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Prosegue la flessione dei prezzi delle case

A pochi giorni dall’inizio dell’anno si può notare che il comparto delle compravendita immobiliare continua la sua discesa. Secondo l’osservatorio di idealista.it sul mercato residenziale in Italia,  il 2020 si apre con una flessione dei prezzi delle case usate a gennaio, pari allo 0,5% rispetto al mese precedente. Una perdita che fissa il prezzo del mattone in Italia a 1.679 euro al metro quadro. A livello annuale il calo è più forte, pari al 2,5%.

Ma analizziamo i vari dati:

Regioni

Quattordici le aree regionali in calo a gennaio, trascinate a ribasso dalla Valle d’Aosta (-2,1%).

In Sicilia, Lombardia e Basilicata le diminuzioni toccano lo 0,9%, attenuandosi gradualmente in Campania (-0,8%), Abruzzo (-0,7%) e Toscana (-0,6%). Marche e Puglia vedono prezzi in diminuzione dello 0,5%, seguite dall’Emilia-Romagna (-0,4%). Trentino-Alto Adige e Umbria perdono 0,3 punti percentuali, Friuli-Venezia Giulia e Calabria lo 0,2% rispetto al mese precedente.

Resta stabile il Piemonte, mentre a crescere sono solo Sardegna (0,1%), Lazio (0,2%), insieme a Veneto, Liguria e Molise (0,5%), che segnano i recuperi maggiori.
La regione che vanta i valori più alti è la Valle d’Aosta (2.517 euro/m2) davanti a Liguria (2.460 euro/m2) e Trentino-Alto Adige (2.405 euro/m2). Le richieste più basse da parte dei proprietari si riscontrano a Sud della penisola in Calabria, con 905 euro al metro quadro, seguita da Molise (952 euro/m²) e Sicilia (1.064 euro/m2).

Province

I mercati provinciali seguono un trend prevalentemente ribassista questo mese, con il 64% delle macroaree in negativo. I cali più sensibili del periodo sono quelli registrati in provincia di Agrigento (-3,4%), seguita da Macerata (-3,1%), Vibo Valencia e Rimini (entrambe -3%). All’opposto, Barletta-Andria-Trani (3,5%), Avellino (3,6%), Pordenone e Latina (1,9%) segnano la migliore performance provinciale del mese.

Bolzano (3.507 euro/m2) si conferma la provincia più cara d’Italia davanti a Savona (3.052 euro/m2) e Firenze (2.787 euro/m2). Nella parte opposta del ranking, le province più economiche sono Enna ed Isernia, entrambe con 804 euro/m2, seguite da Caltanissetta (729 euro/m2) e Biella (649 euro/m2).

Capoluoghi

In controtendenza rispetto all’andamento generale, gennaio ha visto una prevalenza di segni positivi che riguardano 62 dei 109 centri capoluogo analizzati. I rimbalzi maggiori spettano a Barletta (5%), Agrigento (3,8%) e Oristano (3,7%). Dall’altro lato, le variazioni negative di maggiore entità spettano ad Andria (-3,4%), Enna (2,6%) e Chieti (-2,2%).

Dei grandi centri solo Napoli (-0,8%), Palermo (-0,3%) e Firenze (-0,2%) segnano valori in decrescita. Bologna (0,1%), Roma (0,2%) e Venezia (0,3%) registrano lievi recuperi; Bari (1,1%), Torino (1,3%) e soprattutto Milano (1,5%) accelerano a rialzo.

Con riferimento ai prezzi di vendita, è Venezia (4.494 euro/m²), esclusa Mestre per ragioni di rilevanza statistica, a guidare la graduatoria dei metri quadri più cari, davanti a Firenze (3.929 euro/m²) e Bolzano (3.664 euro/m²). Nella parte bassa della graduatoria i capoluoghi più economici sono Ragusa (831 euro/m²), Caltanissetta (784 euro/m²) e Biella (717 euro/m²).

Ambiente, al via 62 progetti per l’efficienza energetica degli edifici pubblici

Sono 62 gli interventi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici pubblici e ad uso pubblico finanziati nelle regioni del sud: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. È attualmente in corso la trasmissione agli enti beneficiari degli atti convenzionali propedeutici all’avvio dei progetti.

Gli interventi, che riguardano scuole, ospedali, edifici comunali e provinciali, saranno finanziati complessivamente con 89 milioni di euro, con una media quindi di oltre un milione ad intervento, attraverso le risorse del Fondo Sviluppo e Coesione.

Gli interventi – oltre a ridurre i consumi di energia degli edifici con una diminuzione stimata tra il 30% ed il 40% e a migliorare la salute e il benessere degli utenti – si inquadrano nelle strategie nazionali sui cambiamenti climatici, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di riduzione della CO2, in linea con i target nazionali ed europei e puntano a stimolare la crescita della green-economy nelle quattro Regioni interessate, con significative ricadute sull’occupazione.

Coronavirus: Dubbi, Certezze e Fake News

Fare chiarezza sul CORONAVIRUS, emergenza improvvisa, quanto inaspettata: questo
l’obbiettivo che l’Associazione “G. Dossetti: i Valori – Tutela e Sviluppo dei Diritti” si prefigge, con questa giornata.
Un tavolo di confronto per fare il punto della situazione sul contagio, sulle cure e sulla
prevenzione, ma, anche, per parlare di ansie e dubbi che generano panico e psicosi e che provocano incondizionate ed inutili discriminazioni.

Il Programma

9.00 Saluti Istituzionali
Saranno invitati:
– i componenti della 12ª Commissione Igiene e Sanità del Senato
– i componenti della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati
Sono stati invitati:
S.E. Li Junhua – Ambasciatore Cinese in Italia
On. Dr. – Roberto Speranza Ministro della Salute
Avv. Virginia Raggi – Sindaco di Roma
Dr. Nicola Magrini – Direttore Generale Agenzia Italiana del Farmaco, AIFA
Dr. Massimo Scaccabarozzi – Farmindustria

Introduzione ai lavori
Corrado Stillo –Osservatorio Tutela Civica Associazione “G. Dossetti: i Valori”

Presiedono:
Filippo Anelli – Presidente Federazione Nazionale Ordine Medici chirurghi e Odontoiatri
FNOMCeO
Silvio Brusaferro – Presidente Istituto Superiore di Sanità

Moderano:
Marino Nonis – Area Governo Clinico Associazione “G. Dossetti: i Valori”
Luciano Onder – Giornalista (è stato invitato)

RELATORI

Matteo Bassetti* – Società Italiana Terapia Antinfettiva Antibatterica, Antivirale,
Antifungina, SITA
Roberta Bruzzone* – Criminologa
Roberto Cauda* – Policlinico Universitario A. Gemelli, Roma
Massimo Ciccozzi* – Università Campus Bio-medico, Roma

Pierangelo Clerici* – Associazione Microbiologici Clinici Italiani, AMCLI
Francesca Danese* – Forum Terzo Settore Lazio
Lifang Dong* – Associazione Silk Council
Pasquale Ferrante* – Istituto Clinico Città Studi, Milano
Giuseppe Ippolito – Istituto Nazionale Malattie Infettive, INMI Spallanzani
Francesco Saverio Mennini – Centre for Economic and International Studies, CEIS,
Università di Roma Tor Vergata
Giorgio Palù* – Università di Padova

Angelo Pan* – Società Italiana Multidisciplinare Prevenzione delle Infezioni nelle
Organizzazioni Sanitarie, SIMPIOS
Fabrizio Pregliasco – Università degli Studi di Milano
Giovanni Rezza* – Istituto Superiore di Sanità
Mario Rusconi* – Associazione Nazionale Presidi, ANP Lazio
Carlo Signorelli – Università Vita-Salute San Raffaele, Milano
Marcello Tavio* – Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali, SIMIT
14.00 Conclusioni
Marino Nonis – Area Governo Clinico Associazione “G. Dossetti: i Valori”

La Dc non torna più, e neanche i democristiani. 

Dunque, ormai è un fatto abbastanza condiviso. E cioè, la Dc non torna più perché la Dc, per dirla con Guido Bodrato, è stata un “fatto storico” e pertanto e’ una pratica politicamente archiviata. Ancora da studiare a lungo, da approfondire e da indagare sotto il profilo politico, culturale e storico. Uscendo definitivamente, speriamo, da quella delegittimazione e da quella demolizione politica e storica che ha caratterizzato, e per molti anni, il comportamento della stragrande maggioranza dei commentatori, dei politologi e degli intellettuali cosiddetti “progressisti”. Esaurita la Dc e steso un sincero silenzio verso tutti coloro che, maldestramente e con un pizzico di tenerezza, pensano di riproporla nell’attuale contesto politico italiano, resta aperta una domanda. E cioè, ma chi tenta, goffamente, di scimmiottare oggi il comportamento, la prassi e la politica dei “democristiani” che ruolo e che futuro potranno avere? Perché in questa singolare categoria non ci sono soltanto alcuni settori nostalgici o di chi usa strumentalmente quel marchio per ritagliarsi uno spazio di potere personale e cercare disperatamente di strappare qualche seggio parlamentare. In effetti, e come da copione, prosperano personaggi in cerca d’autore e, soprattutto, leader politici di primo piano che riscoprono tardivamente e misteriosamente una curiosa vocazione democristiana.

Lo leggiamo quotidianamente su molti organi di informazione e lo ascoltiamo, quasi con incredulità, nei diversi e svariati convegni sulla presunta eredità politica e culturale della Democrazia Cristiana. Ne ha parlato curiosamente anche il Presidente Conte quando, ad un convegno ad Avellino e di fronte a molti leader e statisti Dc del passato, ha trasmesso la sensazione di un forte attaccamento allo stile, al progetto e all’esperienza della Democrazia Cristiana. Cito il Presidente Conte ma gli esempi si potrebbero moltiplicare perché non passa settimana che germoglino, qua e là, vocazioni a riproporre e a rideclinare – seppur in forma aggiornata e rivista – l’esperienza cinquantennale della Dc nella cittadella politica italiana. Una tentazione trasversale che spazia dal centro destra al centro sinistra. Per non parlare delle fantomatiche espressioni di “centro” che da circa 25 anni, cioè dalla fine dalla Dc, cercano disperatamente di riproporsi all’attenzione del circo mediatico/politico. 

Ora, di fronte a questo rifiorire periodico delle più diverse e svariate Dc bonsai, forse è giunto anche il momento per arrivare a due conclusioni, semplici ma dirette. 

Innanzitutto chi è stato democristiano, chi ha votato la Dc e chi ha condiviso lo stile e il comportamento politico dei democratici cristiani, difficilmente può rinnegare o respingere quella straordinaria esperienza politica culturale, programmatica e di governo. E anche quella irripetibile comunita’ di uomini e di donne. E questo al di là delle mode, dello scorrere del tempo e del profondo cambiamento storico e politico della società italiana. 

In secondo luogo, però, e con altrettanta chiarezza, forse va detto che tutti gli innumerevoli e neofiti aspiranti democristiani hanno poco senso e poco spazio politico senza quel contenitore politico, culturale, programmatico ed organizzativo che si chiamava semplicemente Democrazia Cristiana. E questo perché quella straordinaria esperienza politica si intrecciava con i suoi dirigenti e con i suoi elettori. In una parola, con il “suo popolo”. Dividere l’uno dall’altro, oltreché impossibile, rischia anche di essere una operazione maldestra per il dovuto rispetto della storia della Dc da un lato e per evitare di confondere la cultura e il progetto politico di un grande partito con la comprensibile e legittima ambizione di potere di qualche gruppo o di qualche singolo dall’altro. 

In sintesi, non esiste la Dc senza i democristiani ma, soprattutto e semplicemente, non esistono i democristiani senza la Dc. 

 

Michele Mirabella: “Il servizio sanitario nazionale è uno dei migliori al mondo”.

Che piacere caro Prof. Mirabella! La ritrovo nel programma televisivo “TUTTA SALUTE” a qualche anno dall’intervista su ELISIR.
Qual è il mix vincente di programmi come ‘ELISIR’ e ‘TUTTA SALUTE’ ?
Il tema della salute appunto – sempre caro ai telespettatori – il tono garbato e documentato della trasmissione, la competenza scientifica degli esperti o lo stile rassicurante e interlocutorio del suo conduttore, un vero “professore gentiluomo”?

Lei ha elencato puntualmente tutto quello che in molti anni i critici e gli osservatori hanno ritrovato in ELISIR. Quindi escludere uno di questi fattori mi sembrerebbe autolesionistico oltre che scorretto. Nel suo elenco trovo anche le originarie motivazioni che mi avevano spinto a costruire questa trasmissione, ovviamente con la collaborazione di tutti i valenti esperti e agli autori che hanno lavorato con me.
Aggiungerei sommessamente ai fattori da lei proposti anche un po’ di fortuna.
Debbo ammettere che anche TUTTA SALUTE ha molto seguito presso i telespettatori, soprattutto per la competenza professionale dei miei illustri ospiti.
Effettivamente ho un pubblico fedele e interessato ai temi della salute e della medicina, che riguardano tutti: sono due temi che non hanno target sociali predeterminati.
Quanto a me ringrazio per l’apprezzamento: ognuno ha un suo modo di porsi. Spero di contribuire a corrispondere alle aspettative del nostro affezionato pubblico.

Che cosa potrebbe fare la scuola, in tema di sensibilizzazione e di alfabetizzazione primaria, già a partire dall’infanzia e dall’adolescenza, per favorire una cultura e una pratica di modelli esistenziali più salutari?
Possono insieme scuola, istituzioni e famiglie incentivare la “promozione degli stili di vita sani” a partire dai banchi di scuola per radicare già nei bambini e nei giovani abitudini più corrette?
Quali concreti suggerimenti – rispetto alle prassi quotidiane – sarebbe utile dare alle famiglie per acquisire e consolidare una mentalità salutistica? (alimentazione, impiego del tempo libero, attività sportive e ricreative, abitudini dannose e nocive ecc.). Ai programmi di educazione alla salute e a ‘stili di vita’ sani per questa fascia di utenza  televisiva?

La questione è molto complessa e la sua è una domanda in fondo asseverativa, che contiene già implicita la risposta.
Penso che quando la scuola assolve ai suoi compiti e non si cimenta in altro che non le compete, ci ritrova anche ciò che lei ha indicato. Qual è il compito fondamentale della scuola? Certamente quello di educare e questo è bene che sia realizzato in sintonia con le famiglie degli alunni: ciò poteva peraltro concretizzarsi quando le famiglie stesse si ‘accontentavano’ di collaborare sul piano etico con la scuola, riconoscendole indubbiamente un primato culturale.
Adesso invece le famiglie guardano con sospetto la scuola, come un’agenzia di cultura estranea ai reali interessi del cittadino e degli utenti di oggi: difficilmente lei troverà una maggioranza di famiglie disposte a riconoscere alla scuola quel primato e a inchinarsi alla sua disciplina.
Lei troverà più spesso famiglie che sospettano della scuola, la considerano una diramazione dello Stato, scadente e fastidiosa. Non ne condividono (non conoscendoli) e non ne apprezzano i contenuti culturali, anche se spesso a ragione perché la scuola a volte si sottrae ai suoi compiti istituzionali. Quindi trovo che questo sia un problema enorme, complesso.
Che la famiglia dica alla scuola di occuparsi anche dell’educazione alla salute dei propri figli mi sembra quasi ridicolo rispetto alla constatazione di mamme che infarciscono le cartelle dei propri figli di merendine, che li sopportano ore e ore seduti sul tappeto a guardare i cartoni animati o a maneggiare compulsivamente smartphone, tablet e play station, che li esentano dai rigorosi sport in cortile, quelli spontanei (l’acchiapparella, il nascondino, il ‘guardie e ladri’, il pallone, le corse ecc.).
Oggi le famiglie tollerano una concezione vergognosa degli stili di vita, con bambini tendenti alla pinguedine quando non all’obesità, stravaccati sui divani e si occupano con molta più cura di portare il cane a far pipì che non a far giocare il figlio.

L’informazione è considerata un presidio della democrazia ma può condizionare pesantemente i comportamenti sociali, fino a diventare il potere più forte e persuasivo.
Quanto è avvertita, nei suoi aspetti positivi e negativi, questa consapevolezza nella stesura dei palinsesti televisivi?
Sono davvero tutelate le cosiddette “fasce protette”? Ha ancora senso questa protezione in un mondo così “sovraesposto”?

Anche in questo caso la sua domanda contiene già implicita la risposta. Può darsi che altri considerino discutibili queste affermazioni ma quello che lei ha descritto nella sua domanda è una mia ossessione privata e professionale. E’ evidente che io mi prodigo nella direzione di ciò che lei dice e che trovo sacrosanto e fuori discussione. Non posso non essere d’accordo: se non c’è informazione non c’è democrazia.
Quello che mi sta a cuore, di questi tempi, è anche il correlato di questo pensiero e cioè che se non c’è democrazia non c’è informazione.
La carenza di informazione può portare all’obnubilamento della ragione, al tramonto della democrazia, dopo di che la democrazia non consentirebbe più l’informazione, perché non si permetterebbe più la libera circolazione delle idee.
Ecco perché è cruciale il tema della libera informazione in un libero Stato.

Che cosa manca ai programmi della TV destinata al target dell’utenza giovanile per trasformarla in canale informativo e formativo coerente e complementare rispetto a ai compiti educativi di famiglia e scuola?
Oppure questo è un aspetto obsoleto, che non va considerato?
La TV è prevalentemente informazione o intrattenimento?

La scuola e la famiglia rispetto alle influenze della televisione sui giovani sono disarmate, sono del tutto inoperose.
Quella giovanile non è un’utenza descrivibile con la lettura del palinsesto: le fonti di acquisizione delle informazioni e dei modelli di stili di vita da parte dei giovani sono innumerevoli e non stanno certo a rispettare quello che dice la mamma: “guarda che bello il programma di Mago Zurlì!”.
Ai programmi della TV in realtà oggi non manca niente, perché sanno come arrivare ai giovani, salvo – mi scusi il paradosso – proprio nel palinsesto dei programmi destinati ai giovani: sono stucchevoli, i giovani non li guardano, vanno a cercare i programmi per adulti, ‘anzi’ per adulti malati di mente, ‘anzi’ per adulti malati di mente, corrotti e sporcaccioni.
Se volete attirare un giovane mettete il segnalino rosso che non è un programma adatto a lui e così lui se lo va a cercare: perché, non si sanno forse queste cose?
E’ sempre stato così. Di me bambino ricordo che i primi libri che ho letto nella biblioteca paterna erano quelli conservati in un apposito armadio, di cui avevo scoperto che aveva la stessa chiave del mobile-bar.
Non possiamo più considerare e descrivere la scuola e l’educazione con linguaggi vecchi e inefficaci, distratti, pigri. Gli insegnanti non hanno motivazioni, sono anche bistrattati, maltrattati e malpagati: che cosa potrebbero fare? La televisione è sempre educativa, sia quando diseduca che quando educa, raramente riusciamo a capirne le differenze, ci sono dei programmi che diseducano anche gli stessi adulti, pensi dunque quanto danno possano fare ai giovani.
Però come si può pretendere che uno vada a imparare a memoria il Carducci di San Martino quando, chiuso il libro, ha sette ore di certi programmi osceni e diseducativi, con ben altri valori, con un appeal enorme rispetto alla parola scritta?
Come può esserci competizione? La parola scritta scoraggia perché richiede impegno, decifrazione, comprensione, fatica, quindi si preferiscono le immagini, soprattutto in movimento.
Ai nostri tempi eravamo costretti alla rude disciplina dell’alfabeto, delle parole e della lettura.

Fiction e reality propongono coinvolgimenti emotivi forti su situazioni ad alto contenuto relazionale-conflittuale: davvero “tutto quanto fa spettacolo”?

La televisione dovrebbe lavorare “con “ la cultura, non ci sono più programmi per i giovani.
Inutile fare quel tipo di scelta, tanto i giovani non li guardano.
Tanto vale impegnarsi a fare qualsiasi programma avendo ben presente la certezza che ‘comunque’ anche i giovani lo vedranno.
In effetti ci sono programmi che anziché avvicinare alla conoscenza della realtà muovono sul versante opposto: quello di creare situazioni virtuali e artificiose, contesti diseducativi che i ragazzi apprendono e replicano nella vita fino alla distorsione dei suoi valori più sacri: il rispetto per gli altri, la lealtà, il sacrificio necessario per raggiungere un risultato, lo studio e l’impegno come via obbligata per conseguire il merito.

E’ finita l’epoca della sceneggiatura televisiva dei romanzi e delle opere dei grandi autori?
Quali sono le richieste dell’utenza? Prevalgono il loisir e il disimpegno?
Le trasmissioni a più alto indice di impegno culturale finiscono per essere una TV di nicchia?

Oggi non c’è questa differenza. La qualità della televisione non si valuta più rispetto alla domanda di un palinsesto di genere.
Cos’è la tv? Quella che propone un film, un reality, una partita di calcio?
Il televisore è come un giradischi, dipende da quello che ci metti, anche perché tu hai mille canali: basta scegliere Sky e ti guardi quello che vuoi. Quindi non esiste più uno specifico televisivo, eccetto ciò che è esclusivo della televisione: quello che non puoi vedere al cinema, al teatro o su un campo da gioco.
Temo che lo specifico della Tv stia diventando la pubblicità, il talk show e le conversazioni a più voci che sono una dilatazione pantagruelica del ‘bar dello sport’.

Ma oltre alla TV oggi gioca un ruolo determinante la diffusione delle nuove tecnologie.
Attraverso gli smartphone e i tablet i bambini e gli adolescenti possono correre il rischio di emulare comportamenti scorretti, di entrare in quell’universo sconosciuto e senza reti che è il web, con tutti i pericoli di incontri non certo educativi e spesso affondando in quei buchi neri che sono gli incontri con persone sconosciute, veri e propri professionisti dell’inganno che si aggirano in internet come predatori virtuali.
Come stanno cambiando gli stili di vita dei nostri ragazzi?

Certamente lei evidenzia una realtà che sta dilagando nelle abitudini dei giovanissimi fruitori delle nuove tecnologie. Mi colpisce molto l’uso diretto e puntiforme di questi mezzi: ognuno si apparta con il proprio smartphone e varca la soglia del mondo virtuale dove ogni informazione, conoscenza, simulazione può essere determinante in senso negativo.
E’ una fruizione solipsistica dell’informazione senza filtri e senza controlli che rende paradossalmente più difficile la comunicazione autentica: ci si parla sempre meno, anche in famiglia, poiché ciascuno si isola in un mondo privato e appartato, costruendo realtà immaginifiche.
Quanto ai social oggi stanno diventando strumenti per diffondere sentimenti negativi: emulazione, odio, violenza, derisione, dileggio. La vita come una gara a superarsi.
Da sola la scuola non ce la può fare: occorre un controllo da parte delle istituzioni sui programmi e le immagini che circolano in rete e soprattutto una fiducia e una collaborazione da parte delle famiglie.
Si deve rinnovare un’alleanza antica che un tempo dava risultati: quella tra la scuola e le famiglie.

Prof. Mirabella, una brutta notizia è sempre una grande notizia?
Perché fa più scoop il negativo, il male sul bene?
Si deve sempre sbattere il mostro in prima pagina?
Non Le sembra che un’informazione centrata sulla notizia clamorosa, sull’impatto emotivo e lo sconcerto finisca per alimentare una pedagogia sociale negativa, creando un alone di allarmismo, di rancore e giustizialismo nelle relazioni umane?

Certo, è così. Per capire meglio la rinvio alla lettura del secondo libro del ‘De rerum natura’ di Lucrezio: “come è dolce guardare dalla sicurezza della riva del mare uno che si affanna a nuotare tra i marosi!” ….”Perché? Siamo sadici? – si domanda Lucrezio. “No, perché vediamo quale danno sia stato risparmiato a noi!”. Ed è la sindrome di quello che si ferma a vedere l’incidente d’auto, perché è autoconsolatorio.
Allora ecco che la cattiva notizia arriva prima di quella buona: veda quanto passa in sordina l’avvio della pace a Gaza e come invece non si parlasse d’altro quando era iniziata la guerra.
Del resto è vero anche che quando si fa la pace non ci si ricorda perché si era cominciata la guerra.
Io credo che lei ancora una volta abbia ragione nella sua domanda così logicamente ragionata: il problema generale non è che la televisione è brutta e cattiva, bensì che qualche volta è chi fa la televisione ad essere brutto e cattivo.
Non si deve permettere che un’arma così potente non sia gestita o controllata democraticamente dallo Stato. Vuole sapere la cosa più ridicola? Nel nostro Paese la Commissione di Vigilanza sulla radio-telediffusione esercita la sua vigilanza solo sulla RAI. Si rende conto di quanto ciò sia ridicolo?

Michele Mirabella attore, giornalista e conduttore televisivo: in quale ruolo riconosce la Sua peculiarità professionale?

In un ruolo che non ha detto: regista. Io nasco regista e come tale intenderei restare. Ho fatto molte regie teatrali, anche in radio e televisione, per me questa attività è una grande passione.
Questa è una parte forse meno nota delle mie attitudini, dei miei interessi e anche delle mie inclinazioni : tuttavia ad essa sono intimamente legato.

Pongo anche a Lei – Professor Mirabella – una domanda rituale per tutti gli intervistati.
Perché è più facile che saggezza, armonia e senso della giustizia abitino l’anima di persone semplici piuttosto che l’intelletto di persone colte?

E’ una bella domanda che meriterebbe una risposta più articolata. Non so che cosa abbiano risposto gli altri ma io non sono così sicuro che nella sprovvedutezza ci siano sempre il candore e l’inermità.
Quello del povero Francesco d’Assisi o di Sancho Panza era candore, immediatezza, saggezza profonda.
Però attenzione…. “fatti non fummo a viver come bruti”….cioè mi riempie di meraviglioso stupore anche la ‘concupiscenza del sapere’. Ecco che allora se – volterianamente – Candide si deve accontentare del migliore dei mondi possibili, allora forse in questo mondo migliore la ‘coscienza’ deriva dalla riflessione, dallo studio, dal misurarsi con le altrui idee.
Io non credo quindi che il gesto di bontà o di carità venga sempre e solo dai poveri di spirito a cui peraltro in risarcimento è riservato il regno dei cieli, lo sappiamo.
Prenda Marco Aurelio: era forse povero? Il sempliciotto, il grullo o finto tale, il bertoldo o il cacasenno, non è poi così sprovveduto.
Io azzardo umilmente l’ipotesi che il vero saggio, ovvero colui che ha più saperi a disposizione, “è” semplice, “è” candido, “è” – come direbbe Dante – stupìto: il vero saggio è colui che possiede la vera cultura, che ha il coraggio di ricominciare sempre da capo.
Invece lo stupido, l’ignorante, il presuntuoso, il rozzo generalmente ostenta una cultura che non ha. E’ il caso di citare San Tommaso quando disse: “io ho paura di una sola persona, cioè dell’uomo di un solo libro”. Persino Dio ha sentito il bisogno di consegnarci quattro Vangeli, eppure aveva scritto la Bibbia, non proprio di sua mano ma non gli erano mancati i collaboratori.

Prof. Mirabella come verrà gestita l’informazione del domani?

Ho letto proprio oggi un articolo di Zygmunt Bauman sulla fine delle differenze dei valori culturali: non esistono più ‘culture alte’ e ‘culture basse’.
Io le potrei dire come sarà l’informazione di dopodomani, quella di domani no perché non sarà altro che un prosieguo di quella di oggi.
Trovo che quella del ‘dopodomani’ sarà formidabile perché cambierà la possibilità di ‘accesso’ alle fonti di informazione: quella sarà la vera rivoluzione, perché si realizzerà dovunque.
Perché l’India ha percorso in vent’anni un cammino che le ha fatto riguadagnare due secoli?
Perché sono diventati bravi nei computer e quindi hanno avuto accesso rapidissimo alla comunicazione, allo scambio dei saperi. Io mi ostino a ritenere che quando due persone si scambiano un’idea, alla fine non ne hanno una sola ma due e forse tre.
Platone diceva una cosa singolare ma suggestiva: “una città che conti più di cinquemila abitanti non è degna di essere vissuta, non è adatta alla repubblica”.
Questo perché dimostrava che i suoi abitanti, per parlarsi tra di loro, dovevano essere pochi.
Ma oggi, che abbiamo a disposizione mezzi di comunicazione infiniti, ebbene….la città è sterminata.
Tutto sta a farla vivere in pace.

Un’ultima domanda sulla notizia di cronaca più letta di questi giorni: la diffusione del contagio del “coronavirus” e il rischio della pandemia.
I giornali dedicano pagine e pagine a questo argomento, la Tv propone programmi mirati di approfondimento.
Si tratta – mi pare – di un problema ciclico che si ripropone nella storia più recente ma che ricorda vagamente le pestilenze dei secoli più lontani, quando non c’erano profilassi e terapie.
C’è il problema del rischio di contagio, si evidenziano persino condizionamenti drastici e negativi nello spostamento delle persone, con ricadute di tipo relazionale ed economico.
Si naviga tra l’allarmismo, il dato oggettivo del rapido e diffuso contagio e il rigido controllo sanitario come deterrente alla psicosi del panico.
In questa vicenda una bella notizia che ci riguarda: presso l’Ospedale Spallanzani di Roma, l’equipe diretta dalla Dott.ssa Maria Rosaria Capobianchi nel laboratorio di virologia ha isolato per la prima volta al mondo il virus che causa la patologia.
Cosa pensa di questo grande risultato?

Penso che l’Italia vanti eccellenze scientifiche, mediche e sanitarie che meriterebbero di essere conosciute e valorizzate.
Il servizio sanitario nazionale è uno dei migliori al mondo: il fatto che proprio da noi una equipe di ricercatori abbia isolato il virus è un riconoscimento della preparazione scientifica e professionale dei nostri operatori sanitari.
Ma anche un modo di esprimere una genialità tutta italiana che ha radici nella nostra storia e cultura, fatta di estro e intuizione ma anche di impegno, tenacia, dedizione e sacrificio.
Sono vicende ricche di umanità e competenza che danno una immagine positiva del nostro Paese e delle persone che lavorano con onestà di intenti e forte motivazione professionale per il perseguimento del bene comune.
Mi faccia dire che accanto ad episodi di malasanità – spesso enfatizzati- ci sono eccellenze che meriterebbero altrettanta e ancora maggiore enfasi. La maggioranza dei nostri medici e ricercatori è composta da persone serie che fanno il proprio dovere e questo va rimarcato, per noi comunicatori dell’informazione pubblica diventa persino un dovere morale farlo.

Church of England a emissioni zero

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giovanni Zavatta

Un sistema di classificazione energetica simile a quelli utilizzati per gli elettrodomestici in modo da facilitare il monitoraggio delle tracce di carbonio presenti nei suoi quasi quarantamila edifici, con l’obiettivo di raggiungere “emissioni zero” di anidride carbonica al più tardi nel 2045: è una delle proposte che verranno lanciate dal sinodo generale della Church of England che si riunirà a Londra dal 10 al 13 febbraio. La relativa mozione, intitolata Climate emergency and carbon reduction target, invita soprattutto le parrocchie a servirsi di un nuovo strumento di valutazione che calcola il consumo di energia tenendo conto di una serie di fattori tra cui il tipo di energia usata, la tariffa scelta (“verde” oppure no), la dimensione dell’edificio e il suo utilizzo. La Chiesa d’Inghilterra possiede immobili in ogni stile e materiale architettonico, eredità di secoli di storia; ciò pone problemi non di facile soluzione quando si tratta di efficienza energetica. «Tuttavia le chiese — afferma il vescovo di Salisbury, Nicholas Holtam, responsabile delle questioni ambientali — non sono musei ma edifici viventi che servono le loro comunità tutti i giorni della settimana ed essere più verdi non significa fare di meno ma attrezzare le parrocchie in modo che diventino più intelligenti nel consumo di energia. Impostare l’obiettivo “net zero” nel 2045, cioè cinque anni prima di quello del governo, rappresenterebbe una significativa dichiarazione di intenti del sinodo generale, che richiederà innovazione, fede e dedizione da parte delle nostre chiese, scuole e comunità».

Ma come riuscire nell’impresa? La mozione fa alcuni esempi: l’uso di energia per il riscaldamento e l’illuminazione dovrebbero ridursi radicalmente in tutti gli edifici attraverso l’installazione di Led, dove non ancora presenti, e vasti programmi di impermeabilizzazione e isolamento; inoltre «il riscaldamento delle nostre 16000 chiese, 4700 scuole, di alloggi del clero e uffici diocesani dovrebbe passare da gas e petrolio all’elettricità verde e focalizzarsi di più sul riscaldamento delle persone anziché degli spazi» (ciò richiede che le forniture della chiesa vengano adeguate dalla rete nazionale all’aumento del carico elettrico). E ancora: si dovrebbe evitare di compiere viaggi e spostamenti con veicoli alimentati a benzina o diesel («anche nelle nostre diocesi rurali») e saper rinunciare all’aereo, quando possibile, sviluppando modi più sostenibili per rafforzare le relazioni con il resto del mondo. Al di là della produzione di carbonio, continua il testo, «dobbiamo proteggere e migliorare la biodiversità in tutti i nostri terreni ed edifici. La Chiesa deve costruire la consapevolezza ecologica in tutto ciò che facciamo. La cura della creazione è un elemento essenziale della nostra missione e del nostro ministero».

I cristiani, osserva Holtam, «sono chiamati a salvaguardare la creazione di Dio e a sostenere e rinnovare la vita sulla Terra. Di fronte alla realtà del catastrofico cambiamento climatico, che interesserà specialmente le persone più vulnerabili del mondo, un’azione rapida, radicale e immediata è la nostra unica opzione». Che è poi la linea indicata dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, primate della Comunione anglicana: «È sempre più chiaro che il cambiamento climatico rappresenta la sfida più grande che noi e le generazioni future dobbiamo affrontare. È nostro sacro dovere proteggere il mondo naturale che ci è stato dato così generosamente, così come i nostri vicini in tutto il mondo che saranno i primi a essere colpiti. Senza un’azione decisa e rapida, le conseguenze dei cambiamenti climatici saranno devastanti».

Per ottenere l’obiettivo “net zero” nel 2045 occorrerà raggiungere una riduzione del 30 per cento di emissioni di anidride carbonica entro il febbraio 2023, un segnale che indicherà che «siamo sulla buona strada». Non c’è tempo da perdere. Il recente rapporto dell’International Panel on Climate Change ha avvertito che l’umanità ha undici anni per intraprendere azioni di emergenza al fine di prevenire il riscaldamento globale superiore a 1,5 gradi. I rischi per l’uomo in termini di alluvioni, siccità, caldo estremo e povertà diventano sempre più grandi, incidendo su centinaia di milioni di persone. Parallelamente esiste un’emergenza biodiversità: il mondo sta vivendo una rapida estinzione di specie, causata da fattori tra cui, ma non solo, i cambiamenti climatici. Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato che circa un milione di specie animali e vegetali sono minacciate di estinzione. Questa perdita è il risultato diretto dell’attività umana e costituisce una minaccia diretta al benessere in tutte le regioni della Terra.

La mozione — che cita fra gli altri Papa Francesco e il patriarca ecumenico Bartolomeo fra coloro che più si stanno battendo per la salvaguardia del creato — riconosce che, forse, la Church of England non si è mossa con la rapidità che molti avrebbero voluto. Proprio per questo, adesso, agli slogan preferisce “riconoscere” (piuttosto che “dichiarare”) l’emergenza climatica e usarla come stimolo all’azione.

«Speriamo — conclude Mark Sheard, presidente del Consiglio per la missione e gli affari pubblici — di poter tornare al sinodo fra tre anni e riferire di intere piattaforme di attività e di progressi concreti verso lo “zero carbonio”. Per il clima del nostro mondo il breve termine è adesso, domani, forse il giorno dopo. Questo dibattito è stato convocato proprio per parlare di tale urgenza e per incoraggiare l’intera Chiesa a fare del 2020 un anno di azione per il clima».

E all’emergenza climatica è dedicato il volume Saying yes to life. The archbishop of Canterbury’s Lent book 2020, scritto da Ruth Valerio, rappresentante di «Tearfund», agenzia di soccorso e sviluppo cristiana britannica (di ispirazione evangelica) con sede a Teddington (Londra), impegnata in una cinquantina di paesi a sostegno di coloro che sono in condizioni di povertà o colpiti da calamità naturali. Valerio, particolarmente coinvolta, anche in ambito ecclesiale, nelle questioni ambientali, ha avuto il pieno sostegno della Church of England. In questo libro, acquistato da tutte le diocesi anglicane per incoraggiarne la diffusione, parte dai giorni della creazione (Genesi, 1) per poi esplorare cosa significa essere a immagine di Dio e affidati a prenderci cura di ciò che ha fatto; presenta voci provenienti da tutto il mondo, preghiere e spunti di discussione per aiutare a riflettere in ciascuno dei quaranta giorni della Quaresima. «Come persone di fede — ribadisce Welby nel volume — non possiamo limitarci a “dire” ciò in cui crediamo. Siamo obbligati a “vivere” la vita alla quale Cristo ci chiama, a prenderci cura dei nostri vicini, della creazione che Dio ci ha donato con così grande generosità».

La campagna quaresimale LiveLent 2020, lanciata dal primate anglicano il 4 febbraio, è la prima nella storia della Church of England a essere completamente dedicata ai cambiamenti climatici e alla salvaguardia ambientale. Invece di rinunciare ai dolci o agli alcolici, si legge in un comunicato, i fedeli sono invitati a seguire alcune riflessioni quotidiane, partendo da una serie di domande come «quanta acqua ci vuole per fare un paio di jeans?», «quando è stata l’ultima volta che ho guardato il cielo di notte?» o «qual è stata l’impronta di carbonio emessa dal pasto che ho appena mangiato?». Saranno coinvolte, con testi appositi, tutte le fasce di età. «Dobbiamo urgentemente ricostruire le relazioni con il nostro pianeta. Per fare questo abbiamo bisogno di cambiare le nostre abitudini, il modo in cui preghiamo e come agiamo», conclude Justin Welby.

Che cosa dico a chi snobba la resurrezione del centro. L’opinione di Reina

Articolo pubblicato sul sito internet Formiche.net a firma di Raffaele Reina

Il ritorno ciclico della vexata quaestio sulla possibile resurrezione del centro nella politica italiana è valida ipotesi per dare utili contributi al buon governo del Paese. Chi la snobba e la scarta sbrigativamente, come fanno taluni opinionisti di orientamento laicista, è abituato a percepire poco del panorama politico internazionale e nazionale. Paolo Mieli qualche sera fa in una trasmissione televisiva sostenne con categorica perentorietà che in Italia esiste solo destra e sinistra. Una tesi ardita, considerata la storia italiana che sin dall’epoca del “connubio”, 1852, tra Cavour e Rattazzi, è prevalsa una politica centrista o di stampo moderato. Alla luce forse della riunificazione più volte fallita tra i cattolici di cultura democristiana e popolare, Mieli è arrivato alla conclusione che non è possibile avere un Centro in Italia. Un ragionamento che può riguardare l’attuale contingenza politica, tutta fatta di improvvisazioni e camaleontismi, priva di supporti culturali e storici, ma mai si può ritenere che la politica essendo attività nobile e libera possa avere carattere scientifico, come crede Mieli.

La sua affermazione la si può considerare opinione eccentrica, rispettabile, ma mai potrà avere i requisiti di postulato: un’azione comune per vivificare il centro, insomma è possibile concordando su principi, valori, patrimonio identitario. E quindi, partendo da qui è pensabile un percorso, la cui prima verifica dovrebbe essere la prossima tornata elettorale per l’elezione del nuovo Parlamento. Essa potrebbe risultare una valida tappa, funzionale al rilancio di una scelta politica più aderente alle aspettative di tanti astenuti, che stanchi di confusi e logorroici scontri tra partiti hanno rinunciato al diritto di voto, rifugiandosi nell’astensione. Un aspetto questo che va sottolineato con chiarezza: risulta pertanto preziosa l’attività che giorno dopo giorno stanno alimentando donne e uomini di libere associazioni, come Politica Insieme, che ritengono utile l’impegno generoso per migliorare la democrazia.

Sono donne e uomini che non hanno trascurato gli insegnamenti derivanti dal “popolarismo” e hanno scelto di seguire gli storici insegnamenti sturziani, da cui è nato il centro, e quindi la democrazia, non curandosi della commedia politica italiana, negli ultimi anni diventata quasi tragedia. La ricchezza culturale che parte da Rosmini, Gioberti e giunge a Murri, Sturzo, De Gasperi, fino ai “professorini” di Dossetti e Fanfani, La Pira e Lazzati è risultata preziosa per una sintesi storico-politica funzionale alla ricerca del bene comune. Nessuno può consentirsi di considerarla residuale arnese da tenere nel deposito dei ferri vecchi. È stata, invece, la strada maestra per dare risposte ai problemi degli italiani, che guardavano alla pace fra i popoli, fra le classi in un concetto nuovo di democrazia.

Oggi, visto quanto realizzato dal centro, sostenuto soprattutto dai cattolici in politica nel XX secolo, ricomponendo tutti gli elementi di novità, di progresso, di espansione tecnologica e di coscienza globalizzata è ancora possibile affidare all’esperienza del cattolicesimo politico una valida prospettiva di governo, funzionale alla realizzazione del bene comune.

Fraternità e solidarietà per superare la crisi economica e ambientale

Dobbiamo ripensare i nostri accordi internazionali, ma non nel senso di “America First” o di un primato da attribuire a qualcosa o qualcuno. «Prima di tutto viene il pianeta e prima di tutto vengono le persone: questo è quello che conta».
Lo ha detto il Premio Nobel per l’economia e membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali Joseph Stiglitz, intervistato da Sofia Lobos, della redazione spagnola di “Vatican News”.
Intervenuto al workshop su “Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione”, che si è tenuto il 5 febbraio nella Casina Pio IV in Vaticano, Stiglitz ha spiegato che la crisi del capitalismo «si estende anche all’etica e alla morale», per questo è necessario un nuovo contratto sociale, che metta «i mercati al servizio delle persone», non le persone al servizio dei mercati, e impedisca «comportamenti individualisti esasperati».
«Serve – ha sottolineato – un’economia circolare, che riduca l’utilizzo di risorse naturali, le riutilizzi e le ricicli, e un’educazione alla sostenibilità ambientale».
Al simposio hanno partecipato economisti, ministri delle finanze e banchieri di tutto il mondo, e si è discusso su come superare le diseguaglianze per una migliore distribuzione della ricchezza mondiale.
Corruzione e speculazione sono state identificate come le cause che generano debito e povertà.
Fraternità e solidarietà sono state indicate come fondamentali per costruire un sistema economico sostenibile che non opprima i più poveri e che torni a mettere al centro la persona umana.
Joseph Stiglitz – autore de “Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro”, pubblicato nel 2012, e di “Persone, potere e profitti: il capitalismo progressivo per un’era di scontento”, che in Italia uscirà a maggio – ha sostenuto che le politiche di austerità praticate per affrontare la crisi del debito non funzionano.
Piuttosto – ha continuato – «dobbiamo riscrivere le leggi dell’economia nazionale e globale per ridurre il potere delle multinazionali, per ridurre l’evasione ed elusione fiscale, per creare un sistema di tassazione più efficace, per dare ai lavoratori un maggiore potere contrattuale, incoraggiare la contrattazione collettiva, rafforzare i sindacati».
«Dobbiamo assicurarci – ha aggiunto – che le multinazionali non diano importanza soltanto ai loro azionisti ma a tutte le parti interessate, compresi i clienti, i lavoratori, le comunità nelle quali questi lavorano e al pianeta sul quale viviamo».
«Ho pensato – ha ribadito Stiglitz – che potremmo affrontare contemporaneamente sia la crisi della disuguaglianza sia quella climatica, attraverso politiche che creino una maggiore giustizia sociale e ambientale».
Il Premio Nobel ha proposto di riformare l’economia di mercato e il capitalismo attraverso un maggiore equilibrio tra i mercati, i governi, la società civile, creando un’ampia ecologia degli accordi istituzionali, con una maggiore enfasi posta sulle Organizzazione non governative e sulle cooperative, cercando di introdurre una maggiore solidarietà insieme ad una maggiore eguaglianza.
Fonte: Vatican News

Commercio: vola discount, è caccia a sconti

Con un aumento su base annuale del 4,5% vola la spesa solo nei discount alimentari. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati sul commercio al dettaglio dell’Istat relativi al 2019 rispetto all’anno precedente dalla quale si evidenzia peraltro una sostanziale stagnazione delle vendite fatta eccezione per il canale on line che balza del18,4% con una impennata del 38,3% nel solo mese di dicembre con il Natale. La tendenza al contenimento della spesa è favorita dal fatto che – sottolinea la Coldiretti – un prodotto alimentare su quattro viene acquistato dagli italiani in promozione con l’obiettivo di cercare il risparmio e ridurre i costi del carrello.

Gli italiani – continua la Coldiretti – sempre più spesso vanno a caccia dei prezzi più bassi anche facendo lo slalom nel punto vendita, cambiando negozio, supermercato o discount, ma anche sperimentando canali alternativi come gli acquisti di gruppo, quelli on line o dal contadino. Accanto alla formula tradizionale del 3×2 ed ai punti a premio – precisa la Coldiretti – si sono moltiplicate e differenziate le proposte delle diverse catene per renderle meno confrontabili tra loro e più appetibili ai clienti: dalle vendite sottocosto che devono seguire regole precise ai buoni spesa.

Tra i prodotti alimentari venduti in offerta più frequentemente ci sono – rileva la Coldiretti – quelli simbolo della dieta mediterranea che non possono mancare sulle tavole degli italiani e hanno quindi un effetto calamita sui clienti: dall’olio di oliva alla pasta, dalle conserve di pomodoro ai vini, fino alla frutta. Un onere che spesso ricade sui fornitori per effetto delle distorsioni e delle speculazioni che si verificano lungo la filiera a causa degli evidenti squilibri di potere contrattuale.

E’ necessario arrivare al più presto – conclude la Coldiretti – al recepimento della direttiva (UE) 2019/633 in materia di pratiche commerciali sleali del 17 aprile 2019 per ristabilire condizioni contrattuali più eque lungo la catena di distribuzione degli alimenti, con l’introduzione di elementi contrattuali e sanzionatori certi rispetto a prassi che finora hanno pesantemente penalizzato i produttori.

Friuli Venezia Giulia: il ritorno del figliol prodigo.

A volte, ho la vaga sensazione di passare come fossi un sismografo. Lì, a registrare ogni movimento. Un movimento che riguarda sostanzialmente il mondo politico. Ma, sapendo che la politica ha il compito di riassumere un po’ tutto, non devo trascurare nemmeno ciò che accade nei d’intorni di quest’ultima.

Mi sono dato questa croce, con regolarità ve la sottopongo, senza troppo soffrirne, e con una certa puntualità.

Se tutto dovesse andare secondo le linee dominanti, me ne starei zitto. Ma considerando che il mondo degli uomini non pare essere prono ad un solo indirizzo, ecco che le deviazioni mi impongono una loro registrazione. Anche cose minime. Non sempre aspetti di titanica portata. Anzi, sono proprio le movenze secondarie ad essere più appetitose. Cogliere pertanto anche semplici fruscii, perché potrebbero successivamente ampliare la loro portata e offrire effetti di tutto rispetto.

Si tratta dell’evento capitato l’altro ieri nel cosiddetto “regno di Ferruccio Saro”. Prima che giungessero le elezioni del 2018, in quel principato si sono giocate le carte più interessanti. Ricorderete che è da quel cappello che il mago ha fatto uscire il coniglio. Oggi, le magie sono a scartamento ridotto. Non c’è paragone rispetto ai fasti della stagione pre elettorale di allora.

Saro era caduto un po’ in disgrazia. I figli lo avevano non solo disarcionato, ma persino messo alla porta. Ma Saro è Saro. E, conoscendolo, avrebbe sicuramente reagito a quei gestacci. Ed eccolo ricomparire, gli hanno riservato un servizio al Tg3 Fvg, rimettendo in sella una nuova proposta, con un nuovo simbolo, un nuovo nome, immancabilmente infilato nel centro destra e, cosa eclatante, con il rientro del figliol prodigo. Renzo Tondo, dopo anni di sofferta distanza – le immagini vedevano padre e figlio accostati in prima fila – ieri ha consumato il rito del rientro. È intervenuto, ha quindi siglato la convergenza all’interno del principato di Martignacco e i due, muniti di una degna corte, si sono lanciati in una nuova avventura politica regionale.

Direte che la cosa è marginale? Che non inciderà per nulla nel campo dell’Imperatore? Che passerà in sordina dopo essere fuggevolmente apparsa nel suo vagito?

Non siatene certi. Le risorse di Saro sono più di quanto ciascuno di noi possa immaginarsi. La storia l’ha testimoniato in abbondanza.

Potrebbe anche dar corpo ad un gruppo consigliare regionale e in quel caso, la vecchia presenza farà sentire il suo peso. Certo è che se, invece, non gli riuscisse l’operazione, ci potrebbe essere la fondata ragione che la bandierina alzata ieri l’altro si limitasse a raccogliere un venticello di misera pretesa.

Il problema è capire quanto possa essere utile a Massimiliano Fedriga una operazione di questo tipo, se la vede con sospetto o se, invece, la trovi persino simpatica. Ma questa è una vicenda che non abbiamo ancora l’onore di conoscere. Le mosse successive ci potranno raccontare se trattasi dell’una o dell’altra, ma per ora, restiamo vinti solo da pura curiosità.

Dal progetto Life Prepair un’articolata indagine sul consumo residenziale di biomasse legnose nel bacino Padano.

Nell’ambito del convegno “Green New Deal ed energia rinnovabile dal legno Politiche, numeri, azioni per accelerare la transizione energetica”, in programma al Progetto Fuoco di Verona Fiere nella giornata di mercoledì 19 febbraio, verrà presentato il report sul “Consumo residenziale di biomasse legnose nel bacino padano”, curato da ARPA Veneto all’interno del progetto LIFE PREPAIR.

Di PREPAIR fanno parte, tra i 18 partner italiani e sloveni, tutte e cinque le Regioni del bacino padano e la Provincia di Trento: è questo il principale palcoscenico su cui si attivano le iniziative previste, dalla raccolta dei dati fino alle azioni di sensibilizzazione. Il progetto mira ad implementare le misure previste dai piani regionali e dall’Accordo per la qualità dell’aria del Bacino padano, ed a rafforzarne la sostenibilità e la durabilità dei risultati.

Le azioni di progetto riguardano una pluralità di settori – agricoltura, combustione di biomasse per uso domestico, trasporto di merci e persone, consumi energetici – e lo sviluppo di strumenti comuni per il monitoraggio delle emissioni e per la valutazione della qualità dell’aria su tutta l’area di progetto.

Il report che verrà presentato a Verona ha dunque l’obiettivo di aggiornare all’anno 2018 le stime dei consumi di biomasse legnose impiegate in ambito residenziale nel territorio del Bacino Padano: ed è stato realizzato partendo da un’indagine campionaria, effettuata nella scorsa primavera, che ha coinvolto ventimila famiglie residenti all’interno del Bacino stesso, a cui nell’autunno si è aggiunta una seconda indagine che ne ha coinvolte altre tremila.

Oltre all’aggiornamento delle stime relative ai consumi, l’indagine campionaria ha permesso di approfondire anche altri aspetti del fenomeno dell’utilizzo energetico delle biomasse legnose nel settore residenziale: l’identificazione delle fonti di approvvigionamento, le modalità di utilizzo degli

apparecchi ad uso domestico (frequenza, modalità di accensione, accatastamento e aspetti manutentivi) e la propensione all’acquisto di strumenti a maggiore efficienza e minore impatto ambientale a fronte della disponibilità di incentivi alla sostituzione di quelli più obsoleti.

Dall’indagine, si stima che gli utilizzatori di biomassa a livello di Bacino Padano siano pari a circa il 22%, con valori che vanno da un minimo del 14% in regione Lombardia, fino ad un massimo del 45% nella provincia autonoma di Trento.

Considerando le tipologie di impianto più diffuse, nell’area del Bacino Padano sono stimate complessivamente circa 480 mila stufe a pellet, circa 470 mila caminetti aperti e 460 mila caminetti chiusi a legna, nonché 990 mila stufe tradizionali a legna. Per quanto riguarda le caldaie autonome a biomassa, l’indagine ne rileva circa 150 mila, di cui un terzo alimentate a pellet.

Le tipologie di apparecchio di gran lunga più diffuse sono quelle che utilizzano l’aria come fluido termovettore. I caminetti aperti, che rappresentano la tipologia a minor efficienza energetica, risultano ancora molto diffusi in Lombardia ed Emilia-Romagna.

I consumi stimati a partire dall’integrazione delle due indagini campionarie svolte nel 2019 sono confrontabili con quelle relativa alla precedente indagine ISTAT 2013, ma con le seguenti variazioni significative: circa il 25% in più per quanto riguarda il pellet e circa il 20% in meno per quanto riguarda invece la legna.

Nei prossimi mesi, le stime dei consumi di biomasse legnose derivanti dall’indagine campionaria saranno messe a bilancio con quelle degli altri vettori energetici impiegati nel riscaldamento civile, rapportandoli ai fabbisogni delle abitazioni del Bacino Padano. Dal consolidamento delle stime sui consumi si andranno ad aggiornare le stime delle emissioni di inquinanti atmosferici derivanti da questo importante settore nell’intero territorio padano.

Il report completo è disponibile qui: http://bit.ly/379w1fA

Coronavirus: i consigli per affrontare al meglio il virus

Protagonista delle attuali news in ambito salute, il coronavirus sta creando situazioni di allerta e preoccupazioni in tutto il mondo. Per fare chiarezza e fornire alcuni consigli utili agli italiani, MioDottore, piattaforma leader in Italia e nel mondo specializzata nella prenotazione online di visite mediche e parte del gruppo DocPlanner, ha coinvolto uno dei suoi specialisti, il dottor Giuseppe Moschella, infettivologo di Cuneo.

Coronavirus: di cosa si tratta
Come spiega il Dott. Moschella, parlando di tipologie di coronavirus umani, identificati per la prima volta a metà degli anni ’60 e chiamati così per via delle punte a forma di corona che si trovano sulla loro superficie, sono stati delineati quattro sottogruppi principali, denominati con le prime quattro lettere dell’alfabeto greco: alfa, beta, gamma e delta. Tra questi, i più comuni sono: 229E (alfa coronavirus); NL63 (alfa coronavirus); OC43 (beta coronavirus); HKU1 (beta coronavirus); MERS-CoV (beta coronavirus che causa la sindrome respiratoria del medio oriente o MERS); SARS-CoV (beta coronavirus che genera grave sindrome respiratoria acuta o SARS); Romanzo Coronavirus 2019 (2019-nCoV). L’essere umano, in ogni parte del mondo, viene comunemente infettato dai coronavirus umani 229E, NL63, OC43 e HKU1; rare volte può verificarsi che i coronavirus che colpiscono gli animali si evolvano e vadano a contaminare anche l’uomo, diventando così un nuovo coronavirus umano. Tra gli esempi recenti troviamo: 2019-nCoV, SARS-CoV e MERS-CoV.

Cosa tenere sotto controllo
Il Dottor Moschella evidenzia che i principali sintomi sono: malessere generale associato a febbre, iperemia del cavo faringeo con tosse e a volte anche iperemia congiuntivale con fotofobia. Lo specialista sottolinea che, come tutte le infezioni virali, uno dei primi sintomi dell’infezione da coronavirus è la febbre. È quindi fondamentale tenere monitorata l’ipertermia, soprattutto se nelle ore serali si manifesta con rialzo febbrile oltre i 38°, se compaiono sudorazioni notturne e iperemia del cavo faringeo. La febbre può essere subcontinua con valori bassi al mattino (36.8° – 37.5°) fino a toccare i 38° – 39.5° a fine giornata. Occorre verificare la situazione per almeno cinque giorni e, qualora i valori persistano, rivolgersi al medico di base e – solo dopo la sua diagnosi e sotto il suo consulto – affidarsi ai presidi sanitari per la sorveglianza della patologia con la ricerca di antigeni e anticorpi virali specifici. Purtroppo, ad oggi, non è ancora disponibile un vaccino contro questo tipo di virus, si devono dunque attuare misure di profilassi generica nel caso in cui si venga a contatto con soggetti che presentano febbre alta, tosse e mal di gola.

Non farsi prendere dal panico e seguire i suggerimenti del proprio medico
Un consiglio tutt’altro che banale è quello di non perdere la calma. È importante controllare la temperatura almeno due volte al giorno, mattina e sera, ed evitare di intasare i pronto soccorso. La scelta migliore è quella di rivolgersi al proprio medico curante e, solo se indicato, recarsi presso i centri per l’accertamento dell’infezione da coronavirus per l’opportuna profilassi. Mentre, ricorda l’esperto, è assolutamente da evitare assumere farmaci senza prescrizione medica.

Prevenzione ed effettivi rischi:
La prevenzione in questo caso è davvero fondamentale, considerati i molti infettati in così pochi giorni e i rischi annessi, che sono quelli di una vera e propria pandemia.

Quindi cosa fare?

Evitare i luoghi affollati, in quanto la trasmissione avviene per via aerea;
Utilizzare mascherine se si sospetta la presenza di soggetti affetti dal virus;
Coprire bocca e naso con un fazzoletto quando si tossisce o starnutisce;
Lavarsi spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi;
Pulire e disinfettare oggetti e superfici contaminate da starnuti o colpi di tosse;
Evitare di toccare occhi, naso e bocca con mani non lavate;
In generale evitare contatti ravvicinati con persone che presentano febbre virale, tosse e mal di gola;
Qualora si venisse contagiati: restare a casa ed evitare il contatto con altre persone

Il Virus

Di questi tempi si scherza poco. Anche i miei confratelli guadano l’orizzonte per l’allerta virus. Non si sa mai.

Il Presidente Conte, impassibile nella bufera, ispira fiducia.  Ecco, mi sembra che dappertutto e per tante ragioni ognuno cerchi, proprio della fiducia, una chiave d’accesso. Cerchiamola insieme, la chiave, così non inciampiamo lungo il cammino. Ci vuole, insomma, una dimostrazione di buona volontà.

D’altronde, un bravo frate invita sempre alla comunione.  A parte il virus, le cose non vanno poi male. Renzi si dimostra ancora inquieto – sulla prescrizione non cede – ma ripete a Conte di stare sereno. Certo, questa idea balzana di trasformare il processo nella pena non mette addosso la voglia di benedire il nostro ministro di Giustizia. 

Ma che facciamo?

La politica non è una scienza esatta e non somiglia, ad esempio, alla  medicina.  Ecco, dovremmo applicare la medicina alla politica.  I nostri benemeriti in camice bianco, divenuti eroi stando chiusi nel bunker dello Spallanzani, hanno isolato il virus. Ci sono riusciti.

Qualcuno, pur con tutta la fiducia del caso, riesce invece a “isolare” Bonafede?

 

Caritas Roma: Corso base di formazione al volontariato

La Caritas di Roma propone il Corso base di formazione al volontariato 2020. Il corso, dieci incontri strutturati in moduli base e in approfondimenti, inizierà il 17 febbraio per concludersi il 10 aprile. La formazione è indirizzata non solo a quanti desiderano impegnarsi nei centri Caritas, ma anche a coloro interessati ad approfondire le tematiche e gli aspetti del volontariato.

Gli incontri, che comprendono sia aspetti teorici – animazione pastorale, dinamiche di lavoro di rete, conoscenza dei servizi sociali – che esperienze di tirocinio, saranno tenuti da operatori Caritas insieme ad esperti del mondo del volontariato e dei servizi sociali pubblici e privati, e si svolgeranno in orari diversi e sedi dislocate in tutta la città per favorire il più possibile la partecipazione.

Chi lo desidera, al termine del corso, potrà operare come volontario nei 51 centri della Caritas a livello diocesano in attività a favore dei senza dimora, dell’integrazione dei cittadini immigrati, nella promozione della solidarietà al fianco dei giovani in difficoltà, delle famiglie, dei malati di Aids.

Per iscrizioni – fino al 14 febbraio –  rivolgersi all’Area Educazione al Volontariato della Caritas diocesana di Roma, telefono 06.88815150, dal lunedì al venerdì ore 9-16, e-mail: volontariato@caritasroma.i

Startup innovative: tutti i dati

È online la nuova edizione del Report di monitoraggio trimestrale dedicato ai trend demografici e alle performance economiche delle startup innovative. Il rapporto, che presenta dati aggiornati al 31 dicembre 2019, è frutto della collaborazione tra MISE (DG per la Politica Industriale) e InfoCamere, con il supporto del sistema delle Camere di Commercio (Unioncamere).

Il Rapporto offre una vasta panoramica sul mondo delle startup, a poco più di sette anni dall’introduzione della policy dedicata (d.l. 179/2012), e costituisce uno dei pilastri dell’esteso sistema di monitoraggio curato dal MISE.

Tra le principali informazioni contenute nel Rapporto:

  • Crescita della popolazione: le startup iscritte si assestano ormai stabilmente sopra quota 10mila. Al 31 dicembre 2019 se ne contano 10.882, il 3% di tutte le società di capitali di recente costituzione.
  • Distribuzione territoriale: la Lombardia ospita poco più di un quarto di tutte le startup italiane (26,9%). La sola provincia di Milano, con 2.075, rappresenta il 19,1% della popolazione, più di qualsiasi altra regione: solo il Lazio supera quota mille, in gran parte localizzate a Roma (1.110, 10,2% nazionale). Tuttavia, la regione con la maggiore densità di imprese innovative è il Trentino-Alto Adige, dove il 5,3% di tutte le società costituite negli ultimi 5 anni è una startup.
  • Forza lavoro: le startup impiegano complessivamente più di 61mila persone, almeno 50mila delle quali sono soci di capitale dell’azienda. Elevata la rappresentazione di imprese fondate da under-35 (il 19,8% del totale), mentre risultano sottorappresentate le imprese femminili: 13,5%, contro un 21,9% registrato nel complesso delle società di capitali.
  • Fatturato: le startup innovative sono soprattutto micro-imprese, vantando un valore della produzione medio di poco superiore ai 175mila euro. Ciò è anche dovuto al ricambio costante cui è soggetta questa popolazione: per definizione, le imprese “best-performer”, più consolidate per età e fatturato, tendono progressivamente a perdere lo status di startup innovativa.
  • Investimenti e redditività: come fisiologico, le startup innovative mostrano un’incidenza più elevata della media di società in perdita (52,1% contro 31,9% complessivo). Tuttavia, le società in utile mostrano valori particolarmente positivi in termini di redditività (ROI, ROE) e valore aggiunto.
    Inoltre, le startup innovative presentano un tasso di immobilizzazioni – uno dei principali indicatori della propensione a investire delle aziende – sette volte più elevato rispetto alle altre aziende comparabili.

Analizzata la composizione chimica delle rocce lunari

Grazie a una tecnica nota come tomografia a sonda atomica (APT), un gruppo di ricercatori del Field Museum of Natural History e dell’Università di Chicago è riuscito ad analizzare la composizione dei campioni di rocce e suolo lunari raccolti nel 1972 nell’ambito della missione Apollo 17.

Il campione su cui è stata condotta l’analisi, spesso quanto un capello umano, è stato ottenuto “intagliando” la superficie di una roccia prelevata durante la missione Apollo 17 con un fascio di atomi elettricamente carichi.

In seguito, il campione ottenuto è stato colpito con un raggio laser, che ne ha strappato gli atomi, uno a uno. Le particelle sono state catturate da un rivelatore, che le ha ricevute in tempi diversi a seconda del loro peso. Infatti, gli atomi più pesanti, come il ferro, impiegano una quantità maggiore di tempo a essere catturati rispetto a quelli maggiormente leggeri, come l’idrogeno.

L’analisi ha permesso, quindi, di identificare la presenza di ferro, acqua ed elio nei frammenti di suolo lunare.

Trapianti. Presentata a Torino la prima procedura di consenso informato per i minori

Si tratta della prima proposta di questo genere elaborata al fine di favorire un maggiore empowerment del minore coinvolto nelle complesse pratiche di trapianto di polmoni. Come è noto, i minori anche ormai prossimi alla maggior età si trovano in una sorta di limbo che li rende incapaci di azione propria. Eppure, anche per via del vissuto esperienziale di malattia hanno acquisito capacità di consenso superiore a quella dei coetanei e anche di giovani adulti.

Data la complessità del tipo di trapianto in questione, il numero di minori coinvolti nel processo è limitato, ma il modello di consenso proposto può riguardare molti altri casi, e l’auspicio è che la Procedura sia un primo passo per una maggiore valorizzazione del consenso informato dei minori d’età. Il tema è certamente complesso ma oggi, soprattutto dopo la 219/17, la questione non può più essere accantonato e deve essere affrontato con decisione.

Beningni: sul Cantico dei Cantici, non ci siamo!

L’altra sera, nel seguire la celeberrima gara canora di Sanremo, devo confessare di essere rimasto contrariato dalla interpretazione di Roberto Benigni sul ‘Cantico dei Cantici’.

Per lui ho avuto sempre apprezzamento e simpatia, capace di esprimere una forza artistica particolarissima ed originalissima a confronto di tanta banalità in circolazione; anche se talvolta forzatamente di parte, e tendente ad essere un ‘conformista dell’anticonformismo’: quell’impronta che si intende dare, con valutazioni sulle vicende della vita sociale, che nei paesi anglosassoni definirebbero di ‘ politically correct’.

La mia perplessità certamente non riguarda la bellezza, oltremodo esaltata dall’artista, del libro attribuito a Salomone, bensì l’insistenza troppo allusiva alla presunta manipolazione del testo originario, per pretesa pruriginosa avversione della Chiesa Cattolica verso il suo contenuto erotico-sessuale.

Devo dire a questo punto che solo chi è lontano dagli ambienti cattolici può dare giudizi così presuntuosi e lontani dalla realtà. In verità il Canto dei Cantici è tra i passi più apprezzati dei testi sacri, proprio perché capace di descrivere, con delicatezza e purezza, l’incontro sessuale tra due sposi che attraverso il loro amore generano la vita, in grado di perpetuare il creato e di giustificare la esistenza di un uomo e di una donna: dunque erotismo e sessualità che proviene dal divino.

A Benigni, allora, mi sento di dire: la prossima volta, prima di cimentarsi con esegesi così impegnative, si faccia aiutare nella ‘scrutatio’ dei testi sacri ( l’approfondimento dei singoli passi della Parola e la sua correlazione con altri passi), così eviterà di apparire a tutti i costi, anche agli occhi di chi l’apprezza, un conformista dell’anticonformismo.

Di Maio come Ferrero?

Vi ricordate di quel simpaticone di Paolo Ferrero, già segretario nazionale di Rifondazione Comunista nonché Ministro del secondo Governo Prodi? Cioè di quel Ministro che scese in piazza contro il Governo di cui faceva parte contribuendo in prima persona, com’è ovvio e scontato, a decretarne la fine anticipatamente? 

Ecco, oggi abbiamo un fan di quell’ex ministro e dirigente politico, ed è l’ex capo politico del partito dei 5 stelle, il Ministro Di Maio. Si’ perché proprio Di Maio ha deciso, di comune accordo con il suo partito, di scendere in piazza contro il Governo di cui fa parte il prossimo 15 febbraio a Roma. Formalmente contro i vitalizi – che, come tutti sanno, sono e restano per i 5 stelle in cima all’agenda politica del nostro paese, talche’ sarebbe opportuno valutare di portare l’intera questione prima a Bruxelles e, se necessario, anche all’ONU – ma sostanzialmente per riaffermare i capisaldi costitutivi del programma di quel partito, a cominciare dalla abolizione della prescrizione e la riforma della giustizia. E poi vedere quali altri temi la piazza solleverà. 

Ora, sia chiaro, nessuno mette in discussione la facoltà dei singoli partiti di scendere in piazza per riaffermare il proprio progetto politico. “E’ la democrazia, bellezza”, direbbe giustamente Massimo D’Alema. Ma il punto politico di questi comportamenti – che si ripetono curiosamente a prescindere dalle vicende politiche contingenti e dalle diverse fasi storiche – riguarda un altro aspetto. E cioè, l’opposizione al governo di norma arriva quasi sempre dall’interno del governo stesso più che non dall’opposizione. Era così un tempo ed è così adesso. Con una aggravante, però, per quanto riguarda la politica contemporanea. Perché siamo abituati a sentire quasi a reti unificate e quotidianamente che viviamo nella stagione del cambiamento e del rinnovamento totale rispetto al passato. Un passato che, a detto dei professionisti del nuovismo, non solo non deve più essere riproposto ma va addirittura ripudiato e rinnegato. Questo, del resto, e’ il cuore del “vaffa day” di grillina memoria. Per non parlare della “rottamazione” di renziana memoria, due facce della stessa medaglia. 

Ecco perché rispetto alla stagione di Ferrero non è cambiato molto. Anzi, non è cambiato nulla. Il malcostume politico continua ad imperversare. Con la differenza che adesso lo si pratica, più che nel passato, in nome del cambiamento e della profonda discontinuità rispetto a ciò che ci ha preceduto. Che, come detto poc’anzi, deve essere solo raso al suolo dai novelli rivoluzionari. 

Aldo Moro: Discorso al congresso di Napoli. Alle radici del centro-sinistra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la ostfazione dell’ultimo lavoro dell’amico Enrico Farinone.

Postfazione

Forse oggi è difficile percepire bene cosa significò – all’alba degli anni Sessanta – l’apertura a sinistra che condusse i socialisti al governo. E’ trascorso molto tempo e lo scenario è completamente mutato. Però se si vuole comprendere quanto rivoluzionaria e quindi difficile, impervia fu l’azione morotea in quei momenti è indispensabile riflettere con attenzione su quale fosse il clima culturale del periodo. E non ci si inganni: si sta qui parlando dei primissimi anni Sessanta, il loro albeggiare, non degli “anni Sessanta“ in toto. La differenza non è da poco. E la si potrebbe rilevare molto bene proprio attraverso la lettura di un altro grande intervento di Moro, al consiglio nazionale della DC del novembre 1968: “Tempi nuovi si annunciano ed avanzano come non mai”. Quei “tempi nuovi” si erano delineati nel corso della decade progressivamente e irresistibilmente. Ma agli inizi del decennio davvero erano solo un minuscolo e quasi impercettibile accenno.

In quel gennaio 1962 erano in fondo trascorsi nemmeno quattordici anni dalla storica votazione del 18 aprile 1948. E soli cinque dalla presa di distanza socialista dal comunismo sovietico dopo i fatti di Budapest. Il congresso del PSI da poco celebratosi a Milano (marzo 1961) se da un lato aveva dato la vittoria al segretario Nenni e alla sua linea volta a realizzare una qualche forma di accordo con la DC dall’altro ne aveva evidenziato anche la risicata maggioranza interna. Talchè più di un dubbio e di un’incertezza aveva avviluppato anche le componenti democristiane più inclini alla possibile nuova alleanza, timorose che il “neutralismo” socialista (di fatto, l’anti-atlantismo di personaggi importanti come Riccardo Lombardi e Lelio Basso) potesse irretire gli Stati Uniti e la NATO.

Sul territorio erano sorte, dopo le amministrative di fine 1960 che avevano sostanzialmente punito il centrismo, giunte comunali di centro-sinistra (non però nelle regioni, come il Veneto, nelle quali erano i dorotei a guidare la DC) ma le amministrazioni “frontiste” PCI-PSI, come ancora venivano dispregiativamente definite, continuavano ad essere molte di più. In Parlamento, per contro, l’azione socialista marcava una significativa autonomia rispetto al PCI, e questo era un dato che a Piazza del Gesù veniva tenuto in debito conto. La segreteria nazionale doveva però confrontarsi con quelle locali e l’atteggiamento di gran parte della DC di “periferia” (un termine oggi in disuso ma invece molto utilizzato ai tempi della Prima Repubblica) era ostile al dialogo con i socialisti. Anche perché incalzata da un episcopato in larga misura assolutamente contrario ad ogni forma di accordo. Esemplare fu ad esempio il modo nel quale venne osteggiato Giorgio La Pira, confermato sindaco di Firenze (febbraio 1961) solo dopo intense e tese trattative succedute alle elezioni comunali durante le quali si era sviluppata una dura campagna avversa da parte della Destra contigua alla destra dc, sia agraria sia industriale. Solo pochi giorni prima era nata la prima amministrazione di centro-sinistra a Genova nonostante la totale e largamente esplicitata opposizione dell’arcivescovo cardinal Siri.  Ma ancor più rilevante fu l’ostracismo col quale a Milano il cardinal Montini avversò l’ipotesi di una giunta di centro-sinistra che la locale segreteria provinciale, guidata da Giovanni Marcora, dapprima avanzò e successivamente realizzò. L’arcivescovo coinvolse anche Piazza del Gesù, rendendola edotta del suo forte disappunto. Moro, che per i trascorsi giovanili nella FUCI veniva ritenuto assai vicino a Montini, giustificò la scelta milanese con una lettera che, per quanto ritenuta “cortese e gradita” dal porporato non diminuiva però il suo “dispiacere circa la condotta della Democrazia Cristiana di Milano”

La destra clericale non sopportava l’idea di allargare la collaborazione governativa, anche in forme minime, a una forza politica costitutivamente “atea”. In questo facendosi forte delle numerose prese di posizione, per non parlare delle pressioni, adottate dalla più parte degli episcopati. La Chiesa italiana era ancora, per così dire, di rito pacelliano, tuttora lontana dalle inedite aperture papali incarnate in primis dall’enciclica Mater et Magistra che invece con la distinzione fra errore ed errante consentiva una interpretazione politicamente aperta, per la quale una cosa era l’adesione al marxismo ateo e un’altra la concreta azione politica del PSI, del resto ormai consolidatasi nel segno dell’autonomismo dai comunisti. Su questo punto battevano i giovani della corrente di Base, sinistra interna che interpretava in modo laico e autonomo l’ispirazione cristiana e che riteneva conclusa per sempre la stagione del centrismo degasperiano e post-degasperiano.

Queste opposte spinte e le tensioni conseguenti erano il portato di un’epoca – quella dello scontro fra cattolici e sinistra marxista e atea – che aveva contraddistinto gli anni Cinquanta e che non si era ancora chiusa. Una frattura tuttora larga e profonda che pervadeva la società italiana. Un abisso ideologico che la divideva in due. Non considerare questo dato impedirebbe a chiunque di comprendere quanto complicato fosse anche solo ragionare su un possibile governo di centro-sinistra. 

Le difficoltà, e si era visto come appena detto al congresso di Milano, erano tante, per i socialisti. I quali però uno strappo importante lo avevano già fatto sulla scia del tragico destino ungherese, ragion per cui era per loro più facile – o magari, meglio, “meno difficile” – immaginarne un secondo, anche se questa volta più lacerante perché operato sul terreno della politica nazionale. 

Per la DC era diverso. Tutto era molto più complicato. Un partito di dichiarata ispirazione cristiana, sin dal nome e dal simbolo, divenuto il principale e più potente in Italia grazie in primo luogo ad una straordinaria mobilitazione sia motivazionale – da parte della Chiesa Cattolica – sia organizzativa – tramite la capillare ramificazione territoriale delle parrocchie – non poteva replicare agli ammonimenti curiali con una semplice alzata di spalle. Doveva tenerne conto. Al tempo stesso la logica della politica e la necessità del governare proponevano un contesto in mutamento che non poteva non essere considerato e affrontato. Si trattava allora di tenere insieme le due esigenze. La soluzione stava nella rivendicazione dell’autonomia decisionale sul terreno della politica da parte del cristiano impegnato in essa. Un concetto già enunciato anche in passato – sin dai tempi del Partito Popolare – ma che ora doveva essere posto in pratica risolutamente. Non era così facile.

Un contributo importante in questa direzione lo diede, all’interno del partito, l’elaborazione intellettuale di un gruppo di giovani che qualche anno prima aveva costituito una corrente, denominata la Base, che proprio sul concetto di autonomia e laicità aveva posto la pietra d’angolo della propria motivazione esistenziale. Sarà comunque Moro, segretario del partito e quindi voce più autorevole di esso, a declinare con nettezza e precisione a uso pubblico la sostanza della questione. Lo fece numerose volte in vari contesti, ma forse quella più incisiva fu quando ribadì il punto con insolita energia di fronte alla platea televisiva. Uno strumento, la televisione, che stava cominciando a rivelare tutta la sua potenza al quale i politici del tempo ovviamente non erano adusi. Moro, pur se assolutamente non adatto al mezzo (probabilmente già con gli occhi di allora…) ne intuì fra i primi le potenzialità e si acconciò ad utilizzarlo. Fu dunque rispondendo ad una domanda di Eugenio Scalfari nel corso di una Tribuna politica che dettagliò il suo pensiero in modo chiaro e comprensibile per tutti e non solo per gli addetti ai lavori: “Io devo ridire che la DC non è un partito cattolico nel senso che sia un’espressione politica della gerarchia ecclesiastica, E’ un partito di cattolici i quali operano in rapporto a una realtà temporale su di un terreno che è il terreno propriamente politico, che riguarda scelte di carattere tipicamente politico”. Un punto che avrebbe ripreso, come si è visto, nel discorso di Napoli (“L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità”).

Se ci si riflette bene l’operazione politica avviata da Moro a Napoli faceva fare un salto culturale straordinario in entrambi i campi interessati. In quello cattolico si affermava il superamento della troppo frequente subordinazione dell’iniziativa politica alle visioni e ai dettati della gerarchia, o di larga parte – quella più tradizionalista – di essa. In quello socialista si superava il rigido paradigma marxista in tema di inevitabilità rivoluzionaria predicata come un mantra ogni qualvolta si doveva ragionare sui possibili sviluppi sociali di una realtà, quella occidentale, destinata invariabilmente a venir travolta dalla marcia inarrestabile del proletariato. 

Certo, Moro per conseguire il risultato voluto doveva erigere un muro insormontabile nei confronti del comunismo e infatti la sua relazione congressuale è intransigente sul punto. Del resto se l’obiettivo era, come ribadito in ogni occasione, l’allargamento delle basi popolari dello Stato il primo passo non poteva che essere effettuato nella direzione socialista. Posto, inoltre, che il PCI di Togliatti – ferreamente legato all’URSS – denunciava come “deviazioni socialdemocratiche” ogni e qualsiasi riflessione innovativa e non ortodossamente marxista svolta dagli ex alleati nel Fronte Popolare.

Era un primo passo foriero di ulteriori sviluppi, certamente. Prima, però, doveva condurre nella direzione indicata e produrre i suoi effetti. Era una convivenza fra diversi, ma proprio questo era l’obiettivo, perché ampliare il consenso popolare alla democrazia e alle istituzioni repubblicane significava rafforzare la prima e consolidare le seconde. Non tutto andrà come sperato, inevitabilmente. Ma quel risultato fu comunque un punto di partenza rilevante per l’avvio di una nuova fase della ancor giovane democrazia italiana. I mitici e tumultuosi anni Sessanta erano ormai iniziati e l’Italia si preparava ad essi non solo rilanciata economicamente ma anche rinnovata politicamente. Quest’ultimo esito era in larga misura frutto della sagacia di Aldo Moro. Col discorso di Napoli l’Italia era entrata nel futuro.

 

Mibact e Enit presentano il piano annuale del turismo italiano

L’Italia sfoggia i suoi primati e si prepara al 2020 con una strategia orientata a nuovi mercati e segmenti. Stando all’Ufficio Studi Enit sono oltre 360 milioni le notti trascorse dagli stranieri nella Penisola fino ad ottobre 2019 (+4,4%) e che hanno apportato introiti per circa 40 miliardi. Il brand Italia ha attratto ben 3 milioni di partecipanti ad eventi organizzati e sponsorizzati nel mondo del lusso. Quasi 32 milioni di occasioni di visibilità del Bel Paese attraverso azioni di comunicazione pubblicitaria mirate ed azioni di co-marketing. Il piano 2020 di Enit-Agenzia Nazionale del Turismo propone l’Italia della sostenibilità, a misura dei nuovi mercati e dei nuovi segmenti. Un’attenzione particolare al mercato domestico, soprattutto rivolto alle destinazioni delle aree interne e alle piccole e medie città della cultura. I mercati in rapida crescita come l’Asia e in particolare la Cina, con i nuovi target giovani ad alta capacità di spesa, sono al centro delle nuove campagne per un turismo capace di spendere durante tutto l’anno. Verso i Paesi di prossimità Enit ha previsto campagne per la valorizzazione di nuove esperienze turistiche destinate ai viaggiatori più fedeli per creare nuove motivazioni di vacanza in Italia. Sono 480 le iniziative già previste per il 2020 dalle sedi estere di Enit di cui circa il 20 per cento orientate anche alla valorizzazione della meeting industry. Enit ha destinato il 22,7 per cento ad iniziative sui nuovi target del lusso affluent e Hnwi (High Net Worth Individual). Si punta anche al turismo slow a cui sarà riservato il 34,8 per cento delle azioni Enit e al turismo active con il 26,7 per cento delle attività. Sono oltre 40 le fiere previste nel 2020 accompagnate da specifici workshop per operatori del settore. Enit supporterà in collaborazione con il sistema Italia i protagonisti dell’industria turistica. Innumerevoli gli eventi e celebrazioni in cantiere:

  • Centenario Enit
  • Turismo culturale: Raffaello, Fellini
  • Dubai 2020: Connecting Minds, Creating The Future
  • Giro D’Italia 2020 E Giro E
  • World Routes Milano
  • Ilgta Convention Milano
  • Stati Generali Della Montagna: verso Le Olimpiadi
  • Anno Della Cultura E Del Turismo Italia Cina
  • Festa della Repubblica/Settimana della Cucina Italiana in Coordinamento con Il Maeci
  • Educational tour
  • Festival dei Borghi

“Abbiamo voluto imprimere una nuova centralità al turismo italiano che rappresenta un asset economico di primaria importanza per il nostro Paese. Parliamo di quasi il 13% del Pil, secondo le stime di Banca d’Italia e secondo i dati di Eurostat con 4,2 milioni di occupati siamo leader in Europa per occupati in questo settore”, dichiara la Sottosegretaria al Turismo Lorenza Bonaccorsi. “Anche i primi dati sul saldo dei flussi turistici nel 2019 descrivono un anno molto favorevole per il turismo italiano con una crescita della spesa del turismo internazionale del 6,6% ed un aumento dei pernottamenti del +4,4 %. Un incremento rilevato anche dai dati sugli arrivi aeroportuali che chiudono i primi 11 mesi 2019 con un +4% di passeggeri totali, che sale a +5,8 per cento su quelli internazionali” conclude la Sottosegretaria al Mibact.

“L’impegno da parte del Governo è quello di garantire al turismo italiano le migliori condizioni, l’attenzione e l’impulso necessari a mantenere e rafforzare questi trend di crescita. Sempre all’interno dei paradigmi dell’accessibilità, della sostenibilità e dell’innovazione, con cui vogliamo caratterizzare la nostra azione”, conclude la Sottosegretaria del Mibact. “Il turista è sempre più al centro dell’esperienza di vacanza che si basa definitivamente sulla sostenibilità, attraverso la consapevolezza che il proprio divertimento ha fatto del bene alla destinazione e non ne ha consumato la qualità ambientale, sociale ed economica. Si tratta di scelte mosse da dinamiche individuali e personalizzate, non più orientate dalla destinazione o dalla motivazione del viaggio” dichiara il presidente Enit Giorgio Palmucci

“Il turista in vacanza non vuole fare solo esperienze divertenti ma imparare una certa attività, anche in maniera condivisa con i compagni di viaggio, specialmente lo sport e il turismo active diventano nuove modalità collettive per vivere il viaggio”. Sostiene il direttore esecutivo Giovanni Bastianelli.

Il numero di studenti senzatetto negli Stati Uniti è impressionante

Secondo il rapporto del National Center for Homeless Education sarebbero 1,5 milioni gli studenti senza un tetto sulla testa. Di questi, la stragrande maggioranza ha trovato soluzioni di fortuna con amici o parenti o, cosa assai inconsueta e disdicevole per gli americani, è tornata a vivere con i genitori. Ma, nonostante questo, secondo il rapporto il 7% vive in edifici o automobili abbandonati.

Di questo 1,5 milioni di giovani senza fissa dimora, 271 mila presentano delle disabilità, mentre 261 mila hanno una conoscenza limitata della lingua inglese. Quasi 130 mila, inoltre, sono non accompagnati, e 16 mila sono giovani migranti. Lo studio è relativo agli studenti dall’età di circa tre a circa diciotto anni. I giovani identificati come senzatetto possono aver vissuto senza fissa dimora per un periodo di tempo di qualsiasi durata all’interno dell’anno preso in analisi.

Rispetto all’anno scolastico 2015-2016, il numero di giovani senzatetto iscritti a una scuola pubblica è aumentato del 15 per cento. Negli stessi due anni, il numero di giovani senzatetto che risiede in luoghi “non riparati” — fra cui automobili, parchi, campeggi, rimorchi ed edifici abbandonati — si è più che raddoppiato.

Ben sedici stati hanno registrato una crescita di almeno il 10% e otto di questi registrano un picco del 20%, a parte il Texas, dove il numero è letteralmente raddoppiato del 100%.

I dati governativi relativi allo stesso 2018, inoltre, misurano al 18 per cento della popolazione totale le persone che vivono in condizioni di povertà.

Barbara Duffield, direttore esecutivo della “SchoolHouse Connection”, un’associazione no-profit che si occupa di giovani senza fissa dimora, ha definito i numeri allarmanti: “Per molti di questi giovani, le scuole pubbliche sono l’unica fonte di sostegno. Le scuole esistono in tutte le comunità, indipendentemente dal fatto che ci siano o meno abbastanza posti letto: sono tenute a identificare, iscrivere e aiutare chi è per la strada”.

Milano: La Passione nell’arte francese

Per il tempo della Quaresima e della Pasqua, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini e i Musei Vaticani propongono come spunto di riflessione l’esposizione di un prezioso nucleo di pitture, sculture, incisioni, provenienti dalla Collezione di Arte Contemporanea dei Musei del papa.

Si tratta di opere di artisti francesi, quali Paul Gauguin, Auguste Rodin, Maurice Denis, Georges Rouault, Marc Chagall, Henri Matisse e altri ancora incentrate sui temi “intorno” alla Passione di Cristo, in un percorso che consente di far luce su diversi aspetti del delicato rapporto fra modernità e tradizione nell’arte e nella Chiesa, fra XIX e XX secolo.
Sono anni cruciali in cui gli artisti, soprattutto in Francia, partecipano attivamente al dibattito che interessa il rinnovamento dell’arte sacra contemporanea e il delicato dialogo tra arte e spiritualità. La necessità di rispondere alle domande sempre più urgenti poste dalla società moderna spinge gli artisti a riflettere e sperimentare: stili, linguaggi, espressioni, tecniche differenti mostrano un universo artistico e spirituale di grande fascino e intensità nel quale tradizione e innovazione, passato e modernità, convergono e si integrano.

Parimenti l’esposizione offre l’occasione per rileggere il pensiero sul ruolo dell’arte e in particolare dell’arte contemporanea di papa Paolo VI, a cui si deve la nascita nel 1973 della Collezione d’Arte Religiosa Moderna all’interno dei Musei Vaticani, oggi Collezione d’Arte Contemporanea. Secondo papa Montini l’arte è un luogo nel quale esprimere dubbi, ricercare verità, bellezza e significato, comunicare conoscenze e sperimentare, senza alcuna distinzione o preclusione rispetto alla fede e alla cultura cui apparteniamo.

Coronavirus. Conferenza mondiale dell’Oms l’11 e 12 febbraio

L’11 e 12 febbraio a Ginevra l’Oms farà il punto sulle azioni internazionali per la risposta al coronavirus (2019-nCoV) in un forum mondiale organizzato in collaborazione degli istituti di ricerca contro le malattie infettive.

Il forum riunirà scienziati di spicco, agenzie di sanità pubblica, ministeri della sanità e finanziatori della ricerca che perseguono la ricerca sulla salute animale e della salute pubblica contro il 2019-nCoV e lo sviluppo di vaccini, terapie e diagnostica, e tutte le altre innovazioni possibili.

Si prevede che l’incontro produrrà un’agenda di ricerca mondiale per il nuovo coronavirus, stabilendo priorità e quadri che possono guidare i progetti intrapresi.

Questo consentirà inoltre di accelerare lo sviluppo e la valutazione di efficaci test diagnostici, vaccini e medicinali, stabilendo contemporaneamente meccanismi per l’accesso a prezzi accessibili alle popolazioni vulnerabili e facilitando il coinvolgimento della comunità.

Cinquanta persone possono salvare milioni di vite

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano

«Le cinquanta persone più ricche del mondo… da sole potrebbero finanziare l’assistenza medica e l’educazione di ogni bambino povero nel mondo»; di più: «potrebbero salvare milioni di vite ogni anno». Dati alla mano, Papa Francesco torna a denunciare «l’iniquità universale» di un “mondo ricco” in cui «tuttavia i poveri aumentano», portando «milioni di persone a essere vittime della tratta e delle nuove forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi».

Ma ciò che appare maggiormente significativo è il contesto in cui il Pontefice ha formulato questa denuncia: nel pomeriggio di mercoledì 5 febbraio, infatti è intervenuto di persona, con un discorso pronunciato in spagnolo, la sua lingua madre, all’incontro organizzato dalla Pontificia accademia delle scienze sociali su «Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione». Con studiosi ed esponenti del mondo delle banche, delle finanze e delle politiche economiche, il Papa ha voluto condividere un «messaggio di speranza: si tratta — ha detto — di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse», perché «non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale». Il che significa, ha aggiunto, «trovare e generare risposte creative dinanzi all’evitabile sofferenza di tanti innocenti». Certo, Francesco è consapevole come ciò implichi accettare che «ci troviamo di fronte a una mancanza di volontà e di decisione per cambiare le cose e principalmente le priorità». Ma proprio per questo, ha concluso, «un mondo ricco e un’economia vivace possono e devono porre fine alla povertà».

E della necessità di impegnarsi per «un’economia globale più giusta e umana» il Papa ha parlato anche l’indomani mattina, giovedì 6, ricevendo un gruppo di organizzatori di fiere internazionali.

Il discorso del Papa

La mostruosa inflazione venezuelana

Nel 2019 l’inflazione in Venezuela ha raggiunto il 9.585%, come riportato dalla Banca centrale del Venezuela attraverso il suo sito web .

Il prezzo del cibo è aumentato di 80 volte l’anno scorso e quello delle merci legate alla salute di 180 volte.

Chiunque sia stato recentemente in un supermercato, in una farmacia  è a conoscenza di ciò che la Banca centrale ha rivelato.Il costo della vita  è la principale preoccupazione di molti venezuelani. I prodotti sono disponibili sugli scaffali dei negozi, ma solo una piccola parte della popolazione può permetterseli.

Si calcola che il 91% della popolazione venezuelana viva al di sotto della soglia di povertà e il 65% al di sotto di una soglia di estrema povertà. Secondo Amnesty International in Venezuela c’è carenza dall’80 al 90% delle forniture di medicinali, la metà degli ospedali non è operativa e c’è stato un calo del 50% del numero dei medici nei preside sanitari pubblici.

Una iperinflazione che non si riesce a superare. Il Venezuela nel 2020 potrebbe rimanere al primo posto tra i paesi con la più alta inflazione al mondo. Anche se si prevede che quest’anno la sua performance continuerà a ridursi del 10%, secondo la stima del Fondo monetario internazionale pubblicata alla fine di gennaio.

Inoltre, da qualche tempo, i venezuelani devono anche sopportare l’aumento della vita in dollari, che la gente erroneamente chiama inflazione in valuta estera. 

Infatti tra il 2018 e il 2019, tenendo conto della percentuale di inflazione rivelata dal BCV, il potere d’acquisto del dollaro – con cui è stato effettuato il 60% delle transazioni – si è ridotto del 20%. 

Una nuova galassia gigante

Si chiama XMM-2599 ed è stata definita una galassia mostruosa, dalla massa incredibilmente gigante, nata circa 12 miliardi di anni fa quando l’universo aveva solo 1,8 miliardi di anni.

La galassia è stata studiata da un luogo particolare, l’osservatorio Keck situato sul vulcano Mauna Kea alle Hawaii e grazie allo strumento a infrarossi Mosfire (Multi-Object Spectrograph for Infrared Exploration).

Il team di ricerca ha scoperto inoltre che XMM-2599 ha formato stelle per più di 1.000 masse solari all’anno, quando era all’apice della sua attività, ovvero un tasso estremamente elevato di formazione stellare in paragone, ad esempio, con ciò che succede nella Via Lattea.

 

Tree Cities of the World riconosce gli sforzi delle città per creare comunità più verdi e più sane

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) e la Arbor day foundation hanno annunciato  le prime città riconosciute nell’ambito del programma Tree Cities of the World, che intende creare città più resilienti e sostenibili.

Tra le prime a essere premiate capitali, come Dublino, Lubiana, Quito, Parigi, Erevan, metropoli, come New York, San Francisco e Toronto, e una serie di centri più piccoli, come Bradford nel Regno Unito, Thunder Bay in Canada, Tempe in Arizona, Milano, Torino e Mantova in Italia, dove l’iniziativa mondiale è stata lanciata nel 2018.

In totale sono 59 le città che hanno ottenuto la designazione internazionale. Oltre 100 altre città si sono impegnate a partecipare – e a soddisfare i cinque standard – e dovrebbero qualificarsi nel prossimo futuro. Oltre a promuovere la gestione efficiente delle risorse verdi urbane, il programma “Tree Cities of the World” mira inoltre a creare una rete internazionale di città, favorendo la condivisione di conoscenze e buone pratiche per la gestione sostenibile delle foreste urbane e degli spazi verdi.

Tumori: Confermata l’origine virale di molti tipi di cancro

Gli scienziati del German Cancer Research Center hanno studiato sistematicamente il Dna di oltre 2.600 campioni di tumore da pazienti affetti da 38 diversi tipi di cancro. Hanno osservato tracce di virus nel 13% dei casi e sono riusciti ad identificare alcuni dei meccanismi messi in atto dai patogeni che portano a mutazioni cancerogene del Dna dell’ospite.

Il rapporto dei ricercatori è stato pubblicato sulla rivista Nature Genetics, il lavoro fa parte dell’analisi Pan-Cancer of Whole Genomes (PCAWG), un’iniziativa lanciata dall’International Cancer Genome Consortium.

Il modo in cui i virus riescono a trasformare le cellule e ad esercitare un potere oncogeno varia da un ceppo all’altro. Il meccanismo più comune osservato dai ricercatori è l’integrazione del genoma del virus all’interno del Dna della cellule ospite. Se il virus si inserisce nel punto giusto, questo provoca delle mutazioni cancerogene, come succede con i papillomavirus e con il virus dell’epatite B.

A volte invece, è la risposta delle cellule che si difendono dall’infezione virale a causare le mutazioni genetiche alla base dei tumori. Per attaccare i virus infatti, la cellula produce degli enzimi, detti APOBEC, che però, se non sono regolati correttamente, possono provocare mutazioni del Dna della cellula stessa.

 

Finalmente tornano la competenza e l’esperienza.

Dunque, le parole d’ordine di quest’ultima stagione politica forte sono arrivate al capolinea. Non ne sono del tutto certo, ma forse ci sono oggi tutte le avvisaglie per chiudere definitivamente questa nefasta e grigia stagione politica. Ovvero, per capirci e senza giri di parole, potremmo riassumere questa stagione con alcuni luoghi comuni: tabula rasa del passato; azzeramento della vecchia classe dirigente o attraverso il “vaffa day” o con la “rottamazione”; l’ostentazione e il vanto del pressapochismo e dell’inesperienza al potere; la radicale assenza di cultura politica e di pensiero politico nell’orientare l’azione politica quotidiana; le parole d’ordine che sostituiscono i progetti e le proposte a lunga scadenza; e una classe dirigente priva di radicamento sociale e territoriale e del tutto estranea ai filoni culturali che hanno caratterizzato e accompagnato la crescita e il consolidamento della democrazia italiana. 

Ora, anche le recenti elezioni regionali, ma non solo, forse hanno contribuito a invertire questa triste e squallida rotta per intraprendere un cammino che non intende riportare indietro le lancette della storia ma che, molto più semplicemente, punta a ridare qualità, prestigio e autorevolezza alla politica italiana nel suo complesso. Una inversione di rotta che si può sintetizzare con due semplici parole: esperienza e competenza. Attorno a questi due semplici vocaboli può ripartire la “buona politica” e, di conseguenza, forse anche il buon governo. Perché la credibilità della politica non può solo e sempre essere il frutto della novità, della moda, del nulla e quindi dell’indistinto. Perché l’esaltazione dell’anno zero, cioè della cancellazione di tutto ciò che preesisteva alla tua esperienza, non può diventare la carta di identità per la buona politica. Dal “vaffa day” di Grillo alla “rottamazione” di renziana memoria, noi abbiamo conosciuto una stagione politica di violenza verbale della politica che, oltre ad introdurre la stagione dei partiti personali o del guru, ha ridotto la politica stessa a mero attacco personale e alla delegittimazione radicale e totale dell’avversario. Che nel frattempo era diventato il nemico da abbattere. Una deriva che ha invaso il campo della politica e che, purtroppo, ha contagiato orizzontalmente l’intera politica italiana. Altrochè il linguaggio dell’amore e il linguaggio dell’odio. Al di là della propaganda, è diventato sempre più difficile, oltreché impossibile, distinguere gli uni dagli altri. E la controprova è che le accuse sono reciproche perché, su questo versante, c’è sempre più un pensiero unico che accomuna tutti. 

Ecco perché il pallido ritorno all’orizzonte della competenza da un lato e dell’esperienza dall’altro, possono contribuire in modo decisivo e potente al rinnovamento della politica. Quello serio, però, e non quello che nega la politica alla radice a vantaggio della sola novità e della moda corrente. Che poi si è tradotto, come abbiamo potuto puntualmente constatare, in un mero e spietato disegno di potere. Perché il ritorno della esperienza e della competenza favorisce anche un potenziale ritorno dei partiti popolari, organizzati e realmente democratici al suo interno. E, accanto ai partiti, anche la valorizzazione di quella classe dirigente che è riconducibile agli amministratori locali che restano un vero e proprio giacimento culturale, ideale, amministrativo ricco di competenza e di esperienza, a stretto contatto con la pubblica opinione e con i cittadini con cui quotidianamente dialogano e si confrontano. E proprio le recenti elezioni regionali, a prescindere dal colore politico, hanno invertito timidamente questa rotta. Su questa strada occorre continuare e non si può deflettere. Perché è proprio su questo versante che si gioca il futuro della nostra democrazia e non solo la credibilità della politica. E’ su questo versante che si gioca la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e, buon ultimo, anche la serietà, la preparazione e la competenza della nostra classe dirigente. A tutti i livelli. Locale e azionale. Ne avevamo bisogno. Contro le mode e al di là delle convenienze del momento.

Noi e la vita degli altri

Sono sempre stato affascinato dalla conoscenza: quella delle ‘cose’ mi permette di approfondire il contesto dove si svolge la mia vita per organizzarla meglio, possibilmente cercando una sostenibile armonia entro cui “esserci”, quella delle persone favorisce l’incontro delle molteplici, infinite esperienze e la comprensione umana e spirituale degli altri.

Ci vuole del tempo per accorgersene, i primi anni della nostra esistenza sono presi d’abbrivio, sullo slancio del fare: poi viene il tempo della riflessione, dei ricordi e della misura da attribuire al nostro rapporto con il mondo.
Non è mai troppo tardi – ad esempio – per apprezzare quanto sia utile indulgere nell’ascolto, se ne coglie l’utilità quando la narrazione delle esistenze altrui rimette in discussione o viceversa ravviva gli apprendimenti maturati, spesso consolidati inconsciamente in noi come granitiche certezze.

La formazione della nostra identità, ciò di cui siamo capaci, i nostri limiti e difetti, le virtù nascoste, le verità taciute e lentamente riaffiorate nel tempo ci accompagnano dal primo respiro di benvenuto al flebile sospiro di commiato: la vita è un lungo percorso di opportunità che si realizzano, di altre che restano incompiute, di rivisitazioni postume che ci permettono di leggere alla luce del presente, i significati reconditi delle nostre esperienze.

Dovrebbe venire un momento per tutti in cui ascoltare le parole degli altri diventi un dovere, mi pare infatti che oggi non sia più un’occupazione tendenzialmente abituale.
Mai il mondo è stato tanto aperto alle parole fino ad esserne fagocitato e mai come ora c’è così poca comprensione tra la gente.
Trovo che siamo inesorabilmente circondati dalla solitudine e che ad esempio le persone anziane, cioè quelle che avrebbero più da raccontare, anche in funzione di una utilità sociale di tale narrazione, restino marginalizzate e inascoltate ai più.
Tesori di vita e di esperienze, insegnamenti ed esempi che restano nascosti e inespressi. Ricchi potenzialmente di storia e di apprendimenti ma resi muti in un mondo che ascolta le sirene dell’effimero e del breve, del forte e del bello.

Temo che ciò non costituisca un fatto casuale ma sia una delle tante forme di rappresentazione di una realtà dove i vissuti sono rapidamente dimenticati, le vite espropriate di autenticità, dove l’esperienza – in tutte le sue variegate valenze, anche educative – risulta spogliata di significati apprenditivi.
Prevale un modello esistenziale preconfezionato e prestabilito, svuotato di originalità e significati autentici, omologato, ripetitivo, triste: grandi potenzialità sbandierate come miraggi, il culto del successo, dell’arrivare, dell’esser primi e felici, anche soverchiando o escludendo le vite altrui.

Nessuno riflette mai abbastanza sulle colpe e sui meriti del destino: venire al mondo in una società accogliente, organizzata, crescere nell’affetto di una famiglia, ricevere buoni esempi, godere di una condizione esistenziale dignitosa non offre forse opportunità native e ambientali più favorevoli rispetto a chi conosce solo l’indigenza, l’abbandono, lo sfruttamento, la fame, la miseria, la marginalizzazione?

Siamo come sassolini lasciati cadere dall’alto e sparsi in ogni angolo del pianeta ma le origini della nostra collocazione nel mondo non hanno valenze di merito ma di casualità.
Eppure siamo talmente avvitati al presente e pregiudizialmente preclusi alla conoscenza della storia e alla dimensione planetaria degli eventi da non accorgerci che gli ‘assalti’ e i ‘respingimenti’ hanno radici lontane: io sarò sicuramente il pronipote di un pirata saraceno ma trovo intorno a me altrettanti discendenti delle prime invasioni barbariche.
Credo che tutti possano darci qualcosa, che noi si possa fare qualcosa per gli altri.
Tutti si sforzano di capire le derive critiche del nostro tempo, il prevalere di sentimenti negativi come l’insoddisfazione, il sospetto, l’acrimonia, il rancore.
Io credo che occorra riflettere sulle cose, sugli avvenimenti, sui fatti per avere in cambio delle risposte.

Ma mi pare di poter dire che gli insegnamenti più incisivi e duraturi, convincenti ed esemplari possiamo ricavarli dal paziente ascolto delle narrazioni altrui.
Se ci esercitiamo in questo doveroso compito di rispettosa empatia, di attenzione, di benevola considerazione dei vissuti riceveremo il dono di risposte ancor più convincenti.
Ma sempre aprendoci alla reciproca conoscenza, alla verità, al dialogo aperto e sincero, ricco di vicendevoli apprendimenti e di ricchezze nascoste: i veri eroi del mondo di oggi sono coloro che sono capaci di sostenere con spontaneità la propria condizione di inadeguatezza.
A guardarci bene intorno e senza andar troppo lontano ci si accorge invece ben presto che il modus vivendi indicato come vincente è quello dello scontro, della sopraffazione, dell’alterigia, della tracotanza , del sistematico allontanamento degli altri dal nostro progetto di vita.

Eppure è proprio dall’ascolto e dal dialogo con il prossimo che si scopre che debolezze e fragilità, solitudini e abbandoni possono diventare motivo per capire la vita, per tendere la mano.
La conoscenza della vita e dei suoi misteri, il senso da dare ad una sconfitta, al dolore, alla solitudine, alla sensazione di insoddisfazione che ci accompagna – silente e malcelato – ci rende reciprocamente utili e vicendevolmente interessanti: c’è sempre qualcosa da imparare da ognuno, per la condivisa umanità presente in ciascuno, dai potenti della terra agli umili e dimenticati.
Qualche giorno fa mi sono soffermato ad ascoltare un artista di strada: se ne stava dignitosamente rannicchiato sul marciapiedi e la sua musica ha folgorato il mio cuore.
Mi sono trattenuto a parlare con lui, complimentandomi per la sua bravura: era un musicista bulgaro, laureato nel suo paese, emigrato con la famiglia per mancanza di opportunità di lavoro.

Gli ho detto: “Non ho mai sentito eseguire così bene, in modo struggente, My way” ed era la pura verità, quella musica suscitava in me una profonda commozione, portava l’eco di posti lontani, riempiva l’animo di sentimenti e armonia.
“Ho studiato molto- mi ha risposto- e suonavo in un’orchestra. Ma è la passione che mi fa esprimere quello che sta nelle note, mentre suono penso alla mia terra, alla mia vita, al mio destino”.

Ognuno dà ciò che possiede, anche il suo talento e la sua nostalgia erano e sono rimasti nella mia intimità come uno splendido scrigno ricco di sorprese che per un attimo mi hanno fatto trasalire, che mi hanno fatto capire che il senso vero della vita è un dono che ci possiamo scambiare anche con una stretta di mano.

Il Boris Johnson che dichiara guerra alle emissioni crea confusione tra i suoi ranghi

La dura lotta che vuole intraprendere Boris Johnson contro i cambiamenti climatici sta suscitando confusione e malumore tra i ranghi del suo Partito.

Infatti  Johnson non soltanto ha annunciato che sarà anticipato di cinque anni, e cioè al 2035, il divieto totale di vendita nel paese di veicoli privati alimentati a diesel o a benzina; ma nel suo annuncio ha incluso pure le auto ibride.

Non certo un incentivo a dotarsi di questo tipo di auto che comunque inquina assai meno di quelle a diesel o benzina.

Decine di migliaia di automobilisti che sono stati incentivati ​​dal governo ad acquistare auto ibride credendo nell’opzione rispettosa dell’ambiente, ora temono che il loro valore crollerà con l’avvicinarsi del divieto.

A questo poi si aggiunge anche il rischio che l’attuale bonus di 3.500 sterline per l’acquisto delle auto elettriche non sia rinnovato alla scadenza fra due mesi, perché a quanto pare i ministri competenti preferirebbero incentivare piuttosto la creazione di una vasta rete di colonnine di ricarica lungo le strade del paese.

Questa incertezza si inscrive poi in un clima di dubbi sugli obbiettivi ambientali stabiliti dal precedente governo conservatore e confermati dall’esecutivo guidato da Boris Johnson: si vuole cioè che il paese entro il 2050 arrivi all’obbiettivo “zero net emissions”, il sostanziale pareggio tra emissioni nocive ed utilizzo di fonti di energia ecologiche e rinnovabili.

Si tratta di un obbiettivo che rivoluzionerà la struttura economica, danneggiando certe aziende e favorendone altre; che a livello sociale ad esempio richiederà di modificare i sistemi di riscaldamento di tutte le case del paese nonché molti e diversi altri interventi, comportando enormi esborsi da parte dello Stato ed una spesa forse insostenibile per cittadini e consumatori.

Smog, dal Ministero Ambiente assegnati 180 milioni alle Regioni del bacino Padano

Ha la data del 27 dicembre scorso il decreto del ministero dell’Ambiente, registrato poi alla Corte dei Conti e nei giorni scorsi notificato alle regioni del Bacino Padano, che ripartisce 180 milioni di euro per interventi anti smog.
Il decreto istituisce un programma di finanziamento per interventi volti a promuovere tra l’altro il miglioramento dei servizi di trasporto pubblico locale, e conseguentemente la qualità dell’aria nel territorio delle regioni interessate. Al programma è destinato la somma complessiva di 180 milioni di euro, suddivisi per annualità fino al 2022.

“Lo smog è un problema enorme e ormai cronicizzato in un’area fortemente esposta come il Bacino Padano. Affrontarlo è una nostra priorità e queste sono risorse immediatamente disponibili. Rispondiamo con i fatti alle polemiche sterili– afferma il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa – Mi aspetto adesso che le regioni presentino presto i progetti, per poter finalmente procedere all’attuazione di azioni efficaci per il miglioramento della qualità dell’aria in particolare nei grandi centri urbani. Lo dobbiamo ai cittadini e all’ambiente”.

Le risorse sono assegnate alle Regioni del Bacino Padano sulla base di una ripartizione concordata dagli assessori all’Ambiente delle regioni interessate, e che considera la popolazione residente e la ricorrenza dei superamenti dei valori limite del biossido di azoto e PM10.

In particolare: all’Emilia Romagna sono assegnati 39,3 milioni; alla Lombardia 60,5; oltre 39 milioni al Piemonte e oltre 41 al Veneto

Entro 120 giorni dalla registrazione del decreto, le regioni del Bacino Padano dovranno presentare al Ministero dell’Ambiente i progetti che illustrino gli interventi da attuare, che verranno poi sottoposti entro 45 giorni ad approvazione per la successiva ripartizione dei fondi.

Tra gli interventi soggetti a finanziamento figurano:

– l’acquisto di veicoli di categoria M2 o M3 elettrici destinati al potenziamento del servizio di trasporto pubblico locale urbano e suburbano;

– l’acquisto di veicoli di categoria M2 o M3 destinati al trasporto pubblico locale urbano e suburbano ad alimentazione elettrica o alimentati con combustibili alternativi;

– l’acquisto di veicoli di categoria M2 o M3 di classe di omologazione Euro VI destinati al trasporto pubblico urbano e suburbano nel territorio di Comuni caratterizzati da un campo di variazione altimetrica rilevata dal Modello Digitale di Elevazione (DEM) superiore a 400 metri, con contestuale rottamazione di un eguale numero di veicoli di categoria M2 o M3, aventi classe di omologazione Euro IV od inferiore e destinati al trasporto pubblico urbano o suburbano;

– l’acquisto di veicoli di categoria M2 o M3 elettrici o di omologazione Euro VI destinati al trasporto pubblico interurbano con contestuale rottamazione di un uguale numero di veicoli di categoria M2 o M3, aventi classe di omologazione Euro IV od inferiore e destinati al trasporto pubblico interurbano;

– l’acquisto di navi per la navigazione interna (es. vaporetti e unità navali per il trasporto pubblico) elettriche o che rispettino i limiti di emissione della Fase V del Regolamento (UE) 2016/1628 con contestuale rottamazione di un eguale numero di navi aventi livelli di emissione pari od inferiore alle precedenti fasi;

– l’acquisto e posa in opera di impianti per il controllo della circolazione dei veicoli e relativi sistemi di informazione e gestione in zone a traffico limitato (di seguito ZTL) o nelle aree soggette a disposizioni di limitazioni della circolazione per motivi ambientali in base alle disposizioni delle singole regioni.

Slittino: Scelti i 12 azzurri per i Mondiali di Sochi

La stagione dello slittino pista artificiale è giunta nel suo momento cruciale. Archiviate le prime sette tappe della Coppa del Mondo, riflettori puntati su Sochi per l’atteso Mondiale che prenderà il via il prossimo 14 febbraio. Il direttore tecnico azzurro, Armin Zoeggeler, ha già diffuso la lista dei convocati per l’evento iridato: al via nelle prove di Rosa Khutor ci saranno tra gli altri Andrea Voetter, Verena Hofer, Ivan Nagler, Emanuel Rieder, Nina Zoeggeler, Patrick Rastner, Simon Kainzwaldner, Marion Oberhofer, Fabian Malleier, Ludwig Rieder, Kevin Fischnaller e Dominik Fischnaller, quest’ultimo protagonista di una stagione di grande rilievo come dimostra il secondo posto nella classifica generale del singolo di Cdm, dietro solo al russo Roman Repilov.

Lunedì 10 febbraio scatteranno le varie sessioni di allenamento sul budello di Sochi, poi da venerdì 14 febbraio si farà sul serio con le gare vere e proprie. Le sprint apriranno ufficialmente le danze, sabato invece ci sarà spazio per il doppio ed il singolo femminile. Domenica la team relay ed il singolo maschile assegneranno le ultime medaglie.

OMS: possiamo fermare il coronavirus

Gli esperti dell’Organizzazione mondiale della Sanità affermano che il mondo ha una “finestra di opportunità” per fermare la diffusione del nuovo micidiale virus, dopo che il numero di persone contagiate in Cina è salito a oltre 24.000 e altri milioni di persone hanno ricevuto l’ordine di chiudersi in casa.

Infatti le misure drastiche adottate dalla Cina hanno offerto la possibilità di interrompere la trasmissione. “Mentre il 99 percento dei casi si trova in Cina, nel resto del mondo abbiamo solo 176 casi”, ha dichiarato il capo dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus.

“Ciò non significa che non peggiorerà. Ma di sicuro abbiamo una finestra di opportunità per agire”.

Sanremo 2020 – Il monologo di Rula Jebreal

Rula Jebreal ricorda al pubblico del Festival di Sanremo 2020, con un toccante monologo, numeri e fatti che attestano le gravi discriminazioni e violenze subite dalle donne nel nostro Paese

Le formazioni sociali intermedie per un rilancio del progetto Italia

«I programmi si vivono, prima ancora di dichiararli». È una delle massime famose di don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito popolare nel 1919, ricordata numerose volte dall’amico Mino Martinazzoli. In effetti quello che i suoi avversari liberali e socialisti chiamavano con malcelato disprezzo «il pretino intrigante di Caltagirone» già come vice-sindaco della sua città e soprattutto come vicepresidente dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) aveva voluto e saputo dar avvio ad una rivoluzione civile e culturale, partendo proprio dal livello territoriale e politico più vicino alle popolazioni: il Comune, per salire poi alle Province e, soprattutto, alla Regione, che resta il suo capolavoro istituzionale.

Profondamente convinto della vivacità e sanità proveniente dai “corpi intermedi” tra il singolo individuo (facilmente schiacciato dalla pesantezza delle istituzioni del liberalismo del tempo, soprattutto in campo economico) e lo Stato, onnivoro e dominato dalle culture burocratiche e accentratrici, aveva visto nei Comuni e nella Regione quei corpi organici che – insieme alle famiglie, alle associazioni operaie, artigianali, contadine e ai nascenti partiti politici popolari di massa – potevano avviare, nel XX secolo, la modernizzazione dell’Italia, partendo proprio dal suo Mezzogiorno.

Si spiega così la grande importanza che, nell’Appello ai Liberi e Forti, viene riconosciuta alle autonomie locali. Nell’anno centenario appena concluso può essere ancora utile riprendere in mano il punto VI: «Libertà ed autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione, in relazione alle tradizioni della nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale. Riforma della democrazia. Largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro».

Si trattava di un vero programma politico di reimpostazione, dal basso, della macchina dello Stato, che doveva poter contare su forze nuove, su idee fresche e su masse popolari non più subalterne. Cominciando nei Municipi e, più avanti nel tempo nelle Regioni, a prendersi cura della cosa pubblica, con una efficiente e non corrotta amministrazione, giorno dopo giorno. Tanto grande era in lui la fiducia nelle istituzioni che dovevano essere create da indurlo a dedicare alla “Regione nella Nazione” la relazione politica di apertura del terzo Congresso del Ppi (Venezia 1921).

Non fu certo per caso che il fascismo trionfante dal 1925/26 soppresse le elezioni comunali; fece dei Comuni solo degli ingranaggi dell’amministrazione burocratica dello Stato e non volle sentir parlare di Regioni dotate di una qualche autonomia. Si dovette aspettare il 1948 perché la Costituzione repubblicana istituisse, almeno sulla carta, le Regioni e facesse riemergere l’autonomia delle comunità locali ordinate in Comuni, come con grande accuratezza si espresse la legge generale n. 142 del 1990.

II

Nell’attuale contingenza può, anzi deve essere rialzata la bandiera dei “corpi morali e politici” intermedi tra la persona e lo Stato.

Certo il linguaggio sturziano appare datato e va dunque aggiornato e reso appetibile alle nuove generazioni, che non sono abituate come noi all’idea delle “formazioni sociali” intermedie e al principio di sussidiarietà che avevano riportato alla ribalta i Padri costituenti espressivi del cattolicesimo democratico e sociale: Dossetti, La Pira, Mortati, Moro, Fanfani, Tosato, Amorth ecc.

Così come va ripresa confidenza e ostentato un certo orgoglio con l’idea di COMUNITÀ. A tale riguardo una buona lettura è rinvenibile nei testi che fanno capo ad Adriano Olivetti, ma anche a Paul Ricoeur. Ma non si tema di avere, con ciò, tutti e due i piedi nel passato. C’è anche, per fortuna, qualcosa di contemporaneo.

Una buona lettura è quella della Lectio magistralis del vescovo Franco G. Brambilla intitolata “I corpi intermedi, figure del noi sociale” (Vita e Pensiero 2019) che presenta ovviamente il volto cattolico, mirando a coniugare lo sviluppo della persona con la giustizia nella società.

Ma anche da parte laica – liberal-progressista – si avverte la necessità di affrontare le tre fiere che si aggirano nella selva oscura del mondo di oggi: il populismo becero, la globalizzazione finanziaria sfrenata e quel modo di produzione industriale che espelle il lavoro o lo sfrutta brutalmente.

Mi riferisco all’importante volume dell’economista Raghuram RAJAN, di origine indiana e che insegna a Chicago, intitolato “Il terzo pilastro. La comunità dimenticata da Stato e mercati” (Bocconi ed. 2019).

Mi limito al riguardo a citare due frasi scritte a commento di questo libro da parte di due Premi Nobel per l’economia. Robert SCHILLER afferma: «Questo libro è estremamente importante. La perdita di senso di appartenenza alle comunità locali e la conseguente ascesa del nazionalismo populista costituiscono un problema globale. In questo mondo sempre più cosmopolita è allora sorprendente che la soluzione del problema sia quella di aprirsi a “ciò che è vicino, ovvero la comunità, invece che a ciò che è lontano”». Amartya SEN, dal canto suo, ha parlato di: «Un’analisi incredibilmente acuta degli svantaggi che derivano dal trascurare il ruolo cruciale delle comunità per concentrarsi troppo sull’efficacia percepita dei mercati e dello Stato. Rajan esprime in modo forte e chiaro perché occorre rimediare urgentemente a tale disequilibrio».

III

Quella appena enunciata è la premessa culturale ed ideale di fondo. Ciò che vorrei mettere in luce sarebbe proprio l’incipit dell’Appello sturziano, portando la lancetta dell’orologio avanti di 100 anni ed aggiornando così quella alta invocazione: “LIBERTÀ E AUTONOMIA DEGLI ENTI LOCALI”.

Vale a dire, in che modo (e dopo quali e faticose vere riforme) sarebbe possibile che Enti politici territoriali autonomi – cioè Comuni e Regioni – possano far da leva per la riforma dell’amministrazione pubblica complessivamente considerata e dei pubblici servizi, che dovrebbero diventare entrambi sanamente partecipati e essere gestiti in senso convintamente anti-burocratico per favorire lo sviluppo economico, culturale, sociale e civile della Repubblica nel suo insieme. Ritornando a programmare e a coordinare l’azione di tante autonomie diverse comprese quelle del Terzo Settore: scuole, università, enti, imprese, cooperative industriali e commerciali profit e associazioni not for profit, volontariato e mondi relazionali, ecc. che fanno la peculiarità e la ricchezza di questo Paese.

Del c.d. Manifesto ZAMAGNI – e, in definitiva, di tutti gli sforzi di prospettazione di programmi di “area cattolica” che ci vengono incontro in questa contingenza – mi ha convinto particolarmente la sezione dedicata alle AUTONOMIE, declinata come spazi di libertà e assunzione di responsabilità delle formazioni sociali alle quali ho adesso accennato.

È questo un ulteriore tratto di un cammino non facile ma necessario per guadagnare la meta di una democrazia sostanziale.

A Roma parte il dibattito sul bilancio europeo 2021-27

il 7 febbraio prossimo, presso il Tempio di Adriano a Roma,vi sarà una giornata di confronto di “alto livello” sui negoziati per il bilancio europeo 2021-27.

Al convegno, organizzato dal Parlamento europeo in collaborazione con la Commissione europea e la Regione Lazio, si confronteranno rappresentanti delle istituzioni comunitarie, nazionali e locali, con esponenti delle categorie economiche e sociali e del mondo dell’educazione, dell’agricoltura, dei trasporti, della ricerca.

L’evento romano sarà aperto dal presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. A Sassoli anche il compito di chiudere i lavori, insieme al presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte.

Intanto oggi la Commissione europea intende presentare  un proprio piano volto a semplificare la normativa dell’Ue in materia di bilancio, fondata sul Patto di stabilità e crescita più volte violato da diversi Stati membri.

Coronavirus: shock sui mercati agricoli, crolla la soia

Dal commercio all’industria, dai mercati finanziari fino alle materie prime, gli effetti recessivi sull’economia provocati dalla diffusione del coronavirus contagiano anche i prodotti agricoli con le quotazioni della soia che sono crollate per nove giorni consecutivi al Chicago Board of Trade, punto di riferimento mondiale del commercio delle materie prime agricole. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti dalla quale si evidenzia che il prezzo della soia sul mercato futures è sceso di circa il 10% dall’inizio dell’anno sull’onda delle crescenti preoccupazioni sul calo della domanda del mercato cinese.

Una conseguenza dell’emergenza sanitaria che si riflette – sottolinea la Coldiretti – sull’economia cinese ma che ha anche un effetto valanga sul mercato globale. La Cina infatti è la più grande consumatrice mondiale di soia ed è costretta ad importarla per utilizzarla nell’alimentazione del bestiame in forte espansione con i consumi di carne. La soia – precisa la Coldiretti – è uno dei prodotti agricoli più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti.

L’intesa raggiunta tra Stati Uniti e Cina sui dazi che ha scongiurato l’acuirsi della guerra commerciale è stata favorita proprio dall’impegno del gigante asiatico ad aumentare i propri acquisti di soia dai farmers statunitensi storici elettori di Donald Trump che – ricorda la Coldiretti – ha stanziato peraltro in loro aiuto un piano di 16 miliardi di dollari.

Ora la frenata dell’economia e la conseguente riduzione degli acquisti da parte del gigante asiatico potrebbe far cambiare i programmi e modificare gli equilibri raggiunti con nuove tensioni sui rapporti commerciali e sull’economia mondiale che – sostiene la Coldiretti – vanno ben oltre il settore agricolo.

L’andamento delle quotazioni dei prodotti agricoli è infatti – sottolinea la Coldiretti – sempre piu’ fortemente integrato con i movimenti di capitale che si spostano con facilità dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi come l’oro fino alle materie prime agricole. Un cambiamento che riguarda direttamente l’Italia che – precisa la Coldiretti – è il primo produttore europeo di soia con circa il 50% della soia coltivata ma che è comunque deficitaria e deve importare.

Una situazione che va attentamente monitorata dall’Unione Europea per salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui il cibo è tornato strategico nelle relazioni internazionali, dagli accordi di libero scambio alle guerre commerciali come i dazi di Trump, la Brexit o l’embargo con la Russia.

In Italia il cibo – conclude la Coldiretti – è diventato la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare estesa, dai campi agli scaffali e alla ristorazione, che raggiunge in Italia una cifra di 538 miliardi di euro pari al 25% del Pil ed offre lavoro a 3,8 milioni di occupati, oltre ad essere di fondamentale importanza per l’ambiente e la salute.

PA: online la piattaforma del Mef per la valutazione delle performance individuali

È in funzione la nuova piattaforma per la valutazione delle performance. Il servizio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, disponibile per tutte le Amministrazioni pubbliche a supporto della valutazione della performance individuale, è stato sviluppato nell’ambito del progetto Cloudify NoiPA, in attuazione delle Linee guida per il Sistema di misurazione e valutazione della performance (SMVP) emanate dal Dipartimento della Funzione Pubblica.

La collaborazione fra il MEF e la Funzione Pubblica rende possibili i processi di auto-valutazione delle performance conseguite, consentendo la distribuzione e l’assegnazione delle competenze disponibili in una logica di efficientamento dell’organizzazione.

Le linee guida del Dipartimento della Funzione pubblica sono state prese in considerazione per la definizione dei requisiti del modulo di valutazione del sistema NoiPA. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze a sua volta fornisce il proprio contributo al processo di crescita dell’efficienza e dell’efficacia delle amministrazioni, con l’avvio del nuovo servizio.

Al termine della fase di sperimentazione il modulo per la valutazione delle performance sarà accessibile, nel mese di maggio, a tutte le PA Italiane, non solo a quelle aderenti al sistema NoiPA. Le amministrazioni interessate ad aderire alla piattaforma, potranno contattatare l’Ufficio IV Direzione dei sistemi informativi del Dipartimento degli affari generali, del personale e dei servizi del Ministero dell’Economia e delle Finanze, scrivendo alla mail uff4dsii.dag@mef.gov.it .

Per saperne di più sul progetto e sulle modalità di adesione è disponibile la sezione dedicata sul portale NoiPA.

In Italia è boom per farmaci

Assorted pills

Secondo Iqvia, leader globale nell’analisi di dati e soluzioni tecnologiche in sanità, il mercato italiano ha fatturato circa 240 milioni di euro nel 2019, mentre per il 2020 si prevedono vendite per 315 milioni.

Nel 2018, il valore dell’e-commerce farmacia in Italia è stato di circa 155 milioni di euro, con un’accelerazione di oltre il 60% rispetto ai 96 milioni del 2017. Se queste stime saranno confermate, l’Italia resterà il terzo mercato europeo nel 2020, dietro Germania e Francia.

Dei 155 milioni di euro di vendite online fatturate nel 2018, 66 riguardano prodotti da banco (farmaci di autocura e integratori) che registrano un tasso di crescita del 60%, mentre igiene e bellezza, valgono 52 milioni (+38%).

La libertà è il cuore della politica

Articolo pubblicato sulle Pagine dell’Osservatore Romano

Incontro Ciriaco De Mita il 31 gennaio, festa di san Giovanni Bosco, e alla fine della nostra conversazione l’ex-presidente del consiglio, 92 anni da compiere proprio due giorni dopo, mi dice: «La Chiesa dovrebbe ripartire dall’educazione, come facevano i salesiani, aprire scuole ma non per l’insegnamento, bensì per l’educazione, cioè per quell’arricchimento globale della persona nel segno della libertà. L’insegnamento rischia spesso di diventare qualcosa che cala dall’alto, soffocando la libertà».

Tutto il resto della nostra chiacchierata è in qualche modo riassunta in questa battuta finale, perché è la libertà il cuore dell’avventura umana e quindi anche della politica. Gli chiedo di Sturzo, l’anno appena trascorso ha segnato il secolo dal famoso Appello ai liberi e forti, ma lui parte dalla sua esperienza personale e la riflessione diventa un viaggio nella memoria:

Penso al Partito popolare di Sturzo — spiega — come a una tentazione a riflettere sulla politica in maniera sorprendente. Questo sin dall’inizio. Ricordo che c’era la guerra d’Africa e io avevo sette anni quando ascolto il bollettino alla radio che annuncia la vittoria dell’Amba Alagi in modo trionfalistico, la gente in paese parlava della conquista di una montagna d’oro. Io accompagnavo mio nonno che aveva le cataratte inoperabili e ricordo le sue parole che poi mi hanno segnato, ed erano le parole che riecheggiavano quelle dei Papi, di Benedetto XV e poi di Pio XII: «Con la guerra tutto è perduto, con la pace nulla è perduto». Quando nel 1940 fu dichiarata la guerra ricordo le manifestazioni dei giovani universitari tutte a favore della guerra, ma io seguivo mio padre che era diventato antifascista assieme ad altri tre o quattro nel paese. A Nusco intanto erano arrivati dei confinati politici, i quali avevano il dovere di farsi riconoscere dai carabinieri, la mattina alle dieci e il pomeriggio alle cinque, subito dopo venivano nella bottega di mio padre, chiudevano le porte e cominciavano a farla, la politica. Io avevo qualche difficoltà: non ero d’accordo sul fatto che per mandare via il fascismo bisognava perdere la guerra, questo oggi è difficile da capire ma all’epoca la patria era una cosa sacra, per questo ero in crisi, volevo combattere la guerra senza mettere in discussione il re ma poi dopo tre notti senza dormire mi convinsi. Poi la guerra finisce e insieme anche la monarchia, in quel periodo risorgono i partiti politici e la Dc e il Pci non erano contrapposti, le cose cambiano alla fine del 1947 quando si rompe la solidarietà di governo e si fa la campagna elettorale per l’elezione del 18 aprile 1948. Ricordo che dovevo fare l’esame di licenza liceale, ma dal mese di febbraio ho sospeso gli studi per andare in giro per fare comizi in tutto il territorio della diocesi. Fu un passaggio delicatissimo e il risultato per nulla scontato visto che il Partito comunista e quello Socialista avevano una capacità organizzativa maggiore della Dc. Ci venne incontro la Chiesa, furono inventati i comitati civici con Gedda che incarnava però una posizione clerico-moderata che si scontrò presto con l’opinione diversa dei democratici.

Cerco di riportare la discussione sulla figura di Sturzo:

Ho scoperto Sturzo soprattutto dopo, all’inizio degli anni ’80, quando ho cominciato a leggere tutta la sua opera. Con Sturzo ho avuto un rapporto non lineare, all’inizio non avevo per lui una particolare simpatia, per la sua posizione all’interno della Dc, il fatto è che lui era di un’altra generazione e per i giovani democristiani era stato fondamentale l’incontro con Maritain attraverso la mediazione di Montini, il futuro Paolo VI.

Qual è la forza della sua lezione per il tempo di oggi?

Sturzo mette in piedi un partito dopo averci pensato, è dal pensiero che scaturisce la forma concreta del partito politico, un’esperienza che è sempre collegata a una riflessione e le due cose camminano insieme: esperienza e riflessione. È ancora attualissimo il suo rapporto con la Chiesa, di piena fedeltà ma al tempo stesso di rivendicazione dell’autonomia della politica. Quando comincia l’esperienza politica Sturzo spiega che cosa vuole dicendo che la Chiesa cattolica è universale mentre la politica è sempre particolare, il partito è appunto una parte, e ha sempre mantenuto questa posizione. È l’ispirazione religiosa che lo porta a quel suo pensiero di fondo per cui in politica un problema si risolve ma nel momento stesso da un problema risolto se ne crea un altro, a differenza della sinistra che all’epoca pensava che tolta la proprietà privata tutto sarebbe stato risolto. Questo atteggiamento lo portava a riflettere sul fatto della pluralità di posizioni distinte, per lui (e per me) la contraddizione è segno di vita, è proprio per questo che il pensiero deve incarnarsi, diventare fatto, e ciò può avvenire se possiede una ricchezza di motivazione elevandosi dalla dimensione meramente particolare. Era poi un uomo che possedeva una dimensione internazionale della politica e che intuiva, al tempo stesso, proprio nell’autonomia del territorio la condizione della libertà e della crescita. In tutto questo e altro consiste il suo pensiero politico, il più alto che ci sia stato nel ’900, il che non significa che sia un pensiero definitivo, ma è piuttosto un modo di pensare, un metodo, quasi il rifiuto di un pensiero definitivo, definitorio, apparentemente capace di risolvere tutti i problemi ma per questo inevitabilmente ideologico e astratto, che calava dall’alto nella storia concreta delle vicende umane. Il popolarismo che Sturzo ha elaborato è un po’ come la medicina: essa aiuta a vivere ma non ha la pretesa di rendere immune l’uomo dalla malattia. Si aiuta il corpo a creare le condizioni dello sviluppo ma senza violentarlo, lo si accompagna nel rispetto della libertà, sapendo che la malattia non è mai debellata una volta per tutte. 

Un De Mita quindi sturziano al cento per cento, anche oggi?

Oggi più di ieri. Questa mia fede nel popolarismo, il senso forte della laicità della politica, mi ha portato in passato ad avere una storia un po’ controversa con il mondo cattolico e con il clero. Eppure rivedendo la mia esperienza posso dire che non ho mai messo in discussione la fede cattolica e devo dire che nell’ultimo periodo, merito anche di questo Papa che ha liberato il cristianesimo dalla lettura solo culturale, ho rivisto la mia opinione, scegliendo un atteggiamento meno critico che spinge invece verso una sempre maggiore attenzione alla dimensione religiosa, una dimensione può apparire come una cosa che frantuma e separa ed è invece un fermento che fa crescere la spiritualità e quindi anche la libertà politica. Oggi più di ieri la politica per me è finalizzata al mettere insieme le persone, è una forma di aiuto, è questo sforzo a metterci insieme per l’arricchimento e la crescita della dimensione spirituale, per combattere la miseria materiale e morale e la solitudine delle persone; metterci insieme direi per riscattare anche un mondo cattolico che ha vissuto quasi come un’inerzia la grandezza degli ultimi Papi, adagiandosi su di essi.

La riflessione su Sturzo e il suo essere anti-ideologico mi ricorda quello che dice Papa Francesco che parla del cristiano come «l’uomo dal pensiero incompiuto».

Sono d’accordo se con questa espressione si vuole sottolineare il dinamismo della realtà umana. Io dico “il pensiero diventa fatto” che è come dire una ruota con il motore perché nel momento in cui si fa fatto apre a un nuovo e non c’è una posizione vera che domina. Questo dinamismo insomma non si risolve, non si raggiunge mai una perfezione definitiva, nella storia. Vedo la storia come cammino, come processo e la politica come accompagnamento dei processi storici. 

La conversazione riprende il filo della memoria e si affacciano diversi personaggi, ad esempio il cardinale Martini.

Quando divento nel 1982 segretario della Dc era un periodo difficile per il mondo cattolico, c’era stato l’anno prima il referendum sull’aborto, un’aria di rottura tra il partito e la gerarchia ecclesiale. Io giravo molto per l’Italia ed ero messo in difficoltà dai vescovi e dai sacerdoti su questo tema, poi arrivo a Milano, incontro Martini e gli espongo la mia difficoltà e lui mi fa: «E tu allarga il discorso sulla vita!», fu per me di grande aiuto e conforto.

La memoria lo porta a ricordare la sua “avventura cilena”:

Qualche anno dopo, nel 1984, vado in Cile e mi incontro con i democristiani del paese. C’è la prima manifestazione dei giovani, era il periodo di Pinochet, mentre andavamo alla manifestazione c’erano con me Piccoli e Rumor che mi consigliavano prudenza. Quando arriviamo in piazza però la parola più gentile che sentivamo era «assassino», insomma finisce che io scendo assieme ai ragazzi in piazza, era la prima volta in vita mia che scendevo in piazza a protestare. Arrivano i carabinieri, picchiano qualcuno, ma fu per me una grande esperienza e così qualche tempo dopo ho aiutato i democristiani e quando a Pinochet venne l’idea di fare il referendum, noi organizzammo una raccolta di fondi (si pagava per votare) e così tanta gente poté votare e Pinochet perse il referendum. Fui invitato di nuovo alla manifestazione ed ero là sotto il palco e ricordo che venne un cantante degli Inti Illimani che quando era in Italia cantava in manifestazioni contro la Democrazia cristiana.

La seconda metà degli anni ’80: la costruzione dell’Europa, Kohl e la Germania…

Ricordo una riunione in Germania nel 1988 con Kohl che era rude nel parlare ma di grande chiarezza espositiva e spiegò che la Germania al centro dell’Europa è un rischio per l’Europa stessa e per evitare il rischio bisogna inglobare la Germania in Europa. Oggi siamo ancora qui, il problema è ancora questo perché noi ci siamo fermati e la guida politica è stata più attenta alla sopravvivenza anziché al futuro.

…e Gorbačëv:

Con Gorbačëv ho avuto conversazioni bellissime, appena ci siamo incontrati cominciammo a parlare della piaga della droga tra i giovani che per me era un segno, almeno in Occidente, di un malinteso senso della libertà. Faccio con lui discorsi in varie sedi e a un certo punto gli dico che noi italiani faremo una specie di piano Marshall per aiutare lo sviluppo della Russia; lui, rivolto a me, dice che «voi siete cresciuti economicamente ma non siete integrati, mentre noi sovietici siamo uniti ma non siamo sviluppati economicamente, ci dovreste dare una mano». Gli chiedo se per lui era ancora valida l’esperienza marxista e lui dice che bisogna vedere di quale esperienza si vuole parlare, interviene la moglie e difende rigorosamente la posizione marxista-leninista, lui mi guarda e dice «mia moglie è filosofa» e poi dice a lei: «Ma l’uomo, senza spiritualità che cos’è?». Mi sembra stupendo che il leader del partito comunista sovietico ponga la questione sulla spiritualità dell’uomo.

C’è tempo anche per una riflessione autocritica: 

Dentro la Dc da giovane ero alquanto settario, non avevo il senso dell’unità, volevo fare la corrente degli intelligenti, un errore mortale. Quando ho fatto il segretario invece ho sempre pensato all’unità.

Gli ricordo una sua passata intervista in cui diceva che uno dei meriti della Democrazia cristiana è stato fare dell’Italia, che era un paese reazionario, un paese democratico. Finita la Dc in questi trent’anni l’Italia è forse tornata a essere un paese reazionario?

Il paese si è trasformato: quelli che poi sono venuti dopo di noi, pensando a tutto quello che si è realizzato, debbono tutti concludere che il difetto enorme è stata la crescita accelerata, ciò che negli altri paesi era avvenuto in qualche secolo da noi è avvenuto nel periodo tra il 1947 e il 1989. Dopo il processo democratico e la funzione della Dc hanno perso vigore, non c’è stato più pensiero e ha prevalso la convenienza. Negli anni ’80 mi resi conto di questo rischio e provai a rinnovare le istituzioni, con Berlinguer ebbi un rapporto di grande solidarietà, lui era una persona di grande delicatezza, ricordo che una volta parlando con lui mi uscì un’espressione colorita e lui mi disse «Ringrazia Iddio che ti voglio bene perché questa espressione un sardo te la farebbe pagare». Purtroppo lui non ci sentì rispetto alle riforme istituzionali, non fu pronto in quel momento e poi quando si convinse avvenne la sua morte improvvisa.

Nella galleria dei ricordi c’è spazio anche per alcuni Papi che ha conosciuto (ben otto):

Giovanni XXIII è stato il Papa che forse mi ha colpito di più, direi quasi che la sua era una “sacralità manifesta”, che rivela l’insufficienza del pensiero rispetto a tanta grandezza. Penso alla bellezza di quella espressione sulla carezza da dare ai bambini tornando a casa e non posso ancora oggi non emozionarmi profondamente; quella fu una suggestione infinita per tutta la classe politica, indistintamente. Paolo VI lo avevo già conosciuto come assistente della Fuci, ricordo nel 1945 quando ci fu l’uccisione di Mussolini. Io mi trovato a Roma per una riunione politica e ci fu una grande discussione se era legittimo ammazzarlo e ricordo che lui insieme a Dalla Torre, il direttore de «l’Osservatore Romano», fecero degli interventi molto costruttivi. Con Giovanni Paolo II ebbi un lungo rapporto, finalizzato a riaprire il rapporto tra la Chiesa e la Dc che era molto in crisi, come ho già detto. Quando avemmo occasione di parlare mi fece capire che non aveva un pensiero preciso sulla situazione italiana e voleva comprendere meglio questo strano paese che è l’Italia; mi disse «Io sono il Primate d’Italia ma è un titolo onorifico, di fatto io non conosco bene la realtà italiana» e così cominciammo un bel rapporto, in cui mi aiutò anche l’amico Mario Agnes, il direttore de «L’Osservatore Romano».

Papa francesco: “Celebriamo i 150 anni di Roma Capitale, storia lunga e significativa”.

ieri l’inaugurazione al Teatro dell’Opera dei festeggiamenti per i 150 anni di Roma Capitale è stata molto bella.
Complimenti al Sindaco, Signora Virgjnia Raggi!
Qui riporto per vostra conoscenza il messaggio di Papa Francesco.
Il Centro di Documentazione e Studi ha in programma con l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani l’organizzazione di un convegno a carattere storico.
È anche in programma l’uscita di un nostro volumetto che raccoglie alcuni scritti di Salvatore Rebecchini, Sindaco di Roma e Presidente dell’Anci.
Attendo volentieri altri suggerimenti.
A presto.

Lucio D’Ubaldo

Gentili Signori e Signore,

sono lieto di unirmi, come Vescovo di Roma, all’apertura delle celebrazioni dei 150 anni di Roma Capitale che, per iniziativa della Sindaco di Roma, on. Virginia Raggi, oggi iniziano alla presenza del Presidente della Repubblica. Ricordando l’evento di Roma Capitale, alla vigilia del Concilio Vaticano II, il Card. Montini ebbe a dire: «Parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu […]. Ma la Provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti». La proclamazione di Roma Capitale fu un evento provvidenziale, che allora suscitò polemiche e problemi. Ma cambiò Roma, l’Italia e la stessa Chiesa: iniziava una nuova storia.

In 150 anni, Roma è tanto cresciuta e cambiata: «da ambiente umano omogeneo a comunità multietnica, nella quale convivono, accanto a quella cattolica visioni della vita ispirate a altri credo religiosi ed anche a concezioni non religiose dell’esistenza» (S. Giovanni Paolo II, Discorso in Campidoglio, 15 gennaio 1998: Insegnamenti XXI,1 [1998], 115). La Chiesa, in questa vicenda, ha condiviso le gioie e i dolori dei romani. Vorrei, quasi in modo esemplificativo, ricordare almeno tre momenti di questa ricca storia comune.

Il pensiero va ai nove mesi dell’occupazione nazista della città, segnati da tanti dolori, tra il 1943 e il 1944. Dal 16 ottobre 1943, si sviluppò la terribile caccia per deportare gli ebrei. Fu la Shoah vissuta a Roma. Allora, la Chiesa, fu uno spazio di asilo per i perseguitati: caddero antiche barriere e dolorose distanze. Da quei tempi difficili, traiamo prima di tutto la lezione dell’imperitura fraternità tra Chiesa cattolica e Comunità ebraica, da me ribadita nella visita al Tempio Maggiore di Roma. Inoltre siamo anche convinti, con umiltà, che la Chiesa rappresenti una risorsa di umanità nella città. E i cattolici sono chiamati a vivere con passione e responsabilità la vita di Roma, specie i suoi aspetti più dolorosi.

Vorrei ricordare, in secondo luogo, gli anni del Concilio Vaticano II, dal 1962 al 1965, quando la città accolse Padri conciliari, Osservatori ecumenici e tanti altri. Roma brillò come spazio universale, cattolico, ecumenico. Divenne città universale di dialogo ecumenico e interreligioso, di pace. Si vide quanto la città significhi per la Chiesa e per l’intero mondo. Perché, come ricordava lo studioso tedesco Theodor Mommsen a fine Ottocento: «a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti».

Il terzo momento che vorrei ricordare è tipicamente diocesano, ma toccò la città: il cosiddetto convegno sui “mali di Roma” del febbraio 1974, voluto dall’allora Cardinale Vicario Ugo Poletti. In partecipate assemblee di popolo, ci si pose in ascolto dell’attesa dei poveri e delle periferie. Lì, si trattò di universalità, ma nel senso dell’inclusione dei periferici. La città deve essere la casa di tutti. È una responsabilità anche oggi: le odierne periferie sono segnate da troppe miserie, abitate da grandi solitudini e povere di reti sociali.

C’è una domanda d’inclusione scritta nella vita dei poveri e di quanti, immigrati e rifugiati, vedono Roma come un approdo di salvezza. Spesso i loro occhi, incredibilmente, vedono la città con più attesa e speranza di noi romani che, per i molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza. No, Roma è una grande risorsa dell’umanità! «Roma è una città di una bellezza unica» (Celebrazione dei Primi Vespri di Maria Ss.ma Madre di Dio, 31 dicembre 2013: Insegnamenti I, 2 [2013], 804). Roma può e deve rinnovarsi nel duplice senso dell’apertura al mondo e dell’inclusione di tutti. A questo la stimolano anche i Giubilei, e quello del 2025 ormai non è più lontano.

Non possiamo vivere a Roma “a testa bassa”, ognuno nei suoi circuiti e impegni. In questo anniversario di Roma Capitale, abbiamo bisogno di una visione comune. Roma vivrà la sua vocazione universale, solo se diverrà sempre più una città fraterna. Sì, una città fraterna! Giovanni Paolo II, che amò tanto Roma, citava spesso un poeta polacco: «Se tu dici Roma, ti risponde Amor». È quell’amore che non fa vivere per sé, ma per gli altri e con gli altri.

Abbiamo bisogno di riunirci attorno a una visione di città fraterna e universale, che sia un sogno proposto alle giovani generazioni. Tale visione è scritta nei cromosomi di Roma. Alla fine del pontificato, san Paolo VI disse: «Roma è l’unità, e non solo della gente italiana, ma erede dell’ideale tipico della civiltà in quanto tale e come centro tuttora della Chiesa Cattolica, cioè universale» (Angelus, 9 luglio 1978: Insegnamenti XVI [1978], 541). Roma sarà promotrice di unità e pace nel mondo, quanto sarà capace di costruirsi come una città fraterna.

Celebriamo i 150 anni di Roma Capitale, storia lunga e significativa. Spesso la dimenticanza della storia si accompagna alla poca speranza di un domani migliore e alla rassegnazione nel costruirlo. Assumere il ricordo del passato spinge a vivere un futuro comune. Roma avrà un futuro, se condivideremo la visione di città fraterna, inclusiva, aperta al mondo. Nel panorama internazionale, carico di conflittualità, Roma potrà essere una città d’incontro: «Roma parla al mondo di fratellanza, di concordia e di pace» – diceva Paolo VI (ibid.). Con tali sentimenti e speranze, formulo fervidi auguri per il futuro della città e dei suoi abitanti.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 febbraio 2020

Luigi Zoja: “Abbiamo perso la dimensione e la percezione del nostro prossimo”

Professor Zoja, uno degli indirizzi prevalenti nella psicanalisi attuale è il cosiddetto ‘approccio olistico’, cioè totale, alle malattie psichiche: la profonda e sperimentata convinzione che le sole conoscenze mediche non siano sufficienti a scandagliare la malattia per comprendere l’interiorità di chi soffre, per aiutarlo a superare le sofferenze e ritrovare fiducia in sé. Anche la filosofia, la letteratura e le scienze umane possono fare la loro parte? Ci aiuta a capire il senso più autentico di questa intuizione?

La sua domanda comporta per me una risposta quasi scontata, occupandomi da una vita di psicanalisi.

La medicina non ha niente a che vedere con le problematiche psicanalitiche: è un grosso rituale di iniziazione che dura sei anni più quattro anni di specializzazione in psichiatria, dove in realtà tradizionalmente non viene insegnato nulla sui problemi psichici veri.

La psichiatria è una specializzazione della medicina mentre la psicanalisi nasce nello studio di un medico viennese, alla fine dell’800: le grandi intuizioni sono creazioni di chi le ha fatte e non hanno nulla a che fare con il loro background. In questo caso si trattava di un’intuizione sulle scienze umane. A mio avviso – e questo fa parte di un dibattito che durò per tutto il ventesimo secolo – il grande errore di Freud e dei suoi seguaci più ortodossi fu quello di tentare di diffondere la psicanalisi come scienza, nell’alveo delle scienze naturali. In realtà fa parte delle scienze umane, dello spirito e non stabilisce invarianze rigide, anzi è una forma di sapere che riguarda proprio il contrario – cioè la psiche umana – che è il massimo della varianza e dell’individualità.

Quindi ha come oggetto di studio specifico il massimo potenziale della variabilità.

Con quali atteggiamenti deve dunque l’analista porsi di fronte al paziente e ai suoi vissuti? Certamente saranno utili la disponibilità all’ascolto, un atteggiamento empatico che infonda fiducia nell’interlocutore, la semplicità e la naturalezza del dialogo, l’apertura di un rapporto improntato alla confidenza e alla speranza…. E poi? Questo corredo di competenze clinico-umanistiche può essere nelle potenzialità strumentali di tutti gli analisti o non occorre piuttosto un’intima predisposizione verso ‘l’altro da sé’, una sensibilità raffinata, quella che i latini chiamavano “sapientia cordis”, cioè bontà dell’anima…. In altre parole: non basta essere grandi scienziati, occorre essere soprattutto dei grandi uomini ricchi di sensibilità e benevolenza. Condivide?

Non so se tutti gli analisti possono essere considerati grandi uomini, anche tra loro ci sono piccoli uomini, è un fatto naturale e professionale.

Io provengo dallo Jung Institute di Zurigo dove, in particolare, la direttiva presa da Jung intendeva amplificare una dotazione culturale generale: la denominazione che dà Jung alla sua disciplina –psicologia analitica, a differenza di Freud che aveva parlato di psicanalisi – spiega la genesi come tecnica e specializzazione medica, quindi molto focalizzata sulla guarigione e su certi fenomeni correlati, e poi si amplia invece come psicologia generale. La famosa distinzione del ’68, degli anni della radicalizzazione -“non esiste la malattia mentale”- è anticipata da Jung di una generazione.

Se lei prende in considerazione i venti volumi di Jung si accorge che in realtà solo i primi due si occupano di lavoro clinico, gli altri trattano le scienze umane. All’interno di questo filone la mitologia e la storia delle religioni sono molto importanti perché i miti sono il grande “sogno-sognato” da tutte le epoche e da tutta l’umanità, quindi il prodotto non dell’inconscio individuale bensì di quello collettivo.

Se studiare i nostri sogni ci è utile per capire di cosa abbiamo bisogno, le nostre insoddisfazioni , le nostre ansie e paure perché allora non cercare di intuire cosa cerca il sogno dell’umanità, perchè allora certi grandi miti – personalmente ho ripreso in considerazione il mito di Icaro e dell’uso eccessivo della tecnica, finalizzata come scopo in sé – non possono spiegarci il senso dell’esistenza, la direzione di marcia dell’umanità?

Sostengo da tempo che – da questo punto di vista – Omero sia il più grande degli psicanalisti perché era stato in grado di anticipare in modo narrativo i temi considerati da Freud e da Jung  ma con un linguaggio certamente più poetico. Pensi ad esempio alla descrizione del ping-pong, del palleggio emotivo interiore di Ulisse, con termini evocatori nel linguaggio di allora, reso poi universale.

Per questo la tragedia greca – non solo l’Edipo Re di Sofocle – ma tutti i miti in generale sanno spiegare in termini di complessità e di ricchezza le problematiche della nostra modernità. 

Nel mio libro su Ettore ricordo il gesto di Ettore padre-giusto che eleva il figlio sopra di sé, proprio in modo gestuale, lo innalza e lo affida agli Dei.

Nelle scuole di psicoterapia tutti cercano di attirare nuovi allievi dicendo “vi spieghiamo come approcciare il primo colloquio terapeutico, la tecnica diagnostica ” ma non osano affrontare i grandi temi con altrettanto grandi corsi sulla storia delle religioni e delle mitologie. 

Questo perché i programmi e le direttive che provengono dal Ministero e l’intervento di coloro che ne devono verificare l’applicazione si preoccupano più dei saperi specialistici e dei protocolli formali che di una visione più ampia e colta della professione.

Si è perduta l’anima, lo spirito originario della psicanalisi fondata sulla narrazione e sulla cultura dei miti.

In che modo in particolare le grandi pagine della letteratura e della filosofia aiutano a intuire e leggere, a gettare una luce di conoscenza scientifica e umana comprensione su esperienze soggettive di angoscia, paura, epilessia? Ed è allora possibile che far lievitare la vita interiore, coglierne le sfumature, ci possa aiutare a capire e analizzare le incrinature e le trasformazioni che nascono negli altri-da- noi? Dunque anche la lettura di Proust e la riutilizzazione in chiave terapeutica dei soprassalti emotivi, delle metamorfosi caratteriologiche e comportamentali, quegli squarci sentimentali prevalentemente legati ai ricordi e alle emozioni del passato ci possono aprire a prospettive rivelatrici e clinicamente utili?

Mi vengono in mente due riflessioni, rispetto alla sua domanda. Ecco la prima.

Il XX secolo è quello che semplifica la narrazione che si afferma come industria: la sua icona è Hollywood. Qui non c’è più la tragedia ma il copione già scritto, ad esempio che il buono vince il cattivo.

Io trovo che la narrazione abbia un rapporto diretto con la salute, intesa come salute psichica ma anche come “salus”, salvezza. Ma occorre distinguere.

Il ‘racconto pubblico’ diventa – ad es. attraverso il cinema o  la televisione – un fatto commerciale e risulta molto semplificato; per preservare invece il racconto, in quanto invece esigenza originaria e primaria dell’animo umano e raccontarsi con sincerità – che dentro di me c’è il bene e il male, cioè la nostra complessità e anche la nostra ambivalenza, poiché questa è  la vera realtà umana – come fece per primo Ulisse esitando (entrare o non entrare nella grotta del Ciclope e dimostrando di essere non solo lui o il furbo e l’altro il muscoloso), si inventa il ‘racconto privato’.

La psicanalisi è il sistema che permette di dare un ausilio per rimettere in ordine la propria vita, non in quanto fornisca un ordine interpretativo (“io vado dall’analista, lui mi interpreta tutto e io guarisco”), ma perché dà alla mia vita un ordine narrativo: io raccontando quello che sono e le mie sofferenze, do un ordine alla mia complessità e cerco di dare un senso alle cose. 

La psicanalisi è il perfezionamento del comandamento non mentire: è  un’opera etica, morale, senza preconcetta distinzione tra bene e male. Ovviamente i racconti dei grandi narratori ‘ci sanano’.

La seconda osservazione è relativa al fatto che nel secolo XX la cultura viene impregnata di psicanalisi e – in modo reciprocamente circolare – questa influenza la prima.

Fino all’inizio del 1900 – ad es. la letteratura è descrizione di spazi esteriori, così come la pittura; nel XX secolo – semplificando un discorso complesso – la letteratura diventa descrizione di spazi interiori: Proust, Kafka, Joyce, bastano questi tre grandi nomi per rendere l’idea.

La pittura da figurativa diventa astratta quindi non descrive più lo spazio esterno ma quello interno, dando luogo ad interpretazioni soggettive: la presenza della variabile psicologica non è solo importante ma diventa assoluta. La psicanalisi influenza tutte le arti e ne è influenzata, tanto che il XX secolo è epoca di grandi cambiamenti; diventa – la psicanalisi – una terapia della civiltà e una grande rivoluzione culturale. Alla fine del XX secolo la visione che l’uomo ha di se stesso, grazie alla psicanalisi, è totalmente mutata, producendo risultati ben più irreversibili di certe rivoluzioni storico-politiche. C’è dunque una compenetrazione fortissima tra psicanalisi ed espressione culturale generale, nel secolo appena trascorso.  

Uno dei miei timori è che nel XXI secolo la psicanalisi torni ad essere un’applicazione individuale, in linea con l’individualismo che ci sta dominando.

Si producono pochi saggi culturali sulla genesi e sull’influenza dei miti.

Trovo che la solitudine sia una condizione emotiva tendenzialmente incline a manifestare comportamenti e stati d’animo interessanti dal punto di vista terapeutico. Oltre il dato clinico mi colpisce la trasversalità del fenomeno che riguarda giovani e anziani, ricchi e poveri e che si evidenzia paradossalmente anche nei contesti di socializzazione primaria come la famiglia o la scuola. Nel Suo breve ma intenso libro “La morte del prossimo” Lei afferma che “nel mondo attuale dopo la morte di Dio, la morte del prossimo è la scomparsa della seconda relazione fondamentale dell’uomo. L’uomo cade in una fondamentale solitudine. È un orfano senza precedenti nella storia. Lo è in senso verticale – è morto il suo Genitore Celeste – ma anche in senso orizzontale: è morto chi gli stava vicino. È orfano dovunque volti lo sguardo”. “Da quando il mondo si è fatto laico…Il prossimo si è trasformato in lontano, uscendo dallo spazio. E il vivo in morto, uscendo dal tempo”.  Quali sono le cause e gli effetti di questo fenomeno così dilagante proprio nell’epoca dell’immediatezza e della potenzialità comunicativa?

C’è  oggi un’esasperazione della competizione, che produce – come fenomeno correlato – sentimenti negativi nel vivere sociale.

Nella nostra vita abbiamo attualmente un eccesso di presenza di tecnica e di economia, dico questo senza con ciò condividere visioni apocalittiche sull’uomo e sul suo futuro.

Mi trovo tuttavia in sintonia con le posizioni espresse dal Prof.  Galimberti, pur tenendo conto delle reciproche specificità professionali, in particolare essendo lui un filosofo ed io uno psicanalista.

Il problema è che se stai troppo ai margini del sistema dominante della tecnica, rischi di essere tagliato fuori.

Individuerei due aree di motivi: uno sociologico, che descrive una società dominata dai mass-medium, e la massificazione che ne consegue e – nello stesso tempo – la tendenza all’individualismo, alla separazione, come reazione ai fenomeni di globalizzazione con un ritorno ai localismi.

Il secondo aspetto è – come ho detto in esordio al mio libro – la tecnologia.

C’è potenzialità comunicativa se è sorretta dai sentimenti, anche se la nostra quantità di affetto è limitata: se la riserviamo al ‘lontano’, ne abbiamo poca per chi ci è vicino.

Abbiamo perso la dimensione e la percezione del nostro prossimo.

Coloro che vanno dall’analista sono quelli che si accorgono di questi problemi esistenziali e relazioni: in fondo si tratta di una nicchia di consapevoli e privilegiati.

Ma allora, professore, quanto ci interessa la vita degli altri?

Secondo me ci interessa ancora ma ne siamo meno coscienti e lo facciamo passivamente.

Le trasmissioni televisive voyeristiche – quelle dell’America latina sono le peggiori – evidenziano l’aspetto patologico delle relazioni personali, introducendo l’elemento di godimento per la sofferenza degli altri.

Nel Suo libro “Il gesto di Ettore” Lei descrive una sorta di rarefazione della figura paterna come deriva emergente dal contesto familiare contemporaneo. Perché dunque questa società è sempre più orfana dei padri? Quali evidenze emergono dall’analisi delle modificazioni delle tradizionali attitudini e competenze genitoriali? Esiste ancora una tipizzazione del ruolo paterno e di quello materno o ci troviamo di fronte ad ibridazioni nuove?

Ci troviamo di fronte ad ibridazioni nuove come dato di fatto di una fenomenologia sociale esistente e a cambiamenti di ruoli.

Come analista junghiano sono interessato dalle ‘figure psichiche’: l’archetipo paterno – di cui stiamo discutendo- si occupava dell’educazione secondaria. Ciò tuttavia non è solo castrante: il padre non è solo quello di Edipo ma anche quello ‘buono’di Ettore; di fatto è meno presente in casa sia per motivi professionali sia per l’aumento esponenziale dei divorzi nella società occidentale (a New York il dato riguarda il 50% delle famiglie) che espungono dalle mura domestiche più la figura del padre che quella della madre.

Quindi i figli che crescono senza entrambi i genitori avvertono l’assenza fisica e quella simbolica della figura paterna, correlata peraltro al processo di laicizzazione del XX secolo e della religione che non scompare ma  diventa un fatto privato, si pensi alla grande metafora “il padre di tutti che è nei cieli” che sbiadisce, si pensi ancora ai modelli negativi dei ‘padri della patria’ nelle dittature di destra e di sinistra, ai padri del nazismo e del comunismo che tolgono la vita anziché darla e con la loro presenza rovinosa screditano il padre come grande simbolo collettivo.

Non c’è niente di corrispondente ad uno Stalin o ad un Hitler sul piano femminile….

Quindi la figura della madre è più stabile – come dice Neumann.

Trovo allora – nella decadenza della figura paterna un’assenza fisica, un’assenza simbolica e un’assenza del principio normativo di autorità, una mancanza dei ‘maestri’ nell’età dell’iniziazione. Sparendo il padre, cioè la figura normativa, vien fuori l’altra polarità del maschile, che è quella del maschio pre-paterno, animale, competitivo, aggressivo. Ne consegue l’aumento fortissimo della criminalità, specie tra i giovani maschi delle società ricche dell’occidente, privi di modelli paterni e aperti ad apprendimenti ‘orizzontali’ tra coetanei, quello che io ho chiamato il complesso di Lucignolo, che altri non è che il ‘grandiglione’ ripetente che avevamo in classe.

Ecco allora il bullismo e la delinquenza gratuita dei giovani, che si sta radicando nelle società ricche dell’occidente, anche laddove il padre fisicamente c’è ma sfoglia solo la Gazzetta dello sport e il resto sta tutto sulle spalle della madre.

Oltre il dato nativo e genetico – che spiega malattie psichiatriche particolarmente gravi e a volte con risvolti clinici oggetto di studio di altri,  più specifici ambiti di considerazione – come ad esempio la criminologia (mi spiegò il Prof. Francesco Bruno che circa il 70% della popolazione ha potenzialità genetiche di tipo criminale, pur nelle diverse sfumature del termine) perché cresce intorno a noi l’area del disagio comportamentale? Quali sono i fattori che favoriscono questa deriva: sono cause dovute prevalentemente a condizionamenti di tipo sociale o sono tracce già scritte nel nostro DNA, che emergono magari in forma imprevedibile o reattiva?

Rispetto il dato fornito dal criminologo anche se mi sembra un po’ alto e legato alla tradizione lombrosiana. L’archetipo esiste in tutti, sono poi le circostanze individuali e storiche che determinano da che parte del crinale passare.

Sto lavorando ad un libro sugli aspetti maschili più violenti, legati alla scomparsa del padre buono, trovo che sia più decisivo del dato genetico o nativo.

La violenza maschile sulle donne è un fenomeno emergente e senza vergogna, specie quella di gruppo,  in nome di un maschilismo che dimentica la cavalleria come valore: fai fuori l’avversario ma rispetta la donna e il più debole.

Anche questo è un archetipo e io lo ritrovo nel Centauro, che infatti è mezzo uomo e mezza bestia. 

Preferisco dialogare sui potenziali umani: c’ uno studio sulle violenze dello stalinismo che dimostra che il 99% dei torturati, per sottrarsi alla tortura, finiva per accusare un parente o un amico.

Trovo questo disumano e umiliante.

Prof. Zoja, a conclusione di questa intervista vorrei ringraziarLa a nome di tutte quelle persone cui ha fatto del bene, a cui ha rivolto parole di incoraggiamento e di speranza. E’ forse ancora l’alfabeto del cuore quello che riesce a trasmettere le emozioni più forti e a convincerci che tutto sommato – anche soffrendo – la vita merita di essere vissuta e condivisa con gli altri fino in fondo?

Penso certamente di sì. Mi accusano di essere pessimista. Ma nei convegni cui partecipo cerco di far passare proprio questo messaggio: l’alfabeto del cuore.

Un giorno sull’Herald Tribune avevo letto un articolo che ricordava e celebrava un libro di Hans Fallada – romanziere tedesco della prima metà del secolo XX – intitolato “Ognuno muore solo”.

E’ la storia vera di due oppositori ad Hitler, non gli studenti intellettuali di Monaco, ma un operaio e sua moglie casalinga, genitori di un figlio unico, tra i primi morti al fronte. Una storia struggente.

Per far giustizia al figlio, non potendo fare altro, cominciano a scrivere cartoline, mandando a dire che Hitler era un pazzo delinquente. Riescono ad inviare circa duecento cartoline in giro per Berlino, poi vengono individuati e ghigliottinati. 

Questa storia vera – estratta dagli archivi della polizia tedesca – dimostra che qualcuno deve cominciare a fare qualcosa. E’ il discorso della prima pietra. Partire dalle piccole cose, con tenacia e determinazione, con coraggio.

Non solo lanciare la prima pietra ma edificarla.

Dai social alle piazze: dopo la sorpresa, quale innovazione?

Articolo pubblicato dalla rivista Aggiornamenti Sociali. L’autore è il direttore di “Aggiornamenti Sociali”, rivista mensili dei gesuiti della Comunità di San Fedele (Milano).

Negli ultimi mesi è stata la volta dei Fridays for future e del movimento delle sardine; in precedenza c’erano stati i NO TAV e SI TAV (ad esempio le “madamine” torinesi); prima ancora il movimento arancione; e tanti altri ce ne saranno stati, magari di ampiezza locale o di durata più limitata. Fuori dai nostri confini, in Francia stiamo assistendo alla parabola dei gilet gialli e a quella più lunga degli indignados in Spagna. Ma in fondo non erano molto diversi i sostenitori di Beppe Grillo 10 o 12 anni fa, prima della fondazione del Movimento 5 Stelle e della presentazione di liste alle elezioni.

Pur nella diversità delle rivendicazioni e delle proteste che di volta in volta li mettono in moto, questi movimenti hanno in comune la capacità di riempire le piazze delle nostre città a partire da convocazioni informali diffuse attraverso il passaparola sui social network, spuntando “come funghi” e cogliendo ogni volta di sorpresa i partiti, le istituzioni, i media, i politologi anche più accreditati e ovviamente l’opinione pubblica.

Qui l’articolo completo 

 

Antartide: lo scioglimento dei ghiacciai sarà più lento del previsto

Stando ai nuovi dati ottenuti dal satellite CryoSat-2 dell’Agenzia Spaziale Europea, l’assottigliamento del ghiacciaio di Pine Island, il più grande presente in Antartide, nei prossimi anni dovrebbe avvenire molto più lentamente del previsto. Si tratta di un risultato a sorpresa, visto che questo nuovo trend contraddice quanto osservato in passato; per questo motivo gli esperti dovranno ora comprendere quali fattori abbiano portato a modelli differenti e in che modo Pine Island sia destinato ad evolversi nei prossimi anni.

Le proiezioni effettuate nel recente passato prevedevano una perdita di massa addirittura accelerata per i prossimi anni, ecco perché i risultati ottenuti dall’Università di Bristol e pubblicati su Nature Geoscience appaino particolarmente sorprendenti. I nuovi modelli si basano sull’analisi dei dati del satellite CryoSat-2 dell’Esa, che da 10 anni monitora i ghiacci antartici: secondo queste inedite proiezioni l’assottigliamento di Pine Island proseguirà anche in futuro, ma a ritmi decisamente più moderati rispetti a quelli previsti in precedenza.

Macron vuole riallacciare i rapporti con Varsavia

Emmanuel Macron sta cercando con la sua visita in Polonia di riallacciare i rapporti con Varsavia. L’obiettivo di Parigi è quello di superare le tante divergenze che separano i due paesi.

Il primo “terremoto diplomatico” è avvenuto nel 2016, quando il governo polacco ha deciso di annullare un contratto da 3 miliardi di euro con Airbus per l’acquisizione di 50 elicotteri Caracal. La Polonia in seguito ha acquistato armamenti dagli Stati Uniti senza neanche organizzare gare d’appalto.

Questo irrigidimento di Varsavia aveva portato Macron, fin dall’inizio del suo mandato, ad attaccare la Polonia su vari fronti, come quello riguardante i lavoratori distaccati.

Mentre ad irritare Varsavia c’èra stata  l’apertura al dialogo con la Russia da parte del presidente francese, insieme alle sue dichiarazioni sullo stato di “morte cerebrale” della Nato. “Non si può puntare a nessun progresso serio su temi europei importanti senza un accordo con la Polonia”, fanno sapere fonti dell’Eliseo, spiegando che il presidente francese insisterà sui punti di “convergenza” come le politiche industriali o agricole.

All’Università europea di Roma la serata “Night to shine”

Dopo il successo del progetto “Un dono per la vita” per le mamme in difficoltà, l’associazione Pro vita & famiglia lancia un’altra iniziativa solidale, la serata “Night to shine” che si svolgerà oggi all’Università europea di Roma (via degli Aldobrandeschi 190, ore 19-22), “esperienza indimenticabile – assicurano i promotori – dedicata alle persone diversamente abili e con bisogni speciali”.

Sponsorizzata dalla Fondazione Tim Tebow, con il patrocinio della Pontificia Accademia per la vita, Night to Shine avrà luogo per la prima volta in Italia presso l’Ateneo romano. Gli ospiti con disabilità saranno i benvenuti e riceveranno un trattamento da star: parrucchiere, trucco, lucidascarpe, bouquet e fiori all’occhiello. Ci sarà una sala karaoke, una sala sensoriale, una sala ballo, spazio relax per genitori e verrà offerta una cena a buffet. La serata si concluderà con l’incoronazione di ogni ospite come re o regina del ballo. “Insomma – concludono gli organizzatori – una serata che sarà un inno alla vita, all’amore e alla condivisione”.

L’Olio delle Colline

Sono 313 i campioni di olio iscritti alla XV edizione del Concorso provinciale “L’Olio delle Colline”. Sabato 8 Febbraio, dalle ore 10:00, presso l’Auditorium Comunale di Bassiano, verranno premiati i vincitori delle varie competizioni. Per “L’Olio delle Colline” i primi tre oli per ogni categoria di fruttato (intenso, medio, leggero), distinti tra produttori iscritti e non alla CCIA. I primi due olivicoltori che hanno imbottigliato il prodotto “DOP Colline Pontine” e il “Miglior Olio Biologico” certificato a norma di legge e le due bottiglie con la “Migliore Confezione ed Etichetta”, in base alla normativa vigente. Il premio “Paesaggi dell’Extravergine e Buona pratica agricola” andrà a nove imprese, tre per ognuno dei comprensori – Monti Lepini, Monti Ausoni, Monti Aurunci – contraddistintesi per il loro impegno nella tutela delle varietà e degli elementi paesaggistici tipici del territorio, e nella salvaguardia dei suoi equilibri vegetativi e agro-ambientali. Infine, il Premio “L’Oliva Itrana” alle prime due aziende classificate per ciascuna delle due categorie (oliva di Gaeta DOP e oliva Itrana bianca).

Le premiazioni si svolgeranno durante il Convegno dedicato all’ambiente montano, introdotto dai saluti istituzionali del Presidente Capol e Coordinatore del Concorso, Luigi Centauri, e del Sindaco del Comune di Bassiano, Domenico Guidi, moderato dal giornalista Simone Di Giulio. Si parlerà di: “Caratterizzazione e valorizzazione della biodiversità, dall’olivo all’olio”, “La biodiversità olivicola del Lazio e il contrasto dell’abbandono colturale”, “Effetti dei cambiamenti climatici sul sistema agro-forestale”, “Ipotesi teoriche e pratiche per protocolli di recupero di oliveti abbandonati”. Temi di attualità per il comparto olivicolo e oleario, la cui trattazione sarà affidata ad esperti del settore e della materiaBarbara Alfei – Capo Panel presso l’Agenzia Servizi Settore Agroalimentare Marche (ASSAM); Claudio Di Giovannantonio – Responsabile ARSIAL dell’Area “Tutela Risorse e Vigilanza sulle Produzioni di Qualità”; Giuseppe Persi – Comandante del Gruppo Carabinieri Forestali di Latina; Giulio Scatolini – Capo panel “L’Olio delle Colline”.

Nel pomeriggio, dalle ore 15:00, altri appuntamenti in programma presso il Palazzo comunale“L’Olio delle Colline Pontine, Assaggiatori a confronto” – degustazione guidata degli oli classificati a cura dei Capo panel Barbara Alfei e Giulio Scatolini. Concorso Premio “Assaggiatore per un giorno” per aspiranti assaggiatori che abbiano compiuto almeno 16 anni, i quali giudicheranno gli oli Extravergine Oliva (Evo) delle colline pontine in gara. Concorso Premio Regionale “L’Olio delle Colline Pontine assaggiatori a confronto” riservato agli assaggiatori iscritti agli Elenchi Regionali/Nazionale di tecnici ed esperti degli oli di oliva vergini ed extravergini. I due vincitori “Assaggiatore per un giorno” e “Assaggiatore a confronto” riceveranno una confezione di sei bottiglie DOP Colline Pontine delle Aziende classificate.

Il monito di Padre Sorge

Il merito di P. Bartolomeo Sorge è di non essere attaccato alle sue antecedenti predicazioni. C’è stato un tempo infatti che ha visto l’ex direttore di “Civiltà Cattolica”, allora il gesuita più influente nella vita pubblica italiana, mettersi al servizio del rinnovamento della Dc, avanzando e approfondendo, passo dopo passo, la tesi della “ricomposizione dell’area cattolica”. Correvano gli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, praticamente un’era geologica fa.

Oggi di quel discorso rimane l’anima, non l’armatura esterna. Rimane il principio del rinnovamento. Certo, la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione – almeno in Italia – del quadro politico-ideologico della guerra fredda hanno tranciato di netto il legame con il passato. Tutto è cambiato traversando la bufera di Tangentopoli.

Chi ha salutato la fine della Dc come una liberazione esalta gli aspetti positivi derivanti da quella che viene perlopiù definita una rottura provvidenziale. I cattolici hanno messo a frutto l’insegnamento conciliare sull’autonomia dei laici in politica e la valorizzazione, conseguentemente, del pluralismo delle opzioni. Certamente se ne è avvantaggiata la Chiesa, forse un po’ meno l’Italia.

Ormai P. Sorge non tifa per una “ricomposizione cattolica” essendo convinto che indietro non si torna. Oggi, intervistato da “Repubblica”, è stato molto chiaro: “Ciò che i cattolici debbono fare – ha precisato – è, come dice Francesco, aiutare la “buona politica”. È urgente impegnarsi nella formazione non di un partito, ma di “uomini di buona volontà”, capaci di ricostruire la coscienza del bene comune, oggi dissolta”.

Questo significa che un certo integralismo di ritorno, tendente a enfatizzare anacronisticamente l’idea di un nuovo partito d’ispirazione cristiana, non trova sponda nel mondo della Compagnia di Gesù e quindi neppure nella Chiesa del gesuita Francesco. La quale Compagnia, tuttavia, all’indomani della seconda guerra mondiale, sebbene da posizioni più conservatrici rispetto a quelle odierne, molto avanzate sul piano sociale e culturale, nutriva la medesima ritrosia o meglio la medesima avversione nei confronti della scelta unitaria dei cattolici.

I gesuiti non sono mai stati democristiani, intanto per un’antica divergenza dal personalismo comunitario di Maritain, poi ridotta grazie a una lettura eminentemente legata alla riscoperta dell’umanesimo teocentrico del filosofo francese; quindi per una più attuale e stringente visione, dominata da un imperativo di assoluta fedeltà al Concilio Vaticano II, in virtù della quale l’evangelizzazione che nuovamente appare necessaria, in Occidente e in particolare in Italia, richiede l’impegno a priori della Chiesa a disconoscere ogni tentazione di temporalismo.

Il paradosso è però che l’ideale democratico cristiano, sorto con Romolo Murri all’alba del Novecento in funzione di un grande e generoso rinnovamento, quand’anche esposto ab initio alle contaminazioni dalle sue stesse ingenuità; ideale, comunque, che si poneva l’obiettivo di rompere il dissidio tra cristianesimo e modernità, con ciò anticipando di alcuni decenni le scelte dei Padri conciliari sul rapporto Chiesa-mondo: ecco, proprio come ideale, esso finisca ora per estinguersi al pari delle sue caduche manifestazioni storiche, fino al punto di presentarsi addirittura come controparadigma del nuovo impegno dei cattolici italiani.

Qui non tutto collima alla perfezione. Infatti, sebbene convinca il monito del Padre gesuita circa l’implausibilità del ritorno al “partito cristiano”, meno sembra convincere il resto, ovvero l’annullamento di ogni ancoraggio alla tradizione del cattolicesimo democratico. “De Gasperi, Moro sono figure ideali non più riproducibili”, dice ancora P. Sorge. Dobbiamo in sostanza archiviarne la lezione.

E allora, a chi dobbiamo guardare? Cosa dobbiamo pensare o ripensare, una volta cancellato un canone di appartenenza? Come vincere il populismo e il sovranismo, giunti a questa potenza anche per il terremoto che ha devastato l’edificio della memoria civile e della coscienza democratica del Paese, se anche i cattolici abbandonano il criterio direttivo di una giusta continuità di pensiero e di azione?

La convinzione che possa derivare un largo profitto dal prendere sul serio questa sorta di “zero alla partenza”, iniziando dall’iconografia – le figure, appunto, non più riproducibili – che decora la più qualificata storia democristiana, può rovesciarsi nella disillusione e nello spaesamento. Questo accade quando, esaurita una fase di entusiasmo, si torna inevitabilmente a fare i conti con un’esigenza di realismo e concretezza, nondimeno di coerenza. In conclusione, il rischio di un rinnovamento senza basi di pensiero, o meglio di pensiero politico, è quanto di più prossimo alla faticosa e incerta riconfigurazione dell’impegno pubblico dei cattolici.

La buona politica auspicata da P. Sorge non può esulare da questa necessaria opera di riconoscimento e discernimento della migliore esperienza, non ancora spenta, del cattolicesimo democratico.