniziative “plastic- free” si stanno diffondendo sempre di più nel nostro Paese da parte di Atenei, Regioni, Comuni, Associazioni di categoria e altri soggetti, spesso all’insegna della buona volontà e dello spirito creativo.  Purtroppo, non è semplice intervenire contro l’utilizzo indiscriminato di oggetti monouso di materie plastiche che andranno sostituiti con modelli di economia circolare.

Pur nella differenza d’impostazione che caratterizza questi provvedimenti, già emanati da oltre 100 enti locali, c’è un comune denominatore: il divieto di utilizzo e di distribuzione di stoviglie, bicchieri e posate in plastica. A seconda dei casi, si può arrivare anche al divieto di vendita di questi manufatti da parte di negozi e supermercati e interessare anche l’intero territorio comunale, oppure solo determinate aree cittadine, determinati uffici pubblici, servizi gestiti dal Comune, come le mense scolastiche o eventi e manifestazioni pubbliche. Da notare, inoltre, che una parte delle ordinanze proibisce l’utilizzo o la vendita di prodotti che rientrano tra i 10 menzionati dalla direttiva (ad esempio, cannucce o mescolatori per bevande).

Altre ordinanze, invece, si spingono oltre, includendo prodotti come bottiglie, bicchieri, bicchierini da caffè con palette e altri contenitori monouso, che non sono soggetti a restrizioni d’uso da parte della direttiva la quale chiarisce alcune aspetti importanti, ad esempio ricordando che un materiale biodegradabile, per definirsi tale, debba degradarsi per almeno il 90% entro 6 mesi in componenti elementari: Co2 e acqua. Altra cosa è la compostabilità, che può verificarsi in impianto, suolo, liquidi, mari. Gli aggettivi “biodegradabile” e “compostabile” vengono usati alternativamente, ma erroneamente, come se fossero sinonimi. In realtà la biodegradabilità va considerata come una caratteristica del materiale, mentre la compostabilità è un attributo proprio di un manufatto.

La malattia del sonno

E’ una malattia parassitaria che colpisce sia gli esseri umani che gli animali. È una malattia causata da un parassita della specie Tripanosoma brucei. Le subspecie che colpiscono gli esseri umani sono due: il Trypanosoma brucei gambiense o T.b.g. e il Trypanosoma brucei rhodesiense o T.b.r. Il T.b.g. provoca oltre il 98% dei casi riportati. Entrambi vengono di solito trasmessi dal morso di una mosca tse-tse, che si trova soprattutto nelle zone rurali.

Inizialmente durante il primo stadio della malattia si riscontrano: febbre, mal di testa, prurito e dolori articolari. Tali sintomi si presentano da una a tre settimane dopo il morso. Durante le settimane e i mesi seguenti ha inizio il secondo stadio della malattia con confusione, mancanza di coordinamento, torpore e sonnolenza sempre più profonda, che con il tempo si trasforma in vero e proprio coma. La diagnosi viene effettuata tramite il riscontro del parassita in uno striscio di sangue o nel fluido di un nodo linfatico. Di solito è necessario effettuare una puntura lombare per distinguere tra il primo e il secondo stadio della malattia.

Ogni anno vengono segnalati circa 40.000 nuovi casi, ma il numero reale di casi dovrebbe aggirarsi in realtà intorno ai 300.000 annui. Si stima che il numero dei decessi annui si aggiri intorno ai 66.000 casi

Sono stati sviluppati più recentemente nuovi farmaci, ancora troppo cari e comunque non abbastanza efficaci, per esempio l’Eflornitina.

Inoltre manca una strategia efficace per il controllo della mosca responsabile della trasmissione. In passato la malattia fu efficacemente controllata, tanto che tra il 1960 ed il 1965 fu considerata “quasi scomparsa”. Attualmente è ancora in corso un’epidemia che si considera iniziata al principio degli anni settanta

Città UNESCO

Sulla scia dell’associazionismo, Merlo si appresta a varare, con la benedizione di De Mita, l’Associazione delle Città UNESCO.

In Italia 5 milioni di poveri. De Capite (Caritas): “È una buona notizia che non siano aumentati”

Fonte Agensir a firma di Alberto Baviera

In Italia sono 1,8 milioni le famiglie in povertà assoluta (con un’incidenza pari al 7%), per un totale di 5 milioni di individui (incidenza pari all’8,4%). Questa la stima diffusa a metà giugno dall’Istat relativa al 2018. In sostanza, rispetto al 2017, “la povertà è stabile, ma non ci aspettavamo nulla di diverso”, spiega Nunzia De Capite, sociologa dell’Ufficio Politiche sociali di Caritas italiana.

“È già una buona notizia il fatto che la povertà assoluta non sia aumentata”,

commenta la sociologa, rilevando che “se c’è chi si chiede perché non sia ancora diminuita, in realtà, vista la situazione in cui ci troviamo, dobbiamo ritenere un buon risultato il fatto che da un anno all’altro la povertà assoluta non sia cresciuta”. Questo perché, in attesa che comincino ad avere effetto le misure di contrasto alla povertà entrare in vigore nel 2019, “il Rei (Reddito di inclusione), per via di importi bassi, non ha impattato e le condizioni economico-sociali non sono assolutamente migliorate per cui, purtroppo, non c’erano da attendersi variazioni all’interno del fenomeno”.
Stando ai dati, infatti, pur rimanendo ai livelli massimi dal 2005, si arresta dopo tre anni la crescita del numero e della quota di famiglie in povertà assoluta. L’incidenza si conferma notevolmente superiore nel Mezzogiorno (9,6% nel Sud e 10,8% nelle Isole) rispetto alle altre ripartizioni (6,1% nel Nord-Ovest e 5,3% nel Nord-est e del Centro).
“Sostanzialmente si conferma il modello italiano di povertà con concentrazione al Sud, famiglie numerose, titolo di studio medio-basso”, osserva De Capite.
I dati dell’Istat confermano un’incidenza di povertà assoluta più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti. È pari all’8,9% tra quelle con quattro componenti e raggiunge il 19,6% tra quelle con cinque e più; si attesta invece attorno al 7% tra le famiglie di 3 componenti, in linea con il dato medio. Anche tra i monogenitore la povertà è più diffusa rispetto alla media, con un’incidenza dell’11%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando era pari a 9,1%.

La povertà assoluta in Italia colpisce 1.260.000 minori

(il 12,6% rispetto all’8,4% degli individui a livello nazionale).
Pur invitando a considerare l’elemento temporale nel fare delle valutazioni e a ragionare su un lasso di tempo molto più ampio che non di anno in anno, la sociologa afferma che “ci meraviglia un po’, ma non troppo, il fatto che non si sia neanche modificato né l’incidenza (quota di poveri sul totale della popolazione) né l’intensità della povertà (distanza rispetto alla soglia di povertà)”.

“C’è una cristallizzazione della situazione sulle fasce di povertà assoluta, anche se – prosegue – stiamo assistendo ad un cambiamento dei profili di povertà: per esempio, i dati EU-SILC a livello europeo, ci dicono che da qualche anno la povertà in Italia si è trasversalizzata. Questo significa che rimane il modello italiano di povertà (famiglie numerose, minori, Mezzogiorno) ma se, osserviamo le variazioni in 10 anni, la povertà assoluta aumenta al Nord, fra gli occupati, tra le persone con titolo di studio medio (diploma). In sostanza, la povertà assoluta ha rotto gli argini rispetto al modello”.

Quindi

“non solo non abbiamo meno poveri, ma le persone non sono diventate meno povere”.

“Il fatto che non si sia ridotta l’intensità della povertà – commenta la sociologa – ce lo spieghiamo perché il Rei prevedeva degli importi molto bassi che non aiutavano le persone a raggiungere la soglia di povertà e a superarla per uscire dalla condizione di povertà assoluta”. “Bisogna anche tener conto – puntualizza – che la rilevazione Istat in realtà coglie solo una parte del periodo di ricezione del Rei: importi bassi e una ricezione di soli 5/6 mesi appena hanno fatto sì che sembra non ci sia effetto di misure di contrasto”.

“L’impatto delle misure di contrasto – spiega la sociologa – lo registreremo sicuramente a partire dall’anno prossimo, quando avremo Rei e un inizio di Reddito di cittadinanza oltre all’effetto del Sia (Sostegno per l’inclusione attiva). L’effetto cumulato delle misure che, avendo importi consistentemente più alti, porterà a variazione – questo dicono anche alcune simulazioni – dell’incidenza della povertà assoluta”.

In sostanza, “per via di misure più ‘robuste’ rispetto agli importi e platea di beneficiari molto più ampia,

dal 2020 e nei successivi due anni dovremmo registrare dei miglioramenti:

dovrebbe ridursi il numero di persone in povertà sul totale della popolazione e le persone in povertà dovrebbero diventare meno povere, per via di una riduzione dell’intensità della povertà”.
Non sarà comunque una riduzione consistente. “Rispetto alla quota di persone in povertà assoluta dovremo aspettare almeno un quinquennio per registrare dei risultati significativi”, anticipa De Capite, spiegando che “stando alle simulazioni della Banca d’Italia, il Reddito di cittadinanza dovrebbe raggiungere sei poveri assoluti su 10, con una capacità di presa maggiore nelle Regioni del Sud”. Ma “per com’è costruito – criteri che non tengono contro del costo della vita – una parte dei poveri assoluti del Nord sarà esclusa o non adeguatamente supportata dal Reddito di cittadinanza”.
I dati dell’Istat confermano poi le maggiori difficoltà per gli stranieri, tra i quali sono oltre un milione e 500mila quelli nella condizione di povertà assoluta, con una incidenza pari al 30,3% (tra gli italiani è il 6,4%).
“Secondo alcune previsioni, per via del requisito di dieci anni di pregressa residenza in Italia, l’8% degli stranieri sarebbe escluso dal Reddito di cittadinanza. Si tratta di circa 90.000 nuclei che beneficiavano del Rei, una quota consistente di persone”, evidenzia De Capite. “Questo è un elemento di allarme, che va sicuramente monitorato. E, se è vero che per questi rimane in piedi la rete di supporto e sostegno promossa da soggetti sociali del territorio,

l’esclusione degli stranieri da una misura nazionale oltre a trasgredire il dettato costituzionale è assolutamente preoccupante”.

“Per queste persone – conclude la sociologa – vanno fatti degli interventi specifici, di advocacy e di pressione, perché la norma venga modificata. È una richiesta che abbiamo già segnalato nella fase dell’iter parlamentare e che continueremo a ribadire”.

 

La frattura tra città e campagna nella politica americana.

Articolo tratto dalla rivista Atlante di Trccani.it a firma di Mario Del Pero

Quello tra aree metropolitane e zone rurali, con le mille sotto-partizioni che se ne possono fare, è uno dei fondamentali cleavages politici e sociali del nostro tempo. Lo vediamo bene in tutte le società più avanzate. Ma è negli Stati Uniti che questa frattura si è fatta col tempo più radicale e manifesta. Negli USA la densità abitativa – prima e più di reddito, istruzione o condizione professionale ‒ è diventato il parametro fondamentale che ci permette di prevedere e misurare le scelte di voto. Maggiore è tale densità – maggiore è la natura urbana del contesto elettorale – e migliore è il risultato dei democratici. La minor densità avvantaggia invece i repubblicani, in una spirale – e in una polarità – che si è fatta vieppiù acuta e ineludibile. Una polarità, questa, presente in tutti gli Stati, anche quelli dove più netto e indiscusso è il primato di un partito sull’altro. Nel 2016, per fare un banale esempio, Trump ha vinto il Texas con ben 9 punti percentuali di scarto rispetto a Clinton, subendo però una pesante sconfitta in tutti i principali nuclei metropolitani e ottenendo tra il 15 e il 40% in meno nelle contee di Houston, Dallas, Austin e San Antonio. Sempre in quella tornata elettorale, circa un terzo degli elettori di Clinton risiedevano in aree urbane, contro appena il 12% di chi votò Trump. Il presidente ottenne però più del doppio dei voti (63 a 21) della sua avversaria nei distretti non metropolitani, fatti di paesini di piccole dimensioni e zone esplicitamente rurali. Mille altri esempi e statistiche potrebbero essere offerti, dai 34 distretti congressuali classificati come “puramente urbani” ora interamente in mano ai democratici (nel 2018 i repubblicani hanno perso l’unico che controllavano, l’11° di New York) ai riverberi che tutto ciò ha anche sulle elezioni locali, con i democratici che controllano ormai la larga maggioranza delle città statunitensi. L’ultima tornata elettorale del novembre 2018 ha confermato in modo quasi caricaturale questa partizione. I democratici hanno costruito il loro largo successo principalmente sottraendo voti (e seggi) repubblicani nelle aree suburbane, più o meno popolate – questo è vero –, ma la correlazione tra densità abitativa e risultati elettorali è stata straordinariamente marcata: secondo una banale quadripartizione del Wall Street Journal ‒ in aree urbane, suburbane, piccoli centri e zone rurali ‒ i democratici avrebbero vinto le prime 67 a 30, i repubblicani le seconde 60 a 37 (entrambe, aree rurali e urbane corrisponderebbero a circa un quinto dell’elettorato complessivo).

Le matrici di questa frattura sono diverse ed essa sembra al contempo riflettere e acuire i crescenti livelli di polarizzazione politica, culturale ed elettorale del Paese. Vi è un evidente gap economico in una società deindustrializzata e di terziario avanzato come quella statunitense, dove la ricchezza tende sempre più a concentrarsi nelle grandi città. Di nuovo, i dati del voto 2018 ce lo rivelano in modo paradigmatico, con i distretti elettorali vinti dai democratici che contano per il 61% del PIL nazionale, contro il 37,5% di quelli vinti dai repubblicani. Tutti gli indicatori di cui disponiamo ci mostrano non solo – cosa ovviamente nota – che ricerca, sviluppo economico e progresso tecnologico tendono a essere fenomeni primariamente urbani, ma anche che il gap occupazionale tra aree metropolitane (piccole e grandi) e aree rurali (più o meno densamente abitate) si è ampliato in modo assai marcato nel decennio successivo alla grande crisi del 2007-08. Sempre scandagliando il voto del 2018, scopriamo che il PIL per lavoratore dei collegi vinti dai democratici era di circa il 22% superiore a quello dei collegi repubblicani e il reddito medio per nucleo famigliare del 15%. Una maggiore ricchezza che però è meno equamente distribuita, visto che è nelle grandi città che si concentra anche una forza lavoro impegnata in occupazioni a bassa qualifica (ristorazione, pulizie ecc.) e nella quale sovra-rappresentate sono alcune minoranze, in particolare quella afroamericana. Queste minoranze, lo sappiamo, votano primariamente democratico, contribuendo così a rendere ancora più accentuato il cleavage (secondo i dati di cui disponiamo, nel 2018 il voto afroamericano è andato 90 a 9 ai democratici e quello ispanico 69 a 29). Ed è proprio questa convergenza urbana tra popolazione con livelli d’istruzione alti e medio-alti, e condizioni professionali e di reddito conseguenti, e minoranze ed immigrati recenti, occupati in servizi a bassa qualifica (e retribuzione) che – in una società fattasi vieppiù socialmente liberal ‒ avrebbe dovuto creare una strutturale “maggioranza democratica”, come sostennero ormai quasi 20 anni fa John Judis e Rui Teixeira in un famoso (e a dispetto di tutto ancor utile) libro, le cui previsioni furono poi smentite da varie tornate elettorali.

Questa maggioranza strutturale e permanente non lo è mai diventata. E ciò – assieme alle mille contraddizioni di città fattesi sempre meno vivibili per chi non abbia redditi alti o altissimi – ci mostra alcuni evidenti cortocircuiti politici prodotti dalla crescente frattura economica e politica fra metropoli e campagna, zone metropolitane e aree rurali. Due, in particolare, meritano di essere menzionati.

Il primo è che il sistema politico statunitense inflaziona il valore dell’elettore degli Stati meno popolati, nei quali la mobilitazione viene peraltro spesso spinta dal risentimento nei confronti delle città corrotte, parassite e speculative, affidandosi a uno stereotipo dalle radici storiche profonde, ancorché discutibili (oggi le aree rurali sono spesso pesantemente sussidiate grazie alle risorse generate in quelle urbane). Ogni Stato, a prescindere dalle sue dimensioni, elegge due senatori e il piccolo Wyoming (neanche 600.000 abitanti, solidamente repubblicano) conta quanto la California (quasi 40 milioni di abitanti, vinta nel 2016 da Hillary Clinton con 30 punti percentuali di scarto). Le aree meno densamente popolate valgono quindi in proporzione molto di più al Congresso, al Senato appunto e in una certa misura anche alla Camera a causa della distribuzione meno efficiente dell’elettorato democratico, che, come abbiamo visto, tende a essere eccessivamente concentrato nelle aree metropolitane. Così come contano maggiormente alle elezioni presidenziali, dove il sistema dei grandi elettori (senatori più rappresentanti) rende alcuni Stati più “pesanti” di altri: per rimanere alla (facile) comparazione tra Wyoming e California, alle presidenziali il voto degli abitanti del primo vale quasi quattro volte più di quello degli abitanti della seconda. Gli effetti sono assai marcati in un sistema a crescente polarizzazione geografica come quello statunitense ed è indicativo che dal 1992 a oggi i repubblicani abbiano vinto il voto popolare in una sola occasione, nel 2004, quando peraltro Bush poté sfruttare l’onda lunga dell’11 settembre e di ciò che ne seguì.

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Francia: il governo prepara la riforma delle pensioni

A metà luglio l’Alto commissario per la riforma delle pensioni, Jean-Paul Delevoye, consegnerà al primo ministro Edouard Philippe le raccomandazioni finali in merito al progetto di legge. Il testo finale verrà presentato questo autunno, tra fine novembre e inizio dicembre.

Durante la campagna elettorale delle elezioni presidenziali del 2017 il presidente Macron ha promesso una riforma capace di dare più “trasparenza, leggibilità ed eguaglianza”. Il settore imprenditoriale fa pressioni affinché venga alzata l’età pensionabile, ma Macron si è impegnato a non toccare questo punto, lasciando la soglia a 62 anni. Il presidente vuole invece instaurare “un sistema di sgravi fiscali che inciti a lavorare di più”

Inflazione: Istat, a giugno stimata ancora su livelli bassi.

Secondo le stime preliminari, nel mese di giugno 2019 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,2% su base mensile e dello 0,8% su base annua (come nel mese precedente).

La stabilità su base annua è dovuta a dinamiche opposte: da un lato accelera la crescita dei prezzi dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +1,0% a +1,3%) e si attenua la flessione di quelli dei Servizi relativi alle comunicazioni (da -7,2% a -5,9%), dall’altro i prezzi dei Beni energetici non regolamentati invertono la tendenza, passando da +2,4% a -0,6%.

L’“inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi e quella al netto dei soli beni energetici accelerano entrambe di un decimo di punto, rispettivamente da +0,4% a +0,5% e da +0,5% a +0,6%.

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto per lo più alla crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,1%), su cui incidono fattori di carattere stagionale, solo in parte bilanciata dal calo dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (-1,1%) e dei Beni energetici non regolamentati (-0,7%).

L’inflazione decelera per i beni (da +0,8% a +0,6%), mentre accelera per i servizi (da +0,8% a +1,0%); pertanto, rispetto al mese di maggio il differenziale inflazionistico è positivo e pari a +0,4 (era zero nel mese precedente).

L’inflazione acquisita per il 2019 è +0,7% per l’indice generale e +0,5% per la componente di fondo.

Per i Beni alimentari, per la cura della casa e della persona l’inflazione rimane stabile a +0,3%, mentre per i prodotti ad alta frequenza d’acquisto la crescita dei prezzi rallenta da +1,0% a +0,6%, portandosi anch’essa al di sotto di quella riferita all’intero paniere.

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,1% su base mensile e dello 0,8% in termini tendenziali (in lieve rallentamento da +0,9% del mese precedente).

Palermo conferisce la cittadinanza onoraria alla Sea watch e al vescovo Heinrich Bedford-Strohm

Il Sindaco di Palermo, Leuluca Orlando ha annunciato il conferimento della cittadinanza onoraria allo staff e all’equipaggio della nave Sea-Watch. Inoltre la città di Palermo conferirà anche la cittadinanza onoraria al vescovo Heinrich Bedford-Strohm, capo delle chiese evangeliche tedesche.

A comunicarlo allo stesso vescovo è stato il sindaco Leoluca Orlando, che ha motivato la decisione con “la condivisione dell’impegno per la salvaguardia dei diritti umani e la tutela delle vite umane”.

“Dopo la presenza a Palermo del Vescovo Bedford-Strohm e la mia partecipazione al Kirchentag delle chiese evangeliche a Dortmund – ha detto Orlando – oggi si conferma un impegno di Palermo per l’accoglienza ed un percorso internazionale che coinvolge le città, le municipalità, le chiese, la società civile e le organizzazioni non governative nella costruzione di una rete europea di “Porti sicuri-Comunità sicure” per la tutela e la promozione dei diritti, tutti i diritti per tutti e per tutte.”

Ue: 100 milioni per nuovi programmi a sostegno dei rifugiati siriani

Attraverso il fondo fiduciario regionale dell’Unione europea è stato adottato un nuovo piano di assistenza da 100 milioni di euro a sostegno dei rifugiati, degli sfollati e delle comunità di accoglienza in Libano, Giordania e Iraq. Il piano prevede il potenziamento dei sistemi di erogazione dei servizi pubblici, un maggiore accesso all’insegnamento superiore e il miglioramento dei servizi di protezione dei minori.

Questi ulteriori 100 milioni di euro in risposta alla crisi siriana, potranno aiutare i rifugiati a diventare economicamente più autonomi. L’accesso ad attività che generano reddito, infatti, consentirà loro di prendere in mano la propria vita, di provvedere alle proprie esigenze e di preservare la loro dignità. Allo stesso tempo vengono sostenute le comunità di accoglienza e i Paesi confinanti con la Siria negli sforzi a sviluppare le loro economie pur con le criticità connesse al conflitto ancora in corso.

Dalla sua istituzione, nel dicembre 2014, il fondo è rivolto alle complessità derivanti dalla crisi siriana. Una misura che rafforza la politica integrata dell’Unione in materia di aiuti in situazioni di crisi, privilegiando la resilienza a lungo termine e le necessità urgenti (nel quadro del processo di ritorno alla normalità) dei rifugiati siriani, delle comunità di accoglienza e delle loro amministrazioni in Paesi vicini come l’Iraq, la Giordania, il Libano e la Turchia.

Il fondo è inoltre alla base dei patti che l’Ue ha concordato con la Giordania e con il Libano per offrire loro una migliore assistenza in virtù del numero dei dei rifugiati. I diversi programmi, nel loro insieme, sono stati dedicati al miglioramento dell’accesso all’assistenza sanitaria, al miglioramento delle infrastrutture per l’approvvigionamento idrico e le acque reflue, all’emancipazione delle donne e alla lotta contro la violenza di genere, alle opportunità economiche e alla stabilità sociale.

A Bob Geldof l’Ischia Humanitarian Award

É stato assegnato a sir Bob Geldof l’Ischia Humanitarian Award, premio speciale nell’ambito del Social Cinema Forum promosso con il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio. Il riconoscimento sarà consegnato all’artista e attivista irlandese, simbolo dell’impegno nel mondo della musica, mercoledì 17 luglio al Miramare e Castello nel corso della 17esima edizione dell’Ischia Global Film & Music Festival (14-21 luglio).

E’ Cavaliere Comandante dell’Impero Britannico. Ischia Globa lo omaggera’ con la proiezione del documentario ‘A Fanatic Heart: Geldof on Yeats’ dedicato alla vita di uno dei piu’ grandi poeti del 900, l’irlandese William Butle Yeats, premio Nobel, scritto da Geldof e con letture di Bill Nighy, Van Morrison, Richard E. Grant, Colin Farrell, Bono, Edna O’Brien, Ardal O’Hanlon, Noel Gallagher e Liam Neeson.

Con il caldo aumenta l’orticaria

Si stima che il 15-20% della popolazione generale presenterà almeno un episodio di orticaria nel corso della vita. La prevalenza dell’orticaria cronica è stimata allo 0,6-1,8%.

La causa più frequente di un’orticaria è l’allergia alimentare.

Altre cause sono i graffi di animali, le punture di insetto, stress emotivi, l’esercizio fisico, temperature rigide, infezioni virali del tratto respiratorio superiore, infezioni da echinococco (riscontrabile negli animali come il cane e trasmissibili all’uomo) e da elminti, i pollini.

I sintomi e i segni clinici presentano una diversità di espressioni quali la comparsa di pomfi rossi pruriginosi sulla cute, piccole lesioni con bordi spessi che possono anche unirsi.

Il caldo, la sudorazione accentuata e alcuni cibi favoriscono infatti l’acuirsi della sintomatologia.

 

 

Busso ai teorici.

La politica si è sempre avvalsa della geometria. La metafora spaziale è quella che più è stata sfruttata. Destra, sinistra, centro. Così è stato da quando sono stati istituiti e poi eletti i parlamenti democratici. Chi si sedeva da una parte, chi all’opposto e chi occupava il centro.

È indubbio che questa immagine sia la più semplice e la più utilizzata. Ci sono stati momenti in cui prevaleva la tendenza agli estremi e altri in cui dominava la centralità. Non c’è alcun dubbio che dall’ultimo conflitto mondiale, fino a vent’anni fa, nel nostro Paese, avesse dominato largamente la dimensione centrale. La Democrazia Cristiana, collocandosi al centro, assicurava al ceto moderato le garanzie sprigionate dal costante sviluppo economico.

La sinistra, pur forte, era recintata all’opposizione; la destra vista sempre con sospetto.
Nella seconda e ormai terza repubblica, gli spostamenti si sono ampiamente verificati. Scomparsa la DC, il centro non ha avuto mai un volto preciso. Berlusconi, ha tentato di rappresentarlo, ma interessi privati lo spostavano su versanti poco inclini al mondo che avrebbe voluto rappresentare. La sinistra, all’inizio di questo secolo, ha cercato, alla fine ottenendolo, un matrimonio con quella frazione della DC che non si era mai compromessa con il mondo berlusconiano. Però, il matrimonio è caduto ben presto in una spirale di crisi profonda. Il Pd, ad oggi, non è ne carne né pesce. Non è un partito di sinistra e nemmeno possiamo forzatamente collocarlo al centro.

Questa è la sua vera crisi: un indefinito senza né arte né parte. Afflosciandosi in modo irreversibile il contenitore di Forza Italia, ingrossando le fila della Lega in modo quasi vertiginoso, anche quel centro spostato sull’asse destro, sta inevitabilmente rinsecchendosi. Dei 5Stelle è inutile parlarne perché essi stessi si dichiarano fuori dalla geometria: né destra, né sinistra, né centro. Anche in questo caso la parabola è ormai segnata.
Di fronte a questa distribuzione spaziale, a parer mio, ricordo il fatto di essere stato un militante della Democrazia Cristiana, sarebbe del tutto auspicabile un riordino geometrico. Per me, l’Italia necessita di un quadro stabile che faccia perno su un centro da inventare.
Questa mia fantasia è dettata dalla necessità di non subire costantemente gli strattoni di chi, come i 5Stelle sono fuori dal “mondo”, o dagli oltranzisti che ammiccano con ideologie distanti dalla mia matrice cattolica. Sarò stravagante, però, per salvare il Pd da un’agonia sempre più dominante, per dare speranze a quegli arcipelaghi riconducibili alle visioni cattolico-centriche, per aprire speranze a quelli che hanno visto in Berlusconi un uomo di centro, insomma a tutti quelli che sono un po’ frastornati da questo tempo politico e da quelli che ormai da tempo hanno del tutto abdicato al gesto politico (quelli che non vanno a votare), offro l’idea di mettere da parte i distinguo che li caratterizza e trovare la forza per recuperare quel centro geometrico che per molti decenni è stata un’ancora di sicurezza per la famiglia, per il lavoro, le imprese, il sociale e così via dicendo.

È chiaro che un’operazione simile possa essere condotta in porto solo se i diversi nocchieri riusciranno a produrre qualche idea politica che non finisca nel momento in cui la si genera. In sostanza per riorchestrare lo spazio del centro ci vuole una buona dose di teoria politica.
Non spetta a me un compito simile, io propugno, io avanzo attese, do qualche suggerimento, esplicito qualche mio desiderio, ma converrebbe a qualche classe dirigente pensarci seriamente sopra, al fine di non continuare a boccheggiare dentro questo orizzonte ormai troppo asfittico di ideali e di vere proposte politiche.

Intervista a Tania Groppi: Per uno Stato costituzionale diffuso

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda 

Con Tania Groppi, professoressa ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Siena ed esperta del Consiglio d’Europa in materia costituzionale, proviamo a proseguire nell’indagine partita il 21 maggio su queste pagine con l’intervista a Giuseppe De Rita sulla crisi dell’Italia e dell’Europa e il ruolo che la Chiesa e i cattolici possono giocare.

Da dove ha origine la crisi che stiamo vivendo?

La crisi che attraversa l’Europa ha in sé qualcosa di paradossale. Abbiamo raggiunto pace, ricchezza, benessere, come mai prima, ma nello stesso tempo vediamo crescere la paura, la scontentezza, la dispersione di vita, l’apatia. Pochi giorni fa ho partecipato a un convegno a Siena sul 1989, questo anno decisivo, e ho parlato della regressione costituzionale di molti paesi europei, in primo luogo l’Ungheria e la Polonia, che seguo da vicino come esperta del Consiglio d’Europa. Potrei quindi riflettere sugli aspetti giuridici di questa crisi, ma penso sia necessario concentrarsi sul cuore del problema, che io vedo in questo: l’uomo ha perso quella consapevolezza, che ha avuto per tanta parte della storia, di non essere il padrone del mondo in cui vive. A rischio di una eccessiva semplificazione, senza affrontare i vari passaggi intermedi, vorrei evidenziare quella che a mio avviso è la “madre di tutte le cause” dell’attuale trasformazione, ovvero una serie di innovazioni senza precedenti nella storia dell’umanità, che in un breve lasso di tempo, con una accelerazione incredibile, hanno portato l’uomo ad acquisire una capacità finora sconosciuta di incidenza sull’ambiente che lo circonda e sulla stessa specie umana. Richiamo qui una lettura della nostra era (a volte definita “Antropocene”) ormai consolidata in molteplici documenti internazionali e in innumerevoli contributi di giuristi, economisti, ecologi, antropologi, etologi, psicologi, politologi ecc. (per fare solo qualche nome, Rifkin, Stiglitz, Sachs, Sen, Latouche, de Waal, Rogers, Hochman, Beck, Bauman), fino ad arrivare all’enciclica Laudato si’. Tutti i vari approcci convergono verso una medesima considerazione, ben espressa da Benedetto XVI nella enciclica Caritas in veritate, 34: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di sé stesso, della sua vita e della società». Ha perso il senso della creaturalità, ha dimenticato di essere stato creato, di essere creatura. E questo — quello che io vedo nella mia esperienza — lo acceca. Ancora la Caritas in veritate, 70, illumina efficacemente questo aspetto quando dice che: «Lo sviluppo tecnologico può indurre l’idea dell’autosufficienza della tecnica stessa quando l’uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. […]. La tecnica attrae fortemente l’uomo, perché lo sottrae alle limitazioni fisiche e ne allarga l’orizzonte. Ma la libertà umana è propriamente se stessa solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale».

L’autore della «Caritas in veritate» nel suo celebre saggio «Introduzione al cristianesimo», citava il “verum ipsum factum” di Vico osservando che per l’uomo moderno la verità è il fatto, ciò che si fa, il prodotto e l’uomo, essendo “homo faber”, diventa il creatore, lui stesso misura della verità.

Sì, se diventa il creatore non ha più bisogno degli altri. Quando dico che l’uomo è accecato mi riferisco a un concetto che tante discipline stanno sviluppando in modo convergente, la mind blindness, una forma di “incapacità di vedere con il cuore” (per usare le parole del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry) che si trasforma in incapacità di valutare le conseguenze sugli altri delle proprie azioni e che a sua volta deriva dalla incapacità di vederli e di riconoscerli come persone. Un uomo siffatto è incapace di accettare che è una creatura bisognosa e limitata: scambia la sua volontà per libertà, gli umani limiti per insopportabili oltraggi alla sua presunta onnipotenza.

«L’uomo nell’opulenza non comprende» recita il Salmo, questa cecità è un’incapacità di lettura degli avvenimenti per cui non ci si rende conto delle conseguenze delle proprie azioni. Il mondo dei social e della comunicazione rischia di far sentire tutti come liberi sfrenati, senza limiti, in ultimo irresponsabili.

In effetti, con la rivoluzione digitale, questa chiusura egoistica è enfatizzata, paradossalmente, dalla possibilità offerta al singolo di interagire direttamente in maniera illimitata con i suoi simili. Paradossalmente perché in tal modo si generano ancora più solitudine, isolamento, ripiegamento, paura. Pur trattandosi di un fenomeno recente, molti studiosi hanno già attentamente analizzato la capacità dei social media di creare “echochambers” incomunicanti e di conseguenza “gated communities”, ovvero gruppi chiusi che consentono a coloro che hanno certe preferenze di “incontrare” virtualmente soltanto i propri simili, incentivando in tal modo la polarizzazione e la frammentazione. E sono state anche ben messe in luce le conseguenze di tali processi sulla democrazia pluralista, che si nutre, al contrario, di “incontri non pianificati” (ovvero della possibilità per le persone di essere esposte a situazioni e opinioni che non hanno preventivamente scelto) e di “esperienze condivise” (che costituiscono una sorta di collante sociale, senza il quale le persone potrebbero persino, a un certo punto, trovare difficile capirsi).

A livello costituzionale la fine della seconda guerra mondiale prometteva bene: l’Europa, le istituzioni internazionali, l’idea di ricostruire un tessuto per evitare gli errori che avevano portato alle due guerre mondiali. Fino agli anni ’60 un grande progresso, poi la crisi che però esplode solo alla fine della guerra fredda nel 1989.

La missione della politica e del diritto, oggi come in passato, è di produrre unità, convivenza pacifica, evitando il più possibile il ricorso alla violenza e alla sopraffazione. Un tentativo ammirevole, del quale siamo i fortunati eredi, è stato posto in essere nella seconda metà del XX secolo, dopo le tremende catastrofi delle due guerre mondiali e dei totalitarismi, quando si è cercato di rifondare la convivenza su nuove basi, mettendo al centro la dignità della persona umana e la pace. Insomma, di costruire “un mondo nuovo”, per dirlo con le parole del titolo di un bellissimo libro di Mary Ann Glendon, che descrive il processo attraverso il quale si è giunti a scrivere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. La Costituzione italiana, che in quel clima miracoloso, pieno di speranza e di novità, affonda le sue radici, è proprio uno specchio perfetto di questa visione: essa cerca di costruire una unità “mite”, in cui ci sia posto per tutti, ognuno con le sue caratteristiche e la sua identità, uniti da principi condivisi come la dignità umana, l’uguaglianza, la libertà, la solidarietà, chiamati a coesistere bilanciandosi e limitandosi a vicenda. Ma questa sfida, di per sé già complessa, è diventata sempre più difficile. Negli ultimi anni, mutata la scena mondiale e scatenatasi la rivoluzione tecnologica a una velocità impressionante, si è creato come un salto: in una “società liquida”, costituita da tante monadi incomunicanti ognuna delle quali si crede onnipotente, è assai difficile accettare quella dose di condivisione e limitazione che è alla base della convivenza in una società pluralista. Se non ci si sente “accomunati” all’altro, in nome di una qualche comune appartenenza, anzi, se non lo si riconosce nemmeno come un proprio simile, non è possibile accettare i limiti al sé e ai propri desideri. Questo fenomeno si accentua con quelli che ci sembrano più diversi da noi, in particolare con i più vulnerabili.

È la logica degli scarti di cui parla Papa Francesco.

Come ha scritto in uno dei suoi ultimi interventi Zygmunt Bauman, il Papa è «forse l’unica figura pubblica dotata di autorità planetaria ad aver avuto il coraggio e la determinazione di scavare le radici profonde del male, della confusione e dell’impotenza attuali e di metterle in mostra». Non è un argomento da costituzionalista, ma direi che qui si tratta dell’azione dello Spirito Santo. È lo Spirito Santo che soffia e che gli dà questa capacità di vedere. E di parlare con parresia. La sua è una voce fuori dal coro che critica il paradigma tecnocratico, che sembrerebbe il vero vincitore in questo XXI secolo. Secondo questo paradigma l’economia è diventata un dio a cui tutti gli uomini devono sacrificare. Il Papa invece sta lì come Mosè, come gli antichi profeti, a gridare contro il vitello d’oro, contro l’idolatria che è sempre violenta e disumana, che produce scarti, disuguaglianze, ingiustizie.

Il Papa con la sua voce che interpella la coscienza è da una parte molto ascoltato ma anche molto solo e anche osteggiato. Sei anni fa, quando Bergoglio è diventato Papa, il mondo era diverso: c’era Obama e non Trump, non c’era la Brexit, non c’erano i sovranismi, non c’erano gli attuali assetti dell’Ungheria, della Polonia, dell’Italia, non c’era Bolsonaro. L’esempio del Papa ci dice che la crisi prima di essere finanziaria è spirituale, perché il mondo si è accartocciato in una crisi dell’io, che ha preso il posto di Dio, e dunque, se la crisi è spirituale, i cristiani allora possono e devono dire qualcosa. 

Possono dire tantissimo, devono dire tantissimo perché hanno un tesoro. Penso che la nostra, come ha scritto Julián Carrón nel suo libro La bellezza disarmata, sia un’epoca straordinaria, un’epoca di grandi opportunità per i cristiani. La prima lettera ai Corinzi, che la liturgia ci ha proposto qualche giorno fa, lo dice, quando parla del kairòs, del tempo propizio, il tempo della salvezza. Qual è il tempo propizio? Quello in cui trovi tutta una serie di cose brutte, tremende: fatiche, angosce, tribolazioni di tutti i tipi. I cristiani in questo tempo sono chiamati ad attingere al loro enorme tesoro. Io mi sono avvicinata a questa religione molto avanti nella vita, non vengo dalla tradizione cattolica, ho fatto un altro cammino, però, quando a un certo punto mi è capitato di incontrare il cristianesimo ho detto: qui c’è un tesoro enorme, ma non se ne accorgono? In mezzo alle difficoltà, alle fragilità e anche a tutto quello che di brutto ha compiuto nei secoli, la Chiesa ci ha tramandato un tesoro, Cristo e il suo amore, che è arrivato, anche in forma infinitesimale, a noi, a lei e a me. C’è un fiume di santità che attraversa tutta la storia della Chiesa. Attraverso cammini che ci sembrano oggi, a volte, non comprensibili e non condivisibili, la Chiesa ha preservato e coltivato questo tesoro, l’ha custodito e l’ha tramandato. Per fare cosa? Mi viene in mente la famosa frase di sant’Ignazio, citata anche dal Papa all’inizio del suo pontificato: «Non coerceri maximo, contineri minimo, divinum est». Noi siamo umani ma aspiriamo al divino, siamo fragili ma possiamo diventare divini, siamo chiamati alla santità, non dobbiamo quindi farci schiacciare dal grande e dobbiamo sapere stare nel piccolo. C’è bisogno del grande e del piccolo in questa epoca. Di una visione “mistica”, che ci consenta «di vedere in tutto l’azione dello Spirito che opera incessantemente» come ha scritto il cardinale Martini, che ci aiuti a uscire da noi stessi, dalla nostra pretesa di onnipotenza e di avvertire che siamo parte di qualcosa di più grande e infinito. E di una vicinanza, di una prossimità, di una presenza, che faccia sentire ciascuno amato e importante, perché in fondo ogni cuore umano è vulnerabile e ferito, assetato di amore e di cura. 

Vediamo davanti ai nostri occhi una società sempre più aggressiva, rancorosa; quale può essere la responsabilità di un cattolico? Inoltre, da decenni c’è una fuga rispetto all’impegno politico, da parte di tutti ma anche dei cattolici.

Sì, è una fuga generale, negli ultimi decenni tutti hanno delegato tantissimo, perché in fondo sembrava un’epoca di normalità e quindi ognuno si è occupato del suo privato, della sua monade, appunto, lasciando ai politici la cosa pubblica, salvo poi accorgersi che in questo modo i politici sono diventati a loro volta autoreferenziali, hanno perso contatto con la vita e i bisogni delle persone. È urgente quindi una chiamata per tutti gli uomini di buona volontà, a “uscire da sé stessi”, a occuparsi del bene comune, anche attraverso la politica. Compresi i cristiani, anzi, specialmente i cristiani, che portano con sé questo tesoro, perché, anche se “non sono del mondo”, essi pure “abitano nel mondo”. E la Chiesa? Penso che ci sia bisogno che la Chiesa continui a fare il suo lavoro di cura delle anime, a promuovere luoghi dove chiunque sia assetato di senso e di assoluto possa abbeverarsi e ristorarsi, perché anche in quest’epoca, che ci sembra a volte così materiale, l’uomo aspira all’infinito. Pensiamo ai giovani soprattutto, c’è bisogno di dare loro una visione grande, un senso. Nello stesso tempo, la Chiesa deve far sentire la vicinanza, la prossimità, in modo fattuale, concreto. Si tratta di una risposta fatta di gesti di accoglienza, di gentilezza, di calore verso l’altro, l’altro più “altro” da te, quello che ti sembra distante anni luce da te. Bisogna trovare il modo di nutrire vicinanza, prossimità, cura. Questo implica per i cristiani un lavoro su di sé, una vigilanza sul proprio cuore e, per la Chiesa, organizzazione e competenza, ma anche misericordia e la scelta di stare sempre accanto agli ultimi. 

Sono cent’anni dell’appello di Sturzo ai liberi e forti. Anche all’epoca i cristiani scappavano dall’impegno politico, Sturzo li chiama “cristianelli annacquati” che considerano la politica la sentina di tutti i mali. A distanza di un secolo, qual è la forza della sua lezione? 

Forse Sturzo riuscì a fare quello che ha fatto perché c’era stata la Rerum novarum di Leone XIII. Mi viene in mente l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco che ci ricorda che tutto è connesso, che tutti siamo connessi. Il processo opposto a quello della frammentazione, dell’isolamento di cui abbiamo parlato. Oggi forse la Laudato si’ potrebbe giocare lo stesso ruolo dell’enciclica leonina, anche se in un contesto totalmente diverso, perché Sturzo ha operato quando nascevano i partiti politici, oggi invece è proprio la struttura “partito politico” che è in crisi ed è difficile immaginare che i partiti risorgeranno nella stessa forma di un tempo. La Laudato si’ potrebbe rivelarsi, se tradotta politicamente, un punto aggregante, anche di presenze politiche variegate, di tutti gli uomini di buona volontà. Dovrebbe però essere portata in modo capillare, alle persone, credenti e non, che si aggirano fuori nel mondo, smarrite e sofferenti. Perché, vorrei ribadirlo, nel nostro mondo occidentale, nonostante il benessere e i settant’anni di pace, la gente continua a soffrire, la creazione geme intorno a noi. Tutte queste reazioni, la paura, le chiusure, i muri, le fragilità che si nascondono dietro questa apparente onnipotenza, in fondo sono manifestazioni di sofferenza. A questo si risponde con la cultura dell’incontro. Di fronte alla mia domanda impellente, “che fare?”, Jean Vanier, un grande santo e testimone del nostro tempo, che ho avuto la gioia di conoscere, ha sempre detto, fino all’ultimo, di uscire a incontrare l’altro, di parlare con i diversi, con i lontani, di ascoltarli. Occorre trovare modi per incontrarci davvero, andando oltre quel che ci offre la comunicazione al tempo dei social. Molti sono turbati dalla presenza dei social, così invasivi, ma io non mi preoccuperei più di tanto. Leggevo in questi giorni che don Milani riceveva pacchi e pacchi di lettere anonime, proprio come funziona oggi con i social, anche all’epoca c’erano le fake news, le interviste finte… niente di nuovo. Io insegno diritto costituzionale e dico che oggi bisogna essere “costituzionalisti in uscita”, che ci vuole uno Stato costituzionale diffuso, cioè che occorre far avvertire alle persone tutto il valore di quello che, bene o male, abbiamo costruito in questi settant’anni in Italia e in Europa, grazie in gran parte all’impegno dei cattolici. L’Europa ha prodotto pace, libertà, democrazia, diritti, laddove per secoli ci sono state guerre, sopraffazione e paura. Oggi siamo chiamati a un grande sforzo di creatività se vogliamo che quel che è stato conquistato accompagni le generazioni future. Disponiamo di tesori inauditi per orientarci nel mare in tempesta: una Costituzione che richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Un Vangelo che ci invita alla beatitudine della povertà, all’equilibrio, alla condivisione, a farsi prossimi a ogni uomo, scendendo da Gerusalemme sulla strada di Gerico. Come credenti, dobbiamo però rimboccarci le maniche, invocare il soffio dello Spirito, e ridiventare protagonisti di questa epoca, testimoniando, prima di tutto con la coerenza di vita, cammini profetici, di unità, pacificazione, convivenza e dialogo, senza rinnegare quel “seme di follia” che la fede nasconde in sé e che può capire solo chi la sperimenta.

Il successo delle «graphic novel»

Tratto dall’edizione del 27 giugno dell’Osservatore Romano a firma di Dario Fertilio

Non si può commettere l’errore di chiamarle con sufficienza giornalini a fumetti, né trascurare le sezioni che ormai tutte le maggiori librerie e gli inserti culturali dedicano alle graphic novel

La qualità di ciò che propongono soggettisti e disegnatori sollecita una corda sensibile di molti adulti, già divoratori d’avventure iperboliche e infantili, ora disponibili a un approccio maturo, eclettico e aperto a disparate forme di intrattenimento. Sia che si voglia classificare la graphic novel tra gli esempi di letteratura per immagini — e il graphic journalism come variante ispirata ai reportage d’inchiesta — sia che la si consideri parente della cultura visuale e tridimensionale di ultima generazione, la sua posizione di rilievo oggi è indiscutibile. 

Se l’informazione è sempre più orizzontale, eterogenea, attratta dal collage e non dalle impostazioni gerarchiche e selettive, anche perché sollecitata da strumenti virtuali, la graphic novel rappresenta un approdo in fondo tradizionale e rassicurante; il libro si può maneggiare, le tavole disegnate offrono sorprese e consentono pause di riflessione; e il fumetto in sé, col suo sapore d’infanzia, invita a riscoprire sensazioni sedimentate nel profondo. Ci si immerge con Teresa Radice e Stefano Turconi in una Siria diversa da quella raccontata dai media, dove l’accettazione del diverso è possibile, e padre Dall’Oglio, rapito sei anni fa a Raqqa, diventa un personaggio di riferimento in Non stancarti di andare (Bao Publishing). Si seguono le tracce di giornalisti noti come Toni Capuozzo nell’Iraq tormentato dal terrorismo (La culla del terrore), o Fausto Biloslavo nel dopo Gheddafi (Libia Kaputt, pubblicato come il precedente da Signs Books). Si ricostruisce con Roberto Battistini la cronaca criminale degli anni ’70, cui si intreccia una storia vera di redenzione individuale (A caro sangue, 001 Edizioni). In Salvezza (Feltrinelli) Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso stabiliscono un contatto diretto con i disperati dei barconi aggrappati alle navi di salvataggio nel Mediterraneo, mescolando il grigio dello sconforto e l’arancione dei salvagente e della speranza. Ma forse la graphic novel ottiene il maggiore effetto là dove riesce a liberarsi del tutto dagli schemi narrativi tradizionali per abbandonarsi a un ritmo sincopato, fatto più di sensazioni che di fatti descritti con pretese di oggettività. Così nella vicenda tragica di Norma Cossetto, vittima degli infoibamenti nell’Istria del 1943 (Foiba rossa di Emanuele Merlino e Beniamino Delvecchio), e ancor più in quella del martire cecoslovacco Jan Palach ricostruita da Petr Vyoral (pubblicata come la precedente da Ferrogallico) risaltano al massimo le potenzialità del mezzo. L’obiettivo ambizioso di storie come queste è coinvolgere tutti i sensi del lettore: la vista conquistata dal tratto, dai salti temporali, dalle linee che indicano movimento, dalla tessitura dei quadri e dai differenti caratteri; l’udito, attraverso lo sforzo di far vedere i suoni, ma anche i rumori interiori che il lettore ricostruisce nella mente; l’olfatto e il gusto, suggeriti attraverso le linee tratteggiate nell’aria; il tatto sollecitato dall’identificazione, mentre si girano le pagine, con gli ambienti in cui si svolgono le storie. Il che forse significa tornare al passato, quando si desiderava un libro con spirito romantico, sperando di vedervi prender forma sogni e desideri.

Il Centro senz’anima e i Popolari

Fonte Associazioni Popolari

Nel serrato dibattito su una possibile nuova stagione dei “liberi e forti”, sono decine gli articoli che hanno per tema il Centro, l’araba fenice del quadro politico italiano. Sul “Corriere” persino un cantore del bipolarismo come Angelo Panebianco ha invocato, suo malgrado, la costruzione di un Centro politico, dopo esserne stato il teorico della necessaria scomparsa, ritenendolo l’unico antidoto alla deriva populista. La conversione dell’illustre politologo, più che un esempio tra i tanti di incoerenza, pare – dal suo punto di vista – un segno si disperazione.

Per quelli come noi invece, sostenitori della democrazia rappresentativa, in un Parlamento eletto con metodo proporzionale, e diffidenti verso ogni autoritarismo – anche abilmente celato di volta in volta sotto ragioni di efficienza, governabilità, rimozione delle caste e altri nuovismi assortiti – l’evocazione di un Centro riedificato sulle macerie del bipolarismo muscolare non può che essere una bella prospettiva.

In uno dei suoi articoli, Giorgio Merlo ha poi ben definito le caratteristiche politiche del Centro: “una rinnovata cultura della mediazione; un vero riconoscimento del pluralismo sociale e culturale; un forte senso dello Stato e un rigoroso rispetto delle istituzioni democratiche; una vera ricetta riformista e una spiccata cultura di governo; una autorevole e qualificata classe dirigente e, soprattutto, una politica che sappia battere la radicalizzazione della lotta politica e introdurre la logica democratica del confronto e del dialogo attraverso il rispetto dell’avversario e non l’annientamento del nemico”. Se pensiamo alla cialtroneria dei tempi nostri e del recente passato targato Seconda Repubblica, il recupero di tali aspetti nella prassi politica sarebbe già “tanta roba”, per usare un’espressione di moda. E se un Centro politico nascesse e si caratterizzasse per questo modo di essere, certamente segnerebbe una positiva discontinuità con l’esistente.

Credo però che questo identikit del Centro sia incompleto, perché si ferma al metodo.

Se nelle istituzioni la forma diventa anche sostanza (pensiamo al nostro Presidente della Repubblica, che di sostanza propria ne ha comunque tantissima), nella politica la forma non è sufficiente. Così come non è sufficiente che esista uno spazio teorico nel panorama politico per decretare il conseguente successo di un partito che si autoproclama rappresentante di quel vuoto. Non basta quindi invocare il Centro, dichiararsi di Centro per attirare e rappresentare una porzione di elettorato. Anche il Centro deve avere un’anima e non essere soltanto un luogo geometrico occupabile da sedicenti “centristi” o “moderati”, altro termine abusato e di poca consistenza, come abbiamo già visto.

Se i democratici popolari di ispirazione cristiana vogliono ritornare nell’agone politico hanno una sola strada seria da percorrere, e per nulla agevole: quella – e uso le parole di Carlo Baviera – “di ripartire dai contenuti, da un programma, più che dal contenitore”. Perché sono le proposte concrete di governo che devono caratterizzare la nostra presenza sulla scena politica, la ricerca del consenso, la politica delle alleanze. È sempre Baviera a ritenere “che questo tempo richieda lo sforzo di restare anche organizzativamente collegati fra quanti hanno obiettivi comuni sulle grandi questioni da affrontare: il clima, il lavoro e le regole da imporre a livello generale, il welfare da ripensare ma non da ridurre, la rivoluzione digitale, le migrazioni cui dare sbocchi di integrazione e risposte civili, l’Europa da rilanciare e da democratizzare togliendola ai Capi di Stato e di Governo, le politiche di natalità e di supporto alle realtà famigliari, ricostruire i corpi intermedi e dare spazio alla partecipazione, la politica di pace”.

Tradurre tutto ciò in un realistico programma di governo – ovviamente ispirato dai valori etici e politici di riferimento che ai Popolari non mancano – è dare una identità allo strumento (partito o movimento autonomo, oppure contenitore plurale) che verrà individuato dal confronto comune per affrontare i marosi della lotta politica.

Già, l’identità. Mi ha stupito l’ultima netta presa di posizione di Merlo: “Basta con i partiti identitari”. Conosco Giorgio da troppo tempo per pensare che si sia convertito alla vacua superficialità della politica dell’“oggi qui, domani là”, del posizionamento di convenienza. Se intende come “identitario” il partito “dei cattolici” o “di cattolici”, usiamo la corretta dizione di “partito confessionale” e sfondiamo insieme una porta aperta nel richiamare l’assoluta laicità dell’impegno politico, di cui ci sono stati maestri per primi don Sturzo e De Gasperi.

Ma “identitario” può – e deve – essere un partito con una solida base etica che si esprime e si sostanzia in un coerente e dinamico programma di governo. L’alternativa al “partito identitario” sono i contenitori senz’anima, con alcuni tra i soliti noti che cercano un posizionamento per collezionare l’ennesima rielezione. Anche operazioni di questo tipo sono state ultimamente bocciate dagli elettori. Pare improbabile che un rassemblement promosso da Casini, Tabacci, Calenda e forse Renzi – con l’adesione di “cattolici” in ordine sparso – riesca a scaldare i cuori di chi si è rifugiato nell’astensione o ad attirare consensi dai due terzi di votanti che si sono affidati ai populisti. Occorrono politiche anche coraggiose, e una classe dirigente credibile, che quindi non può essere la stessa coinvolta nei rovinosi fallimenti della Seconda Repubblica.

Hanno ragione tutti coloro che sostengono la necessità di ricostruire una presenza sul piano culturale e prepolitico, ma il tempo rischia di essere insufficiente e occorre lavorare in parallelo con una diretta azione politica.

Lorenzo Dellai ha delineato nell’incontro da noi organizzato a Torino e poi nel suo ultimo articolo un percorso condivisibile, che passa attraverso una ricomposizione dei democratici popolari di ispirazione cristiana, oggi più attivi e speranzosi (anche merito del centenario del PPI sturziano) ma sempre dispersi in mille rivoli. È vero ciò che ha sottolineato Merlo: tutti i recenti tentativi di cimento elettorale sono finiti con percentuali insignificanti. Ma non hanno fallito perché identitari: piuttosto perché egocentrici e autoreferenziali.

Se ciascuno pensa di poter far da solo, è inesorabilmente condannato allo zero virgola. Occorre avere l’umiltà di far retrocedere l’io per far compiere insieme un grosso passo avanti al noi.

Va insomma recuperato il senso della comunità politica, come ha scritto Dellai. Questa è la prima sfida da vincere: dipende solo da noi, ma non è scontata.

Nel nostro piccolo abbiamo proposto una adunata nazionale delle nostre realtà convocata dalle tre testate on-line che rappresentano il popolarismo e promuovono il dibattito politico tra i cattolici democratici. Era un modo per uscire dai personalismi (chi convoca chi) che stanno frenando una iniziativa unitaria che tutti auspichiamo. Purtroppo remore e distinguo non hanno al momento permesso di procedere.

Dovremmo tutti riflettere sul fatto che se diventa complicato sederci in 5 o 6 intorno ad un tavolo per concordare un’assemblea aperta, rischiamo di non andare da nessuna parte su un progetto ben più ambizioso. Oltre ad anteporre il noi all’io dovremmo anche attuare quel consiglio che Merlo attribuisce a Rosy Bindi, “trafficare i propri talenti”. Non però nel senso di farli pesare in una trattativa di coalizione per ottenere spazi e poltrone, Invece nel senso di considerare ciascuno per i talenti che ha, e non solo per i difetti. Se Tizio parla male di Caio, che critica Sempronio, e questi vuole emarginare Tizio, i tre certamente non concluderanno nulla di buono.

Prima di gettare la spugna e dichiararci sconfitti dall’esasperato individualismo, male che non ha risparmiato la classe politica democratico cristiana, insistiamo sulla strada della ricomposizione insieme a quanti condividono l’obiettivo con lo stesso spirito aperto e inclusivo. Per l’11 luglio stiamo organizzando con tutte le realtà del Nord Italia con cui siamo in contatto (che non elenco per non dimenticare qualcuno) un pomeriggio di confronto sul percorso da intraprendere per creare un movimento nazionale autonomo, fortemente caratterizzato da contenuti programmatici, che possa riunire i democratici popolari di ispirazione cristiana e proporsi a tutti coloro che vogliono mettersi in gioco per superare i mali endemici del nostro Paese e restituire alle giovani generazioni una prospettiva di futuro.

Una tappa intermedia, in attesa che maturino – speriamo presto – i tempi per il coinvolgimento nazionale di tutti i “liberi e forti”.

La Finlandia dal 1° luglio sarà alla guida del Consiglio dei ministri europeo

È la terza volta che la Finlandia prende la guida semestrale del Consiglio dei ministri Ue. La Romania passerà a Helsinki, il 1° luglio, la presidenza del Consiglio.

Politicamente il Paese è all’inizio di una nuova legislatura: dopo le elezioni di aprile, il socialdemocratico Antti Rinne è stato nominato primo ministro il 6 giugno scorso. Il programma del semestre è stato votato il 26 giugno, dal parlamento finlandese ed è da oggi disponibile su eu2019.fi, sito ufficiale del semestre.

Quattro le priorità: “il rafforzamento dei valori comuni e dello stato di diritto, rendere l’Ue più competitiva e socialmente inclusiva, rafforzare la posizione dell’Ue come leader globale nell’azione per il clima, proteggere la sicurezza dei cittadini”.

In particolare, il programma insiste sullo stato di diritto, la lotta alla corruzione e misure per promuovere l’uguaglianza e l’inclusività in tutti i settori.

Bruxelles apre a una nuova legislazione su divorzio

Bruxelles apre a una nuova legislazione su divorzio, affidamento dei minori e diritto di visita. Le norme riguardano la rapida risoluzione delle controversie genitoriali che emergono in seguito alla separazione. Quando i genitori decidono di separarsi, i bambini si trovano assai spesso al centro di annose diatribe e la situazione si complica quando i genitori vengono da Paesi diversi dell’Ue. In queste situazioni difficili, l’attenzione dovrebbe focalizzarsi su che cosa sia meglio per i minori, ma non sempre è così. Ed è muovendo da questo tema che sono state promulgate nuove norme, attraverso le quali da oggi in poi, la cooperazione giudiziaria sarà più rapida ed efficiente al fine di garantire che il benessere dei minori venga messo al primo posto.

Ogni anno nell’Ue ci sono circa 140.000 divorzi internazionali e circa 1.800 casi di sottrazione di minore da parte di un genitore. Grazie alla revisione del regolamento Bruxelles II bis, un minore sottratto da un genitore rientrerà in tempi molto più rapidi nel Paese dove era solito vivere e i bambini abbastanza grandi da avere opinioni proprie avranno la possibilità di esprimersi in tutti i procedimenti che li riguardano. Con l’abolizione dell’exequatur per tutte le decisioni del tribunale, una procedura intermedia richiesta per ottenerne l’applicazione transfrontaliera, i procedimenti diventeranno più rapidi e meno costosi per le famiglie. Le nuove norme entreranno in vigore 20 giorni dopo l’avvenuta pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

Libia: il generale Haftar perde Gharian

La conquista della strategica città di Gharian, a sud di Tripoli, da parte delle forze del Governo di accordo nazionale (Gna), potrebbe cambiare le sorti del conflitto e segnare l’inizio della fine dell’offensiva del generale Khalifa Haftar.

Gharian era fino a qualche giorno fa l’avamposto principale per l’Lna, dove truppe, armi e munizioni arrivavano dall’est: è anche sede di ospedali da campo e di una base di elicotteri presente fuori dalla città. Haftar ha iniziato la sua campagna su Tripoli proprio da lì. Le Forze alleate del governo di Tripoli, sostenute da attacchi aerei, hanno preso d’assalto la città – circa 90 chilometri a sud di Tripoli – con un attacco a sorpresa.

Il Consiglio presidenziale, con sede a Tripoli, ha annunciato in una nota che Gharian è stata completamente “liberata”.

Al momento l’Lna detiene ancora la città di Tarhuna, anche se con la sconfitta di Gharian le truppe sono ora isolate,  la sua seconda posizione principale nella campagna in corso sulla capitale.

Istat, cala fiducia dei consumatori: a giugno è ai minimi dal 2017

A giugno 2019 si stima una flessione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori da 111,6 a 109,6; anche per l’indice composito del clima di fiducia delle imprese si registra una dinamica negativa (da 100,2 a 99,3).

Tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori sono in calo, seppur con intensità diverse: il clima economico e quello futuro registrano una diminuzione più marcata mentre la flessione è più contenuta per il clima personale e per quello corrente. Più in dettaglio, il clima economico passa da 125,5 a 120,9, il clima futuro diminuisce da 115,6 a 112,3, il clima personale flette da 107,4 a 105,6 e il clima corrente cala da 109,6 a 107,6.

Con riferimento alle imprese, l’indice di fiducia registra una flessione nel comparto manifatturiero e, soprattutto, nelle costruzioni (l’indice cala, rispettivamente, da 101,9 a 100,8 e da 144,3 a 140,9); nei servizi l’indice registra una diminuzione più contenuta (da 99,3 a 98,9) mentre nel commercio al dettaglio sale da 102,7 a 104,7.

Per quanto riguarda le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nell’industria manifatturiera si rileva un peggioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sulla produzione; il saldo relativo alle scorte di magazzino è in aumento. Nelle costruzioni la dinamica negativa dell’indice è trainata dal deciso ridimensionamento delle aspettative sull’occupazione presso l’azienda a cui si unisce un peggioramento dei giudizi sugli ordini.

Con riferimento al settore dei servizi, si segnala il peggioramento dei giudizi sugli ordini e sull’andamento degli affari; le attese sugli ordini sono in aumento. Nel commercio al dettaglio, l’incremento dell’indice è dovuto al miglioramento dei giudizi e, soprattutto, a quello delle attese sulle vendite, diffuso sia alla grande distribuzione sia a quella tradizionale. Il saldo dei giudizi sul livello delle giacenze diminuisce.

Il ritorno del ‘900 a Brera

Da Boccioni a Carrà, da de Pisis a Morandi, da Modigliani a Sironi fino a Picasso, 100
delle opere più amate della Pinacoteca, appartenenti alle collezioni Jesi e Vitali, sono
state riallestite nel cuore del museo, nelle sale IX-XV-XXIII, in attesa di essere trasferite nel vicino Palazzo Citterio.

Si tratta di un intervento di valorizzazione che si fonda sul principio del “museo visibile”, cuore della missione della Pinacoteca di Brera, che renderà possibile al pubblico una fruizione originale di alcuni tra i massimi capolavori del 900. Radunate in gran parte per iniziativa del leggendario direttore di Brera, Franco Russoli, le opere, allora contemporanee, rappresentano infatti una sezione amatissima dal pubblico del museo.

Ricordiamo inoltre che la collezione di opere d’arte della Pinacoteca di Brera contiene alcuni tra i massimi capolavori della storia dell’arte mondiale.

Zecche: sempre più morsi in Italia

Le zecche sono artropodi, appartenenti all’ordine degli Ixodidi compreso nella classe degli Arachnidi, la stessa di ragni, acari e scorpioni, e si tratta di parassiti esterni, delle dimensioni che variano da qualche millimetro a circa 1 centimetro secondo la specie e lo stadio di sviluppo. Il corpo, tondeggiante e il capo, non distinguibile dal corpo, è munito di un apparato boccale (rostro) in grado di penetrare la cute e succhiare il sangue.

 

Distribuzione in Europa in Italia

Le zecche sono diffuse in tutto il mondo e se ne conoscono circa 900 specie raggruppate in tre famiglie, di cui le principali sono le Ixodidae (zecche dure) e le Argasidae (zecche molli). Le zecche dure hanno un caratteristico scudo dorsale chitinoso e comprendono 5 generi: IxodesHyalommaRhipicephalusDermacentorHaemaphysalis. Le zecche molli, così dette perché sprovviste di scudo dorsale, sono presenti con due generi: Argas eOrnithodorus. Queste ultime generalmente si nutrono sugli uccelli; la più comune in Italia risulta essere Argas reflexus detta anche “zecca del piccione”. Le specie più diffuse e rilevanti da un punto di vista sanitario sia in Italia che in Europa sono Ixodes ricinus (la zecca dei boschi), Rhipicephalus sanguineus (la zecca del cane), Hyalomma marginatum e Dermacentor reticulatus.

In Italia sono presenti Dermacentor reticulatusHyalomma marginatumIxodes persulcatus, and Ixodes ricinus.

 

Ciclo biologico

Il ciclo biologico delle zecche, che può compiersi su uno stesso ospite oppure su due o tre ospiti diversi, si sviluppa in 4 stadi distinti: uovo, larva, ninfa e adulto. Dopo la schiusa delle uova, il passaggio da uno stadio a quello successivo richiede un pasto di sangue. Le femmine adulte, inoltre, necessitano del pasto di sangue per la maturazione delle uova.

 

Le zecche non sono molto selettive nella scelta dell’organismo da parassitare, ma possono scegliere diverse specie animali dai cani ai cervi, agli scoiattoli fino all’uomo. Il pasto di sangue, durante il quale la zecca rimane costantemente attaccata all’ospite, si compie nell’arco di ore per le zecche molli, di giorni o settimane per le dure.

 

L’attività delle zecche è strettamente legata ai valori di temperatura e umidità e, sebbene ci siano alcune eccezioni, in generale la loro attività si concentra nei mesi caldi. Infatti, durante la stagione invernale tendono a proteggersi dal freddo rifugiandosi negli anfratti dei muri, sotto la vegetazione, le pietre o interrandosi in profondità. Con l’aumento delle temperature riemergono e rimangono attive sino all’autunno successivo (tuttavia i cambiamenti climatici caratterizzati da aumento della temperatura possono prolungarne il periodo di attività).

 

L’habitat preferito è rappresentato da luoghi ricchi di vegetazione erbosa e arbustiva, con microclima preferibilmente fresco e umido, tuttavia le zecche possono trovarsi anche in zone a clima caldo e asciutto o dove la vegetazione è più rada. La loro presenza dipende, infatti, essenzialmente dalla presenza sul territorio di ospiti da parassitare, per questo luoghi come stalle, cucce di animali e pascoli sono tra i loro habitat preferiti.

 

Le zecche non saltano e non volano sulle loro vittime, ma si appostano all’estremità delle piante aspettando il passaggio di un animale o di un uomo. Grazie all’anidride carbonica emessa e al calore dell’organismo, questi acari avvertono la presenza di un eventuale ospite e vi si insediano conficcando il loro rostro (apparato boccale) nella cute e cominciando a succhiarne il sangue. Il morso è generalmente indolore perché emettono una sostanza contenente principi anestetici. Generalmente rimangono attaccate all’ospite per un periodo che varia tra i 2 e i 7 giorni e poi si lasciano cadere spontaneamente.

 

Malattie trasmesse dalle zecche

Gli Ixodidi sono in grado di trasmettere all’uomo numerose e differenti patologie: la borreliosi di Lyme, l’ehrlichiosi, le febbri bottonose da rickettsiae, la tularemia, la febbre Q, la babesiosi e l’encefalite virale. Gli Argasidi sono vettori di patologie meno rilevanti dal punto di vista epidemiologico: febbri ricorrenti da zecche e febbre Q. Con l’inizio della bella stagione le zecche abbandonano lo stato di letargo invernale e si avviano alla ricerca di un ospite da parassitare. Nei mesi primaverili ed estivi, che vanno da aprile a ottobre, è quindi più frequente cadere vittima del cosiddetto “morso da zecca”. Il morso della zecca non è di per sé pericoloso per l’uomo, i rischi sanitari dipendono invece dalla possibilità di contrarre infezioni trasmesse da questi animali in qualità di vettori.

 

L’eziologia di queste malattie da vettore comprende diversi microrganismi: protozoi, batteri e virus.

 

Le patologie infettive veicolate da zecche che presentano rilevanza epidemiologica nel nostro Paese sono principalmente:

  • l’encefalite da zecca o Tbe (causata da un virus)
  • la malattia di Lyme, causata dal batterio borrelia
  • la rickettsiosi (trasmessa principalmente dalla zecca dei cani)
  • la febbre ricorrente da zecche
  • la tularemia
  • la meningoencefalite da zecche
  • l’ehrlichiosi.

La maggior parte di queste malattie può essere diagnosticata esclusivamente sul piano clinico, ma una pronta terapia antibiotica, nelle fasi iniziali, è generalmente risolutiva in particolar modo per le forme a eziologia batterica. Solo raramente (fino al 5% dei casi) e in soggetti anziani o bambini queste infezioni possono essere pericolose per la vita.

 

Prevenzione

Esistono alcune precauzioni per ridurre significativamente la possibilità di venire a contatto con le zecche, o perlomeno per individuarle rapidamente, prima che possano trasmettere una malattia.

 

In generale, è consigliato:

  • indossare abiti chiari (rendono più facile l’individuazione delle zecche), coprire le estremità, soprattutto inferiori, con calze chiare (meglio stivali), utilizzare pantaloni lunghi e preferibilmente un cappello
  • evitare di toccare l’erba lungo il margine dei sentieri, non addentrarsi nelle zone in cui l’erba è alta
  • al termine dell’escursione, effettuare un attento esame visivo e tattile della propria pelle, dei propri indumenti e rimuovere le zecche eventualmente presenti. Le zecche tendono a localizzarsi preferibilmente sulla testa, sul collo, dietro le ginocchia, sui fianchi
  • trattare gli animali domestici (cani) con sostanze acaro repellenti prima dell’escursione
  • spazzolare gli indumenti prima di portarli all’interno delle abitazioni.

Inoltre, in commercio esistono repellenti per insetti (DEET, N-dietiltoluamide, icaridina, permetrina) e prodotti piretroidi da spruzzare sugli abiti.

Se individuate sulla pelle, le zecche vanno prontamente rimosse perché la probabilità di contrarre un’infezione è direttamente proporzionale alla durata della permanenza del parassita sull’ospite. Infatti, solo dopo un certo periodo (alcune ore) in cui è saldamente ancorata per alimentarsi, la zecca rigurgita parte del pasto, inoculando nel sangue dell’ospite eventuali patogeni. Bisogna comunque tenere presente che solo una percentuale di individui è portatore di infezione.

Rimozione della zecca

Cosa non fare:

  • Non utilizzare mai per rimuovere la zecca: alcol, benzina, acetone, trielina, ammoniaca, olio o grassi, né oggetti arroventati, fiammiferi o sigarette per evitare che la sofferenza indotta possa provocare il rigurgito di materiale infetto.

Cosa fare:

  • la zecca deve essere afferrata con una pinzetta a punte sottili, il più possibile vicino alla superficie della pelle, e rimossa tirando dolcemente cercando di imprimere un leggero movimento di rotazione. Attualmente si possono trovare in commercio degli specifici estrattori che permettono di rimuovere la zecca con un movimento rotatorio
  • durante la rimozione bisogna prestare la massima attenzione a non schiacciare il corpo della zecca, per evitare il rigurgito che aumenterebbe la possibilità di trasmissione di agenti patogeni
  • disinfettare la cute prima e dopo la rimozione della zecca con un disinfettante non colorato. Dopo l’estrazione della zecca sono indicate la disinfezione della zona (evitando i disinfettanti che colorano la cute, come la tintura di iodio)
  • evitare di toccare a mani nude la zecca nel tentativo di rimuoverla, le mani devono essere protette (con guanti) e poi lavate
  • spesso il rostro rimane all’interno della cute: in questo caso deve essere estratto con un ago sterile
  • distruggere la zecca, possibilmente bruciandola
  • dopo la rimozione effettuare la profilassi antitetanica
  • annotare la data di rimozione e osservare la comparsa di eventuali segni di infezione nei successivi 30-40 giorni per individuare la comparsa di eventuali segni e sintomi di infezione
  • rivolgersi al proprio medico curante nel caso si noti un alone rossastro che tende ad allargarsi oppure febbre, mal di testa, debolezza, dolori alle articolazioni, ingrossamento dei linfonodi.

Uso di antibiotici

La somministrazione di antibiotici per uso sistemico nel periodo di osservazione è sconsigliata, perché può mascherare eventuali segni di malattia e rendere più complicata la diagnosi. Nel caso in cui, per altre ragioni, fosse necessario iniziare un trattamento antibiotico, è opportuno impiegare farmaci di cui sia stata dimostrata l’efficacia sia nel trattamento delle rickettsiosi che delle borreliosi.

Attualità del pensiero di Keynes

Pomeriggio letterario, martedì 25 luglio nella sede dell’Abi, con un pubblico numeroso (docenti, parlamentari, servitori dello Stato, amministratori, studiosi compreso il presidente della Consob Paolo Savona) che ha sfidato il caldo torrido dell’estate romana.

La presentazione del recente libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese è stata l’occasione per un confronto pubblico, profondo e ricco di aneddoti, sulla attualità del pensiero di Keynes. Ne hanno parlato gli autori insieme al Professore Sabino Cassese e all’economista Pierluigi Ciocca, giá Banca d’Italia.

Giorgio La Malfa ha confessato che con questa opera ha voluto “pagare un debito alla formazione che ebbe  Cambridge negli anni sessanta” , quando frequentando quella università inglese frequentò gli allievi di Keynes.

Si è certamente parlato della rivoluzione Keynesiana, dell’attacco di  Keynes alla cittadella della  ortodossia, con un assalto alla cittadella del pensiero classico,  con la lunga  genesi della Teoria generale nel convincimento che il mercato da solo non ce la fa e richiede azioni consapevoli ponendo alternative al capitalismo che non ė capace di creare piena occupazione.

Nel  1935 scriveva “la difficoltà non risiede  nelle nuove idee ma nelle vecchie che risiedono in ogni angolo della mente”. Prima del 1936, dunque  prima di Keynes prevaleva il convincimento che il sistema si autoregolasse e che i governi dovevano astenersi dall’intervenire.

Anche Von Hayek sosteneva l’astensione e  che ci  sarebbe il lento riadeguamento della produzione  Il problema, nel secolo scorso fu purtroppo superato solo con il ricorso alle guerre. Toccò alle guerre ridare lavoro.  Certo la spesa pubblica ė un oggetto pericoloso e va maneggiata con prudenza, soprattutto dai responsabili politici.

Guardare all’oggi significa prendere coscienza che la rivoluzione tecnologica porta a produzioni con pochissimo lavoro,  con il rischio di cattiva distribuzione della ricchezza  e solo la mano pubblica può correggere i livelli della occupazione e della distribuzione del reddito. Purtroppo anche nelle università si è tornati a diffondere ed insegnare teorie ottocentesche.

Quindi oggi le teorie di Keynes andrebbero maneggiate con prudenza pensando ai nuovi protezionismi, alla sovranità limitata, ai minibot o a mini monete  o a quota cento e a quanti insidiano perfino il capitale della Banca d’Italia.  Keynes non era per lo Stato spendaccione; l’intero bilancio deve essere in equilibrio se non in pareggio; agire sulla composizione del bilancio e sulle infrastrutture produttive, che nulla hanno a che vedere con il bilancio in deficit.

La forza del moltiplicatore degli investimenti è diversa da quello per le spese correnti.
Keynes propone di abbandonare lo stato ottocentesco per entrare in un socialismo liberale, proteggendo l’individuo, la sua iniziativa, la sua proprietá.
Lo Stato deve assumersi la responsabilità di intervenire. Solo lo Stato può rimediare e può entrare in gioco come fattore equilibratore, assumendo una responsabilità crescente negli investimenti.

Stato e mercato sono padre e madre dell’individuo.
Il libro di Giorgio La Malfa e Giovanni Farese per la collana dei Meridiani dell’editore Mondadori  con  la ricchezza di un saggio introduttivo di 100 pagine di Giorgio La Malfa e  di 500 note (bibliografiche, storiche, di relazione, biologiche o letterarie) restituisce forma e sostanza al pensiero di Keynes per il quale l’economia deve avere una importanza secondaria rispetto “all’arte della vita”.

Assume, oggi,  un grande significato politico oltre e che letterario soprattutto nel tempo della crisi dell’Unione Europea sopraffatta dalla ventata di ordoliberismo che porta ai rischi della deflazione, scoraggia la domanda privata, genera insicurezze, disuguaglianze,  risentimenti nei ceti medi e piccoli li borghesi. I pericoli sono elevati è ancora non sufficientemente percepiti.

Panebianco disegna un nuovo centro prigioniero del vecchio blocco della società dei due terzi.

Sempre divertente sentire lezioni sul centro da chi ha magnificato il bipolarismo per decenni. Il blocco sociale del terzo garantito, istruito, benestante, ha già una sua rappresentanza politica: il Pd, piaccia o non piaccia. La nuova offerta politica di cui parla Angelo Panebianco (sul Corriere della Sera di ieri, ndr) è tutta all’interno di quest’area.

Il problema del centro è di esser popolare, di ambire a intercettare gli interessi degli altri due terzi, per non consegnarli del tutto alla destra e al populismo a 5 stelle. Tanto per stare coi piedi per terra, l’aria che tira nel Paese, fuori dal circuito politico-mediatico non è la preoccupazione per il pericolo populista al governo, ma che i gialloverdi non lo siano abbastanza, o niente affatto, e che non stanno facendo l’unica cosa per cui sono stati votati: le politiche espansive per il rilancio del Paese, meglio con il consenso dell’Ue, ma anche in presenza di divieti e sanzioni. 

Un centro che si facesse portavoce dei fondamentali irrinunciabili per ridare respiro e slancio al Paese avrebbe uno spazio politico enorme e potrebbe evitare avventure politiche molto più gravi, che inevitabilmente si produrranno in caso di fallimento del governo gialloverde. È solo questione di volontà politica.

Mi sembra un punto molto importante, quello che molti enunciano in termini di ripresa o superamento, alternativamente, delle “identità” di partito. Certo, il PD si dichiara liberal- socialista e Zingaretti ne accentua il lato socialista. Eppure riesce benissimo a prendere i voti del centro, di quel che rimane della classe media, delle oasi sociali al riparo, per ora, dalla crisi. Il PD è il principale riferimento di questo blocco sociale. Se poi guardiamo alle politiche economiche di questo partito, soprattutto quelle realizzate, al di là dei proclami, dal 2011 al 2018, queste sono radicalmente di destra, in quanto hanno concorso ad affermare il primato della moneta sulla persona, sul lavoro e sulla democrazia in una misura che neanche i settori più a destra dei repubblicani americani mai si sognerebbero. 

Dunque, o si declina la politica del centro in senso popolare, costituzionale, sociale, di economia mista, di stimolo fiscale e di contestuali adeguati – sottolineo adeguati – investimenti per lavoro e sviluppo, con o senza il consenso euro-tedesco, oppure anche la proposta della Rete Bianca rischia di andare incontro al limite dell’impostazione di Panebianco: delineare un centro per una società dei due terzi garantiti che non c’è più, incapace di parlare ai due terzi in via di impoverimento che invece ci sono e che costituiscono la nuova questione sociale da cui deve ripartire il centro, specie se innervato di cultura politica cattolico-democratica, e da cui passano la tenuta della democrazia, della pace sociale nel Paese, e della stessa Unione Europea.

Il salvinismo

Con gli “ismi”  non si finisce più. Ma non ci possiamo fare niente: siamo ormai abituati. Dopo il craxismo consanguineo del berlusconismo, sono arrivati il grillismo e  il renzismo. Mentre spunta con prepotenza ai nostri giorni il salvinismo. Parente stretto del sovranismo. Leggo che dopo la manifestazione sindacale di Reggio Calabria e nel ricordo del suo incontro con i pastori sardi, Salvini ha convocato al Viminale  i segretari della Cgil, Cisl e Uil. Non male per un Ministro degli Interni. Il  salvinismo non ha niente da fare però con il calvinismo. Anche se hanno quasi la stessa pronuncia. Quasi. Poiché il calvinismo è cosa molto ma molto più seria. Che il Salvini dei Crocefissi e del Vangelo, del Rosario e di Santa Maria, dei comizi milanesi con Bergoglio fischiato,  sia però persuaso di essere “Unto del Signore” e di possedere la Grazia salvifica riservata ai “Primi” e ai carismatici , lo possiamo tuttavia mettere nel conto. E dovremmo anche accettare che l’etica protestante calvinista – che secondo Max Weber è alle origini del capitalismo – è quella stessa a cui si ispira Salvini con la Flat Tax: solo i più ricchi, in quanto eletti, devono godere dei vantaggi più sostanziosi. Ma cosa chiamo Salvinismo? Forse bisogna intenderlo come  una non tanto nascosta e subdola vocazione a straripare pericolosamente dai ruoli propri. A occupare il posto degli altri. Ad anticipare questioni che non riguardano i propri compiti. A invadere recinti altrui uscendo impropriamente dal proprio. Capiamoci bene. Non si tratta di una sorta di altruismo contrapposto all’egocentrismo. Ma semmai di un egocentrismo contrapposto all’altruismo dagli effetti antidemocratici e destabilizzanti impensabili.                                                                                                                   

Ma arrivati a questo punto devo fare un passo indietro.                                                Al momento della nascita del Governo 5 Leghe ( meglio definirlo così !) dopo  uno storico  “Contratto  notarile” ,  ho infatti divagato anche sulla nascita della Terza repubblica italiana. “Finalmente ci siamo…mi sono detto… abbiamo rottamato la Seconda ! ”. Mi riferivo alla Riforma costituzionale “de facto”  attraverso la nomina di “Due Primi Ministri” e di un solo “Vice Primo Ministro”. Ma come   due Primi Ministri ? Si due Primi Ministri e un solo Vice. Riconosco però di essermi sbagliato. Ma  solo di poco. Perché sul Duumvirato dei “Due Primi Ministri”, non avevo infatti considerato che uno dei due era finto. E  che l’unico vero “ Primo Ministro” dei due, in servizio permanente effettivo e facente le funzioni anche di Premier, era proprio l’egotista Salvini.  E il finto Premier nominato ? Bé, si è accontentato di non interrompere il suo “sogno di una notte di mezza… primavera”, a cui ancora non crede. Tanto era fantastico.                                                                

Devo però ammettere che dopo la nascita della Terza Repubblica su carta bollata, , non avevo per niente considerato che dietro l’angolo si nascondesse anche la  Quarta. L’occasione è ora arrivata . E me la offre l’esondazione non solo mediatica del salvinismo: sappiamo ormai, e abbiamo capito, che tutta la politica nazionale è nelle sue quotidiane esternazioni televisive. Ma dal momento che i numeri gli danno ragione ,  è una esondazione politica ragionata e intesa come volontà di concentrare e centralizzare diversi Ministeri presso il suo. Là in alto, sul Collis Viminalis, uno dei sette di Roma, che sembra debba il suo nome alle piante di vimini e alle ceste che si producevano. E dentro le quali oggi Salvini vuole raccogliere e mettere insieme ruoli, funzioni e competenze ministeriali diversi. Come quelli delle Politiche Agricole, dei Trasporti, delle Finanze , degli Affari Esteri, della Difesa, e altri che mi sfuggono.  Ma è ora chiaro che dopo la manifestazione di Reggio Calabria, vuole avocare a sé anche quello del Lavoro e delle Politiche Sociali, attraverso la convocazione al Viminale dei sindacati.

E il Collis Viminalis degli Interni?  Beh, quello riguarda il mitra, il Rosario, gli emigrati abbandonati al loro destino sulle barche, le magliette, le tute mimetiche e le divise della Croce Rossa, che fanno parte della coreografia di questo colle, in attesa del camice bianco per sostituire i medici che mancano in Italia. E soprattutto senza  dimenticare il permesso di sparare per difendersi, esercitando “Sicurezza”. Anelito e bisogno insopprimibile dell’italica gente, supportata  dal primo Ministro trasbordante, in attesa di usurpare  anche la delega a Giorgetti per lo sport, in modo di fare esercitare obbligatoriamente a tutti gli italiani, il tiro al bersaglio con la pistola familiare di ordinanza tenuta sotto il cuscino. E la Costituzione?  Quando non è per l’autonomia padano-lombardo-veneta, il “me ne frego” sembra suggerire che si debba rivoltare come un pedalino. Trasformando il Parlamento, se non proprio in un “bivacco sordo di manipoli”, in qualche baita alpina che gli somigli. Purché rimanga lontana, isolata e silenziosa.

Siccome non credo molto al fascismo eterno e ai rigurgiti mussoliniani di massa, quello che invece mi preoccupa molto in Salvini e nel salvinismo, sono il tifo per Boris Johnson, previsto  futuro premier britannico decisissimo più della May a lasciare l’Europa; l’innamoramento per Orban, Putin e Trump; e la strizzatina d’occhi a Steve Bannon, in convento sui colli Albani con le sue scuole antibergogliane. Mi allarma il silenzio assordante e totale degli studiosi su queste esondazioni; il cinema muto di quegli ormai pochi intellettuali di stampo liberale, socialdemocratico e  cattolico rimasti in vita; il  soprassedere della stampa quotidiana da cui devo estrarre la sorprendente eccezione del quotidiano Avvenire (sulla televisione pubblica, ormai ridotta a cronaca nera per sviluppare e far crescere quella paura funzionale alla sicurezza salviniana, su quella privata asservita, e sui social che ci riducono in isolati e microscopici cittadini appesi ai pareri nervosi degli altri, lascio a ognuno di noi le considerazioni più opportune).

Rispetto a questa invasione di campo, mi impensierisce infine la calma piatta dei corpi intermedi, dell’associazionismo, della cittadinanza attiva, e degli stessi partiti di opposizione. Non si ode una sola parola, orientata a riportare fra le sue piante di vimini il garrulo “satanasso  pigliatutto”. Quel promettente Salvini ( n.b. che promette!) – che stordisce le coscienze impaurite degli italiani, ormai  disinteressati della democrazia e del bene comune, ma ahimè non più realtà virtuali o sondaggiate, ma, stando ai risultati delle Europee, realtà concrete  – ha forse in serbo la centralizzazione dei poteri e delle competenze ? Se non è così ha però sicuramente in serbo un attacco silenzioso e sorridente alla democrazia e al rispetto  dei ruoli  previsti  dalla nostra Costituzione troppo “sovietica”, (“… I ministri sono responsabili … individualmente degli atti dei loro dicasteri”, art. 95). Tutto questo col beneplacito incomprensibile di coloro che si dichiarano difensori della democrazia e del  bene comune.  Se Salvini pensa che sulla Sea-Watch ci sono solo 42 orologi ad acqua, scarichi dopo due settimane e pronti ad esaurirsi definitivamente,  bisogna allora che qualcuno lo avverta che sulla nave ci sono 42 persone. Se non ci sarà questa consapevolezza prima che sia troppo tardi, bisogna allora dare ragione a Carlo Maria Cipolla : “… sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione “, i quali, aggiungeva Robert Musil, pur esprimendo qualche forma di intelligenza e di passione per le novità, sono una “pericolosa malattia per la vita stessa “. 

Siamo avvertiti.

Liliana Ocmin: Una nuova Convenzione internazionale per liberare il mondo del lavoro da molestie e violenza

Articolo a firma di Liliana Ocmin (edizione odierna di Conquiste del lavoro) 

La data del 21 giugno rappresenta un momento storico importantissimo nel cammino verso l’eliminazione delle molestie e della violenza nei luoghi di lavoro che vede vittime, purtroppo, soprattutto le donne. Nella cornice della chiusura dei lavori della 108° Conferenza Internazionale dell’OIL, che ha visto la partecipazione di oltre 5.700 delegati tra rappresentanti di governo, dei lavoratori e datori di lavoro dei 187 Stati membri dell’OIL, è stata approvata a larga maggioranza una nuova Convenzione, accompagnata da una Raccomandazione, per porre un freno al dilagare della violenza e delle molestie nei diversi contesti produttivi.  La nuova Convenzione ha registrato 439 voti a favore, 7 contrari e 30 astenuti, mentre la Raccomandazione ha totalizzato 397 voti a favore, 12 contrari e 44 astenuti. I rappresentanti hanno adottato, inoltre, in occasione del Centenario dell’Organizzazione, una Dichiarazione per incentrare in futuro il lavoro sulla persona, in linea con il messaggio di Papa Francesco ai partecipanti, in cui viene sottolineata l’importanza del lavoro non solo come fonte di reddito ma anche come mezzo per elevare la dignità della persona, elogiando in questo l’operato, l’impegno e l’esistenza stessa dell’OIL. 

Da tempo il Coordinamento nazionale donne e la Cisl erano impegnati a supporto della Campagna promossa dal Comitato donne del sindacato internazionale Ituc proprio per sostenere e far adottare una Convenzione e Raccomandazione OIL che vincolasse tutti i paesi aderenti ad intraprendere iniziative concrete contro questo subdolo fenomeno. L’importanza del risultato, infatti, sta anche  nella peculiarità dello strumento Convenzione, in quanto giuridicamente vincolante a livello internazionale, e della relativa Raccomandazione quale guida e orientamento nell’applicazione corretta delle norme e dei principi contenuti nella Convenzione stessa. Si è trattato di un percorso lungo e faticoso ma alla fine l’obiettivo che in tanti si erano prefisso è stato finalmente raggiunto.

La nuova norma, che si propone di proteggere tutti i lavoratori e le lavoratrici a livello globale, a prescindere dal loro status contrattuale, include anche il personale in formazione, in tirocinio e apprendistato, volontari, persone in cerca di lavoro, candidati al lavoro e parti terze. Riconosce, inoltre,  come potenziali vittime anche coloro che esercitano autorità, doveri o responsabilità propri di un datore di lavoro. 

La violenza e le molestie vengono ricondotte ad un insieme di comportamenti che mirano o possono provocare danni fisici, psicologici, sessuali o economici. Ora spetta agli  Stati membri mettere in campo tutte le iniziative necessarie per assicurare in ogni luogo di lavoro tolleranza zero contro questi fenomeni.

Come Coordinamento  nazionale donne salutiamo la firma di questo Trattato, primo del genere a livello mondiale,  come una grande vittoria di civiltà. Aver trovato il giusto punto di condivisione tra tutti i delegati, per fare convergere i voti su un documento che rappresenta un altro passo in avanti per l’affermazione dei diritti di lavoratori e lavoratrici, soprattutto laddove ancora oggi il lavoro è sfruttamento e schiavitù, è un grande risultato e certamente non scontato. Le molestie e la violenza sul lavoro, purtroppo esistono, seppur a stadi differenti, in tutto il pianeta. Il nostro impegno futuro, oltre a portare avanti quanto stiamo facendo nei nostri territori in attuazione dell’Accordo Quadro europeo in materia,  attraverso la conclusione di nuovi accordi e la nascita di nuovi sportelli di ascolto e servizi per le vittime, si dovrà concentrare sulla fase della ratifica per far sì che la Convenzione n. 190/2019 si traduca al più presto in provvedimenti concreti. Il Trattato, di fatti, entrerà in vigore solo 12 mesi dopo la ratifica di almeno due Stati membri. 

Oggi, comunque, possiamo tranquillamente affermare che il mondo del lavoro si avvia ad essere un luogo più rispettoso della dignità di tutte e di tutti coloro che vi operano.

Leopardi o tartarughe?

Tratto dall’edizione del 26 giugno dell’Osservatore Romano a firma di Giulio Albanese

La conoscenza che gli europei hanno delle culture africane è stata fortemente condizionata dalla visione di un continente sine historia, di matrice coloniale. Un’interpretazione che trova la sua sintesi nel pensiero del filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel, il quale, nella sua «Filosofia della Storia» del 1831, scrisse che l’Africa «non è una parte del mondo storico, essa non presenta alcun movimento o sviluppo, e quello che è avvenuto in essa nella sua parte settentrionale appartiene al mondo asiatico ed europeo». Pertanto, il marchio di subalternità impresso sul continente è risultato per molto tempo funzionale al distanziamento e all’alterizzazione in cui si confinava un’Africa disprezzata perché considerata senza scrittura e senza Storia. Eppure, mai come oggi, sarebbe auspicabile che si tenesse maggiormente conto dello straordinario deposito di saperi Afro, non foss’altro perché la moderna ricerca storiografica dovrebbe e potrebbe consentire il superamento del pregiudizio.

Purtroppo, dobbiamo constatare che le indagini rimangono spesso recluse nel campo di ricerca degli specialisti all’interno delle accademie (etnologi, antropologi e, più ancora, linguisti) senza intercettare sufficientemente il grande pubblico. Basterebbe solo pensare al valore immenso della tradizione orale africana che, anche nella contemporaneità, continua a nutrire e plasmare le culture autoctone, manifestandosi in ogni genere di comunicazione.

A questo proposito è degna di menzione l’osservazione del professor Alessandro Triulzi, docente di Storia dell’Africa all’Università degli Studi di Napoli: «[Noi africanisti italiani] abbiamo studiato più gli Stati e i loro sviluppi storici esterni che non le società e i loro percorsi interni di crescita. Abbiamo privilegiato le ricerche di archivio più di quelle sul terreno. Più la storia degli apparati e delle legislazioni coloniali che non l’incontro tra colonizzati e colonizzatori che ha caratterizzato l’azione di dominio e di forzata coabitazione di ogni “situazione coloniale”. È di conseguenza mancato quel fertile incontro di fonti scritte e di storia orale, di storia coloniale e di storia africana, di continui negoziati e rimandi fra ricercatori, fonti ed esperienze storiche e culturali diverse che hanno dato i frutti più consistenti e innovativi nella ricerca africanistica internazionale».

Detto questo, non sono comunque trascurabili le difficoltà che gli scrittori africani incontrano nel trovare degli editori disposti a pubblicare nei loro rispettivi Paesi. Date le caratteristiche del mercato librario, l’editoria africana versa in condizioni di estrema difficoltà, soprattutto per la concorrenza che proviene dalle multinazionali e per il fatto che i libri sono sempre troppo costosi per la maggioranza dei lettori africani. Motivo per cui la maggior parte degli autori mirano, più o meno intenzionalmente, al mercato internazionale, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Questo dell’editoria africana è un ambito in cui la cooperazione allo sviluppo dovrebbe decisamente intervenire, affermando il mutuo vantaggio nella conoscenza d’ogni genere di alterità. Per dirla con le parole di Francis Scott Fitzgerald, «questa è fra le cose più belle della letteratura: scopri che i tuoi desideri sono universali, che non sei solo, che non sei isolato da nessuno. Sei parte di».

Ma andando al di là delle possibili generalizzazioni, è evidente che oggi non sia possibile parlare di una letteratura Afro al singolare, essendo comunque le produzioni nazionali, pur nei limiti sopra esposti, ricche e variegate. Naturalmente, la lista degli autori africani è comunque lunga e multiforme. Basti pensare al compianto statista senegalese Léopold Sédar Senghor, accademico di Francia, letterato, poeta di fama internazionale o al keniano Ngugi wa Thiong’o, scrittore, poeta e drammaturgo, considerato uno dei principali autori del continente. Da segnalare, in particolare la tradizione narrativa nigeriana, approdata in Italia con autori del calibro del Nobel per la letteratura Wole Soyinka, del poeta e romanziere Ben Okri o del grande Chinua Achebe, scomparso nel 2013. In riferimento a quest’ultimo, è doveroso segnalare nel 1990 la pubblicazione, in Italia, di «Viandanti della storia», con un’introduzione critica redatta da Itala Vivan, in cui viene illustrata con grande efficacia la lettura politica della contemporaneità compiuta dal grande narratore epico nigeriano. Sovviene, in conclusione, una bellissima fiaba tratta proprio dal romanzo di Achebe, in cui viene riportato il colloquio tra un leopardo e una tartaruga in articulo mortis. Quest’ultima, chiese un favore prima di morire: un minuto per preparare il suo animo; il leopardo, che da tempo cercava di catturare la preda, non trovò alcunché di male nel soddisfare la richiesta della sua vittima. «Ma invece di restare immobile come il leopardo si aspettava, la tartaruga cominciò a fare strani movimenti frenetici sulla strada, grattando con le mani e con i piedi e gettando sabbia in tutte le direzioni. “‘Perché fai così?” chiese il leopardo perplesso. La tartaruga rispose: “‘Perché vorrei che dopo la mia morte tutti quelli che passano di qui dicessero “Sì, qui qualcuno ha lottato contro un suo pari”. Ecco gente questo è quanto stiamo facendo noi. Stiamo lottando. Forse per nessun altro fine se non che quanti verranno dopo di noi possano dire: È vero, i nostri padri furono sconfitti, ma almeno ci provarono».

I protagonisti di «Viandanti della Storia», Chris e Ikem, muoiono opponendosi a un regime militare che determina confusione, pessimismo e sopraffazione. Il romanzo, finemente politico, di Achebe fa una dura analisi della Nigeria in un periodo della storia successivo al grande slancio nazionalistico che l’aveva portata all’indipendenza. Chris e Ikem sono degli eroi destinati a morire, ma che cercano lo stesso di lasciare un segno della propria lotta nel nome della libertà e della giustizia. In un mondo globalizzato, dove l’idealità sembra essere scavalcata da un pragmatismo esacerbante, sradicato dai valori, il tentativo di Achebe è quello di riflettere sugli interrogativi più tormentosi che assillano la società. Anche la letteratura africana può aiutare, in questa prospettiva, a comprendere il vissuto di popoli lontani dall’Occidente ma paradossalmente vicini nel villaggio globale.

Forse la differenza tra noi e loro risiede nella consapevolezza: loro di morire da tartarughe, mentre noi ignoriamo un simile destino costretti però a vivere come se niente fosse. Ma in questo mondo che ci appartiene, tutti abbiamo la grande responsabilità di consegnare ai posteri l’impegno condiviso per un mondo migliore.

Carlo Donat-Cattin, un Popolare nella DC

Fonte Associazioni Popolari

Esattamente cento anni fa nasceva a Finale Ligure Carlo Donat-Cattin. La Fondazione torinese a lui intitolata ha già proposto per ricordarlo autorevoli testimonianze e biografie ricche di spunti che ne hanno messa in luce la poliedrica e luminosa carriera. Vogliamo qui tratteggiarne la figura attingendo dai suoi discorsi parlamentari, raccolti in due ponderosi volumi editi dalla Camera dei Deputati, che lo avrebbe visto protagonista per cinque legislature dal 1958 al 1979, per poi passare al Senato nelle tre legislature successive. Il giornalista, partigiano, sindacalista Donat-Cattin sarebbe forse anche stato eletto prima del ‘58, se non si fosse guadagnato la nomea di “democristiano scomodo”: nel 1953 il potentissimo presidente dell’azione cattolica Luigi Gedda si oppone al suo inserimento nelle liste per le elezioni politiche: È un militante scomodo, che difficilmente si adatta, con disciplina, alla linea politica decisa dal vertice del partito.

Se è diventato famoso come Ministro del Lavoro o, come lui preferiva dire, Ministro dei lavoratori, non stupisce che sia stato assertore della necessità di un trasferimento di parti del reddito nazionale e anche del potere politico a favore dei lavoratori dipendenti. Attento alle loro necessità di vita (Il primo problema è quello degli affitti), chiede il blocco degli sfratti e la costruzione di edilizia popolare:È estremamente difficile invitare i lavoratori alla calma nelle loro richieste quando i padroni di casa non si comportano ugualmente con i canoni d’affitto, lamentando aumenti dell’80- 90 % negli ultimi quattro anni(25 luglio 1963).

L’attenzione alle spinte sociali comporta a volte proposte audaci come quella di fissare un tetto massimo alle pensioni, mettendo in pericolo consolidati privilegi e causando furibonde reazioni:Toccati sul vivo i gruppi privilegiati reagiscono. Io ho visto alcuni giornalisti (e Donat-Cattin era anche lui giornalista) giungere al livello della diffamazione… si è passati alle minacce, agli ostracismi, alle telefonate notturne e diurne a veri e propri atti di mafia, ricattatori e minacciosi verso le persone che hanno presentato questo emendamento (29 marzo 1969). Non era raro che con i suoi interventi si attirasse gli applausi dal settore di sinistra del Parlamento.

Chi se non Donat-Cattin avrebbe potuto portare a compimento la legge 300, che passerà alla storia come lo Statuto dei lavoratori? Lo strumento per un’affermazione dura e precisa dei diritti dei lavoratori che, come cittadini partecipano alla costruzione di una Repubblica fondata sul lavoro e vogliono che sia riconosciuta la possibilità di organizzazione e di manifestazione dei loro interessi, che essi sanno autonomamente inquadrare nel contesto degli interessi nazionali (14 maggio 1970).

In parallelo con le lotte operaie, sono gli anni in cui si manifesta la protesta degli studenti, che pochi democristiani compresero nelle ragioni, nelle prospettive e nelle possibili derive che si sarebbero manifestate negli Anni Settanta. Donat-Cattin è tra i pochi a considerare le motivazioni di fondo del movimento studentesco che avverte la necessità di rapporti di collegamento con il movimento operaio. Il Sessantotto deve essere interpretato e indirizzato dalla politica: Tocca alle forze politiche mettere il movimento operaio, il movimento studentesco e ogni altra forza viva di fronte a scelte organiche. In tal modo si differenzieranno le spinte estremiste e velleitarie da quelle con reale capacità di trasformazione, le linee settoriali da quelle politiche senza definizioni aprioristiche, senza preclusioni dottrinarie e ideologiche che nascondono molte volte intenzioni di difesa del proprio esclusivo potere (10 luglio 1968).

Se il suo ruolo di Ministro del Lavoro è certo il più conosciuto, nei suoi discorsi parlamentari troviamo anche profonde analisi e intuizioni su temi allora secondari, ma divenuti di sorprendente attualità, come la riforma del sistema radio televisivo dibattuta nel 1973 di fronte alle pionieristiche TV via cavo. Donat-Cattin prefigura e combatte un processo di concentrazione massiccio e limitatore del diritto all’informazione, che è proprio di tutti i cittadini, nella misura in cui queste trasmittenti finissero nelle mani di pochi e potenti. Una equilibrata ripartizione dei proventi pubblicitari e un democratico regolamento del diritto di accesso a tutti i mezzi con i quali si possono comunicare la propria idea e il proprio indirizzo agli altri sono scelte capaci di ovviare alla concezione di un vecchio liberismo, del diritto alla libertà di stampa e del diritto di comunicare le proprie idee riservato a che ha grandi mezzi finanziari, entrando invece in una logica che corrisponde alla nostra concezione di democratici cristiani: quella della saldatura delle libertà attraverso la valorizzazione della realtà della società, delle sue forze collettive, delle forze intermedie, delle autonomie locali.

Questo delle Autonomie è un tema cardine del popolarismo. Non risulta che il trentenne torinese abbia avuto modo di incontrare Luigi Sturzo, e rimane solo la coincidenza che la sua nascita coincida con la fondazione del Partito popolare italiano. Ma in alcuni ambiti è evidente il filo che lega Carlo Donat-Cattin al popolarismo sturziano. Un altro dei temi forti in comune è l’attenzione al problema più antico dello stato italiano: la questione meridionale. Come scrisse il napoletano Francesco Compagna: Lui, ligure-piemontese, è stato il miglior ministro dei meridionali. Per Donat-Cattin l’industrializzazione del Mezzogiorno non si può ottenere con lo strumento prevalente o esclusivo delle partecipazioni statali, neppure con la somma di poche decisioni sensazionali relative a iniziative mastodontiche, forse elettoralmente produttive nel breve termine ma in fondo sterili. Al Sud occorre un’industrializzazione competitiva, diversificata e auto-propulsiva. Ma l’industrializzazione non può essere sufficiente da sola: occorrono anche il riassetto delle strutture e delle funzioni dell’amministrazione pubblica e un forte intervento in agricoltura, una leva che può attivare la maggiore riserva esistente e il prevalente potenziale di imprenditorialità interni al Mezzogiorno (dicembre 1973).

Non solo sul Mezzogiorno è forte e diretto il legame con il pensiero di Luigi Sturzo, ripreso a piene mani nel discorso tenuto durante la seduta del 12 agosto 1979: Noi non siamo marxisti né liberali. Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera di educatori, intellettuali, imprenditori, scienziati chiamati alla vita sociale dall’ispirazione cristiana. Siamo popolo nell’accezione sociologica, chiamato alla politica secondo una spinta partita dalla base del mondo cattolico, alla conquista di una dimensione laica. Siamo i continuatori della tradizione politica del popolarismo. (…) La validità della nostra concezione è piena, proiettata al futuro, ed è di per sé garante del nostro essere assai diversi da un polo conservatore.

Se forte è stato il legame con il popolarismo, altrettanto saldo, nel corso della sua intera vita politica, si è mantenuto quello con l’ispirazione cristiana, sempre però declinata nell’intimo e con discrezione sabauda, inscindibilmente unita ad un altro dei fondamenti della concezione politica di Sturzo, la laicità. Da Ministro della Sanità dovette affrontare delicate questioni su biogenetica, e aborto. Seppe rispettare la Legge 194, sottolineando in particolare la bontà della prima parte che tratta del sostegno alla vita e del rifiuto dell’aborto come mezzo per il controllo delle nascite. Una legge ad adiuvandum, dunque, perché invece che all’aborto la donna possa giungere alla maternità, in partenza negata per esistenti difficoltà (5 luglio 1988). E per questo destinò ai consultori cifre in bilancio ben più corpose dei predecessori.

L’attenzione alla qualità della vita delle persone non poteva dimenticare la condizione degli anziani disponendo che il servizio sanitario organizzasse anche l’assistenza a domicilio, cercando il coinvolgimento, non solo economico, delle famiglie: Mi pareva strano che, sostenendo il valore della famiglia come dato primario di assistenza e di benessere dell’anziano (questa è la nostra convinzione, tanto che affidiamo una priorità all’assistenza a domicilio), poi si pretendesse che nell’assistenza a domicilio tutte le spese fossero a carico dello stato senza alcun contributo della famiglia. Mi sembra un concetto di famiglia fatto solo di buoni sentimenti, ma privo di atti concreti: la solidarietà famigliare dovrebbe esprimersi pure in relazione alla capacità di reddito di ciascuno. È chiaro che in mancanza di tale capacità, interviene sussidiariamente lo Stato con una propria partecipazione.

Chiudo questo ricordo del “Senatore”, come lo chiamavamo noi giovani di Forze Nuove affacciati alla politica negli anni Ottanta, con le parole che il presidente del Senato Spadolini gli dedicò durante la commemorazione ufficiale il 27 marzo 1991, pochi giorni dopo la scomparsa: Un uomo che ebbe molti avversari, che non si tirò indietro nei momenti drammatici che segnarono profondamente la sua esperienza anche personale, ma un uomo di cui tutti, anche gli oppositori più decisi, hanno dovuto sottolineare la forte personalità, il senso profondo e tormentato della libertà e della democrazia che sempre lo ispirò, la lealtà e l’intelligenza critica che fecero di lui una figura inedita nella vita politica italiana, con il coraggio di difendere sempre le opinioni ed i valori che aveva posto a fondamento della propria vita, anche a costo dell’impopolarità.

Gli insorti dello Yemen e la crisi iraniano americana

Lo scontro tra Iran e Stati Uniti è alimentato anche la questione yemenita.

Infatti gli insorti huthi, considerati vicini a Teheran, hanno rivendicato i raid aerei che nelle ultime ore hanno colpito obiettivi militari e civili sauditi (l’Arabia Saudita fa parte di una coalizione, sostenuta dagli Stati Uniti, che appoggia il governo locale contro i ribelli).

Gli insorti hanno anche rivendicato un bombardamento, sempre con droni, contro l’aeroporto militare di Jizan, non lontano dal confine con lo Yemen, e hanno minacciato esplicitamente l’Arabia Saudita di nuovi attacchi.

Teheran, inoltre, ha sempre espresso solidarietà e affinità ideologica con l’insurrezione huthi ma ha sempre negato ogni legame organico con i miliziani.

Anche se poi nei fatti sembra che succeda il contrario

Istat: pressione fiscale nei primi tre mesi al 38%, top dal 2015

Nel primo trimestre 2019 l’indebitamento netto delle AP in rapporto al Pil è stato pari al 4,1% (4,2% nello stesso trimestre del 2018).

Il saldo primario delle AP (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato negativo, con un’incidenza sul Pil dell’1,3% (-0,9% nel primo trimestre del 2018).

Il saldo corrente delle AP è stato anch’esso negativo, con un’incidenza sul Pil dell’1,6% (-1,5% nel primo trimestre del 2018).

La pressione fiscale è risultatat del 38,0%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,9% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti in termini nominali dello 0,2%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,4%, in aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

A fronte di una variazione nulla del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è anch’esso cresciuto rispetto al trimestre precedente dello 0,9%.

La quota di profitto delle società non finanziarie è scesa al 40,7%, 0,6 punti percentuali più bassa rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento del settore, pari al 21,1%, è diminuito di 0,4 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa compie 175 anni

La Rete Mondiale di Preghiera del Papa. L’istituzione, conosciuta anche come ‘Apostolato della Preghiera’ e fondata in Francia il 3 dicembre 1844 dal padre gesuita Francesco Saverio Gautrelet, compie 175 anni dalla sua nascita e 10 dalla rifondazione approvata nel 2014 da Papa Francesco.

All’incontro prenderanno parte più di 6.000 persone – di 52 delegazio­ni – provenienti dal mondo intero.

L’iniziativa partirà il 28 giugno, solennità del Cuore di Gesù, con una grande celebrazione nell’Aula Paolo VI in Vaticano alla quale prenderà parte il Santo Padre.

I lavori continueranno anche il giorno seguente con l’incontro dei direttori e dei coordinatori nazionali, a quali si uniranno i responsabili del ramo giovanile dell’organizzazione, il Meg.

Un bollino blu per le discoteche sicure

“Il divertimento gestito e controllato è più sicuro”, ha detto il titolare del Viminale, Matteo Salvini, durante l’incontro con i rappresentanti delle maggiori associazioni del settore dei locali di divertimento. Con loro è stato aperto un confronto in relazione a una bozza di protocollo per migliorare la sicurezza nei locali d’intrattenimento, che sarà firmata a breve. Nell’intesa, ha sottolineato il ministro, “chiediamo un maggiore sforzo in termini di prevenzione e controllo ai gestori dei locali, e garantiamo maggiori interventi per prevenire l’abusivismo e minor burocrazia”. In questa iniziativa saranno coinvolti anche i Comuni e la Siae. Il protocollo renderà più sicure le discoteche in regola e smaschererà i locali che non rispondono agli standard richiesti. Accertare la sicurezza in senso tecnico portando alla luce con più facilità chi non rispetta le regole sarà un passo importante in termini di legalità e salute.

Alla conferenza stampa erano presenti, tra gli altri, il capo della Polizia, Franco Gabrielli, e i rappresentanti delle associazioni di categoria Maurizio Pasca (Silb Fipe), Luciano Zanch (Asso Intrattenimento) e Mauro Maggi (Fiepet Confesercenti). Per quanto riguarda le discoteche un altro aspetto importante è quello che troppo spesso segue alle notti da sballo: tanti, troppi gli incidenti, le risse e le aggressioni fuori dei locali. Intemperanze o efferatezze quasi sempre legate al consumo di alcol e droghe senza troppi controlli.

Secondo il Report al Parlamento relativo all’utilizzo di sostanze stupefacenti tra i giovani (2018), la cannabis rimane la sostanza illegale più utilizzata tra i 15 e i 19 anni, seguita, nell’ordine, dalle nuove sostanze psicoattive: spice, cocaina, stimolanti, allucinogeni ed eroina. Nel 2017 il 34,2% degli intervistati ha riferito di aver utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita, mentre il 26% ha detto di averlo fatto nel corso dell’ultimo anno (circa 670.000 ragazzi). Tra questi ultimi, l’89,5% ha assunto una sola sostanza illegale e il restante 10,5% è definibile “poliutilizzatore”, avendo assunto due o più sostanze. Il 16,7% degli under 20 ha utilizzato sostanze psicoattive illegali nel mese in cui è stato condotto lo studio e il 3,9% ne ha fatto un uso frequente, ha cioè utilizzato 20 o più volte cannabis e/o 10 o più volte le altre sostanze illegali (cocaina, stimolanti, allucinogeni, eroina) negli ultimi 30 giorni. Il confronto con i risultati delle precedenti rilevazioni evidenzia come negli ultimi cinque anni il consumo nel corso della vita sia leggermente aumentato, mentre per le altre forme di consumo si è assistito a una sostanziale stabilizzazione. I dati rivelano che il 33,6% dei giovani (circa 870.000) ha utilizzato cannabis almeno una volta nella vita, il 25,8% (circa 670.000) ne ha fatto uso nel corso del 2017, il 16,4%, (circa 420.000) ha riferito di averla consumata nel corso del mese di svolgimento dello studio e il 3,4% ha dichiarato di averla consumata frequentemente (20 o più volte nell’ultimo mese).

Sono circa 360.000 (13,9%) i ragazzi che hanno utilizzato almeno una volta nella vita una o più delle cosiddette nuove sostanze psicoattive (cannabinoidi sintetici, oppiodi sintetici). Coloro che riferiscono di avere sperimentato la cocaina almeno una volta nella vita sono poco più di 88.000 (3,4%), 49.000 quelli che ne hanno fatto uso nel corso del 2017 (1,9%) e quasi 33.000 quelli che l’hanno usata nel mese antecedente la compilazione del questionario (1,3%). L’1,1% degli studenti (circa 28.000) riferisce di aver fatto uso di eroina almeno una volta nella vita; lo 0,8% (oltre 20.000) l’ha assunta almeno una volta nel 2017 e lo 0,6% (15.500).

In Brasile è emergenza dengue

In Brasile continua l’emergenza legata alla febbre dengue, la malattia infettiva tropicale causata dalla zanzara Aedes. Secondo il ministero della Salute locale le morti negli ultimi sei mesi sono aumentate del 163% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In tutto le persone decedute a causa della malattia dal 30 dicembre all’8 giugno sono state 366.

Gli esperti del dicastero brasiliano hanno registrato inoltre un totale di 1,1 milioni di probabili casi di dengue, con un aumento del 561% rispetto ai primi sei mesi del 2018.

La dengue è causata da quattro virus molto simili (Den-1, Den-2, Den-3 e Den-4) ed è trasmessa agli esseri umani dalle punture di zanzare che hanno, a loro volta, punto una persona infetta. Non si ha quindi contagio diretto tra esseri umani, anche se l’uomo è il principale ospite del virus. Il virus circola nel sangue della persona infetta per 2-7 giorni, e in questo periodo la zanzara può prelevarlo e trasmetterlo ad altri.

Normalmente la malattia dà luogo a febbre nell’arco di 5-6 giorni dalla puntura di zanzara, con temperature anche molto elevate. La febbre è accompagnata da mal di testa acuti, dolori attorno e dietro agli occhi, forti dolori muscolari e alle articolazioni, nausea e vomito, irritazioni della pelle che possono apparire sulla maggior parte del corpo dopo 3-4 giorni dall’insorgenza della febbre. I sintomi tipici sono spesso assenti nei bambini.

La diagnosi è normalmente effettuata in base ai sintomi, ma può essere più accurata con la ricerca del virus o di anticorpi specifici in campioni di sangue.

Non esiste un trattamento specifico per la dengue, e nella maggior parte dei casi le persone guariscono completamente in due settimane. Le cure di supporto alla guarigione consistono in riposo assoluto, uso di farmaci per abbassare la febbre e somministrazione di liquidi al malato per combattere la disidratazione. In qualche caso, stanchezza e depressione possono permanere anche per alcune settimane.

Anche se la malattia può svilupparsi sotto forma di febbre emorragica con emorragie gravi da diverse parti del corpo che possono causare veri e propri collassi e, in casi rari, risultare fatali.

Don Milani: l’obbedienza non è più una virtù

Oggi ricorre l’anniversario della morte di un grande parroco, il parroco di Barbiana, vogliamo ricordarlo pubblicando una sua lettera di risposta ai cappellani militari.

Lettera ai cappellani militari

Da tempo avrei voluto inviare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.

Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.

Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.

Primo perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch’io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore. Secondo perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi.

Nel rispondermi badate che l’opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà né d’un vostro silenzio, né d’una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste. Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona. Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei. Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferirò piuttosto alla Costituzione. Articolo 11. « L’ Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…». Articolo 52. « La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino ». Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia. Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidenti aggressioni, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, le repressioni di manifestazioni popolari? Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri « superiori » sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza. Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l’anno) l’esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che alla obbedienza. L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo. Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando occorreva obiettare. 1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell’idea di Patria, tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei briganti c’erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria. Per l’appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d’ Italia un monumento come eroe della Patria. A 100 anni di distanza la storia si ripete: 1’ Europa è alle porte. La Costituzione è pronta a riceverla: « L’ Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie… ». I nostri figli rideranno del vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti rideranno dell’ Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le vedranno solo nei musei. La guerra seguente 1866 fu un’altra aggressione. Anzi c’era stato un accordo con il popolo più attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire 1’Austria insieme. Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non amavano molto la loro secolare Patria, tant’è vero che non la difesero. Ma non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo, tant’è vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius spiega nel suo diario: « L’insurrezione annunciata per oggi, è stata rinviata a causa della pioggia ». Nel 1898 il Re «Buono » onorò della Gran Croce Militare il generale Bava Beccaris per i suoi meriti in una guerra che è bene ricordare. L’avversario era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un convento di Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa di peggio per i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80, i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu né un ferito né un obiettore. Finito il servizio militare tornarono a casa a mangiare polenta. Poca perché era rincarata. Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare « Savoia » anche quando li portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l’unico popolo nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo. Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perché quel giornale considera la vita d’un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in risalto l’uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di descrivere la contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti qui in Europa? Idem per la guerra in Libia. Poi siamo al ‘14. L’ Italia aggredì 1’Austria con cui questa volta era alleata. Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una « inutile strage »? (l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un Pa
pa). Era nel ‘22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con 1’Obbedienza « cieca, pronta, assoluta » quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra « Patria », quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la Chiesa). Nel ‘36 cinquantamila soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova infame aggressione. Avevano avuto la cartolina di precetto per andar « volontari » a aggredire l’infelice popolo spagnolo. Erano corsi in aiuto d’un generale traditore della sua Patria, ribelle al suo legittimo governo e al popolo suo sovrano. Coll’aiuto italiano e al prezzo d’un milione e mezzo di morti riuscì a ottenere quello che volevano i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi, abolizione dello sciopero, del sindacato, dei partiti, d’ogni libertà civile e religiosa. Ancora oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona, tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d’aver difeso allora la Patria o di tentare di salvarla oggi. Senza l’obbedienza dei « volontari » italiani tutto questo non sarebbe successo. Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche dall’altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per l’appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria. Gente che aveva obiettato. Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro sovrano non si deve obbedire? Poi dal ‘39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l’altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia). Era la guerra che aveva per l’Italia due fronti. L’uno contro il sistema democratico. L’altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l’umanità si sia data. L’uno rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri. L’altro il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri. Non vi affannate a rispondere accusando l’uno o l’altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c’era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d’ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d’ogni giustizia e d’ogni religione. Propaganda dell’odio e sterminio d’innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente). Che c’entrava la Patria con tutto questo? E che significato possono più avere le Patrie in guerra da che l’ultima guerra è stata un confronto di ideologie e non di Patrie? Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra « giusta » (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i « ribelli» quali i«regolari »?

È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo per esempio quali sono i « ribelli »? Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare. Quell’obbedienza militare che voi cappellani esaltate senza nemmeno un « distinguo » che vi riallacci alla parola di San Pietro: « Si deve obbedire agli uomini o a Dio? ». E intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro. In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora permettendo loro di servire la Patria in altra maniera. Chiedono di sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno. Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione. Del resto anche in Italia c’è una legge che riconosce una obiezione di coscienza. È proprio quel Concordato che voi volevate celebrare. Il suo terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di coscienza dei Vescovi e dei Preti. In quanto agli altri obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né contro di loro né contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Chi vi autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in mente che non s’è mai sentito dire che la viltà sia patrimonio di pochi, l’eroismo patrimonio dei più? Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene. Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l’ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita? Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi secondo l’esempio e il comandamento del Signore è « estraneo al comandamento cristiano dell’amore » allora non sapete di che Spirito siete! che lingua parlate? Come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete! Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità. Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima. Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

L’impegno sociale tra profezia e concretezza

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Roamano a firma di Gualtiero Bassetti

Sabato 22 giugno, in occasione della festa di san Tommaso Moro, patrono di governanti e amministratori, la diocesi di San Marino -Montefeltro ha organizzato una giornata di riflessione e preghiera per i politici alla quale è intervenuto il presidente della Conferenza episcopale italiana che ha tenuto una relazione sull’impegno sociale nell’esperienza di Giorgio La Pira. Qui di seguito ampi stralci dell’intervento.

di Gualtiero Bassetti

Il tema — «L’impegno sociale fra profezia e concretezza» — è impegnativo ma, al tempo stesso, molto stimolante. Cercherò di sintetizzarlo in tre concetti, tre bussole che orienteranno la mia riflessione e che sono: l’impegno sociale come vocazione cristiana; la profezia come dono di Dio; l’eredità di La Pira nel mondo di oggi.

Iniziamo dalla prima bussola a cui prima ho fatto riferimento: l’impegno sociale come vocazione cristiana. Per sviluppare questo concetto bisogna porsi una domanda iniziale: chi è stato Giorgio La Pira? Egli può essere definito in molti modi: un politico, un professore universitario di diritto romano, un terziario domenicano oppure un terziario francescano. In moltissimi, ancora oggi, a Firenze lo ricordano come il «sindaco santo». Ognuna di queste definizioni è senza dubbio vera. A mio avviso, però, l’espressione migliore, quella che riesce a sintetizzare la sua versatile personalità, è quella che lo definisce come «un mistico in politica». […]

La sua vocazione politica, come scrisse Carlo Bo, era «il riflesso e l’eco della sua più antica e vera scelta religiosa» avvenuta nella notte di Pasqua del 1924. […] 

La Pira è colui che organizza le Conferenze di San Vincenzo e l’appuntamento settimanale della Messa di san Procolo; è l’insegnante universitario e l’autore de L’attesa della povera gente; è il terziario francescano e il sindaco di Firenze. Per usare le sue parole, il suo programma politico si “fondava” sulla “pagina più bella ed umana del Vangelo: risolvere i bisogni più urgenti degli umili”. L’impegno sociale e politico di La Pira, dunque, non è mai scisso dalla vocazione cristiana. Questo è uno snodo cruciale che va compreso pienamente. Ed è un modello di impegno civile a cui devono guardare, con umiltà, tutti i laici cristiani oggi impegnati in politica.

L’impegno politico per La Pira è stato infatti «un impegno di umanità e santità» che deve «poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità». La carità e la politica si fondono, in lui, in un legame indivisibile. E lo stesso legame tra carità e politica è al centro della predicazione di Papa Francesco. 

Nella Evangelii gaudium il Papa ha scritto chiaramente che “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”. E in un discorso di qualche anno fa, a Cesena, il Papa ha ribadito con forza che la politica non può essere asservita “alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi” ma deve avere come unico grande obiettivo “il bene comune” dell’intera società, senza lasciarsi tentare dalla corruzione e senza lasciare ai margini della società i piccoli e i poveri. 

Il secondo aspetto su cui voglio soffermarmi riguarda la visione profetica di La Pira. Una visione profetica che era indubbiamente un dono di Dio e a cui La Pira era totalmente abbandonato senza opporre resistenze. È doveroso sottolineare che questa sua visione profetica lo ha fatto molto soffrire come hanno sofferto tutti gli uomini di Dio. A causa di questo sguardo, così profondo e lontano nella storia, La Pira è stato spesso etichettato come un ingenuo o un visionario, addirittura come un Savonarola dei nostri tempi.

Solo oggi riusciamo a cogliere la portata della sua visione. In questo periodo storico, infatti, lo sguardo lungo di La Pira assume un significato grandissimo. Proprio oggi, infatti, stiamo vivendo un grande “cambiamento d’epoca”, un eccezionale mutamento storico che ci obbliga a stare svegli, a guardare lontano e ad assumere una prospettiva globale, pur restando ben ancorati alla nostra storia, alle nostre tradizioni e ai nostri luoghi. Da questo punto di vista, la sua visione profetica è di fondamentale importanza: per la Chiesa intera e per l’Italia.

In questa sede voglio mettere in evidenza solo un aspetto del suo spirito profetico: la sua visione internazionale. La Pira viveva in un mondo molto diverso da quello attuale. Viveva in un mondo caratterizzato da un «crinale apocalittico» dominato dallo scontro tra le due superpotenze e dall’incubo nucleare. Eppure, in questo mondo così polarizzato e così armato, La Pira riesce ad opporre alla logica del conflitto, la supremazia del dialogo. Egli è stato uno dei più importanti costruttori della cultura del dialogo nel corso del XX secolo.

Un dialogo cercato con tutte le sue forze nei Paesi dell’Europa dell’Est e in Asia, in America Latina e in Africa. In questo sforzo incessante per il dialogo, il sindaco di Firenze traccia una strada: è il «sentiero di Isaia». Un sentiero di pace che si proponeva di arrivare al disarmo generale trasformando «i cannoni in aratri ed i missili e le bombe in astronavi». Un sentiero estremamente concreto e non fatto solo di discorsi e articoli.

Per raggiungere la pace, La Pira incontra personalmente molti Capi di Stato. In uno di questi incontri, conia una delle sue espressioni più note: «abbattere i muri e costruire i ponti». Un’immagine che mutuò da quello che vide al Cairo nel 1967 dopo aver incontrato il presidente egiziano Nasser. In quell’occasione vide «una squadra di operai abbattere i muri che erano stati costruiti davanti alle porte dell’albergo, come strumenti di difesa antiaerea». In quel gesto vide il simbolo di una grande azione politica e culturale. Bisognava abbattere «il muro della diffidenza» tra i popoli e costruire ponti di dialogo tra le genti. Occorreva, in definitiva, «non uccidere, ma amare».

E questo amore, questa ferrea volontà di dialogo, lo riferiva, per esempio, ad una zona del mondo a tutti noi molto cara: il Mediterraneo. Oggi possiamo dire che questo spirito di dialogo continua a vivere nonostante le intemperie del mondo. Da alcuni mesi, infatti, la Chiesa italiana sta lavorando per l’organizzazione di un incontro che abbiamo intitolato: Mediterraneo frontiera di pace. Incontro di riflessione e spiritualità. Un incontro che incarna la visione profetica di Giorgio La Pira, il quale, sin dalla fine degli anni ’50, aveva ispirato i “dialoghi mediterranei” anticipando lo spirito ecumenico che avrebbe soffiato, poi, con grande forza, nel Concilio Vaticano II. 

Oggi, attraverso questo incontro che si terrà a Bari nel febbraio 2020, abbiamo la possibilità di iniziare a mettere in pratica quella visione profetica partendo proprio da quel mare che La Pira chiamava “il grande lago di Tiberiade” e che metteva in comune i popoli della “triplice famiglia di Abramo”. Si tratta dunque di un’assise unica nel suo genere, promossa dalla Chiesa italiana, che permetterà l’incontro tra tutti i vescovi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Un incontro basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario. E soprattutto: un incontro che, valorizzando il metodo sinodale, si prefigge di compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo. […] 

Infine, e vengo all’ultimo aspetto, occorre riflettere sull’eredità del Sindaco Santo nel mondo attuale. Cosa rimane oggi di La Pira? A mio avviso un’eredità profonda, sintetizzabile in tre concetti: la politica come missione e non come ricerca di un tornaconto personale; una tensione verso i poveri, i precari, gli sfruttati e gli emarginati; una ricerca della concretezza.

La Pira è stato uno dei simboli, non l’unico, ma sicuramente uno dei più importanti, di una stagione nobile del cattolicesimo politico in Italia. La stagione dello spirito costituente e della ricostruzione del Paese. La stagione di una generazione di cattolici colta, sobria e appassionata, che aveva conosciuto i disastri del fascismo, che combatteva il comunismo e che faceva politica come «un impegno di umanità e santità» senza cercare nulla per sé stessi.

Lo voglio dire semplicemente e con grande chiarezza: io penso che oggi l’Italia ha bisogno di tali personalità. Ha bisogno di uomini con il suo candore, con il suo spirito di servizio, con il suo essere controcorrente, con la sua integrità morale, con la sua audacia e, soprattutto, con la sua fede. Una fede che a volte lo faceva apparire ingenuo e fuori dal tempo agli occhi di molti suoi colleghi politici — perfino cattolici — ma che invece gli dava una forza inesauribile e un coraggio mai domo nel combattere le battaglie più diverse: dalla lotta per la pace, alla difesa della famiglia.

La Pira rappresenta, senza dubbio, quella fedeltà e quell’unità del magistero sociale della Chiesa Cattolica a cui tante volte mi sono richiamato. Un magistero unitario che non può essere strumentalizzato o dimenticato in alcune sue parti proprio oggi che viviamo in un mondo liquido, dove tutto sembra precario e incerto. Da un lato, le nuove tecnologie accompagnate dalla diffusione di un umanesimo ateo, come lo definiva il padre De Lubac, minano la statura ontologica dell’uomo e la salvaguardia del Creato. Dall’altro lato, una serie di nuove ideologie, spesso associate a visioni xenofobe e suprematiste, minacciano le basi di una convivenza civile e dialogante.

I laici cattolici, di fronte a questi richiami mondani che a volte possono essere addirittura suadenti, sono chiamati a testimoniare con coraggio martiriale la fede nel Risorto e ad assumere la sobrietà e la carità come stili di vita. La nostra società ha un grande bisogno di uomini e donne che non scendano a patti con la mondanità nichilista, con l’individualismo esasperato e con l’arroganza diffusa che, oggi, troppo spesso, si combina drammaticamente con la superficialità.

Giorgio La Pira, essendo un credente autentico e quindi un uomo libero che ha avuto il coraggio di sostenere opinioni scomode, non è mai sceso a patti con la mentalità di questo mondo. Per questo motivo, ancora oggi è un esempio di vita per tutti ed è un monito importantissimo per tutti coloro che rivestono incarichi di responsabilità.

Non bisogna mai dimenticare che l’unico vero grande obiettivo di La Pira è stato il bene comune. È stato il bene delle famiglie e dei giovani, dei disoccupati e delle aziende, degli anziani e degli ultimi. Questo bene comune si fonda sulla responsabilità e sulla carità verso i piccoli, gli indifesi e i poveri. E non si lascia tentare, in alcun modo, dall’arroganza del potere, dal consenso facile, dall’odio verso chi è diverso, dalla corruzione e dalla malavita.

C’è, infatti, una modalità di fare politica — che non fu certo del solo La Pira, ma che lui visse in maniera del tutto essenziale — che deve essere riconsegnata alle giovani generazioni: la politica come missione altissima e come capacità «di proporzionare le risorse ai bisogni», secondo il programma che espresse nel suo primo discorso da Sindaco di Firenze. La politica è la capacità degli uomini, della loro intelligenza e della loro volontà, di trovare le risorse per risolvere i problemi degli ultimi.

E per cercare di risolvere i bisogni più urgenti degli ultimi, egli non si nascondeva dietro a belle parole ma era estremamente concreto. La concretezza era una delle caratteristiche più importanti della visione lapiriana, che ancora oggi ci fa riflettere. Questa concretezza, infatti, si espresse su tutti i campi del sociale: dalle medicine al latte, distribuito quotidianamente nelle scuole per integrare la dieta dei bambini di Firenze; dalle case requisite, alla costruzione dell’Isolotto; dalla lotta contro i licenziamenti di massa, alla nazionalizzazione del Pignone e della Galileo. 

Oggi siamo chiamati ad ispirarci a questa concretezza in ogni ambito della nostra esistenza: nelle scuole e nelle città; nelle famiglie e nelle aziende; nella cura dei disoccupati e dei precari, come dei migranti. Occorre dare forma e sostanza alle parole. Non ci si può fermare solamente all’annuncio. Sono convinto, infatti, che gli uomini e le donne di buona volontà se mettono realmente l’interesse generale al primo posto possono veramente realizzare il bene comune per l’intero Paese.

Il Bene Comune è dunque il nostro unico obiettivo. È l’unica direzione verso la quale si muove l’impegno sociale dei cattolici. Un bene per tutti e non per pochi. Un bene che non cerca il potere, ma che desidera il servizio. Un bene che non vuole dividere, ma che si sforza ardentemente di condividere.

Olimpiadi, quando prevalgono le pregiudiziali.

Dunque, le Olimpiadi invernali del 2026 si faranno in Italia. A Milano e a Cortina. Così ha deciso il Cio e così, purtroppo, deve essere dopo la sciagurata decisione politica del Comune di Torino di ritrarsi dalla competizione e dopo una gestione da parte della Regione Piemonte del tempo alquanto morbida. Dico questo non solo perché, come neo Sindaco di Pragelato, una delle località olimpiche di Torino 2006, avrei preferito – come quasi tutti i piemontesi, del resto, – una soluzione diversa ma soprattutto perché rischiamo di gettare al vento un patrimonio e una potenzialità che ha concretamente premiato il territorio subalpino dopo le Olimpiadi invernali di 13 anni fa.

Ora, si tratta di capire come si definisce l’intero mosaico. Se il Sindaco di Milano, con la consueta arroganza e altezzosità, chiude ogni possibilità ad una potenziale collaborazione con il Piemonte sfruttando al meglio gli impianti attualmente a disposizione, e’ pur vero che non si può non raccogliere la sfida lanciata dal Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio per insistere, sino all’ultimo, sul coinvolgimento dei siti delle valli olimpiche di Torino 2006 in vista dell’evento internazionale del 2026. Al centro della discussione, infatti, c’è un solo tema: e cioè, il possibile risparmio di denaro pubblico per la costruzione e l’omologazione di tutti gli impianti per la realizzazione delle Olimpiadi invernali. Su questo, credo, verterà il dossier annunciato dal Presidente Cirio e che sarà sottoposto agli organismi preposti. A cominciare dal CONI e dal Governo con la speranza, seppur non remota, che non ci sia un muro pregiudiziale eretto dal Sindaco di Milano e dal Presidente della Regione Veneto.

Per il momento non resta che una amara conclusione. E cioè, ogniqualvolta la politica, e le relative scelte, sono il frutto di pregiudiziali e di pregiudizi ideologici, l’epilogo non può che essere nefasto e fallimentare. Come è puntualmente capitato con la scelta del Comune di Torino di ritirarsi dalla competizione favorendo così, e giustamente, altri territori e altre località. Scelte, appunto, incomprensibili e politicamente sbagliate.

Il peso dei dati che non vogliamo vedere

Articolo già apparso sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Bruno Simili

Trecento pagine fitte, di cui venticinque di glossario, per illustrare una situazione assai seria. Non tanto e non solo per l’analisi dell’oggi, quanto (ancora una volta) per le prospettive. Il Rapporto annuale 2019 dell’Istat, intitolato La situazione del Paese e presentato a Montecitorio dal neo presidente Giancarlo Blangiardo, non lascia aperti molti varchi all’ottimismo. E – di certo involontariamente ma purtroppo inevitabilmente – rappresenta in forma non troppo plastica eppure a suo modo sempre affascinante lo stato dell’arte di un’Italia che arranca, a partire dai dati economici. Le difficoltà dell’economia italiana vengono riconosciute in apertura, pur sottolineando (anche troppo, forse) il perpetuare di situazioni di difficoltà a livello globale e negli altri Paesi europei: “Alla stregua di quanto accaduto ai principali partner europei, anche l’economia italiana ha segnato un netto rallentamento della crescita del Pil” [corsivo nostro].

Molte ombre, pochissime luci. Ombre su una dinamica dei consumi, che paga le condizioni di debolezza del potere di acquisto delle famiglie, che “hanno fornito un contributo alla crescita del Pil sostanzialmente dimezzato rispetto all’anno precedente)”. Famiglie la cui fiducia nella ripresa sembra essere calata sensibilmente, “con valutazioni pessimistiche diffuse a tutte le componenti (dei consumatori”, seppure con qualche timido segnale di ripresa nell’ultimo mese.

Ombre nel sistema delle imprese, che ha ricostituito “solo in parte la base produttiva persa durante la seconda recessione del periodo 2011-2013”. Con forti problemi di capitale fisico e umano.

Anche nel mercato del lavoro, del tutto insufficienti le poche luci a illuminare crescenti zone d’ombra. Nel Rapporto, la premessa del capitolo dedicato a “Mercato del lavoro e capitale umano” non basta a ridare speranza di una inversione di tendenza (“A cinque anni dall’avvio della ripresa economica il mercato del lavoro italiano mostra, nonostante il recente rallentamento ciclico, un sostanziale miglioramento superando i livelli occupazionali pre-crisi”). La crescita degli occupati, infatti, è un dato da disaggregare: per lo più negativo quanto a stabilità del lavoro e a prospettiva di crescita individuale. Infatti, il “deciso aumento dei lavoratori dipendenti e il calo di quelli indipendenti si sono accompagnati da una ricomposizione interna dei due aggregati che ha comunque accresciuto il peso dei componenti che rappresentano al loro interno segmenti relativamente più vulnerabili”. Crescita dei lavori a termine tra quelli dipendenti (soprattutto quelli di breve durata, con contratti di lavoro inferiori ai sei mesi; sul punto rimandiamo al numero 3/2018 del Mulino) e riduzione delle forme di lavoro a tempo pieno, con particolare riguardo per il lavoro femminile, che ha visto sì una dinamica positiva, ma accompagnata da “una riduzione della stabilità e delle ore lavorate”. Con l’aggravante, di cui si è discusso un poco nello specifico nei giorni scorsi, del vincolo famigliare sempre più forte per le donne lavoratrici, costrette spesso a scegliere tra un lavoro o un figlio (o, in casi ormai non così comuni, più di uno).

Restando sul mercato del lavoro, aumenta la sua segmentazione e prosegue il peggioramento delle condizioni in base all’età: negli ultimi dieci anni, fra i giovani la quota di dipendenti a tempo indeterminato “è scesa dal 61,4% al 52,7%”, mentre per il lavoratori con più di 35 anni di età “si attesta al 67,1%”. Fortissime, e crescenti, le disparità territoriali, con un Nord in buona parte uscito dalla crisi e in netta ripresa e un Sud che aumenta i divari anziché ricucirli: rispetto al 2008 al Centro Nord si è tornati a un +2,3% di occupati, a fronte di un -4% al Sud. Un punto, questo, su cui ha insistito anche il presidente della Camera Roberto Fico nella sua introduzione, ma che non sembra essere accompagnato da politiche di governo nazionale atte a invertire la tendenza. Anzi, come più volte è stato sottolineato sulle nostre pagine, intende operare in senso contrario, con il progetto di una Autonomia differenziata che, oggi più che mai, sembra non conoscere ostacoli. Il sottosegretario Giorgetti, che ha seguito la presentazione in prima fila, lo sa bene.

Altro punto sottolineato dal rapporto è la relazione tra qualità del posto di lavoro e remunerazione economica: anche qui si è tornato a parlare di migrazioni di giovani italiani con qualifiche medio-alte, sia verso l’estero (come noto ai nostri lettori, avendo dedicato al tema questa rivista un intero numero monografico) sia verso il Nord dalle regioni del Sud (anche qui rimandiamo a articoli usciti recentemente: quello di Michele Colucci e Roberto Impicciatore sulle migrazioni interne, oltre all’intervista fatta a Isaia Sales, dove si sottolinea il forte e rapido impoverimento del Mezzogiorno d’Italia in termini di capitale umano).

Un ampio capitolo a parte l’Istat guidato dal demografo Blangiardo tocca le tendenze negli equilibri della popolazione dell’Italia e i cosiddetti “percorsi di vita”. È la grande questione demografica, alla quale il Mulino ha dedicato il numero 5 dello scorso anno. Dati già in larga parte noti, ma pur sempre impressionanti, se guardati tutti assieme (si vedano, in particolare, le pagine 115-151 del Rapporto). Soprattuto in riferimento alla crescita della popolazione anziana (compassionalmente, la slide che è stata proiettata in sala non parlava di “vecchi” ma di “invecchiati”). Le stime ci dipingono come un Paese via via sempre più vecchio, nelle proiezioni peggiori addirittura decrepito. Si pensi che, se il dato complessivo ha visto una riduzione della popolazioni di 400 mila unità in quattro anni, quello relativo agli italiani in età compresa tra i 20 e i 34 anni in un decennio ha visto una riduzione di 1 milione e 230 mila unità (il 3% in meno del totale dei residenti) Dal lato opposto, si allunga la speranza di vita e, mentre la fascia di età che va dai 65 ai 74 anni ha perso per i geriatri la connotazione di “anziani” per acquisire quella di “tardo-adulti”; una riclassificazione resasi necessari dalla prevista crescita non solo degli ultraottantenni ma addirittura dei centenari.

L’articolo completo è leggibile qui 

Ma allora queste Olimpiadi sono una cosa buona o no?

A questo punto la domanda è doverosa, perché se l’evento è un fatto positivo non si capisce per quale motivo prima la Raggi e poi la Appendino abbiano rinunciato rispettivamente alle Olimpiadi del 2024 e a quelle invernali del 2026.

Se viceversa le Olimpiadi sono da considerare un evento nefasto (come qualcuno ha tentato di dipingerle) allora non si comprende perché le due prime cittadine di Roma e Torino si siano complimentate con i loro colleghi sindaci di Milano e Cortina per il brillante risultato, anziché esprimergli la propria preoccupazione per la sciagura che si starebbe per abbattere sulle loro città.

In effetti l’unica sciagura che appare evidente è quella determinata dalla incapacità e dalla inadeguatezza delle amministrazioni di Torino e di Roma in modo particolare; mentre Milano si misura con questa nuova impresa, a Roma l’unica prova olimpica che interessa i cittadini è purtroppo quella dello slalom tra buche nelle strade e sacchetti dell’immondizia. Un’autentica vergogna!

E’ peraltro molto probabile che, in una logica di equilibri politico-sportivi interni al Comitato Internazionale Olimpico, l’assegnazione delle Olimpiadi invernali a Milano e Cortina sia anche un parziale indennizzo all’Italia per la rinuncia fatta due anni orsono da Roma per un evento che era ormai a portata di mano e che sfumò per l’approccio ideologico dell’amministrazione cinque stelle, che su quel progetto non volle neanche interloquire con il CONI (ricordiamo ancora la famosa “buca” a Malagò che invano aspettava la Sindaca in Campidoglio).

Quindi Milano ringrazia la Raggi che, non capendo il danno causato alla città di Roma, si compiace e fa anche l’applauso ai suoi errori.

Aumenta in Francia la popolarità del presidente Emmanuel Macron.

Secondo un sondaggio pubblicato dall’istituto Bva, Macron guadagna tre punti rispetto a fine maggio e sale al 35 per cento delle opinioni favorevoli. Sale anche la popolarità del primo ministro, Philippe, che guadagna 4 punti e va al 40 per cento.

Il presidente e il premier guadagnano terreno soprattutto tra le persone con più di 65 anni (+12 per Macron, +11 per Philippe). Il quotidiano francese “Le Figaro” sottolinea che l’indice di gradimento di Macron torna così ai livelli dell’estate dello scorso anno.

Il titolare dell’Eliseo migliora la sua posizione anche in un sondaggio condotto dall’istituto Odoxa, arrivando al 36 per cento delle opinioni favorevoli, 6 punti in più in un mese.

Sempre per Odoxa, Philippe avanza di 3 punti e va al 37 per cento. Il leader del partito ambientalista Europa-Ecologia i Verdi (Eelv), Yannick Jadot, risulta essere uno dei politici più apprezzati dai francesi, con il 24 per cento delle opinioni favorevoli per Bva (+10 punti) e il 23 per cento secondo Odoxa.

Subiaco: una mostra su Papa Pio VI

È in corso in questi giorni (fino al 29 settembre), presso la biblioteca statale dell’abbazia di Santa Scolastica, a Subiaco, la mostra “Pio VI – un Papa abate commendatario di Subiaco”. Promossa dall’abbazia territoriale di Subiaco, guidata dall’abate ordinario, mons. Mauro Meacci, la mostra è frutto della collaborazione tra gli istituti culturali dell’Abbazia territoriale e la Biblioteca statale di Santa Scolastica, nell’ambito del più ampio progetto “Aperti al Mab” dell’Ufficio nazionale per i beni culturali della Conferenza episcopale italiana.

Sullo sfondo degli episodi più significativi della vita del Pontefice, ripercorsi attraverso 14 stampe edite poco dopo la sua morte, la mostra ricostruisce, in sette sezioni, la figura e l’operato di Pio VI, di origine cesenate, dall’anno in cui, ancora cardinale, venne nominato abate commendatario di Subiaco (1773).

Dalle prime iniziative compiute in questa veste, come la Sacra Visita del 1773, si giunge alla sua elezione a Pontefice nel 1775, dopo un conclave durato ben quattro mesi. “Dopo lungo tempo – afferma l’abate di Subiaco, Meacci – si torna finalmente a riflettere sulla figura di Papa Pio VI e sul suo governo come abate commendatario dell’Abbazia Nullius di Subiaco, dando l’opportunità di rintracciare i contorni di una figura e di un’epoca estremamente significativi per la storia del sublacense.

Per l’occasione il patrimonio culturale ecclesiastico dell’Abbazia viene esposto in dialogo con quello della Biblioteca statale, offrendo un contributo nuovo su una pagina rilevante della storia sublacense, i cui spunti inediti meriteranno sicuramente ulteriori futuri approfondimenti. Inquadrate nel contesto degli eventi più significativi della vita di Pio VI, vengono delineate le tante iniziative promosse dal Pontefice in favore di Subiaco e dell’Abbazia, fino a giungere – conclude l’abate – alle note traversie dell’occupazione francese e ai tanti riflessi che ebbero sui monasteri sublacensi e su tutto il territorio”.

Bologna protagonista del trasporto locale integrato pubblico-privato

Philip Morris Manufacturing and Technology Bologna, in partnership con la Città metropolitana di Bologna, la Regione Emilia Romagna, Tper Spa e Trenitalia, ha presentato la scorsa settimana il primo progetto in Italia di mobilità intermodale ferro-gomma finanziato da un’impresa e fruibile non solo dallo stesso personale aziendale, ma da tutti i cittadini.

L’iniziativa, sviluppata in accordo con Tper, Trenitalia e approvata dall’Agenzia per la mobilità Società reti e mobilità, si concretizza nella realizzazione di due linee di trasporto pubblico locale, interamente finanziate dall’azienda, che permetteranno un collegamento su gomma tra le stazioni ferroviarie di Anzola dell’Emilia e di Crespellano/Via Lunga, raggiungibili grazie ai servizi Tper e Trenitalia, e l’area industriale della Valsamoggia dove, oltre allo stabilimento del gruppo Philip Morris, sorgono importanti realtà industriali. L’accordo di mobility management fornirà, inoltre, gratuitamente a tutto il proprio personale degli abbonamenti per il trasporto pubblico locale utilizzabili su tutti i mezzi Tper anche all’infuori dell’orario e delle giornate di lavoro. Secondo le stime il progetto andrà a vantaggio di oltre 2.000 persone nell’intera area metropolitana.

Scegli il vetro? Il mare e i delfini ringraziano

Scegli il vetro? Il mare e i delfini ringraziano. Una candid-camera ha filmato in un supermarket di Roma lo stupore e il divertimento di chi è arrivato alla cassa automatica con un prodotto “in vetro” ed ha visto illuminarsi uno schermo dove delfini sorridenti ringraziavano per aver acquistato un packaging che non fa male al mare e all’ambiente in generale.

Il video, girato anche in altri supermarket europei, fa parte della campagna Endless Ocean 2.0 lanciata in Europa dalla community Friends of Glass e sostenuta in Italia da Assovetro, per dimostrare che anche la scelta di un imballaggio può fare la differenza nella lotta al marine litter, una delle grandi emergenze ambientali che mette a rischio la salute dell’uomo, la conservazione della flora e della fauna marina e la qualità dei mari.

Anche Legambiente ha preso parte a questa iniziativa ed il video sta già riscuotendo una certa popolarità

La Milza

La milza è l’organo linfoide secondario più grande del sistema linfatico umano. La sua grandezza e la sua struttura sono tali da essere considerato un organo pieno (cioè parenchimatoso). A differenza di altri organi linfoidi secondari, essa è collegata con sistema circolatorio per mezzo di vasi sanguigni e non linfatici. La milza è un organo impari, posizionato nell’ipocondrio sinistro.

La milza presenta molteplici funzioni:

immunitaria acquisita: essa ospita nella sua polpa bianca sia linfociti T che centri germinativi contenenti soprattutto linfociti B. Grazie al suo collegamento diretto con i vasi sanguigni è l’unico organo in grado di contrastare direttamente le infezioni ematiche, soprattutto quelle di batteri incapsulati come Haemophilus influenzae e Streptococcus pneumoniae.

Per i motivi sopracitati la milza è stata paragonata ad un “grande linfonodo”, con la fondamentale differenza che sia i patogeni che i linfociti entrano ed escono per mezzo di vasi sanguigni e non dei vasi linfatici.

emocateretica: essa ospita nella sua polpa rossa il sistema dei monociti-macrofagi che riconosce gli eritrociti e le piastrine “invecchiati”, degradandoli;

marziale: essa degrada i componenti dell’eme presenti nell’emoglobina fornendo i substrati ideali per il metabolismo del ferro;

riserva: essa è in grado di immagazzinare una notevole quantità di monociti (uno studio del 2009 ha dimostrato che la milza dei mammiferi è in grado di ospitare oltre il 50% dei monociti del corpo) e una notevole quantità di sangue venoso;

emopoietica: questa funzione è esclusiva della vita embrionale, dove la milza costituisce un organo temporaneo capace di generare le cellule della linea emopoietica.

La milza in un paziente sano non è palpabile in quanto rimane coperta dalle coste; essa può essere invece ben apprezzata in condizioni patologiche che inducano splenomegalia (ad esempio malattie da protozoi come la malaria, la leishmaniosi e il trypanosoma).

Politica e classe dirigente, un nodo irrisolto.

Già pubblicato sulle pagine dell’Huffingtonpost

Il capitolo della classe dirigente, della sua autorevolezza, del suo profilo, della sua competenza e del suo carisma continua ad essere al centro del dibattito politico e culturale nazionale. I detrattori infaticabili ed instancabili della prima repubblica avevano individuato in quella classe dirigente la ragione sociale del decadimento etico e della corruzione della democrazia italiana. Detrattori che dopo anni, con una operazione alquanto squallida nonché ridicola, si esercitano in una operazione di radicale riabilitazione politica, culturale e forse anche etica proprio di quella classe dirigente. Lacrime di coccodrillo che non meritano alcun commento se non quello di prendere atto che questi soloni, peraltro strapagati e milionari, continuano a predicare e a blaterare da vari organi di stampa, nei rinnovati talk show televisivi e da vari pulpiti politici che orientano, per fortuna sempre di meno, la pubblica opinione. 

Ma, al di là del giudizio interessato di costoro, è indubbio che soprattutto con l’avvio di questa esperienza di governo, il giudizio sul profilo e sulla statura della classe dirigente politica ha assunto nuovamente una importanza cruciale. Ecco perché, anche alla luce delle precedenti esperienze, e’ forse giunto il momento per fare un po’ di chiarezza. 

Innanzitutto una classe dirigente autorevole e competente non è quasi mai il frutto della sola carta di identità. Chi ha provato nel passato Renzi con la sua “rottamazione”. Ma era solo e soltanto un escamotage tattico e furbesco per punire gli avversari interni al partito e premiare chi dimostrava, invece, atti concreti di fedeltà. L’esempio più eclatante? Massimo D’Alema andava silenziato ed escluso mentre Piero Fassino andava premiato e valorizzato. Misteriosa la motivazione politica che stava alle spalle visti l’età, il curriculum e la storia politica di entrambi se non quella, appunto, della fedeltà al “capo”. Altri hanno puntato tutto sulla discontinuita’ e sulla criminalizzazione politica del passato – come i 5 stelle – salvo poi rendersi conto che il deficit di competenza e di autorevolezza della nuova classe dirigente alla prima prova concreta nazionale e’ sotto gli occhi di tutti… Altri ancora ritengono, soprattutto la “sinistra al caviale” e i circoli salottieri e aristocratici degli intramontabili “progressisti” nostrani, che la carta decisiva per qualificare e nobilitare la classe dirigente politica e’ una sola: e cioè, quella che proviene dalla cosiddetta società civile. Un atto, del resto, coerente con quella impostazione elitaria e salottiera e sostanzialmente liquidatoria di tutto ciò che è anche solo lontanamente riconducibile alla politica e ai suoi dinamismi concreti. 

Ora, sono almeno 3 le condizioni necessarie per ridare freschezza e competenza, autorevolezza e spessore alla futura classe dirigente politica nel nostro paese. In primo luogo deve nascere dalle battaglie concrete condotte nella società e non deve essere il prodotto aristocratico e salottiero delle solite benedizioni delle classi dominanti. Che, come sempre, sappiamo quali sono e dove sono. In secondo luogo una classe dirigente politica e’ credibile se è stata formata culturalmente alla politica. E, su questo versante, non c’è ancora una concreta alternativa al ruolo decisivo che possono e debbono svolgere i partiti. Quei partiti che, nel momento in cui si sono trasformati in cartelli elettorali o in luoghi dediti al culto e all’esaltazione del capo, si sono ridotti a cassa di risonanza del “guru” di turno con tanti saluti alla credibilità e all’autorevolezza della classe dirigente. In ultimo, una classe dirigente formata e che e’ anche il frutto di battaglie condotte e praticate nel vivo della società, non può non avere forte dimestichezza con la democrazia interna ai partiti. Anche qui, per uscire dagli equivoci, non si tratta di consolidare la guerra per bande organizzate che caratterizza la vita interna, ad esempio, del Partito democratico ma, semmai, di rendersi conto definitivamente che senza un serrato confronto, libero e autenticamente democratico all’interno dei partiti e dei movimenti politici, non potrà mai emergere una classe dirigente altrettanto libera e soprattutto qualificata e realmente rappresentativa. 

Ecco, sono queste le tre condizioni basilari necessarie se si vuol cercare di uscire dal pantano in cui siamo precipitati quando si affronta il capitolo della classe dirigente politica italiana. Nessuno pensa, credo, a riportare indietro le lancette della storia ma tutti, credo, si rendono conto che senza una decisa sterzata si corre il serio rischio di aggravare ulteriormente la situazione premiando persone e stili radicalmente estranei e esterni al vero obiettivo che molti auspicano. E cioè, la possibilità di riavere nuovamente una classe dirigente politica di cui nessuno debba vergognarsi o rassegnarsi a rimpiangere il passato della prima repubblica per provare un po di d’orgoglio e per assaporare una lontana ed ormai improponibile ed irrealizzabile autorevolezza e competenza. 

Rete Bianca: l’impegno dei cattolici per l’unità europea

Dopo più di un anno di attività di Rete Bianca, può essere utile segnalare alcuni “punti fermi” che possano servire a riflettere sul terreno percorso e a individuare alcune possibili tracce per il cammino futuro. Nella politica europea si è aperta una stagione di conflitto, sempre più acceso, fra passioni e ragione. Le discussioni e i ragionamenti basati sui dati di realtà sono relegati (quando va bene) in sedi appartate, non sempre influenti, spesso lontane dai riflettori. La ragione è oggi più derisa che ascoltata. Come si è arrivati a questo punto? Il ritorno delle passioni in Europa è in parte connesso ai fallimenti della ragione durante il decennio di crisi (dal 2008). Molti degli esecutivi in carica – compresa la Commissione di Bruxelles – hanno giocato in modo freddo, basato su regole e numeri. Anni di sacrifici, ripresa incerta. Non si sono comprese le ansie della gente, né soprattutto le loro radici: l’aumento dei rischi, la riduzione delle opportunità, il senso crescente di privazione relativa (rispetto ad altri, rispetto a prima). Un fenomeno che ha interessato tutta la classe media, e tutti i giovani. Frustrazione e rabbia hanno cercato sollievo nella nostalgia del passato, ritenuto più sicuro. Oppure nella ricerca di un futuro radicalmente diverso, costi quello che costi. Intendiamoci, le passioni sono un fattore connaturato alla politica. Ma lo è anche la ragione. Oggi il problema dell’Europa è come recuperare un giusto equilibrio tra ragione e passioni.

Il cattolicesimo politico (non solo italiano) è riuscito a dare vita nel secondo Dopoguerra a un grande e suggestivo scenario europeo. Oggi, in un momento di forte (e spesso strumentale) critica all’intero edificio comunitario, nel nome dei nuovi nazionalismi, occorre più che mai una proposta per una nuova “Assemblea Costituente” europea. Una proposta che possa riprendere il discorso bruscamente abortito nel 2005 sulla Costituzione europea (e sulle radici cristiane) e che assieme alla Costituzione italiana e alla Dottrina Sociale della Chiesa, costituiscono i riferimenti fondamentali della capacità di presenza e della identità politica dei cattolici. A titolo di esempio, pensiamo se al rinnovo del Parlamento europeo del 26 maggio scorso, fossero stati presenti sulle schede elettorali i simboli delle principali famiglie politiche europee (PPE, PSE, Liberali, Verdi) e non dei partiti nazionali, i quali poi devono andare a cercarsi gli apparentamenti (alle volte più inverosimili) per entrare a far parte dei gruppi del Parlamento di Strasburgo. Pensiamo a quanta maggiore chiarezza ci sarebbe per gli elettori e quale passo avanti una tale scheda elettorale segnerebbe, se non ancora verso l’Europa dei popoli, almeno verso quella di più coese rappresentanze (e maggioranze) politiche. L’Europa della non chiarezza, una Unione indebolita dai conflitti interni e priva di slancio, anche nel “rebus” delle nomine dei principali Commissari europei, fa solo il gioco di una politica miope degli Stati Uniti e di una politica interessata della Russia e della Cina.

Una riflessione ulteriore, per i partecipanti al prossimo Convegno nazionale di Rete Bianca, riguarda le dinamiche demografiche da qui al 2040, un futuro molto più prossimo di quanto si creda e tale dunque da costituire una certa priorità nell’agenda politica. Secondo queste previsioni l’Europa (Russia compresa), avrà a quell’epoca intorno ai 700 milioni di cittadini, poco meno di quelli attuali. In Africa saranno circa un miliardo in più degli attuali, in condizioni di vita abbastanza peggiori rispetto alle nostre. Gli immigrati di oggi sono l’avanguardia di un fenomeno migratorio che sarà sempre più impetuoso se non governato con prudenza e lungimiranza politica. Se il destino dei migranti si gioca sul tavolo europeo, anche il destino dell’Europa si gioca sul tavolo delle migrazioni e dunque largamente dell’Africa. Tutto è intrecciato. Ecco perché le migrazioni non sono un problema per “addetti ai lavori” ma, in Italia come in Europa, saranno la cartina di tornasole che ricomprende in sé le maggiori sfide del nostro tempo.                                       

Paura e indifferenza ma anche voglia di mettersi in gioco. Intervista a Gioele Anni

Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Gioele Anni, classe 1990, è un giovane giornalista impegnato nell’Azione cattolica. Ha partecipato molto attivamente al Sinodo sui giovani, con tanta voglia di futuro negli occhi e nella testa. Lo abbiamo incontrato e anche con lui siamo partiti dalla riflessione del sociologo Giuseppe De Rita che parla di due esigenze sociali, la sicurezza e il senso, alle quali rispondono le due autorità, quella civile e quella spirituale, da qui la responsabilità della Chiesa, intesa come istituzione e soprattutto come popolo dei credenti.

«Sicurezza e senso: mi sembra che per la mia generazione le due tematiche siano connesse e quasi sovrapposte. Cerchiamo una sicurezza che non riusciamo a vedere nel futuro, perché c’è una precarietà continua di vita che ti toglie l’orizzonte di senso. Quando tu non hai una prospettiva di stabilità perché mancano le opportunità per realizzarti professionalmente, e quindi per costruire la tua vita, dare forma ai tuoi sogni e aspirazioni, come ad esempio creare una tua famiglia, allora viene meno tutto, anche il senso. E su questo terreno ha gioco facile chi propone soluzioni semplicistiche, mescolando i due elementi. Ma lo spazio per un racconto diverso della vita c’è: è uno spazio ferito, che evidenzia la debolezza della mia generazione, di questa fascia di giovani italiani che viviamo la difficile situazione sociale ereditata dagli ultimi anni».

Il cittadino cattolico che vive una dimensione spirituale, cosa può o deve fare in questa situazione?

Per rispondere a questa domanda bisogna dare uno sguardo al contesto. Se penso ai giovani come me — io ho 28 anni — direi che la maggior parte di noi non ha avuto un rapporto strutturato con le esperienze di fede e di Chiesa. Moltissimi ragazzi sono transitati dalla parrocchia fino alla cresima, poi se ne sono andati e hanno sviluppato un’idea dell’esperienza di fede legata a stereotipi e pregiudizi. Un’idea di Chiesa-istituzione che, addirittura, non riesce a intercettare le domande profonde di senso. Sembra un paradosso ma è così, e questa considerazione è emersa spesso anche nel processo del Sinodo sui giovani. In questo contesto mi sembra che la prima missione per la nostra Chiesa, per la nostra comunità ecclesiale, sia proprio quella di stabilire un contatto con i giovani che si sono allontanati perché non hanno conosciuto l’esperienza di fede come qualcosa di vivo e vitale. Per prima cosa serve mostrare che l’esperienza di fede è appunto un’esperienza viva, un’esperienza di comunità, e che lì, pian piano, in un lungo percorso tu puoi trovare le risposte alle domande di senso che come tutti ti porti dentro. Serve costruire prima di tutto un tessuto di relazioni: così potremo andare oltre l’idea che la vita cristiana si riduca a un percorso funzionale a ottenere dei sacramenti. Questa idea stereotipata della vita di fede nasce anche dai pregiudizi che si hanno rispetto al mondo ecclesiale, spesso frutto di narrazioni mediatiche parziali. Penso in particolare ai casi di scandali clamorosi che non rendono ragione della grande maggioranza delle esperienze in cui le persone incontrano la Chiesa, al cui interno ci sono tanti uomini e donne dediti, lineari, esemplari.

Si capisce dalle tue parole che in realtà la tua è un’esperienza positiva ma che molti tuoi coetanei si sono fermati a un rapporto con la parrocchia abbastanza freddo. C’è qualcosa che non va nella parrocchia? Nella sua forma? Va ripensata? 

Parto proprio dalla mia esperienza: vengo da un contesto di parrocchia piccolissima, perché il mio paese — Bertonico, nella diocesi di Lodi — ha solo mille abitanti. È un’esperienza del “nucleo”, dove ancora la parrocchia è significativa perché è l’unica istituzione vicina alla gente insieme al Comune. Su questo nucleo c’è stato poi l’incontro con l’Azione cattolica, che in tutti i livelli mi ha fatto vivere un’esperienza di Chiesa-comunità, dall’Azione cattolica dei ragazzi alla dimensione del gruppo adolescenti. Poi un primo salto, per me, è stato nell’esperienza del Movimento studenti dell’Azione cattolica, quindi la prospettiva di un impegno concreto nella scuola: mi ha spinto a “uscire” dalla dimensione strettamente parrocchiale per portare una testimonianza lì dove passavo la maggior parte del mio tempo. Ai miei compagni di classe non “fregava” nulla della mia appartenenza ecclesiale, volevano solo capire se potevo offrire qualcosa di concreto. L’esperienza del Movimento studenti invita ad abitare gli spazi di protagonismo della scuola, ad animare le assemblee studentesche, le attività di approfondimento con altri studenti e docenti: uno studente cattolico, inserito in un gruppo, ha spazio per tante proposte anche semplici ma concrete. Alla base di tutto però c’è il dialogo con gli altri, perché se tu porti la tua identità di cristiano-cattolico e proponi solo attività che potresti benissimo fare in parrocchia, questo spazio di dialogo viene meno. Se invece dici: “Qui c’è una cosa concreta da fare, mettiamoci insieme per organizzare un’attività formativa, per organizzare un ciclo di incontri, per trattare in assemblea un tema che interessa a tutti”, allora lì anche dagli altri c’è un’apertura. Il punto d’incontro è sulla concretezza, non sulla base dell’ideologia: puoi trovare disponibilità a fare qualcosa insieme per il bene della comunità. Chiaramente lo stile con cui abitare questo dialogo è conseguenza di una formazione cattolica. 

Questa tua formazione, come incide nel tuo impegno? L’ispirazione che scaturisce dal Vangelo che ruolo gioca? Da come stai raccontando sembra che debba toglierti la “giacca del cattolico” per poter dialogare con gli altri, ma l’appartenenza cattolica non è una “giacca”. 

Direi due cose. Da un lato c’è l’impegno a cercare di trovare quei punti d’incontro, quelle tematiche, quegli spazi d’impegno concreto che possono interessare tutta la comunità, e non solo alla mia sensibilità di cattolico. È un frutto dello sguardo al “bene comune” che cresce in un’esperienza matura di fede. Il secondo punto su cui incide la formazione di credente è il riconoscere che nell’altro, anche se viene da un percorso diverso, c’è un valore, che l’altro mi può insegnare qualcosa. Provo a dirlo con una battuta: una volta abbiamo fatto in parrocchia un incontro su come vengono percepiti i cristiani nella società. Un adolescente ha risposto: “A me della Chiesa non piace questo: sembra che abbia ragione solamente chi ne fa parte”. Il problema è che a volte chi esce da percorsi di formazione come quelli parrocchiali entra poi negli ambienti di vita come portatore di una verità già pronta, che viene proposta senza spazi di mediazione. L’approccio di un dialogo pragmatico, a mio parere, non mette in discussione i nostri valori, ma spinge a trovare prima di tutto i punti d’incontro, come dice il Papa: quei punti che ci uniscono e che sono maggiori di quelli che ci dividono. Da lì si può partire per costruire qualcosa insieme. Primo passo quindi è cominciare ad ascoltare l’altro in cui, anche se non è credente, siamo convinti che ci sia un frammento di Vangelo, un frammento di verità, e da qui partire per costruire qualcosa a partire da ciò che praticamente puoi fare lì dove sei, come sei.

Quindi ad attirarti e coinvolgerti è stata soprattutto l’Azione cattolica?

Sì. Come dicevo, la possibilità di mettermi in gioco concretamente nello spazio della scuola è stata una prima svolta nel mio percorso, utile a uscire dalla logica che la fede cristiana si vive solo nel contesto della parrocchia. Poi altre svolte, a livello molto personale, sono state delle esperienze di servizio, di volontariato, una in particolare in Abruzzo dopo il terremoto, nel 2010. Quell’esperienza mi ha aiutato — come dire — a “de-intellettualizzare” la mia vita di credente. Con questo termine mi riferisco al fatto che forse la formazione che ho ricevuto (insieme alla maggior parte dei mie coetanei) era stata improntata a imparare bene dei concetti, ad apprendere e conoscere bene il catechismo. Forse a volte è mancata un po’ di esperienza concreta. I momenti di volontariato, in particolare questo con le vittime del terremoto, mi hanno portato a pensare: “Qui non spiego niente a nessuno, non devo raccontare che cos’è per me la fede, non devo difendere delle posizioni o delle scelte etiche. Qui sono io con quello che ho, poco o niente, eppure quello che metto a disposizione degli altri può essere utile”.

La tua sensazione è che i giovani della tua generazione siano rimasti a questo approccio intellettuale della fede? Cioè, hanno incontrato una Chiesa che ha proposto solo concetti?

Credo che l’idea di fondo sia questa, perché forse il percorso che ti porta fino ai sacramenti viene ancora associato al percorso scolastico: in qualche modo, la scuola e il catechismo viaggiano quasi paralleli.

Hai in mente una forma alternativa? 

I problemi sono tanti e complessi. Ad esempio al Sinodo sui giovani qualcuno proponeva di spostare più in là il momento della cresima, affiancando il percorso dottrinale a un percorso esperienziale. Sono ragionamenti che vanno studiati e approfonditi nelle giuste sedi, però intanto mi sembra un’intuizione interessante: maggiore spazio alle dinamiche esperienziali. Anche su questo l’Azione cattolica in qualche modo ha lavorato: la “scelta esperienziale” risale già al dopo concilio, ma è un processo che sempre si può aggiornare e ampliare. Mi sembra che le esperienze di Chiesa che attirano i giovani sono quelle che inizialmente ti chiedono di dare un contributo su qualcosa che tocca la tua vita. Poi in un processo, con l’accompagnamento di adulti, con l’accompagnamento di una comunità, arriviamo insieme a definire perché tu ti impegni, che cosa c’è di più profondo in questa tua voglia di spenderti per un bene anche molto concreto, molto semplice. 

Ti dico queste due parole: paura, rancore. Appaiono i sentimenti prevalenti oggi nella società occidentale, contemporanea. Sei d’accordo?

Ne aggiungerei un terzo, che è l’indifferenza. Mi pare che la mia generazione sia soprattutto impaurita; non direi rancorosa, forse questo è un sentimento che appartiene più agli adulti. Riprendo quello che diceva De Rita: il rancore che nasce dalla promessa di futuro che non si è realizzata. Dopo lo choc economico del 2008 abbiamo sentito parlare così tante volte di crisi, di opportunità che vengono meno, da pensare già in partenza che il nostro futuro sarebbe stato peggiore del presente. Questo non ha sviluppato rancore, ma direi una forma di indifferenza alle dinamiche di comunità, perché in fondo devo prima di tutto pensare a salvare me stesso. Quindi direi più paura e indifferenza in questa accezione, per cui non ho tempo di preoccuparmi degli altri, della mia comunità, dal momento che ho bisogno di mettermi prima al sicuro, perché il futuro non c’è per tutti. E questo non fa per forza di me una persona arrabbiata, però mi chiude alla relazione con gli altri. 

Allo stesso tempo però non penso che il nostro tempo sia caratterizzato solo da sentimenti negativi. C’è una disponibilità a mettersi in gioco nuova, diversa. Ne abbiamo parlato spesso durante il Sinodo. Mentre forse gli adulti hanno ancora un’idea di appartenenza ideologica, dove tu sposi una causa e ti senti partecipe, noi abbiamo una forte disponibilità ad attivarci su cause concrete e vicine. Penso a tutti i movimenti ambientalisti, a partire dai Fridays For Future lanciati da Greta Thunberg. Se la questione ci tocca direttamente, se ci rendiamo conto che qualcosa deve cambiare perché così non possiamo andare avanti, sentiamo il desiderio di metterci in gioco.

Alcune persone che ti hanno preceduto in questa serie di interviste, ad esempio il poeta Davide Rondoni, si sono soffermate sull’impatto della tecnologia sulla vita dell’uomo, riflettendo su una possibile mutazione antropologica. Per te che sei quasi un nativo digitale, come sono cambiati i desideri profondi? Come si vive la dimensione dell’affetto e delle relazioni in un’epoca così tecnologica?

Il primo dato è che noi abbiamo un senso di comunità molto più largo. Facciamo delle esperienze, almeno noi giovani del mondo occidentale, che forse la tua generazione iniziava a fare: i viaggi all’estero, l’Erasmus, le vacanze studio estive. Esperienze che ti portano ad avere un senso di appartenenza che è più ampio del paesino, della regione. Credo che questo sia un dato positivo. Abbiamo il mondo in tasca e ci sentiamo cittadini di questo mondo. Ci sono grandi e piccole cause che mettono in moto i giovani in tutto il mondo, in un modo che trenta o quaranta anni fa probabilmente non era pensabile. Questa mi sembra la cosa più interessante. 

Allo stesso tempo mi sembra che le tecnologie portino sempre più a vivere le relazioni dentro delle “bolle”. Se ho una chat di WhatsApp con i mie amici, con la mia compagnia storica, posso andare a scuola e non avere relazioni con i compagni di classe, perché i miei affetti ce li ho in chat. Quello che m’interessa lo condivido con un post, lo condivido scrivendo sul gruppo. Paradossalmente, l’apertura amplissima di cui ti parlavo in realtà rischia di ridursi. Se andiamo poi sulle questioni tematiche, l’effetto “bolla” creato dai social si fa ancora più forte. Il radicamento di posizioni sempre più estreme è anche legato alle modalità di funzionamento di Facebook, Instagram, Twitter: io giovane di oggi posso aver accesso a dei contenuti molto ristretti ma avere la sensazione che tutti la pensino come me, che quello sia l’unico pensiero. Come sempre, strumenti nuovi scatenano dinamiche positive e negative, anche accentuate in un senso o nell’altro.

Il ruolo della Chiesa, delle nostre comunità e dei nostri gruppi, può essere allora quello di aiutarci a far uscire ciascuno dalla sua piccola bolla e di creare (o ritrovare) spazi fisici d’incontro e di dialogo. Forse solo noi, come Chiesa — o anche la scuola, con cui la stessa Chiesa spesso riesce a dialogare — possiamo riconoscere l’urgenza di mettere insieme persone che altrimenti non avrebbero dove incontrarsi, senza avere la tentazione di guardare alla carta d’identità, stimolando processi inclusivi di costruzione del bene comune, del bene possibile. 

Forse si è caricata di troppa aspettativa la comunicazione, cioè il fatto che viviamo l’epoca delle comunicazioni così potenti, così pervasive. Però forse la comunicazione, considerata dal punto di vista meramente tecnico, non basta.

Non è solo comunicazione, è senso di appartenenza. Cercavo di spiegare a mia madre cos’è nato con la serie tv Il Trono di Spade. È sorto un universo in cui ritrovarsi e raccontarsi con tante persone di tutto il mondo, condividere le proprie impressioni, ciò che quella storia ti ha detto. Stiamo ore su Facebook o su Twitter non tanto perché abbiamo qualcosa da comunicare, quanto perché vogliamo sentirci parte di una comunità che condivide il nostro interesse: una serie tv, il calcio, persino le questioni di Chiesa! Ci sono delle pagine Facebook che sono super frequentate e attivissime. Certo, se io condivido i miei interessi solo con persone con cui ho un contatto virtuale, diventa un problema, perché non sempre nella vita ho a che fare con comunità che mi scelgo: sul posto di lavoro, a scuola, non ci sono solo persone con le mie stesse sensibilità. Abbiamo quindi bisogno di vivere esperienze concrete, fisiche, di ascoltare opinioni diverse, modi di pensare diversi. In questo senso, forse, il mondo ecclesiale fa ancora fatica ad accettare che gli spazi virtuali sono spazi profondamente reali. Il Sinodo sui giovani ha posto il tema e ci ha lavorato, ma la narrazione è ancora quella della rete che ti estranea, che ti toglie vita, invece è un ambiente dove la vita c’è, a tutti gli effetti.

Se io dico politica tu che dici? 

Dico che è una cosa complicata e invece ce la vendono semplice. La politica è difficile. È l’arte della mediazione. Come quando fai politica a scuola, all’università, e lì ti rendi conto che devi trovare punti d’incontro fra persone dello stesso gruppo che la pensano diversamente, tra giovani, e poi devi interfacciarti con gli adulti. A noi invece viene spiegato che la politica è l’arte dell’imporsi, del mandare il messaggio più convincente. E le “bolle” di cui dicevo prima, che sono sempre più ridotte, sono funzionali a questa narrazione: quando il mio messaggio raggiunge il target di riferimento e faccio breccia, passo per il più bravo. Mi sembra che l’uso pubblico dei simboli cattolici faccia un po’ parte di questa dinamica, di una semplificazione strumentale che punta a convincere chi fa fatica a comprendere questa complessità.

Quindi come bisognerebbe fare per agire in politica diversamente? I giovani della tua età fuggono dalla politica. 

Sì, fuggono, e mostrano segni di apparente disinteresse. L’astensione non è però del tutto una fuga come ha notato il sociologo Alessandro Rosina analizzando il voto del 4 marzo: i giovani votano chi c’è e fa proposte magari un po’ estreme, oppure si astengono perché intendono dare un segnale, non per disinteresse. Allora, prima che gli spazi della politica partitica, serve innanzitutto valorizzare quelli dell’impegno nella scuola, nell’università, nel sindacato, nella comunità civile. Lì ti formi e ti rendi conto di cos’è l’esperienza politica. E poi c’è bisogno di un enorme lavoro di ricostruzione dei contesti complessi, che vuol dire riuscire a scappare dalla logica del muro contro muro continuo. È chiaro che i messaggi divisivi fanno più breccia, ma mi sembra che le esperienze più efficaci siano quelle che riescono ad aiutare le persone a comprendere i contesti piuttosto che dire “a un messaggio A rispondo con un messaggio B”. Anche se questa operazione richiede molto più tempo.

Un’altra parola: sinodalità; il Papa insiste su questo.

Il Sinodo dei giovani è stata una figata, non so se si può dire su «L’Osservatore Romano». È stata esperienza di sinodalità, l’assemblea sinodale in particolare, ma anche tutto il processo. È un metodo che ha bisogno di tempi lunghi, anche lunghissimi. Il Sinodo dei giovani è iniziato due anni fa ma la sua attuazione sarà molto lunga e avrà bisogno di essere seguita tanto quanto l’evento, perché, altrimenti se la sinodalità si riduce a un evento, si perde; siamo pieni di convegni e di appuntamenti che poi si sono persi. È stata un’esperienza entusiasmante perché ha messo insieme tante differenze: di provenienza, di età, di cultura. Anche nel contesto italiano, però, abbiamo tantissime differenze, tra nord e sud, tra età diverse. Il Sinodo le ha messe insieme dando spazi per vivere momenti formali e informali. Questi ultimi in particolare sono stati decisivi perché hanno permesso di muovere molto profondamente gli affetti. Davanti ad alcune storie di giovani, penso ai giovani dell’Iraq, ad alcune storie di sofferenze e di marginalità, ma anche davanti a storie semplici di comunità cristiane vive e significative, c’è stato un continuo emozionarsi, commuoversi. Ho visto anche i vescovi, anche il Papa, emozionarsi fino alle lacrime, alcuni vescovi facendo i loro interventi hanno pianto. L’incontro con i giovani, soprattutto con i giovani ai margini, nei racconti, anche nella presenza dei questionari che erano stati inviati alla riunione del pre-sinodo ha mosso gli affetti della Chiesa. Tutto il processo, in definitiva, è stato un primo passo per recuperare lo stile dell’informalità, almeno con i giovani. Ricapitolando: riscoprire l’informalità, darsi tempi lunghi e muovere gli affetti sono gli ingredienti che ho riscontrato nella sinodalità. Penso che possano essere elementi che fanno bene anche alla Chiesa italiana in questo orizzonte di lungo periodo per andare ad attingere alle sorgenti vive. Avrei molta paura di un sinodo della Chiesa italiana “romanocentrico”, credo invece che ci serva la periferia, portarla un po’ dentro, uscire un po’ dal centro. Andare nelle periferie e vedere che cosa si muove, che esperienze belle stanno già nascendo spontaneamente. Davvero la realtà è più importante dell’idea: in tanti casi noi pensiamo di dover progettare chissà che cosa, poi andiamo nel gruppo più scalcagnato di provincia e vediamo che ci sono delle cose stupende. 

Ha ragione Matteo Truffelli quando dice, su questo giornale, che c’è una dinamica della sinodalità che va molto oltre l’evento. Un evento sinodale forse potrebbe essere interessante se pensato in due tempi: un momento di sinodalità a livello locale, parrocchiale, diocesano e poi il confronto con l’autorità dei vescovi a Roma. Partiamo dal concreto: che cosa vuol dire essere parrocchia sinodale? Che vuol dire fare sinodalità in parrocchia? Penso che le dinamiche che raccontavo prima si possano portare anche a livello parrocchiale. E poi c’è un confronto con chi ha un ruolo di autorità che è fondamentale per l’esercizio della sinodalità, dove l’autorità deve mettersi al servizio e far crescere tutte le varie parti della comunità. Più vai nel locale e più invece è difficile trovare autorità che si mettano al servizio delle comunità. E non parlo solo di mondo clericale; anche i laici, nel piccolo contesto, nella piccola associazione, a volte sembrano cercare quasi un piccolo spazio di potere.

In conclusione mi sembra che questo è un tempo bello di Chiesa, e direi che anche nello spazio politico ci sono dei fermenti interessanti; c’è anche qualche scenario preoccupante, qualche narrazione che fa un po’ paura, però è bello abitare questo momento, è bello vedere questa Chiesa che è Chiesa in uscita, nel senso che cerca di dialogare con i giovani, con gli adulti, con tante realtà. È bello essere giovani oggi ed è bello far parte della Chiesa oggi. Questa mi sembra la cosa principale che anche nelle attività delle varie associazioni, movimenti, nell’Azione cattolica, nelle parrocchie, è bello far emergere. Non cediamo alle profezie di sventura, come ha detto il Papa iniziando il Sinodo dei giovani.

 

Sul partito d’ispirazione cristiana

Il tema della diaspora dei cattolici non richiede ulteriori rinvii. Non si tratta certamente di non essere sensibili ai richiami, agli appelli e alle indicazioni di una gerarchia che è più attenta all’universalismo, piuttosto che a una identità fondata sulle nostre radici. Le radici sono indispensabili, in politica, come nella morale, nel sociale, come nell’economia, pena un sincretismo ideologico e riduttivo che permette di parlare di +europa e nello stesso tempo fare parte di quella politica minima di supporto alla denatalità che tanto ha inciso da molti decenni, con l’arrivismo politico dei radicali e il cedimento di quota parte dei cattolici democratici a disvalori, nella convinzione che ciò conducesse a una pacificazione sociale.

Perché Sturzo e De Gasperi, nonostante sia trascorso oltre un secolo dalla loro attiva azione politica, sono ancora i nostri maestri e i nostri maggiori interlocutori, e nonostante i rivolgimenti, i cambiamenti, “le rivoluzioni industriali e tecnologiche” che hanno portato l’Italia e l’Europa a una fase critica di impoverimento e di sfiducia? Perché essi hanno saputo incarnare il grido di dolore della povera gente, operando attivamente nei loro territori, Sturzo a Caltagirone e De Gasperi nel Trentino, provvedendo ai bisogni concreti delle persone, delle famiglie, dei gruppi imprenditoriali, che sono i veri motori dell’economia reale, quella che sostiene i valori di piena presenza e di piena capacità produttiva.

Tutto questo, relativo al mondo di oggi, ha un solo significato: la presenza di quel partito – prima PPI, poi DC – che ha costituito la spina dorsale dell’Italia sia come opposizione al fascismo, sia come baluardo al comunismo nel dopoguerra. Ed ora, in questo momento storico, il pensiero e l’azione di Sturzo e De Gasperi rappresentano la campana che risuona nelle piazze e nelle strade, nelle città e nelle campagne; essi sono il nostro inno nazionale che inizia con quel rullio musicale che richiama in un solo punto non solo i cattolici, ma tutti coloro che amano le cose più sane e viventi della nostra esperienza: la difesa della vita nel grembo materno, allo stesso modo che nel barcone, l’accoglienza solidale del focolare familiare, il rispetto e la buona educazione politica, la solidarietà che si fa sussidiarietà e condivisione nel sociale, tutte quelle reti di fiducia (dal latino fides, cioè corda), che fanno di un popolo e di una comunità (l’Europa) una buona unione di civile e di pacifica convivenza.

“Gli affari dei comitati”, sia locali che nazionali, che hanno infestato e stanno infestando i rapporti sociali, politici ed economici, non ci appartengono, perché solo se saremo capaci di dare una svolta alla dimenticanza dei valori e alle nostre divisioni, sarà possibile la presenza, ancor oggi, di una formazione politica, antica in quanto fondata sulla nostra tradizione più ricca e produttiva, nuova, in quanto corrispondente alla sua incorporazione nell’attuale momento storico, in cui l’oblìo delle certezze ha annebbiato le nostre capacità sostanziali di riflettere, comprendere ed elaborare le necessarie contromisure nella vita politica. Quando leggo e sento fare tanti esercizi dialettici, o sento parlare di tanti ripetuti convegni, mi rendo conto che chi li esprime forse non ha inserito la sua presenza nel tessuto sociale lacerato, non ha ancora compreso che continuare nelle vanaglorie e attribuzioni personali, nelle discussioni fini a se stesse, rende ragione delle nostre sconfitte e delle nostre miserie politiche, che sono prese ad esempio, in negativo, dai nostri avversari politici, quelli dei comitati di affari locali e nazionali. Su queste continuano a costruire le loro opportunità, a tutto svantaggio di chi soffre e vive situazioni di grande difficoltà.

Scrisse Alcide De Gasperi, nel suo discorso a Trento in occasione del primo congresso cattolico trentino, il 30 agosto del 1902: “…permettete che io oggi sia assolutamente pratico. Lascerò gli astratti ed esprimerò i nostri ideali concretamente: cattolici, italiani, democratici”. E l’11 febbraio 1903, a Vienna: “Soldati di fede e di entusiasmo, non ci nascondiamo le difficoltà della lotta e soprattutto che gli anni nostri sono di preparazione, e di studio, ma sappiamo che vi sono momenti in cui vale la parola di Goethe: adesso, in questo periodo, nessuno dovrebbe tacere o cedere”.

Andreotti ne racconta l’impegno in questi termini: “De Gasperi divideva il suo tempo tra gli studi e l’organizzazione studentesca e sociale…Accanto a don Endrici andava per la Val di Fiemme o in Folgaria ad organizzare cooperative di consumo e casse rurali, per sottrarre tanta povera gente al dominio degli usurai. La popolazione delle campagne, collegata ai centri di vendita con mezzi scarsi e difficoltosi, che nel periodo invernale venivano addirittura sospesi, era alla mercé di mercanti che nei loro affari non si ispiravano certamente ai precetti evangelici. Altro peso gravante sui contadini era quello dei prestiti e dei mutui che alcuni signori di campagna, non esclusi purtroppo alcuni dei cosiddetti <intransigenti>, effettuavano a tasso elevatissimo…”(De Gasperi e il suo tempo. Trento Vienna Roma, II edizione riveduta e ampliata, dicembre 1964, Mondadori).

Queste memorie danno ragione a coloro che, con spirito di novità e con dedizione, hanno cercato di entrare nelle pieghe locali dei territori, nelle criticità delle anguste miserie di quel popolo che nella storia è sempre stato o carne da macello, o servizio dei potenti del tempo, e che nella sua umiltà e capacità di soffrire, ha offerto la migliore parte di se stesso, costituendo da sempre il più grande esempio di passione civile, umana e solidale.