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Sull’aumento dei consumi

di Federico Fazzuoli

Ciao Direttore, a caldo ero intervenuto, sia pur brevemente, sulla questione dei consumi evocata dal Documento di Costruire Insieme, Politica Insieme e Rete Bianca. Ora ritorno a parlarne non attraverso un vero articolo, che presto andrà invece proposto per una discussione più approfondita, ma attraverso alcune frasi dall’enciclica Laudato si. Una vera miniera. Credo che possa essere utile a tutti rileggerle. Ho fatto solo una breve premessa ed un breve commento. 

Nel documento programmatico delle tre associazioni che hanno fatto fronte comune contro la deriva della politica italiana si propone di risolvere i nostri problemi, naturalmente tra tante altre cose,  anche  con l’aumento dei consumi.

Vorrei prendere alcune frasi dall’enciclica Laudato si, che non è solo un documento per i credenti ma un documento che si avvale di dati scientifici e che ha ottenuto un enorme apprezzamento anche da moltissimi non credenti.

Scrive il Papa, aiutato dall’accademia vaticana delle scienze:

“Adesso, di fronte al deterioramento globale dell’ambiente, voglio rivolgermi a ogni persona che abita questo pianeta”….

…..“Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni.”…..

……  “L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Per questo i Vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti che cosa significa il comandamento “non uccidere” quando «un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere»”…..

….. “L’alleanza tra economia e tecnologia finisce per lasciare fuori tutto ciò che non fa parte dei loro interessi immediati”….

….. “i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente. Così si manifesta che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi. Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito. Per questo oggi «qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta»”…

….. “Il mio predecessore Benedetto XVI ha rinnovato l’invito a «eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale e di correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente»”….

…… “C’è da considerare anche l’inquinamento prodotto dai rifiuti. Si producono centinaia di milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, molti dei quali non biodegradabili: rifiuti domestici e commerciali, detriti di demolizioni, rifiuti clinici, elettronici o industriali, rifiuti altamente tossici e radioattivi. La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia”. …

…… “Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura”….,

…. “L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano. È vero che ci sono altri fattori (quali il vulcanismo, le variazioni dell’orbita e dell’asse terrestre, il ciclo solare), ma numerosi studi scientifici indicano che la maggior parte del riscaldamento globale degli ultimi decenni è dovuta alla grande concentrazione di gas serra (anidride carbonica, metano, ossido di azoto ed altri) emessi soprattutto a causa dell’attività umana.

Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici.

Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo”….

……”Altri indicatori della situazione attuale sono legati all’esaurimento delle risorse naturali. Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà”…..

…… “Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone”….

….. “Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi. Si pretende così di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo. Inoltre, sappiamo che si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e «il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero»”….

…. “Ad ogni modo, è certo che bisogna prestare attenzione allo squilibrio nella distribuzione della popolazione sul territorio, sia a livello nazionale sia a livello globale, perché l’aumento del consumo porterebbe a situazioni regionali complesse, per le combinazioni di problemi legati all’inquinamento ambientale, ai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, alla perdita di risorse, alla qualità della vita” ….

…… “Queste situazioni provocano i gemiti di sorella terra, che si uniscono ai gemiti degli abbandonati del mondo, con un lamento che reclama da noi un’altra rotta. Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Siamo invece chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza. Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future. Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione  degli ecosistemi prima che le nuove forme di

potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia” ….

…. “La sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Ci sono troppi interessi particolari e molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti”.

Vorrei solo sottolineare un passaggio:

“Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade”.

E noi?  Possiamo attardarci a pensare che tra le soluzioni dei nostri problemi – problemi del 20% dei ricchi della terra, di cui facciamo parte – ci sia ancora l’aumento dei nostri  consumi?

Credo che questa sia una impostazione vecchia e profondamente sbagliata. Mi rendo conto che da decenni tutti hanno promesso l’aumento dei consumi  come panacea di tutti i mali, dagli spot della Presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi  – “consuma così aiuti il tuo paese!” – alle decine di decreti crescita, agli 80 euro di Renzi e così il consumismo più sfrenato è entrato dentro di noi. Mi rendo conto che una impostazione diversa sarebbe poco popolare o meglio non sarebbe subito percepita come giusta e positiva. Ma ci dobbiamo tutti adeguare senza tentare di percorrere una strada nuova, se questa nuova strada è giusta?
Federico Fazzuoli

Il bluff di Salvini

Il deputato e costituzionalista Ceccanti ha riassunto, in tarda serata di ieri, le questioni collegate alla proposta di Salvini in ordine al taglio dei parlamentari e al ricorso immediato alle urne. Riportiamo integralmente la nota, il cui carattere di immediatezza, sulla scia del dibattito e delle votazioni svoltisi in Senato, non toglie completezza e rigore all’esposizione.

 

 

La giornata termina con la sconfitta totale di Salvini. La capigruppo Camera calendarizza il taglio dei parlamentari il 22 agosto, dopo che Conte si sarà dimesso e quindi la cosa sarà sospesa fino alla chiusura della crisi.

 

E’ prevalsa la tesi giusta secondo cui la crisi è già sostanzialmente aperta e quindi hanno precedenza le comunicazioni del Presudfnte del Consiglio.

 

La proposta di Salvini era un bluff propagandistico per due motivi.

 

Il primo si è già scoperto ed era la crisi di governo che lui stesso ha provocato e che non poteva far calendarizzare il taglio prima della soluzione della crisi.

 

Del taglio, della sua possibile votazione, insieme ad altri provvedimenti integrativi, si potrà parlare solo se ci sarà un nuovo Governo a partire dalle dimissioni di Conte al termine della seduta del Senato del 20 agosto.

 

Il secondo è il grave problema politico ma anche costituzionale che si sarebbe aperto.

 

Se la Camera avesse votato il 19 agosto, come ben si capisce dai primi articoli della legge 352/1970, il testo sarebbe uscito sulla Gazzetta solo per pubblicazione notiziale, non per entrare in vigore. Di sicuro perché al Senato è già passato solo con la maggioranza assoluta e non coi due terzi.

 

Poi il timing previsto dalla legge è questo: tre mesi per chiedere il referendum; fino a un mese per la Cassazione per esaminare le eventuali richieste e qualche altro giorno per eventuali ricorsi; fino a 60 giorni per indire il referendum; fra 50 e 70 giorni per svolgerlo; alcuni giorni per la proclamazione del risultato e poi per eventuali ricorsi; poi qualche giorno per la proclamazione; quindici giorni di vacatio e due mesi per i collegi (norma transitoria e legge 51/2019).

 

Alla fine dei conti ci vogliono circa 5-6 mesi dall’ultimo voto della Camera se non c’è il referendum e 10-11 se invece si svolge.

 

La proposta Salvini avrebbe quindi comportato il voto della riduzione, ma senza effetti immediati. Le nuove Camere appena elette sarebbero state subito delegittimate dai nuovi numeri della riforma.

La decisione dei capigruppo elimina in radice questo scenario pericoloso dal punto di vista politico e costituzionale.

 

Il bluff di poche ore è finito.

 

 

L’America in Italia, dieci anni fa moriva Fernanda Pivano

L’articolo è uscito nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano

di Paola Petrignani

La donna che ha conosciuto e che ci ha fatto conoscere l’America si spegneva il 18 agosto del 2009. Fernanda Pivano era un personaggio ben lontano da qualsiasi schema precostituito, distante anni luce da quella semplice e fin troppo scopiazzata immagine d’intellettuale borghese forte delle proprie sentenze e convinzioni, “alto” perché sorretto da un polveroso piedistallo libresco. No, la Nanda era molto di più. Traduttrice prima, saggista e giornalista poi, divenne ben presto un punto di riferimento culturale straordinario; la vera e propria icona della “controcultura” giovanile che schiere sempre più numerose di ragazzi ammiravano come se fosse l’incarnazione dei propri sogni nel cassetto.

Era l’America in Italia. Solo lei riuscì ad affondare come un coltello nel cuore pulsante della cultura letteraria d’oltreoceano, vivendola e comprendendola nel profondo, in prima persona, per poi risalire in superficie con traduzioni e resoconti inediti, vivi, che aspettavano solo lo scontro con gli editori italiani affinché quel patrimonio inestimabile venisse restituito nella forma più sincera e autentica possibile. Ciò che colpiva di questa donna erano la forza, lo spirito, e quella perpetua giovinezza di chi — fino all’ultimo — parlava di letteratura con la stessa passione di quando, a diciott’anni, conobbe per la prima volta i grandi scrittori americani; lei che non smise mai di credere che i versi dei poeti potessero fermare le bombe.

Hemingway, Whitman, Masters e Sherwood Anderson furono i primi a sconvolgerle il sangue; e l’Antologia di Spoon River la stregò a tal punto da determinare tutta la sua esperienza letteraria successiva, accompagnandola fin proprio al suo ultimo articolo. Questo perché l’Antologia (come anche le Foglie d’erba e Addio alle armi) era qualcosa di completamente diverso rispetto alla vuota e falsa prosa dell’Italia fascista, fin troppo imbevuta di eroismo e falsa epicità per essere anche solo digeribile. La vita non era fatta di eroi, ma di poveri diavoli; e proprio nella semplicità scarna dei versi di Masters, nel loro contenuto dismesso, rivolto ai piccoli fatti della vita, la ragazza “dalle belle trecce bionde” vide qualcosa di autentico, reale, vivo. La verità nuda e cruda era racchiusa in quei versi, e con essa la speranza di essere uomini, non solo marionette del sistema; ed ecco, allora, che dalla passione viscerale per quei versi si accese in lei il desiderio della traduzione, che subito le valse i primi contratti con Einaudi.

Da quel momento, la Pivano traduttrice non smetterà mai di scandagliare i testi degli scrittori americani e quel loro modo di scrivere così pragmatico e intenso, cercando di andare oltre la semplice ricerca di soluzioni linguistiche adeguate per poterne raggiungere le matrici umane e culturali.

Per farlo, bisognava tradurre per davvero, attraverso la comprensione delle ragioni e dei sogni di chi, quei versi, li scriveva. Era la ricerca di un contatto profondo a muovere la mente e le indagini della Pivano; un contatto che ben presto si tradusse in incontro e, come succedeva nella maggior parte dei casi, anche in amicizia. Perché la Nanda era anche questo: una confidente preziosa per tutti, soprattutto per quegli scrittori con i quali riusciva a strappare anche solo una breve conversazione. Quelle menti geniali la consideravano una loro pari, una confidente fidata che poteva comprendere appieno le radici profonde del loro operato; qualcuno che aveva «una buona testa per pensare» diceva Hemingway, il quale volle conoscere a tutti i costi la donna che rischiò la prigione per tradurre il suo A Farewell to Arms, e con il quale condivise un’amicizia durata tutta una vita.

Approdata in America nel 1956, riuscì ben presto a entrare in contatto con gli scrittori che sarebbero stati i pionieri della generazione Beat: Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti li incontrò alla libreria City Lights di San Francisco, dove i due erano di casa; e a loro si aggiungensero poi Kerouac — che con il suo On The Road aveva messo per iscritto il cromosoma della nuova generazione americana (e che fu lei la prima a riconoscere come tale, smuovendo mari e monti pur di renderlo noto in Italia) —, e Allen Ginsberg, il poeta-profeta che stravolge ogni canone e tabù negli anni della contestazione. Ma la traduttrice andò ancora più in profondità, scoprendo e riportando alla luce la poesia degli afroamericani e degli omosessuali — minoranze che ancora urlavano nel silenzio dell’indifferenza generale (un’apertura ancora difficile in America, per non dire totalmente estranea in Italia). E fu sempre lei a capire il senso fortemente letterario dei testi dei nuovi cantautori statunitensi, facendoci conoscere per prima un giovane Bob Dylan che suonava il folk con la chitarra elettrica.

Condividere quella cultura che così tanto riusciva a restituire la realtà nella sua forma più veritiera e dissacrante era diventata una vera e propria missione per la Pivano, perché quelle parole — quei colpi allo stomaco — potevano scrollare di dosso qualsiasi tipo di indifferenza. E tutto questo lo fece tenendo sempre a mente i giovani: la Nanda era convinta che fossero l’unica possibilità per un cambiamento necessario; l’unica speranza contro gli orrori della guerra. Questa convinzione non la perse mai, neanche dopo la disillusione successiva agli anni della contestazione; e nella vecchiaia, il pensiero dei giovani sognatori che aveva aiutato con il suo lavoro di divulgatrice le riempiva il cuore di una grande, meravigliosa, consolazione. Quei ragazzi che ancora la cercavano, che ancora venivano da lei con la luce negli occhi e qualche consiglio da chiederle, erano la prova che il proprio lavoro non fosse stato vano; che avesse lasciato «un piccolo segno, un piccolo seme».

E quel seme ha dato vita a un tesoro immenso, perché quel suo imperterrito lavoro di contatto e di comprensione ci ha avvicinato a un mondo complesso e ancora inesplorato, liberandolo da qualsiasi tipo di pregiudizio per regalarcelo così, a cuore aperto, attraverso traduzioni, saggi e resoconti che erano delle vere e proprie “lettere d’amore” (come lei stessa le definiva). Fernanda Pivano era un “mito”, e a dieci anni dalla sua scomparsa, quel “mito” sopravvive più forte che mai.

 

NOI SOVRANISTI. RISPOSTA A GERARDO BIANCO (E ALTRO)

 

Papa Francesco ha avvertito che i sovranismi “finiscono sempre male” e ha citato la tragedia hitleriana. Veltroni ha parlato di “pericolo Weimar”. Gerardo Bianco è andato dritto: per lui Salvini non è Mussolini, “è peggio”. Dice Cacciari che “il rischio è un’Italia fascista”.

 

Insomma, gira gira si torna sempre lì: all’ascesa – ancora resistibile speriamo – dell’”uomo forte” che reclama i “pieni poteri” e può mettere in pericolo una democrazia dalle istituzioni indebolite in anni di governi del BungaBunga e di incertezze di un centrosinistra che ha vinto soltanto con il cattolico Prodi, poi regolarmente accoltellato.

 

La crisi attuale è grave perché non è tra quelle conosciute e risolte dal dopoguerra in poi. Questa è una crisi giolittiana e siccome la storia non è maestra di vita c’è da temere che liti, divisioni, egoismi e furbizie di quanti sono chiamati a difendere la nostra Costituzione spalanchino la porta a chi ha in mente qualcosa d’altro.

 

In momenti come questi il pericolo non è Salvini, il “Truce” come lo chiama chi ha deciso di renderlo simpatico alla gente. I pericoli vengono piuttosto da tutti noi. Dall’accettazione, convinta o no fa poca differenza, di milioni di italiani che vogliono finalmente dare un taglio a una commedia senza senso interpretata da attori scadenti. Per farlo scelgono chi fa la voce grossa e non ha paura degli altri, chi fa la faccia feroce davanti ai nemici e sorride alle vecchie zie.

 

Se nei commenti sui fatti del giorno ci sembra legittimo andare con la memoria al fascismo e a Weimar, allora è necessario chiederci se per caso Mussolini e poi Hitler siano arrivati a tanto solo per le loro doti e il loro carisma o non piuttosto perché quei popoli avevano investito su quei due. Se per caso non siano stati milioni di italiani e di tedeschi impoveriti, frustrati, bisognosi di un ordine purchessia a determinare la svolta totalitaria. Se per caso non sia stata la loro voglia di farla finita con “quelli di prima” a offrire i pieni poteri a quei due.

 

Tutto è già stato descritto nell’”autobiografia della nazione”, faremmo bene a sorvegliare noi stessi e quanti ci sono –perlomeno ci sembrano –  vicini. Perché è da qui che parte l’infezione che poi divampa come epidemia.

 

Al mio invito a ripensare allo spirito del CLN, Gerardo Bianco ha risposto che lui preferisce quello alla battaglia vittoriosa del 18 aprile 1948. Chi può mettere in dubbio la grandezza di quell’evento oggi, quando anche gli eredi della sconfitta d’allora ne parlano con rispetto e ammirazione? Il punto però, caro Gerardo, sta proprio qui: il 18 aprile c’era un partito, la Democrazia Cristiana, e un leader, De Gasperi. Oggi il maggior partito d’opposizione è diviso in due. Quelli che, con Renzi, dopo aver sparato a palle incatenate contro i 5 Stelle ora vogliono affiancarli nel maquis contro Salvini. Gli altri, fino a ieri sospettati di intessere accordi con gli stessi 5Stelle, ma adesso fermamente avversi a ogni intesa che sposti in là le urne. Il tutto condito dei consueti retroscena. Questi descrivono i primi contrari al voto in autunno per non disperdere con esso la propria forza parlamentare e gli altri, con Zingaretti, i quali, invece, con  una fretta dannata per rovesciare quell’equilibrio. Come si vede tutta roba di prima qualità. Dimenticavo, De Gasperi poi chi ce lo da?

 

Infine, caro Gerardo, per me vanno bene il CLN, il 18 aprile, la Costituente, le sfilate. Tutto quello che possa ritardare l’avanzata salviniana per poi fermarla. A me non vanno bene l’Aventino e le divisioni tra chi ha, o dovrebbe avere, un solo avversario che forse è un nemico. E certo non penso ad ammucchiate incomprensibili. Penso…à la guerre comme à la guerre.

 

Scusa se è poco.

Ambiente, una questione globale (non sovranista)

Come ha ricordato Veltroni (sul Corriere di qualche giorno fa) all’origine del declino imperiale di Roma, oltre alle calate dei barbari (così simili a quelli odierni) ci fu una “questione climatica” che in pochi anni devastò il tessuto economico e sociale in maniera irreversibile. Guerre, carestie, epidemie di peste e colera. Che il clima sia impazzito, ce ne siamo accorti anche questa estate, con continue ondate di calore accompagnate da fenomeni meteorologici estremi, come se l’Italia fosse la Florida. A questa crisi ambientale non si può dare una risposta “sovranista” (prima i boschi italiani). anche se i summit mondiali sull’ambiente (almeno da Rio de Janeiro 1992) hanno lasciato solo promesse di “emissioni zero” entro il 2020 (cioè domani), il clima è il problema più globale che esista ed è strettamente collegato al fenomeno migratorio. I principali leader mondiali, forse con l’eccezione di Macron, dimostrano una limitata visione ambientalista. Eppure è indubbio il successo elettorale dei Verdi alle ultime elezioni europee (con un forte elettorato under 30). Sulla questione dei consumi, non si tratta di consumare di più (non credo fosse questa l’intenzione) ma di consumare “meglio” (come dice anche il Papà nella Laudato Si) in modo cioè da ridurre le emissioni di CO2. Ad esempio, mangiando meno carne, non sprecando l’acqua, scegliendo i viaggi in treno rispetto all’automobile (quando è possibile). Una responsabilità precisa, infine, ce l’hanno anche i media. Discutere meno di 42 migranti a bordo di una nave (che c’entra Richard Gere) e più di soluzioni globali che mettano in sicurezza la vita sul nostro Pianeta.

DI PIAZZA (M5S): GOVERNO DEL BENE COMUNE? CON RENZI SI PUO’ FARE

 

Intervista di Andrea Piraino

Sen. Di Piazza, lei ieri ha lanciato una sorta di sfida a Salvini: altro che elezioni, oggi il problema è il cambiamento per un governo del “bene comune”. Quale pensa che nel suo Movimento sia la disponibilità a questo cambiamento di linea politica?

Penso che il “governo del Bene Comune”, per il M5S, non sia un cambiamento di linea politica. Il M5s, prima di “stipulare” il contratto di governo con la Lega, aveva tentato con il PD. Fu Renzi, in occasione di una trasmissione televisiva da Fabio Fazio, a dichiarare di non volere discutere con il movimento. Adesso ci potrebbero essere le condizioni anche per la disponibilità di Renzi. Anch’egli, in questi giorni, ha parlato, attraverso lanci di agenzia, di bene comune. Penso che una ritrovata centralità del Parlamento possa creare le condizioni affinchè un numeroso gruppo di Parlamentari, anche trasversalmente ai partiti, possa dare fiducia ad un Governo che collochi la Persona al centro del proprio programma.

Anche Grillo, il garante del Movimento, ha riconosciuto che non è tempo di elezioni anticipate e che, invece, bisogna fare un governo di scopo con al centro i temi irrinunciabili dell’esperienza dei 5s che, peraltro, sono quelle che interessano gli italiani.

Si anche perché i principi del movimento sono le 5 stelle, cioè : Acqua, Ambiente, Trasporti, Connettività , Sviluppo. Su questi punti è facile trovare intesa con partiti e movimenti presenti in Parlamento con i quali potrebbe essere possibile trovare convergenze di programma.

Ma come pensate di riuscirci? Alleandovi con chi? Con Salvini, allora, è tutto finito? È stato un enorme errore quello di allearvi con la Lega, partito del vecchio assetto di potere del Paese?

All’inizio della legislatura abbiamo proposto, prima al PD e poi alla Lega di condividere, attraverso un contratto di Governo, alcuni punti di programma. Abbiamo trovato una intesa con la Lega, che, rispetto alle precedenti esperienze legislative, aveva nel frattempo modificato lo statuto presentandosi, agli elettori, come partito nazionale e non più del Nord. Personalmente ho pensato che questa esperienza di governo avrebbe potuto avvicinare l’esigenza di sviluppo del sud Italia alla capacità produttiva del nord. Così non è stato, anzi i fatti di questi giorni hanno dimostrato che, all’interno della Lega, è sempre esistita un’ anima fortemente nordista e prevalente nelle decisioni più importanti. Infatti la rottura nasce per il TAV Torino Lione e per la volontà, espressa chiaramente dai Governatori di Lombardia e Veneto, di una riforma, sulle autonomie regionali, divisiva e premiante nei confronti delle regioni più ricche. Salvini non è riuscito a trasformare la Lega da nord a nazionale.

Renzi, che pure era stato tra i leader più netti nella chiusura, sembra ora fare un’apertura nei vostri confronti ed addirittura invoca l’approvazione della legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari che, secondo voi, sarebbe una delle cause di rottura di Salvini. Sareste pronti ad aprire un confronto con i Democratici?

Il M5s si è sempre dichiarato disponibile ad aprirsi con quei partiti e movimenti con i quali possa essere possibile condividere punti di programma comuni (attraverso il c.d. contratto di governo). Lo abbiamo fatto con la Lega, culturalmente lontana dai valori dei 5 stelle, altrettanto si potrebbe fare con il PD, che ha sempre messo, come i 5 stelle, il valore della Persona, al centro del proprio programma. Renzi poi ha sempre creduto alla opportunità di riforme costituzionale quindi gli viene facile condividere con noi quella sulle riduzioni dei parlamentari.

Oltre a questo, quali sarebbero secondo voi i punti irrinunciabili per questo eventuale governo di scopo?

I punti irrinunciabili per il Governo di scopo dovrebbero essere: a) la riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari (è un atto del Parlamento, ma va condiviso con la coalizione di Governo); b) la riduzione del cuneo fiscale per aiutare le imprese e per far crescere il reddito degli operai; c) alcune opere infrastrutturali per il sud. Personalmente sono un keynesiano, quindi ritengo che le opere pubbliche e la spesa pubblica per infrastrutture potrà creare nuove opportunità di lavoro e migliorare il PIL del Paese; d) rispetto dell’ambiente attraverso opere di green economy e incentivazioni fiscali per le energie rinnovabili; e) creare una banca per gli investimenti , da non confondere con una banca per il sud, funzionale ad intervenire con finanziamenti di secondo livello (quindi in partenariato con le c.d. banche commerciali o private) e interventi di equity a favore delle PMI italiani al fine di facilitare l’accesso al credito ed una maggiore patrimonializzazione di queste ultime.

Tra questi obiettivi del nuovo governo potrebbe rientrare la riforma della legge elettorale?

Assolutamente si, anzi, penso fondamentale inserire, tra i primi punti del programma del nuovo governo, una riforma del sistema elettorale interamente proporzionale.

 

 

 

 

 

Renzi, la sua posizione merita rispetto.

Di Matteo Renzi si possono dire tante cose. Anzi, tantissime. Ma almeno su 2 aspetti c’è una oggettiva convergenza. E cioè, e’ un leader politico di razza con un forte carisma e, soprattutto, quando parla si fa capire. Certo, la politica, come mi insegnava il mio maestro Carlo Donat-Cattin, e’ una continua evoluzione e quindi non ci si può stupire se le posizioni mutano con il tempo. Soprattutto in una stagione politica come quella contemporanea dove l’assenza di cultura politica da un lato e con l’irruzione dei partiti personali dall’altro – con una classe dirigente alquanto approssimativa e superficiale – e’ francamente difficile riscontrare visioni di fondo destinate a durare nel tempo, seppur in aderenza al cambiamento della società.
Ora, per restare all’oggi, la posizione politica espressa da Renzi ha il merito, almeno secondo la mia opinione, di centrare 3 obiettivi.
Innanzitutto registra il radicale fallimento politico e di governo dell’esperimento giallo/verde. Checche’ ne dicano i due contraenti. Un fallimento riconducibile alla assenza di una comune visione politica e, soprattutto, dovuto ad una scarsissima cultura di governo. E Renzi questo lo ha sempre evidenziato.
In secondo luogo, rinviare il voto risponde certamente ad una condizione umanamente comprensibile dei deputati e senatori in carica – non perdere i privilegi dello status parlamentare, soprattutto per chi è matematicamente certo di non poterne più beneficiare con la prossima legislatura – ma, soprattutto, permette di ridisegnare l’equilibrio politico nel nostro paese dopo la sbornia populista e demagogica di questi ultimi 18 mesi. Un periodo di rinvio che, seppur breve, se viene accompagnato da una discreta azione di governo ha la concreta possibilità di far ripartire il paese al di là della propaganda e della sciatteria quotidiana.
In ultimo, ed è questo l’aspetto che più mi interessa, l’iniziativa coraggiosa e spregiudicata di Renzi impone, al di là della soluzione della crisi di governo, di ridare spazio e voce ad un’area che non può essere confusa vagamente con la sinistra, con i 5 stelle, con quel che resta di Forza Italia o con altri gruppuscoli elitari ed insignificanti. Ed è però proprio all’interno di questo contesto che si inserisce il ruolo, la funzione e la stessa “mission” di un movimento politico come quello di Rete Bianca che, in comune con altre esperienze cattolico popolari e altri filoni culturali, ha il compito di dar vita ad un soggetto politico – cioè un partito – capace di giocare un ruolo protagonistico nello scenario pubblico italiano.
Ecco perché, al netto del personaggio Renzi, le posizioni politiche di Matteo Renzi meritano adesso di essere approfondite e discusse. Costruttivamente e senza pregiudiziali.
Giorgio Merlo.

Torino: arriva il care-passport

Arrivano il progetto ‘TrattaMi Bene’, per consentire ai pazienti di decidere i loro percorsi insegnandoli al personale sanitario, e il care-passport, per agevolare i disabili nel loro accesso al pronto soccorso.

‘TrattaMi Bene’ è una iniziativa ispirata all’idea di acquisire dalle persone con patologie croniche suggerimenti rivolti ai bisogni della persona. Due i corsi formativi che partiranno nei prossimi mesi.

Il care-passport è invece una sorta di carta d’identità della salute, in cui annotare i bisogni del paziente disabile agevolandone l’accesso al pronto soccorso.

OLTRE RENZI, PER RIVENDICARE LE NOSTRE RAGIONI.

L’intervista al Corriere di stamattina di Matteo Renzi mostra un ulteriore possibile scenario per la crisi in corso. Crisi politica, prima ancora che di governo, come ormai è chiaro a tutti. L’apertura dell’ex premier ad un governo istituzionale appare, infatti, lucida e per certi versi impeccabile, motivata da ragioni di buon senso ed insieme – e per Renzi non è sempre scontato – da precisa volontà di rafforzare le istituzioni e di riportare il Paese sulla giusta carreggiata. Una proposta, peraltro, in forte sintonia col nostro appello di due giorni or sono, che a taluni appariva velleitario ma, evidentemente, non lo era.

 

Scaturiscono da questa proposta, però, alcune riflessioni sulla quali vale la pena soffermarci. In primo luogo, Renzi dà per scontato che si possa realizzare una legge di stabilità equilibrata, senza austerity né ampliamento del debito. È vero che Pd e M5S (e pure FI, se sarà della partita) fanno parte della stessa maggioranza nel Parlamento UE, ma è oggettivamente difficile pensare che si possa compiere un’operazione così complessa proprio alla vigilia di nuove elezioni, nelle quali peraltro ogni forza politica si schiererà contro l’altra senza esclusione di colpi.

 

In secondo luogo. questo ipotetico governo istituzionale dovrebbe approvare due norme strategiche: la riduzione del numero dei parlamentari (che Renzi ipotizza soggetta ad un referendum, anticipando le mosse del Pd) e una nuova legge elettorale, maggiormente proporzionale. Ottima idea, certamente, ma che richiede coesione dei gruppi parlamentari e una cabina di regia raffinata e molto esperta. È possibile che in poche settimane il M5S con una leadership sfiduciata e in balia delle onde e un Pd profondamente diviso tra organismi di partito e gruppi parlamentari riescano ad assicurare un simile quadro?

 

Una terza riflessione riguarda le ripercussioni di questo ipotetico passaggio su chi, come noi, sta lavorando alla costruzione di una nuova forza al centro degli schieramenti, popolare e innovativa. Renzi si candida, se dovesse prender corpo la sua proposta, a superare il Partito Democratico e a dar vita ad un nuovo soggetto politico, che vagheggiava già ai tempi del suo governo, ma che non ha mai avuto il coraggio di mettere davvero in campo. Con una sostanziale differenza rispetto alla nostra iniziativa: immagina di partire dall’alto, dalla leadership e dai gruppi dirigenti renziani timorosi di scomparire nel Pd di Zingaretti.

 

Tutto questo, però, deve essere tenuto in debito conto e spingerci a compiere, a breve, due passaggi: uscire allo scoperto, senza indugi e, ancor più, mobilitare il territorio, le liste civiche, le associazioni affinché si chiarisca la novità di un processo dal basso, lontano da ogni populismo, che vada oltre la fallimentare Seconda Repubblica e l’ancor peggiore Terza, e risponda finalmente ai bisogni concreti dei cittadini di sicurezza, giustizia e solidarietà sociale.

RENZI INECCEPIBILE, ZINGARETTI IMMOBILE: COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA A SALVINI.

L’intervista di Matteo Renzi al Corriere della Sera non fa una piega.

In un Paese normale e in tempi normali, di fronte alla dissoluzione rovinosa della coalizione di Governo, l’opposizione dovrebbe auspicare un immediato ritorno alle urne, “senza se e senza ma”.

Qui, però, non c’è nulla di “normale”.

Non il modo col quale si è costruito il Governo; non il ruolo esercitato dal Ministro dell’Interno; non la chiara ed evidente sua volontà di chiedere “i pieni poteri” al popolo prima di dover presentare una manovra finanziaria con la quale fare i conti con la realtà e la verità: non la palese strategia messa in campo per aprire una guerra micidiale con l’Europa, che porterà il nostro Paese su una deriva inedita e minacciosa.

E neppure è normale che Salvini pretenda di fissare tempi e modi di gestione della crisi, in dispregio delle Camere e del Quirinale.

È stato abituato troppo bene negli ultimi mesi: ben si comprende che, nel suo pensiero, il blitz ferragostano avrebbe dovuto filare liscio come l’olio e spianare la strada verso una profonda trasformazione della nostra democrazia.

È ancora possibile – se non probabile – che, alla fine, sia così.

Ma è sconcertante la rassegnata assenza di iniziativa che traspare dalla segreteria del PD. Il Parlamento non può non provare una minima linea di resistenza, che sia all’altezza dei rischi in campo.

Non per pasticciare al proprio interno nuove maggioranze politiche (oggi non proponibili) ma per garantire che il nuovo ricorso alle urne sia sostenibile per la nostra vita economica e finanziaria e per tutelare il rispetto sostanziale della dinamica democratica.

I tre punti indicati da Renzi per motivare il No all’immediato scioglimento delle Camere, in questo senso, sono più che pertinenti. A mio parere, sopratutto i primi due, relativi alle questioni finanziarie (aumento dell’IVA e non solo) che la strategia del voto subito lascerebbe irresponsabilmente aperte e al ruolo di garanzia del Ministro degli Interni in una campagna elettorale particolarmente delicata, da ogni punto di vista.

Si tratta di preoccupazioni vere, che trovano riscontro nell’Appello diffuso in questi giorni da Rete Bianca, Politica Insieme e Costruire Insieme. Speriamo che questa linea si faccia strada.

RACCOGLIAMO LA SFIDA, BISOGNA BATTERE SALVINI”. L’APPELLO DI GERARDO BIANCO.

 

“No, non è come Mussolini. Direi che Salvini è peggio.  Esprime un’analoga vocazione autoritaria, ma la conforma ad un lessico più povero, quasi elementare. L’ingiunzione ai parlamentari ad alzare le terga – per la verità ha fatto uso di un vocabolo diverso – avvolge nella trivialità un’indebita espressione di arroganza e presunzione”.

Gerardo Bianco, autorevole interprete della tradizione democristiana e popolare, è un fiume in piena. In questi giorni di grande afa, trascorre alcuni giorni di riposo a Cerveteri. Ci tiene, però, a lanciare un appello alla creazione di un ampio schieramento anti-Salvini. In questa intervista spiega i motivi del suo allarme e perciò della proposta politica che ne dovrebbe scaturire.

L’opinione pubblica sembra ammaliata dal clamoroso gesto di rottura del leader leghista. Di colpo ha affondato la nave del governo. Nei sondaggi raccoglie un consenso che potrebbe anche assicurare, nel caso di elezioni anticipate, la conquista della maggioranza.  

“Non dobbiamo aver paura. Se avanziamo una proposta chiara, unendo le forze democratiche, possiamo piegare l’avventurismo di Salvini. L’alleanza gialloverde è miseramente fallita. Chi ne ha ritmato l’azione, forte di un consenso legato all’area più dinamica e più ricca del Paese, non ha saputo esercitare un ruolo di guida stabile e autorevole. All’inconcludenza si è associata la propensione a  enfatizzare il mito della forza, affidando alla propaganda le questioni sensibili della sicurezza e dell’immigrazione. In questo modo, irresponsabilmente, ha scavato nei cunicoli della paura individuale e collettiva. Adesso, giunto al culmine della radicalizzazione politica, Salvini invoca addirittura i pieni poteri”.

Dunque, il suo è un progetto pericoloso…

“Non c’è dubbio. Si tratta di una minaccia rivolta ai nostri istituti di libertà, come d’altronde fu minaccia, nel 1948, quella rappresentata dal Fronte popolare. Capisco allora l’evocazione dello spirito del CLN, di cui il mio amico Enzo Carra ieri si è appropriato su questo foglio online, ma il paragone giusto chiama in causa il ricordo del 18 aprile di oltre settant’anni fa. All’epoca fummo in grado di vincere, grazie principalmente ad Alcide De Gasperi, scongiurando un destino filo-sovietico dell’Italia, con gravi ripercussioni sul piano dell’equilibrio internazionale.

In effetti, l’anti-europeismo della Lega rende l’Italia instabile.

È la ragione, appunto, che deve indurci a fare dell’Europa la bandiera della nostra battaglia politica. Contro il neo-nazionalismo, foriero di tensioni pericolose nei rapporti con il mondo, abbiamo il dovere di approntare una risposta netta, senza titubanze e infingimenti, nella convinzione che possa scuotersi un elettorato ancora frastornato, ma nondimeno ostile a una prospettiva di chiaro segno autoritario.

Eppure, di fronte all’accelerazione della crisi, si staglia la preoccupazione di un ricorso precipitoso alle urne.

Spetta alla saggezza del Presidente della Repubblica regolare la partita dello scioglimento delle Camere. In ogni caso, le elezioni incombono come un appuntamento oramai ineludibile. Non ci sono margini per proseguire nel tran tran di questa legislatura ingarbugliata, effettivamente nata storta. C’è da pensare, se mi si consente la battuta, alla formazione dell’esercito. Nel mondo cattolico deve prevalere un sussulto di responsabilità. Non è detto che un nuovo progetto – una lista o un partito – non possa nascere sull’onda dell’emergenza. L’importante è assumere la consapevolezza che lo scontro innescato da Salvini comporta, di riflesso, una straordinaria mobilitazione democratica, dentro cui il popolarismo d’ispirazione cristiana ha il diritto e il dovere, infine, di fornire il proprio contributo decisivo.

SUL DOCUMENTO DELLE TRE ORGANIZZAZIONI CATTOLICHE: CHE SIGNIFICA AUMENTARE I CONSUMI?

 

di Federico Fazzuoli

Ho letto con interesse il documento da Costruire Insieme, Politica Insieme e Rete Bianca. Nel suo complesso è certamente condivisibile.

Vorrei tuttavia sottoporre al dibattito due succinte annotazioni. 1) Mi pare un po’ troppo timido dopo le parole decise di Papa Francesco.
2) Credo che occorra fare una riflessione per precisare  meglio il significato della frase in cui si dice che bisogna ”aumentare i consumi”.

Che significa, quest’ultima affermazione? Mangiare di più per diventare tutti obesi? Comprare una macchina in più per costruire più garage? Cambiare più spesso il frigorifero o il televisore?

Non mi sembra che l’umanità debba andare in questa direzione. La salvaguardia del creato  passa anche attraverso consumi parchi ed oculati.

Su questo punto dobbiamo riflettere bene, per far crescere una  proposta politica nuova.

NON DOBBIAMO SUBIRE IL DIKTAT DI SALVINI. LETTERA AL DIRETTORE DEL FOGLIO.

Pubblichiamo la lettera inviata ieri a Claudio Cerasa da parte del nostro giornale online.

Caro Direttore,

apprezzo la chiarezza di argomentazione del giornale, allegramente a favore del ricorso anticipato alle urne, ma con altrettanta chiarezza dissento da questa linea del cosiddetto “voto subito”.

Se c’è un avversario lo si combatte, a viso aperto, democraticamente; non lo si aiuta a vincere lasciando che tempi e modi del confronto elettorale siano dettati dalle sue convenienze. Accettare, in realtà, il diktat della

Lega non è segno di forza e lungimiranza politica.

Oggi Salvini rappresenta l’antagonista più pericoloso, il vero  “genio guastatore” dell’Europa. Dietro la sua iniziativa si scorge l’ombra inquietante della Russia di Putin. È l’uomo di governo (fino a poche ore fa) che ha schierato il suo gruppo parlamentare a Strasburgo contro la designazione della Ursula Von der Leyen a capo della Commissione e di David Sassoli a Presidente del Parlamento.

Prima di guardare alle elezioni, sulla cui indizione spetta comunque  al Presidente della Repubblica l’ultima parola, proviamo a concentrarci allora sulle immediate conseguenze del gesto di rottura di Salvini. Vale la pena registrare, infatti, che uno  degli effetti positivi della crisi consiste nella cancellazione della candidatura di un leghista a Commissario europeo. Se ci fosse l’accordo su una “soluzione-ponte”, con un governo incaricato di approntare almeno la legge di bilancio e mettere in sicurezza i conti dello Stato, si potrebbe concordare con il M5S il nome del Commissario, senza incorrere nel rischio di una bocciatura in chiave anti-sovranista da parte degli europarlamentari.

Bisogna augurarsi, da questo punto di vista, che le opposizioni (Pd e Forza Italia) modifichino le loro rispettive posizioni, certamente diverse e tuttavia convergenti a riguardo di una rapida verifica elettorale, destinata con ogni probabilità a certificare l’ondata emotiva dell’Italia neo-nazionalista, mezzo anarchica e mezzo autoritaria. È necessaria una tregua, magari all’insegna della operosità possibile. Chiamare il popolo alle urne, chiudendo con largo anticipo una legislatura nata male, non esclude una ragionevole scansione dei tempi. È anche giusto che gli elettori scelgano tra opzioni meno grossolane e radicalizzate, trovando sulla scheda anche una indicazione utile – dunque una nuova lista di partito o coalizione – per un futuro governo a indirizzo democratico e vocazione europeista.

Lucio D’Ubaldo

 

La metropolitana che ricicla la plastica

L’articolo è uscito nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano

di Piero Di Domenicoantonio

La metropolitana a Roma è sempre stata un argomento spinoso. Se ne cominciò a parlare già alla fine dell’800 e a oggi non si sa ancora come andrà a finire. D’altra parte una città che si fregia del titolo “eterna” un prezzo lo deve pure pagare. E magari fosse solo quello degli interminabili cantieri della metro.

Eppure, può succedere che nel giro di una notte — neanche ventiquattr’ore, solo una notte! — la città si sia ritrovata con una linea nuova di zecca, talmente nuova da non aver neppure lontanamente attraversato l’immaginazione, sempre prolifica di promesse, di qualche amministratore di turno o di chi ha già cominciato l’allenamento per scalare lo scranno più alto del Campidoglio. Undici stazioni: dal Trullo fino alla Tomba di Nerone, passando per il Gianicolo, la Bocca della verità, Campo de’ Fiori e pure il Foro italico.

Qualche cittadino, afflitto da insonnia per la calura di stagione, ha potuto seguire i lavori del fulmineo cantiere e avrà pensato che quello fosse il solito sogno d’una notte di mezza estate.

E invece no. O quasi. Perché di sogno si tratta, ma di quello visionario e provocatorio di un artista “di strada” che non si rassegna al degrado e al disimpegno. All’inizio della settimana, proprio quando cominciava l’interruzione per manutenzione della tratta Termini-Anagnina, Mauro Pallotta, ovvero Maupal come è solito firmare le sue opere, ha attraversato la città col suo furgone scortato da una coppia di amici in motorino, fermandosi di tanto in tanto, dal centro alla periferia, per sistemare le insegne delle stazioni della sua “MetrArt, una metro fatta ad arte”. Diventato celebre in tutto il mondo per il murale che una mattina del 2014 è apparso a Borgo Pio e nel quale, con i suoi inchiostri, ha saputo rappresentare come la gente “vede” Papa Francesco, Pallotta ha voluto questa volta richiamare l’attenzione su un tema non meno spinoso di quello della metro: il riciclo dei rifiuti urbani. Con la collaborazione dell’artista 3K ha assemblato tappi, flaconi, bottiglie, scolapasta e insalatiere — messi a disposizione dal consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero dei rifiuti di imballaggi in plastica (Corepla) — realizzando delle sculture che ammiccano al genius loci e, allo stesso tempo, sollecitano la riflessione e il senso di responsabilità.

Ogni insegna è un’opera d’arte che traccia un percorso «fuori dagli ingorghi e dagli schemi» e apre «nuovi orizzonti di consapevolezza». Così la sacca per le trasfusioni della stazione San Camillo ricorda che «riciclare fa bene… e salva la vita!» e il cannoncino alla fermata del Gianicolo, «che rimette in orario i campanili della città», spiega che «siamo ancora in tempo, ricicliamo».

Allora, avanti, c’è posto, anzi, c’è bisogno di tutti sulle carrozze della MetrArt. È necessario però munirsi dell’apposito titolo di viaggio. Come quello dell’azienda comunale dei trasporti, anche il biglietto creato da Maupal si chiama «Bit», ma si legge «Basta Impegnarsi Tutti»: è quello che serve perché un sogno, anche se in una notte di mezza estate, possa diventare qualcosa di più.

Contro il sovranismo un nuovo Cln

So di dirla grossa, ma coi tempi e i pericoli che corriamo devo provarci. Quando l’ascesa di Arturo Ui sembra inarrestabile, anche per i buoni uffici di agenzie internazionali e Stati stranieri, il minimo da reclamare a tutte le opposizioni, sociali, politiche, culturali è una tregua alle loro liti e una sospensione alle loro divisioni. Più ancora, è necessaria l’unità di tutte le forze democratiche, come fu nel Cln.

Questo è , a me sembra, anche il senso dell’Appello sottoscritto ieri da alcune formazioni cattoliche: Politica Insieme, Rete Bianca e Costruire Insieme. In quel documento si avverte, naturalmente, l’impronta di papa Francesco il quale, giusto ieri, nella sua intervista a Domenico Agasso de La Stampa, ha dato l’allarme. “Il sovranismo, ha detto, è un atteggiamento di isolamento” e poi, lo sguardo rivolto alle tragiche esperienze del passato, ha ricordato che il sovranismo “finisce sempre male”.

Si può pensare che Francesco sia un irriducibile pessimista e che quindi non sappia gustare appieno la fragranza del diktat salviniano: “datemi i pieni poteri”. Si può pensarla così, e in fondo è quello che finora hanno fatto in molti, fuori e soprattutto dentro il Parlamento. Nel caso tuttavia si fosse di altro parere, nel caso si creda che le parole di Francesco non siano un diverso modo di mettere paura alla gente, tipo quello usato per anni da Salvini e i suoi, allora non c’è che da mettersi in marcia.

La presa di posizione di queste formazioni cattoliche certamente non basta. Epperò sappiamo che quei timori sono condivisi da parti consistenti dell’elettorato, astenuti compresi, e da partiti e ambienti di tutt’altra ispirazione.

Le settimane che ci attendono saranno decisive, usiamo questa definizione non a caso. Conte potrebbe dimettersi prima di essere sfiduciato e già questo costituirebbe un primo intralcio all’irresistibile ascesa di Arturo Ui. Mattarella, arbitro e custode della Costituzione sotto attacco, saprà far valere i poteri che gli attribuisce la Carta.

L’errore, peggio il delitto che può commettere l’intero campo democratico, è quello di rimanere diviso. Unità è una parola che ha salvato l’Italia e l’ha fatta risorgere. Allora è stato il Comitato di liberazione nazionale.   Ora si tratta di difendere la democrazia, semplicemente, e scusate se è poco.

Ci fu un vecchio signore, tanti anni fa, che ebbe lo stesso incarico che ha oggi Sergio Mattarella. Quel signore, Sandro Pertini, che di difesa della democrazia se ne intendeva assai più di certi nostri leader, avvertì un giorno che “a brigante, brigante e mezzo!”. Questo, mi pare, è anche il sottotitolo dell’Appello delle formazioni d’ispirazione cattolica.Questo è anche quel che vogliono fare milioni di italiani di fede, cultura, origine diverse.Questo è il nostro dovere.

 

Andare avanti: la nuova consapevolezza di un orizzonte comune

​Se si vive appieno una crisi senza nascondersi, si può acquistare una consapevolezza nuova, più matura. Dal 4 marzo ad oggi è stata una crisi continua, ed è arrivato il momento della presa di coscienza, della crescita. Ciò implica da un lato l’aver imparato dagli errori del passato (testimonianza malinconico-reducista, pianificazione affrettata dall’alto di organigrammi e aggregazioni meramente elettorali), dall’altro l’aver compreso che il momento richiede una risposta, ora.

 

​L’appello congiunto di Costruire Insieme, Politica Insieme e Rete Bianca sembra essere una prima risposta, o quantomeno un’ultima domanda, un’ultima chiamata poco prima che suoni la fine della partita. Beninteso, la fretta è del demonio. Ma il segnale che si è dato è chiaro, e vi si deve rispondere con “ritmo” costante e deciso. L’appello chiama ad una riscossa dell’autentico spirito di comunità della casa comune che è l’Italia, a partire dalle sue vere e urgenti necessità: vera democrazia (legge elettorale vicina al popolo); coordinamento economico fra i problemi dell’occupazione, della produzione (e innovazione) e dei consumi, con preliminare lucida rinegoziazione dei vincoli europei; coesione sociale e territoriale fra Nord e Sud. Si tratta dei capisaldi prioritari per l’impostazione di un quadro d’insieme.

​La tradizione del cattolicesimo democratico urge a un salto in avanti della visione, ispira uno spirito profetico. Con tale spirito nella situazione attuale si avverte la necessità ineludibile di sforzarsi di scorgere avanti a noi un orizzonte comune, condiviso, pur nelle differenze.

Dobbiamo immaginare e proporre insieme un futuro possibile per la nostra casa comune, cominciando dalle vere priorità.

CHE ALTERNATIVA COSTRUIRE AL FALLITO ESPERIMENTO SOVRAN-POPULISTA?

Tre elementi della crisi strutturale del M5S vanno approfonditi con attenzione.
Il primo riguarda la strategia politica.

I Grillini sono passati dalla orgogliosa rivendicazione di una assoluta “alternativitá” rispetto ai partiti tradizionali ad una alleanza di Governo con la Lega. Poco importa che lo abbiano fatto sotto la foglia di fico di un cosiddetto semplice “contratto”.

L’errore è stato non capire che la Lega di Salvini, nonostante la sua indubbia innovazione metodologica, è il partito più “tradizionale” che esista oggi in Italia: altro non è che l’evoluzione della vecchia destra nazionalista ed illiberale.

Il vero “caso”, infatti, non è la vicenda TAV (importante, certo, ma  non tale da determinare un antagonismo sul piano della visione della società) bensì la incredibile decisione dei senatori grillini di accettare il diktat leghista sul decreto “(in)sicurezza bis”.

Il secondo elemento riguarda la questione della “leadership” nel campo populista e si traduce in una semplice domanda: esiste un “populismo buono” capace di scacciare quello cattivo, come si suole dire per le monete?

L’esperienza del Governo Giallo-Verde sembrerebbe suggerire di no.

Il populismo non si può dispensare in quantità omeopatiche, a fin di bene. Il populismo è droga che crea dipendenza: non prevede né “dosi scalari” né terapie di mantenimento per la riduzione del danno. Chi ha le maggiori chances ed il “physique di role” per capitalizzare il vento populista è la destra. Punto. La storia lo insegna. L’attualità italiana lo conferma.

Osservo peraltro che questa considerazione vale anche per ciò che resta di Forza Italia: pensare di rappresentare una istanza “moderata” a fianco di un Salvini egemone, che butta all’aria il Governo per poter chiedere agli elettori “i pieni poteri”,  è semplicemente una follia.

Il terzo elemento di riflessione intorno alla crisi del M5S è più profondo e chiama in causa la possibilità di dare voce democratica e progettualità di governo alla insoddisfazione di larga parte della popolazione.

Il M5S ci ha provato. Su coordinate politico-culturali e con una idea della democrazia che non condivido affatto (tema non certo superabile), ma ci ha provato. Ed ha fallito.

La questione però rimane.

Che futuro si può immaginare per la nostra democrazia, che rischia lo svuotamento di “senso” delle sue forme rappresentative e la perdita di carisma popolare nella sua costitutiva missione di giustizia sociale?

Che alternativa si può credibilmente presentare ai cittadini, che in una larga, crescente parte sembrano affidare le proprie paure e le proprie aspettative di sicurezza fisica, identitaria e socio-economica alla destra post democratica?

Esiste una possibile terza via tra l’improbabile conservazione dello status quo e la deriva democratica rappresentata dal baratto “meno libertà (effettiva) per più sicurezza (illusoria)”?

Questo mi sembra essere il vero terreno di discussione politica del futuro, che dovrebbe interessare le culture politiche democratiche, riformiste e popolari (nella prospettiva di una loro auspicata radicale rigenerazione) ma anche chi volesse rielaborare –  su basi nuove – le ragioni originarie di una parte del consenso dato al M5S.

Non so se il Presidente Conte intenda cimentarsi in questo: staremo a vedere.

Ciò che è certo è il rischio evidente di un possibile nuovo Parlamento che incoroni Matteo Salvini come primo leader “post democratico” e, dopo Mattarella, elegga un sovranista al Quirinale.

Motivo più che sufficiente per mettere in campo con urgenza nuovi progetti ed alleanze politiche e sociali all’altezza del rischio.

Elezioni, comunque vada occorre esserci

Ad oggi non sappiamo se si vota, quando si vota e come si vota. L’unica cosa che sappiamo è di essere entrati in una fase dove non si può restare alla finestra. Ormai il dado è tratto. Gli equilibri politici del marzo 2018 sono saltati tutti. E cioè, la Lega di Salvini pensa di avere – e non a caso ce l’ha – il vento in poppa ed è disposta a correre da sola, o in compagnia di alleati per strappare quasi tutti i collegi uninominali in ballo nell’intera penisola. Il centro sinistra, oggi, semplicemente non c’è. La strana concezione di Zingaretti secondo la quale i potenziali alleati del Pd devono ricevere l’autorizzazione del segretario dello stesso partito per poter competere – l’ormai famoso “lodo Calenda” – non depone granché a favore per ricostruire una coalizione competitiva, forte, plurale e capace anche di vincere in qualche collegio uninominale al di là di alcune province toscane e di alcuni territori dell’Emilia Romagna. Non a caso, almeno così pare, sarebbe ammesso nella coalizione solo un fantomatico “partito ambientalista” oltre al solito civismo che, come ben sappiamo, e’ trasversale ed è difficilmente riconducibile ad uno schieramento politico. I 5 stelle potrebbero anche scomparire, od uscire fortemente ridimensionati, visto la velocità di cambiamento delle scelte elettorali dei cittadini italiani.
Di fronte a questo quadro e’ persin inutile porsi la domanda: e noi, cioè i cattolici democratici, i cattolici popolari, i cattolici i liberali, i filoni culturali che non sono riconducibili alla sinistra o alla destra, al populismo antisistema dei 5 stelle o ai cultori della mera testimonianza, cosa devono fare? La risposta, appunto, e’ del tutto scontata: a prescindere da quando si vota, occorre semplicemente “essere in campo”. Non si tratta, com’è ovvio, di certificare la presenza di un “partito di centro”. Che non rientra in nessuna delle ipotesi in campo ma, al contrario, di dar voce a mondi vitali, ad interessi sociali, a gruppi culturali e a una posizione politica che oggi non è rappresentata e che si rifugia in un crescente astensionismo o vota stancamente i partiti esistenti.
Un cartello elettorale? Un partito? Un movimento politico? Una lista? Certamente un progetto politico chiaramente alternativo al populismo, al sovranismo e alla demagogia antisistema ma autonomo e con una chiara identità. Che, come ovvio e ispirandosi ad un caposaldo della tradizione del cattolicesimo politico italiano, persegue e declina sino in fondo la cosiddetta “cultura delle alleanze”. E cioè, senza chiusure narcisistiche, autoreferenziali o clerical/confessionali.
È questa, oggi, la vera sfida politica per chi non si limita a tifare dagli spalti. Il resto è accademia, pre politica, testimonianza e, purtroppo, radicale irrilevanza politica. Le prossime settimane saranno decisive per il decollo di questo progetto. Aperto a tutti, a cominciare dai delusi degli attuali partiti di opposizione all’ex esecutivo giallo verde.
Giorgio Merlo

Crisi di governo: chi ne pagherà i costi ?

 

Franco De Simone

L’8 agosto è stato il 60 anniversario della morte di Don Luigi Sturzo, avvenuta a Roma presso l’Isituto delle Suore Carrosiane del’Opera di Don Orione.

Il fondatore del Partito Popolare era convinto che per risolvere i problemi sociali e per combattere la povertà fosse necessario l’impegno in prima persona dei cattolici in politica.  Atto fondativo fu l’appello ai liberi e Forti, con il quale nacque il Partito Popolare Italiano. A 60 anni della sua scomparsa il suo contributo politico,  filosofico e di grande capacità di comprensione della società è ancora attuale.

La crisi politica di questi anni ha avuto ieri la manifestazione più evidente del dilettantismo e dell’arroganza dei politici di governo di oggi.

I 5 stelle sono stati gabbati dalla Lega dopo aver salvato Salvini in parlamento da un rinvio a giudizio per caso Diciotti, votato uno scandaloso decreto sicurezza bis per il quale anche il Presidente della Repubblica ha segnalato l’incostituzionalita’ di numerose parti, stravolto il loro programma sulla Tav, sul Tap, sull’ilva di Taranto, ecc.

Dopo avere schiacciato i 5 stelle ora Salvini ha aperto la crisi di governo per evitare di rispondere in Parlamento dei suoi opachi rapporti con La Russia di Putin, per cercare di giustificare il suo isolamento internazionale che porterà l’Italia ad avere (nel migliore dei casi) un commissario Europeo di secondo piano, per fuggire dalla responsabilità di approvare una Legge Finanziaria di lacrime e sangue con il rischio forte di un aumento dell’Iva del 3 %, e certo non ci sarà un calo delle tasse. Alle elezioni che si terranno fra qualche mese gli italiani dovranno scegliere se avere un governo di destra-destra o se avere politiche moderate che accettano il confronto democratico e hanno una visione di lungo periodo per il futuro del nostro Paese.

Grazie alle scelte miopi della Lega ieri lo spread è salito nuovamente di oltre 40 punti base.

L’Italia è vista come un problema in Europa. La credibilità del nostro Paese è sempre più scarsa.

Invito tutti a riflettere profondamente

IL VUOTO È IL NEMICO DELL’OCCIDENTE

 

di P. Giulio Albanesi

A proposito di fede e politica…
Non pochi “devoti”accusano il mondo missionario di fare politica contestando il Decreto Sicurezza bis; una posizione non consona, secondo loro, ai dettami della vera fede. Costoro dimenticano che la fede non può prescindere dall’impegno per la Res publica dei popoli!  Papa Francesco, nel documento programmatico del suo pontificato, l’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, aveva affermato che “la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune”(205). Un concetto peraltro ribadito nel recente messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019, che trova la sua fonte d’ispirazione nel magistero di san Paolo VI, il quale espresse la convinzione, il 16 novembre del 1970, durante il suo intervento alle celebrazioni per il 25mo anniversario di fondazione della Fao che “la politica è la forma più alta della carità”. Lo poteva dire perché aveva conosciuto personalmente personaggi della politica italiana del calibro di De Gasperi, Dossetti, La Pira, Aldo Moro, Lazzati e tanti altri che davvero avevano compreso la politica come servizio alla Res publica del Paese. Da allora, dobbiamo prenderne atto, lo scenario nazionale ed internazionale è molto cambiato. E se da una parte è vero che sarebbe illusorio e negligente rimpiangere il passato, dall’altra dobbiamo prendere atto che la nostra è una società globalizzata bisognosa di redenzione.

L’individualismo esasperato regna sovrano, mentre il rigurgito dei nazionalismi e dei populismi contamina le coscienze. Col risultato che l’egoismo nei confronti delle persone emarginate e dei sofferenti diventa paradossalmente un vanto per generare consenso. Ciò che conta per molti, alla prova dei fatti, è spesso l’affermazione del proprio “io” sugli altri, contro ogni forma di alterità. Nei cosiddetti contesti aggregativi dove le relazioni sociali dovrebbero essere all’ordine del giorno, imperversano la confusione, il disordine, le negligenze, l’improvvisazione, le cose mal fatte, le situazioni ambigue e instabili. Occorre, evidentemente, un discernimento profondo, una spiritualità più intensa, un sapere più alto, una capacità di riflettere più vigoroso, un’intelligenza morale che ponga un freno al selvaggio e prorompente interesse di parte. La Chiesa, per vocazione, è chiamata ad essere “sale”, “lievito” promuovendo una rivoluzione culturale che riaffermi il primato della persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio, nel contesto della “Casa Comune” come leggiamo nell’Enciclica Laudato Si’. Papa Bergoglio percepisce la globalizzazione nella logica geometrica del poliedro e non come fosse una sorta di sfera omologante (Cfr. EG 236). L’universalità per lui è convivialità delle differenze. È stato paradigmatico, da questo punto di vista, il suo pellegrinaggio sulla tomba di Don Tonino Bello, del quale ha di fatto consacrato il magistero. È la sublimazione della differenza come grazia, pace e virtù. Non è la Pax Romana del bastone e della spada ma quella della coesistenza armonica della diversità.

Papa Francesco ha benedetto questa impostazione teologico-pastorale, che ripropone culturalmente: i suoi discorsi sono all’insegna dell’integrazione, dell’unità nell’alterità. Valori costitutivi della stessa identità europea. “L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale”, ha affermato in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, nel maggio del 2016. “Il volto dell’Europa – ha sottolineato papa Francesco – non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure”. Come molti osservano nella Vecchia Europa, a seguito soprattutto della crisi dei mercati finanziari e delle purghe imposte da molti governi all’insegna dell’austerity, sono venute meno le sicurezze di tutte le generazioni del dopoguerra, innescando un arretramento della condizione sociale di molti.

Le persone, la nostra gente, anche coloro che si dicono cristiani, hanno paura, sentono di camminare sulle sabbie mobili, riversando la propria rabbia su chi viene indicato come una minaccia prossima: l’immigrato e, in genere, ogni forma di alterità. Nasce da questi stati d’animo, la difficoltà psicologica, ma soprattutto spirituale, di credere nel futuro, di aprirsi ad esso, di cominciare a costruirne uno. Una condizione alla quale ha dato un contributo decisivo il constatare da parte della gente comune, come stessero scomparendo dall’orizzonte del pensiero politico, culturale e religioso dell’Occidente e dalla sua azione concreta, dimensioni, ideali e modalità concrete che non solo ne avevano caratterizzato la secolare esistenza, ma ne avevano altresì assicurato un successo così rilevante. Quel vuoto che, proprio in Europa, da tempo, forze ambiguamente eterogenee hanno riempito con le loro improbabili ricette dalla forte presa emotiva. Sovviene allora, quasi istintivamente, una citazione della scrittrice statunitense Margaret Maron (che peraltro ha vissuto anche in Italia): “Ogni volta che iniziamo a pensare di essere il centro dell’universo, l’universo si gira e dice con un’aria leggermente distratta: “Mi dispiace. Può ripetermi di nuovo il suo nome?”.

Fuga dalle responsabilità

Voglio precisare in premessa che – a parere dello scrivente – l’attuale governo prima va a casa e meglio è per tutti.

Detto ciò, anche per chiudere un’esperienza di governo decretando la fine di una maggioranza parlamentare sono richiesti comportamenti e valutazioni all’insegna della responsabilità per la salvaguardia degli interessi reali degli italiani; si, proprio di quegli italiani che vengono continuamente e strumentalmente citati negli slogan e nei comizi.

Ma come i fatti di queste ore stanno dimostrando, davanti alla possibilità di aumentare il numero dei propri parlamentari e quindi delle poltrone di potere e di governo, non si esita ad aprire una crisi politica in un momento tale che metterà l’Italia nella condizione di non poter varare la propria legge di bilancio per il 2020, precipitandoci inevitabilmente nell’esercizio finanziario provvisorio a partire dal prossimo mese di gennaio, con conseguente peggioramento dello spread e di tutti gli indicatori economici correlati.

Esercizio provvisorio significa impossibilità di programmare nuove spese, investimenti ed altriprovvedimenti di politica finanziaria; in buona sostanza una paralisi economica per un paese come il nostro che è già oggi a “crescita zero”.

Ma attenzione perché questo non è frutto solo di irresponsabilità, ma anche di lucido e furbesco calcolo per sottrarsi alla scrittura della nuova legge di bilancio con la quale gli italiani (sempre gli stessi italiani di slogan e comizi!) saranno chiamati a pagare il conto e i debiti generati dalle scempiaggini di questi tredici mesi di governo giallo-verde; in altre parole mentre l’IVA aumenterà, chi da mesi (e segnatamente prima delle elezioni europee) aveva garantito il contrario starà fuori dal governo, magari a dare spettacolo su qualche spiaggia.

La crisi in questo momento è altresì un espediente per sottrarsi alle spiegazioni che Salvini non vuole dare sui suoi “affari russi” e per smarcarsi rispetto all’imbarazzante doppiogiochismo esibito in politica estera; Salvini ha aperto la crisi cogliendo l’occasione offertagli dai Cinque stelle che mercoledi 7 agosto si sono suicidati politicamente presentando al Senato un documento sulla TAV dall’esito scontato che li ha definitivamente isolati.

E’ una miscela di dabbenaggine e spregiudicatezza che si traduce in una intollerabile presa in giro per il Paese e per gli italiani, che meritano più rispetto e meno citazioni ormai retoriche e stucchevoli.

Chiediamo una “ tregua” di ricomposizione morale e civile del Paese

 

IL  DOCUMENTO DI
COSTRUIRE INSIEME
POLITICA INSIEME
RETE BIANCA
Ci troviamo in un momento confuso e disordinato della nostra comunità politica.
Matteo Salvini ha deciso di provocare una crisi di governo in un momento delicato, quando ancora l’Italia deve partecipare autorevolmente alla definizione del nuovo assetto di guida dell’Unione europea e alla vigilia di quel fondamentale passaggio della legge di bilancio da cui dipendono le condizioni dei conti pubblici e il sostegno da portare ad aziende, lavoratori e famiglie.
Ci aspettiamo una situazione complessa e critica i cui sbocchi possono fare male a tutti noi.
Siamo, dunque, consapevoli della necessità urgente di fare appello al comune senso di comunità, di chiamare al senso di responsabilità e impegnarsi nello stabilire almeno una “ tregua” operosa di ricomposizione morale e civile del Paese che ci riscatti dalla spirale di divisione, rancore e perfino di odio in cui rischiamo di essere definitivamente assorbiti.
Un nuovo governo può creare un clima utile a far sì che alle elezioni le forze politiche partecipino soprattutto presentando proposte valide attorno ai punti prioritari cui guarda il Paese.
I nostri gruppi, ritengono giunto il momento di operare per un cambio radicale nel modo di fare politica e di gestire le istituzioni per  occuparsi in modo nuovo e solidale della “ cosa pubblica”.
Occorre ripensare la vecchia logica dei fronti contrapposti, affrontando le vere sfide del momento.
Recenti esperienze ci dicono quanto lo spirito divisivo, lo scontro portato alle estreme conseguenze, la faziosità preconcetta ci abbiano arrecati enormi danni. Tutti elementi, questi, che hanno concorso ad aggravare le nostre condizioni e a portarci ad un oggettiva emarginazione dai processi internazionali che contano, a partire da quelli europei.
Siamo persino di fronte ad un avvelenamento del carattere morale e della coscienza civile degli italiani.
E’ giusto che ciascuna forza politica dispieghi pienamente le proprie caratteristiche e le proprie prospettive.
Vi sono però dei punti su cui, anche in presenza di una perdurante crisi, possono  essere ricercate le opportune convergenze per cambiare alcune regole del gioco ed occuparsi in maniera costruttiva dei problemi della nostra gente.

Abbiamo bisogno di cambiare passo. C’è bisogno di una nuova legge elettorale più partecipativa e più democratica e di partecipare alla definizione della legge di bilancio in modo da rispondere alle preminenti questioni dell’occupazione, del sostegno alla struttura produttiva, dell’aumento dei consumi, di una maggiore capacità delle nostre imprese di innovarsi e di competere sul piano internazionale. Gravi, inoltre, i disequilibri esistenti a livello sociale e tra nord e sud a cui bisogna cominciare a rispondere adeguatamente.
La complicata situazione politico istituzionale che ci sta dinanzi può essere ragionevolmente affrontata e superata se tutte le forze politiche saranno capaci di assumersi su queste questioni strutturali le responsabilità richieste dalla criticità del momento.
Gli italiani guardano e attendono. Soprattutto quanti sono rifluiti nel grande partito degli astenuti. Richiedono l’avvio di una nuova stagione per ottenere il doveroso riconoscimento concreto delle loro esigenze, di essere Persona, per aver scommesso sul futuro dando vita ad una famiglia,per assicurare un domani a figli e nipoti.
Questa risposta urgente può venire anche nel corso di una nefasta crisi istituzionale da cui il Paese e il ceto politico, se imboccando la giusta direzione di marcia, possono uscirne rafforzati.

La crisi è impervia per tutti. E se finisse all’angolo Salvini?

Che sia una manifestazione di forza, non è poi così certo. Salvini era di fronte all’azzardo, poteva infrenare lo smisurato spasmo di potere, pericoloso in effetti perché fuori controllo, ma non l’ha fatto. Ha semplicemente abdicato alla funzione di autentico leader democratico, consapevole dei problemi e dunque dei rischi che incombono sul Paese, per giganteggiare nell’immagine riflessa del suo specchio di solitudine e (pre)potenza. Sì è visto autorizzato e in parte costretto a giocare la carta della crisi, confidando sulla debolezza dei suoi avversari. Adesso, dopo aver urlato a destra e a manca, non gli resta che urlare ancora più forte. Chissà quale spavento debbano nutrire alcuni temibili interlocutori, primi fra tutti gli investitori chiamati a sottoscrivere, in questa condizione ai limiti della rottura costituzionale (v. la lucida e sofferta denuncia di Formica nell’intervista di ieri al “Manifesto”),i titoli di prossima emissione a copertura del fabbisogno finanziario dello Stato.

Intanto ha dovuto piegarsi, il padrone dell’Italia sovranista, al volere del Presidente del Consiglio: non ci sono dimissioni al buio, ma un confronto nelle Aule parlamentari per consacrare sulla base di un formale ritiro della fiducia la fine dell’attuale maggioranza. Sarà la crisi più chiara della storia, ha detto Conte. Perciò non sarà, quello parlamentare, un passaggio di mero ossequio protocollare, con la ratifica di un divorzio consensuale e l’inchino a rapide procedure per lo scioglimento anticipato delle Camere. In quella sede ogni forza politica avrà l’obbligo di chiarire quali siano gli obiettivi che intende perseguire, non solo nell’immediato. Certo, nell’immediato, potrà valere su tutto il desiderio di archiviare la tormentata esperienza del governo giallo-verde. E poi?

I sostenitori del voto subito – ce ne sono molti anche a sinistra e tra questi, in prima fila il segretario del Pd – coltivano la suggestione di un lavacro purificatore, immaginando per il dopo la formazione di un governo più omogeneo e più efficiente, a vantaggio comunque di un Paese realmente bisognoso di una svolta. La destra sogna di ottenere una delega larga, incontrovertibile, pesante; la sinistra, confusamente, di frenare l’ondata neo-nazionalista e magari trasformare la resistenza in una pur improbabile vittoria. La prima ipotesi è consistente, la seconda molto meno. Andare al voto subito – in ogni caso servirà un governo di garanzia – darebbe all’azzardo di Salvini l’aura di una proposta ragionevole proprio in mancanza di plausibili alternative. D’altronde, con o senza Berlusconi, la Lega può mettere su una coalizione in grado di oltrepassare la soglia del 40 per cento, così da strappare con il premio fissato dalla legge elettorale la maggioranza assoluta dei seggi.

Ora Zingaretti, attratto dal big bang dei gialli-verdi e dalla rinascita di un schema bipolare, incentrato stavolta su Lega e Pd, non può ignorare il monito proveniente dai settori più responsabili del centrosinistra. Un Pd complice della Lega nel favorire l’interruzione della legislatura darebbe l’idea di un partito incurante del più che probabile trionfo della destra. Per giunta, se il “programma minimo” della sinistra è consolidarsi nel suo ruolo di minoranza, non si vede la ragione per la quale gli alleati debbano unicamente concorrere, come nel 2018, alla difesa del fortilizio del Nazareno. Va da sé che in queste condizioni si rende oltremodo carezzevole per essi la scelta di andare alle elezioni da soli, fuori dalla pur auspicabile convergenza tra forze di stampo riformista. L’ombra di Occhetto (1994) e Bersani (2013), banditori a distanza di 20 anni della medesima pretesa di autosufficienza, incombe ora sull’ultimo rampollo della dinastia post comunista. Il suo istinto di rivalsa è grande, ma deve fare i conti con un’area democratica (per lo più astensionista di necessità) che si professa “né di destra né di sinistra”, alla ricerca di una leadership adeguata.

Insomma, non è una crisi di piccolo cabotaggio. Si attende un sussulto di dignità, la cui origine non può che scorgersi nella sfera civile e morale, prima ancora che politica. Ci vorrebbe una sana ribellione dei parlamentari, anche leghisti, contro le volgarità e le offese del tronfio agitatore che siede al Viminale e pretende dal Viminale d’imporre la sua legge. Con eloquio da taverna ha persino invitato i deputati e senatori ad “alzare il culo”, perché somma è l’urgenza di un atto di sottomissione al volere del Capo. Invece sarebbe lecito sperare che questo Parlamento dia il benservito all’insolenza eretta a sistema, relegando  all’opposizione ora e subito il mallevadore di un eterno istinto anarco-autoritario che sostiene la visione aggressiva e sgangherata del sovranismo. Ci vuole una tregua democratica prima di tornare al voto.

Don Sturzo meriterebbe il premio Nobel per la pace

Pubblichiamo uno scritto del parroco di Bozzolo don PRIMO MAZZOLARI tratto da «Adesso» del 1° dicembre 1951.
DON STURZO

Ho visto don Luigi Sturzo una sola volta nel suo buon ritiro romano.
Preferivo guardarlo che ascoltarlo. Le cose che diceva avrebbe potuto dirle anche un altro, ma il volto aveva una così viva chiarezza sacerdotale, che imprimeva una sacralità ad ogni sua parola. Mi sembrava che il sacerdote fosse più grande o almeno più presente del politico e del filosofo, due dimensioni che pure hanno in lui una misura fuori del comune.
Questa, a mio avviso, la vera e originale grandezza di don Sturzo, quella che porta le altre e dà ad ognuna una particolare significazione.
Quando, in una vita che ebbe proporzioni e vicende di primo piano, le tentazioni non offuscano menomamente la vocazione sacerdotale: quando la vastissima opera politica conferma l’umiltà e la carità dell’impegno, e la sete di gloria o di potere non lo distraggono dal servizio della verità sia verso la Patria come verso la Chiesa, un uomo può venire onorato prima che sia calata la sera.
Dopo Rosmini, monsignor Bonomelli e Pio XI, don Sturzo è forse il sacerdote che meglio e più validamente operò per ricongiungere Religione e Patria e restituire l’Italia agli italiani e gli italiani a Cristo, tenendo una strada che a molti ancor oggi pare la meno adatta. Ma per chi ha mani, mente e cuore puro non c’è niente d’impuro, neanche la politica. Basterebbe il suo mirabile esempio, neppur contestato dai più accaniti avversari della politica cristiana, tanto è limpida la vita di don Sturzo e nobile la sua testimonianza, per ristabilire nell’ancora incerto giudizio di molti cattolici italiani, la pacata certezza che l’impegno politico può essere assunto da un credente come un opus Dei.
Siccome le catastrofi non si possono stornare mediante le artiglierie e gli aeroplani, né mediante le astuzie o le burbanze diplomatiche, ma soltanto con la forza tranquilla delle singole vite umane maturate nella bontà, soltanto per questo Egli meriterebbe il premio Nobel della pace, come merita la riconoscenza di tutti i cattolici per averci insegnato che oltre l’opera propriamente apostolica di mutare il lupo in agnello, c’è bisogno che qualcuno impari a governare e lupi e agnelli, non con la violenza, ma attraverso la convinzione che lupi e agnelli, fanno parte della creazione e vivono quindi mescolati, al pari del loglio e del grano, e che la vera maturità politica non consiste nell’odiare gli uni e amare gli altri, bensì nell’amare gli uni e gli altri, onde alleggerire il male comune, che va poi a cadere soprattutto sulle spalle dei poveri.
Se Ernesto Wiechert l’avesse conosciuto direbbe che don Luigi Sturzo è uno di quei pochi uomini di ogni tempo che hanno acquistato nel loro viso il breve spazio dove anche Dio potrebbe riposare qualora avesse i piedi stanchi.
E i tempi son tali che anche i piedi di Dio possono stancarsi.

Nel dialogo la via della pace

L’articolo è uscito nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano

Salamanca, 8. Imparare a dialogare e a prendere decisioni condivise: sono questi i principi da seguire per costruire una pace duratura secondo il “Manifesto finale” presentato nei giorni scorsi dalla quinta sessione internazionale del Parlamento universale della gioventù (Pug) alla Pontificia università di Salamanca (Upsa). Il documento è frutto del lavoro di tremila giovani “parlamentari” di 31 Paesi, di diverse tradizioni e confessioni religiose, che si sono incontrati in un ricco ambito multiculturale, caratterizzato anche dalla presenza di ragazzi provenienti dalle comunità indigene andine e amazzoniche.

La comunione contro l’individualismo, la diversità contro l’uniformità, la crisi come opportunità e l’apertura alla trascendenza, sono considerate dal manifesto le fondamenta della pace. Paragonandola a un edificio in costruzione, il documento afferma che tra i suoi più importanti pilastri figurano la priorità dei processi decisionali sull’immediato, la ricchezza della diversità, il bene comune e l’aiuto reciproco. Sono tutte condizioni necessarie affinché siano trovate soluzioni comuni che preparino la via per la pace in qualsiasi ambito della società.

In occasione della presentazione del testo il vescovo di Salamanca, Carlos López Hernández, ha evidenziato come esso rifletta «l’umanesimo delle Beatitudini, ricordando che l’umanesimo di Cristo è valido per tutti gli esseri umani». Ha quindi incoraggiato i giovani a non dimenticare che solo attraverso la pace interiore, dono pasquale e frutto della riconciliazione che Cristo ci porta, è possibile trasmettere e costruire la pace esteriore.

I principi espressi nel manifesto hanno ricevuto apprezzamento anche da parte del presidente dell’Istituto Id di Cristo Redentore – missionari e missionarie identes, padre Jesús Fernández. Il religioso ha inviato un messaggio ai giovani riuniti a Salamanca sottolineando che il progresso scientifico e tecnico, pur essendo necessario al raggiungimento della pace, di per sé non è sufficiente a garantirla; occorrono quindi l’attenzione per l’altro e per la cura della casa comune, «costruendo col tempo autentici legami umani». Padre Fernández, citando poi Fernando Rielo, fondatore dell’istituto, ha esortato a non dimenticare mai che «l’amore è il motore della storia, della scienza, della famiglia e della pace».

Eventi come questo di Salamanca sono la testimonianza e «la massima espressione di un’educazione che include famiglia e società e senza la quale la pace non è possibile», ha dichiarato Marta Simoncelli, coordinatrice nella penisola iberica di Scolas Occurrentes, lodando il manifesto come «documento che costruisce ponti e diffonde la cultura dell’incontro». Il prossimo incontro del Pug si terrà nel 2021 in Ecuador, a Quito, sul tema «Libertà di pensiero, espressione e reti di comunicazione».

Le regioni meno sviluppate italiane ed europee nella programmazione 2014-2020: chi spende di più?

di Giorgia Marinuzzi e Walter Tortorella

Lo stato di attuazione del FESR e del FSE 2014-2020 in Italia

Secondo i dati della Commissione europea (1) aggiornati a maggio 2019 e riferiti al 31.12.2018 (Tabella 1), dei circa 51 miliardi di euro di dotazione italiana per il FESR e FSE 2014-2020 il 73% risulta impegnato (in linea con la media UE) ed il 19% speso (contro il 23% europeo).

Sebbene a livello di Fondo non sembrino manifestarsi complessivamente differenze significative, è possibile riscontrare disomogeneità, in termini di avanzamento finanziario, per tipologia di regioni (Figura 1). Quelle meno sviluppate (RMS) si posizionano al 17%, 2 punti percentuali in meno della media nazionale, seguono quelle in transizione (RIT), al 20%, fino a quelle più sviluppate (RPS), a quota 25%. Il FESR è il Fondo per il quale sia le RMS che le RIT fanno registrare i tassi di spesa più elevati (18% e 22% rispettivamente), al contrario nelle regioni più sviluppate il FSE ha un avanzamento più marcato (27%)….continua a leggere su eyesreg.it

Don Luigi Sturzo: Mattarella, “uno dei protagonisti della storia democratica italiana”

Agensir.it

“La sua azione politica, il suo pensiero, i suoi scritti, che ancora costituiscono materia di studio e di riflessione, mostrano con evidenza come egli sia stato uno dei protagonisti della storia democratica italiana”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricorda  Luigi Sturzo, di cui oggi ricorrono i sessant’anni dalla morte.
“Fu decisivo nel superare il non expedit, nel rendere così i cattolici cittadini pienamente partecipi della cosa pubblica”, prosegue il capo dello Stato, sottolineando come “il processo che seppe innestare contribuì alla ricomposizione politica del Paese”.
“Don Sturzo – osserva Mattarella – cominciò dalle basi della società, dalla difesa della dignità dei contadini nel mondo agrario di inizio novecento, dalla presenza nel consiglio comunale di Caltagirone, dalla necessità di dare basi popolari alla democrazia, rifuggendo da ipoteche oligarchiche ed elitarie”. “La sua idea di laicità dell’impegno pubblico ha precorso i tempi. La sua visione democratica era inscindibilmente legata a una concreta giustizia sociale”, aggiunge il presidente, nel richiamare il fatto che “l’ascesa del fascismo lo costrinse al duro prezzo dell’esilio, rimanendo oppositore irriducibile del regime violento e dittatoriale”. “Con le sue idee, e gli studi approfonditi negli Stati Uniti, tornò ad alimentare il dibattito nel dopoguerra. Il patrimonio che ha lasciato – conclude Mattarella – ha arricchito la cultura democratica che può attingere a valori ed esperienze preziose anche per i tempi nuovi che stiamo vivendo”.

L’azzardo di Salvini e il no ad elezioni anticipate

Quando in politica la forza non genera soluzioni, diventa inevitabile che la loro ricerca, all’ultimo sempre più affannosa, vada incontro al vento contrario della frustrazione. Inmezzo, tra l’euforia di consensi abbondanti e il disagio per mancanza di sbocchi pratici, cresce l’ansia mascherata di protervia. Poiché l’unica certezza appare il logoramento dello stato di grazia, s’abbraccia volentieri la risposta più aggressiva e avventurosa. Meglio combattere, si dice, che consumarsi a fuoco lento.

Salvini, in effetti, propone l’ultimo suo azzardo avendo la netta percezione di quanto pesi la dialettica su questo doppio fronte di combattimento: l’uno verso l’entusiasmo dell’Italia nazional-populista, l’altro verso la penuria di risultati nell’azione di governo. Con l’apertura della crisi muove pertanto in direzione  di un’incognita che sembra più accettabile, ai suoi occhi, del maneggio improduttivo degli affari correnti alla luce dei continui dinieghi dell’alleato grillo. Ora può accadere di tutto, anche di votare in ottobre, secondo le reazioni a caldo dopo il comizio di Sabaudia.

Salvini rispolvera a modo suo un vecchio slogan del ‘68: “Siamo realisti, chiediamo l’impossibile”. E l’impossibile sta nel credere che il ritorno alle urne sia suffragato dal plauso degli alleati di governo e al tempo stesso delle forze di opposizione,  in un tripudio di fazioni l’un contro l’altra armata, dimentiche dei fragili equilibri del Paese. Solo un Pd votato al suicidio può condividere uno scenario di totale irresponsabilità. Da oggi i riflettori sono puntati (anche) sul Nazareno.

Se Salvini intende rompere, non è detto che gli avversari abbiano facile convenienza a coprirne le movenze. Questa legislatura è nata male e non può durare a lungo. Tuttavia, lo scioglimento anticipato delle Camere implica sempre  un che di traumatico, chissà foriero di quali esiti, magari anche peggiorativi dell’attuale condizione. Bisogna tornare alle urne avendo messo in sicurezza i conti pubblici e definito, all’occorrenza, uno scenario di maggiore chiarezza in ordine alle opzioni strategiche da sottoporre agli elettori. Per questo occorre una “maggioranza tecnica” che faccia argine, intanto, all’avventurismo salviniano. Attorno a un Conte-bis, concentrato sulla gestione di pochi punti programmatici, può strutturarsi una nuova offerta politica. A quel punto, e solo allora, il corpo elettorale avrà modo di conoscere tutte le alternative e sciogliere con pieno discernimento.

Sturzo e il confine tra popolarismo e populismo

L’8 agosto di 60 anni fa moriva Luigi Sturzo. Qui di seguito riportiamo l’elzeviro che l’Avvenire ha pubblicato ieri nelle pagine di Agorà, il suo spazio di approfondimento culturale.

di Flavio Felice

L’8 agosto Caltagirone ricorda i 60 anni dalla morte di don Luigi Sturzo a partire dalle ore 19, con la Statio presso il mausoleo nella Chiesa del SS. Salvatore dove si darà lettura di brani del suo Testamento spirituale; seguiranno l aprocessione verso il santuario di Maria SS. del Ponte e, alle 20, la concelebrazione eucaristica presieduta da monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale.

 

«Ho chiesto a Sturzo che mi benedicesse. Mi sono inginocchiato […]. Sturzo alzando il braccio mi ha benedetto con la famiglia. Poi ha lasciato cadere stancamente il braccio sul letto. Gli ho baciato la mano sinistra ed egli mi ha accarezzato il capo. Sturzo ha reclinato il capo sul cuscino e ha chiuso gli occhi come per assopirsi»; sono le ultime ore di vita di Luigi Sturzo, narrate da Gabriele De Rosa.

Sturzo morirà l’8 agosto del 1959 e, a sessant’anni dalla sua scomparsa, la riflessione sul suo contributo alla sociologia, alla filosofia e alla scienza politica appare ancora attuale, soprattutto se si considera un aspetto cruciale del suo pensiero, il suo “imperativo metodologico”: alla base della ricerca storica c’è sempre il concreto e nulla è più concreto della persona. In questo contesto s’inserisce la riflessione sturziana sulla democrazia come “bene comune” che, prima di tutto, è un metodo: il “metodo di libertà”.

Tale metodo passa per il chiarimento del ruolo delle istituzioni, immaginando la politica non come il campo che perimetra il regno della verità, quanto un ambito particolare e delimitato della stessa società civile. Quanto di più distante dallo Stato etico: “centro di unificazione” e omogeneizzatore delle culture particolari, che trasforma la società civile in una massa amorfa di individui omologati ad un’idea di popolo, declinabile al singolare e funzionale agli interessi della cricca momentaneamente al potere. Una tale analisi dell’ordine politico iscrive il sacerdote siciliano nel novero dei pensatori liberaldemocratici, critici dell’uso disinvolto della termine popolo, segnando così il confine invalicabile tra le nozioni di “popolarismo” e quella di “populismo”.

Sturzo è un interprete di quel cattolicesimo liberale severo nei confronti di coloro che, in nome della “sovranità popolare”, brandiscono la nozione di popolo, personificata e omogeneizzata, come una clava nei confronti degli oppositori. In questo modo, il regime si servirà dello «Stato come strumento di dominio« e sopprimerà ogni forma di opposizione e agirà come «fattore di conformismo politico»: «L’individuo è ridotto ad una semplice funzione gregaria ( vulgum pecus); che deve mostrare di essere convinto del sistema, di essere solidale col regime, di essere entusiasta degli uomini o dell’uomo che ne è a capo». Corollario di tale impietosa denuncia del populismo paternalistico e della deriva totalitaria è il divorzio tra libertà e responsabilità.

Nei regimi totalitari o paternalistico-populistici, dove la libertà è ridotta o del tutto assente, il potere politico sfugge dalle sue responsabilità, non avendo più alcun limite: né interiore (morale) né esteriore (giuridico): «La soppressione dei diritti individuali e delle libertà politiche crea una sproporzione fra la personalità umana e il potere assoluto». Il realista Sturzo non si rifugia in ipotetici mondi paralleli, il problema di fronte al quale Sturzo pone i cattolici dei suoi tempi, ma, che ridotto all’essenziale, non è poi così distante dal problema politico dei cattolici di ogni tempo, riguarda la domanda se, in tutta coscienza, i cattolici dovrebbero accettare o magari promuovere un regime politico che nega le libertà politiche, economiche e civili, in cambio di privilegi o per semplice quieto vivere. In breve, se rinunciare a nutrire il terreno dal quale attingere le risorse necessarie per difendere e promuovere i valori di libertà, di uguaglianza e di giustizia, che fondano il regime democratico, ovvero organizzare la resistenza etica ed istituzionale ad un sistema che mina il governo della legge.

Una rinuncia che, inevitabilmente, comprometterebbe la disponibilità dell’antidoto contro la violenza politica, contro la sopraffazione economica e che sappia opporsi alla prepotenza culturale di chi, avendo conquistato lo “Stato”, sarà nelle condizioni di determinare la vita, gli ideali e gli interessi delle singole persone. Gli anniversari possono essere ricorrenze inutili ovvero occasioni per rilanciare un progetto, l’auspicio è che il centenario della fondazione del Partito Popolare e il ricordo dei sessant’anni dalla scomparsa del sacerdote siciliano possano rappresentare la spinta decisiva perché quel progetto, aggiornato alle sfide dei tempi, possa tornare ad essere una speranza per chi non ha mai smesso di credere nella libertà e nella responsabilità di ciascuno come motori della democrazia.

La politica del Papeete

In questi caldi giorni di agosto si sono viste su giornali e social le foto di Salvini sulla spiaggia che ballava tra cubiste e bagnanti in una condizione che ha suscitato diversi commenti (e anche alcune facili battute) soprattutto per il confronto fotografico che alcune testate hanno proposto con grandi personaggi di stagioni politiche diverse. Aldilà delle considerazioni che ognuno può fare sullo stile esibito dal ministro in questione e senza scadere nel perbenismo di maniera, la cosa che colpisce è che molto spesso le differenze che vengono sottolineate attengono quasi esclusivamente all’abbigliamento; può capitare quindi di vedere accostate a Salvini (e relative cubiste) le foto di Aldo Moro, Alcide De Gasperi ed altri uomini politici in vacanza con commenti solo sulle differenze del vestiario.

Non si tratta di nostalgia per la giacca in spiaggia di Moro o per le letture vacanzieredi De Gasperi in greco e latino, ma di rispetto del ruolo istituzionale e di rappresentanza dei cittadini; un rispetto che il 2 agosto avrebbe dovuto consigliare al vice premier leghista di andare a Bologna per la ricorrenza della strage alla stazione, anziché al Papeete di Milano Marittima.

Si rischia, in altre parole, di derubricare a mera notizia di moda e costume quello che invece è un vero e proprio degrado culturale che sta interessando il paese e la politica che ne è espressione prevalente in questo momento e che purtroppo dispiega i suoi effetti nefasti ben oltre i confini della spiaggia romagnola.

Politica, ora si deve ripartire

Huffingtonpost.it

Il lento ma inarrestabile tramonto di Forza Italia, la trasformazione del Pd da partito a vocazione maggioritaria ad una riedizione tardiva del Pds, l’affermazione – finalmente – di una destra politica, sociale e culturale incarnata dalla Lega di Salvini e, in minor misura, dalla Meloni, e infine il crollo progressivo del partito antisistema, populista e demagogico dei 5 stelle. Il resto è, ad oggi, sostanzialmente ininfluente ed irrilevante.

Ora, se questa è la geografia politica concreta che si presenta di fronte ai nostri occhi, e’ del tutto evidente che manca un’altra offerta politica. E cioè, un partito/movimento politico che sappia recuperare un consenso e un’attenzione di cittadini – e sono milioni – che non si riconoscono nell’attuale mosaico politico italiano e che o si rifugiano nell’astensionismo oppure votano stancamente i partiti esistenti. È appena il caso di ricordare che manca, ancora, e forse per poco, una “posizione” politica su cui ci sono forti aspettative e grandi attese. Certo, se ne parla ormai da molto tempo e le grandi firme dei più grandi organi di informazione sostengono platealmente la necessità di dar vita ad una forza politica che sappia rispondere ad alcune caratteristiche. Anche perché è perfettamente inutile continuare a lamentarsi della forza crescente della Lega di Salvini e poi nascondersi nel proprio guscio. È necessario, adesso, un soprassalto d’orgoglio e semplicemente “scendere in campo”. E, soprattutto, indicare con esattezza, anche se succintamente, le condizioni necessarie per tratteggiare il profilo politico, culturale e programmatico di questo nuovo soggetto politico. Ormai sempre più necessario ed indispensabile.

E quindi, un partito che recuperi sino in fondo la cosiddetta “cultura della mediazione” contro ogni forma di contrapposizione frontale tra i vari partiti e schieramenti. Un partito che abbia il senso dello Stato e un rigoroso rispetto delle istituzioni democratiche, contro ogni forma di sopraffazione e di deriva autoritaria a cui, purtroppo, assistiamo ormai quotidianamente. Un partito che abbia un impianto dichiaratamente riformista e democratico e non si limiti ad inseguire l’impronta demagogica, populista, antisistema e propagandistica dei partiti che oggi, e forse, per poco, continuano ad avere un consenso di massa e traversale. Un partito con una classe dirigente ne’ improvvisata ne’ superficiale che oggi, purtroppo, sono caratteristiche di cui ci si vanta con orgoglio. Un partito che sappia sconfiggere la radicalizzazione della lotta politica, versione aggiornata e moderna della cultura degli “opposti estremismi” conosciuta, ahimè, negli anni sessanta e settanta nel nostro paese. E il ritorno di una nuova destra da un lato e della sinistra dall’altro – anche se al momento il Pd resta un partito bicefalo con all’interno bande e correnti organizzate che coltivano disegni politici diversi se non alternativi – riportano indietro le lancette della storia in mancanza di un partito che sappia nuovamente ricomporre gli interessi contrapposti senza scivolare nella sola propaganda con accenti estremistici e sempre più radicali. Un partito che sappia soprattutto esprimere una vera cultura di governo. E cioè, un partito che non si limiti ad improvvisare e ad inseguire gli istinti di una società sempre più in preda alla voglia di vendetta e carica di rancore e di invidia. E, infine, un partito che sia anche e soprattutto espressione di una cultura politica e non solo il megafono di un “capo” che, come ben sappiamo, può avere un momento di gloria e di esaltazione per poi ritornare nell’anonimato o nella riserva. Gli esempi, al riguardo, recenti e meno recenti, non mancano affatto.

Insomma, e’ arrivato il momento di prendere atto che il sistema politico italiano scaturito dal voto del 4 marzo del 2018 e dalle stesse elezioni europee del maggio scorso e’ già entrato in discussione. Non si tratta, com’è ovvio, di dar vita ad un “partito di centro” che nessuno vuole e nessuno auspica, ma di prendere atto che serve un nuovo e diverso equilibrio politico. E, sotto questo profilo, la cultura politica che storicamente ha prodotto una forza politica “di centro che guarda a sinistra” forse è da rimettere in pista. Al più presto, pur senza alcuna nostalgia del passato recente e meno recente. Del resto, verrebbe da dire, “se non ora quando”?.
Giorgio Merlo

L’affaire Moro

di Maria Ricciarelli (doppiozero.com)

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent’anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l’eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l’aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.

 

Non è facile rileggere oggi L’affaire Moro di Sciascia, il più cupo, il più terribile (e forse il più bello) dei suoi libri, quello che ad ogni rilettura ci fa toccare un nervo scoperto della nostra storia, in cui ritroviamo intatto il peso dell’aria che abbiamo respirato nella nostra infanzia. Lo abbiamo letto e riletto per cercare di capire quello che a suo tempo, in quegli indimenticabili giorni racchiusi tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, non eravamo riusciti a decifrare con lucidità, tuttavia pur di fronte all’acuta e intransigente intelligenza del racconto di Sciascia ci pare che rimanga intatto il grumo irrisolto che avevamo percepito ascoltando il telegiornale e i discorsi degli adulti. Il libretto in cui lo scrittore propone il resoconto e il suo giudizio di quel che è accaduto nella fatidica primavera del ’78 non sembra oggi importante soltanto per l’analisi politica del caso Moro in sé (ci sembra oltretutto di concordare con le posizioni meno radicali e appassionate di altri scrittori), ma per il metodo e le questioni che solleva e che riguardano altri nodi cruciali quali, in primo luogo, il ruolo degli intellettuali e la funzione della letteratura di fronte alle urgenze della realtà.

 

Non si può comprendere fino in fondo il rovello nascosto fra le pagine dell’Affaire che inquieta Sciascia sul valore e la funzione della scrittura letteraria di fronte alla politica, e in particolare di fronte allo scenario devastato di quegli anni Settanta, senza retrocedere indietro di almeno un anno, e senza dare uno sguardo alla polemica sul Coraggio e viltà degli intellettuali (questo il titolo del libro, curato da Domenico Porzio per Mondadori nel novembre del 1977, che raccoglie gli articoli apparsi sui quotidiani dai primi di maggio dello stesso anno). Nella primavera del ’77 la querelle su intellettuali e terrorismo aveva animato le pagine dei giornali a seguito delle dichiarazioni rilasciate da Montale nel corso di un’intervista (apparsa sul “Corriere della Sera” il 5 maggio) a proposito della diserzione dei giudici popolari nei processi contro le Brigate Rosse, motivata da una paura che il poeta afferma di condividere (alla domanda «Se fosse stato estratto il suo nome, avrebbe accettato di fare il giudice popolare?», Montale risponde: «Credo di no. Sono un uomo come gli altri e avrei avuto paura come gli altri»). Contro Montale intervengono molti intellettuali e scrittori (Arbasino, Bobbio, Calvino, Ginzburg, Sanguineti, Testori, soltanto per citare alcuni nomi), Sciascia è uno dei pochi a sostenere invece il diritto alla diserzione. Il 12 maggio sulle pagine del “Corriere” spiega le ragioni della sua posizione, che sono di due ordini: «di principio» («non mi sento di giudicare, per qualsiasi delitto abbiano commesso, i miei simili – pur riconoscendo la necessità che siano giudicati»), e per così dire contingenti, legate cioè al giudizio politico espresso sul momento presente: «Vengo alle motivazioni […] per cui non vorrei entrare in una giuria – e specialmente una giuria chiamata a giudicare quelli che si usano dire delitti contro le istituzioni, contro lo Stato.

 

Così come non capisco che cosa polizia e magistratura difendano – e l’ho già scritto altrove – ancor meno capirei che io, proprio io, fossi chiamato a fare da cariatide a questo crollo o disfacimento di cui in nessun modo mi sento responsabile. Salvare la democrazia, difendere la libertà, non cedere, non arrendersi – e così via, coi titoli che vediamo ad ogni avvenimento tragico accendersi sui giornali – sono soltanto parole. C’è una classe di potere che non muta e che non muterà se non suicidandosi».

Questa posizione attira su di lui attacchi e rimproveri a cui risponde, di volta in volta, precisando il suo giudizio, rivendicando in ogni momento il diritto alla critica e all’esercizio della libertà di pensiero, e assumendo quella postura corsara che pochi anni prima era stata di Pasolini, solo contro tutti nella querelle sull’aborto o sulla “nuova gioventù”. Già questo primo elemento che emerge con chiarezza nella primavera del ’77 basterebbe a spiegare il senso dell’incipit dell’Affaire, in cui – in quella che giustamente è stata definita «una delle più belle pagine della letteratura italiana degli ultimi trent’anni» (Belpoliti, L’Affaire Moro: anatomia di un testo, 2002) – Sciascia si rivolge a Pasolini, rimandando al controverso e famoso articolo corsaro sulla scomparsa delle lucciole, alle sue intuizioni su Moro, al “processo al Palazzo” avviato dall’autore di Petrolio e da lui ripreso anche in quelle pagine (dopo Il contesto e Todo modo). Ma nella polemica del ’77 c’è di più, ci sono cioè ragioni ben più profonde che accomunano Sciascia e Pasolini (anche ad altri scrittori e scrittrici che si schierano su posizioni opposte).

 

Se nel primo articolo Sciascia cita i titoli dei giornali divenuti slogan e li demolisce affermando che «sono soltanto parole», così in quelli successivi per ognuno dei lemmi-chiave della polemica («coraggio» e «viltà», in primo luogo) si impegna a ritracciare il significato originario, costruendo la difesa della sua posizione con la sola arma del dizionario («in questo articolo farò qualche volta uso del dizionario»), affermando che «la scienza della parola resta ormai la più attendibile» (Del disfattismo, della carne e di altre cose, «La Stampa», 9 giugno 1977), applicando con pazienza la sua intelligenza ad analizzare e decostruire le argomentazioni di chi lo accusa ora di «disfattismo» ora di «nicodemismo». Come Natalia Ginzburg, che sta però sul fronte opposto al suo pur rivendicando anche lei quale ruolo primario degli intellettuali il compito di «non travisare e non tradire la verità delle parole» (Intellettuali, tutti a casa per parlare di coraggio, “Corriere delle Sera, 24 giugno 1977), anche Sciascia ritiene che il mandato dell’“uomo di lettere” sia quello di vigilare sul senso e sul significato delle parole, smarrito nella bolla mediatica della comunicazione giornalistica. E fra quelle parole anche l’etichetta di intellettuale gli sta stretta: «Ho passato il pomeriggio del sabato nella lettura del Saggio sui rapporti tra intellettuali e potenti di D’Alambert: aureo libretto che Einaudi pubblica con assoluta tempestività. Infastidito come sempre, dalla parola “intellettuali”, mentalmente ripristinavo nel titolo e nel testo originale “gens de lettres”. Voltaire, Diderot, D’Alambert si dicevano “uomini di lettere”.

 

Perché chiamarli “intellettuali”?» (Se dissenti, io ti spingo a sinistra, “La Stampa”, 19 giugno 1977). È forse proprio il richiamo alla materialità della parola a fargli preferire il termine letterato, che a sua volta rimanda proprio attraverso il vocabolario alla letteratura, alla suprema forma di conoscenza che lo scrittore celebra fra le righe dell’Affaire, che fra le altre cose contiene la più complessa ed enigmatica espressione della teoria della letteratura formulata da Sciascia (si veda a tal proposito Belpoliti, L’Affaire Moro: anatomia di un testo, 2002).

Benché, infatti, il testo si offra nella sua forma come un pamphlet d’invettiva politica, in cui lo scrittore propone la sua personale interpretazione del j’accuse alla classe politica del suo tempo, la profonda stratificazione intertestuale su cui si fonda tutta la sua argomentazione mostra la complessità generale del testo che agisce a tutti i livelli. In altri termini la letteratura è al tempo stesso filtro per l’interpretazione dei fatti, mezzo e forma del loro racconto, oggetto della riflessione sciasciana. Proviamo a grattare alcuni strati del palinsesto che costituisce l’Affaire. Continua a leggere sul sito

I romani in fuga da Roma

di Daniele Mencarelli

L’articolo appare nell’edizione odierna de L’Osservatore Romano

L’ultimo terribile fatto di cronaca accaduto nella nostra città, l’assassinio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ha fatto riesplodere la discussione attorno al fenomeno della cosiddetta movida romana.

Di fondo c’è un’amara constatazione: molti giovani turisti provenienti da ogni angolo del mondo non arrivano nella nostra amata città per il suo patrimonio storico-artistico, per ammirare la sua bellezza proverbiale. Ci arrivano perché attratti dalla vita notturna, dalla facilità con cui si possono reperire sostanze stupefacenti, dai locali che servono fino all’alba alcolici per pochi euro, in barba a ogni regolamento comunale.

Il risultato di questo disordine spacciato per libertà è il caos, il costante rischio di trasformare il divertimento in materia da codice penale.

Ovviamente, questo fenomeno non riguarda solo la nostra città, ogni capitale mondiale ha la sua offerta in fatto di vita notturna e divertimenti, e gestire la faccenda è difficile per tutti.

Quello che preoccupa rispetto a Roma, più in generale rispetto al nostro Paese, è la totale mancanza di una legislazione che tuteli chi all’interno di una città non è chiamato a giocare il ruolo del turista, ma chi ci vive, lavora, manda a scuola i figli. I poveri cittadini chiamati a un sacrificio costante, e mai veramente ripagato.

La somma di tutte queste premesse porta a un risultato sempre più evidente, e drammatico. La fuga dalle città. I romani stanno fuggendo da Roma. I rioni, i quartieri, si stanno progressivamente svuotando di residenti.

Nel centro storico di Roma, nell’arco di appena un decennio, gli abitanti sono diminuiti di quasi trentamila unità. La fuga è costante e si concentra, guarda caso, proprio nelle zone dove la movida notturna è più feroce, quindi Trastevere, Campo Marzio.

Al posto dei residenti e delle loro abitazioni spuntano, in maniera totalmente selvaggia, le case-vacanza e i B&B, luoghi ricettivi a basso costo, spesso abusivi. Dove una volta alloggiava una famiglia, magari da generazioni, ora transitano turisti, per pochi giorni. Interi palazzi nel cuore di Roma sono stati trasformati in affittacamere, luoghi senza più memoria, né reale futuro.

Si potrebbe continuare con i dati, ma la situazione è sin troppo chiara.

Altrettanto chiara è la conclusione cui arriverà questa deriva tutta economica, che sfrutta le nostre città spolpandole di ogni contenuto umano.

Roma come Venezia. Bologna come Firenze.

Città trasformate in Luna Park. La nostra identità, i nostri luoghi, ridotti a parodia di se stessi, dove tutto appare e niente è veramente.

La soluzione c’è ed è chiara tanto quanto il problema. E non riguarda certo i turisti.

È nelle mani di chi confonde la vita con un terreno di caccia, con la smania dei predoni cui mai nessun tesoro è abbastanza. Immobiliaristi e politici, imprenditori e singoli cittadini, tutti quelli che non riescono più a concepire l’esistenza come atto plurale, dove la salvaguardia della comunità è più importante della fortuna del singolo. Un alfabeto totalmente radiato dal loro cuore. Spetta a voi il cambiamento, l’inversione del destino.

Salvate Roma, salvate le nostre città, non riducetele a uno sfondo di cartone.

il Mediterraneo rischia di diventare un cimitero a cielo aperto

di Andrea Cuccello segretario (confederale della Cisl) e Liliana Ocmin (responsabile coordinatrice nazionale donne, giovani ed immigrati)

Con la conversione del decreto sicurezza bis è sempre più difficile e rischioso il salvataggio dei naufraghi; il pericolo concreto è che il Mediterraneo rischia di diventare un cimitero a cielo aperto dove per scoraggiare i trafficanti di esseri umani si criminalizza l’opera di salvataggio dei naufraghi, rendendola più complicata e mettendo a rischio la vita di uomini, donne e bambini che cercano di lasciarsi alle spalle violenza, guerra e fame.

I trafficanti degli esseri umani sono dei criminali senza scrupolo e la disperazione di chi decide comunque di partire dalle coste libiche possono determinare un crollo della sicurezza in mare. Per la Cisl è prioritario combattere i trafficanti di esseri umani, ma provvedimenti estemporanei ed unilaterali sono destinati nel lungo periodo a fallire se non sono supportati da una politica organica condivisa all’interno dell’UE di gestione del fenomeno migratorio anche in risposta all’esplosiva questione libica.

Vorremmo sbagliarci, ma abbiamo il timore fondato che senza un combinato di azioni e provvedimenti condivisi a livello europeo non ci sarà più sicurezza nel Mar Mediterraneo. Non sarà questo provvedimento a scoraggiare criminali e migliaia di disperati che hanno vissuto il drammatico viaggio sino alle coste libiche o che sono bloccati nei Centri libici dove la violazione dei diritti umani è l’unica certezza.

Innanzitutto crediamo sia necessario a livello di tutte le nazioni dell’UE introdurre un sistema di ingressi legali per motivi di lavoro con sistemi di quote che presuppongano accordi bilaterali con i Paesi di origine, garantire il diritto di asilo a livello della comunità internazionale nei luoghi di raccolta nelle coste africane con l’azione di supporto delle preposte agenzie dell’Onu, attraverso corridoi umanitari con una equa e concordata ripartizione dei rifugiati tra tutti i Paesi dell’UE. Ciò significa riformare il Trattato di Dublino modificando la regola secondo cui il Paese di primo sbarco è l’unico responsabile della richiesta d’asilo.

Sono solo alcuni provvedimenti necessari che devono coinvolgere le Istituzioni europee in un sistema di responsabilità condivise. Il nostro Paese al suo interno può e deve fare qualcosa di più per dotarsi di una efficace politica organica di gestione virtuosa del fenomeno migratorio. Anche l’Italia al suo interno può e deve riformare una legislazione che crea irregolarità. Per questo ci vuole l’impegno e l’elaborazione di tutto il Parlamento perché si tratta di argomento di interesse nazionale che non può essere liquidato con tweet ed estemporanei ed unilaterali provvedimenti.

Un esempio concreto lo è stato il precedente decreto i cui effetti li stiamo monitorando in termini di minore integrazione e aumento di fenomeni di irregolarità e marginalità sociali.

Sin da subito, a legislazione vigente, si può ad esempio ridare vigore al Documento di programmazione dei flussi fermo al 2006 con il coinvolgimento, come previsto, insieme alle Istituzioni della società civile, del Sindacato e del mondo imprenditoriale.

E’ comunque nostro auspicio che l’Italia, insieme all’UE e dentro l’UE, si doti di una legislazione che realmente sappia promuovere una politica di gestione del fenomeno migratorio secondo i principi di solidarietà, umanità, integrazione e coesione sociale come unici elementi che danno opportunità di prosperità, sviluppo e sicurezza sociale.

Salvini ringrazi i grillini attaccati alla poltrona

Il Senato ha approvato, con voto di fiducia, il Decreto (In)sicurezza bis, nonostante gli appelli di tantissime realtà del mondo cattolico e laico e contro le forti perplessità di molti operatori del settore.

Il Ministro Salvini – con la cinica e blasfema impudicizia che lo connota – ha ringraziato “la Beata Vergine Maria”.

Avrebbe fatto meglio a ringraziare l’attaccamento alla poltrona dei senatori grillini.

Quelli che avevano messo Gino Strada tra i possibili candidati al Quirinale ed oggi votano una Legge di questo genere.

Riprendendo una espressione di Rino Formica, il senatore grillino Airola ha motivato il suo voto favorevole ricordando che la politica “è sangue e merda”. Più la seconda che il primo, vorrei dire, almeno per chi sta in Senato e non nei campi di concentramento libici o sui barconi nel Mediterraneo.

Mi è tornato in mente in questi frangenti un eccezionale testo, scritto nel cinquecento da Etienne de La Boétie, dal titolo emblematico: “Discorso sulla servitù volontaria”.

Egli parlava del popolo nel suo rapporto coi tiranni. Temo non sia però improprio citarlo a riguardo dei  senatori grillini nel loro rapporto con il Governo “Salvini-Salvini” (posto che il Governo “Salvini-Di Maio”, se mai esistito, è palesemente passato a miglior vita…).

Speriamo almeno che – nonostante i sondaggi e l’aria che tira – non sia ancor oggi pertinente citare La Boétie anche a riguardo del popolo.

A Strasburgo si riapre il tema della cooperazione

Dopo le elezioni e il nuovo volto che gli elettori hanno dato al Parlamento europeo, molti temi geopolitici aspettano un equilibrato esame sia per quanto riguarda la situazione interna allUnione, sia per i rapporti con il continente africano. In questo articolo il senatore Lucio DUbaldo ci aiuta a leggere i nuovi e vecchi orizzonti su cui si affaccia il neoeletto Parlamento.

(Popoli e Missione – n. 7 – 2019)

È tempo di sintesi dopo il profluvio di valutazioni a caldo, chiuse le urne, attorno ai vinti e ai vincitori di maggio. Dalle elezioni lEuropa esce rafforzata nel suo faticoso percorso verso una crescente ed equilibrataintegrazione. Intelligenza vuole che il modello di convivenza e collaborazione acquisisca caratteri più armonici, soprattutto grazie a un rinnovato primato della politica, per staccare dalleconomicismo e dal burocratismo lesperimento ultradecennale dellUnione. In questa competizione è emerso con chiarezza un dato macroscopico: il progetto audace, nientaffatto scontato, di cui furono interpreti i Padri fondatoriallindomani della seconda guerra mondiale, malgrado tutto resiste e va avanti. Limplosione dellEuropa è stata scongiurata.

I sondaggi, in realtà, fotografavano da mesi larresto dellondata anti-europeista. A conti fatti, pur dovendo registrare il declino dei gruppi storici delleuroparlamento, prende forma un assetto più articolato ma pur sempre saldo, quindi coerente e affidabile, come ieri o più di ieri, con lambizioso disegno di un potere sovranazionale a misura del ruolo di unEuropa ancora protagonista nel concerto della grande politica internazionale. Se Popolari e socialisti ora sono più deboli, Verdi e liberali escono invece irrobustiti dalle urne. C’è un nuovo equilibrio da inventare, immaginando che abbia comunque lenergia capace dimprimere la necessaria spinta alla futura attività dellAssemblea di Strasburgo.

La fiducia deriva da semplici constatazioni. A parte il dato dellItalia e della Gran Bretagnaalle prese, questultima, con linfinita e tormenta vicenda della Brexit la partecipazione elettorale ha toccato mediamente percentuali superiori al passato: un buon segnale, questo, a favore dello sviluppo di una democrazia radicata nella dimensione continentale. Vuol dire che la legittimazione dellEuropa a livello di pubblica opinione e corpo elettorale, avanza e progredisce nonostante tutto. La propaganda avversa, condensata nelle parole dordine di un nuovo nazionalismo, non ha raggiunto i suoi obiettivi.

LEuropa deve tornare a incidere sulle vicende del mondo. La pace e il progresso come beni universali dipendono in gran parte dal recupero di unideale storico-concreto, ovvero di una civiltà pluriforme e complessa, che si è sedimentata per secoli e secoli, entrando in crisi con la fine dello ius publicum europaeum. La guerra fredda ha reso subalterna lEuropa. Tuttavia, senza il contributo che essa può offrire, specialmente nellattuale confronto multipolare, con lemersione prepotente della Cina e linstabilità della funzione imperiale degli Stati Uniti, il nostro pianeta è destinato a misurarsi con il proliferare di logiche di scontro, ancor più pericolose per mancanza di quel bilanciamento che il confronto USA-URSS a suo modo garantiva.

La geopolitica, intanto, porta a ricostruire il ponte tra Europa e Africa. Sulle ceneri del colonialismo, dopo il lungo processo di conquista dellindipendenza nazionale, i popoli e gli Stati africani possono riporre fiducia nei rapporti con il Vecchio Continente. LUnione europea, daltronde, guadagna credito proprio nella prospettiva di questa feconda ipotesi di collaborazione. Non bisogna dimenticare che la presenza della Cina, oggi vista come una minaccia, è anchessa un prodotto della guerra fredda. Molti regimi africani ebbero gioco facile a motivare lapertura nei riguardi di Pechino con lesigenza di una terza viatra America e Unione sovietica. Anche lideologia dette man forte a questa strategia dei non allineati: il capitalismo si poteva combattere meglio con libretto rosso di Mao. Lintreccio di marxismo e confucianesimo conferiva alla formula del comunismo cinese un fascino particolare. Il maoismo ebbe fortuna nelle università europee e trovò accoglienza nei nuovi Stati indipendenti del Continente nero.

Altra si dimostra la condizione odierna. Quello che doveva essere un aiuto, nella realtà si è trasformato in un vincolo pesante. Gli investimenti cinesi hanno avuto ricadute impreviste, più che sgradevoli, sui bilanci degli Stati beneficiari. Il costo delle infrastrutture – porti, ferrovie, reti stradali – ha spinto in alto il debito di molti Paesi. Lo sviluppo locale è strangolato nella morsa di enormi problemi finanziari. Anche la qualità delle opere pubbliche lascia molto a desiderare. Si è assistito a un rapido deterioramento di strutture evidentemente costruite con materiali di scarsa qualitá. Il mito della Cina appartiene ormai al passato. Da ciò deriva lurgenza di rinsaldare la politica di cooperazione tra i due continenti affacciati sul Mar Mediterraneo.

Un tempo lAfrica era vuota, il suo deficit demografico cozzava con laumento massiccio tra 800 e 900 della popolazione europea. Le previsioni dicono viceversa che nel giro di qualche decennio le parti si saranno abbondantemente rovesciate: per ogni cittadino europeo, ne avremo cinque africani. Con due miliardi e mezzo di abitanti, prevedibilmente nel 2050, lAfrica si accinge ad essere il continente più popoloso della Terra. Si tratta di una vera e propria rivoluzione, con scenari evocativi di possibili turbolenze. Senza una correzione della curva demografica, a rischio è la tenuta sociale ed economica dellEuropa; senza un adeguato modello di sviluppo economico, in Africa è invece a rischio la stessa condizione di vita, già precaria e difficile oggi, di sempre più ampie masse di popolazione. In questa cornice si colloca, per quanto ci riguarda, lindebita e sconsiderata manipolazione in chiave xenofoba dei temi dellaccoglienza e dellaiuto, nel presupposto che la salvezza consista nel chiudere le frontiere, erigere muri, respingere i migranti.  Irrazionalità e disumanità avanzano di pari passo nella illusione che il benessere si conservi tale e quale, dove attualmente alligna, supponendo di trovare rifugio nellimprobabile paradiso  dellautarchia (di tutti contro tutti).

Non dobbiamo cadere nel pessimismo. In effetti, dalla nostra abbiamo un deposito di sensibilità politica e culturale, che nutre fin dalle origini il progetto europeista. Quando nasce infatti la Comunità, nel secondo dopoguerra, ben 50 Paesi africani su 53 erano sotto un regime di tipo coloniale. Si volle imboccare, per consapevolezza e responsabiltà, unaltra strada.  Per questo la quarta parte del Trattato di Roma (1957) individuò la formula dellassociazione dei paesi e territori doltremarealla Comunità economica europea in modo da condurli, così recita larticolo 131, allo sviluppo economico, sociale e culturale che essi attendono. È stato solo il primo mattone di una costruzione che ha visto sviluppi sempre più articolati e impegnativi, specialmente dopo listituzione nel 2000 dellUnione africana.

Altre tappe andrebbero ricordate, ma sarebbe troppo lungo soffermarsi su di esse. Lattenzione piuttosto va riposta sulla dichiarazione di volontà in ordine al rafforzamento del partenariato tra Europa e Africa. Gli scambi commerciali sono molto intensi. Il 36 per cento delle merci prodotte in Africa finiscono sui mercati del Vecchio Continente. Lo sviluppo dei popoli africani costituisce un grande obiettivo strategico dei Vertici europei. Sono stati adottati, fino al 2020, piani dinvestimenti comunitari pari a 32.5 miliardi. Nei documenti della Commissione di Bruxelles campeggia la definizione di regione prioritariaproprio a riguardo dello spazio geopolitico africano. A dicembre scorso, infine, si è tenuto a Vienna un vertice bilaterale che ha fornito ulteriori indicazioni sulle prospettive di sviluppo.

LEuropa, con il suo retaggio culturale e il suo potenziale economico, possiede gli strumenti per agganciare lAfrica al progresso del mondo. È nel suo interesse farlo.

*Larticolo, qui riproposto, appare sul numero di luglio-agosto della rivista Popoli e Missionediretta da don Giulio Albanese.

Comuni, parte l’Associazione “Rete comune. Sindaci al centro”

Si riparte dai comuni. Cioè si riparte dalle autonomie locali. Rete Bianca ha deciso di dar vita ad una Associazione nazionale dei Sindaci e degli amministratori locali. Si chiama “Rete comune. Sindaci al centro” e ha 3 obiettivi di fondo.
Innanzitutto e’ uno strumento politico che punta a coinvolgere una rete di sindaci, assessori e di consiglieri comunali che restano il nerbo centrale della democrazia italiana. Perché se è vero, com’è vero, che il comune resta “la palestra democratica” per eccellenza come ci ricordava già Luigi Struzo nel celebre intervento del 1905, e’ pur vero che solo partendo dal basso, cioè dai comuni, e’ possibile anche rilanciare la democrazia partecipativa, la democrazia solidale e la democrazia istituzionale. E “Rete comune. Sindaci al centro” ha come priorità anche la ripartenza dalla centralità delle autonomie locali. Che erano e restano il passaggio passaggio decisivo per ridare qualità alla democrazia e senso alle stesse istituzioni democratiche.
In secondo luogo l’Associazione punta ad essere protagonista in vista dell’ormai prossimo congresso nazionale dell’Anci. Una associazione, l’Anci, importante per il mondo delle autonomie locali purché non si riduca ad essere un luogo burocratico e larvatamente protocollare. Come, purtroppo, e’ capitato negli ultimi tempi. E la nostra Associazione punta ad essere un momento di confronto e di aggregazione del vasto mondo popolare, cattolico democratico e cattolico popolare – con altre esperienze ideali e culturali – che e’ fortemente presente nelle amministrazioni locali italiane. Soprattutto nei piccoli e nei medi comuni dove il dibattito e’ meno politicizzato ma più radicato sui bisogni e sulle istanze che provengono dai cittadini.
Infine con questa iniziativa si recupera uno dei capisaldi del popolarismo sturziano e uno degli elementi centrali della lunga e feconda esperienza democratico Cristiana e cattolico popolare. Del resto, e’ perfettamente inutile celebrare Sturzo, il centenario dei “liberi e forti”, il popolarismo di ispirazione cristiana e poi sostanzialmente snobbare il mondo – articolato e composito – delle autonomie locali. Senza ripartire dal basso qualsiasi altra ipotesi e’ destinata a restare nel campo delle enunciazioni e della politica politicante.
La scommessa di “Rete comune. Sindaci al centro” e’ ambiziosa ma del tutto realistica e soprattutto coerente. Non ci resta che lavorare per consolidarla. Ad oggi contiamo già un centinaio di sindaci e moltissimi assessori e consiglieri comunali. La strada e’ gusta. Tocca a noi radicarla e tracciarla in vista dei prossimi appuntamenti politici.
Giorgio Merlo

L’assalto alla diligenza non paga, e i conti non tornano. La versione di Becchetti

di Gianluca ZapponiniFormiche.net

Sognare non costa nulla, ma se ognuno poi quei sogni vuole vederli realizzati allora la musica cambia e i conti sballano. L’Italia che sia avvia alla sua seconda manovra gialloverde rischia di fare, più o meno, questa fine. Sempre che qualcuno non azioni il freno d’emergenza un minuto prima, qualcuno come il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Leonardo Becchetti, economista e docente a Tor Vergata, la mette giù molto semplice: non si può avere tutto, qualcuno nel governo, Lega o Movimento Cinque Stelle che sia, dovrà rinunciare a qualcosa.

I CONTI (NON) TORNANO

“Se nessuno farà un passo indietro il banco salterà inevitabilmente”, premette Becchetti. “Dobbiamo capire se c’è qualcuno che abbia voglia di rompere o meno. La Lega vuole una flat tax che costerà non meno di 15-20 miliardi, l’Europa invece chiede una riduzione del deficit e poi c’è un’Iva da disinnescare, per un valore di 23 miliardi: è evidente che i conti non tornano. Tria sta facendo i salti mortali per trovare le risorse, già qualcosa ha trovato riducendo per esempio i sussidi alle fonti fossili, però non bastano. Si parla di un riordino delle agevolazioni fiscali, ma nessun governo ci è mai riuscito. Francamente ho anche dei dubbi su questa operazione, per esempio togliere quelle sulle ristrutturazioni edilizie potrebbe aiutare il nero e dunque, paradossalmente diminuire il prelievo fiscale“.

LA PARTITA DI TRIA

Becchetti sa fin troppo bene che Tria dovrà ancora una volta fungere da mediatore tra il governo a trazione gialloverde e un’Europa che si aspetta il rispetto dei patti siglati nei giorni della procedura di infrazione. “Credo che innanzitutto dovrà essere abile a trovare più risorse possibili e questo per non aumentare la tensione nel governo. E poi capire fino a quando è possibile accettare dei compromessi. Uno di questi sarebbe l’aumento dell’Iva selettivo, ovvero non aumentare l’Iva alle filiere che si contraddistinguono per sostenibilità ambientale e sociale. Per esempio, quando si alzano le tasse sul fumo, nessuno dice niente. Il problema è che non si è arrivati a questa consapevolezza, diciamo industriale e fiscale”.

IL REBUS DEL SALARIO MINIMO

C’è un’altra questione sulla quale Becchetti si sofferma. E cioè il possibile scambio salario minimo-cuneo fiscale. Un’ipotesi che però, come raccontato da Formiche.net, non piace alle imprese. E che trova perplesso lo stesso economista. “Per le imprese si tratterebbe di un sostanziale pareggio, semmai ci sarebbe un vantaggio per i lavoratori. In realtà però il salario minimo ha parecchie controindicazioni perché per le imprese comporterebbe un aumento del costo del lavoro pari al 30% e poi non è detto che il gioco funzioni: in agricoltura abbiamo aziende efficienti che pagano dignitosamente il lavoro, altre no, ma queste seconde non si possono mica cancellare. Si tratta di una misura decisamente incerta, e poi non dimentichiamoci che se ci mettiamo salario minimo sommato a taglio del cuneo per lo Stato è comunque un costo e allora si torna al punto di partenza“.

RIPRESINA IN VISTA?

Volendo allargare lo spettro, che ne sarà della nostra economia? L’Istat oggi ha dato segni di speranza, ma è davvero così? “Non dobbiamo perdere questa grande occasione, la politica monetaria finora è stata accomodante, quello che dice l’Istat ci dice che abbiamo un’occasione per investire, è il momento di lanciare politiche per gli investimenti serie. L’errore più grande che poteva fare questa governo e che ha fatto è stato depotenziare Industria 4.0″.

Un vascello in avaria

E ora che Forza Italia nazionale si sta inesorabilmente avviando verso la dissoluzione, tanta gente volta le spalle a Silvio Berlusconi, fugge alla ricerca di nuovi protettori e benefattori inesistenti. Il leader massimo è stato tradito da chiunque e, Forza Italia, a furia di scossoni, è andata a puttane.

 

Il desolante scenario a cui assistiamo quotidianamente è deleterio, non passa giorno che la confusione regni sovrana, nessuno, neanche il capo supremo, è più nella condizione di dettare una seppur minima linea politica e una strategia per una impossibile ripresa del partito. C’è solo confusione legata alla disperazione assoluta per la consapevolezza che ormai non c’è più nulla da fare: Forza Italia è come fosse un malato terminale ricoverato all’hospice.

 

Tutto questo era prevedibile. Forza Italia è nel panorama nazionale una realtà anomala e non rinviabile alla classica dimensione dei partiti nei regimi democratici. Ci sono pochi casi nel mondo democratico simile a quello rappresentato da Forza Italia. In breve Forza Italia ha una struttura a carattere medioevale, potremo dire antecedente alla rivoluzione Francese.

 

Cè uno che comanda per opera divina – in questo caso ad opera del denaro – e a piramide, secondo il volere del monarca, sono stabilite le figure sottostanti. I coordinatori regionali sono nominati, i candidati al Parlamento sono designati dal capo, insomma una struttura rigida dove c’è il Duca, il valvassore, il valvassino, etc. etc..

 

Come abbiamo detto la differenza e sempre relativa ad un assoluto, che nel medio evo era Dio e che dal ’93 a oggi è il denaro.

 

Fino a quando il vento è soffiato a vantaggio, si tratta di 25-26 anni, il vascello andava, adesso che l’ammiraglio sembra aver perso la grinta e lo charme, i sottoposti avvertono un terribile smarrimento e puntano lo sguardo su altre opportunità. Questo processo era inevitabile, anche perché Berlusconi come tutti i santi uomini, anche lui invecchia e l’intero potere secondo quello schema cristallizzato, subisce una rapida trasformazione crollando come crollano tutti i cristalli non appena tocchi il loro punto debole.

 

La valanga non ha occhi e scende precipitosa su ogni valle. Da noi, in Friuli Venezia Giulia, sta capitando quello che capita in ogni parte del Paese. Lo spaesamento è palpabile e la paura corre frenetica tra i rappresentanti locali.

 

Ai tempi brillanti, seguono inevitabilmente, periodi opachi per poi giungere all’oscurità.

 

Se pensate ai gloriosi partiti che per quasi 50 anni hanno retto le sorti dell’Italia, strutturati secondo modalità democratiche: comandava chi vinceva il congresso, sono anche essi completamente spariti. La DC, il PCI, il PSI, il PRI, il MSI, il PLI e il PSDI, tutti ormai nel ventre della storia. Adesso, quel processo sta interessando qualcun altro.

 

Dove si collocheranno i tranfughi? Dove finiranno? Chi li ospiterà? È probabile che si direzionino in buona parte su FdI e Lega. Però, il partito di Berlusconi raccoglieva fette di moderati, quella borghesia collocabile al centro e si troveranno sicuramente a respirare un’aria non adatta ai propri polmoni, se dovessero approdare a quelle due sponde.

 

Più volte sono andato scrivendo che in questa Italia servirebbe un contenitore democratico in grado di collocarsi nel centro delle due ali estreme per offrire un panorama politico meno acerbo e più equilibrato.

 

La fine di Forza Italia dovrebbe pizzicare la fantasia di chi intenda non arrendersi al destino estremo che oggi regge le sorti del Paese.

Secondo la UIL le aliquote Imu già alzate in 215 Comuni, La tari in 1 su 4

Lapresse.com

Le aliquote dell’Imu sono state quest’anno riviste finora al rialzo in oltre 215 Comuni, tra cui 4 Città capoluogo, ovvero Torino, La Spezia, Pordenone e Avellino. È quanto emerge da un’analisi della Uil, che ricorda che dopo tre anni di blocco degli aumenti delle aliquote delle imposte e tasse locali, da quest’anno ritorna la facoltà di manovrare di nuovo la leva fiscale a livello locale. Non tutti i Comuni hanno ancora pubblicato le aliquote dell’Imu e delle addizionali comunali Irpef sul sito del Ministero dell’Economia.

 

Dalla rilevazione su una famiglia con abitazione di 80 metri quadri e quattro componenti emerge che, nel 2019 la Tari aumenta in 44 città capoluogo di Provincia (4 Città su 10), tra cui Catania, Torino, Genova, Trieste e Napoli; rimane stabile in 26 città, tra cui Milano, Roma, Bologna; diminuisce in 35 città, tra cui Cagliari, Firenze e Venezia. Per le addizionali comunali Irpef, esistono maggiori margini di aumento: sempre alla data del 26 Luglio, su 4.078 Comuni, che hanno comunicato le loro scelte sul sito del Ministero dell’Economia, 566 (il 14% del totale) ha scelto di aumentare le aliquote e di rimodulare le esenzioni abbassandone la soglia, tra questi 7 città capoluogo di provincia (Mantova, Rimini, Barletta, Avellino, Trapani, Lecce e Carrara)

 

Una nuova offerta politica, senza lamentele

Una nuova offerta politica, senza lamentele.
Una regola fondamentale nella politica e’ sempre stata quella di non lamentarsi se i tuoi avversari vincono – o stravincono – e tu nel frattempo stai fermo. Fuor di metafora, e’ perfettamente inutile lanciare strali quotidiani contro la Lega e il suo capo Salvini se poi, nel frattempo, ci si limita solo ad insultarlo e ad attaccarlo tutti i giorni e tutto il giorno come ormai ci ha abituato il Pd. Con l’aggravante che, essendo quel partito un soggetto politico strutturato per bande organizzate in perenne conflitto l’una contro l’altra, anche sul tema della richiesta delle dimissioni di Salvini abbiamo assistito ad una sceneggiata squallida e persin imbarazzante. Ma, al di là del Pd e delle sue ormai quotidiane goffaggini, quello che adesso e’ necessario mettere in campo – senza più rinvii inconcludenti, misteriosi ed inspiegabili – e’ una forza politica e culturale che sia in grado anche e soprattutto di intercettare quel consenso che sta veleggiando in forme sempre più impetuose proprio verso la Lega di Salvini.
E questo per almeno 3 ragioni di fondo.
Innanzitutto la fine politica di Forza Italia. Al di là delle piroette del suo padre fondatore, e’ indubbio che la sostanziale archiviazione politica di una esperienza politica che nel bene o nel male ha comunque sempre giocato un ruolo importante e significativo nel campo moderato e liberale del nostro paese, scongela un consenso che non può essere frettolosamente liquidato. E a nulla valgono, come quasi tutti sanno, i mille equilibrismi a cui assistiamo in questi giorni. Quando si chiude una esperienza politica, soprattutto se frutto di un partito personale/padronale, e’ del tutto evidente che qualsiasi replica è destinata a cadere nel vuoto.
In secondo luogo l’auspicata e desiderata deriva a sinistra del Pd di Zingaretti. Certo, come ricordavo poc’anzi, e’ persin imbarazzante commentare le performance quotidiane di un partito che riesce a dividersi e a lacerarsi anche su come chiedere le dimissioni, seppur grottesche e spuntate, da ministro del capo della Lega Salvini. Per non soffermarsi sulle gesta di Scalfarotto, di Orfini e dell’ineffabile Del Rio. Ma, al di là dei singoli, e’ del tutto evidente che un partito che ha come ragione sociale quella di rilanciare l’esperienza del Pds, e’ alquanto buffo che tutto ciò avvenga in un quadro di permanente e perenne conflittualità al suo interno dove persistono visioni e prospettive politiche diverse se non alternative. Comunque sia, l’avvento del Pd/Pds lascia nuovamente aperto un vuoto politico e un consenso crescente di un elettorato senza più rappresentanza alcuna.
In ultimo, senza una forza politica che sappia reinserire nella dialettica politica contemporanea una esigenza di vero confronto e di autentico riformismo senza scivolare nella sempre più insopportabile radicalizzazione della lotta politica, sarebbe la stessa democrazia italiana ad uscirne sempre più indebolita e vulnerabile. Uno scenario da “opposti estremismi” non può essere la cornice ideale per ridare slancio, credibilita’ ed autorevolezza alla politica, qualità alla nostra democrazia e forza al pensiero e all’approccio riformista.
Ecco perché si rende, adesso, necessaria la presenza di una forza politica riformista, democratica, plurale e che non assecondi il processo estremista e radicale dell’attuale lotta politica. Una forza politica che sappia, soprattutto, recuperare quei mondi vitali e quelle fette di elettorato che oggi sono sempre più sfiduciati e che non si riconoscono affatto nell’attuale geografia politica italiana. E che, quindi, o si rifugiano stancamente nell’astensionismo o votano altrettanto stancamente i partiti esistenti. Verrebbe da dire, recuperando un vecchio slogan del passato, “se non ora quando?”.
Giorgio Merlo

Il passato che non vuole andar via. La ricerca del centro perduto

Sulla scissione di Renzi ho sempre creduto poco. Forse sbagliandomi. Ora però che Berlusconi ha annunciato e deciso senza predellini, di fondare un nuovo partito con una identità di Centro Moderatoe aperto ai cattolici – Laltra Italiala faccenda si fa seria. Anche perché sono pronti a scendere in campo una decina, a dir poco, di liste, movimenti, reti, partiti,  partitini e  sigle, che dichiarano anche loro  una identità di Centro moderato, Centro cattolico, Centro Liberale,  ecc. Tanto che si parla anche di Federazione di centrodestra.                                                                                                                                        

Non capisco per niente cosa significhi oggi in politica essere moderati, e perché,  ammesso che ancora esista questo elettorato, si dovrebbe riconoscere solo nel Centro politico. Capisco poco la ricerca affannosa, oggi di moda, di identità: scatole statiche e senza storia, che offrono certezze e azzerano  le differenze (e le mediazioni fra le differenze). Quelle identità che hanno spinto Simone Weil a suggerire la soppressione del partito politico chiuso che asserviva le coscienze. Capisco infine solo un pochino, pur avendo molti dubbi, lesigenza  di un Grande partito di centro politico che tuttavia viene banalmente giustificato dal sistema proporzionale e da quel 50% di elettori che rimane a casa in pantofole. Se la nascita di un partito politico di centro,  che vuole essere Grande, viene spiegata e difesa da queste ragioni, allora vuol dire che la democrazia non vuole più pensare, e che Tocqueville, quando diceva che solo il  Grande Partitorovescia la società, mentre i piccoli la agitano soltanto, si sbagliava di grosso: sono i piccoli a rovesciarla!                                                                                                                                              

Sul nome del nuovo partito di Berlusconi, mi ero però totalmente ingannato. Sono stato per un momento convinto, e rallegrato, che Berlusconi, per fare la concorrenza ai 5 Stelle, avesse rispolverato la Questione Meridionale dellepoca giolittiana. E che  con quel nome volesse piantare le radici del suo nuovo partito in quel Sud Italia sofferente e dimenticato. Svuotato  di giovani o con le valigie in mano. Attento allesodo e allo spopolamento  di interi paesi, compensati appena una virgola da quel nobile uomo di Mimmo Lucano arrestato, che, esaltando laccoglienza, ha proposto una cura alle ubriacature crescenti sulle identità.

Mi sono sbagliato!  Avverto che Laltra Italia”  è invece lItalia di chi sta bene. Di chi non ha grossi e molti problemi. Dei moderatiche ha in testa Berlusconi. E non solo lui. Ed è disinteressata completamente del giovane disoccupato calabrese. Guarda solo  alle imprese del Nord. Come il suo sodale Salvini. E a quel poco che rimane della borghesia liberale e conservatrice settentrionale, oggi un poco spaventata. Che ritrova coraggio solo nel delocalizzare imprese e società, e quindi nei licenziamenti. E guarda anche a chi dichiara di andare a Messa la domenica. Mi ero sbagliato.                                                                                                                                                      

                                                                                                                                                 Facciamoci caso. Compaiono sempre più frequentemente bisogni di essere diversi. Non solo nellofferta politica. Osserviamo per esempio quello che succede dentro il Pd, articolato in una decina di correnti ognuna con la propria identità.Dei frammenti. Emergono anche ricerche di  identità forti. Progetti di identità, proposte di identità, rimpianti di identità. Emerge insomma lo sforzo di capirsi e di esser uguali a qualcosa o qualcuno e di riconoscersi in qualcosa o qualcuno.  Intendiamoci bene: non si tratta di domande banali. Tuttaltro.  Nella  confusione imperante, sono domande serie che evitano il disorientamento e ci avvicinano agli altri. Il fatto è che spesso queste desiderate identità, sono ripescaggi e nostalgie di identità e categorie del passato. Un passato a volte anche  nobile e carico di valori, ma forse poco utile a farci capire lo spirito dei tempi  che viviamo. E soprattutto quello in cui vivranno i nostri figli e nipoti nel futuro dietro langolo già iniziato.

Sarà colpa delle grandi paure create dalla globalizzazione incipiente e della confusione in cui siamo immersi. Sarà colpa della caos  generato dai social virali senza auto-controllo. Sarà colpa del neo-populismo o del neo-nazionalismo. Ma dobbiamo mettere nel conto  che oggi preferiamo rivolgerci al passato anziché riflettere sul  futuro con quel pizzico di creatività di cui siamo capaci. Anche perché inconsciamente invochiamo ordine e  quiete. E il passato in questo ci aiuta.  Ci fa pensare meno. La ricerca sempre più ansiosa di identità che ci diano certezze, comprese quelle   politiche ed economiche, è dunque un tema che tiene ormai banco non solo in Italia.

Si pensi alla grande sciocchezza della Brexit! Ma è proprio su questa delicata questione che emergono degli interrogativi. Possibile che è sopraggiunta la voglia di cercare certezze e identità guardando solo indietro o rinchiudendoci nel passato? E siamo proprio sicuri che bloccando il fruttuoso sforzo di immaginare futuro, le identità del passato ci diano risposte adeguate? Da quello che notiamo, sembra possibile! Rimango però dellavviso che il passato è utile solo quando se ne prenda una punta e lo si declini ogni giorno in un progetto di futuro . Quando se ne prenda una fetta e la si incarni nei cambiamenti.

Come negli Usa. Eun vero paradosso, infatti, che gli Stati Uniti dAmerica immersi nel loro pragmatismo calvinista del giorno dopo giorno, ci diano lezioni di latino antico. Potrebbe infatti sorprendere ricordare che  sullo stemma statunitense compaia da sempre la scritta latina: E pluribus unum(Dai molti uno). Una scritta che ha fatto nascere gli Stati Uniti.  Un motto posto  alle radici del loro sviluppo culturale, sociale e politico. Nonché economico e finanziario. Un detto che ha fatto grande lAmerica e che ha addolcito  e resa ragionevole la nozione di quel pluralismo di identità forti che sta riemergendo sotto veste di Sovranismo, Neonazionalismo, First, Muri, Fili spinati, Polizia di frontiera, ecc. Oggi giocato stupidamente sulle razze, sui diversi, sugli altri da noi, sulle differenze. E sullautonomia: Autonomos. Che poi letteralmente vuol dire “…sullesigenza di farsi la legge da soli.

C’è solo da dire che lantico motto dello stemma Usa è stato costantemente adattato al movimento della loro storia. Perché mentre il rifiuto del passato è stupido, tentare di riproporlo è sciocco. E c’è solo da aggiungere che le tante identità, non significano per forza pluralismo. Anzi spesso sono il suo contrario e approdano nellatomismo insignificante e alle individualità che si guardano il proprio ombelico. Ed è  anche giusto infine ricordare che la locuzione latina degli Usa la troviamo come motto del sogno dellunità politica europea, proposto nel 2000 dagli studenti di tutta Europa: Unità nella Diversità”. Un sogno che esalta le differenze  e ridimensiona le identità, e che dobbiamo  costantemente alimentare, senza perdere la speranza di realizzarlo.                                                                                                                                  

                                                                                                                           Se lidentità di una persona, di un gruppo sociale, di una cultura, di un partito politico o di una associazione è il rapporto dinamico che la persona, il gruppo sociale, la cultura, il partito, ecc. ha con se stesso e  che si distingue da altri, allora gli sforzi, spesso banali, di individuare identità statiche del passatosono sforzi altrettanto spesso inutili. In alcuni casi addirittura pericolosi. Se si fosse puntato su queste identità statiche lItalia non sarebbe mai nata. E se si continua a puntare sulle identità e non sulle diversità, sarà purtroppo lEuropa a non nascere.  

Le diseguaglianze dei gruppi sociali, la perdita di una precisa nozione  di classe sociale, classe operaia, il discensore della classe media e bassa, la ricchezza e la povertà, riportano lidea astratta di identità con i piedi per terra. Ci fanno vivere sino in fondo la crisi di identità personali, sociali e politiche. E ci fanno capire che  lidentità non è data una volta per tutte come ci ha ricordato  Paolo di Tarso: ciò che unisce gli uomini è la Carità, perché per tutto il resto () quandero bambino, parlavo da bambino e ragionavo da bambino. Ma diventato uomo, ciò che era da bambino lho abbandonato. Se io dovessi pensare che  la mia identità si è mantenuta costante nel tempo, allora vuol dire che la mia idea didentità è una idea  sbagliata. Tutto ciò non significa affatto mettersi nelle braccia del relativismo: se sono un individuo unico e irripetibile, sono anche una persona in relazione, inserita in un contesto culturale, sociale e politico che è in  movimento.  

Ma significa, a mio avviso, essere coscienti dei processi storici e della loro influenza  sulla formazione delle identità culturali, sociali e politiche. Ci potrà solo essere un accordo su un obiettivo da raggiungere assieme ad altri, che non è identità: è una intesa momentanea. E non è neanche un contratto o una alleanza. Come fanno capire ogni giorno i giallo-verdi.  Insomma, ripeto, lidentità è una categoria  dinamica che si misura ogni giorno con la storia e con i cambiamenti della storia. Il ricorso alle mediazioni fra diversi, serve proprio a questo: a tener conto delle differenze utili e non delle inutili somiglianze fotocopie. Non credo dunque molto alle identità date per scontate e chiuse in una teca. Credo di più invece alle identità dinamiche, in formazione e in progress, che si confrontano con la storia e che vivono nella storia. Se questo sembra lelogio del relativismo, allora il relativismo è congenito alla storia delluomo. Ma se abbiamo bisogno di punti fermi di riferimento per non essere come isolate canne al vento, non è guardando soltanto al passato che li possiamo trovare. Ma semmai interrogando la nostra ragione e “…pensando, come ci ricorda Blaise Pascal.

Intanto prendiamo il sole

Sembra quasi che l’autunno sia già qui. Lo pregustiamo, trepidanti. Noi che, riconosco, siamo un po’ patiti di politica e abbiamo pertanto un appetito smodato circa il piacere degli eventi che la riempiono, siamo già nella condizione di visitare con la fantasia le cose che accadranno a fine settembre-ottobre.

Siamo costretti a una stagnazione del pensiero in questa estate ormai predefinita, circa le vicende delle dialettiche all’interno della maggioranza, sia dentro il ventre delle opposizioni, che ci fiondiamo, con molto arbitrio, dentro i quadri, per la stragrande maggioranza ancora sfumati, delle alchimie politiche dell’autunno che, come sappiamo, è il ventre che partorirà la legge di bilancio del 2010.

La madre di tutte le vicende trova la sua condizione di esistenza in quel difficile vagito.

Vado velocemente, perché meriterà una newsletter a se stante, la vicenda che si consumerà al rientro delle ferie. Ossia, alla legge taglia Parlamentari. Anche questo non è uno scoglietto.

La legge di bilancio dovrà pareggiare diverse voragini, colmare vuoti che spuntano da tutte le parti.

I proclami dei due leader sono sempre altisonanti, ma come è capitato l’anno scorso, la mannaia sarà, quella più grossa nelle mani della commissione europea e quella a raggio più ridotto tra le dita del Ministro Tra, di Conte e del Presidente della Repubblica. Immagino che le giravolte vissute nel 2018, da settembre a dicembre, abbiamo visto giri di valzer a non finire, siano anche quest’anno ad intensità memorabile. Anzi, oso dire che sarà ancora più elettrico il movimento dei ballerini.

Premessa principale, il PIL è stecchito: da lì non ricaveremo nulla. Manovre che riescano a spremere denaro dai nostri  contribuenti non potranno più essere presentate. Quel che c’è, c’è. Ora, il Ragioniere Capo che dovrà distribuire i denari secondo gli indirizzi dei politici che governano il Paese, suonerà la musica che le casse consentiranno di offrire: “cari vice Ministri, io faccio tutto quello che voi mi dite, ma sappiate che non sono ancora attrezzato per creare denaro. O me lo date o si fa con quel che c’è”.

Se i proclami sono attuare la flat-tax, mettere in campo il salario minimo, e, certo, anche ridurre il cuneo fiscale; non aumentare l’IVA, ricordiamo che quel masso lì, valge 23,5 miliardi di euro, dove trovarli solo Dio lo sa. In aggiunta a questo, che è la massa critica su cui fondare ogni ragionamento, ci saranno anche quest’anno i problemi che solo apparentemente sembrano minori ma hanno il vizio di mettere in difficoltà i due maestri di cerimonia: l’autonomia regionale, la TAV e il mantenimento delle misure relative a quota 100 e reddito di cittadinanza.

La prima ipotesi di lavoro è che non trovino inciampi prima di mettersi al tavolo per orchestrare quella manovra; la seconda cosa è misurare la tenuta politica del tessuto penta stellare: ho sempre il sospetto che dentro quelle fila possa sempre capitare di punto in bianco, qualche strana implosione; terzo aspetto, è che l’orizzonte economico non subisca ulteriori rallentamenti.

Dentro questo panorama, per quel che mi è dato intuire, a farla da padrone sarà sempre Salvini. Lo spartito musicale e il direttore d’orchestra saranno sempre da lui, almeno fino ad autunno, definiti. Il gioco ormai è, direi, quasi cristallino.

Per finire e mettere ancora qualche elemento sulla scacchiera anche quest’anno, a differenza di quello che pensava Salvini, la Commissione Europea sarà intransigente, vale a dire non permetterà un tasso di debito superiore al 2%. Dentro questa ristrettezza quelle prospettive elencate prima, non troveranno né agibilità, né via d’uscita e saranno costrette a restare al palo di partenza e, per non rendere troppo complicato il terreno, togliamo, le stranezze che potrebbero essere messe in campo dai mercati internazionali.

Anche quest’anno, quindi, prepariamoci a vivere una pagina particolarmente tormentata.

Intanto, però, prendiamoci il sole.

Così la classe media americana si sta indebitando per mantenere il proprio status

di Alessandro Galiani ( Agi.it)

La classe media Usa si sta indebitando sempre di più per mantenere il suo status. Lo rileva il Wall Street Journal, secondo il quale l’indebitamento crescente della middle class è il frutto di duplice trend: i costi di sanità, università e auto sono in forte aumento, mentre i redditi sono stagnanti. Risultato: l’indebitamento degli americani, mutui esclusi, è salito a 4.000 miliardi di dollari, un livello record se depurato dell’inflazione. E anche il debito ipotecario, sebbene in calo rispetto alla crisi del 2008, è in rialzo. L’anno scorso è stato comunque il debito studentesco a volare, toccando i 1.500 miliardi di dollari e superando tutte le altre forme di debito al consumo ad eccezione dei mutui. Il debito per l’auto è cresciuto quasi del 40% (depurato dell’inflazione) arrivando a 1.300 miliardi di dollari.

A far lievitare il debito ha anche contribuito il basso costo del denaro assicurato dalla politica monetaria della Fed. Inoltre, secondo il Wsj, l’indebitamento degli americani è una sorta di voto di fiducia nel futuro: si indebitano perché la disoccupazione è bassa e loro si sentono sicuri di poter trovare un posto di lavoro. Tuttavia questo clima potrebbe subire una netta inversione di tendenza se la disoccupazione Usa dovesse riprendere a crescere e la Fed mercoledì scorso ha abbassato i tassi perché vede aumentare i rischi di un rallentamento dell’economia che potrebbe far aumentare la disoccupazione.

Il calo del reddito medio degli americani

I redditi medi degli americani nel 2017, secondo il Census Bureau, si sono attestati a 61.372 dollari l’anno, lo stesso livello del 1999, se depurati dell’inflazione. Le spese per consumi invece sono cresciute fortemente. I prezzi delle case, a parità di inflazione, sono cresciti del 290% negli ultimi 30 anni. I costi delle lezioni universitarie sono saliti del 311%. E le spese medico-sanitarie, dal 1990 al 2017 sono aumentate del 51%. Insomma, come nota l’economista Oleg Levitin – i costi per restare a far parte della classe media stanno crescendo”. L’economia Usa negli ultimi tre decenni ha raddoppiato di dimensione e, in teoria gli americani sono quindi diventati tutti più ricchi, ma, come nota il Wsj, le cose stanno diversamente e le fasce più ricche hanno guadagnato e risparmiato molto più di quelle meno abbienti.

Secondo il Cansus Bureauu, il patrimonio netto del 20% degli americani che percepisce un reddito medio tra il 1989 e il 2016 ha registrato un aumento medio del 4%, mentre il 20% di quelli con che hanno un reddito di fascia alta hanno raddoppiato la loro ricchezza e l’1% più ricco, quelli milionari, hanno visto il loro patrimonio crescere del 198%. Detto in altre parole, dal 1989 al 2016, il valore complessivo delle attività di tutte le famiglie americane è aumentato di 58.000 miliardi di dollari, depurati dell’inflazione, di cui 19.000 miliardi sono finiti all’1% più ricco e 39.000 miliardi al restante 99%.

Più nel dettaglio, il Wall Street Journal nota che le famiglie della classe media americana di fascia bassa, con il reddito che hanno a disposizione, non riescono più a comprarsi una casa, né a tenere il passo con un livello di vita agiato, che prevede una casa in un solido quartiere della classe media, con buone scuole e una bella auto per gli spostamenti. Il problema non è tanto l’entità dell’indebitamento.

Il vero problema è l’aumento delle spese

Contando tutti i tipi di debito, compresi i mutui, i consumatori americani non sono così gravati dal debito come una volta. Nel quarto trimestre del 2007, l’ultimo anno prima della crisi finanziaria, le famiglie hanno impiegato il 13,2% del loro reddito disponibile al servizio del debito. Nel primo trimestre del 2019, questa cifra è scesa al 9,9%, principalmente a causa dei bassi tassi di interesse. Il vero problema è l’aumento delle spese, in particolare quelle per l’acquisto di una casa.

Nel primo trimestre del 2019, in base ai dati della Fed, l’insieme dei presiti per l’auto, l’università e per la carta di credito, che a differenza dei mutui è diretta ai consumi, ha assorbito il 5,7% del reddito disponibile al servizio del debito, lo stesso livello del 2009. Si tratta di una quota di reddito comunque gestibile, il problema dunque è un altro ed è rappresentato dai costi degli immobili.

Il caso della giovane coppia Bauerle

Il Wsj cita il caso di Elizabeth e Andy Bauerle, una coppia di 34enni, benestanti, che vivono a Seattle e guadagnano in due 155.000 dollari l’anno, cioè rientrano nel 20% di fascia alta della classe medie. Ebbene, i Bauerle hanno cercato di acquistare una casa per sette anni di seguito senza successo, nonostante abbiano un reddito più che dignitoso. Il problema è che entrambi lavorano nell’area metropolitana di Seattle, cioè in una città con una forte crescita occupazionale e salariale, in cui l’aumento dei prezzi degli immobili può rendere la proprietà di una casa al di fuori dalla portata di famiglie come i Bauerle, che pure si giudicano benestanti rispetto agli standard nazionali.

I Bauerle possono disporre di 30.000 dollari di acconto ritirabili dai loro fondi, ma il tipo di casa che vogliono – una due camere da letto, due bagni e un cortile – costa a partire da 600.000 dollari a Seattle e dintorni. Avrebbero bisogno di un acconto di almeno 70.000 dollari per gestire il pagamento del mutuo, visti i loro altri obblighi. Questi includono un debito per studenti di circa 88.000 dollari, che assorbe 1.000 dollari di reddito ogni mese. Inoltre devono pagare oltre 1.750 dollari al mese di affitto e 1.200 dollari al mese in assistenza all’infanzia per il figlio. “Si parla immediatamente di quattromila dollari del nostro reddito”, spiegano al Wsj.

Come molte altre famiglie, i Bauerle hanno allungato i pagamenti mensili del prestito della loro auto, una Subaru del 2013, acquistata usata tre anni fa, che ammontano a 240 dollari al mese per 9 anni. Ricapitolando, secondo il Wsj, una famiglia come i Bauerle, che pure è benestante, non può permettersi di vivere come in una casa propria, in un quartiere di fascia alta, e deve accontarsi di affittare una casa unifamiliare. E la maggior parte delle famiglie americane della classe media è nella loro stessa situazione, il che significa che questa è una questa tendenza, come dimostra il fatto che la società di private equity Blackstone, il più importante fondo immobiliare del mondo, è ormai diventato, insieme ad altri investitori, il più grande affittuario di case unifamiliari della nazione.

Secondo il Joint Center for Housing Studies dell’Università di Harvard, il numero di famiglie che dispongono di un reddito annuo corretto dall’inflazione di 100.000 dollaro o superiore ma che sono affittuari è quasi raddoppiato dal 2006 al 2016. “Questo è un cambiamento radicale nella struttura del mercato – ha dichiarato Dominic Purviance, specialista finanziario senior presso la Federal Reserve Bank di Atlanta Purviance – ciò significa che in futuro l’acquisto di una nuova casa, e in alcuni mercati anche l’acquisto di una casa esistente, può diventare un lusso”.

Cosa insegna il caso del Maresciallo Rega

Come sempre accade, in questi giorni di calura estiva, deflagrano numerosi casi di cronaca nera che appassionano la stampa e l’opinione pubblica, come non avviene in altri periodi dell’anno. Se uno seguisse i pensieri popolari, il tutto è dovuto al fatto che con il caldo emergono tante di quelle negatività…ma lasciamo da parte le diavolerie metropolitane, quelle sono di attinenza degli sciamani della nostra società; in questi giorni, vi è un fatto di cronaca che si rivela di una emotività senza eguali. Una emotività gonfia, assai più grande di un fiume in piena, di rabbia, pianto e rancore. La morte del vicemaresciallo Mario Cerciello Rega è una di queste.

Il barbaro omicidio di un uomo, prima ancora di un carabiniere, avvenuto per mano di due sciacalli per mezzo di undici coltellate, inferte in una calda e quasi rovente estate romana, rende tutti “sul pezzo”, dai professionisti del mestiere giornalistico, ovviamente, al lettore più lontano, normalmente, dai casi di nera giudiziaria. Uniti dal sensazionalismo più spregiudicato.
Alcuni caratteristiche degli “attori” del tragico evento, come quelle che i presunti assassini siano studenti americani, a “ruota di droga”, e che il deceduto si era appena sposato, e per di più benvoluto da tutti, non fanno altro che aumentare il fuoco la dove non dovrebbe essere presente nessuna miccia. Come se non  bastasse l’odio sociale che attanaglia da diversi anni la nostra società. Ma tant’è che la giostra mediatica è partita. Come l’avventura della navicella spaziale Soyuz, che annovera tra gli altri il nostro astronauta Luca Parmitano, nel suo viaggio eccezionale alla conquista dei circa duecento esperimenti sulla microgravità; con la differenza che la missione Beyond è tutta scienza ed innovazione, la centrifuga umana del carabiniere ucciso è pura malvagità umana, il peggio di ciò che riusciamo a produrre nella nostra malata società. Un società liquida che si preoccupa del  bendaggio di uno dei due indagati, del fatto che il deceduto è un carabiniere e per assioma intravede, forse, un sollievo che questo sia un rappresentante delle forze di polizia. Il riferimento è alla prof di Novara la quale sostiene, nei momenti concitati dell’uscita della news, che sia meglio un carabiniere in meno, salvo, successivamente, ritrattare.  Pensateci, il peggio del trash nostrano, neanche fossimo a “Uomini e Donne”; o forse sì, si è dentro un tritacarne come la peggiore televisione mai vista fino ad ora. Ma in realtà è morto un uomo, prima ancora di un servitore dello stato, fresco sposo di una giovane donna che si è trovata, obtorto collo, a vivere una storia tragica e triste allo stesso tempo; dove l’umanità quasi non affiora sopraffatta dal gossip più sfrenato, quello delle domande più astruse che, al di là della propria astrusaggine, tende al complottismo e dimentica l’elemento più evidente, il più importante: un uomo è morto. Punto. Quest’uomo vuole una giustizia che riporti ordine dove oggi c’è una nebulosa di cose dette e non dette, dove la menzogna si alimenta, sorridente, vicino alla falsità. Il maresciallo Rega vorrebbe che non vi sia odio. Senza demagogia e moralità spiccia. Trarremo lezione da tutto questo? sapremo essere di esempio per le future generazioni?  Cosa sapremo fare, noi?

Bel quesito, la storia insegna che ci vuole più umanità, più senso civico e meno complottismo.

Di Maio balbetta sulla nomina del commissario Ue

Può sembrare a prima vista un ragionamento corretto. In effetti, vinte le elezioni europee, spetterebbe alla Lega indicare il candidato alla carica di commissario europeo. Secondo Di Maio, intervistato ieri dal Corriere della Sera, la soluzione più corretta non può che essere questa. Come dargli torto?

Sta di fatto che la Lega ha votato però contro la nomina di Ursula von der Leyen (Presidente della Commissione) e David Sassoli (Presidente del Parlamento). Un doppio no che isola il partito di Salvini e con esso il governo italiano. Si vede chiaramente, anche alla luce del recente colloquio a Roma della neo-Presidente con il nostro capo del Governo, come fatichi a profilarsi linterlocuzione dellItalia nel concerto europeo. La citazione di De Gasperi, solo in apparenza riconducibile a cortesia protocollare, può essere letta in funzione di un richiamo della Von der Leyen alla serietà mostrata in altre epoche dalla classe dirigente italiana.

Oggi, insomma, nulla è come ai tempi di De Gasperi. Il partito cardine dello schieramento giallo-verde mantiene una posizione aggressiva nei confronti dellEuropa. Salvini si colloca oramai alla destra del pur sovranista e illiberale Orbán. Del pari, lasse di governo tra popolari, socialisti e liberal-democratici si dispone a fronteggiare loffensiva smodata e velleitaria del leader leghista. Non è detto, in questo quadro, che un commissario designato da Salvini ottenga lapprovazione del Parlamento di Strasburgo. Anzi, il rischio della bocciatura incombe su una vicenda gestita con tanta superficialità e arroganza.

Che Di Maio, allora, si limiti a certificare le prerogative della Lega, lasciando ad essa il diritto alla nomina del commissario europeo, conferma ancora una volta la sua inadeguatezza politica. Questa maggioranza è divisa (anche) sullEuropa, dal momento che i parlamentari  del M5S, a differenza dei colleghi leghisti, hanno votato per i due Presidenti (Von der Leyen e Sassoli). Come fa, dunque, Di Maio a ignorare che lindicazione di un commissario recante il sigillo di Salvini rappresenterebbe un segnale a dir poco equivoco agli occhi delle forze europeiste, in ogni caso maggioritarie e quindi decisive nel contesto degli equilibri sovranazionali?

Di Maio sbaglia a coprire lalleato in questa politica dannosa per lItalia. La scelta del commissario europeo non può rientrare in una logica di mera spartizione di potere allinterno della maggioranza. Semmai la nomina dovrebbe incrociare, nelle forme possibili e senza pretesa dingerenze, anche il consenso delle opposizioni. In questo modo, evitando fratture radicali, limmagine del Paese ne uscirebbe rafforzata. Ciò potrebbe contribuire, infine, a liberare il candidato prescelto dallipoteca rappresentata dallala antieuropeista dellimprovvisato blocco giallo-verde.

Il dubbio è se permanga un aliquota dinfantismo nella politica grillina o se lopportunismo del suo Capo condizioni ogni larvato processo di maturazione. Prima o poi il Paese si dovrà interrogare seriamente sulla qualità di questa classe dirigente. La caduta di consensi attesta con ogni probabilità che il sonno della ragione, oltre che generare mostri, produce in modo inesorabile la faticosa consapevolezza dellerrore legato a una delega pregna di rabbia sociale e avversione vagamente anarchica.

Investire sui giovani

di Andrea Monda

Pubblichiamo l’intervista al giurista Franco Anelli che appare nel numero odierno de L’Osservatore Romano 

Alle molte voci che in queste settimane si sono alternate ragionando sul tema della crisi della società italiana e del ruolo che la Chiesa è chiamata ad assumersi si aggiunge oggi quella di Franco Anelli, illustre giurista e dal 2013 rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il suo contributo punta in particolare l’attenzione sui giovani e sulla loro formazione.

Giuseppe De Rita su queste pagine ha affermato che per il buon governo c’è bisogno di due autorità: una civile e una spirituale-religiosa. Quella civile garantisce la sicurezza, quella spirituale offre un orizzonte di senso. L’uomo ha bisogno di tutte e due le cose. Se invece si esclude una delle due, la società soffre, diventa schizofrenica. In questo sarebbe il ruolo della Chiesa nell’attuale situazione italiana.

Il professor De Rita richiama l’attenzione su un’esigenza antropologica ineludibile se si vuole promuovere una società libera e governarla in modo equilibrato. Il suo è un richiamo importante per immaginare una via d’uscita dallo stato di crisi in cui versano, in tempo di disintermediazione, l’esperienza della democrazia rappresentativa e la stessa idea di politica. Con una comunicazione che si ferma alla superficie dei fenomeni e si rivolge quasi esclusivamente all’emotività individuale e collettiva, aumenta il rischio di perdere di vista i “fondamentali”, come la ricerca di un rapporto reciprocamente rispettoso e collaborativo tra le due differenti e complementari auctoritates. Ognuno, a cominciare dai cattolici, è dunque invitato a esercitare creativamente la propria coscienza storica per ridare visione e slancio al nostro Paese e al progetto europeo. In questo senso l’appello del prof. De Rita ci riconnette a una tradizione culturale e istituzionale nata proprio in Europa dall’incontro fra il cristianesimo e l’imponente lascito della civiltà greco-romana. Il cristianesimo ha infatti saputo accogliere e rielaborare l’eredità greco-romana fino a maturare la fondamentale distinzione tra le sfere del regnum e del sacerdotium: così, facendo riferimento alla risposta data da Gesù sul tributo da riconoscere o no a Cesare (Mc 12, 13-17) e alle parole indirizzate da san Paolo ai Romani sull’atteggiamento da tenere nei confronti delle autorità costituite (Rm 13, 1-2), questa visione ha sempre tenuto in alta considerazione l’esercizio del potere civile, pur ponendo le premesse, secondo le parole di Max Weber, della sua progressiva de-sacralizzazione e laicizzazione. E se anche lo sviluppo di queste intuizioni non è stato lineare — spesso si è cercato di subordinare strumentalmente la politica alla realizzazione di fini sovratemporali o di utilizzare la religione per scopi tutt’altro che spirituali — non si può rimuoverne la matrice cristiana, con buona pace delle forme superstiti di tradizionalismo cattolico antimodernista o, all’opposto, di radicalismo laicista. Ma la distinzione di ruoli e competenze tra l’autorità civile e quella religiosa non comporta l’impossibilità o il divieto di un dialogo sincero e reciprocamente rispettoso, e tanto meno coincide con un’artificiosa separazione tra una “sfera pubblica” e una “sfera intima e privata” nella quale circoscrivere devozione e pratica religiosa. L’orizzonte del senso e l’esercizio della cura della convivenza civile s’incontrano infatti nell’unità della persona ed entrambi agiscono nel mondo e nella storia. Non è solo lecito, ma anzi è auspicabile che i due ambiti “interagiscano” nella realtà e attraverso le persone, perché se si ha sensibilità soltanto per le esigenze materiali spesso non si riesce a soddisfare neppure quelle; al contrario, la valorizzazione delle istanze più vicine alla persona e alla qualità della relazione sociale può metterci in una prospettiva nuova e aiutarci a individuare soluzioni originali alle crisi contingenti, come ha scritto Robert Dodaro, evocando l’immagine agostiniana dello «statista… in grado di giungere a giudizi moralmente retti perché egli governa la città terrena con lo sguardo saldamente fisso ai beni della città celeste».

Quanto al ruolo della Chiesa, Papa Francesco non si stanca di riaffermare con forza che Essa nasce essenzialmente per «annunciare il Vangelo a tutte le genti», pur ricordando l’insegnamento montiniano per cui «l’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo». Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium il Papa infatti aggiunge che «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini».

Si apre qui un grande spazio per l’impegno pre-politico — cioè educativo, culturale e sociale — dei cristiani, nel quale si inscrive anche la missione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Questo impegno, impostato in modo corretto, deve poi stimolare a “pensare politicamente”, come diceva Giuseppe Lazzati. Nel caso di una realtà come la nostra, si tratta innanzitutto di rafforzare la capacità di andare incontro ai giovani, per comunicare loro con modalità nuove ciò per cui vale la pena studiare e impegnarsi, e ciò che rende affascinanti, oltre allo studio, il rapporto con il prossimo e l’interesse per la cosa pubblica e il bene comune, intesi entrambi non più solo in ottica nazionale, ma globale. Va inoltre fatto ogni sforzo per includere e valorizzare chi nelle nuove generazioni rischia di essere lasciato ai margini. Con questi obiettivi dobbiamo infine interagire di più con le Chiese locali e sparse nel mondo, e con le molte realtà del terzo settore, del volontariato, delle imprese socialmente responsabili e delle istituzioni. Perché soprattutto con l’esempio, cercando di essere fino in fondo una “università cattolica”, possiamo trasmettere un’idea alta e non strumentale della politica, intesa come la più nobile attività degli uomini — di tutti gli uomini — perché capace di realizzare il bene comune, cioè la condizione per il massimo sviluppo di ogni persona.

La società italiana oggi sembra dominata dal rancore. Da dove nasce questo rancore? De Rita dà una sua lettura, quasi un lutto per quello che non c’è stato, una promessa mancata, un futuro che sembra incrinato, perso.

Nel 1984 Norberto Bobbio parlava delle «promesse non mantenute della democrazia», sottolineando — erano gli anni del cosiddetto “riflusso” dall’impegno politico — come molti cittadini, malgrado l’enfasi posta sull’individuo sovrano nelle democrazie liberali, iniziassero a sentirsi sovrastati, isolati e sempre più dimenticati nella lotta di potere fra oligarchie, gruppi e organizzazioni. Questa condizione di frustrazione latente è stata poi resa più grave dal montare di un certo egoismo sociale che ha condotto alla crisi dei corpi intermedi e ha accresciuto la frammentazione del nostro Paese. Per anni però questo disagio crescente è stato sopito dalla residuale condivisione di un certo benessere diffuso. Il malcontento, la disaffezione e l’apatia verso l’intermediazione e la rappresentanza politica sono poi deflagrati con l’ultima grande crisi, sotto la pressione di una comunicazione che ha esasperato la percezione di alcuni problemi oggettivi legati alla sicurezza economica e sociale. Anche se il compito è tutt’altro che facile, ora bisogna impegnarsi per ricreare un clima di fiducia. Ritengo però che non sia possibile “rimettere insieme” i cocci di un passato prossimo, eppur molto lontano, come penso che non ci sia spazio per operazioni che guardano a esperienze trascorse. La storia cammina e il mondo corre, per questo è fondamentale puntare soprattutto sui giovani, sulla loro libertà rispetto a schemi precostituiti e a retaggi ideologici: occorre cioè investire sulla loro voglia di realizzare se stessi e di cambiare la società.

In questa situazione emerge un dato che ha una sua ambiguità, anche inquietante, cioè il dato dell’identità come risposta alla globalizzazione ma una risposta che si colora di chiusura e violenza.

Credo che l’ambiguità del tema identitario, con la pericolosa tendenza a farne elemento di chiusura e di contrasto, si debba sciogliere non “per sottrazione”, ma proponendo una visione più ampia, orientata alla costruzione di una piena, matura e consapevole “identità culturale”. Quando si parla di cultura del resto si tocca un aspetto essenziale dell’umano, in cui si riassume, come si legge nella Gaudium et spes, tutto ciò che «con l’andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano». In questo senso è giusto rivendicare una propria identità culturale e anche raffrontarla, per meglio distinguerla, con quelle altrui. È infatti un fondamentale diritto umano, individuale e collettivo, quello di conservare la memoria viva della propria storia, sfuggendo a forme più o meno “violente” di omologazione. L’identità culturale però non è, come ci ha ricordato Papa Francesco rivolgendosi a un gruppo di giovani a Buenos Aires, «un numero di fabbrica… un’informazione che posso cercare in internet per sapere chi sono», è piuttosto l’appartenenza a qualcosa di vivo che si muove nella storia e nel mondo globalizzato, incontrando continuamente altre culture. La forza di una tradizione culturale sta nella capacità di dialogare e integrare altre persone senza perdere ciò che in essa è realmente essenziale. Per questo motivo brandire l’identità come uno scudo è un segno di debolezza; infatti non stupisce scoprire oggi tra gli strenui difensori dell’italianità persone che fino a pochi anni fa la denigravano. La questione delle identità storiche che diventano particolarismi nazionalistici si connette con le gravi responsabilità di chi, anche nelle istituzioni comunitarie, ha sostenuto una concezione minimalista e lacunosa dell’identità europea, tralasciando di valorizzare l’autentica origine dell’Europa, nata da una plurisecolare circolazione e trasmissione di idee, persone, principi. Soltanto ora forse si comprende quanto sarebbe stato utile valorizzare le radici comuni, alle quali per incontestabile dato storico appartiene la dimensione cristiana, e con esse la capacità di comporre tradizioni differenti in nuove sintesi. Le università europee hanno assolto in questi decenni un ruolo trainante nel definire una nuova idea di cittadinanza. Hanno coltivato sempre più intense relazioni nella ricerca, favorito la circolazione dei docenti e gli scambi di studenti, creato percorsi formativi internazionali: hanno cioè contribuito in modo decisivo a creare generazioni di “nativi europei”, giovani destinati, per formazione, cultura, progetti di vita, propensione alla mobilità, a vivere in una dimensione sovranazionale.

Il Papa propone ormai da anni il tema anzi il metodo della sinodalità, cioè il camminare insieme, il conoscersi, il fare qualcosa insieme, alto e basso che si intrecciano armoniosamente. Si avverte però un po’ di fatica a capire bene come realizzare questa sinodalità all’interno della Chiesa e della società, come mai?

Ogni cambiamento di metodo richiede un tempo di adattamento e un lavoro per superare la tendenza a replicare processi che ci fanno sentire più sicuri. Sinceramente non penso di poter dare suggerimenti su questo punto, in particolare riguardo alla sinodalità all’interno della Chiesa. Posso però testimoniare che anche nel governo di un ateneo e nella partecipazione a organismi interuniversitari, come la Federazione internazionale delle università cattoliche, ogni volta che si riesce a far dialogare e interagire le diverse soggettività, gli interni e gli esterni, i giovani e i meno giovani, le indicazioni che giungono non sono quasi mai scontate e spesso aiutano a lavorare meglio e con più consapevolezza.

Quando si dice “Chiesa italiana” può scattare l’automatismo per cui si pensa alla Cei o al Vaticano, ma la Chiesa non è né l’una né l’altro, la Chiesa è il popolo di Dio. E allora quale può essere il ruolo del popolo cattolico in questa situazione critica dell’Italia?

Occorre innanzitutto restituire dignità al valore dell’impegno politico come dimensione dell’umano e come modalità di contributo al discernimento dell’interesse comune. Bisogna poi individuare, forse con maggior convinzione, le priorità per cui valga la pena battersi in quanto cittadini italiani e cattolici europei, anche ricercando il consenso di persone che non appartengono alla Chiesa. Una presenza rinnovata, più definita e riconoscibile dei cattolici nella politica italiana potrebbe essere guardata anche da molti “laici” con simpatia perché in vari settori si percepisce un’aspettativa verso l’emergere di progetti e metodi nuovi che, rompendo con gli schemi del passato e distinguendosi dai cortocircuiti del presente, interpretino i profondi cambiamenti in atto. Non saprei dire, naturalmente, quale forma dovrebbe assumere un tale impegno, ma credo sia definitivamente superato il tempo dei velleitari tentativi di rivitalizzare esperienze gloriose ma inevitabilmente trascorse. Ritengo invece che sia giunto il momento di elaborare visioni dinamiche e complessive del Paese che sappiano puntare davvero sulle nuove generazioni. In questa direzione dall’Università Cattolica, che è nata dall’ispirata iniziativa di padre Gemelli come programma culturale rivolto a un mondo cattolico allora relegato ai margini del dibattito, e che nella sua ormai centenaria storia ha attraversato le turbolenze e coltivato le speranze del ’900 e di questo primo scorcio di millennio, può giungere un contributo in termini di riflessioni, spunti e idee utili per tradurre in proposte concrete e convincenti l’aspirazione al bene comune.

I tratti della nuova mappa del calcio extraeuropeo

di Lorenzo Longhi (www.treccani.it)

La scelta di un’immagine da parte dei media spesso va oltre il significante. La fotografia con la quale gran parte delle testate europee hanno illustrato i festeggiamenti dei tifosi algerini dopo la vittoria della loro Nazionale all’ultima Coppa d’Africa (Senegal battuto 1-0 in finale) lo è senz’altro: non le celebrazioni ad Algeri, ben più roboanti e affollate, ma quelle salutate dai fuochi d’artificio sotto gli Champs-Élysées, a Parigi. È la storia del Novecento a spiegarne i motivi, è l’attualità di una Francia in cui il nazionalismo del Rassemblement National non ha perso occasione per attaccarli, quei festeggiamenti (e i relativi disordini), è la stessa figura del capitano dell’Algeria, Riyad Mahrez, nato nella banlieu parigina e mai vissuto nella patria di cui difende i colori. Un anno dopo la vittoria della Francia al Mondiale russo, di nuovo il centro del mondo calcistico mediatico ha esultato sotto l’Arco di Trionfo, in taluni casi a bandiere affiancate – quelle algerine e quelle francesi – a riprova di un concetto, quello di identità, tutt’altro che univoco. La scelta dell’immagine di cui sopra, tuttavia, denota anche un altro aspetto, quello di una narrazione comunque eurocentrica, anche quando il calcio è solamente un pretesto per tornare a considerazioni di stampo prettamente politico.
In questo modo, a molti è sfuggito l’abbraccio che ha unito la Nazionale algerina e l’Hirak, il movimento di protesta che vuole la fine dell’era di Abdelaziz Bouteflika, presidente dal 1999 per quattro mandati di seguito, e più in generale dell’intero gruppo di potere che si è creato negli anni attorno a lui, da tempo gravemente malato e dimessosi lo scorso aprile. Non a caso, uno degli slogan della vittoria è stato “deuxième étoile, deuxième République”, ovvero “seconda stella (l’Algeria ha vinto per la seconda volta la Coppa d’Africa, pertanto aggiungerà al suo logo la seconda stella dorata, ndr), seconda Repubblica”, e qui s’intende appunto la speranza del cambio di regime. Le elezioni, inizialmente previste per il 4 luglio, sono state rinviate: non c’è ancora una data, intanto però – potere del calcio – il calcio ha unito per qualche momento entrambe le fazioni, quella che si riconosce nell’hirak e l’altra che sostiene l’establishment, e questo nonostante le proteste del martedì (quelle degli studenti) e del venerdì (quelle generali) non si siano mai fermate, nemmeno durante la Coppa d’Africa…continua a leggere su treccani

Le valli ladine in festa

Evviva la “Festa ta mont”. Il primo week end del mese di agosto, nel pieno della stagione estiva, si celebra la festa dei monti ladini. Una tre giorni in cui a Pozza di Fassa, e fino alla vicina Val San Nicolò, si festeggia la cultura ladina con approfondimenti culturali che interessano uno degli angoli più belli delle nostre montagne, le Dolomiti, patrimonio Unesco. Un luogo magico la valle Ladina che è popolata da 30 mila persone, distribuite in cinque valli e tre province,  che cercano di mantenere intatte tutte le tradizioni di una cultura millenaria. Partendo dalla cura della propria lingua  che aiuta a mantenere una identità sociale e allo stesso tempo a crearsi un status verso l’esterno. L’idea di una comunità millenaria con usi e costumi propri e soprattutto con una propria lingua sono un merchandising naturale dalle mille risorse. E’ il veicolo principale per un turismo identitario caratterizzato da un principio basilare della cultura ladina: l’armonico mix tra uomo e paesaggio.  Tutto questo ha la sua ragione di esistere nel mantenere e tramandare le tradizioni di un popolazione che ha visto già un migliaio di anni fa che unire natura e tradizione assieme a qualità e gusto genera un qualcosa di eccezionale. La festa ta mont è tutto questo e qualcosa di più, che non può essere limitata al racconto di una festa ma va vissuta nell’arco della vita di una comunità tutta da scoprire e da tramandare.

Multilateralismo in crisi

Pubblichiamo l’articolo di Giuseppe Fiorentino che appare nell’edizione odierna dell’Osservatore Romano

A poco sono servite le rassicurazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e degli altri paesi firmatari circa il rispetto da parte dell’Iran dell’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto nel 2015. Così, ad aprile dello scorso anno, il presidente statunitense Donald Trump ha sancito l’uscita dall’intesa fortemente voluta dal suo predecessore e alcuni mesi dopo, con l’immancabile tweet dai toni hollywoodiani, l’inquilino della Casa Bianca ha annunciato il varo di sanzioni contro la Repubblica islamica. «Sanctions are coming»: questo lo slogan che campeggiava sotto l’immagine di un accigliato Trump del quale tutto si può dire, ma non che somigli a qualche protagonista di Game of Thrones, la fortunata serie televisiva Hbo il cui motto, «Winter is coming», richiama direttamente la frase utilizzata dal presidente per notificare l’introduzione delle misure anti-iraniane.

Ma anche senza ricordare minimamente Jon Snow o Ned Stark, Donald Trump ha voluto con il suo tweet lanciare un messaggio di forza, usando inoltre una metafora televisiva molto popolare. È storia di queste settimane che Teheran, alle prese con le difficoltà economiche dovute alle sanzioni — che colpiscono tra gli altri il settore petrolifero — e in mancanza di un’efficace alternativa europea per favorire la prosecuzione degli scambi, ha ripreso la produzione di uranio arricchito. Ben poco resta quindi dell’accordo del 2015 e quel poco sembra molto difficile da salvare.

Ma il trattato sul nucleare iraniano è solo una delle tante intese recentemente ricusate dall’amministrazione statunitense. Sotto la guida di Trump, gli Stati Uniti sono usciti ad esempio dal Global Compact dell’Onu per una migrazione sicura, ordinata e regolare e dall’accordo di Parigi sul clima, e hanno abbandonato organismi quali il Consiglio dell’Onu per i diritti umani e l’Unesco. Altre intese commerciali regionali, oltre a quelle transpacifiche e transatlantiche, sono state sospese o congelate. L’amministrazione statunitense in questo momento sembra quindi rinunciare al multilateralismo nella risoluzione delle controversie, ma anche nella definizione di nuovi accordi, a favore di un approccio bilaterale. Così è avvenuto per il trattato di libero scambio con Canada e Messico, il Nafta, accantonato per sottoscrivere singoli patti con quei paesi. Anche la guerra dei dazi messa in atto soprattutto con la Cina lascia intendere che gestire congiuntamente questioni internazionali non costituisce una priorità. Lo si è capito dal documento diffuso al termine del recente g20 di Osaka, un testo che, secondo alcuni osservatori, riconosce la grave crisi attraversata dal multilateralismo, ammettendo che «le tensioni commerciali e geopolitiche si sono intensificate», ma senza individuare le soluzioni per rispondere a queste pericolose dinamiche.

Il preoccupante stato in cui versa oggi il multilateralismo è diretta conseguenza di quell’America first di cui Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia elettorale, come reazione diretta alle storture della globalizzazione. È giusto ricordare che Trump è stato eletto anche perché ha promesso di accogliere le istanze di quel ceto produttivo depauperato dalla delocalizzazione delle imprese, avvenuta soprattutto per risparmiare sulla mano d’opera. Ma sta di fatto che invece di cercare, insieme, di individuare strumenti per governare e regolamentare la globalizzazione, si preferisce ora ricorrere a trattative “private” in cui far valere tutta la propria forza, perché svincolate dal contesto di quegli organismi internazionali dove le regole dovrebbero valere per tutti. Un accordo bilaterale è soprattutto vantaggioso per chi, in nome del suo potere economico e militare, può dettare le condizioni. E ogni intesa così raggiunta può essere propagandata come un successo da giocare poi in chiave elettorale, magari con un nuovo tweet, molto popolare, dal sapore hollywoodiano.

Sarebbe tuttavia opportuno chiedersi se la legge del più forte sia davvero la regola su cui basare le relazioni internazionali. Certo la storia, quella maestra di vita che ha ben pochi allievi, come ha recentemente sottolineato Papa Francesco, citando il gesuita Giacomo Martina, troppo spesso ci racconta di violenze e di sopraffazioni. Ma è anche vero che la comunità internazionale si è dotata di istituzioni basate sul multilateralismo proprio nel tentativo di arginare la tentazione di far prevalere la potenza a scapito del diritto. Non è sicuramente un caso che oggi il valore di quelle istituzioni sia fortemente messo in discussione. Ma negare legittimità alle organizzazioni internazionali che imbrigliano la volontà di potere, in prospettiva è pericoloso per tutti. Come ha spesso ricordato il Papa, il mondo è già alle prese con un guerra mondiale combattuta a pezzi. E a volere imporre a ogni costo la propria forza si rischia alla lunga di aprire scenari di conflitto in cui non ci saranno vincitori, ma solo sconfitti.