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Sempre meno ghiaccio

A causa di cambiamenti significativi nel clima artico, il ghiaccio marino è notevolmente diminuito nell’arcipelago artico canadese. A testimoniarlo è uno scatto del satellite Sentinel3, ottenuto a luglio del 2019, che l’European Space Agency (ESA) ha diffuso nell’ambito del progetto EarthFromSpace.

Nella foto è possibile infatti osservare la presenza del ghiaccio all’interno dei corsi d’acqua, così quello, rotto in diversi pezzi, presente nel Mare di Beaufort.

La maggior parte dell’arcipelago fa parte di Nunavut, il territorio più grande e più settentrionale del Canada.

L’arcipelago si estende su una superficie di circa 1 500 000 km quadrati ed è composto da 94 isole maggiori e più di 36000 isole minori. L’arcipelago è delimitato dal mare di Beaufort a ovest e dalla baia di Hudson e dalla terraferma canadese a sud.

Secondo il National Snow and Ice Data Center (NSIDC) , l’estensione del ghiaccio marino a luglio 2019 è diminuita ad una tariffa giornaliera media di 105 700 km quadrati, superando la tariffa media dal 1981 al 2010 di 86 800 km quadrati al giorno.

L’analisi sul coronavirus dell’Istituto superiore di Sanità

Febbre e dispnea sono presenti come sintomi di esordio rispettivamente nell’86% e nell’82% dei casi esaminati. Altri sintomi iniziali riscontrati sono tosse (50%), e appunto diarrea ed emottisi (5%). “Questi dati suggeriscono che per chi presenta solo febbre è sufficiente allertare il proprio medico rimanendo a casa – spiega Silvio Brusaferro, presidente dell’Iss -, mentre in presenza di entrambi i sintomi è meglio contattare il 112 o 118. In ogni caso ricordiamo che bisogna assolutamente evitare di andare per proprio conto dal medico o al pronto soccorso, per evitare di esporre il personale e i pazienti a rischi. Seguire questa e tutte le altre norme di prevenzione dettate in questi giorni è fondamentale per rallentare il più possibile l’epidemia e proteggere le persone più fragili. Le misure individuali d limitazione dei contatti sociali sono fondamentali per poter contrastare il virus, facciamo appello al senso di responsabilità di tutti”.

Per quanto riguarda la mortalità legata al virus i dati aggiornati confermano quelli del primo studio. L’età media dei pazienti deceduti e positivi a COVID-19 è 81.4. Le donne sono 48 (31.0%). Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione è di 3,6. I decessi avvengono in grandissima parte dopo gli 80 anni e in persone con importanti patologie pre-esistenti: nel dettaglio la mortalità è del 14,3% oltre i 90 anni, dell’8,2% tra 80 e 89, del 4% tra 70 e 79, dell’1,4% tra 60 e 69 e dello 0,1% tra 50 e 59, mentre non si registrano decessi sotto questa fascia d’età. Complessivamente, 21 pazienti (15,5% del campione) presentavano 0 o 1 patologia, 25 (18,5%) presentavano 2 patologie e 70 (60,3%) presentavano 3 o più patologie; per 19 pazienti non è stato ancora possibile recuperare ad oggi l’informazione. Ipertensione e cardiopatia ischemica si confermano le patologie più frequenti.

Confronto Italia-Cina

L’aggiornamento dei dati conferma che in tutte le fasce di età la letalità nella popolazione italiana è più bassa rispetto a quella osservata in Cina. La letalità complessiva in Italia sui 155 casi risulta invece del 2,9% contro il 2,3% della Cina. Il dato generale è più alto nella popolazione italiana perché l’età media della popolazione italiana è maggiore rispetto a quella cinese (44 vs 37 anni – stime WHO 2013) e in Italia c’è un maggior numero di malati con età superiore agli 80 anni.

“L’analisi di questi dati consente di effettuare valutazioni sulle quali stabilire raccomandazioni e comportamenti – sottolinea Brusaferro – pertanto è fondamentale che venga aggiornato costantemente il sistema di sorveglianza con le cartelle cliniche dei deceduti da parte degli ospedali”.

Effetti collaterali

Che vi devo dire, cari fratelli, pensavo che nei momenti difficili ci fosse un sussulto di orgogliosa razionalità.

Il 27 febbraio Vittorio Sgarbi, noto critico d’arte e polemista deputato, uomo di punta – così recitano le cronache – del fronte berlusconiano, ha svolto alla Camera uno dei suoi classici interventi mozzafiato:  “Questa è una finzione, è una finzione, è una finzione. È una presa per il c…[mio omissis per dovere d’ufficio] che umilia l’Italia davanti al mondo. Non c’è nessuna emergenza”.

Poi, però, Salvini ha pronunciato in varie sedi frasi di condanna, a raffica, per denunciare l’inerzia del governo. L’emergenza sovrasta tutto e tutti. Tuttavia, in quel momento si sbracciava a favore di un governo di unità nazionale. Per fare cosa? Per andare alle elezioni anticipate. Semplice, no?!

Ebbene, a far chiarezza è sopraggiunta quella simpatica – anche noi frati abbiamo i nostri gusti in fatto di simpatia – della capa della destra-destra, l’italiana e cristiana Meloni. La quale, se non ricordo male, dichiarava che l’Italia aveva bisogno di elezioni anticipate, ma senza passare per un governo di unità nazionale. Insomma, era d’accordo con il leghista…a modo suo…ovvero sostenendo il contrario di quel che sosteneva Salvini.

E Berlusconi? Beh, che dire, sempre vispo ed arguto il vecchio patron di Forza Italia: s’è fatto sentire e ha tuonato contro i pochi miliardi scuciti dal governo, ipotizzando uno stanziamento – attraverso nuovo debito – per 50 miliardi.

A quel punto tutt’e tre i partiti del centro destra hanno lodato la felice intuizione del Berlusca, anche se in precedenza Salvini aveva proposto di reperire solo 20 miliardi. Più o meno in sintonia con la Meloni.

Infine, tutti i capintesta  dell’opposizione hanno deciso di dire basta (evidentemente a loro stessi) e si sono premuniti di eseguire un medesimo spartito musicale. Ecco, allora, la famosa conferenza stampa di qualche giorno fa, che mi sono vista in diretta, rimanendo un po’ sorpreso. I miliardi da spendere adesso non sono più 50 e nemmeno 20, ma piuttosto 30 (però “come punto di partenza”, chiosa Salvini, lasciando intuire dunque che il punto d’arrivo potrebbe anche essere un altro). 

Salvini è stato chiaro: in realtà nessuno – dicasi nessuno – ha mai ragionato sul governo di unità nazionale. E le elezioni? No, nemmeno quelle sono state sollecitate, né mai oggi sono per il centro destra un obiettivo. Il governo fa schifo e per adesso ce lo dobbiamo tenere: alla fine è questa la morale della conferenza stampa. Del resto, è meglio avere nervi saldi perché, a ragionar di fino, si scopre che è tutta colpa dell’Europa.

Orbene, non so se dimentico qualcosa. In effetti dimentico di riportare per filo e per segno gli attestati di buona volontà, l’impegno a fare il bene, la rivendicazione della propria coerenza, a dispetto dell’incoerenza altrui. Dimentico di far menzione corretta e limpida di tanto spettacolo di indubbia coerenza, quasi sul filo di un sapido sillogismo.

Ma il coronavirus, cari fratelli, provoca questi effetti collaterali?

Merlo, “Dico da Sindaco a Decaro (Anci) che nell’emergenza sanitaria non dobbiamo Sterilizzare i comuni per essere responsabili”.

Pubblichiamo la nota di Giorgio Merlo, abituale presenza sul nostro giornale, il quale interviene in qualità di Sindaco di Pragelato, comune alpino in provincia di Torino. È interessante questa sua puntualizzazione perché unisce senso dello Stato e orgoglio autonomista. Le nuove misure del governo, molto più severe di quelle assunte in precedenza, chiariscono come l’ordinamento giuridico preveda la piena sovranità dello Stato in caso di emergenza. Da qui non deriva alcuna deminutio delle autorità locali, bensì la loro configurazione, anche nel contesto emergenziale, quali cellule basilari dell’organismo repubblicano. In effetti, se Decaro ha preso una posizione corretta a tutela del contributo serio e costruttivo dei Sindaci, ha finito però per declinare in modo incongruo il verbo della loro originale responsabilità.

Giorgio Merlo

La centralità dei Comuni non è un vezzo degli amministratori locali ma un postulato essenziale e costitutivo dell’ordinamento democratico del nostro paese. Un elemento che anche di fronte alle emergenze, come quella che stiamo vivendo, non può mai essere messo in discussione. 

Ecco perché Antonio Decaro ha fatto bene, il 25 febbraio scorso, a condividere a nome dei Sindaci italiani la soluzione che mette in capo alla “cabina di regia” del governo la responsabilità delle misure anti contagio, per circoscrivere in questa fase di acuta esplosione del virus i rischi per la salute degli italiani. 

Sottoscrivo, come Sindaco e membro del Consiglio nazionale Anci, questo atto responsabile che rientra, del resto, nella cornice  della leale collaborazione istituzionale, essendo i Comuni il primo fondamento della Repubblica, non un livello contrapposto all’autorità dello Stato.

Vorrei dire a Decaro che però non parlerei di “sterilizzazione delle autonomie locali” (v. comunicato sul sito Anci http://www.anci.it/decaro-sterilizziamo-il-federalismo-regionale-e-le-autonomie-locali/). Egli converrà che l’espressione suona perlomeno ambigua, quasi fossimo in uno “stato di eccezione”. Al contrario, con queste prese di posizione, operiamo con limpidezza e coerenza nel rispetto dell’ordinamento vigente, alla luce della legislazione consolidata.

Infatti, a beneficio dei “cultori della materia”, come diventano tutti coloro che portano sulle loro spalle il peso delle responsabilità amministrative, c’è da osservare che gli articoli 32 della legge 833/78 e 50 del TUEL disciplinano appunto i rapporti tra Stato, Regioni e Comuni, riservando evidentemente allo Stato il potere di coordinamento e indirizzo, rispetto al quale cede per ragioni d’interesse nazionale l’azione delle autorità regionali e locali.

Nel merito, insomma, gli articoli di legge sopra citati sono la fonte di legittimazione della “stretta amministrativa” prodotta in questi giorni. Il legislatore ha inteso armonizzare, nello spirito e nella lettera della Costituzione, il quadro dei poteri di ordinanza per garantire il cittadino dal rischio di inammissibili  contrasti tra i diversi livelli istituzionali, specie nel caso di emergenze nazionali.

Pertanto non ci auto sterilizziamo, ma pienamente consapevoli dei problemi delle nostre comunità intendiamo contribuire, come sempre, al bene del Paese.

 

David Sassoli: “Costituire una centrale d’acquisto europea per i materiali necessari a prevenzione e cure”

David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, sulla sua pagina facebook scrive: “L’emergenza Coronavirus ci conferma una lezione importante. Nessun Paese, di fronte a epidemie globali di questa portata, è al riparo. Nessuno, vedete, può arroccarsi nella tentazione di considerarsi un’isola felice.

Adesso più che mai bisogna provvedere a mettere gli sciacalli nelle condizioni di non nuocere. Penso a un passo decisivo in questo senso: costituire una centrale d’acquisto europea, affidata alla Commissione, per reperire e smistare i materiali necessari alla prevenzione e alle cure.

Eviteremmo così inutili e dannose concorrenze fra gli Stati Ue, togliendo munizioni decisive alla speculazione internazionale.”

Coronavirus, piovono disdette in 1 azienda su 4

Piovono le prime disdette degli ordini in più di una azienda agricola su quattro (27%) per il crollo della domanda alimentare dopo la paralisi del turismo, i ristoranti vuoti, la chiusura forzata delle mense scolastiche e le difficoltà per l’export. E’ quanto rivela la prima analisi Coldiretti/Ixè sugli effetti dell’emergenza Coronavirus sull’agroalimentare Made in Italy in occasione del primo weekend di avvio della campagna #MangiaItaliano nei mercati e negli agriturismi di Campagna Amica.

Una mobilitazione per difendere la principale ricchezza del Paese che con la filiera allargata dai campi agli scaffali fino alla ristorazione vale 538 miliardi di euro pari al 25% del Pil e offre lavoro a 3,8 milioni di persone. Un patrimonio – sottolinea la Coldiretti – messo a rischio dall’espansione del Covid-19 che sta provocando gravi difficoltà produttive, logistiche e commerciali a livello nazionale, senza dimenticare i pesanti danni di immagine e gli effetti del crollo del turismo che è sempre stato un elemento di traino del Made in Italy agroalimentare all’estero, amplificato dallo stop forzato alle Fiere che sono un momento importante di promozione. E non si vede una soluzione a breve visto che – continua la Coldiretti – per oltre la metà (51%) delle aziende l’impatto economico negativo è purtroppo destinato a durare nel tempo.

Da quando è iniziata l’emergenza coronavirus – spiega Coldiretti – il fatturato è crollato nel 41% delle aziende del settore ma la situazione è ancora più grave negli agriturismi dove il 79% delle strutture dichiara un calo del fatturato. Peraltro i 23mila agriturismi italiani spesso situati in zone isolate della campagna in strutture familiari lontano dagli affollamenti, con un numero contenuto di posti letto e a tavola, sono forse il luogo più sicuro in Italia per difendersi dal contagio, fuori dalle mura domestiche.

Per combattere la disinformazione, gli attacchi strumentali e la concorrenza sleale prende il via la prima campagna #MangiaItaliano in Italia e all’estero per salvare la reputazione del Made in Italy, difendere il territorio, l’economia e il lavoro e far conoscere i primati della più grande ricchezza, del Paese, quella enogastronomica. Una iniziativa che vede schierati in prima linea durante il weekend i mercati degli agricoltori e gli agriturismi di Campagna Amica e alla quale stanno aderendo numerosi volti noti della televisione, del cinema, dello spettacolo, della musica, del giornalismo, della ricerca e della cultura insieme a tanta gente comune.

L’avvio di una corretta campagna di informazione sulla qualità e la salubrità dei prodotti agroalimentari Made in Italy e del turismo è la priorità segnalata dalla metà delle aziende del settore (50%) che chiedono però anche sgravi fiscali e contributivi, sostegni a consumi ed esportazioni e interventi di sostegno comunitari.

“Bisogna ricostruire un clima di fiducia nei confronti del marchio Made in Italy che rappresenta nell’alimentare una eccellenza riconosciuta sul piano qualitativo e sanitario a livello comunitario ed internazionale” dichiara il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che in queste condizioni “è inaccettabile qualsiasi taglio alle risorse comunitarie destinate all’agricoltura nella definizione del prossimo bilancio europeo. Occorre al contrario – conclude Prandini – aumentare gli stanziamenti per difendere un settore diventato strategico in un momento di crisi per garantire gli approvvigionamenti e la sovranità alimentare in Italia ed in Europa”.

L’IMPATTO DELL’EMERGENZA CORONAVIRUS SUL CIBO MADE IN ITALY

DANNI AZIENDE COLPITE
Disdette sugli ordini 27%
Crollo del fatturato 41%
Crollo delle presenze in agriturismo 79%
Difficoltà di lungo periodo 51%
Fonte: Coldiretti/Ixè

Coronavirus: Le linee guida per i trasporti e la logistica.

Linee guida univoche e uniformi per semplificare la movimentazione logistica e assicurare, con le dovute garanzie sanitarie, la continuità delle attività produttive. Sono le istanze emerse ieri al tavolo comune Mit – Protezione Civile, coordinato dal direttore Emergenza della Protezione civile Luigi D’Angelo assieme al capo di gabinetto del MIT e il dipartimento della prevenzione del Ministero della Salute, con una rappresentanza di associazioni della logistica e del trasporto.

Una sorta di manuale d’uso per evitare comportamenti difformi e assicurare a tutti gli operatori del settore criteri comuni ed omogenei nello svolgimento dell’attività lavorativa. La richiesta unanime delle associazioni è quella di semplificare le procedure autorizzative e velocizzare i passaggi amministrativi.

Un metodo di lavoro condiviso che porti a misure organizzative e sanitarie efficaci per gli addetti ai lavori e che allo stesso tempo siano in linea con le scelte di contenimento fin qui adottate dal Governo. “Soddisfazione sia per la tempestività con cui si è insediato il tavolo, sia per la concretezza che l’ha caratterizzato” dichiara Giuseppina Della Pepa di Anita.

Un incontro “particolarmente utile per affrontare le criticità che sono emerse nell’applicazione di alcuni disposizioni presenti nei DPCM emanati per l’emergenza coronavirus” ha detto Pasquale Russo di Conftrasporto. “Ottimo avvio dei Tavoli Tecnici proposti dalla Ministra alle Associazioni di Categoria. Dobbiamo giungere a procedure ordinarie standard che diano certezze agli operatori” ha spiegato il direttore generale di Confetra Ivano Russo. Rinnovata “la disponibilità a fornire contributi per affrontare l’emergenza e tutelare la salute delle persone, anche con l’incremento delle risorse disponibili per le Autorità,  e il personale in servizio negli Uffici della Sanità Marittima” da parte dell’associazione dei porti italiani.

Per Confindustria “l’incontro è stato molto positivo. Abbiamo constatato attenzione e disponibilità del MIT e della Protezione Civile e ricevuto rassicurazioni sulla risoluzione dei problemi operativi attuali e futuri, che stanno producendo già ora danni rilevanti alla produzione e ai servizi”. “Apprezziamo la sensibilità della Ministra De Micheli – afferma il Segretario nazionale di Confartigianato Trasporti Sergio Lo Monte – con cui abbiamo discusso le modalità per gestire al meglio la drammatica situazione che si è venuta a creare, anche al di fuori della zona rossa”.

Che cos’è la presbiopia?

La presbiopia, in un occhio finora non affetto da altri difetti visivi, si manifesta come difficoltà a mettere a fuoco da vicino: si ha difficoltà a leggere, a lavorare al computer, ecc. Questo avviene perché il livello di accomodazione disponibile è diventato insufficiente per garantire una buona messa a fuoco alle brevi distanze. Insorge per lo più tra i 40 ed i 50 anni (a seconda degli individui) e, secondo diversi studi, è minore in abitanti delle basse latitudini. Fino a 65 anni circa il potere accomodativo continuerà a diminuire notevolmente, per poi stabilizzarsi.

All’inizio, quando è presente ancora una ridotta capacità di accomodazione, si può ovviare al difetto visivo allontanando dagli occhi ciò che si legge (allungare le braccia); tuttavia dopo i 50 anni diventa indispensabile l’uso di lenti correttive per la lettura da vicino, poiché il livello di accomodazione residuo è ormai estremamente ridotto, e qualsiasi tentativo di mettere a fuoco naturalmente può creare affaticamento visivo, bruciori agli occhi e mal di testa, soprattutto in assenza di una forte illuminazione.

La correzione avviene con lenti oftalmiche positive, che aggiungono all’occhio il potere refrattivo minimo sufficiente per una corretta visione a distanza di lettura (+1 diottria per presbiopia leggera, allo stadio iniziale; +2 diottrie per presbiopia manifesta, abbastanza sviluppata; +3 diottrie quando l’occhio ha ormai perso quasi tutta la sua capacità di accomodazione, in genere in età senile); le lenti correttive della presbiopia vanno tolte per vedere da lontano, perché danno una visione tanto più sfocata quanto maggiore è il loro potere diottrico.

Altri tipi di correzione possono essere l’uso di lenti a contatto multifocali, occhiali multifocali (in modo da evitare il continuo leva e metti di occhiali), oppure un intervento chirurgico di impianto di un cristallino multifocale o con tecnologia EDOF oppure ancora accomodativo. Esistono inoltre delle tecniche di chirurgia refrattiva laser che eliminano la presbiopia agendo sulla cornea.

 

 

Coronavirus e Università telematica

I pericoli nella diffusione del virus cinese stanno imponendo nuove forme di insegnamento soprattutto con il ricorso a nuovo strumenti tecnologici.

Sono ormai lontane le tesi estremiste e distruttive di Ivan Illich propugnate in “Deschooling Society” nel 1971 che partendo da una critica severa della educazione “istituzionalizzata” giunge ad una formula radicale di “descolarizzazione” totale della società.

Una tesi da rifiutare perché non può esistere una società senza scuola.

Poi venne la Commissione dell’Unesco presieduta da Edgar Faure del 1970 che redasse un rapporto voluminoso (“Apprendre à être”, Parigi 1970) rilevando le insufficienze radicali spaziali, temporali e della comunicazione.

Le tecniche moderne aprono nuove prospettive nei processi educativi. Del pari, si apre allora il problema delle risorse da destinare allo sviluppo delle società umane.

In tempi di emergenza è necessario ricorrere a mezzi alternativi non dimenticando che l’università è il principale modello di insegnamento fin dal Medio Evo. È concepita da sempre, infatti, come Istituzione fondata sulla concentrazione spaziale di un microcosmo intorno a una Autorità incaricata di diffondere la conoscenza e di attribuire attestati” come sottolineava Henri Dieuzeide nel 1972.

Dunque non basta seguire sullo smartphone. Importante è cosa si segue e chi insegna.

Raggi ora vuole snellire gli appalti: il suo programma elettorale diceva il contrario

Volentieri condividiamo la lettera che Virginia Raggi ha inviato al Presidente dell’Anci Antonio De Caro in cui si elogiano le misure straordinarie messe in campo dal Governo per fermare i contagi e quelle prospettate per un pronto riscatto.

Nel testo di Virginia Raggi si chiede: l’applicazione del  “modello Genova”. “Da amministratore di una grande città – oltre a fare i miei personali complimenti al collega di Genova, Marco Bucci – desidero sottolineare come questo modello abbia consentito al sindaco di avere maggiori possibilità reali di intervento e di snellire gli infiniti tempi della burocrazia. E’ un modello da replicare”.

In una fase di emergenza, come quella che stiamo vivendo, sembra logico snellire le procedure anche se rimane pur sempre il problema di un codice – quello degli appalti- che troppe volte si vuole aggirare.

Bisognerebbe aprire, piuttosto, una discussione seria su una modifica di tale codice, snellendo se è il caso le procedure più macchinose.

Inoltre andrebbe ricordato alla Sindaca che uno dei punti chiave del Movimento 5 stelle romano era:  “Una Roma a 5 Stelle ha una task force sugli appalti che limita gli affidamenti diretti e ferma la corruzione, proseguendo sulla scia di una vigilanza collaborativa con l’Anac”.

 

Se l’architettura facilita le relazioni

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Mario Panizza

I cento anni del quartiere romano della Garbatella non costituiscono un compleanno isolato. Dopo la fine della prima guerra mondiale si avviano in Europa molti programmi di ricostruzione, spesso collegati alla ripresa e al potenziamento dello sviluppo industriale.

Non si tratta di quartieri esplicitamente operai, come i villaggi storici di Crespi D’Adda (Bergamo, 1878), Krupp nella Ruhr (1847), New Lanark in Scozia (1786), ma di interventi di edilizia popolare, anche pubblica, rivolta a promuovere aree residenziali, ordinate e soprattutto dotate di quei servizi, complementari come il verde e i trasporti, indispensabili per rendere concreto e vivibile l’impianto abitativo.

Da questi interventi è possibile ricavare indicazioni preziose sul progetto della città contemporanea. Tutti, o quasi, sono sostenuti da un piano disegnato, misurato nelle quantità e, soprattutto, corrispondente a chiari intendimenti imprenditoriali. La gran parte di essi, a distanza ormai di un secolo, propone soluzioni dove il modello residenziale garantisce ancora buone condizioni di vivibilità e relazioni sociali attive.
Negli anni in cui è realizzata la Garbatella, a Berlino si portano avanti diversi insediamenti, firmati da architetti di valore, tutti impegnati nella ricerca di modelli abitativi fedeli al razionalismo funzionale, ma anche attenti a un inserimento ambientale personalizzato da un forte richiamo espressivo.

Tra tutti emerge il Quartiere di Berlin Britz, progettato da Bruno Taut e inaugurato poco dopo la Garbatella. Sono gli anni in cui Berlino registra una notevole crescita della popolazione; di conseguenza, emerge il tema della residenza e la necessità di affrontarla in una programmazione su tempi lunghi. Taut, sostenuto da una ricerca molto fertile e dallo spirito progressista della linea socialdemocratica, porta avanti il disegno innovativo di una costruzione immersa nel verde e contenuta nei costi, perché attenta a perseguire scelte di razionalità che prevedono anche l’eliminazione delle aggiunte ornamentali della casa borghese.

Accolta subito con favore, si è prestata a soddisfare le esigenze di una classe operaia pronta ad abbandonare gli ottocenteschi, insalubri, blocchi urbani. Berlin Britz disegna un impianto, chiaro nel suo insieme, contraddistinto dalla ripetizione di unità abitative, ordinate da una rigorosa aggregazione seriale. Con la forma di un grande ferro di cavallo si apre su un’area verde che racchiude un ampio spazio destinato al tempo libero, con al centro un piccolo lago.

Il tutto costruisce un ambiente che, con grande intensità, rende il clima di un’accorta disposizione di elementi naturali. La sua composizione abbandona il modello della casa isolata per configurare un insediamento unitario, di grande dimensione, destinato a offrire alle classi meno agiate una residenza “autorevole” che, come un “palazzo” nobile costruisca un’impronta riconoscibile, ben ancorata sul territorio.

La condizione d’insieme è riposante e, unita alla comodità di muoversi, usufruendo di treni urbani, favorisce la duplice sensazione di sentirsi all’interno di una comunità protetta e, allo stesso tempo, di essere parte di un tessuto che lega molti centri. I nuovi quartieri entrano in relazione diretta con i borghi che hanno formato nel tempo la città di Berlino.
Sempre in quegli anni, ad Amsterdam, Berlage imposta un piano urbanistico destinato a guidare alla scala territoriale lo sviluppo dell’intera città. Il progetto si affida a un disegno formalmente concluso, dove tutte le componenti sono programmate per sostenere gli accrescimenti futuri, senza rischiare di incorrere in paralizzanti imprevisti. Il verde, i trasporti, le residenze, le aree industriali riempiono campi con tanta precisione che, anche a distanza di cento anni, riescono a sostenere il mutare delle esigenze, comprese quelle legate all’incremento del trasporto privato.

All’interno del Piano territoriale di Berlage si sviluppano alcuni insediamenti, soprattutto nell’area sud della città, dove la ricerca architettonica pronuncia un’espressività molto marcata. Le singole opere rispondono a criteri compositivi comuni, che accettano la linea della continuità materica e la logica della modellazione morbida degli involucri, offrendo tuttavia soluzioni individuali differenziate, pronte a interpretare ruoli di vero e proprio protagonismo urbano. Come a Berlino, il quartiere beneficia negli anni del rispetto della città: non è sopraffatto dalle nuove costruzioni e le parti realizzate negli anni Venti del secolo scorso rimangono sufficientemente integre e, soprattutto, separate dalle espansioni successive.

La Garbatella, sorta su un’area agricola scarsamente abitata, attraversata per secoli dai pellegrini che percorrevano via delle Sette Chiese, esprime una logica progettuale dissimile da quella dei due esempi di Berlino e di Amsterdam: il suo modello abitativo si colloca in una dimensione che sconfina nell’idea di borgo, distante dal riferimento del comparto urbano. Destinata a ospitare gli sfollati provenienti dalle demolizioni della Spina di Borgo e di via dei Fori Imperiali, è un quartiere che offre, soprattutto ai suoi residenti, un’ampia dotazione di servizi che qualificano l’intero comprensorio: il teatro, il mercato, l’albergo, ecc. Negli anni alcuni di questi edifici hanno ovviamente cambiato destinazione d’uso perché molte funzioni hanno trovato sistemazione all’interno dei singoli alloggi. Così il diurno è stato recentemente recuperato e trasformato in una biblioteca popolare.
La Garbatella, dopo la posa della prima pietra il 18 febbraio 1920 da parte del re Vittorio Emanuele III, viene realizzata nel decennio successivo durante il pieno sviluppo edilizio che fa seguito alla fine della guerra.

La qualità edilizia, fin dai primi edifici, è alta, affidata alla sapienza costruttiva di molti architetti, tra cui Gustavo Giovannoni e Innocenzo Sabbatini, cui si deve il carattere un po’ barocco e un po’ medievale, che pervade la decorazione delle facciate. Il suo impianto morfologico e tipologico registra tuttavia negli anni un cambiamento progressivo: dopo le prime costruzioni, intorno a Piazza Benedetto Brin, dove il rapporto tra aree verdi e aree edificate è molto generoso, gli spazi liberi tendono a ridursi.

La Garbatella, al contrario dei due quartieri di Berlino e di Amsterdam, è costretta a subire l’invadenza della città che le cresce intorno: parte della sua qualità iniziale è alterata da superfetazioni e intasamenti; soprattutto i bordi sono compromessi dalle nuove costruzioni, di dimensioni molto maggiori, che vengono accostate senza soluzioni di continuità. Per lungo tempo questo quartiere non è stato considerato un insediamento particolarmente degno di nota e, proprio per questo, è risultato facilmente aggredibile da una latente speculazione che, come detto, ne ha sbiadito i caratteri in non pochi punti. Anche il suo nucleo storico, quello della città giardino, è stato parzialmente compromesso.

Oggi la Garbatella, anche grazie a questa ricorrenza “centenaria”, vive una condizione di particolare tutela che la protegge da incursioni speculative, comunque sempre possibili. Il suo carattere e la sua personalità sono ormai acclarati, anche se, ma ormai solo per pochi, continua a rappresentare un’architettura minore, almeno rispetto alle sperimentazioni portate avanti negli stessi anni nell’Europa centrale e settentrionale. La sua protezione si appoggia, oltre che sulla qualità dell’architettura, sui valori di socialità e di vivibilità che permangono solidi e robusti, nonostante la città, che viviamo ogni giorno, sembra smarrire talvolta i suoi punti di riferimento.

I tre esempi, presi in esame in occasione dei loro vicini compleanni, costituiscono momenti alquanto significativi dell’architettura moderna. Anche se con valori differenti, indicano un modo di affrontare la crescita della città attraverso regole disegnate e prescrizioni capaci di governarne lo sviluppo. A Roma l’obiettivo di progettare la città sembra appannato, sostituito da indici di densità che, se non vengono accompagnati da proiezioni formalizzate, rimangono valori astratti, del tutto inadeguati a controllare l’esito di quanto ci si propone di realizzare.

In mancanza di un modello urbano, che potrebbe rifarsi come termine di riferimento proprio alla Garbatella, si sviluppano ragionamenti, limitati a tracciare solo quantità, senza incontrare la giusta attenzione per coinvolgere gli operatori sia pubblici che privati a investire nell’adeguamento delle esigenze della città futura.

Coronavirus: serve buona volontà

Al di là degli errori che si possono commettere e delle imprecisioni che ciascuno registra, quando è obbligato a far fronte ad emergenze di un certo tipo, bisogna dar realmente conto del fatto che in Regione, quanto a livello Nazionale, non c’è mai stata assenza di attenzione.

L’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto capire che non si tratti solo e limitatamente di aspetti di carattere medico-ospedaliero, ma ha fatto chiaramente intendere quanto sia importante il contributo di ciascun cittadino al fine di limitare questa cattiva esperienza sanitaria. Sembrerà strano, ma sono proprio queste le circostanze in cui non solo si invitano le parti a deporre le quotidiane schermaglie politiche, ma c’è un invito a rispolverare, in ciascuno di noi, quello spirito collaborativo, spirito che sembrava già da tempo in disuso ormai abbandonato chissà in quale angolo della nostra storia.

Come dire, di fronte a un guaio di tale portata, si possono sfoderare momenti per lo più ordinari.

La chiusura delle scuole, dei momenti collettivi, culturali, sportivi, politici, testimoniano lo sforzo richiesto a ciascun soggetto, dai fanciulli, alle madri, ai padri, ai nonni, per non scordarsi i lavoratori, le imprese, il mondo religioso e l’intero tessuto che da luogo a un Paese. Tutto questo mette in rilievo il senso di collaborazione comune e di luminosi intenti di unità dell’intera Italia.

Per parte mia, ma gli esempi che cito sono geograficamente limitati, ricordo le tragedie capitate nelle nostre terre: la prima che ho vissuto direttamente relative all’alluvione nel 2003 della Val Canale Canal del Ferro; e, la seconda, vissuta ai margini, relativa alla tragedia del terremoto del 1976. Anche in questi due tristi casi, le popolazioni interessate hanno dato prova di una elevata partecipazione collettiva e di una sensibilità, non più registrate in misura così profonda.

Oggi, in un raggio molto più vasto, in una condizione che sembra via via diventare sempre più estesa, riscopriamo quanto sia importante, quanto sia intenso, quanto sia indispensabile, per ciascuno di noi, sentirsi uniti per fronteggiare in sintonia una calamità così rilevante.

Degli errori, delle inesattezze, dei modi non sempre adatti e cose di questo genere, non intendo in alcun modo rilevare. Sarebbe del tutto sciocco che mi mettessi a criticare un’azione, perché in questo modo, vanificherei il saggio messaggio di Mattarella, che ha invitato tutti quanti a rimboccassi le maniche e a seguire gli indirizzi volti a far convergere le energie, forze, abilità di tutti.

Curiosity fotografa Marte in altissima risoluzione

Curiosity ha realizzato le immagini con la sua fotocamera Mastcam.

In 6 ore e mezza di scatti nell’arco di 4 giorni, Curiosity ha catturato le immagini che poi i tecnici hanno assemblato nelle settimane successive.

Il rover sta esplorando nello specifico la regione del Glen Torridon, immortalata negli scatti diffusi dalla Nasa, dal gennaio 2019. Si tratta di un’area molto ricca di minerali argillosi intrappolati negli strati di roccia sedimentaria, motivo per cui è di grande interesse per i geologi planetari.

 

Il telelavoro

Il telelavoro è basato sull’idea che il dipendente abbia una postazione fissa, ma dislocata in un luogo diverso dalla sede aziendale. Per l’appunto, tipicamente a casa del lavoratore.

Si tratta di un concetto fortemente legato all’evoluzione delle tecnologie informatiche e quindi soggetto ad una continua trasformazione.

Il telelavoro è molto più di una tecnica per delocalizzare gli uffici: esso permette di liberare il lavoro dai vincoli spaziali e temporali, e, di conseguenza, le persone possono scegliere dove, quando e come lavorare. Spesso il telelavoro è un misto col lavoro tradizionale e richiede la presenza fisica in ufficio alcune volte alla settimana o al mese, oltre all’impegno a telelavorare entro un intervallo di orari flessibile -ma comunque limitato e non a completa discrezione del lavoratore-, in cui il lavoratore deve essere reperibile.

Il telelavoro non è una professione, né un mestiere: chi telelavora resta comunque un traduttore, o un programmatore o qualsiasi altro tipo di professionista; tuttavia, per svolgere i suoi compiti, non dovrà più recarsi in ufficio per le classiche otto ore lavorative, perché il suo posto di lavoro sarà localizzabile ovunque ci sia una connessione alla rete aziendale o la possibilità di inviare file e messaggi.

La dotazione hardware minima consiste in un computer, connessione Internet a banda larga, periferiche che possono essere già incorporate nel PC (cuffia con microfono, webcam, scanner). L’utente compie un accesso tramite desktop remoto al proprio PC situato in ufficio con i relativi file e programmi, ovvero si connette dal PC di casa al server dell’azienda sul quale è installato e gira il software ERP. Le aziende che adottano una policy informatica di tipo Bring your own device (BYOD), consentono ai telelavoratori di usare il proprio cellulare e portatile, separando del tutto i dati personali da quelli aziendali (con partizioni logiche e fisiche dedicate). L’attuazione di programmi di telelavoro è facilitata se l’azienda già adotta il Cloud computing, per cui i dati e programmi risiedono e sono gestiti su server remoti cui i dipendenti si collegano dalla sede di lavoro.

Rispetto a una connessione effettuata in ufficio, l’utente noterà maggiori problemi di sicurezza e connessione più lenta perché si entra da un nodo esterno al dominio aziendale, ma con le stesse funzionalità di base di un database management system, richieste allo stesso software quando è gli utenti si trovano fisicamente negli uffici dell’azienda: autenticazione degli utenti, tracciabilità di tutte le operazioni (di visualizzazione, cancellazione, aggiornamento), gestione dei conflitti in un file condiviso e in modifica presso due o più utenti, storage/ back-up e punto di ripristino, eventuale trasmissione cifrata dei dati e firma digitale

Questa la circolare del ministro per incentivare il Telelavoro

La progressiva digitalizzazione della società contemporanea, le sfide che sorgono a seguito dei cambiamenti sociali e demografici o, come di recente, da situazioni emergenziali, rendono necessario un ripensamento generale delle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa anche in termini di elasticità e flessibilità, allo scopo di renderla più adeguata alla accresciuta complessità del contesto generale in cui essa si inserisce, aumentarne l’efficacia, promuovere e conseguire effetti positivi sul fronte della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti, favorire il benessere organizzativo e assicurare l’esercizio dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, contribuendo, così, al miglioramento della qualità dei servizi pubblici.
L’attuale quadro normativo interviene sulla materia, prevedendo per le pubbliche amministrazioni apposite misure che, anche al fine di verificare gli effetti delle politiche pubbliche, richiedono un apposito monitoraggio.
Con la presente circolare si forniscono alcuni chiarimenti sulle modalità di implementazione delle misure normative e sugli strumenti, anche informatici, a cui le pubbliche amministrazioni possono ricorrere per incentivare il ricorso a modalità più adeguate e flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa.

2. Disciplina per la promozione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro nelle amministrazioni pubbliche
L’articolo 14 della legge 7 agosto 2015, n. 124 ha disposto l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di adottare, nei limiti delle risorse di bilancio disponibili a legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, misure organizzative volte a fissare obiettivi annuali per l’attuazione del telelavoro e, anche al fine di tutelare le cure parentali, di nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa che permettano, entro tre anni, ad almeno il 10 per cento dei dipendenti, ove lo richiedano, di avvalersi di tali modalità, garantendo che i dipendenti che se ne avvalgono non subiscano penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera.
La disposizione prevede che l’adozione delle predette misure organizzative e il raggiungimento degli obiettivi costituiscano oggetto di valutazione nell’ambito dei percorsi di misurazione della performance organizzativa e individuale all’interno delle amministrazioni pubbliche.

Le amministrazioni pubbliche, inoltre, adeguano i propri sistemi di monitoraggio e controllo interno, individuando specifici indicatori per la verifica dell’impatto sull’efficacia e sull’efficienza dell’azione amministrativa, nonché sulla qualità dei servizi erogati, delle misure organizzative adottate in tema di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti, anche coinvolgendo i cittadini, sia individualmente, sia nelle loro forme associative.
Per effetto delle modifiche apportate al richiamato articolo 14 della legge n. 124 del 2015 dal recente decreto-legge 2 marzo 2020, n. 9, recante “Misure  urgenti  di  sostegno  per  famiglie,  lavoratori  e  imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”, è superato il regime sperimentale dell’obbligo per le amministrazioni di adottare misure organizzative per il ricorso a nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa con la conseguenza che la misura opera a regime.
La legge 22 maggio 2017, n. 81, recante “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinatoha introdotto, tra l’altro, misure volte a favorire una nuova concezione dei tempi e dei luoghi del lavoro subordinato, definendo il lavoro agile come modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa, entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva.
Per il settore di lavoro pubblico, l’articolo 18, comma 3, della predetta legge n. 81 del 2017, prevede che le disposizioni introdotte in materia di lavoro agile si applicano, in quanto compatibili, anche nei rapporti di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, secondo le direttive emanate anche ai sensi dell’articolo 14 della legge 7 agosto 2015, n. 124 e fatta salva l’applicazione delle diverse disposizioni specificamente adottate per tali rapporti.

Per effetto delle integrazioni normative operate dalla legge di bilancio 2019, i datori di lavoro pubblici e privati che stipulano accordi per l’esecuzione della prestazione di lavoro in modalità agile sono tenuti in ogni caso a riconoscere priorità alle richieste che pervengono dalle lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del periodo di congedo di maternità previsto dall’articolo 16 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, ovvero dai lavoratori con figli in condizioni di disabilità ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104.
In attuazione del richiamato articolo 14, comma 3, della legge n. 124 del 2015, è stata adottata la direttiva n. 3 del 2017, recante “Linee guida contenenti regole inerenti all’organizzazione del lavoro finalizzate a promuovere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro dei dipendenti”. La direttiva, che è stata adottata sentita la Conferenza unificata, definisce gli indirizzi per l’attuazione delle predette misure e linee guida contenenti le indicazioni metodologiche per l’attivazione del lavoro agile, gli aspetti organizzativi, la gestione del rapporto di lavoro e le relazioni sindacali, le infrastrutture abilitanti per il lavoro agile, la misurazione e valutazione delle performances, la salute e la sicurezza sul lavoro.
Alla direttiva in questione si rinvia per i necessari approfondimenti.

Le modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa, tra le quali il lavoro agile,
sono altresì richiamate nella direttiva n. 1 del 25 febbraio 2020 con oggetto “Prime indicazioni in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-2019 nelle pubbliche amministrazioni al di fuori delle aree di cui all’articolo 1 del decreto-legge n.6 del 2020” in cui tra l’altro le amministrazioni in indirizzo, nell’esercizio dei poteri datoriali, sono invitate a potenziare il ricorso al lavoro agile, individuando modalità semplificate e temporanee di accesso alla misura con riferimento al personale complessivamente inteso, senza distinzione di categoria di inquadramento e di tipologia di rapporto di lavoro.
Anche nel decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 1° marzo 2020 concernente ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n. 6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, all’articolo 4, comma 1, lettera a) sono state introdotte ulteriori misure di incentivazione del lavoro agile.
Da ultimo, allo scopo di agevolare l’applicazione del lavoro agile quale ulteriore misura per contrastare e contenere l’imprevedibile emergenza epidemiologica, nel citato decreto-legge 2 marzo 2020, n. 9 sono previste misure normative volte a garantire, mediante Consip S.p.A., l’acquisizione delle dotazioni informatiche necessarie alle pubbliche amministrazioni al fine di poter adottare le misure di lavoro agile per il proprio personale.

3. Misure di incentivazione

Tra le misure e gli strumenti, anche informatici, a cui le pubbliche amministrazioni, nell’esercizio dei poteri datoriali e della propria autonomia organizzativa, possono ricorrere per incentivare l’utilizzo di modalità flessibili di svolgimento a distanza della prestazione lavorativa, si evidenzia l’importanza:

  • del ricorso, in via prioritaria, al lavoro agile come forma più evoluta anche di flessibilità di svolgimento della prestazione lavorativa, in un’ottica di progressivo superamento del telelavoro;
  • dell’utilizzo di soluzioni “cloud” per agevolare l’accesso condiviso a dati, informazioni e documenti;
  • del ricorso a strumenti per la partecipazione da remoto a riunioni e incontri di lavoro (sistemi di videoconferenza e call conference);
  • del ricorso alle modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa anche nei casi in cui il dipendente si renda disponibile ad utilizzare propri dispositivi, a fronte dell’indisponibilità o insufficienza di dotazione informatica da parte dell’amministrazione, garantendo adeguati livelli di sicurezza e protezione della rete secondo le esigenze e le modalità definite dalle singole pubbliche amministrazioni;
  • dell’attivazione di un sistema bilanciato di reportistica interna ai fini dell’ottimizzazione della produttività anche in un’ottica di progressiva integrazione con il sistema di misurazione e valutazione della performance.

4. Monitoraggio
Come indicato nella richiamata direttiva n. 3 del 2017, le amministrazioni sono tenute ad adottare tutte le iniziative necessarie all’attuazione delle misure in argomento, anche avvalendosi della collaborazione dei Comitati unici di garanzia per le pari opportunità, per la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni (CUG) e degli Organismo indipendente di valutazione della performance (OIV) secondo le rispettive competenze.
In particolare, le amministrazioni curano e implementano il sistema di monitoraggio previsto nella richiamata direttiva per una valutazione complessiva dei risultati conseguiti in termini di obiettivi raggiunti nel periodo considerato e/o la misurazione della produttività delle attività svolte dai dipendenti.

E’ importante ricordare che nella stessa direttiva si precisa che le amministrazioni, tramite apposito atto di ricognizione interna, individuano le attività che non sono compatibili con le innovative modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa, tenendo sempre presente l’obiettivo di garantire, a regime, ad almeno il 10 per cento del proprio personale, ove lo richieda, la possibilità di avvalersi di tali modalità.
Considerato il tempo trascorso dall’entrata in vigore della legge n. 124 del 2015 è auspicabile che, in esito al monitoraggio, le amministrazioni, nell’esercizio dei poteri datoriali e della propria autonomia organizzativa, verifichino la sostenibilità organizzativa per l’ampliamento della percentuale di personale che può avvalersi delle modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa, tra cui in particolare il lavoro agile, anche ricorrendo alle misure di incentivazione sopra descritte.
Si invitano le amministrazioni in indirizzo a comunicare al Dipartimento della funzione pubblica – a mezzo PEC al seguente indirizzo: protocollo_dfp@mailbox.governo.it – le misure adottate, coerentemente a quanto chiarito nella presente circolare, entro il termine di sei mesi.

Il monitoraggio da parte del Dipartimento della funzione pubblica è finalizzato a verificare gli effetti delle misure normative, anche al fine di eventuali interventi integrativi o modificativi sulla disciplina di riferimento e sulla direttiva n. 3 del 2017.

Il sorpasso delle donne medico

i dati elaborati dal Ced della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri ci dicono che gli uomini sono sempre la maggioranza tra il personale medico – 212.941, il 66%, contro 168.241 colleghe -, lo scenario cambia negli under 65: le donne sono 139.939, il 52,72%, gli uomini 125.476.

Sotto i 40 anni le donne costituiscono quasi il 60%, e, tra i 30 e 34 e 35 e 39 anni, arrivano quasi a ‘doppiare’ gli uomini.

Situazione ribaltata tra gli over 70, dove il numero di uomini è cinque volte quello delle colleghe: 45.293, a fronte di 9.108 donne. Addirittura sei volte, tra gli over 75. Ma se la tendenza è in crescita (lo scorso anno si contavano 210.713 uomini e 163.336 donne), diminuisce la forbice tra i neoiscritti: sotto i 30 anni si è vicini al pareggio.

Stando ai dati di Anaao-Assomed, alle donne appare ancora preclusa la possibilità di fare carriera: solo una su 50 diventa Direttore di Struttura Complessa e 1 su 13 responsabile di Struttura Semplice.

Passeggiata d’artista…

Non sono mai stato un Sorcino e difatti in questi giorni piango su Facebook la perdita di Elisabetta Imelio dei Prozac+ che hanno caratterizzato con la loro musica indie i miei anni 90, però riconosco a Renato Zero una carica di novità che negli anni 70/80 ha percorso il pop italiano e poi, nel proseguio della sua vita una serenità di giudizio e anche un affetto verso la sua città, Roma dove ha provato più volte di costruire le condizioni per avere una città della musica.

E così non mi stupisco della sua passeggiata nel centro di Roma il giorno dopo il DPCM che per la prima volta nella storia della Repubblica ha sospeso l’attività di scuole ed università ponendo di fatto limiti alla nostra vita quotidiana e costringendoci al confronto ravvicinato con un morbo che colpisce sia il corpo che l’economia e la socialità soprattutto del nostro paese. Come tutti gli artisti ha colto subito il rischio più grande. E cioè la socialità, quella dei concerti, dei teatri, del cinema, dell’incontro in piazza a Roma, anche del – perdonatemi la parolaccia- del sano “cazzeggio” tra amici sotto il sole, anche d’inverno, che permette di prenderti comunque una pausa da tutte le ansie e le sofferenze di ogni giorno.

Questo virus ci costringerà per forza di cose a guardare il nostro Paese, e in prospettiva politica anche a discutere di come il coordinamento delle regioni, il rapporto con lo Stato, sia stato affrontato; di quali sono le strutture sanitarie e come funzionano, ma certo questi sono discorsi del domani, adesso c’è l’emergenza.

In questa emergenza che nasconde però- e speriamo di imparare a discuterne- tante altre emergenze che ogni anno affrontiamo magari senza la giusta mentalità e la giusta unità del paese: penso ai circa 3000 morti sulle strade( nel 2019 con +7% invertendo la rotta che era in diminuzione degli anni passati); ai 120.000 infartuati di ogni anno ( e molti grazie sempre alla pubblica sanità si salvano oggi) e 185.000 italiani colpiti da ictus….. E bene, in questa emergenza in cui siamo costretti a fare i conti con noi stessi con queste difficoltà di un anno che lasciamo correre sotto i nostri occhi questa passeggiata nella città è un gesto che forse dovrebbe essere guardato con attenzione della politica, anche soprattutto da quella romana così presa delle piccole questioni di ogni giorno e da una certa insensibilità a cambiare forse dovuta all’eternità della città ma anche ad un calo grave, una sorta di immunodepressione delle virtù civiche.

Se c’è una colpa che va fatta a questo Sindaco al di là di ogni singola questione su cui si può discutere è proprio l’aver fatto regredire il popolo romano nelle sue virtù civiche lasciando spazio all’idea che ogni quartiere sia abbandonato a se stesso, che ogni esistenza non è dentro la comunità romana, ma è singola e per certi versi disperata e disperante quando tocca le punte basse e le debolezze della povertà oppure dell’incomunicabilità.

La passeggiata di Renato Zero è certo un gesto d’artista, nulla più. Ma anche nulla di meno. E dovrebbe farci riflettere sulla necessità che una passeggiata per la città la facciano anche tutti coloro che hanno a cuore le sorti di questa grande metropoli che avrebbe bisogno di unità, di coerenza e di coraggio da dimostrare proprio in questi giorni più difficili per portarlo con sè magari – rinnovati nello spirito- anche nelle proposte che possano guardare ad un futuro migliore. Per tutti, per una comunità. per una città che merita di essere migliore.

Roma,”terzium non datur”

In questi giorni Roma si dibatte nell’ambiente sociale ed economico creato dalla presenza nella città del Corona-virus, difendendosi,peraltro, con energia, scienza e coscienza e limitando, fino ad ora ,i danni sul piano medico e su quello clinico.
Non è un pessimo risultato, questo, in specie se si considera il particolare ed unico contesto rappresentato dalla Capitale, nella quale avrebbero potuto incidere,e potrebbero ancora nel prossimo futuro, elementi strutturali e sovrastrutturali preoccupanti in termini di potenzialità e di possibilità di trasmissione del virus.

La Metropolitana insufficiente, la Rete Tramviaria tra le più estese in Europa, l’Università con il maggior numero di iscritti del Vecchio Continente, il il Nosocomio con il maggior numero di posti-letto,i Siti culturali,Turistici ed Archelogici, per citarne soltanto alcuni.
In questo clima psicologico,purtuttavia,prende ogni giorno più piede il dibattito sul futuro, ormai non lontano, della Amministrazione della città e dei suoi Municipi.
La tragicomica esperienza della Sindaca Virginia Raggi si avvia ad una fine che di non inglorioso sembra far registrare esclusivamente la durata, che,in realtà, nessun osservatore aveva previsto potesse protrarsi fino alla scadenza naturale della Consiliatura.

Fattore, quest’ultimo, che dovrebbe obbligare a qualche seria riflessione le forze della opposizione capitolina nella prospettiva della individuazione e della presentazione di una valida proposta di alternativa alla ventilata ricanditatura di Virginia Raggi e,comunque,a quella di un esponente del M5S, oggi partito apparentemente in caduta libera e quindi non in grado di giocare un ruolo importante nella partita per il Campidoglio,se non per il sostegno da dare,forse,ad uno dei due competitors al probabile ballottaggio finale.

Tra poco più di un anno, quindi,potrebbe riproporsi il confronto Sinistra-Destra e da qualche tempo ormai iniziano a girare, al riguardo, i nomi di possibili candidati, con la Destra che dovrà sciogliere il nodo della appartenenza del candidato tra un esponente della Lega,intenzionata ad aprire un suo fronte anche nella Città Eterna ed un rappresentante di Fratelli d’Italia, che a Roma ha storicamente sempre avuto una presenza evidente e da tutti riconosciuta.

A Sinistra, almeno per quanto attiene alla appartenenza del candidato Sindaco, la situazione appare decisamente più semplice,non essendo in discussione la primazia del Partito Democratico in ordine alla indicazione del candidato, seppur filtrato,secondo Statuto,da Primarie di partito o di coalizione.
Le complicazioni, per il Partito Democratico e per la probabile coalizione di Sinistra si appaleseranno al momento della individuazione del candidato medesimo, che, a meno di provvedimenti in deroga, dovrebbe comunque cercare e ricevere una conferma sul suo nome presso l’elettoratoche si recherà al voto alle Primarie.
Siamo, dunque,alle prime schermagli,ma diverse ipotesi sono già state formulate, ed alcune, ma non tutte, sono state puntualmente rigettate.

Carlo Calenda, uscito dal Partito Democratico subito dopo ultime le Elezioni Europee nelle quali è stato eletto nelle liste dello stesso Partito Democratico, considerato un candidato potabile in molti ambienti della Sinistra, forse più dall’elettorato che dall’apparato, ha cortesemente rinunciato ad ogni opzione in tal senso dichiarandosi molto a strutturare ed organizzare “Azione”, il partito da lui recentemente fondato.
Quasi contemporaneamente alla ribadita rinuncia di Carlo Calenda, in area Partito Democratico è stato fatto il nome, prestigioso, di Enrico Letta.

L’ex Presidente del Consiglio dei Ministri ha prontamente respinto l’assalto motivando il suo No con il suo “non essere romano” e con l’impegno da mantenere fino alla fine con la Scuola di Politica a Parigi.
L’unico a non rigettare a priori possibilità di una sua candidatura a Sindaco di Roma è stato,correttamente e coerentemente, Roberto Morassut, deputato, attualmente Sottosegretario all’Ambiente, ex Assessore nelle Giunte Veltroni, uomo di partito e di esperienza politica ed amministrativa.
Per molti il candidato naturale.

Ma il vero problema che si presenterà a breve al Partito Democratico sarà costituito dalla natura e dalla struttura della coalizione della quale si metterà a capo e da quale progetto di città intenda proporre ai romani.
Se il Partito democratico vorrà nutrire qualche speranza di rovesciare il tavolo e tornare al vertice della Amministrazione della città e della Area Metropolitana sarà necessario non limitarsi ad indicare agli elettori il nome di un candidato che potrebbe essere uno di quelli sopra citati o quello, rivoluzionario per Roma, di una donna come Sabrina Alfonsi, Presidente del 1° Municipio ,o Patrizia Prestipino, deputata al Parlamento, ex Assessore Provinciale ed ex Presidente dell’attuale 9° Municipio.

Entrambe preparate, capaci e sicuramente portatrici di elementi di forte innovazione politica ed amministrativa.
No, non basterà un nome, anche il migliore sulla piazza e nemmeno, per paradosso, quello di Renato Zero, come su qualche social viene suggerito dopo la sua intervista rilasciata l’altro ieri ala stampa nazionale.
Sarà necessario, per il Partito Democratico, presentarsi agli elettori romani con la forza tranquilla di una proposta politica moderna plurale, liberale, aperta alle istanze di tutte le componenti, culturali e sociali, economiche e finanziarie, produttive e burocratiche, centrali e periferiche, che hanno fatto di Roma un unicum al mondo.

Il modello “Gualtieri” trasferito dalla Zona a Traffico Limitato a Torbellamonaca, a Montespaccato, a San Basilio e a Prima Porta.
O fare così o assistere al quinquennio del declino finale della “Caput Mundi”.
Terzium non datur.

8 marzo. Perché la mimosa?

L’idea di una giornata internazionale dedicata alle donne nacque nel febbraio del 1909, quando gli Stati Uniti, su iniziativa del Partito Socialista Americano, cominciarono a porsi un dilemma: “è necessario istituire un simbolo dell’emancipazione femminile?”. Nel settembre del 1944 l’UDI (Unione Donne in Italia) lavorava per concertare i festeggiamenti per una giornata interamente dedicata alla donna.

L’8 marzo fu fortemente voluto dai componenti del PCI, del PSI e del Partito d’Azione, come ricorrenza che rimandasse, anno dopo anno, al sacrificio culturale e politico del genere femminile, nel suo tentativo di autodeterminazione da quello maschile, fortemente radicato all’interno della società occidentale, grazie a secoli di cultura fondata sul patriarcato, retto nel trinomio “Dio, Patria e Famiglia”.

Due anni dopo, in occasione della vigilia di quella nuova festa “privata”, la pedagogista Teresa Mattei, l’ex partigiana Teresa Noce e la comunista Rita Montagnara proposero la Mimosa come fiore simbolo di quella giornata, in alternativa ad altri come, ad esempio, la rosa. La mimosa, pianta acacia, particolarmente resistente, rimanda alla Resistenza (quella della pianta ma anche a quella politica) poiché, anche se bruciata, la pianta spesso rinvigorisce. E’ anche un simbolo molto utilizzato dagli ambienti liberali e filomassonici, gruppi che sostennero particolarmente sia l’antifascismo che l’emancipazione femminile. Tuttavia la festa rimase solo una commemorazione privata.

Negli anni ’50 distribuire le mimose in strada era proibito, perché considerato un atto contro l’ordine pubblico. Le attiviste del movimento femminista italiano compresero da subito l’alto valore simbolico della mimosa, il potente messaggio che, ancora una volta, turbava i delicati nasi dell’ambiente politico, a quel tempo ancora fortemente dominato da uomini conservatori.

Fu soltanto nel ’72 che la manifestazione ebbe un rilievo nazionale, appoggiata da gran parte del mondo politico e culturale. L’8 marzo di quell’anno venne celebrata nell’evocativa piazza di campo de’ Fiori (sede della statua di Giordano Bruno) la festa delle donne, alla presenza dell’attrice newyorkese Jane Fonda, ancora oggi impegnata, dopo tanti anni, nell’attivismo politico e sociale. Buona festa a tutte le donne. A voi tutte un pensiero, una mimosa, un bacio sulla mano.

Un bando per le nuove “Case delle tecnologie emergenti”

Il Ministero dello Sviluppo economico ha avviato la procedura di selezione di ulteriori progetti di ricerca e sperimentazione riguardanti il Programma di supporto alle tecnologie emergenti. L’avviso pubblico prevede di destinare 25 milioni di euro per la realizzazione di nuove Case delle Tecnologie, dopo quella avviata a Matera, lo scorso dicembre, con la convenzione firmata dal Ministro Stefano Patuanelli e dal sindaco della città lucana.

Tali progetti potranno essere presentati dalle Amministrazioni comunali oggetto di sperimentazione 5G entro le ore 12 del 1 giugno 2020, con l’obiettivo di creare una rete di Case delle Tecnologie per sostenere il trasferimento tecnologico verso le PMI con l’utilizzo del Blockchain, dell’IoT e dell’Intelligenza Artificiale e la creazione di start-up.

Il MiSE, a partire dal 2019, ha avviato un Programma di supporto alle tecnologie emergenti con l’obiettivo di realizzare progetti di sperimentazione, ricerca applicata e trasferimento tecnologico, basati sull’utilizzo delle tecnologie emergenti collegate allo sviluppo delle reti di nuova generazione 5G. A tale programma è stato destinato un finanziamento di 40 milioni di euro per le Case delle tecnologie emergenti e di 5 milioni di euro per i progetti di ricerca basati sull’utilizzo delle tecnologie emergenti collegate allo sviluppo delle reti di nuova generazione e selezionati a gennaio 2020.

Marte e il mistero del “buco”

L’insolito foro marziano, situato sulle pendici del vulcano  Pavonis Mons, è stato immortalatonel 2011 dallo strumento HiRISE, montato a bordo della sonda Mars Reconnaissance Orbiter (Mro).

Nell’affascinante scatto si può osservare l’apertura presente sul terreno, che sembra essere l’ingresso di una caverna .

Non è ancora chiaro perché il buco sia circondato da un cratere, ma l’attenzione viene rivolta anche alla probabile caverna, la cui esistenza sembrerebbe confermata dai giochi di ombre visibili nella foto, per la quale il foro fungerebbe da porta di accesso. I ricercatori hanno analizzato l’immagine a più riprese, arrivando a stimare un possibile diametro di 35 metri per l’apertura e una profondità di circa 20 metri per la caverna sottostante.

Nella descrizione dello scatto marziano, la Nasa afferma esplicitamente che “buchi del genere sono di particolare interesse perché le grotte interne sono relativamente protette dalle dure condizioni della superficie del pianeta, rendendo questi luoghi buoni candidati per ospitare la vita su marte.

Eurostat: l’Italia al top per protezione sociale

Nel 2018, la spesa pubblica totale nell’Unione europea è stata pari al 46,7% del prodotto interno lordo (Pil).  Una quota che è costantemente diminuita dal 2012, quando si attestava al 49,7% del Pil. Tra le principali funzioni della spesa delle amministrazioni pubbliche nell’Ue, la “protezione sociale” è la più importante, equivalente al 19,2% del Pil nel 2018.

A seguire, i settori più importanti sono la “salute” (7,0%), “i servizi pubblici generali” (6,0%) come gli affari esteri e le operazioni di debito pubblico, “istruzione” (4,6%) e “affari economici” (4,4%).

Seguono le funzioni “ordine pubblico e sicurezza” (1,7%), “difesa” (1,2%), “ricreazione, cultura e religione” (1,1%), “protezione ambientale” (0,8%) e “alloggi e servizi per la comunità” (0,6 %) hanno pesi più limitati. Questi sono alcuni dei dati frutto di una pubblicazione online di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea.

La protezione sociale ha rappresentato il settore più importante della spesa delle amministrazioni pubbliche nel 2018 in tutti gli Stati membri. La quota di spesa per la protezione sociale legata alla vecchiaia è più alta in Grecia e Finlandia e più bassa in Irlanda.

Il rapporto tra spesa pubblica per la protezione sociale e Pil variava tra gli Stati membri da meno del 10% in Irlanda (9,0%) a quasi un quarto in Finlandia (24,1%) e Francia (23,9%).

Cinque Stati membri – Finlandia, Francia, Danimarca, Italia e Austria – hanno dedicato almeno il 20% del Pil alla protezione sociale, mentre Irlanda, Malta, Lettonia, Romania, Bulgaria e Repubblica Ceca hanno speso ciascuna il 12% del Pil, o meno, per la protezione sociale.

Coronavirus. Mattarella: «Servono condivisione, concordia e unità di intenti»

«Care concittadine e cari concittadini,

l’Italia sta attraversando un momento particolarmente impegnativo. Lo sta affrontando doverosamente con piena trasparenza e completezza di informazione nei confronti della pubblica opinione.

L’insidia di un nuovo virus che sta colpendo via via tanti paesi del mondo provoca preoccupazione. Questo è comprensibile e richiede a tutti senso di responsabilità, ma dobbiamo assolutamente evitare stati di ansia immotivati e spesso controproducenti.

Siamo un grande Paese moderno, abbiamo un eccellente sistema sanitario nazionale che sta operando con efficacia e con la generosa abnegazione del suo personale, a tutti i livelli professionali.

Supereremo la condizione di questi giorni. Anche attraverso la necessaria adozione di misure straordinarie per sostenere l’opera dei sanitari impegnati costantemente da giorni e giorni: misure per l’immissione di nuovo personale da affiancare loro e per assicurare l’effettiva disponibilità di attrezzature e di materiali, verificandola in tutte le sedi ospedaliere.

Il Governo – cui la Costituzione affida il compito e gli strumenti per decidere – ha stabilito ieri una serie di indicazioni di comportamento quotidiano, suggerite da scienziati ed esperti di valore.

Sono semplici ma importanti per evitare il rischio di allargare la diffusione del contagio.

Desidero invitare tutti a osservare attentamente queste indicazioni: anche se possono modificare temporaneamente qualche nostra abitudine di vita.

Rispettando quei criteri di comportamento, ciascuno di noi contribuirà concretamente a superare questa emergenza.

Lo stanno facendo con grande serietà i nostri concittadini delle cosiddette zone rosse. Li ringrazio per il modo con cui stanno affrontando i sacrifici cui sono sottoposti.

Desidero esprimere sincera vicinanza alle persone ammalate e grande solidarietà ai familiari delle vittime.

Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti nell’impegno per sconfiggere il virus: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana della società, nei mezzi di informazione.

Alla cabina di regia costituita dal Governo spetta assumere – in maniera univoca- le necessarie decisioni in collaborazione con le Regioni, coordinando le varie competenze e responsabilità. Vanno, quindi, evitate iniziative particolari che si discostino dalle indicazioni assunte nella sede di coordinamento.

Care concittadine e cari concittadini, senza imprudenze ma senza allarmismi, possiamo e dobbiamo aver fiducia nelle capacità e nelle risorse di cui disponiamo.

Dobbiamo e possiamo avere fiducia nell’Italia».

#Coronavirus uscirne più forti? Dipende da noi

Un arcobaleno sul cielo di Roma (ben visibile mercoledì pomeriggio) lascia alla cittadinanza smarrita un segno e una speranza. Anzitutto, di uscirne più forti, di “ricominciare a vivere”. Una lunga passeggiata a piedi, da piazza San Giovanni alla stazione Termini, conferma la sensazione — di inquietudine ma soprattutto di tenuta — che emerge leggendo i giornali e ascoltando i notiziari. In effetti, Roma è semideserta, ma non è nel panico.
Questo Ferragosto surreale (anticipato a marzo) provoca un senso di disagio, di spaesamento, una doverosa preoccupazione per l’economia, un legittimo timore per il contagio; ma dà anche il senso di una città che deve e vuole reagire.

Come sappiamo, San Luigi dei Francesi era stata chiusa (ora è riaperta). Altri edifici di culto sono aperti per chi entra a pregare, che poi è il principale motivo per cui si dovrebbe andare in chiesa, al di fuori della Messa. Le mascherine sono terminate, ma le farmacie non sono sguarnite. Qualcuna assicura che sta finalmente arrivando pure l’Amuchina (come nel bellissimo video della parodia di Gomorra). I supermercati non sono presi d’assalto; in alcuni si nota una tendenza all’accaparramento, che rivela abitudini alimentari e stili di vita molto particolari. I ristoranti sono ovunque semivuoti. E’invece frenetico l’andirivieni dei rider in bicicletta (uno dei quali, dall’aspetto asiatico, è stato apostrofato da una signora: “tornatene al tuo Paese di m…”). L’unico luogo di assembramento sembra essere la stazione Termini. Ho visto con i miei occhi passeggeri in lacrime nel tentativo (attualmente vano) di chiamare l’apposito numero per i rimborsi dei viaggi.

Ci sono anche la rabbia e la protesta, per la situazione generale. Quasi nessuno crede che l’Italia sia il Paese più colpito solo perché è l’unico che fa seriamente i tamponi e perché ha una struttura di eccellenza come lo Spallanzani. C’è chi sostiene che il virus sia stato sottovalutato, come se il problema fosse fare scorpacciate pubbliche di riso cantonese per rassicurare i cittadini, anziché metterli in sicurezza. C’è chi invoca un’autorità unica e protocolli unici, che forse avrebbero evitato l’errore fatale commesso all’ospedale di Codogno, che ha innescato il Coronavirus in Italia. C’è anche chi teme che le misure siano forse eccessive e di sicuro deprimenti per l’economia del Paese.

In questi giorni, molti esprimono pubblicamente la propria sofferenza (quasi sempre attraverso i social network). La sofferenza dell’artista rimasto senza pubblico, del medico e dell’infermiere che si ritrovano in prima linea come e più di sempre. E la sofferenza dell’anziano, che vede la morte dei suoi coetanei declassata a evento “inevitabile”, talvolta salutato dai media con un certo sollievo. Inutile girarci intorno: è iniziata una battaglia contro un nemico, ancora poco conosciuto. E la scintilla non poteva che iniziare nell’area più dinamica del Paese, quella più aperta alla Cina e al resto del mondo, anche se il nemico ha colpito non nel cuore ma nelle aree periferiche di quella grande e unica metropoli che è la pianura Padana.

La battaglia non potrà che essere vinta, sia pure a un prezzo che oggi non siamo ancora in grado di valutare e che non dipende del tutto da noi. In questo contesto, quale futuro è possibile per Roma? La consapevolezza della nostra debolezza non potrà che renderci più forti. Presi uno per uno siamo fragili e condannati alla finitezza. Tutti insieme, come cittadini, vinceremo anche questa sfida. E sì che Roma, in duemila anni di Storia, ne ha viste tante.

Renato Zero Sindaco?

Milioni di italiani ieri incollati davanti alla televisione, sconcertati, increduli e spietatamente diventati diffidenti l’uno dell’altro. Nord, Centro e Sud in guerra per l’attribuzione dell’inizio della diffusione dei vari focolai all’interno della nostra nazione.

L’Europa e i resto del mondo che attribuisce sempre più le responsabilità di “untura” agli italiani. Ecco come si presenta lo scenario italiano dopo il discorso di Conte. Sembra che ci voglia un attimo per distruggere la tessitura dei rapporti sociali e umani in una società moderna come la nostra, poiché l’isolamento e la diffidenza affondano inesorabilmente tutti i rapporti sociali e umani.

A Roma, ieri, fortunatamente abbiamo avuto una voce che si è sollevata da questa appestata atmosfera di contagio, quella di un artista romano che è sempre stato coinvolto in manifestazioni a favore della socialità e umanità e che ha sempre ribadito, anche nelle sue canzoni, i concetti di amore, fratellanza, sensibilità e di fragilità dei comportamenti umani, Renato Zero. E per questo trovo veramente “azzeccata” l’attribuzione a “defensor urbis” a Renato Zero da parte di Lucio D’Ubaldo e alla spettanza di un giusto posto d’onore in Campidoglio che rappresenti degnamente i cittadini romani.

E si perché io francamente qualcosa del genere me lo sarei innanzitutto aspettato dal nostro Sindaco di Roma che invece molto silenziosamente e con grande diffidenza affronta le urgenze del suo Comune. A breve cominciamo a parlare di elezioni per un nuovo sindaco che possa far crescere la speranza di rimettere in moto questa città con e senza coronavirus, e per me che sono un musicista, chissà anche Renato Zero non dispiacerebbe.

Coronavirus, il video-messaggio del premier Conte

Renato Zero dà una grande lezione su come vincere la paura del virus

Conte ha parlato alla nazione e le sue parole hanno avuto l’effetto – almeno così sembra – di stabilizzare il battito del cuore di un governo fino a poche ore prima ansioso e fibrillante. Il Presidente del Consiglio ha pronunciato una frase che riassume tutto il senso della sua comunicazione volta a dare ossigeno morale alla scelta di massima prevenzione e cautela: “Ci rialzeremo”.

Si vedrà subito se questo sforzo di rasserenamento e determinazione gioverà anzitutto alla maggioranza e se, in parallelo, prenderà forma un atteggiamento più equilibrato dell’opposizione. Infatti, anche ammesso che le misure anti-contagio non fossero ritenute valide, vuoi per eccesso o vuoi per difetto, un Paese consapevole della gravità del momento non ha altra via se non quella di adottare un comportamento disciplinato. Per questo Salvini, Meloni e Berlusconi hanno la responsabilità di concorrere, senza confusioni di ruolo, al rafforzamento della coesione del quadro politico e parlamentare.

Quale sarebbe l’alternativa? L’idea di un nuovo governo, solo per andare al voto anticipato con lo spariglio delle posizioni attuali, si è rivelata implausibile o perlomeno sgraziata. L’emergenza non si affronta con il bilancino dei vantaggi e delle perdite per ogni singolo soggetto coinvolto. Sicuramente prevarrà il buon senso e la serietà, dal momento che il virus mette alla prova la tenuta della classe dirigente nel suo complesso.

In questo contesto, la speranza è che il numero dei contagiati cominci a scendere, in misura apprezzabile, così da riattivare il meccanismo della fiducia e dell’ottimismo. Al tempo stesso è importante che aumenti la quota delle guarigioni, come già si è palesato nella giornata di ieri. In ogni caso, il Paese non può fermarsi, come d’altronde è il mondo a non potersi fermare.

Chi dimostra coraggio, spendendo un po’ della sua notorietà per lanciare una nota – essendo egli un cantante – a sostegno della ripresa anzitutto morale del Paese, è certamente Renato Zero. L’intervista sul “Foglio” di stamane pecca, in alcuni passaggi, di quel facile approccio scapigliato (”non prendo nessuna precauzione”) di cui spesso si ammantano gli uomini di spettacolo. E però il suo slancio, dettato da un istinto d’amore, sormonta ogni ragionevole critica.

“Quello che mi spaventa – ha detto l’artista – è le persone chiudersi in casa, isolarsi, essere diffidenti verso gli altri”. È bello registrare che dinanzi alla psicosi collettiva per l’incontrollabile dinamica del virus si alzi una voce sulla felice contagiosità di un sentimento approntato a senso di reciproca apertura, per vincere la paura con il ripudio della diffidenza.

Renato Zero si guarda intorno e indica nel comportamento dei romani – un misto di religiosità fatalismo e bon vivre – la conferma di quanto sia invincibile la propensione alla socievolezza e di come venga vissuta, all’insegna di una sana ironia, la temibile emergenza dell’oggi.

Abbiamo trovato il defensor urbis che meriterebbe un posto d’onore in Campidoglio e per estensione, in questo affannoso aggrapparsi alle ragioni della speranza, il riconoscimento unanime degli italiani.

2020. L’anno della paura?

Il 2020 è appena iniziato e sta mettendo a dura prova i nervi dell’umanità, questa strana specie attecchita, chissà come, su un globo terracqueo sperduto in una galassia. Un po’ di ironia non guasta, sempre che ci faccia riflettere su quanto siamo relativi per la natura. Dobbiamo imparare non a minimizzare le nostre preoccupazioni; ma nemmeno a far di un topo una montagna. Il giusto mezzo, argomento di aristotelica memoria, sembra lontano, tanto quanto il ricordo di quei devastanti incendi che bruciarono prima la Cattedrale di Notre Dame, dopo, le grandi foreste australiane.

Le immagini di canguri fiammeggianti e di koala ustionati commossero quel mondo che non si esime dallo sprecare tonnellate di cibo e di plastica. L’anno del topo, per il calendario cinese, o anno bisestile, funesto per eccellenza, incute timore anche ai meno suscettibili di superstizione. La folla oceanica di siriani che si abbatte, come un’onda, sui confini della Grecia, a causa dell’aggressivo assetto internazionale non facilitato dalla Turchia, costringe l’Unione Europea a “ringraziare” gli opliti greci per il loro impegno nei respingimenti, anziché concertare l’opportuno aiuto verso migliaia di esuli, in cerca di un letto, di pace e di cibo.

A proposito di cibo, anche l’Africa, nonostante i suoi singulti di crescita economica, non se la passa bene, a causa di un biblico sciame di locuste che, ai primi di febbraio, ha devastato i raccolti del Corno d’Africa. Non paghi, gli insetti si sono spostati in Congo, ed ora avanzano, inesorabili, verso i granai dell’Iran.

Un tempo il continente africano era falcidiato dalle malattie, ora fortunatamente tenute a bada dai vaccini e dai corridoi sanitari. Eppure pare che il problema si sia soltanto spostato. E’ il caso del Coronavirus cinese. Il virus che si è già evoluto in un nuovo ceppo pare si stia espandendo, con ampie possibilità di cura ma anche con una virulenza non comune. Tanto è bastato al Coronavirus per bloccare intere rotte aeree, come anche chiudere scuole e università, per evitare quanto più possibile il contagio.

Sullo sfondo di questa nuova peste abbiamo anche due Papi. Sembra di essere nel ‘300. Distratti dalla pandemia non ci siamo accorti che, pochi giorni fa, un grande asteroide, non molto distante dalla Luna, ha attraversato il nostro spazio, ricordandoci leopardianamente che la natura non ci è né alleata né nemica: ci è indifferente.

Ma l’umanità, tendente a una memoria a breve termine, cercherà di lasciarsi dietro anche queste sciagure. D’altronde non sono certo la fine del mondo. Fra due o tre mesi sarà tutta acqua passata sotti i ponti. Sperando che non siano sotto appalto dei Benetton.

Marzo 1965 : Come cambio’ la lotta per i diritti civili negli stati uniti

Non erano bastati l’omicidio di JFK e l’ondata di violenza che interessò alcune zone del Sud degli Stati Uniti a fermare i movimenti antisegregazionisti dei cittadini di colore, i quali caratterizzarono tutta una fase della storia americana della seconda metà del XX secolo.

I primi anni Sessanta, contraddistinti dalla tragedia sfiorata dei missili russi diretti verso le coste cubane che fece temere il peggio, furono quelli che impressero una svolta decisiva all’integrazione degli afroamericani nel tessuto sociale e legislativo statunitense, che pure aveva – come sappiamo – mostrato una certa (e a tratti feroce) resistenza nei confronti del raggiungimento della parità dei diritti dei “niggers”.

E mentre continuava ad acquisire grande popolarità la figura del pastore protestante Martin Luther King, leader indiscusso e icona dell’attivismo nero, il neo-Presidente Lindon Johnson si rese protagonista, per quanto fu nelle sue possibilità, dell’ampliamento di alcuni progetti di legislazione sociale pianificati anni prima da Kennedy: tra questi, l’assistenza medica ai meno abbienti e i sussidi ai poveri.

E’ in questo contesto che diversi episodi legati alle contestazioni in terra statunitense si trasformarono in veri e propri simboli destinati a fare storia, e non solo in ambito politico e sociale, ma anche nel costume e nella letteratura. Chi non ricorda le marce organizzate e compiute dagli afroamericani e il grande dibattito (oltre agli scontri) che queste provocarono in tutto il mondo? Chi non ricorda la lotta ideale del grande Mohammed Alì, disposto a rimetterci la libertà e i titoli sportivi conquistati sul campo pur di rivendicare la piena libertà dei più deboli e degli emarginati?

Correva il 7 marzo del 1965. L’imperativo era quello di ottenere, da parte dei neri, il diritto al voto previa registrazione alle liste elettorali. Con questa idea, pochi manifestanti di Selma diedero luogo a un corteo più o meno spontaneo che fu respinto a manganellate e a lacrimogeni dalle forze dell’ordine (con l’intervento violento del KKK). Quella dimostrazione fu denominata “The bloody Sunday”, e si trattò solo di un anticipo. La seconda marcia, effettuata appena due giorni dopo, fu più partecipata (ne furono protagoniste oltre duemila persone) e si contraddistinse per la ormai manifesta intenzione di dirigersi – anche in senso allegorico – da Selma a Montgomery, capitale dell’Alabama.

Vi prese parte lo stesso King, nonostante continuasse a ricevere minacce di morte. Stavolta il gruppo arrivò a Edmund Pettus Bridge, un ponte dell’area di Selma divenuto a sua volta un simbolo poiché negli scontri perse la vita il pastore bianco James Reeb, convinto fautore dei diritti universali degli afroamericani. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. La terza marcia, indetta per il 21 marzo, venne autorizzata e protetta dalla polizia, dall’esercito e addirittura dall’Fbi.

Il corteo, durante il tragitto, si ingrossò, sino a raggiungere le oltre ventimila unità. La processione si concluse a Montgomery il 25 marzo, giorno in cui King pronunciò il suo atteso discorso a favore dell’integrazione. Da quella data, la lotta per i diritti civili e costituzionali avviata negli Stati Uniti assicurò un po’ di più agli individui di ogni razza e sesso la possibilità di manifestare la propria volontà durante le elezioni. E probabilmente, da quel giorno, gli Stati Uniti non furono più gli stessi.

Economia: L’Istat, conferma la stima della diminuzione del Pil nel quarto trimestre 2019

Nel quarto trimestre del 2019 il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2015, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente ed è aumentato dello 0,1% nei confronti del quarto trimestre del 2018.

Nei dati diffusi il 31 gennaio 2020 si era registrata la stessa diminuzione dello 0,3% del Pil, mentre la crescita tendenziale era risultata nulla.

Il quarto trimestre del 2019 ha avuto due giornate lavorative in meno del trimestre precedente e lo stesso numero di giornate lavorative rispetto al quarto trimestre del 2018.

La variazione acquisita per il 2020 è pari a -0,2%.

Rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna registrano diminuzioni, dello 0,2% per i consumi finali nazionali e dello 0,1% per gli investimenti fissi lordi.

Le importazioni si sono ridotte dell’1,7% e le esportazioni sono cresciute dello 0,3%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito negativamente per 0,2 punti percentuali alla crescita del Pil, con -0,1 punti dei consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private ISP e un contributo nullo sia degli investimenti fissi lordi, sia della spesa delle Amministrazioni Pubbliche (AP). Anche la variazione delle scorte ha contribuito negativamente alla variazione del Pil, per 0,7 punti percentuali, mentre il contributo della domanda estera netta è risultato positivo per 0,6 punti percentuali.

Si registrano andamenti congiunturali negativi sia per il valore aggiunto dell’industria sia per quello dei servizi, diminuiti rispettivamente dell’1,2% e dello 0,1%, mentre il valore aggiunto dell’agricoltura è cresciuto dell’1,4%.

Nasce la banca per gli alberi

“Stiamo costituendo, primi al mondo, una banca per gli alberi, chiedendo al sistema bancario di finanziare, insieme al Ministero, la piantumazione di alberi in Italia. L’alta finanza deve iniziare a scendere in campo al fianco dei cittadini, lo vuole fare, e abbiamo già costituito un gruppo di lavoro con loro”. Lo ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa nel corso della presentazione della giornata ‘M’illumino di meno’, in programma il 6 marzo prossimo.

“I mutamenti climatici ci aggrediscono, ma l’Italia è in prima linea – ha affermato il Ministro – Siamo anche tra i primi finanziatori del ‘green wall’, il muro verde nell’Africa sub sahariana: 8 mila chilometri di deserto, una muraglia verde che attraverserà venti Paesi, nel cui territorio interverremo insieme alle Nazioni Unite piantando non meno di due miliardi di alberi, per restituire un clima diverso”.

Costa ha poi spiegato che nella legge clima è prevista una norma sulla riforestazione comunale: “Oggi ogni Comune può, con i fondi delle aste verdi, che i grandi inquinatori pagano per compensare dal punto di vista ambientale territori e cittadini, piantumare alberi. La riforestazione urbana è legge dello Stato, finanziata dal Ministero dell’Ambiente”.

Il Ministro ha poi aggiunto che arriverà a breve la firma delle “nuove linee di indirizzo sul verde urbano, che daranno la possibilità ai cittadini, ove i Comuni aderiscano, di partecipare al processo decisionale per la sostituzione degli alberi che vengono rimossi per motivi strutturali o per l’esistenza di una patologia, attraverso dei mini-referendum urbani”.

Infine, un cenno all’importanza della formazione in materia di ambiente: “La Rai è informazione e formazione ambientale – ha spiegato Costa – e sono fiero di annunciare che da settembre la formazione ambientale entrerà nelle nostre scuole. Siamo il primo Paese al mondo a prevederlo, è un orgoglio italiano che voglio reclamare ad alta voce”.

L’endocardite batterica

Per endocardite si intende uno stato infiammatorio dell’endocardio, il tessuto che riveste le cavità interne e le valvole del cuore; in particolare, i tessuti endocardici maggiormente coinvolti nella malattia infettiva risultano essere le valvole cardiache.

L’endocardite batterica si verifica quando i microrganismi provenienti da altri distretti del corpo, come pelle, cavità orale, intestino o tratto urinario, diffondono attraverso il flusso sanguigno e raggiungono il cuore.

In condizioni normali, il sistema immunitario riconosce e difende l’organismo dagli agenti infettivi, i quali – anche se riuscissero a raggiungere il cuore – risulterebbero innocui, attraversandolo senza causare un’infezione. Tuttavia, se le strutture cardiache sono danneggiate, come conseguenza di febbre reumatica, difetti congeniti o altre malattie, possono subire l’aggressione dei microrganismi. In queste condizioni, per i batteri penetrati nell’organismo attraverso il circolo sanguigno è più facile attecchire nel rivestimento interno del cuore, superando la normale risposta immunitaria alle infezioni.

Molti sono i sintomi e i segni clinici che si riscontrano nelle persone affette da questa patologia.

Manifestazioni maggiori
Febbre, anemia (talora piastrinopenia), sudorazione, sensazione di brivido;

Manifestazioni minori
Anoressia, astenia, artralgie (40% dei casi), splenomegalia (30% dei casi), emboli settici (30% dei casi) in cute, palato e congiuntive, con segni caratteristici come noduli periungueali di Osler, macchie cutanee a fiamma di Janeway, emorragie ungueali (detta a scheggia per la forma che assumono), lesioni retiniche di Roth, leucocitosi. Possono inoltre manifestarsi infarti embolici renali, glomerulonefrite focale o diffusa e altre patologie da immunocomplessi.

 

Usa 2020: Biden vince in dieci Stati

In 14 Stati si è votato per scegliere il candidato democratico alla Casa Bianca. L’ex vice di Obama Biden si assicura Virginia, North Carolina, Oklahoma, Alabama, Tennessee, Minnesota, Arkansas, Massachusetts North Carolina Texas.

Sanders conquista California, Utah, Colorado e il suo Vermont. Bloomberg, il grande sconfitto, vince solo nelle isole Samoa e già  domani potrebbe annunciare addirittura il ritiro dalla competizione.

La senatrice Warren, sempre più indietro nella corsa, ora si trova a un bivio: nel Massachussets, il suo Stato, è terza con circa il 21 per cento, un risultato decisamente negativo. Quattro anni fa Warren assegnò il suo endorsement a Hillary Clinton e nelle prossime ore potrebbe decidere di convergere verso Biden, tenuto conto degli aspri confronti avuti con Sanders durante i dibattiti fra i candidati democratici.

Ora i media statunitensi parlano apertamente di “tsunami Biden”, in netta contrapposizione con la dialettica del presidente in carica, Donald Trump, che si è sempre rivolto a lui con l’ironico appellativo di “Sleepy Joe”.

Analizzando i dati si può ben affermare che i democratici siano riusciti a riunirsi sotto l’egida di Joe Biden, grazie anche al lavoro sottotraccia dell’ex presidente Barack Obama e di altre figure di spicco dell’élite del partito, dall’ex consigliere alla sicurezza nazionale Susan Rice a Victoria Reggie Kennedy alla vedova dell’ex senatore Ted.

Però, prima della grande kermesse democratica, bisogna aspettare martedì 10 marzo, quando si voterà in  Idaho, Michigan, Mississippi, Missouri, Washington. E il 17 quando si voterà in Arizona, Florida, Illinois e Ohio.

 

Per una nuova politica economica ispirata dalla “Laudato Si”

Con riferimento allo sviluppo…occorre pensare pure a rallentare un po’ il passo, a porre alcuni limiti ragionevoli e anche a ritornare indietro prima che sia tardi (“Laudato Si” pag. 145). E’ arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti (“Laudato Si” pag. 146). 

Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi (“Laudato Si” pag. 123). 

La produzione non è sempre razionale, e spesso è legata a variabili economiche che attribuiscono ai prodotti un valore che non corrisponde al loro valore reale. Questo determina molte volte una sovrapproduzione di alcune merci, con un impatto ambientale non necessario, che al tempo stesso danneggia molte economie regionali (“Laudato Si” pag. 143). 

  1. Premessa 

La complessità delle dinamiche economiche, ritardando spesso il momento temporale degli effetti connessi alle cause originanti, fa perdere la consapevolezza delle correlazioni con il risultato che quando si verificano gli eventi (proprio perché in ritardo molto più intensi, come ampiamente dimostrato dagli estensori degli overshooting models) pochi si ricordano chi li aveva previsti e chi no e ancor meno sono quelli che si assumono la responsabilità di reinterpretare il futuro. 

Il risultato è così semplicemente disastroso, perché tutti continuano a parlare del presente senza ricordare cosa hanno detto nel passato del futuro e soprattutto continuano a sviluppare ragionamenti di breve periodo. 

In queste condizioni è difficile che emergano salti di “paradigma”, cioè di “vision”, sempre necessari nei momenti di svolte epocali, come quella che stiamo vivendo. 

1.1 All’origine della crisi: l’eterno gioco della domanda e dell’offerta 

Studiando l’irrompere dell’economia “industriale”, fondata sul principio della specializzazione, sulle realtà agrarie/artigianali in un contesto socio-economico che esprimeva bisogni fondamentali inespressi dall’origine dell’uomo, gli economisti 

classici osservarono stupiti che, grazie alla “mano invisibile”, “l’offerta crea la domanda” (legge di Say) e, per tale via, porta all’armonia dell’equilibrio economico generale di piena occupazione di Walras. 

Ed avevano ragione! Perché in quella fase nascente del Capitalismo, concorrenziale, dinamico e semplice, l’offerta si trasformava naturalmente in domanda. 

Se avessero però analizzato alcune logiche interne al mercato (l’impresa marginale viene inevitabilmente fagocitata dall’impresa più dinamica) e all’impresa ( il capitalista cerca progressivamente di assegnarsi una quota crescente del reddito prodotto rispetto agli operai e ai consumatori sfruttando le sue posizioni di forza), avrebbero potuto intuire che, al di là degli assunti ideologici, c’era un fondamento nell’analisi del “plusvalore” di Marx e nella sua “previsione” di un collasso del sistema per sovrapproduzione economica e disperazione sociale. 

E avrebbero evitato non la rivoluzione bolscevica, figlia dell’ideologia marxista, ma la grande depressione del ’29-’32. 

In altri termini che Marx, proiettando al futuro la logica capitalistica, coglieva il tallone d’Achille della legge (dell’imperio) dell’offerta che creava la propria domanda e quindi chiedeva libertà di mercato (per realizzare gli oligopoli) e d’impresa (per accrescere i profitti), di fatto sterilizzando progressivamente il flusso vitale dell’offerta verso la domanda. 

Sennonché, come a tutti noto, dalla crisi del ’32 siamo usciti non dalla porta di Say ma dal radicale ribaltamento del paradigma cognitivo che aveva guidato tutti gli economisti, compreso lo stesso Marx, fino al tracollo dell’economia moderna. Non è — nella fase in cui era evoluto il capitalismo, possiamo aggiungere noi — l’offerta che crea la domanda ma bensì è l’esatto contrario: “la domanda crea l’offerta” affermava Keynes, rivoluzionando l’analisi economica e aprendo la strada ad un ruolo attivo dello Stato come grande regolatore della domanda, come protagonista diretto dell’offerta, oltre che come tutore delle leggi del mercato e dell’impresa in funzione di una equa distribuzione del valore prodotto. 

E così la domanda sapientemente manovrata in una logica ad un tempo strutturale e congiunturale, come i grandi investimenti, ha innescato il più lungo periodo di crescita delle economie occidentali creando l’illusione della crescita illimitata della cosiddetta economia sociale di mercato fino al trionfo sul modello comunista e alla caduta del muro di Berlino. 

Quando improvvisamente il mondo occidentale, anche per la giusta consapevolezza di avere progressivamente paralizzato l’offerta con “troppi lacci e laccioli” ha pensato di ritornare ad un modello nel quale fosse la capacità dell’offerta di esprimersi il nuovo — vecchio- motore dell’economia: “più mercato e meno stato” è stata la nuova parola d’ordine che ha guidato il più impressionante processo di privatizzazioni in uno con le più grandi e veloci concentrazioni mai realizzate, a loro volta, funzionali ad una radicale redistribuzione del valore a favore, sulla carta, dei consumatori e degli azionisti in realtà di una nuova classe sociale che ha sostituito la funzione della classe media in profonda crisi: “i finanzieri”. 

Ma nessuno —giustamente- ha pensato di ritornare al “vecchio paradigma” dell’offerta che crea —tout court- la domanda; tutti, però, si sono posti l’obiettivo di trovare un degno sostituto allo Stato come grande regolatore della domanda e stimolatore —per questa via- dell’offerta. 

Nessuno lo ha teorizzato ma gli ultimo 25 anni non sono altro che la storia di come la Finanza si è fatta Stato, di come, cioè, la Finanza ha tentato di svolgere il ruolo che il modello keynesiano ha assegnato allo Stato. 

In altri termini si è pensato di sostituire: 

  1. alla domanda pubblica e a quella privata generata dal reddito prodotto, una domanda prevalentemente privata sostenuta dall’indebitamento illimitato delle famiglie; 2. al ruolo attivo dello Stato nella produzione di beni e servizi, il ruolo delle grandi 

imprese globali finanziate dal mercato azionario di massa. 

Perseguendo, di fatto, una nuova stratificazione sociale -“gli azionisti e gli indebitati”- che è alla base della divaricazione tra crescita e uguaglianza, atteso che tale dinamica economica esalta i primi (sempre di meno) e soffoca i secondi (sempre di più). 

Il risultato di questo “modello senza teoria” è il consumismo onnivoro fondato sull’indebitamento dei popoli e dei singoli, distruttivo degli equilibri ecologici, che affama interi continenti e distrugge le vite familiari e personali. 

Certo Keynes nel vedere che il suo modello della domanda aggregata è diventato il fondamento del consumismo e dei suoi stili di vita si rivolta nella tomba, ma così è e sarà, fin quando non si romperà l’incantesimo della domanda (marginalmente pubblica e prevalentemente privata da indebitamento) che “crea” l’offerta e con 

essa l’occupazione, fondata non sul ruolo degli stati ma del Sistema Finanziario Globale. 

1.2 Per una definizione del concetto di consumo e quindi di domanda 

Qualunque ripensamento del sistema economico passa, dunque, da una riflessione sulla “domanda” per riportare il consumo entro un profilo umano e ambientale, cioè entro un sentiero che non danneggi l’uomo concreto e il suo ambiente. Più esplicitamente bisogna ambire a distinguere tra consumo “sano” ed “ecologico” e consumo deviato e antiecologico. 

In questa prospettiva strategica il primo obiettivo è costituito dalla istituzione da parte dei Governi di un “Comitato per la definizione del PIL corretto. In altri termini pur mantenendo il monitoraggio dell’attuale aggregato andrebbero introdotti fattori correttivi sulla base di giudizi condivisi in merito agli aspetti negativi di alcune produzioni/consumi sull’uomo e l’ambiente. Per capire basterebbe sottrarre – per iniziare – dal PIL ufficiale il gioco d’azzardo, il fumo, l’alcool, la vendita di acqua, la produzione di armi, di plastica il costo dello smaltimento teorico di CO2 commesso alla produzione e al trasporto dei beni. 

Insomma per cominciare a cambiare il sistema bisogna iniziare a “spogliare il Re”! Solo demitizzando il feticcio del PIL e della sua crescita si può riportare l’insieme delle attività umane di produzione e consumo entro un sentiero di umanità e di compatibilità ecologica. 

1.3 Per una nuova economia 

A partire da questa nuova visione occorre ripensare la funzione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) per trasformarla da mera imposta indiretta a imposta di indirizzo in quanto connessa in termini radicalmente differenziati alle produzioni/servizi riduttivi del PIL o al valore del prodotto. 

In altri termini tutti i prodotti/servizi “nocivi” dovrebbero avere IVA maggiorata (si pensi per cominciare all’alcool, al fumo, alle armi) così come i prodotti di lusso (in base a quale logica l’IVA su una Ferrari o una borsa di CHANEL è uguale a quella di una utilitaria o di una comune borsa?). 

Parallelamente va ripensata la funzione redistributiva dello Stato iniziando dalla ridefinizione degli scaglioni fiscali per le imprese e le persone fisiche, superando l’attuale scandaloso dibattito sulla flax tax, che distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dalla vera natura del problema. Per il nostro sistema 

fiscale un individuo che guadagna fino a 15.000 euro è socio-economicamente diverso da un individuo che guadagna fino a 28.000 euro (tanto da avere due tassazioni diverse) e così quello che guadagna fino a 55.000 euro è diverso da quello che guadagna fino a 75.000 euro; da qui in poi siamo tutti uguali: detto in altri termini io e Del Vecchio per il sistema fiscale italiano siamo la stessa cosa! 

Da qui la scandalosa divaricazione crescita/uguaglianza. 

Lo stesso dicasi per la tassazione sulle imprese, anche se non manca qualche timido segnale di inversione di tendenza. 

Le manovre “macro” sopra richiamate devono essere accompagnate da una nuova visione ambientale che porti ad una nuova categoria di “tassazione sistemica” finalizzata a far prendere consapevolezza dei costi ambientali di molti prodotti/servizi. Basterebbe per iniziare una tassa sul trasporto su ruote dei prodotti agroalimentari! 

In questo nuovo contesto vanno avviate politiche strutturali tese a ridimensionare sistematicamente la dimensione/ruolo delle banche universali e delle multinazionali, che sono il frutto non tanto del successo competitivo (secondo l’ideologia neoliberista), ma della manipolazione sistematica della politica da parte delle grandi lobby che hanno piegato progressivamente tutta la legislazione ai loro interessi. Si pensi ad esempio alla legislazione europea del settore bancario che vede le banche di credito cooperativo soggette alla stessa normativa delle banche universali come Unicredit e Intesa San Paolo, laddove anche negli USA sono previsti 4 livelli di regolamentazione legati alla dimensione, con il risultato finale di distruggere tutto ciò che non è grande per definizione, nonostante studi consolidati secondo i quali le Banche Universali creano rischi sistemici immensi senza essere più efficaci (in termini di allocazione del credito) ed efficienti (in termini di interessi-costi dei servizi) delle banche di minore dimensione. 

Considerazioni che valgono anche per tutti i grandi settori, in particolare le fonti rinnovabili e l’agroalimentare che sono “per natura” diffusivi! 

Con altrettanta determinazione va affrontato il tema dell’obsolescenza programmata che costituisce una delle forme più sofisticate di violenza capitalistica atteso che è scandaloso che per “tosare il consumatore” di fatto si taroccano i prodotti a danno anche della natura. Basterebbe per iniziare 

istituire in ogni paese un “Ente” preposto alla certificazione dei principali prodotti industriali di consumo. 

Tali misure non impattano però con il cuore dei problemi delle attuali società capitalistiche: la distruzione sistematica di lavoro, inteso come scambio, a causa degli straordinari sviluppi della tecnologia. Per tale ragione occorre prendere consapevolezza che non bastano nuove rinnovate politiche redistributive del reddito e della ricchezza ma occorre andare oltre impostando inedite politiche redistributive del lavoro inteso come prestazione a fronte di un corrispettivo. In altri termini bisogna porre velocemente all’ordine del giorno la tematica della riduzione della settimana lavorativa a 4 giorni partendo dalle grandi banche universali ed alle multinazionali. Tutto ciò istituendo una forma di servizio civile permanente nel senso che le persone beneficiarie di una tale misura dovrebbero essere impegnate in attività sociali/ ambientali/culturali a servizio delle comunità di riferimento. 

In ogni caso bisogna prendere consapevolezza che la velocità del cambiamento tecnologico accentuerà le caratteristiche distruttive/creative del sistema produttivo con enormi conseguenze strutturali/congiunturali dei livelli occupazionali. Per tale ragione partendo dall’affermazione del diritto a vivere a prescindere dalla prestazione lavorativa va affermata con forza l’utilità strategica del reddito di cittadinanza, mettendo in discussione il fondamento ideologico dello Stato moderno capitalista fondato su processi di accumulazione indiscriminati! Se noi affermiamo che gli esseri umani hanno diritto ad essere, a vivere, a prescindere dal lavoro, noi smontiamo lo stato moderno fondato sul lavoro-merce oggetto di negoziazione/acquisto da parte del Dio-Capitale ma soprattutto creiamo le condizioni di flessibilità utili a coniugare le esigenze di sviluppo con i bisogni fondamentali minimi degli essere umani. 

Dunque una nuova economia è possibile basta volerla. 

L’alternativa è la distruzione dell’attuale civiltà o a seguito di processi rivoluzionari violenti, guerre geopolitiche o collasso ambientale. 

Come sempre all’Uomo l’ultima parola. 

Perché sono scomparsi gli statisti?

Le grandi emergenze nazionali del passato, tutte diverse le une dalle altre purtroppo, sono sempre state affrontate dalla politica anche attraverso le sue personalità. Quelle personalità che venivano comunemente definiti come statisti. O grandi e riconosciuti leader. Categorie che oggi sono semplicemente scomparse. Al massimo oggi ci sono i “capi”. In alcuni casi i “guru”. 

Ora, è del tutto evidente che una politica senza statisti o senza leader ha una grande difficoltà nel guidare i processi politici, affrontare di petto le grandi difficoltà – per non parlare delle emergenze – e, soprattutto, dare fiducia alla pubblica opinione quando si devono fare delle scelte concrete e il più delle volte impopolari. Ormai si ha l’opinione, per non dire la certezza, che il tutto è solo e soltanto finalizzato al consenso, cioè al sondaggio del giorno dopo. Ogni scelta, ogni soluzione, ogni decisione sono il frutto e la conseguenza di ottenere qualche decimale in più. E questo deriva dal fatto che proprio quella scelta e quella decisione sono facilmente smentibili il giorno dopo. Come se nulla fosse. Del resto, le stagioni politiche ispirate e dominate dal trasformismo hanno questa cifra. E cioè la non credibilità di ciò che si dice. Perché il giorno dopo si può tranquillamente smentire ciò che si è detto il giorno prima. E che riflette in modo persin scolastico ciò che avviene nell’attuale dialettica politica italiana. 

Ma, al di là e al di fuori delle vicende personali, quello che conta rilevare è che la stagione dei leader – su quella degli statisti le speranze sono sempre più esigue – potrà nuovamente ritornare solo se cessa quel clima antipolitico, antiparlamentare e anti partito che ha dominato incontrastato in questi anni in molti settori della politica italiana e in quasi tutti i settori dell’informazione. Il tutto è coinciso con la vittoria schiacciante di quei partiti e movimenti che rappresentano la sintesi più efficace e più plastica di questa cultura antipolitica, antiparlamentare e anti partito. Lo abbiamo potuto sperimentare migliaia di volte e in svariate occasioni in questi anni. A livello pubblico come a livello privato e continuiamo ad ascoltarlo tuttora. Certo, la recente e pare progressiva ed irreversibile crisi elettorale di quei partiti può contribuire ad invertire questa rotta e gettare le premesse per il ritorno di una stagione politica dove le culture politiche, i leader e forse anche gli statisti potranno nuovamente far breccia nella cittadella politica italiana. Nulla è certo però, come ovvio.

Anche perché la mala pianta dell’antipolitica è ormai fortemente radicata nel nostro tessuto culturale e sociale e sarà molto difficile cancellarla o attenuarla. Tuttavia occorre attrezzarsi e lavorare per centrare questo obiettivo perché sono proprio i momenti di maggior difficoltà – o di grande emergenza nazionale – che richiedono la presenza di uomini e donne che possono essere punti di riferimento morale, politico ed istituzionale per tutti i cittadini. A prescindere dalle loro convinzioni politiche e dalle appartenenze culturali. E questo perché la politica italiana continua ad aver bisogno di leader e soprattutto di statisti. Con la speranza di non avere solo capi e guru. 

La «battaglia di Valle Giulia» 1° marzo 1968

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Il Mulino a firma di Marco Adorni

Sono passati pochi mesi dalle occupazioni e dagli sgomberi alle Università di Pisa, Torino e Milano, tra il febbraio e il novembre del 1967, quando inizia l’occupazione di quasi tutti gli atenei italiani. Se gli studenti universitari utilizzano, come casus belli, il progetto di riforma universitaria apprestato dal governo, in realtà è entro un quadro ben più ampio che se ne collocano le motivazioni più profonde, ossia lo scontro, per così dire, epocale, tra gli apologeti della civiltà capitalistica e i suoi detrattori.Gli occupanti intendono sferrare un attacco teorico e pratico alla società tout court e ai suoi meccanismi repressivi, per trasformare l’alienazione e la passivizzazione in liberazione e presa di parola, spazio, tempo, esperienza vitale.

Il nemico più prossimo e facilmente individuabile per gli studenti è proprio «il sapere»: la sua pretesa di dominio fondata su una presunta obiettività super partes, nonché la sua organizzazione – a partire, naturalmente, da «apparati ideologici di Stato» come scuola e università. Il fattore probabilmente decisivo nel portare i giovani ad adottare pratiche sempre più perturbative, fino allo «scontro di piazza» con i tutori dell’ordine, è proprio l’aver fatto esperienza di un sapere scientifico che, in un modo fino a quel momento inedito, minaccia direttamente l’esistenza stessa dell’umanità. Questo rende all’epoca impossibile non porsi, in modo radicale, il problema del «che fare» (e del «che agire») nei confronti di una situazione da cui non sembra possibile uscire se non facendo ricorso alla forza. Come scriverà Jerome Lettvin sul «New York Times Magazine» nel maggio di quel 1968, «non è rimasta neanche una maledetta cosa che uno possa fare che non possa venire trasformata in guerra».

I giovani della sinistra marxista extraparlamentare iniziano allora a leggere nel sapere tecnico-scientifico il capitale come totalità sociale cui opporre una replica studentesca (e operaia) sul suo stesso piano di realtà. Lo scenario internazionale dell’epoca sembra confermare una simile lettura. L’abissale sproporzione nel dispiego di forze del contesto bellico indocinese – da una parte la macchina bellica del Golia americano, dall’altra la disperata guerriglia del David vietnamita – non sembra che la conferma che il «sistema» non soltanto opera nel senso di una repressione implicita (attraverso le sirene del benessere e della felicità consumistica) ma anche nel segno di una violenza diretta ed esplicita nei confronti dei popoli.

È in questo contesto che il 1° marzo 1968 si svolge la vicenda che verrà in seguito ricordata come la «battaglia di Valle Giulia». A scatenarla la decisione del rettore dell’Università di Roma, Pietro Agostino D’Avack, di far sgomberare gli atenei occupati. Ma anche, con tutta probabilità, la pesantissima repressione riversata sui giovani già dal 1967 e che raggiunge il suo apice proprio in quei primi mesi del 1968. Quel giorno, con l’obiettivo di «riprendersi» la facoltà di Architettura a Villa Borghese, diverse migliaia di studenti partono da piazza di Spagna alla volta dell’ateneo, controllato dalle forze dell’ordine.

Qui l’articolo completo

Torino: “Don Primo Mazzolari, il cattolicesimo italiano e la questione sociale”.

“Cattolici al lavoro. Don Primo Mazzolari, il cattolicesimo italiano e la questione sociale nel secondo dopoguerra”: è il titolo del convegno di studi proposto da Fondazione Don Primo Mazzolari (Bozzolo) e Fondazione Vera Nocentini (Torino), che si terrà nei giorni 3 e 4 aprile nel capoluogo piemontese (Sala artistica, Seminario arcivescovile, via XX Settembre 83).

Il convegno prenderà avvio con i saluti istituzionali portati da Bruno Bignami, Fondazione Don Primo Mazzolari; Gianfranco Zabaldano, Fondazione Vera Nocentini; Flavio Luciano, Commissione regionale della pastorale sociale e del lavoro del Piemonte e della Valle d’Aosta; Roberto Repole, Facoltà teologica dell’Italia settentrione – sezione parallela di Torino; Angela Dogliotti, Centro studi Sereno Regis. Seguirà la prima sessione di lavori sul tema “I cattolici e la questione sociale” con diverse relazioni: Il lavoro in Italia dalla ricostruzione al “miracolo economico” (Stefano Musso, Università degli studi di Torino); Cattolici e questione sociale in Piemonte tra gli anni Quaranta e Cinquanta (Tommaso Panero, Fondazione Vera Nocentini); Le missioni di Mazzolari in Piemonte (Francesco Ferrari, Universidad Católica de Colombia, Bogotá); Gli amici piemontesi di don Primo (Chiara Bassis); Le collaborazioni di don Primo Mazzolari ai giornali piemontesi (Marta Margotti, Università degli studi di Torino).

La seconda sessione del convegno si svolgerà sabato 4 aprile (ore 9-13) sul tema “Mazzolari e il lavoro”. Queste le relazioni previste: “Cattolici, lavoro e sindacalismo nell’Italia della guerra fredda” (Aldo Carera, Università Cattolica, Milano); “Don Primo Mazzolari tra lavoratori, lavoro e disoccupazione. ‘Adesso’ e i problemi dell’occupazione negli anni Cinquanta” (Paolo Trionfini, Università degli studi di Parma). A seguire una tavola rotonda cui prenderanno parte: Marco Bentivogli (segretario generale Fim-Cisl); Bruno Bignami (direttore Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della Conferenza episcopale italiana – presidente Fondazione Mazzolari); Irene Bongiovanni (presidente ConfCooperative – Cultura turismo sport); Gianfranco Bordone (esperto di politiche del lavoro – Regione Piemonte); Nicola Scarlatelli (vicepresidente regionale Piemonte – Confederazione nazionale dell’artigianato – Cna).

Protezione civile: fino al 31 marzo le manifestazioni d’interesse per ‘Io Non Rischio 2020’

È possibile presentare la manifestazione d’interesse per la realizzazione della piazza “Io Non Rischio“, la Campagna di buone pratiche di protezione civile che giunge quest’anno alla sua decima edizione

Per presentare la manifestazione d’interesse è stato messo a disposizione delle Organizzazioni di Volontariato un modulo online, disponibile all’indirizzo http://www.inr2020.it/, che dovrà essere compilato entro e non oltre le ore 23.59 del 31 marzo 2020.

Potranno partecipare tutte le Organizzazioni di Volontariato già iscritte nell’Elenco Territoriale della propria Regione/Provincia Autonoma o con iscrizione già richiesta e in fase di perfezionamento. Eventuali eccezioni saranno gestite dalla Regione/Provincia Autonoma di riferimento.

Una volta effettuata la registrazione all’indirizzo web indicato, le associazioni potranno accedere alla sezione dedicata e compilare i campi disponibili nel modulo con tutte le informazioni necessarie. Al termine della compilazione, sarà possibile effettuare il download della versione stampabile che dovrà essere firmata dal Presidente/Legale rappresentante e successivamente caricata sul sito secondo le istruzioni fornite.

Le candidature ricevute non saranno accettate automaticamente ma seguiranno un processo di validazione, effettuato dai referenti delle OdV nazionali e delle Regioni/Province Autonome.

Insieme al modulo di manifestazione di interesse, sul sito è disponibile un elenco di Frequently Asked Questions (FAQ) per fornire tutte le informazioni necessarie ai compilatori.

 

Trovati 17 nuovi pianeti uno è abitabile

Il risultato della particolare scoperta, pubblicato anche sulla rivista scientifica “The Astronomical Journal”, è stato possibile, come detto, grazie al lavoro del telescopio spaziale Kepler che negli ultimi quattro anni ha cercato pianeti, in particolare quelli che giacciono nelle cosiddette “zone abitabili” delle loro stelle, dove potrebbe esistere acqua liquida sulla loro superficie.

Tra i 17 pianeti scovati, il più interessante è quello chiamato KIC-7340288 b, un pianeta roccioso il cui diametro è circa 1,5 volte quello della Terra.

Il pianeta ha un anno lungo 142 giorni e mezzo e orbita attorno alla sua stella a una distanza poco più grande dell’orbita di Mercurio rispetto al nostro Sistema Solare. Inoltre, questo pianeta non ha temperature alte come Mercurio perché riceve dalla sua stella circa un terzo della luce che la Terra riceve dal Sole e di conseguenza si trova in una zona dalle temperature piuttosto miti.

Per quanto riguarda, invece, gli altri 16 nuovi pianeti scoperti, il più piccolo ha solo due terzi delle dimensioni della Terra ed è uno dei pianeti più piccoli che il telescopio della Nasa abbia mai individuato. I restanti variano, in quanto a dimensioni, fino a otto volte le dimensioni del nostro pianeta.

Le proprietà benefiche delle fave

La pianta della fava (Vicia faba L.) è una leguminosa appartenente alla famiglia delle Fabaceae. È una erbacea dall’accrescimento molto rapido, con steli eretti, alti in media fino a 1 m, grossi e di forma quadrangolare, non ramificati ma con qualche stelo secondario che si sviluppa alla base del fusto principale.

Il contenuto proteico ne ha fatto per lunghi periodi uno dei classici cibi dei poveri, grazie al prezzo economico, alla facilità di coltivazione e diffusione, e alle ottime proprietà salutari e nutrizionali. Le fave garantiscono infatti l’apporto di ferro e altri minerali, e una notevole quantità di vitamine, ovviamente se consumate crude, poiché la cottura spesso distrugge alcuni dei componenti.

I principali nutrienti sono:

84%: acqua
5% proteine
5% di fibre
4,5% di carboidrati
pochissimi grassi (0,4%)
Sali minerali: potassio, magnesio, rame, selenio e soprattutto ferro → contrasta l’anemia
Vitamine: soprattutto vit. A

 

Abraham Lincoln: Senza soccombere né prevaricare

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Nicla Bettazzi

È ad Abraham Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America, che si deve la ratifica nel 1865 del XIII Emendamento della Costituzione americana che, almeno sulla carta, mise fine alla schiavitù. 

Persona di ampia visione e lucido statista, Lincoln aveva chiari gli scenari del suo paese sconvolto dalla guerra di secessione, «un territorio selvaggio da conquistare con la forza», come racconta Herbert Asbury, in lotta con i nativi indiani, meta di europei disperati e avidi, di gang intrecciate al potere politico, la terra del bandito Mose, che si piazzava nel centro del fiume e respingeva le imbarcazioni soffiando. Mose forse doveva fare qualcosa di più terribile che mettersi a soffiare per bloccare dei battelli, ma l’esagerazione nasceva da qualcosa che esisteva. Un mondo primordiale e assoluto, laboratorio straordinario e contraddittorio di ogni possibile fenomeno, che Lincoln — vissuto in Kentucky e Indiana — aveva conosciuto bene avendone percorso le luci e le ombre.

Il libro Lettera all’insegnante di mio figlio (Torino, 2019, pagine 40, euro 15) torna in libreria per Einaudi ragazzi, in un’edizione con le splendide illustrazioni di Giulia Rossi e la nuova traduzione di Nadia Terranova. Lincoln si rivolge a un adulto del XIX secolo, a un mondo di quotidiana frontiera, dove l’essere duro con i duri trovava una sua ragion d’essere nella mancanza di un diritto e di leggi realmente condivise. Il messaggio ritorna però attualissimo nell’invito a innamorarsi della conoscenza e del percorso, non senza ostacoli, che essa richiede. Lincoln autodidatta al seguito di scuole itineranti, appassionato lettore, mantenne nei confronti dell’istruzione un permanente e vivissimo interesse, e questo scritto è quasi un testamento spirituale di cui l’insegnante è il depositario.

Tradizione vuole che il primo giorno di scuola di suo figlio, il presidente abbia inviato una lettera al maestro. Non c’è data certa su quando sia stata scritta, né per quale dei suoi figli. Quelle che abbiamo sono le parole rivolte, come padre, a una delle persone più importanti nella vita futura del suo bambino, quella che per prima lo accompagnerà fuori di casa, nell’avventura della conoscenza di un mondo nuovo. È un mondo complesso quello in cui sta entrando il figlio, il padre lo ripercorre narrandolo prima a sé che al maestro, in una richiesta di collaborazione gentile e commovente. 

Il bambino attraverserà guerre e tragedie, per questo bisognerà insegnargli la fiducia in se stesso e il coraggio, deve sapere che ci sono i corrotti ma anche gli onesti, che niente è più gratificante del lavorare bene. Anche gli insuccessi fanno crescere e vanno vissuti senza esagerazione, come le vittorie. È un’avventura, la scuola, che si dipana tra le tante conoscenze apprese dai libri e le esperienze vissute con persone nuove con le quali bisogna imparare a relazionarsi, senza soccombere né prevaricare.

«Gli insegni a credere nelle proprie idee, anche quando tutti gli diranno che sbaglia. Provi a dare a mio figlio la forza di non seguire la folla, quando gli altri non faranno che quello. Gli insegni ad ascoltare chiunque. Ma anche a mettere in discussione ciò che udrà e a serbarne solo il bene (…). Lo prenda per mano».

Nella lettera Lincoln manifesta una fiducia profonda verso la figura etica e sociale del maestro, e un giovanissimo premio Nobel, Albert Camus, tanti anni dopo (novembre 1957) sembra continuarne moralmente l’epilogo, quando a sua volta, ne invierà una, splendida, al suo primo maestro, monsieur Germain. «Quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che io ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo. Non sopravvaluto questo genere d’onore. Ma è almeno un’occasione per dirle che cosa lei è stato, e continua a essere, per me, e per assicurarle che i suoi sforzi, il suo lavoro e la generosità che lei ci metteva sono sempre vivi in uno dei suoi scolaretti che, nonostante l’età, non ha cessato di essere il suo riconoscente allievo».

Usciremo più forti

E’ risaputo che le grandi difficoltà annunciano sempre grandi cambiamenti. In tali circostanze, le persone sono più pronte a reagire e darsi ambiziosi obiettivi; le difficoltà insomma mettono in moto le energie e virtù più nascoste dell’uomo. Non bisogna mai disperare, darsi per vinti: abbiamo dentro di noi e per noi una riserva di forza che si libera al momento più propizio, che si chiama Provvidenza.

Dio ha  voluto l’umanità per collaborare alla manutenzione e sviluppo della terra, e certamente non l’abbandona: fa agire potentemente la Provvidenza nei momenti di bisogno. L’umanità, pur agendo secondo il privilegio del libero arbitrio, nei momenti critici è aiutata sempre a trovare le soluzioni più appropriate; è andata sempre avanti e non è certamente per un caso. Per questa ragione non possono essere condivisibili le affermazioni apocalittiche nelle occasioni delle grandi disgrazie; vale ancor più per l’esperienza che stiamo facendo con il coronavirus.

Sono convinto che aldilà dei danni che ci ha procurato e di altri che ne procurerà, ci farà diventare più forti di prima: ci farà uscire dal torpore che in verità ci avvolge da tempo. Insomma ci renderà ancora più consapevoli dei nostri punti di forza e delle debolezze, ci spingerà a superare quella sorta barriera che non scavalchiamo per indolenza e sciatteria: di modi di vivere e di organizzarci.

Ad esempio giorni fa abbiamo saputo della soluzione brillante trovata con l’utilizzo dello smart working, per ovviare la difficoltà di recarci al lavoro rischiando la maggiore diffusione del contagio, in forza del decreto del Governo. In queste ore arriva un’altra ottima notizia: in una scuola di Ancona, gli studenti, pur non potendo recarsi a scuola, non hanno perso le lezioni grazie alla intraprendenza della dirigenza scolastica,  degli insegnanti e della collaborazione dei genitori. Attraverso una piattaforma digitale si potuto insegnare raggiungendo a casa gli studenti.

È vero che questo istituto scolastico è una delle scuole italiane d’avanguardia, che ha potuto durante le lezioni avvalersi di lavagne digitali in condivisione, di documenti informatici scaricabili on line, oltre ad un ambiente virtuale di aula tipo video conferenza. Ora, raccontata questa bella esperienza, cosa ostacola il Miur a fornire una piattaforma utile per le scuole di tutta la penisola con isole comprese, in modo tale da entrare in una logica nuova? Certamente l’apprendimento in presenza deve restare quello che è, magari migliorandolo.

Ma quello on line può essere utile nei casi come quelli odierni, per i bambini che per varie evenienze restano a casa per forza maggiore, per sostegni alle lezioni pomeridiane ed anche per il periodo estivo per chi ne ha bisogno. Ormai le tecnologie occorrenti sono facilmente reperibili a bassi costi nel mercato, e un dipartimento istruzione fatto di ben un milione e duecentomila di insegnanti e personale tecnico, può ben provvedere ad allestire una piattaforma digitale ausiliare all’insegnamento, finalmente ammodernando la scuola italiana.

Sono sicuro che queste idee ed esigenze si faranno strada, dimostrando come accade sempre, che riusciamo ad abbandonare il tran tran dei comportamenti sciatti e stantii, proprio nei tempi delle grandi difficoltà: con l’aiuto della Provvidenza, s’intende.

Italiani all’estero e sistema paese. Risorse, Investimenti, Prospettive

Quello che fino a qualche anno fa sarebbe stato interpretato in maniera univoca, il titolo di questa tavola rotonda: “Italiani all’estero e sistema paese. Risorse, Investimenti, Prospettive”, necessita oggi di alcuni distinguo ed approfondimenti.
Dobbiamo infatti prendere atto che c’è stata una evoluzione profonda, soprattutto in Europa, America del Nord, Asia, nella tipologia dell’emigrazione italiana, e, quindi, degli italiani residenti all’estero. Oggi assistiamo prevalentemente ad un flusso in uscita costante di giovani preparati, e comunque motivati e vogliosi di valorizzare la loro preparazione o abilità e con il forte desiderio di affermazione professionale e sociale.

Questa nuova realtà, nota come fuga dei cervelli, che io preferisco invece definire mobilità dei cervelli, sia detto per inciso non è affatto nuova, a parte le dimensioni numeriche che sono il frutto della globalizzazione e dell’aumento vorticoso dei movimenti delle persone, si va a sommare con una presenza antica e tradizionale, anch’essa però suddivisibile in varie fasce. Due realtà che sono assai diverse tra loro e che tendenzialmente non si sommano e addirittura non si relazionano, non formano quindi un sistema, se non in rare occasioni, per lo più riferite a festività o ad eventi sportivi.

Ma ciò non è sufficiente ad identificare la realtà degli italiani all’estero, poiché dobbiamo anche tener conto della internazionalizzazione delle imprese, che seppure con differente intensità secondo la direzione dei flussi e con modulazione difforme per tempo, per zona geografica, per settore o per dimensione delle imprese coinvolte, ha toccato profondamente l’economia del nostro Paese, con significativi investimenti esteri in Italia e massicci investimenti italiani all’estero, per lo più raggruppabili nella categoria delle delocalizzazioni. Bisogna poi aggiungere la realtà, non più genericamente identificabile come comparto marginale dei servizi, ma ormai con il rango di industria o primario elemento di crescita, che è il turismo, con i flussi di entrata ed uscita in Italia di ingenti quantità di persone, e non più per forza per periodi della durata di qualche giorno.

Dall’insieme dei due fenomeni appena descritti, è poi derivata una nuova specie di residenti in Italia: stranieri che non si sono limitati a fare l’ottocentesco “grand tour”, ma affascinati da uno o più degli attrattori tipici del nostro Paese e cioè: la storia, l’archeologia, la musica, il cibo, le bellezze artistiche, monumentali e naturali, il modo di vivere etc, hanno scelto di vivere nella Penisola, indipendentemente dalla cittadinanza.

Aggiungendo infine le migliaia di extracomunitari che, arrivati da noi e non solo per transito, da noi si sono fermati a lavorare, fare impresa, costruire famiglia, contrastando la decrescita della natalità. E’ del tutto evidente quindi che, come esistono più tipologie di italiani all’estero, esistono pure diverse tipologie, anche rilevanti per ampiezza numerica, di non nati in Italia che però hanno scelto di vivere in Italia periodi anche lunghi della propria vita, per motivi economici o perché condividono valori e gusti della nostra cultura: tutti insieme, sempre con le distinzioni e sfaccettature che tra l’altro non sono una novità nella nostra Penisola, da sempre terra di ibridazione e mescolanza, e della nostra cultura arricchitasi nei secoli per successive stratificazioni, rappresentano una collettività ideale che Piero Bassetti ha identificato nel suo libro-manifesto, come “italica”.

Un quadro così variegato come pur sommariamente descritto, necessita una risposta innanzitutto di tipo culturale: Una cultura o civiltà è un insieme di modelli comportamentali, valori e credenze, rappresentazioni sociali, processi comunicativi fondati su significati condivisi, percorsi e meccanismi identitari derivati dalla storia, dall’ambiente, dalla geografia, dagli influssi religiosi o ideologici: un amalgama antico ma anche influenzato dagli avvenimenti e dalle idee anche recenti e contemporanee, che noi della Associazione Svegliamoci Italici, di cui sono vice presidente, denominiamo ITALICA, una realtà culturale ed economica e secondo noi in futuro anche istituzionale, quando nel mondo ci si renderà conto che i confini territoriali non reggono più all’urto della globalizzazione.

La cultura italica è certamente più antica di quella italiana, e possiamo dire che siamo italiani da 150 anni ma italici da 2.500! E forse la salvezza per l’Italia potrà venire non solo dall’essere pienamente in Europa, ma grazie al contributo e sostegno, tutto da stimolare, motivare ed organizzare, da parte dei 250/300 milioni di Italici che sono sparsi nel mondo.

Ancora sulla Dc…

Un dato è ormai abbastanza chiaro. Senza una forza politica di centro, o meglio senza una “politica di centro”, la coalizione di centro sinistra stenta a ritornare ad essere competitiva con il centro destra. È ormai un fatto sufficientemente oggettivo. Ce lo dicono quotidianamente tutti i sondaggi e la conferma arriva dalle varie consultazioni elettorali. Quelle che contano, come ovvio. E non quelle che registrano una partecipazione del 10% del corpo elettorale come le recenti elezioni suppletive della Camera e del Senato a Roma e a Napoli. 

Ma, se questa è una osservazione sufficientemente condivisa, resta aperto il tema di come e’ possibile colmare questo vuoto politico – tanto sul fronte del centro sinistra quanto su quello di centro destra – senza riproporre categorie e modelli organizzativi che sono di fatto archiviati. È il tentativo, peraltro generoso, di tutti quegli amici che pensano che riproponendo la Dc, o quel che ne resta in una sorta di esperimento bonsai, sia possibile quasi meccanicamente dare una risposta convincente a quella domanda da troppo tempo inevasa. Certo, nessuno ha la palla di vetro ma è indubbio che continuare a riproporre categorie politiche del passato fingendo che nulla sia cambiato, rischia da un lato di ridicolizzare la storia cinquantennale di un partito che ha saputo ricostruire, con la sua cultura, la sua politica e il suo gruppo dirigente, la democrazia nel nostro paese. E, dall’altro, di scambiare la nostalgia condita con un pizzico di convenienza personale con un grande progetto politico. 

Ecco perché, al netto del dibattito sui come declinare oggi una “politica di centro” nella cittadella politica italiana, almeno su un punto cerchiamo tutti quanti di pronunciare una parola definitiva. E cioè, consegnamo lo scudocrociato, la storia gloriosa e feconda della Dc e quindi la Dc nella sua interezza alla storia. Nello specifico ad una Fondazione – qualunque essa sia – senza però continuare a riproporre spezzoni della sua esperienza. Perché ne va della sua storia e della sua nobiltà e non dello sforzo, o dell’ambizione, di qualche singolo. 

Regno Unito: Parte l’inchiesta contro il ministro dell’interno

Non si ferma nel Regno Unito la “guerra” tra il ministro dell’Interno, Priti Patel, e gli alti funzionari del suo dicastero, dopo che il 29 febbraio il segretario permanente Philip Rutnam si è dimesso accusandola di “bullizzare” i suoi collaboratori.

Come riferiscono i quotidiani, la polemica si è estesa all’intera pubblica amministrazione provocando allarme tra gli alti funzionari di tutti i ministeri, che ora chiedono un’inchiesta indipendente contro Patel.

Una richiesta formale in tal senso è stata inoltrata il primo marzo, dal sindacato dei dipendenti pubblici a Mark Sedwill, segretario di gabinetto.

Patel, da canto suo,  ha respinto tutte le accuse.

La BBC ha, comunque, scoperto che un’altra denuncia formale su Patel era stata presentata quando ricopriva l’incarico di ministro del lavoro presso il Dipartimento del lavoro e delle pensioni tra il 2015 e il 2016.

 

La Funzione pubblica autorizza il ministero dell’Istruzione a bandire 25mila posti

È stato dato il via libera al decreto che autorizza il ministero dell’Istruzione a bandire il concorso ordinario per 25mila docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, cui si aggancia il concorso straordinario per altri 24mila posti comuni e di sostegno.

Questo provvedimento è un passaggio importante, grazie al quale la Funzione pubblica consente al sistema scolastico italiano di procedere in direzione di un rafforzamento degli organici ormai improrogabile.

“L’Italia va avanti e prende via via corpo la grande stagione di reclutamento nella Pa che abbiamo lanciato dopo anni di austerity e tagli al personale”, ha commentato il Ministro Fabiana Dadone.

 

Neuromielite ottica

La  neuromielite  ottica  è una malattia  infiammatoria demielinizzante del sistema  nervoso centrale, ben distinta dalla sclerosi multipla solo dal  2005, che porta quasi sempre a cecità e paralisi di varia entità e si caratterizza per la presenza non necessariamente contemporanea di neurite ottica, mielite trasversa estesa longitudinalmente e, in circa il 70% dei casi, per la presenza nel sangue di immunoglobuline  di classe  G (IgG) anti-aquaporina 4 (AQP4-IgG), una  proteina  strutturale del sistema nervoso centrale.

La presenza di questi auto-anticorpi scatena una reazione autoimmunitaria che distrugge la mielina, una sostanza di natura per lo più grassa che avvolge i nostri nervi, proprio come una guaina isolante per i cavi elettrici.

La malattia colpisce in particolar modo le donne, anche sopra i sessant’anni, e si manifesta anche nei bambini. In alcuni casi si presenta in pazienti con malattie autoimmuni come la miastenia gravis, la malattia di Sjogren, la celiachia, la sarcoidosi e il lupus eritematoso sistemico.

Nel 20% dei casi l’attacco di neuromielite ottica si scatena dopo infezioni virali.  Spesso si presenta come neurite ottica isolata, o solo come mielite trasversa, a volte in forma completa.

Dapprima si ha un calo visivo rapidamente progressivo e importante, prima in un occhio e poi dopo alcuni giorni nell’adelfo (ovvero nell’altro occhio). Possono infine manifestarsi debolezza, insensibilità, dolore al collo e al dorso, fino all’impossibilità per il paziente di muovere gli arti e di controllare vescica e intestino. Il calo visivo è sempre grave e attualmente irreversibile.

Tuttavia, l’oculista visitando l’occhio spesso non rileva nulla di patologico, mentre talvolta si evidenzia un lieve edema del disco ottico che lascia il posto all’atrofia ottica, una completa e irrimediabile perdita di fibre nervose, causa finale del calo visivo. La ripresa sensitiva e motoria è solo parziale e non è sempre possibile.

Il trattamento prevede nella fase acuta la somministrazione di anti-infiammatori steroidei (cortisonici). Sono di più recente introduzione in pratica clinica, per la gestione cronica, agenti immunosoppressori come l’azatioprina, il micofenolato e il metotrexate e farmaci biologici come il rituximab.

Facivermis, il primo animale che si è evoluto

Si chiama Facivermis ed è una creatura simile ai vermi, caratterizzata da un corpo allungato e da una testa in prossimità della quale si diramano cinque paia di zampe spinose.
Vissuto 518 milioni di anni fa, è il primo animale che si è evoluto perdendo delle parti del corpo che non gli servivano.
La scoperta si deve a un team di ricercatori dell’Università britannica di Exeter.

I risultati dello studio suggeriscono che probabilmente Facivermis è stato l’animale di transizione che ha guidato lo sviluppo dei vermi senza zampe.

Studi come questo ci aiutano a comprendere la forma dell’albero della vita e a capire da dove provengono gli adattamenti che vediamo ora nelle specie.

 

Analisi del voto nel collegio Roma I: Sinistra e Centro portano alla vittoria Gualtieri.

Il coronavirus non sospende il normale svolgimento della vita democratica. Ieri, nel Collegio Roma I, si è votato e ha vinto Gualtieri con oltre il 62 per cento dei voti, in sensibile crescita rispetto a ciò che aveva ottenuto Gentiloni nel 2018.

È un risultato importante, solo parzialmente riconducibile al ruolo del Pd. Significa piuttosto che nel cuore della Capitale l’elettorato, anche di centro, ha dato fiducia a un autorevole esponente di questa maggioranza di governo. Gualtieri si avvantaggia, per altro, del voto di Liberi e Uguali, la cui lista nelle precedenti elezioni non era collegata allo schieramento di centro sinistra.

Nella sconfitta degli altri candidati si leggono tre risultati molto chiari: un parziale cedimento del centro destra (oltre 4 punti), nonostante l’assenza di liste concorrenti a destra; il crollo del M5S, ben oltre ogni più nera previsione, visto che lo scarto in negativo ammonta a due terzi del voto pregresso, tanto da deprimere ulteriormente l’immagine dell’amministrazione capitolina; una sensibile crescita delle due liste di sinistra radicale – Potere al Popolo! (stabile) e Partito comunista (in forte rialzo) – talché ora complessivamente l’area che potremmo definire anticapitalista ed egualitaria tocca il 5 per cento dei suffragi.

In questo quadro andrebbe anche rilevato il segnale che proviene dal microcosmo del Popolo della Famiglia. Segnale che conta, in verità, non tanto per l’incremento registrato – da un infimissimo 0,57 si passa a un infimo 1,30 – quanto per un riscontro positivo in ordine alla impostazione di linea politica. Infatti, la dislocazione fuori dal blocco di centro destra, nel quale la piccola formazione dell’identitarismo cattolico si era inserita nella circostanza delle ultime regionali in Emilia Romagna, sembra comunque attestare che il distacco dal post berlusconismo ha un certo valore in sé.

Gli elettori sono stati pochi, è vero, ma il 17 per cento raggiunto a Roma è pur sempre confortante se rapportato alla percentuale dei votanti nelle suppletive svolte appena una settimana fa a Napoli. In sostanza si conferma la riluttanza dell’elettorato a “prendere sul serio” una circoscritta battaglia elettorale in questo o quel collegio della rappresentanza parlamentare.

Invece stupisce l‘alta percentuale dei voti dispersi (quasi il 20 per cento), in contrasto nettamente con il dato del 2018, quasi a certificare l’esistenza di un disagio che neppure i più volenterosi degli elettori attivi ha voglia di nascondere: ci si reca al seggio e si deposita nell’urna un contrassegno di insofferenza o delusione. Non è un elemento da trascurare, specialmente se consideriamo il peso della componente medio-alto borghese in questo campione di elettorato romano.

Una postilla finale sotto forma di domanda. A parte le polemiche, poco credibili se provenienti dalla destra à la Salvini, era così difficile per Gualtieri astenersi da interviste nel giorno delle votazioni? Infrangere le regole è sempre sbagliato, tanto più se a farlo è un importante Ministro della Repubblica.

Carlo Cottarelli: “Prima o poi torneremo a crescere”

Il Prof. Carlo Cottarelli al termine dell'incontro con il Presidente Sergio Mattarella. (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Prof. Cottarelli, in occasione del conferimento della Laurea honoris causa presso l’Università Cattolica di Milano, il Presidente uscente della BCE Mario Draghi ha evidenziato tre requisiti imprescindibili per la figura del “decision maker” (cioè colui che ha l’onere delle decisioni da assumere in conseguenza del mandato ricevuto): la conoscenza, il coraggio e l’umiltà. Possiamo affermare che tali requisiti dovrebbero essere posseduti anche dai “decisori politici”? In estrema sintesi si tratta del dovere di coniugare responsabilità e competenza: vista la situazione attuale sono forse doti cadute in disuso?

 

I requisiti cui ha fatto riferimento il Presidente Draghi valgono per chi agisce a livello tecnico ma anche a maggior ragione per i decisori politici. Essi si coniugano al possesso della competenza e della responsabilità come pilastri del buon funzionamento di ogni istituzione.

Non c’è competenza senza responsabilità e non c’è responsabilità che possa essere disgiunta dal sicuro possesso di una competenza.

L’unica differenza che vedo tra i decision maker, come esecutori di decisioni politiche  e i politici stessi è che i secondi li abbiamo scelti noi, attraverso le elezioni, sono i nostri rappresentanti e quindi sono competenti  per il nostro mandato che abbiamo loro conferito.

Non si è mai sentito parlare così tanto di qualità e di merito, come valori postulati ad ogni livello. Poco invece si dice sulla necessità di usare parametri di valutazione per certificarli: la qualità è aleatoria e soggettiva senza un controllo, mentre il merito molto spesso deriva da scelte di convenienza come l’appartenenza e la fedeltà non suffragate da un vaglio selettivo rigoroso. Siamo passati dal ‘manuale Cencelli” ad una meritocrazia figlia dello spoil system?

Mi sembra che non ci sia meritocrazia laddove essa è figlia dello spoil system.

Però io preciserei una cosa: perché ci sia vera meritocrazia ci deve essere uguaglianza delle opportunità di partenza. Succede in Italia e all’estero, forse più in Italia che altrove. Dobbiamo offrire a tutti uguali condizioni  di accesso: alla scuola, al lavoro, al contesto sociale. Sui punti di arrivo, cioè sull’uguaglianza delle opportunità di uscita non si può dire la stessa cosa perché dipende dai percorsi di ciascuno, dall’impegno che uno ci mette, da come si affronta il compito.

La qualità emerge insieme al merito, sono una il risultato dell’altro, diventano speculari.

Però non basta la passione, occorre anche il talento e questo attiene alle doti che ciascuno esprime.

Quali previsioni di massima di ricaduta economica e in quali ambiti si possono fare rispetto all’epidemia del Coronavirus? In questi giorni abbiano notato il segnale negativo della discesa degli indici delle borse.

Ciò che sarà determinato come conseguenza del Coronavirus riguarderà tutta l’economia e non soltanto le borse. Ora l’impatto è ingigantito dal comportamento delle borse e dei mercati finanziari in una situazione in cui le quotazioni azionarie erano già molto alte e sembravano in parte, secondo l’opinione di alcuni,  gonfiate da bolle speculative alimentate da tassi di interessi negativi, anche in altri Paesi. Questo è un elemento che ingigantisce uno shock che ci sarebbe forse stato lo stesso. Bisognerà vedere quanto durano l’epidemia e i fenomeni ad essa correlati: normalmente  gli shock causati dalle epidemie hanno una durata abbastanza breve, però bisogna vedere se innescano dei meccanismi correlati come un crollo delle quotazioni azionarie, un aumento dello spread  e quindi andare a colpire Paesi che hanno già una situazione un po’ precaria. 

L’evasione fiscale è una piaga endemica del sistema-Italia: Le sembra che i provvedimenti assunti nella legge finanziaria siano sufficienti ad aggredire il problema? La percezione che si coglie è che la limitazione all’uso del contante e il controllo delle transazioni finanziarie siano misure che colpiscono il popolo ma non i grandi evasori. Si può fare di più, in modo radicalmente diverso? Si vive il terrore dello scontrino digitale e degli aiuti e sostegni a figli e nipoti ma si immagina che qualcosa di più grande e imperscrutabile passi sopra le nostre teste….E’ solo una diceria da bar?

Bisogna sfatare l’idea che l’evasione fiscale sia un fatto che riguardi i grandi evasori: purtroppo essa è un fenomeno molto diffuso a livello generalizzato.- Poi ci solo le grandi imprese che in realtà più che evasione fanno “elusione”, cioè si spostano da un posto all’altro per non pagare le tasse. Quando si parla di oltre centodieci/centotrenta miliardi di evasione fiscale si deve considerare la somma di molte piccole evasioni. Il Governo credo che abbia preso provvedimenti che vanno nella direzione giusta, perché poi servono a tutti, naturalmente occorrerà del tempo non c’è dubbio, per verificare l’entità della riduzione dell’evasione fiscale. La fatturazione elettronica sta dando qualche risultato. Queste misure sulla lotteria degli scontrini sono provvedimenti a cui il Governo non ha attribuito alcun gettito per quest’anno, si sono mantenuti prudenti. I tre miliardi previsti di riduzione dell’evasione derivano da altre cose. Occorre anche affinare il senso civico dei contribuenti verso il perseguimento di interessi superiori e comuni. Il problema riguarda tutti.

La proliferazione legislativa – supportata da un decentramento autarchico fonte di conflitti normativi e generatore continuo di spesa pubblica –  produce una sorta di bulimia di regole spesso confuse e contradditorie: riusciremo a superare una prassi e una mentalità legate alla burocrazia come ostacolo alla crescita e ad una vita meno oberata dalle scadenze e dalla scure di una fiscalità bizantina?

Non c’è dubbio che noi abbiamo troppe leggi e troppe regole. Studi seri come quelli del think tank Ambrosetti hanno riferito  un numero di 170 mila leggi emanate.  Bernardo Mattarella ha studiato il fenomeno della proliferazione legislativa ed è giunto alla conclusione che ci sono attualmente in vigore circa diecimila leggi. Più o meno il numero delle leggi vigenti in Francia.  Il problema consiste nel fatto che  a questo numero già elevato vanno aggiunte circa 27 mila leggi approvate dalle Regioni. 

Il decentramento autarchico funziona dunque da noi come amplificatore normativo. Le leggi sono dunque tantissime, troppe. Possiamo dire che le Regioni italiane sotto questo profilo non sono come i Lander tedeschi.

Il reddito di cittadinanza evidenzia un primo bilancio sostanzialmente negativo e conferma l’assioma della “società signorile di massa” di cui parla il sociologo Luca Ricolfi: un welfare “a perdere”, senza controlli, in alcuni casi elargito a persone con reddito in nero o ad individui addirittura legati alla criminalità.  Più che essere assimilato ad una politica sociale compensativa, sembra inglobarsi nella logica tutta italiana delle mance e delle regalie, dei bonus ‘una tantum’ che poi diventano ‘una semper’? Dove sono e cosa fanno i navigator? Che cosa è cambiato negli uffici per l’impiego? Quali forme di controllo sono previste per accertare il buon esito della dazione? Non era forse meglio destinare quei fondi al sostegno delle imprese per favorire il lavoro invece che l’assistenzialismo? Perché nessuno ha in testa un modello di società sostenibile da proporre?

Per quanto riguarda l’istituzione dei navigator io non ci ho mai creduto ne’ ho avuto nessuna fiducia che potesse funzionare, perché non si può prendere 6000 persone così, a caso, e metterle a lavorare come se fossero esperti di mercato del lavoro, senza alcuna preparazione specifica e consolidata e senza prospettive di incidenza risolutiva sul creare posti di lavoro.

Credo anche che sia esagerato dire che questi soldi del reddito siano stati dati a chi lavora in nero o ha commesso reati: si tratta di casi isolati. Resta il fatto che il reddito di cittadinanza è stato introdotto con diversità e caratteristiche quantomeno strane : troppo generose per i single, per coloro che lavorano al sud e probabilmente elargito in misura ridotta o insufficiente per le famiglie numerose, con tanti figli e quindi si tratta di qualcosa che va rivisto nel suo “disegno”.

Il problema consiste nel fatto che una volta approvato e in vigore riesce difficile rivederne le caratteristiche. Una volta queste cose si correggevano con l’inflazione, ora che  l’inflazione non c’è più…ce le portiamo dietro per decenni.

Il debito pubblico è una palla al piede da cui non siamo finora riusciti a staccarci. Esistono soluzioni praticabili o l’eterno ricorso alle tasse è l’unica via da esperire? Peraltro il gap che separa i pochi ricchi dai molti poveri o aspiranti tali si allarga, assorbendo a poco a poco la classe media che dopo una stagione di declino sta vivendo una vera e propria dissoluzione. Ci sono anticorpi, medicine per sanare la piaga del debito e realizzare il principio dell’equità sociale? Qualcuno tira fuori sempre la famigerata patrimoniale….

No, non c’è bisogno di altre tasse. Il problema è che adesso non ci troviamo in una situazione di crescita ma prima o poi ci torneremo. Se un Paese cresce deve fare soltanto una cosa: mettere da parte le entrate che derivano dalla crescita,  non c’è bisogno di aumentare le aliquote di tassazione si mettono da parte quelle entrate che derivano dalla crescita, senza tagliare niente e senza toccare le aliquote di tassazione e dopo tre o quattro anni partendo dal deficit in cui ci troviamo adesso si potrebbe anche arrivare al pareggio di bilancio.

Il problema è che continuiamo a rinviare questa scelta, io è un po’ che ne parlo, ma c’è il rischio che prima o poi ci arrivi una nuova “botta” dall’esterno: adesso ha preso la forma del “coronavirus” ma ci sono sempre pericoli imponderabili e incombenti, non si può sempre pensare di essere fortunati.

Adesso vediamo anche come affrontare l’emergenza dei conti pubblici.

Di una patrimoniale se ne potrebbe parlare soltanto in un periodo di gravissima crisi, ma solo ed unicamente come soluzione estrema.

L’ascensore sociale è fermo al piano terra, il lavoro un convitato di pietra, i corpi intermedi in via di estinzione: si vive sui risparmi accumulati dai padri, sulle pensioni dei nonni mentre i giovani cercano lavoro all’estero. Sono temi elaborati soprattutto nei Rapporti Censis e Istat. La fuga dei cervelli è stata evidenziata in un recente rapporto del giugno 2019 dall’OCSE: escono i talenti e le professioni alte, entrano la manovalanza , le badanti con redditi bassi. Si pone un problema di sostenibilità generazionale e di inclusione sociale: è ad esempio credibile un fiorire delle start-ups nei settori della tecnologie e della biotech in un paese dove i giganti del settore sono ben pochi?

Non è possibile risolvere questo aspetto specifico se non si risolve in generale il problema di facilitare l’avvio o la  conduzione dell’impresa in generale, poi ci si può indirizzare verso le nuove tecnologie o i settori in espansione.

Occorre meno burocrazia, la certezza del diritto, serve una giustizia civile che funzioni bene.

Ci metterei anche le strade senza le buche, una tassazione equa finanziata con i risparmi di spesa. Ora il problema è come affrontare questa emergenza imprevista del coronavirus che avrà inevitabilmente conseguenze economiche sul deficit e sul debito pubblico. Bisogna augurarsi che i mercati se ne stiano tranquilli, che ci sia un aiutino dall’Europa e così via.

Siamo appesi a queste speranze.

La politica monetaria nell’eurozona necessita di una altrettanto avveduta politica fiscale da parte dei Paesi dove circola tale moneta. Con la consapevolezza delle difficoltà dovute ai regimi di fiscalità in atto nei diversi Paesi e di una possibile azione di coordinamento sovranazionale.  Fiscalità differenti e diseguali politiche di gestione dei debiti pubblici nazionali non portano in Europa ad una politica economica condivisa. Idealmente politiche monetarie e fiscali dovrebbero agire nella stessa direzione un po’ come antibiotici e sostanze per diminuire la febbre. Negli ultimi dieci anni sono spesso andate in direzioni opposte annullandosi l’un l’altra. Il fatto poi che questo abbia creato un’inflazione dei valori mobiliari ed immobiliari, ma una deflazione dei costi (e soprattutto dei salari) ha aumentato le disuguaglianze e quindi l’indebolimento del contratto sociale. Non Le sembra ad es. che in Italia il regime fiscale sia ormai insostenibile, per famiglie e imprese?   

C’è un problema di coordinamento sul regime fiscale con il resto dell’Europa, che non viene affrontato con la dovuta attenzione. Invece è molto importante. In Italia abbiamo una pressione fiscale più alta rispetto alla media europea. L’obiettivo non  è “mettiamo più soldi in tasca alle persone”, questo potrebbe avvenire se il taglio delle tasse avvenisse in deficit.

Ma se lo fai in deficit prendendo i soldi a prestito non hai un taglio di tasse permanente.

Bisogna tagliare le tasse ma anche la spesa improduttiva per rendere efficiente il sistema e competitivo il Paese: allora diventa interessante investire in Italia e creare nuovi posti lavoro.

Il Rapporto ONU sull’estinzione della biodiversità, approfondito ad aprile/maggio 2019 in sede UNESCO dai 130 Paesi aderenti all’Ipbes, denuncia come la Terra si trovi alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani. In un recentissimo, pregevole saggio scritto dal Card. Camillo Ruini e dallo storico e politico Gaetano Quagliariello  il tema del rapporto uomo-natura-scienza-tecnologie viene ripreso per evidenziare come molto spesso ciò che definiamo progresso si spinga ben oltre i bisogni dell’umanità, in una ricerca spasmodica fine a se stessa, che consuma l’esistente. Senza abbracciare le teorie amish o quelle della decrescita felice  non Le pare- Prof. Cottarelli- che sia necessario rieducarci al senso del limite, al rispetto del prossimo, all’etica dei consumi senza lasciarci imprigionare dalla logica dei profitti?  Se la vita è un dono non occorre forse riscoprire il gusto e la gioia gratuita dell’esistere?    

 

Ha ragione, non c’è dubbio. Bisognerebbe cercare di sprecare meno, oggi tutto è ispirato e dettato dalla logica dell’eccesso di  consumismo. Basti pensare alla rapidità con cui cambiamo il nostro Hiphone solo per avere in aggiunta un piccolo, insignificante e marginale dettaglio. Si fabbricano le automobili con il cofano posteriore che si apre da solo per non fare la fatica di alzare le braccia, poi si spendono un mucchio di soldi in palestra per alzare e abbassare le braccia.

La scuola potrebbe su questo aspetto fare molto per educare le giovani generazioni: di educazione civica ce ne vorrebbe un’ora al giorno non 30 ore all’anno.

Però non scarichiamo tutto sulla scuola, sullo Stato, sulle istituzioni: ci sono anche responsabilità individuali e di educazione ricevuta in famiglia.

Conta molto fare bene i genitori.

Suppletive Roma: vince Gualtieri

Roberto Gualtieri vince le suppletive di Roma centro e si prepara a subentrare in Parlamento a Paolo Gentiloni.

Gualtieri   supportato da tutto il centrosinistra  ha incassato il 62,2% dei consensi. Maurizio Leo, sostenuto dal centrodestra,  ha raccolto il 26% circa dei voti, mentre il M5s che si è presentato con Rossella Rendina nemmeno il 5%.

Questi i dati

ELEZIONE SUPPLETIVA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI 1 MARZO 2020
COLLEGIO UNINOMINALE 01  – LAZIO 1
Elettori 186.234 Votanti Ore 12:00 Ore 19:00 Ore 23:00
Valori assoluti 10.863 27.677 32.880
% 5,83 14,86 17,66
Sezioni totali 218 Sezioni scrutinate 218
Liste Candidati Voti %
PARTITO COMUNISTA RIZZO Marco 855 2,62
IL POPOLO DELLA FAMIGLIA ADINOLFI Mario 432 1,32
MOVIMENTO 5 STELLE RENDINA Rossella 1.422 4,36
ROMA CON GUALTIERI GUALTIERI Roberto 20.304 62,24
VOLT LO MUZIO LEZZA Luca Maria 316 0,97
LEGA – FRATELLI D’ITALIA – FORZA ITALIA – UNIONE DI CENTRO LEO Maurizio 8.508 26,08
POTERE AL POPOLO! CANITANO Elisabetta 785 2,41
Totale voti validi 32.622
Schede bianche 73
Schede nulle 185
Schede contestate 0