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Conversazioni sull’etica dell’informazione. Un libro appena uscito aiuta a dipanare la matassa della comunicazione ai tempi delle fake news.

L’abstract con cui – sul proprio sito – la casa Editrice Armando presenta il libro è davvero un incipit adeguato all’analisi socio-culturale che gli autori sviluppano con linearità e coerenza, restando fedeli ai temi che sono sottesi ad un titolo tanto connotativo quanto efficace e decisamente impegnativo, come essi stessi spiegano:  “è ciò che abbiamo tentato di fare in questa lunga conversazione, convinti che solo attraverso una comunicazione che si fa dialogo e una informazione fondata, chiara e a tutti accessibile sia possibile capirci e convivere”. Il tema della convivenza sostenibile tocca presente e futuro e  riguarda il rapporto tra progresso e natura, i conflitti generazionali, i beni comuni, le compresenze interculturali e il loro rispetto, ma anche l’uomo al cospetto di un mondo interconnesso e digitalizzato.

L’introduzione di Giampiero Gamaleri, Ordinario di sociologia della comunicazione ed ex Consigliere di amministrazione della RAI, mette a fuoco gli ambiti e gli argomenti considerati nel testo, partendo proprio dall’incidenza delle nuove tecnologie comunicative,  così come la conversazione con il sociologo Franco Ferrarotti, che fa da appendice al libro, li completa con sapienti richiami all’etica weberiana, alla distinzione tra comunicazione, informazione e sua deformazione, globalizzazione fagocitante e difficile sopravvivenza dell’io e del noi nelle relazioni umane, alla confusione non sempre ingenua o casuale tra reale e virtuale,  attinti dai tre capitoli di cui si compone il saggio di Mastrofini e Angeloni, impostato in forma colloquiale, con domande problematizzanti e risposte aperte, che evitano in modo lungimirante posizioni preconcette e dogmatiche.

Possiamo affermare che ci troviamo di fronte ad un testo che considera le evidenze pulsanti di questa epoca ricca di opportunità ma spesso prigioniera di molte, latenti o palesi contraddizioni , come le fake news, la distorsione dei flussi comunicativi, i condizionamenti che forgiano le opinioni, in un contesto sempre più vasto dove la verità è plurale e sfuggente, soggettiva o conculcata, predeterminata sotto forma di luoghi comuni messi in circolazione, come in un gioco semiserio di simulazione e dissimulazione, di punti di vista alternativi, sovrapponibili, manipolabili o intercambiabili.

Al punto che diventa quasi terapeutica e necessaria la ricerca del silenzio, come luogo di riflessione e di ripensamenti, di uso del pensiero critico e di vaglio delle responsabilità connesse all’uso e all’abuso delle parole.

In questa sontuosa e autorevole cornice si racchiude e si inquadra il lavoro degli autori, un giornalista che risponde ad un insegnante, denso di significanti e di significati, impostato con raro rigore metodologico ed epistemologico, sotto la forma colloquiale di una “conversazione”, con quesiti che sollecitano risposte aperte e foriere di ulteriorità e di esplicitazioni, come in una sorta di fermo immagine sequenziale rispetto ad alcuni, importanti interrogativi del presente ai quali non ci si può sottrarre. 

In un libro che si occupa di comunicazione, informazione, relazioni interpersonali, anche considerando la preponderante dimensione tecnologica e l’avvento delle logiche computazionali proprie della dilagante digitalizzazione, l’esordio non può non riguardare la parola, in tutta la sua ricchezza semantica e simbolica.

Si parte dal linguaggio come forma alta di interlocuzione e si scopre la differenza che distingue l’informazione – settoriale, specifica, on-demand, individuale – dalla comunicazione, come fenomeno massivo, allargato, ecumenico, planetario.

Ma – per seguire l’ispirazione tematica del libro senza duplicarla – si potrebbero invertire i significati attribuiti ove si considerasse l’informazione un dovere puntuale di dare risposte adeguate e circostanziate, responsabilizzanti rispetto ai comportamenti da assumere e si pensasse alla comunicazione nella sua accezione generalista, indefinita, globalizzante, tambureggiante, persino ansiogena. Si pensi alla politica e alle istituzioni rappresentative della democrazia e si rifletta sulle responsabilità connesse all’esercizio del potere legittimo: il richiamo costante del libro è all’etica che sottende l’esercizio della responsabilità. 

Si potrebbe aggiungere – in tema informativo, comunicativo e finanche educativo – quanto sia importante sommare la solidità rassicurante della ‘competenza’: non c’è etica della responsabilità senza possesso di una adeguata competenza, l’interconnessione tra i due requisiti è di tutta evidenza, basta capacitarsi di ciò che accade intorno a noi.

Particolarmente interessante in questo capitolo il riferimento agli studi di Herbert Paul Grice sulle teorie di una comunicazione ‘ecologica’ interpersonale, che faciliti la comprensione di significato e significante, assai utile se declinata nei linguaggi propri dei social e dei media. 

Nel secondo e nel terzo capitolo si prende in considerazione rispettivamente la verità/falsità delle notizie e  l’aspetto etico nel vasto territorio della comunicazione, con particolare approfondimento sui doveri del ‘professionista dell’informazione’: decisamente importante la puntualizzazione d’esordio in ordine all’etica della responsabilità e all’etica della convinzione, con il riferimento quasi obbligato a Max Weber. 

Nel contesto della conversazione su questa ampia tematica è decisamente significativo il passaggio che pertiene la libertà di stampa, i doveri deontologici nell’esercizio della professione del giornalista, la qualità dell’informazione e la scelta di “dire sempre ciò che a noi appare essere la verità”, espungendo la menzogna dalla notizia e immaginando una relazione comunicativa che tenga conto dei livelli di emotività suscitati nei lettori. Insomma, usando le parole del libro…”L’etica nella comunicazione è fatta di scelte ideali e scelte quotidiane”.

Questa parte del testo è una vera e propria disamina dei doveri del professionista dell’informazione, decisamente opportuna se consideriamo che molto spesso l’etica che la sottende viene elusa e superata da interessi di tipo commerciale (vendere più copie di un giornale, guidare i sondaggi, catturare, distorcere o manipolare la notizia e farlo per primi, sforare i limiti di una comunicazione completa, vera ma recepibile dai lettori):  e qui mi piace ricordare che già ne parlava Ennio Flaiano quando definiva i giornalisti  come “i cuochi della realtà”.

L’etica, il senso del dovere, la consapevolezza del peso e dell’orientamento di opinione che una informazione mal gestita potrebbe suscitare è una preoccupazione costante, alta e nobile, sempre presente nella trama del libro, ora come focus dell’argomentare ora come preoccupazione morale sottotraccia che tuttavia affiora, imponendosi, tra diritti e doveri, privacy e trasparenza, codici espressivi e linguistici adeguati, nell’ottica di una informazione definita ‘ecologica’ . 

Si tratta di una ecologia olistica che riguarda tutti gli aspetti del vivere in una dimensione planetaria: gli autori la definiscono infatti  ‘Bioetica dell’Informazione e della Comunicazione Globale’.

Inevitabile e conseguenziale è il passaggio che considera la crisi pandemiche e le sue conseguenze: per la vita, l’economia, l’equilibrio emotivo e mentale. Certamente gli autori hanno letto David Quammen e il suo Spillover e sono consapevoli di quanto non fossimo preparati ad uno tsunami planetario di questa portata, da cui emerge la debolezza dell’uomo, la forza reattiva della natura che stiamo consumando in nome di un progresso sul quale dovremmo interrogarci più spesso.

L’ubriacatura tecnologia e la distruzione ecosistemica del pianeta impongono una pausa di riflessione.

Non c’è comunicazione autentica, non ci sono relazioni interpersonali gratificanti se non si persegue un equilibrio tra sé e gli altri, non si coltiva l’armonia della natura come mater magistra dei nostri comportamenti, a volte dissennati. E la chiusa del libro chiama sul proscenio del mondo i valori del Cristianesimo e gli insegnamenti della Chiesa Cattolica: molto bello e opportuno il richiamo all’enciclica ‘Laudato sì’, per dire che la strada è indicata, anche partendo dall’uso delle parole che dobbiamo scegliere e usare per scoprire che comunicazione vuol dire reciprocità, per condividere ed apprezzare il dono incommensurabile della vita.

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Gli autori

Fabrizio Mastrofini . Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha già pubblicato diversi libri su tematiche ecclesiali e sulle problematiche legate ai mass media, tra cui : Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).Vive e lavora a Roma. Capo Ufficio stampa della Pontificia Accademia per la Vita , Presieduta da S.E. Mons. Vincenzo Paglia.

Angelo Angeloni è insegnante di Letteratura italiana in un liceo romano. Ha collaborato con “Paese sera”, «Nuovi argomenti» e «Avvenimenti». Autore di programmi radiofonici, oggi collabora con le riviste «Cultura e libri» e «Tempo presente».Ha pubblicato tra gli altri “Conversazioni con la sociologia” interviste a Franco Ferrarotti” (Armando, 2017) , “Conversazioni con le religioni abramitiche” (Armando, 2019″ . “Giulio Ferroni- Conversazioni sulla letteratura” (Armando, 2019).

“Il gusto del futuro” da non tradire. Il Pnrr tra giovani, formazione e lavoro. L’editoriale di “Comunità di Connessioni”.

Le politiche attive del lavoro sono un cardine della strategia europea. In particolare, l’invecchiamento della forza lavoro non può trascinare con sé l’invecchiamento delle competenze. Occorre un impegno per tutto l’arco della vita.

Un po’ come un surfista che si prepara a cavalcare la cresta dell’onda, quando l’acqua inizia ad incresparsi, così l’Italia scalda i motori per la ripartenza con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presentato dal governo Draghi e recentemente approvato in via definitiva dalla Commissione Ue.

 

Sono oltre 200 i miliardi in arrivo da adoperare per l’attuazione dei programmi presentati nelle cinque missioni, che costituiscono le tappe della ricostruzione. Tra i tanti temi affrontati non potevano mancare la formazione e il lavoro, ormai due facce della stessa medaglia, che toccano trasversalmente gran parte dell’impianto del Pnrr. La centralità di questi pilastri si denota, tra gli altri interventi, nell’ingente somma riservata allo sviluppo degli ITS (Istituti Tecnici Superiori), il sistema di formazione professionale terziaria, parte della quarta missione “Istruzione e ricerca”, di cui si sta discutendo alla Camera per la ridefinizione della missione e l’organizzazione del sistema.

 

Con 1,5 miliardi messi a disposizione, si ambisce ad aumentare il numero di iscritti a questi percorsi, a potenziare i laboratori con tecnologie 4.0, a formare i docenti perché siano in grado di adattare i programmi formativi ai fabbisogni delle aziende locali e a sviluppare una piattaforma digitale nazionale per le offerte di lavoro rivolte agli studenti in possesso di qualifiche professionali, così da favorire l’incontro tra domanda e offerta. Cifre che sembrano essere un primo passo per la svolta.

 

L’Italia, ad oggi, è il fanalino di coda in Europa per numero di persone che vengono formate in questi istituti. A fronte degli attuali 18 mila iscritti in 110 fondazioni ITS nel Bel paese, la Germania forma tecnici superiori in numeri di circa 800 mila ragazzi e la Spagna circa 450 mila. Il premier Mario Draghi aveva già sottolineato l’importanza di queste realtà, nel discorso programmatico al Senato, considerandoli come una pietra angolare del sistema formativo anche per favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro (circa l’80% dei diplomati tecnici superiori è occupato entro 12 mesi dalla conclusione del percorso di studi).

 

Senza nulla togliere alla formazione terziaria tradizionale, gli ITS svolgono una funzione complementare a quella universitaria per la costruzione di profili professionali coerenti alle esigenze reali delle imprese locali, grazie alla possibilità che queste hanno di collaborare attivamente alla progettazione dei percorsi e di far parte di vere e proprie reti territoriali.

 

Ma non finisce qui. Nel pacchetto di 6,01 miliardi riservati alle politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione nella quinta missione “Inclusione e coesione”, una quota di 600 milioni viene messa a sostegno del sistema duale nell’ambito dell’istruzione e della formazione professionale. Al centro ci sono l’apprendistato e l’alternanza scuola lavoro rafforzata. Un segnale inequivocabile di come questo modello di apprendimento e di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, basato sull’alternarsi di momenti “in aula” con momenti in contesti lavorativi, rappresenti sempre più una bussola per l’educazione, l’istruzione e la formazione integrale dei giovani.

 

È infatti attraverso queste esperienze, e allo sviluppo congiunto di competenze hard e soft, che è possibile maturare un “saper fare” e un “saper essere” fondamentali per tutto l’arco della vita professionale. La “complessità” della nostra epoca, come scrive Edgar Morin, è caratterizzata da una velocità fulminea con cui le competenze tecniche diventano obsolete, facendo rimanere in partita solo chi è in grado di imparare ad imparare continuamente, aggiornando le proprie conoscenze in una prospettiva di lifelong learning.

 

Già nel 2015 un’indagine di Unioncamere aveva rivelato come per il 78% degli imprenditori le competenze trasversali fossero importanti tanto quanto quelle tecniche, riconfermando l’idea che per rispondere ai cambiamenti repentini e continui della nostra società sia importante essere flessibili, creativi, autonomi, capaci di lavorare in gruppo e pronti a rimettersi in discussione continuamente. Non da ultimo, fanno buon gioco allo sviluppo delle competenze soft anche i 650 milioni previsti per il potenziamento del Servizio Civile Universale, tra le esperienze più importanti di apprendimento non formale (al di fuori dei sistemi formali come scuola e università) e di cittadinanza attiva.

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https://comunitadiconnessioni.org/editoriale/il-gusto-del-futuro-da-non-tradire/

Report Istat su Pil e occupazione territoriale. Nel 2020 il Centro-nord è stata l’area più colpita dalla crisi.

La crisi ha colpito più le aree del Nord-ovest e del Nord-est, dove il Prodotto interno lordo è diminuito in volume del 9,1%. La contrazione è stata meno accentuata al Centro (-8,8%) mentre il Sud ha subito la perdita più contenuta (-8,4%). Il settore più penalizzato dall’emergenza sanitaria è stato quello del Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni che al Nord-est e nel Mezzogiorno ha perso il 14,5% del valore aggiunto. L’occupazione è diminuita in modo più omogeneo a livello territoriale: -2,1% nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno, -2% nel Nord-est e -1,9% nel Centro.

I dati presentati in questo Report forniscono una stima preliminare, di cui si dà conto nel comunicato dell’Istituto di statistica.

Nel 2020 il Prodotto interno lordo, misurato in volume, è diminuito a livello nazionale dell’8,9%. Le stime preliminari indicano che gli effetti della crisi sanitaria da Covid-19 hanno colpito in misura relativamente più accentuata le regioni del Centro-nord rispetto a quelle del Mezzogiorno.

Le regioni del Nord-est e del Nord-ovest hanno subito una contrazione lievemente superiore rispetto alla media nazionale (con un calo pari al 9,1% in entrambe le aree), mentre nelle regioni del Centro la flessione è stata dell’8,8%. Una riduzione meno marcata rispetto al resto del Paese si riscontra nel Mezzogiorno, dove il calo del Pil è dell’8,4%.

L’occupazione (misurata in termini di numero di occupati) è diminuita del 2,1% a livello nazionale. Nel Nord-ovest e nel Mezzogiorno si osserva una flessione pari alla media nazionale; solo lievemente migliore appare il risultato del Nord-est (-2,0%) e del Centro (-1,9%).

Nel Nord-ovest i settori caratterizzati dalle flessioni più marcate del valore aggiunto sono stati l’Industria, che con un calo dell’11,9% fa registrare la peggiore performance a livello territoriale, e il macrosettore Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (-12,2%), che, al contrario, segna un risultato relativamente meno negativo rispetto al resto del Paese.

I Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,8%) e gli Altri servizi (-5,8%) hanno subito flessioni leggermente superiori alla media nazionale, mentre per le Costruzioni il calo (-6,1%) è lievemente inferiore a quello nazionale (-6,3%). Nell’Agricoltura la flessione del valore aggiunto è stata del 3,6%, di gran lunga il risultato migliore tra tutte le macro-aree.

Nel Nord-est la crisi ha colpito pesantemente il Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni, che fa registrare la diminuzione più marcata a livello territoriale (-14,5%). La contrazione del valore aggiunto in Agricoltura (-6,0%) e nelle Costruzioni (-6,4%) è allineata alla media nazionale, mentre nell’Industria (-10,5%), nei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,1%) e negli Altri servizi (-5,0%) l’andamento risulta relativamente migliore che nel resto del Paese.

Anche al Centro, il settore che comprende Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni subisce un forte calo (-12,9%), seguito dall’Industria (-11,5%). Rispetto alle altre ripartizioni in quest’area si registrano le diminuzioni più marcate per l’Agricoltura (-9,3%) e le Costruzioni, (-6,9%). Risulta in flessione anche il valore aggiunto dei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,9%) e degli Altri servizi (-5,0%).

Il Mezzogiorno condivide col Nord-est la peggiore performance del settore del Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (-14,5%) mentre l’Industria registra in quest’area la contrazione meno marcata (-9,9%). Fanno registrare un andamento meno negativo di quello medio nazionale i settori delle Costruzioni (-6,0%), dei Servizi finanziari, immobiliari e professionali (-5,1%) e degli Altri servizi (-5,2%).

Quanto all’occupazione, il settore delle Costruzioni, l’unico ad aver registrato un incremento a livello nazionale, ha segnato la crescita maggiore al Sud (+2,4%) e la performance peggiore al Centro, con una lievissima flessione (-0,1%).

L’occupazione in Agricoltura, a fronte di una tenuta complessiva, evidenzia il migliore risultato al Nord- ovest (+1,0%) e il peggiore al Sud (-0,5%) mentre l’Industria è stata particolarmente penalizzata nel Nord-ovest (-0,9%). La rilevante contrazione dell’occupazione nel Commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni ha interessato tutte le aree in misura vicina alla media nazionale (-4,3%), con un picco negativo al Nord-est (-4,8%). I Servizi finanziari, immobiliari e professionali sono stati particolarmente colpiti al Nord-ovest (-2,5%) e gli Altri servizi nel Mezzogiorno (-2,3%).

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https://www.istat.it/it/files//2021/07/Stima-preliminare-pil-e-occupazione-terriroriale_2020.pdf

Salvini porta allo scoperto i limiti della sua leadership. Non basta però constatare le contraddizioni del sovran-populismo. Qual è la risposta politica?

È vero, ci si può aggrappare a Draghi: sta facendo bene e può dare molto al Paese. Tuttavia la sinistra deve dimostrare che il suo messaggio torna alle radici della grande battaglia storica per l’emancipazione (e l’autentica libertà) dei ceti popolari. Grazie anche al decisivo apporto dei cattolici democratici.

Alcune delle voci più autorevoli nel centrosinistra pongono il tema della crisi della leadership del segretario della Lega, Matteo Salvini. Trattandosi di un leader che come, nell’ordine, Mariotto Segni, Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Beppe Grillo, ha beneficiato di un’ondata popolare di consenso alimentata da scontento e speranze, che va ben oltre la sua capacità di attrarre consensi, c’è da chiedersi cosa possa significare per il nostro sistema politico l’inizio del declino del leader leghista.

La strategia del Pd punta ad evidenziarne le contraddizioni, senza peraltro riuscire a recuperare quei voti di operai iscritti alla Fiom e affini, che vota(va)no Lega. Ma la disillusione di una buona parte dell’elettorato della Lega procede in forma spontanea. E si somma alla tradizionale area dei delusi di sinistra, di quanti hanno percepito la metamorfosi dei vertici della sinistra italiana più come un cambio di padrone che come un’evoluzione: dalla sudditanza al Pcus a quella ai big del capitalismo. Si aggiunge pure ai tanti elettori disorientati dalla diaspora democristiana e ai milioni di elettori ormai pentiti di aver votato i 5 Stelle. A cosa potrà dare luogo tutto ciò?

Visto in questa luce l’inesorabile declino di Salvini risulta interpellare l’intero sistema dei partiti. Posto che vi è un elettorato deluso o in ricerca che non è mai stato così ampio, costituito da indecisi e potenziali astensionisti, che da più parti viene riconosciuto essere oggi il primo partito, la domanda da porre, a mio avviso, dovrebbe esser la seguente: quali sforzi si intende mettere in atto nell’area del centrosinistra per ridurre il bacino dell’astensionismo, per dare forza a progetti di avanzamento sociale, impedendo che tale bacino ridiventi una palude in cui sguazza il populismo?

In mancanza di ciò a dettare i tempi della politica europea rischiano di essere gli scenari francesi dove due elettori su tre disertano le urne e dove Marine Le Pen, ormai sdoganata e mondata come una risaia dal mainstream, propagandata all’inverosimile come fosse un vaccino, ciononostante viene rifiutata dal grosso dell’elettorato meno politicizzato, per lo più orfano del centro.

Le élites transalpine sanno benissimo che la Le Pen potrebbe essere l’ultima fermata della V Repubblica, oltre alla quale può riapparire la ghigliottina, può riaffiorare una mai sopita indole rivoluzionaria.

Soprattutto nel caso in cui la politica non saprà affrontare in modo deciso e responsabile, senza deleghe tecniche, tre temi che appaiono cruciali: la questione sociale nelle sue connessioni con l’economia e la finanza, la questione sanitaria e la questione del governo delle nuove tecnologie che tira in ballo la possibilità di sopravvivenza della democrazia.

Sono temi profondamente intrecciati fra di loro. In particolare le decisioni sulla fine dell’emergenza sanitaria piuttosto che sulla prosecuzione indefinita dell'”era delle pandemie”, incidono sui tempi del progetto di valuta digitale delle banche centrali, di “stato etico”, nella peggior accezione dell’espressione, della messa a punto del sistema dei crediti sociali e dei necessari trattamenti “sanitari” necessari per impiantare nell’organismo di tutti gli umani (da cui si capisce il senso, profondamente disumano, dello slogan “vaccinare il mondo”) i dispositivi idonei al tracciamento totale e al condizionamento mentale che ridurrà (almeno nei progetti di chi lo vuole realizzare) i non appartenenti all’élite ultraricca a dei banali automi.

Se le risposte non saranno all’altezza della soluzione alle suddette minacce, nei prossimi mesi tutto potrà succedere e si corre il rischio che la storia possa incanalarsi per qualche anno in sentieri per nulla auspicabili.

Anche in Italia rischia di accadere qualcosa di simile alla Francia. Una volta recisi i fili della rappresentanza i gruppi dirigenti dei partiti, in compagnia di quelli dei corpi intermedi, risultano non più capaci di parlare e di capire oltre la loro cerchia. E anche qui assistiamo a una ripulitura mediatica, decisa molto in alto come già avvenne con Fini, degli eredi diretti della destra totalitaria. E ciò nonostante la Meloni non sembra riuscire a sfondare. Non riescono, per fortuna aggiungerei!, a incanalare verso la pasionaria della Garbatella, la diffusa richiesta di una svolta seria, democratica, antipopulista che dilaga nei ceti intermedi.

Credo, dunque, che non ci si possa accontentare di tirare un sospiro di sollievo per il tramonto politico di Salvini.Draghi sta facendo molto bene ma non si può pensare solo di stare sotto le sue ali senza iniziativa, occorre rischiare qualcosa per dare forma politica alla voglia di centro, seppur inespressa, che emerge da uno scontento crescente e ancora vagante nel suo percorso, per fare il modo che l’approdo di questo risulti compatibile con la democrazia.

Nel crogiolo dei 5 Stelle

Si tratta per salvare il Movimento dalla dissoluzione. La tanto deprecata mediazione, così essenziale alla politica, entra a pieno titolo nel frasario e soprattutto nella condotta dei grillini (ammesso che continueranno a chiamarsi così).

 

La resa dei conti non sembra essere giunta all’epilogo. Sembrava essere lì ad un passo e invece, ci ha girato le spalle. L’interpretazione che si può dare è che per la prima volta, Grillo abbia temuto il peggio. Infatti, dai resoconti odierni, è stato lui a virare la prua.

Fino a ieri era tutto disposto perché votassero il nuovo direttorio e oggi, sorprendentemente, il grande garante interrompe quella mossa. Segno indiscutibile di paura.

Che ci fosse nell’aria una ormai consumata rottura, era fatto ormai acquisito. Il Beppe nazionale ha quindi smorzato la forza, ha rinviato qualsiasi votazione, ha predisposto una commissione – ha copiato con ciò il vecchio costume da lui ampiamente criticato, le vecchie mediazioni democristiane – formata da sette soggetti, alcuni suoi, altri marcati dalla fede opposta.

Tutto sospeso.

Saranno giorni di studi sulle virgole e i punti e virgola dello Statuto. Con ciò si capisce che il destino dei 5 Stelle non è proprio quello immaginato solo qualche giorno fa: potrebbero trovare una via di mezzo per salvare capra e cavoli.

Da parte mia, trovo più intelligente questo modello (non a caso sono un vecchio democristiano), rispetto al frenetico e chiassoso taglio con l’accetta. Ma questo, non è che un mio vezzo politico; ossia, far prevalere sempre il lavoro di cucitura piuttosto che strappare violentemente un’unità.

Con questi giorni caldi, avendoci tolto la morsa del covid, gioiosamente contenti per i risultati calcistici, con gli occhi pieni di sole e di mare, avremo, tra le varie realtà politiche nostrane, il bel compito di seguire l’evoluzione nella casa che sul frontespizio ha in gran forza il motto: vaffa.

Al centro l’uomo. Messaggio del Card. Parolin a nome del Papa per i cento anni di Edgar Morin.

Nel messaggio si rileva come tra il pensiero del filosofo francese e quello del Ponteficie vi siano molti punti di contatto. Particolarmente apprezzata è inoltre l’adesione di Morin al Patto globale per l’educazione lanciato lo scorso anno.

Edgar Morin è stato ed è tuttora un testimone privilegiato «dei profondi e rapidi cambiamenti che il nostro mondo e le nostre società hanno subito e stanno ancora subendo». Lo scrive il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in un messaggio inviato, a nome di Papa Francesco, al sociologo e filosofo francese, che il prossimo 8 luglio compirà cento anni. Il testo è stato letto da monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Unesco, durante un evento celebrativo svoltosi nel pomeriggio di venerdì 2, nella sede parigina dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, alla presenza dello stesso Morin, che ha tenuto una conferenza.

L’intellettuale francese, si legge nel telegramma, è stato capace di analizzare, «con il necessario senno di poi, il significato» dei cambiamenti sociali, «di far emergere le speranze e anche di mettere in guardia dai rischi e dai pericoli». Davanti ai progressi della scienza e della tecnologia, con le grandi possibilità che «offrono all’umanità», Morin ha sottolineato «la necessità di compiere un progresso morale e intellettuale per evitare le catastrofi».

A questo proposito, scrive il segretario di Stato, «la coscienza di un destino comune per l’umanità, un destino fragile e minacciato, ha attirato tutta la sua attenzione, promuovendo la necessità di un processo di civilizzazione volto a mettere al centro l’uomo e non il potere del denaro». Il porporato ricorda che Morin ha partecipato a numerosi incontri con intellettuali e personalità politiche e della società civile con lo scopo di «promuovere la cooperazione tra i popoli, costruire una società più giusta e umana, e rinnovare la democrazia». In questo senso, ha sottolineato «la necessità di riscoprire, tra di noi e nelle nostre città, uno spirito di solidarietà, convivialità e fraternità, favorendo atteggiamenti di accoglienza e di apertura».

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-07/quo-148/al-centro-l-uomo.html

Possiamo sperare che l’Italia cessi di rappresentare un’anomalia tra le grandi nazioni dell’occidente?

  1. Ci sono segnali, a partire dalle ultime elezioni regionali in Francia, che attestano l’insofferenza e la grande mobilità della pubblica opinione. Tutto sembra di nuovo in movimento. Anche la Germania deve affrontare una sfida difficile, quella del dopo-Merkel. In questo quadro dinamico, l’Italia non può permettersi di rimanere prigioniera del populismo e della improvvisazione politica. Urge un cambio di passo.


Sono in molti che in queste ore si interrogano se le elezioni regionali francesi possano essere in qualche modo svelatrici di tendenze che si avranno dopo l
’estate nelle elezioni federali tedesche e così come nel nostro Paese, che addirittura arriva a misurare giornalmente i sondaggi pur di farli valere nel mercato politico come se si fosse alla Borsa di Milano.

D’altronde, i successi e insuccessi degli schieramenti politici che si manifesteranno in Germania ed Italia, sono quelli che più influenzeranno le decisioni che si prenderanno poi a Bruxelles. Fa impressione che in Francia solo un elettore su tre si è recato alle urne e che la rumorosa Le Pen, data per favorita, sia uscita dalla competizione malconcia. I pronostici la davano fino a qualche giorno prima del voto risultati diversi, ed intanto possono ritenersi soddisfatti solo i gaullisti e i socialisti, mentre lo stesso movimento del Presidente Macron non è giunto oltre percentuali ad una cifra.

Insomma, quei pochi francesi che hanno depositato la scheda nelle urne, hanno dato il consenso alle antiche e tradizionali forze di governo, gelando le formazioni politiche che delle novità e delle promesse mirabolanti hanno fatto il perno della loro offerta politica. Da questa esperienza si ricavano tre aspetti importanti che possono facilmente confluire in una medesima categoria di valutazione: la gravissima diserzione dalle urne indica l’insoddisfazione dei cittadini rispetto alle forze politiche sinora prevalenti non considerate capaci di offrire sicurezza; il ritorno del consenso a gaullisti e socialisti, la insofferenza verso nuovismo e populismo; la vistosa l’astensione che segnala un elettorato guardingo alla ricerca di assetti di potere di maggiore garanzia per il futuro.

Vedremo a settembre cosa accadrà in Germania, alle prossime elezioni politiche, una scadenza ancora più significativa a causa dell’abbandono dell’impegno politico di Angela Merkel, simbolo della stabilità come perno su cui si è retta la politica tedesca negli ultimi 16 anni. Se l’elettorato dovesse mostrare le stesse tendenze che si sono manifestate in Francia, vorrà dire che si sta incubando un nuovo clima di cambiamento di fase, che condurrà alla ricerca di stabilità attraverso soggetti responsabili che potranno mandare a gambe all’aria i populismi di ogni genere.

Il tema che sinora ha scosso e sbandato gli europei, è la sensazione amara di essere fuorigioco dalle grandi decisioni mondiali con il rischio conseguente di perdita del benessere. Ora che invece si aprono fondate prospettive per lo sviluppo dell’Europa Federale e nuove prospettive ‘atlantiste’ si avverte un clima nuovo che annuncia cambiamenti in grado di dare risposte concrete agli europei e nuovi equilibri per le democrazie nei confronti dei paesi governati da autocrati, così come la ricostruzione di equilibrio politico tra le Democrazie e gli invadenti poteri della finanza e delle ‘big tech’.

Quanto al nostro paese, vivendo in ogni epoca dentro ogni turbolenza premonitrice di sviluppi di novità, già si nota l’inizio della corsa di soggetti provenienti dal populismo verso il centro, almeno sotto il profilo tattico. Sarà per la presenza di Draghi alla Presidenza del Consiglio, sarà per l’avvento di Joe Biden negli USA, sarà per la crescita di credito della Unione Europea tra gli italiani, sembra che nel bel paese circoli nuova aria. La differenza sarà fatta però dalla attenzione e responsabilizzazione che si avrà sui dossier più delicati della ripresa economica, per fugare timori e preoccupazioni sulle sorti future del paese, rese più chiare agli occhi dei cittadini dalle difficoltà provocate dal Covid.

In mancanza di sincerità e disponibilità di queste realtà in movimento per la cultura di governo responsabile, difficilmente manovre tattiche risulteranno convincenti per gli elettori. Dunque credo che ci saranno significative novità nel futuro prossimo: per la delusione dell’elettorato nei confronti della politica urlata e per l’affermazione di nuovi soggetti  che sapranno dare risposte fondate alle attese dei cittadini. Se dovesse andare così, cesseremo di essere una non edificante anomalia tra i paesi occidentali

Giorgio La Pira, il “sindaco santo” che l’Anci dovrebbe onorare. Vale sempre più riconoscersi nella testimonianza di grandi figure legate al mondo delle autonomie.

In prossimità del settantesimo anniversario della elezione di La Pira a sindaco di Firenze, l’autore di questa lettera aperta al Presidente Antonio Decaro – Merlo è autore assiduo, come sanno i nostri lettori, de “Il Domani d’Italia” e sindaco del Comune di Pragelato, nonché egli stesso componente del Consiglio nazionale dell’Anci – sollecita il “parlamentino” dell’Associazione dei Comuni, che ebbe Luigi Sturzo autorevole Vice Presidente nel periodo 1916-1923, a ricordare una figura straordinaria (anche di amministratore locale) della politica italiana del Novecento.

Giorgio Merlo

Lettera aperta al Presidente dell’Anci, Antonio Decaro.

Giorgio La Pira, indimenticabile esponente del cattolicesimo politico, sociale e democratico italiano, viene eletto per la prima volta Sindaco di Firenze il 6 luglio 1951. Incarico che poi venne rinnovato nel 1961. Il prossimo 7 luglio è stato convocato a Roma il Consiglio Nazionale dell’Anci per discutere temi importanti e forse decisivi per salvaguardare il ruolo, la funzione e la qualità degli amministratori locali nel nostro paese. In particolare, e nello specifico, la figura del Sindaco oggi bistrattata e a rischio su più fronti.

Ora, caro Presidente, sarebbe altresì importante prendere spunto da questo ricordo storico anche, e soprattutto, per rinfrescare e rilanciare la “mission” concreta del Sindaco nella società contemporanea e, al contempo, ridare lustro culturale ed ideale alle autonomie locali che hanno trovato proprio nel magistero concreto di moltissimi “primi cittadini” la loro ragion d’essere.

Al riguardo, il magistero istituzionale, la figura politica e l’operato amministrativo di Giorgio La Pira come Sindaco di Firenze restano scolpiti nella memoria e nella storia politica del nostro paese. E ricordare questa data e questo Sindaco al prossimo Consiglio Nazionale dell’Anci, peraltro importante per difendere ed esaltare questo ruolo amministrativo nello scacchiere istituzionale del nostro paese, ci offrirebbe anche l’opportunità per recuperare un retroterra – quello del cattolicesimo popolare – che resta costitutivo se non addirittura decisivo per la stessa credibilità ed autorevolezza dell’autonomismo locale nel nostro paese.

Del resto, ricordare La Pira significa anche riscoprire la figura dei grandi Sindaci che hanno saputo, in periodi storici difficili e complessi, dare un respiro politico e culturale al loro operato. E chi, sotto questo versante, meglio di La Pira ha saputo fare di Firenze per molti anni il faro che illuminava una visione mondiale e globale della politica? Partendo, appunto, dall’ormai celebre “agire locale” e “pensare mondiale”.

Ecco perchè, caro Presidente, forse è giunto anche il momento che l’Anci a livello nazionale esca dalla continua logica della emergenza e riscopra, sino in fondo, quelle ragioni politico e culturali capaci di individuare nei Comuni e in chi li guida pro tempore uno snodo decisivo e fondamentale della qualità della nostra democrazia e del nostro vivere civile. Ma per centrare questi obiettivi è necessaria recuperare cultura politica e respiro ideale. E ricordare il magistero politico ed amministrativo di Giorgio La Pira al prossimo Consiglio nazionale dell’Anci, sotto questo versante, ci offre anche la concreta possibilità per rilanciare il ruolo delle autonomie locali partendo dalla figura e dalla funzione del Sindaco.

Con il Centro Democratico si può e si deve collaborare nel segno della comune radice ideale

L’Assemblea nazionale del partito guidato da Bruno Tabacci, oggi impegnato nel governo Draghi, ha fornito spunti utili e interessanti in vista di una più ampia riorganizzazione dell’area popolare di matrice cristiano-popolare.

Invitato a partecipare, ho seguito con interesse la relazione di Bruno Tabacci all’assemblea del Centro Democratico, tenutasi ieri a Roma.

Una relazione approfondita da me largamente condivisa. Si auspica la continuità del governo Draghi sino alla fine della legislatura e la riconferma di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, stante anche le oggettive difficoltà di un’alternativa praticabile nelle difficili condizioni politico parlamentari dopo quanto sta accadendo in casa del M5S. Coerente con quanto deciso all’atto della formazione del partito, Tabacci non intende confluire nel PD, né concorrere all’eventuale tentativo di costruzione di un gruppo Conte nel caso di confermata scissione del M5S. Netta la scelta per la legge elettorale di tipo proporzionale con preferenze e riconferma della sua cultura originaria cattolico democratica a difesa delle istituzioni, dello stato di diritto e dell’economia sociale di mercato.

L’obiettivo è quello di concorrere alla costruzione di un centro democratico alternativo alla destra nazionalista populista e distinto e distante dalla sinistra senza identità. Il Centro Democratico può offrire il valore di un simbolo già presentato alle elezioni politiche e di un gruppo parlamentare che non avrà obblighi nella raccolta delle firme alle elezioni. Un Centro Democratico nel quale sono presenti diverse culture politiche, molte delle quali fanno riferimento, come quelle di Tabacci, Sanza, Cardinale e altri, alla  nostra stessa esperienza democratico cristiana.

Credo che la DC e la Federazione Popolare DC debbano mantenere aperto il dialogo con il  Centro Democratico, perché ritengo che ciò che ci unisce è molto di più di quello che ci ha sin qui diviso. Ciò che non fu possibile col tentativo dei “responsabili” a sostegno del Conte–2, andrebbe perseguito adesso; un tempo nel quale la nascita di un nuovo centro, ampio e plurale, potrebbe evitare la balcanizzazione parlamentare alla vigilia di alcune scadenze politico istituzionali di grande impegno per la nostra Repubblica.

Una città per l’uomo. Dopo il fallimento del liberismo selvaggio occorre ritrovare un’idea che orienti la ripresa dello sviluppo.

La disinvolta liquidazione delle ideologie, con il cedimento alla funzione apparentemente salvifica di un capitalismo senza più freni, ha messo in ginocchio la politica. Ora la società è più debole perché più frammentata e diseguale: fatica a ritrovare la forza della solidarietà e della coesione come motore del progresso civile.

Cresce nelle nostre città e nei piccoli comuni un certo malessere sociale, economico, politico, culturale. Il tutto mentre si avvicina la tornata elettorale amministrativa del prossimo autunno che coinvolgerà città importanti, tra le quali Roma, ed una miriade di piccoli comuni chiamati a rinnovare sindaci e consigli comunali.

Una sorta di prova generale che ha già scatenato partiti e movimenti, lobby ed interessi, gruppi di potere conditi dalla solita smania di occupare posti importanti per fini interessati. Eppure, nessuno riflette su un tema drammatico che coinvolge dal più piccolo comune agli agglomerati urbani più popolosi: la lacerazione del tessuto sociale.

Su questo versante, il quadro è davvero preoccupante. È profondamente cambiato il modello di convivenza umana (artefice anche la pandemia, ma non solo), modelli diversi avanzano sull’onda di un individualismo esasperato, dell’utile personale che rinnega qualsiasi propensione al solidarismo.

Il problema è certamente soprattutto sociologico, ma non solo, come riflesso di fenomeni verificatisi negli ultimi decenni: una massiccia presenza di immigrati insieme al divario sempre più marcato tra poveri e ricchi, costituiscono il problema irrisolto di questo nostro tempo.

Ma l’assenza più vistosa in questo quadro desolante è soprattutto quella della politica, che ormai sembra condannata alla semplice amministrazione dell’esistente e non solo per motivi legati ad un’epoca di transizione, ma anche per l’incapacità e l’incompetenza della classe dirigente a tutti i livelli.

Un’incapacità che si manifesta soprattutto nel saper governare i nuovi fenomeni posti da un’immigrazione incontrollata che crea nuove sacche di povertà e di esclusione.

Una questione, quest’ultima, che favorisce la cultura dell’individualismo a danno di quella della solidarietà. Ed allora, come uscire da questa crisi sociale, economica, culturale e politica?

Negli ultimi anni della sua vita, il cardinale Carlo Maria Martini, riprendendo alcune riflessioni di Giuseppe Lazzati, indicava, insieme alle problematiche sopra accennate, anche le possibilità politiche per liberare la società da questa crisi generale dell’uomo.

Occorre ripartire dalla città con la consapevolezza che la semplice ristrutturazione del patrimonio urbano per renderlo più bello ed attraente risulterebbe vana se non si parte dall’assunto lazzatiano di “costruire una città per l’uomo e a misura d’uomo”.

Sulla scia di queste indicazioni non è peregrina una ulteriore riflessione: molti si sono illusi che la liquidazione delle vecchie ideologie e dei valori contrassegnati da un lato dal comunismo e, dall’altro, da posizioni politiche ispirate dal cristianesimo, fossero sufficienti per costruire la società laica (o laicista?), secolarizzata nella quale ai principi dell’etica si sostituissero quelli dell’economia. La realizzazione, in sostanza, di quella che viene definita società radicale, per cui è valido solo quello che mi è utile in termini materiali.

La crisi contemporanea è figlia di questa pseudo cultura politica e la stessa classe dirigente attuale, a tutti i livelli, proviene da questa tendenza sociologica errata. Se non si riparte da queste riflessioni pre-politiche, difficilmente avremo in futuro una nuova classe dirigente competente, preparata ed ispirata da motivazioni etiche.

Ripartire dalla città, dal più piccolo comune come realtà nelle quali si sviluppa la personalità del singolo in funzione del bene comune, significa davvero costruire una città per l’uomo.

Conte, un nuovo partito o una corrente nel Pd?

Adesso può accadere qualsiasi cosa. Ammoniva Donat Cattin a stare vigili al cospetto di certi personaggi: “Sono capaci di tutto”. Intanto lo spettacolo che propongono i due duellanti, Grillo e Conte, è tale da lasciare francamente interdetti.


Mai come oggi, parlando del caos 5 stelle, mi vengono in mente le parole pronunciate nello scorso secolo da un grande statista democratico cristiano, nonch
è mio “maestro” politico, Carlo Donat-Cattin quando, parlando di questioni interne al suo partito e quindi del comportamento di alcuni esponenti di correnti avverse alla sinistra sociale di Forze Nuove, diceva con il solito sarcasmo intelligente, “attenzione a questi perchè sono capaci, capacissimi, capaci di tutto”. Certo, il vecchio Donat pronunciava queste parole in un contesto fatto da giganti della politica, da partiti politici che non erano una sorta di circo barnum e in un contesto dove l’elaborazione culturale e politica non contemplava i partiti personali o del guru, dove “uno non valeva uno” e, soprattutto, dove i comici facevano i comici e gli improvvisatori restavano improvvisatori. Ma non nella politica perchè, semplicemente, lì non potevano accedere per manifesta incapacità.

Ho fatto questa lunga premessa per dire che ciò che caratterizza oggi, e da sempre del resto, il pianeta 5 stelle non è decifrabile da nessuno, se non dal “guru”, cioè “dall’Elevato”, e dai pochi che praticano quelle dinamiche, che, come ovvio però, sono esterne ed estranee alle leggi della politica. Anche se in un particolare momento storico larga parte degli italiani ha intravisto in quella strana e singolare esperienza politica una speranza di riscossa che si è rivelata, com’era facilmente prevedibile, del tutto infondata e priva di qualsiasi credibilità e prospettiva come l’esperienza concreta di questi giorni ha persin platealmente confermato. Adesso, però, può capitare veramente di tutto. Nessuno sa prevedere l’epilogo di questo scontro di puro potere dove l’unico elemento che conta, almeno per quanto riguarda i parlamentari di quel partito, è chi liquida per primo il capitolo dell’obbligo del doppio mandato per i parlamentari medesimi. Questo è l’unico elemento – alla faccia del cambiamento, del rinnovamento, dell’onestà e di chi più ne ha più ne metta – che può far pendere la bilancia dei numeri tra Conte e il fondatore. Tutto il resto, come ovvio e come tutti sanno, è pura chiacchiera. Anche se, com’è altrettanto evidente, in un partito dominato da un guru, cioè “da un “Elevato”, il consenso popolare vero – o di quel che resta di quel consenso – continua ad essere riconducibile al suo verbo, ai suoi dogma e alla sua predicazione.

Ecco perchè diventa sempre più curioso, almeno per chi si appassiona di questa sceneggiata, capire quale sarà il futuro politico di Conte. Al di là delle comiche di Bettini e c. su Conte come “punto di riferimento politico più autorevole dei progressisti” italiani e amenità varie. Ovvero, quello di Conte sarà l’ennesimo partito personale fatto da transfughi dei 5 stelle in attesa che venga azzerata la regola del doppio mandato dei parlamentari o si ridurrà ad essere, l’ex Presidente del Consiglio, il capo di una ennesima corrente del Pd? Ossia, la corrente ex o post grillina del Partito democratico?

Attorno a questa alternativa osserveremo e valuteremo l’evoluzione dei fatti, ben sapendo che da quelle parti è necessario un monitoraggio quotidiano perchè, appunto, per dirla con Donat-Cattin, sono “capaci, capacissimi, capaci di tutto”.

Tra utopia e cambiamento: la storia del sindacato. Intervista a Savino Pezzotta su “Fondazioni”

Sul numero di mag-giu 2021 del periodico delle Fondazioni di origine bancaria, l’ex Segretario Generale della Cisl rilancia il progetto di unità sindacale. Un modo, dice, per ringiovanire e sburocratizzare la realtà delle tre grandi e storiche organizzazioni italiane dei lavoratori (Cgil-Cisl-Uil).

È difficile parlare di lavoro e di lavoratori in Italia e non pensare al sindacato e al ruolo che ha svolto e svolge nel nostro Paese. Abbiamo intervistato Savino Pezzotta, che è stato uno storico sindacalista del tessile lombardo e che ha guidato la Cisl nella prima metà degli anni Duemila.

Negli ultimi vent’anni il mondo del lavoro si è radicalmente trasformato. Com’è cambiato e come può ancora cambiare il sindacato?

Il sindacato è obbligato a cambiare, perché se non muta è condannato ad accentuare il declino che sta registrando in questi tempi. Per farlo, deve affrontare due grandi problemi. Il primo è la necessità di rilanciare una forma democratica al suo interno, che oggi sembra essere attenuata, perché tutto accade per cooptazione e per scelta dei gruppi dirigenti. Ciò non aiuta certamente il necessario processo di rinnovamento. Il secondo aspetto riguarda la quanto più necessaria “sburocratizzazione” del sindacato attraverso una riduzione consistente dell’apparato, senza la quale si restringerebbe ancora di più la reale partecipazione dei lavoratori alla vita sindacale. Per fare tutto questo, a mio avviso, c’è una sola strada: l’unità sindacale. Oggi, in Italia, non esistono più ragioni che legittimerebbero l’esistenza di tre sindacati confederali. Dovremmo invece stimolare la creazione di una grande confederazione unitaria dei lavoratori italiani, sul modello del sindacalismo internazionale. Si tratta di un passaggio necessario per semplificare e ringiovanire il sindacato.

Il ringiovanimento del sindacato è una questio- ne non solo dell’apparato, ma anche degli iscritti. Come la pensa su quest’altro aspetto?

Sono convinto che il sindacato debba offrire un’immagine positiva e ideale di sé e delle sue battaglie, cosicché i giovani possano trovare ancora interessante iscriversi e impegnarsi nel mondo sindacale. In assenza di un reale cambiamento culturale, di mentalità e di visione, il sindacato rimarrà una struttura burocratica che offre servizi, ma non sarà più in grado di proporsi come una forza attiva nella società. Infatti, il declino del sindacato non è dovuto solamente al calo degli iscritti, ma al crollo del ruolo politico che il sindacalismo gioca nel Paese. Lo ha svolto nella fase di ricostruzione durante gli anni ’50, o negli anni ’60 e ’70, quando ha giocato un ruolo di democratizzazione, che ha portato allo Statuto dei lavoratori. Oggi, nell’epoca della società digitale, il sindacato deve, quindi, riacquisire la capacità di costruzione del suo ruolo e delle modalità operative, comprendendo e intercettando i nuovi bisogni della società digitale.

Lei ha scritto recentemente che il termine “utopia” viene utilizzato ultimamente con un’accezione negativa e, invece, è vitale per una società avere sogni e utopie.

Sono convinto che la società debba avere una visione, una tensione verso qualcosa che ancora non esiste. Al contrario, la nostra società ha smarrito il tema della possibilità. Ovvero, quella capacità di immaginare qualcosa di diverso: io non so cosa sarà, ma mantengo la tensione verso un mondo diverso e lotto affinché si realizzi. Questo è il ruolo del sindacato: mantenere viva l’utopia e la tensione al cambiamento. Solo così, alimentando una visione autonoma, il sindacato può continuare a influenzare la politica.

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[L’intervista a Pezzotta è alle pp. 22-23]

https://www.acri.it/wp-content/uploads/2021/07/Fondazioni-mag-giu21.pdf

Remo Gaspari e il suo Abruzzo. Varie iniziative in programma a luglio. Il ricordo del figlio Lucio Achille.

A cento anni dalla nascita e a dieci anni dalla scomparsa, diverse le iniziative allestite (tra il 1 e il 19 luglio) dall’Istituto di Cultura Politica “Giuseppe Spataro” di Pescara. Riportiamo di seguito la prefazione che il figlio dell’uomo politico abruzzese ha scritto per il libro di Licio Di Biase “Remo Gaspari. La politica come servizio” (Ianieri editore).

Quando Licio Di Biase mi ha chiesto di scrivere una prefazione alla sua biografia su Remo Gaspari ho pensato che l’avesse fatto perché di solito un figlio sa tutto del padre. Ma nel caso di Remo Gaspari non è così per me e credo per molti. Io avevo un’idea di mio padre che ritenevo assolutamente esatta e che è cominciata a cambiare e a mettersi compiutamente a fuoco proprio dal giorno della sua morte.

I miei primi ricordi risalgono alla primavera del 1948 quando Remo non aveva ancora compiuto 27 anni e sono dovuti a due momenti di paura. Fu quando a Gissi mi venne a prendere con la sua lambretta, quella con cui girava tutti i comuni della provinciadi Chieti per fare attività politica, in un prato dove stavo giocando. Il fumo che usciva dallo scappamento mi indusse a credere che la paglia su cui stavo, stesse per prendere fuoco e mi spaventai moltissimo. L’altra paura la ebbi quando mi portò con lui in macchina a Penne dopo le vittoriose elezioni dell’aprile 1948; vi aveva tenuto un memorabile contraddittorio contro uno dei più prestigiosi personaggi del P.C.I., l’on. Umberto Terracini. Per festeggiarlo una folla incredibile fermò la macchina e lo tirò fuori per portarlo in trionfo. Io, credendo che gli volessero fare del male, fui terrorizzato.

Questi due episodi fissano nella mia memoria la figura di un ragazzo magro, atletico, scattante, determinato. C’è poi l’immagine dei festeggiamenti per i suoi novanta anni. Fisico piegato dall’età ma voce stentorea, mente lucidissima, animo determinato. Confrontando in quel momento la sua persona all’immagine dei miei primi ricordi mi dissi che anche se sembra ingiusto il tempo vola e non si può fermare. Il segno di tutti noi rimane nel ricordo di chi ci ha conosciuto e voluto bene, quello dei grandi personaggi è chiarito e rafforzato dallo studio degli storici così come Licio Di Biase fa con la sua interessante biografia. Questo libro racconta in modo preciso e puntuale tutta la vita di Remo Gaspari, dalla giovinezza sino agli ultimi giorni, ma ha il pregio di approfondire il personaggio dal punto di vista umano e politico e credo che questo sia l’aspetto più importante di questo libro che dovrebbe essere letto non solo da tutti gli abruzzesi, ma da tutti coloro che sono appassionati alla storia, o da coloro che si dedicano all’esercizio della politica, perché ne potrebbero trarre utili spunti per la loro presente attività.

Si dice che le cose si apprezzano sino in fondo quando ci vengono a mancare; questo è accaduto davvero ed immediatamente alla morte di Remo Gaspari. La commemorazione ufficiale del 21 luglio alla Camera dei Deputati e la messa di suffragio una settimana dopo presso la Cappella della Camera, così come le manifestazioni di affetto e di dolore di tantissimi cittadini nella Camera Ardente presso la sede della Provincia di Chieti e durante le esequie il giorno seguente nella Cattedrale di San Giustino, mi hanno rivelato sino in fondo quale fosse la considerazione dei suoi Colleghi per la sua azione politica e come fosse profondo l’affetto reciproco che lo legava ai suoi concittadini. Indagare e spiegare una personalità complessa come quella di Remo Gaspari, collocare la sua azione politica nel contesto storico e culturale della nascita e dell’affermazione della nostra Repubblica sono i pregi fondamentali di questo libro che anche attraverso l’aneddoto e la nota di colore cerca sempre di penetrare nel profondo dei sentimenti e delle ragioni. Dopo aver letto questa biografia ho la sensazione di conoscere meglio Remo Gaspari; sono convinto che questa sarà l’opinione anche di altri numerosi lettori.

Per informazioni rivolgersi a:

Istituto di cultura politica “Giuseppe Spataro”  – cellulare: +39 348 8286229 – email: segreteria.dibiase1@gmail.com

Righetto, il bambino-artificiere della Repubblica Romana

Piccoli eroi dimenticati. Si concludeva nel giugno del 1849 l’epopea del triumvirato democratico capitolino. Un ricordo del giovane eroe trasteverino.

Marco Giuliani

Di Righetto si sa molto poco, compreso il nome di battesimo e le generalità dei suoi genitori. Le poche notizie giunte sino a noi raccontano che aveva circa 12 anni, che proveniva da Trastevere, era orfano ed era un po’ mingherlino per un ragazzo della sua età. Tutta la sua famiglia era costituita da una fedele cagnolina, chiamata Sgrullarella perché aveva il vizio di bagnarsi alle fontane e dibattersi per asciugarsi. Nel rione si arrangiava sbrigando piccoli lavori offerti dai bottegai della zona per permettergli di mantenersi.

Roma viveva uno dei periodi più intensi della sua storia recente. Il 9 febbraio del 1849 era stata fondata, previa Assemblea Costituente, la Seconda Repubblica Romana (la prima risaliva a cinquant’anni prima, istituita in età napoleonica), sorta a seguito dell’esilio in Gaeta di Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, ospitato nell’occasione dai regnanti delle Due Sicilie. La tensione tra il governo pontificio, profondamente contrario a un conflitto tra paesi cattolici, e i movimenti che si battevano per l’instaurazione di un esecutivo laico aveva raggiunto un punto di non ritorno: il 15 novembre 1848 era stato assassinato Pellegrino Rossi, Primo Ministro dello Stato della Chiesa, e la spinta popolare – diffusasi su larga scala dopo le Cinque Giornate di Milano – cominciò a rappresentare una seria opposizione politica (e non solo) al potere secolare ecclesiastico. Anche Pasquino aveva ricominciato a parlare: sulla sua statua, per sottolineare le indecisioni del Papa sulla forma di statuto da adottare, era apparsa la scritta :

“Pio Nono/

Sei buono/

Ma-stai”.

Parte dei romani era rimasta delusa da quel giovane e innovativo pontefice, nel quale avevano riposto le aspettative a favore delle riforme, ma probabilmente chiedendogli quel qualcosa in più che non era in grado di poter dare. Righetto e gli altri ragazzi come lui non riuscivano percepire qual era il vero significato di tale condizione politica; il termine “Risorgimento” forse suonava un po’ strano alle loro orecchie, ma Roma era tutto il loro mondo, e andava comunque difesa dai nemici. Gli avevano fatto conoscere Garibaldi, che aveva sentito parlare di quel ragazzino che spegneva le bombe, e Righetto ne era rimasto affascinato. Con impeti di neotenia giovanile, lui, sin dai primi giorni dell’assedio, si adoperava con coraggio nel disinnescare quei proiettili di cannone che cadevano copiosi su Roma senza esplodere. Il suo motto era ad maiora semper;  con un panno bagnato ne strappava la miccia o la spoletta, e riconsegnava il residuo alla milizia repubblicana guadagnandosi uno scudo per ogni ordigno inesploso. Ne aveva salvate molte di vite, lui.

Per difendere la neonata Repubblica, stavano giungendo volontari da tutta Italia, compresi Garibaldi, Bixio, Mameli, Pisacane, Manara. Era arrivato anche Mazzini, che con Saffi e Armellini avrebbe istituito il triumvirato repubblicano passato alla storia come uno degli esperimenti democratici più brillanti del periodo. Lo scontro tra poteri si acuì pericolosamente, e per evitare di rimanere coinvolto in una guerra civile, il pontefice decise di ritirarsi verso Sud. Le grandi potenze europee, Francia e Austria in testa, non stavano certo con le mani in mano, e secondo i patti, per ripristinare l’autorità della Chiesa di Roma si mossero di concerto. Il 24 aprile 1849 a Civitavecchia sbarcarono 7.000 soldati transalpini, da Napoli e Gaeta ne giunsero altri 18.000 (inviati da Ferdinando II). Roma era accerchiata, e Oudinot non ebbe pietà né per i civili, tanto meno per le chiese, i monumenti e gli splendidi palazzi barocco-rinascimentali della città. Racconta nei suoi diari Gustav von Hoffstetter, militare svizzero di stanza nell’Urbe durante i combattimenti: «[Roma era bombardata dal fuoco nemico…] L‘intervallo medio, tra la caduta e l’esplosione, era di 10 a 12 minuti secondi. Immediato era il precipitarsi che faceva la gente sur una bomba, per soffocarla, allorché essa ardeva alcuni secondi più del solito. Molte bombe furono in tal modo riportate, aventi la spoletta o ricacciata dentro, o strappata, o tagliata via. Per ognuna si pagava uno scudo».

E come il Gianicolo, Villa Glori e Ponte Milvio, anche Trastevere era sotto le bombe. All’altezza della Renella, accanto all’attuale Piazza Trilussa, Righetto si gettò su alcuni proietti per disinnescarli. Correva il 29 giugno. «Panza a tèra!» – gridò ancora una volta per avvertire la gente del pericolo. Ma andò male, e un ordigno gli esplose addosso, dilaniandolo. Santo Spirito era sotto tiro, e non fu possibile neanche portarlo in ospedale. Morì a distanza di poche ore presso l’abitazione di un’anziana signora, a Via Belsiana, di fronte a Campo Marzio. Il 30 giugno Roma si arrese. Da alcuni anni, tra i busti eretti al Gianicolo a memoria della Repubblica Romana, è stato depositato anche quello di Righetto, raffigurato insieme alla sua amata cagnetta mentre alza un braccio a mò di saluto. Sul marmo è incisa un’effige che riporta testualmente: “A Righetto giovane trasteverino simbolo dei ragazzi caduti in difesa della gloriosa Repubblica Romana del 1849”.

Salvatore Rebecchini è stato un grande sindaco, nonché un lucido interprete del centrismo degasperiano nella Capitale.

Il video dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC), presente sul canale YouTube de “Il Domani d’Italia”, inquadra bene la figura del Primo cittadino di una Roma appena uscita dalla catastrofe del fascismo e della guerra. Occorre tuttavia ricordare lo stretto legame tra Rebecchini e la Dc di De Gasperi, altrimenti il profilo dell’uomo e dell’amministratore pubblico non corrisponde appieno alla giusta verità storica.

Ho riflettuto sulla bella presentazione di Salvatore Rebecchini, sobria, senza enfasi ma al tempo stesso attenta a rimarcare i tratti distintivi del personaggio, uomo di cultura, cattolico, modernizzatore, capace di scelte urbanistiche funzionali allo sviluppo della città e in prospettiva dell’area metropolitana. Il merito dell’iniziativa è dell’Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani (ANDC) che ho avuto l’onore di presiedere fino a qualche mese fa, per poi passare la staffetta all’amico D’Ubaldo. Questa opera di ricostruzione storica è fondamentale. Forse alcune vicende avrebbero richiesto un maggiore approfondimento, come ad esempio quella che all’epoca interessò la costruzione dell’hotel Hilton a Monte Mario, scatenando una delle prime aggressioni politiche alla Dc in nome di una esasperata e grezza questione morale. Nondimeno sarebbe stato interessante, su un altro piano, illustrare l’operazione che portò a realizzare il tunnel di Porta Cavalleggeri, funzionale al collegamento tra PonteDuca D’Aosta, via Gregorio VII e via Aurelia, verso il Grande Raccordo Anulare.  

Lo stesso successo non ebbe l’ipotizzato tunnel da Piazza di Spagna a Via Veneto per l’opposizione dei radical–ambientalisti prima maniera, sempre guidati dall’Espresso. L’idea in forma più ridotta e parziale sarà infine adottata per collegare il parcheggio di Villa Borghese a Piazza di Spagna e quindi alla stazione della Metro A. Si potrebbe andare avanti, cercando insomma di capire meglio, a beneficio di un’analisi più compiuta, cosa significasse negli anni ‘50 lafame di case per l’impetuosa immigrazione e la crescita esponenziale della popolazione della città.

Tutto ciò premesso, è mancata a mio parere l’indicazione circa la collocazione di Rebecchini nel preciso contesto storico e politico. Era un civico prestato alla politica, ma fece una scelta di campo. Si presentò con le liste della Dc altrimenti non avrebbe potuto fare il sindaco con le sue sole forze. Governò la città nell’ottica di una grande opzione democratica, magari con una certa inclinazione al moderatismo, con ciò interpretando da par suo la funzione del centrismo degasperiano. Alla luce delle successive evoluzioni, ovvero con l’avvento del centro-sinistra in Campidoglio, la sua figura apparve consegnata a un tempo contrassegnato dalla subalternità del partito alla visione e alla iniziativa dei blocco moderato-clericale.

La scelta della famiglia sarà confermata anche dal figlio Francesco, senatore per cinque legislature, poi più volte sottosegretario, eletto a Roma, ma anche in Lombardia per volere di Albertino Marcora (uno dei leader della sinistra di Base). Posso anche comprendere che poi Gaetano, di fronte alla catastrofica diaspora della Dc, sia stato protagonista della nascita e della evoluzione di Alleanza Nazionale, cui ha dato un rilevante contributo culturale con il suo Centro di orientamento politico e con gli interessanti incontri di Palazzo Colonna. La stella polare della famiglia, tuttavia, non può che rimanere la Dc. E tralasciare questa appartenenza fa un torto al sindaco e alla Dc, nonché si potrebbe dire un torto a quanti di noi genitori zii e nonni lo hanno votato, Dalvatore Rebecchini, e sarebbero oggi orgogliosi di scelte come quelle da lui compiute nell’interesse della città.

Queste sono alcune puntualizzazioni semplici e modeste, in spirito di amicizia. Non rappresentano una critica, in definitiva, ma una amara riflessione perché spesso tocca fare i conti, ma stavolta incidentalmente, con le troppe remore che gravano sulla memoria della complessa vicenda democristiana.

Protagonisti nel circuito energetico internazionale. Una ricerca della Fondazione Tarantelli.

Si tratta di una ricerca che rientra nelle pubblicazioni periodiche della Fondazione Ezio Tarantelli (Cisl). Così esordisce in apertura il Presidente Giuseppe Gallo: “La politica energetica italiana, negli anni, è sempre stata caratterizzata dalla scarsa autonomia nazionale di risorse di idrocarburi e dalla dipendenza delle ingenti importazioni. Tutto ciò non ha impedito all’Italia, dal dopoguerra sino ad oggi, di essere protagonista nei mercati energetici internazionali”. Qui si riporta solo la parte introduttiva del testo di Assogna.

La politica energetica italiana, negli anni, è sempre stata caratterizzata dalla scarsa autonomia nazionale di risorse di idrocarburi e conseguentemente dalla strutturale dipendenza dalle importazioni estere. Nonostante ciò, l’Italia dal dopoguerra sino ai giorni d’oggi, è sempre stata protagonista nei mercati energetici internazionali. Tutto ciò, a merito di una strategia iniziata proprio dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e che avuto come principale protagonista Enrico Mattei, un personaggio che meriterebbe una maggiore attenzione dai libri di storia italiani. Mattei fu l’iniziatore di un progetto che, attraverso l’iniziativa nel ciclo dell’energia, portò il Paese ad essere centrale nelle dinamiche della politica mediterranea e internazionale, facendo assumere all’Italia un ruolo di interlocutore nel circuito energetico, senza avere una capacità propria di risorse di idrocarburi.

Le intuizioni di Enrico Mattei, con la fondazione dell’ENI e con il potenziamento dell’AGIP, della SNAM, della SAIPEM, etc., valorizzarono le professionalità interne della vecchia struttura aziendale, investendo poi su un gruppo dirigente, una classe di tecnici e di funzioni operative, che divennero competenze di qualità riconosciuta globalmente nei settori minerario, geologico, ingegneristico, chimico, economico-finanziario e diplomatico, che in pochi anni fecero del sistema energetico nazionale degli idrocarburi e dei servizi connessi, un’eccellenza internazionale. Oltre al Gruppo ENI, il sistema energetico italiano si è poi consolidato con la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’istituzione nel 1962 dell’ENEL che insieme alla rete di aziende locali, razionalizzò il comparto elettrico italiano, contribuendo notevolmente allo sviluppo economico del Paese.

Pertanto la presenza internazionale delle imprese energetiche italiane, che di seguito descriviamo, si basa sulle qualità, le competenze e le esperienze professionali e tecnologiche dei Gruppi a partecipazione pubblica precedentemente citati, partendo dall’antica vocazione di ENI e delle aziende da esso derivanti (SNAM e SAIPEM), sino al più recente protagonismo di ENEL, di TERNA, di alcune Holding sia a capitale pubblico sia a capitale privato. Infine, nelle prossime settimane si conoscerà il risultato della gara per la privatizzazione di DEPA – Società Greca di distribuzione del gas naturale, gara che vede impegnata la nostra Italgas. La conferma di un protagonismo nelle nuove frontiere internazionali dell’energia e nella riconversione del mix energetico.

L’OIL Company italiana nell’impostazione iniziale data da Enrico Mattei ha avuto la capacità di coniugare le grandi competenze professionali con una diffusa capacità relazionale e negoziale, sostenendo anche le strategie della politica estera e la diplomazia del nostro Paese. L’ENI è pertanto uno dei principali, se non il principale asset italiano nel mondo, proprio per la presenza diffusa sul piano globale. Negli anni tutto ciò ha voluto e vuole ancora dire centralità nella raffinazione (oggi in decremento rispetto al passato), nella logistica, nel trasporto e nella commercializzazione del gas naturale, nelle infrastrutture energetiche (gasdotti, oleodotti, piattaforme off-shore) e soprattutto nell’esplorazione e ricerca degli idrocarburi. Inoltre ENI, avendo aderito agli obiettivi della COP 21 con altre compagnie petrolifere internazionali e ai “goals” dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sta sviluppando dei progetti per la realizzazione di nuovi impianti o la riconversione di strutture esistenti per la produzione di energie rinnovabili e per l’avvio di cicli produttivi di economia circolare.

Le produzioni di petrolio e gas è previsto che possano raggiungere all’incirca i 2 milioni di barili equivalenti al giorno al 2023, arrivando poi a toccare il picco al 2025 con circa 2,05 – 2,10 milioni di barili equivalenti al giorno. Apartire da quella data la produzione tenderà a ridursi gradualmente e con una previsione di una presenza del gas naturale all’85% del mix produttivo al 2050. Sono confermati tutti gli altri obiettivi al 2023 riferiti ai business di transizione energetica. Eni è presente in 68 Paesi coprendotutti le aree continentali del mondo, con circa 30.775 dipendenti diretti (di cui oltre 11.000 nell’esplorazione e produzione), una produzione di 1,73 milioni BOE (barili equivalenti di petrolio) al giorno di idrocarburi e con una vendita di 64,99 mld di m3 di gas naturale (dati ufficiali ENI 2020).

A giugno 2020 è stato inoltre pubblicato il rapporto “Eni for Human Rights”, documento che fornisce le informazioni degli ultimi sei anni, su come ENI è impegnata nel rispetto dei diritti umani nei Paesi in cui opera.

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https://www.fondazionetarantelli.it/working-papers

(La relazione è inclusa nel paper di prossima pubblicazione, a cura della Fondazione Ezio Tarantelli, dal titolo “La presenza delle aziende energetiche italiane nella competizione internazionale”. È previsto un webinar con vari relatori il 19 luglio, alle ore 15.15, sulla piattaforma zoom: per accedere è necessario farsi accreditare dalla Fondazione).

Equità ed efficienza, banco di prova del PNRR. L’analisi di “Aggiornamenti Sociali”.

Con la consegna da parte del Governo Draghi del Piano nazionale di ripresa e resilienza alla Commissione europea è stato adempiuto un passaggio fondamentale perché l’Italia possa ricevere i fondi previsti dal NextGenerationEU. Dopo anni di crescita stentata e lo shock socioeconomico prodotto dalla pandemia, sono grandi le attese per il rilancio del nostro Paese. Quali sono le misure previste a livello di investimenti e riforme per raggiungere questo obiettivo? I vari interventi consentono di ipotizzare una ripresa dell’Italia nel segno dell’equità e dell’efficienza?

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR 2021), che il Governo italiano ha presentato a Bruxelles rispettando la scadenza del 30 aprile 2021, è un documento corposo e complesso: sfiora le 300 pagine e tocca molte questioni di straordinaria importanza per la società e l’economia italiane, rappresentando, a un tempo, un punto di arrivo e di partenza.

 

È un punto di arrivo nel senso che chiude il processo avviato nella primavera e nell’estate del 2020 con l’approvazione, da parte delle autorità europee, del NextGenerationEU (NGEU), per cui ogni Stato membro doveva presentare il proprio Piano per accedere alla propria quota di fondi comunitari. Ma è anche – e, forse, soprattutto – un punto di partenza perché disegna il percorso di riforme e investimenti che l’Italia dovrà percorrere da qui al 2026. Non è irragionevole affermare che il difficile, soprattutto per un Paese come il nostro, viene ora.

 

Il PNRR si apre con una Premessa firmata in prima persona dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, e si articola in quattro parti: 1. Obiettivi generali e struttura del piano; 2. Riforme e investimenti (a sua volta suddivisa in due parti: Le riforme e Le missioni); 3. Attuazione e monitoraggio; 4. Valutazione dell’impatto macroeconomico. Questo articolo non si propone di riassumere il Piano, ma di porne in risalto la filosofia di fondo e i principali interventi, offrendo una prima valutazione sulla sua adeguatezza per curare alcuni dei mali, antichi e più recenti, che colpiscono il nostro Paese, dopo vent’anni di scarsa crescita e un anno e mezzo di devastante pandemia.

 

Della crescita (che non c’è) ne parla il presidente Draghi sin dalle prime righe della sua Premessa: «La crisi si è abbattuta su un Paese già fragile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Tra il 1999 e il 2019, il PIL in Italia è cresciuto in totale del 7,9%. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6%. […] Dal 1999 al 2019, il PIL per ora lavorata in Italia è cresciuto del 4,2%, mentre in Francia e Germania è aumentato rispettivamente del 21,2 e del 21,3%. La produttività totale dei fattori, un indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia, è diminuito del 6,2% tra il 2001 e il 2019, a fronte di un generale aumento a livello europeo» (PNRR 2021, 2).

 

Altri dati menzionati sui NEET, sul lavoro femminile, sul degrado ambientale, sulla familiarità con le tecnologie digitali confermano il divario fra l’Italia e gli altri grandi Paesi fondatori dell’Europa unita: «Questi ritardi – scrive ancora Draghi – sono in parte legati al calo degli investimenti pubblici e privati, che ha rallentato i necessari processi di modernizzazione della pubblica amministrazione, delle infrastrutture e delle filiere produttive » (PNRR 2021, 3). Da qui, il binomio inscindibile costituito da riforme e investimenti che caratterizza il PNRR visto nella sua interezza.

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https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/equita-ed-efficienza-banco-di-prova-del-pnrr/

Trent’anni dopo la Iugoslavia. Il punto sulla Rivista il Mulino

Trent’anni dopo, molti sono i nodi ancora irrisolti, tra i quali spiccano la stagnazione politica e civile in Bosnia ed Erzegovina e l’impossibile dialogo tra Belgrado e i vertici politici del Kosovo. Un approfondimento della Rivista “Il Mulino”.

Sono passati trent’anni da quel 25 giugno 1991 che ha cambiato la vita ai cittadini della Jugoslavia. Chi si ricorda la Jugoslavia? Uno Stato federale e neutrale composto da sei repubbliche e sei nazioni più altre minoranze, da quattro lingue ufficiali più altre sei-sette minoritarie, da due alfabeti. Uno Stato uscito nel 1990 dal regime comunista con le elezioni democratiche e con l’inevitabile affermazione dei partiti nazionali in ogni Repubblica. Si sapeva che la democrazia avrebbe fatto affiorare le scelte politiche nazionali. Il 25 giugno del 1991 ci furono le proclamazioni d’indipendenza da parte della Slovenia e della Croazia, le repubbliche economicamente più forti e storicamente diverse rispetto al resto della Jugoslavia. Un atto oggi ricordato come liberazione e realizzazione della statualità tanto agognata. Lo strappo sloveno e croato innescò il processo di dissoluzione della Jugoslavia.

Le tappe di questa dissoluzione vanno ricordate, devono essere memoria civile europea. Già il 26-27 giugno 1991 ci furono scontri aperti in Slovenia, tra le forze indipendentiste e l’esercito federale. Una guerra durata dieci giorni. Poi fu la volta della Croazia: un conflitto strisciante, dato che la minoranza serba era insorta e aveva a sua volta proclamato indipendenti le proprie regioni. La guerra, che nell’assedio drammatico di Vukovar ebbe l’apice, si concluse dopo cinque mesi, con una tregua. La Slovenia e la Croazia ebbero il riconoscimento internazionale nel gennaio del 1992. La crisi si spostò più a Sud. Nell’aprile del 1992 scoppiò la Guerra civile in Bosnia ed Erzegovina tra i locali serbi, musulmani e croati, e sarebbe durata oltre tre anni, con scontri tra tutte e tre le parti, con efferate violenze, stupri di massa, campi di detenzione, eccidi terribili, come quello di Srebrenica del luglio 1995, in cui furono trucidati ottomila bosniaci musulmani da parte dei reparti serbi. L’accordo internazionale di Dayton (Ohio), dell’ottobre del 1995, mise fine al conflitto e impose una soluzione statale alla Bosnia ed Erzegovina, composta, da allora, da due entità, una serba (Repubblica serba) e una federale musulmana/bosgnacca e croata.

Poi la crisi si estese al Kosovo, la regione già autonoma in seno alla Serbia, abitata da una maggioranza albanese. Anche qui violenze, scontri tra serbi e albanesi, masse di profughi, finché nel 1999 si giunse al bombardamento di Belgrado da parte della Nato. Fu il terzo bombardamento che la città subì nel Novecento. Altri scontri ci furono in Macedonia tra macedoni e albanesi, ma il conflitto fu bloccato sul nascere, tramite ingerenza statunitense. La Jugoslavia, come concetto e federazione serbo-montenegrina, sopravvisse fino al 2003. Nel 2006 la Serbia e il Montenegro si sono separate. Nel 2007, il Kosovo ha proclamato la sua indipendenza, ma non è pienamente riconosciuto sul piano internazionale.

Delle guerre jugoslave si disse fossero barbarie sulla soglia dell’Europa, che proprio in quegli anni vedeva nascere l’Unione europea. Un unico conflitto, con diversi scenari, in un mondo che pareva alla fine della sua storia, non più diviso tra potenze e ideologie. Oggi capiamo meglio i fatti: folle di profughi riprese dalle televisioni in diretta, stupri di massa come guerra psicologica, il sacrificio dei propri civili per screditare il nemico, l’intervento militare umanitario tramite bombardamenti «intelligenti», traffici in armi, droga e prostituzione attorno alle forze belligeranti ma anche tra quelle dislocate per pacificare, traffici di organi. E poi: la criminalità che diventa potere legittimato e viceversa, i mujaheddin, gli ultrà trasformati in commando, i mercenari e i contractor, e le Ong, gli inviati in carriera, la reciproca fabbricazione dell’immaginario dell’orrore, i grandi intellettuali occidentali catapultati nella regione che scelgono la loro parte e il loro palcoscenico, i media internazionali che determinano una narrazione di portata globale e infine, e a chiusura, i processi e le sentenze del tribunale internazionale dell’Aia per i crimini commessi contro l’umanità in Jugoslavia. In fin dei conti, la balcanizzazione interna ed esterna, nel senso peggiore del termine, dei Balcani. Ma anche un banco di sperimentazione, un anticipo sotto tanti aspetti, per altre emergenze belliche e civili che sono seguite.

Cosa abbiamo oggi, dopo tutto questo? Da un lato, Slovenia e Croazia sono Stati dell’Unione europa, dall’altro ci sono i cosiddetti Balcani occidentali, una non Ue dentro l’Ue, che comprende Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, il Kosovo e l’Albania. In attesa che succeda qualcosa. Trent’anni dopo, molti sono i nodi irrisolti, tra i quali spiccano la stagnazione politica e civile in Bosnia ed Erzegovina, che mette in questione il modello di Dayton, e l’impossibile dialogo tra Belgrado e i vertici politici del Kosovo. Di fatto, sia la nazione serba sia quella albanese si trovano distribuite in tre diversi Stati. La Macedonia del Nord ha dovuto cambiare il nome per essere accettata dalla Grecia, ma trova ostacoli da parte della Bulgaria sulla incertissima strada verso l’Ue.

I Balcani occidentali sono nominati solo quando affiora nei media internazionali il dramma delle migrazioni che attraversano la regione. Sfugge l’incastro di problematiche irrisolte, che richiamano gli esiti delle guerre balcaniche dal 1912-1913 al 1999. Ci sono dinamiche integrative europee attorno ai Balcani occidentali che li escludono, li marginalizzano. La Grecia rientra nell’iniziativa EuroMed 7, un forum sorto nel 2013 che comprende pure Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Malta. Del 2016 è il Three Seas Initiative, detto anche Trimarium, un forum di dodici Stati avviato su ispirazione della Polonia e della Croazia, forum che punta a unire ancor di più lo spazio economico, politico e sociale compreso tra il Mar Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico. Del Trimarium oggi fanno parte Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Ungheria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria; una compagine che traccia un confine netto, come Centro Europa, rispetto ai Balcani. Del 2014 è invece il Berlin Process, promosso dalla Germania, e, questo sì, dedicato ai Balcani occidentali. Ma, nonostante gli incontri annuali al massimo livello, l’Ue non è riuscita, oltre le belle parole, a imporre alcuna strategia. Contano assai di più, come riferimento, gli Stati Uniti, ma anche la Russia e, di recente, la Cina e la Turchia.

In questi ultimi mesi sono circolati nello spazio post jugoslavo diversi non paper, documenti non ufficiali e anonimi ma resi pubblici e di origine autorevole, in cui si ipotizza lo spostamento dei confini tra i sei Paesi e la creazione di Stati nazionali più omogenei, fatto che ha provocato una diffusa ansia e preoccupazione. Nel contempo, si parla sempre di più di abbattere i confini tra i sei Stati, sul modello del Benelux, e rendere i Balcani occidentali area partner dell’Ue. E mentre la Nato si è affermata ovunque, fuorché in Serbia e in Bosnia ed Erzegovina, i percorsi dei singoli Paesi, come candidati all’Ue, si sono arenati, dalla Macedonia del Nord all’Albania, al Montenegro. In merito nessuno si fa illusioni: ci sono pochissime speranze.

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https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5724?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+I+Balcani+e+l%27Europa%2C+30+anni+dopo+%5B7943%5D

Usa, la Trump Organization viene incriminata

Donald Trump ha eluso per molto tempo le conseguenze della sua discutibile etica aziendale e degli scandali personali e politici. Ma le accuse del gran giurì, dopo che un alto dirigente ha testimoniato, sono tornate di moda.

Le accuse, che dovrebbero essere svelate oggi, sono relative a presunti reati fiscali su vantaggi e benefici concessi ai dipendenti, tra cui case senza affitto, leasing di auto e bonus.

Le accuse prendono di mira la Trump Organization, il direttore finanziario e il braccio destro di Trump Allen Weisselberg. E anche se l’ex presidente non dovrebbe essere accusato, il  colpo messo a segno dal gran giurì sarà sicuramente duro.

Infatti la resa dei conti tra la Trump Organization e i pubblici ministeri segnerà un altro dramma tumultuoso nella vita dell’ex presidente tra fallimenti , divorzi e abusi di potere che hanno portato a due impeachment. 

Inoltre la significativa escalation legale, ora, avrà sicuramente anche conseguenze politiche più ampie poiché Trump cercava di rilanciare la sua carriera politica dopo la sconfitta contro il presidente Joe Biden.

Ma la buona notizia è che se sei Donald Trump non andrai in prigione sulla base di un atto d’accusa della Trump Org. Infatti nessun individuo, negli USA,  può andare in prigione sulla base di un atto d’accusa di una società.

Austria: Kristina Edlinger-Ploder è la prima donna vicepresidente Caritas.

La Caritas austriaca ha per la prima volta una vicepresidente.

Kristina Edlinger-Ploder lavora per la Caritas da oltre 20 anni e ha occupato varie posizioni professionali. Dal 2016 è presidente del Consiglio di fondazione della Caritas della Stiria. Con lei sono stati nominati anche i due direttori della Caritas del Voralber – Walter Schmolly – e del Salisburghese – Johannes Dines.

La Caritas agisce come una “roccia solida” come partner per le persone bisognose, ma è anche innovativa e reagisce alle sfide del tempo, ha evidenziato Edlinger-Ploder che, sul suo approccio ha spiegato: “Soprattutto sostengo il principio di ‘aiutare le persone ad aiutare se stesse’”.

Il Mise stanzia 286 mln a favore delle imprese

Il Ministro Giancarlo Giorgetti ha firmato i decreti che autorizzano sei accordi di sviluppo e tre accordi di programma tra il MiSE, le aziende coinvolte e le Regioni Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Sardegna e Veneto. Gli accordi puntano a favorire la competitività del territorio e la creazione di nuova occupazione, attraverso gli investimenti delle imprese in progetti produttivi e di ricerca e sviluppo di rilevante impatto strategico e tecnologico. Per la realizzazione di questi interventi sono previsti investimenti complessivi pari a circa 286 milioni di euro, a sostegno dei quali il MiSE mette a disposizione circa 107 milioni di euro di agevolazioni.

“Il doppio binario della valorizzazione del Made in Italy nelle produzioni tradizionali che caratterizzano il nostro Paese anche all’estero e gli investimenti nell’innovazione e nella produzione industriale di avanguardia – dichiara il Ministro Giorgetti – rappresentano la linea guida che il MiSE deve avere per lo sviluppo e il rilancio della nostra economia. È importante, ancor più ora con gli strumenti e le possibilità che offre il PNRR, essere protagonisti in un’azione coordinata e continua per proteggere e rilanciare i nostri asset strategici”. In particolare, nei sei accordi di sviluppo sono coinvolte tre società del “Gruppo Beretta”, Heineken Italia, Orogel, Agricola Italiana Alimentare, Mister Pet e Schlote Automotive Italia, mentre i tre accordi di programma riguardano All.Coop Società cooperativa agricola, DWB Proteins e un gruppo di società composto da Magnaghi Aeronautica, Metal Sud, Geven e Skytecno. Il Ministro aveva, inoltre, già autorizzato lo scorso mese di aprile un accordo per l’innovazione per un investimento complessivo di 18 milioni di euro, con le Regioni Lombardia e Sicilia e le aziende STMicroelectronics, FCA Italy e Comau, per la realizzazione di un progetto innovativo nel settore delle produzioni microelettroniche.

Variante Delta: cosa succede nel mondo

La variante Delta del coronavirus spaventa il mondo. La diffusione di questa variante sta portando alcuni Paesi ad adottare misure più restrittive nel tentativo di arginare i contagi, mentre si spinge sulla seconda dose della vaccinazione anti Covid. Intanto da domani 1 luglio il Green Pass europeo renderà più semplice viaggiare da e per tutti i Paesi dell’Unione europea e dell’area Schengen.

FRANCIA – In Francia la variante indiana “rappresenta circa il 20% dei nuovi casi” di coronavirus accertati nel Paese dove sta “progressivamente diventando dominante”, ha detto il ministro della Salute francese, Olivier Véran, che ha rinnovato l’appello a “vaccinarsi” e a restare “molto vigili”.

GRAN BRETAGNA – In Gb, dove l’aumento dei contagi è dovuto alla variante Delta, sono più di ventimila i casi di coronavirus registrati nelle ultime ore e 23 i decessi. Si tratta di un dato in calo rispetto ai 22.868 contagi confermati il giorno precedente, ma dati ufficiali di governo riferiscono comunque di 20.479 casi.

AUSTRALIA – Sono circa 10 milioni, su una popolazione di 25 milioni, gli australiani toccati dalle nuove misure restrittive, come il coprifuoco, a causa della diffusione della variante Delta. Dopo Sydney sulla costa orientale e Darwin nel nord, numerosi casi sono stati registrati a Perth, sulla costa occidentale e nell’area tropicale del Queensland.

INDIA – Le autorità di Nuova Delhi hanno autorizzato l’uso del vaccino Moderna contro il coronavirus per cercare di fermare la diffusione della variante Delta. Si tratta del quarto vaccino a disposizione in India dopo quello di Oxford-AstraZeneca, il Covaxin sviluppato dall’indiana Bharat Biotech e il russo Sputnik V. Dall’avvio della campagna vaccinale a metà gennaio sono state somministrate 327 milioni di dosi contro il Covid-19.

RUSSIA – Il ministro della Salute russo, Mikhail Murashko ha detto che sono 151mila le persone ricoverate per il Covid-19 in tutto il Paese, dove è in corso una terza ondata alimentata dalla variante Delta. Intervenuto in televisione nell’ambito di una riunione della task force Covid, ha riferito il Guardian, Murashko ha parlato di “situazione tesa, specie nelle grandi città”. I posti letto per il Covid, ha spiegato, sono “182mila e i ricoverati 151mila”.  Nelle ultime 24 ore la Russia ha registrato il numero delle vittime più alto dall’inizio della pandemia, 652 persone, superando il precedente record di 635 decessi lo scorso 24 dicembre. A San Pietroburgo, città che ospita senza alcuna restrizione i quarti di finale degli Europei di calcio, sono stati registrati 119 morti. I nuovi casi in Russia sono 20.616.

ISRAELE – Il governo sta conducendo una campagna per immunizzare la fascia d’età fra i 12 e i 15 anni. Fra i Paesi con il più alto tasso di vaccinazione anti Covid del mondo, Israele è alle prese con nuovi contagi dovuti alla variante Delta, che hanno colpito molti adolescenti non ancora vaccinati. C’è inoltre una spinta a vaccinare in fretta, perché molte dosi disponibili sono prossime alla scadenza.

GRECIA – Chi ha ottenuto entrambe le dosi del vaccino contro il coronavirus potrà recarsi al ristorante senza indossare la mascherina. Lo ha deciso il governo greco con l’intento di aumentare le vaccinazioni mentre si sta diffondendo sempre più la variante Delta. Dal 15 luglio, per la prima volta dallo scoppio della pandemia, le persone vaccinate potranno entrare negli impianti sportivi, ma dovranno indossare le mascherine. Lo stesso vale per teatri e cinema.

Perché l’immobilismo di Gualtieri può condurre alla sconfitta del centro sinistra nella lunga partita per il Campidoglio.

A sinistra prevale un sentimento di superficialità e presunzione, come se la “fraterna rivalità” di Calenda e la trasversalità di Michetti non costituissero un ostacolo sulla via del successo. I sondaggi parlano di un ballottaggio sul filo di pochi punti percentuali tra i contendenti dei due blocchi tradizionali. Nulla può essere dato per acquisito.

 

Cristian Coriolano

 

Mentre la destra condensa il suo messaggio di semplicità e aggressività attraverso la bonomia di un candidato senza pretese, salvo quella di portare in Campidoglio il vessillo della vittoria di tutti gli scontenti e i delusi della fallimentare gestione Raggi, ma anche di tutti i prevenuti e gli antagonisti della vecchia sinistra romana, non si comprende la razionalità di una contesa sulllo stesso terreno politico (non esteso all’infinito) da parte di Gualtieri e Calenda, con l’evidente rischio di un cedimento improvviso in qualche punto sensibile del fronte democratico e riformista.

 

Calenda porta le maggiori responsabilità. Fino a ieri dava la sensazione di condurre una bella ed onesta battaglia a tutto campo, anche nel presupposto che la critica verso il Pd potesse comportare, al di là del richiamo dei Dem alla centralità delle primarie, l’accettazione della sua candidatura a sindaco di Roma. Così non è stato: le primarie hanno avuto corso e Gualtieri, infine, è stato legittimato a guidare le operazioni per la (ri)conquista del Campidoglio. Di fronte alla tenuta del Pd, l’atteggiamento di “fraterna rivalità” del leader di Azione finisce per apparire velleitario o inconsulto, senza un connotato di opportuna generosità. Tant’è che la sua proposta tende a sovrapporsi a quella del Pd secondo la classica logica del “più uno”: se Gualtieri, accompagnato dalla Cirinnà, partecipa alla sfilata del Gay Pride, ecco che Calenda s’ingegna a far di più e a far di meglio, da par suo, annunciando la scelta di un capolista appartenente alla comunità Lgtb. In pratica, “sinistra” e “centro” vanno divisi non per conquistare consensi altrove, a danno in sostanza di Raggi e Michetti, ma per calamitare su di sé una quota degli stessi consensi sull’onda di un certo pensiero e costume radical-libertario.

 

Sta di fatto che questa strana competizione – in effetti sembra affermarsi come la “drôle de guerre” dei riformisti – inibisce il favore, almeno sotto l’aspetto di un primo e indispensabile coinvolgimento emotivo, di quella parte di elettorato che sente comunque la necessità di legare la laicità dello Stato al rispetto di alcune fondamentali concezioni, etiche e religiose, per altro ancora forti nella coscienza collettiva del Paese. Il discorso va oltre la cosiddetta “questione cattolica” dal momento che interessa e colpisce una larga fetta di opinione pubblica per la quale, evidentemente, la tolleranza non è in dubbio, come però non lo è, al tempo stesso, la misura o l’equilibrio nel tenere insieme le diverse sensibilità presenti nella vita sociale e politica della nazione. Qualcosa non quadra nel centro sinistra se ci si divide su tutto, anche sulla scelta di una candidato unitario, ma si pretende di vincere e prima ancora di convincere adottando la “lingua veicolare” dell’indifferentismo morale e quindi dell’insofferenza, più o meno mascherata, nei riguardi delle espressioni di fede, con quel che consegue in termini di orientamento o passione civile.

 

I sondaggi più attendibili ipotizzano che al ballottaggio la sfida sia tra Gualtieri e Michetti. Il primo sarebbe in vantaggio, ma di pochi punti. Non è detto che la campagna elettorale confermi l’attuale distribuzione di consensi; anzi, in uno scenario che rende altamente competitivo Michetti, pressoché sconosciuto fino a ieri agli occhi del grande pubblico, può accadere che i moderati indecisi, specialmente attratti dai temi della sicurezza e del decoro della città, subiscano lungo il percorso della campagna elettorale quel tanto di fascinazione nazional-popolare dell’ex militante della sezione dc di Monteverde, poi cresciuto all’ombra della presidenza regionale di Piero Marrazzo. La sponda assicurata dalla Matone, la vice assai prossima agli ambienti dell’Opus Dei, rende ancora più insidiosa la proposta di una destra che a Roma riesce ad aggregare un elettorato trasversale, desideroso di sentirsi rappresentato come cemento di una comunità organica, con la simbologia un po’ aristocratica e un po’ plebea della intramontabile romanità.

 

A Gualtieri, insomma, spetta prendersi cura di ciò che le circostanze impongono, ovvero l’avvio di un processo che muova dal presupposto di nuove idee e nuovi metodi da porre al servizio, come possibile, di un centro sinistra più aperto. Non è un impegno facile, visto il peso delle abitudini di una classe dirigente di lotta (al Comune) e di governo (in Regione), poco incline a rimettersi in discussione, a giocare una partita più ambiziosa. Finora s’è visto un lavorio affannoso per ripulire l’argenteria di famiglia, mentre le attese sono ben altre e ben altre anche le domande. Ancora latita la formulazione di un messaggio rivolto effettivamente al cuore di una Roma che ambisce ritrovare se stessa, la sua funzione ineludibile, in virtù soprattutto di una sana volontà di cooperazione, oltre pertanto gli steccati delle partigianerie. In fondo l’immobilismo è l’anticamera di una sconfitta che arbitrariamente s’immagina di poter disconoscere per pigrizia, se non per presunzione.

I 5 stelle e l’elettorato intercambiabile. Al Nazareno si mantiene sovrana l’indifferenza sulla involuzione del Movimento.

Ci sono quesiti che non possono essere elusi. La crisi del Movimento è sotto gli occhi di tutti. Sembra ormai evidente che Grillo ha piegato l’avvocato del popolo ridando centralità al popolo di Rousseau. Ma quali saranno le conseguenze? Il Pd tarda a rimodulare il suo pensiero su una alleanza impossibile.

 

Giorgio Merlo

 

C’è un aspetto che, francamente, incuriosisce sempre di più in questa spietata lotta di potere all’interno del partito dei 5 stelle. Certo, è del tutto inutile parlare di quello che hanno sempre predicato, giurato, urlato, scritto e sostenuto  nel corso di questi anni e che hanno sistematicamente rinnegato. Ormai non fa neanche più notizia ricordarlo.

 

Quello che, invece, merita di essere approfondito e discusso è come sia possibile che di fronte ad un potenziale cambiamento repentino e radicale del profilo politico, della natura e della proposta di quel partito, semprechè il fondatore del “vaffa” sia sconfitto a favore dell’ex Presidente del Consiglio – ma appare alquanto difficile anche alla luce della feroce polemica di queste ore – l’elettorato resti sempre lo stesso. Ovvero, cambia tutto, ovvero lo statuto, il codice etico, i regolamenti, il “capo”, la prospettiva e via discorrendo, ma resta intatto chi ti vota. Ma come è possibile tutto ciò?

 

Un punto, questo, che non può diventare una variabile indipendente rispetto alla prospettiva concreta e tangibile di un partito. Come è possibile, del resto, che un progetto politico abbia un elettorato definito e preciso e un progetto politico alternativo e radicalmente diverso conservi lo stesso elettorato? Perchè delle due l’una. O il nuovo (?) e futuro corso dei 5 stelle rinnega definitivamente il passato – e cioè, populismo, giustizialismo manettaro, anti politica, demagogia, uno vale uno, antiparlamentarismo e antisistema – e allora incrocerà un elettorato radicalmente diverso rispetto al passato oppure, cosa più probabile, restando sempre le stesse le parole d’ordine continueranno ad avere l’elettorato tradizionale. Quello grillino tradizionale per intenderci.

 

Ricordo questo aspetto perchè anche se siamo in un contesto dominato dal trasformismo politico e parlamentare, come ormai è evidente a quasi tutti, gli elettori difficilmente possono essere trascinati da un progetto ad un altro senza colpo ferire. Tanto per fare un solo esempio, sarebbe curioso verificare quanti elettori conserverebbe ancora Forza Italia se decidesse di stringere un’alleanza sutturale e organica con la sinistra italiana…. E questo perchè anche in un clima pesantemente trasformistico ed opportunistico, difficilmente un intero elettorato è disponibile a seguire fidesticamente e dogmaticamente proposte alternative tra di loro. E questo rappresenta, anche per un partito/non partito come i 5 stelle, un nodo che prima o poi andrà sciolto. Senza propaganda e senza ulteriori trucchi.

 

Esiste, però, un “post scriptum” in tutto ciò. Ma come può un partito come il Pd, il miglior erede della tradizione e della cultura della sinistra italiana, pensare che tutto ciò non incida anche sul terreno dell’alleanza politica ed elettorale che vuole stringere in vista dei prossimi appuntamenti elettorali? In altre parole, come è possibile fingere che sia un fenomeno del tutto virtuale sia che vinca una linea sia che ne prevalga un’altra? Ovviamente alternativa e radicalmente diversa? Anche questo resta un mistero della politica italiana. O meglio, della sinistra italiana.

Caro-mattone, i prezzi delle case nel Regno Unito e negli Stati Uniti

 

Gli ultimi dati parlano di una crescita record, che aumenta comunque le disuguaglianze tra chi ha risparmiato durante il lockdown e può permettersi di investire e chi invece non ha ancora le possibilità economiche per farlo.

Adnkronos

 

E’ record per i prezzi delle case negli Stati Uniti. L’indice Case-Shiller a 10 città ha guadagnato il 14,4% nel corso dell’anno conclusosi ad aprile, rispetto ad un aumento del 12,9% a marzo. Si tratta di un aumento record da oltre 30 anni, e cioé dal 1988. L’indice delle 20 città è aumentato del 14,9%, dopo un rialzo annuale del 13,4% a marzo, sfiorando il top dal dicembre 2005. La crescita dei prezzi ha accelerato in tutte e 20 le città. Gli economisti intervistati dal Wall Street Journal si aspettavano che l’indice delle 20 città guadagnasse il 14,5%. La domanda si mostra sempre in forte crescita mentre l’offerta sul mercato è più limitata.

 

Un trend che viene confermato anche oltreoceano: in Gran Bretagna i prezzi sono ai massimi da oltre 16 anni e solo a giugno sono saliti su base annua del 13,5%. In altri termini, il prezzo medio di una casa nel Regno Unito è aumentato dello 0,7% a giugno da maggio a 245.432 sterline. E’ un dato che conforta la tesi di alcuni analisti secondo cui l’economia del Regno Unito registrerà un’impennata, aiutata dalla rapida campagna di vaccinazione e dagli stimoli del governo e della Banca d’Inghilterra. Proprio gli ultimi dati della Boe hanno mostrato che i prestiti ai consumatori sono aumentati a maggio per la prima volta da agosto – anche se modestamente – poiché le restrizioni sono state eliminate e i consumatori hanno acquistato auto grazie ad accordi finanziari presi con le concessionarie e nel frattempo hanno contratto più prestiti personali.

 

Questi dati secondo alcuni analisti, come Ruth Gregory di Capital Economics, fanno prevedere che l’economia sia cresciuta dell’1,5-2,0% a maggio, rallentando leggermente dal salto del 2,3% di aprile, ma comunque sulla buona strada per riguadagnare la sua dimensione pre-pandemica in autunno, il che sarebbe leggermente prima rispetto alle stime della BoE che danno questo traguardo raggiunto per la fine del 2021.

 

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https://www.agi.it/economia/news/2021-06-29/aumento-prezzi-case-gb-usa-13097716/

Dal Reno al Tevere. Un libro sulle gesta e le glorie della famiglia Koch.

Tra le altre testimonianze quella di Marco Lodoli. Il noto scrittore e membro del ramo che ha a capo Augusto Koch offre a riguardo profonde riflessioni sull’albero genealogico.

 

Christa Langen-Peduto

 

Joseph Anton Koch e la sua grande famiglia (Joseph Anton Kock und seine große Familie) è il titolo di un libro pubblicato di recente dalla casa editrice romana L’Erma di Bretschneider (2021, 186 pagine, 125 euro), a cura di Elmar Bordfeld, dal 1971 al 1987 caporedattore dell’edizione in lingua tedesca de «L’Osservatore Romano».

 

Pur essendo cresciuto in Germania, anche Bordfeld fa parte della grande famiglia che ha come capostipite il famoso pittore, incisore su rame e disegnatore tirolese Joseph Anton Koch (1768-1839). Dal 1795 questi lavorò a Roma, dove fu uno tra i più importanti nazareni di lingua tedesca. Sposò Cassandra Ranaldi di Olevano Romano, luogo idilliaco da lui spesso dipinto, situato trenta chilometri a sudest della città eterna, e con lei fondò questa famiglia tanto ramificata, che però non si è mai persa completamente di vista. La sua storia, antica di oltre 225 anni, è legata a Roma, i Papi e lo Stato della Chiesa, ma anche al boom edilizio quando la città, dal 1871, divenne la nuova capitale del Regno d’Italia, e con il suo successivo sviluppo. Perciò questa interessante opera pubblicata in una edizione bilingue tedesca e italiana non è solo un album di famiglia per i discendenti di Koch. È anche un pezzo di storia della cosiddetta colonia tedesca a Roma, vista e narrata, per una volta, da un’angolazione diversa.

 

Da molto, ormai, tanti membri della famiglia hanno cognomi italiani o nomi italiani e cognomi tedeschi. Le figlie si sposarono, perdendo così il cognome Koch. I figli e i generi furono pittori come il capostipite. L’architetto Gaetano Koch, un nipote, è famoso per i suoi palazzi in stile neorinascimentale, ad esempio nell’attuale piazza della Repubblica a Roma, o anche per l’edificio della Banca d’Italia, completato nel 1892, chiamato ancora oggi Palazzo Koch. Luciano Koch, discendente del figlio del pittore, Augusto, fu ambasciatore. Alcuni membri della famiglia, entrati a farne parte per matrimonio, sono stati orologiai e gioiellieri — ancora oggi il nome Hausmann & Co è tra i più rinomati a Roma — e hanno collocato molti orologi da tavolo e a pendolo anche nella Città del Vaticano.

 

Altri ancora sono stati rilegatori e librai, soldati e ufficiali. Molti membri della famiglia, non importa se a Roma, a Bonn e a New York, hanno appeso nel salotto di casa un bellissimo albero genealogico. Ormai ne esistono tre, due dei quali disegnati davvero come alberi con molti rami, sui quali sono indicati i nomi dei discendenti di Koch. Il primo è stato disegnato nel 1923 dal rilegatore Costantino Glingler, marito della discendente di Koch, Erna Hausmann. L’ultimo albero genealogico, del 2019, è stato realizzato dalla discendente Giulia Fabbricotti attraverso la piattaforma online di genealogie My Heritage sotto forma di diagramma. In formato pdf, può essere ingrandito attraverso il link indicato nel libro. E da esso si evince che le persone che fanno parte della grande famiglia Koch sono ormai più di 900.

 

I discendenti non sono però uniti solo dagli alberi genealogici. Nel cimitero tedesco nella Città del Vaticano, ovvero il Campo Santo Teutonico, non è sepolto solo il capostipite. Diversi rami della sua famiglia hanno lì le loro cripte. Ed erano o sono membri importanti dell’Arciconfraternita di Santa Maria della Pietà dei Teutonici e dei Fiamminghi, che si prende cura del cimitero. La fede cattolica «ha sostenuto questa famiglia spiritualmente in tutte le vicissitudini e situata socialmente», osserva nel libro monsignor Stefan Heid, membro della presidenza dell’Arciconfraternita.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-143/dal-reno-al-tevere.html

Guardare Oltre lo specchio di Alice: le riflessioni di Bassetti, in questo prezioso volumetto, invitano ad allargare la nostra visuale politica.

Attorno a questa recensione dell’ultimo libro di Piero Bassetti, scritto nel solco di una lunga meditazione sul cambio di paradigma rispetto all’epoca del potere degli Stati nazionali, l’autore mette in luce argomenti e suggestioni attinenti alle prospettive di sviluppo della comunità transnazionale degli Italici.

 

Umberto Laurenti

 

 

Debbo iniziare con una dichiarazione di umiltà: ignoravo l’esistenza del secondo romanzo di Lewis Carrol, mi ero fermato ad Alice nel paese delle meraviglie; ho cercato di informarmi sommariamente, traendone la conclusione che il significato ultimo del libro è che è bene credere nell’impossibile. L’occasione mi è stata fornita dall’uscita del libro di Piero Bassetti, Oltre lo specchio di Alice. Governare l’innovazione nel cambiamento d’epoca, Guerini e Associati editore 2020.

Libro che invece ho letto con attenzione, trovandolo interessante ma non semplice, una sorta di matrioska letteraria, dove i continui richiami ad autori in gran parte contemporanei, stimolano se non costringono a prendere almeno conoscenza di quanto prodotto da quegli autori, ed esigono da parte del lettore una disponibilità di approccio multidisciplinare ad ogni tematica affrontata, segnalando pure come in un mondo complesso come quello d’oggi, non sia più consentito ad un essere umano consapevole, delegare totalmente agli specialisti la conoscenza di argomenti quali la fisica quantistica, tanto per fare un esempio. A volte, nella lettura di Oltre lo specchio di Alice, il lettore rischia di perdersi o di inseguire un tema invece secondario, ma ci pensa l’Autore a rimettere al centro dell’attenzione il tema principe: l’innovazione ed il suo governo. Un libro che non viene a caso, ma è strettamente legato ad altri due volumi recenti: Svegliamoci Italici. Manifesto per un futuro glocal, Marsilio Editore 2015,  e Guardare oltre. Innovazione e politica nell’esperienza di Pero Bassetti, di Francesco Samorè, Carrocci Editore 2018, ed alla vicenda umana e politica di Piero Bassetti, nato nel 1928 e con tante storie vissute nelle Istituzioni di ogni livello, ancora in pieno svolgimento e sempre con lo sguardo al futuro e due obiettivi fissi: il mondo e la sua Milano, città alla quale dedica un significativo capitolo nella parte finale del volume.

 

Indubbiamente l’innovazione è un tema centrale per chi vuol capire il presente e soprattutto cercare di vedere in anticipo il futuro dell’umanità, tuttavia non è stata finora enunciata in maniera convincente una teoria sul come possa essere gestita ed indirizzata l’innovazione, tanto da rendermi persuaso che la sua gestione è collettiva e casuale, quindi non governabile. Tra le tante invenzioni che nei secoli hanno modificato radicalmente la vita del genere umano, tanto da apparire come innovazione perenne ed irrinunciabile, l’esempio che più mi è familiare è l’invenzione della stampa. Non credo che Gutenberg fosse consapevole della rilevanza generale e perenne di ciò che lui stava inventando nel 1456, e neppure Aldo Manuzio poteva immaginare il futuro della stampa, mentre nel 1501 inventava il libro ed soprattutto il libro tascabile, creando di fatto il mercato librario,  e mentre inventava, per movimentare lo stampato, vari tipi di carattere (per la verità inventati qualche anno prima da un altro italiano che non riuscì a conservarne la proprietà, ad ulteriore conferma di quanti fattori possano influenzare la casualità ed il percorso di una invenzione), fornendo quindi con la replicabilità in centinaia o miglia di copie di un’opera,  il modo con cui la stampa diventava fruibile dalla generalità degli alfabetizzati anziché da pochi fortunati, trasformandosi per così dire in strumento democratico.

 

Non starò qui a citare i tanti studiosi che si sono dedicati all’argomento, limitandomi a ricordare la splendida definizione che dell’invenzione della stampa ha dato Elizabeth Eisenstein in un suo scritto del 1979: una rivoluzione inavvertita; sufficientemente evocativa è pure l’individuazione fatta da Lord Acton degli effetti collaterali di tale invenzione, quale l’accesso di maggior pubblico, insieme agli effetti verticali o cumulativi: ogni generazione ha la possibilità di costruire qualcosa di nuovo sul lavoro intellettuale delle generazioni precedenti.

 

Un processo continuo quindi, dove qualche intervento, aggiungo io, si segnala per qualità ed originalità, tanto da ricordarci che non si tratta di processo scontato ed automatico. E proprio Aldo Manuzio ci offre la prova di ciò, aggiungendo a quella del libro l’invenzione dell’italic font, il carattere corsivo che ingentilisce la stampa e con l’abbandono del carattere gotico avvicina alla lettura il grande pubblico, denominato italic quale istintivo richiamo alla grazia, alla bellezza ed alla originalità. Dunque, chi inventa non ha la consapevolezza piena delle conseguenze che ne scaturiranno, né può esercitare il controllo delle applicazioni della sua invenzione, a parte la rendita temporanea dell’eventuale brevetto registrato, poiché l’innovazione, cioè l’insieme di tutte le invenzioni e di tutte le applicazioni delle stesse, modificato costantemente e spesso casualmente ed anonimamente, non è governabile poiché sempre in moto, al punto che sapersi adattare ai cambiamenti è la nuova forma di convivenza civile, indubbiamente scontando la perdita di apprezzamento valoriale degli stessi.

 

L’unico rimedio che mi appare essere possibile a questa traiettoria, è lo stimolo costante alla partecipazione conoscitiva del processo globale di innovazione, affinché ne nascano, per quanto possibile, modi e strumenti di controllo e governo, almeno delle applicazioni visibili, con tutti mezzi di partecipazione sociale possibili, a partire dalla forma contemporanea di evoluzione della invenzione della stampa, che è la rete web.

 

Fino a pochissimi anni fa il termine “italico” si usava appunto, solo per indicare il carattere corsivo inventato da Manunzio, ed “italici” erano i popoli che popolavano la penisola fino alla loro assimilazione nell’Impero Romano. A conclusione delle c.d. Guerre Sociali che la “Lega Italica” e gli Etruschi avevano combattuto contro Roma, tutti erano diventati cittadini romani, grazie al valore determinante per l’ottenimento della cittadinanza, dato al comune sentire di valori più che allo jus sanguinis  o allo jus soli. Roma compiva così una prima grandiosa ed innovativa operazione culturale, dando a tutti regole, diritti e doveri comuni, ed adottando per converso ciò che di meglio appariva introitabile dagli usi e costumi dei popoli italici preesistenti. Certo, come in tutte le svolte epocali, con conseguenze sociali positive ampiamente esaltate e qualche perdita sottaciuta: ad esempio dagli Etruschi i Romani seppero assorbire tante abilità e scienze, dalla lavorazione del ferro alla scienza delle costruzioni ed all’idraulica, ma si guardarono bene dall’adottare il principio della parità di genere che vigeva per la donna etrusca, come pure il sistema dell’autonomia piena delle singole città, in un regime confederale ante litteram.

 

Si realizzò comunque una koiné culturale e poi religiosa, tra i diversi popoli della Penisola, con il collante giuridico e militare romano, capace di durare quasi due millenni contrassegnati da invasioni, dominazioni straniere e guerre dinastiche locali, fino alla “unità indotta” del 1860/70. Non è quindi difficile, per chi legge la precedente opera di Piero Bassetti: “Svegliamoci Italici” riconoscersi italico. Forse mi illudo, ma vedo un percorso che, partendo dalle Comunità immaginate descritte da Anderson, conduca almeno per quel che ci riguarda, ad una comunità inverata degli Italici, grazie al recepimento delle attese nascenti dalla svolta epocale prodotta dalla Pandemia Covid 2020/2021; un nuovo Rinascimento con le radici ben salde nel percorso bimillenario della cultura italica, rappresentato da ciò che di positivo evoca l’Italia d’oggi nell’immaginario collettivo: soft power, eleganza, creatività, empatia, arte, qualità, natura, lingua, testimoniato nel mondo dall’incontro e contaminazione con le culture locali, vissuto in una nuova prospettiva istituzionale che trova nell’Unione Europea la più efficace e credibile forma di trascendimento delle autonomie nazionali, a favore di un sistema di governo e partecipazione democratica che abolisce i confini interni, ma pone a fondamento della costruzione comune i princìpi guida che accomunano le diverse culture presenti in Europa, culture che restano intatte pur con assetti istituzionali modificati, e che si arricchiscono reciprocamente. Dovrebbe apparire evidente a tutti quanto sia conveniente, oltre che giusto, partecipare a questo disegno innovatore europeo, con la forza di una civiltà italica espressa in tutto il suo potenziale e testimoniata dai milioni di italici sparsi in Europa, individualmente come studiosi, docenti, imprenditori, artisti e tecnici, o come protagonisti delle attività di Istituti di cultura, Centri di ricerca, Camere di Commercio, anziché totalmente delegata alle rappresentanze istituzionali dello Stato italiano o alla burocrazia.

 

Potrebbe sembrare un disegno ambizioso e visionario, quello di una Community Italica che vive nel mondo, tenuta insieme da un comune disegno e da un patrimonio culturale condiviso, grazie al nuovo tessuto connettivo sociale che è il web, ma in realtà se ci guardiamo intorno, possiamo scoprire luoghi ed esperienze che già operano in sintonia con questo Progetto.

 

Ma torniamo al libro di Piero Bassetti, denso di riferimenti filosofici utilizzati per lo più non in chiave di ricostruzione storica dell’evoluzione del pensiero, ma in funzione di ricerca di spunti utili ad individuare un percorso futuro dell’umanità: “sempre valida l’affermazione di Russel, secondo il quale il potere altro non è che la produzione degli effetti voluti”(pag.89), ed io chioserei qui che a Bassetti interessa soprattutto la predizione degli effetti dell’innovazione, ed infatti proprio nella stessa pagina,  trovo esplicitato il fine che a mio parere lo ha spinto a scrivere il libro: “ In queste righe non rinuncio a cercare i presupposti di questa nuova natura del governo, di queste nuove redini del potere, di queste nuove istituzioni e comunità immaginate. Il libro vorrei aiutasse ciascuno a rivedere le categorie imparate al liceo, che sono in gran parte cambiate”. Condivido il fine, ma se fossi richiesto di dare un consiglio su come raggiungerlo, direi che quelle categorie occorre ripercorrerle tutte insieme, per immergerle nel mondo nuovo e cercare di predire il futuro, poiché per poter sperare di governare, o almeno di indirizzare positivamente le scelte che caratterizzeranno il futuro, è assolutamente necessario tener conto del passato.

E pure leggendo la pag. 40, dove parla degli strumenti che cambiano il potere, costringendoci a ripensare la geografia che diventa connettografia o scienza del dove, mi è venuto di pensare che in verità noi veniamo costretti a ripensare tutte le scienze sociali, aggiungendone di nuove, ma senza annullare o dimenticare le preesistenti, e proprio sulla necessità di non abbandonare la geografia penso di avere valide motivazioni, ma non è questa la sede per approfondire l’argomento.

Una frase di Bassetti che trovo proprio in fondo al libro: “la ricerca di senso può unirci”, mi ha portato ad un ragionamento bizzarro e forse anche folle, ma voglio esprimerlo ugualmente. E’ noto che nel corso dei millenni, l’uomo ha perso molte facoltà sensoriali di cui era dotato e che ancora sono intatte negli animali anche domestici; sappiamo ad esempio che gli Etruschi collocavano i loro “santuari” in luoghi dove era particolarmente forte il magnetismo, e certo non disponevano di strumenti per rilevarlo, ed ancora oggi capita di far cercare vene sotterranee di acqua da un rabdomante. Mi chiedo: come mai, prima di abbracciare la ricerca per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, nessuno ha pensato ad avviare una ricerca per recuperare i sensi perduti dell’uomo?  Sarebbe un semplice ritorno alla natura, ma certamente sarebbe utile in tante circostanze.

Sono arrivato alla fine del libro e traggo una conclusione finale: il miglior modo per rendere omaggio al suo Autore, è guardare sempre Oltre, ma senza mai perdere la memoria del passato e coltivando la necessità di condividere con altri il percorso.

La casa, un miraggio per i giovani.

Per favorire l’acquisto di una abitazione – scrive l’autore su lavoce.info –  da parte dei giovani non bastano sconti fiscali che abbassano di poco la rata del mutuo. Occorre un aiuto più consistente, magari come parte di una più ampia politica per la casa, che consideri anche l’affitto.

 

Raffaele Lungarella

 

Il decreto legge 73/2021, denominato Sostegni bis, non presta un’adeguata attenzione alle problematiche della casa. Il solo specifico intervento previsto (all’articolo 64) è volto a favorire l’acquisto della prima casa da parte dei giovani e di particolari categorie di soggetti, rendendo meno rischioso per le banche concedere i mutui e alleggerendo gli oneri fiscali a carico del compratore. Sull’efficacia di queste misure può essere utile qualche considerazione.

 

Della prima delle due misure possono beneficiare, entro il 30 giugno 2021, i soggetti ammessi con priorità al Fondo di garanzia per la prima casa gestito da Consap (istituito nel 2008 con il decreto legge 112 e modificato con l’articolo 1 comma 48 della legge 147/2013), che ristora parzialmente la banca del capitale non ancora ammortizzato al momento in cui il mutuatario smette di pagare le rate del mutuo. Per giovani coppie, nuclei familiari monogenitoriali con figli minori, inquilini delle case popolari e giovani che non hanno compiuto 36 anni (prima del Dl 73/2021 gli anni erano 35 e i giovani dovevano avere un rapporto di lavoro atipico), con Isee non superiore a 40 mila euro, la percentuale di capitale garantita dal fondo è stata innalzata dal 50 all’80 per cento.

 

Prima dell’approvazione del decreto, i giornali ipotizzavano che il governo fosse orientato a coprire con la fideiussione l’intero ammontare del capitale (fermo restando il limite di 250 mila euro di capitale). Ma la garanzia al 100 per cento avrebbe predisposto la banca all’azzardo morale, con conseguente allentamento del rigore nella valutazione della capacità di sostenere l’ammortamento del mutuo da parte di chi lo chiede. Ora invece, anche se la garanzia all’80 per cento riduce la misura della perdita nel caso il mutuatario diventi moroso, il rischio per la banca non è del tutto eliminato. Di conseguenza, dovrà valutare il merito di credito del richiedente il mutuo con i criteri e le metodologie applicate per la concessione degli altri finanziamenti. Ed è anche interesse del Fondo che la banca non si discosti dalla prassi ordinaria.

 

È molto probabile, quindi, che l’innalzamento della quota del capitale garantito non renda una banca propensa a concedere il mutuo a un soggetto il cui reddito è ritenuto insufficiente al pagamento delle rate. L’aumento di trenta punti percentuali della garanzia, però, non riduce di molto l’importo unitario delle rate, considerato anche che la fideiussione non sembra avere grande rilievo sulla riduzione dei tassi di interesse, in questo periodo di per sé bassi.

 

Per favorire la diffusione della proprietà della prima casa non basta ridurre la perdita cui andrebbe incontro la banca qualora il mutuatario diventasse moroso, ma è necessario rendere le rate del mutuo più convenienti (il che, peraltro, aumenta la probabilità che l’ammortamento arrivi a termine senza intoppi). Il risultato può essere ottenuto con la crescita del reddito degli acquirenti oppure rendendo le case meno care e, di conseguenza, diminuendo l’importo del mutuo. In passato questa è stata una delle linee di intervento della politica per la casa (finché si è fatto qualcosa che potesse assomigliarle). Che si debba procede in questa direzione sembra consapevole anche il governo, ma sorge qualche perplessità che la misura proposta per i giovani con meno di 36 anni di età e Isee non superiore a 40 mila euro possa migliorare significativamente la loro possibilità di acquistare la propria prima casa. Se rogitano entro il 30 giugno 2022, possono beneficiare dell’esenzione dal pagamento delle imposte sulle compravendite e dell’imposta sostitutiva sui mutui. La relazione tecnica al disegno di legge contenente il Dl 73/2021 stima che queste esenzioni comportino una perdita di gettito di circa 610 milioni di euro nel biennio 2021-2022. Sulla base dei dati utilizzati per determinare l’importo, si può calcolare che questa dote finanziaria, nel periodo in cui ci si potrà avvalere degli sconti fiscali, può agevolare l’acquisto di circa 220 mila case da privati e 23 mila da imprese.

 

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La casa, un miraggio per i giovani

Lo stile paranoide nella politica americana. Una recensione del Mulino.

Nell’ultimo decennio, con un’intensità accresciuta dall’ascesa di Trump, abbiamo sentito parlare spesso di «cospirazione» e «stile paranoide». Ora possiamo rileggere lo scritto con cui Richard Hofstadter introdusse la formula.

 

Ferdinando Fasce

 

Quante volte nell’ultimo decennio, con un’intensità accresciuta dall’ascesa di Donald Trump, dalla comparsa di teorie e sette ultramanipolatorie come QAnon, a lui più o meno direttamente legate, e dallo straripare delle fake news alimentate da regimi autoritari, abbiamo sentito parlare di «cospirazione», «complottismo» e «stile paranoide»? Bene ha fatto dunque Adelphi a tradurre un breve scritto col quale oltre mezzo secolo fa Richard Hofstadter introduceva la fortunata formula (Lo stile paranoide nella politica americana, 2021) che così spesso è echeggiata negli ultimi tempi.

 

Nato nel 1916 a Buffalo, figlio di una luterana di origine tedesca e di un ebreo di origine polacca, Hofstadter crebbe identificandosi culturalmente come ebreo e studiando nella prestigiosa Columbia University, alla quale tornò come docente nel 1946 in una carriera, troncata dalla leucemia nel 1970, che ne fece uno dei più importanti storici statunitensi. Il celebre sociologo radical Charles Wright Mills lo avvicinò alle scienze sociali, dalle quali Hofstadter, storico delle idee e della politica, attinse in maniera creativa categorie e suggestioni.

 

Sul piano politico, gli entusiasmi per la sinistra, nutriti intensamente in gioventù anche attraverso il matrimonio con la giornalista e scrittrice marxista Felice Swados, che morì precocemente nel 1945, non ressero alle disillusioni del Dopoguerra. Ma residuarono sul suo liberalismo un riflesso tragico e amaro. Che lo tenne al riparo dalle interpretazioni più celebrative e acritiche della storia americana, vista come una vicenda assolutamente «eccezionale» e aconflittuale, dominanti negli anni Cinquanta. E lo rese particolarmente sensibile al pericolo dei toni intolleranti e manichei della destra maccartista, incentrata su visioni «complottiste» della storia. Queste preoccupazioni (e l’influsso degli studi francofortesi sulla «personalità autoritaria») informarono la lettura controcorrente che a metà anni Cinquanta in The Age of Reform (premio Pulitzer) egli diede del movimento populista di fine Ottocento, sottolineandone le componenti retrive, nativiste e antisemite, sino ad allora sottovalutate.  Ma, dicono oggi gli studiosi, non senza forzare in direzione opposta, oscurando la forte matrice democratica e la vigorosa opposizione del movimento all’emergente capitalismo corporate.

 

Preoccupazioni analoghe per l’intolleranza e la virulenza dei seguaci del candidato estremista di destra repubblicano Barry Goldwater alle elezioni del 1964 sono alle origini de Lo stile paranoide, conferenza del 1963 trasformata in articolo l’anno successivo e riproposta in volume, assieme ad altri saggi, nel 1965. Solo che in questo caso, dopo un breve accenno ai populisti ancora affiancati a McCarthy, Hofstadter sposta il quadrante più indietro, alla ricerca della genealogia di un modo di far politica, affidato alle «animosità» e alle «passioni» incontrollate «di una piccola minoranza» e caratterizzato da «accesa esagerazione, sospettosità e fantasia cospiratoria», i tre caratteri-chiave dello «stile paranoide» (p. 11). L’analisi parte dalle polemiche antigiacobine e antimassoniche esplose dai pulpiti del New England negli anni Novanta del Settecento contro una presunta cospirazione dell’Ordine degli illuminati, piccolo «movimento tutto sommato naif e utopistico» (p. 23) del quale non si può «dire con certezza» neppure «se siano mai circolati negli Stati Uniti autentici membri» (p. 27). Passa alla rinnovata crociata antimassonica degli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, che «trova terreno fertile fra i democratici popolari e gli egualitaristi radicali» (p. 31) in vaste aree del Paese. E infine punta sui movimenti anticattolici e nativisti alimentati di lì a poco da figure come l’acclamato pittore e inventore del telegrafo Samuel F.B. Morse, figlio del pastore anti-Illuminati Jerediah Morse, che vedevano negli immigrati cattolici dall’Europa la longa manus cospiratoria delle reazionarie potenze del Vecchio mondo e del Vaticano volte a rovesciare la giovane repubblica statunitense.

 

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https://www.rivistailmulino.it/a/lo-stile-paranoide-nella-politica-americana?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+Libri+da+leggere+e+da+discutere+%5B7920%5D

 

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Il libro di Bassetti

Addio a Giorgio Tupini, il collaboratore di De Gasperi che divenne manager Iri.

Sulla chat dell’ANDC (Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani), Alessandro Forlani ne ha parlato come di una “figura centrale e significativa, insieme al padre Umberto, nella storia della Dc, soprattutto degli albori. L’età avanzata e il ritiro precoce dalla politica – benché poi abbia svolto ruoli di primo piano come manager delle partecipazioni statali – ne avevano provocato un immeritato oblio”. Di seguito riportiamo la nota pubblicata dall’agenzia di stampa Adnkronos.

 

(Adnkronos)

 

Giorgio Tupini, ex deputato Dc e stretto collaboratore di Alcide De Gasperi prima di diventare protagonista di una lunga e prestigiosa carriera come manager delle Partecipazioni statali, è morto a Fiuggi (Frosinone), alla vigilia del 99esimo compleanno.

 

L’annuncio della scomparsa è stato dato ad esequie avvenute dalla sua famiglia, con i figli Claudio, Sergio, Umberto.

 

Nato a Roma il 26 giugno 1922, figlio del senatore democristiano Umberto Tupini (membro dell’Assemblea Costituente, più volte ministro e per breve tempo sindaco di Roma), Giorgio Tupini era ‘cittadino benemerito’ di Fiuggi, città che amava profondamente e dove ha vissuto per oltre 20 anni.

 

Laureato in giurisprudenza e autore di numerose pubblicazioni giuridiche, Giorgio Tupini in vista delle elezioni del 18 aprile 1948 fu nominato capo della segreteria dell’ufficio studi propaganda e stampa (Spes) della Democrazia cristiana. Eletto alla Camera dei deputati, nel 1951 entrò a far parte del governo De Gasperi VII in qualità di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, carica alla quale venne confermato anche nei governi De Gasperi VIII e IX e nel successivo esecutivo Pella.

 

Rieletto deputato alle politiche del 1953, rassegnò le dimissioni nel 1954, dopo la morte di De Gasperi. Alla sua collaborazione con la statista padre della Repubblica ha dedicato due libri: De Gasperi. Una testimonianza (Il Mulino, 1990) e Alcide De Gasperi (1881-1954). Un popolare mitteleuropeo (Quattroventi, 1995).

 

Successivamente Tupini intraprese la carriera di dirigente d’azienda nelle società del gruppo Iri: presidente e amministratore delegato della Navalmeccanica, dal 1955 al 1959, periodo nel quale fu attuato l’ammodernamento del cantiere di Castellammare di Stabia.

 

Costituita alla fine del 1959 la Fincantieri, Tupini ne è stato il primo presidente, ricoprendo l’incarico fino a gennaio 1968. Proprio in quegli anni è stato avviato e realizzato un profondo riassetto dei cantieri del Gruppo Fincantieri, culminato nella concentrazione dell’Ansaldo, dei Cantieri Riuniti dell’Adriatico e della Navalmeccanica nell’Italcantieri, della quale è stato il primo presidente dopo la sua costituzione.

 

Dal gennaio 1968 al 1974 ha ricoperto l’incarico di presidente e amministratore delegato della Finmeccanica, la holding che controllava le partecipazioni meccaniche dell’Iri e che durante il suo incarico registrò un importante incremento di produzione e di occupazione raggiungendo il livello di oltre 80.000 addetti. Nel 1974 lasciò la Finmeccanica per assumere la presidenza di Alitalia, che ha guidato fino al 1978. Nel 1974 fu nominato Cavaliere del Lavoro.

I 5 stelle e l’Ulivo. Per favore, non scherziamo.

È inammissibile che la voglia di “fare coalizione”, essendo comunque forte l’esigenza legittima (ma oggi disordinata) di giustapporre una progetto alternativo a quello delle destre, istituendo paragoni tra l’accordo Pd-5 Stelle con l’alleanza politica sancita a suo tempo dall’Ulivo. Dalle parti del Nazareno ci si dovrebbe rendere conto della forzatura finanche grottesca.

 

Giorgio Merlo

 

Ma come si fa a paragonare l’Ulivo con una ipotetica alleanza tra il Partito Democratico e il partito di Beppe Grillo? Ma come è possibile confondere una bella, costruttiva ed esaltante stagione della politica italiana come quella dell’Ulivo con un periodo storico caratterizzato dal più spietato trasformismo politico e parlamentare? Faccio queste banali domande perchè qua e là si leggono riflessioni, peraltro legittime e degne di considerazione, che però confondono la politica – almeno come dovrebbe essere concepita e praticata – con la virtualità della politica. Perchè, appunto, confondere l’Ulivo e ciò che è stato e che ha rappresentato nella storia del riformismo nel nostro paese con l’alleanza organica con un partito come quello dei 5 stelle – leader incontrastato del populismo, del trasformismo, del giustizialismo e del “vaffanculismo” – ci vuole una creatività e una fantasia non comuni.

 

Per fermarsi all’Ulivo, ci sono almeno tre indicazioni che confermano l’impossibilità di avventurarsi con qualsiasi paragone.

 

Innanzitutto l’Ulivo era una coalizione che sommava partiti e movimenti con un preciso progetto politico e di governo. Una coalizione nata, appunto, attorno ad un’idea di governo di un paese che metteva insieme le migliori culture riformiste attorno a partiti radicati nel territorio ed espressione di una precisa cultura politica. L’Ulivo non era il prodotto di una decadente stagione trasformistica unita solo da un patto di potere contro qualcuno o qualcosa. Ma, al contrario, era una alleanza tra partiti riformisti eredi delle grandi tradizioni culturali del novecento. Che, come ovvio e scontato, non ha nulla a che vedere con il populismo verbale violento di Grillo o quello “dolce” di Conte.

 

In secondo luogo l’Ulivo coincise con la stagione del “ritorno della politica” e, soprattutto, della “speranza della politica”. Ma secondo voi, seriamente, c’è qualcuno in Italia che pensa che l’alleanza con Grillo, Toninelli, Bonafede, Taverna e via discorrendo coincida con il ritorno della politica? Almeno di quella politica che si riconosce nella tradizione del cattolicesimo democratico, popolare e sociale? O di altre culture riformiste e democratiche?

 

In ultimo, ma non per ordine di importanza, l’Ulivo si è caratterizzato anche e soprattutto per la qualità di larga parte della sua classe dirigente. Certo, è stata una stagione breve ma, comunque sia, intensa e profonda. Una classe dirigente preparata, competente e capace di affrontare le sfide di quel periodo storico dando risposte precise e pertinenti. Una classe dirigente realmente espressiva di una cultura politica e riconosciuta come tale dalla pubblica opinione. Altrochè “uno vale uno” e l’esaltazione della improvvisazione, della casualità e della inesperienza.

 

Ora, per concludere e senza infierire eccessivamente, sarebbe auspicabile che anche qualche dirigente Dem ci risparmiasse simili paragoni pur di mettere in piedi una coalizione “contro le destre”, il “rischio fascista”, il ritorno di un possibile clima “illiberale e dittatoriale” e via vagheggiando. Ognuno faccia le coalizioni che vuole, come ovvio, ma senza confondere il reale con il virtuale. Cioè, senza paragonare l’Ulivo con l’alleanza con il partito di Beppe Grillo.

Caldo torrido. Le turbolenze dei 5 Stelle infiammano le giornate politiche di questa estate anticipata.

Non sappiamo come andrà a finire. In conferenza stampa, convocata per oggi, Conte rivelerà quale debba essere l’ultima parola di questa furibonda tenzone. Lo spettacolo, almeno finora, non ha regalato nulla di emozionante e men che meno persuasivo.

 

 

Gianfranco Moretton

 

Io che penso di aver da qualche anno perso l’ingenuità, come del resto sono convinto che anche voi siate sulla mia stessa strada, non mi meraviglio più di tanto quando osservo dei fenomeni che si modificano anche repentinamente. La staticità non è fare delle cose dell’uomo; l’uomo modifica, come modifica le proprie idee, gli strumenti che utilizza per stare al mondo, le parole e persino gli orizzonti che lo orientano nella propria esistenza.

 

Potevano forse i 5 Stelle non subire una trasformazione, come è capitato a tutte le altre realtà politiche? Certo poteva restare fermo ancora nelle posizioni iniziali, ma avrebbe calpestato il proprio nome. Infatti, essendo un movimento, è difficile che possa simpatizzare con la fissità.

 

Adesso, sta subendo una evoluzione/involuzione naturalissima. Ho messo i due termini contrapposti perché, a seconda di chi guardi il fenomeno, la cosa potrebbe essere positiva o negativa. Certo è che siamo arrivati al dunque. Due galli nello stesso pollaio, come si sa, non possono stare. A meno che non decidano di trasformare uno dei due in cappone. Chi sacrificare?

 

Ho paura che nessuno dei due voglia perdere la propria virilità, e quindi lo scontro in atto mette un po’ in subbuglio il pollaio. Oggi forse – non è stato ancora confermato – sarà l’ex primo ministro a raccontarci la posizione che intende assumere. Nel frattempo, visto il pericolo che sta torturando il corpo del movimento, c’è in atto una sacrosanta intenzione di pacificare i due contendenti, attraverso l’ausilio di uno stuolo cospicuo di mediatori.

 

Non sapendo che il carattere proprio di chi soggiorna in quella compagine, nulla ha a che fare con l’esercizio del mettere assieme le parti: non hanno nulla a che vedere con la vecchia abitudine della vecchia Democrazia Cristiana. Là sì era possibile mettere assieme il gatto con il cane, la luna con il sole, la suocera con la nuora, non certo tra quelli che erano fin l’altro giorno abituati al cosiddetto “vaffa”. Però, staremo a vedere. Non è da escludere che qualche gene politico di vecchia maniera non alberghi in qualche pontiere ben intenzionato.

 

Certo è che ormai tutta la freschezza è stata completamente consumata in questi ultimi tre anni: i 5Stelle hanno già subito mutazioni di grande effetto; al governo con la Lega, al governo con il Pd; al governo sotto la guida Draghi. Ormai si è normalizzato. Difficile che riempia le piazze come capitava solo un decennio fa; dalla protesta estrema è giunto al capolinea, cos’è infatti il lavoro di cucitura tra le due espressioni più elevate, se non l’opposto di quanto capitava agli albori della loro imponente e recalcitrante presenza.

 

Vedremo se questo improvviso, quanto inaspettato caldo estivo riuscirà a sciogliere i nodi di quella discordia.

Il Presidente dell’Uncem si rivolge al Parlamento. Il Pnrr deve essere un’occasione per rilanciare le comunità e i territori, senza discriminazioni: i piccoli Comuni contano come i grandi Comuni.

Il documento, sotto forma di lettera indirizzata a Deputati e Senatori, evidenzia come l’Unione dei Comuni e delle Comunità Montane (Uncem) registri con allarme la tendenza a concentrare risorse e attenzioni sui grandi centri urbani. È un appello alla solidarietà contro il corporativismo dei Sindaci metropolitani. Il testo qui riportato è privo, rispetto all’originale, delle classiche formule di apertura e chiusura di una comunicazione scritta.

 

Marco Bussone

 

Nelle ultime settimane si è acceso, sui media e non solo, un intenso dibattito sul ruolo degli Enti locali nell’attuazione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza che la Commissione Europea ha approvato. Uncem ha lavorato molto, da marzo a maggio 2021 (e anche da agosto 2020), sulle proposte per il PNRR e sul dossier che racconta quanto vi è all’interno del Piano trasmesso a Bruxelles. Le Risoluzioni delle Camere – e le Audizioni in Commissione – sono state molto importanti. Stiamo redigendo un ulteriore documento con tempi e schede di ciascuna componente, provando a dire come i territori – i Comuni insieme, le Comunità montane, le Unioni montane di Comuni – possono essere protagoniste.

 

Il vero nodo oggi del PNRR, ancora da sciogliere, è quello della governance. Del chi fa che cosa, del come vengono spese (e poi monitorate) le risorse. Dal “Piano dei Borghi” alle misure per l’efficientamento energetico, dalle Green Communities all’autoconsumo e alle Comunità energetiche rinnovabili, le opportunità per i territori ci sono. Ma sappiamo tutti bene che dobbiamo avere, da oggi al 2026, una linea chiara, precisi riferimenti, e poter lavorare per investire le risorse in modo da ridurre le sperequazioni territoriali, sempre più forti. I divari tra nord e sud, tra generazioni, tra donne e uomini non sono gli unici nel Paese: il “patto” tra aree urbane e montane deve consentire di accorciare sperequazioni e disuguaglianze. Ne siamo certi. Come siamo convinti che la “cabina di regia” prevista dal Presidente Draghi debba vedere anche i Comuni impegnati nel definire cosa si fa e come, per attuare il PNRR. Non solo i rappresentanti dei grandi Comuni, ma anche chi rappresenta i piccoli Comuni e i territori deve essere nella “cabina di regia”.

 

Su questo punto centrale per il Paese e per noi, vorremmo lavorare con Voi, con i Gruppi e con le Commissioni. Per agevolare la capacità del Paese di “assorbire” quelle risorse  e avviare un percorso virtuoso che unisca e rafforzi il Paese verso il Futuro.

 

Con l’Esecutivo Uncem, vogliamo portare alla Vostra attenzione alcuni temi centrali per il lavoro che stiamo facendo per i territori e per rafforzare gli Enti territoriali. Il Parlamento è in questo processo decisivo.

 

  1. È secondo Uncem importante – come emerso in due anni e mezzo di lavoro negli Stati generali della Montagna, dare piena attuazione ai provvedimenti legislativi già varati che riguardano territori e Comuni. Ad esempio sbloccare i 160milioni di euro del fondo della legge 158/2017 sui piccoli Comuni, dare una accelerazione alla Strategia aree interne, per le 72 prime aree pilota, e sbloccando 300milioni di euro previsti dalla legge di bilancio 2020, sempre per la SNAI. ANAS, RFI, ENEL, ENI, grandi imprese dello Stato, devono investire sui nostri territori, con un’azione di concertazione che deve essere ripresa. Si attuino la legge sui piccoli Comuni, la legge sulla green economy (con green communities, oil free zones, valorizzazione dei servizi ecosistemici-ambientali, a partire da una percentuale sulle tariffe delle acque potabili degli ambiti che deve tornare a tutti i territori montani italiani, da parte dei gestori del ciclo idrico, per interventi volti alla protezione delle fonti e prevenzione del dissesto idrogeologico), il testo unico forestale. Sono tutte “bloccate” senza decreti attuativi. Il Piano banda ultralarga è drammaticamente assopito. Il digital divide va vinto in fretta, senza se e senza ma. I borghi devono essere luoghi da vivere e abitare, dove fare impresa, non solo destinazione turistica: i piccoli Comuni sono prima di tutto comunità. ll modello francese con il Piano “Avenir Montagne” e il modello spagnolo con il “Plan de Recuperacion” impongono anche all’Italia di avere una efficace strategia, all’interno del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza. Strategia che unisca Montagna, Aree interne, Green Communities. Non tre diverse strategie, come si rischia oggi, bensì una sola, dotata di visione e risorse. Per essere in sintonia con i grandi Paesi EU e guidare come Italia il processo.

 

  1. Il nodo fiscale. Occorre lavorare insieme, Parlamento e Associazioni degli Enti locali, per dare dignità e capacità impositiva ai Comuni. E per creare perequazioni fiscali sugli ambiti territoriali. Oggi tutto viene portato a Roma, e va rivista la capacità impositiva fiscale locale. Se vogliamo salvare l’economia di valle, costruiamo sistemi fiscali differenziati per la montagna. I negozi e i bar delle valli appenniniche e alpine muoiono perché manca una volontà politica forte di ridurre loro le imposte e trovare sistemi nazionali di riequilibrio. Parallelamente vanno rivisti e attuati i “Livelli essenziali delle prestazioni”, i LEP sanciti dalla Costituzione. Su scuole, trasporti, sanità occorrono parametri specifici: lo afferma anche il PNRR tra le riforme da fare. La fiscalità locale ha bisogno di un profondo ripensamento. Come occorre dare immediata attuazione al Fondo perequativo di 4,6 miliardi di euro in 10 anni, previsto dal comma 815 della legge di bilancio 2021. È un fondo strategico per montagna e aree interne sul quale lavoriamo da un anno. “Montagna e aree interne” devono essere pienamente inserite tra i beneficiari di questi investimenti. Investire sui territori rende più coeso il Paese.

 

  1. Terza questione, quella organizzativa, istituzionale. I recenti bandi per le assunzioni al sud escludono, gravemente, i Comuni con meno di tremila abitanti. Se crediamo insieme – tutto il Parlamento e il Governo – nei Comuni piccoli, occorre permettere loro di fare un percorso, basato su nuove assunzioni e rafforzamento della loro capacità di azione, anche aiutandoli a lavorare insieme. Le assunzioni devono essere permesse sia ai piccoli Comuni sia alle Unioni montane di Comuni che alle Comunità montane. Siamo senza personale e per attuare politiche di sviluppo del territorio, qualunque esse siano, per garantire servizi e risposte ai bisogni, anche quelli emersi dalla crisi sanitaria, vi è bisogno di persone. Formate e pronte a mettersi in gioco per la PA, per crescere nella PA, per far crescere la PA. E anche di Segretari comunali. Le sedi vacanti in Italia sono 1800. L’ultimo concorso bandito nel 2018, per 300 nuovi Segretari, è fermo. Se non ci sono i Segretari, si permetta ai Sindaci che non hanno un Segretario o lo trovano “a gettone” o lo hanno per tre ore al mese, di trovare altre soluzioni. La macchina amministrativa locale del Paese va rivista, ma non basta una generale riforma della Pubblica amministrazione. Serve una revisione dei livelli istituzionali che guardi efficacemente a come è fatta l’Italia: siamo un Paese di piccoli Comuni – in dialogo tra loro certo, in relazione con il fondovalle, con le città medie, con le zone di pianura – ma questi piccoli Comuni devono avere dignità organizzativa e operativa. È una sfida importantissima. Vinciamola insieme.

 

Sono certo del Vostro interesse per questi e altri temi che nei Gruppi parlamentari e nelle Commissioni potranno essere esaminati, approfonditi, vedere una intensa condivisione volta a rafforzare coesione dello Stato e dei livelli amministrativi territoriali.

Crisi della secolarizzazione? L’interrogativo risuona a sorpresa sull’Osservatore Romano.

 Si dice secolarizzazione per chiudersi in una spiegazione un po’ scontata della crisi che investe il cristianesimo. L’autore viceversa abbozza una valutazione più intrigante e coraggiosa: “Si tratta di uscire dall’incomunicabilità dei due mondi, quello secolare e quello ecclesiastico, di favorire un’osmosi, di ripercorrere un esodo, un’uscita dalle nostre chiusure mentali”.

 

Ottavio De Bertolis

 

Quello della secolarizzazione è un refrain che sentiamo da quando siamo nati; l’argomento è stato ampiamente sviscerato, sminuzzato, discusso, e a molti sembra che, un po’ come il comunismo fino a trent’anni fa, sia un orizzonte insuperabile e definitivo. Per le persone di fede, essa è una specie di nemico con il quale è inevitabile venire a patti, se non altro per evitare la propria debellatio.

 

Potremmo domandarci se, dopo la pandemia, vero crinale della nostra epoca postmoderna, tutto questo sia ancora così robusto, o se si intravvedano almeno alcune crepe nello spesso muro della città secolare. Io ne individuerei tre, corrispondenti del resto alle tre colonne sulle quali era posato l’intero sistema, le tre grandi narrazioni che sostituivano l’antica fede: l’economia, la scienza, la libertà.

Non si tratta solo di osservare quel che è evidente, cioè l’afflosciarsi della crescita indefinita e l’erodersi di un’economia dopata, ma di andare oltre l’esperienza destabilizzante di un benessere divenuto non più fruibile, ripensando i postulati stessi sui quali si basa il capitalismo, reinventandolo in chiave maggiormente personalistica e solidaristica. Questo significa ripensare quella stessa fede, facendola cozzare con i fatti, proprio come toccò alla fede precedente, quella cristiana.

 

La scienza è per il nostro Occidente la riscrittura della verità delle cose, che si sovrappone a quella biblica. Tuttavia negli ultimi mesi quello che appariva certo, ora sembra sempre meno certo: quale esperto avrà ragione? Quale vaccino è meglio che assuma? Come orientarsi in una rete di news distinguendo il bene dal male, il vero dal fake? Non si tratta affatto di negare la narrazione della scienza, come peraltro non pochi fanno, ma di constatarne la dimensione veritativa all’interno di certi dati e parametri creduti rilevanti. La sua oggettività si rivela come un mito, una fede. Ora almeno discutibile, se non discussa.

 

Infine, la libertà, corollario dell’individuo sovrano, centro dell’ordinamento giuridico costruito appunto in termini di diritti soggettivi, facoltà attribuite al soggetto considerato come monade isolata. Scolorata la dimensione relazionale della persona, l’individuo, l’atomo sociale, segue la propria orbita, determinata dal suo volere. Come pensare lo stare insieme in termini individualistici, rimane un bel problema. Comunque sia, si è dibattuto a lungo sulle libertà sospese, sul significato dello stato di emergenza  o “di eccezione”, cioè sui fondamenti, e dunque sui presupposti, della nostra dogmatica giuridica. Che è come discutere i presupposti di Dio.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-143/crisi-della-secolarizzazione.html

Eppure, visto a quale punto siamo arrivati, una legge che inibisca le violenze e i pregiudizi serve assolutamente. Il Ddl Zan non dovrebbe suscitare allarmi, neppure per la Chiesa.

 Non ci possiamo rassegnare a disquisire asetticamente sulle tante forme di discriminazione che rientrano in uno scenario di ordinaria e impietosa trasgressione del codice di umanità. Dobbiamo rompere il velo di falsa prudenza e guardare in faccia la realtà, per cambiare il corso delle cose.

 

Pierluigi Moriconi

 

Il dibattito sul ddl Zan occupa, dopo la “nota verbale” della Santa Sede, tanta parte della politica e dei media. Un gran discettare giuridico, etico e quant’altro, anche a riguardo, ovviamente, dei rapporti fra due Stati. Mentre tutto ciò si sviluppa, si pone, ai cittadini, il problema di come ne usciremo. C’è ancora la volontà di tutelare chi subisce discriminazioni anche violente o si cerca di “buttarla in caciara”?

 

Arrivano notizie, dalla costa occidentale dell’Atlantico e precisamente dal Canada, delle orribili “fosse comuni” con, a questo punto, migliaia di bambini nativi fatti morire o uccisi direttamente. Orrendo crimine di discriminazione. Crimine che si aggiunge ad altri crimini della stessa natura che la storia ci ha disvelato. Tendo l’orecchio per ascoltare voci e pensieri, dibattiti su questo ennesimo genocidio.

 

Si avverte solo il tramestio intorno al ddl Zan, si affilano i ragionamenti linguistici e giuridici. Si cavilla sulle interpretazioni, sulle eventuali ingiustizie che potrebbe ricevere chi straparlasse di persone che sono diverse e che ricevono ignobili ingiustizie e violenze continuamente. Si parla di libertà di opinione e di espressione che, anche involontariamente, potrebbero anzi possono creare “mentalità” e “ambiente favorevole” alle discriminazioni.

 

Se il ddl Zan servirà a dire un potente basta ad altre discriminazioni, ingiustizie, violenze e a creare una cultura della persona più rispettosa e accogliente, ben venga. Anche se non dovesse essere perfetta… ormai serve una tirata di freni senza precedenti. E chi dovesse essere perplesso ed esternare dubbi, pensi a quanta ingiustizia, fino ad oggi, è stata perpetrata. Pensi a cosa può arrivare la discriminazione, pensi a quelle e alle tante “fosse comuni” che ci fanno inorridire, ma a posteriori… e poi mica così tanto.

 

Il Parlamento faccia il suo dovere senza titubanze e converta in legge il decreto Zan, prima che sia troppo tardi. E anche la Chiesa faccia un passo indietro… in nome di quelle “fosse”.

La scelta di rimettersi in gioco obbliga i cattolici popolari a discutere di un nuovo programma. Alcuni spunti in vista di una forte ripresa d’iniziativa politica.

Se non s’affrontano le questioni che incarnano cause ed effetti della lunga crisi dell’Italia, ogni progetto politico è destinato a rimanere monco, senza respiro strategico, in balia degli umori di una pubblica opinione disorientata e infragilita dopo anni di populismo dilagante.

 

Ettore Bonalberti

 

Partiamo dal programma e solo dopo, nell’assemblea costituente del soggetto politico nuovo di centro democratico e popolare, decideremo le alleanze e sceglieremo la nuova classe dirigente. Così ho scritto in alcuni miei editoriali (www.alefpopolaritaliani.it), mentre diversi amici ci sollecitano a presentare il programma dei DC e Popolari per il XXI secolo.

 

A Roma, al convegno della Federazione Popolare DC di Sabato 19 Giugno, si è avviato il confronto sui temi economico sociali, che continuerà nei prossimi incontri territoriali (Nord, Centro e Sud) con i mondi vitali, espressione degli interessi e dei valori dei ceti medi produttivi e delle classi popolari.

 

Alla vigilia del convegno avevo inviato agli amici del Consiglio nazionale della DC e ai soci della Federazione Popolare DC, un mio ampio contributo programmatico, per la verità, sin qui senza alcun riscontro. Provo a sintetizzare la mia proposta, partendo dalla constatazione che i problemi da risolvere con estrema urgenza riguardano la ricostruzione della Sanità pubblica, la digitalizzazione del Paese, l’edilizia scolastica, la conversione energetica, la sicurezza idrogeologica del territorio. Sono i temi ai quali il governo Draghi dovrà dare soluzione, tenendo presenti i paletti richiesti dall’UE per l’utilizzo delle risorse del recovery fund. Fondi da spendere, come ha dichiarato Draghi martedì 22 all’incontro con la Von der Leyen a Cinecittà:“ con efficienza, efficacia e onestà”. L’unico programma politico che, tuttavia, consentirebbe ancora, dopo 25 anni, lo sviluppo dello stato italiano e della sua classe media (94% della popolazione italiana) e che renderebbe tecnicamente possibile ogni altro obiettivo in qualsiasi altro settore sarebbe il seguente :

 

  1. Obbligo di cessione al Tesoro dello Stato italiano da parte di Telecom Italia Sparkle della proprietà dei cavi sottomarini, necessari alla comunicazione intranet dei movimenti elettronici del denaro nel sistema bancario italiano (=abolizione della L.58 del 28 Gennaio 1992 e della Legge n. 35 del 29 gennaio 1992).
  2. Controllo statale  sulla  raccolta del risparmio tra il pubblico mediante compagnie assicurative  statali = abolizione del DPR n. 350/1985 firmato da Sandro Pertini.
  3. Obbligo di cessione da parte di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige e BNL del 51% delle loro azioni al Tesoro dello Stato Italiano  al fine che lo Stato italiano abbia,  con 265 voti su 529, il controllo del 51% di Banca d’Italia (abolizione della L.82 del 7 Febbraio 1992), al fine che Banca d’Italia possa di nuovo dopo 25 anni tornare a vigilare per  impedire truffe sui derivati e su azioni/bond carta straccia, e per impedire anatocismo e usura bancaria.
  4. Reintroduzione della Legge Bancaria del 1936 (abolizione del decreto legislativo n. 385/1993) sempre difesa dalla DC e dal governatore Guido Carli.
  5. Separazione rra banche di prestito (loan bank) e banche speculative (investment bank): abolizione del d.lgs n.481/1992 firmato da Giuliano Amato, Barucci e Colombo. Automatica reintroduzione della contabilità bancaria esistente prima del 31 Luglio 1992 (abolizione del Provvedimento di Banca d’Italia del 31 Luglio 1992 firmato da Lamberto Dini al fine di bloccare l’evasione fiscale verso i fondi speculatori petroliferi kazari proprietari della City of London).
  6. Divieto di prestare denaro creato con un clic elettronico anziché raccolto tra il pubblico.
  7. Riduzione del capitale flottante di Banca Intesa, Unicredit, Cassa Risparmio Bologna, Carige, BNL e di ogni altra società italiana strategica quotata in borsa (ENI,…) dall’attuale 85% del capitale totale al 15% allo scopo di evitare scalate da parte dei fondi speculativi petroliferi kazari.
  8. Divieto di vendite allo scoperto (divieto di short-selling) sia di tipo naked (presa in prestito di titoli inesistenti per es di MPS per farle crollare, le uniche finora vietate dall’UE) e di quelle piene. Divieto in sostanza di ogni tipo di vendita allo scoperto contro titoli di società italiane quotate alla borsa di Milano.
  9. Abolizione del CICR (è l’ufficio di controllo occulto di Banca d’Italia).
  10. Conferire il potere ispettivo sia a Banca d’Italia che alla Consob, in aggiunta a quello di vigilanza.
  11. Separare la Consob dal controllo di Banca d’Italia al fine di avere un organo ispettivo indipendente. Possibilità anche per la GDF e per la Polizia di Stato di eseguire ispezioni in materia finanziaria, in materia di borsa.
  12. Divieto per famiglie, imprese ed enti locali italiani di sottoscrivere derivati sulla valuta(=abolizione del DPR n.556/1987 emesso su proposta del Ministro del Tesoro Giuliano Amato) e derivati sul tasso (=abolizione del D.M. del Tesoro n. 44 del 18  febbraio 1992 firmato  da Mario Draghi).
  13. Divieto al Governatore di Banca d’Italia di variare il tasso ufficiale di sconto (abolizione della L.n. 82 del 7 Febbraio 1992) al fine di evitare le truffe in materia di derivati sul tasso.
  14. Divieto di anatocismo nei conti correnti, leasing, mutui, prestiti con cessione del quinto e in ogni altra forma di prestito.
  15. Abolizione del piano di ammortamento alla francese, lecito solo il piano di ammortamento all’italiana (quote capitali sempre uguali).
  16. Divieto di usura oggettiva (supero tasso soglia) e divieto di usura soggettiva (supero tasso medio). Introduzione della rilevanza immediatamente penale anche del supero del tasso medio indipendentemente dalla situazione di difficoltà economica-finanziaria del soggetto cliente.
  17. Abolizione della disciplina fondiaria ex art 38 e seg. TUB
  18. Riforma del Tribunale delle Esecuzioni immobiliari sulla prima casa e sull’immobile sede dell’attività: divieto di esecuzione immobiliare sulla prima casa e sulla sede dell’attività, obbligo di prolungamento del mutuo, in caso di difficoltà, ad un tasso massimo pari al tasso d’ Divieto di neutralizzazione del Fondo Patrimoniale (figura giuridica prevista dal 1936 a tutela della famiglia italiana).
  19. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) in soggetti posti in qualsiasi ruolo e funzione del Tribunale addetti all’esecuzioni immobiliari e nella sezione fallimentare.
  20. Divieto di concentrazione immobiliare diretta o per interposte persone (massimo 3 immobili) nell’avvocato e dottore commercialista della curatela fallimentare, dei sequestri immobiliari e quali procuratori per le banche nelle  esecuzioni immobiliari e nel custode  e nel  notaio delle esecuzioni immobiliari.
  21. Creazione della Procura Nazionale contro i Reati finanziari commessi da soggetti speculatori esteri, con distaccamento in ogni DDA, collegata all’INTERPOL e per la prevenzione di attentati terroristici e jihadisti da parte dei fondi speculatori atti a riottenere il controllo privato delle banche italiane e dell’Ente dell’Energia italiano.
  22. Obbligo di almeno cinque  parlamentari di ogni  forza politica di partecipare all’Assemblea Annuale di Approvazione del Bilancio delle banche italiane azioniste di maggioranza di Banca d’Italia, in quanto vero governo del sistema e termometro della salute del paese.

 

Attraverso queste essenziali riforme l’Italia potrà riprendere quel ruolo che la DC seppe garantirle in passato e uscire dalla grave crisi nella quale una classe dirigente, in larga parte incompetente e  orientata su una deriva nazionalista e populista, l’ha condotta in gravissimo isolamento politico e strategico europeo e internazionale. Mario Draghi adotterà questi provvedimenti alternativi al dominio del turbo-capitalismo finanziario? Ce lo auguriamo, ma se non per lui, questo, secondo me, dovrà essere il nostro impegno nella politica economica e finanziaria italiana.

Perché la lotta alla crisi climatica è una sfida etica e politica

 Secondo Dale Jamieson, in libreria per Treccani con “Il tramonto della ragione”, i tentativi di prevenire il riscaldamento globale con la politica internazionale sono tutti e immancabilmente naufragati, al punto che oggi possiamo soltanto sperare di adattarci al clima che sarà, tentando di attenuare almeno un po’ gli effetti.

 

Alessio Giacometti

 

l prossimo primo novembre è una data tra le più importanti e attese dell’anno per chi si occupa di riscaldamento globale: a Glasgow, prenderà avvio la ventiseiesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, meglio nota con l’acronimo COP26. L’evento, rimandato di un anno per via della pandemia di coronavirus, vedrà i leader della Terra riunirsi tutti allo stesso tavolo, con l’ultimo report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) a portata di ciascuno, e all’ordine del giorno l’obiettivo comune di disegnare articolate geometrie politiche per stabilizzare la concentrazione atmosferica di gas a effetto serra. È un rito annuale che si ripete dal 1995, quando ad andare in scena fu la COP numero 1 di Berlino. Ma la convinzione che con la diplomazia climatica si possa far fronte al riscaldamento globale risale ancora più indietro, alla nascita della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Unfccc) in occasione del Summit della Terra di Rio, nel 1992, e all’istituzione dello stesso IPCC alla World Conference on the Changing Atmosphere del 1988.

 

Trent’anni e più di conferenze internazionali per il clima appaiono un lasso di tempo sufficiente per trarne un bilancio, e porre magari la più scomoda e diretta tra le domande: quella della diplomazia climatica è una storia di un lento ma incontestabile successo, oppure di un disastroso fallimento?

 

Il giudizio di Dale Jamieson, professore di filosofia e studi ambientali alla New York University, è tagliente: i tentativi di prevenire il riscaldamento globale con la politica internazionale sono tutti e immancabilmente naufragati, al punto che oggi possiamo soltanto sperare di adattarci al clima che sarà, tentando di attenuarne almeno un po’ gli effetti. Nel suo Il tramonto della ragione. L’uomo e la sfida del clima, scritto prima dell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e tradotto quest’anno da Treccani (l’editore di questa rivista), Jamieson ricostruisce la cronistoria dell’insuccesso della diplomazia climatica partendo dagli anni Sessanta, quando l’idea che i gas serra stessero destabilizzando il clima era ormai ampiamente accettata dai climatologi e i movimenti per la difesa dell’ambiente iniziavano a muovere i primi passi. Nel ventennio successivo, però, a imperare furono l’incertezza sul da farsi e la strumentalizzazione politica delle evidenze scientifiche intorno all’origine antropica del riscaldamento globale:

 

Tra coloro che studiavano il cambiamento climatico stava cominciando ad aprirsi una linea di faglia. Mentre alcuni mettevano in guardia contro un approccio “attendista”, altri invocavano esattamente quello. C’era chi riteneva che la scienza stesse premendo per ulteriori ricerche e finanziamenti, e c’era chi pensava che appoggiasse l’azione politica. Gli economisti tendevano a favorire la ricerca rispetto all’azione; da una prospettiva esclusivamente economica, infatti, ritardare l’azione fino all’ultimo momento possibile avrebbe implicato di agire quando fosse stata risolta la maggior parte delle incertezze, quando i costi della riduzione fossero diminuiti, e quando il rischio di mancare il bersaglio fosse minore.

 

Qualcosa a livello internazionale si scosse soltanto sul finire degli anni Ottanta, ma la stagione dei primi accordi per il clima venne di fatto sospesa dal conservatorismo neoliberale e negazionista dei due Presidenti repubblicani che si avvicendarono in quegli anni alla guida degli Stati Uniti, Ronald Reagan e George Bush senior. Le loro politiche ambientali, osserva Jamieson, furono straordinariamente coerenti: “fare il meno possibile per il cambiamento climatico e razionalizzare il tutto sia gettando dubbi sulla scienza sia gonfiando le stime dei costi di un’eventuale azione”. Il rifiuto da parte degli Stati Uniti di un intervento precoce e determinato per abbattere da subito le emissioni ebbe un’influenza enorme sui primi trattati per il clima, e culminò nella celebre dichiarazione di Bush al Summit di Rio sulla non negoziabilità dello stile di vita degli americani.

 

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Perché la lotta alla crisi climatica è una sfida etica e politica

Senza una forte unità interna, con l’espansione della fiducia nei rapporti tra cittadini e classe dirigente, l’Italia può sprecare l’occasione storica del suo rilancio.

 

I segnali non mancano, l’Europa ha interesse a sostenere l’impegno del nostro Paese. Dobbiamo essere avvertii, però, della necessità di operare con spirito di coesione, mettendo al centro il desiderio e la volontà  di riscatto.

 

Raffaele Bonanni

 

Nel corso dell’incontro avvenuto a Roma con la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, Mario Draghi ha avuto modo di affermare: “Il paese avrà una responsabilità che non si esaurisce entro i confini nazionali; soprattutto nei confronti dei Paesi europei e dei cittadini contribuenti europei che pagano le tasse. Abbiamo quindi la responsabilità non solo riguardo noi stessi ma anche verso i cittadini dell’Europa”. In questo modo, da par suo, il nostro Presidente del Consiglio ha sottolineato l’essenza dell’approccio che gli italiani dovrebbero avere rispetto al percorso economico che stiamo per affrontare, che deciderà o la svolta positiva del Bel Paese dopo tanti anni di carenti virtù, o la definitiva declassazione ad ex paese  produttore leader nel mondo.

 

Ursula von der Leyen con la sua presenza a Roma in questi giorni, annunciando solennemente il via libera per il Recovery Plan italiano, ha inteso sottolineare la scommessa europea sull’Italia, nonostante la endemica instabilità di governo e politiche economiche inadatte che per decenni sono state applicate a un paese come il nostro, ormai il più indebitato d’Europa. Si sa, abbiamo ottenuto dalla Unione Europea prestiti quasi a tassi zero e quantità di denaro a fondo perduto, la più alta tra gli Stati membri, nonostante le diffidenze degli altri paesi europei, proprio per tentare di toglierci da una anomala condizione economica la cui gravità alla lunga avrebbe potuto travolgere l’intero continente, e per sottrarci al clima anti-Unione, seppur sentimento minoritario in Italia, che i vertici di Bruxelles ritengono ambiguamente alimentato da forze internazionali ostili in oggettiva collaborazione con realtà politiche italiane.

 

Draghi ha voluto toccare anche il punto più sensibile del nostro dente più dolente: la nostra insufficiente percezione che la finanza pubblica allegra ha conseguenze gravi sul debito; sulla economia generale della Nazione; sui propri carichi fiscali, sempre più insostenibili. Dunque le precisazioni del Presidente del Consiglio sono state apprezzate dalla von der Leyen, ma rimangono ancora da chiarire il come e quando si faranno le riforme tanto richieste ed attese. Infatti pur in presenza di ingenti risorse da investire per la transizione energetica, attraverso interventi nelle infrastrutture materiali ed immateriali e per il cambiamento digitale nelle attività dei servizi pubblici e privati, senza radicali cambiamenti fiscali, della giustizia civile ed amministrativa, della pubblica amministrazione e delle normative del mercato del lavoro, toccherà ancora una volta operare con il freno a mano tirato.

 

Impegnarsi con coerenza su questi obiettivi, favorirà anche il necessario clima positivo di fattività e cooperazione in politica e tra i cittadini, dando finalmente loro delle mete coerenti di cambiamento. Il clima dovrà essere di grande coesione e rigore in quanto i primi indispensabili risultati del Recovery Plan non potranno che manifestarsi almeno nel medio periodo. Ed invece i mesi prossimi saranno impegnativi per la gestione delle opere e per la crescita di disoccupati e poveri che richiederanno prospettive concrete ed immediate. Situazioni che mal si conciliano con l’inseguimento di scelte divisive che renderà ancora più rovente il clima politico boicottando la cooperazione governativa, distraendo la opinione pubblica dalle strade prioritarie da percorrere per il rilancio economico che, per essere efficace nel superare le difficoltà, richiede una intesa forte di coesione tra italiani e  classe dirigente.

5 Stelle, nessuna novità da Grillo e Conte.

È illusorio pensare che i 5 Stelle possano cambiare fino al punto di rinnegare se stessi. L’aut-aut del fondatore, con gli strascichi polemici ai danni di Conte, è il segno di un ricompattamento attorno al “messaggio” che dalle origini condensa il significato proprio del populismo pentastellato.

 

Giorgio Merlo

 

Dunque, e come da copione, per i 5 stelle siamo al punto daccapo. Detto fra di noi, non ci voleva uno scienziato o un politologo per saperlo sin dall’inizio. In questa breve nota ricordo solo tre aspetti, peraltro decisivi, che confermano che la natura e il profilo politico dei 5 Stelle non mutano perchè, semplicemente, non possono mutare.

 

Innanzitutto il partito (o il Movimento) è stato “fondato” da Beppe Grillo. Da un ex comico che però, almeno per questa formazione politica, è da tutti ritenuto un guru. Non a caso, lui stesso si è definito come un “elevato”. È del tutto naturale, stando anche al ruolo politico decisivo e determinante da lui avuto in tutti questi anni, compreso l’ultimo avallo al Governo Draghi, che proprio lui, “l’elevato”, sia il solo ed autentico punto di riferimento politico ed elettorale. Per tutti. Al di là dello statuto, del regolamento, del codice etico. E come l’esperienza di questi giorni ha platealmente, e in modo del tutto scontato, dimostrato e confermato.

 

In secondo luogo un partito come i 5 Stelle non può mutare natura, profilo, forma e sostanza politica dall’oggi al domani. Tranne il Pd di Zingaretti e soprattutto quello di Letta, tutti sanno che i 5 Stelle sono e restano un partito populista, demagogico, antipolitico, tendenzialmente antisistema ed esterno ed estraneo alla pratica democratica dei partiti tradizionali. E questo perchè, come tutti sanno, ma proprio tutti, la sua nascita è segnata dal verbo del suo fondatore, appunto Beppe Grillo. Se un partito abdica a tutto ciò che ha detto, scritto, praticato, urlato, giurato e predicato per anni, è del tutto ovvio che lascia per strada larga parte del suo elettorato. Altrochè “partito liberal moderato” come vagheggia l’avv. Conte o un partito che è disponibile a rivedere tutto il suo passato iniziando a scusarsi, ad esempio, del giustizialismo manettaro che l’ha contraddistinto da sempre. Perchè un conto sono i potenziali carrieristi romani. Altra cosa è l’elettorato e le pulsioni che, giustamente, attraversano quel pezzo di società e quindi di elettorato.

 

In ultimo il futuro e la prospettiva politica dei 5 Stelle. Al di là di chi continua a predicare la necessità, del tutto legittima, di dar vita ad un progetto politico antifascista, contro la destra, contro il rischio dittatura, contro la deriva illiberale e bla bla bla, di comune intesa con il partito di Grillo, è del tutto evidente che il movimento pentastellato – ideato, fondato, diretto e teleguidato dal suo fondatore Beppe Grillo – è destinato a rimanere il punto di riferimento politico per eccellenza del populismo nostrano. Ed è giusto che sia così. E chi si allea con quel partito o Movimento non può che condividere quell’approccio e quella cultura. Al di là della propaganda e delle parole d’ordine utili per convincere i creduloni, ma destinate a sbriciolarsi di fronte alla concreta realtà.

 

E ciò che capita da ormai molti mesi all’interno di 5 Stelle, e culminato proprio in questi giorni di contrasti serrati tra Grillo e Conte non fa che confermare, in modo persin plateale, ciò che sono stati, ciò che sono e ciò che saranno i 5 Stelle nel nostro paese e nella dialettica politica italiana nel futuro.

Abbiamo bisogno di serietà, non di parodie. Vale per la battaglia contro il virus e vale per la questione della omofobia.

Spesso si parla con superficialità, anche quando le circostanze e gli argomenti impongano la scelta del rigore. Il buon esempio è venuto, anche sulla “gestione” della Nota vaticana,  dal Presidente del Consiglio. A Draghi bisogna guardare con fiducia.

 

Francesco Provinciali

 

Di tutte le parole che si dicono, si leggono, si ascoltano sul tema del giorno, vale a dire l’identità sessuale e di genere, il DDL Zan, con particolare riguardo a quanto circola in rete – un universo simbolico e semantico spesso carico di violenza e linguaggi disgustosi, toni accesi e ultimativi – bisognerebbe essere in grado di separare la realtà dalla finzione, le caricature dai vissuti, i bisogni esistenziali dalle costruzioni allegoriche e virtuali.

 

Non è che finito – o quasi – di discettare di pandemia e virus si cambi argomento tanto per trovare il tema prevalente per un’estate tra il serio e il faceto.

 

Troppe persone parlano perché hanno la lingua in bocca, tranciano giudizi, assolvono o condannano con una facilità disarmante, mentre crescono le speculazioni dialettiche, le polarizzazioni, le discriminazioni alle quali siamo abituati nei discorsi da bar: “Chi non è con me è contro di me”. Il tema è serio, esiste non da ieri e va considerato con il dovuto rispetto. La demonizzazione delle opinioni altrui non produci esiti convincenti o risolutivi.

 

Perciò – prima di entrare in medias res – occorre documentarsi per evitare di disquisire a vanvera sulla base di preconcetti, pregiudizi e conclusioni affrettate. Al centro di ogni dibattito c’è la persona: con le sue ricchezze, le sue potenzialità, le sue debolezze, le sue fragilità. Certi discorsi non si fanno in maschera, né si risolvono suonando i fischietti o colorandosi il viso.

 

Si tratta di legiferare su una questione che riguarda molti aspetti e modi di essere e di vivere l’esistenza, in genere si tratta di problematiche intime, personali, che meritano circospezione e umana considerazione. Per questo va preliminarmente puntualizzato insieme alla delicatezza del tema anche il metodo più adatto per affrontarlo. Senza enfatizzare situazioni costruite ad arte e senza minimizzare i disagi e i vissuti di ogni singolo individuo.

 

Avremo modo di ritornare a studiare ed approfondire i molteplici aspetti di una realtà complessa e caleidoscopica, dove gli stessi esperti della psiche umana, la medicina, la pedagogia e perciò la scuola, gli educatori, gli psicologi non hanno una visione univoca.

 

Solo il dialogo e il confronto possono essere le premesse indispensabili per impostare un confronto: avendo la consapevolezza che gli esiti e le scelte produrranno conseguenze che occorre immaginare, prevedere e organizzare perché incideranno in modo determinante nei comportamenti, premesso il riconoscimento costituzionale dei diritti soggettivi di ciascuno.

 

Avverto troppa enfasi che produce ansia e sconcerto. A cominciare dallo stesso Parlamento che dovrà legiferare. Bene ha fatto il Presidente Draghi a rimarcare il principio della laicità dello Stato: forse nessuno lo avrebbe mai messo in discussione, poiché le riserve avanzate dal Vaticano riguardano una materia concordataria. Penso che anche in questo caso la fretta possa essere cattiva consigliera: se si fosse considerato il tema con anticipo, al pari di quanto accaduto in altri Paesi, forse ci sarebbe stato un confronto più pacato.

Polarizzare è il pericolo più incalzante: anche i toni ultimativi fanno male a tutti. Dobbiamo comportarci con serietà e considerare le variabili di una partita difficile, che tocca l’etica, il senso civico, il rispetto dell’essere umano, i convincimenti morali. In gioco c’è il tema dell’identità personale: non è poco, visto che stiamo attraversando un periodo di crisi e di spaesamento, in cui si accentuano le condizioni di precarietà e di solitudine specialmente nella fase critica dell’adolescenza.

 

La vita non è un casting mediatico da giocare su TiK-Tok o nei social, affidando gli orientamenti emotivi agli imbonitori e agli influencer. Serve serietà e questo approccio riguarda tutti, non dobbiamo mai dimenticarlo.

L’inconsistenza dei cattolici, il ddl Zan, e il nuovo partito di centro fondato da Zamagni. Risposta controcorrente a Pio Cerocchi.

STEFANO ZAMAGNI AGENZIA TERZO SETTORE

Possiamo condividere la preoccupazione che nasce dalla disarticolata e tuttavia pretenziosa volontà, dentro e fuori la Chiesa, di proclamare un legittimo punto di vista. La Nota vaticana è stata inopportuna e fragile appare, in controluce, la presenza politica dei cattolici. Si risolve, tuttavia, con l’avventura di un nuovo partito? Umiltà e pazienza, va detto, sono valori fondativi della prassi cristiana.

 

Nino Labate

 

Ho letto con molta attenzione l’articolo del mio amico Pio Cerocchi sul ddl Zan, e non solo, pubblicato su questo giornale online sotto il titolo “L’inconsistenza dei cattolici”. Il tema principale su cui ha riflettuto Pio è serio. Ed ha avuto presso tutti i mass media – compresi i social –  gli editorialisti, gli studiosi e la stessa opinione pubblica nazionale, un seguito e una risonanza inaspettabili e imprevisti.

 

A distanza di giorni e mentre butto giù questo appunto, dopo che Draghi si è pronunciato in Parlamento sollecitandolo ad assumersi sulla vexata quaestio le proprie responsabilità, e dopo che ha ricordato, assieme grosso modo al Cardinale Parolin, che “…il nostro è  uno stato laico a  tutela di pluralismo e diversità culturali”, questo ddl sta ancora occupando le prime pagine dei quotidiani e persino le aperture di qualche telegiornale. Tutto ciò, per altro, è accompagnato dalla solita apocalittica e illuministica critica semplificatrice di MicroMega, secondo cui il  Concordato è  da abolire.

 

Riguardo la nota diplomatica con cui il Vaticano ha fatto sapere al Governo che se il ddl Zan non viene rivisto ne va di mezzo “…la libertà garantita alla Chiesa cattolica…” grazie al Concordato. C’è molta esagerazione in queste finalità esplicitate attraverso il testo della Santa Sede. E non voglio credere che ci sia dell’altro. Cosi come non  voglio imbarcarmi nelle questioni di diritto che riguardano quel Concordato,  su cui  non sono competente. Ma Cerocchi ha molta ragione quando, prendendola alla larga, si rivolge  agli”...inesistenti” e  silenziosi  politici, uomini di cultura e laici del mondo cattolico.

 

E perché ha ragione?

 

Perché  dovevano essere proprio questi “fantasmi” laici dispersi in “coriandoli“ (De Rita), e frammentati in associazioni,  partiti e partitini personalizzati, ad agitare le acque del ddl. Ma non – addirittura – la Santa Sede. È una mia opinione: non ho infatti giustificato per niente il fatto che la Chiesa intervenisse in prima persona e a gamba tesa su una questione che si è voluto spingere fino alla esagerazione, pur essendo di stretta pertinenza del laicato cattolico. Di quello seduto in Parlamento e non solo. Se ancora esiste.

 

No! La Chiesa ha fatto un passo che poteva e doveva evitare. Perché  come si chiarirà, non c’è nessuna riduzione alle sue sacrosante libertà in ordine alla diffusione del messaggio evangelico. A meno che…mi viene maliziosamente da pensare…vedendosi sprovvista di laiche coperture e mediazioni, non l’abbia fatto per sollecitare la nascita di quel partito di Centro che Zamagni va proponendo da tempo, senza giungere a conclusioni apprezzabili. Cerocchi, fra le righe, fa capire proprio questo allorché denuncia proprio l’assenza in Italia di un “partito cattolico”.

 

In ordine a tale argomento mi sia consentita solo una riflessione.

 

Soprassiedo sulla delicatissima e complessa tematica della riproposizione di questo “partito  centrista” in un tempo storico post-Covid che, come ripete spesso  Mattarella,  è comunque sia un tempo di “Costruttori“ e non di “RI-costruttori“, la cui differenza tra i termini, faccio notare, è notevole. E che i tempi che ci attendono, aggiunge il Presidente della Reppubloca, hanno bisogno di “… un nuovo inizio,  non di ritorno alle condizioni precedenti alla pandemia”, tanto da concludere che “…non c’è nulla più bello di in nuovo inizio”.

 

Purtuttavia l’esigenza della nascita di un tale partito  è legittima. Ci mancherebbe. Anche se deve scontrarsi con  alcuni elementari dati sociologici sulla nuova classe operaia, sul nuovo ceto medio, sulle classi medie, medio basse, e basse, sui nuovi poveri, sull’emigrazione,  sui motivi del non voto, sulla frequenza alla messa e  l’irrefrenabile secolarizzazione, sull’assenza dei giovani anche nelle vocazioni, ecc… E poi ancora sui cosiddetti moderati. Ecco, si deve misurare con quella antropologia culturale che ci rende consapevoli delle rivoluzioni  culturali  che stiamo vivendo e che vivranno, ancor più, di più i nostri figli e nipoti.

 

Esigenza legittima dunque, quella del partito di centro.  Con un solo però. Quello che non doveva essere Zamagni a promuovere la nascita di  un tale partito. Zamagni dal 27 marzo 2019 è Presidente della “Pontificia accademia delle scienze sociali”. Nominato direttamente dal Papa perché studioso capace, conosciuto e stimato, non solo nel mondo  cattolico, che gode la piena fiducia della Cei. Un uomo laico di Chiesa e che la Chiesa, dunque, rappresenta. Un intellettuale, per giunta, che   a pieno titolo è parte della Chiesa. Allora: prima si dimetteva e poi fondava il suo partito!

 

Insomma, una  grande debolezza quella di Zamagni. Che con la sua nomina ecclesiale, il suo posto e la sua funzione, ha dato l’impressione che dietro questa sua iniziativa ci fosse parte della Gerarchia. Il suo partito, a cui faccio comunque gli auguri in vista dell’imminente congresso,  ha già nome e cognome: “Insieme”. E se fosse già presente in Parlamento aveva tutto il dovere di aprire quel dibattito richiesto da Draghi.

 

A meno che, pur di fronte alla crisi e “…all’inconsistenza“  dell’episcopato, spaccato e diviso come denuncia Cerocchi, anche con Zamagni in campo non si volesse scommettere tutto sulla Croce al collo e il Vangelo sotto braccio di Salvini,  e su Dio  Patria e Famiglia della Meloni.

 

No, non voglio crederlo!

 

Ma torniamo al l’argomento principale. L’intervento della Santa Sede non è stato per niente “logico“, come  sottolinea ancora Cerocchi. Ma in assenza di laici corpi intermedi, c’erano altre strade. La Chiesa – come per altro ha sempre fatto – aveva, e a mio avviso ancora ha, tutto lo spazio comunicativo e la libertà per esprimere compiutamente ciò che pensa in fatto di utero in affitto, di bambini con due genitori dello stesso sesso, di aborto, di matrimonio in chiesa da parte dei gay, ecc. Sono preoccupazioni fondate, e dunque impegnative, sulle quali mi trovo perfettamente d’accordo. I principi della Chiesa, se dichiarati con garbo, senza urlare e offendere,  se esposti in punta di Vangelo e di Dottrina Sociale,  nessuno, dico nessuno, può immaginare di contrastare con l’arma della denuncia.

 

E chiudo perché proprio pochi mesi fa ho sentito con le mie orecchie, durante una omelia, e con il ddl Zan già approvato alla Camera, il sacerdote celebrante che sottolineava dal pulpito con garbo e delicatezza, senza offendere e  inveire, senza urlare e alzare la voce, i  pericoli dei matrimoni gay, degli uteri in affitto, dell’aborto, e del dramma dei bambini che crescono con due papà o con due mamme, senza che nessuno si  offendesse o denunciasse.

 

Qual è la conclusione? Sì, condivido di Cerocchi l’accusa a riguardo del silenzio dei cattolici italiani…se ancora ci sono e vogliono battere un colpo. Esistono però mille modi per farsi sentire e testimoniare. Non necessariamente con una Nota vaticana o con un  partito politico. Ho però compreso lo spirito e il senso dell’articolo di Cerocchi. E sono certo che il Parlamento ritoccherà il ddl.

I cattolici democratici non devono rassegnarsi alla logica del muro contro muro

È un errore la disarticolazione dei cattolici impegnati in politica – ma forse sarebbe meglio parlare di cattolici che vogliono fare politica – lungo l’asse della dialettica semplificata tra sostenitori e oppositori del ddl Zan.

 

Lorenzo Dellai

 

L’intervento diplomatico del Vaticano sul Disegno di Legge Zan – benché in via informale – assume una valenza politico-istituzionale inedita, rispetto alla quale sarebbe veramente pernicioso se la politica e la pubblica opinione reagissero dividendosi tra “papisti” e “anti papisti”.

 

Il Presidente Draghi ha fatto il suo dovere nel ribadire la laicità dello Stato e l’autonomia del Parlamento.  Ma, per il vero, la nota vaticana è stata inoltrata al Governo italiano quale sottoscrittore di un trattato che l’altra parte contraente ritiene possa essere non rispettato e dunque, sul piano formale, è difficile ritenerla una indebita ingerenza.

Può essere letta così solo in forza di una pulsione di riemergente anti clericalismo.

 

E ciò al di là della valutazione sulla opportunità che alla cosa sia stata data una tale pubblicità, pare non ricercata da parte vaticana (v. dichiarazione del Card. Parolin, ndr). Non è dunque su questo piano che la vicenda va inquadrata.

 

Questo intervento va interpretato e commentato piuttosto alla luce del contesto generale che lo ha prodotto. Esso è frutto, a mio parere, di due debolezze (come ben evidenziato sul Domaniditalia da Pio Cerocchi) e di una irrisolta questione di fondo.

 

La prima debolezza riguarda i laici cattolici impegnati in politica nelle varie e diverse formazioni partitiche. Nell’esercizio del loro mandato laico e dunque autonomo rispetto alla Chiesa, come in primis Degasperi ha testimoniato, essi dovrebbero operare sui temi eticamente sensibili con equilibrio e matura ragionevolezza, favorendo una efficace sintesi tra valori di riferimento, principio del bene comune e doveri di servizio ad uno Stato laico.

 

Nel caso in ispecie, con lodevoli ma esigue eccezioni, essi si sono invece disposti come militanti “senza se e senza ma” a favore oppure contro la proposta Zan così come approdata al voto finale. Da una parte dichiarando la assoluta indisponibilità a modifiche (anche difronte a dubbi e rilievi più che fondati); dall’altra negando in toto l’esigenza di un intervento legislativo su questa tematica. Tipico esempio della deriva “binaria” intrapresa dal dibattito politico.

 

Hanno così rinunciato al loro ruolo ed alla loro responsabilità di costruttori di soluzioni capaci di essere condivise e ragionevoli, pur nel rispetto delle diverse convinzioni etiche, culturali e religiose.

 

La seconda debolezza – espressa col dovuto rispetto – mi pare quella della Conferenza Episcopale Italiana. Ad essa, in prima battuta, sarebbe toccato il ruolo di stimolo, riflessione e dialogo con la politica del proprio Paese. Invece, la questione è stata ignorata per lunghi mesi, salvo sporadici interventi che non hanno fatto emergere una posizione chiara ed autorevole.

 

L’intervento della diplomazia vaticana, radicato sulla temuta possibile violazione delle clausole del Concordato, risulta perciò come una sorta di ultima istanza, con tutto ciò che questo comporta in termini di conflitto e di radicalizzazione dei rapporti.

 

La questione di fondo irrisolta, invece, riguarda il modo attraverso il quale la nostra società e le nostre Istituzioni affrontano i grandi e complessi temi delle trasformazioni antropologiche. Assistiamo ad una sorta di bipolarismo che alterna da un lato negazionismi arcaici e pregiudizi duri a morire e, dall’altro, fughe in avanti e strappi non supportati da una visione antropologica matura e condivisa.

 

Il Disegno di Legge Zan si colloca in questo contesto, con le sue buone ragioni e con le sue criticità. Le buone ragioni stanno nel suo obbiettivo dichiarato: rafforzare gli strumenti normativi contro gli atteggiamenti di pregiudizio e anche di violenza motivati dai comportamenti e dalle attitudini sessuali delle persone. Una questione di democrazia sostanziale e di civiltà, che va affrontata sul piano culturale ed educativo ma anche su quello delle norme giuridiche.

 

Le criticità stanno nell’introduzione (incongrua anche rispetto a tale dichiarata finalità) del diritto alla “percezione personale del genere a prescindere dal proprio sesso” (art.1); nel ruolo preminente assegnato allo strumento penale (in linea con la tendenza ad affidare ad esso funzioni strabordanti nella dinamica sociale); nella non adeguata definizione delle garanzie di libertà di espressione e testimonianza delle convinzioni etico-religiose, fatto salvo ovviamente il rispetto dell’ordinamento giuridico (punto al quale pare riferirsi la nota diplomatica vaticana).

 

Se i promotori del Disegno di Legge e le principali forze politiche (PD in primis) avessero preso in considerazione le obiezioni non pregiudiziali avanzate da più parti (anche da alcuni movimenti da sempre impegnati nel campo dei diritti civili) e se gli oppositori alla proposta non avessero praticato semplicemente la logica del “muro contro muro”, non si sarebbe arrivati a questo stallo. Che non aiuta i potenziali destinatari del provvedimento e neppure la maturazione culturale della società di fronte a queste sfide antropologiche inedite.

 

Anche in questo campo, la politica (e più in generale la classe dirigente, la stampa, gli intellettuali, gli artisti, gli influencer: tutti o quasi militanti e tifosi più che impegnati a ragionare con equilibrio) non è stata all’altezza dei propri compiti.

 

Speriamo in un sussulto di responsabilità e di maturità.

Inaccettabile è il tentativo di buttare fuori campo chiunque abbia un motivo da far valere a riguardo della propaganda gender

C’è qualcosa di artificiale nella forzatura che agisce al riparo della cultura sulla lotta alle discriminazioni. Si tratta di una imposizione che si presenta con la maschera della superiore difesa dell’umanità. Invece può distruggerla.

 

Giuseppe Davicino

 

Speriamo che regga il tono nell’insieme dimesso del dibattito sul ddl Zan. Il problema, secondo me, non sono i Melloni o i Riccardi che esprimono delle opinioni, ma il clima generale che è pazzesco. Chi appena non si allinea alla promozione attiva e istituzionale dell’omo-trans-sessualismo e dell’ideologia gender è messo al bando.

 

Le dichiarazioni della von der Leyen sulla legge di Orbán – che non discrimina ma fa una cosa di grande buon senso, impedire la propaganda gender verso i minori, liberissimi se vogliono di professarla – mi lasciano esterrefatto come i governi che si sono accodati, tra cui il nostro, per sostenerla.

 

Oggi cercavo un documento sul sito della Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca centrale delle banche centrali. Non può esserci al mondo cosa più asettica, e invece mi ritrovo il logo di questa istituzione, arcobaleno, come quelli delle istituzioni europee. C’è qualcosa che non va nei gangli del potere. Dall’alto si gioca con ciò che l’uomo ha di più prezioso, la coscienza, sia riguardo dall’orientamento sessuale, sia riguardo, ad es. alla razza, etnia, colore della pelle.

 

Ma facessero le manifestazioni contro la discriminazione delle donne o la pena di morte per adultere e gay in Arabia Saudita o in Qatar anziché andarci a giocare straricchi tornei di calcio!

 

È dinamite che può esplodere in mano a chi la maneggia con tanta incredibile disinvoltura, perché tale clima di tensione artificiale può fare da catalizzatore inarrestabile di motivi reali di scontento socioeconomico. Attenzione che ci vuole pochissimo agli spin doctor a tramutare le tensioni dovute alla questione sociale in odio anticlericale e anticristiano.

Invecchiare. Qualche riflessione sul tema.

Abbiamo scoperto con la pandemia cosa significano in concreto le RSA. Adesso è in corso un dibattito sulla necessità di superare i limiti di queste strutture. Per andare dove? Certo, la risorse delle tecnologie innovative possono aiutare molto, tuttavia serve una vera strategia politica a proposito dell’invecchiamento.

 

Mariapia Garavaglia

 

“A chi appartiene il vecchio?” Una domanda disumana che mi ha costretto a pensare una risposta. Ogni persona appartiene a sé stessa, ma è tale – persona – in quanto inserita in una rete di relazioni a partire innanzitutto dalla famiglia e poi dalla prima comunità di riferimento e quindi a tutta la società.

 

Queste relazioni non isolano la persona ma la integrano completamente con tutte le organizzazioni sociali. Perciò il vecchio è di tutti, perché tutti possono diventare vecchi. Le persone anziane oggi hanno la possibilità di una lunga vita. Non sempre lunga e buona. Quando non è buona è angustiata da malattia e da solitudine.

 

La domanda ora la pongo io. Cosa facciamo per rendere la vita dei vecchi degna di essere vissuta o, meglio, per garantire la inviolabile dignità dei vecchi che è diritto fondamentale di tutti i cittadini, riconosciuta dall’art. 3 della Costituzione?

 

Le famiglie che convivono con persone care anziane e affette da malattie non hanno dovuto aspettare COVID-19 per conoscere i bisogni, le difficoltà e gli strumenti a disposizione – scarsi – per affrontarle.

 

Il Paese, invece, ha scoperto la fragilità e la vulnerabilità delle persone anziane quando ha registrato la loro strage causata dalla pandemia.

 

E quali sono state le risposte?

 

Da parte del sistema sanitario gli ospedali sono stati all’altezza anche se non hanno potuto salvare i malati più gravi, nella quasi totalità vecchi e grandi vecchi. Abbiamo tutti conosciuto la dedizione professionale e umana di medici, infermieri e operatori sanitari.

 

Purtroppo, inadeguata la assistenza sociosanitaria extraospedaliera. Anzi: l’assistenza domiciliare quasi inesistente e quella nelle RSA – unica trincea di soccorso organizzato – non ha avuto buona stampa.

 

Il tutto incominciò con la grande risonanza mediatica attorno al più grande istituto di assistenza agli anziani di Milano, il Pio Albergo Trivulzio. Le polemiche suscitate hanno avuto ampia eco in tutto il Paese e si è diffusa una generale preoccupazione circa la efficienza delle strutture residenziali per gli anziani.

 

Le famiglie sono state sollecitate da un di più di preoccupazione per aver affidato i loro cari a tali strutture. Dal punto di vista sociale e psicologico la necessità del distanziamento ha acuito il senso di abbandono sia per le morti, dolorosissime in solitudine, sia per la mancanza di contatto fisico – assenza di abbracci – con familiari. Dal punto di vista istituzionale le RSA sembravano non appartenere alla responsabilità di nessuno.

 

Molte sono private e tra queste molte appartengono al mondo cattolico, ma tutte dipendono dal sistema socioassistenziale regionale. Le Regioni oltre alle diseguaglianze che mostrano a livello nazionale, a causa delle diverse legislazioni che le caratterizzano, hanno trascurato le RSA da molti punti di vista: finanziamenti insufficienti, standard funzionali e di personale non controllati e, alla fine hanno sottratto alle RSA gli infermieri per reclutarli negli ospedali data la cronica carenza, indebolendo ulteriormente le strutture assistenziali.

 

E’ evidente che sono mancati i controlli e una corretta programmazione. Il Ministero della Salute si è affrettato a costituire una commissione allo scopo di rivedere l’intero sistema e avviare una riforma sostanziale. Occorre ricordare, però, che la competenza regionale, secondo le norme costituzionali, non viene meno. Tuttavia si è addirittura incaricato il Corpo dei Carabinieri – NAS – per controllare tutta la rete delle RSA. Non vorrei che il compito dei Carabinieri sia solo sanzionatorio con il rischio della chiusura di strutture che comporterebbe gravi difficoltà alle famiglie per assicurare l’assistenza agli ospiti, loro cari.

 

Ho avuto anch’io l’opportunità di essere ottimamente coadiuvata dal benemerito Corpo dei NAS. Il comandante di allora (quando ero Ministro) il Col. Mario Palombo, divenuto poi generale, aveva avuto da me un preciso ordine, diverificare a una prima visita ispettiva la condizione generale. Qualora si fossero rilevate irregolarità, avrebbe dovuto dare un tempo congruo per attuare le disposizioni impartite e solo quando queste non fossero state adempiute, riferire al Ministro che avrebbe assunto le doverose misure di tutela dei cittadini e della loro dignità.

 

La condizione delle persone anziane, oggi, merita una profonda analisi perché si possa decidere solo su dati veri, verificabili, la necessaria progettualità. L’aspettativa di vita continua ad aumentare ma nonostante l’impegno medico e riabilitativo, spesso vengono vissuti molti anni con vita difficile.

 

Cos’è l’invecchiamento? In realtà non è stata ancora affrontata compiutamente la riflessione per poterlo definire. Ci affidiamo ai geriatri perché possano intervenire con più competenza nella clinica ed anzi chiediamo che aumentino gli specialisti in questa disciplina. Nelle RSA l’età media è di oltre 85 anni e per il 65/70% gli ospiti sono affetti da demenza. Nelle loro case queste persone come possono essere doverosamente, adeguatamente assistite? La dimensione degli alloggi e forse la collocazione in piani alti che non si possono raggiungere nemmeno con l’ascensore a causa della mancanza o del malfunziomento (è cronaca) come si organizza l’assistenza domiciliare e con quali operatori?

 

Per chi ha la possibilità di rimanere nel proprio domicilio la tecnologia potrà rappresentare un importante, indispensabile supporto. Per tutti gli altri anziani, al contrario, si dovrà fare in modo che la istituzionalizzazione assomigli ad una casa – si chiamano residenze – sia per la struttura architettonica che per le suppellettili, e i servizi siano affidati a personale competente. E’ evidente che i costi lievitano perché non può mancare la guardia medica e l’infermiere di notte oltre agli OSS formati e numericamente sufficienti.

 

Perciò il problema si risolve non con la loro soppressione, bensì con la loro organizzazione omogenea dal nord al sud Italia, con la continua attività di controllo, che divenga anche di formazione per il personale e di innovazione strutturale. I familiari che affidano i propri cari alle RSA devono poter essere rassicurati da un sistema efficiente per la loro cura. Il sistema pubblico si intesti questa preziosa scelta di programmazione Si innovi e qualifichi l’intero comparto dei servizi agli anziani – domiciliari e territoriali – per onorare la dignità di cittadini che durante la loro vita attiva hanno cooperato allo sviluppo del Paese.

 

Il PNRR esige che i progetti siano attuati entro il 2026. Ci si presenta una data che obbliga a non perdere una occasione imperdibile.

Sulla islamizzazione della sfera pubblica turca. L’analisi del Mulino.

L’Akp di Erdoğan ha inaugurato gli anni dell’islamizzazione della sfera pubblica turca, che con la crescente erosione dello stato di diritto e delle libertà, ne ha cambiato il volto sociale e identitario.

 

Luisa Natile

 

La Turchia che Mustafa Kemal Atatürk e i suoi successori avevano plasmato quasi cent’anni fa si basava su alcuni pilastri: il nazionalismo, l’occidentalismo e il laicismo. La politica del presidente Recep Tayyip Erdoğan e del suo Partito della giustizia e dello sviluppo, Adalet ve Kalkınma Partisi (Akp) si discosta drasticamente dall’eredità kemalista, soprattutto sul terreno religioso e culturale: l’Islam sunnita ha ormai assunto un ruolo centrale nella definizione dell’identità politica turca. Le scelte dell’esecutivo sono ispirate a valori tradizionali e musulmani, tanto nelle questioni di politica interna quanto in quelle di politica estera. Il dominio politico dell’Akp è andato di pari passo a una progressiva islamizzazione della società turca.

 

A partire dal 2012, uno degli obiettivi dichiarati del governo è stato quello di favorire la crescita di una generazione devota. Sul piano dei costumi, il consumo di alcool è fortemente scoraggiato da un’aspra tassazione, nonché dalla difficoltà nel pubblicizzare questo tipo di prodotti non contemplati dall’Islam sunnita. I riferimenti alla morale pubblica, al ruolo della donna nella società e ai diritti della comunità Lgbt+ sono improntati sulla religione. Il mondo dell’istruzione scolastica è stato più volte riformato in tale direzione: gli Imam Hatip – le scuole confessionali – ricevono ormai una sproporzionata quantità di fondi pubblici se paragonati agli istituti statali e l’insegnamento della religione è ormai obbligatorio in ogni ordine e grado. Il vocabolario stesso della politica turca è oggi intriso di riferimenti all’Islam e al Corano – basti pensare al discorso di insediamento di Erdoğan in seguito all’elezione del 2014, durante il quale il presidente ha definito quel momento come un nuovo inizio con il termine Fatiha (il primo capitolo del Corano). In questo contesto non dovrebbe sorprendere la riconversione religiosa della Grande Hagia Sophia, avvenuta nel luglio del 2020; o ancora l’inaugurazione, lo scorso 28 maggio, di una grande moschea in Piazza Taksim a Istanbul, luogo simbolo dell’era kemalista, nonché storico terreno di scontro tra laici e conservatori, culminato nelle famose proteste di Gezi Park del 2013.

 

All’origine di questo processo, che sta apparentemente cambiando il volto della Turchia, c’è una questione culturale-identitaria con radici molto profonde. Nel 1923, alla nascita dello Stato-nazione turco, un moderno sentimento d’identità nazionale doveva prendere il posto dell’Islam, elemento unificatore dell’umma ottomana. A questo scopo la società turca fu modernizzata, occidentalizzata e laicizzata dall’élite politica repubblicana. Il laicismo alla turca (Laikik) aveva lo scopo ultimo di sradicare la religione dalla sfera pubblica e addomesticarla in una sfera meramente privata. Per questo motivo, l’uso politico della religione venne vietato dalla Costituzione. In realtà, questo obiettivo non fu mai realizzato appieno e, soprattutto nelle aree rurali del Paese, la popolazione continuò a identificarsi con il tradizionale sistema di valori legato principalmente all’Islam.

 

Quanto l’identità islamo-conservatrice fosse il riferimento principale per una buona parte della popolazione emerge chiaramente nella seconda metà del Novecento. All’indomani della Seconda guerra mondiale, l’élite politica kemalista mise fine all’era del partito unico e le elezioni premiarono formazioni partitiche di centrodestra; con esse si affacciò una classe politica conservatrice che, benché non mettesse in discussione i principi fondamentali del kemalismo – come il laicismo o l’orientamento filoccidentale della Turchia – fu protagonista di un’apertura nei confronti della religione, considerata come un importante collante sociale del popolo turco. Negli anni Ottanta questa nuova visione sarebbe stata fatta propria anche dall’esercito, con il terzo colpo di Stato attuato fino a quel momento. I militari si fecero infatti promotori di una nuova ideologia ufficiale, la cosiddetta «sintesi turco-islamica», accettando la religione come componente essenziale dell’identità turca.

 

Il governo di Turgut Özal, nella seconda metà degli anni Ottanta, determinò le premesse per il successo dell’Islam politico nel decennio successivo. Le politiche economiche neoliberali favorirono infatti l’affermarsi della cosiddetta borghesia islamica: una classe sociale emergente, in contrasto con l’esistente alleanza economica e culturale che legava la borghesia imprenditoriale di Istanbul e lo Stato, la cui relazione simbiotica era fondata su un accordo sulla laicità e sull’ideologia kemalista. Grazie alla precedente apertura verso la religione nel campo dell’istruzione a tutti i livelli, buona parte di questa nuova classe dirigente aveva beneficiato di un’educazione alternativa. Confraternite e organizzazioni religiose autonome, quali Nurcu e Naksibendi, e le scuole per predicatori ormai esercitavano un’influenza che superava per importanza quella degli stessi partiti. Nel giro di pochi anni questa contro-élite di matrice islamica si contrappose a quella laica di ispirazione kemalista.

 

È questo il vero punto di partenza dell’ascesa dell’attuale classe politica turca. L’Islam politico in Turchia esisteva sin dagli anni Sessanta, nelle vesti del Movimento di visione nazionale, Milli Görüş, guidato da Necmettin Erkaban, ma i partiti legati a questo movimento erano stati ripetutamente soggetti all’interdizione da parte della Corte costituzionale. Nella lunga e complessa scalata verso l’affermazione pubblica, il Movimento di visione nazionale si era fatto portavoce dei musulmani devoti, che si consideravano vittime del kemalismo, da loro giudicato un vero e proprio «errore storico»: al suo posto essi sognavano l’imposizione di un «giusto ordine», che ridesse dignità e rappresentanza politica all’altra Turchia – quella esclusa dall’élite occidentalizzata e laica.

 

Negli anni Novanta l’Islam politico, formalmente ancora vietato dalla legge, beneficiò della nuova apertura della società turca. La scalata verso il successo fu inaugurata personalmente da Erdoğan con l’elezione a sindaco di Istanbul nel 1994, anche se la fortuna del mandato di Primo ministro per Erkaban nel 1996 fu interrotta dal cosiddetto «golpe postmoderno» del 1997, con il quale l’esercito intendeva escludere il conservatorismo religioso dalla competizione politica. Il partito di Erkaban venne sciolto effettivamente l’anno successivo; dalle ceneri della sua ala moderata nacque l’Akp, guidato da Erdoğan. In un primo momento la nuova formazione scelse la via del conservatorismo moderato, abbracciò il progetto dell’integrazione europea e acquisì una retorica democratica e liberale, rifiutando l’etichetta di partito islamico-erede del Milli Görüş. A posteriori è facile osservare come l’Akp abbia agito per l’implementazione di un programma del tutto simile a quello dei suoi predecessori, al punto da spingere gli osservatori a parlare di una possibile hidden agenda del partito.

 

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Cattolici, politica e Stato. Dove sono finiti i cattolici democratici?

Sul Ddl Zan si è detto tutto e il contrario di tutto. Non si può continuare all’infinito a discettare sulle logiche astratte o sui dettagli causidici. Una verità appare tuttavia evidente: il cattolicesimo popolare deve ritrovare lo spirito idoneo a provocare un passaggio alla nuova fase dell’impegno politico in nome di un’appartenenza ideale. Il salto in avanti fa a parte della dialettica che anche la discussione sulla Nota vaticana ha messo a nudo.

 

Giorgio Merlo

 

È perfettamente inutile scendere, ancora e per l’ennesima volta, nei dettagli del cosiddetto “ddl Zan”. Tutti gli organi di informazione grondano di notizie, interviste, commenti, editoriali, pregiudiziali vari e posizioni assunte e decretate in modo netto ed intransigente. Ormai è un copione talmente noto, conosciuto e collaudato che prima di essere scandito ed approfondito sappiamo già che cosa recitano i vari attori in campo. Gli alfieri della laicità, e molte volte del laicismo, da un lato e i difensori d’ufficio degli “interessi cattolici” dall’altro. Sia gli uni che gli altri evidenziano un eterno derby che rischia solo di riprodurre, periodicamente e in occasione di grandi eventi, la solita disputa tra “guelfi e ghibellini” o la riproposizione degli “storici steccati” di antica memoria con grande gioia e giubilo per le rispettive tifoserie.

 

Un copione, appunto, persin troppo noto per essere ulteriormente commentato ed approfondito. E l’occasione della nota della Segreteria di Stato sul “ddl Zan” è talmente ghiotta al riguardo che le rispettive casacche si sono tuffate a capofitto per cercare di recuperare, almeno in parte, lo smalto originario disperso in questi anni di politica populista, demagogica, antiparlamentare e smaccatamente incompetente e vuota. Cioè dopo il trionfo del populismo e del grillismo.

 

Ora, però, all’interno di questo quadro politico, culturale e legislativo, seppur convulso e frastagliato, manca all’appello – purtroppo e per l’ennesima volta – quella categoria di persone che un tempo si chiamavano o si qualificavano come cattolici democratici. O cattolici popolari. Cioè quegli uomini e quelle donne che per molti decenni hanno rappresentano nella storia politica del nostro paese, visibilmente e pubblicamente, quel cattolicesimo politico che sapeva difendere i valori senza trasformarli in una crociata integralista e clericale e che, al contempo, praticavano una profonda laicità dello Stato e dell’azione politica senza scivolare nei meandri del laicismo. Il tutto attraverso un metodo che veniva semplicemente definito come “cultura della mediazione”.

 

Uomini e donne che, semplicemente, oggi non ci sono più. E non esistono più nè sul versante del centro destra dove prevale una linea più semplificatoria e più diretta volta alla semplice difesa “degli interessi cattolici”. A prescindere da qualsiasi elaborazione culturale nè, tantomeno, alimentati da quella “spiritualità del conflitto”, per citare il grande storico Pietro Scoppola, che ha caratterizzato per molto tempo il comportamento e la tensione dei cattolici impegnati in politica. Nè, a maggior ragione, si intravede questa categoria politica e culturale all’interno del Pd, cioè del più grande partito della sinistra italiana. Un partito sostanzialmente governista e di potere che, anche per essere fedele alle ragioni storiche e culturali della sinistra italiana e del populismo di marca grillina, ha del tutto abbandonato quella specificità e quella esperienza richiamate e sbandierate da alcuni padri fondatori di quel partito al momento della sua nascita nel lontano 2007. Di qui il confronto, scontato e anche un po’ noioso nonchè decisamente petulante, che leggiamo sui giornali o ascoltiamo nei vari talk televisivi.

 

Ma anche da questa vicenda, comunque vada a finire e destinata peraltro ad esaurirsi rapidamente, può scoccare la scintilla di un rinnovato protagonismo di quella esperienza e di quella originalità di essere in politica che ha caratterizzato la miglior stagione del cattolicesimo politico italiano. Mi riferisco a quella tradizione cattolico democratica, cattolico popolare e soprattutto cattolico sociale che ormai è ai nastri di partenza per una nuova avventura politica e che potrà, anche e soprattutto su temi come quelli che leggiamo proprio in questi giorni su vari organi di informazione, ritrovare quella freschezza culturale e quella progettualità politica e istituzionale ormai da troppo tempo sacrificati sull’altare delle mode effimere e vuote del populismo all’italiana.

 

E questo non per il bene dei cattolici, ma per la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e anche per la ripresa della politica con la P maiuscola.

Dopo la Nota vaticana il dibattito è destinato a crescere. Si tratta di sfuggire a formule idolatriche, fatte anche di accanimenti, per restituire dignità alla politica della tolleranza e della mediazione.

Se si guarda in faccia alla realtà, si può e si deve riconoscere che in Italia non dilaga il paventato ricorso alla violenza contro le minoranze, neppure contro quelle che tali sono o si sentono per ragioni di “orientamento sessuale”. La via del buon senso non dovrebbe essere preclusa. Altrimenti si arroventa inutilmente il confronto sulla base di pregiudizi o aspirazioni arbitrarie.

 

Giuseppe Davicino

 

Si può discutere a lungo sulle ragioni del passo diplomatico compiuto dalla Segreteria di Stato sul ddl Zan, ma alla fine credo che ciò che più conta sia la sostanza politica.

 

In primo luogo, come ha osservato Lucio D’Ubaldo la risposta “strutturata” di Draghi alla Nota verbale vaticana conferma, anche su tali materie, la capacità del premier di andare oltre gli “-ismi”, secondo un’azione improntata al buon senso e a quella possibilità di un compromesso possibile nei termini che ben ha indicato Nicola Caprioli, di preservare la libertà di espressione da un lato e la punizione dei comportamenti lesivi delle diversità, nel quadro del rispetto dei principi costituzionali e degli impegni internazionali.

 

C’è da cogliere una lezione di Draghi al parlamento e ai partiti a riappropriarsi in senso pieno della dialettica e della mediazione politica, che non possono mai scorrere a senso unico. Possibilmente non solo sui temi etici. Sull’economia, sulla transizione digitale e verde, che tutti osannano senza neanche avvertire i disastri a cui possono condurre tali transizioni se declinate in modo ideologico, propagandistico, miope, incapace di valutarne i problemi, la complessità delle interrelazioni, le serie controindicazioni che anche producono, per superarle.

 

In secondo luogo, emerge, come ha osservato Roberto Di Giovan Paolo, la questione di una sensibilità sui diritti (veri o presunti tali), che rivela la natura di un partito o di uno schieramento, penso in particolare al centrosinistra: se più popolare o radical-chic. Solo chi è presente nell’affermare i diritti fondamentali del lavoro, nella lotta alla povertà, per la riduzione delle disuguaglianze può poi anche non apparire sospetto di snobismo in determinate altre battaglie.

 

Infine, trovo che si possa osservare che il dibattito sul ddl Zan può costituire anche l’occasione per una riflessione politica sulla natura di certi movimenti che sembrano così votati a nobili cause come la difesa dei diritti di minoranze di vario tipo, ma che in realtà possono essere usati per perseguire scopi diametralmente opposti a quelli dichiarati, fino al punto da creare discriminazioni al contrario, e certamente usati per creare divisioni sociali e per allontanare il più possibile i ceti popolari dalla lotta per un giusto salario, per un welfare adeguato, per un’economia meno ingiusta.

 

Ora, se per motivi di opportunità politica si dovrà alla fine arrivare a una legge che apparirà tutelare in modo specifico, oltre le normali garanzie riconosciute a tutti i cittadini, particolari categorie dalle discriminazioni, credo che non si possa dimenticare che la via maestra è e rimane quella della difesa della dignità della persona in quanto tale e non in quanto appartenente a qualsivoglia categoria.

 

Tanto più che nel nostro Paese, a differenza di altri nel mondo, non esiste una reale emergenza dovuta alla discriminazione per orientamento sessuale e sono perfettamente funzionanti gli strumenti legislativi atti a punire ogni caso di violenza per tale motivo. L’emergenza invece che sta crescendo è quella prodotta dal dilagare dell’ideologia gender, che trasforma casi isolati di incertezza sessuale o di consapevoli scelte individuali in un modello di dover essere esteso a tutti. Con gravi danni psicologici e fisici sui bambini, irreversibili nei tanti casi in cui sulla scelta di cambiare sesso ha influito una martellante pressione propagandistica tale da cirquire la volontà dei ragazzi e rovinando loro la vita.

 

L’accanimento ideologico contro il dato naturale dellla differenza sessuale credo assomigli molto di più a un grave arbitrio che a un mancato diritto. Anche questi eccessi necessitano di trovare un modo per fronteggiarli.

Le elezioni amministrative a Roma.

L’autore, più volte parlamentare, si assume l’onore di parlare a nome dei democristiani di Roma. Le condizioni della città esigono uno scatto di responsabilità. Il problema, come sappiamo, riguarda tutti. Rianimare una presenza di matrice democratica e cristiana è opera faticosa ma necessaria. Anzitutto per il bene di Roma,

 

Alberto Alessi

 

Roma appare come una matura signora al contempo cupa e solenne, insediata in questo periodo da amanti, che però non vogliono onorare un matrimonio riparatore.

 

La vera causa è che non la amano veramente iure cordis, ma vogliono sedurla iure soli, intanto perchè non sanno quanti inviti devono essere distribuiti e poi perchè è solamente un matrimonio virtuale, perchè Roma in passato ha già generato figli illustri ed inimitabili.

 

La verità elettorale è anche quella che riparare a 5 anni di disastri culturali, ambientali, economici, appare impresa impossibile. Lo stesso rapporto con i cittadini romani è intorpidito, perchè ogni relazione con gli organi comunali appaiono desunte.

 

Molti leader politici dichiarano solennemente che bisogna accorciare le distanze, ma causate dai loro stessi rappresentanti comunali e tale distacco è anche di carattere psicologico e ambientale. Ora si dovrebbe imparare a distinguere tra evidenze e certezze.

 

I candidati si sforzano di offrire programmi concreti, ma nessuno ha trattato il tema dell’urgenza di un rinnovamento spirituale e civico dei romani. Roma fu caput mundi non per via della straordinaria belleza del suo territorio, ma perchè universalmente riconosciuta culla del cristianesimo. Dunque, il problema di Roma e dei romani è essenzialmente culturale.

 

Oggi dovrebbe essere compito di chi si accinge a responsabilità amministrative uscire dalle proprie stanze e segreterie e combattere perchè le convinzioni non si trasformino in convenienze.

 

Roma ha bisogno di discontinuità soprattutto culturale e perciò, in concreto, bisogna abbattere tutte quelle posizioni che sono abbarbicate ed arruginite e bisogna avere il coraggio di difendere invece un programma fortemente diretto alla socialità. Insomma bisogna fare comprendere ai cittadini romani che sono loro stessi che devono essere i protagonisti del  rinnovamento e dell’urgenza di rinverdire Roma, riscoprendo appunto il suo spirito universale mortificato .

 

Roma dovrà stupire, fare riflettere al contempo, rinnovare i cuori, gli intelletti, la ragione delle sane ragioni, con la presenza attiva del logos e del pathos e deve recuperare la sua anima universale e la sua identità oggi congelata viva.

 

Bisogna essere ottimisti impenitenti e concreti, sicché al contempo, in questa chiave politica ed etica, i democristiani romani intendono dare un supporto franco e libero. La crisi che attanaglia Roma più che scrutata va risolta. Roma va ripensata e ricostruita a misura d’uomo.

L’utopia è l’unico antidoto

Paolo Bartolini e Lelio Demichelis dialogano su potere, pandemia e liberazione. Le rispettive tesi offrono indicazioni per ulteriori approfondimenti, anche perché hanno per oggetto temi che sono al centro di un dibattito tutt’altro che concluso e che vede impegnati, su posizioni spesso diverse, intellettuali appartenenti a varie scuole di pensiero. L’articolo, qui riportato in stralcio, appare sulle pagine dell’Osservatore Romano.

 

Maurizio Shoepflin

 

«Il pensiero critico che verrà impiegato nelle pagine a seguire — contro una modernità nichilistica in sé, contro la crescente dis-umanizzazione dell’umano e contro l’artificializzazione e la nientificazione del sociale e del naturale — non si propone di tornare a una pre-modernità che nessuno rimpiange, ma di superare anche una falsa post-modernità (in realtà iper-moderna nella sua forma e nei suoi effetti) e di porre le basi concettuali per immaginare una vera post-modernità, umanistica ma non antropocentrica né tecno-centrica, solidale, sostenibile e responsabile». Quest’ampia citazione tratta dall’Introduzione del libro di Paolo Bartolini e Lelio Demichelis, La vita lucida. Un dialogo su potere, pandemia e liberazione (Milano, Jaca Book, 2021, pagine 202, euro 20), concepito in forma di colloquio fra i due autori, fa immediatamente comprendere in che contesto culturale si collochi il volume e quale sia il messaggio di fondo che intende consegnare al lettore.

 

La pandemia può diventare occasione per riflettere sul presente e sul futuro dell’umanità, e questo è ciò che Bartolini e Demichelis hanno avuto in animo di fare al fine di rimanere lucidi quanto più possibile.

 

Conquistare una particolare lucidità che permetta di guardare con occhio nuovo e libero ciò che sta accadendo intorno a noi: questo premeva agli autori, che non nascondono di osservare con grande preoccupazione lo svolgersi degli eventi in un mondo che, a loro giudizio, è sempre più disumano, sempre più inospitale, sempre più dominato da poteri e interessi che non vanno nella direzione della solidarietà, del rispetto, della gentilezza.

 

Il rischio è che tramonti la speranza e trionfi il nichilismo, mentre appare assolutamente necessario l’affermarsi di quella saggezza che, come ricorda Eugenio Borgna, citato con ammirazione nel libro, si presenta quale valore imprescindibile, capace di recuperare «esperienze e modi di essere del passato solo apparentemente perduti», e in grado di far «rinascere in noi attese e speranze che danno un senso alla vita». Ma qual è il pericolo che ci sovrasta? Bartolini e Demichelis non hanno dubbi e rispondono che esso è rappresentato dal tecno-capitalismo, che, a loro giudizio, si propone nelle vesti di una nuova religione che mette al centro la certezza di un progresso indefinito.

 

Non si tratta di rinunciare alla modernità nella sua interezza, ma di denunciarne e cancellarne gli errori e le storture che oggi gravano sulle spalle di un’ umanità stanca e impaurita, minacciata com’è dalle sue stesse conquiste che, divenute sempre più potenti e invadenti, rischiano di risultare incontrollabili, perdendo le caratteristiche proprie degli strumenti utili e trasformandosi in forze pericolosamente impazzite.

 

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https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-06/quo-140/l-utopia-e-l-unico-antidoto.html

L’inconsistenza dei cattolici

La Nota vaticana sul ddl Zan cade nel vuoto di presenza e di azione dei cattolici italiani. È un problema molto serio. Di fatto questo vuoto è colmato dall’intervento diplomatico della Santa Sede, anche se appare estremo o perlomeno irrituale.

 

Pio Cerocchi

 

La nota diplomatica con la quale la Santa Sede per mezzo di monsignor Paul Gallagher fa sapere al Governo italiano che «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa (ddl Zan n.d.r.) in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato» apre una fase delicata nei rapporti tra lo Stato e la Chiesa.

 

Non entro nel merito della controversia essendo totalmente d’accordo sui rilievi mossi dalla Segreteria di Stato della Santa Sede, né mi meraviglio più di tanto della clamorosa irritualità di questo intervento ufficiale. Esso infatti è la conseguenza della inconsistenza della qualità dei politici che si dichiarano cattolici e che siedono in Parlamento. Oltre, naturalmente all’altrettanto grave (forse più grave) inconsistenza dell’episcopato italiano troppo impegnato forse a imparare come “puzzare di pecora” per accattivarsi la stima pontificia, piuttosto che studiare le questioni che da anni investano il popolo dei fedeli senza che si cerchino e si comunichino opportune istruzioni al riguardo.

 

In altre parole la proposta di legge in discussione cade nel vuoto pneumatico dell’inesistente iniziativa politica dei cattolici troppo impegnati ad assecondare l’onda mediatica senza considerare le conseguenze della dismissione della loro coerenza. Con un aggravante che purtroppo caratterizza il mondo politico nella sua quasi interezza e cioè il clericalismo cresciuto a dismisura da Papa Wojtyla in poi. In altri tempi ci poté anche essere un clericalismo intelligente anche perché allora esisteva una coincidenza più o meno sostanziale di intenti.

 

Oggi vuoi per un magistero che spesso appare ed è divisivo, vuoi per l’essere venuto meno il partito che raccoglieva la maggioranza dei cattolici, questa coincidenza di intenti pur declinata in mille inutilissime (e ipocrite) dichiarazioni, non esiste più. Il Papa resta superstar nel politically correct, ma non persuade.

 

La mancanza di luoghi di confronto e di organismi di partecipazione dei cittadini e dei fedeli, lascia completamente il campo alle ondate mediatiche che ostacolano di fatto le vecchie e sicure vie di comunicazione dei pastori verso le coscienze dei cattolici, oggi informati solo dal clamore apodittico dei media. Una situazione che accresce l’isolamento dei fedeli tra loro e rende ancora più evidente l’inconsistenza dell’attuale clericalismo che potremmo chiamare un diffuso accecamento delle coscienze; una sorta di nebbia dell’anima.

E la politica risente di questo sommo torpore morale anche se dà mostra di non tenerlo nella giusta considerazione, mentre invece è il vero e prioritario problema culturale per ogni iniziativa che in qualche modo voglia rifarsi ad un sia pur remoto riferimento alla cattolicità.

 

In questo torpore morale e civile proposte come il ddl Zan rischiano di farla da padrona. Logico dunque, pur se evidentemente estremo, l’intervento della Santa Sede. Ma non di questo occorre discutere, quanto invece sul vuoto che esso ha colmato. In altre parole e per ora conclusivamente, c’è a monte una “questione cattolica” in Italia di cui avere coscienza avvertita. Ed urge una discussione vera in cui ciascuno si assuma per intiero tutta la responsabilità. Immaginare di cavarsela con una melina in attesa del triplice fischio dell’arbitro, sarebbe (e speriamo non sia) una disastrosa illusione.

 

Molto peggio della nota della Santa Sede.