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Herpes zoster

L’herpes zoster, comunemente chiamato fuoco di Sant’Antonio, è una malattia virale a carico della cute e delle terminazioni nervose, causata dal virus della varicella infantile.

L’herpes zoster non è la stessa malattia dell’herpes simplex, nonostante la somiglianza del nome. Il suo nome deriva da due parole greche, “serpente” e “cintura”, che descrivono in modo molto appropriato una malattia dolorosa, come un serpente di fuoco che si annida all’interno del corpo e che a volte ha strascichi lunghi e invalidanti. La malattia è caratterizzata da un’eruzione cutanea dolorosa con presenza di vescicole, solitamente limitata a un lato del corpo, spesso in una striscia.

In tutto il mondo il tasso di incidenza annuale di herpes zoster varia da 1,2 a 3,4 casi ogni 1.000 individui sani, aumentando a 3,9-11,8 all’anno per 1.000 persone tra gli individui con più di 65 anni.

Una larga parte di persone sviluppa l’herpes zoster almeno una volta nella vita, anche se di solito un’unica volta. In uno studio statunitense del 1960, il 50% degli individui che vivono fino a 85 anni ha avuto almeno un attacco, mentre l’1% ha avuto almeno due attacchi.

Il trattamento tramite farmaci antivirali può ridurre la gravità e la durata dell’herpes zoster.

 

Luca Ricolfi: “La società signorile di massa”.

Prof. Ricolfi, in questi anni sono circolate molte definizioni di modelli di società: aperta, trasparente, scientifica, liquida, rancorosa, insoddisfatta, dei penultimi….

Definizioni basate per lo più su congetture ermeneutico-interpretative ad effetto. Nel Suo recente libro “La società signorile di massa” Lei descrive un tipo di società che si è andata configurando in Italia a partire dagli anni 60 e lo fa – da studioso di analisi dei dati – in modo direi fotografico e terzo, senza pregiudiziali ideologiche. Vuole riassumere il significato che attribuisce a questa originale deduzione sociologica? E perché questo tipo di società è un fenomeno direi esclusivamente italiano?

Veramente non c’è un significato che io attribuisco alla mia definizione, perché io uso le categorie sociologiche, ad esempio l’aggettivo “signorile”, in modo analitico-descrittivo, non etico-valutativo. Semplicemente, io ho ritenuto che il modo più conciso di descriverci sia quello di sottolineare che una condizione tipicamente considerata di élite, è divenuta di massa. Gli elementi essenziali della condizione signorile sono, fin dall’epoca feudale, la stagnazione dell’economia e l’accesso al surplus da parte di chi non lo produce. La novità è che anziché avere un’élite di signori (dell’ordine del 5% della popolazione), ora i signori sono più del 50%, circa 2 italiani su 3.

Quanto all’unicità del caso italiano io mi limito a constatarla, e a descrivere come ci siamo arrivati negli ultimi 75 anni. Spiegarla è un compito eccessivo per le mie forze, che lascio volentieri agli storici. 

La Sua analisi, ricca di dati statistici che la suffragano, evidenzia tre pilastri ‘connotativi’ che spiegano come è andata configurandosi una società signorile di massa in Italia: il risparmio e la ricchezza accumulata dai padri, la decadenza fino alla sua distruzione del sistema scolastico, l’affermarsi di una struttura di stampo para-schiavistico. In che misura questi tre fattori convergono e contribuiscono a strutturare una società signorile di massa?

Impossibile quantificare il contributo dei tre fattori, posso solo dire che tutti e tre sono necessari. Senza ricchezza accumulata e distruzione della scuola non vi sarebbe disoccupazione volontaria, senza la presenza di una infrastruttura para-schiavistica non avrei parlato di società signorile, e mi sarei limitato a riprendere o miscelare le definizioni classiche, tipo società dei consumi, società opulenta, società della comunicazione, eccetera.

Emergono – ad una lettura attenta delle derive che le hanno via via prodotte – tre condizioni compresenti nel tessuto sociale: il numero dei cittadini che non lavorano ha superato ampiamente quello dei cittadini che lavorano, l’accesso ai consumi opulenti si è generalizzato raggiungendo larga parte della popolazione, la stagnazione economica è causa-effetto del declino della produzione. Ma se l’ascensore sociale è fermo al piano terra come può verificarsi il fenomeno massivo dell’accesso generalizzato ed esteso ai beni di consumo?

E’ semplice: l’ascensore ha funzionato in passato (fino al 2007), spostando una parte considerevole della popolazione ai piani alti e medi. Ora l’ascensore fa qualche corsa all’insù e qualche corsa all’ingiù, ma i due tipi di corse si elidono: per ogni 1000 individui che salgono, ce ne sono più o meno altrettanti che scendono.  

Ecco perché parlo di “gioco a somma zero”: se il Pil non cresce l’ampiezza della torta resta costante, e il successo di ego diventa inseparabile dall’insuccesso di alter.

Già alcuni anni fa il Censis riferiva di una sorta di “sontuosità iperacquisitiva”, intesa come tendenza a vivere al di sopra delle possibilità generate dall’economia, dal lavoro e dalla produzione. La domanda che ci si pone è : “quanto potrà durare”? E sarà un fenomeno tipicamente italiano o l’incipit di una condizione emergente nelle società dell’occidente?

L’allarme sullo squilibrio fra produzione e consumo risale alla metà degli anni ’70, quando venne denunciato e descritto dall’economista Giorgio Fuà. 

Quanto potrà durare? Nessuno lo sa, se dovessi scommettere direi che, anche in assenza di crisi finanziarie, l’Italia non potrà andare avanti così per più di 10 anni.

Quanto agli altri paesi sviluppati, penso che – prima del 2050 – solo alcuni diventeranno società signorili di massa. Sulla base delle mie analisi vedo in pole position alcuni paesi a matrice cattolica o ortodossa: Belgio, Francia, Spagna, Grecia (se il suo Pil crescerà per almeno un decennio).  Quanto a Israele e ai paesi di matrice protestante tendo a pensare che la cultura del lavoro vi sopravviverà ancora abbastanza a lungo.

Trovo particolarmente significativo – oltre le chiavi di lettura prevalentemente socio-economiche che si usano per comprendere il senso della Sua intuizione sulla descrizione del presente, il riferimento alla decadenza e al declino del sistema scolastico. In una ricerca del 2011 il linguista e Ministro dell’istruzione Prof. Tullio De Mauro , ora scomparso, riferiva che il 70% degli italiani non è in grado di comprendere un testo di media difficoltà. Descrizione suffragata da un recente Rapporto dell’OCSE sulle competenze linguistiche al termine del ciclo di studi. Ma anche dai test Invalsi. Prof. Ricolfi, cosa abbiamo perduto nella nostra scuola, strada facendo? Dobbiamo attribuire ad una carenza di possesso degli apprendimenti basici – sostituiti dai cosiddetti “nuovi saperi”, al declino del prestigio della funzione docente, alle teorie della facilitazione pedagogica questa deriva involutiva?

De Mauro è stato una figura tragica: fu fra i primi a denunciare il basso livello di istruzione degli italiani, ma ha contribuito non poco – con le sue scelte politiche e pedagogiche – a perpetuare ed aggravare il trend che denunciava.

La sostituzione dei saperi tradizionali o “basici” con i nuovi saperi, leggeri e relazionali, non è la causa primaria del declino della scuola. La vera causa è la scelta di promuovere quasi tutti, i nuovi saperi sono solo lo strumento che ha permesso di rendere più indolore l’abbassamento dell’asticella. Se devo promuoverti e sei una capra di matematica, niente di più comodo che valorizzare le tue capacità relazionali, o il tuo talento musicale, o la tua attitudine a lavorare in gruppo.

Questo approccio, comunque, non è una peculiarità italiana, ma deriva dalla “teoria delle intelligenze multiple” di Howard Gardner, uno psicologo americano che ha messo a punto le basi teoriche del progetto di distruggere la scuola come luogo di cultura.

In tema di alfabetizzazione culturale occorre tenere presente l’incidenza delle nuove tecnologie e della tendenza alla digitalizzazione culturale. In Finlandia la letto-scrittura si apprende con i tablet, abolendo l’uso del corsivo: se questa tendenza dovesse diffondersi rischiamo di produrre una generazione di nativi digitali privi di memoria storica, deprivati dello studio dei classici, proiettati in una realtà dove il virtuale sostituirà la cultura finora consolidata e trasmessa?

In realtà lo stiamo già facendo, con l’importante differenza che l’Italia – da questo punto di vista – è meno avanzata degli altri paesi. E’ paradossale: la scuola italiana resta una delle migliori del mondo proprio perché non si è ancora modernizzata abbastanza. Questo è un punto cruciale della mia ricostruzione: il problema della scuola italiana non è la qualità dell’insegnamento impartito (che è peggiorata, ma resta migliore che altrove), ma la sua disponibilità a rilasciare titoli di studio sostanzialmente falsi, perché ad essi non corrispondono le conoscenze e le competenze che  certificano.   

Sì, il piatto pende nettamente dal lato exit. I nostri giovani emigrano per due ragioni: perché esiste un’élite autoselezionata che può permetterselo (anche in quanto ha studiato), e perché le prospettive di reddito e di carriera in Italia sono scoraggianti.

La bulimia legislativa –che connota l’Italia come Paese ad altissima produzione di leggi e norme– e il decentramento autarchico hanno incrementato le politiche di welfare sociale e prodotto una sorta di radicamento dei diritti soggettivi al sostentamento pubblico: l’Italia sta diventando il Paese dei bonus senza controllo? Dell’ ‘una tantum’ che diventa ‘una semper’? Come può la politica occuparsi prevalentemente di deroghe e concessioni senza mai introdurre filtri di controllo della spesa pubblica? Anche questo mi pare un fenomeno correlato al radicamento di una società signorile di massa. Il tema del controllo – interno, esterno, sociale – mi sembra eluso. Sbaglio?

Ha perfettamente ragione, ma qui la responsabilità principale è della politica. Se concedi dei diritti, e poi vai a controllare che non siano goduti abusivamente (false pensioni di invalidità, falsi poveri, falsi studenti bisognosi, eccetera), l’area del consenso si restringe inesorabilmente. Quindi meglio controllare poco e, soprattutto, non sanzionare.

In un saggio pubblicato sulla “Rivista delle Politiche sociali’, G. Sgritta e M.Raitano della Sapienza, pongono il  tema della sostenibilità generazionale che residua alla lunga stagione della “euforia previdenziale” la quale confidava  sulla fiducia che “il sistema” dei benefici e del welfare si sarebbe perpetuato ai nuovi ingressi nel mondo del lavoro.Quanto invece  il “Paese delle culle vuote” e invecchiato descritto in un recente Rapporto ISTAT può abbreviare i tempi di un inevitabile “redde rationem”?

E’ paradossale, ma a pagare il prezzo della lunga stagione dell’irresponsabilità previdenziale passata e presente non sarà la generazione dei baby boomers (la generazione del ‘68), ma saranno le nuove generazioni e le generazioni future. Tutti i privilegi che, durante l’era Conte, si stanno concedendo ai pensionati, diventeranno lacrime e sangue fra 20-30 anni, quando gli adulti di oggi dovranno spartirsi la magra torta dei pochi contributi generati dal manipolo sempre più ristretto dei lavoratori occupati (in un sistema previdenziale “a ripartizione”, qual è quello italiano, l’ammontare delle pensioni non dipende da quanto ciascuno ha versato all’Inps, ma da quanti contributi verseranno gli occupati futuri).

Chi legge il Suo straordinario volume coglie un certo pessimismo di fondo, a conclusione della Sua analisi. Ci salveremo? I corsi e ricorsi storici ci dimostrano che questo auspicio potrà statisticamente realizzarsi. Occorre tuttavia realisticamente fare i conti sui modi e i tempi di questa sopravvivenza del sistema. Sarà così o si prevedono fattori di accelerazione verso un inevitabile declino?

Il non far nulla è già, di per sé, un fattore di accelerazione. Il mio pessimismo non è aprioristico, ma si basa sull’osservazione del passato: a metà anni ’90 esisteva una diagnosi sostanzialmente condivisa sui mali e sulle esigenze dell’Italia, ma quasi nulla si è voluto fare da allora per affrontarli. Perché le classi dirigenti, che non sono state lungimiranti quando si poteva ancora agire, dovrebbero diventare improvvisamente illuminate oggi?

Base riformista a Roma

Anticipiamo uno stralcio – quello incentrato proprio su Roma – dell’intervento che svolgerà Giuseppe Fioroni al convegno di Base Riformista (Pd) in programma oggi pomeriggio al cinema Broadway, nel quartiere di Centocelle.

Credo che le celebrazioni sui 150 anni di Roma Capitale appartengano all’orizzonte di tutta intera la comunità nazionale.

Tutti ci sentiamo un po’ romani dinanzi alla grandezza di un evento che ha cambiato la storia dell’Italia moderna e contemporanea.

Chi vide la ‘novità’ e la inquadrò con acume fu, come sappiamo anche per la menzione fatta il 3 febbraio al Teatro dell’Opera da Papa Francesco, l’allora Cardinale Montini in Campidoglio (ottobre 1962). 

Ecco le sue parole: “Parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu. Ma la Provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti”.

Ora, se noi proviamo a interrogarci sul presente e sul futuro della nostra Capitale, sentiamo immediatamente il dovere di accantonare i luoghi comuni.

C’è bisogno di riannodare i fili di un grande dibattito su Roma. Il suo avvenire è l’avvenire dell’Italia. Ne siamo consapevoli e ne vogliamo trarre le conseguenze. Da qui a un anno le elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale e l’investitura del nuovo sindaco costituiranno una pagina decisiva della politica nazionale.

Tocchiamo con mano, in questa fase, la scarsa incidenza della battaglia politica del nostro partito. Chiusi nella logica dell’opposizione, quando poi condividiamo con il M5S le responsabilità di governo a livello nazionale, rischiamo di unire alla denuncia dell’insufficienza della Raggi il logoramento della linea di opposizione a tutti i costi.

Penso che se non affrontiamo insieme, nella distinzione dei ruoli, le molte emergenze della capitale (viabilità e traffico, rifiuti e decoro urbano, questione abitativa, servizi pubblici e sociali) non offriremo un’alternativa convincente.

Dentro questo scenario, con la premura di essere noi (i  Democratici) i primi a credere nella forza del dialogo, conta lo sforzo di un amalgama nuovo tra le forze di rinnovamento – tra queste metterei le forze espressive, a vario titolo e sotto forme diverse, del cattolicesimo sociale e democratico.

Il partito è fermo, ruota attorno a pensieri di presunte élite, a logiche di potere senza respiro. Non ho da dare consigli, e neppure da pronunciare sentenze, ma quando si registra che il candidato sindaco da noi espresso quattro anni fa ora è fuori dal Pd – dal partito che lo ha visto lungamente impegnato come deputato della città – sarebbe giusto interrogarsi anche sulle nostre responsabilità.

Un partito chiuso determina prima o poi reazioni negative, con clamorosi atti di lacerazione; reazioni che possono suscitare disagio e finanche censure, senza mezzi termini; ma reazioni che, per essere fondate sulla verità, debbono far leva sulla capacità di sentirsi coinvolti in un esame di coscienza collettivo.

Per questo vogliamo un congresso romano all’insegna della ricerca di un nuovo modello di partito. Ma soprattutto di una nuova politica, punto di mobilitazione e di sintesi delle spinte riformatrici, elemento di coagulo di progetti indirizzati al bene della comunità cittadina romana.

La produzione del silenzio potrebbe essere miracolosa

Molti si lamentano perché oggi i politici sono piuttosto fermi. E io, paradossalmente, sostengo che questo non sia sempre e assolutamente un guaio. Se la macchina parlamentare trovasse di tanto in tanto, come sta accadendo, qualche “attimo” di riposo, potremmo persino tirare un respiro di sollievo.

Mi spiego: non è forse vero che il lamento più frequente sia quello di avere una infinità di leggi? Che si costruiscono su leggi precedenti, che emendano leggi vigenti, che rimandano a leggi passate, in un tourbillon che fa impazzire di solito, l’interprete delle stesse? Anzi, rincaro la dose, secondo alcuni cultori della materia, si dovrebbe delegiferare. Cioè, depennare, cancellare, annullare, bruciare! A far questo bisogna essere molto abili. Perché non si annichilisce qualcosa, senza sapere che cosa questo produca. Perché, in fondo, togliere è un esercizio particolarmente delicato.

Ecco, se ci si lamentasse perché viene meno quest’ultima possibilità, allora anche io mi propongo come quelli che si lamentano perché il Parlamento lavora poco. A lavorar male, c’è sempre una grande disponibilità di esperti. Il Parlamento, pertanto, se prende qualche vacanza di troppo, quel “male” non verrebbe per nuocere, perché le ultime produzioni testimoniano un’incredibile abilità di muoversi in quel ramo.

Mi si dirà che c’è anche il Governo. Vero. Ma questi, come per solito fanno tutti i Ministeri, hanno dalla loro i Ministeri, Ministeri che in Italia sono ben equipaggiati. Fatta la legge, non si tratta che trovare vie di attuazione. E ogni Governo, tranne qualche sfaccendato che si è sempre trovato in quelle vesti, lavora secondo i ritmi cadenzati dalla macchina burocratica.

Vi faccio solo un esempio. Pensate forse che un Ministro dell’industria o un Ministro del commercio sia esperto in tali materie? Nessuno! Sono politici. Hanno a che fare con le volontà, non con le strette competenze. Ed è per questo che, solo in rari casi, le macchine operative, le burocrazie di Stato, se ne stanno con le braccia conserte. Non potrebbe essere. Ogni macchina Statale ha un suo ritmo, che mantiene le sue frequenze, anche al cambiar del politico di turno.

Questo pezzo lo scrivo per non scimmiottare cose che per solito si dicono. Cioè, “non fanno nulla, “lasciano le cose come stanno”, “sono dei fannulloni”. Non è così.

Possiamo solo dire che le politiche si possono dimostrare pasticciate, che gli orientamenti sembrano votati ai deragliamenti, ma dire che non fanno nulla, non corrisponde al dato oggettivo.

Potrei finire così. Ponderiamo con molta attenzione i giudizi frettolosi. È nostro compito riflettere. In certe circostanze, se lo stupido dorme, almeno per quel tempo, non vende la sua … qualità.

Air Italy in liquidazione

Licenziamento collettivo per tutti i 1.450 dipendenti Air Italy: lo hanno annunciato i commissari liquidatori della compagnia ai dirigerenti riuniti in conference call a Olbia e Malpensa. Nelle prossime settimane si liquida tutto e già dai prossimi giorni partiranno le lettere di licenziamento.

I liquidatori hanno illustrato ai dipendenti la possibile evoluzione della procedura di liquidazione, confermando l’intenzione di adottare tutte le misure possibili di sostegno al reddito, compatibili a norma di legge con la procedura di liquidazione stessa.

I rappresentanti dei lavoratori di Air Italy dopo l’incontro con il liquidatore Maurizio Lagro hanno dovuto anche incassare la ferale notizia che la procedura di liquidazione di una compagnia prevede soltanto l’erogazione della Naspi, che per legge copre fino a due anni di stipendio. Non sarebbe possibile alcun ricorso alla cassa integrazione.

È morta la prima persona in Europa a causa del nuovo coronavirus

Un paziente con il coronavirus è morto in Francia, è un turista cinese di 80 anni.

Il turista era ricoverato all’ospedale Bichat di Parigi e negli ultimi giorni le sue condizioni erano molto peggiorate. Era uno degli 11 casi di nuovo coronavirus confermati fino ad ora in Francia: sei persone sono ancora ricoverate, quattro sono state dimesse dopo essere guarite.

Intanto in Cina, la provincia dell’Hubei — epicentro dell’epidemia — è isolata da tre settimane. Ma anche Pechino sta ora adottando misure drastiche.

Le contraddizioni della linea Zamagni

Spero sia lecito dissentire in spirito di amicizia con Stefano Zamagni. La sua ultima uscita appare uno sconfinamento nell’improvvisazione. Ne va del prestigio che tutti gli riconoscono.

Il 30 novembre scorso, all’assemblea dei gruppi d’ispirazione cristiana, fu lui ad asserire che il “partito cattolico” non era un obiettivo. Anzi, fece presente che del partito, cattolico o non cattolico, per ora non bisognava parlare.

In quella circostanza avemmo un rapido scambio di battute. Il tema era quello delle elezioni regionali, con l’occhio rivolto, in particolare, all’Emilia Romagna. Fui sorpreso di vederlo titubante.

Sono convinto, per la stima che ripongo nell’intellettuale di rango, che il suo voto sia andato a Stefano Bonaccini. Ciò non toglie che Politica Insieme, la sua associazione, in campagna elettorale non ha preso posizione.

Se non sono male informato, nemmeno Zamagni ha fatto campagna elettorale, salvo lodare il movimento delle Sardine. Di fatto, però, alle Sardine si deve l’impeto di una rimobilitazione trasversale della pubblica opinione, contro Salvini e quindi a favore di Bonaccini.

Ora, in una intervista resa ieri al “Resto del Carlino”, inopinatamente Zamagni lamenta l’incomprensione di Bonaccini verso il contributo dato dai cattolici in campagna elettorale. Il punctum dolens sarebbe da rintracciare nella mancata nomina in giunta regionale di esponenti vicini alla linea Zamagni.

La recriminazione è di per sé poco leggibile, dal momento che l’approccio politico alla vicenda regionale è stato tutto, per l’appunto, meno che leggibile.

Ma non basta. Zamagni fa derivare da questo sgarbo di Bonaccini la necessità di organizzare in prospettiva un quadro alternativo, immaginando la presentazione nel 2021 di un candidato (cattolico?) a sindaco di Bologna.

Naturalmente la proposta allude a qualcosa di più ampio, e cioè alla discesa in campo di un nuovo soggetto politico, indipendente dagli schieramenti di destra e di sinistra, in grado di porsi autorevolmente al centro della futura competizione elettorale.

L’oscillazione di Zamagni non soddisfa: nella sua condotta  si affastellano gesti che sembrano dipendere dagli stati d’animo. Forse si tratta di una difficoltà strutturale che soverchia l’impegno di una personalità ben visibile, elevata da Papa Francesco a Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Questa responsabilità, gravata di forte carica simbolica, lo porta a confondere i piani a detrimento dell’autonomia e laicità della politica.

Sturzo, quando fondò il partito, si dimise immediatamente da Segretario generale dell‘Unione Popolare (organizzazione di laici, ma sotto il controllo della Santa Sede). Evidentemente Sturzo sapeva quanto fosse necessario distinguere il partito dalla Chiesa. La  politica aconfessionale dei Popolari perdeva, grazie a lui, qualsiasi retaggio integralista e clericale.

Di questa lezione dobbiamo fare nuova esperienza oggi, per evitare che il discorso sul “centro da ricostruire” s’impantani nelle rivendicazioni di micro potere municipale, da un lato, e arditezze pasticciate in tema di partito a ritrovata base cristiana.

Per ultimo, di fronte alla necessità di restituire il giusto decoro all’azione politica, grava sulle spalle di noi tutti il dovere di comprendere che le alleanze sono parte essenziale di una strategia di partito. Vogliamo costruire un centro amorfo, buono a vivere di astuzie, o dobbiamo aggiornare l’insegnamento di De Gasperi sul “centro che muove verso sinistra”?

Alcuni nodi teorici a forte impatto politico non si sciolgono con i Manifesti a struttura  palindroma, con l’indifferenza che sconfina nell’ambiguità a causa di una lettura equivalente, se così possiamo dire, da sinistra verso destra e da destra verso sinistra.

Numerologia

Carissimi, ha ragione il nostro amico Nino Labate a deprecare le numerologia sanremese. 

Bravo Nino! 

Sì, è vero, il 20 per cento degli italiani ha visto il Festival della canzone italiana facendo gongolare di gioia la dirigenza della Rai. Ma l’altro 80 per cento di connazionali? Gente apota, non l’ha bevuta: s’è messa a fare altro anziché fare la ola davanti ad Amadeus.

Certo, questa leziosa capacità di rovesciamento dei numeri gioca pure qualche brutto scherzo. Mi corre l’obbligo, dinanzi ai miei confratelli, di riferire il cruccio di Mario Adinolfi, l’inventore del Popolo della famiglia. 

Colpa mia! Mi sono lasciato andare e ho fatto un ragionamento labatiano. “Caro Mario, gli ho detto l’altro giorno, ti presenti ancora candidato e sfidi quella brava persona di Gualtieri. Uno del Pd che non vende sogni ma solide realtà (parola di Carlino). Ma perché lo fai?”.

Risposta ardimentosa: “Per animare una speranza”.

Ecco, è sempre tempo di testimonianza e al suo cospetto, da chierico, m’inchino. Non c’è dubbio che in politica serve oggi come il pane un ingaggio per testimonianza.

Qui però mi sono perso. Ho compulsato le tabelline elettorali e sciaguratamente ho inflitto un’ingiusta punizione al mio amico ardimentoso.

“Grosso modo, caro Mario, il 99,8 per cento degli elettori non è d’accordo con te”.

M’è sfuggito, davvero, e c’è rimasto male. Il suo cruccio mi addolora, come pure questa mia biasimevole  passione per i numeri.

Devo confessarmi!

Liberare il ceto medio

Il giornalista Aldo Cazzullo, sul “Corriere della Sera”, ha posto il tema di tassare meno il ceto medio ed ha fatto bene. È la prima volta che in un ‘giornalone’ si pone un problema come questo in termini così espliciti; finora è stato un tabù. 

In verità Cazzullo ha sottolineato l’esigenza di moderare le tasse per la ‘middle Class’ definendo poi la ‘no tax area’ diseducativa, in quanto ogni cittadino dovrebbe pagare, magare pochissimo, in misura proporzionale al suo reddito. 

Ha rincarato poi la dose sostenendo, nella sostanza, che la totale esenzione per la parte dei contribuenti che guadagna poco, diventa in molti casi il canale favorevole per per tanti altri che, pur guadagnando di più, con la elusione ed evasione approfittano della no tax area, utilizzando lo scudo di coloro che denunciano al fisco redditi bassi. 

Ed io aggiungo che questa area grigia, non solo froda il fisco sotto mentite spoglie, ma beffa i contribuenti corretti, oltretutto pretendendo ed ottenendo anche prestazioni sociali, che negli ultimi anni, complice la penuria di risorse pubbliche, vengono progressivamente negate al ceto medio, ovvero alla realtà sociale che paga le tasse per tutti. 

Infatti anche le imprese, in molti casi, quando reinvestono gli utili sono esenti. Reinvestire è fondamentale per la salute della economia, ma non pagano. Dunque, il problema visto da questa visuale è davvero grave per la giustizia, per la diseducazione civile, per la pericolosa compressione ai danni del ceto medio, che in ogni comunità di ogni parte del mondo, quando è ‘liberata, diventa fattore di sviluppo. 

Quando invece è messo in un angolo, come in Italia, viene a mancare la parte della comunità più intraprendente e capace di essere motore di sviluppo. Insomma, è il caso di liberare il ceto medio dal peso fiscale che paga anche per altri. È il caso di insistere: fino a quando il ceto medio verrà schiacciato in basso, il Paese non potrà che peggiorare.

Vogliono distruggere la Dieta Mediterranea

“A dieci anni dalla proclamazione come patrimonio culturale dell’umanità da parte dell’Unesco, la dieta mediterranea è ingiustamente sotto attacco dai bollini allarmistici e a semaforo che alcuni Paesi, dalla Gran Bretagna al Cile alla Francia stanno applicando ai suoi elementi base. E’ quanto denuncia Ettore Prandini il presidente della Coldiretti.

Si stanno diffondendo – sottolinea la Coldiretti – sistemi di informazione visiva come l’etichetta a semaforo inglese, ma anche il nutriscore francese o i bollini neri cileni fondati su parametri nutrizionali relativi a grassi, zuccheri o sale che scoraggiano nel mondo il consumo dei prodotti base della dieta mediterranea e mettono alla gogna prodotti simbolo della dieta mediterranea. Si rischia – evidenzia la Coldiretti – di promuovere bevande gassate con edulcoranti al posto dello zucchero e di sfavorire elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva, ma anche specialità come il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano ed il prosciutto di Parma.

È inaccettabile spacciare per tutela del consumatore un sistema che cerca invece di influenzarlo nei suoi comportamenti orientandolo a preferire prodotti di minore qualità anche perché – precisa la Coldiretti – l’equilibrio nutrizionale va ricercato tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e non nel singolo alimento. I bollini allarmistici – continua la Coldiretti – sono sistemi fuorvianti, discriminatori ed incompleti che favoriscono prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta e finiscono per escludere paradossalmente alimenti sani e naturali per i consumatori le cui semplici ricette non possono essere modificate. Una valida alternativa è il sistema a batteria (Nutrinform Battery), proposto dall’Italia che non attribuisce presunti “patentini di salubrità” ad un alimento ed esclude i prodotti a marchio IGP e DOP proprio per le specifiche caratteristiche di eccellenza evitando così il rischio di confondere il consumatore con ulteriori segni distintivi in etichetta.

La proposta italiana – evidenzia la Coldiretti – è più veloce e facile da comprendere, stimola la capacità di decisione del consumatore e tutela un sistema alimentare come la dieta mediterranea che, con pane, pasta, frutta, verdura, carne, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari, si è classificata come migliore dieta al mondo del 2020 su 35 regimi alimentari presi in considerazione da U.S. News & World’s Report’s. L’apprezzamento mondiale per la dieta mediterranea – continua la Coldiretti – si deve agli studi dello scienziato americano Ancel Keys che, dopo aver vissuto per oltre 40 anni ad Acciaroli in provincia di Salerno, per primo ne ha evidenziato gli effetti benefici, fra cui il record di longevità dell’Italia che ha segnato un ulteriore aumento nel 2019 della speranza di vita alla nascita che sfiora gli 81 anni per gli uomini e gli 85,3 per le donne. Un ruolo importante per la salute che – conclude la Coldiretti – è stato riconosciuto proprio con l’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco il 16 novembre 2010.

Internet: registrare un dominio “.com” costerà di più

In futuro registrare un nuovo dominio “.com” potrebbe diventare più costoso.
Il prezzo della registrazione è stato fissato a 7,85 dollari nel 2012, ma nei prossimi dieci anni potrebbe salire fino a 13,50 dollari, con un incremento annuo massimo del 7% circa.
La maggiorazione entrerà in vigore quando verrà ufficializzato l’accordo tra l’Icann, l’ente internazionale che regola l’assegnazione di indirizzi internet e la gestione dei domini, e l’azienda statunitense Verisign, che guida l’attribuzione degli indirizzi ‘.com’.

Come riporta riporta The Verge, la società Verisign nel 2018 ha raggiunto un accordo con il governo per aumentare i prezzi. Il rialzo del costo della registrazione del dominio, nell’accordo, viene giustificato dal fatto che “l’uso dei social media e i nuovi domini di primo livello”, ovvero quelli che riportano il nome dell’azienda dopo il punto, “hanno reso il mercato più dinamico”.

Il costo delle infrastrutture strategiche italiane ammonta complessivamente a 273 miliardi di euro

Il costo delle infrastrutture strategiche italiane ammonta complessivamente a 273 miliardi di euro. E’ quanto emerge dall’omonima edizione 2020 del Rapporto elaborato dal Servizio studi della Camera su incarico della Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici, in collaborazione con l’Autorità nazionale anticorruzione e con l’istituto di ricerca Cresme, che analizza dati aggiornati al 31 ottobre 2019.

Il quadro di riferimento del Rapporto dimostra che il costo delle opere monitorate risulta in riduzione di circa 44,210 miliardi (-14%) rispetto al costo complessivo delle opere monitorate al 31 maggio 2018 (317,144 miliardi), ed è il risultato, perseguito in un’ottica di più stringente selezione delle priorità infrastrutturali, dell’azzeramento del costo degli interventi non prioritari in project review o da sottoporre a progetto di fattibilità e non finanziati, dell’aggiornamento del costo delle altre infrastrutture strategiche e prioritarie monitorate al 31 maggio 2018 nonché dei nuovi interventi e programmi individuati con il DEf 2019.

Inoltre, circa l’80% dei 273 miliardi di costi esaminati (219 miliardi) riguarda le cosiddette opere prioritarie nelle quali sono comprese infrastrutture strategiche già programmate prima del 2017 (120 miliardi) e nuovi programmi e interventi prioritari individuati con gli allegati ai DEf 2017 e 2019 (99 miliardi). Tra le infrastrutture programmate prima del 2017 si distinguono le 25 opere prioritarie del DEf 2015 (90,7 miliardi), mentre le nuove priorità riguardano in misura prevalente i “programmi diffusi” per la manutenzione del patrimonio infrastrutturale esistente in ambito ferroviario (circa 50 miliardi per interventi relativi a sicurezza, ambiente, adeguamento a obblighi di legge, tecnologie per la circolazione e per l’efficientamento) e stradale (circa 23 miliardi per la valorizzazione del patrimonio stradale esistente e per il ripristino e la messa in sicurezza delle infrastrutture a rischio sismico). Il restante 20% del costo delle infrastrutture programmate, pari a 53,928 miliardi, è invece riconducibile a opere “non prioritarie” ma inserite nella programmazione delle infrastrutture strategiche, e segnatamente nell’ultimo documento perfezionato sulla base dell’abrogata disciplina sulla programmazione delle infrastrutture strategiche (11° allegato al DEf 2013, approvato con la delibera del CIPE n. 26 del 2014). Il costo delle infrastrutture strategiche non prioritarie monitorate risulta in riduzione di circa 96,877 miliardi (-64%) rispetto al costo complessivo delle opere monitorate al 31 maggio 2018 (150,805 miliardi). Di questi, 93,242 miliardi sono imputabili all’azzeramento del costo e circa 3,635 miliardi all’aggiornamento del costo o al trasferimento di talune infrastrutture strategiche non prioritarie tra le prioritarie a seguito di project review.

Le risorse disponibili per le opere programmate ammontano a 199 miliardi, di cui 155 miliardi per le opere prioritarie e 44 miliardi per le non prioritarie. Complessivamente il contributo pubblico rappresenta il 78% e quello privato il restante 22%. La metà circa del costo delle opere prioritarie riguarda interventi in fase di progettazione – sottolinea il Report e aggiunge – L’analisi per sistema infrastrutturale evidenzia una prevalenza di ferrovie, strade e autostrade sia in relazione alle opere prioritarie che a quelle non prioritarie. In particolare le ferrovie rappresentano il 48% del costo delle infrastrutture prioritarie, le strade il 56% delle opere non prioritarie.

Per le infrastrutture prioritarie il peso del centro-nord è del 44% e quello di sud e isole del 24,5%. Il restante 31,5% riguarda interventi diffusi. Per le opere non prioritarie il peso del centro-nord è del 61% e quello di sud e isole il 36%, mentre gli interventi diffusi pesano il 3%. Lo stato di attuazione delle infrastrutture prioritarie localizzate nelle regioni del centro-nord è più avanzato di quelle nel sud e nelle isole. Il 69% dei programmi e interventi non ripartibili a livello territoriale è in fase di progettazione.

Il mercato delle opere pubbliche continua a crescere, segnala il Report: crescono i bandi e le aggiudicazioni. In forte crescita gli importi per la progettazione d’infrastrutture di trasporto che nel 2019 vedono protagonisti i bandi per direzione lavori e coordinamento della sicurezza. I bandi per la realizzazione di opere pubbliche sono in crescita dal 2017. Nel 2019 si rafforza la crescita degli importi spinta dalle grandi opere. Si consolida la crescita del numero delle aggiudicazioni e la crescita della domanda dei Comuni. In forte crescita la domanda dei gestori delle infrastrutture di trasporto. In crescita le piccole, le medie e le grandi opere. La crescita coinvolge tutto il territorio. Nelle regioni del centro-nord è forte la spinta delle grandi opere.

Nel 2020 arriveranno 76 nuovi medicinali

Assorted pills

Nel corso del 2020 è previsto un parere da parte dell’EMA per 76 medicinali: 44 medicinali contenenti nuove sostanze attive (di cui 22 medicinali orfani per il trattamento di patologie rare e 22 medicinali non orfani), 14 medicinali biosimilari e 18 medicinali equivalenti.

“Poiché è possibile – evidenzia Aifa – che non tutti i medicinali ricevano un parere positivo, il numero di quelli autorizzati alla fine del 2020 potrebbe risultare inferiore a 76”.

“Nonostante la maggior parte dei medicinali in valutazione appartengano all’area terapeutica oncologica – sottolinea il Report -, risulta rilevante anche la quota di medicinali in valutazione per altre aree terapeutiche, con particolare riferimento agli antibatterici ad uso sistemico e ai medicinali per le malattie autoimmuni. Infine, sono attualmente in valutazione due medicinali per terapie avanzate, rispettivamente per il trattamento dell’atrofia muscolare spinale (AMS) di Tipo 1 (Zolgensma) e per il trattamento della leucodistrofia metacromatica (OTL-200)”.

 

Fine della diaspora DC?

Riportiamo questo comunicato della Federazione dei democratici cristiani apponendo un punto interrogativo al titolo originale.
Non è in discussione la buona volontà dei proponenti, ma la logica della proposta. In realtà, la diaspora non si supera mettendo insieme chi stava già insieme, ricomponendo le forme un po’ frastagliate di una comune appartenenza al centro-destra.
Se si volesse fare sul serio, il progetto neo-centrista dovrebbe muovere da un riesame severo del lungo ciclo berlusconiano, portando alla luce la prima necessità di questa operazione anti-diaspora: rimettere in auge il richiamo di De Gasperi al “partito di centro che muove verso sinistra”.
Ciò significa pertanto che la chiusura a destra – in primis contro Salvini – non deve limitarsi a un auspicio astratto e sfuggente.
Fuori da un contesto politico chiaro, ogni proclama di rinascita della Dc s’inabissa nel maremagnum di ambigue pretese.
Il testo del comunicato non rimuove nessuna delle obiezioni qui sollevate.

GLI ONOREVOLI GARGANI, CESA, GRASSI, ROTONDI, TASSONE HANNO PARTECIPATO ALLA RIUNIONE DEL 13 FEBBRAIO DELLA FEDERAZIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI NEL CORSO DELLA QUALE È STATO DISCUSSO E POI APPROVATO ALL’UNANIMITÀ IL SEGUENTE COMUNICATO:

“RINASCE IL CENTRO POLITICO FINE DELLA DIASPORA”

I Partiti e le Associazioni che hanno sottoscritto l’Atto Costitutivo della “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani” si sono riuniti a Roma il per dar vita in maniera concreta ed effettiva ad una fase costituente, consapevoli di essere punto di riferimento culturale e politico per tutti quelli che si ispirano ai valori del popolarismo, italiano ed europeo, e all’umanesimo cristiano. Questa assunzione di comune responsabilità pone fine alla diaspora politica che è seguita alla crisi dei partiti degli anni ‘90 e garantisce un impegno unitario e rinnovato.
A tal fine la Federazione decide di adottare un logo e un simbolo comuni che sarà presentato alla stampa nei prossimi giorni, per essere utilizzato nelle prossime competizioni elettorali ed essere individuato unitariamente in una lista unica con proposte che costituiscono la sintesi delle varie espressioni presenti anche in periferia.
È stato detto e constatato che negli ultimi anni le “estreme“ hanno consenso ma non sono in grado di governare e il “centro“ che ha vocazione di governo è debole, e ha quindi bisogno di essere rafforzato e allargato. Per questo l’ impegno della federazione è quello di rafforzare questa area centrale invitando tutti quelli che si riconoscono nella comune linea politica a mettere da parte il personalismo che ha avvilito la politica e far prevalere la collegialità che rappresenta forza culturale e organizzativa.
È urgente questo nostro impegno perché la crisi sociale come conseguenza anche della crisi economica sta alterando le fondamenta della democrazia e indebolendo l’unità politica e istituzionale del nostro paese, e quindi la cultura popolare rappresenta l’unico argine contro il populismo e l’estremismo di qualunque tendenza

Per poter caratterizzare e rappresentare ancor più la nostra funzione siamo in attesa di una legge elettorale proporzionale che rispetti il pluralismo e ristabilisca il principio costituzionale della “rappresentanza” e favorisca la crescita di una nuova classe dirigente.

Per un pugno di coriandoli

Colorful paper confetti

Il gran pasticcio ha come titolo: la prescrizione. Il governo sembrava essere quasi arrostito. E Matteo Renzi è un cuoco sopraffino. L’opposizione non poteva avere un alleato più abile. Infatti, Giuseppe Conte è quasi pronto per essere servito sul piatto. Una pietanza gustosissima per Salvini e la Meloni. Berlusconi è in dieta.

Non vi nascondo che io mi metto tra quelli che guardano con sospetto il provvedimento del Ministro Alfonso Bonafede. Non sono sicuramente tra quelli che passano per essere definiti forcaioli. Anzi, al cappio presentato nel 1993 nella Camera dei Deputati, ho, come molti di voi, avuto una cattiva sensazione. Pertanto potete sicuramente inserirmi nel registro dei garantisti. Perché ritengo che non sia giusto limitare i diritti soprattutto a quelli che fino a prova contraria sono pur sempre innocenti.

Renzi quindi, porta agli estremi le sue posizioni. Diserta, con le sue ministre, la sede istituzionale principale: il Consiglio dei Ministri. Fatto non da poco. Sembra quasi un proclama d’ostilità. Dichiarato e consumato in gran spavalderia. Però, devo mettermi anche dall’altra parte. Cerco infatti un equilibrio che permetta di porre all’attenzione entrambe le parti in commedia. Da quanto si legge, di riunioni, su questa vicenda, ne hanno fatte a un’infinità. E, da quanto si legge, Bonafede ha fatto un passo indietro, come un passo indietro lo hanno fatto anche le altre forze governative. Ieri, il Consiglio dei Ministri ha varato la proposta di una riforma complessiva della giustizia. E all’interno di questa è stata inserita la vicenda della prescrizione, vicenda comunque modificata rispetto alla legge vigente.

Se così stanno le cose, la lotta è squisitamente politica. Renzi ha dimostrato di non digerire il suo vecchio partito, al pari del movimento 5Stelle e del gruppetto di LeU. Lo chiamerei persino coraggioso. Sono quasi tentato di dargli questo appellativo. Ma poi, riflettendoci sopra, non spendo quella parola per il fiorentino. Infatti, potrebbe essere definito tale, se la sua azione comportasse una chiusura anticipata nelle Camere. Non è così, è troppo facile giocare, sapendo di avere una doppia protezione. Si lancia sul versante delle ostilità perché è protetto dagli eventi. Con il referendum alle porte, il 29 marzo saremo chiamati ad esprimerci sullo stesso. Con la matematica certezza che vinca il si, vale a dire il mantenimento della legge che abbassa le due camere di di 345 tra Senatori e Deputati, sarà necessario, anzi indispensabile, riscrivere la legge elettorale.

Conclusione, fino a giugno elezioni non si possono fare.

Seconda considerazione: visto che in Italia non si è mai votato in autunno, è altamente probabile, per non dire certo, che non si voterà nemmeno nel 2020. Non vi racconto, per non tediarvi, che cosa capiterà poi nel 2021.

Da tutto questo, si capisce come, in quei luoghi, si celebri al meglio il periodo che stiamo attraversando. Mancano solo frittelle, un buon calice di vino e un coloratissimo pugnetto di coriandoli. Tanto chiasso, solo perché siamo a carnevale.

Centro sinistra, “se non ora quando”?

Ora e’ abbastanza certo, se non oggettivo. E cioè, la coalizione di centro sinistra va rifondata dalle fondamenta. E’ sempre più evidente che l’attuale governo e’ una somma di partiti, una sorta di pallottoliere che non può neanche lontanamente essere paragonato ad una alleanza politica e programmatica accompagnata da un respiro ideale e culturale. No, come dimostra persin platealmente l’esperienza quotidiana, si tratta di un esperimento nato sull’onda del terrore di andare al voto anticipato e legato da un patto di potere che, per ragioni persin troppo chiare, non può permettersi di dispiegare un progetto politico e di governo di lungo respiro. Certo, la sopravvivenza può essere anche lunga ma il governo, come tutti sanno, è altra cosa. Del resto, com’è possibile legare in un progetto politico credibile e di lungo periodo il populismo giustizialista dei 5 stelle con il riformismo del Pd, l’estremismo ideologico di Leu con l’incognita del partito di Renzi, una scheggia non padroneggiabile in servizio permanente senza un precisa e definita bussola politica?. E’ persin ovvio che in una cornice del genere i due veri collanti politici restano un feroce anti salvinismo da un lato e una tenacia incrollabile nel mantenere il seggio parlamentare il più a lungo possibile, ben sapendo che con gli attuali equilibri politici per moltissimi eletti non resterebbe che tornare alla precedenti esperienze lavorative e professionali. Sempre che esistano … 

Ed è proprio in un quadro del genere che si impone la necessità di rifondare un campo politico essenziale e decisivo per la stessa qualità della nostra democrazia e per la credibilità della cultura riformista italiana, ovvero il campo del centro sinistra. La coalizione di centro sinistra. Una esperienza politica e di governo che dal secondo dopoguerra in poi, seppur nelle diverse fasi politiche e storiche che abbiamo avuto, ha sempre saputo declinare un progetto di governo autorevole e qualificato. Un progetto che, com’e’ altrettanto ovvio, era possibile dispiegare attraverso l’azione e il ruolo di partiti che non coltivavano però un disegno politico alternativo all’interno dell’alleanza. Oggi, per fare un esempio, anche se siamo in un contesto politico e storico dominato dal populismo, dalla propaganda continua e dal sondaggismo acuto, quale può essere l’elemento comune per una efficace azione di governo tra il movimento 5 stelle, il Pd e la sempre più misteriosa Italia Viva di Renzi? Praticamente nulla se non, appunto, il terrore momentaneo di perdere il seggio parlamentare e i relativi benefici. 

Ecco perché tocca ad un partito, nello specifico il Partito democratico, ricostruire dalle fondamenta la coalizione di centro sinistra. Cioè declinare politicamente la cultura riformista nell’azione di governo del nostro paese. Tocca al Pd, cioè, ridare speranza ad un progetto che si è andato progressivamente affievolendosi nel tempo a vantaggio di una azione di potere nata e consolidatasi solo contro il nemico del momento, che era e resta il leader della Lega Matteo Salvini. Un alleanza cioè, come si usava dire un tempo, prevalentemente “contro” e non “per” qualcosa. 

E un ruolo altrettanto decisivo in questo lavoro di ricostruzione di una alleanza coerente e credibile capace di confrontarsi con un centro destra ormai definito e chiaro nel suo profilo politico e programmatico, lo dovranno avere le migliori culture riformiste e costituzionali. A cominciare anche e soprattutto dalla cultura e dal filone di quel cattolicesimo politico, democratico e sociale che continua ad essere un giacimento di valori, di principi, di esperienza, di cultura politica e di cultura di governo preziosi e necessari per il bene del nostro paese e, soprattutto, per la qualità della nostra democrazia. 

E quindi, anche e seppur in presenza di questo governo, adesso e’ indispensabile, almeno per chi si riconosce in questo campo politico, ricostruire il centro sinistra. Verrebbe da dire, citando un noto slogan, “se non ora quando”? 

La solitudine dei numeri primi

Maura Viceconte, classe 1967, ha glorificato il suo paese dal 1994, quando vinse il titolo di campionessa italiana nella Maratona. Una serie di successi sportivi la conducono a vincere la maratona di Roma nel ’99.

Seguiranno Vienna, Praga, Napoli, dove nel 2003 vinse il suo ultimo oro. Non fu il suo ultimo successo. Il più grande lo ebbe nel 2010, quando sconfisse il tumore maligno al seno che la fece tribolare per tre anni. Una grande vittoria. Lo stato emotivo con cui la fibra di Maura si trovò a fare i conti fu un gran peso, tale che nemmeno una sportiva di rango riesce a tenersi con leggerezza.

Non era fatta di ferro, ma di carne e sangue come tutti noi. Il cuore, sempre oltre l’ostacolo, è lo stato mentale con cui ogni sportivo deve fare i conti, in una vita fatta di successi da rincorrere e record da superare, una quotidianità che deve mediare tra il lavoro e la famiglia, tra la vita pubblica e la vita privata, in quella salute che deve essere sempre perfetta, come l’umore, sempre alto. Sappiamo che ciò non è possibile. Eppure lo sport, che nacque millenni fa come preparazione alla disciplina militare, richiede molto, tanto. Tutto. Le scariche di adrenalina a cui gli sportivi devono rispondere con tenacia, fermezza, allenamenti continui, costituisce il loro tenore di vita. Una vita per certi versi “aliena”, soprattutto per gli sportivi di professione.

Maura Viceconte lo scorso 10 febbraio si è tolta la vita, impiccandosi a casa sua, nella provincia di Torino. Oggi 14 febbraio a distanza di un anno, sua sorella Simona, anch’ella sportiva, anch’ella chiamata alla stessa vocazione al ricordo luttuoso, si è tolta la vita, allo stesso modo. Non si sa se l’estremo gesto sia legato al ricordo, al dolore per la scomparsa di Maura, a cui era molto legata.

Ciò che dobbiamo ricordare è che i nostri atleti sono l’orgoglio della nazione e che non bisognerebbe mai lasciarli soli; soprattutto quando le luci della ribalta si spengono, per un motivo o per un altro. Malattia, famiglia, immissione nel mondo del lavoro. Sono tanti i motivi che spingono un atleta a cambiar vita. Ciò che non dovremmo mai dimenticarci, è che loro sono, spesso, più sensibili di tanti altri. 

Una due giorni ricca di dibattiti per Bruxelles

La “conferenza del semestre europeo”, co-organizzata dal Parlamento europeo e dal Parlamento croato, il 18-19 febbraio a Bruxelles, verterà sui temi della “stabilità, coordinamento e governance economica nell’Ue”.

Ad aprire i lavori sarà una plenaria dedicata all’“allargamento e approfondimento della governance dell’unione monetaria”, per definirne i “passi futuri”. Nel nutrito elenco di relatori compaiono i nomi di Zdravko Marić, presidente dell’Ecofin, Mário Centeno, presidente dell’Eurogruppo, i commissari Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni, Fabio Panetta della Banca centrale europea.

Il confronto continuerà in sessioni parallele del comitato interparlamentare per gli affari economici e monetari, di quello per l’occupazione e gli affari sociali (che si occuperà di garanzia per l’infanzia e di salario minimo), del comitato per il bilancio. Il giorno successivo il tema in plenaria verterà sulla domanda “quale ruolo per le politiche economiche, di bilancio e sociali”, in relazione alla volontà dell’Ue di “diventare un leader globale nella lotta ai cambiamenti climatici”.

Qui sarà il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ad aprire i lavori insieme a Gordan Jandroković, speaker del parlamento croato, cui seguiranno interventi di numerosi relatori, come Mark Carney, neo-inviato speciale Onu per l’azione per il clima, Guy Ryder, direttore generale dell’ufficio internazionale del lavoro, Emma Navarro, vicepresidente della Banca europea per gli investimenti.

L’ultima plenaria della conferenza sarà dedicata invece a “competenze e occupazione per una crescita inclusiva: cosa possiamo imparare dalle reciproche esperienze?”, con l’intervento del commissario per l’occupazione Nicolas Schmit e una serie di rappresentanti dei parlamenti nazionali, invitati a partecipare a tutta la conferenza insieme a rappresentanti del Comitato europeo delle regioni (Cer) e del Comitato economico e sociale europeo (Cese).

Protezione civile: on line Sicuro+, la piattaforma web per far crescere la conoscenza sul rischio sismico

Sensibilizzare il cittadino sul livello di rischio sismico del comune in cui vive, lavora o è in vacanza, farlo diventare sempre più consapevole e permettergli quindi di contribuire in maniere attiva alle azioni di mitigazione del rischio. Sono gli obiettivi principali della piattaforma web Sicuro+ (Sistema Informativo per la ComUnicazione del RischiO), da oggi on line e presentata presso la sede del Dipartimento della Protezione civile.

Sicuro+, che nasce nell’ambito di un accordo tra il Dipartimento ed Eucentre (Centro europeo di formazione e ricerca in Ingegneria sismica), è uno specifico strumento web interattivo per permettere all’utente di visualizzare le più aggiornate mappe di rischio sismico dei comuni italiani, con la valutazione delle possibili conseguenze negative dovute al verificarsi di terremoti, sia sulla popolazione residente che sugli edifici.

Vuole essere una piattaforma per i cittadini e amministratori, ha sottolineato il professor Mauro Dolce del Dipartimento della Protezione civile, «perché il problema della riduzione del rischio sismico in Italia è complesso, soprattutto quando si parla di edilizia privata. Non è possibile che lo Stato si carichi completamente della questione, anche se si sta cercando di stimolare l’attenzione del cittadino attraverso il sisma bonus. Per mitigare i rischi è necessario lavorare molto sulla comprensione del rischio stesso e la consapevolezza del cittadino».

«E’ importante mettere a sistema tutte le nostre conoscenza», ha concluso Dolce, «anche attraverso strumenti di comunicazione come Sicuro+».

Con questa piattaforma web la Protezione Civile vuole dare sempre più importanza alla comunicazione del rischio e dare sempre più spazio alla trasparenza e all’onestà nell’informazione, ha affermato Agostino Miozzo, direttore dell’Ufficio Promozione e Integrazione del Servizio Nazionale del Dipartimento, «Parlare in maniera trasparente è il modo migliore per le istituzioni perché diventa il modo più efficace anche per combattere le fake news».

«Sicuro+ è un tassello in più che diamo all’informazione pubblica per aiutare il cittadino ad essere sempre più informato, nella maniera più corretta possibile», ha concluso Miozzo.

Si tratta di uno strumento che vuole essere alla portata di tutti, a prescindere dal livello culturale e di formazione sul rischio sismico e senza particolari competenze tecnologiche. Si è puntato ad un prodotto in grado di facilitare le interazioni con l’utente, con grafici e mappe, che grazie a un tool interagisce con il cittadino in fasi successive, in modo da rendere più agevole e piacevole la consultazione. Il logo richiama il concetto della sicurezza, stilizzando la forma di una casa che fa da protezione.

La navigazione della piattaforma, da parte dell’utente, avviene in tre fasi, ad ognuna delle quali è associato un posizionamento della barra di navigazione:

  • scelta del comune di interesse;
  • risposta sul rischio sismico, e delle relative componenti: pericolosità, vulnerabilità ed esposizione;
  • azioni consigliate al cittadino per la mitigazione del proprio rischio sismico.

E’ stato quindi realizzato lo strumento operativo più adatto per raccogliere gli ultimi contributi della comunità scientifica sul rischio sismico per comunicarne i contenuti ai cittadini. Sicuro+ è stata concepita in modo da essere estendibile anche ad altri rischi naturali.

Sono stati toccati nella presentazione anche alcuni approfondimenti sull’apporto delle scienze comportamentali per la realizzazione della piattaforma Sicuro+, conseguente a un accordo tra la Presidenza del Consiglio e la Scuola Nazionale dell’Amministrazione.

La crescente tendenza ad indebitarsi degli italiani

Sono 16 milioni gli italiani segnalati ai sistemi di informazione creditizia (SIC) perché non sono riusciti a restituire nei tempi previsti gli importi concessi loro da una banca o da una finanziaria. A metterlo in evidenza è Creopay  che ha ideato un sistema «customer-centric» per migliorare la performance e la qualità di vita dei consumatori e degli utenti.

«Gli italiani si indebitano soprattutto per l’acquisto della casa, con i prestiti ipotecari che rappresentano il 44% dell’indebitamento totale degli italiani» puntualizza il fondatore di Creopay.

«Ma è il credito al consumo nel suo complesso ad avere un peso ancora più considerevole: considerando tutti i settori -dall’automobile ai viaggi- nell’ultimo anno il credito al consumo ha infatti segnato una crescita del 7,4%, sfiorando i 22 miliardi di euro, con una prevalenza di prestiti di importo inferiore ai 5.000 euro che costituiscono il 46% del totale» aggiunge Giorgio Mottironi, co-fondatore e chief strategy officer di Creopay.

Tra i motivi per i quali vengono richiesti prestiti troviamo anche la necessità di estinguere debiti precedenti, pagare le bollette delle utenze domestiche, fronteggiare spese sanitarie impreviste. E perfino Amazon ha lanciato un sistema di rateizzazione automatico degli acquisti.

Quello italiano, insomma, non è più un popolo di risparmiatori. L’attitudine a pagare a rate è diventato un comportamento ormai abituale anche nel Belpaese che ha cosi adottato i modelli consumistici più sfrenati come quello americano: tutto ormai viene consumato, con buona pace dei nostri nonni che ci avevano insegnato a conservare e a riparare.

Oggi, al contrario, si preferisce buttare qualcosa e ricomprare a rate il nuovo sostituto piuttosto che affrontare in una volta sola le spese di riparazione: l’importante è che la rata sia più bassa del costo di riparazione.

Così il baratro del progressivo indebitamento privato e della saturazione della capacità di spesa del ceto medio sembra essere sempre più vicino: una situazione che comporterà da parte dei consumatori la necessità di adottare efficaci metodi per controllare le spese ricorrenti rispetto alle proprie fonti di reddito e da parte dei fornitori la necessità offrire ai clienti l’ opportunità di rateizzare anche i più semplici acquisti.

Milano: nasce il nuovo Buzzi

Trenta milioni di euro per realizzare un hub pediatrico internazionale all’avanguardia, il cosiddetto “grande Buzzi”.Il nuovo padiglione dedicato alle emergenze e urgenze di 10.000 metri quadrati con 7 piani, collegato all’attuale ospedale dei bambini, dovrebbe essere pronto, dopo gli intoppi burocratici del passato, “per il gennaio 2022” ha assicurato Alessandro Visconti, direttore ospedale Buzzi

Tra i primi contributi per il nuovo edificio una Risonanza Magnetica 3 Tesla donata da Enel Cuore che verrà installata entro l’anno, un allestimento di 2 sale operatorie grazie allo studio Bonelli Erede e Ubi Banca e 2 posti letto di Rianimazione Pediatrica grazie ad Acone Associati.

Il nuovo ospedale sorgerà tra via Castelvetro e via San Galdino; sarà un edificio di sette piani, compresi i seminterrati, e verrà realizzato sopra un terreno inquinato e bonificato.

Salvini: Quella ruota che gira nella storia

La metafora della ruota che gira, evocata da Casini nel suo intervento in Senato durante il dibattito che ha poi consegnato Salvini alla giustizia ordinaria per la vicenda della nave Gregoretti, ha più di un significato storico e politico, oltre l’allegoria popolare che vuole che chi oggi giudica potrà attendersi di essere un domani giudicato. Detta dal parlamentare di più lungo corso, uomo di centro, moderato e prudente ha il significato del ricordo e quello della profezia. C’entrano i corsi e ricorsi di Vico, il “verrà un giorno” di Manzoni e la sequela infinita dei ribaltamenti che nella storia hanno spesso scardinato le sicumere del presente. Brutta pagina quella scritta il 12 febbraio al Senato della Repubblica: perché la politica – che sempre rivendica la propria autonomia con la triplice benedizione di Montesquieu –  ha rinunciato a risolvere una questione politica nel suo ambito naturale, caricandola di significati giustizialisti e di un livore punitivo che stona se proviene da fonti solitamente ispirate al buonismo, al perdonismo e al garantismo.

Quei banchi vuoti del Governo (anche se la sua presenza non era prevista ne’ obbligatoria) la dicono lunga su un atteggiamento pregiudiziale di disdegno e di disprezzo, esprimono, insieme agli interventi dei senatori di maggioranza, una precisa volontà di far fuori un avversario politico consegnandolo alla magistratura. C’erano tutte le premesse per affrontare una partita che comunque la si inquadri ha visto l’Italia confinata dal resto d’Europa al ruolo di frontiera rispetto al tema dell’immigrazione che, nei suoi risvolti sociali, umani, di gestione e di assunzione di responsabilità, investe politicamente e istituzionalmente l’intero vecchio continente. La logica del capro espiatorio, oltre le allegorie delle felpe , del Papeete e del citofono, ha prevalso: troppo ghiotta l’occasione di cedere alle lusinghe del moralismo e dei luoghi comuni. Per la prima volta nella storia Repubblicana un Ministro viene portato sul banco degli imputati per scelte compiute nell’esercizio delle sue funzioni. Chi ricorda i dettagli della nave Diciotti non può non trovarvi analogie: in entrambi i casi le decisioni del momento erano il risultato di una concertazione e di intese a livello di Governo: per questo l’assenza del Presidente del Consiglio di oggi (peraltro lo stesso di allora) e dei Ministri in carica nella fase topica del dibattito parlamentare ha assunto un significato più che simbolico entrando nell’alveo della scissione di responsabilità politica e- visto come si son messe le cose – di devoluzione a percorrere la via giudiziaria.

Una scelta di indirizzo politico deve trovare il suo ambito naturale di confronto in sede politica.

L’autorizzazione a procedere in sede giudiziaria assume le sembianze di una rinuncia ad affrontare la questione per le implicazioni e i risvolti politici che intrinsecamente reca con sé, nella fattispecie dell’episodio contestato ma anche e soprattutto come scelta strategica da approfondire, dibattere ed assumere considerato il ruolo di Cenerentola dell’Europa assegnato all’Italia per mere ragioni geografiche prevalenti sulle ragioni consustanziali al contesto Comunitario dell’U.E. che postulano invece una risposta e una linea di indirizzo condivisa e coesa.

Siamo tutti pronipoti del Risorgimento che portò all’unità nazionale gettando le basi di quei principi fondamentali che furono fatti propri nella Costituzione repubblicana e che abbiamo trovato fino ad oggi nei testi universitari di diritto, poiché riguardano gli elementi costitutivi dello Stato moderno: popolo, territorio e potestà di imperio.

La demagogia populista non è una malattia che affligge solo la destra, come asserisce qualcuno,  ma investe l’intera partitocrazia parlamentare: se oggi viene comodo usarla come clave per bastonare l’avversario significa che accoglienza, integrazione, inclusione sono parole cariche di retorica e vuote di contenuti sostenibili. Si è perduta l’occasione per un dibattito politico serio in sede Parlamentare e il problema resta.

Disquisire del tema dell’immigrazione solo in base a principi astratti e teorici significa eludere i temi demografici, della sicurezza nazionale, del fondamentalismo islamico come pericolo sempre incombente.

Ma significa anche legittimare – con la scelta di aprire porti e frontiere a tutti senza un vaglio di merito circa le ragioni di opportunità, fattibilità, rispetto di una sistemazione dignitosa e possibile degli immigrati – quella evidenza assai bene rimarcata da Luca Ricolfi nel suo recente libro “La società signorile di massa” , laddove evidenza il lento costituirsi e consolidarsi di una vera e propria “struttura paraschiavistica” relegata ai margini del minimo sindacale del decoro e del rispetto.

Disdegnando il timore che una immigrazione senza regole e senza limiti diffonde nei sentimenti popolari.

Ergersi a paladini di scelte umanitarie non suffragate da una solida organizzazione ricettiva ed autorelegarsi a supplenti di altri Paesi che scelgono vie ben diverse e di autotutela, dirottando in Tribunale un ex Ministro non risolve il problema reale e percepito dai più. Diventa solo una scorciatoia strumentale per usare la giustizia per fini politici.                                                     

L’economia e il coronavirus

Affermare, come ha fatto Bottarelli su “Business Insider” (v. https://www.politicainsieme.com/il-coronavirus-ha-evitato-un-disastro-economico/) che “Il coronavirus ha paradossalmente salvato il mondo da una pandemia finanziaria e poi economica ben peggiore”, mi pare azzardato. Molti degli interventi di stimolo alla domanda interna la Cina li ha concertati con gli altri Brics al loro ultimo vertice di Brasilia del novembre scorso, quindi ben prima della pandemia. Il ritorno al q.e.(che notoriamente non ha effetti sull’economia reale se non quello di creare liquidità ad hoc per tutelare le scandalose rendite finanziarie dell’1% della popolazione straricca) anche da parte della Banca popolare cinese, non pare aver ridotto la minaccia data dalla concomitanza fra recessione globale, guerra dei dazi, crisi finanziaria e pandemia (per non parlare dei venti di guerra che spirano attorno casa nostra).

Piuttosto, guardata dal nostro versante europeo la situazione appare prossima all’assurdo. Siamo l’unica area economica del mondo a non aver fatto niente per prevenire l’attuale emergenza nonostante le tempestive previsioni negative sull’andamento dell’economia globale. Anzi, l’Eurozona mantiene politiche economiche deflattive, stoltamente procicliche che rendono la crisi più grave. Non si capisce come mai non sia ancora stato convocato un Consiglio europeo straordinario per decretare la sospensione d’urgenza, per cause di forza maggiore, dell’austerità. Il governo italiano in carica questa flessibilità di bilancio non l’ha neanche chiesta in sede di legge di bilancio.

Ma almeno si dovrebbe riparare adesso, o indicendo nuove elezioni, o stante l’avversione dei parlamentari in carica, procedendo senza ulteriori perdite di tempo alla formazione di un governo di salvezza nazionale guidato da Mario Draghi. Invece tutte le ragioni che avvertono della tragica insensatezza costituta dal mantenere una dura stretta fiscale e tagli agli investimenti e al welfare proprio quando si è in recessione e bisognerebbe operare in maniera contraria, vengono ignorate. Ma così facendo lo schianto è assicurato, si lascia precipitare i Paese in un circolo vizioso da cui sarà impossibile uscire a vincoli esterni immutati.

In questa fase è davvero preoccupante l’assenza di una qualsiasi iniziativa politica almeno minimamente adeguata ai problemi che ci stanno di fronte, o che ci stanno arrivando sulla testa, soprattutto, credo, da chi si ispira a una alta cultura politica (che in altre stagioni ha indicato al Paese una strada oltre il buoi) che consentirebbe di farlo.

…oltre il buio.

Greenpeace: il costo dei combustibili fossili

Una stima di 4,5 milioni di morti premature ogni anno e 2.900 miliardi di dollari, equivalenti al 3,% del PIL mondiale, cioè 8 miliardi di dollari al giorno: è il costo che si stima il Pianeta sostenga annualmente a causa dell’inquinamento atmosferico derivante dalla combustione di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas.

È quanto emerge dal nuovo rapporto “Aria tossica: il costo dei combustibili fossili”, che Greenpeace ha  redatto insieme al CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air), nel tentativo di valutare per la prima volta il costo globale dell’inquinamento atmosferico legato ai combustibili fossili.

L’inquinamento atmosferico minaccia la nostra salute e la nostra economia, causando milioni di morti premature ogni anno e aumentando i rischi di infarto, cancro ai polmoni e asma, con un costo economico di migliaia di miliardi di dollari.

Anche l’Italia subisce pesanti conseguenze  dall’inquinamento atmosferico – secondo Greenpeace -: nel nostro Paese, si stima che il “suo costo” sia ogni anno di circa 56 mila morti premature e 61 miliardi di dollari.

Per questo motivo, è essenziale che il governo italiano non faccia passi indietro sull’abbandono del carbone al 2025, come invece l’ultima versione del PNIEC sembrerebbe suggerire.

Occorre andare con coraggio e decisione verso le energie rinnovabili, abbandonando false soluzioni come il gas fossile. E i grandi attori privati come banche e assicurazioni devono smettere di elargire finanziamenti ai combustibili fossili.

Il riso dalla Cambogia e dal Vietnam affossa il Made in Italy

Una giornata nera per il riso italiano in Europa. La Commissione ha deciso di mantenere le importazioni agevolate di riso dalla Cambogia in violazione dei diritti umani mentre il Parlamento europeo ha dato il via libera definitivo all’accordo di libero scambio tra Ue e Vietnam che comporterà l’ingresso a dazio zero di 80mila tonnellate di riso lavorato, semilavorato e aromatico sul quale pesano le accuse di sfruttamento del lavoro minorile del Dipartimento del lavoro statunitense. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alle decisioni delle istituzioni comunitarie che rischiano di mettere in ginocchio uno dei settori trainanti dell’economia agricola italiana.

La Commissione Ue – sottolinea la Coldiretti – ha adottato una proposta per revocare temporaneamente il regime EBA per la Cambogia, in virtù di violazione dei diritti umani che senza alcuna giustificazione non si applicherà al riso che, nonostante le prove di sfruttamento dei lavoratori e di altre questioni umanitarie, viene escluso dalla lista dei prodotti che beneficeranno di uno stop alle agevolazioni tariffarie. Dalla Cambogia nell’ultimo anno – precisa la Coldiretti – sono arrivati in Italia oltre 8 milioni di chili secondo proiezioni Coldiretti mentre le importazioni dal Vietnam sono stimate in oltre 7,5 milioni di chili, con una crescita record di 18 volte in quantità nel corso dell’anno secondo le proiezioni Coldiretti per il 2019.

L’Italia – riferisce la Coldiretti – è il principale produttore di riso in Europa e su un’area di 220mila ettari con 4mila aziende agricole italiane che raccolgono 1,40 milioni di tonnellate di riso all’anno pari a circa il 50% dell’intera produzione UE, con una gamma varietale unica e fra le migliori del mondo.

“E’ necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela della dignità dei lavoratori” ha concluso il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “che dietro gli alimenti, italiani e stranieri in vendita sugli scaffali ci deve essere la garanzia di un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore”.

Save the Children: “Stop the War on Children”

Questo terzo rapporto dal titolo “Stop the War on Children” mostra un aumento preoccupante delle violazioni gravi perpetrate sui bambini che vivono in aree di conflitto.
Oggi sono 415 milioni i bambini nel mondo che vivono in aree affette da conflitti, tra questi 149 milioni vivono in zone dove i conflitti raggiungono alte intensità, come dimostrano le oltre 1.000 vittime all’anno.

Per i bambini i conflitti stanno diventando sempre più pericolosi, dal 2010, infatti, la percentuale di bambini che vivono in aree affette da conflitti è aumentata del 34%. Allo stesso tempo sono aumentate del 170% le gravi violazioni nei loro confronti.

Accanto a questi numeri, quest’ultimo rapporto, inizia a scavare nel tema delle differenze che possono vivere i bambini e le bambine che vivono in situazioni di guerra. Un’evidenza che scaturisce è che le bambine e le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza sessuale o matrimoni precoci forzati. I bambini e i ragazzi invece rischiano maggiormente di perdere la vita, di venire feriti, di essere rapiti oppure reclutati arbitrariamente nelle forze armate.

Completata la mappatura genetica del cancro

Il progetto è il frutto della collaborazione tra il Consorzio Internazionale del Genoma del Cancro (Icgc) e il consorzio statunitense Tcga. Questo team internazionale ha lavorato al progetto “Genomi Pan-Cancro” (Pan-Cancer Analysis of Whole Genomes – Pcawg), che ha completato l’analisi più dettagliata ad oggi disponibile di 2.600 genomi di 38 diversi tipi di tumore.

Altri studi, in precedenza, avevano studiato il genoma di alcuni tipi di cancro, concentrandosi però su una piccola parte di esso, quella che esprime le proteine. Una parte che compone appena l’1% del genoma complessivo. Questo nuovo studio ha analizzato il DNA nella sua interezza, comprese le regioni chiave che controllano l’accensione e lo spegnimento dei geni.

Partendo dalle mappe genomiche tracciate oggi, il Consorzio internazionale genoma del cancro ha lanciato la seconda fase della ricerca che consiste nella realizzazione del progetto denominato Argo, che sta per “Accelerating research in genomic oncology” (Icgc-Argo), ovvero accelerare la ricerca in oncologia genomica.

Il progetto mira ad utilizzare nuovi test molecolari disegnati e messi a punto nell’ambito del consorzio, in modo da offrire ai pazienti un più ampio spettro di possibilità terapeutiche, create su misura. Questa seconda fase del progetto prevede l’organizzazione di sperimentazioni cliniche internazionali utilizzando farmaci di nuova generazione nonché farmaci già in uso sulla base delle indicazioni delle anomalie molecolari presenti nel tumore dei singoli pazienti.

 

Elogio della moderazione

Nella società dei localismi e della globalizzazione, attraversata da contrasti, sovrapposizioni di identità, difetto di motivazione partecipativa ma caratterizzata da soggettività radicate e polarizzazioni “forti”, spetterebbe soprattutto  alla politica il ruolo del dialogo, della mediazione e della ricomposizione.

Il condizionale è d’obbligo visto che proprio la politica è invece molto spesso il luogo della differenziazione, delle diaspore e della inconciliabilità.

La stessa parcellizzazione interna del quadro politico, così come si è configurata nella lunga deriva di riposizionamento ideologico successiva alla fine della cosiddetta”prima repubblica” (e ai suoi immaginifici derivati: seconda, terza e persino quarta…) , esprime una evidente difficoltà di rappresentazione e aggregazione del contesto sociale di cui pure è espressione.

Una sorta di riproposizione in chiave sociologica della contrapposizione tra paese legale e paese reale, anche se la vocazione autentica della politica è quella di stabilire le regole per il governo della società. C’è un quadro d’insieme caratterizzato da instabilità, disaffezione, debolezza sistemica. 

Dove sono finite le ideologie che hanno attraversato il secolo scorso consegnando il declino dei partiti al sistema bipolare? 

Certamente molta parte della loro ragion d’essere si è spenta, oltre la crisi del sistema, in una società complessa dove la differenziazione ideologica non è più la chiave d’accesso, di lettura e di spiegazione dei fenomeni sociali via via emergenti.

Nelle sue “aggiornate” sfumature di identità sempre più impercettibili e variegate, a volte indecifrabili, la partitocrazia – giubilata troppo in fretta con un processo sommario ma riemersa rinvigorita sotto mentite spoglie  – è succeduta a se stessa senza riuscire a spiegare quali sono le ragioni “politiche” che possono far battere il cuore (mi si perdoni il nonsenso “fisiologico”) a destra o a sinistra. Il fenomeno dei partiti personali prende corpo insieme all’ipotesi di un ritorno al sistema elettorale proporzionale puro. Una verticalizzazione del potere che unita alla scelta dei candidati secondo criteri di fedeltà prona e supina configura un quadro persino sconcertante di democrazia ‘rappresentativa’.

Ci sono forze politiche che hanno giurato e scommesso tutto sul maggioritario e ora si convertono sulla via di Damasco, anzi di Roma, alla strenua difesa del proporzionale, pur di avere uno spicchio pur minimo di rappresentanza parlamentare.

Aspirazione che imbocca una via stretta e tortuosa se rimane il taglio dei parlamentari.

Dopo la corsa alle differenziazioni estreme dovrebbe in teoria aprirsi uno scenario caratterizzato dal recupero dei valori dell’equilibrio, della concertazione,  della mediazione e della moderazione.

C’è bisogno tuttavia di una concezione popolare, moderata e “mite” della politica, nel senso che deve corrispondere agli interessi di chi ha più bisogno e nel senso che deve entrare con moderazione nella nostra vita. 

In via generale, occorre se mai ricalibrare la progettualità, gli indirizzi e le scelte sulla base delle attese e dei bisogni della gente, nell’ottica della politica come servizio e non della politica come mestiere. Anche questa prospettiva postula moderazione, mitezza, capacità di rappresentazione degli interessi della collettività senza cadere nelle derive autoreferenziali di una presenza politica totalizzante e pervasiva: proprio ciò che il Presidente Mattarella pone al centro dei suoi richiami.

Dar voce alla moderazione significa proporre le ragioni della pacatezza nei modi e del dialogo rispetto ai  contenuti, del buon senso condiviso, della tolleranza e della solidarietà, della correttezza e della temperanza che è capacità di esprimere una passione politica nel rispetto delle opinioni altrui.

Non un pensiero debole, perché esercitato con mitezza, ma un pensiero forte perché ricco di idee e di valori, lontano dalla politica urlata e dei luoghi comuni.

Mi piace ricordare le parole che mi disse un grande democratico popolare come Mino Martinazzoli  nel corso della sua intervista: “Il moderatismo sta alla moderazione come l’impotenza sta alla castità”. Per questo essere moderati non significa rinunciare ad avere idee chiare e forti, intuizione, lungimiranza.

Rendere credibile un progetto politico, avvicinare i contesti delle decisioni a quelli delle azioni, agire con onestà intellettuale, equilibrio, rettitudine.

Questo dovrebbe essere il vero fulcro aggregante e solidale, cui non mancano certo i riferimenti di senso e di valore nelle idee della nostra tradizione culturale .

Soprattutto restituire dignità alla politica, nell’interesse della politica e nell’interesse del Paese.

Perché una politica senza dignità non ha consenso ma una società senza dignità non ha futuro.

I sindaci dell’Europa centrale chiedono denaro all’UE per combattere il populismo

I leader di Bratislava, Budapest, Praga e Varsavia si sono uniti come alleanza del “Patto di città libere” – presentandosi all’UE come partner alternativi ai loro governi nazionali, che sono stati etichettati populisti e hanno avuto problemi con l’UE negli ultimi anni.

E oggi, durante una visita a Bruxelles, faranno del loro meglio per ricevere denaro dall’UE per aiutare la loro causa.

Il messaggio che sperano di trasmettere è che se Bruxelles accetta di incanalare i soldi direttamente nelle grandi città, questo sarà speso in modo intelligente per affrontare molti dei problemi politici che alimentano la politica populista in patria.

 

E’ lora di WhatsApp Pay

Mark Zuckerberg crea un nuovo metodo di pagamento via chat: WhatsApp Payments. Ad annunciarlo lo stesso Zuckerberg, durante la presentazione dei risultati finanziari del colosso di Cupertino. Il servizio di pagamento è stato già testato nel 2018 in India.

Quindi dopo le modifiche burocratiche (per rispettare le leggi dei singoli Paesi) apportate nel 2019 adesso Whatsapp Pay può iniziare a diffondersi.

Il sistema si basa su tecnologia UPI (Unified Payment Interface) Peer to Peer, piattaforma di pagamento che lavora in tempo reale per facilitare le transazioni interbancarie. In sintesi Whatsapp Pay permette di effettuare pagamenti fra persone e di pagare nei siti di e-commerce che lo supportano. Ovviamente, il cliente effettua i pagamenti attraverso il proprio account Whatsapp che è legato a un conto corrente o a una carta di credito.

Si stanno estinguendo una notevole quantità di insetti

Un gruppo di 30 esperti internazionali guidati dai ricercatori dell’Università di Helsinki  ha stabilito che la perdita degli habitat, l’inquinamento, le pratiche agricole dannose, le specie invasive, i cambiamenti climatici, l’eccessivo sfruttamento delle potenzialità del terreno e l’estinzione delle specie che si nutrono e trovano riparo nelle zone a rischio, contribuiscono in modo variabile al calo documentato della popolazione di insetti e alle estinzioni di alcune specie.

Con la perdita di varie categorie di insetti, e di animali in generale, perdiamo non solo un pezzo del complicato puzzle che forma il mondo della vita, ma anche la biomassa, essenziale per esempio per nutrire altri animali nella catena alimentare.

 

Coronavirus: oltre 1115 morti, 45mila contagi.

Sono 1.115 i decessi e 45.183 casi accertati. Ma sembra che il numero dei nuovi casi sia in costante rallentamento.

Da Ginevra, dove sono arrivati 400 scienziati da tutto il mondo per fare il punto sulla malattia, il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus non ha usato giri di parole: “Un virus può creare più sconvolgimenti politici economici e sociali di qualsiasi attacco terroristico. Il mondo si deve svegliare e considerare questo virus come il nemico numero uno”.

Nel frattempo nuovi timori arrivano da uno studio che ha dimostrato che i tempi di incubazione possono arrivare in alcun casi anche a 24 giorni, allungando così i precedenti studi che parlavano di due settimane. Inoltre la febbre, finora considerato uno dei primi sintomi, in realtà si manifesterebbe solo nel 43,8% dei pazienti al momento della prima visita mentre la percentuale salirebbe all’87,9% dopo il ricovero in ospedale.

Il Senato dice sì al processo per Salvini

Il Senato ha deciso di mandare a processo Matteo Salvini per il caso della nave Gregoretti. Palazzo Madama ha dato il via libera all’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro dell’Interno accusato di sequestro di persona aggravato per aver impedito per più di tre giorni lo sbarco di 131 persone tratte in salvo nel Mediterraneo centrale dalla nave della Marina militare Gregoretti.

Bisogna però ricordare che in Senato si voterà fino alle 19, anche se alle 15.30 l’Aula ha di fatto accolto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, bocciando l’ordine del giorno presentato da Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il documento chiedeva di dire “no” al processo all’ex ministro dell’Interno e quindi di ribaltare il voto della Giunta delle immunità il 20 gennaio scorso.

 

L’integrazione di culture e religioni nell’Europa di oggi e il dialogo intereligioso

Articolo pubblicato sulle pagine di http://www.istitutomounier.it/

Nelle condizioni sociopolitiche contemporanee discutere di integrazione religiosa significa inverare un universo di valori a cui la filosofia politica contribuisce dal punto di vista culturale per riaffermare il valore della presenza del dialogo come elemento della propria specificità. Non intenderemo parlare di “repubblica ecumenica”, ma affronteremo l’argomento attraverso i caratteri propri della filosofia politica e come essa può aiutare il dialogo interculturale attraverso il fondamento e le finalità stesse della disciplina;non possiamo dimenticare che con il crollo del comunismo nei paesi dell’est europeo, l’abbattimento del muro di Berlino che proprio in questi giorni compie 20 anni e l’incontro storico tra Giovanni Paolo II e Michail Gorbaciov,con la proclamata fine dell’ateismo di stato nell’Unione Sovietica,si è realizzato un mutamento direi epocale,iniziato con la fine di quella che non possiamo non definire la “terza guerra mondiale”, ovvero la fine della guerra fredda, vinta dal mondo occidentale sul versante scientifico e tecnologico e non già su quello militare.

Tuttavia dobbiamo approfondire maggiormente il versante storici che a volte inconsapevolmente abbiamo vissuto e per certi versi viviamo ancora; dobbiamo approfondirlo per entrare nel vivo della tematica da affrontare e che coinvolge anche e soprattutto il dialogo interreligioso. Con il novembre ’89 non si è concluso solo un ciclo,quello che Hobsbawn ha definito il “secolo breve”, né quello storico del socialismo reale o del manifesto comunista del 1848, ma un periodo di più ampia valenza,non solo politica o economica,ma anche filosofica,religiosa e spirituale. Tale ciclo che si è concluso da non molto tempo era nato con l’inizio dell’età moderna e nell’ambito dell’unità religiosa e spirituale europea, con la riforma protestante, che ha condotto ad una parcellizzazione non solo di tipo ecclesiale, con le note storiche divisioni tra chiese,ma anche ad una frantumazione metafisica, politica e sociale. Nell’arco di meno di un secolo si è collegata,alla dissociazione della natura dalla grazia, tra il 1500 e il 1600,una forte rottura di tipo culturale che ha seguito quella religiosa e che ha messo in crisi,soprattutto nel mondo universitario la cultura umanistica, metafisico, giuridica e letteraria e quella scientifica,di tipo fisico medico. La prima si è venuta sviluppando sul piano della razionalità,introdotto dal Discorso sul Metodo di Cartesio, fino ad arrivare alla dialettica di Hegel; ma la seconda,ovvero quella che si definisce “scienza esatta”, ha inaugurato con Galilei il metodo sperimentale, che già Niccolò Machiavelli aveva anticipato separando la politica dalla morale.

E’ impossibile, credo, negare che tale rottura del metodo, sul piano della libertà dell’uomo abbia contribuito a determinare una straordinaria spinta evolutiva al progresso per la costruzione delle ideologie moderne e il loro dominio sulla politica,spianando la strada alle grandi conquiste ingegneristiche,informatiche e scientifiche,ma non di meno si sia posto il problema della stessa distruzione dell’uomo e del collegamento dell’etica con la scienza e anche con la filosofia. In tale ambito avvertiamo come il quadro evolutivo storico culturale,attraverso una spinta verso l’esaltazione della sola dimensione razionale dell’uomo,abbia condotto ad escludere dalla struttura sociale ogni valore trascendente ed abbia condotto ad affermare sul terreno politico,a partire da Ugo Grozio il giusnaturalismo in conflitto con la tradizione proveniente dal diritto romano e che ha finito per identificare il diritto solo con lo stato. Dopo l’anticipazione inglese,un punto fondamentale di svolta sui diritti dell’uomo è stato offerto da due grandi rivoluzioni,quella americana e certamente quella francese,ma mentre fino al 1791 era possibile la convergenza di una parte del mondo religioso su taluni valori della dottrina illuministica che esaltava i principi essenziali di libertà propri del cristianesimo,l’estremizzazione del pensiero illuministico più radicale come quello esposto dagli enciclopedisti e dallo stesso Rousseau,ha aperto lo iato con il mondo religioso “tout court”. Infatti la teoria del contratto sociale che Rousseau riprende da Hobbes e da Locke,risulta ancora oggi incompatibile con una concezione liberale democratica che sin dal XVIII ha visto tra i protagonisti personaggi di spessore religioso quali Alessandro Manzoni e il teologo e filosofo Antonio Rosmini Serbati; sostenere che la società sorge per un contratto,vuol dire aprire la strada al più grande e radicale individualismo,che oggi vediamo diffuso ad ogni livello e che impedisce il rapporto anche solo di dialogo tra visioni filosofico religiose differenti.

Inoltre tale individualismo contemporaneo è sostenuto politicamente dalla teoria di una volontà generalizzata che si fonda sul diktat parlamentare,ma che rifiuta l’autonomia delle società intermedie, quei “corpi intermedi dello stato che sono stati la conquista anche in termini di riconoscimento dell’autonomia e della sovranità del pensiero religioso,delle società democratiche e che non si può dire che siano nati per volontà dello stato in sé. In questo senso possiamo affermare che si inverano le radici di quel terrorismo che sui è espanso nel mondo negli ultimi anni in forme estremizzate di carattere politico e religioso. La caduta dell’ideologia comunista ha fatto riemergere pretese egemoniche e aspirazioni integralisti che;tuttavia il Concilio Vaticano II ha aperto la strada per un apertura al dialogo con le altre chiese cristiane ,come anche le chiese monoteiste provenienti dal comune padre Abramo e,in genere,con le chiese spirituali esistenti nel mondo. Con la caduta del muro di Berlino si sono create le condizioni per il passaggio dalla cultura moderna ad una cultura postmoderna,aprendo,tuttavia,una crisi non facile con possibili rischi di involuzione della stessa libertà religiosa, civile, politica,imponendo una vigilanza sui principi fondamentali del vivere civile. Esistono oggi,credo,tre emergenze della cultura postmoderna: 1)il ripudio della guerra e le limitazioni della sovranità fra gli stati per assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni 2)il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo,le libertà civili,politiche e religiose 3)la libertà di tutte le confessioni religiose.

Tutto questo per giungere nel tempo alla costruzione di una cultura postmoderna fondata su tre fondamentali unità nel mondo contemporaneo. La prima di esse è costituita dalla fine della divisione del mondo secondo ideologie contrapposte,che ancora le forze politiche della sinistra europea non hanno percepito ed è il motivo della loro sconfitta costante;ma anche la fine di quella unità creatasi sotto l’egemonia dello stato militarmente più forte e in ciò è veramente profetica la pastorale di Giovanni Paolo II che già dal 1985 con l’incontro tra le grandi religioni seppe individuare il crinale del nuovo millennio che si avvicinava in tutte le sue sfumature. La vera unità che si deve creare è quella della parità delle nazioni attraverso una migliore organizzazione delle Nazioni Unite,per potere esercitare nei confronti dei singoli stati che violino le regole internazionali,un potere forte,sopranazionale. In questa una visione filosofica della politica concorre alla formazione di comunità politiche internazionali e parziali,come quella europea,americana,africana,dei paesi musulmani,dell’India e del Medio Oriente. Tuttavia si rivela fondamentale la seconda unità mondiale da costruire:quella religiosa,perché non è più sufficiente il riconoscimento solo di una libertà religiosa individuale,bensì deve essere riconosciuta la libertà di manifestazione di ogni singola religione,pur nel rispetto della laicità degli stati,che però non significa indifferenza agnostica.

Alla testa di questo movimento vi è la Chiesa Cattolica,che ha sviluppato nei decenni i principi del Concilio Vaticano II che ha condotto a raccogliere tutte le religioni cristiane,per arrivare alla confluenza possibile di tutte le religioni monoteiste e alla convergenza delle religioni operanti secondo principi spirituali,dialetticamente contrapposte ai principi che depauperano la ricchezza intrinseca dell’uomo-creatura. La terza unità non è di meno importante,perché è quella del diritto,che si richiama ai principi del diritto romano,che si sono diffusi in questi ultimi 20 anni anche nei paesi dove si è verificato il crollo dell’ideologia comunista o che,pur restando comunisti sui principi del potere stabile,hanno accettato i principi e la prassi del libero mercato. Ma la politica non va considerata come un male necessario per il bene dell’umanità,ma non è nemmeno una realtà che serve a sopravvivere per consentire all’uomo una vita l,ibera.

Il valore della politica chiama in causa “l’ordine delle cose”,che può essere funzionale rispondendo a uno scopo preciso della natura delle cose medesime e occorre parlare preliminarmente della natura dell’uomo. Quando Dio stabilì “Non è bene che l’uomo sia solo”(Gen.2,18)e creò il suo simile ordinando gli di crescere assieme e di prolificare,stabilì la nascita della società e che la vita umana potesse essere concepita solo all’interno della società,che è il mezzo naturale per la crescita dell’uomo,la sua condizione naturale di esistenza. La comunità politica non deriva,in quanto società naturale,dalla famiglia o dalla società civile,perché queste non esisterebbero se la società politica non fosse legittimata ad esistere. La famiglia,la società civile e quella politica sono realtà diverse,ma autonome,distinte ma legate e sono realtà “positive” di cui l’uomo ha assoluto bisogno per conseguire il suo bene. La comunità politica ha lo scopo di riconoscere accanto alla natura,il ruolo della “grazia”,in modo che lp’uomo,proprio perché persona,non sia molestato dalla politica,che è scienza del bene comune e strumento per la garanzia dell’autonomia dell’uomo stesso.

E’ la “libertas maior”che consente la vera convivenza tra gli uomini come ricorda S.Agostino che è impossibile in assenza di ordine della politica e gli stati moderni,sovente,non l’assicurano attraverso leggi che infrangono il diritto naturale,in primo luogo quella sull’aborto che fa configgere la legge con la legalità. La sovranità è l’essenza del naturalismo politico,sia in termini di sovranità dello stato che popolare e nell’enciclica “Libertas”del 1888 Leone XIII sottolinea che la sovranità è il principio capitale del razionalismo,ovvero il tentativo dell’uomo di ordinare a modo suo il mondo. Ma già Platone nelle “Leggi” ammoniva che una polis che non è governata da Dio ma da un uomo,non ha possibilità di scampo dal male e ciò perché,allora come oggi la sovranità poiché rivendica il diritto di ordinare il mondo secondo i dettami dell’umana ragione,identifica la razionalità con il calcolo,come la libertà con la licenza e la verità con l’opinione o la morale con la legalità. Rinviare all’esperienza per cogliere l’essenza della politica esclude la possibilità di confondere il mero potere con l’autorità che,viceversa,è un elemento morale che,se è tale,va esercitato legittimamente perché ordinato al bene della persona,che non dipende dal consenso e il governo politico non è legittimato,come dice Locke, dal “consentimento” all’assoggettamento alla podestà politica,ma dalla finalità perseguita dal potere stesso.

Se si considera,in filosofia politica,legittima una sola ed esclusiva forma di governo,allora si assegna valore al consenso non come mezzo,ma come fine,arrivando a considerare il nichilismo fondamento dello stato ed è ciò che è successo nel XX sec. con le grandi ideologie che prescindevano dalla religione come valore unificante:si è trattato di una contraddizione in termini del naturalismo politico,che si è rivelato incapace di individuare i motivi della politica di cui tutti facciamo e non possiamo non fare esperienza. Il dialogo come ricerca della propria verità nelle verità degli altri è sostenuto dall’esplorazione continua nel campo sempre più esteso dell’ignoto e le religioni soccorrono il bisogno di superare la ripetizione ossessiva di verità comunque riduttive e parziali. La coscienza,l’intelletto,la volontà,la sensibilità e la ragione,che rappresentano la dotazione invisibile di ciascun uomo,lo rendono capace di governare la natura in ordine al processo di compimento dell’unità personale e di unificazione di tutta la comunità umana. Dopo la fine della contrapposizione tra liberalismo e comunismo si fa sempre più drammaticamente chiara la scelta dilemmatica che l’umanità è costretta a compiere in tempi brevi:o nazionalismo come rivalità o federalismo come pacificazione;si deve quindi evitare un processo autodistruttivo irreversibile e seguire la strada dell’integrazione a tutti i livelli che è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo del nuovo millennio.

Tuttavia non si può disprezzare l’indeterminatezza del bene concepito dalla ragione,perché vi si realizza il primo nucleo fondante della dignità umana e della stessa esistenza della libertà. La volontà attinge al concreto,ma in quanto pensato nel concetto razionale perché,viceversa,non saremmo capaci di astrazione razionale e di vera libera volontà e occorre discernere l’inclinazione spontanea del volere verso il bene assolutamente infinito,dall’atto volontario,contingente di per se. Il sommo bene è Dio,perché assolutamente infinito,ma non è il bene in generale e neppure l’inclinazione del volere verso l’assoluto è di per sé ilo vero movimento del volere verso Dio perché non c’è ancora un libero atto di scelta. Di conseguenza la volontà è facoltà di tendere verso Dio,mas non vuol dire che la volontà per essenza tenda sempre concretamente verso Dio,perchè si tratta di un azione che è oggetto di una nostra libera deliberazione e non è di tutti gli uomini,mentre tutti gli uomini,per la natura stessa del loro volere,non possono non cercare un assoluto infinito.

E’ necessario comprendere il contenuto che ogni uomo mette nelle inevitabili forme che sono oggetto del desiderio naturale ed universale della volontà;l’uomo per libero arbitrio può scegliere di assolutizzare il relativo,creando il relativismo o considerare infinita la realtà finita pervenendo all’ateismo o considerare il parziale giungendo al panteismo e,in politica,al totalitarismo. Ma la volontà è sempre orientata al bene perché la ragione è orientata alla conoscenza dell’ente e ogni ente è buono perché può essere oggetto di una volontà,che quando la si esercita non può non volere qualcosa,ovvero un ente che per lei è il bene,perchè al contrario non lo cercherebbe e d’altronde una volontà senza oggetto non è una volontà e gli uomini non possono volere un non essere. La libertà è una proprietà della persona e non dell’intera natura dell’uomo intesa in senso astratto e per capire l’essenza della libertà come attributo della volontà occorre possedere un giusto concetto della specifica essenza dell’uomo. La ragione prepara l’esercizio della volontà e perciò della libertà e l’atto della libera volontà deriva dalla ragione,ecco perché la ragione e la libertà sono una l’effetto dell’altra giacchè “radix libertatis est in ratione costituita” ed è per questo che i Vangeli ci ricordano l’ammonimento “Veritas liberavit vos!”.

E’ certo possibile conoscere la verità e non metterla in pratica,ma è impossibile praticare il vero bene senza prima averlo conosciuto;la ragione formula il giudizio pratico che informa l’azione,ma è la volontà che rende operativamente possibile il giudizio traducendolo nei fatti. La libertà non è autosufficiente,ma è un mezzo,il libero arbitrio,che deve rapportarsi a precisi contenuti che corrispondono al nostro bene,alla nostra liberazione,come recita il “Pater Noster” perché non si può affermare il solo libero arbitrio senza la libertà di essere perfetti. Per vivere l’autentica libertà,occorre vincere la tentazione di sentirsi detentori di una libertà infinita,rispetto ai limiti della natura umana perché l’uomo non può non orientare il suo pensiero ad un assoluto che è certamente Dio,che vuole essere scelto liberamente dall’uomo al quale accorda anche la facoltà di rifiutarsi a Sé.

Ogni uomo tramite la ragione può governarsi da solo,anche se S. Tommaso d’Aquino osserva che solo apparentemente l’uomo si sottrae al governo di Dio che si compiace di governare l’uomo proprio accentuando la sua indipenden za,perché l’uomo più si governa e più è governato da Dio. Anche in politica la ragione svolge un ruolo fondamentale nel legittimare l’uso della libertà:è la più remota ma nel contempo la più ardua regola della convivenza civile,l’alleanza tra governanti e governati e dove le religioni possono svolgere il ruolo di contribuire a sostituire il potere con l’autorità dei migliori in un percorso di incivilimento di tutte le società ormai globalizzate,per realizzare etica e politica in contesti democratici nei quali la ragione e la libertà siano realmente il fondamento delle scelte consapevoli e responsabili dei cittadini,per evitare,come ammoniva S. Caterina da Siena nella Lettera ai Signori di Siena,di “..mettere a governare uomini che non sanno nemmeno governare sé stessi e che chiudono gli occhi al punto di far subire il torto a chi ha ragione e a dare ragione a chi ha torto”

Siamo tutti vittima dei sondaggi

Sondaggi in testa, spread, Pil, BTp , Irpef , percentuali delle famiglie che fanno uso di zafferano, ecc. ecc.  sino al consumo pro capite di carciofi , siamo ormai prede di una retorica dei numeri irreversibile, quasi sempre rivestita di statistica. Che diventa micidiale e  ci ubriaca,  quando si accompagna all’audience televisiva e agli ascolti di un programma.

Non snobbo niente, poiché faccio anch’io parte dei telecomandati consumatori e dei dementi digitali.

Mi sono però sentito molto, ma molto  confortato, quando a proposito di Sanremo, ho saputo che in quelle serate sono stato in compagnia  dell’80 % di italiani ! Se non di più.

In compagnia cioè di quella stragrande maggioranza di italiani che se ne e’ fregata del Festival !

Prendiamo in considerazione il  dato Istat solo sulla popolazione italiana al di sopra dei 15 anni : 52 milioni.

Bene !

Se il festival ha avuto una media di ascolti di circa 11 milioni per sera – cioè del 20% di questa popolazione – allora vuol dire che 41 milioni di italiani ‘maggiorenni’ ( l’80 %) , hanno scelto altri canali, si sono rimbambiti col cellulare in mano, oppure hanno preferito di andare in pizzeria, di farsi uno scopone scientifico,  di stare con amici, di andare a dormire, di evitare insomma  gli artefatti conduttori con annessi e connessi da Circo equestre .

 

Sintonie tra due maschere

A voler vincere sempre, si rischia di cadere e farsi persino male. Più ragionevole è condividere con altri il proprio parere, eventualmente far prevalere ciò che sembra irrinunciabile, ma saggiamente cedere a vantaggio di chi la pensi meglio di noi. In politica, l’atteggiamento ragionale è sempre auspicabile, mentre quello muscolare, il più delle volte, porta seri guai.

Matteo Renzi, proprio in questi giorni, meglio dire in queste ore, mostra di essere poco equilibrato. Pretende che l’intera maggioranza si chini ai suoi piedi e nulla fa per trovare una via di mezzo, al fine di trovare una soluzione che un po’ soddisfi tutti e, conseguentemente e faccia pure rinunciare qualcosa agli stessi. Sulla prescrizione potrebbe avere pur ragione, ma fosse così, dovrebbe concludere sbattendo la porta al Governo. Da quanto si capisce, questo gesto non lo imporrà. Anzi, di momento in momento, sembra sempre più scivolare in un insopportabile contorcimento politico. Rischia pertanto, come indicavo all’inizio, di fare un clamoroso tonfo.

L’altro, che di cognome fa Salvini, è un Matteo che mantiene lo stile del primo. Mi riferisco alla vicenda relativa alla richiesta da parte della Magistratura di autorizzazione a procedere nei suoi riguardi, circa la vicenda della nave Gregoretti. Primo atteggiamento, contrario; secondo atteggiamento, invita i suoi parlamentari a votare a favore in commissione – ricordo che i leghisti con 5 voti vincono contro i 4 voti di Forza Italia e Fratelli d’Italia -; terzo atteggiamento, cambio di prospettiva a 180°, ordine di votare contro il provvedimento nell’aula del Senato con il comando ai senatori della Lega di abbandonare l’aula.

Ecco, ditemi voi, vi sembra forse questo un atteggiamento lineare? Si può cambiare tutto, ma non nel corso di qualche settimana. Infatti, ciascuno di noi cambia pure le sue idee, capita a tutti di non essere paracarro ma essere anguilla non è certo soluzione nobile, come non lo è l’essere sempre fisso come un chiodo.

Come vedete, i tempi che stiamo trascorrendo, sono infarciti di comportamenti del tutto arlecchineschi. Mi direte che siamo a carnevale, e avete persino ragione, ma pur essendo in un periodo caratterizzato dalle burlonate, non autorizza ad essere burloni in ogni angolo del nostro essere quotidiano.

Unicef: un adolescente su tre vittima di cyberbullismo

Secondo un sondaggio condotto dall’UNICEF tramite la piattaforma U-Report, «su 170.000 giovani migranti e rifugiati provenienti da 30 paesi che hanno partecipato, 1 su 3 ha vissuto esperienze di cyberbullismo, e a causa di questo 1 su 5 ha saltato almeno qualche giorno di scuola». A dichiararlo  è Francesco Samengo, presidente dell’UNICEF Italia.
Secondo il sondaggio dell’UNICEF:
  • il 71% di coloro che hanno risposto ritiene che il cyberbullismo si verifichi soprattutto sui social network;
  • Circa il 32% crede che i governi dovrebbero essere responsabili di porre fine al cyberbullismo, il 31% ritiene che dovrebbero esserlo i giovani stessi e il 29% attribuisce la responsabilità alle aziende che gestiscono l’accesso a Internet..
I dati disponibili suggeriscono che le ragazze hanno maggiori probabilità di essere vittime di cyberbullismo rispetto ai coetanei maschi, si stima inoltre che gli studenti più grandi potrebbero essere maggiormente esposti al cyberbullismo rispetto a quelli più piccoli : i ragazzi di 15 anni riportano una percentuale maggiore di cyberbullismo rispetto a quelli di 11 anni.
«Nel mondo, ogni 5 minuti muore un bambino a causa di violenza . Moltissimi altri convivono con le cicatrici causate da violenza fisica, sessuale e psicologica, che va dalle percosse al bullismo», ha dichiarato Francesco Samengo, Presidente dell’UNICEF Italia.
«In un mondo digitale, la violenza che i bambini affrontano nelle loro case, scuole e comunità è spesso amplificata da SMS, foto, video, email, chat e social media. A differenza del bullismo esercitato di persona, il cyberbullismo può raggiungere la vittima dovunque, in qualsiasi momento, spesso lasciando il bambino bullizzato in uno stato di ansia costante».
L’aumento del cyberbullismo riflette la rapida espansione dell’accesso dei bambini e dei giovani a internet.
  • In 7 paesi europei, la percentuale di bambini e adolescenti fra gli 11 e i 16 anni esposti a cyberbullismo è aumentata dal 7 al 12% tra il 2010 e il 2014 ;
  • Secondo l’ITU, circa il 70% della popolazione giovane mondiale (15-24) era connessa nel 2017  (un numero in aumento rispetto al 36% degli under 25 nel 2011 ).
Le vittime di cyberbullismo sono maggiormente soggette all’uso di alcol e droghe e a saltare la scuola rispetto agli altri studenti. Inoltre, hanno maggiori probabilità di ricevere voti mediocri e di avere problemi di autostima e di salute. In situazioni estreme, il cyberbullismo ha portato al suicidio.
I genitori e coloro che si prendono cura dei bambini e dei ragazzi possono aiutare a prevenire il cyberbullismo attraverso un coinvolgimento attivo nelle esperienze online dei bambini:
  • I genitori tendono a sottostimare la quantità di tempo che i loro bambini trascorrono online e il livello di coinvolgimento dei bambini e dei giovani nel cyberbullismo, sia come bulli che come vittime;
  • I giovani che sono state vittime di cyberbullismo sono spesso riluttanti nel confidarsi con gli adulti, anche se gli studi dimostrano che questa dinamica sta gradualmente diminuendo.
  • Per i genitori può essere utile diventare maggiormente informati sull’utilizzo di internet da parte dei loro figli e sviluppare strategie specifiche per monitorarlo, per esempio parlando ai loro figli di internet e impegnarsi in attività online congiunte con loro .
Che si verifichi di persona o online, il bullismo è tra le principali preoccupazioni per i bambini – e loro stessi si stanno muovendo per fermarlo.
Con il Manifesto Giovanile #Endviolence, i giovani si sono impegnati a “essere rispettosi e attenti a come trattiamo la nostra comunità e a intervenire parlandone quando è sicuro farlo“.
Quest’anno, hanno mantenuto questo impegno rispondendo alla chiamata di gentilezza dell’UNICEF e inviandosi centinaia di migliaia di messaggi positivi l’un l’altro online.
Nelle ultime settimane, oltre 16.000 giovani di 17 paesi hanno condiviso 11.000 domande sul tema del bullismo online. Tra queste, l’UNICEF ne ha selezionate dieci principali.
L’UNICEF risponderà insieme ai rappresentanti dell’industria tecnologica e ad altri esperti, e le renderà disponibili sul sito web. Anche i giovani e gli influencer saranno incoraggiati a partecipare alla discussione online.

In Italia

L’UNICEF Italia fa parte dell’Advisory Board del Progetto Safer Internet e, attraverso le sue attività di promozione dei diritti dei bambini e dei ragazzi rivolte al mondo della scuola, è impegnato nella promozione dell’uso sicuro della rete.
In tema di prevenzione, nell’ambito del Programma Scuola Amica dei bambini e dei ragazzi,  l’UNICEF Italia ha dedicato una particolare attenzione al tema del bullismo e del cyberbullismo elaborando uno specifico kit didattico per le scuole dal titolo ‘Non perdiamoci di vista’.
Attraverso questa proposta, l’UNICEF Italia vuole accrescere la consapevolezza dei rischi legati a bullismo e al cyberbullismo con la realizzazione di percorsi educativi che consentano ai ragazzi di sviluppare empatia e solidarietà attraverso una riflessione sul modo in cui costruiscono e vivono le loro relazioni.
La proposta comprende sezioni dedicate ad insegnanti, ragazzi e famiglie, schede formative, attività laboratoriali suddivise per fasce di età, filmografia sul tema.
È accessibile gratuitamente online su www.unicef.it/scuola  nella sezione “La nostra proposta educativa”.
L’UNICEF Italia insieme all’Associazione CamMiNo, ha avviato il progetto “Legalità”, nelle scuole secondarie di secondo grado di 7 città italiane, con un focus sul cyberbullismo e la sicurezza in rete.
Il progetto prevede lezioni interattive con i ragazzi e le ragazze, per approfondire gli aspetti giuridici, psicologici, pedagogici e tecnico-informatici del cyberbullismo e della sicurezza in rete.

Da inizio anno sono stati sciolti 16 comuni

Sono già due i comuni commissariati per infiltrazioni mafiose nel 2020: Scorrano (Lecce) e Saint-Pierre (Aosta). Quest’ultimo, deliberato giovedì scorso dal consiglio dei ministri, è il primo commissariamento per mafia in Valle d’Aosta.

Oltre ai casi di infiltrazioni criminali, dall’inizio dell’anno sono stati sciolti altri 14 comuni, tutti per motivi politici. In 4 casi sono state le dimissioni del sindaco ad aver portato allo scioglimento anticipato. In altri 10 la causa sono le dimissioni della maggioranza dei consiglieri. Tra questi, va segnalato il caso di Grumo Nevano, in provincia di Napoli, sciolto 5 volte negli ultimi 10 anni per motivi politici.

Attualmente sono 172 i comuni sciolti in Italia, includendo anche quelli commissariati a seguito di elezioni non valide (per assenza di liste oppure per mancanza di quorum). A questi si aggiungono due aziende sanitarie calabresi commissariate.

La regione con più scioglimenti in corso è proprio la Calabria, con 34 enti interessati. Seguono Sicilia (22), Campania e Lombardia (con 20 scioglimenti ciascuno).

La sopravvivenza del nuovo coronavirus

La sopravvivenza del nuovo coronavirus 2019 -nCov sugli oggetti potrebbe essere superiore a quanto ipotizzato finora. Un nuovo studio dell’Istituto di Igiene e Medicina Ambientale dell’Ospedale Universitario di Greifswald (Germania), afferma che il virus può persistere sulle superfici come metallo, vetro o plastica e rimanere infettivo a temperatura ambiente fino a 9 giorni.

Ma possono essere inattivati in modo efficiente nel giro di un minuto attraverso procedure di disinfezione delle superfici con alcol etilico (etanolo al 62-71%), acqua ossigenata (perossido di idrogeno allo 0,5%) o candeggina (ipoclorito di sodio allo 0,1%). «Poiché non sono disponibili terapie specifiche per 2019-nCoV – concludono i ricercatori, guidati da Gunter Kampf -, il contenimento precoce e la prevenzione di un’ulteriore diffusione saranno cruciali per fermare l’epidemia in corso».

 

Sui 150 anni di Roma si rompe un tabù politico. D’Ubaldo spiega perché

Articolo pubblicato sulle pagine di Formiche.net

Qualcosa si muove attorno alla questione della rinascita di Roma. Sono cadute le incertezze, i silenzi interessati, i camuffamenti: la città vive, nel giudizio ormai di tutti, la sua fase di maggiore depressione dal dopoguerra ad oggi. Cade anche, però, l’alibi di un’opposizione generica e confusa, senza una proposta alternativa, senza un disegno politico capace di convincere e mobilitare. Se qualcosa si muove è perché i 150 anni di Roma Capitale non possono passare sotto traccia, con qualche modesta cerimonia rievocativa.

Ora bisogna dire con chiarezza, fuori da uno schema di facili pregiudiziali, che la recente iniziativa assunta dal Campidoglio è stata una sorpresa e non da poco. La manifestazione al Teatro dell’Opera, svolta con successo lunedì 3 febbraio (qui e qui le foto di Umberto Pizzi), ha evidenziato la volontà del sindaco, signora Virginia Raggi, di introdurre un colpo di fantasia.

In tale circostanza, grazie alla “linea” dei Cinque Stelle, si è capovolto infatti lo schema delle celebrazioni: non più la “Roma laica”, con il suo fulgore di orgoglio e superiorità rispetto alla vecchia “Roma clericale”, ma il Vescovo di Roma – papa Francesco – che inaugura, per il tramite del Cardinale Segretario di Stato della Santa Sede, l’anno dei festeggiamenti, dando il via al  grande dibattito sul passato e sul futuro della Capitale.

Nessun sindaco, men che meno se di appartenenza democristiana, ha mai potuto compiere un passo tanto ardito. È una novità che non sopraggiunge all’improvviso, essendo un pallido ricordo, fortunatamente, il clamore delle cerimonie a sfondo anticlericale “à la Nathan”. Con questa amministrazione si rompe tuttavia il velo di prudenza che da sempre implica una qualche “diplomatizzazione” di ciò che ruota attorno alla rievocazione di Porta Pia.

In questa cornice, seguendo il ragionamento di Andrea Riccardi, si può dire che alza messaggio di papa Francesco è stato altrettanto poco diplomatico. Ha parlato, appunto, da Vescovo della città rivendicando il ruolo pastorale, e quindi anche civile, della Chiesa e delineando un impegno – laici e credenti uniti – per fare di Roma un centro mondiale di fraternità.

Sarebbe miope non cogliere l’impatto di questa nuova ricerca di collaborazione, destinata a incidere sulla condotta delle forze politiche romane e nazionali, quando in effetti la ricetta per i “mali di Roma” sta proprio nel superamento di obsolete linee di frattura.

Nel ‘74, allorché la Chiesa provò a definire un’ambiziosa piattaforma di rinnovamento, non fu chiaro chi dovesse assumere la fisionomia dell’interlocutore privilegiato:  pertanto un certo livore antidemocristiano provocò – e questo Riccardi non lo riconosce – l’illusione che i cattolici a Roma potessero esprimersi solo nel sociale, con le buone opere, senza un adeguato respiro politico.

Illusione ancora viva oggi, nonostante la scomparsa della Dc da oltre cinque lustri, e tanto più forte quanto più è riuscita a permeare di sé la vita democratica nazionale. Sì tratta, in conclusione, di uscire da questa trappola che ha bloccato la riconfigurazione del rapporto tra identità e pluralismo, striando di neo-clericalismo l’impegno generoso dei cattolici.

Il nostro compito è studiare e trasmette il messaggio del cattolicesimo democratico

Condivido anche nelle sfumature l’intervento di Merlo che ieri è stato pubblicato su questo foglio online. (https://ildomaniditalia.eu/la-dc-non-torna-piu-e-neanche-i-democristiani/).

Profondamente vero è l’invito che fa a “studiare a fondo, approfondire e indagare sotto il profilo politico, culturale e storico”, ché soprattutto sotto l’aspetto del metodo, questo può essere altamente benefico.

Come studiamo le varie esperienze del cattolicesimo politico dell’800, come rileggiamo le ricche pagine del popolarismo sturziano e del suo stesso leader, così dobbiamo trarre utili suggestioni anche dall’esperienza storica irripetibile dell’ultima Democrazia Cristiana.

Quanto al resto, il futuro è in grembo a Giove, dicevano gli antichi. A noi spetta vivere il presente e trarre indicazioni di valori e di metodo dalla vita di quanti ci hanno preceduti e trasmetterli a nostra volta ai giovani d’oggi.

Grande e meraviglioso compito!

10 febbraio 1961

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista il Mulino a firma di Stefano Gallo

Il 10 febbraio 1961 venne abrogata una legge del 1939 intitolata “Provvedimenti contro l’urbanesimo” di contrasto all’immigrazione urbana. Con questa norma il fascismo aveva costruito intorno alle città italiane tante barriere burocratiche contro gli immigrati, ovviamente italiani: chi voleva iscriversi all’anagrafe municipale venendo da fuori – dalle campagne o da altre città – doveva dimostrare di avere un lavoro;per avere un lavoro era necessario registrarsi all’ufficio di collocamento, ma l’iscrizione era riservata ai soli residenti. I vantaggi che rispetto alle campagne potevano dare i contesti urbani (lavoro, servizi, sussidi) dovevano rimanere esclusivamente nelle mani degli abitanti “storici”, di chi vantava un maggior tempo di permanenza e quindi una certificazione nei registri di popolazione: sotto Mussolini non esistevano ancora gli slogan “Roma ai romani” o “Verona ai veronesi”, ma il criterio della restrizione dei diritti ai soli residenti e delle porte chiuse verso gli estranei  italianissimi  era stato tradotto in una normativa molto stringente.

Che il fascismo abbia tentato di contenere gli spostamenti all’interno della Penisola è un aspetto noto e in fondo comprensibile, coerente con la retorica ruralista e di “strapaese” del Ventennio. Ovviamente non riuscì nell’intento: le migrazioni interne non solo non furono fermate, ma aumentarono nel corso degli anni Trenta, con un’intensificazione dei flussi dal Meridione al Centro Nord (su questo ha scritto lavori fondamentali la storica Anna Treves).

Qui l’articolo completo 

In Irlanda si abbatte la tempesta dello Sinn Féin

Lo Sinn Féin ha ottenuto il 24,5 per cento di prime preferenze, arrivando davanti ai due partiti conservatori che dagli anni Trenta ad oggi hanno governato in Irlanda, alternandosi: il Fianna Fáil oggi guidato da Micheál Martin, che ha ottenuto il 22,2 per cento di prime preferenze, e il Fine Gael del primo ministro uscente Leo Varadkar, che ne ha ottenute il 20,9.

Una tempesta che ridisegna il quadro politico irlandese.

Infatti da quando il crollo economico ha posto fine alla fedeltà dell’elettorato agli schemi di voto che avevano dominato per decenni, le elezioni, nel paese, hanno subito oscillazioni improvvise e acute.

L’oscillazione questa volta ha favorito lo Sinn Féin – e in proporzioni che, sebbene segnalate dai sondaggi di opinione, non erano state veramente comprese né da quel partito né dai suoi concorrenti fino all’apertura delle urne.

Le elezioni hanno portato il partito in una posizione di potere senza precedenti nella Repubblica. Mary Lou McDonald deve ora decidere cosa vuole fare con quel potere. Dice che vuole andare al governo; resta da vedere quanto desidera ardentemente perseguire tale obiettivo e quanto è disposta a cedere e a trattare con gli sconfitti di Fianna Fail e Fine Gael.

 

Nietzsche non è morto. Laura Langone e il suo esordio filosofico.

Cosa significa vivere pericolosamente? Arthur Schopenhauer non si pose mai il problema, datosi che per lui il rimedio tra la nascita e la morte consisteva nel “godersi l’intervallo”. Egli radicò il suo pensiero nell’antichità indiana; Nietzsche riadattò tale domanda, inserendola pienamente nel mondo occidentale, abbeverandosi alla concezione “tragica” dell’antico pensiero greco. Un’umanità che, in pieno Ottocento, diventava sempre più schiva, rancorosa ed inquietante, nonostante le nuove conquiste mediche e tecnologiche, sempre più depressa, chiusa in se stessa, viveva la mancanza di qualcosa: il perduto dionisiaco.

Quella di cui accenno in queste poche righe è una nuova, ma non scontata, narrazione sulla filosofia del celebre pensatore tedesco, che per primo osò dire: “Dio è morto! E voi lo avete ucciso…”. Il filosofo del nichilismo, l’araldo dell’ateismo – suo malgrado – il pensatore “nato postumo”. Su F. Nietzsche tanto si è detto e ancora di più insinuato. Corteggiato dagli ideologi del nazionalsocialismo germanico, alla sua tavola hanno bivaccato orde di filosofi, più o meno originali. Sull’eredità del loro maestro hanno tentato la propria rivoluzione teoretica. Senza successo poiché, per “superare” un filosofo, bisognerebbe prima comprenderlo. La comprensione sfugge alla lettura di Nietzsche, un filologo scopertosi filosofo, un pensatore impalpabile, etereo, incoerente. Forse ciò che è mancato, da parte degli specialisti, è stata proprio la delicatezza di cogliere la passione. E la passione è donna. Una passione del genere la si ritrova in un libro di recente pubblicazione, dal titolo Nietzsche: filosofo della libertà, edito da ETS e scritto da una filosofa trentenne: Laura Langone, emersa dalle acque culturali italiche ed “emigrata” in Inghilterra, dove lavora come ricercatrice all’università di Cambridge.

Quello della Langone è un saggio divulgativo, rigoroso, senz’altro; coerente con la letteratura che, ieri come oggi, si è occupata di Nietzsche. Tuttavia “Nietzsche: filosofo della libertà” è anche la dichiarazione d’amore di una ragazza al suo “mentore” ideale, al pensatore a cui essa ha dedicato tanti anni di studio. Si nota, scorrendo le pagine del libro, una passione per la filosofia di “Federico”, nella delicatezza, nei termini, nel modo misurato con cui Laura Langone presenta un pensatore visto sempre come “violento”; il filosofo del superuomo. I realtà, Nietzsche fu questo, ma anche un canuto signore sofferente, aggravato da una malattia degenerativa, semicieco, seduto sulla sua poltrona con in grembo una coperta per riparare le gambe dal freddo.

Accudito dalla sorella, il filosofo passò gli ultimi anni della sua esistenza tra le sofferenze fisiche e i deliri mentali. Tutto ciò ha interrogato gli studiosi sulla genuinità del suo pensiero, gravato da tanto dolore. Laura Langone recupera l’umanità di Nietzsche, lo porta a livelli di comprensibilità “popolare” senza tuttavia snaturarne il contenuto. Ciò che in passato venne visto come forza, prepotenza, spesso viziato da un’interpretazione maschile e fallocratica, la Langone lo riconduce all’indipendenza, verso il tentativo di comprendere la formula dell’affermazione della libertà umana. Essa coglie quella “sublimità nella quale l’anima si astiene dal lamento, e cammina in silenzio, come sotto alti cipressi”. Cosa significa “vivere pericolosamente”? L’enigma di Zarathustra è il filo conduttore del libro di questa giovane filosofa, ormai non più gloria della sua terra, per lo meno geograficamente, ma a cui ci sentiamo orgogliosamente prossimi. Un orgoglio, questo, che dovrebbero sentire tutti, anche quei grigi cattedratici che, non creando condizioni adeguate in Italia, costringono, di fatto, la fuga dei nostri cervelli migliori. Buona lettura.

Prosegue la flessione dei prezzi delle case

A pochi giorni dall’inizio dell’anno si può notare che il comparto delle compravendita immobiliare continua la sua discesa. Secondo l’osservatorio di idealista.it sul mercato residenziale in Italia,  il 2020 si apre con una flessione dei prezzi delle case usate a gennaio, pari allo 0,5% rispetto al mese precedente. Una perdita che fissa il prezzo del mattone in Italia a 1.679 euro al metro quadro. A livello annuale il calo è più forte, pari al 2,5%.

Ma analizziamo i vari dati:

Regioni

Quattordici le aree regionali in calo a gennaio, trascinate a ribasso dalla Valle d’Aosta (-2,1%).

In Sicilia, Lombardia e Basilicata le diminuzioni toccano lo 0,9%, attenuandosi gradualmente in Campania (-0,8%), Abruzzo (-0,7%) e Toscana (-0,6%). Marche e Puglia vedono prezzi in diminuzione dello 0,5%, seguite dall’Emilia-Romagna (-0,4%). Trentino-Alto Adige e Umbria perdono 0,3 punti percentuali, Friuli-Venezia Giulia e Calabria lo 0,2% rispetto al mese precedente.

Resta stabile il Piemonte, mentre a crescere sono solo Sardegna (0,1%), Lazio (0,2%), insieme a Veneto, Liguria e Molise (0,5%), che segnano i recuperi maggiori.
La regione che vanta i valori più alti è la Valle d’Aosta (2.517 euro/m2) davanti a Liguria (2.460 euro/m2) e Trentino-Alto Adige (2.405 euro/m2). Le richieste più basse da parte dei proprietari si riscontrano a Sud della penisola in Calabria, con 905 euro al metro quadro, seguita da Molise (952 euro/m²) e Sicilia (1.064 euro/m2).

Province

I mercati provinciali seguono un trend prevalentemente ribassista questo mese, con il 64% delle macroaree in negativo. I cali più sensibili del periodo sono quelli registrati in provincia di Agrigento (-3,4%), seguita da Macerata (-3,1%), Vibo Valencia e Rimini (entrambe -3%). All’opposto, Barletta-Andria-Trani (3,5%), Avellino (3,6%), Pordenone e Latina (1,9%) segnano la migliore performance provinciale del mese.

Bolzano (3.507 euro/m2) si conferma la provincia più cara d’Italia davanti a Savona (3.052 euro/m2) e Firenze (2.787 euro/m2). Nella parte opposta del ranking, le province più economiche sono Enna ed Isernia, entrambe con 804 euro/m2, seguite da Caltanissetta (729 euro/m2) e Biella (649 euro/m2).

Capoluoghi

In controtendenza rispetto all’andamento generale, gennaio ha visto una prevalenza di segni positivi che riguardano 62 dei 109 centri capoluogo analizzati. I rimbalzi maggiori spettano a Barletta (5%), Agrigento (3,8%) e Oristano (3,7%). Dall’altro lato, le variazioni negative di maggiore entità spettano ad Andria (-3,4%), Enna (2,6%) e Chieti (-2,2%).

Dei grandi centri solo Napoli (-0,8%), Palermo (-0,3%) e Firenze (-0,2%) segnano valori in decrescita. Bologna (0,1%), Roma (0,2%) e Venezia (0,3%) registrano lievi recuperi; Bari (1,1%), Torino (1,3%) e soprattutto Milano (1,5%) accelerano a rialzo.

Con riferimento ai prezzi di vendita, è Venezia (4.494 euro/m²), esclusa Mestre per ragioni di rilevanza statistica, a guidare la graduatoria dei metri quadri più cari, davanti a Firenze (3.929 euro/m²) e Bolzano (3.664 euro/m²). Nella parte bassa della graduatoria i capoluoghi più economici sono Ragusa (831 euro/m²), Caltanissetta (784 euro/m²) e Biella (717 euro/m²).

Ambiente, al via 62 progetti per l’efficienza energetica degli edifici pubblici

Sono 62 gli interventi per migliorare l’efficienza energetica degli edifici pubblici e ad uso pubblico finanziati nelle regioni del sud: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. È attualmente in corso la trasmissione agli enti beneficiari degli atti convenzionali propedeutici all’avvio dei progetti.

Gli interventi, che riguardano scuole, ospedali, edifici comunali e provinciali, saranno finanziati complessivamente con 89 milioni di euro, con una media quindi di oltre un milione ad intervento, attraverso le risorse del Fondo Sviluppo e Coesione.

Gli interventi – oltre a ridurre i consumi di energia degli edifici con una diminuzione stimata tra il 30% ed il 40% e a migliorare la salute e il benessere degli utenti – si inquadrano nelle strategie nazionali sui cambiamenti climatici, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di riduzione della CO2, in linea con i target nazionali ed europei e puntano a stimolare la crescita della green-economy nelle quattro Regioni interessate, con significative ricadute sull’occupazione.

Coronavirus: Dubbi, Certezze e Fake News

Fare chiarezza sul CORONAVIRUS, emergenza improvvisa, quanto inaspettata: questo
l’obbiettivo che l’Associazione “G. Dossetti: i Valori – Tutela e Sviluppo dei Diritti” si prefigge, con questa giornata.
Un tavolo di confronto per fare il punto della situazione sul contagio, sulle cure e sulla
prevenzione, ma, anche, per parlare di ansie e dubbi che generano panico e psicosi e che provocano incondizionate ed inutili discriminazioni.

Il Programma

9.00 Saluti Istituzionali
Saranno invitati:
– i componenti della 12ª Commissione Igiene e Sanità del Senato
– i componenti della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati
Sono stati invitati:
S.E. Li Junhua – Ambasciatore Cinese in Italia
On. Dr. – Roberto Speranza Ministro della Salute
Avv. Virginia Raggi – Sindaco di Roma
Dr. Nicola Magrini – Direttore Generale Agenzia Italiana del Farmaco, AIFA
Dr. Massimo Scaccabarozzi – Farmindustria

Introduzione ai lavori
Corrado Stillo –Osservatorio Tutela Civica Associazione “G. Dossetti: i Valori”

Presiedono:
Filippo Anelli – Presidente Federazione Nazionale Ordine Medici chirurghi e Odontoiatri
FNOMCeO
Silvio Brusaferro – Presidente Istituto Superiore di Sanità

Moderano:
Marino Nonis – Area Governo Clinico Associazione “G. Dossetti: i Valori”
Luciano Onder – Giornalista (è stato invitato)

RELATORI

Matteo Bassetti* – Società Italiana Terapia Antinfettiva Antibatterica, Antivirale,
Antifungina, SITA
Roberta Bruzzone* – Criminologa
Roberto Cauda* – Policlinico Universitario A. Gemelli, Roma
Massimo Ciccozzi* – Università Campus Bio-medico, Roma

Pierangelo Clerici* – Associazione Microbiologici Clinici Italiani, AMCLI
Francesca Danese* – Forum Terzo Settore Lazio
Lifang Dong* – Associazione Silk Council
Pasquale Ferrante* – Istituto Clinico Città Studi, Milano
Giuseppe Ippolito – Istituto Nazionale Malattie Infettive, INMI Spallanzani
Francesco Saverio Mennini – Centre for Economic and International Studies, CEIS,
Università di Roma Tor Vergata
Giorgio Palù* – Università di Padova

Angelo Pan* – Società Italiana Multidisciplinare Prevenzione delle Infezioni nelle
Organizzazioni Sanitarie, SIMPIOS
Fabrizio Pregliasco – Università degli Studi di Milano
Giovanni Rezza* – Istituto Superiore di Sanità
Mario Rusconi* – Associazione Nazionale Presidi, ANP Lazio
Carlo Signorelli – Università Vita-Salute San Raffaele, Milano
Marcello Tavio* – Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali, SIMIT
14.00 Conclusioni
Marino Nonis – Area Governo Clinico Associazione “G. Dossetti: i Valori”

La Dc non torna più, e neanche i democristiani. 

Dunque, ormai è un fatto abbastanza condiviso. E cioè, la Dc non torna più perché la Dc, per dirla con Guido Bodrato, è stata un “fatto storico” e pertanto e’ una pratica politicamente archiviata. Ancora da studiare a lungo, da approfondire e da indagare sotto il profilo politico, culturale e storico. Uscendo definitivamente, speriamo, da quella delegittimazione e da quella demolizione politica e storica che ha caratterizzato, e per molti anni, il comportamento della stragrande maggioranza dei commentatori, dei politologi e degli intellettuali cosiddetti “progressisti”. Esaurita la Dc e steso un sincero silenzio verso tutti coloro che, maldestramente e con un pizzico di tenerezza, pensano di riproporla nell’attuale contesto politico italiano, resta aperta una domanda. E cioè, ma chi tenta, goffamente, di scimmiottare oggi il comportamento, la prassi e la politica dei “democristiani” che ruolo e che futuro potranno avere? Perché in questa singolare categoria non ci sono soltanto alcuni settori nostalgici o di chi usa strumentalmente quel marchio per ritagliarsi uno spazio di potere personale e cercare disperatamente di strappare qualche seggio parlamentare. In effetti, e come da copione, prosperano personaggi in cerca d’autore e, soprattutto, leader politici di primo piano che riscoprono tardivamente e misteriosamente una curiosa vocazione democristiana.

Lo leggiamo quotidianamente su molti organi di informazione e lo ascoltiamo, quasi con incredulità, nei diversi e svariati convegni sulla presunta eredità politica e culturale della Democrazia Cristiana. Ne ha parlato curiosamente anche il Presidente Conte quando, ad un convegno ad Avellino e di fronte a molti leader e statisti Dc del passato, ha trasmesso la sensazione di un forte attaccamento allo stile, al progetto e all’esperienza della Democrazia Cristiana. Cito il Presidente Conte ma gli esempi si potrebbero moltiplicare perché non passa settimana che germoglino, qua e là, vocazioni a riproporre e a rideclinare – seppur in forma aggiornata e rivista – l’esperienza cinquantennale della Dc nella cittadella politica italiana. Una tentazione trasversale che spazia dal centro destra al centro sinistra. Per non parlare delle fantomatiche espressioni di “centro” che da circa 25 anni, cioè dalla fine dalla Dc, cercano disperatamente di riproporsi all’attenzione del circo mediatico/politico. 

Ora, di fronte a questo rifiorire periodico delle più diverse e svariate Dc bonsai, forse è giunto anche il momento per arrivare a due conclusioni, semplici ma dirette. 

Innanzitutto chi è stato democristiano, chi ha votato la Dc e chi ha condiviso lo stile e il comportamento politico dei democratici cristiani, difficilmente può rinnegare o respingere quella straordinaria esperienza politica culturale, programmatica e di governo. E anche quella irripetibile comunita’ di uomini e di donne. E questo al di là delle mode, dello scorrere del tempo e del profondo cambiamento storico e politico della società italiana. 

In secondo luogo, però, e con altrettanta chiarezza, forse va detto che tutti gli innumerevoli e neofiti aspiranti democristiani hanno poco senso e poco spazio politico senza quel contenitore politico, culturale, programmatico ed organizzativo che si chiamava semplicemente Democrazia Cristiana. E questo perché quella straordinaria esperienza politica si intrecciava con i suoi dirigenti e con i suoi elettori. In una parola, con il “suo popolo”. Dividere l’uno dall’altro, oltreché impossibile, rischia anche di essere una operazione maldestra per il dovuto rispetto della storia della Dc da un lato e per evitare di confondere la cultura e il progetto politico di un grande partito con la comprensibile e legittima ambizione di potere di qualche gruppo o di qualche singolo dall’altro. 

In sintesi, non esiste la Dc senza i democristiani ma, soprattutto e semplicemente, non esistono i democristiani senza la Dc. 

 

Michele Mirabella: “Il servizio sanitario nazionale è uno dei migliori al mondo”.

Che piacere caro Prof. Mirabella! La ritrovo nel programma televisivo “TUTTA SALUTE” a qualche anno dall’intervista su ELISIR.
Qual è il mix vincente di programmi come ‘ELISIR’ e ‘TUTTA SALUTE’ ?
Il tema della salute appunto – sempre caro ai telespettatori – il tono garbato e documentato della trasmissione, la competenza scientifica degli esperti o lo stile rassicurante e interlocutorio del suo conduttore, un vero “professore gentiluomo”?

Lei ha elencato puntualmente tutto quello che in molti anni i critici e gli osservatori hanno ritrovato in ELISIR. Quindi escludere uno di questi fattori mi sembrerebbe autolesionistico oltre che scorretto. Nel suo elenco trovo anche le originarie motivazioni che mi avevano spinto a costruire questa trasmissione, ovviamente con la collaborazione di tutti i valenti esperti e agli autori che hanno lavorato con me.
Aggiungerei sommessamente ai fattori da lei proposti anche un po’ di fortuna.
Debbo ammettere che anche TUTTA SALUTE ha molto seguito presso i telespettatori, soprattutto per la competenza professionale dei miei illustri ospiti.
Effettivamente ho un pubblico fedele e interessato ai temi della salute e della medicina, che riguardano tutti: sono due temi che non hanno target sociali predeterminati.
Quanto a me ringrazio per l’apprezzamento: ognuno ha un suo modo di porsi. Spero di contribuire a corrispondere alle aspettative del nostro affezionato pubblico.

Che cosa potrebbe fare la scuola, in tema di sensibilizzazione e di alfabetizzazione primaria, già a partire dall’infanzia e dall’adolescenza, per favorire una cultura e una pratica di modelli esistenziali più salutari?
Possono insieme scuola, istituzioni e famiglie incentivare la “promozione degli stili di vita sani” a partire dai banchi di scuola per radicare già nei bambini e nei giovani abitudini più corrette?
Quali concreti suggerimenti – rispetto alle prassi quotidiane – sarebbe utile dare alle famiglie per acquisire e consolidare una mentalità salutistica? (alimentazione, impiego del tempo libero, attività sportive e ricreative, abitudini dannose e nocive ecc.). Ai programmi di educazione alla salute e a ‘stili di vita’ sani per questa fascia di utenza  televisiva?

La questione è molto complessa e la sua è una domanda in fondo asseverativa, che contiene già implicita la risposta.
Penso che quando la scuola assolve ai suoi compiti e non si cimenta in altro che non le compete, ci ritrova anche ciò che lei ha indicato. Qual è il compito fondamentale della scuola? Certamente quello di educare e questo è bene che sia realizzato in sintonia con le famiglie degli alunni: ciò poteva peraltro concretizzarsi quando le famiglie stesse si ‘accontentavano’ di collaborare sul piano etico con la scuola, riconoscendole indubbiamente un primato culturale.
Adesso invece le famiglie guardano con sospetto la scuola, come un’agenzia di cultura estranea ai reali interessi del cittadino e degli utenti di oggi: difficilmente lei troverà una maggioranza di famiglie disposte a riconoscere alla scuola quel primato e a inchinarsi alla sua disciplina.
Lei troverà più spesso famiglie che sospettano della scuola, la considerano una diramazione dello Stato, scadente e fastidiosa. Non ne condividono (non conoscendoli) e non ne apprezzano i contenuti culturali, anche se spesso a ragione perché la scuola a volte si sottrae ai suoi compiti istituzionali. Quindi trovo che questo sia un problema enorme, complesso.
Che la famiglia dica alla scuola di occuparsi anche dell’educazione alla salute dei propri figli mi sembra quasi ridicolo rispetto alla constatazione di mamme che infarciscono le cartelle dei propri figli di merendine, che li sopportano ore e ore seduti sul tappeto a guardare i cartoni animati o a maneggiare compulsivamente smartphone, tablet e play station, che li esentano dai rigorosi sport in cortile, quelli spontanei (l’acchiapparella, il nascondino, il ‘guardie e ladri’, il pallone, le corse ecc.).
Oggi le famiglie tollerano una concezione vergognosa degli stili di vita, con bambini tendenti alla pinguedine quando non all’obesità, stravaccati sui divani e si occupano con molta più cura di portare il cane a far pipì che non a far giocare il figlio.

L’informazione è considerata un presidio della democrazia ma può condizionare pesantemente i comportamenti sociali, fino a diventare il potere più forte e persuasivo.
Quanto è avvertita, nei suoi aspetti positivi e negativi, questa consapevolezza nella stesura dei palinsesti televisivi?
Sono davvero tutelate le cosiddette “fasce protette”? Ha ancora senso questa protezione in un mondo così “sovraesposto”?

Anche in questo caso la sua domanda contiene già implicita la risposta. Può darsi che altri considerino discutibili queste affermazioni ma quello che lei ha descritto nella sua domanda è una mia ossessione privata e professionale. E’ evidente che io mi prodigo nella direzione di ciò che lei dice e che trovo sacrosanto e fuori discussione. Non posso non essere d’accordo: se non c’è informazione non c’è democrazia.
Quello che mi sta a cuore, di questi tempi, è anche il correlato di questo pensiero e cioè che se non c’è democrazia non c’è informazione.
La carenza di informazione può portare all’obnubilamento della ragione, al tramonto della democrazia, dopo di che la democrazia non consentirebbe più l’informazione, perché non si permetterebbe più la libera circolazione delle idee.
Ecco perché è cruciale il tema della libera informazione in un libero Stato.

Che cosa manca ai programmi della TV destinata al target dell’utenza giovanile per trasformarla in canale informativo e formativo coerente e complementare rispetto a ai compiti educativi di famiglia e scuola?
Oppure questo è un aspetto obsoleto, che non va considerato?
La TV è prevalentemente informazione o intrattenimento?

La scuola e la famiglia rispetto alle influenze della televisione sui giovani sono disarmate, sono del tutto inoperose.
Quella giovanile non è un’utenza descrivibile con la lettura del palinsesto: le fonti di acquisizione delle informazioni e dei modelli di stili di vita da parte dei giovani sono innumerevoli e non stanno certo a rispettare quello che dice la mamma: “guarda che bello il programma di Mago Zurlì!”.
Ai programmi della TV in realtà oggi non manca niente, perché sanno come arrivare ai giovani, salvo – mi scusi il paradosso – proprio nel palinsesto dei programmi destinati ai giovani: sono stucchevoli, i giovani non li guardano, vanno a cercare i programmi per adulti, ‘anzi’ per adulti malati di mente, ‘anzi’ per adulti malati di mente, corrotti e sporcaccioni.
Se volete attirare un giovane mettete il segnalino rosso che non è un programma adatto a lui e così lui se lo va a cercare: perché, non si sanno forse queste cose?
E’ sempre stato così. Di me bambino ricordo che i primi libri che ho letto nella biblioteca paterna erano quelli conservati in un apposito armadio, di cui avevo scoperto che aveva la stessa chiave del mobile-bar.
Non possiamo più considerare e descrivere la scuola e l’educazione con linguaggi vecchi e inefficaci, distratti, pigri. Gli insegnanti non hanno motivazioni, sono anche bistrattati, maltrattati e malpagati: che cosa potrebbero fare? La televisione è sempre educativa, sia quando diseduca che quando educa, raramente riusciamo a capirne le differenze, ci sono dei programmi che diseducano anche gli stessi adulti, pensi dunque quanto danno possano fare ai giovani.
Però come si può pretendere che uno vada a imparare a memoria il Carducci di San Martino quando, chiuso il libro, ha sette ore di certi programmi osceni e diseducativi, con ben altri valori, con un appeal enorme rispetto alla parola scritta?
Come può esserci competizione? La parola scritta scoraggia perché richiede impegno, decifrazione, comprensione, fatica, quindi si preferiscono le immagini, soprattutto in movimento.
Ai nostri tempi eravamo costretti alla rude disciplina dell’alfabeto, delle parole e della lettura.

Fiction e reality propongono coinvolgimenti emotivi forti su situazioni ad alto contenuto relazionale-conflittuale: davvero “tutto quanto fa spettacolo”?

La televisione dovrebbe lavorare “con “ la cultura, non ci sono più programmi per i giovani.
Inutile fare quel tipo di scelta, tanto i giovani non li guardano.
Tanto vale impegnarsi a fare qualsiasi programma avendo ben presente la certezza che ‘comunque’ anche i giovani lo vedranno.
In effetti ci sono programmi che anziché avvicinare alla conoscenza della realtà muovono sul versante opposto: quello di creare situazioni virtuali e artificiose, contesti diseducativi che i ragazzi apprendono e replicano nella vita fino alla distorsione dei suoi valori più sacri: il rispetto per gli altri, la lealtà, il sacrificio necessario per raggiungere un risultato, lo studio e l’impegno come via obbligata per conseguire il merito.

E’ finita l’epoca della sceneggiatura televisiva dei romanzi e delle opere dei grandi autori?
Quali sono le richieste dell’utenza? Prevalgono il loisir e il disimpegno?
Le trasmissioni a più alto indice di impegno culturale finiscono per essere una TV di nicchia?

Oggi non c’è questa differenza. La qualità della televisione non si valuta più rispetto alla domanda di un palinsesto di genere.
Cos’è la tv? Quella che propone un film, un reality, una partita di calcio?
Il televisore è come un giradischi, dipende da quello che ci metti, anche perché tu hai mille canali: basta scegliere Sky e ti guardi quello che vuoi. Quindi non esiste più uno specifico televisivo, eccetto ciò che è esclusivo della televisione: quello che non puoi vedere al cinema, al teatro o su un campo da gioco.
Temo che lo specifico della Tv stia diventando la pubblicità, il talk show e le conversazioni a più voci che sono una dilatazione pantagruelica del ‘bar dello sport’.

Ma oltre alla TV oggi gioca un ruolo determinante la diffusione delle nuove tecnologie.
Attraverso gli smartphone e i tablet i bambini e gli adolescenti possono correre il rischio di emulare comportamenti scorretti, di entrare in quell’universo sconosciuto e senza reti che è il web, con tutti i pericoli di incontri non certo educativi e spesso affondando in quei buchi neri che sono gli incontri con persone sconosciute, veri e propri professionisti dell’inganno che si aggirano in internet come predatori virtuali.
Come stanno cambiando gli stili di vita dei nostri ragazzi?

Certamente lei evidenzia una realtà che sta dilagando nelle abitudini dei giovanissimi fruitori delle nuove tecnologie. Mi colpisce molto l’uso diretto e puntiforme di questi mezzi: ognuno si apparta con il proprio smartphone e varca la soglia del mondo virtuale dove ogni informazione, conoscenza, simulazione può essere determinante in senso negativo.
E’ una fruizione solipsistica dell’informazione senza filtri e senza controlli che rende paradossalmente più difficile la comunicazione autentica: ci si parla sempre meno, anche in famiglia, poiché ciascuno si isola in un mondo privato e appartato, costruendo realtà immaginifiche.
Quanto ai social oggi stanno diventando strumenti per diffondere sentimenti negativi: emulazione, odio, violenza, derisione, dileggio. La vita come una gara a superarsi.
Da sola la scuola non ce la può fare: occorre un controllo da parte delle istituzioni sui programmi e le immagini che circolano in rete e soprattutto una fiducia e una collaborazione da parte delle famiglie.
Si deve rinnovare un’alleanza antica che un tempo dava risultati: quella tra la scuola e le famiglie.

Prof. Mirabella, una brutta notizia è sempre una grande notizia?
Perché fa più scoop il negativo, il male sul bene?
Si deve sempre sbattere il mostro in prima pagina?
Non Le sembra che un’informazione centrata sulla notizia clamorosa, sull’impatto emotivo e lo sconcerto finisca per alimentare una pedagogia sociale negativa, creando un alone di allarmismo, di rancore e giustizialismo nelle relazioni umane?

Certo, è così. Per capire meglio la rinvio alla lettura del secondo libro del ‘De rerum natura’ di Lucrezio: “come è dolce guardare dalla sicurezza della riva del mare uno che si affanna a nuotare tra i marosi!” ….”Perché? Siamo sadici? – si domanda Lucrezio. “No, perché vediamo quale danno sia stato risparmiato a noi!”. Ed è la sindrome di quello che si ferma a vedere l’incidente d’auto, perché è autoconsolatorio.
Allora ecco che la cattiva notizia arriva prima di quella buona: veda quanto passa in sordina l’avvio della pace a Gaza e come invece non si parlasse d’altro quando era iniziata la guerra.
Del resto è vero anche che quando si fa la pace non ci si ricorda perché si era cominciata la guerra.
Io credo che lei ancora una volta abbia ragione nella sua domanda così logicamente ragionata: il problema generale non è che la televisione è brutta e cattiva, bensì che qualche volta è chi fa la televisione ad essere brutto e cattivo.
Non si deve permettere che un’arma così potente non sia gestita o controllata democraticamente dallo Stato. Vuole sapere la cosa più ridicola? Nel nostro Paese la Commissione di Vigilanza sulla radio-telediffusione esercita la sua vigilanza solo sulla RAI. Si rende conto di quanto ciò sia ridicolo?

Michele Mirabella attore, giornalista e conduttore televisivo: in quale ruolo riconosce la Sua peculiarità professionale?

In un ruolo che non ha detto: regista. Io nasco regista e come tale intenderei restare. Ho fatto molte regie teatrali, anche in radio e televisione, per me questa attività è una grande passione.
Questa è una parte forse meno nota delle mie attitudini, dei miei interessi e anche delle mie inclinazioni : tuttavia ad essa sono intimamente legato.

Pongo anche a Lei – Professor Mirabella – una domanda rituale per tutti gli intervistati.
Perché è più facile che saggezza, armonia e senso della giustizia abitino l’anima di persone semplici piuttosto che l’intelletto di persone colte?

E’ una bella domanda che meriterebbe una risposta più articolata. Non so che cosa abbiano risposto gli altri ma io non sono così sicuro che nella sprovvedutezza ci siano sempre il candore e l’inermità.
Quello del povero Francesco d’Assisi o di Sancho Panza era candore, immediatezza, saggezza profonda.
Però attenzione…. “fatti non fummo a viver come bruti”….cioè mi riempie di meraviglioso stupore anche la ‘concupiscenza del sapere’. Ecco che allora se – volterianamente – Candide si deve accontentare del migliore dei mondi possibili, allora forse in questo mondo migliore la ‘coscienza’ deriva dalla riflessione, dallo studio, dal misurarsi con le altrui idee.
Io non credo quindi che il gesto di bontà o di carità venga sempre e solo dai poveri di spirito a cui peraltro in risarcimento è riservato il regno dei cieli, lo sappiamo.
Prenda Marco Aurelio: era forse povero? Il sempliciotto, il grullo o finto tale, il bertoldo o il cacasenno, non è poi così sprovveduto.
Io azzardo umilmente l’ipotesi che il vero saggio, ovvero colui che ha più saperi a disposizione, “è” semplice, “è” candido, “è” – come direbbe Dante – stupìto: il vero saggio è colui che possiede la vera cultura, che ha il coraggio di ricominciare sempre da capo.
Invece lo stupido, l’ignorante, il presuntuoso, il rozzo generalmente ostenta una cultura che non ha. E’ il caso di citare San Tommaso quando disse: “io ho paura di una sola persona, cioè dell’uomo di un solo libro”. Persino Dio ha sentito il bisogno di consegnarci quattro Vangeli, eppure aveva scritto la Bibbia, non proprio di sua mano ma non gli erano mancati i collaboratori.

Prof. Mirabella come verrà gestita l’informazione del domani?

Ho letto proprio oggi un articolo di Zygmunt Bauman sulla fine delle differenze dei valori culturali: non esistono più ‘culture alte’ e ‘culture basse’.
Io le potrei dire come sarà l’informazione di dopodomani, quella di domani no perché non sarà altro che un prosieguo di quella di oggi.
Trovo che quella del ‘dopodomani’ sarà formidabile perché cambierà la possibilità di ‘accesso’ alle fonti di informazione: quella sarà la vera rivoluzione, perché si realizzerà dovunque.
Perché l’India ha percorso in vent’anni un cammino che le ha fatto riguadagnare due secoli?
Perché sono diventati bravi nei computer e quindi hanno avuto accesso rapidissimo alla comunicazione, allo scambio dei saperi. Io mi ostino a ritenere che quando due persone si scambiano un’idea, alla fine non ne hanno una sola ma due e forse tre.
Platone diceva una cosa singolare ma suggestiva: “una città che conti più di cinquemila abitanti non è degna di essere vissuta, non è adatta alla repubblica”.
Questo perché dimostrava che i suoi abitanti, per parlarsi tra di loro, dovevano essere pochi.
Ma oggi, che abbiamo a disposizione mezzi di comunicazione infiniti, ebbene….la città è sterminata.
Tutto sta a farla vivere in pace.

Un’ultima domanda sulla notizia di cronaca più letta di questi giorni: la diffusione del contagio del “coronavirus” e il rischio della pandemia.
I giornali dedicano pagine e pagine a questo argomento, la Tv propone programmi mirati di approfondimento.
Si tratta – mi pare – di un problema ciclico che si ripropone nella storia più recente ma che ricorda vagamente le pestilenze dei secoli più lontani, quando non c’erano profilassi e terapie.
C’è il problema del rischio di contagio, si evidenziano persino condizionamenti drastici e negativi nello spostamento delle persone, con ricadute di tipo relazionale ed economico.
Si naviga tra l’allarmismo, il dato oggettivo del rapido e diffuso contagio e il rigido controllo sanitario come deterrente alla psicosi del panico.
In questa vicenda una bella notizia che ci riguarda: presso l’Ospedale Spallanzani di Roma, l’equipe diretta dalla Dott.ssa Maria Rosaria Capobianchi nel laboratorio di virologia ha isolato per la prima volta al mondo il virus che causa la patologia.
Cosa pensa di questo grande risultato?

Penso che l’Italia vanti eccellenze scientifiche, mediche e sanitarie che meriterebbero di essere conosciute e valorizzate.
Il servizio sanitario nazionale è uno dei migliori al mondo: il fatto che proprio da noi una equipe di ricercatori abbia isolato il virus è un riconoscimento della preparazione scientifica e professionale dei nostri operatori sanitari.
Ma anche un modo di esprimere una genialità tutta italiana che ha radici nella nostra storia e cultura, fatta di estro e intuizione ma anche di impegno, tenacia, dedizione e sacrificio.
Sono vicende ricche di umanità e competenza che danno una immagine positiva del nostro Paese e delle persone che lavorano con onestà di intenti e forte motivazione professionale per il perseguimento del bene comune.
Mi faccia dire che accanto ad episodi di malasanità – spesso enfatizzati- ci sono eccellenze che meriterebbero altrettanta e ancora maggiore enfasi. La maggioranza dei nostri medici e ricercatori è composta da persone serie che fanno il proprio dovere e questo va rimarcato, per noi comunicatori dell’informazione pubblica diventa persino un dovere morale farlo.

Church of England a emissioni zero

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giovanni Zavatta

Un sistema di classificazione energetica simile a quelli utilizzati per gli elettrodomestici in modo da facilitare il monitoraggio delle tracce di carbonio presenti nei suoi quasi quarantamila edifici, con l’obiettivo di raggiungere “emissioni zero” di anidride carbonica al più tardi nel 2045: è una delle proposte che verranno lanciate dal sinodo generale della Church of England che si riunirà a Londra dal 10 al 13 febbraio. La relativa mozione, intitolata Climate emergency and carbon reduction target, invita soprattutto le parrocchie a servirsi di un nuovo strumento di valutazione che calcola il consumo di energia tenendo conto di una serie di fattori tra cui il tipo di energia usata, la tariffa scelta (“verde” oppure no), la dimensione dell’edificio e il suo utilizzo. La Chiesa d’Inghilterra possiede immobili in ogni stile e materiale architettonico, eredità di secoli di storia; ciò pone problemi non di facile soluzione quando si tratta di efficienza energetica. «Tuttavia le chiese — afferma il vescovo di Salisbury, Nicholas Holtam, responsabile delle questioni ambientali — non sono musei ma edifici viventi che servono le loro comunità tutti i giorni della settimana ed essere più verdi non significa fare di meno ma attrezzare le parrocchie in modo che diventino più intelligenti nel consumo di energia. Impostare l’obiettivo “net zero” nel 2045, cioè cinque anni prima di quello del governo, rappresenterebbe una significativa dichiarazione di intenti del sinodo generale, che richiederà innovazione, fede e dedizione da parte delle nostre chiese, scuole e comunità».

Ma come riuscire nell’impresa? La mozione fa alcuni esempi: l’uso di energia per il riscaldamento e l’illuminazione dovrebbero ridursi radicalmente in tutti gli edifici attraverso l’installazione di Led, dove non ancora presenti, e vasti programmi di impermeabilizzazione e isolamento; inoltre «il riscaldamento delle nostre 16000 chiese, 4700 scuole, di alloggi del clero e uffici diocesani dovrebbe passare da gas e petrolio all’elettricità verde e focalizzarsi di più sul riscaldamento delle persone anziché degli spazi» (ciò richiede che le forniture della chiesa vengano adeguate dalla rete nazionale all’aumento del carico elettrico). E ancora: si dovrebbe evitare di compiere viaggi e spostamenti con veicoli alimentati a benzina o diesel («anche nelle nostre diocesi rurali») e saper rinunciare all’aereo, quando possibile, sviluppando modi più sostenibili per rafforzare le relazioni con il resto del mondo. Al di là della produzione di carbonio, continua il testo, «dobbiamo proteggere e migliorare la biodiversità in tutti i nostri terreni ed edifici. La Chiesa deve costruire la consapevolezza ecologica in tutto ciò che facciamo. La cura della creazione è un elemento essenziale della nostra missione e del nostro ministero».

I cristiani, osserva Holtam, «sono chiamati a salvaguardare la creazione di Dio e a sostenere e rinnovare la vita sulla Terra. Di fronte alla realtà del catastrofico cambiamento climatico, che interesserà specialmente le persone più vulnerabili del mondo, un’azione rapida, radicale e immediata è la nostra unica opzione». Che è poi la linea indicata dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, primate della Comunione anglicana: «È sempre più chiaro che il cambiamento climatico rappresenta la sfida più grande che noi e le generazioni future dobbiamo affrontare. È nostro sacro dovere proteggere il mondo naturale che ci è stato dato così generosamente, così come i nostri vicini in tutto il mondo che saranno i primi a essere colpiti. Senza un’azione decisa e rapida, le conseguenze dei cambiamenti climatici saranno devastanti».

Per ottenere l’obiettivo “net zero” nel 2045 occorrerà raggiungere una riduzione del 30 per cento di emissioni di anidride carbonica entro il febbraio 2023, un segnale che indicherà che «siamo sulla buona strada». Non c’è tempo da perdere. Il recente rapporto dell’International Panel on Climate Change ha avvertito che l’umanità ha undici anni per intraprendere azioni di emergenza al fine di prevenire il riscaldamento globale superiore a 1,5 gradi. I rischi per l’uomo in termini di alluvioni, siccità, caldo estremo e povertà diventano sempre più grandi, incidendo su centinaia di milioni di persone. Parallelamente esiste un’emergenza biodiversità: il mondo sta vivendo una rapida estinzione di specie, causata da fattori tra cui, ma non solo, i cambiamenti climatici. Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato che circa un milione di specie animali e vegetali sono minacciate di estinzione. Questa perdita è il risultato diretto dell’attività umana e costituisce una minaccia diretta al benessere in tutte le regioni della Terra.

La mozione — che cita fra gli altri Papa Francesco e il patriarca ecumenico Bartolomeo fra coloro che più si stanno battendo per la salvaguardia del creato — riconosce che, forse, la Church of England non si è mossa con la rapidità che molti avrebbero voluto. Proprio per questo, adesso, agli slogan preferisce “riconoscere” (piuttosto che “dichiarare”) l’emergenza climatica e usarla come stimolo all’azione.

«Speriamo — conclude Mark Sheard, presidente del Consiglio per la missione e gli affari pubblici — di poter tornare al sinodo fra tre anni e riferire di intere piattaforme di attività e di progressi concreti verso lo “zero carbonio”. Per il clima del nostro mondo il breve termine è adesso, domani, forse il giorno dopo. Questo dibattito è stato convocato proprio per parlare di tale urgenza e per incoraggiare l’intera Chiesa a fare del 2020 un anno di azione per il clima».

E all’emergenza climatica è dedicato il volume Saying yes to life. The archbishop of Canterbury’s Lent book 2020, scritto da Ruth Valerio, rappresentante di «Tearfund», agenzia di soccorso e sviluppo cristiana britannica (di ispirazione evangelica) con sede a Teddington (Londra), impegnata in una cinquantina di paesi a sostegno di coloro che sono in condizioni di povertà o colpiti da calamità naturali. Valerio, particolarmente coinvolta, anche in ambito ecclesiale, nelle questioni ambientali, ha avuto il pieno sostegno della Church of England. In questo libro, acquistato da tutte le diocesi anglicane per incoraggiarne la diffusione, parte dai giorni della creazione (Genesi, 1) per poi esplorare cosa significa essere a immagine di Dio e affidati a prenderci cura di ciò che ha fatto; presenta voci provenienti da tutto il mondo, preghiere e spunti di discussione per aiutare a riflettere in ciascuno dei quaranta giorni della Quaresima. «Come persone di fede — ribadisce Welby nel volume — non possiamo limitarci a “dire” ciò in cui crediamo. Siamo obbligati a “vivere” la vita alla quale Cristo ci chiama, a prenderci cura dei nostri vicini, della creazione che Dio ci ha donato con così grande generosità».

La campagna quaresimale LiveLent 2020, lanciata dal primate anglicano il 4 febbraio, è la prima nella storia della Church of England a essere completamente dedicata ai cambiamenti climatici e alla salvaguardia ambientale. Invece di rinunciare ai dolci o agli alcolici, si legge in un comunicato, i fedeli sono invitati a seguire alcune riflessioni quotidiane, partendo da una serie di domande come «quanta acqua ci vuole per fare un paio di jeans?», «quando è stata l’ultima volta che ho guardato il cielo di notte?» o «qual è stata l’impronta di carbonio emessa dal pasto che ho appena mangiato?». Saranno coinvolte, con testi appositi, tutte le fasce di età. «Dobbiamo urgentemente ricostruire le relazioni con il nostro pianeta. Per fare questo abbiamo bisogno di cambiare le nostre abitudini, il modo in cui preghiamo e come agiamo», conclude Justin Welby.