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Analisi del voto nel collegio Roma I: Sinistra e Centro portano alla vittoria Gualtieri.

Il coronavirus non sospende il normale svolgimento della vita democratica. Ieri, nel Collegio Roma I, si è votato e ha vinto Gualtieri con oltre il 62 per cento dei voti, in sensibile crescita rispetto a ciò che aveva ottenuto Gentiloni nel 2018.

È un risultato importante, solo parzialmente riconducibile al ruolo del Pd. Significa piuttosto che nel cuore della Capitale l’elettorato, anche di centro, ha dato fiducia a un autorevole esponente di questa maggioranza di governo. Gualtieri si avvantaggia, per altro, del voto di Liberi e Uguali, la cui lista nelle precedenti elezioni non era collegata allo schieramento di centro sinistra.

Nella sconfitta degli altri candidati si leggono tre risultati molto chiari: un parziale cedimento del centro destra (oltre 4 punti), nonostante l’assenza di liste concorrenti a destra; il crollo del M5S, ben oltre ogni più nera previsione, visto che lo scarto in negativo ammonta a due terzi del voto pregresso, tanto da deprimere ulteriormente l’immagine dell’amministrazione capitolina; una sensibile crescita delle due liste di sinistra radicale – Potere al Popolo! (stabile) e Partito comunista (in forte rialzo) – talché ora complessivamente l’area che potremmo definire anticapitalista ed egualitaria tocca il 5 per cento dei suffragi.

In questo quadro andrebbe anche rilevato il segnale che proviene dal microcosmo del Popolo della Famiglia. Segnale che conta, in verità, non tanto per l’incremento registrato – da un infimissimo 0,57 si passa a un infimo 1,30 – quanto per un riscontro positivo in ordine alla impostazione di linea politica. Infatti, la dislocazione fuori dal blocco di centro destra, nel quale la piccola formazione dell’identitarismo cattolico si era inserita nella circostanza delle ultime regionali in Emilia Romagna, sembra comunque attestare che il distacco dal post berlusconismo ha un certo valore in sé.

Gli elettori sono stati pochi, è vero, ma il 17 per cento raggiunto a Roma è pur sempre confortante se rapportato alla percentuale dei votanti nelle suppletive svolte appena una settimana fa a Napoli. In sostanza si conferma la riluttanza dell’elettorato a “prendere sul serio” una circoscritta battaglia elettorale in questo o quel collegio della rappresentanza parlamentare.

Invece stupisce l‘alta percentuale dei voti dispersi (quasi il 20 per cento), in contrasto nettamente con il dato del 2018, quasi a certificare l’esistenza di un disagio che neppure i più volenterosi degli elettori attivi ha voglia di nascondere: ci si reca al seggio e si deposita nell’urna un contrassegno di insofferenza o delusione. Non è un elemento da trascurare, specialmente se consideriamo il peso della componente medio-alto borghese in questo campione di elettorato romano.

Una postilla finale sotto forma di domanda. A parte le polemiche, poco credibili se provenienti dalla destra à la Salvini, era così difficile per Gualtieri astenersi da interviste nel giorno delle votazioni? Infrangere le regole è sempre sbagliato, tanto più se a farlo è un importante Ministro della Repubblica.

Carlo Cottarelli: “Prima o poi torneremo a crescere”

Il Prof. Carlo Cottarelli al termine dell'incontro con il Presidente Sergio Mattarella. (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Prof. Cottarelli, in occasione del conferimento della Laurea honoris causa presso l’Università Cattolica di Milano, il Presidente uscente della BCE Mario Draghi ha evidenziato tre requisiti imprescindibili per la figura del “decision maker” (cioè colui che ha l’onere delle decisioni da assumere in conseguenza del mandato ricevuto): la conoscenza, il coraggio e l’umiltà. Possiamo affermare che tali requisiti dovrebbero essere posseduti anche dai “decisori politici”? In estrema sintesi si tratta del dovere di coniugare responsabilità e competenza: vista la situazione attuale sono forse doti cadute in disuso?

 

I requisiti cui ha fatto riferimento il Presidente Draghi valgono per chi agisce a livello tecnico ma anche a maggior ragione per i decisori politici. Essi si coniugano al possesso della competenza e della responsabilità come pilastri del buon funzionamento di ogni istituzione.

Non c’è competenza senza responsabilità e non c’è responsabilità che possa essere disgiunta dal sicuro possesso di una competenza.

L’unica differenza che vedo tra i decision maker, come esecutori di decisioni politiche  e i politici stessi è che i secondi li abbiamo scelti noi, attraverso le elezioni, sono i nostri rappresentanti e quindi sono competenti  per il nostro mandato che abbiamo loro conferito.

Non si è mai sentito parlare così tanto di qualità e di merito, come valori postulati ad ogni livello. Poco invece si dice sulla necessità di usare parametri di valutazione per certificarli: la qualità è aleatoria e soggettiva senza un controllo, mentre il merito molto spesso deriva da scelte di convenienza come l’appartenenza e la fedeltà non suffragate da un vaglio selettivo rigoroso. Siamo passati dal ‘manuale Cencelli” ad una meritocrazia figlia dello spoil system?

Mi sembra che non ci sia meritocrazia laddove essa è figlia dello spoil system.

Però io preciserei una cosa: perché ci sia vera meritocrazia ci deve essere uguaglianza delle opportunità di partenza. Succede in Italia e all’estero, forse più in Italia che altrove. Dobbiamo offrire a tutti uguali condizioni  di accesso: alla scuola, al lavoro, al contesto sociale. Sui punti di arrivo, cioè sull’uguaglianza delle opportunità di uscita non si può dire la stessa cosa perché dipende dai percorsi di ciascuno, dall’impegno che uno ci mette, da come si affronta il compito.

La qualità emerge insieme al merito, sono una il risultato dell’altro, diventano speculari.

Però non basta la passione, occorre anche il talento e questo attiene alle doti che ciascuno esprime.

Quali previsioni di massima di ricaduta economica e in quali ambiti si possono fare rispetto all’epidemia del Coronavirus? In questi giorni abbiano notato il segnale negativo della discesa degli indici delle borse.

Ciò che sarà determinato come conseguenza del Coronavirus riguarderà tutta l’economia e non soltanto le borse. Ora l’impatto è ingigantito dal comportamento delle borse e dei mercati finanziari in una situazione in cui le quotazioni azionarie erano già molto alte e sembravano in parte, secondo l’opinione di alcuni,  gonfiate da bolle speculative alimentate da tassi di interessi negativi, anche in altri Paesi. Questo è un elemento che ingigantisce uno shock che ci sarebbe forse stato lo stesso. Bisognerà vedere quanto durano l’epidemia e i fenomeni ad essa correlati: normalmente  gli shock causati dalle epidemie hanno una durata abbastanza breve, però bisogna vedere se innescano dei meccanismi correlati come un crollo delle quotazioni azionarie, un aumento dello spread  e quindi andare a colpire Paesi che hanno già una situazione un po’ precaria. 

L’evasione fiscale è una piaga endemica del sistema-Italia: Le sembra che i provvedimenti assunti nella legge finanziaria siano sufficienti ad aggredire il problema? La percezione che si coglie è che la limitazione all’uso del contante e il controllo delle transazioni finanziarie siano misure che colpiscono il popolo ma non i grandi evasori. Si può fare di più, in modo radicalmente diverso? Si vive il terrore dello scontrino digitale e degli aiuti e sostegni a figli e nipoti ma si immagina che qualcosa di più grande e imperscrutabile passi sopra le nostre teste….E’ solo una diceria da bar?

Bisogna sfatare l’idea che l’evasione fiscale sia un fatto che riguardi i grandi evasori: purtroppo essa è un fenomeno molto diffuso a livello generalizzato.- Poi ci solo le grandi imprese che in realtà più che evasione fanno “elusione”, cioè si spostano da un posto all’altro per non pagare le tasse. Quando si parla di oltre centodieci/centotrenta miliardi di evasione fiscale si deve considerare la somma di molte piccole evasioni. Il Governo credo che abbia preso provvedimenti che vanno nella direzione giusta, perché poi servono a tutti, naturalmente occorrerà del tempo non c’è dubbio, per verificare l’entità della riduzione dell’evasione fiscale. La fatturazione elettronica sta dando qualche risultato. Queste misure sulla lotteria degli scontrini sono provvedimenti a cui il Governo non ha attribuito alcun gettito per quest’anno, si sono mantenuti prudenti. I tre miliardi previsti di riduzione dell’evasione derivano da altre cose. Occorre anche affinare il senso civico dei contribuenti verso il perseguimento di interessi superiori e comuni. Il problema riguarda tutti.

La proliferazione legislativa – supportata da un decentramento autarchico fonte di conflitti normativi e generatore continuo di spesa pubblica –  produce una sorta di bulimia di regole spesso confuse e contradditorie: riusciremo a superare una prassi e una mentalità legate alla burocrazia come ostacolo alla crescita e ad una vita meno oberata dalle scadenze e dalla scure di una fiscalità bizantina?

Non c’è dubbio che noi abbiamo troppe leggi e troppe regole. Studi seri come quelli del think tank Ambrosetti hanno riferito  un numero di 170 mila leggi emanate.  Bernardo Mattarella ha studiato il fenomeno della proliferazione legislativa ed è giunto alla conclusione che ci sono attualmente in vigore circa diecimila leggi. Più o meno il numero delle leggi vigenti in Francia.  Il problema consiste nel fatto che  a questo numero già elevato vanno aggiunte circa 27 mila leggi approvate dalle Regioni. 

Il decentramento autarchico funziona dunque da noi come amplificatore normativo. Le leggi sono dunque tantissime, troppe. Possiamo dire che le Regioni italiane sotto questo profilo non sono come i Lander tedeschi.

Il reddito di cittadinanza evidenzia un primo bilancio sostanzialmente negativo e conferma l’assioma della “società signorile di massa” di cui parla il sociologo Luca Ricolfi: un welfare “a perdere”, senza controlli, in alcuni casi elargito a persone con reddito in nero o ad individui addirittura legati alla criminalità.  Più che essere assimilato ad una politica sociale compensativa, sembra inglobarsi nella logica tutta italiana delle mance e delle regalie, dei bonus ‘una tantum’ che poi diventano ‘una semper’? Dove sono e cosa fanno i navigator? Che cosa è cambiato negli uffici per l’impiego? Quali forme di controllo sono previste per accertare il buon esito della dazione? Non era forse meglio destinare quei fondi al sostegno delle imprese per favorire il lavoro invece che l’assistenzialismo? Perché nessuno ha in testa un modello di società sostenibile da proporre?

Per quanto riguarda l’istituzione dei navigator io non ci ho mai creduto ne’ ho avuto nessuna fiducia che potesse funzionare, perché non si può prendere 6000 persone così, a caso, e metterle a lavorare come se fossero esperti di mercato del lavoro, senza alcuna preparazione specifica e consolidata e senza prospettive di incidenza risolutiva sul creare posti di lavoro.

Credo anche che sia esagerato dire che questi soldi del reddito siano stati dati a chi lavora in nero o ha commesso reati: si tratta di casi isolati. Resta il fatto che il reddito di cittadinanza è stato introdotto con diversità e caratteristiche quantomeno strane : troppo generose per i single, per coloro che lavorano al sud e probabilmente elargito in misura ridotta o insufficiente per le famiglie numerose, con tanti figli e quindi si tratta di qualcosa che va rivisto nel suo “disegno”.

Il problema consiste nel fatto che una volta approvato e in vigore riesce difficile rivederne le caratteristiche. Una volta queste cose si correggevano con l’inflazione, ora che  l’inflazione non c’è più…ce le portiamo dietro per decenni.

Il debito pubblico è una palla al piede da cui non siamo finora riusciti a staccarci. Esistono soluzioni praticabili o l’eterno ricorso alle tasse è l’unica via da esperire? Peraltro il gap che separa i pochi ricchi dai molti poveri o aspiranti tali si allarga, assorbendo a poco a poco la classe media che dopo una stagione di declino sta vivendo una vera e propria dissoluzione. Ci sono anticorpi, medicine per sanare la piaga del debito e realizzare il principio dell’equità sociale? Qualcuno tira fuori sempre la famigerata patrimoniale….

No, non c’è bisogno di altre tasse. Il problema è che adesso non ci troviamo in una situazione di crescita ma prima o poi ci torneremo. Se un Paese cresce deve fare soltanto una cosa: mettere da parte le entrate che derivano dalla crescita,  non c’è bisogno di aumentare le aliquote di tassazione si mettono da parte quelle entrate che derivano dalla crescita, senza tagliare niente e senza toccare le aliquote di tassazione e dopo tre o quattro anni partendo dal deficit in cui ci troviamo adesso si potrebbe anche arrivare al pareggio di bilancio.

Il problema è che continuiamo a rinviare questa scelta, io è un po’ che ne parlo, ma c’è il rischio che prima o poi ci arrivi una nuova “botta” dall’esterno: adesso ha preso la forma del “coronavirus” ma ci sono sempre pericoli imponderabili e incombenti, non si può sempre pensare di essere fortunati.

Adesso vediamo anche come affrontare l’emergenza dei conti pubblici.

Di una patrimoniale se ne potrebbe parlare soltanto in un periodo di gravissima crisi, ma solo ed unicamente come soluzione estrema.

L’ascensore sociale è fermo al piano terra, il lavoro un convitato di pietra, i corpi intermedi in via di estinzione: si vive sui risparmi accumulati dai padri, sulle pensioni dei nonni mentre i giovani cercano lavoro all’estero. Sono temi elaborati soprattutto nei Rapporti Censis e Istat. La fuga dei cervelli è stata evidenziata in un recente rapporto del giugno 2019 dall’OCSE: escono i talenti e le professioni alte, entrano la manovalanza , le badanti con redditi bassi. Si pone un problema di sostenibilità generazionale e di inclusione sociale: è ad esempio credibile un fiorire delle start-ups nei settori della tecnologie e della biotech in un paese dove i giganti del settore sono ben pochi?

Non è possibile risolvere questo aspetto specifico se non si risolve in generale il problema di facilitare l’avvio o la  conduzione dell’impresa in generale, poi ci si può indirizzare verso le nuove tecnologie o i settori in espansione.

Occorre meno burocrazia, la certezza del diritto, serve una giustizia civile che funzioni bene.

Ci metterei anche le strade senza le buche, una tassazione equa finanziata con i risparmi di spesa. Ora il problema è come affrontare questa emergenza imprevista del coronavirus che avrà inevitabilmente conseguenze economiche sul deficit e sul debito pubblico. Bisogna augurarsi che i mercati se ne stiano tranquilli, che ci sia un aiutino dall’Europa e così via.

Siamo appesi a queste speranze.

La politica monetaria nell’eurozona necessita di una altrettanto avveduta politica fiscale da parte dei Paesi dove circola tale moneta. Con la consapevolezza delle difficoltà dovute ai regimi di fiscalità in atto nei diversi Paesi e di una possibile azione di coordinamento sovranazionale.  Fiscalità differenti e diseguali politiche di gestione dei debiti pubblici nazionali non portano in Europa ad una politica economica condivisa. Idealmente politiche monetarie e fiscali dovrebbero agire nella stessa direzione un po’ come antibiotici e sostanze per diminuire la febbre. Negli ultimi dieci anni sono spesso andate in direzioni opposte annullandosi l’un l’altra. Il fatto poi che questo abbia creato un’inflazione dei valori mobiliari ed immobiliari, ma una deflazione dei costi (e soprattutto dei salari) ha aumentato le disuguaglianze e quindi l’indebolimento del contratto sociale. Non Le sembra ad es. che in Italia il regime fiscale sia ormai insostenibile, per famiglie e imprese?   

C’è un problema di coordinamento sul regime fiscale con il resto dell’Europa, che non viene affrontato con la dovuta attenzione. Invece è molto importante. In Italia abbiamo una pressione fiscale più alta rispetto alla media europea. L’obiettivo non  è “mettiamo più soldi in tasca alle persone”, questo potrebbe avvenire se il taglio delle tasse avvenisse in deficit.

Ma se lo fai in deficit prendendo i soldi a prestito non hai un taglio di tasse permanente.

Bisogna tagliare le tasse ma anche la spesa improduttiva per rendere efficiente il sistema e competitivo il Paese: allora diventa interessante investire in Italia e creare nuovi posti lavoro.

Il Rapporto ONU sull’estinzione della biodiversità, approfondito ad aprile/maggio 2019 in sede UNESCO dai 130 Paesi aderenti all’Ipbes, denuncia come la Terra si trovi alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani. In un recentissimo, pregevole saggio scritto dal Card. Camillo Ruini e dallo storico e politico Gaetano Quagliariello  il tema del rapporto uomo-natura-scienza-tecnologie viene ripreso per evidenziare come molto spesso ciò che definiamo progresso si spinga ben oltre i bisogni dell’umanità, in una ricerca spasmodica fine a se stessa, che consuma l’esistente. Senza abbracciare le teorie amish o quelle della decrescita felice  non Le pare- Prof. Cottarelli- che sia necessario rieducarci al senso del limite, al rispetto del prossimo, all’etica dei consumi senza lasciarci imprigionare dalla logica dei profitti?  Se la vita è un dono non occorre forse riscoprire il gusto e la gioia gratuita dell’esistere?    

 

Ha ragione, non c’è dubbio. Bisognerebbe cercare di sprecare meno, oggi tutto è ispirato e dettato dalla logica dell’eccesso di  consumismo. Basti pensare alla rapidità con cui cambiamo il nostro Hiphone solo per avere in aggiunta un piccolo, insignificante e marginale dettaglio. Si fabbricano le automobili con il cofano posteriore che si apre da solo per non fare la fatica di alzare le braccia, poi si spendono un mucchio di soldi in palestra per alzare e abbassare le braccia.

La scuola potrebbe su questo aspetto fare molto per educare le giovani generazioni: di educazione civica ce ne vorrebbe un’ora al giorno non 30 ore all’anno.

Però non scarichiamo tutto sulla scuola, sullo Stato, sulle istituzioni: ci sono anche responsabilità individuali e di educazione ricevuta in famiglia.

Conta molto fare bene i genitori.

Suppletive Roma: vince Gualtieri

Roberto Gualtieri vince le suppletive di Roma centro e si prepara a subentrare in Parlamento a Paolo Gentiloni.

Gualtieri   supportato da tutto il centrosinistra  ha incassato il 62,2% dei consensi. Maurizio Leo, sostenuto dal centrodestra,  ha raccolto il 26% circa dei voti, mentre il M5s che si è presentato con Rossella Rendina nemmeno il 5%.

Questi i dati

ELEZIONE SUPPLETIVA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI 1 MARZO 2020
COLLEGIO UNINOMINALE 01  – LAZIO 1
Elettori 186.234 Votanti Ore 12:00 Ore 19:00 Ore 23:00
Valori assoluti 10.863 27.677 32.880
% 5,83 14,86 17,66
Sezioni totali 218 Sezioni scrutinate 218
Liste Candidati Voti %
PARTITO COMUNISTA RIZZO Marco 855 2,62
IL POPOLO DELLA FAMIGLIA ADINOLFI Mario 432 1,32
MOVIMENTO 5 STELLE RENDINA Rossella 1.422 4,36
ROMA CON GUALTIERI GUALTIERI Roberto 20.304 62,24
VOLT LO MUZIO LEZZA Luca Maria 316 0,97
LEGA – FRATELLI D’ITALIA – FORZA ITALIA – UNIONE DI CENTRO LEO Maurizio 8.508 26,08
POTERE AL POPOLO! CANITANO Elisabetta 785 2,41
Totale voti validi 32.622
Schede bianche 73
Schede nulle 185
Schede contestate 0

Gli israeliani alle urne

Oggi il Paese ebraico va al voto dopo mesi di negoziati senza soluzione.

Sono in molti a ritenere che anche questa volta, come per le precedenti tre, l’ultima nel settembre scorso, le urne restituiranno un nulla di fatto, cioè l’impossibilità sia per Benjamin Netanyahu, sia per Benny Gantz di arrivare ai 61 seggi necessari per poter formare una coalizione di maggioranza,  e quindi  un Governo.

Una delle ultime tre rilevazioni (della televisione pubblica Kan) danno il conservatore Likud leggermente avanti sul centrista Blu e Bianco come partito di maggioranza relativa: 35 seggi contro 34, mentre per gli altri due sondaggi (dei quotidiani Israel hayom e Maariv) le due formazioni sono in perfetta parità (con 33 e 34 seggi).

Il dato importante tuttavia è che nessuna delle due coalizioni annunciate otterrebbe i 61 seggi necessari per formare un governo: il blocco della destra di Netanyahu oscilla fra i 57 e i 58 deputati, contro i 56 dello schieramento di centrosinistra (con il sostegno dei partiti arabi) di Gantz.

Se i risultati del voto di oggi, quindi, dovessero essere come i precedenti, si aprirà la strada alla quarta elezione che arriverebbe a processo già iniziato per Netanyahu che, dal 17 marzo, dovrà rispondere di corruzione, frode e abuso di potere.

 

 

Firmato l’accordo di pace con i talebani

Un accordo che potrebbe chiudere la guerra più lunga sostenuta dagli Stati Uniti.

Obiettivo immediato: Stabilire un permanente e duraturo cessate il fuoco.

Gli Stati Uniti si impegnano a smantellare progressivamente la presenza delle proprie forze militari e di quelle degli alleati. La prima riduzione entro 135 giorni: il contingente americano scenderà a 8600 unità, con la chiusura di cinque basi. Dopo nove mesi e mezzo, se tutto andrà come previsto, non ci sarà più un solo soldato straniero in Afghanistan.

Secondo Donald Trump: “Se i Talebani e il governo dell’Afghanistan terranno fede agli impegni, si aprirà un efficace percorso verso la fine della guerra e potremo portare le nostre truppe a casa. Questi impegni rappresentano un passo importante verso una pace duratura in nuovo Afghanistan, liberato da Al Qaeda, dall’Isis e da altri gruppi terroristi che vorrebbero farci del male”.

Con la fine della guerra torneranno a casa anche 900 soldati italiani.

Elio Germano vince l’Orso d’argento

Il Festival del Cinema di Berlino che quest’anno celebra la sua settantesima edizione sotto la direzione di Carlo Chatrian  ha assegnato l’Orso d’argento per miglior attore a Elio Germano, che interpreta il ruolo dell’artista Ligabue nel film Volevo Nascondermi.

Volevo Nascondermi segue la vita di Antonio Ligabue, lungo il percorso che lo porterà dalla Svizzera, dove nasce figlio di emigrati italiani, alla provincia di Reggio Emilia nella “Bassa Reggiana” sulla sponda destra del Fiume Po dove trascorse gran parte della sua esistenza.

Con questo trionfo, Germano realizza una prestigiosa “doppietta” internazionale, avendo vinto nel 2010 a Cannes il premio per il migliore attore con “La nostra vita”, di Daniele Luchetti, interpretazione per la quale avrebbe poi avuto anche il David di Donatello e il Nastro d’argento.

L’attore romano è il quarto italiano premiato a Berlino dopo Alberto Sordi (“Detenuto in attesa di giudizio”, 1972), Michele Placido (“Ernesto”, 1979) e Gian Maria Volontè (“Il caso Moro”,1987) ed eguaglia il record di Volontè nell’aver vinto in entrambi i festival

Altroconsumo: il 66% prodotti acquistati online non è sicuro

La maggior parte dei prodotti per bambini ma anche cosmetici, gioielli, dispositivi elettronici e abbigliamento acquistabili sulle principali piattaforme di ecommerce non è sicuro per la salute e/o non a norma di legge.

Sono questi i risultati che arrivano dall’inchiesta condotta da Altroconsumo, insieme ad altre organizzazioni di consumatori europee.

Complessivamente due acquisti su tre (il 66%) sono risultati non conformi alla normativa europea, con rischi per la salute e per la sicurezza di chi li utilizza.

L’Organizzazione di consumatori ha condiviso i risultati dell’indagine con il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero della Salute e inviato loro una segnalazione formale per chiedere un intervento volto ad accertare quanto è emerso affinché vengano presi provvedimenti per la tutela e la corretta informazione dei consumatori.

Su 12 carica batterie USB, 12 powerbank e 12 adattatori da viaggio, ben 26 prodotti su 36 sono pericolosi, possono dare la scossa o causare incendi.
– In 9 giocattoli per bambini su 29 (31%) sono state trovate quantità illegali di ftalati (fino a 200 volte il limite legale). Bocciato il 91% dei trucchi per bambini.
– l’88% capi d’abbigliamento per bambini testati non rispettavano gli standard europei, con possibili rischi per la salute e l’incolumità dei piccoli.

 

 

Il perfido Letta

Stavolta Enrico Letta ha fatto bingo. Brillante da giovane, con l’età è diventato più sottile e puntuto. Vive qui a Testaccio, vicino al mio convento sull’Aventino, mantenendo il riserbo di un prelato di curia.

Non mi è piaciuto quando si è dimesso dalla Camera per andare a Parigi, come se Parigi valesse ancora oggi una messa (ma quale?). Non mi è piaciuto perché il dovere è dovere, e chi fa politica ha il dovere di rimanere al suo posto, anche se costa fatica. Anzi, soprattutto perché costa fatica.

Al fondo, nonostante il suo onorato servizio nel Pd, Letta dimostra di essere un anticomunista di buona fattura. A Roma, infatti, si comincia a parlare di elezioni comunali e prima o poi – ne sono sicuro – qualcuno (de sinistra) riproporrà il mito di Nathan, sindaco in anni lontani, ma sempre osannato per il suo piglio di amministratore moderno.

Ho qualche dubbio che sia stato davvero questo grande sindaco che radicali, socialisti e comunisti hanno ripetutamente celebrato. A me pare di poter affermare, senza tema di smentita, che invece il sindaco più efficiente lo abbiamo avuto all’incirca quattro o cinque secoli fa.

In realtà non era sindaco, ma Papa. E parlo di Sisto V. Durò cinque anni appena, ma cambiò il volto di Roma trasformandola in una città moderna, la più bella e razionale città del Cinquecento. Non aveva pari in Europa (e perciò nel mondo). Lo chiamavano “Er Papa tosto” perché si mise in testa di combattere la prostituzione e l’evasione fiscale. Berlusconi non lo ha mai citato.

Invece penso che Letta farebbe bene a riproporne l’esempio, visto che qualcuno gli ha chiesto sui giornali di candidarsi alla guida del Campidoglio.

Non può limitarsi a una battuta, eminentemente polemica verso la sinistra, schivando l’insidia nascosta nella sollecitazione a scendere in campo. Certo, con questo suo aplomb alto curiale ha destituito di fondamento il mito di Nathan.

Per carità, il nome di Nathan non l’ha fatto. Ma basta leggere tra le righe della sua striminzita rinuncia all’ipotesi di candidatura. “Non sono romano, quindi la questione non si pone”.

Ecco la staffilata! Diavolo di un Letta, altro che curiale: dunque, chi non è di Roma non può fare il sindaco di Roma, e chi ci prova, malgrado il suo non essere di Roma, va incontro al destino di sindaco bamboccione.

E a pensare che Nathan era nato a Londra.

Perfido, il nostro Letta!

 

Il dilemma dell’identità

Perché sentiamo il problema e l’urgenza di definire ‘chi siamo’? Questa domanda mi ronza in testa da circa un anno. Più che sulle risposte (‘cattolici democratici’, ‘popolari’, ‘politici di ispirazione cristiana’…) mi sono soffermato sulla domanda e soprattutto sulla sua origine. Il dilemma dell’identità oggi non è infatti una questione solo teoretica e metafisica, ma nasce per noi dalla situazione concreta in cui ci troviamo in questi mesi, o anche in questo secolo.
In ambito politico, cioè sul terreno dello scontro fra orientamenti e opzioni pratiche di azione, dire chi si è equivale a chiarire chi non si è. In questi ultimi mesi ciò sembra diventato più urgente di prima.

Tutti i partiti sono cambiati, hanno acquistato nuovi caratteri perdendone altri; due partiti (Azione e IV) sono nati dovendo definire (o anche inventare) identità autonome dal PD, oltre che l’una dall’altra; l’identità forte di ‘italiani’, ‘popolo’ unito, omogeneo e sovrano, e anche di ‘cristiani’, è stata evocata ed usata come corpo contundente contro il ‘politicamente corretto’, di fatto contro gli avversari politici.

Il problema del ‘dire chi siamo’ oggi ha insomma come prima implicazione pratica chiarire cosa ci distingue sia da una generica posizione non-estremista e moderata (Renzi, Calenda, Bonino, ma anche PD, o FI), sia da chi strumentalmente si dichiara cristiano (Meloni e Salvini) con evocazioni vuote e manipolatorie dell’immaginario della pietà popolare. Come risposta, alcuni amici propongono di opporre a tanto vuoto di identità un pieno di radicamento teorico e storico, un pensiero forte esplicitamente dichiarato che critichi l’intero quadro politico esistente in nome di una tradizione di cattolicesimo democratico autentica e genuina. Di fronte a tante mezze ideologie sbiadite o cinicamente raccattate e manipolate si vuole insomma riproporre, non un’ideologia, ma un ideale integro, forte, secondo la formula per cui 1 è maggiore di 0 o di mezzo.

Mi permetto di sollevare un dubbio. Non tanto sulla forma, sull’appeal dell’idea, quanto sulla coerenza fra la sua forma e la sua sostanza. In sintesi, io non credo che una dichiarazione netta, esplicita e ‘sbilanciata’ di un’identità esplicitamente ‘cristiana’ o anche ‘cristianamente ispirata’ abbia non solo seguito elettorale (esistono ancora i ‘cattolici’ come elettorato omogeneo?), ma anche corretto senso politico.

Mi spiego: se la politica è gestione e accompagnamento dei fenomeni, mi sembra che dichiararsi nuovo soggetto politico ‘cristiano’ significhi ignorare il processo di secolarizzazione, non leggere i segni dei tempi, in fondo rifiutare la vera chiamata personale e politica ad essere ‘nel mondo’ anche se non ‘del mondo’, a operare ‘in Spirito e verità’ senza dire ‘Signore, Signore’.

La semplice logica matematica 1>0 potrebbe allora affinarsi per comprendere che in un mondo di tanti 0 si deve parlare una lingua diversa da quella binaria (1/0), e tentare la lingua dei decimali (magari non in senso elettorale… né tantomeno in senso di compromesso a ribasso, semmai a ‘rilancio’), cioè, fuor di metafora, affrontare l’ostacolo delle (post-)ideologie senza cadere nella loro trappola, parlando un linguaggio che le superi, che riesca a coinvolgere in prima persona il ceto medio oggi in crisi patologica; coinvolgere le persone attraverso proposte concrete, radicali nella critica ma ancora più coraggiose nella costruttività.

Questa radicalità, che ci scrolli di dosso un certo disincanto vagamente malinconico o arrogantemente paternalista, insieme a una seria scelta di reclutamento, formazione e proposta di una nuova classe dirigente, ci distinguerà dal grigio moderatismo vagamente di centro permettendoci, proprio per questo iniziale distinguo, di pungolare costruttivamente in un ‘dialogo a distanza’ quelle forze di centro/centro-sinistra oggi in crisi e in declino.
In poche parole, va proposta un’offerta politica incentrata sul programma e sul linguaggio essenziale e diretto con cui esporlo.

Innanzitutto concentrandosi su due o tre temi forti chiaramente esposti, tra i quali ad esempio essenziale sarebbe la meta-questione della partecipazione democratica (preferenze per i candidati, regolamentazione democratica dei partiti…). È in merito a questo programma e a come sapremo comunicarlo e proporlo che ‘chi siamo’ emergerà da sé, insieme al nostro nome, ed è ovvio che sarà figlio di una tradizione millenaria (perché se si vuole cercare illustri antenati è giusto rifarsi a Moro, De Gasperi e Sturzo, ma anche a San Tommaso, Agostino, Paolo…), ma è anche ovvio che una tale tradizione sopravviverà solo se saprà incarnarsi autenticamente e sinceramente nel nostro tempo.

Turismo e Via Lattea: basta con il panico mediatico. Appello a Conte

“La delicata e complessa vicenda sanitaria che ci investe ormai da molti giorni non può più essere accompagnata da un persistente e invasivo panico mediatico. Nel pieno rispetto delle indicazioni e delle prescrizioni che provengono dalla comunità scientifica e dagli organi istituzionali, riteniamo che il nostro comprensorio territoriale – il complesso della Via Lattea, appunto – può ripartire e ridecollare solo se cessa un inspiegabile bombardamento mediatico a cui assistiamo ormai da tempo.

Nessuno, come ovvio, pensa di attenuare il ruolo dell’informazione. Anzi, l’informazione era e resta fondamentale per capire e approfondire meglio l’emergenza con cui stiamo convivendo. Ma siamo altrettanto consapevoli che se permane nel tempo questo clima mediatico di paura e di terrore, un comprensorio come il nostro rischia di precipitare in una crisi senza precedenti e che difficilmente riuscirà a rialzarsi se non a caro prezzo. Cioè con una chiusura di moltissimi esercizi e con il licenziamento di centinaia di persone. Per questi motivi facciamo anche un appello al Presidente del Consiglio Conte.

Se non si inverte rapidamente la rotta, non lamentiamoci se tra qualche mese faremo i conti con il baratro e la crisi irreversibile di intere zone territoriali. A cominciare dal comparto della Via Lattea, il più importante comprensorio nazionale degli sport invernali del nostro paese”. 

Unione Montana Via Lattea. 

Oggi a Roma si vota

Oggi 160mila romani potranno recarsi a votare per scegliere il nuovo deputato che andrà a sostituire il seggio lasciato vuoto da Paolo Gentiloni, ex parlamentare del Partito democratico oggi commissario europeo.

Le elezioni cosiddette “suppletive” riguarderanno quindi il collegio Lazio 1, che a livello territoriale copre il Centro storico di Roma con i rioni Monti, Trevi, Colonna, Campo Marzio, Ponte, Parione, Regola, Pigna, Sant’Eustachio
Campitelli, Sant’Angelo, Ripa. E ancora Borgo, Esquilino, Ludovisi, Sallustiano, Castro Pretorio, San Saba, Testaccio, Trastevere, Prati e i quartieri Trionfale e Della Vittoria.

Possono votare tutti i cittadini maggiorenni e residenti sul territorio, recandosi al seggio con apposito documento d’identità e la scheda elettorale. I seggi resteranno aperti dalle 7 alle 23.

A contendersi il posto che è stato di Gentiloni sono sette candidati, tra cui il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri per il centrosinistra, Maurizio Leo, già parlamentare An e assessore al bilancio nella giunta Alemanno, per il centrodestra, e Rossella Rendina per il M5s. Gli altri candidati sono Marco Rizzo per il Partito Comunista, Mario Adinolfi per il Popolo della Famiglia, Luca Maria Lo Muzio Lezza per Volt, Elisabetta Canitano per Potere al Popolo.

Nel “Memoriale Moro”, la storia del Paese

Larga partecipazione di pubblico ieri, 25 febbraio, alla presentazione del volume “Il memoriale Moro – edizione critica”, coordinata da Michele Di Sivo: la Sala Alessandrina dell’Archivio di Stato, che ospita tutta la documentazione, in particolare quella desecretata dal 2014, era piena, con molta gente in piedi, a dimostrazione dell’interesse che il “caso Moro” suscita ancora oggi alla vigilia del 42° anniversario del rapimento del presidente della Dc e della strage della sua scorta. Assenti perché impegnati nell’emergenza sanitaria del momento il ministro Franceschini e l’onorevole Fioroni, già presidente della Commissione d’inchiesta Moro. Un evento preceduto dall’esposizione di alcune pagine del memoriale e delle lettere dello statista e introdotto dalla lettura da parte dell’attore Fabrizio Gifuni, reduce dal successo della pièce “Con il vostro irridente silenzio” al Teatro Vascello, della lettera di Moro a Cossiga, la prima resa pubblica.

Un lavoro certosino, durato cinque anni, frutto della paziente ricostruzione di un team qualificato. Un lavoro, come ha ricordato Di Sivo, «di analisi, grafologia, esegesi». Un libro, ha affermato il direttore dell’Espresso Marco Damilano, «di grande rigore scientifico. Qualcosa che dovrebbe essere studiato nelle scuole. Oggi lettere e testi liberati dal quel doloroso episodio possono restituire Moro alla storia del Paese». Di Sivo ha sottolineato che l’edizione critica del memoriale (non delle lettere) ha significato non solo rimettere in ordine le 237 pagine ma un lavoro ben più approfondito. Si è ricostruito come le Br hanno messo in sequenza le pagine ritrovate nel covo di via Monte Nevoso in due momenti distinti «ma non bastava. Bisognava ricostruire il modo in cui Moro le aveva scritte, perché significava rimettere insieme i frammenti. Per me – ha spiegato Di Sivo – è stato sorprendente come siamo arrivati a questo ordine che diventa un flusso logico, razionale, di pensiero continuo e coerente». Questa ricostruzione «ha consentito di capire il modo di ragionare di Moro e cosa significava una frase criptica: nella lettera a Cossiga dice di essere sottoposto a un processo popolare che può essere opportunamente graduato. Ci ho messo cinque anni per capirla. In quelle condizioni solo l’inquisitore può graduare. E dunque processo graduato da chi? Si capisce che Moro gradua le sue risposte fino all’esplosione finale. Moro sta dicendo “sono sotto un dominio pieno e incontrollato ma posso graduare questo processo. Lo posso fare io. Attenti”». Una «sequenza drammatica» considerando che Moro continua a scrivere dopo la condanna, decisa il 15 aprile, fino al 2 maggio.

Una pagina di storia sulla quale, secondo Miguel Gotor, che ha collaborato alla stesura del libro, bisogna «evitare due rimozioni in cui rischiamo di cadere. La prima è che Moro non è stato ucciso da Benigno Zaccagnini. Mi rendo conto che dal punto di vista emotivo, studiando questo testo, si possa essere indotti a pensarlo, guidati dalla potenza retorica del prigioniero. Ma Moro è stato sequestrato e ucciso dalle Br. Non facciamo evaporare dal punto di vista civile questa consapevolezza perché sarebbe un tradimento. La seconda cosa da evitare – ha proseguito – è che non dobbiamo perdere di vista che questo testo è viscido, ambiguo, esce da un linguaggio che è anche un linguaggio delle catene e delle pistole, della violenza e della costrizione, non è solo libertà autoriale di un grande uomo politico e umanista. Il tema della libertà e dell’autonomia resta un problema aperto sul piano storico su cui bisogna continuare a ragionare con l’obiettivo di non tradire la tragicità dell’esperienza di Moro». Per questo, sostiene Gotor, «serve una lettura tra le righe: il testo è uno straordinario esercizio di dissimulazione».

Un esempio per tutti: «Moro sapeva le ragioni che avevano spinto Taviani a lasciare il governo nel 1975. Da ministro dell’Interno aveva destituito D’Amato, capo dell’Ufficio affari riservati del ministero, pochi giorni dopo la strage di piazza della Loggia e il sequestro del magistrato Sossi a Genova. Moro nella sua lettera, di cui sono stati distribuiti solo 8 fogli manoscritti, peraltro scomparsi, attacca Taviani e quando la lettera arriva all’opinione pubblica tutti si chiedono perché lo abbia fatto. Lo sappiamo dal 1990: sulla scorta dei diari postumi si è scoperto che Taviani è stato di fatto l’amministratore di Gladio in Italia. Nel 1978 lo sapevano in pochissimi». E quei pochissimi ne sono destabilizzati. Gotor ha sottolineato pure come del memoriale «mancano gli originali» – ci sono solo fotocopie – «ed è certamente mutilato: mancano le parti relative alla fuga di Kappler, al golpe Borghese e alle tensioni tra arabi e israeliani in Italia negli anni ’70. Argomenti che riguardano o delicate questioni internazionali e le relazioni con Stati amici come Germania e Israele oppure su cui nel 1978 c’erano processi e indagini».

Gli aspetti legati alla situazione internazionale dell’epoca sono stati al centro dell’intervento dello storico Umberto Gentiloni: con la «crisi degli anni Settanta finiscono una serie di certezze e consuetudini del vecchio mondo costituente, il centrosinistra sta tramontando, quel mondo sta finendo. Alcuni si accorgono che qualcosa può nascere. Che cosa? Il 1978 per l’Italia è il funerale della Repubblica?». Ma Gentiloni non crede «né alle ricostruzioni di decisioni prese in qualche stanza segreta magari a Washington né di una classe dirigente completamente autonoma. La situazione era complessa» e la questione di fondo è legata alla «storia del Paese che in quegli anni rompe il rapporto di sinergia tra quadro interno e contesto internazionale». Dunque i piani di lettura possibili del memoriale «sono quelli di questa struttura logica del rapporto tra il prigioniero e il suo processo ma anche quelli di un rapporto tra il memoriale e la storia del Paese. Per questo diventa un patrimonio perché si toglie dal ricatto di quei 55 giorni e diventa un modo di ragionare della storia d’Italia nel suo complesso. Forse per questo – ha concluso – ci interessa tanto di capire».

Trieste: La grande mostra dedicata al geniale artista olandese

Nella mostra triestina sono presentate per la prima volta accanto alle opere più conosciute dell’artista, la serie I giorni della Creazione, sei xilografie che raccontano la Creazione del Mondo.

Il genio di Escher, artista scomparso nel 1972, uno dei ‘grandi artisti’ celebrati a livello mondiale  ha determinato un linguaggio unico fatto di mondi immaginari, essenzialmente mondi impossibili, in cui confluiscono arte, matematica, filosofia, ed altro ancora, oggetto di culto degli anni ‘70. Ma è solo negli anni ‘90 che Escher inizia ad avere grande successo intercettando una fascia di pubblico sempre più ampia.

Escher nasce nel 1898 in Olanda e vi muore nel 1972. Nel 1922 visita per la prima volta l’Italia, dove poi visse per molti anni, visitandola da nord a sud e rappresentandola in molte sue opere. Inquieto, riservato e indubbiamente geniale, Escher nelle sue celebri incisioni e litografie crea un mondo unico, immaginifico, impossibile, dove confluiscono arte, matematica, scienza, fisica, design. Scoperto dal grande pubblico negli ultimi anni, è diventato uno degli artisti più amati in tutto il mondo, tanto che le mostre a lui dedicate hanno battuto ogni record di visitatori.

Carcinoma del colon-retto

Il carcinoma del colon-retto  è il tumore maligno più frequente originato nel colon, nel retto e nell’appendice. Con 610.000 morti all’anno nel mondo, è la terza forma più comune di cancro.

È causato dall’abnorme crescita di cellule con la capacità di invadere i tessuti e di diffondersi in altre parti del corpo. I segni e i sintomi possono comprendere: sangue occulto nelle feci, cambiamento dei movimenti intestinali, perdita di peso e sensazione di stanchezza. La maggior parte dei tumori colorettali sono dovuti allo stile di vita e all’età avanzata e solo pochi casi sono riconducibili a malattie genetiche ereditarie. I fattori di rischio includono: la dieta, l’obesità, il fumo, l’alcool e una scarsa attività fisica. Un altro fattore di rischio è rappresentato dalle malattie infiammatorie croniche intestinali che comprendono la malattia di Crohn e la colite ulcerosa.

Alcune delle condizioni ereditarie che possono causare un tumore del colon-retto includono la poliposi adenomatosa familiare e il cancro colorettale ereditario non poliposico; tuttavia, queste condizioni rappresentano meno del 5% dei casi. Il tumore al colon-retto può essere diagnosticato tramite biopsia ottenuta durante una sigmoidoscopia o una colonscopia. Ciò è poi solitamente seguito da esami di diagnostica per immagini per determinare se la malattia si è diffusa. Lo screening è efficace nel diminuire la probabilità di morte per questo tumore ed è consigliabile tra i 50 e i 75 anni.

Intelligenza artificiale: Sassoli, servono “trasparenza” e “regole precise” per proteggere i cittadini.

Buongiorno a tutti, 

desidero rivolgere innanzi tutto un cordiale saluto e un ringraziamento a sua Eminenza, card. Vincenzo Paglia per il cortese invito, salutare i membri dell’Accademia Pontificia per la Vita, gli illustri relatori e tutti voi che avete promosso ed animato questo importante appuntamento. 

Viviamo un tempo di forti cambiamenti e di grandi sfide. L’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, della rivoluzione digitale e, in generale, di quella che viene definita intelligenza artificiale, ci sta offrendo straordinarie opportunità ma, al tempo stesso, sta modificando radicalmente anche il nostro modo di agire e di essere. 

Fino ad oggi la ricerca e l’innovazione sono stati strumenti che hanno consentito alle nostre società di progredire e di raggiungere grandi traguardi accrescendo il benessere dei cittadini. Negli ultimi anni si è verificata un’accelerazione dello sviluppo tecnologico, una vera e propria rivoluzione che ha avuto e sta avendo tutt’oggi un fortissimo impatto sia sul piano economico e sociale. 

La robotica e l’intelligenza artificiale sono una nuova possibilità per affrontare le sfide della nostra società dei prossimi decenni: reti energetiche ottimizzate, produzione sostenibile, agricoltura di precisione, capacità di governo dell’economia e della finanza, uso misurato delle risorse. 

Benefici e manipolazioni, però, possono correre di pari passo e non avere confini.  

Utilizziamo l’intelligenza artificiale nei trasporti dove, attraverso una semplice applicazione sui nostri smartphone, si possono prevedere le condizioni del traffico in strada o addirittura guidare veicoli autonomi; la utilizziamo per tracciare il nostro consumo di acqua e di energia oppure, in ambito sanitario, per elaborare enormi quantità di dati che ci aiutano a curare alcune patologie e individuare le migliori prassi per prevenirle. 

Come tutti capiscono l’intelligenza artificiale può consentire anche la concentrazione di enorme potere a scapito dei più vulnerabili.  E gli algoritmi considerare gli essere umani semplici strumenti dei processi di razionalizzazione, efficientamento e redditività. 

Lo sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale, insieme ad una comunicazione digitale globalizzata e alle potenzialità delle reti, ci pongono interrogativi di straordinaria ampiezza che richiedono una riflessione approfondita e soprattutto una capacità di leggere i cambiamenti con lungimiranza e grande senso di responsabilità. 

Signore e Signori, 

quella che può essere definita come una “quarta rivoluzione industriale” – dopo quella del vapore, dell’elettricità e dell’automazione – implica che, sulla base di dati e degli algoritmi che ne derivano, sia la tecnologia stessa ad avere capacità predittive sulle attività umane. È una rivoluzione che ha stravolto i nostri modelli di sviluppo e che deve essere accompagnata ed orientata ad accrescere – e non a diminuire – i nostri diritti di cittadinanza sociale, politica, economica e tecnologica. 

Un nuovo mondo impone nuovi ritmi. 

E la nuova epoca nasce da progressi tecnici realmente unificanti da rendere la scienza capace di toccare nel profondo valori che pensavamo consolidati e diffusi. 

 

La digitalizzazione e l’automazione stanno cambiando profondamente il nostro modo di vivere e il modo in cui ci rapportiamo con la società. Le domande si susseguono e  le risposte impongono grande responsabilità.  

Come evitare che la rivoluzione digitale sia foriera di maggiori disuguaglianze in termini di diritti?  

Come consentire al mondo dell’istruzione di essere all’altezza di queste sfide? Come possiamo garantire ai giovani un equo accesso ai processi produttivi? 

Come riusciremo a bilanciare la perdita dei posti di lavoro, determinata dall’avvento delle nuove tecnologie, con le nuove opportunità lavorative? 

Alcuni anni fa lo scrittore Isaac Asimov affermò che un “robot non può recare danno all’umanità, né permettere che, a causa del suo mancato intervento, l’umanità subisca danni”. 

Oggi più che mai, abbiamo bisogno di elaborare politiche che consentano di cogliere i frutti del progresso tecnologico e garantire, al tempo stesso, il rispetto di quegli standards sociali che rappresentano per tutti noi conquiste irrinunciabili. 

Nella nostra società contemporanea, l’intelligenza artificiale, che nasce dalla composizione e scomposizione di un insieme di algoritmi, è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana, ma è bene ricordare che l’intelligenza non può essere disgiunta dal pensiero umano e dalla coscienza delle persone, nonostante il concetto di relatività sia insito nell’esperienza scientifica. 

Cercare di capire gli effetti delle grandi trasformazioni può consentire di non venire travolti da un individualismo sfrenato,  incline a provocare grande solitudine e anche nuove emarginazioni.   

Di fronte alle incognite che ci pone questa stagione di grandi trasformazioni occorre grande trasparenza. Per farlo serve  coinvolgere attivamente le opinioni pubbliche, i parlamenti nazionali, le nostre università, il mondo del lavoro e dell’impresa in  sviluppare un’attenta riflessione sulla regolamentazione pubblica. Per l’Unione europea è una sfida decisiva per Eleonora re e adottare requisiti comuni sui nuovi confini tecnologici e misurare l’impatto sul rispetto dei diritti fondamentali.

 L’opera di regolamentazione europea  – dai dati alla privacy – produce in questo momento storico una positiva reazione nei processi di globalizzazione, che è bene sostenere. Quello che accade da noi, d’altronde, ha una immediata reazione fuori dallo spazio europeo.   

Se l’Unione europea sostiene da sempre politiche a favore della ricerca e dell’innovazione, tuttavia il Parlamento europeo ha il dovere di proteggere ancora di più i cittadini per  l’impatto che possono determinare le nuove tecnologie. 

Durante la scorsa legislatura il Parlamento ha chiesto alla Commissione europea di aggiornare e integrare il quadro giuridico dell’Unione con chiari principi etici che tengano in considerazione e non sottovalutino il fattore umano, poiché i nostri cittadini devono avere la possibilità di controllare i propri dati, di proteggere la propria privacy e di saper discernere le informazioni che ricevono. 

La Commissione europea ha raccolto questa richiesta e ha presentato di recente un Libro Bianco sull’Intelligenza artificiale – incluse le sue implicazioni sociali – che darà il via ad un dibattito su scala europea. Insieme al Libro Bianco, la Commissione ha presentato, inoltre, una strategia per promuovere l’accesso ai dati non personalizzati per le grandi, piccole e medie imprese, nella garanzia del rispetto della sfera  privata. 

Toccherà ora al Parlamento europeo esaminare questi testi con grande attenzione nei prossimi mesi. Daremo il nostro contributo alla riflessione aperta su come l’Europa possa diventare allo stesso tempo leader mondiale di questa trasformazione e rimanere un modello globale nella tutela dei diritti e della dignità delle persone. 

La rivoluzione digitale sta cambiando in profondità i nostri stili di vita, il nostro modo di produrre e di consumare. Abbiamo bisogno di regole che sappiano coniugare progresso tecnologico, sviluppo delle imprese e tutela dei lavoratori e delle persone, democrazia. In uno scenario nel quale l’incertezza sembra ancora prevalere è necessario sostenere politiche di riorientamento al lavoro investendo molto di più nella formazione permanente. 

In questo senso, l’Europa può essere veramente utile ad un mondo che non ha regole, ma deve trovare regole nuove.

La nostra sfida è questa: in che misura consentiamo a queste tecnologie di svilupparsi e condizionare la nostra vita. 

Senza regolamentazione l’intelligenza artificiale  può essere un rischio che può compromettere non solo la protezione dei dati personali, ma anche accrescere il divario digitale in termini di accesso e conoscenza. 

Un sistema di intelligenza artificiale affidabile non deve pregiudicare i diritti fondamentali e per questo è necessario creare valutazioni di impatto preventive, promuovendo un approccio incentrato sull’uomo, l’unico che può governare consapevolmente le azioni e le decisioni prese da un sistema artificiale.

Abbiamo bisogno di più scienziati dei dati (data scientists), più ingegneri e più filosofi per comprendere effetti a lungo termine. È necessario lavorare per coniugare la ricerca e l’innovazione con la tradizione umanistica su cui si fondano i diritti fondamentali fissati nella Carta Europea dei Diritti Fondamentali.  

È nostro dovere garantire, inoltre,  che la tecnologia sviluppata sia sicura, che le responsabilità siano chiare, che l’uomo possa comunque controllare le decisioni. 

Come ha detto il prof. Benanti “se vogliamo che la macchina sia di supporto all’uomo e al bene comune, senza mai sostituirsi all’essere umano, allora gli algoritmi devono includere valori etici e non solo numerici.” 

Per queste ragioni abbiamo bisogno di fare sistema, di creare alleanze e di sviluppare nuove metodologie. Dobbiamo lavorare per sfruttare al meglio le opportunità che offre la Quarta rivoluzione industriale, sapendo che se non la governeremo saranno gli algoritmi a governare noi.

Per fare questo serve lavorare affinché l’Intelligenza artificiale si sviluppi in un quadro giuridico adeguato che sia in grado – come ha affermato mons. Vincenzo Paglia – di accompagnare tutto il ciclo della elaborazione delle tecnologie: dalla scelta delle linee di ricerca fino alla progettazione, la produzione, la distribuzione e l’utente finale”. 

Le opportunità della scienza possono condurre ad un processo di unificazione della vita cui fa riscontro l’unificazione del sapere. Sui dati scientifici gli uomini tendono a incontrarsi. Lo sosteneva anche Leonardo Da Vinci quando sosteneva che l’esperienza scientifica ha la capacità di far cessare ‘il letigio’ degli uomini… Noi vogliamo che il litigio cessi anche in una condivisa difesa dei valori fondamentali della persona e della sua libertà. 

In questo lavoro c’è bisogno del contributo di tutti, e  certamente il personalismo cristiano può ancora dare un sostegno decisivo.  

Grazie. 

La Cina è vicina

Sono passati più di 50 anni dal film di Marco Bellocchio del 1967 – “ La Cina è vicina”: erano i tempi di Mao, del libretto rosso e della contestazione, di acqua ne è passata sotto i ponti ma quel modo di dire ha conservato nel tempo il significato di un incombente mistero. La Cina ha mantenuto le sembianze di un mondo ancora inesplorato e per certi aspetti inaccessibile e lontano, direi da Marco Polo in qua.

Differenze di tradizioni e culture che un volo aereo o la connessione via internet possono malcelare ma non annullare: la storia e la natura sono più forti dell’uomo e dettano sincronie e dissonanze imprevedibili e imperscrutabili  come in una nebulosa inaccessibile ai più. In epoca di crescenti opinioni e di decrescenti certezze antropologiche ed esistenziali il relativismo di un presentismo autoreferenziale (“tutto e subito”), il dilagare delle solitudini e l’assenza di visioni strategiche rassicuranti ci fanno vivere in una sorta di limbo dell’indeterminato e dell’effimero. Aggrappati ad un filo di speranza, giorno per giorno.

A giugno 2019 i rappresentanti di 130 Paesi aderenti all’Ipbe (la piattaforma intergovernativa  scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi) si sono riuniti presso la sede UNESCO di Parigi per esaminare un Rapporto dell’ONU stilato in 3 anni di intenso lavoro da parte di oltre 150 esperti provenienti da 50 nazioni, volto allo studio e all’approfondimento dei rischi di estinzione di numerose specie viventi del pianeta. La ricerca – analitica e corposa, articolata su 1800 pagine di dati, indagini e monitoraggi – è stata riassunta dai 130 convegnisti in 40 pagine di evidenze scientifiche, priorità e raccomandazioni ai governi affinchè si facciano carico di questo incombente “tsunami” globale che potrà portare in tempi definiti “relativamente brevi” all’estinzione di una serie di specie viventi che popolano i mari e la Terra, fino ad 1/8 di quelle attualmente censite pari ad una cifra mostruosa di circa un milione di specie animali e vegetali.

Mentre secondo il Rapporto  il mondo si avvicina alla soglia della sesta estinzione di massa della sua storia, la prima attribuita ai comportamenti umani.

Ora che siamo alle prese con il “coronavirus” comprendiamo come in fondo questa virosi che sta a cavallo tra l’epidemia e la pandemia è figlia della globalizzazione: dopo l’attacco alle Twìn Towers del 2001e la crisi finanziaria dei mutui subprime e dei derivati del 2008, questo è il terzo macrofenomeno  globale del terzo millennio.

Se ne discute e se ne scrive mentre si vivono gli aspetti scientifici e quelli comportamentali che stanno aggredendo l’umanità e le rassicuranti e quotidiane certezze di cui desideriamo naturalmente circondarci: navigando tra panico e irrazionalità da un lato e inviti ad un più ragionevole approccio di controllo e monitoraggio di questo contagio planetario. Visioni confliggenti che generano ansie e paure: questo è forse il contagio più diffuso, il saccheggio dei supermercati, il barricarsi in casa, il timore di verità nascoste o celate, l’impossibilità di risalire (anche per occultamenti della verità) alle cause del male.

A cominciare dalla sua genesi, ancora avvolta nel mistero tra ricerche del paziente zero, il consumo di carni animali di specie non commestibili del mondo occidentale e la tesi complottista del virus creato in laboratorio come arma di distruzione e di aggressione in un mondo dove la geoeconomia si rivela più forte della gepolitica. Ricordiamo che solo tre mesi fa il nostro Ministero della Difesa si era sbarazzato in fretta e furia di un gigantesco stock di telefoni cellulari acquistati da un colosso cinese, poiché si era adombrato il sospetto e forse la certezza di un possibile spionaggio militare e industriale.

Molto più probabile che l’eziopatogenesi dell’epidemia globale origini da stili di vita ed alimentari capaci di generare virosi mutuate dagli animali e insufflate nel corpo umano.

Vivendo tra focolai di guerre e genocidi sarebbe molto più istintivo aspettarsi una guerra planetaria, coi missili puntati da un Paese all’altro: in fondo la scienza finora ci ha rassicurato e protetto. Il fatto nuovo consiste invece nello spostarsi del pericolo dall’esterno all’ìnterno. Il panico ha preso il sopravvento alimentato da un tambureggiante interesse dei mass media: molto si dice dei pericoli mentre poco si parta della dedizione che medici infermieri e ricercatori dispensano per arginare il contagio e attrezzarsi per la cura di casi, a conferma del fatto che disponiamo di un sistema sanitario che vanta qualità ed eccellenze.

Impropriamente si è paragonata l’incidenza delle morti per influenza, attestate sullo 0,1 % dei casi e lo 0,9/1% previsto per il coronavirus. Già questo dato ha fatto prevalere timore e pessimismo nei comportamenti individuali e sociali.

Ho letto una frase di grande buon senso pronunciata da Piero Angela: “fidiamoci della scienza e viviamo con serenità le nostre abitudini quotidiane”.

Il problema tuttavia non  va sottovalutato sotto almeno tre profili di considerazione: la facilità disarmante del contagio, il periodo asintomatico di latenza della virosi, l’assenza di una terapia specifica.

Il coronavirus esprime tutta la potenzialità negativa della democrazia del male: la sua diffusione esponenziale a macchia d’olio non risparmia target sociali, mentre pare più accentuata in età più avanzate.

Tuttavia – anche chi scrive queste righe deve confessare la propria ignoranza ed esprimere una banale opinione- la scienza, la ricerca clinica e la medicina hanno fornito sufficienti indicazioni ai decisori istituzionali e politici: isolamento, quarantena, lavarsi spesse volte le mani, evitare luoghi affollati, usare quelle cautele che il buon senso insegna ma che purtroppo vengono ignorante, navigando a vista tra la sicumera dei grandi numeri (“non toccherà mai a me) e lo scetticismo che rasenta l’incoscienza.

La politica si è mossa con le armi che la scienza le ha messo a disposizione anche se l’ha fatto tra ripensamenti, incertezze, timori di provvedimenti drastici, demagogia (malattia per la quale non esiste antidoto). Gli stessi immunologi hanno disquisito con sottigliezza tra diversi approcci interpretativi e operativi.

Personalmente sono rimasto favorevolmente colpito dal piglio decisionista e dal presenzialismo 24h/24 dei Governatori delle Regioni finora più esposte al rischio del contagio: certamente occorreva forse muoversi giovando d’anticipo , col coraggio di decisioni drastiche e impopolari.

Inutile chiudere i voli dalla Cina se vengono aggirati dagli scali a Dubai o Francoforte.

Assurdo e inspiegabile poi che l’Europa non abbia avuto e non si dia tuttora un protocollo operativo comune e condiviso: fa specie vedere gli italiani respinti alle frontiere , come in una sorta di nemesi dell’assurdo, dopo aver aperto i porti a tutti gli immigrati rispetto ai quali  gli altri Paesi del vecchio continente ci hanno sempre individuato come frontiera d’Europa.

Una lezione da tenere a mente: stiamo imparando come si comportano altrove gli Stati che predicano cosmopolitismo e accoglienza. Anche di fronte a protocolli clinici dettati dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) ci sono tuttora situazioni di respingimento dei nostri connazionali, semplicemente perché nei Paesi di sbarco prevale una logica di isolamento anziché la ricerca di soluzioni di accoglienza e profilassi. Comprensibile: ma non si dica allora a noi “accogliete, accogliete”, ed essere poi trattati come gli appestati del XXI secolo.

Non girano ancora i monatti per le strade a raccogliere cadaveri , come nella peste descritta dal Manzoni: molto più frequenti gli sciacalli che speculano sulle paure della gente e le fake news dei social irresponsabili, come se si trattasse di una sorta di gioco dell’oca o di un talk show.

Queste realtà “limite” disvelano comportamenti umani che vanno dall’eroismo, all’abnegazione totale, alla solidarietà, all’incoscienza ed evidenziano la fragilità della condizione umana.

Il fatto che il coronavirus nasca in Cina e si propaghi nel mondo non è casuale: questo dimostra che l’integrazione tra culture, usanze, tradizioni, stili di vita e alimentari è solo un auspicio se non una irragionevole chimera, alla prova dei fatti.

La globalizzazione ha finora prodotto più danni che benefici e mi viene in mente che cosa potremo aspettarci dall’applicazione del punto 27 del Memorandum sottoscritto nel marzo 2019 tra Italia e Cina (con il grande disappunto degli altri Paesi dell’UE) sui traffici commerciali e sull’individuazione dei bacini portuali di Genova e Trieste come terminali della via della seta. Le merci e i prodotti non viaggiano da soli: viene da chiedersi che cosa sarebbe successo se questo accordo fosse già stato operativo, in questa situazione di espansione del contagio.

Un’ultima osservazione, da profano, la riservo al numero dei contagiati in Italia più alto rispetto agli altri Paesi dell’Europa, terzi al mondo dopo Cina e Corea per numero di contagi.

Per ora sembra un dato negativo ma riflettendo sul monitoraggio di casi, le azioni di isolamento dei focolai e l’altissimo numero dei controlli coi tamponi oro-faringei questo può con buona probabilità voler dire che in Italia il virus non è stato sottovalutato o occultato, per evitare di  diffondere dati statistici allarmanti, come altrove è avvenuto.

In una società globalizzata e interconnessa nessuno può sentirsi al sicuro.

L’importante, sembra utile ricordarlo, è non dar adito alla caccia alle streghe e non rivivere i tempi delle pestilenze dei secoli bui ma affidarci alla scienza e ai suoi operatori.

Significativo infatti che solo pochi giorni dopo la diffusione del contagio al di fuori dei confini della Cina l’equipe dei virologi e degli immunologi dello Spallanzani di Roma abbia isolato per la prima volta in Europa il virus.  Ora che conosciamo il nemico possiamo studiarlo e sconfiggerlo: sperando che il tempo ci sia propizio.

Il Covid-19 visto dalla Cina

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Hongbo Zhang

Il 2020 è l’anno lunare cinese del Topo, il 50° anniversario dell’istituzione delle relazioni diplomatiche tra Cina e Italia e l’anno del turismo e della cultura in entrambi i Paesi. Sono tornato in Cina dall’Italia prima di Natale per incontrare a Pechino e a Shenzhen alcuni miei clienti, e certo non potevo sospettare che un’epidemia mandasse in fumo tutti i miei piani.

Ogni giorno si segnalano nuovi pazienti e nuovi decessi dovuti al Coronavirus, o Covid-19. Nel mio Paese quasi un miliardo e mezzo di persone sono costrette in casa. Ansia, rabbia, tristezza e panico sono inevitabili e i cinesi si sono trovati loro malgrado a trascorrere le vacanze più lunghe di sempre. Molti stanno cercando di sopravvivere continuando a fare il loro lavoro anche in un periodo di stagnazione economica. Gli studenti devono ricorrere alle lezioni online e le famiglie devono trovare la maniera per far fronte ai bisogni primari.

Da circa un mese mi ritrovo bloccato nel mio appartamento a Lanzhou, nel Nord della Cina. Subito dopo avere appreso dell’epidemia, ho ridotto al minimo le mie uscite, limitandole agli acquisti di prima necessità, ma le scorte nei supermercati iniziano ormai a scarseggiare. Ingresso e uscita dei residenti vengono monitorati da vicino, controllando i movimenti delle persone e la loro temperatura corporea, e la polizia utilizza quotidianamente droni e Gps per individuare quanti non portano le mascherine e per spingerli a indossarle. I ristoranti sono chiusi, i rivenditori forniscono verdure e carne attraverso i social media e le app. In alcune zone rurali, le piattaforme di shopping online usano droni per offrire servizi di consegna a domicilio, riducendo costi e contatti diretti con le persone. Le comunità iniziano gradualmente a organizzarsi per acquisti di gruppo per spendere meno.

Dicerie e false informazioni diffuse su Internet sono state rigorosamente controllate dalla polizia. Cancellazioni di messaggi, blocchi di account e uso di parole in codice sono molto comuni tra i netizen. Ciò che si pubblica e si legge online è spesso in violazione delle regole. Vorrei leggere materiale in inglese o fare domanda per poter partecipare ad alcuni eventi internazionali, ma a volte da qui non riesco a farlo. Tuttavia, l’isolamento in casa mi ha concesso di trascorrere più tempo con i miei genitori, e alla fine questo potrebbe diventare il periodo più lungo passato insieme a loro dal 2006. Inoltre, ho approfittato di tutto questo tempo libero forzato per acquistare una tastiera ed esercitarmi al pianoforte.

La situazione a Wuhan è di gran lunga peggiore rispetto ad altre province. Negli ultimi due anni vi ho abitato per alcuni mesi e mi sono fatto molti amici lì. I parenti di uno di loro si sono ritrovati contagiati dal virus. All’inizio non potevano essere ricoverati, poiché i pazienti gravi giacevano nel corridoio dell’ospedale. Forte era la paura di infezioni incrociate nelle corsie durante il giorno, pertanto potevano solo fare la fila per ricevere iniezioni di notte. Pochi giorni dopo, quando l’ospedale è riuscito a ricoverare uno dei membri della famiglia, ho ricevuto questo messaggio sul mio telefono: «Ci sono troppe famiglie così. All’inizio, molte persone non riuscivano a vedere i medici e sono morte. Alcune si sono buttate nel fiume Yangtze. Altre si sono impiccate in casa. Ora i nuovi ospedali improvvisati hanno migliorato un po’ la situazione. Nel mio quartiere ci sono già diversi casi di infezione. Alcuni sono ricoverati in ospedale e altri sono morti. Nel raggio di cento metri intorno a me, più di una dozzina di persone è infetta. È molto pericoloso, dovrei stare attento anche quando apro la porta per prendere il cibo».

A causa dell’epidemia, alcuni pazienti con malattie croniche non sono in grado di rifornirsi di medicine e temono che il trattamento possa essere interrotto. Altri con malattie gravi non possono andare in ospedale per ricevere le cure necessarie e per alcuni di loro la vita è diventata drammaticamente difficile, anche solo per condurre le attività più normali. Attraverso i social media, in molti chiedono soluzioni per garantire i diritti fondamentali anche ai gruppi sociali più vulnerabili.

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Sanders e il fantasma di George McGovern

Articolo pubblicato dalla rivista Treccani a firma di Arnaldo Testi

Un fantasma si aggira nelle stanze del Partito democratico e nei salotti dei commentatori delle primarie presidenziali, ed è il fantasma di George McGovern e delle elezioni del 1972 – quelle, come ognun sa, perdute contro un trionfante Richard Nixon (trionfante ancora per poco, ma allora chi poteva saperlo). Il fantasma è ovviamente evocato dai successi di Bernie Sanders di queste settimane. Ed è giusto che sia così, perché McGovern e la campagna di cui fu protagonista furono un grande esperimento politico e ideale che coinvolse la sinistra del partito; furono anche una sconfitta storica dei democratici e una svolta periodizzante nella storia del Paese.

E dunque. George McGovern (scomparso novantenne nel 2012) era un senatore progressista midwestern, un democratico del North Dakota, attento ai nuovi fermenti sociali, oppositore della guerra in Vietnam, un outsider non notissimo della politica d’apparato ma suo buon conoscitore. Mezzo secolo fa, sull’onda della sconfitta democratica e della prima elezione di Nixon nel 1968, si mise a capo di una missione audace: fondere sotto l’ampia tenda del suo partito la tradizione progressista dei diritti sociali, liberal e sindacale, erede del New Deal, che ne era stata fino ad allora il cuore, con la nuova sinistra figlia del radicalismo e dei diritti civili e culturali degli anni Sessanta. La missione si dimostrò audace e difficile.

E alla fine, almeno nell’immediato, impossibile.

I nuovi movimenti giovanili (nel 1971 un emendamento costituzionale estese il diritto di voto ai diciottenni), studenteschi, antiguerra, afroamericani, e i nascenti movimenti ambientalisti, femministi e LGBT, costituivano interessanti serbatoi elettorali e progettuali, ma erano guardati con sospetto od ostilità dagli ossificati apparati del partito, soprattutto locali. Per scavalcarne la resistenza alcuni gruppi della leadership nazionale democratica promossero una importante autoriforma, di cui ancora oggi vediamo i risultati. Moltiplicarono infatti a livello presidenziale le elezioni primarie dirette, con un sistema di quote che garantiva la rappresentanza nella Convention nazionale di donne e uomini, bianchi e neri, altre minoranze. Ciò avrebbe favorito, si pensava, l’emergere di candidati non di apparato.

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Emmanuel Macron prepara i cittadini all’arrivo di un’epidemia di coronavirus

Emmanuel Macron prepara i cittadini all’arrivo di un’epidemia di coronavirus. Il ministro della Salute, Olivier Veran, ha annunciato che il numero di persone contagiate e decedute.

Tra i morti si conta un turista cinese che ha perso la vita il 14 febbraio scorso e un insegnante di 60 anni che si è spento nella notte tra il 25 e il 26 febbraio. Per il momento la zona dell’Oise, a nord di Parigi sembra essere la più contaggiata.

Il capo del governo ha fatto appello alla “calma” promettendo ai cittadini una “trasparenza totale”. Il presidente, invece, ha effettuato, nei giorni scorsi, una visita all’ospedale della Pitié Salpetrière, dove è morto il paziente 60enne contagiato dal virus.

Il capo reparto degli infettivi dell’ospedale parigino, Éric Caumes è stato chiaro: “La Francia si avvia ad una situazione simile a quella italiana”.

 

 

M’illumino di Meno è la Giornata del risparmio energetico

M’illumino di Meno è la Giornata del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili lanciata da Caterpillar e Radio2 nel 2005: l’edizione 2020 torna venerdì 6 marzo ed è dedicata ad aumentare gli alberi, le piante, il verde intorno a noi.
L’invito di Caterpillar è piantare un albero, perché gli alberi si nutrono di anidride carbonica. Gli alberi sono lo strumento naturale per ridurre la principale causa dell’aumento dei gas serra nell’atmosfera terrestre e quindi dell’innalzamento delle temperature.
Gli alberi e le piante emettono ossigeno, filtrano le sostanze inquinanti, prevengono l’erosione del suolo, regolano le temperature.
Gli alberi sono macchine meravigliose per invertire il cambiamento climatico. Per frenare il riscaldamento globale bisogna cambiare i consumi, usare energie rinnovabili, mangiare meno carne, razionalizzare i trasporti. Tutti rimedi efficaci nel lungo periodo. Ma abbiamo poco tempo e il termometro globale continua a salire.
Gli scienziati di tutto il mondo concordano: riforestazione.
Caterpillar invita Comuni, scuole, aziende, associazioni e privati a piantare un tiglio, un platano, una quercia, un ontano o un faggio.
Ma anche un rosmarino, un ginepro nano, una salvia, un’erica o una pervinca major: tutto quello che si può piantare su un balcone.
Sul davanzale un geranio. E maggiorana, basilico, timo e prezzemolo: piantare un giardino sulla finestra.
Piantare viole del pensiero, ortensie e petunie  in un vaso appeso alla parete.
Piantare erba gatta.
Sono decine i Comuni e le aziende che stanno piantando alberi: Forestazione Urbana, Corridoi Verdi.
Pianteranno 3 milioni di alberi a Milano entro il 2030.
Pianteranno 60 milioni di alberi, uno per ogni italiano, le Comunità Laudato si’, a partire dall’Insegnamento di Papa Francesco.
Piantano alberi intorno alle chiese nella diocesi Ambrosiana.
Piantano alberi le aziende che credono nella green economy.
Ha piantato 350 milioni di alberi in un giorno solo l’Etiopia.
Col vostro aiuto vorremmo piantare un filare di 500.000 alberi che simbolicamente ci porti da Pino Torinese fino ad Alberobello, perché piantare alberi e piante aiuta a mitigare il riscaldamento climatico e a salvare il pianeta.
Inoltre nell’anno in cui M’illumino di Meno precede i festeggiamenti dell’8 marzo Festa della Donna, Caterpillar lancia la “Super Mission”: far arrivare il messaggio di M’Illumino di Meno a due figure femminili che in questo momento rappresentano a livello globale l’impegno per la salvaguardia del pianeta: Greta Thunberg e Jane Fonda.
L’edizione 2020 di M’illumino di Meno è quindi sempre di più verde, globale, transgenerazionale e al femminile.

Sequenza Dna sempre più low cost

Sequenziare un intero genoma ormai costa meno di 100 dollari. Ad abbattere il muro è stata l’azienda cinese BGI Group, riferisce la rivista del Mit, che ha presentato il record al meeting Advances in Genome Biology and Technology in Florida.

Appena dieci anni fa una analisi del Dna costava intorno a 50mila dollari, mentre oggi ce ne vogliono circa 600, un prezzo dettato soprattutto dai reagenti. Il sistema messo a punto dall’azienda, che costerà fino a un milione di dollari, utilizza un braccio robotico e una rete di reagenti e analizzatori che prende un’intera stanza per lavorare su larga scala.

Verrà offerto a grandi centri di ricerca che fanno studi sulla mappatura del Dna di grandi popolazioni o sui tumori.

La tecnologia è stata sviluppata in realtà da una compagnia statunitense, la Complete Genomics, acquisita nel 2012 dall’azienda cinese fra le polemiche proprio per il rischio che questo tipo di innovazioni avvantaggiassero la Cina nella competizione con gli Usa.

La bizzarra idea di un governo di unità nazionale

L’emergenza Coronavirus (non è la prima e nessuno può pensare che sia l’ultima) deve spingerci ad una profonda e corale riflessione su tre evidenze di questi giorni.
La prima. Siamo ormai a tutti gli effetti un Mondo pienamente interconnesso. E non solo per quanto riguarda l’economia, la finanza, l’informazione.

Lo siamo anche sul piano della mobilità fisica delle persone e delle merci. Pensare di poter semplicemente fermare, di punto in bianco, questa mobilità globale è illusorio. Gli apparati pubblici sono in difficoltà nel gestire simili emergenze sanitarie globali. E ciò è facilmente comprensibile: essi sono infatti modellati in ragione della dimensione nazionale e preposti a presidiare ciò che accade “dentro” i confini di ciascuna nazione.

Nonostante la presenza di organismi internazionali come l’OMS, ogni fenomeno globale fatica ad essere intercettato e gestito con la dovuta tempestività e la necessaria visione di insieme. In tempi di rigurgiti nazionalisti occorrerebbe tenerne conto: non una sola delle sfide difficili del nostro tempo (ivi comprese quelle climatiche, demografiche, di sicurezza, migratorie, fino a quelle sanitarie) può essere affrontata con successo se non con politiche ed istituzioni sovra nazionali.

La seconda. Siamo completamente indifesi rispetto alla montagna di informazioni che ogni minuto ci vengono propinate, attraverso i social, da ogni fonte anche improbabile e senza alcuna validazione di nessun tipo. Ciò provoca disorientamento e segnali di panico, molto spesso ingiustificato o orientato in maniera irragionevole o erronea. Il Far West della comunicazione via Rete non può certo essere superato con la nostalgia dei sistemi del passato. Ma non c’è dubbio che occorre investire massicciamente per accompagnare la potenzialità della società digitale con solidi presìdi culturali ed anche con regole oggi inesistenti.

La terza. Percepiamo un preoccupante deficit di fiducia nella scienza e nelle Istituzioni.
Si manifesta in questa occasione, alle estreme conseguenze, ciò che si è prodotto negli ultimi anni dentro le pieghe delle nostre società: la competenza non è più un valore riconosciuto e meritevole di credibilità.

Ognuno diventa “scienziato di se stesso”, poiché non riconosce a nessuno – neppure agli scienziati – la titolarità della mediazione tra le proprie paure (o le proprie aspirazioni) e la ragionevole verità dei fatti. Analogamente, assistiamo ad un deficit di fiducia nella capacità delle Pubbliche Istituzioni di adottare misure adeguate e orientate alla difesa del bene comune. Anche qui, la delegittimazione strisciante con la quale abbiamo demolito il valore della Politica e corroso il senso delle Istituzioni Democratiche nelle normali e quotidiane dinamiche delle nostre Comunità si traduce, a fronte di una emergenza, in scetticismo, sospetto, sostanziale ritrosia a riconoscersi nelle Autorità e nella loro capacità di assumere decisioni nel pubblico interesse. È – per certi versi – una sorta di vendetta della storia: una politica che da qualche tempo ha disconosciuto il valore della competenza, ha delegittimato le istanze autonome della scienza e della tecnica, ha elevato a valore unico ed assoluto il principio del consenso popolare relegando nelle retrovie quello della responsabilità, paga un tributo pesante in termini di autorevolezza e di credibilità nell’esercizio delle sue funzioni di guida della società.

Sopratutto in momenti come questi, nei quali le Pubbliche Istituzioni avrebbero invece il ruolo fondamentale di rassicurare, dire parole di verità e di ragionevolezza, assumersi anche il rischio di guardare oltre le legittime paure dei cittadini, per ricondurle su un sentiero di unità e di fiducia.
In fondo, per questo esiste la Politica. Quella con la “P” maiuscola.

Mentre seguiamo preoccupati le notizie di questa emergenza, cerchiamo anche di riflettere su questi elementi di contesto, che personalmente ritengo estremamente importanti.
Certo non aiutano in questa direzione né le polemiche tra Stato e Regioni, né l’impressione che attorno al Coronavirus si stia giocando in realtà una partita di tattica politica circa le sorti del Governo. Bizzarra e confusa ipotesi di un “governo di unità nazionale” compresa, come bene ha scritto Cristian Coriolano.

Superiamo l’austerità

Anch’io trovo fuori luogo le proposte di governo di unita nazionale nei termini in cui sono state avanzate. L’emergenza per coronavirus interpella la politica non solo sul versante sanitario.

L’epidemia si sovrappone a una situazione già molto critica di crisi del commercio mondiale e di stallo, da panico, nel cuore decisionale dell’Europa, dove stanno scoppiando tutte insieme crisi di natura diversa. Si continua a ragionare come se non stesse accadendo niente.

Ma il modello economico e sociale mercantilista (primato dell’export sui consumi interni, bassi salari, precarietà del lavoro, rigore di bilancio) che nel bene e nel male abbiamo seguito, sta crollando sotto i colpi della recessione globale, accelerata dal morbo cinese.

Per questo, appare non più rinviabile un dibattito sulla prospettiva, senza il quale la discussione su nuove formule di governo rischia di essere stucchevole. Non saranno le tiepide aperture della Commissione Ue sui margini di flessibilità a tirarci fuori dalle sabbie mobili della stagnazione. Le terapie d’urto per invertire il trend economico non si possono fare con i fichi secchi degli zero virgola sul deficit. Servono politiche espansive al posto dell’austerità, una Banca Centrale prestatrice di ultima istanza non solo per i grandi operatori finanziari, per il luccicante mondo di Tiffany, ma per gli Stati. Invece assistiamo a un accordo parallelo al mes, l’edis, in cui si vuole scoraggiare l’acquisto da parte delle banche dei titoli pubblici. Semplicemente demenziale!

Dunque, occorre chiarire la prospettiva. Mentre il resto del mondo svolta di corsa verso politiche keynesiane, noi rischiamo di rimanere gli “ultimi giapponesi” dell’austerità. Lo dico senza giri di parole perché serve chiarezza sebbene si tratti di questioni terribilmente complesse: pensare di continuare con una austerità senza fine, a prescindere dal mutare del ciclo economico mondiale, fino al fatidico giorno in cui rispetteremo tutti i parametri, è una tragica illusione, letale per l’Italia e per l’Ue. Se si continua per questa via, non ci risolleveremo dalla recessione e, avendo di fatto consegnato, in seno al mes il potere di decretare la ristrutturazione del debito come condizione per poter accedere a tale fondo salva stati, all’asse franco-tedesco, nel giro di pochi anni, ci troveremo ad averne bisogno. Ma ristrutturare il debito, anziché monetizzarlo, significa staccare dei pezzi di carne viva dalle famiglie e dalle aziende italiane. Per farlo non basterebbe neanche una giunta militare in stile sudamericano. Il caos e l’ingovernabilità a quel punto sarebbero assicurati.

Una sana discussione sulla prospettiva è quella che prende atto di ciò, ora. Occorre superare il timore dello spread o di qualche altra forma di ritorsione e porre la questione del superamento dell’austerità in termini perentori e in funzione di un obiettivo ravvicinato di passaggio ad una completa Federazione europea. O si fa o non si fa. E dunque va considerato anche il che cosa fare nell’ipotesi della irremovibilità delle attuali politiche economiche e monetarie europee. Se non lo si fa, finiremo risucchiati dagli eventi nel bunker dei fautori di politiche drammaticamente procicliche, dove si rifugiano quei poteri che rifiutano di vedere che il mercantilismo viene fatto a pezzi dalle mutate condizioni globali, gettando in una crisi profonda le economie e gli Stati che lo avevano eretto a sistema.

Sanità, l’emergenza e gli enti locali. Troppa confusione.

La drammatica situazione che si è venuta a creare nel nostro paese, in tutto il nostro paese, richiederà, d’ora in poi, anche una attenta valutazione sul versante del governo della sanità. Settore decisivo nel nostro paese, e non solo per l’emergenza che ci sta attraversando. Certo, abbiamo assistito in questi giorni ad atteggiamenti poco responsabili dettati dalla confusione e dalla insopprimibile voglia di protagonismo.

È sotto gli occhi tutti. Abbiamo assistito ad uno scontro politico ed istituzionale tra il Presidente del Consiglio, sempre più politicamente inadeguato, e alcuni Presidenti di Regione proprio sul versante delle competenze in materia di sanità. Una situazione apparentemente paradossale che ha creato disorientamento nella stessa pubblica opinione senza contribuire a diradare le nubi su chi, concretamente, debba gestire la politica sanitaria nel nostro paese. Soprattutto di fronte ad una emergenza – mal gestita politicamente e mediaticamente ancor peggio – che sta mettendo a dura prova lo stesso “sistema Italia”. Ora, resto basito dell’assenza dell’Anci su questo versante.

Non una parola sul ruolo dei sindaci, istituzionalmente preposti e responsabili della sanità nelle rispettive comunità. Ma è proprio lo scontro tra il Governo centrale e alcune Regioni, poi ridimensionatosi per ragioni di opportunità, che resta francamente inaccettabile. Altroché continuare a blaterare di federalismo, di decentramento e di titolo V.

Appena ci troviamo di fronte ad una emergenza, e seria come quella che stiamo vivendo in questi giorni, abbiamo registrato la fragilità e il pressapochismo del nostro sistema istituzionale. Su questo versante si impone una riflessione. Seria e responsabile. E soprattutto da parte nostra, cioè di un movimento politico e culturale che affonda le sue radici nel popolarismo di ispirazione sturziana, e quindi nella cultura dell’autonomismo locale. E proprio la triste e drammatica vicenda sanitaria di queste settimane, adesso lo impone. 

Smart Working questo sconosciuto

Tra le grandi possibilità che l’era digitale offre, c’è anche la occasione di lavorare da casa o da qualsiasi altro luogo si ritenga idoneo per svolgere le propri mansioni e mettere a disposizione la professionalità propria a favore delle proprie aziende.

Insomma, basta possedere un computer fisso o portatile, capace di collegarsi on line con piattaforme semplici e complesse o programmi per lo svolgimento delle attività lavorative informatiche. In effetti, nelle aziende private, come negli uffici pubblici, tantissime lavorazioni potenzialmente potrebbero essere svolte a casa: ci guadagnerebbe il traffico, il dispendio di carburante, l’ambiente, la salute del lavoratore, il migliore rapporto con le esigenze familiari; ci guadagnerebbe anche la qualità e quantità del prodotto e la più efficace verificabilità della produzione individuale.

Qualche sperimentazione già da diversi anni si è realizzata nelle Poste Italiane, presso l’Enel e in qualche altra azienda grande; ma anche in questi luoghi di lavoro il ‘telelavoro’ (così è stato chiamato prima della rivoluzione digitale) ha riguardato uno sparutissimo numero di lavoratori. Se ne parla da più tempo di ‘passare il Rubicone che separa il vecchio lavoro dal nuovo, ma lo ‘Smart working’ al massimo coinvolge dirigenti di azienda che possono loro stessi decidere come, dove, quando è quanto lavorare.

Ma in questi giorni, complice il corona virus che consiglia il minore incontro possibile di persone durante la giornata, ha spinto il Ministero del Lavoro, a chiedere alle aziende attraverso un decreto di lavorare in Smart worcking, almeno fino al 15 marzo, nelle realtà territoriali dove il fenomeno del contagio è più rilevante. Cosicché in Lombarda, Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Piemonte e Friuli Venezia Giulia, dovranno organizzarsi nel modo che le attuali tecnologie digitali permettono, per salvaguardarsi la salute e nel contempo non perdere le possibilità di produzione, per non aggravare i bilanci familiari, come la stabilità delle imprese nel mercato internazionale, ed il prodotto interno lordo.

A fronte di queste decisioni positive, mi viene da dire che siamo proprio strani. Abbiamo sempre bisogno di avere intorno a noi circostanze eccezionali per decidere cose di buon senso ed opportune per il benessere delle persone e della Comunità. Speriamo che l’esperienza dello Smart Working continui anche dopo il 15 marzo, naturalmente dopo aver debellato il corona virus.

Istat: in calo il clima di fiducia dei consumatori, cresce quello delle imprese

A febbraio 2020 si stima una diminuzione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 111,8 a 111,4) mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese registra un aumento (da 99,2 a 99,8).

Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in flessione, seppur con intensità diverse. Più in dettaglio, il clima economico, il clima personale e il clima corrente registrano un lieve calo (da 123,8 a 123,4, da 108,4 a 107,8 e da 110,7 a 110,6, rispettivamente) mentre il clima futuro subisce una diminuzione più marcata (da 114,6 a 112,7).

Con riferimento alle imprese, segnali eterogenei provengono sia dall’industria sia dai servizi. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice aumenta da 100,0 a 100,6 mentre nelle costruzioni l’indice è in calo passando da 142,7 a 142,3; nei servizi la fiducia rimane stabile rispetto al mese scorso (a quota 99,4) e nel commercio al dettaglio l’indice aumenta da 106,6 a 107,6.

Per quanto attiene alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera migliorano i giudizi sugli ordini e le scorte di prodotti finiti sono giudicate in decumulo; le attese di produzione, tuttavia, sono in calo. Nelle costruzioni, l’evoluzione negativa dell’indice è determinata dal peggioramento dei giudizi sugli ordini.

Nei servizi di mercato, si rileva una dinamica negativa sia dei giudizi sull’andamento degli affari sia di quella delle attese sugli ordini. I giudizi sugli ordini, invece, sono in miglioramento. Nel commercio al dettaglio l’aumento della fiducia è trainato dalle attese sulle vendite, in deciso miglioramento. L’aumento delle attese è diffuso sia alla grande distribuzione sia a quella tradizionale.

Coronavirus: il Ministro Dadone firma direttiva per il lavoro agile

Spinta sul lavoro agile in favore del personale complessivamente inteso e sul lavoro flessibile con un occhio di riguardo per i dipendenti delle Pa affetti da patologie pregresse, che usano i trasporti pubblici o che hanno carichi familiari ulteriori connessi alle eventuali chiusure di asili e scuole dell’infanzia. Preferenza per riunioni, convegni e momenti formativi svolti con modalità telematiche che possono sostituire anche gran parte delle missioni nazionali e internazionali, escluse quelle strettamente indispensabili. Misure organizzative ad hoc per le prove concorsuali, in modo da evitare un’eccessiva vicinanza tra i candidati. Il rafforzamento della pulizia e dell’aerazione dei locali di lavoro, la raccomandazione di evitare sovraffollamenti, ma anche una maggiore dotazione di presidi di igiene e, soltanto per specifiche attività e laddove l’autorità sanitaria lo prescriva, di protezione individuale come mascherine e guanti monouso. Infine, diffusione del decalogo di regole di comportamento utili alla sicurezza dei pubblici dipendenti e dell’utenza.

Sono questi i contenuti principali della direttiva emanata dalla Funzione pubblica e indirizzata a tutte le amministrazioni, escluso il comparto scuola, che successivamente ne assicurano l’estensione a società controllate ed enti vigilati. I datori di lavoro pubblico che non insistono sulle aree coinvolte nell’emergenza portano avanti la loro attività e continuano a erogare i servizi in modo regolare. La direttiva potrà comunque essere integrata o modificata in ragione dell’evoluzione dell’emergenza sanitaria.

“Siamo di fronte a un documento di indirizzo che forniamo alle amministrazioni a tutela di lavoratori e cittadini. Stiamo mettendo in atto tutte le misure che servono a bilanciare l’imprescindibile esigenza di proteggere la salute e garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro con la necessità di mandare avanti la complessa macchina dello Stato e di assicurare i servizi essenziali, di cui il Paese ha comunque bisogno. Ma stiamo anche lavorando a una norma che possa dare piena protezione professionale ai dipendenti della Pa che saranno costretti ad assentarsi per cause di forza maggiore. Andiamo avanti con decisione e razionalità per rispondere al meglio all’epidemia da coronavirus”, commenta il ministro per la Pa, Fabiana Dadone.

Quando la tua terra non ti permette di restare: arte e migrazione

Le colonne neoclassiche che abbelliscono la facciata del Minneapolis Institute of Art non mostrano più il bianco della pietra, ma sono arancioni, nere e blu: l’artista cinese Ai Weiwei le ha infatti completamente foderate dei giubbotti salvavita usati da chi tenta di emigrare via mare, con mezzi di fortuna.

“Safe Passage”  sbarca – scrive l’agenzia Dire – così negli Stati Uniti, dopo le tappe europee. Stavolta l’installazione è però parte di una mostra più ampia dal titolo “Quando la tua terra non ti permette di restare: arte e migrazione”. Noto per il suo attivismo per i diritti umani, Ai Weiwei riporta all’attenzione un tema di attualità: quello delle migliaia di migranti in fuga da fame, guerre e persecuzioni che tentano di raggiungere l’Europa via mare anche a costo della vita.

Parte del progetto le decine di giubbotti di salvataggio donati dalle autorità di Lesbo, isola greca che assieme a varie altre del Mar Egeo accoglie i migranti. I trafficanti non si fanno scrupolo di far salire le famiglie su gommoni usurati o vecchi barchini, col risultato che spesso nei naufragi le persone perdono la vita.

Da più parti sono mosse accuse contro i governi e le istituzioni europee di non stare facendo abbastanza per evitare i naufragi, a fronte del calo negli ultimi anni delle richieste d’asilo accolte dagli Stati.

Ai Weiwei rilancia l’appello per la creazione di canali di viaggio legali sicuri per i rifugiati, tornando a impiegare l’arte come mezzo di comunicazione, e lo fa in uno Stato particolare degli Stati Uniti: il Minnesota, come ricordano le fonti locali, è il primo per numero di rifugiati accolti tra i 50 del Paese.

Il Coronavirus spiegato ai bambini

Mamma perché non andiamo all’asilo? La scuola è un posto pericoloso? Non potrò più vedere i miei amici e la maestra?

Sono queste alcune domande che i bambini stanno facendo ai propri genitori in questi giorni di emergenza Coronavirus. Ma anche i bimbi, specialmente i più piccoli, che non chiedono, o non sono in grado di farlo, si accorgono e potrebbero risentire di questa situazione di allarme generale. Perché, come spiega la Dott.ssa Antonella Vincesilao, Psicoterapeuta esperta in Psicologia dell’età evolutiva dell’Ospedalino Koelliker di Torino, “i nostri figli leggono il nostro comportamento non verbale, le nostre espressioni emotive e quindi non parlare loro delle nostre preoccupazioni rischia di non proteggerli ma di spaventarli ancor di più”.

Quando un evento imprevisto come il Coronavirus fa la sua comparsa è importante parlarne con i bambini nel modo adeguato, mentre “far finta di nulla” non è una strategia vincente.

In questi giorni di vacanza vedranno molte immagini al telegiornale, sentiranno interviste ad esperti e testimonianze di persone che vivono nelle “zone rosse”, incontreranno persone con guanti e mascherine e scopriranno che non potranno fare ritorno a scuola.” – spiega ancora la Dott.ssa – “Un gioco, un disegno o una storia potrebbero essere la chiave giusta per spiegare loro la situazione e per insegnargli le misure di sicurezza, vincendo insieme la paura!”.

Come spiegare dunque ai più piccoli il Coronavirus?

Ecco alcuni consigli da seguire:

1.     I bambini hanno bisogno di comprendere appieno ciò che accade intorno a loro. Condividete con loro le preoccupazioni cercando di rimanere sempre il più possibile tranquilli e fiduciosi.

2.     Per spiegare cosa sia il virus potete raccontare loro una breve e avvincente storia, come questa proposta dalla Dott. ssa Vincesilao:

A CACCIA DI COVID-19

Il Cugino Coronavirus (per gli amici Covid-19) arriva da molto lontano, è così piccolo da non vedersi se non con il microscopio elettronico. Appartiene alla famiglia Corona di cui si conoscono alcuni cugini, che da noi abitano già da molti anni come  alcuni membri della sua famiglia, forse li conosci già, portano la tosse, la febbre e il raffreddore, ma gli scienziati sono riusciti a trovare una cura per addomesticarli. Del cugino Covid-19 invece si conosce ben poco, dicono che sia molto dispettoso e che viaggi velocissimo, che quando si arrabbia diventi furioso e che sia difficile fermarlo. Non si sa molto su di lui, alcuni l’hanno già incontrato, altri ancora no, sappiamo però che gli piace stare in compagnia. Più persone ci sono e più è felice, salta da un posto all’altro, partecipa alle feste, va al cinema, si dedica al teatro, allo sport ma soprattutto ha la passione per i viaggi. Visto che non lo conosciamo ancora bene però abbiamo bisogno di catturarlo per studiarlo meglio e scoprire la medicina adatta per addomesticarlo. Si è già fatto vedere in alcune regioni d’Italia, dove gli abitanti si sono messi subito al lavoro per intrappolarlo. Anche qui da noi è stato avvistato, per questo si è deciso di chiudere alcuni luoghi affollati che possono incuriosirlo come le scuole, le società sportive e i cinema. Per riuscire in questa impresa c’è bisogno dell’aiuto di tutti, compreso il tuo!

 

3.     Ricorrete a giochi e musica per insegnare loro i modi per prevenire il contagio (ad esempio “Do the Global Handwashing Dance!”, il progetto video realizzato dall’Unicef per insegnare una corretta igiene ai più piccoli) e spiegate loro le regole igieniche di base in modo semplice:

–       Lavati spesso le mani, a Covid-19 piace infatti lo sporco

–       Copriti naso e bocca quando starnutisci o tossisci, sono i mezzi preferiti da Covid-19 per spostarsi

–       A Covid-19 non piacciono gli animali, per cui se ne hai uno, non preoccuparti, puoi fargli coccole a volontà!

La tutela della salute dei cittadini non richiede artificiosamente un governo di salute pubblica

L’attacco concentrico di Renzi e Salvini sottopone il capo del governo a un nuovo stress test d’indubbia rilevanza. Può darsi che l’apparenza inganni e dietro la manovra dei due Matteo non vi sia alcuna convergenza strategica, rimanendo distinte le rispettive traiettorie di medio periodo. Eppure, a giudizio di molti, si va materializzando il sospetto che un cambio di assetto politico costituisca l’obiettivo di questa ennesima operazione destabilizzante.

L’ipotesi di un governo di unità nazionale, complice l’emergenza del coronavirus, è suggestiva e strampalata al tempo stesso: suggestiva perché il Paese ha bisogno di una iniezione di fiducia e serenità, che solo esiste in quanto le forze politiche convergano sul terreno di una comune responsabilità; strampalata, invece, proprio in ragione di un eccesso di buona volontà, destinato a sfrangiarsi immediatamente, con rischi di gravosi contraccolpi.

Non si capisce, in effetti, cosa dovrebbe rappresentare un esecutivo congegnato secondo una logica di precipitosa e dunque fragile aggregazione di forze che fino ad ora sono apparse radicalmente contrapposte. Un governo di solidarietà nazionale non s’inventa dall’oggi al domani, nemmeno in una fase di particolare tensione psicologica per il rischio, non ancora pienamente fugato, di contagio virale.

Intanto l’unico risultato, di per sé felice, che l’iniziativa renzian-salviniana produce è quello della progressiva trasformazione di un movimento a base populista, originariamente anti sistema, in partito consapevole delle proprie decisive funzioni di coprotagonista nella gestione della cosa pubblica. In questo passaggio difficile, un po’ si è attenuata la sensazione di inaffidabilità che il M5S ha guadagnato sul campo per le improvvisazioni dei suoi leader, a partire da Di Maio.

Il problema, a questo punto, è proprio Conte. Non può rimanere sospeso, metà leader super partes e metà leader di partito, a seconda delle circostanze. La sua popolarità va tradotta in uno schema politico più rigoroso e consistente. In sostanza deve fare una scelta, anzitutto nell’interesse del Paese e poi, legittimamente, anche nel suo. L’impressione è che abbia molto da temere, da qui in avanti, se come “avvocato del popolo” si riterrà esentato dall’obbligo di una precisa definizione del suo profilo pubblico, rinunciando a costituirsi punto di riferimento politico anche per un nuovo “centro”, tutto ancora da inventare.

Si apre la corsa per la guida della Cdu

Kay Nietfeld

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano 

Hanno in mente direzioni diverse e saranno i veri avversari nella partita per guidare l’Unione cristiano-democratica (Cdu) del post-Merkel. Il governatore della Renania Settentrionale – Vestfalia Armin Laschet e l’avvocato finanziario Friedrich Merz sono scesi ieri in campo ufficialmente in vista del voto del 25 aprile al congresso straordinario dei cristiano-democratici. 

La vera novità della giornata è stata però la rinuncia di Jens Spahn, il giovane ministro della Salute, che ha stretto un’alleanza a sorpresa col governatore della Renania Settentrionale – Vestfalia e si è proposto come suo vice in caso di vittoria: una mossa strategica, che rafforza il candidato ritenuto più in continuità con il cancelliere Merkel.

«Corro per la vittoria, non per un posto» ha detto ieri senza giri di parole Merz, come noto sostenuto da Wolfgang Schäuble, presidente del Bundestag. Con Laschet, ha rimarcato Merz in una conferenza stampa, si sceglie la continuità con Angela Merkel. Si apre «una nuova partenza per il futuro di un partito che vuole rivolgersi soprattutto ai giovani». Merz ha parlato esplicitamente all’elettorato più conservatore nell’0biettivo di recuperare i voti emigrati verso Alternative für Deutschland. Ma rispetto all’ultradestra traccia una linea precisa: «Il caso Turingia non doveva accadere, serviva un piano B fin dal primo giorno». Un chiaro riferimento alla disfatta della Cdu nelle recenti elezioni in Turingia. 

Merz ha comunque voluto mandare un messaggio di collaborazione con Merkel. «Sono certo che troveremo una via ragionevole» con il cancelliere, «ma le decisioni del partito non potrà più prenderle lei, come accaduto in passato». Il candidato non ha poi nascosto le sue critiche nei confronti dell’Unione europea e delle decisioni della Banca centrale europea (Bce). «Non ho mai fatto mistero di vedere criticamente le misure della Bce nella crisi del debito» ha detto. E sul caso greco ha rivendicato la linea dura: «Era giusta la linea di Schäuble, che l’avrebbe voluta fuori dall’euro». Merz dice di «volere più Europa e più responsabilità della Germania sui migranti: non sono un problema italiano o greco, ma una questione europea».

Laschet, dal canto suo, può vantare una lunga esperienza da amministratore sul campo, come dimostra anche l’esempio di buon governo nella Renania Settentrionale – Vestfalia, immagine di «un Paese che sa unire ecologia ed economia» come ha detto presentando la sua candidatura alla guida della Cdu in una conferenza stampa a Berlino. Il governatore si è posto anche come figura in grado di riunificare l’Unione dopo le tensioni del passato. E del resto l’appoggio di Spahn garantirà la confluenza dei voti di un’ala più a destra nel partito. «La coesione della società e lo smantellamento delle paure è il nostro compito» ha detto Laschet. «Economicamente siamo forti e abbiamo successo e ciononostante c’è tanta scontentezza nella società, tanta rabbia, aggressività, odio» ha aggiunto. «La Cdu si trova attualmente nella crisi più grave della sua storia» ha spiegato Spahn motivando la sua scelta di sostenere Laschet. Per questo — ha spiegato — occorre trovare unità e coerenza.

Nuovo coronavirus: a infezione globale, soluzioni condivise

In modo tanto repentino quanto imprevisto, il 21 febbraio l’Italia ha registrato i primi casi di COVID-19 a carico di persone mai state in Cina e quindi contagiate sul territorio nazionale. Con rapidità, nel giro di pochi giorni, le persone positive al test sono diventate alcune centinaia, abbiamo iniziato a contare le prime vittime e a fare i conti con le “zone rosse” messe in quarantena nel lodigiano e nel padovano, con la chiusura di scuole, università e il blocco di manifestazioni sportive, culturali e persino religiose in ampie zone del Paese.

Niente di tutto questo era prevedibile quando, una settimana prima, abbiamo chiuso il numero di marzo di Aggiornamenti Sociali, il cui editoriale è dedicato proprio a una riflessione sulle dinamiche che il COVID-19 ha scatenato in ambito sanitario, economico e mediatico. Allora si trattava di un fenomeno che ci pareva di poter osservare tutto sommato “da lontano”, mentre oggi ne sentiamo con forza gli effetti direttamente sulla nostra pelle. Quello che allora valeva per i cinesi, riguarda oggi gli italiani, come alcune reazioni internazionali iniziano a mostrare.

Al netto del carico emotivo, che è indubbiamente cresciuto, le dinamiche di fondo restano però sostanzialmente le stesse. Per questo riteniamo interessante anticipare di qualche giorno la pubblicazione dell’editoriale di marzo – disponibile da oggi online sul sito internet di Aggiornamenti Sociali – intitolato «Nuovo coronavirus: a infezione globale, soluzioni condivise». Anzi, oggi capiamo ancora meglio quanto l’infezione sia davvero globale e quanto grande il bisogno di soluzioni condivise. Comprensibilmente il lettore non troverà nell’editoriale alcun riferimento alla situazione italiana e alla sua evoluzione, e dovrà quindi adattarne le parole al nuovo contesto, ma siamo fiduciosi che si tratti di un contributo utile a mettere a fuoco come vivere in modo maturo la situazione che il Paese sta affrontando. Ci sembra ancora più vero quanto scrivevamo nella conclusione: «Alla giusta dose di quarantena occorre saperne accoppiare una altrettanto giusta di collaborazione e solidarietà».

 

Un disciplinare garantirà la provenienza dei cereali italiani a partire dal seme

Grano tenero, grano duro, orzo e triticale da oggi potranno essere tracciati a partire dal seme grazie al nuovo disciplinare “Seme di Qualità”. Gli agricoltori italiani avranno così accesso online ai dati sulle caratteristiche delle sementi che acquistano e che sono alla base di alcune delle colture più strategiche del Made in Italy.

Il disciplinare “Seme di Qualità” è stato elaborato da Convase (Consorzio per la valorizzazione delle sementi), che riunisce 23 aziende che rappresentano il 40% della produzione nazionale di sementi certificate di cereali a paglia. Il supporto che Cia-Agricoltori Italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza Cooperative Agroalimentari hanno riconosciuto al progetto testimonia la necessità di poter disporre di uno strumento che in maniera trasparente fornisca dati utili per un uso agronomico ottimale delle sementi e la produzione di raccolti di elevata qualità.

In Italia sono Puglia, Sicilia ed Emilia Romagna le regioni maggiormente interessate alla coltivazione di grano duro, grano tenero e orzo. Nel 2019 le superfici produttive per queste tre colture sono state di 2 milioni di ettari, per una produzione di 7,7 milioni di tonnellate, facendo registrare un calo rispetto ai dodici mesi precedenti di oltre il 3% (dati Istat).

Parallelamente anche l’uso di seme certificato per queste specie fondamentali per il nostro sistema produttivo e per le nostre produzioni tipiche sta registrando contrazioni significative anno dopo anno. Un esempio è il caso del grano duro, punto di partenza di un simbolo del nostro agroalimentare come la pasta, dove si assiste all’impiego di seme non certificato per oltre il 50% delle superfici (elaborazione Assosementi su dati Istat, 2019).

Una situazione che si riscontra anche per altre colture cerealicole, dal grano tenero all’orzo, con il risultato di non poter garantire la piena tracciabilità delle produzioni. Ciò ovviamente comporta una involuzione dell’intero sistema produttivo che vede ridursi costantemente la disponibilità di materiali innovativi e perde quindi in competitività registrando, al tempo stesso, crescenti problematiche di tipo sanitario.

Proprio per questo il progetto “Seme di qualità” rappresenta un primo significativo passo che vede protagonisti i principali attori della filiera produttiva impegnati su un tavolo comune in grado di favorire il confronto fra i diversi settori produttivi tutti orientati verso l’ottenimento di un unico obiettivo: la qualificazione delle produzioni nazionali e la valorizzazione delle filiere produttive italiane.

Cambiamento climatico: Una grande minaccia globale

Il cambiamento climatico, cioè il cambiamento del clima globale e in particolare i cambiamenti delle condizioni meteorologiche che si estendono su larga scala temporale, rappresentano una grande minaccia esistenziale globale.

L’effetto serra provoca l’aumento della temperatura del pianeta principalmente a causa dell’enorme aumento del biossido di carbonio, che è aumentato del 35% dall’inizio della rivoluzione industriale. E, naturalmente, la parte del leone nell’inquinamento dell’atmosfera con il 50% di tutto l’anidride carbonica ha l’Europa e il Nord America come principali autori. Tutti gli altri paesi insieme sono responsabili dell’altra metà, mentre i paesi più poveri sono i meno responsabili. Tuttavia, le persone che vivono in questi paesi sono loro che soffriranno più fortemente delle conseguenze.

Le cause del cambiamento climatico sono principalmente identificate nella combustione di combustibili fossili (carbone, petrolio, benzina, gas naturale, ecc.) che rappresentano il 50% delle emissioni totali, nella produzione e nell’uso di sostanze chimiche di sintesi, nella distruzione delle aree forestali che contribuisce alla produzione di gas aggiuntivi nell’atmosfera e, naturalmente, all’effetto serra del 15% e nell’agricoltura convenzionale e nell’allevamento che rappresentano il 15% delle emissioni.

Gli scienziati hanno suonato il campanello d’allarme e avvertito  che se non vi fosse alcuna azione coordinata globale da parte di leader politici, governi, industrie e cittadini in tutto il mondo, probabilmente la temperatura del pianeta supererà i 2 ° C rispetto ai livelli preindustriali entro il 2060 e l’aumento potrebbe anche raggiungere i 5 ° C entro la fine del ventunesimo secolo, il che renderà problematica la vita delle generazioni future.

Un tale aumento della temperatura del nostro pianeta avrà un impatto devastante sulla natura, causando cambiamenti irreversibili in molti ecosistemi e conseguente perdita di biodiversità, cioè tutti gli organismi viventi e le specie che compongono la vita sul pianeta, cioè gli animali, uccelli, pesci e piante (fauna e flora).

Molte specie dovrebbero scomparire dalle aree che saranno direttamente e gravemente colpite dal cambiamento climatico.
Oggi, rispetto al 1850 -da quando è iniziata la registrazione dei dati- si osserva un aumento della temperatura di 1,1 ° C. Quindi, è di vitale importanza, che l’aumento non superi 1,5 ° C, perché come stimano gli scienziati, oltre questo punto cruciale non ci sarà modo di tornare indietro.

Il cambiamento climatico, tuttavia, dovuto alle attività umane, è una realtà tangibile e sta già influenzando negativamente il nostro pianeta. I settori responsabili della produzione di gas a effetto serra sono principalmente il settore della produzione di energia (unità di produzione di energia elettrica, raffinerie) ma anche le attività industriali, i moderni mezzi di trasporto (automobili, aerei, ecc.) .

Quindi, gli eventi meteorologici estremi, gli incendi incontrollati in foreste come l’Amazzonia, le ondate di calore, le forti piogge, le siccità prolungate che creano gravi problemi alimentari nelle aree colpite del pianeta, i potenti uragani stanno diventando più frequenti, costando decine di migliaia di vite ogni anno e causando enormi disastri.

Il ghiaccio e la neve sui poli si stanno sciogliendo e il livello medio del mare sale.

Cosa che causa inondazioni ed erosione su coste e zone costiere di pianura e crea rifugiati ambientali. Se questo sviluppo sfavorevole continua, aree come i Paesi Bassi e Venezia saranno a rischio di perdersi permanentemente sotto le acque del mare come nuova Atlantide.

Il cambiamento climatico aumenta anche le malattie esistenti in tutto il mondo, ma ne crea anche di nuove e può anche portare a morte prematura. Troppe malattie sono particolarmente sensibili al cambiamento di temperatura. Malattie trasmissibili come la febbre gialla, la malaria, l’encefalite e la febbre dengue, ma anche disturbi alimentari, malattie mentali, malattie cardiovascolari e malattie respiratorie.

Il cambiamento climatico avrà anche impatti negativi sulle economie dei paesi, dato che le alte temperature minano la produttività della maggior parte dei settori dell’economia, dal settore agricolo all’industria. Gli scienziati prevedono che entro la fine del secolo, il PIL globale sarà sceso del 7,22% .

L’adolescente attivista Svedese contro il cambiamento climatico, Greta Thunberg, è riuscita nel modo più vigoroso e rumoroso a passare il dibattito su questo enorme problema, dai capi di stato e di governo alle discussioni amichevoli, mobilitando milioni di persone in tutto il mondo, in particolare i giovani, che hanno iniziato a manifestare chiedendo ai governi l’immediata adozione di misure per il confronto dei cambiamento climatico.

La stessa Greta Thunberg afferma che le misure che sono state prese per ridurre i gas a effetto serra e, soprattutto, l’anidride carbonica non sono sufficienti.
Quindi, quali sono le misure appropriate da adottare senza indugio per ridurre efficacemente le emissioni di gas serra entro il 2050 e mantenere la temperatura a + 1,5 ° C?
Le politiche di base per mitigare risolutamente il problema consistono nella promozione e nell’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili (eolico, solare, biomassa, ecc.), Il miglioramento dell’efficienza energetica, la riduzione drastica dello sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas e l’imposizione di tasse sul carbonio al fine di limitare l’uso dei combustibili fossili e quindi ridurre in modo significativo le emissioni di biossido di carbonio entro il 2030 ed eliminarle al più tardi entro il 2050, la rapida riduzione delle emissioni di metano, nerofumo e altri inquinanti di breve durata che gravano sul clima, il ripristino e la protezione degli ecosistemi e, soprattutto, delle foreste.

L’accordo di Parigi, il primo accordo universale e giuridicamente vincolante per il clima, è entrato in vigore nel 2016 con grande ottimismo e manifeste ambizioni, nonostante la dichiarazione ufficiale di partenza degli Stati Uniti, che è uno dei maggiori inquinatori.

Sono trascorsi quattro anni da allora e non ci sono risultati sostanziali, fatto che solleva seri dubbi sulla reale volontà politica di affrontare questo problema globale particolarmente minaccioso.

In conclusione, vorrei sottolineare che gli effetti del cambiamento climatico saranno così drammatici che la civiltà umana rischia di crollare come una torre di carta. Quindi, di fronte a questa  pericolosa crisi climatica, i cittadini di tutto il mondo dovrebbero aumentare ulteriormente la loro mobilitazione e i leader politici dovrebbero finalmente porsi all’altezza della situazione e prendere immediatamente le misure drastiche necessarie, prima che sia troppo tardi, per invertire questa rotta insostenibile e salvare il pianeta.

Amazon Go: a Seattle il supermercato più grande senza casse

Si chiama Amazon Go Grocery ed è un vero e proprio supermercato senza casse e addetti alla vendita, che offre una vasta gamma di articoli alimentari.

Il negozio occupa 996 metri quadrati, circa 700 in più rispetto agli altri Amazon Go aperti negli Stati Uniti, che si estendono per una superficie compresa tra i 110 e i 210 metri quadrati.

Amazon afferma che il negozio combina la disponibilità dei prodotti e i prezzi bassi di una catena di negozi come Publix o Walmart con la praticità e i rapidi tempi di acquisto del suo modello Go, con una selezione che include sia grandi marchi tradizionali che prodotti biologici locali. Si unisce ai quasi 20 negozi Go attualmente aperti in tutto il paese in città come New York e San Francisco.

Fino ad ora i negozi Go si sono concentrati su cibi preparati, snack e una leggera quantità di prodotti alimentari tra cui cibi surgelati e condimenti. Alcuni hanno acquisito anche licenze per vendere alcolici. Ma nessun negozio Go fino ad oggi ha le dimensioni o la portata del nuovo Go Grocery di Amazon.

 

Coronavirus. Una crisi post-globalista.

Gli ultimi tre mesi sono stati particolarmente interessanti per i sociologi. Si, non soltanto per i virologi. L’epidemia di coronavirus, esplosa in Cina nel dicembre del 2019, ha colpito con alcune centinaia di contagiati e pochissimi decessi (tra anziani già malati) in tutta Europa. In Italia sembrano essersi scoperti tutti igienisti. Mascherine, alcool, candeggina. Sembra che gli italiani prima del virus vivessero in una specie di trogolo, in cui passassero il tempo a sguazzare.

I sociologi impegnati nell’analisi della psicologia di massa si sono ingolositi. La psicosi dilagante è chiaramente sproporzionata, per ora, all’entità del male. Chiaramente il virus è particolarmente contagioso. Sebbene virulento, non si dimostra più pericoloso di una forte influenza stagionale.

Non è sminuendo un problema che lo si risolve; tuttavia cercare di inquadrarlo, passo dopo passo, nel giusto contesto, aiuta a definire e rimodulare costantemente l’entità del male. E’ saggio non abbassare la guardia. Forse, da questo periodo, ci sveglieremo più attenti e, in definitiva, più scrupolosi per quanto concerne l’igiene pubblica. Non quella privata, in cui ancora gli italiani sono particolarmente solerti. Il web come mass media per eccellenza ha bombardato da subito con milioni di informazioni. Molte delle quali di dubbia autenticità.

Il “coronavirus affaire” ha dimostrato quanto l’ignoranza sia diffusa nel nostro Paese e quanto incida negli equilibri sociali. L’abitudine a non vivere informati, a non acculturarsi, informandosi molto (e male) soltanto quando c’è un’emergenza, sta procurando una psicosi diffusa.

Quando si seppe che in Italia vi erano ben 2 contagiati è quasi scoppiato il panico. Con un morto, le persone hanno fatto incetta di mascherine e disinfettanti. Ci “siamo” fatti prendere dal panico per un decesso e pochi contagiati da questo virus, quando, probabilmente, quasi tutti ignorano che in Italia, ogni anno, vengono riconosciuti dai 6 ai 9 malati di lebbra. Si, lebbra, una parola atroce, che fa paura quanto “peste”.

Un morbo batterico particolarmente feroce, molto antico e che i più credono scomparso, o confinato in qualche cimicioso Paese terzomondista. In Italia i quattro centri di ricerca sulla lebbra (Genova, Gioia del Colle (Bari), Messina e Cagliari) hanno il compito di riconoscere la malattia e guarirla, quando possibile, grazie alla terapia PCT, una polichemioterapia attiva dal 1981 e che si basa sull’assunzione di ben tre farmaci.

Il problema della lebbra consiste nel fatto che il suo studio è difficile, in quanto il batterio non si sviluppa sotto vetro in laboratorio, ma preferisce farlo direttamente nel corpo umano. Questo rende ancor più difficoltoso il suo studio.

Se noi sapessimo che dall’India o dall’Africa un turista ha importato la malattia nel nostro Paese, come ci comporteremmo? Bene, tutti gli anni ce ne sono alcuni, ma pare non interessare. Questa riflessione serve a chiarire quanto sia importante mediare tra l’indifferenza e l’allarmismo. Non facciamoci quindi trovare impreparati. Ma non soltanto dal coronavirus. La società in cui viviamo, con meno confini, è sempre più globale. Questo porterà a dover fare i conti non soltanto con il viaggio dei turisti e dei migranti ma anche con quello dei parassiti e delle malattie. Ci porterà a dover fare i conti anche con il nostro provincialismo, a cui dobbiamo sostituire un nuovo atteggiamento: quello del cittadino e della cittadina post-globali.

La paura? Manca anche la cultura dell’unità nazionale.

La polemica politica, almeno quella più sterile ed inconcludente, ha sospeso la sua incessante ed inutile attività quotidiana. Ma, ci vuol poco a capirlo, riprenderà in tutto il suo splendore – si fa per dire – appena l’emergenza sanitaria internazionale, e nazionale, si attenuerà. 

Ora, l’unica riflessione che mi sento di avanzare in un momento così delicato e così drammatico per il nostro paese, è quello di capire perché la strategia “dell’unità nazionale” non riesce più a far breccia nella cittadella politica italiana. Certo, il dibattito, cioè gli insulti, le demonizzazioni e gli attacchi personali sono stati momentaneamente sospesi. E non poteva essere altrimenti. Ma è solo un fuoco che arde sotto le ceneri. E questo per un semplice motivo. E cioè, quando la politica è vittima e schiava delle percentuali legate ai sondaggi quotidiani, le costanti di fondo non possono che essere quelle legate alle continue e reiterate provocazioni. Un esempio per tutti. Il comportamento politico del capo di Italia Viva, Matteo Renzi. Anche se non è il solo, come ovvio e scontato. 

Ma, fatta questa riflessione persin oggettiva nonché purtroppo veritiera, resta aperta la vera domanda politica. E cioè, perché il sistema politico italiano non riesce più a declinare una vera “unità nazionale” neanche di fronte ad eventi così drammatici che scuotono le coscienze dei cittadini mettendo a rischio la stessa tenuta democratica per le comprensibili e più che giustificate preoccupazioni di tutti i cittadini italiani? 

Le risposte, probabilmente, sono sostanzialmente due. 

Innanzitutto perché la politica non è più popolata da statisti ma da pianificatori del consenso. Le stagioni politiche che hanno prodotto nelle diverse fasi storiche la strategia della cosiddetta “unita’ nazionale” nascevano da situazioni drammatiche che scuotevano l’opinione pubblica e che richiedevano una unità politica indispensabile per poter affrontare adeguatamente e con senso di responsabilità le emergenze che si presentavano all’attenzione dei governanti. Leader politici e statisti che sapevano anteporre sempre gli interessi generali ai calcoli politici del momento. Oggi, e da molto tempo purtroppo, così non è più. 

In secondo luogo manca del tutto la capacità di interpretare la politica come ricostruzione del cosiddetto “bene comune” partendo anche dal pieno riconoscimento politico dell’avversario. Perché di questo si tratta. E cioè, l’obiettivo politico di fondo resta sempre quello di distruggere il nemico. Altroché il rispetto dell’avversario politico. Altroché continuare a demonizzare la prima repubblica come ci hanno predicato per anni i 5 stelle. È sufficiente ricordare il rispetto tra gli statisti della Democrazia Cristiana e alcuni leader del Partito comunista italiano anche quando i contrasti politici erano forti e visibili e il dibattito politico era, a tratti, anche caratterizzato da toni aspri e senza colpi. Ma non era difficile, in momenti cruciali e delicati per la vita democratica del nostro paese, convergere attorno ad un minimo comun denominatore in grado di governare insieme l’emergenza senza mettere in difficoltà l’equilibrio democratico dell’intero paese. 

Ecco perché, oggi, di fronte a questa inedita sfida, la politica nel suo complesso non può più permettersi di continuare ad abdicare al suo ruolo tradizionale e storico. Anche se mancano gli statisti e, soprattutto, la cultura e la tensione del “bene comune”. Ne va della nostra credibilità come sistema paese e anche della tranquillità e della sicurezza di tutti i cittadini. 

La sanità in mano alle regioni è un problema

In queste ore si fa più chiaro il nesso tra disordine e frammentazione che caratterizza la gestione dell’emergenza coronavirus.

Non si può ignorare il problema. L’ex ministro della Salute, Sirchia, ha parlato di moltiplicazione dei messaggi che genera disorientamento nella pubblica opinione. 

“Ricordo che la salute pubblica – dice Sirchia in una intervista a formiche.net – non interviene solo per il coronavirus, ma ad esempio anche in caso di minaccia atomica. In queste condizioni di vera emergenza siamo costretti a negoziare con le Regioni”. Far finta di non capire è dunque la cosa peggiore.

Spiace constatare che mentre si discute di come prevenire il contagio, sapendo che non esistono barriere fisiche o strumentazioni tecniche in grado d’impedirlo, i rappresentanti delle Regioni sembrano preoccupati di difendere l’orticello del loro potere. Il contagio si combatte in Lombardia o in Veneto, con misure su scala locale? È ben evidente che le esigenze di tutela della salute pubblica richiedano in questo caso provvedimenti ad ampio raggio, sotto la piena responsabilità dello Stato.

Questa condizione di fragilità, in gran parte dovuta alla disarticolazione del quadro delle competenze, deve trovare una risposta adeguata. Alle Regioni va tolta la gestione, anche con le necessarie modifiche al Titolo V della Costituzione, prevedendo una funzione nel campo della tutela della salute pubblica che veda in esse un presidio di sana cooperazione con lo Stato centrale (non di competizione).

Superata l’emergenza, questo confronto politico dovrà essere sviluppato con forza per arrivare a una diversa configurazione del nostro ordinamento sanitario. 

Una riflessione sulla Quaresima

In questi giorni, nelle diversi parti del mondo, in particolare nelle società in cui prevale la cultura cattolica, si assiste alle celebrazioni di carnevale. Che significato ha in realtà il carnevale? È la sfilata in strade di persone mascherate? O è la baldoria sfrenata in Brasile? Consiste in ingozzarsi di dolci, salumi e bere fino ad ubriacarsi? Come le altre tradizioni religiose influenzate dalla secolarizzazione, anche il carnevale si è allontanato dal suo significato originario.

Il termine “Carnevale” deriva dalla locuzione latina “carnem levare” con significato di “privarsi della carne” e si riferiva all’ultimo banchetto che si teneva l’ultimo giorno subito prima del periodo di astinenza e digiuno di attesa della Pasqua, ossia il giorno prima di entrare nel periodo di Quaresima. Mentre nella tradizione ortodossa in questo periodo ci si allontana da tutti gli alimenti animali; in quella cattolica, a seguito in particolare delle riforme del 1965, si evita di mangiare per quaranta giorni cibi che piacciono e che in genere creano una certa dipendenza. Ad esempio gli italiani cattolici che seguono questa dieta, evitano gelati, caffè, vino e dolci. Un’altra tendenza ancora è quella di sospendere i social media ed astenersene dall’uso. Non manca anche chi mette da parte i soldi dei dolci non mangiati, caffè non bevuti per quaranta giorni per darli ai bisognosi.

Considerare la Quaresima meramente come astinenza dal mangiare la carne non permette di coglierne la dimensione spirituale. Nel senso più profondo, è abbandonare il corpo fatto di carne, i desideri e i piaceri mondani, rafforzando la dimensione spirituale e morale. Il primo giorno di Quaresima, ovvero il Mercoledì delle Ceneri, i partecipanti alla messa in chiesa ritornano a casa con la cenere cosparsa sulla loro fronte. La cenere è il segno della fragilità e mortalità del corpo uomo, rammentando la sua origine e la sua fine. “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”, ovvero: “Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Si tratta pertanto di un periodo di preparazione e riabilitazione spirituale per tutto l’anno. Oltre ad evitare pettegolezzi, calunnie, parole offensive, si dovrebbe fare del bene al prossimo, comportarsi in modo gentile e generoso, correre all’aiuto del bisognoso. Attraverso le preghiere e le meditazioni aggiuntive durante la giornata e le letture settimanali della Bibbia si cerca di elevarsi anche spiritualmente.

Quest’anno, mentre il 26 febbraio, con il Mercoledì delle Ceneri, i cristiani manifestano la loro intenzione di entrare nello spirito della Quaresima, il giorno subito dopo nella Notte dei Doni, Laylat al-Raghaib, che segna l’inizio dei tre mesi sacri dell’Islam, i musulmani esprimono la loro intenzione di entrare nello spirito di Rajab, Sha’ban e Ramadan e vivere un periodo molto simile a quello della Quaresima. 

Questa coincidenza potrebbe essere una bella occasione per i credenti delle due religioni per scoprire la dimensioni spirituali del dialogo e abbandonare non solo i desideri mondani e carnali ma anche i pregiudizi reciproci. 

 

Coronavirus, garantiti i rifornimenti di frutta e verdura

I rifornimenti di frutta e verdura sono garantiti dagli agricoltori in tutte le aree del Paese con i mercati generali all’ingrosso che hanno aperto e funzionano regolarmente, da Milano a Padova fino a Roma.

Lo rende noto la Coldiretti in riferimento alla corsa agli acquisti che si sta verificando in supermercati e negozi. Nel week end si è registrato un aumento della spesa per prodotti alimentari freschi e trasformati stimato tra il 5 e il 10%, secondo il monitoraggio della Coldiretti nei mercati di Campagna Amica.

La crescente preoccupazione – sottolinea la Coldiretti – sembra spingere molti a fare scorte con la sollecitazione delle autorità alla limitazione degli spostamenti per evitare la diffusione del contagio.

Anche perché – continua la Coldiretti – nelle aree già a rischio sono state adottate misure cautelative con la chiusura di negozi, centri commerciali e mercati all’aperto per evitare forme di aggregazione. Tra i prodotti piu’ richiesti – conclude la Coldiretti – frutta, verdura e carne ma anche altri alimenti conservabili.

 

Il rapporto React su terrorismo e radicalismo islamico in Europa

Circa 390 morti e 2.359 feriti per terrorismo di matrice jihadista dal 2014 al 2019. È il primo dato che emerge dal Rapporto sul terrorismo e il radicalismo islamico in Europa di React, l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo,

I numeri del fenomeno analizzati.

18 gli attacchi terroristici ed episodi di violenza di matrice jihadista nel 2019: Francia (9), Italia (2), Paesi Bassi (3), Norvegia (2), Regno Unito (1) e Svezia (1), per un totale di 10 persone uccise e 46 ferite.

La maggior parte delle azioni ha visto l’uso di coltelli (76%) e armi da fuoco (18%); solo in un caso (Lione) è stato fatto uso di esplosivi. Un trend in linea con l’evoluzione di un fenomeno che ha registrato in Europa, nel 2014-2019, 120 azioni violente “in nome del jihad”, con 390 morti e 2359 feriti: sette attacchi su dieci si sono concentrati nel periodo di massima espansione dello Stato islamico (2015-2017).

Il 56% degli attacchi è registrato come fallimentare, il 22% è un successo tattico, sebbene nel 78% dei casi sia stato ottenuto un risultato significativo in termini di danni: è questo un grande risultato per i terroristi, perché non mirano solo ad uccidere e ferire, ma a dividere le nostre società e a diffondere odio e intolleranza.

Il Rapporto si sofferma anche sul possibile collegamento tra immigrati e terrorismo: “Dal gennaio 2014, 44 rifugiati o richiedenti asilo sono stati coinvolti in 32 complotti jihadisti in Europa. Sebbene la maggior parte di questi soggetti si sia radicalizzata prima dell’ingresso in uno dei Paesi europei, tuttavia i processi di radicalizzazione avviati dopo l’arrivo in Europa sono divenuti più comuni a partire dall’autunno del 2016. Nel complesso – annota la ricerca – il periodo di latenza tra l’arrivo in Europa e la partecipazione a un’azione terroristica in genere associata allo Stato islamico è di 26 mesi”.

Nuovo Coronavirus: il CNT dispone test su tutti i donatori di organi

In considerazione della rapida evoluzione epidemiologica della diffusione del nuovo Coronavirus SARS‐CoV‐2 nel nostro Paese, sebbene ad oggi non siano state documentate trasmissioni mediante donazione di organi, tessuti e cellule e il rischio non sia attualmente noto, il Centro nazionale trapianti ha rafforzato le misure di prevenzione infettivologica sui donatori segnalati nelle Regioni italiane che hanno registrato casi di contagio.

Per quanto riguarda i prelievi di organi e tessuti da donatore deceduto, è stata disposta l’esecuzione del test specifico per la ricerca di SARS‐CoV‐2 sulle secrezioni respiratorie (tampone rino‐faringeo o BAL) di tutti i donatori segnalati in LombardiaVenetoPiemonteEmilia Romagna e Provincia di Trento. In caso di positività sarà necessario procedere alla verifica dell’eventuale viremia con prelievo di sangue. Il risultato del test dovrà essere disponibile prima del prelievo degli organi e dei tessuti ed in caso di positività il donatore sarà ritenuto non idoneo.

Per i donatori segnalati nelle altre Regioni, la Rete nazionale trapianti manterrà un’attenta sorveglianza anamnestica del donatore che abbia soggiornato nelle Regioni a rischio o in Cina nei 28 giorni precedenti la donazione. In questi casi verrà immediatamente attivata la task force infettivologica del Centro nazionale trapianti, già normalmente operativa per le potenziali donazioni di difficile valutazione clinica.

Le stesse disposizioni si applicano ai donatori viventi di organi, tessuti e cellule staminali emopoietiche (CSE) da sangue midollare, periferico e cordonale che risiedono in LombardiaVenetoPiemonteEmilia Romagna e Provincia di Trento: test specifico e, in caso di positività, sospensione temporanea della donazione e immediato coinvolgimento della task force infettivologica nazionale. Per i donatori viventi delle altre regioni dovrà essere applicato il criterio di sospensione temporanea di 28 giorni per i donatori che abbiano soggiornato nelle regioni a rischio o in Cina.

Il sistema di vigilanza del CNT era già intervenuto due volte dall’inizio dell’emergenza, in occasione di due donazioni potenziali di cittadini cinesi deceduti in Italia. In entrambi i casi i test specifici avevano dato esito negativo e i prelievi erano stati effettuati normalmente.

Infine, il Centro nazionale trapianti invita i pazienti trapiantati e in trattamento con immunosoppressori a evitare, ove possibile, luoghi di grande assembramento di persone e di utilizzare dispositivi di protezione individuale (come le mascherine) e raccomanda alle Regioni di assicurare la continuità di cura per i pazienti trapiantati e percorsi di accesso alle strutture ospedaliere che minimizzino il rischio di trasmissione.

Centro, non è né trasformismo né tatticismo.

Continua il dibattito e il confronto sulla cosiddetta assenza del “centro politico” nel nostro paese. Anche se questo dibattito e’ accompagnato dalla volontà di molti partiti di occupare uno spazio politico tutt’oggi orfano di rappresentanza e di visibilità programmatica. Certo, e’ la storia concreta del nostro paese a dirci che la “politica di centro”, più che non un “partito di centro”, e’ stata la costante che ha caratterizzato la crescita e lo sviluppo della nostra democrazia parlamentare. E non solo perché per quasi cinquant’anni il partito della Democrazia Cristiana ha giocato un ruolo, e a lungo, protagonistico nello scacchiere politico italiano. “Un partito di centro che muove verso sinistra”, per citare una ormai celebre affermazione di Alcide De Gasperi. Ma era un partito che riuscì a coniugare una politica di centro essendo, di fatto, anche un partito di centro. Sia per ragioni nazionali e sia, soprattutto, per ragioni di natura internazionale. 

Ma questo, come tutti sanno, appartiene alla storia checche’ ne dicano intellettuali ed opinionisti che danno per scontato che se dovesse casomai tornare un sistema proporzionale quasi automaticamente riemergerebbe, coma una sorta di fiume carsico, una sorta di Dc, seppur rinnovata e corretta per l’uso domestico e contemporaneo. Ora, parliamoci chiaro. Di fatto siamo già in un sistema proporzionale perché per governare devi costruire le alleanze e le coalizioni – anche se con i governi Conte siamo entrati in una fase politica dominata dal trasformismo più spregiudicato – e, al contempo, si moltiplicano, purtroppo, i partiti personali o del capo che rivendicano una primogenitura e un ruolo specifico nella definizione dei vari accordi per il governo. 

Ecco perché quando si parla oggi del centro, di un partito di centro o addirittura di una politica di centro, non dobbiamo fare confusione. Per uscire dalla metafora, va detto con chiarezza che non possiamo confondere la tradizione politica e culturale del centro nel nostro paese con chi fa del trasformismo, della inaffidabilità e della improvvisazione la sua cifra politica di riferimento. Come si può definire il partito personale di Renzi come il partito del nuovo centro della politica italiana? O il movimento personale di Calenda? O, per restare nel campo del centro destra, il partito – o ciò che resta di quel partito – di Berlusconi può ancora essere etichettato come il perno attorno a cui ruota il centro politico, democratico e riformista nel nostro paese? Per non parlare delle decine e decine di sigle, movimenti e tentativi – peraltro clandestini e del tutto testimoniali – che si autoproclamano di fatto gli eredi esclusivi della grande tradizione democratico e cristiana ma che, purtroppo, sono accomunati dal progressivo, ripetuto, reiterato e quasi scientifico fallimento politico ed elettorale. 

Il centro, la sua tradizione, la sua cultura, la sua storia e il suo progetto politico non possono essere lontanamente paragonati agli attuali esperimenti politici ed organizzativi, prevalentemente di natura personale o proprietaria. Il centro continua, si’, ad essere evocato ed auspicato da più partiti e da più pulpiti giornalistici e politologici. Ma la sua traduzione politica ed organizzativa non può continuare ad essere confusa, lo ripeto, con la spregiudicatezza trasformistica da un lato o con l’improvvisazione e il tatticismo dall’altro. Perché il centro, è sempre bene ricordarlo, era una politica ed un progetto. Oggi, purtroppo, è solo tatticismo e posizionamento di potere. Appunto, l’esatto contrario.

Fermezza e decisione

Mentre l’emergenza sanitaria accresce la paura, scuotendo le deboli infrastrutture morali del Paese, stenta a manifestarsi un’autentica, indispensabile politica di coesione nazionale. 

Prevale infatti l’improvvisazione. L’idea di misurare il consenso con l’approntamento di azioni “a chilometro zero” non convince affatto e per di più non rassicura sulla tutela complessiva degli italiani. Questa vicenda del coronavirus segnala, ove c’è ne fosse stato bisogno, che un modello di sanità a dominante regionale rappresenta nei passaggi critici un problema molto serio. 

Per giunta è l’atteggiamento delle opposizioni, che non dovrebbe mai scadere nella irresponsabilità, a suscitare dubbi e apprensione. L’allarme provocato dal contagio esigerebbe uno sforzo di collaborazione ad ogni livello, rinviando ad altra fase la verifica delle ragioni che dividono maggioranza e minoranza. Invece da Salvini e Meloni vengono parole di esplicita o implicita condanna nei riguardi dell’operato del governo. Sembra di assistere alle manifestazioni di tifo in uno stadio a rischio.

Si scopre così, nel momento più difficile, che la condotta delle diverse autorità è di tipo difensivo. Ognuno sceglie la via più semplice, anche se porta a guai maggiori. È uno stillicidio di decisioni prese con l’unico timore di non essere incastrati, essendo ormai diffusa una psicosi più leggera ma più radicata di quella in atto sul fronte sanitario, causa ed effetto della grande giostra populista che ha investito la nazione: la psicosi del fare tutto il possibile per evitare contraccolpi sul piano delle responsabilità amministrative e penali, e farlo con l’unico obiettivo, evidentemente, di tutelare se stessi.

L’Italia è ferma. Tuttavia, dinanzi alle difficoltà non ci può fermare, anzi si deve contrattaccare con tutta l’energia possibile e con assoluta determinazione. Occorre che il Paese riscopra l’importanza del comune sentire e soprattutto del comune operare nell’interesse generale. Una tregua morale, prima che politica, s’impone in questa fase eccezionale. Spetta al governo mettere in chiaro che esiste un dovere supremo, di cui esso è garante per sé e per tutti, che ruota attorno alla salvaguardia del “bene comune”.

È tempo di fermezza e decisione. 

L’Ue stanzia 230 milioni di euro per la lotta e la diffusione del Coronavirus

Il commissario europeo alla gestione delle crisi, Janez Lenarcicha annunciato un contributo congiunto di 230 milioni di euro alla lotta contro la diffusione globale di Coronavirus.

“Non ci sono dubbi che questa è una sfida globale e richiede la cooperazione di tutta la comunità internazionale e il coordinamento di tutti i settori. Voglio elogiare la veloce e professionale risposta delle autorità italiane. Abbiamo una cooperazione eccellente con l’Italia e sono sicuro che l’Italia ha le strutture e le competenze per rispondere in modo coordinato a questa diffusione”, ha detto.

Di questi 230 milioni di euro, 114 milioni di euro sosterranno l’Oms, in particolare il piano globale di preparazione e risposta globale, per rafforzare la preparazione all’emergenza della sanità pubblica e il lavoro di risposta nei paesi con sistemi sanitari deboli e capacità di ripresa limitata. Parte di questo finanziamento è soggetta all’accordo delle autorità di bilancio dell’Ue. Quindici milioni di euro sono previsti per essere assegnati in Africa, compreso l’Istituto Pasteur Dakar, in Senegal, a sostegno di misure quali la diagnosi rapida e la sorveglianza epidemiologica.

Cento milioni di euro, di cui 90 milioni di euro per un partenariato pubblico-privato con l’industria farmaceutica alla ricerca di un vaccino e 10 milioni per progetti di ricerca su epidemiologia, diagnostica, terapia e gestione clinica nel contenimento e nella prevenzione. Tre milioni di euro saranno assegnati al meccanismo di protezione civile dell’Ue per i voli di rimpatrio di cittadini dell’Ue da Wuhan, in Cina

Reddito di cittadinanza, partono i Progetti Utili alla Collettività

Possono partire i PUC, i Progetti Utili alla Collettività che i beneficiari del Reddito di cittadinanza sono tenuti a svolgere nel proprio Comune di residenza per almeno 8 ore settimanali, aumentabili fino a 16.

A seguito della pubblicazione, sulla Gazzetta Ufficiale n. 5 dell’8 gennaio 2020, del Decreto ministeriale del 22 ottobre 2019 che definisce forme, caratteristiche e modalità di attuazione dei PUC, il Decreto ministeriale del 14 gennaio 2020 stabilisce, su proposta dell’INAIL, il premio speciale unitario per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei soggetti impegnati nei PUC.

A tal fine, sulla Piattaforma GePI dal 22 febbraio sarà attivata una nuova funzione che consentirà ai Comuni di caricare sia i progetti messi in campo, sia l’elenco dei beneficiari Rdc per i quali deve essere aperta la copertura assicurativa.

Si ricorda che sono tenuti ad offrire la propria disponibilità allo svolgimento dei PUC i beneficiari del Reddito di cittadinanza che abbiano sottoscritto un Patto per il Lavoro o un Patto per l’Inclusione Sociale, pena la decadenza dal beneficio. La partecipazione ai progetti è facoltativa per le persone non tenute agli obblighi connessi al Reddito di cittadinanza, che possono aderire volontariamente nell’ambito dei percorsi concordati con i servizi sociali dei Comuni/Ambiti Territoriali.

Oltre a un obbligo, i PUC rappresentano un’occasione di inclusione e crescita per i beneficiari e per la collettività:

  • per i beneficiari, perché i progetti saranno strutturati in coerenza con le competenze professionali del beneficiario, con quelle acquisite anche in altri contesti e in base agli interessi e alle propensioni emerse nel corso dei colloqui sostenuti presso il Centro per l’impiego o presso il Servizio sociale del Comune;
  • per la collettività, perché i PUC dovranno essere individuati a partire dai bisogni e dalle esigenze della comunità locale e dovranno intendersi come complementari, a supporto e integrazione rispetto alle attività ordinariamente svolte dai Comuni e dagli Enti pubblici coinvolti.

Per saperne di più, vai alla pagina PUC nella sezione Rdc Operatori dove, oltre alle norme, sono a disposizione le slide di approfondimento e la lezione interattiva.

Storie di donne dall’antichità

Domenica 8 marzo 2020, alle ore 11.00, a Roccelletta di Borgia – Borgia (Catanzaro), presso il museo e parco archeologico nazionale di Scolacium, sarà celebrata la Giornata internazionale della donna con una proposta affascinante, suggestiva, di grande impatto emotivo dal titolo Storie di donne dall’antichità.

Sarà, infatti, possibile ripercorrere tramite un’apposita visita guidata le tante testimonianze del mondo femminile presenti in questa Sede afferente al Polo museale della Calabria.

Un itinerario – come precisa appunto la dottoressa Elisa Nisticòattraverso la storia delle donne dell’antichità che hanno lasciato la traccia, il solco profondo del loro passaggio”.

Istituito nel 2005, il museo è allestito in un edificio rurale dell’Ottocento appartenuto ai baroni Mazza. I materiali esposti, frutto della ricerca archeologica compiuta nell’area su cui sorge il museo, si riferiscono ad un arco temporale che va dal V sec. a.C. al VI d.C.. Nel parco, in gran parte coltivato ad ulivi e acquisito al demanio dello Stato nel 1982, spicca l’imponente struttura della basilica normanna detta della Roccelletta, databile tra la fine dell’XI sec. e la metà del XII. Sono inoltre visibili i resti della città romana, erede della greca Skylletion, divenuta colonia, dopo la guerra contro Annibale, con il nome di Minervia Scolacium.

Pertanto la rivisitazione delle tante figure femminili che hanno indelebilmente segnato il loro passaggio terreno è appropriata e in linea per la oramai consolidata e diffusa celebrazione dell’8 marzo.

Il coronavirus in Cina sta perdendo forza

Se secondo gli scienziati cinesi il virus starebbe diventando meno contagioso, lo dice il  team di ricercatori guidato da Zhong Nanshan.

Dopo non aver registrato negli ultimi giorni nessun nuovo caso di infezione, le province cinese del Liaoning e del Gansu hanno abbassato il livello di emergenza che dalla fine di gennaio era ai massimi in tutta la Repubblica Popolare, anche se focolai prima sconosciuti sono stati ora registrati in alcune carceri del Paese.

Proprio in questi giorni per la prima volta che il tasso di guarigioni ha superato quello delle vittime.

Nello Hubei e a Wuhan, ground zero del Covid-19, i nuovi casi accertati sono stati 1.808 e i morti 93, anche questi in diminuzione.

Invece la Corea del Sud ad oggi è il Paese più colpito dopo la Cina, se si escludono i 630 casi sulla nave da crociera ancorata in Giappone.

Cattolici, politica e partito. Un dialogo da continuare.

L’amico Ettore Bonalberti, con la sua consueta passionalità e partecipazione, ha riproposto all’attenzione di tutti noi il tema cruciale di come ridare visibilità e concretezza alla tradizione politica e culturale del cattolicesimo politico e sociale nel nostro paese. Ora, senza entrare nel dialogo epistolare tra Ettore Bonalberti e Lucio d’Ubaldo con le rispettive posizioni, credo sia necessario almeno richiamare tre aspetti che restano importanti per tutti noi. Soprattutto per coloro che arrivano dall’esperienza della Democrazia Cristiana e che si sono riconosciuti per molti anni nell’esperienza politica e culturale dei cattolici impegnati in politica. 

Innanzitutto c’è l’ambizione, condivisa e sentita da tutti, di evitare di continuare a giocare un ruolo meramente satellitare o periferico o marginale nella vita politica italiana. Per troppo tempo, infatti, e per svariate motivazioni, abbiamo assistito ad una sorta di inspiegabile “silenzio” pubblico dei cattolici democratici e popolari che ha avuto la conseguenza concreta di rendere sterile ed inconcludente questo filone ideale nella concreta dialettica politica italiana. 

In secondo luogo resta aperto il tema, peraltro decisivo, di come rideclinare organizzativamente la ricerca e la volontà di ridare un giusto protagonismo politico a questa cultura. E qui la risposta non è nè univoca e nè omogenea. L’unico aspetto su cui mi permetto di avanzare una riflessione è quello di evitare, se possibile, di continuare a dar vita a gruppi o movimenti o partiti destinati al fallimento politico ed elettorale. Abbiamo avuto troppi esempi che, nel corso di questi anni, seppur ispirati dalla buona volontà e dalla generosità dei singoli, si sono dimostrati di fronte alla prova politica ed elettorale del tutto avulsi dalla realtà concreta. Uno stillicidio che non si deve più ripetere anche perché si rischia, inconsapevolmente, di consegnare alla storia una cultura, un pensiero e un progetto politico che invece può ancora giocare un ruolo decisivo nella povertà della politica contemporanea. 

In ultimo, e non per ordine di importanza, la disputa se il futuro di un cosiddetto “partito di centro” deve essere autonomo o deve dichiarare sin da subito la sua collocazione in un “campo politico” definito e definitivo. Ora, anche se siamo collocati in un contesto politico profondamente trasformistico, non c’è alcun dubbio che il mondo cattolico italiano è sempre stato una realtà fortemente plurale al suo interno e, pertanto, con prospettive politiche diverse se non addirittura alternative. Ecco perché non deve stupire se, oggi, ci sia una inclinazione a fare una scelta di campo nel momento in cui si decide, per un verso o per l’altro, di “scendere in campo”. Appartiene alla libera dialettica democratica che, come detto, attraversa storicamente ed orizzontalmente l’area cattolica italiana. 

Quello che conta, semmai, è quello di continuare un dialogo e un confronto libero e franco tra di noi senza lanciare anatemi e senza avere la presunzione e l’arroganza di rappresentare tutti. Solo i moralisti di professione e i cosiddetti “sepolcri imbiancati”, per dirla con Donat-Cattin, rappresentano questa deriva. E proprio il confronto tra Ettore e Lucio dalle colonne del Domani D’Italia è la conferma che si può costruire un percorso condiviso pur partendo da presupposti un po’ diversi. Perché, alla fine, abbiamo una comune cultura di riferimento e leader e statisti altrettanto comuni che ci hanno insegnato molto con il loro magistero politico, culturale, ideale, sociale e forse anche etico. E questo non lo possiamo mai dimenticare. 

Bernie Sanders è sempre più solo nella corsa alla presidenza

Il senatore del Vermont ha ottenuto quasi il 50% dei voti. Alle sue spalle si è piazzato l’ex vice presidente Biden, ma con la metà dei consensi. Tutti gli altri candidati sono distaccati, con Buttigieg al terzo posto e Warren al quarto. Bloomberg non si era presentato per questa consultazione, e scenderà in campo solo nel Super Tuesday (il giorno in cui va al voto il maggior numero di Stati) del 3 marzo.

Solitamente, in tale giorno, si comincia ad avere un’idea piuttosto chiara di chi sarà il candidato Presidente, che sarà poi nominato in estate durante le convention dei delegati. Una notevole eccezione fu il 2008, quando la sfida tra Barack Obama e Hillary Clinton finì in un sostanziale pareggio.

L’ultimo Super Tuesday si tenne il 1º marzo 2016. Esso consolidò il predominio di Donald Trump in campo repubblicano, lasciando però aperta la sfida tra i democratici Hillary Clinton e Bernie Sanders.

All’epoca Hillary Clinton vinse in Vermont su Sanders, grazie al sostegno dei sindacati, a cominciare dalla Culinary Workers Union, la lega dei circa 60 mila lavoratori impiegati negli alberghi, ristoranti e casinò di Las Vegas.

Questa volta il gruppo dirigente della Union non si era schierato apertamente. Tuttavia aveva diffuso un opuscolo per difendere la copertura sanitaria prevista nei contratti collettivi e bocciare, quindi, la proposta di Sanders che vuole istituire un servizio nazionale uguale per tutti, «all’europea».