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Legislatura difficile ma che può diventare “costituente” per il futuro.

L’area di centro sarà quella più interessata ai processi di ristrutturazione del sistema politico italiano

 

Viviamo in una fase politica dove una cosa è certa: l’incertezza. Al di là dei giochi di parole, purtroppo è così. Del resto, abbiamo un Governo guidato dalla più prestigiosa personalità di cui oggi gode l’Italia, che deve però fare i conti con una maggioranza che non “ha una formula politica” per le motivazioni che tutti conosciamo. E un Governo con queste caratteristiche non può, comprensibilmente, sprigionare una maggioranza politica in vista delle prossime elezioni politiche generali. Ma è proprio in una fase come questa che le forze politiche, quelle che ci sono e quelle che nasceranno, hanno il dovere di pensare e costruire il futuro. E, sotto questo versante, le cose si stanno lentamente ma irreversibilmente muovendo.

 

Se nell’area della sinistra italiana l’alleanza tra il Partito democratico con il populismo e l’anti politica dei 5 stelle pare essere una prospettiva abbastanza consolidata – anche se l’alleanza con il partito di Grillo e quasi di Conte è saltata in quasi tutta Italia in vista delle amministrative di ottobre -, nel campo del centro destra l’equilibrio politico è ancora in fase di costruzione, al di là delle massiccia ascesa del partito della Meloni e della sostanziale tenuta della Lega. Ma è sul fronte del “centro” che il processo di costruzione politica è in piena evoluzione. Un luogo politico che richiede ancora di essere definito nella sua articolazione e soprattutto nella sua leadership.

 

Certo, non può essere, per fare un solo esempio, uno come Renzi a pensare di rappresentare quest’area decisiva per le sorti del sistema politico italiano. E questo per una gamma di motivi, a tutti noti, su cui non vale neanche di pena di soffermarsi. Ma se sulla leadership il nodo non è determinante, diventa decisivo invece il capitolo dell’offerta politica. E il futuro “centro” non potrà che essere plurale, cioè frutto e conseguenza di più apporti culturali e politici. E soprattutto un luogo politico che mette in discussione le tradizionali appartenenze – ovviamente riconducibili a questo campo – per dar vita ad un nuovo e rinnovato soggetto politico. O lista. E, non a caso, le avvisaglie già sono evidenti in alcune formazioni politiche riconducibili a questa cultura e a questo orizzonte programmatico. Centrista e riformista. Non un luogo identitario, quindi, nè puramente testimoniale che sarebbe la semplice negazione di qualsiasi ipotesi che punta ad una logica coalizionale.

 

Ecco perchè, nella fase finale di questa turbolenta e complicata legislatura, la riflessione non può che avvenire anche sul versante della definizione di un nuovo assetto che, soprattutto, dopo questa terribile e devastante pandemia, non può non avere anche una forte ricaduta sul terreno della politica e, di conseguenza, del governo. E, quasi sicuramente, sarà proprio l’area di centro quella che subirà la maggior ristrutturazione e il maggior cambiamento in vista delle elezioni. Perchè, per quanto risguarda il resto, il copione è già sin troppo noto per essere affrontato. Le novità principali non arriveranno da quelle parti ma da chi, dopo molto tempo, saprà recuperare un patrimonio culturale ed un progetto politico colpevolmente ed irresponsabilmente abbandonati per troppi anni.

Semestre Bianco. L’ex Dc legge il gran ballo del Quirinale

Riportiamo un ampio stralcio della conversazione con Gerardo Bianco apparsa ieri su formiche.net

 

Menomale che Sergio c’è. Un guizzo attraversa la voce di Gerardo Bianco al telefono. “È un grande Presidente, il migliore. Mattarella, intendo. Un bis al Quirinale sarebbe una buona notizia, per me e per il Paese”.

Novant’anni, avellinese doc, Dc dop, perché come lui ormai ne sono rimasti pochi. Allo scudo crociato e ai suoi posteri ha dedicato ben nove legislature. Poi la guida del Partito popolare negli anni ’90. Sempre, ostinatamente al centro. Di staccare la spina con la politica neanche a parlarne. L’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi ha riacceso la vecchia fiamma.

 

Sarebbe bello se ci restasse fino alla fine, confida Bianco a Formiche.net. “Io non credo lo vogliano far fuori. Se tutti gli chiedono di restare fino al 2023 è perché riconoscono che la sua presenza è di grande valore per l’Italia, non può interromperla per salire al Quirinale”.

Già, il Quirinale. La partita per il Colle è l’ultimo campo di gioco rimasto alle segreterie dei partiti, costrette a muoversi negli angusti spazi che Draghi gli ha lasciato, a forza di continui “niet” alle boutades dei capi, dalla tassa di successione by Enrico Letta alla flat tax di Matteo Salvini. “Questo tira e molla con Mattarella è una grave mancanza di rispetto istituzionale – sospira Bianco, che se la ride sui dolori del Pd, dove ogni corrente ha già un candidato pronto e c’è chi è andato a tirare la giacchetta, senza successo, a Romano Prodi, l’ex premier che proprio Bianco ha contribuito a spedire a Palazzo Chigi nel 1996.

 

“Come al solito il Pd è pieno di candidati, mancano i voti. Spero trovino una convergenza, Mattarella sarebbe ideale, ma non è questo il momento di tirarlo in mezzo”. “Se solo Letta capisse il vero problema del Pd”. Quale? “I nomi ce li ha, non ha un’anima. Invece che ingaggiare uno scontro continuo con Salvini, Letta dovrebbe pensarci su”.

 

Il Pd, dice “Jerry White”, nasce “da un’idea politologica sbagliata”. Non lo dice oggi, lo pensava già quando gli chiesero di entrarci dentro, tredici anni fa, e rispose “no grazie” con un discorso alla Camera che fu sommerso di applausi. “Hanno pensato di mettere insieme due tradizioni diverse, il popolarismo di Sturzo e De Gasperi con la tradizione socialista. Poi si sono ancorati al socialismo europeo, peggio ancora”.

 

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https://formiche.net/2021/05/quirinale-intervista-gerardo-bianco/

La cucina “infranciosata” del Settecento. Percorsi di cose e parole nella lingua del cibo.

Riportiamo questo “gustoso” articolo, pubblicato dalla Treccani (Lingua Italiana), sull’arte culinaria nel XVIII secolo.

 

«Questo piatto i francesi lo chiamano soufflet / e lo notano come entremet, / Io sgonfiotto, se date il permesso, / che servire potrà di tramesso».

 

Scriveva così Pellegrino Artusi nel suo notissimo ricettario La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie, uscito in prima edizione a Firenze, nel 1891 (per i tipi di Salvatore Landi), nel tentativo di contenere ed emendare il «gergo infranciosato» che invadeva ancora a fine Ottocento i trattati di cucina.

L’influenza del francese sul lessico italiano della gastronomia ha accompagnato gran parte della storia della lingua della cucina italiana, fin dalla sua fase antica. Lo dimostrano i ricettari medievali, come il ms. Riccardiano 1071, considerato il più antico ricettario in volgare che ci sia pervenuto (sembra possibile risalire al primo quarto del Trecento), che registra francesismi come burro, blasmangiere, adattamento molto conservativo di blanc manger ‘biancomangiare’ e cialdello (a cialdello) ‘preparazione per carne o pesce, probabilmente una zuppa calda’, brodetto ‘intingolo’ e morsello ‘boccone, pezzetto’ (vd. Cibo medievale, lingua attuale: il ricettario più antico di Simone Pregnolato).

 

Nuove abitudini alimentari dalla Francia

 

Ma è nel Settecento che l’impatto del francese sull’italiano culinario si fece più forte, parallelamente al diffondersi in Italia (e nel resto d’Europa) di nuove abitudini alimentari provenienti soprattutto dalla Francia. Il nuovo modello di cucina di importazione francese prevedeva ad esempio un minore consumo della carne, la riduzione considerevole dell’uso delle spezie (ad eccezione della cannella e di poche altre), alle quali si preferirono altri condimenti (per es. l’erba cipollina, lo scalogno, i capperi e le acciughe), la sostituzione delle salse grasse alle salse acide, la valorizzazione dei sapori naturali, degli alimenti freschi, la sempre più netta separazione dell’agro e del dolce (tradizionalmente mescolati assieme), anche attraverso un uso più contenuto dello zucchero, con cui ci si limitò a confezionare preparazioni di credenza da presentare a fine pasto. Di importazione francese furono anche alcune tendenze alimentari, tra le quali il mangiare ‘pitagorico’ (vegetariano) e il bere ‘in neve’, ossia gelato.

 

Cuochi e ricettari d’Oltralpe

 

L’adesione ai canoni gastronomici d’Oltralpe determinò l’arrivo in Italia di cuochi francesi, l’introduzione di nuovi cibi e di nuove pratiche da realizzare in cucina e, con essi, di una nuova nomenclatura culinaria francesizzante che invase i trattati di cucina pubblicati in quel periodo. Termini accolti integralmente o adattati alla lingua italiana che, mescolati a elementi italiani (e dialettali), produssero un miscuglio linguistico, spesso incomprensibile: la cifra espressiva della maggior parte dei ricettari stampati nel Settecento, fino alla svolta segnata dalla Scienza in cucina di Artusi. All’influsso settecentesco del francese in ambito gastronomico (così come in altri campi del sapere e della vita pratica) contribuirono senz’altro anche le traduzioni dei ricettari francesi, considerati in quel periodo veri e propri “classici” del genere. Un filone, quello delle traduzioni, avviato alla fine del Seicento, e che ebbe grandissimo successo nel secolo successivo.

 

 

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https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/cibo6.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=pem

Covid, Vaia: “Allo Spallanzani ricoveri in calo, situazione confortante”

Ricoveri per Covid in calo allo Spallanzani di Roma. “A ottobre-novembre c’erano 260 persone ricoverate in regime ordinario e più di 70 in terapia intensiva, ieri erano 100 e 20”, ha detto Francesco Vaia, direttore dell’Inmi Spallanzani di Roma, ospite di ‘Agorà’ su Rai3, spiegando che “questo ci dà la misura del momento che viviamo ora. I dati sono confortanti e ci dicono che siamo sulla strada giusta. Mantenere le misure che abbiamo rispettato fino ad oggi non è un dato scientifico, ma è un atto di prudenza che accompagna questo passaggio cruciale che deve essere affrontato con saggezza.

Parlando della possibilità di vaccinare le persone in vacanza, Vaia si è detto d’accordo. “Dobbiamo venire incontro ai cittadini e questo significa permettergli di fare il richiamo per la seconda dose” di vaccino anti-Covid “anche ad agosto quando sono in vacanza al mare. Nel Lazio sarà garantito un hub vaccinale a Sabaudia, ad esempio. In questo modo chi ha prenotato le ferie avrà la possibilità di vaccinarsi in vacanza”.

Vaia infine, rispondendo a una domanda su cosa accadrà allo sviluppo del vaccino anti-Covid ‘made in Italy’ di ReiThera, dopo la decisione della Corte dei Conti di bloccare una parte del finanziamento, ha precisato che “la fase 3 della sperimentazione del vaccino dipende da ReiThera e dagli investimenti. Aspettiamo oggi le motivazioni della decisione della Corte dei Conti, ma siamo pronti a riprendere nostro lavoro. La ripresa della sperimentazione dovrà però essere valutata da chi finanzia lo studio. Come Spallanzani siamo pronti e disponibili”.

Il proporzionale: serve per coalizioni trasformatrici, non per la suggestione delle solitudini.

La fragilità del sistema politico italiano obbliga a riflettere sulle cause che ne hanno determinato l’innesco.

 

Non credo al “primato democratico” di un sistema elettorale rispetto ad un’altro.

E non credo che il maggioritario, adottato dopo la crisi di sistema degli anni 90, sia stato – come molti dicono – la causa di tutti i mali.

Le ragioni vere delle contraddizioni e della fragilità del sistema politico italiano sono ben più profonde.

Sono da ricercare piuttosto nella ferita inferta al processo di evoluzione democratica con l’assassinio di Aldo Moro; nella incerta e talvolta balbettante strategia delle riforme istituzionali; nella gracile ed opaca trama di connessione tra sfera politica e sfera degli interessi diffusi.

In altre parole, nella difficoltà con la quale il nostro Paese ha affrontato, dagli anni 70 in poi, il percorso verso una democrazia “adulta”, innervata dalla “religione civile” della responsabilità, ad ogni livello pubblico, privato e collettivo.

I sistemi elettorali sono strumenti che, nel rispetto dei principi costituzionali, hanno il compito di ricercare nelle varie condizioni storiche il miglior equilibrio possibile tra rappresentanza e governo della comunità.

Occorre dunque valutarli con una certa dose di laicità.

Detto questo, nella contingenza storica nella quale siamo, credo che i possibili vantaggi di un sistema di tipo proporzionale con soglia significativa di sbarramento sarebbero maggiori dei possibili rischi, che pur ci sono.

Non mi pare abbia però fondamento la tesi di chi auspica il proporzionale perché così si aprirebbero più spazi (tutti da dimostrare) per un eventuale “centro” equidistante dalla destra e dalla sinistra.

La crisi del “centro” in Italia non è stata conseguenza, ma semmai con-causa della stagione maggioritaria così come si è realizzata.

Sono propenso a ritenere che un efficiente sistema proporzionale, con soglia non inferiore al 5 per cento, in questa fase storica, sia preferibile – piuttosto – perché favorirebbe la trasparente riorganizzazione delle diverse aree politiche e renderebbe più realistica, dopo il voto, la ricerca di una maggioranza riformatrice/trasformatrice (con un linguaggio oggi fuori moda, che infatti non uso, si potrebbe definire di “centro”-“sinistra”, ma qualcuno potrebbe chiamarla “Ursula”).

E ciò potrebbe avvenire senza la presa in giro degli elettori: tutti gli ultimi governi sono stati composti da forze politiche che si erano presentate come reciprocamente alternative nella richiesta del consenso.

È una questione che interessa molto le forze politiche di ispirazione popolare e liberal democratica. O – meglio – le loro attuali start up, peraltro purtroppo ancora disperse, frammentate anche dentro i rispettivi perimetri identitari ed incapaci di vero dialogo tra loro.

Eppure (ove decidessero di passare ad una fase adulta e meno auto referenziale) potrebbero avere un ruolo fondamentale di riferimento.

La scommessa contenuta nel Piano di Ripresa e Resilienza varato dal Governo e approvato dal Parlamento va ben al di là della durata della attuale Legislatura o della scadenza del settennio di Sergio Mattarella (al quale occorrerà provare a chiedere, temo, di rivedere la sua comprensibile indisponibilità ad un secondo parziale mandato).

La “Stagione Draghi” non può durare lo spazio di un mattino, perché si fonda su impegni precisi di trasformazione del Paese, che comportano cambiamenti culturali oltre che economici, sociali e istituzionali di portata rilevante. E che richiedono continuità di rotta per un periodo non certo breve.

Oggi il Governo Draghi si fonda su una maggioranza “non politica”, ma emergenziale.

Soluzione utile e necessaria per la fase finale di questa Legislatura, ma non proponibile come soluzione “ordinaria”.

Il passaggio del voto democratico del popolo nel 2023 sarà dunque decisivo e metterà tutti difronte alle proprie responsabilità: considerare il sentiero virtuoso tracciato da Draghi come un artificio di furbizia per ottenere i fondi europei (col rischio di non ottenerli, peraltro) oppure come scelta di medio-lungo periodo per la definitiva affermazione di un Paese più maturo, moderno, efficiente e responsabile.

Se esiste oggi una “missione” prioritaria per chi si richiama alla cultura politica del Popolarismo, essa consiste nel dare il proprio contributo di continuità e di spessore a questo sforzo di radicale trasformazione del Paese, tutelando il rispetto e la valorizzazione di una visione comunitaria e solidale della democrazia ed il suo radicamento nella prospettiva europea.

Così poste le cose, non sarà difficile capire come conciliare il giusto “principio ontologico” della “autonomia” (un soggetto politico esiste perché ha una identità, una rappresentanza ed un progetto, non in quanto alleato o satellite di qualcuno) con il “principio politico” della coalizione tra diversi ma compatibili, a servizio del bene comune, che è stata una costante della cultura politica democratico cristiana da Degasperi in poi.

A Gaza si combatte ancora. Come tremila anni fa.

Le considerazioni dell’autore assumono un significato ancora più forte nel momento in cui le parti aderiscono alla tregua proposta dall’Egitto e sostenuta dagli USA.

Sono passati quasi tremilacinquecento anni, eppure, in quel territorio che ormai conosciamo tutti come la Striscia di Gaza, si combatte ancora. Non più con le frecce ma con i fucili e i razzi. Non più con i carri a cavallo ma con i carri armati. La città di Gaza è, ancora una volta, la protagonista di una contesa millenaria. Una lotta che la vedeva protagonista importante anche nella Bibbia.

 

Nel Grande libro il suo nome compare in 23 versetti. Le tribù semitiche, tutte nemiche e tutte tra loro imparentate, si contendevano quel territorio strategico già allora. Le Scritture ce ne danno una descrizione fondamentale per la nostra riflessione: i confini dei popoli cananei “andarono da Sidon, in direzione di Gherar, fino a Gaza e in direzione di Sodoma, Gomorra, Adma e Seboim fino a Lesa” è scritto nel libro della Genesi. Nel libro dei Giudici è scritto che i nemici di Israele: “si accampavano contro gl’Israeliti, distruggevano tutti i prodotti del paese fino a Gaza e non lasciavano in Israele né viveri, né pecore, né buoi, né asini” mentre questi ultimi cercavano di riprendersi quanto gli era stato tolto: “Giuda prese anche Gaza con il suo territorio, Ascalon con il suo territorio ed Ecron con il suo territorio” (Giud., 1:18).

 

Il nuovo conflitto, esploso questo maggio, non è una guerra di religione, come alcuni ritengono, piuttosto un conflitto etnico-politico che ha radici lontane e che si è ripresentato negli ultimi settant’anni. E temo che, per tutti questi motivi, non potrà mai esserci la resa né dell’uno, né dell’altro. Israeliani e Palestinesi si fronteggiano costantemente in quello stesso territorio che “si torcerà dal gran dolore (Zaccaria, 9:5)” come si disperano i bimbi, gli anziani, le famiglie senza più tranquillità, né casa. Negli Atti degli Apostoli (Atti 8:26) un angelo scese sulla Terra e disse a all’apostolo Filippo: “Àlzati e và verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta”. E’ l’ultimo versetto biblico in cui compare il nome della “Striscia”.

 

Predisse come sarebbe rimasta: deserta.

La politica mediterranea dell’Italia: dall’equanimità “centrista” alla subordinazione verso Israele

Dal dopoguerra a oggi, visto l’annoso conflitto israelo-palestinese, difficile ritrovare il Governo e la Farnesina così schiacciati sulle ragioni di Tel Aviv

 

In riferimento alla delicatissima condizione geopolitica mediorientale, dal punto di vista storiografico si fa fatica a ritrovare un esecutivo italiano così incline (per non dire prono) nel sostenere la posizione di Israele circa il deterioramento dei suoi rapporti con i paesi arabi, palestinesi in testa.

Di fronte a una crisi internazionale contrassegnata dal fiume di sangue che sta scorrendo in Terrasanta a seguito dell’ennesimo conflitto tra lo stato ebraico (ma si può ancora parlare di conflitto?) e le popolazioni islamiche, fa un certo effetto vedere centrodestra, centrosinistra e pentastellati prendere le distanze in modo netto da quella politica di continuità e di equidistanza che ispirò Palazzo Chigi durante il dopoguerra, gli anni del “boom” e l’alba del Duemila. Nell’inquadrare l’evoluzione, all’interno della maggioranza, della linea diplomatica italiana nei rapporti mediterranei, rispetto a cui risalta ancora la strategia caratterizzata dalla ricchezza delle posizioni, dalle diverse sensibilità e dai dibattiti (epocali) che ne seguirono, si può notare come suddetti valori stiano scemando sempre più per lasciar spazio a iniziative di bassissimo profilo, tra cui il tifo da stadio bipartisan pro-israeliano inscenato davanti Montecitorio (con Salvini e Letta capifila). Dal dopoguerra in avanti, infatti, era emerso il pensiero di personaggi come De Gasperi, Gronchi, Fanfani, Moro, Berlinguer e lo stesso Craxi, che evidenziò l’assoluta equanimità, per non dire uno sbilanciamento verso le ragioni dei più deboli, delle posizioni politiche assunte, del tutto ideali e inclini ad aprire null’altro che dialoghi costruttivi, i quali – volenti o nolenti – trasformarono l’Italia in un punto di riferimento indiscusso e costante per le diplomazie di tutta l’area mediorientale. Vero è senz’altro che il peso esercitato da uomini esterni alle maggioranze di allora (mi vengono in mente Giorgio La Pira ed Enrico Mattei) ebbe una forte influenza poiché debitamente motivo di “intercessione” tra le stesse e le rappresentanze estere interessate; ma non tutto ciò che è stato fatto di buono può essere cancellato con un colpo di spugna.

La negazione del regime di sanguinose restrizioni a cui sono sottoposte le popolazioni autoctone dell’area (alcune comunità da anni ricevono solo poche ore di elettricità giornaliere e hanno scarsissima acqua potabile) è un atto di deresponsabilizzazione politica in virtù di una condizione che ha assunto dimensioni globali e di fronte a cui l’Europa non deve defilarsi come ha fatto sinora. La cosiddetta autodifesa israeliana, che a tratti sembra essere di fatto più una pulizia etnica, fa emergere particolari inquietanti: le immagini dei coloni che “marchiano” le abitazioni degli arabi con effigi di riconoscimento (a proposito, a qualcuno ricorda qualcosa?) e che rastrellano i quartieri palestinesi non possono più essere eluse mediante politiche di asservimento o di convenienza. Si prenda da esempio Papa Francesco – uno dei primi a riconoscere la Palestina come stato sovrano – inorridito dalle perdite di vite umane (più di 200, di cui il 50% tra donne e bambini) che sta provocando la crisi, ma soprattutto lucidamente conscio della sproporzione militare evidenziata dallo scontro.

Da una ventina d’anni a questa parte, con l’affermazione del berlusconismo prima, della svolta neo-liberale della sinistra poi e della breve parentesi renziana dopo, ha preso il sopravvento il sostegno incondizionato allo stato ebraico senza per questo far acquisire all’Italia un ruolo di rilievo nell’ambito delle relazioni con i paesi dell’intera regione; un ruolo che in passato invece si contraddistingueva, forte delle sue ben delineate posizioni anti-colonialiste e sensibili alla salvaguardia dei luoghi santi, dei quali Gerusalemme è il simbolo. La stessa Dc, che ravvisò nella questione palestinese un problema da risolvere con una pace  “senza se e senza ma”, riflesse il convincimento delle diverse maggioranze di governo, secondo cui l’atteggiamento dei coloni sionisti ledeva di fatto il diritto all’autodeterminazione dei popoli e di conseguenza la sicurezza delle minoranze cristiane dell’area. Di certo, la decisione unilaterale presa da Trump nel riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, anziché stemperare la tensione, non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco. Una decisione che stanno pagando non solo le comunità arabe, ma anche lo stesso neo-presidente Biden, chiaramente in difficoltà di fronte alla inaudita violenza esercitata dai vecchi alleati di Tel Aviv nel reprimere l’instabilità della zona. Ne va della stessa credibilità statunitense.

Un nuovo impero in oriente: dal bosforo alla Cina. Ci sarà l’unione di tutti i popoli turchi?

Il saggio dell’autore, Padre gesuita, è apparso sul Quaderno 4098 de “La Civiltà Cattolica”.

 

Per la prima volta nei 100 anni di storia della Repubblica turca, la restaurazione della grandezza passata è diventata la politica del governo turco. Il fallimento dell’integrazione con l’Europa ha avuto come conseguenza che l’idea di un nuovo «impero» risultasse molto attraente. Accanto a un’idea neo-ottomana, che si concentra sui Paesi arabi del Mediterraneo e sui Balcani, è diventata una possibilità concreta un’unione dei popoli turchi, fondata sui legami etnici, che si estenda dal Bosforo alla Cina. La trasformazione dei rapporti tra la Turchia e le popolazioni turche affini nell’Asia centrale e nel Caucaso è diventata realtà concreta con l’ultimo conflitto in Nagorno-Karabakh. In questo caso non si tratta solo di soft power – esercitato sulla cultura o sulla religione – e di relazioni economiche: la Turchia ora è presente anche militarmente – il ministero della Difesa turco si propone di inviare unità turche in Azerbaigian – e mostra di essere senz’altro pronta a sostenere i suoi «fratelli» con ogni mezzo.

 

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“Centro necessario”. Con qualsiasi legge elettorale.

Il dibattito sulla nuova legge elettorale langue perchè in un’epoca in cui dettano l’agenda i
sondaggi si aspetta sino all’ultimo per verificare quale potrebbe essere il miglior sistema elettorale per il proprio partito. Il caso del Pd, al riguardo, è persin troppo emblematico. Dopo l’ubriacatura proporzionale con la segreteria Zingaretti si è ripassati misteriosamente al maggioritario con l’arrivo di Letta dalla Francia per poi nuovamente riprendere la tentazione del proporzionale appena è fallita clamorosamente l’alleanza in quasi tutti le principali città italiane con i 5 stelle.

Appunto, la legge elettorale – che ormai cambia ad ogni legislatura – è il frutto e la conseguenza dei sondaggi e degli ultimi risultati elettorali, amministrativi, che pervengono alle sedi centrali dei partiti. Certo, ogni confronto con il passato, più o meno recente, è semplicemente impossibile nonchè impraticabile. E questo per un motivo molto semplice. La politica ha perso la visione del futuro e qualsiasi ragione sistemica di lungo respiro. Tutto è strettamente legato al contingente e all’indomani. Del resto, in un contesto politico dominato dal trasformismo, dal populismo e dall’opportunismo di marca grillina non può che essere così. È una costante che dal 2018 caratterizza il confronto politico nel nostro paese e l’alleanza con il partito di Grillo e di Conte – ieri con la Lega per convenienza e oggi con il Pd per motivi sempre più indecifrabili – non può che rafforzare questa deriva impolitica e nociva per la stessa salute della nostra democrazia.

Comunque sia, qualunque sistema elettorale sarà individuato prima della prossima consultazione nazionale, un dato è certo. E cioè, le forze che non si riconoscono in questo bipolarismo muscolare e sempre più innaturale, hanno il dovere di unirsi e di contribuire, insieme, a costruire una lista/soggetto politico capace di condizionare e di orientare la stessa dialettica politica. Parlo, come ovvio, di quel “centro” da molto tempo decanato, auspicato, desiderato e richiesto che può essere il vero elemento di stabilizzazione e di moderazione del sistema politico italiano. E questo a prescindere dal profilo del sistema elettorale. Un “centro” che poi, inesorabilmente, sarà destinato ad allearsi con una delle due coalizioni in campo. Ad una sola condizione, però. Che non stringa alleanze con coalizioni dominate da quel populismo, che poi si intreccia fatalmente con il
giustizialismo, che sono e restano i veri detonatori per una democrazia autenticamente
costituzionale, repubblicana e socialmente avanzata. Ma quel luogo politico non può non
decollare.

Certo, il cantiere è aperto da tempo e non mancano le munizioni politiche, culturali e anche
programmatiche capaci di farlo diventare un luogo politico organizzato e strutturato. Il tutto, però, è subordinato ad una sola condizione metodologica. Ovvero, lavorare per costruirlo con la massima unità possibile. Ogni ridicola e grottesca primogenitura va bandita alla radice e qualsiasi tentativo di rappresentare in modo esclusivo un’area culturale va rispedito al mittente, pena la compromissione dello stesso progetto.

Ecco perchè, sia proporzionale o sia maggioritario – a seconda delle convenienze momentanee dei partiti, come abbiamo detto – il “centro” deve scendere in campo. Senza preclusioni ideologiche e senza pregiudiziali preconcette, se non quella del veto a qualsiasi deriva populista e giustizialista di origine grillina. Verrebbe da dire, “se non ora quando”?

Tutti gli scritti di Aldo Moro in edizione digitale. Il 24 maggio una giornata di studi per illustrare il primo volume.

Con Gli anni giovanili (1932-1946), primo volume dell’opera, inizia la pubblicazione dell’intera raccolta di studi, discorsi ed articoli dello statista pugliese, anche con alcuni inediti.

Riportiamo di seguito il comunicato del Portale della Rete degli archivi per non dimenticare.

 

http://memoria.san.beniculturali.it/web/memoria/news/dettaglio-news?p_p_state=normal&viewMode=normal&p_p_lifecycle=1&p_p_id=56_INSTANCE_nK42&groupId=11601&articleId=1139565

 

L’Osservatore: 35 anni di storia della Chiesa

Mario Agnes (fratello di Biagio, ex direttore generale della Rai) era un cattolico impegnato che aveva però ben chiaro quale doveva essere il ruolo del laicato nella Chiesa alla luce dei rinnovamenti del Concilio Vaticano II. Un suo ritratto inedito emerge nel libro “L’Osservatore. Trentacinque anni di storia della Chiesa nelle carte private di Mario Agnes”, pubblicato da Ignazio Ingrao per i tipi della San Paolo. L’autore, giornalista e autore televisivo, vaticanista del Tg1, ricostruisce, attraverso lo studio meticoloso degli archivi privati di Mario Agnes, la figura di un testimone privilegiato delle vicende della Chiesa, in Italia e non solo.

Chiamato da Giovanni Paolo II (insieme a Joaquin Navarro-Valls) a dirigere la comunicazione vaticana, Mario Agnes si dimostra un giornalista capace di interpretare il suo ruolo con scrupolo, riservatezza, ma al contempo grande passione e competenza.

Già presidente dell’Azione Cattolica, di cui aveva raccolto la difficile eredità di Vittorio Bachelet (1973-1980) si impegna, dopo l’approvazione del nuovo statuto, a ridefinire l’identità e lo stile operativo dell’associazione alla luce dei “nuovi fermenti” post-conciliari. In particolare punta a valorizzare la dimensione “religiosa” dell’Azione Cattolica senza trascurare la sua vocazione civile e sociale.

Sono anche gli anni del suo impegno in politica in qualità di consigliere comunale a Roma come indipendente nelle file della Dc e poi con la direzione del quotidiano della Santa Sede, l’Osservatore Romano (1984-2007). Durante la sua direzione dà vita a un profondo rinnovamento del giornale, accompagnato dall’introduzione di sostanziali cambiamenti nello stile e dall’apertura crescente alle nuove tecnologie.

Tornando al libro, Ingrao ha avuto un accesso privilegiato all’archivio privato di Mario Agnes. Si tratta di un patrimonio ricco e prezioso, fatto di lettere, appunti, documenti. Dimostra una conoscenza significativa e un rapporto assiduo con numerose figure del giornalismo, della politica e della storia della Chiesa.

Nel volume, l’autore ricostruisce molti aspetti della personalità del direttore dell’Osservatore Romano. «Un protagonista discreto di oltre quarant’anni di storia della Chiesa. Un periodo cruciale che va dalla fine del Concilio Vaticano II, passa per il referendum sul divorzio e sull’aborto, il rapimento Moro, il pontificato di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, la caduta del muro di Berlino, i conflitti in Iraq, fino all’elezione di Benedetto XVI».  Mario Agnes – scrive l’autore – lo attraversa con passo discreto: «Non il muoversi felpato degli uomini di palazzo, dei tessitori di relazioni nei corridoi della Curia romana. Piuttosto un procedere umile ma sicuro. Un passo dietro al Pontefice. L’uomo del Papa, fedele, senza ostentazioni».

Come ricorda lo storico Andrea Riccardi nella bella prefazione al volume, Agnes è «uomo di mille battaglie, capace anche di opposizione, aduso alle problematiche del governo della Chiesa e della politica, aveva però qualcosa di fanciullesco, che si legava alla sua fede spontanea di cattolico del popolo, improntata sui valori familiari e sulla semplicità della sua terra».

Dalle pagine del volume emergono anche rapporti significativi con molte figure del giornalismo, della politica e della Chiesa. E infatti sono raccolte le loro voci e le loro testimonianze: da Walter Veltroni ad Angelo Scelzo, da padre Gianfranco Grieco al cardinale Leonardo Sandri, da Ciriaco De Mita a Fausto Bertinotti. Un mosaico di voci che arricchiscono la ricostruzione di un protagonista scomparso appena tre anni fa e oggi quasi del tutto dimenticato.

 

Passi decisivi per liberare la chiesa e l’Italia dalle influenze mafiose

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

 

Era il 9 maggio 1993 quando, nella Valle dei Templi di Agrigento, Giovanni Paolo II condannò in maniera esplicita la mafia, invitando i suoi membri a convertirsi e intimando loro: «Verrà il giudizio di Dio!».
I capi mafiosi non gradirono le parole del Papa e, poco dopo la mezzanotte del 27 luglio 1993, un’autobomba esplose davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano. Contemporaneamente un’altra auto imbottita di tritolo venne fatta esplodere davanti alla chiesa romana di San Giorgio al Velabro. In entrambi i casi vi furono gravissimi danni, con un totale di 22 feriti.
A conferma dell’arroganza e della protervia del crimine organizzato, nel settembre del 1993 la mafia a Palermo uccise don Pino Puglisi, e nel marzo del 1994 la camorra a Casal di Principe uccise don Peppe Diana.
Inoltre in alcune diocesi e parrocchie l’influenza dei boss mafiosi sul clero locale rimaneva forte.
Purtroppo la commistione tra mafia e religione è un problema serio e radicato.
A questo proposito, il 13 maggio, intervenendo alla presentazione del primo Rapporto del “Dipartimento per la legalità” della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami), l’ex Procuratore capo di Roma e attuale Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, Giuseppe Pignatone, ha spiegato la commistione tra mafia e religione.
Il “Dipartimento per la legalità” è un organismo istituito nel settembre 2020 per lo studio e il monitoraggio dei fenomeni criminosi e mafiosi. Nella lettera inviata nel luglio 2020 a padre Stefano Cecchin, Presidente della Pontificia Academia Internationalis, Papa Francesco chiedeva di «liberare Maria e la figura della Madonna dall’influsso delle organizzazioni malavitose».
Pignatone ha ricordato che esponenti di gruppi mafiosi sono coinvolti e addirittura promotori di manifestazioni popolari e religiose, processioni e feste patronali.
Diffuso e frequente anche il linguaggio religioso utilizzato dai mafiosi. Per esempio – ha spiegato Pignatone – l’iniziazione degli affiliati alla ‘ndrangheta viene chiamata “battezzo”.
Quando Pignatone entrò nella casa del boss mafioso Bernardo Provenzano, contò circa 170 santini; la Bibbia era sottolineata e forse usata come cifrario.
I “pizzini” scritti da Provenzano si aprivano e chiudevano con frasi come: “sia fatta la volontà di Dio” o “in nome di Cristo”, e poi magari ordinavano assassinii.
Secondo il Presidente del Tribunale dello Stato Vaticano, si tratta di manifestazioni di apparente religiosità, sovrastrutture permanenti per camuffare la reale essenza della mafia.
I giovani mafiosi vengono fatti crescere con questa cultura religiosa che è profondamente anticristiana.
Ha detto Pignatone che si tratta di «una radicale opposizione al Vangelo che viene fatta passare come modo normale di vivere nella Chiesa; un condizionamento al quale sono soggetti anche coloro che diventeranno preti e religiosi».
Per sconfiggere la mafia – ha concluso l’ex Procuratore capo di Roma – c’è bisogno di «un cambio di mentalità nella Chiesa e nella società civile. Polizia e magistratura sono in prima linea, ma non devono essere i soli».
Un deciso cambio di passo nella lotta per liberare la Chiesa e il territorio dalle influenze mafiose lo ha fatto Papa Francesco, che fin dall’inizio del suo pontificato ha dato seguito all’azione coraggiosa di Giovanni Paolo II.
Il 21 giugno 2014, di fronte a 250mila persone nella piana di Sibari, in occasione della sua visita in Calabria, Papa Francesco ha detto: «Coloro che nella loro vita hanno questa strada di male, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».
Il 15 settembre 2018, a Palermo, Francesco si è rivolto ai mafiosi dicendo: «Convertitevi! O la vostra vita andrà persa». Ed ha aggiunto: «Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini d’amore, non di uomini d’onore; di servizio, non di sopraffazione; di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Agli altri la vita si dà, non si toglie».
Per quanto riguarda l’organizzazione interna della Chiesa, è stato Papa Francesco a nominare Giuseppe Pignatone, uno dei magistrati più esperti e capaci nella lotta alla mafia, come Presidente del Tribunale della Città del Vaticano.
Francesco ha beatificato don Pino Puglisi, prima vittima di mafia riconosciuta come martire della Chiesa. Ed ha beatificato anche Rosario Livatino, il giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990.
Domenica 9 maggio, durante l’Angelus, Papa Francesco ha posto l’accento sul significato della beatificazione di Rosario Livatino, indicando nel giovane giudice «un esempio e uno stimolo per tutti i magistrati a essere leali difensori della legalità e della libertà».

L’alleanza con i 5 Stelle non aiuta il Pd

Non basta rilevare le difficoltà che si riscontrano nell’area della sinistra. Il centro, se esiste, deve mostrare di avere un progetto politico.

L’aria che si respira in Italia, almeno stando ai sondaggi, è un’aria di Destra. L’avanzata imperiosa della popolarità di Giorgia Meloni (che ora, secondo le modalità di politica effimera in voga da tempo, guadagnerà altri consensi col suo libro autobiografico) è solo l’aspetto oggi più caratterizzante (come fu il 2019 per Salvini) di un trend già percepibile prima della pandemia e ora rafforzato grazie, probabilmente, al suo aver officiato una linea aperturista assolutamente irresponsabile epperò accattivante per molti operatori economici penalizzati dai lockdown che il Governo (quello di Conte, e ora sia pure per un tempo limitato quello di Draghi) ha necessariamente dovuto attuare.

Punto più punto meno la Destra incarnata da Lega e Fratelli d’Italia veleggia intorno al 40%. Con il sostegno di Forza Italia il (centro)destra è intorno al 47%. Questa è la realtà, oggi. Una realtà ancora virtuale, per correttezza bisogna dirlo, anche perché pochi lo notano ma c’è sempre un 40% circa di cittadini che non si esprimono, in qualsiasi sondaggio elettorale. Una percentuale, anche considerandone solo la metà, in grado di sovvertire ogni pronostico. E purtuttavia quella realtà virtuale dà l’idea di potersi concretizzare, e dunque giocare le proprie carte solo sul possibile cambio di scenario indotto da quel 40% non parrebbe – anche solo per un principio statistico – una buona idea.

Il Pd sembrerebbe voler privilegiare un’alleanza con la sinistra a suo tempo fuoriuscita da esso e con il Movimento 5 Stelle. Immaginando poi, probabilmente, di riuscire a intercettare gran parte dello scarno elettorato “centrista”, incluso quello che per anni ha votato il partito di Berlusconi. A me pare che questo schema di gioco non consideri alcuni dati assai rilevanti. Accenno solo ai due/tre principali.

Il M5S veleggia ancora intorno a percentuali interessanti (fra il 16 e il 18%) ma è al suo interno frantumato, al punto che Giuseppe Conte a quasi due mesi dalla sua teorica ascesa al vertice non è tuttora in grado di guidarlo, né effettivamente né formalmente. Quando tutta la diaspora (guidata magari da Casaleggio e Di Battista) si sarà concretamente organizzata, e lo farà sparando alzo zero contro i “governisti” (perché è questo il clima che producono le scissioni) come reagirà l’elettorato? Un elettorato in buona misura composto da cittadini arrabbiati che vedranno in questa implosione, persino in un Movimento che era nato contro la casta dei politici e dei partiti, la definitiva conferma che il sistema è irriformabile. Non è francamente immaginabile che tutti costoro voteranno tranquillamente in favore di un’alleanza col Pd, da essi ritenuto partito-cerniera del sistema e così definito (e peggio) per anni da Beppe Grillo. Molti, non so quanti ma certamente tanti, incanaleranno la loro rabbia in modo ben diverso da quello.

Per contro – ed è il secondo punto – l’alleanza con i pentastellati tiene lontani molti cittadini che potrebbero anche essere interessati o intrigati dal profilo lettiano del Pd attuale, come lo erano stati da quello renziano a suo tempo, ma che non tollerano il radicalismo giustizialista e la sostanziale incompetenza dei Cinque Stelle, visti alla prova in questi anni. Eppure, è proprio questa quota di elettorato che potrebbe rivelarsi decisiva, in quanto di confine, con una utilità marginale – direbbe un economista – assai elevata. Forse se Conte, con Di Maio e qualcuno dei pentastellati maggiormente qualificatisi in questi anni, come ad esempio il ministro Patuanelli o anche il Presidente della Camera Roberto Fico, avessero l’ardire di fondare una loro formazione politica le cose potrebbero anche cambiare e il pregiudizio antigrillino di molti venir meno.

L’inconsistenza di un centro politico organizzato, invece che diviso e frantumato com’è, rimane un problema in questo Paese, dove esiste una fascia di elettorato che in mancanza di un’opzione credibile di questo tipo si rivolge con ben poca convinzione verso destra o verso sinistra. Il problema è però che la più gran parte di essa opterà più facilmente per la prima soluzione a fronte di un Pd alleato organicamente con i 5 Stelle (paradossalmente la sinistra di Bersani e Speranza viene considerata più favorevolmente, anche perché debole numericamente).

Qualcuno penserà che si tratta di ragionamenti teorici. Politologia astrusa. Nel caso, però, vada a intervistare i dirigenti locali del Pd e domandi loro perché l’alleanza ipotizzata al Nazareno, la sede nazionale dei dem, non si concretizza nelle città e nei paesi. Riceverà risposte interessanti, piene di vita vissuta e di buon senso.

Caritas, in un anno di pandemia 453.731 “nuovi poveri”. Uno su 4 da settembre a marzo.

Il monitoraggio sugli effetti economici-sociali determinati dalla pandemia ha  coinvolto 190 Caritas diocesane.

Articolo di Patrizia Caiffa.

Che la pandemia avesse creato “nuovi poveri”, ossia persone che si sono avvicinate per la prima volta ai centri di ascolto o ai servizi delle Caritas diocesane in Italia era purtroppo già noto da tempo. Stavolta, con l’ultima rilevazione di Caritas italiana da settembre 2020 a marzo 2021, il dato assume contorni ancora più netti. Una persona su 4 (il 24,4%) che si è rivolta alle Caritas diocesane per chiedere aiuto in questo periodo è stato infatti classificata tra i “nuovi poveri”, pari ad un totale di 132.717 persone. Complessivamente, dal maggio 2020 ad oggi, in oltre un anno di pandemia, si sono rivolti alle Caritas 453.731 “nuovi poveri”. Nel periodo settembre/marzo le Caritas hanno invece accompagnato 544.775 persone. Le donne sono la maggioranza: 53,7%, così come sono la maggioranza gli italiani (57,8%). L’incidenza degli italiani tra i “nuovi poveri” è ancora maggiore: il 60,4%. Uomini e donne sono in numero pari.

Il monitoraggio di Caritas italiana per indagare sugli effetti socio-economici della pandemia ha coinvolto 190 Caritas diocesane, pari all’87,1% del totale. I bisogni evidenziati, riguardanti soprattutto le donne e i giovani, sono: difficoltà legate al precariato lavorativo/occupazione femminile (93,2% delle Caritas); difficoltà legate al precariato lavorativo/occupazione giovanile (92,1%); persone/famiglie con difficoltà abitative (84,2%); povertà educativa – abbandono, ritardo scolastico, difficoltà a seguire le lezioni, ecc. – (80,5%); disagio psico-sociale dei giovani (80,5%). Anche altri fenomeni sono segnalati

in aumento: il disagio psico-sociale degli anziani e delle donne (entrambi indicati dal 77,4% delle Caritas), la povertà minorile (66,3%), la rinuncia/rinvio dell’assistenza sanitaria ordinaria, non legata al Covid (66,8%), le violenze domestiche (51,1%).

Le persone più frequentemente aiutate dalla Caritas sono state soprattutto: persone con impiego irregolare fermo a causa del Covid-19 (61,1%); lavoratori precari/intermittenti che non hanno potuto godere di ammortizzatori sociali (50%); lavoratori autonomi/stagionali, in attesa delle misure di sostegno (40,5%); lavoratori dipendenti in attesa della cassa integrazione ordinaria/cassa integrazione in deroga (35,8%).

I settori economici che hanno risentito maggiormente della crisieconomica correlata al Covid sono stati soprattutto quelli della ristorazione, segnalati dal 94% delle Caritas, seguiti dal settore turistico-alberghiero (77,4%). La maggioranza assoluta segnala anche la difficoltà degli esercizi commerciali (64,2%) e delle attività culturali, artistiche e dello spettacolo (53,2%).

Le iniziative delle Caritas. Fondi speciali per il sostegno economico alle famiglie e alle piccole imprese in difficoltà, attività di orientamento e informazioni sulle misure assistenziali pubbliche, borse lavoro, percorsi formativi, distribuzione di pc e tablet e sostegno educativo a distanza, progetti e attività innovative. Sono queste le principali risposte messe in atto dalle Caritas diocesane che hanno risposto al monitoraggio. Nel dettaglio: 149 diocesi (78,4%) hanno attivato dei Fondi specifici di sostegno economico alle famiglie in difficoltà; 140 diocesi (73,7%) hanno svolto attività di orientamento e informazione sulle misure assistenziali promosse dalle amministrazioni; 116 diocesi (61,1%) hanno attivato interventi specifici sul fronte del lavoro;  116 diocesi (61,1%) hanno attivato interventi nell’ambito educativo come la distribuzione di tablet/pc/connessioni/device a famiglie meno abbienti o scuole; acquisto libri e materiale scolastico; pagamento rette scolastiche/asili; pagamento mensa scolastica; sostegno educativo a distanza; aiuto per i compiti o la didattica a distanza, anche online; borse di studio per l’iscrizione all’università o per sostenere la frequenza delle scuole superiori; abbonamenti ai mezzi pubblici per gli studenti; progetti contro l’abbandono scolastico; sportelli di supporto psicologico, ecc. 61 diocesi (32,1%) hanno attivato dei Fondi diocesani di sostegno economico alle piccole imprese.

Tra le attività innovative vi sono il sostegno ai giostrai, ai circensi, ai venditori ambulanti, le attività di recupero dei beni alimentari, nuove modalità di approccio alle persone senza dimora, ascolto a distanza, ambulatori e servizi di tipo sanitario.

Una fitta rete di solidarietà. Nel 2020 sono stati oltre 93 mila i volontari operanti nei 6.780 servizi della rete Caritas, insieme a 407 giovani del servizio civile.  Buona la collaborazione intra-ecclesiale: il 96,8% delle Caritas diocesane ha avuto rapporti stabili con le parrocchie, il 60% con il Volontariato Vincenziano, il 51,1% con gli scout dell’Agesci, il 42,1% con i Centri di aiuto alla vita, il 36,8% con le Acli.

 

L’Europa da cui veniamo e l’Europa verso cui andiamo. Istruzione e cittadinanza attiva tra passato, presente e futuro.

Una riflessione sulla festa dell’Unione europea celebrata il 9 maggio. Il contributo dell’autore s’inserisce naturalmente nel dibattito aperto da Umberto Laurenti (Associazione Svegliamoci Italici)

 

Qualsiasi celebrazione ha del rituale e rischia di risultare una rassegna di memoria storica con scarsa capacità di svelare il perché e il percome siano in atto le dinamiche politiche del presente. Cercherò di ricordare fatti consegnati alla storia provando, conseguentemente, a porre a fuoco alcuni aspetti riconducibili all’attualità degli impegni presenti e futuri sulla scena politica. Nel dialogo con i giovani e con coloro che spesso sono stati tenuti, o si siano tenuti, lontano dai fatti significativi della storia è sempre necessario risalire alla fonte del pensiero di Persone che la storia l’hanno fatta per davvero con il loro pensiero, con la loro azione e, soprattutto, con la loro “visione” politica.

Schuman e Monnet

La data della festa dell’Europa è stata scelta con riferimento alla famosa dichiarazione di Schuman del nove maggio 1950. Una delle frasi più importanti di quella dichiarazione è da citare subito: “L’Europa non potrà farsi in una volta sola, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto un solidarietà di fatto.”

Mi sembra opportuno ricordare anche che Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa, citava spesso il filosofo svizzero Amiel: «L’esperienza di ogni uomo ricomincia daccapo. Soltanto le istituzioni diventano più sagge: esse accumulano l’esperienza collettiva e, da tale esperienza, da tale saggezza, gli uomini soggetti alle stesse norme non cambieranno certo la loro natura ma trasformeranno gradualmente il loro comportamento».”

Queste due citazioni dovrebbero essere indicative del cammino che l’Europa ha cominciato a fare nel secondo dopoguerra del secolo scorso fino ai nostri giorni

Pensiero ed azione politica sono sempre alla base delle buone e delle cattive pratiche. Tra bene e male c’è sempre una scelta da fare. Ma qual è il bene? Qual è il male? Nella scelta del bene e del male, in genere i liberali amano mettere al centro il “dubbio” seguito da atti adottati secondo l’etica della responsabilità. L’etica che sa guardare alla tutela della libertà all’interno di regole rispettose del bene comune.

Luigi Einaudi

Il 2021 è l’anno in cui si ricorda Einaudi a 60 anni dalla sua morte. In proposito c’è un’apposita decisione del Senato della Repubblica italiana riguardante la celebrazione dell’anno Einaudiano  Diversi sono i soggetti impegnati nella celebrazione.

Einaudi nutriva la “visione” di un’Europa unita con la serietà che caratterizzava il suo pensiero politico. Sapeva spiegare le motivazioni delle sue scelte che rispondevano al suo famoso metodo del “conoscere, discutere e poi deliberare”. Un metodo necessario soprattutto perché consente di attraversare e superare il “dubbio” e perché rende credibile e responsabile qualsiasi scelta. La scuola di pensiero, che si riconosce fra gli altri in Einstein, pone molti interrogativi su quanto possano avere giovato all’umanità gli uomini politici e religiosi. Alla luce dei fatti, possiamo affermare che le buone pratiche e il pensiero di Einaudi appartengano alla costruzione dell’edificio della civiltà.

Il discorso di Einaudi all’Assemblea Costituente del 29 luglio 1947 per la ratifica del trattato di pace, è da leggere tutto, per guadare al prima e al dopo dei primi passi per costruire l’Europa. “Quell’Europa una, che era stata, in varia maniera, l’ideale di poeti e pensatori da Dante Alighieri ad Emanuele Kant e da Giuseppe Mazzini.” L’analisi di Einaudi sulle motivazioni profonde che portano alla guerra dà spiegazioni chiare sui disastri del secolo breve e sulle due guerre mondiali che lo hanno caratterizzato. Fa comprendere bene l’essenza e le finalità delle idee del nazi-fascismo risalenti “all’Attila moderno” e al “nostro dittatore di cartapesta”. E ci avverte che “non è vero che le due grandi guerre mondiali siano state determinate da cause economiche” …” vero è invece che le due grandi guerre recenti furono guerre civili, anzi guerre di religione e così sarà la terza”… “diciamo alto che noi riusciremo a salvarci dalla terza guerra mondiale solo se noi ”  saremo capaci di operare “per la salvezza e l’unificazione dell’Europa.”

Einaudi parla di “salvezza” e di “unificazione” dell’Europa in un contesto in cui si cerca di mettere insieme i cocci della distruzione della sciagurata guerra. Dice parole chiare e impegnative quando afferma che “L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione essa deve lottare, non è un’Europa chiusa contro nessuno, è un’Europa aperta a tutti, un’Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini fino all’estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dell’intera comunità. Alla creazione di questa Europa, l’Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità.” Questa “visione” non è una idea di subalternità, ma la consapevolezza di un vero statista. Infatti chiarisce che “scrivevo trent’anni fa e seguitai a ripetere invano e ripeto oggi, spero, dopo le terribili esperienze sofferte, non più invano, che il nemico numero uno della civiltà, della prosperità, ed oggi si deve aggiungere della vita medesima dei popoli, è il mito della sovranità assoluta degli stati. Questo mito funesto è il vero generatore delle guerre; desso arma gli Stati per la conquista dello spazio vitale; desso pronuncia la scomunica contro gli emigranti dei paesi poveri; desso crea le barriere doganali e, impoverendo i popoli, li spinge ad immaginare che, ritornando all’ economia predatoria dei selvaggi, essi possano conquistare ricchezza e potenza. In un’Europa in cui ogni dove si osservano rabbiosi ritorni a pestiferi miti nazionalistici, in cui improvvisamente si scoprono passionali correnti patriottiche” … “urge compiere un opera di unificazione.”

In questo discorso, più volte applaudito dall’Assemblea costituente, Einaudi cita il Mahatma Gandhi. Mi preme, al riguardo, ricordare una frase famosa di Gandhi: “La mia vita è il mio messaggio”. Anche di Luigi Einaudi possiamo dire che la sua vita è il suo messaggio. Dopo pochi mesi di questo discorso di pace per la pace e per l‘unità dell’Europa come vera e concreta “visione” politica, Einaudi verrà eletto Presidente della Repubblica.

Nel suo discorso di insediamento (12 maggio 1948) come “custode della Costituzione” chiarisce che la nostra Carta “afferma due principi solenni: conservare … ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza”. Quest’ultimo principio è alla base del pensiero di Einaudi, e dei liberali, sull’importanza della pubblica istruzione.

La Conferenza sul futuro dell’Europa del 9 maggio 2021

Il lancio ufficiale della Conferenza sul futuro dell’Europa è stato diffuso da diversi siti istituzionali. Ho preso a riferimento quello elaborato dal Servizio Studi del Senato che ha il pregio di mettere a fuoco anche gli aspetti problematici di natura politico-organizzativa da risolvere.

Per la definizione delle future politiche dell’Ue si vuole far partire un virtuoso processo dal basso verso l’alto (botton up), ovvero dai livelli territoriali in su, sui temi chiave che i cittadini potranno discutere, integrare e sviluppare attraverso un’area “aperta” indicata come “altre idee” in una “piattaforma digitale multilingue”.

La piattaforma è divisa in 9 aree tematiche: clima e ambiente; salute; economia, giustizia sociale e occupazione; il ruolo della Ue nel mondo; valori, diritti, Stato di diritto e sicurezza; trasformazione digitale; democrazia europea; migrazione; istruzione, cultura, giovani e sport.

Molto interessante è il fatto che, in un periodo in cui, a causa della pandemia da Covid 19, si è diffuso un uso senza regole di conferenze a distanza, è stata elaborata una Carta che impegna gli organizzatori di eventi in modo da garantire un dibattito rispettoso di valori e di metodi di stampo democratico. I metodi elaborati dall’Ue sono esemplari e prevedono espressamente precisi impegni da parte dei partecipanti e da parte degli organizzatori di eventi.

I partecipati devono:

· rispettare i valori europei, sanciti dall’articolo 2 del trattato sull’Unione europea: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze;

· contribuire alla Conferenza con proposte costruttive e concrete nel rispetto delle opinioni altrui;

· astenersi dall’esprimere diffondere o condividere contenuti illegali, che incitano all’odio, deliberatamente falsi o fuorvianti;

· partecipare su base volontaria, senza perseguire interesse privati o commerciali.

Gli organizzatori di eventi devono:

· porre i cittadini al centro di ogni evento e consentire loro di esprimersi liberamente, purché ciò avvenga nel rispetto della legalità e non preveda incitamenti all’odio;

· promuovere eventi che siano inclusivi e accessibili;

· rispettare la diversità nei dibattiti, sostenendo attivamente la partecipazione di cittadini di ogni estrazione sociale, indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale, dall’età, dal contesto socioeconomico, dalla religione e/o dal livello di istruzione.

· garantire la piena trasparenza, riferendo apertamente, a seguito degli eventi, sui dibattiti e sulle raccomandazioni formulate dai cittadini e impegnandosi, se possibile, a trasmettere e/o diffondere gli eventi;

· garantire il rispetto delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati e privacy;

· utilizzare solo l’identità visiva della Conferenza autorizzata per comunicare l’evento.

“La Carta conferisce inoltre alle istituzioni europee il diritto di rimuovere dalla piattaforma i contenuti che deroghino ai suddetti impegni volontari, nonché il diritto di impedire o revocare il diritto di utilizzare l’identità visiva della Conferenza a individui e organizzazioni che ne violino i principi.” … “I panel dei cittadini dei cittadini comprenderanno 200 persone, un terzo delle quali saranno giovani sotto i 25 anni. Saranno composti dal almeno un cittadino maschio e una femmina per Stato membro. I partecipanti saranno scelti a caso, ma in modo tale da costituire panel rappresentativi della “diversità dell’UE, in termini di origine geografica, sesso, età, background socioeconomico e livello di istruzione”.

Le questioni da risolvere per la sessione plenaria della Conferenza

Ci sono tre questioni irrisolte a proposito della sessione plenaria della Conferenza: 1) C’è la proposta del liberale Guy Verhofstadt, copresidente del Comitato Esecutivo, a favore della presenza rafforzata della rappresentanza parlamentare: 108 deputati europei e 108 di provenienza dei Parlamenti nazionali. Una composizione diversa viene, invece, sostenuta dal Consiglio e dalla Commissione. In pratica si vorrebbe una rappresentanza più snella con la presenza paritaria di Consiglio e Commissione. Principio di parità delle tre istituzioni (Parlamento, Consiglio, Commissione); 2) qual è il potere decisionale della sessione plenaria? Il Parlamento rivendica il potere di adottare le raccomandazioni da rivolgere al Consiglio europeo al termine dei lavori della Conferenza nella primavera del 2022. Il Consiglio dell’UE vorrebbe invece che tale compito spettasse al Comitato esecutivo, che agisce sulla base del consenso; 3) il Comitato esecutivo dovrebbe decidere su come debba essere garantita la partecipazione dei cittadini nella fase decisionale.

Al riguardo di queste questioni, che ho voluto riassumere e porre in particolare evidenza, mi preme chiarire che i liberal-democratici dovrebbero, a mio parere, condividere gli argomenti sostenuti da Guy Verhofstadt. Non per un atto di fede nei confronti del liberale, che ben conosciamo, Verhofstadt. Ma perché quando ci sono tesi e antitesi tra il potere di un Parlamento e il Potere degli Esecutivi, i liberali si trovano sempre schierati dalla parte del Parlamento. Il primo connotato del liberalismo è la limitazione del potere dei governi. E da sempre i Governi sono affetti, per la loro natura, di bulimia di potere. Montesquieu su questo tema ha teorizzato e ci ha spiegato l’importanza del principio della divisione dei poteri. Il principio che è alla base del liberalismo. In Europa, diciamolo francamente, il vero potere è nelle mani del Consiglio. E tutto ciò che riguardi il mal funzionamento dell’Europa è da far risalire quasi sempre alla camicia di forza nella quale è tenuto il Parlamento. Il Consiglio è, purtroppo, a sua volta ingabbiato dalla necessità di dover deliberare all’unanimità.

È appena il caso di ricordare Einaudi che, prima ancora che ci fosse il primo trattato per l’Ue, in occasione della ratifica del trattato di pace, auspicava l’unificazione europea e, nel contempo, avvertiva la necessità che il livello nazionale dovesse cedere parti di sovranità alle istituzioni europee. Personalmente faccio fatica a considerare il Consiglio come fattore di sviluppo del processo unitario.

In proposito, voglio ricordare un particolare significativo. Quando Einaudi fu eletto Presidente della Repubblica, nel suo discorso di insediamento spiegò in modo mirabile il ruolo e l’importanza del Parlamento. Sono parole che dovrebbero essere rilette spesso, specialmente in presenza di chi voglia rafforzare gli esecutivi in danno dei Parlamenti. Questi ultimi sono i veri depositari della democrazia partecipativa e della vera rappresentanza della sovranità popolare. Ecco le parole di Einaudi:

“ …nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte, torto ed accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi.”

Vorrei sottolineare che Einaudi usa la parola “gioia”. La gioia è un sentimento che si può provare “insieme” ad altri. Usare il termine gioia per spiegare il sentimento che si prova in un confronto che dia luogo alla formazione di una volontà comune è la spiegazione della vera essenza della centralità e della nobiltà della politica svolta nell’ambito parlamentare. Ed è illuminante l’enfatizzazione della funzione del luogo dove “si parla”, il luogo delle decisioni collegiali in questo terzo millennio in cui abbiamo visto un affievolimento della memoria sui gravissimi disastri per l’umanità che si verificano quando prendano il sopravvento le idee a favore del “decisionismo” dell’uomo solo al comando chiamato e invocato, a seconda del lessico, leader, capo, capitano, duce, fürher, caudillo, zar, imperatore o, per dirla con Orwell in ambito letterario, Grande Fratello.

Ogni qual volta, e accade in modo ricorrente, che il Parlamento sia minacciato di diventare, o diventi, il bivacco dei manipoli di un “duce”, che fortissimamente vuole i pieni poteri, si consuma puntualmente un delitto perfetto in danno della democrazia.

Le politiche europee in materia di istruzione e di formazione

In Europa vige il principio di sussidiarietà. Pertanto la responsabilità primaria dei sistemi di istruzione e formazione è degli Stati membri. L’Ue ha solo un ruolo di sostegno.

L’istruzione è riconosciuta come area di competenza dell’UE nel trattato di Maastricht del 1992, che prevede: «(la Comunità) contribuisce allo sviluppo di un’istruzione di qualità incentivando la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, sostenendo ed integrando la loro azione nel pieno rispetto della responsabilità degli Stati membri per quanto riguarda il contenuto dell’insegnamento e l’organizzazione del sistema di istruzione, nonché delle loro diversità culturali e linguistiche».

In pratica il ruolo dell’Ue è quello di incoraggiare la collaborazione tra gli Stati membri agevolando i processi di condivisione e di miglioramento dei sistemi di istruzione e formazione e scambiando buone pratiche strategiche.

Elemento chiave è l’apprendimento permanente, che cerca di fornire ai cittadini le conoscenze, abilità e competenze richieste in particolari occupazioni e sul mercato del lavoro.

L’Agenda europea per le competenze

La Commissione Ue ha presentato a luglio 2020 un’agenda incentrata sulle competenze e sull’IFP. È da precisare, preliminarmente, che nell’accezione europea il sistema IFP comprende sia istruzione che formazione professionale.

Si vuol realizzare l’obiettivo di consentire alle persone lo sviluppo di competenze nel corso di tutta la vita e di assicurare il diritto alla formazione e all’apprendimento permanente all’interno dell’esercizio dei diritti sociali. Si fa riferimento, in particolare, alla necessità di “competenze per l’occupazione “, e all’analisi dei fabbisogni del mercato del lavoro.

L’Agenda indica 12 azioni: 1) Un patto per le competenze; 2) Miglioramento dell’analisi del fabbisogno di competenze; 3) Sostegno dell’UE agli interventi strategici nazionali in materia di sviluppo delle competenze; 4) Proposta di raccomandazione del Consiglio relativa all’istruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza; 5) Attuazione dell’iniziativa delle università europee e sviluppo delle competenze degli scienziati; 6) Competenze a sostegno delle transizioni verde e digitale; 7) Aumento dei laureati in discipline STEM e promozione delle competenze imprenditoriali e trasversali; 8) Competenze per la vita; 9) Iniziativa per i conti individuali di apprendimento; 10) Un approccio europeo alle microcredenziali; 11) La piattaforma Europass; 12) Miglioramento del quadro di sostegno per sbloccare gli investimenti privati e degli Stati membri nelle competenze.

Si parla di un “Patto per le competenze” e di un’azione congiunta che coinvolga lavoratori, imprese, autorità nazionali, regionali e locali, parti sociali, organizzazioni intersettoriali e settoriali, “fornitori di istruzione e formazione”, camere di commercio e servizi. Il tutto per sostenere la ripresa e le transizioni verdi e digitali.

Si parla anche di iniziative rivolte alla creazione di uno spazio europeo dell’istruzione (entro il 2025) che consenta ai giovani di accedere alla migliore istruzione e formazione e di trovare un’occupazione in tutta Europa. È un obiettivo strategico che presenta le seguenti caratteristiche:

· trascorrere un periodo all’estero per studiare e apprendere sia la norma;

· le qualifiche dell’istruzione scolastica e superiore vengano riconosciute in tutta l’UE;

· conoscere due lingue oltre alla propria lingua madre diventi la norma;

· tutti abbiano accesso a un’istruzione di qualità indipendentemente dal loro contesto socioeconomico;

· le persone abbiano un forte senso della loro identità europea, del patrimonio culturale europeo e della sua diversità.

Il documento di riferimento è quello relativo alla specifica raccomandazione adottata il 24 Novembre 2020 dal Consiglio dell’Ue sull’istruzione e formazione professionale per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza.

La Raccomandazione definisce i principi chiave per garantire che l’istruzione e la formazione professionale siano agili per adattarsi rapidamente alle esigenze del mercato del lavoro e offrano opportunità di apprendimento di qualità sia per i giovani che per gli adulti.

Pone un forte accento sulla maggiore flessibilità dell’istruzione e della formazione professionale, sul rafforzamento delle opportunità per l’apprendimento e l’apprendistato basati sul lavoro e sul miglioramento della garanzia della qualità.

È da tenere presente la definizione di «istruzione e formazione professionale» secondo la Raccomandazione del Consiglio del 24 novembre 2020: “…per istruzione e formazione professionale si intende l’istruzione e formazione che mira a trasmettere ai giovani e agli adulti le conoscenze, le abilità e le competenze necessarie per svolgere determinate professioni o, più in generale, soddisfare le richieste sul mercato del lavoro. Può essere fornita in contesti formali e non formali, a tutti i livelli del quadro europeo delle qualifiche (EQF)”

Il libro bianco sulla gioventù del 2001

Nel leggere i documenti europei di questi mesi, in piena pandemia, sorgono parecchi interrogativi di varia natura anche perché il pensiero va ai tagli alla scuola italiana dell’ultimo ventennio e al libro bianco di 20 anni fa. Pur evitando di discettare sui guasti provocati dai tagli alla scuola italiana, è interessante scorrere brevemente alcuni passi significativi a commento di quel libro bianco:. “ i giovani europei, per quanto emerge dal Libro bianco sulla gioventù del 2001 che è stato preceduto da un’ampia consultazione nella loro fascia d’età tra i 15 e 25 anni, «intravedono l’Europa come uno spazio allargato senza frontiere, volto a facilitare gli studi, i viaggi, il lavoro e la vita quotidiana». I giovani invocano una Europa «baluardo di valori democratici», espressi in un orizzonte che va oltre i confini dei singoli Paesi e della stessa Europa e che si allarga in una dimensione mondiale. Nel Libro bianco i problemi che attraversano i sistemi dell’istruzione e della formazione sono stati affrontati ed evidenziati dai giovani con significativa consapevolezza: l’accesso facile e continuo all’istruzione lungo tutto l’arco della vita; l’organizzazione di processi formativi come “chiave” per incrementare la motivazione all’apprendimento; il riconoscimento delle qualifiche e delle competenze acquisite in contesti formali, informali e non formali; la qualità e l’efficacia dell’istruzione scolastica per garantire i diritti di cittadinanza attiva; la transizione dalla scuola al lavoro e l’occupazione come presupposto per l’inclusione sociale.”

Dopo 20 anni il lessico usato e che ancora si usa consente, di per se stesso e a prescindere dai programmi attuati o non attuati, di dare contezza delle attese dei giovani europei.

La questione della cittadinanza attiva e dell’educazione civica

La Conferenza sul futuro dell’Europa prevista per il 9 maggio 2021 ha il pregio di favorire buone pratiche rivolte a colmare il gravissimo deficit di cittadinanza attiva.

Le iniziative che partono dai territori sono importanti. Sottolineo che trovo molto interessante l’idea di fare di molte delle città o luoghi simbolo occasione di esperienze che siano moltiplicatrici della conoscenza delle radici culturali riguardanti la “visione” e i “visionari” della costruzione dell’Europa unita.

Giusto per fare un solo esempio, merita almeno un cenno il “Focus sull’esperienza di Ventotene e il progetto di Santo Stefano” nel quale sono coinvolti molti soggetti e associazioni, tra i quali il sindaco di Ventotene e l’ex Commissaria europea per la Cultura Silvia Costa. In effetti Ventotene, come luogo simbolo dell’Europa e Santo Stefano, come luogo simbolo dei diritti umani per il suo famoso carcere, favoriscono la realizzazione di iniziative esemplari.

In Italia il deficit di educazione civica è endemico se si pensa che è stato tradito l’ordine del giorno Moro dell’11 dicembre 1947 approvato all’unanimità dall’Assemblea Costituente. L’odg stabilì “che la nuova Carta costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico delle scuole di ogni ordine e grado al fine di rendere consapevole le giovani generazioni della raggiunta conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano”.

D’altronde in Italia sarebbe del tutto urgente dare attuazione all’art. 49 della Costituzione “per far rientrare l’agire politico dei partiti nell’alveo costituzionale che richiede l’esercizio effettivo del diritto dei cittadini alla partecipazione attiva”. Infatti la crisi che investe i partiti politici italiani rischia di travolgere le istituzioni democratiche.

Le riforme di cui si parla in materia di istruzione

Sono recentissime le notizie di riforme in materia di istruzione. Dalla stampa apprendiamo che “Il ministero così come è oggi, non è più in grado di organizzare la specificità e la complessità dei compiti. Stiamo ampliando l’età dell’educazione dai 0 anni fino alla formazione continua: serve un dipartimento che si occupi di formazione tecnica superiore, dobbiamo mettere mano all’organizzazione del ministero e degli organi decentrati”. Sono le parole del Ministro dell’istruzione Fabrizio Bianchi in una audizione nelle Commissioni riunite di Cultura Camera e Senato.

Il Ministro è entrato nel merito di diversi temi che riguardano, tra l’altro, “la povertà educativa”, il calo demografico, la questione delle “carriere” dei docenti e di tutto il personale della scuola, “L’aumento del tempo scuola”, “la formazione dei docenti”, le risorse finanziare da impegnare, etc. etc.

Nel contempo abbiamo sentito voci molto critiche nei confronti delle idee e dei progetti del Ministro. La stagione di riforme che si sta avviando sembra un cantiere aperto. Le linee di tendenza che hanno caratterizzato le politiche scolastiche italiane dall’unità d’Italia in poi hanno fatto registrare scelte caratterizzate, quasi sempre, dallo sviluppo dell’istruzione. È appena il caso di ricordare che la Legge Casati del 1859, che ha disegnato l’architettura del sistema di istruzione in Italia, è stata sostanzialmente in vigore fino a 20 anni fa, cioè fino all’inizio della politica dei criticati, e certamente criticabili, tagli.

Per concludere questo intervento, mi pare opportuno sottolineare, in vista di una ennesima riforma, l’importanza di garantire la libertà d’insegnamento e la necessità di superare l’annosa contrapposizione tra cultura scientifica e cultura umanistica.

In dialogo costante con il Mistero. Un ricordo di Franco Battiato

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’articolo di Massimo Granieri, pubblicato sull’Osservatore Romano in edicola ieri pomeriggio.

 

«È la medesima realtà il vivo e il morto, il desto e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli, e quelli di nuovo mutando son questi». Un passo di Eraclito di Efeso introduce un disco di Franco Battiato ascoltato dopo aver letto la notizia della sua morte. L’album è L’imboscata, nella traccia Di Passaggio la vita muta in nuove dimensioni. Nella stessa canzone c’è un’altra citazione in greco antico, un estratto degli Epigrammi di Callimaco riguardo il suicidio di Cleombroto d’Ambracia, seguace di Platone. Un tema molto caro a Battiato quello dell’immortalità dell’anima e della reincarnazione che lo spinsero nel recinto del cristianesimo. Interpretò la risurrezione dei corpi dopo la morte annunciata nei Vangeli, come in Testamento in cui impasta la verità del Risorto (confusa con la reincarnazione) con versi del ventiseiesimo canto dell’Inferno di Dante. Nella canzone la distanza dal mistero dell’Incarnazione diventa siderale: «Peccato che io non sappia volare / Ma le oscure cadute nel buio mi hanno insegnato a risalire / Noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati».

Il maestro Battiato, morto il 18 maggio, aveva la percezione del divino e della sua eterna assenza. Il testo de L’esistenza di Dio si chiude con dei versi chiarissimi: «La teologia vi invita / Anzi vi impone d’immaginare / Una pietra infinita». Un Dio pietrificato nel suo silenzio lo affascinava, alcune canzoni ricordano la notte oscura descritta da san Giovanni della Croce. Se l’aridità spirituale, il senso dell’abbandono toccarono la vita del mistico, Battiato pensava al passaggio fugace di Dio nel nostro mondo. Fu capace di farci sperimentare quel senso di aridità e di vuoto che rimane addosso quando siamo visitati e in apparenza abbandonati dal Signore: «Sia Lode, Lode all’Inviolato / Arido è l’inferno / Sterile la sua via / Quanti miracoli, disegni e ispirazioni / E poi la sofferenza che ti rende cieco / Nelle cadute c’è il perché della Sua Assenza» (Lode all’Inviolato). Il 24 ottobre 1993 eseguì la sua Messa Arcaica nella basilica superiore di San Francesco d’Assisi, incisa su commissione in occasione della Giornata della pace indetta dalle Nazioni Unite. Musicò le parti della santa messa, l’atto penitenziale, il Gloria, la professione di fede e la liturgia eucaristica. Ne approfittò per soddisfare il bisogno di utilizzare ogni tipo di linguaggio e comunicare “le opzioni del cuore” alimentate dal desiderio e la fatica di conoscere la Verità cantato in Torneremo ancora: «Molte sono le vie / Ma una sola / Quella che conduce alla verità / Finché non saremo liberi / Torneremo ancora». In un’intervista riguardo l’uscita discografica della Messa Arcaica, dichiarò: «Al di là delle differenze formali, ciò che trovo invariabilmente presente in tutti i miei lavori, da quelli avanguardistici degli anni Settanta fino alla mia Messa Arcaica è una ricerca costante della bellezza, dell’armonia, della fluidità delle soluzioni che si muovono all’interno di ogni linguaggio prescelto».

Per leggere il testo completo digitare il link qui sotto

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2021-05/quo-110/in-dialogo-costante-br-con-il-mistero.html

Unica soluzione il ritorno al proporzionale

Enrico Letta, confidando sull’intesa con il M5S, ha rilanciato il maggioritario. Ora è costretto a cambiare nuovamente schema. È interesse dei gruppi politici di centro, obbligati a trovare spunti di unità, attestarsi sulla linea della legge proporzionale.

Con l’avvento di Enrico Letta alla guida del PD, e con i suoi primi passi nell’intricato e mutevole teatro politico, sembrava che tutto potesse cambiare a suo vantaggio e che anzi il bipolarismo sostenuto dalla legge maggioritaria potesse nuovamente regolare la vita politica italiana. Peraltro questa tendenza sembrava resa praticabile dalla candidatura dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a capo dei Cinque Stelle con la dichiarata possibilità di un Movimento in progressivo abbandono di vesti populiste.

Ma in questi giorni i segnali che vengono da questa area politica sono di tutt’altro segno. Infatti i contatti frenetici tra le due forze per costruire alleanze per le competizioni elettorali amministrative programmate per il prossimo inizio d’autunno, non hanno dato i frutti sperati da Letta, che si è trovato davanti muri insormontabili, sopratutto a Roma e Torino.

Insomma a Roma l’attuale Sindaco Virginia Raggi è decisa a tutto ed ha annunciato la sua ricandidatura con consistenti incoraggiamenti dal suo mondo politico e Carlo Calenda ha posto la sua candidatura autonoma dopo essere stato rifiutato dai Democratici quale concorrente per il centrosinistra; a Torino Chiara Appendino, anch’essa Sindaco uscente, pur avendo sostenuto nel recente passato di non voler proseguire la corsa al Comune, sicuramente incoraggiata dalla situazione romana, ha cambiato idea e si ricandida, sottolineando che qualora nel ballottaggio risultasse terza, sicuramente non inviterà i suoi elettori ad appoggiare il candidato PD.

Da questi primi e significativi accadimenti, i propositi di Letta subiscono un serio colpo riguardo ad una facile alleanza con i grillini e soprattutto di  riguadagnare la rendita di posizione del sistema elettorale maggioritario fortemente logorato in questi anni con l’irruzione nella scena politica del Movimento 5 Stelle, della sensibile crescita della Lega in palese e ruvida concorrenza con gli inseguitori di fratelli d’Italia, con Forza Italia sempre più imbarazzata, anche all’interno del centrodestra, a causa delle connotazioni populistiche dei propri alleati.

Enrico Letta sicuramente è stato precipitoso ed ha sopravvalutato le capacità di leadership di Conte riguardo il poter controllare la propria area alle prese di effetti da montagne russe, rapidi come sono risultate fortune e sfortune elettorali che li vedono fortemente ridimensionati nelle aspettative future e divisi tra loro. Ma mi chiedo, come si poteva pensare ad una alleanza strutturale giallorossa quando fino a poco tempo fa il loro mantra era di non cooperare giammai con il PD. Si dirà che in politica il mai  si può tramutare nel contrario, ma evidentemente i grillini preferiscono una alleanza di scopo e restare in competizione, anziché rischiare una sorta di camicia di Nesso che alla lunga li neutralizzi assoggettandoli al PD.

Dunque, se questa è la situazione, la via del ritorno al proporzionale che aveva visto lo stesso Zingaretti d’accordo, non potrà essere evitato, pena un quadro politico reso ancora più fosco dal procedere fermo e sicuro della compagine di centrodestra sia per le amministrative come per le elezioni politiche prossime. Ora il cambiamento della legge elettorale in proporzionale, non potrà che essere positivo per convincere più elettori a recarsi alle urne, a rinnovare i partiti e provocare una maggiore responsabilizzazione delle posizioni popolari, liberali e riformatrici. Infatti finora, per comodità o per costrizioni, costoro si sono accodate agli schieramenti di destra o di sinistra rendendo la politica italiana tra le più confuse d’Europa.

Quale Europa per il futuro che ci attende

Il movimento che si sta sviluppando con riferimento ideale al volume di Piero Bassetti “Svegliamoci Italici!” non può e non deve restare come idea-visione autoreferenziale di un gruppo di sognatori a lungo termine, ma deve invece radicarsi nel confronto ideale dell’oggi, contribuendo da subito alla costruzione del futuro con l’apporto della Comunità dei NUOVI ITALICI. Ciò vale, a mio parere, soprattutto su un tema tornato fortemente di attualità, quale è la costruzione dell’Europa Unita, anche grazie all’apporto significativo della civiltà italica. Già dieci giorni fa, Lucio d’Ubaldo ci ha lanciato attraverso “Il Domani d’Italia” uno stimolo, analizzando in chiave italica l’inatteso episodio da guerra fredda creato dalla dichiarazione di Putin contro David Sassoli in quanto presidente del Parlamento Europeo, articolo cui hanno fatto seguito alcuni importanti commenti, ma senza quella corale partecipazione, seppur variegata nelle opinioni, che avrebbe dovuto scaturirne.

Ma ben più negativamente significativo è il silenzio pressoché totale che abbiamo dovuto registrare sui media di varia natura, rispetto all’impegnativo ed innovativo discorso pronunciato dallo stesso Presidente Sassoli il 9 maggio scorso, in apertura della Conferenza sul futuro dell’Europa: spero mi sia sfuggito qualche articolo, poiché non possono certo bastare per una sufficiente informazione dell’opinione pubblica italiana i due pur efficaci articoli pubblicati su “Italia Oggi” ed “Il Foglio”. Fortunatamente chi è interessato all’argomento, dopo averne avuto notizia, può trovare sul web non solo il testo del discorso pronunciato da Sassoli ed una intervista rilasciata dallo stesso a “Le Grand Continent”. E in effetti c’era bisogno che qualcuno, autorevolmente, squarciasse la cortina di ipocrisia sullo stato di salute dell’Europa.

La gigantesca crisi economica e sociale innescata dalla pandemia, il venir meno dei tradizionali equilibri e sistemi di potere e degli assetti istituzionali, la necessità innegabile di un generale accordo per la salvezza dell’ambiente, il profilarsi sempre più ravvicinato di un radicale cambio della vita del Pianeta in tutti i suoi aspetti, la perdita di significato reale, al di là delle risposte di stampo sovranista/nazionalista, dei confini territoriali degli Stati, confini già messi in crisi dall’economia globalizzata ed ora dal virus che non conosce barriere, le guerre fredde e calde che minacciano o già colpiscono diverse aree ed in particolare il Mediterraneo, tutto ciò avrebbe dovuto suggerire riflessioni e proposte per un futuro tutto da immaginare e costruire, anziché la semplice riproposizione di obiettivi non conseguiti in 50 anni ed ormai comunque insufficienti, o ancora peggio, ipotesi di dissoluzione dell’Unione Europea.

Ma cosa ha detto di rilevante ed innovativo il presidente Sassoli? E’ partito dalla presa d’atto della svolta epocale innescata dalla pandemia 2020/2021 per la vita ed i comportamenti futuri di tutto il genere umano e quindi anche per i cittadini europei: “L’Unione Europea ha bisogno di essere modernizzata, dobbiamo adattare le nostre risorse ed i nostri strumenti per poter affrontare le sfide finanziarie, economiche, sociali, ambientali e migratorie. Sfide pari alle aspettative che i nostri cittadini hanno nei confronti dell’Europa”. Le soluzioni che Sassoli propone all’Europa per fronteggiare la crisi ed offrire una positiva transizione al futuro, sono: solidarietà fra gli Stati, adozione di una politica sanitaria comune, la ricerca di coesione sociale; insieme ad incisive novità istituzionali quali: riconoscere al cittadino europeo nel momento in cui viene chiamato ad eleggere il Parlamento Europeo rafforzato nei suoi poteri, anche la possibilità di poter esprimere la propria preferenza per chi dovrà presiedere la Commissione Europea, l’abbandono negli Organi di governo dell’Unione dell’obbligo dell’unanimità, e più in generale l’aggiornamento dei Trattati comunitari. Proposte chiare per cambiamenti incisivi, espresse solennemente pochi giorni dopo aver pronunciato nell’Assemblea del Consiglio d’Europa un altrettanto significativo discorso, di cui almeno un passaggio va richiamato per la sua chiarezza: “Per prevenire crisi future e migliorare le nostre risposte, il mondo di domani dovrà più che mai essere strutturato intorno alla cooperazione, al multilateralismo ed alla solidarietà.”

Come non definire sconcertante il silenzio degli organi di informazione, degli onnipresenti e logorroici commentatori, degli esponenti delle forze politiche italiane di varia collocazione? Eppure di Europa, a causa del bisogno di sostegno finanziario che soprattutto il nostro Paese sente, se ne parla e molto, di questi tempi. E per la verità, a prescindere dal mancato commento sull’apertura della “Conferenza sul futuro dell’Europa”, qualche tentativo di affrontare tale tema, lo si è notato. Ad esempio Sergio Romano sul Corriere della Sera del 16 maggio scorso chiede di prendere atto della inutilità di questa Unione Europea e tornare alla Comunità Europea originaria, formata nel 1957 dai 6 Paesi firmatari dei Trattati di Roma. Ed un pamphlet di Emanuele e Francesco Stolfi appena apparso in libreria con il titolo “E se invece di una Europa ne avessimo due?”, propone la separazione consensuale tra i 9 Paesi della vecchia Europa Carolingia da una parte (Francia, Belgio, Italia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Croazia, Grecia, Lussemburgo) ed i restanti 18, identificati per semplicità come Europa Prussiana, dall’altra parte. Due soluzioni accomunate dallo stesso difetto: eliminare l’unico legame che tiene insieme i 27 Paesi dell’attuale Unione Europea, cioè il vincolo della politica economica e monetaria comune, quello strumento cioè, certo imperfetto, che ci consente di guardare con fiducia alla ripresa post pandemia.

Non sono certo mancate in questo periodo, poi, prese di posizione più umorali che meditate, a reclamare la presa d’atto del fallimento o inadeguatezza delle risposte europee per combattere la pandemia, in particolare in tema vaccini, per contrastare e governare i fenomeni migratori, per eliminare i rischi che la crisi libica può provocare nell’area mediterranea, per mitigare le mire espansionistiche della Turchia di Erdogan.

Criticità anche gravi, innegabili, ma le cui ragioni vanno ricercate anche e soprattutto nei  difetti originari e mai risolti dell’Unione Europea: inesistenza di politiche europee in campo sanitario e sociale, per la politica estera e per la difesa, gelosamente  rimaste prerogative dei singoli Stati. Quindi proteste viziate da una visione miope, che addebita frettolosamente alla Unione quelle che sono le conseguenze del mancato rafforzamento in senso federale dell’Europa. Certo è innegabile la percezione spesso eccessivamente minuziosa dei Regolamenti Europei, ma forse sarebbe stato provvidenziale, di questi tempi, mi si consenta la provocazione, una norma europea che in carenza di decisioni governative, regionali, municipali, imponesse l’apertura deli finestrini degli autobus, onde favorire l’areazione, frenando le occasioni di contagio.

Non mi illudo certo che le proposte di David Sassoli possano avere un percorso facile, anzi sarà sicuramente molto impervio se lasceremo la decisione esclusivamente nelle mani dei Capi di Governo Europei: occorre una forte e convinta partecipazione dell’opinione pubblica a sostegno del salto di qualità da fare per giungere alla rivisitazione dei Trattati Comunitari. Ed anche gli italici sparsi nel mondo, proprio perché legati da un comune vincolo comunitario di “civiltà-cultura” indipendente dal luogo di residenza, potrebbero partecipare grazie alle tecnologie che consentono l’interconnessione a distanza, all’impegno collettivo per la costruzione di un nuovo modello federativo europeo, che veda condivisi non solo politiche economiche e monetarie, politica estera e difesa, ma anche governance e diritto, politiche per l’occupazione, welfare, salute, scuola, ricerca.

Mi auguro di aver avviato con questo mio intervento, un dibattito utile ed ampio, sulle pagine del “Domani d’Italia” ed altrove. Ed aggiungo come proposito operativo quello di avviare un’azione di sensibilizzazione affinché il voto per l’elezione diretta del Parlamento Europeo sia garantita a tutti i cittadini. Attualmente infatti “gli elettori italiani che risiedono negli altri Stati membri dell’Unione, possono votare per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia nelle sezioni elettorali costituite nei consolati d’Italia, negli istituti di cultura, nelle scuole italiane etc. Anche gli italiani che si trovino temporaneamente all’estero, sempre in uno dei Paesi membri dell’Unione, possono votare. In questo caso devono aver fatto domanda, tramite il Consolato, al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, per il successivo inoltro al Ministero dell’Interno.” Apparirà a tutti chiaro come queste previsioni normative siano burocraticamente restrittive, non rivelatrici di reale integrazione comunitaria dei cittadini europei, e non in linea con le possibilità alternative di partecipazione al voto, offerte dall’utilizzo delle moderne tecnologie. Ma la tematica assume connotazioni ancora più negative, se andiamo ad esaminare la posizione dei cittadini italiani residenti in Paesi non membri dell’UE: “I cittadini italiani residenti nei Paesi non membri dell’Unione Europea possono votare per i rappresentanti italiani al Parlamento europeo presso il Comune di iscrizione elettorale, devono cioè rientrare in Italia”. Una previsione normativa palesemente assurda e discriminatoria, anche alla luce della possibilità di voto invece concessa agli stessi cittadini, per l’elezione del Parlamento italiano.

Faccio notare, en passant, che non mi risulta che sia stata manifestata finora la necessità o l’opportunità di modificare le disposizioni sopra richiamate, né da parte delle forze politiche italiane, né da parte dei pur attenti movimenti europeisti, né da parte delle rappresentanze degli italiani all’estero. Sollevare questo tema e contribuire a risolverlo potrebbe essere un concreto esempio della attenzione alla Comunità italica nel mondo ed al contempo del riconoscimento dell’Europa come soggetto istituzionale sempre più centrale per gli equilibri mondiali, purché rappresentativo delle varie culture/civiltà in essa presenti. E per noi Associazione Svegliamoci Italici sarebbe un modo per ribadire che la civiltà italica, al pari delle altre, non si esaurisce e non si fa imprigionare dai vecchi confini territoriali.

 

Umberto Laurenti,

vice Presidente dell’Associazione “Svegliamoci Italici”.

Come cambiano i servizi segreti

Le nuove frontiere dell’intelligence vestono donna. Aise e Aisi, le due agenzie di intelligence italiana, (servizi segreti) sono coordinate dal Dis, struttura in cui per la prima volta c’è una donna, la dott.ssa Elisabetta Belloni: “una persona preparatissima, una diplomatica, già capo dell’Unità di crisi e Segretario generale della Farnesina”. A ricordarlo è un’esperta, Antonella Colonna Vilasi. Responsabile del Centro Studi sull’Intelligence – UNI – Ente di ricerca legalmente riconosciuto dal MIUR, MISE e dalla Commissione Europea, collabora in numerose riviste scientifiche, con articoli su Intelligence e Sicurezza. Insegna Intelligence in numerose agenzie ed Università. Il suo ultimo libro, dal titolo “I Servizi Segreti mondiali. Nuove sfide e prospettive future” (Youcanprint 2020) verte su una visione complessiva dell’intelligence internazionale, facendo una carrellata delle maggiori strutture di intelligence mondiale.

Con la nomina di Elisabetta Belloni, posta a capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza italiano, dal governo Draghi, ci si auspica un cambio di paradigma all’interno dei servizi segreti del nostro Paese. In particolare, le nuove sfide riguardano la cyber sicurezza, in un mondo sempre più globalizzato in cui parlare di servizi “segreti” sembra un paradosso. Non è così per la prof.ssa Colonna Vilasi che, da esperta, dichiara “i servizi segreti ancora necessari, in quanto non tutte le informazioni vengono (e possono venire) veicolate attraverso internet, in particolare, proprio quelle di natura segreta, filtrate all’interno delle agenzie, in cui il fattore umano è ancora preponderante. Anzi, nell’epoca di internet, si è visto che non possiamo soggiacere solo ed unicamente sulla completa validità della struttura telematica. Dunque il fattore umano, va rivalutato proprio per ciò che concerne il lavoro dei servizi di spionaggio e di controspionaggio”. L’Italia, uno dei Paesi in cui l’intelligence è storicamente protagonista, è chiamata oggi ad un aggiornamento, per meglio rispondere alle nuove emergenze, in particolare, quelle riguardanti le Fake News e la propaganda terroristica telematica.

Marchesi, il comunista. Ma non solo: l’ultimo saggio di Canfora implica una lettura a più strati.

Luciano Canfora indaga da oltre trent’anni la figura di Concetto Marchesi: il volume Perché sono comunista si può leggere come summa della sua «fede» comunista e come riflessione sul ruolo dell’intellettuale. Qui si riproduce uno stralcio dell’articolo pubblicato sul sito della rivista “Il Mulino”.

 «Parlare di sé è impresa ambiziosa e fastidiosa e mortificante spesso»: così esordisce Concetto Marchesi il 5 febbraio 1956 al Teatro Nuovo di Milano, dinanzi agli Amici della rivista «Rinascita». È questo un topos al quale Marchesi, studioso degli antichi uomini della parola e «uomo della parola» egli stesso, non si sottrae. Dieci anni prima, il suo compagno di partito e collega costituente Emilio Sereni, nel licenziare uno scritto autobiografico destinato alla collana Dirigenti comunisti aveva scritto: «Ma accidenti a quando bisogna dir bene di sé: è quasi più piacevole, ancora, farsi l’autocritica».

In realtà, l’autobiografia dei comunisti – dai dirigenti ai quadri ai militanti – fu un vero e proprio genere letterario: non per caso, ma per la verità che da ogni autobiografia può scaturire. Nel prologo a L’età forte, Simone de Beauvoir osservava: «Mediocre o eccezionale che sia, se un individuo si descrive con sincerità, la cosa tocca più o meno tutti. Impossibile far luce sulla propria vita senza illuminare in qualche punto quella degli altri». Le autobiografie dei comunisti non furono prive di tagli, omissioni, aggiustamenti e adulterazioni; tuttavia, per molti aspetti, esse parlano al lettore di oggi, come al coevo al quale erano destinate.

L’autobiografia dei comunisti – dai dirigenti ai quadri ai militanti – fu un vero e proprio genere letterario: non per caso, ma per la verità che da ogni autobiografia può scaturire.

La pratica autobiografica fu diffusa nel Partito comunista a tutti i livelli dell’appartenenza e della militanza. Nel libro Fabbrica del passato (ripubblicato da Quodlibet, 2021, con una prefazione di Carlo Ginzburg e una nuova introduzione), Mauro Boarelli ha raccolto le autobiografie dei militanti comunisti emiliani del secondo Dopoguerra, ricostruendone genesi, modelli e contesti. Mai studiate nel loro insieme, invece, sono le autobiografie dei dirigenti, come Sereni, e dei militanti più illustri, quale fu Marchesi. Boarelli ricorda, nella sua prefazione, che «la fine del Partito comunista italiano ha comportato l’abbandono della politica del ricordo», in una combinazione pericolosa di subalternità culturale e rimozione storica.

A cura di Luciano Canfora, Sellerio ha pubblicato un testo autobiografico di Concetto Marchesi, Perché sono comunista: e sotto questo titolo sono raccolti due ulteriori brevi testi che con il primo si incastrano e si illuminano vicendevolmente. I tre scritti costituiscono, in realtà, delle trascrizioni di discorsi che Marchesi tenne, rispettivamente, nel 1956 a Milano, come si è detto (Perché sono comunista, pp. 40-64); nel 1945, il 16 aprile, a Palazzo Capizucchi a Roma (La persona umana nel Comunismo, pp. 65-84); e ancora nel 1956, il 9 dicembre, all’VIII congresso del Pci (Testamento politico, pp. 85-102).

I tre discorsi erano stati pubblicati sparsamente, pertanto è utile ricordare qui le sedi delle prime edizioni per la praticità del lettore: gli Scritti politici di Marchesi (Editori Riuniti, 1958); la rivista «Rinascita» (vol. 2, 4, aprile 1945); gli Atti e risoluzioni dell’VIII Congresso (Editori Riuniti, 1957).

Canfora riflette da oltre trent’anni intorno alla figura di Marchesi, a partire da La sentenza (Sellerio, 1985), dove indagava il ruolo di Marchesi nell’assassinio di Giovanni Gentile, fino al recente e monumentale Il sovversivo (Laterza, 2019). Il volume Perché sono comunista si può leggere isolatamente come summa della «fede» comunista di Marchesi; tuttavia, il commento più ampio ai tre scritti si trova nelle pagine del libro di Laterza, al quale il lettore curioso potrà ricorrere.

 

 

Per leggere l’articolo completo digitare sotto:

 

https://www.rivistailmulino.it/a/perch-sono-comunista?&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Strada+Maggiore+37+%7C+Libri+da+leggere+e+da+discutere+%5B7804%5D

Papa Francesco: sugli scontri tra Gaza e Israele, “cessare il frastuono delle armi e percorrere le vie della pace”.

“Seguo con grandissima preoccupazione quello che sta avvenendo in Terra Santa. In questi giorni, violenti scontri armati tra la Striscia di Gaza e Israele hanno preso il sopravvento, e rischiano di degenerare in una spirale di morte e distruzione. Numerose persone sono rimaste ferite, e tanti innocenti sono morti. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere”. Lo ha detto il Papa dopo la recita del Regina Caeli: “Il crescendo di odio e di violenza che sta coinvolgendo varie città in Israele è una ferita grave alla fraternità e alla convivenza pacifica tra i cittadini, che sarà difficile da rimarginare se non ci si apre subito al dialogo. Mi chiedo: l’odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l’altro?”. Quindi Francesco ha rivolto un “appello alla calma e, a chi ne ha responsabilità, di far cessare il frastuono delle armi e di percorrere le vie della pace, anche con l’aiuto della Comunità Internazionale”. “Preghiamo incessantemente affinché israeliani e palestinesi possano trovare la strada del dialogo e del perdono, per essere pazienti costruttori di pace e di giustizia, aprendosi, passo dopo passo, ad una speranza comune, ad una convivenza tra fratelli. Preghiamo per le vittime, in particolare per i bambini”, ha concluso il Papa.

Gualtieri a centocelle parte con il piede sbagliato. “Io amo la mia città” non è una proposta politica.

La prima uscita di Gualtieri a Centocelle ha deluso le attese.  Il candidato del Pd, incoronato da Letta come sicuro Sindaco di Roma mentre si allestiscono in pompa magna le primarie per decidere a questo punto non si sa bene cosa, avrebbe dovuto lanciare un messaggio di ampio respiro. Invece sì è prodigato in generiche affermazioni, soprattutto facendo leva sulle opportunità collegate ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), perché “Roma abbia la parte che ad essa spetta di queste risorse per farne una città più bella, più verde, più unita e più giusta”.

È un impegno generoso ma non concreto, senza un’anima politica e una intelaiatura programmatica. Nessuno pretende in questa fase che sia sciorinato l’elenco delle mille iniziative future, né che si definisca a spron battuto il discorso sulle necessarie compatibilità economiche. E tuttavia, se si affronta il lungo percorso elettorale con la convinzione di essere il vincitore predestinato, una maggiore nitidezza di approccio si rivela obiettivamente necessaria.

Centocelle è un quartiere che non è più la periferia dei romanzi di Pasolini. Aveva in passato un valore strategico.
Nel 1970, in occasione del centenario di Roma Capitale, doveva trasformarsi in un moderno e razionale agglomerato urbano. Era il progetto, voluto dalla Dc, di “Roma ‘70”: la prima grande operazione urbanistica per innervare l’ambiziosa strategia dell’Asse attrezzato, sul quale insisteva il Sistema Direzionale Orientale (SDO), così come previsto dal Piano regolatore del 1962-1965. Da sempre, sul punto, l’opposizione comunista aveva manifestato la sua sostanziale contrarietà.

È stata la Giunta Rutelli, all’inizio del primo mandato, a decretare la fine dello SDO. Galeotto fu il ritrovamento di alcuni reperti archeologici nell’area del vecchio aeroporto militare, sicché Centocelle ha perso di colpo la sua centralità nel ridisegno complessivo della Capitale. Adesso, pertanto, è un quartiere non privo d’identità, orgogliosamente aggrappato alla sua struttura di “città nella città”, ma nondimeno sospeso tra speranza e frustrazione. Senza la proiezione immaginata con lo SDO, Centocelle sopravvive alle proprie aspettative di un tempo, accettando in qualche modo la logica della rassegnazione.

Certo, se Gualtieri fosse andato a Centocelle con lo spirito dello studioso di storia, quale egli è per molti in forma eminente, avrebbe potuto affondare le mani nel grande pozzo delle battaglie sbagliate del Pci e da riformatore onesto, pensando agli errori passati del partito cui si lega la sua formazione politica, avrebbe avuto finanche la possibilità di “fare autocritica”, come suol dirsi, accennando magari alla ripresa di un disegno importante per la città, se non identico almeno simile, per qualità e significato, a quello dello SDO. Non lo ha fatto perché forse, di farlo, non gli è passato nemmeno lontanamente per la testa. Ha fatto solo un’uscita qualunque, in un quartiere qualunque, con un discorso qualunque, tanto per annunciare che la sua aspirazione è rendere felice, dopo la Raggi, i cittadini romani.

Guardare ai prossimi 20 anni, come ottimamente propone Gualtieri, non vuol dire organizzare il surf degli ammiccamenti per esaltarsi al canto di “Io amo Roma”. È troppo e troppo poco, al tempo stesso, specie se la divisione che segna questa candidatura, fuori da un accordo con Calenda, rende l’amore per la città un sentimento a rischio per la divisione dell’elettorato riformista.

Una “politica di centro”.

Dunque, come era prevedibile, ci troviamo di fronte a due derive politiche di fondo. Nel campo  della sinistra c’è una evidente ed oggettiva deriva populista e giustizialista sempre più marcata. Al  di là del fallimento dell’alleanza a livello amministrativo – da Torino a Roma, da Milano a Bologna e  in quasi tutti i comuni che andranno al voto ad ottobre – persiste la tenace volontà dell’attuale  capo del Pd e di ciò che resta del partito di Grillo e forse di Conte di stringere un’alleanza politica  “organica, strutturale e storica” in vista delle prossime elezioni politiche generali. Appunto,  un’alleanza sancita dalla riaffermazione di una visione populista, giustizialista e sostanzialmente  grillina della politica e delle istituzioni. Oserei dire un’alleanza quasi naturale per non dire  politicamente coerente con l’orientamento attuale di questi due partiti. 

Sull’altro fronte, la crisi politica e di consensi progressiva e forse irreversibile di Forza Italia – al di  là degli strali ad intermittenza degli odiatori professionali della sinistra politica, giornalistica,  intellettuale e giustizialista italiana praticata in questi lunghi ed interminabili 25 anni – cioè  dell’unica forza politica moderata, liberale ed europeista del vecchio centro destra, impone quasi  per necessità il decollo di una futura lista/soggetto politico di centro che sia in grado di  condizionare e orientare il corso della politica italiana. Un luogo politico alternativo alla deriva  trasformistica ed opportunistica che ha caratterizzato pesantemente l’ultima fase della politica  italiana, a partire dalla vittoria delle forze populiste nel marzo del 2018. E non un soggetto politico  riconducibile solo ad un vago ed incolore posizionamento geografico. E, inoltre, una scommessa  politica che non può scegliere frettolosamente ed irreversibilmente un campo politico ma che  coltiva l’ambizione, questo sì, di condizionare profondamente l’evoluzione degli attuali blocchi.  Poi, certo, ci sarà il momento della scelta concreta dell’alleanza con cui fare un pezzo di strada.  Quella, però, che sarà meno esposta al vento del populismo, del giustizialismo e dell’antipolitica  che ha finito solo per produrre guai infiniti alla stessa democrazia italiana che non può,  oggettivamente, convivere a lungo con queste derive che ne minimano la credibilità alla radice. 

Certo, una lista/soggetto politico che non può, altresì, essere confusa con una presenza  vagamente e fanciullescamente testimoniale. Esprimenti nati a decine in questi ultimi anni e che  continuano a germogliare come funghi in autunno e che sono accomunati, purtroppo quasi tutti,  da due esiti: e cioè, politicamente irrilevanti ed elettoralmente fallimentari. Come la concreta  esperienza ci ha platealmente confermato.  

Un cantiere che, comunque sia e finalmente, si è messo in movimento e che richiede adesso, da  parte dei vari protagonisti e di tutti coloro che non si rassegnano a questo bipolarismo muscolare,  vendicativo e radicaleggiante, di saper praticare quella unità che resta la vera precondizione – o il  vero preambolo – per far decollare un progetto politico che ormai è nei fatti, come si suol dire. E la  vera sfida non può che coincidere con le prossime elezioni politiche generali. Non si tratta che  proseguire il percorso e l’impegno. Politico, culturale, programmatico ed organizzativo. 

Secolarismo cattolico?

A volte è difficile fare informazione in un quadro politicamente e culturalmente scadenti.
Politica e informazione dovrebbero rispondere a criteri di libertà di opinione, di rispetto delle idee altrui, di costruzione di una società libera, di effettiva partecipazione di ogni cittadino libero dal potere oggi predominante dell’economia.
Le idee non si comprano, sia sul piano dell’informazione che su quello politico. Esse nascono da una coscienza valoriale, sia cristiana che laica, da una concezione del senso della vita che rifiuta il danaro come fine, la popolarità come semplice carriera personale e, dunque, si proietta verso la promozione della persona umana.

Certo, le ultime cronache non aiutano la costruzione di questo scenario e, dunque, non si può rimanere insensibili a fatti e situazioni che denotano soltanto uno scadimento di costume, di stile e che rasentano la rozzezza del tasso culturale e politico.
In questo quadro, c’è ancora chi farnetica, chi vorrebbe scavare nel nostro passato remoto politico per trovare argomenti da usare come arma e come sfida.
Eppure, di fronte allo squallore di una politica e di una informazione autoreferenziali uno scatto di orgoglio appare necessario per ristabilire i giusti binari di un confronto ideale e di coscienza.

Ma per non essere vaghi, è giusto esplicitare atteggiamenti, idee e prese di posizioni borghesi di certo mondo cattolico e laico che guardano all’attuale pontefice come ad una sorta di deus ex machina dell’attuale situazione globalizzante economica mondiale.
Non vogliamo essere forti nei giudizi, ma un riferimento ad un passato recente da parte di certa oligarchia vaticana appare illuminante per mettere in evidenza una situazione che di spirituale aveva ben poco; che conduceva uno stile di vita non consono con gli insegnamenti del Cristo; che usava la religione, o meglio le cariche religiose, alla stessa guisa del potere politico; che occupava appartamenti ed attici di lusso nel cuore della città eterna.
Una sorta di secolarismo cattolico che Francesco ha iniziato a sradicare da un costume di vita troppo legato alla lussuria e al denaro.

Don Andrea Gallo, un prete spesso bistrattato anche e soprattutto dalla gerarchia, diceva che “la Chiesa non è per i poveri, ma è tra i poveri”.
Il fulcro, invece, nell’attuale situazione che si è determinata a livello mondiale si inserisce in questo nuovo corso della Chiesa che sta portando avanti, non senza difficoltà, Papa Francesco; ossia nel solco degli insegnamenti del frate di Assisi per mettere in pratica la massima: “se mi vuoi seguire, vai, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri”.

Scuola: i presidi a Draghi, stabilizzare i docenti e i dirigenti

“Disponibilità e stabilità degli organici dei docenti fin dai primi giorni di scuola, anche e con particolare riferimento a quelli relativi al sostegno; eliminazione di tutte le situazioni relative a classi sovraffollate; incremento e riqualificazione del personale ATA, compresa la revisione dei criteri di assegnazione ai vari ordini di scuola, per far fronte alle aumentate incombenze di carattere amministrativo e relative all’assistenza e alla vigilanza; assegnazione di dirigenti scolastici alle istituzioni scolastiche interessate dalla L. 178/2020; avvio di un piano di formazione organico per tutto il personale”. Sono queste le principali proposte avanzate al Governo dal consiglio nazionale di Andis, Associazione Nazionale dei Dirigenti Scolastici.

“Il “Piano scuola estate 2021” – si legge in una nota dell’associazione – è un progetto ambizioso e inedito, da condividere nelle sue finalità, certamente non facile da implementare perché sfida istituzioni scolastiche, Enti Locali, associazioni e imprese del Terzo Settore a definire precise responsabilità ed azioni all’interno di “patti educativi di comunità”. Tuttavia la fondamentale funzione del recupero non può concentrarsi in pochi mesi estivi ma riteniamo che l’attività di recupero debba avere le caratteristiche della gradualità, della costanza e della durata”.

Atterra su Marte la prima sonda spaziale di Pechino

La Cina ha fatto atterrate con successo la sua prima sonda spaziale su Marte. Lo riferisce oggi l’agenzia di stampa ufficiale “Xinhua”. La sonda Tianwen-1 è stata lanciata dal sito di lancio di Wenchang, sulla costa della provincia insulare di Hainan, nel sud della Cina, lo scorso 23 luglio, con l’obiettivo di completare in una missione orbitaggio, atterraggio ed esplorazione del pianeta rosso. La sonda è entrata nell’orbita di Marte nel mese di febbraio.

Il presidente Xi Jinping si è congratulato per il successo dell’operazione. La Cina è il secondo paese ad atterrare su Marte dopo gli Stati Uniti.

Un’impresa spaziale che consente alla Cina di riscattarsi dopo il caso del razzo cinese Lunga Marcia 5B, che nei giorni scorsi ha tenuto in allarme mezzo mondo, Italia compresa.

Covid: i primi vaccinati sul lavoro sono mille agricoltori

Con la somministrazione di mille dosi a dipendenti e agricoltori sono iniziate in due cantine del sud Italia le prime vaccinazioni nei luoghi di lavoro grazie ai punti attrezzati idonei alla vaccinazione disponibili indicati dalla Coldiretti alla struttura di supporto al Commissario Straordinario all’Emergenza Generale Francesco Paolo Figliuolo. Lo ha annunciato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che si tratta di una ripartenza dall’alto valore simbolico con il vino che rappresenta la principale voce dell’export agroalimentare Made in Italy ma anche il settore più duramente colpito dalla pandemia Covid per la chiusura della ristorazione in Italia e all’estero.

Un segnale importante per il lavoro e l’economia che è partito dalla cooperativa Cantina di Solopaca e dalla cooperativa La Guardiense di Guardia Sanframondi in provincia di Benevento, la principale realtà del settore dell’intero mezzogiorno. Una opportunità resa possibile dalla estensione del piano vaccinale alle categorie produttive che ha visto la Coldiretti protagonista a tutela della salute dei dipendenti, degli agricoltori e loro familiari su tutto il territorio nazionale.

La procedura di prenotazione ha previsto l’individuazione degli elenchi su liste raccolte dalle cooperative vitivinicole e dagli uffici territoriali di Coldiretti Benevento, a partire dagli over 50, in attuazione alle linee guida del Governo, della Regione Campania e dell’ASL Benevento. Ad oggi sono stati “approvati” come punti vaccinali già in possesso di tutti i requisiti richiesti ben 141 sedi Coldiretti e 27 sedi aziendali con molte Regioni che hanno già avviato incontri operativi con le strutture territoriali della Coldiretti per l’attività di vaccinazione con l’obiettivo di coinvolgere 1,5 milioni di dipendenti, agricoltori e addetti alla filiera agroalimentare Made in Italy.

La Coldiretti è la più grande organizzazione agricola nazionale ed Europa con una diffusione è capillare su tutto il territorio nazionale con una presenza in quasi ogni comune del Paese ed ha promosso la Fondazione Campagna amica con la rete dei mercati contadini e Filiera Italia per la prima rappresentanza dell’intera filiera agroalimentare. L’obiettivo del piano di vaccinazioni della Coldiretti è quello di garantire la sicurezza delle forniture alimentari alla popolazione sull’intera rete di oltre un milione di realtà divise tra 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari e 230mila punti vendita e 360mila bar, ristoranti e agriturismi per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro.

Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che – continua Coldiretti – vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale. “Un popolo di eroi del cibo che non ha mai smesso di lavorare nonostante i rischi del contagio per non far mai mancare i prodotti alimentari sugli scaffali dei negozi e nelle dispense degli italiani, anche attraverso servizi innovativi come la vendita on line e la consegna a domicilio ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.. L’accelerazione sulle vaccinazioni vale 350 milioni al giorno per la ripresa anticipata nei consumi con un effetto positivo a valanga sull’economia e sull’occupazione, secondo l’analisi della Coldiretti.

Un cambio di passo sulle vaccinazioni è strategico per salvare l’economia e le attività collegate a partire dai alberghi ed i ristoranti che sono i più colpiti con un calo dei fatturati del 40,2% nel 2020 seguiti dai trasporti che si riducono del 26,5% e dalle spese per ricreazione e cultura che scendono del 22,8%, ma in media i consumi diminuiscono dell’11,8%, sulla base dell’analisi Coldiretti su dati Istat relativi al 2020.

Vaccini: in arrivo 20 milioni di dosi

“Per la prima volta gli arrivi di vaccini in un mese supereranno i 20 milioni di dosi e si potrà dare ancora più velocità ad una campagna che ha già superato i 26 milioni di somministrazioni, quando a marzo prima del piano in corso eravamo ben al di sotto dei 5 milioni”, afferma il commissario Francesco Paolo Figliuolo in un’intervista al Messaggero.

“La questione degli approvvigionamenti è cruciale, ma abbiamo lavorato molto anche per aumentare la potenzialità della macchina, che ha dimostrato di poter fare 500 mila iniezioni al giorno – sottolinea – A giugno, con più vaccini, questa potenzialità potrà essere espressa con maggiore regolarità ed anche incrementata, grazie a nuovi punti vaccinali già oggi ne abbiamo più di 2500 cioè mille in più rispetto a marzo – e anche al contributo più esteso dei medici di medicina generale, delle farmacie e delle aziende che hanno messo a disposizione delle Regioni i loro spazi e strutture”.

“Giugno sarà anche il mese in cui mi aspetto di vedere protetta la stragrande maggioranza delle persone più vulnerabili ed esposte al Covid. Oggi più dell’88% degli over 80 ha ricevuto almeno una dose di vaccino, quasi tutti gli ospiti delle Rsa sono stati raggiunti e oltre il 96% del personale sanitario ha avuto una somministrazione. Ma occorre continuare lo sforzo sulle fasce over 60, per poi agire in parallelo sui più giovani”, sottolinea Figliuolo.

Mattarella: “La famiglia è nucleo vitale della società”.

“La famiglia è nucleo vitale della società. L’art. 29 della Costituzione ne riconosce espressamente il carattere di società naturale preesistente allo Stato e ne afferma i diritti. Luogo di condivisione e trasmissione dei valori, segna il rapporto tra le generazioni ed è al centro dello sviluppo dei sentimenti della comunità, oltre a rappresentare elemento centrale della sua continuità.

La Giornata internazionale della Famiglia, proclamata dall’Onu, richiama alla necessità di riflettere, in modo approfondito, sui problemi concreti delle famiglie, sulle misure necessarie per ridurre il divario che conduce tante persone alla povertà e all’esclusione. Primo e più efficace elemento di equilibrio sul piano sociale, la famiglia merita politiche di sostegno, nella consapevolezza del ruolo che svolge anche al fondamentale fine della ripresa della natalità.

Grande attenzione va dedicata ai giovani, i quali hanno diritto di attuare i loro progetti di vita, assicurando così anche l’avvenire del Paese.

Veniamo da una stagione drammaticamente segnata dalla pandemia. Le famiglie – che sono state una delle frontiere più avanzate della resilienza – sono state colpite da lutti, sofferenze e dalle pesanti conseguenze sociali causate dalle inevitabili misure di contenimento: questo aspetto accresce la necessità di attenzione nei loro confronti per realizzare una efficace ripartenza”.

Gaza parla al mondo

È davvero impressionante vedere il palazzo dell’informazione di Gaza crollare all’istante, dove c’erano una ventina di testate tra cui la prestigiosa AP, fonte primaria di buona parte dell’informazione globale.

Più o meno come facemmo noi su Belgrado, (peraltro senza neanche l’attenuante di una diretta minaccia alla nostra sicurezza). Nel dibattito nazionale sta passando una tesi, avvalorata principalmente dall’Ispi, senz’altro interessante, secondo cui si assisterebbe al rischio di una guerra civile, se non a Gaza, nelle città miste dei territori occupati.

A me sembra per taluni aspetti una chiave di lettura da approfondire meglio in rapporto alla situazione, perché per una parte in causa si tratta di guerra fra stati, di liberazione dall’occupante, per l’altra parte di difesa della Patria.

Le guerre civili insorgono tra appartenenti alla stessa nazione, come purtroppo rischia di poter avvenire in Francia. Questo è un tipo di conflitto dove i belligeranti perseguono obiettivi diversi per natura da quelli di una guerra civile.

E rischia di essere – se non disinnescato per tempo con il ripristino di un credibile piano di pace, come quello americano – un altro tassello, forse quello fatale, a comporre il pericoloso puzzle di un contestuale acutizzarsi di crisi di natura diversa, passibile di ogni tipo di evoluzione. Per questo richiede più che mai anche un approccio e un impegno per la pace di tipo olistico, al fine di abbassare il livello di surriscaldamento del quadro globale a partire dalla gestione di questioni che apparentemente sembrano non avere alcuna diretta relazione con la crisi in corso tra Israele e Palestina.

La Terra Santa brucia! Vi prego, fermate questo inferno

La lettera, diffusa due giorni fa, firmata da Fr. Ibrahim Faltas ofm conserva integra la sua attualità.

Da quando sono iniziati gli scontri a Gerusalemme, alla porta di Damasco e alla spianata delle moschee, la protesta  e  la violenza si e’ scatenata, tra  la popolazione, sino ad avere piu’ di 200 focolai di rivolta  tra citta’ e villaggi in tutto il Paese.  Stiamo assistendo inermi, ad una violenza uomo contro uomo inaudita, una violenza che sta esplodendo con tutta la rabbia da entrambi le parti, giovani  israeliani e giovani arabi,  forse ereditata dal  grande fallimento delle risoluzioni applicate nel 1967, e dall’indifferenza della comunita’ internazionale di trovare una soluzione per il conflitto tra Israele e Palestina, che sembra ormai  arrivato ad un  tragico bivio: siamo sull’orlo di una guerra civile.

In  questi giorni  sono stato contattato per alcune  interviste, e dalle notizie che  ascolto dai telegiornali, tante volte trapela,  una poco conoscenza del territorio, e della popolazione che ci vive. È scoppiato l’ennesimo conflitto in Medio Oriente con tutta la sua inaudita violenza dei bombordamenti tra Gaza e Israele, dove assistiamo inermi alla distruzione  di case, di famiglie costrette ad abbandonare tutto,  di tanti feriti e morti  da entrambi le parti, e in contemporanea  scoppia una  guerra  fatta di  parole e notizie, che impatta in maniera altrettanto grave sulla vita delle persone che stanno vivendo questa tragedia.

Per capire il Medio Oriente, e cosa sta accadendo,  occorre avere una conoscenza della storia locale, ad esempio in Israele, insieme ai cittadini  israeliani, e ai coloni, che possono essere ebrei o laici, vivono gli arabi israeliani del 48, che  possono essere cristiani o musulmani, ma tutti sono cittadini israeliani con passaporto israeliano.  In Cisgiordania vivono i palestinesi, possono essere cristiani o musulmani, e hanno un passaporto palestinese. A Gerusalemme, oltre ai cittadini israeliani, vivono i palestinesi, che non hanno nessun passaporto: possono avere una carta d’identita’ di Gerusalemme, se sono arabi del “67, oppure un lasse’-passe’.  Questo e’ il   mosaico di una popolazione che vive nello stesso territorio, ma che non ha gli stessi diretti.

Cosa sta accadendo ad Haifa, Nazareth, Ramle, Lod, Cana, Askelon Tel Aviv  in Israele, e a Nablus, Bethlemme, Jenin, Betania, Hebron  in Palestina, e in tante altre citta’ e’ scoppiata una vera  guerriglia, un Inferno!  Auto bruciate, linciaggi, incendi alle abitazioni, alle sinagoghe, ai luoghi di culto, il lancio di sassi sulle auto di passaggio, causando molti morti e feriti gravi. Una vera guerra  di violenza tra coloni ebrei e arabi israeliani, nelle citta’ israeliane, e lo stesso avviene nelle zone occupate della Cisgiordania.

La strada, e’ diventata il teatro di una guerra a colpi di bastoni e di sassi, mentre veniamo informati dettagliatamente delle strategie di guerra tra Hamas e Israele, che hanno gia’ fatto molte vittime, non ci si sta rendendo conto del pericolo che il Paese sta correndo. La gente ha paura a uscire di casa, per timore di subire violenze, perche’se  sei arabo, o se  sei ebreo, rischi anche di morire!

Non e’ una guerra solo tra Israele e Hamas, come e’ stato nelle precedenti Intifada tra Israele e Cisgiordania,  dove le parti possono decidere di cessare il fuoco e trovare un accordo.

Qui siamo di fronte a una popolazione inferocita, da entrambi le parti, che sta cercando di farsi giustizia da soli, e dove non c’e’ nessun interlocutore.

Faccio un appello a tutti i capi di stato, di  invitare a far cessare il fuoco tra Hamas e Israele,  e di intervenire con rapidita’ a riportare  l’ordine nelle strade e nella popolazione ormai sfiduciata da lunghi anni di conflitto.

La violenza genera violenza, tutti dobbiamo fermarla!

Oltre la pagina. Il futuro del libro è nella lettura “aumentata”

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Angelo Piero Cappello

La funzione essenziale del libro, dopo il drammatico tornante del 2020, è cambiata o, meglio, sono cambiati – e non credo si tratti di cambiamenti provvisori – i metodi e le modalità di fruizione della lettura: con l’avvento del web, tecniche, modalità e abitudini di lettura e perfino la circolazione del prodotto culturale – sia esso rivista, libro o qualunque altro prodotto legato alla lettura o alle pratiche del consumo culturale – hanno cambiato confini, traiettorie, percorsi di diffusione e modalità di consumo e fruizione.

Il digitale ha rivoluzionato non solo tempi e luoghi delle pratiche interazionali, ma anche le modalità di ascolto e di lettura, alle prese con linguaggi che si adattano rapidamente alle necessità rappresentative della rete. Oggi il libro e la sua fruizione, come spazio di conservazione e trasmissione del sapere e della memoria, tendono sempre più ad essere digitali o digitalizzati, e comunque, al limite, digitalizzabili. Il web ha di fatto messo in crisi la vecchia ripartizione di compiti e ruoli e modalità dei consumi di cultura: in uno stesso spazio libero, oggi giocano ruoli assai più complementari che in passato libri, giornali, riviste, blog, e-book, siti web, instant books, profili e web magazine: questo agone comune che è il web, dove sono saltati i confini tra l’una e l’altra abitudine di lettura, dove paradossalmente è possibile perfino stamparsi le pagine che si desidera leggere “on demand”, costringe tutti gli operatori della filiera a ripensare funzioni e modalità di servizio al pubblico.

Verrebbe pertanto da chiedersi non solo quanto si legge al tempo della riproducibilità digitale di contenuti, testi, immagini, ma anche quale posto rivestano il libro cartaceo e l’e-book in un’era scandita dalle relazioni interconnesse.

I nuovi dati – che emergono inattesi dalla recente indagine condotta dal Centro per il libro e la lettura in collaborazione con AIE– consegnano la fotografia di un mondo che sta mutando. Le novità, determinate dalla brusca accelerazione che la pandemia ha imposto, saranno oggetto di ulteriore analisi: ma è intanto fondamentale utilizzare al meglio i dati raccolti dall’indagine per ideare e realizzare progetti e soluzioni sempre più in linea con le esigenze dei lettori e le tendenze di un mercato in continua evoluzione.

Cosa è successo, dunque, alla lettura in Italia quando all’emergenza del basso numero di lettori, se ne è aggiunta un’altra, sanitaria e globale? E dopo la prima fase, si torna in tutto o in parte alla situazione precedente? A queste e altre domande hanno provato a rispondere le due rilevazioni «La lettura nei mesi dell’emergenza sanitaria», parte del progetto di ricerca confluito nel Libro bianco sulla lettura 2021. Una prima rilevazione, condotta a maggio 2020 all’indomani del termine del primo lockdown, ha potuto monitorare cosa è avvenuto durante i mesi della chiusura. Una seconda, svoltasi in ottobre, relativa ai mesi successivi, ha verificato gli umori dei lettori italiani prima della fase più virulenta della seconda ondata della pandemia. La possibilità di comparare queste due rilevazioni consente di disporre di una prima serie di fotografie con cui seguire i comportamenti relativi alla lettura, prima, durante e dopo il ritorno alla (relativa) normalità. Con la necessità di indagare ulteriormente, in futuro, gli effetti della seconda ondata. L’obiettivo è capire se, e in quale misura, i comportamenti osservati si protrarranno oltre il 2020, con tutto ciò che ne consegue nella definizione delle politiche di sostegno alla lettura e della filiera libraia. La domanda cui si voleva rispondere con queste indagini era essenzialmente se i comportamenti già presenti tra i lettori – il crescente uso dell’e-commerce, la lettura di e-book e l’ascolto di audiolibri, lo spostamento dai media giornalistici tradizionali a quelli digitali – che hanno conosciuto una grande accelerazione legata alla situazione in corso, torneranno a riallinearsi ai trend precedenti il lockdown oppure no. L’indagine di maggio mostrava dei lettori italiani «distratti» dalla pandemia, con poco tempo da dedicare alla lettura di libri in giornate passate a seguire le mille notizie che ossessivamente TV, siti Internet di informazione e social media riversavano su cittadini comprensibilmente attoniti. Quella di ottobre mostra dati diversi, in cui tutte le dimensioni della lettura crescono. Si conferma, in primo luogo, ciò che gli intervistati di maggio avevano indicato nel rispondere a una delle domande del questionario. La differenza tra la quota di persone che prevedevano di incrementare in futuro la lettura e la quota di chi prevedeva di lasciarla immutata (o diminuirla) era positiva di 4,7 punti. Un dato che contraddistingueva la lettura da tutti gli altri consumi culturali, che registravano valori negativi. Il dato è ancor più importante perché la richiesta di previsione di comportamento (con tutte le cautele che le indagini previsionali hanno) avveniva poco dopo il 4 maggio – data spartiacque tra Fase 1 e Fase 2 – quando le restrizioni erano state solo parzialmente rimosse. In questo contesto, gli intervistati individuavano proprio nella lettura di libri l’attività che avrebbero incrementato diversamente dagli altri consumi culturali. Quel che sembra modificato è il senso della parola “lettura”: non solo e non più su supporto cartaceo, ma libro e web (e viceversa) in un alternarsi indifferente e complementare.

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Italia in giallo ma metà dei ristoranti è chiusa

Con l’Italia in giallo resta chiusa per il servizio al tavolo circa la metà delle attività di ristorazione lungo la Penisola, per un totale di circa 180mila realtà che non dispongono di spazi all’aperto. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti sugli effetti della possibilità di una estensione della zona gialla a tutto il Paese, con l’incognita della sola Valle d’Aosta. Con l’avanzare della campagna di vaccinazione e la riduzione dei contagi, la riapertura all’interno di bar, ristoranti, pizzerie e agriturismi e lo spostamento del coprifuoco sono importanti per le imprese agroalimentari stremate da lunghi periodi di chiusura che hanno determinato un effetto a valanga sulla filiera con 1,1 milioni di tonnellate di cibi e di vini invenduti dall’inizio della pandemia, secondo la Coldiretti.

Una necessità rafforzata – continua la Coldiretti – dall’annunciata apertura al turismo nazionale e straniero a partire da metà maggio, con 1/3 del budget delle vacanze che in Italia viene destinato all’alimentazione, soprattutto dopo la revoca dello stato di emergenza in Spagna, il principale concorrente del Belpaese tra le destinazioni turistiche. Complessivamente nell’attività di ristorazione – rileva la Coldiretti – sono coinvolte 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro. Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che – conclude Coldiretti – vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale.

La Regione Piemonte coinvolge 10 Comuni nel plastic free delle sponde del Po

L’iniziativa straordinaria che vede coinvolti 10 comuni: Torino, Alpignano, Moncalieri, Cafasse, Ivrea, Vercelli, Alessandria, Asti, Galliate e Verduno e’ stato presentata alla presenza dell’ Assessore regionale all’Ambiente Matteo Marnati che ha sottolineato come grazie alle risorse del Next Generation Eu, insieme a quelle dei fondi strutturali che saranno a disposizione nel Programma Operativo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2021-2027, si creerà l’opportunita’ di affrontare le sfide della transizione ecologica.

“Stiamo programmando e cercando di incanalare le risorse sulla rete idrica e sul recupero dei rifiuti, oggi il 50% della plastica che viene recuperata non viene riutilizzata e quindi stiamo lavorando sulla circolarita’ dei rifiuti, da questo punto di vista un ruolo importante sara’ svolto dalla ricerca e dall’innovazione per il recupero della plastica il cui trend di produzione attualmente si assesta sui 19 kg pro capite all’anno. Altro fronte sul quale lavorare sara’ quello della contrazione della produzione dei rifiuti, uno degli obiettivi principali che ci siamo prefissati”.

Covid “In agosto senza mascherine”

“Dobbiamo fare ragionamenti di buon senso basati sui numeri, le vaccinazioni accelerano sempre di più e la situazione epidemiologica migliora di settimana in settimana, con questi dati confortanti avremo un agosto con più libertà e anche con la possibilità di togliere la mascherina all’aperto”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute il sottosegretario alla Salute Andrea Costa.

Sul coprifuoco “lunedì verrà presa una decisione in senso positivo sullo spostamento alle 23 o alle 24. Un segnale che io reputo positivo nella logica della gradualità. Ma è chiaro che a giugno si andrà verso l’abolizione, questa è più di un’ipotesi. I dati oggi ci dipingono una situazione positiva dei contagi e dei ricoveri in ospedale e si vede un miglioramento dei parametri di settimana in settimana”, osserva Costa.

Sulla possibilità di fare il richiamo del vaccino in vacanza, secondo il sottosegretario “la politica sta aprendo un dibattito e una riflessione, ma è facilmente comprensibile che l’ipotesi porta con sé delle difficoltà organizzative. Tutto deve passare attraverso un accordo in Conferenza Stato-Regioni. Non può essere una iniziativa del ministero. Il concetto è di aiutare a semplificare e il richiamo nei luoghi di villeggiatura sarebbe un’opportunità per il cittadino ma tutto deve essere organizzato con un accordo tra Regioni”.

Capitolo vaccini: “Abbiamo somministrato 26 milioni di dosi e se prendiamo come riferimento la fine di luglio arriveranno fino a 25 milioni di dosi che ci permetteranno già a giugno di portare le immunizzazioni giornaliere a 700mila”.

Inventario Varoli – della copia e dell’ombra

Venerdì 4 giugno dalle 15.00 alle 20.00, con apertura estesa anche sabato 5 e domenica 6 giugno, presso il Museo Civico Luigi Varoli (Palazzo Sforza, corso Sforza 21) e l’Ex Ospedale Testi (via Roma 8) di Cotignola (Ravenna), inaugura la mostra “Inventario Varoli – della copia e dell’ombra”, un progetto di Massimiliano Fabbri, una vasta raccolta di oggetti e sculture provenienti dalla casa-studio del Maestro cotignolese del primo Novecento (oltre trecento pezzi, tra cartapeste, sculture, disegni, libri, fotografie, reperti) in dialogo con opere e interventi inediti di 59 artisti contemporanei, tra cui Angelo Bellobono, Mirko Baricchi, Jacopo Casadei, Valentina D’Accardi, Giulia Dall’Olio, Elena Hamerski, Andrea Grotto, Beatrice Meoni, Stefano W. Pasquini, Luca Piovaccari, Chris Rocchegiani, Giulio Saverio Rossi, Alessandro Saturno, Thomas Scalco, Silvia Vendramel e altri.

“Inventario Varoli – della copia e dell’ombra” si articola in tre sezioni distribuite su due spazi espositivi: a Palazzo Sforza la collezione Varoli e le opere degli artisti prodotte dentro al Museo; all’Ex Ospedale Testi, i disegni e i dipinti realizzati negli studi degli artisti guardando alle collezioni del Museo e alle sue memorie da lontano.

Il progetto è l’esito di un lungo percorso di studio e di confronto tra gli artisti e la collezione del Museo Varoli, che raccoglie la straordinaria collezione di Luigi Varoli, artista, uomo “Giusto”, educatore, conservatore appassionato e collezionista di mirabilia.

Tra luglio e ottobre 2020, dentro e intorno alla mostra-deposito “Inventario Varoli”, aperta a fine maggio dello stesso anno, il Museo ha organizzato una serie di incontri in cui piccoli gruppi di artisti si sono trovati e confrontati, per alcuni giorni, con i pezzi sparsi, i frammenti, i particolari e i dettagli tratti da questo archivio e foresta di memorie, presenze e fantasmi.

Un tentativo di orientamento affidato principalmente al disegno e alla pittura, anche dal vero, traduzione imperfetta e restituzione di modi di vedere che ha trasformato gli spazi, le sale e il giardino del museo in una sorta di studio collettivo.

Ciò che è stato prodotto in queste giornate di lavoro ha contribuito a comporre una mostra in divenire, allestita collettivamente ogni volta al termine di ciascuna sessione ed episodio, che rappresenta un vero e proprio doppio, riflesso, espansione ed eco di quanto esposto al piano terra di Palazzo Sforza.

Da dicembre a gennaio poi, con la chiusura imposta dai nuovi Dpcm, è stato il Museo a entrare negli studi degli artisti, innescando un movimento inverso, un secondo sguardo sulle proprie collezioni e patrimonio, a partire da una campagna e galleria fotografica realizzata appositamente durante il mese di novembre e resa disponibile online sul sito www.museovaroli.it. Un’iniziativa che ha permesso di continuare a invitare altri autori, seppur da remoto, ed espandere e ramificare ulteriormente il progetto. Sono stati coinvolti un totale di cinquantanove artisti, compresi i tre fotografi che hanno mappato le cose, le presenze e gli allestimenti.

Ora, con l’apertura definitiva di questa mostra che chiude un percorso di lavoro di quasi un anno, anche il corpo di opere prodotte a distanza è finalmente visibile, aggiungendosi a quelle realizzate sul posto e già presenti a Palazzo Sforza insieme all’archivio Varoli.

Accompagna la mostra un libro a cura di Marilena Benini, catalogo che rappresenta anche, a tutti gli effetti, l’ultima pubblicazione, la quindicesima, del progetto Selvatico.

Uscire insieme dall’inverno demografico

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Charles de Pechpeyrou

Anche se “l’inverno demografico” che l’Italia sta vivendo da anni è stato accentuato dagli effetti dell’epidemia di covid-19 — il 2020 ha segnato un nuovo record di poche nascite e del numero di decessi — «nulla è ancora definitivamente perduto, se iniziamo a rimboccarci le maniche e a remare controcorrente, senza mai perdere la fiducia di poter incidere su processi, decisioni e idee delle persone, così da invertire finalmente la rotta, restituendo una speranza veramente nuova alle famiglie di tutto il Paese». È questa la certezza, espressa dal presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari Gigi De Palo, presentando a Papa Francesco nell’auditoriun della Conciliazione – a pochi passi d piazza San Pietro – la prima edizione degli Stati generali della natalità. All’incontro, trasmesso anche sui social, erano presenti il presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi e esponenti del mondo politico, sociale ed economico. «Non ci sono dubbi — ha affermato De Palo — la natalità è la nuova questione sociale perché se non interveniamo ora, crolla tutto. Ed è una questione sociale universale, che riguarda tutti, anche chi i figli — liberamente — non li ha voluti o non li vuole fare e non desidera figli propri. Perché riguarda il futuro». «I figli migliorano il clima sociale, lo arricchiscono, lo curano perché sono loro oggi a volere un mondo diverso, migliore di quello che è stato finora costruito, sono loro a renderci maggiormente responsabili verso il pianeta — ha ribadito il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari — sono i nostri figli a renderci parsimoniosi perché ci “costringono” a spendere per la loro formazione e non per il consumo tout court». Sono anche loro l’antidoto al consumismo, all’individualismo
e all’egoismo.

Durante l’incontro, a prendere la parola subito prima del Pontefice è stato il capo del governo italiano, che ha incentrato il suo discorso sulla necessaria «dimensione etica» nell’affrontare la questione demografica. «Voler avere figli sono da sempre decisioni fondamentali nelle nostre vite», ha affermato Mario Draghi. «La dimensione etica che queste decisioni comportano è fondante in tutte le società in cui la famiglia conta», ha rilevato il presidente del Consiglio, notando tuttavia che «questa dimensione è stata respinta a nome del desiderio individuale». Il premier ha poi ricordato che «le ragioni per la scarsa natalità sono in parte economiche» e hanno a che fare con la mancanza di sicurezza e stabilità. In particolare, «i giovani hanno bisogno di un lavoro certo, una casa, un sistema di welfare efficace e servizi per l’infanzia». Anche se «siamo diventati più sinceri nelle nostre consapevolezze — ha concluso Draghi — dobbiamo aiutare i giovani a recuperare fiducia e determinazione. A tornare a credere nel loro futuro, investendo in loro il nostro presente». In questo senso, Draghi ha anche rinnovato gli impegni del suo esecutivo sulla natalità, tra cui l’estensione dell’assegno unico universale a tutti i lavoratori entro il 2022.

Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, dal canto suo, ha lanciato un appello «a ricostruire un sapere, un imparare di affetti», in quanto «non c’è natalità se non ci sono gli affetti». Dopo la famiglia, ha sottolineato, la scuola — che ha «molti problemi ma anche molte risorse» — «è la prima comunità che i bambini incontrano ed è l’unica istituzione che vede i bambini trasformarsi in ragazzi, in adolescenti e poi giovani, donne e uomini. Si tratta anche di una istituzione che li accompagna nella trasformazione di corpo e mente e deve insegnare come vivere anche il dolore».

Il direttore dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, nella sua relazione ha proposto l’avvio di un nuovo piano destinato ad arginare il declino demografico in Italia, prefigurando un obiettivo sufficientemente realistico e in linea con i dati dell’esperienza dei partner europei che sono usciti dall’inverno demografico: un aumento del numero medio di figli per donna di 0,6 unità nell’arco del prossimo decennio. Tale risultato, ove raggiunto, porterebbe il totale annuo dei nati in Italia dai 394 mila ipotizzati per il 2021 a 524 mila nel 2031, un obiettivo che resta dunque possibile, tanto nell’intensità quanto nei tempi ipotizzati. Il successo di questa «iniezione di vitalità e di futuro» nella società italiana, ha spiegato il direttore dell’Istat, dipenderà dalla «triangolazione» tra gli attori, in primo luogo le famiglie, ma anche il mondo non profit e quello delle imprese.

Il balletto della legge elettorale.

Noi sappiamo, ormai da tempo, che le leggi elettorali sono il frutto delle convenienze  momentanee e dell’opportunismo di partito in quel particolare momento politico. Gli esempi, al  riguardo, si sprecano persino. È appena sufficiente scorrere le cronache concrete del Partito  democratico in questi ultimi mesi. Con il governo giallo/rosso la segreteria nazionale del partito  era seccamente e strenuamente a difesa del proporzionale e la conseguente cancellazione della  sciagurata e pessima legge elettorale, il cosiddetto “rosatellum”. E quasi tutto il partito, di  conseguenza, era schierato come un sol uomo su quella prospettiva. Passano pochi mesi e arriva  Letta dalla Francia dopo l’auto esonero di Zingaretti in polemica feroce con il suo partito e  quell’impianto proporzionale cede il passo al ritorno secco del maggioritario. E anche qui,  altrettanto puntualmente, tutto il partito si allinea e cambia, di conseguenza, radicalmente la  prospettiva politica per il principale partito della sinistra italiana. Passano alcune settimane e, nel  frattempo, si spezza clamorosamente l’alleanza – definita troppo frettolosamente “storica,  organica e strutturale” da alcuni strateghi del Pd – con il partito di Grillo e di Conte, cioè i 5 stelle,  e si riaffaccia miracolosamente nel dibattito interno la necessità del ritorno al proporzionale. 

Ora, è del tutto evidente che la futura legge elettorale sarà il frutto e la conseguenza dei sondaggi  in quel particolare momento storico e, soprattutto, del risultato delle elezioni amministrative di  ottobre dei singoli partiti. Due considerazioni che, ovviamente, prescindono radicalmente da  qualsiasi alleanza politica di lungo respiro e di lungo termine perchè tutto è legato alla  contingenza e alla stringente attualità. Certo, la distanza con il passato al riguardo è  semplicemente siderale. Perchè il nostro paese, è sempre bene non dimenticarlo mai, ha avuto la  medesima legge elettorale per quasi 50 anni dopodichè è partito il valzer dei cambiamenti quasi  ad ogni legislatura. Nulla di grave, per carità. Ma non possiamo, al contempo, non rilevare che il  cambiamento così repentino delle leggi elettorali non risponde più ad alcun disegno politico di  lungo respiro ma solo e soltanto alla logica della contingenza e dell’interesse politico  momentaneo dei vari partiti e cartelli elettorali. Nulla di strategico, quindi. Ed è proprio lungo  questo percorso che si smarrisce il valore della politica come progetto storico e di lungo termine.  Del resto, la legge elettorale di per sè non cambia il panorama della politica ma ne determina e ne  condiziona profondamente le modalità di comportamento. Non a caso, con le leggi elettorali  tramontano e nascono nuovi partiti, scompaiono e si riaffacciano nuove alleanze politiche e,  soprattutto, può emergere – o meno – una nuova classe dirigente. Basti ricordare, per fare un solo  esempio, cosa hanno significato concretamente nella politica italiana l’irruzione – positiva – del  Mattarellum da un lato o del “porcellum”con le liste bloccate dall’altro. Due modalità, due leggi  elettorali, due modi d’essere nella politica italiana che hanno contribuito a creare due modelli  politici profondamente diversi tra di loro. 

Ecco perchè, alla fine, sarebbe auspicabile che la legge elettorale rispondesse, seppur solo  minimamente, ad un disegno politico di lungo termine. Sarebbe, questo, anche l’unico modo per  battere alla radice il trasformismo da un lato e, soprattutto, per evitare di perpetuare la crisi della  politica dall’altro. Il trasformismo, l’opportunismo, il populismo e l’anti politica introdotti dai 5  stelle in questi ultimi anni negli ingranaggi della politica italiana non possono continuare ad essere  il faro che illumina il comportamento dei partiti. Serve, veramente, una inversione di rotta  archiviando definitivamente tutto ciò che in questi ultimi tempi ha immiserito e dequalificato la  politica italiana e lo stesso tessuto etico della nostra democrazia. Se si vuole si può fare.

Molto utile il contributo di Follini su Aldo Moro

Per gentile concessione dell’autore, riproponiamo la lettera pubblicata ieri, 14 maggio, sul “Domani”.

Caro direttore, mi è parso un grande contributo storico e politico avere pubblicato l’intervento su Aldo Moro di Marco Follini.

Cresciuto alla scuola del padre, collaboratore di Moro, e influenzato dall’amicizia con un giovane politico siciliano, Franco Bruno, dirigente Dc, prematuramente scomparso, fattori che hanno sicuramente contribuito alla lettura originale della complessa e tragica esperienza di Aldo Moro.

Moro non fu mai “consociativista”, né immaginò in alcun modo di logorare l’alleato, superficiale banalità sfuggita a un collega dell’allora Paese sera e che Moro respinse subito.

Analogamente, in modo non meno significativo, la convergenza col partito comunista avrebbe dovuto prendere le mosse da una comune consapevolezza delle gravi difficoltà presenti, senza mai confondere il compromesso storico di Berlinguer con la solidarietà nazionale morotea restando distinte per storia e natura le due principali forze politiche dell’Italia.

Con delicatezza Follini affronta anche il tema della trattativa e degli equivoci volontari o inconsapevoli sviluppatisi anche dopo l’appello di Paolo VI. Soprattutto per l’assenza di una risposta politica di cui non ci fu traccia alcuna, né sul fronte delle indagini, né a causa dei condizionamenti dei servizi stracolmi di massoni deviati e sostanzialmente in mano ad agenti della Cia.

Solo Moro attraversò il suo tragico calvario con dignità, lasciandoci una tragica eredità che nonostante tutto potrà risultare fruttuosa per la storia futura del nostro paese.

Emergenza povertà. Eredità del Coronavirus.

Non solo emergenza sanitaria e finanziaria. Sono milioni gli italiani che si ritrovano senza lavoro o anche solo a non poter arrivare a fine mese. Non sono pochi coloro che devono scegliere se pagare l’affitto, le bollette, oppure fare la spesa. Per questo motivo le organizzazioni di volontariato e di assistenza ai poveri sono in prima linea. Eppure, la maggior parte di queste associazioni sono religiose, non laiche. Comunità di Sant’Egidio, Cavalieri di Malta, Circolo San Pietro, Caritas Diocesana, sono soltanto alcuni degli enti di ispirazione religiosa che si dedicano ad assistere i senza fissa dimora, gli stranieri indigenti e gli italiani che non ce la fanno più ad andare avanti.

Anche la Mensa Caravita, mensa solidare, in via del Caravita, organizzata da due gruppi, la “Comunità di Vita Cristiana CVX – Lega Missionaria Studenti LMS” e il “Gruppo di professori e studenti” del Liceo Visconti in Piazza del Collegio Romano, è impegnata nel servizio mensa per i bisognosi. Il responsabile del servizio turni, Ottorino Agati, spiega che vi sono due turni con un totale di cento pasti circa per sabato e che sono aumentati gli italiani che richiedono un aiuto alimentare; tra questi, i pensionati che, con una pensione bassa e con l’aumento del costo della vita, chiedono di mangiare nella mensa. La mensa diventa anche un punto d’incontro, non soltanto di somministrazione: un faro contro la solitudine. Nella Capitale aumentano anche nuove tipologie di richiedenti cibo.

Sono aumentati i ragazzi, come ci spiega il dottor Gildas, Tenente dell’Esercito della Salvezza, responsabile del Centro di Roma al quartiere San Lorenzo, “Tra quelli che richiedono un aiuto, anche molti studenti e studentesse universitarie”. Ogni giovedì, a Roma, l’Esercito della Salvezza distribuisce cibo per chi non ha il denaro per fare la spesa, perché, spesso, bisogna scegliere se pagare la luce o la verdura: “Siamo passati da una quarantina di famiglie a quasi duecento persone che richiedono un aiuto alimentare”, conferma l’ufficiale. I negozi, i supermercati, ma anche semplici cittadini più fortunati, consegnano volontariamente il cibo agli enti di carità, che poi li distribuiscono. Speriamo che la ripresa economica permetta a tutti di tornare a sostenersi da soli, perché gli aiuti dello Stato sono stati insufficienti e, ancora una volta, è stata la “solidarietà popolare” a fare la differenza. 

Venezia sposa il suo mare. Domenica 16 maggio la tradizionale Festa della Sensa

Per celebrare i 1600 anni di Venezia non può mancare la Festa della Sensa, un rito che fa rivivere la millenaria storia della Serenissima Repubblica e il suo intimo rapporto con il mare. Quest’anno la ricorrenza cade domenica 16 maggio.

Il Doge indossava il manto d’oro con il bavero di ermellino, la sottana azzurra, le calze rosse, il corno e i calzari d’oro. E con una cerimonia che vedeva uno stuolo di rematori, di accompagnatori, di musici, di barche al seguito, dava vita all’annuale sposalizio con il mare, la maggiore celebrazione della Repubblica, un rito che ancora oggi Venezia rinnova con lo stesso spirito e con lo stesso senso di appartenenza.

La Festa della Sensa (festa dell’Ascensione) è una festività della Repubblica di Venezia in occasione del giorno dell’Ascensione di Cristo (in dialetto veneziano Sensa). Commemora due eventi importanti per la Repubblica: il primo, quando il 9 maggio dell’anno 1000 il doge Pietro II Orseolo soccorse le popolazioni della Dalmazia minacciate dagli Slavi; il secondo, quando nell’anno 1177, sotto il doge Sebastiano Ziani, Papa Alessandro III e l’imperatore Federico Barbarossa stipularono a Venezia il trattato di pace che pose fine alla diatriba secolare tra Papato e Impero. All’inizio, il rito era celebrativo, religioso e scaramantico insieme, solo per propiziarsi la tranquillità del mare, e contemplava una cerimonia semplice, con la visita del Doge al mare e la benedizione delle acque dell’Adriatico. Su questo rito preesistente si è innestato poi lo sposalizio del mare e da allora Venezia celebra il suo dominio sul mare gettando tra le acque un anello d’oro in un matrimonio mistico che si rinnova ogni anno alle parole “Despondemus te, mare, in signum veri er perpetui domini”.

La cerimonia, in base alle ricostruzioni storiche, iniziava con una messa nel monastero di Sant’Elena, dopodiché il vescovo di Castello saliva sullo sfarzoso Bucintoro con un recipiente ripieno di acqua benedetta, un vaso con del sale e un ramo di ulivo che fungeva da aspersorio. L’acqua benedetta veniva versata in mare e solo allora il Serenissimo Doge lanciava l’anello tra le onde. Il vescovo e il doge sbarcavano al Lido e lì si formava una processione religiosa che si dirigeva verso la chiesa di San Nicolò.

Grazie all’attività del Comitato Festa della Sensa, Venezia solitamente celebra l’evento, con un corteo acqueo che parte da San Marco e arriva al Lido, formato da imbarcazioni tradizionali a remi, organizzate dal Coordinamento delle Società Remiere di Voga alla Veneta, con in testa la “Serenissima”, l’imbarcazione sui cui prendono posto il sindaco e le altre autorità cittadine e da cui avviene il suggestivo lancio di un simbolico anello.

A causa dell’emergenza sanitaria, domenica 16 maggio le celebrazioni si svolgeranno con una programmazione ridotta: alle 10.30 si svolgerà la cerimonia dello sposalizio del mare davanti alla Chiesa di San Nicolò del Lido: a bordo della “Dogaressa”, una gondola da parata del Comune di Venezia, saliranno il Sindaco Luigi Brugnaro e il Patriarca di Venezia mons. Francesco Moraglia. Su un’altra gondola d’appoggio salirà l’ammiraglio Andrea Romani, Comandante del Presidio della Marina Militare. A seguire, alle 11, si terrà la Santa Messa nella chiesa di San Nicolò del Lido, presieduta dal Patriarca Moraglia.

IL BUCINTORO

Un palazzo navigante lungo 34,80 metri, largo più di 7 e alto 8 abbellito da statue, intagli, decori, velluto rosso, oro luccicante. A spingerlo 168 rematori, aiutati nelle manovre più complesse da rimorchiatori. Nel secondo piano 90 sedili ospitavano i nobili veneziani. Ecco in tutta la sua magnificenza l’ultimo Bucintoro costruito dalla Serenissima, il re delle imbarcazioni veneziane, la nave cerimoniale riservata al Doge di Venezia, considerata sin dal XIII secolo una delle meraviglie della città. Una magnificenza di addobbi e di simboli, su cui sventolava il vessillo di San Marco, col leone che reggeva lo scudo del Doge regnante sormontato dal corno.

Il Bucintoro era l’imbarcazione usata nelle cerimonie: per accogliere un nuovo Doge, nelle occasioni di visita da parte di un sovrano o principe straniero, oppure durante la festa della Sensa.

La prima imbarcazione, alla fine del 1200, era una sorta di peatone dorato, un grosso “burcio” ricoperto da un tetto a volta di botte, ma con il passare dei secoli acquisì la forma snella ed elegante della galea. Erano i maestri dell’Arsenale a prendersene cura, a rinnovarlo e ricostruirlo nei secoli, conservandone però la forma e la struttura.

L’ultimo Bucintoro apparse nel suo splendore il 28 maggio 1729 ed è quello riprodotto nelle più famose tele dei pittori dell’epoca. Le statue e gli intagli erano opera dello scultore Antonio Corradini, mentre le dorature di Giovanni Adalmi. Per la sua costruzione vennero impiegati sette anni. Nove Serenissimi sposarono il mare da questa nave nell’arco di 69 anni: Alvise III Mocenigo, Carlo Ruzzini, Alvise Pisani, Pietro Grimani, Francesco Loredan, Marco Foscarini, Avise IV Mocenigo, Paolo Renier e Ludovico Manin.

Il 9 gennaio 1798, quando i francesi abbandonarono Venezia, il naviglio fu vandalicamente distrutto dai soldati napoleonici. Dalle testimonianze dell’epoca pare che la nave fu tratta a terra nell’isola di San Giorgio: tremila statue vennero bruciate e tutta la struttura fu ridotta in cenere. Da quelle ceneri, per processo chimico, fu estratto l’oro. Lo scafo venne invece trasformato nel 1805 in nave cannoniera e infine definitivamente distrutto nel 1824. Del Bucintoro restano oggi due modelli: uno conservato al Museo storico navale, voluto dal marchese Amilcare Paolucci delle Roncole, vice ammiraglio della Marina austriaca, un altro conservato in una collezione privata.

IL MERCATO DELLA SENSA

Dal 1300 circa, in occasione della Sensa, venne istituito un mercato che via via acquisì sempre maggiore importanza. Il mercato della Sensa durava 15 giorni, si svolgeva in Piazza San Marco e vedeva esporre commercianti ma anche artisti. Grande era l’afflusso di stranieri che si recavano a Venezia per acquistare le merci che la città importava dall’Oriente: sete e drappi ma anche prodotti tipicamente veneziani, come oggetti in vetro e specchi. La fiera aveva un giro di affari talmente elevato che fu sospesa solo in pochissime occasioni: per l’elezione del doge Andrea Gritti nel 1523, oppure a causa delle pestilenze (nel 1498, nel 1530 e nel 1575). In Piazza San Marco le moltissime bancarelle erano dapprima collocate disordinatamente, ma col passare degli anni il mercato si strutturò con costruzioni lignee addossate l’una all’altra. Nel 1777 venne realizzata una struttura architettonica vera e propria, un apparato a pianta ellittica, interamente ligneo e dipinto, con statue a coronamento dei quattro ingressi che si aprivano verso la basilica, le Procuratorie Nuove, la chiesa di San Geminiano e le Procuratorie Vecchie, un apparato che costò 57.088 ducati, una cifra enorme in un momento difficile per l’economia veneziana. Nell’arco interno venivano ospitate 52 botteghe e in quello esterno altre 50, illuminate di notte per mezzo di 200 lampioni di cristallo alimentati ad olio. Anche questa preziosa costruzione subì la stessa sorte del Bucintoro e nel 1797 fu data alle fiamme.

“South is back”, firmata intesa su internazionalizzazione imprese

Il ministro per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna, e il Ministro degli Affari esteri e la Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio, hanno sottoscritto ieri mattina al Palazzo della Farnesina un protocollo d’intesa per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese del Mezzogiorno.

“South is back – ha commentato il ministro Carfagna – il Sud è tornato ed è pronto ad accogliere non solo chi vuole ammirarlo, visitarlo e amarlo, ma anche chi vuole investire nei nostri straordinari territori”.

L’iniziativa nasce dalla Cabina di regia per l’internazionalizzazione ed è finalizzata a consolidare la presenza delle imprese italiane sui mercati esteri e favorire il migliore utilizzo degli strumenti di sostegno pubblico all’internazionalizzazione.

In particolare, la collaborazione tra le due Amministrazione si rivolgerà prioritariamente, ma non esclusivamente, ai seguenti interventi:

    • promozione delle Zone Economiche Speciali (ZES), attraverso la rete diplomatico-consolare e la rete dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE), mediante lo studio e la realizzazione di materiale promozionale ed esplicativo sulle specifiche opportunità, destinato a imprese e investitori esteri, da presentare in particolare in occasione di eventi in sedi internazionali qualificate;
    • sistematizzazione delle iniziative a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese delle regioni meridionali, attraverso la definizione comune di specifiche progettualità che potranno trovare collocazione all’interno della programmazione 2021-2027 dei Fondi di coesione dell’Unione Europea;
    • sviluppo di strumenti dedicati di finanza agevolata, con la creazione di comparti dedicati al Sud nell’ambito del Fondo 394 di Simest (società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti che affianca le imprese nel loro sviluppo all’estero) e del Fondo di venture capital dedicato al Sud Italia, ai quali avvicinare meccanismi di garanzia pubblica sul portafoglio di investimenti partecipativi di Simest e il potenziamento di linee di provvista per il sistema bancario dedicate al sostegno dell’accesso al credito delle PMI esportatrici del Mezzogiorno;
    • realizzazione di campagne di comunicazione sulle opportunità di investimento nel Mezzogiorno, attraverso un’apposita guida;
    • individuazione di iniziative per il rafforzamento delle capacità delle PMI del Mezzogiorno in materia di digitalizzazione d’impresa.

Da domani stop alla quarantena per gli arrivi dai Paesi Ue

Stop alla quarantena per chi arriva in Italia dai Paesi europei. Lo prevede un’ordinanza firmata dal ministro Speranza in vigore da domenica 16 maggio. “Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato un’ordinanza che prevede l’ingresso dai Paesi dell’Unione Europea e dell’area Shengen, oltre che da Gran Bretagna e Israele, con tampone negativo, superando il vigente sistema di mini quarantena. Nella stessa ordinanza sono invece prorogate le misure restrittive relative al Brasile”, comunica il ministero.

Con un’altra ordinanza, in vigore sempre da domenica, si rafforzano i voli Covid tested, estendendone la sperimentazione agli aeroporti di Venezia e Napoli, oltre a Milano e Roma e ampliando i Paesi di provenienza a Canada, Giappone, Emirati Arabi Uniti, oltre agli Stati Uniti.

No a una giustizia vendicativa: la reazione della Dc nei giorni caldi del “Caso Carra”.

eri sul “Foglio” Enzo Carra ha rievocato con grande dignità e forza morale l’episodio della sua traduzione in Aula di tribunale – con gli schiavettoni, come si ricorderà –  in seguito al suo arresto a Milano il 4 marzo del 1993. Il pool di Mani Pulite esibiva in quella circostanza il volto più fosco di un’attività inquisitoria tesa a produrre, con grande risonanza mediatica, un vasto processo di moralizzazione del Paese. A varie interrogazioni parlamentari rispondeva il giorno dopo alla Camera dei Deputati il Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso; il quale, fin dalle prime battute del suo intervento, esprimeva “grande amarezza” per la modalità dell’operazione condotta ai danni dell’imputato (dopo molto tempo riconosciuto innocente). Nel dibattito prendeva la parola anche il capogruppo della Dc, Gerardo Bianco, il cui discorso, qui riportato nel testo del resoconto parlamentare del 5 marzo 1993, merita ancora oggi di essere letto con attenzione. 

 

Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, ella ha dato a tutti noi una lezione di profonda civiltà giuridica. Abbiamo sentito vibrare nelle sue parole quel concetto essenziale e profondo, che è appunto il rispetto della persona umana, come centro dell’organiz-zazione sociale e anche giuridica di un paese che voglia definirsi democratico. 

La ringraziamo per la prontezza con la quale ha ritenuto di dover rispondere alle nostre interrogazioni, per la puntigliosa e accurata ricostruzione, che è stata attraver-sata da considerazioni che rimarranno, signor ministro, nelle pagine degli atti di questo ramo del Parlamento. Non voglio sollevare polemiche, ma sento una profonda differenza tra il turbamento umano che ella ha posto nella ricostruzione della vicenda, in quel riferimento al momento, per dir così, della verità rappresentato dalla traduzione dell’imputato dalla cella di attesa fino all’aula, che ha ricostruito con toni così profondi, e l’indifferenza, che ra-senta quasi il cinismo, con la quale rispetto a questi episodi alcuni magistrati hanno risposto alle recriminazioni degli avvocati del dottor Enzo Carra, a quello che è stato detto e scritto nelle notizie di agenzia, se rispondono al vero. 

Vi è stata quasi una sottovalutazione del fatto, quasi fosse un episodio da confondere con altri. Si è risposto che se c’era un caso, ce ne erano altri cinquantadue, che si sollevava una terribile bagarre, che era assurdo fare una simile gazzarra per questo episodio. Quanta differenza fra la sua sensibilità, la sottolineatura che ci si trova di fronte ad un imputato, ad una persona umana nel momento più delicato, e l’idea invece di muoversi secondo logiche routinieres! 

Non ho molto da dire; la sua ricostruzione è attenta e precisa. Dobbiamo dare atto — lo voglio dire qui pubblicamente — dello scrupolo dell’Arma dei carabinieri, che non si è sottratta alle proprie responsabilità. Non vorrei però che qualcuno pagasse in ragione di una sorta di scaricabarile, per cui viene ritenuto responsabile chi lo è in quanto se ne sa assumere le responsabilità e viene invece sottratto alle stesse chi punta, attraverso forme di valutazione puramente formale delle cose, a tirarsi indietro. 

Io non sono un giurista, signor ministro, e quel che ho appreso l’ho appreso in queste aule; ma anche se la norma è confusa e ci sono elementi poco chiari, nel comma 5 di questo articolo 42 leggo che, in caso di traduzione individuale di detenuti o di internati, la valutazione della pericolosità del soggetto e del pericolo di fuga è compiuta, all’atto di disporre la traduzione, innanzitutto dall’autorità giudiziaria (Applausi del deputato Piro) e poi dalla direzione penitenziaria competente. 

Questo è quello che io, da modesto letterato, capisco: vi leggo una priorità delle competenze e quindi la necessità che l’autorità giudiziaria sia sempre attenta al singolo soggetto. Voglio anche chiederle, signor ministro, chi, in base al comma 4 dell’articolo 42, deve stabilire che nelle traduzioni siano adottate le opportune cautele per proteggere i soggetti tradotti dalla curiosità del pubblico e da ogni sorta di pubblicità, nonché per evitare ad essi inutili disagi. È competenza dell’Arma dei carabinieri o dell’autorità giudiziaria? Chi dispone dell’organizzazione del palazzo? 

Vi sono state troppe trascuratezze e disattenzioni da parte di chi, pur giustamente, intende perseguire un risanamento morale del nostro paese. E vi sono disattenzioni che entrano in contraddizione profonda con quello che riteniamo necessario ed urgente in questo paese, vale a dire il ripristino della legalità in tutti i sensi. Occorre ripristinare quello spirito di ricomposizione civile che ha ispirato il suo nobilissimo intervento, quel sentimento per il quale una società non è nemica a se stessa ed i suoi membri non sono l’un contro l’altro armato. 

Certo, vi è il lato severo della legge ma vi è anche la funzione, che potremmo definire di medicinale, di ricomposizione e di risanamento che la giustizia deve esercitare. Abbiamo sempre immaginato — con lei, signor Presidente e con lei, signor ministro, di cui abbiamo letto saggi ed articoli che hanno guidato anche le nostre scelte — una giustizia giusta, imparziale e rispettosa. Non posssiamo accettare il volto vendicativo della giustizia, ma solo consentire che queste iniziative vengano portate avanti con grande determinazione. Nelle sue prime dichiarazioni, signor ministro, lei ha posto il problema centrale della libertà dell’individuo, della terzietà e, sopratutto, ha posto il problema della carcerazione e della custodia cautelare. Noi le chiediamo di intervenire con urgenza su questi aspetti, perché anche un giorno di più trascorso in carcere, non legato ad effettive esigenze di giustizia, è un vulnus per la persona umana; ed una società che si rispetti guarda anche ai singoli cittadini. Questo è il nostro dovere: comporre un’organizzazione civile del paese nella quale il singolo cittadino, per certo aspetti, preceda la stessa società (Applausi dei deputati dei gruppi della DC del PSI e liberale).

Quell’arte di dire senza dire

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Leonardo Guzzo

L’affaire Moro si apre su un palcoscenico di pura letteratura. Sono tornate le lucciole, esulta l’autore, il dissacratore Leonardo Sciascia, in risposta al celebre monito pronunciato da un altro irregolare, Pier Paolo Pasolini, poco prima della sua tragica scomparsa. Scomparse, secondo Pasolini, erano anche le lucciole: travolte dalla svolta industriale e consumistica dell’Italia, da un cambiamento epocale avvenuto in pochi anni, dimentico della tradizione, assassino di una “purezza” che la politica per prima aveva abbandonato.

Sciascia scrive nell’estate del 1978, appena dopo la morte di Aldo Moro, e in quella morte trova uno spunto per riprendere il filo del passato e immaginare un futuro nuovo. Il caso Moro è un caso “letterario”: questa la tesi fondamentale dello scrittore siciliano.

Letterario a cominciare dalla trama, assolutamente verosimile ma troppo perfetta per essere reale: per non sembrare uscita dall’immaginazione — esercitata a tavolino — di uno o più “autori” che controllano lo svolgimento dei fatti. Gli stessi autori che hanno guidato l’opinione pubblica nell’interpretazione degli eventi e, attraverso questa, li hanno plasmati.

Un racconto delle Ficciones di Borges – Pierre Menard, autore del Chisciotte, è il paradigma interpretativo di tutta la vicenda. Non esiste un fatto in sé, come non esiste un’opera letteraria in sé: un fatto acquista un’essenza e un senso a seconda di quando accade e del contesto in cui accade.

A un caso letterario Sciascia risponde con un metodo d’investigazione letterario, preso a prestito dal primo detective libresco dell’epoca moderna, quel monsieur Dupin che attraverso la penna ispirata di Edgar Allan Poe poneva a precetto di ogni indagine la capacità di immedesimarsi. Immedesimarsi, per Sciascia, vuol dire restare fedeli alla realtà dei fatti e fedelmente interpretarla.

Immedesimarsi in Moro significa porre mente e cuore a comprendere chi era l’uomo, cosa voleva ottenere, in quali circostanze straordinarie si trovava e a chi si rivolgeva con la speranza di essere capito.

Il giallo di Moro è un giallo letterario perché si dipana attraverso lettere. Bollate dai protagonisti dell’indagine come frutto di delirio o estorsione, come “romanzi”, sono invece secondo Sciascia l’unico modo che Moro prigioniero ha di comunicare. Ne è consapevole: lo fa intendere lui stesso fin dalla prima lettera, quando dice di vivere le pene del suo stato con tutta «la sensibilità e la conoscenza» che gli derivano da una lunga esperienza. Di questa esperienza fa parte il linguaggio di Moro: un gergo cifrato, ora capzioso ora fumoso, che nel fumo dissolve ogni buona e cattiva intenzione. Sciascia lo paragona al latinorum di Renzo nei Promessi sposi ma vi ravvisa, paradossalmente, un formidabile codice per «dire senza dire» nei giorni della prigionia. A partire dal “romanzo” delle lettere lo scrittore svolge la sua indagine.

Che cosa vuole Moro? Essere liberato. Ha paura della morte? Non della morte fisica ma di quella intellettuale: paura di essere messo a tacere, di non poter ridire il suo viaggio all’inferno e rendere la sua ultima testimonianza di libertà. Detto con le parole di Pirandello, Moro prigioniero “si scioglie”: da “personaggio” diventa “uomo solo”, da “uomo solo” si fa “creatura”; entra tragicamente nella “vita”, la vita vera, e si salva. Di questo vorrebbe raccontare. Per questo tornare.

Come pensa di salvarsi? Liberato dalla polizia, inizialmente, e perciò prende tempo: si rifiuta di “collaborare” con i carcerieri, rallenta il “processo” a cui è sottoposto e scrive lettere in cui non manca di spargere indizi e suggerimenti. Al tempo stesso inizia a caldeggiare la “trattativa”: la considera una buona mossa tattica per tergiversare e poi, quando ogni tattica non ha più senso, una soluzione plausibile per salvargli la vita.

È un atto di pragmatismo politico: quando la necessità stravolge il diritto teorico, ha senso liberare una manciata di brigatisti (magari espellendoli dal territorio nazionale) in cambio di «una personalità che significa qualcosa per la vita dello Stato». Questa è per Moro la vera “ragion di Stato”.

Ma c’è di più. La trattativa risponde ai principi cristiani: far prevalere la vita, l’essere umano, in luogo di un’astratta idea dello Stato.

Uno Stato per di più finto e agitato come un feticcio, ringhia Sciascia. Nei suoi principi Moro resta fermo, mentre fuori imperversa il vero romanzo. Aldo Moro il politico, il filosofo, il temporeggiatore alla Kutuzov di Guerra e pace diventa nell’iconografia “lo statista”: il servitore fedele e la guida illuminata dello Stato. Questo Moro statista, si dice, capisce certamente che non si può trattare con le Brigate Rosse e le sue parole nelle lettere sono senz’altro frutto di plagio.

Ancora una “scrittura” decreta la morte civile di Moro: il 29 aprile una nota di governo, dai giornali attribuita ad Andreotti, ribadisce nello stesso linguaggio conciliante e sibillino del leader la “linea della fermezza”. Se lo spirito di Moro esiste anche senza Moro, allora davvero dello “statista” non c’è più bisogno.

E le Brigate Rosse? Apparentemente perseguono un disegno folle — completare la “rivoluzione” iniziata con la Resistenza — e invece finiscono per compattare i cocci dello Stato e favorire il compromesso storico tra Dc e Pci. Ma forse, novelli Amleto, i rapitori di Moro coltivano una lucida follia: vogliono “solo” spostare l’equilibrio delle forze tra democristiani e comunisti, facendo accettare ai primi la visione statolatrica dei secondi, o comunque agiscono per offrire al regime dei partiti un nuovo fondamento e un’estensione di vita.

Cambiare tutto per non cambiare niente, alla Tomasi di Lampedusa. A una prima analisi, che lo stesso Sciascia sembra avallare, Moro viene sacrificato perché è «il meno implicato di tutti». Come la prima vittima del generale rivoluzionario de L’aquila e il serpente di Martin Luis Guzman, è ucciso perché non ha oro da consegnare, per convincere chi l’oro ce l’ha davvero. E però, capitolo dopo capitolo, Sciascia riscrive la verità. Moro muore in quanto Moro, troppo imbarazzante e pericoloso per tutti: è la vittima di un gioco di potere, un rito che vede tutti i partecipanti più o meno esplicitamente d’accordo, una trama in cui nulla è casuale.

Nel suo affondo più duro Sciascia chiede di nuovo aiuto al Borges labirintico delle Ficciones. Dentro un racconto della raccolta il grande porteño esamina un giallo immaginario: c’è un assassinio iniziale, un’indagine, una soluzione apparente e poi un paragrafo finale e retrospettivo nel quale, da un’unica insinuazione, si capisce che la vera soluzione è quasi certamente un’altra. Anche al suo affaire Sciascia ritaglia un abito di dubbio, per così dire, “metodico”. È un altro caso in cui la letteratura reinterpreta la realtà, solo per chi non vuole credere che stavolta la smaschera.

Israele: Tacciano le armi

Sta capitando la cosa peggiore, e cioè la guerra nella regione che noi abbiamo sempre ritenuto la regione Santa. E il territorio con la più grande densità di tensioni sul piano religioso. Quindi, nella radice più profonda dei popoli.

La situazione è sempre stata complessa, difficile e quasi impossibile da risolversi. Dovremmo sempre ricordarci le guerre medioevali della cosiddetta liberazione di Gerusalemme.

Ora, dalla soluzione del secondo conflitto mondiale, l’occidente ha ritagliato un territorio chiamato Israele, tale da consentire agli ebrei che lo volessero, di ritornare nella terra d’origine. Ricordiamoci la Shoah e la tremenda vergogna dei totalitarismi che avevano, con la loro inaudita violenza, fatto subire agli ebrei dei vari Paesi del.nostro continente.

C’è anche, perché non si può assolutamente scordare, il diritto dei Palestinesi di vivere in quelle terre. Quindi, la tensione vissuta tra le due realtà, è sempre rimasta un problema enorme in quella regione; regione, ricordiamolo, delicatissima per le relazioni internazionali che lì si concentrano.

Oggi, purtroppo, siamo di fronte ad una escalation. Pericolosissimo momento, per mille ragioni di politica internazionale. Non si tratta solo dell’inaccettabile azione militare. Questo vale tanto per i Palestinesi, che sembrano essere stati i primi a dar fuoco alle polveri, che per gli Israeliani che, è universalmente risaputo essere l’esercito più attrezzato nel mondo.

Noi non possiamo che essere fortemente preoccupati. Non solo perché respingiamo qualsiasi azione violenta, di guerra, di lancio di bombe, di atrocità compiute anche sui bambini, ma sul pericolo che questo conflitto non sia pretesto per altre ritorsioni che coinvolgano altri Paesi medio orientali. Penso alla Siria, all’Iran, alla Turchia, all’Arabia Saudita, all’Egitto. Tutto questo, tra l’altro, fa scintillare pure interessi economici e militari dei Paese più potenti e in questo caso, non possiamo non citare gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.

La nostra riflessione deve pertanto far alzare la voce a tutta l’Europa perché cessi immediatamente il conflitto, riconsegnando agli anziani, ai giovani, alle donne e ai bambini una tranquillità che è stata ed è messa a dura prova in questi ultimi giorni.

Parteggiare per uno o per l’altro significa essere ciechi. Per. noi europei non solo non deve essere concesso, ma dobbiamo mettere in atto tutte le misure politiche internazionali perché si ristabilisca immediatamente la pace in medio oriente.

Famiglia, Acli: una proposta per migliorare l’Assegno Unico Universale Familiare verso una maggiore equità

L’Assegno Unico Universale per Figli rappresenta sicuramente un ottimo inizio per superare la logica dell’emergenza e della frammentarietà che spesso accompagna le politiche sulla famiglia.

Auspichiamo che al più presto venga approvato l’intero Family Act, per evolvere verso un sistema di misure incisive e organiche nel quadro di politiche familiari strutturali, in grado di ridurre l’incertezza nel futuro da parte di chi decide oggi di avere un figlio.

L’Assegno Unico Universale per Figli  riduce la straordinarietà e la temporaneità di tante norme e garantisce l’universalità a prescindere dal reddito e dal patrimonio della famiglia. L’allargamento della platea dei beneficiari  a categorie di lavoratori, come gli autonomi, che non avevano diritto a questa misura, è molto positivo. Il Governo ha ipotizzato di coprire tale allargamento  con un aumento di 6 miliardi di euro da aggiungere ai 14,2 miliardi di euro spesi complessivamente per le politiche familiari: questo comporterebbe però, secondo le prime stime (e con un AUUF pari a 250,00 euro al mese), che un milione e 350 mila famiglie  vedrebbero diminuire la quota di aiuti di cui beneficiano tra Assegni Familiari, detrazioni e bonus

Secondo le stime dell’associazione a rischiare di più sarebbero proprio le famiglie con reddito medio-basso e con figli piccoli. Per far fronte a questa problematica, una delegazione delle Acli, composta da Antonio Russo,  Vicepresidente nazionale Acli con delega al welfare e da Lidia Borzì, Responsabile della Famiglia Acli, hanno incontrato la Ministra per la Famiglia e le Pari opportunità, Elena Bonetti per discutere e presentare un documento con alcune proposte migliorative della norma, elaborate in collaborazione con il Caf, il Patronato e l’Osservatorio Giuridico delle Acli.

Le Acli chiedono di mantenere, almeno finché non si metta mano ad una riforma strutturale dell’Irpef, le detrazioni fiscali per i nuclei familiari, che oggi garantiscono una vera progressività dei benefici e che invece verrebbero cancellate con l’introduzione dell’AUUF.

L’interazione con l’attuale normativa collegata alle detrazioni Irpef e alle addizionali regionali è una criticità a cui le Acli chiedono di  prestare particolare attenzione. Oggi una famiglia con detrazioni IRPEF pari a 0 ha un annullamento anche delle addizionali regionali, peraltro con notevoli differenze tra esse. Nel caso in cui le detrazioni venissero superate dall’introduzione dell’AUFF, le famiglie si troverebbero a dover far fronte anche alle addizionali regionali con una diminuzione del netto percepito. Attualmente, inoltre,  le due principali fonti di spesa dello Stato per le famiglie (detrazioni e Assegni Familiari)  basano  entrambe la loro determinazione su di un unico componente: il reddito annuo della famiglia. Una famiglia con 20mila euro di reddito e 500 mila euro in banca ad oggi riceve più aiuti dallo Stato rispetto ad una famiglia con 30mila euro di reddito ma senza alcun deposito in banca, anzi, magari con un mutuo da pagare. Ecco perché l’ISEE dovrebbe essere il solo sistema “selettivo” della modalità di erogazione del nuovo AUUF, salvando sempre le detrazioni.

In sintesi la proposta è di procedere a una riforma graduale componendo l’Assegno Familiare da  tre parti: la prima sarebbe quella composta mantenendo le detrazioni per i figli a carico almeno fino al varo di una norma di riforma dell’Irpef e prevedendo anche un aumento del limite di reddito dei figli per essere considerati a carico innalzato a €4.200 anche per i figli di età superiore ai 24 anni; 2) la seconda sarebbe quella con un importo variabile in funzione dell’ISEE. La proposta delle Acli è quella di mantenere, all’interno della componente dell’ISEE che tiene conto del patrimonio (cioè dell’Indicatore Situazione Patrimoniale) una franchigia che permetterebbe di salvaguardare i piccoli risparmi. Le eventuali famiglie che potrebbero vedersi ridotto l’importo rispetto a quello attuale saranno solo quelle con un patrimonio superiore ad una certa quota; 3) la terza parte sarebbe quella universale e indipendente da tutti i fattori economici. La prima parte corrisponde ad una spesa totale di 7,8 miliardi di euro, la seconda parte corrisponde ad una spesa di 12 miliardi e la terza parte ad una spesa di 200 milioni: in questo modo il totale della spesa per le casse dello Stato corrisponde proprio ai 20 miliardi che sono stati previsti per l’Assegno Unico.

Il sistema garantirebbe maggiore equità mantenendo l’universalità, perché gli unici che ci perderebbero rispetto al sistema attuale potrebbero essere solo quelle famiglie a reddito basso ma ISEE alto per effetto della componente patrimoniale; avremmo comunque una universalità dell’assegno che verrebbe erogato a tutti i genitori con figli, indipendentemente dal reddito o dai patrimoni; faremmo salva quel minimo di progressività dell’Irpef sulle famiglie lasciata oggi proprio alle detrazioni per i figli a carico.

“La proposta delle ACLI è frutto dell’attività di ascolto del territorio resa possibile grazie alla rete di servizi, iniziative, circoli, associazioni specifiche, sportelli di Patronato e Caf che ci hanno portato ad incontrare in un anno oltre 4 milioni di famiglie – dichiarano le Acli in una nota – Un vero e proprio osservatorio di prossimità che ci racconta di una grande aspettativa riservata delle persone in merito all’attuazione di questa riforma, soprattutto tra le fasce più fragili della popolazione, tra cui le famiglie con figli, che sono quelle maggiormente colpite dagli effetti sociali ed economici della pandemia.

 

Mobility manager, come migliorare gli spostamenti casa/lavoro

Il Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, di concerto con il Ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini, ha firmato il decreto che delinea le funzioni del ‘mobility manager’. Una misura che si pone la finalità di ridurre l’impatto ambientale derivante dal traffico veicolare privato nelle aree urbane e metropolitane negli spostamenti sistematici casa-lavoro. A tal fine, il decreto stabilisce che il “mobility manager aziendale” è una figura specializzata nel governo della domanda di mobilità e nella promozione della mobilità sostenibile nell’ambito degli spostamenti casa-lavoro del personale dipendente. Il “mobility manager d’area” si occupa del supporto al Comune territorialmente competente, presso il quale è nominato, nella definizione e implementazione di politiche di mobilità sostenibile, nonché nello svolgimento di attività di raccordo tra i mobility manager aziendali.

Il decreto identifica, inoltre, il piano degli spostamenti casa-lavoro (PSCL), che costituiscono lo strumento di pianificazione degli spostamenti sistematici casa-lavoro del personale dipendente. In particolare, le imprese e le pubbliche amministrazioni con singole unità locali con più di 100 dipendenti situate in un capoluogo di Regione, in una Città metropolitana, in un capoluogo di Provincia o in un Comune con popolazione superiore a 50.000 abitanti sono tenute ad adottare, entro il 31 dicembre di ogni anno, un PSCL del proprio personale dipendente. Anche quelle che non rientrano in questi parametri, possono comunque procedere facoltativamente all’adozione del PSCL del proprio personale dipendente.

Proprio ai fini dell’adozione del PSCL, le imprese e le pubbliche amministrazioni nominano il mobility manager aziendale, con funzioni di supporto professionale continuativo alle attività di decisione, pianificazione, programmazione, gestione e promozione di soluzioni ottimali di mobilità sostenibile. Il mobility manager aziendale e il mobility manager d’area sono nominati tra soggetti in possesso di un’elevata e riconosciuta competenza professionale e/o comprovata esperienza nel settore della mobilità sostenibile, dei trasporti o della tutela dell’ambiente.

Nell’ambito dei programmi di finanziamento per la realizzazione d’interventi di mobilità sostenibile promossi dal Ministero della transizione ecologica, dal Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili o congiuntamente dagli stessi Ministeri, può essere assegnata una premialità ai Comuni che presentino un progetto derivante dall’integrazione e dal coordinamento di più PSCL relativi al proprio territorio, adottati e aggiornati ai sensi del decreto. Le amministrazioni pubbliche provvedono all’attuazione del decreto con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente sui propri bilanci, e comunque senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

La crisi Covid e le partite IVA

Nel primo trimestre del 2021 sono state aperte 186.019 nuove partite Iva, in aumento rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente (+15,3%). Il confronto mese su mese mostra che l’aumento è concentrato nel mese di marzo 2021 (+105,7%), poiché il mese di marzo 2020 era stato caratterizzato dall’inizio della crisi Covid.

La distribuzione per natura giuridica mostra che il 72,6% delle nuove aperture di partita Iva è stato operato da persone fisiche, il 18,9% da società di capitali, il 3,4% da società di persone; la quota dei “non residenti” e “altre forme giuridiche” è pari al 5,1% del totale delle nuove aperture. In particolare, gli avviamenti operati da soggetti non residenti sono oltre il triplo dello scorso anno, fenomeno legato alla costante espansione dei servizi di e-commerce. Rispetto al primo trimestre del 2020, tutte le forme giuridiche evidenziano aumenti di avviamenti, ad iniziare dalle Società di Capitali (+18,5%).

Riguardo alla ripartizione territoriale, il 46,7% delle nuove aperture è localizzato al Nord, il 20,8% al Centro e il 31,9% al Sud e Isole. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente evidenzia incrementi in quasi tutte le regioni: i principali riguardano Veneto (+39,5%), Friuli (32,8%) e Lombardia (+21,3%), le regioni che avevano subito per prime le restrizioni della crisi Covid nel 2020. Solamente la Val d’Aosta (-5,6%) e la provincia di Bolzano (-0,4%) accusano cali di aperture.

In base alla classificazione per settore produttivo, le attività professionali registrano il maggior numero di avviamenti di partite Iva con il 20,8% del totale, seguite dal commercio (20,1%) e dalle costruzioni (9,8%). Rispetto al primo trimestre del 2020, si registra un incremento generalizzato di quasi tutti i settori, in particolare con riferimento alle attività finanziarie, (+35,2%) e al commercio (+34,1%). Nel contesto della crisi pandemica, continua l’andamento negativo per i settori relativi ad alloggio e ristorazione (-25,3%), per l’istruzione (-9,6%), gli altri servizi (-8,1%) e per le attività sportive e di intrattenimento (-4,7%).

Relativamente alle persone fisiche, la ripartizione di genere mostra una sostanziale stabilità: (maschi al 61,3%). Il 50,2% delle nuove aperture è stato avviato da giovani fino a 35 anni ed il 30% da soggetti appartenenti alla fascia dai 36 ai 50 anni. Rispetto al corrispondente periodo del precedente anno, tutte le classi di età registrano degli incrementi, in particolare la classe più giovane evidenzia un aumento del 16,2%. Analizzando il Paese di nascita degli avvianti, si evidenzia che il 14,8% delle aperture è operato da un soggetto nato all’estero, dato lievemente più basso rispetto agli ultimi trimestri.

Nel periodo in esame 91.786 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari al 49,3% del totale delle nuove aperture, con un incremento del 10,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Nel particolare contesto di crisi pandemica attuale, si ritiene opportuno fare un cenno anche ai dati delle chiusure di partita Iva avvenute nel corso del 2020, da considerarsi ora pressoché definitivi. Nel periodo gennaio-dicembre 2020 risultano 333.495 chiusure, rispetto alle 429.478 riscontrate nel corso del 2019. Pertanto, il dato del 2020, contrariamente all’atteso incremento delle chiusure per effetto della crisi economica generata dalla situazione sanitaria, mostra invece il 22% di chiusure in meno rispetto al 2019. Tali dati sembrano mostrare che le misure di sostegno alle Partite Iva messe in campo nel corso del 2020 abbiano avuto l’effetto di limitare le cessazioni di attività.

AIFA: 56.110 reazioni avverse vaccini su oltre 18 milioni di dosi

Tra il 27 dicembre 2020 e il 26 aprile 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso sono pervenute 56.110 segnalazioni su un totale di 18.148.394 dosi somministrate (con un tasso di segnalazione di 309 ogni 100.000 dosi), di cui il 91% sono riferite a eventi non gravi, che si risolvono completamente, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari. Le segnalazioni gravi invece corrispondono all’8,6% del totale, con un tasso 27 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal tipo di vaccino, dalla dose (prima o seconda) e dal possibile ruolo causale della vaccinazione. E’ quanto emerge dal quarto Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco, relativo alle segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza. Come riportato nei precedenti rapporti – riferisce l’Aifa – gli eventi segnalati insorgono prevalentemente lo stesso giorno della vaccinazione o il giorno successivo (85% dei casi). La maggior parte delle segnalazioni sono relative al vaccino Comirnaty* (75%) di Pfizer/BioNTech, finora il più utilizzato nella campagna vaccinale (70,9% delle dosi somministrate), e solo in minor misura al vaccino Vaxzevria* di AstraZeneca (22%) e al vaccino Moderna (3%), mentre non sono presenti, nel periodo considerato, segnalazioni relative a Covid-19 Vaccino Janssen, J&J (0,1% delle dosi somministrate).

“L’approfondimento a livello nazionale di queste segnalazioni – ricorda l’Aifa – è condotto con il supporto di un ‘Gruppo di lavoro per la valutazione dei rischi trombotici da vaccini anti-Covid-19’, costituito da alcuni dei massimi esperti nazionali di trombosi ed emostasi”.