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Dall’Europa finalmente un trittico di cambiamento.

Può senz’altro essere ambiguo e triste, ma chi più e chi meno, siamo fatti tutti così: i grandi cambiamenti, quelli che esigono forzature sulle nostre abitudini, egoismi, timori, mancanza di coraggio, come d’incanto avvengono sempre in presenza di grandi eventi vissuti da tutti come pericolo per il futuro.

Anzi la paura degli accadimenti, più destabilizza ogni certezza, più le mete del cambiamento sono assicurate. Dunque, aldilà di una sparuta minoranza che con costanza coerenza ed abnegazione sostiene una volontà di obiettivi importanti per una comunità, solo la drammaticità degli eventi riesce come in una magia a sciogliere tutti i nodi aggrovigliati della selva intricatissime di barriere che fino a quel momento si sono frappostisi. Questo ho pensato in queste ore, di fronte di un grande cambiamento di prospettive europee, avvenuto tutto in una settimana. Rimettiamo in ordine gli elementi straordinari dell’accaduto!

Dopo le gaffes della La Garde, che alla domanda di giornalisti che gli chiedevano se fosse intenzione della Bce di intervenire a sostegno dell’Italia per l’aumento dello spread, ha risposto perentoriamente che non rientrano nei compiti della Banca Centrale Europea intervenire. Eppure la stessa Christine La Garde, appena pochi giorni dopo, come colpita sulla strada di Damasco annunciava la messa a disposizione di ben 750 miliardi di euro per proteggere i paesi dell’Unione debitori, dalle speculazioni della finanza sul rialzo nelle aste degli acquisti di Bond.

Passato qualche giorno, clamorosamente, la Cancelliera Angela Merkel risponde positivamente al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sul progetto di emissione eventuale di ‘euro Bond’ che ne la Germania, ne altri paesi del nord Europa hanno mai voluto accettare, come accaduto con la proposta di Giulio Tremonti nel corso dell’inizio della crisi di 10 anni fa.

Ancora in questi giorni la Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, annuncia che viene sospeso il patto di stabilità, così anche l’Italia potrà provvedere a spendere ciò che serve per far fronte alle varie necessità straordinarie riguardo alla sanità pubblica e riguardo alla spesa per sostenere lavoratori e sistema produttivo.
Beh, di fronte ad un trittico di questa portata, non possiamo che tirare un respiro di sollievo. Tra tante sofferenze almeno si potrà far fonte ad ogni necessità. Credo che però queste decisioni potranno portarci dopo la crisi ancora molto oltre il cammino sinora fatto riguardo l’Europa. Infatti una ‘compromissione così intensa’ di tutti gli Stati membri su scelte finanziarie così rilevanti, presuppone che tutte le strategie economiche avranno bisogno di poteri che vanno oltre il coordinamento. Infatti, avere tutti in salvo nella barca, dovrà presupporre che tutti dovranno remare all’unisono. Significa il controllo stretto sulle entrate ed uscite di tutti i paesi UE, dovranno essere sotto controllo, gestito pressoché federalmente, compreso naturalmente un solo fisco.

Credo che i calcoli dei leader europei tradizionalmente più scettici su queste misure, risiedono sulla convinzione che nel mondo in cui viviamo, fatto di pandemie e giochi ormai chiari anche ai ciechi di altre potenze straniere che tramano contro l’evoluzione della Unione Europea, che gli egoismi possono avere un costo infinitamente pesante senza una vera dimensione Statale Continentale, di garanzia per ciascun popolo europeo. Devo dire che da europeista quale sono sempre stato, nutro molta più fiducia per il futuro. Nel contempo, spero anche che coloro che esercitano costantemente, nei fatti, una pressione contro tutto ciò che è Europa cambino strategia presto. Tanto si è capita l’antifona che muove taluni disposti a tutto pur di guadagnare consenso; e mi fermò qui.

Coronavirus: New York conta da sola il 5 per cento dei casi mondiali

Il numero dei casi confermati di contagio da coronavirus nello Stato di New York ha segnato un drastico aumento tanto che lo Stato conta ora circa il 5 per cento dei contagi mondiali.

Circa il 13 per cento dei pazienti risultati positivi al coronavirus a New York sono attualmente ricoverati negli ospedali. Cuomo ha puntato l’indice contro l’atteggiamento “insensibile” e “arrogante” dei residenti della città di New York, che a suo dire continuano a riunirsi come nulla fosse presso parchi e spazi pubblici.

Il governatore ha dato tempo 24 ore alla città per presentare un piano teso a ridurre l’affollamento degli spazi pubblici. “Non capisco cosa la gente non capisca di quanto sto dicendo”, ha detto Cuomo, che ha suggerito la chiusura di strade e spazi pubblici.

A Venezia l’acqua dei canali torna limpida

Torna limpida l’acqua a Venezia. Il motivo: il blocco del traffico e di parte delle attività industriali (coi relativi scarichi) per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.

Mai, nei mesi precedenti al blocco, l’acqua dei canali di Venezia era stata così pulita.

ul fondale si vedono i pesci e cigni e anatre nuotano indisturbati. Le foto delle acque cristalline della città lagunare, molto amata in tutto il mondo, sono state pubblicate da molti siti e giornali stranieri.

Un qualcosa di simile era accaduto in Cina sopra i cieli di Wuhan e delle altre grandi città cinesi fermate da Covid-19. I satelliti della Nasa avevano rilevato, attraverso alcuni scatti fotografici, come alcune sostanze inquinanti erano quasi del tutto sparite dai cieli cinesi.

Sui siti internet parte la caccia al pulsiossimetro

Il pulsiossimetro (pulsossimetro o ossimetro o saturimetro) è un’apparecchiatura medica che permette di misurare la quantità di emoglobina legata nel sangue in maniera non invasiva. Si basa sulla tecnologia sviluppata da Takuo Aoyagi nel 1974 per l’azienda giapponese Nihon Kohden. Non consente di stabilire quale sia il gas a cui è legata l’emoglobina, ma solo la percentuale di emoglobina legata. Di norma l’emoglobina lega l’ossigeno, per cui si può ottenere una stima della quantità di ossigeno presente nel sangue.

Ora in tempi di Coronavirus tutti vogliono avere in casa questo dispositivo.

Quindi sulle piattaforme online è caccia al pulsossimetro.

 

Il Tg2 della Lega

Se non vi indignate voi, vuol dire che siamo alla frutta!
E  vuol dire che l’obiettività dell’informazione pubblica e il suo equilibrio disinteressato, sono una opzione lasciata alla discrezione dei direttori dei Telegiornali RAI.

L’ alibi dell’emergenza non regge : ma è mai possibile che il direttore del Tg2 si presenti la mattina sul secondo canale RAI come conduttore – togliendo peraltro spazio ai suoi giornalisti e ad un programma – con una precisa scelta dei governatori leghisti ‘nordici’ da intervistare?
E questo non tanto e non solo perché – ahimé – le loro Regioni meritano indubbie attenzioni, ma per quanto essi stanno facendo nella loro permessa – anche se non giustificata – autonomia costituzionale , anticipando se non disattendendo il Parlamento italiano.

Sangiuliano è stato voluto e messo al Tg2 dalla Lega. Punto. Ha presenziato alle sue feste, ha incontrato e fatto intervistare Salvini a più non posso , e ha fatto propaganda spudorata  nel proprio Tg a questo partito. Questo deve essere chiaro.  E fin qui, si dirà,  poco male : la lottizzazione è antica e non scandalizza più nessuno !

Ma che questo signore si permetta il lusso proprio  in questi giorni – e mettendo a tacere la sua Redazione e l’Usigrai – di far precedere il suo ‘personale’ Tg dal  “Va pensiero” verdiano e non dall’ ” Inno di Mameli ” , quando anche i sassi ricordano che il “Va pensiero”  era l’inno scelto da Bossi per la “sua” autonomia padana,  beh…questo malcelato buon gusto musicale, meriterebbe qualche attenzione.

Soprattutto perché venduto sottobanco, e  fatto nel  momento in cui la RAI sta dimostrando tutta la sua lodevole forza e la sua ottima potenzialità nell’informazione  obiettiva nazionale sul tragico evento.

E perché disinvoltamente praticato  nei giorni in cui le appartenenze ideologiche e i “ringraziamenti”,  andrebbero messi da parte, lasciando spazio agli autentici sentimenti di solidarietà nazionali.

Intervista postuma a Cino Tortorella

Si può ben dire che Tortorella è uno dei padri della televisione pubblica italiana: già in scena nel 1957 come Mago Zurlì e poi dal 1959 ininterrottamente per 50 anni, come ideatore e presentatore dello Zecchino d’oro, successivamente autore e regista di ‘Chissà chi lo sa?’, ‘Scacco al Re’, ‘Dirodorlando’, ‘Nuovi incontri con gli autori’. Da dove nacque e come si è rafforzata negli anni questa vocazione all’intrattenimento televisivo dei bambini e dei giovani, quella che un tempo si chiamava ‘la TV dei ragazzi’?

Visto come sono andate poi le cose, se qualcuno mi chiamasse adesso ‘padre della televisione pubblica’, io chiederei di corsa un disconoscimento di paternità. Non mi sento per niente padre di questa televisione,  non mi ci riconosco pur essendo la Tv di oggi figlia di quella definita ‘degli anni d’oro’. Io sono capitato per caso a fare programmi per i ragazzi, desideravo tutt’altro: avevo lasciato l’università per fare teatro con Strehler, volevo seguire le sue orme, fare il regista teatrale come lui.

Conoscere Strehler ha cambiato la mia vita.  Avevo scritto – comunque – tra i vari spettacoli teatrali uno che era indirizzato ai ragazzi e si intitolava “Zurlì mago del giovedì” e – nella versione teatrale -“Zurlì, mago lipperlì”. Di quello spettacolo io ero autore e regista, il mago era invece Giancarlo Dettori. Vide lo spettacolo Umberto Eco al quale era piaciuto molto e mi chiese di farne una ‘riduzione’ per la televisione, che era nata due o tre anni prima. Di questo eravamo tutti contenti tranne Dettori che non aveva tempo, aveva altri impegni, non poteva farlo e allora  – dopo aver cercato altri interpreti- dato che il tempo per decidere era poco, mi ero proposto io stesso per interpretare Mago Zurlì, anche perché si erano programmate solo quattro trasmissioni, perciò avevo detto ‘lo faccio io’. Poi queste trasmissioni sono diventate centinaia. Io non sapevo niente dei ragazzi, non ero un educatore, non ero un maestro: a un certo punto quello che mi sono proposto subito è stato di fare delle trasmissioni che divertissero i ragazzi, li coinvolgessero e soprattutto non li offendessero. I miei principi sono stati questi: coinvolgerli, interessarli, divertirli, non offenderli.

Erano anni in cui questo garbo, questi sentimenti venivano apprezzati, corrispondevano anche ad un ‘sentire sociale’….

E’ quello che dovrebbe esserci tuttora, a parte il fatto che oggi la TV dei ragazzi è solo un lontano ricordo. La Rai per prima, che dovrebbe occuparsi dei ragazzi, li ignora completamente: RAI Uno ha cancellato tutte le trasmissioni per i ragazzi, l’ultima è stata la festa della mamma. Non solo ha tolto le trasmissioni per i ragazzi ma anche quelle per le famiglie, c’è rimasto lo Zecchino d’oro ma non so ancora per quanto. Credo che se continuasse l’attuale direzione della Rai sarebbe certo messo fuori lo Zecchino d’oro.

In quegli anni di fervore e di voglia di fare e di crescere Lei ebbe modo di incontrare personaggi come Giorgio Strehler, Nino Castelnuovo, Gianni Magni, Giovanni Coccorese, Umberto Eco. Ci racconta come prese le sembianze del ‘Mago Zurlì’, il personaggio più mitico per la TV dei piccoli di quell’epoca? 

Quella trasmissione ebbe subito un successo incredibile, straordinario. Già alla prima puntata c’era un quiz e arrivarono centomila risposte dai telespettatori, e subito la RAI mi chiese di andare avanti: io, che non ero preparato a questo, vivevo alla fin fine, per mesi, praticamente in Studio.

Avevo però dei collaboratori straordinari: vorrei citare, oltre ai nomi che ha detto, Giancarlo Cobelli e Angelo Corti, che impersonavano rispettivamente Pippotto e Pippetto. Cobelli è diventato poi un ottimo regista teatrale mentre Angelo è stato un grande mimo oltre che aiuto regista di spettacoli importantissimi. Erano tutti miei compagni di Accademia di arte drammatica al Piccolo Teatro. Dalle previste quattro puntate se ne fecero poi decine e centinaia.

Questo mi costrinse, in un certo senso, a dimenticare le mie originarie aspirazioni, poi però scrivevo i testi e facevo regia. Sono riuscito qualche anno dopo – dirigendo il teatro dell’arte a Milano – a fare spettacoli credo interessanti, uno dei quali vinse un premio internazionale a Berlino: era una commedia scritta con Sandro Tuminelli e si intitolava “Op, op, op là”, era nata come trasmissione televisiva ‘Canzoni per alfa centauri’.        

Ricordiamo insieme il Suo ‘Zecchino d’oro’ che Le è valso il titolo di presentatore entrato nel guinness dei primati: lo spettacolo condotto più a lungo al mondo. Alcune canzoni hanno fatto la storia della TV: ‘44 gatti’, ‘Dagli una spinta’,‘Fammi crescere i denti davanti’, ‘Popoff’, ‘Il pulcino ballerino’,’Il caffè della peppina’, ‘Il valzer del moscerino’….Ci furono autori d’eccezione come Gorni Kramer, Tony Renis, Mogol, Fred Bongusto, Paolo Poli, Giorgio Calabrese, Memo Remigi, Tata Giacobetti, Augusto Martelli, Raffaele Pisu, Paola Pitagora ecc. Insomma un successo irripetibile e unico arricchito poi dalla collaborazione dell’Antoniano di Bologna e dalla direzione del coro di Mariele Ventre. Questa è leggenda della TV e ricordo di un’epoca: ce ne parla? 

Sono nel guinness dei primati per lo spettacolo condotto più a lungo dallo stesso presentatore. L’anno scorso l’Unesco ha dichiarato Lo zecchino d’oro ‘patrimonio mondiale per una cultura di pace’. L’apporto dato da Mariele fu veramente importante, con lei lanciai 25 anni fa l’iniziativa del ’fiore della solidarietà, visto il successo dello Zecchino d’oro, trasmesso prima in eurovisione e poi in mondovisione.

Data la diffusione e la notorietà della trasmissione mi ero chiesto: perché non si può fare qualcosa per i bambini che in ogni parte del mondo soffrono per la violenza, per fame, per l’abbandono? Da allora ogni anno- attraverso lo Zecchino d’oro – noi facciamo una raccolta di fondi. Abbiamo cominciato in Bangladesh dove abbiamo costruito tre scuole, poi in Bolivia, in Congo, in Brasile e nell’Italia stessa, in occasione del terremoto dell’Umbria. Siamo stati i primi nella storia della TV a fare una raccolta di fondi mirata ad aiutare i bambini. Quest’anno è il 50° anniversario dello Zecchino d’oro e stiamo lavorando ad un musical: il testo è stato scritto da Maurizio Costanzo, Enrico Vaime e mio figlio Davide, con regia del grande Brachetti, la parte musicale verrà invece curata da Elio delle ‘Storie tese’. Dovrebbe andare in scena in concomitanza con la ricorrenza della data di avvio della trasmissione: era il settembre del 1959.

Questa notizia non è ancora uscita, la passo adesso a Lei e ai lettori de IL TICINO, in anteprima. 

Negli anni ’70 ci fu il passaggio alle reti private (Telealtomilanese- Antenna3 e poi la Fininvest: sono di quel periodo ‘Il pomofiore’, ‘La bustarella, ‘Strano ma vero’, ‘Telebigino’, ‘Bim, bum, bam’ e ‘Bravo bravissimo’, con programmi destinati ai ragazzi e altri al pubblico adulto, l’impegno dedicato alla scuola di formazione per tecnici delle televisioni private. Una carriera lunga, prestigiosa e tuttora in atto che lega però il Suo nome soprattutto al personaggio del Suo esordio televisivo, quel ’Mago Zurlì’ che è ormai una leggenda persino del linguaggio e dell’immaginario collettivo. C’è una ragione di questo?

Inizialmente mi dava un po’ fastidio il fatto che – anche se facevo altre cose importanti – io ero solo ’il mago Zurlì’. Poi a un certo punto ho accettato questo ruolo, ancora oggi mi ci ritrovo: pochi minuti fa ero in un negozio e sono venute lì da me le cassiere e mi dicevano ‘ma lei è il mago Zurlì!’. Il fatto significativo è che – trattandosi di persone giovani – non mi hanno mai visto in quei panni in televisione: nello Zecchino d’oro sì, come conduttore in altre trasmissioni pure ma certamente non da ”Mago” perché avevo smesso quel ruolo circa 35 anni fa. Per tutti io non sono Cino Tortorella, sono Mago Zurlì, le mamme mi indicano così ai bambini, mia moglie stessa mi vedeva in Tv e diceva : “io da grande voglio sposare Mago Zurlì”. Quando mi aveva incontrato la prima volta mi aveva chiamato ‘Mago Zurlì’ e io le avevo risposto: ‘sono Cino Tortorella e faccio il regista’. E lei c’era pure rimasta male….

La Sua garbata presenza  ha accompagnato la crescita di intere generazioni di piccoli telespettatori: erano anni in cui la televisione era intrattenimento e spettacolo ma anche mezzo di vera e propria formazione culturale per le famiglie italiane. Che cosa sostanzialmente è cambiato rispetto ad allora nella proposta dei palinsesti e anche nel target degli utenti? Si può dire che la TV è stata lo specchio più fedele dei cambiamenti della società italiana, dei gusti, delle tendenze, dei comportamenti e degli interessi?

Negli anni è venuto a mancare troppo spesso il rispetto verso il pubblico che guarda la televisione. Ci sono delle leggi al riguardo che nessuno fa rispettare, a cominciare dalla famosa ‘fascia protetta’: ma protetta da chi? Ci sono pochissimi che fanno attenzione a questo bisogno: quando Marconi inaugurò la prima stazione radiofonica nel 1926 disse a quelli che avrebbero dovuto condurre le trasmissioni: “guardate, fate attenzione a quello che dite perché in qualunque momento, quando voi parlate, all’ascolto potrebbe esserci un bambino”. Questo monito è continuamente ignorato dalla TV e si fa un male incredibile a questi bambini, con trasmissioni diseducative dove vengono trattati da piccoli divi. Penso ad esempio alla trasmissione ‘Ti lascio una canzone’. Io continuo a ripeterlo ma nessuno mi ascolta. Si dice: ‘devono essere i genitori a fare attenzione a ciò che vedono i propri figli’ ….’cambiare canale’. Ma non tutti i genitori hanno la possibilità culturale di capire che un certo programma può far male: penso all’acqua che ci arriva dal rubinetto. ‘Non sono io che devo andare a farla controllare, sei tu che me la devi mandare non avvelenata’. Così la TV: arrivano in casa mia certi programmi – da qualunque canale – che sono assolutamente inaccettabili. Nonostante psicologi, educatori e associazioni denuncino tutto ciò, nessuno si muove.

Prevale oggi una TV generalista e lo schermo diventa strumento di fruizione individuale di programmi calibrati agli interessi del singolo utente: uno si noleggia un film oppure accede alla ‘pay-tv’ e poi c’è ‘facebook’ e internet che apre le porte al mondo, in modo a volte indiscriminato. Ha ancora senso parlare di TV dei ragazzi? Che cosa si può fare per evitare che il cattivo gusto diventi occasione di pessima educazione collettiva?

Si dovrebbe poter fare qualche cosa ma le varie associazioni nate a tutela dei minori non sono ascoltate. Io penso però che soprattutto la RAI dovrebbe poter dire ai genitori: ‘un paio d’ore al giorno ve le programmo, per i vostri figli, con trasmissioni nate per loro, mirate’. E penso ai bambini ma soprattutto agli adolescenti. Con il pubblico di ‘Chissà chi lo sa?’, del ’Dirodorlando’, di’Scacco al re’ si instaurava un rapporto straordinario, le trasmissioni nascevano in un certo modo e si cambiavano di settimana in settimana perché c’era un forte coinvolgimento emotivo dei ragazzi, partecipavano. Questa è la cosa importantissima che è stata dimenticata: oggi i ragazzi seguono le trasmissioni come mangiano il chewing-gum, qualcuno ha infatti detto che la TV è il chewing-gum degli occhi.

Scopriamo un aspetto forse meno noto di Cino Tortorella, ma altrettanto interessante e significativo: quello del raffinato gastronomo che ha diretto ‘Sapori d’Italia’ e collabora con ‘Grand gourmet’. E’ solo passione personale o anche questo fa parte dell’attenzione e della cura degli aspetti piacevoli, positivi e gratificanti della vita?

Questa mia attenzione e passione per il cibo è nata dalla frequentazione con Aldo Fabrizi – un gastronomo raffinato – che mi aveva detto: “ricordati, o noi attori impariamo a magnà o morimo”.

Da allora, per passione,  ho cominciato a dedicare più attenzione al cibo, anche rispetto ai temi legati all’infanzia e all’adolescenza.

Infatti, Cino Tortorella non è noto solo come il presentatore della TV dei ragazzi o l’autore di libri di fiabe, collaboratore di settimanali come Topolino, Corriere dei piccoli, Il giornalino, ma anche come persona ispirata con coerente continuità alla tutela dei minori e dei loro diritti. Ci parla dei Suoi recenti impegni in questo campo, come ‘ambasciatore delle famiglie numerose’, come propugnatore della figura del ’Garante per l’infanzia’, come ‘estensore del contratto con i ragazzi italiani’ a difesa dei diritti civili spesso dimenticati dalla politica?

Oggi mi sono posto tre obiettivi, rispetto al mio impegno per i bambini e i ragazzi: uno riguarda la denatalità, problema serio e grave in Italia e in Europa, il mio interesse è nato con il Progetto ‘l’anno della cicogna’ (siamo i primi forse nel mondo per denatalità, prepariamo il futuro di una nazione di vecchi), l’altro si riferisce alla piaga della pedofilia, sono in contatto con Barbareschi per fare qualcosa insieme, e il terzo concerne il problema dell’obesità infantile. 

Ho appena fatto un master all’Università di Lecce su quest’ultimo problema che si è concluso con alcune ‘raccomandazioni’ che porteremo all’attenzione del Ministro Gelmini.

In Italia il problema è enorme, di una gravità incredibile: siamo i primi in Europa per l’obesità infantile, il 35% dei bambini italiani sono sovrappeso o obesi, in particolare al Sud. 

In Francia da anni nelle scuole c’è una materia che si insegna: ‘avviamento al buon gusto’.

Io parlo sempre delle tre A: amore e attenzione in famiglia, alimentazione corretta e attività fisica.

Sto pensando e realizzando un docu-film centrato sui rischi cui vanno incontro i figli di oggi con stili di vita sbagliati e dimostrando come questo sia un processo che si può correggere, con ottimi e tangibili risultati finali: i bambini obesi con regole adeguate, corretta alimentazione e attività fisica ritornano normali. Ne ho parlato con il nutrizionista Giorgio Calabresi.

Sarebbe interessante collaborare con la scuola su questo: negli USA si spende più per l’obesità infantile che per l’istruzione e noi italiani stiamo andando a ruota. 

Un’ultima domanda che Le rimette addosso i panni del Suo esordio televisivo. Se ‘Mago Zurlì’ potesse davvero usare oggi la bacchetta magica, quale magìa farebbe

Ne avrei di magie da immaginare! Se ne devo dire una sola è questa: farei sparire ‘internet’.

Sto parlando di qualcosa che non conosco a fondo ma che mi spaventa. Quando vedo mia figlia, la minore dei miei quattro figli, che ha17 anni, davanti ad internet mi viene un brivido. Sto parlando di una ragazza deliziosa, meravigliosa, mi auguro tanto che sappia difendersi da sola ma non posso non pensare a tutti gli altri ragazzi che hanno a che fare con quel mondo lì, quel mondo misterioso. Non so quanti saranno d’accordo con me o quanti mi tratteranno da ’reazionario’ però io la penso così e ho il coraggio di dirlo.

 

Coronavirus, il +97% di spesa a domicilio taglia le uscite

Per ridurre le uscite sono  praticamente raddoppiate con un aumento del 97% le consegne a domicilio e ora arriva a casa anche la spesa del contadino per evitare le lunghe e pericolose file davanti a negozi e supermercati, garantendosi cibi di qualità a chilometri zero. Lo rende noto la Coldiretti in riferimento alle limitazioni adottate in molte regioni per la spesa in negozi, supermercati, discount alimentari per fermare  il contagio da Coronavirus.

Gli inviti a stare in casa da parte dell’autorità sanitarie e del Governo sono stati raccolti parzialmente dalla popolazione con ben il 43% degli italiani che secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ ha tagliato le uscite anche per andare a fare la spesa, che rimane peraltro tra i comportamenti consentiti. La conseguenza è che la grande maggioranza degli italiani (61%) in questo periodo – precisa la Coldiretti – si reca in mercati, supermercati e discount non più di 1 volta alla settimana.

“Per venire incontro a queste nuove esigenze dalla Val d’Aosta alla Sicilia gli agricoltori dei mercati, degli agriturismi e delle fattorie di Campagna Amica hanno attivato servizi di consegna a domicilio, per far arrivare sulle tavole degli italiani le eccellenze del territori a chilometri zero” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

L’obiettivo è garantire, soprattutto alle fasce più deboli della popolazione a partire dagli anziani e dai malati, la spesa alimentare settimanale direttamente dai contadini con prodotti freschi e di qualità nell’ambito della campagna #MangiaItaliano a difesa del Made in Italy, del territorio, dell’economia e del lavoro. Le iniziative messe in campo in questo periodo nelle diverse regioni d’Italia sono visibili sul sito www.campagnamica.it.

A Roma dal mercato al Circo Massimo è attivo il servizio a domicilio con il “Pacco salva dispensa” con la consegna della spesa contadina a casa chiamando i due numeri di telefono (3357465885 – 3386977928) da mercoledì a giovedì dalle 10 alle 14 con consegna da venerdì pomeriggio a sabato sera e da domenica a lunedì dalle 10 alle 14 con consegna martedì e mercoledì. Due le opzioni a disposizione – sottolinea Coldiretti – la prima è un pacco standard da 30 euro con passata pomodoro, uova, latte fresco, pollo, pane, frutta e verdura, farina, legumi, pasta, formaggio primo sale e carne di bovino. La seconda è un pacco di frutta e verdura da 15 euro con arance, mele, kiwi, carciofi, bieta, cavoli, carote e in omaggio un mazzetto di odori.

Vengono a casa anche i contadini del mercato di Porta Romana a Milano, con pacchi da 30 e da 40 euro con scorte alimentari che vanno dall’ortofrutta al pane passando per i latticini, la pasta, le uova e tante altre eccellenze lombarde. Spesa contadina a domicilio anche a Napoli, dove ci si è attrezzati anche con punti di raccolta dove i cittadini potranno ritirare il pacco ordinato al telefono. In Valle d’Aosta arriveranno a domicilio dalla carne al vino, dai salumi ai formaggi tipici come Fontina e ancora marmellate, conserve, miele, yogurt e latte. La pandemia da Coronavirus ha cambiato in parte il modo di fare la spesa con quasi 1 italiano su 3 (30%) – spiega Coldiretti – si aspetta che l’emergenza duri almeno fino a Pasqua mentre il 46% pensa che dovremo fare i conti con il virus almeno fino all’estate, un 7% fino al prossimo autunno e infine i più pessimisti (5%) pensano che durerà per tutto l’anno mentre non si pronuncia il 12% della popolazione.

Con le famiglie costrette a casa per difendersi dal virus – evidenzia la Coldiretti – il cibo e la cucina sono sempre di più al centro della vita domestica per questo gli agrichef, i cuochi  contadini di Terranostra hanno creato una serie di tutorial e corsi on line a disposizione di tutti sul sito www.campagnamica.it dove spiegano trucchi e segreti della pasta e dei dolci fatti in casa, dei tempi di lievitazione e delle modalità di conservazione e delle materie prime da utilizzare, dalla farina alle uova, dalle verdure ai formaggi, dalla carne alla frutta.

Restando davanti a fornelli e al tavolo da cucina si potrà quindi fare – conclude Coldiretti – un viaggio dell’Italia attraverso alcune fra le principali ricette regionali del Belpaese: i ravioli del Plin del Piemonte, gli gnocchetti di spinaci con raspadura della Lombardia, i Balanzoni per Emilia Romagna, la Tortina alle Marasche della Campania, gli gnocchetti Sardi, gli stringozzi del Reatino nel Lazio, il grano grattugiato con suino nero della Calabria, la crostata con marmellata di percoche della Puglia, quella di mostarda di Uva Fragola della Calabria, i cavatelli con burro e salvia della Campania, i maltagliati integrali dell’Umbria, i fagottini di Cavolo nero e salsiccia delle Marche, le tagliatelle al radicchio di Treviso per il Veneto, gli strascinati con i peperoni cruschi della Basilicata e la tuma al miele della Sicilia.

Coronavirus: Israele separa gli anziani dai giovani

Il ministro della Difesa israeliano, Naftali Bennett, leader del partito della destra religiosa Habayit Hayehud (La Casa ebraica) ha affermato che “la cosa più importante sull’epidemia, più del distanziamento sociale generale e più dei test a tappeto, è separare gli anziani dai giovani”. “La combinazione più letale si ha quando una nonna abbraccia suo nipote. Il corona è un virus unico, perché è molto più letale per gli anziani piuttosto che per i giovani. In molti paesi nessuna persona di giovane età è morta, la percentuale di decessi tra le persone di età tra i 20 e i 30 anni non è superiore allo 0,1 per cento del totale. Gli anziani tra i 70 e gli 80 anni, invece, hanno una possibilità su cinque o una su sette di morire. Nel prossimo periodo dobbiamo prenderci cura della nonna e del nonno da lontano, usando WhatsApp e Skype per comunicare, portando loro cibo ma lasciandolo sull’uscio di casa.

Non bisogna entrare in casa degli anziani, non bisogna abbracciarli”, ha spiegato Bennett. Secondo il leader israeliano, in ogni caso, tali misure dureranno solo pochi mesi. “Gradualmente, il resto della popolazione verrà contagiato, nella maggior parte dei casi senza nemmeno saperlo. Dopo quattro settimane saremo immuni. Quando il virus raggiungerà il 60-70 per cento della popolazione, questa sarà immune, l’epidemia sarà finita e i nonni potranno uscire”.

Coronavirus, oltre 7.900 candidature a “Medici per Covid”

Sono oltre 7.900 le candidature raccolte in 24 ore con ‘Medici per Covid’. L’operazione, lanciata venerdì 20 marzo dal ministro per gli Affari regionali e Autonomie Francesco Boccia durante una conferenza stampa nella sede del Dipartimento della Protezione Civile, è terminata alle 20 di sabato 21.

Prevedeva la possibilità di presentare la propria candidatura per entrare a far parte della task force di 300 medici che opereranno a supporto delle strutture sanitarie regionali impegnate nell’emergenza coronavirus.

Nelle 24 ore in cui è stato possibile compilare il form online dedicato all’iniziativa ‘Medici per la Protezione civile, “il Dipartimento – informa la stessa Pc- ha raccolto oltre 7.900 candidature che saranno valutate nelle prossime ore.

In necessariis unitas

Carissimi, bisogna che in questo momento ci adoperiamo a misurare le parole che intasano la pubblica comunicazione. È l’ora della sobrietà.

Se ci sforzassimo di compiere il nostro dovere, magari in silenzio, forse contribuiremmo a rendere più nitida la percezione dei gesti compiuti da tanti eroi del quotidiano, privi di megafono. 

Il mondo intero vive l’angoscia della pandemia, ogni giorno l’Italia conta più morti: non è tempo, per questo, di polemiche esplicite o mascherate. Anch’io staccherei dunque la spina e non risponderei più al disordinato Salvini: Conte stavolta ha ragione. 

Basta, basta, basta! 

Che senso ha questo prendere le distanze da ogni provvedimento del governo, senza un briciolo di prudenza e generosità? 

Nessuno nega il diritto di presidiare, specie pensando al domani, le ragioni della dialettica tra maggioranza e opposizione. In fondo la democrazia – lo sappiamo o lo dovremmo sapere – si presenta anzitutto come il sistema che riconosce e garantisce il dissenso, prima ancora del consenso. 

Mi permetto allora un’osservazione. La Chiesa ricorda che ad ogni circostanza si applica una regola: in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Oggi abbiamo di fronte le “cose necessarie”, quindi abbiamo bisogno di unità. E direi anche di amore.

Da qualche giorno, tra noi confratelli, ci confrontiamo sull’urgenza di un pensiero che rimetta al centro il problema della “permissione del male”, ovvero della giustizia di Dio.  I teologi, come è noto, assegnano a tale cogitazione il termine tecnico di teodicea.

Ecco, ho ripreso in mano un libro del mio teologo preferito. Mi riferisco a una delle ultime fatiche di Johann Baptist Metz, recentemente scomparso, la cui attenzione al mistero del male scuote alla radice la nostra fede. 

Ecco il richiamo della sua prosa essenziale: “Il cristianesimo, come «religione col viso rivolto al mondo», non può tralasciare facilmente la questione della minaccia che le tenebre della storia umana di sofferenza rappresentano per la sua speranza: proprio oggi tali tenebre pongono il cristianesimo dinanzi alla questione di Dio come questione della teodicea, con una drammaticità sinora sconosciuta”.

La fede ci conforta. È nostro compito mantenere viva la speranza non rinunciando pertanto a combattere, dice ancora il mio teologo, quella sorta di “amnesia culturale in cui svanisce la storia in quanto storia di passione”.

Non ci sono alternative a disposizione dei cristiani. In realtà sono loro a dover testimoniare, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, la superiore potenza del bene. Nonostante i lutti e le sofferenze, proviamo fiduciosi ad alzare la bandiera della speranza.

Non si deve togliere ai più poveri

In questi giorni di emergenza ed incertezza ne abbiamo sentito e ne sentiamo di tutti i colori. Soprattutto desta stupore la mancanza di responsabilità di tante persone che, dinnanzi a questa pandemia – forse neanche se ne rendono conto – continuano stupidamente ad ignorare le misure del Governo che, diciamocelo pure, ha avuto qualche incertezza nel da farsi nei primi giorni. 

Ma, grazie a Dio, pare che ci siamo. 

Se non fosse per misure che da alcune parti sono applicate e in altre no. Prendiamo la Campania. Il Governatore De Luca ha parlato di esercito. Non certo per sparare a vista sugli “indisciplinati”, però sappiamo bene che al Sud, ahimè, le risorse mancano, anche se ci sono menti brillanti e capaci, come i medici che hanno scoperto il valore del farmaco per l’artrite reumatoide in grado di fermare la polmonite causata dal Covid19. 

In molte zone i vigili urbani non bastano, polizia e carabinieri fanno ciò che possono e così la gente va e viene liberamente. Mi trovo obbligata in una frazione del comune di Sessa Aurunca per motivi di famiglia, normalmente vivo e lavoro a Roma. Qui bisogna uscire per forza a prendere il pane, specialmente per le persone anziane; il resto della spesa – date le restrizioni – la dobbiamo fare nei negozi locali che hanno aumentato notevolmente i prezzi spudoratamente. Di solito si andava nei supermercati più vicini. Ora non si può. Però quando esco a prendere il pane tutto sembra normale, perché le persone mettono la mascherina e si muovono in macchina o a piedi come gli pare. 

Non hanno capito. O non vogliono capire. Ecco perché è necessario l’esercito: è una presenza dello Stato e non deve essere vista o pensata come una minacciosa restrizione della libertà. A Sessa Aurunca abbiamo un ospedale, aperto dopo anni di lotta e proteste. Ha i suoi alti e bassi, ma garantisce un primo importante polo di accoglienza. C’è rianimazione, con quattro respiratori che da stasera sono rimasti due. Sì perché hanno deciso di trasferirne due a Maddaloni, dove grazie a Dio pare che non ci siano casi di infezione. Nessuno ne capisce il perché. È vero che in tempi bui e di necessità bisogna condividere, essere più “umani”. Ma perché non si è chiesto altrove? Perché non ci si è pensato prima? 

Adesso tutti si preoccupano del possibile collasso della Sanità in Italia, specialmente al Sud. Non aggiungo altro poiché non vivo qui ma conosco i disagi della mia famiglia e di mia madre quando è costretta, alcuni mesi all’anno, a pagare le analisi ed altri esami. Scusate ma ora mi sento in dovere di denunciare, di urlare quanto è vergognoso togliere ai più poveri!

 

La dura legge della morte e la scommessa cristiana

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma del direttore Andrea Monda 

Il ricco e il povero hanno vissuto la loro vita e alla fine, entrambi, «sono passati per la legge di noi tutti: morire». Commentando la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro giovedì 12 marzo il Papa ha usato proprio quell’espressione forte, sintetica, drammatica sulla morte: la legge di noi tutti. Viene in mente un’altra frase scarna e categorica, contenuta in un romanzo dello scrittore statunitense Cormac McCarthy: «Non c’è ordine nel mondo salvo quello imposto dalla morte».

La morte, non c’è che dire, si è ripresa la scena. In Italia, in Europa, in Occidente, era stata in effetti tagliata fuori, era diventata veramente o-scena, ridotta a essere l’ultimo tabù, un “argomento” delicatamente allontanato e infine rimosso anche dal linguaggio comune. Come per ripicca ora si è messa al centro del nostro panorama come un macigno, un meteorite, un oggetto ingombrante e nauseabondo. E adesso è diventato difficile parlare o peggio, parlarne. Si possono fare dei numeri, ma non dire parole. Si può ad esempio calcolare il numero dei contagiati e dei decessi, così, per rimanere in Italia, il bollettino del 20 marzo riportava il numero di 4.032 morti dall’inizio del contagio di coronavirus. Ma questo numero, 4.032, che tutti sanno essere “destinato a crescere”, dice qualcosa veramente? Sul nostro destino cosa aggiunge, quale parola, quale significato, noi ricaviamo da questi elenchi di cifre? I numeri sono insufficienti, così come le parole, forse servirebbe fermarsi su una sola di queste persone morte, sulla sua storia, servirebbero insomma i nomi, almeno, e i volti. 

In quella stessa omelia del 12 marzo il Papa ha osservato come del povero conosciamo il nome, Lazzaro, ma del ricco lo ignoriamo: «il Vangelo non ci dice come si chiamava questo signore. Non aveva nome. Aveva perso il nome. Soltanto aveva gli aggettivi della sua vita: ricco, potente, tanti aggettivi». Ma tanti aggettivi non fanno un nome. È un tema caro al Papa questo, ne ha parlato anche nell’udienza dedicata al personale del Dicastero per la comunicazione il 23 settembre scorso: «È necessario passare dalla cultura dell’aggettivo alla teologia del sostantivo», ha affermato, e ha spiegato come l’aggettivo non renda ragione della complessità di una esistenza umana, ma la riduce, ci aiuta semmai ad etichettare la realtà, incasellare il mondo e gli altri, e porta inevitabilmente alla logica dello scarto. 

La sfida allora è quella di salvare il sostantivo dalla morte, mantenere il nome, quello che non riesce a fare il ricco della parabola, perché è rimasto indifferente a Lazzaro, fratello povero che mendicava davanti alla porta della sua casa. Quell’indifferenza ha scavato un abisso tra i due e così anche la loro morte è stata una morte diversa, di una diversità “abissale”: Lazzaro è volato in cielo, nella vita piena e beata, il ricco è morto e basta. Perché il nostro nome lo salvano gli altri, sono gli altri che ci chiamano, che “fanno” il nostro nome e così ci danno vita. 

Se è vero da una parte che tutti siamo sottoposti alla legge degli uomini, cioè moriamo, è anche vero che ognuno muore in modo diverso. E la differenza la fanno appunto le relazioni, i legami che siamo stati capaci di tessere con gli altri. Per questo l’aspetto più tragico di questa pandemia risiede forse nel fatto che spezza le relazioni fisiche, che costringe il malato a morire in solitudine, isolato dagli altri, dai suoi cari. E invece è fondamentale saper “vivere la morte”, e mostrare agli altri come si muore e in questa sfida estrema è cruciale essere accompagnati. Non esiste niente di più serio. Nel 1951 Romano Guardini pubblicava un saggio, I novissimi, in cui afferma: «La morte di Cristo è l’espressione della serietà di un Dio che ama; la nostra morte, l’espressione della serietà dell’uomo amato da Dio». La morte come occasione per mostrare lo stile cristiano di vivere. È questo morire da cristiani l’ultimo dono dei seguaci di Cristo al mondo. In questo dono può infilarsi la luce di una speranza. 

La scommessa che il cristianesimo osa proporre all’uomo contemporaneo che ha rimosso dolore e morte è che quella “legge di noi tutti”, può conoscere delle eccezioni, delle trasgressioni. C’è una possibilità di andare oltre la mera sottomissione alla legge della morte e questo andare oltre la legge è l’amore. Il Nuovo Testamento sta lì a dircelo praticamente in ogni pagina. Se il nostro nome e il nostro volto saranno stati segni dell’amore che ha attraversato la nostra vita, allora la morte non è cancellata ma viene trasformata. L’amore è il dis-ordine del mondo, è quel bene imprevisto, incomprensibile e insensato che però avviene e porta con sé la buona notizia della speranza, quella per cui il figlio di un falegname duemila anni fa ha scelto di morire, donando la vita per gli altri, mostrando tutta la serietà dell’amore del Padre.

Vola il prezzo del grano

Il prezzo del grano ha fatto registrare alla Borsa merci di Chicago un balzo record del 7,4 per cento nella chiusura di settimana, il più grande incremento da maggio 2019, per le effetto dell’aumento nella domanda mondiale di pasta e pane a seguito dell’emergenza Coronavirus. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base delle quotazioni al mercato future del Chicago Board of Trade, punto di riferimento del commercio mondiale delle materie prime agricole. Gli effetti dell’emergenza – sottolinea la Coldiretti – si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi, come l’oro, fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con le difficoltà nei trasporti e la chiusura delle frontiere, ma anche per la corsa ai beni alimentari di base sugli scaffali di discount e supermercati.

L’aumento delle quotazioni del grano, che è il prodotto più rappresentativo dell’alimentazione nei Paesi occidentali, è – sottolinea la Coldiretti – solo la punta dell’iceberg dell’andamento in atto sul mercato di cibi e bevande a livello globale come dimostra il fatto che anche in Asia i prezzi del riso in Thailandia sono saliti al valore massimo dall’agosto 2013.. Una tendenza che è confermata anche in Italia dove si è registrato nell’ultima settimana un aumento del 65 per cento degli acquisti di pasta del 185 per cento degli acquisti di farina che sono quindi praticamente triplicati con il boom di pane, pasta e dolci fatti in casa per le famiglie italiane costrette a rimanere tra le mura domestiche, secondo una analisi della Coldiretti su dati Nielsen. In Italia Le quotazioni alla granaria di Milano – rileva la Coldiretti – sono in leggero aumento per il grano tenero per il pane, comunque inferiori allo scorso anno, mentre segnali positivi si registrano in alcuni mercati per quello duro per la pasta.

 

Dalla Diocesi e dal Comune di Milano il “fondo San Giuseppe” per chi perde il lavoro.

Un aiuto per sostenere coloro che perdono il lavoro, a causa del Coronavirus; un modo per non farli sentire soli in un momento di grande difficoltà. Sarà questa la missione del “Fondo San Giuseppe”, istituito dalla Diocesi di Milano in collaborazione con il Comune di Milano.

«Abbiamo deciso di creare un fondo speciale per esprimere la nostra prossimità e offrire un pronto soccorso a coloro che a causa della epidemia in atto non hanno alcuna forma di sostentamento – spiega l’Arcivescovo -. Lo chiameremo “Fondo san Giuseppe – per la prossimità nell’emergenza lavoro”, affidando il suo funzionamento alla rete dei distretti del Fondo Famiglia Lavoro attualmente in attività, riprendendo le modalità stabilite per la prima fase del Fondo. A questa decisione siamo giunti anche per l’incoraggiamento del Sindaco Giuseppe Sala che ha deciso di contribuire a questo fondo con risorse dell’Amministrazione comunale e di donatori che hanno versato i loro contributi allo scopo».

«Milano – dichiara il Sindaco Giuseppe Sala – ha il cuore grande e nelle difficoltà ha sempre saputo dimostrarlo con fervore. Oggi più che mai abbiamo bisogno di sostenerci gli uni con gli altri, moralmente e anche economicamente. La grave crisi che il Coronavirus sta generando mette in serie difficoltà tanti milanesi. È nostro dovere fare la nostra parte come amministratori: ce lo impone lo spirito ambrosiano. Per questo sosteniamo l’iniziativa della Diocesi di Milano di istituire il Fondo San Giuseppe. Aiutiamo chi è più fragile, non lasciamo indietro nessuno, siamo solidali».

Il Fondo parte con una dotazione iniziale di 2 milioni di euro e, grazie al contributo offerto dal Comune di Milano di 2 milioni di euro, metterà a disposizione inizialmente 4 milioni di euro. Il Fondo realizzerà i suoi obiettivi grazie ai tanti cittadini ed enti che non faranno mancare il loro sostegno aumentandone la disponibilità.

Le risorse saranno ridistribuite alle fasce più deboli allo scopo di disinnescare la crisi sociale che rischia di esplodere dentro l’emergenza sanitaria. Il Fondo San Giuseppe è dedicato ai disoccupati a causa della crisi Covid-19, ai dipendenti a tempo determinato cui non è stato rinnovato il contratto, ai lavoratori precari, ai lavoratori autonomi, alle collaboratrici familiari e altre categorie di lavoratori fragili. Possono beneficiarne coloro che hanno perso il posto di lavoro dal primo marzo 2020, residenti a Milano e nel territorio della Diocesi di Milano.

Il Fondo San Giuseppe viene affidato a Caritas Ambrosiana che lo gestirà grazie agli operatori e volontari dei distretti del Fondo Famiglia Lavoro.

Per accedere agli aiuti le domande dovranno essere presentate ai centri di ascolto parrocchiali e ai distretti del Fondo Famiglia Lavoro in cui è stato suddiviso il territorio della diocesi, a partire dal 25 marzo 2020.

Da Singapore arriva l’app anticontagio

Il governo di Singapore ha lanciato una nuova applicazione per tenere traccia dei contatti tra le persone e risalire a quali si sono incontrate nel momento in cui si risulta positivi al coronavirus

TraceTogether è un app che usa il Bluetooth per determinare quando uno smartphone è vicino ad un altro apparecchio sul quale sia stata installata l’applicazione. I due telefoni si scambiano ID anonimi, i dati vengono criptati e conservati esclusivamente sul vostro smartphone.

Se un utente risulta positivo al Covid-19, a lui o a lei verrà chiesto di fornire i dati registrati dall’app. Si tratta di “una lista di ID anonimi a cui il telefono” del soggetto contagiato “si è avvicinato.

Tutto qui: nessuna geolocalizzazione, né vengono raccolti dati personali. Gli ID anonimi aiuteranno i ‘tracers’ a rintracciare velocemente le persone ad alto rischio contagio, a fornire cure e a prevenire il rischio di diffusione del virus.

È un’idea già applicata da diversi paesi, Cina compresa, e che rappresenta uno dei metodi allo studio in diversi altri stati per provare a contenere l’ormai pandemia di SARS-CoV-2.

Coronavirus: solo 1,2% dei deceduti non aveva altre patologie

Il numero medio di patologie osservate tra i pazienti deceduti positivi a Covid-19 è di 2.7. Complessivamente, 6 pazienti (1.2% del campione) non presentavano nessuna patologia pregressa, 113 (23.5%) presentavano una patologia, 128 presentavano 2 patologie (26.6%) e 234 (48.6%) presentavano 3 o più patologie.

E’ quanto emerge dal Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità che analizza i dati sui deceduti, relativo a 3200 pazienti.

Un Report che sottolinea, ancora una volta, come “resta alto il numero di deceduti positivi per Covid-19 che hanno una o più malattie preesistenti”.

Coro virtuale “Va pensiero” (“Nabucco” di G. Verdi) – International Opera Choir

Questo fantastico lavoro è stato appena ultimato dall’International Opera Choir di Roma. Project Manager Raffaella Baioni e diretto dal M° Giovanni Mirabile.

Pensiamo a rifondare l’Europa

L’obiettivo prossimo per tutti i Paesi europei sarà quello di trarre il massimo frutto dall’esperienza del coronavirus per ripensare a una rifondazione dell’Unione Europea a partire da una visione politica, cioè storica, razionale, sintetica della comunità dei popoli del continente.

O si comprenderà questa necessaria rifondazione politica dell’Europa o noi europei potremo attraversare un periodo di profondo travaglio, di pericolose fratture, di dolorosi arretramenti sociali, economici e quindi anche politici, regalando spazi agli altri soggetti di rango continentale che si contendono il governo del pianeta: Stati Uniti, Cina, Russia, India, Brasile, Unione Sudafricana, …. In tal caso il vuoto politico che si creerebbe nel nostro continente sarebbe anche un pericolo per la stessa pace mondiale.

Le classi politiche al governo degli Stati europei dovrebbero comprendere che la coesione del nostro continente è l’unica strada per rendere serena e sicura la vita dei loro popoli.

La scomparsa dei partiti.

La drammatica emergenza sanitaria che coinvolge tutti e in modo trasversale, ha già prodotto alcuni risultati. Per restare sul versante della politica. Uno su tutti. La scomparsa, momentanea, dei partiti dall’orizzonte pubblico. Alcuni si compiaceranno. Altri, pochi anzi pochissimi, si doleranno. Ma un fatto è certo. Da quando è scoppiata l’epidemia i partiti si sono volatilizzati. Un motivo in più per evitare gentilmente di continuare a pubblicare sondaggi quotidiani. Anche perchè è abbastanza evidente che sono altamente improbabili se non del tutto infondati. 

Ora, il silenzio dorato dei partiti, di quasi tutti i partiti, ci porta ad una conclusione abbastanza scontata. E cioè, al di là delle polemicucce quotidiane, al di fuori della valanga di insulti e di diffamazioni che ogni giorno vengono scaraventati l’un contro l’altro armati, appena si deve passare ad una fase dove le contumelie si devono comprensibilmente sospendere per ovvie ragioni, i partiti tacciono. Blaterano ancora i loro capi pensando, o illudendosi, che le lancette dell’orologio sono ancora ferme a qualche mese fa. Così non è più, purtroppo. E allora la comunicazione si interrompe e si ferma . Tutto tace. 

Ho voluto ricordare questo aspetto perchè se l’opinione pubblica si abitua al mutismo dei partiti – che già prima non godevano di grande popolarità e simpatia – sarà molto difficile dopo la bufera che ci ha inghiottiti rispedire al mittente la voglia popolare di avere “uno che decide”. E che soprattutto sia in grado di risolvere i problemi quando si presentano in tutta la loro virulenza. 

Perchè la momentanea scomparsa dei partiti si affianca, purtroppo, anche alla forte attenuazione della politica nel suo complesso. Perché se la politica è visione e prospettiva, almeno nella sua nobile accezione, i partiti dovrebbero essere gli attori principali per potere tradurre concretamente quella visione e quella prospettiva. Perchè se i partiti scompaiono dalla scena, inesorabilmente anche la politica è destinata a inaridirsi e ad entrare in crisi irreversibile. 

Ecco perchè quanto prima serve una inversione di tendenza. Per il bene dei partiti, per il bene della politica ma soprattutto per la qualità della nostra democrazia. 

Il sindaco di New York chiede aiuti militari per combattere il coronavirus al presidente Trump.

Il numero di casi confermati a New York è salito a 3.615, e la città sta diventando l’epicentro della crisi negli Stati Uniti

Il bilancio dei morti nella città per il virus è salito a 22, raddoppiando in un giorno. Anche il numero totale di casi è quasi raddoppiato, per il secondo giorno consecutivo.

Per questo il Sindaco De Blasio ha sollecitato Trump a mobilitare i militari per garantire rifornimenti cruciali – che la città potrebbe esaurire in due o tre settimane – e fornire assistenza medica.

Il drammatico aumento deriva in parte dall’aumento dei test, ma indica anche quanto il virus si sia già diffuso sul territorio nazionale. Il 17 marzo scorso, si contavano poco più di 5.700 casi confermati di coronavirus negli Stati Uniti.

Quel numero è aumentato ad oltre 11.500 entro il 19 marzo, e le autorità sanitarie nazionale hanno avvertito che il bilancio continuerà a salire bruscamente man mano che saranno disponibili ulteriori risultati dei test.

Les Echos: gli italiani non sono mai stati così soli dinnanzi alla morte.

Il quotidiano francese “Les Echos”, parlando delle conseguenze che hanno avuto sulla popolazione le restrizioni applicate da Roma per arginare il nuovo coronavirus scrive che: “La pandemia di coronavirus non solo sconvolge la vita quotidiana degli italiani, ma ha anche conseguenze per la loro morte. E più precisamente sulle cerimonie e i riti che di solito la circondano.

Il contenimento è totale e gli incontri pubblici sono severamente vietati. I funerali non possono essere organizzati.

Spesso gli stessi direttori di pompe funebri si occupano di una canzone o di una preghiera, depositando rapidamente un oggetto o dei fiori prima di svolgere il proprio lavoro il più rapidamente possibile. “Questa epidemia uccide due volte , spiega uno di loro. Isolando i malati prima della loro morte e impedendo alle loro famiglie di accompagnarli nel loro ultimo viaggio. Sono devastati e trovano difficile accettarlo. “

Uno stress estremo che si aggiunge allo shock della scomparsa e all’ansia del parto”.

 

Coronavirus, non più di 72 ore senza spesa per 1/3 degli italiani

Nonostante l’emergenza Coronavirus e gli inviti a restare a casa quasi 1 italiano su 3 (30%) non resiste nemmeno 72 ore prima di dover uscire per fare la spesa in negozi, supermercati e alimentari. E’ quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixè in riferimento alle nuove misure anti contagio in discussione a livello nazionale per limitare gli spostamenti delle persone fuori dalle mura domestiche anche per gli acquisti alimentari.

Il risultato è che – sottolinea la Coldiretti – nel 38% delle case degli italiani sono state ammassate scorte di prodotti alimentari e bevande per il timore ingiustificato di non trovali più disponibili sugli scaffali. Nelle dispense sono stati accumulati soprattutto nell’ordine, pasta, riso e cereali (26%), poi latte, formaggi, frutta e verdura (17%), quindi prodotti in scatola (15%), carne e pesce (14%), salumi e insaccati (7%) e vino e birra (5%).

Un comportamento irrazionale che – continua la Coldiretti – sta provocando file davanti a negozi e supermercati con lunghe attese legate alla necessità di scaglionare gli ingressi nei luoghi di vendita, di mantenere la distanza di sicurezza fra un consumatore e l’altro e di evitare pericolosi assembramenti.

Ma gli accaparramenti – precisa la Coldiretti – mettono anche sotto pressione il lavoro di oltre tre milioni di italiani che continuano ad operare nella filiera alimentare, dalle campagne all’industrie fino ai trasporti, ai negozi e ai supermercati, per garantire continuità alle forniture di cibo e bevande alla popolazione.

Coronavirus: le istruzioni sul rientro degli italiani dall’estero

I connazionali che rientrano in Italia da altri Paesi verranno sottoposti ai controlli aeroportuali previsti e attivati, fin dall’inizio dell’emergenza, grazie al supporto e alla disponibilità del volontariato di protezione civile e del personale sanitario. La Polizia di Stato effettuerà i consueti controlli di frontiera agevolando la compilazione della prevista autocertificazione per il rientro presso il proprio domicilio, residenza o abitazione.

In ottemperanza alle misure vigenti per la mobilità delle persone all’interno del territorio nazionale, sarà consentito ad una sola persona raggiungere lo scalo aereo, ferroviario o marittimo, per agevolare il rientro verso la residenza o il domicilio del connazionale. Lo spostamento in questione rientrerà tra le fattispecie di “stato di necessità” che dovrà essere autocertificato con il modulo messo a disposizione del Viminale, compilato in tutte le sue parti indicando, in particolare, il tragitto percorso.

Inoltre, come previsto dal Decreto 120/2020 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con il Ministero della Salute, i connazionali che rientrano dall’estero, anche in assenza di sintomi riconducibili al Covid-19, dovranno obbligatoriamente comunicare il proprio ingresso in Italia al Dipartimento di prevenzione dell’Azienda Sanitaria locale. Saranno inoltre sottoposti alla sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario per un periodo di quattordici giorni.

Coronavirus: scoperto come collegare respiratore a più circuiti

“Abbiamo scoperto come collegare un respiratore a più circuiti”. Lo annuncia Sergio Venturi, commissario ad Acta per l’emergenza coronavirus in Emilia-Romagna. “L’intuizione  si deve al professor Ranieri, direttore del reparto di Rianimazione e Anestesia a Bologna che, con alcuni colleghi, di fronte all’emergenza, in particolare a Bergamo, ha provato a collegare un respiratore a due circuiti”.

“Questo ha portato un’impresa di Mirandola a costruire in 72 ore un prototipo, già testato all’Ospedale Sant’Orsola: funziona e nei prossimi giorni useremo quelli necessari perché saremo in grado, a breve, di ordinarli”. “Le prime forniture – approfondisce l’ex assessore alla Sanità – arriveranno a Piacenza e Parma”.

“72 ore per realizzare un circuito innovativo che permette di utilizzare un ventilatore polmonare per più pazienti contemporaneamente. Uno strumento messo a punto da un’azienda di Mirandola, nel distretto biomedicale modenese, che potrebbe rivelarsi fondamentale per moltiplicare i posti letto in terapia intensiva. E’ davvero una notizia straordinaria, che dice tanto della nostra terra – commenta il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, sulla sua pagina Facebook – Ci siamo sempre rialzati, e lo faremo anche questa volta. Insieme”. Il circuito “è stato testato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna e funziona. Già nei prossimi giorni ordineremo quelli necessari e i primi saranno inviati nelle province dove la situazione è più critica” ribadisce.

Il #Coronavirus e la “decrescita infelice”

La lunga colonna notturna di camion militari che trasportano bare di deceduti nel bergamasco, resterà tra le immagini emblematiche di questi giorni, al pari della passeggiata domenicale del Papa argentino (triste, solitario y final) per una Roma deserta.

Cosa ci insegnano momenti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni di emergenza? Il vero cambiamento c’è stato dal punto di vista sociale. Gli insegnamenti sono stati molti e dolorosi. Stiamo facendo tutti, più o meno consapevolmente, una prova generale di “decrescita infelice”. Alcuni movimenti politici avevano rilanciato nei mesi scorsi il tema della decrescita felice, ma quella a cui stiamo assistendo invece è una decrescita tragica, perché basata anche sui morti. E’ anagrafica, perché “sfoltisce” i più deboli e fragili, alleggerendo i conti della previdenza sociale. E’ psicologica, perché mette a dura prova il tessuto sociale che dovrebbe tenere unita una “comunità di destino”. E’ una decrescita “green” perché l’acqua dei canali di Venezia è più pulita, il cielo di Milano è tornato limpido e respirabile e sulla pianura Padana, come mostrano le immagini via satellite, è praticamente scomparsa la nube di inquinamento. 

Dopo la storica frase “non siamo qui per controllare gli spread”, che infinite sciagure inflisse ai listini mondiali, Christine Lagarde ha parzialmente corretto il tiro con una serie di Operazioni di mercato aperto (OMT) da 750 miliardi di euro, per stabilizzare i mercati. Vedremo se gli effetti saranno quelli sperati. Intanto però, con i principali asset strategici italiani a prezzo di saldo, arrivano (o arriveranno presto) le prime Offerte pubbliche di acquisto. Tutto ciò nel silenzio (più che interessato) dei Paesi del Nord Europa. Quello di cui avremmo bisogno, un nuovo Piano Marshall, non sta arrivando da Washington, ma da Pechino. Consulenze e tecnologie sanitarie, respiratori e macchinari. La nuova “via della Seta” si vede anche nel momento del bisogno.

Intanto si prolunga il blocco totale (almeno in Italia) ben oltre la data fatidica del 3 aprile. I principali esperti ormai concordano su una realistica “deadline” dell’emergenza Coronavirus al mese di giugno, prima di poter tornare gradualmente a una vita normale. Il professor Massimo Galli, primario dell’Ospedale Sacco di Milano, dice apertamente che per una ripresa delle attività economiche bisognerà considerare “lo scenario peggiore”. Tutto ciò quanto lo pagheremo? È questa la domanda che ci dobbiamo porre. Naturalmente si può sempre cantare alle finestre, abbracciarsi (virtualmente) sventolando il tricolore. Il richiamo alla Patria è più che legittimo, nei momenti di difficoltà. Ma quando si raggiunge un certo livello di benessere e si è abituati a un certo standard di consumi, è molto difficile accettare di tornare indietro. E questa “decrescita infelice” avrà un prezzo per tutti, in termini economici e sociali. #andràtuttobene? Speriamo

Coronavirus: In questa prova dobbiamo dimostrare compostezza istituzionale

Ho notato che attraverso i social circola un messaggio vocale ben letto e ben presentato che prende le mosse dal rifiuto che ci sarebbe stato da parte di frau Merkel, da monsieur Macron, dai misters Trump e Johnson di aiutare l’Italia in questa straordinaria circostanza che la vede seconda solo alla Cina per morti ed infettati, e sta vivendo una esperienza di grande incertezza, preoccupazione, e dolore.

Chi è in questa condizione certamente viene assalito dalla emotività e si aspetta solidarietà; però è molto esposto anche a facile vittimismo, quando punzecchiato da culture negative molto aduse al gioco della contrapposizione e dello scarica barile. Certamente gli italiani hanno un buon credito verso gli altri popoli in difficolta, datosi che singole associazioni e istituzioni, tradizionalmente si sono sempre prodigate a soccorrere chi è stato colpito da eventi negativi naturali, da guerre, da persecuzioni, da carestie.

Di questo siamo stati sempre orgogliosi al punto che nobilmente possiamo dire a testa alta: “siamo italiani”. Ora per parlare di altri, è vero, non è sembrato proprio che volessero immedesimarsi nella nostra situazione. Sarà stato il fatto che almeno i paesi occidentali non affrontano una importante pandemia da un secolo, come la ‘spagnola’ che provocò una ecatombe di 50 milioni di morti e per questa ragione probabilmente sono stati colti impreparati; sarà per le misure drastiche che prontamente abbiamo adottato che ha preoccupato gli altri partners e l’economia; o perché le misure draconiane prese, metteva loro con le spalle al muro al cospetto dei loro popoli. Fatto è che si sono mostrati freddi, e c’è voluto del tempo perché si rendessero conto della reale portata delle decisioni italiane, che in grande parte, loro malgrado, hanno dovuto adottare.

Basti per tutti riferirsi alle sconcertanti affermazioni e alla condotta del primo ministro del Regno Unito Johnson e la rapida sua inversione ad U, per capire il loro stato d’animo. Ora, posto che gli altri hanno sbagliato, spero nessuno me ne voglia se ricordo che a dicembre noi stessi, ad esempio, abbiamo chiuso primi tra tutti i nostri voli con la Cina che adesso osanniamo. Ed allora dobbiamo stare attenti a non prendere la strada sbagliata nel usare le nostre energie emotive in recriminazioni vittimistiche. Penso che questi messaggi nei social, tentano di spingerci nell’angolo anziché al contrario spingerci a reagire diversamente e positivamente. In questa prova invece noi dobbiamo dimostrare compostezza istituzionale e coesione sociale, come finalmente si sta facendo. Tutte le virtù che siamo capaci di esprimere, le dobbiamo dimostrare innanzitutto a noi stessi; il resto poi viene da se.

Lo dobbiamo al nostro interesse primario a superare la pandemia e per riprendere fiducia in noi stessi; soprattutto la fiducia nella capacità di ridiventare un popolo unito, lungimirante, moderno. Sono sicuro, la pandemia avrà la funzione di un reset generale sull’Italia da tempo inceppata. Dobbiamo saperci riproporre tempestivamente e cambiare strada. Non mi convincono quelli che se la prendono con francesi e tedeschi, senza che si accenni ad alcuna autocritica ai nostri comportamenti. Molti di quelli che se la prendono con altri popoli europei aldilà delle loro colpe, nei fatti scavano la fossa all’Europa. Se fossero coscienti o in buona fede, la criticherebbe per spingerli a fare l’Europa e non il contrario. È vero, l’Europa così non può andare avanti, ma ora più che mai occorre farla davvero. Proprio in questi frangenti drammatici, dovremmo issare la bandiera dell’Unione. Se è vero che il dopo crisi vedrà un mondo cambiato nella economia, nella filosofia della vita, nella politica, anche la natura del potere cambierà.

Dobbiamo essere un solo Stato continentale per la nostra autonomia e dignità di culla della cultura democratica e sociale, per la efficientizzazione della economia e dello sviluppo del lavoro, per neutralizzare l’offensiva dei grandi Stati che brigano in ogni modo perché fallisca il sogno europeo, tra l’altro seminando zizzania tra noi. Ecco perché dobbiamo cambiare la narrazione. A chi punta il dito il dito contro il comportamento degli italiani sul debito pubblico, dobbiamo dimostrare che siamo capaci di asciugarlo anziché accrescerlo, sperperando denari per sostenere una macchina amministrativa inefficiente e costosa e per regalie elettoralistiche.

A chi ci esclude dai giochi geopolitici, dobbiamo dare la dimostrazione che sugli interessi nazionali ed europei, davvero tutta la politica e le istituzioni europee nazionali e locali giocano una sola partita. Ecco, dico a coloro che in buona fede fanno circolare quelle comunicazioni vittimistiche, che facciamo bene a provocare emozione ed anche risentimento, ma devono servirci per riconquistare in ogni ambito quella dignità e nobiltà italica ed europea di cui non sempre siamo esemplari eredi. Credetemi, questo è lo spirito per cambiare davvero. Chi recrimina è già sconfitto.

Le due speranze

Siamo costretti a misurarci quotidianamente con un evento che dimostra una velenosità senza pari. Sappiamo che, in quanto fenomeno naturale, ha una sua durata. Inizia, si sviluppa, giunge all’estremo e poi, via via decade. Questa consapevolezza ci permette di superare, almeno astrattamente, le difficoltà che ciascuno di noi incontra giornalmente.

Restiamo, però, sempre aggrappati ai dati del momento. E con speranza, ogni volta ci capita, di augurarci di registrare un rallentamento di quel malefico cammino.

Se questi dispositivi mentali capitano a ciascuno di noi, questi capitano anche alle istituzioni. Le istituzioni governative, nazionali, continentali e, sicuramente, quelle a carattere mondiale.

Ci arrabattiamo sul che fare singolarmente di fronte ai dati attuali, alla contingenza come si arrabattano le istituzioni.

Per quanto concerne il comportamento del singolo, giungo persino a sostenere la seguente tesi: per battere il virus bisogna anche mettere in ombra la propria ragione, ossia restringere al massimo grado le ragionevoli giustificazioni dei nostri possibili movimenti. In altri termini, quel “restare a casa!”, dovrebbe essere inteso come un imperativo che ciascun individuo dà a se stesso, senza che sia necessario l’intervento di una autorità esterna.

Guardando il problema da un punto estremo, fatto salvo che ciascun governo si muove e si muoverà secondo necessità proprie e nei limiti della propria realtà, non c’è alcun dubbio che una manovra ad ampio respiro debba essere promossa dalle sfere continentali. Nello specifico, per quanto ci riguarda, trattasi dell’Unità Europea. Come fosse una grande madre, la quale sapendo l’insopprimibile diversità dei figli, offre loro delle opportunità per renderli, agli occhi di se stessa, uguali e con massime opportunità per ciascuno di loro.

Già si è parlato di “coronabond” e quindi siamo sulla linea corretta. Non sarà semplice questo indirizzo, perché a qualcuno non sarà particolarmente gradito, ma è l’unico modo per dare e trovare il senso al corpo e l’orizzonte di questa nostra comune madre, vale a dire l’Europa.

Questa manovra avrebbe lo stesso effetto prodotto dalle conoscenze scientifiche, quelle che ho ricordato all’inizio. Sapere che un fenomeno finisce e che una protezione economica ampia ci attende, renderà più semplice accettare, ogni giorno, questa gravosa condizione spirituale, questa incertezza esistenziale e questa umana fragilità che ora, più che mai, ci viene riversata addosso.

Nutro sempre il segreto desiderio di scrivere le prossime newsletter su un’altro argomento. Credo che questo sia anche quanto voi attendiate, mentre posate gli occhi su queste mie brevi riflessioni. Adesso, purtroppo, è la quarta volta di seguito che mi costringo a starmene imprigionato dentro queste parole.

L’Esercito italiano arruola con concorso 120 ufficiali medici e 200 sottufficiali infermieri

L’Esercito italiano avvia una procedura straordinaria di arruolamento per chiamata diretta di 120 ufficiali medici e di 200 sottufficiali infermieri utili allo scopo. Le domande di arruolamento dovranno essere presentate entro il 25 marzo 2020 in maniera telematica, previo accreditamento, esclusivamente tramite il “Portale dei concorsi on line del Ministero della Difesa”, raggiungibile all’indirizzo concorsi.difesa.it oppure tramite l’homepage del sito www.difesa.it.

La selezione è riservata alle persone che non abbiano superato i 45 anni e che siano in possesso di una laurea magistrale in medicina e chirurgia e della relativa abilitazione all’esercizio della professione, per quanto riguarda i 120 posti da ufficiale medico, mentre per i 200 posti da sottufficiale infermiere servirà avere la laurea in scienze infermieristiche e della relativa abilitazione professionale.

Il personale che verrà arruolato dopo aver superato le prove previste, sarà avviato agli Enti individuati dalla Forza armata e nominato tenente o maresciallo in ferma annuale del Corpo sanitario dell’Esercito, con trattamento giuridico ed economico dei parigrado in servizio permanente.

Coronavirus: tutte le disposizioni del Comune di Roma

Numerose le misure adottate dal Campidoglio in attuazione dei Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per contenere la diffusione del Coronavirus (e assidui i controlli della Polizia Locale). Qui di seguito i provvedimenti, settore per settore, e le iniziative straordinarie (come il trasferimento su web e social di arte, spettacoli e musica):

TRASPORTI: ultima corsa di metro-bus-tram alle 21, riduzione corse con orario estivo, sospesi bus notturni. TAXI: nuovi turni con riduzione del servizio (-33%). Sospesa la flessibilità in ingresso e in uscita per tutti i turni di servizio su tutto il territorio comunale, alle stazioni ferroviarie e all’aeroporto di Fiumicino (parzialmente aperto, mentre quello di Ciampino è chuso). L’orario minimo di servizio giornaliero è ridotto a 3 ore.

VIABILITA’:  fino al 3 aprile 2020 viene sospeso il pagamento della sosta tariffata su tutto il territorio di Roma Capitale

Lo stabilisce un ordinanza della Sindaca emanata in funzione del mantenimento dei servizi essenziali per la cittadinanza garantiti dagli operatori che devono potersi recare nelle proprie sedi di lavoro nella maniera più agevole possibile.

Fino al 3 aprile 2020 i varchi delle Zone a traffico limitato del Centro storico, del Tridente e di Trastevere sono disattivati per l’intera giornata.

Annullato l’appuntamento con #ViaLibera di domenica 22 marzo (#ViaLibera è l’iniziativa di Roma Capitale che per una domenica al mese prevede una rete di strade riservate completamente o parzialmente a pedoni e ciclisti, con eventi e altre attività lungo il percorso).

SPORTELLI AL PUBBLICO: vengono erogati agli sportelli i soli servizi “incomprimibili” come le denunce di nascita e morte. Gli sportelli anagrafici dei Municipi aprono solo al mattino e solo su appuntamento.

La Casa Comunale riduce l’apertura al pubblico e osserva questo orario: dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 12.30 (possibili ulteriori riduzioni saranno tempestivamente comunicate qui sul portale).

Ogni altro servizio anagrafico e di stato civile è disponibile esclusivamente online. Gli accessi sono contingentati in modo da mantenere la distanza di sicurezza di un metro tra chi attende in fila e tra pubblico e operatori.

060606: il contact center di Roma Capitale resta aperto come sempre 24 ore su 24. La direzione dello 060606 lancia nel contempo una comunicazione agli utenti, sottolineando che il servizio non è “in possesso di informazioni aggiuntive” in tema di Coronavirus e non è “abilitato a fornire interpretazioni delle disposizioni governative in vigore”. L’invito è dunque a non saturare le linee per avere notizie già fornite dalle fonti a ciò preposte, in primis la pagina dedicata del Ministero della Salute .

TURISMO E RELATIVI SPORTELLI: sospesa la vendita della Roma Pass fino al 4 aprile, punti informativi (Tourist Infopoint) chiusi, sportello informativo del Dipartimento Turismo attivo solo via telefono e per posta elettronica. Sportello attività ricettive (SUAR) chiuso e sostituito da contatti per telefono ed e-mail.

SCUOLE: sospesa l’attività fino al 3 aprile, è partita ed è stata completata la sanificazione di edifici, mense, arredi, scuolabus (operazioni concluse in 212 asili nido capitolini, 318 scuole dell’infanzia capitoline, 181 nidi in convenzione, 7 nidi in concessione e 4 nidi in finanza di progetto).

CENTRI DI ORIENTAMENTO AL LAVORO (C.O.L.): ricevimento al pubblico sospeso fino a nuove disposizioni.

MERCATI: consentite aperture mercati idonei al rispetto delle misure sanitarie di contrasto epidemiologico.

GESTIONE RIFIUTI DOMESTICI: in base alle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, AMA diffonde precise prescrizioni e indicazioni su come raccogliere e gettare i rifiuti, per chi è positivo al tampone o in quarantena e per tutti gli altri cittadini. Importante, ai fini del contenimento del contagio, attenersi scrupolosamente al vademecum AMA.

PARCHI E VILLE: chiusi fino al 25 marzo, tranne le aree e i parchi non recintati (come Villa Borghese), dove è invece previsto un aumento dei controlli per verificare il rispetto delle disposizioni fissate dal Decreto governativo dell’11 marzo. Vedi qui per l’ordinanza.

CENTRI ACCOGLIENZA, MENSE SOCIALI, PIANO FREDDO: nuove accoglienze sospese (tranne che su segnalazione degli ospedali, in casi specifici e “compatibili con la vita comunitaria”); uscite degli ospiti “sempre limitate allo stretto necessario”; visite a domicilio solo nei casi indispensabili; sospensione degli “accompagnamenti” da parte delle unità di strada (unica eccezione, quelli legati a procedimenti giudiziari); mense sociali aperte ma nel rispetto delle distanze minime e con turni di accesso. E, per quanto riguarda in particolare il Piano Freddo, ampliata l’accoglienza H24 per i senza fissa dimora: i centri attualmente in regime H15 passano al regime completo H24, in modo che 240 ospiti rimangano giorno e notte nelle strutture, senza spostarsi. E i nuovi inserimenti saranno preceduti da controlli per verificare lo stato di salute degli ospiti.

CENTRI ANZIANI E DI AGGREGAZIONE: decisa la chiusura fino al 3 aprile “di tutti i centri semiresidenziali socio-assistenziali e ludico-ricreativi gestiti da Roma Capitale, in convenzione e privati”: centri anziani, centri Alzheimer, centri diurni, laboratori per anziani-persone disabili-minorenni, ludoteche e centri di aggregazione giovanile. Vedi la nota ufficiale. In tutti i centri anziani sono previsti interventi di sanificazione.

CENTRI ANTIVIOLENZA: continuano la loro attività di sostegno alle donne vittime di violenza di genere, garantendo assistenza telefonica e rispondendo a tutte le richieste di aiuto. I numeri sono attivi h24 e sono disponibili qui sul portale istituzionale. Numero telefonico nazionale 1522, gratuito e attivo h24.

ATTIVITA’ CULTURALI: Tutti i musei, i teatri e tutti i luoghi e gli istituti della cultura, come gli spettacoli, sono sospesi su tutto il territorio nazionale e dunque anche a Roma.

SPORT: L’Assemblea Capitolina ha varato un ordine del giorno che stabilisce misure di ristoro e sostegno: sospensione del canone per il periodo di emergenza e per i mesi successivi; richiesta all’Istituto per il Credito Sportivo di sospendere le rate di mutui relativi agli impianti per i mesi di emergenza e fino a due mesi successivi, per dare tempo agli impianti di ricreare flussi economici.

AMA: disposta la chiusura degli sportelli al pubblico per i servizi relativi alla Tariffa Rifiuti. Fino al 3 aprile prossimo, gli uffici Ta.Ri. di via Capo D’Africa 23/b, via Giovanni Amenduni (Ostia) e via Mosca 9 rimarranno dunque chiusi.

PERSONALE CAPITOLINO: “Tutti i dipendenti capitolini rientrati sul territorio di Roma nei 14 giorni antecedenti l’8 marzo, provenendo dalle zone ‘rosse’ (art. 1 DPCM 8 marzo 2020), sono esonerati dal servizio fino a nuova disposizione e sono tenuti a restare a casa, contattare il numero verde 800 118 800 e seguire le indicazioni fornite”. Così la nota di Roma Capitale. Su scala generale è praticato il lavoro da remoto (smart working), esteso a tutto il personale per l’intera settimana lavorativa, ad esclusione dei servizi essenziali che richiedono presenza fisica e con il mantenimento, dove necessario, di presìdi minimi sui luoghi di lavoro. Vedi la nota ufficiale. Data la novità di questo modo di gestire il lavoro, l’assessore al Personale Antonio De Santis lancia #RomaCapitaleSmart, un “contenitore” per accogliere idee, proposte e suggerimenti dei dipendenti, stimolando “la partecipazione e la condivisione di tutti” per una “crescita esponenziale, dinamica e stimolante” delle attività amministrative svolte in modalità “smart”.

Cura Italia: le nuove norme per la Pubblica Amministrazione

Smart working come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione, sospensione dei concorsi per 60 giorni, differimenti dei termini amministrativi e proroga della validità dei documenti: sono diverse le misure di interesse per le pubbliche amministrazioni nel decreto “Cura Italia”, corposa risposta economica all’emergenza Covid-19.

Il decreto legge n.18 del 2020, appena varato, conferma la centralità del lavoro agile. L’obiettivo è quello di potenziare ai massimi livelli possibili l’utilizzo di questa forma organizzativa, limitando la presenza negli uffici pubblici alle sole attività “indifferibili” che non possono essere svolte da remoto. Anche con questo provvedimento, il Governo mira a creare le condizioni perché la PA continui ad erogare servizi senza compromettere la lotta al virus.

In relazione ai concorsi pubblici per l’accesso al pubblico impiego, viene prevista la sospensione del loro svolgimento per sessanta giorni a decorrere dall’entrata in vigore del medesimo decreto (ieri, 17 marzo 2020). Sono esclusi i casi in cui la valutazione dei candidati viene effettuata esclusivamente su basi curriculari ovvero in modalità telematica. Restano valide le procedure per le quali risulti già ultimata la valutazione dei candidati e la possibilità di svolgimento dei procedimenti per il conferimento di incarichi, anche dirigenziali, che si instaurano e si svolgono in via telematica, ivi incluse le procedure relative alle progressioni tra le aree riservate al personale di ruolo.

Il decreto inoltre prevede:

  • la possibilità per i consigli dei Comuni, delle Province e delle Città metropolitane e le giunte comunali di collegarsi con videoconferenza per effettuare riunioni di lavoro, nel rispetto di criteri di trasparenza e tracciabilità, garantendo comunque la certezza nell’identificazione dei partecipanti e la sicurezza delle comunicazioni. Le stesse modalità possono essere adottate dagli organi collegiali degli enti pubblici nazionali, dagli enti e dagli organismi del sistema camerale, dalle associazioni private anche non riconosciute e dalle fondazioni;
  • la sospensione dei termini nei procedimenti amministrativi e degli effetti degli atti amministrativi in scadenza, fino al 15 aprile 2020; inoltre, tutti i certificati, attestati, permessi, concessioni, autorizzazioni e atti abilitativi comunque denominati, in scadenza tra il 31 gennaio e il 15 aprile 2020, conservano la loro validità fino al 15 giugno 2020;
  • la proroga al 31 agosto della validità dei documenti di riconoscimento e di identità, scaduti o in scadenza; mentre la validità ai fini dell’espatrio resta limitata alla data di scadenza indicata nel documento.

Coronavirus: al via i test per un vaccino italiano

Takis, società biotech di Castel Romano, che ha annunciato di aver ricevuto il via libera per la sperimentazione sugli animali del vaccino contro il Sars-Cov2. I test, il cui inizio è previsto proprio nel corso di questa settimana, sono stati autorizzati dal Ministero della Salute e sono i primi del genere in Europa.

Quello di Takis è un vaccino genetico che contiene solo un frammento di Dna, sarebbe sicuro e indurrebbe una forte risposta da parte del sistema immunitario. Si basa, spiegano gli scienziati, su una tecnologia chiamata “elettroporazione”, che consiste nell’iniezione nel muscolo seguita da un impulso elettrico molto breve che facilita il suo ingresso nelle cellule e attiva il sistema immunitario.

Cosa è cambiato nella lotta ai Virus

La prima manifestazione della peste, in tempi non troppo antichi, viene fatta risalire al 542 d.C. a Bisanzio, mentre, avvicinandosi ai giorni nostri, a Venezia giunse nel 1348 dalla Dalmazia.

La peste del 1348 si sviluppa nel 1346 nel nord della Cina e, attraverso la Siria, arriva nel 1347 in Sicilia e da lì a Genova.

Ovviamente,anche all’epoca, il fenomeno cambiò completamente i rapporti sociali ed economici, bloccando quasi completamente le relazioni tra le persone, anche tra i parenti più stretti.

Il Maggior Consiglio di Venezia decise di fronteggiare l’emergenza nominando tre esperti, per difendere la salute dei veneziani. Come prima cosa, fecero spostare i cadaveri dalla città su due isole abbandonate.

Successivamente, il Maggior Consiglio avviò una serie di misure per rilanciare l’economia, con sgravi fiscali per i commercianti, intimando i pubblici ufficiali a riprendere servizio regolarmente, incoraggiò l’immigrazione, ripristinò le processioni e le feste, prima abolite, per il rischio di contagio.

Subito dopo, nel 1400, nasce a Venezia il Lazzaretto: la quarantena oltre la quale la malattia si può dire debellata.

Ma per prima fu la Repubblica di Lucca che dispose per i medici, come avveniva in Francia, l’uso di un vestone cerato completo di cappuccio ed occhiali.

Fu questo stesso germe patogeno il responsabile delle ricorrenti epidemie scoppiate in Europa, con vari gradi di intensità e mortalità fino al XVIII secolo.

Anche quella che colpì Viterbo nel 1524.

In quel caso, come si può dedurre dall’allegato all’articolo, il Comune di Viterbo prese posizioni molto forti per contrastare la malattia.

Uno dei primi provvedimenti fu quello di chiudere la città e di chiedere ai cittadini di rimanere un mese all’interno delle proprie abitazioni.

Si chiusero tutte le osterie e si nominò un medico psichico e un cirusico per le necessità dei malati.

Tutte misure che, ahimè, non riuscirono a fermare la peste.

E che resero queste epidemie vivide memorie nel ricordo collettivo; non è un caso, infatti, che l’opera più estesa sulla peste sia italiana.

Fu scritta da Frari con il titolo “Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria, Venezia, 1840”; in essa vengono anche citate le pesti più memorabili, fino al 1770.

Anche Muratori ne scrisse e Albert Camus ne La peste (1947), ambientato ad Orano, ci mostra una città spettrale.

Ma fu il Dott. Rieux, in un suo libro, a rilevare come, cessata la peste, i cittadini tornassero al sonno dell’incoscienza, ammonendo: “Il bacillo della peste non scompare mai”.

Fatti dell’anno 1524 a Viterbo dalla Storia di C. Pinzi

L’Unità nazionale e Mattarella.

Finalmente la tanto declamata unità nazionale comincia a farsi breccia nel grigio panorama politico nazionale. Seppur tra mille sospetti e veti reciproci, il cammino – tortuoso – della coesione istituzionale è sempre più forte. Certo, dettata prevalentemente, se non unicamente, da ragioni drammatiche legate all’emergenza sanitaria. Ma, comunque sia, almeno la politica nel suo complesso adesso dimostra di essere all’altezza della situazione. E anche i provvedimenti che sono stati assunti recentemente dal Governo e che dovranno ancora essere decisi non potranno che essere approvati a larghissima maggioranza se non all’unanimità. 

Certo, non siamo in epoca di statisti e di leader e quindi l’autorevolezza e l’autorità della politica nel suo complesso stenta ad imporsi. Ma, al di là della fragilità e dell’inconsistenza di larga parte della classe politica contemporanea, è indubbio che lo spirito dell’unità nazionale comincia ad affermarsi. Sarebbe auspicabile, al contempo, evitare di autocitare i sondaggi di popolarità del governo o dei singoli capi partito in questa congiuntura così drammatica e così inquieta che vive l’intero paese. Se c’è un elemento da battere in questa fase politica è proprio quello di voler apparire come artefici di scelte giuste e condivise dai cittadini e suffragate dai sondaggi. Per motivi anche etici forse sarebbe opportuno evitare di scendere su questo terreno. 

Dopodiché, in questa stagione politica vanno favorite ed incentivate tutte le iniziative e i tentativi che mirano a creare un clima di unità, di coesione e di solidarietà nazionale. Un atteggiamento politico, culturale ed istituzionale utile al paese ma anche e soprattutto necessario per fugare tutti gli equivoci di una politica ciarliera e del tutto disancorata da ciò che in questo momento vive realmente il sistema paese. Una necessità più che una convinzione. 

Ed è proprio in questo momento che i grandi punti di riferimento – politici ed istituzionali – sono necessari per l’intera comunità. Tra tutti, oggi, noi abbiamo la fortuna di avere l’autorità politica, istituzionale e morale del Presidente della Repubblica. Una figura, quella di Sergio Mattarella, che era e resta decisiva non solo come garante delle nostre istituzioni democratiche ma anche, e soprattutto, come la figura in grado di guidare ed interpretare con saggezza, buon senso ed intelligenza la politica italiana in questa fase inedita e per molti versi anche misteriosa e sempre più inquieta. Perchè anche in assenza di statisti e di leader politici riconosciuti, una figura come quella di Sergio Mattarella resta un faro a cui guardare con fiducia per illuminare le strade pubbliche apparentemente senza luce e senza speranza. 

Progettiamo un nuovo risorgimento italico

Pubblichiamo ampi stralci della lettera, meritevole di grande attenzione, che il Vice-presidente di “Svegliamoci Italici”, Umberto Laurenti, ha inviato il 16 marzo ai soci dell’Associazione (fondata da Piero Bassetti).

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Spero mi perdonerete se, prima di parlare della grave emergenza sanitaria che ci tiene immobilizzati fisicamente, vi confesso che non mi sento civicamente tranquillo nel vedere l’Italia e presto anche altri Paesi europei e non solo, in una sorta di coprifuoco senza limiti di durata nell’orario giornaliero e nel tempo, con divieto di circolazione, di riunione, con Parlamento ed ogni altra Assemblea elettiva resi pressoché inoperanti, con la messa in stato di paralisi dei partiti, dei sindacati, delle associazioni, del volontariato, delle aggregazioni di fedeli di ogni confessione religiosa, con scuole, università e gran parte dei luoghi di lavoro chiusi, con i Tribunali sostanzialmente non operanti, con palinsesti radiotelevisivi egemonizzati dall’epidemia in diretta. 

E per fortuna che qualcuno saggiamente ha impedito che venissero chiuse per decreto le edicole e quindi sospesa la libertà di stampa! Certo ci restano radio, tv, telefono e web, mezzi di comunicazione fondamentali ma non necessariamente rispondenti ai criteri di trasparenza e pluralismo; e ci resta pure il sapere che, grazie al telefonino che abbiamo ormai sempre in mano o in tasca (e che ci dovrebbero ricordare che va disinfettato quanto le nostre mani) ed alla geolocalizzazione da esso fornita, con l’aiuto dei droni, degli aerei e dei satelliti, siamo costantemente monitorati nei nostri spostamenti e comportamenti, ovviamente tutto a fin di bene e per la nostra salute…! Tutto ciò è arrivato, è tuttora in corso e durerà non sappiamo ancora per quanto tempo, in un’Italia già alle prese con problemi non semplici quali la recessione economica, l’instabilità politica, il distacco tra cittadini ed Istituzioni, il malessere di vasti strati sociali, il divario crescente tra Nord e Sud, la cronica  inefficienza della Pubblica Amministrazione, la carenza di infrastrutture e servizi, tutte condizioni negative che certo non vengono meno nella straordinaria condizione attuale di grave rischio per la salute della collettività, ed a cui si potranno aggiungere altre insorgenze anche gravi, quale quella già accaduta e non ancora sufficientemente analizzata e contrastata, della rivolta improvvisa e contemporanea nella maggior parte delle carceri italiane. 

Insomma siamo in presenza di una innegabile generale sospensione delle garanzie costituzionali poste a fondamento della nostra comunità civile e financo delle minime condizioni di democrazia formale, il tutto forse neanche percepito dall’opinione pubblica e solo domenica 15 marzo timidamente segnalato da un articolo di Piero Ignazi su Repubblica, quando invece, senza voler negare l’eccezionalità della situazione determinata dal dilagare del coronavirus, dovrebbe essere presente nel dibattito politico, nella coscienza civica comune, nell’attenzione degli organi di informazione, almeno la consapevolezza del rischio latente in uno stato generale di sospensione senza neppure la data prevista per il loro ripristino, delle condizioni di vita democratica. E pensare che persino il Direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel dichiarare, seppur tardivamente, lo stato di pandemia sanitaria, ha voluto rimarcare che “questa non è solo una crisi sanitaria, è una crisi che toccherà ogni settore”.

[…] 

Poiché è sicuro che, quando usciremo e se usciremo da questa crisi, saremo obbligati a ripensare alla globalizzazione, alle Istituzioni sovranazionali a partire dall’Unione Europea, alla partecipazione dei singoli e dei gruppi ai processi decisionali politici ed economici. Di sicuro ci troveremo in un mondo nuovo, che sconterà una fase di strabismo istituzionale fino al configurarsi di un nuovo assetto che non potrà essere semplicisticamente protezionista o globalista. Sui quesiti ricorrenti del “perché, come, fino a quando, abbiamo fatto tutto bene?” rispetto alla pandemia del coronavirus, non voglio esprimermi, lanciando solo, a futura memoria, una domanda: c’è qualche spiegazione per il fatto che la pandemia si è sviluppata, nella fase iniziale, sia in Cina che in Italia, nelle zone più industrializzate dei due Paesi? Qualcuno può spiegarci se c’è una qualche attinenza tra sviluppo del coronavirus e condizioni climatico-ambientali delle due zone?

[…]

Sono convinto, e proprio questo potrebbe essere il tema di un primo ragionamento comune, che questa pandemia non solo modificherà i nostri comportamenti individuali e collettivi, non solo costringerà a rivedere i modelli di organizzazione sanitaria nonché di prevenzione e risposta ai rischi delle calamità naturali, non solo suggerirà di aggiornare il nostro sistema delle autonomie, ma per guardare a noi, imporrà una riformulazione del Messaggio Italico, se vogliamo che sia significativo nella vita civile di oggi e non solo di dopodomani, e rispondente per la sua parte al cambiamento epocale che fatalmente sarà prodotto dalla crisi attuale.

La conseguenza percettiva della certificazione dello stato di pandemia sanitaria è che ora siamo meno isolati, l’Italia non è più il lazzaretto del mondo occidentale, anzi, le misure adottate in Italia hanno impedito o rallentato l’espandersi del virus, che maggiori devastanti esiti potrebbe produrre in aree meno dotate di strutture sanitarie, quali ad esempio l’America Latina; la crisi economica certo ci sarà e sarà devastante, ma riguarderà tutti e in tutti i Paesi, per cui tutti dovremo ripartire da sottozero. Ed ancora una volta, quindi, dovranno venir fuori le capacità tipiche degli Italici. Ce ne sarà bisogno, poiché, tanto per fare un esempio, dovranno essere totalmente riviste le previsioni rispetto alla mobilità, anche perché già non sappiamo quanto tempo ancora il coronavirus interesserà il territorio italiano, ma ancor meno possiamo sapere quanto durerà nelle altre parti del mondo dove nel frattempo si sposterà, e ciò fatalmente riguarderà la operatività dei collegamenti aerei e quindi il futuro dei flussi turistici verso l’Italia.

Certo il nostro Progetto ed il suo Manifesto dovranno adeguarsi al nuovo scenario, ma noi dobbiamo prepararci fin da ora. Dovremo anche noi, che abbiamo accolto il messaggio di Piero Bassetti, e l’abbiamo accettato come idea guida della missione della nostra Associazione “Svegliamoci Italici”, fare la nostre parte per guidare il non facile e lungo cammino per la costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla cooperazione tra le grandi Civiltà, ma anche per ripristinare una corretta e positiva immagine della nostra Penisola, territorio di origine, testimonianza ininterrotta, riferimento istintivo ed emblematico, laboratorio di elaborazione per gli sviluppi futuri, della grande Civiltà Italica. 

Ho l’impressione, ed è soprattutto su questo mio spunto programmatico che chiedo il vostro apporto di idee e proposte, che immaginare una Campagna per un nuovo Rinascimento Italico che rilanci il nostro territorio ricco di musei e siti archeologici, teatri, borghi e città d’arte, terreno fertile per prodotti agroalimentari di qualità, ma anche per l’innovazione, la creatività, la cura del benessere, nel rispetto per la Natura e l’ambiente e nella valorizzazione dei lasciti culturali del passato, non sia più solo una opportunità per noi tutti e per la nostra Associazione in particolare, ma un obbligo, intorno alla cui ideazione e programmazione dobbiamo iniziare a lavorare con urgenza.

[…]

Il Papa fa suo l’appello per il Rosario dei Vescovi italiani

“Faccio mio l’appello dei Vescovi italiani che in questa emergenza sanitaria hanno promosso un momento di preghiera per tutto il Paese. Ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa: tutti uniti spiritualmente oggi alle ore 21 nella recita del Rosario, con i Misteri della luce. Io vi accompagnerò da qui. Al volto luminoso e trasfigurato di Gesù Cristo e al suo Cuore ci conduce Maria, Madre di Dio, salute degli infermi, alla quale ci rivolgiamo con la preghiera del Rosario, sotto lo sguardo amorevole di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia e delle nostre famiglie. E gli chiediamo che custodisca in modo speciale la nostra famiglia, le nostre famiglie, in particolare gli ammalati e le persone che stanno prendendosi cura degli ammalati: i medici, gli infermieri, le infermiere, i volontari, che rischiano la vita in questo servizio”. Queste le parole che il Santo Padre ha pronunciato al termine dell’udienza generale.

La preghiera del Rosario verrà accompagnata anche da un semplice segno: si propone di esporre alle finestre delle case un piccolo drappo bianco o una candela accesa, simboli della speranza e della luce della fede. “Dalle nostre abitazioni – afferma il Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI – si eleva al Padre la supplica dei suoi figli, affinché il Signore, buono e misericordioso, dia la forza del suo Spirito ai medici e agli operatori sanitari, illumini i ricercatori, guidi i governanti, infonda vigore ai corpi degli anziani e dei bambini, allontani la paura, doni a tutti, specialmente ai malati, la consolazione del suo Figlio Gesù”.

TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera.

Siria: Save the Children, “217 scuole bombardate negli ultimi 3 mesi e 30 bambini uccisi”

Un anno di combattimenti intensi nell’area ha messo sotto duro attacco l’educazione e il futuro di un milione e mezzo di bambini. Oltre la metà delle scuole di Idlib – 570 su 1.062 – sono danneggiate, distrutte o sono confinate in aree troppo pericolose perché possano essere accessibili ai bambini. Altre 74 scuole sono attualmente utilizzate come rifugi per le famiglie che fuggono dal conflitto. Per ospitare tutti i bambini in età scolare a Idlib ogni classe ancora attiva dovrebbe accoglierne fino a 240.

Nell’ultimo anno, l’escalation di violenze in aree civili ha costretto le persone a fuggire da quasi metà della provincia di Idlib, in condizioni sempre più disumane. Nei primi due mesi del 2020, almeno 30 bambini sono stati uccisi e oltre 550mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Tutto questo ha obbligato i bambini coinvolti a vivere sotto la costante minaccia della violenza.

Il 25 febbraio scorso 8 scuole e due asili sono state colpite da attacchi, il numero più alto in un solo giorno ad Idlib dall’inizio del 2019. Secondo la rete Hurras, la maggior parte di questi bombardamenti, è avvenuto durante le lezioni. Questi episodi vanno in controtendenza rispetto al passato, quando le strutture educative erano state in gran parte colpite al di fuori dell’orario scolastico; da marzo 2019, infatti, c’era stato un solo altro bombardamento occorso durante le lezioni, che ha ucciso 5 bambini, il 1° gennaio 2020.

I genitori per risolvere il problema chiedono che le lezioni si svolgano in luoghi nascosti, come grotte e scantinati, oppure in strutture mobili, più difficili da colpire.

Quindi per impedire che il conflitto privi i bambini della loro educazione, Save the children, insieme al suo partner Shafak, ha trasformato quattro autobus in aule mobili dipinte con colori vivaci, portando così la scuola anche nel pieno della crisi ad alcuni dei 575.000 bambini sfollati.

Nelle aule mobili si insegnano materie fondamentali come l’arabo e la matematica, si fornisce supporto emotivo e psicosociale strutturato e vengono svolte attività di gioco per aiutare i bambini a riprendersi dalle esperienze traumatiche che hanno vissuto.

La Consob vieta le vendite allo scoperto per tre mesi

La vendita allo scoperto, chiamata anche vendita a nudo (in lingua inglese short selling, o semplicemente short), è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di titoli non direttamente posseduti dal venditore, ma presi in prestito dietro il versamento di un corrispettivo, con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un movimento ribassista in una borsa valori.

La vendita allo scoperto è un’operazione finanziaria di tipo prettamente speculativo ed orientata verso un orizzonte temporale di brevissimo periodo. Per tale motivo non può essere considerata uno strumento d’investimento. Inoltre, a causa degli effetti ribassisti sulla borsa valori, è sottoposta a particolari regole nella maggior parte dei paesi.

Ora in Italia la Consob ha introdotto un divieto alle posizioni nette corte (vendite allo scoperto e altre operazioni ribassiste) dopo aver ricevuto parere positivo dall’Esma. Il divieto, per la prima volta, si applica a tutte le azioni negoziate sul mercato regolamentato italiano e durerà tre mesi.

 

Le migliori app per le videochiamate di gruppo

Quali sono le app per videochiamate di gruppo da scaricare subito su Android e iPhone in questi tempi di permanenza forzata in casa?

Se, per esempio, si vuole videochiamare un proprio famigliare direttamente dallo smartphone, una delle app più indicate è WhatsApp, che consente di interagire simultaneamente con massimo tre contatti. Per le videochiamate più numerose con parenti e amici, un’ottima soluzione è Skype, un’applicazione molto popolare in grado di connettere contemporaneamente fino a 50 utenti.

Messenger o Instagram, inoltre, sono due piattaforme indicate per videochiamare gli amici, potendo sfruttare divertenti filtri e personalizzazioni.
Per chi utilizza le videochiamate per lavoro, invece, una piattaforma molto gettonata è Zoom Cloud Meeting, utile per facilitare il coordinamento tra colleghi o per organizzare lezioni scolastiche da remoto.

Duo è invece la proposta di Google già pre-installata su tutti gli smartphone Android ed è compatibile anche con gli iPhone.

Un’altra ottima alternativa per effettuare videochiamate di gruppo è Hangouts di Google, anch’essa fruibile sia su dispositivi mobile che da computer. Questa piattaforma si appoggia sul servizio di posta elettronica gmail, ma ha un limite non trascurabile: non supporta videochiamate con più di 10 partecipanti.

Tutto questo non Dimenticando Teams di Office e Skype.

Coronavirus: la disputa sul farmaco giapponese

Assorted pills

Le autorità cinesi sostengono che un farmaco giapponese si è dimostrato efficace nel trattamento di pazienti contagiati dal coronavirus.

Il dirigente del ministero cinese della Tecnologia e della Scienza Zhang Xinmin, secondo il Guardian, ha evidenziato i risultati ottenuti grazie all’impiego del favipiravir, sviluppato da una controllata della Fujifilm.

Il farmaco, come si legge sul Guardian, sarebbe stato utilizzato con successo nel trattamento di 340 pazienti tra Wuhan e Shenzhen. “Ha un alto livello di sicurezza ed è chiaramente efficace”, le parole di Zhang, rilanciate in primis da media nipponici. I pazienti a cui è stato somministrato il farmaco sarebbero risultati negativi, in media, a 4 giorni dalla positività. L’emittente NHK afferma che i pazienti non trattati, invece, avrebbero impiegato 11 giorni per arrivare allo stesso risultato. Inoltre, le radiografie avrebbero confermato miglioramenti nelle condizioni polmonari del 91% dei pazienti a cui è stato somministrato il farmaco.

La percentuale scende al 62% se si considera chi non ha ricevuto il favipiravir. Nessun commento ufficiale, al momento, dalla Fujifilm Toyama Chemical, che ha sviluppato il farmaco.

Le dichiarazioni di Zhang sono state ridimensionate però da un’anonima fonte del ministero della Sanità giapponese: “Abbiamo dato l’Avigan (il nome del farmaco, ndr) a 70-80 persone, ma non sembra funzionare così bene quando il virus si è già moltiplicato”, le parole della fonte al Mainichi Shimbun.

Riflessione in questi giorni di dolore e di difficoltà dell’Italia e del mondo

Ogni attività di social dovrebbe avere a mio parere una direzione ben precisa, e, per quanto riguarda noi, accogliere e organizzare coloro che credono fermamente in un progetto d’ispirazione cristiana e popolare, laica e cattolica, che sappia produrre un seme di nuova democrazia e di nuova socialità, nel cammino iniziato dai padri politici Sturzo e De Gasperi, insieme anche, ovviamente ai tanti protagonisti del mondo cattolico in politica, così come si è determinato in oltre un secolo di storia.

Cosa vuol dire allora essere partecipi di questo progetto? Parto sempre dalla famosa affermazione di Papa Giovanni XXIII “ quando incontri un viandante, non chiedergli mai da dove viene, domandagli dove è diretto”.

Ciò che conta allora è la direzione. In questo momento storico ci sono molte direzioni: ci sono i populisti ( come prevalentemente i 5 stelle, ma la malattia è diffusa in ogni parte politica, perché purtroppo, si promette più di quello che si può fare, mentre, al contrario, De Gasperi diceva il contrario); ci sono i nostalgici ( e mi riferisco sia a coloro che vorrebbero ritornare a un passato recente o remoto, considerato paradigmatico, sia a chi pensa di rifare esattamente le stesse cose, senza rendersi conto che oggi non è più possibile); ci sono i coltivatori di illusioni (ottiche) che osservano solo miraggi e visioni; ci sono infine le persone concrete che guardano i fatti, riflettono sulla realtà del mondo attuale e, sulla base di quello che hanno imparato frequentando l’Amicizia del Signore, sia coscientemente, sia senza saperlo ( perché “ non chi dice Signore Signore …ma chi fa la volontà del Padre mio..”), propongono cose nuove, mantenendo le antiche nella loro pienezza valoriale, come dei buoni amministratori e cultori del bene comune.

Ecco noi vogliamo appartenere a questa categoria e non disperdere il grande patrimonio di cultura e di educazione politica e sociale che abbiamo conservato e che è a nostra disposizione, non tanto per ripeterlo, quanto perché ci serva a comprendere quello che dobbiamo fare oggi, dopo avere attentamente osservato quello che è avvenuto in questi ultimi 25-30 anni e proporre concrete risoluzioni e posizioni al servizio delle persone.

Coronavirus: dietro ogni difficoltà c’è una opportunità.

Sono convinto che dopo che passeremo questa condizione di difficoltà particolare, nulla resterà più come prima. L’esperienza che nostro malgrado stiamo facendo, ci sta inducendo a cambiare le priorità del paese, ci sta spingendo verso la innovazione, ci ha riporta su un terreno delle cose più realistiche mettendo all’angolo le posizioni esagerate, di rottura, populistiche. Insomma, dopo gli innumerevoli deragliamenti, il convoglio Italia, man mano, sembra voler tornare sui binari del realismo, del rifiuto delle esasperazioni, del recupero del tempo perso nel campo della innovazione.

Ad esempio, in questi momenti chi liquiderebbe la sanità italiana con luoghi comuni tanto sostenuti negli ultimi anni, al cospetto di tanta dedizione dimostrata dal personale medico e paramedico? Continuerebbe a tagliare risorse sulla sanità come se fosse un settore qualsiasi? Solo oggi possiamo renderci conto che i tagli passati, hanno mantenuto il tradizionale a discapito della prevenzione ed investimenti come reparti speciali sanitari che si stanno dimostrando vitali per la sicurezza delle persone.

Lo stesso vale per la scuola. Quale governante ispirato e lungimirante penserebbe che la spesa da destinare dovrebbe essere indirizzata solo all’assunzione di nuovi insegnanti privi di competenze aggiuntive a quelle tradizionali richieste, dopo che la chiusura forzata della scuola, non l’ha vista attrezzata neanche minimamente per allestire lezioni on line. È triste constatare che non si sono usati neanche app gratis esistenti per gestire lezioni con tecnologie ormai mature.

È persino inutile sottolineare quanto sia penalizzante interrompere i programmi di istruzione per i nostri bambini e ragazzi. Cambierà tanto anche il lavoro italiano dopo il forzato ricorso allo smart working. Non si tornerà indietro nella pubblica amministrazione, così come nel terziario e nell’industria. Sono convinto che le regolazioni dei prossimi rinnovi contrattuali, saranno fortemente condizionati dalle pattuizioni su orari, profili professionali, retribuzioni ed altro, riguardo questa modalità di lavoro che ci permette di superare come lavoratori tempo e spazio, con grandi guadagni di tempi, di salute, di relazioni familiari, di produttività.

Anche le relazioni sociali, interpersonali, quelle politiche, sindacali, quelle sociali in generali ed anche quelle religiose, saranno sostenute grandemente dalle modalità di collegamento on line. Attualmente ciascuno di noi si è relazionato digitalmente, ma di norma con un’altro singolo. Gli incontri di gruppo gli abbiamo concepiti soltanto di tipo “front”. Ed invece in questi giorni, quanti di noi hanno dovuto istallare velocemente app per tenere riunioni con tante altre persone che avevano l’esigenza di parlarsi in gruppo, incontrarsi virtualmente con la propria comunità religiosa per partecipare on line alla celebrazione eucaristica? Ed allora, di ciò che ci capita, dobbiamo farcene una ragione. Ed infatti vale la pena seguire una giustissima affermazione di un grande uomo come Galileo Galilei che di difficoltà ne incontrò tante: “ dietro ogni difficoltà c’è una opportunità”.

Il coronavirus, le scuole chiuse e l’istruzione a distanza

La riforma Renzi-Faraone altrimenti definita della “buona scuola” aveva simbolizzato nell’immaginario collettivo la figura del “preside-sceriffo”: ciò a motivo del fatto che sembrava cogliersi nell’articolato (peraltro alquanto disarticolato) del provvedimento legislativo (legge 107/2015) una deriva decisionista che rafforzava le prerogative dei dirigenti scolastici.

Le recentissime puntualizzazioni del Ministro MIUR On.le Lucia Azzolina in materia di formazione e istruzione a distanza introducono una nuova metafora per responsabilizzare i capi di istituto in ordine all’attivazione di iniziative di didattica attuate coi mezzi telematici, in questo periodo di chiusura delle scuole e di sospensione delle lezioni in presenza: quella che li definisce “comandanti della nave”.

Facile intuire la volontà del Ministro di assicurare ‘comunque’ l’esercizio del diritto allo studio garantito dagli articoli 3 e 34 della Costituzione, dalla legislazione dei Decreti Delegati del 1974, dalla legge 517/1977 e dalle successive disposizioni, coerentemente ispirate al principio dell’assolvimento dell’obbligo scolastico e formativo, agli alunni costretti a casa dalla pandemia del Coronavirus per effetto del più recente ‘DPCM Conte’ sui provvedimenti restrittivi atti ad evitare la diffusione del contagio, altrimenti facilitata dall’aggregarsi delle classi e dei gruppi di persone fisiche e dalla frequenza degli alunni alle attività didattiche.

Di metafora in metafora la deriva interpretativa dei più recenti titolari del dicastero di Viale Trastevere va nella direzione di un rafforzamento dei processi di decentramento organizzativo-didattico delle istituzioni scolastiche, specie dopo i provvedimenti sul conferimento dello status dirigenziale ai Direttori didattici e presidi (DL 59/1998) e sull’autonomia scolastica (DPR 275/1999).
Gli indirizzi ministeriali non vengono meno e la gerarchia di decentramento autarchico interna al sistema scolastico non si destruttura (vengono anzi rafforzate le funzioni degli Uffici scolastici regionali) ma il trend in atto da anni muove verso un allineamento dei luoghi delle decisioni a quelli della scuola militante, quindi verso la periferia del sistema. Lo scopo è ovviamente quello di valorizzare le potenzialità autogenerative e progettuali del pianeta-scuola e di favorire uno snellimento nelle procedure decisionali.

Sarebbe interessante approfondire questo aspetto poiché sembra invece – dal tam tam che arriva dalle scuole – che spesso si corra in rischio di introdurre nuovi livelli di burocrazia decentrata, che a volte finisce per essere persino più pervasiva e soffocante di quella tradizionalmente affidata alle autorità centrali.
La nota teoria di Parkinson sulla ”autogenesi degli uffici” finisce per replicare in periferia i difetti del sistema, nell’implementare gli adempimenti, nel creare una discrasia tra quantità sovrabbondante delle procedure e loro effettiva utilità.
Basti pensare all’enfasi data alle riunioni e all’intensità della loro calendarizzazione: viene da chiedersi quanta parte del tempo dedicato agli impegni collegiali e al crescente numero di adempimenti burocratici miniaturizzati in ogni aspetto della vita scolastica, produca alla fin fine un effettivo miglioramento in termini di efficienza ed efficacia della qualità del servizio pubblico erogato e quanto sottragga energie agli adempimenti didattici “in classe”.
Forse si è perso l’orizzonte di senso rispetto alle teorie curricolari e all’impostazione dei processi di insegnamento-apprendimento: “programmare” è “semplificare” e questo pare esser stato dimenticato in quel coacervo soffocante di riunioni, assemblee, comitati, gruppi di lavoro, team, staff e chi più ne ha più ne metta, che finisce col creare una sovrastruttura poco funzionale alla didattica e molto autoreferenziale rispetto agli adempimenti propedeutici, preliminari o validativi.

Si destina – come direbbe Thomas Bernhard – “più tempo a preparare che a fare”.
Chi conosce l’utilità della pedagogia comparativa sa che si tratta di una tendenza quasi fisiologica in atto nei sistemi scolastici dei Paesi della Comunità europea: sistemi formativi consolidati su un forte accentramento dei livelli decisionali muovono verso il decentramento di ruoli e funzioni e verso l’autonomia dei singoli istituti scolasti mentre modelli organizzativi basati sul potere delle autorità locali (scolastiche ed extrascolastiche) si incanalano nella direzione opposta: quella di compensare l’eccessiva discrezionalità locale con un rafforzamento delle funzioni di indirizzo e di controllo da parte del Ministero centrale, in tema di programmi, modelli organizzativi e coordinamento sulle linee generali che restituiscono una identità nazionale all’apparato scolastico, valga per tutti l’esempio del cd. “common core” in atto nei Paesi anglosassoni: stabilire uno zoccolo duro che garantisca omogeneità nell’uguaglianza dei diritti di accesso e garanzia di esiti formativi finali non condizionati dalla loro localizzazione.

Nell’uno e nell’altro modello organizzativo, con enfasi e peso differenziati, le nuove tecnologie stanno integrando le didattiche tradizionali, centrate sulla lezione frontale, sui libri e sulla scrittura manuale.
E’ noto che in Finlandia il tablet sta sostituendo l’uso del corsivo nell’apprendimento della letto-scrittura, con quali risultati sarà dato a verificare tra qualche anno.
Ma una scuola che ignora le nuove tecnologie rischia di non restare al passo coi tempi.
Anche il sistema scolastico italiano ha prodotto vere e proprie innovazioni in tema di insegnamento a distanza: basti ricordare da quanti anni è in vigore la cd. “istruzione domiciliare” a favore degli alunni impossibilitati a seguire le lezioni a scuola a motivo di infortuni, convalescenze post-operatorie, malattie.

Chi scrive queste righe ha contribuito a realizzare quel tipo di progetto: siamo stati i primi in Europa e in tema di scuola ospedaliera e di insegnamento a domicilio il “modello Italia” ha costituito un’eccellenza imitata poi da altri Paesi. Questo esempio di insegnamento a distanza si basava tuttavia su una precisa previsione normativa e poteva contare su uffici, strutture, disponibilità di mezzi, dotazioni e risorse programmate. Il richiamo del Ministro Azzolina ad avviare modelli didattici “ a distanza” fa necessariamente leva sulle motivazioni e la volontà progettuale di ogni singolo istituto, essendo tali moduli formativi contestualizzati ad una situazione di emergenza determinata dalla evidenza della pandemia in atto.

I riferimenti normativi cui fa riferimento il Ministro tuttavia sembrano generali e aspecifici e non suffragati da una espressa previsione normativa.
Occorre considerare la vastità dell’impegno richiesto, per evitare di avere scuole pilota e scuole non dotate di mezzi sufficienti ad avviare tali procedure. Inoltre- con riferimento all’utenza (leggasi alunni e famiglie) – va tenuto presente la vasta tipologia di situazioni domestiche, di disponibilità di mezzi e dotazioni tecnologiche, ma anche elementi oggettivi come l’ordine e il grado di scuola di iscrizione, le discipline, le materie.

Un corso di matematica o di lingua straniera a distanza ha un significato in termini di supplenza alla mancata frequenza scolastica, mentre appare meno sostenibile sul piano logico e comunicativo un analogo tipo di modulo didattico se riferito alla scuola dell’infanzia.
Non va sottovalutato inoltre un altro aspetto prodromico e una precondizione che si rivela essenziale: il cd. “decreto economia” (cioè la pars construens delle iniziative legate alla lotta al coronavirus e alle sue conseguenze) prevede che gli edifici scolastici siano inaccessibili anche al personale Dirigente, docente ed ATA. Ci si chiede come potrebbero avviarsi progetti di didattica a distanza in scuole fisicamente chiuse, per evitare incontri, riunioni e contatti che favorirebbero il contagio.
Se ne deduce che iniziative del genere potrebbero essere assunte a livello di volontariato e dalle abitazioni private dei docenti: non si può infatti immaginare che proprio le scuole siano luoghi di erogazione di un pubblico servizio dove prima e più che altrove vengono elusi i provvedimenti restrittivi del Governo.

Già prima del “decreto economia” si era verificata una situazione contraddittoria nel contesto dello stesso DPCM “Conte” del 4 marzo u.s : nel medesimo art.1) alla lettera a) si vietavano (divieto che resta in vigore) le assemblee, le riunioni e gli assembramenti di persone in luoghi pubblici e privati, mentre alla lettera d) veniva disposta la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Tuttavia il comma di cui alla lett. g) dello stesso art.1) consentiva ai Dirigenti scolastici di avviare iniziative di insegnamento a distanza “sentiti i collegi dei docenti”. Ora “sentire il collegio dei docenti” (un organo collegiale istituito con DPR 416/1974) significa all’atto pratico “riunirlo” : si tratta di convocare un’assemblea mediamente costituita da 60/120 persone, violando in tal modo il divieto di riunire una moltitudine di persone.
Eppure risulta che per ottemperare a tale previsione normativa alcuni Dirigenti scol.ci abbiano convocato i rispettivi collegi dei docenti. Forse bastava più attenzione nella stesura del DPCM o un po’ di buon senso nel dare priorità al rischio contagio anziché ai progetti didattici a distanza, vista la gravità della situazione.

Si aggiunga che la chiusura prima regionale e in altre province, poi totale delle scuole era stata preceduta da una disposizione che prevedeva che alunni provenienti dall’estero (segnatamente dalla Cina) potessero essere riammessi a scuola sulla base di una valutazione di opportunità delegata ai loro genitori.

In conclusione: sceriffi, comandanti o più correttamente “dirigenti scolastici” sono spesso chiamati a dirimere e interpretare disposizioni ministeriali contrastanti e di difficile applicazione sul piano organizzativo. In certi casi disposizioni nazionali tempestive, chiare e indiscutibili metterebbero chi le riceve in condizioni meno controverse sul piano delle responsabilità connesse a decisioni da assumere.
E’ un male italiano il “ni”: ma qui si oscilla spesso tra l’omissione e l’eccesso di zelo.

Migranti: “L’85% di chi è arrivato in Italia negli ultimi 6 anni ha subito torture”

Secondo le informazioni raccolte da Medici per i Diritti Umani, nel periodo che va dal 2014 al 2020, l’85% dei migranti e rifugiati giunti dalla Libia ha subito in quel paese torture, violenze e trattamenti inumani e degradanti; i due terzi sono stati detenuti, quasi la metà ha subito un sequestro o si è trovata vicino alla morte. Nove persone su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Un numero elevato di testimoni ha dichiarato di essere stato costretto ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni.

Tali dati, riferiti al campione di oltre tremila persone assistite da MEDU, rappresentino un
quadro fedele di ciò che accaduto, ed accade, alla gran parte di migranti e rifugiati che sono transitati in questi anni in Libia, o che vi si trovano in questo momento.

Oggi in Libia sono operativi 11 centri di detenzione per migranti formalmente controllati dalle autorità del Governo di accordo nazionale (Gna) mentre nel corso degli ultimi anni sono stati censiti 63 centri di detenzione su tutto il territorio libico.

Non esistono stime attendibili su quante persone siano attualmente rinchiuse in questi luoghi di sequestro anche se il loro numero è presumibilmente assai maggiore di quello dei detenuti nei centri ufficiali”, rileva Medu. “L’attendibilita delle informazioni fornite dai testimoni  è stata verificata in base ai riscontri oggettivi disponibili come ad esempio l’effettiva esistenza dei centri di detenzione nei luoghi e nei tempi riferiti, l’esistenza di testimonianze, informazioni, rapporti di soggetti terzi a conferma/disconferma di quanto affermato”.

Nel complesso le storie raccolte presentano “una straordinaria concordanza nel descrivere luoghi, perpetratori e tipologie di violenze che si sono consumate all’interno e fuori dai centri di detenzione”.

Si tratta, secondo Medu, di “un formidabile atto di accusa sulla tragedia che si sta consumando in questi anni sulle rotte migratorie che attraverso la Libia portano in Europa”. Nel rapporto vi sono anche 50 testimonianze che illustrano l’effettivo quadro di violazioni dei diritti umani in Libia.

L’eta media dei migranti e rifugiati (88% di sesso maschile e 12% di sesso femminile) assistiti e intervistati da Medu è di 26 anni. Tra di loro sono presenti oltre 300 minori (13%), incontrati negli insediamenti informali di Roma e presso il sito umanitario di Agadez.

Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni.

L’80% dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati assistiti all’interno dei progetti di riabilitazione medico-psicologica per le vittime di tortura di Medu in Sicilia e a Roma (circa 800 pazienti) presentava ancora segni fisici compatibili con le violenze riferite e conseguenze psicologiche e psico-patologiche della violenza.

Circolare della Polizia stradale: le regole per i monopattini elettrici

Nuove regole per la circolazione dei monopattini elettrici. La disciplina è contenuta nella circolare esplicativa del Servizio della Polizia Stradale del 9 marzo 2020. 

La legge 28 febbraio 2020, n. 8, che ha convertito con modificazioni il decreto-legge cosiddetto “decreto milleproroghe”, ha introdotto, tra le altre, disposizioni sulla circolazione dei dispositivi per la micromobilità elettrica e sui veicoli atipici. La norma, oltre a prorogare di dodici mesi il termine di conclusione della sperimentazione, portandolo al 27 luglio 2022,  disciplina la circolazione dei monopattini elettrici, anche al di fuori dell’ambito della sperimentazione, e dei segway, hoverboard, monowheel e degli analoghi dispositivi elettrici di mobilità personale. 

Le nuove regole sono relative, ad esempio, ai limiti di età per la loro conduzione, all’obbligo dell’uso del casco per i minori di diciotto anni, all’obbligo di indossare il giubbotto retroriflettente in condizioni di scarsa visibilità. 

La circolazione dei monopattini elettrici, per effetto dell’equiparazione ai velocipedi, non è soggetta a particolari prescrizioni relative all’omologazione, approvazione, immatricolazione, targatura, copertura assicurativa. Per circolare su strada, però, devono rispondere a specifiche caratteristiche: 

  • avere un motore elettrico di potenza nominale continuativa non superiore a 0,50 kW (500 watt); 
  • non essere dotati di posto a sedere per l’utilizzatore perché destinati ad essere utilizzati da quest’ultimo con postura in piedi; 
  • essere dotati di limitatore di velocità che non consenta di superare i 25 Km/h quando circolano sulla carreggiata delle strade e i 6 km/h quando circolano nelle aree pedonali; 
  • essere dotati di un campanello per le segnalazioni acustiche; 
  • riportare la marcatura «CE»; 
  • avere i componenti specifici per i monopattini elettrici; 
  • da mezz’ora dopo il tramonto, durante tutto il periodo dell’oscurità, e di giorno, qualora le condizioni atmosferiche richiedano l’illuminazione, devono essere equipaggiati con luci bianche o gialle anteriori e con luci rosse e catadiottri rossi posteriori per le segnalazioni visive ed in mancanza non possono essere utilizzati, ma solamente condotti o trasportati a mano. 

Nel Cretaceo superiore i giorni duravano mezz’ora in meno

Un nuovo studio, condotto da un team di scienziati delle Università di Bruxelles e Ghent, ha dimostrato che in passato, per effetto della maggior velocità di rotazione della Terra attorno al proprio asse i giorni duravano 30 minuti in meno e  la Luna era più vicina alla Terra di circa mille chilometri.

Per giungere a queste conclusioni gli esperti hanno analizzato un reperto fossile della conchiglia di un mollusco bivalve della famiglia delle rudiste, il Torreites Sanchezi, conservato al museo di storia naturale di Maastricht, che un tempo popolava le aride montagne dell’Oman.

È così emerso che il numero complessivo di anelli depositati dalla T. Sanchezi in un anno è pari a 372, e che ogni anello è diviso in lamelle chiaro-scure che suggeriscono una crescita differente nel giorno e nella notte.

Coronavirus: a che punto è il farmaco anti-artrite?

Assorted pills

Nei giorni scorsi erano arrivate speranze dal Tocilizumab dato che alcuni pazienti con il coronavirus trattati con questo farmaco avevano risposto bene a Napoli, ma anche a Fano, Pesaro e Padova. Il Tocilizumab è un anticorpo monoclonale usato per l’artrite reumatoide. La Roche, azienda che lo produce, ha annunciato la cessione gratuita del farmaco alle Regioni che lo richiederanno. I test sul Tocilizumab erano cominciati in Cina.

Il protocollo per la sperimentazione scientifica del Tocilizumab per il trattamento della polmonite indotta dal coronavirus  non è stato approvato dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) ma è in corso la “valutazione per l’approvazione e tutti speriamo che nei prossimi giorni si possa addivenire ad una soluzione positiva”, ha spiegato Vincenzo Montesarchio, infettivologo dell’ospedale Cotugno di Napoli.

Sono stati 11 finora i pazienti con Covid-19 trattati a Napoli con il farmaco anti-artrite tocilizumab e sembra che possa dare il via a un cauto ottimismo.

 

L’unità possibile per un nuovo centro

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo dell’on. Tarolli (ParteBianca)

Rispetto al dibattito e agli auspici che in Italia, fra gli attori della politica, ci sia anche una “realtà centrista”, scenario che senz’altro condivido, occorre avere chiaro da dove si viene. Non tanto per fare i censori, quanto per partire da una necessaria analisi critica di quanto gli ultimi decenni ci hanno consegnato.

All’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso, la DC – partito che aveva guidato l’Italia per mezzo secolo e che poteva vantare almeno tre successi storici: l’uscita dell’Italia dalla povertà e l’entrata nel novero dei paesi più evoluti, essere stata fra i fondatori della Nuova Europa e di aver concorso alla sconfitta storica del comunismo! –  si sgretola e si sbriciola.

I Dirigenti del tempo si dimostreranno impari alla sfida. Chiudono e consegnano la cultura che aveva concorso a governare il Paese alla irrilevanza.

Si apre una fase nuova. Si pensa di poter entrare nell’età dell’oro! Si parla di seconda Repubblica. Ci si convince, che solo un sano bipolarismo sia in grado di far uscire l’Italia dalla palude delle mediazioni e di assicurare un salvifico approdo ad un Sistema che consenta l’alternanza alla guida del Paese.

Si afferma l’esperienza del partito del leader.

Il riferimento diventa Berlusconi, che lancia Forza Italia, e che coinvolgerà Alleanza Nazionale, nata sulle ceneri del Movimento Sociale, e la Lega, che da voce a tanta parte del Nord del Paese, soprattutto ai ceti produttivi.

Farà sognare! Con il sogno della rivoluzione liberale, con l’esaltazione della meritocrazia e della semplificazione, con il miraggio del calo delle tasse.

Vincerà e perderà; ma per due decenni sarà il dominus. 

E nell’area della sinistra?

Fra una divisione e l’altra, il Pci evolve prima in Pds, e poi in Pd. Ma sempre all’insegna dell’inseguimento.

Aspirando ad essere progressista a tutti i costi, contagiato dalle esperienze clintoniane e blairiane, cavalca a briglia sciolta la globalizzazione, il leaderismo, le liberalizzazioni, le semplificazioni, anche il precariato.

Si fa paladino delle tematiche dei diritti, cedendo alle spinte radicali e perdendo, così, progressivamente la sua anima e la sua attrattività.

In pari tempo la UE perde i suoi caratteri originari, di essere popolare, sussidiaria e promotrice di crescita. Per approdare ad una UE dei criteri e delle regole, della stabilità, e delle tecnocrazie illuminate.

E, infine, un po’ tutto l’Occidente non sa declinare in modo organico e sistematico il passaggio dal secolo delle Ideologie, con i suoi schematismi anche manichei, al secolo delle Libertà, che deve potersi esprimere non solo nella sfera individuale ma anche dentro un contesto comunitario. 

In questo quadro, l’Italia non metabolizza il sistema bipolare, ma rimane ancorata alle sue peculiarità e ai suoi territori. La semplificazione maggioritaria non sfonda. Le due coalizioni, di centro-destra e di centro-sinistra, si formano e governano con l’apporto di partiti e partitini.

Ora, il giudizio di chi ha governato in questi ultimi 27 anni sta davanti a noi nella crudezza della sua realtà.

Gli indicatori sono impietosi: l’economia ci ha arricchito di sofferenze. Le “politiche dei numeri” (regole, criteri, tasse, inflazione..) ci tengono ai livelli del 1998. La qualità e il funzionamento della nostra democrazia si è impoverita. Il Parlamento è stato anestetizzato. E la tensione etica e valoriale si è affievolita.

Le illusioni e le speranze iniziali, come la valanga di Rigopiano, si infrangono e vengono travolte. A noi rimangono solo le macerie.

E irrompono nella partita Grillo e i 5 Stelle. Con il loro carico di cambiamento e rigenerazione, ma pure con il carico di impreparazione, improvvisamente e semplicismo.

Con il loro ingresso, il sistema politico italiano approda al tripolarismo, con le novita, le anomalie e le difficoltà conseguenti.

Un dato però merita di essere rimarcato: se la crisi economica successiva al 2007/2008 deve essere considerata, per voce degli esperti, più grave di quella della fine degli anni venti, vuol dire che il sistema politico come quello di protezione sociale ci ha messo al riparo dalle terrificanti derive a cui si era approdati negli anni trenta.

La conclusione che ci pare di poter trarre, anche se in apparenza di parte, può essere così sintetizzata: nei 27 anni in cui la tradizione politica italiana del popolarismo cristianamente ispirato è stata divisa, e quindi non in grado di giocare la partita, il Paese ne ha pesantemente sofferto.

E questo non perché sia una cultura vecchia, superata o minoritaria, altrimenti non si spiegherebbe come il Paese che guida l’Europa, continui ad essere ancora governato proprio da questa cultura.

Semplicemente perché bisogna ritornare a una “unità possibile”, la più ampia possibile, aperta a credenti e non, che non corre in soccorso di altre culture, ma che intende giocare una testimonianza in autonomia dentro la palestra del sistema delle alleanze.

  • Ivo Tarolli, già parlamentare (ParteBianca)

Donat-Cattin, attuale e moderno.

Il suo magistero politico, culturale, sociale e istituzionale è sempre stato complesso e articolato. Difficile da declinare. Eppure Carlo Donat-Cattin, scomparso 29 anni fa, continua ad essere un punto di riferimento non solo per i cattolici impegnati in politica ma per tutti coloro che continuano a battersi a difesa dei ceti popolari nella concreta azione pubblica. 

Certo, Donat-Cattin aveva una cultura politica di riferimento netta e definita. Era quel cattolicesimo sociale che ha contribuito ad affinare e a qualificare la stessa esperienza del cattolicesimo politico nella società italiana, a partire dagli inizi del ‘900. E, del resto, la sua esperienza politica nella Dc si è sempre ispirata a quel filone ideale, coerente a quel magistero culturale e intransigente sul versante politico. Al punto che l’uomo che storicamente ha rappresentato l’alternativa al potere tecnocratico, alla destra economica e sociale, ai circoli borghesi e aristocratici e alla deriva liberista della politica, fu addirittura accusato duramente dalla cosiddetta sinistra del nostro paese di essere poco sensibile alle istanze e alla difesa dei ceti popolari. Appunto, Donat-Cattin era una personalità forte e coraggiosa che non si rassegnava a vedere la Dc come un partito neo borghese, conservatore, prevalentemente moderato e tutto sommato insensibile e poco attento ai valori e ai principi della dottrina sociale cristiana della Chiesa. E il suo magistero politico, culminato con il varo dello “Statuto dei lavoratori” nel maggio del 1970 – cioè “portare la Costituzione nelle fabbriche”- è sempre stato ispirato ad un sistema di valori che lo portava anche ad entrare in contrasto con i detentori e gli esegeti della cosiddetta sinistra politica nel nostro paese. 

Uomo battagliero ma coerente, burbero ma ricco di umanità, concreto ma con una vasta cultura alle spalle, è stato indubbiamente tra i protagonisti assoluti della politica italiana per oltre un trentennio, dalla fine degli anni ‘50 sino alla sua scomparsa. Insomma, era semplicemente uno statista. E quando si è espressione di una cultura politica, oltrechè leader politico – l’ormai famosa sinistra sociale della Dc di Forze Nuove – difficilmente l’eredità si disperde. Certo, i tempi sono profondamente cambiati e la società italiana non è lontanamente paragonabile a quella che ha visto Donat-Cattin protagonista eccellente ed indiscusso per svariati lustri. Ma la sua cultura politica, la sua tensione ideale, la sua difesa e promozione dei ceti popolari, la sua ispirazione cristiana, il suo coraggio indomito e anticonformista e, soprattutto, il suo attaccamento ad una concezione popolare e solidaristica della battaglia politica, sono elementi costitutivi che non possono essere archiviati facilmente e con leggerezza adolescenziale. Meritano di essere vissuti e inverati anche e soprattutto nella dialettica politica contemporanea non perchè siamo catturati da un istinto nostalgico ma perchè quei valori, quella cultura e quella testimonianza continuano ad essere moderni, attuali e fecondi. Per questi semplici motivi il magistero di Carlo Donat-Cattin continua ad essere moderno ed attuale. E non solo per gli ex amici di Forze Nuove o della ex sinistra Dc. 

Coronavirus. “Una sfida immane che ci coinvolge tutti e che sollecita risposte nuove in campo medico, etico ed economico”. Intervista a Monsignor Andrea Manto

Articolo pubblicato sulle pagine di Quotidiano Sanità a firma di Cesare Fassari

Monsignor Andrea Manto, 53 anni, medico specializzato in geriatria, è docente presso la Pontificia Università Lateranense e presidente della Fondazione Ut Vitam Habeant, succedendo nel ruolo al fondatore, cardinale Elio Sgreccia, dopo la sua scomparsa. Prima di questo incarico, Manto è stato Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della Sanità della CEI e del Centro per la Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma. Ecco le sue riflessioni su quanto sta accadendo a seguito della pandemia di COVID-19 e sulle sue implicazioni sul piano della tutela della salute, sugli aspetti bioetici con essa connessi e sulle ricadute sociali ed economiche che si stanno delineando nel Mondo.

Monsignor Manto, l’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia di questo nuovo Coronavirus ci sta ponendo dinanzi a problemi di sostenibilità e di etica medica che pensavamo di aver ormai messo da parte, se non altro nel mondo occidentale. Gli anestesisti italiani hanno posto questioni dirimenti, delineando possibili scenari, seppur fortunatamente non ancora operativi, che ci pongono dilemmi più ampi sul dovere e sulla conseguente possibilità di curare e assistere ogni essere umano, indipendentemente dalla sua età e condizione di salute. Siamo pronti a questa sfida?

Penso che nessuno possa dirsi pronto a sostenere questa sfida da solo. Non si può affrontare in maniera isolata la sfida di un’epidemia causata da un virus nuovo, per il quale mancano anticorpi nella popolazione e cure mediche efficaci. È necessario condividere le conoscenze e i saperi nella comunità scientifica e coordinare gli interventi di sanità pubblica. Né si può affrontare la sfida di elaborare principi etici liquidando, unilateralmente e sotto la spinta dell’emergenza, la deontologia medica, che è un sapere condiviso e consolidato da secoli a tutela dei valori fondanti dell’umanità. Le faccio un esempio: il “first come, first served” è un principio di giustizia universale che regola tutti i rapporti umani, per capirci, dalla coda alla biglietteria, ai mercati azionari, fino a situazioni cruciali.

Esso serve a impedire la prepotenza e gli abusi. Minarne il valore può causare molti più problemi di quanti si pensa di risolverne. Ad esempio, ipotizziamo che ci sia un solo posto libero in una rianimazione e arrivino, a distanza di pochi minuti, due pazienti intorno ai 60 anni di età, molto simili per gravità della situazione e possibilità di sopravvivenza: Lei cosa farebbe se fosse il medico? Userebbe il criterio dell’ordine di arrivo o tirerebbe la monetina? È una scelta terribile e capisco la sofferenza di chi deve compierla. Ma la deontologia è chiara: il dovere del medico non è affidarsi soltanto a un criterio statistico o a una linea guida generale.

Egli deve decidere per quella persona e in quella precisa situazione il bene concretamente possibile, certamente evitando interventi terapeutici inutili, sproporzionati o esplicitamente rifiutati dal paziente, ma mai può agire contro l’interesse del paziente. Non è infrequente che il medico, come lo statista, il giudice, o chiunque abbia responsabilità rilevanti per le vite degli altri, si trovi di fronte a scelte drammatiche di cui deve assumersi il peso da solo. E purtroppo non esistono deroghe, scorciatoie o seconde opportunità.

Nessuno può sostituirsi a noi e alla nostra libertà e responsabilità e al nostro dovere di decidere in scienza e coscienza, anche sbagliando, ma assumendoci il carico che da questo deriva. È la vita, sempre imperfetta eppure sempre meravigliosa. È la bellezza e il dramma della nostra libertà, che desidera l’assoluto, ma vive nel qui e ora e ha bisogno di confini.
Trovo perciò che la SIAARTI abbia sollevato dei problemi di etica medica assai rilevanti, tanto più nello scenario attuale e nel contesto del mondo globalizzato. Su tali problemi bisogna tenere sempre viva l’attenzione e andare a fondo nel dibattito, perché essi non riguardano solo i medici, i malati e le loro famiglie o chi è chiamato ad amministrare la sanità, ma toccano tutti noi e il fondamento stesso della società e della democrazia.

Preferisco però, come affermato dal presidente dell’Ordine dei Medici Anelli, considerare l’iniziativa degli anestesisti un “grido di dolore” di fronte alla pesante situazione che stiamo attraversando o un allarme rispetto a un suo possibile aggravamento, se non si prendono misure ancora più efficaci. Infatti, al netto del merito di segnalare il problema, il documento elaborato dalla SIAARTI non mi sembra un testo adeguato nell’approccio e nei contenuti.

Perché?
Anzitutto non c’è nulla di nuovo nell’argomentazione che introduce. In altri Paesi si propone già da tempo di escludere gli anziani dalle cure più costose per ridurre la spesa sanitaria, per esempio proibendo l’innesto della protesi d’anca dagli 80 anni in poi. In Italia nello scorso decennio in molti tavoli di riflessione sulle cure intensive si sosteneva la scelta di non ricoverare gli anziani in rianimazione. E non perché fossimo di fronte alla minaccia del Coronavirus, ma perché, secondo alcuni, di fronte ai tagli imposti dai piani di rientro era preferibile tenere i posti per i più giovani.

L’idea di fondo è che il razionamento o la scarsità delle risorse disponibili ci debbano portare a prefissare criteri di selezione del valore della vita umana. È un’idea miope e pericolosa, perché ai potenziali tagli e risparmi sulla vita degli altri non c’è mai limite, in tutti i campi (si pensi ad esempio alla sicurezza sul lavoro o all’ambiente) e perché si minano le basi della solidarietà e della democrazia. I medici, in base alle loro competenze, devono fare di tutto per curare al meglio ogni paziente in forza dell’alleanza medico-paziente e far capire alla società il valore fondamentale della tutela della vita e della salute.

Bisogna incessantemente costruire ponti tra scienza e saggezza, individuando scelte coerenti e modalità idonee per mettere a fuoco e affermare i valori più autenticamente umani. Occorre creare una nuova mentalità e non rassegnarsi al pensiero unico, sempre materialista, formando le coscienze a rispettare la vita umana pensandola sempre come fine e mai come mezzo.

Alcuni anni fa l’Unione europea, era il 2006, lanciò uno slogan affascinante “La salute in tutte le politiche” in una visione illuminata e trasversale della promozione della salute tra i popoli in grado di coniugare la salute delle persone attraverso politiche concertate sul piano economico, sociale e ambientale. Di quel programma ambizioso, in realtà, se ne è persa traccia col passare degli anni e la tutela della salute si è continuata a considerare di fatto più un fattore di costo che di sviluppo per un Paese. E ora, forse, ne vediamo le conseguenze…
Esatto! Ha colto perfettamente il mio pensiero. Le dirò che la logica del documento SIAARTI va proprio a sposare la linea che vede la tutela della salute soprattutto come un costo, e dietro l’urgenza della decisione clinica maschera un criterio di utilitarismo e di egoismo (la persona serve finché è utile e quando è un peso va abbandonata).

Un’idea che, per cerchi concentrici e slittamenti progressivi, “contagia” tutti e mina la struttura stessa della società. Per certi aspetti è questa la prima e più pericolosa epidemia, perché veicola l’egoismo e la legge del più forte (darwinismo sociale) e legittima quella che Papa Francesco ha definito la “cultura dello scarto”. Con la rottamazione dei valori da un lato, e con i piani di rientro dall’altro, siamo arrivati a non avere un numero congruo di posti-letto nelle rianimazioni, a spendere sempre meno per le politiche di prevenzione ed educazione sanitaria, a non investire in ricerca e formazione per affrontare le epidemie e a non accantonare risorse per l’emergenza.
E poi questo documento si presta al disegno, in corso da tempo, di sostituire la medicina ippocratica con la medicina ideologica.

Si spieghi monsignore.
Si vuole, in buona sostanza, sostituire al dovere di curare una persona in quanto essere umano, il dovere di curare le persone solo in base alle indicazioni del parametro ideologico dominante (culturale, politico, ecc.). Perciò di volta in volta, avremo categorie di persone che non sono degne di essere curate, o perché la loro qualità della vita a nostro (di chi?) giudizio non è adeguata, o perché costano troppo, o perché non producono, o perché sono migranti e portano malattie di cui non vogliamo contagiarci, o magari perché sono di razza, religione o convinzione politica diversa da quella della maggioranza che decide.

Il processo in sintesi è il seguente: con la motivazione di affrontare il problema spinoso delle decisioni drammatiche nei casi-limite si cercano i criteri di scelta, o meglio di selezione, trovati adesso nell’analogia con il triage che si opera durante le guerre(!) o le catastrofi. Poi, per semplificare la fatica della complessità di decidere e per razionalizzare l’incertezza di stare su confini scivolosi, si procede a cristallizzare i criteri in indicazioni normative e perciò valide per tutti.

Tali indicazioni normative, derivanti come dicevo da criteri arbitrari applicati ai casi limite e poi decontestualizzati, vengono progressivamente trasferite nella comune pratica clinica per ulteriore analogia o similitudine; per esempio ove lo Stato tagliasse fondi per le cure agli indigenti, oppure qualora la presenza di troppi anziani malati mettesse a rischio il sistema pensionistico. In questo modo viene eroso il criterio fondante della democrazia e del contratto sociale, che è appunto l’indisponibilità della vita umana. Mi permetta un’ultima battuta: il pericolo maggiore per la libertà non sta nel quasi-coprifuoco che ci viene adesso imposto al fine di impedire la diffusione del virus, ma sta nella finta libertà di avere in futuro un criterio “giusto” per decidere chi far morire.

Questa emergenza sanitaria, divenuta presto anche economica e sociale, sta sollevando anche altre questioni che investono la sfera ampia, e fino ad oggi apparentemente intoccabile (sempre nel nostro “Occidente”), delle libertà personali e delle responsabilità ad esse connesse quando entra il gioco il bene comune. Come sta reagendo a suo parere il popolo italiano di fronte a restrizioni e divieti mai adottati finora?
Direi che stiamo reagendo complessivamente abbastanza bene. L’impatto con l’epidemia ci ha fatto scoprire altri aspetti della nostra società e della vita che troppo spesso si danno per scontati. Per esempio il fatto che ciascuno di noi è individualmente responsabile della salute degli altri e del bene comune molto più di quanto ordinariamente lo percepisca.

Questa interdipendenza non dovrebbe mai consentire atteggiamenti superficiali e richiede perciò educazione sanitaria, cultura della prevenzione, responsabilità e rispetto delle regole della vita buona. Gli stili di vita sani proteggono sia nelle situazioni ordinarie che in quelle straordinarie; non a caso i fumatori sono probabilmente più suscettibili alle complicazioni gravi dell’infezione da Coronavirus.

La lista delle pratiche individuali virtuose sarebbe lunghissima. Questa crisi può rappresentare una grande opportunità di crescita e di maturazione collettiva, specie per le generazioni più giovani. Tutti possiamo cogliere la lezione dell’interdipendenza declinandola come educazione alla tutela della propria salute, responsabilità verso gli altri, dovere di solidarietà verso le persone più fragili, anche perché l’epidemia ci insegna i più fragili da un momento all’altro potremmo essere proprio noi. Tutti possiamo capire che non si vive soltanto da sé stessi e per sé stessi. Ma c’è anche un’altra straordinaria opportunità…

Quale?
La individuo nel fatto che siamo costretti a fermarci e a fare i conti con il rischio e con la paura della morte. Vivere è sempre rischioso e ogni giorno tutti noi un po’ moriamo, perché scorre il tempo della nostra vita. Tuttavia non ci pensiamo, siamo sempre di corsa e presi dalle cose da fare, preoccupati di “funzionare” più che di “esistere”.

L’attuale situazione di “sospensione” della vita può renderci moralmente più forti se pensiamo che, proprio perché ogni giorno moriamo tutti un po’ alla volta, dobbiamo dare un senso profondo e una motivazione alta alla nostra vita, vivere per qualcosa che valga davvero la pena e non invece sciupare la vita. Ogni vita è preziosa e ogni attimo della vita è importante. Il nostro popolo è un popolo molto resiliente, abituato a fare di necessità virtù, e sono certo che saprà risollevarsi anche da questa prova. D’altra parte, stiamo vivendo di fatto una soppressione delle libertà costituzionali e questo si può giustificare solo di fronte a un rischio di portata eccezionale.

Ovviamente, la chiusura di tutto o quasi tutto non potrà essere sostenuta a lungo e per accelerare la soluzione del problema tutti dobbiamo fare la nostra parte. Ci è richiesto di essere uniti e superare le divisioni, i personalismi e la frammentazione del tessuto comunitario. In questo difficile frangente la politica ha la grande responsabilità di cercare l’unità, non solo in vista dell’urgenza immediata, ma anche per le strategie di rilancio e di riprogettazione del Paese.

Un’altra riflessione che le propongo è sulla capacità di reazione della comunità internazionale. Al momento sembrano mancare una visione e una coesione universali sulle strategie e sui mezzi da mettere in campo, tant’è che nei giorni scorsi il Dg Oms si è detto preoccupato tanto dell’escalation dei contagi quanto dell’inazione di molti Paesi. Verrebbe da dire che il Mondo, oltre che sulla politica e sull’economia, sia diviso anche su come far fronte a un’emergenza sanitaria globale contro la quale non dovrebbero esistere barriere di alcun tipo…

Purtroppo quello che Lei evidenzia è drammaticamente vero. Contrastare una pandemia richiede interventi tempestivi e coordinati a livello internazionale. Invece, viviamo il paradosso che in un mondo globalizzato dall’economia, dal commercio, dai sistemi di trasporto e dalle tecnologie di comunicazione digitale riemergono fortemente divisioni, nazionalismi, egoismi.

La pandemia mette a nudo quanto queste opzioni siano irresponsabili, pericolose per tutti e di corto respiro. Nel mondo globalizzato, l’interdipendenza tra salute ed economia, come già quella tra salute ed ecologia, appare molto più chiaramente e chiede la necessità di rafforzare i luoghi di confronto, di mediazione, di pacificazione e di concertazione, partendo però dagli interessi di chi è più debole o più indietro. Più che solo nella competizione forsennata per l’ultima tecnologia sanitaria o per lo smartphone sempre più veloce, bisognerà investire nelle scelte che creano maggior guadagno di salute globale. Serve una nuova mentalità politica capace di includere e di custodire, partendo dalla dignità inviolabile dell’essere umano, la cui vita è indisponibile alla volontà del più forte e non può mai essere strumentale o funzionale a qualsivoglia interesse sovraordinato.

La globalizzazione non può limitarsi a essere monetaria, economica e tecnologica. È necessario e urgente costruire la globalizzazione dell’umano e la comunione tra i popoli, partendo dalla responsabilità di custodire il valore inestimabile di ogni vita. È questa la vera sfida che abbiamo davanti e la pandemia lo dimostra chiaramente.

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Il lavoro dopo il coronavirus

In che misura le esperienze maturate dal coronavirus indurranno ai cambiamenti di comportamento individuali e collettivi della nostra società italiana? Non lo sappiamo ancora, ma proviamo a prefigurarne alcuni.

Parafrasando Machiavelli l’introduzione di un’innovazione “produce l’inimicizia di coloro i quali hanno profitto a preservare l’antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che sarebbero avvantaggiati dal nuovo”. La brusca novità (catastrofe, calamità, cambiamento repentino di abitudini, di paradigmi socio-economici) stimola messaggi neurofisiologici alla corteccia prefrontale che inducono o all’aggressività (luddismo) o alla fuga all’indietro (passatismo) o alla paralisi (incredulità e stasi). Lo sanno bene i genitori che, di fronte ad un fanciullo che subisce una caduta, vedono che piange, se chi gli sta di fronte si spaventa e si angoscia, o ride, se chi gli sta di fronte sorride e amorevolmente rassicura. È l’effetto dei neuroni specchio che trasferiscono empaticamente i sentimenti tra esseri umani in relazione visiva .

Queste reazioni vengono superate se vengono innescati i bisogni fondamentali dell’uomo/donna, che Maslow ci ricorda essere: sopravvivenza, fame, sete, sesso, riconoscimento sociale.

Il coronavirus sta emergendo come un nuovo “cigno nero”, cioè un evento imprevisto e imprevedibile, che, come ci ha ricordato Thaleb può cambiare la storia o, in ogni caso, l’esperienza collettiva di una comunità (italiana, europea, umana?). Domandiamoci quali potrebbero essere i primi effetti sul piano dell’innovazione in tema di lavoro.

a) La riscoperta del lavoro domestico, che attraverso il telelavoro, il lavoro smart, il lavoro decentralizzato, da un lato isola il lavoratore dai rapporti umani, ma dall’altro gli consente di accudire anche ai lavori domestici, alle cure parentali, alle pause, stimolo alla creatività e alla relazionalità produttiva. È la fine del lavoro fordiano, ma pure della “classe lavoratrice” sostituita sempre più dalla segmentazione professionale e dalla rete di “relazioni sindacali trasversali e transnazionali”. Si pensi ai “lavoratori” di Airbnb, della logistica transnazionale, delle filiere produttive-distributive di prodotti industriali, alimentari, farmaceutici che, di fronte allo strapotere delle Over the Top, si possono informare, contattare, mobilitare in eventuali “scioperi” transfrontalieri. Si pensi ai “consumatori” in rete che possono informarsi, comunicare le loro valutazioni su prodotti e servizi (banche e assicurazioni in primis) e, se danneggiati, procedere a campagne di “svuotamento della reputazione” o di svelamento di comportamenti sleali, truffaldini o “socialmente ambigui” a livello mondiale.

b) La espansione della teledidattica. Strumento già adottato negli anni ’70; chi non ricorda le lezioni notturne della rete Nettuno (ne fui coinvolto anch’io) che abituarono i docenti ad essere comunicativamente efficaci, interattivi con i partecipanti e comunque presenti, pena la perdita di credibilità e di stima da parte dei loro colleghi, forse gli unici che seguivano, criticamente, certe lezioni. Ciò consentirà da un alto l’espansione del numero dei laureati, magari di laurea triennale, quindi professionalizzante, dall’altro di sviluppare una seria politica di aggiornamento e di riqualificazione professionale che oggi, in particolare in Italia, è una grave mancanza.

c) Lo sviluppo della telemedicina, che ora consente di diagnosticare da remoto e di evitare code, intasamenti e sovraccarico al personale medico e paramedico, e domani, come già avviene negli Stati Uniti, la chirurgia a distanza e le relative terapie domestiche, con maggiore specializzazione, minori costi sanitari e minor inutile trasferimento di pazienti e parenti per l’Italia e per l’Europa. Naturalmente con adeguamento della velocità delle reti, dei sistemi assicurativi e delle normative che tutelino i pazienti e gli operatori sanitari.

Vi sarà quindi bisogno di nuove professionalità, per nuovi posti di lavoro e per nuove competenze interdisciplinari. Certo, resta il problema della fase intermedia che Machiavelli icasticamente descrive. Ma questa è da sempre compito della politica: prefigurare il futuro garantendo chi non riesce a raggiungere il nuovo. In Europa prima la Gran Bretagna post-belliica, poi l’Italia, lo seppero fare nel passaggio dalla società agricola a quella industriale.

Possibile che una nuova classe dirigente italiana non sia in grado di fare un analogo sforzo nel 2020?

(Tratto da http://www.associazionepopolari.it/)