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Pd/5 stelle, la virtualità della politica.

A volte si ha l’impressione di assistere ad una lettura puramente virtuale delle vicende della  politica italiana. Mi riferisco, nello specifico, al dialogo tra i vertici del Pd e quello dei 5 stelle –  anche se non si sa ancora bene qual’è il vertice dei pentastellati – in questi ultimi giorni. Ne  citiamo alcuni per evidenziare queste plateali e quasi surreali contraddizioni. Al punto che si ha  l’impressione che si assista, appunto, ad una lettura puramente virtuale della situazione politica  contemporanea. 

Dunque, l’ex premier Conte e quasi capo dei 5 stelle annuncia in una lunga intervista al Fatto  Quotidiano che a Torino è ancora possibile trovare una convergenza tra il Pd e i 5 stelle con una  “candidatura autorevole della società civile”. Conte dice queste cose nei giorni in cui i candidati  del Pd sono, comprensibilmente, impegnatissimi a raccogliere le firme per le primarie di giugno  del centro sinistra. 5 stelle esclusi, come ovvio. Ma, soprattutto, Conte fa questo ragionamento  quando la Sindacan di Torino Appendino dice in una intervista che l’unica cosa certa a Torino, “al  100%”, è che i 5 stelle non voteranno mai un candidato Pd al ballottaggio. E uno. 

Poi si passa ad una bella intervista al responsabile enti locali del Pd Boccia all’Huffingtonpost. Alle  domande specifiche, intelligenti e precise dell’intervistatore sullo stato di salute dell’alleanza tra  Pd e 5 stelle, il politico pugliese risponde che l’alleanza è fortissima, salda e l’unica capace di  fronteggiare il pericolo della destra, dei “fili spinati”, del sovranismo e il solito caravanserraglio che  ormai tutti conosciamo a memoria. Ovviamente lo dice nel giorno in cui in tutte le principali città  italiane che andranno al voto, a cominciare soprattutto da Roma e Torino, la spaccatura politica  tra il Pd e i 5 stelle è frontale e plateale per non dire paradossale. E due. 

E quindi, in ultimo, le dichiarazioni dei principali esponenti nazionali dei due partiti che  sottolineano che l’alleanza è salda, forte, convinta e pronta ad entrare in campo in vista delle  prossime elezioni politiche generali contro “l’onda nera”, i “i fili spinati”, la destra sovversiva ed  autoritaria e bla bla bla…. Il tutto alla vigilia di una campagna elettorale dove, è facile prevederlo,  ci sarà una lotta del tutti contro tutti. Anche perchè, per fare un solo esempio, Letta e Zingaretti  sparano ad alzo zero contro la gestione amministrativa di Raggi a Roma e di Appendino a Torino.  È persin troppo facile dedurre, quindi, cosa diranno nelle due rispettive città i militanti dei rispettivi  partiti… E tre. 

Ora, senza infierire, nasce spontanea una domanda persin banale. Ma questa alleanza “storica,  strutturale e organica” dei due partiti contro il male assoluto che serpeggia nel mondo e in Italia,  su quali basi politiche, culturali, programmatiche ed anche etiche nasce? Se nelle grandi città  italiane e, di conseguenza, in quasi tutti i comuni che andranno al voto ad ottobre l’atmosfera è  questa, chi sono quei cittadini e quegli elettori che ad una certa data fingeranno poi di  dimenticare il passato per rinverdire una “alleanza storica”? Se queste sono le basi politiche, e  sono queste almeno a leggere ciò che dicono i vertici dei due partiti, c’è da rabbrividire al solo  pensiero che questa corazzata sarà in campo per contrastare la destra. O no? 

Ma il problema del PD non lo risolvono le Primarie

A oggi, francamente non ho capito contro chi, a Roma, l’ex ministro Roberto Gualtieri si batterà alle Primarie indette dal Partito democratico. L’unico suo possibile competitor, nel cosiddetto “campo largo” del centrosinistra, l’altro ex ministro, di un diverso governo però, Carlo Calenda (ammesso che l’interessato si senta parte di quel “campo”) non vi parteciperà. E così Gualtieri vincerà facile, salvo che poi alle elezioni di autunno dovrà affrontare, oltre al tuttora sconosciuto candidato della Destra, la sindaca uscente, pentastellata e ritenuta da tutto il Pd, e non solo, una sciagura; ma al tempo stesso esponente di rilievo del partito-non partito col quale il Pd medesimo vuole costruire un’alleanza politica strategica in vista delle future – e non più tanto lontane – elezioni parlamentari. Non che a destra abbiano risolto i loro problemi, tutt’altro, ma volendo porre un occhio all’area di interesse in questo scritto non si può certo dire che la convergenza auspicata fra dem e pentastellati stia facendo grandi passi avanti, sul territorio. Non a Roma, ma nemmeno a Torino dove la sindaca grillina (ma si potrà ancora definirli così, i seguaci del “vaffa”?) Chiara Appendino ha già escluso addirittura anche un eventuale sostegno al candidato del Pd che dovesse arrivare ad un ballottaggio con lo sfidante del centrodestra, qui scelto già da mesi, l’imprenditore del settore vinicolo Paolo Damilano. E neppure a Milano, dove i grillini correranno contro il sindaco Sala, che per parte sua dopo anni durante i quali si era dichiarato molto vicino al Pd pur da non iscritto ora ha pensato bene di aderire ai Verdi europei. E probabilmente nemmeno a Napoli, dove il governatore-viceré Vincenzo De Luca, uomo del Pd assolutamente allergico a qualsiasi influenza romana, non vuole sostenere l’eventuale candidatura del Presidente della Camera Roberto Fico, forse l’esponente cinquestelle più vicino alle idee della Sinistra. 

Questa situazione di aperta ostilità è diffusa nel Paese, nei centri maggiori e ancor più in quelli minori, ove offese e insulti da parte dei grillini accumulati negli anni sulla propria pelle dagli esponenti locali dei dem non sono così facilmente dimenticabili, magari solo perché un inviato del partito nazionale viene a dirti che devi allearti o addirittura sostenere chi fino al giorno prima ti ha sbeffeggiato.

Ora, in un simile contesto, immaginare che l’esercizio democratico delle Primarie, arricchito con l’idea del voto ai sedicenni (non proprio il problema principale degli italiani oggi, diciamo), possa risolvere quello che è un ostacolo politico a tutto tondo pare francamente essere una fuga dalla realtà. Su questo strumento si è costruita nel tempo una mitologia che i fatti quasi sempre si sono incaricati di smentire. Innanzitutto, andrebbero distinte quelle “interne” (ad esempio, per l’elezione del segretario del Pd) da quelle d’area, il centrosinistra nel caso specifico. Sulle prime vi sarà modo senz’altro di tornare quando sarà il tempo. Per quanto concerne le seconde, quelle d’area, è evidente che esse possano recare un valore aggiunto – e ciò è oggettivamente possibile – ma solo se approdo finale di un confronto fra candidati e loro sostenitori che hanno davvero interiorizzato la loro alleanza, essendo così capaci di trasformare i gazebo in un momento non solo di democrazia ma anche, e di più, di affermazione e sostegno propulsivo di quell’alleanza. Di coinvolgimento emotivo della popolazione interessata, e dunque dell’elettorato. E questo è valido, anzi decisivo, quanto più la dimensione del confronto è locale: perché nella grande città un po’ di asprezza può anche essere tollerata (entro certi limiti), ma nelle cittadine di venti/trentamila abitanti molto meno, o per nulla. 

Forse oggi lo ricordano in pochi, ma l’inizio della caduta di Renzi fu in coincidenza della sua non-gestione da segretario del Pd proprio delle amministrative di cinque anni fa. Nonostante le Primarie, e a volte proprio a causa di esse (la vicenda dei brogli a Napoli non la rammenta più nessuno?). Gestire le elezioni locali in un quadro politico nazionale di riferimento è certo possibile, pur se non facile. Ed è anzi obbligatorio, se quel quadro è ben definito e testato (da un’azione di governo, o da un programma comune ben delineato in vista delle votazioni per il Parlamento). Ma se quel quadro non c’è ancora, o non c’è del tutto, non saranno di sicuro Primarie più di nome che di fatto a risolvere il problema. Che è politico. Non comprenderlo sarebbe un errore grave.

Poesia, alfabeto dei sentimenti

Il poeta povero, 1839, di Karl Spitzweg (Monaco 1808-1885) – olio su tela – Opera esposta alla ‘Alte Nationalgalerie’ di Berlino

Serbo un’intima gratitudine – che custodisco con affetto – verso la scuola della mia adolescenza: ne conservo un ricordo sfocato e leggero dove, come in una magica e fiabesca rievocazione, trovano posto apprendimenti e personaggi e riaffiorano dettagli allora apparentemente insignificanti.

La rivisito con nostalgia e vi cerco spiegazioni e risposte al mio presente.

Trovo che fosse una scuola che sapeva affiancare la vita, senza forzature: svolgeva la sua parte, in genere con umiltà e in silenzio.

Non erano tutte rose e fiori, c’erano difficoltà, ingiustizie, discriminazioni: qualcuno l’ha poi ben evidenziato, scrivendo la sua ‘lettera ad una professoressa’ e il sessantotto ha scoperchiato molte viltà ma le ‘vestali della classe media’, cioè gli insegnanti di quel tempo, erano le prime vittime della situazione dovendo vivere come i fedeli depositari di una cultura da tramandare in un mondo dove stavano emergendo con forza dei valori diversi: il successo, l’arrivismo, i lesti guadagni, la facilitazione, la stagione dei diritti, l’apertura al sociale, l’egualitarismo irriverente che ha poi partorito i mostri sacri della trasparenza e della privacy, mettendo di fatto le manette ai polsi delle relazioni personali e della comprensione tra la gente.

La scuola è stata forse in questi anni il contesto sociale più attraversato dalla massa d’urto del cambiamento ed è successo di tutto, un vero ribaltone generale: molti somari sono passati dai banchi direttamente alle cattedre, molti insegnamenti sono stati giudicati inutili e superflui, molti libri sostituiti dai giornali e dalla ‘cultura della realtà’, molti soloni hanno fatto a gara per stabilire più aggiornati paradigmi culturali fino alle recenti derive delle nuove tecnologie e dei ‘progetti’.

La DaD ha dimostrato che un rapporto educativo si completa con l’interlocuzione tra persone “compresenti”: chi insegna e chi apprende. 

Le tecnologie non possono sostituire emozioni, empatia, relazioni umane.

Ripenso all’intuizione di Pascal che in una geniale definizione aveva spiegato la complementare compresenza nell’uomo della razionalità e del sentimento: “l’esprit de geometrie e l’esprit de finesse’. 

Una sintesi somma e raffinata di secoli di cultura e un punto di partenza imprescindibile per conservare nell’uomo un equilibrio interiore, dosando con sapienza le ragioni dell’intelletto e quelle del cuore, suggestione che la pedagogia del post-moderno ha poi ribattezzato come “formazione integrale della persona umana”.

Eppure, come sempre accade nei corsi e ricorsi storici e senza farne un dramma (perché ci sono le andate ma poi ci sono anche i ritorni) mi pare che la deriva degli anni più recenti abbia fatto pendere solo uno dei due piatti della bilancia.

Guai se la scuola fosse solo luogo di apprendimenti strumentali, guai se dovesse esaurire il sapere da far apprendere ai ragazzi nel mero soddisfacimento dei bisogni sociali, se dovesse parlare ed esprimersi solo con il linguaggio delle nuove e più avanzate tecnologie.

Credo che stia accadendo invece questo: che la scuola abbia in parte perduto “il gusto” della conoscenza, il dovere della formazione critica, lo stimolo della riflessione, il piacere culturalmente provocante della digressione e del pensiero divergente, in una parola (paradossalmente, nonostante il proliferare di un numero insensato di progettini sciocchi e  dal fiato corto) abbia mal gestito  la sua naturale vocazione alla creatività.

Il sapere, anche quello trasmesso nella sua più idonea sede istituzionale – la scuola – appunto, non è mai duplicazione della realtà ma sua rielaborazione, il pensiero più alto e originale è anzi quello che dalla realtà e dai suoi condizionamenti palesi o occulti sa prendere le distanze: la cultura è applicazione ma anche e soprattutto “astrazione”.

Ora, mi pare che da molto tempo la scuola sia orfana dell’educazione sentimentale, una ‘piccola fiammiferaia’ che accende zolfanelli effimeri e dalla luce fioca.

Più che ingolfare le menti di dettagliati contenuti e addestrare a sempre più complesse abilità sarebbe forse primariamente utile stimolare la motivazione ad apprendere, la gioia di esprimere e confrontare opinioni, il piacere dell’espressione a volte, perché no, dissacrante e liberatoria, lo scandaglio dell’anima, l’avventura della fantasia, il gusto della scoperta immateriale, l’immaginazione, lo stupore e l’incanto del far parte di un pensiero universale.

“L’uomo dovrà sempre inventare, dobbiamo aiutarlo stimolando in lui la creatività e la curiosità, educarlo ad essere esploratore”: mi pare che questa breve riflessione di uno dei padri dell’intelligenza artificiale – il Prof. Mario Somalvico – ben si adatti anche a spiegare un più esteso ambito spirituale.

Penso alla poesia, espunta dalla cultura prevalente del mondo giovanile e soverchiata proprio dalle nuove tecnologie, sconfitta da internet, dai social, dalla Tv e dai loro disvalori, che trova ancora forse solo nella scuola diritto di cittadinanza e di senso.

Mi riferisco ovviamente alla poesia non come formula da mandare a memoria, mera concatenazione di versi e strofe, materia di studio, genere letterario più o meno ostico ai ragazzi di oggi: la penso invece come aspetto raffinato dell’espressività umana, completamento della dimensione antropologica, così come intuitivamente colto da Shelley, come parte della storia e, quindi, della vita. 

Rifletto spesso sulle straordinarie potenzialità culturali dello studio della poesia sia come fonte di conoscenza delle vicende umane, sia come apprezzamento della sua ineguagliabile capacità di rappresentare la gamma estesa e infinita dei sentimenti, sia – infine – come forma emotivamente liberatoria delle personali capacità comunicative di ciascuno.

La penso come slancio vitale.

Ma se l’educazione sentimentale sta diventando la piccola fiammiferaia della formazione scolastica in senso stretto, la poesia è cenerentola nella scuola e nella vita.

Deve far posto ai nuovi saperi e alle mille esigenze che allontanano l’uomo di oggi dalla riflessione e dalla contemplazione: maiora premunt, ci sono cose più importanti, appunto.

Ripenso spesso ad una suggestiva metafora, appresa negli anni della mia esperienza professionale, di cui sono grato all’autore – il Prof. Luigi Lombardi Vallauri – per la sua illuminante e originale prospettiva didattica, cui mi sono sovente, timidamente ispirato.

Mi riferisco all’allegoria della scuola come “astronave di assorti”: un luogo dove insegnanti ed allievi sono idealmente uniti nell’impegno della meditazione intesa come riflessione sulla vita e sul mondo, non per legare gli apprendimenti alla considerazione della mera, contingente realtà ma per liberare il pensiero e la fantasia in quanto  spunto di trascendenza dalle cose. 

Nulla di più sideralmente lontano, nella creatività dell’intuizione e nell’oggetto di studio di quel cenacolo pedagogico, dagli odierni  rituali delle tavole rotonde, degli algoritmi, dei lavori di gruppo.

Due impostazioni assolutamente non omologabili tra loro: avvincente e creativa l’una, logorante e logorroica l’altra.

Quando ripenso a questa suggestiva idea mi viene in mente la trama del film “L’attimo fuggente” di Peter Weir, magistralmente interpretato da Robin Williams nei panni del professor Keating.

Utilizzare la meditazione come occasione di formazione e di crescita significa davvero valorizzare tutte le capacità formative della scuola, sancire un patto etico tra docenti e alunni, condividere l’avventura dell’esplorazione dell’anima.

Credo che la poesia – non quella ‘dell’orecchio’ ma della mente e del cuore – conservi ancora la sua straordinaria potenzialità di affinamento della sensibilità umana e di formazione dell’intelligenza e del carattere, e resti alla fin fine, insieme alla musica e alle arti figurative, la modalità espressiva più ricca, intima e coinvolgente. Le alterne vicende della vita ci pongono ogni giorno una domanda: “il potente spettacolo continua e tu puoi contribuire con un verso. Quale sarà il tuo verso?”.

Finalmente! Papa Francesco istituisce il ministero del catechista!

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.
«Senza nulla togliere alla missione propria del Vescovo di essere il primo Catechista nella sua Diocesi insieme al presbiterio che con lui condivide la stessa cura pastorale, e alla responsabilità peculiare dei genitori riguardo la formazione cristiana dei loro figli, è necessario riconoscere la presenza di laici e laiche che in forza del proprio battesimo si sentono chiamati a collaborare nel servizio della catechesi…».
Così ha scritto Papa Francesco nella Lettera Apostolica in forma di Motu proprio “Antiquum ministerium”, con la quale viene istituito il Ministero del Catechista.
Si tratta di un atto lungamente atteso e che oltrepassa di molto l’esigenza di una più larga partecipazione alla liturgia e la soluzione al problema della scarsità di sacerdoti in diverse comunità del mondo.
Siamo in presenza di una autentica promozione dei laici – uomini, donne e famiglie – nell’opera di missione, evangelizzazione e trasmissione della fede nella società e nelle comunità cristiane.
Come ha spiegato Andrea Tornielli in un editoriale pubblicato su “L’Osservatore Romano”, con questo Motu proprio il Catechista «è chiamato in primo luogo a esprimere la sua competenza nel servizio pastorale della trasmissione della fede che si sviluppa nelle sue diverse tappe: dal primo annuncio che introduce al kerygma, all’istruzione che rende consapevoli della vita nuova in Cristo e prepara in particolare ai sacramenti dell’iniziazione cristiana».
Riprendendo il documento conciliare “Lumen Gentium”, Papa Francesco ha ricordato che «l’apostolato laicale possiede una indiscussa valenza secolare. Essa chiede di cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orientandole secondo Dio».
Sempre nella “Lumen Gentium” si afferma che «i laici possono anche essere chiamati in diversi modi a collaborare più immediatamente con l’apostolato della Gerarchia a somiglianza di quegli uomini e donne che aiutavano l’apostolo Paolo nell’evangelizzazione, faticando molto per il Signore».
«È compito dei Pastori – scrive ancora Papa Francesco – sostenere questo percorso e arricchire la vita della comunità cristiana con il riconoscimento di ministeri laicali capaci di contribuire alla trasformazione della società attraverso la penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico».
La presenza dei laici – ha sottolineato il Pontefice – «si rende ancora più urgente ai nostri giorni per la rinnovata consapevolezza dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, e per l’imporsi di una cultura globalizzata, che richiede un incontro autentico con le giovani generazioni, senza dimenticare l’esigenza di metodologie e strumenti creativi che rendano l’annuncio del Vangelo coerente con la trasformazione missionaria che la Chiesa ha intrapreso».
«Lo Spirito – afferma Francesco – chiama anche oggi uomini e donne perché si mettano in cammino per andare incontro ai tanti che attendono di conoscere la bellezza, la bontà e la verità della fede cristiana».
Tanti e importanti i catechisti nella storia del cristianesimo. Tra questi San Giustino, che nel II secolo fondò una scuola dove insegnava gratuitamente i fondamenti della vita cristiana, e Sant’Ireneo, che Benedetto XVI, durante l’Udienza generale del 28 marzo 2007, definì «il più antico catechista della dottrina cristiana».
Un altro grande testimone della fede, che diffuse il messaggio del Vangelo in dialogo con la cultura del tempo, è Tertulliano, con la sua opera più nota: “L’Apologetico”.
E poi Sant’Agostino che, nel “De catechizandis rudibus”, ricorda che i contenuti principali della fede possono essere esposti con poche parole, ma senza trascurare ciò che deve contraddistinguere la vita di ogni cristiano: la misericordia, il perdono, la speranza.
Il ruolo dei laici nell’evangelizzazione e trasmissione della fede cristiana fu fondamentale anche nella storia della Corea.
Nell’Udienza generale del 20 agosto 2014 Papa Francesco ebbe a ricordare che in Corea «la comunità cristiana non è stata fondata da missionari, ma da un gruppo di giovani coreani della seconda metà del 1700», i quali furono affascinati da alcuni testi cristiani, li studiarono a fondo e li scelsero come regola di vita. Uno di loro fu inviato a Pechino per ricevere il battesimo e poi battezzò a sua volta i compagni.
Tra i testi destinati ai catechisti, rilevante il “Catechetica in briciole”, scritto da Albino Luciani e pubblicato per la prima volta nel 1949.
Scrisse nel 1948 il futuro Papa Giovanni Paolo I: «Il catechismo ci grida continuamente: “Sii buono, sii paziente, sii puro, perdona, ama il Signore!”. Insomma, non esiste al mondo forza moralizzatrice più potente del catechismo…».

Covid: dalle Bandiere blu spinta al ritorno di 30 mln di turisti

L’aumento delle bandiere blu spinge il ritorno in Italia di 30 milioni di turisti stranieri che prima della pandemia avevano pernottato nella Penisola durante l’estate. È quanto afferma la Coldiretti sulla base delle elaborazioni dei dati Bankitalia nel commentare i risultati della Bandiera Blu 2021, assegnato dalla Foundation for Environmental Education (Fee). Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di un risultato importante dopo che la pandemia ha più che dimezzato (-55%) lo scorso anno le presenze straniere in Italia nel periodo tra giugno e settembre. La sostenibilità – sottolinea la Coldiretti – è il valore aggiunto della vacanza in Italia che può contare insieme al mare su parchi e aree naturali protette che coprono ben il 10% del territorio nazionale.

Senza dimenticare che l’agricoltura tricolore è la piu’ green d’Europa  grazie – riferisce la Coldiretti – alla leadership indiscussa per la qualità alimentare con 313 specialità Dop/Igp/Stg, compresi grandi formaggi, salumi e prosciutti, riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola, la leadership nel biologico con circa 80mila aziende agricole biologiche e il primato della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari.

E l’Italia è anche leader nella biodiversità a tavola con la rete di vendita diretta degli agricoltori più estesa del mondo grazie alla Fondazione Campagna Amica che continua a garantire prodotti sani, genuini e a chilometri zero. Un contributo importante – conclude la Coldiretti –al turismo enogastronomico che vale oltre 5 miliardi con la ricerca dei prodotti tipici che è diventata un ingrediente irrinunciabile delle vacanze in un Paese come l’Italia che può contare su oltre 24mila agriturismi. Con l’avanzare della campagna di vaccinazione e la riduzione dei contagi l’aspettativa del superamento del coprifuoco e l’apertura all’interno dei locali è un passo necessario – conclude la Coldiretti – anche per vincere la concorrenza della Spagna che ha appena rimosso lo stato di emergenza

Alleanza MIPAAF/eBay per la tutela del patrimonio agroalimentare

Il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali (MIPAAF) ha firmato il rinnovo per due anni dell’alleanza sottoscritta con eBay per la tutela del patrimonio agroalimentare sul web. L’accordo verte sull’inserimento delle indicazioni geografiche di provenienza sui prodotti della filiera agroalimentare presenti sulla celebre piattaforma di eCommerce americana.

Frutto di un’intesa risalente all’anno scorso, l’alleanza coinvolge l’Icqrf, orIGin Italia e Federdoc: l’impegno dei partecipanti mira a tutelare i consumatori promuovendo le eccellenze agroalimentari di qualità certificata e, con una sostanziale novità rispetto alla precedente intesa, si estende ai profili di etichettatura dei prodotti al fine di garantire la regolarità e la rispondenza alle norme.

L’Italia vanta in Europa il maggior numero di prodotti a marchio registrato europeo Dop e Igp che subiscono frequentemente tentativi d’imitazione e usurpazioni. La tutela è quindi un aspetto fondamentale per valorizzare correttamente il lavoro degli agricoltori italiani e perseguire la trasparenza che il mercato e i consumatori richiedono. Pertanto, tutti i prodotti presenti sulla piattaforma di commercio elettronico di eBay vengono verificati e, in caso d’illegittimità, segnalati direttamente al sistema di protezione della proprietà intellettuale e quindi rimossi dopo brevissimo tempo.

Covid, spray nasale anti-virus: primi test al San Martino di Genova

Primi test sull’uomo per uno spray nasale anti Covid all’Irccs ospedale San Martino di Genova: si partirà con l’arruolamento dei pazienti dal 15 maggio. La sperimentazione verificherà la sicurezza e l’efficacia dello spray (AOS2020), inalato nelle due narici per 3/5 volte al giorno, nel ridurre la carica virale nelle alte vie respiratorie. Questo dato, quando disponibile, rappresenterà il punto di partenza per l’utilizzo del prodotto nella prevenzione di sintomi più gravi e nella riduzione della contagiosità delle persone e della diffusione del virus. Lo studio clinico è condotto dall’Unità di Igiene del policlinico genovese e coordinato da Giancarlo Icardi, arruolerà un totale di 57 pazienti contagiati Covid-19, positivi al tampone e con sintomi lievi.

Entro 4 mesi sono previsti i primi risultati e, se positivi, il prodotto potrà essere disponibile entro l’anno. Lo spray è una soluzione acquosa di lavaggio che contiene acido ipocloroso allo 0,005%, una sostanza antimicrobica prodotta anche dalle cellule del nostro sistema immunitario, resa stabile e pura e quindi inalabile grazie a Tehclo*, una nanotecnologia ideata e sviluppata da un team di italiani dell’azienda italo-svizzera Apr Applied Pharma Research s.a., che ha brevettato l’innovazione tecnologica. I risultati dei test preliminari in vitro e in vivo, recentemente pubblicati sul Giornale Ufficiale della Società Europea di Otorinolaringoiatria, hanno dimostrato che lo spray nasale a base di acido ipocloroso elimina il Sars-Cov-2 in meno di un minuto senza irritare le mucose di naso e gola.

Lo spray nasale, che sarà prodotto in Italia, in futuro potrebbe rivelarsi anche un’ulteriore protezione per prevenire la diffusione del contagio soprattutto in ambienti ad alto rischio come mezzi pubblici o scuole.

Scontri Hamas-Israele: p. Nahara (comunità ebreofone), “tanti israeliani e palestinesi vogliono la pace. Nelle kehillot preghiamo per la fine delle ostilità”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir 

“L’escalation di violenza e morti cui stiamo assistendo è provocata dagli elementi più estremisti delle parti in lotta. Ma c’è tanta gente tra i palestinesi e gli israeliani che vuole vivere in pace e in buone relazioni. La sofferenza tra questi è enorme così come la paura per il lancio di bombe e missili”.

In mezzo alla violenza di questi giorni c’è anche chi “prega e chiede pace per tutti”. Sono le piccole comunità cattoliche di espressione ebraica (kehillot) che fanno parte del Vicariato di San Giacomo, uno dei sei Vicariati del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Si tratta di sette comunità che accolgono cattolici che provengono dal popolo ebreo, cattolici di altre nazioni nonché i cristiani locali. In cinque di queste si prega in ebraico (Gerusalemme, Jaffa, Beerhseva, Haïfa e Tiberiade) e in due in russo (Haïfa e Latrun).

Il vicario patriarcale, padre Rafic Nahra, racconta al Sir come le comunità ebreofone stanno vivendo questi giorni di tensione: “paura e sofferenza accomunano palestinesi e israeliani. La paura degli abitanti delle città israeliane, a ridosso della Striscia di Gaza, come Askelon, Beer Sheva, Sderot, Sdot Negev, e altre è grande. I razzi cadono senza una meta precisa e tutti si sentono un bersaglio. Alla paura – aggiunge il vicario – subentra la rabbia che si tramuta in tensione. È triste – ammette padre Nahra – vedere città come Haifa e Ramle, dove arabi e israeliani fino ad oggi hanno mantenuto buone relazioni, cadere preda di tensioni e tumulti.

Per quanto ciascuno dei nostri fedeli possa avere una propria posizione in merito a Gerusalemme e alla vicenda delle case contese a Sheik Jarrah a Gerusalemme est, noi siamo tutti impegnati a pregare per la fine delle ostilità e per la pace e la convivenza. Ci affidiamo al Dio della pace perché illumini le menti di chi ci governa e perché smuova il cuore della comunità internazionale. Senza l’intervento internazionale saremo, infatti, destinati ad una lunga sofferenza e a un futuro di rabbia e di tensione”.

ISPI: La Gerusalemme contesa

Riesplode la tensione a Gerusalemme. Si protesta per il possibile sfratto di 70 famiglie palestinesi dal quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, a cui ieri si è sommato l’annuncio di una marcia della destra nazionalista ebraica, poi cancellata. Intanto, il tentativo di sgombero della Spianata delle Moschee ha causato centinaia di feriti tra i manifestanti palestinesi e 20 tra i poliziotti.
È la seconda volta in un mese che le tensioni si riaccendono nella Città Santa. Ad aprile, scontri tra israeliani di estrema destra e palestinesi erano finiti con almeno 100 feriti. Intanto, poco fa, da Gaza Hamas ha cominciato a lanciare razzi su Gerusalemme. In risposta, Israele ha lanciato bombardamenti su Gaza, che avrebbero causato alcune vittime civili.

Israele ha di fatto annesso Gerusalemme Est nel 1980, con una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale e tantomeno dai palestinesi, che la vorrebbero come capitale. Da allora, le tensioni in quella parte della città non si sono più fermate (riesplodendo già nel 2017 quando Trump decise di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele).
Per capire – almeno in parte – le ragioni delle proteste è importante sapere che sebbene circa il 60% della popolazione di Gerusalemme Est sia palestinese, dal 1991 i palestinesi hanno ricevuto solo circa il 30% dei permessi di costruzione. Il resto è andato agli israeliani.

Certo, anche il contesto pesa: decenni di battaglie sui diritti di proprietà dentro Gerusalemme, insediamenti israeliani in Cisgiordania in continua crescita. Ma, soprattutto, leadership sempre più fragili: in Israele quattro elezioni in tre anni non hanno ancora dato un governo stabile al paese; nei territori palestinesi non si vota invece da quindici anni.
Il paese campione nella lotta al Covid vede così infiammarsi la violenza e rischia una nuova intifada: scenario che non si può escludere nell’attuale vuoto di potere. Un vuoto, questo, anche internazionale: se Usa e Ue hanno espresso preoccupazione, nessuno sembra intenzionato a intervenire.

Ma questa volta a pesare è anche il silenzio arabo dei paesi che hanno normalizzato le relazioni con Israele. Senza ottenere in cambio reali progressi sulla questione palestinese, che riesplode oggi in tutta la sua urgenza

(Dalla Newsletter del 10 maggio 2021 dell’Istituto per gli studi di politica internazionale)

 

Nasce “Mezzogiorno Federato”

Si è costituito domenica, dopo una lunga assemblea telematica molto partecipata, il Movimento per un “Mezzogiorno Federato”. Esso ha approvato una mozione politica nella quale si legge che il Sud, se vuole cominciare a contare nei processi decisionali del Paese, deve “federare i poteri delle proprie Regioni, costruendo un progetto organico che coinvolga tutto il territorio e l’intero spaccato della società civile”. E ciò perché sono ancora i rapporti di forza esistenti a prevalere e quindi snaturare anche gli indirizzi dettati dall’Unione Europea come è avvenuto nella definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). 

    Dalla transizione ecologica alla transizione digitale, dalle infrastrutture alla sanità, al lavoro: il Nord del Paese prevale perché può rispondere prima e meglio alle spinte di ripresa. Che non sono più guidate dall’intermediazione politica dei partiti nazionali ma incardinate negli interessi forti, promotori degli stessi progetti, che costituiscono i veri interlocutori per la governabilità.

      In questa logica, i territori e le comunità del Mezzogiorno, divisi su tutto, non possono che restare marginalizzati. Con Regioni che presentano ognuna il proprio libro di sogni e trattano dei propri interessi al di fuori di ogni strategia comune non può che emergere, soltanto, la loro autarchia. Anzi, peggio: la loro incapacità di dare forza organizzata alle necessità delle  popolazioni, ai bisogni della gente. Del resto con classi politiche sempre più inadeguate, incapaci di riconoscersi in qualsiasi spinta meridionalistica ma anche in un qualche reale progetto nazionale di sviluppo, il Mezzogiorno non può che trovarsi chiuso, isolato e diviso in enti formalmente autonomi ma con peso politico ed economico, oltre che culturale e strategico, sempre più debole e privo di possibilità di successo nel confronto nazionale ed europeo. Con la conseguenza di vedere aumentato il suo ritardo sia nel campo delle infrastrutture e dei servizi -a cominciare dalla sanità e dall’istruzione- che in quello dei diritti dei cittadini e dei lavoratori oltre che delle imprese ancora molto spesso costrette a soggiacere alle varie mafie.

      Ma come si sa questa che stiamo vivendo, per il Sud e per il nostro Paese, è una fase storica  decisiva. Anche per la concomitante scelta, fatta dall’Europa comunitaria, di abbandonare le politiche rigoriste ispirate ad un’idea di sviluppo finanziario globale e di cominciare ad aprirsi ad una politica di ripresa delle attività economiche con il baricentro ancorato nel Mediterraneo. Sta, insomma, per cominciare il tempo del cambiamento. E non per le sovrastrutture – come si sarebbe detto una volta- ma per lo stile di vita di decine e decine di milioni di cittadini. In altri termini, una nuova civilizzazione si prospetta, anche in  seguito allo stravolgimento indotto dalla pandemìa da corona-virus 19.

    In questo contesto, allora, se il Mezzogiorno vuole ridurre le diseguaglianze territoriali, sociali, economiche, che attentano ai fondamentali diritti di cittadinanza delle sue popolazioni e ne impediscono livelli adeguati di qualità della vita, ha un’unica strada da  percorrere: quella di unire i propri  poteri, le proprie istituzioni regionali per una iniziativa comunitaria che coinvolga tutti i territori, l’intero spaccato della propria società civile in una sorta di macroregione che sia capace di utilizzare tutti i fattori culturali, sociali ed economici, allo stato inoperosi per mancanza di infrastrutture materiali ed immateriali, per deficienza politica ed organizzativa, per soggezione alle varie mafie. 

     Insomma, è necessario federare il Mezzogiorno! Perché possa portare avanti e continuare a costruire il progetto organico cd. di sistema, elaborato dallo SVIMEZ  e dalle altre agenzie meridionaliste, per spingere il processo di sviluppo integrato capace di alimentare la “ripresa” dell’intera collettività nazionale alla quale un “secondo motore”, posto al centro del Mediterraneo, potrebbe garantire la spinta adeguata per nuovi traguardi di espansione e di crescita.

     Sarebbe la premessa della grande trasformazione del Sud, che così si porrebbe nelle condizioni di interagire attivamente e sinergicamente con il Centro-Nord e di riequilibrare l’intero Paese rilanciandone tutte le sue aree e proponendosi come la grande piattaforma logistico-economica dell’Europa e del Mediterraneo.

      Ma qui, prima di svolgere qualche ulteriore brevissima considerazione in ordine agli obbiettivi più immediati da perseguire, un punto va chiarito subito. E cioè che questa federalizzazione del Mezzogiorno non può avvenire sulla base del vecchio modello di unificazione dello scorso millennio. Essa deve inscriversi nella prospettiva di un federalismo comunitario che -se da un punto di vista dei rapporti socio-economici implica l’idea elaborata da Adriano Olivetti, in opposizione alla devastante logica della pianificazione per ambiti monofunzionali propria dello zoning, di trasformare il territorio secondo una concezione polifunzionale integrata che ne colga il continuum ecologico e sociale- dal punto di vista più propriamente istituzionale non può fermarsi alla riorganizzazione dell’ordinamento repubblicano secondo il circoscritto principio di sovranità nazionale ma deve essere capace di abbattere i confini politico-amministrativi entro cui, ad oggi, restano relegati e sono costretti Stato, Regioni ed Enti territoriali vari e proiettarsi verso la costruzione di un’Europa delle Comunità, ispirata ai principi di paritarietà e sussidiarietà.

       In altri termini, deve essere chiaro che la riforma regionale  che si deve operare non può essere concepita e perseguita nella esclusiva valutazione della dimensione territoriale del nostro Paese. Essa deve essere proiettata anche in aree che includono territori di diversi Paesi o Regioni, associati da una o più caratteristiche (geografiche, culturali, economiche, sociali, etc.) comuni. Circostanza, quest’ultima, che consentirebbe ad un Mezzogiorno d’Italia federato di lanciare la sfida per la costruzione della Macroregione del Mediterraneo. Perché è ben noto che il bacino del Mediterraneo è espressione di una medesima realtà storica e culturale e rappresenta un medesimo ambiente naturale, ricco di grandi potenzialità che non possono essere valorizzate senza il coordinamento e senza la visione d’insieme che la definizione di una strategia comune consente.

      Ma come? In che modo, tutto ciò può essere perseguito? Puntando, senza dubbio alcuno, sulle Comunità locali. Del resto, nella storia antica e contemporanea di questa area, il ruolo propulsivo è stato sempre svolto dalle grandi città come Atene, Roma, Gerusalemme, Istanbul, Cairo, Napoli, Damasco, Palermo, Barcellona, Rabat, Beirut, Tunisi. Oggi, poi, il loro contributo come quello delle Comunità regionali sarebbe addirittura determinante. Non fosse altro perché renderebbe partecipi di questa strategia macroregionale i cittadini dei vari Paesi interessati, contribuendo così a colmare il deficit democratico di cui soffrono tutte le istituzioni italiane ed europee. Non solo. Ma l’adozione di questa strategia mediterranea servirebbe all’Unione Europea per essere più vicina alle Comunità della sponda Sud, il cui sviluppo è una priorità ineludibile per tutta l’Europa, la sua sicurezza e quella delle Nazioni europee del Mediterraneo che sanno bene che da questa crescita dipendono le condizioni di pace e benessere anche delle proprie popolazioni.

      Questo, naturalmente, sul piano degli obbiettivi strategici. Mentre sul piano delle finalità attuali, per mettere ‘in cammino’ le Regioni del Sud e l’Italia tutta, sono almeno quattro, come precisa la mozione che è stata approvata alla fine dei lavori di domenica, gli obbiettivi per i quali il Movimento per un Mezzogiorno Federato immediatamente si batterà:

   1) l’alta velocità vera da Salerno a Reggio Calabria e Palermo, all’interno della quale va collocata la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. Si tratterebbe di un’opera capace di lanciare il Sud  quale piattaforma logistica del Mediterraneo e di rafforzare l’offerta complessiva dell’intero Paese, rendendolo più forte economicamente e politicamente;

  2) il completamento e la messa in funzione della rete delle ZES, principale strumento, con la piattaforma logistica, per creare una parte importante di quei 3 milioni di posti di lavoro indispensabili perché il Mezzogiorno  riprenda  il suo processo di crescita;

  3) la soluzione della grave crisi delle aree industriali di Taranto, Gioia Tauro e Termini Imerese che, in collegamento con i loro grandi porti, si prestano a diventare alfieri di una transizione ecologica e tecnologica e di una nuova economia circolare;

  4) la riqualificazione dell’area metropolitana di Napoli, in particolare della parte orientale e del polo petrolchimico con l’interramento della ferrovia per Salerno, restituendo così alla città l’affaccio a mare. 

      Naturalmente, pregiudiziale a tutto ciò dovrà essere una lotta “senza quartiere” alle mafie, alle consorterie, alle corporazioni, alla delinquenza organizzata, cioè, che non si limiti alla denuncia ma operi attraverso azioni concrete che coinvolgano direttamente la gente, che però dovrà essere garantita dallo Stato nella sua sicurezza e nella possibilità di esercitare i propri diritti.

     In conclusione, non è una partita facile questa che Mezzogiorno Federato ha iniziato domenica . Richiede, oltre che una nuova vision post-ideologica e pragmatica, preparazione e allenamento, passione e determinazione, umiltà e pazienza ma, soprattutto, generosità ed altruismo, al limite della prodigalità.

    

 

L’odiosa pretesa di Sofri: dettare la linea al Presidente della Repubblica e riscrivere la storia.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’articolo di ieri su “Il Foglio” dell’ex leader di Lotta Continua, Adriano Sofri, lascia basiti.

Condannato per l’omicidio del commissario Calabresi, egli non si perita di richiamare il Presidente della Repubblica su ciò che deve dire e quanto deve dire.

Prende spunto dal Giorno della memoria per compiere sottilmente un’operazione di riscrittura della storia. Contrappone infatti il 9 maggio 1978 (via Caetani) al 12 dicembre 1969 (Piazza Fontana). La data, in ogni caso, è stata decisa da un libero Parlamento e va rispettata.
Coincide con la ricorrenza della uccisione di Aldo Moro, espressione più alta del sacrificio di un uomo di Stato, ed è dedicata a Lui e a tutte le vittime del terrorismo.

Le parole di Sofri confermano che la stagione della Verità e della Pacificazione è ancora lontana, lontanissima.
Permangono in vasti ambiti della cultura della sinistra ancora le teorie stragiste che hanno creato l’humus da cui è germogliato Il terrorismo che negli anni settanta ha insanguinato il Paese.

Schiere di intellettuali che assicuravano facilmente la loro firma a questo o quel manifesto, hanno indottrinato tanti giovani lungo un percorso di violenza e destabilizzazione, travolgendo ideali e scelte di civiltà. Hanno immolato, cioè, la loro vita inseguendo un disegno rivoluzionario, strumento di capi che si sono adagiati sull’onda di una fama e di una considerazione più o meno camuffata, certamente inaccettabile.

È questa la colpa più grave di cui si dovrebbero vergognare, facendo autocritica e raccogliendosi in un dignitoso silenzio.

Quando Aldo Moro il 6 aprile 1977, in un clima di escalation terroristica, parla a Firenze richiamando all’unità contro la violenza, lo fa perché erano state devastate sedi di partito e luoghi d’incontro. La sua denuncia è contro la “cieca ed irrazionale violenza sulle cose e sul significato profondo umano e politico che queste cose hanno“.

A cosa si riferiva? In verità erano state colpite sette sedi della Dc a Firenze, oltre quelle di Grosseto, e due di Roma. “Si contesta la Dc – disse Moro – perché essa è oggi come era ieri un grande ostacolo per coloro che volessero realizzare taluni obiettivi che noi non riteniamo non utili al Paese. Perché la Dc è la difesa non di interessi particolari, ma di intuizioni, di ideali, di valori che sono presenti nella società italiana: valori , ideali, intuizioni che il corpo elettorale ha dimostrato di non volere vedere trascurati”.

Moro aveva ben presente che “questa battaglia scatenata contro di noi è in fondo il segno di una nostra presenza efficace nella vita nazionale che si cerca di scardinare in qualsiasi modo“. Forse sarebbe bene rileggere l’articolo ritrovato in via Fani, non finito di correggere, sulla polemica tra due generazioni di comunisti (quella di Amendola e quella di Petruccioli) sulla esperienza del governo Tambroni, sulla rivoluzione del ‘68/69, su chi ha cercato con fermezza di respingere l’equivoca indulgenza verso chi voglia costringere con la forza ad una nuova forma di libertà, di convivenza e di consenso.

Perché Sofri insiste sul 12 dicembre 1969 e non sul 9 maggio 1978? Evidentemente perché vuole condannare una determinata matrice politica per la strage di Milano, con ciò preferendo “saltare” il riferimento all’assassinio di Aldo Moro. Vale la pena precisare, a riguardo, che il gesto terroristico veniva clamorosamente a colpire, con crudeltà, chi rappresentava il sistema di libertà e di democrazia, ovvero l’anima politica dello Stato che si voleva abbattere.

Onu: Esiste una minaccia alla ripresa di ampio spettro dell’economia mondiale

L’aggiornamento di metà anno del World economic situation and prospects (Wesp) diffuso oggi dal Dipartimento Onu per gli Affari economici e sociali (Desa) ha messo in evidenza come: “Se da un lato le prospettive di crescita globali sono migliorate, guidate dal robusto rimbalzo di Cina e Stati Uniti, la crescita di infezioni da Covid-19 e il progresso inadeguato della vaccinazione in molti Paesi minacciano una ripresa di ampio spettro dell’economia mondiale”.

Vi è un sicuro “rischio che il devastante impatto socio-economico del Covid-19 sia destinato a farsi sentire per anni a meno che non si intervenga con investimenti intelligenti in resilienza economica, sociale e climatica e venga garantita una ripresa economica solida e sostenibile”.

Dopo la brusca contrazione del 3,6% nel 2020, il Desa prevede un’espansione dell’economia globale del 5,4% nel 2021, in linea con le previsioni Onu al rialzo del gennaio scorso.

Nel rapporto viene poi, anche, ribadito come “la pandemia abbia colpito in modo sproporzionato le donne”: sia perché “sono state in prima linea nella lotta alla pandemia”, sia perchè si sono “sobbarcate il peso di lavoro domestico e assistenziale non remunerato”.

Il Desa denuncia che “le donne rimangono sottorappresentate nei processi decisionali relativi alla pandemia e nella risposta di politica economica alla crisi”.

Nel rapporto l’Italia viene citata due volte: per i bassi tassi di natalità e per la disparità strutturale di genere nel mercato del lavoro e nelle politiche di protezione sociale.

Secondo il Desa, infine, “le misure fiscali e monetarie che guidano la ripresa devono tenere conto del diverso impatto della crisi sui diversi settori della popolazione, comprese le donne, per garantire una ripresa economica che sia inclusiva e resiliente”.

Commissione Ue: Green Pass da giugno

“Il certificato verde digitale sarà pronto per l’estate e faciliterà spostamenti più sicuri, tutte le operazioni sono sotto controllo. Questa settimana stiamo già procedendo con la seconda fase di sperimentazioni e crediamo che gli aspetti tecnici e legali del certificato saranno sistemati prima dell’estate”. Lo ha detto il portavoce della Commissione europea Christian Wiegand, in conferenza stampa.

“In 19 Stati membri” tra cui l’Italia “con l’aggiunta dell’Islanda nelle prossime due settimane si svolgeranno dei test sui dati, che non coinvolgono cittadini o il certificato in quanto tale, ma l’infrastruttura che lo regolerà”, ha spiegato il portavoce. “Dal primo giugno il certificato sarà pronto all’uso per gli Stati membri, che potranno fruirne controllando e inserendo dati reali”.

Covid: Presto gli anziani e i fragili saranno protetti

Presto la stragrande maggioranza degli anziani e delle categorie fragili sarà protetta contro il Coronavirus.

“Dobbiamo insistere con ogni energia sulla campagna di vaccinazione” ha detto il ministro della Salute, Roberto Speranza, da quanto si apprende, intervenendo alla riunione con le Regioni.

E “a giugno arriveranno ancora più dosi e potremmo ulteriormente accelerare la campagna vaccinale”.

La politica tra inaffidabilità e trasformismo.

Dunque, l’alleanza “organica, strutturale e storica” tra il Partito democratico e il partito dei 5 stelle  può ancora attendere. O meglio, sempre se abbiamo ben capito, è sospesa per il turno delle  amministrative di ottobre dove si eleggeranno i governi locali delle più importanti città italiane e  poi dovrebbe riprendere a tutto spiano in vista delle prossime elezioni politiche. Detta così, in  effetti, fa ridere. Ma in realtà è proprio come l’abbiamo descritta. E a farne le spese per tutti è  questa volta addirittura Zingaretti, l’ex segretario nazionale del Pd che dopo aver rinnegato per  mesi, e pubblicamente, l’alleanza con il partito di Grillo l’ha poi ribattezzata come addirittura  “storica” per poi ricevere l’altolà proprio dai grillini romani che non hanno affatto gradito la sua  “disponibilità”, si fa per dire, a candidarsi a Sindaco di Roma contro Virginia Raggi.

Sembra un  paradosso eppure le cronache concrete, al di là della pubblica ipocrisia e delle frasi ad effetto, ci  dicono che l’alleanza tra i 5 stelle e il Pd continua ad essere una sorta di “historia dolorum” dove  non si capisce ancora bene come possa essere costruita e consolidata sui territori. Perchè un  conto sono le pianificazioni a tavolino a livello nazionale e altra cosa, tutt’altra cosa, capire  l’orientamento reale dei due elettorati a livello periferico. È stato significativo, al riguardo, il  recente incontro del quasi capo Giuseppe Conte con i vertici dei pentastellati torinesi in vista del  rinnovo dell’amministrazione cittadina. Tutti i suoi inviti e suggerimenti concreti per costruire  l’alleanza giallo/rossa sotto la Mole sono semplicemente caduti nel vuoto per una ragione molto  semplice: non sempre con una banale operazione trasformistica, e condotta all’ultimo momento,  si possono cancellare 5 anni di reciproci insulti e attacchi personali e politici. Anzi, almeno stando  ai resoconti giornalistici locali, alcuni dirigenti dei 5 stelle non hanno affatto gradito l’interferenza  verticistica e nazionale su come risolvere i nodi politici locali. 

Per non parlare della vicenda di Roma dove dobbiamo prendere atto, piaccia o non piaccia è così,  che la leadership politica di Virginia Raggi ne è uscita fortemente rafforzata – e anche con grande  coerenza e determinazione – dopo le manovre di potere condite con singolari escamotage  regolamentari e condotte dai vertici dei due partiti per intere settimane. Una leadership che ha  cancellato, in un sol colpo, le mire di potere di Zingaretti e che ha evidenziato – ed è quel che più  conta – che non sempre le strategie politiche coincidono con il volere concreto dei rispettivi  elettorati e dei dirigenti centrali. Nello specifico, quel che pensano realmente i 5 stelle.  

Ora, se l’obiettivo politico finale resterà sempre quello di dar vita ad una alleanza “organica,  strutturale e storica” tra la sinistra italiana e i 5 stelle, è indubbio che prima di sbattere contro il  muro dell’incomunicabilità politica o prendere atto della non contiguità delle rispettive classi  dirigenti, sarà opportuno anche verificare ciò che concretamente pensano gli elettorati di  riferimento e, soprattutto, i territori. Perchè senza questo passaggio si corre seriamente il rischio  che il tutto finisca come a Roma e a Torino. Cioè, ognuno per conto suo e con le rispettive liturgie  organizzative. In attesa che ritorni la politica. Quella vera, però, e non solo quella ispirata al  trasformismo e all’opportunismo. 

Moro, la politica come luogo di ricomposizione delle diaspore.

Il pregevole libro sul “giovane Moro” –  di Lucio D’Ubaldo – ripercorre la parabola umana, culturale e politica del grande statista, dalla sua iniziale formazione nella realtà territoriale di provenienza, alla Presidenza della FUCI, all’ingresso nell’alveo politico partitico, parlamentare, nazionale e internazionale, fino alla tragica fine del 9 maggio 1978.

Colpisce l’abilità del tratteggio descrittivo, tra ricostruzione storica dei passaggi più significativi di quella esperienza, narrazione giornalistica e presentazione olistica del personaggio.

Possiamo dire che già all’origine di questo percorso si colgono i tratti distintivi di una vocazione che da intuizione diventa missione. L’abilità dell’autore consiste nel saperli evidenziare in modo che il lettore ne ricavi una rappresentazione connotativa.

Da quali ispirazioni ideali e attraverso quali studi e fondamenti intellettuali e culturali prende corpo in Aldo Moro la sua visione della società e dello Stato? Politica come missione per realizzare un modello sociale ma anche sintesi culturale tra progettualità basata su principi e valori fondativi, opportunità di metodi e percorsi per realizzarli e capacità di sostenerli attraverso il consenso, esprimono piena consapevolezza di una chiara identità e una solida attitudine alla mediazione: ciò non sembra assumere le sembianze di un disegno astrattamente vagheggiato poiché nell’esperienza politica di Aldo Moro emerge sempre il principio di responsabilità circa il compito da assumere e la consapevolezza di una realtà composita e articolata da portare a sintesi.

Il senso dello Stato e del bene comune sono già patrimonio culturale e ideale del giovane Moro, si apprezza in lui una lungimiranza senza pari. Oggi mediare ha un significato deteriore, una sorta di diminutio di fronte al piglio decisionista di leader senza cultura e senza storia.  Nulla a che fare – dunque – con l’attuale “corsa ad esserci” e a lasciare un segno della propria presenza: ciò che genera confusione, parcellizzazione senza sintesi, enfasi delle promesse rispetto alla certezza delle realizzazioni. Una concezione riempitiva della presenza politica, non accompagnata da una necessaria capacità di visione. Il titolo del libro – “Amare il proprio tempo” anticipa l’analisi originale che fa l’autore di questa vocazione (Max Weber la chiamerebbe Beruf)  e cioè amarlo per custodirlo e conservarlo secondo i principi  della giustizia sociale, della mitezza e della temperanza, della capacità di ascolto filtrata attraverso l’intermediazione sociale, della concertazione come metodo di confronto e presupposto per una sintesi necessaria: rileggendo queste pagine il pensiero si volge ad un passato più recente, a ciò che è venuto dopo, fino a quel presentismo autoreferenziale e senza vocazione, asfissiante e precluso al bene comune estesamente considerato in anni di studi sociali letti dai Rapporti del CENSIS.

Se guardiamo a ritroso e ci volgiamo poi al presente non possiamo cogliere ciò che si è perduto strada facendo di quella originale e alta intuizione morotea della politica. La definizione di “politica come omaggio alla verità e alla bellezza della vita” se riposizionata all’interno della parabola dell’ impegno di Aldo Moro proietta verso tensioni emotive alte, slegate da una concezione mercantile dei rapporti di forza – all’interno del partito e nell’intersezione delle alleanze di governo, perché antepone i valori e gli ideali e con essi un modello di sviluppo sociale ai calcoli delle tattiche, delle alchimie e delle strategie.

Moro scelse di conservarne unità e coesione, senza rinunciare tuttavia a custodire i propri principi ispiratori, tenendo aperte le porte ai mutamenti sociali in atto.

Possiamo certamente considerare anche questo aspetto nell’alveo di quella “strategia dell’attenzione” che ha caratterizzato tutta la sua storia politica. Il dibattito politico di quegli anni si esprimeva prevalentemente attraverso il confronto congressuale, soprattutto in un contesto politico composito e plurale quale era la Democrazia Cristiana, nella quale si riverberavano interessi diversi derivanti dal ruolo centrale nella vita politica del paese e dal rappresentare il cd. ‘ interclassismo sociale’.

Da quei congressi, da quei dibattiti, da quelle tesi esposte a partire dalle sezioni e fino alle assisi nazionali i partiti traevano spunto per elaborare fondamenti culturali, modelli sociali, alleanze di governo, orientamenti internazionali. Oggi la politica 4.0 è decisamente cambiata e non certo in meglio. I congressi non si celebrano più e sono stati sostituiti da una gestione personalistica dei partiti al punto che i nomi dei leader prevalgono sui simboli anche nelle campagne elettorali.

Non è finito solo un modello organizzativo: è venuto meno il fondamento culturale e ideologico che un tempo conferiva stabilità ai partiti stessi e oggi si polverizza in una rappresentanza instabile, aleatoria fino al situazionismo e al trasformismo politico e parlamentare. Indubbiamente possiamo oggi affermare che il richiamo di De Gasperi al “lievito del cattolicesimo politico” e all’idea di una centralità della Democrazia Cristiana nella vita politica e parlamentare del Paese trovò in Aldo Moro un testimone autorevole capace di raccogliere il filo conduttore di quell’ispirazione e tessere una trama ideologica e culturale a sostegno di quel progetto politico. In un passaggio del Suo libro D’Ubaldo accenna – per affinità di orientamento democratico e per identificazione nell’immaginario collettivo, ma anche per la cruenta uscita dalla scena politica  di entrambi – ad una similitudine tra J.F. Kennedy e Moro.

Due personaggi diversissimi tra loro, ma accomunati da carisma e forte personalità.

Parafrasando una celebre espressione del Presidente USA – “Sono un idealista privo di illusioni” , potremmo oggi affermare che in confronto a due statisti di tale livello l’aforisma può essere oggi ribaltato, poiché ci troviamo di fronte a molti “illusionisti privi di ideali”.

C’è un passaggio molto interessante nel saggio di D’Ubaldo che riguarda l’accostamento coerente di Moro uomo politico con Moro docente universitario alla Sapienza. Nella sua militanza politica e nell’esperienza pedagogica Moro maturò e seppe conservare un rapporto privilegiato con i giovani. Non dimentichiamo la sua militanza nella FUCI, il suo profondo amore per la cultura , la fiducia nelle giovani generazioni in quanto portatrici di desiderio di conoscenza e di entusiasmo,  che lo avevano indotto a prestare una particolare attenzione verso il dibattito che animava gli anni a cavallo del 68, “offrendo il palcoscenico ai movimenti studenteschi”.

Possiamo parlare di uno statista attento ai temi culturali e al mondo della formazione (non dimentichiamo quanto tenacemente volle l’istituzione della scuola materna statale, fino alla crisi di Governo del ‘68), vicino ai giovani nei quali vedeva materializzarsi quella continuità necessaria ad evitare pericolosi salti generazionali. E possiamo altrettanto constatare come da alcuni decenni si assista invece ad una deriva di impoverimento culturale della politica e dei suoi rappresentanti. Pur interpretando una visione tendenzialmente moderna della società e dello Stato e l’ esigenza di apertura al nuovo che sola può garantire sintesi tra traditio e ratio, tra stabilità e inglobamento del nuovo, possiamo descrivere l’immagine che ci giunge di Aldo Moro: un uomo mite e temperante, tendente al dialogo e alla mediazione, vocato a privilegiare il bene comune mediante la ricerca continua delle sintesi necessarie.

Un tutt’uno nella vita pubblica e privata, un moderato per natura e vocazione.

Rileggendo i Suoi interventi in sede congressuale si coglie nettamente la consapevolezza che la moderazione non va confusa con il moderatismo così come il popolarismo non è la stessa cosa del populismo demagogico e imbonitore.

Valori che sembrano dimenticati oggi, in termini di credibilità, autorevolezza, responsabilità considerando l avvicendamento generazionale e identitario della politica. Aldo Moro aveva ben presente il divario, il gap, la distanza che separa il “paese legale” dal “paese reale”. Trovo che questa consapevolezza fosse comune anche nella visione politica di Amintore Fanfani: erano loro i due cavalli di razza della DC al tempo della ricostruzione del Paese, sostanzialmente diversi ma complementari.

In queste due figure carismatiche si specchiavano le due istanze fondamentali dell’Italia cattolica nei primi decenni del secondo dopoguerra: la gestione del presente attraverso la stabilità e la governabilità e l’architettura del futuro del Paese ispirata ad un modello di società e di Stato che promuovesse un rapporto tra istituzioni e cittadini. I processi di modernizzazione e le condizioni di differenziato sviluppo sociale, l’apertura dei mercati, l’espansione della Comunità Europea , la sovrapposizione della geoeconomia rispetto alla geopolitica (quasi fino ad esserle prevalente), la globalizzazione, l’esplosione delle nuove tecnologie e ora l’estensione pervasiva  della cd. “società digitale” hanno prodotto mutamenti radicali a livello di comportamenti individuali e sociali.

Crescono parallelamente tuttavia le condizioni di criticità sul piano economico, degli stili di vita, i conflitti generazionali, si acuisce la difficoltà di una sostenibilità tra condizione antropologica e contesto ambientale e sociale. Quanto è lontana e quanto è recuperabile sul piano delle scelte di pertinenza dei decisori istituzionali, la visione morotea di una politica come luogo di ricomposizione delle diaspore, di ricerca dei punti di convergenza, di contesto naturale e più idoneo della concertazione e del dialogo costruttivo per risolvere i problemi del nostro tempo! “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. Interpretando queste parole di Aldo Moro possiamo dunque dire che non c’è libertà senza limiti, democrazia senza regole, conquiste senza sacrificio, progresso senza rispetto dell’esistente, onore e coscienza senza rettitudine.

L’indice di povertà in Italia: una mappa del post-Covid

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista “Il Mulino” a firma di Daniela Arlia

Secondo le stime dell’Istat presentate nel Rapporto benessere equo e sostenibile (Bes) lo scorso marzo, il 2020 ha lasciato in povertà assoluta 335mila famiglie in più rispetto all’anno precedente. Parliamo di un totale di circa 5,6 milioni di italiani che non riesce più a sostenere le spese per attività e consumi necessari. Il maggior numero di poveri vive nel Mezzogiorno, ma il Nord ha visto in quest’anno un incremento maggiore del tasso di povertà (9,4%) rispetto al Sud (11,1%) e al Centro (6,7%), dove l’incidenza è ritornata ai livelli del 2018. Come si nota nello stesso Rapporto Bes, l’incremento della povertà assoluta tra gli italiani si sovrappone a un quadro pregresso di disuguaglianze e precarietà finanziaria, soprattutto nel Sud Italia, dove nel 2019 circa il 15% delle famiglie (meno del 5% nel Nord) si trovava in una situtazione di grave deprivazione materiale e arrivava a fine mese con grandi difficoltà. In regioni come Calabria, Campania e Sicilia, nel 2019 più del 30% delle famiglie era a rischio povertà e, negli stessi territori, il rischio povertà risultava fortemente correlato al livello di disuguaglianza dei redditi.

A parte l’aggravarsi generale del benessere economico degli italiani, in questa nota analizzerò due possibili ragioni dell’incremento maggiore del tasso di povertà assoluta nel Nord rispetto al Sud Italia.

Esistono diversi indicatori per calcolare il livello di povertà. L’Istat ha adottato una misura basata sui livelli di consumo. Secondo questo indicatore, una famiglia può considerarsi in povertà assoluta se la sua spesa complessiva è inferiore a quella necessaria per acquistare un determinato paniere, definito come paniere di povertà assoluta, che comprende beni e servizi ritenuti essenziali in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e al comune di residenza. I beni inseriti in questo paniere sono raggrupati in tre macro-categorie: spese alimentari, abitative e residuali. Quest’ultime comprendono il minimo necessario per manutentare l’abitazione, vestirsi, spostarsi, istruirsi e mantenersi in buona salute.

Come nota l’economista Alfonso Rosolia in questa nota su «laVoce», la costruzione di questo indicatore si basa su alcune ipotesi di fondo – come la maggior parte degli indicatori statistici – che non sono neutri rispetto al risultato, e andrebbero forse adattati a contesti di shock atipici, come quello che stiamo vivendo. Infatti, analizzando le tre spese aggregate più nel dettaglio, quelle che hanno subito una più ampia contrazione sono quelle «residuali», ossia spese per abbigliamento, trasporti, servizi medici, istruzione. L’economista fa notare come queste spese si siano contratte (-19,4%) – più che come naturale effetto della contrazione dei redditi (-2,5%) – per ragioni pratiche legate alle restrizioni pandemiche: semplicemente, con le chiusure, non potendo spendere in beni come abbigliamento, trasporti, cinema, le famiglie non hanno speso. Questo vuol dire che, anche per le famiglie a basso reddito, la mancata registrazione di queste spese si è trasformata in risparmio. Il dato sembrerebbe confermato dallo stesso Rapporto Bes, in cui si nota come i risparmi delle famiglie siano quasi raddoppiati rispetto al 2019 (15,8% vs 8,2%).

Qui l’articolo completo

La battaglia di don Luigi Sturzo contro la mafia e la corruzione per la moralizzazione della vita pubblica

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano del 13/14 giugno 2017 a firma ddi Michele Pennisi (Arcivescovo di Monreale)

L’impegno di don Luigi Sturzo per contrastare la corruzione e il fenomeno mafioso inizia come un impegno educativo attraverso la stampa e il teatro popolare.
L’impostazione critica di Sturzo contro la presenza della criminalità mafiosa e delle sue connivenze con i mondi dell’economia, dell’amministrazione e della politica emerge, in un articolo pubblicato il 21 gennaio 1900 sul periodico da lui diretto «La Croce di Costantino» intitolato Mafia, in occasione del caso Notarbartolo.

Sturzo denuncia «la mafia, che stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; di quella mafia che oggi serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini, creduti fior d’onestà, ad atti disonoranti e violenti. Oramai il dubbio, la diffidenza, la tristezza, l’abbandono invade l’animo dei buoni, e si conclude per disperare. (…) È la rivelazione spaventevole dell’inquinamento morale dell’Italia, sono le piaghe cancrenose della nostra patria, la immoralità trionfante nel governo». È sintomatico l’accenno all’immoralità e alla corruzione che prelude alla principale battaglia che Sturzo si propose: la moralizzazione della vita pubblica.

Quest’analisi lucida e spietata della mafia egli la porta in scena un mese dopo il 23 febbraio 1900 con un dramma in cinque atti intitolato La mafia. Da questo dramma si possono ricavare alcune manifestazioni del fenomeno mafioso il cui scopo è il lucro e il cui mezzo principale è il ricatto. In esso s’inserisce il potere politico che chiedendo alla mafia dei servizi li ricompensa attraverso favori e atti illeciti.

La regola indispensabile per questo complesso intreccio d’interessi è l’omertà che lega inevitabilmente i vari livelli di potere istituzionale, politico, economico, tra cui la mafia finisce per assumere un ruolo di mediazione e di controllo complessivo della situazione. Tutto questo non lascia spazio di recupero morale e di ribellione alla logica mafiosa tranne che in qualche eroe solitario. La denunzia di Sturzo aveva lo scopo di educare il popolo per formarne la coscienza a una cultura della legalità e della moralità, che erano assenti o sopite.

Quando Sturzo divenne amministratore locale, il tema da letterario divenne esistenziale per gli scontri che egli ebbe con i mafiosi che usavano metodi violenti per condizionare il voto dei cittadini e i politici che praticavano la corruzione elettorale. In occasione delle elezioni politiche del 6 aprile 1924 egli parlò di «una pagina scandalosa (…) per l’illegalismo più sfacciato, per la truffa elettorale, per il trucco elevato a sistema, per la delinquenza fatta signora a padrona della Sicilia».

A proposito dell’operazione antimafia del prefetto Mori scrisse che egli «epurò la mafia nel modo più fascisticamente pubblicitario (…). Tutto il mondo seppe che quel che né i Borboni di Napoli, né i governi liberali di Roma avevano saputo fare in un secolo, Mussolini fece in un anno o poco meno (…). Mussolini si accorse che i mafiosi siciliani facevano del vento di fronda al sopraggiungere di una mafia in grande quale il fascismo. Molti furono fascistizzati, gli altri mandati in galera». Questo Sturzo lo scrive dall’esilio americano nel novembre 1943 in un articolo in cui criticava anche alcuni comandanti anglo-americani che favorivano in Sicilia il peggio della classe dirigente fatta di latifondisti e agrari con simpatie separatiste e intessevano relazioni pericolose con l’alta mafia.
Don Luigi Sturzo fu uno dei pochi politici che denunciarono senza timori l’esistenza di una mafia criminale e non come innocuo costume isolano e nelle vesti di sociologo comprese le cause più profonde del fenomeno e le sue tendenze all’urbanizzazione.

Scrisse nel 1949 parlando della mafia: «È di moda, lo scrive la stampa comunista e lo ripete quella indipendente, dire che la mafia in Sicilia sia fenomeno di povertà e di condizioni economiche arretrate. A farlo apposta la mafia fiorisce nella Conca d’oro, tra Palermo-Villagrazia-Monreale e si estende in zone prospere quali quelle di Carini e di Partinico. Infatti, cosa andrebbero a fare i mafiosi se non potessero estendere il loro potere e i loro intrighi nella distribuzione delle acque irrigue, nella vendita dei giardini, negli affari di armenti e di greggi, nei mercati di carne, nei traffici dei porti, negli appalti di grosse opere pubbliche e private, nelle anticamere delle prefetture e dei municipi? Forse, costoro, non hanno mai visto mafiosi siciliani a Roma, e andare e venire dai ministeri?».
Don Luigi Sturzo alla fine degli anni Cinquanta osservava che il fenomeno mafioso «si è trasferito dalle campagne alle città, dalle case dei latifondi a quelle degli uomini politici, dai mercatini locali agli enti pararegionali e parastatali». In occasione dell’operazione Milazzo dirà: «Povera Sicilia mia, povera Italia: ora la mafia diventerà più crudele, e dalla Sicilia risalirà l’intera penisola per risalire forse oltre le Alpi».
Don Luigi Sturzo condusse la sua battaglia per la moralizzazione della vita pubblica nelle vesti del sacerdote, del sociologo e del leader politico, per diffondere e praticare i principi cristiani in seno alla società.

Sturzo sostiene che per combattere le varie mafie si tratta di comprenderne la presenza non innanzitutto e solo come problema di sottosviluppo economico, ma come un problema culturale, morale e religioso. La mafia potrà essere sconfitta attraverso un profondo cambiamento di mentalità, a un «riarmo morale» che porti a non idolatrare il denaro e la violenza e a ritrovare il nesso indispensabile che deve legare morale, economia e politica. In un articolo del 1958 sulla Eticità delle leggi economiche Sturzo sostiene che l’economia senza etica è diseconomia e che «l’utile degli associati a delinquere non è qualificabile come bene comune».
Don Luigi Sturzo non si fermò a denunce generiche e astratte, ma intervenne spesso e puntualmente in alcuni nodi cruciali della storia italiana con analisi spietate, che non mancano di attualità parlando di concussione, di conflitto d’interessi da parte dei “controllori-controllati” e identificando nello statalismo, nella partitocrazia e nell’abuso del denaro pubblico le tre “male bestie” della democrazia italiana.
Ecco cosa scrisse nel gennaio del 1958 quel vecchio di ottantasette anni: «Una parola moralizzare la vita pubblica! Dove e quando essa è stata mantenuta sulla linea della moralità? Non ieri, non oggi, non da noi, non dai nostri vicini, non dai paesi lontani. Eppure è questa l’aspirazione popolare: giustizia, onestà, mani pulite, equità». E concludeva: «Pulizia! Pulizia morale, politica e amministrativa, — solo così potranno i partiti presentarsi agli elettori in modo degno per ottenere i voti; non mai facendo valere i favori fatti a categorie e a gruppi; non mai con promesse personali di posti e promozioni; ma solo in nome degli interessi della comunità nazionale, del popolo italiano, della Patria infine, — perché la moralizzazione della vita pubblica è il miglior servizio che si possa fare alla Patria nostra».

Sturzo oltre che un maestro che ha cercato di studiare il fenomeno mafioso e la corruzione è stato anche un testimone che ha puntato sulla moralizzazione della vita pubblica. Nel 1957 in un articolo su «Studi Cattolici» egli cita la sua esperienza personale in campo amministrativo e politico «per provare con i fatti essere possibile vincere le battaglie sia contro la corruzione elettorale, sia contro la corruzione amministrativa e politica». Scrive nello stesso articolo parlando dell’abuso della corruzione nell’ambito della gestione del pubblico denaro: «Molti dicono di difendere la patria, la moralità, lo Stato, e perfino la Chiesa e la fede. Non è così che si cerca il regno di Dio e la sua giustizia, non è così che si rende testimonianza al Cristo, ma con l’osservare i comandamenti e prima di tutto il comandamento della giustizia e dell’onestà che sono alla base dell’amore del prossimo».
Uno degli insegnamenti di Sturzo, valido e attuale oggi, in un momento di caduta di valori etici comunemente condivisi, è la ripresa di comune tensione morale e religiosa basata su un’antropologia sociale ispirata ai valori cristiani presenti nella dottrina sociale della Chiesa.
(L’Osservatore Romano, 13-14 giugno 2017)

Infarto: aumenta il rischio per le donne

In Europa le donne che oggi muoiono per problemi cardiovascolari (ictus e infarto) sono il 43% contro il 38% degli uomini.

Per accrescere la consapevolezza dell’importanza e dell’incidenza di queste malattie e soprattutto la possibilità di prevenirle, la Società Italiana per la prevenzione cardiovascolare (Siprec) ha promosso e organizzato per il 13 maggio la prima Giornata Italiana per la prevenzione cardiovascolare.

Questo perchè le patologie cardiovascolari colpiscono la donna tre volte più di tutti i tumori femminili messi insieme (seno, utero, polmone).

Startup e PMI innovative: oltre 102 milioni di euro gli investimenti agevolati

Gli investimenti destinati a Startup e Pmi Innovative hanno registrato un forte incremento nel mese di aprile 2021, passando da 27 milioni a oltre 102 milioni di euro. Si tratta di finanziamenti agevolati attraverso l’incentivo del Ministero dello sviluppo economico, che è stato avviato lo scorso 1° marzo 2021.

La misura prevede la concessione di un credito d’imposta del 50% in favore delle persone fisiche che investono nel capitale di queste imprese, nei limiti delle soglie fissate dal regime de minimis.

Al 30 aprile le operazioni di investimento complessivamente ammesse sono state 7.567, rispetto alle 1.688 di fine marzo, mentre le agevolazioni concesse, dai 13 milioni di fine marzo, hanno raggiunto la cifra di 46 milioni di euro. Le imprese che hanno presentato le richieste sono complessivamente 1.164 e sono prevalentemente presenti nelle regioni Lombardia, Piemonte e Lazio.

Gli incentivi sono stati finora maggiormente richiesti da Startup e Pmi Innovative che operano prevalentemente nei settori dell’ICT, del manifatturiero e dei servizi di consulenza e ricerca e sviluppo.

Le imprese interessate potranno continuare a presentare domanda al Ministero per richiedere l’agevolazione attraverso la piattaforma online.

I Sindaci “veri” non erano podestà

Questa breve nota, solo in apparenza leggera, fa riferimento alla critica ai “sindaci podestà” di cui ha parlato con preoccupazione Rino Formica sul “Domani” (domenica 9 maggio).  Il vecchio dirigente socialista individua nel processo di accentramento del potere locale l’inizio di un degrado più generale della vita democratica. Con la distruzione dei partiti si è dato vita a un sistema che accoglie e legittima pericolosamente il nucleo “neo cesaristico” della politica contemporanea.

Si parlava l’altro giorno del Friuli terremotato. Tutti pensano che la sua favolosa ricostruzione sia dipesa anche dal fatto che i fondi statali fossero stati assegnati ai singoli comuni sulla base di parametri prefissati. 

Tutti i sindaci discussero in pubbliche assemblee come impiegarli! Da Udine fino alle più sperdute frazioni di montagna. In un paese alle porte di Udine il sindaco disse a un allevatore che la sovvenzione per ricostruire la sua stalla, a suo avviso,  non era una priorità. 

L’altro rispose: “Va bene, sindaco; da domani porto le vacche a dormire in municipio”.  L’assemblea applaudì con risate generali e invitò il sindaco a correggere la ripartizione per aiutare l’allevatore.  Il sindaco, intervistato dalla cronaca locale del quotidiano friulano, dichiarò sorridendo: “Sono stato sconfitto da 12 vacche”. 

Altro che podestà! I sindaci furono i primi artefici della ricostruzione. Ma erano sindaci veri.

Ritorno alle origini

Non si può essere appagati per come si trascina stancamente la situazione politica italiana, tra confusione e slogan insulsi il cittadino comune, gravato dalla crisi economica e sanitaria, sembra aver smarrito il senso della vita quotidiana.

La coscienza impone, ancor di più oggi, di saper interpretare gli avvenimenti nuovi che si prefigurano all’orizzonte e di contribuire in maniera determinante alla costruzione di una nuova società che sappia incarnare i valori del solidarismo, della giustizia sociale e del popolarismo.

Un compito certamente non facile, per chi vuol continuare ad incarnare l’azione politica come mezzo e non come fine; ma determinante per poter ancora essere orgogliosamente individuati come cattolici democratici.

È tempo di riflettere seriamente su nuove impostazioni politiche, perché “non basta più il clamore delle denunce, serve il coraggio dei fatti”. Programma, morale e conseguenti comportamenti politici debbono costituire la base dalla quale ripartire per un rinnovato impegno in politica.

Ripartire da questi concetti e tradurli nella prassi politica significa ripensare un nuovo modo di essere presenti e protagonisti nello scenario politico, anche attraverso nuove forme organizzative autonome (che già esistono sotto forma di associazioni) che tengano conto delle varie realtà locali e, quindi, dei cittadini. 

Il tutto in funzione di una politica che guardi con maggiore attenzione ai problemi reali del cittadino nell’attuale fase, ai suoi fabbisogni quotidiani. Perché, occorre riconoscerlo, questa politica è ancora troppo lontana dalle attese della gente.

Se nella fase politica della Prima Repubblica i cattolici democratici hanno dovuto incarnare all’interno della DC il ruolo di punta avanzata in un quadro politico che richiedeva l’assunzione di responsabilità nel senso delle riforme per un allargamento della base democratica dello Stato (sinistra politica che si distingueva dalla sinistra sociale); oggi il compito fondamentale è quello di assumere con coraggio il ruolo sociale per essere non solo vicini ai problemi del cittadino, ma anche per riportare la politica stessa più vicina alla base della società.

Tutto ciò non significa abbandonare la linea del riformismo politico ed istituzionale, anzi è proprio l’assunzione di un nuovo ruolo sociale ad incidere in maniera positiva anche all’interno di una politica delle riforme che ha sempre caratterizzato questa presenza politica fin dalle origini.

Luigi Granelli, una figura che non esitiamo a definire “spirito libero” non solo della DC, ma anche della sinistra politica della DC, ha saputo incarnare fino in fondo quel ruolo dei “cattolici democratici intransigenti” che hanno inciso in maniera positiva su tutta la storia di quel pensiero politico di frontiera con riferimento a Murri, Sturzo, Ferrari, Donati, Dossetti, Zaccagnini e, appunto, Granelli.

Ma l’intransigentismo, però, non è una posizione di chiusura dei cattolici democratici verso quelle forme di collaborazione politica che un sistema democratico richiede; quanto invece un modo di presenza originale ed autonoma dei democratici cristiani di sinistra. L’intransigentismo di Granelli si colloca non in un rifiuto gretto di collaborazione e di confronto con ideologie e impostazioni politiche diverse (basti ricordare le battaglie della sua Base per l’apertura a sinistra), ma di netta chiusura verso la concezione politica come pura e semplice gestione del potere, che per essere tale non tiene conto delle regole della morale.

Alla fine degli anni ottanta Luigi Granelli mi spiegava che la sua intransigenza era “nelle motivazioni ideali e di principio che presiedono la politica, senza cadere in posizioni integraliste che sono la negazione della politica”.

Certo non si vive nostalgicamente del passato, bisogna vivere il nostro tempo (come diceva Moro) con lo sguardo rivolto al futuro, ad un mondo che è cambiato e che continua a cambiare in maniera sempre più rapida; ma nello stesso tempo non si può non tener conto della storia, del coraggio e della statura politica dei cattolici democratici che sin dalle origini hanno saputo disegnare il tracciato di una strada sempre in salita nella faticosa conquista della libertà e della costruzione dello Stato democratico e laico.

Oggi che sono cadute le vecchie impostazioni ideologiche del passato (contro le quali i cattolici democratici han sempre lottato in forza di valori ideali ancora validi ed attualissimi), bisogna tornare alle origini, perché lì si ritrova non solo un coraggio ideale “rivoluzionario”, ma anche tutte quelle motivazioni che debbono costituire la nuova strada dei cattolici democratici verso la conquista di nuove frontiere. 

Cosa significa rilanciare il turismo? Dobbiamo rivitalizzare le comunità locali

Nel suo articolo di ieri su “Il Domani d’Italia” Bonanni enumera i tantissimi punti di eccellenza (mondiale) dell’offerta turistica dell’Italia. Comunque bisognerebbe armonizzare quella che alla fine viene sempre presentata come una pezza nobile, splendente e vantaggiosissima nel tessuto sfilacciato del Paese, con i possessori di questo patrimonio (si usa dire ‘giacimenti culturali’ ecc, ma al momento tralasciamo), ovvero le aree locali, le comunità locali. Ma Giovanni Teneggi (competenze indiscutibili) dice che nei territori le comunità non ci sono più, e quindi quando si dice ‘comunità locale’ si dice un auspicio oppure si parla di Sindaco e Giunta; ma non c’è tant’altro, al momento.
Eppure i beni culturali – la sostanza dell’offerta turistica – sono welfare, perché se il turismo non ritorna come ‘qualità della vita’ per gli abitanti di un territorio (e non vacanze di gitanti) non avremo la svolta che serve nel dopo-Covid.

Dato che stiamo curando con diversi stakeholders il Processo Appennino, ovvero come non lasciare i piccoli Comuni collinari e montani italiani nella marginalità (niente trasporti, niente infrastrutture, niente intraprendenza) per dieci mesi e invasi da turisti (turisti?) e villeggianti per due mesi, si vede in maniera lampante che l’offerta o proviene da nuove comunità che decidono di ri-abitare i luoghi con le nuove generazioni oppure sarà sempre roba ministeriale.

Va bene il “piano strategico nazionale capace di scavalcare in un sol salto il groviglio di lacci che immobilizza questo settore” di cui dice Bonanni, ma prima – e non dopo – bisogna mettere mano al processo riabitativo della provincia italiana, in cui il vero e primo fruitore del proprio patrimonio è la rinnovata comunità locale. Sembra più un precesso, insomma, alla Ventotene di Silvia Costa, dove ci si accolla la ristrutturazione dell’ex carcere di Santo Stefano per ri – disegnare tutto il territorio di domani.

Qui se ne è parlato il 12 Aprile; in Confartigianato ne stiamo parlando con Filippo Barbera, Teneggi ed altri, vediamo un po’. Non fosse altro che per evitare che gli stessi tipici manufatti locali siano espressione di nicchie imprenditoriali da dove i giovani del posto non vogliono più passare.

Ma su una cosa non c’è più dubbio: non basta che tornino a riempirsi le casse di alberghi, ristoranti e musei; va bene, ma adesso ci vuole altro, bisogna mettere al centro il welfare culturale locale, i ragazzi, le famiglie, le associazioni, i patrimoni storici e le competenze imprenditoriali, per i tanti genius loci locali, e dopo, forse, avremo anche l”un sol salto’ che il settore dovrebbe fare. Ma più che un salto quel che urge è un processo di ri-posizionamento (direbbe De Rita), non di ripresentazione delle solite cose.

L’importanza delle mascherine nella gestione del virus HCoV-19

È noto da tempo che i virus delle vie respiratorie si diffondono non solo in microscopiche gocce di saliva  e al contatto (soprattutto delle mani) ma anche in particelle d’aria diffuse con la respirazione, la tosse, il parlare, gridare, cantare, starnutire.

(The Lancet.Respir.8,658-659,2020; Clin. Infect. Dis,71,2311-2313,2020). Durante l’epidemia di SARS (Severe acute respiratory syndrome) del 2003 si ritenne che il contagio per via aerea fosse la diffusione virale più importante (New Engl.J.of Med. 350,1731-1739,2004). L’epidemia MERS (Middle Est Respiratory Syndrome) da coronavirus del 2015, che s’estese dal Medio Oriente fino alla Corea, fornì le prove che il virus si diffondeva non solo con gocce di saliva, ma anche con l’aria. Una delle prove fu la presenza del coronavirus MERS-CoV nell’aria e nei pavimenti non solo delle stanze degli ammalati ma anche nei corridoi degli ospedali (Clin. Infect. Dis. 63,363-369,2016). Stessi dati durante l’epidemia di influenza A del 2014-2015: il virus non era in gocce di saliva ma in particelle d’aria (J. Occup. Environm. Hyg.12,107-113,2015). 

Il coronavirus HCoV-19 che imperversa attualmente è stato riscontrato nell’aria durante tre ore, con riduzione minima della concentrazione. Per 72 ore è stabile sulla plastica e per 48 ore sull’acciaio inossidabile. Sul rame il virus HCoV-19 rimane vitale 4, sul cartone 24 ore. La trasmissione, oltre che in aria e con microgocce di saliva, avviene con oggetti di legno, libri, vestiti (New Engl.J. Med.Org April 16,2020). Alta è la concentrazione e lunga la permanenza nelle latrine degli ospedali (Nature 582,557-561,2020). La distanza della trasmissione aerea del HCoV-19 varia da due a 15 metri (Brit. Med.J. 373:n1030,22 April 2021). Da qui l’appello  a riconoscere la diffusione area del virus HCoV-19 e a diffondere e spiegare le misure preventive (https://doi.org/10.12688/f1000research.52091.1).

H.L. Leung  e T. Greenhalgh e Coll. sottolineano l’importanza delle mascherine chirurgiche per evitare la trasmissione e proteggersi dal contagio. Ci si protegge dai virus delle vie respiratorie e si evita di diffondere il contagio con mascherine efficienti. Esse vanno indossate sempre fuori casa, e in casa se c’è qualcuno di cui non si sa se sia portatore del virus. Altri provvedimenti (lavaggio delle mani al ritorno a casa, evitare assembramenti e folle, tenere le distanze da sconosciuti) sono noti. Le mascherine all’aperto sono sempre più contestate per la loro presunta inutilità. Questo messaggio, diffuso da personaggi sprovveduti, è perverso. Il virus HCoV-19 muta frequentissimamente. Il virus mutato può essere del tutto o in parte insensibile al vaccino in circolo (The Lancet 397,1326-1327, 2021). Per questo si teme che una “vaccinazione di gregge”, cioè di tutta la popolazione, sia impossibile. La probabilità che prima della vaccinazione totale sia sorto un virus mutato (o più d’uno) contro il quale l’efficacia del vaccino sia scarsa o nulla è alta (Nature 591,520-522,2021). L’indispensabile vaccinazione non dispensa dalla disciplina: mascherina, tenere le distanze, lavarsi spesso le mani. Fino a quando? Nessuno può dirlo. Chi s’azzarda a far previsioni non va preso sul serio.

 

L’annuncio dell’ammissione di Laurel Hubbard alle Olimpiadi di Tokyo nella compagine femminile della Nuova Zelanda fa notizia e molto clamore.

Da ex sportivo e da professionista dello Sport lo ritengo altamente scorretto e discriminatorio nei confronti delle Donne, biologicamente nate in quanto tali.
La struttura corporea, muscolo-scheletrica e tendineo-legamentosa di un uomo è e resta superiore in maniera EVIDENTE anche dopo ripetuti trattamenti con cicli ormonali, per cui alcuni adattamenti cellulari come la predisposizione all’aumento dei mionuclei e la tendenza all’iperplasia muscolare restano permanenti in quanto geneticamente immodificabili e consentono un riguadagno immediato di tono e forza muscolare ANCHE a seguito di ripetuti cicli ormonali, innalzando il massimo potenziale anche di molto, rispetto ad un’Atleta nata donna. Restano permanenti anche una maggiore attivazione delle cellule satellite e il numero complessivo dei recettori androgeni, per cui:
Un numero maggiore di mionuclei (cioè i nuclei cellulari dei miociti) AVVANTAGGIA LA SINTESI PROTEICA in un atleta nato uomo anche se successivamente si sottopone a cure ormonali.
Le cellule satellite, che circondano i miociti e il cui numero recentemente si è visto poco dipendente dalla quantità di testosterone presente nell’organismo ma invece strettamente legato all’allenamento e alla GENETICA dell’Atleta, migliora considerevolmente il RECUPERO muscolare.
I recettori androgeni sono invece in grado di interagire con gli ormoni maschili come appunto testosterone e DHT, per cui seppur in presenza di minor testosterone rispetto ad un uomo non trattato con ormoni femminili, essendone maggiore il numero dei recettori, viene comunque avvantaggiata la sintesi proteica e l’efficienza del sistema in quanto la SENSIBILITÀ ANDROGENICA e dunque la PREDISPOSIZIONE ALLA CRESCITA sono migliori.
Quella che viene comunemente definita MEMORIA MUSCOLARE persiste, anche a seguito di trattamento ormonale e così come quella, anche l’APPARATO TENDINEO LEGAMENTOSO e SCHELETRICO sono in grado di sostenere sollecitazioni INCREDIBILMENTE maggiori rispetto a quelli di una donna, nata in quanto tale.
Credo sia più corretto accreditare uno Sportivo ad una categoria di competizione in base alle informazioni GENETICHE che ne determinano il GENERE e non in base alla sua volontà di sentirsi uomo, piuttosto che donna.
Altrimenti, rischia di saltare tutto quanto di buono fatto sinora nella lotta al doping, consentendone di fatto uno “genetico”.
Tutto ciò mi porta a muovere leciti dubbi e a dire ATTENZIONE, anche alla troppa facilità con cui viene trattato dal ddl Zan l’argomento nell’articolo relativo al principio di autodeterminazione del genere.
Un uomo nato biologicamente in quanto tale potrebbe autodeterminare il proprio genere in base a ciò che “si sente”, modificandolo in “donna” anche in termini istituzionali con troppa facilità.
Non si tratta del ridicolo accesso poco gradito allo spogliatoio femminile ma di accedere per esempio alle quote rosa, di poter finire in carceri femminili, o, come in questo caso, di essere enormemente avvantaggiati in una competizione.
Si inizia così, nella pia illusione di avvantaggiare una categoria, finendo per svantaggiare irreparabilmente un genere intero.
Le cose non vanno fatte troppo facili, amici miei.

L’idea di centro non è quella della politica accomodante

Ho letto con interesse l’articolo che Giorgio Merlo ci ha proposto ieri su queste pagine online de “Il Domani d’Italia”.

Dalle citazioni riportate emerge, in sintesi, il senso fondamentale di una posizione centrista: il centro non è un luogo geografico di convergenza di tutti coloro che, nelle diverse contingenze storiche, non si riconoscano ne’ nella sinistra, ne’ nella destra.

Il centro è un sistema di valori (o idealità come è stato scritto) e di indicazioni programmatiche, che naturalmente tengano conto delle evoluzioni sociali e culturali.

Attenzione però, perché la tentazione di ridurre il centro stesso ad un mero luogo geografico si rivela ricorrente, proprio per delegittimarlo sostanzialmente sul piano politico, per neutralizzarne il potenziale. Effetto, peraltro, che rischia di realizzarsi anche quando diventa l’approdo di esperimenti avventurosi di “apolidi” politici, improvvisati e, tendenzialmente, irrilevanti.

Il centro è altro, in linea con quelle opportune citazioni di Sturzo, Moro e De Gasperi. Ma da 1994 è mancata un’adeguata leadership che consentisse di riaggregare il consenso.

Paghiamo decenni di negligenze nel settore strategico del turismo

Corriamo verso giugno, ed ecco che il Presidente del Consiglio Mario Draghi annuncia ai media che il turismo in Italia va rilanciato. Certamente l’avanzamento della campagna di vaccinazione e la riduzione degli effetti pandemici, spingono il governo a fare dei passi in avanti per predisporsi a cogliere la possibilità di dare agli operatori economici piccoli e grandi dell’accoglienza importanti business.

Già l’anno scorso il settore ha colto importanti successi con un numero considerevole di persone accolte nelle varie località turistiche in voga e non, che inaspettatamente si sono viste arrivare italiani da ogni parte a causa della impossibilità di recarsi all’estero come in tempi normali abbondantemente avviene.

Anche quest’anno si ci riprepara alla stessa operazione, peraltro rinnovando i bonus statali per il turismo per i meno abbienti, ma anche l’obiettivo è anche di attirare cittadini europei, datosi che già nei prossimi giorni tantissimi di essi potranno circolare liberamente, almeno coloro che avranno potuto concludere le vaccinazioni in programma. È molto facile prevedere che i traffici turistici saranno molto grandi almeno, complice lo spirito di liberazione che immancabilmente si sprigiona dopo esperienze di accentuata limitazione.

Significativo della competizione con i paesi del mediterraneo ad attrarre turisti questa estate, sono state le affermazioni di Draghi al G20 con i Ministri del turismo che ha invitato tutti a fare vacanza in Italia; come a dire noi ci siamo e siamo pronti a competere nel mercato. Ed infatti la ‘carta verde’ che si annuncia sarà pronta per metà maggio come la quarantena da rimuovere per i visitatori esteri, è la conferma che si è ben coscienti del peso che il turismo ha per la nostra economia.

Questo settore pur rappresentando in senso stretto il 13% del PIL, con il suo consistente indotto e con la capillare è vastissima rete di operatori, non è meno importante dell’industria che attualmente si attesta sul 20%. Però il nostro Paese, pur avendo grandissime potenzialità represse, sinora ha potuto contare quasi esclusivamente sulle nostre strabilianti e particolarissime bellezze paesaggistiche di mari, isole, monti e colline, sui nostri ingentissimi beni culturali e monumentali, sulla variegatissima offerta culinaria che ogni territorio vanta da secoli che neanche l’incuria potrà nel breve tempo nascondere. Come capita a chi ha molto, facilmente si adagia sulle proprie sicurezze, e non si adopera a sufficienza per custodirle e farle progredire.

Basti osservare a quello che succede riguardo ai provvedimenti per il settore. Ci si preoccupa per i ristori (con ritardo) ma gli investimenti per valorizzare le nostre attrazioni, non può contare ancora di un vero piano speciale di investimenti per musei, dei siti archeologici, di bonifica dell’inquinamento dei mari, della istruzione e formazione per l’accoglienza, di miglioramento delle infrastrutture materiali ed immateriali per le località turistiche. Insomma non si ha un piano strategico nazionale capace di scavalcare in un sol salto il groviglio di facci che immobilizza questo settore strategico. Trasporti, ristorazione, accoglienza, arte, monumenti, non vengono visti come un tutt’uno con relative soluzioni, ma lasciate lì al ‘governo’ per caso dal groviglio scoordinato di istituzioni ed amministrazioni di ogni tipo.

Si vuole sperare che tutto ciò cambi e che tra tanta spesa che si sta programmando nel dopo COVID, oltre a bonus e ristori, si pensi anche a come poter cambiare il nostro approccio con questi fattori economici. Non è un caso che nella graduatoria mondiale dei paesi che vantano più turisti esteri, l’Italia è solo al quinto posto con quasi la metà in meno di visitatori rispetto alla Francia. È fin troppo chiaro che questo risultato mortificante è la risultante di decenni di incuria verso il settore e verso lavoratori ed imprese. Insomma possiamo recuperare il tempo perso, ma il cambiamento dovrà essere forte: meno bonus e più lungimiranza per il nostro avvenire.

Storia della Repubblica: le radici di una politica nuova

La domanda di politiche pubbliche innovative radicate nel governo del quotidiano, da tempo non trova un’offerta di partito e una classe dirigente all’altezza delle aspettative. Anche per questo ci si rifugia nell’astensionismo – che in Italia oggi è la forza più consistente – o ci si lascia sedurre da proposte spesso semplicistiche.

Le premesse sociali e culturali di spinte ribelliste o reazionarie sono sempre esistite nel sistema politico italiano. Nella complessa fase repubblicana, si sono consumati alcuni passaggi caratterizzati da impulsi populisti e antiparlamentari, senza dimenticare i tanti avvenimenti – spesso drammatici – e le pressioni che spingevano a imboccare la strada del blocco d’ordine e perseguivano l’obiettivo di ostacolare lo sviluppo democratico. Ma proprio quel sistema fondato sulla Costituente e sui partiti, in grado di garantire partecipazione e rappresentanza ai cittadini, riuscì a contenere le tentazioni contestatarie o destabilizzanti. Nel momento in cui i grandi partiti di massa, ma anche i minori, però, entrarono in crisi[1], in un clima di diffusa insoddisfazione nei confronti delle istituzioni, il “mercato” politico è diventato più aperto e competitivo. Così, in un contesto di debolezza, sono comparse sulla scena nuove forze che sono riuscite a sfruttare questo spazio[2].

Dopo Moro, di fatto, iniziava la fine della “Prima Repubblica”, la politica dei partiti abdicava al compito di rappresentare la società e si avviava verso una incerta ricerca di nuovi equilibri che dura tuttora[3]. Anche da questa abdicazione dei politici si è determinata, in seguito, la prassi che ha visto il coinvolgimento dei tecnici chiamati al governo dagli stessi partiti in crisi di credibilità.

Il nostro paese registra, oggi, in questo contesto, una forte presenza del populismo, ma allo stesso tempo “tollera” quella che si potrebbe definire come una anomalia, vale a dire la frequente formazione di governi guidati da leader scelti per competenza.

A livello giornalistico questo tema è stato affrontato in modo esaustivo. Sul punto sembra utile riprendere una stimolante riflessione tra studiosi, apparsa sul “Corriere della Sera” il 3 maggio scorso[4]. Il dibattito verte intorno ad alcuni spunti: l’antipolitica che resta molto forte nonostante la normalizzazione dei cinquestelle (Roberto Chiarini); il ricorso, come si è accennato, a leader tecnici in quanto i governi sono fragili e lo Stato inefficiente (Maurizio Ferrera); il fatto che il moralismo degli intellettuali e la retorica liberista non aiutano affatto (Mario Ricciardi). Il tema centrale resta quello sul ruolo dei partiti: «Nell’Italia repubblicana – si legge – la democrazia si legittima non attraverso le istituzioni, ma grazie alla rappresentatività popolare dei partiti. Quando essi vanno in crisi irreversibile, negli anni Novanta, è la politica stessa che viene delegittimata». Il populismo, di conseguenza, si ritrova la strada spianata. Ma alla prova del governo la strategia populista si scopre inadeguata e, inoltre, secondo Chiarini, «[i cinquestelle] non sono riusciti a esercitare alcun ruolo pedagogico su chi li ha votati». È importante sottolineare questo passaggio, vale a dire quello relativo alla considerazione che vede il populismo prosperare sulla crisi dei partiti tradizionali, ma senza la capacità di offrire soluzioni. Su questo concetto sostanziale, interviene Ferrera, con un’affermazione condivisibile: «Il fatto che il malessere diffuso si traduca in ondate populiste si deve anche alla scelta deliberata di sfruttare la rabbia a fini di consenso da parte di imprenditori politici come Grillo, Salvini e Meloni. È una strategia basata sullo stile comunicativo urlato, pagante sotto il profilo elettorale, ma incapace di esprimere una linea programmatica coerente». La pandemia, continua nel suo ragionamento Chiarini, «ha obbligato ad appoggiarsi sugli scienziati un ceto politico in deficit di competenze ma anche di legittimità, in quanto selezionato per cooptazione su liste bloccate». E in Italia, secondo il pensiero di Ricciardi, una politica debole sembra che abbia ceduto alla tentazione di usare come schermo il Comitato Tecnico Scientifico. In questa prospettiva, «i membri di questo organismo, a loro volta, sono diventati protagonisti del dibattito pubblico», interferendo nel processo decisionale, perdendo così l’occasione di valorizzare la distinzione tra il compito degli scienziati (che è quello di fornire una cornice di dati da valutare) e l’autorità (con la funzione di compiere scelte secondo criteri politici). Questa prassi, inoltre, rischia di «destare preoccupazioni per il futuro di una democrazia in cui i governanti cercano di sfuggire alla responsabilità»[5]. In effetti, ciò che ha caratterizzato il caso italiano è stata, in un certo senso, «la rinuncia del livello politico a valutare il prezzo delle decisioni suggerite dagli esperti e ad assumerle con un atto di responsabilità»[6].

In questo filone, anche se in un ambito più giuridico, si è inserito l’intervento di A. Iannuzzi che ha auspicato la necessità di impostare un’alleanza virtuosa fra diritto e scienza, in quanto la politica nelle democrazie occidentali non può delegare la guida della società alla scienza, neanche in uno stato di eccezione come quello attuale. Con l’emergenza sanitaria ci siamo trovati dinanzi ad una fase nuova: «Non più la decisione politica basata sulla scienza, ma science driven, in cui la scienza viene assunta quasi come un formante al quale deve rifarsi il legislatore». E in questa situazione paludosa, in definitiva, «la scienza ha assunto, almeno in alcuni momenti, un ruolo di guida rispetto alla politica»[7].

In una recente riflessione, Giuseppe De Rita ha affrontato la questione del delicato rapporto che si viene a creare fra la dimensione tecnica e la dimensione politica. Il fondatore del Censis ha recuperato, attualizzando la sua ricognizione, le esperienze del “Piano Vanoni”, il “Rapporto Saraceno”, il “Piano Giolitti”, il “Rapporto Ruffolo”, e l’analisi del lavoro svolto da alcune figure – a metà tra tecnica e politica – nei momenti cruciali della storia repubblicana[8].

Molti studiosi, tra cui Andrea Riccardi, Guido Crainz, Piero Craveri, commentando la cerimonia funebre di Aldo Moro, hanno parlato di “funerale della Repubblica”. Ma la Patria non muore, anzi rinasce affermava Moro in un intervento a Radio Bari nell’autunno del 1943[9]. Basti pensare, per esempio, all’esperienza del “Codice di Camaldoli” del 1943. Con la guerra ancora in corso, una nutrita schiera di laureati formò una comunità pensante e il loro contributo arricchì i lavori della Costituente nel 1946, cambiando il corso della storia.

Il paese, oggi, è indebolito da una permanente campagna elettorale, nella quale risulta prioritario la costruzione di fronti contro chi schierarsi piuttosto che la messa in campo di azioni concrete e di visioni di società. In questo quadro si inserisce l’analisi di L. Violante quando sottolinea che «la discussione più profonda sul merito, sul futuro del paese, sui legami tra le generazioni, sulla formazione delle classi dirigenti non trova il tempo necessario per dispiegarsi. Di qui derivano due difetti: la difficoltà di elaborare strategie di medio periodo e l’aggressività che caratterizza molti confronti politici. Fino alla metà degli anni Settanta tra le forze politiche vigeva una sorta di doppio standard: lotta nella società per il primato, dialogo in Parlamento per il governo. Nella società lo scontro tra i due principali partiti, la DC di governo, il PCI di opposizione, era senza esclusione di colpi. In Parlamento, dove si doveva governare il presente e costruire il futuro, subentrava l’interesse nazionale». Dopo l’ultima fase di unità nazionale, seguendo anche il filo di questa riflessione, «quando il sistema politico entra in crisi, sino ai giorni nostri, il conflitto è senza confini tanto in Parlamento quanto nel paese»[10]. Non bisogna dimenticare, però, che dalle grandi crisi non si esce senza la politica. Questa tesi rappresenta il punto di partenza di un recente saggio di A. Barbano. La politica, secondo il saggista, «ha bisogno di idee coltivate con cura e cementate nel corpo del Paese. Oltre il tempo dell’urgenza»[11]. Bisogna aggiungere, infine, che la grande crisi alla quale assistiamo si è innescata su un processo di lungo periodo caratterizzato da nuovi conflitti sociali, dalla sfiducia verso gli istituti e le forme della rappresentanza, dal deterioramento degli equilibri dello Stato. La fase che si è aperta ora per il paese, dunque, «chiama la politica a una riassunzione di responsabilità imprescindibili»[12].

«Vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a pochi passi da qui, è nato a Maglie»[13]. Sono le parole, anzi è la voce di Rino Gaetano che durante un suo concerto in Puglia nel 1977, dedicava Berta Filava proprio al politico pugliese. E Aldo Moro, soprattutto nei momenti cruciali della storia repubblicana, tesseva, filava e ricuciva rapporti, intese politiche, convergenze democratiche. Alla base della sua pedagogia civile c’erano la sua arte di accompagnare i processi e il suo metodo per riformare lo Stato senza perdere la società.

Esperienza, competenza, cultura politica, sono tutti fattori essenziali che occorre recuperare, insieme ai centri studi e alle scuole di partito. Le parole d’ordine di questo tempo devono essere: senso di responsabilità e senso delle istituzioni, doti e virtù che rendono Aldo Moro, la sua formazione e quella politica ancora tanto attuale.

 

 

 

 

 

[1] M. Damilano, Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia, Milano, Feltrinelli, 2018; W. Veltroni, Il caso Moro e la Prima Repubblica, Milano, Solferino, 2021

[2] G. Pasquino, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana, Milano, Utet, 2021

[3] R. Moro, Aldo Moro nelle storie d’Italia, in “Mondo Contemporaneo”, n. 2-2010

[4] A. Carioti, (a cura di), Laboratorio Italia. Un po’ tecnocratica, un po’ antipolitica, in “Corriere della Sera”, 3 maggio 2021. Si tratta di una conversazione tra studiosi, tra questi Maurizio Ferrera, Mario Ricciardi e Roberto Chiarini, autore di un recente saggio, Storia dell’antipolitica dall’Unità a oggi. Perché gli italiani considerano i politici una casta, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2021

[5] A. Carioti, (a cura di), op.cit.

[6] A. Barbano, La visione, Milano, Mondadori, 2020, p. 12

[7] A. Iannuzzi, Per un’alleanza virtuosa fra diritto e scienza, in “Formiche”, n. 169, maggio 2021

[8] G. De Rita, Ci siamo persi la classe dirigente, in “Corriere della Sera”, 26 aprile 2021

[9] Intervento riprodotto integralmente dal “Corriere della Sera”, Aldo Moro contro il fascismo nel ’43: ha ucciso la patria, la ricostruiremo, 6 maggio 2019; Cfr. in L. D’Ubaldo, Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro, Roma, Il Domani d’Italia, 2020, pp. 53-66

[10] L. Violante, Insegna Creonte, Bologna, Il Mulino, 2021, pp. 106-107

[11] A. Barbano, op. cit., p. 16

[12] A. Barbano, op. cit., p. 13

[13] I. Insolia, Aldo Moro che “filava con Mario e filava con Gino”. Il racconto di Rino Gaetano, 8 maggio 2020; Cfr. in https://shockwavemagazine.it/rubriche/approfondimenti-curiosita/aldo-moro-rino-gaetano-berta-filava/

Non lasciamoci fuorviare, guardiamo all’Italia di domani

In questi giorni e per ultimo giovedì sera con “Piazza pulita”, si sono palesati tutti i problemi di cui soffre l’Italia. Il disgusto, quasi fisico, di quello che abbiamo visto e ascoltato rende evidente un fallimento generazionale di proporzioni catastrofiche. Ci siamo fatti eccitare dalla contrapposizione di tutti contro tutti, da una politica inesistente dell’uno vale uno e del vaffa.

Ci siamo fatti incantare da una informazione faziosa e senza etica. Ed infine da una magistratura che fa paura. Un semplice cittadino tremerebbe al solo pensiero di servirsene per sciogliere qualsiasi vertenza dovesse capitargli. Una palude maleodorante, melmosa e avvolta da una nebbia densa e appiccicosa che oscura lo sguardo e il pensiero. Eppure, come dimostrato da questo governo, risorse in grado di tentare il cambiamento ci sono. Ma è sempre in atto l’azione dell’immobilismo o addirittura dei passi indietro. Il gattopardismo. Il regno dei mediocri, dell’uno vale uno, del clientelismo.

Per noi cittadini, è rimasta una sola possibilità, spazzare la mediocrità e pretendere le acque limpide e l’aria cristallina. Pulire il mondo limaccioso, che in questi giorni si è svelato e che, purtroppo, penso sia un immenso iceberg. Liberiamoci della sindrome di “Piazza Venezia” e mostriamo che siamo più liberi e più consapevoli di come “loro” credono. Dobbiamo pretendere che il bisturi venga affondato nel “bubbone” e che finalmente le piaghe guariscano, anche dolorosamente.

Dobbiamo pretendere un Stato in cui tutti si sentano a casa e tutelati nei propri diritti, uno Stato per cittadini e non un potere per furbi di oggi e di domani. La pressione deve essere forte cosicché la politica sia quella forza riformatrice tale da aiutare questo governo alla svolta per l’Italia. Basta con i distinguo, lo sguardo deve essere verso il futuro, perché sará il mondo dei nostri nipoti e guai ne abbiamo combinati ormai tanti, troppi.

Giornata d’Europa: lettera dei Capi di Stato Ue ai cittadini. Invito a partecipare alla Conferenza sul futuro.

“In occasione della Giornata dell’Europa vorremmo estendere i nostri più sentiti auguri a tutti i cittadini europei.

Questa Giornata dell’Europa è speciale. Per il secondo anno di fila, è celebrata in circostanze complesse a causa della pandemia di Covid-19. Siamo vicini a tutti coloro che ne hanno sofferto.

La Giornata dell’Europa di quest’anno è speciale anche perché segna l’avvio della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Facciamo appello a tutti i cittadini dell’UE affinché colgano questa occasione unica per plasmare il nostro comune futuro.

Questo dialogo sul futuro dell’Europa si svolge in circostanze molto differenti da quelle degli anni passati. Potrebbe sembrare che nella situazione attuale non ci sia tempo sufficiente per una discussione approfondita sul futuro dell’Europa. Al contrario, la pandemia di Covid-19 ci ha ricordato ciò che è veramente importante nelle nostre vite: la nostra salute, il nostro rapporto con la natura, le nostre relazioni con gli altri esseri umani, la reciproca solidarietà e la collaborazione. Essa ha sollevato degli interrogativi sul modo in cui viviamo le nostre vite. Ha mostrato i punti di forza dell’integrazione europea, così come le sue debolezze. Di tutto ciò è necessario parlare.

Le sfide che ci si pongono come europei sono molteplici: dall’affrontare la crisi climatica e dalla creazione di economie verdi, in un contesto che rende necessario bilanciare la crescente competizione tra gli attori globali, alla trasformazione digitale delle nostre società. Avremo bisogno di sviluppare nuovi metodi e nuove soluzioni. Come democrazie la nostra forza consiste nel coinvolgere le molte voci presenti nelle nostre società per identificare il percorso migliore da intraprendere. Quante più persone parteciperanno a una discussione ampia e aperta, tanto meglio sarà per la nostra Unione.

Il progetto europeo non ha precedenti nella storia. Sono passati 70 anni dalla firma del Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e 64 dalla nascita a Roma della Comunità Europea. A quel tempo i leader europei trovarono soluzioni per unire un’Europa devastata dalla guerra. Trent’anni fa l’Est e l’Ovest dell’Europa hanno iniziato a connettersi più strettamente. Paesi molto diversi si sono uniti per formare l’Unione Europea. Ciascun Paese ha le proprie esperienze storiche e sente il peso del proprio passato, con il quale fare i conti da solo e nel rapporto con altri Paesi.

Il progetto europeo è un progetto di pace e riconciliazione. Lo è stato fin dalla sua concezione, e rimane tale oggi. Sosteniamo una comune visione strategica per l’Europa, un’Europa nella sua interezza, libera, unita e in pace.

Tutti i principi fondamentali dell’integrazione europea restano assolutamente rilevanti al giorno d’oggi: libertà, uguaglianza, rispetto dei diritti umani, Stato di diritto e libertà di espressione, solidarietà, democrazia e lealtà tra gli Stati membri. Come possiamo assicurare collettivamente che questi principi fondanti dell’integrazione europea restino rilevanti per il futuro?

Nonostante l’Unione Europea a volte sembri mal equipaggiata per far fronte alle molte sfide emerse nell’ultimo decennio – dalla crisi economica e finanziaria alle sfide nel perseguire un sistema migratorio europeo giusto ed equo sino all’attuale pandemia – siamo ben consapevoli che sarebbe molto più difficile per ciascuno di noi se fossimo da soli. Come possiamo rafforzare al meglio cooperazione e solidarietà europee e garantirci un’uscita da questa crisi sanitaria che ci renda più resilienti in vista di sfide future?

Abbiamo bisogno di un’Unione Europea forte ed efficace, un’Unione Europea che sia leader globale nella transizione verso uno sviluppo sostenibile, climaticamente neutrale e trainato dal digitale. Occorre un’Unione Europea nella quale ci possiamo tutti identificare, certi di aver fatto tutto il possibile a beneficio delle generazioni future. Insieme possiamo raggiungere quest’obiettivo.

La Conferenza sul Futuro dell’Europa sarà un’opportunità per parlare apertamente di Unione Europea e per ascoltare i nostri concittadini, soprattutto i più giovani. Essa crea uno spazio di dialogo, dibattito e discussione su quel che ci aspettiamo dall’UE domani e su come possiamo contribuirvi oggi.

Dobbiamo pensare al nostro futuro comune; per questo vi invitiamo a unirvi alla discussione e a trovare insieme il percorso da seguire.”

Borut Pahor
Presidente della Repubblica di Slovenia

Alexander Van der Bellen
Presidente Federale della Repubblica d’Austria

Rumen Radev
Presidente della Repubblica di Bulgaria

Zoran Milanović
Presidente della Repubblica di Croazia

Nicos Anastasiades
Presidente della Repubblica di Cipro

Miloš Zeman
Presidente della Repubblica Ceca

Kersti Kaljulaid
Presidente della Repubblica di Estonia

Sauli Niinistö
Presidente della Repubblica di Finlandia

Emmanuel Macron
Presidente della Repubblica Francese

Frank-Walter Steinmeier
Presidente della Repubblica Federale di Germania

Katerina Sakelloropoulou
Presidente della Repubblica Ellenica

János Áder
Presidente della Repubblica d’Ungheria

Michael D. Higgins
Presidente d’Irlanda

Sergio Mattarella
Presidente della Repubblica Italiana

Elgis Levits
Presidente della Repubblica di Lettonia

Gitanas Nausėda
Presidente della Repubblica di Lituania

George Vella
Presidente della Repubblica di Malta

Andrzej Duda
Presidente della Repubblica di Polonia

Marcelo Rebelo de Sousa
Presidente della Repubblica Portoghese

Klaus Iohannis
Presidente di Romania

Zuzana Čaputová
Presidente della Repubblica Slovacca

Il 9 maggio si ricordano le vittime degli anni di piombo Gli ex – terroristi dalla Francia e il “Memoriale”

Alla fine dello scorso mese di aprile l’opinione pubblica del nostro Paese ha appreso con stupore dai giornali e dalla TV, che la Francia aveva cessato di proteggere gli ex – brigatisti rossi italiani condannati per gli attentati commessi  negli anni ‘70 e ‘80. Dopo la controversa estradizione del gennaio 2019 dal Brasile del terrorista Cesare Battisti, condannato per 4 omicidi, la vicenda degli arresti di ex – terroristi in Francia, richiama il periodo degli “anni di piombo” ancora vivo nella memoria di tanti italiani, in quanto il terrorismo causando vittime innocenti con stragi terroristiche e violenza politica, ha cercato di minare e colpire drammaticamente la nostra democrazia. 

Chi sono i sette ex – terroristi arrestati in Francia ai fini dell’estradizione in Italia? Si tratta di Giovanni Alimonti, 65 anni, (pena 11 anni); Enzo Calvitti, 66 anni, (pena 18 anni); Roberta Cappelli, 65 anni, (ergastolo); Marina Petrella, 66 anni, (ergastolo); Giorgio Pietrostefani, 77 anni, (14 anni); Sergio Tornaghi, 63 anni, (ergastolo); Narciso Manenti, 63 anni, (ergastolo). Si sono costituiti alle Autorità francesi Luigi Bergamini e Raffaele Ventura, e risulta irreperibile Maurizio Di Marzio, tutti e tre ex-brigatisti.

Come si è arrivati a questa svolta nei rapporti fra Francia e Italia, dopo anni difficili su questa materia? Dopo anni di inutili tentativi, i Ministri della Giustizia dei due Paesi, Eric Dupond – Moretti e Marta Cartabia hanno trovato un’intesa, su questa pagina drammatica di storia della  nostra democrazia e una determinata volontà di collaborazione, che ha permesso di raggiungere un risultato che si può definire storico. L’operazione di polizia ha visto impegnate l’Antiterrorismo francese e italiano e la Corte d’Appello di Parigi deciderà se applicare la misura della detenzione o della libertà vigilata per il tempo necessario a esaminare la richiesta di estradizione, per scontare la pena nelle carceri italiane.

La decisione di trasmettere alla giustizia i dieci nomi  (sulle 200 persone che l’Italia da anni reclama dalla Francia) è stata presa dal presidente Emmanuel Macron e  “si inserisce rigorosamente nella dottrina francese di concedere asilo agli ex – brigatisti ad eccezione che per i reati di sangue. La Francia stessa colpita dal terrorismo comprende l’assoluta necessità di giustizia per le vittime, e ha voluto risolvere la questione come l’Italia chiede da anni”. Di fatto la Francia ha archiviato la “dottrina Mitterand”, ma per il nostro Paese le vicende degli anni del terrorismo sono ancora “una ferita aperta”.

Quando il Parlamento italiano scelse il 9 maggio, per ricordare il  “Giorno della memoria, dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e alle stragi di tale matrice” (cioè il giorno in cui fu assassinato il Presidente della Democrazia Cristiana, l’on. Aldo Moro), era il 2007, si pensava che tanti dubbi, tante opacità, e tante verità sconosciute, finalmente avrebbero avuto una risposta. Purtroppo la strada della verità è ancora lontana rispetto ai misteri degli anni di piombo.

Il nostro Paese, nel periodo del terrorismo, ha avuto 14.615 attentati compiuti, 428 morti e oltre 2000 feriti, di cui una parte con danni permanenti. Sono stati per molti, uomini e donne, anni difficili e non possono essere rimossi per non conoscenza o per indifferenza. A Roma, in particolare, sono stati veramente numerose le vittime di attentati: politici, magistrati, professori universitari, tutori delle forze dell’ordine (carabinieri e polizia di stato), militari di alto grado e anche semplici persone comuni.

Ecco perché non si può dimenticare questo “pezzo” di storia dell’Italia, ed è indispensabile ricordare,  fare memoria per conoscere il significato degli “anni di piombo” e in particolare per le nuove generazioni, che non hanno vissuto il dramma del terrorismo. 

ll 9 maggio, nel 43° anniversario della morte di Aldo Moro, verrà deposta dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, presso la lapide di via Caetani, dove fu ritrovato il corpo dello statista, una corona di fiori. Successivamente nella sede del Senato a Palazzo Madama la cerimonia ufficiale del “Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo”. 

In queste ricorrenze e anniversari, che richiamano gli anni pericolosi del terrorismo nel nostro Paese, c’è sempre una vena di amarezza per chi ha sacrificato la propria vita per “stare dalla parte giusta” e per la scarsa sensibilità nel ricordare tutti i caduti. Le tante vittime degli atti di  violenza che volevano sovvertire il nostro ordinamento, andrebbero ricordate con un luogo simbolico come può essere un “memoriale”, dedicato ai 428 ‘caduti’ del terrorismo. Negli anni passati le Istituzioni  a diversi livelli, lo avevano ipotizzato, ma ad oggi non si hanno notizie. La sede naturale è Roma, la Città Eterna, per realizzare un sito simbolico per ricordare i nuovi martiri della nostra democrazia.

Distinte ma connesse: lotta al virus e tutela dell’ambiente

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Cesare Massa

La situazione attuale può essere visualizzata attraverso l’immagine suggestiva di una “pandemia sanitaria in una pandemia ambientale”. Questa prospettiva ha il pregio di mettere a fattor comune salute e ambiente, evidenziando l’esistenza di una molteplicità di connessioni tra i due ambiti, a partire dalla dimensione internazionale dei due fenomeni.

D’altronde, è un dato di realtà innegabile che l’emergenza sanitaria in atto sia sopraggiunta nel corso di una inedita presa di coscienza (anche nell’opinione pubblica) circa la necessaria elaborazione di una strategia ambientale improntata a un approccio multidisciplinare e condivisa al massimo grado possibile a livello internazionale. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata dall’ONU nel 2015 ne è un esempio. Si tratta di un piano che aiuti nella lotta ai cambiamenti climatici ed al progressivo, incontrollato depauperamento degli ambienti naturali.

L’urgenza di un intervento è ampiamente giustificata dal potenziale impatto sull’abitabilità stessa del pianeta di disastri climatici conseguenti all’aumento delle temperature (uragani, terremoti, siccità, innalzamento del livello del mare e così via); effetti che ovviamente non si limiterebbero ad alternarsi sulla scena, ma in molti casi si andrebbero a sommare tra loro per formare scenari inquietanti. Si tratta di scenari ritenuti inevitabili, almeno all’attuale ritmo di consumo delle risorse naturali ed emissione di gas serra in generale, tanto più se questo ritmo continuerà a crescere in maniera più che proporzionale dalla seconda metà dell’Ottocento ‒ anni della rivoluzione industriale ‒ in avanti. Si prevede, infatti, che, al ritmo attuale, la temperatura potrebbe subire un innalzamento di due gradi Celtius entro il 2070. Il prodotto ‒ per certi versi inevitabile ‒ dell’erompere di una nuova pandemia globale è consistito in un progressivo ‒ auspicabilmente temporaneo ‒ spostamento di almeno parte dell’attenzione generale dalla “lotta ai cambiamenti climatici” alla “lotta al virus”, come se le due questioni fossero slegate.

Tuttavia, come già evidenziato, non si tratta di una perdita di attenzione giustificata dalla realtà. Le interconnessioni tra salute e ambiente, infatti, non sono puramente temporali ‒ cioè casuali ‒ e spaziali, ma anche (e soprattutto) logico-causali. A dimostrarlo in maniera evidente sono proprio le vicende legate alla nascita e diffusione del Covid-19. Non è infatti cosa nuova che microrganismi invisibili (quali sono i virus), causino danni alla salute collettiva su scala più o meno ampia. Da questo punto di vista, alcuni studiosi hanno ricostruito addirittura già la celebre epidemia narrata nel primo libro dell’Iliade nei termini di un’epidemia da virus.

Nella stragrande maggioranza dei casi, come ricorda la World Trade Organization nel Manifesto for a healthy recovery from COVID-19, la fonte dell’infezione è di origine animale (non solo HIV ed Ebola, ma anche la stessa la SARS-CoV-1 del 2003, antesignana del Coronavirus). In questo senso, nel caso degli Achei, la convivenza forzata di uomini e bestie sulle barche usate nella traversata per Troia può avere giocato un ruolo decisivo. In particolare, si tratta del fenomeno della cosiddetta zoonosi, per il quale alcuni virus effettuano un “salto di specie”: dagli animali all’uomo. Il WWF, in un report dal titolo eloquente, Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi, ha stimato che tra i fattori di aumento del rischio di zoonosi infettive vi sono fenomeni tradizionalmente “relegati” al solo ambito ecologico quali la riduzione degli ecosistemi e l’espansione delle aree urbanizzate. Infatti, si tratta di due fenomeni che costringono gli animali (nel primo caso selvatici e nel secondo addomesticati) a una coabitazione ravvicinata con l’uomo.

Per avere un’idea delle dimensioni della riduzione degli ecosistemi, secondo la FAO, solo negli ultimi 30 anni, sono stati deforestati 420 milioni di ettari di terreni. E la tendenza non accenna a diminuire, anzi: per limitarci alla sola foresta amazzonica, nel settembre 2020 è stato registrato un incremento di più del doppio (il 61%) degli incendi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta di incendi in larga parte dolosi, finalizzati appunto al reperimento di nuova terra fertile utile per essere coltivata. Terre che nella maggior parte dei casi, come in un circolo vizioso, vengono a loro volta destinate ad agricoltura di carattere intensivo, tra le prime cause di inquinamento atmosferico e consumo di risorse idriche.

Qui l’articolo completo

La settimana dell’amministrazione aperta

L’OpenGov Week/SAA2021 è una iniziativa collettiva che si realizza dal 17 al 21 maggio a livello mondiale, nell’ambito dell’Open Government Partnership (OGP). È dedicata a sviluppare nei Paesi che partecipano a OGP la cultura e la pratica della trasparenza delle informazioni, della partecipazione e dell’accountability, sia nelle amministrazioni pubbliche che nella società civile. A livello nazionale è promossa e coordinata dal Dipartimento della funzione pubblica e vi possono partecipare cittadini, amministrazioni, associazioni e chiunque abbia interesse ad approfondire i temi del governo aperto.

Come già avvenuto nelle precedenti edizioni, anche se quella del 2020 è stata realizzata in forma ridotta a causa della pandemia da Covid-19, la SAA2021 si pone l’obiettivo di coinvolgere tutte le persone che a vario titolo e nelle modalità più diverse si impegnano a rendere le pubbliche amministrazioni italiane luoghi trasparenti e aperti al confronto con i cittadini e all’innovazione.

Per proporre un evento da promuovere è sufficiente compilare il form per richiederne l’inserimento nel Programma nazionale della SAA2021.

Mantovani (Humanitas): “Grazie a corsa contro Coronavirus spinta a vaccino per cancro”

“Con l’arrivo del Covid-19, tutti abbiamo messo in campo le nostre competenze, acquisite con la ricerca, per arginare questa pandemia. L’esempio più interessante è quello dei vaccini a mRna (Pfizer-BioNTech e Moderna, ndr). Ma sono allo studio da almeno una ventina di anni come arma contro i tumori. Il pioniere di queste ricerche è Christoph Huber (oncologo a Mainz, Germania, ndr), il ‘padre nobile’ dei due ricercatori tedeschi di origine turca, Ugur Sahin e la moglie Ozlem Tureci, che hanno fondato BioNTech e hanno messo a punto il vaccino a mRna anti Covid. Ci siamo sentiti l’altro giorno, perché in Germania mi hanno appena insignito di un premio. Già a gennaio 2020 avevano visto la sequenza del nuovo coronavirus, hanno pensato di usare quello che avevano studiato contro il cancro e hanno costruito un vaccino anti coronavirus. Se siamo riusciti ad affrontare questa pandemia è perché abbiamo investito nella ricerca sul cancro”. Lo afferma Alberto Mantovani, direttore scientifico e presidente della Fondazione Humanitas, in un’intervista al quotidiano ‘Il Corriere della Sera’.

“Occorre distinguere. Quando parliamo di vaccini, intendiamo due cose diverse. Un conto sono i vaccini ‘preventivi’, che evitano la comparsa della malattia, come quelli anti Covid. Un altro sono quelli ‘curativi’: quelli che potrebbero, in futuro aiutare a combattere il cancro. – aggiunge ancora Mantovani – sono due: uno è quello anti epatite B, che ha ridotto drasticamente l’incidenza di tumori al fegato. L’altro è quello contro il Papilloma virus, responsabile di tumori della cervice uterina, ma anche di altri tumori, alla gola, per esempio, che interessano anche i maschi”.

“Sono almeno tre gli approcci da valutare, sempre grazie alla tecnologia dell’mRna. La prima. Identifico mutazioni del Dna del tumore, in un singolo paziente, e costruisco un vaccino capace di contrastare queste mutazioni. È una terapia superpersonalizzata. La seconda: il problema, qui, è trovare un minimo comune denominatore, cioè mutazioni comuni in vari tipi di tumore e costruire un vaccino capace di intercettarle. È un approccio più ampio. E si sta sperimentando nel melanoma. – conclude Mantovani – terzo è quello che sta più vicino al mio cuore. Si tratta di combinare varie terapie immunologiche e, per questi progetti di ricerca, che coinvolgono anche lo studio delle metastasi, abbiamo avuto finanziamenti della Fondazione Airc con i contributi del 5 per mille”.

La cornice del puzzle. Nuove politiche di centro per superare il bi-populismo..

Gli ultimi anni hanno confermato l’incapacità di governare dei populisti/sovranisti, molto bravi ed efficaci nel gridare cosa non funziona nel Paese, ma inefficaci nel risolvere ciò che denunciano. Altro elemento di novità che sta emergendo tra i riformisti, popolari e liberali, sempre più con maggiore forza, è la necessità e l’urgenza, di costruire un nuovo progetto politico indipendente dal bi-populismo.

Quando si inizia un nuovo percorso politico è necessario partire dai contenuti e non dal contenitore, proprio come quando si inizia un nuovo puzzle è utile scegliere la cornice che lo sosterrà, possibilmente, il più a lungo possibile. Senza un pensiero forte, valori e ideali di riferimento non è possibile creare un progetto politico che duri oltre il voto. 

Dopo le elezioni politiche del 2018, si è reso ancora più urgente la costruzione di un nuovo progetto culturale e politico, che definiamo di centro per sottolineare l’autonomia dai due schieramenti populisti, oltre che per evidenziare i riferimenti solidi che rappresentano la cornice che lo sosterrà nel tempo.

Don Luigi Sturzo, nell’articolo pubblicato sul “Popolo Nuovo” il 26 agosto del 1923, scriveva: “Per noi il centrismo è lo stesso che popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato e non estremo: – siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; – vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza; – ammettiamo l’autorità statale, ma neghiamo la dittatura, anche in nome della nazione; – rispettiamo la proprietà privata, ma ne proclamiamo la funzione sociale; – vogliamo rispettati e sviluppati i fattori di vita nazionale, ma neghiamo l’imperialismo nazionalista; e così via, dal primo all’ultimo punto del nostro programma ogni affermazione non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro.

Questa posizione non è tattica. E’ programmatica, cioè non deriva da una posizione pratica di adattamento o di opportunità: ma da una posizione teorica di programma e di idealità.

Aldo Moro, nel 1944, precisava che “il centro non è statico ma dinamico, importante non solo come luogo fisico o geografico, ma come funzione politica a condizione di essere alternativo alla sinistra e alla destra”.

Queste due citazioni rappresentano il punto di partenza per l’elaborazione del nuovo pensiero politico centrista, sottolineandone così l’autonomia identitaria e programmatica.

Definito il perimetro è necessario individuare i riferimenti (la cornice) che supporteranno il programma (il puzzle) del nuovo percorso politico centrista. 

Nella presentazione di “Forum al Centro” ne abbiamo individuati quattro: europeismo; il rispetto e la tutela dell’ambiente e di ogni persona umana; i valori civili, sociali ed economici della costituzione; l’incontro tra la dottrina sociale cristiana e l’economia sociale di mercato. 

L’Europa che sogniamo e che vogliamo, è quella federale, solidale e unita nelle scelte economiche e politiche, l’Europa che concretizza i valori e gli ideali espressi nei trattati, come ad esempio all’art. 3 del TUE:

“Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente”.

Parlando di “persona umana e ambiente” mi riferisco al più grande, almeno secondo me, insegnamento di Papa Francesco (Laudato si’ n. 139): “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura”. 

Come dice spesso il pontefice “tutto è connesso” e noi non possiamo non tenerne conto nelle nostre proposte, per il programma che verrà.

La nostra Costituzione, la più bella del mondo, è sempre più dimenticata e presa a “la carte”. Quante volte, negli ultimi decenni, abbiamo sentito dire che il presidente del consiglio può fare ciò che vuole perché scelto dal popolo? Quante volte hanno calpestato i valori in essa espressi in nome del popolo? Il popolo vuole meno politica? Allora tagliamo finanziamento pubblico e seggi parlamentari, che ci vuole. Noi dobbiamo continuare a difenderla dal bi-populismo, che con la ghigliottina arriverebbe a cancellare perfino le istituzioni repubblicane, in nome del capo scelto dal popolo. Dobbiamo pretendere il pieno rispetto e l’attuazione dei valori civili, sociali ed economici della nostra amata Costituzione.

Altro passaggio fondamentale, per un nuovo progetto culturale e politico dei centristi, è la combinazione pragmatica tra gli insegnamenti della dottrina sociale cristiana e l’economia sociale di mercato, che ha già dato i suoi buoni frutti soprattutto in Germania e in Europa. Il 12 gennaio 2011 la Commissione delle conferenze episcopali della comunità europea (COMECE) pubblicò un documento favorevole all’economia sociale di mercato dell’UE capace di coniugare “il principio della libertà del mercato e lo strumento di un’economia competitiva al principio di solidarietà e ai meccanismi della giustizia sociale”.

I quattro riferimenti, scelti insieme nel marzo del 2019, devono essere una guida per il programma che verrà, un puzzle capace di seguire il percorso indicato dai nostri padri politici, tra cui Wilhelm Ropke, che nel 1944 pubblicava “Civitas humana”: “Alle questioni posteci dai collettivisti si può dare ancora, e oggi più che mai, una risposta liberale, anche se decisamente diversa da quella del liberalismo storico, anzi questa è l’unica risposta conciliabile con una Civitas humana”.

Luigi Einaudi nell’articolo del 1942, dal titolo Economia di concorrenza e capitalismo storico – La terza via fra i secoli XVIII e XIX, scriveva: “Se al sistema economico fondato sulla concorrenza di mercato, al quale ben conviene la denominazione di liberale – democratico, perché imperniato sul comando del consumatore e sulla soddisfazione dei desideri effettivi non della maggioranza della collettività consumatrice ma di ognuno in particolare, contrapponiamo l’opposto sistema collettivistico, la superiorità del primo appare evidente e sorprendente, le leve di comando nell’economia collettivistica passano dal consumatore e dal mercato al dirigente ed all’ufficio”, nello stesso articolo suggeriva una chiave di lettura molto efficace degli studi de “Il Röpke, preferisce non dare un nome al suo indirizzo e perciò lo chiama semplicemente “la terza via”, la via d’uscita dal dilemma della scelta fra il capitalismo o liberalismo storico ed il “collettivismo”, ambedue a lui in sommo grado ripugnanti. 

Per tornare al nostro pragmatismo solido, cioè con riferimenti ideali storici ma attualizzati e aderenti alle nuove esigenze, vorrei ricordare il discorso di Alcide De Gasperi al IV Congresso nazionale DC, tenutosi a Roma, il 25 novembre del 1952:

“Se è vero che prima di tutto è necessario salvare il regime democratico e la libertà, allora è vero che almeno nel periodo attuale, all’epoca che attraversiamo, la linea della soluzione va cercata in una linea di mediazione fra la necessità di servire la libertà e la tendenza ad una sempre maggiore giustizia sociale”.

In questa cornice, con i quattro riferimenti citati, possiamo elaborare, insieme, nuove politiche di centro, un puzzle per il futuro, pur sapendo che la nostra mission resta nell’ambito della “domanda politica”, possiamo contribuire a rendere più efficace l’offerta.

 

Centro destra e sinistra/grillini: ora parta il confronto.

Se l’impianto maggioritario – dopo la rapida, e poi archiviata, ubriacatura proporzionale del Pd  zingarettiano – sarà la cornice entro la quale si giocherà la prossima competizione elettorale  nazionale, è indubbio che la cultura della coalizione è destinata a ritornare centrale nella politica  italiana. Cultura delle alleanze che, in soldoni, significa scegliere il campo politico. Almeno per chi  coltiva una “politica di centro” e non si riconosce in una radicalizzazione, persin violenta, dello  scontro politico come quello a cui stiamo assistendo in questi ultimi mesi. È appena sufficiente  registrare lo scontro tra il capo del Pd Letta e a quello della Lega Salvini per rendersene conto.  

Ora, però, il confronto non potrà che essere squisitamente politico e programmatico, ben  sapendo che viviamo in un contesto profondamente trasformistico ed opportunistico dove le  solenni e pubbliche promesse annunciate il mese precedente vengono sistematicamente  spazzate e rinnegate il mese successivo. È addirittura inutile soffermarsi sul tema talmente alto e  macroscopico è il tasso di inaffidablità. Quanti “mai e poi mai con quel partito” abbiamo assistito  in questi ultimi anni? E quanti “mai mi candiderò per quell’incarico” dovremmo ancora sentire?  Certo, non c’è il solo Zingaretti ad essere un protagonista indiscusso ed imbattibile in questa gara  di promesse al vento e del tutto inaffidabili. L’elenco è lunghissimo ed è ben noto ai lettori di  qualsiasi schieramento, con una netta e schiacciante prevalenza, com’è a tutti evidente, nel  campo della sinistra. 

Ma è sul profilo politico che la scelta andrà fatta. Al netto di coloro che continuano,  simpaticamente e goliardicamente, a coltivare sogni testimoniali politicamente ed elettoralmente  irrilevanti. 

Se nel campo della destra democratica la leadership politica si gioca tra la Lega di Salvini e i  Fratelli D’Italia della Meloni con una sostanziale assenza – di peso e di ruolo politico – delle forze  di centro liberali, europeiste, moderate e cattoliche, nell’area della sinistra continua a pesare in  molto determinante il condizionamento del populismo e dell’antipolitica di marca grillina. Certo,  l’alleanza “organica e strutturale” della sinistra con il populismo grillino – perchè di questo si tratta  al di là delle enunciazioni astratte e di circostanza – è destinata a pesare sul progetto politico di  fondo della sinistra italiana. Perchè un conto sono le operazioni a tavolino sulla “rifondazione”  politica del movimento 5 stelle. Altra cosa, radicalmente diversa, è la concreta percezione che gli  elettori di quel partito hanno nel territorio. E qui la cosiddetta “rifondazione” politica, almeno così  pare, è poco più di uno slogan astratto e beneaugurante anche perchè il popolo grillino continua  ad essere quello di sempre. E cioè, anti casta, antisistema, populista e profondamente  antipolitico. 

Ecco perchè il capitolo delle alleanze in un contesto – lo ripeto – profondamente e strutturalmente  trasformistico, non potrà che avvenire all’insegna della politica e dei contenuti del progetto  politico complessivo. Senza le solite e scontate pregiudiziali ideologiche che ormai vengono  rispolverate solo per motivazioni di pura convenienza e di raffinato potere. Prive di qualsiasi  valenza politica e culturale se non per imbonire fette sempre meno numerose di elettori ancora  aggrappati a veti e a preconcetti di natura ideologica o nostalgica. 

Dunque, una forza di centro, una politica di centro o una lista di centro sarà, comunque sia,  decisiva e determinante in vista della vittoria elettorale. E il tutto, questa volta, non potrà che  avvenire anteponendo la politica a qualsiasi altra valutazione. Solo così, forse, si potrà  salvaguardare la credibilità di una politica, quella di centro appunto, che non si rassegna ad  essere sacrificata sull’altare di una nociva e pericolosa radicalizzazione dello scontro politico.

Le linee pedagogiche ministeriali per il sistema integrato “zerosei”

Il Documento licenziato dalla Commissione insediata presso il Ministero dell’Istruzione – ai sensi dell’art.10 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 65 – per l’elaborazione di una bozza di indicazioni pedagogiche riguardanti il cd. “sistema integrato di istruzione zerosei “, ha radici lontane.

Occorre andare a ritroso di almeno trent’anni e più e risalire a quel gruppo di ispettori scolastici che iniziò ad occuparsene, su incarico dell’allora Capo servizio per la scuola materna del Ministero, dott.ssa Giuseppina Rubagotti, che all’epoca dirigeva anche la segreteria del Ministro Sergio Mattarella.

Un cenacolo di uomini e donne di scuola che avevano superato il vaglio di una prova concorsuale selettiva, che prevedeva il superamento di tre prove scritte e di un lungo colloquio orale con la media minima di 8/10. A differenza di quanto sarebbe accaduto anni dopo quando gli ispettori – di norma esperti di scuola militante avendo passato per gradi il ruolo di docente e di dirigente scolastico – cominciarono ad essere nominati ‘per chiamata’ dalla politica, in nome di un “merito” nuovo che non è mai stato chiarito. Non è una premessa polemica ma necessaria perchè quella generazione di ispettori, al pari di altri dirigenti della P.A., si era formata studiando e lavorando ‘in situazione’. D’altra parte siamo un Paese dove gli stessi Ministri non hanno quasi mai una competenza specifica del settore di cui si occupano: nella fattispecie della scuola abbiamo avuto chi non ha superato neanche un concorso da operatore scolastico (leggasi: bidello, senza offesa per questa categoria di lavoratori).

Per anni e anni si scrivevano articoli sulla Rivista “L’Educatore”- inserto “zerosei” , appunto, diretta dal mitico Sergio Neri, ispettore a Modena che con la sua esperienza e le sue intuizioni didattiche aveva reso le scuole dell’infanzia di quella città, per ammissione di tutti, le “migliori al mondo”, si partecipava a seminari di studio, si redigevano le circolari che lo stesso Ministero emanava. C’era un grande fervore attorno a questo Progetto che nacque allora: l’idea si perfezionava di anno in anno e prendeva corpo un vero impianto pedagogico-didattico per la scuola dell’infanzia. L’ispettore Giancarlo Cerini, di cui piangiamo la recente scomparsa, raccolse l’eredità di Neri e la portò in sede di questa Commissione ex DL 65/2017, di cui è stato fino all’ultimo Presidente, esprimendo una competenza di alto livello poiché aveva dedicato l’intera vita professionale a questo Progetto.

Per queste premesse si tratta di un testo di notevole spessore pedagogico, con una visione d’insieme che delinea un percorso scolastico dal nido fino alla scuola dell’infanzia, dai 0 ai 6 anni di età dell’utenza scolastica. La cornice entro cui si inquadra questa ipotesi di nuovo livello formativo parte dai principi espressi dalle Carte degli Organismi internazionali sui diritti dell’infanzia e attraversa gli Orientamenti educativo-didattici del 1991, raccogliendo esperienze via via maturate nel territorio: questa sinergia tra riferimenti culturali e prassi didattiche ha permesso di passare, in pochi decenni, ad un livello di riflessione e consapevolezza tale da creare un orizzonte educativo 0-6 dalle solide fondamenta e di sviluppare le premesse per la creazione di un vero sistema integrato. Questo è in sintesi il senso della Bozza licenziata dalla Commissione: raccogliere le migliori indicazioni pedagogiche e le best practices più avanzate e consolidate, nella consapevolezza che questo segmento iniziale del processo formativo è parte integrante a pieno titolo dell’intero sistema scolastico, ne è la base.

Il percorso 0/6 non è un pre-scuola poiché il curricolo successivo procede nell’ottica della continuità educativa: le mutate condizioni ed esigenze del quadro sociale, l’affinamento di una didattica mirata per i più piccoli, l’esigenza di superare la mera assistenza custodiale facendo germinare proprio nella scuola dell’infanzia i due assi che si sviluppano lungo tutto lo sviluppo verticale  – cioè la socializzazione e l’apprendimento – descrivono un luogo educativo che è già scuola, pur rispettando le condizioni oggettive dell’età dell’utenza, senza ansie anticipatorie. I servizi che accolgono i bambini sotto i tre anni sono denominati servizi educativi per l’infanzia, distinti in nido e sezioni primavera, dai 3 ai 36 mesi. I bambini tra i 3 e i 6 anni sono accolti nelle scuole dell’infanzia che propongono a partire dai tre anni un’esperienza organizzata di “vita, relazione e apprendimento” che si svolge in continuità con i servizi educativi per l’infanzia e sollecita ulteriori processi di conoscenza dei bambini e di incontro con i diversi linguaggi, proiettandosi anche verso il successivo primo ciclo di istruzione. Viene così a delinearsi un “sistema pubblico-privato accreditato e paritario”  secondo un disegno istituzionale complesso che esige coordinamento, integrazione, collaborazione tra Stato, Regioni, Enti locali, soggetti pubblici e privati per l’attuazione dei diritti e il benessere delle nuove generazioni a partire dai tre mesi di età. Interessante il passaggio in cui vengono considerate le varianti del contesto epocale, le diseguaglianze sociali, le famiglie oggi, la dimensione interculturale e multilingue, la presenza dei media e della cultura digitale, i disagi del mercato del lavoro. Questo resta sullo sfondo e non intacca l’aspetto didattico, anzi offre spunti di riflessione per puntualizzare il contesto in cui il progetto dovrebbe prendere corpo: la centralità dell’infanzia, l’alleanza con le famiglie, l’ottica dell’accoglienza e  dell’inclusione.

Oltre queste buone intenzioni che radicano in una cultura aperta e democratica, vanno rimosse e chiarite difficoltà e insidie. Quando ci sono progetti da gestire in partnership occorre accreditare precise competenze: il sistema 0/6 si qualifica come integrato ma non possiamo rinunciare ad una scuola dell’infanzia statale. Nata come legge 444/1968 con una crisi di Governo non può esserne ora decretata la fine. Buona l’idea del già descritto “sistema pubblico-privato accreditato e paritario”, con pari dignità ma le competenze dello Stato e della sua governance del sistema vanno rimarcate.

Lo stresso documento lo conferma: “Nel nuovo sistema viene ribadita la competenza sovraordinata dello Stato, che svolge funzioni di indirizzo, coordinamento e promozione del sistema integrato, approntando dispositivi specifici, quali il Piano di azione nazionale e il relativo finanziamento, il Piano nazionale di formazione continua del personale, il sistema informativo dei servizi educativi e scuole dell’infanzia, i criteri per il monitoraggio e la valutazione”. Ad una scuola dell’infanzia statale non si può rinunciare: la parte finale della bozza è confusiva e lascia spazio a discrezionalità inopportune.

Infatti il nodo da dirimere con precise attribuzioni di ruoli e funzioni è ciò che il decreto legislativo 65/2017 definisce “modello di governance multilivello” prevedendo che il sistema integrato sia programmato, realizzato e qualificato con il concorso dei diversi livelli di governo, dallo Stato alla Regione all’Ente locale, ciascuno dei quali si vede affidate competenze specifiche, ma da svolgersi in sinergia e con spirito di collaborazione20. “A tal fine, la Conferenza Stato-Regioni-Autonomie locali rappresenta la sede appropriata per comporre le diverse istanze partecipative e decisionali”.

L’esperienza di gestione sanitaria della crisi pandemica ha evidenziato in questo ambito di confronto, collaborazione, competenze e intese più distonie che sintonie. Esiste un gap funzionale tra Stato e Regioni che va chiarito in via generale prima che esso venga declinato sul sistema integrato 0/6.

Forse meno parole enfatiche e indicazioni più precise gioverebbe ad evitar contese.

Sarebbe un guaio se oltre la sanità anche la scuola avesse troppi pretendenti al trono o più sommessamente alla cabina di regia. Preoccupa soprattutto il tema della formazione: in ambito istituzionale ogni Regione o ente Locale può promuovere iniziative al riguardo, ma va tutelata la titolarità dello Stato secondo il Piano di Governo che la Bozza prevede. Idem per la gestione del personale statale e del suo stato giuridico, assoggettato alle supervisioni regionali e insidiato dalle avances degli Enti Locali. Le scuole statali finiranno per essere gestite da un assessore regionale? 

Le scuole polo territoriali e la figura del ‘coordinatore pedagogico’ introducono novità non definite istituzionalmente, veri e propri ibridi confusivi che si sovrappongono ad un esistente funzionante e consolidato. Da qui partono alcune contraddizioni suscettibili di conflitti di attribuzioni: poiché come è d’uso in Italia prima si ripartiscono i poteri e poi subentra il modello Hegel “della notte in cui tutte le vacche sono nere”. Responsabilità precise richiedono competenze precise e viceversa.

Vengono i brividi quando si comincia a parlare di sinergie, tavoli di concertazione, piani locali, intersezioni e variazioni funzionali, circolarità (di cosa?) , interventi compensativi o surrettizi.

Ecco: su questi aspetti che riguardano il funzionamento del sistema integrato ma anche i contratti di lavoro del personale, le gerarchie , le interferenze, i “concorsi convergenti” bisogna dire e scrivere parole chiare. Tirare quattro paghe per il lesso come scrisse Carducci e gli insegnanti-Arlecchini servi di due padroni non vanno proprio bene.

Commercio al dettaglio: Istat, “a marzo 2021 si registra una sostanziale stazionarietà congiunturale, ma un fortissimo incremento tendenziale”

A marzo 2021 si stima una variazione congiunturale pressoché nulla per le vendite al dettaglio (-0,1% in valore e +0,1% in volume), che sintetizza una crescita per i beni alimentari (+1,9% in valore e +1,7% in volume) e un calo per i non alimentari (-1,6% in valore e -1,1% in volume).

Nel primo trimestre del 2021, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio aumentano dello 0,2% in valore e diminuiscono dello 0,3% in volume. Quelle di beni alimentari calano dello 0,6% in valore e dello 0,4% in volume, mentre le vendite dei beni non alimentari crescono in valore (+0,9%) ma segnano una lieve flessione in volume (-0,2%).

Su base tendenziale, a marzo 2021, le vendite al dettaglio aumentano del 22,9% in valore e del 23,5% in volume. Tale risultato è dovuto in particolar modo alle vendite dei beni non alimentari che registrano un fortissimo aumento sia in valore sia in volume (rispettivamente +49,7% e +50,3%); in crescita, seppur in modo più contenuto, anche le vendite dei beni alimentari (+3,7% in valore e in volume).

Tra i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali positive per tutti i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano Giochi, giocattoli, sport e campeggio (+110,7%) e Foto-ottica e pellicole, supporti magnetici, strumenti musicali (109,2%), mentre per i Prodotti farmaceutici si evidenzia la crescita di minore entità (+0,7%).

Rispetto a marzo 2020, il valore delle vendite al dettaglio aumenta in tutti i canali distributivi: la grande distribuzione (+17,0%), le imprese operanti su piccole superfici (+27,8%), le vendite al di fuori dei negozi (+43,8%) e il commercio elettronico (+39,9%).

Vibo Valentia è la “Capitale italiana del Libro” 2021

È Vibo Valentia la “Capitale italiana del Libro” 2021. L’annuncio è arrivato dal ministro della Cultura Dario Franceschini, dopo aver ricevuto la designazione dalla giuria presieduta da Romano Montroni. Erano sei le città finaliste che si contendevano il titolo: oltre a Vibo Valentia, erano in lizza Ariano Irpino, Caltanissetta, Campobasso, Cesena e Pontremoli.

La città vincitrice riceverà dal Ministero della cultura, tramite il Centro per il Libro e la Lettura, un contributo pari 500 mila euro per la realizzazione del progetto. La Capitale italiana del libro è stata istituita da Franceschini nel 2020, ai sensi della legge 13 febbraio 2020, n. 15 per la promozione e il sostegno della lettura.

Il titolo della prima edizione è stato conferito dal Cdm, su proposta del Ministro della cultura, al comune di Chiari, in provincia di Brescia, uno dei paesi più colpiti dalla epidemia da Covid-19 che nei mesi più duri del lockdown ha trovato proprio nella lettura, compiuta attraverso i canali social dell’amministrazione, uno degli strumenti per sostenere la comunità. “Abbiamo deciso all’unanimità”, ha spiegato Montroni: “I progetti che abbiamo visto erano fantastici: le capitali del libro servono a difendere lo spazio dei libri e delle letture. Senza libri e quindi senza cultura non può esserci rinascita culturale ed economica”.

AstraZeneca: “Nessuna controindicazione per under 60”

Il vaccino contro il Coronavirus di AstraZeneca “è consigliato sopra i 60 anni, ma è verosimile che venga utilizzato anche sotto i 60. Chi ha fatto la prima dose può fare tranquillamente la seconda, anche se è under 60” ha detto il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri ai microfoni della trasmissione ‘L’Italia s’è desta’, su Radio Cusano Campus.

Parlando poi della sospensione dei brevetti, ha aggiunto: “Non è una proposta lontana da ciò che abbiamo detto noi mesi fa, la sospensione dei brevetti è una delle strade da percorrere per avere maggiore disponibilità di vaccini”. Secondo Sileri “le strade sono tre: sospensione dei brevetti, non eliminazione”, ma “bisogna vedere se la sospensione può effettivamente portare ad una produzione maggiore, non credo che possa essere così per tutti gli Stati”.

BREVETTI – La seconda strada “è la produzione dei brevetti in conto terzi, come ha fatto Sanofi che ha iniziato a produrre il vaccino Pfizer. La terza è dialogare in maniera forte, facendo sentire la pressione degli Stati, verso un vaccino no-profit, quindi far produrre un vaccino con l’aiuto degli Stati ma che sia no-profit”.

VACCINAZIONI – Intanto, sul fronte delle vaccinazioni, “quello che sta facendo Figliuolo è impeccabile, un lavoro eccezionale. Speriamo che continui così. E’ innegabile che c’è stato un cambio di passo, critiche sull’andamento della campagna vaccinale oggi non hanno senso di esistere, sono pretestuose”.

RIAPERTURE – “Dobbiamo andare per gradi, facendo solo ed esclusivamente passi in avanti e non indietro. Credo che osserveremo un aumento di contagi nella popolazione più giovane. Ma questo non dovrebbe comportare un aumento rilevante del numero delle ospedalizzazioni. Per questo penso che da metà maggio potremo procedere con ulteriori riaperture. Penso, ad esempio, a coloro che organizzano matrimoni, che al momento sono quelli più indietro rispetto alle riaperture”.

“La cosa importante – ha sottolineato Sileri – è avere una tabella di marcia, non si può dare una data, però si può dire che le vaccinazioni stanno andando molto bene e arrivati a un certo target riusciremo a fare le cose. E’ importante dare una scaletta di riaperture come abbiamo fatto nell’ultimo decreto, che penso riusciremo ad anticipare ulteriormente grazie all’andamento delle vaccinazioni e dei dati che stanno andando meglio anche se non in maniera eccezionale per quanto riguarda il numero dei contagi. Oggi è molto più probabile che si contagi un giovane perché non ha fatto il vaccino, ma è molto meno probabile che questo finisca in ospedale rispetto ad un over 60”.

Pnrr. Zamagni: “Necessario un patto tra gentiluomini”

Articolo pubblicato sulle pagine di Agensir a firma di Andrea Regimenti

È in discussione in questi giorni il testo definitivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), comunemente conosciuto come Recovery Plan. Il Piano si inserisce all’interno del programma Next Generation Eu, che prevede investimenti per 750 miliardi di euro concordati dall’Unione europea in risposta alla crisi economica e sociale causata dal Covid-19. Nello specifico il Pnrr prevede investimenti per 222,1 miliardi di euro, declinati in diversi ambiti economici e diverse missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e sociale; salute. Parla l’economista Stefano Zamagni.

Professore, cosa pensa del Piano nazionale di ripresa e resilienza?
La versione definitiva del Piano va bene. Sono stati smussati non pochi angoli e sono state inserite numerose indicazioni provenienti dalla società civile. Però, naturalmente, ora sopraggiungono i problemi.

In che senso?
Il problema maggiore è l’esecutorietà del Piano. Per ciascun progetto in cantiere sono stati stimati i costi e le date di impegno dei fondi corrispondenti parimenti alla data di attuazione definitiva degli stessi. Allo stesso tempo, dovranno essere annunciati i tempi di raggiungimento dei risultati intermedi, perché come sappiamo questi soldi ci verranno dati a scaglioni dalla Commissione europea e in base ai risultati già ottenuti. Quindi ogni semestre dovremo consegnare lo stato di avanzamento dei lavori. Se quest’ultimo si distanzierà dal Piano presentato non avremo la restante parte dei fondi. È questo quindi il vero problema.

Una sorta di spada di Damocle…
Esattamente. Le criticità sono date dal fatto che per dare esecutorietà ai progetti abbiamo bisogno di una cabina di regia, che abbiamo, ma anche e soprattutto che non ci sia il boicottaggio implicito da parte dei diversi soggetti della pubblica amministrazione che sono chiamati a realizzare i progetti. Nessuno degli interventi previsti dal Piano, infatti, chiama in causa una sola amministrazione di un determinato Ministero, ma tutti ne coinvolgono più di uno contemporaneamente. Se non si crea, quindi, una sorta di ‘patto tra gentiluomini’ per non boicottare vien da sé che sarà molto difficile attuare tutto. C’è poi anche un’altra circostanza che aggrava le cose.

Qui l’articolo completo 

 

Quello che non sappiamo sul coronavirus secondo Anthony Fauci

Articolo pubblicato sulle pagine di Askanews

C’è ancora una “sostanziosa quantita di cose che non sappiamo” sul coronavirus: lo ha detto Anthony Fauci, consulente del presidente Joe Biden, in video-collegamento con un convegno organizzato dal pontifico consiglio per la Cultura.

Se io potessi rallentare l’attività vorrei capire come è possibile che lo stesso virus che ha ucciso così tante persone è un virus per il quale più della metà delle persone non ha sintomi. C’è qualcosa che non sappiamo sulla patogenesi del virus, e inoltre non sappiamo quanto è estesa l’abilità di questo virus di sviluppare nuove varianti se non lo sopprimiamo del tutto: abbiamo visto di settimana in settimana nuove varianti emergere, sudafricana, inglese, ora indiana”.

In merito alla situazione in India, Fauci ha raccontato che quando ha visto in televisione una folla partecipare ad una cerimonia religiosa nel fiume Gange si è detto: “Questa cosa non finirà bene, e infatti non è finita bene”.

Anthony Fauci ha anche sottolineato che il modo migliore per superare coloro che sono esitanti a ricorrere al vaccino è “la corrispondenza tra il messaggero e la audience: dipende da quale è l’audience e da chi invia il messaggio sulla vaccinazione. Se audience e messaggero si corrispondono, si può superare molta dell’esitazione”.

La disoccupazione in Italia

La disoccupazione in Italia è ancora oltre il 10% e la più preoccupante è quella giovanile e femminile. Bisogna affrontare la disoccupazione con una prospettiva differente, collegandola alla evoluzione del lavoro e alla preparazione con una formazione scolastica e permanente che vadano oltre i modelli fin qui consolidati.

Tra le lezioni apprese risalta la differenza fra il lavoro protetto (dipendenti pubblici, dipendenti stabili, professioni socialmente indispensabili) e il lavoro precario, in nero, a tempo parziale, con funzioni nuove ma ancora non normate, ecc.) Al netto dei Need (che comunque si dovrebbero liberare dalla loro condizione che li espone ancora più ai margini) l’ uscita dalla pandemia e il patto next generation eu. devono vedere la politica e
i legislatori impegnati, senza avere tregua, sulle soluzioni possibili e poi percorrerle senza indugio fino al completamento delle riforme necessarie. Devono sentirsi impegnati insieme a tutte le parte sociali e ‘non riuscire a dormire’ se non si sono offerte occasioni di lavoro perché nessuna famiglia soffra la fame.

Abbiamo negli occhi le file di persone umiliate, davanti ai centri caritatevoli, per accedere a un pasto o a un cesto di alimenti? Mi capita spesso, proprio in questo tempo e a causa del dramma di moltissime famiglie, di pensare a quanto poco strategiche siano state le scelte dei decenni precedenti (anch’io allora parte della classe dirigente del Paese) volte a modernizzare (?) e a risparmiare, senza comunque contenere il debito che si espandeva in modo eccessivo, con la soppressione delle festività, con l’abolizione del servizio militare obbligatorio, la eliminazione della medicina scolastica, con la rimozione dei bigliettai sui mezzi pubblici, ecc. Il risultato: diminuite le possibilità di screening generalizzate per fasce giovanili con l’integrazione culturale fra i giovani di tutte le Regioni e di imparare un mestiere (si sarebbe potuto semplicemente ridurre a pochi mesi la ferma), lasciando andare in rovina un grande patrimonio edilizio e ridotto il reddito di molte località dove erano site le caserme; eliminata una preziosa occasione di prevenzione generalizzata nelle fasce scolastiche; venuta meno la sicurezza sui mezzi pubblici e il controllo dei biglietti; non abbiamo più visto i vigili di quartiere, ecc.

Quante occasioni di lavoro. Forse, avessimo potuto contare su qualche algoritmo, sarebbe risultato che era più conveniente mantenere quelle attività piuttosto che sopprimerle. Anche prima della pandemia, il Paese appariva diviso in tre grandi categorie di lavoratori. Una composta da lavoratori di alta qualifica o comunque tutelati e privilegiati che non hanno visto la loro posizione a rischio. Una seconda categoria di lavoratori in settori o attività a forte rischio o comunque con possibilità di azione ridotta è entrata in crisi: commercio, spettacoli, ristorazione, artigiani, servizi. Un terzo gruppo è rappresentato dai disoccupati, dagli inattivi o dai lavoratori irregolari e coinvolti nel lavoro nero che accentua una condizione disumana di sfruttamento. Sono gli ultimi, in particolare, ad aver vissuto la situazione più difficile perché fuori dalle reti di protezione ufficiali del welfare. Va anche considerato il fatto che il Governo ha bloccato i licenziamenti, ma quando il blocco verrà tolto la situazione diventerà realmente drammatica.

Perciò ora la situazione va letta con lo sguardo lungo e alto, per recuperare tutte le energie e le risorse utili alla ricostruzione ‘postbellica’, che la pandemia ha bloccato e depresso. Inserire nella produzione di beni e servizi le categorie ancora escluse comporta una diversa
organizzazione sociale, a partire dalla centralità da attribuire alla famiglia. La normativa vigente è ricca di tutele diversificate per categorie ma non armonizzate ed anzi spesso conflittuali, causando anche ulteriori diseguaglianze. La prima fra tutte la sperequazione stipendiale fra uomini e donne e le difficoltà di carriera di queste per il carico dei tempi di vita e di lavoro. Lo smart working è sembrato l’uovo di Colombo per superare tali difficoltà. Invece ha reso il lavoro continuativo – h24! – con i risparmi solo di altri.

Il part-time, i congedi familiari, il lavoro da casa, i lavori stagionali, i ‘nuovi‘ lavori non catalogabili necessitano una grande innovativa concertazione con le parti sociali perché serve un ‘reset’ della cultura lavoristica. Oggi ci sono fasce sia pure tutelate sindacalmente inferiori per numero ai pensionati rappresentati. Quante riforme delle pensioni abbiamo subito! È tempo che si ponga mente alla parte della vita di coloro che lasciano il lavoro. Può essere che valga per tutti lo stesso limite di età? Non potrebbe essere utile che sia volontaria l’uscita dal lavoro? Sarebbe utile ascoltare gli psicogeriatri che raccontano cosa significa, in termini di salute, l’abbandono delle attività per certe categorie di cittadini. L’intelligenza artificiale aiuta l’analisi delle situazioni, i pro e i contro, poi tocca alla politica e ai sindacati assumersi la responsabilità delle scelte. Gli artigiani lamentano l’assenza di lavoratori in determinati settori (mancano circa 150.000 panettieri); gli imprenditori segnalano una pericolosa mancanza di addetti informatici, eppure sembra che i giovani si dedicano principalmente ad attività del settore informatico, ecc. Non si potrà concertare il futuro del lavoro senza la collaterale riforma della scuola e dell’Università perché i percorsi formativi dovranno rispondere alla visione di Paese. Ricordiamo per esempio che in 5 anni andranno in pensione 45.000 medici ed è cronica la mancanza di infermieri.

Si tratta di individuare priorità rigorose che consentano di raggiungere la piena occupazione. E questa deve essere libera dalle inacccettabili morti bianche e da alcune modalità di moderno schiavismo, come il caporalato. Gli asili nido e le scuole materne gratuite sono servizi essenziali e indispensabili per recuperare la occupazione femminile. Le priorità costringono a pianificare gli investimenti nazionali e a non ripetere scelte improvvide e sconclusionate, che hanno bruciato le risorse degli Italiani: dobbiamo dimenticare i miliardi finiti nel buco nero Alitalia? E per l’ILVA, perché non si dato corso alla soluzione programmata dai precedenti governi?
Col Recovery fund, sappiamo che saranno messe in campo molte risorse per completare o attivare nuove infrastrutture compresa finalmente la digitalizzazione. Ci vergognano un po’ di come sono state affrontate in passato questi ambiti indispensabili per il futuro del Paese?

Decine di anni per costruire ospedali che la pandemia ha svelato essere ancora solo scheletri; decenni per concludere il Mose, ma sembra abbia già bisogno di manutenzione. È ovvio, se fra progettazione e fine lavori trascorrono decenni! Vediamo molti cantieri sparsi per il bel Paese, fermi la notte e durante le feste: perché? Ormai non godiamo più del ‘settimo’ giorno di riposo e perfino i centri commerciali sono aperti h24. Recuperare tempo serve anche a risparmiare risorse perché non lievitano i costi.

Secondo l’associazione dei costruttori edili sono ben 739 le opere bloccate per un valore che si aggira intorno ai 72 miliardi. Ma non solo. A queste cifre si aggiungono quelle relative ai tempi di realizzazione. ”In genere per realizzare una grande opera da noi ci vogliono in media 15- 16 anni. L’Europa ci chiede di farlo in 5 anni. Dobbiamo dare operatività e regole che riducano gli iter burocratici concentrati sulla fase di gara e sull’individuazione di opere da commissariare ma non sulle procedure a monte della gara nelle quali si annida il 70% dei ritardi”. È più importante dare lavoro agli Italiani che sostenere una italianità che non ha senso nella globalizzazione e con la appartenenza alla casa comune europea.
“Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi” ci ha avvertiti Papa Francesco.

La Merkel contraria alla proposta Biden sui vaccini

La cancelliera tedesca Angela Merkel si è opposta alla proposta degli Stati Uniti di rinunciare alla protezione dei brevetti per i vaccini Covid-19, mettendone in dubbio la realizzabilità.

“La protezione della proprietà intellettuale è una fonte di innovazione e deve rimanere tale in futuro”.

Se si seguisse il volere di Biden, questo avrebbe «implicazioni significative per la produzione nel suo complesso», dice Merkel. Perciò, aprire il know how avrebbe ricadute più negative che positive. Il piano degli Stati Uniti creerebbe “gravi complicazioni” per la produzione di vaccini.

Senza l’incentivo dei profitti dalla spesa per ricerca e sviluppo, i produttori di farmaci potrebbero non muoversi in modo così aggressivo per produrre vaccini in futuro, secondo le autorità di Berlino.

Secca è stata anche la reazione dell’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Il ceo ha spiegato di non essere «per nulla» a favore.

Per Ursula von der Leyen ci vuole una alleanza transatlantica per il clima

Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea invita gli Stati Uniti a unirsi all’Unione europea verso un futuro a emissioni nette zero, così da creare una alleanza transatlantica per la neutralità climatica al 2050.

Secondo il presidente incaricato l’Europa è davanti a una scelta: “O paghiamo i costi dell’inazione o agiamo”. “Preferisco quest’ultima. Non sarà facile. Ci vorrà tutto il nostro ingegno, resistenza, investimento e coraggio. Ma abbiamo il mandato e la responsabilità di riuscire, insieme. Sono convinta che possiamo farcela”. “Ed è particolarmente incoraggiante avere di nuovo gli Stati Uniti con il presidente (Joe) Biden nell’accordo di Parigi”.

L’Europa -chiarisce Ursula von der Leyen- punta a diventare “il primo continente climaticamente neutro nel 2050”. E sottolinea che anche “altri stati stanno recuperando terreno” verso “l’ambizione europea” perché “Sud Africa, Corea del Sud, Giappone e Cina, per citare solo alcune delle principali economie” stanno prendendo “la strada verso un futuro” a zero emissioni.

Entrate tributarie: nel primo trimestre dell’anno gettito pari 99,6 miliardi

Nel periodo gennaio-marzo 2021, le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 99.683 milioni di euro, segnando un incremento di 803 milioni di euro rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (+ 0,8%). Il confronto tra il primo trimestre del 2021 e quello del corrispondente periodo dell’anno precedente presenta un evidente carattere di disomogeneità dovuto al fatto che il lockdown, con le conseguenti misure economiche dirette ad affrontare l’emergenza sanitaria, è stato adottato a partire dall’11 marzo 2020. Inoltre, i provvedimenti di sospensione e proroga dei versamenti di tributi erariali, emanati nel corso dell’ultimo trimestre del 2020, hanno influenzato anche il gettito relativo ai primi tre mesi del 2021 modificando il consueto profilo temporale dei versamenti delle imposte.

Il mese di marzo, segnando la fine della sospensione dei versamenti in scadenza nell’ultimo trimestre del 2020, ha evidenziato una variazione positiva delle entrate tributarie pari a 3.723 milioni di euro (+13,2%).

Le imposte dirette hanno registrato un incremento del gettito pari a 1.109 milioni di euro (+7,9%) mentre le imposte indirette hanno segnato un rilevante incremento pari a 2.614 milioni di euro (+18,4%).

IMPOSTE DIRETTE
Nel primo trimestre 2021 le imposte dirette ammontano a 58.086 milioni di euro, con un incremento di 602 milioni di euro (+1,0%).
Il gettito dell’IRPEF si è attestato a 51.495 milioni di euro con una crescita di 495 milioni di euro (+1,0%), riconducibile principalmente all’andamento delle ritenute effettuate sui redditi dei dipendenti del settore pubblico (+507 milioni di euro, +2,2%) e delle ritenute lavoratori autonomi (+117 milioni di euro, +4,0%). Hanno registrato una lieve diminuzione le ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (-161 milioni di euro, -0,7%).
Tra le altre imposte dirette si segnala l’incremento dell’imposta sostitutiva sui redditi nonché delle ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale (+69 milioni di euro, +3,5%) e delle ritenute sugli utili distribuiti dalle persone giuridiche (+121 milioni di euro, +32,5%).
L’IRES ha evidenziato un gettito pari a 1.010 milioni di euro (-47 milioni di euro, -4,4%).

IMPOSTE INDIRETTE
Le imposte indirette ammontano a 41.597 milioni di euro, con un incremento di 201 milioni di euro pari allo 0,5%. All’andamento positivo ha contribuito l’IVA (+1.965 milioni di euro, +8,0%) e in particolare l’IVA sugli scambi interni (+2.217 milioni di euro, +10,5%). La componente relativa alle importazioni ha invece evidenziato una diminuzione del gettito (-252 milioni di euro, -7,5%), determinata in particolare dall’IVA riscossa a fronte dell’import di oli minerali (-16,1%).
Tra le altre imposte indirette, hanno registrato un andamento negativo l’imposta sulle assicurazioni (-62 milioni di euro, -15,3%) e l’imposta di bollo (-20 milioni di euro, -1,9%), mentre, l’imposta di registro ha evidenziato una crescita di gettito (+ 96 milioni di euro, +8,8%).

ENTRATE DA GIOCHI
Le entrate relative ai “giochi” ammontano a 2.637 milioni di euro (-631 milioni di euro, -19,3%).

ENTRATE DA ACCERTAMENTO E CONTROLLO
Le entrate tributarie erariali derivanti da attività di accertamento e controllo si attestano a 1.783 milioni di euro (-823 milioni di euro, -31,6%) di cui: 830 milioni di euro (-392 milioni di euro, -32,1%) sono affluiti dalle imposte dirette e 953 milioni di euro (-431 milioni di euro, -31,1%) dalle imposte indirette

Cisl Medici Lazio: Covid -19 e personale in pensione

“La Cisl Medici Lazio comunica che l’Inps, con la circolare n. 70 del 26/04/2021, ha fornito indicazioni in merito agli effetti pensionistici derivanti dagli incarichi conferiti ai pensionati per fare fronte all’emergenza sanitaria da COVID-19”.

La circolare in sintesi differenzia i sanitari tra coloro per i quali è prevista la sospensione del trattamento durante il periodo dell’incarico e coloro che possono mantenere l’assegno pensionistico cumulandolo con la retribuzione.

Alla prima categoria appartengono gli operatori sanitari collocati in pensione cosiddetta di vecchiaia ai quali si applica la sospensione.
Nella seconda categoria ci sono invece gli operatori sanitari che rientrano nella  cosiddetta quota 100  per i quali i redditi da lavoro autonomo sono cumulabili con la pensione.

“La Cisl Medici ricorda che questo argomento aveva suscitato nelle scorse settimane grandi polemiche a fronte della carenza di personale dedicato e del ricorso a forme di contratto di lavoro in somministrazione per il tramite di agenzie private. Una soluzione questa ultima assolutamente non in linea con l’idea di un rafforzamento concreto del servizio sanitario pubblico anche a fronte della recentissima intesa firmata con la Regione Lazio firmata il 30 aprile che prevede un concreto potenziamento del capitale umano.

La Cisl Medici – si legge nel comunicato a firma del segretario regionale Luciano Cifaldi e del segretario di Roma Capitale Benedetto Magliozzi – continua a ritenere non rinviabile il rafforzamento del servizio sanitario regionale attraverso le procedure che possano portare in piena trasparenza alle necessarie e non più rinviabili assunzioni a tempo indeterminato ed alla stabilizzazione del personale precario. Non è più accettabile che il servizio sanitario debba trovarsi in carenza di personale ad affrontare emergenze di tipo pandemico nonché altre situazioni di grave disagio per i cittadini quali il dilatarsi delle liste di attesa”.

Latina: la mostra open air per raccontare il lockdown nel mondo

L’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Latina continua la serie di mostre open air con i due progetti Smile at Home e This is Us, appartenenti sempre alla call Life in the Time of Coronavirus promossa da Roma Fotografia per raccontare l’emergenza sanitaria da Covid 19 nel mondo. Le mostre, fruibili attraverso la modalità delle affissioni pubbliche e sviluppate in 10 maxi poster 6×3 m, 40 manifesti 140×200 cm e 100 manifesti 100×140 cm, sono realizzate su iniziativa di Fabio D’Achille, delegato alla Promozione dell’Arte Contemporanea, e dell’Assessore del Comune di Latina Silvio Di Francia.

 

Smile at Home, curata da Maria Cristina Valeri, Alex Mezzenga e Gilberto Maltinti, è la seconda selezione delle fotografie della call Life in the time of coronavirus promossa da Roma Fotografia in collaborazione con la rivista Il Fotografo, il Festival della Fotografia Etica di Lodi, TWM Factory e The Walkman Magazine. #smileathome nasce dalla fantasia, ironia a e creatività con la quale fotografi, fotoamatori e cittadini hanno voluto interpretare, attraverso i loro scatti, il desiderio di una lettura diversa, cinematografica, a volte surreale di questo evento storico: uno sguardo oltre, capace di proiettarsi già in un futuro di elaborazione, rinascita e ripartenza per tutti noi. La mostra, nel suo viaggio itinerante, vuole quindi donare un sorriso che illumini ogni volto anche se solo per pochi attimi.

This is Us, curata da Alex Mezzenga, è la terza selezione delle fotografie arrivate alla call: ciascuno di noi si è fermato e ha vissuto come in un tempo sospeso; chi non lo aveva mai fatto prima è stato costretto a guardarsi allo specchio, a fare i conti con la propria esistenza e ridisegnare spazi e abitudini, con la certezza e il conforto che da ogni parte del mondo si stessero affrontando le stesse difficoltà e si coltivassero gli stessi sogni. #thisisus è una selezione di immagini che immortala istanti, azioni, situazioni che sembra parlare a nome di tutti e così raccontare ciò che ognuno di noi ha fatto o ha pensato almeno una volta durante i primi drammatici mesi della pandemia, senza retorica o compassione ma con l’unico intento di suscitare negli occhi di chi guarda l’emozione di ritrovarsi in tanti piccoli gesti che si sono ripetuti giorno dopo giorno in ogni angolo del mondo.

L’Unione Europea dopo la pandemia

Pubblichiamo per gentile concessione l’intervento del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che appare sul numero 21 del Working Paper della Fondazione Ezio Tarantelli -Centro Studi Ricerca e Formazione» (Cisl).

Per l’Unione europea e per il mondo, la drammatica crisi provocata dalla pandemia è stata un vero e proprio spartiacque, un evento devastante quanto inatteso.

Tutto ciò ha determinato forti cambiamenti, non solo sul piano personale e collettivo ma, in generale, anche sulle dinamiche sociali, sui diversi modelli di produzione, sulle regole istituzionali, sulle funzioni politiche.

Sarà molto difficile, quindi, archiviare o semplicemente dimenticare questa esperienza perché questo virus è riuscito a mettere in evidenza le contraddizioni di un mondo globale senza regole che, specialmente negli ultimi vent’anni, non ha fatto altro che produrre vere e proprie fratture nel corpo sociale.

Interi settori delle nostre economie hanno dovuto chiudere o sono falliti; la pandemia ha colpito la parte più vulnerabile della società: gli anziani, le persone isolate, le donne, i giovani e i disabili. Ma soprattutto questa stagione ha messo a nudo le debolezze di una visione economica imperniata sul neoliberismo che ha determinato nuove disuguaglianze.

Di fronte a questa emergenza, l’Europa ha reagito con determinazione e fermezza. Le risorse messe in campo dalle istituzioni europee hanno rappresentato, infatti, una svolta senza precedenti. Oltre ad aver stanziato massicci trasferimenti di bilancio a favore degli Stati membri (finanziati da un prestito comune contratto dalla Commissione europea a nome dell’UE), l’Europa ha varato un piano di ripresa lungimirante, sostenibile dal punto di vista economico e sociale e soprattutto con uno sguardo rivolto alle prossime generazioni.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che fissa traguardi ulteriori dopo gli Obiettivi del Millennio, ci ricorda che lo sviluppo sostenibile è oggi non solo condizione essenziale per il pianeta e l’umanità ma anche un dovere verso le generazioni future.

La sostenibilità rappresenta quindi la sintesi, l’orizzonte ma, al tempo stesso, anche il paradigma con cui dobbiamo declinare i temi dello sviluppo economico.

In questo senso tutti gli Stati membri hanno il dovere di svolgere un lavoro attento sulla programmazione e sulla pianificazione degli interventi previsti nei Piani Nazionali di Ripresa e di Resilienza, poiché siamo davanti ad una trasformazione ecologica e digitale che implicherà un cambiamento profondo degli stili di vita, dei consumi, della produzione, del mondo del lavoro e della vita quotidiana delle persone.

La pandemia, insomma, non è una parentesi, ma un forte invito a proiettarci nel futuro, a progettare insieme un’Europa più giusta che possa restituire centralità alla persona umana, investire sul valore della comunità e perseguire uno sviluppo integrale orientato al bene comune.

L’Europa può svolgere un ruolo da protagonista e indicare nuovi modelli che possano conciliare crescita economica e sostenibilità, perché le regole del mercato senza la difesa dei diritti umani, il senso della libertà e della democrazia, sarebbero soltanto delle leggi economiche che fanno prevalere il più forte e questo non possiamo accettarlo.

Non si tratta di recuperare ricette del passato, ma di affermare una funzione in difesa dei più deboli e di stabilire nuove alleanze con il mondo del lavoro e le imprese. Nessuno deve rimanere indietro: dobbiamo garantire la creazione di nuovi posti di lavoro e di nuove opportunità per tutti.

Per questo dobbiamo valorizzare ancora di più quell’idea di cittadinanza globale e di cittadinanza solidale che sta alla base di una società aperta ed inclusiva. Non è accettabile un’economia senza morale, uno sviluppo senza giustizia, una crescita a scapito delle generazioni future.

Si, perché il mondo prima della pandemia aveva scavato solchi profondi nel corpo sociale e prodotto notevoli diseguaglianze. Negli ultimi anni, la crescita non è stata per tutti. Ed è proprio il concetto di crescita che dobbiamo rivedere per parlare di sviluppo e lavoro.

I dati dell’Istat sulla povertà in Italia valgono per tutti i paesi dell’Unione. Decine di milioni di europei che erano sulla soglia della fascia di povertà sono al di sotto, e decine di milioni de europei che erano ceto medio basso sono adesso sulla soglia della fascia di povertà.

Abbiamo qualcosa da dire? Pensiamo che sia sufficiente dire loro che quando arriverà la crescita riprenderanno a vivere? Pensiamo che sia un problema delle associazioni di assistenza? I poveri non possono aspettare. E questi cittadini reclamano dignità. È un terreno molto insidioso per le forze politiche democratiche, perché se si girano dall’altra parte possono venire travolte, se non dalla rabbia di certo dall’indifferenza.

Se chiediamo a una persona in difficoltà di resistere due mesi con qualche sostegno, anche piccolo, probabilmente può farcela. Ma certamente non può essere quella la condizione per affrontare nel lungo periodo una battaglia per la sopravvivenza. Il richiamo del Parlamento europeo con la proposta di salario minimo è stato raccolto dalla Commissione europea.

Noi progressisti ci abbiamo fatto la campagna elettorale. E oggi quello è uno strumento ottenuto ed è sul tavolo. Spero che tutti i governi si accorgano della necessità di avere questo strumento per accompagnare il sostegno alle povertà con l’esigenza di uguaglianza.

In questo momento, poi, tutti i paesi europei stanno producendo altro debito. Lo lasceremo alle prossime generazioni?

Penso che, tenendo conto delle necessarie compatibilità da conciliare con il principio cardine della sostenibilità del debito, sia necessaria una riflessione senza pregiudizi per mitigare gli effetti di un indebitamento che rischia di compromettere il futuro.

Il debito contratto dai vari Paesi in questo periodo di crisi deve essere considerato, infatti, come l’unica scelta possibile per salvaguardare i livelli occupazionali, la continuità delle nostre imprese e, non ultima, anche la pace sociale. Da qui nasce la mia proposta di valutare la sterilizzazione dei debiti contratti dai governi in tempo di Covid.

Si è finalmente acceso un dibattito, sostenuto dalla politica ma anche da molti economisti. Credo che questo sarà un tema centrale del prossimo futuro e che dovrà’ trovare presto una risposta.

La politica dell’austerità in Europa ha fallito. Adesso dobbiamo rilanciare con forza le economie senza temere di rimanere strozzati da questo debito, che rischia di essere un fardello troppo pesante per molti paesi europei, mettendo in grave pericolo la ripresa.

Abbiamo certamente bisogno di visione a medio e lungo termine, ma dobbiamo anche calarci nel concreto delle difficoltà materiali delle persone perché vi è la necessità di provvedere da subito al sostentamento di milioni di europei. Lo sforzo è inedito e molto impegnativo. Richiede responsabilità e invenzioni, come quelle messe a disposizione dall’Unione in questo primo anno di pandemia.

È nell’interesse dei nostri cittadini rafforzarci insieme. Abbiamo davanti a noi un esercito di precari e questa situazione già fragile, si è aggravata ancora di più con l’arrivo del virus. Abbiamo una forza lavoro composta da persone con contratti a breve termine.  Dobbiamo dare loro un lavoro sicuro. È chiaro che gli anelli deboli delle nostre catene sociali fanno fatica a sostenere il peso della crisi.

Le donne ed i giovani, in particolare, sono vittime delle forti diseguaglianze prodotte nel decennio precedente. Se continuassero a rimanere esclusi, emarginati o sottopagati, la loro precarietà – oltre ad essere il segno di una profonda ingiustizia – potrebbe trasformarsi di una potente bomba sociale.

Adesso dobbiamo impegnarci tutti a dare basi solide al nuovo corso e, in questo senso, penso che sia necessario ripensare gli strumenti della governance economica europea.

Nonostante la Commissione europea abbia annunciato di voler estendere anche al 2022 la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, penso che sia necessario rivedere e riformare alcuni aspetti di questo accordo, alla luce dell’attuale contesto sociale ed economico che stiamo vivendo.

In altre parole, se in futuro questo strumento venisse reintrodotto così come lo conosciamo, potrebbe mettere in seria discussione la ripresa dei nostri Paesi e la capacità del Recovery Fund di avere gli effetti che tutti si augurano.

Nei prossimi mesi quindi dovremmo assumere decisioni di grandi rilievo perché, vista l’attuale situazione economica, ben 25 paesi membri rischiano di vedersi aprire una procedura per deficit eccessivo, un’eventualità che potrebbe essere un segnale negativo per la credibilità stessa delle nostre regole.

Tutto questo ci impegna a definire anche una nuova idea di Europa, come ci hanno chiesto milioni di cittadini quando, alle ultime elezioni europee, hanno dato fiducia ad un cambiamento possibile: un’Europa che ascolta, che si pone al servizio delle persone e che cerca convergenze sui grandi temi.

Un’Europa utile, che sappia guardare in profondità il nostro tempo, che non si accontenti di auto-conservarsi, disposta a mettersi in gioco, a ripensare al proprio funzionamento democratico. Servono grandi riforme e la drammatica lezione del Covid-19 ci dice che non è più tempo di aspettare perché domani sarà troppo tardi.

Gli Italici ed il mos maiorum

Il caso Putin-Sassoli mi porta a fare una considerazione sull’italicità e sulle nostre radici identitarie. E le radici identitarie degli Italici sono a Corfinio, in Abruzzo, l’antica Corfinium,  Capitale della Lega Italica. Qui i  i Peligni, i Marsi e tutti i popoli italici,  pur  diversi per lingua, tradizioni, storia, cultura si legarono in una Confederazione Unitaria, stretti in un comune patto di fedeltà di azione e sacrificio per combattere contro Roma. 

La guerra fra i popoli italici e Roma non fu condotta per motivi di dominio  o di territorio ma per obiettivi etici-culturali: Roma, sebbene fu più volte sconfitta dai popoli italici, concesse a tutte le popolazioni italiche il diritto di cittadinanza romana, sulla base non dello Jus sanguis o dello Jus soli ma del mos maiorum. E così i popoli italici, continuarono a conservare e tramandare alle successive generazioni la loro etica ed il loro valori identitari. 

Ed il Presidente del parlamento Europeo, David  Sassoli, richiamando i valori dello stato,  del  diritto e della libertà è sicuramente un novello Italico che difende il “mos maiorum”. Il senso civico, la pietas, la difesa dei valori, la correttezza dei comportamenti , il rispetto delle leggi sono le basi fondamentali del mos maiorum e devono rappresentare la viva linfa che alimenta la coscienza e l’azione degli italici tutti.

La strenua difesa dei valori del Presidente Sassoli è per noi italici un monito ed un esempio. Solo insieme ci si può salvare.. Stati ed Europa.. Pluralità che diventa Unicita”..E la Pluralità e l’ Unicità insieme sono la forza.

L’Italicita’ può essere l’ humus fertile che alimenta tale forza…

L’Italicita’ è unione , coesione, progettualità comune contro i totalitarismi e contro ogni tentativo di negazione dei principi etici del mos maiorum, come il Presidente Sassoli ha magistralmente dimostrato.