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Coordinamento Donne Acli: il cambiamento culturale parte dal linguaggio

“Liberiamo il linguaggio da ogni forma di discriminazione” con queste parole inizia la nota del Coordinamento Donne Acli in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. “Il linguaggio ha un ruolo centrale nel cambiamento culturale – si legge nella nota – per questo bisogna riflettere sui linguaggi, verbali e corporei, presenti nella lingua che usiamo tutti i giorni, ed intervenire con iniziative di sensibilizzazione già nei primi anni scolastici per prevenire la violenza e promuovere relazioni giuste tra i sessi.

La violenza di genere ha avuto, nei mesi di pandemia, un deciso aumento: le donne si sono trovate esposte alla violenza domestica senza molta via d’uscita. Secondo i dati del Viminale, non solo i reati cosiddetti minori quali minacce, lesioni e percosse sono aumentati, ma sono triplicati gli omicidi di donne in ambito familiare-affettivo.

Spesso, però, si dimentica che la violenza nelle sue molteplici declinazioni (fisica, psicologica, economica, sessuale, emotiva) trova il suo fondamento in un clima culturale che ne alimenta lo sviluppo.  In questo quadro il linguaggio, mai neutro rispetto al genere, ha un ruolo fondamentale.

La violenza contenuta in esso è una delle forme peggiori di aggressione ed è spesso ben radicata e legittimata socialmente.

La lingua che usiamo veicola non solo significati ma anche valori e giudizi culturali che spesso possono rafforzare gli stereotipi e giustificare comportamenti aggressivi, ecco perché dobbiamo lavorare sui  modi di parlare che a volte sono fondati sui pregiudizi e possono diventare modi di pensare”.

Ora per gli europei la casa è un diritto umano fondamentale

Il Parlamento ha approvato una serie di linee guida per combattere il fenomeno dei senzatetto e porre fine all’esclusione abitativa nell’Ue.

Nella risoluzione non legislativa adottata l’Assemblea sottolinea “la precaria situazione di vita di oltre 700mila persone in Europa che ogni notte si ritrovano senza un tetto, con un aumento del 70% in un decennio”. L’alloggio è definito “un diritto umano fondamentale”, perciò si chiede “un’azione più forte da parte della Commissione e dei Paesi Ue per porre fine al problema nell’Ue entro il 2030”.

La Commissione europea dovrebbe dunque sostenere gli Stati membri, mentre i Paesi Ue dovrebbero adottare il principio di “Housing First”, che “aiuta a ridurre significativamente il fenomeno dei senzatetto, introducendo piani d’azione e approcci innovativi basati sul concetto che la casa è un diritto umano fondamentale”.

Il Parlamento, a tal proposito, ritiene necessario: depenalizzare il fenomeno dei senzatetto, perseguito in vari Stati; fornire pari accesso ai servizi pubblici come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e i servizi sociali; sostenere l’integrazione nel mercato del lavoro attraverso l’assistenza specializzata, la formazione e programmi mirati; migliorare gli strumenti per raccogliere dati pertinenti e comparabili che aiutino a valutare l’entità del fenomeno; fornire assistenza finanziaria alle Ong, sostenendo le autorità locali per garantire spazi sicuri ai senzatetto e prevenire gli sfratti, soprattutto durante la pandemia Covid-19; fornire un accesso costante ai rifugi di emergenza, come soluzione temporanea; promuovere l’imprenditoria sociale e le attività che favoriscono l’inclusione.

Plasma iperimmune, a cosa serve e come donarlo

Sul sito del Centro nazionale sangue sono stati forniti tutti i chiarimenti su questa terapia. Ecco le domande e le risposte.

Cos’è e come funziona la terapia con plasma iperimmune?

La terapia con plasma da soggetti convalescenti prevede il prelievo da persone guarite dal Covid-19 e la sua successiva somministrazione a pazienti affetti da COVID-19.

Il candidato donatore dovrà rispondere ai requisiti per l’idoneità previsti dalla normativa trasfusionale e a requisiti specifici per il Sars-CoV-2 per poter donare plasma iperimmune. Sarà il medico responsabile della selezione del donatore ad esprimere il giudizio d’idoneità alla donazione di plasma iperimmune, analogamente a quanto avviene in tutti i casi di donazione di sangue o emocomponenti.

Prima della somministrazione il plasma iperimmune viene sottoposto ad una serie di test di laboratorio, anche per quantificare i livelli di anticorpi “neutralizzanti” (il cosiddetto “titolo”), e a procedure volte a garantirne il più elevato livello di sicurezza per il ricevente.

La trasfusione è utilizzata per trasferire questi anticorpi anti-SARS-CoV-2, sviluppati dai pazienti guariti, a quelli con infezione in atto che non ne abbiano prodotti di propri. Gli anticorpi (immunoglobuline) sono proteine coinvolte nella risposta immunitaria che vengono prodotte dai linfociti B in risposta ad una infezione e “aiutano” il paziente a combattere l’agente patogeno (ad esempio un virus) andandosi a legare ad esso e “neutralizzandolo”. Tale meccanismo d’azione si pensa possa essere efficace nei confronti del SARS-COV-2, favorendo il miglioramento delle condizioni cliniche e la guarigione dei pazienti.

 

La terapia è efficace contro il Sars-CoV-2?

Il plasma da soggetti convalescenti è stato utilizzato in un recente passato durante le epidemie di SARS nel 2002 ed Ebola nel 2015, e negli ultimi mesi sono stati pubblicati su diverse riviste scientifiche i risultati di alcuni studi clinici internazionali ed italiani. Inoltre, diverse sperimentazioni cliniche in corso nel mondo stanno cercando di verificare se la terapia con il plasma iperimmune sia efficace.

Al momento non ci sono, però, evidenze scientifiche conclusive sull’efficacia di questa terapia e pertanto essa è da considerarsi al momento sperimentale. L’eventuale efficacia della stessa potrà essere dimostrata solo dai risultati di studi clinici che mettano a confronto pazienti trattati con plasma iperimmune e pazienti trattati con altra terapia, ovvero i cosiddetti “trial clinici randomizzati”.

 

La trasfusione con plasma iperimmune è sicura?

Sebbene i dati delle sperimentazioni scientifiche sembrino evidenziare un buon livello di sicurezza della terapia con plasma iperimmune da persone guarite dal Covid-19, occorre sottolineare che, come tutte le procedure che implicano la trasfusione di sangue umano, la trasfusione di plasma iperimmune non è priva di rischi.

 

In Italia si raccoglie il plasma da convalescente?

Al momento il Centro Nazionale Sangue, nel suo monitoraggio periodico aggiornato al 19 novembre, ha censito 4.325 sub-unità di plasma iperimmune donato da pazienti guariti dal Covid-19, raccolto da 134 servizi trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale. La cifra comprende sia le unità di plasma di cui è stato verificato il ‘titolo’, la quantità cioè di anticorpi neutralizzanti presenti, sia quelle su cui questo tipo di analisi verrà effettuata nel momento dell’utilizzo.

 

Perché non si titolano tutte le sacche?

La determinazione del titolo degli anticorpi “neutralizzanti” è necessaria soltanto per il plasma iperimmune che viene utilizzato nell’ambito degli studi sperimentali, come ad esempio lo studio nazionale italiano “TSUNAMI”, che richiedono espressamente un titolo minimo, mentre per tutti gli altri utilizzi non è richiesto. Altri studi condotti in diversi Paesi non hanno inserito un titolo minimo tra i requisiti per il plasma. Gli stessi metodi per determinare il titolo non sono standardizzati, ma ogni struttura decide autonomamente come effettuarli. Al momento, non ci sono evidenze scientifiche che indichino una “quantità minima” di anticorpi neutralizzanti in grado di garantire l’efficacia della eventuale terapia con plasma iperimmune.

 

Serve una procedura particolare per donare il plasma iperimmune?

La donazione di plasma iperimmune non prevede procedure peculiari, e può essere effettuata in tutte le strutture che già sono predisposte per la normale donazione di plasma. Anche per la conservazione non sono richieste modalità particolari, e lo stoccaggio può avvenire nelle comuni banche del sangue, non è necessario averne una dedicata.

 

Dove posso donare il plasma iperimmune?

In Italia il plasma iperimmune è raccolto presso i Servizi Trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale. Una persona che vuole donare plasma iperimmune può riferirsi alla Struttura di Coordinamento per le attività trasfusionali della propria Regione per conoscere presso quali Servizi trasfusionali effettuare la donazione di plasma iperimmune. In allegato è possibile consultare un elenco indicativo e in continuo aggiornamento delle strutture  che effettuano questo tipo di raccolta.

Smartphone: Xiaomi supera Huawei

Mentre Samsung continua a guardare tutti i concorrenti dall’alto, nella parte bassa del podio Xiaomi e Huawei si scambiano il posto in quattro Paesi: Regno Unito, Italia, Spagna e Francia. Questo sorpasso, evidenziato dall’ultimo report di Strategy Analytics, potrebbe essere in parte spiegato dal ban imposto dall’amministrazione Trump al colosso di Shenzhen nel 2019, che ha creato non poche difficoltà all’azienda.

Per Xiaomi questa crescita in Europa rappresenta un traguardo importante, soprattutto considerando che all’inizio del 2019 deteneva una quota di mercato compresa tra lo 0 e il 2% nei Paesi in cui ora ha sorpassato Huawei (in Spagna è arrivata persino a un soffio dallo scalzare Samsung dal primo posto). In Italia, Xiaomi ha superato Huawei nel corso del secondo trimestre 2020, piazzandosi al secondo posto del podio con una quota di mercato del 19% e una crescita annua del 122%. Non stupisce, dunque, trovare tre smartphone del marchio cinese nella top 10 dei dispositivi più venduti nella Penisola.

Il colosso di Cupertino, invece, ha subito una flessione del 10% a 41,6 milioni di unità, almeno stando all’ultimo report di Idc.

 

Caso Regeni, una storia senza fine.

Nei giorni scorsi la Procura di Roma sembra aver impresso un’accelerazione all’inchiesta sul barbaro assassinio in Egitto del giovane ricercatore italiano, Giulio Regeni.

Una triste e complessa vicenda che dopo circa cinque anni dall’accaduto non ha ancora avuto una verità giudiziaria. Molti sono stati gli impedimenti, le complicazioni, le mancate collaborazioni tra Istituzioni giudiziarie di Italia ed Egitto, che hanno condizionato questi lunghi anni dell’inchiesta. A queste difficoltà si sono aggiunte le implicazioni geopolitiche, specifiche dell’area del Mediterraneo Medio Orientale, che negli ultimi 10 anni, ha visto crescere la sua attrattività strategica, in particolare dal punto di vista energetico.

Ricostruiamo in sintesi gli accadimenti. Di Giulio Regeni, in Egitto su incarico dell’Università di Cambridge per svolgere una ricerca sui movimenti sindacali di opposizione al governo di Al Sisi, si perdono le tracce il 25 gennaio 2016; il suo corpo, con evidenti segni di tortura, sarà ritrovato il 3 febbraio successivo, ai bordi della Desert Road, alla estrema periferia de Il Cairo.

In quei giorni era presente in Egitto una delegazione italiana, guidata dall’allora ministra dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, per definire una serie di accordi commerciali ed industriali, tra i quali, il più significativo in termini di sviluppo economico e di posizionamento strategico nell’area, e cioè il completamento dell’iter autorizzativo per lo sfruttamento del giacimento super-giant di gas naturale, Zohr, avvenuta formalmente poi il 21 febbraio 2016.

Zohr, individuato nell’agosto 2015 nel blocco off-shore Shouruk, grazie alle intuizioni professionali e alle competenze di altissimo profilo del Gruppo ENI, rappresenta la più importante localizzazione di gas nel Mar Mediterraneo di sempre; una potenzialità di 850 miliardi di metri cubi, in grado di soddisfare l’intero fabbisogno egiziano e una fonte integrativa di particolare importanza per l’approvvigionamento di gas naturale per i mercati europei. In quell’area marittima da tempo si erano concentrati gli interessi e le ricerche (senza successo) di diverse Oil Company internazionali, in particolare della Shell (capitale anglo-olandese) e della British Petroleum. L’Ambasciatore UK in Egitto di allora, John Casson, dichiarò che quest’ultima aveva investito 13 miliardi di sterline in Egitto per trasformare il Paese in una grande potenza energetica.

Un successo tutto italiano, che consolidava un rapporto con l’Egitto, dove dal 1954 ENI opera ininterrottamente, attraverso quella rete di relazioni positive con il mondo arabo, tessuta inizialmente da Enrico Mattei e continuata anche dopo la sua scomparsa.

Con il ritiro dell’Ambasciatore Massari nell’aprile 2016, reazione italiana alle difficoltà riscontrate nelle indagini per l’individuazione dei responsabili dell’assassinio del nostro connazionale, i rapporti subirono un brusco rallentamento. Questo stato di raffreddamento diplomatico si interruppe formalmente nel settembre 2017, con l’insediamento del nuovo Ambasciatore Cantini, personalità di grande esperienza e competenza, già indicato nel maggio 2016 in sostituzione del predecessore, ma senza essere inviato ufficialmente, proprio per le difficoltà derivanti dall’assenza di collaborazione tra le magistrature per il caso Regeni.

Nel gennaio 2018 a due anni dal tragico evento e in occasione dell’avvio delle produzioni di Zohr, il Presidente egiziano Al Sisi, alla presenza dell’AD di ENI, Claudio Descalzi, dichiarò “Non smetteremo di cercare i criminali che hanno fatto questo”, e ancora “Alla famiglia di Regeni presento ancora una volta le condoglianze del popolo egiziano e prometto che non abbandoneremo questo caso fino a quando non si troveranno i veri criminali e verranno assicurati alla giustizia in Egitto” ed infine (parte del discorso più emblematica da punto di vista geopolitico) “l’assassinio è stato commesso per rovinare i rapporti con l’Italia” e “per danneggiare l’Egitto” e, rivolto a Descalzi, “Sa perché volevano danneggiare le relazioni fra Egitto ed Italia? Affinché non arrivassimo qui”.

Riferimenti espliciti ad una macchinazione volta ad impedire un’operazione fondamentale in uno spazio, quello del Mediterraneo orientale, che ad oggi è caratterizzato dalla presenza di ingenti giacimenti di gas naturale, combustibile essenziale nella fase di transizione verso l’autonomia energetica da Fonti di Energia Rinnovabile. Un’ area perimetrata tra le acque territoriali di Egitto, Israele, Libano, Cipro, Libia e dove si concentrano le attenzioni delle maggiori potenze internazionali.

Nel novembre 2016, ENI cedette il 10% a British Petroleum della concessione di Zohr; successivamente ad ottobre 2017 un altro 30% alla società russa Rosneft ed infine nel giugno 2018 il 10% alla compagnia petrolifera emiratina Mubadala Petroleum.

Non è possibile esprimere giudizi o ipotizzare certezze per individuare i responsabili di questo delitto e i loro possibili mandanti. Molte sono le teorie o le implicazioni che si sono intrecciate nel cercare di comprendere il movente; una cosa è certa, troppi impedimenti hanno caratterizzato il tentativo di indagare da parte dei nostri inquirenti titolari dell’inchiesta: dai depistaggi di una parte delle forze di polizia e di sicurezza egiziane alle indecisioni della magistratura de Il Cairo; dal ruolo di Mohamed Abdallah, leader del sindacato egiziano degli ambulanti, con il quale Regeni cercò il contatto per gli approfondimenti sulla condizione delle libertà sindacali, alla posizione della tutor dell’Università di Cambridge,  Maha Abdelrahman, che, si dice, fosse vicina alla Fratellanza Mussulmana, principale movimento di opposizione ad Al Sisi. Anche gli arresti e le iniziative portate a termine dalle forze dell’ordine egiziane non sono mai state efficaci e non sono giunte ad una soluzione di questa drammatica vicenda.

E poi: chi segnalò la presenza di Regeni al Cairo, vista l’organizzata sorveglianza a cui venne sottoposto? Chi aveva interesse a far rompere i rapporti tra Italia ed Egitto?

Rimangono aperti molti misteri che impediscono di far luce su un brutale assassinio, che ha lasciato una ferita profonda nella nostra opinione pubblica e che impedisce ad una famiglia, almeno la consolazione di una sentenza sui colpevoli.

Le risposte potrebbero essere contenute nella lettura dei fatti di politica internazionale, degli equilibri geopolitici nell’area mediterranea orientale o del controllo delle ingenti riserve metanifere.

La speranza è che prevalga una collaborazione fattiva tra Istituzioni e che si possa arrivare ad una conclusione positiva oltre le comprensibili ragioni di Stato.

L’Europa e Biden

Si è già scritto molto circa le relazioni che verranno ad instaurarsi fra l’America di Joe Biden e l’Europa dopo gli anni del grande freddo di Donald Trump. Si è scritto molto in un misto di ottimismo dovuto e realismo scettico giungendo forse alla conclusione che il clima migliorerà, la forma tornerà ad essere quella che deve essere ma la sostanza cambierà solo di poco. Personalmente mi iscrivo al club degli ottimisti perché so che il nuovo Presidente USA crede, per cultura e per storia politica, nelle relazioni inter-atlantiche e vi crede di più di quanto non vi credesse Barack Obama (il quale infatti dedicò al Vecchio Continente qualche tempo e qualche sforzo solo durante la fase finale della sua presidenza). Ciò nondimeno ritengo che la gran parte del lavoro, in questa direzione, dovrà farlo l’Europa. L’Unione Europea, per la precisione. E sarà un lavoro non facile, che è però tutto nel suo interesse per poter assumere, prima, e svolgere, poi, un ruolo importante nel mondo post-Covid.

Non ci si deve infatti far trarre in inganno dalla pandemia: quando l’incubo finirà le coordinate essenziali della geopolitica planetaria non saranno diversissime da come erano un anno fa: il secolo che ormai entra nella sua terza decade sarà in ogni caso il “secolo asiatico” e gli Stati Uniti inevitabilmente dovranno concentrare le proprie energie primarie nel tentare di tener testa a questo sviluppo della Storia. Ho utilizzato i verbi al futuro ma in realtà andrebbero scritti al presente perché è già così. La sfida con la Cina per l’egemonia mondiale è già iniziata, e non si creda questa fosse una convinzione del solo Trump. Da questo punto di vista i Democratici USA sono anche più determinati dei Repubblicani: a fronte di un miglioramento delle relazioni formali fra i due Paesi, che ci sarà, proseguirà nei fatti la competizione su ogni fronte, incluso quello militare: settore ove oggi gli Stati Uniti sono irraggiungibili ma nel quale la Cina di Xi sta investendo moltissimo per poter colmare il gap in un paio di decenni al massimo. I dossier aperti sono numerosi e vanno al di là della guerra sui dazi, che fra l’altro si arricchisce oggi di un nuovo elemento, la Regional Comprehensive Economic Partnership asiatico-oceanica raggruppante tutti i principali Paesi di due continenti (ad eccezione dell’India) inclusi molti alleati degli USA. Sono dossier di geopolitica tradizionale (da Hong Kong a Taiwan, dal Mar Cinese Meridionale alla Corea del Nord) e sono dossier decisivi per il futuro quali quelli relativi allo sviluppo delle tecnologie digitali. 

Oltre al fronte asiatico, però, c’è quello determinato dal multipolarismo, ovvero dall’imporsi di medio-grandi e medie potenze regionali che – in ciò indotte anche dal parziale ritirarsi degli Stati Uniti da alcuni scacchieri sino a ieri da essi saldamente controllati – stanno manifestando ambizioni non irrilevanti. Il caso turco è ormai ben evidente, ma l’ingresso russo nel Mediterraneo è ancor più significativo da questo punto di vista. Ebbene oggi l’Europa, a causa della sua permanente divisione interna quanto a politica estera e di difesa, non è in grado d’essere incisiva realmente su alcuno dei molteplici scacchieri prodotti dal multipolarismo. Biden immagino richiamerà Bruxelles ad una politica più assertiva, almeno nel Mediterraneo, e a tal fine riannoderà i legami inter-atlantici oggi un po’ sfilacciati. Ma non potrà – né vorrà – impegnare risorse oltre un certo limite, sia perché lo scenario internazionale è quello sopra accennato sia perché il focus della sua presidenza sarà inevitabilmente orientato alla politica interna. Gli Stati Uniti sono oggi a dispetto del loro nome una nazione molto divisa e Biden, all’opposto del suo predecessore, lavorerà per riunificarla, almeno un po’. E questo gli costerà tempo, energie psicofisiche e quattrini. Molti. Dunque, per quanto concerne il tema che qui ci interessa, rilancio dell’atlantismo sì ma in una dimensione nuova, più limitata rispetto allo scorso secolo: per converso l’Europa dovrà corrispondervi più attivamente. A Washington attenderanno, da Bruxelles, una risposta convincente in tal senso. I Ventisette sapranno dargliela?

La responsabilità dei cristiani nella visione di Francesco per uno sviluppo pienamente umano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Il cristiano si contraddistingue perché ha una buona notizia, un “vangelo”, da annunciare agli altri uomini; il cristiano impegnato nell’economia, cioè nell’attività di trasformare il mondo per renderlo sempre più umano, è anche lui portatore di una buona notizia che ha un preciso contenuto: «La prospettiva dello sviluppo umano integrale è una buona notizia da profetizzare e da attuare — e questi non sono sogni: questa è la strada». È uno dei passaggi-chiave del messaggio che il Santo Padre ha inviato sabato scorso ai giovani economisti riuniti per tre giorni ad Assisi per il grande evento della «Economy of Francesco» insieme ad altri grandi nomi delle scienze economiche di tutto il mondo. Il lieto annuncio che i giovani economisti cristiani devono comunicare a tutto il mondo è quindi quello legato allo sviluppo umano integrale, un tema che sta a cuore al Papa che nell’agosto del 2016 ha istituito un nuovo dicastero a servizio di questo sviluppo.

Per spiegare ulteriormente e più precisamente di che “sviluppo” si tratta Francesco nel videomessaggio di Assisi ha preso in prestito le parole della Populorum progressio di san Paolo VI: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. […] — ogni uomo e tutto l’uomo! —. Noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera».

Non si tratta solo di profetizzare lo sviluppo umano integrale ma anche di attuarlo: la responsabilità che il Papa indica agli economisti cristiani è grande quanto urgente, si deve agire (“incidere” dice Francesco) in profondità e oggi non domani, perché «La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra».

L’attuazione di questo progetto ha una portata “rivoluzionaria”: è urgente elaborare risposte e nuove proposte da contrapporre a quella «unica logica dominante» a cui il Papa ci ricorda «non siamo condannati». Il riferimento è a quei modelli economici che concentrano «il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale. Come se potessimo contare su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse». Ad una economia meramente estrattiva, il Papa indica la strada di una economia generativa che però non può essere una scelta emotiva, sentimentale, ma frutto di una seria e solida elaborazione culturale.

Cultura è un’altra parola-chiave del messaggio: «In fondo ci manca la cultura necessaria per consentire e stimolare l’apertura di visioni diverse, improntate a un tipo di pensiero, di politica, di programmi educativi, e anche di spiritualità che non si lasci rinchiudere da un’unica logica dominante. Se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi — non dimenticatevi questa parola: avviare processi — tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze…».

Questi gruppi dirigenti, ispirati da una cultura aperta alla spiritualità, potranno contestare e contrastare «certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie» e qui Francesco ricorda la Caritas in veritate di Benedetto XVI secondo cui la fame «non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale» e aggiunge: «Se voi sarete capaci di risolvere questo, avrete la via aperta per il futuro».

Questa è la terza parola-chiave del messaggio: il futuro, cioè la speranza, speranza di una rinnovata fraternità. Realizzare il progetto di uno sviluppo umano integrale permette infatti ad ogni uomo «di ritrovarci come umanità sulla base del meglio di noi stessi: il sogno di Dio che impariamo a farci carico del fratello, e del fratello più vulnerabile (cfr. Gen 4, 9)». La risposta rabbiosa di Caino (“sono forse il guardiano di mio fratello?”) indica la verità dell’uomo e quel sogno di Dio efficacemente espresso dal testo della Spe salvi di Benedetto XVI che il Papa cita opportunamente: «La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente — la misura dell’umanità —. Questo vale per il singolo come per la società», aggiungendo «misura che deve incarnarsi anche nelle nostre decisioni e nei modelli economici». La misura dell’umanità è quindi espressa compiutamente dal buon samaritano che prende su di sé il dramma e il dolore dell’altro, del diverso, è questa la “rivoluzione”, la contestazione rispetto agli assetti consolidati che è richiesta ad ogni cristiano e che apre ad un futuro nuovo e sorprendente. A questo punto Francesco conclude il suo messaggio lasciando il campo ad una grande visione: «Un futuro imprevedibile è già in gestazione», un passaggio che richiama la profezia di Isaia «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?», ma anche l’intuizione di San Paolo «tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» e comunque rivela una grande fiducia nell’opera di Dio nella storia degli uomini, perché, conclude il Papa: «La storia ci insegna che non ci sono sistemi né crisi in grado di annullare completamente la capacità, l’ingegno e la creatività che Dio non cessa di suscitare nei cuori. Con dedizione e fedeltà ai vostri popoli, al vostro presente e al vostro futuro, voi potete unirvi ad altri per tessere un nuovo modo di fare la storia. Non temete di coinvolgervi e di toccare l’anima delle città con lo sguardo di Gesù; non temete di abitare coraggiosamente i conflitti e i crocevia della storia per ungerli con l’aroma delle Beatitudini. Non temete, perché nessuno si salva da solo».

Oltre la solitudine politica. La “casa del pensiero” di Comunità di Connessioni

Pubblichiamo parte dell’editoriale di Padre Francesco Occhetta che illustra la nuova impostazione culturale di “Comunità di Connessioni”.

Il mondo è cambiato, lo abbiamo letto e scritto molte volte. Forse lo si dice per esorcizzare le proprie paure o forse per proteggere un mondo antico. Intanto, il “distanziamento sociale” sta aumentando le solitudini e trasformando l’altro in un pericolo. L’esperienza umana, invece, continua a sprigionare la sua forza. Penso alle parole che mi confessa una nonna: “Non riesco a non abbracciare mio nipote. Anche se è un rischio, mi fa vivere l’atto d’amore che mi attrae”.

L’informazione sta descrivendo questi mesi con il linguaggio della guerra. Parole come “coprifuoco”, “nemico invisibile”, “campo di battaglia”, “stagione del terrore”, “caduti”, mutano la percezione sociale e il senso comune del convivere. Ogni volta che si separa la “natura” dalla “cultura”, le grandi civiltà si sgretolano e le paure prendono un volto nuovo nella storia. La pandemia è solo un esempio di come natura e cultura si siano scontrate e separate. Se ci si vuole salvare insieme, occorre dunque contemplare la natura con le sue leggi e umanizzare la cultura con le sue idee e i suoi modelli. Oltre la solitudine esiste la comunità.

Questa testata con le sue tre rubriche – L’Editoriale, Il Punto e La Riforma – nasce da un desiderio: dare vita a parole pensate in una comunità, attraverso le nostre competenze, fondate nella fede che condividiamo, strutturate in un metodo e finalizzate alla costruzione del bene comune. Vogliamo capovolgere una certa bulimia della notizia. Non vogliamo sovrapporre altre voci a quelle che già ci informano ogni giorno. Cercheremo di offrire criteri di analisi e di discernimento per aiutare a prendere decisioni sui vari temi dell’agenda politica e favorire ciò che i monaci chiamavano ruminatio, un dialogo interiore positivo con la parola letta.

“L’Editoriale” sarà l’appuntamento di ogni domenica. La nostra testata è un luogo per incontrarci, interagire e riconoscerci senza conoscerci. Un chiostro sul mondo, dal quale è possibile ascoltare silenzio e parole pensate. “Il Punto” sarà invece un approfondimento di una legge approvata, un fatto da interpretare, un pensiero di un autore da approfondire per dare criteri e idee sulla realtà complessa. “La Riforma” invece sarà la nostra proposta, che guarda al domani, sui temi del lavoro e dello stato sociale, della giustizia e dell’economia e di altri temi di nostra competenza.

Abbiamo scelto di non farvi leggere polemiche. Eserciteremo la critica per offrire soluzioni alternative, ragionevoli e condivise. Ci faremo ispirare dalle parole della Bibbia e della dottrina sociale della Chiesa. Il Pontificato di Francesco ci pone davanti due grandi progetti: creare un sistema politico basato su uno sviluppo umano integrale e sentirci “Fratelli tutti” prima che competitori e nemici. Distruggere senza un piano di ricostruzione è sempre molto rischioso. Per questo offriremo cultura in piccole gocce, quelle che in natura fendono le rocce e possono più delle tempeste.

Ogni cambiamento d’epoca rinasce dai protagonisti della resistenza. Costoro rigenerano parole e, attraverso il loro sacrificio, ci aiutano a guardare lontano. Non c’è nulla che nasca per caso, nella storia ogni ricostruzione prende forma nella sua relazione con il vissuto. Questo sarà il contributo di Comunità di Connessioni. Per la Bibbia ogni ricostruzione richiede di uscire dalla propria terra, come è stato per Abramo e Sara. Lo sa Israele che è stato liberato dalla sua schiavitù. Se si è disponibili a lasciare e a partire, proprio allora, mentre si sperimenta la propria radicale debolezza, il futuro è donato da Dio. Abramo e Sara, un anziano e una sterile, generano grazie alla loro disponibilità. La vita sociale e politica è regolata dallo stesso principio. È il tempo del deserto che custodisce la promessa di una nuova terra.

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E’ guerra aperta tra Germania e Stati uniti sul gasdotto Stream 2

Il presidente della Commissione per l’Est dell’economia tedesca, Oliver Hermes, ha respinto al mittente le nuove sanzioni che gli Stati Uniti minacciano di attuare contro il Nord Stream 2, il gasdotto in fase di completamento tra Russia e Germania attraverso il Mar Baltico.

Per Hermes, si tratta di “un’inammissibile ingerenza per il diritto internazionale” e di “un comportamento del tutto fuori discussione tra alleati”. Come riferisce il quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, il presidente dell’Oa ha, quindi, chiesto all’amministrazione uscente degli Stati Uniti di “rispettare la sovranità europea e collaborare nuovamente con le autorità dell’Ue e della Germania” nella questione del Nord Stream 2.

Gli Stati Uniti, invece, sono contrari al progetto perché lo giudicano uno strumento del Cremlino volto ad aumentare l’influenza della Russia in Europa mediante la fornitura di energia.

Pertanto, gli Stati Uniti hanno già attuato misure sanzionatorie contro le imprese che partecipano al Nord Stream 2 e a breve potrebbero adottarne di nuove e più severe.

Da domenica prossima cambia il messale

Da domenica 29 novembre, con l’inizio dell’Avvento, entra in vigore nella maggior parte delle diocesi italiane il nuovo messale e con esso le formule di alcune preghiere.

Il Padre nostro subirà una modifica che riguarda sostanzialmente la traduzione dal testo originale in greco antico.

Le parole «e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male». diventerà: “Non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male”. E, sempre per attenersi maggiormente al testo greco, quando si dice “e rimetti a noi i nostri debiti”, verrà poi aggiunto un “anche”: “Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Ma non sarà l’unico cambiamento. Il rito diventa un po’ più ‘rosa’ con l’affiancamento del termine “sorelle” accanto a “fratelli”. È stato rivisto in questo senso l’atto penitenziale. I cattolici a messa diranno dunque: “confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle…”. Poi: “e supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i Santi e voi, fratelli e sorelle…”.

Inoltre il nuovo messale privilegerà le invocazioni in greco antico “Kirie, Eleison” e “Christe, Eleison” rispetto all’italiano “Signore, pietà ” e “Cristo, pietà”. Al momento del Gloria si dirà “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore” e non più “agli uomini di buona volontà”. Anche in questo caso si è cercata una traduzione più fedele all’originale greco del Vangelo.

E ancora, la pace: ‘Scambiatevi il dono della pace’ sostituisce ‘scambiatevi un segno di pace’. Infine, la nuova formula del congedo al termine della messa: «Andate e annunciate il Vangelo del Signore».

 

Dissesto Idrogeologico: in 20 anni finanziati quasi 7 miliardi per oltre 6 mila interventi

Ammonta a quasi 7 miliardi la cifra stanziata in 20 anni dal Ministero dell’Ambiente della tutela del Territorio e de Mare per far fronte al dissesto idrogeologico in Italia, per un totale di oltre 6 mila progetti finanziati. Alluvioni (48%) e Frane (35%) le categorie di intervento più sovvenzionate. Stimato, in base alle richieste caricate nel ReNDiS, anche un primo importo complessivo necessario per la messa in sicurezza del territorio: le richieste superano i 26 miliardi di euro.

A fornire i dati degli interventi sul dissesto in tutto il territorio italiano ed il quadro dei finanziamenti richiesti, l’ISPRA nel primo rapporto ReNDiS,(Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo), la piattaforma nazionale utilizzata per monitorare tutti gli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico finanziati, dal 1999 ad oggi, attraverso piani e programmi di competenza del Ministero d’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

La piattaforma si compone di due sezioni: quella del “monitoraggio”, attiva dal 1999, dedicata agli interventi già finanziati, e quella “istruttorie” di recente costituzione (2015), incentrata sugli interventi non ancora in programmazione e di cui è stato richiesto il finanziamento. Secondo i dati della sezione monitoraggio, la Sicilia è la regione con il maggior importo finanziato (789 milioni di euro per 542 interventi), seguita dalla Toscana (602 milioni di euro per 602 interventi), dalla Lombardia (598 milioni di euro per 544 interventi) e dalla Calabria (453 milioni di euro per 528 interventi). Per quanto riguarda i tempi di attuazione, il campione analizzato nel rapporto evidenzia una durata media di quasi 5 anni, ma con una ampia variabilità ed un 10% di casi considerati “critici” poiché si protraggono per oltre i 10 anni.

Questo dato presenta variazioni su base regionale, ma non si riscontrano significative differenze tra nord, centro e sud. Si evidenzia invece una lieve crescita lineare dei tempi medi con l’aumentare dell’importo dell’opera. Per quanto riguarda invece le richieste di finanziamento, contenute nell’area istruttorie, sono oltre 7.800 le proposte progettuali caricate e ad oggi attive nel ReNDiS, per un importo complessivo che supera 26 miliardi.

Questo dato rappresenta, in prima approssimazione, una stima del fabbisogno teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, da attuarsi attraverso piani pluriennali di finanziamento. Più nel dettaglio, la regione con il maggior numero di richieste attive è la Campania (1.192 progetti, per quasi 5,6 mld), seguita da Calabria (872 progetti per 1,7 mld), Abruzzo (764 per 1,6 mld) e Sicilia (748 per2,2 mld). Anche se con numeri inferiori, si evidenziano per importi superiori ai 2 mld anche la Puglia (481 per 2,4 mld) e il Veneto (243 per 2,3 mld).

Quanto costa una dose di vaccino Covid-Oxford?

l vaccino anti Covid-19 sviluppato da università di Oxford e Irbm di Pomezia, prodotto da AstraZeneca, costerà 2,80 euro a dose, e potrà essere trasportato e conservato a temperature da frigorifero domestico (2-8 gradi).

Ciò significa – si legge in una nota – che il prodotto potrà essere distribuito facilmente e velocemente attraversi ambulatori medici e farmacie locali.

Inoltre il vaccino Covid Oxford, così come già dichiarato in precedenza è efficace fino al 90%.

AstraZeneca ha la capacità per poter rendere disponibili oltre 3 miliardi di dosi già nel 2021.

L’Anci deve invertire la rotta: fare passerella, mentre i problemi incombono, offusca le ragioni dell’associazionismo degli enti locali.

La recente Assemblea nazionale non è stata, purtroppo, un momento di svolta politica e culturale per l’Associazione nè, tantomeno, per il ruolo e la funzione dei Sindaci e degli enti locali nell’architettura amministrativa del nostro paese. Certo, sono cambiate le modalità. Incontrarsi virtualmente è ormai una condizione di necessità e anche una prassi di profondo cambiamento con cui occorre, piaccia o non piaccia, fare i conti. L’Anci, di conseguenza, sperimenta il fatto di essere più aperta, ben sapendo che in futuro lo sarà sempre di più.

Chiarisco subito che la definizione dei Sindaci come “Sentinelle della Coesione”, echeggiante nel corso dell’Assemblea, l’ho trovata curiosa e singolare a livello semantico. Mi ricorda un linguaggio iniziatico. Al contrario, noi Sindaci dovremmo essere i “Protagonisti della solidarietà comunitaria” oppure i “Difensori e i promotori della comunità”. Ma, al di là della definizione, la debolezza consiste nel fatto che il modello di comunicazione si è rivelato radicalmente inadeguato. Anzi vecchio. In effetti, se non ci fosse stato il traino concreto di altri canali – penso a quello di Palazzo Chigi in occasione del colloquio finale con il Presidente Conte – avremmo avuto una partecipazione virtuale persin risibile, se non del tutto insignificante, durante i vari confronti e dibattiti. Lo confermano i numeri, non le supposizioni.

E occorre porre grande attenzione, inoltre, alla cosiddetta “compenetrazione” degli sponsor evitando, in futuro, di inserirli nella cornice che incamera le immagini. Perchè, al riguardo, si possono aprire problemi molto delicati: e cioè, perché invitare alcune aziende e non altre? E in base a quale criterio? E, su tutto, è proprio così necessario, specie in occasione dell’Assemblea annuale? Nemmeno farei passare spot durante le riprese dei lavori. Insomma, su tale versante, l’Anci deve recuperare sino in fondo la sua autonomia, anche nel modo in cui si presenta alla pubblica opinione.

Va da sé però che quando parlo di autonomia penso, innanzitutto, alla sua autonomia politica. E lo dico perchè non va “sfruttata” solo l’immagine dei Sindaci – e io ne sono uno dei quasi 8 mila – ma coinvolgendo veramente tutti: assessori, consiglieri comunali e dirigenti amministrativi. Dobbiamo, cioè, evitare di ridurci a una sorta di “Club dei Primi Cittadini”.

Ma in concreto, cosa emerge realmente dalla XXXVII Assemblea annuale dell’Anci? In realtà, diciamocelo con franchezza, neanche disponiamo di un documento finale  che fissi le coordinate degli interventi più urgenti (nuovo Testo Unico, perequazione finanziaria e investimenti, riforma del catasto, scelte strategiche sulla digitalizzazione, salute e territorio). L’organizzazione, dall’inizio alla fine, non è un gatto tecnico. Il Consiglio nazionale non è stato minimamente consultato, quando penso che debba invece recuperare – al pari di tutti gli organi statutari – sino in fondo il suo ruolo specifico: perché, ad esempio, non passa al suo esame il programma dell’Assemblea? Chi decide altrimenti? Non possiamo accreditare al nostro interno una modalità che contraddice i principi da noi sostenuti, in primis la partecipazione e il dialogo.

Se un incontro – in presenza o da remoto – diventa solo e soltanto una bella passerella, tutto diventa più complicato e più tortuoso. D’altronde, in concomitanza con l’ultima giornata dell’Assemblea, i sindaci della Calabria venivano a Roma per far sentire la propria voce sulla drammatica situazione sanitaria di quella regione. C’era l’Anci Calabria ma non c’era l’Anci nazionale, se non con la presenza di due funzionari. Il Presidente Conte, mentre dialogava in virtuale con il Presidente Decaro, si accingeva (giustamente) a ricevere i Sindaci calabresi senza il suo Presidente nazionale e quindi senza l’Anci nazionale. Un vero smacco politico e, al contempo, una perdita di prestigio politico per l’Associazione.

Oggi Sala parla della nuova sanità lombarda, ma il suo ragionamento interessa la sanità nel suo complesso. L’Anci dovrebbe riformulare un pensiero a tutto tondo, rivendicando sul piano generale il contributo dei Comuni alla gestione dei servizi di base finalizzati alle politiche di tutela della salute. Non è una problematica che merita di essere espunta, come è avvenuto colpevolmente negli ultimi anni, dal dibattito dell’Anci.

Penso che debba cambiare radicalmente anche una storica e nobile associazione come la nostra. Dobbiamo pensare all’Anci di domani, per il bene delle comunità locali e non solo per il futuro dei Sindaci. O meglio, di qualche Sindaco.

L’urgenza di una nuova politica salariale. Zero tasse sugli aumenti di produttività.

Da molti anni i lavoratori e le loro organizzazioni, periodicamente, rilanciano il tema salariale che ormai è una innegabile emergenza. Lo è senz’altro per chi lavora, perché anche essendo in due a lavorare in una famiglia giovane, la voce delle uscite del bilancio casalingo spesso sopravanza la voce relativa alle entrate.

Questo andamento nel tempo si è sempre di più accentuato, a causa delle esigenze sempre maggiori per le famiglie, di fatto imposte dagli andamenti della “vita moderna”. Ma è innegabile che questo accada anche per il fisco in continua ascesa, e servizi sociali pubblici sempre più scarni ed insufficienti che spingono necessariamente verso costosi servizi privati.

Insomma il reddito reale dei lavoratori è ormai diminuito da molti anni, pur essendoci stati rinnovi contrattuali nella maggioranza dei settori, con adeguati aumenti salariali pattuiti dalle associazioni imprenditoriali e da quelle dei lavoratori. Va sottolineato che le contrattazioni sono avvenute regolarmente nonostante il grado medio della competitività e produttività dell’industria e dei servizi italiani siano molto peggiorati al confronto con i paesi concorrenti nei mercati internazionali, e nonostante le nostre imprese, generalmente, siano diventate sempre più deboli. A conti fatti, ogni aumento ottenuto nel corso dell’ultimo quarto di secolo è stato sequestrato dall’idrovora fisco.

Per rendersi conto di quello che è accaduto, basti consultare i dati relativi alla pressione fiscale dagli inizi degli anni novanta fino ad oggi, per notare come attraverso tasse visibili ed occulte nazionali, unitamente alle sempre più crescenti ed invadenti tasse locali, la differenza si colloca a più del 30%, senza calcolare la iniqua distribuzione dei pesi delle tasse in capo ai lavoratori dipendenti per la esplosione del lavoro autonomo, para autonomo e del lavoro nero. Dunque, in una situazione così evidente e stringente, le contrattazioni salariali non possono che svilupparsi alla condizione di ottenere due fondamentali cambiamenti: tagliare drasticamente le tasse sul lavoro; imprimere alla produttività di sistema dei fattori di sostegno alle produzioni ed alla produttività delle aziende una vigorosa spinta, in modo da correggere rapidamente l’attuale condizione, che se qualora non cambiasse, condurrà al collasso l’economia e la coesione sociale.

Il malessere e rassegnazione che serpeggiano tra i lavoratori non porterà a nulla di buono, soprattutto in momenti di necessità di grandi sfide ed impegni occorrenti per la società italiana, se non si dovesse cambiare radicalmente questi due fattori sopra sottolineati. Essi condizionano negativamente anche la vivacità del mercato di consumo interno in assenza di una politica salariale molto più vivace. Allora il governo garantisca con zero tasse la maggiore produttività nelle aziende, mentre le parti sociali trovino soluzioni intelligenti coerenti con questi obiettivi.

Allora imprenditori e lavoratori farebbero bene a pattuire insieme una linea forte all’altezza della situazione, e comunque facciano fronte comune per spingere il governo alla consapevolezza della sfida salariale. Insomma devono saper alzare il tiro riproponendosi presidio morale e politico del mondo del lavoro. Agire sbiaditamente e in ordine sparso, certamente non corrisponde alle preoccupazioni di lavoratori ed imprese, in un momento particolarmente impegnativo come quello che stiamo affrontando.

Città e vita urbana a misura di disabili

Potrebbe offrire qualche spunto di riflessione alla politica, alle istituzioni e alla stessa  pubblica opinione la notizia dell’attribuzione a Varsavia  (Polonia)  del Premio Access City Award 2020  “per le città a misura di disabili”, che ha ricevuto a titolo di riconoscimento senza oneri l’assegnazione di 150 mila euro. 

Si tratta di un importante riconoscimento che ogni anno – a partire dal 2010 – viene assegnato, previo apposito bando di concorso e selezione dei meriti certificati –  dalla Commissione Europea con la collaborazione del ‘Forum per le persone disabili’ e la “Piattaforma AGE per gli anziani” alle città con più di 50 mila abitanti che abbiano realizzato significativi interventi di adeguamento e innovazione del proprio contesto urbano, infrastrutturale, edilizio e residenziale al fine di migliorarne l’accessibilità e la fruizione da parte delle persone con difficoltà, a partire proprio da quelle disabili e dagli anziani.

La mission dell’iniziativa è di sensibilizzare la sempre più vasta platea di cittadini comunitari ai concreti problemi di spostamento, accesso e utilizzo dei servizi quotidianamente vissuti dalle persone con deficit motori, affinchè possa prender corpo e consistenza la consapevolezza dei condizionamenti di queste oggettive e spesso insormontabili difficoltà e si diffonda una politica di “avvertita attenzione” e “adeguate iniziative” presso i governi centrali e le autorità locali per garantire ai disabili pari opportunità di accesso alla vita delle città e dei contesti metropolitani. Questi sono i principali parametri in base ai quali la Commissione dell’U.E. valuta la pertinenza, la congruenza e la tangibilità dei miglioramenti infrastrutturali adottati o in via di elaborazione: l’ambiente urbano, gli spazi pubblici, i trasporti e le relative infrastrutture, le aree pedonali, l’eliminazione delle barriere architettoniche, l’informazione e la comunicazione (comprese le nuove tecnologie TIC), i progetti di inclusione, le strutture e i servizi, l’accesso al lavoro e allo sport.

Previa selezione delle città partecipanti al bando di concorso indetto dalla Comunità Europea, vengono valutati e graduati i contesti urbani: come detto la vincitrice dell’edizione 2020 è risultata la capitale polacca (con circa 2 milioni di abitanti) perché da almeno un decennio si impegna a fondo per rendere accessibili le strutture urbane alle persone con disabilità e a tutti gli altri utenti. Varsavia ha ottenuto buoni risultati, riuscendo a rendere accessibili alle persone molti servizi e strutture come strade, spazi pubblici ed edifici, mezzi di trasporto come la metropolitana, gli autobus e i treni, i siti web e le informazioni pubbliche dispensate attraverso la rete internet. Per raggiungere questi risultati Varsavia ha istituito un tavolo di ascolto e verifica dei bisogni e delle esigenze dei disabili, costituendo gruppi di lavoro e comitati di controllo. La città di Castelló de la Plana in Spagna è arrivata al secondo posto e ha vinto 120 000 euro, la città di Skellefteå in Svezia è arrivata al terzo posto e ha vinto 80 000 euro.  mentre sono state attribuite 3 menzioni speciali a Evraux  (Francia) “per l’attenzione alle disabilità nascoste”, a Tartu (Estonia) “per l’ascolto dei cittadini e la  fornitura di servizi di assistenza personale” e a La Canea (Grecia) “per l’accessibilità ai trasporti, ai servizi urbani e ai parcheggi per residenti e turisti disabili”. 

Si stima che nell’U.E. una persona su cinque è oggi affetta da disabilità (si tratta di ben 120 milioni di cittadini) mentre un terzo degli ultrasettantacinquenni accusa deficit neuro-motori che ne limitano la qualità della vita: per questi motivi Josè M. Barroso – quando era Presidente della Commissione Europea – aveva adottato fin dal 2010 una vera e propria “strategia globale europea” per superare gradualmente (possibilmente proprio entro il corrente anno 2020) le barriere e gli ostacoli (urbanistici, architettonici, infrastrutturali, legislativi, di comunicazione) che impediscono alle persone disabili un accesso paritetico alla vita sociale, a partire dai contesti urbani di vita e di residenzialità. Condizione ineludibile per consentire a tutti di esercitare pienamente i diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite, dai trattati U.E e dalla Carta dei Diritti fondamentali, oltre che dalle rispettive legislazioni nazionali. Abbattere ogni tipo di barriera è in primis un dovere di civiltà, che restituisce piena e paritetica dignità alla persone in vista del superamento di ogni discriminazione fisica e di ogni stigma sociale: tutti gli ostacoli materiali e immateriali che si frappongono a questo principio di eguaglianza e partecipazione devono dunque essere rimossi.  A questi principi sanciti e condivisi a livello di U.E. dovrebbero ispirarsi le politiche nazionali in materia di legislazione sulla disabilità: si tratta di un tema stimolante ed attuale sul quale misurarsi in termini di sostenibile progettualità, dopo il recente avvicendamento ai vertici della Commissione europea , per rimettere (più dei mercati, delle banche e della globalizzazione) la persona e i suoi diritti al centro del dibattito politico.

Proprio a  partire dalle aree urbane e metropolitane del nostro Paese (nel 2016 il primo premio venne attribuito a Milano): il fatto che l’annuale bando dell’U.E.  “per le città a misura di disabili” sia rivolto ai contesti urbani superiori ai 50 mila abitanti potrebbe costituire un’occasione e uno stimolo per restituire al tema della disabilità e del superamento delle barriere edilizie, architettoniche, dei servizi, dei trasporti e della comunicazione la dovuta considerazione, allo scopo di  valutare le idee – e loro fattibilità-  di chi ha modelli di integrazione e inclusione sociale da proporre. 

La pandemia Covid-19 ha esasperato gli elementi di criticità già presenti nella vasta area delle disabilità: si tratta di un tema spesso marginalizzato a mero corollario statistico, troppo spesso le difficoltà di movimento e allo stesso tempo di inserimento e inclusione negli spazi urbani costituiscono una difficoltà insormontabile per i soggetti portatori di disabilità e fragilità.

Per questo motivo, valutata anche la particolare contingenza delle difficoltà acuite dalla pandemia, dovrebbe invece essere proprio questa una delle priorità da considerare da parte dei Governi nazionali per un mirato e proficuo utilizzo del Recovery Fund.

I marmi di Torlonia: materia ed armonia.

“Altri 25 milioni di euro per gli operatori delle mostre d’arte, con un nuovo bando da 10 milioni di euro per il ristoro delle perdite subite da cancellazione, annullamento, rinvio o ridimensionamento di mostre previste anche nel periodo autunnale”. Parole pronunciate dal Ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, pochi giorni fa.

Certamente il Covid19 ci ha immersi in una stagione di cui non si aveva memoria, durante la quale cultura e turismo hanno subito gravi danni economici e non solo. Molte sono le mostre che, purtroppo, non si sono potute realizzare oppure sono state inaugurate nel periodo di minore “lockdown”, ma hanno poi dovuto tristemente chiudere i battenti.

Una di queste è l’esposizione “I marmi Torlonia. Collezionare capolavori.”, allestita fino al 29 giugno 2021 ai Musei Capitolini (Villa Caffarelli) di Roma: oltre 90 marmi della statuaria classica tra i seicentoventi catalogati e appartenenti alla collezione Torlonia, sicuramente la più prestigiosa raccolta privata d’arte antica del mondo.

Curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri, essa si articola come un racconto in cinque sezioni, in cui si narra la storia del collezionismo dei marmi antichi, romani e greci, in un percorso a ritroso che comincia con l’evocazione del Museo Torlonia, inaugurato nel 1875 dal principe Alessandro, ed aperta al pubblico fino agli inizi del Novecento.

Sarcofagi, busti e statue greco-romane presenti provengono da antiche famiglie patrizie oppure da scavi. La collezione iniziò nel 1800 con l’acquisizione delle sculture riunite negli anni da Bartolomeo Cavaceppi, artista e restauratore.

Molte opere sono databili all’età imperiale, il cui inizio si situa intorno al 27 a.C. con Augusto. Tra queste risalta un sarcofago con coperchio decorato con le fatiche di Ercole: marmo bianco scolpito con subbie, scalpelli, gradine e raspe. Un lavoro stupefacente di grande spinta innovativa, anche nella ripetitività di Ercole. Infatti, la reiterazione modulare di una o più figure sarà, tra il III e IV secolo d.c., elemento fondamentale di un segno di cambiamento artistico, soprattutto quando si vorrà dare un senso plastico il più vicino possibile alla realtà (si veda, ad esempio, il sarcofago di Giunio Basso). Infatti, superando allegorie e simbologie prerogative dell’arte paleocristiana (come il sarcofago del Buon Pastore), l’arte romana racconta la storia del vissuto, attraverso scene in sequenze sulla base di una stretta conseguenzialità logica e temporale.

Un altro marmo greco, denso di immagini, si presenta a rilievo e rappresenta una scena portuale. All’origine lo si può immaginare valorizzato da tonalità diverse. Infatti, durante i restauri sono state rinvenute tracce di colore. Un cromatismo che spesso non riusciamo ad immaginare, poiché siamo abituati a vedere opere greche e romane in marmo bianco, quel bianco tanto amato dall’archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), convinto, come numerosi artisti e studiosi, dell’acromia delle sculture classiche.

L’idea della scultura antica “pura” precede il Settecento. Durante il Rinascimento ed il Barocco, ad esempio, l’artista cercava con cura e pazienza marmi dalle particolari venature ritenuti adatti all’opera che intendeva creare, valorizzando al massimo espressione e gestualità. In quei periodi, la tecnica dello scalpello si rifaceva ai grandi maestri del passato. Con queste idee nella mente immaginiamo Gian Lorenzo Bernini mentre, su commissione, restaura la scultura presente nell’esposizione, che raffigura un caprone in posa di riposo. La maestria dell’artista la si coglie nella fattura della testa, rifinita, elaborata e resa più vivace da una barbetta che, a prima vista, ricorda i dettagli del suo “Nettuno e tritone” (realizzato tra il 1622 ed il 1623).

Dell’età adrianea si fa ammirare “Hestia Giustiniani” (il nome deriva dal banchiere Vincenzo Giustiniani suo primo proprietario), molto probabilmente copia di un originale di età classica. Del resto, molte sculture sono copie romane di bronzi originali di epoca precedente. Nell’opera si nota una simmetria articolata con un velato accenno di libertà espressiva: le braccia sono in una posa che denota una ricerca di naturalezza, pur mantenendo una elegante fissità.

Osservando i corpi marmorei, si valuta subito l’importanza del “Doriforo”, immagine simbolo del “Canone” di Policleto, che stabiliva precise regole circa i rapporti fra le varie parti del corpo umano, introducendo un nuovo senso del bello. 

Grande armonia troviamo nel marmo lunense “Fanciulla da Vulci”: un capolavoro realizzato tra la fine del periodo repubblicano e l’inizio dell’era augustea. La testina, probabilmente progettata con un disegno eseguito con pochi e precisi tratti, sembra essersi materializzata in un gioco tridimensionale di grande rigore. Lo stile, estremamente moderno, appare distante da quello utilizzato per scolpire il greco ellenistico “Ritratto virile c.d. Eutidemo di Bactriana” (Re originario di Magnesia vissuto a cavallo del 3° sec. a.C). In quest’ultimo, nel volto si distinguono i segni del tempo ed una maggiore espressività, un’esecuzione in cui si coglie la realtà vissuta. Analoghe riflessioni confluiscono nel “Ritratto di vecchio”. Proveniente da Otricoli, esso è stato posto su un busto di epoca successiva: il senso tattile delle guance supera il realismo di Eutidemo, grazie ad una sapiente lavorazione della pietra 

Il visitatore si perde nel labirinto delle opere, soffermandosi su ciò che più colpisce, catturato da corpi i cui arti dialogano in rapporti chiasmatici tra tesi ed arsi. Visi-memorie di vite passate e creature mitologiche come una Ninfa ed un Satiro pronti alla danza con gesti di rara bellezza e sensualità. Il Satiro è leggermente chinato in avanti e scandisce il tempo con il suono ritmato dallo strumento a percussione “kroupezion”, che si legava sotto al piede, mentre la Ninfa ha accettato l’invito e si sta preparando per rappresentare la coreografia della Natura.

Il Festival nelle città: Decima edizione “Memoria del futuro”

Il Festival è nei territori. 28 città, da Asti a Brindisi, da Prato a Potenza, hanno collocato, in un luogo simbolico, una pianta di melograno, presenti il vescovo, amministratori, imprenditori e persone impegnate nel territorio a vario titolo. È l’inizio dell’evento dal titolo “Memoria del futuro” che si concluderà nel fine settimana a Verona, città che negli anni ha sempre animato l’appuntamento sulla Dottrina sociale della Chiesa, voluto da don Adriano Vincenzi.

Anche a Crotone e Cosenza questa mattina avrebbero dovuto interrare la pianta di melograno alla presenza di Sindaco, Vescovo e autorità della città, ma il maltempo di queste ore ha messo in primo piano l’aiuto necessario alle persone colpite dall’inondazione, alcune delle quali uscite dalle case allagate senza nemmeno poter prendere un cappotto.

Non solo il melograno. In dieci città sono anche iniziati gli incontri tematici, visibili tutti sul sito festival@dottrina sociale.it, nella pagina dedicate alla città, e nei canali youtube delle singole realtà.

A Benevento, alle 10,30 incontro sul tema “La comunità tra impresa e intrapresa” con la partecipazione, tra gli altri, dei responsabili UCID, Confindustria, Confcooperative e Pastorale del lavoro.Sempre in mattinata a Brindisi incontro sul Ruolo delle Banche di credito cooperativo nel territorio. Poi, nel pomeriggio, a partire dalle ore 15, l’approfondimento su “Ecologia integrale e sviluppo integrale”, presenti, tra gli altri, il Sindaco della città il Vescovo, il Prefetto di Brindisi.

Altre otto città apriranno i loro lavori nel pomeriggio di oggi, a partire dalla Svizzera. A Lugano si inaugurerà la mostra “Il grido della terra”, il cui titolo ci dice subito la preoccupazione per l’ambiente e per l’ecologia integrale cara a Papa Francesco. Bologna ha messo in cantiere tre giornate, la prima nel pomeriggio di oggi, avrà per tema “Una rete che si prende cura di chi ha meno opportunità in ambito lavorativo”. A Frosinone il tema della giornata odierna sarà “Ripensare lo sviluppo della provincia secondo criteri di ecologia integrale”. Sviluppo è anche il grande tema che si svilupperà nelle città di Sondrio e Torino. Nella prima, Sondrio, si rifletterà su “Fare memoria del futuro: la montagna modello di sviluppo di senso; e in serata saranno i giovani imprenditori a interrogarsi sullo sviluppo del territorio. A Torino, “Testimoni si diventa. Dopo l’evento Economy of Francesco” (diretta youtube su Atelier Impresa Ibrida). Infine, in Sicilia, a Mazara del Vallo, amministratori, imprenditori e mondo del lavoro rifletteranno su “L’economia generativa e le nuove imprese”. A Palermo l’arcivescovo Corrado Lorefice e il direttore della Civiltà cattolica presenteranno la terza enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti (diretta streaming su www.diocesipa.it), prima delle quattro giornate dedicate al tema del Festival.

Yahia: il ragazzo che non sapeva nuotare, sfuggito dalla miseria in un barcone e ora skipper

Yahia è nato in Niger, paese desertico senza sbocchi sul mare e tra i più poveri del pianeta, dove ha perso tutti i familiari e da dove è scappato imbarcandosi in Libia su un mezzo di fortuna. Un’avventura rischiosa perché il giovane non sa nuotare, ma è approdato in Sardegna dove viene ospitato in un centro per migranti di Villacidro (paese a circa 50 chilometri da Cagliari). Qui si mette in evidenza: gran lavoratore. La svolta arriva all’ufficio immigrazione della Polizia di Cagliari dove per il rinnovo del permesso di soggiorno incontra Simone Camba. Il presidente della New Sardiniasail, l’associazione che si occupa di inclusione sociale tramite la pratica della vela. Yahia sale di nuovo a bordo di una barca, questa volta in sicurezza, e dimostra grande forza di volontà, determinazione e passione per il mare. Uno skipper, un velista.

La storia di Yahia viene sintetizzata da Simone Camba, il poliziotto che si occupa di immigrazione e di vela con il progetto la Rotta della Legalità dedicato ai minori sardi con problemi penali affidati all’agente dal centro di Giustizia di Cagliari. E poi grazie al sostegno di privati c’è la storia del ragazzo del Niger e di un altro straniero che partecipano alle attività veliche dell’associazione. “A luglio del 2020 il ragazzo si rivolse al mio ufficio per il rinnovo del suo permesso di soggiorno. Io sono sempre stato sensibile alle storie di povertà e degrado ma quella di Yahia mi colpì più delle altre. Non sapeva nuotare e tanto meno aveva la minima idea di come fosse fatta una barca a vela…”.

Ma volere è potere: “Oggi Yahia è tra i più presenti del nostro team, viaggia ogni giorno in pullman da Villacidro per raggiungere la nostra base nel porto di Cagliari – uno spazio concesso dalla Lega Navale -. Vederlo crescere e migliorare giorno dopo giorno mi ripaga di ogni sacrificio – sottolinea Simone -. Ecco, questa è l’unica cosa che guadagno io con New Sardiniasail e non smetterò mai di arricchirmi”.

Si tratta di una storia di riscatto sociale e culturale. “In tanti sanno poco del Niger, lo Stato dell’Africa centro-settentrionale senza sbocchi sul mare e dove oltre due terzi del territorio sono desertici, solo poche zone offrono condizioni di vita decenti, uno dei Paesi più poveri del pianeta. Poche risorse se non l’uranio e troppi conflitti armati. Da questo situazione di gravissima crisi Yahia è scappato. Fuggito via da dal villaggio dove è nato Il 01.01.1992 ovvero la data standard per chi non conosce il giorno esatto di nascita”.

In Sardegna ha trovato accoglienza e l’opportunità di costruire il suo futuro nel mondo della nautica: “Alcuni ragazzi in passato  hanno trovato lavoro nel mondo della nautica. Lo spero anche per Yahia, però non subito visto che in mare dimostra grandi capacità tutte da utilizzare nelle regate che ci attendono a breve. Un’esperienza unica e possibile grazie a tutti i partner e sponsor che ci sostengono”.

 

Record prezzi delle materie prima, dalla soia al mais

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Con la seconda ondata della pandemia si impenna il prezzo delle principali materie prime agricole con la soia che fa registrare la quotazione più alta dal giugno 2016 con un aumento del 12% nell’ultimo mese mentre il mais fa segnare il valore più elevato dal luglio dello scorso anno. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti per i contratti future alla chiusura settimanale del Chicago Bord of Trade (CBOT), il punto di riferimento internazionale delle materie prime agricole.

In controtendenza alle difficoltà dell’economia globale, la corsa a beni essenziali – sottolinea la Coldiretti – sta facendo aumentare le quotazioni delle materie prime agricole necessarie per garantire l’alimentazione delle popolazione in uno scenario di riduzione degli scambi commerciali e di cali produttivi dovuti all’andamento climatico. Gli effetti della pandemia – continua la Coldiretti –si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con l’incertezza sugli effetti della nuova ondata di contagi e dell’arrivo del vaccino.

La soia – precisa la Coldiretti – è uno dei prodotti agricoli più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti mentre la Cina è il principale acquirente mondiale di questa componente base dell’alimentazione negli allevamenti insieme al mais. L’andamento delle quotazioni riguarda direttamente l’Italia che – continua la Coldiretti – è il primo produttore europeo con circa il 50% della soia coltivata ma che è comunque deficitaria e deve importare dall’estero.

L’emergenza Covid sta innescando un nuovo cortocircuito sul fronte delle materie prime nel settore agricolo che ha già sperimentato i guasti della volatilità dei listini in un Paese come l’Italia che è fortemente deficitaria ed ha bisogno di un piano di potenziamento produttivo e di stoccaggio per le principali commodities, dal grano al mais fino all’atteso piano proteine nazionale per l’alimentazione degli animali in allevamento per recuperare competitività rispetto ai concorrenti stranieri.

Proprio per i ritardi infrastrutturali in Italia – spiega la Coldiretti – si trasferiscono solo marginalmente gli effetti positivi delle quotazioni sui mercati internazionali che invece impattano molto piu’ pesantemente sul lato dei costi per le imprese. In questo il quadro in cui si inserisce il progetto Cai (Consorzi agrari d’Italia) finalizzato a rafforzare la struttura agricola nazionale per competere con i grandi player globali in grado di operare massicci investimenti e per affrontare con instabilità e  fluttuazioni dei mercati che la pandemia potrebbe aggravare.

“L’aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che ““l’Italia può contare su una risorsa da primato ma deve investire nel futuro per superare le fragilità presenti, difendere la sovranità alimentare e ridurre la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento, in un momento di grandi tensioni internazionali”.

Covid: Il Governo al lavoro su un nuovo Dpcm

Tra le misure allo studio ristoranti aperti la sera (ma non durante le festività) nelle zone gialle e con tavoli per massimo 4 persone, orario dei negozi prolungato fino alle 22 per evitare file agli ingressi, deroghe minime per lo spostamento tra le Regioni per consentire ai familiari di rivedersi almeno in vacanza, zone rosse nelle province dove il contagio da Covid 19 è alto e dove le strutture sanitarie mostrano di essere in affanno.

Il tutto “senza escludere la possibilità di emettere ordinanze di chiusura a ridosso di Natale e Capodanno, proprio come accaduto dopo ferragosto per ordinare la serrata delle discoteche”. Per il Corsera, inoltre, non ci sarebbero variazioni per le scuole superiori rispetto al decreto ora in vigore: licei chiusi, quindi, almeno fino al 7 gennaio con Dad.

Chiuse anche le università. Dalla Conferenza delle Regioni messo a punto inoltre un piano, continua il Corsera, sulla riapertura degli impianti da sci che dovrà essere sottoposto alle valutazioni del Cts. Ma la riapertura, si legge, all’interno del governo al momento sembra essere esclusa.

 

La classe media reagisce al (suo) declino.

Mi trovo in profonda sintonia con la riflessione dell’amico Gero Grassi. Quando la politica, l’analisi, il confronto di idee sono espunti dai partiti, i partiti semplicemente risultano inutili agli occhi dei cittadini. Ma attenzione, tale constatazione non è populismo. È l’esatto contrario. La classe media, soprattutto, dimostra un grande interesse a capire e a partecipare perché intuisce che in questa fase così difficile è in gioco la sua stessa sopravvivenza, ma l’intero sistema dei partiti non prova neanche più a intercettare tale esigenza.

Dunque, la sfiducia dei cittadini nei partiti sembra divenuta peggiore che nel 2018, quando prevalse un voto di protesta, punitivo per le forze caratterizzate da una più solida cultura di governo. Adesso tale sfiducia si è estesa in equal misura alle forze di maggioranza e a quelle di opposizione. Sempre più persone avvertono l’inadeguatezza dell’attuale dirigenza politica e che, se il Paese nonostante tutto tiene, è solo perché la sua guida è saldamente in mano alle due personalità che siedono al Quirinale, il “nostro” Mattarella, e a Palazzo Chigi.

Solo Giuseppe Conte, se saprà proporsi come federatore di una vasta area democratica, sociale e popolare potrà venire incontro a questa enorme domanda di politica che sale dalla società italiana e che non trova più alcuna credibile forma di rappresentanza nei partiti attuali.

Può darsi che le vicende internazionali, più ancora delle crisi economica e sanitaria, finiscano per terremotare nel prossimi mesi gli equilibri della politica italiana, e l’area politica che si sta costruendo attorno a Conte, sembra essere quella più attrezzata per navigare nella tempesta.

Luigi Granelli, popolare intransigente, è faro ancora oggi per i cattolici impegnati in politica

“Ci sarà il coraggio di ricominciare?” La domanda venne posta da Luigi Granelli al Congresso del PPI di Rimini nell’ottobre del 1999, poche settimane prima di morire (1 dicembre 1999).

Qual è il coraggio di ricominciare? In politica il coraggio di ricominciare significa saper andare controcorrente rispetto alle mode e alle tendenze di questo tempo così gravido di problemi, di stili di vita economico-sociali che soffocano dall’alto quella che Giorgio La Pira chiamava l’attesa della povera gente.

Il coraggio di ricominciare significa, altresì, lottare per l’affermazione di una idea morale che sappia incarnare i veri valori della persona umana in questa vita terrena; che sappia liberarla dalla schiavitù dell’odio, del rancore e che la conduca su quel terreno dell’uguaglianza sociale ed economica.

Paolo VI ci ha insegnato che “la politica è la più alta forma di carità”, volendo con questo dire che non si tratta di semplice elemosina verso chi ha bisogno, ma di concepire la politica come servizio disinteressato e non come mezzo per carriere personali.
Non è più inutile in questo tempo il riferimento ad una forza politica di centro che sappia mettere saldi paletti rispetto alle estreme tendenze politiche, che realizzi, come sostiene Lucio D’Ubaldo, nel solco di una “evangelizzazione che fa dell’amore per l’umanità – contro la cultura dello scarto e la primazia del denaro, i pregiudizi della xenofobia, le diseguaglianze sociali e le chiusure sovraniste – la chiave di volta del cambiamento necessario.”

Ma tutto questo ha un senso e si giustifica nell’ottica del ritorno ad un popolarismo liquidato troppo in fretta da una classe dirigente avida di potere e di scalate personali, preoccupata più del possedere azioni da rivendicare a proprio favore in un contesto politico che non ha né un cuore, né un’anima.

Guardare al passato, alla storia, non in maniera nostalgica, ma come esempio e studio delle varie fasi che hanno accompagnato la discontinuità del pensiero più limpido dell’esperienza della prima Democrazia Cristiana murriana, del Partito Popolare sturziano e poi, nel secondo dopoguerra, da De Gasperi a Moro, ci fa comprendere che proprio il popolarismo non è mai morto. La nostra idea vive e si incarna giorno dopo giorno con i nuovi problemi dell’umanità, con una economia mondiale che ormai mostra tutti i suoi limiti rispetto alla cultura del profitto, del guadagno di pochi che sfruttano il lavoro di molti.

Allora, in questo contesto, non servono più sigle e siglette che in ogni appuntamento elettorale escono fuori come funghi in funzione di poltrone residuali personali, né tanto meno tutti coloro che per continuare ad occupare una poltrona ministeriale non hanno più niente da dire al popolo italiano in termini di proposta politica, di costume, di idee e di valori che i migliori uomini dell’esperienza politica popolare e democristiana hanno saputo dare ad un vasto elettorato cattolico e laico.

Per questi motivi alla domanda iniziale di Luigi Granelli dovremmo rispondere affermativamente. Il coraggio oggi deve riguardare il rapporto con la società, nella consapevolezza di dover reincarnare un’idea alta di politica con i problemi quotidiani della gente.

Ma per far questo occorre anche una identificazione precisa: non è più azzardato oggi, né tanto meno sorpassato, “quel ritorno al futuro” di Martinazzoli per chiedere, ancora una volta, con insistenza legittima a chi si sente depositario unico di un nome e di un simbolo che appartiene, invece, a milioni di militanti che hanno lottato senza tornaconti personali per l’affermazione degli ideali popolari.

La DC appartiene alla storia, Alessi ne sogna la sopravvivenza in virtù di carte bollate ed emozioni.

Alberto Alessi ha criticato un mio articolo pubblicato su “Il Domani d’Italia”, dove asserivo che l’esperienza della Democrazia Cristiana non è più ripetibile.

Egli ha contestato l’articolo in base a una personale interpretazione sulla sopravvivenza della Democrazia Cristiana, facendo anche leva su una sentenza di Cassazione.

Ora qui non vogliamo certo entrare nel dibattito sugli effetti della diaspora dc, ma osservare come le eccezioni di Alessi siano vuote di contenuto e prive di giustificazione.

Un partito non può certo riproporsi per via giudiziaria, ma solo in virtù di idee e proposte. Dunque, tutti gli amici che si ostinano a negare la realtà scontano la debolezza di una posizione senza fondamento.

Tra l’altro in data 20.11.2020 sul quotidiano “Il Tempo” è stato pubblicata una comunicazione  a firma Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, i quali asseriscono che Grassi, Rotondi, Sandri e la Federazione Democristiana non sono legittimati in alcun modo a parlare in nome e per conto della DC. A tal uopo citano la sentenza della Corte di Appello di Roma n. 1305 del 2009, passata in  giudicato a seguito della sentenza n. 25999/10 delle sezioni unite della Cassazione.

Le stesse sentenze hanno affermato che né l’associazione di Grassi, né l’associazione di Rotondi, né il partito di Sandri, né L’UDC di Cesa, né CCD, né CDU, né il PPI, possono essere identificati con la Democrazia Cristiana.

A parte gli aneddoti raccontati, un partito va rapportato alla società in cui viviamo, con i richiami di ordine storico, sociologico, antropologico, teologico. Le motivazioni del mio interlocutore sono invece di ordine emozionale e del tutto personali.

E’ noto per altro che l’azione politica di Alberto Alessi, a differenza di quella del padre Giuseppe, è sempre stata marginale all’interno della Democrazia Cristiana, sia a Palermo che a Roma, dunque è marginale anche quella attuale.

La Democrazia Cristiana, ha compiuto un’azione importante nel nostro paese, Alcide De Gasperi ha ricostruito l’Italia portandola tra le nazioni più industrializzate: oggi quella storia è irripetibile.

L’antica arciconfraternita dell’orazione e morte

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Fratini

All’inizio della spledida via Giulia, alle spalle di palazzo Farnese, sorge la chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte. Un titolo che può sembrare inconsueto, ma che è testimone di una storia che parte all’incirca nell’anno 1538. Intorno a questa data, infatti, alcuni cristiani, vedendo che molti poveri, soprattutto nelle campagne, rimanevano spesso senza degna sepoltura, mossi da pietà vollero costituire una compagnia sotto il titolo della morte, che si prendesse cura di svolgere questa pia opera di misericordia verso i morti abbandonati.

Tale compagnia inizialmente non ebbe molti ascritti tra i suoi sodali, tanto che alcuni di loro chiesero ad un famoso predicatore cappuccino di far propaganda della loro opera nella chiesa di San Lorenzo in Damaso, dove il frate teneva i suoi sermoni in occasione dell’avvento dell’anno 1551. Stando alle cronache dell’epoca, l’iniziativa riscosse notevole successo tanto che il pio sodalizio da quel momento divenne sempre più numeroso.

Nel 1552, infine, papa Giulio III approvò ufficialmente tale opera come confraternita, poi elevata al rango di arciconfraternita, con il titolo dell’«Orazione e Morte», poiché accanto all’opera di seppellire i defunti si aggiungeva anche il pio esercizio di pregare verso di loro per suffragare la loro anima. Papa Pio V, inoltre, concesse alla confraternita un privilegio del tutto eccezionale, ossia quello di liberare un condannato a morte nell’ottava del Corpus Domini.

La confraternita ebbe sede inizialmente presso la chiesa di Santa Caterina da Siena in via Giulia ed in seguito presso la chiesa di Santa Caterina della Rota. Tuttavia, nel 1572 i confratelli poterono acquistare un terreno nella zona di via Giulia e qui, nel 1575, iniziarono i lavori di costruzione di una chiesa che diverrà la sede ufficiale della confraternita. La chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte per l’appunto.

Quella che si può ammirare oggi tuttavia, è frutto dei rifacimenti avvenuti agli inizi del ‘700 sotto la guida dell’architetto Ferdinando Fuga, grande protagonista dell’arte barocca e tardo-barocca, al cui genio Papa Benedetto XIV affiderà la costruzione della nuova facciata della Basilica di Santa Maria Maggiore. Nelle forme attuali è considerata uno dei massimi gioielli del barocco romano, caratterizzato dall’interno a pianta ovale e dalla graziosa facciata su cui compaiono scheletri alati e clessidre, come perenne memento mori per tutti coloro che ivi passavano, secondo un gusto tipico dell’arte del xvii secolo. La chiesa, come si può immaginare, era dotata di un cimitero annesso, in parte in superficie e in parte sotterraneo. Del cimitero che era in superficie non è rimasto più nulla, poiché demolito a seguito della costruzione dei muraglioni del Tevere nel corso dell’Ottocento. Del cimitero sotterraneo, invece, è rimasta oggi solo una piccola cripta, in cui sono ancora esposti teschi e scheletri, similmente alla più nota cripta dei cappuccini in Via Veneto.

Oltre al cimitero, la confraternita aveva qui anche dei saloni appositi (anch’essi demoliti) in cui si svolgevano le “Sacre Rappresentazioni della Morte”. Si trattava di messinscene teatrali in cui venivano rappresentati episodi di carattere sacro tratti dalla Bibbia o dalle vite dei santi, il cui scopo era quello di far riflettere gli astanti sui cosiddetti “novissimi” (inferno, purgatorio e paradiso). A tal fine venivano utilizzate anche statue di cera e, in alcune occasioni, veri e propri cadaveri.

Oltre a ciò, nelle varie chiese di Roma era usanza tipica erigere, specialmente durante l’ottaviario dei defunti, catafalchi ed apparati effimeri con impressi scheletri, teschi, e vari simboli che rimandavano alla fine della vita. Un modo di approcciarsi alla tematica della morte forse per noi estraneo, abituati da un po’ di tempo sia a una sorta di rimozione della morte dall’immaginario collettivo, sia a una visione certamente meno cupa e macabra della stessa da un punto di vista cristiano.

E’ il turismo il settore più in crisi

Continua ad essere il settore “simbolo” della crisi da coronavirus nel nostro Paese: fin dall’inizio della pandemia, infatti, il turismo italiano ha subito un tracollo dal quale al momento sembra impossibile risorgere.

Dopo 5 mesi che hanno bruciato 49,5 milioni di arrivi in Italia e 153,5 milioni di presenze oltre a 10,5 milioni in meno di Italiani all’estero, agosto e settembre non sono andati meglio, se non per una lievissima ripresa dei flussi interni, caratterizzati però da soggiorni brevi e capacità di spesa decisamente ridotta.

L’indice di fiducia del viaggiatore italiano, calcolato mensilmente da SWG per conto di Confturismo-Confcommercio, fornisce però indicazioni ancora peggiori per l’immediato futuro: la propensione a viaggiare scende a 49 punti, su scala 0-100, il peggior risultato di 6 anni di rilevazione dopo i 44 punti di aprile, quando eravamo in pieno lockdown: 17 punti sotto a ottobre 2019.

Sei italiani su dieci non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi di fare una vacanza da qui a fine anno e l’elemento alla base di tutto questo è la paura della pandemia, come dice il 64%. Un timore tanto radicato da influenzare, ed è questa la criticità maggiore, i mesi a venire fino all’estate 2021, quando gli intervistati considerano seriamente la possibilità di fare una vacanza di almeno 7 giorni.

Uno scenario dettato dall’emotività e dall’incertezza ma che, se confermato, farebbe saltare il business del settore per le settimane bianche, Carnevale e Pasqua.

A Natale 400 mln di aiuti alimentari per i poveri

Con oltre 4 milioni di poveri che in Italia per l’aggravarsi della situazione sono costretti per Natale a chiedere aiuto per il cibo da mangiare è importante l’istituzione di un fondo con una dotazione di 400 milioni di euro, da erogare ai Comuni, per l’adozione di misure urgenti di solidarieta’ alimentare nel decreto ristori ter approvato dal Consiglio Dei Ministri. E’ quanto afferma la Coldiretti con la rete dei mercati degli agricoltori di Campagna Amica pronta a collaborare con i Sindaci, sulla base della proiezione sugli ultimi dati del Fondo per indigenti (Fead) con l’aumento di oltre il 40% delle richieste di aiuto agli Enti impegnati nel volontariato.

Con la nuova ondata di contagi – sottolinea la Coldiretti – per le feste di fine anno insieme allo shopping e alla convivialità occorre sostenere quanti si trovano in una condizione di precarietà aggravata dalla pandemia Covid.  Fra i nuovi poveri nel Natale 2020 – sottolinea la Coldiretti – ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid. Persone e famiglie che mai prima d’ora – precisa la Coldiretti – avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche. La stragrande maggioranza di chi è costretto a ricorrere agli aiuti alimentari lo fa attraverso la consegna di pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di sostegno piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli.

Le situazioni di difficoltà sono diffuse lungo tutta la Penisola ma le maggiori criticità – continua la Coldiretti – si registrano nel Mezzogiorno con il 20% degli indigenti che si trova in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia ma condizioni diffuse di bisogno alimentare si rilevano anche nel Lazio (10%) e nella Lombardia  (9%) dove più duramente ha colpito l’emergenza sanitaria, secondo gli ultimi dati Fead.

In questo contesto “è’ necessario subito accelerare gli acquisti di cibi e bevande Made in Italy di qualità da distribuire ai nuovi poveri per fare fronte alle crescenti richieste di aiuto che vengono agli Enti impegnati nel volontariato e, allo stesso tempo, sostenere il lavoro e l’economia del sistema agroalimentare tricolore duramente colpito dalle difficoltà delle esportazioni e della ristorazione in grave crisi”. ha affermato o il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

In realtà il piano di aiuti pubblico– continua la Coldiretti – è stato già anticipato nei fatti dall’impegno di quasi 4 italiani su 10 (39%) che dichiarano di partecipare a iniziative di solidarietà per aiutare chi ha più bisogno attraverso donazioni o pacchi alimentari, anche utilizzando le operazioni di aiuto messe in campo dagli agricoltori di Campagna Amica con la spesa sospesa, secondo l’indagine Coldiretti/Ixè.  Circa 2 milioni di chili in frutta, verdura, formaggi, salumi, pasta, conserve di pomodoro, farina, vino e olio 100% italiani, di alta qualità e a chilometri zero sono stati raccolti e donati dagli agricoltori di Campagna Amica ai più bisognosi nell’ambito dell’iniziativa la “spesa sospesa” operativa lungo tutta la Penisola. Si tratta – conclude la Coldiretti – della più grande offerta gratuita di cibo mai realizzata dagli agricoltori italiani per aiutare a superare l’emergenza economica e sociale provocata dalla diffusione del coronavirus e dalle necessarie misure di contenimento.

Vicini e Connessi: il digitale per commercianti locali e negozi di prossimità

Vicini e Connessi è il progetto di Solidarietà Digitale che permette a commercianti locali e negozi di prossimità di promuovere le proprie attività attraverso piattaforme e servizi digitali. Lo scopo, in tempi di limitazioni dei movimenti dovuti al Covid-19 ma anche in futuro, è di salvaguardare e accrescere le dimensioni della propria clientela per fornitori che si trovano vicini ai consumatori. Questo viene fatto facilitando offerte di beni e servizi che permettano a piccoli e medi esercizi di utilizzare gratuitamente strumenti innovativi.

Il digitale per l’economia locale

Promossa dal Dipartimento per la trasformazione digitale, l’iniziativa Vicini e Connessi incoraggia a ricorrere a strumenti digitali con l’obiettivo di determinare vantaggi per chi vende, per chi acquista e per il tessuto sociale delle nostre città e dei nostri paesi. Usate nell’interesse della collettività le nuove tecnologie possono essere utili per ridurre le difficoltà negli approvvigionamenti di persone che possono muoversi meno di prima e contrastare i rischi di chiusura di piccole aziende altrimenti danneggiate da un calo della domanda.

Il progetto aumenta i punti di contatto tra “piattaforme abilitanti” legate al commercio elettronico, i fornitori di servizi di logistica e consegna a domicilio e consulenti in grado di rendere più facile l’uso di prodotti e servizi digitali. I piccoli esercizi locali e di quartiere e le botteghe artigiane potranno, attraverso questi strumenti digitali, continuare a servire nel migliore dei modi i clienti abituali e anche ampliare le rispettive clientele raggiungendo persone che dispongono o non dispongono in ogni momento dei mezzi e delle capacità necessarie per gli spostamenti.

In questa prima fase è possibile inviare la propria adesione mettendo a disposizione servizi e prodotti all’interno della piattaforma. Le offerte solidali ricevute verranno poi pubblicate per essere utilizzabili da attività commerciali, negozi di prossimità e artigiani.

Grazie a Vicini e Connessi i servizi offerti sia per le aree urbane sia per zone montane e aree rurali del nostro Paese potranno aiutare a rispondere alle particolari esigenze di questa fase.

Come partecipare

Quanti vogliono partecipare, anche per un periodo limitato, su tutto il territorio italiano o solo in alcune Regioni, possono aderire seguendo le istruzioni nel sito e presentando le proprie offerte solidali. Vicini e Connessi si rivolge a una pluralità di soggetti presenti sul territorio nazionale: piccole e medie imprese, società multinazionali, aziende a partecipazione pubblica, enti e associazioni di volontariato. Con l’Avviso pubblico vengono esposti gli obiettivi dell’iniziativa, le modalità di partecipazione ed i requisiti richiesti per partecipare

Sul sito di Solidarietà Digitale sarà poi possibile per i commercianti ricercare tra un elenco di servizi gratuiti quelli che meglio rispondono alle loro esigenze. La piattaforma presenterà in modo semplice e intuitivo anche le istruzioni per attivare questi servizi.

Gli strumenti offerti

Con Vicini e Connessi i piccoli esercizi locali e di quartiere e le botteghe artigiane avranno l’opportunità di:

  • vendere i propri prodotti e servizi attraverso piattaforme di commercio online, portali e altri strumenti digitali per rendere acquistabili in rete i prodotti in vendita nei propri negozi;
  • ricevere supporto e assistenza informatica;
  • effettuare le consegne a domicilio;
  • promuovere e valorizzare il commercio di prossimità, anche attraverso azioni di comunicazione e pubblicità.

Link utili:

Covid: A gennaio due vaccini efficaci e sicuri

“Sono davvero convinta che la scienza abbia dato il meglio di sé durante questa crisi globale, mostrandoci, ancora una volta, cosa sappiamo fare noi uomini quando lavoriamo insieme.

A gennaio avremo probabilmente due vaccini efficaci e sicuri grazie all’ingegno brillante di tanti ricercatori e alla generosità degli oltre 70mila volontari che si sono lasciati vaccinare senza dubbi. Fidandosi della scienza”.

Lo scrive su Facebook l’immunologa dell’Università di Padova, Antonella Viola, tornando sulle polemiche sulla sicurezza ed efficacia dei vaccini anti-Covid in fase di sviluppo sollevate in una intervista dal virologo Andrea Crisanti.

La democrazia dei partiti non esiste più e forse i partiti stessi non servono più.

I partiti italiani ormai sono solo comitati elettorali che gestiscono le liste. Nessuna analisi, nessun confronto, nessun dibattito. Nulla.

Gli eletti, a tutti i livelli, contribuiscono ad annientare e svilire il partito costruendo il partito degli eletti. Fino a quando lo saranno. Tutto avviene tra pochi intimi.

La democrazia dei partiti non esiste più e forse i partiti stessi non servono più.
Una volta esistevano anche le correnti, tanto biasimate. Oggi nemmeno quelle sono sopravvissute, ammazzate dalla gestione del potere da alcuni e dalla insipienza di altri, propensi ad offrirsi in cambio di future prebende che non ci saranno.

Le correnti erano anche sensibilizzazione dei cittadini, voglia di partecipare, di informarsi, di sapere. Oggi … nulla. Ed allora a che servono più i partiti, basta comporre liste elettorali attraenti ed avere un dominus capace di vincere.

Tutto questo non è politica, non è cittadinanza attiva. È solo gestione. La politica è un’altra cosa.

Rebecchini, il Sindaco della ricostruzione

«Roma è, sin dal dopoguerra, una città in condizioni eccezionali». Questa affermazione, in uso nel linguaggio di Salvatore Rebecchini ogni qual volta venisse intervistato da un organo di stampa o fosse oggetto di dure critiche da parte delle correnti legate all’opposizione politica, sembra ancora molto attuale. L’eccezionalità, per la capitale d’Italia, era ed è un fenomeno ricorrente, perché Roma questa condizione continua a viverla per motivi che di generazione in generazione sono mutati nella forma, ma non nella sostanza. Roma è, di fatto, con tutte le criticità indotte, una metropoli in perenne ricostruzione vs manutenzione.

Lo era a maggior ragione il 12 ottobre 1947, quando Rebecchini fu nominato sindaco mediante elezioni democratiche. Democristiano, appoggiato da liberali, qualunquisti e da tre voti decisivi dei missini, si sentì investito non solo di un mandato istituzionale di grande responsabilità, ma anche di una missio spiritualis la quale prevedeva la transizione di matrice ideologico-sociale trasposta dal binomio De Gasperi-Montini (quest’ultimo già Segretario di Stato Vaticano) nello scenario politico romano; l’obiettivo era quello di tenere lontano dal potere le temute sinistre marxiste. In tal senso, Roma rappresentava un terreno di scontro tanto simbolico quanto fertile, perché di contesti divisivi ce n’erano a volontà: uno dei più sentiti era l’urgenza di restituire dignità – ma soprattutto una dimora – alle decine di migliaia di sfollati e ai tanti immigrati del meridione che si erano avvicinati alla città eterna in cerca di un lavoro e di una vita più decorosa della precedente, fatta di miseria e bombardamenti. L’intenzione metteva d’accordo tutti, il problema si presentava sul come farlo. Per la Dc, la prima causale, tuttavia, era quella di riportare la città alla sua dimensione di centro della cristianità universale a scapito delle macerie lasciate dalla guerra e dei totalitarismi che aveva prodotto. Ciò rappresentava certamente il minimo comun denominatore di tutti gli altri impegni, non ultimo il rispetto degli accordi atlantici.

La città, ancora ferita ma colta da una febbrile attività di riedificazione urbanistica che interessò in primo luogo le periferie, si trasformò in un grande cantiere dal quale non fu esente il centro storico. E qui iniziarono le polemiche e le accuse a Rebecchini : l’abbattimento di Via della Vittoria per aprire un varco che collegasse il Corso a Via Veneto fu solo un assaggio. L’opera fu annullata, ma ciò nondimeno andarono a buon fine il completamento di Via della Conciliazione in previsione dell’Anno Santo 1950, la Stazione Termini,  la Cristoforo Colombo, buona parte del Gra e il primo tratto della metropolitana che collegava il centro all’Eur. Niente male, si potrebbe dire. Ma le polemiche infuriarono, e a soffiare sul fuoco ci si misero anche i radicali della prima ora, agli antipodi dell’ambientalismo ecologista di recente memoria. Il primo cittadino incassò e balzò alle cronache per alcune vicende giudiziarie legate all’abusivismo edilizio che coinvolsero immobiliaristi vicini alla giunta capitolina, ma dalle quali egli uscì pulito nonostante le numerose campagne di stampa a dir poco diffamatorie.

Rileggendo le carte, le ricostruzioni storiografiche, le interviste e alcuni verbali inerenti ai momenti forse più delicati di entrambe le due consiliature Rebecchini, si evince, e perdonateci se non riteniamo ciò solo una teoria ipotetico-deduttiva, che il sindaco si trovò suo malgrado nel bel mezzo di ingranaggi contorti (oseremo dire anche asimmetrici e perversi) costituiti dai grandi interessi della finanza immobiliare, dalle dispute tra appaltisti senza scrupoli, dallo scontro ideologico tra modi diversi di concepire l’architettura urbana e la stessa politica; una situazione del tutto fuori controllo e tristemente immune da qualsiasi iniziativa, ordinanza o delibera che potesse dare luogo a soluzioni condivise o a punti d’incontro intesi a concertare. Rebecchini funse da parafulmine, da capro espiatorio, e nonostante questo assolse due mandati per un totale di quasi dieci anni di sindacatura. Nel bel mezzo, anche la presidenza Anci e il gemellaggio Roma-Parigi; un gemellaggio che fece epoca ed è tutt’ora attuale, proemio di una vocazione europeista celata ma che oggi ci permettiamo di riconoscergli.

 

Salviamo presente e futuro

L’uomo è caratterizzato dal poter esplorare il futuro. A lui è consentito, tramite l’immaginazione, unita all’esperienza e alla storia, formulare delle ipotesi circa il tempo che verrà.

Del resto, noi continuamente utilizziamo quella dimensione temporale. Lo facciamo per tempi brevi, dal mattino alla sera, dal lunedì al sabato, ma alle volte ci dedichiamo anche a vedere cose lontane. Soprattutto quando il presente è un po’ screanzato.

La speranza, infatti, è il frutto di questa operazione rivolta all’orizzonte non ancora svelato. In tempi di malanni, siamo li a costruire edifici gradevoli per il dopo. Oggi, il Covid, oltre a costringerci a stare attenti agli aspetti che accadono e sono accaduti, ci invita a pensare alla sua fine. Perché, come tutti i fenomeni naturali, anche il Covid ammainerà le sue vele.

Quando siamo in inverno, siamo presi a pensare alla primavera e all’estate; nella tempesta del virus, già guardiamo al suo definitivo allontanamento. Quando sarà?

Non è difficile prevedere che l’insieme dei vaccini, l’insieme di altre cure, di altri farmaci, di nuovi strumenti medici, lo faccia tramontare nella tarda primavera del prossimo anno e tolga completamente le sue orme dall’autunno del 2021.

L’euforia delle borse staranno pur significando qualcosa. Cos’è che le fa muovere? Non certo il presente, ma i futuri guadagni. In sostanza scommettono su che cosa accadrà nelle prossime stagioni. La sconfitta del virus è sicuramente un detonatore a vantaggio di molte attività. Non solo attività di carattere economico, ma anche di aspetti meno lucrativi.

Saggezza vuole che noi si abbia, da un lato sempre massima attenzione per quanto sta accadendo in questo periodo, ma in parallelo anche soggiornare nella sfera che seguirà questa tremenda pandemia. Così non scorderemo l’impegno di essere seri nel presente, ma non ci faremo deprimere perché già ci tufiamo nel cielo della bellezza successiva.

Questioni e figure chiave del programma economico di Biden

Articolo pubblicato dalla rivista Atlante della Treccani a firma di Martino Mazzonis

«Forse la lezione più importante delle elezioni del 2016 è che l’agenda deve essere ambiziosa. In passato i democratici hanno saputo indicare agli americani obiettivi alti. Più di recente, il partito ne ha scelti di più contenuti. È tempo che la prossima generazione di candidati democratici si coalizzi attorno a un rinnovato senso di missione nazionale: la rinascita della middle class. Sta succedendo qualcosa di profondo nella politica americana in questo momento. Una marea si sta muovendo. Il centro di gravità si sta spostando. I democratici hanno la rara opportunità di fissare obiettivi audaci e di raggiungerli. Offrendo nuove idee basate su principi già testati e recuperando l’ambizioso stile di governo che definiva il nostro partito e la nostra politica, e mettendolo al lavoro per affrontare le sfide del nostro tempo, potremo ottenere la crescita e l’equità, l’innovazione e l’uguaglianza. Momenti come questo non capitano spesso nella storia. I democratici devono cogliere questo momento».

La lunga citazione, l’appello per un nuovo e contemporaneo rooseveltismo che avete letto non viene dal manifesto di Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, ma da un breve saggio pubblicato nel 2018 su Democracy Journal da Jake Sullivan, uno dei collaboratori più stretti e ascoltati di Joe Biden. Sullivan non è un radicale, è giovane ma è un veterano della politica di Washington: era consigliere per la sicurezza nazionale di Biden quando questi era vicepresidente, ha svolto un ruolo importante nei negoziati sul nucleare iraniano ed ha lavorato per la campagna di Hillary Clinton – si dice che insistesse perché l’ex senatrice battesse più e meglio quel Midwest che le costò le elezioni.

Leggere quel testo aiuta a capire l’insistenza di Joe Biden su alcuni temi quali l’innalzamento del salario minimo, le infrastrutture “verdi”, l’importanza dell’istruzione primaria, il ruolo dei sindacati. “I’m a Union guy”, sono un tipo da sindacati, ha detto il presidente eletto nel suo primo discorso politico dopo il voto.

L’articolo di Sullivan è interessante proprio perché viene da una figura cresciuta politicamente in un contesto diverso dalla ricetta che offre oggi. Le idee di fondo sono due: ci sono sfide urgenti a cui occorre rispondere per restituire slancio alla società americana e renderla più inclusiva raccogliendo assieme le domande delle minoranze e quelle degli operai bianchi del Midwest che si sentono lasciati indietro. Questa visione implica un lavoro assieme alle imprese e ai sindacati, un lavoro che il presidente eletto ha avviato con un primo incontro simbolico con manager di grandi gruppi e diverse sigle sindacali offrendo un’idea di medio periodo e non limitando il ruolo del pubblico a sconti fiscali e trasferimenti monetari.

Dal punto di vista politico l’approccio di Biden è quello “nazionale” e non antagonista alla Sanders e Ocasio: promuovere politiche che dagli anni Ottanta in poi sono considerate tabù coinvolgendo anche le imprese, non contro di esse. Ma mettendo in chiaro che il coinvolgimento passa per uno scambio, che un aiuto agli investimenti o una strategia di commercio internazionale che favoriscano il ‘made in USA’ non sono gratis. Relativamente facile a dirsi, difficile a farsi in un contesto nel quale i repubblicani governano in molti Stati e (forse) controllano il Senato. La crisi economica da Coronavirus potrebbe aiutare in questo senso e l’idea di fondo della quale il presidente eletto sembra convinto è che gli Stati Uniti possano uscire da questa forbice investendo sulla transizione ecologica dell’economia (infrastrutture, trasporto, edilizia, auto elettrica). Tra l’altro come principale candidata al posto di segretario al Tesoro c’è Lael Brainard, considerata superqualificata per il ruolo, che recentemente ha messo al centro del suo lavoro alla Federal Reserve il tema ambientale. Brainard non è particolarmente gradita all’ala sinistra del partito, che pure riconosce la presa di distanze dalle figure più ingombranti e gradite a Wall Street della politica economica democratica degli anni Novanta (Rubin, Summers e lo stesso segretario al Tesoro di Obama Geithner).

Il mainstream degli economisti di area democratica negli Stati Uniti non è più la cosiddetta “Rubinomics” (da Robert Rubin, segretario al Tesoro di Bill Clinton), che sintetizzato e tradotto volgarmente è l’ossessione per tenere la spesa sotto controllo per determinare un calo dei tassi di interesse e, conseguentemente, favorire gli investimenti e con essi la crescita. Persino figure molto legate agli anni Novanta come Larry Summers hanno cambiato idea, o meglio, hanno adattato le loro idee al contesto contemporaneo. La novità però è che tra i consiglieri di Biden Summers non ci sarà e ci sono invece figure che in anni recenti si sono trovate in minoranza nelle commissioni di economisti che consigliavano il presidente Obama. Oppure dei nuovi alla politica. Jared Bernstein, ad esempio uscì (senza clamore) dal Council of economic advisers della Casa Bianca perché le sue idee sulla necessità di rendere lo stimolo economico di Obama più ampio e coraggioso e di immaginare di creare lavoro pubblico nelle città in funzione anticrisi come negli anni della Work Progress Administration di Roosevelt vennero scartate. La creazione di lavoro buono e pagato bene è la questione per Bernstein, così come una redistribuzione dei benefici della globalizzazione. In un’intervista del 2017 mi disse: «Sarebbe importante redistribuire i benefici della globalizzazione facendo in modo che nessuno manipoli la propria moneta per competere e che di conseguenza il settore manifatturiero possa competere in maniera equa (sta parlando della Cina, ndr) e serve più formazione dei lavoratori e dei giovani nelle aree industriali in declino e un welfare più efficace e persino lavoro pubblico sussidiato in alcuni casi in maniera da consentire alle persone di trovare lavori dignitosi».

L’accento e l’interesse per le questioni legate alla scuola e ai servizi all’infanzia e alla persona viene invece da Heather Boushey, presidente del Washington Center for Equitable Growth, il cui lavoro si concentra sulle diseguaglianze e su come queste danneggino la crescita. Per ridurle, sostiene in pillole Boushey, occorre investire sulla prima infanzia, allargare la sfera del lavoro di cura e pagarlo adeguatamente per ridurre le diseguaglianze nel lungo periodo e non avere paura del deficit, non in tempi di crisi: «C’era bisogno di più spesa pubblica prima che qualcuno di noi sentisse parlare del Coronavirus: per affrontare la disuguaglianza economica pervasiva, per investire in capitale umano, fisico e intellettuale. Questa necessità sarà ancora maggiore con il virus» scriveva su Twitter qualche giorno dopo il voto.

La figura chiave per capire la Bidenomics è forse Ben Harris, già al suo fianco nella seconda amministrazione Obama. Harris è la figura che fa la sintesi e traduce le idee in politiche dopo aver guardato ai numeri e ragionato su come venderle. Durante la campagna elettorale Harris è stato il collettore delle proposte provenienti da un’ampia platea di consiglieri economici in un lavoro tenuto il più segreto possibile – gli esperti di Biden non hanno parlato granché con i media. Harris è meno prestigioso come economista, ma è esperto di tasse e bilanci, ovvero della parte essenziale per capire dove e come trovare i soldi per implementare politiche che costano senza spaventare troppo il mondo del business – una differenza netta con l’ala più radicale del Partito democratico, che con Sanders e Warren durante le primarie proponeva tasse molto alte sulla ricchezza.

Qui l’articolo completo

Nuovo Piano Nazionale Transizione 4.0

“Il nuovo Piano Nazionale Transizione 4.0 – afferma il Ministro Stefano Patuanelli – è il primo mattone su cui si fonda il Recovery Fund italiano. Stiamo parlando di un investimento di circa 24 miliardi di Euro. Abbiamo sempre detto che quei finanziamenti andavano investiti e non spesi ed esattamente in questa direzione va il potenziamento di Transizione 4.0, che ora diventa strutturale. È un percorso partito da lontano, nato dal confronto con le categorie produttive. Con il Piano Nazionale Transizione 4.0 si raggiungono due obiettivi fondamentali: stimolare gli investimenti privati con una maggiorazione delle aliquote; dare stabilità alle categorie produttive con un pacchetto di misure ampio e pluriennale. Transizione 4.0 abbraccia gli investimenti in beni strumentali, materiali e immateriali 4.0, Formazione 4.0 di dipendenti e imprenditori, punta su R&S, innovazione, design, ideazione estetica e green economy. Si tratta del cuore del nuovo piano industriale del Paese”.

Il Viceministro Stefano Buffagni: “Transizione 4.0 è un piano shock con cui abbasseremo le tasse alle nostre imprese già dal 2021. Vogliamo incentivare l’acquisto di beni durevoli, garantire il supporto agli investimenti delle nostre imprese. Per questo motivo abbiamo ampliato dal 6% al 10%, passando da un ammortamento da cinque a tre anni, tutte le spese fatte in beni strumentali. Per noi è fondamentale aiutare le nostre piccole imprese, quelle che soffrono maggiormente: quindi per tutte le aziende che hanno un fatturato fino a cinque milioni di euro, il credito d’imposta del 10% sarà utilizzabile immediatamente nell’anno. Ciò significa pagare meno tasse, avere supporto per la propria liquidità e garantire il futuro alla propria azienda”.

Nuova durata delle misure

I nuovi crediti d’imposta sono previsti per 2 anni;
La decorrenza della misura è anticipata al 16 novembre 2020;
È confermata la possibilità, per i contratti di acquisto dei beni strumentali definiti entro il 31/12/2022, di beneficiare del credito con il solo versamento di un acconto pari ad almeno il 20% dell’importo e consegna dei beni nei 6 mesi successivi (quindi, entro giugno 2023).

Anticipazione e riduzione della compensazione con maggiore vantaggio fiscale nell’anno

Per gli investimenti in beni strumentali “ex super” e in beni immateriali non 4.0 effettuati nel 2021 da soggetti con ricavi o compensi minori di 5 milioni di euro, il credito d’imposta è fruibile in un anno;
È ammessa la compensazione immediata (dall’anno in corso) del credito relativo agli investimenti in beni strumentali;
Per tutti i crediti d’imposta sui beni strumentali materiali, la fruizione dei crediti è ridotta a 3 anni in luogo dei 5 anni previsti a legislazione vigente.

Maggiorazione dei tetti e delle aliquote (Beni materiali e immateriali)

Incremento dal 6% al 10% per tutti del credito beni strumentali materiali (ex super) per il solo anno 2021;
Incremento dal 6% al 15% per investimenti effettuati nel 2021 per implementazione del lavoro agile;
Estensione del credito ai beni immateriali non 4.0 con il 10% per investimenti effettuati nel 2021 e al 6% per investimenti effettuati nel 2022.

Maggiorazione dei tetti e delle aliquote (Beni materiali 4.0)

Per spese inferiori a 2,5 milioni di Euro: nuova aliquota al 50% nel 2021 e 40% nel 2022;
Per spese superiori a 2,5 milioni di Euro e fino a 10 mln: nuova aliquota al 30% nel 2021 e 20% nel 2022;
Per spese superiori a 10 milioni di Euro e fino a 20 milioni è stato introdotto un nuovo tetto: aliquota al 10% nel 2021 e nel 2022.

Maggiorazione dei tetti e delle aliquote (Beni immateriali 4.0)

Incremento dal 15% al 20%;
Massimale da 700 mila Euro a 1 milione di Euro.

Ricerca & Sviluppo, Innovazione, Design e Green

R&S: incremento dal 12% al 20% e massimale da 3 milioni a 4 milioni di Euro;
Innovazione tecnologica: incremento dal 6% al 10% e massimale da 1,5 milioni a 2 milioni;
Innovazione green e digitale: incremento dal 10% al 15% e massimale da 1,5 milioni a 2 milioni;
Design e ideazione estetica: incremento dal 6% al 10% e massimale da 1,5 milioni a 2 milioni.

Credito Formazione 4.0

Estensione del credito d’imposta alle spese sostenute per la formazione dei dipendenti e degli imprenditori;
È riconosciuto nell’ambito del biennio interessato dalle nuove misure (2021 e 2022).

Nuova politica industriale UE: quali sono le sfide da affrontare?

Le imprese europee sono state gravemente colpite dagli effetti della pandemia di COVID-19, tra i licenziamenti o la riduzione del personale che molte di loro hanno dovuto affrontare, senza contare i nuovi modi di lavorare per rispettare le misure sanitarie richieste dai governi. Prima di poter affrontare la transizione digitale e ambientale necessaria, le industrie UE hanno bisogno di riprendersi dalla pandemia.

Durante la plenaria di novembre il Parlamento europeo ha deciso di reiterare la richiesta alla Commissione di rivedere la proposta di marzo 2020 sulla nuova strategia industriale. Nel progetto di relazione adottato il 16 ottobre i membri della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia hanno richiesto un adeguamento nell’approccio UE alla politica industriale per soddisfare le esigenze sollevate dalla pandemia, aiutando così le industrie a fronteggiare la crisi e ad affrontare la transizione digitale e ambientale.

L’industria rappresenta più del 20% dell’economia UE e vede coinvolti circa 35 milioni di lavoratori, con diversi milioni di posti lavoro collegati al settore sia nei propri paesi che all’estero. Rappresenta l’80% delle esportazioni di beni. L’UE è anche uno dei principali fornitori globali e una delle maggiori destinazioni di investimenti diretti esteri.

Nel contesto della nuova strategia industriale, le aziende UE dovrebbero contribuire agli obiettivi UE per la neutralità climatica previsti dalla tabella di marcia del Green deal. La politica industriale dovrebbe sostenere le aziende UE, specialmente le piccole e medie imprese, nella transizione verso un’economia digitale e a impatto zero. Dovrebbe anche creare posti di lavoro di elevata qualità, senza ledere la competitività europea.

Una strategia simile dovrebbe avere una duplice azione secondo il Parlamento europeo: una fase di ripresa per consolidare i posti di lavoro, riattivare la produzione e adattarsi al periodo post-COVID, seguita dalla ricostruzione e dalla trasformazione industriale.

Rafforzare le piccole e medie imprese per una crescita sostenibile

Le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia dell’UE, dal momento che rappresentano oltre il 99% delle imprese europee. La strategia industriale dovrebbe concentrarsi su di esse: a causa delle misure nazionali di contrasto a COVID-19 hanno infatti dovuto contrarre debiti e ridurre la loro capacità di investimento. Questo potrebbe verosimilmente comportare un rallentamento della crescita sul lungo termine.

Aiutare l’industria a riprendersi dalla crisi socio-economica

Il piano di ripresa post COVID fa parte della prima fase di risposta all’emergenza e dovrebbe essere distribuito secondo l’entità del danno subito, dei problemi affrontati e del totale del supporto finanziario già ricevuto attraverso gli aiuti di stato nazionali.

Dovrebbe essere data priorità ad aziende e piccole e medie imprese indirizzate verso una trasformazione digitale e ambientale, finanziando quindi attività eco-sostenibili.

Il Parlamento europeo vuole assicurare che la transizione verde e la transizione digitale siano giuste e socialmente eque, e che vengano seguite da iniziative per fornire nuove competenze ai lavoratori. Vuole inoltre una valutazione dell’impatto dei potenziali costi e oneri della transizione per le aziende europee, tra cui le piccole e medie imprese, oltre ad assicurare che gli aiuti statali forniti durante la fase di emergenza non portino a una distorsione permanente sul mercato unico. Il Parlamento vuole inoltre riportare nell’Unione europea le industrie strategiche che si sono trasferite all’estero negli anni.

Investire in imprese più verdi, digitali e innovative

Nella seconda fase la strategia industriale dovrebbe garantire competitività, resilienza e sostenibilità sul lungo termine. Tanti i punti da affrontare secondo il Parlamento europeo, a partire dall’attenzione agli aspetti sociali del cambiamento strutturale e dalla rivitalizzazione dei territori che fanno affidamento sull’utilizzo di combustibili fossili attraverso il Fondo per una transizione giusta, che fa parte dei fondi UE per il clima.

Il Parlamento vuole anche la garanzia che i sussidi UE siano destinati ad aziende eco-sostenibili e che i finanziamenti sostenibili alle compagnie nel processo di decarbonizzazione siano aumentati. Vuole anche un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere per salvaguardare i produttori e i posti di lavoro UE da una competizione internazionale sleale.

Il Parlamento europeo chiede inoltre di sfruttare l’economia circolare, privilegiando il principio dell’efficienza energetica al primo posto, il risparmio di energia e le tecnologie basate sulle energie rinnovabili. Il gas dovrebbe poi essere utilizzato nella transizione dai combustibili fossili, e l’idrogeno come potenziale tecnologia innovativa.

Per il settore della salute, si vuole un’industria farmaceutica impegnata nella ricerca e un piano di mitigazione del rischio di carenza di farmaci.

Secondo il Parlamento bisogna poi investire nell’intelligenza artificiale e implementare un mercato unico UE digitale, costruire un migliore sistema digitale di tassazione e sviluppare standard europei sulla cyber-sicurezza, investire di più su ricerca e sviluppo e rivedere le norme UE antitrust per garantire una competitività a livello mondiale.

Industria: Istat, a settembre 2020 il fatturato torna a calare. Giù anche gli ordini

A settembre si stima che il fatturato dell’industria al netto dei fattori stagionali diminuisca in termini congiunturali del 3,2%, interrompendo la dinamica positiva registrata nei quattro mesi precedenti. Nella media del terzo trimestre l’indice complessivo è aumentato del 33,4% rispetto al trimestre precedente.

Anche gli ordinativi destagionalizzati registrano a settembre un calo congiunturale, di maggiore ampiezza rispetto al fatturato (-6,4%), mentre nella media del terzo trimestre sono cresciuti del 40,7% rispetto al trimestre precedente.

La dinamica congiunturale del fatturato è sintesi di una significativa diminuzione del mercato interno (-4,9%) e di un aumento pressoché trascurabile del mercato estero dello 0,2%. Per gli ordinativi, invece, il calo congiunturale riflette ampie contrazioni delle commesse provenienti da entrambi i mercati (-5,7% quello interno e -7,3% quello estero).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a settembre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale solo per i beni strumentali (+0,9%); tutti gli altri raggruppamenti registrano cali abbastanza marcati: -3,5% i beni di consumo, -5,6% i beni intermedi e -7,3% l’energia.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 21 di settembre 2019), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 4,6%, riflettendo cali di ampiezza similare sia sul mercato interno (-4,5%), sia su quello estero (-4,9%).

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei mezzi di trasporto registra la crescita tendenziale più rilevante (+4,6%), seguito dalle altre industrie manifatturiere e delle riparazioni (+2,6%), mentre l’industria dei computer e dell’elettronica e l’attività di raffinazione del petrolio mostrano i cali peggiori (-11,0% e -34,7%, rispettivamente).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi aumenta del 3,2%, riflettendo risultati dello stesso segno su entrambi i mercati, ma di ampiezza significativa per quello interno (+5,1%) e piuttosto modesta per quello estero (+0,4%). La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dei mezzi di trasporto (+17,6%) e in quello del legno e della carta (+4,7%), mentre i peggiori risultati si rilevano nell’industria farmaceutica (-4,0%) e nel comparto dei computer e dell’elettronica (-4,1%).

Antibiotico-resistenza: “In Europa 37 mila morti l’anno”.

Assorted pills

I nuovi dati diffusi dall’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, mostrano che i livelli di resistenza antimicrobica e consumo di antimicrobici nell’Ue/See nel Regno Unito sono ancora fonte di preoccupazione, in particolare nelle parti meridionali e orientali dell’Europa. L’ECDC lancia quindi oggi la sua campagna digitale 2020 per sensibilizzare ulteriormente gli operatori sanitari e il pubblico sull’importanza di continuare la lotta contro la resistenza antimicrobica per preservare l’efficacia degli antimicrobici.

Infatti i dati EARS-Net per il 2019 hanno mostrato ampie variazioni nell’incidenza della resistenza antimicrobica (AMR) nell’UE a seconda della specie batterica, del gruppo antimicrobico e della regione geografica. La specie batterica più comunemente segnalata è stata E. coli (44,2%), seguita da S. aureus (20,6%), K. pneumoniae (11,3%), E. faecalis (6,8%), P. aeruginosa (5,6%), S . pneumoniae (5,3%), E. faecium (4,5%) e specie Acinetobacter (1,7%).

I nuovi dati sulla resistenza antimicrobica per il 2019 mostrano che la resistenza antimicrobica è ancora una sfida per l’Ue/ See. Le percentuali di resistenza alla vancomicina, un antibiotico di ultima linea, nelle infezioni del flusso sanguigno da Enterococcus faecium sono quasi raddoppiate tra il 2015 e il 2019.

La resistenza ai carbapenemi, un altro gruppo di antibiotici di ultima linea, rimane una preoccupazione. Diversi paesi hanno riportato percentuali di resistenza ai carbapenemi superiori al 10% per Klebsiella pneumoniae e la resistenza ai carbapenemi era comune anche nelle specie Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter, e a percentuali molto più elevate rispetto a K. pneumoniae.

 

La DC, non è più proponibile?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

In un recente articolo su “Il Domani d’Italia” Domenico Cutrona asserisce che la DC è ormai un residuo storico.

L’estensore dell’articolo evidentemente fa parte di quella schiera di democristiani che continuano ad affermare che la DC. è morta.

Dimentica o non sa, che una sentenza della Cassazione ha consacrato che la DC non è mai morta sia giuridicamente che politicamente ed è per questo che discutere di eredi non ha senso.

Dunque storicamente  ed attualmente può affermarsi che la DC vive e se vi sono morti, sono quei democristiani che la hanno abbandonato, alcuni vigliaccamente e molti di questi si sono riciclati in altre formazioni politiche.

Don Luigi Sturzo scrisse a mio padre che se i Democristiani avessero tradito i principi ed i valori insiti nella morale, sarebbero stati annullati dagli elettori.

Così avvenne.

Don Sturzo non affermò mai che la DC sarebbe stata coinvolta nelle vicende drammatiche causate dagli stessi democristiani, “perché la DC è una buona idea e le buone idee non tramontano mai”.

Aggiunse anche che un giorno a Dc sarebbe rinata per la testimonianza di pochi uomini e tra mille difficoltà e iniziative contrarie , armate proprio da ex democristiani, molti dei quali hanno mangiato la carne della DC, lasciandone solo le ossa.

E mio padre Giuseppe, presso il cui studio legale a Caltanissetta, via Cavour 19,organizzò li, il primo Congresso Regionale e Nazionale della DC, e scrisse lo Statuto e con una matita rossa e blù disegnò il simbolo scudo crociato.

Statuto e simbolo che mesi dopo su disposizione del Presidente DE Gasperi, sua Eccellenza Spataro ritirò e che divennero ufficialmente simbolo  scudo crociato e statuto patrimonio del partito del popolo.

In politica si diventa regali quando si serve e non quando si è serviti ed è questo uno dei canoni che oggi i democristiani nuovi e antichi vogliono fare proprio, insieme e contemporaneamente rivitalizzare la politica sociale e popolare sturziana.

Si riuscirà in questa sfida ad essere vincenti ? Non è dato di sapere, ma l’importante non è sapere con chi si va, ma dove si va.

D’Ubaldo, cattolici in politica tra nostalgia e nuova realtà

In base al rapporto di collaborazione tra le due testate, Il Domani d’Italia e Orbisphera, pubblichiamo il testo integrale dell’intervista di Antonio Gaspari, al nostro direttore Lucio D’Ubaldo
Nel grande arcipelago di associazioni, gruppi, movimenti di formazione cristiana si sta discutendo di come tornare ad esprimere un programma ed una rappresentanza capaci di coniugare difesa della vita e diritto al lavoro, protezione della famiglia e assistenza sociale, immigrazione e integrazione, sviluppo integrale e sostenibilità ambientale.
Su questi temi Papa Francesco sta costruendo tutto il suo pontificato, come appare evidente nelle Encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti.
Per cercare di capire la qualità, la maturità e il contenuto dei progetti politici che si rifanno ai fondamenti della dottrina sociale cattolica, “Orbisphera” ha intervistato Lucio Alessio D’Ubaldo, già Senatore della Repubblica, Segretario generale dell’ANCI, Assessore al Personale del Comune di Roma, Presidente di Laziosanità e attuale Direttore de “Il Domani d’Italia” (www.ildomaniditalia.eu).
Se esistesse ancora la DC, nello scenario attuale e con i problemi economici e sanitari post Covid, che tipo di proposte politiche offrirebbe al Paese?
È un esercizio teorico che suggestiona e incuriosisce – me ne rendo conto – senza con ciò fornire, all’atto pratico, lo sbocco di una risposta appagante. Non illudiamoci che la bontà di un programma metta subito in condizione di operare politicamente con la forza necessaria. All’elenco delle cose da fare bisogna sempre anteporre un coagulo di diligenza e volizione, per non impantanarsi nell’acquitrino del velleitarismo.
Certo, un di più di attenzioni ci segnala l’attesa per la ripresa della nostra iniziativa pubblica. Esiste di nuovo uno spazio. Sentiamo di doverci muovere in direzione di un’alternativa che superi tanto il globalismo quanto il sovranismo, essendo evidenti le loro deformazioni pericolose.
In ogni caso, se volessimo attingere al passato per dimostrarci all’altezza di un maggiore discernimento rispetto al presente, dovremmo porre l’accento sul portato di sistematicità e organicità dell’azione democristiana. Ne dobbiamo tener conto, se puntiamo ad esistere, nell’attuale contesto di frammentazione e radicalismo.
I problemi, grandi e piccoli, richiedono sempre un filtro e dunque una mediazione, vale a dire la ricerca di un sano equilibrio tra ispirazione ideale e condotta pratica, fuori dal cono d’ombra dell’integralismo. La politica equilibrata mette insieme diversi fattori e li dispone su un piano di autenticità, secondo realismo: non sceglie, contro l’evidenza del dato complesso, la fuga nella semplificazione.
La DC incarnava l’attitudine alla complessità e questa appariva finanche la sua cifra di identificazione. Oggi, pertanto, una proposta evocativa dell’esperienza democristiana avrebbe necessità di definire quali convergenze democratiche promuovere in funzione di un grande riordino del quadro politico. Bisogna infatti allargare, nei limiti del possibile, l’area del consenso attorno a un’impresa che riguarda la ricostruzione del Paese.
L’attuale primo ministro Giuseppe Conte viene accusato da più parti di essere molto democristiano, soprattutto nel rapporto con l’Europa. Che ne pensa?
È il complimento più bello che si possa rivolgere al Presidente del Consiglio. L’europeismo è il grande lascito di un Novecento a impronta democratico cristiana, che suscita ammirazione, appunto, nel momento in cui ragioniamo sul recupero di una visione di tipo sovranazionale. Egli deve tenere alta questa bandiera, senza aver paura dell’accusa di subalternità ai “poteri forti” di Bruxelles.
Il discrimine sulle alleanze politiche implicherà, da oggi in avanti, la netta distinzione tra europeisti e anti-europeisti. Per questo Conte deve essere fermo e determinato: il suo compito è dire la verità sulla “grande bellezza” dell’Europa, specialmente ora che la UE si è mossa dando prova di concretezza e lungimiranza. Dire che l’Europa non c’è, ora non ha più senso, ammesso che prima l’avesse sul serio. Il problema della ricostruzione non riguarda l’Italia e pochi altri Paesi, ma l’Europa nel suo complesso. Riguarda in verità il mondo intero.
Gli elettori e gli eletti che si dicono cattolici sembrano divisi: da una parte quelli che si presentano con un programma sovranista, primatista, iper moralista, antieuropeo, fondamentalista, e dall’altra parte quelli che condividono totalmente il progetto sociale e pastorale di Papa Francesco. Cioè una Chiesa aperta che torna missionaria e rivoluzionaria, che accoglie, cura, aiuta e sostiene i poveri, i malati, gli emigranti, le vittime dell’ingiustizia economica e sociale. Inoltre con la Laudato si’ Papa Francesco ha promosso una rivoluzione culturale, economica e politica per realizzare il “Green new deal”. Una DC dei nostri tempi con quale parte dei cattolici si schiererebbe?
Malgrado un luogo comune assai diffuso, la DC non ha mai rappresentato, in senso stretto, l’unità dei cattolici. Don Luigi Sturzo aveva messo in guardia, più di un secolo fa, dal rischio di confusione nei rapporti tra politica e religione.
Alcide De Gasperi, dal canto suo, seppe indirizzare lo spirito unitario dei cattolici verso la ricerca di una sana collaborazione con le forze laiche. Moro ha poi interpretato questa istanza di unità come strumento per irrorare di linfa cristiana, se così possiamo esprimerci, un’area elettorale e politica di tipo liberal-democratico. Nel suo ultimo discorso ai Gruppi parlamentari, pochi giorni prima dell’agguato di via Fani, ne fece cenno chiaramente.
Con queste premesse, non dovremmo faticare a riconoscere nell’attuale magistero della Chiesa un invito costante a declinare in autonomia, come cattolici responsabili, il nostro coinvolgimento nella esperienza politica.
Dopo la Laudato si’ è sopraggiunta adesso un’altra Enciclica – Fratelli tutti – che c’interpella nel nostro impegno di cristiani nel mondo. Per fare cosa? Ecco, per fare almeno in parte, con umiltà e passione, un’opera di traduzione del messaggio rivoluzionario di questo pontificato.
Francesco ci ricorda che la rassegnazione non è la bandiera di un nostro umanesimo laico, ma impregnato di sensibilità cristiana. D’altronde, la storia della DC si rispecchia e si rigenera nel quadro di questa evangelizzazione che fa dell’amore per l’umanità – contro la cultura dello scarto e la primazia del denaro, i pregiudizi della xenofobia, le diseguaglianze sociali e le chiusure sovraniste – la chiave di volta del cambiamento necessario.
La Chiesa rinnova l’appello al valore della vita ed è un discorso, questo, che vale tanto per la persona umana quanto per il Creato, in alternativa a una deriva di decadenza e di morte. Come essere fedeli, pertanto, allo spirito di questa sollecitazione è un interrogativo che esige la valorizzazione della laicità in ambito politico, per non compromettere la Chiesa nelle scelte, precise e puntuali, legate alla battaglia democratica.
Insomma, è possibile immaginare il ritorno di un soggetto politico simile o che assomigli alla DC?
Martinazzoli al congresso della DC del 1989 fece un intervento memorabile. Fu l’ultimo congresso, come sappiamo, perché gli eventi successivi portarono nel giro di pochi anni alla dissoluzione del partito. In quella circostanza, di fronte a migliaia di delegati e invitati presenti al Palaeur, parlò non già del “futuro come ritorno” ma del “ritorno al futuro” dell’ideale democratico cristiano.
Questo futuro siamo noi; sì, noi con tutte le speranze e le fragilità di una compagine dispersa; noi portatori di una onesta ambizione, senza pretese di assolutismi, posta al servizio di una possibile riaggregazione democratica. Non scommetterei sulla imminente formazione di un nuovo partito: occorre dissipare le ombre di una brutta parodia – lo dicevo all’inizio – che pretenda di sfruttare ambiguamente una esperienza ormai trascorsa, di fatto irripetibile.
Sta di fatto che il centro – sempre nell’accezione degasperiana di un “centro che muove verso sinistra” e cioè verso politiche di evoluzione sociale in un quadro di alleanze coerenti – ha bisogno di un pensiero forte. Se oggi questo centro conta poco, fino ad apparire residuale e persino superfluo, è perché stenta ad affermarsi un progetto a tutto tondo.
La DC fu la risposta dei cattolici democratici in una determinata fase storica del Paese. Non dobbiamo replicare “sic et simpliciter” quella risposta, bensì recuperare lo spirito e la logica che ne informavano l’articolazione concettuale, nonché l’impianto operativo, per essere in grado ai giorni nostri di inventare un che di analogo e insieme di originale.
Può darsi che la risposta odierna consista nel rilancio di una formula assemblatrice, per tenere insieme e valorizzare i diversi apporti del riformismo democratico, oltre le attuali espressioni di partito; come pure richieda, viceversa, un deciso salto di qualità verso quella autonoma soggettività politica da più parti invocata (anche a prezzo, talvolta, di scivoloni nel macchiettistico).
I tempi comunque sono stretti e per questo, volenti o nolenti, dobbiamo prepararci.
Certamente, con il probabile ritorno al sistema elettorale proporzionale, l’autonomia di un centro che prenda spunto dalla cultura democratica e cristiana può reincarnare una “utopia concreta” affidata agli assertori di un autentico rinnovamento, per il quale occorre a priori la generosità e la freschezza d’intenti delle giovani generazioni.

Tanti studi su Moro, Iannuzzi ne descrive i contenuti. Un libro del Domani d’Italia

Sono numerosi gli spunti di riflessione offerti dal volume di Giovanni Iannuzzi dal titolo “Aldo Moro nel tempo presente”, pubblicato dalle edizioni del Domani d’Italia. Anzitutto, lo statista pugliese viene liberato dal “caso Moro” in cui è stato confinato nel dibattito pubblico degli ultimi quarant’anni. Molte conclusioni a cui è arrivata la nuova commissione parlamentare di inchiesta, presieduta da Giuseppe Fioroni durante la XVII Legislatura (2014-2018), sono importanti e il volume ne dà ampia testimonianza. Le presunte rivelazioni dei terroristi appaiono – alla luce delle nuove conclusioni – una lunga serie di omissioni, quando non di vere e proprie manipolazioni. Non si vuole, in questa sede, mettere in dubbio che la vicenda del sequestro sia – almeno concettualmente – di matrice italiana, interna alla nostra storia e alla storia della sinistra extraparlamentare, che considerava il Presidente della Dc, in estrema sintesi, come un simbolo del “regime” democristiano. Ma c’era un’altra parte del Paese, bloccata da una diversa “conventio ad excludendum”, che voleva fermarlo con ogni mezzo perché rappresentava l’impossibilità per la Dc di allearsi organicamente con la Destra. Nella vicenda del sequestro queste forze, inizialmente contrapposte, hanno certamente trovato un obiettivo e un interesse comune. Come ha scritto Giuseppe Fioroni nella postfazione del volume, bisogna provare a uscire dalla “rimozione collettiva” di quel periodo. Noi siamo diventati grandi come persone, ma la democrazia italiana non è diventata adulta (come immaginava Moro). Non siamo mai arrivati alla “terza fase”. Al contrario, si sono compiuti significativi passi indietro. Un Paese fragile, il nostro, “dalle passioni accese e dalle strutture fragili”; di cui Moro conosceva quasi tutte le pieghe e di cui aveva intuito le evoluzioni. Ciò che si evince, infatti, è la lungimiranza di un personaggio in grado di comprendere il corso della storia, “l’intelligenza degli avvenimenti”, ad esempio soffermandosi sui fatti del 1968 e su ciò che ne conseguì, «il risveglio delle coscienze, il fiorire di atteggiamenti autonomi, la contestazione di espressioni del potere e di cristallizzazioni politiche, la riscoperta della società civile, la valorizzazione dei giovani e del loro diritto di cambiare. Questa specie di rivoluzione ebbe da noi una vibrazione singolare e certo non è passato senza lasciare tracce durevoli. Ed anzi non è passato, ma resta come un modo di essere vitale della nostra società» arrivando a parlare di un «moto irresistibile della storia» di fronte al quale nulla sarebbe stato più come prima. 

Se il lavoro di ricognizione storico-critica di Iannuzzi ha un pregio, è quello di affrancare l’immagine di Moro dai 55 giorni, dalle sue parole (che pure sono riportate) all’indirizzo di compagni di partito e avversari, dall’interminabile dibattito sulla linea della fermezza e dall’inevitabile conseguenza che la scomparsa di un uomo politico in circostanze tanto drammatiche porta con sé. Come ricostruisce l’autore, lo statista pugliese è, anzitutto, una sorgente di vivacità intellettuale, passione civile, impegno; è il giovane che si batte per farsi candidare ed eleggere all’Assemblea Costituente, sfidando il notabilato democristiano pugliese che non lo vede di buon occhio; è il leader che ascolta, osserva, si sforza di comprendere, che tende una mano a chi è distante, che crede nella virtù della democrazia al punto di difenderla da vari tentativi di golpe; che rischia spesso la vita e diventa oggetto di campagne denigratorie che da sempre minano l’autonomia del nostro Paese. Quello che emerge dal libro è uno statista combattente, che si pone come «punto irriducibile di contestazione e alternativa» nei confronti di un sistema politico che stava ormai franando. Un leader consapevole, insomma, che affinché le cose cambino il cambiamento deve partire da noi stessi. Lo scrive in una lettera a Benigno Zaccagnini, segretario della Dc nei giorni del sequestro, segnato in maniera decisiva da quella tragedia e scomparso, per ironia della sorte, proprio nell’anno in cui, con la caduta del Muro di Berlino, si spezza l’equilibrio di Yalta che Moro aveva provato a incrinare con almeno dieci anni di anticipo.

Le parole di Moro, lette nel suo insieme, costituiscono l’autobiografia di una Nazione in cui la politica non è più in grado di governare i processi, animare le passioni e gestirle adeguatamente, dominata dalla miopia e dal narcisismo di personaggi minori. E qui sta la sconfitta collettiva, il sangue di un uomo “che è ricaduto su tutti noi”. La sua uscita di scena ha spezzato l’ultima possibilità della Repubblica dei partiti (come l’ha definita Pietro Scoppola) di auto-rinnovarsi. Negli anni ’90 sono arrivati Mani Pulite, la fallimentare seconda Repubblica e l’impossibilità della politica di guidare i processi e dare risposte, l’impossibilità di “governare l’esistente” che spiega in buona parte anche il degrado politico e sociale di oggi.

La transizione verso le energie rinnovabili

Per gentile concessione dell’Autore pubblichiamo un articolo apparso sulle pagine della rivista ilcaffeonline.it

La prospettiva è quella di tornare al passato remoto. Se tornassimo indietro nel tempo, in particolare nei decenni precedenti alla prima rivoluzione industriale della seconda metà del XVIII secolo, le fonti di energia erano quasi esclusivamente rinnovabili (acqua, vento, legna, olii vegetali) o derivanti dallo sfruttamento dell’uomo o degli animali.

Il successivo avvento dei fossili, a partire dal carbone, ha radicalmente cambiato il modo di produrre, la vita domestica e i rapporti sociali. Indubbiamente la storia dell’uomo ha subito un’accelerazione determinante con l’utilizzo degli idrocarburi fossili sia in termini di sviluppo economico sia nell’ambito degli equilibri politici internazionali. I rapporti di forza tra gli Stati, tra i popoli, iniziarono a misurarsi anche attraverso il controllo delle risorse energetiche. Questa deriva, che ancora caratterizza gli scenari internazionali, ha iniziato ad essere messa in discussione in forma strutturata dai primi movimenti ambientalisti organizzati a partire dagli anni ’60 dello scorso secolo.

Il movimento ambientalista si inseriva nelle contraddizioni di un sistema economico, che aumentava le distanze e le disuguaglianze fra e nelle popolazioni e soprattutto per il progressivo deterioramento degli equilibri ecologico-ambientali e per le ricadute sulla salute degli esseri viventi, derivante da uno sviluppo industriale, dei trasporti e degli utilizzi domestici e commerciali, sempre più incompatibile con la sostenibilità ambientale. A seguire, il lungo dibattito suscitato dall’azione politica del movimento dei Verdi a livello internazionale, che hanno assunto anche delle responsabilità istituzionali di prestigio; la conferenza di Rio de Janeiro del 1992 e il protocollo di Kyoto del 1997 hanno dato continuità alle attenzioni della Comunità Internazionale su questi temi.

Ma il 2015 è probabilmente da considerare l’anno di svolta nell’attenzione ai temi della sostenibilità ambientale: il vertice COP 21 di Parigi, la Lettera Enciclica di Papa Francesco “Laudato sii” e la sottoscrizione all’ONU da parte di 193 Stati dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, sono gli atti che sono entrati con forza nel dibattito globale. Nel 2018 poi si è aggiunta anche l’iniziativa del movimento suscitato da Greta Thunberg. Pertanto nell’agenda politica internazionale si stanno imponendo ai primi punti dell’ordine del giorno le questioni relative alla lotta ai cambiamenti climatici, la salvaguardia degli equilibri ecologici, la sostituzione delle fonti di energia fossile, lo sviluppo di un’economia circolare e delle energie rinnovabili.

Saranno determinanti pertanto le scelte di questi e dei prossimi anni per favorire la transizione verso il pieno utilizzo delle Fonti di Energia Rinnovabile. Garanzia della continuità degli approvvigionamenti; sostituzione del mix energetico; riconversione degli impianti; investimenti per nuove infrastrutture, ricerca ed innovazione tecnologica; ricambio professionale; accesso garantito all’energia a tutte le popolazioni; rafforzamento dei programmi di efficienza energetica (consumare meglio, riducendo gli sprechi), saranno le questioni che caratterizzeranno gli anni della transizione. La strada da percorrere avrà ancora comunque una visibilità di almeno trenta anni. Le principali istituzioni internazionali parlano infatti del 2050 come punto di svolta e di passaggio dall’era del fossile al pieno utilizzo delle FER.

Sia il Green New Deal dell’UE che le Strategie Energetiche Nazionali (compreso il Piano Integrato Energia e Clima italiano) traguardano a quella data il raggiungimento dell’obiettivo. Sarà fondamentale accelerare la transizione con razionalità, avviando la sostituzione dell’utilizzo del carbone e del petrolio per usi energetici, aumentando in questa fase di transazione l’utilizzo del gas naturale, che a parità di utilizzo emette CO2 per il 25-30% in meno rispetto ai prodotti petroliferi e per il 40-50% in meno rispetto al carbone. Questo per evitare squilibri di continuità di fornitura al sistema produttivo e sociale.

Le vicende di questi mesi, derivanti dal diffondersi della pandemia da Covid 19, stanno evidenziando sempre più l’importanza della collaborazione internazionale, del coordinamento e dell’integrazione delle politiche economiche e sociali e di progetti condivisi per una più equa distribuzione delle risorse, a partire da quelle energetiche. Anche i progetti per la ripartenza non potranno non prevedere un nuovo modello di sviluppo basato su sostenibilità energetica e circolarità.

Sarà pertanto fondamentale un’iniziativa globale, a partire dalle scelte delle maggiori potenze economiche ed industriali come USA e CINA, ma a seguire anche quelle dell’Unione Europea, Russia edi altri Paesi con assetti industriali consolidati e in crescita; l’industria manifatturiera e i trasporti sono infatti i settori prevalentemente basati su lavorazioni energivore, oggi garantite in larga maggioranza dall’utilizzo delle energie derivanti dai fossili. Senza questa programmazione unificante e senza investimenti a sostegno promossi dai decisori pubblici, dall’imprenditoria e dalla finanza internazionale, gli obiettivi non potranno essere raggiunti. Si dovrà incidere pertanto sul mix dei consumi energetici che, al 2019, presenta i seguenti dati: Petrolio33.1% (-0.2% 2018); Gas 24.2% (+0.2% 2018);Carbone 27.0% (-0.5% 2018);FER (ad esclusione dell’idroelettrico) 5.0% (+0.5% 2018); Idroelettrico 6.4% (-0.0% 2018); Nucleare 4.3% (+0.1%2018) (BP Statiscal Review of World Energy 2020). Come si può dedurre dai numeri, l’esposizione nei confronti dei fossili è ancora fortemente diffusa.

Ma cosa intendiamo per energie rinnovabili? Il concetto di Fonte di Energia Rinnovabile si basa sul principio di generazione da fonti che non sono “esauribili”, che si riproducono nel tempo e che soprattutto nella quasi totalità (ad eccezione di alcune forme di biomasse) non provocano emissioni dannose. Sulla base della Direttiva Europea (2009/28/CE), recepita nella legislazione italiana con il Dlgs 28 del 03/03/2011, sono considerate “fonti di energia rinnovabile”: energia eolica, solare, aerotermica, geotermica, idrotermica (energia immagazzinata nelle acque superficiali sotto forma di calore) e oceanica (delle correnti marine, del moto ondoso, delle maree, del gradiente salino, talassotermica) idraulica, biomassa ( prevalentemente di origine vegetale, comelegname, degli scarti agricoli, degli sfalci e le potature, dei sottoprodotti di scarto delle lavorazioni agricole e alimentari, di alcune frazioni dei rifiuti solidi urbani, ecc….), gas di discarica, gas residuati dai processi di depurazione e biogas (ottenuti mediante digestione anaerobica di diverse tipologie di biomassa umida, anche in co-digestione; possono essere sia di origine vegetale – scarti organici, insilati, ecc.. – che animale – deiezioni, siero di latte, grassi, ecc…).

In questo contesto si colloca anche l’utilizzo dell’Idrogeno, al quale sono rivolte le attenzioni di alcune importanti holding energetiche; le caratteristiche di questo elemento chimico, permetterebbero di favorirne uno sviluppo significativo, fermo restando la progressiva soluzione di alcune questioni, che ne ritardano ancora un impiego stabile (costi, adeguamento impianti di trasporto, prevalenza di una sua produzione sostenibile). Rispetto a questo ultimo aspetto (produzione sostenibile), dobbiamo infatti distinguere le varie forme di fabbricazione dell’idrogeno, che presentano differenze sostanziali e prospettive diverse per la fase di decarbonizzazione e abbattimento delle emissioni di CO2: Idrogeno Grigio, ottenuto da fonti fossili (petrolio e gas naturale); quindi con emissioni di biossido.

Nella fase attuale oltre il 90% della produzione mondiale di idrogeno è di questa tipologia. Idrogeno Blu, prodotto dal gas naturale, ma con impianti di acquisizione e stoccaggio della CO2 emessa, che favoriscono generazione di idrogeno senza danni per il clima. Idrogeno Verde, generato avvalendosi dell’energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili (in particolare solare ed eolico), che provoca, attraverso elettrolisi (separazione), emissioni di idrogeno ed ossigeno a partire dall’acqua. Questa è la tipologia che garantirà l’integrale sostenibilità dell’utilizzo di questo gas.

Questa doveroso approfondimento di contesto introduce il tema della disponibilità trasversale delle risorse naturali a livello globale. Come abbiamo già descritto in precedenza, ci sarà bisogno di un intervento significativo di investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo e alla diffusione delle energie rinnovabili. Secondo il Rapporto “Global Trends in Renewable Energy Investment 2019”, pubblicato in occasione del vertice ONU sul clima, nel decennio 2010/2019, gli investimenti complessivi nel mondo per energia rinnovabile installata, sono stati pari a € 2.600 mld; nel 2018 la quota globale di energia elettrica prodotta da rinnovabili è stata del 12,9%. Ci sarà bisogno pertanto ancora di interventi finanziari importanti per raggiungere le previsioni di gran parte delle ricerche internazionali sul tema, e cioè che al 2050, almeno 139 Paesi al mondo potrebbero raggiungere l’autonomia energetica da rinnovabili (così come riportato da uno studio della Stanford University del 2015, noto come “Countries WWS”). L’obiettivo andrà accompagnato da un dato significativo che emerge sempre dal Rapporto ONU sopraindicato: nel periodo 2010-19, il costo di produzione dell’energia elettrica da rinnovabili è diminuito dell’81% per il fotovoltaico e del 46% per l’eolico onshore.

Qui l’articolo completo

 

Minori senza pagina

Articolo già pubblicato sulla rivista “DPU- DIRITTO PENALE e UOMO – Rivista internazionale di studi giuridici e antropologici”

Le trame di tante brutte storie di violenza sulle donne scorrono agghiaccianti e quasi sovrapponibili.

Ma ci sono protagonisti altrettanto innocenti che restano nell’ombra, non sempre si parla di loro.

Perché ci sono le vittime e i carnefici, c’è Abele e c’è Caino ma poi ci sono i figli e i nipoti, i discendenti dell’una e dell’altro, ci sono minori che avevano un padre ed una madre ed ora sono rimasti orfani di entrambi, l’uno in carcere perché assassino e l’altra scomparsa perché annientata e uccisa.

Quando accade un fatto di cronaca nera ci si sofferma sui dettagli dell’episodio ma sovente ci si dimentica di considerare “chi resta” , spesso orfani privati improvvisamente di una famiglia , degli affetti quotidiani, in modo cruento.  O se lo si fa non si va oltre la retorica di una umana considerazione appena accennata e destinata a scomparire nell’oblio. Restano esistenze affidate alla solidarietà di chi può o vuole occuparsene.

Purtroppo si tratta di casi in aumento , fino a costituire una sorta di fenomeno sociale

I  colpevolisti e gli innocentisti sono troppo impegnati nel cercare buone e sostenibili ragioni di  difesa o di accusa per occuparsi di chi non ha voce o argomenti per esprimere il trauma di una nuova condizione esistenziale: spesso la schiera degli interlocutori si riduce al ristretto ambito familiare, certamente ai servizi sociali e alle istituzioni più sensibili ma il cammino della vita di queste creature  conosce un brusco, doloroso cambio di direzione.

Quando assistono alle violenze domestiche, quando vivono e percepiscono situazioni emotive insostenibili, quando sono testimoni dei conflitti e degli scontri fisici tra i loro genitori, quando sanno della soccombenza delle loro madri picchiate, violate, stuprate e uccise,  i minori sono il più delle volte soli ed essi stessi indifesi, vittime innocenti di tragedie che segneranno per sempre il loro destino.

Eppure queste sofferenze nascoste, queste ferite indelebili restano spesso sottotraccia nella narrazione delle storie di violenza familiare, nella descrizione dei fatti di cronaca nera, oppure minimamente accennate, come un inciso, un corollario, un’appendice.

Non esiste un titolo, una “prima pagina” per questi bambini, adolescenti o ragazzi che siano, eppure sono loro che – spenti i riflettori e nebulizzata l’eco della cronaca – dovranno farsi carico di un fardello insostenibile generato da una nuova, improvvisa condizione di soccombenza.

Nell’immediatezza del fatto sono solo sfiorati da un cenno di cronaca, restano ai margini della vicenda e questo per certi aspetti li mette al riparo dalla curiosità morbosa, nascosti, protetti: ma “dopo”, che ne sarà di loro? C’è da dire che neanche nella considerazione del dolore, nell’immedesimazione nei vissuti e nelle emozioni, questa società sa dare ai piccoli protagonisti di questi drammi umani la dovuta attenzione.

Molto più facile e intrigante ricostruire i moventi e dettagliare i gesti criminali – l’arma, la postura della vittima, gli aspetti più scabrosi – che occuparsi in qualche modo di aiutare, sostenere chi non riesce a capire, non può ancora farlo perché ciò che aveva e ciò che gli resta, ciò che può pensare, i dubbi, le paure, la solitudine, le angosce, i silenzi del suo cuore non sono (ancora) mediaticamente interessanti.

Sono altra cosa: storie ancora non scritte che restano  oscurate dalla preponderanza di una cronaca che spesso, e non per pudore, tace di loro.             

 

A Padova il 21 novembre Giornata nazionale degli alberi

Il Comune di Padova è all’opera costantemente nel proteggere, mantenere, curare e rafforzare il grande patrimonio verde urbano, composto da più di 49.000 alberi. Per celebrarlo e riconoscerne l’ingente valore per la collettività, l’Amministrazione promuove alcune iniziative nell’ambito della Giornata nazionale degli alberi del 21 novembre.
Il programma prevede la mostra “UrbArt – semi d’arte nei quartieri” in programma fino al 22 novembre al Cortile Pensile di Palazzo Moroni, che racconta, attraverso gli scatti di alcuni fotografi, la prima edizione del progetto “UrbArt – dare nuova forma alla città” che ha trasformato in sculture 15 ceppaie di alberi destinati all’abbattimento in luoghi in cui non era possibile piantare altre piante. La mostra, a cura delle associazioni Teatro invisibile e Marga pura, è all’aperto e visitabile ogni giorno fino alle 19 nel rispetto della normativa anti-Covid.

Al centro del programma ci sono poi tre iniziative di messa a dimora di nuovi alberi che riguardano il Parco dei Salici, il Parco Basso Isonzo e piazza Caduti della Resistenza. Nel dettaglio, il Parco dei Salici è stato oggetto di un importante intervento di riqualificazione progettato dal Gruppo 124 guidato da Renzo Piano che ha dato una nuova fisionomia al parco con la creazione, al centro dello spazio verde, di una ellissi formata da più di 160 alberi, ognuno dotato di un proprio particolare tutore in legno che può fungere anche da seduta. Il progetto prevede inoltre la realizzazione di un padiglione in legno da utilizzare come area palcoscenico per eventi e iniziative della comunità.
Una simbolica inaugurazione del parco, senza la partecipazione del pubblico, è prevista nella mattinata di sabato 21 novembre, con l’Ass. al Verde Chiara Gallani e il coordinatore del gruppo di architetti progettisti Edoardo Narne. L’ultimo intervento riguarderà piazza Caduti della Resistenza dove saranno messi a dimora cinque nuovi alberi per concludere il progetto di riqualificazione della piazza.

L’Assessore al Verde, Chiara Gallani, evidenzia come “Al fine della prevenzione di inutili rischi e del miglioramento della sicurezza di parchi e aree cittadine, il Comune metta in campo fondi e interventi di riassetto del patrimonio arboreo, come i recenti 400.000 euro dedicati a verifiche di stabilità e interventi di manutenzione. Accanto all’impegno dell’Amministrazione è doveroso sottolineare l’importanza di far crescere un’adeguata conoscenza degli alberi e una diffusa consapevolezza dei pericoli che possono rappresentare, ad esempio in determinate condizioni atmosferiche, al fine di favorire i corretti comportamenti da tenere”.

Spazio quindi anche all’approfondimento scientifico con il seminario “Alberi in città: dal vivaio al marciapiede. Criteri di scelta delle specie”, organizzato dal Tesaf dell’Università di Padova in collaborazione con il Settore Parchi del Comune e gli ordini professionali. Il seminario si terrà il 20 dalle 9 alle 13 e sarà trasmesso in diretta streaming dalla Sala Zairo della sede dell’Ordine degli Architetti di Padova su YouTube.
Infine, alla ludoteca comunale Ambarabà, un pomeriggio di educazione ambientale con una serie di laboratori sul tema dell’albero previsti dalle ore15 alle 18.30. L’ingresso alla ludoteca è contingentato e su prenotazione obbligatoria da effettuarsi tramite il form online all’indirizzo www.coopterra.it/prenotazione_ludoteca.

Il governo britannico vieterà la vendita di auto a benzina e diesel dal 2030.

Il governo britannico vieterà la vendita di auto a benzina e diesel dal 2030.

Johnson spera che le ambiziose proposte possano contribuire a mantenere gli impegni presi per ridurre la forte disuguaglianza regionale della Gran Bretagna e riparare alcuni dei danni economici provocati dalla pandemia. Proposte viste anche come un’opportunità per allinearsi alle priorità del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, prima che la Gran Bretagna ospiti i colloqui sul clima globale il prossimo dicembre.

Le proposte prevedono di quadruplicare l’energia eolica offshore entro un decennio e di aumentare la capacità di produzione di idrogeno per l’industria, i trasporti, l’energia e le abitazioni. Si investirà anche nel trasporto pubblico a emissioni zero, oltre che nella ricerca su aerei e navi a emissioni zero. Inoltre, verranno incentivati l’utilizzo della bicicletta e gli spostamenti a piedi.

Il divieto del 2030 per le auto e i furgoni a benzina e diesel segue quello che Downing Street ha definito “un’ampia consultazione con le case automobilistiche e i venditori”. Secondo i nuovi piani, il Governo investirà 1,3 miliardi di sterline per l’espansione dei punti di ricarica dei veicoli elettrici nelle case e nelle strade di tutta l’Inghilterra, e renderà disponibili 582 milioni di sterline in sovvenzioni per l’acquisto di veicoli a zero o a bassissime emissioni. Nel frattempo, nei prossimi quattro anni saranno spesi quasi 500 milioni di sterline per lo sviluppo e la produzione di batterie per veicoli elettrici.

In Europa un morto ogni 17 secondi

Un morto per coronavirus ogni 17 secondi in Europa.

Questo quanto ha spiegato Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa, durante un incontro in cui ha aggiornato sulla situazione della pandemia di coronavirus Sars-CoV-2 nel Vecchio continente.

“In Europa – ha affermato Kluge – abbiamo il 28% dei malati” di Covid-19 “del mondo” e “29 mila persone sono morte la scorsa settimana, il che vuol dire una ogni 17 secondi”.

Calabria, la protesta dei sindaci a Roma: “Vogliamo una sanità normale”. Conte: “Massima attenzione”

Articolo pubblicato sulle pagine di Rai News erano presenti per l’Anci due funzionari: Fabrizio Clementi e Danilo Moriero

Decine di sindaci calabresi, con la fascia Tricolore, si sono radunati in piazza Montecitorio per chiedere, tra le varie cose, la fine del commissariamento della sanità regionale vista l’emergenza Covid. Lo striscione portato in piazza recita “Commissariati e indebitati dallo Stato”. “Non ci interessano le diatribe politiche. Vogliamo una buona gestione della sanità in Calabria, una sanità che sia all’altezza della Repubblica Italiana di cui siamo parte. Siamo qui a ribadirlo con le nostre fasce Tricolori”, dice Francesco Candia, presidente di Anci Calabria.

“Vogliamo essere parte dello Stato e vogliamo che in Calabria ci sia una sanità normale”, ha concluso. Una delegazione è entrata a palazzo Chigi per essere ricevuta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. All’incontro partecipa il ministro della Salute Roberto Speranza. “Potete confermare alle vostra comunità  che, da parte del governo, c’è massima attenzione verso tutti i cittadini calabresi”. Così il premier Giuseppe Conte nel corso dell’incontro.

“Chiediamo condivisione e dialogo tra i territori e il Governo per la tutela del diritto alla salute. Il commissariamento deve essere provvisorio, non può durare per sempre. Noi chiediamo condivisione sulla scelta del commissario, non ci interessano i nomi ma le competenze. E chiediamo anche collaborazione per la gestione della sanità in futuro”, ha detto il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà. In pochi giorni di nomi ne sono stati “bruciati” tre: Saverio Cotticelli, che non sapeva di dover preparare il piano anti Covid; Giuseppe Zuccatelli, che a maggio durante un incontro con alcune associazioni sosteneva che le mascherine non servono a nulla; Eugenio Gaudio, rinunciatario per la contrarietà della moglie a un trasferimento a Catanzaro.

In attesa della nomina di un nuovo commissario, nella regione è già in campo Emergency di Gino Strada, che ha siglato un protocollo con la Protezione civile per affrontare l’emergenza coronavirus. “La situazione è insostenibile – ha aggiunto Francesco Mundo, primo cittadino di Trebisacce -. La gestione commissariale anziché migliorare la situazione finanziaria ha alimentato l’emigrazione sanitaria verso altre regioni mentre i servizi sono inesistenti. Oggi vengono montati ospedali da campo ma ci sono 18 piccoli ospedali chiusi che potrebbero essere riaperti”.

Politica tra unità e populismo

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella continua, giustamente, a richiamare la politica italiana nel suo complesso ad una rinnovata e consapevole unità istituzionale. E quindi politica. Al di là di ogni considerazione, ha semplicemente ragione. E questo per due motivi sostanziali.

Innanzitutto perchè le fasi storiche difficili, o drammatiche come quella che stiamo concretamente vivendo, non possono essere affrontate e governate convivendo con una polemica quotidiana. Polemiche dettate perlopiù da motivazioni di natura propagandistica e legate unicamente a ragioni di sondaggi elettorali.

In secondo luogo l’unità politica e istituzionale non si configura solo e soltanto attraverso maggioranze di governo consociative o confuse. L’unità politica, il più delle volte, e come la concreta esperienza storica ampiamente conferma, si raggiunge se i partiti – o quel che resta dei partiti – sono guidati da personalità autorevoli e qualificate che in particolari circostanze storiche sanno anteporre gli interessi generali, e quindi del paese nella sua interezza, a piccoli interessi di bottega e di natura puramente elettorale. Solo così, nel passato, si sono superate frontali contrapposizioni ideologiche e diffidenze politiche ataviche.

Ora, nell’attuale contesto politico italiano, le forze politiche – e i rispettivi capi partito, non leader politici – hanno la forza, l’autorevolezza e la capacità per recepire sino in fondo i ripetuti appelli del Capo dello Stato? Perchè questo resta il nodo politico per eccellenza. Ma la domanda di fondo, piaccia o non piaccia, è sempre la stessa. E cioè, come è possibile raccogliere e tradurre in comportamenti politici concreti gli inviti del Presidente della Repubblica quando abbiamo forze politiche, nella maggioranza di governo e nella stessa opposizione che fanno del populismo e della demagogia la loro ragion d’essere? Del resto, il voto del 2018, anche se è una data ormai lontana ma che al contempo non si può dimenticare, ha segnato la vittoria delle forze populiste e demagogiche.

Che tali erano e tali restano. E quando la cifra distintiva era e resta il populismo, più o meno enfatizzato a seconda delle convenienze momentanee, è persin ovvio arrivare alla conclusione che le ragioni della unità e della compattezza, seppur di fronte ad una grave emergenza, continuano ad essere sacrificate sull’altare dell’ideologia populista e anti politica. È sufficiente scorrere ciò che dicono alcuni organi di informazione per rendersene conto. È difficile, cioè, molto difficile, offrire una immagine e una prospettiva di vera unità quando la prassi populista continua ad avere il sopravvento.

Ecco perchè tocca, ancora una volta, alle forze democratiche e riformiste della maggioranza e dell’attuale opposizione con una spiccata cultura costituzionale, il compito di tessere la costruzione di una prospettiva di unità, di condivisione e di compattezza politica ed istituzionale. Non per la convenienza politica ed elettorale dei singoli partiti ma per cercare di raggiungere e di lavorare per il “bene comune”. Che, detto fra di noi, era e resta la cifra distintiva della storia e dell’esperienza del cattolicesimo politico italiano.

In ricordo di Bruno Lazzaro

Ieri nella chiesa di San Gregorio Nazianzeno  in Vicolo Valdina abbiamo ricordato i nostri colleghi defunti nell’anno 2020. Un lungo elenco di nomi, di uomini e donne, personaggi della prima Repubblica, ciascuno di loro con una storia imponente, straordinaria. 

Lo abbiamo fatto per rispettare una tradizione e dare continuità tra passato e presente, proprio quello che taluni vorrebbero cancellare. Ci siamo stretti insieme al celebrante don Francesco Pesce che ha avuto parole significative per tutti noi. L’elenco era interminabile e ogni figura, nota e meno nota, ha svolto un ruolo significativo nelle Istituzioni democratiche. 

La pandemia ha impedito che questi nostri defunti potessero avere la larga partecipazione di quanti ne hanno apprezzato le virtù e le opere. 

Nel leggere i nominativi l’attenzione mi è caduta su Bruno Lazzaro di cui non sapevo della scomparsa il mese scorso. Era una persona gioviale, comunicativa al tempo stesso riservata. Lo incontravo quasi quotidianamente perché abitava a pochi passi dal Senato e dalla Camera che continuava a frequentare con altri colleghi come Riccardo Triglia, già presidente dell’Anci, Alberto Spigaroli, il repubblicano Claudio Venzanzetti. Non era un tavolo di reduci ma di uomini  che avevano servito le Istituzioni  con disciplina ed onore. 

Bruno Lazzaro era un esponente della Dc del Lazio che aveva maturato la ricchezza della conoscenza dei problemi. Era stato eletto sindaco di Nettuno a 28 anni. In quella consiliatura aveva un Eufemi, non del ramo democristiano, ma laico, come assessore. Aveva affrontato i problemi dello sviluppo economico impetuoso con scelte lungimiranti, tra queste vanno ricordate l’idea del Porto turistico  di Nettuno, costruito non senza difficoltà da impregilo dell’ing. Gilardini e il Piano Regolatore comunale. Il ministro dei LLPP  Fiorentino  Sullo garantì la prima tranche di finanziamenti statali. Nettuno anticipò con quella scelta la soluzione delle problematiche che sarebbero emerse su vasta scala con la  forte diffusione della nautica da diporto. Pose attenzione alla realizzazione di infrastrutture primarie come le fognature e i servizi di pubblica utilità. 

Dopo la guida del Comune entrò  nella neonata Assemblea Regionale del Lazio dove fu eletto per tre legislature con importanti incarichi negli assessorati al Bilancio, alla Pubblica Istruzione e alla Sanità e in ultimo alla Presidenza del Consiglio Regionale. Candidato alle elezioni europee del 1989 pur prendendo oltre 120 mila voti di preferenza, fu primo dei non eletti. 

Poi l’elezione al Senato e l’esperienza della legislatura breve, quella della cancellazione della Dc. Rimase orfano, ma il suo cuore era sempre per lo scudo crociato. È in quella fase che i nostri rapporti furono più stretti perché si interfacciava con  la Camera sui problemi quotidiani. Seguiva la Commissione di inchiesta su bnl Atlanta. 

Eppure su Wikipedia di Bruno Lazzaro non troverete nulla, se non scarne notizie. Eppure Bruno Lazzaro insieme a tanti validi amministratori rappresentava il cuore pulsante della Dc quello che portava esperienza, sensibilità, saggezza nella risoluzione dei problemi della Regione e del Territorio. Quella classe dirigente,  oltre i grandi leader,  è stata la forza di un partito la Dc che portava nelle Istituzioni persone, competenti e valide, ricche di passione, capaci di affrontare la decisione politica dopo avere ascoltato gli iscritti nelle sezioni la sera, e affrontato il confronto delle correnti di partito. Era una escalation di competenze nei diversi gradi di governo locale e nazionale. 

Bruno Lazzaro anche dopo l’esperienza parlamentare, abitando a due passi dai Palazzi, della Politica voleva ancora stare dentro i problemi, viverli, parteciparli. Apparteneva a quelle persone che nella riservatezza trovavano il modo per operare concretamente come era nello stile della originaria  corrente fanfaniana. 

 

Il mercato delle auto europeo tocca nuovi minimi

Il mercato delle auto europeo tocca nuovi minimi : a ottobre sono state 1.129,223 le vetture immatricolate, il 7,1% in meno dello stesso mese del 2019. Nei primi dieci mesi dell’anno – secondo i dati dell’Acea, l’associazione dei costruttori europei – sono state vendute complessivamente 9.696.928 auto, con una flessione del 27,3% sull’analogo periodo dell’anno scorso.

Sempre nel mese di ottobre Fca ha venduto in Europa Occidentale (Ue più Efta più Regno Unito) 70.172 auto, il 3,2% in più dello stesso mese del 2019. La quota sale dal 5,6% al 6,2%. Nei dieci mesi il gruppo ha immatricolato 560.202 vetture, pari a una flessione del 30,8% con la quota che passa dal 6,1% al 5,8%.

Covid: salgono a 280mila i ristoranti in zona rossa

Con l’Abruzzo in zona rossa salgono a circa 280mila i bar, i ristoranti, le pizzerie e gli agriturismi chiusi per un crollo del 48% dei consumi fuori casa nel 2020 con una perdita di almeno 30 miliardi di fatturato. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sull’impatto delle limitazioni poste alla ristorazione con l’emergenza Covid con un drammatico effetto a valanga sull’intera filiera per il mancato acquisto di alimenti e vino.

Alle difficoltà del lockdown primaverile si sono aggiunte le chiusure a catena di ottobre e novembre, evidenziate anche da Confcommercio, ma la situazione – sottolinea la Coldiretti – potrebbe ulteriormente peggiorare nel caso in cui i vincoli al consumo fuori casa si dovessero estendere alle feste di fine anno, con Natale e capodanno alle porte.

La serrata imposta dalle misure anti contagio sin estende a regioni dove molto diffuso è il consumo alimentare fuori casa e colpisce complessivamente oltre 3 locali su 4 (75%) di quelli esistenti in Italia compresi – evidenzia la Coldiretti – oltre 20mila agriturismi.

Nelle regioni dove si registrano scenari di elevata o massima gravità – sottolinea la Coldiretti – sono sospese tutte le attività di ristorazione e, quindi, anche la somministrazione di pasti e bevande da parte degli agriturismi. Nelle zone critiche – continua la Coldiretti – è consentita la sola consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle vicinanze dei locali. Ma limitazioni permangono anche nel resto del territorio nazionale dove – evidenzia la Coldiretti – le attività di ristorazione (bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite solo dalle ore 5,00 alle 18,00 con la possibilità sempre della consegna a domicilio, nonché fino alle ore 22 della ristorazione con asporto.

Gli effetti della chiusura delle attività di ristorazione – continua la Coldiretti – si fanno sentire a cascata sull’intera filiera agroalimentare con disdette di ordini per le forniture di molti prodotti agroalimentari, dal vino all’olio, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione – precisa la Coldiretti – rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato. Le limitazioni alle attività di impresa – conclude la Coldiretti – devono dunque prevedere un adeguato e immediato sostegno economico lungo tutta la filiera per salvare l’economia e l’occupazione.

 

le 10 citta finaliste alla selezione della città «Capitale italiana della cultura» 2022.

Il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, guidato dal Ministro Dario Franceschini, comunica che la Giuria per la selezione della città «Capitale italiana della cultura» 2022, presieduta dal prof. Stefano Baia Curioni, dopo aver esaminato le ventotto candidature pervenute, ha selezionato i dieci progetti finalisti, così come previsto dal bando.
Entrano, dunque, nella shortlist delle città che parteciperanno alla fase finale della procedura di selezione i seguenti Comuni e Città metropolitane, con i relativi dossier:

1.    Ancona, Ancona. La cultura tra l’altro;
2.    Bari, Bari 2022 Capitale italiana della cultura;
3.    Cerveteri (Roma), Cerveteri 2022. Alle origini del futuro;
4.    L’Aquila, AQ2022, La cultura lascia il segno;
5.    Pieve di Soligo (Treviso), Pieve di Soligo e le Terre Alte della Marca Trevigiana;
6.    Procida (Napoli), Procida – La cultura non Isola;
7.    Taranto, Taranto e Grecia Salentina. Capitale italiana della cultura 2022. La cultura cambia il clima;
8.    Trapani, Capitale italiana delle culture euro¬mediterranee. Trapani crocevia di popoli e culture, approdi e policromie. Arte e cultura, vento di rigenerazione;
9.    Verbania (Verbano-Cusio-Ossola), La cultura riflette. Verbania, Lago Maggiore;
10.   Volterra (Pisa), Volterra. Rigenerazione umana.

Le dieci città finaliste dovranno presentare i propri dossier alla Giuria in un’audizione pubblica, della durata di massimo un’ora, composta, per metà, dalla presentazione del progetto e, per l’altra metà, da una successiva sessione di domande. Gli incontri si terranno, compatibilmente con le misure di contenimento adottate dal Governo per la situazione epidemiologica in atto, presso il Collegio Romano, sede centrale del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, nei giorni 14 e 15 gennaio 2021, secondo il calendario e le modalità che verranno rese note a seguire.

Sarà compito della Giuria raccomandare al Ministro Franceschini il progetto di candidatura più idoneo alla designazione della città «Capitale italiana della cultura» per l’anno 2022 entro il 18 gennaio 2021, al fine dell’attribuzione del titolo da parte del Consiglio dei ministri.