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Comprensione, il vaccino per l’indifferenza

Avremmo piacere se un collega, magari sapendo di qualche nostro cruccio o preoccupazione, si affacciasse alla porta del nostro ufficio chiedendoci “Come va? Posso esserti utile?”.

Ci consolerebbe se, rientrando a casa la sera, trovassimo qualcuno che, prendendoci la mano tra le sue o abbracciandoci, ci restituisse improvvisamente quel calore umano che non abbiamo avvertito nella giungla metropolitana o nelle alterne vicende della giornata?

Ci sarebbe di aiuto se ogni tanto ricevessimo una parola di incoraggiamento, di conforto, di sostegno, specie nei momenti bui nei quali l’anima è più incline alla tristezza e alla depressione?

La solitudine a volte è una situazione cercata, più spesso è una condizione subita.

Nasce dai pensieri, dalle ansie, dai sensi di colpa e si realizza in condizioni esistenziali marginalizzanti ma si rafforza spesso anche per le frequenti e reciproche incomprensioni.

Siamo potenzialmente ricchi di umanità e potremmo avvalercene con straordinaria disponibilità di mezzi e modi di espressione se solo fossimo più accorti nel far buon uso dei nostri sentimenti.

Appartiene alla nostra modernità la tendenza ai solenni proclami: una ormai datata proliferazione di leggi, trattati, declaratorie, impegni, affermazioni di principio che tacita le nostre coscienze, ma poi ci accorgiamo che sovente siamo più vittime che fruitori di tanta ostentazione.

Vogliamo regolamentare la nostra vita attraverso il riconoscimenti dei diritti: non c’è mai stato un periodo di così lunga e sostenuta rivendicazione di universalità, tolleranza, intercultura, accoglienza.

Ma proprio in nome di tanta opulenza di principi generali difettiamo di senso pratico, non sappiamo partire dalla nostra quotidianità.

Eppure la lunga deriva di questa modernità origina da due guerre che hanno lasciato orrori e nefandezze nella memoria di chi ha visto e nei ricordi che ci sono stati consegnati dalla tradizione.

E’ come se allontanandoci a poco a poco da quegli eventi avessimo perduto di vista gli insegnamenti di quelle lezioni esistenziali: si riaccendono infatti, se mai sono stati sopiti, i focolai dell’odio e della violenza, le logiche dello scontro e della sopraffazione.

Non dobbiamo scavare trincee per ritrovarci combattenti nel sacrosanto nome dei nostri diritti, basta aprire o chiudere la porta di casa.

Oltre le congetture e i puntigli sui massimi principi sappiamo realizzare che le spiegazioni più efficaci sono quelle più semplici, le più convincenti sono quelle che originano dall’esempio?

La lettura delle evidenze della vita è sempre condizionata dalla ricerca di motivazioni oggettive: non è necessario rivivere due volte la propria esistenza per accorgersi invece che l’ordine delle cose non sempre riflette gli stati d’animo, i modi e le forme del pensiero.

Riscontriamo ogni giorno contesti e situazioni dove le difficoltà non risiedono nella realtà quanto invece abitano nella mente e nel cuore della persone.

Se viviamo in una condizione di sofferenza e di inganni perché non tendiamo la mano, per primi, per incontrare la mano altrui? 

L’umana comprensione ci nobiliterebbe più della solennità dei principi, infatti è anche più difficile essere coerenti con le idee che si propugnano piuttosto che recitarle enfaticamente.

Mi pare anche che molte criticità discendano direttamente dai toni esasperati con cui viviamo le situazioni.

L’educazione al dialogo, al confronto pacato, ai toni miti, alla compostezza dovrebbe essere una costante nei comportamenti individuali e sociali.

Morti sul lavoro. Luana D’Orazio e gli altri.

Chissà cosa direbbe oggi quel ministro che definì i giovani “choosy”, schizzinosi, nella ricerca di un posto di lavoro. Forse allora parlava dei giovani studenti borghesi, di quella realtà con cui entrava a contatto quotidianamente. Dei ragazzi e delle ragazze mantenuti dai genitori per studiare, a volte persino fuoricorso, adagiati all’università come nella vita. Eppure, lo specchio del Paese non era evidentemente quello, allora come oggi. Chi definisce i ragazzi “schizzinosi” lo fa ignorando Luana D’Orazio, mamma 22enne morta durante il turno di lavoro, in una fabbrica per la lavorazione tessile, in provincia di Prato.

Uccisa, stritolata dall’ingranaggio di una macchina, il 3 maggio, aggiungendosi alla serie non indifferente di morti sul lavoro, anche tra i giovani che non disdegnano impieghi faticosi e tutt’altro che intellettuali. Chi chiama i giovani “scansafatiche” ignora Sabri Jaballah, anche lui 22nne, anche lui morto in fabbrica a febbraio scorso, morto a Prato in circostanze simili. Alcune costanti: la pericolosità del lavoro, i dubbi sul rispetto delle norme di sicurezza 91/08, e tanta voglia di lavorare, senza guardare lo status sociale, o l’orologio. Nel 2020 i giovani occupati tra i 18 e i 29 anni erano circa 35 milioni. L’immagine di un’Italia diversa, sepolta, per la maggior parte di noi sconosciuta.

Un’Italia che in troppi non vogliono vedere. L’immagine di un Paese in cui tutti, anche i ragazzi, hanno sempre lavorato in ogni ambito, come artigiani e come operai, pur non facendo notizia, pur non essendo nelle grazie di quei genitori che ancora vivono nell’illusione di un figlio medico o avvocato, riversando le loro ambizioni frustrate nei loro figli. Ma c’è un’Italia diversa. C’è sempre stata. L’Italia di Luana e di Sabri. L’Italia di Jessica, una ragazza che conobbi personalmente un anno fa; una studentessa di filosofia, ora laureata. Anche lei non è una privilegiata. Ha lavorato, per poter studiare, come lavora anche oggi, mentre specializza i suoi studi, rincorrendo la sua passione per insegnare, forse, un giorno, ai bambini delle scuole elementari, per quei bambini di cui ha sempre amato la compagnia e per cui ha deciso di formarsi.

Ma ora deve lavorare, Jessica, mentre studia filosofia. Anche lei in fabbrica, nel vicentino, con turni di lavoro anche di 10 ore di fila. L’ho rivista di recente. “Lavori ancora in fabbrica?” Le chiesi. “Si” mi rispose lei, con un tono stanco, ma non sfiduciato. “Come la filosofa Simone Weil”, le dissi. A Jessica le si illuminarono gli occhi, e sorrise. Jessica non studia filosofia: la vive. Questi ragazzi sono i protagonisti non televisivi di un’Italia migliore: una comunità di persone che, anziché formarsi, formano il Paese, restituendo qualcosa, e con gli interessi. Ragazzi e ragazze che non voltano le spalle al lavoro, anche al più duro, senza fare la “bella vita” pur di avere la dignità del sacrificio. Un sacrificio compiuto per esigenza di onestà, che è la più alta gioia dello spirito.      

Firenze, telefonia comunale smart: 3500 utenze passano a Voip

Un sistema evoluto di telefonia per connettere fino a 3500 utenze comunali in modo smart e rendere sempre più efficiente il sistema alla base del lavoro agile. E’ l’obiettivo del piano di attivazione di centrali telefoniche evolute che ha avuto oggi il via libera della giunta di Palazzo Vecchio su proposta dell’assessore ai Lavori pubblici Titta Meucci. Un progetto da 200mila euro realizzato dalla direzione Servizi tecnici per completare rapidamente l’implementazione della tecnologia VoIP negli uffici comunali, con il potenziamento di uno strumento importante anche per il sistema di smart working.

“Un’evoluzione importante del sistema di telefonia comunale – ha detto l’assessore Meucci -. che consentirà di gestire fino a 3500 utenze con la tecnologia Voip e di dare un ulteriore supporto tecnico all’efficienza del sistema di smart working comunale. Un intervento da 200mila euro progettato dai Servizi tecnici del Comune, che sarà attuato in tempi rapidi per garantire funzioni telefoniche professionali anche nel lavoro da remoto e da qualsiasi dispositivo”.

Il sistema Voip (Voice over IP ) è la tecnologia che rende possibile effettuare una conversazione telefonica sfruttando una connessione Internet o un’altra rete dedicata che utilizza il protocollo IP. Il sistema comunale garantirà la gestione fino a 3500 utenti telefonici e la possibilità di sfruttare il sistema telefonico da remoto.

Ritorna l’azalea della Fondazione Airc

L’azalea della Fondazione Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro) ‘rifiorisce’ domenica 9 maggio, in occasione della Festa della mamma, per sostenere la ricerca sui tumori che colpiscono le donne.

Compatibilmente con le indicazioni delle autorità sanitarie e di governo, i volontari Airc torneranno dunque nelle piazze per distribuire l’Azalea della Ricerca a fronte di una donazione di 15 euro.

L’Azalea sarà affiancata da una speciale Guida con informazioni su prevenzione, cura dei tumori e alcune facili ricette da dedicare alla mamma.

Inoltre, è possibile ricevere l’azalea direttamente a casa o fare una sorpresa alle persone che amiamo ordinandola su Amazon.it (amazon.it/aircfondazioneairc), che rinnova così il supporto alla ricerca oncologica della Fondazione. Le consegne in tutta Italia sono garantite da BRT Corriere Espresso che si riconferma partner tecnico dell’iniziativa. Tutti gli aggiornamenti sulla distribuzione sono disponibili in tempo reale su lafestadellamamma.it.

Roma: il tuo quartiere ti dà lavoro

Recuperare immobili del patrimonio capitolino e metterli a disposizione gratuitamente per 24 mesi a chi aprirà nuove attività assumendo nel territorio. La Giunta capitolina ha dato il via libera alla prima fase attuativa del progetto “Il tuo quartiere ti dà lavoro”, strutturato dall’Assessorato al Patrimonio e Politiche Abitative e dall’Assessorato allo Sviluppo Economico Turismo e Lavoro su proposta della delegata della Sindaca alle Periferie Federica Angeli.

Il progetto vuole creare una rete imprenditoriale a servizio di alcuni quartieri periferici di Roma, al fine di contrastare situazioni di marginalità socio-economica e criminalità organizzata sul territorio. In questo senso va letta la valorizzazione di alcuni locali commerciali non utilizzati del patrimonio di Roma Capitale che saranno assegnati a coloro che si impegneranno a creare nuovi posti di lavoro in luoghi dove si registrano alti tassi di disoccupazione, realizzando attività commerciali, ludico-ricreative o nuovi servizi per il quartiere in cui si inseriscono.

I primi locali considerati idonei al progetto sono nove: sette si trovano nel Municipio X, di cui sei ad Acilia in largo del Capelvenere e uno a Ostia in via delle Baleari, altri due sono a San Basilio, Municipio IV, in via Luigi Gigliotti e via Carlo Tranfo.

Il Dipartimento Patrimonio e Politiche Abitative predisporrà la due diligence, la stima del canone di locazione, il computo degli eventuali lavori iniziali necessari e la stipula dei contratti a corredo della manifestazione di interesse, mentre il Dipartimento Turismo, Formazione Professionale e lavoro attiverà la procedura a evidenza pubblica finalizzata all’assegnazione.

Gli assegnatari, in ragione dell’impegno economico richiesto per l’avvio attività, potranno usufruire dell’esenzione del canone per 24 mesi al termine dei quali dovranno corrispondere il canone di mercato definito in sede di aggiudicazione. Eventuali lavori per il ripristino dell’uso dell’immobile, ove necessari, saranno effettuati dagli assegnatari e scomputati dal terzo anno in poi.

Ripartiamo dal basso. La diaspora non è una condanna.

Come attivati dallo stesso input sono giunte oggi due note: la prima di Giorgio Merlo, pubblicata su “Il domani d’Italia”: E se resta il maggioritario? E l’altra di Gianfranco Rotondi, con una lettera inviata ad alcuni amici della Federazione Popolare DC. Sono le realistiche prese di posizione di due amici, entrambi eredi della grande tradizione politica della sinistra politica e sociale vissuta alla scuola di Sullo e Gerardo Bianco per Rotondi e per entrambi a quella di Forze Nuove di Carlo Donat Cattin. Merlo fiutata l’aria che tira, dopo il pronunciamento del segretario del PD, Enrico Letta, per una legge maggioritaria, quella del mattarellum, conclude così: sia che rimanga il rosatellum in vigore, sia che si adotti un’altra legge maggioritaria come quella indicata da Letta, è evidente che, salvo correre per la testimonianza, agli elettori dell’area DC e popolare non resterà che verificare la compatibilità politica e programmatica con i due schieramenti che saranno probabilmente in campo. Una sfida che, a suo parere, “andrebbe vissuta fino in fondo, proprio perché il ruolo di una componente terza come quella di ispirazione cattolico democratica potrebbe risultare decisiva”.

Rotondi, con il realismo politico che lo contraddistingue, con la sua lettera carica di amarezza prende atto delle difficoltà sin qui incontrate per il decollo del progetto politico della Federazione Popolare DC, così come quello della formazione di un gruppo parlamentare democristiano insieme agli amici del Centro democratico di Tabacci e ai Verdi, nel segno dell’enciclica di Papa Francesco sulla difesa del creato. Scrive Rotondi: “I due progetti sono fermi. L’Udc non ha formulato alcuna proposta di un congresso straordinario di rifondazione, anzi nel corso della sfortunata degenza dell’on. Cesa, il presidente di quel partito ha partecipato a tutte le riunioni del centrodestra chiudendo di fatto la strada a una scelta centrale di riaggregazione. Per analoghi motivi di schieramento l’on. Tabacci ha rinunciato a condividere con noi la formazione di un gruppo parlamentare, ritenendo prioritario lo schieramento nel centrosinistra. Ancora una volta le alleanze prevalgono sull’identità. Io resto persuaso della possibilità di creare al centro una rinnovata presenza dei cattolici, senza escludere alleanze, ma avendo la disponibilità anzitutto interiore di poter rinunciare ad esse e correre da soli alle elezioni politiche. Ritengo che l’orizzonte ambientalista possa essere una nuova missione programmatica tale da giustificare l’azzardo di un nuovo partito espressione dei cattolici democratici. Riflettiamo assieme sulla possibilità di un nuovo esordio, sapendo però che la strada è in salita e prima di intraprenderla dobbiamo interrogarci seriamente e serenamente sull’ effettiva volontà di provarci”.

Confesso che da St Vincent del novembre scorso avevo sperato anch’io che i due progetti, quello partitico della riunificazione dei partiti della federazione democristiana sotto lo scudo crociato, attraverso un allargamento dell’UDC e quella della formazione di un gruppo parlamentare democratico cristiano e popolare andassero a buon fine. Preso atto della realtà effettuale, tuttavia, prima di gettare la spugna, credo si debba tentare di ripartire dal basso. E’ evidente che è finito il tempo per quegli amici che da venticinque anni fanno giochetti personali fuori da ogni logica politica capace di riunire tutti in unico partito. Qualcuno continua nel ruolo di paggio servente del Cavaliere e qualcun altro di reggicoda prima di Renzi, Zingaretti e ora, anche se non ancora sicuro, di Letta. Ecco perché si tratta di voltare pagina e di ripartire dal basso. Basta con i tentativi di recuperare Cesa, incapace di sottrarsi ai condizionamenti pelosi di De Poli sempre al seguito di Taiani come un cagnolino di compagnia. Si tratta, invece, di verificare concretamente sui territori se esistono le condizioni per presentare liste unitarie dei democratici cristiani e popolari alle prossime elezioni amministrative.

A Torino l’amico Mauro Carmagnola molto coraggiosamente sta portando avanti la buona battaglia dei DC torinesi, come in altri comuni del Piemonte e, analogamente, dovremmo fare nelle altre grandi città: Roma, Milano, Napoli, Bologna, nella Regione Calabria e in tutti i comuni grandi e piccoli dove sia possibile. Dove non siamo riusciti con i vecchi leader ormai consunti e condizionati da troppi vincoli, soprattutto preoccupati della personale sopravvivenza, cerchiamo che siano le forze di una nuova leva di dirigenti locali ad assumere il testimone della nostra migliore tradizione politica e culturale. Ripartiamo dai comuni, là dove nacque e si consolidò l’esperienza politico amministrativa dei cattolici democratici e cristiano sociali e se una classe dirigente ormai vecchia e stantia di destra e di sinistra, pensa di rifugiarsi nel maggioritario per consolidare un bipolarismo incapace di offrire reale governabilità al Paese, riparta dal basso una presenza dei cattolici per una nuova speranza nel segno della “migliore politica” come indicato nel capitolo quinto dell’enciclica “Fratelli Tutti”.

Pablo Iglesias si dimette dopo la vittoria a Madrid di Isabel Ayuso

Articolo pubblicato sulle pagine di Askanews

a candidata del Partito Popolare spagnolo alle elezioni regionali della Regione Autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, ha vinto le elezioni ma per governare avrà bisogno del sostegno del partito di estrema destra Vox. Lo sostiene un exit poll di GAD3 per TVE e Telemadrid, citato da El Pais.

Con un numero compreso tra 62 e 65 rappresentanti del Partito Popolare, Isabel Díaz Ayuso avrebbe dunque vinto le elezioni per la presidenza della Comunità di Madrid e governerebbe con il sostegno di Vox (tra 12 e 14 seggi). Con una maggioranza assoluta di 69 deputati, il blocco di destra otterrebbe tra 74 e 79 rappresentanti, contro i 56-63 dal blocco di sinistra (25-28 del PSOE, 21-24 di Mßs Madrid e 10-11 di Podemos).

Questo risultato consentirebbe al Partito popolare di mantenere il potere in una regione in cui governa ininterrottamente da più di un quarto di secolo, e ricompenserebbe la rischiosa decisione di anticipare le elezioni, dal momento che la candidata conservatrice avrebbe raddoppiato il risultato di due anni fa (30 rappresentanti nel 2019).

Intanto, dopo la pesante sconfitta dello schieramento di sinistra, il fondatore e segretario generale di Podemos Pablo Iglesias si è dimesso da tutte le cariche.

Il mite Pio VII e il superbo Bonaparte. I trentatré gradini

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giuseppe Lorizio

Il 5 maggio ricordiamo i duecento anni dalla morte di Napoleone Bonaparte e la Francia sta facendo i conti, non senza disagio ed imbarazzo, con una memoria, che chiede di essere purificata. Quale lettura/interpretazione teologica possiamo attivare in tale circostanza? Mi lascio guidare da uno scritto di Antonio Rosmini, che riproduce il panegirico di Papa Pio vii, pronunciato a Rovereto in occasione del trigesimo della morte del Pontefice (20 agosto 1823). Egli, esule ed umiliato, incoronò l’imperatore, il quale aveva scelto il millenario dall’incoronazione di Carlo Magno, come data evocativa e suggestiva per inaugurare il suo potere, con la benedizione della Chiesa. Ma quanta distanza regni fra la prospettiva della christianitas moedievalis e quella della modernità, si può facilmente scorgere dalle pagine rosminiane.

Il testo darà lavoro alla censura austriaca e lo studio dei brani censurati risulta di grande interesse per la storia della politica culturale dell’Impero asburgico nei confronti dei popoli sudditi agli albori del nostro Risorgimento e nei confronti della cultura cattolica più fedele al pontificato. La riflessione sulla storia più recente offre al giovane panegirista l’occasione di meditare — non senza la complicità di Joseph de Maistre — sul rapporto Chiesa/Mondo a partire da un elemento strutturale di quella che in seguito sarà definita la «società teocratica soprannaturale»: il pontificato. Se la prospettiva demaistriana è quella di una giustificazione apologetica del primato pontificio e del suo ruolo nella Chiesa e nella società, in termini di autorità suprema anche nei confronti delle sovranità temporali, nella linea teorica fondamentale del tradizionalismo, il Panegirico rosminiano viene a verificare storicamente, nella contrapposizione concreta, di cui è fresca la memoria, l’antagonismo tra le due città: l’una incarnata dal mite Pio VII , l’altra dal superbo Bonaparte.

Onde evitare il «servo encomio», tipico dei panegiristi cortigiani, il Rosmini compie un notevole sforzo di indagine storica per appurare i particolari dei momenti salienti della vicenda umana e politica del Pontefice che commemora. Una curiosa vicenda porta, ad esempio, alla cancellatura nel manoscritto di un passaggio nel quale plasticamente si esprimeva la contrapposizione fra i due regni. La scena è quella dell’incoronazione di Napoleone, il cui scenario prevedeva un trono di trentatré gradini per l’imperatore, mentre al Papa ne riservava uno di soli otto: «(…) nulla grava a Pio VII finalmente (mentre su tutto passeggia altissima la sua Sapienza) e comportare a Parigi l’incoronamento, e trasferirsi egli medesimo, e in quella cerimonia a Parigi, come in tutto il tempo che ivi fu, soffrire tacente [che chi incoronava in persona di Dio ascendesse otto gradi di un trono, per trentatré ascendesse un trono chi si incoronava: l’opposto di quanto i secoli precedenti, meno di scienza chiari e meno oscuri d’orgoglio, accostumavano e all’amplesso di pace] la vista dell’imperiale ambizione occupata e sollecita di gettar ombra su quella gran luce del sommo pontificato, onde per la troppa vicinanza temeva il geloso Sire venirne ecclissato».

Il Rosmini autocensura il riferimento ai due troni, dopo aver appreso dal Cappellari che in realtà nel presbiterio vi era soltanto il trono del Papa con otto gradini e che l’imperatore fu accompagnato su un grande palco, di circa trenta gradini, preparato in fondo alla cattedrale. L’epoca medievale e quella moderna risultano tuttavia molto ben disegnate nell’espressione cancellata, che esprime con molta chiarezza la posizione dell’Autore nei loro confronti.

L’intento che anima queste pagine non è tuttavia solo quello di proporre una biografia documentata del Pontefice, cui lo scritto è dedicato, ma anche quello di tracciare le grandi linee secondo cui si svolge il percorso della storia, a partire da un suo momento particolarmente significativo: l’«invisibile Provvidenza che a tutto sovrasta» non abbandona mai le redini delle vicende umane, neppure in frangenti drammatici, nei quali sembra «che dalla Gerusalemme celeste alle angosce della terrestre alcuna vena (…) di refrigerio» derivi. Di fronte al «Vero immutabile e sussistente» le umane vicende e l’esperienza stessa di Napoleone vengono ad acquistare una nuova luce. Crollate le impalcature dell’incoronazione parigina, al cospetto della divina maestà, a Bonaparte — celebrato come dio dai suoi panegiristi — non resterà che supplicare la misericordia del «Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola», mentre da parte dei discepoli del «magno Pio» non altro odio, non altra vendetta, che «il pensar bene di te [o imperatore!]». Un inno alla divina Provvidenza è allora questo opuscolo rosminiano, che in Pio VII ha operato per il bene della Chiesa.

Dopo aver intravisto la possibilità di un tribunale sovranazionale evangelicamente ispirato — quasi anticipazione di quello che si insedierà alla fine dei tempi — che sia per tutti i popoli garanzia di vera pace, il Rosmini conclude con una ormai famosa preghiera per l’Italia: «In quanto a me, per quell’incredibile affetto che a te porto, o Italia, o gran genitrice, innalzerò incessantemente questi devoti prieghi all’Eterno: Onnipotente che prediligi l’Italia, che concedi a lei immortali figliuoli, che dall’eterna Roma per li tuoi Vicarj governi gli spiriti, deh! dona altresì ad essa, benignissimo, il conoscimento de’ suoi alti destini, unica cosa che ignora: rendila avida di liberi voti e d’amore, di cui è degna, più che di tributi e di spavento: fa che in se stessa ella trovi felicità e riposo, e in tutto il mondo un nome non feroce, ma mansueto».

I tassi di natalità continuano a diminuire

In Italia, la pandemia di coronavirus sta aumentando le preoccupazioni sulla sfida demografica. 

Mentre il paese cerca di riprendersi dalla terza ondata, si teme che questa ultima battuta d’arresto per la salute pubblica possa indebolire ulteriormente l’entusiasmo nell’avviare una famiglia:

Molti infatti sono gli aspiranti genitori  preoccupati per le sbiadite prospettive economiche dell’Italia. 

Questo sentimento si traduce in numeri che non lasciano adito a molte interpretazioni.  Le nascite sono diminuite del 10% a dicembre 2020, rispetto a dicembre 2019.

Inoltre le morti del 2020 superavano le nascite di 340.000 unità, portando ad una diminuzione della popolazione pari a 384.000 persone. 

È come perdere in un anno l’equivalente della popolazione di Firenze. 

Nel borgo di Fascia in Liguria, ufficialmente il borgo più antico d’Italia per età media, a marzo è nato un bambino. È stata la prima nascita in 23 anni.  

I demografi attribuiscono questa tendenza in parte al fatto che l’Italia è stata particolarmente colpita dalla prima ondata di pandemia rispetto ad altri paesi europei. Ma notano anche che il calo della natalità in Italia ha un retroscena più lungo e complesso. 

Francesco Billari, professore di demografia all’Università Bocconi e presidente dell’Associazione italiana per gli studi sulla popolazione, ha indicato una tendenza generale nel mondo sviluppato: man mano che i paesi diventano più ricchi, il numero medio di bambini in ciascuna famiglia diminuisce. 

Ma una volta che un paese raggiunge un certo livello di prosperità, questa tendenza può invertirsi. Basti vedere l’esempio della Svezia e della Danimarca,.

Un forte investimento, negli anni, del governo in reti di sicurezza sociale e servizi per la prima infanzia, ha reso meno impegnativa la creazione di una famiglia.

Anche la cultura è importante. In Italia e in un certo numero di altre società mediterranee, il ruolo centrale svolto dalla famiglia ha portato i governi ad adottare un approccio più diretto al welfare e consentire alle famiglie di colmare le lacune. 

Ciò significava una relativa mancanza di sostegno finanziario da parte dello Stato per i giovani rispetto al Nord Europa, dove i governi sono intervenuti per aiutare concretamente i genitori durante la crescita dei loro figli. 

Inoltre, secondo gli esperti, il lento approccio dell’Italia all’uguaglianza di genere e la scarsa partecipazione femminile alla forza lavoro sta contribuendo alla sfida demografica in atto. Solo il 53% delle donne italiane adulte lavora, rispetto alla media UE del 67%.

 

L’amministrazione Biden aumenta il tetto per i rifugiati

L’amministrazione Biden aumenta il tetto per i rifugiati portandolo per quest’anno a 62.500, dopo le critiche ricevute per aver mantenuto in vigore il limite inferiore dell’era Trump. Il presidente, in una dichiarazione, ha affermato che il nuovo limite “cancella il numero storicamente basso fissato dalla precedente amministrazione”, aggiungendo che il tetto massimo di Trump “non rifletteva i valori dell’America come nazione che accoglie e sostiene i rifugiati”.

In un discorso trasmesso su Twitter, Biden ha parlato anche del coronavirus. Negli Usa ci sarà un ritorno alla normalità “entro la fine dell’estate” ha previsto il presidente americano. “Penso che entro la fine dell’estate, saremo in una posizione molto diversa rispetto a quella in cui siamo ora” ha detto Biden quando gli è stato chiesto di prevedere una tempistica per un ritorno alla normalità e citando il lavoro della sua amministrazione per aumentare la produzione di vaccini anche a favore di altri Paesi. Ma solo “una volta che ci prenderemo cura di tutti gli americani”, ha precisato Biden.

Recovery Pa: la transizione burocratica nel Pnrr

“Il testo delle semplificazioni è pronto. Lo stiamo perfezionando, in queste ore continueremo con gli accordi bilaterali con i singoli ministeri”. Il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta interviene in diretta Facebook all’evento ‘Recovery Pa: la transizione burocratica nel Pnrr’ promosso da LaChirico.it. Sul Dl Semplificazioni aggiunge: “ha in sé una cabina di regia che annualmente provvederà non solo a verificare quanto è stato fatto l’anno precedente ma ad implementare di volta in volta quello che non ha funzionato e che deve essere ancora digitalizzato, reingegnerizzato e semplificato. E quindi sarà un processo”.

Smart working: saranno gli uffici a determinare chi lavora e chi no da remoto in ragione di efficacia ed efficienza

“Venerdì scorso con opportuno decreto abbiamo detto: sia lasciato all’intelligenza organizzativa dei singoli uffici stabilire quanti lavoratori pubblici dovessero lavorare da remoto e quanti in presenza in ragione di efficienza, efficacia e customer satisfaction, mettendo al centro la soddisfazione dei clienti finali, vale a dire dei 60 milioni di italiani” ha affermato ancora Brunetta durante il suo intervento.  “Entro l’estate è probabile che avremo una piena funzionalità della Pubblica amministrazione. La novità, secondo cui saranno gli uffici a determinare chi lavora e chi no da remoto, sta funzionando”.

E se resta il maggioritario?

Dunque, nel marasma che domina la politica italiana parlare di legge elettorale – o dell’ennesima  riforma della legge elettorale – è quantomai difficile. Anche perchè, come ben sappiamo, le leggi  elettorali sono sempre e solo il frutto delle convenienze momentanee legate agli incroci dei  sondaggi dell’ultimo mese. Adesso, almeno così pare, la convenienza ultima pare essere quella di  ripuntare sul maggioritario – almeno da parte della ex maggioranza giallo/rossa – dopo aver  predicato la necessità e quasi l’obbligatorietà di procedere con il proporzionale. Ma, come ben si  sa, in un contesto politico dominato dal trasformismo e dall’opportunismo, quello che si dice nella  settimana precedente viene puntualmente smentito e rinnegato nella settimana successiva.  

Ora, però, se dovesse essere confermata sostanzialmente la pessima legge elettorale varata nella  scorsa legislatura – il cosiddetto “rosatellum” – seppure con qualche marginale correzione,  dovremmo arrivare alla conclusione che il maggioritario resta l’impianto centrale della legge. E, di  conseguenza, con il maggioritario occorrerà fare i conti. Ecco perchè, forse, è necessario ed  indispensabile pensare, sin d’ora, di dar vita ad una lista/soggetto politico di centro che sia in  grado di convivere con un sistema maggioritario che inesorabilmente dovrà fare i conti con le  coalizioni in campo. Certo, esiste sempre la possibilità di giocare un ruolo puramente testimoniale  come, almeno così pare, faranno alcune realtà che non pensano minimamente di allearsi con  chicchessia. E quindi un ruolo politicamente insignificante ed elettoralmente irrilevante. Come ne  abbiamo conosciute a grappoli in questi ultimi anni, soprattutto sul versante moderato e di centro.  Esperienze che continuano tuttora e che, come da copione, sono destinate a restare del tutto  marginali nello scacchiere politico italiano. 

La vera sfida politica, quindi, resta quella di verificare la compatibilità politica e programmatica  con i due schieramenti che saranno probabilmente in campo. Quello di centro destra dove, di  fatto, manca tuttora una chiara e robusta componente di centro, moderata e capace di  riequilibrare la cultura leghista e quella della destra democratica. E quello di sinistra, condito ed  arricchito dal populismo grillino e condizionato dal solito e ormai collaudato “culturame” di  sinistra. Due offerte politiche che saranno destinate, salvo accadimenti ad oggi del tutto virtuali ed  impensabili, a confrontarsi nella contesa elettorale. E il ruolo di chi cerca, seppur con difficoltà  oggettive e strutturali, di declinare una “politica di centro” attraverso una offerta politica e  programmatica “di centro”, sarà oltremodo importante e forse anche decisivo in vista della  “vittoria finale”. Ed è per questo motivo, semplice ma al tempo stesso impegnativo ed  entusiasmante, che la sfida va vissuta sino in fondo. Con coerenza, coraggio e anche con  determinazione.  

Pubblicati i rapporti 2020 “Le comunità migranti in Italia”

Sono online i nuovi Rapporti annuali sulle comunità migranti in Italia, curati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione Generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione con la collaborazione di ANPAL Servizi SPA.

Elaborando dati provenienti da diverse fonti istituzionali, i Rapporti illustrano le caratteristiche e i processi di integrazione di ciascuna delle 16 comunità più numerose: albanese, bangladese, cinese, ecuadoriana, egiziana, filippina, indiana, marocchina, moldava, nigeriana, pakistana, peruviana, senegalese, srilankese, tunisina e ucraina.
All’analisi degli aspetti socio-demografici si affiancano quelle relative alle componenti più giovani (minori e nuove generazioni), alla partecipazione al mercato del lavoro e l’accesso al sistema del welfare, all’acquisizione della cittadinanza, alle rimesse verso i Paesi di origine e ai processi di inclusione finanziaria.

I dati utilizzati per l’analisi sono relativi a periodi antecedenti al diffondersi del virus SARS-COV-2, non è stato quindi possibile, per questa edizione dei report, offrire una lettura degli effetti della crisi pandemica sull’integrazione sociale e lavorativa dei migranti.

I cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia al 1° gennaio 2020 sono 3.615.826, provenienti principalmente da Marocco, Albania, Cina e Ucraina, che coprono quasi il 40% delle presenze. Si registra un equilibrio di genere quasi perfetto (uomini 51%, donne 49%), con significative differenze tra le comunità.

La popolazione extra UE in Italia è decisamente più giovane di quella italiana: i minori sono circa 795mila, pari al 22% dei regolarmente soggiornanti, a fronte del 15,6% della popolazione di cittadinanza italiana. I minori risultano più numerosi nelle comunità egiziana (33,8%), marocchina (28,4%) e tunisina (28,4%).

Per la prima volta, dopo anni di sostanziale stabilità delle presenze, si registra un sensibile calo del numero di regolarmente soggiornanti rispetto all’anno precedente: -2,7%; ovvero -101.580 unità. La riduzione riguarda tutte le principali comunità straniere ad eccezione della indiana e della bangladese.

In riferimento alle motivazioni di rilascio dei titoli di soggiorno, continua ad aumentare la quota relativa ai ricongiungimenti familiari che nel 2019 coprono il 56,9% degli ingressi (a fronte del 51% circa del 2018). Si riduce sensibilmente la quota relativa a richiesta o detenzione di una forma di protezione, che nel 2018 ha motivato il 26,8% degli ingressi, mentre nel 2019 rappresenta il 15,6% dei nuovi titoli. In leggero aumento la percentuale relativa ai motivi di studio (11,5% rispetto al 9,1% del 2018) e a motivi di lavoro (6,4% contro il 6% del 2018).

Sono 113.979 i cittadini di origine non comunitaria diventati italiani nel corso del 2019, (il 10,1% in più rispetto all’anno precedente), principalmente albanesi e marocchini.

Il processo di graduale stabilizzazione coinvolge tutta la popolazione non comunitaria ed è perfettamente rispecchiato dal trend crescente della quota di titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo sul totale dei regolarmente soggiornanti, che nel 2020 ha raggiunto il 63,1% (era il 62,3% nel 2019).
Le comunità che fanno rilevare una maggiore quota di lungosoggiornanti sono la moldava, l’ecuadoriana, l’ucraina, la tunisina, la marocchina e l’albanese.

Il 7,5% della forza lavoro è di cittadinanza non comunitaria. Nel 2019 Il tasso di occupazione della popolazione extra UE è pari al 60,1% (a fronte del 58,8% rilevato sulla popolazione italiana).

Relativamente alla partecipazione al mondo del lavoro della componente femminile della popolazione si registrano differenze macroscopiche tra le comunità: il tasso di occupazione femminile, pari al 46,5% sul totale dei non comunitari, risulta più elevato nelle comunità filippina (80,4%), cinese (69,8%), peruviana (66,3%), ucraina (66,5%), e moldava (63,2%), mentre risulta minimo nelle comunità pakistana (7,3%), egiziana (7,5%) e bangladese (10,7%).

Rilevante il protagonismo della popolazione non comunitaria in ambito imprenditoriale: sono infatti 486.145 le imprese guidate da cittadini extra UE, pari all’8% delle imprese del Paese. Le comunità più rappresentate sono la marocchina (16,7%), la cinese (13,9%), l’albanese (8,7%) e la bangladese (8%). Colpisce la quota di imprenditrici tra i titolari con nazionalità ucraina (54,5%), filippina (49,3%), cinese (46,7%) e nigeriana (39,6%).

L’ammontare complessivo delle rimesse dirette verso Paesi non comunitari dal nostro Paese nel 2019 supera i 5 miliardi di euro, un valore in crescita del 5,7% rispetto al 2018.
Il continente asiatico assorbe quasi la metà delle rimesse in uscita dall’Italia (45,4%). In particolare, Bangladesh, Filippine e Pakistan sono i principali Paesi di destinazione, coprendo circa un terzo del totale.

Il ruolo strategico della Cybersecurity

Nel suo complesso, la digitalizzazione aumenta il livello di vulnerabilità della società da minacce cyber su tutti i fronti: ad esempio frodi, ricatti informatici o attacchi terroristici. Italia digitale 2026 contiene importanti misure di rafforzamento delle nostre difese cyber, a partire dalla piena attuazione della disciplina in materia di “Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica”. Gli investimenti sono organizzati su quattro aree principali d’intervento. In primo luogo, sono rafforzati i presidi di front-line per la gestione degli alert e degli eventi a rischio intercettati verso la PA e le imprese di interesse nazionale.

In secondo luogo, vengono costruite o rese più solide le capacità tecniche di valutazione e audit continuo della sicurezza di apparati elettronici e applicazioni utilizzati per l’erogazione di servizi critici da parte di soggetti che esercitano una funzione essenziale. Inoltre, s’investe nell’immissione di nuovo personale sia nelle aree di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria, dedicate alla prevenzione e investigazione del crimine informatico diretto contro singoli cittadini, sia in quelle dei comparti preposti a difendere il Paese da minacce cibernetiche. Infine, vengono irrobustiti gli asset e le unità incaricate della protezione della sicurezza nazionale e della risposta alle minacce cyber.

Covid: la malattia è più grave in pazienti malnutriti o obesi

Il Covid è più grave se il paziente è malnutrito o obeso. Lo dimostra una review, pubblicata su ‘Nutrients’, condotta dai ricercatori del Policlinico Gemelli – Università Cattolica di Roma, dalla quale emerge in particolare che uno stato di malnutrizione rappresenta uno degli elementi cruciali alla base di un decorso più lungo e complicato della malattia o di morte per Covid-19. Ma a preoccupare gli esperti è anche e soprattutto l’obesità che aumenta di 6 volte il rischio di mortalità da Covid e quello di intubazione e aumenta inoltre il rischio di ricovero di 2,6 volte.

“Per malnutrizione – spiega Maria Chiara Mentella, Uoc Nutrizione clinica della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs, diretta da Giacinto Abele Donato Miggiano, associato in Scienze tecniche dietetiche e applicate e direttore del Centro di ricerca e formazione in Nutrizione umana dell’Università Cattolica – si intende un insufficiente o squilibrato apporto di macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi) e di micronutrienti (minerali e vitamine). Si può essere obesi e malnutriti, se affetti da deficit di uno o più micronutrienti; e questo può tradursi in una minore resistenza alle infezioni e in una maggior gravità della malattia in caso di contagio”.

Un buono stato nutrizionale – sottolineano i ricercatori in una nota – è fondamentale per le nostre difese immunitarie e rappresenta dunque un fattore chiave nella difesa contro i virus. Il corretto funzionamento del sistema immunitario, secondo la European food safety authority (Efsa) dipende da un adeguato livello di 10 nutrienti: vitamine D, C, A (compreso beta-carotene) e del gruppo B (soprattutto B6, B12 e folati); e inoltre, zinco, rame, ferro e selenio. Metà degli anziani sono malnutriti e questo, come visto, rappresenta un fattore di rischio di ricovero e mortalità da Covid -19. A rischio malnutrizione sono in particolare gli anziani residenti nella Rsa, quelli che hanno pagato finora il tributo più alto al Covid.

Ma a preoccupare gli esperti è anche e soprattutto l’obesità. Dalla review emerge infatti che l’obesità è un grave fattore di rischio per Covid-19. “In particolare – ricorda Mentella – l’obesità aumenta di 6 volte il rischio di mortalità da Covid e quello di intubazione; aumenta inoltre il rischio di ricovero di 2,6 volte”. Importante ai fini della prognosi è anche la distribuzione del grasso nelle persone obese: l’obesità viscerale (la ‘pancia’) aumenta di due volte e mezzo il rischio di sintomi gravi e dover ricorrere alla ventilazione meccanica. Recenti segnalazioni inoltre suggeriscono che il rischio di forme gravi e di mortalità aumenti fino a 11 volte in presenza di abbondanti depositi di grasso all’interno dei muscoli.

“Alla luce di queste premesse – afferma Miggiano – è dunque fondamentale una corretta presa in carico nutrizionale di tutti i pazienti ricoverati per Covid-19, sin dai primissimi giorni di ricovero. Il loro assetto nutritivo andrebbe subito valutato, per poter procedere quindi a un’adeguata prescrizione alimentare (tenendo anche conto del fatto che questi soggetti hanno un fabbisogno proteico-calorico aumentato per l’infezione e la febbre). L’alimentazione andrà effettuata per bocca, ma in caso di difficoltà si dovrà ricorrere alla nutrizione per sondino (alimentazione enterale) o in alcuni casi a quella per flebo (nutrizione parenterale totale)”.

Importante anche una personalizzazione della prescrizione sulla base delle caratteristiche del paziente, supplementando la dieta con omega-3, vitamina D, vitamine del gruppo B e C, se necessario. “E’ necessario infine – prosegue Mentella – seguire con attenzione durante tutto il ricovero, e in seguito, i pazienti con Covid-19, visto che nel 40% dei casi vanno incontro a perdita di peso (problema che riguarda fino al 66% di quelli che vanno in terapia intensiva). Covid-19 può infatti interferire con una corretta alimentazione per le difficoltà respiratorie, la perdita di gusto e olfatto, la febbre e la grave stanchezza lamentata dai pazienti”, spiega.

“La nutrizione clinica dei pazienti con Covid-19 – conclude Miggiano – è insomma uno dei pilastri del trattamento e della prevenzione del Covid, come sottolineato anche dalla European society for clinical nutrition and metabolism (Epen). Fondamentale è evitare la comparsa o l’aggravarsi di uno stato di malnutrizione, adottando dei protocolli di nutrizione ad hoc in ospedale. Studi clinici attualmente in corso forniranno ulteriori indicazioni sul ruolo della supplementazione di aminoacidi, probiotici, omega-3 e vitamina D nei pazienti con Covid-19”.

“Lo stato nutrizionale – commenta Antonio Gasbarrini, ordinario di Medicina interna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma, e direttore del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs – ha importanti ricadute nella prevenzione e nel trattamento di molte malattie acute e croniche. Una corretta alimentazione non solo è in grado di ridurre il rischio di alcune patologie, dal diabete, all’obesità, passando per le malattie cardiovascolari, l’osteoporosi e alcune forme di tumore, ma rappresenta anche un pilastro del trattamento di una serie di condizioni e ha un valore aggiunto nel ridurre le complicanze infettive tipiche dei pazienti più fragili, come nel caso del Covid-19”, conclude.

Il ruolo della comunità italica

L’articolo di ieri sugli “Italici” di Fronte al caso Putin-Sassoli ha riportato alla mente i miei rapporti professionali e di amicizia con Piero Bassetti, con cui avevo instaurato una solida comunione di idee proprio sul concetto da lui lucidamente portato avanti ed espresso in un “pamphlet” pubblicato su “Limes” nell’aprile del 1998 (di cui conservo una copia con affettuosa dedica), intitolato “Il mondo in italiano”.

Durante la mia esperienza consolare a New York (1998-2003), non persi mai l’occasione per ribadire, non soltanto ai miei interlocutori ufficiali – Sindaco Giuliani e Governatore
Pataki (ambedue di chiare origini italiane) – ma anche pubblicamente, che la comunità italiana all’estero in senso lato (gli “Italici” cui Bassetti allude) doveva rivolgersi agli
esponenti dell’ “intelligentja” internazionale, agli “opinion makers”, alle classi dirigenti, a tutti i centri di potere multilaterale, alle “global companies grandi e piccole, ai membri attivi delle professioni ed ai centri di produzione intellettuale e culturale per veicolare messaggi politici, sociali ed economici.

Oggi, forse più ancora di ieri, questo messaggio continua valido, quando cioè l’Italia è sempre più inserita in un progetto di “polis” come è quello dell’Unione Europea.
In tal senso, la “scomunica” di Sassoli da parte di Putin e la conseguente iniziativa di cui parli potrebbero essere anche un’occasione per rivitalizzare la comunità “italica” e ricordare al governo italiano che essa
costituisce un “asset”, che purtroppo i vari governi hanno, fino ad oggi, sempre valorizzato poco e male nei rapporti bilaterali internazionali.

Scuola, programmare è semplificare la burocrazia, i linguaggi e l’organizzazione

La logica programmatoria delle scuole dell’autonomia (DPR 275/99) è figlia delle teorie curricolari degli anni ’70. Tutta la normativa – peraltro a partite dai Decreti delegati del 1974 – muove nella direzione dell’autonomia organizzativo-didattica  e del decentramento funzionale, ferme restando le attribuzioni di coordinamento, controllo e indirizzo del MIUR (ora Ministero dell’istruzione) anche attraverso le Direzioni scolastiche regionali.

Il decentramento gerarchico dell’Amministrazione scolastica ha seguito la deriva del decentramento autarchico verso le Regioni e gli enti locali, avviato con il DPR 616 del 24 luglio 1976 e tutt’ora in atto.

Dopo la democratizzazione verso il basso attraverso le gestione degli organi collegiali di istituto della vita scolastica nel suo complesso, non senza diaspore e discrasie di tipo formale e prassico, il processo di autonomia degli Istituti è stato rafforzato dal conferimento dello status dirigenziale ai direttori didattici e presidi.

Nell’immaginario collettivo prevalgono ancora queste dizioni: il capo d’istituto è il “preside” non il dirigente scolastico così come il termine “Provveditorato” difficilmente viene sostituito nel linguaggio corrente dalla denominazione di Ufficio scolastico prov.le , dopo diversi passaggi di sigle a volte persino incomprensibili o poco attinenti con il mondo scolastico. 

Che cosa c’entrava il CSA – Centro Servizi Amministrativi – con la scuola?

La nomenclatura adottata dall’amministrazione scolastica ha enfatizzato logiche burocratiche a discapito di logiche semplificative e cosí a nome e sigla si sono aggiunti altri nomi e altre sigle: una sorta di autogenesi per parcellizzazione e frammentazione che hanno finito per spostare l’attenzione dalla didattica in classe ai corollari marginali, ribaltando tassonomie e funzionalità logiche.

Fino a giungere ad una proliferazione di mappe concettuali orientate alla implementazione di algoritmi, diagrammi, logiche intermedie, compiti e operazioni da compiere, aggiungendo passaggi su passaggi, anziché ridurre il caravanserraglio lessicale ed autoreferenziale per concentrarsi sull’obiettivo più razionale della semplificazione e del potenziamento di ogni risorsa umana e materiale a vantaggio del lavoro svolto con gli alunni.

Adottando ad esempio tutta la semantica dei sistemi scolastici anglofoni, come se non fossimo capaci di definire le cose con parole e termini mutuati dall’italianissimo vocabolario.

Qui non c’entra la pedagogia comparativa quanto l’impoverimento linguistico progressivo denunciato dal compianto linguista e Ministro dell’istruzione Tullio De Mauro: circostanza riscontrabile anche nel corpo sociale dove uso delle tecnologie e logiche del web, prevalenza dei luoghi comuni acritici circolanti specialmente tra i giovani, ma non solo, hanno progressivamente configurato un target sociale costituito da semianalfabeti dove il 70 % delle persone non è in grado di comprendere un testo di media difficoltà.

Questi passaggi normativi hanno accentuato una tendenza a denominare compiti , attribuzioni, incarichi, differenziazione di funzioni con sigle e abbreviazioni che hanno finito con il rendere a volte criptico il linguaggio degli addetti ai lavori, specie nei cfr. degli interlocutori istituzionali esterni e delle famiglie stesse.

Spesso formule e locuzioni sincopate hanno riassunto operazioni semplici creando un universo semantico e simbolico di difficile interpretazione: nella società definita complessa la complessità delle parole e delle interlocuzioni all’interno del sistema scolastico hanno finito per creare una sorta di contesto concettuale, prassico e operativo a se stante, separato dalla realtà esterna alla scuola, un linguaggio esoterico, per soli iniziati, una specie di ‘Circolo Pickwick’ per soli iniziati dove chi non sciorina sigle e terminologie complesse si sente un corpo estraneo che percepisce l’impenetrabilità dell’insieme.

Da qualche anno a questa parte si è esponenzialmente accentuata una deriva fortemente orientata a far prevalere le ragioni della discontinuità e del cambiamento fine a sé stesso.

Questo sbilanciamento ha prodotto un mutamento di identità della scuola, una confusione rispetto ai suoi compiti istituzionali, un’immagine riduttiva e destabilizzante del suo ruolo sociale e delle sue finalità formative.

Occorre domandarsi con doverosa onestà intellettuale quanta parte delle postulate novità introdotte in questi anni in campo scolastico abbia effettivamente contribuito a migliorare l’efficienza, la funzionalità e l’accreditamento sociale del sistema formativo.

Predicare l’innovazione tout-court sembra essere diventato un obbligo deontologico irrinunciabile per gli addetti ai lavori delle pratiche educative a cui è difficile sottrarsi.

Sarebbe davvero utile riflettere più spesso sulla valenza psicologica, organizzativa, funzionale,  relazionale, sociale del concetto di “stabilità”, soprattutto valutando quanti e quali riflessi negativi produca il suo venir meno nei contesti di osservazione sopra enunciati.

Molta parte dei conflitti e delle diaspore oggi presenti nella scuola, delle insicurezze e dei disagi relazionali dei suoi professionisti è purtroppo dovuta alla sistematica instabilità della sua organizzazione e dei suoi profili di funzionamento in continuo divenire. 

Alle famiglie che cercano istituti con “bravi insegnanti”, culturalmente preparati e in grado di instaurare un rapporto educativo con gli alunni caratterizzato dalla stima che deriva dall’autorevolezza e dal rispetto, la scuola risponde offrendo “team” e sinergie, collegialità e concertazione, carte dei servizi, POF, PEI, PECUP, OSA, BES, DAD, DDI, funzioni strumentali e ancora piani, progetti a breve, medio e lungo termine, piste, percorsi, mappe concettuali, cooperative learning, tutoring, diagrammi di flusso, flow chart, e altri ameni neologismi mutuati dal pedagogese autoreferenziale e autocelebrativo oggi imperante ma indecifrabili per i non addetti ai lavori.

Una differenziazione semantica articolata e complessa cui non sempre corrispondono processi concreti e tangibili rispetto alle due azioni specularmene poste in capo ai docenti e agli alunni: insegnare – imparare.

Una risposta declinata al plurale, contestualizzata all’intero sistema, capace di evocare impegni collegiali e collettivi ma non in grado di enucleare con altrettanta precisione responsabilità e competenze di tipo individuale. 

Era forse pregiudizialmente inadeguata una scuola dove gli insegnanti si riunivano quando ce n’era bisogno e il resto del loro impegno era concentrato alle attività strettamente didattiche, di classe, con gli alunni, finalizzato ad affinare metodi e a definire contenuti e finalità formative ed educative, con obiettivi graduali e specifici? A concentrarsi sull’insegnamento come “specifico professionale” da realizzare, cui far corrispondere la focalizzazione degli apprendimenti da parte degli alunni?

Da alcuni decenni le scuole hanno assunto i doveri connessi alla programmazione didattica come il ‘core business’ della loro stessa ragion d’essere, l’aspetto prevalente e più assorbente in termini di impegno e di risorse per qualificare e accreditare all’esterno l’immagine di un contesto formativo ispirato a criteri di razionalità operativa e finalizzato alla erogazione di un servizio pubblico aggiornato ed efficiente.

Ciò è dipeso da una molteplicità di fattori: la necessità di rimanere agganciati alle dinamiche sociali in continua evoluzione, un più rigoroso assetto istituzionale interno, una più attenta articolazione di ruoli e competenze, il dovere di corrispondere in termini di competenze, risultati e prestazioni ad una domanda sociale sempre più attenta, qualificata ed esigente.

Alle origini di questa deriva progettuale c’era sostanzialmente l’obiettivo di mantenere il sistema scolastico ancorato alle dinamiche del sistema sociale: evoluzione scientifica, domanda di istruzione ‘alta’e competitiva, diffusione quantitativa e qualitativa della cultura, pianificazione dei curricoli scolastici in un’ottica di coerenza e complementarietà con il mondo produttivo e del lavoro, senza considerare che ultimamente si è affacciato prepotentemente alla ribalta il tema delle nuove tecnologie e della loro valenza strumentale in termini di facilitazione e diffusione degli apprendimenti.

Ma c’erano – e sono rimaste – anche logiche più interne al mondo della scuola che spingevano in quella direzione, a cominciare dall’alfabetizzazione culturale legata ai nuovi saperi, dalle ragioni del diritto allo studio e della didattica individualizzata, dall’assunzione del concetto di formazione come processo da realizzare con gradualità per soddisfare le esigenze di una popolazione scolastica crescente, ottimizzando le potenzialità di ciascuno in una logica fondamentalmente propositiva e promozionale e non più punitiva e selettiva , secondo un’ottica inclusiva, di recupero e integrazione, a cominciare proprio dai più svantaggiati, affinchè andare a scuola significasse crescere e maturare comunque un proprio percorso culturale, sviluppare tutte le potenzialità insite nella pluralità delle intelligenze e delle menti.

In un periodo di intensa accelerazione e diversificazione dei bisogni sociali le istituzioni cercano di rispondere con aggiustamenti, adeguamenti, modifiche organizzative che a loro volta introducono elementi nuovi di complessità.

La scuola non deve essere il luogo dell’eterno rinvio: personalizzare e rendere accessibili i percorsi curricolari non significa svilire e abbassare la cultura ad un fatto di libero mercato, di facilitazione ad ogni costo, di espunzione dell’impegno e del sacrificio.

Per questo, stabilite le coordinate di fondo, gli obiettivi e gli standard culturali generali per ogni grado e livello del sistema di istruzione, la maggior parte dei compiti e – diciamolo con la parola giusta – delle fatiche spetta alle scuole e ai singoli docenti.

E’ qui che si affronta il tema della declinazione degli indirizzi generali nei contesti locali, è qui che si parla di Carlo e Roberta, di Mirko e Sofia e delle loro famiglie, dei loro problemi e delle difficoltà che si incontrano nel cammino della loro ‘individuale’ formazione.

Ed è spesso qui che si realizza la sintesi tra le belle teorie – dispensate a larghe mani da illustri ‘distaccati a vita’ che dai pulpiti dei loro canonicati pontificano sul da farsi – e la dura realtà quotidiana, fatti da classi con 28- 30 alunni dove l’insegnante – dopo aver ascoltato i consigli e le buone parole di tutti- entra ed è solo, deve rimboccarsi le maniche e dimostrare di valere.

Programmare il percorso didattico, affrontare cioè il tema della formazione/istruzione nell’ambito di una variabile indipendente, fissa, che è il rapporto tra insegnamento e apprendimento, significa metter mano a tutto: tempi, luoghi, modi, circostanze, mezzi, strumenti, dotazioni, risorse, potenzialità, contenuti, metodi.

Un tempo l’insegnante faceva tutto da sé: entrava in classe con il quadernino del suo piano di lavoro e poi procedeva navigando a vista, aggiustava, correggeva, integrava, modificava e lo faceva in genere con buona lena, non è che i risultati fossero deludenti.

Adesso è cresciuto soprattutto il livello di controllo: più quello sociale che quello interno e tecnico, i genitori hanno aspettative diverse, gli alunni hanno a mente più i loro diritti che i loro doveri.

E la scuola funziona in modo più orchestrato, collegiale, sia nella fase di elaborazione di un piano di offerta formativa di istituto, sia in quello delle verifiche intermedie, sia nel momento delle valutazioni e delle decisioni finali.

La collegialità è stata una conquista graduale, un processo di adattamento, la risposta in termini di efficienza/efficacia al bombardamento di input e di richieste che sono piovute sulla scuola: diversificando le competenze interne ci si può attrezzare meglio per corrispondere alla pluralità delle aspettative e alla molteplicità dei saperi.

Sono cresciute le specializzazioni, la scuola si è modularizzata dopo essersi strutturata su tempi più estesi e il ‘tempo pieno’ – da qualunque parte lo si giri – è stata una risposta forte e positiva di disponibilità rispetto ai bisogni emergenti dal contesto familiare e da quello sociale.

Da alcuni decenni la collegialità è un valore aggiunto, un fattore di crescita condivisa, di confronto, verifica che esprime un salto di qualità percepibile e ineccepibile.

Rafforzando anche le ragioni della coesione e della compartecipazione alla definizione delle linee di indirizzo dell’istituto. Per questo il collegio dei docenti è diventato il fulcro della programmazione educativo didattica. Purtroppo la pletora ridondante delle riunioni sta prevalendo a scapito del tempo dedicato alla didattica come sintesi tra insegnamento e apprendimenti.

L’autonomia scolastica avrebbe dovuto facilitar una logica di semplificazione dei processi gestionali, secondo la regola non scritta dell’avvicinare i luoghi delle decisioni a quelli delle azioni.

Si riscontra spesso invece una crescita esponenziale delle procedure utili a raggiungere i risultati attesi, una duplicazione a volte sovrapposta altre divergente della burocrazia fatta di circolari, istruzioni, indicazioni, ordini di servizio: a quella ministeriale si aggiunge la burontocrazia decentrata, sfugge ad alcuni dirigenti scolastici l’opportunità di sottrarre elementi di complessità interpretando le procedure e scegliendo la strada più accessibile, essi aggiungono la normativa di istituto a quella centrale e ciò porta spesso ad una ipertrofia regolamentativa a scapito della semplificazione.

Dovremmo ricordare che la logica della programmazione, della pianificazione, della previsione, della verifica e di tutte le operazioni connesse alla gestione della vita scolastica dovrebbe marciare spedita verso la semplificazione delle azioni e delle prassi facilitando l’accessibilità ai risultati.

Questa è la logica sottesa alla libertà d’insegnamento ma anche la via principale , non una scorciatoia, per il perseguimento del diritto allo studio e la realizzazione di logiche inclusive.

A poco a poco il ‘focus’ dell’attenzione di tutti gli addetti ai lavori si è spostato dalla classe e dal rapporto tra insegnanti e allievi, ai gruppi di lavoro, alle tavole rotonde, agli incontri collegiali, alle discussioni logoranti e infinite, alla messa in discussione sistematica delle scelte assunte il giorno prima, con una prevalenza degli aspetti critici su quelli costruttivi.

Paradossalmente la scuola della pianificazione, dei programmi e dei progetti ha creato e sovrapposto a quella già esistente una rete burocratica generata dal basso, dai docenti a poco a poco estraniati dall’insegnamento e risucchiati in una logica di condivisione forzata, di prevalenza del collettivo, della discussione senza esito sul ragionamento, dell’analisi sulla sintesi.

Quando si mette mano ad un progetto – educativo nella fattispecie, ma la logica è intercambiabile in altri settori della vita e del pensiero- occorre avere ben presenti alcuni fattori costitutivi di quella prassi; i tempi, i modi, l’analisi di partenza, le occasioni previste per l’osservazione e la verifica sull’incedere del ‘piano previsionale’, le aspettative attese rispetto ai risultati e la tangibilità di questi ultimi.

Se il problema originario consiste nell’attrezzare meglio la scuola e il proprio lavoro affinchè il tale alunno o quella classe ottimizzino il percorso apprenditivo e conseguano i migliori risultati ebbene io posso avvalermi di una logica previsionale che mi permetta di elaborare una strada, un percorso, una via, un curricolo appunto per raggiungere quel determinato scopo.

Ma tutto dev’essere fatto – ogni passo deve seguire il precedente – in un’ottica di razionalizzazione e semplificazione dell’intero processo.

Altrimenti rischio di impantanarmi nei preamboli senza dar corso alle idee, di vincolarmi alle prassi senza aver presente la concretezza delle azioni, di legare le mie azioni alle procedure fino andare a quest’ultime una prevalente considerazione rispetto al cuore del problema: compiere un tragitto, raggiungere uno scopo, aggiungere un tassello al mosaico educativo che ho in mente.

Oltre la buona volontà dei singoli e la validità di una strategia di coinvolgimento e corresponsabilizzazione a livello collegiale che hai suoi indubbi pregi, perché matura, fa crescere, dispone al dialogo e al confronto, debbo amaramente constatare come in molte situazioni personalmente riscontrate e anche in una certa abitudine generale, un’interpretazione acriticamente applicata per moda o per tendenza, per prassi o perché ‘si deve fare cosi’, la logica programmatoria sia stata applicata con modalità autoreferenziali, quasi a replicare un rituale inconcludente o prestabilito, dove non contava tanto misurarsi sulla fattibilità delle idee, ma “il riunirsi” fine a se stesso.

Sovente hanno prevalso dinamiche di gruppo tipiche dei contesti collegiali: emergenza di figure carismatiche, aggregazioni attorno a un leader che impone il suo punto di vista, atteggiamenti gregari o di rinuncia al dialogo, partecipazione passiva e inconcludente.

Un’enfasi esagerata sulla fase propedeutico-procedurale, sui rituali delle riunioni di cui non resta poi traccia neppure nella memoria, oltre il fastidioso ricordo di un impegno spesse volte inutile e scontato, senza risultati positivamente e concretamente fruibili.

Un’eccessiva dedizione agli aspetti protocollari e formali e poca capacità di fare sintesi e di cogliere gli aspetti utili ed essenziali, procedure elaborate e farraginose, passaggi complicati ed aggiuntivi, enfasi smisurata alla redazione degli atti e poca attinenza di tutto questo con le problematiche connesse alla conduzione della classe.

Perché  è lì, in classe, che bisogna riportare energie, risorse e attenzioni, va ricalibrato e centrato come snodo strategico di tutta la formazione il rapporto tra insegnamento e apprendimento, che altro non è – in tutta la sua pienezza umana e simbolica – che la relazione tra il docente e l’alunno.

Mentre il Ministero è lontano e gli ispettori non visitano più le scuole perché anziché essere considerata una funzione di supporto e di consulenza, quella ispettiva viene vista come una sorta di intrusione nelle logiche dell’autonomia scolastica.

La burocrazia generata dal basso diventa tuttavia pervasiva e micidiale, assorbente e preponderante: ore e ore di impegni defatiganti che enfatizzano aspetti formali piuttosto che sostanziali, procedure come forche caudine sotto cui è obbligatorio passare.

Si prenda ad esempio la dilagante questione del registro elettronico, una forsennata e ottusa ossessione.

Ci sono dirigenti scolastici che lo impongono anche quando l’evidenza suggerirebbe un approccio più cauto.

Nella scuola dell’infanzia e in quella primaria tale strumento finisce per avere una funzione meramente certificativa della presenza in aula dei docenti. Un adempimento che disturba più che agevolare il lavoro in classe o sezione.

Applicare le logiche della dematerializzazione della documentazione del lavoro scolastico non sempre produce risultati tangibili, intellegibili, commisurabili, suscettibili di un controllo tecnico esperto.

L’esperienza deve tornare ad essere materica più che virtuale ed occulta.

La Corte di Cassazione con Sentenza  – Cass. pen. Sez. V,  (ud. 02-07-2019) 21-11-2019, n. 47241 ha stabilito, per rimanere in tema, la non obbligatorietà del registro elettronico fino a quando l’amministrazione scolastica non avrà concluso il percorso di dematerializzazione stabilito dalla normativa generale di cui si è persa ogni traccia.

Eppure c’è chi lo ritiene un discrimine tra la vecchia scuola e quella nuova del 4.0, della digitalizzazione e dell’informatizzazione di tutti gli aspetti che caratterizzano e qualificano la vita scolastica.

Non è così, occorre riprendere ad usare la logica del  ‘lento pede’  e dell’uso del pensiero critico: fare ciò che serve, non fare ciò che appare.

Tutto deve tornare ad essere funzionale all’insegnamento e a chi lo esercita, tutto deve dare senso e consapevolezza alla trasmissione/rielaborazione della cultura come ragion d’essere della scuola come istituzione: non un posto dove si accumulano documenti da esibire o si appendono cartelloni da ostentare ma il luogo deputato alla conoscenza e allo scambio di relazioni.

Saper trasmettere il gusto di imparare non è abilità professionale che si codifica negli atti e nei progetti ma occasione che si rinnova ogni giorno, nel momento in cui – rispettando i programmi e le programmazioni – l’insegnante dimostra di essere capace di catalizzare l’interesse dei suoi alunni, di stimolare motivazioni ad apprendere e suscitare passioni, nella scuola e per la vita.

Charles De Foucauld. il Santo di “Fratelli Tutti”

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

La canonizzazione di Charles de Foucauld è un evento che oltrepassa di molto il riconoscimento di una grande testimonianza di santità.
Quella di Charles Eugène de Foucauld è una storia incredibile: figlio di una famiglia aristocratica con avi che avevano combattuto nelle crociate, orfano all’età di sei anni, tirato su dai nonni, Charles è stato militare, geografo, esploratore, antropologo, linguista, monaco, frate, sacerdote, mistico, eremita.
Dall’adolescenza ai 28 anni visse una vita disordinata ed agnostica. Poi l’esperienza di esploratore e geografo in Algeria e Marocco lo portò ad approfondire i testi sacri e la spiritualità di ebrei e musulmani.
Dopo un viaggio in Terra Santa, all’età di 31 anni, riscoprì la fede cristiana e si fece frate trappista.
In continua ricerca dell’imitazione di Cristo, Charles de Foucauld lasciò la Trappa per vivere da eremita, prima in Palestina e poi a Béni-Abbés, un’oasi situata sulla riva sinistra del Saoura a sud di Orano, nel Sahara occidentale (Algeria francese).
Desideroso di fondare una nuova congregazione religiosa, non trovò nessuno che si unisse a lui. Visse tra i Tuareg testimoniando il Vangelo con il suo stile di vita e le sue opere.
Fu ucciso durante una razzia di predoni il 1° dicembre 1916. Aveva 58 anni.
Dopo la sua morte, la sua vita e i suoi scritti divennero così noti che nacquero varie famiglie ispirate al suo esempio. Attualmente esistono dieci congregazioni religiose e otto associazioni di vita spirituale che si rifanno a lui. Tra queste, le Piccole Suore di Gesù e la Fraternità Charles de Foucauld.
Nel giorno della sua beatificazione (13 novembre 2005) Papa Benedetto XVI lo ricordò con queste parole: «Ringraziamo per la testimonianza di Charles de Foucauld. Attraverso la sua vita contemplativa e nascosta a Nazareth, ha incontrato la verità dell’umanità di Gesù, invitandoci a contemplare il mistero dell’Incarnazione; lì ha imparato molto sul Signore, che ha voluto seguire con umiltà e povertà».
«Ha scoperto che Gesù, venuto per unirsi a noi nella nostra umanità, ci invita alla fratellanza universale. Come sacerdote ha posto al centro della sua esistenza l’Eucaristia e il Vangelo, le due mense della Parola e del Pane, fonte di vita cristiana e di missione».
Nello stesso giorno il cardinale Saraiva Martins, allora Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, ebbe a sottolineare: «Charles de Foucauld ha avuto una notevole influenza sulla spiritualità del XX secolo e rimane, all’inizio del terzo millennio, un riferimento fecondo, un invito a uno stile di vita radicalmente evangelico».
«Accogliere il Vangelo in tutta la sua semplicità, evangelizzare senza voler imporre, testimoniare Gesù nel rispetto delle altre esperienze religiose, riaffermare il primato della carità vissuto in fraternità – aggiunse Saraiva Martins –, questi sono solo alcuni degli aspetti più importanti di una preziosa eredità…».
Ancora più intensa l’influenza che de Foucauld ha avuto su Papa Francesco.
«In questo spazio di riflessione sulla fraternità universale – ha spiegato il Papa nell’enciclica “Fratelli tutti” –, mi sono sentito motivato specialmente da San Francesco d’Assisi, e anche da altri fratelli che non sono cattolici: Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e molti altri. Ma voglio concludere ricordando un’altra persona di profonda fede, la quale, a partire dalla sua intensa esperienza di Dio, ha compiuto un cammino di trasformazione fino a sentirsi fratello di tutti. Mi riferisco al Beato Charles de Foucauld».
«Egli andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano. In quel contesto esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello, e chiedeva a un amico: “Pregate Iddio affinché io sia davvero il fratello di tutte le anime di questo paese”. Voleva essere, in definitiva, “il fratello universale”. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti…».
«Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi», ha invocato il Papa.

Ricominciamo da Roma

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’appuntamento elettorale di ottobre rappresenta per Roma un’importante occasione per voltare pagina rispetto alla sciatta ed insufficiente amministrazione guidata da Virginia Raggi.

La guida della Capitale crea indubbiamente qualche preoccupazione per chiunque abbia l’idea di candidarsi a sindaco; questo spiega (in parte) il motivo per il quale destra e sinistra non abbiano ancora definito in modo netto e chiaro il profilo (e quindi il nome) dei rispettivi candidati per la più importante poltrona del Campidoglio.

Il centrosinistra ed il Partito Democratico in particolare sono chiamati a giocare un’importante partita carica di simbolismi politici; per questo a Roma non è possibile confondersi con l’amministrazione uscente e non è opportuno cercare o auspicare un accordo con il Movimento 5S, con o senza la Raggi.

A Roma il centrosinistra deve affrontare la competizione con l’obiettivo di vincere senza il M5S; perché Roma incarna il valore simbolico di quel Movimento che nel 2016, vincendo nella Capitale, di fatto si candidò a guidare il Paese come poi accadde due anni dopo a seguito delle elezioni del marzo 2018.

Dopo cinque anni di amministrazione fallimentare, costruita sulla gratuita denigrazione di tutto ciò che era fuori dal M5S, è necessario battere politicamente i cinque stelle sul campo, proprio su quel campo che li vide iniziare la loro marcia verso il governo nazionale; va peraltro ricordato che la Raggi vinse intercettando il consenso determinante della destra romana che al ballottaggio si trovò priva di un proprio candidato.

A Roma è quindi necessario vincere per ricominciare; vincere per avviare un percorso che possa portare – quando e come sarà possibile – anche ad una più larga alleanza di centrosinistra che veda il Partito Democratico non come mero elemento aggiuntivo, ma come punto di aggregazione delle forze democratiche e progressiste.

La perdita dei “sensi di prossimità”

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista Treccani a firma di Angela Biscaldi

L’antropologa Ruth Finnegan in un celebre testo dal titolo Communicating. The multiple modes of human interconnection (2002) ci spiega che la comunicazione umana faccia-faccia si caratterizza per la multimodalità, cioè per il fatto che gli uomini comunicano utilizzando sempre contemporaneamente diversi canali tra loro interdipendenti.

Il tono di voce, l’efficacia dello sguardo, le espressioni del viso, la postura del corpo, la gestualità di mani e braccia, l’uso regolato del tatto, l’evocatività dell’olfatto, il potere simbolico dell’abbigliamento sono tutti elementi dell’interconnessione umana. Si tratta di un processo difficilmente circoscrivibile e descrivibile, altamente polisemico, che chiama in causa una straordinaria quantità di elementi interdipendenti, nel quale i partecipanti sono attivi e creativi nel loro relazionarsi.

La pandemia di Covid-19 e il conseguente lockdown hanno comportato un’improvvisa restrizione delle molteplici modalità dell’interconnessione umana, riducendo il campo della nostra straordinaria, quotidiana, relazionalità sociale a ciò che può essere comunicato attraverso le due dimensioni di uno schermo. Ne risulta potenziata la vista a scapito di tutti gli altri elementi: un ipervisualismo persistente che ci affatica e, alla lunga, ci deprime, causando la sensazione di una perdita di energia.  Come mi ha confidato un docente di scuola secondaria durante un’intervista in profondità sulla didattica in remoto:

«grande fatica […] e la cosa particolare che abbiamo notato tutti: tu metti energie lì dentro ma le energie non tornano, mentre nel rapporto diretto le energie tornano, quando entri in una classe senti che le energie arrivano, tu dai e ti tornano indietro, sei stanco ma sei anche ritemprato dal punto di vista emotivo, lì invece è esaurimento puro, alienazione totale».

Inoltre, nella comunicazione digitale la vista e l’udito non lavorano più in sinergia ma producono una specie di continua dissonanza cognitiva dal momento che, on-line, esiste sempre una discrepanza  temporale, più o meno accentuata, tra ciò che vedo (il volto di chi mi parla) e quello che sento (le sue parole che mi arrivano un po’ dopo, talvolta a scatti, talvolta accelerate); il tatto, poi, rinchiusi nelle nostre case, si riduce al digitare su una tastiera, cliccare, scrollare, quando non ad un frenetico lavare e disinfettarsi per paura del contagio.

Ma c’è una relazione ancora più diretta tra il Covid-19 e i nostri sensi. La sintomatologia della malattia, infatti, si manifesta in diversi casi con ageusia, la perdita del gusto, e anosmia, la perdita dell’olfatto.

Se molto si è parlato dell’obbligo, imposto dalla necessità di bloccare la diffusione della malattia, di mantenere un distanziamento fisico, dell’impossibilità di toccarsi e della sofferenza sociale causata da questi divieti, meno attenzione è stata rivolta alla perdita di olfatto e gusto.

Qui l’articolo completo

Ue: a rischio 4 mld per lo sviluppo rurale

Sono a rischio 4 miliardi di euro destinati dall’Unione Europea allo sviluppo rurale dopo la mancata l’intesa sul riparto dei fondi per i Piani di Sviluppo Regionali (Psr) in sede di Conferenza tra Stato e Regioni.

E’ la Coldiretti a lanciare l’allarme nel sottolineare che in piena pandemia Covid ogni giorno che passa è una possibilità in meno per le imprese per investire sul rilancio del settore e uscire dalla crisi. Si auspica quindi – conclude la Coldiretti – che le Regioni possano trovare un’intesa in tempi brevi per il bene del settore e delle sue imprese, partendo dalla proposta di mediazione elaborata dal Ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli.

Astrazeneca, seconda dose: le news

In Italia per la seconda dose del vaccino anti-Covid AstraZeneca, finito sotto i riflettori per rari casi di trombosi, “non cambia nulla, per ora. Si è pronunciata l’Ema su questo e non sono state prese decisioni diverse”. Lo ha detto il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, durante la conferenza stampa sull’analisi dei dati del monitoraggio regionale della cabina di regia Iss-ministero Salute.

Rezza ha ricordato che l’Agenzia europea del farmaco “Ema non ha indicato limiti di età che”, nell’indicazione data in Italia, “riguardavano del resto la prima dose, perché quei rari eventi avversi si erano manifestati in persone al di sotto dei 60 anni che avevano ricevuto la prima dose. Per ora, fortunatamente, non c’è evidenza di effetti avversi con la seconda dose – ha precisato – Credo che ci siano tutti gli elementi per dire che viene confermata l’aderenza alle posizioni dell’Ema”.

“Siamo stati più realisti del re sul vaccino anti-Covid di AstraZeneca. L’Ema diceva di offrirlo a tutti. Potevamo benissimo offrirlo a tutti. Si è messa una piccola dose di cautela in più nel mettere il limite d’età sulla prima dose”. “Tutto quanto va fatto con cautela. E’ importante sia per vaccinare tanto che per riaprire”, ha aggiunto.

Persona grata: gli «Italici» con Sassoli? Il senso di una proposta di speciale valore simbolico.

Secondo gli esperti di politica internazionale il clamoroso e imprevisto exploit di Putin, con il quale il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli è stato (insieme ad altri) bollato come «persona non grata» – ovvero, tradotto dal latino della diplomazia, «persona non gradita» – non è un segno di potenza e sicurezza del Cremlino, bensì un attestato d’incertezza e fragilità. Putin reagisce in maniera scomposta alle dichiarazioni della comunità politica euro-atlantica in difesa dei diritti umani (caso Navalny) e per l’integrità territoriale dell’Ucraina. 

In realtà, Mosca non si è mai mostrata amica dell’Europa a vocazione comunitaria, aperta cioè al processo di graduale integrazione sovranazionale. Il passato pesa ancora a dispetto degli ingenui svolazzamenti sulla fine della storia. D’altronde, nel lungo periodo della guerra fredda, il regime sovietico aveva sempre scommesso sulla prospettiva di un Continente destinato a contribuire alla pace tra i popoli in virtù della sua neutralità, fuori perciò dal sistema di alleanze della Nato. Le due Germania, rigorosamente divise, dovevano costituire il nucleo principale di una grande area geografica, forte economicamente e debole politicamente. Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato tutto. Oggi però, finito il regime sovietico, la nuova Russia non si allontana dalla sua tradizionale linea di seduzione e avversione nei riguardi dell’Europa, per giunta di un’Europa che mira ad irrobustire la sua unità e a consolidare, al tempo stesso, la collaborazione con gli Stati Uniti.

Putin ha giocato una carta che ha messo in allarme mezzo mondo. Alla resa dei conti lo smacco inferto ai più alti rappresentanti delle istituzioni europee ha determinato la ferma condanna delle capitali di quell’Occidente democratico, spesso descritto come terra del declino irreversibile, che pur si nutre di principi e valori incompatibili con l’arbitrio della forza e lo sfoggio di potenza. Molto dipende, senza dubbio, dall’impulso che viene dall’America di Biden. C’è una demarcazione che non può essere cancellata tra libertà e autocrazia, benché serva comunque, anche nei momenti di maggiore incomprensione nei rapporti internazionali, la costante ricerca del dialogo.

Ora, il dialogo non deve prescindere dalla corretta rappresentazione del proprio punto di vista. Gli italiani sono coinvolti apertamente in questa vicenda complicata e delicata, che vede sul proscenio della battaglia diplomatica tra Bruxelles e Mosca l’«italiano» Sassoli. Sarebbe interessante, a tal proposito, adombrare l’idea di una comune visione di ciò che vale o deve valere oltre i confini nazionali, proprio facendo leva sugli «italici» di cui parla a giusto titolo, da qualche tempo a questa parte, un politico d’eccezione quale Piero Bassetti. Loro, i tanto numerosi «italici» che popolano la comunità-mondo, possono identificarsi nei potenziali attori di una iniziativa, certo simbolica ma non per questo superflua, volta significativamente ad attribuire la qualifica di «persona grata» al Presidente del Parlamento europeo.

In questo modo, allo sgarbo di Putin farebbe seguito il pacifico «squillo di tromba» di una comunità di 300 milioni di persone, quante ne conta in effetti la rete delle diverse e stratificate generazioni di nostri connazionali, pure in concorde afflato di sentimenti con estimatori e amici della cosiddetta «civiltà italica». Di questo messaggio, bisognoso di opportuni approfondimenti, non possono farsi promotori i membri della giovane Associazione «Svegliamoci Italici»? Non è detto che provarci sia una indebita illusione. Male che vada, dopo aver gettato il seme, qualcosa di sicuro nascerà.

Si può essere ancora ribelli per amore?

Sembra essere una liturgia che si ripete annualmente quella che scatena la mente di Vittorio Feltri nel periodo che va dal 25 aprile al 1° maggio sulle colonne di “Libero”.

Per la verità i suoi editoriali poco oculati non sono una novità nel panorama del giornalismo italiano che conta; spesso e volentieri il direttore editoriale di “Libero” cavalca una protesta sociale per fini poco nobili legati alla sua personale visione del mondo e della vita, nell’ottica di quei liberal chic asserviti ad un sistema economico-politico-finanziario che non solo ha fatto ormai il suo tempo, ma che rappresenta il maggior responsabile della crisi anche sanitaria in atto.

Evidentemente, non si può essere d’accordo con chi vorrebbe relegare in soffitta come un vecchio libro non più attuale le ricorrenze del 25 aprile e del 1° maggio.

La Festa della Liberazione, lungi dall’essere una ricorrenza ormai fuori moda, rappresenta ancora oggi non solo una memoria storica da conservare gelosamente e tramandarla alle nuove generazioni, bensì anche quella civica presa di coscienza secondo la quale i valori della democrazia e della libertà sono doni preziosi che vanno salvaguardati e difesi giorno per giorno per una pacifica convivenza del genere umano.

Essere antifascisti, in altri termini, non vuol dire né lottare contro fantasmi che non esistono più, né tanto meno riattualizzare quella visione del mondo socialcomunista che Feltri evoca, insieme a tutto lo stuolo politico di centrodestra, come modello superato storicamente dall’affermarsi dell’economia di mercato, del liberismo economico e del capitalismo come motori del progresso e dello sviluppo.

Se guardiamo e riflettiamo sull’attuale crisi, sulle nuove povertà, sul saccheggio della natura e dell’ambiente per fini prettamente di profitto economico, su un sentimento di odio sfrenato che alberga nelle menti di certa classe politica e di certa “cultura”, allora il 25 aprile riassume uno straordinario esempio di civiltà dei popoli.

Quella civiltà che l’editorialista di “Libero” vorrebbe archiviare, ma soprattutto eliminare dalle menti della stragrande maggioranza dei cittadini onesti che vivono con dignità, ma spesso anche con difficoltà in questo tempo, del loro onesto lavoro.

Vi è, tuttavia, nella Festa della Liberazione anche tutto un filone politico-culturale che dalla barbarie nazi-fascista ha tratto quella necessità di coscienza e quindi di comportamenti pratici che, partendo da motivazioni religiose, innerva la tradizione di quei Ribelli per Amore che nella primavera del 1944 ispirano la famosa Preghiera del Ribelle di Teresio Olivelli.

Si tratta di quell’amore evangelico che nella lotta politica del secolo scorso portano Benigno Zaccagnini a sostenere che “l’antifascismo non è soltanto la passione giovanile che ci rese ribelli per amore (secondo la definizione di Olivelli), ma il rifiuto permanente, e quindi sempre attuale, di una concezione elitaria ed arbitraria della politica e del potere che devono sempre contrastati ovunque serpeggino e dovunque e comunque si travestano.”

Si può essere ancora oggi ribelli per amore? Ribelli verso un modello di società che guarda al diverso in senso spregiativo; ribelli verso un’economia che guarda all’uomo come mezzo di sfruttamento per fini di arricchimento personale; ribelli verso un sistema che riduce la persona a schiavo nella ricerca di un onesto lavoro; ribelli perché vogliamo ridare a questa umanità martoriata un senso ed un fine nella consapevolezza di dover agire politicamente (come diceva Zaccagnini) non per una semplice amministrazione dell’esistente, ma per fare grandi cose.

Biden sta cambiando l’America come mai prima

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’editoriale di Antonio Gaspari, direttore di Orbisphera.

La democrazia americana ha diversi punti deboli e incongruenze, ma la fedeltà e la coerenza con cui i presidenti eletti si impegnano a realizzare il programma con cui hanno raccolto il voto popolare, non ha pari al mondo.
Negli Stati Uniti il patto programmatico tra presidente ed elettori è il fondamento che garantisce la credibilità del sistema democratico.
Mercoledì 28 aprile Joe Biden ha relazionato al Congresso i risultati dei suoi primi 100 giorni da Presidente degli Stati Uniti.
Una relazione impressionante, soprattutto se confrontata con la precedente amministrazione.
Nel pieno dell’emergenza pandemica, che aveva fatto degli Stati Uniti il Paese con il più alto numero di vittime da Covid, da dicembre a gennaio erano stati inoculati 16 milioni di dosi di vaccino.
In poco più di 100 giorni l’amministrazione Biden ha inoculato 220 milioni di dosi di vaccino e i contagi, da gennaio ad aprile, sono scesi del 77%. Biden ha assicurato che, entro la fine di maggio, l’intera popolazione adulta americana sarà vaccinata.
Nello stesso periodo di tempo sono stati creati un milione e trecentomila nuovi posti di lavoro: un dato mai fatto registrare da nessun presidente della storia americana.
In poco più di tre mesi Biden ha emesso più ordini esecutivi dei suoi tre predecessori. All’uso smodato dei tweet ha preferito gli incontri personali con i giornalisti, coinvolgendo un gran numero di esperti e diffondendo una vasta quantità di informazioni.
L’unica parte del suo programma che sta subendo rallentamenti è il tentativo di ricreare una convergenza tra le forze politiche. Nessuno dei repubblicani al Senato ha votato il piano economico anti Covid e vi sono difficoltà per realizzare una revisione della legge sull’immigrazione e il pieno rispristino dell’Affordable Care Act (la legge per l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini, che i repubblicani volevano cancellare).
Dal punto di vista dell’economia c’è aria di grande ripresa. Un boom di posti di lavoro già a marzo. Sostegno di 1.400 dollari a persona per coloro che non hanno potuto lavorare a causa del Covid. Aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora. 300 dollari a settimana per i sussidi di disoccupazione. Riduzione delle imposte per coloro che guadagnano meno di 150.000 dollari l’anno.
E oltre a ciò, sostegno agli Stati e ai governi locali per estendere i buoni alimentari fino a settembre; aiuti alle famiglie e agli affittuari di case; moratoria sugli sfratti; sospensione dei pagamenti dei prestiti studenteschi…
In merito all’immigrazione Biden ha firmato diverse azioni esecutive per rimuovere i divieti imposti dalla precedente presidenza. In particolare, ha revocato la dichiarazione di emergenza nazionale che aveva consentito la costruzione del muro lungo i confini con il Messico.
Biden ha incaricato il Dipartimento della salute e dei servizi umani di prendersi cura dei bambini e minori non accompagnati bloccati alla frontiera. Ed ha incaricato il vicepresidente Kamala Harris di risolvere i problemi di immigrazione con il Messico e il Guatemala.
In merito alle politiche per ridurre le emissioni inquinanti, Biden ha firmato gli accordi sul clima di Parigi del 2015 e, nel recente vertice globale, ha impegnato gli Stati Uniti a ridurre le proprie emissioni di gas serra entro il 2030.
Grande attenzione anche alla disuguaglianza e alla giustizia sociale. Biden ha nominato il governo più diversificato dal punto di vista razziale nella storia degli Stati Uniti. Ha firmato ordini esecutivi per colmare il divario di trattamento tra i bianchi, gli afroamericani, i latinos e i nativi.
Joe Biden ha definito il razzismo sistemico «una macchia sull’anima della nostra nazione» e si è detto rincuorato dal verdetto della giuria e dalla testimonianza degli agenti di polizia circa la colpevolezza di Derek Chauvin, che ha fatto morire per asfissia George Floyd.
A questo proposito l’amministrazione Biden-Harris sostiene con forza il “George Floyd Justice in Policing Act” e sta lavorando con il Congresso per attuare rapidamente una significativa riforma della polizia che porti a cambiamenti profondi ed urgenti.
In termini di investimenti per lo sviluppo, Biden ha dichiarato il suo impegno per migliorare le infrastrutture e passare a un’economia più verde, sostenibile e circolare.
Per sostenere gli enormi investimenti necessari ad effettuare tale transizione, Biden ha ribadito di voler aumentare l’aliquota fiscale a tutti coloro – società o persone – che guadagnano più di un milione di dollari l’anno.
«America is back», ha concluso il Presidente degli Stati Uniti. E possiamo aggiungere che quella che sta emergendo sembra il ritorno all’America migliore.

Quel balzo in avanti dell’Unione Europa

Articolo pubblicato sulle pagine della rivista https://comunitadiconnessioni.org/ a firma di Rosalba Famà

A pochi giorni dal dilagare della pandemia, Papa Francesco, al termine della benedizione Urbi et Orbi del 12 aprile 2020, lanciava una provocazione a tutta l’Europa: «oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative […] L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni». Ammoniva «non è questo il tempo delle divisioni».

A quasi un anno da quelle potenti parole, pronunciate in mondovisione in una San Pietro deserta, la sfida sembra essere stata accolta dall’UE, sebbene il cammino del Next Generation EU, il programma europeo per la ripresa e resilienza, sia tutt’altro che semplice. L’obiettivo del programma è complesso: accelerare la ripresa economica mediante massicci investimenti pubblici realizzati con finanziamenti europei. Questi ultimi verranno erogati sotto forma di prestiti o sovvenzioni a fondo perduto attraverso programmi europei individuati nel Regolamento che istituisce lo ‘Strumento di ripresa e resilienza’, e definitivamente attribuiti solo a condizione che gli Stati membri realizzino riforme strutturali necessarie ad accompagnare la crescita economica.

Le riforme dovranno essere illustrate nei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR), la cui presentazione era prevista entro fine aprile, e che verranno approvati dalla Commissione europea e dal Consiglio ove rispondenti alle Raccomandazioni per Paese.

L’Unione europea diventerà uno dei più grandi emittenti di obbligazioni sul panorama finanziario mondiale, garantendo il rimborso del debito contratto. Il programma Next Generation rappresenta una misura senza precedenti, frutto di una nuova convergenza fra i Paesi europei legata all’emergenza e che, probabilmente, mai sarebbe stata adottata se il Regno Unito fosse stato ancora Membro dell’UE, richiedendo l’unanimità. La Commissione europea avrà un potere temporaneo e straordinario, conferito al solo scopo di fronteggiare le conseguenze della crisi di Covid-19, ma con ricadute a lungo termine se si ha conto del “legame” che si istaurerà tra gli Stati europei. Il rimborso integrale del debito dovrà avvenire, infatti, entro il 31 dicembre 2058.

Il ricorso a questo strumento straordinario fa emergere il tema della garanzia del debito comune. Il bilancio europeo, al momento, è alimentato da tre principali fonti: i dazi sulle importazioni dai Paesi terzi (non europei); una quota parte del gettito IVA dei singoli Paesi membri; i contributi di ciascuno Stato in proporzione al reddito nazionale lordo (RNL). A fronte degli obiettivi e delle necessità che il piano richiede, in via del tutto straordinaria, la ‘Decisione sulle risorse proprie’ prevede anche un aumento dello 0,6 % dei contributi dei Paesi membri. Tale misura ha la finalità di determinare un ‘margine’ in grado di consentire all’Unione di fronteggiare i propri obblighi finanziari, assicurandosi altresì un rating a tripla A. A questo aspetto di aggiunge, inoltre, che la Commissione, in base alla “Decisione sulle risorse proprie”, avrà il potere di chiedere a ciascuno Stato Membro di fornire in via provvisoria le risorse necessarie per far fronte ai bisogni di tesoreria dell’UE qualora non fossero sufficienti a ripagare gli investitori[4]. Data la rilevanza di queste innovazioni, in ciascuno Stato Membro è in corso un processo di ratifica della ‘Decisione sulle risorse proprie’, nel rispetto delle procedure costituzionali interne, similmente a quanto avviene per la modifica dei Trattati istitutivi dell’Unione. Tale decisione, infatti, codifica l’impegno dei singoli Stati verso il debito comune. Per la sua portata il programma europeo è una prova di solidarietà senza precedenti, che realizza i valori fondanti dell’Unione.

Tuttavia, la strada del Recovery è ancora in salita, se si pensa che 17 Stati– tra cui l’Italia – su 27 hanno ratificato la ‘Decisione sulle Risorse Proprie’. Già a giugno 2020, la Commissione Costituzionale Finlandese aveva evidenziato tre punti critici del piano europeo: le nuove misure comporteranno una responsabilità finanziaria per ciascun Paese membro; la sovranità di bilancio dei singoli Paesi sarà limitata per un prolungato lasso di tempo, fino al 2058; infine, il rapporto tra l’Unione e i suoi Stati membri potrebbe modificarsi in modo radicale. Per tali ragioni, la Commissione Finlandese ha richiesto che il Parlamento la approvi con una maggioranza di due terzi, aprendo ad una possibile crisi del Governo in carica

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Villa Borromeo d’Adda. Io guardo ancora il cielo. Federico Faruffini.

Fino al 27 giugno sarà aperta al pubblico la mostra Io guardo ancora il cielo. Federico Faruffini, a cura di Simona Bartolena, a Villa Borromeo d’Adda, Arcore (MB).

La mostra si potrà visitare venerdì, sabato e domenica dalle 15.00 alle 18.00 con prenotazione obbligatoria sul sito Ville Aperte – Eventi.

Il progetto racconta la vicenda umana e artistica di questo straordinario artista dell’Ottocento, in un percorso coinvolgente, dalla narrazione profondamente “emozionale”, e attraverso un’ampia serie di capolavori corredati da un ricco apparato di schizzi, lettere, ricordi personali che restituiscono l’originalità di una figura complessa e sfaccettata.

Più di sessanta opere provenienti da importanti collezioni private di tutta Italia: dipinti a olio, acquerelli, disegni, incisioni e fotografie originali, numerose lettere e documentazioni d’epoca, formano un percorso narrativo che, con un occhio di riguardo alla didattica, è pensato per coinvolgere anche un pubblico di non esperti.

Federico Faruffini fu uno straordinario pittore dell’Ottocento italiano, genio irregolare e tormentato e figura chiave nel superamento dei canoni romantici e accademici che ancora ingombravano la scena artistica lombarda alla metà del XIX secolo. Protagonista di una vicenda personale drammatica, che ben testimonia l’inquietudine esistenziale della generazione postromantica, nacque a Sesto San Giovanni nel 1833 e si formò a Pavia, dove la figura di Giacomo Trecourt garantiva un’apertura verso il nuovo che a Milano, a causa dell’incombente presenza della lezione di Hayez, stentava ad affermarsi. Personalità ribelle e difficile, dall’indole instabile, Faruffini vivrà un’esistenza fatta di incertezze, ripensamenti, improvvisi cambi di rotta, fino al suicidio, avvenuto nel 1869, a 36 anni, dopo aver tentato inutilmente di trovare una cura ai propri tormenti abbandonando la pittura per aprire uno studio da fotografo e dopo aver cercato la sua strada tra Parigi, Milano, Roma e Perugia. Le sue opere, spesso innovative e a tratti sorprendenti, trovarono scarsa accoglienza in Italia, mentre raccolsero notevoli successi a Parigi. Eternamente diviso tra il desiderio di ottenere il plauso della critica e la voglia di sperimentare e uscire dai canoni imposti dall’insegnamento accademico, Faruffini fu costantemente in cerca di sé stesso, mai soddisfatto, sempre pronto a rimettersi in discussione.

Il suo straordinario talento nel rinnovare generi pittorici anche ben consolidati negli ambienti ufficiali – su tutti quello di storia – ne fece uno dei principali precursori della stagione scapigliata, anche grazie alla vicinanza con l’amico e compagno di studi Tranquillo Cremona. Ma la sua ricerca costituì un importante momento di passaggio verso la modernità anche per molti altri artisti delle generazioni successive.

Meno nota e frequentata di quella francese, l’arte italiana dell’Ottocento italiano è spesso ingiustamente trascurata. La scena artistica italiana del XIX secolo, invece, rivela aspetti di straordinario interesse e personalità affascinanti, degne di essere raccontate anche a un pubblico di non addetti ai lavori. Tra gli artisti della seconda metà dell’Ottocento spiccano personaggi la cui ricerca ha cambiato le sorti della pittura italiana, giocando ruoli di rilievo anche nella scena internazionale. Uno di questi è senza dubbio Federico Faruffini.

La mostra sarà corredata da un catalogo che racconterà in modo esaustivo la ricerca e la figura dell’artista, oltre che testimoniare le opere presenti in mostra.

In occasione dell’esposizione l’artista Enrica Borghi realizzerà un’installazione in omaggio a Federico Faruffini, dedicata all’opera La Toeletta antica. Il lavoro sarà esposto al primo piano di Villa Borromeo d’Adda, con altri lavori della Borghi, per tutta la durata della mostra, in un dialogo suggestivo tra passato e presente.

 

 

Parkinson. In alcuni pazienti è utile la terapia della luce per curare i disturbi del sonno

In un articolo apparso su Sleep Medicine, Guoen Cai e colleghi, della Fujian Medical University, hanno osservato che i caratteristici sintomi non motori della malattia includono disturbi del sonno e depressione. I farmaci per il Parkinson possono indurre disturbi del sonno e questo fenomeno è spesso accompagnato da depressione.

Gli ipnotici, inoltre, possono aumentare la sedazione durante il giorno e rendere più probabili le cadute. Gli antidepressivi possono causare ipotensione ortostatica e disfunzione cognitiva e potenzialmente peggiorare i sintomi motori.
La terapia della luce (BLT) si è mostrata efficace nel trattamento dei disturbi del sonno e del ritmo circadiano in pazienti con malattia di Alzheimer e si è dimostrata benefica nel trattamento della depressione.

Per valutare quanto potrebbe essere efficace nei pazienti affetti da Parkinson, i ricercatori hanno condotto ricerche in letteratura e hanno individuato cinque studi clinici che hanno coinvolto 173 pazienti.

Primo maggio, tra precarietà e futuro

Il mondo del lavoro ha le gambe corte, ormai funziona bene soltanto nel breve periodo (e per brevi periodi). Questa mutazione quasi fisica del lavoro non è avvenuta con un taglio improvviso, ma è il risultato di tanti fattori contingenti: la rottura delle “cinghie di trasmissione” del sapere tra le generazioni, la difficoltà del mondo della scuola di compensare tale interruzione, un crescente “fastidio culturale” (su cui torneremo più avanti) per tutto ciò che non sia hic et nunc, la sollecitudine di chi opera per farci vivere in un eterno presente. In altre parole, il grande albero della società civile è stato tagliato pazientemente finché è caduto, lasciando le radici inutilmente piantate sul terreno e il resto abbandonato all’indifferenza e alla manipolazione. Come sappiamo, durante l’ultimo anno segnato dalla pandemia più di 900 mila italiani hanno perso il posto di lavoro e ciò rappresenta un indebolimento non solo della conoscenza ma anche della coscienza di un Paese.

Sulla crisi del lavoro oggi pesano il diffondersi delle tecnologie informatiche, la comunicazione della Rete, la velocizzazione dei messaggi, il conformismo dei linguaggi. L’estrazione di masse enormi di dati degli individui e la loro trasformazione in profitti per gli over the top rendono sempre meno riconoscibili i confini tra soggettività individuale e condizione sociale: da una parte la comunicazione in Rete, lungi dall’essere universalistica, è atomizzata al massimo e sfocia nella segmentazione di utenti che cercano il contatto con persone simili a loro, così da rafforzarsi nell’impressione che il loro orientamento sia sempre quello giusto. Dall’altra parte, le soggettività nascoste dietro milioni di Big Data vengono rielaborate e vendute con finalità del tutto diverse da ciò che ha spinto l’agire di quegli stessi individui. Tutto ciò riguarda anche il mondo del lavoro, in particolare la dequalificazione delle mansioni, la delegittimazione dei corpi intermedi, l’estensione della “logica prestazionale” in tempi di smart working. Come mai questi processi sono stati così poco contrastati sul piano teorico e culturale? Perché ci si è attardati in una sorta di esaltazione della “fine del lavoro” proprio quando, nel mondo globale, la forza lavoro aumentava? Perché siamo stati così frettolosi nell’archiviare il Novecento come “secolo del lavoro”? 

In alcuni casi, il “fastidio culturale” verso l’etica del lavoro è andato di pari passo al “fastidio culturale” verso l’umanesimo, il che è vero per coloro i quali hanno sostenuto l’idea della liberalizzazione dal lavoro, contrapposta a quella della liberalizzazione del lavoro. 

Così si è lasciato a Papa Francesco (e alla sua ultima Enciclica Fratelli tutti: sulla fraternità e l’amicizia sociale) il compito di mostrare una forte sensibilità al binomio lavoro/persona, sottolineando come il diritto al lavoro è prioritario e il rapporto che ha per oggetto una prestazione di lavoro non tocca solo l’avere ma, in qualche modo, anche l’essere del lavoratore; chiedendo di non ridurre la persona umana a puro elemento dei fenomeni economici ma anzi riaffermando la natura di relazione tra soggetti del rapporto lavorativo, “soggetti titolari di una dignità e non solo di un prezzo”. Il Papa ci invita a uscire da un orizzonte esclusivamente produttivistico, così come a “riproporre la funzione sociale della proprietà” per poter praticare l’amicizia sociale. 

Non a caso, nella Costituzione italiana, la centralità del lavoro (da un punto di vista etico ed economico) deve garantire il rispetto della “dignità umana” e il “pieno sviluppo della persona”. Solo così si spiega il taglio fortemente “lavoristico” dell’articolo 1 della Carta Costituzionale che non è un episodio incidentale ma un paradigma voluto dai Padri costituenti. Naturalmente non si può eludere una riflessione sui danni che provocano, nella nostra società, sia l’assenza di lavoro, sia la sua presenza associata a ritmi ininterrotti, che confondono la distinzione tra tempo del lavoro e tempo libero; sia la sua disponibilità in condizioni di grande precarietà e frammentazione, accentuate dalla digitalizzazione e dallo sviluppo dell’economia delle piattaforme, spesso prive di tutele legali. Con le nuove tecnologie che consentono una “cognitivizzazione” del mondo, il lavoro si arricchisce di elementi culturali e creativi ma la connessione perenne in remoto non significa una maggiore libertà, anzi può generare una perdita di socialità da parte degli stessi individui/lavoratori.

Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) appena varato dal Governo italiano, si parla spesso frettolosamente di lavoro. Tale tema, in realtà, dovrebbe permeare tutte le principali voci di investimento, dalla transizione ecologica alle nuove tecnologie, al rilancio dell’economia.

Durante il primo lockdown, tra i tanti messaggi che le persone si scambiavano, spesso tra l’ironico e il consolatorio, ne è circolato uno in particolare che diceva così: “avete dato un milione di euro al mese ai calciatori e 1200 euro al mese a medici e ricercatori: ora fatevi curare da Cristiano Ronaldo”. Ecco, non dobbiamo dimenticarci dei riconoscimenti tributati nella prima fase della pandemia a medici, infermieri, operatori sanitari, addetti ai servizi fondamentali, alla cura della persona e alla sopravvivenza comune. Dobbiamo invece trarne le conseguenze in termini di attribuzione di dignità e di valore – in ogni senso – al lavoro di tutti. Buon primo maggio.

1 maggio, la questione sociale e la politica.

Il 1 maggio 2021 ci ripropone un tema del passato ma oggi quantomai centrale: ovvero, il ritorno  della “questione sociale”. Un elemento che si è pericolosamente acuito con la pandemia e che, al  di là delle maggioranze variabili di governo e della crisi profonda e speriamo non irreversibile della  politica, continua ad essere prioritario per la stessa agenda politica italiana. Del resto, le crescenti  disuguaglianze tra le persone, il conflitto tra le generazioni, l’aumento esponenziale della povertà  e l’aggravarsi della disoccupazione, giovanile e non, sono tasselli che contribuiscono  direttamente a far esplodere una nuova e diversa “questione sociale”. E proprio il 1 maggio ci  deve spronare a non aggirare l’ostacolo. Non lo può fare il Governo, non lo può fare la politica e,  men che meno, quei partiti e quelle culture politiche che storicamente affondano le loro radici  ideali direttamente nell’umanesimo cristiano e nel popolarismo di ispirazione cristiana. 

Al riguardo, voglio sommessamente ricordare – anche se sono cambiate profondamente le  stagioni politiche e, purtroppo, anche i leader politici che hanno segnato il cammino e la storia  della nostra democrazia – che proprio uomini come Donat-Cattin e Marini hanno sempre posto la  “questione sociale” al centro della loro agenda politica e di governo. Ed erano tempi, certamente  difficili e complessi, ma dove l’emergenza sociale non era grave come quella che stiamo vivendo  dopo questa terribile e persistente pandemia. Una “questione sociale” che è stata centrale in tutto  il magistero di Donat-Cattin e che culminò con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori ma che  accompagnò tutta la sua attività parlamentare sin dalla sua prima elezione alla Camera dei  Deputati nel 1958. E proprio la cosiddetta “corrente sociale”, o sindacale, della Democrazia  Cristiana ha fatto da sfondo per questa sottolineatura e richiamo nel dibattito politico e  parlamentare. E così è stato per Franco Marini dopo le elezioni del 1992. E, non a caso, aver  ricoperto, entrambi, il ruolo di Ministro del Lavoro è stato il riconoscimento politico di quella  precisa sensibilità del partito di riferimento, la Dc, ma anche e soprattutto la consapevolezza che  se si voleva declinare una politica popolare a difesa dei ceti popolari ed essere, al contempo,  attenti alle richieste che provenivano dal mondo del lavoro, non si poteva fare a meno della  competenza, della cultura e della esperienza maturata da esponenti che provenivano direttamente  da quelle realtà. E proprio su questo versante, l’esperienza di Marini e di Donat-Cattin è quanto  mai significativa e pertinente. 

In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin e di Marini di porre la “questione sociale” al  centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di  politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni: scelte che ebbero  conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le  enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari  seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di  braccia e di intelligenza pratica. La loro ambizione comune è sempre stata più grande. Entrambi  volevano che nell’architettura amministrativa dello Stato democratico quei ceti e quelle istanze  non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo. Il dato nuovo dell’azione di Donat Cattin prima e di Marini poi, in sintesi, doveva consistere “nel dare alla politica sociale  complessiva – per usare le parole dello statista piemontese – un ruolo non più subalterno, ma  primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico/amministrativa”. 

Insomma, questa precisa concezione riguardante la centralità della “questione sociale” era  semplicemente riconducibile al fatto che l’istanza sociale “doveva farsi Stato”. Trovare, cioè,  piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della  gestione della cosa pubblica. E il loro radicamento nel sociale, vissuto e mai solo sbandierato o  ipocritamente propagandato, si saldava anche con le esigenze più mature e moderne dello Stato  di diritto. 

Ecco perchè questo 1 maggio deve anche saper riflettere, e senza una ridicola e grottesca  propaganda, sul ritorno di una sempre più preoccupante “questione sociale”. Che era, e resta,  una delle emergenze più grandi della nostra società e della nostra democrazia. 

Vaccini per i Paesi poveri per annunciare solidarietà e pace.

A giorni saremo a maggio, e nell’immaginario di ciascuno generalmente si è portati a pensare che tra il favore del caldo e l’andamento sufficientemente spedito della somministrazione dei vaccini, le persone saranno man mano affrancate dalla infezione pandemica. La speranza è che si ritornerà alla normalità lasciandoci alle spalle la triste esperienza della crisi sanitaria che ha travolto affetti, serenità, condizioni economiche e sociali. Insomma si aspetta altro che il momento dell’annuncio del pericolo scampato, così ciascuno potrà stare più tranquillo, salvo impegnarsi a recuperare il terreno economico ed occupazionale perduto a causa delle brusche frenature nelle produzioni e nei servizi subiti in questi ultimi 14 mesi.

Dunque soprattutto nei paesi europei ed occidentali in genere è prevalsa l’idea che bastasse sollecitamente occuparsi del proprio recinto nazionale per eliminare disagi e difficoltà. Ma credo che presto saremo smentiti con elementi assai stringenti che finora difficilmente si sono approfonditi con la opinione pubblica: quella della condizione pandemica dei paesi poveri nel mondo. Mi riferisco alle tantissime realtà che rappresentano una parte vasta dell’intera umanità, che per mancanza di mezzi economici e di organizzazione sono ben lontani da aver solamente abbozzato un piano vaccinazioni, circostanza che le condanna ad un pauroso sprofondamento nella ulteriore povertà . Tante sono le aree del mondo che per mancanza di mezzi e per la limitata possibilità di raggiungerle ed organizzarsi saranno condannate ad un lunghissimo periodo di coesistenza con il COVID nelle grandi estensioni rurali. Sinora le dosi iniettate su scala mondiale con una popolazione di circa 8 miliardi di persone sono appena novecento milioni, mentre nella seconda tornata si contano solo 200 milioni, e naturalmente sinora i dati si riferiscono in grande prevalenza ai paesi industrializzati.

Questi numeri da soli ben rappresentano plasticamente il lungo cammino che ci aspetta, le ingiustizie palesi ai danni dei più poveri, la esigenza di estendere la sanificazione anche in queste aree, pena conseguenze di instabilità sanitaria per lungo tempo anche per i paesi ricchi. Dunque, in un mondo fortemente interconnesso, chiudere gli occhi e far finta di non vedere non solo ci macchia di gravi peccati verso l’umanità, ma facciamo male anche a noi stessi, allungando la crisi per anni ed anni ancora, pur illusi che basti chiudere le frontiere per risolvere ogni cruda verità che ci assedia.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel mezzo di crisi economica e sanitaria, i vincitori occidentali decisero la moratoria dei brevetti della penicillina per far sì che molti ammalati dei paesi in difficoltà potessero essere curati a prezzi morigerati. Cosicché si crearono due mercati: uno a bassi costi del medicinale, e l’altro a prezzi più alti e di mercato per chi se lo poteva permettere. Insomma dopo le macerie fisiche e morali inflitte dal conflitto, si riuscì a dare un concreto segno di considerazione e solidarietà per le realtà deboli, Italia compresa. A maggior ragione nella crisi odierna, si attui una misura analoga: un mercato parallelo a bassi costi per i paesi del sud del mondo.

Sarebbe davvero importante se l’Europa e gli Stati Uniti d’America annunciassero aiuti a sostegno chi ne ha bisogno, dando in questo modo un segnale di solidarietà e di pace, marcando così la differenza tra la miopia egoistica in cui è avviluppato il mondo attuale e la speranza che da questi nuovi passi si possa ridare forza alla solidarietà, che come sappiamo annuncia sempre la pace.

Il rapporto strategico con gli USA La stringente scelta che Biden pone all’Europa

Very large 3D render of blended US and EU flags.

L’energia con la quale l’Amministrazione Biden nei suoi primi cento giorni di mandato ha aggredito temi rilevanti dell’agenda internazionale ha posto l’Unione Europea nella condizione di dover fornire delle risposte senza essere completamente in grado di farlo, non foss’altro perché non le ha ancora elaborate al proprio interno. Emerge, una volta di più, l’assenza di una politica estera comune e al contrario la dualità di un’organizzazione (Commissione e Consiglio detengono entrambe un ruolo, pur differenziato, nei rapporti con gli altri Paesi) che risulta di difficile comprensione per i governi esterni ad essa. Come il caso della “sedia mancante” di Ankara ha platealmente dimostrato (al di là della provocazione sessista di Erdogan, che però non deve far perdere di vista il problema della diversificazione nella struttura politico-organizzativa e nell’esercizio dei poteri conseguenti che l’UE non sa risolvere).

Biden da subito ha rilanciato l’alleanza tradizionale con l’Europa. All’indomani delle dichiarazioni in tal senso pronunciate alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza egli ha voluto dimostrare agli europei la sua effettiva buona predisposizione in tal senso. Non si è infatti limitato a far rientrare gli USA negli accordi di Parigi sul clima (tema sul quale il vecchio continente è all’avanguardia), decisione in realtà già annunciata in campagna elettorale. Per quanto irritato dalla scelta europea (tedesca, innanzitutto) di siglare con la Cina un accordo generale sugli investimenti subito prima del suo insediamento alla Casa Bianca e nonostante il suo invito alla prudenza in argomento, Biden ha per il momento evitato di drammatizzare la questione: precisando però che il rapporto con la Cina è la questione principale che gli Stati Uniti – e l’Europa con loro, se vorrà rimanerne alleata – dovranno affrontare, e senza debolezze, nei prossimi mesi e anni. 

Così pure non ha, sino ad ora, imposto sanzioni economiche o d’altra natura alle aziende che stanno lavorando alla realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania, un progetto che oggettivamente indebolisce l’Ucraina (oggi beneficiaria del transito del gas russo sul suo territorio prima di arrivare in occidente), già posta sotto pressione dalla politica aggressiva di Putin. Biden forse, a differenza di Trump, si rende conto della sostanziale impossibilità di bloccare i lavori di una realizzazione ormai quasi completata e ha chiesto pertanto al Dipartimento di Stato di individuare una via che in un qualche modo ridimensioni la portata del problema, magari con la definizione di alcune solide garanzie a sostegno dell’economia ucraina. Inoltre il presidente USA ha messo da parte l’ostilità del suo predecessore nei confronti dell’accordo sul nucleare con l’Iran, fortemente sponsorizzato dalla UE, aderendo alla proposta di Bruxelles di una nuova fase di dialogo col regime degli ayatollah per ripristinare, semmai emendandolo in alcuni punti, l’accordo del 2015. Mossa apprezzata da Teheran, che ha conseguentemente ritirato la minaccia di non collaborare più con gli ispettori ONU.

Questa dimostrata disponibilità nei confronti degli europei non significa però sostegno totale e gratuito a tutte le loro istanze. Non si può dimenticare che il mandato di Biden è innanzitutto di pacificazione interna: la potente campagna vaccinale e il poderoso intervento federale a sostegno del rilancio economico della nazione programmati e avviati durante i suoi primi cento giorni di presidenza sono lì a dimostrarlo. Da questo punto di vista, è ancora “America first” e non potrebbe essere diversamente. Ma la contemporanea strategia delineata per le relazioni internazionali porta a ritenere che la linea conduttrice sia all’insegna di un non meno assertivo “America is back”. Gli USA tornano a occuparsi del mondo ponendo al primo posto non gli affari (che comunque non saranno certo dimenticati, questo è sicuro!) quanto la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Individuano due principali alleati, UE e Gran Bretagna (oltre ad Australia e Canada). Lo schema è molto semplice, direi molto “americano”. Gli europei quindi si trovano ora di fronte un alleato che sul loro terreno geopolitico gli indica quanto insidiosa sia stata in questi ultimi anni l’avanzata russa nel Mediterraneo e all’estrema propaggine orientale dell’Europa geografica, mantenendo però – ciò va detto – un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’autocrazia ottomana, membro importante della NATO. E che sul piano geopolitico planetario indica il regime comunista-capitalista di Pechino come un problema di massima rilevanza non solo per quanto concerne l’area del Pacifico (presidiata dalla USS Navy ma interessata da un sensibile rafforzamento della Marina cinese e da un atteggiamento di Pechino molto assertivo rispetto alle proprie rivendicazioni territoriali e marittime) ma anche su temi fondamentali per il futuro, dalla cyber-security al clima, dalla tutela della privacy alla digital revolution del 5G.

L’Europa dovrà necessariamente confrontarsi con questi temi. E non potrà così limitarsi a considerare la Cina come un mercato dalle straordinarie opportunità commerciali, come immaginano le industrie tedesche in primis. Un problema non da poco, alla vigilia di elezioni in Germania improvvisamente rese incerte dalla pandemia, come se non bastasse il grande vuoto che almeno per un po’ verrà lasciato dall’abbandono della Cancelleria da parte della signora Merkel. Problema cui se ne aggiunge un altro, sul piano militare: ove Washington ha un alleato fedele e potente non più parte dell’Unione Europea. Un alleato che spende nella Difesa di più di quel famoso 2% del prodotto interno lordo richiesto invano dagli USA agli europei per sostenere la NATO (si vedrà come Biden affronterà la questione) e che da solo valeva oltre un terzo della forza militare UE. Tema delicato, con una crisi economica pesantissima da affrontare. Ma purtroppo ineludibile, con turchi e russi che vogliono prendersi il Mare Nostrum.  

Primo maggio 2021. Cgil Cisl Uil: “L’Italia Si Cura con il lavoro”

“L’Italia Si Cura con il lavoro”, lo slogan scelto da Cgil Cisl Uil  per la Festa dei lavoratori di questo anno per  ribadire con forza che la ripartenza in sicurezza per il nostro Paese è possibile.
“In una fase difficile della vita del Paese, in cui c’è bisogno di ripartire nel segno dell’unità’, della responsabilità’ e della coesione sociale, Cgil, Cisl, Uil – si legge in una nota unitaria- vogliono ribadire unitariamente il valore della centralità del lavoro, per ricostruire su basi nuove il nostro Paese ed affrontare con equità e solidarietà le gravi conseguenze economiche e sociali della pandemia”.
Il 2021 continua ad essere colpito dalla emergenza sanitaria che già lo scorso anno ha messo tutti a dura prova.

Qualcosa però sta cambiando con la campagna vaccinale che rappresenta anche il simbolo della speranza che ci permetterà di poter uscire da questa calamità.
Ripartire in totale sicurezza, consapevoli che il lavoro e il vaccino sono l’unica medicina possibile per poter garantire un futuro migliore.
Non potendo organizzare le celebrazioni in modalità tradizionale,  Cgil Cisl Uil hanno scelto di celebrare il Primo Maggio organizzando, unitariamente, tre distinti eventi sindacali che si svolgeranno presso alcuni luoghi simbolici del mondo del lavoro del nostro Paese:
il Segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, sarà all’acciaieria AST di Terni;
il Segretario generale della CISL, Luigi Sbarra, sarà all’Ospedale dei Castelli in località Fontana di Papa in provincia di Roma;
il Segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, sarà davanti alla sede Amazon di Passo Corese, in provincia di Rieti.

“Il tutto – spiega la nota unitaria -si svolgerà nel pieno rispetto delle regole anti-Covid e con una presenza limitata di delegate e delegati”.

– a partire dalle 12,15 alle 13,00 una edizione straordinaria del TG3 dedicata alla Festa dei Lavoratori, con l’intervento dei nostri Segretari Generali: Maurizio Landini, Luigi Sbarra, Pierpaolo Bombardieri;

– dalle 16,35 alle 19 e dalle 20,00 alle 24,00, in diretta l’edizione straordinaria del Concertone del Primo Maggio condotto da Ambra Angiolini e Stefano Fresi. L’evento ospiterà le riflessioni dei Segretari Generali di CGIL, CISL e UIL, le testimonianze di nove tra lavoratrici, lavoratori, pensionati e il contributo musicale e performativo di un cast di artisti di altissimo livello. (Il programma)

Istat: a marzo cala la disoccupazione, ma per le donne aumenta

L’Ista comunica che rispetto a febbraio, nel mese di marzo 2021 si registra una crescita degli occupati, a fronte di una diminuzione di disoccupati e inattivi.

La crescita dell’occupazione (+0,2%, pari a +34mila unità) coinvolge gli uomini, i dipendenti a termine, gli autonomi e tutte le classi d’età ad eccezione dei 35-49enni che, invece, diminuiscono così come le donne e i dipendenti permanenti. Il tasso di occupazione sale al 56,6% (+0,1 punti).

Il calo del numero di persone in cerca di lavoro (-0,8% rispetto a febbraio, pari a -19mila unità) riguarda gli uomini e gli over25, mentre tra le donne e i giovani di 15-24 anni si osserva un aumento. Il tasso di disoccupazione scende al 10,1% (-0,1 punti) e sale tra i giovani al 33,0% (+1,1 punti).

A marzo, rispetto al mese precedente, diminuisce anche il numero di inattivi (-0,3%, pari a -40mila unità) a seguito del calo registrato per entrambi i sessi e per gli under35 che si contrappone all’aumento osservato tra le persone con almeno 35 anni. Il tasso di inattività scende al 36,8% (-0,1 punti).

Il livello dell’occupazione nel I trimestre 2021 è inferiore dell’1,1% a quello del trimestre precedente, con una diminuzione di 254mila unità.

Nel trimestre aumentano sia le persone in cerca di occupazione (+2,4%, pari a +59mila) sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,0%, pari a +134mila unità).

Le ripetute flessioni congiunturali dell’occupazione – registrate dall’inizio dell’emergenza sanitaria fino a gennaio 2021 – hanno determinato un crollo tendenziale dell’occupazione (-2,5% pari a -565mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne, dipendenti (-353mila) e autonomi (-212mila) e tutte le classi d’età. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di 1,1 punti percentuali.

Rispetto a marzo dello scorso anno, le persone in cerca di lavoro risultano fortemente in crescita (+35,4%, pari a +652mila unità), a causa dell’eccezionale crollo della disoccupazione che aveva caratterizzato l’inizio dell’emergenza sanitaria; d’altra parte, diminuiscono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-2,1%, pari a -306mila), che a marzo 2020 avevano registrato, invece, una crescita straordinaria.

Fondi di solidarietà bilaterali alternativi per l’artigianato e i lavoratori somministrati

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali ha firmato oggi il decreto attuativo dell’articolo 1, comma 303, della legge di bilancio 2021 per l’assegnazione di 337,5 milioni di euro al Fondo di solidarietà bilaterale alternativo per i lavoratori del settore artigiano (FSBA) e 112,5 milioni di euro al Fondo di solidarietà bilaterale alternativo dei lavoratori somministrati (Forma.Temp).

Con le risorse stanziate, si garantisce l’assegno ordinario ai dipendenti delle imprese artigiane e di somministrazione che sospendono o riducono l’attività lavorativa per eventi riconducibili all’emergenza epidemiologica da COVID-19 nell’anno 2021.

Covid: per metà luglio il 60% della popolazione vaccinato con prima e seconda dose.

“Entro la metà di luglio avremo raggiunto al 60% l’immunità di gregge, quindi il 60% delle persone dovrebbe aver ricevuto la prima e la seconda dose, già è una buona immunità” ha detto il commissario straordinario all’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo. E ancora: “Per fine settembre puntiamo all’80% come obiettivo medio. Per questo prevedo un’estate abbastanza tranquilla, sempre portando la mascherina”.

“La macchina è ben organizzata, abbiamo affinato i sistemi informativi e soprattutto messo a punto la strategia sugli hub vaccinali. Questo ci può dar modo di salire ulteriormente a 600, 700mila dosi. Le potenzialità ci sono” ha aggiunto il commissario straordinario all’emergenza Covid.

“L’84% degli over 80 ha ricevuto la prima dose. Abbiamo adesso 2.420 strutture per vaccinare, sono aumentate in questi due mesi di mille unità e cresceranno ancora” ha detto Figliuolo. “Quando avremo messo in sicurezza gli over 80, 70 e 65, si potrà dare la possibilità alle aziende di vaccinare il proprio personale e superare il concetto di classe di età. Penso entro fine maggio”.

Per quanto riguarda il certificato vaccinale “Il decreto del 22 aprile prevede il certificato vaccinale rilasciato dalle regioni e con codice di valenza nazionale – ha detto ancora il commissario -. Un certificato sia a chi ha fatto le due dosi, o monodose nel caso di Johnson, e sia per chi è guarito dalla malattia; e poi c’è un certificato che dura 48 ore per chi fa il tampone. Con questo certificato sarà data la possibilità ai cittadini di muoversi liberamente in tutta Italia. Quello europeo, il digital green pass, arriverà a giugno. Ma stiamo già lavorando per un certificato nostro che permetterà di muoversi in tutta Europa”.

Civilizzazione italica

Da ex-presidente di regione ho avuto, pochi mesi fa, l’occasione di riflettere in sede pubblica sui cinquant’anni di questo livello istituzionale. Non si riflette mai abbastanza sul fatto che le Regioni costituiscono forse la novità più radicale della Costituzione repubblicana del 1948, a parte ovviamente le statuizioni di principio e la proclamazione dei diritti e dei doveri dei cittadini.

Nel vecchio Regno d’Italia, almeno fino alla sua degenerazione in epoca fascista, Stato e monarchia stavano l’uno di fronte all’altro, in certo modo limitandosi reciprocamente. Nella nuova Repubblica la fonte di ogni diritto e di ogni dovere rischiava invece di essere una sola, lo Stato. Nel clima vigorosamente repubblicano in cui la Costituzione venne elaborata (subito dopo il referendum popolare per la scelta tra monarchia e repubblica), i padri costituenti vollero perciò fondare una Repubblica intesa come un processo ascendente che dalle autonomie sale fino alla sintesi nazionale.

Qualcosa insomma che fosse davvero repubblicano, quindi plurimo; senza più traccia alcuna di monarchia, ossia di potere unico ottriato dall’alto e affidato a una burocrazia centralizzata. In assenza delle Regioni lo stesso emergere del cruciale concetto di Repubblica come qualcosa di più ampio dello Stato sarebbe divenuto difficile se non impossibile. Grazie alle Regioni invece la Repubblica doveva e poteva diventare un soggetto politico finalmente caratterizzato da un vero pluralismo istituzionale. Un insieme di cui lo Stato è solo un elemento: il maggiore s’intende, ma non l’unico.

Ma malgrado i passi avanti compiuti da allora, compresa la riforma del Titolo V della Costituzione, il centralismo «monarchico» che la Repubblica aveva ereditato dal Regno risulta ben poco scalfito; e con esso le sue conseguenze più gravi, ossia l’intralcio alla crescita del Nord Italia e il blocco dello sviluppo del Mezzogiorno. Questo è più di un indizio della necessità di ripensare – certamente il regionalismo – ma più largamente nuovi orizzonti non solo territoriali, ma anche funzionali. Nel 1978, scrivendo la prefazione al mio Occidente Scomodo, Peter Nichols, corrispondente italiano del Times, registrava un dato peculiare del nostro paese:

«È un paradosso, eppure l’Italia ha un vantaggio sugli Stati nazionali di meno recente formazione: l’incapacità di creare un senso dello Stato, un po’ per l’unificazione di troppo fresca data, un po’ perché gli unificatori scelsero un tipo di Stato inadatto alle necessità del paese, fa sì che gli italiani siano più facilmente attratti degli altri popoli europei verso soluzioni sopranazionali e combinazioni a carattere regionale. L’errore fondamentale dell’Italia è stato di non permettere a questa coincidenza fortunata di progredire tanto da diventare una prospettiva originale».

La sottolineatura della «disponibilità italiana a soluzioni sovranazionali e combinazioni a carattere regionale», considerata un’occasione mancata o incompiuta, coglie effettivamente un nodo centrale, ancor più vero oggi, nella quarta rivoluzione industriale, mentre l’economia tecnologica ha portato la vera politica fuori dalle cornici tradizionali. E per mille ragioni, compresa la crisi accentuata dalla pandemia, si direbbe che le nostre istituzioni vadano disperatamente cercando quello che succedeva prima.

Benedetto XV, Dante rappresenta una “validissima guida per gli uomini del nostro tempo”.

Diletti figli, salute e Apostolica Benedizione.

Nella illustre schiera dei grandi personaggi, che con la loro fama e la loro gloria hanno onorato il cattolicesimo in tanti settori ma specialmente nelle lettere e nelle belle arti, lasciando immortali frutti del loro ingegno e rendendosi altamente benemeriti della civiltà e della Chiesa, occupa un posto assolutamente particolare Dante Alighieri, della cui morte si celebrerà tra poco il sesto centenario. Mai, forse, come oggi fu posta in tanta luce la singolare grandezza di questo uomo, mentre non solo l’Italia, giustamente orgogliosa di avergli dato i natali, ma tutte le nazioni civili, per mezzo di appositi comitati di dotti, si accingono a solennizzarne la memoria, affinché questo eccelso genio, che è vanto e decoro dell’umanità, venga onorato dal mondo intero.

Noi pertanto, in questo magnifico coro di tanti buoni, non dobbiamo assolutamente mancare, ma presiedervi piuttosto, spettando soprattutto alla Chiesa, che gli fu madre, il diritto di chiamare suo l’Alighieri.

Quindi, come al principio del Nostro Pontificato, con una lettera diretta all’Arcivescovo di Ravenna, Ci siamo fatti promotori dei restauri del tempio presso cui riposano le ceneri dell’Alighieri, così ora, quasi ad iniziare il ciclo delle feste centenarie, Ci è parso opportuno rivolgere la parola a voi tutti, diletti figli, che coltivate le lettere sotto la materna vigilanza della Chiesa, per dimostrare ancor meglio l’intima unione di Dante con questa Cattedra di Pietro, e come le lodi tributate a così eccelso nome ridondino necessariamente in non piccola parte ad onore della fede cattolica.

In primo luogo, poiché il nostro Poeta durante l’intera sua vita professò in modo esemplare la religione cattolica, si può dire consentaneo ai suoi voti che questa commemorazione solenne si faccia, come si farà, sotto gli auspici della religione; e che se essa avrà compimento in San Francesco di Ravenna, s’inizi però a Firenze, in quel suo bellissimo San Giovanni, a cui negli ultimi anni di sua vita egli, esule, con intensa nostalgia ripensava, bramando e sospirando di essere incoronato poeta sul fonte stesso dove, bambino, era stato battezzato.

Nato in un’epoca nella quale fiorivano gli studi filosofici e teologici per merito dei dottori scolastici, che raccoglievano le migliori opere degli antichi e le tramandavano ai posteri dopo averle illustrate secondo il loro metodo, Dante, in mezzo alle varie correnti del pensiero, si fece discepolo del principe della Scolastica Tommaso d’Aquino; e dalla sua mente di tempra angelica attinse quasi tutte le sue cognizioni filosofiche e teologiche, mentre non trascurava nessun ramo dell’umano sapere e beveva largamente alle fonti della Sacra Scrittura e dei Padri. Appreso così quasi tutto lo scibile, e nutrito specialmente di sapienza cristiana, quando si accinse a scrivere, dallo stesso mondo della religione egli trasse motivo per trattare in versi una materia immensa e di sommo respiro.

In questa vicenda si deve ammirare la prodigiosa vastità ed acutezza del suo ingegno, ma si deve anche riconoscere che ben poderoso slancio d’ispirazione egli trasse dalla fede divina, e che quindi poté abbellire il suo immortale poema della multiforme luce delle verità rivelate da Dio, non meno che di tutti gli splendori dell’arte.

Infatti tutta la sua Commedia, che meritatamente ebbe il titolo di divina, pur nelle varie finzioni simboliche e nei ricordi della vita dei mortali sulla terra, ad altro fine non mira se non a glorificare la giustizia e la provvidenza di Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità. Quindi in questo poema, conformemente alla rivelazione divina, risplendono la maestà di Dio Uno e Trino, la Redenzione del genere umano operata dal Verbo di Dio fatto uomo, la somma benignità e liberalità di Maria Vergine Madre, Regina del Cielo, e la superna gloria dei santi, degli angeli e degli uomini. Ad esso si contrappone la dimora delle anime che, una volta consumato il periodo di espiazione previsto per i peccatori, vedono aprirsi il cielo davanti a loro. Ed emerge che una sapientissima mente governa in tutto il poema l’esposizione di questi e di altri dogmi cattolici.

Se il progresso delle scienze astronomiche dimostrò poi che non aveva fondamento quella concezione del mondo, e che non esistono le sfere supposte dagli antichi, trovando che la natura, il numero e il corso degli astri e dei pianeti sono assolutamente diversi da quanto quelli ne pensavano, non venne meno però il principio fondamentale, che l’universo, qualunque sia l’ordine che lo sostiene nelle sue parti, è opera del cenno creatore e conservatore di Dio onnipotente, il quale tutto muove, e la cui gloria risplende in una parte più, e meno altrove; questa terra che noi abitiamo, quantunque non sia il centro dell’universo, come un tempo si credeva, tuttavia è sempre stata la sede della felicità dei nostri progenitori, e testimone in seguito della loro miserrima caduta, che segnò per essi la perdita di quella felice condizione che fu poi restituita dal sangue di Gesù Cristo, eterna salvezza degli uomini. Perciò Dante, che aveva costruito nel proprio pensiero la triplice condizione delle anime, immaginando prima del giudizio finale sia la dannazione dei reprobi, sia l’espiazione delle anime pie, sia la felicità dei beati, deve essere stato ispirato dalla luce della fede.

In verità Noi riteniamo che gl’insegnamenti lasciatici da Dante in tutte le sue opere, ma specialmente nel suo triplice carme, possano servire quale validissima guida per gli uomini del nostro tempo. Innanzi tutto i cristiani debbono somma riverenza alla Sacra Scrittura e accettare con assoluta docilità quanto essa contiene. In ciò l’Alighieri è esplicito: « Sebbene gli scrivani della divina parola siano molti, tuttavia il solo che detta è Dio, il quale si è degnato di esprimerci il suo messaggio di bontà attraverso le penne di molti ». Espressione splendida e assolutamente vera! E così pure la seguente: « Il Vecchio e il Nuovo Testamento, emessi per l’eternità, come dice il Profeta » contengono « insegnamenti spirituali che trascendono la ragione umana », impartiti « dallo Spirito Santo, il quale attraverso i Profeti, gli Scrittori di cose sacre, nonché attraverso Gesù Cristo, coeterno Figlio di Dio, e i suoi discepoli rivelò la verità soprannaturale e a noi necessaria ». Pertanto Dante dice giustamente che da quell’eternità che verrà dopo il corso della vita mortale « noi traiamo la certezza che viene dall’infallibile dottrina di Cristo, la quale è Via, Verità e Luce: Via, perché attraverso essa giungiamo senza ostacoli alla beatitudine eterna; Verità, perché essa è priva di qualsiasi errore; Luce, perché ci illumina nelle tenebre terrene dell’ignoranza » . Egli onora di non minore rispetto « quei venerandi Concìli principali, ai quali tutti i fedeli credono senza alcun dubbio che Cristo abbia partecipato ». Oltre a questi, Dante tiene in grande stima « le scritture dei dottori, di Agostino e di altri ». In proposito, egli dice: « Chi dubita che essi siano stati aiutati dallo Spirito Santo, o non ha assolutamente visto i loro frutti o, se li ha visti, non li ha mai gustati ».

Per la verità, l’Alighieri ha una straordinaria deferenza per l’autorità della Chiesa Cattolica e per il potere del Romano Pontefice, tanto che a suo parere sono valide tutte le leggi e tutte le istituzioni della Chicaa che dallo stesso sono state disposte. Da qui quell’energica ammonizione ai cristiani: dal momento che essi hanno i due Testamenti, e contemporaneamente il Pastore della Chiesa dal quale sono guidati, si ritengano soddisfatti di questi mezzi di salvezza. Perciò, afflitto dai mali della Chiesa come fossero suoi, mentre deplora e stigmatizza ogni ribellione dei cristiani al Sommo Pontefice dopo il trasferimento dell’Apostolica Sede da Roma [ad Avignone], così scrive ai Cardinali Italiani: « Noi, dunque, che confessiamo il medesimo Padre e Figliuolo: il medesimo Dio e uomo, e la medesima Madre e Vergine; noi, per i quali e per la salvezza dei quali fu detto a colui che era stato interrogato tre volte a proposito della carità: “ Pasci, o Pietro, il sacrosanto ovile ”; noi che di Roma (cui, dopo le pompe di tanti trionfi, Cristo con le parole e con le opere confermò l’imperio sul mondo, e che Pietro ancora e Paolo, l’Apostolo delle genti, consacrarono quale Sede Apostolica col proprio sangue), siamo costretti con Geremia, facendo lamenti non per i futuri ma per i presenti, a piangere dolorosamente, di essa, quale vedova e derelitta; noi siamo affranti nel vedere lei così ridotta, non meno che il vedere la piaga deplorevole delle eresie ».

Dunque egli definisce la Chiesa Romana quale « Madre piissima » o « Sposa del Crocifisso », e Pietro quale giudice infallibile della verità rivelata da Dio, cui è dovuta da tutti assoluta sottomissione in materia di fede e di comportamento ai fini della salvezza eterna. Pertanto, quantunque ritenga che la dignità dell’Imperatore venga direttamente da Dio, tuttavia egli dichiara che « questa verità non va intesa così strettamente che il Principe Romano non si sottometta in qualche caso al Pontefice Romano, in quanto la felicità terrena e in un certo modo subordinata alla felicità eterna ». Principio davvero ottimo è sapiente, che se fosse fedelmente osservato anche oggi recherebbe certamente copiosi frutti di prosperità agli Stati.

Ma, si dirà, egli inveì con oltraggiosa acrimonia contro i Sommi Pontefici del suo tempo. È vero; ma contro quelli che dissentivano da lui nella politica e che egli credeva stessero dalla parte di coloro che lo avevano cacciato dalla patria. Tuttavia si deve pur compatire un uomo, tanto sbattuto dalla fortuna, se con animo esulcerato irruppe talvolta in invettive che passavano il segno, tanto più che ad esasperarlo nella sua ira non furono certo estranee le false notizie propalate, come suole accadere, da avversari politici sempre propensi ad interpretare tutto malignamente. Del resto, poiché la debolezza è propria degli uomini, e « nemmeno le anime pie possono evitare di essere insudiciate dalla polvere del mondo », chi potrebbe negare che in quel tempo vi fossero delle cose da rimproverare al clero, per cui un animo così devoto alla Chiesa, come quello di Dante, ne doveva essere assai disgustato, quando sappiamo che anche uomini insigni per santità allora le riprovarono severamente?

Tuttavia, per quanto si scagliasse nelle sue invettive veementi, a ragione o a torto, contro persone ecclesiastiche, però non venne mai meno in lui il rispetto dovuto alla Chiesa e la riverenza alle Somme Chiavi; per cui nella sua opera politica intese difendere la propria opinione « con quell’ossequio che deve usare un figlio pio verso il proprio padre, pio verso la madre, pio verso Cristo, pio verso la Chiesa, pio verso il Pastore, pio verso tutti coloro che professano la religione Cristiana, per la tutela della verità ».

Pertanto, avendo egli basato su questi saldi principi religiosi tutta la struttura del suo poema, non stupisce se in esso si riscontra un vero tesoro di dottrina cattolica; cioè non solo il succo della filosofia e della teologia cristiana, ma anche il compendio delle leggi divine che devono presiedere all’ordinamento ed all’amministrazione degli Stati; infatti l’Alighieri non era uomo che per ingrandire la patria o compiacere ai prìncipi potesse sostenere che lo Stato può misconoscere la giustizia e i diritti di Dio, perché egli sapeva perfettamente che il mantenimento di questi diritti è il principale fondamento delle nazioni.

Indicibile, dunque, è il godimento che procura l’opera del Poeta; ma non minore è il profitto che lo studioso ne ricava, perfezionando il suo gusto artistico ed accendendosi di zelo per la virtù, a condizione però che egli sia spoglio di pregiudizi, ed aperto alla verità. Anzi, mentre non è scarso il numero dei grandi poeti cattolici che uniscono l’utile al dilettevole, in Dante è singolare il fatto che, affascinando il lettore con la varietà delle immagini, con la vivezza dei colori, con la grandiosità delle espressioni e dei pensieri, lo trascina all’amore della cristiana sapienza; né alcuno ignora che egli apertamente dichiara di aver composto il suo poema per apprestare a tutti vitale nutrimento. Infatti sappiamo che alcuni, anche recentemente, lontani sì, ma non avversi a Cristo, studiando con amore la Divina Commedia, per divina grazia, prima cominciarono ad ammirare la verità della fede cattolica e poi finirono col gettarsi entusiasti tra le braccia della Chiesa.

Quanto abbiamo esposto fino ad ora è sufficiente per dimostrare quanto sia opportuno che, in occasione di questo centenario che interessa tutto il mondo cattolico, ciascuno alimenti il suo zelo per conservare quella fede che sì luminosamente si rivelò, se in altri mai, nell’Alighieri, quale fautrice della cultura e dell’arte. Infatti, in lui non va soltanto ammirata l’altezza somma dell’ingegno, ma anche la vastità dell’argomento che la religione divina offerse al suo canto. Se la natura gli aveva fornito un ingegno tanto acuto, affinato nel lungo studio dei capolavori degli antichi classici, maggiore acutezza egli trasse, come abbiamo detto, dagli scritti dei Dottori e dei Padri della Chiesa, che consentirono al suo pensiero di elevarsi e di spaziare in orizzonti ben più vasti di quelli racchiusi nei limiti ristretti della natura. Perciò egli, quantunque separato da noi da un intervallo di secoli, conserva ancora la freschezza di un poeta dell’età nostra; e certamente è assai più moderno di certi vati recenti, esumatori di quell’antichità che fu spazzata via da Cristo, trionfante sulla Croce. Spira nell’Alighieri la stessa pietà che è in noi; la sua fede ha gli stessi sentimenti, e degli stessi veli si riveste « la verità a noi venuta dal cielo e che tanto ci sublima ». Questo è il suo elogio principale: di essere un poeta cristiano e di aver cantato con accenti quasi divini gli ideali cristiani dei quali contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore, comprendendoli mirabilmente e dei quali egli stesso viveva. Conseguentemente, coloro che osano negare a Dante tale merito e riducono tutta la sostanza religiosa della Divina Commedia ad una vaga ideologia che non ha base di verità, misconoscono certo nel Poeta ciò che è caratteristico e fondamento di tutti gli altri suoi pregi.

Dunque, se Dante deve alla fede cattolica tanta parte della sua fama e della sua grandezza, valga solo questo esempio, per tacere gli altri, a dimostrare quanto sia falso che l’ossequio della mente e del cuore a Dio tarpi le ali dell’ingegno, mentre lo sprona e lo innalza; e quanto male rechino al progresso della cultura e della civiltà coloro che vogliono bandita dall’istruzione ogni idea di religione. È, infatti, assai deplorevole il sistema ufficiale odierno di educare la gioventù studiosa come se Dio non esistesse e senza la minima allusione al soprannaturale. Poiché sebbene in qualche luogo il « poema sacro » non sia tenuto lontano dalle scuole pubbliche e sia anzi annoverato fra i libri che devono essere più studiati, esso però non suole per lo più recare ai giovani quel vitale nutrimento che è destinato a produrre, in quanto essi, per l’indirizzo difettoso degli studi, non sono disposti verso la verità della fede come sarebbe necessario.

Volesse il cielo che queste celebrazioni centenarie facessero in modo che ovunque si impartisse l’insegnamento letterario, che Dante fosse tenuto nel dovuto onore e che egli stesso pertanto fosse per gli studenti un maestro di dottrina cristiana, dato che egli, componendo il suo poema, non ebbe altro scopo che « sollevare i mortali dallo stato di miseria », cioè del peccato, e « di condurli allo stato di beatitudine », cioè della grazia divina.

E voi, diletti figli, che avete la fortuna di coltivare lo studio delle lettere e delle belle arti sotto il magistero della Chiesa, amate e abbiate caro, come fate, questo Poeta, che Noi non esitiamo a definire il cantore e l’araldo più eloquente del pensiero cristiano. Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime, e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa Fede.

Quale auspicio dei celesti favori ed a testimonianza della Nostra paterna benevolenza, impartiamo con affetto a voi tutti, diletti figli, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 aprile 1921, nell’anno settimo del Nostro Pontificato. 

BENEDICTUS PP. XV

ACLI di Vicenza: 1 Maggio, persi 4700 posti di lavoro

Sono 4700 i posti di lavoro persi in provincia di Vicenza nell’ultimo trimestre. I dati di Veneto Lavoro, recentemente pubblicati, rispecchiano una pesante situazione che interessa l’intero territorio veneto, con Venezia e Verona, su base annua, che detengono il triste primato delle perdite dei posti di lavoro, con un bilancio negativo rispettivamente di 24000 e 10.300 posizioni di lavoro dipendente.

“I numeri snocciolati da Veneto Lavoro sono pesanti – commenta il presidente delle ACLI di Vicenza aps, Carlo Cavedon – e non andrebbero considerati come unità, ma come persone che, avendo perso il lavoro, rendono spesso traballante una famiglia ed il suo sviluppo. Ed in molti casi si tratta di situazioni già complesse a seguito dell’aumento del costo della vita, di salari inadeguati e del crescente impatto delle spese quotidiane su un modesto budget”.

Il recente rapporto Istat sull’occupazione conferma la perdita di ben 945mila posti di lavoro, da inizio pandemia a febbraio 2021. A febbraio gli occupati erano 22.197.000, ovvero 945.000 in meno rispetto a febbraio 2020. Tasso di disoccupazione al 10,2%, al 31,6 quello dei giovani.

“Il Covid si è portato via molte persone – sottolinea il presidente Cavedon – ma ha anche segnato il futuro di migliaia di giovani, che hanno perso il lavoro o non riescono a trovarne uno, in balia tra precariato, bonus insufficienti a vivere ed un futuro che non lascia intravvedere opportunità di impiego. Non è affatto migliore la prospettiva di chi ha superato i 50 anni e cerca di raggiungere la pensione con la stessa fatica di chi scala una vetta.

Le previsioni sono fortemente negative, ma la voglia di ripresa non manca. L’Istat stima per il secondo trimestre dell’anno una caduta di entità eccezionale per il Pil nazionale (-12,4%), che segue il già ampio calo del primo trimestre (-5,4%). Per il Veneto le stime per il 2020 parlano di un calo del 10,6% del Pil, in virtù del peso del settore turistico sull’economia regionale e di una maggiore apertura internazionale del manifatturiero veneto.

Le ACLI di Vicenza aps lanciano un forte appello al mondo politico ed agli imprenditori: “servono politiche di salvaguardia del lavoro, ma anche opportunità per le imprese che assumono – conclude il presidente Cavedon – in quanto solo in questo modo vedremo la luce in fondo al tunnel. Al contempo, però, ci appelliamo agli imprenditori, anche locali, che possono investire, affinché lo facciano guardando al futuro della nostra società. La preoccupazione per le famiglie è forte, perciò occorrono scelte lungimiranti e coraggiose, anche mettendo a disposizione di chi vuole intraprendere risorse a fondo perduto. Speriamo che il Recovery plan possa contribuire a ristabilire un equilibrio sociale ed economico fondamentale in un paese civile ed in cui la dignità della persona deve stare al primo posto”.

Ddl Zan, alcuni chiarimenti: una legge pro-gay?

La nostra è una democrazia liberale. Il corpo sociale che sostiene le istituzioni democratiche è composto da gruppi molto diversi tra loro. Questi gruppi, tuttavia, possono e devono collaborare tra loro, su punti comuni, per contribuire al mantenimento della pace e dell’ordine democratico. Essendo questa la base etica e giuridica del nostro sistema, nessuno può danneggiare un gruppo sociale o un individuo, impedendogli di manifestare le proprie istanze culturali, religiose, politiche sessuali: poiché su questa diversità in concerto si basa la struttura intrinseca della democrazia liberale. 

Parliamo ora della tanto contestata, dentro e fuori al Parlamento, proposta di legge ordinaria Ddl Zan, la proposta di una legge presentata il 2 maggio 2018 dal deputato PD Alessandro Zan, riguardante “Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere”. Il testo della proposta di legge è stato approvato durante il Governo Conte II alla Camera dei Deputati il 4 novembre 2020, ed attende l’approvazione finale del Senato. La finalità di questa legge consiste nell’estendere il reato di odio, già presente nel nostro ordinamento, nello specifico odio contro il genere sessuale, l’orientamento sessuale e la disabilità. Una legge, quindi, che aggraverebbe la condanna, ad esempio, contro chi danneggia una persona soltanto perché è omosessuale.

Il testo è all’esame della Commissione Giustizia del Senato guidata dal senatore leghista Andrea Ostellari, il quale, per due volte, con varie motivazioni, ha rimandato la discussione del ddl in Senato. Il sospetto dei promotori del Ddl Zan in realtà è che una legge progressista sia tenuta in ostaggio da una componente politica “conservatrice” per mezzo di tecnicismi giuridici.

Se venisse approvata, quelli sarebbero le conseguenze pratiche di questa legge? Le conseguenze dell’eventuale approvazione del Ddl Zan saranno: una maggiore sensibilizzazione sul tema dell’omosessualità nelle scuole, lo stanziamento di fondi governativi per i centri di accoglienza e di ascolto contro la discriminazione di genere, veri e propri rifugi contro questi crimini di odio, nonché alcune modifiche in campo penale: il primo, la modifica dell’art. 604 bis del Codice Penale, la “Legge Macino”, che combatte i crimini d’odio (non l’odio in sé, piuttosto i crimini per cui viene dimostrato in tribunale che sono basati sull’odio nei confronti del “diverso”), modificando il secondo comma dell’art. 604 bis: “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità”.

Il secondo punto che tocca il Ddl Zan in campo penale è il 604-ter del Codice Penale, quello che concerne una pena aggravata per chi commette reati fondati, appunto, su questo specifico odio. All’inizio dell’articolo ho parlato di democrazia liberare e di come possiamo rappresentarla brevemente, come l’insieme delle fazioni in un tessuto sociale che, anche se molto diverse, devono collaborare per il mantenimento del sistema. E’ indubbio che, nonostante vi siano associazioni, chiese, sindacati (anche partiti) molto diversi, per tradizione, in un Paese, vi possono essere gruppi sociali più grandi di altri. Questi ultimi vengono chiamati genericamente gruppi minori o minoranze. E’ indubbio che in un Paese africano, per quanto democratico e liberale, la maggioranza della popolazione sarà composto da cittadini di etnia (e cultura) africana, mentre i “bianchi” saranno la minoranza. Ad esempio, per quanto possano essere vari gli stili di vita in un Paese di tradizione cattolica, è indubbio che in questo gli stili di vita diametralmente opposti saranno la minoranza. Il concetto di protezione giuridica che scaturisce dall’applicazione della Legge Mancino tutela quindi queste minoranze, che fanno pienamente parte del sistema democratico-liberale, da quei crimini d’odio generico. Mancano tuttavia alcune specifiche minoranze che potrebbero venire tutelate (nello specifico) estendendo questa legge anche a loro. Questa sarebbe quindi una proposta di legge che andrebbe a “completare” una legge già in essere, tutelando, inoltre, quelle parti sociali minori che partecipano, anche con la loro dimensione culturale, all’ordinamento democratico.

La questione è quindi di tipo politico-istituzionale e non culturale. Tale legge, inoltre, non andrebbe a ledere la libertà di espressione di chi non si riconosce in tali minoranze; poiché esiste una differenza enorme tra la libertà di espressione, l’ingiuria o, peggio, la violenza. Ad esempio, continuare a non frequentare locali gay lo si potrà ancora fare. Dire, invece, che “quelli” andrebbero messi nei forni crematori, non sarebbe più soltanto un’ingiuria “generica” ma specifica, come specifico è il destinatario. Non facciamoci illusioni: la Legge Macino completata nel ddl Zan non andrà a sconfiggere le discriminazioni; queste ci saranno sempre, come anche chi insulta qualcuno per la strada. La Legge andrà “solo” a punire l’incitamento all’odio indirizzato verso una specifica persona, il quale potrebbe portare anche ad atti di violenza specifici.

Le opinioni personali resteranno sempre, e non saranno punite. Nemmeno quelle di chi considera i Meridionali al pari dei cani. Il rischio riguardo questa polemica sul ddl Zan è che si faccia passare questo come un tema di propaganda ideologica, oppure di emancipazione religiosa, come quella di quei “curiosi” cattolici che la approvano. L’esigenza di una modifica della Legge Mancino per mezzo del ddl Zan è puramente istituzionale, poiché tutelerebbe, nello specifico, dei soggetti specifici che in questo momento di tutele non ne hanno, se non, appunto, generiche. Checché se ne dica, anche loro fanno parte del corpo sociale. L’alternativa sarebbe quella di tramutare una democrazia liberale in qualcosa d’altro, il che mi sembra, per il momento, al di là delle forze del più motivato e solerte dei reazionari. 

Il ritiro dall’Afghanistan è iniziato

In una nota ufficiale della NATO si può leggere che: “Gli alleati della Nato hanno deciso a metà aprile di iniziare il ritiro delle forze della missione di supporto  e questo ritiro è iniziato”.

Il ritiro dei 9.600 militari impegnati in Afghanistan è stato deciso dopo che Biden ha fatto l’appello di porre fine alla guerra più lunga di Washington.

l ritiro dall’Afghanistan “sarà un processo ordinato e coordinato. La sicurezza delle truppe sarà una priorità assoluta in ogni fase del percorso e si stanno adottando tutte le misure necessarie per mantenere il personale” in sicurezza.

Perciò non saranno diffusi “dettagli operativi, inclusi i numeri delle truppe o le tempistiche di ciascun Paese”. “Qualsiasi attacco talebano durante il ritiro riceverà una risposta energica. Abbiamo in programma di completare il nostro ritiro entro pochi mesi”, conclude la nota ufficiale.

Biden ha detto che il ritiro degli Stati Uniti sarà completato entro l’11 settembre, il ventesimo anniversario degli attacchi

 

 

Covid: tornano gli “orti di guerra”

Oltre 4 italiani su 10 (44%) coltivano frutta e verdura in giardini, terrazzi e orti urbani spinti dalla crisi economica generata dal Covid ma anche dalla voglia di trascorrere più tempo all’aperto dopo le lunghe settimane di lockdown e misure di restrizione contro la pandemia. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ che fotografa una nuova tendenza da parte dei cittadini ad utilizzare ogni spazio verde a disposizione per garantirsi cibo sano da offrire a se stessi e agli altri.

La crisi economica provocata dall’emergenza Covid – rileva la Coldiretti – fa infatti rivalutare la funzione degli orti di “guerra” quando nelle città italiane, europee e degli Stati Uniti si diffondevano gli coltivazioni per garantire approvvigionamenti alimentari. Sono famosi i “victory gardens” degli Stati Uniti e del Regno Unito dove nel 1945 venivano coltivati 1.5 milioni di allotments sopperendo al 10% della richiesta di cibo.

Ma sono celebri anche gli orti di guerra italiani nati al centro delle grandi città per far sì che, nell’osservanza dell’imperativo del Duce, “non (ci fosse) un lembo di terreno incolto”. Sono negli annali della storia le immagini del foro Romano e di piazza Venezia trasformati in campi di grano e la mietitura svolta in piazza Castello, centro e cuore di Torino in ogni epoca.

Ora i tempi sono cambiati ed ai motivi economici si sommano quelli di voler trascorrere più tempo all’aperto a contatto con la natura dopo mesi di chiusura forzata in casa. Una tendenza che – continua la Coldiretti – si accompagna anche da un diverso uso anche del verde privato con i giardini e i balconi delle abitazioni che sempre più spesso lasciano spazio ad orti per la produzione “fai da te” di lattughe, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, ma anche di piselli, fagioli fave e ceci da raccogliere all’occorrenza.

Accanto a chi esprime la propria passione in orti e giardini ci sono anche molti italiani che non si accontentano e hanno a disposizione almeno un ettaro di terreno a uso familiare. Si tratta – spiega la Coldiretti – in larga maggioranza di famiglie che hanno ereditato aziende o pezzi di terreno da genitori e parenti dei quali hanno voluto mantenere la proprietà per esercitarsi nel ruolo di coltivatori e allevatori, piuttosto che venderli come accadeva spesso nel passato. Ma ci sono anche tanti che – precisa la Coldiretti – hanno acquistato terreni o piccole aziende agricole anche in aree svantaggiate per ristrutturarle e avviare piccole attività produttive, dall’olio al vino, dall’allevamento delle galline a quello dei cavalli.

Ma non manca neppure chi ha approfittato dell’opportunità messa a disposizione dagli enti locali che da nord a sud dell’Italia organizzano e affittano veri e propri orti urbani che – sottolinea Coldiretti – registrano una crescita del 18,5% in cinque anni superando i 2,1 milioni di metri quadrati secondo l’analisi della Coldiretti sugli ultimi dati Istat al 2019. Una possibilità peraltro garantita anche in tempo di pandemia dal via libera del Governo agli spostamenti per chi deve raggiungere l’orto o il proprio terreno, anche fuori comune, in deroga alle misure di restrizione.

Ogni amministrazione – spiega la Coldiretti – applica parametri e sistemi diversi per la concessione degli orti pubblici: ci sono comuni che li danno in uso annuale in cambio di un piccolo canone dopo averli recintati e attrezzati con acqua e piccolo riparo per gli attrezzi, altri che li riservano solo a certe fasce di età e altri ancora che aprono dei veri e propri bandi per le assegnazioni con quote di canone che cambiano a seconda del reddito e dell’età.

Se in passato erano soprattutto i più anziani a dedicarsi alla coltivazione dell’orto, memori spesso di un tempo vissuto in campagna, adesso – sottolinea la Coldiretti – la passione si sta diffondendo anche tra i più giovani e tra persone completamente a digiuno delle tecniche di coltivazione. Un bisogno di conoscenza che – precisa la Coldiretti – è stato colmato con il passaparola e con le pubblicazioni specializzate, ma che ora ha favorito la nascita della nuova figura del tutor dell’orto che la rete degli orti urbani di Campagna Amica mette a disposizione.

Una svolta utile – conclude la Coldiretti – anche per garantire le forniture alimentari in un momento in cui un numero crescente di italiani si trova in difficoltà economica, con circa 5,6 milioni di persone in condizioni di povertà assoluta, un milione in più rispetto allo scorso anno con il record negativo dall’inizio del secolo.

Reddito di Emergenza: prorogato il termine per presentare le domande

Il Reddito di Emergenza (REM d.l. 34) è una misura di sostegno economico istituita con l’articolo 82 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 (Decreto Rilancio) in favore dei nuclei familiari in difficoltà a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19.

Per questo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha scelto di rettificare quanto rappresentato nella Circolare INPS n. 61 del 14 aprile 2021

Infatti, tenuto conto della necessità di garantire un più ampio accesso al Reddito di Emergenza di cui all’art. 12 del D.L. 22 marzo 2021, n. 41 (Decreto Sostegni), il cui termine perentorio di presentazione era stato fissato al 30 aprile 2021 – ha autorizzato il differimento del termine di presentazione delle domande al 31 maggio 2021.

Covid, verso i 150 milioni di contagi nel mondo

Con un livello di nuovi contagi ogni giorno che si aggira intorno agli 800mila, il mondo sta per superare la soglia dei 150 milioni di contagi accertati. Secondo il monitoraggio della Johns Hopkins University, i contagi registrati sono attualmente 149.242.187.

Questo significa che dall’inizia della pandemia, circa un abitante del Pianeta su 50 è stato contagiato dal coronavirus. I decessi accertati sono al momento 3.147.016. Il Paese più colpito sono sempre gli Stati Uniti, con 32.229.327 contagi e 574.326 decessi.

Le primarie e la “non scelta” del partito.

Dunque il “dio primarie” si riaffaccia. È noto che nella sinistra italiana, cioè nel Pd, le primarie  sono una sorta di dogma. Un po’ come per noi cattolici, pur senza essere blasfemi, il significato  della Trinità. Perchè le primarie, va pur detto, fanno parte dell’atto costitutivo del Partito  democratico. Più del progetto politico conta l’organizzazione e la celebrazione saltuaria delle  sempreverdi primarie. Per carità, le primarie sono un ottimo strumento burocratico e protocollare  della politica. Sono nate quando i partiti sono andati definitivamente in crisi, quando le classi  dirigenti dei rispettivi partiti hanno abdicato ai compiti che spettano, appunto, al ceto dirigente per  affidarsi qualunquisticamente a ciò che decide di volta in volta “la ggente”. Cioè alla selezione  democratica dei gruppi dirigenti. E così è diventato del tutto normale che, tranne per i  parlamentari dove la designazione è fatta brutalmente dall’alto senza alcun filtro democratico e  partecipativo, per altri ruoli il tutto viene affidato qualunquisticamente a questo singolare e curioso  strumento burocratico e protocollare. 

E per entrare nello specifico, il nodo della scelta dei candidato a Sindaco in alcune grandi città in  vista delle elezioni del prossimo ottobre è persin troppo emblematico. E il caso di Roma e di  Torino ma non solo, al riguardo, lo confermano in modo plateale. Se a Roma prosegue il balletto  attorno alla candidatura, o meno, di Zingaretti a Sindaco, a Torino dopo 8 mesi di estenuanti e  ormai noiose e ripetitive discussioni su chi scegliere per la carica di Sindaco, si è poi deciso,  come da copione, di ricorrere al dio primarie per sciogliere la sempre più intricata matassa.  Perchè il tema è sempre lo stesso, più volte evocato ma mai risolto per non rompere gli equilibri  tra le molteplici e sempre crescenti correnti/bande del Partito democratico. E cioè, si deve  privilegiare la “sintesi” condotta e guidata dal gruppo dirigente del partito oppure ci si affida alle  virtù salvifiche e miracolistiche delle primarie? La risposta, come ovvio e scontato, è quasi sempre  scontata. E quindi primarie siano! 

Ora, quasi tutti conosciamo ormai i vizi e le virtù delle primarie. Da strumento democratico che  alcuni lustri fa erano state palestre di partecipazione e di democrazia significative e di qualità,  sono diventate progressivamente momenti di decadimento etico e politico. E cioè, truppe  cammellate, voto clientelare, radicalizzazione dello scontro interno, difficoltà a ricomporre i mille  contrasti politici e personali che si scatenano puntualmente dopo ogni consultazione e,  purtroppo, anche svariate denunce per come viene condotta concretamente la campagna  elettorale…. Tutto ciò, come tutti sanno, accompagna purtroppo il concreto svolgimento delle  primarie in giro per l’Italia. 

Insomma, non si può fare a meno delle primarie. Ma perchè, comunque sia, il partito principale  della sinistra italiana continua a rinunciare alla capacità di fare “sintesi”, cioè a scegliere  direttamente la propria classe dirigente assumendosi anche e soprattutto la responsabilità di  decidere? Del resto, i grandi e qualificati gruppi dirigenti dei partiti democratici del passato –  quando i partiti esistevano ancora, come ovvio …- avevano il coraggio e la capacità di selezionare  la propria classe dirigente. È così difficile ripristinare oggi quel meccanismo senza limitarsi a  parlare di quote, di genere, di equilibri tra le correnti e di come conservare il solo potere interno?  Forse ne uscirebbero rafforzati i partiti e ne guadagnerebbe, probabilmente, la stessa democrazia. 

Brigate rosse: gli ultimi esuli arrestati in Francia

Il 28 aprile il Presidente della Repubblica Francese ha firmato il mandato di cattura per dieci italiani. Si tratta di ex brigatisti armati, legati a vari nuclei terroristici, il più celebre conosciuto col nome di Brigate Rosse, le famigerate “BR”, responsabili di rapimenti e delitti (il più noto è quello ai danni dell’on. Aldo Moro) negli anni ’70-’80, in Italia. La loro “caccia” non è mai cessata in tutto il mondo, pur trovando sovente difficoltà di ordine “diplomatico”. Non tutti i Paesi, infatti, hanno consegnato con eccessivo entusiasmo i terroristi all’Italia, appellandosi a trattati o convenzioni. La realtà è che le “simpatie” verso le frange della sinistra radicale, fino a pochi anni fa, erano ancora tenaci. Tuttavia, il progressivo cambiamento di mentalità di quelle forze culturali e politiche che, anche in Europa Occidentale, si abbeveravano nelle narrazioni di sinistra, verso una nuova mentalità sempre più liberista e liberale, toglie progressivamente la “protezione” politica e mediatica agli ultimi esuli del brigatismo armato. In Francia l’Eliseo, in merito all’arresto degli ex brigatisti italiani, si è affrettato nel precisare che una tale solerzia, da parte loro, “si colloca strettamente nella logica della “dottrina Mitterrand” di accordare l’asilo agli ex brigatisti, eccetto ai responsabili di reati di sangue”. Una sensibilità che, tuttavia, non venne sempre osservata; si ricordi in particolare il caso del brigatista Cesare Battisti che, esule in Francia, beneficiò della protezione della dottrina Mitterand fino a quando lui stesso non intuì il cambiamento dei tempi, che lo vide riparare nel 2004 in Brasile. Nonostante la sensibilità del presidente brasiliano Lula, Battisti venne arrestato da un nucleo dell’Interpol, composto da agenti della polizia italiana, nel 2019, e trasferito in Italia nelle mani dei ministri degli Interni e della Giustizia, rispettivamente Matteo Salvini e Alfonso Bonafede, con un’enfasi mediatica volutamente marcata. 

Ieri, dei 7 fermati in Francia (altri tre sono riusciti a scappare, forse avvertiti durante gli arresti), quattro hanno una condanna all’ergastolo: Roberta Capelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi (BR) e Narciso Manenti (NACT). Per Giovanni Alimonti e Enzo Calvitti (BR), la pena da scontare è rispettivamente 11 anni, 6 mesi e 9 giorni e 18 anni, 7 mesi e 25 giorni. Giorgio Pietrostefani, co-fondatore di Lotta Continua (LC), deve scontare una pena di 14 anni, 2 mesi e 11 giorni. Per tutti loro, i reati sono diversi, e vanno dalla rapina alla partecipazione a banda armata; sequestro;  omicidio. Nonostante gli ex brigatisti di sinistra, di tutte le denominazioni, godettero in passato di una certa simpatia, anche istituzionale, volta alla clemenza, il capitalismo ha travolto il nostro continente meglio di come avrebbero fatto il fascismo o il comunismo con i loro carri armati. I ragazzi e le ragazze di oggi sono per lo più disinteressati alla politica, soprattutto da una Sinistra che non riconoscono utile a soddisfare le loro ambizioni e i loro desideri. Gli ex “martiri” del socialismo armato sono quindi lasciati a loro stessi, senza più alcun riflettore, se non quello delle polizie di tutto il mondo. 

Ripristinare il servizio di medicina scolastica

Quando la scuola italiana insegnava a “leggere, scrivere e far di conto” il servizio di medicina scolastica era una presenza a latere, organica e complementare, rispetto ai compiti propri del sistema formativo. 

Istituita con DPR 264 dell’11 febbraio 1961 la cosiddetta “medicina scolastica” esplicitava le sue funzioni già nei primi due articoli del successivo regolamento attuativo nel DPR 22 dicembre 1967 n° 1518, di cui si riporta un estratto: “art.1)  A tutti i servizi di vigilanza igienica e di assistenza sanitaria scolastica, nell’ambito della provincia, sovraintende il medico provinciale, che li coordina d’intesa con il provveditore agli studi con il quale è prescritto almeno un incontro annuale nel mese di settembre. Ai sensi dell’art. 15 del DPR 11/02/1961 n° 264, nell’ambito del territorio comunale o consorziale il servizio di medicina scolastica in tutte le scuole di ogni ordine e grado , pubbliche e private, dipende dall’ufficiale sanitario che ne promuove e coordina l’organizzazione e il funzionamento, previa intesa con i dirigenti degli istituti scolastici. Art.2) Il servizio di medicina scolastica comprende la profilassi, la medicina preventiva, la vigilanza igienica, il controllo dello stato di salute di ogni scolaro e si avvale della collaborazione della scuola nell’educazione igienico-sanitaria. Le prestazioni sanitarie di medicina e d’urgenza, nell’ambito dei servizi della medicina scolastica agli alunni e al personale della scuola sono gratuite. Le amministrazioni comunali … provvedono a stipulare convenzioni con enti pubblici e privati per i servizi specialistici necessari, allorchè non siano realizzabili nella sfera operativa della medicina scolastica”.

Già in questo sunto dell’incipit normativo si colgono due evidenze utili al lettore: il linguaggio estremamente conciso e chiaro e l’esplicitazione della titolarità delle istituzioni interessate.

Alla stessa stregua, l’articolato successivo si attiene alla definizione di ruoli, compiti, attribuzioni e regolamentazione del servizio, espressi con descrizioni accessibili e puntuali: nulla di ciò si rinviene negli attuali testi normativi in ambito scolastico e oltre, solitamente complessi, farraginosi, estremamente complessi ed iper-burocratici, composti da rimandi di articoli e commi senza un costrutto esplicativo e un filo logico che offrano un quadro d’insieme intellegibile e comprensibile a tutti.

La medicina scolastica – contestualizzata nell’epoca della sua legislazione istitutiva – si caratterizzava come cotè sanitario integrativo al compito di alfabetizzazione del Paese: quello di una profilassi e di una vigilanza attuata già a partire dai banchi di scuola elementare (per poi inglobare la scuola materna statale dopo la sua istituzione con legge 18 marzo 1968 n° 444) ed estendersi fino alle “scuole medie superiori”.

Un progetto ambizioso, a ben osservare, ma che esprimeva una avvertita consapevolezza di grande valore sul piano della tutela della salute della popolazione scolastica.

Ci si è interrogati a lungo e non senza argomenti sostenibili sul perché questo impianto sanitario inglobato nel sistema scolastico che legittimava già allora (prima della legge 517/1977, ricordata  per il principio  della integrazione scolastica per tutti, in special modo per i disabili), in modo inclusivo due principi costituzionali fondamentali come il “diritto allo studio” e il “diritto alla salute”, tornati oggi di grandissima attualità) sia a poco a poco scemato negli interessi delle istituzioni politiche centrali e locali, che avrebbero se mai dovuto implementarlo e perfezionarlo con nuove, aggiornate attribuzioni, al punto che – dopo la riforma del Sistema sanitario nazionale di cui alla legge 23/12/1978 n.° 833 – pur non essendo stato abolito sul piano normativo (l’art.14 della legge ne traslava le competenze alle ‘Unità sanitarie locali’) di fatto non è più rientrato negli interessi delle Regioni, non ha più funzionato mentre le figure del medico scolastico e dell’assistente sanitaria vigilatrice sono state assorbite nel ‘mare magnum’ della sanità territoriale extra scolastica.

Corre l’obbligo di ricordare che a partire da questo graduale disimpegno istituzionale fino alla scomparsa della medicina scolastica (un ectoplasma di cui restavano pochi riferimenti normativi, nessuna volontà attuativa e alcuna presenza “in situazione”), è iniziata una intensa attività dell’ADI (Associazione dei docenti e dirigenti scolastici italiani) che si è battuta e continua a battersi con energia per il reintegro di questo servizio pubblico di cui – dalle necessità organizzative ordinarie a favore del controllo e della tutela della popolazione scolastica fino all’esplosione dell’emergenza Covid19 – si è avvertita e si sente oggi più che mai la mancanza. Al punto che le forze politiche e alcune Regioni (non tutte invero) hanno colto l’opportunità e l’urgenza di una riconsiderazione della materia “profilassi sanitaria a scuola” , proprio a partire dall’emergenza pandemica che ha coinvolto inevitabilmente il sistema scolastico, determinando enormi disagi per alunni, famiglie, docenti, dirigenti, interrompendo le attività didattiche in presenza, solo in parte compensate ma non sostituite dalla cd. DaD.

Per cogliere l’excursus storico della genesi della medicina scolastica, delle sue figure organiche, delle competenze, dei vantaggi che offriva in termini di profilassi, tutela, controllo e prevenzione, fino alla sua graduale scomparsa a motivo di scelte nazionali e territoriali che ora si rivelano sbagliate, insomma per una analisi completa e articolata sul prima, il durante e il dopo, è doveroso menzionare lo studio analitico e davvero competente del Dott. Antonio Faggioli, già Ufficiale Sanitario del Comune di Bologna, successivamente Direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’ASL di Bologna e Libero Docente di Igiene all’Università degli Studi di Bologna. E’ ad esempio rinvenibile sul numero del 1°agosto 2020 del Magazine sindacale di ‘Gilda Venezia’ un articolo veramente completo ed esaustivo di questo autore che merita di essere letto: si tratta probabilmente dell’analisi più completa oggi a disposizione di chi voglia approfondire la vicenda e i suoi risvolti storici, oltre alle evidenze rese attuali dalla contingenza pandemica, non dimenticando l’impegno del sindacato ‘Gilda’ affinchè questa tematica venga ripresa e riconsiderata). 

Si può consultare al riguardo  https://www.gildavenezia.it/per-il-rilancio-della-medicina-scolastica/
I disagi provocati dalla chiusura delle scuole sono stati enormi: sul piano culturale, economico, della vita delle famiglie, della didattica in senso stretto, dello svolgimento degli esami, della valutazione, rispetto all’organizzazione delle scuole e alle scelte e alle direttive ministeriali discusse, carenti e inadeguate ma soprattutto sul piano psicologico ed emotivo per gli studenti a cui è venuto a mancare il doppio supporto dell’apprendimento e della socializzazione. La DaD non ha compensato il venir meno della didattica in presenza rispetto alla quale sono scesi in strada i ragazzi stessi per rivendicarne il ritorno. Fa veramente riflettere questa fase di enorme criticità pensando che tecnologie, dotazioni strumentali, digitalizzazione non potranno mai sostituire la valenza del rapporto interpersonale. Ricordo una frase del pedagogista Cesare Scurati: “La scuola è il posto di lavoro dove si intrecciano relazioni umane”. Né posso tacere – avendomelo espresso nel corso di una intervista il pericolo ravvisato da Paolo Crepet circa l’incombente minaccia di una “catastrofe educativa” per una metodologia didattica basata solo sulla “digital education” .

https://ildomaniditalia.eu/paolo-crepet-non-possiamo-vivere-in-una-societa-anaffettiva/

In questa fase molto è stato chiesto alla scuola: organizzazione degli spazi e dei tempi, fessibilità, accoglienza, controlli: con la ripartenza di questo mese di aprile si è ipotizzato il tracciamento con i tamponi per la popolazione scolastica che riprende a frequentare. Viene da chiedersi se un servizio di medicina scolastica, oggi organizzabile con dotazioni strumentali e risorse umane più aggiornate e adeguate di quelle degli anni ’60, non potrebbe forse svolgere – con scienza e competenza – certi compiti e certe attribuzioni di profilo strettamente sanitario che non risolverebbero forse tutti i problemi di una comunità scolastica ma contribuirebbero certamente a renderla più sicura e tutelata, consentendo a docenti ed alunni di operare con maggiore serenità.

Brexit: crolla del 12,7% l’export Made in Italy in Uk

Crollano del 12,7% le esportazioni Made in Italy in Gran Bretagna nel primo trimestre successivo alla Brexit rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti diffusa in occasione del parere favorevole dell’europarlamento sull’accordo che stabilisce le regole delle future relazioni Ue-Regno Unito, sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nel mese di marzo 2021.

I prodotti italiani più esportati in Gran Bretagna – sottolinea la Coldiretti – sono nell’ordine gli alimentari, i mezzi di trasporto, l’abbigliamento, i macchinari ed apparecchi e metalli che pagano un conto salato alla Brexit ma a diminuire sono anche le importazioni in Italia da Oltremanica che si riducono addirittura del 23,3% e riguardano soprattutto mezzi di trasporto, prodotti chimici e macchinari ed apparecchi.

Le criticità maggiori, per tutti i settori che esportano verso il Regno Unito, sono riscontrabili – sottolinea la Coldiretti – a livello di procedure doganali e sono legate all’aumento dei costi di trasporto dovuti a ritardi e maggiori controlli. A pesare sono stati gli ostacoli burocratici ed amministratici che frenano gli scambi commerciali anche se – conclude la Coldiretti – va segnalata una positiva inversione di tendenza nel mese di marzo con un aumento del 14,4% delle esportazioni (e del 30,7% delle importazioni) che tuttavia non riesce a colmare le perdite dei due mesi precedenti.

Spariti nel 2020 in maniera irreversibile il 10% dei posti letto nelle strutture ricettive religiose

“Il settore delle strutture ricettive religiose in Italia non poteva non subire l’onda disastrosa della pandemia”. Lo dichiara l’associazione Ospitalità religiosa italiana (Ori), pubblicando i dati del Rapporto 2021: in un anno sono spariti in “maniera irreversibile” 22mila posti letto, ovvero il 10% di quelli finora destinati all’ospitalità spirituale o turistica, per studenti, lavoratori, gruppi e famiglie.

L’assenza di ospiti e i pesanti costi fissi hanno costretto congregazioni, diocesi e associazioni a chiudere i battenti di centinaia di strutture per destinarle ad altri usi, se non addirittura a liberarsene. Il calo più marcato si registra al Centro-sud, con esclusione di Roma dove si confida che i pellegrini possano tornare al più presto. Il Lazio, infatti, rappresenta l’offerta più ampia con oltre 33mila posti-letto dei 210mila disponibili su tutto il territorio nazionale. Seguono distanziati Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, ma la regione con la maggiore “densità” di posti-letto è la Valle d’Aosta. “Per chi è rimasto aperto, questo anno di sostanziale pausa è servito per adeguarsi – ad esempio – all’accessibilità per le persone con disabilità motorie, in cui spicca il Friuli-Venezia Giulia con il 69% di strutture attrezzate”. In questo ambito gli sforzi maggiori premiano Umbria, Basilicata e Calabria, con un incremento del 13% rispetto alla rilevazione del 2019.

Tra i servizi più diffusi nelle strutture ricettive dell’ospitalità religiosa c’è il parcheggio auto (76%), il giardino (69%), la sala riunioni (68%), una cappella (60%), la sala TV (57%) e la chiesa (42%).

Piano Estate: lingue, musica, sport, digitale, arte, laboratori per le competenze. Pacchetto da 510 milioni per studentesse e studenti

Un Piano per l’estate da 510 milioni di euro per consentire a studentesse e studenti di recuperare socialità e rafforzare gli apprendimenti, usufruendo di laboratori per il potenziamento delle competenze (ad esempio Italiano, Matematica, Lingue), di attività educative incentrate su musica, arte, sport, digitale, percorsi sulla legalità e sulla sostenibilità, sulla tutela ambientale.

Lo ha messo a punto il Ministero dell’Istruzione, guidato dal Ministro Patrizio Bianchi, con l’obiettivo di utilizzare i mesi estivi per costruire un ponte verso il prossimo anno scolastico, attraverso un’offerta che rappresenta una risposta alle difficoltà emerse nel periodo della pandemia, ma che intende anche valorizzare le buone pratiche e le esperienze innovative nate proprio durante l’emergenza. Le attività saranno complementari e integrate con quelle organizzate dagli Enti locali. Le risorse saranno dedicate soprattutto alle aree più fragili del Paese, in particolare del Sud.

Le risorse disponibili, le modalità di utilizzo e gli obiettivi del Piano sono stati illustrati  alle scuole con una nota operativa che rappresenta il primo tassello di un’attività di accompagnamento che vedrà il Ministero al fianco dei dirigenti, dei docenti, degli Istituti scolastici, delle studentesse e degli studenti, delle famiglie nelle prossime settimane e per tutta la durata delle attività estive. Un sito con la raccolta delle informazioni, un help desk dedicato alle scuole, una campagna informativa e partecipativa, anche sui social, con l’hashtag #lascuoladestate, saranno i principali strumenti a disposizione.

“La scuola non si è mai fermata durante tutta la pandemia. È rimasta sempre in contatto con le nostre ragazze e i nostri ragazzi”, sottolinea il Ministro Patrizio Bianchi. “L’emergenza sanitaria ha inevitabilmente accentuato problematiche preesistenti, ha evidenziato le diseguaglianze e accresciuto le fragilità. Per questo abbiamo voluto un Piano di accompagnamento, un ponte tra quest’anno e il prossimo, un’occasione che consenta a bambini e ragazzi di rafforzare gli apprendimenti e recuperare la socialità”.

Prosegue il Ministro: “Utilizzeremo questo periodo estivo per costruire un nuovo inizio. Riporteremo la scuola al centro della comunità, creando spazi di potenziamento delle competenze e di recupero delle relazioni. Stiamo lavorando insieme ai territori, alle associazioni, promuovendo i Patti educativi di comunità. Stiamo attivando un percorso di trasformazione ed evoluzione del nostro sistema di Istruzione, per dare vita ad una scuola più accogliente, inclusiva, basata su apprendimenti personalizzati, parte integrante del tessuto sociale e territoriale. Una scuola ‘affettuosa’, che sappia stare al fianco dei nostri bambini e ragazzi, che, partendo dai più fragili, sia punto di riferimento per tutta la comunità e le famiglie”.

Il Piano

Le attività del Piano si articoleranno in tre fasi:

  • Fase I, potenziamento degli apprendimenti (a giugno): sarà dedicata al rinforzo e al potenziamento degli apprendimenti attraverso attività laboratoriali, scuola all’aperto, studio di gruppo, da effettuare anche sul territorio, con collaborazioni esterne o con il terzo settore.
  • Fase II, recupero della socialità (luglio e agosto): proseguiranno le attività di potenziamento degli apprendimenti che saranno affiancate più intensamente da attività di aggregazione e socializzazione in modalità Campus (con attività legate a Computing, Arte, Musica, vita Pubblica, Sport). Ci saranno moduli e laboratori di educazione motoria e gioco didattico, canto, musica, arte, scrittura creativa, educazione alla cittadinanza, debate, educazione alla sostenibilità, educazione all’imprenditorialità, potenziamento della lingua italiana e della scrittura, potenziamento delle competenze scientifiche e digitali (coding, media education, robotica). Le attività potranno svolgersi in spazi aperti delle scuole e del territorio, teatri, cinema, musei, biblioteche, parchi e centri sportivi, con il coinvolgimento del terzo settore, di educatori ed esperti esterni;
  • Fase III, Accoglienza (settembre, fino all’avvio delle lezioni): connessa con le precedenti, sarà di vero e proprio avvio del prossimo anno scolastico. Proseguiranno le attività di potenziamento delle competenze e di accompagnamento di studentesse e studenti al nuovo inizio.

Le scuole programmeranno le attività all’interno degli organi collegiali e informeranno le famiglie. La partecipazione da parte di studentesse e studenti sarà su base volontaria. Le attività si svolgeranno nel rispetto delle misure di sicurezza anti-Covid.

Le risorse
Il pacchetto di risorse disponibili per le scuole ammonta a 510 milioni: 150 milioni provengono dal decreto sostegni, altri 320 milioni dal PON per la scuola (risorse europee), 40 milioni dai finanziamenti per il contrasto delle povertà educative.

I 150 milioni del dl sostegni saranno distribuiti attraverso un decreto del Ministero, sulla base del numero di alunni, per una media di circa 18mila euro per scuola.

Sarà poi disponibile sul sito www.istruzione.it/pianoestate un bando PON (risorse europee) dedicato da 320 milioni, utilizzabili soprattutto nelle aree con maggiori disuguaglianze economiche e sociali. Le scuole potranno fare domanda fino al 21 maggio prossimo. I fondi, di cui circa il 70% è destinato alle regioni del Sud, potranno essere spesi sino al termine dell’anno scolastico 2021/2022, nella logica di un piano di trasformazione che partirà dall’estate e proseguirà durante il prossimo anno scolastico. Le risorse PON saranno disponibili anche per le scuole paritarie (che svolgono il servizio con modalità non commerciali) e per i CPIA (Centri per l’istruzione degli adulti).

Altri 40 milioni deriveranno dal fondo per l’ampliamento dell’offerta formativa e il contrasto della povertà educativa. Questi fondi saranno assegnati alle Istituzioni scolastiche in funzione delle tipologie di progetti da attivare, sarà possibile collaborare con il terzo settore e realizzare patti educativi di comunità.

Misure di accompagnamento
All’interno della piattaforma Help Desk Amministrativo Contabile sarà realizzata una sezione per fornire assistenza nella programmazione, gestione e rendicontazione delle attività estive: un servizio gratuito (al numero 800 903 080) dedicato ai dirigenti scolastici, ai direttori dei servizi generali ed amministrativi e agli assistenti amministrativi. Il Ministero metterà poi a disposizione delle scuole uno strumento per rendere trasparente il crowdfunding attraverso la piattaforma IDEArium, che supporterà gli istituti nell’eventuale ulteriore ricerca di risorse da parte di sostenitori privati, aziende ed altri enti collettivi per finanziare il “Piano Estate”. In collaborazione con l’Indire, sarà avviato un progetto di accompagnamento, anche nella progettazione e nel reperimento delle risorse, a favore di quelle scuole che presentano più elevati tassi di dispersione e maggiori difficoltà di contesto. Sempre Indire metterà a disposizione una biblioteca digitale con esperienze di metodologie didattiche innovative. Sul sito del Ministero è prevista una sezione dedicata al Piano Estate (www.istruzione.it/pianoestate), dove trovare tutte le iniziative di finanziamento messe a disposizione delle Istituzioni scolastiche e le informazioni utili per studenti e famiglie. Sarà possibile essere aggiornati sulle attività del Piano seguendo l’hashtag #lascuoladestate: sarà parte di una campagna dedicata sui social del Ministero che avrà lo scopo di dare informazioni di servizio, ma anche di dare visibilità alle attività delle scuole.